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IL SUICIDIO

(E. Durkheim)

1. La sociologia generale di E. Durkheim


E’ indispensabile, per comprendere a fondo gli studi di D., conoscere le linee essenziali delle sue
concezioni nel contesto storico in cui ha operato.
E.D. (1859-1917) è uno di quei pensatori che si trova all’incrocio di molte tensioni sociali e ideali.
Dopo la sconfitta della Comune di Parigi, dopo la sconfitta con la Prussia, nella ricerca di un nuovo
ordine durante la Terza Repubblica .Nella sua opera “Le forme elementari della vita religiosa” si
può intravedere come per D. Dio diventi minuscolo, ma non più il Dio incarnato nell’individuo
come nel pensiero laico degli Illuministi, bensì l’incarnazione avviene nella Società, la quale arriva
ad assumere una posizione maiuscola.
D. pur criticando spesso Comte e Spencer, prenderà dal primo il moralismo, dal secondo i concetti
di evoluzione storica e di solidarietà organica.
Troverà inoltre numerosi spunti da altri pensatori e sociologi del suo tempo (Quetelet , Tarde,
Bergson, Sorel ).
Proprio per questo il pensiero di D. si può dire riassuntivo di un epoca , lui che aveva studiato
scrupolosamente anche Renouvier, soprattutto nel dualismo della natura umana e le sue condizioni
sociali .
D.privilegia il sociale. Il sociale ha certo origine dalle vicende dell’individuale. Ma dopo acquista
leggi proprie a livello superiore.
L’individuo entra in società, facendo violenza sulla sua natura, subendo dunque una coercizione
dall’esterno.
Per D. il problema è di dimostrare la necessità di tale coercizione, di legittimarla. Il compito della
sociologia è di osservare questi problemi ed offrire una soluzione stabilizzatrice.
Egli non dà come facilmente acquisibile l’individuale nel sociale. Quello che lui descrive è un
“HOMO DUPLEX”: un uomo che si muove tra due poli opposti, la sua natura individuale o
profana, e la sua natura sociale o sacra.
Come aveva osservato Gustave Le Bon la coscienza dell’uomo come individuo è diversa da quella
dello stesso in quanto membro di un organismo collettivo. Le Bon aveva osservato che il
comportamento collettivo può essere migliore, ma spesso peggiore di quello individuale.
D.ritiene, invece, che la società possa rendere i comportamenti collettivi migliori nella massima
parte dei casi, purché la stessa società intervenga attivamente.
Anche essendo “l’organo di un organismo”, l’uomo è nettamente inferiore.
Solo una costrizione esterna può portarlo ad un piano più elevato, ma una costrizione intesa come
fatto costruttivo che riesca a liberarlo dalla casualità.
Ma il nostro dovere è quello di essere compiuti e completi, o al contrario essere la parte di un
tutto?.

2. La divisione sociale del lavoro


La divisione del lavoro non è per D. come quella tecnica di Smith, per D. è la divisione sociale; la
divisione in classi che collaborano tra loro.
Il singolo non può essere autonomo in una società con molte specializzazioni come quella attuale,
bisogna attuare l’unione dei singoli.
La macchina della società è indispensabile alla loro unità, anche a prezzo di numerose difficoltà.
Ma il “contratto” si esercita in un regime di disuguaglianza fra la società che produce una
costrizione e l’individuo.
Compito della società dovrebbe essere quello di livellare le disuguaglianze naturali in una
eguaglianza artificiale (sociale) in cui a tutti è dato di partecipare alla conduzione della stessa in
eguale misura e spontaneamente.
D. spiega il concetto di divisione del lavoro con l’esempio delle antiche
società, che erano omogenee poiché fondate su una religiosità di gruppo.
Ma le società moderne sono basate sulla specializzazione, e in esse prevale una religione
dell’individuo. La divisione del lavoro cova dentro di sé, una possibile disgregazione sociale.
L’autore pensa dunque ad una divisione non solo di natura tecnica, ma basata su una morale
collettiva. Proprio l’estrema divisione del lavoro, a cui corrisponde la massima divisione in classi,
dovrebbe portare non al conflitto, ma alla massima solidarietà fra disuguali. D.dunque mette in luce
un problema che Marx aveva sottovalutato, per il quale era possibile risolvere il problema della
divisione delle classi solo abolendo la proprietà privata.
Numerose critiche sono state mosse a D., ad esempio il sociologo A.Pizzorno afferma che la
solidarietà può verificarsi, ma solo secondo le varie classi, e che la solidarietà può avvenire solo tra
eguali e cioè fra appartenenti ai diversi livelli. Dunque fra i vari gruppi, solidali all’interno, si
creeranno, conflitti esterni di classe.

3. La folle corsa e l ’ “anomia”


D. tenta di dimostrare che il crescere della divisione del lavoro, rendendo ognuno dipendente da
altri, aumenta la solidarietà. Questa solidarietà diventa il fine morale della società.
Ma per acquistare la nuova forza sociale occorrono nuove istituzioni, che possono essere date da un
sistema basato sulle professioni, o meglio su corporazioni di professioni.
Per D. occorre “cercare nel passato i germi di vita nuova che esso conserva e di sollecitarne lo
sviluppo.” Dentro queste corporazioni vi stanno dirigenti e diretti, che non preoccupano D. dal
momento che pensa che le ineguaglianze provochino una dinamica sociale per il raggiungimento di
livelli superiori. Ma D. si rende conto che questa dinamica sociale sta provocando una “folle corsa”,
legata solo all’espansione produttiva e all’estensione del mercato. Invece per D. il fine deve essere
quello di un godimento collettivo. Ma chi stabilirà i livelli da raggiungere e le varie remunerazioni?
Secondo D. esiste un “oscuro senso” che si può occupare di ciò, compiendo una regolamentazione
in grado di armonizzare il tutto.
Approdando alla codificazione dei dislivelli, sociali ed economici, ritorna sulla necessità della
coercizione sociale in grado di eliminare i conflitti.
A tal proposito sarà espresso il concetto di “anomia”: “lo stato di non regolamento si rafforza
perché le passioni sono meno disciplinate proprio quando bisognose di una più forte disciplina”.
Proprio la coercizione, la moralità e l’anima collettiva potranno diminuire la anomie e comporre i
contrasti.
Eppur vero che esiste però una sfera della vita sociale dove questa è allo stato cronico, ed è il
mondo del commercio e dell’industria.
L’economia industriale è lanciata in una corsa senza fine, una critica che sembra poter anticipare
quella moderna di W.Mills.
D. infine invece di trarre delle deduzioni da questo ragionamento, parla ancora delle corporazioni,
in grado di disciplinare i salari, la stessa produzione, e addirittura a regolare i bisogni. Dunque è a
questo che bisogna tornare. In realtà per D. come dice Jonas, “il sociale è una natura quasi
metafisica”, e la tessera fondamentale di tutta la sua metodologia è infatti il “fatto sociale”,
spiritualmente e storicamente superiore all’individuo.
D.dice che un fatto socialeè, ogni modo più o meno definito dell’agire, in grado di costringere
socialmente l’individuo; ma non è un imposizione è ciò che l’individuo riceve come essere sociale
(l’educazione,il linguaggio,le leggi..).E’ un modo di agire, di pensare esterno all’individuo, dotato
di potere coercitivo ed imperativo in virtù del quale si impone all’individuo, con o senza il suo
consenso. Questo tessuto di vincoli e di comportamenti in cui è immerso l’individuo, sono i fatti
sociali, distinti nettamente per D. dai fatti psichici.
I fatti sociali possono esser considerati come “cose”, elementi che si contrappongono e impongono
all’individuo senza possibilità di mutamenti.
La causa determinante di un fatto sociale deve essere cercata fra i fatti sociali antecedenti e non tra
gli stati della coscienza individuale.
Il profondo “antistoricismo” di D. gli permetterà di confrontare fatti e situazioni di diversi paesi e
di diverse epoche per dedurne considerazioni valide universalmente.
Per lui il sociale ha una natura astorica, con una funzione di costante regolazione per la società,
l’unico fatto che legittima la costrizione dell’individuo in ogni società e tempo.
Ma se coglie esattamente la funzione dell’autorità nel primo periodo della vita del fanciullo, egli
estrapola sbagliando lo stesso concetto anche per l’individuo adulto.
La costrizione è valutata una modalità naturale e costante per lo sviluppo sociale.L’individuo è
forgiato dai modelli sociali, in tutte le manifestazioni della sua vita, o meglio è fatto,
(passivamente).
Un concetto che si amplierà nel tempo e che arriverà a dire che l’individuo “è parlato”, “è
vissuto”...ma in tal caso non dal fatto sociale bansì dall’inconscio.
Ancora D. sarà ripreso nella concezione che l’uomo non è un protagonista ma un derivato.
D.sostiene di voler integrare l’uomo, stabilizzarlo nell’ambito della società e di una storia in lenta
modificazione.
Anche D. infine si rivela un homo duplex, sacrificato nel suo pensiero, in nome di una politica
conservatrice, ma attento denunciatore del dramma della società contemporanea.

4.La teoria del suicidio


Uno dei punti più rilevanti del suo pensiero è il concetto di “ANOMIA”, soprattutto approfondito
nel suo studio su IL SUICIDIO.
Egli in tale opera non farà ricerche dirette, ma esaminerà con attenzione una serie di statistiche per
diversi paesi e periodi.
Dopo aver tentato una classificazione di carattere psicologico di quattro tipi di suicidio:
“maniacale”, dovuto ad allucinazioni deliranti; “melanconico”, dovuto ad estrema depressione;
“ossessivo”, legato all’idea fissa della morte;
“impulsivo”, dovuto ad un momento drammatico; osserva che il tasso dei suicidi essendo variabile
con regolarità in situazioni sociali diverse, non può essere spiegato solo con motivazioni di
carattere psicologico.
Rileva che esso è più diffuso nella città che nelle campagne, che gli uomini si suicidano in media
quattro volte più delle donne, gli anziani più dei giovani,gli ebrei meno dei cattolici, e questi meno
dei protestanti. Scartata la connessione fra stati psicopatici e suicidi, confuta una serie di teorie che
avevano attribuito le cause anche a situazioni climatiche, stagionali.
Conclusione è che l’andamento dei suicidi dipende essenzialmente da cause sociali.
Per ciò che riguarda le varie religioni , D.nota che il suicidio aumenta dagli ebrei ai cattolici ai
protestanti, la spiegazione è nella natura dei sistemi religiosi,nelle forme di solidarietà più o meno
forti.
D.passa alla classificazione dei suicidi secondo “tre modalità sociali”,da cui derivano tre tipi di
suicidio che egli definisce: “egoistico”, “altruistico”, “anomico”.In base ad una serie di dati arriva a
stabilire che: “IL SUICIDIO VARIA IN RAGIONE INVERSA AL GRADO DI INTEGRAZIONE
DEI GRUPPI SOCIALI DI CUI FA PARTE L’INDIVIDUO” (della società religiosa, della società
domestica, della società politica ).
In tal modo riesce a spiegare il suicidio EGOISTICO, cioè quello che porta l’individuo ad
estraniarsi dal gruppo, ad entrare in uno stato depressivo e di isolamento.Attribuisce questo suicidio
ad una “SMISURATA INDIVIDUALIZZAZIONE”.
“L’individuo è troppo poca cosa, non è un fine sufficiente alla sua attività.Egli è limitato nello
spazio ed anche nel tempo.Quando abbiamo altri obbiettivi al di fuori di noi stessi, non possiamo
sfuggire all’idea che i nostri sforzi siano destinati a perdersi nel nulla, dove finiremo anche noi”.
Il nulla ci terrorizza, e qui potremmo citare l’eco del verso di Orazio: “Non omnis moriar” riguardo
la possibilità di prolungare, forse solo attraverso la cultura, la propria personalità.
Ma D. ricorda Platone , nel Fedone, quando Socrate parla amaramente del vestito che dura oltre la
vita dell’uomo che lo indossa.
D. in termini analoghi dice che si può rimandare di qualche generazione quel limite, ma poi verrà
sempre il momento in cui non ci sarà rimasto più niente.
Solo dunque attraverso l’integrazione sociale, l’uomo può tentare di evitare il suicidio egoistico che
deriva dall’isolamento e dall’eccesso di individualismo.
Ma il suicidio ALTRUISTICO, nasce da ragioni opposte, sono la scarsa individualizzazione e la
troppa integrazione che rendono l’individuo depersonalizzato.In tal caso si avranno eccessi di
sacrifici per la comunità: vecchi che si uccidono per non essere di peso, donne che lo fanno per la
perdita del marito, soldati per la gloria dell’esercito...
Ma la terza forma di suicidio, quello ANOMICO(=senza legge), è la più complessa: essa deriva
dagli squilibri sociali. Si hanno così morti nei momenti di crisi o di disastri economici, ma anche
nei casi di boom e di brusca prosperità.
Il mito del progresso senza soste, porta ad anomie gravi a cui corrisponde una cuspide di suicidi.
In tal punto D. introduce il problema della famiglia e del matrimonio.
Gli uomini, che in genere si suicidano di più delle donne, durante il matrimonio lo fanno di meno,
mentre gli scapoli hanno un tasso nettamente superiore. In caso di divorzio sono ancora gli uomini
ad essere in netto svantaggio, mentre la donna non sembra essere scossa da questo.
D. considera gli aspetti contraddittori del matrimonio, e rileva che dal punto di vista del suicidio “
il matrimonio favorisce tanto più le donne quanto più è praticato l’uso del divorzio, e viceversa”.
Nel matrimonio l’uomo trova un limite ed una disciplina, mentre la donna, che nel matrimonio è in
una situazione particolarmente repressa, vede nel divorzio una possibile liberazione. Al contrario di
quanto si pensava. D. si trova dunque difronte ad un grave problema: “Non si può diminuire il
suicidio dei mariti senza aumentare quello delle mogli”.
L’uomo è avvantaggiato dalla stabilità, la donna è svantaggiata dalla mancanza di libertà; tutto ciò
poiché l’uomo è compensato dal fatto di essere inserito attivamente nella vita sociale, mentre la
donna ne è tenuta a distanza.
La conclusione D. la farà in linea conservativa, affermando che poichè il numero dei suicidi con il
divorzio si eleva, è positivo confermare l’indissolubilità del matrimonio anche al prezzo di un grave
svantaggio per la donna.Una possibile soluzione potrà essere trovata solo quando con una maggiore
socializzazione della donna, diminuirà lo scarto fra le posizioni dei due coniugi. Anche se D.
aggiunge che la parità giuridica non potrà essere legittima finchè l’ineguaglianza psicologica sarà
tanto flagrante. Ma è proprio la società secondo lui, quel livello generale che determina quello
psicologico e individuale. Dunque le ineguaglianze psicologiche possono attuarsi solo attraverso
l’eguaglianza sociale. Ma D. non ritiene possibile del tutto questa ipotesi., ritenendo il matrimonio
uno dei fattori dell’ineguaglianza.
Ancora D. chiarisce che, non si può parlare di suicidio, ma di tipi diversi di suicidio.E vede forme
in cui si combinano i tre tipi insieme.
“Sono innumerevoli le circostanze che sembrano essere le cause del suicidio perché lo
accompagnano molto frequentemente; gli avvenimenti più diversi e contraddittori della vita
possono essere pretesto al suicidio”.
Solo una spiegazione sociale può mettere ordine in tutti questi casi.
Cerca inoltre di vedere altri contesti in cui il suicidio si manifesta: esaminerà, ad esempio, il
rapporto fra omicidio e suicidio, trovando che dove il primo è molto sviluppato, il secondo si
verifica in misura minore. Ma anche qui occorre distinguere .
Quando prevale il suicidio egoistico, l’omicidio diminuisce, ma quando si tratta di suicidi altruistici
questi sono indipendenti dal numero di omicidi.
Infine, in quello anomico esiste un’ambiguità fra i due, e spesso il suicidio segue un omicidio
effettuato, o il suicidio avviene dopo un mancato omicidio.
Nelle società attuali sono presenti soprattutto il suicidio egoistico e quello anomico, spesso anche a
causa di una netta divisione del lavoro.
(A questo punto sarebbe per lui coerente affermare che è proprio la società industriale, e in essa la
divisione estrema del lavoro, a creare profonde deformazioni della società), ma dirotta e constata
che “non vi è società conosciuta in cui sotto varie forme non si osservi una maggiore o minore
criminalità”. “Dunque dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere e che
l’organizzazione sociale lo implica logicamente : e quindi è normale”. Difronte a questa
constatazione D. contrappone solo il problema della necessità delle pene, perché altrimenti si
stimolerebbe la criminalità, sbilanciando così il grado di intensità.
Ma qual’è il grado normale di delitti e suicidi?
L’autore considera solo che “il suicidio è un tributo alla civiltà”, una valvola di sfogo all’anomia.
L’unica soluzione che lui propone, è quella di una società basata sulle corporazioni professionali, in
grado di stabilire una ferma moralità e solidarietà, tale da abbassare i casi di suicidio egoistico,
eliminare quelli del caso altruistico e riassorbire le contraddizioni che creano quello anomico.

5.Il suicidio e la psicoanalisi


“Fin l’anno 1930,in Francia non era possibile per un sociologo citare il nome di Freud” afferma
Monnerot, per questo resta una separazione fra lo studio sociale del suicidio e lo studio
psicanalitico.
Tuttavia si possono ravvisare osservazioni di D. valide anche alla verifica Freudiana.
Freud ritiene che il suicidio sia un omicidio mancato, opinione molto vicina a quella di D. sul
suicidio anomico.
Nell’anomia un uomo infatti si uccide spesso rivolgendo contro sé l’aggressività che aveva
accumulato contro gli altri.
La psicoanalisi va oltre e ritiene che anche il suicidio del depresso sia un omicidio mancato.
E’ possibile interpretare così dunque il suicidio egoistico di D., come un eccesso di individualismo
che porta ad una carenza di integrazione e da cui quindi nasce l’aggressività verso gli altri che lo
hanno abbandonato.
Tuttavia anziché muoverla verso gli altri, l’uomo in tale stato svilupperà un forte senso di colpa e
rivolgerà questa aggressività verso se stesso.
Ma Franco Fornari chiarisce che in linea generale per la psicoanalisi il suicidio non esiste, e il suo
paradosso è proprio quello di essere una negazione della morte. Ci si suicida ad esempio per
imitazione e insieme per partecipazione emotiva. (Es. delle ragazze di Mileto).
Chiarisce Fornari che il suicida, sul piano cosciente sembra voler negare il proprio rapporto con il
mondo, ma nell’inconscio, in realtà lo ricerca in modo disperato. Egli è un escluso che tenta di
affermare la propria presenza, di riappropriarsi dell’oggetto d’amore che non aveva raggiunto in
vita.
Ma nel fare questo egli si propone di creare un lutto verso gli altri, cioè di scaricare la propria
morte all’esterno, sulle spalle altrui.
Il suo gesto è un omicidio illusorio sugli altri, colpiti dalla sua morte.
Discordanti da D. gli psicanalisti affermano che il suicidio non è un gesto decisionale razionale
bensì il gesto di un uomo disturbato, non normale.
6. Oltre la psicoanalisi del suicidio
Oltre al caso delle ragazze di Mileto si potrà ricordare di come Virgilio nell’Eneide riesca ad
anticipare l’interpretazione psicoanalitica moderna.
Nell’Antinferno, Virgilio colloca anche i suicidi che non sono paghi dell’essersi tolti la vita, ma, al
contrario che sarebbero disposti a tornarvi ad ogni costo. Ma lo Stige lo vieta.
Dunque V. non attribuisce ai suicidi la volontà di uccidersi o di accettare un aldilà senza sofferenze,
ma il desiderio di una vita anche peggiore della precedente una volta verificata realmente la morte.
Un’altro fatto offertoci dall’epoca classica è quello del suicidio di massa degli Zeloti per non cadere
vittime dei Romani.
Nelle parole del capo Zelota si troverà il netto capovolgimento di vita con morte e viceversa.
Anche il Cristo scambia vita con morte e morte con vita, e sarà proprio la morte nella falsa vita che
consentirà la resurrezione nella vera.
In linea generale tutte le religioni che postulano la vanità della vita terrestre e la verità della vita
ultraterrestre creano situazioni di suicidio immediato o suicidio differito.
Il suicidio immediato è quello della autofferta di se stesso come capro espiatorio, come martire, (D.
lo definisce suicidio altruistico eroico).
Il suicidio differito è quello del sacrificare la propria vita umana attraverso la rinuncia, le
sofferenze, la clausura, la denutrizione, per ottenere una seconda vita nella pienezza paradisiaca.
Si può concludere affermando che la pratica di suicidi con ideologie religiose corrisponde a
momenti storici di forte disagio e di forti tensioni disgregatrici del tessuto sociale in cui una
seconda vita immaginaria viene vista come l’unica speranza.
Ed il fatto che queste due forme di suicidio vengano praticate in piccoli gruppi o in piccole
comunità, non toglie nulla al fatto che tali gruppi trovino la loro aggregazione per il fine di
annullarsi difronte ad un mondo verso il quale essi sono anomici, disgregati.

7. Le verifiche moderne della teoria di D. sul suicidio


Sono numerose e va premesso che in ogni caso le statistiche sul fenomeno sono state incerte in
molti casi per occultamento.
In ogni caso i risultati di D. vengono nel complesso confermati.
Ad es., nei paesi sviluppati sono ancora gli uomini ad uccidersi più delle donne, gli anziani più che
i giovani, anche se questi ultimi hanno più tentati suicidi. E’ smentita l’affermazione che la miseria
protegge, i salariati agricoli si uccidono di più dei liberi professionisti a tutte le età.
Tutto ciò può essere legato alle trasformazioni della società.
Nel tempo del benessere e dell’intensità della vita urbana, essere un salariato agricolo vuol dire
essere un emarginato, un isolato.
Invece a cavallo fra l’800 e il ‘900 era motivo di forte coesione con le altre masse rurali.Il
fenomeno dell’isolamento si è capovolto.
Tuttavia la città, oggi presenta larghi fenomeni di desocializzazione.
Fra gli aggiornamenti, gli studi di cronobiologia, (De Maio) che ci dicono come il suicidio abbia
dei cicli annuali, con preferenza nei giorni centrali della settimana e nelle ore diurne, fra le 17 e le
18, come D. aveva approssimativamente accertato.
La novità è nel fatto che De Maio pensa che in quei periodi esista una minore sensibilità ai
comandi del codice genetico del non uccidere e del non uccidersi che può provocare più facilmente
la crisi.
In ogni caso la legge durkheniana sulla proporzionalità diretta fra suicidio ed isolamento sociale è
resistita a tutte le obbiezioni, se mai è stata ampliata.
Uno dei maggiori studiosi che hanno tentato di ampliare D. ,Chenasis, offre divisione in tre grandi
categorie di forme di violenza :
• La distruzione di altri (l’omicidio, la pena di morte, la tortura...)
• L’autodistruzione di sé (il suicidio, le droghe, uso di mezzi mortali...)
• Le due distruzioni insieme (il terrorismo politico, le guerre...)
Da questi scenari terribili emerge che la violenza, in ogni sua forma, è sempre legata al contesto
culturale, cioè all’uomo artificiale ed alla società artificiale, non all’uomo ed alle sue origini
naturali.
Approfondendo il secondo tipo, l’autodistruzione di sé, vediamo come già D. aveva strappato, alla
fine dell’800, al suicidio il velo romantico di un atto rivendicativo di libertà, di amore, secondo la
linea che va da Goethe e da Shiller fino a Tolstoj.
Valutato nell’antichità classica come atto eroico o sublime (Socrate, Catone, Seneca) o come
rivendicazione di libertà suprema, il suicidio fu considerato una grave colpa dal cristianesimo, un
offesa a Dio, l’unico che può dare e togliere la vita.
Furono gli illuministi a rivendicare il diritto dell’uomo di disporre della propria vita e scesero in
campo per questo : Montesquieu, Voltaire, Rousseau.
Solo nel 1810 in Francia sarà abolita la condanna del suicida.
Hegel ribadisce che la facoltà al suicidio è ciò che determina all’uomo di essere o di non-essere.
Ma forse la “liberalizzazione” del suicidio è stata un danno dal momento che rispetto all’epoca
della Chiesa medievale vi è stato un forte aumento di morti.
Oggi con le spiegazioni della sociologia e della psicoanalisi, che il suicidio dipende da un eccesso
di solitudine, da una propria socialità distorta, dal non saper reggere gli alti e bassi economici ,
dalla speranza illusoria di avere una seconda vita immaginaria che compensi le carenze della
prima...si cerca di dar luogo ad una prevenzione rispetto al fenomeno.
Il suicidio, in definitiva, si basa su un capovolgimento del senso della vita e della morte.
Si potrebbe dire che il suicida vorrebbe togliersi il dolore di una prima vita per averne una seconda
senza dolore. Ma l’uomo non dispone di una vita di ricambio. E si deve sottolineare che i più
colpiti sono gli elementi più deboli di una società. (La sequenza è : Ungheria, Germania est,
Finlandia, Austria...). L’isolamento è il maggior pericolo.
Non risulta verificata la relazione fra suicidi ed omicidi, ma ciò non smentisce che
psicologicamente il suicidio si possa considerare un omicidio mancato.

8.Analisi del suicidio su tre livelli


Dalle interpretazioni di D. fino ad oggi, si può affermare che il fenomeno del suicidio può essere
interpretato solo su tre livelli contemporaneamente:
• Sovrastrutturale (ideologie, religioni...)
• Strutturale (appartenenza a classi, gruppi, cicli economici...)
• Sottostrutturale (situazioni psichiche individuali e collettive)
Proprio tale esame a tre dimensioni, correlate tra di loro, potrebbe dare molte indicazioni sia per le
epidemie che per i casi singoli di suicidio.
Ad es. per un uomo si possono individuare quali erano le sue ideologie e quelle del suo gruppo
(liv.sovrastrutturale) ; quali le sue condizioni economiche e sociali e quelle del suo ambiente
(liv.strutturale); e infine le sue tensioni psichiche correlate a quelle collettive (liv.sottostrutturale).
Tutto ciò costringe ad esaminare i “contesti” del suicidio, facilitando così anche i criteri per la
prevenzione.
Dopo D. che scontava il suicidio come un anomia immodificabile di ogni società, oggi l’elemento
preminente è considerare il suicidio come un fatto sventabile attraverso una presa di coscienza,
un’analisi profonda ed una modificazione dei rapporti economici e sociali.
Malraux afferma, che “se ci si uccide soltanto per esistere”resta compito della società di offrire ai
suoi membri una vita reale accettabile senza che nessuno debba avere il bisogno di trovare un
altrove inesistente. E’ corretto aggiungere che il tasso dei suicidi, sì è indice di cattivi
funzionamenti sociali, ma non può affermare la supremazia di una società su di un’altra.
La presenza del suicidio, indicando sempre gravi disfunzionamenti all’interno di una società, ha
bisogno di non esser più giustificato in chiave romantica o misterica come di recente per C.Pavese,
P.Levi.
In linea generale il suicidio come fantasticazione di una seconda vita migliore della prima può
essere considerato un caso particolare di tutte le concezioni religiose che spregiano la vita terrestre.
Ma mentre le religioni affermano che il “ponte” fra la vita terrestre e quella ultramondana sia la vita
stessa, il suicida ritiene che esso siala morte medesima, vista come scorciatoia; per far questo egli
però deve sentirsi diverso dalla massima parte degli uomini e deve vedere i valori essenziali
rovesciati.Proprio lo scambio simbolico fra morte e vita, e vita e morte, consente al suicida di
vivere la fine come il principio. La società, come dice D. deve capire, intervenire e prevenire.
Se il suicidio avviene per mancanza di integrazione sociale dell’individuo, è la società stessa che ne
rappresenta l’assenza, la disumanità,l’incapacità di partecipazione.Non è l’individuo assente
rispetto alla società, è lei che è assente rispetto ai suoi membri più deboli.
Infine resta da dire che il suicidio, nonostante tutte le sue interpretazioni resta un atto violento e
seguendo Freud, un atto violento su di sé, non riuscendo ad attuarsi contro tutta la società;
altrimenti al suo posto si avrebbero tutti omicidi.Quindi l’indice dei suicidi e dei tentativi, è un
indice di aggressività omicida.

9.Suicidio, violenza e potere


Il suicidio allora non sarebbe che un “fatto sociale” di una interpretazione generale dell’aggressività
umana.
Ma come un essere umano arriva ad uccidersi ?
1. E’ noto che il codice genetico vieta a tutti gli esseri umani di uccidere dentro la propria
specie, per non indebolirla, senza distinzioni fra omicidio e suicidio.
2. Si uccide entro la specie umana solo quando si riesce a considerare l’altro o se stessi come
diverso da un uomo, meno di un uomo, non uomo.
3. Come Marx e Durkheim hanno dimostrato, l’uomo è un essere sociale; egli è i suoi rapporti
sociali dentro l’intera sua specie.
4. Quando un uomo perde i suoi rapporti sociali, si svuota di umanità, o aggredisce e uccide, o
si annulla, arrivando in entrambe i casi alla “morte civile”.
5. Nel caso del suicidio, egli potenzialmente era già civilmente morto prima di uccidersi.
6. Il potenziale suicida si vede diverso ,un non essere sociale,un non-uomo. Di qui la sua
possibilità di ottenere la “licenza di uccidersi”,aggirando il divieto del codice genetico.
7. Il potenziale suicida, soffrendo per la sua morte civile, scarta l’ipotesi di rivalsa concreta e
proietta la colpa del suo stato sulla società, la comunità o il gruppo che lo hanno
cancellato,condannandolo a morte.Di qui il suo desiderio di devastazione.
8. Non potendo però uccidere l’intera società, o provando colpa per il suo desiderio omicida
(Freud), tende a rivolgere l’arma contro se stesso.
9. Egli potrà capovolgere il suo senso di colpa in quello che la società dovra provare per la sua
morte.Una sorta di gratificazione post-mortem.
10. Egli vivendosi come già morto, può entrare in uno stato di delirio onnipotente, vedendosi un
uomo integrato solo dopo la morte.
11. La vicina morte reale diventa così il ponte fra la morte immaginaria presente e una vita
immaginaria futura dopo la morte reale. Il suicida dunque è colui che si toglie la vita per
averla, che la perde per trovarla.
12. L’atto della morte reale per lui coincide con l’atto di rinascita sociale.
13. Il suicida segnando la sua assenza assoluta, riesce a far notare la sua piena presenza nel
mondo sociale.
14. Es. dialettica Padrone - Servo di Hegel.
15. Il suicida tenta di gettare in faccia alla società indifferente la vita solo apparente di
escluso o autoescluso dai rapporti sociali.
16. La morte fisica del suicida diventa la clamorosa rivelazione e l’oggettivazione tragica della
morte civile, già avvenuta. Si potrebbe allora confermare Freud, dicendo che il suicidio è un
omicidio mancato in forma diretta verso gli altri, ma perfettamente riuscito verso se stessi.
17. La spiegazione dell’elevato numero dei suicidi fra gli anziani deriva dal fatto che questi
si sentono diversi, minorati, nei corpi e nelle menti, e aventi dunque la licenza di uccidersi.
Lo stesso vale per i divorziati, i celibi, i vedovi. E in tutte le situazioni in cui si pensa ci sia
una norma da seguire. Ugualmente per gli handicappati, per i bambini, che non riescono a
vedersi adulti. Per tutti loro il suicidio sembra essere il passaggio immaginario verso il
“normale”.
18. Ma come afferma Hegel, quando il Padrone diventa Servo, perde il suo potere. Ad es.
Cleopatra, Hitler. Si suicidano per non passare nella condizione di declassati, per vendetta,
sottraendo al nuovo padrone il piacere di umiliarli.
19. Ma Shakespeare, più sottile, mostra che il suicidio finale del Padrone non è che la
conclusione del suicidio già predeterminato dalla scalata al potere assoluto. Così nelle sue
tragedie si suicidano, Cleopatra volendo per se l’impero Romano, ma anche Macbeth, Re
Lear, Cesare, Otello, indirettamente o direttamente perché hanno raggiunto il massimo
potere.
20. La conclusione del suicidio dei potenti resta quella data da Hegel, che non aveva capito
nulla del suicidio individuale. Per Hegel non è l’Antitesi che attacca e vince, ma è la Tesi (il
potere) che si suicida uscendo dalla esperienza, dal lavoro, dalla storia. Ma tale uscita è pur
nella estrema potenza determinata dalla solitudine. Si ha la morte civile in basso, attraverso
l’esclusione, e la morte civile in alto, attraverso la prevaricazione solitaria. E’ questa
estraneità per vertigine, per eccesso, che “Divide et non impera”. Viene ancora dunque
riconfermata la legge di D., secondo cui il suicidio è direttamente proporzionale alla
disgregazione dei propri rapporti con gli altri uomini. E’ per questo che il potere non
soltanto è solo, ma è tanto più cieco quanto più assoluto, creatore di gerarchie e dunque di
forte divisione sociale.
21. D. aveva già osservato che il numero dei suicidi aumenta con l’aumento della divisione
sociale.
22. Si potrebbe concludere con una complessa ipotesi sul suicidio: (sicuramente non accettata
da D.), il suicidio è direttamente proporzionale alla divisione sociale, e quindi alla quantità
di potere in alto ed alla quantità di esclusione in basso ed, in generale, al grado di
disuguaglianza, di isolamento e di separazione sia in alto che in basso fra gli uomini.
10. La conoscenza delle coscienze
Nel quadro complessivo del suo pensiero lo studio sul suicidio è stato uno dei punti più importanti
in cui D. ha tentato di vedere dentro un fenomeno la complessità dei comportamenti e delle
influenze sociali.
E’ vero che ogni uomo vive individualmente la propria vita, ma come osserva D., lo spazio, il
tempo e le cause collettive giocano nella sua vita un ruolo molto rilevante. Egli considera la società
come una necessità esterna e superiore agli individui, una “coscienza di coscienze”, forma più alta
della vita psichica. Al di sopra dell’uomo c’è la società, il più potente fascio di forze fisiche
esistenti. A queste ultime considerazioni era approdato attraverso una analisi della religione. Per D.
la religione laica, è l’immagine della società, dalle connessioni che la religione consente, nascono
spinte che permettono all’uomo di superare i confini della sua limitatezza individuale.
La religione laica è la scala per raggiungere il mondo sociale superiore; il passaggio dal profano al
sacro, dal privato al sociale, (Le forme elementari della vita religiosa, 1912).
Il pensiero di D. da qualsiasi punto di vista converge verso un unico punto: la dimostrazione della
priorità dell’organismo sull’organo, della società sull’individuo, (Es. il corpo mano con funzioni
gerarchiche). E a proposito dell’anomia, D. dirà del delitto che anch’esso congiura a favore del
sociale. D. pensa che sia spiegabile ciò che è storicamente posteriore e più complicato, con ciò che
è storicamente anteriore e più semplice. Mutano le forme, ma non la sostanza.
La sua sarà una fine tragica, nel 1917 dopo la dolorosa perdita del figlio nella guerra della Francia
contro la Prussia. Egli forse ha pagato di persona il fatto di non aver colto che la guerra l’anomia
delle anomie, in cui si scompare dall’essere esseri umani.