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Il termine personalità sottolinea diversi aspetti.

A volte si utilizza per trasmettere l’idea di coerenza e


continuità che caratterizza una persona; quest’ultime possono essere rilevate nel tempo (è sempre stata
una grande chiacchierona), oppure nelle diverse situazioni (sia nel consto lavorativo, sia in quello familiare
è sempre estroverso). → veicola il senso di continuità e coerenza che contraddistingue ogni individuo.
Il termine personalità trasmette l’idea che nell’individuo agisca una forza causale che motiva i vari
comportamenti e i propri stili di vita. → la personalità può essere utilizzata per fare previsione sui
comportamenti futuri delle persone. Infine, essa sintetizza le numerose qualità che caratterizzano
l’individuo, quindi coglie ciò che è rappresentativo e distintivo dell’individuo. Partendo dalla definizione di
Allport nel costrutto della personalità, questa viene modificata recentemente (2012): “è un’organizzazione
dinamica, dentro l’individuo, di sistemi psicofisici che determinano i pattern di comportamento, di pensiero,
e di emozioni tipici di ciascun individuo. Esaminiamola: è un’organizzazione dinamica = un complesso
determinato dalle continue interazioni sinergiche che avvengono dall’insieme di sistemi psicofisici, dato che
la personalità è determinata dalle interconnessioni tra le componenti biologiche e quelle psicologiche; es.
allo sviluppo della personalità contribuisce sia ciò che è ereditato a livello genetico, sia le esperienze
individuali e le interazioni con il proprio ambiente. Alla personalità viene attribuito un valore causale
fondamentale, poiché essa determina la modalità tipica di ciascun individuo di reagire ed adattarsi
all’ambiente = l’insieme di pattern distintivi di comportamento, di pensiero e di emozioni. Attraverso questi
ciascun individuo si relaziona con l’ambiente e tali configurazioni di comportamenti, di cognizioni e di
affetti, contribuiscono a mantenere il senso di coerenza, continuità e identità all’interno di una persona.
3 livelli di indagine di cui si occupa la psicologia della personalità (Dogana 2003):
1) tematica: universali umani = aspetti tipici della specie umana e che quindi definiscono ciò per cui ognuno
è uguale agli altri, es. il desiderio comune a tutti gli individui di sentirsi accettati.
2) differenze fra individui, ovvero le caratteristiche psicologiche che accomunano tra di loro alcuni individui
e li rendono differenti da tutti gli altri, es. alcuni amano il rischio e lo cercano attivamente altri, invece,
preferiscono contesti più rassicuranti. Questo livello indaga anche fra le differenze tra gruppi: specifiche
caratteristiche che rendono simili le persone appartenenti ad un gruppo e, allo stesso tempo, le
differenziano dai membri di un altro gruppo, es: gruppi di genere.
3) l’unicità di ciascun essere umano, ovvero le caratteristiche psicologiche del singolo e che indentificano
una configurazione di personalità del tutto singolare. → ciò che per cui ogni persona è differente da tutte le
altre.

Le persone elaborano teorie più o meno complesse sulle motivazioni che stanno alla base dei
comportamenti e utilizzano tali teorie per prevedere i comportamenti degli individui che le circondano.
Osservando il comportamento di altri sogg., raggruppano ipotesi sulla natura umana in genere e creano
ipotesi sul modo in cui gli individui aventi determinate caratteristiche di personalità agiscono. Queste
opinioni vengono definite teorie ingenue di personalità, ovvero l’insieme di idee, rappresentazioni e
aspettative che le persone comuni possiedono sulle caratteristiche di personalità degli altri soggetti. Le
teorie ingenue raramente sono esplicite (espresse verbalmente), più spesso sono implicite → Le teorie
implicite sono oggetto di studio della teoria dell’attribuzione (è psicologia sociale). Infatti una delle
differenze più evidenti fra teorie ingenue e quelle scientifiche, consiste nella possibilità di procedere alla
verifica sperimentale→ per lo scienziato è indispensabile fornire una dimostrazione di quanto egli sostiene.
Un’altra differenza consiste nella modalità di osservazione; anche se entrambi (individui/ scienziato)
elaborarono le loro teorie attraverso l’osservazione del comportamento della persone: il primo si base su
un numero di limitato di osservazioni, mentre il secondo ricorre a osservazioni obiettive e sistematiche
delle persone, le quali devono essere integrate con altri metodi di rilevazioni, in modo di poter essere
integrate all’interno di una teoria.

Determinanti della personalità:


Ø Fattori genetici: diversi studi hanno dimostrato il ruolo significativo che l’eredità ricopre a determinare le
caratteristiche di personalità. Es: sui gemelli oppure le religiosità (come atteggiamento legato
all’ereditarietà). Queste ricerche rientrano nell’ambito di una prospettiva che pone attenzione alle variabili
di tipo biologico che concorrono a determinare la personalità. Tale questione nasce in contemporanea con
lo sviluppo della psicologia della personalità e con la psicologia generale, che apre il dibattito fra innatisti ed
empiristici = natura/cultura. In prospettive più recenti tale dicotomia viene superata a favore di una teoria
che individua i fattori genetici/biologici insieme a quelli culturali ed ambientali a determinare le
caratteristiche di personalità.
Ø Fattori disposizionali. Le persone di differenziano fra loro in base al possesso di disposizioni stabili,
chiamate “tratti”. Questi rimangono costanti nel corso della vita, assicurando coerenza e continuità nei
comportamenti sia in senso evolutivo-longitudinale (rimane stabile nelle varie fasi della vita) che cross-
situazionale (coerenti anche in diversi contesti). Sulla tipologia e sulla numerosità dei tratti sono stati
proposti modelli specifici.
Ø Fattori socioculturali: la cultura contribuisce a determinare le pratiche specifiche di una società in
riferimento a variabili come il corteggiamento, il matrimonio, l’educazione dei figli, la politica, la religione, il
livello socioeconomico e culturale all’interno del gruppo familiare, i vari componenti, l’ordine di nascita,
all’area geografica di provenienza, etc.. tali variabili spiegano importanti differenze individuali legate alla
cultura di appartenenza e ai ruoli che la persona ricopre nella società in cui vive. Ogni società ha le sue
norme che stabiliscono ciò che è accettabile e ciò che non lo è, quindi regolano i comportamenti e le
aspettative sociali delle persone.
Ø Apprendimento: gli individui sono sempre esposti a condizionamenti ambientali, al modellamento da
parte di rinforzi positivi e negativi forniti dai proprio contesti di riferimento e, quindi, a fattori legati
all’apprendimento. Alcuni teorici ritengono che persone siano il frutto di ricompense o punizioni, e le lor
personalità differiscono perché hanno una storia diversa in relazione a tali variabili.
Ø Fattori cognitivi: le persone si caratterizzano per le modalità con cui percepiscono, trattengono e
traducono in azione le informazioni dell’ambiente. Attraverso le idee che si fanno del mondo che li
circonda, gli individui si pongono obiettivi ed autoregolano il proprio agire ed il modo con cui fare
esperienza con gli altri. Quindi sono quei processi mediante i quali gli individui categorizzano la realtà e le
attribuiscono un significato. L’attenzione è posta sulle risorse interne attive dell’individuo, sulle esperienze
presenti che orientano verso il comportamento futuro.
Ø Fattori esistenziali: le persone si interrogano sempre e da sempre su questioni esistenziali. Sulla base
delle risposte a questi quesiti, le persone sviluppano una propria visione del mondo e dell’uomo,
rendendole diverse. Tali teorie mettono in evidenzia che, sebbene gli uomini si trovino a gestire situazioni,
esperienze al di là del loro controllo, ciò che contraddistingue la loro personalità è il modo in cui valutano,
interpretano e rispondono a tali situazioni.
Ø Processi inconsci: alcuni teorici sottolineano l’importanza di esplorare le cause sottostanti al
comportamento e di capire i meccanismi inconsci, ovvero quelle determinanti inconsce della personalità,
presenti e già influenti fin dall’infanzia. Sono le modalità non consapevoli con cui le persone si esprimono
(sogni, lapsus, associazioni libere) gli strumenti che permettono di avere una visione più articolata e
comprensiva della personalità.

Domande sulla personalità:

•  Qual è l’importanza del passato, presente, futuro? Una delle questioni rilevanti nello studio della
personalità riguarda l’importanza delle esperienze infantili sullo sviluppo della personalità. Es. nelle teoria
di Freud→ i primi anni di vita siano fondamentali per l’esistenza di un individuo e come il carattere di una
persona sia già delineato intorno al 5° anno di età. Altre prospettive, invece considerano il comportamento
umano orientato verso il futuro, privilegiando nello studio la considerazione degli obiettivi che l’individuo si
pone e gli scopi che intende raggiungere (prospettive cognitive, cognitive-sociali). Mentre nella prospettiva
comportamentista, tendono ad accentuare il presente nella determinazione della personalità attraverso
quelle contingenze esterne che modellano il comportamento e creano specifiche abitudine di risposta.
•  Quali sono le motivazioni fondamentali del comportamento umano? Es. secondo Freud e Skinner è la
motivazione è di tipo edonistico→ tendenza a ricercare il piacere ed, allo tempo stesso, cercando di evitare
il dolore. Mentre ad es. Rogers e Jung la motivazione è l’autorealizzazione = la possibilità di esprimere a
pieno le proprie potenzialità. Per Kelly→ dalla ricerca del significato di ciò che ci circonda e dalla riduzione
delle incertezze. Nell’ottica di Bondura→ “autoregolazione” = le persone sono capaci di stabilire per se
stesse i propri obiettivi, pianificando le strategie, valutando se il proprio comportamento è funzionale al
loro raggiungimento.
•  Quale ruolo hanno i processi inconsci? Si ci interroga sul rapporto aspetti consci/ inconsci della psiche, il
grado di consapevolezza che le persone hanno dei propri contenuti inconsci. Es. Adler propone gli non
consapevoli, come modalità di pensiero e di azione che si attivano automaticamente per affrontare i
“problemi adattavi”, che l’ambiente pone. Per Rogers, anche se non nega l’esistenza l’influenza del
meccanismo inconsci, afferma che il concetto del sé, che struttura la personalità sia fondamentalmente
coscio. In altre prospettive come quella dei tratti e nelle teorie dell’apprendimento, le influenze dei aspetti
inconsci sulla personalità vengono negate.
•  Il comportamento umano è autodeterminato? Tema della liberta→ 2 posizioni opposte. 1) riduzionismo
biologico, secondo cui i nostri comportamenti sono governati da fattori genetici, somatici, istintuali, relativi
al sistema nervoso, tale posizione la ritroviamo nelle teorie biologiche della personalità e la psicoanalisi di
Freud. 2) riduzionismo sociologico-ambientale, secondo cui il comportamento sarebbe il risultato dei
condizionamenti sociali, culturali e di meccanismi legati ai rinforzi positivi, negativi e alle punizioni. La
visione dell’uomo agente libero la ritroviamo nella prospettiva cognitiva-sociale→ è un soggetto attivo
nella sua interazione con l’ambiente, e nella prospettiva umanistica, secondo cui la libertà di scelta e di
autorealizzazione contraddistingue la natura umana.
•  Quali sono gli elementi comuni e quali quelli unici? La varie teorie differiscono in base all’attenzione posta
sulla singolarità dell’individuo piuttosto che su ciò che le persone condividono. Ciò indica un approccio
diverso allo studio, quelle che sottolineano l’unicità dell’individuo adottano un approccio idiografico;
mentre quelle che si focalizzano sulla similarità tra gli individui viene chiamato approccio nomotetico.
•  Possiamo capire la personalità dal modo in cui le persone parlano di se stesse? Quindi si ci interroga sul
ruolo dell’introspezione. Nella prospettiva umanistica si pensa che tali domande/ tali strumenti di ricerca
siano preziosi per studiare la personalità; la quale è opposta alle teorie dell’apprendimento, secondo le
quali l’introspezione non è procedura valida per tale fine. In una posizione intermedia troviamo la
prospettiva della psicoanalisi, secondo la quale l’introspezione è utile se seguita ed analizzata da esperti.
Infine la prospettiva biologica in cui si preferisce ricorrere a esperimenti di laboratorio e a osservazioni del
comportamento per studiare alcune caratteristiche della personalità.

Dati utilizzabili / LOTS (4 tipologie differenti di dati che vengono comunemente impiegate nell’indagine
scientifica della personalità.

i. Dati biografici oggettivi (curriculum scolastico, rendimento lavorativo ecc.) = L (Life record data); Es.
valutazioni scolastiche, luoghi in cui ha vissuto ecc. Sono quei dati relativi agli eventi della vita di ciascun
individuo = info che possono essere ricavate direttamente dalla storia della vita di una persona; possono
essere definiti dei “dati di fatto” che non necessitano di alcun tipo di interpretazione per essere compresi.

ii.  Resoconti da parte di conoscenti = O (Observer data); Informazioni fornite da genitori, insegnanti,
colleghi ecc. Sono quelle info fornite da individui che, in qualità di osservatori, entrano in contatto con la
persona che è oggetto di interesse. Può essere un osservatore professionista che non ha nessun tipo di
rapporto con la persona. Oppure un individuo che ha una relazione esistente con la persona oggetto di
esame→ punto di osservazione privilegiato che può arricchire la complessità dei dati. Distinguiamo fra le
osservazioni di tipo artificiale, in cui l’osservazione ha luogo in una struttura appositamente predisposta, e
le osservazioni naturalistiche, che avvengono in contesti di vita quotidiana.
iii.   Risposte a test standardizzati o altre misure comportamentali= T (Test data); Test standardizzati o altre
procedure sperimentali. Coloro che prendono parte a un esperimento sono posti in un setting controllato in
cui vengono rilevati le differenti reazioni dei partecipanti stessi di fronte a una medesima situazione. Le
differenze nelle risposte date vengono identificate come differenti caratteristiche di personalità.

iv.   Auto-descrizioni verbali da parte della persona = S (Self-report data); Informazioni, resoconti e
valutazioni forniti dal soggetto. Sebbene l’auto-descrizione possa essere effettuata con una modalità
descrittiva di domande non strutturate; di solito alla persone viene chiesto di rispondere a un insieme
specifico di domande strutturate. Le scale di autovalutazione possono essere diverse, ad es. il formato vero-
falso oppure la scala Likert, nella quale è disponibile un’ampia gamma di risposte, per es. una a scala a 5
punti (la maggior parte delle persone mi fa sentire inadeguato: 1 2 3 4 5). Spesso i ricercatori sviluppano
strumenti che intendono valutare più aspetti della personalità (e non uno solo) con lo stesso test→
inventario. Vantaggi • Le persone sono in grado di fornire informazioni abbastanza accurate su di sé;
Consentono di ottenere in modo rapido ed economico profili individuali e di operare confronti quantitativi
(e qualitativi) fra i tratti di individui differenti. Svantaggi • Le risposte possono essere influenzate da biases
(errori, distorsioni, pregiudizi) di natura psicologica e/o metodologica, es. acquiescenza, desiderabilità
sociale, distorsioni inconsce, errori o imprecisioni; Le persone possono mentire più o meno
consapevolmente.

Maggiori discrepanze: Dati S → Dati T • Non sempre le auto-descrizioni sono concordanti con le misure
sperimentali o con le misure implicite degli atteggiamenti.
Maggiori concordanze: Dati S → Dati O • Le auto-descrizioni e le valutazioni da parte degli altri
tendenzialmente concordano ….anche se i giudizi di valore su se stessi possono essere più benevoli di quelli
dati dagli altri.

Importanti fonti di studio delle differenze individuali sono le Reazioni implicite, ovvero quelle reazioni
collegate in modo automatico e inconscio a un certo tratto; lo sperimentatore ricava informazioni dal modo
in cui il soggetto reagisce a certi stimoli ad es. Risposte fisiologiche, tempi di reazione, associazioni di
parole. Possiamo citare il Test di associazione implicita IAT, il quale misura la forza dei legami associativi tra
concetti rappresentati in memoria; all’esaminato viene chiesto di categorizzare una lunga serie di stimoli, il
più velocemente possibile e ciascun stimolo può essere classificato secondo una dicotomia ad es: me vs non
me. Alcuni item si riferiscono a certi aspetti della personalità e se uno di questi aspetti nella memoria della
persona è fortemente associato con le caratteristiche della personalità, la risposta “me” sarà molto più
immediata. •  Differenze individuali nei comportamenti non verbali, come Espressioni facciali e gestualità.

Approccio nomotetico: si occupa della ricerca di «leggi» generali, universali e valide per la personalità
umana e quindi applicabili a tutti. Sul piano metodologico privilegia la raccolta e l’analisi di dati quantitativi
utilizzando misure «fisse» ad Es. le domande strutturate nei questionari standardizzati e le procedure di
calcolo dei punteggi si applicano in modo uniforme a tutti gli individui.
Approccio idiografico: si occupa della ricerca di caratteristiche uniche e irripetibili del singolo individuo, con
l’obiettivo di tracciarne un profilo unico e particolare. Le procedure di ricerca si basano su dati di natura
qualitativa, per questo di utilizzano misure «variabili», ad es. Domande (o risposte) adattabili alle
caratteristiche dei singoli individui e Domande non strutturate, come per es. le narrazioni di vita del
soggetto oggetto di studio.

Metodi di ricerca psicologica della personalità:

-Studio di casi: Studi intensivi (approccio idiografico) di singoli individui; un es. è il caso di studio dalle
Lettere di Jenny condotti da Allport nel 1965→ egli analizza le lettere di questa donna, nella quale narra la
sua storia, i suoi problemi, e i suoi pensieri, cercando di delineare un ritratto di quest’ultima,
identificandone i tratti di personalità, riflettendo sugli aspetti problematici, il primo fra questi era la
difficoltà della donna a relazionarsi, che la avevano portata a richiudersi in sé stessa e mettersi in disparte
dal mondo. Tale approccio viene utilizzato nella psicoanalisi, psicoterapia, proprio perché colgono la
complessità della persona in diverse circostanze di vita, dato che tali ricerche si basano su lunghe
osservazioni del soggetto oggetto di esame. Svantaggi sono la scarsa generalizzabilità dei risultati e che gli
studi di caso sono solo descrittivi e non forniscono chiare spiegazioni causali.

Ricerche correlazionali: quando si elaborano teorie e conclusioni, a seguito delle relative osservazioni,
queste dovrebbero essere applicate alla maggior parte delle persone, se non a tutte. La generalizzabilità
indica quanto ampiamente una conclusione possa essere applicata quindi si riferisce al grado di
applicazione delle conclusioni di una ricerca effettuata su un campione di persone, il quale dovrebbe
rappresentare al meglio la popolazione di riferimento→ tali campioni dovrebbero contenere persone di età
e di culture differenti. La ricerca correlazione prevede l’uso di questionari, di solito di tipo self-report, che
consentono di raccogliere molte info su un ampio numero di soggetti contemporaneamente. L’obiettivo è
di rilevare l’esistenza di una relazione tra 2 differenti caratteristiche/tratti di personalità, le modalità con
cui variano insieme, ovvero la correlazione fra tali variabili. Quando i valori delle 2 variabili tendono a
variare insieme in modo sistematico significa che esiste una correlazione fra queste 2→ se i valori bassi
tendono ad andare con i valori bassi e i valori alti tendono ad andare con valori alti: le 2 variabili sono
correlate positivamente. La correlazione è raffigurata ad un numero chiamato coefficiente di correlazione.
Una correlazione positiva perfetta è espressa dal numero + 1.. più il valore diventa basso, più la relazione
fra le variabili diventa debole. A volte, però, i valori alti di una variabile tendono ad essere associati a valori
bassi nell’altra variabile→ correlazione negativa, e quella perfetta è rappresentata -1 (+ il valore diventa
alto più la relazione è debole es. -0,30). Quando abbiamo l’assenza di relazione fra le 2 variabili, si dice
correlazione nulla ed è indicata da 0. Possiamo visualizzare tali correlazioni su dei diagrammi di dispersione:

Riquadro A es: fiducia in se


stessi/ansia= perfetta
correlazione negativa; r= -1.

Riquadro B es: ansia/amicalità =


correlazione nulla, r= 0.

Riquadro c es: estroversione/


socievolezza, correlazione
perfetta positiva, r= +1.

Limiti: Non forniscono


informazioni dettagliate sul caso
singolo; Non consentono vere e
proprie spiegazioni causali.

Ricerca sperimentale: il ricercatore effettua una manipolazione della variabile indipendente (che si ipotizza
come la causa di una relazione causa-effetto), che può essere uno stimolo, un compito, delle specifiche
condizioni e divide i partecipanti in 2 gruppi in modo casuale, ad es. un gruppo sperimentale e uno
controllato, rilevando così l’effetto di tale manipolazione sulla variabile dipendente (che si ipotizza come
effetto della relazione causa-effetto). A questo punto se la differenza fra i 2 gruppi risulta statisticamente
significativa rispetto la variabile dipendente, sapremo che solo una cosa può aver causato tale differenza; in
modo da poter dimostrare che i risultati dell’esperimento non sono dovuti al caso. Es. ipotesi
frustrazione/aggressività (Dollard, Miller et al.1939): Le persone che incontrano un ostacolo nel
raggiungimento di uno scopo tendono a reagire con un comportamento aggressivo. Limiti dell’esperimento:
Molti comportamenti non possono essere studiati in laboratorio; Possono verificarsi varie distorsioni
metodologiche.
Per poter superare i limiti propri di ciascun approccio di ricerca, sarebbe utile fai ricorso a ciò che viene
definito pluralismo metodologico, ovvero la possibilità di integrare diverse metodologie di ricerca al fine di
ottenere una conoscenza più approfondita della personalità.

A prescindere dalla tipologia di dati e dalla metodologia della ricerca adottata, la ricerca deve
necessariamente fare uso di procedure e misurazioni che siano attendibili e valide.
L’attendibilità indica la stabilità e la replicabilità delle misurazioni effettuate; quando l’osservazione è
attendibile ha un alto grado di coerenza e quindi ripetibilità, mentre quando ha una bassa attendibilità
significa che la misurazione non riflette ciò che esattamente si voleva misurare. La questione
dell'attendibilità implica il vedere la stessa cosa attraverso diversi modi e mezzi. Questo tipo di attendibilità è
chiamata coerenza interna ( = indica il grado di coesione tra gli item che costituiscono una scala) . Prevede
diverse osservazioni di un singolo tratto della personalità.. Poiché la maggior parte dei ricercatori vuole un
buon grado di attendibilità, la maggior parte delle scale contiene molti item. Se gli item sono abbastanza
attendibili, vengono poi utilizzati insieme per costituire un unico indice di un certo aspetto della personalità.
L'attendibilità è un problema relativo alle correlazioni tra le tra le risposte delle persone agli item. Affermare
che gli item sono altamente attendibili significa che le risposte date dalle persone agli item sono altamente
correlate. L’ attendibilità inter-rater indica il grado di accordo tra le valutazioni di più osservatori, i quali
analizzano uno stesso tratto in maniera indipendente. Un altro tipo di attendibilità valuta la stabilità, la
ripetibilità del test nel corso del tempo e viene definito test-retest. Viene determinata somministrando un test
alle stesse persone in due momenti diversi. Una scala con alta attendibilità test-retest, nella seconda
somministrazione produrrà punteggi abbastanza simili a quelli della prima.

Validità: indica il grado in cui il test misura effettivamente ciò che intende misurare. Diversi aspetti della
validità.
-validità di costrutto: si riferisce a quanto lo strumento di valutazione rifletta il costrutto corrispondente. Il
costrutto corrisponde alla qualità concettuale, al concetto ogg. Di studio, ad es. ogni tratta caratteriale è un
costrutto.
Per verificare che lo strumento di valutazione ha validità di costrutto è importante, dimostrare che ciò che si
misura si colleghi con altre manifestazioni della caratteristica che si intenda misurare. Per altra
manifestazione intendiamo un indice comportamentale, un giudizio di un osservatore addestrato o un criterio
esterno. Questo aspetto viene chiamato validità predittiva, che si riferisce a quelle caratteristiche misurate
che consentono di prevedere prestazioni future. Ad es. se si vuole misurare la dominanza degli individui,
possiamo selezionare le persone che hanno ottenuto punteggi bassi e punteggi alti e portali in laboratorio per
farli lavorare in gruppo. Solitamente in base al test coloro che hanno punteggi alti dovrebbero prendere
parola, le varie decisioni, prendono in mano la situazione e così via..
un altro supporto alla validità di costrutto di una misurazione implica la dimostrazione che la misura si
riferisce a caratteristiche simili (differenza lieve) a quella che si suppone misurare. Nel caso della validità
convergente, la seconda misura si propone di valutare qualcosa di diverso da ciò che la misura in oggetto
valuta. Proprio perché la raccolta di informazioni procede secondo diversi punti di vista, è chiamata
“convergente”→ tutte prove che convergono sul costrutto che si sta valutando, sebbene ogni singola prova di
per sé non è esattamente correlata a tale costrutto. Es. precedente della dominanza→ si potrebbero misurare
qualità come la leadership (correlazione positiva) e la timidezza (correlazione inversa).. se viene sviluppata
una misura per valutare la dominanza ed essa non correla del tutto con le misure della leadership e della
timidezza, è opportuno→ “essa valuta davvero la dominanza?”.
È importante dimostrare che uno strumento di valutazione misuri ciò che effettivamente intende misurare,
ma è anche importante dimostrare che non misura qualità che non intende misurare, specialmente quelle che
non corrispondono con la definizione concettuale del costrutto→ validità divergente. Es. la correlazione fra
autostima e rendimento scolastico. Questa correlazione potrebbe riflettere l’effetto di una variabile non
misurata, per es. il QI. Supponiamo, però a causa di ricerche effettuate in precedenza che il QI non è
correlata all’autostima. → rende difficile affermare che alla base della correlazione fra autostima e
rendimento scolastico ci sia la variabile del QI. Possiamo dire che tale processo tende “all’infinito”, perché
emergono sempre nuove possibilità riguardanti una terza variabile ipotetica.

Etica della ricerca→ Standard etici di chi fa ricerca: •Impegnarsi a rispettare, e a fare rispettare, le norme di
legge vigenti in materia di sicurezza, di sperimentazione e di ricerca con persone e animali; •Favorire la
diffusione delle conoscenze allo scopo di aumentare il benessere della società e delle persone; •Evitare un
cattivo uso delle ricerche, delle teorie, delle tecniche. E sono necessari ai fini della ricerca: Competenza del
ricercatore; Integrità e sicurezza dei partecipanti; Consenso informato e libertà della persona di ritirarsi
dalla ricerca; Cautele nell’uso dell'inganno a fini di ricerca (se i fini della ricerca non possono essere spiegati
al soggetto oggetto di esame, il ricercatore dovrà informare alla fine del test, i veri scopi di quest’ultima);
Riservatezza, diretto di privacy per i dati del soggetto.

Freud.
Laurea in medicina (1881);
Prime ricerche (fisiologia, ipnosi, neuropatologia);
Libera docenza (1885) e borsa di studio (con Charcot);
•  Studi sull'isteria (1895) –  Suggestione, “metodo catartico”, abreazione.
•  Autoanalisi e Interpretazione dei sogni (1900) –  Nascita della psicoanalisi.
• Metapsicologia (1917) –  Sistematizzazione teorica della psicoanalisi.
•«Disagio della civiltà» (1930) –  Implicazioni sociologiche del pensiero freudiano.
Gli approcci utilizzati da Freud per comprendere la psiche umana sono: → all’inizio si configurano tali studi
con un approccio idiografico, quindi si studi si concentrano sulla singola personalità e poi questi venivano
elaborati in chiave monotetica, quindi le ipotesi venivano generalizzate e infine utilizzavano un approccio
differenziale- comparativo, che si identifica come un approccio ibrido fra i primi 2.

Psicoanalisi: i. Metodo di indagine → significato inconscio dei discorsi, delle azioni e delle produzioni
immaginarie (sogni, fantasie, deliri).. (l’applicò all’arte e alla mitologia).
ii.   Tecnica terapeutica → transfert, difese, resistenze, ecc. tecnica di cura della nevrosi in particolare
dell’isteria.
iii.   Teoria psicologica (Metapsicologia) → basata su dati di ricerca e di trattamento ottenuti con il metodo
psicoanalitico; quindi consiste in una visione teorica delle forze psichiche che guidano la nostra mente e di
conseguenza i nostri comportamenti.
Le origini della psicoanalisi risalgono a un tipo particolare di trattamento per alcuni disturbi nervosi
chiamati psiconevrosi. Successivamente di configura con un esteso movimento culturale e di studio della
vita psichica umana; ed adotta il metodo storico- clinico→ l’oggetto di indagine è l’esperienza, narrata e
ricostruita, dal soggetto stesso al fine di individuare i principi del suo funzionamento psichico.
Psicodinamica: l’idea è che la personalità sia un insieme di processi che sono sempre in movimento. Alcuni
di tali processi delle volte lavorano, lottano contro gli altri. Quindi possiamo definire l’approccio
psicodinamico come un insieme di forze intrapsichiche (pensieri, emozioni, impulsi, motivazioni), che
agiscono a livello inconscio e indirizzano la personalità. Tali forze che emergono possono essere incanalate,
modificate o trasformate e possono attivare conflitti intrapsichici fra loro (come se lottassero fra loro),
facendo emergere le cosiddette “difese”, es. avere desideri che pensate siano vergognosi; i sensi di colpa,
sentirsi inadatti, indegni, etc.. qualunque siano le minacce i meccanismi di difesa evitano che vi sentiate
sopraffatti, e vengono gestiti grazie al cosiddetto io.

Modello topico della mente (1895-1915). Configurazione: - conscio: quella parte della mente che consiste in
ciò di cui siamo consapevoli al momento attuale→ Pensieri immediatamente accessibili alla coscienza.
-preconscio: quella parte della mente che rappresenta la memoria ordinaria→ Contenuti mentali
potenzialmente accessibili alla coscienza, ad es. quando pensi al tuo numero di telefono o all’ultimo film
che hai visto, porti queste informazioni dal preconscio al conscio.
-inconscio: quella parte della mente che non è direttamente accessibile alla consapevolezza, → Contenuti
mentali/ motivazioni inaccessibili alla coscienza (es. sogni, lapsus, sintomi nevrotici). L’inconscio è concepito
come il deposito dei fenomeni psichici che non diventati consci; è formato dalla stratificazione di contenuti
psichici risalenti all’infanzia e li identifichiamo come rappresentazione pulsionali; in questo caso a essere
rimosse non mai le pulsioni, ma le loro rappresentazioni ideative (immagini, parole, suoni..), che sono
spesso legate all’ansia, al conflitto o al dolore. e quest’ultime non vengono mai andate perdute, piuttosto
esercitano un’influenza continua sulle azioni successive e sull’esperienza conscia.
In questa prospettiva, la mente umana è concepita come un iceberg. La cima dell’iceberg è la parte
consapevole della mente. La parte molto più grande, quella sotto la linea dell’acqua, è al di fuori della
consapevolezza. Una parte di essa (la parte che possiamo vedere tramite l’acqua) è il preconscio; la maggior
parte di essa, che non è visibile (parte interna dell’iceberg) è l’inconscio.

Modello strutturale della personalità (2° topica) 1922: Freud ritiene che la personalità funzioni tramite 2
istanze ( ES, IO, SUPER IO), che interagiscono per creare la complessità del comportamento.
– l’ES: è presente dalla nascita e riguarda tutti gli aspetti ereditari, istintivi, primitivi della personalità, legato
ai processi biologici fondamentali, che sono alla base della vita. Tali funzioni dell’es sono situate
nell’inconscio, infatti egli ritiene che tutta l’energia psichica proviene dall’ES e lo definisce come il motore
della personalità. L’ES segue il principio del piacere: risponde all’esigenza che i bisogni debbano essere
immediatamente soddisfatti; questo perché, quelli non soddisfatti creano tensione e proprio per evitarla, la
persona cerca di ridurre i bisogni appena iniziano ad emergere. L’ES soddisfa i bisogni tramite il processo
primario, ovvero formando un’immagine mentale inconscia di un oggetto, di un evento o di una persona
che dovrebbe soddisfare il desiderio. Es. se viene separato dalla persona che ami, il processo primario
produce un’immagine di quella persona. L’esperienza di tale immagine è chiamata appagamento del
desiderio.

-l’Io: l’io si sviluppa a partire dall’ES e sfrutta parte dell’energia dell’ES per il suo funzionamento. L’IO cerca
di fare in modo che le pulsioni dell’ES siano effettivamente soddisfatte, ma tenendo in considerazione
anche il mondo esterno→ la maggior parte del funzionamento dell’IO è nel conscio e nel preconscio, ma
dato il legame fra l’ES e l’IO, è anche collegato all’inconscio. L’IO segue il principio della realtà = prende in
considerazione la realtà esterna e i bisogni e gli impulsi interni dell’individuo. Poiché l’IO orienta rispetto al
mondo, porta a rilevare i rischi di una possibile azione prima che venga compiuta→ se i rischi sono alti,
l’individuo cercherà un altro modo per soddisfare il bisogno; oppure se non c’è una via sicura, rimanderà il
bisogno ad un tempo successivo, in modo che ci siano maggiori condizioni di sicurezza. Quindi l’obiettivo
dell’IO è di ritardare lo scarico della tensione dell’ES fino a quando non viene trovato un appropriato
oggetto o contesto. L’IO segue il processo secondario: associa le immagini inconsce di un oggetto ad un
oggetto reale, riducendo la tensione; se l’oggetto non dovesse essere trovato, L’IO mantiene la tensione
sotto controllo→ L’IO vuole che i desideri dell’ES siano soddisfatti, ma in tempi e in modi sicuri = senza
causare problemi o pericoli per sé stessi e per il mondo. Combinando i 2 principi l’IO è la fonte dei processi
intellettivi e della soluzione dei problemi. La capacità di pensiero realistico porta l’IO a formare piani
d’azione per soddisfare i bisogni e verificare i piani mentalmente per vedere come stanno lavorando.
Questo processo è chiamato esame di realtà. Date le sue funzioni, l’IO è visto come una forza positiva,
poiché esercita delle limitazioni dell’ES, tuttavia l’IO non ha senso morale, ma è completamente pragmatico
e concentrato sull’arrangiarsi.

-Il SUPER IO: rappresenta l’incarnazione dei valori genitoriali e sociali. Per ottenere l’amore dei genitori, il
bambino arriva a fare ciò che i suoi genitori gli propongono e pensano sia giusto. Per evitare il dolore, la
punizione e il rifiuto, il bambino evita ciò che i suoi genitori pensano sia sbagliato. Il processo di
interiorizzazione dei valori dei genitori e più in generale della società è chiamato introiezione. Il Super IO si
divide in 2 sottoinsiemi. L’IO IDEALE comprende le regole per un buon comportamento. La coscienza
include le norme relative a quali comportamenti i genitori disapprovano o puniscono. Fare queste cose
significa che la coscienza ti punisce tramite il senso di colpa. Il SUPER IO opera in tutti 3 i livelli di
consapevolezza ed ha 3 scopi fra interconnessi: 1) cerca di prevenire ogni impulso dell’ES che potrebbe non
essere visto di buon occhio dal genitore/società; 2) prova a forzare l’IO ad agire moralmente anziché
razionalmente; 3) cerca di guidare la persona verso la perfezione nel pensiero, nella parola e nel gesto. → il
SUPER IO esercita un’influenza civilizzante sulla persona, ma il suo perfezionismo è ancora lontano dalla
realtà. Una volta che il SUPER IO si è sviluppato, l’IO ha una strada difficile→ dato che deve confrontarsi con
gli impulsi dell’ES, i valori morali Dell’IO IDEALE e le costrizioni della realtà. Per soddisfare tutte queste
esigenze, l’IO dovrebbe rilasciare immediatamente la tensione in modo che sia socialmente accettabile, ma
anche realistico. Ciò, ovviamente è altamente improbabile, in quanto queste forze sono spesso in
conflitto→ è parte della vita. Il termine FORZA dell’IO o FORZA DELL’EGO si riferisce alla capacità dell’IO di
essere efficace nella gestione dei conflitti. Con una forza dell’ego più bassa, l’individuo è sotto tali pressioni
in competizione fra loro, che gli possono causare nevrosi ed isterie; con una forza dell’ego più alta, la
persona può riuscire a gestire le pressioni. La persona più “sana” è quella nella quale le influenze di tutte e
3 gli aspetti sono integrate ed equilibrate.

Freud concepisce le persone come sistemi complessi di energie, nei quali l’energia utilizzare nel lavoro
psicologico (pensare, ricordare, percepire, pianificare, sognare) è generate e rilasciata attraverso i processi
biologici→ pulsioni, i quali operano attraverso l’ES. una pulsione ha 2 elementi collegati: un bisogno
biologico e la sua rappresentazione psicologica, ad es. una mancanza di acqua nel nostro corpo è un
bisogno biologico che crea uno stato psicologico di sete→ si combinano per formare una pulsione a bere
l’acqua. Quindi si configurano come delle spinte motivazionali, che determinano i comportamenti delle
persone. Tali processi sono continui e le pulsioni continuano fino a quando un’azione consente il rilascio
della tensione a esse associate. Se una pulsione non viene espressa, la sua pressione permane.
Negli ultimi periodi di studi, Freud riteneva che tutte le pulsioni formassero 2 classi. La prima è la pulsione
di vita o sessuale (detto EROS): insieme di pulsioni che riguardano la sopravvivenza, la riproduzione, il
desiderio generativo e la ricerca del piacere→ evitare la fame, il dolore, e compiere il proprio piacere sono
istinti di vita. L’energia di tali istinti di vita è chiamata libido. Un secondo insieme di pulsioni è la pulsione di
morte o thanatos, la tendenza verso la propria distruzione; dato che la vita conduce naturalmente alla
morte, egli ritiene che le persone desiderino inconsciamente ritornare all’inesistenza. L’espressione
dell’istinto di morte è bloccata solitamente dall’istinto di vita. Così, gli effetti dell’istinto di morte sono
sempre visibili.
Per Freud, l’aggressività deriva dal conflitto contro la pulsione di morte→ se l’Eros blocca l’espressione
della pulsione della morte, la tensione permane e l’energia non viene rilasciata. Di conseguenza, tale
energia può essere usata in azione aggressive o distruttive contro gli altri. Le azioni aggressive
corrispondono agli impulsi auto-distruttivi che vengono però rivolti verso l’esterno… e se la tensione della
pulsione non viene scaricata, questa permane e continua a crescere… e può diventare così grande da non
essere più trattenuta. Collegato a questo→ processi di catarsi: in cui avviene la liberazione emotiva di
tensioni che sono alla base di ansia ed emozioni negative. Tale processo porta a 2 previsioni: 1) impegnarsi
in un atto aggressivo dovrebbe ridurre la tensione, perché l’impulso aggressivo non viene più bloccato; 2)
poiché l’azione diminuisce l’energia dell’impulso, la persona potrebbe essere meno propensa a essere di
nuovo aggressiva in futuro.

Alla luce delle "scoperte" della tripartizione delle funzioni psichiche (Es, Io, Super-Io) e del conflitto,
intrinseco alla natura umana, tra Eros e Thanatos. il ruolo dell'Io si configura come cruciale. Derivato
dall'interazione dell'Es con il mondo esterno, l'Io si trova letteralmente schiacciato tra le richieste pulsionali
e le esigenze del mondo esterno. Data l'incompatibilità sostanziale tra le une e le altre, esso deve trovare
un punto di equilibrio peraltro sempre precario. Se il conflitto tra Es e Super-Io s'incrementa, si definisce il
pericolo di un cedimento alle spinte pulsionali associato ad un'inesorabile rappresaglia sociale. E' questo
fantasma che mantiene l'Io in uno stato costante di allarme e lo obbliga ad adottare delle difese. Ed Il frutto
tali conflitti nell’individuo genera l’angoscia. Egli distingue l’angoscia in 3 tipi:
-1) angoscia reale: si manifesta come reazione ad un pericolo o ad un danno atteso dall’esterno (es. quando
stai per fare un incidente o fallire in un esame).
-2) angoscia nevrotica è la paura inconscia che gli impulsi del tuo Es vadano fuori controllo e ti facciano fare
qualche cosa per cui potrai essere punito. Non è la paura di esprimere il tuo ES, ma la paura della punizione
che si potrà ricevere esprimendoli. Poiché, la punizione spesso è la conseguenza delle azioni impulsive che
la società disapprova, l’angoscia nevrotica è in qualche modo radicata nella realtà, anche se il pericolo è
collocato interiormente nelle pulsioni dell’ES. per tali ragioni l’angoscia nevrotica è più difficile da
affrontare rispetto l’angoscia reale.
-3) l’angoscia morale, che insorge quando la soddisfazione di una pulsione viene proibita dalla propria
coscienza morale. Es. se il tuo senso morale ti vieta di barare e tu provi a barare, proverai un’angoscia
morale che si esprime tramite senso di colpa o vergogna.
Se il tuo IO svolge un lavoro perfetto, non proverai mai angoscia. I pericoli esterni possono essere evitati,
prevedendo l’angoscia reale; gli impulsi dell’ES potrebbero essere scaricati nei tempi e luoghi appropriati
evitando l’angoscia nevrotica (in modo di non avere paura delle possibili punizioni); e se non permetti a te
stesso di non fare nulla che il tuo SUPER IO ti proibisca, puoi prevenire l’angoscia morale. Tuttavia nessun
IO lavora così bene→ infatti esistono individui che provano poca angoscia e individui che ne provano molta
di più. Quando l’angoscia sale l’IO risponde in 2 modi: 1) aumenta gli sforzi per fronteggiare il problema o la
fonte del pericolo, in modo consapevole→ buon processo per superare l’angoscia reale. 2) l’IO innesca
meccanismi di difesa, ovvero delle strategie per evitare gli altri tipi di angoscia = meccanismo psichici che
mediano tra desideri, bisogni, affetti e pulsioni dell’individuo da un lato, e proiezioni interne e realtà
esterna dall’altro. Le difese sono regolatrici dell’omeostasi psichica: a volte danno luogo a soluzioni creative
alle esigenze del mondo interno ed esterno, a volte invece costituiscono barriere rigide. Quando le difese
funzionano bene, tengono lontana l’angoscia. Tali meccanismi condividono 2 caratteristiche: possono
operare inconsciamente, e sono in azione in tutte le persone.

Meccanismi di difesa:
-repressione: una certa quota di energia disponibile per l’IO viene usata per mantenere fuori dalla coscienza
gli impulsi inaccettabili. (Se è fatta consapevolmente→ soppressione). Quando la repressione avviene in
modo inconscio viene chiamata rimozione. In questo modo impedisce che diventino consapevoli non solo
gli impulsi dell’ES, ma anche le informazioni che sono dolorose o sconvolgenti. Quindi non cancella la
pulsione ma la relega nell’inconscio riaffiorandola poi nella nevrosi. Es. hai fatto qualcosa di cui ti vergogni,
il ricordo viene spinto nell’inconscio in modo da essere impossibilitato nel ricordare ciò che hai fatto.
-proiezione: riduci l’angoscia attribuendo le tue stesse qualità inaccettabili a qualcun altro. Proietti impulsi,
tratti, desideri su un’altra persona. Consente di nascondere la conoscenza di un aspetto spiacevole di te
stesso mentre esprimi ancora quella qualità, sebbene in forma altamente distorta. Es. ti senti ostile verso gli
altri, reprimi questo sentimento anche se continua ad esserci e tramite la proiezione, sviluppi la
convinzione che sono gli altri che stiano odiando. Quindi essa ha 2 scopi: aiuta a realizzare i desideri in
forma o in un’altra, rilasciando un po' dell’energia richiesta per reprimerli; il desiderio emerge in modo tale
che l’EGO e il SUPER IO non lo riconoscano come appartenente a te. Così, la minaccia viene schivata.
-negazione: rifiuto di credere che un evento abbia luogo o che esista una certa situazione. Es. bambino che
viene abusato e continua a vivere come se non fosse successo niente. Questa difesa ci salva dal dolore e
dall’angoscia, tuttavia nel luogo periodo possono causare problemi perché l’energia che assorbono dall’ES,
potrebbero essere utilizzate in altri modi, in altre attività.
-razionalizzazione: riduci l’angoscia attraverso la ricerca di una spiegazione razionale, giustificazione per un
comportamento che hai attuato per motivi che consideri inaccettabili. Essa è molto comune nelle reazioni
al successo e al fallimento. È stato dimostrato ripetutamente che le persone tendono a prendersi il merito
per le buone prestazioni e la colpa per le cattive prestazione sulla base di forze al di fuori del nostro
controllo. Es. se non riesci ad entrare nella facoltà di medicina, puoi convincere te stesso che comunque
non avresti voluto diventare medico.
-isolamento: la tendenza a pensare alle minacce in modo freddo, emotivamente distaccato. Pensare gli
eventi in questo modo porta le persone a distaccare i pensieri dai loro sentimenti. Es. una donna che scopra
che il marito è malato di cancro può imparare molto sulle malattie oncologiche e sui relativi trattamenti, in
questo modo tramite la “ricerca” lei si protegge dall’angoscia.
-sublimazione: consente agli impulsi di essere espressi attraverso la loro trasformazione in una forma, un
comportamento socialmente accettabile. Essa è un processo che previene i problemi prima che si
verifichino, piuttosto che funzionare dopo che l’angoscia si è attivata.
-formazione reattiva: consiste in uno spostamento di un impulso da un bersaglio, ritenuto minaccioso, a un
altro considerato meno minaccioso. Ad es. una persona ossessionata (libidine) in modo inappropriato,
posta la sua attenzione su un bersaglio lecito evitando così l’angoscia che potrebbe nascere dal desiderio
verso il vero bersaglio.
Per Freud i vuoti di memoria, lapsus, slittamenti del linguaggio chiamati atti mancanti, forniscono indizi sui
veri desideri di una persona. Egli si riferisce a questi eventi come alla psicopatologia della vita quotidiana.
Questi eventi non sono casuali, bensì derivano da impulsi nell’inconscio che emergono in una forma
distorta, come errori. Es. la dimenticanza è un tentativo di tenere qualcosa lontano dalla coscienza oppure i
lapsus sono tentavi fallimentari di raggiungere lo stesso obiettivo. Cioè, le persone esprimono tutto o in
parte del loro pensiero o desiderio inconsapevolmente, nonostante lo sforzo di tenerlo nascosto. “lapsus
freudiano: errore del discorso che sembra suggerire un desiderio o sentimento inconscio.
Freud ritiene che l’inconscio rileva se stesso tramite i sogni. I sogni hanno 2 tipi di contenuto: 1) il
contenuto manifesto sono le immagini sensoriali, ciò che la maggior parte di noi pensi sia il sogno; 2) il
contenuto latente: i pensieri, sentimenti e desideri inconsci sottesi al contenuto manifesto. Quest’ultimo ha
3 fonti: 1) stimolazione sensoriale che ci recepiamo mentre dormiamo (temporale, sirene, etc...) possono
stimolare i sogni ed essere assorbiti in essi; 2) pensieri, le idee, i sentimenti collegati alla veglia, ovvero i
resti diurni (es. un giorno pensi ad una persona, e poi la sogni); 3) impulsi inconsci, la cui espressione è
bloccata mentre sei sveglio e che sono spesso collegati ai conflitti di base.

Lo sviluppo psicosessuale: *Freud riteneva che le esperienze infantili erano cruciali nel determinare la
personalità adulta. Concepisce lo sviluppo della personalità come un processo costituito da diversi stadi,
ciascuno dei quali è associato a una zona erogena: una parte del corpo, che in un determinato periodo dello
sviluppo si identifica come il centro dell’energia sessuale (libido). Il bambino vive in modo conflittuale tali
stadi. Se il conflitto non viene risolto adeguatamente, troppa energia permane in quello stadio→ fissazione.
Questo perché il funzionamento dell’energia della personalità è limitata, questo significa che sarà
disponibile meno energia per gestire i conflitti negli stadi successivi e di conseguenza sarà più difficile
superarli→ ogni stadio si costruisce su quello precedente. Quindi definiamo la fissazione: la pulsione resta
bloccata al conflitto tipico di un certo stadio, la quale la distinguiamo dalla Regressione: il conflitto si
esprime secondo modalità pulsionali appartenenti a precedenti stadi libidici.
1) fase orale: dalla nascita fino ai 18 mesi. in questa fase la maggior parte delle interazioni che il bambino
ha con il mondo esterno avvengono tramite le labbra e la bocca e la gratificazione si concentrano su tali
aree. la bocca è la fonte della riduzione della tensione (mangiando) e delle sensazioni piacevoli (es. provare
i vari gusti). E qui i bambini sono completamente dipendenti dagli adulti per la loro sopravvivenza. Il
conflitto riguarda la fine di questa dipendenza: il processo di svezzamento→ bambino diventa meno
dipendenti, che avviene verso la fine di questa fase. La fase orale è suddivisa in 2 sotto-stadi: 1) fino ai 6
mesi di vita→ fase orale incorporativa: bambino indifeso e dipendente; *Freud ipotizzava che se il bambino
sperimenta in un modo benevolo, emergono dimensioni come l’ottimismo e la fiducia, mentre se
sperimenta in modo sfavorevole sviluppa pessimismo e sfiducia, oppure ancora se gli adulti sono troppo
servizievoli, il bambino può sviluppare un’intensa dipendenza dagli altri o una spiccata personalità
narcisistica. 2) fase orale sadica, ed inizia con la crescita dei primi denti. Il piacere libico deriva dal mordere
e masticare (anche infliggendosi dolore), tanto più che questa fase si pensa che possa determinare la
tendenza in futuro nell’ essere più o meno verbalmente aggressivi e “causticamente” sarcastici.
Quindi gli individui “orali” possono relazionarsi al mondo mostrando caratteristiche tipiche della fase orale.
Possono essere soggetti che pensano di più rispetto ad altri al soddisfacimento dei bisogni di cibo e
bevande; sono soggetti che quando sono stressati sono più propensi rispetto ad altri a fumare, bere o
mordersi le unghie; quando sono arrabbiati possono essere verbalmente aggressivi; e sono, in generale,
tendenzialmente bisognosi di ricevere sostegno dagli altri.

2) fase anale: da 18 mesi fino ai 3 anni di età. Qui, la zona erogena è l’ano e il piacere derivare dall’espellere
i rifiuti dal corpo. L’evento centrale di questo periodo è l’apprendimento del controllo degli sfinteri (l’uso del
vasino o del bagno). Per molti bambini, ciò significa la prima vola che vincoli esterni vengono
sistematicamente imposti sulla soddisfazione delle spinte interne. Le caratteristiche della personalità che
emergono dal processo di fissazione derivano dall’insegnamento dei genitori nell’uso del vasino; se il
genitore sollecita il figlio a fare i suoi bisogni nel tempo e nello spazio desiderati e nel lodarlo nel successo,
convince il bambino a produrre cose al tempo e nello spazio giusto (in questo caso le urine e le feci) e ciò
fornisce una base per la produttività e creatività adulta. Se invece, anziché lodarlo per la giusta azione,
l’enfasi è posta sulla punizione e sulla derisione per il fallimento, si producono 2 diverse reazioni da parte
del bambino→ se il bambino adotta il modello attivo di ribellione, si sviluppa una serie di tratti anali
espulsivi, vale a dire la tendenza a essere disordinati, crudeli, distruttivi e apertamente ostili; se invece il
bambino prova a trattenere feci e urine, si sviluppa una serie di tratti anali ritentivi, ovvero la personalità è
caratterizzata da uno stile rigido e ossessivo. Le caratteristiche di personalità che costituiscono questo
modello sono chiamate la “triade anale”: tirchieria (desiderio di trattenere le feci), ostinazione (la lotta
dalla volontà contro l’insegnamento all’uso del vasino) e rigidità (reazione contro il disordine della
defecazione). Questo modello sembra essere confermato, es. i maschi valutati come aventi maggior ansia
anale erano anche i più portati alla pulizia compulsiva.

3) fase fallica: dai 3 anni fino ai 5 anni. L’interessa si sposta negli organi genitali. Il bambino inizia a
sperimentare il piacere masturbandosi quindi il soddisfacimento dei desideri libidici è completamente
autoerotico= piacere→ auto-stimolazione. Gradualmente, però, la libido si sposta verso il genitore del
sesso opposto: i bambini sviluppano interesse per la propria madre→ complesso di Edipo; le bambine
sviluppano interesse verso il proprio padre→ complesso di Elettra. Per i maschi si verificano 2 cambiamenti:
l’amore per la madre si trasforma in un sentimento di possesso e i suoi sentimenti verso il padre si
trasformano in ostilità, perché il padre è visto come un rivale per il suo affetto verso la madre. La gelosia e
la competitività verso il padre possono diventare molto intense→ il bambino può provare dei sentimenti di
colpa, ed inoltre ha la paura che il padre vi si ritorcerà contro; nella prospettiva psicoanalitica la paura
deriva dal timore di essere castrati da parte del padre, in modo da poter eliminare la sua fonte di
desiderio→ angoscia da castrazione. Ciò porta il bambino a ridurre il desiderio verso la madre e ad
identificarsi con il padre. Portando a diverse conseguenze: 1) fornisce al bambino una sorta di protezione:
essere come suo padre fa sembrare meno probabile che quest’ultimo lo danneggerà; 2) attraverso
l’identificazione il bambino riduce l’ambivalenza nei confronti del padre. → che spiana la strada per lo
sviluppo del SUPER IO, in quanto il bambino proietta i valori del padre; fra l’altro attraverso l’identificazione
il bambino ottiene l’espressione vicaria del suo desiderio verso la madre (accesso simbolico mediante il
padre).
Per le femmine: la trasformazione della relazione d’amore con la madre per una nuova con il padre, avviene
quando la bimba capisce di non possedere organo genitale maschile. Quindi si ritira dall’affetto della madre
e la colpevolizza per il fatto di essere castrata; allo stesso tempo viene attratta dal padre. Dunque, la bimba
inizia a desiderare il padre (o meglio il pene) oppure provvede a trovare un equivalente simbolico del padre
(un altro pene), ovvero un bambino. → invidia da pene. Anche le bimbe risolvono il conflitto, mediante
l’identificazione con la madre, diventando più simile alla madre, la bimba ottiene l’accesso vicario a suo
padre.
Il superamento di tali complessi è una tappa fondamentale per l’accesso del mondo della cultura e della
morale, in quanto instaura nella personalità adulta la capacità di considerare le esigenze altrui. La fissazione
durante la fase fallica produce una personalità che riflette il complesso di Edipico. Gli uomini per dimostrare
che non stati castrati, possono sedurre molte donne o diventare padre di molti bambini→ cercano di
affermare la propria virilità oppure possono esprimere la loro mascolinità simbolicamente con il
raggiungimento di carriere di grande successo; in alternativa possono fallire (volontariamente, ma
inconsciamente!) a causa del senso di colpa che provano per la competizione con il padre per l’amore della
madre. Tra le donne, può manifestarsi la tendenza a instaurare relazioni con uomini in un modo seduttivo e
provocante ma evitando la sessualità, oppure relazionandosi con uomini già sposati. (una sessualità fine a
sé stessa).
Al termine della fase fallica, il bambino entra in un periodo di relativa calma: periodo di latenza, dai 6 anni
fino all’inizio dell’adolescenza. In tale periodo le pulsioni sessuali e aggressive sono meno attive, risultante
dall’emergente IO e SUPER IO. I bambini rivolgono la propria attenzione verso altre attività, spessi
intellettuali e sociali. Con l’inizio della pubertà, le pulsioni sessuali e aggressive si intensificano di nuovo.
Nella tarda adolescenza e in età adulta, l’individuo entra nella fase genitale. Se gli stadi precedenti sono
stati gestiti bene, egli entra in questa fase con la libido organizzata intorno alla genitalità e rimane contrata
lì per tutta la vita. La libido negli stati precedenti era narcisistica, ovvero al bimbo importavano solo il
proprio piacere e la propria soddisfazione. Nella fase genitale, il desiderio si sviluppa per condividere la
gratificazione sessuale con un’altra persona. → la persona diventa capace di amare gli altri non solo per
motivi egoistici. Il segno distintivo di questa fase è di condividere con l’altro in modo affettuoso, premuroso
e di essere preoccupati per il suo benessere. Freud credeva che non si entrasse automaticamente e
completamente in questa fase. La maggior parte delle persone ha meno controllo sui propri impulsi di
quanto dovrebbe e molti hanno difficoltà nel perseguire il desiderio sessuale in modo soddisfacente e
comprensivo del benessere dell’altra persona. Per cui, la personalità genitale è un ideale a cui aspirare,
piuttosto che un punto di arrivo dato per scontato: culmine perfetto dello sviluppo psicossessuale nella
prospettiva psicoanalitica.

La terapia psicoanalitica aiuta l’IO a sciogliere i conflitti fra l’ES e il SUPER IO, tramite la forza dell’EGO, in
modo da far scaricare l’energia a essi associata. Compiti dell’Io sono: 1. controllo degli impulsi inaccettabili
(Es); 2. evitamento del dolore derivante dai conflitti interni (Es vs. Super-Io); 3. integrazione armoniosa
della personalità, in modo da poter arrivare più o meno alla Personalità genitale: «capacità di amare e di
lavorare». La fonte dei problemi psicologici sono:
- il sovrainvestimento di energia in una fissazione, che impedisce un funzionamento adulto flessile
riducendo l’energia per i bisogni dell’EGO.
-rimozione delle pulsioni di base. Quando un Super IO è eccessivamente punitivo o il soggetto si ritrova in
un ambiente troppo rigido, fanno sì che troppe pulsioni siano nascoste e da questo ne discende una
personalità distorta e disfunzionale. Fra l’altro la rimozione che mantiene nascoste le pulsioni è un costante
uso di energia che potrebbe essere usate in altro modo dal Super IO.
– traumi infantili spesso rimossi, che causano nevrosi, impedendo all’IO di adattarsi socialmente.
 Metodi terapeutici: metodi per elaborare i propri conflitti.
-associazioni libere: in cui alla persona viene chiesto di dire semplicemente ad alta voce tutto ciò che le
viene in mente, es: pensieri, sogni, desideri, ricordi. Tale procedura indiretta consente al materiale
inconscio e quindi ai problemi di emergere gradualmente in forma simbolica; raramente portano al cuore
del problema. A volte le persone in terapia lottano attivamente contro la presa di coscienza dei conflitti e
degli impulsi, chiamata resistenza (conscia o inconscia); rappresenta il simbolo di quanto il trattamento
terapeutico sia lungo e difficoltoso.
-transfert. In questo caso i sentimenti verso le persone significative della vita del paziente vengono trasferiti
verso l’analista, es. odio/amore. Esso svolge una funzione difensiva, in quanto lo psicoterapeuta provoca
meno ansia rispetto agli oggetti originali dei sentimenti e aiuta ad identificare il significato dei sentimenti
che compaiono. → interpretazione del transfert.
L’obiettivo della terapia è l’insight, ovvero implica la ri-esperienza della realtà emotiva dei conflitti
(pulsioni) repressi, delle memorie, o parti precedentemente inconsce della personalità. Affinché una
rielaborazione cognitiva sia utile, deve avvenire nel contesto di una catarsi emotiva, una liberazione di
energia repressa.

Alfred Adler (1870-1937) elabora la Psicologia individuale


• Condizione d’inferiorità organica e psicologica quindi egli sposta l’attenzione sulla sensazione di
impotenza, di inferiorità, causate da circostanze sociali. L’individuo tenta di superare da bambini questo
senso l’inferiorità fisica, intellettuale e sociale che deriva dagli adulti, quindi il sogg. Lotta per la superiorità.
Ed il meccanismo mentale che l’individuo mette in atto per evitare l’inferiorità è chiamato compensazione:
messa in atto di alcune strategie, ad es. nella sua vita sociale l’individuo attua la tecnica
dell’incoraggiamento, in modo da poter raggiungere i propri obiettivi, le proprie mete, e se queste
dovessero risultare irraggiungibili, l’individuo cerca di ridimensionarli; perché ciò che conta per l’individuo
non è il suo passato, bensì quel che conta è il suo futuro. Quindi sono strategie che hanno a che fare con
l’autostima, il potere e gli scopi sociali.
•  Stile di vita: nucleo della personalità. E le Nevrosi e le psicosi: disarmonia tra individuo e realtà (false
mete o mete irraggiungibili, rappresentazione fittizia di sé e degli altri).
•  Scopi della psicoterapia adleriana: ridefinire le mete di vita.

Carl G. Jung (1875-1961) elabora la Psicologia analitica (è più vicino alle teorie di Freud). Considera la
Libido come energia vitale (non soltanto sessuale).
Afferma l’esistenza di un Inconscio collettivo al di là di quello personale (non esiste solo l’inconscio
individuale). L’inconscio è come se fosse visto come una struttura che ci manda dei segnali da riconoscere,
in modo da poter integrare nella nostra vita. Jung arriva a tale conclusione perché durante i suoi studi,
analizzando i sogni si accorse che dei simboli erano ricorrenti fra gli individui ad es. la luce indica il bene la
vitalità; il buio implica la negatività, l’acqua riflette la purezza e la capacità di generare la vita… e sempre
durante i suoi studi individua alcune strutture dell’antichità che portano delle regolarità, es. le piramide
egiziane e quelle azteche, oppure Stonehege e altre strutture simili situate in altri punti del mondo. Questi
simboli, queste esperienze collettive comuni li definisce come archetipi (immagini primordiali, esperienze
vissute e trasmesse a noi dalle generazioni precedenti). •  Es. persona, animus e anima ecc.
•  Scopi della terapia junghiana: ristabilire il dialogo tra coscienza e inconscio. In particolare il terapeuta
deve cercare di portare l’armonia fra l’estroversione e l’introversione dell’individuo. Queste 2 entità sono 2
facce della stessa medaglia, per questo è necessario integrare entrambi le parti, tanto più che se queste
sono in disequilibrio portano alla nevrosi. L’estroverso è quel sogg. Che riversa la sua energia vitale (libido)
verso l’esterno; l’introverso è quel sogg. Che riversa il proprio libido verso il suo interno.

Indirizzi psicoanalitici post-freudiani


•  Psicoanalisi dell’Io (D.Rapaport, A. Freud) – Ruolo adattivo dell’Io nella gestione dei conflitti, modello
tensione-riduzione della tensione
•  Orientamenti interpersonali (K. Horney, H.S. Sullivan) – I conflitti sono influenzati dalle pratiche
educative e culturali.
•  Relazioni oggettuali (M. Klein) – Importanza delle prime rappresentazioni mentali delle relazioni
interpersonali nella costruzione della personalità. (sviluppo delle relazione con gli altri lungo la vita)
•  Psicoanalisi del sé (H. Kohut, D. Sternberg) – Sé come struttura centrale dell’identità personale,
sottolineando l’importanza delle relazioni precoci, Narcisismo: personalità che investe energia psichica sul
Sé.

Test di personalità ispirati alla psicoanalisi. Per valutare i processi inconsci si utilizzano i test proiettivi,
basati su stimoli ambigui, che si servono dell’approccio idiografico e applicati in modo standardizzati; le
risposte dei vari sogg. A tali stimoli→ sentimenti, desideri, bisogni inconsci. Questi test utilizzano il
maccanismo di difesa della proiezione, per cui l’individuo può percepire in tali stimoli aspetti del sé che
rifuta. Uno dei test più conosciuti: test delle macchie di Rorschach. È costituito da 10 tavole su cui compiano
macchie bilateralmente simmetriche, e si effettua in 2 fasi: 1) il sogg. Osserva le macchie in un ordine
prestabilito e indica cosa vede nella macchia, o cosa la macchia può assomigliare, mentre l’esaminatore
trascrive il tutto. 2) il sogg. Riguarda le macchie mentre l’esaminatore ricorda ciò che il sogg. Ha detto prima
e chiede la motivazione relativa alla risposta. Ovviamente esistono diversi sistemi di punteggi da attribuire
ai vari sogg., es. le risposte possono essere confrontate con quelle definite “popolari”. Tale test sembra si
utile nell’identificare le persone depresse e psicotiche.
Un altro strumento è Thematic Apperception test TAT: costituito da 30 tavole, che raffigurano immagini di
personaggi implicati in varie situazioni di vita; tuttavia le immagini sono poche strutturate quindi la loro
interpretazione è ambigua. Al sogg. Viene chieste di costruire, tramite associazioni libere, una narrazione
partendo da ciascuna tavola ed a ogni personaggio il sogg. Attribuisce i vari pensieri, emozioni, intenzioni,
indicando l’antecedente e il finale della storia. → si ritiene che la persona proietti aspetti di sé nei
personaggi delle tavole e nelle relative narrazioni che inventa.

Nozione della modalità copyng, la quale è derivata dal meccanismo di difesa; tale termine indica il proprio
modo di gestire ansia, angoscia, sofferenza e ci permette di fronteggiare in modo positivo e/o terapeutico i
conflitti interni ed inconsci gestiti dall’IO.

Tali test sono controversi, nella pratica possono essere una chiave di lettura dinamica del sogg., dato che le
risposte possono variare nel tempo; dall’interpretazione si analizzano le risposte arrivando a formulare un
profilo qualitativo dell’individuo→ diviene una fonte di valutazione per il mondo esperienziale del sogg.
(limiti) Il problema è che questi test utilizzando un approccio qualitativo e quindi rischiano di essere poco
oggettivi (lo psicoanalista da una sua visione soggettiva sui vari i conflitti dell’individuo) e poco
generalizzabili (un es. può essere il complesso edipico, perché in certe culture non avvengono certe forme
familiari). Tuttavia tali test proiettivi forniscono una chiave predittiva, ovvero forniscono delle informazioni
su possibili comportamenti che l’individuo può attuare in futuro. Ad es. si possono somministrare ai
detenuti per capire se quest’ultimo ha tendenze suicide; si possono applicare nell’orientamento al lavoro,
valutando così le possibili attitudini positive all’interno di una determinata azienda. Lo psicologo riesce in
questo modo a capire le tendenze dell’individuo in termini probabilistici, es. tendenza ad essere sociale.
Tali test hanno validità predittiva.

Limiti dell’approccio psicoanalitico: •Dati osservativi insufficienti e non generalizzabili, limitata verificabilità
sperimentale… –  Pur cogliendo alcuni aspetti motivazionali della personalità, non ha validità predittiva.
•  In termini terapeutici, la sua efficacia non risulta superiore a quella di altre forme di trattamento.
Approfondimento: incontro multidisciplinare tra psicoanalisi/neuroscienze → neuropsicoanalisi ha origine
in un programma scientifico di dibattito tra 2 discipline, a New York verso gli anni 90. Infatti possiamo
ritrovare alcune convergenze fra le 2, che riguarda la memoria. Le neuroscienze hanno scoperto il sistema
della memoria esplicita (è a lungo termine, autobiografica, ricordi) e il sistema della memoria implicita (non
è in grado di fornire ricordi ed è relativa alle esperienze infantili, entro i 2 anni di età circa) =
un’organizzazione inconscia “non rimossa”. Questo perché per potersi attivare la rimozione ha bisogno
dell’integrità delle strutture neurologiche (ippocampo, corteccia temporale e orbito-frontale) e della loro
maturazione, indispensabili per la memoria esplicita. Tali strutture in bambini così piccoli sono ancora
immature, quindi tutto ciò che avviene in questo arco di tempo rientra nella memoria implicita e si deposita
in un diverso sistema inconscio (non quello di Freud). Quindi la scoperta di tale sistema ha consentito di
ampliare la nozione di inconscio, includendovi l’inconscio non rimosso, che deriva dalle esperienze infantili
precoci.
La prospettiva dei tratti
Secondo tale prospettiva è possibile rilevare dei pattern, coerenti nel tempo e nelle diverse situazioni,
relativi alle modalità con cui le persone si comportano, pensavo e provano emozioni. Tali regolarità nel
comportamento vengono spiegate ipotizzando l’esistenza di costrutti psicologici che corrispondono a
tendenze abituali a mostrare un certo tipo di condotta, ovvero i tratti. Es. se pensi che un tuo amico è
estroverso, probabilmente abbiamo rilevato che egli mette in atto una serie di comportamenti che ritieni
siano indicatori dell’estroversione ed inoltre avremo anche notato che il suo modo di interagire con gli altri
è pressoché uguale. Ciò suggerisce che il tratto è caratterizzato dalla coerenza e dalla peculiarità. Infatti, il
tratto descrive una regolarità nel comportamento, ovvero una certa coerenza comportamentale; la persona
tende a mettere in atto delle configurazioni di azioni e comportamenti che permangono per lo più stabili e
che definiscono una disposizione (o variabili disposizionali) ad in agire in un determinato modo. Dall’altro
alto, il tratto descrive ciò che è tipico e peculiare di ciascun individuo, ovvero identificano quelle
caratteristiche psicologiche che esprimono le differenze fondamentali tra le persone e che rendono
ciascuna persona peculiare rispetto ad altre. I teorici dei tratti, inoltre sostengono che i tratti siano variabili
decontestualizzate, ovvero i tratti si riferiscono a delle tendenze a comportarsi in maniera coerente e
stabile a prescindere dai diversi contesti e situazione. (tuttavia alcuni teorici sono consapevoli che le
persone non agiscano in maniera del tutto indifferente al contesto sociale e relazionale, quel che interessa
a coloro è capire quanto un soggetto ad es. sia estroverso, non quanto sia estroverso in famiglia, con gli
amici, con sconosciuti, etc..). Un altro elemento caratterizzante dei tratti è relativo all’organizzazione
gerarchica dei tratti di personalità. Si nota che alcuni tratti sono più importanti, più marcati rispetto ad altri,
e risultano più utili per comprendere la personalità della persona, di conseguenza se il tratto influenza una
grande quantità di comportamenti, allora quest’ultimo sarà il più predominante, più importante. In
particolare, le risposte comportamentali più specifiche rappresentano la base della struttura gerarchica.
Alcune di queste risposte sono connesse tra loro e, prese nel loro insieme, danno vita a tendenze
comportamentali più generalizzate. Infine, le tendenze che risultano essere collegate e tendono a verificarsi
insieme costituiscono i tratti. Es. individuo che preferisce andare al cinema piuttosto che uscire nella folla
oppure che preferiscono leggere un libro piuttosto che andare a ballare. Queste 2 attività possono essere
raggruppate insieme nella tendenza abituale a essere poco socievoli, e in combinazione con altre tendenze
abituali alla scarsa socievolezza, e possono a loro volta essere incluse nel tratto dell’introversione.
Differenze dei teorici nello studio dei tratti. Alcune teorie adottano un approccio idiografico nello studio dei
tratti di personalità; sulla base di tale approccio vi è la convinzione che la singola persona possieda un’unica
e singola configurazione di tratti→ individualizzati. Un certo tratto può essere comune a più persone,
tuttavia le sue connotazioni differiscono da una persona ad un’altra e rendono ciascun individuo unico ed
irrepetibile. Alcune teorie, invece, adottano un approccio nomotetico e sostengono che ciascun individuo
possieda in una certa misura i diversi tratti, e viene avviato partendo da una tassonomia di dimensioni
psicologiche generali. Ciò che rende differenti le persone è in che misura esse possiedano ciascun tratto. I
tratti sono costrutti psicologici uguali in tutte le persone. → Le differenze individuali sono di tipo
quantitativo (no qualitativo). L’unicità dell’individuo deriva dalle combinazioni uniche di livelli dei diversi
tratti, sebbene le dimensioni in sé siano le stesse per ciascuno; quindi possiamo dire che le variabili di tratto
sono riconducibili a dimensioni psicologiche generali e che I tratti sono visti come tendenze globali e
decontestualizzate.
Un ulteriore divergenza fra i teorici riguarda le funzioni dei tratti. Alcuni teorici sostengono che il tratto ha
una funzione descrittiva, ovvero identifica le differenze comportamentali individuali; altri ritengono che il
tratto abbia un valore casuale, in quanto rappresenta un modo per comprendere le ragioni di un
determinato comportamento messo in atto dall’individuo (spiega le cause del comportamento). Per cui, di
conseguenza il tratto ha una corrispondenza diretta con determinate tendenze comportamenti, per cui
analizzando in tratto possiamo prevedere i comportamenti e gli atteggiamenti della persona. queste due
analisi del tratto ricoprono una funzione esplicativa.
UN Modo per identificare i tratti di personalità è la strategia lessicale, che attinge dal linguaggio comune
preziose fonti di informazioni. L’ipotesi lessicale fondamentale suggerisce la possibilità che il lessico
naturale fornisca un’importante base per costruire una tassonomia dei tratti di personalità e che le più
importanti differenze individuali sono codificate nelle lingue naturali con singoli termini. Lo scopo è quello
di cercare un lessico universale per descrivere la personalità a partire dalle parole del linguaggio comune.
Gli condotti da Allport e Colbert si soffermano sui lemmi della lingua psicologica, estrapolandoli dal
vocabolario della lingua inglese e ricavarono: 1) parole di tendenze personali stabili, che costituiscono i
tratti decontestualizzati es. timidezza, aggressività; 2) parole che si riferiscono a stati mentali temporali es:
imbarazzo oppure l’ansia che può essere uno stato mentale sia transitorio, ma può anche configurarsi come
un tratto decontestualizzato; 3) parole con valutazioni sociali del carattere e quindi la percezione sociale
che l’individuo ha degli altri; 4) parole che descrivono l’aspetto fisico che possono influenzare la percezione
sociale dell’individuo (Eysenich aspetto somatico). Altri autori condussero tali studi ad es. Norman trovò
all’incirca 23.000 termini.
Un secondo modo per identificare i tratti di personalità è l’analisti fattoriale, che si serve della statistica.
L’idea di base è che alcune qualità psicologiche tendono a presentarsi insieme, es. persone generosa e
solare è anche una persona probabilmente amichevole (e difficilmente sarà una persona scontrosa). Quindi
è possibile ipotizzare che tali caratteristiche si presentino simultaneamente in un’unica dimensione: alcuni
tratti possono essere considerati la manifestazione di altri tratti più generali che, in un’organizzazione di
tipo gerarchico, occupano una posizione sovraordinata. L’Analisi fattoriale è condotta ed è basata sui
questionari della personalità, eliminando così quei fattori meno importanti, e al tempo stesso, estraendo i
fattori più importanti, che consentono di sintetizzare i tratti di partenza in un numero più ristretto e
limitato di fattori. E poiché i risultati di tali test sono sempre letti in relazione ai risultati della comunità di
riferimento si applicano le analisi statistiche. Una volta identificato ciascun fattore, il ricercatore gli assegna
una denominazione, un’etichetta verbale che descriva l’essenza del fattore stesso. Essa consente di: 1)
Elaborare modelli multidimensionali della personalità (modelli fattoriali); 2) Confrontare individui diversi –
 ogni fattore (p.e. nevroticismo) può essere presente in grado diverso in diversi individui e accomunare
individui diversi con disposizioni simili; 3) Misurare le variabili della personalità individuale –  Un soggetto
che possiede in grado elevato un certo fattore, presenterà in grado elevato le caratteristiche influenzate da
quel fattore.

Allport (1897–1967). «Finché la psicologia tratta solo di ciò che è universale e non di ciò che è particolare
non conoscerà molto della personalità umana». Quindi pone l’importanza dei metodi idiografici, che
mirano a cogliere la struttura dei motivi, degli interessi, dei valori di un particolare individuo, rintracciando
le caratteristiche peculiari. La psicologia deve studiare la persona normale nelle sue aspirazioni e valori
coscienti; la mente umana non è solo sintomo di nevrosi, isteria, patologie (capovolge le teorie della
psicoanalisi). Personalità: Organizzazione dinamica interna all'individuo di quei sistemi psicofisici che
determinano i suoi modi unici di adattamento all'ambiente (fattori biologici, psicologici e sociali). La
personalità, sebbene è caratterizzata da coerenza e continuità, si modifica costantemente: essa si evolve,
cambia, appunto è un’organizzazione dinamica. Per Allport i sistemi psicofisici (unità di base
dell’organizzazione), sono i tratti, definiti come delle strutture neuropsichiche, generalizzate e
personalizzate, che danno origine e guidano forme coerenti e stabili di comportamento adattivo ed
espressivo. Possiamo dire che l’autore, anche sé non ha condotto ricerche empiriche, sostiene che i tratti
abbiano un ancoraggio neuropsichico, un substrato biologico. Nei tratti, inoltre è possibile rintracciare la
causa della stabilità e della coerenza dei comportamenti messi in atto da gli individui; poiché ciascun
individuo ha un’unica e irripetibile configurazione di tratti, ogni persona vive ed affronta le proprie
esperienze in modo differente dagli altri. Quindi è il tratto a rendere ragione dei comportamenti adattivi
dell’individuo: anche se questi sono stabili nel tempo, essi possono in qualche misura evolvere per favorire
un adattamento funzionale della persona al proprio ambiente. Egli sostiene, che uno specifico tratto
determini un insieme di potenziali risposte comportamentali a una data situazione. Tuttavia è la natura
della situazione stessa a determinare quali, tra i comportamenti possibili, viene effettivamente attuato→ “è
la situazione che spinge una persona verso il livello massimo o il livello minimo del suo range di potenzialità,
ma rimanendo pur sempre all’interno dei propri limiti”. Quindi il tratto definisce i confini di comportamenti
possibili dell’individuo (tendenza comportamentale generale), la situazione determina il comportamento
che, all’interno dal range di comportamenti, viene effettivamente attuato (variabilità del comportamento).
Es. persona timida in ambienti familiare appare più disinvolta. Ed inoltre riconosce che Il comportamento
individuale può essere influenzato nello stesso momento da più tratti, cioè non vi è un confine netto fra i
tratti, e che quest’ultimi devono essere considerati come tendenze stabili e coerenti e devono essere
distinti da stati mentali occasionali e di breve durata, p.e. l’ansia di tratto è una tendenza individuale
relativamente persistente, l’ansia di stato è una condizione transitoria. L’autore sostiene che i tratti
possono essere identificati solo tramite uno studio idiografico approfondito della persona, nello specifico
attraverso l’osservazione del comportamento oppure attraverso l’analisi di documenti e scritti prodotti
dalla stessa persona.

Allport distingue fra tratti comuni: ovvero delle dimensioni universali e quindi di tipo nomotetico che
accomunano gli individui all’interno della stessa cultura; essi forniscono un’approssimazione della
personalità ma non colgono l’unicità e specificità dell’individuo; ad es. la religiosità o la cultura del cibo.
I tratti individuali, ovvero quelle tendenze disposizionali personali attraverso cui è possibile cogliere e
definire l’unicità e la specificità della persona individuale; questi determino lo stile di comportamento unico
di ciascun individuo, quindi si configurano come tratti idiografici, ad es. i gusti. Le persone differiscono tra
loro per la particolare configurazione di tratti che possiedono e per la modalità specifica in cui ciascun
tratto si manifesta all’interno della personalità.
Non tutte le disposizioni personali hanno lo stesso impatto e la medesima influenza nel determinare la
personalità. Sulla base della loro pervasività Allport distingue fra i tratti cardinali, i quali influenzano
praticamente qualsiasi comportamento dell’individuo. Tuttavia essi sono riscontrabili in un numero limitato
di persone, infatti la maggior parte degli individui non possiede una singola disposizione così altamente
pervasiva; es. un tratto cardine è la seduttività del Don Giovanni. Poi abbiamo i tratti centrali, dato che
solitamente gli individui possiedono un certo numero di tratti comprese fra 5 e 10, e li definiamo come
quelle tendenze disposizionali a comportarsi in una certa in un numero consistente di situazioni; ad es. la
puntualità o la creatività del sogg. Ed infine abbiamo i tratti secondari che identificano disposizioni
personali meno generalizzati e coerenti rispetto ai tratti precedenti, simili per certi versi abitudini.

«Le persone sono orientate verso il futuro, si preoccupano di ciò che accadrà, mentre la psicologia si
occupa soprattutto di risalire a ciò che è accaduto nel loro passato». Allport ritiene che per la
preoccupazione per il passato sia insensata, ingiustificata, in relazione a questa teoria egli elabora un
costrutto teorico, ovvero l’autonomia funzionale della motivazione umana o dei bisogni. Un nostro bisogno
o un nostro desiderio non è detto che è stato indotto da un’esperienza passata, oppure può essere anche
nato da un’esperienza passata ma durante lo sviluppo di una persona si può trasformare in un bisogno di
fine a sé stante, diventando un bisogno autonomo. Ciò deriva dal fatto, che i tratti che sono nati in uno
stadio iniziale dello sviluppo, rappresentano strategie adattive e funzionali per soddisfare i bisogni infantili,
ma nella fase della maturità, questi diventano completamente indipendenti dalle motivazioni presenti
nell’infanzia→ i tratti, ad un certo punto, diventano “funzionalmente indipendenti” dalle proprie
motivazioni originarie. Ad es. uno studente può inizialmente essersi iscritto nella facoltà di medicina, in
quanto subisce delle pressioni da parte dei genitori, ma successivamente può rendersi conto, che il corso è
molto interessante e stimolante e può arrivare a trarre soddisfazione dallo studio in sé. Ciò che è
inizialmente motivato dall’approvazione dei genitori, può diventare una fonte di piacere e di motivazione a
sé stante, e per tanto, diventa un’attività che ha importanza e valori di per sé→ “l’attività che una volta
soddisfaceva una motivazione o qualche bisogno elementare, ora soddisfa solo sé stessa… non è più
l’infanzia, ma la maturità a guidare le scelte”. Tali teorie sono totalmente contraria alla teoria psicoanalitica
di Freud. Tale costrutto è strettamente connesso alla nozione del “proprio”, il quale include tutti gli aspetti
della personalità che contribuiscono alla sua unità. Il proprio include in sé i tratti che a esso risultano
subordinati e corrisponde a ciò che viene definito da altri teorici come il Sé e l’IO, ovvero l’essenza
dell’identità personale. Il proprio non è innato, ma si sviluppa gradualmente con la crescita e, una volta
stabilito, rappresenta il punto di massima coerenza della personalità. Con lo sviluppo dell’organizzazione
coerente dei tratti e con la formazione matura della personalità, anche le motivazioni che stanno alla base
del comportamento si evolvono e si rendono indipendenti dalle pulsioni originarie→ autonomia funzionale.
La formazione del proprio è il requisito necessario affinché si possa sviluppare quella capacità tipicamente
umana di distaccarsi dal passato, da condizionamenti biologici e infantili, per elaborare mete liberamente
scelte e consento lo sviluppo dell’identità corporea, immagine/stima di sé, senso di padronanza, auto-
consapevolezza.

Dalla prospettiva dei tratti a quella dei fattori. Tratti sono descrittori qualitativi della personalità mentre i
Fattori sono costrutti statistici che rappresentano quantitativamente le dimensioni della personalità, per cui
consentono di Misurare le caratteristiche individuali e confrontare quantitativamente le differenze fra gli
individui.

Eysenck: i tratti di base (o meglio superfattori) della personalità sono la somma totale di tutti i possibili
schemi di comportamento, dipendenti da 4 settori: 1) cognitivo (intelligenza); 2) conativo (carattere); 3)
affettivo e motivazionale (temperamento); 4) somatico (fisicità, come si presenta una persona a livello
corporeo).
Egli utilizza indifferentemente i termini “personalità” e “temperamento” (aspetto emotivo e motivazionale
che caratterizza la persona). il temperamento quindi si differenzia dall’intelligenza, poiché il termine
personalità è esclusivamente riferimento agli elementi non-cognitivi del comportamento, mentre le abilità,
e in genere, gli aspetti cognitivi vanno a costruire ciò che viene definito come intelligenza.
Sosteneva la Prevalenza dei fattori neuro-biologici nelle differenze individuali (temperamento (60%)
intelligenza (80%)). Perciò sosteneva l’ipotesi che la personalità è guidata dai nostri geni, dal patrimonio
genetico/biologico, tanto più che credeva che il temperamento avesse una percentuale genetica del 60%
mentre l’ambiente pesava il 40%; tanto più che prendendo spunto da Jung sull’introversione e
sull’estroversione, li definisce come dei meccanismi fisico-psicologici.
Livelli di analisi della personalità: 1) Tipo, ovvero un livello più generale, che costituisce un Insieme ampio e
generale di tratti astratti, che sono considerati degli stereotipi; 2) Tratto (livello intermedio) Costellazione di
tendenze individuali; 3) Reazione che è un livello specifico, ed è basato sul Comportamento specifico
osservabile, quindi si valuta come l’individuo risponde alle diverse situazioni.

Eysenck propone una serie di fattori esistenziali per comprendere la personalità e le varie tendenze
comportamentali e tramite un’analisi fattoriale di secondo grado arriva alla definizione e all’identificazione
dei Super-fattori: tratti indipendenti di livello gerarchico superiore (più generale) che includono fattori
minori e più specifici. Ad es. il costrutto sovraordinato dell’estroversione organizza i tratti di livello inferiore,
quali la socievolezza, la dominanza, l’assertività (propensione ad esprimere il proprio punto di vista),
l’attività (nel senso sogg. Dinamico), e la vivacità. Tali tratti sono definiti tratti componenti e tra loro inter-
correlati, riflettono le abitudini comportamentali (risposte abituali: R. A.), dalle quali discendono le risposte
comportamentali specifiche (R. S.) del sogg.
Per l’autore un individuo estroverso è: socievole, impulsivo, che ha molti contatti sociali, amici, prende
spesso parte ad attività di gruppo, sente il bisogno di parlare con gli altri; mentre un soggetto introverso è
tranquillo, capace di introspezione, amante dei libri, riservato e distante tranne che con parenti e amici
intimi.
Il secondo super-fattore è il nevroticismo, che corrisponde alla instabilità emotiva e riguarda la frequenza e
la facilità con cui gli individui sperimentano angoscia e irrequietezza. Le persone con un elevato livello di
nevroticismo tendono ad essere insicure, nervose, angosciate e cronicamente preoccupate o stressate per
qualcosa, hanno scarsa opinione di se stessi, hanno frequenti sbalzi d’umore e faticano a riprendersi dopo
un’esperienza negativa. Il nevroticismo è connesso al “bis-stress” ovvero al copyng negativo che
rappresenta l’incapacità di far fronte alle situazioni e alle richieste ambientali, che crea una difficoltà
psicologica nell’individuo. Mentre le persone emotivamente stabili tendono ad essere calme, rilassate,
equilibrate, e dopo aver sperimentato frustrazione e delusione sono in grado di ritornare rapidamente al
proprio abituale tono emotivo; in questo caso lo stress che l’individuo può accumulare viene definito
eustress, ovvero un copyng positivo, che può giovare l’organismo, perché l’individuo lo percepisce come un
stress che può essere gestito.
Eysenck considera i super-fattori come dimensioni continue i cui poli sono definiti da un stremo inferiore
(introversione oppure stabilità emotiva) e da uno superiore (estroversione o nevroticismo). Gli estremi di
queste dimensioni possono essere disposti in maniera ortogonale, che definiscono uno spazio
bidimensionale entro cui tutti gli individui possono essere posizionati, dato che, secondo l’autore tutti
posseggono un livello più o meno alto di estroversione e di nevroticismo. Quindi un punteggio basso nella
scala che valuta il livello di estroversione (punteggi bassi relativi ai vari tratti componenti), indica un
individuo introverso o viceversa. Di fatti, tutte le possibili combinazioni dei 2 super-fattori, colgono e
definiscono tutte le possibili personalità.
Introverso + basso nevroticismo:
flemmatico = caratterizzato da reazioni
emotive deboli e lente; che non si
scompone facilmente, che agisce con
fredda posatezza o con lentezza,
sereni, riflessivi, cauti.

Introverso + alto nevroticismo:


melancolico = abitualmente in uno
stato di malinconia, triste, depresso,
pessimiste, ansiose.

Estroverso + basso nevroticismo:


sanguigno: estroverso, impulsivo, e
gioviale, socievolezza,
spensieratezza

Estroverso + alto nevroticismo :


collerico: irascibile, permaloso e
irruente, aggressività.

3 super-fattore: psicoticismo. Mentre l’estroversione e il nevroticismo definiscono 2 dimensioni della


personalità “normale”, lo psicoticismo, a livelli estremi, può caratterizzare la personalità patologica. Le
persone con elevati livelli di psicoticismo possono essere descritte come egocentriche, caratterizzate da
essenza di empatia e da tendenze antisociali. Al contrario, le persone con bassi livelli tendono ad essere
altruiste, empatiche e attente ai bisogni e ai problemi degli altri.

I 3 super-fattori costituiscono il modello completo della struttura della personalità che viene definito con
l’acronimo PEN (psicoticismo- estroversione- nevroticismo). Secondo l’ipotesi che i super-fattori
corrispondano a specifici correlati biologici/genetici, Eysenck si pone l’obiettivo di individuare i sistemi
biologici che sono alla base delle differenti tendenze comportamentali. Tanto più che teorizza l’esistenza di
3 sistemi biologici distinti per ciascun dei 3 super-fattori.
Facendo tesoro degli esperimenti di Pavlov, riprende l’idea secondo cui gli esseri viventi differiscano tra
loro in base al livello di eccitazione del proprio sistema nervoso centrale: mentre l’attività celebrale di
alcuni organismi è dominata dall’eccitazione, in altri è prevalente l’inibizione. Data questa ipotesi, egli
arriva ad identificare il ruolo di uno specifico sistema ovvero il sistema di attivazione reticolare ascendente
(ARAS), nel determinare il livello di introversione-estroversione. L’ARAS consente la trasmissione di segnali
nervosi dall’ipotalamo alla corteccia celebrale ed è quindi coinvolto nella regolazione dei livelli di
eccitazione alla corteccia celebrale. Tuttavia, il livello di eccitazione ottimale non è il medesimo per tutte le
persone, ma, al contrario può variare da un individuo all’altro. Combinando queste 2 scoperte scientifiche,
egli ipotizza che gli introversi siano caratterizzati da livelli relativamente elevati di eccitazione corticale,
ovvero sono cronicamente più eccitati a livello corticale- reticolare rispetto gli estroversi. Pertanto gli
introversi avrebbero un minor bisogno di stimolazioni ambientali, poiché elevati livelli di stimolazione
ambientale sarebbero per loro la causa si un’eccitazione celebrale troppo elevata, e di conseguenza, non
ottimale; se così non fosse si intende un livello di arousal molto elevato, es. individuo introverso all’interno
di una discoteca sarebbe per lui una sorta di “bombardamento”, che sommandosi al proprio livello di
attivazione interna, gli procurerebbe un’attività totale troppo elevata per potergli consentire un
funzionamento ottimale. Di conseguenza, un individuo introverso, tende a sfuggire dalle situazioni sociale
eccessivamente stimolanti, mentre al contrario, un estroverso tende a ricercarle. Nel caso degli individui
estroversi caratterizzati da bassi livelli di eccitazione, ha necessariamente bisogno di un contributo di
eccitazione ambientale, in modo da raggiungere e mantenere il livello ottimale di stimolazione. (in realtà il
sistema non funziona proprio in questo modo). In definitiva gli estroversi e gli introversi si differenziano
(tenendo sempre conto che i 2 super-fattori sono contenuti nella stessa persona:
gli estroversi: •Minor successo e più frequenti abbandoni scolastici (fonti statistiche) •Preferiscono
professioni a contatto con altri •Hanno bisogno di più diversivi alla routine lavorativa •Umorismo esplicito a
sfondo sessuale •Più rapporti e partner sessuali •Più suggestionabili, data l’influenza degli stimoli esterni.
Gli introversi: • Maggior successo scolastico, abbandono più spesso dovuto a disturbi psichiatrici
• Preferiscono professioni più solitarie • Hanno bisogno di meno diversivi alla routine lavorativa
• Umorismo a sfondo intellettuale • Meno rapporti e partner sessuali • Meno suggestionabili.

Eysenck cerca di avanzare una ipotesi anche per spiegare i diversi livelli di nevroticismo nelle varie
personalità. Ipotizza che il sistema nervoso autonomo, e in particolare il sistema limbico, possa
rappresentare la sede del nevroticismo. Sostiene che le persone con un elevato livello di nevroticismo
possiedano un sistema limbico particolarmente sensibile allo stress, alle emozioni negative, all’ansia e alla
paura. In questo caso il sistema limbico degli individui avrebbe una soglia di attivazione molto bassa, ovvero
si attiverebbe anche in presenza di stimolazioni minime; può essere paragonato ad un rilevatore di fumo
molto sensibile che rileva anche l’accensione di una sigaretta segnalandolo come un potenzialmente
pericoloso. In funzione di un differente funzionamento in termini di attivazione autonomica, una persona
nevrotica appare irrequieta e stressata, mentre una persona un basso livello risulta equilibrata e stabile
emotivamente. Tuttavia è un’ipotesi non confermata sperimentalmente.

L’autore sostiene che esiste un considerevole apporto dei fattori genetici nel determinare le dimensioni di
personalità dell’individuo (concetto di ereditabilità opposto a Watson: ambientalista). Tuttavia occorre
precisare che egli ritiene che il tratto debba essere concepito come una predisposizione a comportarsi in un
determinato modo e che tale comportamento si verifichi solo a seguito di una appropriata stimolazione
ambientale. Quindi il tratto e la situazione sono 2 facce della stessa medaglia che non possono essere
separate. Lo sviluppo della personalità è guidato da tratti ereditati geneticamente, ma al contempo è
mediato da fattori ambientali.

Psicopatologia e il cambiamento terapeutico. Egli ritiene che la differenza fra una personalità “sana” e una
personalità “patologica” sia esclusivamente di tipo quantitativo. La personalità patologica implica elevati
livelli di psicoticismo e/o nevroticismo→ tuttavia elevati livelli di questi 2 super-fattori non determinano
necessariamente la psicopatologia; la predisposizione genetica trova espressione e realizzazione solo in
situazioni e contesti specifici. Comunque possiamo dire che individui con disturbi nevrotici sono
caratterizzati da elevati livelli di nevroticismo + un basso livello di estroversione (introversi); mentre
individui con condotte anti-sociali sono caratterizzati da un alto livello di nevroticismo, un elevato livello di
estroversione ed un elevato livello di psicoticismo→ individui incapaci di regolare le proprie emozioni sulla
base di cosa è giusto e cosa è sbagliato, generando così comportamenti sbagliati, i quali sono messi in atto
energeticamente e dinamicamente.
L’idea che la psicopatologia deriva dall’azione congiunta di elementi biologici e di esperienze ambientali
apre alla possibilità di un percorso terapeutico in grado di promuovere il cambiamento. L’efficacia di una
terapia si misura attraverso le evidenze empiriche che attestano il miglioramento effettivo dei pazienti, e
che quindi riesca a modificare i disturbi di personalità→ sostenitore della terapia comportamentale.

La teoria dei 16 fattori di Cattel. Cattel adotta un approccio induttivo, ovvero egli conduce le proprie
ricerche raccogliendo un gran numero e diversi tipologie di dati relativi a dei campioni di individui molto
vasti. In particolare queste 3 fonti empiriche si dividono in: DATI L (info relative agli eventi della vita degli
inidivui); DATI Q (info ricavate dalla somministrazione di scale e questionari); DATI OT (info derivate da
somministrazioni di test oggettivi e quindi osservabili, es: voglio misurare il livello di socievolezza in diversi
individui→ li raggruppiamo in gruppo, e li osservo mentre condividono un luogo comune→ una sala
d’attesa). Queste tipologie di dati vengono usate da Cattel, perché l’autore sostiene non che ci possiamo
affidare alle dichiarazioni rilasciate dai soggetti relative a sé stesse, ed è per questo che sottolinea
l’importanza dai dati comportamentali. Dopo aver raccolti le varie tipologie di dati, sottopone i risultati ad
un’analisi fattoriale, indentificando così 16 fattori della personalità. Ed in particolare li suddivide in tratti
originari, che rappresentano quelle strutture psicologiche interne, che non vengono colte dall’esterno e che
costituiscono la fonte e la causa dei tratti superficiali. Quest’ultimi, invece, corrispondono a quelle
tendenze comportamentali direttamente osservabili. Quindi i tratti originari sono le dimensioni
fondamentali, gli elementi costituitivi della personalità. E nella tassonomia dei 16 fattori Cattel li raggruppa
in 3 insiemi: 1) tratti di abilità: ovvero fanno riferimento ai processi cognitivi, quanto un soggetto è capace
di ragionare e risolvere problemi; 2)tratti temperamentali, relativi alle reazioni emotivi e alle componenti
innate nella personalità, quanto l’individuo è predisposto a controllare o a rilasciare le proprie emozioni; 3)
tratti dinamici: relativi alle motivazioni comportamentali dell’individuo, le preferenze manifestate.

Questi 16 fattori sono concepiti come dimensioni


bipolari, di conseguenza un basso punteggio del fattore
A, mi indica che il soggetto è distaccato, riservato; al
contrario se il punteggio è alto, indica che il soggetto è
orientato agli altri, espansivo. (1937)
Conduce delle ricerche per determinare il contributo
relativo all’ereditarietà e all’ambiente nello sviluppo
della personalità. E arriva a ritenere che il contributo
della componente genetica, in media, è di circa il 30%.
→ l’autore riconosce il contributo rilevante dei fattori
ambientali. I sedici tratti sono alla base del questionario
che Cattel chiama “Sixteen personality Factors
questionnaire”. Per la sua efficacia nel tracciare un
profilo accurato nelle differenze tra le varie personalità,
tale strumento è utilizzato nell’ambito dell’orientamento
professionale e nella selezione del personale.
Il modello dei 5 fattori. Tale modello è una via di mezzo fra la tassonomia dei 16 fattori proposta da Cattel
(tale modello non viene approvato da alcuni teorici della personalità) e la teoria dei super-fattori di
Eyesenck. Numerose ricerche sono state effettuate sulla struttura dei questionari della personalità relativi a
queste 2 teorie e quest’ultime hanno evidenziato che in essi sono sempre presenti questi 5 fattori o Big
Five. Anche questa volta tale modello è costruito sulla base degli studi psicolessicali e sull’analisi fattoriale.
(Occorre sottolineare che ci sono diverse teorie sui tratti, ovvero gli autori si distinguono in base a chi
sostiene che i tratti servono per descrivere/ etichettare un individuo; altri invece sostengono che i tratti
spiegano le cause endogene del comportamento individuale. → es. “è socievole perché ha tanti amici?”
oppure “ha tanti amici e quindi è socievole”. Possiamo dire che Allport avrebbe affermato che i tratti sono
le cause endogene del comportamento individuale, viste come quelle tendenze probabilistiche interne a
comportarsi in tale maniera. Anche Eysenck in parte è concordante con Allport, dato che considera i tratti o
meglio i fattori come delle cause endogene del comportamento; l’autore sostiene che subito ci rendiamo
conto della differenza che sussiste fra introverso ed estroverso ricollegati a dei determinati meccanismi di
base genetica-biologica. Anche così per Cattel che afferma che i tratti prevengono un certo
comportamento.)
attraverso questi studi Costa e McCrae hanno messo a punto il questionario denominato “NEO personality
Index”, la cui versione riveduta (1992) rappresenta lo strumento ancora maggiormente usato per la
misurazione dei 5 fattori. BIG FIVE: una struttura tassonomica che può rappresentare in uno schema di
riferimento comune i vari e diversi sistemi di descrizione della personalità attualmente in uso; e
quest’ultimi rappresentano le cause endogene nelle differenze della personalità, da cui discendono i diversi
tipi di comportamenti.
1) ESTROVERSIONE*: tendenza ad essere assertivi, socievoli, orientati alla ricerca di sensazioni positive,
forti, ottimismo, dinamico, essere orientati al successo o al potere. Rappresenta una polarità estrema e
nell’altra polarità ritroviamo l’introversione, quindi il soggetto più riservato, solitario. È come se fosse un
super-fattore perché ingloba una serie di caratteristiche.
2) NEVROTICISMO*: individuo sensibile, nervoso, soggetto all’eustress, emotivo, ansioso. Anche qui un
basso punteggio di nevroticismo mi indica un individuo stabile emozionalmente, che riesca a mantenere
una certa calma e a gestire le proprie emozioni. ** fattori identici a quelli identificati da Eyseck.
3) AMICALITà o GRADEVOLEZZA: tale tratto si riferisce alla qualità delle relazioni interpersonali, ossia alla
capacità di stabilire legami con gli altri. Implica la tendenza ad essere gentili, disponibili, comprensivi verso
gli altri, empatici, che evitano l’ostilità e il conflitto. Indica rapporti più intimi e empatici, ed è una persona
più selettiva rispetto al soggetto socievole. Il polo opposto, invece, corrisponde alla tendenza ad essere
sospettosi, poco cooperativi, competitivi, indifferenti, predisposti al conflitto.
4) COSCENZIOSITà: indica la tendenza nell’essere organizzati, puntuali, ambiziosi, disciplinati, rispettosi
delle regole, responsabili, in grado di controllare i propri impulsi. Nel posto troviamo la tendenza ad essere
disattenti, disordinati, trascurati.
5) APERTURA MENTALE o INTELLIGENZA: identifica persone dotate di creatività, immaginazione, curiose
verso altre culture, alla ricerca di nuove esperienze, la conduzione di una vita anticonvenzionale. Il suo
rispettivo contrario è possedere poca fantasia, scarsa attenzione alla sfera artistica, l’essere rigidi e
dogamtici, vita convenzionale.
Ora li esaminiamo e li confrontiamo nel dettaglio.
Dunque l’amicalità e l’estroversione sono entrambe legate alla situazione sociali, ma in modo piuttosto
differente. Mentre l’amicialità è connessa al mantenere relazioni positive con gli altri; la caratteristica
dell’estroversione risulta essere l’attenzione sociale→ l’avere un certo impatto sul proprio ambiente
sociale. Un elevato livello di amicalità indica la capacità di rallentare, sfumare le risposte aggressive; viene
associata ad una maggiore responsività genitoriale, a una minore negatività nelle relazioni di coppia, a una
minore ricerca di vendetta dopo le offese, ad una scarsa tendenza mettere in atto comportamenti
antisociali, ad una maggiore propensione a collaborare con altri. Anche l’estroversione può essere utile a
livello sociale, ad es. gli estroversi interagiscono meglio con le donne, veicolano fiducia, quando raccontano
delle storie coinvolgono i loro amici nel discorso, tuttavia al contrario degli introversi sono meno cooperati.
Possiamo concludere dicendo, che l’estroversione è associata alla ricerca del successo, al desiderio di fare
carriera, di avere una certa influenza politica ed uno stile vita eccitante, mentre l’amicalità è associata alla
benevolenza, al desiderio di benessere sociale e a relazioni armoniose familiari.
La coscienziosità è associata alla tendenza ad assumere comportamenti non pericolosi, sono meno
propense al tradimento, utilizzano la negoziazione come strategia di risoluzione del conflitto. In
adolescenza, la persona con coscienziosità predice un maggior successo in ambito accademico, e
probabilmente in età adulta raggiungono un elevato livello religiosità. Tali individui di solito vivono più a
lungo, dato che probabilmente si prendono cura di sé stessi, oltre a mettere in atto diversi tipi di
comportamenti di promozione della salute.
L’apertura mentale predice un maggior impegno nel superare le sfide e gli ostacoli della vita, la tendenza a
sviluppare atteggiamenti inter-razziali favorevoli, non desiderano una vita facile e caratterizzata da pigrizia.
Induce la tendenza a sperimentare nuovi cibi, e fare nuove esperienze, che nella vita coniugale si trasforma
nella tendenza a condurre relazioni extra-coniugali.
Nevroticismo. A seguito di eventi traumatizzanti, come aborti o lutti, le persone altamente nevrotiche
hanno più probabilità a sviluppare la sindrome post-traumatica da stress, in cui il trauma psicologico si
protrae per un lungo periodo e lascia profondi strascichi. Tendono a pensare più frequentemente al suicidio
e riportano frequenti problemi di salute.
Mentre alcuni teorici dei BIG 5 ritengono che quest’ultimi siano delle etichette, con cui descrivere le
differenti caratteristiche psicologiche dell’individuo, i più importanti sostenitori affermano che tali tratti
siano dell’entità realmente esistenti che esercitano un’influenza causale sullo sviluppo delle caratteristiche
psicologiche dell’individuo: ciascun fattore rappresenta la base causale sottostante a pattern coerenti di
pensieri e sentimenti. Per Costa e McCrae i tratti sono disposizioni endogene che seguono vie intrinseche di
sviluppo fondamentale indipendenti dalle influenze ambientali. Secondo tale teoria, allora le influenze
esterno dell’ambiente hanno alcun impatto sui tratti di personalità, che, al contrario hanno ancoraggio
esclusivamente biologico e vengono trasmessi per vie ereditaria. Tuttavia questa concezione è fortemente
radicale, infatti non ho sostenuta da molti teorici; fra l’altro i risultati delle ricerche hanno dimostrato che i
cambiamenti storici e culturali producano delle modificazioni rispetto ad alcuni tratti di personalità. (1
critica avanzata per il modello dei big 5). Un’ulteriore critica è quella secondo cui la teoria non spiega come
i tratti interagiscono con i processi dinamici sottostanti a cambiamento dei comportamenti individuali
(Allport→ teoria statica piuttosto che dinamica). Un’altra critica riguarda l’applicazione dell’approccio
idiografico dei 5 fattori, dato che questi vengono rilevati con analisi statistiche effettuate su ampi campioni:
secondo alcune ricerche i tratti interni ai singoli individui non sempre sono riferibili ai fattori che emergono
nella popolazione, es. ognuno di noi è portatore di certe caratteristiche di una personalità individuale, non
troveremo mai 2 soggetti ugualmente estroversi.
Stabilità dei 5 fattori nel tempo. in base ai risultati delle autovalutazioni psicometriche longitudinali degli
individui in età adulta si dimostrano sostanzialmente stabili a distanza di anni. Ulteriori ricerche hanno
confermato che dall’età di 3 anni i cinque fattori iniziano ad assumere una certa coerenza e stabilità che
aumenta progressivamente fino ai 5 anni di età. Tuttavia, l’individuo non rimane sempre uguale a sé stesso
nel tempo; dato che i tratti possono cambiare durante lo sviluppo e perché uno stesso tratto si può
manifestare in modo differenti con il progredire dell’età, ad es. un bambino aggressivo non è detto che lo
sarà anche da grande, in questo tale mutamento viene definito cambiamento individuale; oppure un
bambino che da piccolo assumere la tendenza ad essere dominante, e stare al centro dell’attenzione,
nell’adolescenza può convincere i propri amici ad accettare le sue idee politiche o i suoi gusti. (la continuità
caratterizza le tendenze disposizionali mentre il cambiamento si verifica in relazione alle manifestazioni
comportamentali che sono espressione di tali tratti). Distinguiamo il Camb. IND. Dal cambiamento
normativo, con il quale si intende l’evoluzione temporale dei tratti nella popolazione. Anche qui sono state
effettuate delle ricerche che dimostrano che le persone tendono a diventare meno ansiose e più stabili da
un punto di vista emotivo con il passare dell’età→ si registra una riduzione del fattore del nevroticismo. Al
contrario, l’amicalità e la conscienziosità risultano aumentare con il progredire dell’età. L’idea di base è che
la persona nel corso della propria vita attui un processo di maturazione che le consente una migliore
modalità di funzionamento→ i cambiamenti che hanno luogo fra l’adolescenza e l’età adulta riflettono una
crescita nella direzione di una maggiore maturità; nel tempo la persona diventa più competente dal punto
di vista sociale, maggiormente dotata di autocontrollo e meno arrabbiata/alienata”. Per capire se il tratto si
mantiene stabile si utilizza e si calcola l’indice di correlazione, quindi ad es. se l’indice di correlazione del
fattore dell’estroversione è 0.60, diremo che il tratto è più o meno stabile nel tempo.

Tutti possiedono i 5 fattori?. Non ci si può aspettare che le analisi compiute su popolazioni siano
immediatamente applicabili all’individuo. Alcune ricerche dimostrano che i tratti interni alle persone non
sono riconducibili ai fattori che emergono dalla popolazione. E poi bisogna anche considerare che i profili
comportamentali individuali sono stabili nel tempo e sono indicatori attendibili di personalità. Le medie e i
punteggi globali non spiegano le differenze individuali, p.e. 2 bambini ugualmente aggressivi possono
manifestare in modo differente la propria aggressività (uno con i coetanei, l’altro con gli adulti).

I big 5 sono universali? Nonostante le numerose conferme di validità del modello, la questione della validità
transculturale è ancora abbastanza controversa. Alcune ricerche hanno evidenziato la difficoltà a replicare
la struttura del modello in toto, arrivando alla conclusione che solo pochi termini (poco più di un centinaio)
sono adeguatamente traducibili da una lingua all’altra; evidenziando che solo i fattori dell’estroversione,
dell’amicalità e della coscienziosità si ripetono e si mantengono stabili in tutte le culture. L’estroversione
perché ha una forte valenza sociale e relazionale, fra l’altro dipendono anche dalla componente psico-
fisiologica. E per quanto riguarda l’amicalità e la coscienziosità, anche essi hanno delle valenze sociali e
relazionali e subito ci rendiamo conto interagendo con un altro individuo se il soggetto è “gradevole” o
“coscienzioso” e di conseguenza riconosciamo tutte quelle caratteristiche che discendono dal relativo
tratto. Si rileva diversamente l’universalità nel fattore del nevroticismo perché le emozioni sono influenzate
dalle culture in cui siamo inseriti. E infine per quanto riguarda l’apertura mentale si riscontrano delle
differenze fra la cultura occidentale idealmente individualista e quelle orientale idealmente collettivista.
Questo perché in Oriente le persone si focalizzano per lo più nelle relazioni interpersonali che l’individuo
intrattiene con la famiglia e con la rete sociale→ ciò che è caratteristico di un individuo orientale è il suo
ruolo sociale e la sua collazione all’interno della famiglia, e non le disposizioni psicologiche individuali.
Pertanto nel momento in cui viene richiesto alle persone di cultura orientale di valutare la personalità
rispetto ai big 5 è possibile ritrovare il modello dei 5 fattori, ma ciò non implica che queste dimensioni siano
realmente essenziali per definire la personalità.

Psicopatologia e la terapia. Se il tratto è da considerare un continuum che va da un estremo all’altro,


potremmo dire che uno dei massimi estremi corrispondono a forme diverse di patologie. Per cui per es. un
accesso di estroversione può avere come conseguenza una ricerca infinita di sensazioni, che può sfociare in
impulsività e disinibizione. Oppure elevati livelli di coscienziosità può portare a comportamenti ossessivi-
compulsivi. L’idea è che a partire dal profilo di personalità di ciascun individuo sia possibile individuare il
corso di trattamento ottimale per quella singola persona. es. persona con elevato livello di apertura
mentale, potrebbe trarre beneficio da terapie che favoriscono l’esplorazione ed il terapeuta è solito ad
incoraggiare l’individuo ad assumere un ruolo proattivo nella terapia, nel caso opposto, invece, l’individuo
potrebbe trarre maggior beneficio da percorsi terapeutici maggiormente direttivi, in cui alla persona è
richiesto di affidarsi al terapeuta.

L’Applicazione della prospettiva dei tratti.


Big 5 e lavoro. Tale modello è stato utilizzato come strumento predittivo del livello di prestazione lavorativa
degli individui. In particolare, le numerose ricerche evidenziano che un elevato livello di coscienziosità e un
basso livello di nevroticismo sono predittivi di una prestazione lavorativa positiva. Alcuni studi suggeriscono
che il livello di estroversione sia connesso positivamente al grado di coinvolgimento e partecipazione degli
individui nei lavori in cui è richiesta una continua interazione sociale (es. nel management). Collegamento il
fenomeno del burnout (tendenza ad assumere un atteggiamento cinico e negativo verso il lavoro, che
genere stress e una riduzione dell’efficienza) con il nevroticismo e l’estroversione. Nevroticismo→ bassa
autostima, forte ansia, stress è associata ad un’elevata vulnerabilità al burnout. L’estroversione→ fiducia in
sé stessi, intrattenimento di relazioni intense e stabili rappresenta un fattore protettivo nei confronti del
burnout. Altri studi longitudinali dimostrano che le persone che ricoprono attività lavorative di alto livello
risultano essere più sicure, soddisfatte, meno predisposti allo stress e più stabili mentalmente.
Big 5 e marketing. Numerose ricerche documentano che le persone tendono ad associare marche e
prodotti caratteristiche che sono tipiche della personalità umana. La percezione della personalità che i
consumatori hanno di una marca, risulta essere molto utile perché fornisce delle indicazioni per i dirigenti
di marketing e per i pubblicitari relative alle caratteristiche sulle quali fare leva per rendere la marca più
appetibile.

Confronto fra i big 5 ed altri modelli.


I fattori Estroversione e Nevroticismo corrispondono ai 2 fattori analoghi trovati da Eysenck.
Bassa Gradevolezza + bassa Coscienziosità corrispondono al fattore Psicoticismo di Eysenck→ individuo
ostile, aggressivo, poco empatico ed irresponsabile tendono a far aver a quest’ultimo comportamenti
antisociali.
L’Estroversione corrisponde alle scale Socievole, Sicuro di sé, Avventuroso nel 16 PF di Cattell.

-sviluppi della prospettiva dei tratti. Alcuni teorici sostengono che il modello dei big 5 sia insufficiente nel
cogliere le numerosissime sfaccettature della personalità e che questo debba essere arricchito da altre
dimensioni. Infatti alcuni di loro affermano che una dimensione mancante corrisponda alla tendenza
individuale a essere onesti, sinceri e leali, e che è stato denominato “onestà-umiltà”. Delle altre dimensioni
proposte per ampliare il modello: religiosità; sessualità.
In una prospettiva opposta i big 5 sono condensati in 2 dimensioni. La prima dimensione è composta dal
nevroticismo, dall’amicalità e dalla coscienziosità, chiamato o fattore alfa o stabilità, dato che questi 2
fattori si riferiscono al processo di socializzazione, includendo il controllo degli impulsi (basso livello di
nevroticismo), la riduzione di ostilità e l’idealizzazione della pulsione verso obiettivi socialmente approvati.
La seconda dimensione è composta dall’apertura mentale e dall’estroversione, denominato fattore beta o
plasticità, il quale denota il processo di crescita personale, di apertura verso la realtà e i rapporti sociali.
Un ulteriore strategia, oltre ad ampliare o condensare i big 5, consiste nel prendere in considerazione le
sfaccettature dei 5 fattori. → sottodimensione più specifiche. Costa e McCrae identificano 6 sfaccettature
per ogni fattore, per cui ad es. l’estroversione si compone con le sottodimensioni del calore (piacere
nell’intimità con l’altro), l’assertività, la socievolezza, emozionalità positive, ricerche di sensazioni. Il
posizionamento della persona su ognuna di queste sottodimensioni consente di tracciarne un profilo di
personalità relativo alla sua tendenza a essere estroverso molto più specifico e differenziato.
Un ulteriore approccio è quello circomplessi, il quale si focalizza sulle nuove dimensioni che emergono nel
momento in cui i singoli fattori vengono incrociati a 2 a 2. Es. immaginiamo di aver misurato un certo livello
di estroversione e amicalità in 2 persone: in cui la prima ha ottenuto un alto livello di estroversione e
nell’amicalità, mentre l’altro ha un elevato livello di estroversione ma presenta un livello molto più basso di
amicalità. → estroversione assumerà un significato differente: 1) personalità caratterizzata da dominanza,
ma sensibile verso gli altri, mentre 2) dominanza + atteggiamenti manipolatori. Dalla combinazione dei
fattori emergono molteplici posizionamenti indicanti specifici modi di essere individuali.
Interazionismo: approccio che sostiene che i tratti e le situazioni interagiscano per determinare il
comportamento effettivo della persona (Allport). •Il comportamento individuale deriva dall’influenza
reciproca di fattori disposizionali e situazionali; •Persona e situazione devono essere studiate
congiuntamente perché: 1) In base alle proprie differenti disposizioni, persone differenti scelgono situazioni
sociali differenti (scelgo di andare in chiesa, altri no); 2) un altro modo in cui interagiscono è che gli individui
differiscono nei tipi di risposte che suscitano negli altri→ persone differenti che percepiscono in modo
differente le stesse situazioni sociali (a me sta simpatico, a me sta antipatico); 3) Persone predisposte ad
agire in uno stesso comportamento possono attivarlo in situazioni differenti.
I tratti sono intesi come schemi di collegamento tra situazione e comportamento→ data una situazione x, è
probabile l’azione y. Es. persona introversa ma che in base al contesto agisce come un estroverso. Questo
schema di collegamento differisce da persona a persona, chiamato “firma comportamentale”.

La prospettiva biologica
Origini della prospettiva biologica:
•  Teoria umorale (Ippocrate V sec a. Galeno II sec d.C ).
•  Fisiognomica (Lavater, 1741-1801) – Studio delle correlazioni tra caratteristiche facciali e carattere.
•  Frenologia (Gall, 1758-1828) – La forma del cranio rivela qualità psichiche e personalità.
Studi antropologici, psichiatrici, criminologici, psicologici, correlazionali ecc. fra XIX e XX sec.
•  Galton, Lombroso ecc.
• Obiettivo: riportare le differenze psicologiche individuali a cause biologiche e/o a caratteristiche
somatiche.

Nel rintracciare le origini storiche della prospettiva biologica nell’indagine della personalità è possibile
ritrovarle nell’antica Grecia durante V sec. a. C. Ippocrate elabora le prime classificazioni su base
temperamentale nello studio delle differenze individuali. Successivamente tali classificazioni vengono
riprese da Galeno II sec. d. C. Ippocrate basandosi sulla concezione filosofica in cui tutto in natura si spiega
in base ai 4 elementi fondamentali (terra, aria, acqua, fuoco), egli ipotizza che ci sia una corrispondenza tra
tali elementi e gli umori presenti nell’organismo: aria→ sangue; terra→ bile nera; acqua→ flegma; fuoco→
bile gialla. Gli umori mescolandosi in vario modo danno origine a temperamenti diversi, e proprio in base
alla diversa distribuzione di quest’ultimi, egli individua 4 tipologie temperamentali che verranno sintetizzate
da Galeno: sanguigno, flemmatico, collerico, melanconico (Eysenck). In tale prospettiva si pensa ci sia una
relazione tra tipologia umorale, tratti psichici, aspetti somatici e disposizioni a determinate malattie. In
particolare queste colpiscono l’individuo quando tra gli umori del corpo non c’è equilibrio, facendo
sperimentare alla persona uno stato di disarmonia. Temperamento sanguigno (sangue): energia,
impulsività e ottimismo, con tratti somatici: bassa statura, forme tondeggianti ed elevato tono muscolare
(estroversione + basso nevroticismo). Temperamento collerico (bile gialla): impetuosità, forte volontà, con
tratti somatici: alta statura, magrezza (estroversione + alto nevroticismo). Queste 2 tipologie
temperamentali per lo più orientate verso l’estroversione e la socievolezza avrebbero una disposizione a
malattie come l’apoplessia (Sindrome anatomo-clinica caratteristica dell’emorragia cerebrale che si
manifesta con uno stato di coma. Per estensione, a. polmonare, a. placentare ecc., l’inondazione ematica
del polmone, della placenta).

Temperamento flemmatico (flegma): apatia, egoismo, con tratti somatici: scarso sviluppo muscolare,
flaccidità (introversione + basso nevroticismo). Temperamento melanconico (bile nera): sogg. Riflessivi,
sospettosi e pessimisti, con tratti somatici: alta statura, corpo esile (introversione + alto nevroticismo).
Queste 2 tipologie orientate per lo più verso l’introversione e nell’evitare i rischi sarebbero legati a malattie
come la tisi (tubercolosi polmonare).

Sheldon (1942) propone un modello basato sul rapporto tra caratteristiche somatiche e temperamento,
individuando così 3 componenti strutturali primarie: 1) endomorfia, 2) mesomorfia, 3)ectomorfia. La
diversa combinazione di 3 componenti dà origine ad un somatotipo. Nella componente 1 prevalgono queste
caratteristiche: apparato digestivo sviluppato, corpo molle e rotondo, strutture muscolari relativamente
deboli. Nella componente 2: ossatura e muscolatura imponenti, corpo forte e stabile, robusto, spalle e
torace possenti. Nella componente 3: strutture somatiche poco sviluppate, braccia e gambe lunghe, faccia
sottile e angolosa, torace e addome stretti. Da queste tipologie somatiche Sheldon individua 3 strutture
costituzionali del temperamento: 1) viscerotonia, ed è un sogg. Amante del cibo, tollerante, socievole, ama
le comodità; 2) somatotonia, ed è un sogg. Dominante, ama il rischio, competitivo, coraggio, indifferente
verso gli altri, affermazione fisica; 3) cerebrotonia, ed è un sogg. Introverso, socialmente ansioso, creativo,
autocontrollo. Anche Sheldon ritiene che ogni temperamento includa una disposizione a specifici disturbi: il
viscerotonico ai disturbi dell’umore, il somatotonico a comportamenti aggressivi, e il corebrotonico alla
schizofrenia.

Pavlon (1935), osservando molte differenze nella prestazione e nei temperamenti dei cani utilizzati in
laboratorio, ritiene che esse possano dipendere da specifiche proprietà del sistema nervoso degli umani→
differente innate. Egli distingue 2 processi nervosi fondamentali, denominati “eccitazione” (reattività e
prontezza nel risp. Agli stimoli) e “inibizione” (capacità di resistere a una stimolazione intensa e di non farsi
distrarre da stimoli interferenti) e ipotizza che gli individui differiscano in relazione a 3 principali
modulazioni di tali processi: 1) la forza (intensità) dei processi di eccitazione e di inibizione; 2) l’equilibrio
cioè l’uguaglianza o disuguaglianza della forza dei 2 processi; 3) mobilità vista come la capacità di alternare
eccitazione e inibizione in funzione delle richieste ambientali. La diversa combinazione di queste
caratteristiche da luogo a una serie di tipologie fondamentali, le quali sono analoghe con le tipologie
temperamentali di Ippocrate:
tipo 1: rileviamo la forza dei processi di eccitazione e inibizione, l’equilibrio e la mobilità→ pronta reattività
agli stimoli ma tranquillità in assenza di stimolazione, facilità di condizionamento→ sanguigno.
Tipo 2: forza ed equilibrio ma non mobilità→ difficoltà ad adattarsi al mutamento delle condizioni→
flemmatico.
Tipo 3: intensa eccitazione ma debole inibizione, quindi forza ma non equilibrio, scarso controllo delle
reazioni emotive→ collerico.
Tipo 4: debolezza sia per l’eccitazione sia per l’inibizione, si distraggono facilmente, difficili da condizionare,
problemi nell’adattamento e vulnerabili allo stress→ melanconico.

Turkheimer (1998) definisce il biologismo forte l’orientamento secondo cui la sola dimensione biologica è
ritenuta sufficiente per rendere ragione dei fenomeni che attengono ai processi psichici; pertanto è
possibile stabilire una connessione diretta tra una caratteristica comportamentale e uno specifico sistema
biologico sottostante. Tale posizione teorica viene definita riduzionistica, dato che propone una sostanziale
identità tra mente e corpo, e di conseguenza, sostiene che per comprendere la dimensione mentale e
psicologica sia sufficiente e necessario indagare quelle strutture e quei processi biologici che hanno luogo
nel corpo.
Una posizione teorica diversa è definita biologismo debole, secondo il quale I fattori biologici sono
necessari, ma non sufficienti per spiegare i processi psichici e comportamentali, la cui complessità è
irriducibile alla biologia. In tal caso, quando si esamina una caratteristica comportamentale ci può limitare a
sostenere che deve esistere qualche sistema biologico, in qualche parte del corpo, che contribuisce a
determinare tale caratteristica. “l’uomo è un essere unitario, e pertanto agisce, pensa e prova emozioni con
tutto il corpo. Ciò che chiamiamo mente e corpo agiscono sinergicamente” Antonietti (2006).

• Distinzione tra temperamento e personalità (Strelau, 1997). Temperamento: Caratteristiche individuali


più influenzate dalle determinanti biologiche innate. «Natura emotiva dell’individuo, che include la sua
velocità di risposta e lo stato tipico dell’umore» (Allport,1937). “Settore affettivo più o meno stabile e
duraturo della personalità” (Eysenck). Quindi queste definizioni sottolineano gli Aspetti «formali» del
comportamento, che coinvolgono l’affetto, il tono dell’umore, livello di energia, attenzione, sensibilità agli
stimoli ecc.). Gli studi relativi alle caratteristiche temperamentali evidenziano che tali modalità di reazione
sono già presenti nel bambino in età precoce e si mantengono relativamente stabili ne corso della vita.
Pertanto è possibile ipotizzare che esse abbiano una base biologica, considerate come delle caratteristiche
geneticamente trasmissibili e quindi largamente ereditarie.
Quindi il temperamento: determinato per di più da variabili biologiche e si manifesta fin dalla prima infanzia
rilevando una forte componente ereditaria, riguarda gli aspetti formali e stilistici del comportamento, è
fisso, rigido, difficilmente modificabile. Mentre la personalità: è frutto dell’interazione di diversi fattori, tra
cui l’apprendimento, la socializzazione, l’esperienza, comprende i contenuti del comportamento stesso,
quali le motivazioni e i valori, presenta un certo margine di flessibilità.
Ad es. una tipologia di elementi di ordine biologico che può influenzare lo sviluppo della personalità è
rappresentata dai geni. Ed ancora i sistemi fisiologici, e il particolare il sistema nervoso appare strettamente
interconnessi allo sviluppo di certe caratteristiche della personalità.

Thomas e Chess (1986) hanno contribuito nello studio della genetica nella determinazione delle
caratteristiche temperamentali. La loro teoria si basa sui risultati di studi longitudinali effettuati su circa 100
bambini, dal periodo che va dalla nascita fino all’adolescenza. L’obiettivo era di identificare delle specifiche
tipologie temperamentali e di verificare in che misura tali differenze possano predire lo sviluppo di
successive caratteristiche di personalità. Le variabili prese in considerazione e studiate sono: il tono
dell’umore (+ o -) e il suo livello di stabilità, il livello attività e reattività, livello di adattabilità, la tendenza ad
avvicinarsi o allontanarsi agli stimoli. Tramite i risultati identificarono 3 principali categorie temperamentali:
1) bambino facile: umore positivo, allegri, si adattano facilmente a nuove esperienze.
2) bambino difficile: umore negativo, non si adattano facilmente, con risposte molto intense.
3) bambino lento: scarsa reattività, lento ad adattarsi.
Le qualità negative temperamentali negative identificate si sono rilevate predittive di difficoltà relazionali
con la madre e con l’ambiente, e in generale, di successivi problemi di adattamento.
Un’altra proposta teorica è quella elaborata da Buss e Plomin (1984). A partire dalle valutazioni che i
genitori davano dei proprio figli, gli autori hanno identificato le dimensioni temperamentali che compaiono
precocemente e che risultano essere maggiormente influenzate dai fattori genetici, e quest’ultime sono 1)
l’emozionalità, 2) l’attività e 3) la socievolezza→ teoria EAS. 1) come il bambino reagisce emotivamente e
in particolare rappresenta la tendenza a una facile e intesa attivazione emotiva in condizioni di stress e uno
stato di tensione generalizzato→ tratto del nevroticismo. 2) corrisponde all’aspetto comportamentale, al
livello generale di energia correlata all’intensità e al ritmo dei movimenti motori→ estroversione. 3)
tendenza a cercare compagnia, desiderio di condividere le esperienze e di interagire con gli altri→
amicalità.
Correlazione e interazione genotipo-ambiente. Le esperienze e quindi le influenze ambientali che ciascun
individuo vive sono strettamente correlate con le propensioni genetiche individuali→ fenomeno della
correlazione fra genotipo-ambiente, definito in termini di controllo genetico dell’esposizione ambientale
Plomin 1997. 3 tipi di correlazioni: 1) passiva: le caratteristiche dell’ambiente in cui il bambino vive sono
correlate con le sue propensioni genetiche (innate), derivate dalla combinazione genetica ed ereditaria del
padre e della madre, quindi si tratta di caratteri che vengono trasmessi. Es. l’abilità musicale è in buona
parte ereditaria. Immaginiamo un bambino che ha ereditato tali abilità e che vive in un’ambiente che lo
spinga nello sviluppo di tali abilità→ pianoforte in casa→ passiva perché il bambino non agisce per fare in
modo che a casa ci sia un pianoforte.
2) correlazione evocativa: l’individuo che evoca specifiche reazioni nell’ambiente sulla base delle proprie
propensioni genetiche. Es. bambino che è molto dotato nell’ambito musicale, e viene notato da un
insegnante e lo introduce e lo invita a inscriversi al conservatorio. Le caratteristiche individuali del bambino
hanno evocato una specifica reazione dell’insegnante.
3) correlazione attiva: l’individuo senza influenze da parte dell’ambiente o da altri individui, seleziona e
costruisce le proprie esperienze le quali sono correlate con le proprie propensioni genetiche. L’individuo
modifica il suo ambiente in modo da poter adattare, es. il bambino dotato musicalmente, una volta
cresciuto può scegliere di frequentare persone inclini con la sua stessa passione/abilità.
Esiste un legame differente definito interazione genotipo-ambiente, che coinvolge la sensibilità agli
ambienti. Ad es. individui con differenti propensioni genetiche (estroverso ed introverso) rispondono in
maniera differente allo stesso ambiente. Ad es. L’estroverso ottiene performance migliori in quei test in cui
è presente un certo livello di rumore (radio accesa) mentre l’introversi ottiene performance migliori in
contesti tranquilli e silenziosi. → le differenze individuali interagiscono con l’ambiente nell’influenzare la
prestazione di un test.

La teoria regolativa del temperamento Strelau 1983. Egli propone la teoria secondo la quale le Differenze
individuali possono essere spiegate in base al diverso “livello ottimale di attivazione o stimolazione”
(Eysenck). La RTT sostiene che il temperamento corrisponde a un insieme di caratteristiche stabili
determinate da specifici meccanismi del sistema nervoso, definito da 2 dimensioni: l’energia e il tempo. la
dimensione temporale indica la prontezza nella reattività, la velocità e la persistenza della reazione alle
stimolazioni. La dimensione energetica indica i livelli di reattività e la quantità di reazioni intraprese in
risposta allo stimolo. In base alle differenze individuate in relazione alla dimensione energetica, egli
definisce 2 tipologie temperamentali: i basso-reattivi e gli alto-reattivi. Allora i primi sono caratterizzati da
bassa sensibilità (soglia sensoriale-emotiva elevata, ad es. anche in situazioni di stress, o di grande intensità
emotiva rimangono stabili) e da un’alta resistenza agli stimoli. I secondi sono caratterizzati da un’alta
sensibilità (soglia sensoriale-emotiva bassa, già in una situazione minima, es. un dibattito provano e
sentono emozioni intense) e da bassa resistenza agli stimoli. Esattamente come nell’introversione, i sogg.
alto-reattivi tendono a evitare stimolazioni esterne poiché queste farebbero aumentare il livello di
attivazione, il quale già è elevato di per sé; si avvicina alla tipologia del flemmatico. Ed esattamente come
nell’estroversione, i sogg. Basso-reattivi ricercano le situazioni molto intensa, in modo poter incrementare il
loro livello di attivazione, raggiungendo così il livello ottimale, si avvicina al collerico.

Teoria della sensibilità al rinforzo: negli ultimi 30 anni si sono sviluppate alcune teorie che ipotizzano
l’esistenza di differenze tipologiche temperamentali basate sui sistemi neurocomportamentali. =
disposizioni motivazionali ed emotive stabili, che determinano si a la reattività individuale a specifiche classi
di stimoli, sia gli schemi di comportamento adottati, in particolare quelli relativi alle tendenze all’approccio
e all’evitamento degli stimoli stessi. In tale teoria idealizzata da Gray, egli propone l’esistenza di 2 distinti
sistemi cerebrali, ciascuno dei quali ricopre una specifica funzione: sistema di attivazione comportamentale
(Behavioral Activation System BAS) e sistema di inibizione comportamentale (Behavioral inhibition System
BIS). Il BAS regola i comportamenti che avvicinano l’individuo agli stimoli, incentivano il desiderio di
soddisfare bisogni biologici e desideri; pertanto è connesso a una certa sensibilità verso i segnali di
ricompensa presenti nell’ambiente e a un certo grado di attività che può indurre all’impulsività e alla ricerca
di sensazioni. Es: bimbo che impara ad associare il gelato con la musichetta del camion del gelato, il suo BAS
lo indurrà a correre verso il camionicino per acquistare il gelato (comportamento di attivazione e
avvicinamento allo stimolo).
Il BIS, invece, trattiene l’individuo nel rispondere agli stimoli e nel perseguire i propri desideri, ed implica
una particolare sensibilità ai segnali di punizione presenti nell’ambiente e una certa paura dei possibili
danni che potrebbero derivare dalla propria attività. → trattiene ed inibisce il comportamento.
Gray ritiene che le differenze tra gli individui in termini di sensibilità alla ricompensa e alla punizione siano
la causa di una varietà di comportamenti associati da un lato con l’impulsività, e dall’altro, con l’ansia. In
quegli individui in cui prevale il BIS sono più soggetti a forme di depressione, fobie, attacchi d’ansia e
tendono ad evitare gli stimoli. Al contrario in quegli individui in cui prevale il BAS sono più propensi ad
essere socievoli, ad avere una forza tendenza all’azione e all’avvicinamento agli stimoli. Tale modello trova
delle corrispondenze con la teoria dei 3 fattori di Eysenck→ l’estroversione emerge dalla combinazione di
bassi livelli di ansia ed alti livelli d’impulsività; l’introversione = elevati livelli d’ansia + bassi livelli
d’impulsività. Mentre il nevroticismo deriva da alti livelli di ansia e impulsività/ stabilità emotiva = bassi
livelli di ansia e impulsività. Per garantire l’adattamento all’ambiente i 2 meccanismi si bilanciano,
generando la stabilità emotiva, se questi invece si sbilanciano danno origine al nevroticismo.
Un ulteriore contributo allo studio dei meccanismi cerebrali coinvolti nella determinazione della personalità
è rappresentato da modello tridimensionale della personalità di Cloninger. Tale modello si basa sull’ipotesi
che le differenze temperamentali siano legate a differenze nel funzionamento biochimico individuale, e in
particolare nel funzionamento dei neurotrasmettitori. = sostanze chimiche, che fungono da connettori degli
impulsi nervosi da un neurone all’altro. In di questi è dopamina, la quale è associata al piacere e al sistema
di ricompensa. Poi esiste la serotonina, la quale è coinvolta nella regolazione dell’umore, del sonno e della
temperatura. e la norepinefrina, che è coinvolta nella mobilitazione di risorse in condizioni di stress e
pericolo.
ora parliamo del modello. La prima dimensione è la ricerca di novità, che esprime la tendenza a reagire
intensamente a stimoli nuovi, a mettere in atto comportamenti esplorativi e a ricercare l’eccitazione.
Descrive individui impulsivi, incostanti, eccitabili, attratti principalmente da attività nuove, facilmente
annoiabili e distraibili. La ricerca di novità è connessa con la regolazione del livello di dopamina, ipotizzando
che bassi livelli inducono a ricercare nuove sensazioni, esperienze eccitanti in modo da poterne aumentare
il livello.
La seconda dimensione è rappresentata dall’evitamento del danno, che si ipotizza sia associata a una
regolazione disfunzionale della serotonina e che può essere definita come la tendenza a evitare quelle
situazioni da cui potrebbero derivare eventuali punizioni, o frustrazioni, e in generale, ad evitare tutte le
nuove situazioni considerate potenzialmente pericolose. Individui attenti, apprensivi, riflessivi, ordinari, che
non intraprendono nuove attività.
La terza dimensione è denominata dipendenza dalla ricompensa, la quale si caratterizza per la tendenza nel
continuare ad intraprendere comportamenti associati all’approvazione sociale. Sogg. Industriosi, sensibili
alle pressioni sociali, predisposti ad aiutare. Essa pare sia associata a bassi livelli di norepinefrina.
Dopo la costruzione di questo modello, Cloninger elabora un modello aggiornato che prende in
considerazione oltre alle dimensioni temperamentali anche le dimensioni del carattere. In particolare oltre
alle 3 sopracitate, ne aggiunge un’altra definita persistenza, che indica la determinazione e la costanza nel
portare avanti le attività e nel mantenere un comportamento stabile nel tempo, nonostante la fatica e la
frustrazione. Per quanto riguarda le dimensioni del carattere ne identifica 3 ed esse maturano
progressivamente nel corso della vita. La prima è l’autodirezionalità= capacità di dirigere sé stessi, di
adattare il proprio comportamento in accordo con obiettivi liberamente scelti. La seconda è la
cooperatività: capacità ed il bisogno di relazionarsi con gli altri; la terza è autostrascendenza= creatività,
spiritualità, capacità di godere a pieno delle proprie attività senza l’urgenza di controllarne il risultato.
Quindi per egli la personalità è un sistema adattivo complesso che deriva dalla combinazione e
dall’interazione di elementi sia innati e stabili nel tempo (dimensioni temperamentali), sia di elementi
appresi e modificabili attraverso l’esperienza nel proprio contesto ambientale (dimensioni del carattere).
Processo di sviluppo della personalità prevede una continua e reciproca influenza tra temperamento e
carattere.

le differenze tra i tipi diurni e notturni, sono connesse a differenze nei ritmi biologici circadiani. Molti cicli
biologici seguono un ciclo che è mediamente di 24-25 ore, es. secrezione degli ormoni. Tali cicli per alcuni
individui risultano più lunghi rispetto alla media, es. 26 ore e per altri più brevi, es. 23 ore. Negli individui in
cui risulta più lungo sono i tipi diurni (non hanno difficoltà ad alzarsi, sono più operativi durante le
mattinate, vanno a letto presto); mentre negli individui in cui risulta più breve sono i tipi notturni (faticano
ad alzarsi al mattino, si sentono più in forma nelle ore serali, tendono ad addormentarsi molto tardi). Tipi
diurni allodole, sono caratterizzati da Strategie di pensiero analitico, conformismo, minore adattabilità al
cambiamento. Tipi notturni o gufi, sono caratterizzati da elevati punteggi ai test d’intelligenza, strategie di
pensiero intuitivo, più disinibiti, più frequenti disturbi psicologici.

La genetica comportamentale: si occupa di verificare in che misura il corredo genetico contribuisca a


determinare specifiche caratteristiche comportamentali, includendo la personalità. Per valutare e
quantificare il contributo dei fattori genetici si utilizzano gli studi sui gemelli e sulle adozioni.
Si prendono in considerazione sia i gemelli monozigoti, i quali condividono il medesimo codice genetico e i
gemelli dizigoti, i quali condividono circa il 50% del codice genetico. Di conseguenza se i gemelli monozigoti
posseggono gli stessi geni, qualsiasi differenza osservabile tra loro deve essere necessariamente
riconducibile a effetti di tipo ambientale. Un’altra considerazione è che se si ipotizza che una determinata
caratteristica sia per lo più influenzata geneticamente, alloro i gemelli monozigoti dovrebbero essere più
somiglianti tra loro rispetto ai gemelli dizigoti; se ciò non viene rilevato, allora tale caratteristica
probabilmente è scarsamente influenzata dai geni. Di particolare interesse per i genetisti comportamentali
sono le coppie di gemelli monozigoti, che per cause differenti vengono separati alla nascita e cresciuti in
ambienti familiari differenti; il confronto fra questi permette di verificare se la biologia/genetica, o, al
contrario, l’ambiente gioca il ruolo più importante nella determinazione della personalità individuale. È
stato rivelato che Alcuni tratti temperamentali (p.e. attività) hanno una maggiore componente genetica di
altri.
Lo studio sull’adozioni permette di stabilire quanto il grado di somiglianza è tendenzialmente indicativo di
fattori genetici fra il bambino adottato e i genitori biologici; al contrario il grado di somiglianza con i genitori
adottivi evidenzia il ruolo dei fattori ambientali.

L’Ereditarietà: trasmissione di caratteri morfologici, fisiologici e psichici da una generazione all'altra.


L’ereditabilità: Proporzione di varianza fenotipica fra gli individui di una data popolazione spiegata da
fattori genetici. Con varianza fenotipica intendiamo quelle differenze individuali osservate in relazione a
specifiche caratteristiche: altezza, peso, caratteristiche di personalità. Il coefficiente di ereditabilità si
esprime attraverso un indice numerico che può variare da 0 a 1. Nella misura in cui assume valori inferiore
a 1, ciò significa che esiste una proporzione di varianza che non può essere spiegata da fattori genetici. Se
ad es. il coefficiente rispetto al tratto della religiosità è di circa 0.20, ciò significa che il 20% delle differenze
osservate in una popolazione è attribuibile all’influenza dei geni, mentre il restante 80% è spiegato da
fattori ambientali. → (ereditabilità consiste in una stima). Essa si riferisce al contributo genetico relativo alle
differenze tra gli individui, ma non al singolo individuo, quindi ad es. se il coefficiente dell’altezza è 0.80, è
possibile affermare che l’80% delle differenze in termini di altezze osservate nella popolazione è dovuto a
fattori genetici, mentre il restante 20% è dovuto da fattori ambientali, come ad es. le abitudini alimentari
individuali. Quindi possiamo dire che i geni e l’ambiente sono inseparabili nel determinare le caratteristiche
del singolo individuo. I genisti comportamentali hanno attuato degli studi per stimare il coefficiente di
ereditabilità relativo ai big 5, in particolare si sono soffermati nei tratti dell’estroversione e del
nevroticismo. Gli studi concordano che il coefficiente si aggiri per tutte e 2 i tratti intorno al 0.40. Mentre
studi più recenti hanno stimato che per gli altri fattori esso sia attorno 0.30/0.40. e quindi circa il 40/50%
delle differenze relative ai tratti di personalità all’interno di una popolazione siano dovute a fattori genetici.

Il ruolo dell’ambiente. I genisti comportamentali riconoscono che geni e ambiente interagiscono


influenzando lo sviluppo della personalità individuale. Si ipotizza che 50/60% della varianza del coefficiente
di ereditabilità sia riconducibile a fattori ambientali i quali, assieme la componente genetica 40/50%,
contribuiscono a spiegare le differenze individuali di personalità. Gli affetti ambientai possono essere divisi
e denominati in ambienti condivisi e ambienti non condivisi. Dunque i primi si riferiscono alle esperienze
comuni di coloro che vivono in una stessa famiglia, ad es. stesse esperienze educative, che di conseguenza
fanno aumentare le somiglianza fra i 2 fratelli; i secondi si riferiscono a quei fratelli che pur vivendo nella
stessa famiglia sono esposti ad esperienze differenti e che possono percepire e vivere in maniera
completamente diversa gli stessi eventi e situazioni, quindi si tratta di quelle esperienze uniche che
l’individuo sperimenta e si basano su percezione soggettiva. Molti studi dimostrano che i fattori ambientali
che esercitano una maggiore influenza siano quelli non condivisi, perché ciò che conta sono le esperienze
singole e particolari che ciascun individuo vive dentro e fuori la famiglia. Molte ricerche dimostrano che
circa il 40% della personalità sia dovuto a fattori genetici, circa il 35% ai fattori ambientali non condivisi e il
5% a fattori ambientali condivisi. Gli ambienti non condivisi considerano alcune variabili necessarie per
comprendere lo sviluppo della personalità individuale, ad es. la relazione unica e particolare che si instaura
fra un genitore e ciascun figlio, la quale sembra rivestire un ruolo cruciale.
La prospettiva ambientalista.
Ambientalismo radicale «Datemi una dozzina di neonati normali, ben fatti e un ambiente da me organizzato
per allevarli e vi garantisco di prenderne uno a caso e di farlo diventare uno specialista del campo da me
prescelto: medico, avvocato, artista, commerciante e persino accattone e ladro, indipendentemente dai
suoi talenti, inclinazioni e tendenze, dalle sue capacità, o vocazioni, e dalla razza dei suoi antenati» (Watson
1925). L’ambiente è la causa di tutte le differenze individuali.
Culturalismo: Cultura → Sistemi di conoscenze, credenze, valori, regole sociali, pratiche linguistico-
comunicative, tradizioni ecc. condivise da ampie comunità d’individui – Stili di vita, comportamenti
personali e sociali ecc. la cultura plasma la nostra personalità.
Processi di apprendimento. La personalità e le differenze individuali sono visti come il risultato della
sequenza di comportamenti ambientali in cui l’individuo è esposto nel corso dei processi di apprendimento.
Tali studi vengono chiamati complessivamente Behaviorismo, ovvero un movimento della psicologia degli
anni 20 in cui convivono diverse teorie, accumunate dalla considerazione che l’oggetto di studio della
psicologia è il comportamento, in quanto variabili osservabile e controllabile scientificamente in
laboratorio. I maggiori esponenti sono Pavlov, Watson e Skinner. Quindi viene previlegiato lo studio del
comportamento mentre si rinuncia ad attribuire valore esplicativo alle variabili interne dell’organismo.
L’individuo è concepito come una macchina reattiva agli stimoli; La mente umana è vista come una scatola
nera (black box) dipendente dalle reazioni comportamentali/ dalle risposte agli stimoli ambientali; il
comportamento: insieme di attività osservabili, viste come una serie di sequenze di stimolo e risposta
all’ambiente→ le antecedenti ambientali danno origine a conseguenze comportamentali ; la
personalità/repertorio comportamentale: sono quelle insieme di comportamenti/abitudine apprese nel
corso dell’esperienza. Data l’esistenza degli stimoli/ambienti non condivisi si sviluppano le differenze
individuali→ contingenza ambientale. Tutte le caratteristiche e attività comportamentali individuali (inclusa
la psicopatologia) sono il prodotto di influenze ambientali.
Pavlov: condizionamento classico o Pavliano prevede 2 condizioni. 1) l’organismo deve rispondere in modo
riflesso (automatico) ad alcune classi di stimoli. Riflesso: stimolo, chiamato stimolo incondizionato che crea
una risposta, chiamata riflesso incondizionato → alcune sono innate (esperimento di Pavlov sui cani→
cibo→ salivazione), altre sono apprese tramite l’esperienza. 2) lo stimolo deve essere associato nel tempo e
nello spazio a un altro stimolo. Quest’ultimo è definito stimolo neutro perché, di solito, di sé non determina
nessuna particolare risposta. Nel caso dell’esperimento lo stimolo neutro è un suono che si fa ascoltare ai
cani, ma questo non produce subito salivazione. Infatti la fase successiva è quello di presentare
ripetutamente lo stimolo incondizionato con lo stimolo neutro, in modo da produrre il cosiddetto stimolo
condizionato, nel caso di P. il suono presentato insieme al cibo, produce la risposta incondizionata, ovvero
la salivazione. A questo punto i 2 stimoli vengono associati per cui lo stimolo condizionato comincia ad
acquisire la capacità di produrre una risposta simile allo stimolo incondizionato; per cui il suono comporta
la salivazione, questa risposta è chiamata riflesso condizionato.
Sarà poi possibile imbattersi in molti stimoli che simili allo SC. Si verifica un processo chiamato
generalizzazione: rispondere in modo simile a stimoli simili; il quale è complementare al processo chiamato
discriminazione: rispondere in modo diverso a diversi stimoli. Un ulteriore processo è chiamato estinzione:
se non si ripresenta più lo SI (cibo) il riflesso condizionato si indebolisce e tende a scomparire.
Watson: L’esperimento di Watson sul piccolo Albert, 9 mesi (1920), voleva osservare, capire se le paure
infantili fossero innate o nascono tramite l’esperienze, traumi, ecc.. in laboratorio presentò ad un bambino
un coniglio bianco (stimolo neutro) + forte rumore (stimolo incondizionato), facendo così iniziare la fase del
condizionamento, che produceva nel bimbo paura. Con l’andare del tempo Il bambino iniziò ad associare il
rumore al coniglio, e di conseguenza associò il coniglio alla paura, e quest’ultima si identifica con il riflesso
condizionato. A questo punto cerca un trattamento per far smettere di provare al bambino questa paura
condizionata arrivando alla conclusione che una paura può essere decondizionata tramite una
desensibilizzazione sistematica, ovvero distraendo il bambino con altri stimoli ad es. giochi, il cibo, avvicinò
sempre di più il coniglio al bambino, finché si rese conto che gradualmente la paura scompariva.

Condizionamento Operante Skinner. Differenza da quello classico: in quello classico il soggetto è passivo;
quando si verifica un riflesso, il condizionamento non ti richiede di fare nulla, ma solo di essere lì e di essere
consapevoli degli stimoli. Mentre, il condizionamento operante prevede l’attività del soggetto, gli eventi
che definiscono l’apprendimento ad uno stimolo iniziano con un comportamento. Funziona così: se un
comportamento è seguito da uno soddisfacente stato interno, è più probabile che il comportamento venga
ripetuto; mentre se un comportamento è seguito da minore soddisfazione, è meno probabile che venga
ripetuto in futuro. Questo meccanismo viene descritto dall’effetto della legge Thorndike: rappresenta la
regolarità nel nostro comportamento. → ogni situazione porta a molti atti potenziali: alcune azioni si
verificano con grande regolarità; altre accadono una volta e poi scompaiono; altre si ripetono
occasionalmente. Nel condizionamento operante è molto importante il concetto di rinforzo, ovvero tutto
ciò è sotto forma di ricompensa o punizione, fa si che un comportamento venga ripetuto o evitato.
Distinguiamo fra rinforzo positivo, con il quale intendiamo tutto quello che ricompensa le nostre azioni, ad
es. denaro, elogi, premi, cibo; di conseguenza aumentano le probabilità che tali comportamenti di ripetano
nel tempo. Rinforzi negativi: sono quelle ricompense che avvengono dopo che si evita un’eventuale
punizione fisiche o sociali, ad es. mettersi la cintura o il casco→ per evitare la punizione (multa) metto la
cintura oppure quando si punisce revocando qualcosa di buono, accade quando i genitori proibiscono ai
figli di assumere comportamenti indesiderati, negando per esempio un gioco. Tipi di rinforzo: i.  Rinforzi
naturali vs. arbitrari (p.e. sociali); ii.  Rinforzi materiali (p.e. cibo); iii.  Rinforzi dinamici (attività piacevoli);
iv.  Rinforzi simbolici (p.e. il denaro); v.  Rinforzi informazionali (feedback) (p.e. durante l’esecuzione di un
compito.
A volte i rinforzi sono frequenti, ma altre volte no. La variazione nella frequenza e negli schemi sono
chiamate programmi di rinforzo. Distinguiamo fra rinforzo continuo (comportamento è sempre seguito da
un rinforzo) e quello parziale (il comportamento è seguito solo alcune volte dal rinforzo). 2 differenze: 1) i
nuovi comportamenti vengono acquisiti più velocemente quando il rinforzo è continuo rispetto a quando
non lo è; anche il rinforzo parziale determina un’altra frequenza del comportamento, ma tuttavia ci vuole
più tempo. 2) è il cosiddetto effetto del rinforzo parziale e si presenta quando il rinforzo viene fermato. →
se si elimina il rinforzo, un comportamento acquisito tramite il rinforzo continuo scomparirà più
velocemente mentre un comportamento costruito attraverso il rinforzo parziale rimane più a lungo ed è più
resistente all’estinzione.
Il principio della generalizzazione fornisce un modo per parlare di qualità caratterizzanti. Una persona di
comporterà coerente nel tempo e nelle varie circostanze se lo stimolo rimarrà abbastanza simile nel tempo
e nelle circostanze. E poiché le qualità dello stimolo spesso rimangono le stesse nelle varie situazioni, anche
la tendenza all’azione della persona rimane la stessa. Di conseguenza, sembra che la persona sembra avere
un insieme di tratti.
Condizionamento operante e personalità. Personalità è vista come la storia individuale di apprendimento e
Repertori comportamentali sono appresi tramite: Rinforzi positivi (ricompense) e Rinforzi negativi
(evitamento di punizioni) (...o tramite Ø Modellamento comportamenti complessi acquisiti per
approssimazioni successive, vedi più avanti)
Psicopatologia e data da quei Repertori comportamentali disadattivi frutto di ambienti inadeguati come ad
es. Deficit comportamentali e/o Risposte inappropriate o socialmente indesiderabili. La terapia secondo
questa prospettiva si deve basare sul Cambiamento comportamentale, che si articola tramite l’Analisi
funzionale del comportamento (ABA) e la cosiddetta “Economia delle ricompense simboliche” (token
economy): ovvero si rinforzano le azioni desiderate alternative e contemporaneamente si riducono, se è
possibile, quei rinforzi associati ai comportamenti indesiderati. Questo trattamento dovrebbe modellare il
comportamento verso una maggiore adattabilità o idoneità; tale approccio→ “gestione delle contingenze”.
Ad es. le ricerche hanno dimostrato che il rinforzo di attività meno sedentarie provoca sia un aumento di
queste attività che un calo di quelle sedentarie.

L’importanza degli Stili educativi parentali che contribuiscono a forgiare la personalità del bambino. Degli
studi condotti negli anni 90, evidenziano 2 principali componenti dello stile educativo: il calore (grado di
incoraggiamento) e controllo (grado di rigidità). La diversa articolazione di questi componenti identificano 4
tipologie di stile: autorevolezza (calore + controllo), il quale incoraggia personalità caratterizzata da una
maggiore autonomia, autostima, cooperazione, amicalità e orientano alla riuscita; autoritarismo (basso
calore + alto controllo), il quale genera personalità ansiose, insicure, e che hanno difficoltà a relazionarsi;
permissività (alto calore + basso controllo) , il quale incoraggia personalità immature e incapaci di
controllare i loro impulsi; distacco (basso calore + basso controllo), che dà vita a personalità con bassa
autostima, insicurezza e aggressività. Durante gli anni viene fortemente criticato lo stile autoritario della
famiglia patriarcale, aprendo così la tendenza verso stili educativi permessivi e distaccati, che producono
effetti problematici sulla personalità dei figli, generando insicurezza emotiva, mancanza di valori, egoismo e
intolleranza.

Le forme di organizzazioni sociali e ideologiche in cui l’individuo ne è membro possono avere influenze sulla
personalità. Vengono condotte loro ricerche da anni 50 fino ad oggi. Ed alcune delle variabili analizzate
sono ad es. dogmatismo, machievellismo. In studi più recenti ricercano l’influenza dei climi ideologico-
politici sulla personalità. In particolare si distinguono quelle culture basate sull’individualismo ed altre
caratterizzate dal collettivismo. Nelle prime, l’IO è definito come un’entità distinta dal gruppo, in cui
vengono incoraggiati gli obbiettivi personalità rispetto a quelli collettivi, è presenta un minore
attaccamento emotivo al gruppo, si promuovono personalità basate sui tratti quali autonomia, libertà,
competizione→ orientamento idiocentrico. Essa è prevalente in Occidente e la concezione dell’IO è
costituita sull’idea di un individuo separato, autonomo, composto da un insieme di tratti distinti, abilità,
valori e motivazioni. Nella seconda, l’IO è definito come parte del gruppo, i fini personali sono subordinati a
quelli del gruppo, maggiore attaccamento emotivo e si favoriscono quelle personalità che presentano valori
quali la partecipazione, la cooperazione, la responsabilità→ orientamento allocentrico. Essa si riscontra di
più nelle culture orientali è la concezione dell’IO è legata alla ricerca della connessione, della relazione,
della interdipendenza dagli altri.

Tra le determinanti culturali della personalità un ruolo significativo è occupato dai valori che esercitano una
forte influenza sulle scelte e gli stili di vita degli individui. I valori sono quelle credenze che definiscono mete
o comportamenti desiderabili e si individuano 10 categorie valoriali fondamentali: potere, successo,
edonismo, stimolazione, autodirezione, universalismo, benevolenza, tradizione, conformismo, sicurezza.

Variabili ecologiche: possiamo affermare che certe caratteristiche ambientali possano agevolare o inibire
determinati comportamenti. Ad es. diversi autori hanno studiato l’influenza del caldo e del freddo sul
comportamento in riferimento ad alcune variabili psicologiche. Si è rilevato che un amento della
temperatura influenza negativamente le prestazioni cognitive, comportando una diminuzione
dell’efficienza nei compiti cognitivi. Fra l’altro lo stress derivate dal calore ha una ricaduta nell’interazione
sociale, e sembra infierire nel controllo emotivo favorendo l’aggressività. Anche il freddo provocherebbe un
peggioramento delle prestazioni cognitive, può generare ansia e aggressività. In collegamento al clima
possiamo citare il fenomeno delle “meteosensibilità”, quando avvengono temporali i soggetti in questione
hanno spiccate reazioni fisiopatologiche come irritabilità e sbalzi d’umore. Nei casi estremi, si parla di
meteopatie→ nella fasi precedenti la mutazione atmosfera genera nell’individuo forte irritabilità,
nervosismo, insonnia, mentre con l’arrivo del fenomeno climatico acuto genera depressione, debolezza,
apatia.
La psicologia ambientale è quella branca della psicologia che si occupa dell’interrelazione tra il
comportamento umano e l’ambiente. Essa elabora il costrutto dell’attaccamento a luoghi, il quale indica il
legame affettivo che si stabile tra l’individuo e quegli spazi carichi di significato che vengono sperimentati
nel corso della vita. Le diverse modalità di attaccamento, sostengono alcuni autori, possano essere
combacianti con lo stilo di attaccamento con gli altri individui e tali modalità si caratterizzano a seconda
dello stile prevalente di attaccamento sperimentato nell’infanzia con la figura significativa di riferimento→
genitori/tutori. Un es. di un attaccamento ad un luogo è quello con la propria abitazione. La casa ha una
particolare valenze psicologica in quanto concretizza e gratifica le più profonde e primarie esigenze
dell’uomo: fonte di protezione e sicurezza, sede dei rapporti più significativi, simbolo della propria identità
e del proprio stile di vita, in cui si ci sente liberi, a proprio agio, modellato secondo le proprie
preferenze/necessità, etc… il cambiamento di casa può generare nell’individuo una vero e propria
patologia, spesso in situazioni di necessità, la cosiddetta sindrome da sradicamento, tale evento comporta
sensi di depressione, ansietà, disorientamento.
E anche importante notare le concezioni diverse che le persone hanno di casa, le quali riflettono
caratteristiche psicologiche legate alla personalità. Possiamo distinguere 3 categorie di individuo: 1)
egocentrico, i quali vivono la casa come luogo in cui potersi dedicare ai propri interessi, stare tranquilli, e
preferiscono le casa articolate in più spazi, in modo da favorire l’isolamento dei singoli membri; 2) le
persone familiocentriche che percepiscono la casa come luogo di protezione e sicurezza, preferendo case
più unitarie che favoriscono l’incontro fra i diversi membri; 3) le persone sociocentriche, i quali desiderano
una casa aperta verso il mondo esterno, prive di barriere protettive, accessibile e comunicative.
Altre ricerche mostrano come l’abitazione rifletta anche la cultura, la struttura sociale, le abitudini, le
credenze. Si distingue fra abitazioni introverse, le quali hanno la funzionalità di distinguere la vita in
comparti bene separati: il pubblico dal privato, le donne dagli uomini, una famiglia dall’altra; un es. tipico
sono le abitazioni musulmane in cui per spazi per le donne e gli uomini sono divisi rigidamente, costruite
attorno a un giardino interno. Mentre le abitazioni estroverse sono quelle in cui lo spazio pubblico e privato
sono molto più in contatto, un es. casa meridionali italiane, le quali sono rivolte verso l’esterno, la
comunità--> porte ben visibili e decorate e gli abitanti vanno e vengono in continuazione tra la casa, il
cortile interno e la strada.

La prospettiva cognitiva.
G. Kelly è stato uno dei primi autori a delineare una teoria che ponga l’attenzione all’individuo nella sua
totalità nell’ambito di uno studio “cognitivo” sulla personalità, con predominante focalizzazione
sull’indagine dei processi di interpretazione della realtà. L’autore si discosta dalla teoria
comportamentistica e dalla psicoanalisi e pone le basi su un approccio focalizzato su quelle “ipotetiche
dimensioni mentali e rappresentazionali che mediano il rapporto tra individuo e ambiente”. → quei
processi cognitivi e quei di fenomeni di conoscenza che tengono conto della soggettività nell’elaborare le
info provenienti dall’ambiente. Le persone generano una serie di rappresentazione mentali (costrutti
personali) e le utilizzano per dare un senso alla realtà: gli individui non sperimentano il mondo
direttamente, ma lo conoscono attraverso schemi cognitivi→ interpretazioni individuali sull’esperienza
soggettiva, e nelle rappresentazioni del sé.

New Look in Perception movimento sviluppatosi tra la fine della seconda guerra mondiale e gli inizi degli
anni 50. Le differenze individuali nella percezione dipendono da processi cognitivi e dinamici (aspettative,
bisogni, motivazioni ecc., i quali caratterizzano il soggetto percipiente. L’individuo opera costantemente
una selezione percettiva degli stimoli ambientali ed elabora solo quelli soggettivamente significativi,
utilizzando il costrutto di stile cognitivo.
Witkin: Studi sugli «stili cognitivi» distingue fra personalità “campo dipendente” e personalità “campo
indipendente. Queste dimensioni si riferiscono alla misura in cui l’individuo, impegnato in un compito
percettivo, si lascia influenzare più o meno dal contesto. I campo-indipendenti si connotano per un
approccio analitico, una maggiore autonomia di giudizio, introversione, distacco emotivo e una più elevato
autostima. I campo-dipendenti si connotano con una modalità percettiva globale, per una maggiore
suggestionabilià, estroversione, per un orientamento più gregario, e per un livello minore di autostima.
Klein (anni 50): studi sugli stili percettivi degli individui e individua la tipologia dei livellatori: approccio
percettivo poco attento ai dettagli e ai cambiamenti e la tipologia dei accentuatori: approccio percettivo
attento ai dettagli e ai cambiamenti.

La psicologia cognitivista si base su 2 presupposti: 1) riguarda l’importanza di capire come le persone si


relazionano con le info che lo circondano; 2) è che la vita consiste in una rete elaborata di decisioni, in cui
alcune sono consapevoli mentre altre si collocano al di fuori della consapevolezza. La personalità si riflette
nel modo di categorizzare gli eventi, nei processi decisionali portati avanti dalla mente e da come gli eventi
sono rappresentati nella memoria e da come i ricordi guidano la nostra esperienza.
Concetti fondamentali gli schemi: Strutture mentali soggettive quali Conoscenze, ricordi, giudizi, immagini
percettive, qualità emozionali tramite cui assegniamo un significato a eventi ed esperienze personali. Gli
schemi possono operare in modo esplicito, consapevole o (più spesso) in modo implicito, automatico,
quindi essi una qualità organizzativa ed una volta sviluppati vengono usati per riconoscere le nuove
esperienze ed impongono un ordine a partire della ricorrenza di qualità simili all’interno di eventi ripetuti.
Altro concetto: attribuzioni→ Giudizi soggettivi sulle cause e sui risultati delle azioni proprie e altrui
(Weiner), in cui si tenta di stabilire se questi siano stati accidentali o intenzionali. In particolare un aspetto
importante è l’interpretazione che le persone danno ai propri risultati positivi/negativi. I Successi e
fallimenti possono essere attribuiti: abilità, sforzo, difficoltà del compito e i fattori legati alla fortuna o al
caso. Le cause dei fallimenti o dei successi possono essere poste in una dimensione di locus di causalità, in
cui la causa può essere interna, dipendenti dalle tue abilità o dai tuoi sforzi, o esterna, dovuto p. es. da
fattori di cambiamento, difficoltà del compito, potere degli altri. Dopodiché alcune cause appaiono
abbastanza stabili (abilità) mentre altre variano da un momento all’altro (sforzo). In generale, le persone
tendono a interpretare i loro successi come se avessero cause interne stabili (le loro abilità), mentre i
fallimenti vengono interpretati come si fossero causati da influenza instabili, come la cattiva sorte o uno
sforzo troppo basso. Dunque se il fallimento viene visto come generata da fattori instabili, non è necessario
preoccuparsi per il futuro, dato che probabilmente la prossima volta non avverrà di nuovo. Mentre se la
causa è stabile perché non si hanno le abilità o perché il mondo è costantemente contro, si dovrà affrontare
la stessa situazione tutte le volte e tali esiti negati ripetuti sono connessi alla depressione.

Kelly ritiene che il termine cognitivo sia troppo restrittivo per la sua teoria, che sebbene sia focalizzata ad
analizzare la personalità attraverso i processi di pensiero dell’individuo, non esclude l’importanza delle
componenti affettive nella modalità di percepire e interpretare gli eventi. La sua teoria rientra in un
approccio fenomenologico in quanto sottolinea i modi in cui gli individui costruiscono il mondo. Nello stesso
tempo la concezione dell’uomo come agente attivo, impegnato nel mondo, e l’accento posto all’esperienza
della persona, fa sì che la sua proposta possa rientrare in un’ottica esistenzialista. Inoltre, in alcuni trattati
contemporanei la psicologia dei costrutti personali viene descritta come un approccio umanistico della
personalità. Si parla di nuovo umanesimo, perché proprio come nelle teorie umanistiche, prevale la
considerazione dell’uomo come agente essenzialmente libero, responsabile delle sue scelte (collabora con
Rogers). «Soggettività: ogni essere umano «costruisce» le proprie esperienze personali ed è attivamente
impegnato nella propria esistenza. L’individuo non rispende passivamente agli stimoli dell’ambiente, ma
interviene in maniera attiva sulla realtà attribuendo significati al mondo circostante. Le rappresentazioni
mentali o schemi individuali/personali → “costrutti mentali”, questi vengono creati per conoscere e dare
senso agli eventi della realtà e ridurre l’incertezza del futuro, essi aiutano a prevedere e controllare gli
eventi in cui l’individuo si trova coinvolto. Infatti secondo Kelly, non esistono interpretazione giuste o
sbagliate, ognuno dà un suo significato agli eventi. I costrutti si sviluppano nel corso delle esperienze e sono
soggetti a continue revisioni durante la vita→ essi sono dinamici.
Metafora dell’uomo come scienziato: Come uno scienziato, ogni essere umano elabora ipotesi, aspettative
(costrutti) sulle proprie azioni, scelte ecc. e verifica i loro risultati alla luce dell’esperienza. Esistono
modalità alternative per costruite la realtà, alcune sono migliori di altre perché danno luogo a previsioni più
accurate rispetto a un maggior numero di eventi; tuttavia non esiste un sistema di costrutti tale da poter
fare previsioni su ogni cosa→ gli individui procedono per approssimazioni successive e verificano di volta in
volta la validità. Alla luce di ciò Kelly elabora l’alternativismo costruttivo: Esistono sempre diverse
alternative possibili fra le quali scegliere per elaborare un’interpretazione del mondo. Ognuno è libero di
costruire la realtà nel mondo in cui desidera, ma non è detto che lo faccia sempre nella direzione
dell’apertura e del miglioramento. Ci sono individui che rimangono inflessibili rispetto ad alcune convinzioni
e spesso diventano schiave di esse. La vita di queste persone è dominata da norme e regolamenti; esse
vivono in un intervallo ristretto di eventi altamente prevedibili. Altre, invece, hanno una prospettiva più
ampia e vivono la loro vita secondo principi flessibili, grazie ad una maggiore apertura verso le esperienze.
Infine Kelly afferma che “è il futuro che tormenta l’uomo, non il passato. L’uomo tende sempre al futuro
attraverso la finestra del presente”.

Kelly ritiene che il sistema personale dei costrutti mentali siano un insieme di costrutti bipolari, collegati tra
loro da relazioni gerarchiche. Un costrutto è definito come “un modo grazie al quale alcune cose sono
costruite come simili tra loro e, al tempo stesso, diverse da altre”. per creare sono necessari 3 elementi: 2
percepiti come simili, e 1 percepito come diverso→ “Luca è gentile, occorre implicare che almeno un’altra
persona sia gentile, e che almeno un’altra sia non gentile, oppure implicare che almeno 2 persone siano
non gentili”. I 2 elementi simili rappresentano i poli di somiglianza, mentre il 3 elemento (modalità della
contraddizione) rappresenta il polo di contrasto. Nel momento in cui una persona utilizza solo uno dei 2 poli
del costrutto “sono tutti gentili, nessuno è gentile”, si intende che si sta nascondendo l’aspetto opposto del
costrutto→ polo sommerso.
Kelly specifica gli espetti formali dei costrutti. Distingue fra costrutti verbali (espressi a parole) e costrutti
preverbali (ad es. Nel bambino i costrutti preverbali sono preminenti).
-costrutti nucleari, fondamentali nel sistema di rappresentazioni di una persona: “essi governano i processi
di mantenimento della persona, cioè quelli per mezzo dei quali essa conserva la sua identità e la sua
esistenza”. il loro cambiamento ha conseguenze importanti sulla persona.
-costrutti periferici: sono più marginali nella struttura di personalità del soggetto, tanto che possono anche
essere alterati senza gravi conseguenze.
-costrutti superodinati, nei quali ritroviamo delle categorie più generali, che includono i costrutti
subordinati, nei quali ritroviamo categorie più specifiche.
-costrutti impermeabili: schemi che si basano su un contesto definito e che non ammettono elementi di
aggiunta; mentre quelli sono aperti a una molteplicità di nuovi elementi sono detti permeabili.
Tale teoria, legate all’utilizzazione dei costrutti, ha una ricaduta nella pratica clinica. Nel corso
dell’organizzazione individuale dei costrutti, la costruzione può andare nella direzione della dilatazione o
della costrizione, ovvero connessi nel senso dell’apertura o della chiusura. Un sistema rigido di costrutti
diminuisce la capacità di predizione degli eventi e può portare a sviluppare stati d’animo legati all’ansia.
REP (Griglie di Repertorio 1955): Test per esplorare empiricamente i costrutti personali.
Il principio di base su cui la teoria dei costrutti personali è in postulato fondamentale, in cui “i processi di
una persona sono psicologicamente canalizzati in funzione dei modi attraverso i quali esso anticipa gli
eventi”. (Si parla di processi perché l’uomo è visto come un sogg. Agente, in movimento. Il termine
psicologicamente indica il fatto di concettualizzare i processi della persona in modo psicologico, vale a dire,
dare una spiegazione dei suoi comportamenti.) quindi i processi canalizzati lungo le varie scelte intraprese
dell’individuo, vengono effettuate in funzione degli obiettivi e servono all’uomo per anticipare gli eventi, il
futuro. I costrutti servono per anticipare, percepire gli eventi. La personalità coincide con il sistema dei
costrutti personali dell’individuo. Unità centrali di significato che determinano l'ordine degli eventi: Sistemi
di credenze, astrazioni mentali.
La possibilità che emerga un cambiamento all’interno del sistema dei propri schemi mentali può
comportare all’individuo una serie di difficoltà. 4 termini risultano rilevanti per il cambiamento: minaccia,
paura, ansia, colpa.
1)minaccia implica la consapevolezza di un cambiamento complessivo imminente all’interno delle strutture
nucleari nel sistema di costrutti dell’individuo. Es. detenuto, che è stato per molto tempo in prigione può
sentirsi minacciato dal suo imminente rilascio.
2) paura implica la consapevolezza di un imminente e ignoto cambiamento che turba un’area circoscritta
del sistema dei costrutti. Eventi, situazioni, persone di cui conosciamo poco.
3) ansia implica affrontare eventi ai quali non è applicabile il proprio sistema di costrutti. Ciò che
sperimenta l’individuo è confusione e per tentare di limitarla o aumenta il suo livello di tolleranze nei
confronti di determinati eventi; oppure riorganizza i proprio costrutti in maniera da tenere in
considerazione situazione, eventi, categorie.
4) colpa implica Percezione di una perdita della struttura nucleare di ruolo. Le persone giocano un ruolo
quando agiscono alla luce di ciò che pensano, ma valutano anche le aspettative che gli altri hanno su di lui.
Il ruolo è fondamentale nella teoria dei costrutti personali, e questi possono essere in parte definiti
costruzioni sociali.
Lo sviluppo della personalità. Kelly ritiene che il bambino fin dall’inizio della sua vita è impegnato a dare un
senso al mondo: sazio/affamato; benessere/disagio; sicuro/pericoloso→ costrutti preverbali. Gli stili di
attaccamento alle persone amate rifletteranno questo processo preverbale di costruzioni. Nell’esperienza
sempre più articolata che porta i bambini a costruire il proprio sistema di costrutti, essi ricevono dei
feedback dalla famiglia e dalla società circa l’efficacia e l’accuratezza di tali schemi interpretativi, tuttavia
l’apporto personali è molto importante→ lo sviluppo è un processo cognitivo complesso tra l’individuo e
l’ambiente. Tale sviluppo risulta sano se ciò che emerge è un sistema di costrutti flessibili con cui l’individuo
si apre a nuove esperienze, essendo capace di adattare e modificare tale sistema in relazione alle sfide che
incontra nella vita.

Il ruolo della terapia. La psicoterapia è stata l’area di applicazione principale della teoria dei costrutti
personali. La persona sperimenta forme di disadattamento quando non c’è un buon funzionamento del
sistema dei costrutti; le difficoltà nella lettura degli eventi subentrano maggiormente quando ci sono
cambiamenti che mettono in gioco ansia, paura, minaccia. Il disturbo psicologico si manifesta quando una
persona utilizza ripetutamente il suo sistema di costrutti per leggere eventi nonostante una continua
invalidazione. Le problematiche nel sistema dei costrutti di muovono lungo 3 direzioni:
1) forme di disadattamento che si creano in riferimento alla modalità di applicazione dei costrutti a nuovi
eventi. O si utilizzano costrutti troppo permeabili (troppi elementi, categorie in cui non riconoscono più le
differenze) o troppo impermeabili (non riescono ad aggiungere elementi nuovi). I primi interpretano la
realtà in maniera stereotipata; i secondi ripetono sempre le stesse azioni con modalità compulsive.
2) modalità di utilizzo dei costrutti nel fare previsioni e riguardano il restringimento o l’allentamento. Una
costruzione di costrutti rigidi implica l’utilizzo di poche alternative e di schemi ripetitivi nel leggere la
realtà→ personalità compulsive. Mentre i costrutti poco rigidi rimandano a modalità generiche, caotiche e
poco comprensibili di rappresentare gli eventi e caratterizza le personalità psicotiche, come nel caso della
schizofrenia.
3) forma di disadattamento che riguarda la modalità di organizzazione complessiva del sistema. Tale
modalità va verso o la contrazione o la dilatazione. Nel primo caso, il sistema di restringe→ poche azioni ed
aree di interesse, come avviene nei casi di depressione. Nel secondo, invece, il sistema comprende ampie
generalizzazioni ma poche, si passa da un argomento all’altro come nella personalità maniacale.
Queste forme di disadattamento indica una disfunzionalità nel ciclo della creatività. Esso indica la capacità
di alternare in modo adattivo fasi di «dilatazione» e fasi di «restringimento» nel proprio sistema dei
costrutti. L’equilibrio che si crea da origine all’alternanza fra apertura e precisione dei processi mentali. La
terapia infatti prima deve mirare ad una fase di dilatazione (nuove idee, esperienza, maggiore flessibilità,
aumento della tolleranza delle ambiguità) e poi ad una fase di restringimento (maggiore precisione e
chiarezza nell’interpretare gli eventi). Nella prospettiva di Kelly si afferma la terapia del ruolo stabilito. Essa
comprende diversi momenti in cui si prima si impara a conoscere il paziente, raccogliendo una sua
autocaratterizzazione (è invitato a scrivere in bozzetto in terza persona del suo carattere, in modo da
familiarizzare con suoi costrutti). Successivamente il terapeuta elabora un profilo (sketch) di personalità che
sono interpretabili per il paziente, invitandolo a recitarlo per un paio di settimane. Scopo: paziente si mette
nei panni di un altro, prescrivendo modalità comportamentali che contrastano con il proprio modo abituale
di percepirsi. Tale profilo introduce nuovi pattern di comportamento o fornisce nuove basi concettuali per
lo sviluppo di nuove relazioni di ruolo con altre persone. Kelly→ la finzione offre alle persone uno scherma
protettivo che favorisce l’avvicinamento a qualcosa di ignoto, nuovo. Una qualità che deve essere presente
nel terapeuta è la creatività, perché deve fornire al cliente strumenti per poter elaborare nuovi costrutti,
rimanendo aperti a un gran numero di differenti possibilità che si possono prospettare per lui.

La prospettiva cognitiva-sociale.
Essa ha le basi storiche nell’eterogeneo movimento di teorie psicologiche che fa capo al
comportamentismo. (esordisce nei primi anni e nella prima fase del movimento → comportamentismo
radicale, i suoi massimi esponenti sono Pavlov, Skinner e Watson. L’organismo è concepito come una
macchina reattiva agli stimoli ed il comportamento è spiegato con una serie di sequenze S-R; la personalità
si delinea come il complesso di abitudini che l’uomo apprende per affetto dei rinforzi provenienti
dall’ambiente, configurandosi come una variabile dipendente. La soggettività (processi cognitivi, effettivi,
temperamentali) vengono messi tra parentesi. All’individuo non viene riconosciuta la capacità di
autodeterminazione, passivo nei confronti dei rinforzi ambientali). Tra gli anni 50/60 del movimento si
affermano posizioni che mirano a recuperare la soggettività nelle modalità di reazione alle stimolazioni
dell’ambiente, esplorando altre forme di apprendimento tipiche degli esseri umani. Su queste idee si
sviluppa la prospettiva cognitiva- sociale: Sociale perché il pensiero e il comportamento umano hanno
origini sociali • Cognitiva perché il pensiero influenza in modo determinante le emozioni, le motivazioni e le
azioni umane.
Con Rotter assumono un ruolo centrale non tanto lo stimolo o la situazione, bensì il significato che il
soggetto vi attribuisce. In particolare, la probabilità che in una data situazione si verifichi un dato
comportamento, dipenderebbe da 2 variabili soggettive: le aspettative circa i risultati del comportamento e
il valore di rinforzo a essi attribuito. Se le aspettative di arrivare a un certo risultato o il valore a esso
attribuito sono modeste, basse risultano le probabilità che il comportamento si attivi. Le aspettative
dipendono dall’esperienza pregressa: quanto più un comportamento ha prodotto risultati positivi, tanto più
elevate saranno le aspettative di ottenere lo stesso risultato in una situazione analoga. Le differenze
individuali si spiegano in base alla diversità dei sistemi di aspettative e in base al valore attribuito ai rinforzi.
La personalità è un sistema di elaborazione cognitivo-affettivo (CAPS) (Mischel, 1973). I processi cognitivi e
affettivi di base si sviluppano e sono attivati nei contesti sociali e generano la stabile organizzazione
psicologica che costituisce la personalità individuale.

Bandura l’apprendimento per osservazione: modellamento. Esso rende sicuro e abbrevia i tempi di processo
di acquisizione di abilità. Tale processo, infatti, consente di apprendere conoscenze e capacità attraverso
l’osservazione di modelli sociali e culturali. Egli distingue fra imitazione e modellamento. La prima è
un’azione passiva che implica una fedele riproduzione di pattern di comportamento precedentemente
messi in atto dal modello osservato. Il secondo è un processo di apprendimento attivo, in cui la persona si
costruisce una rappresentazione mentale interna del comportamento che ha osservato e in seguito, fa
riferimento a tale rappresentazione mentale. Grazie all'esperienza altrui la persona: •Apprende nuovi stili
di pensiero e azione; •Verifica e autoregola varie opzioni comportamentali; •Produce modelli interni
dell'esperienza e li comunica; •Analizza le proprie esperienze. A essere acquisite sono delle regole generali
di comportamento che possono essere applicate a una varietà di comportamenti differenti.
L’apprendimento coinvolge 4 funzioni: i. Prestare attenzione al modello (persona osservata)→ sennò il
comportamento non può essere ben ricordato; ii. Ritenzione in memoria del comportamento osservato,
predominano 2 strategie di codifica, quella visiva in seguito alla quale si creano delle immagini mentali di
ciò che si sta osservando, e quella verbale attraverso cui si crea una descrizione di quel modello che si sta
osservando; iii. (Ri-)Produzione delle azioni appropriate, si verifica l’eventuale divario tra ciò che una
persona conosce e ciò che sa fare; iv. Motivazione per l’apprendimento delle capacità osservate nei
modelli.
Esperimento «Bobo Doll» Bandura 1965.
I bambini osservavano un modello che attuava vari atti aggressivi su una bambola con 3 differenti
conseguenze dell’aggressione: i. Ricompensa; ii. Nessuna conseguenza; iii. Punizione. Quando i bambini
venivano messi in condizione di imitare spontaneamente il modello, le conseguenze osservate sul modello
influenzavano il loro comportamento: – La punizione osservata inibiva la riproduzione del comportamento
aggressivo, la ricompensa osservata tendeva a incentivarlo.
Rinforzo vicario: rinforzo che viene dato al modello che si sta osservando, pertanto influisce sulla reale
messa in atto di comportamenti che sono stati acquisiti attraverso l’osservazione. → rinforzo indiretto. In
questo senso l’effetto del rinforzo vicario sembra coinvolgere lo sviluppo di un’aspettativa, un modello
mentale dell’associazione tra azioni, rinforzi e punizioni; tale meccanismo viene chiamato aspettative del
risultato. Esse agiscono in 2 modi: 1) i rinforzi ci portano a formulare delle aspettative rispetto a quali azioni
siano efficaci ed in quali contesti; 2) i rinforzi forniscono il potenziale per futuri stati motivazionali
attraverso l’anticipazione della loro ricorrenza nel futuro.
Apprendimento vicario affettivo che avviene mediante Osservazione, e di conseguenza la condivisione
empatica dell’emozione provata da un’altra persona, quindi si tratta dell’apprendimento di reazioni
emotive tramite osservazione di quelle altrui. Da l’opportunità all’individuo di sperimentare ciò che è
piacevole e ciò che non lo è, senza che lo sperimenti in prima persona.

B. propone un modello di personalità in cui l’individuo è capace di autoregolare il proprio comportamento,


coordinando le proprie azioni in funzioni di obiettivi personali e credenze circa in futuro, in grado, quindi di
esercitare una personal agency, ovvero la capacità degli esseri umani di essere attivi e «proattivi», in
quanto «agenti» orientati verso mete e scopi futuri. Egli ritiene inoltre, che le aspettative più importante
per il funzionamento della personalità sono quelle relative al sé, ovvero le aspettative che egli stesso
definisce come percezioni di autoefficacia, o autoefficacia percepita. Essa si riferisce alle convinzioni e alle
aspettative circa la propria abilità di organizzare e portare a termine con successo l’azione richiesta in
situazioni e compiti futuri, quindi relative alle proprie prestazioni. L’autoefficacia percepita è una
valutazione cognitiva ed essa serve a regolare i propri sforzi in funzione degli obiettivi che la persona ha
stabilito per sé stessa. Le persone con hanno una percezione elevata della propria efficacia agiscono,
pensano e sentono in maniera differente rispetto alle persone con una bassa autoefficacia percepita. Le
prime creano il proprio futuro, non si limitano a prevederlo; tuttavia Individui con le stesse abilità possono
differire nelle convinzioni di autoefficacia→ valutazione cognitiva soggettiva.
Autoefficacia e differenze individuali:
Persone con alta autoefficacia → Scelgono obiettivi più difficili; mettono Impegno più intenso e persistente
e di conseguenza raggiungono prestazioni migliori; posseggono uno Stato d’animo più positivo
nell’affrontare un compito e una Migliore gestione dello stress (coping).
Persone con bassa autoefficacia→ Scelgono obiettivi più facili; mettono Impegno meno intenso e più
incostante = prestazioni peggiori; Tendono all’ansia o alla depressione nell’affrontare un compito; Gestione
negativa e pessimistica dello stress.
Fonti dell’autoefficacia:
i.  Esperienza personale - Eventi passati che hanno aumentato/diminuito il senso di competenza personale
e quindi hanno contribuito a rinforzare la fiducia nelle proprie capacità.
ii.  Esperienze vicarie - Osservazione di persone percepite come simili a sé. Se questi sono stati in grado di
portare a termine un obiettivo con successo, ciò contribuisce a sviluppare in noi una certa fiducia rispetto
alla possibilità di ottenere il medesimo successo.
iii.   Persuasione verbale - Incoraggiamento intensifica gli sforzi e produce una perseveranza per il
raggiungimento dell’obiettivo.
iv.   Stati fisiologici e affettivi – Umore, livello di stress. Es. sentirsi molto tesi, agitati e scoraggiante
forniscono dei segnali che preannunciano un possibile fallimento.

Per rendere ragione della condotta dell’uomo B. propone il modello del Determinismo triadico reciproco,
secondo cui il funzionamento della persona deriva dalla reciproca interazione tra l’ambiente (fisico e
sociale), la persona (strutture e processi cognitivi), e il comportamento. Quindi 3 ordini di fattori che
stabiliscono fra loro un legame di tipo bidirezionale e sono la causa l’uno dell’altro; tuttavia non implica che
3 fonti di flusso abbiano necessariamente la stessa forza→ l’influenza relativa esercitata dai 3 ordini di
fattori generalmente varia in funzione delle diverse attività, dei diversi individui e delle diverse circostanze.
Il segmento persona-comportamento indentifica la reciproca interazione fra variabili interne (aspettative,
credenze, obiettivi, auto-percezioni) e il comportamento messo in atto dall’individuo. Da un lato ciò che
una persona pensa influisce su come si comporta, dall’altro lato le conseguenze e i risultati del
comportamento contribuiscono a modificare tali modalità di pensiero.
La reciproca influenza tra le variabili interne e i fattori ambientali implica che le aspettative, le credenze e le
auto-percezioni si sviluppino e si modifichino in relazione all’ambiente fisico e sociale (es. propone
specifiche modelli culturali). Le persone, dall’altro lato, evocano reazioni differenti da parte dell’ambiente
sociale a causa delle proprie caratteristiche fisiche (età, genere, razza) e del proprio status e ruolo sociale.
Il segmento comportamento-ambiente rappresenta l’influenza reciproca tra gli elementi ambientali e la
nostra condotta; ad es. quelle azioni, intraprese attraverso delle scelte che spingono a modificare
l’ambiente fisico-sociale.
Bandura nella sua teoria implica anche i fattori causali che possono entrare in gioco durante il percorso di
vita, ed in particolare afferma che il caso favorisce le persone particolarmente “intraprendenti, proattive,
curiose, impegnate a esplorare nuove attività”, coltivando i propri interessi e sviluppando le proprie
competenze, le persone danno modo agli eventi casuali di accadere e di “essere dalla loro parte”. Essere in
grado di sviluppare competenze, potenziare aspettative, di agire in maniera efficace ed autonome consente
agli individui di mettere a frutto tutte le occasioni che si presentano→ concetto agentività umana.
B. identifica 5 capacità (meccanismi cognitivi) di base che rappresentano il nucleo fondamentale della
personalità:
1) capacità di simbolizzazione consiste nella capacità di utilizzare simboli, in particolar modo il linguaggio,
per comprendere, ragionare e gestire il proprio ambiente. Attraverso i simboli (codice verbale, uditivo,
visivo) l’individuo attribuisce un significato alle proprie esperienze; mediante questi la persona elabora le
informazioni che derivano dall’esperienza, e quindi, organizza in strutture di conoscenza che corrispondono
alla rappresentazione cognitiva dell’esperienza stessa e che funzionano come modelli interni in grado di
orientare e guidare il comportamento futuro della persona.
2) capacità vicaria consiste nella capacità di acquisire conoscenze attraverso il processo di osservazione di
modelli.
3)capacità di previsione corrisponde alla capacità di anticipare gli eventi futuri. Le persone anticipano
mentalmente le possibili conseguenze delle azioni, stabiliscono i propri obiettivi e pianificano corsi d’azioni
alternativi per il raggiungimento di tali obiettivi. Gli individui orientano il proprio comportamento
attraverso delle anticipazioni e forniscono al comportamento stesso una base di tipo motivazionale. Essa
consiste anche nel prevedere quali possibili conseguenze derivino dal proprio comportamento, tale
capacità di sviluppa tramite l’esperienza diretta o attraverso le esperienze vicarie. → le persone tendono a
riprodurre azioni altrui di cui hanno osservato l’esito positivo, mentre evitano di riprodurre quei
comportamenti, che negli altri hanno determinato un fallimento.
4) capacità di autoregolazione consiste nella capacità di stabilire obiettivi e di effettuare una valutazione
della propria prestazione in relazione a standard interni. Le persone possiedono la capacità di auto-dirigersi
e ciò consente loro di auto-controllare (in una certa misura) i propri pensieri, azioni ed emozioni sulla base
delle conseguenze che questi ultimi comportano.
5) capacità di autoriflessione consente di analizzare i propri stessi processi di pensiero, sviluppando così un
certo livello di autoconsapevolezza. Essa comporta anche dei cambiamenti di prospettiva interno alla
persona... una persona pensa, agisce e poi valuta le sue azioni, arrivando anche alla possibile conclusione di
modificare il proprio comportamento.

Mediante l’autoregolazione la persona è in grado di motivare in auto-diretta il proprio comportamento. Egli


stabilisce i propri obiettivi personali e le strategie adeguate per il loro raggiungimento, esprime una
valutazione rispetto al comportamento in corso, ed eventualmente in base all’esito della valutazione ne
modifica l’andamento. Nella fase in cui l’individuo mette in atto determinati comportamenti intervengono i
cosiddetti standard di valutazione interni, personali, ovvero le rappresentazioni mentali di criteri di valore a
cui fa riferimento la persona per giudicare le proprie azioni. Questi vengono confrontati con l’obiettivo da
raggiungere; tale valutazione relativa alla coerenza tra comportamento e obiettivo consente di capire se
effettivamente l’azioni eseguita comporti un progressivo avvicinamento all’obiettivo prefissato. Nel
momento in cui una persona giudica il proprio comportamento in accordo con i propri standard (all’altezza
dei suoi criteri interni), proverà soddisfazione e sperimenterà sentimenti positivi verso se stessa→ Reazioni
di autovalutazione: Emozioni associate alla valutazione delle proprie azioni. Gli standard personali di
valutazione sono collegati ai ns. giudizi e valori e al ns. coinvolgimento o distacco morale verso certe azioni
riconosciute moralmente ingiuste ma «giustificate», B. individua alcuni meccanismi cognitivi attraverso i
quali gli individui discostano i propri standard morale senza che ciò comporti in loro di sperimentare
disprezzo nei propri confronti. Ad es. “la giustificazione morale”, che segue il concetto il cui il fine giustifica i
mezzi→ il comportamento immorale viene rese personalmente accettabile in quanto viene posto al servizio
di obiettivi validi e morali oppure l’attribuzione di colpa: il comportamento immorale viene presentato
come una conseguenza necessaria rispetto a ciò che la vittima ha detto o fatto, es. stupratori che dicono
che la donna era ubriaca e troppo provocante.

Strutture conoscitive «centrali» riguardanti il sé (Markus, 1977): Sono basate sull’esperienza passata; 
Organizzano l’esperienza e regolano la rappresentazione di noi stessi; Gli individui prestano attenzione
sistematica alle informazioni che risultano coerenti e che confermano la rappresentazione di sé… B. tutte le
capacità ed in particolare, la combinazione fra le capacità di previsione, di autoriflessione e di
autoregolazione costituisce un sistema integrato che viene definito il sistema del sé, ovvero il nucleo
centrale della personalità. Tale sistema di processi autoreferenziali consente alle persone di conoscere,
ragionare e riflettere su sé stesse e sul mondo nel passato, nel presente e nel futuro, e di conseguenza, di
regolare le proprie azioni ed esperienze.
Obiettivi motivazionali:
1)Obiettivi di apprendimento: incremento delle proprie conoscenze e abilità in un compito; Concezione
«incrementale» della propria intelligenza.
2)Obiettivi di prestazione: Riconoscimenti, gratificazione da parte di altri; Concezione «entitaria» della
propria intelligenza. (Dweck)

Il comportamento disadattivo e disfunzionale è frutto di uno apprendimento di modelli inadeguati. Una


volta che il comportamento è stato appreso, intervengono rinforzi (diretti e vicari) che contribuiscono al
mantenimento del comportamento stesso. Sebbene essi abbiamo un ruolo importante, B. sostiene che le
aspettative e le valutazioni relativi a sé stessi, siano la principale causa di disagio psicologico. La
psicopatologia è infatti considerata le conseguenze di cognizioni disfunzionali che portano a
comportamento ed emozioni disadattivi, i quali, a loro volta, creano una corta di processo di conferma delle
cognizioni iniziali. Es. se una persona si aspetta di essere rifiutata, probabilmente eviterà di stabilire strette
relazioni interpersonali inducendo gli individui a prendere le distanze da lei e ciò produrrà una conferma
delle sue aspettative iniziali. Aspettative e autovalutazioni disfunzionali comportano una bassa percezione
di autoefficacia, ed essa svolge un ruolo centrale nell’ansia e nella depressione. L’ansia rappresenta la
risposta alla percezione della propria inefficacia (incapacità) di fronte a un evento minaccioso; la
depressione è la conseguenza di un basso livello di autoefficacia nel in cui l’evento sia desiderabile, infatti
essa è riconducibile a una discrepanza fra i propri standard e la propria prestazione.
Terapia proposta da B. è chiamato modellamento partecipante, ovvero una tecnica attraverso cui la
persona è supportata e aiutata a mettere in pratica i comportamenti modellati adattivi. → Secondo B.
l’esperienza diretta di comportamenti con esito positivo da un lato produce un miglioramento effettivo
della prestazione, dall’altro aumento il livello di autoefficacia percepita. Il modello può essere utilizzato per
fornire le competenze e le abilità carenti, come ad es. le abilità sociali, relazionali. Il modellamento
inizialmente veniva usato nel superare fobie specifiche (un modello interagisce con lo stimolo temuto e nel
frattempo descrive le sue sensazioni e le strategie mentali che utilizza per farvi fronte; dopodiché
l’osservatore prova a fare la stessa cosa, prima con l’aiuto del terapeuta e poi da solo).

Le applicazioni della prospettiva cognitiva-sociale.

Autoefficacia e salute. È stato dimostrato che persone con convinzioni positive di autoefficacia tendono a
mettere in atto comportamenti che favoriscono la promozione della salute, ad es. la tendenza nello
smettere di fumare, tenere sotto controllo il peso, fare esercizio fisico. Altri studi hanno rilevato che un
aumento delle convinzioni di autoefficacia corrisponda un miglior funzionamento del sistema immunitario,
in quanto questi individui sono in grado di controllare più efficacemente gli agenti stressanti (lo stress, il
quali indebolisce il sistema immunitario).
Autoefficacia e sport. Atleti con elevati livelli di autoefficacia percepita tendono a stabilire obiettivi più
ambiziosi, gestiscono bene lo stress e all’ansia, nonché dei tempi minori di recupero in caso di infortuni.
Autoefficacia collettiva nel contesto lavorativo. Alcuni studi hanno dimostrato che i membri dello staff di
lavoro in cui regna un diffuso senso si autoefficacia collettiva mostrano un comportamento scrupoloso e
risoluto nel perseguire i propri scopi. Quindi essa può essere considerata un elemento predittivo della
tipologia di obiettivi che il gruppo stabilirà per sé e delle modalità secondo cui il gruppo agirà in funzione
del raggiungimento di tali obiettivi (capacità di resilienza e coping nei confronti di agenti stressanti).

Prospettiva umanistica.
Tale prospettiva nasce dalla confluenza di alcune prospettive psicologiche e filosofiche sull’uomo maturate
in America e in Europa tra gli anni 30/40 del 900. In questi anni molti intellettuali ebrei e antinazisti si
rifugiarono in America generando un incontro di culture diverse, uno scambio di idee e di riflessioni. E tali
autori se pur con orientamenti diversi condividono l’idea nel prendere la distanza dal determinismo
psichico e dalla visione pessimistica dell’uomo, tipici del comportamentismo e della psicoanalisi.
La psicologia umanistica condivide con la fenomenologia (movimento filosofico; fenomeno: ciò che appare,
ciò che si manifesta) è la considerazione che viene riservata ai fatti psichici. L’indagine psicologica deve
puntare a sua attenzione sull’esperienza umana concreta, sulla modalità attraverso cui l’individuo
percepisce se stesso e la realtà che lo circonda→ quindi si assegna un ruolo cruciale alla sfera soggettiva e
all’esperienza vissuta. I metodi di indagine si differenziano da quelli delle scienze naturali e rimandano a un
lavoro analitico e introspettivo in cui l’obiettivo è la comprensione dei fatti psichici. →Distinzione tra
scienze della natura (spiegazione) e scienze dello spirito (comprensione, ermeneutica) (Dilthey).
Dell’esistenzialismo il movimento umanistico condivide l’attenzione alla persona, nel suo essere nel mondo,
all’uomo come individualità singola, autodeterminata, volta e emergere e diventare e alla ricerca del senso
e del significato della vita. Ciò si contrappone da quelle teorie, che ponevano l’accento sugli aspetti
immutabili e stabili della natura umana come le pulsioni e riflessi condizionati. Perché se questi elementi
fanno parte dell’uomo, non sono ciò che lo caratterizzano in maniera costitutiva, poiché essi non rendono
conto della complessità dell’esperienza umana, contraddistinte da aspetti come libertà, creatività,
spiritualità e responsabilità personale. -→ psicologia esistenziale, Rollo May “più ci sforziamo di formulare
pulsioni o forse in modo completo e definito, più parliamo di astrazioni e non di essere umani”.
Un altro punto di riferimento è dato dalle teorie di tipo olistico o organismico che propongono uno studio
sulla persona secondo una prospettiva che consideri alla sua globalità. L’individuo è inteso come unità di
corpo e mente (piuttosto che come un insieme di parti), una totalità significativa e indivisibile, coerente e
integrata. Si ritiene che le persone siano motivate verso l’autorealizzazione, e che abbiano la tendenza a far
emergere le proprie potenzialità; tale possibilità di sviluppo unito nell’incontro con un ambiente adatto,
genera personalità sane e in armonia con il contesto.
Tutti questi approcci rimandano a una visione dell’agire umano ottimistica, a un’idea dell’uomo come
essere capace di costruirsi il proprio destino, di superare i condizionamenti infantili e di non subire il
controllo delle forze ambientali. Si sottolineano le potenzialità sane e creative, potenzialità che l’individuo
può sviluppare trovando un equilibrio con l’ambiente, portando avanti, quella che viene riconosciuta una
forte spinta motivazionale, ovvero l’autorealizzazione. Questi principi guidano nei primi anni 60 un
movimento, guidato da Abraham Maslow che definisce tale movimento la terza forza della psicologia
(contraddistinta dalla psicoanalisi e dal comportamentismo), portando alla luce argomenti trascurati dalle
altre correnti psicologiche quali l’amore, la creatività, sé, la crescita, la gratificazione, l’autorealizzazione, il
divenire, l’affetto, l’autonomia, la responsabilità, il senso, valori superiori, etc…

Rogers (1961). Egli ritiene che la natura umana sia primariamente benevola, ovvero si tratta di una grande
forza motivazionale innata, direzionale, costruttiva, che assicura lo sviluppo, la determinazione di obiettivi e
la vita, chiamata tendenza attualizzante. Qualunque sia l’ambiente e la natura degli stimoli che muovono le
azioni, ogni organismo vivente, è portato ad agire in modo da mantenere, migliorare e riprodurre sé stesso.
Spinge la persona a diventare autonoma e a rifuggire dalla sottomissione a fattori esterni (eteronomia)→
Non dipendere dal giudizio altrui, esprimere liberamente le proprie emozioni, accettare gli altri ecc.. La
tendenza attualizzante dirige gli organismi verso il completamento e il dispiegamento delle proprie
potenzialità. Quindi l’essere umano, se lasciato libero di sviluppare le proprie capacità (contesto, condizioni
che ne permettano lo sviluppo) affronta un percorso diretto all’autogoverno e all’autoregolazione. Tuttavia
l’organismo non opera senza difficoltà in direzione dell’auto-perfezionamento e della crescita, tali processi
comportano in lui fatica e sofferenza. Dato che l’individuo preferisce gli stimoli complessi piuttosto che
quelli noiosi e monotoni, in quanto maggiormente stimolanti a soddisfare il bisogno di crescita e di ricerca.
La guida interiore, non consapevole, che richiama la persona verso quelle esperienze che producono
crescita e le allontana da quelle che invece la inibiscono, possibile grazie alla tendenza attualizzante, è il
processo organismico di valutazione. Durante lo sviluppo le regole proveniente dall’ambiente vanno a
interferire con le esperienze interne (valori della società che incidono sul percorso psicologico individuale).
Se le persone sono portate normalmente verso una direzione positiva a realizzare il percorso di crescita,
allora saranno le variabili sociali (genitori, scuola, società), le responsabili di ciò che nella vita di individuo si
caratterizza come malsano e penalizzate, perché si intende che si sono modificate quelle modalità interiori
che permettono miglioramento e crescita. Es. persona creativa che viene allontanata dalle sue capacità,
perché le viene ripetuto che disegnare è una perdita di tempo. Alla luce di ciò, quindi, è solo quando si
verificano situazioni insolite e anormali, che gli organismi dirigono le proprie potenzialità verso esperienze
che mirano all’autodistruzione o a perpetuare la sofferenza. I soggetti che seguono il processo organismico
di valutazione possono dirsi pienamente funzionanti, e sono contraddistinti secondo R. da alcune
caratteristiche:
1) è orientata costantemente alla crescita e all’evoluzione; 2) è aperta alle esperienze e agli eventi, tollera
l’ambiguità, evita chiusure difensive; 3) integra le varie sfaccettature dell’esperienza e arriva a definire ciò
che è giusto per lui/lei senza dipendere da un’autorità esterna; 4) sperimenta la libertà, anche in condizioni
che potrebbero seriamente comprometterla; 5) è creativa, trova nuove modalità di vivere la propria
esistenza senza rimanere rigidamente ancorata al passato, adottandosi bene a nuove situazioni.
La persona «sana» (che si «autorealizza») per Maslow: Percepisce la realtà con precisione; Accetta se
stessa, gli altri e il mondo; E’ spontanea e aperta mentalmente; E’ relativamente indipendente da
soddisfazioni estrinseche e dal giudizio altrui; Apprezza le cose comuni (un fiore, un tramonto); Ha legami
affettivi profondi con pochi altri individui; Ha senso dell’umorismo; E ’ disponibile al cambiamento.

R. ha rivolto il suo interesse sul perché in certi momenti della vita gli individui sperimentano rigidità e
abbandonano il commino costruttivo verso la completezza e come è possibile creare le condizioni per
ricreare il percorso che riprenda nella direzione del pregresso, e dell’evolvere→ verso il processo di
attuazione delle proprie potenzialità. Quando le esperienze accendono alla consapevolezza, vengono
rappresentate (es. linguisticamente) e diventano parte del campo fenomenico/esperienziale dell’individuo.
Esso costituisce l’insieme delle percezioni che l’individuo ha di ciò che sperimenta e questo rappresenta per
lui/lei la realtà. Comprende tutto ciò che è stato vissuto; infatti R. ritiene che la sola realtà che un individuo
può conoscere e il mondo come lui/lei lo percepisce e sperimenta nel momento in cui l’esperienza avviene.
È la percezione dell’ambiente che costituisce l’ambiente e che quindi non si può determinare un mondo
reale o una realtà vera→ “si reagisce non alla realtà, ma alla percezione della realtà”. Il campo fenomenico
costituisce una configurazione concettuale organizzata, fluida ma coerente, di percezioni, di caratteristiche
e relazione dell’Io, insieme con i valori attribuiti a questi concetti. In ciò consiste il Sé, la struttura
fondamentale della personalità. il complesso di concetti che ne formano il contenuto ha per lo più accesso
alla consapevolezza ma non necessariamente (a volte si vivono esperienze di cui non si è consapevoli). E R.
distingue fra il Sé reale e il Sé ideale. Il primo è quello che racchiude le vere qualità individuali e la tendenza
attualizzante, il secondo è ciò che la persona vorrebbe essere. Quando questi 2 entrano in conflitto, la
persona vive l’esperienza dell’incongruenza. Quanto più piccola è questa distanza tanto più il soggetto è in
armonia con sé stesso, se invece la distanza è ampia tanto più il soggetto sperimenta ansia e
disadattamento. Dunque, il Sé nella sua formazione ed evoluzione segue la legge della congruenza,
pertanto l’individuo ricerca costantemente la coerenza tra le proprie auto-percezioni e la realtà esterna.
Bisogna sottolineare che la ricerca della congruenza può avere anche conseguenze negative per il sogg.,
perché egli può essere spinto a comportarsi in modo che gli altri confermino la percezione che egli ha di se
stesso. Per es. se una persona ha un’immagine di sé come persona aggressiva può essere portata a cercare
nell’ambiente risposte che convalidino tale percezione e anche se ciò teoricamente non gli porta
soddisfazione, salvaguarda l’idea che si è formata di sé. Potremmo dire che quando le persone non usano il
processo organismico di valutazione per valutare le loro esperienze, ovvero utilizzano quei valori che hanno
introiettato e che derivano dall’esterno, allora si verifica l’incongruenza. In presenza del conflitto tra la
rappresentazione che la persona ha di sé e l’esperienza che si trova a vivere, si sviluppano nel sogg.
Meccanismi di difesa che distorcono/negano l’esperienza stessa. La persona, pertanto, reagisce esibendo il
proprio sé ideale. Es. un individuo che si ritiene una persona pacifica, non portata a esprimere rabbia, di
fronte a una situazione in cui prova tale emozione può reagire dicendo “io arrabbiata?! mai!”. Quando
invece le esperienze rappresentate che costituiscono il sé rispecchiano le esperienze dell’organismo, il
soggetto è pienamente funzionante, in sincronia con sé stesso.

Lo sviluppo del sé. Il bambino, così come l’essere umano in generale, non reagisce agli stimoli del contesto,
ma alla sua percezione di tali stimoli. Nel corso dello sviluppo il bambino riconosce una parte del suo
mondo privato come “me stesso”: è questa la fase primordiale del Sé. Il bambino comincia ad avere
coscienza del sé quando per la prima volta vive consapevolmente le sensazioni di avere il controllo di
qualche aspetto del proprio mondo esperienziale. Egli diventa consapevole sul fatto di esistere e
funzionare. Al processo di sviluppo del sé concorrono sia elementi interni che esterni. Gli elementi interni
sono quelle esperienze vissute le quali sono sottoposte al processo di valutazione organismico→ il bimbo
valuta positivamente le esperienze che lo arricchiscono e negativamente quelle che lo minacciano. Mentre
gli elementi esterni sono quelle valutazioni del sé ricevute da altri→ il genitore valuta il bimbo e i suoi
comportamenti e tali valutazioni entrano a far parte in maniera significativa nel suo campo fenomenico.
Man mano che aumenta la consapevolezza del sé, l’individuo sente sempre di più il bisogno di una
considerazione positiva soprattutto da parte delle persone significative della sua vita, una delle esperienze
più importanti per lo sviluppo del sé è l’esperienza di essere amato dai genitori. Il bambino realizza che
l’amore lo soddisfa, e per accertarsi se è o meno oggetto di amore, è portato a osservare i gesti, i
comportamenti delle persone significative con i quali interagisce. Se il bimbo si sente amato, se i suoi
sentimenti vengono considerati positivamente, la considerazione positiva sarà incondizionata. Una madre
che mostra una considerazione positiva incondizionata è una madre che, pur inibendo alcuni
comportamenti sbagliati, ha atteggiamento di ascolto e accettazione nei confronti del bimbo. Un bambino
che fa esperienza unicamente di considerazioni positive incondizionate ha una considerazione di sé
incondizionata, in accordo con il processo di valutazione organismico e vive la sua vita come un essere
psicologicamente adatto. Invece, quando il bimbo si sente amato solo se si adegua a determinate richieste
o esigenze dei genitori, la considerazione positiva si dice condizionata. I requisiti stabiliti dai genitori per
guadagnare la considerazione positiva sono chiamati condizioni di valore. Le relazioni create sulle condizioni
di valore possono il Sé; il bimbo tenderà a trascurare il suo processo di valutazione organismico, infatti non
agirà per migliorare sé stesso tramite le esperienze, bensì agirà per il desiderio di non perdere l’amore e
l’appoggio dai genitori. E laddove le sue esperienze non sono in accordo con le condizioni di valore il
bambino percepisce un’incongruenza fra il sé e l’esperienza; per affrontare tale incongruenza egli attua dei
meccanismi di difesa: o nega l’accesso alla consapevolezza dell’esperienza oppure la percepisce in maniera
distorta. Nel secondo caso, il bambino si rappresenta in maniera distorta l’esperienza che minaccia il
concetto del sé, inducendolo a pensare che è egli stesso a percepire questo comportamento come
insoddisfacente. Quindi il bimbo ha introiettato i valori dei genitori e comincia a considerare i vari
atteggiamenti appartenenti al suo patrimonio sensoriale.
Autostima nei bambini → relazioni con i genitori e con il proprio ambiente (Coopersmith, 1967)
• Fattori favorevoli all’autostima: accettazione, interesse, calore affettivo; clima educativo «democratico»;
benessere personale ecc. •  Indicatori ininfluenti: prestigio sociale, benessere economico, livello
d’istruzione ecc.

(il ruolo della terapia). Non avendo successo il processo di difesa, l’esperienza dell’incongruenza viene
rappresentata nel campo della consapevolezza, la struttura del sé si rompe, la persona crolla arrivando ad
uno stato di disorganizzazione. L’esperienza terapeutica ha lo scopo di permettere all’individuo di vivere
una relazione in cui il sé riprenda la propria autenticità e si riappropri della sua innata direzione
organismica. Il primo trattamento proposto da R. è la terapia non direttiva, in questo caso il terapeuta
accetta il vissuto del paziente senza interferire, interpretare e giudicare. Nella prima fase il terapeuta deve
assumere un atteggiamento distaccato, dato che deve riuscire a cogliere i contenuti espressi dal paziente,
usando un ascolto passivo attraverso modalità comunicative di indichino interesse, espressione facilitanti
che incoraggino l’emergere dei vissuti; per poi alla fine riflettere e rimandargli il suo messaggio senza
emettere giudizi personali. Con la tecnica dello specchio il paziente si sentirà ascoltato, accettato, non
subirà valutazioni negative e sarà più propenso ad approfondire la conoscenza di sé stesso.
Man mano che R. fa esperienza in campo terapeutico, elabora la terapia centrata sul cliente. Dunque, egli
sostituisce il termine paziente con cliente, e si concentra a delineare quelle caratteristiche disposizionali
che devono essere presenti nel terapeuta; egli deve mostrare un atteggiamento empatico, in modo da
creare un clima terapeutico funzionale in cui cliente si sente accettato nei suoi vissuti in maniera
condizionata. Date queste condizioni, il cliente intraprende il percorso evolutivo graduale, passando da una
struttura rigida del sé a uno stato di flessibilità in cui la vita riprende nel suo naturale percorso di crescita.
Continuando la sua carriera arriva a creare ed utilizzare l’approccio centrato sulla persona. partendo
dall’idea che gli individui hanno in sé ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto
di sé, ritiene che queste risorse possono emergere quando può essere fornito un setting definito da
atteggiamenti psicologici facilitanti. In particolare, indica le condizioni affinché si crei uno clima che
determina la crescita: spontaneità di chi si prende cura dell’altro; l’accettazione dell’altro in una
considerazione positiva incondizionata; la comprensione empatica legata a un ascolto attivo e a una reale
comprensione dell’altro.

Una delle tecniche utilizzate nell’esperienza terapeutica è quella Q-sort. Il principio di base consiste nel
mostrare al sogg. Una serie cartoncini, ognuno dei quali contiene un’affermazione o un agg. Che descrivono
caratteristiche personali/aspetti del sé. Ai sogg. Viene richiesto di ordinare i cartoncini in base a come le
affermazioni/aggettivi descrivano il loro modo di essere, andando da quelli che sono più vicini alla loro
descrizione, fino a trovare quelli più lontani. Tali valutazioni vengono attuate sia per il sé reale e sia per il sé
ideale. L’ipotesi di fondo è che il sé di un individuo dovrebbe cambiare nel corso della terapia e che la
distanza tra sé reale e sé ideale dovrebbe accorciarsi. → il percorso terapeutico porta a una maggiore auto-
accettazione, dato che il sé reale va in direzione del miglioramento mentre il sé ideale ricomincia ad
includere qualità che la persona già possedeva ma che prima non erano apprezzate.

Un altro metodo utilizzato per lo studio del sé è il differenziale semantico; dunque i concetti sono
rappresentati da coppie di aggettivi bipolari e per ogni coppia il soggetto utilizza un punteggio da 1 a 7 a
seconda che si posizioni verso un polo o l’altro della scala. Nello studio della personalità vengono proposte
vengono proposte coppie di aggettivi opposti che descrivono aspetti del carattere di un individuo e che
possono essere usati dal soggetto per descrivere il suo Sé reale o il Sé ideale. Il punteggio in ogni scala
indica quanto il soggetto si senta rappresentato da uno dei descrittori della personalità. (Cervone e Pervin).

Le applicazioni e gli sviluppi della prospettiva umanistica.

I principi dell’approccio centrato sulla persona vengono sperimentati nell’ambito delle relazioni familiari, i
gruppi, il contesto educativo, l’organizzazione e la leadership, la politica internazionale.
Per ciò che riguarda i contesti familiari e di coppia, R. propone una concezione della relazione centrata sulla
persona, il cui focus è sull’unicità degli individui che ne fanno parte e sugli aspetti che ne garantiscano
l’efficacia, quali la fiducia reciproca e la tolleranza degli interessi diversi e di quelli condivisi che rendono
possibili la realizzazione e l’arricchimento dei partener. Per quanto riguarda il rapporto genitori/figli tale
approccio auspica una diversa modalità comunicativa basata sull’accettazione incondizionata dei figli,
sull’ascolto empatico, su uno stile educativo democratico e non direttivo, in modo da prevenire il disagio
familiare, sviluppare rapporti sani e personalità responsabili e creative.
Dagli anni 60 l’interesse professionale di R. si rivolge al lavoro con i gruppi. Egli ritiene che questi possano
essere importanti esperienze di crescita e di sviluppo per le persone e promuove una serie di esperienze
intensive e programmate, definite gruppo d’incontro, che si configurano come laboratori sui rapporti
umani, orientati al miglioramento della comunicazione e dei rapporti interpersonali. L’accettazione positiva
incondizionata e l’ascolto empatico divengono le condizioni che possono promuovere il cambiamento e far
sì che le persone conoscano meglio se stesse. La tecnica dei gruppi d’incontro è diventata una modalità di
intervento largamente usata, per es. nell’affrontare situazioni problematiche e di disagio come l’abuso di
alcol e di droga.
Un ulteriore ambito è quello educativo, in riferimento ai processi di insegnamento-apprendimento. R.
ritiene che l’insegnante debba porsi come facilitatore dell’apprendimento, a tal fine egli dovrà creare un
clima di accettazione basato sulla tolleranza e sulla comprensione tra i membri del gruppo. Gli scopi degli
studenti saranno messi al primo posto e l’istruzione cesserà di essere per gli studenti un’esperienza passiva
e di frustrazione. Una classe centrata sullo studente, nel quale vengono agevolate l’autonomia e la libertà
dell’allievo.
Un ulteriore contributo è in riferimento alle dinamiche interpersonali nei contesti organizzati e aziendali.
Egli propone una visione personali del significato di un’amministrazione centrata sulla persona. Mettendo
in discussione una politica amministrativa basata sulla distribuzione gerarchica del potere, la quale
determina un processo di controllo proveniente dall’alto, R. riflette sulle modalità di leadership e mette a
confronto 2 poli di continuum che vanno dalla modalità centrata sul potere e il controllo a una centrata
sull’influenza e l’impatto. La prima estremità è più orientata a dare ordine, prendere decisioni, esercitare
autorità sulle persone e l’organizzazione, valutare gli altri, insegnare, dare ricompense, etc… la seconda
estremità si caratterizza per dare autonomia alle persone e ai gruppi, rendere liberi gli individui ad
esprimere idee, accettare gli apporti creativi e l’apprendimento, dare piene responsabilità, incoraggiare e
credere nell’autovalutazione, essere gratificati dallo sviluppo e dalle acquisizioni degli altri. Ovviamente R.
afferma la sua preferenza sull’estremità centrata sull’influenza e l’impatto, dichiarando che un approccio
centrato sulla persona, garantisce in un gruppo leale e produttivo, che promuove il cambiamento e la
crescita personale, in cui i membri dello staff lavorano perché vogliono lavorare.
Dal momento in cui la terza forza della psicologia ideata da Maslow, acquisiva sempre più sostenitori, si
inizia a pensare a un’articolazione più complessa del movimento nel quale si ponesse l’attenzione a quegli
aspetti della psiche ce non avevano avuto un giusto riconoscimento e che riguardano la dimensione
spirituale; tanto più che dal 1967 si inaugura un nuovo movimento chiamato “la quarta forza della
psicologia. L’interessa va a quelle esperienze interiori di ordine trascendente, che mirano alla realizzazione
del sé in un’ottica trans-umana; ovvero quelle esperienze spirituali conosciute come estasi mistica,
esperienza cosmica, nirvana, ecc… i quali costituiscono aspetti significati dell’esperienza umana, spesso
trascurate nelle ricerche sulla psiche soprattutto nella cultura occidentale. Infatti tale movimento incontra
le filosofie mistiche orientale con cui condivide un approccio olistico sullo studio dell’uomo e la credenza
secondo la quale è dall’incontro tra mente e spiritualità, tra stati di conoscenza ordinari e non ordinari che
si possono scoprire e valorizzare modalità di essere nel mondo, caratteristiche tipiche dell’essere umano.
L’interesse per tali variabili psicologiche trova le sue radici nel pensiero di W. James, uno dei primi a
studiare le esperienze mistiche come eventi psicologici, e in quello di G. Jung che si era occupato di
trascendenza dell’io ed esperienza spirituali nell’uomo.
I principi della psicologia umanistica hanno guidato in anni più recenti la creazione di un movimento
conosciuto come “movimento della psicologia positiva”. Gli autori Peterson e Seligman (2004) hanno
proposto una classificazione di tratti positivi dell’individuo, focalizzandosi sulle potenzialità del carattere e
sulle virtù umane che sono alla base del benessere della persona e che costituiscono i fondamenti di una
vita piena e felice. Il modello della virtù e delle potenzialità del carattere identifica le cosiddette virtù
nucleari, le quali rappresentano quei valori universalmente riconosciuti come superiori; in particolare esse
sono: saggezza, coraggio, umanità, giustizia, temperanza e trascendenza. Esse costituiscono delle categorie
gerarchicamente sovraordinate che includono delle specifiche sottocategorie, ovvero le potenzialità del
carattere→ processi e meccanismi psicologici che favoriscono l’attuazione delle virtù. Es. la saggezza
include creatività, apertura mentale, curiosità, amore per la conoscenza, visione ampia della vita; l’umanità
include la capacità di amare e di lasciarsi amare, generosità/gentilezza, intelligenza sociale, personale ed
emotiva; la trascendenza include la capacità di apprezzare la bellezza, ottimismo/speranza, allegria e
humor, spiritualità/fede/religiosità.
Le virtù e le potenzialità del carattere sono intese come sistemi di risorse, di conseguenza il benessere
dell’individuo è il risultato del modo con cui la persona affronta la propria vita, attraverso l’esercizio delle
proprie qualità interiori che ha acquisito, sviluppato e potenziato.

Sempre nell’ambito nel movimento della psicologia positiva viene approfondita, la tematica delle
esperienze apicali e analizzato il concetto di Flow. Esso è una esperienza olistica che le persone provano
quando agiscono con un coinvolgimento totale. È lo stato nel quale le persone sono così coinvolte in
un’attività che null’altro sembra avere importanza; uno stato che si avvicina l’estasi e una dimensione di
felicità che sembra trasportare l’individuo fuori dal tempo. In esso di sperimenta il massimo apprendimento
perché l’individuo incanala l’energia nell’esperienza che sta facendo, raggiungendo uno stato di benessere.
Tale movimento fornisci dei contributi a livello applicativo in diversi ambiti (es. quello sportivo), studiando
quei meccanismi che favoriscono il benessere soggettivo e un aumento della qualità della vita.