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Durkheim - Il Suicidio

Il documento analizza il pensiero sociologico di Émile Durkheim, evidenziando la sua concezione della società come entità superiore all'individuo e la necessità di una coercizione sociale per mantenere l'ordine. Durkheim distingue tra diversi tipi di suicidio, collegandoli a fattori sociali e alla mancanza di integrazione nei gruppi sociali, introducendo il concetto di 'anomia' come stato di disgregazione sociale. Infine, il documento discute le implicazioni del matrimonio e del divorzio sui tassi di suicidio, sottolineando le differenze di genere e la necessità di stabilità sociale.

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Durkheim - Il Suicidio

Il documento analizza il pensiero sociologico di Émile Durkheim, evidenziando la sua concezione della società come entità superiore all'individuo e la necessità di una coercizione sociale per mantenere l'ordine. Durkheim distingue tra diversi tipi di suicidio, collegandoli a fattori sociali e alla mancanza di integrazione nei gruppi sociali, introducendo il concetto di 'anomia' come stato di disgregazione sociale. Infine, il documento discute le implicazioni del matrimonio e del divorzio sui tassi di suicidio, sottolineando le differenze di genere e la necessità di stabilità sociale.

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IL SUICIDIO (E.

Durkheim) di Roberto Guiducci

1. La sociologia generale di [Link]

E’ indispensabile, per comprendere a fondo gli studi di D., conoscere le linee essenziali
delle sue concezioni nel contesto storico in cui ha operato.
E.D. (1859-1917) è uno di quei pensatori che si trova all’incrocio di molte tensioni sociali e
ideali. Dopo la sconfitta della Comune di Parigi, dopo la sconfitta con la Prussia, nella
ricerca di un nuovo ordine durante la Terza Repubblica .Nella sua opera “Le forme
elementari della vita religiosa” si può intravedere come per D. Dio diventi minuscolo, ma
non più il Dio incarnato nell’individuo come nel pensiero laico degli Illuministi, bensì
l’incarnazione avviene nella Società, la quale arriva ad assumere una posizione maiuscola.
D. pur criticando spesso Comte e Spencer, prenderà dal primo il moralismo, dal secondo i
concetti di evoluzione storica e di solidarietà organica.
Troverà inoltre numerosi spunti da altri pensatori e sociologi del suo tempo (Quetelet ,
Tarde, Bergson, Sorel ).
Proprio per questo il pensiero di D. si può dire riassuntivo di un epoca , lui che aveva
studiato scrupolosamente anche Renouvier, soprattutto nel dualismo della natura umana e
le sue condizioni sociali .
[Link] il sociale. Il sociale ha certo origine dalle vicende dell’individuale. Ma dopo
acquista leggi proprie a livello superiore.
L’individuo entra in società, facendo violenza sulla sua natura, subendo dunque una
coercizione dall’esterno.
Per D. il problema è di dimostrare la necessità di tale coercizione, di legittimarla. Il compito
della sociologia è di osservare questi problemi ed offrire una soluzione stabilizzatrice.
Egli non dà come facilmente acquisibile l’individuale nel sociale. Quello che lui descrive è
un “HOMO DUPLEX”: un uomo che si muove tra due poli opposti, la sua natura
individuale o profana, e la sua natura sociale o sacra.
Come aveva osservato Gustave Le Bon la coscienza dell’uomo come individuo è diversa da
quella dello stesso in quanto membro di un organismo collettivo. Le Bon aveva osservato
che il comportamento collettivo può essere migliore, ma spesso peggiore di quello
individuale.
[Link], invece, che la società possa rendere i comportamenti collettivi migliori nella
massima parte dei casi, purché la stessa società intervenga attivamente.
Anche essendo “l’organo di un organismo”, l’uomo è nettamente inferiore.
Solo una costrizione esterna può portarlo ad un piano più elevato, ma una costrizione intesa
come fatto costruttivo che riesca a liberarlo dalla casualità.
Ma il nostro dovere è quello di essere compiuti e completi, o al contrario essere la parte di
un tutto?.

2. La divisione sociale del lavoro

La divisione del lavoro non è per D. come quella tecnica di Smith, per D. è la divisione
sociale; la divisione in classi che collaborano tra loro.
Il singolo non può essere autonomo in una società con molte specializzazioni come quella
attuale, bisogna attuare l’unione dei singoli.
La macchina della società è indispensabile alla loro unità, anche a prezzo di numerose
difficoltà. Ma il “contratto” si esercita in un regime di disuguaglianza fra la società che
produce una costrizione e l’individuo.
Compito della società dovrebbe essere quello di livellare le disuguaglianze naturali in una
eguaglianza artificiale (sociale) in cui a tutti è dato di partecipare alla conduzione della
stessa in eguale misura e spontaneamente.
D. spiega il concetto di divisione del lavoro con l’esempio delle antiche
società, che erano omogenee poiché fondate su una religiosità di gruppo.
Ma le società moderne sono basate sulla specializzazione, e in esse prevale una religione
dell’individuo. La divisione del lavoro cova dentro di sé, una possibile disgregazione
sociale.
L’autore pensa dunque ad una divisione non solo di natura tecnica, ma basata su una morale
collettiva. Proprio l’estrema divisione del lavoro, a cui corrisponde la massima divisione in
classi, dovrebbe portare non al conflitto, ma alla massima solidarietà fra disuguali.
[Link] mette in luce un problema che Marx aveva sottovalutato, per il quale era possibile
risolvere il problema della divisione delle classi solo abolendo la proprietà privata.
Numerose critiche sono state mosse a D., ad esempio il sociologo [Link] afferma che la
solidarietà può verificarsi, ma solo secondo le varie classi, e che la solidarietà può avvenire
solo tra eguali e cioè fra appartenenti ai diversi livelli. Dunque fra i vari gruppi, solidali
all’interno, si creeranno, conflitti esterni di classe.

3. La folle corsa e l ’ “anomia”

D. tenta di dimostrare che il crescere della divisione del lavoro, rendendo ognuno
dipendente da altri, aumenta la solidarietà. Questa solidarietà diventa il fine morale della
società.
Ma per acquistare la nuova forza sociale occorrono nuove istituzioni, che possono essere
date da un sistema basato sulle professioni, o meglio su corporazioni di professioni.
Per D. occorre “cercare nel passato i germi di vita nuova che esso conserva e di sollecitarne
lo sviluppo.”
Dentro queste corporazioni vi stanno dirigenti e diretti, che non preoccupano D. dal
momento che pensa che le ineguaglianze provochino una dinamica sociale per il
raggiungimento di livelli superiori.
Ma D. si rende conto che questa dinamica sociale sta provocando una “folle corsa”, legata
solo all’espansione produttiva e all’estensione del mercato.
Invece per D. il fine deve essere quello di un godimento collettivo.
I desideri illimitati sono insaziabili e come tali possono essere definiti morbosi, determinano
una sete inestinguibile che condanna ad uno stato di perenne scontentezza. La riforma che
propone è solo quella della limitazione
delle passioni, attuabile solo dalla società (avente funzione moderatrice)di cui
l’individuo ne accetta l’autorità.
Ma chi stabilirà i livelli da raggiungere e le varie remunerazioni ?
Secondo D. esiste un “oscuro senso” che si può occupare di ciò, compiendo una
regolamentazione in grado di armonizzare il tutto.
Approdando alla codificazione dei dislivelli, sociali ed economici, ritorna sulla necessità
della coercizione sociale in grado di eliminare i conflitti.
A tal proposito sarà espresso il concetto di “anomia”: “lo stato di non regolamento si
rafforza perché le passioni sono meno disciplinate proprio quando bisognose di una più
forte disciplina”.
Proprio la coercizione, la moralità e l’anima collettiva potranno diminuire la anomie e
comporre i contrasti.
Eppur vero che esiste però una sfera della vita sociale dove questa è allo stato cronico, ed è
il mondo del commercio e dell’industria.
L’economia industriale è lanciata in una corsa senza fine, una critica che sembra poter
anticipare quella moderna di [Link].
[Link] invece di trarre delle deduzioni da questo ragionamento, parla ancora delle
corporazioni, in grado di disciplinare i salari, la stessa produzione, e addirittura a regolare i
[Link] è a questo che bisogna tornare.
In realtà per D. come dice Jonas, “il sociale è una natura quasi metafisica”, e la tessera
fondamentale di tutta la sua metodologia è infatti il “fatto sociale”, spiritualmente e
storicamente superiore all’individuo.
[Link] che un fatto socialeè, ogni modo più o meno definito dell’agire, in grado di
costringere socialmente l’individuo; ma non è un imposizione è ciò che l’individuo riceve
come essere sociale (l’educazione,il linguaggio,le leggi..).E’ un modo di agire, di pensare
esterno all’individuo, dotato di potere coercitivo ed imperativo in virtù del quale si impone
all’individuo, con o senza il suo consenso.
Questo tessuto di vincoli e di comportamenti in cui è immerso l’individuo, sono i fatti
sociali, distinti nettamente per D. dai fatti psichici.
I fatti sociali possono esser considerati come “cose”, elementi che si contrappongono e
impongono all’individuo senza possibilità di mutamenti.
La causa determinante di un fatto sociale deve essere cercata fra i fatti sociali antecedenti e
non tra gli stati della coscienza individuale.
Il profondo “antistoricismo” di D. gli permetterà di confrontare fatti e situazioni di diversi
paesi e di diverse epoche per dedurne considerazioni valide universalmente.
Per lui il sociale ha una natura astorica, con una funzione di costante regolazione per la
società, l’unico fatto che legittima la costrizione dell’individuo in ogni società e tempo.
Ma se coglie esattamente la funzione dell’autorità nel primo periodo della vita del fanciullo,
egli estrapola sbagliando lo stesso concetto anche per l’individuo adulto.
La costrizione è valutata una modalità naturale e costante per lo sviluppo
sociale.L’individuo è forgiato dai modelli sociali, in tutte le manifestazioni della sua vita, o
meglio è fatto, (passivamente).
Un concetto che si amplierà nel tempo e che arriverà a dire che l’individuo “è parlato”, “è
vissuto”...ma in tal caso non dal fatto sociale bansì dall’inconscio.
Ancora D. sarà ripreso nella concezione che l’uomo non è un protagonista ma un derivato.
[Link] di voler integrare l’uomo, stabilizzarlo nell’ambito della società e di una storia in
lenta modificazione.
Anche D. infine si rivela un homo duplex, sacrificato nel suo pensiero, in nome di una
politica conservatrice, ma attento denunciatore del dramma della società contemporanea.

[Link] teoria del suicidio

Uno dei punti più rilevanti del suo pensiero è il concetto di “ANOMIA”, soprattutto
approfondito nel suo studio su IL SUICIDIO.
Egli in tale opera non farà ricerche dirette, ma esaminerà con attenzione una serie di
statistiche per diversi paesi e periodi.
Dopo aver tentato una classificazione di carattere psicologico di quattro tipi di suicidio:
“maniacale”, dovuto ad allucinazioni deliranti; “melanconico”, dovuto ad estrema
depressione; “ossessivo”, legato all’idea fissa della morte;
“impulsivo”, dovuto ad un momento drammatico; osserva che il tasso dei suicidi essendo
variabile con regolarità in situazioni sociali diverse, non può essere spiegato solo con
motivazioni di carattere psicologico.
Rileva che esso è più diffuso nella città che nelle campagne, che gli uomini si suicidano in
media quattro volte più delle donne, gli anziani più dei giovani,gli ebrei meno dei cattolici,
e questi meno dei protestanti.
Scartata la connessione fra stati psicopatici e suicidi, confuta una serie di teorie che avevano
attribuito le cause anche a situazioni climatiche, stagionali.
Conclusione è che l’andamento dei suicidi dipende essenzialmente da cause sociali.
Per ciò che riguarda le varie religioni , [Link] che il suicidio aumenta dagli ebrei ai cattolici
ai protestanti, la spiegazione è nella natura dei sistemi religiosi,nelle forme di solidarietà più
o meno forti.
[Link] alla classificazione dei suicidi secondo “tre modalità sociali”,da cui derivano tre tipi
di suicidio che egli definisce: “egoistico”, “altruistico”, “anomico”.In base ad una serie di
dati arriva a stabilire che: “IL SUICIDIO VARIA IN RAGIONE INVERSA AL GRADO
DI INTEGRAZIONE DEI GRUPPI SOCIALI DI CUI FA PARTE L’INDIVIDUO” (della
società religiosa, della società domestica, della società politica ).
In tal modo riesce a spiegare il suicidio EGOISTICO, cioè quello che porta l’individuo ad
estraniarsi dal gruppo, ad entrare in uno stato depressivo e di [Link] questo
suicidio ad una “SMISURATA INDIVIDUALIZZAZIONE”.
“L’individuo è troppo poca cosa, non è un fine sufficiente alla sua attività.Egli è limitato
nello spazio ed anche nel [Link] abbiamo altri obbiettivi al di fuori di noi stessi,
non possiamo sfuggire all’idea che i nostri sforzi siano destinati a perdersi nel nulla, dove
finiremo anche noi”.
Il nulla ci terrorizza, e qui potremmo citare l’eco del verso di Orazio: “Non omnis moriar”
riguardo la possibilità di prolungare, forse solo attraverso la cultura, la propria personalità.
Ma D. ricorda Platone , nel Fedone, quando Socrate parla amaramente del vestito che dura
oltre la vita dell’uomo che lo indossa.
D. in termini analoghi dice che si può rimandare di qualche generazione quel limite, ma poi
verrà sempre il momento in cui non ci sarà rimasto più niente.
Solo dunque attraverso l’integrazione sociale, l’uomo può tentare di evitare il suicidio
egoistico che deriva dall’isolamento e dall’eccesso di individualismo.
Ma il suicidio ALTRUISTICO, nasce da ragioni opposte, sono la scarsa individualizzazione
e la troppa integrazione che rendono l’individuo [Link] tal caso si avranno
eccessi di sacrifici per la comunità: vecchi che si uccidono per non essere di peso, donne
che lo fanno per la perdita del marito, soldati per la gloria dell’esercito...
Ma la terza forma di suicidio, quello ANOMICO(=senza legge), è la più complessa: essa
deriva dagli squilibri sociali.
Si hanno così morti nei momenti di crisi o di disastri economici, ma anche nei casi di boom
e di brusca prosperità.
Il mito del progresso senza soste, porta ad anomie gravi a cui corrisponde una cuspide di
suicidi.
In tal punto D. introduce il problema della famiglia e del matrimonio.
Gli uomini, che in genere si suicidano di più delle donne, durante il matrimonio lo fanno di
meno, mentre gli scapoli hanno un tasso nettamente superiore. In caso di divorzio sono
ancora gli uomini ad essere in netto svantaggio, mentre la donna non sembra essere scossa
da questo.
D. considera gli aspetti contraddittori del matrimonio, e rileva che dal punto di vista del
suicidio “ il matrimonio favorisce tanto più le donne quanto più è praticato l’uso del
divorzio, e viceversa”.
Nel matrimonio l’uomo trova un limite ed una disciplina, mentre la donna, che nel
matrimonio è in una situazione particolarmente repressa, vede nel divorzio una possibile
liberazione.
Al contrario di quanto si pensava.
[Link] trova dunque difronte ad un grave problema: “Non si può diminuire il suicidio dei
mariti senza aumentare quello delle mogli”.
L’uomo è avvantaggiato dalla stabilità, la donna è svantaggiata dalla mancanza di libertà;
tutto ciò poiché l’uomo è compensato dal fatto di essere inserito attivamente nella vita
sociale, mentre la donna ne è tenuta a distanza.
La conclusione D. la farà in linea conservativa, affermando che poichè il numero dei suicidi
con il divorzio si eleva, è positivo confermare l’indissolubilità del matrimonio anche al
prezzo di un grave svantaggio per la [Link] possibile soluzione potrà essere trovata solo
quando con una maggiore socializzazione della donna, diminuirà lo scarto fra le posizioni
dei due coniugi. Anche se D. aggiunge che la parità giuridica non potrà essere legittima
finchè l’ineguaglianza psicologica sarà tanto flagrante.
Ma è proprio la società secondo lui, quel livello generale che determina quello psicologico e
individuale.
Dunque le ineguaglianze psicologiche possono attuarsi solo attraverso l’eguaglianza sociale.
Ma D. non ritiene possibile del tutto questa ipotesi., ritenendo il matrimonio uno dei fattori
dell’ineguaglianza.
Ancora D. chiarisce che, non si può parlare di suicidio, ma di tipi diversi di suicidio.E vede
forme in cui si combinano i tre tipi insieme.
“Sono innumerevoli le circostanze che sembrano essere le cause del suicidio perché lo
accompagnano molto frequentemente; gli avvenimenti più diversi e contraddittori della vita
possono essere pretesto al suicidio”.
Solo una spiegazione sociale può mettere ordine in tutti questi casi.
Cerca inoltre di vedere altri contesti in cui il suicidio si manifesta: esaminerà, ad esempio, il
rapporto fra omicidio e suicidio, trovando che dove il primo è molto sviluppato, il secondo
si verifica in misura minore.
Ma anche qui occorre distinguere .
Quando prevale il suicidio egoistico, l’omicidio diminuisce, ma quando si tratta di suicidi
altruistici questi sono indipendenti dal numero di omicidi.
Infine, in quello anomico esiste un’ambiguità fra i due, e spesso il suicidio segue un
omicidio effettuato, o il suicidio avviene dopo un mancato omicidio.
Nelle società attuali sono presenti soprattutto il suicidio egoistico e quello anomico, spesso
anche a causa di una netta divisione del lavoro.
(A questo punto sarebbe per lui coerente affermare che è proprio la società industriale, e in
essa la divisione estrema del lavoro, a creare profonde deformazioni della società), ma
dirotta e constata che “non vi è società conosciuta in cui sotto varie forme non si osservi una
maggiore o minore criminalità”. “Dunque dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non
può non esistere e che l’organizzazione sociale lo implica logicamente : e quindi è
normale”. Difronte a questa constatazione D. contrappone solo il problema della necessità
delle pene, perché altrimenti si stimolerebbe la criminalità, sbilanciando così il grado di
intensità.
Ma qual’è il grado normale di delitti e suicidi?
L’autore considera solo che “il suicidio è un tributo alla civiltà”, una valvola di sfogo
all’anomia.
L’unica soluzione che lui propone, è quella di una società basata sulle corporazioni
professionali, in grado di stabilire una ferma moralità e solidarietà, tale da abbassare i casi
di suicidio egoistico, eliminare quelli del caso altruistico e riassorbire le contraddizioni che
creano quello anomico.

[Link] suicidio e la psicoanalisi


“Fin l’anno 1930,in Francia non era possibile per un sociologo citare il nome di Freud”
afferma Monnerot, per questo resta una separazione fra lo studio sociale del suicidio e lo
studio psicanalitico.
Tuttavia si possono ravvisare osservazioni di D. valide anche alla verifica Freudiana.
Freud ritiene che il suicidio sia un omicidio mancato, opinione molto vicina a quella di D.
sul suicidio anomico.
Nell’anomia un uomo infatti si uccide spesso rivolgendo contro sé l’aggressività che aveva
accumulato contro gli altri.
La psicoanalisi va oltre e ritiene che anche il suicidio del depresso sia un omicidio mancato.
E’ possibile interpretare così dunque il suicidio egoistico di D., come un eccesso di
individualismo che porta ad una carenza di integrazione e da cui quindi nasce l’aggressività
verso gli altri che lo hanno abbandonato.
Tuttavia anziché muoverla verso gli altri, l’uomo in tale stato svilupperà un forte senso di
colpa e rivolgerà questa aggressività verso se stesso.
Ma Franco Fornari chiarisce che in linea generale per la psicoanalisi il suicidio non esiste, e
il suo paradosso è proprio quello di essere una negazione della morte. Ci si suicida ad
esempio per imitazione e insieme per partecipazione emotiva. (Es. delle ragazze di Mileto).
Chiarisce Fornari che il suicida, sul piano cosciente sembra voler negare il proprio rapporto
con il mondo, ma nell’inconscio, in realtà lo ricerca in modo disperato. Egli è un escluso
che tenta di affermare la propria presenza, di riappropriarsi dell’oggetto d’amore che non
aveva raggiunto in vita.
Ma nel fare questo egli si propone di creare un lutto verso gli altri, cioè di scaricare la
propria morte all’esterno, sulle spalle altrui.
Il suo gesto è un omicidio illusorio sugli altri, colpiti dalla sua morte.
Discordanti da D. gli psicanalisti affermano che il suicidio non è un gesto decisionale
razionale bensì il gesto di un uomo disturbato, non normale.

6. Oltre la psicoanalisi del suicidio


Oltre al caso delle ragazze di Mileto si potrà ricordare di come Virgilio nell’Eneide riesca
ad anticipare l’interpretazione psicoanalitica moderna.
Nell’Antinferno, Virgilio colloca anche i suicidi che non sono paghi dell’essersi tolti la vita,
ma, al contrario che sarebbero disposti a tornarvi ad ogni costo. Ma lo Stige lo vieta.
Dunque V. non attribuisce ai suicidi la volontà di uccidersi o di accettare un aldilà senza
sofferenze, ma il desiderio di una vita anche peggiore della precedente una volta verificata
realmente la morte.
Un’altro fatto offertoci dall’epoca classica è quello del suicidio di massa degli Zeloti per
non cadere vittime dei Romani.
Nelle parole del capo Zelota si troverà il netto capovolgimento di vita con morte e
viceversa.
Anche il Cristo scambia vita con morte e morte con vita, e sarà proprio la morte nella falsa
vita che consentirà la resurrezione nella vera.
In linea generale tutte le religioni che postulano la vanità della vita terrestre e la verità della
vita ultraterrestre creano situazioni di suicidio immediato o suicidio differito.
Il suicidio immediato è quello della autofferta di se stesso come capro espiatorio, come
martire, (D. lo definisce suicidio altruistico eroico).
Il suicidio differito è quello del sacrificare la propria vita umana attraverso la rinuncia, le
sofferenze, la clausura, la denutrizione, per ottenere una seconda vita nella pienezza
paradisiaca.
Si può concludere affermando che la pratica di suicidi con ideologie religiose corrisponde a
momenti storici di forte disagio e di forti tensioni disgregatrici del tessuto sociale in cui una
seconda vita immaginaria viene vista come l’unica speranza.
Ed il fatto che queste due forme di suicidio vengano praticate in piccoli gruppi o in piccole
comunità, non toglie nulla al fatto che tali gruppi trovino la loro aggregazione per il fine di
annullarsi difronte ad un mondo verso il quale essi sono anomici, disgregati.

7. Le verifiche moderne della teoria di D. sul suicidio


Sono numerose e va premesso che in ogni caso le statistiche sul fenomeno sono state incerte
in molti casi per occultamento.
In ogni caso i risultati di D. vengono nel complesso confermati.
Ad es., nei paesi sviluppati sono ancora gli uomini ad uccidersi più delle donne, gli anziani
più che i giovani, anche se questi ultimi hanno più tentati suicidi. E’ smentita l’affermazione
che la miseria protegge, i salariati agricoli si uccidono di più dei liberi professionisti a tutte
le età.
Tutto ciò può essere legato alle trasformazioni della società.
Nel tempo del benessere e dell’intensità della vita urbana, essere un salariato agricolo vuol
dire essere un emarginato, un isolato.
Invece a cavallo fra l’800 e il ‘900 era motivo di forte coesione con le altre masse [Link]
fenomeno dell’isolamento si è capovolto.
Tuttavia la città, oggi presenta larghi fenomeni di desocializzazione.
Fra gli aggiornamenti, gli studi di cronobiologia, (De Maio) che ci dicono come il suicidio
abbia dei cicli annuali, con preferenza nei giorni centrali della settimana e nelle ore diurne,
fra le 17 e le 18, come D. aveva approssimativamente accertato.
La novità è nel fatto che De Maio pensa che in quei periodi esista una minore sensibilità ai
comandi del codice genetico del non uccidere e del non uccidersi che può provocare più
facilmente la crisi.
In ogni caso la legge durkheniana sulla proporzionalità diretta fra suicidio ed isolamento
sociale è resistita a tutte le obbiezioni, se mai è stata ampliata.
Uno dei maggiori studiosi che hanno tentato di ampliare D. ,Chenasis, offre divisione in tre
grandi categorie di forme di violenza :
La distruzione di altri (l’omicidio, la pena di morte, la tortura...)
L’autodistruzione di sé (il suicidio, le droghe, uso di mezzi mortali...)
Le due distruzioni insieme (il terrorismo politico, le guerre...)
Da questi scenari terribili emerge che la violenza, in ogni sua forma, è sempre legata al
contesto culturale, cioè all’uomo artificiale ed alla società artificiale, non all’uomo ed alle
sue origini naturali.
Approfondendo il secondo tipo, l’autodistruzione di sé, vediamo come già D. aveva
strappato, alla fine dell’800, al suicidio il velo romantico di un atto rivendicativo di libertà,
di amore, secondo la linea che va da Goethe e da Shiller fino a Tolstoj.
Valutato nell’antichità classica come atto eroico o sublime (Socrate, Catone, Seneca) o
come rivendicazione di libertà suprema, il suicidio fu considerato una grave colpa dal
cristianesimo, un offesa a Dio, l’unico che può dare e togliere la vita.
Furono gli illuministi a rivendicare il diritto dell’uomo di disporre della propria vita e
scesero in campo per questo : Montesquieu, Voltaire, Rousseau.
Solo nel 1810 in Francia sarà abolita la condanna del suicida.
Hegel ribadisce che la facoltà al suicidio è ciò che determina all’uomo di essere o di non-
essere.
Ma forse la “liberalizzazione” del suicidio è stata un danno dal momento che rispetto
all’epoca della Chiesa medievale vi è stato un forte aumento di morti.
Oggi con le spiegazioni della sociologia e della psicoanalisi, che il suicidio dipende da un
eccesso di solitudine, da una propria socialità distorta, dal non saper reggere gli alti e bassi
economici , dalla speranza illusoria di avere una seconda vita immaginaria che compensi le
carenze della prima...si cerca di dar luogo ad una prevenzione rispetto al fenomeno.
Il suicidio, in definitiva, si basa su un capovolgimento del senso della vita e della morte.
Si potrebbe dire che il suicida vorrebbe togliersi il dolore di una prima vita per averne una
seconda senza dolore.
Ma l’uomo non dispone di una vita di ricambio.
Ma si deve sottolineare che i più colpiti sono gli elementi più deboli di una società. (La
sequenza è : Ungheria, Germania est, Finlandia, Austria...).
L’isolamento è il maggior pericolo.
Non risulta verificata la relazione fra suicidi ed omicidi, ma ciò non smentisce che
psicologicamente il suicidio si possa considerare un omicidio mancato.

[Link] del suicidio su tre livelli

Dalle interpretazioni di D. fino ad oggi, si può affermare che il fenomeno del suicidio può
essere interpretato solo su tre livelli contemporaneamente:
Sovrastrutturale (ideologie, religioni...)
Strutturale (appartenenza a classi, gruppi, cicli economici...)
Sottostrutturale (situazioni psichiche individuali e collettive)
Proprio tale esame a tre dimensioni, correlate tra di loro, potrebbe dare molte indicazioni sia
per le epidemie che per i casi singoli di suicidio.
Ad es. per un uomo si possono individuare quali erano le sue ideologie e quelle del suo
gruppo ([Link]) ; quali le sue condizioni economiche e sociali e quelle del suo
ambiente ([Link]); e infine le sue tensioni psichiche correlate a quelle collettive
([Link]).
Tutto ciò costringe ad esaminare i “contesti” del suicidio, facilitando così anche i criteri per
la prevenzione.
Dopo D. che scontava il suicidio come un anomia immodificabile di ogni società, oggi
l’elemento preminente è considerare il suicidio come un fatto sventabile attraverso una
presa di coscienza, un’analisi profonda ed una modificazione dei rapporti economici e
sociali.
Malraux afferma, che “se ci si uccide soltanto per esistere”resta compito della società di
offrire ai suoi membri una vita reale accettabile senza che nessuno debba avere il bisogno di
trovare un altrove inesistente.
E’ corretto aggiungere che il tasso dei suicidi, sì è indice di cattivi funzionamenti sociali,
ma non può affermare la supremazia di una società su di un’altra.
La presenza del suicidio, indicando sempre gravi disfunzionamenti all’interno di una
società, ha bisogno di non esser più giustificato in chiave romantica o misterica come di
recente per [Link], [Link].
In linea generale il suicidio come fantasticazione di una seconda vita migliore della prima
può essere considerato un caso particolare di tutte le concezioni religiose che spregiano la
vita terrestre.
Ma mentre le religioni affermano che il “ponte” fra la vita terrestre e quella ultramondana
sia la vita stessa, il suicida ritiene che esso siala morte medesima, vista come scorciatoia;
per far questo egli però deve sentirsi diverso dalla massima parte degli uomini e deve vedere
i valori essenziali [Link] lo scambio simbolico fra morte e vita, e vita e morte,
consente al suicida di vivere la fine come il principio.
La società, come dice D. deve capire, intervenire e prevenire.
Se il suicidio avviene per mancanza di integrazione sociale dell’individuo, è la società
stessa che ne rappresenta l’assenza, la disumanità,l’incapacità di [Link] è
l’individuo assente rispetto alla società, è lei che è assente rispetto ai suoi membri più
deboli.
Infine resta da dire che il suicidio, nonostante tutte le sue interpretazioni resta un atto
violento e seguendo Freud, un atto violento su di sé, non riuscendo ad attuarsi contro tutta la
società; altrimenti al suo posto si avrebbero tutti [Link] l’indice dei suicidi e dei
tentativi, è un indice di aggressività omicida.

[Link], violenza e potere

Il suicidio allora non sarebbe che un “fatto sociale” di una interpretazione generale
dell’aggressività umana.
Ma come un essere umano arriva ad uccidersi ?
1. E’ noto che il codice genetico vieta a tutti gli esseri umani di uccidere
1. dentro la propria specie, per non indebolirla, senza distinzioni
1. fra omicidio e suicidio.
1. Si uccide entro la specie umana solo quando si riesce a considerare l’altro o se stessi
come diverso da un uomo, meno di un uomo, non uomo.
1. Come Marx e Durkheim hanno dimostrato, l’uomo è un essere sociale; egli è i suoi
rapporti sociali dentro l’intera sua specie.
1. Quando un uomo perde i suoi rapporti sociali, si svuota di umanità, o aggredisce e
uccide, o si annulla, arrivando in entrambe i casi alla “morte civile”.
1. Nel caso del suicidio, egli potenzialmente era già civilmente morto prima di uccidersi.
1. Il potenziale suicida si vede diverso ,un non essere sociale,un non-uomo. Di qui la sua
possibilità di ottenere la “licenza di uccidersi”,aggirando il divieto del codice genetico.
1. Il potenziale suicida, soffrendo per la sua morte civile, scarta l’ipotesi di rivalsa
concreta e proietta la colpa del suo stato sulla società, la comunità o il gruppo che lo
hanno cancellato,condannandolo a [Link] qui il suo desiderio di devastazione.
1. Non potendo però uccidere l’intera società, o provando colpa per il suo desiderio
omicida (Freud), tende a rivolgere l’arma contro se stesso.
1. Egli potrà capovolgere il suo senso di colpa in quello che la società dovra provare per
la sua [Link] sorta di gratificazione post-mortem.
1. Egli vivendosi come già morto, può entrare in uno stato di delirio
onnipotente, vedendosi un uomo integrato solo dopo la morte.
11. La vicina morte reale diventa così il ponte fra la morte immaginaria
presente e una vita immaginaria futura dopo la morte reale.
Il suicida dunque è colui che si toglie la vita per averla, che la perde per
trovarla.
12. L’atto della morte reale per lui coincide con l’atto di rinascita sociale.
1. Il suicida segnando la sua assenza assoluta, riesce a far notare la sua
piena presenza nel mondo sociale.
14. Es. dialettica Padrone - Servo di Hegel.
1. Il suicida tenta di gettare in faccia alla società indifferente la vita solo
apparente di escluso o autoescluso dai rapporti sociali.
16. La morte fisica del suicida diventa la clamorosa rivelazione e
l’oggettivazione tragica della morte civile, già avvenuta .
Si potrebbe allora confermare Freud, dicendo che il suicidio è un
omicidio mancato in forma diretta verso gli altri, ma perfettamente
riuscito verso se stessi.
17. La spiegazione dell’elevato numero dei suicidi fra gli anziani deriva dal
fatto che questi si sentono diversi, minorati, nei corpi e nelle menti, e
aventi dunque la licenza di uccidersi. Lo stesso vale per i divorziati, i
celibi, i vedovi.
E in tutte le situazioni in cui si pensa ci sia una norma da seguire.
Ugualmente per gli handicappati, per i bambini, che non riescono a
vedersi adulti. Per tutti loro il suicidio sembra essere il passaggio
immaginario verso il “normale”.
18. Ma come afferma Hegel, quando il Padrone diventa Servo, perde il suo
potere. Ad es. Cleopatra, Hitler. Si suicidano per non passare nella
condizione di declassati, per vendetta, sottraendo al nuovo padrone il
piacere di umiliarli.
19. Ma Shakespeare, più sottile, mostra che il suicidio finale del Padrone
non è che la conclusione del suicidio già predeterminato dalla scalata al
potere assoluto. Così nelle sue tragedie si suicidano, Cleopatra volendo
per se l’impero Romano, ma anche Macbeth, Re Lear, Cesare, Otello,
indirettamente o direttamente perché hanno raggiunto il massimo
potere.
20. La conclusione del suicidio dei potenti resta quella data da Hegel, che
non aveva capito nulla del suicidio individuale.
Per Hegel non è l’Antitesi che attacca e vince, ma è la Tesi (il potere)
che si suicida uscendo dalla esperienza, dal lavoro, dalla storia.
Ma tale uscita è pur nella estrema potenza determinata dalla solitudine.
Si ha la morte civile in basso, attraverso l’esclusione, e la morte civile
in alto, attraverso la prevaricazione solitaria.
E’ questa estraneità per vertigine, per eccesso, che “Divide et non
impera”. Viene ancora dunque riconfermata la legge di D., secondo cui
il suicidio è direttamente proporzionale alla disgregazione dei propri
rapporti con gli altri uomini.
E’ per questo che il potere non soltanto è solo, ma è tanto più cieco
quanto più assoluto, creatore di gerarchie e dunque di forte divisione
sociale.
21. D. aveva già osservato che il numero dei suicidi aumenta con
l’aumento della divisione sociale.
22. Si potrebbe concludere con una complessa ipotesi sul suicidio :
(sicuramente non accettata da D.), il suicidio è direttamente
proporzionale alla divisione sociale, e quindi alla quantità di potere
in alto ed alla quantità di esclusione in basso ed, in generale, al grado di
disuguaglianza, di isolamento e di separazione sia in alto che in basso
fra gli uomini.

9. La conoscenza delle coscienze


Nel quadro complessivo del suo pensiero lo studio sul suicidio è stato uno dei punti più
importanti in cui D. ha tentato di vedere dentro un fenomeno la complessità dei
comportamenti e delle influenze sociali.
E’ vero che ogni uomo vive individualmente la propria vita, ma come osserva D., lo spazio,
il tempo e le cause collettive giocano nella sua vita un ruolo molto rilevante. Egli considera
la società come una necessità esterna e superiore agli individui, una “coscienza di
coscienze”, forma più alta della vita psichica. Al di sopra dell’uomo c’è la società, il più
potente fascio di forze fisiche esistenti.
A queste ultime considerazioni era approdato attraverso una analisi della religione. Per D. la
religione laica, è l’immagine della società, dalle connessioni che la religione consente,
nascono spinte che permettono all’uomo di superare i confini della sua limitatezza
individuale.
La religione laica è la scala per raggiungere il mondo sociale superiore; il passaggio dal
profano al sacro, dal privato al sociale, (Le forme elementari della vita religiosa, 1912).
Il pensiero di D. da qualsiasi punto di vista converge verso un unico punto: la dimostrazione
della priorità dell’organismo sull’organo, della società sull’individuo, (Es. il corpo mano
con funzioni gerarchiche).
E a proposito dell’anomia, D. dirà del delitto che anch’esso congiura a favore del sociale.
D. pensa che sia spiegabile ciò che è storicamente posteriore e più complicato, con ciò che è
storicamente anteriore e più semplice.
Mutano le forme, ma non la sostanza.
La sua sarà una fine tragica, nel 1917 dopo la dolorosa perdita del figlio nella guerra della
Francia contro la Prussia.
Egli forse ha pagato di persona il fatto di non aver colto che la guerra l’anomia delle
anomie, in cui si scompare dall’essere esseri umani.

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