Sei sulla pagina 1di 4

RICERCAR, TRASUMANAR (1995) Poesia indigena e traduzione: i ricercari nowau di Giancarlo Scoditti

Questo lavoro di Scoditti offre una quantit di interessanti informazioni etnografiche e linguistiche molto dettagliate e di prima mano. Mi sembra importante che uno studioso italiano sia riuscito a sviluppare una ricerca cos complessa ed ostica, con una cos lunga, intensa e partecipata esperienza di lavoro sul campo. Altrettanto importante che questo lavoro compaia in una collana sofisticata e in genere poco accessibile agli autori italiani come Oceanic Linguistics. Fin qui gli apprezzamenti. Debbo dire, per il resto, che ho trovato il testo di Scoditti parecchio discutibile sotto una quantit di punti di vista, scritto sciattamente e pochissimo convincente proprio nelle sue argomentazioni di fondo. Dispiace soprattutto che limpegno ad approfondire e precisare nel dettaglio loriginaria direzione documentaria venga in qualche modo condizionato dallingerenza di alcune insistenti presunzioni teoriche non troppo facili a digerirsi, almeno nei termini sbrigativi in cui vengono proposte. Quella che con maggiore evidenza salta agli occhi la scelta di concentrare lattenzione al testo delle poesie, senza particolari preoccupazioni di individuarne anche i referenti e i collegamenti culturali pi generali: questa sistematica mancanza di interesse per le circostanze, gli scopi, i contesti, i criteri di validazione culturale della produzione poetica sostenuta infatti dalla esplicita teorizzazione del suo autonomo valore letterario, e dallimplicito presupposto di una riconoscibile ed universale modalit dellapprezzamento estetico. Cos i testi nowau ci vengono dichiaratamente offerti senza mediazioni ed ermeneutiche antropologiche, senza nessuna pretesa interpretativa, come poesia pura da apprezzarsi sulla base degli stessi meccanismi che presiedono al nostro modo di apprezzare e valutare la nostra propria poesia. Ma il primo vistoso (e prevedibile) scoglio su cui naufraga questa pretesa puramente ostensiva - e la sua pi evidente contraddizione - la scelta di tecniche di traduzione - queste s - assolutamente interpretative, nella quali, come si suol dire, ci che era stato cacciato dalla porta rientra per la finestra, nei panni di una pesante modulazione di quei testi su una tonalit espressiva e letteraria che gli vistosamente estranea, ed appartiene tutta invece, come cercher di spiegare, non solo ad un approccio tipicamente occidentale, ma perfino ad una sua definita e specifica temperie estetica. Scoditti sostenuto dalla convinzione che sia possibile tracciare un sicuro parallelismo tra larte nowau e la tradizione occidentale, e rileva costantemente similitudini e isomorfismi: tra la composizione ed esecuzione della poesia nowau e i procedimenti compositivi ed esecutivi della musica classica (Mozart, Beethoven, ecc.), tra la consapevolezza linguistica dei suoi informatori e la teoria linguistica contemporanea (Clomski) tra la poetica nowau e la poesia occidentale (Omero, ma anche Leopardi). C, in tutto questo una curiosa aria di famiglia con lapproccio di un altro antropologo italiano che ha lavorato nellarea del Pacifico, Alessandro Duranti, che nel suo ultimo libro sostiene che i samoani avrebbero una filosofia di vita naturalmente wittgensteiniana. Tutte queste considerazioni dovrebbero deporre, secondo Scoditti, a favore della estrema sofisticatezza dei ricercari nowau. Questo argomento, purtroppo, ancorch insistito, non sembra particolarmente felice. Intanto perch la sofisticatezza della poesia primitiva non in discussione da parecchio tempo. In secondo luogo perch sostenere che la creativit di Mozart e quella di Ipaya Mokuyaraga di Kitawa sono sostanzialmente della stessa natura e qualit non una coraggiosa e provocatoria petizione di principio, quanto piuttosto una pura e semplice ovviet cognitiva, che ci fa venire in mente quella storiella del turista italiano, che si stupiva del fatto che i bambini di Parigi sapessero parlare tanto bene il francese. Insomma, questa insistenza sulla qualit rischia di sortire in qualche modo leffetto contrario, una sorta di excusatio non petita dai toni talvolta impacciati, come quando Scoditti attira la nostra

attenzione sulla modalit complessa, affascinante e densa di significato con cui il poeta nowau sputa il suo bolo di zenzero. Quello che resta in ombra, quello che tutto questo sforzo di rendere latmosfera letteraria finisce per oscurare, agli occhi stessi dellautore - e che invece varrebbe la pena di tentare di descrivere - perch si compongono quelle poesie, con quale scopo le si recitano e le si ascoltano, e su quali basi vengano poi apprezzate e valutate da chi le ascolta. E, anche, la relazione che tutto questo ha con il fatto che le poesie abbiano quella forma, siano composte e recitate con quella tecnica e con quel linguaggio. Potr sembrare ingenuo, in questi tempi di sofisticata voga wittgensteiniana dellantropologia, ma se non ci si chiede perch certe cose abbiano valore (nel senso pi lato del termine) per chi le compie e le vive, non si capisce intanto perch vengano compiute, n perch vengano compiute in un modo e non in un altro. Quanto pi Scoditti sottile nella sua esegesi letteraria, tanta meno cura dedica ai propri strumenti di antropologo. Sorprende la facilit, per esempio, con cui fa ricorso ad una terminologia francamente sospetta, carica di preconcetti etnocentrici (e di una tradizione interminabile di dibattito antropologico) come magia, spirito vitale, anima, ecc., come se il loro significato fosse pacifico, e sorprende, ancora, la descrizione lamettriana da uomo-macchina che Scoditti fa del funzionamento mentale che presiede alla creazione della poesia nowau, cos come lha ricostruita dalle conversazioni con i suoi informatori. Discende, da questa impostazione generale, largomentazione centrale del libro (niente pi che una dichiarazione di principio, che Scoditti, nel corso della sua ponderosa trattazione, dimentica di giustificare), e cio che nella poesia orale si pu individuare un testo originale ed un autore personale. La proposta, nelle intenzioni dellautore, non riguarda i soli componimenti nowau - per parte dei quali pu essere forse giustificata, o almeno ipoteticamente ammessa - ma lapproccio generale alla letteratura orale, Omero compreso. Detto questo, non si spiega per quale ragione Scoditti continui a riferirsi per tutto il suo libro a delle formule poetiche (termine che dovrebbe semmai respingere totalmente), e non piuttosto a poesie tout court. Uno degli argomenti addotti a sostegno della sua tesi la reazione degli ascoltatori allerrore dellesecutore. Su questa base Scoditti suppone che lesistenza di una forma definita e registrata permanentemente del testo sia in qualche modo confermata e avvalorata dallasseveramento pubblico. Si implica quindi che il testo originale stabile e invariante, e posseduto dalla comunit, ma anche, inevitabilmente, la conclusione paradossale che il poeta professionale sia lunico potenzialmente in difetto rispetto alla sua materia di lavoro. Le cose, come ovvio, non stanno cos. Quello che il pub blico assevera non la coerenza con un testo canonico, ma piuttosto il rispetto di modalit formali ed espressive, linguistiche e letterarie, essenzialmente tipologiche e formulari. Non la composizione in s, ma il rispetto dei canoni stilistici e culturali ai quali legato il riconoscimento e lapprezzamento pubblico. I Maori possiedono almeno sette diversi termini per definire altrettanti errori possibili del poeta, delloratore o del cantante, ma sono di fatto tutti collegati, anche questi, esclusivamente al modo ed alle tecniche del comporre e delleseguire. Ma contro questo baldanzoso punto di vista giocano, pi che argomentazioni di carattere teorico generale e di storia della tradizione orale, le stesse vistose contraddizioni a cui Scoditti lo espone nel corso della sua trattazione. Insomma, come si pu sostenere la funzione determinante della musicalit allinterno del testo (determinante in senso letterale, in quanto ladattamento del testo alla musica ne stravolge e condiziona la resa e le premesse lessicali, grammaticali e linguistiche, tanto da far coniare a Scoditti lorrida locuzione sfllacciamento del testo in direzione musicale) e pretendere allo stesso tempo di stabilire una lectio rigorosamente filologica (con tanto di concordanze ed indici di ricorrenza) della sola trascrizione ortografica?

E sorprende ancora quanto poco ci venga detto della musica, della qualit, delle caratteristiche, della tradizione, degli usi e dei contesti nei quali si compone e si ascolta: in tanto rigore e puntiglio descrittivo ci sarebbe piaciuto vedere almeno una trascrizione musicale, magari con una dimostrazione pratica di come il testo si sfilacci in direzione musicale. Ma non c niente di tutto questo. C, invece, una raccolta di testi originali (che si suppone trascritti con estrema cura) accompagnati da un curioso volume di complemento contenente le note di traduzione, estremamente prodigo di riferimenti linguistici anche complessi e impegnativi, ma privo del pi elementare (e fondamentale) requisito di ogni traduzione etnografica: la trascrizione interlineare e la notazione sintattico grammaticale. Scoditti, tanto sensibile alla ricerca ed alledizione del testo originale ed autentico ci offre cos in traduzione una versione assolutamente disinibita da qualsiasi obbligo di fedelt alloriginale che non sia quello di ricreare, riprodurre latmosfera e le sensazioni che quelle poesie hanno determinato in lui, e per le quali suppone una ovvia equivalenza con le sensazioni e con latmosfera che queste producono nella cultura nowau. Per fare questo, naturalmente, non ha che da ricorrere ai classici modi espressivi della poesia occidentale, magari aggiungendovi un aroma fauve che ricordi certi classici dei primordi. Non mancherebbero esempi clamorosi della arbitrariet e degli stravolgimenti del testo originale operati da questa scelta di resa testuale. Voglio per sceglierne uno apparentemente insignificante. Dove Scoditti traduce corte vesti delle danzatrici, che cosa ci suggerisce? Intanto una sensazione di grazia, convogliata dallinversione dellaggettivo e dalluso di un vocabolo leggermente pi arcaico e letterario del pi immediato corrispondente italiano, e in subordine un senso di sonnecchiante desiderio erotico (qualcosa come i vestimenti leggieri di DAnnunzio - e chiss che Scoditti non abbia avuto in mente, consapevolmente o meno, proprio questi). Niente ci fa supporre tutto questo nel testo originale che ci viene sottoposto, niente che ci indichi qualcosa di pi che un semplice riferimento tipologico, lindividuazione di un oggetto specifico nel parafernalia culturale nowau. Questa tendenziosa operazione ha lo scopo di accreditare una poeticit, una suggestione poetica, una concentrazione di senso nel lettore occidentale che di fatto invece assolutamente diversa da quella delloriginale. Nel far questo Scoditti si illude di rendere il dovuto alla cultura Nowau, di rendere accessibili e visibili ai propri lettori occidentali la complessit, la raffinatezza, la suggestione e lemozione di quei testi, cos come lui stesso le ha vissute. Al contrario, invece, comprime una volta di pi i valori che sono loro propri, li rende di fatto inaccessibili, offrendo in cambio una testualit poetica che tutta del traduttore, e che attinge pesantemente ai moduli espressivi della tradizione poetica occidentale, nella ricerca di un effetto estetico e suggestivo in cui si concili la raffinatezza espressiva, la delicatezza poetica e la seIvaggeria presumibile del contenuto. Un richiamo molto letterario agli archetipi. Che dire allora de luomo dai molti amori, del rosso fiore dellebbrezza e di tutte le altre forzose immaginerie imposte al testo nowau? Si ha limpressione che una sincera passione per la ricchezza e la complessit del materiale studiato abbia forzato la mano al traduttore, consigliandogli la via di comunicazione pi semplice e suggestiva, imponendogli la scelta di una traduzione intesa come resa poetica. Ma il concetto di resa poetica - gi discutibile nella traduzione tra lingue occidentali - presuppone lazzardosa accettazione del prerequisito della identit

o isomorfismo delle rispettive poetiche, un identico significato, uso e funzione della poesia nelle due culture a confronto, che dovrebbe essere invece preventivamente dimostrato. Pu darsi che i trovatori nowau, come sostiene Scoditti, non siano molto diversi da Omero. Ma se dovessi cercare un parallelo anche per il loro traduttore italiano il primo nome che mi viene in mente quello di Pindemonte. Sembra che Scoditti ignori, o programmaticamente ritenga ininfluente la colossale letteratura sui problemi della traduzione. Dalle note di traduzione si ha quasi limpressione che la lingua delle poesie nowau sia priva di regole grammaticali e si riduca ad un complesso impasto sonoro che suggerisce al volonteroso traduttore tutta un serie di accostamenti semantici pi o meno mirabolanti. Ma quella che ci viene offerta, alla fine, non la poesia nowau, non una serie di formule poetiche. Al contrario. Abbiamo esattamente linverso: se per formula si intende - e non vedo come potrebbe essere diversamente - una sequenza codificata di espressioni e locuzioni ricorrenti, abbiamo qui tutto linverso di una serie di formule. A meno che Scoditti non consideri il rosso fiore dellebbrezza come un equivalente delle bianche braccia di Minerva, o una sorta di kenningar melanesiano. Ma, come si evince dalle note di traduzione, anche espressioni formulari di questo tipo appartengono allo stile del traduttore pi che alla lettera del testo. Direi, per riassumere, che tutto il libro inframmezzato ed intessuto di insostenibili petizioni di principio e discutibili messe in pratica delle stesse. Peggio, Scoditti non fa niente per rendercele pi digeribili, ricorrendo al contrario ad uno stile espositivo ed argomentativo farraginoso ed involuto, come se lo sforzo del tradurre avesse definitivamente esaurito i suoi mezzi espressivi. Abbiamo cos gli orridi snocciolamento ritmico e sfilacciamento in direzione musicale, oppure acrobatici calchi dallinglese come utterare o limplacabile incapsulare ossessivamente ripetuto per tutto il testo. Per finire, poi, con quella curiosa lista di concordanza e ricorrenze della quale non si sa proprio cosa fare, priva com di qualsiasi nota esplicativa e di valutazione.