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apas atialc
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Enrico Benelli

Iscrizioni etrusche
leggerle e capirle
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Proprietà letteraria riservata


SACI edizioni - Ancona
© 2006
ISBN-10: 88-902694-0-5
ISBN-13: 978-88-902694-0-0
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Prefazione

Sono passati ormai molti anni da quando, nel 1967, il compianto


Mauro Cristofani scrisse il primo manuale di epigrafia etrusca
destinato al pubblico degli appassionati, seguito un decennio più
tardi dal volumetto di Romolo Augusto Staccioli, che è ancora un
esempio straordinario di chiarezza di esposizione. Da allora la
manualistica si è andata orientando verso un taglio più decisamen-
te linguistico, nel quale spiccano la Introduzione allo studio dell’etru-
sco sempre di Mauro Cristofani (con la seconda edizione aggiorna-
ta del 1991) e i contributi ancora insuperati di Helmut Rix, il primo
del 1984 (nel volume Gli Etruschi: una nuova immagine, più volte
ristampato), e l’ultimo del 2004, alla vigilia della sua tragica scom-
parsa, nella Cambridge Encyclopedia of World’s Ancient Languages.
Queste opere autorevoli, con le quali non intendo minimamente
misurarmi, hanno però lo svantaggio di aiutare poco un lettore che
non abbia adeguate competenze etruscologiche a comprendere le
iscrizioni che si possono trovare nei musei o nelle necropoli etru-
sche. Paradossalmente, una manualistica che si ponga questo scopo
esiste solo in lingua inglese: paradossalmente perché l’Italia non è
solo il paese degli Etruschi, ma è anche quello nel quale l’etruscolo-
gia è nata, nel quale si pubblicano i principali periodici e collane di
monografie dedicate a questo tema, dove si svolgono i convegni più
importanti, dove sono praticamente tutte le cattedre di insegnamen-
to, dove vengono a studiare i colleghi stranieri… in una parola,
dove questa disciplina ha il massimo sviluppo e la massima diffu-
sione. Eppure, la divulgazione sull’epigrafia etrusca sembra affida-
ta nel nostro Paese solo ad editoria non scientifica (quando non
addirittura fantascientifica), come se divulgazione e correttezza
disciplinare fossero incompatibili.
Quando ho cominciato a scrivere questo volumetto, non avevo
la più vaga idea di che cosa ne sarebbe venuto fuori. A essere sin-
cero, ho dubitato a lungo della possibilità di realizzarlo. Rispetto ai
lavori di Cristofani e di Staccioli l’epigrafia etrusca si è complicata
enormemente: gli anni ’80 sono stati in questo senso l’inizio di una
rivoluzione. Si sono trovati nuovi documenti, si sono rilette vecchie
iscrizioni, la conoscenza della lingua ha fatto enormi balzi in avan-
ti, per non parlare di quella della cultura. A questo punto, le 20-30

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iscrizioni dei vecchi manuali non sono più sufficienti per dare un
campione adeguato dell’epigrafia etrusca. D’altra parte, approfon-
dire troppo il discorso significa anche andare a incontrare questio-
ni di soluzione non proprio immediata, che richiedono ragiona-
menti molto complessi e competenze piuttosto avanzate: questo
compito potrà spettare al coraggioso collega che intenderà rifare lo
storico ponderosissimo manuale del Buonamici; al momento non
aspiro a tanto. A questo punto resta la necessità di conciliare facili-
tà di lettura, accessibilità del testo ad un pubblico competente ed
interessato (ma pur sempre non professionista della materia), e
approfondimento e completezza della trattazione; non volendo
arrivare alle 450 pagine in quarto del Buonamici, il primo criterio
da sacrificare è proprio quello della totale completezza. Dopo lun-
ghe riflessioni e mesi di tentativi, ho selezionato circa 170 iscrizio-
ni che dovrebbero dare un’idea di quasi tutta l’epigrafia etrusca;
alcune cose restano fuori, ma è inevitabile. Comunque, la maggior
parte di ciò che è stato escluso è richiamato dalla bibliografia. E qui
giunge un altro punto dolente; una bibliografia completa avrebbe
richiesto un intero volume a sé. A questo punto ho dovuto privile-
giare le opere più recenti, anche se talora di qualità ed estensione
inferiore ad altre più datate: ma le più recenti servono anche di
rimando per la bibliografia precedente. Sono stato particolarmente
laconico, in materia di bibliografia, per le iscrizioni edite su fasci-
coli recenti del CIE. Opere vecchie di parecchi decenni sono inseri-
te soltanto lì dove mi è sembrato utile, soprattutto nei casi in cui
contengano notizie insostituibili.
Un criterio che ho cercato di seguire è stato quello di evitare di
inserire iscrizioni perdute o magari finite in collezioni private irrag-
giungibili; in qualche caso purtroppo ho dovuto derogare da questo
principio, o per completare dei contesti o perché l’iscrizione in que-
stione conteneva elementi di una certa importanza, che tenevo a
presentare. Poi c’è stato il problema delle fotografie: nelle edizioni
delle iscrizioni è sempre obbligatorio presentarle, ma spesso le
immagini fotografiche sono quasi completamente illeggibili.
Mettere delle fotografie di una qualche utilità avrebbe significato
imbarcarsi in una stampa ad altissima definizione, andando a
riprendere gli originali dai musei; una operazione complessa, che
sarebbe indispensabile per una pubblicazione scientifica, ma che
tutto sommato mi è sembrata superflua per un manuale, dove
comunque le iscrizioni si leggono dai disegni (apografi). E qui
subentra un altro problema, perché non di tutte le iscrizioni sono

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disponibili apografi utilizzabili: anche in questo caso ho cercato di


escludere tutte quelle mal documentate, ma talvolta non ne ho
potuto fare a meno. Quindi alcune delle schede sono provviste di
disegni sommari, i migliori disponibili in letteratura: il lettore si fidi
della trascrizione tipografica del testo. Se la lettura è diversa rispet-
to a quella reperibile nella bibliografia indicata, ciò è dovuto anche
in questo caso a mio intervento. Tutti i disegni sono stati tratti dalla
editio princeps delle iscrizioni, di solito indicata (a meno che non si
intenda il semplice rimando tramite il lemma degli Etruskische
Texte), tranne alcuni che sono rielaborazioni originali. L’apografo,
naturalmente, è anch’esso obbligatorio nelle pubblicazioni di iscri-
zioni etrusche, e deve essere sempre corredato di scala grafica; in
questo volume ho deciso di soprassedere sulla scala, perché molti
vecchi disegni ne sono sprovvisti, e non mi era possibile controllare
direttamente tutti i documenti in un tempo ragionevole: credo che
questa omissione sia irrilevante ai fini didattici che mi sono posto.
Allo stesso modo, nella trascrizione dei testi etruschi ho rinunciato
a tutti i segni diacritici, tranne le parentesi quadre per le integrazio-
ni, e le parentesi tonde per gli scioglimenti delle grafie abbreviate
nelle schede di commento. In particolare, non ho usato mai il punto
sottoscritto, che indica quelle lettere non leggibili con certezza, ma
ragionevolmente integrabili grazie all’insieme del testo; il motivo
sta nel fatto che le iscrizioni selezionate per le schede sono tutte di
lettura sicura, o comunque ricostruibile con sicurezza pressoché
assoluta, come si può vedere anche dagli apografi allegati ad ogni
scheda: ho preferito sacrificare parzialmente l’acribia filologica ai
fini di una maggiore chiarezza delle trascrizioni, non complicando-
le con puntini, crocette e altri segni. I criteri correntemente usati
nella edizione delle iscrizioni etrusche (per esempio, nella Rivista di
Epigrafia Etrusca e nel Corpus Inscriptionum Etruscarum) sono facil-
mente reperibili nella premessa del Thesaurus Linguae Etruscae.
L’articolazione del testo per schede mi è sembrata più agile e
gradevole che non una lunga trattazione teorica: quindi, dopo un
primo capitolo introduttivo, il lettore incontrerà direttamente le
iscrizioni trascritte e commentate. Le schede non sono tutte della
stessa estensione, perché ho cercato di non ripetere troppe volte i
medesimi concetti: le prime sono nettamente più lunghe e dettaglia-
te, mentre andando avanti diventano via via più succinte. Ogni
scheda, in sostanza, presuppone la lettura di quelle che la precedo-
no. A volte anche di qualcuna di quelle che seguono: ma in questo
caso c’è un esplicito rimando.

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Ancora qualche parola a proposito della terminologia linguisti-


ca: si tratta di uno scoglio importante che ha sinora reso buona parte
della manualistica difficilmente fruibile a lettori non specialisti. Per
questo motivo ho rinunciato espressamente a usare termini coeren-
ti dal punto di vista glottologico, a tutto vantaggio della leggibilità
del testo non solo per il dilettante, ma anche per lo studioso non
particolarmente introdotto nella materia. I termini sono usati in
base al loro significato in italiano comune, senza tener conto del
fatto che talora diverse scuole linguistiche possono attribuire
all’uno o all’altro una valenza descrittiva precisa e scientificamente
definita. Un glottologo potrebbe trovare molto scorretta una tale
disinvoltura: ma questo volume non è rivolto agli specialisti, che
certamente non ne hanno alcun bisogno; il suo principale obiettivo
è quello di essere comprensibile per chi specialista non è.
L’inserimento o l’esclusione di ogni iscrizione ha comportato
lunghe riflessioni, ricerche, confronti, sempre con l’obiettivo di
conciliare completezza (relativa) e maneggevolezza del volume.
Spero che il risultato valga gli sforzi. Spero soprattutto che serva a
far capire che gli Etruschi non sono marziani, sono un popolo che
vive in un certo luogo, in un certo momento storico, tessendo fitte
reti di rapporti con i popoli confinanti, e anche con civiltà più lon-
tane, grazie alla vivacità dei commerci marittimi e terrestri; le loro
iscrizioni sono il prodotto di una cultura epigrafica che ha sì pro-
prie caratteristiche, ma che non è una realtà isolata, nasce dal dia-
logo con tutte le civiltà con cui gli Etruschi sono in rapporto; i loro
testi epigrafici esprimono concetti semplici e chiari, collegati a pre-
cise esigenze culturali, e non i deliri paranoidi che attribuiscono
loro le traduzioni di tanta “manualistica” fantascientifica. L’ultima
parola spetta ai lettori.
Ciò detto, dovrei passare ai ringraziamenti; ma ringraziare tutti
quelli che mi hanno aiutato mi sembra un’impresa ardua, anche
perché rischierei di dimenticare più di qualcuno. E anche perché
dovrei ringraziare molte persone soprattutto per il loro aiuto indi-
retto, ossia non per il concreto lavoro di questo volume, ma per
avermi fatto conoscere e studiare le iscrizioni etrusche in tanti anni
di corsi, di dialoghi, di dibattiti, di critiche e di incoraggiamenti;
questi sono stati i miei maestri, e sono quelli ai quali sono e sarò
sempre più grato. Alcuni di loro non sono più tra noi. Tutti i nomi
potete trovarli facilmente nelle lunghe litanie che scandiscono la
bibliografia. Mi limito quindi a qualche ringraziamento particola-
re: a Maristella Pandolfini, per avermi tirato anche contro la mia

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volontà a partecipare alla gestione dei grandi progetti di epigrafia


etrusca; a Ignacio-Xavier Adiego Lajara, per avermi mandato il
dattiloscritto di un suo articolo geniale purtroppo ancora inedito
(non per sua colpa). E infine alle colleghe Laura Ambrosini e
Valentina Belfiore per aver avuto la tenacia di offrirsi coraggiosa-
mente per un servizio di help-on-line negli ultimi giorni frenetici
di chiusura del testo.

Punos!
Luglio 2006

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Capitolo I

Introduzione
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1. LE ISCRIZIONI ETRUSCHE

1.1 Introduzione alla materia


Le iscrizioni etrusche a tutt’oggi conosciute sono circa 10.000; il
numero preciso può variare, oltre che per il continuo apporto di
nuove scoperte (e in qualche caso anche di revisioni che permetto-
no di eliminare testi spuri), anche per le diverse modalità di conteg-
gio adottate nei diversi repertori. Esiste, infatti, una quantità note-
vole di “sigle” (ossia lettere isolate, o gruppi di due o tre lettere),
iscritte su supporti di ogni genere (soprattutto vasi), che possono
essere conteggiate o meno fra le iscrizioni. Il significato delle sigle
non può essere interpretato in modo univoco: in qualche caso si
tratta certamente di abbreviazioni di nomi di proprietari (soprattut-
to quando si trovano servizi di vasi con la medesima sigla nel mede-
simo contesto), in altri possono servire per distinguere lotti di mate-
riali nel ciclo produttivo, come nel caso delle sigle solcate nella cera-
mica prima della cottura, con un significativo addensamento della
lettera a (= 1?; inizio serie?) e della c (= 50); ancora, le sigle possono
servire come indicazioni per l’assemblaggio di pezzi (per esempio:
le terrecotte architettoniche del santuario di Portonaccio a Veio,
quelle del santuario dei Fucoli a Chianciano, o anche le parti del
letto di bronzo deposto nella tomba Regolini-Galassi), oppure pos-
sono aver indicato la destinazione degli oggetti.
Le iscrizioni vere e proprie sono catalogabili, nella larghissima
maggioranza dei casi, in precise classi epigrafiche; questo è un feno-
meno ricorrente in tutte le produzioni epigrafiche dell’antichità, e
trova la sua spiegazione nel fatto che i documenti iscritti a noi per-
venuti sono stati concepiti di norma per una loro persistenza nel
tempo, e non in modo estemporaneo, ma seguendo i criteri di una
ben definita cultura epigrafica. Questo modo di scrivere si distacca
dalla pratica corrente e quotidiana della scrittura, che faceva uso di
supporti in materiale organico (papiro, pergamena, tavolette cerate,
corteccia e altri ancora), conservati solo in rarissimi casi, lì dove le
condizioni ambientali di giacitura (estremamente secche o estrema-
mente umide e costanti nel tempo) lo hanno permesso; esistono
anche altri tipi di scritture estemporanee (graffiti su pareti), che
comunque sono sopravvissuti anch’essi in modo occasionale.
Quello che noi possediamo di scritto, in conclusione, è per lo più
proprio ciò che fin dall’inizio fu previsto per una lunga durata; que-
sto uso della scrittura rappresenta una anomalia rispetto alla prati-
ca scrittoria normale, e segue metodi e moduli che se ne differenzia-

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no anche di molto. In estrema sintesi, si può dire che si definisce cul-


tura epigrafica, l’insieme dei criteri che guidano nella redazione di
un testo epigrafico (motivo e/o occasione dell’iscrizione, sue forme
monumentali, grafiche e sintattiche, suo contenuto, scelta del suo
supporto, sua collocazione).
Non tutte le civiltà antiche in possesso della scrittura svilupparo-
no una cultura epigrafica; alcune lingue trovarono espressione epi-
grafica saltuaria, anche in casi in cui il livello di sviluppo della scrit-
tura indica una pratica usuale certamente non trascurabile; in questi
casi vi possono essere iscrizioni realmente estemporanee, o riprese
dei criteri della cultura epigrafica propria di aree culturali confinanti.
Prima di iniziare a entrare nell’argomento, è necessario fare una
breve premessa cronologica. Tutte le date alle quali si farà riferi-
mento vanno intese avanti Cristo, salvo diversamente indicato.
Infatti la storia dell’epigrafia etrusca si conclude sostanzialmente
attorno alla metà del I secolo a.C., con pochissimi testi che si posso-
no far risalire alla seconda metà di quel secolo; a tutt’oggi è nota
solo una iscrizione etrusca (o forse due) certamente databile all’ini-
zio del I secolo d.C.
Nella storia dell’epigrafia etrusca si distinguono due fasi crono-
logiche caratterizzate da particolarità ben precise: vi è una fase
arcaica, che corrisponde ai periodi orientalizzante e arcaico della
periodizzazione archeologica (VII-V secolo), e una fase recente (IV-
I secolo). Il discrimine tra le due fasi è rappresentato dal V secolo,
nel quale la documentazione conosce una vistosa contrazione e si
verificano dei mutamenti piuttosto profondi nell’intera cultura epi-
grafica: cambiano il modo di scrivere, i supporti, le formule, cam-
biano le forme delle lettere, e cambia l’ortografia delle parole e dei
nomi. Il V secolo, convenzionalmente inserito nella fase arcaica, è in
realtà un periodo di transizione, nel quale possono convivere (al
limite anche all’interno della medesima iscrizione) forme caratteri-
stiche della fase arcaica e forme della recente: segno, questo, che i
cambiamenti dovettero essere graduali.

1.2 Pubblicazioni e raccolte


La pubblicazione ufficiale (editio princeps) delle iscrizioni etrusche è
il Corpus Inscriptionum Etruscarum, uno dei grandi corpora epigrafici
iniziati alla fine del XIX secolo dall’Accademia delle Scienze di
Berlino. Come tutte le opere monumentali, è cronicamente incom-
pleta, dal momento che i criteri di edizione delle iscrizioni sono
molto severi e comportano un lavoro estremamente accurato da

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parte dei redattori; il tempo di preparazione dei singoli fascicoli è


quindi molto lungo. D’altra parte, la modesta disponibilità di fondi
per opere di questo genere, diventata sempre più grave con il pas-
sare del tempo, rende impossibile mettere in lavorazione più fasci-
coli contemporaneamente. Il CIE è stato diviso in tre volumi; ma, a
differenza degli altri corpora epigrafici, ognuno dei volumi è distin-
to da un diverso lotto di numeri, e non dal numero di volume: in
questo modo ogni iscrizione è identificata semplicemente dal pro-
prio numero individuale, e non è necessario aggiungere l’indicazio-
ne del volume. Una prima parte (volume I) fu redatta inserendo
tutte le iscrizioni, a qualunque categoria appartengano, ed è nume-
rata a partire da 1. A seguire, fu distinta una seconda parte nella
quale fu introdotta la distinzione fra tituli e instrumentum, ben radi-
cata nella tradizione di studi di epigrafia greca e latina; per questo
motivo la raccolta fu divisa in due sezioni: la prima (volume II,
parte 1) comprende i soli tituli, ossia le iscrizioni su supporti di
carattere monumentale (sarcofagi, urne, tombe, le rare iscrizioni di
carattere pubblico, e così via), ed è numerata a seguire il volume I.
Quindi fu aggiunta una sezione speciale (volume II, parte 2), nume-
rata a partire da 8000, comprendente le iscrizioni etrusche delle
regioni esterne all’Etruria “propria”. La seconda sezione della
seconda parte (volume III), a partire da 10.000, comprende l’instru-
mentum delle città inserite nella sezione 1 del volume II, ossia le
iscrizioni su supporti mobili (vasi, statuette, ecc.).
Del CIE sono editi i seguenti fascicoli:
Volume I (Etruria settentrionale): tutti i fascicoli sono stati editi fra il 1893 e il 1902,
con l’aggiunta di un additamentum (aggiornamento), e riuniti in volume unico nel 1902,
da Karl Pauli, Olav Augustus Danielsson e Bartolomeo Nogara; coprono i territori di
Fiesole, Volterra, Siena e zone circostanti, Arezzo, Cortona, Chiusi e Perugia.

Volume II, sezione 1 (Etruria meridionale: ma la divisione è impropria, dal


momento che comprende anche aree certamente assegnabili a quella settentrionale,
per motivi geografici, culturali e epigrafici): fascicolo 1 (Orvieto, Bolsena e l’agro vol-
siniese), a cura di Olav Augustus Danielsson (1907); fascicolo 2 (Populonia, Vetu-
lonia, Sovana, Heba, Vulci e territori), sempre a cura del Danielsson (1923); fascicolo
3 (Tarquinia), iniziato dal Danielsson e terminato da Ernst Sittig (1936).

Volume II, sezione 2: fascicolo 1 (agro falisco e capenate, comprese le iscrizioni


falische e italiche), a cura di Gustav Herbig (1912).

Supplemento (Mummia di Zagabria), a cura di Gustav Herbig (1919-1921).

Dopo la seconda guerra mondiale, l’opera resta lungamente interrotta e viene


ripresa a cura dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici di Firenze, in accordo
con gli originali titolari del progetto; da allora, questo è l’unico dei grandi corpora epi-

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grafici ad avere la redazione in un paese diverso dalla Germania. Il finanziamento per


la pubblicazione dell’opera è fornito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, che dal
1995 ha assunto anche la piena cura redazionale del CIE, tramite l’Istituto di
Archeologia Etrusco-italica (poi confluito nell’attuale Istituto di Studi sulle Civiltà
Italiche e del Mediterraneo Antico). Da allora sono usciti i seguenti fascicoli:

Volume II, sezione 1: fascicolo 4 (territorio di Tarquinia; Cerveteri e territorio), a


cura di Mauro Cristofani (1970).

Volume II, sezione 2: fascicolo 2 (Lazio e Campania), a cura di Mauro Cristofani,


Maristella Pandolfini Angeletti e Giuseppe Coppola (1996).

Volume III: fascicolo 1 (Tarquinia e territorio), a cura di Maristella Pandolfini


Angeletti (1982); fascicolo 2 (Orvieto, Bolsena e territorio), a cura della stessa e di
Giuliana Magini Carella Prada (1987); fascicolo 3 (Vulci e territorio), a cura sempre di
Maristella Pandolfini Angeletti (1994); fascicolo 4 (Roselle e Vetulonia e loro territo-
ri), a cura di Adriano Maggiani e Serena Zambelli (2004).
Attualmente è in stampa il fascicolo 5 del volume II, sezione 1 (Veio e territorio,
con aggiornamento del fascicolo 1 della sezione 2 dello stesso volume II; contraria-
mente alla norma introdotta per questa sezione del CIE, la particolare consistenza
dell’epigrafia veiente, formata quasi solo da instrumentum, ha consigliato di fare un
fascicolo unico come si era fatto nel volume I: Giovanni Colonna e Daniele Federico
Maras), mentre sono in preparazione i fascicoli 5 e 6 del volume III (Cerveteri e ter-
ritorio: Maristella Pandolfini Angeletti; Populonia e territorio: Adriano Maggiani) e i
fascicoli 4 e 5 del volume II, sezione 2 (Etruria padana, compreso il Mantovano e
Adria: Giuseppe Sassatelli; Liguria, Gallia, territori e isole del Mediterraneo occiden-
tale e centrale: Giovanni Colonna).

Come si può notare, alcune aree dell’Etruria sono ancora scoper-


te o coperte solo da edizioni molto datate, che in qualche caso neces-
sitano di revisioni, soprattutto per i criteri di interpretazione di
quelle iscrizioni perdute e mal documentate, che le attuali cono-
scenze linguistiche e onomastiche permettono di comprendere
meglio. Ciononostante, il CIE rappresenta sempre l’edizione più
completa disponibile, e le sue lezioni sono spesso le migliori esi-
stenti, soprattutto per quanto riguarda i fascicoli più moderni; i cri-
teri di edizione richiedono anche uno studio archeologico esaurien-
te dei supporti epigrafici e dei contesti di ritrovamento, senza i quali
non è possibile capire le iscrizioni.
A fianco del CIE esiste dal 1991 una raccolta molto ampia di
iscrizioni etrusche che l’autore, il compianto Helmut Rix, ha voluto
chiamare modestamente editio minor (nel senso che rinuncia voluta-
mente alla completezza del CIE descrivendo i supporti in maniera
sommaria, non indicando i contesti e omettendo le iscrizioni infe-
riori alle tre lettere o con forti difficoltà di lettura): gli Etruskische
Texte. Poiché si tratta di una edizione quasi completa delle iscrizio-
ni etrusche conosciute fino al 1990, questa raccolta ha sostituito le

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altre nell’uso quotidiano della ricerca; tuttavia il testo va maneggia-


to con estrema cautela, e richiede una ottima conoscenza della
materia per poter essere consultato con confidenza. Infatti gli auto-
ri, oltre a omettere per precisa scelta editoriale molte indicazioni
essenziali che il consultatore è costretto ad andare a reperire nella
bibliografia (peraltro non sempre citata in modo adeguato), hanno
operato secondo criteri fortemente interpretativi; lì dove ci si trova
di fronte a letture molto incerte (per esempio nel caso di iscrizioni
perdute, da ricostruire attraverso qualche confuso appunto di eru-
diti dei secoli passati) viene data soltanto l’interpretazione, senza
che sia possibile risalire al materiale in base al quale questa è stata
ottenuta (poiché gli ET contengono solo testo tipografico e non dise-
gni); e le interpretazioni, spesso comunque condivisibili, talvolta
sono però troppo congetturali per poter essere utilizzate scientifica-
mente con qualche certezza. Anche sulle iscrizioni note ed accessi-
bili sono state eseguite numerose riletture, talora francamente
migliorative o comunque possibili, altre volte congetturali se non
inverosimili. Oltre a ciò non mancano banali sviste tipografiche, che
sono forse più numerose di quelle che una silloge dovrebbe conte-
nere. Oltre a questo, la circostanza che gli autori siano tutti glottolo-
gi ha fatto sì che siano incorsi talora in infortuni dovuti alla sottova-
lutazione degli aspetti archeologici degli oggetti iscritti. In conclu-
sione, gli Etruskische Texte, croce e delizia di tutti gli studiosi di epi-
grafia etrusca, sono certamente una edizione importantissima, da
prendere nella massima considerazione, anche perché l’autorità dei
suoi redattori è assolutamente fuori discussione; molte correzioni di
vecchie letture sono certamente condivisibili, altre vanno seriamen-
te meditate. Tuttavia, l’alta percentuale di errori e di congetture
troppo ardite, e soprattutto l’assenza di un apparato critico che per-
metta una rapida valutazione delle lezioni prescelte, sono elementi
che rendono possibile un uso corretto della raccolta solo agli esper-
ti; già più di una volta le letture arbitrarie e gli errori degli ET hanno
tratto in inganno anche studiosi tutt’altro che alle prime armi.
Oltre a queste due edizioni principali, l’unica silloge di carattere
generale è quella dei Testimonia linguae Etruscae, pubblicata in due edi-
zioni, nella quale Massimo Pallottino selezionò meno di un migliaio di
iscrizioni che dessero uno specchio completo della documentazione
linguistica etrusca; l’opera fu redatta con cura eccezionale, tanto da
rimanere valida molto a lungo, ma oggi è da considerarsi sostanzial-
mente superata. Hanno invece un valore esclusivamente documenta-
rio le opere anteriori al CIE, come il Corpus Inscriptionum Italicarum, la

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pionieristica raccolta di tutte le iscrizioni preromane d’Italia compiuta


in modo (per l’epoca) piuttosto accurato da Ariodante Fabretti nel
1867, in seguito arricchita di tre supplementi (fino al 1878), e poi di
un’appendice ad opera di Gian Francesco Gamurrini (1880). Così pure
ha valore solo di riferimento bibliografico la Nuova Raccolta di Iscrizioni
Etrusche (NRIE) di Mario Buffa (1935).
A parte queste sillogi, le iscrizioni etrusche sono di norma edite
insieme al loro contesto, quindi nel normale circuito delle pubblicazio-
ni archeologiche (più raramente linguistiche); è raro che si dedichino
monografie solo alle iscrizioni etrusche: in questi casi si tratta di soli-
to dell’edizione di materiali provenienti dal medesimo sito o conser-
vati nel medesimo museo. La rivista Studi Etruschi, organo dell’Istituto
Nazionale di Studi Etruschi e Italici, in ogni numero contiene una
Rivista di Epigrafia Etrusca, dedicata alla pubblicazione di iscrizioni
etrusche inedite, alla correzione di documenti già editi, o a schede cri-
tiche: la REE è a tutt’oggi il principale collettore per la edizione o rie-
dizione di materiale epigrafico etrusco.
Opera di importanza fondamentale è il Thesaurus linguae
Etruscae, ossia l’indice completo di tutte le parole etrusche conosciu-
te, comprese le lettere singole e le abbreviazioni. Il primo volume fu
pubblicato nel 1978, ed è stato successivamente arricchito di un
indice inverso e di supplementi, fino al 1998. Purtroppo il cumulo
dei supplementi rende l’indice di difficile consultazione, e l’enorme
accelerazione di nuove scoperte e rettifiche a partire dagli anni ’90
lo ha reso rapidamente datato. Per questo motivo, è in corso la rie-
dizione completa del volume, aggiornata al 2004, che sarà pubblica-
ta entro il 2006. Secondo il progetto originario, concepito da
Massimo Pallottino seguendo idee già discusse e meditate da alcu-
ni suoi predecessori, questo indice dovrebbe essere completato da
un vero e proprio vocabolario (volume II), del quale sono stati fissa-
ti per ora solo i criteri redazionali di massima.
Uno strumento utile è anche il recente volume di M. MORANDI
TARABELLA, Prosopographia etrusca. I. Corpus. 1. Etruria meridionale,
Roma 2004, che offre una buona raccolta del materiale onomastico
etrusco-meridionale con un commento articolato per schede e una
ampia bibliografia.

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2. LA SCRITTURA

2.1 Le origini dell’alfabeto etrusco


L’alfabeto etrusco viene elaborato nell’VIII secolo a.C. adottando
come modelli gli alfabeti dei Greci di diverse città, che, nel corso di
quel secolo, cominciarono a frequentare le coste italiane con crescen-
te intensità; l’insieme dei segni (grafemi) scelti dagli Etruschi per
scrivere la loro lingua deriva in larghissima parte da quello usato dai
Greci dell’Eubea, che appaiono come i maggiori promotori del movi-
mento commerciale e dello stanziamento coloniale nel Tirreno fin
dalle sue prime tappe. In tempi recenti, stanno emergendo alcune
tracce di un tipo di scrittura con forme alternative rispetto a quelle
dell’alfabeto etrusco storico, che si sarebbe diffusa nella penisola
con qualche decennio di anticipo, e che sarebbe poi convissuta fin
verso la metà del VII secolo con il modello poi definitivamente
affermatosi; questa scrittura primitiva tuttavia è sinora documenta-
ta solo da pochi frustuli, e in questa sede non se ne darà conto. Il
processo di acquisizione della scrittura alfabetica da parte degli
Etruschi si distingue da quasi tutti gli altri fenomeni analoghi veri-
ficatisi nel mondo mediterraneo nel corso del I millennio a.C. grazie
ad alcune particolarità, che tendono a sottolineare l’enorme presti-
gio di “modello” che dovette avere l’alfabeto euboico nell’Etruria del
tempo. Gli Etruschi rifiutano quasi completamente il principio di
rifunzionalizzazione dei grafemi che viene invece correntemente messo
in pratica da quasi tutte le culture che acquisiscono una scrittura
alfabetica da altri; con questo termine si intende il procedimento con
il quale, in un determinato sistema scrittorio, viene attribuito a un
segno un suono diverso da quello che aveva nel sistema scrittorio
originario. Questo accade perché l’insieme dei suoni (fonemi) delle
diverse lingue non è mai completamente coincidente, e ogni lingua
ha dei suoni in più e dei suoni in meno rispetto a un’altra. Per que-
sto motivo, quando viene trasmessa la scrittura, alcuni segni (grafe-
mi) risultano “muti”, ossia inutili, in quanto il fonema che esprime-
vano nella lingua che cede il proprio alfabeto non esiste nella lingua
che lo riceve; viceversa ci saranno inevitabilmente dei suoni che non
hanno corrispondente nel sistema che funge da modello, per i quali
quindi è necessario inventare dei nuovi segni. Le numerose trasmis-
sioni di scritture alfabetiche che si verificano in area mediterranea
nel corso del I millennio a.C. sembrano però improntate a un princi-
pio di economia di grafemi: in pratica, prima di inventare segni
nuovi, si cercava di rifunzionalizzare i segni “muti”, attribuendo

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loro un valore anche molto diverso rispetto a quello originario. In


Italia centrale esiste un altro alfabeto derivato direttamente dal greco
euboico, e precisamente l’alfabeto dei Sabini della val Tiberina, che
applica regolarmente il principio della rifunzionalizzazione; i Sabini,
infatti, avevano sette vocali, due in più rispetto al modello greco; tut-
tavia, poiché due consonanti del greco erano prive di corrisponden-
te in sabino, i segni che le individuavano vennero, appunto, rifun-
zionalizzati ad indicare queste due vocali.
Per quanto riguarda le modalità di acquisizione della scrittura
alfabetica gli Etruschi rappresentano quindi una eccezione, per la
loro volontà di conservazione dei valori fonetici originari dei grafe-
mi. In pratica, esiste un solo caso di rifunzionalizzazione, che non
avviene nemmeno in maniera immediata e lineare: il problema nasce
dalla notazione del suono /k/ (= c dura), che viene risolta in due
modi differenti nelle due aree geografiche, quella settentrionale e
quella meridionale, nelle quali si suddivide la storia della scrittura
etrusca. In ambito settentrionale si adotta la semplicissima soluzione
di utilizzare il grafema greco <k>, che serviva a indicare proprio
quel suono anche nel modello; nel sud, viceversa, viene adottato un
sistema piuttosto macchinoso, che causa non pochi errori e incertez-
ze ortografiche da parte degli scribi, tanto che sarà rapidamente
abbandonato per una soluzione più semplice. In questa regione,
infatti, forse allo scopo di cercare di utilizzare un sistema alfabetico
più vicino possibile a quello greco per la quantità dei grafemi, si ten-
dono a distinguere le diverse sfumature che può assumere il suono
/k/ a seconda del contesto nel quale è impiegato; di fronte a /u/ si
utilizza quindi il grafema <q> (che i Greci ponevano in origine per
indicare /k/ davanti a <o>, sistema poi rapidamente abbandonato
in favore di una generalizzazione di <k>); di fronte ad /a/ si scrive
<k>; di fronte ad /e/, /i/ e consonanti, dove il fonema /k/ tende ad
assumere connotati di sonorità, si scrive il gamma, che in greco nota-
va appunto la velare sonora /g/ (= g dura), inesistente in etrusco. La
maggiore frequenza di utilizzo del grafema del gamma (che gli
Etruschi scrivevano nella forma lunata tipica dell’alfabeto euboico,
da cui la traslitterazione con <c>) fece sì che, quando si decise di
semplificare il sistema, si passò a usare <c> in tutti i casi. Al passag-
gio fra IV e III secolo a.C., quando l’Etruria settentrionale recepisce
modelli alfabetici di origine meridionale, anche qui viene abbando-
nato il <k> in favore del <c>. Proprio a causa della mediazione etru-
sca, anche l’alfabeto latino usa <c> per indicare /k/ anziché /g/,
come invece avveniva nel modello greco.

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I grafemi euboici che per la scrittura dell’etrusco erano inutili, per-


ché la lingua etrusca non possedeva i fonemi ad essi corrispondenti (b,
d, o) restano inutilizzati. Poiché però l’etrusco aveva due fonemi che
mancavano nel modello greco, il rifiuto di rifunzionalizzare i segni
rimasti “muti” rese necessaria l’adozione di nuovi grafemi; il primo fu
introdotto immediatamente all’atto della codificazione della scrittura
etrusca, mentre per il secondo bisognerà attendere del tempo.
Il primo suono, che gli Etruschi avevano assoluta necessità di
notare perché aveva un valore discriminante nella declinazione del
nome, era una sibilante diversa rispetto alla /s/, che, seguendo una
proposta di Helmut Rix, si usa indicare convenzionalmente come
/s/ (anche se non è ancora del tutto chiaro quale fosse la sua reale
differenza fonetica rispetto a /s/). Per indicare i due fonemi, gli
Etruschi introducono, a fianco del sigma, una variante grafica ruotata
di 90° (che ha quindi la forma di una M), utilizzata in alcuni alfabeti
greci (e chiamata convenzionalmente san, anche se non è certo che il
suo nome fosse veramente questo), tra i quali quello dei Corinzi,
anch’essi precoci frequentatori delle coste italiane e siciliane. Nella
originaria sequenza alfabetica etrusca è presente anche un altro gra-
fema di sibilante espunto da quasi tutti gli alfabeti greci, il samekh, che
non fu mai usato nella scrittura reale. Questo segno si trova rappre-
sentato in una forma del tutto inusuale, che ha un unico confronto
fuori dall’Etruria in un alfabetario proveniente da Eretria, che sem-
brerebbe testimoniare per l’Eubea dell’VIII secolo la convivenza di
diverse tradizioni alfabetiche (una circostanza che sta gradualmente
emergendo anche per l’Attica, l’unica altra regione della Grecia con
una adeguata documentazione epigrafica per epoche così remote).
Tutti questi fenomeni, che non trovano confronto in altri ambiti cul-
turali, indicano che le scuole scribali etrusche avevano la costante
preoccupazione di rispettare dei modelli alfabetici preesistenti, che
evidentemente erano considerati prestigiosi, paradigmatici e in qual-
che modo vincolanti. E quindi non c’è da stupirsi se ci vorrà più di un
secolo prima che gli Etruschi decidano di adottare un ulteriore grafe-
ma, desumendolo da uno inventato dai molto più disinvolti Sabini,
per esprimere il suono /f/, che mancava nel modello greco; fino ad
allora il suono era stato espresso con una combinazione delle due let-
tere (digramma) vh (o, alternativamente hv).
La sequenza alfabetica etrusca ci è tramandata da alcuni docu-
menti iscritti definiti “alfabetari”; in sostanza si tratta di alfabeti
tracciati su supporti di vario genere, secondo un uso che gli Etruschi
condividono con numerose altre culture scrittorie del Mediterraneo

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antico; per rimanere all’Italia, si conoscono anche alfabetari greci,


latini, venetici e osci. Gli alfabetari più antichi (VII secolo a.C.), con-
venzionalmente indicati come “alfabetari di prima fase”, riproduco-
no sempre la sequenza alfabetica teorica, ossia quella euboica arric-
chita dei due segni supplementari di sibilante. Successivamente,
anche gli alfabetari terranno conto delle evoluzioni avvenute nella
storia della scrittura e della pratica scrittoria reale, dapprima sop-
primendo i segni ridondanti, poi incorporando, in fondo alla se-
quenza, il nuovo segno della <f> a 8.

2.2 Scrittura e traslitterazione


Nella tabella che segue sono indicati i principali tipi grafici del-
l’etrusco, escludendo le varietà, che verranno illustrate nelle schede
relative alle singole iscrizioni. Le due sezioni corrispondenti alle
diverse fasi cronologiche nelle quali si distingue lo sviluppo storico
dell’epigrafia etrusca sono a loro volta suddivise in due colonne:
nella prima sono riportate le forme più diffuse, nella seconda quel-
le più rare, spesso di uso limitato nel tempo o nello spazio.
Una nota preliminare va dedicata al sistema di traslitterazione
delle sibilanti: in questa sede si utilizza il sistema elaborato già nel
XIX secolo e codificato nei principali repertori, che prevede una
semplice traslitterazione dei grafemi etruschi senza una interpreta-
zione fonetica: sigma è sempre indicato con <s>, san con <ś>. Dal
momento che nell’Etruria meridionale il sigma nota /s/ e il san nota
/s/, mentre nell’Etruria settentrionale avviene l’opposto (<s> =
/s/; <ś> = /s/), le grafie delle due aree sono in molti casi invertite;
tuttavia questo sistema tradizionale si è rivelato alla prova dei fatti
più semplice ed economico rispetto alle traslitterazioni interpretati-
ve adottate nella silloge degli Etruskische Texte, che hanno creato più
problemi di quanti non ne abbiano risolti.
La direzione della scrittura è normalmente sinistrorsa (ossia da
destra a sinistra). Le iscrizioni destrorse rientrano prevalentemente
in quattro gruppi principali: il primo è formato da alcune delle iscri-
zioni più antiche, prima che si codificasse l’andamento sinistrorso;
il secondo è un insieme di testi che risente di un tentativo di rifor-
ma grafica di ambiente cerite-veiente tra la fine del VII e l’inizio del
VI secolo; il terzo è formato da alcune didascalie e bolli, che devono
l’inversione del ductus o a ragioni di spazio o all’incisione del testo
in direzione sinistrorsa nella matrice; il quarto da alcuni documenti
molto tardi, che risentono della scrittura latina.
Le interpunzioni non vengono introdotte immediatamente nella

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scrittura etrusca; i documenti più antichi sono tutti in scriptio conti-


nua (ossia ininterpunti), un uso che prosegue anche dopo l’introdu-
zione dei segni separatori di parola. Questi sono rappresentati pre-
valentemente da un punto a mezza altezza nella linea di scrittura o
da due punti; più di rado si trovano tre punti, mentre un numero
maggiore è assolutamente eccezionale. Alcune iscrizioni impiegano
al loro interno interpunzioni diverse. In qualche caso rarissimo si
riscontra l’uso di segni alternativi, come linee verticali o a zig-zag.
Un discorso a parte merita la cosiddetta interpunzione sillabi-
ca, una innovazione introdotta dalla medesima scuola scribale
cerite-veiente che tentò di imporre l’andamento destrorso e altre
novità grafiche di carattere ellenizzante tra la fine del VII e la
prima metà del VI secolo; al di fuori di questi due centri il suo uso
è raro e irregolare. Questa usanza grafica incontrò particolare e tar-
diva fortuna fuori dell’Etruria propria, nella Campania settentrio-
nale, dove sopravvive fino al V secolo. Dall’Etruria l’interpunzio-
ne sillabica raggiunse anche il Veneto, assurgendo a carattere
distintivo della pratica scrittoria venetica, fino ad età recentissima.
Questo sistema di notazione grafica è strettamente collegato ai
metodi di insegnamento della scrittura, che nell’antichità classica
(come è ben documentato non solo dai testi greci e romani, ma
anche dal rinvenimento di papiri iscritti con esercizi scolastici in
greco) assumevano a unità-base la sillaba aperta, composta da una
consonante seguita da una vocale; con l’interpunzione sillabica
venivano isolate fra due punti tutte le lettere che contravvenivano
a questo schema principale. L’applicazione corretta di queste inter-
punzioni è piuttosto laboriosa, soprattutto in una lingua come
l’etrusco che tende a passare gradualmente dalla grafia arcaica,
piena di vocali (che in qualche caso sono certamente scritte in
modo puramente convenzionale, per il rispetto del principio della
sillaba aperta come unità della articolazione fonetica, in posizioni
dove vi doveva essere un suono appena accennato e indistinto) a
una sempre più iperconsonantica, dove le sillabe aperte, almeno
nella notazione grafica, erano quasi scomparse. Nelle iscrizioni
con interpunzione sillabica le incertezze e le imprecisioni sono
molto frequenti.

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Per i commenti alle varianti paleografiche e alla loro distribu-


zione nel tempo e nello spazio, si rinvia alle schede delle iscrizioni
dove queste compaiono; in questo paragrafo ci si limita a note espli-
cative utili alla corretta comprensione della tabella.
Lettera b: si tratta di una delle “lettere morte”, in quanto il fone-
ma attribuitole dal modello greco (così come dall’alfabeto latino) è
assente in etrusco; essa viene tuttavia usata una sola volta, per la
parola abat, il nome etrusco dell’alfabeto o forse dell’alfabetario, for-

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mato unendo i nomi delle prime due lettere dell’alfabeto modello (e


non dell’alfabeto reale, in ossequio al medesimo principio di estre-
ma conservazione che caratterizza il processo di acquisizione della
scrittura alfabetica da parte degli Etruschi).
Lettera c: la forma angolata o a uncino, vicina ai tipi di gamma
più comuni nelle scritture greche, viene introdotta nel secondo
quarto del VII secolo a.C. ed è attestata esclusivamente nell’alfabe-
tario di Marsiliana d’Albegna e in alcune iscrizioni di eccezionale
cura e complessità redatte sul piede di una serie di kyathoi monu-
mentali in bucchero, la cui produzione sembra concentrata a Caere,
pur trovando una certa diffusione. L’esperimento non ebbe seguito,
e deve probabilmente intendersi come la prima delle diverse rifor-
me grafiche di segno ellenizzante tentate in Etruria meridionale in
età arcaica, e sistematicamente fallite.
Lettera d: anch’essa una “lettera morta”. Nel tardo I secolo a.C.,
quando una comunità di origine etrusca prese parte alle assegnazio-
ni di terre a veterani effettuate da Augusto nell’agro di Thuburbo
Maius (in Tunisia), decise di redigere i propri cippi confinari in etru-
sco invece che in latino, e utilizzò una scrittura dalle singolari carat-
teristiche paleografiche, evidentemente opera di ricostruzione erudi-
ta. In questo contesto si inventò una sorta di t sormontata da un semi-
cerchio per indicare il suono /d/, per traslitterare in etrusco il nome
(latino) della comunità. Per maggiori dettagli cfr. la scheda n° 113.
Lettera e: la forma invertita, che si è proposto di traslitterare con
ê, viene inventata quasi certamente a Cortona per indicare la /e/
lunga derivante da monottongazione (ai>e) o da allungamento di
compenso per la semplificazione di gruppi consonantici. Il suo uso,
regolare nella Tavola di Cortona (cfr. p. 260), è invece meno frequen-
te e soggetto a qualche imprecisione nelle iscrizioni più correnti; il
grafema compare anche occasionalmente nel territorio chiusino.
Lettera q: la forma a croce nasce probabilmente a Vulci, e compa-
re in diverse città etrusche, ma sempre in modo molto sporadico;
solo a Chiusi, per un breve periodo di tempo, fra VI e V secolo a.C.,
questo tipo di q diventa prevalente, tanto che si parla talora impro-
priamente di “theta chiusino”.
Lettera m: la forma semplificata a V capovolta è introdotta nella
media Valdichiana verso la fine del III secolo a.C., e conosce una dif-
fusione geograficamente limitata.
+
Lettera s: si tratta del samekh fenicio, in una forma rielaborata in
Eubea nell’VIII secolo; compare solo negli alfabetari di prima fase e
non è mai utilizzata nella scrittura reale.

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Lettera o: altro “segno muto” dell’alfabeto modello. Nella bilin-


gue di Pesaro, datata a età cesariana (cfr. scheda n° 66), compare un
segno a occhiello con due code chiaramente imparentato con la
scrittura venetica (e con le rune, la cui formazione matura proprio a
partire da quei modelli), dove vale /o/; che abbia un identico valo-
re anche nel testo di Pesaro deve considerarsi certo, al di là di alcu-
ne speculazioni più o meno fantasiose che pure sono state avanza-
te. Per ulteriori considerazioni si rimanda alla scheda relativa.
Lettera ś: la forma con le due aste diagonali incrociate (cosiddet-
to “san a farfalla”) è caratteristica delle iscrizioni della Campania
settentrionale interna (Capua, ecc.), ma compare sporadicamente
anche nell’Etruria padana.
Lettera s∫ : la forma multilineare è di uso limitato, confinata pres-
soché esclusivamente a Cerveteri e Veio, in alternativa alla più
comune forma a tre tratti. Il sigma a 4 tratti, di uso più frequente,
è anch’esso inizialmente usato in queste medesime città come
forma alternativa (e infatti non ha una propria posizione nella
sequenza alfabetica). In seguito, tuttavia, questo grafema acquisisce
a Cerveteri un valore ben preciso; infatti la scrittura cerite, unica fra
tutte quelle etrusche, in un primo momento rifiuta di distinguere
graficamente le due sibilanti /s/ e /s/, forse per una volontà di
dare alla scrittura una intonazione più grecizzante (anche se il
segno <ś> è conosciuto, come mostrano gli alfabetari: per questo è
chiaro che, se la genesi della scrittura etrusca avvenne in un solo
luogo, questo non fu certo Cerveteri). È solo sul finire della fase
arcaica che gli scribi ceriti trovano una soluzione, usando il sigma a
tre tratti per /s/ (come in tutta l’area meridionale) e sigma a 4 tratti
per /s/.
Lettera s° : al grafema che nel modello euboico valeva /ks/ gli
Etruschi attribuiscono un valore di semplice sibilante; il suo impie-
go reale è tuttavia limitato alle sole Cerveteri e Veio, con scarse atte-
stazioni in altre città etrusco-meridionali (per le quali esiste anche il
sospetto che gli oggetti siano stati importati già iscritti), e concentra-
to tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. Molte delle iscrizio-
ni che contengono questo grafema sono redatte con ductus destror-
so, facendo pensare che la sua adozione sia parte di un tentativo di
riforma della scrittura in senso ellenizzante. Il tentativo ebbe tutta-
via scarso successo; gli alfabetari successivi alla prima fase non con-
tengono più questo grafema, trattandolo allo stesso modo dei
“segni muti”.
Lettera f: il grafema, pur essendo usato sporadicamente già dalla

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fine del VII secolo, si generalizza solo in seguito; sono in particolare


i centri etrusco-meridionali (Cerveteri soprattutto, ma anche Veio) a
resistere alla sua introduzione, preferendo continuare a usare a
lungo il digramma <vh> (o <hv>). La sua accettazione negli alfabe-
tari, in ultima posizione, non è anteriore al VI secolo avanzato.

BIBLIOGRAFIA: opere principali sulla storia della scrittura etrusca CRISTOFANI 1972;
CRISTOFANI 1978; MAGGIANI 1990; PANDOLFINI, PROSDOCIMI 1990; interpunzione sillabi-
ca: RIX 1968; WACHTER 1986.

2.3 Varianti grafiche principali


Si danno di seguito due tabelle, la prima da CRISTOFANI 1978, con le
principali varianti grafiche della scrittura della piena età arcaica; la
seconda da MAGGIANI 1990, con i quattro tipi alfabetici della fase
recente (nell’ordine: corsivizzante, capitale, regolarizzato/maniera-
to, variante con m semplificato).

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3. DALLA SCRITTURA ALLA LINGUA

3.1 Due parole sul metodo


L’etrusco è una di quelle lingue che alcuni definiscono con il termi-
ne tedesco “Restsprachen”, del quale non esiste una traduzione ita-
liana precisa, tanto che si ricorre di solito alla perifrasi “lingue di
attestazione frammentaria”. Con questa definizione si vogliono
indicare le lingue delle quali non possediamo né testimonianze let-
terarie né culture linguistiche ancora viventi che ne siano dirette
eredi; quasi tutte le lingue del mondo classico (fatta eccezione per il
greco, il latino, le lingue semitiche e, in qualche modo, quelle celti-
che) sono “Restsprachen”, e in questo panorama l’etrusco non rap-
presenta un’eccezione, ma piuttosto la regola.
Interpretare una “Restsprache” richiede un metodo rigoroso, e
non può essere frutto di improvvisazione; per questo è lecito diffida-
re di tutte le soluzioni semplici e onnicomprensive che, come le cure
miracolose contro le malattie più temibili, periodicamente affiorano
con maggiore o minore enfasi. Ma come si può definire un metodo?
Un discorso completo e argomentato sul metodo eccederebbe le
dimensioni e gli obiettivi del presente volume, perciò è necessario
limitarsi a qualche considerazione di base. Le scienze sperimentali
si basano sull’assunto che qualunque ipotesi della quale non si può
dimostrare l’infondatezza può essere esatta; ma questo è possibile
solo in quei campi della ricerca nei quali si possano eseguire verifi-
che sperimentali (ossia ripetibili infinite volte a parità di condizio-
ni), e quindi ognuno possa constatare in modo diretto e indipenden-
te la validità o meno di una certa teoria. I giudizi sono solitamente
obiettivi, o comunque meno soggettivi possibile.
In campo umanistico la prova sperimentale non esiste; lo studio-
so si trova a trattare con fenomeni unici e irripetibili, e la dimostra-
zione obiettiva è applicabile solo in casi eccezionali. Per questo è
quasi impossibile provare in modo scientifico che un’ipotesi è sba-
gliata. A questo punto, appare chiaro che in un tale contesto il prin-

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cipio usato nelle scienze sperimentali non è praticabile, altrimenti ci


si troverebbe a dover fronteggiare decine o centinaia di costruzioni
ipotetiche, arenando qualsiasi tentativo di ulteriore ricerca in dispu-
te sterili.
Il principio in base al quale operano le scienze umanistiche, e in
particolare l’antichistica, è quello che potremmo definire della pro-
duttività scientifica. In pratica, una interpretazione, una ipotesi, un
insieme di ipotesi su un determinato settore della materia possono
avere validità quando si inseriscono in un sistema globale che si
armonizzi con i risultati della ricerca in altri settori ad esso correla-
ti, o quantomeno che non vi entri in conflitto. L’interpretazione di
una società antica, delle sue caratteristiche antropologiche e cultu-
rali, del suo sviluppo storico, è come un progetto delicatissimo, le
cui varie parti sono strettamente collegate; lo spostamento di una di
queste componenti comporta in modo inevitabile un riallineamen-
to di tutte le altre; se questo riallineamento confligge con l’evidenza
a disposizione, l’onere della risistemazione grava su chi lo provoca.
Questo modo di procedere è complicato dal fatto che, già dalla fine
del XIX secolo, l’ampliamento delle conoscenze non permette più a
un singolo studioso di padroneggiare l’evidenza di una società anti-
ca nella sua interezza, e ognuno è di necessità specializzato in un
settore delimitato in senso cronologico, geografico, o tematico, e
non può prescindere dalla interazione con altri specialisti per la
verifica delle proprie supposizioni. Questo è il motivo per il quale
un elemento così apparentemente soggettivo come il consenso del
mondo scientifico è spesso fondamentale per l’accettazione di un
costrutto teorico, con tutti i limiti che questo comporta. È chiaro che
interessi e vischiosità accademiche possono come minimo scorag-
giare grandi cambiamenti, anche se questi fossero ben fondati (e
questo è un indubbio svantaggio a carico del progresso della ricer-
ca nel settore umanistico); ma se una nuova ipotesi è scientificamen-
te produttiva, con il tempo viene sempre accettata, perché va anche
a vantaggio di settori della ricerca diversi rispetto a quello per il
quale era stata originariamente concepita.
Veniamo ora alla questione più specifica della interpretazione di
una “Restsprache”. Da tempo la linguistica tende, ove possibile, a
classificare le lingue conosciute in famiglie, identificate tramite una
serie di affinità, sia che queste siano dovute a una origine comune
(modello neolatino: l’italiano, il francese, lo spagnolo, ecc. rimonta-
no tutte al latino, sia pur ricco di varietà) sia che siano dovute a una
evoluzione comune (modello germanico). I criteri per attribuire una

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lingua all’una o all’altra famiglia sono numerosi, e si basano, in


ordine di importanza crescente, su congruenze ricorrenti e sistema-
tiche nel lessico (singoli elementi di lessico migrano facilmente da
una lingua all’altra e non sono indicativi), su congruenze sistemati-
che nei morfemi (ossia quegli elementi che determinano la funzione
di una parola: ad esempio le desinenze delle declinazioni e delle
coniugazioni), su congruenze del sistema linguistico nel suo insie-
me. In alcuni casi non è possibile arrivare a una collocazione della
lingua per insufficienza di documentazione; alcune attribuzioni
restano dunque ipotetiche, ma vengono accettate perché scientifica-
mente produttive. Ma vi sono lingue che restano comunque isolate.
Che alcune “Restsprachen” siano isolate non deve meravigliare,
perché anche nel mondo attuale esistono lingue isolate, prive di una
famiglia di appartenenza; il fenomeno è in genere interpretato come
residuo di una antichissima popolazione autoctona, non colpita
dalle invasioni alle quali viene solitamente attribuita la diffusione
delle lingue che rientrano in famiglie ben precise (invasioni che
talora sono storicamente o archeologicamente documentate, talaltra
sono invece piuttosto evanescenti). Tuttavia, se si prende in consi-
derazione l’antichità, va tenuta presente la possibilità che l’isola-
mento delle lingue sia solo apparente: infatti moltissime regioni del
mondo classico sono assolutamente prive di epigrafia, e ne ignoria-
mo completamente la lingua (anche perché una eventuale manciata
di antroponimi o toponimi di dubbia attribuzione serve a poco); in
pratica, non si può escludere che una lingua antica che oggi ci appa-
re isolata avesse in realtà parentele con altre lingue a noi ignote per-
ché non documentate.
L’etrusco sembra a tutti gli effetti una lingua isolata. Al suo inter-
no è possibile riconoscere, accanto a tutti quegli elementi che sono
suoi propri, numerose presenze di lessico italico (con “italico” si
intende la famiglia di lingue geograficamente più diffusa nella peni-
sola, alla quale appartengono l’osco dei Sanniti, l’umbro, il sabino, e
altre lingue), e addirittura morfemi italici, segno di una convivenza
lunghissima, sicuramente più che millenaria, a fianco delle popola-
zioni parlanti lingue italiche. Le uniche due lingue antiche a noi note
che potrebbero essere imparentate con l’etrusco, sono in realtà anco-
ra più problematiche per la estrema scarsità della documentazione.
Una di queste è il lemnio, documentato da meno di dieci iscrizio-
ni ritrovate sull’isola di Lemno, nell’Egeo settentrionale, che secon-
do alcune fonti storiche antiche, prima della colonizzazione ad
opera degli Ateniesi, era abitata da una popolazione definita

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“Pelasgi” (termine abbastanza vago con il quale la tradizione miti-


storica greca indicava culture vicine a quella ellenica, compresi gli
antenati di parte degli stessi greci). Il lemnio è di inquadramento
quasi impossibile per la estrema scarsità delle iscrizioni; in una di
queste (l’unica di una certa lunghezza) si possono individuare alcu-
ne assonanze con l’etrusco che sembrerebbero dare qualche risulta-
to interpretativo utile. Uno degli aspetti più sorprendenti è l’assolu-
to isolamento del lemnio rispetto a tutte le lingue parlate in Asia
minore: né il frigio, né il lidio, né il licio, né il cario (lingue le cui
scritture sono state in parte decifrate definitivamente solo negli anni
’90 del XX secolo, e che quindi solo di recente si sono cominciate ad
analizzare in modo compiuto) hanno assolutamente nulla a che fare
con il lemnio. La sua posizione resta dunque da capire; l’ipotesi che
i “Pelasgi” di Lemno fossero pirati etruschi giunti dall’Italia, che vi
avrebbero stabilito una sorta di Tortuga egea, è stata avanzata a più
riprese anche con argomenti di un certo peso, ma necessita di ulte-
riori verifiche prima di poter essere definitivamente accettata.
La seconda lingua che presenta legami con l’etrusco, in questo
caso apparentemente abbastanza solidi, è il retico, documentato da
alcune decine di iscrizioni ritrovate in val d’Adige e dintorni; que-
sta occorrenza concorda con quello che raccontano le fonti storiche,
secondo le quali i Reti sarebbero stati in origine una parte degli stes-
si Etruschi, che in epoche remotissime si erano spinti verso nord e
poi erano rimasti tagliati fuori dalla madrepatria a causa delle suc-
cessive invasioni celtiche nella pianura padana. Che questo sia vero
o no, la parentela linguistica tra i due popoli doveva sembrare evi-
dente già agli scrittori antichi.
A parte questi elementi, la lingua etrusca non ha altre parentele;
tanta bibliografia divulgativa (purtroppo prodotta in parte anche da
studiosi altrimenti validi) che sforna traduzioni complete dell’etru-
sco (da trattare con estremo sospetto non diversamente dalle cure
per tutti i mali) basandosi su confronti linguistici funambolici o
puerili, in realtà non vale molto più di quello che è: un semplice
gioco di parole (come la memorabile vignetta di Jacovitti che tra-
sformava la “polizia” in una zia multipla). Certo, interpretare l’etru-
sco in modo arbitrario e fantasioso non uccide nessuno; ma, oltre ad
aver fatto spendere i soldi per l’acquisto del libro, resta scientifica-
mente improduttivo: non si combina con l’evidenza di genere
diverso, e perciò non fornisce una chiave di lettura utilizzabile.
BIBLIOGRAFIA: Reti e lingua retica, Reti 1992; SCHUMACHER 1992; MIGLIAVACCA 1993;
RIX 1998; ADAM 2004; HAIDER 2005. Lemnio: fondamentale DE SIMONE 1996 A, che

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però si basa sulla lettura errata di un documento minore poi riconosciuta dallo stes-
so Autore; l’ultimo intervento, che rappresenta la panoramica più completa sulla
questione, è DE SIMONE 2004 (non condivido la posizione dell’Autore sulla origine tir-
renica dell’alfabeto lemnio; le nuove scoperte epigrafiche nel mondo egeo puntano
piuttosto all’origine autonoma, anche se non per i motivi che altri hanno avanzato).

3.2 Il dato extralinguistico


Uno degli elementi fondamentali per l’interpretazione di una lin-
gua è l’insieme di criteri che vengono chiamati comunemente
“extralinguistici”; anche nella interpretazione della lingua che par-
liamo quotidianamente facciamo riferimento di continuo, e spesso
in modo inconscio, a dati extralinguistici. Si pensi per esempio alle
parole “potenza superiore”, che assumono significati molto diversi
se sono scritte in un trattato di teologia, sull’involucro di un impian-
to stereo o sui cartelli dell’omonima stazione ferroviaria; allo stesso
modo, la parola scritta “elettrici”, plurale di “elettrico” o di “elettri-
ce” (un caso di convergenza di termini dall’etimologia molto diver-
sa) può essere disambiguata solo dal contesto. In ogni momento,
senza rendercene conto, eseguiamo numerose operazioni di risolu-
zione di messaggi linguistici ambigui grazie al dato extralinguisti-
co, che per noi è istintivo, dal momento che fa riferimento a un
patrimonio culturale che è il nostro. Anche il linguaggio pittografi-
co, apparentemente obiettivo, è in realtà soggetto a interpretazione
culturale: se su una scatoletta di carne c’è disegnata una mucca, ha
un certo significato; se c’è disegnato un gatto, il significato è diver-
so, e possiamo capirlo solo grazie alla nostra padronanza del conte-
sto culturale che ha prodotto i messaggi.
Il dato extralinguistico ci aiuta anche a capire significati di paro-
le in lingue ignote parlate in contesti culturali affini al nostro: se per
esempio su un autobus giapponese osserviamo delle scritte diverse
a grandi caratteri sopra due porte, e osserviamo che i viaggiatori
entrano dall’una ed escono dall’altra, ci sono buone probabilità che
significhino “entrata” e “uscita” o qualcosa di assimilabile.
Nell’interpretare una “Restsprache” il dato extralinguistico è
quindi un elemento essenziale; il messaggio linguistico non si può
capire se non lo si decodifica attraverso il linguaggio culturale nel
cui contesto esso si manifesta. La cultura del mondo antico si rico-
struisce attraverso le testimonianze delle fonti storiche e soprattut-
to attraverso l’archeologia, che porta alla luce quegli elementi di
cultura materiale e di vita quotidiana sui quali gli scrittori spesso
tacciono, perché li considerano ovvi e scontati; è quindi la conoscen-
za del contesto archeologico a dare una griglia interpretativa nella

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quale collocare il documento epigrafico. Questo riferimento al dato


extralinguistico è spesso fondamentale anche quando si leggono
iscrizioni in lingue ben note, come il greco e il latino. Per fare un
esempio, le iscrizioni funerarie poste su una tomba ci danno sì un
dato fondamentale per capire un monumento altrimenti muto, ma
d’altra parte è la loro collocazione nello specifico contesto (tomba) a
guidare l’interpretazione di testi che, se non contengono (come talo-
ra accade) riferimenti precisi, sono potenzialmente ambigui.
Per questo motivo, non è possibile affrontare lo studio delle iscri-
zioni, in etrusco come in qualunque altra lingua, senza una cono-
scenza preliminare del quadro di riferimento culturale.

3.3 Alcuni elementi di lingua


In questo paragrafo si forniscono alcuni elementi essenziali sul fun-
zionamento della lingua etrusca, che in parte saranno anche richia-
mati nelle schede descrittive delle iscrizioni. La trattazione si limita
ad affrontare quelle parti del sistema linguistico che si incontrano
nell’epigrafia etrusca ordinaria, tralasciando analisi più complesse,
per le quali si rimanda alla manualistica di carattere più specifica-
mente linguistico. Anche per il taglio di questo volume, si useranno
termini che possono essere imprecisi nel vocabolario glottologico,
ma sono di più facile comprensione.
La fonetica dell’etrusco è congetturale; in base alle traslitterazioni
etrusche di nomi greci e alle traslitterazioni latine di nomi etruschi si
può affermare con una certa sicurezza che il valore fonetico dei gra-
femi non doveva essere lontano dai corrispondenti, tanto del model-
lo greco quanto del derivato latino: in pratica, una <a> etrusca non
doveva suonare molto diversa rispetto a quella greca o latina.
L’accento doveva cadere in inizio di parola: questo è testimoniato da
numerosi elementi, tra i quali il più evidente è la sincope, ossia la
scomparsa di vocali, che nella scrittura si manifesta al passaggio tra
la fase arcaica e quella recente. L’ortografia arcaica privilegiava la sil-
laba aperta, e nelle iscrizioni di questo periodo le vocali abbondano
in ogni posizione; nel corso del V secolo avviene un processo gradua-
le di caduta di vocali, esito certamente di una riforma soprattutto
ortografica, che però dovette trarre la propria ragion d’essere in
mutamenti di carattere fonetico. Le vocali che resistono ad ogni sin-
cope sono quelle che hanno valore grammaticale (i suffissi, per esem-
pio) e quelle delle prime sillabe, che evidentemente dovevano essere
più forti, quindi probabilmente accentate; d’altra parte in tutte le lin-
gue le vocali che scompaiono più facilmente sono quelle che seguono

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l’accento (posttoniche), che tendono a diventare suoni brevi e indi-


stinti. Le grafie della fase recente sono fortemente devocalizzate, e
presentano lunghe serie di consonanti, praticamente impronunciabi-
li: è probabile che le vocali interposte non fossero completamente
scomparse, ma si fossero ridotte appunto a suoni indistinti, che si
decise di non notare più. Questa è certamente la ragione di un feno-
meno inverso, la cosiddetta anaptissi, che si verifica in alcune iscri-
zioni della fase recente, soprattutto le più tarde, ossia la comparsa di
vocali aggiuntive che creano varianti ortografiche della medesima
parola, e che tendono a riprodurre il suono della vocale tonica.
La struttura dell’etrusco permette di catalogarlo come lingua
agglutinante: con questo termine si indicano le lingue nelle quali i
suffissi che esprimono la funzione di un sostantivo all’interno del
periodo si cumulano fra loro. Il sistema è molto diverso rispetto a
quello delle lingue flessive, alle quali siamo più abituati (sono di que-
sto tipo la maggior parte delle lingue europee moderne e antiche);
una lingua flessiva è caratterizzata da desinenze che non si somma-
no mai (anche se al loro interno vi sono tracce di accumulazione di
suffissi che possono testimoniare una più antica fase agglutinante
delle lingue a noi conosciute come flessive). Per fare un esempio: in
una lingua agglutinante il genitivo plurale è formato dal suffisso del
plurale seguito da quello del genitivo (che è il medesimo usato per
il genitivo singolare), mentre in una lingua flessiva il genitivo plu-
rale ha una propria desinenza specifica.
I nomi dei casi in etrusco sono puramente convenzionali, e sono
attribuiti in base alle loro funzioni determinabili grazie alle occor-
renze nelle iscrizioni, ma non si deve assolutamente dedurne che il
loro uso sia esattamente sovrapponibile a quello dei casi omonimi
in altre lingue: basti pensare che il caso etrusco che chiamiamo
“genitivo” serve anche a indicare il tempo.
I casi di uso più frequente nella nostra documentazione sono: il
caso zero (o convenzionalmente nominativo), con valore di soggetto o
oggetto; il genitivo; il pertinentivo, che è formato con un suffisso
aggiunto a quello del genitivo, ed esprime una variante del posses-
so; l’ablativo, così chiamato perché ricorre in funzione di agente nelle
frasi con verbi passivi; il locativo.
Il plurale distingue due generi diversi, quello animato (-r, prece-
duta da una vocale per i temi in consonante) e quello inanimato
(-va e varianti); gli inanimati non hanno il suffisso del plurale se
sono accompagnati da numerale.

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Suffissi dei casi: in etrusco si possono distinguere due categorie di


nomi, che formano i casi in modo diverso; in linea di massima la I cate-
goria è formata dai nomi in vocale (eccettuati i femminili in -i), dai nomi
in liquida e nasale (l, r, m, n), da quelli in -c. La II categoria è formata da
tutti i restanti temi in consonante, più i femminili in -i. Questa è natural-
mente una schematizzazione molto semplificata, dal momento che vi
sono eccezioni motivate da fatti di storia della lingua che a noi sfuggo-
no. Le uscite dei casi sono quindi denominate “I” o “II” per le due cate-
gorie.
Il genitivo I esce in -s, preceduto da una vocale o da l per i temi in con-
sonante. Il genitivo II ha una uscita arcaica in -a o -ala, una recente in -al.
Il pertinentivo è formato da una -i aggiunta al genitivo; perciò si ha un
pertinentivo I in -si, un pertinentivo II in -ale (<-ala+i).
L’ablativo I ha desinenza -is, preceduta dalla medesima vocale usata per
il genitivo nel caso di temi in consonante della I categoria; l’ablativo II ha
desinenza arcaica -alas, recente -als.
Il locativo è uguale per tutte le categorie dei nomi, ed ha uscita di solito
-i, o con posposizione -qi, -ti.

I pronomi hanno una declinazione leggermente diversa, perché


distinguono l’accusativo dal nominativo, e il medesimo pronome
può avere entrambe le uscite del genitivo. Molti di questi sono encli-
tici. Si dà di seguito uno specchietto dei pronomi più comuni, quelli
dimostrativi, che si possono presentare anche in forma enclitica.

arcaico recente arcaico recente


nominativo ica eca, ca ita eta, ta
accusativo ican ecn, cn itan etan, tn
genitivo (I) -cas ecs, cś -tas etas, tś
genitivo (II) -cla -tala, -tula -tla
locativo cei tei
locativo (posp.) eclqi, clqi -talte, -tultei
ablativo ceś teiś
pertinentivo -tale -tle

La declinazione dei pronomi si applica anche al determinativo


enclitico -sa.
Gli aggettivi etruschi sono abbastanza sfuggenti, anche perché
sembrano indeclinabili nel numero (ma declinabili nel caso); l’unica
categoria ben individuata è quella formata con il suffisso -na, ben
conosciuto nella formazione dei gentilizi, che quindi indica appar-

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tenenza o derivazione. Molti aggettivi terminano comunque in -a,


mentre altri hanno terminazioni molto diverse.
Il verbo si articola in numerose forme, tutte prive di persone; le
forme nominali si comportano come gli aggettivi. Questo rende
ovviamente indispensabile l’esplicitazione del soggetto. Anche i
nomi attribuiti a queste forme sono puramente convenzionali, e non
implicano che il loro valore si sovrapponga a quello di forme omo-
nime in altre lingue.
Le forme principali sono: l’imperativo, espresso dal tema puro; il
congiuntivo, in -a, con valore iussivo; il perfetto, in -ce; il perfetto pas-
sivo, in -ce; il participio perfetto in -u, esprimente azione compiuta,
che in alcuni verbi può avere valore passivo; il participio passato in
-as/-asa/-sa, esprimente azione continuata nel passato, che è sempre
attivo, ed è spesso preceduto da un ulteriore suffisso formato da
una sola consonante. A queste si aggiungono altre forme mal docu-
mentate, come il passivo in -ne, di uso molto raro nelle iscrizioni, e
il “necessitativo” (una sorta di gerundivo latino) in -eri/-ri; alcune
forme verbali presentano dei suffissi interposti tra la radice e il suf-
fisso terminale, ma il loro uso è talmente incostante nella nostra
documentazione che è impossibile capirne il significato con preci-
sione: probabilmente contengono indicazioni sulla qualità o sul
tempo dell’azione.
Le radici dei verbi sono spesso identiche a quelle di aggettivi o
sostantivi.
Le congiunzioni meglio conosciute sono quelle enclitiche: -c
(equivalente al latino -que), e -m, che dovrebbe avere valore simile.
La negazione è ein/ei/en.
I numerali sono ben conosciuti soprattutto grazie all’uso di scri-
vere le età di morte nelle iscrizioni funerarie; i primi sei numeri
sono (in grafia meridionale): qu, zal, ci, śa, mac, huq. Il numero uno,
qu, nelle forme composte diventa qun, mentre “due”, zal, diventa
esl: questo è forse spia di una pronuncia originaria semplificata
nella resa grafica. Il dieci è sar. Le decine, se si eccettua il venti,
zaqrum, sono formate con il suffisso -alc. Poiché sono attestate tre
indicazioni di decine, semfalc, cezpalc e nurfalc, che derivano da
numerali non altrimenti noti, è altamente probabile che queste siano
da identificare come “settanta”, “ottanta” e “novanta”: questo ci
restituisce i numeri da 7 a 9, anche se il loro ordine certo non è noto;
la distribuzione statistica di queste decine fa pensare che l’ordine
sopra indicato sia crescente. In ogni decina successiva alla prima, i
numeri compresi dal primo al sesto si formano con le unità antepo-

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ste alle decine, mentre gli ultimi tre sono indicati con il sistema sot-
trattivo, usando le unità 3, 2 e 1 anteposte alla decina seguente e
legate tramite il suffisso -em: per esempio, 16 si scrive huqsar, 19 è
qunemzaqrum. È possibile che i numerali “undici” e “dodici”, come
accade in molte lingue, fossero formati in modo diverso, ma l’unica
testimonianza in questo senso è incerta. Le cifre sono molto simili a
quelle usate anche in latino.

BIBLIOGRAFIA: per una introduzione generale si vedano soprattutto: RIX 1984;


CRISTOFANI 1991; RIX 2004.
Per aspetti particolari (si elenca qui solo la bibliografia principale, alla quale si riman-
da per contributi più specifici e per tutta la bibliografia anteriore): DE SIMONE 1968-70;
PALLOTTINO 1969; DE SIMONE 1970; LAMBRECHTS 1970; COLONNA 1975; COLONNA 1975 A;
COLONNA 1980; AGOSTINIANI 1981; RIX 1981; AGOSTINIANI 1982; COLONNA 1983; RIX 1983;
AGOSTINIANI 1984; RIX 1984 A; DE SIMONE 1985; Etrusco 1985; AGOSTINIANI 1985; RIX 1986;
RIX 1987-88; COLONNA 1988; DE SIMONE 1989; RIX 1989; COLONNA 1989-90; COLONNA
1989-90 A; DE SIMONE 1990; RIX 1991; AGOSTINIANI 1992; AGOSTINIANI 1993; SCHULZE-
THULIN 1992; AGOSTINIANI 1995; AGOSTINIANI 1995 A; DE SIMONE 1996; MAGGIANI 1996 A;
AGOSTINIANI 1997; AGOSTINIANI 1997 A; WATMOUGH 1997; WYLIN 2000.

3.4 L’onomastica etrusca


I termini onomastici rappresentano una parte consistente della
documentazione linguistica dell’etrusco, per la natura stessa delle
sue manifestazioni epigrafiche. Il sistema onomastico etrusco è
sostanzialmente identico a quello di tutte le popolazioni dell’Italia
peninsulare (Romani compresi), che si distingue all’interno del
panorama mediterraneo per un uso sistematico del nome di fami-
glia di eredità patrilineare (gentilizio, dal latino nomen gentilicium,
ossia nome della famiglia), l’equivalente del moderno cognome.
Il gentilizio è già attestato nel VII secolo a.C., anche se sulla data
della sua introduzione vi sono ancora numerose incertezze, perché
le iscrizioni non sempre riportano l’intera formula onomastica della
persona citata: in pratica, se un individuo viene indicato con un solo
elemento onomastico, non possiamo avere la certezza che il suo
nome finisse lì; alcuni elementi possono venire omessi perché
superflui nel contesto cui si riferisce l’iscrizione. Questo comporta-
mento è piuttosto comune in tutte le culture epigrafiche antiche;
solo a partire dal tardo II secolo a.C., nel pieno del dibattito sui dirit-
ti dei cittadini romani e sulla eventuale estensione del diritto di cit-
tadinanza, l’epigrafia funeraria romana comincia a riportare in
maniera regolare l’intera onomastica dei defunti, che possono così
mostrare il proprio status di cittadini di pieno diritto.
È probabile che la nascita e la diffusione del gentilizio siano pas-

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sate attraverso diverse tappe, e che abbiano seguito processi in


parte diversi da città a città (Perugia, per esempio, ha formazioni
gentilizie sue proprie, che si distinguono in larga parte dal resto
dell’Etruria). La maggior parte dei gentilizi si formano a partire da
aggettivi patronimici derivati da prenomi, per lo più con i suffissi
-na o -ra, o anche con quel suffisso -ie, che l’etrusco condivide con
altre lingue (lingue italiche e latino); tra la fine del VII e l’inizio del
VI secolo a.C. si diffonde l’uso del cosiddetto genitivo afunzionale: in
pratica, i gentilizi si presentano regolarmente nella forma del geni-
tivo, -nas e -ras. Che questo fenomeno di “rideterminazione” sia
dovuto a un intervento normativo di qualche tipo è confermato dal
fatto che di solito il genitivo afunzionale non viene applicato lì dove
il suffisso -na o -ra dell’originario aggettivo patronimico sia stato
alternativamente rideterminato con il suffisso aggettivale -ie: per
esempio, da marce-na (figlio di Marce, aggettivo patronimico), il
gentilizio può prendere la forma marce-na-s oppure marce-na-ie. La
diffusione del genitivo afunzionale è diversa da città a città e in
alcuni centri tende a sparire nei secoli finali della fase recente.
Il nucleo di base dell’onomastica etrusca è formato da tre ele-
menti obbligatori, uguali per uomini e donne: il prenome (nome
individuale), il gentilizio, ereditato dal padre (tranne nel caso di
figli illegittimi, che prendevano il gentilizio dalla madre, come a
Roma), e la filiazione (prenome del padre flesso al genitivo, talora
accompagnato da clan o sec = “figlio” e “figlia” rispettivamente). A
questa struttura di base si possono aggiungere nelle iscrizioni ulte-
riori elementi: il cognome, il metronimico, il gamonimico. Il cogno-
me è di solito un secondo nome familiare ereditario, che serviva a
distinguere diversi rami della medesima famiglia, o diverse fami-
glie che avevano il medesimo gentilizio; in qualche raro caso, tut-
tavia, sembra si potesse trattare di una sorta di soprannome stret-
tamente individuale. Anche il cognome romano ha queste medesi-
me radici, anche se la seconda (di carattere meno aristocratico)
tende a prevalere numericamente, a causa della struttura sociale
più flessibile e aperta della società romana. Il metronimico è l’indi-
cazione del gentilizio della madre, eventualmente completato con
altri elementi onomastici della stessa, mentre il gamonimico (esclu-
sivamente femminile) è il gentilizio del marito, anch’esso eventual-
mente ampliato.
L’epigrafia etrusca non conosce mai il fenomeno normativo tipi-
co delle iscrizioni latine della tarda età repubblicana; questo si spie-
ga con il fatto che la maggior parte delle iscrizioni si rivolgeva a una

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circolazione prevalentemente interna alla famiglia o comunque


limitata, anche perché, a differenza della tradizione romana, che
prediligeva le iscrizioni funerarie poste in bella evidenza al di fuori
della tomba, quella etrusca preferiva supporti destinati a rimanere
chiusi all’interno dell’ipogeo, mentre quelli votati a una esposizio-
ne esterna sono spesso di piccole dimensioni e di aspetto dimesso.
Per questo motivo, le formule onomastiche riportate nelle iscrizioni
possono essere molto varie, da quelle ampliate fino a includere gli
antenati per tre o quattro generazioni, o i suoceri, fino a quelle ridot-
te a un semplice nome mono- o bimembre; la scelta rispondeva alle
esigenze del contesto e non aveva alcun rapporto necessario con le
formule ufficiali. In qualche caso si possono distinguere anche feno-
meni di moda: così a Chiusi nel corso del II secolo a.C. si diffonde
per un breve periodo l’abitudine di designare le donne senza il pre-
nome, secondo l’uso romano. Allo stesso modo in alcune città meri-
dionali, e particolarmente a Tarquinia e nel suo territorio, soprattut-
to nel III secolo a.C., si tende a scrivere il prenome dopo il gentilizio
(cosiddetta “inversione”).
La storia dei prenomi etruschi è molto simile a quella che si veri-
fica nel mondo romano: nella fase arcaica si usa un gran numero di
prenomi; a un certo momento, avviene un processo non meglio
documentato che porta a una loro drastica riduzione. Nel mondo
romano i prenomi ammissibili per un cittadino di pieno diritto
diventano poco più di una decina; in Etruria sono ancora meno: in
pratica, a partire dal IV secolo a.C., quasi tutti gli Etruschi si chia-
mano Vel, Velqur, Larq, Laris, Aule/Avle, Velce, Laucmes, Arnq, Larce,
Marce (meridionale), Cae (meridionale), Tite (meridionale); le donne
Qana, Qancvil, Fasti (o Fastia, o Hasti, o Hastia), Larqia (o Larqi), Velia,
Ramqa, Ravnqu; altri prenomi sono più rari se non del tutto sporadi-
ci, e talora usati esclusivamente da alcune famiglie. Esattamente
come nel mondo romano, la riduzione del numero dei prenomi
porta a un uso sempre più diffuso delle abbreviazioni. Uno degli
effetti di questo fenomeno è anche la presenza di numerosi omoni-
mi all’interno delle famiglie; nel mondo romano il problema veniva
spesso risolto con i cognomi individuali, mentre in Etruria si prefe-
riva distinguere gli omonimi tramite il metronimico, che probabil-
mente deve la sua grande diffusione (tipica della fase recente e
quasi esclusiva dell’epigrafia funeraria) proprio a questo motivo.
L’onomastica servile è formata da un nome individuale seguito
dal gentilizio del padrone al genitivo; il rischio di confusione con i
nomi dei liberi, che potevano avere la terminazione del genitivo

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afunzionale, in età recente viene evitato grazie all’uso di nomi indi-


viduali spesso di tipo greco (i cosiddetti grecanici), e comunque sem-
pre ben distinti dai tipici prenomi dei cittadini. L’uso dei grecanici
servili è un fenomeno molto comune in tutta Italia a partire dal III
secolo a.C., quando comincia il grande flusso di schiavi provenien-
ti dai mercati dell’Oriente mediterraneo, che usava il greco come
lingua franca internazionale. In età arcaica, quando i liberi usavano
una grande varietà di prenomi e gli schiavi dovevano avere ancora
origine prevalentemente locale, l’ambiguità era risolta aggiungendo
al gentilizio del padrone al genitivo il determinativo enclitico -sa.
Gli schiavi liberati (liberti in latino; in etrusco il termine è lautni
per il maschile, lautniqa al femminile) prendevano un prenome a
scelta e trasformavano in gentilizio il nome che avevano avuto da
schiavi; per questo, quando si incontrano personaggi che portano
gentilizi grecanici, è lecito ipotizzare che si tratti di liberti o discen-
denti di liberti. Nella documentazione epigrafica etrusca (essenzial-
mente in quella chiusina) si trovano anche liberti che hanno deriva-
to il proprio gentilizio da quello dell’ex-padrone, secondo la norma
prevista dal diritto romano: questo significa che la liberazione deve
essere avvenuta dopo il 90 a.C., quando la cittadinanza (e la legge)
romana venne estesa a tutta l’Italia.

BIBLIOGRAFIA: studi principali sull’onomastica etrusca (ai quali si rimanda per


ulteriore bibliografia) RIX 1963; COLONNA 1977; RIX 1994; MARCHESINI 1997; MAGGIANI
2000; metronimico: BENELLI 2002 A.

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Capitolo II

Le iscrizioni funerarie
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La grande maggioranza delle iscrizioni etrusche a noi pervenute sono


di carattere funerario, e per lo più tramandano il nome dei defunti
sepolti all’interno delle tombe; più di rado ricordano gli autori della
costruzione o della ristrutturazione della tomba stessa. Questa classe
epigrafica risente più di qualunque altra delle diverse tradizioni cul-
turali delle città etrusche, che hanno usi funerari fortemente caratte-
ristici; per questo motivo le iscrizioni funerarie possono presentare
differenze significative da città a città e da periodo a periodo quanto
a formule, scelta dei supporti, criteri di redazione e frequenza di uso.
Mai come in questo campo la cultura epigrafica è parte integrante
della cultura in senso più ampio, e in particolare di quel settore,
quello funerario, che nell’archeologia etrusca si presenta come il più
cospicuo per monumentalità e per condizioni di conservazione, e
quindi quello nel quale si osservano con maggior precisione le diffe-
renze fra le culture delle diverse città e il loro sviluppo nel tempo. Per
questo motivo, la presentazione delle iscrizioni funerarie si sviluppe-
rà in paragrafi distinti per città, procedendo da sud verso nord; al di
fuori dell’Etruria propria, solo l’Etruria padana ha una propria cultu-
ra epigrafica ben sviluppata nel campo funerario, mentre mancano
sinora testimonianze dalla Campania etrusca.

BIBLIOGRAFIA: sulla storia dell’architettura funeraria etrusca i testi principali sono:


PRAYON 1975; COLONNA 1986; COLONNA 1994; NASO 1997; a questi si rimanda per una
bibliografia più completa su specifici elementi tematici.

VEIO
Questa città non sviluppò mai un’epigrafia funeraria; il motivo va
cercato nella storia della cultura funeraria veiente, del tutto partico-
lare rispetto al resto dell’Etruria. A Veio, infatti, al passaggio fra VII
e VI secolo a.C., cessa quasi completamente l’uso di deporre corre-
di, e le tombe, da questo momento, cominciano a essere improntate
alla più totale austerità. Questo mutamento si verifica proprio nel
momento cruciale in cui le altre città etrusche iniziano a elaborare
una epigrafia funeraria, che evidentemente a Veio non ebbe il tempo
di formarsi. L’unica iscrizione funeraria sinora nota dalle necropoli
veienti (con ogni verosimiglianza la più antica iscrizione etrusca
esplicitamente funeraria) è quella incisa sulla parete di una tomba a
camera di Riserva del Bagno, datata verso la metà del VII secolo
a.C., che usa un formulario di possesso in prima persona piuttosto
comune in quasi tutte le iscrizioni funerarie arcaiche delle altre città.
La rinuncia ai corredi e al lusso funerario è un fenomeno culturale
che unisce Veio a Roma, al Lazio e alla Sabina tiberina meridionale;

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nel caso di Roma le fonti storiche ricordano a più riprese la promul-


gazione di leggi contro l’uso di beni di lusso per le sepolture, che
però sembra si riferissero soprattutto all’esibizione di sfarzo duran-
te le cerimonie funebri, e non direttamente al corredo. Tuttavia, non
c’è dubbio che anche la voluta omissione di un corredo funerario
debba essere compresa nella medesima prospettiva, che tendeva a
limitare le occasioni di ostentazione di ricchezza da parte delle
famiglie abbienti in modo da contenerne il ruolo sociale e privarle
di una importante occasione di competizione pubblica.
BIBLIOGRAFIA: Su Veio e in particolare sulle necropoli della città e del territorio,
fatta eccezione per l’ampia bibliografia specifica sulla fase villanoviana, che è al di
fuori dei limiti cronologici che interessano in questa sede: CRISTOFANI 1969; BOITANI
1983; CARBONARA, MESSINEO, PELLEGRINO 1996; Necropoli Veio 1997; DRAGO TROCCOLI
1997; Veio, Cerveteri, Vulci 2001, pp. 89-118. Iscrizione funeraria: BURANELLI 1982. Sul
fenomeno della riduzione e scomparsa dei corredi, particolarmente nel Lazio:
COLONNA 1977 A; BARTOLONI 1987.

CERVETERI
La monumentalità delle necropoli di Cerveteri è ben nota a chiunque
si interessi di archeologia dell’Etruria. La storia dell’epigrafia funeraria
cerite si muove di pari passo con le diverse forme che le tombe hanno
acquisito attraverso i secoli. Nell’età orientalizzante, quando l’architet-
tura funeraria si manifesta nel modo più spettacolare con la costruzio-
ne dei tumuli (dapprima giganteschi e utilizzati per secoli attraverso la
moltiplicazione delle tombe contenutevi; in seguito più piccoli e dedi-
cati a un’unica struttura sepolcrale) l’epigrafia è quasi assente. Tutto
l’apparato decorativo della tomba a tumulo è rivolto verso l’interno
della camera, mentre l’esterno assume la semplice forma del cumulo
di terra, con la decorazione limitata alle sole modanature della base in
pietra (realizzata sagomando il banco roccioso naturale oppure co-
struendola, del tutto o parzialmente, in blocchi). La situazione non
cambia molto quando, con il passaggio all’età arcaica, l’architettura
delle tombe assume proporzioni più modeste. Allo stato attuale, si
conoscono solo pochissime iscrizioni di questo periodo, tra le quali si
segnala il ricco corredo epigrafico inciso sull’intonaco di una tomba,
eccezionale in primo luogo proprio perché intonacata e dipinta. A par-
tire dal pieno arcaismo, l’epigrafia comincia ad affacciarsi in modo più
deciso nelle necropoli ceriti; questo è dovuto tra l’altro all’introduzio-
ne di un tipo di strutture funerarie (le cosiddette “tombe a dado”, con
struttura esterna quadrangolare e non rotonda come i tumuli) che, pur
traendo la propria ispirazione architettonica da consolidate esperienze
locali, devono la loro organizzazione urbanistica probabilmente al

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modello orvietano, che prevedeva un uso relativamente frequente di


iscrizioni sulle facciate delle tombe. Le tombe a dado di Cerveteri
dovevano avere iscrizioni incise sulla parte superiore della facciata con
frequenza molto maggiore rispetto a quello che oggi ci appare; pur-
troppo, il crollo delle murature e la disgregazione dei blocchi di tufo (e
particolarmente di quelli delle parti più alte) ha fatto sì che siano
sopravvissute solo lettere e segni isolati. In questo periodo cominciano
anche a comparire – sempre in modo piuttosto occasionale – i nomi
dei defunti iscritti sulle pareti interne delle camere funerarie. Solo a
partire dal IV secolo a Cerveteri si sviluppa una vera cultura epigrafi-
ca di ambito funerario, che si manifesta sostanzialmente su due tipi di
supporti: le pareti delle camere e i cippi posti all’esterno delle tombe.
Iscrizioni funerarie di diversa collocazione sono relativamente rare,
anche perché in questa città i defunti erano deposti di solito sui letti o
nei loculi all’interno delle camere, senza l’uso di ulteriori contenitori; i
sarcofagi si incontrano molto di rado, e sono normalmente anepigrafi.
Solo di recente è stata poi individuata una limitata serie di olle cinera-
rie iscritte con i nomi dei defunti; l’uso di questi manufatti sembra un
fenomeno sporadico, anche perché a Cerveteri il rito dell’incinerazio-
ne è di uso molto meno frequente rispetto all’inumazione, anche se
forse in realtà doveva essere meno occasionale di quanto potrebbe
sembrare a prima vista; le strutture funerarie che contengono incinera-
zioni sono spesso molto modeste, e possono sfuggire di fronte alle
numerose tombe monumentali. Vi sono anche casi di deposizioni di
incinerati all’interno delle tombe a camera, che tuttavia possono esse-
re riconosciute solo in situazioni di giacitura relativamente indisturba-
te al momento della scoperta, e adeguatamente documentate. Le iscri-
zioni poste sulle pareti delle camere sono attestate solo in poche
tombe; fra tutte queste spicca, dal punto di vista monumentale come
da quello epigrafico, la tomba detta appunto “delle Iscrizioni”, origi-
nariamente intonacata all’interno, che conteneva un’ottantina di testi
(per lo più dipinti) con i nomi dei defunti sepolti nelle due grandi
camere. Molte delle iscrizioni sono oggi perdute a causa del crollo e
della disgregazione dell’intonaco; tuttavia esistono buone copie dei
testi, che permettono di ricostruire per nove generazioni la storia della
famiglia Tarcna, proprietaria dell’ipogeo; grazie a questa genealogia
ininterrotta è possibile comprendere anche l’evoluzione delle formule
onomastiche a Cerveteri attraverso i secoli. Le iscrizioni su cippi, nella
maggior parte dei casi, sono collegate a strutture di tipo più modesto,
che si allineano lungo le vie sepolcrali senza praticamente alcun appa-
rato esterno, fatta eccezione per semplici lastre di pietra sagomate pro-

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prio per alloggiare un certo numero di cippi. Esistono tuttavia anche


casi di utilizzo di questi manufatti nelle tombe gentilizie monumenta-
li, che dovevano essere segnalate da strutture esterne, delle quali
sopravvivono solo pochi resti architettonici e scultorei. Solo una picco-
la percentuale della sterminata produzione di cippi è iscritta. Il loro
impiego comincia certamente già nel IV secolo (proprio in connessio-
ne con le grandi tombe gentilizie), e si protrae fino addentro al I seco-
lo a.C., quando cessa gradualmente l’uso delle tombe a camera di tra-
dizione etrusca e vengono introdotti nuovi tipi di monumenti funera-
ri, derivati da modelli comuni nel mondo romano. Le iscrizioni per-
mettono di capire che i cippi a colonnetta servivano a indicare le depo-
sizioni maschili, mentre quelli a forma di casa segnalavano quelle fem-
minili. Lo stato di conservazione delle superfici dei cippi iscritti è spes-
so miserando, soprattutto per quanto riguarda quelli maschili, e la leg-
gibilità delle iscrizioni ne risulta piuttosto compromessa; la forma di
quelli femminili, complessivamente più robusta, ha permesso una
sopravvivenza leggermente maggiore di iscrizioni complete. Solo con
il passaggio all’uso di pietre più resistenti alla corrosione degli agenti
atmosferici, come il travertino, che sembra cronologicamente seriore
rispetto agli esemplari di macco e di tufo (mentre resta rarissimo il più
consistente peperino), i cippi maschili si conservano più facilmente
integri. Nelle iscrizioni funerarie ceriti è indicato soltanto il nome del
defunto; solo raramente si possono trovare formulazioni più articolate
(come il caso di una celebre iscrizione su un sarcofago, che ricorda
anche le cariche ricoperte in vita dal personaggio, secondo un formu-
lario simile a quelli usati soprattutto a Tarquinia). In qualche caso può
essere ricordata la costruzione della tomba: finora ne sono note tre atte-
stazioni, delle quali due su cippi a colonnetta e una iscritta su un pila-
stro all’interno della camera. La formula onomastica è sempre comple-
ta sui cippi, che erano destinati all’esterno della tomba, mentre nelle
iscrizioni poste all’interno delle camere si trovano frequentemente for-
mulari abbreviati (per esempio, senza filiazione): evidentemente, la
destinazione delle iscrizioni, pubblica o privata, doveva influire sulla
scelta della rappresentazione onomastica.
BIBLIOGRAFIA: per la storia delle necropoli di Cerveteri, che lo sviluppo e la raffi-
natezza dell’architettura funeraria pongono su un piano del tutto particolare nel-
l’ambito del mondo etrusco, si rimanda alla bibliografia già indicata per l’architettu-
ra funeraria in generale; inoltre cfr. anche PROIETTI 1983; PROIETTI 1986; BROCATO 1996
(origine delle tombe a dado). Per la tomba delle Iscrizioni v. CRISTOFANI 1965. Una
rassegna tipologica e della distribuzione dei cippi, non sempre convincente, in
BLUMHOFER 1993 (cfr. NASO 1993). Olle cinerarie ceriti iscritte: REE 59, 46-47.

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1.
La necropoli della Banditaccia, che si estendeva su un pianoro
parallelo a quello dove sorgeva l’antica città di Caere, a nord del-
l’area urbana, era una delle due principali aree sepolcrali ceriti;
l’altra, quella di Monte Abatone, si trovava in posizione simmetri-
ca sul pianoro a sud della città. Grazie alle campagne di scavo con-
dotte a più riprese e soprattutto all’intensa opera di restauro fina-
lizzata all’apertura al pubblico, questa necropoli è oggi l’unica
almeno in parte visitabile, che permette tra l’altro di cogliere
anche l’organizzazione planimetrica dei grandi monumenti fune-
rari, con tutti i mutamenti che vi si sono verificati nel corso dei
secoli. Dal punto di vista archeologico è certamente anche la
necropoli indagata più in profondità, in particolare nel settore
destinato ad essere aperto al pubblico, denominato “Zona del
Recinto”, proprio per la costruzione della recinzione a protezione
dell’insieme monumentale. Uno dei fenomeni che segnano in
modo più evidente la storia di questa necropoli è l’introduzione,
nel corso del VI secolo a.C., delle tombe dette “a dado”, alle quali
si è già accennato nel paragrafo introduttivo: in un primo momen-
to isolate o a piccoli blocchi, queste strutture – che grazie alla loro
forma quadrangolare possono essere giustapposte fra loro, a diffe-
renza dei più antichi tumuli circolari – vengono ben presto orga-
nizzate lungo vie rettilinee. Fra le tombe a dado della “Zona del
Recinto” si segnala un blocco di due strutture gemelle (335 e 336)
inserite in un unico dado, entrambe tricamerali, con atrio trasver-
sale e due camere sul fondo: si tratta del tipo planimetrico più
antico tra quelli utilizzati in connessione con i dadi, erede del tipo
con atrio trasversale e tre camere sul fondo della tarda età orienta-
lizzante, che ricalca la planimetria tipica della casa etrusca del-
l’epoca. Del corredo di queste due tombe non fu rinvenuto prati-
camente nulla; i materiali di cronologia molto varia fanno pensare
a un saccheggio già in epoca abbastanza antica. La loro costruzio-
ne è attribuita su base tipologica alla seconda metà del VI o al mas-
simo all’inizio del V secolo a.C.; le deposizioni dovrebbero essersi
succedute per qualche generazione. Nella tomba 336 (quella di
sinistra) fu rinvenuta, ancora nella sua posizione originaria, inca-
strata fra i blocchi che chiudevano l’accesso, una defixio iscritta in
latino che i personaggi che vi sono nominati indurrebbero a data-
re alla seconda metà del II secolo a.C.; questo dovrebbe indicare
che la tomba, in quel momento, doveva essere stata definitivamen-
te sigillata. La tomba 335 si segnala per l’insolita presenza di due

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iscrizioni incise sulle pareti interne; un frammento di vaso iscritto


(ET Cr 2.111) fu rinvenuto anche nella terra di riempimento, ma la
pertinenza al corredo è ovviamente incerta, viste le condizioni
della struttura. Fra i rari confronti per la presenza di iscrizioni
all’interno di camere, tutti cronologicamente posteriori, (a parte
l’eccezionale Tomba delle Iscrizioni) possono citarsi CIE 6180 = ET
Cr 1.145, la tomba 4 di Via delle Serpi (CIE 6183-6185 = ET Cr
1.146-148), la tomba dei Sucu (CIE 6206-6211 = ET Cr 1.152-155 e
0.29-30) e la celebre tomba dei Clavtie (cfr. scheda 5).

1.1 CIE 6147 = ET Cr 1.128


Sulla parete di destra della camera di destra della tomba 335, a gran-
di caratteri, è incisa l’iscrizione:

marce 2 ursus

Le forme grafiche riproducono un tipo di


scrittura caratteristico di Cerveteri a partire
dai decenni finali del VI secolo, che vede una scomparsa precoce dei
prolungamenti verso il basso dei tratti verticali iniziali tipici delle
scritture arcaiche (si vedano la m e la r); queste forme grafiche
avranno in seguito ampia diffusione in Etruria meridionale, e più
tardi influenzeranno anche le scritture settentrionali. Caratteristica
peculiare di Cerveteri, che ricorre anche nelle iscrizioni seguenti, è
la traversa della a ascendente nel senso della scrittura (invece che
discendente, come nel resto dell’Etruria); questa è una regola alla
quale vi sono rare eccezioni. Il testo riproduce una formula onoma-
stica maschile composta da prenome e gentilizio, regolarmente al
genitivo afunzionale. Marce (= latino Marcus) è particolarmente
frequente a Caere, anche nella forma arcaica Mamarce (= latino
Mamercus); l’onomastica cerite ha contatti molto stretti con quella
latina fin dalle sue attestazioni più antiche, con una frequenza che
non trova paragoni nelle altre città etrusche, e che è certamente
dovuta alla posizione di Caere a ridosso del confine con il Lazio e ai
suoi rapporti tradizionalmente molto stretti con Roma. Il gentilizio
Ursu è noto esclusivamente a Cerveteri; lo incontreremo anche nella
tomba dei Clavtie (v. scheda 5.5).

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1.2 CIE 6148 = ET Cr 1.129


Sulla parete di fondo della camera sinistra della stessa tomba è inci-
sa, sempre a caratteri piuttosto grandi, l’iscrizione:

ramqa · pricni ·

Le forme grafiche sono le medesime dell’iscrizione precedente.


Anche in questo caso si tratta di una formula onomastica bimembre,
ma femminile; il prenome è uno dei più comuni in tutta l’Etruria,
mentre il gentilizio è anch’esso esclusivamente cerite.

BIBLIOGRAFIA: sulla tomba RICCI 1955, cc. 816-822; PROIETTI 1986, pp. 184-185. Sulla
defixio HEURGON 1960.

2. La tomba dei Rilievi


Nel IV secolo a.C. l’architettura funeraria di Cerveteri va incontro
a un nuovo profondo cambiamento; le più importanti tombe genti-
lizie si distinguono di solito per la predilezione di camere ipogee di
dimensioni ragguardevoli, scavate a grande profondità, e almeno
in parte segnalate in superficie, anche se non mancano realizzazio-
ni architettoniche del tutto originali (tomba del Charun, con volta
a botte e apparato scultoreo). Queste tombe sono spesso concentra-
te in alcuni distretti delle necropoli, relativamente liberi dai condi-
zionamenti posti da sepolture più antiche; l’unica che si sia andata
a inserire nel cuore della Banditaccia, nel bel mezzo dell’area più
densamente occupata, è la tomba dei Rilievi, la cui eccezionalità è
marcata dal rivestimento in stucco dell’intera superficie della
camera, splendidamente decorata da una ricchissima serie di rilie-
vi ben conservati. L’apparato epigrafico della tomba comprendeva
due cippi (che in origine dovevano essere collocati all’esterno, in
relazione con una struttura della quale restano solo alcuni frustuli
di sculture) e una serie di iscrizioni dipinte sul fondo di alcuni dei
14 loculi (ognuno predisposto per due defunti) scavati a metà
altezza delle pareti della camera, che dovevano contenere le depo-
sizioni dei personaggi più importanti della famiglia (mentre per gli
altri erano state preparate 32 forme sulla banchina). Gli scarsi
materiali del corredo fanno pensare che la tomba, fondata nella
seconda metà del IV secolo a.C., dovette essere usata almeno per

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tutto il secolo successivo. L’ipogeo apparteneva alla famiglia


Matuna, che le iscrizioni rivelano certamente ramificata (sono atte-
stati i cognomi Clate e Canatne) e imparentata con altre importan-
ti famiglie ceriti (Plavte) e non (v. infra). In questa sede si presenta
solo una parte delle iscrizioni.

2.1 CIE 6159 = ET Cr 5.3


Cippo in macco del tipo a colonnetta; lo sviluppo ancora piuttosto
breve della colonnetta caratterizza gli esemplari più antichi della serie.
L’iscrizione è incisa come di norma sulla base. La forma del cippo
ricorda quella dell’esemplare, frammentario, dalla Tomba delle
Iscrizioni, anch’esso riferibile a uno dei primi occupanti della struttu-
ra (seconda generazione, secondo la ricostruzione di Cristofani), recan-
te l’iscrizione CIE 5968 = ET Cr 1.54 (CRISTOFANI 1965, p. 49, n. 60).

vel ··. matunas larisalisa 2 an : cn ∫suqi · cericunce

Le forme grafiche sono quelle che si cominciano a diffondere a


Cerveteri dal tardo IV secolo, con la r nuovamente provvista di
codolo, più precocemente che nelle altre città etrusche; la forma
della m e della n tuttavia fanno ancora riferimento al tipo più anti-
co, e assicurano una cronologia congruente con la fondazione del-
l’ipogeo.
Il nome del fondatore è indicato con la formula trimembre: pre-
nome, gentilizio (come di consueto al genitivo afunzionale) e filia-
zione con prenome del padre flesso al genitivo, larisal, al quale è

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aggiunto il determinativo enclitico -sa: “Vel Matunas, il (figlio) di


Laris”. La formula scritta per esteso, senza abbreviazioni, e con il
ricorso al determinativo enclitico nella filiazione, caratterizza, come
si è già accennato, le iscrizioni più antiche della fase recente di
Cerveteri, e ricorre non a caso anche nel cippo dalla Tomba delle
Iscrizioni citato sopra. Nella seconda riga è ricordata la costruzione
della tomba: an è pronome relativo (il quale); cn è l’accusativo del
dimostrativo ca (questo); ∫suqi è il ben attestato termine indicante
“tomba”, redatto con il sigma a 4 tratti, che a Cerveteri e Veio indica
la sibilante marcata (al posto del san usato negli altri centri etrusco-
meridionali); cericunce è verbo al perfetto (desinenza -ce) che indica
“costruire, far costruire” o simili; la traduzione complessiva suona
quindi: “il quale fece costruire questa tomba”. L’uso della relativa
subordinata è reso necessario dal fatto che questo testo non può
mancare di fare riferimento alle iscrizioni più usuali redatte su
cippi, contenenti di solito il semplice nome del defunto, che deve
fungere da soggetto di una frase totalmente sottintesa esprimente il
concetto “qui giace”; anche nel solo altro caso noto di iscrizione di
fondazione su cippo si ricorre infatti alla proposizione relativa,
mentre in presenza di altri supporti, a Cerveteri come altrove, la
costruzione della tomba è indicata in forma diretta. Per una iscrizio-
ne simile cfr. scheda 5.1.

2.2 CIE 6153 + 6154 = ET Cr 1.133 + 1.134


Iscrizioni dipinte sul fondo del quinto loculo.

ranqu · ranaznia
v · mat[u]na[s] · a · c

Come doveva accadere


di norma, le due deposi-
zioni contenute nel loculo erano una maschile e una femminile; in
questo caso la diversità dei gentilizi fa pensare che si tratti di una
coppia coniugale; altri loculi (il secondo e il tredicesimo) conteneva-
no un uomo e una donna entrambi della famiglia Matuna. Ranqu è
prenome femminile non molto frequente, che nulla ha a che vedere
con il più comune Ramqa; infatti la sua forma arcaica è Raquventu
che diventa dapprima Racventu, poi Ravnqu (che si alterna con il
semplificato Ranqu), mentre Ramqa nasce dall’arcaico Ramaqa.
Ranaznia (la cui parte perduta si integra grazie a vecchi disegni) è gra-
fia sincopata di Ranazunia, femminile del gentilizio Ranazu, che ha la

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medesima forma di un nome individuale, ed è documentato in molti


centri etruschi, senza che si possa cogliere un addensamento partico-
lare. Nel nome maschile compare, oltre all’abbreviazione dei prenomi
(che a Cerveteri si generalizza nel corso del III secolo), anche l’abbre-
viazione c per clan (= figlio), esclusiva di Cerveteri, dove comincia a
comparire nella prima metà del III secolo per poi imporsi gradual-
mente. È probabile che l’uso di questa abbreviazione sia dovuto all’in-
terferenza della cultura epigrafica romana, l’unica in tutta l’Italia anti-
ca dove sia abituale fin da epoca abbastanza risalente; d’altra parte
non va dimenticato che al più tardi nel 273 a.C. gli abitanti di Caere
hanno acquisito tutti i diritti dei cittadini romani, salvo quelli politici.

BIBLIOGRAFIA: l’edizione principale della tomba è BLANCK, PROIETTI 1986.


Sull’inserimento di Caere nella cittadinanza romana, con tutti i problemi cronologici
e giuridici posti dalle fonti, dopo il classico lavoro di SORDI 1960, si veda HARRIS 1971,
pp. 45-47; HUMBERT 1972; KAIMIO 1975, p. 195; HUMBERT 1978; TORELLI 2000. La crono-
logia relativa delle formule onomastiche delle iscrizioni ceriti si evince dalla genea-
logia della tomba delle Iscrizioni, su cui v. CRISTOFANI 1965.

3. CIE 6064 = ET Cr 1.100


Cippo di peperino a forma di casetta rinvenuto all’interno della
tomba 164, una delle tredici tombe a singola camera pressoché iden-
tiche fra loro allineate a sinistra della via principale che taglia la
necropoli della Banditaccia. Il cippo è tuttora conservato all’interno
della camera. Queste tombe, come altri apprestamenti analoghi rin-
venuti in diverse zone della necropoli, rappresentano l’ultima gran-
de fase costruttiva della Banditaccia, che si manifesta con la realiz-
zazione di un gran numero di sepolture di apparato relativamente
modesto, con una sola camera (sia pure di discrete dimensioni),
strutturata in modo da poter accogliere un elevato numero di depo-
sizioni; queste tombe sono di solito allineate in serie anche molto
numerose, hanno brevi dromoi e facciata rupestre, e rappresentano
l’estrema evoluzione del tipo a dado. Anche se la facciata era appa-
rentemente non lavorata, negli spazi risparmiati fra i dromoi trova-
vano alloggio le lastre portacippi, destinate ad accogliere i cippi che
segnalavano le deposizioni contenute nelle camere. Purtroppo, la
collocazione particolarmente esposta delle strutture di questo tipo
ha fatto sì che venissero largamente saccheggiate, tanto che non si
sono mai rinvenuti in posto né i cippi, né le lastre destinate a conte-
nerli. In alcuni casi, come in quello qui trattato, i cippi erano stati
rigettati anche all’interno delle camere. La tomba 164 mostrava,
oltre alla banchina per le deposizioni, una profonda fossa, di un tipo

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noto anche in altre tombe, che, secondo l’interpretazione degli sca-


vatori, doveva servire da ossario per la riduzione dei defunti più
antichi, in modo da prolungare l’uso della camera funeraria. Al suo
interno, oltre a questo cippo, furono rinvenuti alcuni resti molto
frammentari del corredo, e un secondo cippo, maschile, in macco,
conservato solo parzialmente, e recante l’iscrizione CIE 6065 = ET
Cr 1.101.
L’iscrizione corre su uno spiovente.

ramqa · sucui · marces · sec

La grafia è simile a quella già attestata dalle iscrizioni precedenti.


Il testo restituisce una regolare formula onomastica femminile, con
prenome, gentilizio e filiazione, espressa dal prenome del padre al
genitivo seguito dall’appellativo sec (= “figlia”). La redazione per este-
so di questi ultimi due elementi indica una cronologia non posteriore
al III secolo; per quanto riguarda invece il prenome della defunta, va
ricordato che i prenomi femminili a Cerveteri non sono praticamente
mai abbreviati, al contrario di quelli maschili, e quindi la loro resa in
esteso non dà indicazioni cronologiche. Il gentilizio Sucu (femminile
Sucui) è, in questa forma, esclusivo di Cerveteri; la famiglia dovrebbe
essere titolare di una tomba rinvenuta da scavi clandestini nel 1967
nella zona “della Tegola dipinta” e provvista di iscrizioni sulle pareti;
il tipo architettonico molto simile e gli scarsi resti del corredo ne indi-
cano un uso pressoché coevo alla tomba 164. Una iscrizione vascolare
(cfr. scheda 93) indica il legame di questa famiglia con i poco attestati
Lapicane, che diedero a Cerveteri almeno un magistrato.
Non si può escludere che la forma Sucu sia la grafia ceretana del
più noto gentilizio Zucu, attestato già in età arcaica da una iscrizio-
ne funeraria di Orvieto (ET Vs 1.136 = CIE 5037), e poi da una di
possesso da Corchiano (ET Fa 2.15 = CIE 8382); successivamente, in
avanzata età recente, da più testimonianze dell’area chiusina, e da
una di Perugia.

BIBLIOGRAFIA: sulla tomba 164: RICCI 1955, cc. 614-616; sulla tomba dei Sucu: Studi
Etruschi 36, 1968, pp. 221-224. Sulla iscrizione etrusca di Corchiano COLONNA 1990, p. 120.

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4. CIE 6094 = ET Cr 1.114


Cippo di macco a forma di colonnetta rinvenuto in una colmata for-
matasi dopo ripetuti saccheggi nell’area di fronte alle tombe 169-171
(sulla quale v. sopra scheda 3), che ha restituito 6 cippi iscritti per lo
più molto frammentari, più un numero imprecisato di esemplari
anepigrafi. La forma, con base di limitata ampiezza e colonnetta
larga e ben sviluppata, è caratteristica degli esemplari più tardi.
L’iscrizione corre come di consueto sulla faccia superiore della
base (saranno solo i più tardi cippi con iscrizioni latine a predilige-
re talora il fusto della colonnetta).

m · punces · la · c ·

La grafia è simile a quella già


vista; si segnala la e con tratto infe-
riore arcuato, caratteristica degli
sviluppi in senso “manierato”
della pratica scrittoria di III e II
secolo a.C. La formula onomastica
maschile, redatta secondo il consueto schema cerite di prenome +
gentilizio + filiazione, presenta tutte le abbreviazioni possibili: i due
prenomi (personale e paterno) e l’appellativo clan. L’abbreviazione
la, che in altre città etrusche può essere ambigua, a Cerveteri rende
esclusivamente il prenome Larq, dal momento che Laris in questa
città è sempre abbreviato li, e Larce è lc. Il testo per esteso è quindi:
m(arce) punces la(rqal) c(lan).
Il gentilizio Punces (con la -s del genitivo afunzionale) è ben atte-
stato a Cerveteri, ed è tra l’altro presente anche su un altro cippo in
macco, frammentario, dalla medesima colmata (CIE 6095 = ET Cr
1.115). Un terzo cippo, in travertino, con il medesimo gentilizio, pro-
viene dall’interno della tomba 169 (CIE 6069 = ET Cr 1.103), dove era
associato ad altri tre esemplari iscritti (uno in etrusco e due in latino)
appartenenti tutti a famiglie diverse, oltre che a materiale ceramico
molto frammentario. Nella terra all’esterno della medesima tomba
furono rinvenuti altri cippi, dieci dei quali iscritti, tra cui spicca il
nucleo pertinente alla famiglia Alqra. Per questo motivo, è probabi-
le che i ripetuti saccheggi abbiano causato una notevole confusione
tra i materiali originariamente pertinenti alle diverse camere. La
rilettura (in ET Cr 1.76) di un’iscrizione parietale oggi scomparsa, e
malamente trascritta dal Canina (cfr. CIE 5988), porterebbe a ricono-
scere la presenza di questa famiglia nella Tomba del Triclinio, uno

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degli ipogei gentilizi monumentali dell’area della necropoli cosid-


detta “del Comune”, dove sono concentrate strutture di eccezionale
impegno come la Tomba delle Iscrizioni, quella dell’Alcova (dei
Tarna), dei Sarcofagi (degli Apucu), dei Maclae, dei Tamsni. Questa
lettura potrebbe essere confortata dal cippo frammentario CIE 5983
= ET Cr 1.66 (con integrazione però diversa); ma allo stato attuale
delle conoscenze è destinata a rimanere pura congettura.
BIBLIOGRAFIA: sul contesto: RICCI 1955, cc. 629-630; sulla tomba 169 e dintorni cc.
621-624.

5. La tomba dei Clavtie


Una delle scoperte più interessanti dei decenni successivi alle gran-
di campagne di scavo nelle necropoli di Cerveteri è stata certamen-
te quella della tomba dei Clavtie, avvenuta nel 1968 a seguito di un
intervento per fermare scavi clandestini in corso. In questa occasio-
ne, nella zona detta “della Tegola Dipinta”, al di fuori del recinto
della Banditaccia, lungo un costone che doveva servire da percorso
viario tra la necropoli e la città antica, fu individuata una fila di sette
tombe che, per la loro disposizione in serie, non è dissimile da quel-
le già discusse nelle schede precedenti; anche le dimensioni delle
camere sono pressappoco le medesime. Il tipo architettonico, tutta-
via, è molto più elaborato, e riproduce in dimensioni minori gli
apprestamenti caratteristici delle grandi tombe gentilizie impianta-
te nel IV secolo: loculi per deposizioni nelle pareti, in un caso anche
una vera e propria alcova (inquadrata da lesene con capitelli figura-
ti) simile a quella della più celebre e monumentale tomba omonima,
pilastri. Una di queste tombe si segnalava per l’eccezionale corredo
epigrafico, che permetteva di attribuirne la proprietà alla famiglia
Clavtie. La struttura prevedeva nove loculi (quattro su ogni parete
laterale e uno sulla parete di fondo, sotto il quale è un loculo più
piccolo) e un pilastro centrale, dietro il quale si trovava una fossa,
secondo un modello già noto a Cerveteri (cfr. sopra scheda 3). Le
iscrizioni sono disposte sulla faccia anteriore e su quella posteriore
del pilastro, presso il loculo principale della parete di fondo (due
iscrizioni), e presso il loculo piccolo della medesima parete (CIE
6219 = ET Cr 0.26); infine presso due dei loculi della parete destra
(una per ciascuno). Inoltre si segnala un’ulteriore iscrizione, fram-
mentaria, su un lacerto di tufo forse staccato dagli scavatori clande-
stini dalla parete sinistra della camera (CIE 6220 = Et Cr 1.160), e un
cippo con iscrizione latina rinvenuto presso l’ingresso della tomba
che, se pertinente, testimonierebbe un tardo uso della struttura da

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parte della famiglia dei Veratii. In questa sede verranno presentate


tutte le iscrizioni etrusche, fatta eccezione per quelle troppo fram-
mentarie delle quali è citato sopra il riferimento bibliografico.

5.1 CIE 6213 = ET Cr 5.2


L’iscrizione è posta sulla fronte del pilastro, immediatamente visibi-
le all’entrata nella tomba; due linee orizzontali la dividono in tre
paragrafi.

laris · av2le : laris3al · clenar 4 sval · cn · ∫suqi


5
cericunce|6 apac · atic 7 sanis∫ va qu8i · cesu |
9
clavtieq10urasi ·

Il testo, eccezionalmente complesso, è una


iscrizione di fondazione; il soggetto sono due
fratelli, indicati dai prenomi (Laris e Avle) e
dalla filiazione (figli di Laris); clenar è il plu-
rale di clan, con l’apofonia caratteristica di
questo vocabolo, (-e- in luogo di -a-) che si
manifesta ogni volta che alla radice si aggiun-
ge un suffisso; -ar è la regolare forma del plu-
rale del genere animato. La formula cn · ∫suqi
cericunce si è già incontrata a scheda 2.1, alla
quale si rimanda; si noterà in questo caso che
la forma del verbo etrusco al perfetto è imper-
sonale, ossia non cambia se il soggetto è sin-
golare o plurale. Il termine sval è noto come
radice verbale esprimente “vivere”, nelle formule indicanti l’età dei
defunti (cfr. sotto scheda 8.2; 11.1); in questo caso ha chiaramente
valore di aggettivo, e si riferisce al fatto che i due fratelli costruiro-
no la tomba quando erano ancora in vita. Il fatto che la medesima
radice possa avere valore nominale (aggettivo) e verbale è una
acquisizione preziosissima per comprendere la struttura della lin-
gua etrusca. Il primo enunciato è quindi facilmente traducibile:
“Laris (e) Avle figli di Laris (da) vivi costruirono questa tomba”.
L’indicazione che il costruttore della tomba è un vivente non è
superflua; questa indicazione ricorre anche nell’epigrafia latina, ed
è giustificata dal fatto che poteva essere ricordato come costruttore
della tomba anche un defunto, se la realizzazione era stata eseguita
per esempio in forza di un legato testamentario, oppure era stata ter-
minata dopo la morte del committente.

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Il secondo paragrafo integra il senso dell’indicazione che la


tomba fu costruita dai due ancora viventi, specificando i primi
destinatari del sepolcro. Infatti, i due termini apa e ati, legati dalla
congiunzione enclitica -c, significano rispettivamente “padre” e
“madre”. La locuzione qui cesu ricorre in un certo numero di iscri-
zioni funerarie, ed è formata dall’avverbio qui, che in base ai conte-
sti in cui è attestato si traduce certamente con “qui”, e dalla forma
verbale cesu, participio perfetto in -u (quindi del tipo esprimente
azione compiuta), che, a causa della sua ricorrenza esclusiva in
iscrizioni funerarie in nesso con qui, non può indicare altro che il
concetto di “deposto”; il nesso è quindi parallelo a quello noto nelle
iscrizioni latine hic situs est. Resta sanis∫ va, che non è traducibile per
mancanza di confronti in contesti certi, ma che può essere interpre-
tato con sicurezza come un predicativo riferito ai genitori defunti,
dal momento che è costruito con il determinativo enclitico -sa decli-
nato al plurale; *sanis è quindi un appellativo di qualche genere, per
il quale è forse possibile ipotizzare un rapporto con il termine sanś
(= “padre”, alternativo ad apa, senza che sia possibile stabilire le
precise differenze semantiche), noto in grafia settentrionale. La tra-
duzione suona quindi: “e il padre e la madre, i sanis, qui (sono stati)
deposti”. L’ultimo paragrafo è formato da un solo lessema declinato
al pertinentivo, formato dal gentilizio Clavtie e dal suffisso -qur-,
che indica la famiglia presa nel suo insieme (come ha confermato di
recente anche la Tavola di Cortona, dove uno dei soggetti sono i
Cusuqur Larisalisa, ossia tutti i Cusu discendenti da Laris Cusu):
“per (conto del)la famiglia Clavtie”.

5.2 CIE 6214 = ET Cr 0.25


Sul retro del medesimo pilastro si trova una iscrizione non onomastica.
hupniva 2 muca

La traduzione di muca, che ha solo


un’altra occorrenza in un contesto non
perspicuo, non è possibile; hupniva è il
plurale (con la desinenza -va del genere inanimato) di un termine,
hupni, di sicuro ambito funerario; l’aggettivo hupnina è usato per indi-
care sarcofagi e urne. Dal momento che l’iscrizione precedente finisce
proprio sul bordo inferiore del pilastro, e questa è posta sul bordo
superiore del retro, non si può neppure escludere che possa essere inte-
sa come prosecuzione dell’altra, intendendo: “per (conto del)la fami-
glia Clavtie tombe muca” (il plurale dovrebbe quindi riferirsi ai loculi).

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5.3 CIE 6217 + 6218 = ET Cr 1.158 + 1.159


Iscrizioni incise una dopo l’altra sopra il loculo di fondo.

lari · clavtie luvcili · puia

Le iscrizioni indicano i nomi dei


due occupanti del loculo, un uomo
e una donna, come regolarmente
documentato nella Tomba delle Iscrizioni e nella Tomba dei Rilievi
(cfr. sopra scheda 2.2). L’uomo è indicato con formula semplificata
prenome + gentilizio (lari è forma abbreviata per Laris); la donna ha
il semplice gentilizio seguito dall’appellativo puia (“moglie”). La
mancanza del prenome femminile, vista l’alta quota cronologica (IV
secolo a.C.), non è imputabile alla interferenza dell’onomastica
romana che si manifesta a partire dal II secolo; per questo motivo è
verosimile, vista la chiara connotazione latina del gentilizio, che la
donna sia di origine romana, e quindi effettivamente priva di pre-
nome. In luvcili deve quindi essere vista una trascrizione etrusca
(con desinenza etrusca del femminile -i) di Lucilia. Molto probabil-
mente, vista la collocazione enfatica nel loculo di fondo, i due
defunti devono essere i primi deposti nella tomba, e quindi apa e ati
(padre e madre, come indicato nell’iscrizione sul pilastro) di Laris e
Avle i costruttori; questo porterebbe a concludere che Laris, menzio-
nato per primo, fosse il primogenito, con il medesimo prenome del
padre, secondo un uso molto comune che le città etrusche condivi-
devano con il mondo latino.

5.4 CIE 6216 = ET Cr 1.157


Iscrizione incisa sopra l’ultimo loculo della parete destra; la prima
sezione del testo è stata probabilmente aggiunta in un secondo
momento, poiché è tracciata da mano diversa ed è decentrata,
andando a cadere sul pilastrino di separazione fra i loculi.

av · apa avula · clavties · a

Anche in questo caso l’iscrizione ricorda due diverse persone; la


prima è indicata semplicemente con il prenome abbreviato av (Avle)
e l’appellativo apa (“padre”); la seconda dal prenome avula + genti-
lizio + filiazione. Gli unici confronti noti per prenomi in -ula sono un

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isolato Titula da Aleria (ET Cs 2.20) e il femminile Ranqula da


Cerveteri (ET Cr 1.178), che indica come preferibile una interpreta-
zione di Avula come prenome diminutivo femminile (il corrispon-
dente dei prenomi maschili in -za); il fatto che il gentilizio abbia la
desinenza del maschile non fa difficoltà, dal momento che sono noti
casi comparabili. In questo caso è probabile che nel loculo siano stati
deposti padre e figlia, quest’ultima morta in tenera età, come indica
il diminutivo, e deposta per prima; il padre (forse l’Avle fondatore
della tomba) vi viene deposto solo in seguito, come indica l’inseri-
mento successivo dell’iscrizione, che lo qualifica appunto semplice-
mente come “padre”.

5.5 CIE 6215 = ET Cr 1.156


Iscrizione incisa sopra il secondo loculo della parete destra.

[qa]ncvil · ursui

Nonostante l’iscrizione sia priva della parte iniziale, l’integrazio-


ne del comune prenome femminile Qancvil è pacifica; ursui è il fem-
minile del gentilizio Ursus, per il quale cfr. sopra la scheda 1.1.
Uno degli interrogativi più importanti posti dalla tomba dei
Clavtie è la relazione tra questa famiglia e i Claudii romani, che ascri-
vono la propria origine alla migrazione della famiglia sotto la guida
di Atto Clauso dalla Sabina; poiché la cronologia di questo evento è
posteriore alla nascita dei corpi civici delle città etrusche, la presenza
dei Clavtie a Cerveteri è da sempre considerata necessariamente
mediata da Roma, e non collegabile ai numerosi gentilizi di tipo lati-
no ben documentati nella città fin da età piuttosto risalente.

BIBLIOGRAFIA: sulla scoperta cfr. Studi Etruschi 37, 1969, pp. 317-323. Il primo studio
dell’iscrizione sul pilastro, con le conseguenti acquisizioni lessicali e grammaticali che
per quegli anni furono veramente rivoluzionarie, è PALLOTTINO 1969; sull’iscrizione del
pilastro da ultimo AGOSTINIANI 1994. Iscrizioni funerarie romane con l’indicazione
della permanenza in vita o meno nella dedica del sepolcro: FRIGGERI, PELLI 1980;
MEDNIKAROVA 2001; KRUSCHWITZ 2002. Sui rapporti tra Claudii romani e Clavtie di
Cerveteri v. soprattutto FRASCHETTI 1977, ancora largamente valido; meno convincenti
le ricostruzioni genealogiche di TORELLI 1999, pp. 249-252. Migrazione dei Claudii a
Roma: da ultimi AMORUSO, BARBINA 2003, pp. 26-29, con bibliografia precedente.

Confronti: si danno qui di seguito due cippi ceriti con iscrizioni


latine, per il cui contesto di rinvenimento si rimanda alla bibliogra-

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fia del lemma del CIE. Questo tipo di cippi, come già accennato,
continua ad essere usato dopo l’inserimento nella cittadinanza
romana ed il passaggio all’uso del latino, che nelle iscrizioni di
Caere avviene repentinamente attorno al 90 a.C., segno che la lin-
gua di Roma vi doveva essere già ampiamente diffusa. Le formule
onomastiche che vi sono impiegate sono le medesime, salvo la per-
dita del prenome femminile, che è attestato solo in rarissimi casi.
A1. CIE 6051 Cippo a colonnetta di nenfro rinvenuto nella tomba
44, che faceva parte di un gruppo di strutture (43-49) che si aprivano
su una corta via creata in età relativamente tarda per sfruttare lo spa-
zio disponibile fra i tumuli. L’iscrizione è posta sulla colonnetta:
C. Statori L. f.
Il gentilizio maschile appare nella forma in -i, frequente nelle
iscrizioni latine del I secolo a.C.
A2. CIE 6061 Cippo a casetta di nenfro rinvenuto nei pressi della
tomba 120, anch’essa parte di una serie di ipogei appartenenti alla
fase più tarda della necropoli. L’iscrizione è su uno spiovente del
tetto:
Tarcia C. f.
Formula onomastica femminile di tipo romano, senza prenome.

BIBLIOGRAFIA: la forma -i dei gentilizi è ora studiata in FRANCHI DE BELLIS 1997,


pp. 33-43, che la considera in modo convincente una abbreviazione grafica.

TARQUINIA
Anche a Tarquinia l’epigrafia funeraria si sviluppa quasi esclusiva-
mente nella fase recente; in età arcaica la scrittura compare solo
occasionalmente, in alcune tombe dipinte, che rappresentano i
monumenti di maggiore spicco della necropoli tarquiniese. Esiste
anche un numero molto esiguo di stele arcaiche iscritte, che dove-
vano segnalare le tombe in superficie, e che seguono il formulario
più diffuso in tutta l’Etruria arcaica, indicante il possesso della
tomba in prima persona: “io sono (si intende: la tomba, o la stele) di
xx”. In un caso è usato il termine ma, indicante appunto la stele (“io
sono il ma di…”), diffuso con maggior frequenza nell’Etruria setten-
trionale. Queste stele fanno pensare all’esistenza di apparati esterni
alle sepolture, dei quali si è persa praticamente ogni traccia. Le iscri-
zioni che accompagnano gli affreschi sono di solito didascalie rife-
rite ai personaggi rappresentati: così per esempio nella Tomba degli
Auguri; in qualche caso, come nella Tomba detta “delle Iscrizioni”

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proprio per il numero eccezionale di didascalie, sono nominati per-


sonaggi che devono aver avuto a che fare con i defunti e con la ceri-
monia funebre, e quindi si potrebbe parlare in un certo senso di
iscrizioni funerarie. Nella decorazione pittorica della Tomba dei
Giocolieri si trova anche un’iscrizione con un nome, che però pro-
babilmente non è una didascalia, poiché gli altri personaggi ne sono
sprovvisti (e di solito, quando si usano didascalie, queste vengono
apposte a tutte le figure o comunque alla maggior parte); poiché la
formula onomastica è quella tipica degli schiavi, è poco verosimile
che il nome si riferisca a uno degli occupanti della tomba: l’interpre-
tazione più accreditata tende a riconoscervi la firma del pittore.
Soltanto nella Tomba dei Tori, la più antica delle tombe tarquiniesi
a essere decorata da affreschi sull’intera superficie delle pareti, si
trova un’iscrizione che può essere considerata a buon diritto fune-
raria, poiché ricorda esplicitamente l’opera di costruzione (cfr. sche-
da 6). Nella fase recente il panorama cambia completamente; com-
plice anche il mutamento graduale nei temi degli affreschi, che pre-
diligono ora la rappresentazione della famiglia riunita nell’aldilà,
tanto a banchetto quanto nel momento del ricongiungimento fra i
nuovi defunti e gli antenati, raffigurato sotto forma di solenne pro-
cessione, le didascalie possono diventare ora vere iscrizioni funera-
rie. Il nome dei defunti apposto in prossimità delle raffigurazioni
dei vari personaggi può arricchirsi di altri elementi (descrizioni det-
tagliate dei rapporti di parentela, età della morte, cariche sacerdota-
li o magistratuali ricoperte, opere di costruzione, attrezzatura e
ristrutturazione della tomba familiare), fino a comporre delle vere e
proprie biografie schematiche. Questo tipo di iscrizioni si ritrova
anche sui sarcofagi, che a partire dal IV secolo diventano il modo di
sepoltura privilegiato delle aristocrazie tarquiniesi, dando lavoro a
botteghe di scultori che possono raggiungere un livello qualitativo
notevole. La traslazione del sarcofago all’interno della camera
doveva essere il momento maggiormente rappresentativo della
cerimonia funebre, nel quale la famiglia dava prova di uno sfarzo
adeguato alla propria posizione sociale. Dal punto di vista epigrafi-
co, va notato che le iscrizioni sulle pareti e quelle sui sarcofagi sono
spesso complementari, nel senso che le une escludono di solito le
altre; è piuttosto raro trovare le due categorie di iscrizioni nella
medesima tomba. In qualche caso le iscrizioni parietali si riferisco-
no direttamente ai sarcofagi, con formule del tipo: “questo è il sar-
cofago di…”. Quando le iscrizioni parietali sono particolarmente
lunghe e complesse, i sarcofagi, se sono iscritti, riportano solo il

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nome del defunto; viceversa, sarcofagi con iscrizioni particolarmen-


te sviluppate corrispondono di norma a tombe prive di iscrizioni
parietali. A fianco di queste manifestazioni di livello più elevato,
che si vanno esaurendo già nel corso del III secolo a.C., esistono
anche sepolture più modeste (per quanto sempre riferibili alla parte
più elevata della società, l’unica in grado di permettersi una tomba
a camera), che trovano la loro espressione epigrafica grazie a una
nutrita produzione di cippi, che traggono la loro origine dalla sche-
matizzazione di più antichi monumenti figurati. È probabilmente
fra III e II secolo che si stabilizza la tipica forma tarquiniese, consi-
stente in una base parallelepipeda con campo epigrafico ribassato,
sormontata da una o più colonnette, e usata indifferentemente per
sepolture maschili e femminili; la produzione, come quella dei cippi
ceriti, si addentra nel I secolo a.C., con esemplari provvisti di iscri-
zioni latine, accompagnando l’uso delle tombe tarquiniesi fino alla
scomparsa della cultura funeraria locale. Solo poche decine di cippi
sono iscritti, e i testi sono molto più brevi di quelli che si possono
trovare su pareti e sarcofagi, anche per la limitatezza dello spazio a
disposizione; tuttavia, se possibile, si cerca di non rinunciare a qual-
che indicazione aggiuntiva oltre alla semplice formula onomastica
(soprattutto l’età della morte). A ricordarci che questi monumenti,
per quanto modesti, si riferiscono sempre a persone di stato sociale
elevato, sta l’iscrizione funeraria di un magistrato apposta proprio
su un cippo. D’altra parte non si deve dimenticare che è stata la
dispersione dei cippi, dovuta soprattutto agli scavi ottocenteschi, a
creare l’impressione che questa classe di materiali iscritti fosse
parallela e distinta rispetto a quelle di maggiore impegno monu-
mentale; in realtà le ricerche più recenti hanno mostrato che una
tomba poteva avere allo stesso tempo iscrizioni sulle pareti, sui sar-
cofagi e su cippi.

BIBLIOGRAFIA: sulla storia delle necropoli di Tarquinia, in generale CATALDI


1993; su aspetti specifici, soprattutto per quanto riguarda elementi collegati ai corre-
di epigrafici: CRISTOFANI 1969-70; COLONNA 1984 A; BARTOLONI, BAGLIONE 1987;
CRISTOFANI 1987; MORANDI 1987 (tomba degli Scudi); COLONNA 1991; COLONNA,
MORANDI 1995 (tomba dell’Orco); WEBER-LEHMANN 1995 (tomba dell’Orco II);
MORANDI 1995 A (tomba degli Scudi); MAGGIANI 1996; GENTILI 1997 (sarcofagi);
PANDOLFINI 1997 (cippi); SERRA RIDGWAY 2000 (tomba degli Anina); NASO 2001 (tomba
del Convegno); PRAYON 2004; VINCENTI 2004 (tomba Bruschi); MAGGIANI 2005 A
(tomba degli Scudi); aree della necropoli: CAVAGNARO VANONI 1996; SERRA RIDGWAY
1996; LININGTON, SERRA RIDGWAY 1997.

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6. CIE 5327 = ET Ta 5.1


La tomba dei Tori è la più antica tra quelle tarquiniesi ad avere una
decorazione pittorica figurata di grandi proporzioni; proprio per la
sua antichità, e la mancanza di modelli di riferimento, la sintassi
decorativa appare un po’ disorganica, con alcuni aspetti che non
saranno ripresi nei sistemi pittorici poi divenuti canonici.
Eccezionale è anche la pianta a tre vani, uno di ingresso e due più
piccoli, accessibili tramite due porte affiancate che si aprono sulla
parete di fondo della prima camera. La pianta ha buoni confronti
soprattutto a Cerveteri, dove rappresenta una semplificazione,
ampiamente attestata nel corso della seconda metà del VI secolo, di
impianti molto più impegnativi, risalenti già ad età tardo-orientaliz-
zante, con atrio trasversale che dà accesso a tre camere affiancate:
una struttura planimetrica quest’ultima che riproduce quella in uso
nelle abitazioni coeve. Le camere di fondo hanno una decorazione
figurata limitata ad animali in schema araldico nei frontoncini,
secondo un sistema già noto nelle più antiche tombe dipinte tarqui-
niesi (Tomba delle Pantere), e che resterà in uso a lungo nei monu-
menti di minore impegno. Nella camera di ingresso si sviluppa
invece una decorazione molto più complessa, che nella parete di
fondo giunge ad occupare l’intera superficie; il tradizionale fascio-
ne che corre alla base del soffitto displuviato viene duplicato con un
secondo fascione che intercetta gli architravi delle porte di accesso
alle camere di fondo, creando una striscia che ospita due piccole
scene figurate sopra le due porte. Nell’ampio spazio vuoto interme-
dio, direttamente di fronte alla porta di ingresso, corre l’iscrizione,
dipinta a vernice rossa, con andamento marcatamente discendente,
che indica che fu tracciata a mano libera dopo il completamento
della decorazione.

araq spurianas [ac]il hecece ··. fariceka ··.

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Le forme grafiche sono quelle tipiche dell’ambiente etrusco-


meridionale nel pieno VI secolo, con n allungata, e u ancora con
codolo, seppure brevissimo. L’uso dei grafemi per /k/ segue la
regola etrusco-meridionale arcaica: <k> davanti ad <a>, <c> davan-
ti a /e/. Anche l’ortografia è quella altamente vocalizzata tipica
della fase arcaica della scrittura etrusca: la grafia del prenome Araq
è alternativa ad Aranq (recente Arnq), Spurianas corrisponde al
recente Spurinas; questa forma arcaica del gentilizio è attestata
anche sulla celebre tessera hospitalis di S. Omobono (cfr. scheda 119),
mentre a Orvieto esiste nella forma Spurienas (ET Vs 1.7 = CIE
4926). L’enclitica -ka equivale al recente -c/-k (latino -que).
L’iscrizione ricorda con legittimo orgoglio la realizzazione della
tomba: il personaggio, che porta prenome e gentilizio (con la -s del
genitivo afunzionale), appartiene a una delle famiglie più impor-
tanti di Tarquinia, che svolse un ruolo di primissimo piano nella sto-
ria della città, tanto che alcuni dei suoi membri furono ricordati
nella prima età imperiale da un sontuoso monumento eretto nei
pressi del tempio principale della città (nel luogo dove probabil-
mente doveva sorgere il foro di Tarquinia romana) e corredato di
iscrizioni pervenuteci in cospicui frammenti (i cosiddetti elogia
Tarquiniensia). Questo fa ritenere sostanzialmente certo che in esso
vada riconosciuto il committente della tomba, e non il pittore. La
breve frase prevede un oggetto, facilmente integrabile in acil, termi-
ne ben documentato e certamente vicino per campo semantico al
latino opus (opera, prodotto, realizzazione), e due verbi legati dalla
congiunzione enclitica -ka. Hecece è la forma arcaica di un verbo
noto in iscrizioni recenti come hecce e hece (forma quest’ultima nella
quale la semplificazione delle due velari fa completamente sparire
il suffisso di perfetto -ce applicato alla radice hece), e che ricorre
costantemente in contesti che ne individuano il significato nel
campo del “fare, realizzare (opere)”; anche nell’iscrizione di fonda-
zione della tomba dei Volumni a Perugia (v. sotto scheda 47.1) esso
compare in nesso con acil. Il secondo verbo è un hapax, ma il colle-
gamento con la congiunzione induce a ricercarne un significato non
troppo distante dal primo; la sua connessione con temi verbali simi-
li esprimenti il concetto di “generare” è troppo aleatoria per trarne
una qualche conclusione. Il senso generale dell’iscrizione è quindi:
“Araq Spurianas realizzò e […] l’opera”.

BIBLIOGRAFIA: per la lettura MAGGIANI 2000, p. 256 e fig. 2. Immagini e descri-


zione della tomba in STEINGRÄBER 1985, pp. 353-355 e tavv. 157-165, con bibliografia;
sulla decorazione figurata soprattutto SIMON 1973; PRAYON 1977, pp. 181-184; ROSS

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HOLLOWAY 1986; GAULTIER 1987; CRISTOFANI 1988; repertorio bibliografico in


MARKUSSEN 1993, pp. 183-184; GILOTTA 1996, pp. 85-87. Su acil OLZSCHA 1961. Sugli
Spurinnae di Tarquinia commemorati in età imperiale: TORELLI 1975; letture parzial-
mente diverse delle iscrizioni e degli eventi in esse narrati: COLONNA 1984;
PALLOTTINO 1985, pp. 14-16; COLONNA 1989; CRISTOFANI 1997, pp. 26-31.

7. ET Ta 1.84
La tomba 5512 è uno dei numerosi ipogei scoperti nel corso degli
scavi della Fondazione Lerici nella necropoli tarquiniese dei
Monterozzi; si tratta di una tomba a camera singola di grandi
dimensioni, probabilmente allargata e rilavorata nel corso del suo
lungo uso, che fu rinvenuta già pesantemente danneggiata da anti-
chi saccheggi. Le rilavorazioni antiche, i crolli della roccia dovuti a
cause naturali e infine l’azione dei violatori hanno portato alla per-
dita di gran parte del rivestimento di intonaco; le parti superstiti
permettono di intuire una decorazione figurata sulla sola parete di
ingresso, che comprendeva la coppia di divinità infernali (Charun e
Vanth) e due gruppi di figurine umane, che rappresentano una
redazione estremamente semplificata delle scene di incontro tra
familiari nell’aldilà caratteristiche della decorazione dei grandi ipo-
gei gentilizi del IV secolo. La tomba 5512, anche per confronto con
strutture analoghe, viene datata nella prima metà avanzata del III
secolo, ossia in corrispondenza della fase finale della pittura fune-
raria tarquiniese, almeno per quanto riguarda la realizzazione di
scene figurate. Il soffitto e le banchine erano parimenti dipinti, con
decorazioni geometriche. Lo scavo ha permesso di recuperare resti
consistenti del corredo, che testimoniano un uso piuttosto prolun-
gato della struttura, fino alla fine del I secolo a.C.; furono inoltre rin-
venuti numerosi cippi, tutti anepigrafi, e frammenti di almeno sette
sarcofagi, che coprono un periodo compreso fra la metà del III e
l’inizio del II secolo a.C. Alcune iscrizioni corrono sulle pareti late-
rali; qui si presenta soltanto quella della parete sinistra, l’unica in
stato di conservazione sufficiente da essere completamente leggibi-
le. Il testo è dipinto a grandi caratteri neri piuttosto regolari.

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p[u]ślinei : vela : larqal : sec 2 apunalc : larqial : aninas


3
velqurus : velquruśla 4 puia : avils : XXXVIII lupu

Formula onomastica femminile, redatta con l’inversione (preno-


me dopo il gentilizio) caratteristica soprattutto dell’ambiente tar-
quiniese (compreso il territorio) dopo la metà del IV secolo. Al pre-
nome segue la filiazione (prenome paterno al genitivo completato
dall’appellativo sec = “figlia”), quindi il metronimico, legato con la
congiunzione enclitica -c, e comprendente non solo il gentilizio, ma
anche il prenome della madre, secondo quel formulario espanso
caratteristico delle iscrizioni funerarie della più alta aristocrazia
etrusco-meridionale, che testimoniano l’appartenenza dei defunti a
un ben preciso gruppo sociale anche tramite il ricordo meticoloso dei
loro parenti. Dopo il metronimico viene il gamonimico, ossia il nome
del marito, anche qui in forma molto espansa: gentilizio, prenome e
prenome paterno (velquruśla, composto dal genitivo velqurus segui-
to dal determinativo enclitico al genitivo -sla: letteralmente “di
quello di Velqur”) completati dall’appellativo puia, “moglie”. Il
testo si conclude con l’indicazione dell’età, espressa con il participio
perfetto lupu (“morto/a”), il numerale, e il termine avils, genitivo di
avil (“anno”), che compare usato regolarmente proprio nelle indica-
zioni di età; il suffisso del plurale è omesso, come accade di regola
per tutti i nomi del genere inanimato in presenza di un numerale.
La traduzione è quindi “Vela Puślinei, figlia di Larq e di Larqi
Apunei, moglie di Velqur Anina il (figlio) di Velqur, morta a 38
anni”. Questo fa pensare che la tomba 5512 appartenesse alla fami-
glia degli Anina, titolari anche della più nota e monumentale tomba
5051, situata nel settore della necropoli dei Monterozzi denominato
“fondo Scataglini” e comunemente nota come “tomba degli Anina”;
infatti in base alle iscrizioni sembra che le donne dell’aristocrazia
tarquiniese fossero abitualmente sepolte nella tomba di famiglia del
marito. Il tipo di iscrizione, con un formulario onomastico abba-
stanza completo, è quello usato di solito sulle pareti di quelle tombe
tarquiniesi della fase recente la cui decorazione pittorica è semplifi-
cata e molto ridotta se non del tutto assente. Il corredo epigrafico
delle strutture più antiche dotate di cicli figurativi di grande impe-
gno è invece sostanzialmente diverso, e si articola su alcuni testi
complessi con lunghi cursus honorum, che spesso ricordano anche la
fondazione della tomba stessa, e molte iscrizioni brevi, che fungono
da didascalie dei personaggi raffigurati negli affreschi, che rappre-
sentano in diversi modi la riunione della famiglia nell’aldilà (arrivo

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agli inferi con corteo di accompagnatori, accoglimento da parte dei


parenti già defunti, banchetto); queste ultime sono di solito limitate
a due soli elementi onomastici. Anche le iscrizioni dei sarcofagi
seguono uno sviluppo pressoché simile, con formulari molto ridot-
ti sugli esemplari più antichi, che vanno ampliandosi con il passare
del tempo, e possono arrivare ad ospitare anche cursus honorum
complessi e dettagliati quando le pareti delle tombe, sempre più
disadorne, non offriranno più uno spazio sufficientemente rappre-
sentativo. La famiglia dei Puślina non è altrimenti attestata, mentre
Anina e Apuna sono ben conosciuti: dei primi si è già detto, mentre
i secondi sono titolari di un’altra delle grandi tombe dipinte tarqui-
niesi, la tomba Bruschi (e il loro gentilizio è già conosciuto a
Cerveteri in età arcaica), legati anche ai Pinies, ai quali apparteneva
la tomba Giglioli (anch’essa dipinta), e a importanti famiglie del ter-
ritorio quali i Curunas di Tuscania. La rete di questi rapporti mostra
in modo chiarissimo come le famiglie proprietarie delle grandi
tombe magnatizie tarquiniesi fossero un gruppo compatto e legato
da ripetute alleanze matrimoniali.

BIBLIOGRAFIA: COLONNA 1984, pp. 12-13 (si veda nota 11 per l’inversione di preno-
me e gentilizio); CAVAGNARO VANONI 1996, pp. 221-262 [parte dei frammenti in osso
a pp. 259-262 sono da riferire a specchi a teca] e 360-365 [M. D. Gentili: sarcofagi].
Tomba degli Anina: COLONNA 1984, pp. 6-11; SERRA RIDGWAY 1996, pp. 176-183;
LININGTON, SERRA RIDGWAY 1997, pp. 95-104, 155-159 [M. D. Gentili: sarcofagi] e 165-
166 [M. Pandolfini: iscrizioni], con bibliografia precedente.

8. Tomba dei Partunu


La tomba dei Partunu fu ritrovata il 21 gennaio 1876 nella necropo-
li dei Monterozzi, poco prima dell’area dei “Secondi Archi”; anche
se la struttura è a tutt’oggi non più rintracciabile, le indicazioni con-
tenute nelle relazioni di scavo, che ricordano che il canale dell’ac-
quedotto passava esattamente al di sopra dell’ipogeo, permettono
una localizzazione abbastanza precisa. La camera sepolcrale non
era particolarmente grande, era assolutamente priva di decorazioni,
ed era completamente stipata con quindici sarcofagi e due urne
cinerarie; soltanto una parte di questi sono stati salvati e sono oggi
conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia. La
scelta dei pezzi da salvare cadde su quelli contraddistinti da qual-
che particolarità, come la presenza di un’iscrizione o la pietra,
diversa dal nenfro usato normalmente dalle botteghe tarquiniesi;
proprio la presenza di ben tre sarcofagi realizzati in materiale parti-
colare tradisce la scelta precisa da parte della famiglia, che dovette

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essere committente importante ed esigente nei confronti delle offi-


cine di scultori della città.

8.1 CIE 5422 = ET Ta 1.10-12


Il sarcofago, denominato “del Sacerdote” fin dalla sua scoperta, non
è prodotto in Etruria, ma è un esemplare importato in marmo di
Paro, simile a quelli, anch’essi di produzione greca, largamente
impiegati nelle necropoli di Cartagine. Il defunto è rappresentato
disteso sul coperchio displuviato, come nei coevi sarcofagi tarqui-
niesi, ma si distingue per l’iconografia, che lo ritrae nell’atto di com-
piere un gesto cultuale. Quando il sarcofago giunse a Tarquinia, fu
completato con una decorazione dipinta sui lati lunghi della cassa,
con un’Amazzonomachia da un lato e la scena dell’uccisione dei
prigionieri troiani sulla tomba di Patroclo dall’altro. Questo sarcofa-
go può essere datato attorno alla metà del IV secolo a.C. Il nome del
defunto vi fu iscritto ben tre volte, a pittura nera oggi pressoché
scomparsa: una delle iscrizioni correva sul timpano del coperchio
dal lato della testa, una sopra il coperchio lungo il fianco del defun-
to, e l’ultima sul margine superiore della cassa, in modo tale da
essere leggibile solo sollevando il coperchio. I tre testi sono identici;
si riproduce qui uno degli apografi eseguiti quando erano ancora
abbastanza leggibili.

laris : partiunus

La formula onomastica semplicissima (prenome + gentilizio,


come di norma con l’uscita del genitivo afunzionale) trova confron-
ti nelle iscrizioni funerarie tarquiniesi del pieno IV secolo, che – su
sarcofagi – arrivano al massimo a comprendere la filiazione; gli altri
elementi appaiono solo molto sporadicamente. La forma Partiunus,
invece del più comune Partunus, è forse un residuo di una grafia
più antica.

8.2 CIE 5423 = ET Ta 1.9


Il sarcofago, definito “del Magnate” dagli scopritori, pur essendo
un prodotto delle attivissime e capaci botteghe tarquiniesi, si segna-
la per la sua eccezionale qualità e per il fatto di essere realizzato in
travertino anziché, come di consueto, in nenfro; la pietra è stata

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ricoperta di stucco per nasconderne le irregolarità e darle


l’aspetto del marmo. Il coperchio conserva ancora la forma
displuviata con i timpani terminali del più antico tipo di
ispirazione architettonica, richiamato anche dagli acroteri
che decorano il colmo e le testate dei timpani; tuttavia, al di
sopra, con una contaminazione tipica dei sarcofagi di scuo-
la tarquiniese, è riprodotto il defunto disteso su un fianco,
con la testa poggiata sulla mano sinistra. La cassa conserva
ancora la forma antica riproducente un cassone ligneo, ma
è arricchita da bassorilievi con un’Amazzonomachia e una
Centauromachia. Tanto la cassa quanto il coperchio sono
ravvivati da una pittura a colori vivaci. Il sarcofago “del
Magnate” è un caposaldo della produzione tarquiniese, ed
è databile attorno al 320 a.C. L’iscrizione corre lungo la
fascia superiore della cassa.

velqur : partunus : larisaliśa : clan : ramqas : cuclnial : zilc :


cecaneri : tenqas : avil 2 svalqas : LXXXII

La formula onomastica non presenta ancora l’inversio-


ne; la sequenza è quindi prenome + gentilizio + filiazione
(espressa con il genitivo del prenome paterno e il determi-
nativo enclitico -sa); a questa segue il metronimico bimem-
bre (prenome e gentilizio della madre). L’indicazione suc-
cessiva ricorda una carica ricoperta in vita: tenqas è una
forma verbale (participio in -as, alternativo a quello in -u
probabilmente in quanto esprimente azione continuata e
non compiuta, di un verbo ten, usato sempre nel senso di
“ricoprire [una carica]”), e zilc cecaneri è appunto la carica
stessa, con il termine cecaneri (esito di un suffisso -iri appli-
cato alla base *cecana, utilizzato nella nostra documentazio-
ne per esprimere il complemento di vantaggio: letteralmen-
te “per il *cecana”) che funge da specificazione al generico
zilc, corrispondente a tutte le magistrature superiori delle
città etrusche (la carica viene tradotta convenzionalmente
come “zilacato”). In base alla comparazione dei diversi cur-
sus honorum, attestati soprattutto in ambito tarquiniese,
emerge che questa carica dovrebbe essere una delle più alte
della città, forse collegata all’insieme di persone indicato
dal termine collettivo cecasiequr, dove il suffisso -qur, già
incontrato (cfr. scheda 5.1), indica appunto l’insieme dei

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*cecasie, forse i componenti dell’organo definito *cecana. Questi ter-


mini potrebbero essere collegati alla posposizione ceca, il cui signi-
ficato “a favore di” è certo in base ai formulari delle dediche; que-
sto tuttavia non avvicina molto a una definizione più precisa del
significato delle cariche. La parte finale dell’iscrizione indica l’età di
morte: svalqas è participio in -as del verbo sval, “vivere”; avil,
“anno”, non ha la desinenza del plurale, come tutti gli inanimati in pre-
senza di numerale. La traduzione è quindi “Velqur Partunus, il figlio di
Laris (e) di Ramqa Cuclnei, che ha ricoperto lo zilacato cecaneri, che ha
vissuto 82 anni”. Il “Magnate” era quindi il figlio del “Sacerdote”.

8.3
Il sarcofago, definito tradizionalmente “dell’Obeso”, ha cassa sem-
plicemente modanata, priva di decorazioni nello specchio; alcune
tracce di lavorazione potrebbero far pensare che sia incompiuta.
Sul coperchio è raffigurato il defunto disteso, in posizione legger-
mente più rialzata rispetto al precedente; il fisico generoso ha fatto
meritare al sarcofago il suo appellativo. Eccezionale anche in que-
sto caso il materiale impiegato dagli scultori: una pietra venata,
ancora non correttamente identificata (alabastro o marmo): anche
per questo sarcofago dovette quindi esservi una richiesta precisa da
parte del committente. Per tre generazioni la famiglia dei Partunu
appare quindi legata alla tradizione del sarcofago marmoreo, che
viene riprodotto con i materiali a disposizione. Questo sarcofago è
anepigrafe: ma la cronologia su base stilistica e iconografica lo col-
loca all’inzio del III secolo a.C., quindi esattamente a metà strada
fra il precedente e il successivo; il personaggio doveva appartene-
re alla linea principale della famiglia, contraddistinta come si è
visto dalla predilezione per sarcofagi realizzati in pietre poco usua-
li; è molto verosimile che in esso sia stato sepolto Laris, figlio di
Velqur “il Magnate”, e padre del secondo Velqur, titolare del sarco-
fago successivo.

8.4 CIE 5426 = ET Ta 1.14


Anche questo sarcofago si distingue all’interno della produzione
tarquiniese; questa volta la sua particolarità non si trova nel mate-
riale, che è il comune nenfro, ma nella forma del coperchio, che
riproduce un altare con angolari a volute, secondo un modello atte-
stato soprattutto a Roma nella pressoché coeva tomba degli
Scipioni. L’iscrizione corre sul coperchio. La datazione, che si giova
anche dei dati genealogici, va posta verso la metà del III secolo.

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velqur larisal clan cuclnial 2 qancvilus lupu avils XXV

La formula onomastica omette il gentilizio: si tratta di una sem-


plificazione non inusuale nelle tombe dell’alta aristocrazia tarqui-
niese, dal momento che l’indicazione della famiglia poteva essere
considerata superflua per chi veniva deposto negli ipogei familiari.
Al prenome seguono quindi direttamente la filiazione e il metroni-
mico, redatto nella forma bimembre più frequente in questo ambito
territoriale e sociale (gentilizio + prenome, con l’inversione preva-
lente dalla fine del IV secolo). Chiude la laconica iscrizione l’indica-
zione dell’età di morte, con lo stesso formulario già visto sopra a
scheda 7. La traduzione è “Velqur figlio di Laris (e) di Qancvil
Culcnei, morto a 25 anni”. Il personaggio dovrebbe essere il nipote
del “Magnate”; sembra quindi che nella linea principale della fami-
glia Partunu si tendesse ad alternare i due prenomi Laris e Velqur,
invece di dare al primogenito il prenome paterno, come accade più
di frequente.

8.5 CIE 5424 = ET Ta 1.15


Sarcofago in nenfro a cassa liscia con coperchio raffigurante il
defunto in posizione semirecumbente; la qualità del lavoro del
coperchio è abbastanza bassa, e testimonia lo scadimento del livel-
lo artigianale delle botteghe tarquiniesi nel corso della seconda
metà del III secolo, quando comincia una diaspora degli artigiani
più dotati verso l’Etruria settentrionale, e in particolare verso
Chiusi. L’iscrizione corre sulla fronte della cassa.

partunus · vel · velqurus · 2 śatlnalc · ramqas · clan · avils 3 XXIIX lupu

La formula onomastica è anche in questo caso lineare, con l’in-


versione di gentilizio e prenome, la filiazione, il metronimico
anch’esso bimembre e legato dalla congiunzione enclitica -c, l’età di

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morte. La traduzione suona quindi “Vel Partunus figlio di Velqur e


di Ramqa Śatlnei, morto a 28 anni”. Il personaggio dovrebbe essere
il figlio del precedente; entrambi, morti in età piuttosto giovane,
non sembra che abbiano potuto ricoprire cariche pubbliche di un
qualche rilievo.

8.6 CIE 5425 = ET Ta 1.13


Cassa di sarcofago in nenfro sulla quale è conservato un
coperchio con figura femminile che, in base alle descrizio-
ni della scoperta della tomba, non dovrebbe essere perti-
nente; la forma della cassa fa supporre una cronologia
compresa tra la fine del IV e la prima metà del III secolo.
L’iscrizione corre sulla fascia superiore della fronte.

larqi : spantui : larces : spantus : sec : arnqal : partunus : puia :

Formula onomastica femminile senza inversione, che si


segnala per la singolare ripetizione del gentilizio paterno
(sostanzialmente inutile dal momento che è identico a
quello della figlia); il gamonimico, con il formulario
bimembre pressoché esclusivo delle iscrizioni funerarie
dell’alta aristocrazia tarquiniese, serve a spiegare perché
questa donna era sepolta nella tomba dei Partunu: era
infatti la moglie di uno di loro, e precisamente di un Arnq
a noi altrimenti sconosciuto (e quindi verosimilmente uno
dei defunti deposti nei sarcofagi anepigrafi). La traduzio-
ne è: “Larqi Spantui figlia di Larce Spantu, moglie di Arnq
Partunus”.

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8.7 CIE 5427 + 5566 = ET Ta 1.16 + 1.213


Sarcofago in nenfro pertinente a un individuo di età giovani-
le, come mostrano sia le ridotte dimensioni, sia la figura
semirecumbente sul coperchio. La cassa è decorata con
genietti alati e un cratere a bassorilievo; tanto questi rilievi
quanto il personaggio sul coperchio conducono a una data-
zione verso la metà del III secolo. Eccezionale è la presenza
della tunica, indossata sotto il mantello, che nei sarcofagi,
così come nelle urne cinerarie dell’Etruria settentrionale (con
la sola eccezione di Perugia) compare solo nei primi decenni
del II secolo; è possibile che l’uso del mantello senza tunica
fosse esclusivo degli adulti. L’iscrizione era dipinta sul mar-
gine superiore della cassa, e continuava lungo il margine
sinistro; la pittura è purtroppo quasi completamente scom-
parsa. Il problema esisteva già ai tempi della scoperta, tanto
che gli studiosi ne avevano dato due rese molto diverse, che
sono confluite entrambe nel CIE, dove sono state considera-
te erroneamente due iscrizioni diverse: errore che si è pro-
tratto fino a tempi recentissimi, quando una attenta osserva-
zione ha permesso di ristabilirne una lettura attendibile.

spurinas arnq velus clan cu[cl]nial qanc[vilus - - -] lupuce [- - -]

Nonostante la perdita di molte parti del testo, quello


che resta è sufficiente a leggere la formula onomastica del
personaggio, che non apparteneva alla famiglia dei
Partunu ma a quella degli Spurina; se l’integrazione è cor-
retta, sua madre doveva essere la medesima Qancvil
Cuclni madre del secondo Velqur Partunus (qui scheda
8.4), cosa che giustificherebbe la sua presenza nella tomba.
La donna dovette quindi sposare Laris Partunus (II, ossia
l’”Obeso”) in seconde nozze, dopo essere già stata moglie
di un Vel Spurinas; il figlio, rimasto verosimilmente ben
presto orfano di padre e poi morto anche lui in tenera età,
fu quindi sepolto nella tomba di famiglia del secondo
marito. Della parte finale dell’iscrizione, la peggio conser-
vata, si riesce a recuperare soltanto il verbo
lupuce, perfetto in -ce da lupu. La traduzione
è: “Arnq Spurinas figlio di Vel e di Qancvil
Cuclni ... morì ...”

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8.8
Urna cineraria in nenfro con mostri marini scolpiti sulla cassa ed
una testa femminile nel frontoncino del coperchio. È una delle rare
attestazioni di uso dell’incinerazione a fianco dell’inumazione.
Anepigrafe.
Come si nota dalle iscrizioni, i Partunus (peraltro noti solo dalle
iscrizioni di questa tomba) sono legati a famiglie tarquiniesi di
prim’ordine, fra le quali i Cuclnie (famiglia cui appartiene una gio-
vinetta insignita della carica sacerdotale di camqi eterau).

BIBLIOGRAFIA: sulla tomba CATALDI 1988, pp.7-11; per la scoperta cfr. Bullettino
dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica 1876, pp. 70-78 e Notizie degli Scavi 1876,
pp. 4-6. Circolazione dei sarcofagi in marmo pario: MARTELLI 1975; HITZL 1991; sarco-
fago del Sacerdote e produzioni connesse: ultimi interventi FLEISCHER 2004 e
MEISSNER 2004; sulle pitture del sarcofago: BLANCK 1982; sarcofago femminile forse da
questa tomba: BARTOLONI, BAGLIONE 1987, p. 239, nota 42, 1. Sul sacrificio dei prigio-
nieri troiani: Artigianato artistico 1985, pp. 208-212. Sul sarcofago di cui a scheda 8.7:
REE 63, 47 [M. Morandi]. Per le magistrature etrusche: MAGGIANI 1996 A. Lettura cor-
retta e interpretazione della carica di camqi eterau: MAGGIANI 1996 A, pp. 117-123; v.
anche BENELLI 2003. Tomba degli Scipioni: ZEVI 1999, con bibliografia precedente;
sulla tomba di un altro ramo della gens Cornelia: PISANI SARTORIO, QUILICI GIGLI 1987-
88, con bibliografia precedente.

9. CIE 5441 = ET Ta 1.34


Coperchio di sarcofago displuviato in nenfro proveniente da una
tomba imprecisata della necropoli dei Monterozzi, e conservato al
Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia. L’iscrizione è dipinta
su una falda del coperchio. La cronologia è molto difficile da stabi-
lire, perché si tratta di un oggetto di forma molto semplice, che non
offre precisi elementi di confronto; probabilmente va posto tra la
fine del III e il II secolo, come potrebbe indicare il tipo di scrittura.

palazus · a · lr · rutzs · ril · XXXXII 2 marunucva · cepen · tenu · zilacnu

L’iscrizione è di lettura laboriosa poiché è dipinta e non incisa; la


parte perduta può essere ricostruita in base ad alcune vecchie lettu-
re. I caratteri grafici, che si ricollegano al tipo regolarizzato recente,
indicano una datazione forse anche al II secolo. La formula onoma-
stica ricorre alle abbreviazioni per i prenomi, fenomeno relativa-
mente raro nelle iscrizioni funerarie tarquiniesi su sarcofagi, così

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come per quelle parietali; questo uso è invece costante nelle iscrizio-
ni su cippi, per ovvi motivi di spazio. L’abbreviazione a del preno-
me posposto al gentilizio (secondo la regola dell’inversione) è ambi-
gua (Arnq o Aule?); tuttavia c’è una enorme differenza nella fre-
quenza di uso dei due prenomi a Tarquinia, e quindi è probabile che
l’abbreviazione ridotta alla sola iniziale indicasse il comunissimo
Arnq piuttosto che il rarissimo Aule. Rutzs è verosimilmente un
cognome, scritto in forma sincopata (come, ad esempio, il chiusino
Canqs). Alla formula onomastica segue l’indicazione dell’età di
morte, qui resa con il termine ril, che, essendo seguito sempre da un
numerale isolato, senza ulteriori elementi di lessico, dovrebbe esse-
re un aggettivo traducibile più o meno “dell’età di”. Infine troviamo
l’indicazione delle cariche ricoperte in vita; il participio tenu deriva
dallo stesso verbo di tenqas (cfr. scheda 8.2), e si differenzia solo per
la qualità dell’azione, espressa come compiuta invece che come
durativa. Nei cursus honorum dei defunti le due forme hanno signi-
ficato pressoché equivalente. L’oggetto di tenu è marunucva cepen: il
primo lessema è il plurale di un termine indicante una magistratu-
ra di rango inferiore, marunuc (tradotta con “maronato”), anch’essa
spesso corredata nelle iscrizioni di diverse specificazioni. Nel termi-
ne cepen si può riconoscere l’aggettivo “tutti”: il personaggio ha
quindi ricoperto l’intera gamma delle cariche definite dal generico
marunuc. Il passo successivo della sua carriera è stata una magistra-
tura superiore, una di quelle indicate dal termine zilc; l’indicazione
è qui data con il participio in -u del verbo derivato dal nome della
carica. La traduzione dell’iscrizione è: “Arnq Palazus Rutzs (figlio
di) Laris, dell’età di 42 (anni), che ricoprì tutti i maronati, che rico-
prì lo zilacato”. La famiglia è conosciuta da un altro sarcofago e da
un cippo, entrambi tarquiniesi, dei quali si ignorano le circostanze
di rinvenimento; inoltre una donna di questa famiglia è la costrut-
trice della cosiddetta “tomba di Annibale” (v. scheda 11).
BIBLIOGRAFIA: lettura: LAMBRECHTS 1958; per il riconoscimento del significato di
cepen: ADIEGO c.s.; per le magistrature cfr. la scheda precedente.

10. CIE 5471 = ET Ta 1.183


Il complesso delle tombe dei Camna non si trovava nella grande
necropoli dei Monterozzi, ma in un piccolo nucleo funerario in loca-
lità Poggio Cavalluccio, a nord della città antica di Tarquinia, dove si
sono rinvenuti quattro ipogei vicini, che fanno pensare che si trattas-
se di una vera e propria necropoli gentilizia, riservata cioè a una sola
famiglia e agli elementi ad essa collegati, forse posizionata su terreni

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appartenenti alla famiglia stessa. La tomba più antica, scoperta nel


1855, conteneva una sola deposizione, femminile, con un ricchissimo
corredo di oggetti preziosi, approdati per la maggior parte al British
Museum, ma anche al Louvre; i materiali permettono una datazione
tra la fine del V e il principio del IV secolo. Nello stesso anno fu sco-
perta anche un’altra tomba, che conteneva molti sarcofagi, dei quali
solo uno o due, in quanto iscritti, furono salvati. Altri quattro sarco-
fagi furono recuperati da una terza tomba, che fu poi riscoperta nel
1953-54, quando vi furono recuperati una trentina di sarcofagi abban-
donati dagli scavatori del XIX secolo perché ritenuti di valore troppo
basso per estrarli dalla camera; il ritrovamento di un cippo iscritto ha
permesso di ricollegare i due gruppi di materiali. Queste ultime due
tombe sembrano pressoché coeve (anche se non conosciamo tutti i
sarcofagi che furono lasciati all’interno della prima), e coprono un
periodo che va dal secondo quarto del III secolo fino a tutto il II; i sar-
cofagi, oggi esposti al Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia,
offrono un’ottima campionatura della produzione tarquiniese del
periodo, con un’ampia varietà di scene figurate a bassorilievo sulle
casse, che vanno a sostituirsi agli affreschi sulle pareti delle camere
(dei quali riprendono alcuni elementi tematici), avviati a una progres-
siva scomparsa nel corso del III secolo. Una quarta tomba, anch’essa
appartenente alla medesima famiglia, fu rinvenuta nei pressi della
terza sempre nel 1953-54; dalle descrizioni dei sarcofagi, ancora ine-
diti, sembra potersi evincere una datazione leggermente più alta.
Solo una piccola parte dei sarcofagi sono iscritti, cosa che non permet-
te di seguire nel dettaglio l’albero genealogico della famiglia, che
però ci appare divisa a un certo punto in due rami, contraddistinti dai
cognomi Crespe (seconda tomba) e Plecu (terza tomba). Il sarcofago
che si presenta in questa scheda è uno di quelli prelevati nel XIX seco-
lo nella terza tomba, ed esibisce una scena di corteo magistratuale
scolpita sulla fronte; il coperchio ha defunto semirecumbente con la
patera in mano. La datazione, sulla quale pesa la generale trascura-
tezza della realizzazione, dovrebbe porsi nella seconda metà avanza-
ta del III secolo, anche in forza della più salda datazione attorno alla
metà del secolo del sarcofago nel quale era deposta la madre, recante
l’iscrizione CIE 5473 = ET Ta 1.185. L’iscrizione è incisa sul listello
superiore.

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larq : arnqal : plecus : clan : ramqasc : apatrual : eslz :


2
zilacnqas : avils : qunem : muvalcls : lupu :

La formula onomastica omette il gentilizio Camna, indicando


solo il cognome Plecus, che potrebbe essere inteso tanto come geni-
tivo afunzionale quanto come vero e proprio genitivo concordato
con il prenome paterno in funzione di filiazione (forse perché fu
proprio il padre di questo personaggio ad introdurre il cognome
Plecu); segue il metronimico bimembre, legato dalla congiunzione
enclitica -c. Il personaggio ha ricoperto una magistratura superiore
(zilc), come è indicato dal verbo, il medesimo già visto nell’iscrizio-
ne della scheda 9, ma con il participio in -as; la magistratura è stata
ricoperta due volte: eslz è l’iterativo in -z da zal, “due” (sono attesta-
ti anche ciz da ci, “tre”, qunz da qu “uno”, e così via); la grafia zal del
numerale evidentemente nasconde un suono vocalico iniziale
breve, che ricompare non solo nell’iterativo, ma anche nel sottratti-
vo eslem. Segue l’indicazione dell’età di morte, con il participio lupu
e il numerale indicato in lettere anziché in cifre; qunem è il numera-
le qu, “uno”, con il suffisso sottrattivo -em (la -n- è evidentemente
altro suono non espresso dalla scrittura, dal momento che ricompa-
re nell’iterativo qunz), mentre muvalcls è il genitivo di muvalc, “cin-
quanta”. Il genitivo è concordato con avils, ed è quindi il caso nel
quale la lingua etrusca esprimeva le età. La traduzione suona: “Larq
(Camna) Plecu figlio di Arnq e di Ramqa Apatrui, che ha ricoperto
lo zilacato due volte, morto di quarantanove anni”. Fra i legami
della famiglia particolarmente rivelatore quello con i Velca, titolari
della tomba degli Scudi, anche loro di rango magistratuale; un
Apa(ia)trus è poi parente della titolare di uno dei più noti monu-
menti tarquiniesi, il sarcofago delle Amazzoni del Museo di Firenze,
con la cassa in marmo ricoperta da pitture malamente deturpate
dall’iscrizione. Ancora una volta il circolo delle famiglie magnatizie
tarquiniesi si richiude su se stesso.
BIBLIOGRAFIA: sulle tombe dei Camna cfr. CATALDI 1988, pp. 11-13; COLONNA 1991,
pp. 136-140; REE 63, 18 [M. Morandi]. Sui cortei magistratuali cfr. TASSI SCANDONE
2001, pp. 43-132. Per il sarcofago delle Amazzoni si rimanda alla bibliografia su quel-
lo “del sacerdote”.

11. La Tomba “di Annibale”


Una tomba a camera della necropoli dei Monterozzi, nell’area deno-
minata “Villa Tarantola” (alla periferia dell’attuale Tarquinia), priva
di decorazione, è corredata di due iscrizioni dipinte sulle due pare-

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ti opposte, in discreto stato di conservazione. L’uso di iscrizioni


parietali in assenza di affreschi non è insolito, anche se spesso la
loro leggibilità è inficiata da un grave deterioramento; si può citare
come confronto, a titolo di esempio, il ricco corredo epigrafico ben
conservato di una tomba della famiglia Spitu nel settore della necro-
poli definito “Fondo Scataglini” (ET Ta 1.164-168). Le deposizioni
erano contenute in sarcofagi scavati direttamente nel banco roccio-
so, secondo una pratica ben documentata a Tarquinia (per esempio,
nella Tomba degli Anina o nella più antica Tomba Giglioli).

11.1 ET Ta 1.107
Sulla parete destra, in corrispondenza del secondo sarcofago, corre
la più celebre iscrizione, dipinta in colore nero a grandi lettere.

felsnas : la : leqes 2 svalce : avil : CVI 3 murce : capue 4 tlece : hanipaluscle

La formula onomastica è del tipo più comune nella città, con il


prenome (abbreviato) posposto al gentilizio al genitivo afunzionale;
la filiazione è scritta per esteso perché il prenome del padre è del
tutto insolito a Tarquinia. L’abbreviazione si scioglie certamente
La(ris), dal momento che Larq è sempre reso con lq. Segue quindi l’in-
dicazione dell’età, con il verbo al perfetto svalce; la eccezionale longe-
vità potrebbe essere anche soltanto millantata da questo personag-
gio, che nelle righe successive ricorda la propria vita fuori dal
comune. Infatti, pur non potendo tradurre con precisione i due
verbi murce (al perfetto) e tlece (al perfetto passivo), gli altri due ter-
mini sono piuttosto chiari: capue è il nome di Capua, declinato al
locativo (la desinenza -i si fonde con la -a finale, dando -e: è il feno-
meno indicato come “monottongazione”, ossia riduzione ad un solo
suono del dittongo, in questo caso ai; la casistica, in etrusco come in
altre lingue, è amplissima), e hanipaluscle è l’ablativo di un nome
*hanipal (quindi l’agente del verbo al passivo) con il dimostrativo
enclitico -ca anch’esso all’ablativo, che funge da determinativo del
personaggio, evidentemente ben conosciuto. E la connessione con

75
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Capua lascia pochi dubbi che si abbia a che fare proprio con il celebre
Annibale (latino Hannibal). È merito di Marta Sordi aver evidenziato
che il personaggio potrebbe essere giunto a Tarquinia da una città
dell’Etruria settentrionale: in questo senso rimanda non solo il preno-
me del padre, ma anche il suo stesso gentilizio, che trova i migliori
confronti a Perugia. Questo potrebbe connettersi a un evento della
guerra annibalica ricordato dagli storici romani, quando un contin-
gente formato da 570 Prenestini e 460 Perugini riuscì a tenere valoro-
samente nel 216/5 il piccolo centro di Casilinum (corrispondente alla
Capua medievale e moderna), che sorvegliava il guado del Volturno
che dava accesso alla grande città campana. Nonostante la guarnigio-
ne avesse poi dovuto cedere di fronte al soverchiante esercito cartagi-
nese, sappiamo per certo che la resa dovette essere onorevole, dal
momento che a Praeneste i reduci furono pubblicamente celebrati. È
possibile quindi che Laris Felsnas abbia continuato a militare in uno
dei numerosi eserciti dislocati lungo la penisola nel corso della guer-
ra, e poi, ormai lontano dalla sua città per molti anni, abbia deciso di
insediarsi a Tarquinia, legandosi alle famiglie locali. L’iscrizione è
quindi traducibile “Laris Felsnas (figlio) di Leqe visse 106 anni, … a
Capua, fu … da Annibale”.

11.2 ET Ta 1.108
Sulla parete opposta corre una seconda iscrizione, anch’essa abba-
stanza ben leggibile, dipinta a lettere nere molto simili.

palazui · qana 2 avils · L · enza · huśur 3 acnanas · manim : 4 arce

La formula onomastica, femminile, è semplicemente bimem-


bre, con inversione del prenome. A questa segue l’indicazione
dell’età di morte, con il numerale espresso dalla cifra. Seguono
due formule che trovano riscontro soprattutto nelle iscrizioni tar-
quiniesi più lunghe e complesse, particolarmente in quelle parie-
tali, delle quali non si è presentato alcun esempio perché il loro
stato di conservazione è sempre piuttosto scadente. La prima,

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huśur acnanas, è formata da un verbo al participio in -as e da un


oggetto, che, in alternativa a huśur, può essere clenar, “figli”; il raf-
fronto fra le diverse sequenze genealogiche ha permesso di com-
prendere che con clenar (plurale di clan: cfr. scheda 5.1) si intende
“figli (maschi)”, mentre huśur indica “figli” in senso generico, tanto
maschi quanto femmine; di questo termine non è noto il singolare,
e non si può escludere che, per il suo stesso significato, venisse di
fatto usato solo al plurale. Nel verbo andrà quindi ravvisato un
significato del tipo “generare”, da intendersi in un senso applicabi-
le a entrambi i genitori, dal momento che la formula ricorre in iscri-
zioni funerarie sia maschili che femminili; che non si tratti di un
“generare” fisico si vede dal fatto che come oggetto, oltre a “figli”,
si può trovare anche “nipoti”. Per evitare confusioni questo verbo si
può tradurre con “avere”, tenendo presente che è una pura tradu-
zione convenzionale italiana, e che non viene ricoperto il senso del
“possedere”. Il termine enza, altrimenti ignoto, deve essere un nume-
rale, perché in tutte le iscrizioni che contengono l’espressione huśur
acnanas è sempre specificato il numero dei figli; poiché i numerali
da 1 a 10 sono conosciuti o comunque ricostruibili dai composti,
questo dovrebbe essere un numero superiore. I numeri a partire dal
13 tuttavia, sono formati regolarmente dai due termini dell’unità e
della decina (13 = ci sar, 3 + 10), perciò questo potrebbe essere solo
11 o 12, la cui formazione in molte lingue è irregolare. Non si può
comunque escludere che enza sia un aggettivo (per esempio:
“molti”). La seconda espressione, manim arce, è formata dal verbo
arce, perfetto di ar, che è usato tra l’altro anche in espressioni espri-
menti la costruzione della tomba, in alternativa a hec(c)e, cericunce,
e così via; il suo significato è senz’altro “fece”, in senso più generi-
co rispetto a quello espresso dagli altri verbi, usati soltanto nell’in-
dicazione della costruzione di tombe. Il termine manim deve essere
quindi l’oggetto, che probabilmente andrà ricercato fra i numerosi
componenti della sepoltura, per i quali la documentazione epigrafi-
ca – proprio perché prevalentemente funeraria – è eccezionalmente
ricca; si riconoscono, solo per fare qualche esempio, śuqi (l’insieme
della struttura sepolcrale), tamera (lo spazio fisico della camera
funeraria), mutna (il sarcofago), murśl (sempre il sarcofago). La tra-
duzione è “Qana Palazui di 50 anni, che ha avuto X figli, fece il
manim”. Questa iscrizione rivela la presenza nella medesima
tomba dove è stato sepolto il veterano Laris Felsnas di una donna
della più alta aristocrazia tarquiniese, la cui famiglia è stata già
incontrata.

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BIBLIOGRAFIA: SORDI 1989-90; REE 70, 54 [A. Morandi]. Sulla tomba degli Spitu:
SERRA RIDGWAY 1996, pp. 92-93; LININGTON, SERRA RIDGWAY 1997, pp. 51-52, 165 [M.
Pandolfini]. Manim: EMILIOZZI 1993, pp. 135-137, nota 43.

12. CIE 5428 = ET Ta 1.2


Cippo in nenfro a forma di testa umana su piccola base; si tratta di
un manufatto con pochi confronti, che potrebbe collocarsi all’origi-
ne della nutrita serie di cippi tarquiniesi aniconici. Fu rinvenuto
all’interno di una tomba, secondo il resoconto della scoperta (avve-
nuta nel 1876) appoggiato sopra un sarcofago, decorato da bassori-
lievi sulle fiancate della cassa, acroteri agli angoli del coperchio
displuviato, e un ulteriore acroterio, nel mezzo del colmo, raffigu-
rante Cerbero. Il complesso si data alla prima metà del IV secolo. Il
cippo, così come il sarcofago, è conservato nel Museo Archeologico
Nazionale di Tarquinia. L’iscrizione corre sulla base, incisa a lettere
di piccole dimensioni.

arnq : paipnas : tites

La forma delle lettere è quella corrente nel momento più antico


della fase recente, con la r ancora ad occhiello pieno e sviluppato, e
la n del tipo cosiddetto “capitale”, con il secondo tratto che si attac-
ca alla base del terzo. Questi elementi concordano con quanto sug-
gerito anche dall’aspetto stilistico della testa e del sarcofago, che
indirizzano verso una datazione verso la fine del IV secolo a.C.
L’iscrizione riproduce una formula onomastica trimembre, con il
gentilizio al genitivo afunzionale, e la filiazione espressa dal preno-
me paterno al genitivo; il prenome Tite è relativamente raro a
Tarquinia. La forma Paipna è isolata; è probabile (vista la datazione
piuttosto alta all’interno della fase recente) che si tratti di una reda-
zione ancora arcaica del gentilizio che più tardi appare come Pepna,
famiglia nota soprattutto a Tuscania, ma anche a Tarquinia nella già
citata tomba 5512 (che postula un legame con gli Anina); i Pepna
fanno parte anche dell’ampio giro di parentele dei già incontrati
Camna.

BIBLIOGRAFIA: CATALDI 1993, pp. 107-108; PAPINI 2004, pp. 135-136.

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13. CIE 5573 = Ta 1.220


Cippo in nenfro della tipica forma tarquiniese, rinvenuto in un
luogo imprecisato della necropoli di Tarquinia, e conservato presso
il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’iscrizione corre,
come sempre, sulla base parallelepipeda riquadrata.

luvces · ś · 2 lr · ril · XX3IIII

I caratteri di tipo regolarizza-


to recente indicano una datazio-
ne orientativa al II secolo.
Formula onomastica maschile, con inversione di gentilizio e preno-
me; il gentilizio ha il regolare genitivo afunzionale; i due prenomi
(personale e paterno) sono abbreviati, come si verifica quasi sempre
sui cippi, a causa del limitato campo epigrafico. Segue l’età di
morte, con la formula già vista a scheda 9. La traduzione, con lo
scioglimento delle abbreviazioni, è “Ś(eqre) Luvces (figlio) di
L(a)r(is), dell’età di 24”. Nonostante le testimonianze siano molto
disperse, anche questa famiglia sembra rientrare nel circolo dell’ari-
stocrazia tarquiniese; è presente tra l’altro anche in una tomba degli
Aleqna di Musarna (cfr. scheda 19).

14. ET Ta 1.259
Cippo frammentario in nenfro, privo della colonnetta che origina-
riamente lo sormontava; la provenienza precisa è sconosciuta ma,
dal momento che è conservato presso il Museo Archeologico Nazio-
nale di Tarquinia, deve derivare da uno scavo effettuato nelle necro-
poli della città. Questo tipo di cippi, in ogni caso, è del tutto scono-
sciuto al di fuori di Tarquinia. L’iscrizione corre sulla fronte, all’in-
terno di un riquadro delimitato da una linea incisa, che rappresen-
ta verosimilmente la guida seguendo la quale l’artigiano doveva
ribassare il campo centrale destinato all’iscrizione, in modo da
provvederlo di una cornice rilevata. Questa operazione non fu però
eseguita; la presenza di incompiuti non è insolita nei manufatti a
destinazione funeraria.

ursumnas · a · v · 2 zilacnu · r · LVI

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La formula onomastica è del tipo più comunemente ricorrente


sui cippi tarquiniesi; l’ultimo elemento, l’età di morte (con l’abbre-
viazione r per ril), è anch’esso relativamente frequente. La partico-
larità del cippo sta però nell’indicazione della magistratura ricoper-
ta, zilacnu, su cui v. scheda 9. Questo serve a ricordare che i cippi,
nonostante la loro apparente modestia, erano comunque usati
anche in tombe di notevole importanza, come la celebre tomba
dipinta degli Anina; i personaggi che vi sono ricordati non possono
quindi essere considerati in nessun modo come subalterni rispetto
alle famiglie titolari dei grandi ipogei. Il gentilizio, ben noto a
Chiusi, è isolato a Tarquinia in questa forma; tuttavia, se non si tiene
conto della vocalizzazione arcaizzante, è molto probabile che alla
medesima famiglia possa essere ricondotto uno dei personaggi fem-
minili presenti nella tomba Bruschi (CIE 5457 = ET Ta 7.86).

BIBLIOGRAFIA: LAMBRECHTS 1956; sui cippi della tomba degli Anina: LININGTON,
SERRA RIDGWAY 1997, pp. 103-104.

Confronti: si danno qui due cippi con iscrizioni latine trovati nella
tomba 101 = 4794 dei Monterozzi (settore del “Fondo Scataglini”), per
confronto con quelli con analoghe iscrizioni etrusche. Le tombe del
Fondo Scataglini hanno restituito numerose tracce di un utilizzo pro-
trattosi fino a tutto il I secolo a.C., testimoniato anche dalle iscrizioni
latine, non solo su cippi, ma anche sulle pareti delle tombe e su lastre
di chiusura dei sarcofagi scavati nel banco roccioso.
A3: cippo di nenfro della tipica forma tarquiniese, con base paral-
lelepipeda e colonnetta rastremata; iscrizione contenuta nel campo
ribassato sulla faccia anteriore:
Vennonia 2 L. f. vixit 3 a. LX
Il formulario onomastico è pienamente romano (donna senza
prenome), seguito dall’indicazione dell’età di morte.
A4: cippo identico al precedente; iscrizione nella medesima posi-
zione:
C. Anni2us P. f. vi.3 an. XXC
Formulario ugualmente di tipo romano, con indicazione dell’età
di morte. Quest’ultimo elemento non è comunissimo nelle iscrizio-
ni latine coeve; la sua frequenza nei cippi tarquiniesi è probabilmen-
te eredità della consuetudine epigrafica locale. Il modo di notare il
numerale è relativamente raro in latino, e deriva verosimilmente
anch’esso dall’uso etrusco.

BIBLIOGRAFIA: LININGTON, SERRA RIDGWAY 1997, p. 66.

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L’ETRURIA MERIDIONALE INTERNA


Nella parte interna dei territori di Cerveteri e Tarquinia si trovano
alcuni centri che furono in grado di raggiungere un buon livello di
strutturazione urbanistica, con necropoli di una certa consistenza.
L’area può essere suddivisa grossolanamente in due zone principa-
li, una meridionale (Blera, S. Giuliano, S. Giovenale), di influenza
cerite, che ha una maggiore fioritura monumentale nella fase arcai-
ca, e una settentrionale (Norchia, Castel d’Asso, Musarna, Viterbo),
che rientra nell’ambito culturale tarquiniese, e che restituisce
soprattutto testimonianze della fase recente; in quest’ultima zona
spicca il centro di Tuscania, che dovette avere un ruolo del tutto pri-
vilegiato nell’organizzazione del territorio tarquiniese. Le necropo-
li di Tuscania sono ricche di monumenti che coprono entrambe le
fasi cronologiche, e che rivelano talora elaborazioni autonome di
grande interesse, a sottolineare proprio la particolare vitalità e
importanza del centro. L’epigrafia funeraria è collegata alle tradi-
zioni delle due città egemoni, e ne segue la diversa distribuzione
attraverso i secoli; non c’è quindi da stupirsi se anche nell’Etruria
meridionale interna le attestazioni di iscrizioni funerarie della fase
arcaica siano piuttosto sporadiche, mentre ben più documentata vi
è quella recente, privilegiando ovviamente (per i diversi tempi di
sviluppo) proprio la parte tarquiniese della regione. Tra le poche
testimonianze arcaiche va ricordata un’iscrizione su cippo prove-
niente da Blera (con il consueto formulario di possesso in prima
persona), mentre a San Giovenale se ne segnala una incisa sulla roc-
cia presso l’entrata di una tomba, e una all’interno di un’altra
tomba, redatta in maniera inusuale secondo il formulario del dono,
probabilmente un modo del tutto singolare di indicare la costruzio-
ne della tomba stessa. La fase recente, molto più ricca, è di segno
spiccatamente tarquiniese; fatta eccezione per le iscrizioni parietali,
che nella metropoli sono collegate alla decorazione pittorica figura-
tiva, sinora inattestata nel territorio, tutti i centri hanno restituito le
medesime categorie epigrafiche: sarcofagi e cippi iscritti si trovano
soprattutto a Tuscania, Musarna, Norchia, e un po’ in tutte le necro-
poli, giungendo fino ad aree in precedenza tributarie della cultura
funeraria cerite (S. Giuliano). Le iscrizioni su sarcofagi, che talora
riprendono i prolissi formulari tarquiniesi, possono servire anche a
ricordare le opere di costruzione e ristrutturazione delle tombe,
come è documentato nel monumentale complesso degli Aleqna di
Musarna. Il particolare sviluppo di alcune iscrizioni su sarcofagi
compensa la mancanza di quelle parietali, che nella metropoli sono

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di norma le più lunghe. Una serie di iscrizioni funerarie che non


trova modelli a Tarquinia è quella sviluppata in rapporto con la
straordinaria architettura funeraria rupestre, che soprattutto a
Norchia e Castel d’Asso raggiunge i suoi esiti più monumentali. Il
prospetto della tomba può servire da supporto per alcune brevi
iscrizioni, che possono contenere un semplice nome, o una breve
frase del tipo “questa tomba (è) di xx”, oppure “questa tomba (è)
della discendenza della famiglia xx”. L’epigrafia funeraria di questo
territorio non sfruttò molto la ricchissima produzione di cippi,
destinati alle piattaforme sovrastanti le facciate rupestri, che affian-
ca a tipi noti a Tarquinia sviluppi del tutto autonomi.

BIBLIOGRAFIA: Tuscania, e in particolare le necropoli: COLONNA 1978; MORETTI,


SGUBINI MORETTI 1983; SGUBINI MORETTI 1991; WEBER-LEHMANN 1997. Musarna: sinte-
si recente sul sito in BROISE, JOLIVET 2004 A; v. anche ANDREAU, BROISE et al. 2002, pp.
3-35; BROISE, JOLIVET 2004. Sulle tombe rupestri in generale: COLONNA DI PAOLO 1978;
ROMANELLI 1986. Su Norchia: COLONNA, DI PAOLO COLONNA 1978; cippi a busto a p.
388. Su Castel d’Asso: COLONNA, DI PAOLO COLONNA 1970. San Giuliano: GENTILI 2005
A, con bibliografia precedente.

15.
Piccolo sarcofago in nenfro rinvenuto nella “tomba III dei
Curunas”, la più piccola di un complesso di tombe appartenenti alla
famiglia Curunas situate nella necropoli di Madonna dell’Olivo, a
sud di Tuscania, il cui monumento più celebre è la grande tomba a
camera detta “Grotta della Regina”. Due delle tombe dei Curunas
(la I e la II), nonostante i danni perpetrati dai saccheggiatori, conser-
vavano elementi di una facciata costruita e probabilmente arricchi-
ta da una decorazione scultorea; al loro interno, nonostante i ripetu-
ti interventi di scavatori clandestini, è stato possibile recuperare un
gran numero di sarcofagi in nenfro e resti di ricchi corredi, che ne
attestano l’uso dalla metà del IV secolo fino a tutto il II, con riaper-
ture più sporadiche nel I secolo a.C. (tomba II). Solo sette dei 35 sar-
cofagi erano iscritti, troppo pochi per poter ricostruire una genealo-
gia coerente. Fra la tomba I e la II si trovava un’altra struttura, la
Tomba del Sarcofago delle Amazzoni, così denominata per l’ecce-
zionale sarcofago che vi si è rinvenuto, del tardo IV secolo, decora-
to a bassorilievo sui quattro lati; pur in assenza di iscrizioni, si può
ipotizzare che anche questa tomba appartenga alla medesima fami-
glia, certamente una delle più in vista di Tuscania. La tomba III era
più piccola, e conservava un solo sarcofago, di piccole dimensioni,
e resti di corredi; i materiali superstiti, che coprono un arco crono-

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logico che va dal secondo quarto del IV agli inizi del III secolo, sono
probabilmente pertinenti a più deposizioni, anche se i saccheggi
subiti dalla struttura non permettono di capirne meglio la storia,
che comunque non dovette essere molto lunga a causa delle dimen-
sioni piuttosto contenute della camera. Il sarcofago, conservato
presso il Museo Archeologico Nazionale di Tuscania, ha cassa liscia
e coperchio displuviato con volute alle estremità degli spioventi;
l’iscrizione corre sul listello laterale del coperchio, con un’andata a
capo verso l’alto, sulla falda del tetto.

2
ca ravnqus curunal 1 śeqreśla

L’iscrizione inizia con il pronome dimostrativo ca, “questo”: si


tratta di una composizione formulare che fa riferimento a quella più
comune in tutto l’ambito tarquiniese, e particolarmente frequente
proprio a Tuscania, che indica la proprietà del sarcofago con eca
mutna (o simili), “questo sarcofago”, seguito dal genitivo del nome.
La titolare di questo piccolo sarcofago (verosimilmente morta in età
infantile) è Ravnqu Curunei (femminile di Curunas; curunal è il suo
genitivo) figlia di Śeqre. La filiazione è espressa dal genitivo del pre-
nome paterno seguito dal determinativo enclitico anch’esso decli-
nato al genitivo (śeqreśla = śeqres + sla); la traduzione letterale sareb-
be pertanto “questo (è) di Ravnqu Curunei, quella di Śeqre” (ossia,
“la figlia di Śeqre”). La forma delle lettere, con un ductus piuttosto
sottile e scomposto, tratti angolosi, rho a triangolo, theta romboida-
le, e così via, trova confronti nelle iscrizioni tarquiniesi del IV seco-
lo, e fa propendere per una datazione ancora all’interno del secolo
stesso; questo permette probabilmente di escludere, come già indi-
cato dagli editori, un rapporto con il Śeqre Curunas appartenente
alla terza generazione della tomba I, della prima metà del III seco-
lo. Resta da esplorare la possibilità di eventuali rapporti con un
omonimo Śeqre Curunas, sepolto a Tarquinia dove fu anche magi-
strato della città; le mogli dei Curunas, alle quali appartengono
buona parte delle iscrizioni trovate nelle tombe I e II, tradiscono
comunque legami con famiglie di primaria importanza, come i tar-
quiniesi Apunas (titolari della Tomba Bruschi), i Calisna (titolari di

83
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una tomba sfarzosa dell’entroterra volterrano: v. scheda 54), i


*Verate (è attestato solo il femminile, verati, di un’altra donna sepol-
ta addirittura nella Tomba François di Vulci), che ne indicano con
chiarezza la collocazione nella scala sociale. In età romana la fami-
glia, che prende il gentilizio Corona, è documentata tanto a
Tarquinia (CIL XI, 3429) quanto a Roma, dove raggiunse il rango
senatorio, testimonianza del loro livello sociale ed economico.
BIBLIOGRAFIA: MORETTI, SGUBINI MORETTI 1983, pp.153-157; sulle iscrizioni p. 171
[M. Pandolfini Angeletti]; SGUBINI MORETTI 1991, pp. 50-51; pp. 64-66 (necropoli e
Grotta della Regina), 66-67 (sarcofago delle Amazzoni).

16. La tomba dei Rufre


Sempre nella necropoli di Madonna dell’Olivo fu rinvenuta nel 1877
una tomba sulla quale non sono pervenute ulteriori notizie; tutto
quello che resta sono parti di cinque coperchi di sarcofagi in terra-
cotta e cinque cippi iscritti, tutti conservati presso il Museo
Archeologico Nazionale di Firenze. Nella tomba doveva esservi cer-
tamente altro materiale, non recuperato perché considerato di scar-
so valore; in questo senso indica per esempio l’iscrizione femminile
presente su uno dei cippi, che non trova riscontro nei coperchi
superstiti, tutti maschili. I sarcofagi fittili appartengono a una clas-
se di manufatti pressoché esclusiva di Tuscania, e riprendono gli
schemi iconografici dei sarcofagi in pietra tarquiniesi, affiancando
le ultime fasi della loro produzione e poi sostituendoli; questi esem-
plari si collocano tra la metà e la fine del II secolo. Uno dei cippi
superstiti ha iscrizione latina, che dovrebbe essere posteriore, e
quindi riferirsi a una deposizione di tipo diverso; d’altra parte nel I
secolo i sarcofagi fittili tuscaniesi non dovevano essere ormai più
prodotti.

16.1 CIE 5689 = ET AT 1.7


Cippo in nenfro di forma molto simile a quelli tarquiniesi (base
parallelepipeda sormontata da una colonnetta, qui frammentata);
gli esemplari di Tuscania hanno proporzioni leggermente diverse,
con le basi spesso abbastanza irregolari e le colonnette più alte e
massicce; manca spesso la cornice a riquadrare il campo epigrafico
sulla base. Cippi analoghi sono documentati anche in altre località
del territorio tarquiniese, come Castel d’Asso. In questo esemplare
la cornice era originariamente presente, ma è in gran parte danneg-
giata. L’iscrizione corre, come di consueto, sulla base.

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rufres · lr · l 2 [r] XXXXIIII

La formula onomastica è del tipo


più semplice, trimembre, con preno-
me posposto e abbreviazioni; l’inte-
grazione all’inizio della seconda linea è la più probabile, dal
momento che non sembra esserci spazio per un ril scritto per este-
so. L’abbreviazione di prenome ridotta alla sola l usata insieme a lr
indica verosimilmente Larq: il personaggio è quindi un Laris Rufres
figlio di Larq, morto a 44 anni.

16.2 CIE 5690 = ET AT 1.8


Cippo analogo al precedente.

vel · rufres 2 larisal

Formula onomastica trimembre non abbreviata, senza l’inversio-


ne; questo personaggio è verosimilmente un figlio del precedente.

16.3 CIE 5691 = ET AT 1.9


Cippo analogo al precedente, privo di cornice nella base.

rufres 2 velqur 3 larisal

Formula onomastica trimembre


con la più comune inversione di gen-
tilizio e prenome; il personaggio è
probabilmente fratello del precedente e figlio di quello a scheda
16.1. La sequenza genealogica sembrerebbe contraddire la regola
generale che vuole i prenomi scritti per esteso più antichi rispetto a
quelli abbreviati; tuttavia bisogna tener presente che queste iscrizio-
ni si collocano in una fase molto avanzata, quando nell’Etruria
meridionale gli usi epigrafici etruschi sono ormai in dissolvimento,
e non mancano eccezioni di questo tipo, forse dovute a un recupero
voluto di tradizioni più antiche.

85
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 86

16.4 CIE 5692 = ET AT 1.10


Cippo privo di cornice come il precedente.

lemni · qana 2 ril XXXV

Formula onomastica femminile con prenome posposto e indica-


zione dell’età di morte.

16.5 CIE 5693


Cippo con cornice ben rilevata, e iscrizione regolarmente inserita
nel campo epigrafico ribassato.

Q. Rubrius 2 [Se]x. f. Mogos 3 annos LVI

Iscrizione latina con formula onomastica maschile completa (pre-


nome, gentilizio, filiazione e cognome) seguita dall’indicazione del-
l’età di morte, secondo l’uso in voga sulla maggior parte dei cippi di
ambito tarquiniese. Il passaggio definitivo all’uso del latino deve
essere avvenuto, come documentato in altre città etrusche, non prima
della prima metà del I secolo a.C.: in questo senso punta anche il for-
mulario completo di cognome; nel latino Rubrius si trova la trasfor-
mazione in gentilizio latino (resa necessaria dall’inserimento nella cit-
tadinanza romana nel 90 a.C.) dell’etrusco rufre. Una recente iscrizio-
ne di possibile provenienza tuscaniese attesta l’uso del latino per una
epigrafe funeraria, dipinta su un sarcofago fittile, già verso la metà
del II secolo a.C.; il gentilizio (Lollius) in questo caso è chiaramente
non etrusco. Il personaggio deve essere un immigrato, appartenente
a una famiglia documentata più tardi dai bolli di una fornace sui
Monti della Tolfa, dove l’epigrafia della prima età imperiale mostra la
convivenza di famiglie di origine etrusca, tanto ceriti che tarquiniesi,
e di famiglie immigrate. Probabilmente è proprio per la sua origine
che il Lollius di Tuscania scelse il latino, come sarà documentato un
paio di generazioni più tardi a Chiusi (cfr. scheda 44).

BIBLIOGRAFIA: GENTILI 1994 (sulla tomba dei Rufre pp. 55-57). Nuova iscrizione
latina: Studi Etruschi 65-68, 2002, pp. 433-436 [A. Magagnini, G. Colonna]; prosopo-
grafia romana dei Monti della Tolfa: BENELLI 1995; BENELLI 1999; STANCO 2003. Cippi
di Castel d’Asso: COLONNA, DI PAOLO COLONNA 1970, tavv. 401-409.

86
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 87

17. La tomba degli Statlane


Un altro complesso tuscaniese che ha restituito un buon numero di
iscrizioni è la tomba della famiglia Statlane, che si trovava in una
necropoli in località Rosa Vecchia, a ovest di Tuscania, e relativa-
mente distante dal centro abitato; il materiale comprendeva 31 sar-
cofagi di pietra e 10 di terracotta, non tutti recuperati; vi dovevano
essere anche cippi, dei quali se ne conserva solo uno, con iscrizione
in latino. Parte del materiale (quello evidentemente ritenuto più
importante) fu portato nel chiostro di S. Maria del Riposo a
Tuscania; la maggior parte dei pezzi furono poi venduti al Museo
Archeologico Nazionale di Firenze, dove tuttora si conservano.
L’uso della tomba sembra piuttosto prolungato, con i sarcofagi di
nenfro che attestano una frequentazione cominciata già nel pieno III
secolo, una fase di II secolo documentata dagli esemplari fittili oltre
che probabilmente dai numerosi sarcofagi di nenfro inornati, e infi-
ne un prolungamento fino al I secolo a.C. indicato dall’iscrizione
latina sul cippo, che ha un formulario molto particolare, con preno-
me, filiazione e cognome ma senza gentilizio: un formulario incon-
cepibile nell’epigrafia funeraria latina (che mai come nella tarda età
repubblicana si preoccupa di indicare chiaramente lo stato libero
dei defunti, per distinguerli dalla massa emergente di liberti), e che
si spiega solo come conservazione dell’uso epigrafico tipico delle
grandi tombe gentilizie di area tarquiniese (cfr. scheda 8.4 e le due
seguenti). In questa sede si presentano solo due delle iscrizioni
degli Statlane, con lo scopo di illustrare alcune peculiarità degli usi
epigrafici tuscaniesi.

17.1 CIE 5726 = ET AT 1.38


Piccolo sarcofago in nenfro a cassa liscia; l’iscrizione corre lungo la
metà superiore della fronte della cassa.

eca mutna velqurus 2 veluśla

Il personaggio è identificato semplicemente con il proprio pre-


nome e quello paterno, omettendo il gentilizio (Statlane), come

87
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 88

accade in circa metà delle iscrizioni di questo complesso.


L’iscrizione comincia con l’enunciato eca mutna, “questo sarcofago”,
che a Tuscania sembra relativamente più frequente che non a
Tarquinia. Questo può spiegare come mai in ambito tuscaniese un
discreto numero di iscrizioni su sarcofagi abbiano il nome del tito-
lare al genitivo, una forma rarissima nella metropoli: evidentemen-
te si sottintendeva proprio l’indicazione eca mutna. La forma veluśla
è, naturalmente, l’esito del genitivo del prenome paterno, velus, con
il determinativo enclitico anch’esso al genitivo, concordato con il
genitivo velqurus. La traduzione letterale sarebbe “Questo sarcofago
(è) di Velqur, quello di Vel (ossia “il figlio di Vel”)”. L’aspetto paleo-
grafico, con lettere che ancora risentono del ductus “capitale” (m con
i tratti diagonali), fa pensare che questa iscrizione sia da riferire a
una delle prime generazioni sepolte nella tomba.

17.2 CIE 5728 = ET AT 1.40


Sarcofago in nenfro a cassa liscia; l’iscrizione corre su uno dei lati
corti della cassa. Questa particolarità si riscontra in quelle tombe
che, con il passare del tempo, furono completamente riempite di
sarcofagi, tanto che a un certo punto questi dovettero essere posti di
taglio, con un lato corto rivolto verso il passaggio risparmiato al
centro della camera; la fronte risultava quindi non più visibile dopo
la deposizione.

larisal lari2saliśla 3 qancvilus


4
calisnial 5 clan avils 6 huqzars

Anche in questo caso il gentilizio


è omesso; il testo è impostato al
genitivo (cfr. scheda precedente).
Alla filiazione si aggiunge qui il
metronimico, nella formula estesa
bimembre già ripetutamente incon-
trata. L’appellativo clan, “figlio”,
non è concordato con il genitivo del nome; si tratta di una apparen-
te anomalia che però ricorre nelle iscrizioni di ambito culturale tar-
quiniese, nei metronimici come nei gamonimici, e indica che fra la
prima parte della formula (prenome, gentilizio e filiazione) e la
seconda (metronimico, gamonimico) deve intervenire una cesura
sintattica, giustificata probabilmente dal fatto che gli ultimi due ele-
menti non sono componenti della formula onomastica ufficiale, ma

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 89

parti aggiuntive volte a testimoniare i legami familiari del perso-


naggio. Dopo il nome è indicata l’età di morte, espressa in modo
assoluto, con il genitivo avils e il numerale huqzars, concordati al
genitivo; huqzar deriva dalla combinazione di huq, “sei”, e sar,
“dieci”. La traduzione è pertanto: “(sarcofago) di Laris, il (figlio) di
Laris, figlio di Qancvil Calisnei, di sedici anni”. La grafia, con r
ancora senza codolo, non permette di scendere oltre l’inizio del II
secolo, concordando in questo anche con la decorazione del sarco-
fago e con la figura sul coperchio; la saturazione della tomba degli
Statlane, sulla quale non abbiamo alcuna notizia di carattere plani-
metrico, dovette quindi avvenire piuttosto rapidamente. Il legame
con la famiglia Calisna, probabilmente originaria del territorio vol-
terrano interno, inserisce gli Statlane nel più alto circuito sociale
della città: alla medesima famiglia erano infatti legati i ricchissimi
Curuna.
BIBLIOGRAFIA: Sulla scoperta: TORP, HERBIG 1904, pp. 508-518; sui sarcofagi di ter-
racotta: GENTILI 1994, pp. 52-54; altre scoperte dalla medesima necropoli: VIGHI 1936,
pp. 414-421 e GENTILI 1994, p. 103. Alcuni sarcofagi della tomba (compreso quello di
scheda 17.2): Civiltà 1985, pp. 328-329 [S. Bruni, G. De Tommaso].

18. CIE 5718 = ET AT 1.30


Alta base circolare in nenfro ornata da due modanature che le con-
feriscono il profilo di un altare; è conservata solo per circa metà
della circonferenza. Sopra la base era posta la statua di un leone con
la zampa anteriore sinistra che ghermisce la testa di un ariete.
L’iscrizione, conservata solo nella parte iniziale, è incisa sul listello
della modanatura superiore. Il monumento proviene dalla necropo-
li di Val Vidone (alcuni chilometri a SO di Tuscania), dove fu ritro-
vato nel corso di scavi eseguiti nel 1860; pervenuto poi al Comune
di Tuscania (allora Toscanella), fu donato da quest’ultimo nel 1897
al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, nel quale tuttora si
trova. Dalla sommaria descrizione del ritrovamento sembra che
questo monumento sia stato rinvenuto all’interno di una tomba,
insieme ad alcuni sarcofagi, anche se non si può escludere che fosse
in giacitura secondaria, dal momento che le statue di leoni sono uno
degli elementi che più di frequente, e fin da età arcaica, erano impie-
gati per decorare l’esterno delle tombe, anche in forza del loro valo-
re simbolico e apotropaico. Il monumento si colloca attorno alla
metà del IV secolo.

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eca : śuqi : nevtnas : arnqal : neś[l - - -]

L’iscrizione conferma l’impressione che il monumento dovesse


trovarsi in origine all’esterno della camera funeraria, posizione
pressoché costante per tutte le iscrizioni che fanno riferimento alla
tomba nel suo complesso (śuqi). L’enunciato dichiara che “questa
tomba” (eca śuqi) apparteneva a Arnq Nevtnas; nella parte mancan-
te doveva essere inserita l’indicazione dell’estensione della proprie-
tà. Il termine neśl, che va interpretato come un genitivo, grazie alla
sua posizione nelle iscrizioni di Castel d’Asso, dove compare con
una relativa frequenza tanto da caratterizzare l’epigrafia locale (cfr.
scheda 20), sembra indicare l’insieme dei discendenti di una perso-
na o di una famiglia. Le forme grafiche marcatamente “capitali”
sono quelle caratteristiche del IV e III secolo. L’unico altro membro
della famiglia a tutt’ora conosciuto è una donna, imparentata con i
Xurcles di Norchia (v. scheda 22.1).
BIBLIOGRAFIA: scavi di Val Vidone: QUILICI GIGLI 1970, pp. 138-140; sul monumen-
to Civiltà 1985, p. 294 [A. Maggiani], con bibliografia precedente.

19. Le tombe degli Aleqna


Il sito di Musarna è un centro minore del territorio tarquiniese posto
circa 10 km a est di Tuscania; l’abitato ha estensione piuttosto con-
tenuta (5 ha circa), era cinto di mura e, a differenza di Tuscania, non
ha avuto una rioccupazione moderna. Tra le necropoli che circonda-
no l’abitato spicca quella orientale, nella quale si impongono per la
loro monumentalità le due tombe della famiglia Aleqna, che appare
in posizione assolutamente egemone nel contesto della piccola
comunità. Nelle camere, rinvenute nel 1849-1850 già ampiamente
saccheggiate, erano contenuti quasi cento sarcofagi, dei quali solo
una piccola parte è stata recuperata; alcuni di questi sono stati suc-
cessivamente danneggiati nel corso dei bombardamenti su Viterbo
nel 1944. Ventotto sarcofagi recano iscrizioni, più o meno conserva-
te, che permettono di ricostruire una sequenza genealogica abba-
stanza compatta che prosegue per cinque o sei generazioni a parti-
re dalla fondazione dei complessi sul finire del IV secolo. Grazie a
questa cronologia relativa è possibile vedere come a Musarna nel II
secolo si tenda ad abbandonare l’inversione di prenome e gentilizio,

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 91

ritornando alla sequenza originaria; a Tarquinia, al contrario, un


fenomeno del genere si manifesta solo in modo occasionale. In que-
sta sede si propongono solo alcune delle iscrizioni delle due tombe.
I materiali superstiti sono tutti conservati presso il Museo Civico di
Viterbo.

19.1 CIE 5816 = ET AT 1.105


Coperchio di sarcofago in nenfro con defunto semirecumbente pro-
veniente dalla tomba II; a seguito del danni riportati nel 1944 vi fu
erroneamente rimontata una testa pertinente a un sarcofago di
Norchia, mentre la testa originale è conservata a parte. L’iscrizione
è incisa a caratteri piuttosto minuti sul bordo del coperchio, e con-
serva tracce della rubricatura originale. Seconda metà del III secolo.

aleqnas · v · v · qelu · zilaq · parcis ·


2
zilaq · eterav · clenar · ci · acnanasa
3
eslśi · zilacnu · qeluśa · ril · XXVIIII :
4
papalser · acnanasa · VI · manim · arce b
ril · LXVI

Il personaggio è uno dei numerosi membri della famiglia ad


aver ricoperto magistrature; i titoli vengono ripetuti due volte,
prima in senso assoluto e in ordine verosimilmente discendente, poi
all’interno di una sorta di biografia redatta con tutti verbi al partici-
pio. La prima parte del testo è formata dalla formula onomastica
con prenome posposto e filiazione, entrambe abbreviate: si tratta di
un Vel figlio di un Vel (quindi verosimilmente il primogenito). I tre
incarichi ricoperti sono quelli di qelu, zilaq parcis e zilaq eterav; zilaq
è il vocabolo che indica colui che ricopre una delle magistrature
superiori, indicate dal termine zilc (“zilacato”). Zilaq eterav è proba-
bilmente la carica più bassa ricoperta dal personaggio, e riguardava
verosimilmente l’ambito sacro (a Vulci questa carica è stata conferi-
ta a un giovane morto a soli 16 anni, che apparteneva a una famiglia
che ricoprì più volte cariche molto probabilmente sacerdotali). È
possibile che questo incarico, nonostante l’alto prestigio sottinteso
dalla qualifica di zilaq, non avesse quindi valenza strettamente poli-
tica; non bisogna dimenticare che anche a Roma altissime cariche

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 92

sacerdotali potevano essere eccezionalmente conferite ad adole-


scenti, poiché per esse non valeva la prescrizione di un’età minima
prevista invece per quelle magistratuali. In ogni caso proprio il cur-
riculum di questo personaggio rende evidente che si doveva tratta-
re di una carica non cumulabile con altre, e quindi forse non vitali-
zia ma a termine. La carica di zilaq parcis sembra invece qualcosa di
decisamente più importante, essendo il culmine della carriera di un
personaggio quale Arnq Xurcles (v. scheda 22.1). Mai attestata altro-
ve è invece la carica di qelu, che il personaggio ostenta con un orgo-
glio particolare. Nella seconda parte comincia la sequenza di fatti
della vita elencati in brevi frasette rette da verbi al participio. Al
primo posto c’è il ricordo dei figli (clenar) avuti (acnanasa è allomor-
fo di acnanas, su cui v. scheda 11.2), tre (ci). Quindi si passa agli zila-
cati (per il verbo v. scheda 9), ricoperti, come già visto nella prima
parte, due volte (eslśi, allomorfo di eslz: scheda 10), e a quella qelu,
sempre indicata con il verbo al participio; c’è quindi un’indicazione
di età, 29 anni, che dovrebbe riferirsi al momento in cui è stata rag-
giunta quest’ultima carica. Segue il ricordo del numero dei nipoti
avuti: papalser è il plurale di papals, “nipote”, documentato in alcu-
ne rare iscrizioni con genealogia risalente oltre il padre. Quindi
l’iscrizione si conclude con la formula manim arce, su cui v. scheda
11.2. Fuori dalle linee di testo, su una colonna autonoma a sinistra,
si trova l’indicazione dell’età di morte. La traduzione complessiva
è: “V(el) Aleqnas (figlio) (di) V(el), qelu, zilaq parcis, zilaq eterav; che
ha avuto tre figli, che ricoprì lo zilacato due volte, che è stato qelu
all’età di 29 (anni), che ha avuto 6 nipoti, fece il manim. (Morto)
all’età di 66 (anni).” All’interno della tomba II degli Aleqna il perso-
naggio si colloca su una linea collaterale, sia pur importante (anche
suo figlio fu magistrato: CIE 5832 = ET AT 1.121) rispetto alla
sequenza pressoché coeva costituita da Arnq (CIE 5820 = ET AT
1.109), che fu zilaq e sposò una Qancvil Ruvfi (CIE 5822 = ET AT
1.111), e dai suoi figli Arnq (CIE 5825 = ET AT 1.114) e soprattutto
Avle (CIE 5819 = ET AT 1.108) e Larq (CIE 5818 = ET AT 1.107), il
primo in grado di fregiarsi di un cursus honorum tra i più splendidi
dell’intera documentazione etrusca, il secondo autore di grandi
lavori all’interno della tomba di famiglia, riconoscibili all’osserva-
zione archeologica, e finalizzati a duplicarne la superficie (tamera
zelarvenas).

92
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 93

19.2 CIE 5811 = ET AT 1.100


Sarcofago in nenfro rinvenuto nella tomba I, del quale è stata recu-
perata solo la fronte, decorata a bassorilievo; l’iscrizione, che corre
sul margine superiore, è facilmente integrabile nonostante i danni
subiti dal pezzo, anche grazie agli apografi eseguiti dai primi edito-
ri. Prima metà del III secolo.

[al]eqnas : arnq : larisal : zilaq : tarcnalqi : amce

L’iscrizione, ancora piuttosto laconica come di consueto in quel-


le più antiche della fase recente, presenta formula onomastica tri-
membre con inversione del prenome. Il personaggio è stato magi-
strato (zilaq); e la carica non è stata ricoperta nel piccolo centro di
Musarna, ma nella metropoli: tarcnalqi è locativo del genitivo del
poleonimo tarcna, Tarquinia. Questa costruzione, con un cumulo di
suffissi, si trova in tutte le iscrizioni dove si indica il luogo di eser-
cizio di una carica, e quindi va sciolta probabilmente pensando a un
termine sottinteso, esprimente lo stato. Il lessema che chiude
l’enunciato è il perfetto del verbo essere. La traduzione è pertanto
semplicemente: “Arnq Aleqnas (figlio) di Laris fu zilaq nello (stato)
di Tarquinia”. È altamente probabile che tutte le cariche esercitate
da questa importante famiglia siano state ricoperte proprio nella
metropoli; è difficile pensare che un piccolo centro come Musarna
avesse qualcosa di più di una limitata autonomia amministrativa
(cfr. scheda 112). Il padre di questo personaggio, Laris, è identifica-
bile probabilmente nel titolare del sarcofago con la semplicissima
iscrizione CIE 5810 = ET AT 1.99, così come l’omonimo titolare di
CIE 5809 = ET AT 1.98 è verosimilmente il fratello maggiore del
nostro. Ma il personaggio di maggior spicco della tomba I è proba-
bilmente l’Arnq figlio di Arnq, appartenente probabilmente a un’al-
tra linea, anche se visse in un’epoca talmente avanzata (prima metà
del II secolo) che non si può del tutto escludere che sia stato un
discendente di questo Arnq; come rivela l’iscrizione CIE 5807 = ET
AT 1.96 questo personaggio ricoprì numerose magistrature e,
soprattutto, fu autore di imponenti lavori di ampliamento nella
tomba di famiglia, come aveva fatto il lontano parente Larq nella
tomba II circa un secolo prima: ma qui, come indicano sia le tracce

93
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 94

riscontrate nella camera sia l’iscrizione, la superficie fu addirittura


quadruplicata (tamera śarvenas).
BIBLIOGRAFIA: sulla tomba degli Aleqna EMILIOZZI 1993. Magistrature: MAGGIANI
1996 A; su etera e termini collegati: BENELLI 2003; sulle iscrizioni di ampliamento della
tomba: AGOSTINIANI 1997. Possibile identificazione delle cariche sacerdotali vulcenti:
NIELSEN 1990.

20. CIE 5849 = ET AT 1.140


La necropoli rupestre di Castel d’Asso è una delle più spettacolari e
complesse dell’Etruria meridionale interna; qui, come a Norchia, le
camere funerarie scavate nella roccia erano sovrastate da imponen-
ti monumenti scolpiti nei costoni di tufo; la conformazione più
ricorrente prevedeva un vano coperto (“vano di sottofacciata”)
sovrastato da un semidado decorato da una finta porta. Le iscrizio-
ni, pur non frequentissime, non sono neppure troppo rare, e il crol-
lo di molte delle facciate fa pensare che in origine dovessero essere
molto più numerose di quanto appare oggi. Un blocco di tre tombe
affiancate, identificate con i numeri 20-22, era contraddistinto dalla
presenza di iscrizioni a grandi caratteri sul fascione del coronamen-
to superiore del semidado in tutte e tre le strutture; purtroppo i crol-
li hanno causato la perdita di buona parte delle superfici iscritte.
Soltanto per la tomba 21, combinando le parti ancora in situ, quelle
recuperate sul terreno e un disegno ottocentesco che ritrae la strut-
tura ancora integra, è possibile arrivare a una lettura pressoché
completa del testo.

eca śuqi neśl tetnie[s?]

L’enunciato indica la proprietà della tomba; al genitivo neśl


segue il gentilizio Tetnie. Questo formulario fa pensare che nel ter-
mine neśl vada identificato un insieme familiare, come “famiglia” o
“discendenti”. Il disegno dell’Orioli, riedito nel CIE, fa pensare che
il gentilizio non fosse declinato; la integrazione della -s finale è ipo-
tesi di Rix (in ET), per restituire la concordanza con neśl, e si poggia
sulle iscrizioni frammentarie di altre tombe (come CIE 5848 = ET AT
1.139, della vicina tomba 20), che hanno restituito le parti finali dei
testi, sempre declinati al genitivo. Il gentilizio Tetnie è attestato in
numerosi centri etrusco-meridionali, ma la famiglia più importante

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con questo nome è senza dubbio quella di Vulci, titolare non solo di
una delle grandi tombe magnatizie della città (la “Tomba dei Due
Ingressi”), ma anche di due eccezionali sarcofagi bisomi che sono
fra i massimi capolavori della scultura vulcente del IV secolo.
BIBLIOGRAFIA: COLONNA, DI PAOLO COLONNA 1970, pp. 104-105, tavv. 136-142, 148-
153, 400. Sui sarcofagi dei Tetnie: HERBIG 1952, nn. 5-6; GENTILI 1997. Iscrizioni: CIE
5312-14 (= ET Vc 1.91-92)

21. ET AT 1.178
Le necropoli di Norchia hanno uno sviluppo più articolato rispetto
a quelle di Castel d’Asso, andando a collocarsi su tutti i costoni tufa-
cei circostanti l’abitato; lungo la valle del fosso Pile, dove sono
dislocate la maggior parte delle tombe, la necropoli arriva a interes-
sare anche il fianco della rupe su cui sorgeva la cittadina antica e
medievale. In quest’area, che attende ancora uno studio sistematico,
sono segnalate due tombe provviste di iscrizioni in facciata; il tipo è
quello, già attestato nelle altre necropoli di Norchia, del piccolo
semidado con finta porta e senza vano di sottofacciata. L’iscrizione
che qui si presenta corre sul primo fascione del coronamento supe-
riore del semidado; tipologia funeraria e forma delle lettere inqua-
drano il documento fra la seconda metà del IV e il III secolo.

ca śuqi tites avlnas

Il testo indica l’appartenenza della tomba a un personaggio


identificato con semplice formula bimembre. Il dimostrativo ca si
alterna alla forma eca, usata in posizione analoga e in formule iden-
tiche. Poiché le tombe a camera ospitavano più deposizioni, è pro-
babile che la persona indicata nell’iscrizione fosse il fondatore della
struttura. Iscrizioni con formule analoghe sono diffuse, a Norchia e
altrove, sull’esterno delle tombe o su elementi comunque destinati
a segnalare la tomba.

BIBLIOGRAFIA: Studi Etruschi 41, 1973, pp. 326-328 [G. Colonna].

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22. La tomba Lattanzi


A Norchia i sarcofagi sono usati con una frequenza ben superiore
rispetto a Castel d’Asso, tanto che si è supposto che qui esistesse
una bottega autonoma di scultori. Fra i materiali provenienti da
questo sito spiccano i due esemplari della Tomba Lattanzi, forse i
soli superstiti di un complesso che dovette contenerne molti altri.
Questa tomba è un monumento eccezionale nel panorama dell’ar-
chitettura funeraria di Norchia, e si trova in una delle necropoli
meno sfruttate, che si sviluppava a nord del centro abitato lungo il
costone della valle del torrente Biedano, nei pressi dell’imbocco
della grande tagliata denominata “cava buia”, dove passava la stra-
da diretta verso Tuscania e Tarquinia. Nella Tomba Lattanzi, per
quanto è dato riconoscere attraverso l’analisi delle strutture oggi
molto mal conservate, il vano di sottofacciata, con la finta porta
inferiore, era trasformato in una sorta di pronao con due colonne
doriche sormontate da una trabeazione con un fregio; al di sopra
correva un secondo piano ugualmente porticato; il tutto si ergeva su
un altissimo zoccolo, ed era decorato tra l’altro anche da sculture a
tutto tondo. Rispetto al tipo architettonico più comune manca quin-
di il grande semidado con la finta porta superiore, e tutta la struttu-
ra risulta modificata sotto l’influsso delle forme dei tempietti fune-
rari (naiskoi) di tradizione greca, che porteranno a eccezionali rea-
lizzazioni sia nella stessa Norchia (con le cosiddette “tombe dori-
che”, dotate di un vero e proprio frontone chiuso), sia a Sovana.
Dello scavo di questa tomba non si sa quasi nulla; nel 1853 un per-
sonaggio di Vetralla, Mariano Lattanzi, dal quale la tomba prende il
nome, aveva in proprio possesso i due sarcofagi, successivamente
separati dalle vicende antiquarie.

22.1 CIE 5874 = ET AT 1.171


Sarcofago in nenfro con fronte decorata a rilievo e defunto giacente
sul coperchio; l’iscrizione è incisa lungo il listello superiore della
cassa. Il sarcofago è conservato presso gli Staatliche Museen di
Berlino. La cronologia, agli inizi del III secolo a.C., potrebbe concor-
dare con quella della costruzione della tomba, che rappresenta cer-
tamente una evoluzione rispetto ai modelli stabilitisi a Norchia nel
corso del secolo precedente; è possibile quindi che il personaggio
sia il costruttore del monumento stesso.

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arnq : curcles : larqal : clan : ramqas : nevtnial : zilc : parcis : amce


2
marunuc : spurana : cepen : tenu : avils : macs semfalcls : lupu

L’iscrizione comincia come di consueto con la formula onomasti-


ca, con formulario non invertito e metronimico comprendente
anche il prenome materno. Segue l’indicazione delle cariche rico-
perte in vita, che, contrariamente al solito, è divisa in due proposi-
zioni di forma diversa: la prima, zilc parcis amce, è composta con il
verbo amce (= “fu”) e l’indicazione della carica, nella forma zil parcis (-
c è l’enclitica) invece di zilaq parcis. Si tratta di una formazione atte-
stata di rado, nella quale l’ordine logico del sintagma viene ribalta-
to: in pratica, scrivendo zilaq parcis, il sostantivo parcis qualifica il
campo d’azione dello zilaq (magistrato superiore), mentre scrivendo
zil parcis è il tema zil a qualificare cosa si intende con parcis (letteral-
mente “parcis magistratuale” invece di “magistrato parcis”). La
seconda parte è redatta invece con il participio in -u che regge il
nome della carica; marunuc spurana è una forma alternativa per
indicare l’intero spettro (cepen) delle cariche comprese nella defini-
zione di marunuc, che evidentemente l’aggettivo spurana trasforma
automaticamente in singolare collettivo, dal momento che non com-
pare mai con il plurale marunucva. Dal momento che *spura indica
certamente la città (non in senso topografico, ma in senso politico,
come entità statuale), l’aggettivo spurana deve significare qualcosa
come “civico”, “pubblico”. Conclude l’iscrizione, l’indicazione del-
l’età di morte, in lettere, al genitivo come di norma, e chiusa dal par-
ticipio lupu, “morto”. Il numerale semfalc designa una decina (-alc
è il suffisso moltiplicativo delle decine) certamente superiore a 60;
nelle indicazioni di età si trovano anche i numerali cezpalc e nurfalc,
e la distribuzione statistica decrescente fa pensare che semfalc
debba corrispondere a settanta, cezpalc a ottanta, e nurfalc, attesta-
to una sola volta, a novanta. La traduzione complessiva suona quin-
di “Arnq Xurcles figlio di Larq (e) di Ramqa Nevtni; e fu parcis
magistratuale [=zilaq parcis], dopo aver ricoperto tutto il maronato
civico; morto a settantacinque anni”. La famiglia Nevtna è già stata
incontrata (scheda 18).

22.2 CIE 5875 = ET AT 1.172


Sarcofago in nenfro con cassa decorata da rilievi e defunto giacente
sul coperchio; l’iscrizione è posta sulla parte superiore del coper-
chio, a fianco della figura, in un campo epigrafico leggermente incli-
nato che digrada verso il margine anteriore. Questo testo è un vero

97
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pezzo di bravura artigianale (che evidentemente tenta di bilanciare


la scarsa qualità della scultura), poiché è formato da lettere in rilie-
vo, risparmiate durante la sagomatura del coperchio. Il sarcofago è
oggi conservato presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a
Roma, ed è datato qualche decennio prima rispetto a quello prece-
dente.

larq : curcles : arnqal : curcles : qancvilus | cracial


2
clan : avils : ciemzaqrms : lupu

Il personaggio è molto probabilmente il figlio del precedente, e


ci indica come probabilmente la famiglia Xurcle (in questa iscrizio-
ne nella grafia alternativa Xurcle: allografie di questo tipo non sono
rare nell’epigrafia etrusca) usasse alternare i prenomi della linea
principale (come i Partunu di Tarquinia, che alternavano Laris e
Velqur). La filiazione è data in maniera ridondante, con il superfluo
gentilizio paterno accanto al prenome; questa variante formulare è
attestata anche in altri casi, seppure rari, tutti riferibili a famiglie
della più alta aristocrazia. Ma evidentemente, quando lo scultore
aveva predisposto il risparmio nella pietra destinato all’iscrizione,
non ne aveva tenuto conto, e aveva previsto lo spazio per una nor-
male filiazione formata dal solo prenome seguita dal metronimico
bimembre. Questo costrinse poi lo scalpellino che realizzò l’iscrizio-
ne a ricavare lo spazio per il gentilizio materno al di fuori del campo
previsto, presso i piedi della figura, dove era disponibile un’area
non lavorata nella quale scolpire delle lettere a rilievo. La seconda
linea è invece perfettamente centrata, e termina con la semplice

98
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indicazione dell’età di morte: diciassette anni (ci = “tre”; -em è il suf-


fisso sottrattivo; zaqrm è grafia devocalizzata di zaqrum “venti”). La
morte prematura del personaggio è ciò che induce a pensare che sia
quest’ultimo il figlio del titolare del sarcofago precedente; in caso
contrario ci dovremmo aspettare un divario cronologico tra i sarco-
fagi molto più forte. Questa iscrizione attesta il legame con un’altra
famiglia, nota solo da un altro metronimico, riferito a un personag-
gio della importante famiglia tuscaniese dei Vipinanas; anche le
gentes più cospicue del territorio tarquiniese sono quindi preferen-
zialmente legate fra loro.
BIBLIOGRAFIA: Sulla tomba: ROSI 1927, pp. 38-42; GARGANA 1935; COLONNA DI
PAOLO, COLONNA 1978, p. 46; ROMANELLI 1986, pp. 73-75. Sui sarcofagi: COLONNA DI
PAOLO, COLONNA 1978, pp. 382-383; GENTILI 1997.

VULCI
Nella cultura epigrafica funeraria vulcente, anch’essa sostanzial-
mente di età recente, i supporti privilegiati per le iscrizioni sono i
cippi; uno dei motivi di questa scelta sta nel fatto che a Vulci si pre-
stava maggiore attenzione all’apparato esterno, mentre le tombe
hanno di solito interni piuttosto semplici (con l’eccezione di pochi
ipogei monumentali); l’uso dei sarcofagi è nel suo complesso meno
frequente rispetto a Tarquinia, ed appare sostanzialmente concen-
trato in un numero limitato di grandi sepolture di famiglie impor-
tanti, spesso imparentate fra loro, che possono contenerne anche
numerosi esemplari, frequentemente anepigrafi. Nel suo comples-
so, quindi, l’epigrafia funeraria vulcente si presenta su supporti
più variegati e meno standardizzati rispetto a quella tarquiniese, e
si concentra in proporzione rilevante in poche tombe gentilizie. I
cippi possono avere forme monumentali, collegate proprio alla
sistemazione più strutturata dell’esterno delle tombe: in questi
contesti potevano fungere da supporto epigrafico elementi archi-
tettonici dei tipi più svariati, come capitelli, sostegni di louteria, e
così via. Cippi iscritti potevano essere collocati anche su tombe
prive di apparato monumentale. Solo alcune tombe presentano
corredi epigrafici di una certa consistenza, che utilizzano come
supporti i sarcofagi e le pareti delle tombe stesse; fra tutte spicca la
tomba detta appunto “delle Iscrizioni”, dove i testi sono apposti
sulle pareti delle camere, sulla porta di una di queste e su lastre di
tufo frammentarie che tutto lascia pensare fossero porte di altre
camere. Del tutto unica è invece la tomba François, nella cui deco-
razione pittorica sono inserite (oltre alle didascalie dei personaggi)

99
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alcune iscrizioni funerarie, che si affiancano a quelle su cippi. Lo


sviluppo più contenuto dell’epigrafia funeraria vulcente va di pari
passo con una generale sobrietà nei formulari, che solo di rado
eccedono il semplice nome dei defunti; sui cippi, e in generale su
tutti i supporti destinati all’esterno della tomba, si trovano di soli-
to formule del tipo: “questa tomba (è) di …”. Per questo spiccano
ancora di più nella loro eccezionalità alcuni sarcofagi che utilizza-
no un formulario molto ricercato, con la filiazione indicata con un
verbo al passivo (“egli fu generato da…”), simile a quello che si
ritrova (in latino) sugli ugualmente eccezionali sarcofagi degli
Scipioni a Roma. Nel territorio vulcente, l’unico centro che ha resti-
tuito un’epigrafia funeraria di qualche rilievo (anche in questo caso
di epoca recente) è Sovana, dove le tombe rupestri raggiungono
originali esiti monumentali; le facciate che sovrastano gli ipogei
possono ospitare brevi iscrizioni con semplici nomi personali o con
la tipica formula “questa tomba (è) di…”. È ugualmente interessan-
te, per quanto isolata, la testimonianza di Magliano in Toscana
(l’antica Heba), dove una tomba arcaica recava due alfabetari inci-
si su una parete; la connessione fra alfabetari e strutture funerarie
è tipica dell’Etruria settentrionale interna, e non a caso il modello
alfabetico riprodotto è proprio quello settentrionale. Questo tipo di
comportamento, divergente rispetto a quello di Vulci, è solo una
delle numerose testimonianze che indicano come la fascia setten-
trionale del territorio vulcente fosse culturalmente abbastanza
autonoma rispetto alla metropoli, e aperta ad influenze di altri cen-
tri e ad elaborazioni originali.
BIBLIOGRAFIA: In generale sulle necropoli di Vulci: SGUBINI MORETTI 1993, sopr.
pp. 85-114; SGUBINI MORETTI 1994; MORETTI SGUBINI 2004, con ampia bibliografia pre-
cedente; cfr. anche BURANELLI 1991; BURANELLI 1994; MORETTI SGUBINI 2005, p. 471.
Sulla tomba François la bibliografia è letteralmente sterminata; si rimanda qui solo
agli ultimi interventi: Tomba François 1987; D’AGOSTINO 2003; Eroi 2004; MAGGIANI
2005 B; MUSTI 2005; WEBER-LEHMANN 2005. Cippi vulcenti: CRISTOFANI 1989; RAFANELLI
1997. Confronto tra formulari vulcenti e romani: COLONNA 1999. Sul territorio:
BIANCHI BANDINELLI 1929; MAGGIANI 1978; MAGGIANI 1994; Sorano (area sovanese):
MAGGIANI 1997; Sovana 2001; MAGGIANI 2003 A; MORETTI SGUBINI, DE LUCIA BROLLI
2003; RENDINI 2003; PELLEGRINI, RAFANELLI 2004; a questi testi si rimanda per la lette-
ratura precedente.

100
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23 CIE 5321 = ET Vc 1.87


Con il nome di “ara Guglielmi” si indica un monumento già appar-
tenuto alla collezione dei Guglielmi, dove era giunto a seguito degli
scavi eseguiti da questa famiglia nel XIX secolo nei propri terreni che
comprendevano diverse aree delle necropoli di Vulci, e oggi conser-
vato presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, sepa-
rato dal resto della raccolta confluita nei Musei Vaticani. Si tratta di
un grande cippo in tufo impostato su una lastra ricavata dal mede-
simo blocco, e in origine sormontato da un ulteriore elemento del
quale restano solo le tracce. Il cippo riproduce un tempietto, con
colonne corinzie e frontoni su tutti e quattro i lati; sulle facce latera-
li sono raffigurate due false porte, mentre sulla fronte si staglia una
figura maschile, che richiama il modello di monumento funerario
originario del Mediterraneo orientale formato da un tempietto reale
contenente una o più statue. Cippi che riproducono strutture simili
sono abbastanza caratteristici proprio delle necropoli di Vulci; parti-
colarmente significativo è il fatto che l’architettura reale alla quale si
ispirano è riprodotta su scala molto più monumentale anche nelle
tombe rupestri di Sovana: in particolare, la struttura a più frontoni
trova un parallelo nel più celebre monumento sovanese, la Tomba
Ildebranda. Proprio questi confronti inducono a datare l’”ara
Guglielmi” alla prima metà del III secolo. L’iscrizione corre all’inter-
no della faccia frontale, ai due lati della figura.

eca : śuqic : velus : ezpus 2 clensi : cerine

Il testo comincia con il dimostrativo eca


(= questo), seguito dal termine per “tomba”
(śuqi), legati dalla congiunzione enclitica -c.
Segue una formula onomastica bimembre al
genitivo. La traduzione è quindi piana:
“Questo e la tomba (sono) di Vel Ezpu”; con
“questo” si intende naturalmente il cippo. La
seconda linea, che la figura separa dalla
prima, comprende una forma verbale (cerine),
che appartiene al medesimo verbo ceri(cu)
già incontrato con il significato di “costruire,
realizzare” (proprio nelle iscrizioni che com-
memorano la costruzione di tombe); la
forma in -ne rappresenta certamente un pas-
sivo. Una coppia di verbi affine si riscontra
101
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 102

anche con tenicunce (“dedicò”) e tenine, che il contesto impone di


tradurre con una forma finita (“fu dedicata”: è la statua dell’Arrin-
gatore; cfr. scheda 103); da questo consegue il significato “fu costrui-
ta” per cerine. Il preciso valore di questa forma, che appare in con-
correnza con il perfetto passivo in -ce è ancora da definire. La forma
clensi è il pertinentivo di clan, “figlio”; l’uso del pertinentivo con un
verbo al passivo ricorda la struttura di analoghe formule di dono,
dove tale caso indica il donatore (cfr. schede 75; 78.3); per questo è
molto verosimile che nel figlio di Vel Ezpu vada riconosciuto il
costruttore della tomba (“fu costruita da parte del figlio”). La fami-
glia Ezpu è nota anche a Tarquinia, dove condivideva una tomba
con altre famiglie di primo piano, quali i Curuna.
BIBLIOGRAFIA: CRISTOFANI 1989; MAGGIANI 1994, pp. 122-123, 135-138 e tavv. 17-20.

24. CIE 5239 = ET Vc 1.2


Cippo in nenfro a forma di tempietto circolare (monoptero); ripro-
duce un tipo di edificio utilizzato in età ellenistica anche per monu-
menti funerari di un certo impegno, documentato nella necropoli di
Sovana da un eccezionale esempio a grandezza naturale scolpito
nel tufo (la cosiddetta “tomba del Sileno”): a questo proposito vale
quanto già osservato nella scheda precedente. La tomba del Sileno
va collocata intorno alla metà del III secolo a.C., ed è verosimile che
la cronologia di questo cippo sia analoga. Il pezzo è conservato al
Museo Gregoriano Etrusco del Vaticano, al quale fu donato nel 1837
dallo scopritore Vincenzo Campanari. L’iscrizione corre sulla fascia
che riproduce la trabeazione sostenuta dalle colonne ioniche.

[eca] śuqi : qancvilus : maśnial

L’integrazione all’inizio dell’iscrizione è possibile grazie ad apo-


grafi anteriori alla scheggiatura che ha asportato parte della fascia
iscritta. Il formulario è quello più comune sui cippi vulcenti, “que-
sta tomba (è)” seguito dal nome al genitivo. Il titolare in questo caso
è una donna, indicata da una semplice formula bimembre: “questa
tomba (è) di Qancvil Maśni”.
BIBLIOGRAFIA: BURANELLI 1991, pp. 29-30; ottima immagine in GIGLIOLI 1935, tav.
CCCXC, 2-3. Per la tomba del Sileno: MAGGIANI 1994, pp. 128 e 149, con bibliografia
precedente.

102
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25 CIE 5240 = ET Vc 1.3


Cippo in peperino a forma di capitello tuscanico, di un tipo ben
conosciuto nelle necropoli vulcenti; questo esemplare, rinvenuto da
Vincenzo Campanari nella necropoli di Camposcala, è acceduto al
Museo Gregoriano Etrusco insieme a quello descritto nella scheda
precedente. L’iscrizione corre sull’abaco del capitello.

eca : śuqi : herins : saties : mancas

La datazione più probabile è quella che si evince su base paleo-


grafica; il rho a curva piena impedisce di scendere oltre il III secolo,
mentre <m> e <n> di forma già semplificata (moda grafica cosid-
detta “regolarizzata”) indicano una cronologia certamente posterio-
re al IV secolo; per questo motivo l’iscrizione, buon esempio di
regolarizzato antico, va collocata certamente all’interno del III seco-
lo, forse in un momento avanzato. Il formulario è il medesimo del
precedente; in questo caso il titolare è un uomo con onomastica tri-
membre (prenome + gentilizio + cognome) che porta il rarissimo
prenome Herine, con genitivo in forma sincopata (herins in luogo di
herines), fenomeno raro ma comunque attestato nelle iscrizioni della
fase recente. Il gentilizio del personaggio è dei più nobili, e riman-
da alla famiglia Saties, titolare della più famosa tomba di Vulci, la
Tomba François, alla quale però non può essere collegato in forza
dei dati di provenienza (la celebre tomba dipinta si trova nella
necropoli magnatizia di Ponte Rotto). È possibile quindi che esistes-
se un’altra struttura funeraria, appartenente forse a un diverso
ramo della famiglia. Il cognome Manca, altrimenti ignoto in etrusco,
è stato ricordato forse proprio per distinguere la parte della famiglia
Saties da cui proveniva il personaggio.
BIBLIOGRAFIA: Tomba François 1987, pp. 155-156; BURANELLI 1991, pp. 29-31.

26. La tomba dei Tutes


Una delle tombe più interessanti della necropoli di Ponte Rotto,
vero cimitero gentilizio che raccoglieva gli ipogei delle famiglie
più cospicue di Vulci, tutte imparentate fra loro, era quella appar-
tenente ai Tutes, nota come “tomba dei Sarcofagi”, perché ha resti-
tuito il lotto più consistente di sarcofagi sinora noto in questa città.

103
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La tomba fu aperta per la prima volta nel XIX secolo, e ne furono


estratti due notevoli sarcofagi figurati (tra i pochi di questo tipo rin-
venuti a Vulci) successivamente andati dispersi. Nuove ricerche
condotte nel 1988-89 soprattutto a fini di conservazione dell’ipogeo
hanno permesso di scoprire un buon numero di nuove iscrizioni, in
parte apposte su oggetti recuperati già in passato ma rimasti inedi-
ti, in parte ancora all’interno della tomba stessa, sia sulle pareti delle
camere che su alcuni dei sarcofagi a cassa liscia che ancora vi si tro-
vano. L’ipogeo è formato da un atrio con la tipica pianta vulcente a
T rovesciata, sul quale si aprono tre camere a croce. I sarcofagi sono
affastellati nella camera di fondo e nel braccio terminale dell’atrio,
cosa che ha portato anche a redigere iscrizioni in posizione asimme-
trica rispetto alla fronte della cassa, quando non sul lato corto,
secondo un uso che si riscontra in tombe soprattutto dell’area tar-
quiniese particolarmente gremite di sarcofagi, dove la posizione
delle iscrizioni era condizionata dalla loro visibilità. La camera
destra era quella che probabilmente conteneva i due esemplari figu-
rati scoperti nel XIX secolo, i cui titolari furono entrambi magistra-
ti, e quindi dovettero essere i personaggi di maggior prestigio
espressi dalla famiglia. Una prima generazione è probabilmente
quella rappresentata dal sarcofago (perduto) con corteo magistra-
tuale recante l’iscrizione CIE 5315 (Larq Tute, figlio di un Arnq e di
una Ravnqu Haqli); sua moglie è Vela Pumpli, sepolta in uno dei
sarcofagi rinvenuti negli anni ’80, e loro figli sono un Śeqre, sepolto
in un altro sarcofago, con l’iscrizione CIE 5316, e un Arnq, docu-
mentato da un cippo recuperato nel 1987; quest’ultimo è probabil-
mente da identificare con l’omonimo titolare di un ulteriore sarco-
fago, e dovrebbe essere il marito della Velia Visnai nota anch’essa da
un sarcofago (entrambi di acquisizione recente). La collocazione
genealogica dei defunti documentati dalle altre cinque iscrizioni
non è precisabile, anche perché la maggior parte delle deposizioni è
anepigrafe; le considerazioni cronologiche desumibili dalla paleo-
grafia delle iscrizioni fanno pensare che i defunti deposti nei sarco-
fagi lisci della camera di fondo rappresentino generazioni prece-
denti rispetto al troncone di albero genealogico ricostruito a partire
dai due magistrati, probabilmente non a caso deposti in una came-
ra laterale. In questa sede si presentano due delle iscrizioni di recen-
te acquisizione.
BIBLIOGRAFIA: PANDOLFINI ANGELETTI, SGUBINI MORETTI 1991, con bibliografia pre-
cedente.

104
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 105

26.1
Sarcofago in nenfro a cassa liscia e coperchio a doppio spiovente,
collocato nel braccio terminale dell’atrio; l’iscrizione corre sul lato
corto, in direzione dell’ingresso.

larq · tutes · larqial 2 clan qancvilusc larcnial 3 avils ciemzaqrums

I caratteri grafici, che mescolano forme della moda “capitale” con


quella “regolarizzata”, indicano una probabile cronologia al III seco-
lo, forse in un momento non avanzato, vista la forma della r ancora a
curva piena. La formula onomastica maschile, con il gentilizio rego-
larmente provvisto della terminazione del genitivo afunzionale, è for-
mata da prenome, gentilizio, filiazione (seguita da clan) e metronimi-
co, legato dalla congiunzione enclitica -c; segue l’indicazione dell’età
di morte, espressa con avils e il numerale scritto per esteso (su questa
formula v. scheda 7 e seguenti; sul numerale cfr. scheda 22.2). La tra-
duzione è pacifica: “Larq Tutes, di Larq figlio e di Qancvil Larcni, di
anni diciassette”. La famiglia Larcna, sinora ignota a Vulci, è invece
attestata a Orvieto, Chiusi (soprattutto) e Perugia.

26.2 ET Vc 1.64
Sarcofago in nenfro a cassa liscia con coperchio displuviato deposto
nella camera di fondo della tomba, nella seconda fila a partire dalla
porta (quindi si tratta dell’ottava o nona deposizione nella camera).
L’iscrizione è apposta sul lato lungo, ma in posizione asimmetrica,
sulla sola estremità destra, in modo da risultare visibile attraverso
la porta.

larq : tutes : anc 2 farqnace : veluis 3 tuteis · qancviluisc 4 turialsc

105
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I caratteri grafici si presentano in una forma “capitale” molto


regolare, con theta romboidale e rho triangolare, che suggerisce una
datazione ancora abbastanza alta, probabilmente al IV secolo o tut-
t’al più all’inizio del successivo. Dalle iscrizioni apposte sui sarcofa-
gi inornati, di cronologia altrimenti impossibile, si evince che la
tomba dovette riempirsi abbastanza rapidamente, e che quindi al
suo interno dovettero essere ospitati i defunti di più rami paralleli
della famiglia. La formula onomastica è redatta secondo un formu-
lario ricercato particolarmente apprezzato a Vulci (soprattutto nel
IV secolo), con la filiazione indicata non dal semplice genitivo, ma
dal verbo farqnace (un perfetto passivo, come indica il suffisso -ce,
che si contrappone al -ce del perfetto attivo) seguito dai nomi dei
genitori in ablativo di agente, entrambi con formula bimembre
(anche questo un segno di ricercatezza, perché il gentilizio paterno
è naturalmente superfluo). Il senso delle iscrizioni suggerisce quin-
di per il verbo una traduzione del tipo “fu generato”; il soggetto
della frase è espresso dal pronome relativo an, seguito dalla con-
giunzione enclitica, che ricorre di frequente in contesti sintattici
simili, e che deve avere probabilmente valore rafforzativo. La tradu-
zione complessiva è: “Larq Tutes, il quale fu generato da Vel Tutes e
da Qancvil Turi”. Il gentilizio Turi, altrimenti ignoto, va connesso
con il raro antroponimo Turis, attestato anche come cognome
maschile (cfr. scheda 93).
BIBLIOGRAFIA: sul verbo farqnace e la sua connessione con il teonimo farqan v.
COLONNA 1980.

27. ET AV 1.19
Nelle necropoli del centro etrusco di Sovana si sviluppa una parti-
colare tradizione di architettura funeraria rupestre, che prevede
talora l’inserimento di brevi iscrizioni. Uno di questi casi è rappre-
sentato da una celebre tomba della necropoli che si sviluppa lungo
il costone del fosso Folonia, a sud-est dell’abitato. Questa struttura,
denominata “tomba Siena” (F16 del catalogo generale delle tombe
rupestri di Sovana), si distingue nel tessuto, composto prevalente-
mente di tombe a semidado; essa appartiene al tipo a edicola con
vano rettangolare, inquadrato da un prospetto architettonico a rilie-
vo formato da un timpano e due ante a lesene. All’interno del vano,
secondo un modello che può definirsi tipico di Sovana, si trovava
un bancone con la figura del defunto scolpita nella roccia, nella
medesima posizione semirecumbente del banchetto usata sui coper-

106
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chi dei sarcofagi e delle urne cinerarie. Questo tipo di tomba sem-
bra appartenere ai decenni centrali del III secolo a.C., mentre nella
seconda metà dello stesso secolo si affermerà la variante più comu-
ne con vano arcuato. Il vano era intonacato all’interno, e proprio
sull’intonaco è graffita una breve iscrizione, divisa fra la parete di
fondo e quella di sinistra.

ramqa : herini : śeqres

Il testo, molto semplice come accade di solito nelle iscrizioni


delle necropoli rupestri, indica un nome femminile nel formulario
trimembre di base formato da prenome, gentilizio e filiazione; lo
stato di conservazione della figura scolpita non permette di capire
se fosse maschile o femminile, e quindi se il personaggio indicato
nell’iscrizione sia la fondatrice della tomba o una defunta inserita in
seguito; la posizione dissimmetrica potrebbe far preferire questa
seconda ipotesi. Il gentilizio ha diffusione amplissima, soprattutto
nell’Etruria settentrionale; da Sovana proviene anche una seconda
attestazione.
BIBLIOGRAFIA: REE 38, p. 295, 5; PANCRAZZI 1971, pp. 138-151; MAGGIANI 1994, p.
149 e passim, con bibliografia precedente.

28. CIE 5225 = ET AV 1.8


La necropoli del Melaiolo si sviluppa a occidente del centro abitato,
e rappresenta la parte più lontana dalla città di una sequenza di
gruppi di tombe iniziata da uno dei monumenti più celebri di
Sovana, la Tomba della Sirena. Le tombe del Melaiolo non sono par-
ticolarmente monumentali, e mancano in questa necropoli strutture
di particolare spicco. Nella sequenza di tombe a semidado quella
indicata dal numero 4 del catalogo generale reca sulla facciata una
iscrizione posta all’interno della riquadratura della falsa porta, in
posizione quindi enfatica, probabilmente con riferimento al fonda-
tore della tomba. Il tipo architettonico indica una datazione compre-
sa tra la fine del III e il II secolo a.C.

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eca śuqi larqal 2 pumpu3n[…] larisal

Il testo utilizza un tipo di formulario ben conosciuto per le iscri-


zioni collocate all’esterno della tomba: eca śuqi + nome al genitivo,
“questa tomba (è) di…”. Anche in questo caso si usa la formula tri-
membre, con prenome, gentilizio e filiazione, che è al semplice geni-
tivo senza il determinativo enclitico. Il gentilizio è conservato solo
in parte; lo spazio ha portato Rix a integrare in pumpun[ies], anche
se non si possono escludere integrazioni diverse, come pumpun[is].
Anche in questo caso ci si trova di fronte a un gentilizio di enorme
diffusione, derivato da un prenome italico di tipo numerale.
BIBLIOGRAFIA: MAGGIANI 1978, sopr. p. 27 n. 19, con bibliografia precedente.

ORTE, BOMARZO E FERENTO


Questi sono i tre centri principali di un distretto territoriale che si
presenta di difficile attribuzione fra le città etrusche vicine; forte vi
è l’influsso della cultura tarquiniese, ma non mancano elaborazioni
pienamente autonome che stabiliscono dei collegamenti con l’am-
biente volsiniese, tramite per contatti con aree più settentrionali. La
situazione è complicata dal fatto che la maggior parte dei materiali
noti provengono da scavi ottocenteschi, e spesso sono perduti e mal
documentati; per questo è molto difficile delineare con una qualche
precisione la cultura funeraria dei tre centri. Per quanto riguarda
l’aspetto epigrafico, limitato alla sola fase recente, le iscrizioni sono
poste essenzialmente su sarcofagi (più di rado urne o olle cinerarie),
con formulari di solito elementari, che sembrano rappresentare una
redazione semplificata di modelli epigrafici tarquiniesi. D’altra
parte guardano certamente a esperienze tarquiniesi l’architettura
funeraria della fase recente di Orte, così come – almeno in parte – i
tipi dei sarcofagi attestati in questi centri, mentre i cippi ortani e
ferentani sono chiaramente collegati a quelli diffusi soprattutto
nella parte interna del territorio tarquiniese. Alcune insolite urne di
terracotta da Bomarzo (l’antica Statonia) sembrano invece rimanda-

108
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re in linea generale alla cultura chiusina, anche se si tratta a tutti gli


effetti di elaborazioni genuinamente locali.
BIBLIOGRAFIA: su Orte, NARDI 1980, sopr. pp. 295-301, e PANDOLFINI 2005; su
Bomarzo: BAGLIONE 1976, sopr. pp. 51-75; per la localizzazione di Statonia: STANCO
1994; MUNZI 1995; su Ferento: DEGRASSI 1961-62; EMILIOZZI 1982; EMILIOZZI 1983;
EMILIOZZI 1984; EMILIOZZI 1991; MICOZZI 2004.

VOLSINII
Nel centro di Orvieto, sede originaria della città di Volsinii, si incon-
tra l’unico sviluppo consistente di un’epigrafia funeraria nella fase
arcaica. Questo è dovuto al fatto che nelle necropoli orvietane, nel
corso della prima metà del VI secolo, si generalizza l’uso di un tipo
di tomba a dado costruito, che permette la giustapposizione di
numerosi monumenti disposti in allineamenti regolari, i quali
danno vita nella necropoli settentrionale (Crocifisso del Tufo) a un
vero e proprio impianto su assi ortogonali; la necropoli meridiona-
le (Cannicella), pur utilizzando modelli architettonici simili, non
ebbe lo spazio per una strutturazione paragonabile. Le lunghe file
di facciate a vista erano i supporti ideali per le iscrizioni, che vi ven-
nero realizzate in gran numero, sempre nel formulario di possesso
in prima persona: “io (sono la tomba) di …”; il soggetto “tomba”
può essere talora esplicitato. Sulla parte superiore dei dadi trovava-
no spazio delle piattaforme che ospitavano cippi e stele, prodotti in
forme molto variate dalle officine orvietane. Cippi di tipo diverso,
in una ventina di casi o poco più, servirono come supporto epigra-
fico, con il medesimo formulario impiegato sulle fronti delle tombe;
questi cippi iscritti servivano a segnalare sepolture prive di prospet-
to architettonico (per esempio, deposizioni singole in cassa di pie-
tra). Gli scavi recenti nella necropoli di Crocifisso del Tufo hanno
portato nuovi elementi per la comprensione del fenomeno epigrafi-
co: il piano su cui sorgono le tombe si è rivelato un grande terrapie-
no che ha coperto le sepolture più antiche. Le originarie proprietà di
lotti funerari dovettero essere azzerate da questa immensa opera
pubblica, che ha creato un nuovo terreno da lottizzare: ed evidente-
mente l’uso pressoché obbligatorio dell’iscrizione si riferisce pro-
prio alle azioni di lottizzazione dello spazio funerario tra le famiglie
in grado di possedere strutture a camera e dado. Le tombe sono di
solito corredate da una sola iscrizione, con pochissime eccezioni;
poiché tuttavia le camere contenevano di norma più deposizioni, il
nome doveva riferirsi verosimilmente al fondatore, dal quale

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discendeva l’asse familiare autorizzato a usare la sepoltura. Questa


straordinaria produzione epigrafica restituisce il più ricco reperto-
rio onomastico a noi noto per la fase arcaica. Nella fase recente la
situazione cambia in modo radicale; i tipi di sepoltura si diversifica-
no, come si diversifica la distribuzione delle tombe. La necropoli di
Crocifisso del Tufo viene abbandonata, mentre continua l’uso di
quella di Cannicella, insieme a un gran numero di piccoli nuclei di
tombe sparsi nelle colline attorno alla città; fra le necropoli urbane,
sembra concentrato in questo periodo lo sviluppo di quella mal
nota di Surripa. Caratteristica della fase recente è una produzione di
cippi di forma conica (realizzati per lo più in basalto) con una lunga
base appena sbozzata, destinata ad essere infissa nel terreno; la
superficie molto limitata non permette di inserire elementi che
vadano oltre la semplice formula onomastica del defunto. Del tutto
eccezionali nel panorama funerario orvietano sono invece tre tombe
a camera con pareti affrescate, arricchite da didascalie dei personag-
gi raffigurati (che in qualche caso si riferiscono a membri della fami-
glia proprietaria dell’ipogeo e fungono quindi da iscrizioni funera-
rie); in una di queste tombe le figure dei fondatori sono accompa-
gnate da iscrizioni molto sviluppate (non dissimili da quelle delle
coeve tombe tarquiniesi), che indicano le cariche pubbliche ricoper-
te. Tipica usanza orvietana della fase recente è quella di defunzio-
nalizzare gli oggetti deposti nei corredi con il termine śuqina, “fune-
rario”, iscritto spesso in posizione molto evidente, tanto da deturpa-
re l’oggetto stesso; il motivo potrebbe ricercarsi in una precauzione
contro i furti nelle tombe. L’uso delle necropoli di Orvieto si ridi-
mensiona bruscamente dopo il 264 a.C., quando la città viene
distrutta nel corso di uno scontro con Roma, e la popolazione si spo-
sta per la maggior parte nei centri del territorio, uno dei quali,
Bolsena, viene prescelto per la rifondazione della comunità civica,
tanto da ereditarne il nome. Le testimonianze di vita a Orvieto dopo
questa data indicano che nell’antica città era rimasto solo un grup-
po ridotto di abitanti. Bolsena, così come i centri minori, rivela non
a caso una documentazione archeologica che è in larghissima parte
posteriore al 264 a.C. In tutto il territorio volsiniese, soltanto la
necropoli di Grotte di Castro (uno dei centri principali della fase più
antica) ha restituito una iscrizione funeraria arcaica, incisa sulla
parete di una tomba. Le necropoli di Bolsena e degli altri centri ere-
ditano in pieno la cultura funeraria ed epigrafica orvietana: le iscri-
zioni sono quasi tutte sui tipici cippi conici in basalto, e con il pas-
sare del tempo si riscontra (come in tutta l’Etruria) una tendenza a

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generalizzare le abbreviazioni dei prenomi; il patrimonio gentilizio


è largamente congruente con quello arcaico di Orvieto. Nella nuova
città i volsiniesi perpetuarono anche l’uso di iscrivere il termine
“funerario” sugli oggetti di corredo, soprattutto su quelli di pregio.

BIBLIOGRAFIA: sui cippi volsiniesi: TAMBURINI 1987; TAMBURINI 1998, pp. 108-109.
Su Grotte di Castro: COLONNA 1973, pp. 60-61; COLONNA 1974; TAMBURINI 1985;
TAMBURINI 1994; TAMBURINI 1998, pp. 68-72. Su Bagnoregio: COLONNA 1978 A. Sulle
necropoli di Orvieto KLAKOWICZ 1972; KLAKOWICZ 1974; FORTE 1988-89; BONAMICI,
STOPPONI, TAMBURINI 1994; BRUSCHETTI, FERUGLIO 1999; FERUGLIO 2003 con ampia
bibliografia precedente; DE LUCIA BROLLI, MICHETTI 2005. Sul territorio orvietano e
sulle tombe dipinte: KLAKOWICZ 1977; KLAKOWICZ 1978; FERUGLIO 1995; BRUSCHETTI
1999; BRUSCHETTI 2003; FERUGLIO 2003 A, con ampia bibliografia precedente.
Sull’epigrafia orvietana soprattutto DE SIMONE 1990 A; MAGGIANI 2003 (che identifi-
ca anche alcuni elementi di storia della scrittura orvietana), con bibliografia prece-
dente; MAGGIANI 2005. Sulle iscrizioni di consacrazione funeraria su oggetti:
FONTAINE 1995.

29.
I nuovi scavi nella necropoli del Crocifisso del Tufo, finalizzati
soprattutto al restauro delle tombe e alla difesa dagli smottamenti
provenienti dalla rupe della città, hanno permesso di conoscere una
nuova fila di strutture quasi a ridosso del costone, nella parte alta
della necropoli, che proprio lo spessore dei crolli ha preservato dai
saccheggi. Una di queste tombe è particolarmente interessante per-
ché rappresenta un tipo poco noto all’interno delle necropoli orvie-
tane: si tratta di una tomba a cassa, a deposizione singola, che per le
dimensioni e per la composizione del corredo deve essere attribuita
a un defunto di età infantile; sono proprio i materiali del corredo a
permettere una datazione nei decenni centrali del VI secolo. Dal
punto di vista epigrafico l’interesse della scoperta sta nel fatto che
sul coperchio della sepoltura era infisso un cippo parallelepipedo
iscritto, di un tipo già conosciuto nella necropoli (anche nella
variante troncopiramidale), senza che se ne fosse potuto compren-
dere fino ad ora con certezza il modo di uso; la connessione di que-
sti cippi con le tombe a camera era sempre apparsa problematica.
Questa scoperta permette di collegare in via ipotetica i cippi, o
almeno una parte di essi, a questo tipo di tombe, che gli scavatori
della necropoli hanno definito “sotterranee” (per distinguerle da
quelle a camera), e che si scaglionano a riempire molti degli spazi
liberi tra i dadi che contengono le camere. La distinzione tra defun-
ti sepolti in tombe a camera e defunti sepolti nelle casse di pietra,
molto verosimilmente non è di carattere sociale; in qualche caso

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sembra si possa parlare di differenze cronologiche, e certamente


non di rado anche di differenze di classe di età, con le casse destina-
te in via preferenziale a infanti; le iscrizioni testimoniano che i due
tipi di tomba venivano usati dalle stesse famiglie, come nel caso
molto eclatante individuato nella necropoli della Cannicella, dove
di fronte alla tomba a camera con l’iscrizione di Larq Teq[unas] (CIE
5052) si trovavano due casse con sepolture infantili sormontate da
cippi con le iscrizioni di un Aranq Tequnas (CIE 5054) e di un Larece
Tequnas (CIE 5055). L’iscrizione corre su due facce del cippo con
andamento del tipo a ferro di cavallo; la scheggiatura di uno spigo-
lo ha formato una lacuna facilmente integrabile.

mi latin[ie]s kailes

La paleografia si segnala per la


presenza del sigma orientato nel
senso della scrittura, uno dei caratte-
ri distintivi della seconda fase della
grafia orvietana arcaica individuata
da Maggiani, che si sovrappone par-
zialmente alla prima proprio nei
decenni centrali del VI secolo. Il formulario è quello comune nelle
iscrizioni funerarie arcaiche orvietane, con indicazione di possesso
della tomba: “io (sono) di Latinie Kaile”; nei cippi questo formula-
rio può essere a volte ridotto al semplice genitivo, senza il pronome,
ed eccezionalmente si può trovare il nominativo, che sarà poi la
forma più comune nella fase recente. Questa iscrizione è particolar-
mente interessante sul piano onomastico, perché troviamo un pre-
nome, Latinie, che è la forma etrusca dell’etnico Latinus, usato in
funzione onomastica in Etruria fin da età arcaica, ma sempre come
gentilizio; d’altra parte il gentilizio Kaile è formalmente identico a
un raro prenome. La inversione di prenome e gentilizio, che si dif-
fonderà solo a partire dal IV secolo, è attestata in alcuni rarissimi
casi anche nelle iscrizioni arcaiche: questo potrebbe essere interpre-
tato proprio in tal senso.
BIBLIOGRAFIA: sulle tombe “sotterranee”: STOPPONI 1987. Su questa tomba:
FERUGLIO 1999, pp. 145-146; FERUGLIO 2003, p. 297 e figg. 19, 24, 25; cfr. anche
COLONNA 1987, p. 61, con diversa interpretazione degli elementi onomastici.
Formulario di possesso in prima persona: AGOSTINIANI 1982.

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30. ET Vs 1.24
La tomba 7 di Crocifisso del Tufo si trova su una delle strade perpen-
dicolari alla rupe della città poste al riparo del grande isolato paralle-
lo alla rupe stessa, ed è la prima sulla destra guardando verso valle;
il dado nel quale è contenuta è doppio, e comprende anche la tomba
8 (con l’iscrizione ET Vs 1.25); nei pressi di questa tomba si trovava
anche il cippo con iscrizione CIE 4970 (= ET Vs 1.23, con la lettura cor-
retta), forse pertinente a una tomba a cassa non identificata. I resti del
corredo non permettono di capire il numero delle deposizioni; la
maggior parte dei materiali sembra individuare una fase di utilizzo
tardo-arcaica, anche se alcuni pezzi potrebbero indiziarne un primo
uso già nel secondo quarto del VI secolo a.C.
L’iscrizione corre come di norma sull’architrave.

mi velcaes laiseces

La paleografia rientra nella prima fase della scrittura orvietana


arcaica, come indicano il khi con codolo e i sigma “retrogradi”. Il pre-
nome Velcae rappresenta la tappa intermedia fra il più antico
Velcaie e il recente Velce; questo termine onomastico si alterna in
funzione di prenome e di gentilizio, del quale porta il tipico suffis-
so -ie, che l’etrusco condivide con le lingue italiche (-ios). In età
arcaica non è rarissimo trovare il medesimo antroponimo usato in
entrambe le funzioni, ed esistono anche elementi onomastici
costruiti con il più comune suffisso dei gentilizi etruschi, -na, usati
come prenomi. Il gentilizio (come molti dei gentilizi arcaici orvieta-
ni) non ha confronti; è possibile che una sua evoluzione sia il recen-
te Leisce, noto a Tarquinia (come esito della già citata trafila di evo-
luzione fonetica ai>ei>e nel passaggio tra fase arcaica e recente).
BIBLIOGRAFIA: BIZZARRI 1962, pp. 29-30, 71-72, 142; MAGGIANI 2003, p. 372.

31. CIE 4923 = ET Vs 1.4


La tomba 29 di Crocifisso del Tufo si trova in uno dei punti più alti
della necropoli, in un isolato formato da quattro tombe leggermen-
te disassato rispetto all’impianto generale. Il corredo fu mescolato
già al momento della scoperta con quello delle tombe vicine, tanto
che non è possibile dedurne elementi di datazione. L’iscrizione
corre sull’architrave.

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mi mamarces velqienas

Il rho senza codolo e i sigma “progressivi” rientrano nella secon-


da fase della scrittura orvietana arcaica. Il gentilizio, costruito sul
prenome Velqie (usato anche come gentilizio già in età remotissi-
ma: cfr. scheda 67), non è altrimenti attestato in questa forma: ma
una sua evoluzione è certamente il Velqina perugino recente, che
rappresenta una delle molte congruenze tra l’onomastica delle
due città.

BIBLIOGRAFIA: KLAKOWICZ 1972, p. 81; FERUGLIO 2003, figg. 1-3.

32. ET Vs 1.32
La tomba 19 di Crocifisso del Tufo si trova in posizione analoga alla
7 (cfr. scheda 30), nel blocco di tombe immediatamente parallelo; i
materiali di corredo fanno supporre un primo utilizzo della tomba
anteriore alla metà del VI secolo a.C. L’iscrizione, come di norma,
corre sull’architrave.

mi larqia fulvenas atrś

L’iscrizione rientra sul piano paleografico nel momento di pas-


saggio tra la prima e la seconda fase; i sigma sono ancora “retrogra-
di”, ma è già usato il segno <f> in luogo del digramma <vh>. Il gen-
tilizio è attestato altre volte a Orvieto (nella grafia Vhulvenas), ed è
costruito con il comune suffisso -na sull’antroponimo Fulve, di ori-
gine latina, che deve essere stato usato come prenome, ma di fatto è
attestato solo come gentilizio (grafie Vhulves e Hvuluves) nella
bassa Val tiberina, area non a caso fortemente in contatto con il
mondo latino; la presenza di questo gentilizio a Orvieto è uno dei
molti segni della vivace mobilità lungo il Tevere già in età piuttosto
antica. Il termine atrś è noto soprattutto in ambito vulcente, alla
chiusa di iscrizioni funerarie (con il nome del defunto al nominati-
vo, che esclude in questo caso orvietano la possibilità di legarlo al
pronome di prima persona); per la sua forma è probabilmente un

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sostantivo, e deve rappresentare certamente un riferimento alla


sfera funebre, anche se non è possibile precisarne il significato.
BIBLIOGRAFIA: BIZZARRI 1962, pp. 41, 92-94; BIZZARRI 1966, pp. 11, 104.

33. CIE 4958 = ET Vs 1.67


Gli scavi 1880 a Crocifisso del Tufo hanno portato in luce una serie
di tombe la cui posizione e situazione non è stata ancora chiarita
perfettamente; tra queste la tomba 4 dello scavo (ma 143 della pla-
nimetria allora redatta) ha avuto una storia particolare, perché fu
smontata e trasferita per intero al Museo Archeologico Nazionale di
Firenze, dove fu ricostruita nel giardino. Non si ha alcuna notizia
sui materiali di corredo.

mi velqurus pereceles

L’elemento più interessante di questa iscrizione è il gentilizio,


Perecele, che è derivato da un nome greco: indizio che il personag-
gio (o un suo antenato) è stato ammesso nella cittadinanza orvieta-
na trasformando il proprio nome individuale in gentilizio, secondo
il sistema usato per i liberti. Questo procedimento è attestato anche
in altri casi, a fianco del sistema alternativo che prevedeva la tra-
sformazione del nome individuale dello straniero in un gentilizio di
tipo più etrusco tramite l’aggiunta di un suffisso come -na, o altri.
BIBLIOGRAFIA: KLAKOWICZ 1972, p. 69 e soprattutto nota 113.

34. CIE 4954+4955 = ET Vs 1.42 + 43


La tomba 144 di Crocifisso del Tufo fa parte di una serie di struttu-
re di dimensioni maggiori rispetto alla media collocate nella parte
della necropoli più lontana dalla rupe; non si hanno notizie sul cor-
redo. Questo è uno dei rari casi di doppia iscrizione in facciata; ma
qui, al contrario di quello che accade negli altri casi (una iscrizione
sull’architrave e una sul coronamento) i testi sono incisi entrambi
sull’architrave, e il secondo è redatto in caratteri molto più piccoli,
con un andamento bustrofedico non comune nell’epigrafia etrusca,
normalmente usato per andate a capo forzate da spazi ristretti (pro-
prio come accade in questo caso). Questa occorrenza può essere
considerata probabilmente l’unica nella quale la gerarchia delle due
iscrizioni è piuttosto chiara. La trascrizione tipografica che segue,

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l’unica disponibile, non rende conto di questa particolarità, traman-


data solo in forma descrittiva.

mi piqes termunas
mi larice mulve2nas suqi

La paleografia di entrambe le iscrizioni presenta caratteri tanto


della fase antica che di quella recente della scrittura arcaica orvieta-
na; questo potrebbe far pensare a una collocazione a cavallo tra le
due fasi. La seconda iscrizione contiene delle anomalie, nella man-
canza della desinenza del genitivo nel prenome e nella grafia del
termine suqi, “tomba”, che qui compare secondo l’ortografia setten-
trionale e non secondo quella meridionale, śuqi, usata regolarmente
ad Orvieto. La mancanza della desinenza del genitivo si riscontra
raramente in alcune iscrizioni di possesso, e può anche essere attri-
buita a una ben precisa scelta sintattica, ossia a un modo meno
comune ma ugualmente ammesso di designare la proprietà. Per
suqi, viceversa, si deve parlare di un vero e proprio errore ortogra-
fico, probabilmente dovuto ad assimilazione regressiva della sibi-
lante del genitivo, poiché la grafia dell’iscrizione è per il resto rego-
larmente meridionale (uso di <c> e non di <k>; genitivo in -s).
Infatti, nonostante la posizione di Orvieto a ridosso del confine tra
le due aree epigrafiche dell’Etruria, è comunque difficile ipotizzare
l’esistenza di interferenze ortografiche, dal momento che le iscrizio-
ni di tipo settentrionale che vi si sono rinvenute sono per lo più o
attribuibili a immigrati o redatte su oggetti importati verosimilmen-
te già iscritti. I due gentilizi non hanno confronti.

35. CIE 5178 = ET Vs 1.263


Nel corso di scavi eseguiti nel 1890 in un terreno a ovest di Bolsena,
in contrada S. Angelo, 3 km a ovest di Barano, venne alla luce una
necropoli già parzialmente saccheggiata in antico; dalle relazioni di
scavo si evince che questo cippo in basalto iscritto fu trovato subito
sopra una tomba a cassa con i resti ossei di due inumati, a brevissi-
ma distanza da una tomba a camera che conteneva quattro sarcofa-
gi a cassa liscia e coperchio displuviato. Se si deve prestare fede a
questa relazione, il cippo dovrebbe essere relativo alla tomba a
cassa, anche se non si può avere la certezza che non si riferisse piut-

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tosto alla camera. La mancanza a tutt’oggi di contesti di rinveni-


mento sicuri rende infatti incerto il posizionamento dei cippi volsi-
niesi in rapporto alle tombe, anche se l’ampia base sbozzata fa pen-
sare che fossero certamente infissi nel terreno, e la relativa rarità di
tombe a camera nel comprensorio di Bolsena fa propendere per un
loro collegamento a tombe a fossa o a cassa. Il cippo è uno dei più
monumentali della serie ed è oggi conservato presso il Museo
Territoriale del Lago di Bolsena.

ramqa : armni

La grafia, in un elegante
ductus di tipo “capitale”, per-
mette di datare il monumento verosimilmente non oltre il III secolo.
L’iscrizione riporta una formula onomastica femminile bimembre;
la maggior parte dei cippi ha formule bimembri o trimembri (con la
filiazione), con i prenomi scritti per esteso o abbreviati. È possibile
che l’abbreviazione del prenome sia un segno di seriorità, anche se
esiste certamente una ampia fase di sovrapposizione tra i due usi
epigrafici. Il gentilizio è tipicamente volsiniese, e trova confronti in
ambito settentrionale.
BIBLIOGRAFIA: MORANDI 1990, pp. 38-40; TAMBURINI 1991, p. 452; TAMBURINI 1998,
p. 109.

36. CIE 5058 = ET Vs 1.157


Cippo in basalto di tipo volsiniese rinvenuto nel 1880 in un’area
della necropoli orvietana della Cannicella per il resto piuttosto
povera di ritrovamenti; a breve distanza dal cippo fu trovata una
tomba a camera molto danneggiata, nella quale furono raccolti
materiali tanto arcaici quanto più tardi, rendendo possibile (ma non
certo) un collegamento con il cippo stesso. Il reperto è conservato
presso il Museo Archeologico Nazionale di Orvieto.

śeqre tins

La grafia e la formula onomastica sono simili all’esemplare prece-


dente. Il personaggio porta uno dei tipici gentilizi teoforici volsiniesi:
peculiare di questa città (di Orvieto come di Bolsena) è infatti una
categoria di gentilizi del tutto identici a teonimi. In questo caso il dio
che ha dato il nome alla famiglia è addirittura il più importante del
pantheon, Tinia (qui nella forma sincopata del genitivo afunzionale).

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Una famiglia Tinś (grafia settentrionale) è nota anche a Perugia, dove


possiede una grande tomba familiare; al momento del passaggio alla
cittadinanza romana, il nome viene prudentemente latinizzato in
Iuventius (l’uso di teonimi come gentilizi non è ammesso in latino).
BIBLIOGRAFIA: KLAKOWICZ 1974, pp. 251-253.

37. REE 54,11 = ET Vs 1.254


Cippo in basalto di tipo volsiniese rinvenuto nell’area della necro-
poli di Poggio Sala, a oriente di Bolsena; è conservato presso il
Museo Civico Archeologico di Ischia di Castro.

larq : murinas : v

La grafia, di tipo “regolariz-


zato”, ha ancora r a triangolo,
che a Bolsena arriva sino ai
primi decenni del II secolo. La
formula onomastica è trimem-
bre, con il prenome scritto per esteso e la filiazione abbreviata (v =
velus, [figlio] di Vel). Nonostante l’oggetto sia di ritrovamento incon-
trollato, il gentilizio Murinas permette di porlo in rapporto con un
sarcofago ritrovato nella medesima area (CIE 5170 = ET Vs 1.253), in
una tomba a camera; la forma del sarcofago, a cassa liscia e coper-
chio displuviato, è di scarso valore cronologico, ma l’iscrizione, con
r già con peduncolo, è certamente posteriore alla fondazione della
nuova Volsinii nel 264 a.C. La famiglia dei Murina, peraltro nota
anche ad Orvieto (oltre che a Chiusi, dove comunque sono docu-
mentati buona parte dei gentilizi etruschi a causa della estensione
eccezionale della documentazione epigrafica della città), è più famo-
sa per essere la titolare della tomba dell’Orco di Tarquinia, capolavo-
ro assoluto della pittura funeraria; le iscrizioni ne documentano il
rango molto elevato, le numerose importanti magistrature ricoperte
dai suoi uomini, i rapporti con le gentes più cospicue della città.

BIBLIOGRAFIA: MORANDI 1990, pp. 54-55. Tomba dell’Orco: COLONNA, MORANDI 1995.

VETULONIA, POPULONIA, ROSELLE


Queste tre città sono praticamente prive di una epigrafia funeraria,
nonostante le loro necropoli possiedano manifestazioni monumen-
tali non trascurabili. Mancano quasi del tutto anche i supporti più

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adeguati allo sviluppo di un’epigrafia: l’uso di urne o sarcofagi è


assolutamente sporadico, mentre i cippi sono attestati (soprattutto a
Vetulonia) ma in modo occasionale; le pareti delle camere, prevalen-
temente costruite in blocchi o lastre di calcare, non si prestano a
ospitare iscrizioni, così come le facciate. La parte esterna delle
tombe, che pure può raggiungere uno sviluppo monumentale
(soprattutto a Populonia), non è servita da ispirazione per la reda-
zione di iscrizioni funerarie, attestate solo in maniera del tutto erra-
tica. Le scarse testimonianze epigrafiche sono quindi a tutti gli effet-
ti fenomeni puntuali e isolati; fra questi spicca l’eccezionale stele
arcaica vetuloniese di Avele Feluske.

BIBLIOGRAFIA: sulle necropoli di Populonia FEDELI 1983; Populonia 1992; FEDELI,


GALIBERTI, ROMUALDI 1993; ROMUALDI 2000. Nuovi scavi delle Grotte, con un frustulo
di iscrizione rupestre collegata a una tomba: ROMUALDI 2000 A, pp. 183-202; Studi
Etruschi 64, 2001, pp. 345-347 [M. Morandi]. Su Vetulonia: Isidoro Falchi 1995; sul-
l’iscrizione della stele di Avele Feluske da ultimo POCCETTI 1999. Territorio vetulonie-
se (necropoli del Lago dell’Accesa): Accesa 1997, pp. 375-409; CAMPOREALE 2000. Sulle
necropoli di Roselle: NICOSIA, POGGESI 1998, sopr. pp. 35-36 e 51-57, con bibliografia
precedente; MAZZOLAI 1960, pp. 99-131; iscrizioni funerarie a pp. 145-146.

CHIUSI
L’epigrafia funeraria di Chiusi e del suo vasto territorio si segnala
per uno sviluppo assolutamente abnorme, che fa di questa città
quella che ha restituito da sola un terzo dell’intera documentazione
epigrafica etrusca; come di consueto, le testimonianze si concentra-
no essenzialmente nella fase recente. Le iscrizioni funerarie arcaiche
raggiungono appena la decina, e sono estremamente varie quanto a
supporti, segno che la loro redazione non risponde ai criteri di una
cultura epigrafica ben definita, ma è dovuta a scelte estemporanee;
il formulario è limitato al solo nome personale del defunto, talora
con il monumento che parla in prima persona, come si riscontra di
frequente nei documenti coevi di tutta l’Etruria. Fa eccezione in
questo panorama la lastra di Castelluccio di Pienza (v. p. 267). Nella
fase recente, soprattutto a partire dai decenni finali del III secolo
a.C., in concomitanza con una vera e propria rivoluzione nella cul-
tura funeraria chiusina, che vede un incremento improvviso e rile-
vantissimo del numero delle tombe a camera accompagnato dal-
l’avvio di produzioni massificate di migliaia di urne cinerarie in ala-
bastro, travertino e terracotta (affiancate da più rari sarcofagi, e poi
da olle cinerarie ugualmente prodotte in serie in forme diverse
attraverso i secoli), nasce e si sviluppa un uso estesissimo delle iscri-

119
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zioni funerarie, che arrivano a toccare le tremila unità. Questa ecce-


zionale consistenza mostra l’evidente importanza che i Chiusini
dovevano annettere alla presenza dell’iscrizione nella tomba.
Quando le camere, non più sufficienti a contenere da sole il gran
numero di deposizioni, furono affiancate da nicchiotti scavati nelle
pareti dei corridoi d’accesso e chiusi da tegole, si cominciò a scrive-
re diffusamente anche su queste ultime. Oltre a ciò, esiste una
ampia produzione di cippi in travertino di forma molto caratteristi-
ca (parallelepipedo sormontato da una sfera), verosimilmente collo-
cati all’esterno della tomba (anche se mancano notizie precise sulle
circostanze del loro ritrovamento), che possono fungere anch’essi
da supporti epigrafici. Le iscrizioni funerarie chiusine sono quasi
sempre limitate alla sola formula onomastica del defunto, mentre
ulteriori indicazioni sono estremamente rare. L’epigrafia funeraria
chiusina (così come la cultura funeraria che ispirò questa straordi-
naria produzione epigrafica) fu eccezionalmente longeva: dopo l’in-
corporazione nello stato romano nel 90 a.C., i costumi locali soprav-
vissero pressoché inalterati per alcuni decenni; nella seconda metà
del I secolo a.C., pur generalizzandosi l’uso della lingua latina per
le iscrizioni funerarie, la cultura rimase sostanzialmente la medesi-
ma, e solo con l’inizio dell’età imperiale si vide l’affermazione a
Chiusi di tipi di sepoltura di derivazione romana.

BIBLIOGRAFIA: sulle necropoli di Chiusi e del territorio (si indica solo la bibliogra-
fia più recente, alla quale si rinvia per ulteriore letteratura): CRISTOFANI 1975; JANNOT
1984; COLONNA 1993; BENELLI 1998 A; PAOLUCCI 1998; PAOLUCCI 1999; PAOLUCCI,
RASTRELLI 1999; Chiusi 2000; MINETTI, RASTRELLI 2001; PAOLUCCI 2002; SCLAFANI 2002;
MINETTI 2004; MINETTI 2004 A. Sulle urne chiusine cfr. anche Artigianato artistico 1985.

38. ET AS 1.507
Urna in pietra fetida a cassa liscia con grandi peducci, priva di indi-
cazioni di provenienza, entrata prima del 1950 nelle collezioni
comunali di Chiusi, e oggi esposta presso la Sezione Epigrafica del
locale Museo Civico. Il tipo di pietra fetida e la lavorazione riman-
dano a una provenienza certamente attribuibile a Chiusi o al terri-
torio immediatamente circostante; la forma dell’urna riprende un
tipo piuttosto comune tra il VI e il IV secolo a.C., quando l’uso della
pietra fetida per le urne tende a rarefarsi fino a completa scompar-
sa. Il coperchio non è conservato. La datazione può essere dedotta
solo dalle forme grafiche dell’iscrizione, incisa sulla fronte con duc-
tus trascurato, in un’unica linea che, raggiunto il margine sinistro,
piega verso il basso.

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mi veneluś ursumunieś

Il tipo di grafia, che ha forme “corsivizzanti” di tipo piuttosto


iniziale, fa pensare a una datazione nel V secolo, più verso la prima
metà che non verso la seconda. L’iscrizione ha il tipico formulario
“di possesso” comune a tutta l’epigrafia funeraria etrusca arcaica,
indipendentemente dai supporti: “io (sono) di Venel Ursumunie”.
Venel è prenome relativamente comune in età arcaica; proprio nel
corso del V secolo comincia a comparire al suo fianco la forma sin-
copata Vel, che lo sostituirà del tutto nella fase recente. Ursumunie
è la forma arcaica di un gentilizio, Usmni, ben attestato nell’epigra-
fia chiusina di età ellenistica.

39.
L’iscrizione è incisa su una nicchia scavata nella parete sinistra della
camera di fondo di una tomba arcaica della necropoli di Poggio
Renzo, una delle principali necropoli urbane di Chiusi, situata
immediatamente a nord della città. Nel panorama piuttosto mode-
sto dell’epigrafia funeraria arcaica chiusina, questo è un caso sinora
unico di iscrizione scolpita sulla parete di una tomba.

ein qui ara enan

I caratteri, di tipo “corsivizzante” arcaico, dovrebbero essere


inquadrabili nel corso del V secolo; la tomba ha avuto vita piuttosto
lunga, con diverse fasi di ristrutturazione, cominciata ancora nel VI
secolo e protrattasi certamente almeno fino al IV, almeno a giudica-
re dagli scarsi materiali di corredo rimasti in situ. Questa iscrizione
è una delle pochissime dell’epigrafia funeraria etrusca (non solo

121
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 122

arcaica, ma in generale) a non contenere elementi onomastici.


L’enunciato è una prescrizione negativa: ein (con le forme concor-
renti ei, en) è la negazione, che si associa alla forma verbale ara. Il
suffisso -a, unito alla radice verbale ar (che significa più o meno
“fare”), esprime un comando: in via convenzionale le forme in -a
sono indicate come “congiuntivo”; qui è il comune avverbio “qui”;
enan è un accusativo di un pronome (in etrusco, come si è detto, solo
i pronomi hanno una desinenza di accusativo). Dai contesti in cui
ricorre si può tradurre il pronome ena come un indefinito, “qualun-
que cosa”. Il significato complessivo è quindi “non fare nulla qui”:
una prescrizione evidentemente collegata con la nicchia scavata
nella parete su cui è iscritta.
BIBLIOGRAFIA: MARTELLI, NASORRI 1998; BENELLI 1998.

40. La tomba di Vigna Grande


Circa tre quarti del materiale epigrafico chiusino a noi noto non ha
precise indicazioni di provenienza o di contesto, dal momento che
fu rinvenuto nel corso di scavi finalizzati alla commercializzazione
dei reperti. Oltre a ciò, molti dei contesti sono noti in modo parzia-
le, sia per imprecisione o incompletezza delle notizie pervenute
sino a noi, sia perché a volte gli scavatori si imbatterono in tombe
già parzialmente depredate. La Tomba di Vigna Grande è uno dei
pochi casi in cui il contesto è conosciuto in modo completo (per
quanto riguarda le urne; sul corredo si hanno solo vaghi cenni e il
materiale è andato disperso), tutte le urne sono iscritte e oggi visi-
bili (sono esposte nella sezione epigrafica del Museo Civico di
Chiusi), e anche la tomba è ancora visitabile. La necropoli di Vigna
Grande è topograficamente simile a quella di S. Mustiola: entrambe
sono formate da un piccolo nucleo di tombe immediatamente a
ridosso del centro urbano, che probabilmente per le dimensioni for-
zosamente limitate e per la sua posizione poteva avere un carattere
di esclusività. Infatti, anche se la maggior parte delle tombe (com-
prese le più impegnative) sono scaglionate soprattutto nelle grandi
necropoli del Colle e di Poggio Renzo (oltre che naturalmente nelle
numerose necropoli periurbane, disposte a corona a una certa
distanza dalla città), le poche notizie disponibili per questi due pic-
coli gruppi cimiteriali ricordano soltanto tombe di livello abbastan-
za alto: quelle dei Larcna e dei Cumni a S. Mustiola (grandi tombe
familiari impiantate nei decenni finali del III secolo e usate sino a
tutto il II), due tombe con volta a botte a Vigna Grande. Il tipo con
volta a botte (al quale appartiene la tomba che si presenta in questa

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sede; l’altra è stata distrutta e dal suo contesto si è salvata solo l’ur-
na con l’iscrizione ET Cl 1.924), di norma corredato di una porta in
travertino a uno o due battenti che girano su cardini, è la realizza-
zione più monumentale dell’architettura funeraria chiusina di età
ellenistica; derivato molto probabilmente da prototipi macedoni
giunti nell’Italia tirrenica già nel IV secolo (Napoli, Cerveteri), arri-
va a Chiusi verso la fine del III secolo, epoca alla quale si può data-
re l’impianto della tomba del Granduca (l’unica altra della quale si
conoscono tutte le urne, oggi in propretà privata, con le urne poste
ancora nella loro collocazione originaria) grazie al legame di paren-
tela fra la famiglia dei Pulfna Peris, titolari della tomba, e quella dei
Matausni (sepolta in un’altra delle principali tombe gentilizie chiu-
sine, più antica e del tipo architettonico tradizionale). È probabile
che le due tombe del Granduca e di Vigna Grande abbiano una cro-
nologia simile; per questo tipo di tombe poco aiuta lo studio stilisti-
co delle urne, che spesso sono di qualità piuttosto bassa, in netto
contrasto con l’alto impegno architettonico della costruzione con
volta a botte in blocchi di travertino. Le famiglie titolari di queste
tombe di ispirazione macedone (Pulfna Peris, Tlesna Papasa, Cae
Cantis, Herini, per citare solo quelle di attribuzione certa) sono tutte
legate fra loro, e per giunta legate anche ai titolari delle principali
tombe gentilizie di tipo tradizionale e ai loro ambienti sociali
(Larcna, Seiante/Sentinate, Tite, Matausni, e così via), permettendo
di ricostruire una probabile mappa dei componenti delle classi diri-
genti della città.

40.1 CIE 1354 = ET Cl 1.263


Urna di travertino decorata sulla fronte da demone anguipede
alato; coperchio con defunto semirecumbente. La differenza di
dimensione tra urna e coperchio deriva molto probabilmente dal
fatto che quest’ultimo fu realizzato al di fuori dei normali sistemi
produttivi delle urne di travertino (che prevedevano sempre coper-
chi displuviati; solo in epoca successiva si incontra una piccola serie
di urne di travertino con coperchio con defunto semirecumbente, di
notevole qualità: uno di questi esemplari è proprio nella citata
Tomba del Granduca), su precisa richiesta del committente; si
dovette quindi lavorare a partire da un blocco di dimensioni ano-
male, probabilmente parametrato sui modelli usati per le contem-
poranee urne di alabastro di tutt’altro pregio. L’iscrizione comincia
sulla cassa e termina sul coperchio.

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larq : herini : lq / raqumsnal : clan

La grafia rientra nelle più antiche attestazioni del modello rego-


larizzato evoluto, come tutte le altre iscrizioni della tomba. Formula
onomastica quadrimembre (prenome, gentilizio, filiazione e metro-
nimico). Il personaggio va identificato con il fondatore dell’ipogeo.

40.2 CIE 1357 = ET Cl 1.266


Urna di travertino con cassa decorata con patera tra pelte; coperchio
displuviato. L’iscrizione corre sul bordo del coperchio, con una
andata a capo sulla parte terminale della falda dovuta a errato cal-
colo degli spazi (fenomeno relativamente comune nelle iscrizioni
funerarie chiusine).

2
qa : tlesnei : herinisa : puluf 1nal

La donna, della famiglia Tlesna, è la moglie del fondatore; come


accade spesso nell’epigrafia funeraria chiusina, la filiazione è omes-
sa, mentre non mancano i membri indiretti essenziali per capire i
legami di parentela: il gamonimico (herinisa, composto come di
norma in tutte le città etrusche – tranne che a Perugia – dal genitivo
del gentilizio del marito + il determinativo enclitico -sa) e il metro-
nimico, che la dice figlia di una Pulfnei: ecco che ritorna il legame
con una delle grandi famiglie magnatizie chiusine (i Pulfna). Si noti
come, in area chiusina (e settentrionale in genere), alla terminazio-
ne maschile del gentilizio -na, corrisponde un femminile -nei piutto-
sto che il -nai comune in ambito meridionale.

40.3 CIE 1359 = ET Cl 1.268


Urna di travertino decorata con fiore tra girali e coperchio displu-
viato; l’iscrizione corre sul bordo del coperchio.

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lq : herini : tlesnal :

Figlio dei due precedenti, con il più comune formulario trimem-


bre (prenome, gentilizio, metronimico).

40.4 CIE 1358 (= 645, 2964) = ET Cl 1.267


Urna di travertino decorata con protome tra girali e coperchio
displuviato; l’iscrizione corre sul bordo del coperchio. L’identifica-
zione dei tre diversi lemmi del CIE come pertinenti alla medesima
iscrizione si deve agli ET, ed è probabilmente corretta.

lq : herini : lq : tlesnalisa

Personaggio assolutamente omonimo al precedente: uno dei due


(il primogenito, probabilmente, avendo il prenome paterno) deve
essere morto prima della nascita dell’altro, che quindi ha ricevuto il
medesimo prenome del fratello. In questo caso la formula è quadri-
membre, e comprende anche la filiazione. Il metronimico è comple-
tato dal determinativo enclitico, che compare in modo episodico.

40.5 CIE 1353 = ET Cl 1.262


Urna di travertino con rosone tra pelte e coperchio displuviato;
l’iscrizione corre sul bordo del coperchio.

lq : herini : umranal

Dovrebbe trattarsi del figlio di uno dei due precedenti. La


Umranei sua madre (che rimanda a un’altra famiglia titolare di un
grande sepolcro familiare) non è stata sepolta in questa tomba.

40.6 CIE 1360 = ET Cl 1.269


Coperchio displuviato di travertino, in origine posto su un’urna a
cassa liscia, oggi perduta. Anche il coperchio è stato danneggiato
dopo la scoperta, e ha perso parte dell’iscrizione che corre sul bordo;
tuttavia i documenti permettono di restituirne la lettura per intero.

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aq : herini : aq : vipinal

Personaggio della medesima famiglia Herini, ma al di fuori della


genealogia del ramo principale, essendo un Arnq figlio di Arnq
(mentre la linea del fondatore ci ha tramandato solo il prenome
Larq).

40.7 CIE 1355 = ET Cl 1.264


Urna di travertino decorata con patera tra pelte e coperchio displu-
viato; l’iscrizione corre sul bordo del coperchio.

ar : tutna : claniu : raqmsnal

Il defunto non è un Herini: infatti appartiene alla famiglia Tutna


Claniu. Il metronimico tuttavia lo connette con il fondatore del
sepolcro, lasciando aperte due possibilità: o si tratta di un cugino
(figlio di una sorella della madre) o di un fratellastro (figlio di un
primo matrimonio della Raqumsnei madre di Larq Herini con un
Tutna Claniu).

40.8 CIE 1356 = ET Cl 1.265


Urna di travertino a cassa liscia; il coperchio è andato disperso.
L’iscrizione corre sulla fronte dell’urna.

qania : tutnei : cla2niunia : raqums3nal

Si tratta della sorella del precedente. Notare le due grafie del


metronimico (Raqmsnal/Raqumsnal); questo è un fenomeno molto
diffuso nelle iscrizioni etrusche, e soprattutto in quelle funerarie
chiusine (dove si dispone di una ampia base statistica e di molte
ripetizioni dei medesimi nomi). È possibile notare come molte di

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queste incertezze grafiche siano dovute a motivi fonetici, quindi a


incertezze nella comprensione della ortografia di un nome proprio
legate a fatti di pronuncia: in questo caso l’oscillazione presen-
za/assenza della vocale è dovuta alla presenza della nasale m, che
poteva assorbire un suono vocalico. Il femminile -unia è quello rego-
lare a Chiusi per i cognomi in -u (a differenza dei gentilizi in -u, che
hanno femminile -ui), che fa supporre che il suffisso cognominale
dovesse essere in origine *-un.
BIBLIOGRAFIA: Chiusi 2000, pp.213-214 e nota 36 a p. 220 [G. Paolucci], cui si riman-
da per la bibliografia precedente; PAOLUCCI 2005, sopr. pp. 78-79. Seconda tomba di
Vigna Grande: PAOLUCCI 2005, p. 79 nota 254. Tomba dei Larcna: PAOLUCCI 1989, a cui
va aggiunta CIE 2877 = ET Cl 1.2444 (che è un sarcofago di travertino originariamen-
te usato come abbeveratoio nella casa colonica di S. Mustiola, a breve distanza dalla
tomba, come informa la scheda del CIE). Tomba dei Cumni: THIMME 1957, pp. 154-
160; PAOLUCCI 2005, pp. 19 e 21 con bibliografia precedente; potrebbe venire da que-
sta tomba anche l’urna di terracotta con iscrizione CIE 1895 = ET Cl 1.1482 (v. REE
70, 60), che condivide con tutte le urne dei Cumni l’eccezionale conservazione della
policromia; se così fosse, la data del suo arrivo al Museo del Louvre, appena tre anni
dopo la scoperta della tomba, testimonierebbe una dispersione molto precoce della
collezione vescovile chiusina. Tomba degli Umrana: COLONNA 1993, sopr. pp. 365-
374. Tomba del Granduca: THIMME 1954, pp. 60-73; Chiusi 2000, p. 213 e nota 32 a p.
220 [G. Paolucci]. Tomba dei Matausni: SCLAFANI 2002. Strategie di uso delle tombe
etrusche (soprattutto chiusine e perugine): NIELSEN 1989; NIELSEN 1999; NIELSEN 2002.

41. La tomba degli Ane


Una piccola tomba a camera della necropoli di Fonte Rotella (una
delle principali di Chiusi già in età arcaica: basti pensare che pro-
prio da qui proviene il celebre Vaso François) apparteneva alla fami-
glia degli Ane; al suo interno furono trovate due urne di personag-
gi di questa famiglia, insieme a una terza urna, in alabastro, con
scena di congedo alla porta dell’Ade e defunta semirecumbente sul
coperchio, relativa a una donna il cui gentilizio è purtroppo illeggi-
bile a causa della scheggiatura della superficie iscritta (CIE 1004 =
ET Cl 1.905; l’integrazione proposta da Thimme è molto incerta).

41.1 CIE 1003 = ET Cl 1.904


Urna di alabastro con celtomachia sulla cassa e defunto semirecum-
bente sul coperchio; il defunto tiene in mano un rotolo aperto, e
l’iscrizione funeraria è incisa sul rotolo, rivolta verso l’interno
(quindi verso il defunto). Databile nell’ultimo quarto del III secolo,
o tutt’al più all’inizio del successivo.

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larq ane 2 aprinquna

La grafia è di tipo regolarizza-


to antico, tipica del periodo com-
preso fra l’inizio del III e l’inizio del II secolo. Formula trimembre
con soli membri diretti: prenome, gentilizio e cognome; questo for-
mulario è comune nelle iscrizioni di III secolo, che riportano i mem-
bri indiretti solo molto raramente (fatta eccezione per la filiazione).
La figura del defunto con rotolo, che compare in modo occasionale
su urne e sarcofagi, potrebbe essere stata scelta per ricordare un’at-
tività del personaggio in ambiti professionali strettamente connessi
con l’uso della scrittura e dei testi (probabilmente ambito sacerdo-
tale, come indica esplicitamente l’iscrizione di Laris Pulenas, su cui
v. pag. 262).

41.2 CIE 1002 = ET Cl 1.903


Urna di travertino con protome tra girali e coperchio displuviato;
iscrizione incisa sul bordo del coperchio.

vel : ane : auleś :

Grafia di tipo regolarizzato, probabilmente evoluto (si veda la


forma del san). La formula trimembre con prenome, gentilizio e
filiazione e la realizzazione della cassa rimandano a un momento
non troppo avanzato, forse una generazione dopo il precedente,
anche se non è possibile stabilire un nesso di parentela diretto.
BIBLIOGRAFIA: THIMME 1957, p. 104; Artigianato artistico 1985, pp. 47-48. Significato
del rotulo: COLONNA 1991, pp. 123-124 e nota 74 a p. 132.

42. CIE 1654-1655 = ET Cl 1.1701-1703


Urna di terracotta chiusina di provenienza ignota; la cassa è realiz-
zata a matrice e rappresenta una scena di battaglia con cinque per-
sonaggi; si tratta di un rilievo presente su moltissime urne (che l’uso
delle matrici permetteva di produrre in serie molto numerose),
anche se non così comune come il mito del doppio fratricidio di
Eteocle e Polinice e quello del cosiddetto “eroe con l’aratro”. Il
coperchio è al contrario un pezzo unico, realizzato a stecca, e raffi-
gura il defunto semirecumbente a banchetto, ma con alcune singo-

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larità che ne evidenziano la creazione originale su commissione


specifica: il personaggio ha tratti fortemente caratterizzati, ben
diversi dai volti generici usati anche su urne di pregio, esibisce un
anello alla mano sinistra (una insegna di rango?), e tiene in mano
una riga graduata, che deve essere intesa come indicazione della
sua professione, probabilmente di architetto. Al Museo Archeologi-
co Nazionale di Chiusi, dove è conservata l’urna, esiste anche una
tegola iscritta con il nome del medesimo personaggio, che deve pro-
venire dalla stessa tomba. Una particolarità pressoché unica di que-
sta urna è che il nome del defunto, dipinto (come di norma nelle
urne di terracotta: le iscrizioni graffite devono essere considerate
con estremo sospetto), è ripetuto sia sulla cassa sia sul coperchio.
L’urna si data probabilmente al secondo quarto del II secolo o poco
dopo. Le tegole iscritte servono normalmente per chiudere i nic-
chiotti scavati nei dromoi delle tombe, anche se talora sono usate
anche per la chiusura delle camere; in quest’ultimo caso vi possono
essere più nomi su diverse tegole (come nel caso della tomba dipin-
ta delle Tassinaie, della famiglia Vetus), oppure un solo nome, in
qualche caso quello dell’ultimo occupante.

coperchio: laris : vetu : aqnu : aulias


cassa: ls : vetu : auliaś
tegola: laris : vetu : 2 aqnu : larisal 3auliaś : clan

La grafia è del tipo manierato evoluto (regolarizzato evoluto per


la tegola). Si notino le differenze tra le varie iscrizioni: i formulari
onomastici sono tutti diversi (con il più completo sulla tegola), e
l’alternanza tra la corretta forma del metronimico auliaś, e quella
iscritta sul coperchio, aulias, con il genitivo reso con sigma (secondo
la grafia meridionale) invece di san. La differenza di formulari e di
ortografia fra le diverse iscrizioni riferite alla medesima persona

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(normalmente tegola e cinerario) è piuttosto comune nell’epigrafia


funeraria chiusina. La sostituzione di san con sigma è un fenomeno
piuttosto diffuso nell’Etruria settentrionale a partire dal pieno II
secolo e deriva probabilmente da una volontà di semplificazione
dell’ortografia per influenza della scrittura latina; particolarmente
interessante la presenza di alcuni casi di sostituzione inversa (san al
posto di sigma, come una tardissima urna di terracotta appartenen-
te a una Seianti scritta erroneamente śeianti): si tratta di un fenome-
no di ipercorrezione che evidentemente doveva dare un tocco di
“etruscità” in contrasto con le mode grafiche contemporanee. Il gen-
tilizio Vetu è una formazione con il suffisso -u (un tipo particolar-
mente comune a Chiusi) sulla medesima base dei nomi familiari Vete
e Vetana; il cognome Aqnu è usato da diverse famiglie tanto a Chiusi
che a Perugia. La madre del personaggio è una Aulia, femminile del
raro gentilizio Aule, formalmente identico a un prenome; il femmini-
le italico -ia è usato a Chiusi e Perugia in alternanza al comune suffis-
so femminile etrusco -i per gentilizi di origine italica in -e.

BIBLIOGRAFIA: buona immagine dell’urna in IOZZO, GALLI 2003, p. 77 (a p. 76 fig.


117 l’urna della śeianti); significato grafico e non fonetico dell’abbandono di san nelle
tarde iscrizioni etrusco-settentrionali: RIX 2004, p. 945. Problema delle iscrizioni graf-
fite su urne di terracotta: cfr. REE 70, 75 e il commento in BRIQUEL 2005. Grafie diver-
se nelle coppie tegola-cinerario: cfr. BENELLI 1994, p. 50 e nota 2. Scene mitologiche
sulle urne di terracotta: da ultimo DE ANGELIS 1999, con bibliografia precedente.

43. CIE 1454 = ET Cl 1.373


Sarcofago in terracotta rinvenuto in una tomba a piccola camera a
Poggio Cantarello (una necropoli minore della cintura periurbana
di Chiusi). La tomba, che aveva la porta chiusa da due tegole ane-
pigrafi, conteneva soltanto questo sarcofago insieme a un corredo di
oggetti d’argento; tutto il materiale fu acquisito dal British Museum
di Londra, ma il corredo risulta disperso dal 1939, e probabilmente
scomparve in occasione del ricovero del materiale del museo a pro-
tezione dagli eventi bellici. In base alle immagini superstiti e alla
descrizione dei pezzi, è probabile che gli oggetti fossero repliche
non funzionali in sottile lamina d’argento di utensili normalmente
realizzati in bronzo, come si riscontra anche nel famoso corredo del-
l’urna di travertino (una delle pochissime con coperchio con defun-
to semirecumbente) di Fastia Velsi moglie di un Larza Velu conser-
vata al Museum of Fine Arts di Boston. Il sarcofago di Hanunia
Seianti, opera straordinaria dei ceramisti chiusini dei decenni cen-
trali del II secolo, è stato recentemente oggetto di approfondite ana-

130
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lisi archeometriche, che hanno interessato anche lo scheletro della


defunta ancora quasi perfettamente conservato; alcuni dei risultati
più interessanti riguardano la tecnica di realizzazione della policro-
mia (applicata a freddo, dopo la cottura, su uno strato di prepara-
zione di gesso, con una tecnica che molto probabilmente è la mede-
sima delle urne e delle olle cinerarie), e l’età della morte della
donna, stabilita attorno ai 50 anni. L’iscrizione è scolpita molto
accuratamente sul lato inferiore della cassa, ed è stata certamente
apposta prima della cottura dell’argilla.

seianti · hanunia · tlesnasa

La grafia, pur essendo vicina al tipo regolarizzato recente, se ne


distingue per una particolare accuratezza e monumentalità, com-
preso un trattamento delle estremità delle lettere abbastanza raro
nell’epigrafia etrusca, che risente della più elegante moda scrittoria
contemporanea greca e latina. La formula onomastica si segnala per
l’assenza del prenome; questo fenomeno, per quanto minoritario,
non è del tutto ignoto nell’epigrafia chiusina a partire dal pieno II
secolo, ed è possibile che si tratti di una moda tendente ad assimi-
lare l’onomastica femminile etrusca a quella romana (che, come è
noto, non prevedeva l’uso ufficiale di un prenome – anche se natu-
ralmente sembra che le donne romane avessero dei prenomi di uso
ufficioso e familiare). Il gentilizio Seianti è naturalmente il femmini-
le del noto Seiante; la forma maschile del cognome Hanunia non è
*Hanu, come ci aspetteremmo, ma Hanusa, con il determinativo
enclitico -sa sistematicamente applicato alla forma base: anche que-
sta è un’usanza tipicamente chiusina, che riguarda un certo nume-
ro di cognomi in -u, che compaiono scritti sempre (o quasi sempre)
con questa aggiunta, probabilmente in forza di un uso in qualche
modo istituzionalizzato. Il gamonimico della donna la lega alla
famiglia Tlesna, offrendo degli spunti prosopografici di grande
interesse. Il legame fra Seiante e Tlesna (probabilmente si tratta dei
Tlesna Papasa, titolari di una tomba con volta a botte a Poggio
all’Abate, una delle necropoli di Chianciano, importante centro del
territorio chiusino), infatti, rientra in una rete che sembra connette-
re un gruppo ristretto di famiglie contraddistinte da usi funerari
particolari, dalle tombe con volta a botte all’uso dei sarcofagi, altri-
menti rari in ambito chiusino. Sono proprio i Seiante i titolari della

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maggior parte dei sarcofagi chiusini, da quello fiorentino di Larqia


Seianti, pressoché gemello del presente, anch’esso con iscrizione
originariamente incisa prima della cottura nell’argilla e successiva-
mente riprodotta in pittura dopo che la preparazione di gesso aveva
ricoperto il testo originario, sino a quello in travertino da
Chianciano con iscrizione bilingue di un Seiante Śinu, che, come
d’abitudine nell’epigrafia chiusina, scrive nella parte etrusca solo il
cognome, mentre il gentilizio latino Sentius tradisce la presenza
nella formula onomastica del gentilizio rimasto inespresso. Il sarco-
fago di Larqia Seianti proviene da una tomba che ne conteneva
numerosi altri, e che sembra appartenente alla famiglia dei Larcna,
anche se non si può escludere che Larcna sia proprio uno dei molti
cognomi usati dagli stessi Seiante.
BIBLIOGRAFIA: sul sarcofago v. Seianti 2002, con bibliografia precedente; tomba di
Larqia Seianti: GENTILI 1994, pp. 64-67; diffusione dei sarcofagi in pietra: COLONNA
1993, sopr. pp.373-374; tomba di Poggio all’Abate: PAOLUCCI 1987, pp. 60-62, con
bibliografia precedente; tomba di Fastia Velsi: ELDRIDGE 1918; sarcofago di
Chianciano: BENELLI 1994, p. 23, con bibliografia precedente. Onomastica femminile
romana: KAJAVA 1994.

44. La Tomba di Macciano


A Macciano si trovava una delle molte necropoli della cintura
periurbana di Chiusi, situata a brevissima distanza da un altro
nucleo di sepolture, quello di Poggio di Montollo (praticamente in
coincidenza con l’attuale uscita dell’autostrada), che comprendeva
anche una tomba dipinta, perduta da tempo. Questa fascia di necro-
poli deve corrispondere a un’analoga serie di insediamenti scaglio-
nati tutto intorno all’area urbana di Chiusi, posti a metà strada fra
questa e il territorio vero e proprio. Le notizie sul rinvenimento di
questa tomba sono molto scarse; si trattava di una struttura del tipo
più comune, con camera e nicchiotti nel dromos. Nulla si sa del cor-
redo né della posizione dei diversi reperti iscritti, alcuni dei quali
andarono perduti subito dopo la scoperta; tuttavia si nota la pre-
senza di alcune coppie tegole-cinerario, che dovevano corrisponde-
re probabilmente ad altrettanti nicchiotti. Non si ha alcuna notizia
dei cinerari anepigrafi, che pure vi dovevano essere certamente con-
tenuti, dal momento che alcune iscrizioni su tegola non hanno il
cinerario corrispondente. Una delle tegole probabilmente poteva
servire a chiudere la camera. La grafia di tutte le iscrizioni etrusche
è regolarizzata evoluta.

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44.1 CIE 1078


Tegola con iscrizione latina graffita, conservata presso la sezione
epigrafica del Museo Civico di Chiusi.

L. Pontius 2 T. f. Rufus

44.2 CIE 1079


Tegola con iscrizione latina graffita, dispersa.

Pontia L. l. Salvia

Liberta del precedente.

44.3 CIE 1077 = ET Cl 1.918


Urna di terracotta di piccole dimensioni decorata a matrice con la
comune scena mitologica del cosiddetto “eroe con l’aratro”, coper-
chio a matrice con defunto recumbente; si trova al Museo
Archeologico Nazionale di Chiusi. L’iscrizione è graffita sul bordo
superiore della cassa, in lingua etrusca e scrittura latina.

Qania Caezirtli Pontias

Figlia della precedente.

44.4 CIE 1075-1076 = ET Cl 1.916-917


Tegola (dispersa) e coperchio displuviato di urna di travertino di
piccolissime dimensioni (conservato alla sezione epigrafica del
Museo Civico di Chiusi), con iscrizione incisa sul bordo.

tegola qa remz2nei cezrt3lial


urna qa : remznei : cezrtlial

Figlia della precedente. Questa tomba presenta una interessante


inversione della sequenza linguistica, con un passaggio dall’uso del
latino a quello dell’etrusco. Il motivo di questa anomalia è facilmen-
te spiegabile: il capostipite non è un etrusco, ma è un immigrato, e
usa quindi la lingua latina per la propria iscrizione funeraria, pur

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 134

adottando il modo di seppellire tipico della cultura chiusina. La


defunta della seconda generazione, figlia del matrimonio della
liberta del capostipite con un chiusino, ha l’iscrizione funeraria in
etrusco, ma scritta in alfabeto latino; l’urna, realizzata con una
matrice stanca e senza elementi di inquadramento della scena figu-
rata, è probabilmente al termine di questa produzione, ormai nel I
secolo a.C. Rispetto alle non numerose iscrizioni etrusche in alfabe-
to latino (a Chiusi sono poche decine), la 44.3 presenta l’anomalia
dell’uso della lettera etrusca Q al posto della regolare resa del suono
con TH. Il significato attribuito a questa scelta si vede dal fatto che
Q è sovrascritto proprio su un originario TH. Questa iscrizione rap-
presenta uno dei pochi casi di testo graffito – e non dipinto – su sup-
porto fittile (urna o olla) di autenticità certa; come si è già accenna-
to, gli altri devono essere considerati sospetti, se non certamente
falsi. I dati genealogici fanno pensare che le iscrizioni etrusche chiu-
sine in scrittura latina siano databili entro la prima metà del I seco-
lo a.C. L’ultima defunta della serie, figlia della precedente e di un
Remzna (che sembra la famiglia più importante di Macciano), con
la quale arriviamo attorno alla metà del I secolo, ha iscrizione pura-
mente etrusca. Questo fatto non deve stupire: infatti le iscrizioni
funerarie latine di Chiusi databili con certezza prima della metà del
I secolo appartengono tutte ad immigrati, con la sola eccezione di
qualche bilingue; i Chiusini, ancora per qualche tempo dopo aver
acquisito la cittadinanza romana (nel 90 a.C.), seguiteranno a usare
invariabilmente l’etrusco in tutta l’epigrafia funeraria (il che natu-
ralmente non significa che fosse ancora usato correntemente nella
vita quotidiana). Nella seconda metà del I secolo l’etrusco scompa-
re quasi completamente, e viene ormai sostituito dal latino; tuttavia
restano inalterati sia il modo di costruire e usare le tombe, sia la cul-
tura epigrafica: le iscrizioni funerarie latine di questo periodo sono
frequentemente prive di filiazione (assolutamente obbligatoria nella
cultura epigrafica romana del tempo), con formulari molto vari, talo-
ra anche diversi nelle coppie tegola-cinerario.

44.5 CIE 1080 = ET Cl 1.919


Tegola conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di
Chiusi.

aq : re : sepi 2 veltsnal

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L’abbreviazione di gentilizio e cognome è piuttosto rara, e ricor-


re prevalentemente su tegole; in questo caso scioglierla è abbastan-
za facile, dal momento che la famiglia più importante di Macciano
sono i Remzna Sepiesa, imparentati tra l’altro con i Seiante Hanusa;
aq è naturalmente l’abbreviazione del comunissimo prenome Arnq,
mentre Veltsnal è il metronimico.

44.6 CIE 1081 + 1082 = ET Cl 1.920 + 921


Tegola (conservata presso la sezione epigrafica del Museo Civico di
Chiusi) e urna di terracotta di piccolissime dimensioni, con scena di
commiato alla porta dell’Ade realizzata a matrice, e coperchio con
defunto recumbente, anch’esso a matrice. Questo tipo di urne rap-
presenta la fase terminale della produzione, che arriva al massimo
alla metà del I secolo a.C. L’iscrizione sull’urna, dipinta, si sviluppa
lungo la parte superiore e sinistra della cassa; la mancanza di una
marginatura, tipica di queste urne tardissime, ha costretto l’artigia-
no a dipingere direttamente sul rilievo.

tegola apluni 2 cumeres 3 lau


urna apluni : cum/eres : lautni :

Il defunto è un liberto, libera-


to in regime giuridico etrusco
(quindi prima del 90 a.C.); il suo nome servile, il grecanico apluni
( Apollåniov),
¬ è diventato gentilizio. L’ex padrone apparteneva alla
importante famiglia dei Cumere. Non è chiaro che rapporto di
parentela abbia questo liberto con gli altri defunti sepolti in questa
tomba, tutti in qualche modo legati; il confronto con altre tombe fa
pensare che in alcuni casi una struttura potesse essere usata in
modo promiscuo, con la camera e alcuni nicchiotti occupati da per-
sone imparentate fra loro, e altri nicchiotti usati da quelli che sem-
brano dei perfetti estranei. Queste occorrenze, insieme all’uso di
tombe collettive (attestato in ambiente chiusino in una decina scar-
sa di casi), fanno pensare che lo spazio funerario potesse essere
oggetto di compravendita, come sarà poi documentato nel mondo
romano. Notare anche in questo caso l’uso di sigma in luogo di san.
BIBLIOGRAFIA: la sequenza genealogica della tomba di Macciano è valorizzata per
la prima volta da GIACOMELLI 1970. Passaggio all’uso del latino: sul piano linguistico
ancora in gran parte valido KAIMIO 1975; sul piano culturale v. BENELLI 1994; BENELLI
1999 A; BENELLI 2001.

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45. CIE 1468 = ET Cl 1.858


Urna di travertino a cassa liscia rinvenuta a Sarteano insieme con
quella con iscrizione bilingue CIE 1469 (= ET Cl 1.859), riferita a un
personaggio della medesima famiglia; sono entrambe conservate al
Museo Civico Archeologico di Sarteano. Sulla fronte è scolpita
l’iscrizione funeraria bilingue.

C. Arrius C. f. 2 q(uaestor)
aq · arntni · umranal

L’iscrizione rientra nel gruppo principale delle bilingui chiusine


(al quale sono affini anche le bilingui aretine e, tra le perugine, solo
quella della tomba dei Volumni), nel quale ognuna delle due parti
dell’iscrizione segue la cultura epigrafica propria della lingua; il
principale elemento di distinzione è la presenza della filiazione
nella parte latina che, come si è già accennato, è assolutamente
obbligatoria per la cultura epigrafica romana, facoltativa per quella
etrusca (soprattutto in Etruria settentrionale interna). Tutte queste
bilingui sono databili ad età piuttosto avanzata (ultimi decenni del
I secolo a.C.), un periodo nel quale l’etrusco è ormai quasi comple-
tamente abbandonato per l’epigrafia funeraria; in esse si deve quin-
di vedere una scelta precisa di voler sottolineare il legame con il
passato etrusco della città, che ben si colloca nella temperie cultura-
le dell’età augustea. Il significato di questa scelta diventa evidente
se si pensa che tutti i personaggi titolari di iscrizioni funerarie bilin-
gui del gruppo principale appartengono a famiglie imparentate fra
loro, che monopolizzano le cariche municipali della città; in questo
caso la carica di questore (la più bassa magistratura cittadina) è
indicata in modo esplicito. Nella parte etrusca manca la filiazione
ed è invece indicato il metronimico (che compare sporadicamente
anche nelle iscrizioni latine e nelle parti latine delle bilingui). Le
bilingui testimoniano che ancora in età così avanzata, almeno a
Chiusi e ad Arezzo, era sopravvissuto l’uso di portare un prenome
etrusco, ufficioso, a fianco del prenome ufficiale da cittadino roma-
no: in questo caso il personaggio si chiamava Gaius per l’anagrafe
romana, Arnq come nome etrusco. Il passaggio dal gentilizio etru-
sco Arntni al latino Arrius avviene tramite la sostituzione del suffis-

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so aggettivale etrusco -na (qui nella forma -ni esito della presenza
della rideterminazione con -ie: -naie > -ni) con l’equivalente latino
-ius, e con un adeguamento della radice alla fonetica del latino.
BIBLIOGRAFIA: sulle bilingui BENELLI 1994; sul passaggio dai gentilizi etruschi a
quelli latini ancora fondamentale RIX 1956.

46. CIE 3023 = ET Cl 1.2632


Sarcofago di travertino a cassa liscia di provenienza ignota (ma cer-
tamente chiusino), già facente parte della collezione di Sante Betti, e
oggi murato nella cantina della casa di Chiusi un tempo appartenu-
ta allo stesso collezionista. Sulla fronte è scolpita l’iscrizione funera-
ria bilingue.

aq · unata · varnal ·
M’. Otacilius Rufus Varia natus

L’iscrizione appartiene al gruppo minore delle bilingui chiusine,


meno numeroso e omogeneo di quello principale, che trova con-
fronti a Perugia; la caratteristica distintiva è la parte latina priva di
filiazione. Queste bilingui dovrebbero essere anteriori rispetto a
quelle del gruppo principale, e dovrebbero collocarsi attorno alla
metà del I secolo a.C. Il metronimico della parte latina è redatto
secondo la formula più comune, con il gentilizio della madre
all’ablativo accompagnato dall’aggettivo natus; il passaggio da
Varna (femminile Varnei) a Varius avviene secondo i medesimi cri-
teri già accennati nella scheda precedente. L’eccezionalità di questa
bilingue sta nella notevole distanza tra il gentilizio etrusco del per-
sonaggio (Unata) e quello latino (Otacilius): un passaggio che non
trova giustificazione nella normale prassi linguistica. La chiave per
comprendere il caso sta nel prenome romano Manius, che è di uso
rarissimo, limitato solo ad alcune famiglie, tra le quali proprio quel-
la degli Otacilii, gens senatoria schierata nella fazione sillana e poi
pompeiana durante le guerre civili. È quindi probabile che, al
momento della concessione della cittadinanza romana nel 90 a.C.,
gli Unata chiusini (che facevano certamente parte delle classi diri-
genti della città, come mostra l’uso della sepoltura in sarcofago)
avessero un forte legame con gli Otacilii romani, tanto da prender-

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 138

ne in prestito (certamente con il loro consenso) non solo il gentilizio,


ma anche la tradizione dell’uso dei prenomi. Questa iscrizione è
quindi una preziosa testimonianza della posizione delle classi diri-
genti chiusine durante le guerre civili (cfr. anche scheda 113).
BIBLIOGRAFIA: Sulle bilingui cfr. la scheda precedente. Collezione Betti e materiali
murati nella casa: DELLA FINA 1983, pp. 105-109; BARNI, PAOLUCCI 1985, p. 28 e 120. Le-
game con gli Otacilii romani: BENELLI 1994, p. 65; BENELLI 1998 A, p. 260-261; VALVO 2003
(che presuppone una spaccatura all’interno della famiglia degli Unata fra mariani e sil-
lani, questi ultimi divenuti Otacilii); sugli Otacilii e Pompeo: TORELLI 1980-81.

PERUGIA
A Perugia e nel suo territorio la disparità fra la fase arcaica e quella
recente è ancora più marcata; la documentazione epigrafica funera-
ria è totalmente esclusiva della fase recente. Nel III secolo a.C. nelle
tombe perugine si comincia ad adottare l’urna cineraria in traverti-
no (la produzione in terracotta è solo episodica e mal nota, anche se
può raggiungere notevoli vertici qualitativi), inizialmente stuccato;
anche in questa città, come a Chiusi, è però tra i decenni finali del
III e l’inizio del II secolo a.C. che si avverte un vero salto di qualità,
con una moltiplicazione esponenziale nel numero delle tombe a
camera (che di solito hanno forme architettoniche piuttosto sempli-
ci), in qualche caso letteralmente stipate di urne cinerarie. Le iscri-
zioni sono molto numerose, anche se non raggiungono la consisten-
za di Chiusi, attestandosi attorno al migliaio. Caratteristico dell’am-
bito perugino è l’addensamento dei monumenti iscritti nelle necro-
poli urbane e di alcune limitate aree del territorio, che devono aver
avuto una particolare importanza; al di fuori di queste zone, l’uso
delle iscrizioni nelle tombe è estremamente più raro. Le iscrizioni
sono realizzate in modo pressoché esclusivo sulle urne cinerarie e
sui tipici cippi perugini in travertino, a forma di colonnetta sormon-
tata da un bocciolo di acanto più o meno schematico, che erano in
origine collocati all’esterno delle camere; la scoperta della tomba dei
Cutu, che – grazie alle eccezionali condizioni di conservazione – ha
rivelato numerose iscrizioni dipinte, fa supporre che un numero
indeterminabile di testi sia andato perduto a causa della scomparsa
della pittura su tutte le urne di ritrovamento antico (che sono poi la
grande maggioranza di quelle a nostra conoscenza). Le iscrizioni
sono normalmente limitate alla sola formula onomastica, e le indi-
cazioni di tipo diverso sono molto rare. Esiste anche una serie di
piccole lamine di piombo iscritte con i nomi dei defunti, che, in

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alcune tombe perugine, venivano inserite fra la cassa e il coperchio


delle urne che recavano la medesima iscrizione onomastica. In alcu-
ni casi eccezionali possono comparire iscrizioni più complesse, che
ricordano la costruzione della tomba, come quella di S. Manno (v. p.
264), o quella apposta sullo stipite della porta della tomba dei
Volumni. Una delle caratteristiche tipiche dell’epigrafia funeraria
perugina è il gamonimico indicato con il genitivo semplice, senza il
determinativo enclitico -sa regolarmente usato in tutte le altre città
etrusche.
BIBLIOGRAFIA: su Perugia e il suo territorio ora STOPPONI 1996 e BERICHILLO 2004,
con bibliografia precedente; cfr. anche Annali della Fondazione per il Museo “Claudio
Faina” 9, 2002. Sulle urne perugine v. Artigianato artistico 1985; inoltre FERUGLIO 2000
(tomba dei Cutu); FERUGLIO 2002.

47. La tomba dei Volumni


Situata nella grande necropoli del Palazzone, presso l’attuale locali-
tà di Ponte San Giovanni, la tomba dei Volumni destò scalpore fin
dal momento della sua scoperta nel 1840, per la sua eccezionale
monumentalità e per il fatto di esser stata rinvenuta intatta. La
struttura comprende un enorme atrio sul quale si aprono tre came-
re per lato (le due di fondo precedute da vestiboli) e una settima
camera, più grande, sulla parete di fondo; i soffitti della maggior
parte degli ambienti sono accuratamente scolpiti ad imitazione di
un’architettura reale, con travi, cassettoni e rilievi con fregi figurati
e di armi. Una realizzazione così accurata non ha confronti a
Perugia, e la tomba dovette essere scavata a notevole profondità per
raggiungere uno strato di roccia sufficientemente compatto da per-
mettere il lavoro degli scalpellini. La tomba è stata usata solo in
minima parte: infatti solo la camera di fondo era occupata da sette
deposizioni in altrettante urne, mentre gli altri ambienti erano
vuoti, fatta eccezione per alcuni vasi di ceramica e un ricco corredo
di bronzi (armi, un kottabos). Sulle pareti di alcune delle camere si
trovavano delle iscrizioni, purtroppo non più leggibili a causa dello
sfaldamento dell’arenaria; non si può escludere che alcune di queste
fossero relative a deposizioni (magari di personaggi subalterni legati
alla famiglia, forse di servi) in alcune delle olle trovate all’interno
della struttura. Tutte le iscrizioni che seguono (fatta eccezione per la
bilingue) sono redatte in grafia di tipo capitale. Le urne sono ancora
collocate in situ.

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47.1 CIE 3754 = ET Pe 5.1


La porta di ingresso della tomba è rinforzata da tre grandi lastre di
travertino, che fungono da stipiti e da architrave, allo scopo di evi-
tare gli inevitabili crolli dovuti alla scarsa coesione della roccia natu-
rale; sullo stipite destro corre l’iscrizione che commemora la fonda-
zione della tomba.

arnq larq velimnaś 2 arzneal husiur 3 suqi acil hece

Gli autori della dedica sono due fratelli (come mostra il metroni-
mico unico arzneal), indicati con i due prenomi Arnq e Larq, senza
alcuna congiunzione; il gentilizio ha l’uscita del genitivo afunziona-
le, comune a Perugia ancora ben addentro al II secolo. Il termine
husiur, un plurale con la desinenza del genere “animato” (vocale+r),
indica il “figli” in generale, senza valore di genere (mentre con cle-
nar si intendono “figli maschi”: cfr. scheda 11.2). Il verbo hece è esito
della contrazione di hecce (derivato dall’arcaico hecece), ed è già
usato nella iscrizione arcaica della tomba tarquiniese dei Tori per
esprimere l’azione di costruzione della struttura (come si è già
accennato, nel verbo etrusco non esiste distrinzione di forma tra sin-
golare e plurale); anche in quel caso il verbo era usato con acil, che
esprime il concetto di “opera” (cfr. scheda 6). In questa iscrizione
l’opera è ulteriormente specificata dal termine suqi, “tomba”. Pro-
prio grazie a questa occorrenza si può pensare che esistesse una
locuzione verbale acil hec(c)e dal significato di “fece, realizzò”: in
questo caso, l’iscrizione di Tarquinia avrebbe oggetto inespresso,
mentre quella perugina avrebbe suqi come oggetto.

47.2 CIE 3761 = ET Pe 1.311


L’urna di uno dei fondatori della tomba era posta con particolare
enfasi al centro della banchina lungo la parete di fondo della came-
ra; si tratta di un pezzo unico, di grandi dimensioni, in travertino
stuccato, con la cassa scolpita ad altissimo rilievo con la porta
dell’Ade fiancheggiata da due demoni, e il coperchio sormontato da
un letto a tutto tondo, con il defunto semirecumbente. L’artigiano,
evidentemente su precisa commissione del personaggio, ha come
accoppiato due modi di decorare l’urna, sovrapponendoli, e crean-

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do così un eccezionale coperchio che quasi eguaglia la cassa per


dimensioni. Il modello del letto totalmente avvolto da pesanti pan-
neggi (nella redazione semplificata che si incontra nelle altre urne di
questa tomba) diventa da questo momento tipico delle più raffina-
te urne perugine, e viene riprodotto non solo in travertino ma anche
in terracotta. L’iscrizione corre lungo il margine superiore della
cassa.

arnq velimnaś auleś

Formulario con prenome, gentilizio e filiazione, del tipo più


comune (a Perugia come a Chiusi) nel III secolo.

47.3 CIE 3762 = ET Pe 1.312


Subito a sinistra del fondatore si trova un’altra urna di tipo eccezio-
nale; infatti il coperchio è scolpito a forma di trono, sul quale è sedu-
ta la figura della defunta. La cassa è del tipo imitante un cofano
ligneo, con rettangolo centrale ribassato rispetto a un telaio perime-
trale, e quattro pelte ad altorilievo agli angoli: il tipo è esattamente
il medesimo impiegato anche per tutte le urne seguenti; il materia-
le è sempre travertino stuccato. L’iscrizione corre sulla lastra di base
del coperchio (quella su cui è impostato il trono).

veilia velimnei arnqial


L’unica donna sepolta nella tomba dei Volumni è la figlia del
fondatore Arnq; la grafia del prenome, Veilia, è alternativa al più
comune Velia. La forma del genitivo del prenome Arnq nella filia-
zione arnqial è quella corrente a Perugia, a fronte del chiusino arnqal
(nell’Etruria meridionale concorrono le due forme, con prevalenza
di quella con -i-).

47.4 CIE 3760 = ET Pe 1.309 + 1.310


A destra del fondatore si trova l’urna di un suo fratello che, non
essendo nominato nell’iscrizione di dedica insieme ad Arnq e Larq,
doveva essere già morto al momento della costruzione dell’ipogeo.
Il tipo dell’urna è quello comune a tutte le altre urne della tomba,
che costituisce una redazione semplificata (ma comunque sempre

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di altissimo livello artigianale) di quella del fondatore; la cassa è del


tipo già usato per Veilia, mentre il coperchio deriva da quello di
Arnq, ma con la metà superiore del letto che funge essa stessa da
coperchio dell’urna, e non più con un letto completamente distacca-
to al di sopra del coperchio. L’iscrizione è ripetuta due volte, sul
bordo del coperchio e su quello della cassa; la prima è danneggiata
da una caduta della superficie forse avvenuta già in antico (e per
questo probabilmente l’iscrizione fu ripetuta al di sotto). Si dà di
seguito la redazione integra.

vel velimnaś auleś

47.5 CIE 3759 = ET Pe 1.308


Sulla banchina che corre lungo la parete destra, verso il fondo, si
trova l’urna del secondo fondatore, che evidentemente dovette
avere una posizione subordinata rispetto al fratello Arnq, come
denuncia il diverso livello delle urne e la posizione meno enfatica
all’interno della camera. L’iscrizione corre sul bordo superiore del-
l’urna.

larq velimnaś auleś

47.6 CIE 3758 = ET Pe 1.307


A fianco dell’urna precedente, verso l’ingresso, un’urna simile con-
teneva le ceneri del padre dei fondatori. L’iscrizione è suddivisa fra
coperchio e cassa.

aule velimnaś qefrisa 2 nufrznal clan

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La formula onomastica è più completa, comprendendo anche il


metronimico (che per i fondatori era riportato nella iscrizione di
dedica sullo stipite della porta). Notare la filiazione con il determi-
nativo enclitico -sa aggiunto al genitivo del prenome paterno qefriś
(come si è già accennato, in area settentrionale -ś + -sa > -sa, in area
meridionale -s + -śa > -śa).

47.7 CIE 3757 = ET Pe 1.306


L’ultima urna della serie si trova posta su due blocchi di travertino
presso lo stipite destro della porta.

qefri : velimnaś 2tarciś : clan :

Nell’urna è sepolto il nonno dei fondatori, che portava il raro


prenome Qefri (esito recente dell’arcaico Qefarie); la filiazione ci
rivela anche il prenome del loro bisnonno, Tarci, anch’esso piutto-
sto insolito. Le caratteristiche della realizzazione artigianale rivela-
no che queste sei urne furono realizzate nella medesima bottega, e
quindi furono probabilmente commissionate dai fondatori al
momento stesso della costruzione della tomba. Dal momento che il
terzo fratello, Vel, non partecipa alla costruzione, è probabile che
fosse già morto prima dell’inizio dell’impresa; questo fa pensare che
anche il padre e il nonno fossero morti, probabilmente da tempo, e
che furono poi traslati nella nuova tomba con le nuove urne. Il fatto
che sia stata prevista anche un’urna per una figlia di uno dei fonda-
tori è un ulteriore indizio che fa pensare che la costruzione dell’ipo-
geo sia stata commissionata quando questi non erano certo più in
età giovanile. A questo punto, però, la storia della tomba, costruita
nei decenni finali del III secolo, si interrompe; più nessun membro
della famiglia vi sarà deposto fino alla riapertura in età augustea
testimoniata dall’ultima urna, descritta di seguito.

47.8 CIE 3763 = ET Pe 1.313


Urna di marmo a forma di tempio, fabbricata molto probabilmente
a Roma attorno al 10 a.C. Su di essa è apposta l’iscrizione funeraria
bilingue: la parte latina è collocata in quello che doveva essere con-
cepito fin dall’origine come campo epigrafico, ossia l’architrave
della facciata del tempio. La parte etrusca è invece incisa sulle falde

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del tetto, e fu quindi realizzata certamente in un secondo momento,


forse quando l’urna arrivò a Perugia e fu collocata nella tomba.

pup velimna au cahatial


P. Volumnius A. f. Violens 2 Cafatia natus

Nella parte latina è stato aggiunto il metronimico. La grafia della


parte etrusca si connette con il tipo manierato recente; nella formu-
la onomastica si noti la insolita abbreviazione pup per indicare un
prenome, Puplie, che in etrusco è usato una sola volta in età arcai-
ca, e che non fa parte del numero dei prenomi ammessi in età recen-
te. In questo caso si tratta quindi della traduzione etrusca del pre-
nome romano. L’identità dei prenomi nelle due parti della bilingue
(sia quello del personaggio che quello del padre) fa pensare che la
famiglia avesse ormai abbandonato l’onomastica tradizionale etru-
sca (che altrove sopravvive, come abbiamo visto, in forma ufficiosa,
fino a questo periodo e forse oltre), e che quindi la parte etrusca
altro non sia che la traduzione di una iscrizione che era stata conce-
pita con la sola formula onomastica romana, con l’aggiunta del
metronimico. Non trova rappresentazione in etrusco il cognome
Violens, che permette di connettere la famiglia dei Volumni titolari
di questo ipogeo con l’omonima famiglia senatoria romana, che rag-
giunse il consolato subito dopo il primo trattato fra Roma e Perugia
nel 308 a.C. Proprio il legame con i Volumnii romani potrebbe giu-
stificare la storia anomala del monumento: la famiglia infatti viveva
nell’Urbe fin dal raggiungimento del consolato, e la costruzione e
l’uso dell’ipogeo nella città d’origine devono essere dovuti a
momentanei ritorni (forse di un ramo cadetto), che significativa-
mente si concentrano in due momenti di crisi nei rapporti tra Roma
e Perugia: la guerra annibalica (quando il monumento fu costruito
e utilizzato per la prima volta) e l’età augustea (quando Perugia,
annientata come città dopo la guerra del 41 a.C., risorse poi per con-
cessione dello stesso Augusto che l’aveva così duramente colpita,
con il nome programmatico di “Perusia restituta”).

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BIBLIOGRAFIA: fra le molte edizioni della tomba, tutte datate, l’ultima è VON
GERKAN, MESSERSCHMIDT 1942; sulle urne v. ora FERUGLIO 2002.

48. La tomba dei Cutu


Scoperta casualmente nel 1983 per il crollo della volta, la tomba dei
Cutu, situata nella necropoli perugina di Monteluce (una delle più
vicine alla città antica) ha subito fatto scalpore per l’eccezionalità
del ritrovamento: si tratta di una grande struttura a quattro camere,
totalmente integra, che conteneva 50 urne cinerarie (delle quali 48
iscritte) e un sarcofago, con i relativi corredi, purtroppo quasi tutti
non più collocati nelle posizioni originarie a seguito dei ripetuti
spostamenti intervenuti nella lunga storia della tomba, costruita
nella seconda metà del III secolo e usata fino alla fine del I secolo
a.C. Uno degli aspetti più singolari di questo ipogeo è il fatto che le
iscrizioni si riferiscano tutte quante a defunti di sesso maschile; le
donne sembrano assenti. Nei grandi ipogei familiari perugini que-
sto comportamento è privo di confronti. Si presentano in questa
sede solo alcune delle iscrizioni.

48.1
Urna di travertino rivestito di stucco che riprende la forma cosid-
detta “a cassa lignea” (con telaio e riquadro centrale ribassato, deco-
rato a rilievo con cacciatore e due grifi), decorata ai quattro vertici
con protomi leonine e patere; la realizzazione molto accurata del-
l’urna, con il rivestimento di stucco dipinto, la avvicina a quelle
della tomba dei Volumni, tanto che si può pensare che sia uscita
dalla medesima bottega; la forma ancora spiccatamente rettangola-
re la avvicina ai modelli chiusini, dei quali le prime urne perugine
sono debitrici. Sul coperchio si trova la figura del defunto semire-
cumbente, anch’essa stuccata e dipinta. L’iscrizione è incisa lungo la
traversa superiore dell’urna.

arnq caiś cutuś 2 velusa

La grafia è uno dei rari esempi perugini di corsivizzante, che qui


(come nel resto dell’Etruria settentrionale) si attarda molto più a
lungo rispetto a Chiusi, dove questa grafia era stata elaborata per la

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prima volta. La posizione dell’urna e la sua alta cronologia (ultimo


quarto del III secolo) fanno pensare che qui fosse sepolto un figlio
del fondatore della tomba, al quale è attribuito il sarcofago anepi-
grafe addossato alla parete terminale della camera di fondo.

48.2
Urna di travertino della tipica forma perugina squadrata, con fron-
te decorata con rilievo di coppia banchettante. Il coperchio displu-
viato (che, contrariamente a quelli chiusini, ha il timpano verso la
fronte dell’urna) è decorato con un rosone tra grappoli; l’iscrizione
corre sul listello inferiore del coperchio.

ve : cutu : au : viscial :

L’urna era situata lungo la parete destra della camera sinistra; un


fratello maggiore era deposto in un’urna a cassa liscia collocata
presso la parete di fondo della stessa cella.

48.3
Urna di travertino con coperchio displuviato, decorata con rosone
entro un riquadro centrale ribassato. L’iscrizione, latina, corre lungo
il listello superiore e quelli laterali.

A. Cutius A. f. Tro. 2 Pisen/tia 3 Hastia / natus


Il formulario romano, completo della tribù (la Tromentina, alla
quale erano ascritti i Perugini), è integrato da un metronimico che
comprende anche il prenome; l’uso del prenome femminile (natu-
ralmente in via ufficiosa e familiare, dal momento che l’onomastica
femminile romana non prevedeva prenome) è uno degli elementi
onomastici etruschi che sopravvivono più a lungo. L’urna contene-
va una delle ultime deposizioni della tomba, ed era collocata imme-
diatamente a destra dell’ingresso.
Le tre iscrizioni forniscono una esemplificazione della grande
varietà di formulari onomastici impiegati nella tomba dei Cutu;
nella più antica si vede ancora l’uso del genitivo afunzionale per il
gentilizio e il cognome, che a Perugia è particolarmente longevo (ce
ne sono ancora un discreto numero ben addentro al II secolo). Nella
seconda iscrizione compare il metronimico, che a Perugia (come a
Chiusi) è molto più frequente nel II secolo che nel III, ed è caduto il

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gentilizio Cai, mentre resta il solo cognome Cutu. La terza è una


delle sei iscrizioni latine della tomba, relative alle ultime generazio-
ni, che mostra come il gentilizio latino fu calcato sul cognome inve-
ce che sul gentilizio. La omissione del gentilizio in presenza del
cognome è un fenomeno epigrafico comune nell’Etruria settentrio-
nale interna, che naturalmente non implica l’abbandono del gentili-
zio stesso; iscrizioni con o senza gentilizio possono convivere nella
medesima tomba, alternandosi su diverse generazioni. Un caso
interessante è quello della bilingue chiancianese CIE 1048 (= ET Cl
1.957), dove il Sentius della parte latina deriva dal gentilizio Seiante,
non scritto nella parte etrusca, dove è indicato il solo cognome Śinu
(tipico proprio della famiglia Seiante). A Perugia la situazione è leg-
germente diversa, a causa dell’uso molto più esteso dei cognomi,
che servono anche a sanare un paradosso onomastico tipicamente
perugino; infatti il suffisso gentilizio tipico di questa città è -i (pro-
babilmente di origine italica; è lo stesso che si trova nel gentilizio
Cai dei Cutu), che comporta al femminile in qualche caso l’uscita
italica -ia, ma più spesso un identico -i (probabilmente dal cumulo
del suffisso di gentilizio e di quello etrusco del femminile). Di con-
seguenza, la funzione di aggettivo del gentilizio ne viene fortemen-
te compromessa, e il genere viene portato dal solo cognome. Tra l’al-
tro, a Perugia le tipiche formazioni in -na sono prevalentemente
cognomi; quelle attestate come gentilizi sono relativamente poche
(Velimna è uno di questi), e il contemporaneo uso come cognomi
della maggior parte di questi lascia aperta la possibilità che si possa
trattare di formule onomastiche con gentilizio omesso. Tutto fa pen-
sare che a Perugia l’uso dei cognomi sia ampio già al momento della
nascita e prima definizione del sistema gentilizio, e che questo ele-
mento onomastico abbia svolto una funzione identificativa molto
più forte che altrove, venendo talora preferito al gentilizio come
base per la formazione dei nomi familiari romani.
BIBLIOGRAFIA: tomba dei Cutu: FERUGLIO 2000; FERUGLIO 2002; onomastica perugi-
na: BENELLI 2002. A proposito della presenza di sole deposizioni maschili, non va
dimenticato che le analisi sui resti incinerati contenuti in alcune urne volterrane ha
rivelato che all’interno di un’urna poteva essere deposto più di un defunto (BECKER
2001); il campione non è dei più certi, ma i risultati sono comunque di grande inte-
resse. La mancanza di analisi sistematiche non permette di capire se questa fosse una
particolarità volterrana, o magari della specifica famiglia titolare delle urne oggetto
di indagine, o se invece fosse un uso più diffuso; è tuttavia un fatto che a Volterra la
sproporzione fra urne maschili e femminili è molto più forte che non a Chiusi e
Perugia.

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CORTONA
L’epigrafia funeraria cortonese ha una consistenza piuttosto limita-
ta, e la sua comprensione è complicata dal fatto che la maggior parte
delle iscrizioni funerarie sono di ritrovamento antico, e ci sono per-
venute spesso prive di precise indicazioni sul contesto. Queste iscri-
zioni sono per lo più apposte su urne cinerarie, e si riferiscono alla
fase recente. Delle necropoli cortonesi sono documentate in manie-
ra soddisfacente solo le tombe più monumentali, come i grandi
tumuli che sorgevano nella piana sottostante la città, che risalgono
a età orientalizzante, ma che talora sono stati usati per più secoli; è
proprio in alcuni di questi che si sono rinvenute urne iscritte e rare
iscrizioni apposte sulle pareti stesse delle camere, tutte riferibili alle
ultime fasi di utilizzo. Per quanto riguarda la fase recente, sono
conosciute sul piano archeologico le camere monumentali (in origi-
ne coperte da tumuli) definite tradizionalmente “tanelle”, anch’es-
se probabilmente provviste di urne iscritte (ritrovate però sempre
fuori contesto), e poche altre tombe a camera, talora con loculi alle
pareti, ma rinvenute comunque già depredate; queste tombe pote-
vano contenere iscrizioni su urne, su lastre di pietra forse utilizzate
per chiudere i loculi, o sulle pareti delle camere stesse. Si tratta in
ogni caso di una documentazione limitata e abbastanza disomoge-
nea. Alcuni siti del territorio cortonese vicini al confine con quello
chiusino hanno subito l’influsso della vivace cultura funeraria chiu-
sina, testimoniata da urne probabilmente importate, talora iscritte.
BIBLIOGRAFIA: sulle necropoli di Cortona: NEPPI MODONA 1977; Cortona 1992;
Camucia 1998; MENICHETTI 2001 (Tanella di Pitagora); in generale sulla città v. ora
Cortona 2005, sopr. pp. 73-197, con ampia bibliografia precedente. Castiglion
Fiorentino (centro della Valdichiana al confine fra territorio cortonese e aretino):
Castiglion Fiorentino 1995.

49. CIE 5214 = ET Co 1.3


I due tumuli del Sodo (localmente definiti “Meloni”) si trovano
nella piana ai piedi della città di Cortona; si tratta di strutture impo-
nenti che risalgono alla tarda età orientalizzante, e che ebbero una
storia più complessa di quanto si potrebbe immaginare a prima
vista, come stanno rivelando gli scavi recenti. Le ricerche si sono
concentrate sul “Melone II”, dove è stato portato alla luce un monu-
mentale avancorpo decorato da sculture, si è rintracciata una secon-
da tomba a camera, che fu aggiunta alla struttura sepolcrale origi-
naria circa un secolo più tardi, e si sono trovati i resti di una costru-
zione decorata da terrecotte architettoniche che doveva ergersi sulla

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sommità del tumulo. Tutti questi elementi mostrano come i due


tumuli dovettero essere presenze importanti nel panorama delle
necropoli cortonesi per molti secoli.
Il tumulo definito “Melone I” ospitava una tomba di grandi
dimensioni, simile alla tomba principale del “Melone II”, con otto
vani di deposizione articolati in una fila di quattro camere assiali e
altre quattro poste a coppie ai lati dell’asse centrale. L’intera struttu-
ra fu costruita a partire dal pavimento in lastre di arenaria locale,
utilizzando per le pareti blocchi sempre di arenaria (ma di un tipo
giallastro, più consistente, probabilmente proveniente dalla sponda
opposta della Valdichiana) accuratamente squadrati; la copertura è
formata da una falsa volta composta da tre filari di blocchi progres-
sivamente aggettanti, tenuti fermi da una fila di conci in chiave che
sembrano suggerire l’idea di una vera volta (anche se non hanno
praticamente alcuna funzione statica). Sopra la struttura funeraria
fu poi accumulato il grande tumulo di terra. La tomba, che rimase
naturalmente sempre visibile, è stata rinvenuta già saccheggiata nel
corso dei secoli; i materiali superstiti indicano un suo utilizzo pro-
tratto per molto tempo, dalla fine del VII sino almeno al IV secolo
a.C., se non oltre. Ed è proprio a questa fase più tarda che si riferi-
sce l’iscrizione, incisa sull’architrave della porta che mette in comu-
nicazione le due camere laterali sinistre.

tuśqi qui hupnineqi 2 arnt mefanateś 3 veliak hapisnei

I caratteri di scrittura, caratteristici della moda “corsivizzante”


con forte rotazione di e tipica dell’Etruria settentrionale, soprattutto
interna, indicano una datazione non anteriore al IV secolo; grafie di
questo tipo possono scendere anche in pieno III secolo, ma una cro-
nologia troppo avanzata è sconsigliata dall’insieme del contesto
funerario. In questa iscrizione, come nella seguente, compare la e
invertita cortonese (ma nota sporadicamente anche a Chiusi) per
esprimere la vocale lunga. La locuzione tuśqi qui sembra particolar-
mente attestata proprio in ambito cortonese; la forma è in locativo,
rafforzato dal pronome qui, “qui”. Il termine *tuś deve indicare un
qualche tipo di luogo od oggetto con qualificazione sacrale, come

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mostra la sua occorrenza nella dedica del peso di Cerveteri (cfr. p.


261), proveniente da un’area templare. In questa iscrizione il voca-
bolo appare ulteriormente specificato dall’aggettivo hupnina,
anch’esso al locativo: “qui in questo tuś funerario”. Seguono due
nomi, uno maschile e uno femminile, legati dalla congiunzione -k. Il
nome dell’uomo appare con il gentilizio provvisto di desinenza del
genitivo afunzionale, che in ambiente etrusco-settentrionale andrà
scomparendo nel corso del III secolo (con la sola eccezione di
Perugia). Hapisna è gentilizio noto solo a Cortona, mentre Mefanate
è attestato – sia pur raramente – anche a Chiusi, e porebbe essere un
gentilizio indicante il luogo di origine della famiglia (Mevania, in
Umbria).
BIBLIOGRAFIA: sui “Meloni del Sodo”: Cortona 1992, pp. 119-191; Principi 2000, pp.
140-142 [P. Zamarchi Grassi]; Cortona 2005, pp. 160-197, a cui si rimanda per la biblio-
grafia. Sul “Melone I”: Cortona 1992, pp. 169-191 [P. Bruschetti]; Cortona 2005, 160-
163, con bibliografia precedente; PRESENTINI 2004.

50.
Nel corso dei nuovi lavori che hanno interessato il “tumulo II” del
Sodo citati nella scheda precedente (alla quale si rimanda anche per
la bibliografia) è stata rinvenuta una nuova tomba a camera, aperta
probabilmente nel secondo quarto del V secolo a.C. (quindi circa un
secolo più tardi rispetto alla costruzione del tumulo); i materiali rin-
venuti, nonostante il parziale saccheggio della struttura, hanno per-
messo di stabilirne un utilizzo protrattosi nel tempo. In particolare
nella prima camera, parzialmente protetta da un crollo, sono state
rinvenute alcune urne cinerarie in giacitura sostanzialmente indi-
sturbata, che documentano, a fianco di tipi in arenaria già conosciu-
ti, l’uso di singolari urne in terracotta a forma di cassetta. Fra le urne
in arenaria se ne segnala una, del tipo a cassa liscia con peducci, con
iscrizione che occupa l’intera fronte. Al suo interno sono stati rinve-
nuti un orecchino d’oro e una fibula di bronzo, che ne indicano una
cronologia al IV secolo o leggermente posteriore; proprio questo rin-
venimento attesta che nella tradizione epigrafica cortonese l’occupa-
zione dell’intera fronte da parte dell’iscrizione funeraria avviene in
epoca ben più antica rispetto all’area culturale chiusina, dove il feno-
meno è collegato alla diffusione delle urne a cassa liscia generalmen-
te seriori rispetto a quelle decorate a rilievi, nelle quali l’iscrizione
era confinata al solo listello di margine (e non è certo un caso che
nella sola area sarteanese, dove esistono urne in travertino a cassa
liscia già almeno dal IV secolo, si possono incontrare iscrizioni che

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occupano tutta la fronte già da epoca piuttosto risalente).


L’urna aveva coperchio displuviato; è attualmente conservata
presso il Museo della Città Etrusca e Romana di Cortona.

velce · ve2lara · se3qresa

Le forme della scrittura adot-


tano la moda “corsivizzante”
introdotta a Chiusi all’inizio del
V secolo e successivamente diffusa su un’ampia area dell’Etruria
settentrionale e padana; in particolare le lettere non eccessivamente
ruotate sono particolarmente vicine al modello chiusino, che si
esaurisce nel suo luogo di introduzione già nel corso del IV secolo,
mentre in altri centri sopravvive più a lungo, gradualmente sop-
piantato da forme con caratteri molto più manierati e ruotati. Si noti
l’uso della e invertita per la vocale lunga, e quello molto attardato
delle s “retrograde” (in realtà, come si è visto, è l’andamento origi-
nario del grafema), che in qualche caso (come accade anche nel ter-
ritorio falisco) possono giungere sino al IV secolo. Formula onoma-
stica maschile trimembre, con la filiazione espressa dal prenome
paterno al genitivo accompagnato dal determinativo enclitico; in
ambito chiusino, dove l’evoluzione del formulario è molto più chia-
ra grazie alla consistenza della documentazione, questo tipo di filia-
zione si trova solo nelle iscrizioni più antiche della fase recente. Il
gentilizio Velara, testimoniato nelle liste di nomi della Tavola di
Cortona, è attestato anche a Perugia.
BIBLIOGRAFIA: Cortona 2005, p. 190 n. V, 396 (pp. 190-191, nn. V, 397-398 per il cor-
redo); sul “tumulo II” del Sodo cfr. Cortona 2005, pp. 164-197 con ampia bibliografia
precedente.

AREZZO
Le necropoli di Arezzo sono di gran lunga le più sfuggenti tra quel-
le delle città etrusche; sembra che in questa città sia completamente
mancata ogni forma di architettura funeraria monumentale, e le
tombe conservano sempre la antica forma del pozzetto (per le inci-
nerazioni) o della fossa (per le inumazioni), praticamente prive di
corredo. Non c’è da stupirsi quindi che le pochissime iscrizioni
funerarie di Arezzo (tutte su urne cinerarie) siano di epoca estrema-
mente avanzata e risentano probabilmente di un allentamento della
rigida tradizione locale in seguito alla incorporazione nello stato

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romano. In alcune aree del territorio aretino vicine ai confini con


quello chiusino si possono segnalare isolate manifestazioni funera-
rie di tipo chiusino, contraddistinte talora da iscrizioni fortemente
debitrici della esuberante cultura epigrafica chiusina.
BIBLIOGRAFIA: Sulla città e le sue necropoli: dopo lo storico GAMURRINI 1872, si
veda ora SCARPELLINI TESTI 1993; Arezzo 1996, sopr. pp. 41-45; CHERICI 1997; Etruschi
2001. Territorio (Valdichiana aretina e Casentino): Arezzo 1996; GIULIERINI 1999-2001;
FEDELI 2001-02.

51. ET Ar 1.3
Da una delle generalmente mal note necropoli che circondavano la
città di Arezzo, quella in località Pino di Saione (che non ha sinora
restituito tombe anteriori all’età ellenistica), fu rinvenuta nel 1954
una tomba a cassa di muratura contenente un’urna di travertino e il
suo corredo, che permette di datare la deposizione attorno al 10 a.C.
Il tipo di tomba è quello che ad Arezzo si affianca, in avanzata età
ellenistica, alle più semplici fosse e pozzetti correntemente usati sin
dall’età arcaica, quando sembrano peraltro già attestati alcuni cas-
soni di lastre e pietre a secco. L’urna, a cassa liscia con peducci e
coperchio displuviato, reca incisa sulla fronte una iscrizione funera-
ria bilingue. Tutto il complesso (urna e corredo) è conservato pres-
so il Museo Archeologico Nazionale di Arezzo.

Cn. Laberius A. f. 2 Pom.


3
a · haprni · a 4 acratinalisa

La grafia della parte etrusca è del tipo regolarizzato recente.


Nella parte latina è indicata la tribù Pomptina, alla quale furono
ascritti gli Aretini dopo l’inserimento nella cittadinanza romana nel
90 a.C. Come accade spesso nelle bilingui, il prenome del defunto è
diverso nelle due formule onomastiche: questo significa che il per-
sonaggio era registrato ufficialmente nell’anagrafe dei cittadini
romani come Gnaeus, ma portava anche il nome ufficioso Aule o
Arnq (l’abbreviazione monoletterale è, come si è già visto, ambi-
gua). Nell’etrusco è presente il metronimico, con il determinativo
enclitico aggiunto al genitivo del gentilizio materno (probabilmen-

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te *Acratinei, mai attestato ma chiaramente derivato con il suffisso


-na dalla base nota nel gentilizio perugino Acrati). Il passaggio dal
gentilizio etrusco Haprni al latino Laberius prevede non solo la
sostituzione del suffisso aggettivale etrusco con quello latino (cfr.
scheda 45), ma anche un adattamento fonetico della base che la
renda più accettabile per un nome latino.
BIBLIOGRAFIA: MAETZKE 1954; Arezzo 1987, pp. 112-113; BENELLI 1994, pp. 16-17.
Altre bilingui aretine, tutte coeve e posteriori (in conseguenza dello sviluppo estre-
mamente tardivo dell’epigrafia funeraria aretina): CIAMPOLTRINI 1983; BENELLI 1994.
Adattamento dei gentilizi etruschi al latino: ancora valido in gran parte RIX 1956.

REGIONE SENESE
Nel triangolo compreso fra Chiusi, Arezzo e Volterra, si svilupparono
una serie di centri contraddistinti da aspetti culturali del tutto pecu-
liari. Alcune delle zone incluse in questo ambito geografico possono
essere ascritte con un buon margine di probabilità ai territori di que-
ste tre città; tuttavia, in esse si manifesta un notevole grado di auto-
nomia culturale, che fa pensare che il rapporto con le metropoli si svi-
luppasse su basi di maggiore elasticità rispetto alle porzioni di terri-
torio di più immediato controllo. A questo proposito, si possono
distinguere tre aree principali:
1. L’area a settentrione di Siena, centrata sui numerosi siti archeo-
logici dei territori di Monteriggioni e Colle di Val d’Elsa, caratte-
rizzata da una cultura chiaramente debitrice di quella volterra-
na, che si spingeva fino ai dintorni della stessa Siena. Nella zona
circostante la città, e soprattutto in quella a settentrione, si
segnala una presenza non trascurabile di iscrizioni funerarie
arcaiche, collegate a una serie di stele con figure a bassissimo
rilievo di derivazione probabilmente volterrana, che tuttavia in
quest’area ebbero un particolare successo. Nella fase recente l’in-
fluenza della cultura volterrana si fa più marcata, con l’importa-
zione di urne cinerarie dalla metropoli e soprattutto con l’avvio
di botteghe locali che imitano in modo più o meno riuscito le
produzioni volterrane. Queste urne possono fungere da suppor-
to per iscrizioni funerarie, che però, pur essendo relativamente
diffuse nel territorio, non raggiungono mai grandi concentrazio-
ni: si pensi che nella tomba della famiglia Calisna Sepu presso
Monteriggioni, eccezionale per ricchezza e qualità dei materiali
e ricca di almeno 105 deposizioni scaglionate su una decina di
generazioni, c’erano appena quattro iscrizioni funerarie.

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2. L’area orientale (Asciano, Castellina in Chianti), che gravita più


verso la Valdichiana, e, almeno nella fase recente, sembra cultu-
ralmente legata soprattutto ad Arezzo, anche se con un notevole
grado di autonomia rispetto alla evanescente cultura funeraria
della metropoli. L’epigrafia funeraria, concentrata esclusivamen-
te nella fase recente, è rappresentata quasi solo dall’enorme
numero di iscrizioni su urne e olle cinerarie rinvenute nelle
tombe delle famiglie Hepni e Marcni, quest’ultima inserita in un
grande tumulo utilizzato fin dai decenni finali del VII secolo a.C.
3. La parte più meridionale della regione senese, la Val d’Orcia,
che ha restituito una cultura funeraria molto vicina a quella
chiusina, sia pure con proprie individualità. L’epigrafia funera-
ria valdorciana ha molti elementi in comune con quella chiusina,
e utilizza generalmente urne cinerarie, solitamente realizzate in
pietre locali, ma in qualche caso importate dalla metropoli; vi
sono alcune tombe eccezionalmente ricche di iscrizioni, che
fanno pensare che l’epigrafia funeraria fosse, più che una tradi-
zione diffusa, una scelta ben precisa da parte di alcune famiglie.
Questa zona è la meno conosciuta di tutte; le scoperte sono avve-
nute per la maggior parte in tempi remoti (fra il XVI e il XVIII
secolo), e i materiali sono andati spesso dispersi, oppure sono
conservati solo in parte. Per questo motivo, derogando dal crite-
rio che regola la scelta dei materiali in tutta la presente opera, si
è dovuto inserire un contesto come quello di Belsedere (scheda
57), di documentazione un po’ problematica: nel territorio non
c’è niente di meglio. Molti dei materiali di tipo chiusino conte-
nuti nelle collezioni gentilizie senesi già dal ‘500 sono probabil-
mente provenienti proprio da questo territorio.
In tutta l’area geografica qui considerata, i documenti della fase
recente contengono prevalentemente la sola formula onomastica
dei defunti, mentre quelli arcaici possono essere redatti secondo il
noto schema dell’”iscrizione parlante”, con la stele che parla in
prima persona: “io (sono la stele) di…”. Questo tipo di formulario,
in alcune aree dell’Etruria settentrionale (compresa la Valdelsa),
può scendere fino ad età recente, quando viene riproposto su cippi
e (soprattutto) urne.
BIBLIOGRAFIA: Val d’Elsa: DE MARINIS 1977; CIANFERONI 2002; MANGANELLI 2003.
Sulle stele CIACCI 2004, con bibliografia precedente. Area ascianese: età arcaica
MANGANI 2000; età recente: MANGANI 1983; MAGGIANI 1982 A. Siena: fondamentale
Siena 1979; a quest’opera si rimanda anche per quanto riguarda l’area valdorciana,
soprattutto per i materiali di tipo chiusino raccolti nelle antiche collezioni senesi. In

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particolare sulla Val d’Orcia si veda PISTOI 1997, con bibliografia precedente; per i tipi
di urne si deve rimandare ancora a MORI 1968.

52. CIE 4620 = ET Vt 1.82


Stele in travertino rinvenuta nel 1898 nei pressi di Toiano (comune
di Sovicille), a ovest di Siena, e conservata presso il Museo
Archeologico di Siena. L’iscrizione segue l’andamento a ferro di
cavallo abbastanza comune in questa serie di stele; interessante la
presenza di una evidente linea-guida per la sua esecuzione.

mi veneluś repusiunaś

Paleografia di tipo arcaico che non pre-


senta particolarità evidenti; il sigma ha il
tipico andamento “retrogrado” della mag-
gior parte delle iscrizioni arcaiche (che in
qualche caso si conserva sino alla fase
recente). Il testo esprime il semplice pos-
sesso (della tomba, sottintesa dalla colloca-
zione originaria della stele): “io (sono) di
Venel Repusiuna”; il gentilizio è sostan-
zialmente privo di confronti, con la sola
eccezione di un Avile Repesuna vulcente; d’altra parte questa non è
una occorrenza infrequente per le iscrizioni arcaiche, ed è dovuta
alla relativa scarsità della documentazione (con la ovvia eccezione
di Orvieto) a paragone con la fase recente. È impossibile giungere a
una datazione precisa per questo tipo di monumenti, per la man-
canza di contesti affidabili di ritrovamento; solo sul piano grafico si
può ipotizzare una generale evoluzione da lettere più sottili e affol-
late (con le quali sono realizzate iscrizioni spesso con formulari
complessi, di interpretazione piuttosto difficile per la cattiva conser-
vazione della pietra, che in qualche caso è stata ritrovata in situazio-
ni di reimpiego) a lettere più squadrate e regolari, ben distanziate,
come nel caso presente, che si accompagnano solitamente a formu-
lari semplici esprimenti il possesso della tomba. La collocazione
cronologica più probabile è nel VI secolo avanzato, con possibili
oscillazioni in entrambe le direzioni.
BIBLIOGRAFIA: CIACCI 2004, pp. 196-198, con bibliografia precedente.

155
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 156

53.
Nella necropoli di Le Ville (Colle Val d’Elsa) sono state recentemen-
te recuperate alcune tombe a camera già saccheggiate in passato; tra
queste tombe si segnala in particolare quella indicata dagli scavato-
ri con il numero 10, che ha restituito resti di corredi di notevole
livello di età arcaica e tardo-arcaica; fra i materiali vi erano quattro
urne in arenaria del tipo riproducente la cassa lignea e due coperchi
displuviati iscritti, dei quali si presenta qui quello in migliore stato
di conservazione. L’iscrizione è incisa sullo spiovente.

mi veneluś shekuntenaś

I caratteri grafici, che già risentono della prima moda corsivizzan-


te tardo-arcaica di derivazione chiusina, inducono a una datazione al
V secolo, in coerenza con i materiali rinvenuti nella tomba. Il formu-
lario è quello esprimente il possesso con il pronome di prima perso-
na. Il gentilizio Shekuntena è particolarmente interessante in quanto
ritorna in una stele rinvenuta in una necropoli (Canonica) probabil-
mente appartenente al medesimo abitato servito anche da quella di
Le Ville; proprio il ritrovamento di quest’urna permette di raggiunge-
re una lettura soddisfacente del testo della stele, perduta e nota solo
da disegni (ET Vt 1.74 con la correzione di REE 69, 65). Il gentilizio è
derivato dal prenome *Secunte (noto nel femminile Secunta), uno dei
prenomi di carattere numerale molto diffusi nel mondo latino e
soprattutto italico. I due punti devono essere il risultato di un errore:
il testo, come tutti quelli arcaici, è in scriptio continua.
BIBLIOGRAFIA: CIANFERONI 2002, p. 116; REE 69, 63.

54. ET Vt 1.77
All’interno della ricca necropoli del Casone, presso Monteriggioni,
nel 1893 venne alla luce una eccezionale tomba a camera integra,
che conteneva ben 105 deposizioni di incinerati, all’interno di vari
contenitori (36 urne di pietra, 34 crateri volterrani, 5 vasi a vernice
nera, 18 vasi di altri tipi, 12 vasi di bronzo) oltre a un gran numero
di oggetti di corredo, alcuni dei quali di pregio notevole, che testi-
moniano l’uso del complesso per un lungo periodo, compreso tra la
fine del IV e gli inizi del I secolo a.C. Purtroppo l’assenza fino al
1909 di una legge che assicurasse allo Stato le scoperte archeologi-
che, che rimanevano così in mano a scopritori e proprietari dei ter-

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 157

reni, ha causato una irreparabile dispersione del materiale, in larga


parte venduto all’estero; la maggior parte delle urne e dei pezzi più
facilmente riconoscibili (come i crateri volterrani a figure rosse)
sono stati più o meno faticosamente rintracciati, mentre molto del
materiale di corredo è rimasto irreperibile. Molti oggetti furono
acquistati per il Museo di Berlino, dove una parte è andata distrut-
ta durante la seconda guerra mondiale, mentre i materiali supersti-
ti furono divisi fra i due musei postbellici di Berlino Ovest ed Est.
Fra tutte le urne soltanto cinque erano iscritte; tra queste si presen-
ta un esemplare straordinario, una delle poche giunte al Museo
Archeologico Nazionale di Firenze, dove è conservata ancora com-
pleta della tegola capovolta che, in un momento imprecisato della
storia della tomba, fu posta a protezione delle immagini dei defun-
ti scolpite sul coperchio, rovinate evidentemente da qualche stillici-
dio che doveva cadere attraverso la volta della camera. L’urna, rea-
lizzata in un eccellente alabastro, è un monumento straordinario ed
è uno dei pochi casi di contenitore funerario bisomo, previsto per
una coppia coniugale, con entrambi i defunti raffigurati sul coper-
chio; la cassa rappresenta una kline riccamente decorata e comple-
tata da altri arredi minuziosamente scolpiti, mentre due demoni
funerari occupano i lati corti. Nonostante Monteriggioni rappresen-
ti una estrema propaggine del territorio culturalmente volterrano,
l’ispirazione dell’urna rimanda nettamente alle botteghe di scultori
chiusini; la sua posizione all’interno di una serie ben precisa di
monumenti chiusini ne permette una datazione al terzo quarto del
III secolo. L’iscrizione è posta nello spessore della kline.

mi : capra : calisnaś : larqal 2 śepuś : arnqalisla : cursnialc

I caratteri grafici rientrano nella moda capitale, particolarmente


diffusa nel corso del III secolo. L’iscrizione è redatta secondo il for-
mulario di possesso con pronome di prima persona, un modello che
in Etruria meridionale non supera la fase arcaica, mentre
nell’Etruria settentrionale interna si conserva molto più a lungo. Il
termine capra, che ricorre solo su urne, dovrebbe essere per l’appun-
to il nome etrusco dell’urna. La formula onomastica presenta la
posposizione del prenome al gentilizio, secondo la moda etrusco-
meridionale, piuttosto insolita in area settentrionale; alla coppia
gentilizio-prenome segue il cognome e la filiazione, formata con il

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prenome paterno al genitivo seguito dal determinativo enclitico


anch’esso al genitivo (-sla) in regolare concordanza con il nome del
titolare dell’urna. Il nome femminile al genitivo (seguito dalla con-
giunzione enclitica -c) è potenzialmente ambiguo, perché sintattica-
mente potrebbe rappresentare sia il metronimico sia il nome della
donna contitolare dell’urna. Tuttavia i dati esterni all’iscrizione rac-
comandano questa seconda posizione, sia perché urne e sarcofagi
bisomi iscritti riportano normalmente i nomi di entrambi i defunti,
sia perché nella medesima tomba troviamo un altro Larq Calisna
Śepu, figlio di una Cursni (ET Vt 1.78); poiché i due personaggi
hanno il medesimo prenome, se fossero fratelli bisognerebbe ipotiz-
zare che uno dei due deve essere morto in tenera età, prima della
nascita dell’altro. Per questo motivo è molto più probabile interpre-
tare cursnialc come l’indicazione del nome della donna contitolare
di questa straordinaria urna, moglie di questo Larq, e quindi ma-
dre dell’altro Larq. La traduzione complessiva è quindi: “io (sono
l’) urna di Larq Calisna Śepu il (figlio) di Arnq, e di Cursnei”.
BIBLIOGRAFIA: sulla tomba dei Calisna Śepu, dopo la pubblicazione pionieristica
di BIANCHI BANDINELLI 1928, si veda ora CUE 1, pp. 161-189 (questa urna a pp. 168-
169, n° 246) e Welt Etrusker 1988, pp. 331-346. Sulla serie di urne chiusine a kline
COLONNA 1993, pp. 343-344.

55. Le tombe degli Hepni


Nella necropoli ascianese di Poggio Pinci sono venute alla luce
quattro tombe a camera integre, utilizzate in un lungo lasso di
tempo che va dal IV secolo a.C. ai primi decenni del I secolo d.C.; le
iscrizioni presenti nelle tombe II e III attestano un uso delle struttu-
re da parte della famiglia degli Hepni; le tombe I e IV sono quelle
aperte in età più antica, e poi entrambe reimpiegate in età più tarda,
e contenevano solo deposizioni ad inumazione: erano quindi sprov-
viste dei normali supporti epigrafici usati nel territorio, i cinerari.
Particolarmente ricca di iscrizioni è la tomba II, l’unica a più came-
re; le deposizioni erano collocate sulle banchine della cella sinistra e
di quella di fondo, ma soprattutto nell’atrio, letteralmente stipato di
urne impilate l’una sull’altra. Proprio la sequenza obbligata delle
deposizioni, che costituisce una vera stratigrafia, insieme alle indi-
cazioni delle iscrizioni e ai materiali di corredo, permettono di rico-
struire una sequenza di cronologia relativa con solidi agganci alla
cronologia assoluta. Si presentano in questa sede solo alcuni esem-
pi delle iscrizioni della tomba; tutto il materiale è conservato nel
Museo Civico Archeologico di Asciano, recentemente rinnovato.

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55.1 ET AS 1.90
Sulla banchina destra della camera di fondo era deposta quella che
probabilmente è la più antica urna in pietra della tomba; ha cassa
liscia in arenaria con grandi piedi sporgenti sulla faccia anteriore e
coperchio displuviato sul cui margine corre l’iscrizione. Il tipo ha le
sue radici nelle urne di età arcaica, anche se l’uso di contenitori di
questo genere può attardarsi molto.

lart larqurni

Pur in assenza degli elementi caratteristici, è probabile che la


grafia dell’iscrizione rientri ancora nel tipo corsivizzante; la data-
zione è quindi non posteriore al III secolo. La relativa scarsità di
iscrizioni così antiche è dovuta al fatto che, a quanto sembra di
poter giudicare dai corredi, le deposizioni di III secolo in questo
complesso funerario sono prevalentemente a inumazione o ad inci-
nerazione entro olle, mentre l’uso delle urne si diffonde solo in
seguito, con l’avvento del travertino a partire dal II secolo. Il perso-
naggio non appartiene alla famiglia titolare della tomba; la mancan-
za di altri riferimenti impedisce di cogliere i rapporti di parentela. Il
gentilizio, basato sul prenome Larqur, è piuttosto raro; l’unica altra
attestazione di provenienza certa dovrebbe essere quella della
necropoli ascianese di Grottoli (ET AS 1.57 con correzione improba-
bile della lettura di CIE 253).

55.2 ET AS 1.86
Urna di travertino a cassa liscia con peducci e coperchio displuviato
(il tipo più comune ad Asciano per un periodo piuttosto lungo). Al
suo interno fu trovata una fibula di bronzo del tipo “Aucissa”, data-
bile non prima della fine del I secolo a.C.; la datazione in epoca così
avanzata concorda con la posizione dell’urna, che era deposta sulla
banchina della camera di fondo al di sopra di un’altra urna, e che
quindi fa parte dell’ultima serie delle deposizioni. Altre urne da que-
sta stessa tomba contenevano monete che ne assicurano una datazio-
ne simile (per esempio quelle con iscrizioni ET AS 1.85 ed ET AS
1.88, entrambe posteriori al 23 a.C.): si tratta delle attestazioni di
iscrizioni etrusche di cronologia certa più tarde in assoluto; iscrizio-
ni etrusche certamente posteriori a questa data sono esclusivamente

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 160

bilingui (cfr. schede 47.8; 51). L’iscrizione è incisa sulla fronte dell’ur-
na in modo piuttosto sciatto, con la sovrapposizione di alcune lette-
re che ricorre in molte iscrizioni ascianesi, soprattutto le più tarde.

lc · hepni · lar2cs 2 petrnal

Grafia di tipo regolarizzato


recente. Sia il prenome del defun-
to, Laucmes, che quello del
padre, Larce, sono comuni in area ascianese, soprattutto nella fami-
glia degli Hepni, e piuttosto rari altrove. Il genitivo del prenome
paterno presenta la caduta della vocale tematica, una irregolarità
ortografica che trova spiegazione solo nell’età estremamente tarda
del documento, quando la lingua etrusca era certamente ancora
parlata, ma probabilmente con una perdita del senso della sua strut-
tura grammaticale; la sostituzione del sigma al san è fenomeno sul
quale si rimanda alle schede relative alle iscrizioni chiusine.
L’andata a capo della filiazione in fondo alla seconda linea di scrit-
tura è un comportamento non privo di confronti nell’epigrafia su
urne già nel II secolo. Il metronimico permette di collegare il perso-
naggio con la madre, Velia Petrnei figlia di una Arntlei (ET AS 1.63),
sepolta in un’urna analoga posta quasi in cima alla pila più alta di
urne deposte nell’atrio, al di sopra dell’urna di una Tetine(i) (ET AS
1.65) da collocare nel medesimo orizzonte cronologico, come con-
ferma la posizione delle urne dei suoi figli. Sopra l’urna della madre
del personaggio era collocata quella che probabilmente è l’ultima
deposizione della tomba, quella dello sfortunato L. Hepenius L. f.
ocisus ab comilitone.
BIBLIOGRAFIA: DE AGOSTINO 1959; MANGANI 1983. RICCI 1995, p. 36, sull’ultimo
sfortunato occupante della tomba.

56. Le tombe dei Marcni


Sempre nel territorio di Asciano, il tumulo del Molinello offre un
caso praticamente unico di continuità di uso che va dal VII secolo
all’età di Augusto, con ben 14 tombe a camera scavate in vari punti
della struttura; particolarmente importante la tomba B, alla quale
dovrebbe riferirsi una serie di sculture in pietra del tardo VII seco-
lo. Due delle tombe, contraddistinte dalle lettere A e F, sono le ulti-
me della serie, e hanno restituito numerose deposizioni in urne
iscritte, che permettono di attribuire la struttura alla famiglia
Marcni, non a caso legata agli Hepni; d’altra parte, molti dei legami

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di queste due famiglie ascianesi ricostruibili grazie a metronimici e


gamonimici rimandano nella maggior parte dei casi alla medesima
sfera parentelare. La tomba A sembra complessivamente più antica
della F, l’unica delle due che contiene urne con iscrizioni latine. Si
presenta di seguito solo un esempio, proveniente dalla tomba F.

56.1 ET AS 1.161
Coperchio displuviato in travertino recante due iscrizioni sulle due
falde, probabilmente relative a una coppia coniugale. Questa occor-
renza non è isolata e può essere anzi considerata un comportamen-
to epigrafico tipico della zona.

lart · marc2ni · aulesa


qancvil : sta2qrei

La grafia rientra in quella par-


ticolare serie della scrittura regola-
rizzata caratterizzata dall’uso
della “m semplificata”, ossia resa con un segno simile a una V capo-
volta; questa iscrizione, che ha ancora i caratteri del regolarizzato
antico, è probabilmente una delle prime nelle quali ricorre questo uso
grafico, e non può scendere oltre l’inizio del II secolo. La m semplifi-
cata nasce probabilmente ad Arezzo, e trova la sua massima diffusio-
ne nella media Valdichiana aretina e ad Asciano, pur essendo presen-
te anche in aree confinanti (Cortona, territorio chiusino). Il prenome
maschile Larq ha la caduta dell’aspirazione tipica proprio dell’area
cortonese-aretina e senese; la filiazione è indicata con il determinati-
vo enclitico. Il gentilizio della donna (derivazione con il suffisso -ra,
alternativo al più comune -na, su una base usata dai gentilizi Statie e
Statinei – noto solo al femminile) non è altrimenti attestato.
BIBLIOGRAFIA: MANGANI 1982; diffusione della m semplificata: MAGGIANI 1982 A,
elenco delle attestazioni a pp. 167-171, tra le quali si segnala soprattutto il celebre
fegato di Piacenza.

57. La tomba di Belsedere


In località Belsedere, nel comune di Trequanda (che rientra nella
regione valdorciana di cultura chiusina, della quale rappresenta
l’estrema propaggine settentrionale) fu rinvenuta una piccola
tomba a camera che conteneva almeno otto deposizioni, sei in
altrettante urne e due in contenitori di terracotta; due delle urne di
travertino (n. 57.4-5), lasciate agli scopritori come quota-parte

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OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 162

(secondo quanto prevedeva la legge del 1909 allora in vigore), sono


andate disperse, e non è possibile darne una descrizione; neppure
della terza urna di travertino (n. 57.3) è possibile dare una descrizio-
ne e un apografo, mai editi in letteratura. Vi erano inoltre una sesta
urna, in pietra fetida, della quale sopravviveva solo un frammento,
anepigrafe, ed altri vasi usati come cinerari, ugualmente anepigrafi
e di forma non perfettamente comprensibile in base alle descrizioni.
I materiali, con la sola eccezione delle due urne già indicate, furono
depositati presso il Museo Diocesano di Pienza.

57.1 ET AS 1.182
Urna in pietra fetida del tipo riproducente una cassa lignea, con
coperchio displuviato; l’iscrizione corre sul bordo del coperchio.

arnt petruś

Scrittura di tipo corsivizzante,


che concorda con il tipo dell’urna nel suggerire una datazione ante-
riore alla metà del III secolo; è possibile che in queste aree periferi-
che del mondo chiusino alcuni tipi di urne abbiano un uso più pro-
lungato rispetto alla metropoli, ma la sequenza dei materiali e dei
tipi grafici attestati non solo in questa tomba, ma anche in altre testi-
monianze di ambito pientino e valdorciano (Cretaiole, S. Quirico)
permettono di affermare che il II secolo vede un completo allinea-
mento ai modelli di Chiusi, sia sul piano grafico che su quello tipo-
logico, con l’unica peculiarità della prosecuzione dell’uso della pie-
tra fetida, usata però in urne di tipo ormai pienamente congruo con
le evoluzioni tipiche di quel periodo. Tutto questo fa pensare che i
parametri cronologici già stabiliti per il mondo chiusino siano
applicabili in linea di massima anche alla regione valdorciana. La
caduta dell’aspirazione (arnt per Arnq) è piuttosto comune in que-
sta zona, così come in area cortonese e aretina. Il gentilizio con
l’uscita del genitivo afunzionale si accorda con l’inquadramento
cronologico proposto.

57.2 ET AS 1.183
Urna simile alla precedente; iscrizione sul bordo del coperchio.

vel petruś

Valgono le medesime osserva-


zioni già fatte per l’iscrizione precedente.

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57.3 ET AS 1.179
Urna di travertino a cassa liscia con coperchio displuviato; l’iscrizio-
ne corre sulla fronte dell’urna.

aule : petr : sceva

Questa urna, come le due seguenti, rappresenta probabilmente


una delle ultime deposizioni della tomba, e potrebbe scendere verso
la fine del secolo se non all’inizio del successivo, rendendo possibi-
le l’istituzione di un rapporto con il Petru Sceva protagonista del
testo della Tavola di Cortona.

57.4 ET AS 1.180
Urna di travertino indicata come analoga alla precedente.

auleś pe2turś
Questa è la trascrizione data al momento della scoperta; la inver-
sione di r e vocale è ben attestata nel novero delle allografie di ori-
gine fonetica nella tarda epigrafia etrusca. Insolito, ma non privo di
confronti, il formulario al genitivo semplice, sottintendente il pos-
sesso dell’urna. A questo proposito va notato che l’area valdorciana,
in parallelo con una maggiore varietà nella forma delle urne, pre-
senta anche una varietà di formulari molto più ampia rispetto al ter-
ritorio chiusino metropolitano e orientale.

57.5 ET AS 1.181
Urna di travertino data anch’essa come analoga alle precedenti.

arnt : pe2trś : aule

Anche la scomparsa della vocale a contatto con r è fenomeno


grafico ben conosciuto, dovuto al fatto che la pronuncia delle liqui-
de in etrusco doveva avere una forte componente vocalica. In aule
deve vedersi probabilmente la filiazione abbreviata per troncatura,
con omissione della -ś del genitivo (attestata nell’epigrafia funeraria
meno curata).

57.6 ET AS 1.177
Olpe in ceramica a vernice nera usata come cinerario; l’iscrizione è
graffita sul corpo del vaso.

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lart petr aulesa

Grafia di tipo regolarizzato


antico, che concorda con le prime
urne a inquadrare la fase principale di utilizzo della tomba nel corso
del III secolo; l’uso di vasi di vario tipo, acromi o a vernice nera, tra i
quali si segnalano soprattutto olle e anfore a corpo biconico (cfr. sche-
da seguente) è comune in area chiusina proprio tra la fine del IV e
tutto il III secolo, anteriormente alla comparsa delle olle a campana
caratteristiche soprattutto del II secolo. In ambiente valdorciano ven-
nero realizzati anche dei cinerari cilindrici in travertino che imitano la
forma delle olle a campana, peraltro poco diffuse in questa porzione
di territorio. Notare nella filiazione l’uso del determinativo enclitico.

57.7 ET AS 1.178
Olla stamnoide in ceramica depurata decorata a fasce orizzontali;
l’iscrizione è graffita sulla spalla.

arnza petru pumpial

Grafia simile alla precedente; si noti, in questa come in tutte le


iscrizioni della tomba, l’uso sistematico della t con traversa non
secante: questa è una caratteristica che rimanda a scritture del
momento iniziale della fase recente (IV-III secolo), che tuttavia in
ambiente valdorciano sopravvive molto più a lungo che nel territo-
rio chiusino metroplitano, ed è ben attestata ancora in pieno II
secolo. Questa iscrizione è l’unica della tomba ad avere il metroni-
mico; il prenome Arnza è formato su Arnq con l’aggiunta di un suf-
fisso -za di significato di diminutivo/vezzeggiativo; i prenomi for-
mati con questo e altri suffissi (per esempio Larza, Larzile, Arnzile,
eccetera) compaiono esclusivamente come membri diretti, e mai
nelle filiazioni: questo fa pensare che si trattasse di forme di uso
familiare, ufficioso, e non dei prenomi ufficiali.
BIBLIOGRAFIA: GALLI 1915; REE 32, pp. 169-172; MONACI 1965, pp. 467-468. PISTOI
1997, pp. 121-122. Sul suffisso -za: AGOSTINIANI 2003.

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VOLTERRA
L’epigrafia funeraria volterrana si divide fra le scarse testimonianze
della fase arcaica (soprattutto stele), e una fioritura relativamente più
consistente nella fase recente, quando le iscrizioni (essenzialmente su
urne cinerarie) sembrano più concentrate nelle necropoli urbane, pur
non mancando di una certa diffusione sul territorio. I formulari sono
quelli già visti nei paragrafi precedenti, con una predilezione per le
“iscrizioni parlanti” nella fase arcaica, mentre in quella recente si pre-
ferisce la formula onomastica pura e semplice. A Volterra tuttavia si
tende a inserire anche l’indicazione dell’età del decesso, con una fre-
quenza che trova confronto solo a Tarquinia. La documentazione vol-
terrana, dove alle numerose urne conosciute (un migliaio, per la mag-
gior parte in alabastro e in un’arenaria chiamata tradizionalmente ma
erroneamente “tufo”; più limitata ma spesso qualitativamente note-
vole la produzione in terracotta) corrispondono meno di 200 iscrizio-
ni funerarie, fa risaltare ancora di più l’eccezionale percentuale di
urne iscritte a Chiusi e Perugia; in ultima analisi, sembrerebbe che la
presenza dell’iscrizione funeraria avesse a Volterra un ruolo meno
importante rispetto a quello che aveva nelle altre due città. Entro certi
limiti, è possibile riscontrare un certo legame tra uso delle iscrizioni e
tradizioni familiari di alcune gentes volterrane.
BIBLIOGRAFIA: sulle necropoli volterrane, e in particolare sulle urne, cfr. Artigianato
artistico 1985, con bibliografia precedente; CUE 1; 2,1 e 2,2.

58. CIE 101 = ET Vt 1.149


Stele centinata in calcare, proveniente da Volterra, senza ulteriori
specificazioni; il pezzo fa parte fin dal XIX secolo della collezione
del Museo Guarnacci, dove è confluita la maggior parte dei ritro-
vamenti degli antichi scavi nelle necropoli urbane e – in misura
minore – del territorio.

mi : ma : veluś 2 rutlniś 3 avlesla :

La forma delle lettere è quella


regolarizzata recente caratteristi-
ca dell’Etruria settentrionale
dalla fine del III secolo a.C. in poi (r con occhiello e lunga coda; m e n
con tratti diagonali che non partono dai vertici di quelli verticali); la
forma curva dei tratti di u e san sembra indicare una datazione relati-
vamente tarda. D’altra parte la forma della stele centinata, se non si
tratta di uno sviluppo volterrano autonomo, si afferma nell’ambito

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culturale romano a partire dalla seconda metà avanzata del II secolo


a.C.: non si può escludere quindi, per questa come per gli altri rari
esemplari analoghi da Volterra (almeno un altro dei quali con iscri-
zione etrusca) una cronologia abbastanza avanzata, tra la fine del II e
il I secolo a.C., anche se mancano ulteriori elementi di sostegno.
La formula dell’oggetto parlante in Etruria settentrionale ha un
utilizzo molto più longevo, mentre in quella meridionale non vali-
ca la fase arcaica. Il soggetto della frase si qualifica come ma, termi-
ne attestato fin da età arcaica su cippi e stele con iscrizioni in prima
persona, e che quindi deve indicare il tipo di segnacolo. La formula
onomastica seguente è regolarmente al genitivo, con la filiazione
marcata dal determinativo enclitico -sa anch’esso al genitivo per
concordanza (avleś + -sla = avlesla): “io (sono) il segnacolo di Vel
Rutlni, il (figlio) di Avle”. Il gentilizio, tipicamente volterrano, è for-
mato sulla stessa base dell’arcaico Rutelna, noto a Orvieto.
BIBLIOGRAFIA: CONSORTINI 1940, p. 222 e fig. a p. 226; CATENI 1988, p. 94.

59. CIE 70 = ET Vt 1.106


Urna volterrana in alabastro, conservata presso il Museo Guarnacci di
Volterra, senza alcuna indicazione di provenienza; è probabile che fac-
cia parte di antichi fondi di collezione. Sul coperchio si trova il defun-
to semirecumbente, tunicato e velato; sulla cassa una scena di duello
molto semplificata. Si tratta di un prodotto piuttosto tardo probabil-
mente almeno del II secolo avanzato. Il defunto tiene in mano un dit-
tico di tavolette scrittorie in posizione aperta, secondo una iconografia
rara ma comunque attestata nelle urne volterrane; l’eccezionalità del-
l’urna sta però nel fatto che l’iscrizione corre all’interno di questo dit-
tico invece che sul bordo del coperchio o della cassa.

setre · cneuna 2 a · titial · ril 3 XIIII

Grafia di tipo regolarizzato


evoluto, caratteristica delle iscri-
zioni più recenti. Il testo com-
prende una formula onomastica
quadrimembre, del tipo più
comune nelle iscrizioni funerarie
volterrane, composta da preno-
me, gentilizio, filiazione e metro-
nimico. Il prenome del padre è
abbreviato a una sola lettera

166
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(anche questo è segno di recenziorità), che lascia ambiguo lo sciogli-


mento (Aule o Arnq). L’età del defunto è indicata con il formulario
ril + numerale, che a Volterra compare in modo relativamente fre-
quente (circa un quarto delle iscrizioni funerarie). Il gentilizio
Cneuna è particolarmente attestato proprio a Volterra, dove esiste
anche nella forma Cnevna, nota anche altrove.
BIBLIOGRAFIA: CUE 2,2, pp. 96-97, n. 109.

60. CIE 92 = ET Vt 1.129


Urna volterrana in alabastro, già appartenente alla storica collezione
Guarnacci e oggi conservata presso il Museo Guarnacci di Volterra;
manca qualunque indicazione di provenienza. La cassa riproduce il
viaggio verso gli inferi in carpentum (carro coperto), accompagnato da
un corteo che comprende anche demoni femminili. Il defunto è rap-
presentato semirecumbente sul coperchio, tunicato e velato; l’icono-
grafia è tuttavia eccezionale e deve derivare da una precisa commis-
sione del defunto o della sua famiglia. Infatti l’uomo, invece di tene-
re la patera della destra, tiene nella sinistra un fegato ovino, o più pro-
babilmente un modello di fegato (come il celebre esemplare di bron-
zo da Settima di Gossolengo, presso Piacenza, o quelli di terracotta da
Falerii), come indica la rigidezza dell’oggetto. È quindi altamente
verosimile che il defunto abbia voluto commemorare in questo modo
la sua professione di aruspice, visto che nell’epigrafia funeraria vol-
terrana (come d’altra parte in quella di tutte le città dell’Etruria set-
tentrionale) non sono indicate quasi mai le cariche ricoperte in vita.
L’iscrizione corre sul listello inferiore del coperchio.

au · lecu · l · ril XXXV

La grafia di tipo manierato evoluto è quella utilizzata nelle iscri-


zioni più eleganti della tarda produzione volterrana; la datazione
dell’urna non è infatti certamente anteriore alla metà del II secolo.
La formula è del tipo più contratto, solo trimembre (senza il metro-
nimico), con la filiazione abbreviata a una sola lettera (e quindi con
scioglimento ambiguo tra Larq e Laris). Anche in questo caso ricor-
re l’indicazione dell’età, con la formula ril + numerale. Il raro genti-
lizio Lecu è attestato sinora solo in area volterrana.
BIBLIOGRAFIA: CUE 2,1, pp. 146-147, n. 192.

167
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61. CIE 19 = ET Vt 1.4


La documentazione delle tombe volterrane contenenti materiali
iscritti è purtroppo molto problematica, soprattutto a causa del fatto
che le grandi tombe relativamente ricche di iscrizioni sono pratica-
mente tutte di rinvenimento piuttosto antico, spesso risalente al XVIII
secolo. Uno dei complessi più importanti è uno di quelli attribuibili
alla famiglia Ceicna, scoperto nel 1739, che comprendeva un dromos
coperto e una camera monumentale a pianta circolare; al suo interno
si trovava un gran numero di urne, quaranta o cinquanta, che non è
stato possibile rintracciare completamente. L’uso della tomba deve
essere durato molto a lungo, scendendo ben addentro al I secolo a.C.,
come testimoniano le urne con iscrizioni latine. Tramite le iscrizioni è
possibile distinguere diversi rami della famiglia Ceicna, tra i quali i
Ceicna Caspu, i Ceicna Selcia e i Ceicna Tlapuni, insieme con altre
famiglie imparentate (Armni, Cisie, e così via); ci sono pochi dubbi
che la famiglia, ampiamente attestata anche in età romana, fosse la
più ragguardevole della città, e tutte le principali famiglie titolari di
tombe sono più o meno strettamente legate ad almeno un ramo dei
Ceicna. L’iscrizione che si sceglie qui come esempio è redatta sul
bordo di un coperchio con defunto semirecumbente tunicato e vela-
to, con rhyton nella destra e patera nella sinistra, conservato presso il
Museo Guarnacci di Volterra senza più la cassa pertinente.

a · ceicna · caspu · l · curial · ril · XX[

La grafia è un elegante manierato evoluto; la datazione più pro-


babile è il II secolo avanzato. Il personaggio ha formula con preno-
me, gentilizio, cognome, filiazione e metronimico, seguita da indi-
cazione dell’età con la solita formula ril + numerale; la famiglia dei
Cure, cui apparteneva la madre del personaggio, è attestata a
Volterra ma anche altrove (anche se a Chiusi resta il dubbio di una
grafia semplificata per il più noto Curve).

Confronto
A5 = CIE 22
Dalla medesima tomba provengono diverse urne con iscrizioni lati-
ne, che documentano la fase finale della produzione volterrana in
alabastro, ormai rimasta in vita in redazioni molto semplificate al

168
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servizio delle grandi famiglie della città, fortemente legate alle tra-
dizioni funerarie locali. In questo caso il coperchio (sul cui listello si
trova l’iscrizione) rappresenta il defunto semirecumbente con rhy-
ton nella destra; la cassa raffigura una scena mitologica.
L. Caecina L. f. Tlaboni vix(it) annos XXX
Nel formulario da cittadino romano è inserito il cognome che,
con la sua terminazione in -i, rappresenta una traslitterazione del
cognome Tlapuni attestato in etrusco. L’indicazione dell’età, presso-
ché costante nelle iscrizioni latine su urne volterrane, è un retaggio
della tradizione epigrafica locale.

BIBLIOGRAFIA: sulla tomba CUE 1, pp. 26-36; sui Caecina volterrani in età romana
CAPDEVILLE 1997.

VALDARNO
La valle dell’Arno, costellata da piccoli insediamenti che si estende-
vano fra i centri maggiori di Fiesole e Pisa, ha restituito solo poche
iscrizioni funerarie, che si collocano per la maggior parte nella fase
arcaica, e sono apposte essenzialmente su due serie principali di
monumenti: le stele in arenaria, caratteristiche soprattutto dell’area
fiesolana (dove si affiancano a un’ampia produzione di cippi), e i
cippi a clava in marmo, tipici del territorio pisano. Il formulario che
vi è impiegato è quello della “iscrizione parlante”, che si ripropone
anche sui rarissimi monumenti funerari iscritti di età recente, legati
a tradizioni artigianali di matrice volterrana. Del tutto occasionale
l’uso di iscrizioni su contenitori funerari (un coperchio di urna in
arenaria da Fiesole).
Oltre a queste attestazioni, vanno segnalate anche le iscrizioni
graffite sull’intonaco che rivestiva parte della muratura interna
della monumentale tomba a tholos della Montagnola a Quinto
Fiorentino, purtroppo quasi illeggibili.
BIBLIOGRAFIA: territorio del Valdarno in generale: BRUNI 2002, con ampia biblio-
grafia precedente; sui cippi fiesolani, dopo il classico lavoro di MAGI 1932, si veda ora
BRUNI 1994; BRUNI 1998 A. Sui segnacoli di ambiente pisano: BONAMICI 1987-88;
BONAMICI 1991; BRUNI 1998, pp. 139-153; Acheronticae columellae 1999; Architettura fune-
raria orientalizzante: BRUNI 2000. Sulle iscrizioni della tomba della Montagnola di
Quinto Fiorentino: Studi Etruschi 31, 1963, pp. 176-185 [M. Pallottino].

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62. CIE 1 = ET Fs 1.1


La più famosa delle stele fiesolane è di scoperta piuttosto antica,
essendo già nota al principio del XVIII secolo. Il luogo preciso del
rinvenimento, così come le sue circostanze, è del tutto ignoto; si sa
soltanto che fu trovata nei pressi di Fiesole. Sulla stele, in arenaria,
di forma centinata senza cornice (abbastanza insolita nella produ-
zione fiesolana), è raffigurato un guerriero armato di lancia e scure;
l’iscrizione corre in verticale, nel campo dietro la gamba sinistra
arretrata della figura. È conservata presso il Museo Archeologico
Nazionale di Firenze.

larqia ninieś

La redazione è in scriptio conti-


nua; i caratteri grafici non mostrano particolarità rilevanti; anche la
forma del theta puntato sopravvive a lungo nell’Etruria settentriona-
le interna. La datazione della stele (seconda metà del VI secolo, più
probabilmente terzo quarto) si basa quindi più su considerazioni di
carattere stilistico e antiquario che non sulla paleografia dell’iscrizio-
ne. Il testo è molto semplice, con una formula onomastica bimembre
(prenome e gentilizio) al genitivo esprimente il possesso della stele (e
quindi della tomba) senza il pronome di prima persona (occorrenza
piuttosto rara nelle iscrizioni di possesso di età arcaica). Le iscrizioni
su stele arcaiche etrusco-settentrionali possono limitarsi, come in
questo caso, alla semplice indicazione del proprietario del monumen-
to con un formulario di possesso (cfr. scheda 52), ma possono anche
contenere formulari di dono più o meno complessi (come la stele
vetuloniese di Avle Feluske o quella volterrana di Avile Tite), che
ricordano anche il nome di colui che curò la sepoltura. Il termine ono-
mastico Ninie, qui usato in funzione di gentilizio, è attestato anche
come prenome nell’iscrizione su una patera d’argento di provenien-
za sconosciuta conservata al Museo di Berlino (ET OB 2.7), che la gra-
fia permette di attribuire ad area etrusco-settentrionale. Ninie va
quindi considerata una delle molte formazioni onomastiche con il
suffisso -ie (che l’etrusco condivide con le lingue italiche) usate indif-
ferentemente in età arcaica come prenomi e come gentilizi.
BIBLIOGRAFIA: oltre ai lavori generali sulla scultura arcaica di area fiesolana
(soprattutto il corpus di MAGI 1932), si veda anche GERVASINI, MAGGIANI 1996, pp. 38-
43, e MASSA PAIRAULT 1991 (con confronti tra i formulari delle iscrizioni delle stele
etrusco-settentrionali di età arcaica e una proposta di restituzione della parte perdu-
ta della stele di Avile Tite tramite documenti cinque-seicenteschi).

170
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 171

63.
Cippo in marmo del tipo cosiddetto a clava (ossia di forma tronco-
conica con la base minore posta nella parte inferiore, e la base mag-
giore arrotondata o dotata di un umbone), caratteristico di Pisa e dei
territori circostanti, e attualmente reimpiegato come sostegno di
un’acquasantiera nella chiesa di S. Giovanni ad Arena, nei pressi di
Pisa. L’iscrizione corre in senso verticale, con segni di interpunzio-
ne a tre punti.

leqe ··. kakuś ··. papnie

Formula onomastica trimembre al nominativo, non comune


nella fase arcaica (nella quale predomina il genitivo esprimente il
possesso, normalmente accompagnato dal pronome di prima perso-
na), e invece poi diffusa nella fase recente. Questo elemento è indi-
zio di una datazione non molto alta del documento, confermata
anche dalle forme linguistiche degli elementi onomastici; la colloca-
zione al V secolo, probabilmente anche in un momento non iniziale
del secolo stesso, proposta dall’editrice, riporta coerentemente a
quella fase di transizione dell’epigrafia etrusca nella quale convivo-
no elementi arcaici con altri già piuttosto evoluti. Il prenome Leqe
ha già compiuto la trafila che parte dall’originario Leqaie (attestato
in età arcaica come prenome e come gentilizio: cfr. scheda 105),
attraverso l’intermedio Leqae, sino a questa forma (quella comune
nella fase recente, anche in questo caso sia come prenome che come
gentilizio) nella quale è completamente scomparsa la -i- del suffisso
-ie. Una trafila analoga è quella che porta dall’arcaico Velcaie al
recente Velce attraverso la forma intermedia Velcae (anche questo
elemento onomastico si incontra in entrambe le funzioni). Il gentili-
zio si presenta nella nota forma del genitivo afunzionale, comune a
partire dal VI secolo, ed è formato con il suffisso -u sulla medesima
base del gentilizio recente Cacna. Papnie, formato sulla stessa base
onomastica del gentilizio arcaico Papana, attestato anche nella fase
recente nella forma Papni (sia come femminile etrusco-meridionale
che presuppone un maschile *Papna esito di Papana, sia come
maschile perugino esito proprio di Papnie), è una delle attestazioni
più antiche di uso di cognome; anche la sua forma linguistica è rela-
tivamente evoluta (la forma arcaica sarebbe *Papanaie), in armonia
con quanto osservato per Leqe. La mancanza della desinenza del

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genitivo afunzionale è coerente con la presenza della ridetermina-


zione -ie dopo il suffisso -na.
BIBLIOGRAFIA: BONAMICI 1987-88; per il rapporto tra genitivo afunzionale e rideter-
minazione -ie si rimanda a MAGGIANI 2000.

64. CIE 15 = ET Fs 7.1


Statua in marmo di figura femminile proveniente da S. Martino alla
Palma (presso Scandicci), rinvenuta nella prima metà del XVI seco-
lo probabilmente nel medesimo contesto dal quale proviene anche
un cippo in marmo, estrema manifestazione del tipo del cippo a
clava, anch’esso iscritto, e decorato con un altorilievo rappresentan-
te una scena di commiato di un defunto accompagnato da un cor-
teo magistratuale. Entrambi i monumenti erano originariamente
conservati nella collezione Lotaringhi Della Stufa, dove il cippo si
trova ancora, mentre la statua è passata al Museo Archeologico
Nazionale di Firenze. L’iscrizione corre sul lembo inferiore del man-
tello, che avvolge la figura al di sopra di un lungo chitone.

mi : cana : larqial 2 numqral : lauciś 3 puil :

I caratteri grafici, in ottimo capitale, concordano con la cronolo-


gia della statua, che non va oltre la seconda metà del III secolo. Il
formulario di possesso con il pronome di prima persona in Etruria
settentrionale è decisamente più longevo che non in area meridio-
nale, dove non varca i limiti della fase arcaica, soprattutto per quan-
to riguarda le iscrizioni funerarie, nelle quali fin dall’inizio della
fase recente è sostituito da formulari con il dimostrativo se non
addirittura in genitivo o nominativo semplice. Il termine cana è uno
dei molti usati per indicare il segnacolo funerario; è possibile che
nel suo campo semantico sia individuabile un qualche riferimento
più puntuale al valore artistico del segnacolo, anche se le iscrizioni
non permettono una interpretazione univoca. Segue quindi il geni-
tivo del nome della defunta, una Larqi Numqrei (in età recente la
forma larqial per il genitivo del prenome femminile Larqi tende a
concorrere con il più corretto larqeal), moglie (puil, genitivo del noto

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termine puia, “moglie”) di un Lauci. Quest’ultimo termine onoma-


stico potrebbe essere interpretato tanto come prenome che come
gentilizio; l’uso prevalente dei gamonimici tenderebbe a far preferi-
re la seconda ipotesi, ma non bisogna dimenticare che l’iscrizione
del cippo della medesima provenienza (CIE 16 = ET Fs 7.2), che ha
molti punti di contatto con questa (dal tipo di grafia al formulario
con mi cana + nome del defunto al genitivo), ne rivela la pertinen-
za a un Arnq Prastna figlio di un Lavci (in età recente le grafie -au-
e -av- possono alternarsi anche all’interno della medesima iscrizio-
ne). Per questo è possibile che la donna alla quale fu dedicata la sta-
tua come segnacolo funerario sia in realtà la moglie di un Lauci
Prastna, e quindi la madre del magistrato cui appartiene il cippo. La
traduzione complessiva è: “io (sono il) cana (= statua, segnacolo,
monumento) di Larqi Numqrei moglie di Lauci”.
BIBLIOGRAFIA: Artigianato artistico 1985, pp. 130-132 (statua e cippo); su cana: RIX
2002-2003; sulle statue funerarie v. anche BONAMICI 2005.

ETRURIA PADANA
Le necropoli di Bologna, come quelle di tutti i centri etruschi a nord
dell’Appennino, non sviluppano mai una architettura funeraria
monumentale; a questa carenza supplisce una produzione di stele
figurate che possono raggiungere anche dimensioni considerevoli, e
che contrassegnavano le tombe dei personaggi più eminenti. In
qualche caso (una quindicina), le stele possono essere iscritte con il
nome del defunto; in due delle otto iscrizioni riferite a defunti di
sesso maschile sono ricordate anche le cariche ricoperte in vita.
Questa serie di stele rappresenta la tappa finale nella storia di una
classe monumentale che ha le proprie radici già in età orientalizzan-
te e si colloca essenzialmente tra il V e i primi decenni del IV secolo
a.C. Del tutto eccezionali sono invece i due cippi di Rubiera, nel reg-
giano, (uno della fine del VII e uno dell’inizio del VI secolo a.C.),
rinvenuti fuori del loro contesto originario ma certamente da riferi-
re a una necropoli ancora da identificare: eccezionali per la loro
forma e decorazione, che ne fa praticamente dei pezzi unici, e per le
iscrizioni che correvano sui listelli, che ricordano non solo i nomi
delle persone che erano sepolte nelle tombe sulle quali erano stati
innalzati, ma anche altri elementi, fra i quali spicca la menzione di
una carica magistratuale, la più antica mai ricordata in un’iscrizio-
ne etrusca.

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BIBLIOGRAFIA: su Bologna v. ora Bologna 2005 (sopr. pp. 117-385); per le necropoli
pp. 264-281; per le iscrizioni pp. 321-326, con ampia bibliografia precedente. Per le
stele e il rapporto con le necropoli fondamentale SASSATELLI 1988 e SASSATELLI 1989;
stele da Bologna con iscrizione magistratuale: RIX 1981-82.
Sui cippi di Rubiera: MALNATI, BERMOND MONTANARI 1989; DE SIMONE 1992, Principi
2000, pp. 341-345 con bibliografia precedente; v. anche raccolta della bibliografia in
AMANN 2004.

65. ET Fe 1.10
Stele con decorazione divisa su tre registri orizzontali, rinvenuta in
frammenti all’interno di una tomba della necropoli dei Giardini
Margherita, uno dei principali nuclei di sepolture di Bologna, situa-
to a SE della città. In mancanza di un corredo di riferimento, la stele,
conservata presso il Museo Civico Archeologico di Bologna, viene
datata su base stilistica alla fine del V secolo. L’iscrizione corre sul
listello che separa il primo e il secondo registro figurato.

veluś kaiknaś arnqrusla

I caratteri grafici sono quelli comuni nelle iscrizioni sulle stele


felsinee di tipo più avanzato, che risentono della moda grafica cor-
sivizzante elaborata nell’Etruria settentrionale interna; in area
padana si prediligono forme con v ed e molto ruotate, che si accom-
pagnano alla caratteristica a ad andamento trapezoidale tipica di
questa regione, collegata con le forme a bandiera correnti soprattut-
to a Spina e nel Veneto. L’iscrizione è in scriptio continua, come quasi
sempre a Bologna. La formula onomastica trimembre (prenome,
gentilizio e filiazione) è posta al genitivo, indicando in questo modo
il possesso del monumento e, naturalmente, della tomba. Nelle
iscrizioni su stele felsinee, purtroppo spesso frammentarie, convi-
vono formule al genitivo isolato con soggetto sottinteso (come que-
sta), altre con il soggetto espresso (con l’indicazione esplicita mi
suqi: “io (sono la) tomba”), e altre più rare al nominativo isolato (che
sembrano caratteristiche delle iscrizioni femminili). La filiazione
arnqrusla è formata dal genitivo del prenome Arnqur, in forma già
sincopata, arnqruś (coerentemente con la cronologia del documento
ormai vicina all’inizio della fase recente), seguito dal determinativo
enclitico, anch’esso al genitivo, concordato con il caso dei due mem-
bri precedenti, e anch’esso in forma sincopata, -sla. Il testo si tradu-

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ce quindi letteralmente “di Vel Kaikna, il (figlio) di Arnqur”. Il gen-


tilizio Kaikna, ben noto in Etruria settentrionale (nella redazione
più recente Ceicna, successiva all’abbandono del k, e con vocalismo
più evoluto, nel rispetto della trafila ai>ei>e largamente attestata
nella storia dell’etrusco recente), dove appartiene a importanti fami-
glie chiusine e soprattutto volterrane, è noto in un’altra occorrenza
nella stessa Bologna, e precisamente da una stele appartenente a
una tomba della medesima necropoli dei Giardini Margherita trova-
ta a pochi metri da questa. La revisione dei dati di scavo ha permes-
so di ipotizzare l’esistenza di una vera e propria area familiare
all’interno della necropoli, contraddistinta da una particolare
monumentalità, e riservata all’uso dei Kaikna, dove il ricorrere di
iconografie collegate alla navigazione ha fatto pensare a riferimenti
all’attività di alcuni personaggi della famiglia, che deve essere con-
siderata una delle più cospicue di Bologna etrusca.

BIBLIOGRAFIA: ricostruzione del lotto di necropoli della famiglia Kaikna:


SASSATELLI 1988, pp. 243-246.

66. La bilingue di Pesaro (ET Um 1.7)


Testimonianza isolata nel panorama delle iscrizioni funerarie etru-
sche, la bilingue di Pesaro è una iscrizione in tutto e per tutto roma-
na; fu redatta su una lastra di calcare, conservata fin dal momento
della sua scoperta presso il Museo Oliveriano della cittadina mar-
chigiana. La lastra doveva essere collocata su uno dei monumenti
funerari demoliti in occasione della frettolosa costruzione della
cinta muraria tardo-antica della città, dove fu rinvenuta all’interno
della muratura; il contesto culturale dell’epigrafe è quindi quello di
una necropoli che non ha alcun elemento etrusco, ma che utilizza
tipi architettonici ed epigrafici assolutamente romani. La differenza
di dimensione fra i due testi dimostra chiaramente che il lapicida
incise prima di tutto la parte latina, rispetto alla quale quella etru-
sca è chiaramente configurata come una aggiunta quasi estranea
alla ordinatio dell’epigrafe, non centrata ma allineata lungo il margi-
ne destro. Le lacune alle due estremità sono facilmente colmabili
grazie alle testimonianze risalenti al momento della scoperta.
L’iscrizione viene datata in base alla forma dei caratteri grafici della
parte latina al terzo quarto del I secolo a.C.

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[L. Ca]fatius L. f. Ste. haruspe[x] 2 fulguriator


[c]afates · lr · lr · netśvis · trutnvt · frontac
La professione del defunto, aruspice, è certamente la causa della
richiesta dell’aggiunta dell’iscrizione in etrusco; infatti sembra che
solo nel corso della seconda metà del I secolo iniziò l’opera di tradu-
zione in latino della letteratura religiosa etrusca: fino allora la cono-
scenza della lingua era indispensabile per l’esercizio della professione,
peraltro comunque in mano pressoché esclusivamente a personaggi
provenienti dall’Etruria. La tribù Stellatina potrebbe rimandare a una
provenienza tarquiniese; anche la posposizione del prenome (da scio-
gliere molto verosimilmente in Laris) richiama gli usi epigrafici di
questa città: questo non stupisce, se si pensa che Tarquinia è sede del-
l’ordo LX haruspicum, vero e proprio ordine professionale che formava
e certificava gli aruspici chiamati a lavorare per la committenza pub-
blica. Non è quindi un caso che gli aruspici tarquiniesi siano tra i più
conosciuti nel mondo romano. La parola etrusca per “aruspice” è
verosimilmente netśvis, che compare anche isolato in una tardissima
iscrizione funeraria chiusina (ET Cl 1.1036 = CIE 978, con grafia delle
sibilanti invertita: questo attesta chiaramente che la bilingue di
Pesaro è stata redatta in grafia meridionale, circostanza che l’uscita -s
del gentilizio, in un momento così avanzato, non sarebbe stata suffi-
ciente a chiarire). Il termine trutnvt non è altrimenti attestato; è possi-
bile che si tratti dell’equivalente etrusco del latino fulguriator, un’ag-
giunta esplicativa a rigore superflua, dal momento che la divinazio-
ne per mezzo dei fulmini era normale competenza degli aruspici. Nel
termine frontac, per la cui resa viene usato il segno della o del veneti-
co, è forse da intendere l’indicazione della professione di aruspice
nella lingua italica parlata nel Piceno.
BIBLIOGRAFIA: BENELLI 1994, pp. 13-15, cui si rimanda per l’ampia bibliografia pre-
cedente; per gli aruspici nel mondo romano cfr. soprattutto: TORELLI 1988; BRIQUEL
1997; HAACK 2003 con vasta bibliografia precedente; v. anche RAMELLI 2003.

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Capitolo III

Le iscrizioni di possesso e di dono


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La classe epigrafica più numerosa dopo le iscrizioni funerarie è


costituita dalle iscrizioni di possesso. Con questo termine si indica-
no quelle iscrizioni che esprimono il nome del proprietario dell’og-
getto, con diversi tipi di formulari, che vanno da quello più arcaico
dell’iscrizione parlante (“io [sono] di…”), a quello più diffuso in età
recente con il dimostrativo (“questo [è] di…”), fino al semplice
nome personale al genitivo. Come abbiamo visto nel capitolo prece-
dente, molte iscrizioni funerarie sono redatte secondo formulari di
possesso del tutto identici, quindi la distinzione fra le due classi epi-
grafiche sta nel supporto più che nel formulario: quando una iscri-
zione di possesso si trova su un’urna cineraria, una stele o la faccia-
ta di una tomba viene classificata come funeraria, quando è invece
su un oggetto non esplicitamente funerario rientra nella classe
generica che andiamo a trattare. In molti casi, soprattutto per il VII
secolo (ma anche in seguito) è certo che dietro l’iscrizione di posses-
so si nasconda il dono; questo è motivato da un fenomeno tipico di
quel sistema di scambio di oggetti che gli antropologi chiamano
“circuito del dono”, e che, in società di età storica del mondo classi-
co come quella etrusca, funziona essenzialmente nella sezione più
alta del corpo sociale. Nel circuito del dono il valore di un oggetto
non è dato dal suo valore intrinseco, commerciale (“misura astratta
del valore” secondo Louis Gernet, cioè rispetto a una unità di misu-
ra assoluta), ma dal valore della persona che lo ha posseduto e che
lo ha donato per prima, immettendolo nel circuito. L’iscrizione di
possesso in un primo momento serve proprio ad eternare il nome
del primo donatore, a partire dal quale l’oggetto viaggia seguendo
vie altamente formalizzate, che lo portano a finire la propria vita o
in un corredo funerario (dell’ultimo possessore) o in un santuario
(con un dio come destinatario ultimo, che ovviamente non può
ridonarlo a sua volta). Questo valore iniziale gradualmente si perde,
e le iscrizioni di possesso già nel VI secolo cominciano a indicare il
semplice nome del possessore, come risulta evidente dai contesti di
rinvenimento. Le iscrizioni di dono compaiono attorno alla metà
del VII secolo, evidentemente per svolgere in modo più esplicito la
funzione già propria di quelle di possesso; la diffusione delle prime
va di pari passo con la graduale perdita del significato originario
delle seconde. Nella fase arcaica le iscrizioni di dono riportano
molto di rado il destinatario, proprio perché gli oggetti erano desti-
nati a proseguire il loro circuito. Molti testi di dono, così come un
numero non trascurabile di iscrizioni di possesso, si sono trovate in
santuari; ma il tipo di circolazione rende impossibile sapere se la

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loro destinazione alla divinità fosse quella originaria o invece il


risultato di una circolazione più complessa. Poiché i formulari sono
identici, si è preferito scegliere come criterio discriminante fra
questo capitolo e il successivo la presenza o meno di un teonimo
all’interno dell’iscrizione, senza tener conto dei contesti di rinve-
nimento; si tratta di un criterio puramente formale e di comodo,
dal momento che è certo che moltissime iscrizioni di dono senza
donatario esplicitato siano in realtà votive. Uno dei criteri distinti-
vi è anche nell’uso dei diversi verbi di dono: mentre muluvanice (e
forme analoghe dello stesso verbo) esprime un dono generico,
turuce (e forme analoghe) è riservato esclusivamente a doni a divi-
nità. Nella fase recente il circuito del dono tra uomini non esiste
più (anche se alcune iscrizioni di possesso ancora di IV secolo
sono state usate certamente per indicare dei doni); tutte le iscrizio-
ni di dono della fase recente, che usano il verbo turce, sono certa-
mente destinate a divinità, e per questo sono state anch’esse collo-
cate nel capitolo seguente. Le iscrizioni di dono illustrate nel pre-
sente capitolo, pertanto, sono esclusivamente pertinenti alla fase
arcaica, mentre quelle di possesso coprono tutta l’estensione geo-
grafica e cronologica della civiltà etrusca, con variazioni formula-
ri pressoché trascurabili.
BIBLIOGRAFIA: sul formulario di possesso in prima persona: AGOSTINIANI 1982; uso
dei verbi di dono: SCHIRMER 1993.

67. ET Cr 2.15
Piatto tripode proveniente dalla tomba 317 della necropoli di Monte
Abatone, e attribuito alla deposizione più antica delle almeno due
contenute all’interno della camera, da porsi entro il primo quarto
del VII secolo. L’iscrizione è graffita all’esterno della vasca, in scrip-
tio continua.

mi laris∫ a velqies∫

I caratteri grafici sono quelli tipici di Caere nella fase più antica
di uso epigrafico della scrittura; con theta crociato e soprattutto i tre
grafemi vau, epsilon e rho con tratto verticale prolungato verso l’alto.
Tipicamente ceriti l’alfa con traversa ascendente e l’uso del sigma a
quattro tratti, che in questo caso indica la sibilante semplice. In tutta

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la fase più antica dell’epigrafia cerite si manifesta una certa indiffe-


renza per la distinzione grafica delle due sibilanti etrusche, con
l’uso del tutto equipollente di sigma a tre e quattro tratti, e talora
multilineari; la convenzione tipica della città di usare il sigma a
quattro tratti per la sibilante marcata (in contrapposizione a quello
a tre tratti per la semplice) si stabilizzerà molto più tardi, nella tarda
età arcaica. L’iscrizione ha il tipico formulario di possesso in prima
persona, con il pronome indicante l’oggetto seguito dalla formula
onomastica bimembre al genitivo; la forma in -a è, come si è già
avuto modo di dire, la rappresentazione grafica arcaica del suffisso
che in età recente è reso con -al. Il testo dice quindi semplicemente
“io (sono) di Laris Velqie”. Laris è uno dei prenomi etruschi più
comuni; il gentilizio Velqie è forse formalmente identico a un preno-
me o nome individuale (dal momento che funge da base al gentili-
zio orvietano Velqiena: cfr. scheda 31); è attestato in forma isolata a
Spina, e come gentilizio, in età recente in area chiusina e cortonese.
È stato ipotizzato che la deposizione alla quale si riferisce questo
vaso sia femminile: in tal caso l’iscrizione rappresenterebbe il primo
proprietario dell’oggetto, e la sua apposizione andrebbe quindi col-
legata al dono dell’oggetto stesso.
BIBLIOGRAFIA: sull’uso più antico delle sibilanti a Cerveteri DE SIMONE 1994, pp.
151-157. Sui tipi di scrittura usati a Cerveteri nel VII secolo ancora in gran parte vali-
do COLONNA 1970.

68. ET Cr 2.1
Piatto di impasto proveniente dalla tomba 2 del tumulo di Casaletti
di Ceri, centro del territorio di Cerveteri situato a breve distanza
dalla metropoli in direzione di Roma. Il corredo, conservato presso
il Museo Archeologico Nazionale di Cerveteri ed edito solo parzial-
mente, sembra indiziare una deposizione singola, probabilmente
femminile, datata al primo quarto del VII secolo. L’iscrizione è graf-
fita all’esterno della vasca.

mi spanti nuzinaia

Testo di possesso, redatto in scriptio continua, che ripete il con-


sueto formulario della “iscrizione parlante”, con pronome di prima

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persona. Il nome Nuzinai (femminile di *Nuzina), essendo pre-


sente in forma isolata, potrebbe essere interpretato come prenome
o come gentilizio; non è infatti decisiva la presenza del suffisso -
na, che, pur essendo caratteristico dei gentilizi, ricorre – soprat-
tutto nella fase arcaica – anche in alcuni prenomi. La base onoma-
stica potrebbe essere la medesima del gentilizio Nuzarna (e del
recente Nuzrni), nella quale l’ampliamento -ar potrebbe rappre-
sentare un plurale (indicando quindi nella base onomastica un
appellativo di genere animato), anche se la rarità delle attestazio-
ni consiglia una certa prudenza. L’elemento di maggior interesse
di questa iscrizione è la presenza del termine spanti, che ricorre su
altri documenti, tutti di verosimile provenienza cerite (anche se
dispersi per le vie del commercio antiquario, probabilmente non
sempre lecito), e che può essere identificato come la parola etru-
sca indicante questo particolare tipo di piatto, una forma cerami-
ca di origine levantina; il termine è attestato anche in lingua
umbra (probabilmente per prestito dall’etrusco), nel rituale
descritto nelle tavole di Gubbio, dove identifica verosimilmente
delle suppellettili cultuali. Il senso dell’iscrizione è quindi: “io
(sono lo) spanti (= piatto) di Nuzinai”.
BIBLIOGRAFIA: identificazione del termine in COLONNA 1973-74, p. 146; ora cfr.
BAGNASCO GIANNI 1993; PROSDOCIMI 1993.

69. CIE 11444 = ET AV 2.1


Zampa di tripode in bronzo rinvenuta nella tomba a fossa X della
necropoli della Banditella di Marsiliana d’Albegna; il contesto indi-
ca una datazione al secondo quarto del VII secolo. L’iscrizione è
graffita con tratto sottile.

mi laives sukisnas

L’iscrizione, in scriptio continua, non presenta problemi di seg-


mentazione. I tre sigma sono tutti progressivi, una caratteristica che
proprio in ambito vulcente si manifesta con una certa antichità. Va
notata la grafia con kappa davanti a i, anomala in ambito meridiona-
le; non bisogna però dimenticare l’alta antichità del documento, che
potrebbe testimoniare una grafia ancora non fissata. Il testo è una
normale iscrizione di possesso redatta secondo il formulario
dell’”iscrizione parlante”. Il prenome maschile Laive è piuttosto

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raro, così come il gentilizio Sukisna, che trova però un’altra attesta-
zione in una iscrizione di probabile provenienza cerite di fine VII –
inizi VI secolo.
BIBLIOGRAFIA: CRISTOFANI 1973-74, pp. 151-153.

70. ET Vt 3.1
Kyathos su alto piede proveniente dalla tomba a camera BB6 della
necropoli del Casone, presso Monteriggioni; nella camera era depo-
sto un defunto incinerato dentro un’olla. Tutti i materiali sono
dispersi, tranne questo kyathos, oggi conservato presso il Museo
Guarnacci di Volterra. L’iscrizione corre sull’ampio piede, ed è inci-
sa a caratteri regolari, probabilmente riempiti in origine di una
sostanza di colore bianco per far risaltare meglio il testo.

mini muluvanice vhlakunaie venel

Iscrizione di dono con l’oggetto parlante espresso dal pronome


all’accusativo, il verbo, e il soggetto (il donatore) con onomastica
bimembre con prenome posposto al gentilizio (una delle pochissi-
me attestazioni di questo tipo di formulario nella fase arcaica). Il
suono /f/ è espresso, come di norma nel VII secolo, dal digramma
vh. La traduzione è quindi: “mi ha donato Venel Flakunaie”. Nella
grafia delle velari convivono elementi meridionali (muluvanice) e
settentrionali (vhlakunaie); per giunta va segnalato il singolare
gamma a uncino del tipo noto dall’alfabetario di Marsiliana d’Albe-
gna. Tutte queste caratteristiche fanno ritenere che l’iscrizione,
nonostante la marca di settentrionalità nella grafia del gentilizio
del donatore dovuta verosimilmente a una richiesta precisa da
parte di quest’ultimo, sia stata redatta in realtà in ambiente meri-

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dionale, e precisamente in quella medesima bottega localizzabile a


Cerveteri alla quale sono attribuibili tutti i kyathoi di questa parti-
colare forma, lisci o decorati a rilievo ed excisione, spesso con l’im-
piego di paste colorate (rosse o bianche) per far risaltare decorazio-
ne e iscrizioni, e frequentemente anche iscritti sul piede. Le carat-
teristiche costanti di tutte queste iscrizioni, che sono le uniche ad
impiegare il gamma a uncino, e la loro eccezionale accuratezza,
fanno ritenere che siano state redatte nella medesima bottega che
produceva i kyathoi, attiva nel secondo quarto – decenni centrali
del VII secolo. Gli esemplari iscritti provengono da contesti di
notevole livello di Vetulonia (tomba del Duce: ET Vn 0.1) e
Cerveteri (tomba Calabresi: ET Cr 0.1; tomba 1 di S. Paolo); l’esem-
plare di S. Paolo reca una semplice iscrizione di dono simile a quel-
la qui considerata, mentre gli altri due sono provvisti di testi lun-
ghi e complessi anch’essi inquadrabili nel contesto del circuito del
dono. Frammenti di kyathoi di questo tipo sono stati rinvenuti
anche in una tomba di S. Angelo a Bibbione (S. Casciano in Val di
Pesa) e in contesti abitativi di carattere principesco, quali il primo
palazzo di Murlo e l’abitato di Casalvecchio (al quale si riferisce la
ricca necropoli di Casale Marittimo).
BIBLIOGRAFIA: sulla serie di kyathoi da ultimo SCIACCA 2003, pp. 93-118; da questa
analisi molto puntuale mancano soltanto i frammenti di Murlo, pubblicati in segui-
to (REE 70, 51-52). Sul contesto cfr. la scheda in BAGNASCO GIANNI 1996, p. 265, con
bibliografia precedente.

71. CIE 11233 = ET Vc 3.1


Olla di impasto decorata da costolature e apofisi, proveniente da
commercio antiquario; le circostanze dell’acquisto la fanno attribui-
re con molta probabilità a scavi in una necropoli della città di Vulci
o dei suoi immediati dintorni. La forma è attribuibile alla metà del
VII secolo. L’iscrizione corre a rilievo sulla spalla del vaso, ed è stata
realizzata dal ceramista contestualmente alla decorazione; l’olla è
stata quindi commissionata appositamente per un dono. La crono-
logia ne fa una delle più antiche iscrizioni di dono sinora conosciu-
te. Il vaso è oggi conservato presso il Museo Nazionale Etrusco di
Villa Giulia, a Roma.

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mini muluvanice piana veleqnice

La redazione in scriptio conti-


nua non pone problemi di seg-
mentazione, trattandosi di parole
ben conosciute; l’alfabeto è quello
più diffuso nel VII secolo avanza-
to, con theta ancora crociato, ma
my e ny già di forme ben allunga-
te. Una particolarità da segnalare
è la pi a tre tratti che, se non deriva da una incomprensione del
modello da parte del ceramista (che però traccia le lettere con note-
vole sicurezza, inserendovi anche leggere variazioni di forma che lo
fanno pensare più probabilmente litterato, almeno a livello di base),
fa riferimento a quel tentativo di riforma dell’alfabeto in senso
euboizzante documentato dall’alfabetario di Marsiliana e da alcune
iscrizioni di notevole impegno tutte concentrate proprio attorno alla
metà del VII secolo (cfr. scheda precedente).
Il testo è redatto secondo il formulario di dono più comune,
diretto, secondo il modello della “iscrizione parlante”, ossia con
l’oggetto che parla in prima persona. Mini è l’accusativo del prono-
me personale di prima persona; muluvanice è il perfetto del verbo di
dono che caratterizza, come si è detto, i doni fra uomini (e solo in
parte quelli agli dei, evidentemente per estensione del medesimo
circuito): “mi ha donato Piana Veleqnice”. La forma del verbo, com-
pletamente vocalizzata in una sequenza di sillabe aperte, è una
delle più diffuse nella fase arcaica, in concorrenza con forme varia-
mente semplificate e vocalizzate. Piana è un prenome maschile
piuttosto raro; il gentilizio Veleqnice non è altrimenti attestato: que-
sto è un fatto relativamente comune in tutta la fase arcaica, che ha
una documentazione ancora sparsa e saltuaria, con la sola eccezio-
ne delle iscrizioni funerarie orvietane.

72. ET OA 2.25
Coppetta su alto piede di impasto pervenuta al Museo del
Louvre tramite l’acquisizione della collezione Campana. La
forma del vaso rende probabile una sua provenienza da ambito
cerite, come d’altra parte molti dei numerosissimi oggetti che
componevano la famosa collezione del banchiere romano. La
forma viene datata al secondo-terzo quarto del VII secolo.

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L’iscrizione è graffita con andamento destrorso in senso capovol-


to rispetto al vaso, in scriptio continua.

mi laucies mezenties

I caratteri grafici presentano un aspetto particolarmente antico,


tipico delle iscrizioni ceriti della prima metà del VII secolo, con m
ancora con primo tratto non prolungato, u a forma di Y, e di forma
simmetrica. L’iscrizione è redatta secondo il normale formulario di
possesso con oggetto parlante, formato dal pronome mi seguito dal
genitivo del nome, bimembre. Il prenome Laucie è noto nell’Etruria
arcaica anche in funzione di gentilizio. Quello che più colpisce in
questa iscrizione è però il gentilizio Mezentie, che ricorda il virgilia-
no Mezentio re di Caere; la forma linguistica di questo gentilizio
sembra tradirne una origine non etrusca, forse da identificare in
quella forte componente latino-italica presente nel campione socia-
le ceretano epigraficamente noto (e quindi socialmente selezionato)
fin dalla più remota antichità.
BIBLIOGRAFIA: GAULTIER, BRIQUEL 1989; GAULTIER, BRIQUEL 1989 A; BRIQUEL 1989; DE
SIMONE 1991; sulla collezione Campana cfr. tra gli altri, GAULTIER 1992; SARTI 2001.

73. CIE 3234 = ET Cl 3.2


Olla di impasto nero graffito conservata al Museo Archeologico
Nazionale di Chiusi, dove è pervenuta dalle collezioni comunali; la
provenienza da ambito chiusino è altamente verosimile. La forma è
vicina al tipo Minetti 1 a (MINETTI 2004, p. 462), che si data tra la
metà e il terzo quarto del VII secolo; il tipo di decorazione resta per
ora privo di confronti. L’iscrizione, graffita, corre sulla spalla, alla
base del collo, in scriptio continua.

mine viku muluevneke arpaś kamaia

La forma delle lettere è quella tipica della più antica scrittura


chiusina, con traversa dell’alfa sempre discendente che la distingue

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dalle scritture coeve delle altre aree dell’Etruria settentrionale inter-


na. L’ortografia è regolarmente settentrionale. L’iscrizione presenta
un formulario di dono in forma attiva, con l’oggetto che parla in
prima persona, ed è indicato dal pronome all’accusativo mine
(forma alternativa al più comune mini, insieme a mene); il verbo di
dono è nella forma con metatesi di e e v (muluevneke per muluvene-
ke), un tipo di errore che ricorre anche in altri casi e che potrebbe
nascere da una svista di tipo fonetico piuttosto che grafico. La forma
ha vocalizzazione sempre in -e- dopo la radice mulu-: si tratta di una
delle molte grafie alternative, che sta a indicare come le vocali delle
sillabe posttoniche (destinate a cadere nella fase recente) dovessero
essere già nella fase arcaica suoni quasi indistinti, che potevano
essere scritti in modi diversi. L’autore del dono (e soggetto del
verbo) è Viku, nome isolato che, come in molte occorrenze simili,
può essere interpretato come prenome o gentilizio; l’uscita in -u è
poco risolutiva. Il confronto con le altre iscrizioni di dono con for-
mulari asimmetrici tra donatore e donatario fanno propendere per
un prenome o nome individuale; è possibile che in questo antropo-
nimo debba vedersi la forma arcaica del gentilizio chiusino Vecu. La
donataria, come di consueto al genitivo “di dedica”, è Arpa Kamai;
il prenome è isolato (a parte il possibile confronto con un Arpu spi-
nete, che rientrerebbe tra i numerosi punti di contatto tra l’onoma-
stica delle due città), così come il gentilizio, che si potrebbe suppor-
re formato sulla stessa base del più noto Camu. Come in tutte le
dediche con formulario asimmetrico, il donatore è un uomo e la
donataria una donna; non si può escludere quindi che si tratti di
doni nuziali o piuttosto da padre a figlia (cosa che giustificherebbe
l’omissione del gentilizio del donatore).

74. ET OA 2.2
Aryballos ovoide di bucchero collegato a tipi protocorinzi del terzo
quarto del VII secolo; si tratta di una forma relativamente rara nel
bucchero, che non di rado funge da supporto per iscrizioni di pos-
sesso, evidentemente collegate al dono del prezioso contenuto del-
l’oggetto. Questo esemplare, di provenienza ignota ma certamente
etrusco-meridionale (la produzione è attribuita a Cerveteri), si trova
ora, dopo diversi passaggi di proprietà, nella collezione archeologi-
ca della New York University. L’iscrizione è graffita su una fascia
risparmiata sulla spalla.

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mi larqaia telicles lectumuza

I caratteri, con a a traversa


calante, non sono di tipo cerite; è
probabile quindi che la prove-
nienza debba essere cercata in un
altro centro meridionale. L’iscri-
zione di possesso, con il pronome
di prima persona, definisce il vaso
con il nome lectumuza, una forma di diminutivo in -za attestata
anche in altri nomi etruschi di vasi di piccole dimensioni, sulla base
del nome greco lh́kuqov; forse non a caso anche in greco il diminu-
tivo lhkúqion è usato per indicare dei vasetti portaprofumi. Il nome
del proprietario ha prenome femminile e gentilizio maschile, secon-
do un uso ricorrente nell’epigrafia arcaica, soprattutto ma non
esclusivamente di Cerveteri; larqaia è genitivo (naturalmente con la
desinenza arcaica -a) di Larqai, femminile arcaico di Larq (recente
Larqi), alla base della forma recente Larqeal (con il passaggio ai>e
comune nella evoluzione della lingua etrusca). Il gentilizio Telicles
è calcato su un nome greco e testimonia che il padre o un avo della
donna ricordata in questa iscrizione doveva essere un immigrato,
che ha poi assunto la cittadinanza adottando il proprio nome perso-
nale come gentilizio, senza l’aggiunta di alcun suffisso (entrambe le
possibilità sono attestate nell’epigrafia etrusca arcaica, e non è pos-
sibile concludere con certezza se vi fosse una qualche differenza di
condizione sociale tra coloro che seguivano l’una o l’altra: cfr. sche-
da 30).
BIBLIOGRAFIA: elenco degli aryballoi di bucchero di questo tipo, iscritti e non, in REE
70, 33 [L. Ambrosini], con ampia bibliografia precedente; su questo vaso v. ora
BONFANTE 2005. Sul nome del vaso: DE SIMONE 1968-70, I, p. 89; sui nomi etruschi di vasi
cfr. scheda 77. Per le iscrizioni arcaiche con prenome femminile e gentilizio maschile
cfr. la lista in NASO 1991, pp. 105-106 e nota 149. Suffisso -za: AGOSTINIANI 2003.

75. REE 60, 19


Fibula d’oro a navicella decorata a granulazione di provenienza
sconosciuta, conservata al Museum of Art di Dallas, dove è giunta
insieme a una ricca collezione di oreficerie etrusche, greche e roma-
ne. Il tipo è databile attorno al 630 a.C. L’iscrizione è incisa sulla lun-
ghissima staffa, come è documentato anche sull’esemplare forse
cerite ET Cr 2.26 e su quello vulcente ET Vc 2.2, oltre che sulla cele-

187
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bre fibula prenestina con iscrizione latina di autenticità molto dibat-


tuta. A questa serie può essere aggiunta anche la fibula di
Castelluccio (ET Cl 2.3; v. scheda seguente), sulla quale però l’iscri-
zione è eseguita anch’essa a granulazione.

mi mulu araqiale qanacvilus prasanaia

L’iscrizione è redatta in grafia meridionale, che rappresenta l’uni-


co indizio sulla sua possibile area di provenienza; una sola delle a
ha traversa ascendente, una occorrenza che rende meno probabile
una origine cerite. Il formulario di dono è redatto in forma passiva,
con pronome di prima persona mi che funge da soggetto, il partici-
pio passato mulu, il nome della persona dalla quale proviene il dono
al pertinentivo (come di norma nelle formule di dono al passivo), e
il destinatario del dono in genitivo di dedica. Il donatore è indicato
con il solo prenome Araq (grafia arcaica del recente Arnq); il desti-
natario, una donna, ha invece formulario bimembre, con il diffusis-
simo prenome Qanacvil (nella forma vocalizzata in -a- più comune
nella fase arcaica) e il gentilizio Prasanai, formato su una base che è
la medesima dello spinete Prasalu (ET Sp 2.84), documentato nella
forma praśalu su una ciotola di provenienza ignota forse anch’essa
da Spina (GASPERINI 1978), e che è probabilmente equivalente al
perugino Prazlu (noto dal metronimico prazlual: CIE 3393 = 4490
corretto in Perugia 2004, p. 54 n. 182); la base è la medesima anche
del gentilizio – sempre perugino – Praśi (ET Pe 1.24).
BIBLIOGRAFIA: sulle fibule d’oro iscritte in generale CRISTOFANI 1984, p. 322; su que-
sta fibula anche BURANELLI 1996, oltre alla scheda della REE, alla quale si rimanda per
la bibliografia sul tipo; cfr. anche DE SIMONE 1996 B. Sulla fibula prenestina si veda la
scheda in Principi 2000, pp. 325-326, n. 440 [E. Mangani], con bibliografia precedente.

76. ET Cl 2.3
Fibula a drago in oro decorata a granulazione, proveniente proba-
bilmente da Castelluccio di Pienza, centro del territorio chiusino che
ha restituito altre iscrizioni della fase arcaica, tra le quali un lastro-
ne reimpiegato come porta di una tomba che conserva la più lunga
iscrizione lapidaria arcaica sinora nota (cfr. p. 267). La fibula è oggi
conservata a Parigi, al Museo del Louvre. L’iscrizione è stata realiz-

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zata sulle due facce della staffa con la tecnica della granulazione,
quindi dal medesimo orefice autore della decorazione della fibula,
evidentemente su richiesta precisa del committente, che la ha desti-
nata fin dal principio a un dono. Il confronto con manufatti analo-
ghi permette una datazione attorno al 630.

mi araqia velaveśnaś zamaqi man/urke mulvenike tursikina

La seconda faccia è danneggiata a causa della caduta di molti dei


granuli che componevano le lettere; il testo si è potuto stabilire gra-
zie ad alcune macrofotografie che hanno permesso di intravedere le
tracce dei globetti perduti. I caratteri grafici, al di là del generico
riconoscimento dell’ortografia settentrionale (uso di k e desinenza
del genitivo scritta -ś ), non presentano particolari elementi distinti-
vi, anche perché sono realizzati con un mezzo scrittorio piuttosto
insolito, che rende difficile qualunque confronto. Il testo è composto
da due sintagmi; una prima parte indica il possesso (con il normale
formulario dell’oggetto parlante con pronome di prima persona), il
secondo il dono, in forma attiva (nome del donatore e verbo di
dono). Il proprietario (e quindi destinatario del dono già fin dalla
commissione del prezioso oggetto) è Araq Velaveśna; Araq è natu-
ralmente la forma arcaica del comune prenome Arnq, qui declinato
al genitivo, anch’esso con l’uscita più comune nella fase arcaica
(ancora priva della -l che comparirà solo in seguito). Il termine
zamaqi è altrimenti ignoto; la mancanza di qualunque suffisso
distintivo fa pensare che si tratti di un elemento riferito alla fibula
stessa, soggetto del primo sintagma. La seconda parte comprende
un altro nome con formula bimembre; fra il prenome e il gentilizio
è inserito il verbo mulvenike, una delle possibili redazioni del perfet-
to del verbo di dono più ampiamente usato nella fase arcaica. Il pre-
nome Manurke è probabilmente esito di un errore di scrittura per
Mamurke, una delle possibili vocalizzazioni del prenome arcaico
più noto come Mamarce (cfr. il latino Mamercus), poi semplificato-
si in Marce; l’errore è dovuto a uno sbaglio da parte dell’orefice nel
calcolo dello spazio da destinare alle lettere: giunto al termine della
prima faccia, la piccola parte di staffa residua non gli ha permesso
di inserire tutta la m. Il gentilizio Tursikina, tuttora privo di confron-
ti, è probabilmente esito della trasformazione in aggettivo patroni-

189
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mico (con il suffisso più comune, -na), di un nome individuale che


potrebbe essere in realtà derivato dall’eteronimo per “etrusco”: in
pratica, un antenato di Mamurke Tursikina doveva essersi recato
per un periodo di tempo abbastanza lungo in un’area esterna
all’Etruria, dove era stato chiamato “Etrusco” (con il nome che quel
popolo usava per designare gli Etruschi); rientrato successivamente
in patria, avrebbe non solo conservato quel nome, ma lo avrebbe
anche usato (lui o un suo figlio) come base per formare il nome
familiare ereditario. La eccezionale qualità della fibula ci informa
che questo scambio di doni deve essere avvenuto al livello di verti-
ce della società chiusina del tempo; d’altra parte, se è vero che l’ori-
gine dell’epigrafia etrusca stessa (sostanzialmente nel sud, soprat-
tutto a Cerveteri) è connessa con il circuito del dono tra aristocrati-
ci, questo appare ancora più evidente proprio in ambito etrusco-set-
tentrionale (chiusino soprattutto), dove le prime iscrizioni, più
tarde di un paio di generazioni rispetto a quelle ceriti, sono signifi-
cativamente concentrate su oggetti di pregio: l’unica iscrizione chiu-
sina più antica di questa, è quella di possesso plikaśnaś sulla celebre
situla di argento dorato del Museo Archeologico di Firenze. La tra-
duzione complessiva è: “io (sono) zamaqi di Araq Velaveśna;
Mamurke Turśikina ha donato”.
BIBLIOGRAFIA: sulla fibula CRISTOFANI, MARTELLI 1983, p. 282, n. 106 e Principi 2000,
p. 325 n. 439; per le incertezze sulla provenienza v. MARZI 1981, p. 37 doc. 20 smentito
da p. 45 doc. 37. Sull’iscrizione, decisive le macrofotografie in HEURGON 1971 (lettura
corretta in REE 40, 89); cfr. anche DE SIMONE 1993 per Tursikina. Sulla situla di Plikaśna
cfr. CRISTOFANI, MARTELLI 1983, pp. 285-286, n. 116 e Principi 2000, p. 230 n. 256.

77. ET Cr 2.34+35
Olla di impasto proveniente dalla camera di fondo della Tomba dei
Denti di Lupo, una piccola sepoltura a due camere posta sul colle
della Bufolareccia, estrema propaggine orientale della grande
necropoli cerite della Banditaccia. I resti del corredo, recuperati gra-
zie all’intervento di volontari dopo una prima apertura della tomba
ad opera di clandestini, permettono di inserire l’olla in un gruppo
di materiali databili a cavallo tra la fine dell’Orientalizzante Medio
e l’inizio dell’Orientalizzante Recente (640-620). Le due iscrizioni
sono graffite in scriptio continua sulla spalla dell’olla, sulle due facce
opposte. Oltre alle due iscrizioni sul vaso c’è anche una sigla mono-
letterale (una e).

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mi pupais qina karanas


[mi] pupaias karkanas qina

Le forme della scrittura, con m e n contraddistinte dal primo trat-


to ancora non allungato, ricorrono nelle iscrizioni ceriti di pieno VII
secolo. La seconda iscrizione è mutila nella parte iniziale; poiché il
testo è sostanzialmente identico al primo, è probabile che vi si
debba integrare un mi. La ripetizione della iscrizione di possesso
(redatta con il consueto formulario dell’oggetto parlante, con il pro-
nome di prima persona) è dovuta probabilmente alla presenza di
due errori di scrittura nella prima stesura (omissione della seconda
a di pupaias e del secondo k di karkanas); la seconda rivela tra l’altro
probabilmente l’intervento di una mano diversa, più sicura, oltre
che nell’ortografia, anche nel ductus delle lettere; l’uso dei sigma
progressivi e del q già a cerchio vuoto indicano una sua dimesti-
chezza con forme grafiche che all’epoca erano piuttosto innovative.
Quindi tutto sembra indicare che uno scriba esperto ed aggiornato
sia intervenuto a correggere l’errore commesso da un collega meno
capace; la presenza di errori di scrittura di questo tipo è relativa-
mente frequente nell’epigrafia etrusca, sia della fase arcaica che di
quella recente: e il fatto che simili errori ricorrano soprattutto nei
nomi di persona non sorprende, perché gli antroponimi hanno una
varietà che sfugge alla ortografia mnemonica delle parole di uso
comune (il problema esiste ancora oggi per quelle lingue moderne,
come l’inglese e il francese, che hanno molti omofoni non omogra-
fi). Il proprietario dell’olla è una donna, di nome Pupaia Karkana(s);
la forma maschile del gentilizio (che la declinazione al genitivo
dovuta all’espressione di possesso non permette di capire se fosse
intesa con la desinenza del genitivo afunzionale o meno) in formu-
le onomastiche femminili è fenomeno ricorrente, soprattutto (ma
non esclusivamente) nella fase arcaica, e soprattutto (ma non esclu-

191
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sivamente) a Cerveteri; non è chiaro se in esse debba vedersi un


gamonimico, oppure se in alcune famiglie il gentilizio non veniva
declinato al femminile e si sceglieva di usare l’uscita del maschile
per entrambi i generi. Il termine qina è quello ben attestato che indi-
ca l’olla. La traduzione suona quindi “io (sono l’)olla di Pupaia
Karkana”. Il gentilizio Karkana (legato certamente al prenome
Karcuna noto a Veio) è attestato da un gruppo di tre iscrizioni di
provenienza cerite certa o presunta conservate al Museo del Louvre,
dove arrivarono forse con la Collezione Campana (che comprende-
va moltissimo materiale di Cerveteri), anche se mancano testimo-
nianze certe; è interessante che i testi siano simili per ductus e per
formulazione: su due oinochoai si trova iscritto mi qutum karkanas
(qutum è nome di vaso di origine greca che sembra designare le
forme chiuse), e su un calice si legge mi karkanas qavhna (con il
digramma arcaico vh per /f/; qafna è termine che designa per l’ap-
punto il calice). È probabilmente allografia il gentilizio Kakana,
noto da una iscrizione di possesso su un vaso d’argento apparte-
nente al ricco corredo della Tomba del Duce di Vetulonia (CIE
12098), nella quale fu rinvenuto anche uno dei celebri kyathoi di
bucchero con lunga iscrizione sul piede (cfr. scheda 70 e p. 263).
BIBLIOGRAFIA: sulla tomba dei Denti di Lupo: NASO 1991 (iscrizioni a pp. 101-126).
Nomi etruschi di vasi: COLONNA 1973-74; COLONNA 1984B; COLONNA 1988-89;
MARTELLI 1989; COLONNA 1994A. Gli errori di scrittura non mancano anche nelle iscri-
zioni latine: in generale SOLIN 1995.

78. Le anfore vulcenti


Vulci ha una produzione di anfore vinarie piuttosto precoce ed este-
sa, che la pone in forte concorrenza con Cerveteri sui mercati del
Mediterraneo occidentale; una concorrenza che soprattutto nella
fase iniziale del commercio marittimo etrusco in quest’area (tra i
decenni finali del VII e la prima metà del VI secolo) vede in primo
piano proprio Vulci. All’interno di questa ampia produzione esiste
una serie di anfore, rinvenute esclusivamente nella città e nei suoi
immediati dintorni, che reca iscrizioni dipinte (probabilmente
prima della cottura, quindi su commissione esplicita), che ne indi-
cano la destinazione al circuito del dono tra persone; il ritrovamen-
to, quando è conosciuto, è sempre in tomba. Gli esemplari di prove-
nienza sconosciuta in ogni caso sono stati anch’essi molto probabil-
mente trovati in tombe, dal momento che sono integri. Di seguito si
presentano alcuni esemplari di questa serie.

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78.1 CIE 11006 = ET OA 2.3


Anfora rinvenuta a Vulci negli scavi del 1837 nella necropoli di
Camposcala, e conservata presso il Museo Gregoriano Etrusco del
Vaticano.

mi araqiia secilas

L’alfabeto è quello comune a Vulci nel tardo VII secolo, con theta
ancora crociato, my e chi di forma già allungata; un sigma è ancora
della forma originaria retrograda, l’altro è già ribaltato (fenomeno
che a Vulci è particolarmente precoce, attestato già nell’ultimo tren-
tennio del VII secolo). Singolare la presenza di alfa con traversa
montante nel senso della scrittura, che è normale a Cerveteri ma
piuttosto rara altrove; a Vulci questa particolarità ricorre proprio in
questa serie di iscrizioni. Il formulario è quello comune delle “iscri-
zioni parlanti” di possesso, con il pronome di prima persona mi
seguito da nome personale in genitivo: “io (sono) di Araq Secila”.
Araq è la forma più antica del comunissimo prenome maschile, poi
diventato Aranq e infine Arnq; il gentilizio Secila è altrimenti scono-
sciuto. La presenza di formulari di dono in questa serie di anfore fa
pensare che anche quelle di possesso (come questa) debbano essere
interpretate con significato di dono: il possessore è il primo donato-
re dell’oggetto (e, molto verosimilmente, del suo ben più pregiato
contenuto).

78.2 CIE 11158 = ET Vc 2.7


Anfora rinvenuta a Vulci in circostanze ignote, ricomposta da
frammenti e conservata presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa
Giulia a Roma.

mi epunianas

193
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La lacuna dovuta alla mancanza di un frammento non pone par-


ticolari problemi di integrazione; infatti, dopo la p deve trovarsi una
vocale, che l’orientamento dell’asta superstite indica in una u; quin-
di la consonante successiva, per ragioni di spazio, deve essere
necessariamente n. La grafia è simile all’iscrizione precedente. Il
possesso è indicato con un antroponimo isolato; la terminazione in
-na dovrebbe permetterne una identificazione come gentilizio,
anche se esistono alcuni prenomi con questa medesima desinenza.

78.3 CIE 11234 = ET Vc 3.2


Anfora proveniente da commercio antiquario (ma certamente di
ambito vulcente), conservata presso il Museo Archeologico
Nazionale di Tarquinia.

mi larqiale melacinasi mulu

Grafia simile alle iscrizioni precedenti (ma con alfa a traversa


calante); il formulario è quello di dono indiretto, al passivo, con il
verbo nella forma di participio passato mulu, “donato”; l’espressio-
ne è sempre quella dell’iscrizione parlante. Come di consueto, il
participio è accompagnato da un antroponimo al pertinentivo, un
caso che non ha una traduzione precisa, tanto che in alcuni formu-
lari può concorrere con il genitivo (presupponendone un significa-
to affine). Nelle iscrizioni di dono, al contrario, genitivo e pertinen-
tivo hanno occorrenze nettamente distinte: il genitivo esprime inva-
riabilmente il destinatario di un dono, il pertinentivo indica il dona-
tore. La traduzione è quindi: “io (sono) stato donato da parte di
Larq Melacina”. Anche in questo caso il gentilizio è altrimenti sco-
nosciuto.

79. Le iscrizioni di Portonaccio


Il santuario di Portonaccio, immediatamente al di fuori delle mura
di Veio, è particolarmente celebre per l’apparato decorativo esposto
al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che comprende fra l’al-

194
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tro anche la famosa serie di statue acroteriali (l’Apollo, l’Eracle con


la cerva, la Minerva, e molte altre). Negli scavi del complesso (che
comprende non solo il famoso tempio, ma anche numerose altre
strutture, racchiuse entro un muro di temenos più volte ampliato)
sono state rinvenute numerose iscrizioni, per lo più di dono. Molte
di queste iscrizioni presentano caratteri paleografici uniformi, oltre
a una serie di accorgimenti del tutto particolari (uso relativamente
frequente del segno a croce di sibilante, ductus destrorso in un
numero rilevante – ancorché minoritario – di esemplari, uso fre-
quente dell’interpunzione sillabica), che hanno fatto pensare all’esi-
stenza di una scuola scribale operante proprio in connessione con il
santuario. In effetti, il concorrere di questi tratti caratteristici in iscri-
zioni provenienti da altri contesti o da altre città è del tutto sporadi-
co, e in più di un caso si può supporre che gli oggetti siano partiti
già iscritti da Veio. Il materiale epigrafico si concentra per la mag-
gior parte nel VI secolo, ed appartiene quindi per lo più ad una fase
precedente al celebre tempio, realizzato proprio verso la fine del
secolo stesso; la presenza di teonimi nelle iscrizioni è del tutto occa-
sionale, coerentemente proprio con l’alta antichità di questi materia-
li, che risalgono a un’epoca nella quale la categoria dell’iscrizione
sacra non era ancora ben definita e i doni agli dei entravano nel
medesimo circuito ideale dei doni fra uomini. Per questo motivo,
secondo il criterio tipologico che si è scelto in questa sede e si è già
evidenziato all’inizio del capitolo, le iscrizioni di Portonaccio, con
formulari di dono senza destinatario quando non di semplice pos-
sesso, non vengono inserite fra le sacre; ciononostante va tenuto
presente che la destinazione finale dei doni – visto il contesto di rin-
venimento – deve essere intesa certamente come sacra, anche se non
necessariamente in tutti i casi questa destinazione sarà stata quella
primaria (un oggetto che si muove lungo il circuito del dono può
pervenire a un dio dopo essere stato già donato fra uomini). Si pre-
sentano in questa sede alcune delle iscrizioni rinvenute negli scavi
condotti da Massimo Pallottino presso l’altare che si trova sul lato
opposto del santuario rispetto al grande tempio, e che probabilmen-
te era sede di un culto di Menerva (equivalente alla Minerva roma-
na, e rappresentata nell’arte etrusca secondo l’iconografia
dell’Atena greca).

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79.1 ET Ve 3.11
Alto piede di calice o sostegno in bucchero; l’iscrizione è graffita a
metà altezza, inserita in un insieme di decorazioni graffite ripetute
tutto attorno all’oggetto, e che hanno qualche somiglianza con segni
alfabetici.

mine muluv[an]ece .a.vile vipiie.n.na.s.

Notare l’uso dell’interpunzione sillabica, quasi perfetto. La for-


mula di dono è quella attiva del tipo più comune, con l’oggetto par-
lante in prima persona; l’accusativo del pronome di prima persona
mine è una delle possibili varianti grafiche, tutte largamente attesta-
te a Portonaccio come altrove (le altre sono mene e la più comune
mini). Il maggiore elemento di interesse di questa iscrizione è che il
donatore è omonimo del celebre Aulo Vibenna, personaggio noto
dalle fonti storiche romane, e rappresentato anche nella famosa
scena mitistorica raffigurata sulla parete destra del cosiddetto tabli-
no della Tomba François di Vulci; questo documento ci mostra che
è certamente esistita una persona con questo nome (Avile
Vipiiennas è naturalmente la grafia arcaica ipervocalizzata, con la
-s del genitivo afunzionale nel gentilizio), che ha frequentato il san-
tuario veiente più o meno nella stessa epoca in cui la maggior parte
degli storici romani collocano l’arrivo avventuroso dei fratelli
Vibenna a Roma (l’epoca di Servio Tullio).

79.2 ET Ve 3.6
Oinochoe di bucchero con ansa a rotelle; l’iscrizione è graffita sul-
l’elemento orizzontale di raccordo tra l’ansa e la bocca del vaso.

mine mulvanice karcuna tulumnes°


L’iscrizione presenta alcuni caratteri di seriorità rispetto alla pre-
cedente, che ben si accordano con la cronologia del vaso, che con-

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duce a un momento più avanzato, sempre all’interno del VI secolo.


L’interpunzione sillabica è ormai abbandonata, così come è caduto
l’uso di q davanti a u, un’antica norma grafica che la scuola scritto-
ria veiente cercò di rispettare molto più di qualunque altra. Anche
il verbo comincia a mostrare i primi segni della caduta delle vocali
interne. Il personaggio arricchisce la galleria dei celebri frequenta-
tori del santuario: infatti il gentilizio, noto anche da un’altra dedica
dal medesimo santuario (ET Ve 3.2), oltre che da due iscrizioni di
dedica molto più tarde (probabilmente del III secolo) redatte ormai
in latino, rinvenute l’una sempre a Portonaccio (e indirizzata a
Menerva) e l’altra nel santuario urbano di Campetti (e rivolta a
Cerere), è il medesimo di un tale Lars Tolumnius re di Veio ricorda-
to da Livio come protagonista di una delle fasi della guerra della
città etrusca contro Roma. Il prenome Karcuna rientra nella serie dei
prenomi arcaici in -na, ed è certamente imparentato con il Karkana
noto a Cerveteri come prenome ma anche come gentilizio.

79.3 ET Ve 3.14
Orlo di coppa in ceramica etrusco-corinzia; l’iscrizione è dipinta in
bianco su una fascia bruna sull’esterno dell’orlo.

mini mulvanice velqur qurtiniie


Si noti l’uso ancora corretto di q davanti a u. Il gentilizio del per-
sonaggio (che non ha l’uscita del genitivo afunzionale, come accade
di solito in presenza della coppia di suffissi na+ie > -nie), attestato
anche altrove in forme affini, è probabilmente formato sulla mede-
sima base del poleonimo di Cortona. L’uso di iscrizioni di dono
dipinte su ceramica è piuttosto raro (anche se non si può escludere
che questa categoria sia sottorappresentata per problemi di conser-
vazione), e spesso può far supporre una loro realizzazione su com-
missione nella medesima bottega che ha prodotto il vaso, evidente-
mente destinato fin dalla sua origine ad essere donato. In questo
caso, tuttavia, la sovradipintura sopra una delle fasce della decora-
zione può far pensare che sia stata eseguita dopo la cottura del vaso,
e quindi non necessariamente ad opera del ceramista.

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BIBLIOGRAFIA: gli scavi di Pallottino nel santuario di Portonaccio sono ora editi in
Portonaccio 2002; le schede sulle tre iscrizioni, alle quali si rimanda per la ricca biblio-
grafia, sono rispettivamente a pp. 167-168 e 262-264 n° 82; 176 e 267 n° 210; 182 e 271
n° 363. Sul santuario in generale v. Veio, Cerveteri, Vulci 2001, pp. 37-44 (e scheda del-
l’iscrizione 79.2 a pp. 45-46). Per le iscrizioni votive etrusche in genere è d’obbligo il
rimando al fondamentale COLONNA 1989-90A.

80. ET Li 2.4
Ciotola di impasto nero facente parte di un gruppo di materiali
donato alla fine del XIX secolo al Museo Civico di Pisa e indicato
come proveniente dalla località Baraglino di Querceta (Comune di
Seravezza); è possibile che si tratti del corredo di una tomba a inci-
nerazione di tipo ligure, anche se la mancanza di ulteriori notizie
impedisce di trarre conclusioni certe. I materiali sembrano tutti da
riferire ai primi decenni del VI secolo. L’iscrizione è graffita sul-
l’esterno della vasca, intorno al piede.

mi larquruś

Redazione in scriptio continua


con indicazione di possesso nella
formula dell’oggetto parlante; il
nome del proprietario è indicato
con il solo prenome, Larqur. Il tipo di alfabeto rappresenta la prima
fase della scrittura nell’estremo angolo nord-occidentale dell’Etru-
ria, prima dell’arrivo di mode di probabile origine chiusina nel VI
secolo avanzato. La ciotola di Querceta è uno dei documenti più
importanti che attestano un uso tutto sommato piuttosto diffuso
della lingua etrusca in questo distretto territoriale, che in base agli
aspetti culturali risulta fortemente permeato anche di elementi ligu-
ri, in un dialogo tra compagini etniche che solo in età più avanzata
vedrà il deciso prevalere di una connotazione in senso ligure, poi
travolta dall’espansione romana. La diffusione delle iscrizioni etru-
sche in area ligure tuttavia non si ferma a queste fasce di confine: la
stessa Genova ne ha restituite un discreto numero, segno di una
presenza non trascurabile di Etruschi, che probabilmente vi risiede-
vano anche in funzione del ruolo della città come scalo marittimo.
BIBLIOGRAFIA: sulle iscrizioni etrusche della Versilia: Etruscorum ante quam
Ligurum 1989, pp. 62-65 [A. Maggiani]; sul contesto pp. 134-135 [A. Maggiani]; per gli
aspetti archeologici del territorio anche Museo Archeologico Versiliese 1995 e Liguri
2004, pp. 159-161 e 219-223 [A. Maggiani]; per le iscrizioni etrusche di Genova Liguri
2004, pp. 299-307 [G. Colonna].

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81. CIE 8612


Una eccezionale tomba di Lavinium ha restituito una serie di depo-
sizioni che, contrariamente all’uso rigorosamente rispettato a Roma
e nel Lazio, erano provviste di ricchi corredi scaglionati fra il secon-
do quarto del VI e la metà del IV secolo. Una grande anfora di buc-
chero riferibile alla deposizione più antica recava una iscrizione di
dono incisa sulla spalla (prima della cottura, secondo gli editori),
lungo una fascia marginata evidentemente predisposta per acco-
glierla, e facilmente integrabile nonostante la lacuna.

mini m[uluv]anice mamar.ce a.puniie

Il testo, tracciato con ductus destrorso e in scriptio continua,


impiega parzialmente la interpunzione sillabica. Questi elementi
rimandano inequivocabilmente a matrice veiente: e infatti nella
stessa Veio, nel santuario di Portonaccio, è venuta alla luce una
oinochoe di bucchero (di fattura non dissimile dall’anfora di
Lavinium) con una dedica eseguita dal medesimo personaggio, che
comprende anche il dedicatario, una donna indicata con il gentilizio
Venai al genitivo di dedica (ET Ve 3.5), che evidentemente donò a
sua volta l’oggetto alla divinità. La circolazione di oggetti identici
provvisti di iscrizioni anch’esse più o meno identiche che ricordano
il medesimo donatore è un fenomeno che non manca di confronti:
per esempio un Laris Velcaina dedica due kylikes del raro tipo ceri-
te a scomparti, una integra in collezione privata, proveniente con
ogni verosimiglianza da una tomba di Cerveteri (ET Cr 3.10: v.
anche CRISTOFANI MARTELLI 1975), e l’altra dal santuario di Mater
Matuta a Satricum (CIE 8613 = ET La 3.1); ancora dal santuario di
Portonaccio proviene una oinochoe dedicata da un Avile Acvilna
(ET Ve 3.7), donatore anche di due vasi gemelli da una tomba di
Castro (CIE 11258-11259 = ET Vc 3.4-5). Questo schema di distribu-
zione ricalca esattamente quello del circuito del dono formalizzato
tra aristocratici, che comprendeva come possibile terminale di alcu-
ni oggetti anche il santuario, con la divinità come donatario ultimo.
Se si tiene presente questo tipo di comportamento, non può certo
stupire che in età arcaica le iscrizioni di dono agli dei non si diffe-
renzino da quelle di dono tra uomini; solo con il passaggio all’età
recente, con la scomparsa di modi di comportamento caratteristici

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delle antiche aristocrazie, il dono agli dei raggiunge una propria


precisa espressione formale.
BIBLIOGRAFIA: sulla tomba GUAITOLI 1995; per ET Ve 3.5 è molto più probabile l’in-
terpretazione di Rix come genitivo allomorfo, piuttosto che come un non meglio pre-
cisato “dativo” (AGOSTINIANI 1982, pp. 206-207), dal momento che oggi non può
esserci più alcun dubbio ragionevole che il destinatario di una dedica in etrusco è
espresso al genitivo, mentre il pertinentivo esprime il donatore; la confusione deriva
da una sola iscrizione, ET Cr 3.20, che può essere il risultato di un errore di scrittura,
o eventualmente essere sciolta in modo alternativo. Interpretazione di Venala come
teonimo (non altrimenti attestato) PFIFFIG 1969, p. 89; come antroponimo (come sem-
bra più probabile, vista la presenza del suffisso): AGOSTINIANI 1982, p. 207.
Circolazione dei vasi con iscrizioni di dono: COLONNA 1989-90 A, p. 876.

82. CIE 10964 = ET Vc 6.12


Piattello appartenente al “gruppo Spurinas”, rinvenuto insieme ad
altri esemplari analoghi nella stipe votiva del Carraccio dell’Osteria,
sulla riva destra del fosso che delimita a nord l’area urbana di Vulci;
questa stipe va riferita a uno dei molti luoghi di culto che circonda-
vano la città, presumibilmente collegato con la sistemazione dello
stesso corso d’acqua, il cui spostamento nel procedere dei secoli ha
intaccato le strutture antiche rendendone difficile una precisa inter-
pretazione architettonica. La stipe comprendeva soprattutto vasel-
lame, con una modesta presenza di votivi anatomici e di terrecotte
architettoniche.
L’iscrizione, come di consueto
in questa classe di manufatti, è
dipinta all’interno del cerchio
risparmiato al centro della vasca.

luvcies

I caratteri rientrano piena-


mente nel tipo di scrittura usato
nel “gruppo Spurinas”. Con questo nome si indica una serie di vasi
(piattelli e coppe) dalle caratteristiche morfologiche e decorative
molto uniformi, dotati molto di frequente di iscrizioni dipinte, che
possono riportare sigle, oppure antroponimi o teonimi, sempre al
genitivo. La funzione di queste iscrizioni, realizzate prima della cot-
tura nella medesima bottega che produceva i vasi, è probabilmente
quella di indicare il committente del vaso stesso (quindi, nel caso di
un teonimo, si intenderebbe il santuario), perché l’alto numero di
nomi in relazione a una produzione tutto sommato limitata permet-

200
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te di escludere l’identificazione con marchi di fabbrica. In qualche


caso vasi di questa serie con il medesimo nome o la medesima sigla
sono stati rinvenuti nel medesimo contesto tombale, confermando
la relazione tra iscrizione e proprietà dell’oggetto. Tuttavia, allo
stesso tempo, vasi con la medesima iscrizione possono provenire da
contesti diversi, e, come in questo caso, vasi con antroponimi pos-
sono essere rinvenuti anche in santuari; il tipo di circolazione è
quindi identico a quello delle iscrizioni di possesso arcaiche, con il
nome del possessore che indica il primo proprietario che può esse-
re anche primo donatore dell’oggetto (a un altro uomo oppure a un
dio). Il nome Luvcie attestato in questa ed in altre iscrizioni (luecies
di REE 64, 38, anch’esso da un santuario, quello di Pyrgi, è proba-
bilmente errore di scrittura per luvcies), che rappresenta una delle
possibili rese grafiche dell’antroponimo scritto in età arcaica anche
nella variante Laucie, è testimoniato tanto come prenome che come
gentilizio; una interpretazione definitiva non è possibile, dal
momento che nel “gruppo Spurinas” si incontrano entrambi gli ele-
menti onomastici. Questa classe di vasi è diffusa con particolare fre-
quenza proprio in ambito vulcente, dove si doveva trovare certa-
mente la bottega più importante, anche se ne è stata ipotizzata una
produzione più modesta in altri centri (Cerveteri, Orvieto e forse
anche un centro dell’Etruria settentrionale); la sua datazione com-
prende l’ultimo quarto del VI e il primo quarto del V secolo.
BIBLIOGRAFIA: Sul “gruppo Spurinas” fondamentale BERNARDINI 2001 (questo
esemplare a p. 129, n. 38); sul santuario di Carraccio dell’Osteria da ultimo BURANELLI
1994, pp. 47-54; a questi testi si rimanda per la bibliografia precedente. Sulla localiz-
zazione dei santuari di Vulci in generale Veio, Cerveteri, Vulci 2001, pp. 179-180 e fig. 1.

83. ET Fe 2.20
Ciotola di ceramica acroma rinvenuta nella tomba 405 della necro-
poli della Certosa, il più grande sepolcreto di Bologna etrusca, che
si estendeva a occidente dell’abitato, con una complessa sistemazio-
ne monumentale articolata probabilmente su un reticolo di strade di
servizio. Il corredo della tomba, conservato presso il Museo Civico
Archeologico di Bologna, permette una datazione a cavallo tra la
fine del VI e l’inizio del V secolo; si trattava di una deposizione sin-
gola (come accade di norma nell’Etruria padana, che non conosce le
tombe a camera collettive tipiche dell’Etruria propria) probabilmen-
te di una donna. L’iscrizione è graffita sotto il piede.

201
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velqur

Nella grafia, che ha ancora un


andamento arcaico, coerente con
la datazione del corredo, si nota il
q a croce, giunto in area padana
verosimilmente per mediazione
chiusina, dal momento che pro-
prio sullo scorcio del VI secolo le
scritture etrusco-padane manifestano numerosi segni di influenza
di forme grafiche provenienti proprio da quella città. L’iscrizione
presenta un formulario di possesso del tipo più semplice, al nomi-
nativo isolato (nominativus pendens), che si diffonderà soprattutto
nella fase recente; poiché il prenome Velqur è maschile, il nome
indicato sulla ciotola non può essere quello della defunta, e quindi
nel vaso deve ravvisarsi un dono ricevuto da un’altra persona.
BIBLIOGRAFIA: sulla necropoli v. soprattutto SASSATELLI 1988; il corredo della tomba
è edito in Monde Étrusque 1977, pp. 38-43; sulla ciotola v. anche Bologna 2005, p. 326;
diffusione di q a croce e rapporto fra scritture chiusine e padane: BENELLI 2000.

84. ET Fe 2.7
Nella insula 1 della regio II di Marzabotto è venuto alla luce un vasto
impianto artigianale (comprendente vasche, fornaci ed altri appre-
stamenti) destinato alla produzione di manufatti in terracotta, dei
quali si sono recuperati anche numerosi pezzi scartati, oltre che
matrici e altri oggetti collegati alle attività produttive. Fra i materia-
li rinvenuti in questo contesto si segnalano alcuni grandi dischi di
ceramica muniti di prese, probabilmente destinati a coprire grandi
contenitori per derrate o liquidi inseriti nel terreno sotto i piani
pavimentali. La concentrazione delle scoperte in quest’area della
città fa pensare che i dischi venissero prodotti proprio in questa for-
nace. Tutti i dischi hanno sigle o iscrizioni tracciate di norma prima
della cottura (quindi già previste al momento della produzione),
che probabilmente identificano il committente. Questi oggetti sono
conservati nel Museo Archeologico di Marzabotto, e sono tutti data-
ti all’interno del V secolo.

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larisal kraikaluś

L’iscrizione esprime il posses-


so al genitivo semplice, senza pro-
nome personale; il tipo di grafia,
con le a trapezoidali molto larghe
e i k a due tratti, è caratteristico
delle iscrizioni più tarde di
Marzabotto, e si distingue dai tipi
grafici attestati sugli altri dischi;
per questo motivo si propone di
collocare questo esemplare tra gli ultimi della serie, nella seconda
metà del V secolo. La formula onomastica bimembre (per ora un caso
unico in questa classe di iscrizioni) è formata dal comune prenome
Laris e dal gentilizio Kraikalu, una delle tipiche formazioni gentilizie
in -alu particolarmente frequenti in ambiente etrusco-padano (ma
note anche nell’Etruria settentrionale interna). La base rinvia proba-
bilmente al nome etnico “greco”, dal quale deriva il comune gentili-
zio recente Creice (ma craica è già noto a Vulci nel V secolo, come gen-
tilizio femminile), usato anche molto probabilmente come etnico
nella genealogia del tarquiniese Laris Pulenas (che indica il suo
bisnonno come Laris Pule Creice, ossia molto verosimilmente “Laris
Pule il greco”); il dittongo ei è il normale esito recente di un arcaico
ai. Questo fa pensare che il capostipite della famiglia dei Kraikalu sia
stato per l’appunto un *Kraike, cioè un greco, dal cui nome etnico fu
tratto l’aggettivo patronimico ereditario (gentilizio).
BIBLIOGRAFIA: Contesto e iscrizione in SASSATELLI 1994, pp. 57-59; sui nomi in -alu
SASSATELLI 1991; v. anche UGGERI 1998.

85. CIE 8705 = ET Cm 2.47


Kylix attica a vernice nera della prima metà del V secolo rinvenuta in
una tomba di Suessula nel 1878, e oggi conservata presso il Museo
Archeologico Nazionale di Napoli. L’iscrizione è graffita all’interno.

tin.qur. a.crii.na

La conservazione del theta crociato ancora nel V secolo è una


caratteristica della Campania settentrionale, così come la persisten-

203
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za dell’uso dell’interpunzione sillabica, presente nella forma tipica


di questa zona, che prevede un solo punto a notare ogni lettera
“anomala” (fuori della scansione in sillabe aperte), inserito all’inter-
no dell’area occupata dalla lettera stessa. L’interpunzione è qui
usata in modo quasi perfettamente corretto (manca il punto alla c di
Acriina). Il testo è una iscrizione di possesso al nominativo; Tinqur
è prenome attestato nella fase arcaica. Il gentilizio è noto (nella
forma Acriena) in un’altra iscrizione arcaica, di provenienza ignota
(ma certamente meridionale), e poi in forma recente in ambito chiu-
sino-perugino; l’origine nei due ambiti è probabilmente indipen-
dente, basandosi sul nome personale Acrie.

86. CIE 10556 = ET Vs 2.7


Ciotola di impasto rinvenuta negli scavi del Tempio del Belvedere a
Orvieto. L’iscrizione è graffita all’interno.

umuces qafna
La datazione probabile, sulla base della forma ceramica e dei
caratteri di scrittura (per i quali si rimanda alle schede delle iscrizio-
ni funerarie di Orvieto), è la prima metà del V secolo, non escluden-
do una certa oscillazione. L’iscrizione esprime il possesso con il
genitivo semplice, senza il pronome personale, accompagnato dal
termine qafna, che in etrusco indica un vaso aperto privo di anse
(calice o ciotola). Il nome Umuce è altrimenti inattestato, e non si
può stabilire in base alla forma se si tratta di un prenome o di un
gentilizio. Iscrizioni di possesso con nomi di persone possono tro-
varsi in contesti santuariali (un’altra, sempre dal tempio orvietano
del Belvedere, è quella su ciotola di bucchero CIE 10555), perché
nella pratica etrusca, come si è accennato nell’introduzione del capi-
tolo, l’indicazione di possesso su un oggetto può essere propedeu-
tica a un suo dono. Il nome del possessore è quindi in realtà quello
del donatore, sia che il dono sia rivolto ad altri uomini sia che venga
destinato a un dio.
BIBLIOGRAFIA: sul nome del vaso v. COLONNA 1984 B; v. anche COLONNA 1994 A fig. 3.

204
OK volume iscrizioni etrusche 23-11-2006 11:09 Pagina 205

87. ET Pa 2.7
La scoperta del sito del Forcello di Bagnolo S. Vito ha fornito la
prima testimonianza indubbia di presenza etrusca a nord del Po, e
precisamente in quel distretto mantovano che la mitistoria sulla
fondazione della città raccolta soprattutto dalla tradizione virgilia-
na connetteva proprio all’intervento di Etruschi. Oltre agli aspetti
della cultura materiale, che testimoniano una vita del sito dal tardo
VI secolo fino alle invasioni galliche, è stato decisivo per definire la
sua connotazione etrusca il rinvenimento di un gruppo di iscrizio-
ni, tra le quali anche un alfabetario. L’oggetto che si presenta in que-
sta sede è purtroppo sprovvisto di un contesto stratigrafico, dal
momento che fu trovato nel terreno arativo; tuttavia, soprattutto
grazie agli aspetti paleografici, può essere datato al momento di
massimo sviluppo del centro, nel corso del V secolo. L’iscrizione è
stata solcata prima della cottura sotto il piede ad anello di una cio-
tola di argilla depurata. I materiali sono conservati presso il Museo
Archeologico Nazionale di Mantova.

anquś · markeś

I caratteri della scrittura rap-


presentano la prima recezione in
ambiente padano del corsiviz-
zante etrusco-settentrionale, con
q ancora di tipo romboidale pun-
tato. L’iscrizione di possesso, in
genitivo, è priva del pronome di
prima persona (come accade
sempre più di frequente proprio a partire dal V secolo). La formula
onomastica bimembre potrebbe presentare inversione di gentilizio e
prenome, che però in età arcaica è attestata in pochissimi casi; per
questo motivo è più probabile pensare a formula di tipo diretto. Il
termine onomastico Marce (qui naturalmente nella grafia arcaica
settentrionale con k), infatti, ricorre sì come prenome, ma soprattut-
to nell’Etruria meridionale, mentre in quella settentrionale funge
normalmente da gentilizio; più difficile è inquadrare Anqu, che,
come tale, è sinora attestato esclusivamente come gentilizio, e
dovrebbe rientrare nella categoria dei gentilizi in -u (come indica la
forma del genitivo femminile anqual); ma la funzione prenominale
è comunque possibile in rapporto a nomi quali Anta (maschile, dif-
fuso soprattutto a Spina).

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BIBLIOGRAFIA: sul sito del Forcello, sulla presenza etrusca nel Mantovano e in altri
siti a nord del Po: Mantova 1988; Mantova 1989; Forcello 2005.

88. ET Cs 2.4
La necropoli di Aleria ha restituito alcune decine di iscrizioni etru-
sche che gettano una qualche luce sulla popolazione stanziatasi in
questo sito della Corsica dopo la cacciata del coloni focei verso il 540
a.C. Le iscrizioni coprono un periodo che va dal V al III secolo, e
sono tutte graffite su vasi rinvenuti nella necropoli, conservatasi
intatta anche grazie al fatto di essere inclusa nei terreni di pertinen-
za di una colonia penale, quindi soggetti a una sorveglianza che ha
impedito l’attività di scavatori clandestini. Nella necropoli si trova-
no sia tombe a deposizione singola, sia tombe a camera, di dimen-
sioni tuttavia sempre modeste, a causa della scarsa solidità del ter-
reno; la tomba 85, dalla quale proviene l’oggetto che qui si presen-
ta, è proprio una tomba a camera che conteneva almeno due depo-
sizioni (anche se la giacitura originaria era stata pregiudicata dal
crollo della volta). Il corredo era particolarmente ricco, con numero-
si vasi attici, vasellame bronzeo, specchi, strumentario da banchet-
to sempre in bronzo, gioielli d’oro. Una kylix attica a figure rosse
dell’ultimo quarto del V secolo ha una iscrizione etrusca graffita
sotto il piede.

klavtie

La grafia con a con traversa


ascendente rimanda a modelli
ceriti, anche se le forme grafiche sfuggono a un inquadramento pre-
ciso. Questa è una costante delle iscrizioni di Aleria, dove convivo-
no elementi settentrionali e meridionali, a volte anche nella stessa
iscrizione, ed è documentato un gran numero di varianti grafiche,
che richiamano ad esperienze di diverse regioni dell’Etruria; non si
può distinguere in alcun modo una scrittura aleriate. Questo è pro-
babilmente l’effetto di una composizione della popolazione molto
mista, formata da immigrati di diverse zone dell’Etruria, e soprat-
tutto in contatto con punti molto diversi della costa etrusca; alcuni
aspetti di tipo settentrionale sembrano rimandare probabilmente
non a caso alla mal nota epigrafia populoniese, mentre quelli meri-
dionali rivelano rapporti privilegiati con Cerveteri, nel cui circuito
commerciale Aleria è certamente ben inserita. L’epigrafia vascolare
aleriate presenta i medesimi problemi di tutte le città dell’Etruria: la
pratica di iscrivere quasi sempre nomi singoli crea qualche difficol-

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tà nella distinzione fra prenomi, nomi individuali e gentilizi. In que-


sto caso tuttavia il nome è ben conosciuto: si tratta del gentilizio di
origine latina che contraddistingue una importante famiglia di
Cerveteri, titolare di una tomba del IV secolo (cfr. scheda 5). A que-
sto punto restano aperte due possibilità interpretative: o le due
famiglie sono legate, e quindi la presenza dei Clavtie a Cerveteri è
anteriore al IV secolo (o per immigrazione precedente, o per presen-
za addirittura originaria, tenuta presente l’elevata percentuale di
nomi di origine latina nell’onomastica cerite già fin dalla sua origi-
ne), oppure non c’è alcun legame e, come suggerito dal primo edi-
tore, questi Klavtie di Aleria sono romani immigrati e integrati nella
colonia etrusca.
BIBLIOGRAFIA: JEHASSE, JEHASSE 1973, pp. 404-413 (tomba); p. 551 [J. Heurgon] (iscri-
zione). Sulla necropoli v. ora anche JEHASSE, JEHASSE 2001, con nuovi materiali epigra-
fici, tra i quali va segnalato il ritrovamento, nella tomba 177, di una seconda ciotola
identica per forma e per iscrizione a quella già nota nella tomba 10 (ET Cs 2.18 e 2.19).

89. CIE 8737 = ET Cm 2.62


Kylix attica a vernice nera della metà del V secolo proveniente da
Nola e conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di
Napoli. L’iscrizione è graffita all’esterno, intorno al piede.

venelus śitrinas
La grafia, con rho triangolare e san a farfalla, è tipica della
Campania settentrionale nel V secolo (è il tipo di scrittura usato
anche sulla Tegola di Capua). Il testo è una iscrizione di possesso
senza pronome, con il semplice nome al genitivo. Il prenome Venel
proprio nel corso del V secolo comincia a trasformarsi nella forma
ridotta Vel. Il gentilizio Śitrina non ha alcun confronto; tuttavia, se
si tiene conto che in questa area geografica esiste una certa oscilla-
zione grafica tra e ed i (forse effetto di una particolare sfumatura
fonetica della lingua), e sono attestate redazioni come Vinil (in
luogo di Venel), viene da pensare che questo gentilizio possa essere
imparentato con il ben noto e diffusissimo Śeqrna (settentrionale
Seqrna), derivato dal prenome Śeqre.

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90. CIE 8854


Coppetta in ceramica a vernice nera rinvenuta nella tomba 2703 di
Pontecagnano, un contesto femminile databile all’inizio del IV seco-
lo. L’iscrizione è graffita sull’esterno.

aveles hanpnas

La forma delle a è comune alle


iscrizioni campane, già a partire
dalla metà del V secolo, per dif-
fondersi soprattutto dal secolo
successivo. Il testo è una iscrizione
di possesso con semplice nome al
genitivo, senza il pronome perso-
nale, come di norma nella fase recente; il nome maschile indica che
la coppa è stata donata alla defunta sepolta nella tomba. Questo
fenomeno è ben attestato in tutte le necropoli etrusche (come quel-
le campane e padane) dove l’uso di tombe a fossa individuali per-
mette di accorgersi della discrepanza tra il sesso del defunto e quel-
lo indicato nella iscrizione di possesso. Se a questo si aggiungono i
casi, attestati nelle medesime necropoli, di iscrizioni di possesso con
nomi diversi nella medesima tomba, o di iscrizioni con nomi iden-
tici in tombe diverse, si può concludere che il nome del possessore
indicato sugli oggetti mobili (vasi soprattutto) non deve necessaria-
mente identificare il defunto, che è solo l’ultimo possessore di
oggetti circolati come doni. Il prenome Avele ha forma ancora arcai-
ca (quella recente è Avle/Aule); il gentilizio Hanpna trova confron-
ti solo nella forma Hamfna di area chiusina.
BIBLIOGRAFIA: altri casi di iscrizioni femminili in tombe maschili e viceversa a
Pontecagnano: CIE 8839, CIE 8843, REE 70,24 (con importante attestazione arcaica
del gentilizio Cutu, noto anche a Orvieto, come gentilizio ma anche come cognome,
funzione nella quale è soprattutto attestato a Perugia in età recente).

91. ET Ad 2.46
Fondo di ciotola in ceramica a vernice nera proveniente da Adria,
senza ulteriori informazioni sulle circostanze precise del ritrovamento;
è conservato presso il locale Museo Archeologico Nazionale. L’iscri-
zione è graffita sull’interno della vasca, in scriptio continua. La mancan-
za di parte del vaso non permette un inquadramento cronologico pre-
ciso, al di là di un’ampia fascia che va dalla fine del IV al II secolo.

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larza viufraluś

Le forme grafiche sono inquadrabili nella moda corsivizzante,


che ebbe ampia diffusione nell’Etruria padana dal V secolo avanza-
to; l’alfa molto larga con traversa fortemente inclinata è un tipico
sviluppo delle scritture padane a partire dal tardo IV secolo.
L’iscrizione esprime il possesso con il nominativus pendens, come si
verifica non di rado nell’età recente in tutta l’area linguistica etru-
sca. Il prenome Larza, ben attestato, è una forma diminutiva del
comunissimo Larq; il gentilizio è una formazione con il suffisso
patronimico -alu, di un tipo largamente diffuso nell’Etruria padana,
ma non ignoto anche in Etruria settentrionale interna. Questo suf-
fisso è certamente collegato ad -alo, utilizzato per la formazione
degli aggettivi patronimici nel leponzio (lingua del gruppo celtico
parlata nella pianura padana occidentale fin da età arcaica, prima
quindi delle invasioni celtiche di età storica). Il gentilizio è provvi-
sto della desinenza del genitivo afunzionale.
Adria, pur essendo città veneta, ha restituito un numero rag-
guardevole di iscrizioni etrusche, oltre che greche, che testimoniano
la presenza di diverse componenti etniche, in armonia con la spic-
cata vocazione emporica del centro. Particolarmente interessante la
storia delle mode scrittorie adriesi: la maggior parte delle iscrizioni,
di età recente, adottano il medesimo alfabeto utilizzato da questo
documento, che trova confronti piuttosto stretti con le forme della
scrittura coeve della vicina Spina; al contrario, un piccolo gruppo di
iscrizioni arcaiche è redatto secondo modelli meridionali di proba-
bile ascendenza volsiniese, quindi senza contatti diretti con gli usi
coevi dell’Etruria padana. La rottura nella continuità della storia
della scrittura è probabilmente effetto di una analoga rottura nella
storia delle comunità etrusche stanziate in questo centro.
BIBLIOGRAFIA: sulle iscrizioni etrusche di Adria soprattutto MAGGIANI 2002; cfr. la
scheda n. 16 a p. 183 del medesimo volume per questa iscrizione. Sui nomi in -alu da
ultimo SASSATELLI 1991, pp. 708-712.

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92. ET Sp 2.71
Ciotola in ceramica a vernice nera decorata con stampigli, prove-
niente dalla tomba 98 della necropoli di Valle Trebba, uno dei due
grandi nuclei sepolcrali della città di Spina. Il corredo, databile
entro la prima metà del III secolo, è attribuito a una deposizione
femminile (quindi, poiché il nome sull’iscrizione è maschile, questa
potrebbe essere una delle diverse testimonianze della non con-
gruenza tra possessore iscritto e possessore finale dell’oggetto).
L’iscrizione è graffita sull’esterno della vasca. È conservata, come
tutto il materiale di provenienza spinetica, presso il Museo
Archeologico Nazionale di Ferrara.

mi larzl sekstaluś

I tipi grafici sono quelli derivati dal corsivizzante etrusco-setten-


trionale, che a Spina vengono recepiti e rielaborati formando una
scrittura usata ben più a lungo dei suoi prototipi, che caratterizza la
fase di massima fioritura dell’epigrafia etrusca spinetica fra IV e III
secolo. L’iscrizione presenta la formula di possesso con il pronome
di prima persona, che a Spina, come nell’Etruria settentrionale, si
attarda in piena età recente, anche se il suo uso è sporadico: la mag-
gior parte delle iscrizioni di possesso spinetiche di IV-III secolo sono
in genitivo semplice o anche in nominativo. La formula onomastica
bimembre non è molto comune nell’epigrafia vascolare di questa
città; il prenome Larza si è già incontrato, e qui compare nella forma
di genitivo contratto (larzl per larzal) che Spina condivide con la sola
Chiusi, mentre altrove si usa il genitivo in sibilante. Il gentilizio è
una delle formazioni in -alu caratteristiche dell’Etruria padana (cfr.
scheda 84), basata su un prenome numerale italico (corrispondente
al Sextus latino): l’onomastica spinetica, infatti, tradisce una compo-
sizione etnica estremamente variegata, con una forte presenza, oltre
che di Greci di varie città, anche di personaggi provenienti dalle

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aree più diverse dell’Italia: Veneti, Celti, Italici probabilmente


dell’Umbria e del Piceno, addirittura Messapi, che testimoniano la
vitalità dei contatti lungo la costa adriatica. Molti di questi immigra-
ti sono completamente integrati nel sistema onomastico etrusco,
segno di una notevole apertura della città congruente con il suo
ruolo eminentemente mercantile.
BIBLIOGRAFIA: UGGERI 1978, p. 371. Fondamentale sulla compagine etnica spineti-
ca COLONNA 1993 A; sull’epigrafia di Spina v. BENELLI 2004.

93. ET Cr 2.131
Piattello appartenente al cosiddetto “gruppo Genucilia”: nome
convenzionale che identifica una produzione sviluppatasi in gran-
de quantità in alcune botteghe etrusco-meridionali (sembra sostan-
zialmente due, una a Cerveteri e una a Falerii) tra la seconda metà
del IV e la prima metà del III secolo. Questo gruppo di vasi presen-
ta caratteristiche morfologiche e decorative molto uniformi, che
indicano una vera e propria produzione in serie; la forma del piat-
tello si presenta con varianti minime nonostante siano ormai cono-
sciute migliaia di esemplari, e la decorazione a vernice nera sul
fondo risparmiato dell’argilla ha sempre una cornice a onde lungo
il labbro. Nella vasca è presente di solito una stella (come nel caso
qui esaminato), mentre in un numero minoritario di esemplari si
possono trovare decorazioni di maggior impegno, quali profili fem-
minili (comuni soprattutto nella fase più antica della produzione)
oppure immagini più rare quali la prua di una nave da guerra, ele-
fanti da guerra, o altre. La diffusione di questi piattelli è enorme e,
soprattutto per quanto riguarda la loro circolazione marittima, sem-
bra segnare le rotte seguite dal commercio cerite dell’epoca. Un
numero limitato di esemplari è dotato di iscrizioni, di solito dipinte
prima della cottura, segno quindi di una commissione dell’oggetto;
queste iscrizioni possono essere tanto in etrusco che in latino, e di
solito riproducono antroponimi, nei quali deve forse riconoscersi il
nome di un donatore o di un donatario; eccezionale il caso di un
piattello da Palo (sede della colonia romana di Alsium, dedotta su
territorio già cerite) con un alfabetario latino. Il piattello che qui si
presenta ha la particolarità di recare l’iscrizione incisa sotto il piede
prima della cottura, quindi anche in questo caso su commissione;
l’oggetto proviene da un sequestro di materiale di scavo clandesti-
no, molto verosimilmente da Cerveteri o da area cerite.

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marce · lapicanes · turis ·


2
larqi sucus · rupsai

La scrittura è un esempio clas-


sico del capitale cerite, diffuso
nella città già dal V secolo e alme-
no sino al III: elementi caratteri-
stici sono la forma di m e n, oltre
a quella di r. Tipicamente cerite è
anche la a con traversa ascenden-
te nel senso della scrittura. Il testo
riporta due nomi al nominativus pendens con formula trimembre
(prenome, gentilizio e cognome), uno maschile e uno femminile; la
differenza dei gentilizi fa pensare che si tratti di una coppia coniu-
gale. Il gentilizio e il cognome dell’uomo hanno la regolare uscita
del genitivo afunzionale; il gentilizio della donna si presenta, come
accade altre volte (soprattutto nelle iscrizioni arcaiche ceriti), nella
forma del maschile con uscita del genitivo afunzionale, che proba-
bilmente poteva essere considerata indeclinabile, nel caso come nel
genere; l’uscita del femminile è portata dal cognome. I due gentilizi
rimandano a importanti famiglie ceriti, lasciando intravedere una
circolazione dell’oggetto a livello piuttosto alto, nonostante la sua
apparente modestia; i due cognomi, pur non essendo altrimenti
attestati, hanno comunque rapporti con basi onomastiche note.
BIBLIOGRAFIA: CRISTOFANI, PROIETTI 1982, con ampia trattazione dell’oggetto e rife-
rimenti ad altri piattelli iscritti. Il primo studio monografico sul gruppo è DEL CHIARO
1957; v. anche CRISTOFANI 1985 A; piattello con alfabetario latino: GASPERINI 1972-73;
diffusione: JOLIVET 1980; POULSEN 2002 con bibliografia precedente.

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Capitolo IV

Le iscrizioni sacre
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Sotto questo termine sono raggruppate tutte quelle iscrizioni di


dono la cui destinazione sacra è esplicitata o dall’indicazione di un
teonimo come donatario o dall’uso del verbo turuce/turce, e quelle
iscrizioni di possesso ugualmente contraddistinte da un teonimo. A
queste si aggiungono altre iscrizioni di tipo più vario connesse con
le azioni cultuali dei santuari. All’ambito sacro appartengono anche
la maggior parte delle iscrizioni “lunghe”, per le quali si rinvia al
capitolo apposito. Le divinità etrusche sono tutte commentate nel
Lexicon Iconographicum Mitologiae Classicae, al quale si rimanda
senza ulteriori rinvii per la letteratura specifica; la bibliografia delle
schede contiene soltanto testi più aggiornati o particolarmente per-
tinenti per la interpretazione delle iscrizioni. Nel novero delle iscri-
zioni sacre possono collocarsi anche tutti quegli oggetti iscritti con
teonimi, quali laminette metalliche e ciottoli, che sono stati identifi-
cati come sortes.
BIBLIOGRAFIA: sulle sortes: MAGGIANI 1994 A; BAGNASCO GIANNI 2001; a confronto si
cita spesso un celebre esemplare con iscrizione latina, la cui provenienza è stata di
recente rimessa seriamente in discussione: DE SANCTIS 2002.

94. CIE 10021 = ET Ta 3.2


Kylix attica a figure rosse opera del ceramista Euxitheos e del pitto-
re Oltos (510-500 a.C.), rinvenuta in una tomba nell’area del
Cimitero di Tarquinia (una delle sezioni nelle quali è divisa la gran-
de necropoli urbana dei Monterozzi), e oggi conservata presso il
locale Museo Archeologico Nazionale. L’iscrizione è incisa sotto il
piede.

itun turuce vene.l. .a.telina.s.


tinascliniiaras

Iscrizione in scriptio continua,


con interpunzione sillabica usata
correttamente solo nel nome del
dedicante. La scrittura è quella
corrente in ambito etrusco-meri-
dionale (fatta eccezione per
Cerveteri, che ha spesso una sto-
ria a sé) nell’età arcaica avanzata;
in questo caso naturalmente la
datazione dell’iscrizione discen-

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de da quella molto più precisa del vaso, che rappresenta un terminus


post quem; la redazione del testo non può essere comunque molto
posteriore alla data di realizzazione del vaso stesso. La dedica esor-
disce con il pronome dimostrativo: itun è una delle possibili vocaliz-
zazioni dell’accusativo del pronome arcaico ita (recente ta), uno dei
modi per dire “questo”; nelle iscrizioni votive si alterna con l’altro
dimostrativo ica (recente ca) in modo apparentemente indifferente.
Turuce è la forma arcaica del perfetto del già citato verbo usato esclu-
sivamente per dediche a divinità, e mai per doni tra uomini. Il dedi-
cante si chiama Venel Atelinas, con il gentilizio come di consueto al
genitivo afunzionale; questo gentilizio non è altrimenti attestato
(caso non infrequente nella fase arcaica). Il teonimo tinascliniiaras è
regolarmente declinato al genitivo cosiddetto “di dedica”: in etrusco,
infatti, come si è già detto, il destinatario di un dono, sia esso un
essere umano o una divinità, è sempre espresso al genitivo. Questo
nome è composto dal genitivo tinas, “di Tin(i)a”, e dal genitivo plu-
rale cliniiaras, “dei figli”, formato sulla base clin- (che si alterna a clen-
per esprimere i casi obliqui del noto termine clan, “figlio”), dal suf-
fisso del plurale animato -ar-, e dal genitivo -as. I “figli di Tinia” altro
non è che la traduzione letterale in etrusco del nome greco dei
Dioscuri (letteralmente “figli di Zeus”), il cui culto è diffuso nel
mondo etrusco-laziale fin da età arcaica; i Dioscuri sono tra l’altro
divinità destinatarie di culto funerario, cosa che spiega la presenza
di un vaso loro dedicato in una tomba. Esistono anche altri casi di
dediche a divinità – sempre di carattere infero o comunque destina-
tarie di culti escatologici – depositate all’interno di tombe etrusche.
Il concorrere di forme di tipo recente (l’uso del dimostrativo in luogo
del pronome personale di prima persona caratteristico delle dediche
arcaiche) e arcaiche (l’aspetto linguistico di tutti gli elementi del-
l’iscrizione) è caratteristico della fase epigrafica di transizione che si
estende tra la fine del VI e la fine del V secolo. La traduzione del
testo è quindi “questo donò Venel Atelinas ai Dioscuri”.
BIBLIOGRAFIA: sul culto dei Dioscuri in ambito funerario COLONNA 1996; sulle
dediche etrusche su vasi attici: MAGGIANI 1998; sul nome dei Dioscuri in Italia:
MARCHESE 2005.

95. CIE 10391 = ET Ta 4.5


Il santuario di Gravisca, che serviva il porto di Tarquinia, ebbe una
storia molto complessa, che vide convivere diversi culti, praticati in
aree diverse di edifici dalla planimetria articolata e più volte modi-
ficata nel corso dei secoli. In un primo momento il santuario sembra

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frequentato soprattutto da stranieri, che lasciano dediche in lingua


greca; successivamente, il numero delle dediche etrusche aumenta
sino a diventare dominante, probabilmente per riflesso di mutate
condizioni storiche e sociali che hanno gradualmente modificato la
composizione dei gruppi umani presenti nel centro portuale. Le
divinità destinatarie delle dediche etrusche e greche sono quasi
completamente coincidenti: tra queste si segnala Afrodite (una dea
che aveva tra le sue funzioni anche quella di propiziare una buona
navigazione), che riceve molte dediche in entrambe le lingue, con-
centrate per lo più nel medesimo luogo. Questa iscrizione è graffita
sul piede di una kylix attica databile tra la fine del VI e l’inizio del
V secolo, e fa quindi parte del lotto più antico di iscrizioni etrusche
rinvenute a Gravisca.

mi turuns

Iscrizione redatta secondo un formulario di possesso, dove il


proprietario è la divinità, meglio conosciuta con la grafia Turan, raf-
figurata tramite l’iconografia dell’Afrodite greca, e perciò certamen-
te almeno in parte ad essa assimilabile. Le dediche redatte secondo
questo formulario sembrano un fenomeno peculiare dei santuari
emporici, e ricorrono, oltre che a Gravisca, sostanzialmente solo a
Pyrgi. La maggior parte delle dediche graviscane a Turan, più tarda,
si presenta nella forma sincopata turns; in un solo caso compare il
nome della donatrice (una Ramqa Venatres).
BIBLIOGRAFIA: sulla storia del santuario: FIORINI 2005, pp. 181-201 con bibliografia
precedente; sulle iscrizioni: JOHNSTON, PANDOLFINI 2000 (in particolare per le dediche
etrusche pp. 71-79).

96. REE 64, 36


Il santuario di Pyrgi, il porto principale dell’antica Caere, è diviso in
due aree separate da un corso d’acqua rettificato artificialmente nel-
l’antichità. Nell’area nord, la più nota, si trovavano i due celebri
templi monumentali; è da qui che vengono anche le iscrizioni più
famose, come le lamine d’oro (v. p. 265) e altre testimonianze che
ricordano il culto di Uni e di Thesan. Nell’area sud invece si trova-
vano numerosi edifici di dimensioni molto più ridotte, inframmez-

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zati da altari ed altre strutture; qui i culti documentati dalle iscrizio-


ni sono molteplici. È proprio dall’area sud che proviene questo
piede di kylix attica con iscrizione graffita, datato dagli scavatori
alla prima metà del V secolo.

mi : ∫suris : cavaqas

La grafia è quella tipica delle


iscrizioni ceriti dell’arcaismo
avanzato, con la m già priva di
prolungamento del primo tratto,
alfa a traversa ascendente, e sigma
a quattro tratti a indicare la sibi-
lante marcata. Il formulario è quello già incontrato, esprimente il
possesso dell’oggetto con il teonimo al genitivo. L’interesse di que-
sta iscrizione sta nell’accoppiamento del teonimo S∫ uri con quello di
Cavaqa. S∫ uri è una divinità per la quale l’iconografia indica una
assimilazione almeno parziale con l’Apollo greco, anche se questo
dio etrusco accoppia a connotazioni solari un campo d’azione deci-
samente infero. Cavaqa, invece, è una divinità nota da altre iscrizio-
ni (molte delle quali provenienti proprio dall’area sud di Pyrgi, che
ne segnalano una particolare venerazione in questo santuario), e in
due di queste (una sempre da Pyrgi e una da Orvieto) è indicata
come sec, “figlia”. La sua posizione nel nastro esterno nel fegato di
Piacenza ne permette una identificazione con quell’entità divina
indicata da Marziano Capella come Celeritas Solis filia: questa
importantissima iscrizione pirgense conferma il nesso tra i due. È
probabile che l’iscrizione vada tradotta supponendo una congiun-
zione in asindeto, come accade in numerosi testi etruschi: “io (sono)
di S∫ uri (e) di Cavaqa”.
BIBLIOGRAFIA: sui culti di Pyrgi si veda soprattutto COLONNA 2000; per Cavaqa
anche CRISTOFANI 1992. Sulla corrispondenza fra Marziano Capella e il nastro esterno
del fegato di Piacenza da ultimo CAPDEVILLE 1996.

97. ET Cl 4.1
Mezzaluna di bronzo con una lamina per l’infissione in una
base, trovata all’inizio del XIX secolo in un contesto forse interpre-
tabile come deposizione di materiale derivante dallo smantellamen-
to di un complesso santuariale; il luogo del ritrovamento, ancora
non ricostruito con precisione, deve collocarsi nell’agro chiusino
meridionale, fra Cetona e Città della Pieve. L’oggetto è oggi conser-

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vato presso il Museo Gregoriano Etrusco nella Città del Vaticano.


L’iscrizione è graffita con punta sottile.

mi tiiurś kaquniiaśul

I caratteri grafici indicano una datazione al tardo VI o al princi-


pio del V secolo, prima della definitiva affermazione dei tipi del cor-
sivizzante nel territorio chiusino. L’iscrizione ha la forma di posses-
so con il teonimo Tiur (= Luna) al genitivo, seguito dall’epiteto
Kaquniaś, ugualmente declinato al genitivo. I teonimi binomi sono
ben attestati nell’epigrafia sacra etrusca, e dovrebbero distinguere
precise sfere di competenza di diversi aspetti della divinità, oppure
luoghi o santuari precisi ai quali un certo aspetto o modo di culto
della divinità era collegato, come accade anche nella teonimia greca
e romana. La presenza di un altro crescente lunare di bronzo, del
tutto simile ma anepigrafe, dal santuario di Sillene a Chianciano,
collegato con il culto delle acque, ha fatto pensare che anche questo
esemplare provenisse da un santuario di tipo analogo.
BIBLIOGRAFIA: da ultima MEZZETTI 2004, con bibliografia precedente; sul santuario
di Sillene da ultima BONAMICI 2003, con bibliografia precedente. Denominazioni divi-
ne binarie: DE SIMONE 1997.

98. Il deposito della Porta Bifora di Cortona


Nello spiazzo antistante la più monumentale delle porte della cinta
muraria etrusca di Cortona, la Porta Bifora, furono rinvenuti due
bronzetti di dimensioni superiori alla media (circa 30 cm di altezza),
entrambi provvisti di iscrizioni, che fin dal 1853 (sei anni dopo la
scoperta) fanno parte delle collezioni della locale Accademia
Etrusca (ora nella parte di museo riallestito con il nome di Museo
della Città Etrusca e Romana di Cortona). È possibile che questi due
bronzetti fossero in origine collocati in vista nella medesima strut-
tura della porta (si sono ipotizzate due nicchie destinate a contener-
li); la loro deposizione all’interno di una cassa di tegole è certamen-
te esito di una desacralizzazione formale. L’intervento che ha tra-
sformato la porta da monofora in bifora, dandole forme così ecce-
zionali, è datato archeologicamente all’inizio del II secolo, mentre le

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statuette sembrano più antiche di un secolo, ed erano quindi ogget-


ti già usati e venerati al momento della dedica, compiuta certamen-
te ad opera di un magistrato o di un alto sacerdote pubblico che
curò la costruzione e/o la consacrazione della porta. Le divinità alle
quali sono dedicati i due bronzetti che le raffigurano sono Culsans
(equivalente al Giano latino, come mostra la sua iconografia con
testa bifronte) e Selvans (l’equivalente del Silvanus latino), il primo
tutore di porte e ingressi (come d’altra parte Giano; il suo culto
ricorre costantemente in posizioni topografiche analoghe, ed è pro-
babile che il suo stesso nome sia collegato alla parola etrusca per
“porta”, culs), e il secondo – tra le sue molte funzioni – anche tuto-
re dei confini.
BIBLIOGRAFIA: Cortona 2005, pp. 255-257 e 263-264 con ampia bibliografia prece-
dente; BENTZ 1992, pp. 49-52; CRISTOFANI 1985, pp. 285-286; CAGIANELLI 1991-92, pp.
30-36 e 68-71. Sul nome della “porta” e divinità connesse: RIX 1986; SIMON 1989.

98.1 CIE 437 = ET Co 3.4


Statuetta di Culsans bifronte nudo stante; l’iscrizione corre lungo la
coscia sinistra. Si noti che le iscrizioni dedicatorie etrusche su bron-
zetti, come quelle sui grandi bronzi, sono apposte di norma sulla
figura stessa, probabilmente anche come garanzia contro il furto e il
reimpiego degli oggetti; l’uso di basi iscritte sembra pressoché sco-
nosciuto all’epigrafia sacra etrusca.

v · cvinti · arnt2iaś · culsanśl 3 alpan · turce

98.2 CIE 438 = ET Co 3.3


Statuetta di Selvans nudo stante, con una impostazione del
corpo pressoché identica e simmetrica al precedente; proprio questa
simmetria ha fatto avanzare a Martin Bentz l’ipotesi di una colloca-
zione ai lati della porta. L’iscrizione corre lungo la gamba sinistra.

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v · cvinti · arn2tiaś · śelan3śl · tez · alpan 4 turce

I caratteri grafici, che ripetono le forme del tipo regolarizzato


recente, ignote prima della fine del III secolo, concordano con la
datazione della sistemazione urbanistica della porta, e permettono
di sostenere l’ipotesi che la dedica sia avvenuta più tardi rispetto
all’epoca di realizzazione delle statuette; questo fenomeno non è
insolito, perché i manufatti bronzei avevano un valore elevato, che
spesso era causa di una loro circolazione protratta a lungo nel
tempo (gli esempi sono moltissimi: basti qui citare il celebre lampa-
dario bronzeo proveniente dalla stessa Cortona, che fu dotato di
una targhetta di bronzo con una dedica in etrusco molto tempo
dopo la sua fabbricazione). Anche la caduta della v nel teonimo
Selvans fa parte di quella serie di apparenti errori di ortografia
dovuti alla semplificazione fonetica tipica degli ultimi secoli del-
l’epigrafia etrusca. Le due dediche sono concepite in modo sostan-
zialmente identico; l’unica differenza è la presenza nella seconda
del termine tez, che, pur di significato incerto, ricorre sempre in
ambiti sacri, e deve quindi essere considerato una qualificazione di
alpan, “dono” (la sua forma permette di escludere una interpretazio-
ne come verbo o dimostrativo). I due teonimi sono regolarmente in
genitivo di dedica; l’autore del dono è indicato con la formula pre-
nome + gentilizio + metronimico. Il gentilizio Cvinti è una forma-
zione in -i di tipo perugino (noto, come si è detto, anche a Cortona),
basata sul prenome Cvinte; il gentilizio materno, Arntia, rientra
nella categoria poco rappresentata di gentilizi formalmente identici
a prenomi con femminile di tipo italico in -ia (per esempio Aulia,
femminile di Aule, o Titia, alternativo rispetto al più corretto fem-
minile etrusco Titi del gentilizio Tite). La traduzione suona quindi
rispettivamente “Vel Cvinti figlio di Arntia diede in dono a
Culsans”, e “Vel Cvinti figlio di Arntia diede in dono tez a Selvans”.

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99.
Grande lastra di nenfro rinvenuta nell’area urbana della città etru-
sca di Tarquinia, dove era stata portata in luce dai lavori agricoli.
Entrambe le facce sono iscritte.

śuris 2 selvansl
selvansl
Grafia di tipo capitale, che indica una datazione al IV o III secolo.
I teonimi, al genitivo, configurano come proprietari/donatari del
monumento i due dei Śuri e Selvans (sul secondo v. scheda 98), il cui
culto congiunto è testimoniato per la prima volta proprio da questa
iscrizione. Le circostanze del ritrovamento non permettono di rico-
struire con certezza la destinazione della lastra; l’editrice propone di
riconoscervi un cippo di confine dell’area sacra destinata alle due
divinità, o eventualmente un elemento del muro di recinzione del-
l’area stessa. La posizione delle iscrizioni fa pensare che entrambe le
facce della lastra fossero in vista, il che induce a preferire la prima
ipotesi. La forma trapezoidale richiama gli altari troncopiramidali,
spesso iscritti con dediche a divinità, caratteristici dell’ambiente vol-
siniese (tanto di Orvieto che di Bolsena), dove sembrano dedicati
soprattutto a culti inferi, come indica la presenza di un foro che attra-
versa tutto lo spessore del blocco, dalla sommità (coincidente con la
base minore) al fondo, che permetteva alle offerte di raggiungere il
sottosuolo; la divinità principale destinataria di questi altari sembra
essere Tinia, particolarmente presente nel pantheon volsiniese anche
nel suo aspetto infero. Questo confronto può far pensare che anche il
lastrone di Tarquinia potesse essere parte di un altare di tipo analogo,
costituito da più blocchi; in tal caso la lastra iscritta (che forse è solo
l’unica superstite di una serie) doveva essere probabilmente colloca-
ta in modo da essere leggibile su entrambe le facce.
BIBLIOGRAFIA: CATALDI 1994 (con una revisione della distribuzione delle attesta-
zioni di culto nell’area urbana etrusca di Tarquinia). Altari volsiniesi: MORANDI 1989-
90; RONCALLI 2003.

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100. CIE 10560 = ET Vs 4.7


Tra i materiali rinvenuti nel tempio del Belvedere a Orvieto si
segnala una ciotola di ceramica a vernice nera databile entro il III
secolo che reca una iscrizione dipinta in bianco all’interno.
L’oggetto è conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di
Firenze.

tinia calusna

I caratteri grafici sono


avvicinabili a modelli di
tipo capitale. L’iscrizione
rientra in una categoria
recentemente ristudiata di vasellame a vernice nera con iscrizioni
sovradipinte in bianco o rosso, in lingua latina, etrusca, falisca o
greca, largamente diffusa nell’Italia centrale tirrenica fra IV e III
secolo; queste iscrizioni contengono spesso teonimi, ma anche
antroponimi e nomi di magistrati e di istituzioni pubbliche, che
dovrebbero identificare i committenti delle partite di vasi (con il
teonimo che naturalmente sottintende il santuario) destinate fin
dalla loro origine a usi specifici. L’epiclesi calusna identifica molto
probabilmente un aspetto infero di Tinia, dio sommo del pantheon
etrusco, attivo in numerosi campi; la base di questa epiclesi si trova
infatti indicata come destinatario della dedica di una statuetta bron-
zea di cane dall’area cortonese (e il sacrificio del cane è esclusivo
delle divinità infere). Per altre notizie sul tempio del Belvedere cfr.
scheda 86.
BIBLIOGRAFIA: sui vasi a vernice nera con iscrizioni sovradipinte: CIFARELLI,
AMBROSINI, NONNIS 2002-03.

101. CIE 11155


Arula di bronzo trovata durante ricerche di superficie in località
Poggio Olivastro, circa 3 km a nord dell’area urbana di Vulci; è oggi
conservata presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a
Roma. L’iscrizione corre lungo le quattro facce, su due righe separa-
te da una nervatura.

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trufun · pequnus · v · lav 2 lurmicla · turce · XXX cver

La grafia indica una datazione in età recente; la r con codolo e la


forma della m permettono di collocarla più precisamente fra il III e
il II secolo. Il dedicante è un liberto, uno dei pochissimi noti
nell’Etruria meridionale; il grecanico trufun (trúfwn) è attestato
come nome servile anche nell’epigrafia latina. Secondo la norma
etrusca, il nome servile, dopo la manomissione, è diventato il genti-
lizio del liberto; in questo caso non è ricordato il prenome assunto
dall’ex servo, mentre sono indicati il gentilizio dell’ex padrone, al
genitivo (Pequnu), e il suo prenome Vel, abbreviato alla sola lettera
iniziale. Lav è abbreviazione di lavtni, “liberto”, nella forma preferi-
ta in Etruria meridionale (in quella settentrionale è usato piuttosto
lautni). Il dono è espresso con il normale verbo turce e con il teoni-
mo provvisto di dimostrativo enclitico al genitivo. Lurmi è una
divinità nota anche da altre iscrizioni, il cui ambito di attività è però
ignoto. Particolarmente interessante il numerale XXX (30) che pre-
cede il termine cver, testimoniando che esso indica un oggetto con-
creto e non un concetto astratto (come di consueto in etrusco i nomi
inanimati in presenza di un numerale non prendono il suffisso del
plurale). La ricorrenza di questa parola nelle iscrizioni di dedica
indica con certezza una traduzione generica con “sacro”; grazie pro-
prio a questa iscrizione se ne può precisare il valore concreto di
“oggetto sacro”. La traduzione complessiva è perciò: “Tryphon
liberto di Vel Pequnus ha donato a Lurmi 30 oggetti sacri”. Il genti-
lizio Pequnu è altrimenti ignoto, anche se la base su cui è formato è
quella del ben noto nome personale Peiqe/Peqe/Piqe, dal quale
derivano gentilizi diffusissimi come Peqna.

102. CIE 10012 = ET Ta 3.5


Elemento anatomico fittile in forma di ginocchio rinvenuto in un
deposito votivo presso il tempio dell’Ara della Regina a Tarquinia.
Gli oggetti di terracotta in forma di parti del corpo sono il tipo di
votivi più ampiamente diffusi in età ellenistica in Campania, nel
Lazio e nell’Etruria meridionale; se ne conoscono numerose miglia-
ia di esemplari provenienti da un gran numero di depositi situati
presso i santuari, dove il materiale veniva raccolto quando lo spazio
all’interno dell’area sacra si stava esaurendo, e bisognava trovare il
posto per le nuove dediche. L’uso di iscrizioni su questo tipo di
oggetti votivi è rarissimo; l’eccezionalità di questo esemplare è
dovuta al fatto che il testo è stato realizzato prima della cottura

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della ceramica, quindi il pezzo è stato ordinato già iscritto dal dedi-
cante. L’oggetto è conservato presso il Museo Archeologico Nazio-
nale di Tarquinia.

alce : vel : tiples

La grafia appartiene probabilmente al tipo regolarizzato, ma le


iscrizioni su ceramica spesso sfuggono alla classificazione delle
mode grafiche di età recente, quindi è impossibile dedurre una
datazione su base paleografica; il tipo di oggetto e le caratteristiche
generali dell’iscrizione puntano genericamente al III-II secolo. La
mancanza dell’inversione di prenome e gentilizio potrebbe indicare
o una datazione particolarmente bassa o piuttosto una particolar-
mente alta all’interno di questa fascia cronologica, ma è difficile
trarne indicazioni conclusive. La divinità alla quale il votivo era
dedicato non è indicata, come accade abbastanza spesso nelle iscri-
zioni votive etrusche. Il testo inizia con il verbo alce, redazione
recente devocalizzata dell’arcaico alice, un verbo di dono poco
usato, che ricorre indifferentemente per indicare doni agli dei o fra
uomini. Il nome del dedicante ha formula bimembre con gentilizio
al genitivo afunzionale; il gentilizio Tiples è di trasparente origine
greca (Dífilov), e tradisce la probabile origine libertina del perso-
naggio o di uno dei suoi antenati (a questa quota cronologica infat-
ti i nomi greci sono più probabilmente grecanici servili che non
nomi di immigrati di livello sociale elevato come in età arcaica).
BIBLIOGRAFIA: sulla stipe dell’Ara della Regina COMELLA 1982; sulla diffusione dei
votivi anatomici COMELLA 1981; COMELLA 1982-83; GENTILI 2005.

103. CIE 4196 = ET Pe 3.3


La statua del cosiddetto “Arringatore” è uno dei pochissimi grandi
bronzi etruschi giunti sino a noi, celebre fin dal momento della sua
scoperta, avvenuta nel XVI secolo nei pressi di Sanguineto, sulla
sponda settentrionale del Trasimeno, in territorio ancora pontificio.
Il contadino autore della scoperta, la vendette clandestinamente a
un orefice perugino, il quale la esportò illegalmente nel vicino
Granducato di Toscana, per sfuggire alla legge dello Stato della
Chiesa che, primo fra gli stati italiani preunitari, si era già dotato di

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una embrionale legge di tutela dei materiali archeologici.


L’importanza della statua (allora, e ancora a lungo identificata come
Scipione Africano) era però tale che l’atto non riuscì a passare sotto
silenzio, e ne seguì poi un complicato processo, che si concluse solo
per l’intervento del papa Pio V, che decise di chiudere il contenzio-
so regalando in via definitiva il bronzo ai Medici. Da allora
l’Arringatore è rimasto uno dei gioielli della collezione medicea, e
da lì è poi giunto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il
personaggio è vestito di tunica e toga corta, ed è raffigurato in gesto
di preghiera, con il braccio destro alzato; l’iscrizione è incisa sulla
falda della toga. Sulla datazione di questa statua, basata su conside-
razioni di carattere stilistico e antiquario, esiste una lunga contro-
versia; è possibile che vada collocata ancora all’interno del II seco-
lo, anche se molti autori preferiscono una cronologia leggermente
più bassa. Poco aiuta la paleografia, perché i caratteri si ricollegano
alla moda regolarizzata evoluta (usata dall’inizio del II secolo fino
alla fine dell’epigrafia etrusca), dalla quale però si distaccano per la
presenza di eleganti apicature, che sono attestate già attorno alla
metà del II secolo in alcune iscrizioni etrusche di particolare impe-
gno monumentale.

auleśi · meteliś · ve · vesial · clenśi 2 cen · flereś · tece sanśl · tenine


3
tuqineś · cisvlicś

Il testo, di tipo abbastanza complesso (come peraltro accade non


di rado nelle iscrizioni di dedica su statue bronzee, soprattutto di un
certo impegno), inizia con una formula onomastica quadrimembre
al pertinentivo; soltanto il gentilizio, al genitivo afunzionale, resta
indeclinato. Il suffisso gentilizio -i è tipico dell’onomastica perugi-
na, ma è ben attestato anche in quella cortonese; anche la persisten-
za dell’uscita del genitivo afunzionale dei gentilizi ben addentro al
II secolo, se non addirittura oltre, è una caratteristica che in ambien-
te settentrionale è pressoché esclusiva di Perugia, con sporadiche
attestazioni a Cortona (mentre a Chiusi questa uscita sparisce
sostanzialmente sul finire del III secolo). Nelle iscrizioni di dono i
nomi al pertinentivo esprimono di solito il donatore (mentre il

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donatario, umano o divino che sia, è di norma al genitivo); se (come


in questo caso) il donatore è specificato in un’altra parte dell’iscri-
zione, il nome al pertinentivo dovrebbe indicare il committente
della dedica, colui per conto del quale la dedica è stata eseguita (da
un altro soggetto). La non identità fra donatore effettivo e commit-
tente del dono (nota anche in latino, dove viene resa normalmente
con la preposizione pro) può essere dovuta a molte cause, che le
iscrizioni non esplicitano (per esempio morte o lontananza del com-
mittente, e dedica eseguita in forza di un legato testamentario o
come scioglimento di un voto contratto in precedenza). Il soggetto
grammaticale della dedica (espressa al passivo) è il dimostrativo
cen, “questo” (forma contratta di cehen), e intende ovviamente la sta-
tua; segue il destinatario, regolarmente al genitivo: fler significa
“dio, divinità”, mentre tece sanśl deve essere letto come un unico les-
sema, composto dal teonimo Tece e dall’appellativo sanś, “padre”
(che in ambito divino si alterna al termine apa, esprimente anche il
“padre” umano), con la desinenza del genitivo applicata solo a que-
st’ultimo. Segue il verbo al passivo tenine (con l’uscita -ne che espri-
me un modo finito del passivo, diverso dal perfetto, indicato da -ce)
e l’autore della dedica in ablativo. Tuqina è un termine che identifi-
ca molto probabilmente un qualche tipo di suddivisione territoria-
le, forse di carattere amministrativo (se nella sua radice si può rav-
visare il termine italico touta, che indica la comunità), che sembra
caratteristica del territorio cortonese, dove interviene almeno in un
altro caso di dedica per conto di una persona (CIE 446 = ET Co 3.6:
il cosiddetto “putto di Montecchio” conservato a Leida, dove la
Tuqina Tlenace esegue una dedica a favore [espresso dall’ablativo +
la posposizione ceca] del figlio di una Velia Fanacnei). La traduzio-
ne complessiva è quindi “per conto di Aule Meteliś figlio di Vel e di
una Vesi questo al dio Tece padre fu donato dalla Tuqina Xisvlic”.
BIBLIOGRAFIA: CRISTOFANI 1985, p. 300 (scheda n. 129, con bibliografia precedente)
e pp. 67-70 per la storia del ritrovamento; tra la bibliografia successiva soprattutto
PAGNOTTA 1984-85 (documenti sul luogo di rinvenimento); COLONNA 1989-90 B; su
tuqina COLONNA 1988. Dediche indirette: MARAS 2000-01, pp. 234-238.

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Capitolo V

Marchi e firme
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Le firme di artigiani non sono molto comuni nell’epigrafia etru-


sca, e sono concentrate soprattutto nella fase arcaica; nella maggior
parte dei casi si tratta di firme su ceramica. Il fenomeno della bolla-
tura, che presuppone una produzione in serie, è invece piuttosto
recente, ed è probabile che sorga sotto l’influenza di pratiche analo-
ghe del mondo magnogreco (per alcune serie di vasi e strigili) e
romano (per le rare tegole e gli ancora più rari doli).
BIBLIOGRAFIA: in generale, sulle firme di artista della fase arcaica, v. COLONNA 1975
A; MARTELLI 1989; COLONNA 1997.

104. ET Fs 6.1
Il tumulo C è una delle sepolture più monumentali della necro-
poli di Prato Rosello, che sorge presso la villa medicea di Artimino;
la tomba era del tipo a camera costruita con piccolo vestibolo e
breve dromos a gradini. La necropoli potrebbe riferirsi a un insedia-
mento individuato e parzialmente scavato a breve distanza. La pre-
senza di ricche necropoli di età orientalizzante collegate a centri di
dimensione non urbana può ritenersi caratteristica dell’assetto del
territorio di alcune zone dell’Etruria settentrionale. All’interno della
tomba del tumulo C fu rinvenuto un ricchissimo corredo, oggi con-
servato presso il Museo Archeologico di Artimino, che comprende-
va anche un singolare incensiere in bucchero, per il quale esistono
alcuni confronti provenienti dal tumulo di Montefortini di
Comeana, altra grande sepoltura della media Valdarno. Il corredo
sembra collocare il momento di utilizzo principale della tomba nel-
l’ultimo trentennio del VII secolo, epoca alla quale va datato anche
l’incensiere. L’iscrizione è stata tracciata attorno all’alto piede,
prima della cottura.

mi zinaku larquzale kuleniieśi

La grafia delle velari (<k> davanti a <u>) e quella delle sibilanti


segue regolarmente il modello settentrionale; il tipo di alfabeto è
quello di uso più esteso tra VII e VI secolo in tutta l’Etruria setten-
trionale interna, con l’eccezione di Chiusi, che ha tipi propri. L’unica
particolarità è nell’andamento destrorso, più comune in quest’epo-
ca in area meridionale, soprattutto a Veio e Cerveteri. L’iscrizione è

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redatta secondo il tipico formulario dell’oggetto parlante, con il sog-


getto espresso dal pronome di prima persona mi. Zinaku esprime il
participio passato di un verbo usato proprio per indicare il “fare”
degli artigiani; la firma è quindi al passivo, con il nome del cerami-
sta, Larquza Kuleniie, al pertinentivo. Il prenome Larquza è una
forma arcaica di diminutivo di Larq. Il gentilizio Kuleniie è da iden-
tificare come forma arcaica del recente Culni, attestato in area chiu-
sina; sulla stessa base è formato il gentilizio femminile arcaico
Culnai, noto a Cerveteri. Il campo semantico del pertinentivo lascia
aperta la possibilità che Larquza Kuleniie possa essere il committen-
te invece del ceramista.
BIBLIOGRAFIA: NICOSIA 1972; Principi 2000, p. 320 n. 432 [M. C. Bettini]; sulla necro-
poli in generale e sull’insediamento POGGESI 1999; Archeologia 2000, pp. 12-57.

105. REE 65-68, 73 = ET Ve 3.44


Frammenti di patera ombelicata etrusco-corinzia rinvenuta nel san-
tuario veiente di Portonaccio, e decorata con un fregio di animali su
due ordini; le due iscrizioni sono graffite all’interno delle sagome di
due animali contigui, uno dell’ordine più interno e uno dell’ordine
più esterno.

mi zinace vel[qur a]ncinie.s°.


[m]ini muluvanice lari.s°. leqaie.s°.

Le iscrizioni adottano la sibi-


lante a croce usata soprattutto in
ambito veiente (e secondariamen-
te cerite; altrove quasi sconosciu-
ta) tra la fine del VII e la prima
metà del VI secolo; l’uso dell’in-
terpunzione sillabica è limitato
alle sole sibilanti finali. La ricon-
giunzione dei due frammenti iscritti è di estremo interesse, perché
permette di capire che le due iscrizioni dovettero essere redatte
dallo stesso ceramista, che forse ricevette una commissione specifi-
ca. Infatti la prima delle due iscrizioni contiene la firma dell’artista,
indicata dal verbo zinace, che indica appunto “fece, realizzò”; l’arti-
sta ha formula onomastica bimembre, con il prenome da integrare
necessariamente Vel[qur]; questo lascia uno spazio per una lettera
iniziale del gentilizio, che i confronti addotti dall’editore inducono
a ritenere con molta probabilità una a. Il mi iniziale potrebbe essere

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una scrittura semplificata per mini, l’accusativo del pronome perso-


nale di prima persona, che ricorre anche in diverse iscrizioni di
dono; poiché il verbo etrusco non ha persone, non si può escludere
però anche una funzione di soggetto; la traduzione quindi è “mi ha
fatto Velqur Ancinies”, oppure eventualmente “io Velqur Ancinies
ho fatto”. Si tratta di una delle due firme sinora conosciute su cera-
mica etrusco-corinzia (l’altra è CIE 10163 = ET Ta 6.2). La seconda
iscrizione è invece di dono, e contiene il pronome personale di
prima persona all’accusativo, il noto verbo di dono muluvanice, e il
nome del donatore, con onomastica bimembre. Il gentilizio Leqaie è
un antroponimo che in età arcaica è usato anche come prenome;
passando all’età recente la forma evolve in Leqae e poi Leqe, sem-
pre mantenendo entrambe le funzioni.
BIBLIOGRAFIA: COLONNA 2006. Ceramica etrusco-corinzia figurata: SZILÁGYI 1992;
SZILÁGYI 1998.

106. CIE 11147 = ET Vc 6.1


Anfora etrusca a figure nere rinvenuta nella necropoli di
Camposcala (Vulci), e oggi conservata presso il Museo Martin von
Wagner di Würzburg. Il vaso è attribuito a un pittore vulcente ope-
rante nell’ambito della bottega della principale personalità di cera-
mografo etrusco del tempo, il Pittore di Micali. L’iscrizione è dipin-
ta prima della cottura sull’orlo del vaso.

kape mukaqesa

La datazione del vaso attor-


no al 500 a.C. è assicurata dal-
l’aspetto stilistico; l’uso del k
davanti ad a a Vulci sopravvive
fino al V secolo: una sopravvi-
venza particolarmente prolun-
gata, che trova confronto solo a Orvieto, mentre le altre città meridio-
nali tendono a semplificare la scrittura molto più rapidamente. La for-
mula binomia è con ogni verosimiglianza la firma del pittore che ha
dipinto il vaso. Il nome Kape è ben conosciuto nella fase arcaica, e so-
prattutto a Vulci; il gentilizio Mukaqe è invece altrimenti sconosciuto.
La forma in -sa (con determinativo enclitico) è usata in età arcaica per
indicare i nomi servili, e quindi va intesa “Kape il (servo) di Mukaqe”.
BIBLIOGRAFIA: sul vaso: MARTELLI 1987, p. 310; su kape a Vulci: COLONNA 2005, p. 1804.

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107. CIE 11266-11272 = ET AV 0.7-0.12


Serie di ghiande missili in piombo trovate nell’area di Poggio Buco,
uno dei siti più importanti del territorio vulcente. Alcune di queste
sono conservate presso il Museo Archeologico di Firenze, altre sono
disperse; un nuovo esemplare si trova al Museo Archeologico di
Scansano.

staties ·

Bollo impresso a lettere rileva-


te; negli esemplari perduti è tradi-
ta anche una lettura statiesi, che
però potrebbe derivare da una
incomprensione del voluminoso
punto finale. Il testo riproduce un gentilizio al genitivo: si tratta di
un nome di origine italica documentato, nella forma state, a
Tarquinia e nel suo territorio. Il significato dei marchi sulle ghiande
missili non è sempre univoco; i numerosi esempi latini di solito si
riferiscono all’unità militare alla quale sono destinati i diversi lotti.
Sembra che l’uso delle ghiande di piombo in guerra sia cronologi-
camente abbastanza limitato, e concentrato tra il II e il I secolo a.C.
In questo lasso di tempo solo uno scontro militare è documentato in
quest’area, quello tra mariani e sillani dell’82 a.C., che avvenne
“presso Saturnia”.
BIBLIOGRAFIA: l’ultimo esemplare in FIRMATI, RENDINI 2002, p. 71; per i precedenti
v. soprattutto Piombino 1989, p. 132.

108. CIE 10769-73 = ET Vs 6.12-16


Gli scavi di Bolsena hanno portato alla luce uno dei principali lotti
di ceramiche con bolli etruschi; oltre alle serie degli askoi (la forma
ceramica bollata con maggior frequenza, diffusa in modo capillare
in tutta l’Etruria), già ben note, è emersa una singolare produzione
di anfore dalla forma molto particolare, che la concentrazione degli
esemplari induce a ritenere proprio di produzione bolsenese. I dati
degli scavi datano il periodo di attività di questa bottega tra la fine
del III e i primi decenni del II secolo.

vel · cazlanies ·

231
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Formula onomastica bimembre con gentilizio con l’uscita del


genitivo afunzionale, normale in ambito etrusco-meridionale anco-
ra all’inizio del II secolo; il gentilizio, abbastanza isolato nel panora-
ma dell’onomastica etrusca, trova un interessante confronto in quel-
lo di un Caslanius che, circa un secolo più tardi, bolla dei laterizi di
area nursina. Questo fa pensare che Cazlanies fosse un personaggio
di origine italica, integrato nella vivace compagine sociale della
nuova Volsinii, strategicamente collocata sulla via Cassia. La forma
del tutto particolare dei vasi prodotti da Vel Cazlanies è uno dei
segni più evidenti dell’uso episodico della bollatura nella produzio-
ne ceramica etrusca: l’uso sistematico di bolli caratterizza infatti di
norma solo serie ristrette di vasi attribuibili a produzioni morfolo-
logicamente eccezionali, mentre la ceramica di tipo più corrente non
è bollata praticamente mai (fanno eccezione alcuni bolli, probabil-
mente tarquiniesi, su vasi di ceramica a vernice nera, tutti fortemen-
te abbreviati, e il bollo chiusino su piattelli di presigillata di un La.
Cae, titolare di una importante fornace del territorio).
BIBLIOGRAFIA: da ultima sui bolli di Vel Cazlanies STALINSKI 2001; sulla fornace
di Chiusi MASCIONE, PUCCI 2003. Sulle iscrizioni su instrumentum di Bolsena:
PANDOLFINI 1987.

109. ET Cl 6.8
Strigile frammentario, di provenienza ignota, conservato presso la
Bibliothèque Nationale di Parigi; sul manico è apposto un marchio
di fabbrica con lettere a rilievo.

cae cultces

L’interpretazione dell’iscrizione non può prescindere dalla cro-


nologia dell’oggetto, che viene attribuito al IV-III secolo; la forma
delle lettere è in questo senso di scarso aiuto, perché è condizionata
dal tipo di supporto (è possibile che nella forma delle e si debba
vedere un’eco dei tipi del corsivizzante). L’onomastica trova con-
fronti soprattutto in ambito chiusino, dove è attestato il gentilizio
Cultce, anche come patrono di un liberto che si chiama Cae (anche
se l’iscrizione, CIE 1854 = ET Cl 1.1530, ha un formulario di tipo
ambiguo, che lascia aperta la possibilità di una onomastica conse-
guente alla manomissione dello schiavo in contesto giuridico roma-

232
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no, con Cae prenome e Cultce gentilizio non solo del patrono, ma
anche del liberto). Tuttavia, se si accetta la cronologia del manufat-
to, l’uso di c e soprattutto l’uscita -s escludono la possibilità di una
provenienza settentrionale, e richiamano piuttosto il nome femmi-
nile Caia Cultecez noto a Orvieto (CIE 5051 = ET Vs 1.150). A que-
sto livello cronologico, l’interpretazione della formula onomastica è
pacifica, dal momento che è ancora usuale l’uscita dei gentilizi al
genitivo afunzionale: si tratta semplicemente di prenome e gentilizio.
L’uso di Cae come prenome, rarissimo a Chiusi, è invece normale nel-
l’area meridionale alla quale rimanda la grafia del testo. Lo stesso
gentilizio Cultces è noto su un diverso bollo su strigile, ugualmente
di provenienza ignota, conservato al British Museum (REE 59, 51).
BIBLIOGRAFIA: bolli su strigili: fondamentale TAGLIAMONTE 1993, a cui si rimanda
per la bibliografia precedente; l’interpretazione onomastica presentata in quella sede
– diversa da quella qui proposta – è improbabile alla quota del IV-III secolo, e diven-
terebbe invece possibile a seguito di un eventuale abbassamento consistente della
cronologia dei manufatti. Sullo scambio di -s e -z a Orvieto (Cultecez è gentilizio con
uscita del genitivo afunzionale): VAN HEEMS 2003.

110. REE 65-68, 129


Bollo su dolio rinvenuto nel castello di Rocchette Pannocchieschi, in
comune di Massa Marittima, nella fascia di confine fra territorio
rosellano e vetuloniese. Il testo è impresso con un punzone, a lette-
re rilevate entro cartiglio rettangolare.

l · velani · puina

Le forme delle lettere si richiamano alla grafia regolarizzata di


tipo recente; il fenomeno della bollatura di tegole e doli in Etruria è
estremamente limitato, e probabilmente deriva dalla diffusione di
questa pratica nel mondo romano. Questa considerazione indurreb-
be a ipotizzare una datazione abbastanza tarda, non anteriore al II
secolo avanzato. La formula onomastica al nominativus pendens,
come di norma nei bolli laterizi e doliari (e anche nella maggior
parte di quelli ceramici), è composta da prenome abbreviato (Larq o
Laris; l’abbreviazione a una sola lettera è anch’essa in genere segno
di recenziorità), gentilizio, e un terzo elemento che potrebbe essere
cognome o metronimico abbreviato (senza la -l finale, come accade

233
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molto spesso per esempio nelle iscrizioni funerarie di età recente).


La mancanza della desinenza del genitivo afunzionale nel gentilizio
potrebbe essere anch’essa un indizio cronologico, anche se questa
regione dell’Etruria ha restituito una documentazione troppo scar-
sa per poter stabilire dei parametri di riferimento; nell’Etruria set-
tentrionale interna (tranne a Perugia) l’abbandono del genitivo
afunzionale avviene al passaggio fra III e II secolo (un po’ più tardi
per i cognomi che non per i gentilizi). I personaggi devono apparte-
nere a una importante famiglia volterrana, come conferma la pre-
senza di entrambi i gentilizi nella lista di nomi della defixio di
Volterra (cfr. p. 266); esiste anche un bollo su tegola (REE 46, 57) che
richiama una delle due famiglie, insieme a una terza gens, quella dei
Supni, anch’essa presente nella lamina di Volterra.

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Capitolo VI

Le iscrizioni pubbliche
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L’epigrafia etrusca è soprattutto di carattere privato, e le iscrizioni


pubbliche sono piuttosto rare; questo è uno dei più evidenti ele-
menti che distinguono il mondo etrusco da quello italico e romano,
dove invece le manifestazioni epigrafiche sono inizialmente nella
grandissima maggioranza pubbliche (nell’epigrafia latina è solo
nell’estrema età repubblicana, e poi nell’età imperiale, che le iscri-
zioni private eseguono il sorpasso numerico su quelle pubbliche). I
ritrovamenti di iscrizioni di questo tipo sono quindi scarsi e disper-
si, tanto che è impossibile tracciarne un vero studio tipologico; si
tratta quasi esclusivamente di testi recenti, mentre quelli arcaici
sono rarissimi: potrebbe essere pubblica l’iscrizione del cippo di
Tragliatella (v. p. 265), ma lo stato di frammentarietà rende l’inter-
pretazione piuttosto incerta, mentre le lamine di Pyrgi (v. p. 265),
essendo una dedica eseguita da un magistrato, sono un po’ a metà
strada fra sacro e pubblico. La tavola di Cortona (v. p. 260) e altri
frustuli di tavole bronzee fanno pensare che, almeno in età recente,
si fosse diffuso l’uso noto anche nel mondo greco e romano di iscri-
vere su bronzo i documenti di carattere pubblico: una circostanza
che ne ha naturalmente favorito una scomparsa pressoché totale.

111.
Una strada tagliata profondamente nel tufo metteva in comunica-
zione il pianoro della antica città di Caere con quello dellla necropo-
li della Banditaccia; dopo il passaggio del fosso che separava i due
pianori, la strada è fiancheggiata da tombe scavate lungo le sue
pareti, che le hanno valso il nome di “via degli Inferi”. Poco prima
di raggiungere la sommità del pianoro della necropoli, la “via degli
Inferi” ha un bivio, dal quale inizia una delle strade che mettevano
in comunicazione la città con il suo territorio settentrionale. Proprio
in corrispondenza del bivio è incisa una iscrizione a grandi caratte-
ri, che oggi si trova a livello del terreno, ma nell’antichità doveva
essere più o meno ad altezza d’uomo per chi passava sulla strada.

larqale 2 lapicanesi 3v · c · marunuci

236
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I caratteri sono quelli del regolarizzato recente, che a Cerveteri


comincia ad essere usato verso la fine del III secolo. Il nome, con la
indicazione di carica, è declinato al pertinentivo, che viene usato in
etrusco per esprimere le formule di datazione magistratuali (“sotto
il maronato di Larq Lapicane figlio di Vel”); la filiazione è nella
forma corrente a Cerveteri proprio a partire dal III secolo. Il gentili-
zio del personaggio è noto anche su un piattello di provenienza pro-
babilmente cerite, dove appare accoppiato a quello di una donna
appartenente a una delle famiglie più cospicue della città (cfr. sche-
da 93). L’iscrizione ricorda probabilmente la esecuzione di opere
connesse con la viabilità; il fondo di tufo della tagliata veniva con-
sumato molto velocemente dal passaggio dei carri, e richiedeva
continui interventi di ripristino, che avvenivano o abbassando il
piano stradale (in pratica tagliando la cunetta che si veniva a creare
tra i solchi lasciati dalle ruote), o rialzandolo con una massicciata.
BIBLIOGRAFIA: REE 55, 95; la lettura qui data è diversa da quella edita, ed è in parte
condivisa anche da MAGGIANI 2005 C, p. 62, nota 19.

112. ET AT 5.1 + 5.2


Il sito di Musarna, che già si è avuta occasione di ricordare nel capi-
tolo dedicato alle iscrizioni funerarie, è un centro minore del terri-
torio viterbese, dove l’École Française di Roma conduce delle cam-
pagne di scavo sistematiche a partire dal 1983, che hanno permesso
di conoscere l’abitato in modo abbastanza estensivo, integrando
così le conoscenze già acquisite dalla necropoli. Il centro fu fondato
verso la fine del IV secolo, per poi essere frequentato durante tutta
l’età antica, fino al VII secolo d.C. Uno degli edifici più notevoli
sinora riportati alla luce è certamente quello delle terme, costruite
nell’ultimo quarto del II secolo: si tratta di uno dei più antichi com-
plessi termali sinora noti in Italia centrale, di enorme interesse
anche per il suo apparato decorativo, nonostante le dimensioni
tutto sommato modeste, proporzionate alla popolazione del picco-
lo centro. Uno degli ambienti aveva un pavimento con decorazioni
musive, il cui riquadro centrale era affiancato da due iscrizioni etru-
sche, realizzate anch’esse a mosaico; alcuni frammenti di lettere
mostrano che nel medesimo ambiente doveva trovarsi almeno una
terza iscrizione, probabilmente in una delle parti distrutte dai lavo-
ri agricoli moderni.
L’uso di iscrizioni inserite all’interno della decorazione a mosai-
co non è insolito negli edifici termali pubblici di quest’epoca ed ha
lo scopo di commemorare gli autori della costruzione.

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aleqnas · v · a ·
luvce · hulcnies · a ·

Le iscrizioni conser-
vano due formule ono-
mastiche al nominativo,
con il gentilizio provvi-
sto della desinenza del
genitivo afunzionale.
Solo il primo nome ha
l’inversione di prenome
e gentilizio, una moda
epigrafica che è attestata
soprattutto in ambito tar-
quiniese, particolarmen-
te nel III secolo (quando
rappresenta una norma raramente derogata); nel corso del secolo
successivo si verifica un suo graduale abbandono. I prenomi sono
indicati con le abbreviazioni minime, monoletterali; v dovrebbe rap-
presentare Vel, mentre per a esiste la possibilità di due scioglimenti
alternativi, Arnq e Aule (un problema che esiste anche nel caso della
abbreviazione monoletterale l, che può valere Larq o Laris, per il
quale non esiste a tutt’oggi una soluzione valida); viceversa non è
abbreviato il raro Luvce che, vista l’età piuttosto tarda, potrebbe
dovere il suo utilizzo a interferenza dell’onomastica romana. I due
personaggi sono certamente gli autori della costruzione dell’edificio
termale, molto probabilmente magistrati dal momento che si tratta
di un edificio pubblico e che manca qualunque ulteriore indicazio-
ne che potrebbe tradursi come ricordo di un atto di evergetismo pri-
vato. L’assenza dell’indicazione di carica è pressoché la norma nelle
iscrizioni pubbliche etrusche; forse il contesto la rendeva superflua.
I gentilizi sono di grande interesse: gli Aleqnas sono la più cospicua
famiglia di Musarna, conosciuta dalle tombe alle quali si è già fatto
riferimento (cfr. scheda 19); tra i suoi membri si contano anche
magistrati tarquiniesi. Viceversa la famiglia degli Hulcnies, una
delle più importanti di Tarquinia, dove giunge alla magistratura (e
sopravvive sino in età imperiale con il gentilizio Holchonius), non è
sinora attestata a Musarna. È molto probabile che questa coppia
magistratuale fosse in carica proprio nella metropoli; infatti, come si
è già notato a proposito degli Aleqna, è poco verosimile che piccoli

238
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centri come Musarna avessero magistrati autonomi nell’ambito del


terrritorio di una grande città etrusca; la situazione doveva essere
rimasta sostanzialmente inalterata (per le porzioni di territorio non
confiscate da Roma soggette a deduzioni coloniarie) sino all’inseri-
mento nella piena cittadinanza romana nel 90 a.C.
BIBLIOGRAFIA: per ogni aspetto relativo al centro, all’edificio termale, alla sua
decorazione e all’iscrizione si rimanda alla eccellente edizione del complesso BROISE,
JOLIVET 2004.

113. ET Af 8.1-8
Nella piana dello oued Miliane (antico Catada), fra le due città di
Thuburbo Maius e Giufi (odierna Tunisia), sono venuti alla luce tre
monumenti iscritti che delimitano un’area di circa 15 km di lun-
ghezza. Su tutti e tre ricorre il medesimo testo: una volta su una
stele alta più di 3 m (probabilmente destinata ad essere incorporata
in un muro o in una costruzione), due volte su una seconda stele,
frammentaria, alta circa 50 cm, cinque volte su un cippo troncopira-
midale di simili dimensioni. Dopo alcune incertezze, le iscrizioni
sono state riconosciute come etrusche, e sono oggi conservate pres-
so il Museo del Bardo a Tunisi.

m vnata 2 zvtas∫ tvl 3 dardanivm 4 tins∫ 5 F


Il segno dell’ultima linea è molto
verosimilmente il numerale 1000,
come nella più antica epigrafia latina.
La grafia delle iscrizioni non ha con-
fronti; tra l’altro va notato l’uso del
sigma a quattro tratti, esclusivamente
ceretano, per notare la sibilante sem-
plice (quando invece a Cerveteri nota
quella marcata). Ma la maggiore stra-
nezza è senz’altro la presenza dei due segni di t sormontati da un
semicerchio per indicare la d, che in etrusco non esiste: questo per-
ché si è voluto traslitterare in caratteri etruschi una parola latina,
Dardanium, genitivo plurale di forma arcaizzante. Per giunta va
notata anche la sostituzione della v alla u: un fenomeno comune nel-
l’etrusco tardo, ma mai in modo così sistematico; la confusione tra i
due fonemi deriva certamente dalla diffusione del latino, che come
è noto aveva un solo suono semivocalico, reso dalla V, corrispon-
dente graficamente alla u etrusca (ma foneticamente più alla v).

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Quindi tutto lascia pensare che l’ideatore dei testi, pur conoscendo
l’etrusco, avesse molta più dimestichezza con il latino; inoltre, la
confusione nella resa delle sibilanti fa pensare che la sua conoscen-
za dell’etrusco fosse più libresca che parlata: infatti ha concepito il
testo con grafia settentrionale (con san a notare la sibilante sempli-
ce), ma lo ha poi trascritto con caratteri ceriti, senza avvedersi che il
valore fonetico delle sibilanti nella scrittura di Cerveteri era inverti-
to. Tutti questi elementi hanno indotto gli studiosi ad ipotizzare una
datazione molto tarda. Il testo è una iscrizione di confine: tul è paro-
la etrusca ben nota, indicante appunto il “confine”, che qui è posto
sotto la protezione di Tinia (che compare a riga 4 in genitivo di dedi-
ca), che aveva tra le sue moltissime funzioni anche quella di tutore
dell’immutabilità dei confini. Il termine zvtas∫ non è di traduzione
certa: è possibile che si tratti di un verbo, e precisamente di un par-
ticipio esprimente l’azione del porre i confini. La traduzione è quin-
di: “Marce Unata, che ha posto (?) il confine dei Dardani, a Tinia”.
La chiave dell’interpretazione sta nel gentilizio, Unata, che si trova
solo a Chiusi; per questo motivo il primo editore, Heurgon, ha ipo-
tizzato che si trattasse di compagni di Papirio Carbone, fuggito
dall’Italia nell’82 a.C. dopo essere stato a lungo accampato presso
Chiusi. Tuttavia le vicende storiche successive fanno ritenere estre-
mamente improbabile che avesse avuto il tempo e il numero di
seguaci sufficiente a fondare una colonia. Per questo esiste una
seconda ipotesi che collega la presenza di una colonia etrusca in
Tunisia con i veterani dell’esercito di Mario che aveva combattuto
contro Giugurta dal 103 al 100 a.C.; una terza ipotesi arretra ancora
nel tempo, e propone una colonia connessa con le attività dei
Gracchi nell’ex territorio cartaginese confiscato dai Romani dopo il
146. Uno degli elementi fondamentali per capire la posizione stori-
ca di questa fondazione è il nome romano della colonia, per trascri-
vere il quale si dovette inventare un segno inesistente nell’alfabeto
etrusco: quindi si doveva trattare di un nome ufficiale, non sostitui-
bile con un equivalente etrusco. A questo punto l’uso dell’etrusco
non può essere considerato portato di sentimenti antiromani (come
nel caso della ipotetica colonizzazione di Carbone, nel pieno della
guerra civile contro Silla); ma le anomalie grafiche e linguistiche
mal si conciliano con le cronologie più alte, visto che proprio a
Chiusi fino alla metà del I secolo a.C. le iscrizioni funerarie rivelano
l’uso di un etrusco ancora del tutto corretto, e persino le bilingui
della fine dello stesso secolo rispettano abbastanza bene l’antica lin-
gua. Per questo motivo è molto più probabile che la scelta dell’etru-

240
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sco sia dovuta a un voluto revival antiquario di età augustea (esatta-


mente in parallelo con il fenomeno delle iscrizioni funerarie bilingui
a Chiusi, Perugia e Arezzo); una datazione molto tarda è raccoman-
data anche dal prenome Marce, assolutamente ignoto a Chiusi
(dove Marce è gentilizio), e quindi imputabile a onomastica romana
del personaggio. La posizione filosillana degli Unata chiusini (che
prendono il loro nome romano dalla famiglia sillana e pompeiana
degli Otacilii: cfr. scheda 46) è inoltre ulteriore indizio di una estra-
neità della colonia all’attività di Mario o dei mariani. Proprio in età
augustea vengono assegnati numerosi lotti di terreni in questa pia-
nura, raggruppati in entità amministrative definite pagi dalle iscri-
zioni e denominate con nomi di divinità (a ridosso dell’area perime-
trata da Marce Unata troviamo un pagus Mercurialis e un pagus
Fortunalis); è probabile che il territorio delimitato da questi cippi
fosse un pagus Dardaniorum, assegnato a coloni etruschi, in sinto-
nia con la leggenda etrusca di Dardano valorizzata proprio in quel
torno di tempo da Virgilio.
BIBLIOGRAFIA: HEURGON 1969; SORDI 1991; SORDI 1991 A. Leggenda etrusca di
Dardano: COLONNA 1980 A. V. anche VALVO 2003 (proposta di separazione di due rami
degli Unata chiusini, uno mariano, l’altro sillano). Iscrizioni etrusche di confine:
LAMBRECHTS 1970.

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Capitolo VII

Le didascalie
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L’uso di didascalie per indicare i nomi dei protagonisti di scene


figurate è abbastanza comune nel mondo greco, soprattutto nella
ceramica, ma anche in monumenti di diverso genere (per esempio il
fregio del tesoro dei Sifni a Delfi). In Etruria l’apposizione di dida-
scalie ha un uso molto variato: in età recente è comune soprattutto
su due categorie di oggetti, gli specchi e le gemme. Nel primo caso
il motivo è che spesso si incontrano figurazioni mitologiche com-
plesse e ricercate, che potevano generare qualche incomprensione
(anche se spesso le didascalie sono apposte anche a scene assoluta-
mente inconfondibili, come la nascita di Atena dalla testa di Zeus);
nel caso delle gemme, invece, in molti casi la didascalia serve a
identificare come personaggio del mito una figura che, presa da sé,
non avrebbe alcun elemento chiaramente caratterizzante.
Su altre categorie di oggetti (vasi, urne, sarcofagi, terrecotte architet-
toniche) il ricorso a didascalie è del tutto occasionale. Un gruppo a se
stante è formato dalle didascalie riferite a personaggi non mitologici,
ma umani, negli affreschi delle tombe tarquiniesi. In questo caso le
iscrizioni servono a indicare i diversi membri della famiglia, che parte-
cipano al corteo che accompagna il ricongiungimento nell’aldilà o al
banchetto tra defunti finalmente riuniti nell’Ade; le didascalie possono
andare dalla semplice indicazione del nome fino a vere e proprie iscri-
zioni funerarie con cursus honorum, indicazione dell’età di morte, e così
via (e in questo caso devono essere classificate tra le iscrizioni funera-
rie). Nel panorama degli affreschi delle tombe sono rari i casi di uso di
didascalie di tipo diverso, come quelle apposte ai personaggi delle
scene mitiche e mitistoriche della Tomba François di Vulci, a quelli
mitologici di un aldilà omerico nella Tomba dell’Orco II di Tarquinia, o
quelle della truppa di servitori che preparano il banchetto nella tomba
Golini II di Orvieto. Tutte queste testimonianze sono sempre di età
recente; in età arcaica la loro presenza è limitata quasi alla sola tomba
delle Iscrizioni di Tarquinia. Le didascalie che si riferiscono a divinità
rivestono particolare interesse per la comprensione della religione etru-
sca, dal momento che teonimi etruschi apposti a figure divine greche
testimoniano l’equipollenza tra divinità, almeno agli occhi degli
Etruschi, aiutando a comprendere il campo d’azione dei diversi dei.
Quelle che si riferiscono a personaggi del mito greco sono invece
oggetto di studio particolarmente approfondito per ragioni fonetiche:
il modo in cui gli Etruschi scrivevano dei nomi greci è infatti elemento
cardine per capire il suono della lingua etrusca.
BIBLIOGRAFIA: sulla serie delle antefisse con didascalie: COLONNA 1997 A.

244
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114.
Olpe di bucchero decorata a rilievo e incisione rinvenuta nella
camera centrale della tomba 2 di S. Paolo a Cerveteri. Nella decora-
zione si distingue una fascia principale che comprende nell’ordine:
Dedalo in volo, due pugili, Medea in piedi davanti a un calderone
dal quale esce una figura maschile, sei figure maschili che traspor-
tano il pennone di una nave arrotolato nella vela. L’olpe è un capo-
lavoro del bucchero cerite della metà - terzo quarto del VII secolo, e
si trova oggi conservata nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
a Roma.

taitale metaia kanna

Le prime due didascalie sono destrorse, la terza sinistrorsa; l’al-


ternanza dei due ductus non stupisce nel VII secolo, e in particolare
in una classe epigrafica, quella delle didascalie, dove il fenomeno si
verifica con una certa frequenza in tutte le epoche. In ogni caso l’an-
damento delle traverse delle a dimostra che l’artigiano era abituato
a servirsi di una scrittura sinistrorsa (con la traversa ascendente
tipica soprattutto di Cerveteri); la m ha ancora la forma regolare
caratteristica delle iscrizioni più antiche, anche se la paleografia su
questo vaso ha certamente risentito dei condizionamenti posti dalla
decorazione. L’interpretazione delle due didascalie indicanti
Dedalo e Medea è pacifica, e rispecchia la fonetica greca dei nomi
dei due personaggi, entrambi contraddistinti da un’iconografia
inconfondibile (Dedalo in volo, Medea mentre opera uno dei famo-
si ringiovanimenti per bollitura grazie alle sue arti magiche: proba-
bilmente quello di Giasone). Nella terza va riconosciuta molto pro-
babilmente la traslitterazione etrusca di una parola greca (kánnabiv)
indicante la canapa, materia nella quale erano realizzate le vele.
L’olpe di Cerveteri è la più antica scena mitologica dell’arte etrusca
provvista di didascalie.
BIBLIOGRAFIA: editio princeps del monumento: RIZZO, MARTELLI 1993 (da dove è
tratto il disegno qui riprodotto); la interpretazione del pennone tenuto dai sei perso-
naggi è di BELLELLI 2002-2003 (a cui si rimanda anche per una panoramica sulle let-
ture iconografiche successive alla prima edizione), con le considerazioni linguistiche
di RIX 2002-2003. Per i contesti di S. Paolo (che contenevano altro materiale iscritto
tra cui un kyathos della serie di cui si è detto nella scheda 70) si veda Veio, Cerveteri,
Vulci 2001, pp. 163-176, con bibliografia precedente, e RIZZO 2005.

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114

246
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115. CIE 11003 = ET Vc 7.36


Cratere a calice etrusco a figure rosse, eponimo di una officina denomi-
nata “Gruppo di Turmuca” (in base alla lettura errata di una delle dida-
scalie). Su un lato è rappresentata l’uccisione di un prigioniero troiano
da parte di Aiace, in presenza di un Charun; sull’altro si trova ancora
un Charun insieme a tre giovani donne, due delle quali (distinte dalle
didascalie) sono raffigurate nella tipica iconografia delle ombre, velate
e con il petto traversato da una fascia, che allude a una morte violenta.
Rinvenuto nel 1833 nella necropoli vulcente di Camposcala, è oggi con-
servato al Cabinet des Médailles della Biblioteca Nazionale di Parigi.
Le didascalie sono dipinte in rosso presso alcuni dei personaggi;
su una faccia del vaso sono sinistrorse, sull’altra destrorse.

hinqi a2turmu3cas pentasila


aivas caru

Sul lato A le didascalie chiariscono l’identità delle due donne che


entrano nell’Ade: sono due amazzoni, Andromaca e Pentesilea; le
lettere isolate al sono i resti di una prima iscrizione cancellata dallo
stesso pittore. Il termine hinqi, in base ai contesti in cui ricorre, deve
indicare la forma nella quale il defunto era immaginato continuare
ad esistere nell’aldilà, un concetto che nelle traduzioni in italiano dei
testi classici viene reso di solito come “ombra”. Il termine etrusco è
usato anche per indicare Tiresia nella scena oltremondana rappre-
sentata sulle pareti della Tomba dell’Orco II di Tarquinia, ma soprat-
tutto (ed è in questo contesto che il suo significato appare più chia-
ramente) per indicare Patroclo nella scena dipinta sulla parete sini-
stra dell’ambiente di fondo della Tomba François di Vulci, che vede
gli eroi greci sacrificare dei prigionieri troiani sulla sua tomba: quin-
di tra i personaggi, tutti viventi, l’unico già morto, presente come
ombra, è appunto Patroclo. Sul lato opposto del vaso c’è proprio un
estratto della scena di uccisione dei prigionieri troiani, con il solo
Aiace; la didascalia qui indica anche il demone etrusco Charun,

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custode della porta dell’Ade, e quindi frequentemente raffigurato


nelle scene di morte. Le botteghe vulcenti del tardo IV secolo attive
nella produzione di ceramica a figure rosse riproducono spesso
scene di morte e di oltretomba, lasciando intravedere una possibile
destinazione funeraria almeno di parte della produzione; l’uso di
didascalie si riscontra anche in altri casi, del medesimo “gruppo di
Turmuca” così come del “gruppo di Alcesti”.
BIBLIOGRAFIA: MARTELLI 1987, p. 327, n. 174 [M. Cristofani]; COLONNA 1983, pp.
143-147; su Charun da ultimo JANNOT 1997, con bibliografia precedente.

116. ET Pe G.2
Scarabeo in corniola proveniente da Perugia (noto come “gemma
Stosch”, e conservato negli Staatliche Museen di Berlino. Si tratta di
un esemplare eccezionale nel panorama delle gemme etrusche per
dimensioni e complessità della composizione; cinque figure maschi-
li (tre sedute e due in piedi e armate) sono corredate di didascalie
che le identificano come cinque dei sette partecipanti all’impresa
dei “Sette a Tebe”. La datazione, sulla base dello stile delle figure,
viene posta attorno al 480 a.C. L’immagine qui riprodotta è quella
dell’impronta della gemma, speculare rispetto all’originale.

tute atresqe fulnice amfiare parqanapaes

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L’ultima didascalia, riferita al primo personaggio sulla sinistra, è


divisa per mancanza di spazio tra il bordo sinistro e quello inferio-
re, inserita al di sotto dello sgabello della figura e negli spazi resi-
dui. Come accade di frequente nelle didascalie, le iscrizioni sono in
parte destrorse, in parte sinistrorse e si adattano alla forma dell’og-
getto e alla posizione dei personaggi. I caratteri grafici sono difficil-
mente giudicabili per confronto con quelli delle normali iscrizioni
vascolari e lapidarie, perché il loro andamento è condizionato dalla
durezza del materiale e dalle minuscole dimensioni del supporto;
l’uso di c a questa quota cronologica rimanda a una officina etrusco-
meridionale. I cinque eroi sono Tideo, Adrasto, Polinice, Anfiarao e
Partenopeo; le uscite in -e e -es rappresentano un adattamento alle
normali desinenze degli antroponimi maschili in etrusco. Il mito dei
Sette a Tebe è molto diffuso nell’arte etrusca e riceve anche rappre-
sentazioni monumentali (come nella lastra centrale del frontone
posteriore del Tempio A di Pyrgi e nel frontone del tempio di
Talamone); particolarmente interessante è il ricorrere di eroi di que-
sto ciclo, che spesso nel mito greco avevano connotazioni spiccata-
mente negative (per esempio, Tideo) nelle immagini riprodotte
sulle gemme, dove la didascalia serve a dare una identificazione
mitologica a figure tratte da repertori di immagini di genere (e che
quindi non avevano sin dal principio lo scopo di rappresentare un
personaggio del mito). Questo fa pensare che nel mondo etrusco
agli eroi dell’impresa tebana venissero riconosciuti valori in parte
diversi rispetto a quelli paradigmatici presenti nel mito greco.
BIBLIOGRAFIA: repertorio fondamentale è quello di ZAZOFF 1968; sulle didascalie
sulle gemme v. ora KRAUSKOPF 1995. Sui Sette a Tebe v. anche KRAUSKOPF 2000.

117. ET Ar S.2
Uno dei più famosi specchi etruschi è quello ritrovato nel 1630 ad
Arezzo, dove fungeva da coperchio di un cinerario, e noto in lettera-
tura come “patera Cospiana”, dal nome del collezionista bolognese
Ferdinando Cospi, che fu l’ultimo proprietario prima del suo accesso
all’Istituto delle Scienze e delle Arti, la cui collezione è poi confluita
nell’attuale Museo Civico Archeologico di Bologna, non senza che il
famoso specchio incontrasse qualche peripezia nella sua lunga storia
(compreso un periodo a Parigi dove giunse come bottino napoleoni-
co). Il nome “patera” è dovuto al fatto che la reale funzione di questi
oggetti come specchi fu stabilita solo nel XIX secolo; prima di allora
si pensava che fossero strumenti rituali per libagioni. La superficie
decorata con l’incisione figurata, naturalmente, rappresenta il retro

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rispetto a quella riflettente, originariamente lucidata. L’immagine, in


eccellente stato di conservazione tanto da aver resistito ottimamente
alla violenta pulitura eseguita nei secoli passati per riportare a lucido
il bronzo, rappresenta la nascita di Athena dalla testa di Zeus, alla
presenza dello stupefatto Efesto, che ancora brandisce l’ascia con la
quale ha aperto il cranio del dio, su sua esplicita e pressante richiesta.
Come aggiunta etrusca alla ben nota iconografia greca compaiono
due divinità femminili che ricorrono in altri specchi come partecipan-
ti della sfera di Uni, che sembrano caratterizzarsi come attive nel
campo della generazione e della riproduzione; in questo specchio
(come in altri) esse assistono Zeus nell’insolito parto. Lo specchio è
datato al pieno IV secolo; la grafia delle didascalie lo fa attribuire pro-
babilmente ad officine settentrionali.

qalna tina qanr seqlanś

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Qalna e Qanr sono le due figure divine femminili preposte al


parto; Tina è grafia alternativa a Tinia per indicare la somma divini-
tà etrusca, rappresentata nella iconografia di Zeus. Il nome di
Seqlanś è attribuito nelle figurazioni mitologiche all’Efesto greco. La
nascita di Minerva è una scena abbastanza comune sugli specchi,
insieme a molti altri episodi del mito che spesso si concentrano nel
campo femminile.
BIBLIOGRAFIA: edizione principale nel Corpus Speculorum Etruscorum, Italia, 1,
Bologna – Museo Civico, fascicolo 1 (Roma 1981), n. 13, dal quale è tratto il disegno
qui riprodotto (con ampia bibliografia precedente); nesso tra gli schemi decorativi
della “patera cospiana” e ceramiche chiusine: COLONNA 1994, p. 593. In generale sugli
specchi etruschi è ancora utile DE GRUMMOND 1982; sugli aspetti epigrafici
PANDOLFINI ANGELETTI 2000. Esiste una produzione di specchi figurati anche nella
latina Praeneste (Palestrina); per le didascalie v. FRANCHI DE BELLIS 2005.

118. CIE 1812 = ET Cl 7.4


Il sarcofago di Hasti Afunei è uno dei capolavori delle botteghe
chiusine della fine del III secolo, e fu rinvenuto nella necropoli del
Colle, uno dei più estesi sepolcreti della città, in una tomba a due
camere già saccheggiata; il sarcofago stesso, che da solo occupava
una camera, era stato aperto, probabilmente alla ricerca di orna-
menti preziosi al suo interno. La seconda camera conteneva tre urne
di alabastro e una di travertino, tutte iscritte (anche se le relazioni
non ricordano le iscrizioni). La cassa è decorata, abbastanza eccezio-
nalmente, con una scena di congedo della defunta a bassorilievo, al
quale partecipano numerosi membri della famiglia, che la accompa-
gnano in corteo alla porta dell’Ade, raffigurata all’estrema sinistra.
Le didascalie sono dipinte sul listello al di sopra della scena figura-
ta. Il sarcofago faceva parte della collezione Casuccini, una delle più
ragguardevoli raccolte private chiusine, ed è pervenuto, con la mag-
gior parte dei materiali, al Museo Archeologico Regionale di
Palermo.

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culśu vanq larza afuna larqi : purnei larce : afuna


vel : arntni qanc[vil - - -]nei larq : afuna h[as]ti afunei

La grafia è un tipo inusuale che si colloca all’inizio


della serie regolarizzata evoluta. L’ultima figura, una
seconda Vanq che abbraccia la defunta, è priva di dida-
scalia. Il confronto con le scene di ingresso all’Ade dipin-
te nelle tombe tarquiniesi fa pensare che i parenti di
Hasti Afunei siano in realtà suoi antenati, già morti, che
la vengono ad accogliere alla porta; tutta la folla dei pro-
tagonisti umani è come inquadrata tra due Vanq, che li
consegna chiaramente al mondo dell’oltretomba. Il Larq
Afuna abbracciato dalla defunta, e raffigurato come un
uomo anziano, è molto probabilmente suo padre, il che
lascerebbe pensare che la donna alle sue spalle sia la
madre. I due uomini alle loro spalle, allora, potrebbero
essere i nonni; Larza Afuna, raffigurato come un giova-
ne, e per giunta contraddistinto dal prenome al diminu-
tivo, potrebbe essere un fratello, e Larqi Purnei sua
moglie (questa ipotesi di lettura genealogica, natural-
mente, è solo una delle molte possibili).
BIBLIOGRAFIA: sul sarcofago soprattutto COLONNA 1993, pp. 358-359
e 364-365. Su Culśu cfr. scheda 98. Rotulo tenuto in mano dai defunti:
COLONNA 1991, pp. 123-124 e nota 74 a p. 132.

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Capitolo VIII

Classi epigrafiche minori


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Un certo numero di iscrizioni sfugge a qualunque classificazione;


ma non per questo si tratta di testimonianze meno importanti.
Spicca tra queste la serie delle tessere ospitali, importante attesta-
zione dei rapporti tra persone anche a grande distanza. Altra serie
particolare di iscrizioni è quella delle legende su monete.
BIBLIOGRAFIA: come introduzione generale sulle monete etrusche: CATALLI 1990.

119. CIE 8602 = ET La 2.3


Tessera hospitalis in avorio a forma di mezzo leoncino rinvenuta a
Roma, in una stipe votiva del santuario di S. Omobono, sede dei
templi di Fortuna e Mater Matuta nel Foro Boario. I materiali della
stipe indicano una datazione alla prima metà del VI secolo. Sul lato
piatto (che doveva combaciare con l’altra metà, speculare, in mano
al secondo contraente del patto di amicizia), corre l’iscrizione che
indica prenome e gentilizio del primo contraente, e il solo gentilizio
del secondo: questa sembra essere la norma nelle tesserae hospitales
etrusche arcaiche. Il materiale proveniente dagli scavi del santuario
è oggi esposto presso i Musei Capitolini.

araz silqetenas spurianas

Il gentilizio del primo personaggio è forse formato sulla base del


poleonimo di Sulcis, colonia cartaginese in Sardegna (attuale S.
Antioco): se così fosse, sarebbe il discendente di un immigrato inse-
rito nella cittadinanza di un centro etrusco. Il gentilizio del secondo
contraente, Spurianas, ha un celebre confronto nel titolare della
tomba dei Tori di Tarquinia, più tarda di alcuni decenni (cfr. scheda 6).
L’uso di z in luogo di q nel prenome sembra rispecchiare una carat-
teristica fonetica della lingua parlata dalla comunità etrusca di

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Roma. Una tessera iscritta di forma simile proviene da una tomba


di Cartagine (ET Af 3.1); altri esemplari da Murlo sono in corso di
pubblicazione.
BIBLIOGRAFIA: cfr. la scheda in Roma 1990, p. 21; sul santuario di S. Omobono e
sulla stipe Roma 1990, pp. 115-130.

120. CIE 11115-11116 = ET AT 0.14-0.15


Coppia di dadi in avorio trovati probabilmente nel corso degli
scavi ottocenteschi nella necropoli vulcente di Pian dell’Abbadia, e
oggi conservati al Cabinet des Médailles della Biblioteca Nazionale
di Parigi. I dadi sono abbastanza comuni nei corredi funerari etru-
schi; i numeri sono normalmente indicati con punti (come i dadi
moderni): questi due esemplari sono tuttora unici.

qu zal ci śa mac huq

La grafia indica una


cronologia in età recente,
probabilmente al IV o III
secolo (come indica la m di
forma “capitale” e altre
caratteristiche generali
della forma delle lettere).
Le sei parole sono nient’al-
tro che i primi sei numeri
in etrusco; in questi dadi
(come in tutti i dadi etru-
schi con i punti) è perfetta-
mente rispettata la “regola
del sette” valida anche per
i dadi moderni: la somma
dei numeri riportati su
facce opposte è sempre 7.

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Capitolo IX

Le iscrizioni lunghe
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Alcune iscrizioni etrusche (meno dell’1%) si distinguono dal resto


della documentazione per la loro lunghezza eccezionale; si tratta di
testi che spesso non rientrano nella cultura epigrafica usuale, e che
naturalmente presentano difficoltà interpretative anche notevoli,
perché sono redatti con frasi complesse e ricche di termini non atte-
stati altrove. Nonostante l’impossibilità di una traduzione parola
per parola, questo gruppo di iscrizioni fornisce comunque numero-
se informazioni linguistiche, storiche e archeologiche di grande
interesse, ed è quindi opportuno riassumere brevemente i punti
salienti del loro contenuto, senza addentrarsi in una analisi troppo
complessa e problematica.

La mummia di Zagabria (Liber linteus) (ET LL)


Con questo nome si indica un testo dipinto su bende di lino, succes-
sivamente tagliate per avvolgere una mummia egiziana pervenuta
al Museo di Zagabria. La provenienza dell’oggetto fece considerare
a lungo questo documento come redatto in una forma ignota di
scrittura egizia, finché il Krall, nel 1892, riuscì finalmente a ricono-
scerlo come etrusco. Le bende sono oggi considerate i residui di uno
di quei libri di lino (libri lintei) noti dalla iconografia etrusca, che li
rappresenta piegati vicino a figure di defunti, spesso probabilmen-
te personaggi connessi con attività sacerdotali. La parte superstite
comprende 12 colonne di testo, in diversi stati di conservazione,
divise in rubriche; è difficile capire l’estensione della parte perduta.
Il libro era un manuale di rituali, come fu riconosciuto già fin dalle
prime edizioni; le rubriche iniziano con una data di calendario
(giorno e mese) seguita da prescrizioni (comprensibili grazie alla
presenza di verbi nella tipica forma del “necessitativo”, modo ver-
bale che esprime l’ordine di eseguire determinate azioni), preghiere
e invocazioni; si riconoscono non solo i teonimi, ma anche i nomi di
luoghi e oggetti collegati alle azioni cultuali. Uno degli aspetti più
interessanti, che contribuisce a chiarire le circostanze che portarono
il libro in Egitto (dove fu più tardi riciclato in un laboratorio di
mummificatori) sta nel fatto che le parti del rituale nelle quali si
invoca la protezione della divinità per la città e la comunità a cui
vantaggio l’azione viene compiuta, recano, in luogo dell’atteso
poleonimo, il pronome indefinito. L’insieme dei rituali descritti dal
manuale non era quindi collegato a una precisa città, ma era ripeti-
bile in qualunque luogo; questo fa pensare che il libro facesse parte
della biblioteca di un sacerdote di una comunità etrusca emigrata.
La presenza di Etruschi in Egitto è attestata grazie ad alcune iscri-

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zioni funerarie della necropoli di Alessandria; la datazione del testo,


che i caratteri grafici e alcune allografie tendono a porre in linea di
massima al II secolo, è compatibile con l’epoca della presenza di
queste persone, che facevano parte della variegata popolazione
della città più cosmopolita del Mediterraneo.
BIBLIOGRAFIA: L’edizione più recente in Perugia 1985, pp. 17-52 (alla cui bibliogra-
fia si rimanda per la storia delle edizioni e della interpretazione del testo), parzial-
mente rivista in ET, in modo non sempre convincente; una nuova edizione è oggi in
preparazione (a opera di V. Belfiore). Fra i contributi più recenti da ricordare RIX 1986
(ma tutto il numero della rivista in cui compare questo articolo è dedicato al Liber
Linteus, compresi interessanti aspetti archeometrici), RIX 1991, RIX 1997. Fra gli studi
su aspetti tecnici del Liber v. soprattutto RONCALLI 1978-80 e RONCALLI 1980. Fra i vec-
chi contributi interpretativi, superati in molti punti, si possono vedere ancora con
qualche utilità (ma tenendo sempre presente l’impostazione linguistica datata):
PALLOTTINO 1937; OLZSCHA 1948; OLZSCHA 1952-53; OLZSCHA 1959; OLZSCHA 1962.

La tegola di Capua (CIE 8682 = ET TC)


Con questo nome si indica una lastra di terracotta delle dimensioni
di una tegola, rinvenuta a Capua, e passata al Museo Archeologico
di Berlino dopo che ne era stato rifiutato l’acquisto in Italia perché
ritenuta un falso. La lastra è divisa in dieci sezioni di lunghezza
diseguale da linee orizzontali; una parte consistente del testo è
andata perduta, perché la sezione centrale era in origine bombata,
ed è stata quindi soggetta a una abrasione che ha provocato la cadu-
ta della sfoglia di terracotta nella quale era incisa l’iscrizione. Quello
che resta è comunque sufficiente a comprendere il senso generale
del testo, redatto secondo i caratteri tipici delle iscrizioni capuane
della prima metà del V secolo, con uso dell’interpunzione sillabica:
sulla tegola è riportato un calendario liturgico, che ricorda le ceri-
monie da celebrare mese per mese. La caduta di ampie porzioni del
testo non permette di leggere tutti i nomi dei mesi, e di capire di
conseguenza se le dieci sezioni siano traccia della sopravvivenza a
fini religiosi di un antichissimo calendario che divideva l’anno in
dieci mesi (come il primitivo calendario romano attribuito a Numa
Pompilio) oppure se vi fossero due mesi nei quali il santuario dove
era affissa la lastra non celebrava riti solenni. Oltre alle indicazioni
cronologiche, nel testo si riconoscono nomi di divinità, riferimenti a
suppellettile liturgica e a sacrifici, e il nome di una località nei pres-
si di Capua (Hama), nota anche da altre fonti come sede di un san-
tuario meta di pellegrinaggi. Uno degli aspetti più singolari del
documento è nelle modalità della sua redazione, che devono
rispondere a precisi vincoli forse di natura rituale che vietavano

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l’andata a capo: le righe si sviluppano infatti secondo un andamen-


to pseudobustrofedico, con il ductus sempre in senso sinistrorso, ma
con righe alternatamente capovolte.
BIBLIOGRAFIA: editio princeps CRISTOFANI 1995.

La tavola di Cortona
Rinvenuta fortuitamente in circostanze ancora non accertate, e
oggetto di un lungo procedimento legale, questa tavola di bronzo,
spezzata già in antico in otto parti (una delle quali perduta) è la più
lunga iscrizione etrusca di rinvenimento recente. Dopo la editio prin-
ceps si sono susseguite numerose proposte di rilettura, di completa-
mento o affinamento dell’interpretazione proposta dai primi edito-
ri, e anche alcune critiche di metodo che potrebbero preludere ad un
itinerario interpretativo diverso. La grande maggioranza del testo è
occupata da liste di persone; il fatto che almeno una di queste liste
sia aperta dal sommo magistrato cittadino chiarisce che il documen-
to è un atto ufficiale, probabilmente pubblico, come indica anche la
incisione su una tavola di bronzo. La mancanza di qualunque teo-
nimo esclude un suo collegamento con templi o santuari. L’azione
ha coinvolto due gruppi di persone: da una parte un tale Petru
Scevas (con la moglie Arntlei: entrambi dovevano essere personag-
gi molto ben noti, essendo indicati senza prenome), dall’altra il con-
sorzio dei fratelli Cusu figli di Laris (un gentilizio, questo, che ci col-
lega a una delle più cospicue famiglie cortonesi). I precisi termini
del contendere (e del conseguente intervento dell’autorità pubblica)
non sono precisamente traducibili; è possibile che la questione
riguardasse terreni e altri beni immobili, ma mancano a tutt’oggi
certezze in questo senso. Tra le principali acquisizioni della tavola si
pone la scoperta del numerale etrusco per “dieci”, śar, e la certezza
del valore (almeno originario e teorico) di /e/ lunga del segno tipi-
camente cortonese (ma usato anche a Chiusi) della e invertita. La
cronologia, in assenza di contesto, si basa soprattutto sui caratteri
della scrittura, un regolarizzato evoluto non anteriore all’inizio del
II secolo. La tavola è oggi esposta al Museo della Città Etrusca e
Romana di Cortona.
BIBLIOGRAFIA: editio princeps AGOSTINIANI, NICOSIA 2000; altri contributi principali:
RIX 2000; MAGGIANI 2002 A; RIX 2002; DE SIMONE 2001-02; SCARANO USSANI, TORELLI
2002; DE SIMONE 2002; DE SIMONE 2003.

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Il cippo di Perugia (CIE 4538 = ET Pe 8.4)


Scoperto nel 1822 presso Monte Malbe, alcuni chilometri a NO di
Perugia, il cippo fu rapidamente acquisito per il Museo
Archeologico della città, dove si trova tuttora. La presenza di altri
cippi simili, anch’essi in travertino, ma anepigrafi, nelle immediate
vicinanze, ha indotto a una interpretazione come indicatore di un
confine. In questo caso mancano non solo i teonimi (come nella
tavola di Cortona) ma anche qualunque indicazione di cariche pub-
bliche; per questo si pensa che il testo riporti un accordo privato. Il
riferimento all’azione di scrittura contenuto nella parte finale del
testo (che occupa non solo una delle facce principali, ma anche uno
dei lati stretti di questo monumento, cha ha la forma di una grande
lastra più che di un vero cippo) fa pensare a una garanzia di trascri-
zione conforme dell’atto. I personaggi sono un Aule Velqina e un
Larq Afuna, e più volte vengono menzionate le loro famiglie nel
complesso. Per questo motivo è altamente probabile che si tratti di
una qualche compravendita di terreni o di un accordo sul loro sfrut-
tamento. Particolarmente interessante è il fatto che gli Afuna siano
altrimenti ignoti a Perugia: potrebbe trattarsi di una famiglia di
immigrati (forse da area chiusina), di alto livello sociale, che aveva
interesse ad acquisire proprietà fondiarie nel territorio perugino. I
caratteri grafici molto particolari rimandano all’attività di una bot-
tega di lapicidi che scrive anche su urne di alta qualità dei primi
decenni del II secolo.

BIBLIOGRAFIA: Perugia 1985, pp. 74-87; v. anche RONCALLI 1985.

Il peso di Cerveteri
Trovato nello scavo del tempio in località S. Antonio, nell’antica area
urbana di Caere, il manufatto è in realtà l’aequipondium (cioè il peso
mobile) di una stadera, che riporta una dedica incisa a Turms (il cor-
rispondente dell’Hermes greco, destinatario non sorprendente per
uno strumento commerciale), ma vi è una menzione anche di Hercle,
riconosciuto come divinità tutelare del santuario. Particolarmente
interessante la presenza di una formula di datazione con un magi-
strato, uno zilaq, (invece dei due regolarmente usati a Tarquinia). Il
testo permette alcune acquisizioni importanti, tra le quali il riconosci-
mento del carattere sacro (e quindi non esclusivamente funerario,
come si era pensato in precedenza) del luogo indicato con il termine
tus. La datazione precisa è problematica, anche perché la giacitura
stratigrafica non è risolutiva; la grafia è molto sciatta, e la sua lettura

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è resa ardua dalla corrosione della superficie del bronzo; tuttavia il


modello grafico di riferimento sembra quello capitale, che indica una
cronologia al IV secolo o al massimo poco dopo.
BIBLIOGRAFIA: CRISTOFANI 1996, pp. 39-54; ultima lettura Veio, Cerveteri, Vulci 2001,
p. 153 [A. Maggiani].

L’iscrizione di Laris Pulenas (CIE 5430 = ET Ta 1.17)


Uno dei sarcofagi della tomba tarquiniese dei Pulenas, databile
attorno al 270 a.C., mostra il defunto scolpito sul coperchio che tiene
in mano un rotolo aperto, sul quale è incisa a caratteri minuti una
iscrizione eccezionale nel panorama tarquiniese per estensione e
formulario. In essa è contenuta la genealogia del defunto (Laris
Pulenas), che si spinge fino al trisavolo, e l’elenco delle opere com-
piute in vita, che, a differenza di quello che si trova nelle altre iscri-
zioni tarquiniesi lunghe, si riferiscono alla sfera religiosa e non a
quella civile. Tra le frasi più chiare, si evince senza dubbio che Laris
Pulenas fu tra l’altro autore di un libro di aruspicina. Proprio la
mancanza di altri riferimenti per il lessico degli incarichi ricoperti
rende difficile la comprensione precisa dell’iscrizione.

Il fegato di Piacenza (ET Pa 4.2)


Si tratta di un modello in bronzo di un fegato di ovino, animale pre-
ferito per i sacrifici e per l’aruspicina, la cui superficie è divisa in 40
caselle, ognuna delle quali contiene il nome di una divinità. Il singo-
lare reperto fu rinvenuto a Settima di Gossolengo, nella pianura fra
Piacenza e gli Appennini. I caratteri grafici rimandano a una redazio-
ne nell’Etruria settentrionale interna (forse in ambito aretino o corto-
nese) e a una cronologia piuttosto avanzata (forse II secolo a.C.). Lo
studio dei teonimi riportati nelle caselle allineate lungo il bordo del
fegato ha permesso di evidenziare un buon numero di congruenze
con la ripartizione delle sedi divine nelle diverse regioni del cielo,
come sono tramandate da alcune tarde fonti romane, che ricordano
una suddivisione in 16 parti tipica proprio della pratica divinatoria
etrusca. Nella faccia inferiore del fegato sono iscritti due termini indi-
canti rispettivamente il sole e la luna. Il manufatto doveva servire
come oggetto liturgico nelle pratiche di aruspicina, e trova alcuni con-
fronti sia in modelli di fegati ovini in terracotta rinvenuti a Falerii, sia
in quello impugnato dalla figura di Aule Lecu riprodotta sul coper-
chio della sua urna, che la resa come oggetto rigido fa interpretare
come modello più che come fegato reale (cfr. scheda 60).

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BIBLIOGRAFIA: commenti principali MAGGIANI 1982; VAN DER MEER 1987; MORANDI
1988; COLONNA 1993 B; CAPDEVILLE 1996.

Le iscrizioni parietali tarquiniesi


In alcune tombe di Tarquinia, soprattutto del IV secolo, gli affreschi
rappresentano la famiglia a banchetto accompagnata da didascalie che
identificano i diversi personaggi; alcuni di questi possono avere testi
ben più lunghi di una semplice didascalia, che raggiungono l’estensio-
ne di veri e propri cursus honorum, con indicazione delle cariche rico-
perte in vita e di altre azioni non sempre riconoscibili, sia per la presen-
za di verbi e appellativi non altrimenti attestati, sia per la conservazio-
ne spesso problematica degli affreschi. In qualche caso sono testimo-
niate anche lunghe iscrizioni dipinte non collegate a figure affrescate,
ma del tutto indipendenti; il poco che si riesce a leggere nello sfacelo
della pellicola pittorica che ha coinvolto molti di questi monumenti
lascia pensare che si tratti di iscrizioni che commemorano la fondazio-
ne della tomba e probabilmente anche le gesta del fondatore.

Le iscrizioni vascolari arcaiche


Fra le iscrizioni vascolari della fase arcaica, soprattutto nel VII seco-
lo, ve ne sono alcune di sviluppo piuttosto considerevole, non sem-
pre completamente comprensibili, anche perché la pratica della
scriptio continua può creare seri problemi di segmentazione. In que-
sto gruppo rientrano alcune delle iscrizioni su aryballoi (cfr. scheda
74), alcuni dei kyathoi della serie cosiddetta Caere-Vetulonia-
Monteriggioni (cfr. scheda 70), e altre iscrizioni isolate, tra le quali
spiccano l’anforetta Melenzani, da Bologna, e alcuni vasi da Veio e
dal confinante agro falisco. Nella maggior parte dei casi si riescono
ad isolare alcuni segmenti ben comprensibili che esprimono posses-
so, dono, o anche nome del fabbricante dell’oggetto (o eventual-
mente dello scriba), secondo i formulari ben noti nelle iscrizioni di
tipo più comune. L’uso di redigere iscrizioni particolarmente lun-
ghe si riscontra anche ai primordi dell’epigrafia vascolare greca,
verso la quale quella etrusca è fortemente indebitata: in quei casi vi
possono essere allusioni conviviali, indicazioni del divieto di appro-
priazione indebita dell’oggetto con relative minacce o maledizioni
per il reo, allusioni a gare e a premi, fino a veri e propri testi poeti-
ci in versi. Tutti questi particolari naturalmente sfuggono per le
iscrizioni etrusche, che usano parole per lo più senza confronti, e
quindi di significato tuttora incerto.

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L’iscrizione di S. Manno (CIE 4116 = ET Pe 5.2)


Nella necropoli di S. Manno si trova una delle poche tombe perugi-
ne che adottano la forma architettonica con volta a botte (per la dif-
fusione a Chiusi cfr. scheda 40); sopra la porta di questa tomba è
incisa una lunga iscrizione di dedica che ricorda per lo sviluppo
quelle dipinte negli ipogei tarquiniesi. Autori dell’opera sono due
fratelli, un Aule e un Larq Precu, figli di Larq e di una Cestnei, che
la dedicano alla loro famiglia.

Il piombo di Magliano (CIE 5237 = ET AV 4.1)


Nei pressi di Magliano in Toscana (l’antica Heba), nel territorio di
Vulci, è venuto alla luce questo disco di piombo che reca due testi a
spirale sulle due facce; anche se l’interpretazione è tutt’altro che
pacifica, il ricorrere di teonimi lo colloca senza alcun dubbio nella
sfera delle iscrizioni sacre. La grafia indica una datazione nella
tarda età arcaica.

La laminetta di Punta della Vipera (CIE 6310 = ET Cr 4.10)


Nel santuario di Punta della Vipera, in un punto cruciale nello svi-
luppo geografico della costa del territorio cerite, è stata rinvenuta
una piccola lamina di piombo coperta da una iscrizione a caratteri
minutissimi, ai limiti della leggibilità. Lo stato di conservazione tut-
t’altro che buono rende illeggibile una parte consistente della super-
ficie iscritta; solo il contesto di rinvenimento fa pensare che si tratti
di un qualche tipo di testo collegato ad attività cultuali. I caratteri
grafici, con le forme del primo capitale cerite, hanno indotto a una
datazione entro il V secolo. Il documento è oggi conservato presso
il Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia.
BIBLIOGRAFIA: sul santuario di Punta della Vipera da ultima TOMASSUCCI 2005.

Il piombo di Pech-Maho (ET Na 0.1)


Nel sito di Pech-Maho, un insediamento costiero della Narbonese
che ha restituito documenti epigrafici di grande interesse in diverse
lingue, è venuta alla luce una lamina di piombo opistografa; l’iscri-
zione etrusca era quella originariamente tracciata sull’oggetto, che è
stato poi ritagliato per accogliere una seconda iscrizione, greca, sul
retro. Il testo greco si riferisce ad attività finanziarie e mercantili, e
dà un’idea della vivace multietnicità del mondo dei mercanti marit-
timi, dove convivono nel medesimo ambiente personaggi della pro-
venienza più disparata. Tutto fa pensare che anche il testo etrusco
sia stato redatto nel medesimo contesto; la convivenza del genitivo

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meridionale in -s e del k rimanda alle mode scrittorie ibride in uso


ad Aleria, evidentemente una sorta di etrusco “internazionale”
usato proprio nel circuito commerciale del Mediterraneo occidenta-
le. Particolarmente interessante l’attestazione del locativo mataliai,
che dovrebbe riportare il nome etrusco di Marsiglia (Massalia in
greco). Le forme dei caratteri e il contesto suggeriscono una datazio-
ne entro la prima metà del V secolo.
BIBLIOGRAFIA: SOLIER, POUILLOUX, LEJEUNE 1988; CARUSO, AMPOLO 1990-91;
CRISTOFANI 1993; per la presenza etrusca lungo le coste galliche v. ora Marseille 2002,
con bibliografia precedente. Prima pubblicazione di iscrizioni etrusche lungo le coste
galliche: COLONNA 1980 B.

Il cippo di Tragliatella
Si tratta di un piccolo cippo di trachite, frammentario, recuperato in
circostanze non chiare nella località di Tragliatella, al confine tra il
territorio di Caere e quello di Roma, e oggi conservato presso il
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Il cippo purtrop-
po è fortemente frammentario e la lettura è quindi molto problema-
tica; la parte conservata è sufficiente a capire che vi era iscritto un
testo diviso in più rubriche (separate fra loro da inversioni di ductus
tra le diverse fasce iscritte di ogni faccia), con una composizione
molto simile a quella del famoso cippo con iscrizione latina arcaica
dal Foro Romano; tra le parole che vi si riconoscono, particolarmen-
te importante l’attestazione, seppure frammentaria, della carica di
marunu[—-]. La datazione su base paleografica al VI secolo non
avanzato fa sì che venga restituita una delle più antiche attestazio-
ni di una magistratura etrusca.
BIBLIOGRAFIA: COLONNA 1988 A; MORANDI 1995; interpretazione topografica in
ZIFFERERO 2005, pp. 266-267.

Le lamine di Pyrgi (CIE 6314-6316 = ET Cr 4.4-5)


Nel santuario di Pyrgi, connesso con il più importante porto di
Cerveteri, sono venute alla luce, in un contesto di deposizione ritua-
le di materiali connessa con lo smontaggio degli edifici templari dopo
il loro abbandono, tre lamine d’oro iscritte, originariamente affisse a
un supporto di legno tramite chiodini di bronzo con la testa rivestita
d’oro raccolti all’interno delle lamine accuratamente ripiegate a pac-
chetto. Le iscrizioni di due delle lamine sono in etrusco, la terza inve-
ce è in fenicio. I testi, che ricordano la consacrazione del santuario
(connessa con la costruzione del primo tempio monumentale, il
Tempio B), seguono formulari piuttosto diversi nelle due lingue; è

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possibile ciononostante stabilire alcune corrispondenze testuali che


sono state di enorme aiuto per lo studio della lingua etrusca. Le lami-
ne sono a tutt’oggi conservate presso la Banca d’Italia, mentre diver-
si musei (tra cui quello di Villa Giulia e l’Antiquarium del castello di
S. Severa) espongono delle ottime copie.
BIBLIOGRAFIA: da ultimo COLONNA 1989-90, che raccoglie la vasta bibliografia pre-
cedente.

Le defixiones di Volterra e Populonia e la lamina di Poggio Gaiella


(CIE 52 = ET Vt 4.1; CIE 5211 = ET Po 4.4)
Almeno i primi due documenti, lamine di piombo con elenchi di
nomi seguiti da parole ripetute, possono essere interpretati come
defixiones: si tratta di un rituale ampiamente attestato nell’epigrafia
greca e latina, che consisteva nello scrivere maledizioni contro una
o più persone su lamine di piombo, che venivano poi chiuse e poste
all’interno delle tombe, in modo che i morti facessero da tramite nei
confronti degli dei inferi, alle cui attenzioni venivano raccomandati
i nemici accuratamente elencati. La lamina di Poggio Gaiella, al con-
trario, è tutt’altra cosa (anche per la cronologia: si tratta di un docu-
mento probabilmente di V secolo, mentre le precedenti sono molto
tarde, e non è sorprendente che seguano usi epigrafici e rituali di
tipo ormai romano), ma condivide con le altre il rinvenimento in un
contesto funerario: fu infatti ritrovata in una posizione non ben pre-
cisata nel corso di uno dei molti interventi di scavo nel più grande
tumulo chiusino, l’unico ancora visibile.
BIBLIOGRAFIA: per un tentativo generale di interpretazione (ormai superato)
VETTER 1960; sull’uso delle defixiones in generale GAGER 1992 con bibliografia prece-
dente; Fluchtafeln 2004. Sulla lamina di Poggio Gaiella: REE 58, 34.

La lamina di Tarquinia (ET Ta 8.1)


Rinvenuta in un luogo imprecisato dell’antica area urbana di
Tarquinia, questa lamina di bronzo, conservata solo in parte, dove-
va essere affissa a un supporto; il suo esordio con una datazione
magistratuale fa pensare che si tratti di un qualche tipo di dedica
pubblica: le piccole dimensioni potrebbero quindi presupporre un
oggetto di grande valore. Le lacune non permettono una compren-
sione più precisa del testo. La grafia, di tipo regolarizzato evoluto,
indica una datazione posteriore al tardo III secolo.
BIBLIOGRAFIA: PALLOTTINO 1983.

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La lastra di Castelluccio di Pienza (CIE 1136 = ET Cl 1.946 + 6.1)


Si tratta di una lastra di pietra fetida utilizzata come porta di una
tomba a camera; poiché l’iscrizione corre sia su una delle facce che
sullo spessore, è probabile che la situazione di rinvenimento fosse
conseguente a un uso secondario. La grave corrosione della pietra
fetida ha compromesso la lettura in molti punti; ciononostante, que-
sta è la più lunga iscrizione lapidaria arcaica conosciuta a tutt’oggi.
Le parti leggibili ricordano la dedica di una tomba, indicata in
modo esplicito.
BIBLIOGRAFIA: MORANDI 1985-86.

La “base” di Manchester (ET OA 3.9)


La definizione “base”, attribuita convenzionalmente a questo
manufatto bronzeo, è in realtà erronea, perché si tratta certamente
di un elemento di rivestimento di un qualche arredo o struttura
lignea; l’iscrizione reca un testo di dedica a Hercle, che è attribuibi-
le per grafia a provenienza meridionale. I caratteri di tipo capitale
indicano una datazione al IV-III secolo.
BIBLIOGRAFIA: PALLOTTINO 1983; da ultimo MARAS 2000-01.

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