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IL FUNZIONALISMO

From: "La teoria sociologica contemporanea”


R. Wallace-A. Wolf

Definizione: analisi di fenomeni culturali e sociali nei termini delle funzioni che essi svolgono in un
assetto socioculturale.

La società è un insieme di parti interconnesse nel quale nessuna parte può essere compresa se
isolata dalle altre. Un qualsiasi mutamento in una è considerato causa di un certo grado di
squilibrio, che produce ulteriori cambiamenti in altre parti del sistema e addirittura una
riorganizzazione.

Lo sviluppo del funzionalismo è basato sul modello del sistema organico che troviamo nelle scienze
biologiche.

Tre elementi:
1. La generale interrelazione tra le parti del sistema;
2. L’esistenza di uno “stato normale” delle cose, o stato di equilibrio, paragonabile alla condizione
sana di un organismo;
3. La maniera in cui tutte le parti del sistema si riorganizzano per riportare una situazione
perturbata alla normalità.

Quindi esiste sempre una tendenza volta a ristabilire l’equilibrio.

I funzionalisti tendono ad utilizzare, come concetti centrali, valori altamente condivisi, o standard
generalmente accettati. L’enfasi posta sui valori è la seconda caratteristica fondamentale del
funzionalismo accanto all’accento posto sulla interdipendenza e sulla tendenza a ristabilire
l’equilibrio. Questo in contrasto con l’altra maggiore teoria macrosociologica, la teoria del conflitto.

• Radici: Emile Durkheim.

Comte, Spencer e Pareto sottolinearono l’interdipendenza delle parti di un sistema sociale;


Durkheim mise in rilievo il concetto di integrazione, o solidarietà, che ispirò poi le analisi di
Radcliffe Brown e Malinowski sulla funzione svolta dalle istituzioni sociali.

Emile Durkheim

È il più importante precursore del funzionalismo moderno.

Parsons ha dichiarato che Durkheim è stato uno dei suoi più importanti modelli intellettuali, “per
l’influenza sostanziale nel definire i problemi e i molti elementi della struttura empirico-concettuale
centrale del mio pensiero”.
2

Merton ha detto che Durkheim è stato uno dei due studiosi da cui ha imparato di più.

L’influenza di Durkheim si estende al di là del funzionalismo, in quanto autori come Goffman e


Berger hanno incorporato alcune delle sue idee nelle loro prospettive di interazionismo simbolico e di
fenomenologia, mentre Randall Collins ne riprende alcuni spunti nel suo lavoro sui riti.

Primo grande lavoro: “La divisione del lavoro sociale”, esamina la funzione della divisione del
lavoro. Durkheim intendeva l’evoluzione sociale come un movimento dalla solidarietà meccanica
delle società tribali a quella organica, espressa dalle società industriali. Egli pensava che le società
primitive fossero caratterizzate da una forte coscienza collettiva che definiva come “la totalità delle
credenze e dei sentimenti comuni ai cittadini medi della stessa società”. Con la crescita della
divisione del lavoro si è verificata anche una crescita dell’individualismo, una corrispondente
diminuzione della coscienza collettiva e uno spostamento verso la solidarietà organica,
caratterizzata dall’interdipendenza dei ruoli e da una mancanza di auto sufficienza che porta
all’aggregazione.

Fatto sociale: risulta generale su tutto l’insieme di una data società pur avendo una propria
esistenza, indipendente dalle manifestazioni individuali. Esempi: le leggi, i costumi.
Istituzione: insieme di credenze e di modi di comportamento formulati dalla collettività.
Definizione di sociologia: la scienza delle istituzioni, del loro formarsi e del loro funzionamento,
quindi sociologia come scienza dei fenomeni macrostrutturali.

Ne “Le regole del metodo sociologico” prende in esame la spiegazione dei fatti sociali; vede le
funzioni come bisogni generali dell’organismo sociale. La spiegazione di tali fatti sta in cause
sociali, piuttosto che non sociali e applica il suo metodo nel noto studio “Il Suicidio”, dove si è
concentrato sui tassi di suicidio, cioè su un fatto sociale anziché sui suicidi individuali.

Punizione: è una reazione sociale al crimine, ricopre anche la funzione di conservare l’intensità dei
sentimenti collettivi o i valori condivisi; la punizione ha l’utile funzione di mantenere il livello di
intensità di determinati sentimenti. La spiegazione di Durkheim su cosa spinga le società ad
adottare forme di punizione è molto meno soddisfacente. Egli indica correttamente che la funzione
che svolge qualcosa non ci spiega di per sé la sua esistenza e sostiene che, se la causa dell’esistenza
di quel qualcosa fosse già nota, ne scopriremmo ancor più facilmente la funzione.

In altre parole, prima afferma che la punizione è una conseguenza, una variabile dipendente, ma poi
quando considera le conseguenze sociali della punizione, finisce per dire il contrario. Perciò la
causa corrisponde alla funzione; problema della circolarità e dello spiegare le cose tramite la
funzione che svolgono, problema che ricorre in tutta l’analisi funzionalista.

Concetto più famoso, l’anomia, centrale ne “Il Suicidio”: ne ha descritti due tipi:
1. Acuta, risultato di un brusco cambiamento;
2. Cronica, determinata da uno stato di costante cambiamento, frutto della moderna società
industriale.

Quindi Durkheim non ha preso una posizione neutrale sul suicidio in quanto lo vedeva come un
problema sociale.
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Merton ha riformulato le posizioni di Durkheim nel seguente modo:


1. La coesione sociale fornisce un supporto mentale ai membri del gruppo vittime di stress acuti e
di ansie;
2. I tassi di suicidio sono funzioni delle ansie e degli stress non confortati che le persone
subiscono;
3. I cattolici hanno una coesione sociale maggiore dei protestanti
4. Pertanto presso i cattolici ci si deve aspettare un minore tasso di suicidi rispetto ai protestanti.

In una maniera tipica del funzionalismo, Durkheim fonda la sua teoria sulla coesione sociale o
solidarietà, su due specifici “bisogni” sociali, regolazione e integrazione. Ipotesi principale: le
società caratterizzate da troppa o troppo poca regolazione e integrazione producono un alto tasso di
suicidi. L’anomia è appunto il termine usato da Durkheim per individuare questa mancanza di
regole e sui suoi effetti si concentra l’attenzione del sociologo. Per Durkheim l’anomia è uno stato
patologico della società.

Una situazione può essere considerata chiaramente anomica quando una crisi o un cambiamento
sociale improvviso determinano una discontinuità fra l’esperienza delle persone e le loro aspettative
normative.

Il più importante contributo di Durkheim al funzionalismo è “Le forme elementari della vita
religiosa”, in cui mostra come nelle tribù primitive la religione fosse una potente forza di
integrazione.

Valori: concezioni condivise di ciò che è bene, o credenze che legittimano l’esistenza e
l’importanza di specifiche strutture ed i tipi di comportamento che vi corrispondono.

Due antropologi, Malinowski e Radcliffe-Brown, si interessarono al lavoro di Durkheim e


Malinowski per primo utilizzò il termine funzionale nelle sue analisi. Collegamento fra il loro
lavoro e il moderno funzionalismo in sociologia si stabilì alla London School of Economics dove
Talcott Parsons era allievo di Malinowski.

Malinowski si interessava alle funzioni e ai bisogni psicologici che ogni società trovava il modo di
soddisfare; Radcliffe-Brown invece a fattori specificamente sociologici, quali le funzioni delle
istituzioni all’interno del sistema sociale.

• Talcott Parsons: la teoria generale.

La sua teoria dell’azione include 4 sistemi:


1. Culturale;
2. Sociale;
3. Personalità;
4. Comportamento dell’organismo visto come sistema.

La visione che ha Parsons del processo di socializzazione mette in evidenza come tutti questi
sistemi siano interrelati.
4

L’individuo interiorizza i valori sociali, cioè apprende “le aspettative inerenti al proprio ruolo” e
diventa membro della società a pieno titolo. I valori derivano dal sistema culturale; le norme ed
aspettative corrispondenti si apprendono all’interno del sistema sociale; l’identità proviene dal
sistema di personalità ed il corredo biologico deriva dal comportamento organico.

Teoria parsonsiana dell’azione.

Prende in esame inizialmente un attore che è motivato a impegnarsi per raggiungere lo scopo
desiderato, secondo quanto è stabilito dal sistema culturale. L’azione si colloca in una situazione
che comprende mezzi e condizioni. Tutti gli elementi sono regolati dagli standard normativi del
sistema sociale. Gli attori non possono ignorare le regole del gioco; esse definiscono i loro stessi
scopi e il loro modo di comportarsi, e le aspettative normative devono essere soddisfatte da ogni
attore che voglia perseguire un certo scopo. Le norme infatti sono state interiorizzate dall’attore che
è motivato ad agire in modo appropriato.

La teoria dell’azione fornisce concetti adatti a descrivere un’ampia gamma di comportamenti e a


mettere in rilievo l’interdipendenza tra le varie componenti sociali.

Le variabili strutturali.

Si basa sulla tipologia di Tonnies “Gemeinschaft e Geselleschaft”, comunità e società. Parsons


considera di importanza fondamentale la differenza fra le due. Egli definisce “espressive” le
relazioni nelle società tradizionali e “strumentali” quelle tipiche delle società moderne.

Parsons è andato oltre una semplice doppia tipologia. Le sue variabili-tipo rappresentano una
elaborazione a 5 modelli della tipologia tradizionale-moderno.

Variabile strutturale: dicotomia nella quale l’attore deve scegliere una parte, prima che si
definisca in lui il significato della situazione data; prima che egli possa agire in modo conseguente a
quella situazione. Quindi ogni variabile rappresenta un problema, o un dilemma, che l’attore deve
risolvere prima di intraprendere l’azione.

Le scelte poggiano sulle norme sociali, e l’imparare quale sia la scelta appropriata fa parte del
processo di socializzazione.

ESPRESSIVE STRUMENTALI
Gemeinschaft Geselleschaft

Attribuzione Realizzazione
Diffusione Specificità
Affettività Neutralità
Particolarismo Universalismo
Collettività Individuo
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Parsons non ritiene le variabili escludentisi l’un l’altra.

La tesi di P. è che le variabili strumentali sono predominanti nella società industriale,


particolarmente in campo professionale.

Quindi necessità di istituzioni con funzione di socializzazione; “la scuola è l’agente socializzante
centrale.”

Problemi del modello funzionalista. Il modello AGIL.

Quello di P. è un paradigma a 4 funzioni, interesse di base è l’equilibrio.

“L’equilibrio sociale è un concetto secondo cui la vita sociale possiede una tendenza ad essere e
rimanere un fenomeno integrato a livello funzionale, di modo che ogni mutamento in una parte del
sistema sociale porti con sé aggiustamenti in altre parti del sistema. Il mutamento iniziale crea uno
squilibrio, ma avviene un assestamento funzionale delle parti al fine di ricostruire un sistema
integrato, messo a punto e relativamente stabile”.1

I 4 “bisogni” fondamentali sono:


1. Adattamento;
2. Raggiungimento dei fini;
3. Integrazione;
4. Mantenimento della struttura.

Nel contesto del sistema sociale, P. solitamente descrive la società e il sistema sociale come un
quadrato diviso in 4 settori uguali, sono i 4 problemi funzionali del sistema, rappresentati dalle
lettere AGIL

A G
ADATTAMENTO RAGGIUNGIMENTO DEL FINE

ECONOMICO POLITICO

EDUCATIVO
RELIGIOSO LEGALE
FAMIGLIARE

L I
MANTENIMENTO DELLA INTEGRAZIONE
STRUTTURA LATENTE

1
“A modern dictionary of sociology”.
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A: adattamento, problema di assicurarsi sufficienti risorse.


G: goal attainment, il sistema deve mobilitare le proprie risorse.
I: l’integrazione, problema prioritario per i funzionalisti; bisogno di coordinare, assestare e regolare
le relazioni tra i vari attori e unità del sistema per mantenerlo in funzione.
L: è composta da due necessità, primo, l’accertarsi che gli attori siano sufficientemente motivati e,
secondo, la necessità di fornire meccanismi per la gestione delle tensioni interne.

Problema generale insito nelle quattro funzioni di Parsons: esse non sono necessariamente
distinguibili in modo chiaro e le istituzioni non rientrano in modo sempre netto in un’unica casella,
lo schema non può essere utilizzato per predire quale tipo di istituzioni svilupperà una società e
quali funzioni svolgerà una data istituzione. Esso serve a classificare le istituzioni dopo che l’evento
si è verificato.

Il modello AGIL e l’equilibrio.

Punto cruciale: i 4 bisogni del sistema sono considerati da Parsons, prerequisiti per l’equilibrio
sociale. Il loro contino operare è assicurato da due meccanismi: la socializzazione e il controllo
sociale.

Il controllo sociale entra in gioco nei casi di devianza; ogni società possiede meccanismi generali di
controllo, che fronteggiano la devianza.

Il modello parsonsiano catalizza l’attenzione sull’interdipendenza tra diverse istituzioni, sul modo
in cui le società umane si dibattono in difficoltà simili, malgrado le differenze superficiali, sulle
continuità nella vita sociale e su come esse vengano assicurate.

Ma lascia molto di inspiegato. Problema della circolarità è evidente; egli non specifica mai i
meccanismi attraverso cui i sistemi sviluppano le risposte alle loro necessità e non precisa mai il
metodo con cui i sistemi rispondono allo squilibrio.

Ciò che ha causato critiche spietate è il fatto che P. non sia neutrale nei confronti della
sopravvivenza e dello sviluppo dei sistemi sociali. La sua versione del funzionamento implica che
l’equilibrio sia desiderabile.

Il sistema di P. è un sistema in equilibrio in quanto ogni attore è moralmente impegnato a svolgere


le funzioni attese sul piano culturale e sociale.

Il mutamento sociale.

Primi lavori

“Il processo di mutamento dei sistemi sociali”, capitolo del “Sistema sociale”; P. tratta i
cambiamenti all’interno dei sistemi sociali e non i cambiamenti di sistema sociale.
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L’idea di mutamento sociale di P. si incentra su lenti cambiamenti di assestamento già da tempo


introdotti nel sistema e sulle modalità di riequilibrio del sistema stesso, dando vita a uno stato di
cose non identico al precedente, o piuttosto ad un “equilibrio dinamico”.

Quindi la teoria parsonsiana non è statica.

P. ha utilizzato l’equilibrio come costrutto teorico, non come descrizione di una realtà empirica.

Non esiste cambiamento se non vengono sopraffatti gli interessi acquisiti, tesi che trova d’accordo i
teorici del conflitto.

P. concepisce il mutamento come un processo graduale; in tutto “Il Sistema sociale”, associa
mutamento a “devianza” e “tensione”, che devono essere controllate a beneficio dell’equilibrio;
utilizza termini con connotazioni negative, sbilanciamento, meccanismi di resistenza, tensione e
agitazione quando parla di conflitto o mutamento.

Il modello di evoluzione.

Segna un revival di interesse per lo sviluppo evoluzionista della società.

Le idee di P. sull’evoluzione sono un’estensione della sua tipologia di variabili strutturali e del
paradigma a 4 funzioni; e sviluppa ed estende nuovamente le idee di Durkheim.

Una differenziazione sempre crescente è la chiave nell’evoluzione del sistema sociale.

P. identifica un certo numero di concetti di evoluzione “universali”, che definisce come “ogni
sviluppo, a livello organizzativo, sufficientemente importante per ulteriori evoluzioni, il quale è
probabile emerga più di una volta, in vari sistemi operanti in diverse condizioni”.2

Prima di tutto, il linguaggio, la parentela, la religione ed una tecnologia pur rudimentale sono
prerequisiti delle comunità destinate a rompere del tutto con lo stadio primitivo e a diventare una
società come noi la intendiamo. Seguono poi i sei maggiori universali evoluzionisti:
1. Stratificazione sociale;
2. Legittimazione culturale;
3. Organizzazione burocratica;
4. Economia monetaria e di mercato;
5. Norme universali generalizzate;
6. Associazioni democratiche.

P. diversifica i termini struttura e processo.

Struttura: stratificazione sociale, legittimazione culturale, l’organizzazione burocratica, il mercato


e la moneta, le norme e le associazioni democratiche.

Processo: la differenziazione, la crescita adattiva, l’inclusione e la generalizzazione dei valori.

2
“Evolutionary Universals in Society”, in “American sociological review”, 1964.
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Per P. un sistema stratificato è desiderabile in una società industriale complessa in quanto indirizza
efficacemente alle varie occupazioni e mantiene in funzione l’intero sistema sociale, quindi la
stratificazione è un “universale evoluzionista”.

La differenziazione è la chiave dell’evoluzione del sistema sociale.

La crescita adattiva implica l’idea di controllo e dominio dell’ambiente.

L’inclusione è l’uscita dalla segregazione, a cui si aggiunge la generalizzazione dei valori.

PROCESSI DIFFERENZIAZIONE CRESCITA INCLUSIONE GENERALIZZAZIONE


ADATTIVA DEI VALORI

Dallo stregone dalle epidemie dal WASP dal protestantesimo


alle infermiere, al controllo al nero, a religioni laiche.
Esempi ai farmacisti, delle malattie. al femminile.
ai chirurghi,
ecc.

• Robert K. Merton: la teoria di medio raggio.

Libro più noto: “Teoria e struttura sociale”, a differenza di P., Merton formula ipotesi empiriche e
spesso le verifica nella realtà, raccogliendo egli stesso i dati ed analizzando i risultati.

Teorie di medio raggio.

M. diverge dal funzionalismo parsonsiano: rinuncia alla ricerca di una teoria onnicomprensiva e si
dedica a quelle che definisce teorie di medio raggio: “Al vertice del pensiero umano, alcuni
sociologi stanno cercando una teoria unificata. Il nostro compito maggiore è quello di elaborare
teorie specifiche, applicabili a serie limitate di dati: teorie, ad esempio, sul comportamento deviante,
o sul flusso di potere da una generazione all’altra, o sulle maniere invisibili di esercitare
un’influenza personale”.

Merton richiede teorie con una serie limitata di presupposti, da cui si possano derivare e verificare
empiricamente delle ipotesi specifiche. Le teorie di medio raggio vanno poi gradualmente a
consolidarsi in una teoria più generale.

M. si appoggia a grandi sociologi quali Durkheim e Weber: due esempi classici di teorie a medio
raggio sono “Il suicidio” e “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”.

Per chiarire l’analisi funzionale.

M. ha dedicato notevole attenzione a quella che definisce la “codificazione dell’analisi funzionale in


sociologia”3.

3
“Teoria e struttura sociale”.
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Importanti differenze rispetto al funzionalismo di P. Da una parte, il paradigma funzionale di M.


non è suscettibile di critiche di intrinseco conservatorismo e teleologia. Al tempo stesso, però, M.
fornisce meno proposizioni specifiche sulla struttura della società di quanto faccia Parsons.

I funzionalisti in generale concepiscono la società come un sistema di parti interconnesse. Questo


vale anche per M., che sostiene che “la tendenza fondamentale del funzionalismo si esprime nella
pratica di interpretare i dati in base alla considerazione delle conseguenze che essi comportano
rispetto alle strutture in cui i dati sono collocati”. M. è anche profondamente interessato
all’integrazione sociale, o equilibrio.

Disfunzioni.

M. mette in rilievo l’esistenza di disfunzioni ed esorta i sociologi ad impegnarsi ad identificarle.

La concezione di disfunzione implica due idee distinte:


1. Un fatto può avere conseguenze disfunzionali in generale;
2. Tali conseguenze variano a seconda del soggetto di cui si parla.

Il concetto di disfunzione è inoltre centrale per poter sostenere che il funzionalismo non è
intrinsecamente conservatore.

Funzioni manifeste e latenti.

Le funzioni manifeste sono quelle conseguenze che gli individui possono osservare o aspettarsi, le
funzioni latenti sono quelle conseguenze non riconosciute come tali, né intenzionali.

M. presta attenzione a quelle latenti e alla crescita conoscitiva che la loro scoperta può procurare
all’analisi funzionalista della società.

M. mette in rilievo sia la distinzione tra manifesto e latente, sia le modalità secondo cui l’analisi
delle funzioni latenti “impedisce che l’analisi sociologica sia sostituita da giudizi morali”. Questo
spinge i sociologi ad andare oltre le motivazioni che gli individui forniscono riguardo alle loro
azioni, o all’esistenza di determinate usanze e istituzioni, li porta a ricercare altre conseguenze
sociali che permettano la sopravvivenza di tali pratiche e chiariscano il sistema di funzionamento
della società.

Alternative funzionali.

Pretesa del funzionalismo: una società per poter durare deve possedere certe caratteristiche e tutte le
società presentano tali caratteristiche.

In gran parte dell’opera di M. il funzionalismo serve principalmente come insieme di proposizioni


sulla struttura delle società. Ma elabora ugualmente il concetto di prerequisito funzionale, o
“precondizioni funzionalmente necessarie” per una società. Comunque egli rileva che non v’è
ragione di supporre che particolari istituzioni siano le sole capaci di soddisfare determinate
funzioni.
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Il concetto di M. di alternativa funzionale chiarisce anche l’analisi funzionalista, in quanto respinge


esplicitamente l’idea che le istituzioni esistenti siano necessarie e, quindi, buone. Egli incoraggia i
sociologi che adottano un approccio funzionalista a dubitare dell’indispensabilità di una struttura
già esistente.

La teoria della devianza di Merton.

M. utilizza elementi esplicativi tipici dell’analisi funzionalista, in particolare: fini culturali e norme
istituzionalizzate. Il concetto di anomia è la principale variabile indipendente.

Definizione di M. dell’anomia è differente da quella di Durkheim; a suo parere è una forma di


discontinuità tra fini culturali e mezzi legittimi utilizzabili per raggiungere tali fini. Applica la sua
analisi agli Stati Uniti, dove il traguardo del successo economico viene ampiamente enfatizzato,
cosa che non succede in modo corrispondente per quel che riguarda “la strada legittima da
percorrere verso tale traguardo”. L’anomia che ne risulta è disfunzionale per la società americana in
generale. Ne deriva quindi, una fonte di tensione per il sistema in senso parsonsiano che porta ad
una notevole dose di devianza.4

Per M. ci sono 5 modalità di adattamento:

X Y
(Anomia) (Devianza)

Scopi Mezzi Modalità di


culturali istituzionalizzati adattamento

+ + Conformità
+ - Innovazione
- + Ritualismo
- + Rinuncia
- - Ribellione

L’innovazione e il ritualismo sono gli unici casi di perfetta anomia secondo la definizione di M., in
entrambi si riscontra una discontinuità tra fini e mezzi.

Comunque questo modello non è chiaro per quel che riguarda il momento in cui emergono i vari
tipi di devianza e in quale misura.

4
Parsons ha infatti preso a prestito il modello di M. per la sua classificazione degli orientamenti devianti, nel “Sistema
sociale”.
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Il set di ruoli.

“The Role Set”, 1957. L’analisi di M. parte dalla definizione di status e ruolo data da R. Linton: per
status si intende una posizione nella struttura sociale con diritti e doveri suoi propri, con ruolo si
individua un comportamento orientato rispetto ad aspettative strutturali altrui. Quindi ad ogni status
è associato un ruolo ed ogni persona, nella società, occupa più status.

M. elabora la concezione di Linton introducendo la nozione che ogni status implica non uno, ma un
insieme di ruoli. Quindi un set di ruoli è “quel complesso di relazioni tra ruoli in cui una persona è
coinvolta in virtù del fatto di occupare un particolare status sociale”. Ogni persona ricopre vari
statu, ognuno dei quali ha il proprio set di ruoli; ciò che M. chiama un set di status.

M. si dedica all’analisi degli aggiustamenti sociali che integrano le aspettative di coloro che
partecipano del set di ruoli, evitando conflitti di ruolo. Si concentra sul problema della struttura
sociale e si chiede quali siano gli elementi funzionali e quali quelli disfunzionali.

Individua 4 fattori attenuanti:


1. Diverso grado di coinvolgimento che mitiga gli effetti delle diverse aspettative di ruolo;
2. Competizione per il potere tra i membri del set di ruoli; il conflitto che li coinvolge può lasciare
più autonomia a colui che riveste il ruolo in esame,
3. Esclusione da certe attività connesse al ruolo di una parte dei membri del gruppo;
4. Livello in cui sono rilevabili domande conflittuali da parte di alcuni membri del set.

M. tratta poi del mutuo sostegno sociale tra gli appartenenti ad uno stesso status, che aiuta a
risolvere i conflitti di aspettative tra i membri del set di ruoli.

M. prende in considerazione il fatto di ritirarsi come meccanismo di controllo, ma questa è


un’opzione poco frequente e limitata.

Questa discussione sul set illustra l’enfasi di Merton sull’analisi degli elementi disfunzionali e delle
alternative funzionali. Egli esamina immediatamente le domande strutturali della società che
possano essere incompatibili o conflittuali tra loro e si chiede quali siano le alternative funzionali.
Fedele alla prospettiva funzionale, M. considera il set di ruoli come un sistema di parti
interconnesse e si domanda come possa essere possibile un ordine tra tali parti.

• Neofunzionalismo.

Recente sviluppo teorico prodottosi negli anni ottanta tanto negli USA quanto in Germania.

Niklas Luhmann. La teoria parsonsiana rappresenta una pietra miliare. Quello che manca sono i
concetti di autoreferenza e di complessità. Incentra il suo lavoro proprio sul tentativo di formulare
una teoria universale che includa questi due termini. Sostiene che un sistema sociale esiste “qualora
le azioni di molte persone siano interrelate in maniera significativa e quindi siano in grado di
differenziarsi dall’ambiente.”5

5
“The differentiation of society”, 1982.
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Secondo L. esistono tre tipi di sistema sociale:


1. Di interazione
2. Di organizzazione
3. Societari.

L’autoreferenza è la condizione necessaria per un efficace funzionamento dei sistemi. Implica che il
sistema sia in grado di osservarsi, riflettere su se stesso e su ciò che gli accade intorno e sia capace
di prendere decisioni in base a queste riflessioni.

L’autoreferenzialità ha luogo in tutti i sottosistemi. Un esempio fornito da L. riguarda


l’autoreferenzialità nel sottosistema scientifico che “ragiona sulle sue teorizzazioni fondamentali e
decide se continuare o meno nelle tradizioni storiche.

La posizione di L. esclude la possibilità da parte del soggetto umano o di gruppi ben definiti di
essere al centro del pensiero sociale, poiché i sistemi societari sono troppo complessi. Non possono
essere considerati composti da esseri umani, ma da unità di comunicazione, in quanto gli individui
non sono che semplici parti dell’ambiente di un sistema societario. L. esclude il significato
soggettivo: “non esiste una maniera plausibile di fondare una teoria sistemica sul concetto
weberiano di azione significante”.

Il compito principale del sistema sociale è quello di ridurre la complessità.

I problemi fondamentali di un mondo così paradossale possono essere risolti o trasformati in


problemi minori dalla religione e dai suoi equivalenti funzionali nelle società moderne: arte, amore,
potere sovrano e accumulazione della ricchezza. Ciò che queste alternative hanno in comune è che
forniscono agli attori standard di azione condivisi e accettati fideisticamente.

L. non condivide l’ottimismo di Parsons per il futuro.

Critica Parsons per aver sovrastimato non solo quel consenso sociale che è funzionalmente
necessario, ma anche quello esistente effettivamente. Il collante della società è dunque
“l’accettazione comune di una contingenza schematizzata, (o strutturale).”

• Conclusioni

Il funzionalismo tende ad accentuare i valori rispetto agli interessi; quindi, benché mostri
l’importanza delle idee e dei legami tra potere e consenso sociale, trascura gli aspetti coercitivi del
potere e l’importanza degli obiettivi conflittuali dei vari individui.

Enfatizza il controllo sociale rispetto al mutamento tanto da prendere in considerazione i mutamenti


di assestamento, ma non quelli di rottura, ed attribuisce un’importanza eccessiva alla sicurezza ed ai
“bisogni” della società.

Accentua la struttura a discapito del processo, per quanto il lavoro di Parsons sul mutamento di
evoluzione abbia iniziato a prendere in esame sia i processi che le strutture, inoltre il funzionalismo
preferisce l’analisi macro a quella microsociologica. Quindi visione area della società.