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INTERAZIONI E INTERAZIONISMI

LE TEORIE E GLI STUDI CLASSICI SULLʼIDENTITÀ

Lʼidentità si configura come dimensione di rilievo nei processi che possono


condurre alla devianza.gli studiosi hanno approfondito il tema soprattutto sotto
due profili: 
1. lo sviluppo dellʼidentità personale e sociale; 
2. la struttura del Sé.
I concetti di sé e di identità: il primo rinvia prevalentemente gli aspetti
individuali alle componenti intrapsichiche, mentre il secondo rimanda alla
dimensione sociale dello sviluppo individuale e allʼidea delle “appartenenza“.

Lo sviluppo del senso di identità personale può essere inteso come un processo
in continua evoluzione lungo lʼintero arco di vita e in via di adattamento in
funzione delle diverse situazioni in cui si svolge lʼattività quotidiana. Ciò
conferisce allʼindividuo una capacità di azione: la persona riconosce se stessa
pur nei cambiamenti situazionali e temporali, nelle diverse presentazioni di sé,
nei processi e nei prodotti delle proprie azioni.
Secondo Erik H. Erikson, Il costrutto di identità è rappresentato dallo sviluppo
maturo, equilibrato e responsabile dellʼio che “costituisce il sentimento
cosciente di avere unʼidentità personale“ socialmente riconosciuta attraverso
un duplice processo: a) la percezione di essere se stessi e della continuità della
propria esistenza nel tempo nello spazio; b) la percezione che gli altri hanno
della nostra esistenza e della nostra continuità.
Lo sviluppo dellʼIo segue un percorso a stadi successivi, per ognuno dei quali
lʼindividuo, durante lʼintero arco di vita, deve “risolvere“ dilemmi identitari. La
 risoluzione di tali dilemmi costituisce un passaggio cruciale e la mancata
elaborazione di ciascuna posizione può essere per la persona motivo di crisi e
blocco nello sviluppo dellʼidentità.
A ciascuna fase sono associate dimensioni prettamente personali e implicazioni
comportamentali.
In tal senso, è possibile intendere il sé come struttura cognitiva che media le
relazioni fra individuo e contesto sociale, in particolare rispetto ai valori e alle
norme.
Probabilmente lo spostamento dellʼaccento dallʼidentità in senso individuale
verso unʼidentità “sociale“ rende il concetto più attuale più utilizzabile per la
psicologia giuridica.
Henry Tajfel elabora la teoria dellʼidentità sociale secondo cui la partecipazione
alla vita di gruppi sociali primari contribuisce alla formazione dellʼidentità
personale: le persone, infatti, definiscono se stesse partecipando alle attività
quotidiane dei gruppi cui appartengono. Questo sistema di azioni sociali è
finalizzato a porre il proprio gruppo sotto una luce positiva, esattamente come
ciascun individuo farebbe per sé stesso.
È questa appartenenza di gruppo che costituisce la base di quella che egli
definisce come lʼidentità sociale dellʼindividuo, ove il soggetto si impegna  a
valorizzarlo allo stesso modo con cui valorizza il proprio sé e diviene di primaria
importanza per la situazione dellʼindividuo nelle pratiche sociali, anche a livello
dellʼautostima che tramite la posizione del gruppo può ricevere.

La struttura del Sé come strumento di conoscenza 

William James ha distinto: un Sé materiale (la parte fisica-corporea, le


sensazioni connesse con la percezione della propria fisicità e gli strumenti del
mondo fisico che ne costituiscono unʼestensione) dal Sé sociale (lʼinsieme dei
ruoli ricoperti allʼinterno di un sistema più ampio e il riconoscimento che
otteniamo da parte degli altri, il giudizio e le implicazioni per le autovalutazioni)
e dal Sé spirituale (la parte soggettiva, lʼidea che ciascuno ha di se stesso, delle
proprie facoltà, percezioni, aspirazioni, e così via, è lʼessenza dellʼindividualità).
Nelle rappresentazioni che le persone hanno di sé stesse, va sottolineata la
funzione del mondo esterno sia nel fornire occasioni e stimoli per la
elaborazione di tale rappresentazione, sia come interlocutore per la sua
valutazione in situazioni specifiche.
Markus e Nurium hanno messo a punto la “teoria dei Sé possibili”: ciascun
individuo avrebbe nel proprio sistema di rappresentazioni una sorta di rete
costituita da una serie di nodi, ognuno dei quali descrive differenti contesti e
declinazioni del Sé; unʼunità che assicura la possibilità di cambiamento e
adattamento flessibile alle diverse situazioni.
Nella ricerca psicologico-sociale, il costrutto maggiormente utilizzato è quello
di “schema di Sé“ che è il cuore del concetto di sé: i sistemi di schemi di Sé
sono strutture di conoscenza sviluppate dagli individui per sostenere e spiegare
le proprie esperienze sociali. Gli schemi fungono da guida per la conoscenza di
sé e degli altri. È riconosciuta, in altre parole, la capacità di scegliere quali
schemi applicare selettivamente alle diverse situazioni che si presentano.
Questi schemi sono di interesse per la psicologia giuridica perché
rappresentano un possibile declinazione della “capacità di agire“ delle persone.
Lʼidea è quella di un soggetto attivo che sceglie consapevolmente percorsi
dʼazione specifici per situazioni specifiche. È necessario sottolineare la natura e
la qualità delle interazioni fra individui e referenti normativi:  non possono
essere colte con lʼutilizzo di una prospettiva con prevalente focalizzazione sui
processi cognitivi dellʼindividuo. Si rende necessario un ampliamento verso un
approccio più inclusivo dellʼambito sociale.

Il contributo di Mead alle riflessioni sulla costruzione dellʼidentità 

Il lavoro principale di Mead -Mente, Sé e Società dal punto di vista di uno


psicologo comportamentista- è considerato il manifesto dellʼinterazionismo
simbolico. 
Tale espressione è stata ideata dallʼallievo Blumer, secondo cui situazioni
definite come reali lo sono nelle loro conseguenze pratiche.
I fondamenti dellʼinterazionismo simbolico sono contenuti nei termini della sua
stessa denominazione: gli esseri umani sono intrinsecamente simbolici e il
linguaggio è il principale simbolo che governa la loro interazione; la realtà è
mediata dai significati cui tale interazione si conforma e che continuamente
produce.
Per Mead è il punto di partenza per la costruzione degli atteggiamenti e dei
valori, incluso il senso di identità personale: si esce da sé stessi assumendo il
ruolo di un altro essere umano o gruppo di esseri umani, mettendosi
immaginariamente nei panni altrui e ponendosi così nella posizione di
avvicinarsi e rivolgersi a sé dal punto di vista di quel ruolo. Alcuni semplici
esempi si possono trovare nel gioco infantile, quando una bambina “gioca alla
mamma“ e nel farlo parla con se stessa come fa sua madre. La bambina può in
questi casi chiamarsi per nome, sgridarsi come ha fatto sua madre e ordinarsi
di fare questo o quello. Nellʼassumere il ruolo o la parte della madre la bambina
si è messa nella posizione di avvicinarsi o rivolgersi a se stessa dallʼesterno e
quindi di fare del proprio sé il tipo di oggetto rappresentato da quellʼapproccio.
Il Sé oggettificato viene poi internalizzato, cioè reso discorso interno al
soggetto, una rappresentazione individuale di sé stessi nelle relazioni con gli
altri: “il soggetto è un essere costituito dai suoi rapporti sociali, di cui anche le
funzioni biologiche sono essenzialmente sociali“.

Il costrutto di identità comunque rappresenta, nella tradizione psicologico-


sociale, lʼidea di un soggetto attivo che si costruisce (come individualità, come
coscienza, come origine delle proprie azioni) e ricostruisce con gli altri le
relazioni a cui partecipa.
Questo processo di incessante costruzione del reale include il rapporto fra
attività umana e istituzioni, come hanno evidenziato P. L. Berger e T. Luckmann.
Lʼabitualizzazione e la consuetudinarietà dellʼagire rappresentano lʼorigine
dellʼistituzione quale complesso tipizzato degli schemi di condotta. Nel
rapporto dialettico fra comportamento sociale e istituzioni la tipizzazione
garantisce la funzione del controllo, indicando i confini della consuetudine
sociale.
I segni, primo fra tutti il linguaggio, permettono il dialogo sociale e la
comprensione dei significati soggettivamente condivisi. Mediante il linguaggio,
la realtà sociale oggettivata viene trasmessa alle nuove generazioni
legittimando i significati costruiti.

La socializzazione e il ruolo degli altri 

Il Sé e i processi di pensiero sono dunque prodotti della partecipazione -reale o


simbolica- alla vita sociale; questa partecipazione consente allʼindividuo di
padroneggiare le interazioni e di agire allʼinterno di esse in maniera attiva.
Una componente importante di questa attivazione personale è data dalle
continue interpretazioni che gli attori sociali fanno delle azioni altrui e delle
proprie agli occhi degli altri.
Secondo Mead, la mente (intesa in senso lato come il Sé, lʼidentità e i processi
cognitivi collegati) ha origine nel processo sociale attraverso
unʼinteriorizzazione dellʼesperienza e delle relazioni con gli altri. Lʼaltro
generalizzato rappresenta la capacità di anticipare le risposte altrui alle proprie
azioni attraverso un meccanismo di assunzione di diverse prospettive.
Mente e Sé sono il risultato delle interazioni quotidiane, ordinarie, che
avvengono tra lʼindividuo e gli “gli altri“, grazie alla mediazione del linguaggio
(in senso lato, verbale e non verbale) come sistema simbolico. Lʼindividuo
colma la distanza fra sé e gli altri ricavando da questa sintesi una propria
attitudine ad agire nella realtà sociale.
Mead pone a fondamento della costruzione interattiva dei processi cognitivi la
riflessività, intesa come recupero dellʼosservazione di sé nellʼesperienza
passata. In questo modo lʼindividuo diventa capace di aggiustarsi
consapevolmente a tale processo e di modificare la risultante di esso in ogni
determinato atto sociale particolare.

Il passaggio nelle diverse fasi di età e il mantenimento di solide relazioni


interpersonali di qualità assicura una socializzazione efficace e di successo.
Ma vale lo stesso meccanismo anche per gli attori sociali che scelgono di
interagire con gli altri usando la violenza? Il contributo di Lonnie Athens
 risponde a questo interrogativo attraverso lʼanalisi dei significati che vengono
attribuiti da coloro che mettono in atto azioni violente ed efferate.

Lo studio dellʼazione criminale violenta secondo Athens

Lonnie Athens si distanzia dalle premesse poste da Mead. Per Mead il ruolo
degli altri si identifica nelle persone più vicine e importanti (altri significativi) e
in quellʼinsieme astratto e concettualizzato del sociale costituito dallʼAltro
generalizzato. Athens rivisita in chiave critica il sociale meadiano ed evidenzia
quella che considera una lacuna dellʼaltro generalizzato: fondamentale
strumento per spiegare la conformità, il costrutto mal si accorda -secondo
lʼautore- con la spiegazione dellʼindividualismo. Le singole scelte
comportamentali non dipendono solo dalle circostanze. Esse rinviano,
piuttosto, ai tanti “altri“ con cui lʼindividuo è entrato in contatto nel corso della
sua storia e da cui ricava importanti parametri di interlocuzione per la
definizione del sé e lʼinterpretazione delle situazioni. Sono gli “altri fantasma“
che Athens chiama “comunità fantasma“.
Athens prendeva le distanze dal modello biofisiologico, dalla psichiatria e dalla
concezione della malattia mentale come causa esclusiva della violenza più
efferata; secondo Athens non sempre e non tutti i criminali violenti sono
portatori di una patologia psichiatrica.
Prendeva le distanze anche da certe forme di psicologia dellʼetà evolutiva
secondo la quale i bambini maltrattati e violentati diventano -direttamente-
adulti maltrattanti e violenti. Semmai, egli intende le relazioni violente allʼinterno
delle quali un attore sociale può crescere come ambiente in cui lʼindividuo
sperimenta la violenza come valore e ne apprende la funzione di strategia
esplicita per la risoluzione dei problemi.
Il crimine violento è una scelta con una funzionalità specifica per il
perseguimento di un obiettivo strumentale ed è anche una modalità per
lʼespressione di unʼidentità. Non è dunque una conseguenza di qualcosa, ma il
punto di partenza di unʼazione (o di una serie di azioni) che mirano a
raggiungere degli scopi.
Al fine di sondare le motivazioni della messa in atto di azioni criminali violente,
Athens ha fatto utilizzo dei racconti e delle storie di vita, passando diversi anni
in giro per le carceri statunitensi per incontrare uomini e donne che avevano
commesso atrocità. Lʼobiettivo di Athens era quello di rilevare le ridondanze che
consentono di elaborare un modello di base trasversale e comune ai racconti di
eventi in situazioni e contesti diversi.per fare questo, egli ha utilizzato uno stile
di intervista che focalizza lʼattenzione progressivamente sulle motivazioni e sui
processi di scelta degli autori di crimini violenti che si conclude quando è
raggiunta la “saturazione teorica“, quando cioè lʼennesima storia-intervista non
aggiunge contenuti significativamente nuovi e diversi rispetto al quadro teorico
delineato e progressivamente consolidato fino a quel momento.
Athens -in contrasto con le spiegazioni provenienti dalla psichiatria di quel
periodo- ha sintetizzato che le azioni sono conseguenza di unʼelaborazione
cosciente di piani dʼazione specifici.lʼazione violenta, dunque, assume un
significato nellʼinterazione specifica che momento per momento si sviluppa fra
almeno due attori sociali (vittima e carnefice).
La scoperta di Athens che i criminali violenti sanno cosa stanno facendo
quando decidono di agire in modo violento significa che gli omicidi non sono
mai insensati dal punto di vista dellʼomicida e che i criminali violenti non
“scattano“ ma prendono delle decisioni e agiscono di conseguenza.
Le interpretazioni che gli attori violenti danno delle situazioni durante le quali
commettono degli atti criminali violenti evolvono verso una serie comune di
passaggi. Il perpetratore valuta prima lʼatteggiamento della vittima -“assume
lʼatteggiamento dellʼaltro”, per dirla con Mead- e indica che quello che ritiene
essere il significato di quellʼatteggiamento. In seguito ingaggia un dialogo con
sé stesso, consultando implicitamente le figure significative del suo passato di
cui ha interiorizzato gli atteggiamenti, per decidere se lʼatteggiamento presunto
della vittima debba scatenare o no un comportamento violento contro la
vittima.
Gli individui intervistati da Athens collocano le spiegazioni degli eventi che si
sono conclusi con il reato prima di tutto in uno spazio interpretativo delle azioni
(o delle omissioni) altrui (della vittima), rispetto al quale essi decidono che
lʼunica risposta valida è quella aggressiva e violenta.
Athens identifica quattro tipi di interpretazioni possibili a cui associa dei
correlati emotivi che precedono e accompagnano lʼattuazione dellʼazione.
1. Mediante lʼinterpretazione di difesa fisica, lʼattore -temendo unʼaggressione
fisica nei suoi confronti- elabora un piano di azione violento finalizzato a
preservare la propria incolumità. La violenza è vista dunque come la soluzione,
lʼunica soluzione, per evitare di diventare vittima di unʼaggressione. Lʼemozione
che precede e accompagna questo tipo di interpretazione è la paura.
2. Lʼinterpretazione frustrativa ha una duplice origine ed è riconducibile al tema
della resistenza: lʼautore del reato sente vani i propri tentativi di opposizione
alle (presunta) prevaricazioni altrui oppure è la vittima che resiste alle sue
pressioni. La violenza, in questo caso, è vista come lʼunica soluzione possibile
per sbloccare una situazione percepita come bloccata o -al contrario- per
impedire un cambiamento temuto. La frustrazione è accompagnata dalla rabbia,
emozione prevalente in situazioni di questo tipo. È il caso delle aggressioni
sessuali più gravi o delle aggressioni perpetrate come ritorsione delle minacce
altrui.
3. Con lʼinterpretazione malefica lʼautore del reato violento valuta atteggiamenti
e comportamenti malvagi della vittima come offensivi, sprezzanti o comunque
diretti a sminuirne lʼimmagine. La connotazione di malvagità attribuita alle
azioni della vittima merita, nelle intenzioni dellʼattore, una risposta violenta.
Lʼemozione predominante è lʼodio. I crimini malefici appaiono spesso privi di
movente perché la provocazione, giudicata secondo gli standard convenzionali,
appare estremamente sproporzionata rispetto alla risposta. Tali considerazioni
tuttavia confermano lʼutilità di comprendere le azioni violente dal punto di vista
dei loro attori.
4. Lʼinterpretazione frustrativo-malefica unisce le caratteristiche delle due
precedenti: “la resistenza frustrante della vittima porta il perpetratore a
concludere che la vittima stessa sia malvagia malefica, e che ciò richieda una
risposta violenta“. In questo caso, la vittima è ritenuta dunque colpevole due
volte: prima di tutto perché non consente allʼautore del reato di portare a
termine le sue intenzioni dʼazione e poi per rispondere a questi tentativi con la
derisione, lo smacco o lʼaggressività verbale. Lʼodio, presente in questo caso, si
affianca e progressivamente sostituisce la rabbia: questa doppia attivazione
emotiva alimenta un percorso dʼazione che esplode in maniera particolarmente
violenta.

Particolarmente appropriato, rispetto allʼimpianto teorico di Athens, è il


meccanismo di deumanizzazione della vittima, con cui la stessa viene privata di
qualità umane e, quindi, persino dei suoi stati dʼanimo ed emozioni, dalla paura
alla sofferenza. Un modo sbrigativo, quanto significativo, per non rivestire i suoi
panni. È evidente come Athens consideri la violenza non solo come un
fenomeno che si colloca in uno spazio interattivo fra almeno due attori sociali,
ma come un processo che si sviluppa nel corso del tempo.
Athens completa la trattazione delle interpretazioni pensabili con la descrizione
di possibili percorsi per la finalizzazione o meno dellʼazione.
1. La linea fissa di indicazione costituisce una sorta di situazione obbligata, un
tunnel a senso unico.
2. Mediante il giudizio di contenimento lʼattore ridefinisce la situazione e decide
di evitare o di mettere in stand-by lʼazione violenta. Tale decisione può essere
condizionata dalla paura della sanzione legale o dal timore di un definitivo
blocco della relazione con la vittima laddove ci sia una relazione affettiva.
3. Se la rielaborazione della situazione è protratta nel tempo e soprattutto
lʼattore torna sulla decisione di perpetrare la violenza, siamo di fronte a un
giudizio sovrapposto. Si tratta di un ritorno alla linea fissa di indicazione con
decisione di agire la violenza poiché la condotta della vittima è divenuta grave e
difficilmente tollerabile.

Il ruolo delle norme e la “comunità fantasma”

Secondo Athens, lʼAltro generalizzato è utile per la comprensione dei processi


che regolano lʼinterazione sociale, a partire da quella fra un individuo e le
persone per lui o lei più vicine e affettivamente significative, ma non è adatto
per la comprensione di come lo stesso individuo interiorizza, elabora o decide
di trasgredire le norme di una comunità, né per la comprensione della risposta
della comunità stessa alle sue trasgressioni.
Il concetto di Mead di “Altro generalizzato“ spiegava lʼaccordo, ma non riusciva
a spiegare il disaccordo.
Come contro argomentazione, Athens voleva comprendere come mai persone
provenienti dalle stesse comunità e con background familiari e sociali molto
simili scegliessero soluzioni differenti. Egli propose dunque che unʼaltra unità
sociale, diversa è “più intima“ rispetto allʼAltro generalizzato, facesse da
corrispondenza del sociale nelle rappresentazioni dellʼindividui e chiamò tale
unità “comunità fantasma“: questa rappresenta la dimensione più “familiare“
dello sviluppo individuale, poiché “frapposti tra lʼindividuo e la collettività
sociale vi sono degli altri significativi i cui atteggiamenti hanno dato forma a
quellʼindividuo: i genitori e altri membri del suo gruppo primario, le voci delle
sue esperienze passate”.
Athens definisce la comunità fantasma come lʼinsieme delle persone con cui si
è stabilito un legame importante durante la vita; la loro presenza è interiorizzata
e influisce sulle nostre decisioni. Sono, in altre parole, i nostri interlocutori
principali. Ognuno di noi è abitato da un “parlamento“ interiore.

In situazioni di grave problematicità, i criminali violenti interpreterebbero gli


atteggiamenti delle vittime alla luce della presunta disapprovazione che queste
riceverebbero dalla comunità fantasma. Lʼattore si fa portavoce e
rappresentante di questa disapprovazione mettendo in atto lʼazione violenta e
rendendo la comunità una giustificazione per le proprie azioni e lʼintero
processo interattivo come una profezia autoavverata. 
Ogni evento della vita quotidiana viene interpretato dallʼattore alla luce di
questo riferimento alla comunità fantasma. Secondo Athens, dunque, non sono
le patologie, le subculture devianti o variabili personologiche le determinanti del
comportamento violento; la comprensione dellʼazione deviante violenta è da
ricercare nel fatto che taluni attori sociali fanno riferimento a comunità
fantasma diverse da quelle della maggior parte delle persone. È lʼimmagine di
sé che gli attori riconoscono nelle aspettative della comunità fantasma a
dirigere il corso delle azioni.
Sono possibili tre tipi di immagini di sé:
 1. Immagine di sé violenta: gli individui sono visti dagli altri come persone con
una forte predisposizione alla violenza. Chi ha unʼimmagine di sé violenta ha
anche una comunità fantasma di violenza incontrollata; una comunità fantasma
che gli offre un sostegno morale pronunciato il categorico per agire in modo
violento nei confronti di altre persone.
2. Immagine di sé di violenza incipiente: caratterizza gli individui che si
percepiscono (e ritengono che gli altri li percepiscano) come tendenzialmente
violenti ma propensi a perpetrare azioni molto gravi solo come extrema ratio.
Chi ha unʼimmagine di violenza incipiente ha una comunità fantasma di violenza
controllata.
3. Immagine di sé non violenta: sono persone che non sono propense a
utilizzare soluzioni violente per la gestione dei problemi e, qualora succedesse,
sarebbe solo in presenza di gravi minacce per la loro incolumità fisica. Chi ha
unʼimmagine di sé non violenta ha una comunità fantasma non violenta. Una
comunità fantasma che non gli offre alcun sostegno morale pronunciato e
categorico per agire in modo violento, eccetto nel caso in cui debbano
difendere sé stessi o i propri intimi da un attacco fisico.
Le immagini di sé possono variare per ciascun individuo lungo il percorso di
carriera. Secondo Athens, i peggioramenti nella gravità dellʼimmagine di sé si
accompagnano ad azioni di violenza crescente.

La “violentizzazione” e la ristrutturazione dellʼidentità 

Con il termine violentizzazione, Athens indica una sorta di “socializzazione alla


violenza“. Tale processo -che si sviluppa in fasi- prescinde sia dalla quantità
specifica della violenza con cui la persona entra in contatto, sia dalla
formazione della personalità nel suo complesso.

nel processo di violentizzazione lʼautore identifica quattro fasi.


1. La bruttalizzazione, la quale include processi che prevedono che lʼautore
diventi vittima di azioni particolarmente violente da parte degli altri. 
- a) Fondamentale nel processo è la sottomissione violenta, mediante la quale
lʼattore viene piegato per coercizione e costretto alla sottomissione da parte di
una figura ritenuta più autoritaria che autorevole. La sottomissione porta
dapprima il sollievo di aver guadagnato credito agli occhi del maltrattante, ma
successivamente viene sostituita dallʼumiliazione per essersi piegato alla
violenza e dal bruciante intenso desiderio di vendetta nei confronti del
brutalizzatore. Oltre alla coercizione, la sottomissione violenta può essere
perseguita mediante la ritorsione che porta ad azioni di violenza continua,
incessante, e giustificata dalla mancata obbedienza del soggetto. In entrambi i
casi, lʼesercizio della violenza fisica è finalizzato a ottenere obbedienza per
mezzo della mediazione emotiva della paura.
- b) Lʼorrorificazione personale prevede che il soggetto non sia direttamente
sottoposto alla bruttalizzazione, ma ne sia testimone diretto. Questa situazione
è drammaticamente costitutiva del processo di violentizzazione perché
funziona mediante una forma di vicarizzazione: lʼesperienza di unʼaltra persona
agisce come una sorta di apprendimento indiretto specifico.
- c) Con lʼaddestramento violento, il soggetto assume il ruolo di novizio, di
apprendista che viene introdotto alla socializzazione violenta in maniera
esperienziale, sul campo. Lʼ addestratore è un membro influente del gruppo
primario e una persona legata al novizio da un forte vincolo affettivo.   
2. La belligeranza è la fase nella quale il soggetto si rende conto che la violenza
e la modalità consueta mediante la quale in quella comunità, in quel contesto, è
lecito risolvere le controversie.
3. La fase delle prestazioni violente e quella in cui la persona riceve riconosce
unʼattribuzione pubblica di soggetto socialmente pericoloso. La belligeranza si
è rafforzata e confermata in situazioni in cui il soggetto ha sperimentato il
successo dellʼazione violenta per sé o per gli altri.
4. Con la virulenza, infine, il soggetto è pronto a innescare una o più azioni
violente al minimo accenno di provocazione. Il riconoscimento pubblico è ormai
definitivo, ma allʼinterno del gruppo primario questa interpretazione non ha
unʼaccezione negativa; al contrario, le crescenti manifestazioni di violenza sono
viste come una progressiva autonomizzazione delle figure autoritarie che hanno
guidato lo sviluppo della persona. I membri del gruppo primario si comportano
con cautela, evitando le provocazioni: “lʼironia sta nel fatto che il senso di
trepidazione che il soggetto adesso riconosce negli altri nei suoi confronti e lo
stesso sentimento che solo poco tempo prima egli stesso percepiva al cospetto
di altre persone“.

Alla fine di questo percorso evolutivo, il soggetto è pronto per mettere in atto
azioni molto gravi senza provare il rimorso delle conseguenze.
Lʼanalisi dei resoconti, unitamente allʼacuta osservazione e allʼesperienza che lo
stesso Athens ha maturato nei primi anni della sua vita in ambienti ad alto tasso
di criminalità violenta, ha consentito allʼautore di identificare e raffinare in
tornate successive di rilevazioni un modello che -ad oggi- può essere
considerato di buona utilità euristica soprattutto perché è molto vicino alle
tendenze della moderna psicologia sociale giuridica per la comprensione dei
processi sociali, sulle emozioni e sui processi decisionali che gli autori dei reati
violenti mettono in campo prima, durante e dopo la perpetrazione delle azioni.

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