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Lore Terracini

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lngua
come problema
nella letteratura
spa noia
del Cinquecento
(con unafrangia cervantina)
Stampatori
Indice
p. IX
Premessa
3 La presa di coscienza (Valds)
5 Parte prima
La cornice del Dialogo de la lengua
24 Parte seconda
La sostanza del Dialogo de la lengua
55 Cuidado vs. Descuido
I due livelli dell'opposizione tra Valds e Boscan
87 Tradizione illustre e lingua letteraria, proble-
ma del Rinascimento spagnolo (da Nebrija a
Morales)
89 Avvertenza
93 Parte prima
La tradizione
117 Parte seconda
Il problema e il materiale
128 Parte terza
I testi
229
Lingua grave, lingua lasciva (Herrera)
285
Una frangia agli arazzi di Cervantes
323
Indice dei nomi
VII
Premessa
Il titolo unificante di questo volume di oggi. I lavori che esso
raccoglie sono di ieri, e anche dell'altro ieri; pubblicati in occasioni
diverse, lungo l'arco di pi di un decennio, tra il 1957 e il 1968
1
.
Si impongono dunque come preliminari sia una riflessione sul loro
carattere pi o meno organico, sia soprattutto una precisazione sulla
loro et e sui restauri che essa esigeva.
1. Che i cinque lavori rientrino in un filone unitario, mi se}-
bra una circostanza oggettiva, al di l di una mia consapevolezza
autobiografica. Anzitutto per i contenuti. Il materiale di analisi
costituito prevalentemente da testi spagnoli tra la fine del Quattro-
cento e la fine del Cinquecento (con una escursione medievale e
una esplorazione cervantina), i quali toccano problemi teorici sul
piano linguistico-letterario. Ma, ed questa la loro caratteristica,
in genere non li toccano in sistematiche esposizioni di carattere
precettistico. Li sfiorano nelle circostanze occasionali di prologhi e
di dediche di altri testi, li disseminano nella concretezza pragmatica
del dialogo, li intrecciano in discorsi e scritture di altro tipo. Ne
possono risultare stridenti contrasti con la solennit precettistica o
inserimenti complessi in trame narrative.
I testi esaminati non sono dunque tappe regolari in una storia
delle idee linguistiche e retoriche nella Spagna del Cinquecento. N
di queste idee i miei lavati intendono fornire una sistematica inda-
gine ed esposizione come quella, per esempio, fatta da Lizaro Carre-
ter per la Spagna del Settecento. Quanto a me interessava non era
la storia delle idee; e neppure, per allettante che fosse, una storia
di parole che scandisse questa storia di idee: gusto, primor e do-
naire, ingenio e juicio, decoro e cuidado, llaneza e descuido, afeites
e afectaci6n, rodeos e artificio, e tutta la linea che unisce e oppone
dulce, blando, tierno, suave a grave e gravedad, ecc. ecc. Pi che
i concetti e le parole a me interessavano i testi; dall'excursus nelle
opere medievali nella prima parte della Tradizione illustre fino al
sondaggio nel Quijote, direi che in queste pagine l'attenzione per
la concretezza dei testi e della scrittura predomina e di molto su
quella per l'astrattezza dei concetti. Il che non toglie che, quanto
ai concetti, essi emergano con una evidenza che va al di l del loro
carattere di luogo comune: lingua imperiale, che le bandiere spa-
gnole estendono geograficamente per il mondo ma che, storica-
IX
mente, si sente priva di antica nobilt letteraria; costituzione di
t'ratti tipologici nella tradizione linguistico-letteraria medievale e
ambiguit e tentennamenti nel loro riconoscimento successivo; at-
teggiamenti competitivi e analisi differenziali nel riguardi dell'ita-
liano e del prestigio della sua letteratura; vanto di primato esterno
per la propria lingua e buoni proponimenti all'interno per la sua
cura; il problema della traduzione, da Valds a Cervantes, ecc.
Tra questi lavori esiste dunque una omogeneit; come del resto
attestano i rimandi all'indietro tra un lavoro e l'altro. In un certo
senso, tutto nato col saggio su Valds; o meglio, detto in modo
meno autobiografico, osservo ora che nel saggio su Valds c'erano
gi molti germi di tutti gli altri.
2. A questa coerenza orizzontale tra i cinque lavori si accom-
pagnano due problemi verticali: quello della loro successione e
quello della loro et.
a) Quanto al primo, non ho proceduto qui a nessun tenta-
tivo di omogeneizzazione. Da un lato, ho lasciato inalterate certe
autocorrezioni operate a distanza di anni (per es. quella tra p. 211
e p. 47 sui rapporti politici e culturali tra il Castiglione e Valds),
proprio come testimonianza di un successivo approfondimento. D'al-
tro lato non ho fatto nulla per evitare ripetizioni nelle citazioni
di passi; appunto perch iterate e ricorrenti, esse possono mettere
in rilievo l'importanza dei passi stessi come tappe d'obbligo in
percorsi differenziati. A loro volta, le citazioni bibliografiche sono
omogenee all'interno dei singoli lavori, non dell'intero volume.
b) Ma il discorso pi esplicito si impone sul secondo punto.
I saggi sono datati. Hanno il primo 22 anni, il secondo e il terzo
una quindicina, gli ultimi due ne hanno Il; inutile nasconderlo.
Un aggiornamento a oggi avrebbe richiesto anni di lavoro. Anzi-
tutto sul piano delle indicazioni bibliografiche; ma anche molto pi
all'interno. Avrebbe significato riprendere a fondo non solo dati
ma problemi e ricerche, da quelli pi vasti a quelli pi minuti.
chiaro che se ripropongo oggi i miei lavori perch, quanto al mio
discorso, penso che regga ancora; ma non mi sono sentita di toc-
carne, spostarne n rafforzarne i puntelli.
Mi trincero dunque dietro una tradizione illustre di non aggior-
natori, dei quali prudentemente in questi mesi sono andata racco-
gliendo una piccola antologia. Ne esibisco solo due. Uno Contini,
che raccoglie i suoi scritti dispersi (1938-68) in Varianti e altra
linguistica (Einaudi, Torino 1970) senza modifiche, non solo perch
il tempo dedicato a raccogliere le vecchie carte sottratto al
x
vergarne di nuove ma per la ragione pi profonda che, nella
cronologia interna dell'individuo , non si pu giudicare come
se tutte le esperienze fossero equidistanti dal nostro presente, come
se le nostre letture, contemplazioni, audizioni fossero contempo-
ranee e la nostra memoria, anche a lasciarne stare la bont quanti-
tativa, si svolgesse fuori del tempo . L'altro Prieto, che pubblica
in italiano i Lineamenti di semiologia (Laterza, Bari 1971) rinun-
ciando a uno scoraggiante aggiornamento del testo originale di al-
cuni anni prima perch consapevole dell'impossibilit di inte-
grare nel testo con una semplice revisione i risultati e i problemi
sorti dalle sue stesse ricerche successive, anche se convinto che
in una nuova versione, basata su uno sfondo epistemologico nuo-
vo , poco di quanto vien detto nel libro dovr essere abban-
donato .
Scartata perci a priori l'idea di un aggiornamento che consen-
tisse di datare i miei lavori 1979, li ho esplicitamente lasciati da-
tati: 1957, 1964-65, 1968.
3. II problema se non di vestirli a nuovo almeno di lavargli la
faccia, come avrebbe detto Morales, mi si posto comunque: e
almeno su tre fasce: una nel testo, una nelle note, e un'altra pi
diffusa 2.
a) Una prima fascia quella dell'espressione, in cui le rughe
erano profonde ma non faticosamente ritoccabili. Soprattutto nei
primi tre lavori ho quindi introdotto energici restauri sul piano
della fonna: dalla punteggiatura alla sintassi e al lessico. Non
questa la sede per imbastire sistematicamente un come scrive-
vamo : eravamo ipotattici, accademici, metaforici. Ho dunque
spietatamente tolto virgole e messo punti; ho proceduto a trasfor-
mazioni paratattiche; ho cercato di eliminare ci che oggi risulta una
patina in parte scrostabile della scrittura di allora. Probabilmente
molto mi sar sfuggito; il lettore sia comunque avvertito della mia
buona volont a questo riguardo.
b) Sul piano del contenuto, per quanto riguarda le note, che
sono parecchie centinaia, ho rinunciato a priori a qualunque inter-
vento di carattere informativo e bibliografico. Un aggiornamento
avrebbe significato in pratica una rassegna sistematica degli
studi usciti in questi decenni su medioevo, rinascimento, manieri-
smo e barocco, su erasmismo, i riformatori, gli eretici, sui trattatisti
del Cinque e Seicento, sulla questione della lingua in Italia, sui
testi e i carteggi del Castiglione, sui rapporti tra Italia e Spagna,
sulla Napoli spagnola, sui vocabolari siciliani, sui singoli autori
spagnoli da Alfonso X a Cervantes e oltre, ecc. ecc. Presa dal pa-
XI
nico, ho deciso di lasciare tutto come stava; la fiducia,
ho pensato che la bibliografia e le eran? essenzialmente u.n sup-
porto, esplicito e datato, per un mlO raglOnamento che mI sem-
brava stare ancora in piedi.
Lasciare tutto come stava ha significato dunque che, per esem-
pio, il libro di G. L. Beccaria sugli i? italial;o, che del
1968, appare come logico solo nelle mIe pagl11e del 68 stesso; e
i miei lavori precedenti vengono qui ristampati coi loro discorsi
pre-Beccaria per es. su sosiego e primor. Lo stesso per i lavori di
E. Asensio e di L. Stegagno Picchio, che appaiono dopo il mio
Valds. Cos, d'altra parte, C. Samon e M. Socrate figurano qui
coi vecchi loro lavori degli anni Sessanta; e ci sono il Segre di
Lingua, stile e societ e il Greimas dei Modelli semiologici, e non
quelli successivi; e cos via.
Lo stesso per le citazioni. Per esempio, Vossler resta citato in
tedesco nel primo lavoro, e in traduzione italiana, intanto uscita,
in quelli successivi; di Bahner si cita l'edizione tedesca, non quella.
spagnola che del 1966; Foucault resta in edizione francese; e,
caso limite, di Segre figura la SyntfJse stylistique ancora in fran-
cese (1967), perch la versione italiana appare nel 1969. Come ho
rinunciato alla rassegna bibliografica, cos a priori ho rinunciato a
stilare un bollettino editoriale.
Lasciare tutto come stava ha significato anche decidere di non
procedere a una revisione del mio discorso che vi introducesse i
risultati, pur importanti, di studi successivi. Cos non tengo pre-
senti per Valds per esempio - oltre alle edizioni di J. M. Lope
Blanch, Porrua, Mxico 1966, e di A. Comas, Bruguera, Barcelona
1972 - il saggio di G. L. Guitarte, Alcance y sentido de las opi-
niones de Valds sobre Nebrija (in Estudios filologicos y lingiiisti-
coso Homenaje a A. Rosenblat en sus 70 afios, Instituto Pedagogico,
Caracas 1974, pp. 247-288); o, per la trattatistica spagnola nel suo
insieme, per esempio, i volumi di A. Marti (La preceptiva retorica
espaiola en el Siglo de Oro, Gredos, Madrid 1972), J. Rico Verdu
(La retorica espaiola de los siglos XVI y XVII, Anejos de la Re-
vista de Literatura , Madrid 1973), K. Kohut (Las teorias litera-
rias en Espafia y Portugal durante los siglos XV y XVI, CSIC,
Madrid 1973); o, per le parole del Rinascimento, il saggio di R.
Mercuri (Sprezzatura e affettazione nel Cortegiano , in Lettera-
tura e critica. Studi in onore di N. Sapegno, Bulzoni, val. II, Ro-
ma 1975, pp. 227-274); e, per uomini dotti del Rinascimento spa-
gnolo, gli studi di Inoria Pepe su Argote de Molina e Alvar Gomez
de Castro; o, al di qua del Rinascimento, le pagine di A. Ruflinatto
sul rapporto di Berceo col suo pubblico. Cos come, per il problema
del pubblico e del suo orizzonte d'attese, restato fuori Jauss o,
per il retro degli arazzi, il Bachtin del mondo alla rovescia, ecc. ecc.
Anzich continuare all'infinito questo elenco in negativo, pre-
XII
ciso che sono intervenuta su altri due piani. Invece di aggiornare,
nel vecchio lavoro su Valds ho sfrondato molte note biblio-
grafiche su questioni generali (biografia di Valds, sua posizione
religiosa, erasmismo, rapporti italo-spagnoli, ispanismi in italiano,
questione italiana della lingua); si trattava in parte di uno sfog-
gio giovanile di erudizione, in parte di rinvii effettivamente troppo
datati. In tutti i lavori, invece, per due testi di frequente uso
ho sistematicamente aggiornato le citazioni su edizioni critiche
recenti: per Valds quella di C. Barbolani, per Morales quella di
V. Scorpioni. Per il Ditlogo de la lengua ci mi ha portato, come
un addio a un vecchio amico, a sostituire sistematicamente il nome
del personaggio Pacheco con Torres.
c) La terza fascia riguardava espressione e contenuto insieme.
A una rilettura, il protostrutturalismo degli ultimi lavori mi s ~
brava ancora reggere anche se datato ai tardi anni Sessanta; invece,
negli strati idealistici dei primi lavori sentivo i segni del tempo, in
un modo che a me stessa riusciva pesante pi che non il mancato
aggiornamento delle note storico-culturali.
Alcuni interventi si potevano operare sul semplice piano termi-
nologico, spostando il discorso dal dentro al fuori. Ho dun-
que ritenuto effettuabili trasposizioni come quella da forma
interna a tipo , carattere , modello . Quanto agli spi-
riti , spero di averli ripescati ed eliminati quasi tutti; o, se non
altro, come nel caso di Geist tmd Kultur di Vossler, di averli op-
portunamente ingabbiati tra virgolette storicizzanti. I sentimenti
ho cercato di eliminarli; mentre senza pudori ho lasciato parecchie
consapevolezze e coscienze : coscienza linguistica (dietro alla
quale sta anche il titolo Spracbbewusstsein di Bahner), coscienza
formale, coscienza normativa.
Ma da questo restauro a fior di pelle esco con una sensazione
di disagio. E mi convinco che ha ragione Prieto sui due fronti del
suo discorso: da un lato l'impossibilit di procedere a un semplice
aggiornamento su uno sfondo epistemologico nuovo, d'altro lato
la probabilit che quanto stato detto possa comunque non venir
abbandonato.
Se dovessi rifare tutto, oggi imposterei il lavoro in termini se-
miotici, passando dall'analisi di problemi di coscienza a quella di
problemi di competenza. Metterei in primo piano le questioni dei
generi e delle poetiche. Parlerei di costituzione dei codici e di enun-
ciati di carattere metalinguistico sui codici stessi. Metterei in rilievo
nel discorso barocco la contraddizione tra il livello metalinguistico,
che rifiuta i codici medievali, e quello poetico che li tiene in piena
funzione. Soprattutto, mi porrei, in modo esplicito e non tra le
righe, un problema di tipologia; non di fronte al grottesco irrigidi-
mento con cui Herrera fissa spagnolo e italiano sui due poli di un
XIII
mondo morale, ma di fronte a tutte quelle pagine in cui Valds,
Garcilaso, Castillejorilevano nello spagnolo tratti caratteristici, a
tal punto da ritenere difficili o impossibili traduzioni, o spostamenti
di codici formali, da altre lingue. Al di l della diversit ricono
sciuta in questi tratti - tendenza alla metafora e all'equivoco, ten
denza alla brevit e alla chiarezza, ecc. - il punto da approfondire
in via teorica mi sembra proprio questa insistenza sulla peculiare
propriet di una lingua. Abbiamo da tempo una tipologia della
lingua, abbiamo ora una tipologia della cultura; mi domanderei che
cosa sia dal punto di vista teorico l'embrionale tipologia della lino
gua letteraria che affiora in queste pagine del Cinquecento; che
cosa sia questa linguistica dei particolari e non degli universali;
che cosa sia questo riconoscimento di tratti tipici, che da un lato si
prestano ad atteggiamenti descrittivi e comparativi, d'altro lato si
sono costituiti lungo la concretezza della storia.
Giro la domanda ai linguisti. Per conto mio confido, con Prieto,
che, anche se la nostra prospettiva oggi diversa, questo libro,
nella sua sostanza, abbia ancora un senso.
Ringrazio i molti amici con cui per anni mi sono consultata su
queste pagine e recentemente su questa ripresentazione. Mi limito
qui per i loro suggerimenti in questa occasione a Cesare Acutis,
Bice Mortara Garavelli, Inoria Pepe Sarno, Dario Puccini, Aldo
Ruffinatto, Carmelo Samon, Cesare Segre. In particolare, ringrazio
le giovani studiose Letizia Bianchi e Marina Camboni che, mentre
su mia richiesta mi hanno segnalato con gentile implacabilit spiriti
e sentimenti troppo di ieri, mi hanno anche rassicurato che il di-
scorso funzionava ancora oggi.
Dedico questo volume alla memoria di Benvenuto Terracini.
Non perch gli ultimi due lavori sono stati pubblicati in circostanze
connesse con la sua morte ma perch, in vita, quasi tutti questi
lavori li ha visti nascere, e molto da vicino.
Torino, 16 ottobre 1979.
l Questa la provenienza dei lavori: 1. Juan de Valds: Dialogo de
la lengua . Ediz. abbreviata, con Introduzione (pp. 5-68) e commento.
In Collez. di Testi e Manuali. Pubblicaz. dell'Istituto di Filologia Ro
manza della Facolt di Lettere dell'Univo di Roma, S.T.E.M., Modena
Roma 1957, di 201 pp. Pubblico qui l'Introduzione (cf. anche n. 2).
2. Valds: cuidado - Boscan: descuido , in Studi di Letteratura
spagnola 1965, pp. 187-209. 3. Tradizione illustre e lingua letteraria
nella Spagna del Rinascimento, in Studi di Letteratura spagnola 1964,
pp. 61-98 e 1965, pp. 9-94. Il lavoro 2 seguito dal 3 come Appendice,
stato raccolto in volume, P.U.G., Roma 1964, di 171 pp. 4. Analisi di
XIV
un confronto di lingue (F. de Herrera, Anotacionesi>, pp. 74-75), in
Archivio glottologico italiano (val. in memoria di Benvenuto Terra-
cini), LIII, 1-2, 1968, pp. 148-200. 5. Una frangia agli arazzi di Cervantes,
in AA. VV., Linguistica e Filologia. Omaggio a Benvenuto Terracini, a
cura di C. Segre, Il Saggiatore, Milano 1968, pp. 281-311.
2 Nell'ordinamento dei saggi, inoltre, ho reso autonomo il secondo
rispetto al terzo, del quale esso era appendice. Ho modificato leggermente
i titoli dei vari saggi; all'interno del primo e del terzo ho introdotto
i titoli dei paragrafi e nel terzo ho distribuito le sezioni in modo legger-
mente diverso. All'inizio del quarto ho tolto riferimenti d'occasione.
Quanto al primo saggio (nato come una Introduzione alla quale seguiva
un testo, qui eliminato), ho inserito nelle note ampie citazioni dal Dialogo
de la lengua e alcune delle mie note al testo stesso.
xv
Elenco delle abbreviazioni
BAE
BHi
BHS
BICC
BRAE
CN
CyR
DCELC
D.L.
HMP
NRFH
PMLA
RFE
RFH
XVI
Biblioteca de Autores espaiioles
Bulletin hispanique
Bulletin of Hispanic Studies
Boletfn del Instituto Caro y Cuervo
Boletm de la rea! Academia espaiiola
Cultura neolatina
Cmz y Raya
Diccionario critico-etimologico de la lengua castellana, a
cura di J. Corominas
DifIlogo de la lengua di J. de Valds, in generale; in parti-
colare, ed. critica a cura di C. Barbolani de Garda, D'Anna,
Messina-Firenze 1967
Homenaje a Menndez Pidal, Madrid 1925.
Nueva Revista de Filologia hispanica
Publications of the Modern Language Association of Ame-
rica
Revista de Filologia espaiiola >,
Revista de Filologia hispanica >,
LINGUA COME PROBLEMA
NELLA LETTERATURA SPAGNOLA
DEL CINQUECENTO
(con una frangia cervantina)
Alla memoria di Benvenuto Terracni
La presa di coscienza ( Valds )
Parte prima
La cornice del Dialogo de la lengua
1. Il dialogo e i dialoganti. ... Porque el sefior
Torres, como hombre nacido y criado en Espafia presu-
miendo saber la lengua tan bien como otto, y yo, como
curioso della desseando sabeda assi bien escrivir, como la
s hablar, y el sefior Coriolano como buen cottesano qui-
riendo del todo entenderla (porque, como veis, ya en Italia
assi entre damas como entre cavalleros se tiene pot genti-
leza y galania saber hablar castellano), siempre halhlvamos
algo que notar en vuestras Cartas... 1. In queste parole
di Marcio viene anzitutto spiegato il motivo occasionale
del Dialogo: si tratta di una serie di domande sulla lingua
spagnola poste a Valds da altri personaggi, spagnoli e ita-
liani, come riflesso di dubbi suscitati in loro dalle sue let-
tere. Da questa stessa impostazione deriva appunto il tono
disperso di conversazione che corre lungo tutta l'opera.
Allo stesso tempo, nella caratterizzazione degli interessi di
ciascuno dei tre interlocutori di Valds, vengono a prospet-
tarsi alcuni aspetti essenziali del suo argomento. Col cenno
a Torres, natural de la lengua, appare da un lato la condi-
zione generale di chi nel parlare la propria lingua materna
crede di non aver bisogno di norme, d'altro lato il pro-
blema storico dello spagnolo dell'epoca, carente di sistema-
zione. A sua volta, il cenno ai due italiani - Coriolano,
l1ovicio, che, per motivi che possiamo definire sociali, desi-
5
dera avete dello spagnolo una conoscenza pratica, Marcio,
curioso 2, mosso da interessi pi eruditi - spalanca le
porte ai pitl vari aspetti deIIa vita e della cultura del Rina-
scimento spagnolo e italiano, in cui il Dialogo va inqua-
dtato.
2. La scena. L'antinomia che qui si prospetta ine-
l'ente aIIa stessa impostazione deII'opeta come dialogo. La
trattazione dottrinale dei problemi diluita - e insieme
drammatizzata - anzitutto dalla cornice narrativa. Anche
se neIIa parte centrale, nei momenti pi serrati deIIa di-
scussione, essa testa sfumata, aIIa fine tutti i particolari
accennati neII'esotdio sono ripresi: i setvi che vengono
aIIontanati e poi chiamati, neIIe ultime battute, coi cavaIli;
i tre intedocutoti che si accordano suIIe domande da sotto-
porte a Valds, che passeggia pensieroso, e aIIa fine come
tre congiurati gli tiveIano la sorptesa di avet nascosto lo
scrivano Aurelio; il commiato finale con le vatie promesse
per la prossima tiunione. A sua volta diluisce e dramma-
tizza il discorso teotico anche l'alternarsi, talvolta quasi
occasionale, di domande e risposte che vanno seguendo
spontanee associazioni di idee. Si ttatta di un effettivo dia-
logare, con scambio di battute tra i vati petsonaggi, che
possono giungete fino al battibecco e amano coglietsi red-
ptocamente in faIIo e sogghignare l'uno dei preconcetti deI-
l'altro, put senza uscite, quasi mai, da un tono di signotile,
un tanto ironica, cottesia. Particolatmente pteziosa in
questo senso una frase di BataiIIon 3: simpatico esbozo
de un ttatado de filologia espafiola, gue consetva toda la
gtada y toda la naturalidad de una libte charIa entre per-
sonas de buen gusto .
Buon gusto tipicamente tinascimentale; e sono qui da
tener presenti le schetmagIie e la vivacit dei dialogo bem-
biano e specialmente l'incedete nobile e insieme vivace
deIIa conversazione nel Cortegiano. Ma vivacit che, trat-
tandosi di un seguace di Erasmo come Valds, anche la
motdadt dei tipo di dialogo lucianesco-erasmiano 4.
6
3. I personaggi. Si discusso a lungo sulla maggiore o
minore realt storica dei personaggi del Dialogo. Ma, molto
pi che un'eventuale identificazione storica S, importa la
loro caratterizzazione entro il Dialogo stesso, nota psico-
logica che li rende appunto personaggi , e allo stesso
tempo determinazione di atteggiamenti tipici davanti ai
problemi linguistici. Se talvolta essi sembrano parlare in
contrappunto, hanno tuttavia ciascuno una personalit mol-
to diversa.
Marcio. stato osservato che il personaggio meno
netto. Effettivamente il Dialogo in grandissima parte co-
stituito da una serie di domande e risposte tra lui e Valds,
in cui Marcio pare talvolta quasi limitarsi a dare la battuta
a Valds e ad accettarne le osservazioni. C' per in lui
qualcosa di pi. Anzitutto lui l'ordinatore della materia,
e tale ordine va custodendo: dichiara concluso un argo-
mento, annuncia l'inizio di un altro, esorta Valds a pro-
seguire, lo rimette in carreggiata; soprattutto coglie al
balzo le questioni importanti 6. Le sue domande si riferi-
scono spesso a finezze, per le quali solo un buon conosci-
tore dello spagnolo poteva afferrare quanto nell'uso di
Valds vi fosse di singolare. La critica di Marcio appunto
autorizzata da una certa conoscenza di cose spagnole, che
egli dimostra anche con la citazione di coplas, di facezie, di
epitaffi, di opere letterarie.
Marcio spesso molto pi vicino a Valds che non agli
altri due, dei quali commenta l'ignoranza o lo stupore, e
che talvolta egli stesso mette bruscamente a tacere. Nella
sua posizione c' qualcosa di molto colto e raffinato, riflesso
di una che appare per pi .ufli-
ciale Marcio cita l'Arte poetica di
Orazio; adduce paralleli latini per le voci citate da Valds;
ha un senso di purismo conservatore; possiede il concetto
di regole cui spesso Valds non d soddisfazione, e
quello di partizioni della teoria grammaticale che a Valds
importano molto poco.
7
Nelle citazioni di Nebrija, cos spesso poste in bocca
sua, c' s senza dubbio il piacere malizioso di punzec-
chiare Valds; ma c' anche !'intenzione di fare di Mar-
cio un simbolo della cultma italiana. Ci rende pi con-
venzionale la sua figura. Perci in bocca a lui viene messo
il nome di Demostene 7, come contrapposto a quello di
Luciano caro ad Erasmo; e sar Marcio a pronunciare il
nome del Bembo 8. In qualche punto il suo linguaggio, ela-
borato secondo le migliori regole retoriche, allude certo alla
solennit della prosa italiana 9. In lui, ancora, la tendenza
a stabilire paralleli con un noi non privo di compiaci-
mento o a ricorrere a un voi che pu talvolta essere
condiscendente, ma pi spesso critico.
Coriolano. C' chi ha visto in lui un censor malvolo
de las bravatas, afan de " ganar homa " y ceremonias espa-
nolas e chi ha sottolineato, in lui e in Marcio, la squisita
cortesia italiana 10. Coriolano sembra essenzialmente rap-
presentare lo straniero . il pi bisognoso dell'insegna-
mento di Valds; non soltanto ignorante di molte cose
spagnole, ma chiuso nel proprio mondo. lui a provocare
con le sue domande una serie di spiegazioni o puramente
linguistiche o pi generiche 11. Pone questioni da princi-
piante nella lingua a lui straniera; inoltre, come nuovo alla
riflessione linguistica, si stupisce di alcuni principi generali
ovvii. Anche lui, da buon italiano, cita Cicerone e Quinti-
liano e sono citazioni accolte con riserva da Valds 12.
Ma soprattutto Coriolano a far scivolare la discussione
su ripicchi nazionalistici: col commento al desiderio degli
spagnoli di ganar homa , ai loro presunti furti di
vocaboli (e qui viene messo a tacere da Marcio), al loro
hacer fieros e alla braveria, malgrado la povert
lessicale della loro lingua; con la rivendicazione della deri-
vazione greca o italiana della sinalefe; con la difesa della
propria ignoranza; e soprattutto con la sfida a Valds 13.
Torres (Pacheco). Uomo d'armi contrapposto agli uomini
di lettere, tra curioso e indifferente per le questioni di lin-
8
gua, non conosce n latino n greco, ha un ingenuo rispetto
dell'autorit e un ingenuo spirito regionalistico 14. Tuttavia
le sue domande mirano talvolta a questioni fondamentali;
lui a provocare le spiegazioni di Valds sul senso di de-
coro, sui concetti di plebeyo y vulgar, di ingenio y juizio 15.
Inoltre Torres ha una chiara coscienza delle condizioni so-
ciali della propria lingua; lui a mettere in evidenza la
lingua della corte e a commentare la tendenza conserva-
trice della Cancelleria di Valladolid.
L'evolversi del suo atteggiamento entro il corso del
Dialogo stato pi volte commentato. C' all'inizio in lui
la presunzione di conoscere la lingua tan bien como
otro , mista alla affermazione, pi volte proclamata, della
propria indifferenza per gramatiquerias (ma gi fin dal
primo momento si interessa per i proverbi). A poco a poco
subentra in lui lo stupore nell'osservare quante volte ab-
bia ragione Valds (<< no habia mirado en elIo ); esso di-
venta poi crescente interesse per le cose di grammatica e
ad un tempo coscienza delle difficolt. Alla fine esplode una
entusiastica compiacenza nell'aver appreso l'uso della ri-
flessione linguistica, in un atteggiamento alla Monsieur
Jourdain. Si instaura cos in Torres il pieno accordo con
Valds, con cui sembra ammiccare 16 contro gli altri due;
fino a mettersi anche lui a dare spiegazioni a Coriolano.
Torres tanto ignorante 17 quanto Coriolano; ma ha qual-
cosa di pi elastico, molto lontano dalla fanfaroneria
soldatesca che talvolta gli stata ritrovata 18.
Direi che in lui Valds abbia visto l'uomo incolto, l'in-
genuo, l'anima vergine che va prendendo, un po' erasmia-
namente, coscienza della propria ignoranza, e diviene do-
cile (la definizione appare in bocca a Marcio 19 forse non
senza ironia) all'insegnamento altrui. Pu essere che, come
stato osservato con una certa cautela 20, ci sia in lui un
riflesso del Messer Ercole del Bembo. Ma direi piuttosto
che, fatte le debite proporzioni, nella figura di Torres in
realt c' qualcosa che ricorda tutto l'atteggiamento di
9
Giulia Gonzaga nell'Alfabeto cristiano 21. Lo stesso esporre
di dubbi, di obbiezioni, e la stessa docile approvazione.
Ed in fondo naturale che sia cos. Anzitutto, entrambi
sono creature di Valds; e inoltre, se il nucleo centrale del
Dialogo costituito dal genio stesso della lingua spagnola
mentre sta prendendo coscienza di s 22, di questa co-
scienza l'evolversi di Torres diventa il simbolo.
Valds. Quanto al personaggio Valds, evidente che
l'autore ama rappresentare se stesso in un atteggiamento
continuo di diffidenza contro la curiosit degli interlocu-
tori; di qui lo schermirsi, il desidetio di tagliar corto 23,
quasi con un gesto di noia pet essere costtetto a parlare
di nifierias de la lengua. L'atteggiamento del personaggio
tiflette, come vedremo, un aspetto ben marcato nella posi-
zione del Valds filologo. Allo stesso modo la tendenza a
interrompere la discussione con battute scherzose rientra
sl in una generica ptopensione pet la facezia diffusa nel suo
tempo, ma risponde anche a un suo gusto personale, come
risulta dalle sue stesse lettere 24.
Il personaggio Valds oscilla tra una estrema equanimit
e una violenza di temperamento. Da un lato nessuno pill
lontano di lui dalla ptosopopea scientifica: sottolinea con-
tinuamente che espone opinioni ottenute por congetura
e por discteci6n , che non sa nulla de cietta ciencia ,
che si ttatta di noticia confusa; ptontissimo ad affer-
mate di non potet stabilite tegole. Lungi dal ptetendete di
venir cteduto ciecamente, vuole ottenete solo el crdito
gue quisitedes e convincete con dimosuazioni: aunque
el cteet sea cottesia, yo huelgo que desto que os he dicho
no cteais mas de lo que vitedes . Anche qui ci sono,
come vedtemo, radici dominali pi profonde: l'impossi-
bilit di stabilite tegole pet una lingua volgate, la mancanza
di ptecedenti. Ma c' anche la cauta consapevolezza petso-
naIe di tutta un'elabomzione originale di una serie di pto-
blemi, di cui Valds non manca di essete fieto quando si
ttatta di sottolinearne l'originalit, chiudendosi in un altez-
lO
no comment di fronte ad alcune obbiezioni, ad af-
tel:m:ue che quanto gli importa l'uso suo.
Para mino ay igual tormento que no poderme enojar
mostrar enojo por lo que oigo o veo que no es segun mi
tatltasla . Le collere che lo assalgono a solo sentire il nome
Nebrija sono allo stesso tempo prodotto di una diversit
concezione e riflesso di un carattere irritabile. Scontro-
e appassionatezza, che a loro volta non sono solo un
tratto psicologico realistico (sappiamo che nella realt il
carattere di Valds era tutt'altro che mite 25 e vediamo, eli-
tra il Dialogo, la sua reazione all'eccessiva cerimoniosit
italiana). Sono anche riflesso di un concetto di libert:
demasiadamente me ofendo quando una persona que yo
quiero bien haze o dize alguna cosa que no me contente, y
soy tan libre, que luego le diga a la clara mi parecer 26.
4. L'ambiente italiano. Quanto alla realt storica del
Dialogo e della sua inscenatura, non ha molto interesse ac-
certare se la camice narrativa sia o no pura convenzione
letteraria e se Valds e i suoi amici si siano davvero riuniti
a conversare su questioni di lingua. Tra l'altro, nulla vieta
di pensare che sia realmente cos, allo stesso modo come
non si dubita che l'Alfabeto cristiano nasca da una conver-
.sazione tenuta tra Valds e donna Giulia dopo una predica
di Bemardino Ochino. L'importante comunque che nel-
l'opera il riflesso di elementi molto reali c': sia il contatto
tra spagnoli e italiani, sia l'esperienza che Valds spagnolo
aveva tratto dal suo saggiamo tra italiani.
Valds 27, educato all'umanesimo di marca erasmiana e
tutto preso dai suoi problemi religiosi e, in parte, dalla sua
attivit di funzionario imperiale, vive in Italia e in partico-
lare a Napoli in un momento in cui la potenza spagnola era
al suo apogeo e con essa la diffusione della cultura e della
lingua spagnola. Gli italiani potevano di quando in quando
deplorare questo influsso, come si dolevano del dominio
politico straniero, e sottopone a critica gli usi e i costumi
di Spagna 28; ma d'altra parte non potevano negare una
11
certa affinit tra loro e gli spagnoli, come fa Castiglione, il
quale appunto pronto ad aprire le porte dell'italiano a
voci castigliane quando la materia lo renda necessario 29.
Valds non soltanto scrive a Napoli, dove la penetra-
zione ispanica aveva ormai profonde radici che risalivano
al tempo aragonese, ma viene da Roma, che dall'epoca di
papa Callisto III si era andata sempre pill ispanizzando 30.
Molti italiani, come gli interlocutoti del Dialogo, conosce-
vano pi o meno profondamente la lingua e le usanze spa-
gnole.
stato osservato che, come le opere religiose di Valds,
anche il Dialogo ha uno scopo eminentemente pratico 31.
La presenza di un pubblico italiano si rivela in primo luogo
in tutta una serie di momenti in cui Valds sente il bisogno
di spiegare usi, istituzioni, cose , insomma spagnole, a
chi non le conosce bene: la storia della Reconquista ,
o del frazionamento regionale del suo paese, le bachille-
rias , ecc. ecc.; fino a certe spiegazioni quasi di carattere
tipologico, come la propensione dello spagnolo all'equivoco
faceto o all'esuberanza metaforica 32. La rassegna letteraria
finale comprende opere quasi tutte assai divulgate in Italia
- per non parlare di quelle che dipingono appunto 1'am-
biente napoletano italo-spagnolo come la Questi6n de
Amor - e la cui critica in Italia costituiva quasi un luogo
comune.
La visibile preoccupazione di adattare quanto scrive a
un determinato pubblico si riflette anche su alcune posi-
zioni linguistiche di Valds: da una parte spiegazioni di
particolarit spagnole mediante un termine di raffronto
italiano 3\ dall' altra, tentativi di evitare ?nfibologie e di
no hacer tropear alletor , che paiono prospettarsi an-
ch'essi, almeno in parte, in funzione di un pubblico stra"
niero. L'estrema chiarezza con cui viene talora svolto il
ragionamento certo risponde in alcuni momenti a uno scopo
analogo. La prospettiva di raffronto bilingue di Valds si
manifesta per soprattutto nella sua principale caratteri-
stica: la preferenza data alla forma pi vicina all'italiano,
si tratti di particolari ortografici o di scelte lessicali.
12
In questo accomodamento c' forse un principio peda-
gogico di moderazione: vengono in mente le parole che
Valdesso rivolge a Giulia Gonzaga cui pesava il consiglio
di lasciare le belle conversazioni: Manco voglio esser
tanto rigoroso che vi dimandi che le lasciate tutte cos in
un tratto; bene saria che le lasciaste, ma, se v' molto mo-
lesto, le potrete lasciare a poco a poco... 34. Certo c' un
fondo di realt constatata 3\ e, addirittura, in questa per-
meabilit da lingua a lingua si potrebbe vedere l'ultimo
riflesso di un senso di unit romanza.
Unit romanza per che proprio allora si andava dissol-
vendo nella nuova coscienza delle nazionalit. Gli italiani-
smi di Valds, come vedremo, rispondono a loro volta a
un senso di larghezza imperiale della lingua, la quale ha il
vanto di rendersi comprensibile anche fuori dei suoi con-
fini. Questo lucido opporsi di nazione a nazione si riflette
sul piano narrativo in tutta la serie di ripicchi e di batti-
becchi destati da pregiudizi campanilistici; non per nulla,
di fronte ai commenti di Coriolano e di Marcio 36, Valds
si crede obbligato a commentare la presunzione italiana di
occuparsi di faccende linguistiche altrui: Siempre vosotros
estais armados de spada y capa, para herirnos quando nos
veis algo descubierto; pues ya sabis que " donde las dan,
alli las toman " 37.
Ma questo tono scherzoso poggia su un fondo di pole-
mica antitaliana molto pi serio, che ha in parte radici an-
che nell'educazione di Valds e nell'influsso dell'ideologia
di Erasmo.
5. Lo sfondo erasmiano. Valds ha un posto di primo
piano nel monumentale studio di Bataillon 38 sulla fortuna
che il pensiero di Erasmo ha avuto in Spagna sia sul piano
religioso e morale sia nei riflessi su tutta la vita e la cul-
tura. Per Valds letterato e grammatico bisogna per sem-
pre tener presente che non possibile distinguere netta-
mente ci che in lui risale direttamente a Erasmo da ci
che egli invece ha assorbito da correnti generiche in seno
13
a tutto l'umanesimo europeo, e da ci ancora che fino a
lui confluisce da correnti di antica tradizione castigliana.
L'unica guida sicura in questo caso la consapevolezza
stessa di Valds; il suo pi o meno cosciente senso di di-
versit nei confronti sia del pubblico italiano, sia di alcuni
strati della cultura spagnola.
Il riflesso pi vistoso di un erasmismo valdesiano an-
zitutto, come si visto, il tipo stesso di dialogo, per cui
Valds trovava i precedenti nel suo De doctrina cristiana
e nei dialoghi del fratello Alfonso. In questo riflesso inoltre
si innesta la generica propensione all'ironia (qui meno con-
tenuta, a detta di Bataillon, che nel Dizlogo de doctrina
cristiana). Ironia che, mescolata al concetto erasmiano che
il monachatus non est pietas , parrebbe avere il suo
esito pi appariscente nella facezia anticlericale. Ma tanto
questa satira antimonastica quanto la generica tendenza
epigrammatica (e limitare a queste l'influsso erasmiano
senza vedere in esso tutto ci che ha di nuova ideologia
umanistica 39 sarebbe una concezione assai ristretta) rien-
trano anche in secolari tradizioni spagnole: l'amore per la
sutileza da un lato, e dall'altro quell' anticlericalismo da
fabliau che sprizza anche nel Lazarillo e nel teatro cosid-
detto erasmista 40.
Il gusto per la sentenza e la agudeza porta anzitutto
Valds alla predilezione per i proverbi 41; un gusto che in
lui trascende l'apprezzamento del loro valore linguistico,
e lo fa continuamente ricorrere ad essi anche come fonte
di antica saggezza 42. Valds ha cura in questo caso di rife-
rirsi esplicitamente a Erasmo; ma non possiamo dimenti-'
care da una parte il Libro de Buen Amor, il Corbacho, la
Celestina e dall'altra la grande fiducia che il razionalismo
umanistico aveva nell'istinto popolare 43, e che in Valds si
manifesta pure con la sua predilezione per uno stile lim-
pido e semplice.
Se la riabilitazione del linguaggio volgare connessa a
tutto il movimento umanistico e naturalistico, il riflettere
su questioni grammaticali e linguistiche, almeno per la
Spagna, stato visto come atteggiamento in gran parte
14
diffuso tra seguaci di Erasmo: Valds, Vergata, Pero Mejla,
J. M. Cordero, Villa16n, ecc. ecc. 44. suggestivo in questo
senso vedere com' facile trovare a concetti esptessi da
Valds precisi tiscontti nelle opere di Erasmo: cos l'uso
linguistico, determinato sia da chi parla la lingua pura-
mente e elegantemente , sia dagli autoti, o la necessit
di curate la propria lingua, poich nessuna cos barbara
da non avere la propria eleganza e forza particolare, se viene
coltivata 45. Allo stesso modo ci sono coincidenze con un
altro fedele seguace di Erasmo, F. de Vergata 46, per l'idea
che, il castigliano avesse una stretta derivazione dal greco,
ecc. ecc.
Ma, pi che rintracciare qui e l eventuali influssi era-
smiani, l'essel1ziale che la posizione linguistica assunta
da Valds viene a essere in ultima analisi un riflesso della
filosofia imparata in Spagna. Per cui ci che a lui im-
porta quella minoranza (scelta non col ctiterio sociale
della casta o della ricchezza ma sulla base morale e razio-
nale dell'essere altos de ingenio y ricos de juizio ) che
si distingue dalla massa costituita da cada plebeyo y vul-
gal' ; cosicch possono essere de baxo ingenio y poco
juizio anche coloro che sono altos de linage y ricos de
renta 47. Proprio questa filosofia Valds dichiara di
averla dimenticata in Italia 48. Eppure appunto qui risol-
veva nel senso voluto da Erasmo una questione lunga-
mente dibattuta in un senso e nell'altro, quella della no-
bit, tanto da essere un luogo comune nella cultura del
tempo, svolto nel Cortegiano (e si potrebbe di qui tisalire
fino al IV libro del Convivio dantesco) 49.
Pi chiara ancora la provenienza da Erasmo in alcuni at-
teggiamenti di Valds in fatto di ctitica letteratia. Soprat-
tutto nei due ctiteri che egli alterna: una critica formale
che, partendo appunto da un ideale di sobriet, chiarezza
e naturalezza, tifugge da tutto ci che o affettato o con-
fuso; e una critica del tutto contenutistica 50. In quest'ul-
tima, se lenita la concezione utilitaria della letteratura
che aveva Erasmo - e quindi Valds non cade nel mora-
lismo intransigente di Vives 51 -, comunque motivo fon-
15
damentale un concetto di verosimiglianza 52,
Dei due motivi della critica erasmiana ai libri di cavalle-
ria, sparisce quindi l'accusa di\jmmoralit.> sussiste quella
di melltira - nuestros libros escritos en 1'0-
mance 53 -, anche se diluita in pi vaghi iiiorallcia e
descuido. In nome della verosimiglianza stilistica, Valds,
pronto ad ammettere che le frias afetaciones e gli ar-
caismi linguistici dell'Amadzs fossero normali all'epoca in
cui visse l'autore, e quindi stilisticamente validi, si ribella
invece all'idea che siano dovuti a un desiderio di acomo-
dar su estilo al tiempo della vicenda, perch cos sareb-
bero artificiosi, dato che in quelle regioni ovvio che allora
non si parlava castigliano. In nome della verosimiglianza
storica, critica nell'Amadzs anacronismi, e in Mosn Diego
de Valera asserzioni storiche imprecise; e alla taccia di
parabolano nel caso che le abbia inventate lui, alterna
quella di inconsiderado se per caso le avesse ttatte da
altri senza vagliarle col suo giudizio. In nome della verosi-
miglianza psicologica critica nel1'Amadzs alcuni episodi che
contrastano stridentemente col tipo ideale impersonato in
Elisena o nel re Peri6n, e deplora in Torres Naharro 54 in-
congruenze nelle descrizioni di ambiente.
Motiyojonc1atnentale nella critica di Valds.iLconcetto
di cio convenienza col proprio e condizione
iil modo di vivere di ciascuno in generale, convenienza
con la realt. psicologica delle persone rappresentate, nella
finzione letteraria 55. Cos per la Celestina. Le definizioni
che ne dnno Vives (<< laena nequitiarum parens ) e Cer-
vantes (<< libro divino si encubriera mas lo humano ), di-
scordanti come sono, contengono comunque entrambe qual-
cosa di decisamente moralistico: si tratti di eredit pi
pura di Erasmo, oppure di reazione controriformistica verso
l'amore sensuale 56. In Valds, invece, l'ardore di Melibea
viene criticato unicamente come mancanza di coerenza psi-
cologica entro il personaggio; Celestina e i servi sono
perfettissimi perch coerenti con se stessi 57,
Nella rassegna letteraria appaiono opere tradotte; e ri-
flessioni sul problema della traduzione che si ricollegano
16
ad altre svolte poco prima 58. & __ __
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i.wigliQli seguai
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o
59. Ma nel Dialogo la questione ha una portata
pi vasta di questo semplice riferimento, e vi ritor-
neremo pi avanti. Ci limitiamo per ora a osservare che
Valds pare dimostrare un certo disdegno per le traduzioni,
e si limita a citarne due 60, affermando di non averne lette
altre; le due citate sono entrambe opere non soltanto fon-
damentali nella sua formazione dottrinale, ma anche pre-
sentate come modello di stile.
sicuro poi che ha origine da Erasmo l'atteggiamento
antiitaliano, cos chiaro nel Dialogo. Valds l'uomo au-
stero che nel suo ideale sobrio e democratico della lingua
si oppone al formalismo dell'italiano, impregnato di tradi-
zione letteraria. Qui si inserisce in pieno la difesa del latino
di Erasmo 61. Se, come nota Montesinos 62, agli italiani
l'erasmismo spagnolo pareva un nuovo aspetto di barba-
rie , per lo spagnolo erasmista Juan de Valds, o per Al-
fonso, nell'antiitalianismo confluiscono due motivi, prove-
nienti da Erasmo entrambi: la reazione a una realt politica
- romana - da cui aborre, e la reazione a una forma di
cultura per lui troppo esteriore.
Gli italianismi fonetici o lessicali di Valds sono una
semplice soluzione pratica di un problema di convivenza
linguistica; ma sul piano della riflessione linguistica al cice-
roniano Bembo Valds anteporr sempre l'anticiceroniano
Erasmo.
6. Valds e le discussioni linguistiche italiane. Non di-
mentichiamo comunque che il Dialogo de la lengua stato
concepito e scritto in Italia, negli anni in cui fervevano le
dispute sulla questione della lingua . Si trattava, per
cos dire, di un tema di moda, oggetto di discussioni e di
conversazioni, cui fanno eco la scena e l'azione drammatica
nelle quali sono immaginosamente inquadrati le Prose della
volgar lingua, il Cortegiano, ecc., e alle quali accenna il
Machiavelli nel prologo del suo Dialogo. In quegli anni
17
era un continuo succedersi e incalzare di opere a stampa
che prima di essere pubblicate circolavano manoscritte,
come accaduto per esempio allo stesso Cortegiano. L'Ita-
lia era quindi un ambiente sommamente favorevole a
un'opera del genere del Dialogo de la lengua; e pu darsi
che Valds fosse al corrente di queste dispute (la sua cri-
tica al Bembo introdotta da un a muchos he oldo
dezir ) assai pi di quanto dal Dialogo non traspaia. Ad
ogni modo possiamo accontentarci degli autori italiani da
lui citati, e cio il Bembo e il Castiglione; il primo esplici-
tamente 63, il secondo solo per dire che non conosce la ver-
sione di Bosdn 64. In questi cenni pi o meno chiari si
riconoscono da una parte gli spunti per cui il Dialogo si
riattacca a una tradizione non paesana; d'altra parte, i mo-
tivi per cui il Dialogo chiaramente o celatamente si oppone
al pensiero italiano e fa parte per se stesso. Il rapido con-
fronto col Bembo e col Castiglione, nelle pagine che se-
guono, pi che addentrarsi in questioni di fonti, intende
semplicemente lumeggiare l'ambiente entro il quale prende
rilievo la spiccata originalit di Valds, storico e descrittore
della propria lingua.
Castiglione. Dei due italiani il pi presente a Valds
in fondo lui, per una innegabile affinit d'impostazione e
di idee, che spesso sottolineata dai pitl :fini interpreti del
Dialogo, Bataillon e Lapesa 65. Lo univa a Valds l'ideale
della lingua, che possiamo continuare a chiamar cortigiana,
purch ricordiamo che il Castiglione intende qualcosa di
molto diverso da quello che andava sotto il nome di
lingua cortigiana e che aveva suscitato la risoluta critica
del Bembo, e lo decanta invece in l!!1
qllesto, al
drh clla pL1ra forma, 1iapresente la realt di una societ
dirigente la politica e il gusto; una societ di gravi diplo-
matici e di piacevoli dame, pi raffinata e pitl composita,
ma .non diversa sostanzialmente di<iellilcl"le]lcel1fro
della norma dettata alla Iinglla second() Valds.
E quel certo spregiudicato eclettismo di Valds che, in
18
certa misura, permette allo spagnolo di prendere il suo
bene dove lo trova, risponde all'eclettismo - pi com-
plesso - del Castiglione, che non solo allarga le basi della
lingua fuori del toscano alle altre regioni, ma egli pure in
certa misura, come abbiamo visto, spalanca le porte a spa-
gnolismi e francesismi secondo l'esigenza di quel momento.
Si deve soprattutto ricordare, inoltre, che il discorso
sulla lingua introdotto nel primo libro del Cortegiano
come digressione e variazione sul tema della mancanza di
affettazione, che dev'essere dote principale del cortegiano;
vedremo quanto a Valds prema questa dote, anche se
intesa solo come fatto di stile. Su questo argomento si
giunge addirittura a una consonanza determinata: l'af-
fermazione, polemica e molto chiara, del Castiglione: e
dico aver scritto nella mia [lingua], e come io parlo, ed a
coloro che parlano come parl'io 66.
Altre coincidenze sono forse dovute semplicemente, co-
me abbiamo visto, a luoghi comuni della cultura umanistica:
il tema della nobilt, quello del contrasto tra l'uomo di
lettere e l'uomo d'armi, il piacere per l'arguzia e la facezia.
Ma su quest'ultimo punto si esce da un puro parallelo ge-
nerico; l'amplissimo sviluppo che il Castiglione d al tema
nel Libro secondo comprende esplicitamente la facezia che
nasce dalle parole ambigue, quelle che Valds chiama, con
terminologia grammaticale, vocaboli equivoci. Non solo
indugiano entrambi, nella compiacenza dell'aneddoto, a
spiegare ciascuna delle arguzie; ma il Castiglione in materia
di questa aneddotica tradizionale lascia agli spagnoli una
parte cospicua. Anzi, alle facezie circolanti in Spagna egli
non solo attinge pi di una volta 67, ma non manca di os-
servare che, se le facezie e i motti sono piuttosto doni di
natura che d'arte, bene in questo si trovano alcune na-
zioni pronte pi l'una che l'altra come i Toscani, che in
vero sono acutissimi. Pare ancor che ai Spagnoli sia assai
proprio il motteggiare 68.
Ma c' un altro punto, pi importante, in cui la sostanza
stessa della materia trattata poneva Castiglione molto vi-
cino a Valds. chiaro che Valds, nel tener presenti gli
19
elementi della disputa che si svolgeva in I taIia, cos come
li depura da ogni complicazione filosofica e letteraria, allo
stesso modo non lascia trasparire nel suo Dialogo alcun
riflesso di quelle questioni che sono state chiamate locali-
stiche, cio sulla fiorentinit o non fiorentinit cui la lingua
dovesse atteggiarsi. Sono infatti questioni che nulla, o quasi
nulla, potevano suggerire a Valds. Ma !'importante invece
che Valds doveva sentire che, rispetto all'italiano, lo
spagnolo si trovava in un certo senso in una posizione af-
fine a quella in cui i toscani consideravano le altre regioni
d'Italia. Appunto su questo terreno pare indubbio che
Valds segua il Castiglione, quando questi, nella Lettera
Dedicatoria, si difende dall'aver usato, come voleva l'esi-
genza della complessa cultura cinquecentesca, termini non
toscani che hanno in s grazia, ed eleganzia nella pronun-
zia, e son tenuti comunemente per boni e significativi 69.
E prosegue:
Oltre a questo usansi in Toscana molti vocabuli chiaramente
corrotti dal latino, li quali nella Lombardia e nell'altre parti
d'Italia san rimasti integri e senza mutazione alcuna, e tanto
universalmente s'usano per ognuno, che dalli nobili sono ammes-
si per boni, e dal vulgo intesi senza difficult. Perci, non penso
aver commesso errore, se io scrivendo ho usato alcuni ... e piut-
tosto pigliato l'integro e sincero della patria mia, che 'l corrotto
e guasto della aliena. N mi par bona regula quella che dicon
molti che la lingua vulgar tanto pi bella, quanto men simile
alla latina; n comprendo perch ad una consuetudine di parIare
si debba dar tanto maggiore autorit che all'altra, che, se la to"
scana basta per nobilitare i vocabuli latini corrotti e manchi, e
dar loro tanta grazia che, mutilati, ognun possa usarli per boni
(il che non si nega), la lombarda o qualsivoglia altra non debba
poter sostener li medesimi latini puri, integri, proprii, e non
mutati in parte alcuna, tanto che siano tolerabili.
Il rilievo che qui si d a una distinzione che corrisponde
esattamente a quella di Valds tra vocablos enteros e
corrompidos , doppia eredit latina dello spagnolo, fa
ritenere che di qui precisamente prenda in parte lo spunto
l'ultima sezione del Dialogo, anche se ben noto che per
20
lo spagnolo furono rinvenuti precedenti a questo vanto di
latinit 70.
Bembo. Ma il testo che dominava la questione in
quel momento erano le Prose della volgar lingua. Nei con-
fronti del Bembo la posizione di Valds pi concreta e
allo stesso tempo pi complessa. C'era un punto di affinit
concettuale che dovette immediatamente conquistarlo, e lo
indica egli stesso: sono i passi nei quali il Bembo prueva
que todos los hombres somos mas obligados a illustrar y
enriquecer la lengua que nos es natural y que mamamos
en las tetas de nuestras madres, que no la que nos es pega-
diza y que aprendemos en libros .
I critici del resto hanno da tempo cercato precisi punti
di riferimento 71; e altri se ne possono aggiungere 72, per
non parlare della consonanza in formule abitudinarie del
ragionare su questioni linguistiche 73. Consonanza pi ge-
nerica ma forse non fortuita il riferirsi a un preciso tratto
di struttura grammaticale che avvicini il volgare all'ebraico;
nel Bembo la mancanza del neutro, in Valds sono la
mancanza di declinazione, l'ossitonia ecc. 74: Per dimostrare
l'autonomia dello spagnolo rispetto al latino, se Valds
presenta tutta una lista di vocaboli spagnoli che secondo
lui non trovano una corrispondenza calzante in latino, il
Bembo aveva scritto: Perci che rivolgendo ogni cosa,
con qual voce i latini dicano quello che da' toscani molto
usatamente valore detto, non troverete 75. Infine nella
trattazione valdesiana colpisce la grandissima estensione
data allo studio dell'elemento lessicale; un elemento che
non manca certo nelle trattazioni grammaticali 76, ma se-
condo schemi di cui invece in Valds non c' traccia. In
Valds il singolo vocabolo, oltre che per l'aggiustatezza del
significato vale soprattutto in sede di scelta tra voce pi o
meno arcaica, pi o meno volgare. Ed appunto in que-
st'ultima sede che nel Bembo appare una trattazione pura-
mente lessicale, com' la critica alle parole volgari usate
da Dante 77.
21
Queste consonanze esterne ci autorizzano a indicarne
altre che riguardano anche l'impianto e la costruzione del
Dialogo. A prescindere da tutta l'impostazione retotica e
teoretica che informa le Prose, Valds dovette essere par-
ticolarmente sensibile al fine pratico, che esse non mancano
di proporsi, e che riaffiora ben chiaro nella chiusa del li-
bro II 78, anche se diverso dal suo: insegnare ai non toscani
l'uso della lingua letteraria. Tanto nelle Prose come nel
Dialogo appunto il pi bisognoso di questo insegnamento
a muovere domande e a far incamminare la discussione.
Inoltre Valds dovette sentini in parte sedotto anche da
quella certa spregiudicatezza e libert nella trattazione
grammaticale che viene al Bembo dall'aver subordinato il
problema esclusivamente grammaticale all'esigenza reto-
rica; cos1 come in Valds, e lo vedtemo pi avanti, esso
subordinato a un criterio selettivo e a una consaoevolezza
sincronica. Come i critici opposero il Bembo a ~ r t u n o 79,
cos1 si pu mettere Valds di fronte a Nebrija, molto pi
ligio, invece, a una trattazione sistematica.
Ma un'analogia pitI determinata la si pu ritrovate nello
stesso schema del Dialogo. La prima sezione di questo cor-
tisponde ai numerosi punti del primo libro delle Prose
dove si fa cenno alle origini storiche dell'italiano. Il nucleo
centrale del Dialogo conisponde agli altri due libri delle
Prose; anche se ne accentua il carattete sincronico e de-
scrittivo e ne appiattisce la prospettiva di quella tradizione
letteraria che per lo spagnolo, secondo Valds, non aveva
ragione di essere. Colpisce appunto la circostanza che Val-
ds, appena citato il Bembo, ha cura di smorzare immedia-
tamente il valore del richiamo e di dichiarare che lo co-
nosce ma non lo segue per il semplice motivo che le Prose
riguardano l'italiano, mentre lo spagnolo, che non stato
illustrato e arricchito por un Bocacio y un Petratca,
richiede tutt'altro discorso. Questo cenno alla tradizione
letteraria dell'italiano non un'ammissione soltanto teo-
rica; della voce italiana corrispondente alla spagnola erguir
Valds affetmer di averla letta nel Petrarca 80. Bench il
punto sia appena accennato, senza dubbio un riconosci-
22
mento del valore letterario dell'italiano, che si comprende
benissimo in chi per il suo ideale linguistico non ambiva
l
, 'd' G 'l 81
se non approvazlOne 1 un arCl aso .
Valds non si sottrae insomma a un certo fascino per
alcuni elementi sostanziali delle Prose; e accenni netta-
mente antibembiani non sarebbe forse facile trovarne nel
Dialogo.
In conclusione, mi sembra indubbio che le Prose sono
servite a Valds soprattutto per fargli vedere pi a fondo,
attraverso un vigile senso differenziale, nel carattere e nel-
l'originalit della p1'Opria lingua e della cultura che la in-
formava. Le Prose sono l'apprezzamento di una tradizione
letteraria che si spinge fino alle origini dell'italiano, sono
tutto un inno all'autorit degli antichi scrittori. Valds,
per conto suo, da un lato insiste sul sangue popolaresco
dello spagnolo nei suoi refranes, dall'altroint1'Oduce la
considerazione della tradizione letteraria spagnola in senso
addirittura opposto a quello del Bembo; cio come difetto
di quella convenienza e di quel decoro, che i suoi contem-
poranei non sempre potevano trarre dalla generazione di
scrittori loro contemporanea o che li aveva appena prece-
duti.
23
Parte seconda
La sostanza del Dialogo de la lengua
Il Dialogo apparentemente molto poco sistematico e
nella divisione interna in otto sezioni alcune di esse non
riescono a distinguersi nettamente dalle altre. Non dun-
que facile rintracciare una chiara ripartizione del contenuto.
All'ingrosso, si pu tentare di distinguere una serie, pi
abbondante, di pagine dedicate a problemi prevalente-
mente linguistici, e un'altra, pi scarna, a questioni di cri-
tica letteraria. Ma la linea divisoria tra le due tutt'altro
che netta.
1. I giudizi letterari. Anzitutto continua in Valds
l'idea che la lingua arrivi a maturit attraverso un'elabo-
razione letteraria; abbiamo visto quanto il Bembo l'abbia
aiutato a giungere a questo concetto. Se - a differenza di
Nebrija, chiuso nella sua illusione della lingua che en
la cumbre - Valds vede la sua lingua ancora incolta, il
motivo di questa immaturit per lui appunto la mancanza
di buona letteratura.
.r""- Al concetto di impero linguistico dell'uso si alterna con-
'tinuamente quello dell'autorit della parola scritta; anzi
! appunto la mancanza di questa autorit a determinare
\1).mportanza dell'uso stesso. Se per la norma dell'uso pu
bastare a chi parla la sua lingua materna, gli stranieri, 10s
que quieren aprender una 1engua de nuevo , devono im-
pararla e farsi buono stile sui libri.
24
...
La rassegna letteraria nasce come naturalmente dalle
considerazioni sullo stile che l'avevano di poco preceduta,
e appare in risposta a due domande di Marcio e Coriolano,
tutte improntate a questo interesse linguistico e didattico.
lo stesso punto di vista che si riflette per esempio nel-
l'introdurre certi criteri di distinzione tra verso e prosa
(uno di essi che el leer en metro non utile agli
aprendices in una lingua); o nell'ammettere per gli ar-
caismi dell'Amadzs la difesa di Torres, ma con la riserva
che si far bene a non imitarli; o nel concludere sull'Amadis
nel suo complesso, sia pure con riserve, que es muy dino
de ser leido de los que quieren aprender la lengua .
La critic delle opere letterarie viene svolta, come si
visto, in gran parte da un punto di vista formale. Cri-
terio del resto pi volte ribadito, almeno genericamente,
dallo stesso Valds: aqui no hablamos sino de lo que
pertenece a la lengua 82; dalla quale spesso si scivola na-
turalmente nello stile. E linguistico pure un altro criterio
di distinzione tra verso e prosa: nella parte dedicata alles-
sico frequente l'osservazione che vi sono voci ben
usate in metro ma non ammissibili in prosa 83. Distinzione
per ben tenue, in quanto l'ideale democratico di lingua
porta Valds alla concezione di una poesia intimamente
legata al linguaggio corrente; di qui la sua affermazione,
tanto commentata, che la gentileza del metro castellano
consiste en que de tal manera sea metro que parezca prosa,
y que lo que se scrive se dize como se dida en prosa 84.
Su un piano lessicale come su un piano sintattico il ripu-
dio per ci che poco naturale o poco chiaro provoca la
critica, da un lato alle frias afetaciones dell'Amadis, ai
latinismi oscuri di Mena e della Celestina, dall'altro alle
cIausulas eclipsadas , all'iperbato col verbo alla fine,
alla non chiara subordinazione, alle parole grosseras di
Mena e all' amontonar vocablos della Celestina, alle pa-
role che nelle coplas servono solo di ripieno, al vuoto uso
di parole cui le cose si devono forzare ad accomodarsi.
Viene criticato, insomma, tutto ci che tipico nella reto-
rica e nello stile di transizione tra medioevo e pieno rina-
25
scimento. Allo stesso criterio obbedisce, a riscontro, la
compiacenza per le Coplas di Manrique e per i romances.
Questo senso, potremmo chiamarlo di decoro stili-
stico, rientra anche qui in un pi vasto concetto di cui-
dado e descuido , per cui gli autori spagnoli non si
possono paragonare a quelli italiani o latini o greci; non
solo Mena se descuid6 nei troppi latinismi, o nei troppi
vocaboli grosseros , ma todos essos librillos... estan
escritos sin el cuidado y miramiento necessario . Fuori di
questa taccia di descuido o di affettazione stanno i pro-
verbi; di qui la grande stima che ne ha Valds. Entro il
concetto del descuido degli scrittori, si inseriscono in-
vece alcune osservazioni sullo stile: da esso soprattutto si
traggono conseguenze per la storia della lingua in quanto
vi si indica appunto una causa della corruzione della
lingua spagnola nei confronti del latino 85.
Con queste premesse, resterebbero da vedere i criteri
di scelta delle opere commentate da Valds; scelta volon-
tariamente delimitata entro un ristretto periodo, il cui ter-
mine a quo Mena e quello ad quem scrittori contempo-
ranei non pi viventi, Naharro, Encina. Scartata da una
parte la letteratura nettamente medievale - per quel mo-
tivo genericamente umanistico di disinteresse per il medio-
evo, pi sensibile forse in lui che in altri 86 -, scartati dal-
l'altra i contemporanei ancora in vita, la critica di Valds
si applica, come abbiamo visto, con criteri derivati pitl o
meno da vicino da Erasmo. stato notato pi volte come
molti giudizi critici di Valds siano ancora validi oggi.
Piuttosto pu essere interessante osservare in lui un certo
atteggiamento, quasi sentimentale, di attaccamento a pro-
duzioni tipiche del suo tempo, o pi ancora della sua gio-
vent: cos per una punta di artificio in poesia, come
le coplas disseminate qua e l nel Dialogo e, pur con ri-
serve, per motes) invenciones) pregtmtas) villancicos. Ci
vale in parte anche per i libri di cavalleria. In essi Valds
distingue quelli mentiroslssimos e mal compuestos
(Esplandim, ecc.) da Amadis, Palmerin e Primale6n, per
i quali gli rimasto, non escludendone la critica, qualcosa
26
della passione giovanile, una pi o meno secreta an-
, 87
ClOn .
Attaccamento sentimentale e allo stesso tempo cntlca
in nome della verosimiglianza, per i romanzi di cavalleria,
che paiono anticipare Cervantes. Anch'egli desiderer di
sottoporli a regole 88 e - un po' erasmianamente - elo-
gier il Tirante perch in esso i cavalieri mangiano, dor-
mono e muoiono nel loro letto dopo aver fatto testamen-
to . A mezza strada tra il Proemio di Santillana e lo
scrutinio della biblioteca di don Chisciotte, Valds si
allontana dal farraginoso entusiasmo, di neonta dell'uma-
nesimo, del primo (che preferisce il metro alla saluta
prosa e ripudia i romances secondo un criterio linguistico
opposto a quello di Valds) per avvicinarsi al secondo in
un comune atteggiamento tra sentimentale e razionale e in
un comune criterio di buon senso e moderazione.
2. Le origini dello spagnolo. Quanto alla sostanza pi
propriamente linguistica del Dialogo, si pronla netta una
distinzione tra il corpo dell'opera, dove la lingua spagnola
considerata per s, e la prima e l'ultima sezione, che sono
di carattere storico o differenziale.
In queste per Valds da un lato l'autonomia dello spa-
gnolo cosa evidente- tanto che non sta a riprendere la
famosa questione se si dovesse scrivere in latino o in vol-
gare e risolve in anticipo quella disputa sulla lingua scien-
tinca che in Spagna trover soluzione solo molto pi tar-
di 89 -; d'altro lato, il latino rimane per lui punto co-
stante di riferimento come tradizione storica.
L'idea stessa di ritrovare le origini del proprio volgare
nel latino guanto mai corrente all'epoca di Valds; cos
come cottente anche la vaga terminologia con cui egli
va esponendo il proprio schema etimologico 90. Schema
per quanto mai chiaro: origine del castigliano dal latino,
con elementi, si sarebbe poi detto, di sostrato preromano, e
successiva corruzione del latino con elementi di super-
strato gotico e arabo. In esso inoltre molto interessante
27
vedere come Valds ha continuamente presente una base
politica e sociale; penso soprattutto alle sue idee sulle
cause di mutamento linguistico (frazionamento geografico,
rapporti con stranieri 91) e sull'importanza del peso nume-
rico dei parlanti una lingua conquistatrice 92, che forse non
sono cos simplistas e ingenuas come pare trovare
Lapesa.
Quanto alle etimologie di Valds, esse valgono in quanto
si inquadrano sia nell'indirizzo del tempo sia nella generale
concezione sua, cio in quanto rispondono appunto a una
serie di preconcetti storici, che Valds non aveva certo
la possibilit di verificare analiticamente.
Cos il postulato dell'origine latina (e greca) acuisce in
lui la facolt di distinguere come arabo 93 tutto ci che dal
mondo latino si scosta, sia in fonetica e in grafia 9\ sia nel
lessico 95; indicazioni queste ultime particolarmente pre-
ziose in quanto riflettono alcuni degli aspetti pi tipici del
suo pensiero linguistico. Anzitutto Valds ammette che
parole arabe siano state introdotte insieme con cose
particolari alla cultura araba. Si potrebbe osservare che
siamo qui davanti a un notissimo criterio classico e umani-
stico; ma quanto importa che la trattazione di Valds
non solo guidata dal suo principio che le parole sono
strettamente legate ai concetti, ma risponde anche a un
atteggiamento realistico di osservazione, in quanto gli ara-
bismi pi vistosi erano effettivamente parole concrete op-
pure tecniche. Cos pure risponde al senso storico di Valds
il decidere - obbedendo al puro criterio di uso - a favore
dell'arabismo per certe oscillazioni che erano ancora co-
muni al suo tempo 96; se pure gi compare la traccia di
quella decadenza dell'elemento arabo, cui pi tardi si ispi-
rer lo zelo di epurazione di Viciana
97

Di fronte a questo esame realistico dell'influsso arabo,


la mescolanza con le lingue barbariche non posta che in
astratto; era del resto un luogo comune anche nelle analo-
ghe riflessioni italiane. invece posta la questione della
lingua preromana. Quanto al basco, sono interessanti l'am-
missione della sua antichit - esposta comparativamente
28
nei confronti del greco, sia pur con riserve - e la segna-
lazione dei numerosi latinismi che in esso sono accolti, pi
o meno deformati. Quanto all'ipotesi della derivazione
del castigliano dal greco - pi esattamente da una lingua
di origine greca mescolata e corrotta - non deve venir
tacciata d'assurda ma inquadrata come elemento operante in
tutta la concezione umanistica. Essa si riflette nell'erasmi-
sta Vergara; altre tracce ne sono state riscontrate in Spagna
ancora in Grachln, per non parlare di ellenisti francesi YS.
Fuori della concreta questione di origini impostata eti-
mologicamente, Valds cerca di dimostrare l'affinit tra
castigliano e greco in modi di dire e in particolarit
sintattiche (uso degli articoli); cio in sede di pura con-
formidad , che il rilevare senza preoccupazioni etimolo-
giche le analogie di grammatica o di stile che potessero
occorrere da lingua a lingua. Ed evidente che, per la pre-
senza dell'articolo e la maggior vivacit di espressione, un
immediato confronto tra greco e spagnolo, o qualsiasi altra
lingua volgare, era spontaneo. Nello stesso ordine la
conformit notata con l'ebraico 99.
3. Tradizione latina e autonomia dello spagnolo. Valds
e Nebrija. Il riconoscimento dell'origine latina, unita-
mente al senso di autonomia della propria lingua, porta nel
Rinascimento, com' noto, a due tendenze apparentemente
opposte. Da una parte un'aspirazione a gareggiare col latino
da pari a pari; d'altra parte un senso di inferiorit rispetto
al latino stesso, che rimane come termine fisso di con-
fronto. Entro questa duplicit di spunti si prospetta la
posizione di Valds nel momento in cui visse e la sua po-
sizione entro la storia della cultura spagnola del Cinque-
cento.
Una patente di nobilt alla sua lingua riferita alle origini
latine data da Valds nell'ultima sezione, l dove indugia
con compiacenza a indicare il riposto etimo latino di molte
voci castigliane. Egli riprende in questa sede un motivo
molto comune al suo tempo in Spagna; contava allora gi
29
a1cuni anni per esempio quella serie di componimenti ispa-
no-latini 100, in cui pi che il risultato quanto mai artificioso
interessa appunto la spinta interna a dimostrare che il pro-
prio volgare non era se non latino 101. Pi delicato vanto
era per Valds dimostrare che i refranes corrispondevano
parola per parola a detti latini, e che i versi di Orazio si
potevano ttasporre in buon castigliano.
Questo rifarsi alla tradizione latina nel momento stesso
in cui da essa liberamente si svincolano stato interpretato
come il segno della raggiunta autonomia e maturit di
ciascuna delle lingue nazionali 102; si rinnova cos in clima
di Rinascimento quella disputa delle lingue che in termini
di rinascita medievale era stata espressa nel De Vulgari
Eloquentia per dare la palma alla lingua del s. Questa gara
portava necessariamente con s un'opposizione alla lingua
sorella - cio la italiana - che fino allora aveva portato
indiscutibilmente il vanto di primogenita 103; era anche que-
sto un segno dell'autonomia acquistata dalle lingue nazio-
nali. Ora qui il pensiero di Valds pare iniziare svolgimenti
futuri. Infatti ad Amado Alonso 104 questa gara, come si
profila in Valds, ha richiamato immediatamente la posi-
zione antitaliana che in Francia sar assunta da Henry
Estienne. Questi appunto, si pu aggiungere, si dilunga
sulla traduzione di un distico latino per provare che il fran-
cese batte l'italiano nel riprodurre la concisa gravit del-
l'originale 105. La posizione di Henry Estienne certo pi
complessa; ma Valds pare effettivamente anticiparla, pur
contenendola, com' sua consuetudine, in termini esclu-
sivamente linguistici. L'essenziale che il noi e il
voi tra italiani e spagnoli cessano qui di essere mere
punzecchiature - se mai lo sono state - per divenire
atteggiamenti ben coscienti. La contesa finale resta in realt
sospesa; ma quanto importava non era tanto una soluzione
vittoriosa (del resto impossibile) quanto il fatto stesso che
la contesa venisse suscitata.
La rivendicazione di latinit, insieme alla coscienza di
autonomia della propria lingua nei confronti del latino, SI
30
manifesta in modo particolare nell'aspirazione a raccogliere
il retaggio di universalit della lingua madre. questo un
motivo che in una forma o nell'altra circola in tutte le lin-
gue romanze in quest'epoca di formazione nazionale; ma
in Spagna acquista contorni particolari per l'esistenza di
un'effettiva coscienza di espansione imperialistica, cosicch
per quest'epoca appunto si parlato di un'idea imperiale
dello spagnolo 106. Non possiamo dimenticare che il Dia-
logo scritto proprio in Italia e appena un anno prima
di quella clamorosa dichiarazione d'internazionalit per
la lingua spagnola che fu il discorso tenuto a Roma da
Carlo V 107; e che Valds fratello di quell'Alfonso che
esprime il suo pensiero politico non certo in latino ma in
spagnolo 108. Non solo la conoscenza della lingua spagnola
va dLffondendosi in quel momento in Europa ma il suo
uso una conseguenza necessaria della preminenza politica
e diplomatica della Spagna 109. I riflessi che questa egemo-
nia ha sulla lingua, gi crudamente intravisti da Nebrija,
furono poi fissati nella ricorrente espressione della lingua
portata nel mondo dalle bandiere spagnole 110. Nella tradi-
zione della riflessione linguistica spagnola essi si manife-
stano soprattutto in sede comparativa; tanto rispetto al
latino - la lingua spagnola che copre una superficie pi
vasta di quella dominata dal greco e dal latino 111 - quanto
rispetto alle altre lingue romanze. Postasi decisamente in
una prospettiva internazionale (che si manifesta anche nel
progressivo uso di espanol per castellano 112), la lingua
spagnola partecipa vittoriosa a quella contesa tra le varie
lingue, di cui il detto sulle qualit di ognuna - l'italiano
da parlare con le donne, il francese con gli uomini, lo spa-
gnolo con Dio, ecc. ecc. ll3 - non che un suggestivo ri-
flesso aneddotico.
Di tutto questo ribollire di motivi, sono pochi gli spunti
che apertamente si riflettono in Valds, ma sono pur sem-
pre chiat,i, Appunto qui possibile stabilire nettamente un
primo distacco di Nebrija, e quindi giustificare da un punto
di vista storico l'asprezza con cui Valds lo sottolinea. La
coscienza dell'ascesa e della maturit dello spagnolo in
31
Nebrija 114 prevalentemente politica; se pur vogliamo date
il dovuto peso al tono cortigianesco della famosa Dedica
a Isabella, dobbiamo ricordare che Nebrija lascia intendere
che la sua Grammatica volgare potr essere utile per dettar
legge spagnola a popoli barbari e nazioni di lingua pere-
grina, cui accadesse alla regina di imporre il giogo. Meno
audace e profetica, pi ristretta, ma molto pi concreta e
acutamente realistica la concezione della sostanza politica
e sociale che Valds ha della sua lingua.
Il corso espansionistico del suo castigliano di Toledo
pare colto soltanto come elemento unificatore e vincitore
di variet regionali; movimento che del resto, come noto,
non and senza resistenze 115. Fuori di casa sua Valds pare
accontentarsi di constatare il prestigio che lo spagnolo ha
acquistato in Italia; la sua personale vicenda di emigrato
si inserisce qui in quella pi vasta della sua lingua che esce
dai suoi confini. Ma una prospettiva internazionale 116 certo
appare. Essa spicca evidente anzitutto nella trattazione les-
sicale; non soltanto nell'enfasi con cui Valds sottolinea la
ricchezza lessicale della sua lingua, in cui vi sono voca-
blos en que escoger como entre peras , ma anche in atteg-
giamenti meno aggressivi e pi profondi. Molto lontano
da un ristretto criterio puristico, Valds nel piegare, come
abbiamo visto, la sua lingua ad accomodamenti italianiz-
zanti, la pone, quasi alla Carlo V, su un piano di comunica-
zione internazionale: no solamente es entendida de los
naturales pero aun de 108 estranos ; e nell'aprirla larga-
mente a neologismi riconosce in essa quel carattere di ma-
turit che permette l'assorbimento e l'assimilazione - me-
diante l'uso - di elementi estranei.
C' inoltre qualcosa che in Valds affiora con frequenza
notevolissima: la tendenza a sottolineare le possibilit
espressive di ogni lingua, e in particolare del suo spagnolo;
per esempio la tendenza alla facezia, alla metafora, alla for-
ma piena, insomma a un propio estilo de la lengua 117.
Non pi un gioco aneddotico come il detto allora di
moda; un tentativo di caratterizzazione sintetica che l'i
sponde alla consapevolezza che la lingua pienamente au-
32
tonoma rispetto al latino, di cui ha raggiunto l'universalit
in senso molto pi profondo di un puro imperialismo ter-
reno.
Di tutto ci si pu ritrovare una suggestiva conferma
particol.are.. a.
deIl'arncchll11ento nella lmgua attraverso dI essa, Viene di
solito indicato in Francia e in Spagna come uno dei mezzi
che il volgare possiede per elevarsi all'universalit del mo-
dello classico. Lo ammette, almeno come mezzo pratico di
ampliamento culturale, Du Bellay 118; pi chiaro in Spagna
questo concetto per esempio in Morales 119, chiarissimo ed
elevato a pura ricerca formale in Cervantes, quando am-
mette il tradurre dalle lingue difficili perch arguye
el ingenio . Ma Valds, pi che la possibilit di arricchi-
mento per la lingua in cui si traduce, sottolinea invece le
difficolt della traduzione 120. Queste per lui sembrano con-
sistere non tanto nell'esigenza di essere muy diestros in
entrambe le lingue, quanto nel concetto di un diverso ca-
rattere (estilo, propiedades), di una gentileza tipica di ogni
lingua; ci sono delle cose che se dizen en una lengua bien,
que en otra no se pueden dezir assI bien . Valore essen-
ziale della traduzione per Valds una piena riproduzione
dell'espressivit dell'originale, no cuidando de mirar a
la palabra, sino al sentido , sentido inteso anche come
coerenza stilistica. L'ideale suo di traduzione un'opera in
cui il puro estilo castellano esprima lo que hallavan
escrito nell'originale. Ma - e questo quanto ci inte-
ressa sottolineare - siccome a suo giudizio l'usuale esu-
beranza immaginosa del castigliano difficile da mantenere
in una traduzione che si limiti a no poner mas de lo que
halla scrito en la lengua de que traduze , il tradurre in
castigliano viene per lui a essere particolarmente arduo,
appunto per il carattere di singolarit che egli riconosce
alla sua lingua.
In questa maggiore coscienza di autonomia della propria
lingua mi sembra che ha luogo il pi vitale distacco da
Nebrija. La conseguenza pi importante della raggiunta
33
autonomia l'impulso a codificare, dandogli un assesta-
mento grammaticale, il proprio volgare, che assurge alla
categoria di lingua appresa non pi soltanto per uso ma
per arte 121; impulso gi operante in Nebrija, ed espresso in
modo quanto mai chiaro in Villal6n: porque... a la con-
tina [esta nuestra lenguaJ fuese colocandose y adelantan-
dose a todas las otras y tambin porque la pudiesen todas
las naciones aprender 122. Ma il latino e la grammatica la-
tina sono ancora troppo visibilmente presenti in quel primo
tentativo di Nebrija 123, perch Valds se ne accontentasse.
Il latino per lui non se non una vena di m ~ i c Ql:!tezza
per il suo volgare, che conferisce alla parola volgare la -sua
dignit di forma storica, ma una vena completamente as-
sorbita dalla modernit della lingua attuale. Tanto vero
che Valds insiste sull'esistenza di una ricca serie di ter-
mini spagnoli corrispondenti a concetti estranei al latino 12\
comprendendo tra questi anche gli arabismi. la stessa
coscienza di un'attenuata e libera latinit che si ritrova
nella trattazione grammaticale. Essa di quando in quando
far ammettere a Valds che la conoscenza del latino
utile per ben parlare castigliano 125; ma d'altra parte gli far
affermare (per esempio a proposito di truxo e traxo) che,
quando scrive castigliano, come si scriva in latino non gli
importa affatto, e scrivere misterio e silaba alla moderna
perch la sua lingua comune a tutti i suoi connazionali,
anche a chi non conosce latino e greco 126. Allo stesso modo
questa consapevolezza gli far s ammettere - pur appog-
giandosi a Cicerone - i neologismi colti e le voci latine
per cui non esiste equivalente castigliano, ma censurare
invece recisamente i latinismi eccessivi della letteratura
quattrocentesca. Il farraginoso latineggiare di Mena e della
Celestina ormai superato in Valds da una coscienza mo-
deratrice tra venerazione umanistica per il latino e consa-
pevolezza dell'attualit del proprio volgare.
4. Uso cortigiano e tradizione letteraria. Valds e la
generazione successiva. A sua volta, questa consapevo-
34
sembra talvolta quasi contraddirsi in Valds 121, il
ostenta indifferenza per una cosa tan baxa y plebeya
es punticos y primorcicos de lengua vulgar 128, e
sO[llal1ca le porte alla semplice norma dell'uso.
Qui soprattutto il confronto col latino, insito nella di-
stil1Z1C)lle tra lingua appresa per arte e lingua appresa per
uso, sembrava portare a un manifesto senso di inferiorit
del volgare. Infatti, anche la mancanza di una buona let-
teratura a spingere Valds a porre in primo piano la lingua
orale e i proverbi. La nonna dell'uso parrebbe cos in un
certo senso determinata dall'impostazione teorica del Dia-
logo, in cui Valds sembra insistere sulla volgarit del
suo volgare.
Ma, bench fin dalle prime pagine si alluda esplicita-
mente all'uso cortigiano toledano, e bench questo criterio
geografico determini in parte l'opposizione all'andaluso
Nebrija, tuttavia nelle preferenze grammaticali e lessicali
di Valds c' qualcosa che sembra andare pi in l del ca-
stellanismo mas estricto e prelllclel"e .Sluasi .r1u11a .norma
Anzitutto il rifiuto del volgansmo dIalettale-BO
di lingua comunemente
c01fiche su quello di lingua cortigiana; certo per
l'accettazione dei neologismi, che attesta un ampliamento
dell'orizzonte culturale a sfondo di quello linguistico. Nei
criteri di scelta lessicale in Valds vi certo pi di un mero
principio localista e sociale, anche se espresso talvolta con
un vago los mejores vocablos . Arcaismo e volgarismo
- voce plebeya , grossera , villanesca - non
soltanto viene opposto a voce cortigiana, ma anche a voce
gaIana o gentil , che ha qualcosa di pi sottile. Del
resto, come nota Menndez Pidal
l31
, nell'importanza che
Valds d al juicio , cio alla selezione 132, implicito un
principio dicriterio artistico, anche se meno accentuato che
nell'analogo gusto selettivo di Fray Luis. qualcosa in-
somma che trascende il puro uso corrente; come lo trascen-
dono certo alcune preferenze personali: si veda per esem-
pio la predilezione per certe parole, come arriscar, aventu-
rar, arregostar, aleve. Questi punti del resto sono tutti in
35
armonia con quanto si visto per i suoi giudizi letterari.
Quindi il distacco che distinguerebbe nettamente Valds da
quella base letteraria che a pochissima distanza di tempo si
profila nell'ideale linguistico di Morales e di Fray Luis e
/nell'estetismo di Herrera non forse cos forte come
! sembrato 133; n l'impero dell'uso ha in lui soltanto un senso
; di decisa inferiorit nei confronti dei piLl letterari latino e
italiano.
5. Assestamento grammaticale e norme di stile. Valds
si rif alle origini storiche dello spagnolo molto pi volen-
tieri di quanto non affronti le questioni di grammatica che
i suoi interlocutori desiderano chiarire; anzi non trascura
occasione per dire che queste gli sembrano niiierias de la
lengua, gramatiquerias, bachiller'zas, pedanter'zas, quisquiglie.
Ci va inteso nel suo significato letterale. Valds, pur
non disconoscendo certo, per bocca di Marcio 134, tutta la
costruzione filologica che sta dietro al concetto di gram-
matica, doveva sentire che questa interpretazione era in
fondo estranea alla forma del suo umanesimo; e preferisce
quindi tenersene lontano. Per lui il termine di grammatica
resta inevitabilmente legato alla grammatichetta latina che
si insegnava ai bambini. il termine appunto cui egli ri-
corre per spiegare il carattere affatto elementare e prope-
deutico del suo insegnamento nelle prime pagine dell'Alfa-
beto cristiano: l'altra [raccomandazione rivolta a Giu-
lia] che di questo dialogo si serva come si servono della
grammatica i fanciulli che imparano la lingua latina, in ma-
niera che lo pigli come uno alfabeto cristiano, nel quale si
imparano i principi della perfezione cristiana, facendo isti-
ma che, imparati questi, ha da lasciare l'alfabeto e appli-
care l'animo suo a cose maggiori, pi eccellenti e pi di-
vine 135.
In altre parole, grammatica per lui norma elementar-
mente pratica: Quanto a la gramatica, con deziros tres
reglas generales que yo guardo, pensar aver cumplido con
vosotros; las quales a mi ver son de alguna importancia
36
para saber hablar y escrivir bien y propiamente la lengua
Il
136
caste ana .
Le norme date da Valds sono dunque norme generali,
ricavate dalla sua stessa esperienza, e restano come fuori
dagli schemi e da quelle distinzioni tradizionali - orto-
grafia, grammatica, ecc. - che nel Dialogo figurano appa-
rentemente mescolate e confuse l'una con l'altra. Il filo
conduttore va necessariamente ricercato entro l'opera stes-
sa; e, pur attraverso le continue interruziol1i di carattere
drammatico, non difficile ritrovarlo in norme di propriet
e di chiarezza ricavate dall'uso e dalla struttura stessa della
lingua, ricercate per s, obbedendo a una esigenza di siste-
mazione e di livellamento. Pi precisamente, nel ricorrere
fino a un certo punto all'origine latina per determinare pi
nettamente suoni, funzioni e significato del vocabolo spa-
gnolo, facile riconoscere l'applicazione di quel principio
di latinismo liberamente attenuato che gi abbiamo avuto
occasione di considerare 137.
Circola poi per il Dialogo la continua tendenza a livel-
lare oscillazioni e ad eliminare incertezze dell'uso, che porta
Valds a ottenere una distinzione d'ordine grammaticale
qualsiasi, dalla quale derivi non solo una maggiore fermezza
ma una chiarezza maggiore; cos per esempio le distinzioni
di genere, o quelle stabilite dall'accento, o la differenza
tra a e ha, tra e e he, ecc., o l'integrit del pronome esta
di fronte alla voce verbale sta, o anche cenni generici sulla
parola piena. Per quest'ultimo punto quindi naturale che
Valds pensi soprattutto a quei fatti che oggi chiameremmo
di fonetica sintattica, dove questa integrit pi-Ll minac-
ciata 138.
Tutto il resto, all'ingrosso, non se non una serie di
fissazioni di uso, fatta come casualmente, per rispondere
alle incalzanti domande di qualcuno degli interlocutori.
qui da notare anzitutto il senso rigoroso di attualit della
lingua, che porta Valds - d'accordo una volta tanto con
Nebtija - ad applicare per solito il principio ortografico
che 139. Allo stesso tempo, da
rilevare l'acutezza delfa sua osservazione realistica: per
37
esempio ci che va notando sull'equivalenza di alcuni pre-
fissi, o sulla pienezza della parola castigliana in confronto
a forme dialettali, o ancora sull'affettazione regionale di
chi continua a usare la f iniziale 140. In conclusione, se alle
sezioni pi propriamente destinate a questioni grammati-
cali aggiungiamo quella del lessico, possiamo dire che la
parte centrale del Dialogo costituisce la testimonianza e
contemporaneamente la libera norma dell'uso spagnolo agli
inizi del Cinquecento.
Il valore di questa testimonianza fu messo ripetutamente
in chiaro 141. Spetta inoltre a Lapesa il merito di aver mo-
strato come nella maggioranza dei casi le preferenze di
Valds siano quelle per le quali ha realmente optato il
corso dello spagnolo, e indicato i casi dove invece Valds
non stato buon profeta.
Non per superfluo notare che ci avviene per due ra-
gioni affatto opposte. In alcuni casi Valds profeta non
stato perch nella sua scelta sono prevalsi criteri extra-lin-
guistici, come la preferenza data a certe forme italianizzanti
(o latineggianti) 142, che infatti a lui stesso sembrano du-
rette ; oppure semplicemente perch stato trascinato da
una eccessiva coerenza con se stesso - e lo stesso accade
per Bembo e per Castiglione - a dettare norme che sono
in disaccordo con la realt del suo stesso uso all'interno e
anche all'esterno del Dialogo 143. Ma d'altra parte certe pre-
ferenze di Valds indicano semplicemente in quanta misura
la sua riflessione critica si ispirasse all'elemento soggettivo
della sua ispanit; e Valds lo tiene continuamente pre-
sente, non trascurando mai di sottolineare il carattere per-
sonale delle sue osservazioni. Lo stesso rigoroso carattere
personale che ha d'altronde la sua interna disciplina: a
Tones che gli osserva es en la verdad rezia cosa obligaros
a tantas sutilezas sin necessidad , Valds ha cura di ri-
spondere: Si que es rezia sin necessidad, pero con ne-
cessidad no es rezia, y de necessidad tiene de observar todo
esto el que quiere scrivir bien y propiamente, y ninguna
cosa voluntaria es dificultosa 144.
38

Pi decisi ancora i suoi precetti che mos trano
ancor meglio quanto complesso fosse iTsud{ideale di lingua.
Questi precetti, rilevati fino alla saziet, in generale si pre-
sentano come semplici variazioni di concezioni correnti nel
suo tempo. .... .. ..
COll1llne. Pi che indicarne le
remote radici classiche,' interessa qui solo ricordare come
esso investisse la condotta intera dell'uomo nello sviluppo
del Corlegial1o, riecheggiato da Valds, e a questo si unisse
il.. li .. Si?
che riaItal:" Inolfre, come abbian10 visto: con Casti-
gI1onesracco:da - direttamente o indirettamente - an-
che il motivo dello scrivere come si parIa; uno scrivere e
un parIare dominati da un principio che Valds non no-
mina ma che gli certo presente, il bu?n .. col
duplice criterio di .. a
Garcilaso va certo'111tesoirlquesto senso.
riscein.. .. li .' ... e liEiPl1clio
=- concettualeestilistica -- ch:
in . ..... ... .
. Pi interessanti forse alcuni motivi, apparentemente
contradditori tra di loro. L'uno un'evidente predilezio
l1
e
P..e.rJ:1prosa nei confronti della poesia. Questa predilezione
per, oltre a rispondere a ovvie tendenze personali, va in-
terpretata entro quell'ideale di naturalezza che lo faceva
rifuggire da tutti quei procedimenti pseudo-estetici (conso-
nanze, eccesso di formalismo, giochi verbali, ecc.) cui la
poesia gli sembrava indulgere piti facilmente. Il suo ideale
di una poesia vicina alla prosa muove evidentemente dal
fatto che Valds aveva particolarmente presente la sem-
plicit di coplas e refranes. Nello stesso ambiente formale
nasce un altro principio caratteristico, cio il precetto che
impone al discorso la 146.
Ma immediatament"'dopo: sempre a proposito di un
refran, Valds pare riprendersi e si affretta a riconoscere
la virt dell'encarecimiel1lo, cio riconosce la grazia espres-
siva di un concetto che si adagia nella forma di due sinoni-
mi iterati. stato osservato 147 che con questa ammissione
39
Valds viene a riconoscere che la propriet dell'espressione
fantastica racchiude in s una sua bellezza, quello che
Vossler chiamava il carattere ornamentale della lingua, co-
me elemento sostanziale della lingua stessa. Ma questo ri-
conoscimento avviene senza che Valds creda di dover su-
perare la concezione di ornato poetico (encarecimiento e
eleganza che si accompagnano alla sentenza , ma ne
sono ben distinti), che egli condivide con tutta la sua epoca;
anzi proprio Valds fu scelto da Croce 148 come esempio
della permanenza di questa eredit della retorica classica
che il rinascimento ha conservata intatta. Possiamo in con-
clusione dire che sentenza va intesa come chiarezza del
concetto, cio propriet dell'espressione; nell' encareci-
miento da vedere il riconoscimento dell'enfasi espressiva,
mentre 1' eleganza sembra riferirsi al modulo stilistico
in cui il pensiero viene espresso.
6. Conclusione. Nei confronti col Bembo, col Casti-
glione, con Machiavelli, e anche con Morales, Mejfa, ecc. il
Dialogo di Valds a una prima impressione pu apparire
alquanto scarno. Soprattutto quanto alla considerazione di
principi generali. Per la sua stessa impostazione, come ab-
biamo ripetutamente visto, rifugge da un tono problema-
tico e dialettico, quello appunto che forma ad esempio il
gtande incanto del Cortegiano, e che spicca specialmente
l dove la questione della lingua si elevava a dibattiti sulla
stessa natura del linguaggio 149. Col suo spirito didattico e
ptatico, Valds sembra evitare questa problematica, che
tuttavia conosce, e preferisce tradurla in affermazioni per-
sonali o accontentarsi spesso di sottintenderla come pre-
messa implicita delle sue osservazioni. Cos la variabilit
delle lingue umane data per dimostrata in base semplice-
mente alla notissima compatazione oraziana 150; la comples-
sit di vita implicita nell'uso affermata pi e pi volte,
illustrata da innumerevoli esempi ma mai definita cos ca-
tegoricamente come nel Cortegiano. E ancora il presuppo-
sto di una differenza tra pensiero e lingua informa tutta
40
una distinzione tra parola e concetto che si indovina lungo
tutto il Dialogo; ma non mai sviluppato di proposito l5l.
La stessa cosa si pu dire per il concetto di lingua naturale,
che affiora appena dall'espresso richiamo al Bembo, sebbene
Valds si soffermi pi a lungo - ma sempre apodittica-
mente - sul concetto opposto della lingua retta dal jui-
cio , in equilibrio con 1' ingenio ecc. ecc.
In compenso di questa mancata impostazione di una
problematica generale, il senso di osservazione di Valds
sprizza acutissimo e libero da pregiudizi. Si pu anzi affer-
mare che il pregio e il grande valore del Dialogo consistono
appunto nella austerit con la quale Valds circoscrive la
sua trattazione alla lingua, e solo ad essa; all'interno della
lingua riconduce rigorosamente tutti i problemi di natura
culturale che essa ad ogni momento per la sua stessa indole
pu suggerire. Questa austerit gli ha soprattutto permesso
di penetrare nel carattere del suo spagnolo, in null'altro
che questo carattere, ma di penetrarvi a fondo, appoggian-
dosi, come fa, quasi esclusivamente all'arguzia di capZas
e di refranes.
In questi appunto Vossler ha creduto di poter vedere
rappresentato nel modo pi schietto lo spirito dello
spagnolo 152, intessuto - qui sta la differenza profonda
dall'italiano - di una vicenda ricca pi di contrasti che di
armonie. vero che Vossler si limita a segnalare contrasti
ritmici; ma essi si possono vedere riflessi anche in quella
agudeza di contrapposizioni semantiche (che del resto
era notata in Italia come caratteristica spagnola), in quella
concentrazione di significati opposti, cos cara a Valds, nel
taglio delle facezie e nel modulo stilistico dei suoi refranes.
Non un caso se una delle parole preferite da Valds
primar, che racchiude tutta una indistinta gamma di signi-
ficati, a indicare la compiacenza per questo o quel tratto
di appropriata freschezza. nel. discors() l1atllrale; e questa
sprizza pitl viva ed arguta appunto nel gioco di quei con-
trasti. Si potrebbe vedere in primo? la voce complementare
di gusto, caro alla regina Isabella, se pure, meno fortunata,
non riusc a entrare nell'ambito della comune cultura euro
41
pea, come per l'italiano avrebbe desiderato il Castiglione.
Ma attraverso il primor e il gusto 153, Valds scopre la forza
espressiva della propria lingua, nella quale consiste la sua
effettiva poetica.
Abbiamo visto che l'ideale di Valds prosastico; ma
penetrando nell'essenza della lingua egli si pone in realt
al di sopra della prosa e della poesia. L'autore latino pi
presente alla sua cultura, raffinata e insieme popolaresca,
..... .. . di misura e di buon senso, Orazio. Il contempora-
neo cui Valds si richiama senza riserve mentali Gard-
laso; dal quale appunto si inizia la generazione di scrittori
che conferiscono allo spagnolo la sua piena dignit lette-
raria.
NOTE
I D.L. 4, 35 - 5, 4. [Qui e appresso, con. la sigla D.L. senza altre pre:
cisazioni, si rinvia all'edizione critica del Dzalogo de la lengua, a cura dl
C. Barbolani de Garda, D'Anna, Messina-Firenze 19671
2 D.L. 104, 38: no basta a conocerlos sino quien es muy curioso
en la una lengua y en la otra .
3 M. Bataillon, Erasme et l'Espagne, Droz, Paris 1937. Edizione
corretta e aumentata e in versione spagnola di A. Alatorre (Erasmo y
Espafia), Fondo de cultura economica, Mxico 1950, 2 volI. Cf. II,
p. 307.
4 Cf. a questo proposito l'introduzione di J. F. Montesinos all'edi-
zione del Dialogo de Mercurio y Car6n, nei Clasicos CasteUanos,
Madrid 1929; e soprattutto Bataillon, Erasmo cit., I, pp. 333-60
per la diffusione dei Colloquia in Spagna; in particolare: I, pp. 403-24
per il Dialogo de doctrina cristiana; pp. 429-52 per il Dialogo de las
cosas ocurridas en Roma; pp. 452-72 per il Mercurio; inoltre II,
pp. 248-304, per il fiorire dei dialoghi spagnoli per influsso di Luciano,
Pontano ed Erasmo.
5 Coriolano venne identificato o con il vescovo e poeta latino Corio-
lano Martirano, oppure con l'omonimo segretario del vicer di Napoli
P. de Toledo. In Marcio fu visto o Marzio Martirano, nipote del vescovo,
o Marco Antonio Magno, amministratore e uomo di fiducia di Giulia
Gonzaga e traduttore in italiano dell'Alfabeto cristiano, o ancora il poeta
Marco Antonio Flaminio. [Quanto a Torres (Pacheco) cf. Premessa.]
6 Per esempio, l'importanza di una trattazione letteraria (D.L. 89, 18)
o della rivendicazione di latinit per le varie lingue (D.L. 102, 29).
7 Che la citazione tradizionale, cf. le Prose del Bembo, ed. Dioni-
sotti, Utet, Torino 1931, p. 31.
42
8 D. L. 6, 25.
9 Si veda per esempio, all'inizio stesso del D. 1., come Marcio sia
fatto parlare con sintassi deliberatamente ampollosa: il pues iniziale
qui e, poco sotto, l'abbondanza di subordinate, le pesanti espressioni
tormentos a hablar en lo que comenc a deziros... , que os dixe como,
de aquello en que aviamos platicado... , ecc. ecc., le costruite contrap-
posizioni pues nosotros... cosa justa es que, siendo vos... , como
nosotros avemos hecho a las que vos nos avis propuesto , ecc., in con-
trasto con le secche risposte di Valds, e anzi col suo rimprovero (<< con
tanta retorica). Cf. a riscontro nella prima pagina dell'Alfabeto cristiano
(ed. B. Croce, con introduzione, note e appendici, Laterza, Bari 1938,
p. 7) la battuta di Giulia Gonzaga: Ora, lasciando da parte le retoriche
vane e le cerimonie inutili, le quali tra noi sono soverchie... Cf. anche
l'altrettanto elaborato discorso di Marcio, con una certa irritazione per
l'interruzione, in D. L. 58, 40 (<< Y porque... ), 59, 9 (<< Y porque... )
lO R. Lapesa, ed. Didlogo de la lengua, con introduzione e note,
Ebro, Zaragoza 1940, p. 25; E. Cione, JUarl de Valds. La sua vita e
il StiO pensiero religioso, Laterza, Bari 1958, p. 57.
11 Per esempio, Coriolano non capisce il significato di abadengo (21,
16), a la 1I2elena (34, 23), esc01l2brar (43, 26), hijo d'algo (69, 39), pinti-
parado (71, 15), desaguaderos (82, 6); e meno ancora capisce quando una
parola gli viene spiegata mediante il latino (bachiller da baccalarius,
53, 5); non capisce voci colte come era (62, 20); confessa di non com-
prendere spesso i refranes (26, 34); si stupisce di ritrovare in castigliano
voci che conosce in italiano (Zecho, can, muro 82, 27; 83, 9; 83, 22)
ecc. ecc.
12 D. L. 77, 34; 86, 37. Questo scarso interesse di Valds per le
fonti classiche dell'antica retorica, unitamente alla sua posizione anticice-
roniana di conio erasmiano, possono esimere, nell'analizzare il Dialogo,
dal fare espressi riferimenti alle notissime fonti classiche, soprattutto
alle opere retoriche di Cicerone e di Quintiliano, che stanno pur sempre
alla base della dottrina del Rinascimento.
13 D. L. 23, 27; 43, 29; 78, 25 sgg; 39, 19; 53, 5; 79, 1, ecc.
l' D. L. 76, 16; 8, 16; 7, 32 sgg.; 95, 33; 100, 8, ecc.
15 D. L. 76, 34; 42, 26; 94, 14. sempre Torres chi pone obbie-
zioni non prive di fondamento; per esempio sull'ipotesi della primitiva
lingua greca (16, 12 sgg.) e sull'Amadis (97, 16; 98, 11), ecc.
16 Marcio: tengo sospecha que vosotros os vais haziendo del ojo,
para que aprueve el uno lo que dize el otro (44, 30).
17 Le sue domande sono spesso elementari: sugli articoli, sul senso
di ecepci611, sulla differenza tra verbo e preposizione, sui vocablos
sincopados o equivocos , ecc.
18 Cf. Cione, op. cit., p. 57.
19 Marcio: No vi en mi vida hombre de vuestra tierra que messe
d6cile sino a vos . Torres: (Qu quiere dezir d6cile? . Valds:
D6cil llaman los latinos al que es aparejado para tomar la dotrina que
le dan, y es corregible (37, 1 sgg.). La parola viene pi avanti intro-
dotta da Valds tra i latinismi (76, 28).
43
20 J. F. Montesinos, ed. Dialogo de la lengua con introduzione
e note, Clasicos Castellanos, Madrid 1928. Cito dall'ed. del 1946, p. XLVI
n. 1.
21 Cf. _ naturalmente tenendo presente che l'interesse di Giulia ri-
volto a questioni per lei molto pi vitali - per es. la richiesta di spiega.
zioni (<< Molto mi piacerebbe che mi faceste capace di questo , ed. Croce,
cito p. 33) e la vigile attenzione (<< Avete trovato la scrupulosa! Non vi
curate di pi, cominciate a dire, ch io star tanto attenta che forse non
perder una sola parola , ivi, 37); la gioia di imparare (<< M' avviso
che vado intendendo quello che volete dire , ivi, 21, Queste tre cose
voglio io imparare da voi , ivi, 70); lo stupore per alcune affermazioni
di Valds che vanno contro opinioni correnti (<< Meravigliomi di cotesto
che dite, perch in tutta la vita mia ho inteso dire che... , ivi, 33;
mi tenete tanto attonita da poi che incominciaste... , ivi, 43); soprat-
tutto il progressivo convincimento (<< lo credo che sia cosi , ivi, 64) e
l'entusiastico assenso (<< Tutto quanto dite mi soddisf , ivi, 29, cf. ivi
35 e 124; con questo m'avete dato la vita interamente ,' ivi, 48;
potete pensare se mi contentano , ivi, 81), ecc. ecc. Si confrontino
soprattutto gli atteggiamenti analoghi di Torres e di Giulia per i buoni
proponimenti ; para todos ellos yo de muy buena gana dar mi voto,
siempre que me sera demandado, aunque algunos se me hazen durillos;
pero, conociendo que con ellos se ilustra y enriquece mi lengua, todavia
los admitir y, usandolos mucho, a poco a poco los ablandar (Torres,
in D. L. 78, 14 sgg.), cf. A!fabeto, p. 92, cito qui appresso, p. 13.
22 L'espressione di Bataillon, recensione all'edizione Montesinos, in
BHi , XXXI, 1929, pp. 163-66.
23 Si veda, per es., la frequenza con cui ricorre la frase larga me
la levantais .
24 Sulla predilezione di Valds per chistes e alleddoti, cf. l'osser-
vazione di Montesinos (Prologo alle Cartas inditas di ]. de V. a! Cardena!
Gonzaga, Anejo XIV RFE , Madrid 1931, CXVIIl), che Valds en
la mas dramatica de sus cartas (XXXVIII, 45), no se olvida de pedir
noticia de "lo que Pasqujno dixere de bueno" .
25 Appassionatezza e violenza appaiono anche nelle SUe lettere, cf.
Montesinos, prologo alle Cartas cito
26 D. L. 106, 16 sgg.; cf. anche jamas me s aficionar tanto a una
cosa que el aficion me prive del uso de la razon; ni desseo jamas tanto
complazer a otros que vaya contra mi principal profession, que es dezir
libremente lo que siento de las cosas de que soy preguntado (D. L.
102, 36 sgg.).
27 Della biografia valdesiana, non tutta sicura, ci interessa soltanto
ricordare che, dopo la pubblicazione del Dia!ogo de doctrina cristiana
(Alcala, gennaio 1529), il timore del procedimento aperto contro di lui
dall'Inquisizione induce Valds a trasferirsi in Italia, non si sa esatta-
mente quando, probabilmente tra il dicembre 1529 e il settembre 1530.
Nel 1531 e 1532 gentiluomo della corte di papa Clemente VII e se
gretario imp'tiale (questione quest'ultima che fu lungamente discussa).
Nominato nel dicembre 1532 archivista a Napoli, come successore del
fratello,Valds vi abita per assai breve tempo, pur stringendovi amicizie;
gi di nuovo a Roma quando il posto viene riscattato (dicembre 1533)
44
dalla citt di Napoli. Probabilmente subito dopo l'elezione di Paolo III,
nell'ottobre 1534, abbandona Roma e, impossibilitato a tornare in Spagna,
si stabilisce definitivamente a Napoli; qui - tra altre occupazioni - per
un breve periodo agente' imperiale, mantiene un carteggio politico col
cardinale Ercole Gonzaga e soprattutto, fino alla sua morte, al principio
dell'agosto 1541, svolge quello che stato definito un apostolato nel
circolo ristretto dei riformatori napoletani, suoi discepoli. Il D. L. si
suppone scritto nel 1535 inoltrato, estate o autunno.
" Basti rinviare a certi giudizi sparsi nel Cortegiano, per es. sulla
prosunzione degli spagnoli, II, XXI, r. 25. (cito dall'ed. Cian, San-
soni, Firenze 1947).
29 Cf. Cortegiano II, XXXVII, r. 14 su quella gravit riposata
peculiar dei Spagnoli , che il Castiglione trovava confacentesi agli italiani
pi che la vivacit francese; e per gli ispanismi, ivi, I, XXXIV, r. 22 sgg.
30 Cf. per es. le Prose del Bembo (ed. cit.), pp. 22-23: E in Roma...
fanno dimora medesimamente diversissime genti pure di corte. Perci
che s cme ciascuno di noi sa, molti cardinali vi sono, quale spagnuolo,
quale francese, quale tedesco, quale lombardo, quale toscano, quale vini-
ziano; e di molti signori vi stanno al continuo, che sono ancora essi
membri della corte, di strane nazioni bene spesso, e molto tra s differenti
e lontane. E il Papa medesimo, che di tutta la corte capo, quando
valenziano, come veggiamo essere ora, quando...
31 Montesinos (ed. D. L.) pp. XLIV, XXXVIII.
" ... digo que tenemos muy muchos vocablos equivocos; y mas os
digo que, aunque en otras lenguas sea defecto la equivocacion de los
vocablos, en la castellana es ornamento, porque con ellos se dizen muchas
cosas ingeniosas, muy (D. L. 70, 24 sgg.); ... tengo
por mayor dificultad lustre a una obra traduzida de otra
qualquier lengua que sea en la castellana, que en otra lengua ninguna...
siendo assi que la mayor parte de la y gentileza de la lengua
castellana consiste en hablar por metaforas ..: (D. L. 95, 8 sgg.).
33 per es. j sp. e gi ital, n e gn; II e gli, ecc.; differenze tra x sp. e
ilal.; asperar-esperar e aspettare-sperare; hidalgo e gentiluomo, ecc. ecc.
34 Alfabeto, ed. ci., p. 92. Cf. in Torres a poco a poco (D. L.
78, 14, qui sopra alla n. 21).
35 Com' noto, a prescindere dai problemi di ortografia, queste pre-
ferenze italianizzanti di Valds si mantengono nelle sue opere con note-
volissima costanza. Cf. la nota finale di Montesinos alle Cartas cit.; e
qui la frequenza di forme come migior, personagio, giuzgan, castiglia,
digna; di voci come deseno, empacbarse, letra, malatia, pl'ofesi6n, ser-
vitI/d, ecc. se vogliamo limitarci a quelle commentate da Valds nel
D. L.; e cf. ivi (p. 97) l'acuta osservazione dello stesso Montesinos: En
el D. L. toma conciencia de si un estado idiomatico que durante mucho
tiempo caracterizo a las colonias espafiolas en Italia .
36 Cf. qui sopra n. 13, e ancc!j;ra: Marcio: Dexad estar essas vuestras
cerimonias espafiolas para los que se comen las manos tras ellas
(D.L. 55, lO).
37 D. L. 43, 33.
3!l Cf. qui sopra n. 3.
45
39 A. Castro, El pemamiento de Cervantes, anejo VI RFE ,
Madrid 1925, p. 263.
4. Cf. Bataillon, Erasmo cit., II, pp. 211, 213 sgg.
41 Che, come noto, giunger con tanti altri elementi rinascimentali,
a Cervantes.
42 E lo stesso nelle lettere, anche in passi molto seri; cf. Cartas, ed.
Montesinos cit., III, 30; XVII, 21. Spesso il proverbio qui preceduto
da un familiare dizen en mi tierra , come nel D. L. per proverbi non
citati a scopo di esempio linguistico, per es. D. L. lO, 39.
43 Cf. Bataillon, Erasmo cit., II, pp. 229, 305, e Castro, op. cit.,
p. 192; anche se Valds, come osserva Bataillon (II, p. 308), con fiducia
altrettanto rinascimentale nelle lingue auliche, ritiene i proverbi spagnoli
pi volgari di quelli latini e greci (cf. D. L. 9, 36).
44 Cf. Castro, op. cit., p. 198, Bataillon, Erasmo cit., II, p. 305.
45 Cf. l'Ecclesiastes di Erasmo cito in Bataillon, Erasmo cit., II, p. 306.
46 Cf. Bataillon, Erasmo cit., II, p. 307.
47 D. L. 42, 24 sgg.; per ingenio e juizio cf. anche per es. D. L. 94,
13, 101, 1 sgg., ecc. Cf. anche Alfabeto cit., p. 12 (<< Questo medesimo
che interviene a voi intervenuto sempre alle persone del mondo che
sono arrivate ad ingegno speculativo e chiaro giudicio... )
48 Bataillon, Erasmo cito I, p. 475, osserva: il libro in cui Erasmo
fa il processo all'umanesimo italiano - il Ciceronianus - ebbe tempo
di venir ristampato in Spagna prima di essere noto in Italia .
49 Cf. Cortegiano I, XIV e la nota del Cian a p. 38.
5. Per la continua unione dei due criteri, cf. per esempio: demas de
ser mentirosissimos, son tan mal compuestos, assI por dezir las mentiras
muy desvergonadas, como por tener el estilo desbaratado (D. L. 96,
17 sgg.); querrfa me mostrassedes en l ... algunos lugares adonde no
os contenta el estilo, y algunas partes adonde os parece que peca en las
cosas (D. L. 96, 37 sgg.). Cf. ancora la chiara partizione, nella risposta
di Valds: Quanto a los vocablos... (97, 5); Quanto a las cosas...
(98, 17).
51 Cf. Bataillon, Erasmo cir., II, p. 216 sgg.
52 Cf. nel passo riportato sopra (n. 50): Quanto a las cosas, siendo
esto assI que los que scriven mentiras las deven escrivir de suerte que
se lleguen quanto fuere possiblea la verdad, de tal manera que puedan
vtl1der sus mentiras por verdades... (98, 17 sgg.).
53 (D. L. 60, 5). Cf. anche la contrapposizione tra estas mentiras
e gli historiadores verdaderos , D. L. 96, 28 sgg.
54 Il quale tuttavia, com' noto, fondava la sua teoria drammatica ap-
punto su un concetto di veJ;,9simiglianza e decoro.
55 D. L. 76, 36 sgg.
56 Cf. Bataillon, Erasmo cit., II, pp. 221 e 407; Castro, op. cit.,
pp. 24, 35.
57 D. L. 101, 9.
58 D. L. 95, 8 ( il passo citato qui sopra alla n. 32, tengo por mayor
dificultad... ) e D. L. 80, 14 sgg. (cf. qui appresso n. 120).
46
59 Bataillon, Erasmo cit., II, p. 305.
60 Boezio, De consolatione pbilosopbiae, tradotto probabilmente da Fr.
Alberto de Aguayo; e Erasmo, Encbiridion militis cbristiani, tradotto da
Alonso Fernandez de Madrid, arcidiacono dell'A1cor; D. L. 94, 5 e
94,34.
61 Marcio: ~ Si el estilo castellano no es mejor para castellano que
e11atino para latino, poco hizo el que lo roman6 . Valds: No es
posible que vosotros concedais que uno que no sea italiano tenga buen
estilo en latfn . (D. L. 94, 37 - 95, 2).
62 Montesinos, introd. D. 1., p. LIII, n. 1. Cf. anche, per burle ita-
liane al latino di Alfonso, Bataillon, Erasmo cit., I, p. 429; e J. F. Mon-
tesinos, Introduzione all'ed. del Lactancio (Dialogo de las cosas ocurridas
en Roma) di A. de Valds, CIasicos Castellanos, Madrid, ristampa 1946,
p. 16.
63 D. L. 6, 25 sgg.
MD. L. 95, 8.
65 Cf. l'introduzione di R. Lapesa alla sua ed. cit. del D. 1., in specie
p. 21, e Bataillon, Erasmo cit., II, p. 310 (il quale si riferisce anche a
una succosa nota di M. Casella a p. 396 del suo Cervantes, Firenze
1938); cf. anche la recensione di M. Bataillon alle Opere di B. Castiglio-
ne e Giovanni Della Casa a cura di G. Prezzolini (1937), in BHi ,
XLII, 1940, pp. 332-33. Cf. ancora M. Romera Navarro, La de/ensa de
la lellgua espafiola en el siglo XVI, in BHi , XXXI, 1929, pp. 204-55
(cf. p. 217 dove si pensa che Valds dovette essere se non influfdo
almeno fortalecido nelle sue idee dal Castiglione) e R. Menndez
Pidal, El lenguaje del siglo XVI (<< CyR , 1933, poi in La lengua dc
C. Col6n, Austral, Buenos Aires 1942) p. 75 - dove tuttavia si pensa
che Valds non conoscesse n la versione n l'originale del COl'tegiano. -
La consonanza di idee tra Valds e il Castiglione in fatto di riflessione
linguistica fa curiosamente contrasto a quelli che furono i loro rapporti
effettivi. noto che il Castiglione, nunzio apostolico alla corte di Carlo V,
dopo la pubblicazione del Lactancio, denunci - sobillato, pare, da Jean
Lallemand - Alfonso de Valds come sospetto di eresia; e cos la morte
del Castiglione, avvenuta poco dopo, venne accolta da Alfonso come una
prova dell'aiuto divino: aequissimus ~ p r i t optimus Deus mei dialogi
vindex ; cf.' Bataillon, Erasmo cit., I, pp. 449 sgg., 501; e Montesinos,
Introduz. al Lactallcio cit., pp. 36 sgg.
66 Cortegiano, ed. cit., Lettera Dedicatoria, II, n. 82-83. Affermazione
un poco lenita, ma non certo contraddetta, dalla cauta distinzione fatta
tra lingua scritta e lingua parlata, ivi I, XXIX, r. 5.
67 Cf. per es., tra le molte, II, LXXVI, r. 2 sgg.; II, LXXVIII, r. 2
sgg.; II, XCIII, r. 7 sgg. e le note apposte dal Cian; cf. soprattutto la
nota 15 a p. 288, dove il Cian indica che in un abbozzo autografo il
Castiglione aveva redatto il passo in spagnolo, attingendolo direttamente
a fonti spagnole probabilmente orali.
68 II? XLII, r. 18.
69 Cf. Cortegiano, ed. cit., Lettera Dedicatoria, II, n. 37-45. Il passo
che segue immediatamente (ivi, n. 45-60) e che si cita nel testo prova
47
che qui il Castiglione intendeva termini non toscani pi vicini all'origine
latina. Cos interpreta pure Cian alla n. 45.
70 Cf. qui appresso n. 100.
7l Montesinos (D. L., p. XLVI, n. 1) nota in questo passo una chiara
imitazione delle Prose (p. 5): Conci sia cosa che nella latina [favella]
essi tutti nascevano e quella insieme col latte delle nutrici loro beeano
e in essa dimoravano tutti gli anni loro comunemente... noto che
l'immagine tratta dal Bembo dal De vulgari eloquentia. Per la Spagna,
cf. Don Quijote (II, 16): todos los poetas antiguos escribieron en la
lengua que mamaron en la leche , la cui fonte diretta probabilmente
Fray Luis de Le6n (pro1. al 1. III de Las nombres de Cristo): Su
lengua materna griega, que, enando ellos vivian, la mamaban con la leche
los nifos ; cf. Castro, op. cit., pp. 19697, che esclude una derivazione
da Valds. Cf. anche n. 20 qui sopra. Per altre supposizioni alquanto
dubitose di Montesinos, cf. Montesinos, D. L. XLVIII e L n. 1. Per altri
raffronti tra Valds e il Bembo, cf. anche Rita Hamilton, ]. de Valds
and some Renaissance tbeories 01 language, in BHS , XXX, 119, 1953,
pp. 12533.
72 Per esempio: Prose pp. 1920 (Ispagna, Istimare, Istrana) cf. D. L.
32, 33 (sgremidores-esgremidores); e ancora, Prose p. 53 (Experto, Extre-
ma) cf. D. L. 50, 38 (cascar-caxcar), 51, 20 (esperiencia-experie1ll:ia).
73 spesso , pieno , parti , ecc.
74 Prose p. 82; D. L. 23, 8 sgg.
75 Prose, p. 27.
76 Per lo meno in sede di distinzione retorica (barbarismo, solecismo,
ecc.), cf. C. Trabalza, Storia della Grammatica italiana, Hoepli, Milano
1908, p. 55.
77 Prose, p. 45: signorso (cf. ivi, p. 75), scaglie, biscazza,/ecc. ecc.
Cf., per una posizione analoga, il Dialogo di Machiavelli, in Prose Filo
logiche. La questione della lingua, a cura di F. Foffano, Sansoni, Firenze
1908, p. 34.
78 Cf. il discorso finale del10 Strozza, pp. 77-78.
79 Cf. Trabalza, op. cit., p. 77 sgg. e Dionisotti, Introdu.zione cit.,
p. XXXIII sgg.
60 D. L. 62, 13.
81 Marcio... me avis satisfecho en lo que os he preguntado. - Val-
ds: Hulgome que os satisfaga, pero mas quisiera satisfazer a Garcilasso
de la Vega con otros dos cavalleros... ecc. , D. L. 43, 4.
62 D. L. 91, 29.
83 Per es. atender, dende, humil, leda, membrar, ecc. (cf. D. L. 60, 22;
61, 30; 63, 8; 65, 15; 65, 28).
84 D. L. 93, 13 sgg.
65 D. L. 86, 15; 102, 8.
Il(, Cf. Lapesa, Introduzione all'ed. cito del D. L., p. 24.
87 Cf. Bataillon, Erasmo cit., II, p. 220.
86 Cf. Castro, op. cit., p. 47, Bataillon Erasmo cit., II, p. 403.
48
" Cf. F. Lazaro Carreter, Las ideas lingiiisticas en Espaia durante
el s. XVIII, CSIC, Madrid 1949, p. 147 sgg.
90 tiene parte de, mezcla, corrupci6n, embaraos, tiran al... per
l'evoluzione linguistica; ha tornado, se pegan... per i prestiti stranieri;
se llega al, tiene del... per l'affinit tra due lingue, ecc. ecc.
91 D. L. 18, 27 sgg.
92 D. L. 20, 18 sgg.
93 Presuponed que por la mayor parte todos los vocablos que Vlere-
des que no tienen alguna conformidad con los latinos o griegos son
aravigos (D. L. 24, 17); per una formulazione inversa, ma analoga, cf.
hallo que muchos [vocablos castellanos] de los que no son latinos o
aravigos son griegos (D. L. 14, 5).
94 e di qui l'attribuzione ad arabismo per il passaggio da f a h, o per
passaggi genericamente romanzi come l'assibilazione del c (D. L. 24,
22; 42, 2).
95 L'ipotesi di Montesinos (p. XLIX) che per Valds la mezcla
portata al latino da goti e arabi sia particolarmente fonetica forse al-
quanto ristretta, dato appunto il larghissimo sviluppo che in Valds ha
l'elemento lessicale; cf. de la lengua araviga [la castellana] ha tornado
muchos vocablos (D. L. 17,26); casi siempre son aravigos los vocablos
que empiean en al- (D. L. 24, 33); los [vocablos] que tiene de la
lengua araviga son de cosas estraordinarias o a lo menos no tan necessa-
rias, y de cosas viles y plebeyas, los quales vocablos tomamos de los moros
con las mesmas cosas que nombramos con ellos (D. L. 58, 33 sgg.);
los vocablos aravigos que son nombres de cosas (D. L. 79, 23).
96 alhombra-tapete; azeite-olio, ecc. (D. L. 17, 31).
97 Cf. il passo (D. L. 58, 33) citato qui sopra alla n. 95. Cf. in R.M.
de Viciana muy gran perjuicio en consentir que de la mas que civil y
abatida lengua arabiga tome vocablo ni nombre ninguno ; in Alabanzas
de las lenguas... ecc., cito dalla Antologia de elogios de la lengua espano-
la, a cura di G. Bleiberg, Madrid 1951, p. 42.
" Cf. Bataillon, Erasmo cit., II, p. 307.
99 A differenza di Nebrija - i cui cenni all'influsso ebraico-moresco
si riferiscono con gesto spregiativo a una convivenza moderna - V. nel-
l'alludere a un influsso lessicale ebraico (D. L. 21, 12) pensa certo a voci
genericamente semitiche, abad, saco, entrate anticamente nel mondo latino.
Del resto si tratta anche qui di un generico spunto umanistico.
100 Cf. E. Buceta, La tendencia a identificar el espanol con el latino
UII episodio cuatrocentista, in HMP , 1926, I, pp. 85-108 e De algunas
composiciones hispallolatinas eli el S. XVII, in RFE , XIX, 1932,
pp. 388-414, e relativa bibliografia. Il discorso ispano-latino tenuto a Roma
nel 1498 dal padre di Garcilaso de la Vega viene da Buceta prospettato
come un incidente filologico della rivalit tra Spagna e Francia' nella
dimostrazione - rivolta contro i francesi - dell'eredit latina dea lin-
~ spagnola pare essere implicita la pretesa all'eredit egemonica impe-
nale; e lo stesso per i successivi componimenti analoghi (Prez de Oliva,
Morales, il Brocense). Cf. anche M. Romera Navarro, La defensa de la
lengua espaiola en el s. XVI cit., p. 224.
49
4.
101 Inoltre qui agiva probabilmente l'analogia col Castiglione che ab-
biamo notato a suo luogo.
102 Cf. B. Terracini, Conflitti di lingue e di cultura, Neri Pozza, Ve-
nezia 1957, p. 75.
103 Se ne pu scorgere, tra moltissimi altri, un segno nello stesso
Valds, l dove (D. L. 93, 37) accomuna al latino l'italiano come lingue
che egli conosce e per le quali non ha bisogno di traduzioni. Cf. a questo
proposito anche in Du Bellay (cito dall'ediz. della Deffence, a cura di H.
Chamard, Didier, Paris 1948, I, V, p. 37) l'accostamento del Petrarca
agli autori latini e greci.
104 Castellano, espanol, idioma nacional; bistoria espiritual de tres
nombres, Losada, B. Aires, II ed., 1942, nota a p. 21.
105 Cf. B. Terracini, Conflitti cit., p. 75 sgg.
106 Cf. R. Menndez Pidal, La idea imperial de Cm'los V, in Revista
cubana , La Habana 1938; e molte pagine di Amrico Castro. 11 con-
cetto poi diventato luogo comune.
107 Il 17 aprile 1536. Sull'importanza che Carlo V, davanti al papa e
agli ambasciatori e cardinali francesi, parlasse in spagnolo, cf. E. Buceta,
Pidal, El lenguaje cit., p. 71, e soprattutto A. Morel Fatio, L'espagnol,
langue tmiverselle, in Etudes sur l'Espagne, IV serie, Paris (cito dall'ed.
del 1925), VI, pp. 189-219, dove se ne vagliano le varie interpretazioni
contemporanee e posteriori.
108 Cf. la Dedica al Lactancio, ed. Montesinos cit., p. 72; e Bataillon,
Erasmo cito I, p. 429.
La tendencia cit., p. 103, A. Alonso, Castellano cit., p. 21, R. Menndez
109 Per il senso politico implicito nell'uso dello spagnolo, cf. B. Croce,
La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, Laterza, Bari 1922,
in vari punti, e in particolare La lingua spagnola in Italia, Loescher,
ROma 1895, pp. 17, 19, 74.
.' !lo. Che da F. de Medina giunger fino a Bello, cf. A. Alonso, Caste-
ltano/dt., p. 29.
111 Per es. in Correas, cf. A. Alonso, Castellano cit., p. 39; o in Ca-
brera de C6rdoba (<< dodici volte pi vasta), cf. A. Morel Fatio, L'espa-
gnol cit., p. 219.
112 Si rifletta o no in esso l'analoga polemica italiana, cf. A. Alonso,
Castellano cit., p. 25; e sulla questione anche R. Menndez Pidal, La
lengua espanala (in La lengua de C. Colon cit., pp. 109-27), cf. p. 112.
113 Detto diffuso in molte varianti; cf. in particolare E. Buceta, El
y.*.... /'...,,'v de Carlos V acerca del espanol y otros pareceres sobre las lenguas
romances, in RFE , XXIV, 1937, pp. 11-23; in genere la caratteristica
attribuita allo spagnolo Il motivo, come noto, appare nel
portoghese ]. de Barros;' in 'COrreM, e giunge fino a Feijoo; cf. anche
A. Alonso, Castellano cit., p. 97; e Buceta, La tendencia cit., p. 103, n. 2.
114 Cf. nel Prologo alla Grammatica siempre la lengua fue compafiera
del imperio ; cf. Romera Navarro, op. cit., p. 211, e ivi p. 213 per un
analogo sentimento in Encina. Per il famoso aneddoto del vescovo di Avila
che strappa a Nebrija la risposta a Isabella, cf. Buceta, La tendencia
cit., p. 104; Menndez Pidal, Ellenguaje cit., p. 53, A. Alonso, Castellano
50
cito p. 19. (In cenno di Castro (El pensamiento cit., p. 199) a possibili
codtatti di Nebrija con l'ambiente fiorentino dei tempi di L. B. Alberti,
non rende ozioso ricordare che un principio di sentimento che possiamo
chiamare imperialistico appare in Italia in Lorenzo il Magnifico: E po-
trebbe [il fiorentino] nella giovent ed adulta et sua venire ancora in
maagior perfezione; e tanto pi aggiungnendosi qualche prospero successo
ed al fiorentino imperio, come si debbe non soltanto sperare,
ma con tutto l'ingegno e forze per il buoni cittadini aiutare: pur questo,
per e?sere in della e nella vO,lont dell'infall.ibil giudizio
di DIO, come non e bene affermarlo, non e ancora da dIsperarsene ,>
(Opere di Lorenzo il Magnifico, Bari 1913, p. 21; commento di Messer
Lorenzo de' Medici sopra alcuni dei suoi Sonetti).
115 Alonso per es. mette in rilievo la particolare opposizIOne di Villa-
16n cf. Castellano cit., pp. 30, 62, e Menndez Pidal, quella di Villalobos,
cf. 'El lenguaje cit., p. 56.
116 Sebbene Valds continui a servirsi pi di castellano che di espanol.
111 Cf. i passi indicati qui sopra alla n. 32. Cf. anche, per la minor
cortesia nell'espressione mi seiiora anzich senora mia, luego que de
industria os apartais del propio estilo de la lengua en que abliais o
escrivis (D. L. 28, 31); e ancora, a proposito della doppia negazione,
es assi que no todas las lenguas tienen unas mesmas propiedades,
antes, porque cada una tiene las suya propias, por esso se llaman pro-
piedades (D. L. 87, 30).
118 Toutesfois ce tant louable labeur de traduyre ne me semble
moyen unique & suffisant, pour elever nostre vulgaire l'egal & parangon
des autres plus fameuses Langues ; Deffence, ed cit., I, V, p. 32.
119 Il quale, nel suo elogio dell'attivit letteraria fiorente nel suo tempo,
cita insieme con opere originali opere tradotted,all'italiano e latinQ,_
120 Y aun porque cada tienesus sus
propias maneras de dezir, ay tanta dificultad en el traduzir bien de una
lengua en otra; lo qual yo no atribuigo a falta de la lengua en que se
traduze, sino a la abundancia de aquella de que se traduze; y assi unas
cosas se dizen en una lengua bien, que en otra no se pueden dezir assi
bien; y en la mesma otra [ay] otras que se digan mejor que en otra
ninguna... Por esto es grande la temeridad de los que se ponen a traduzir
de una lengua en otra sin ser muy diestros en la una y en la otra
(D. L. 80, 14 sgg.). Cf. anche il passo tengo por mayor dificultad...
(D. L. 95, 8 sgg.) riportato qui sopra alla n. 32; cf. anche qui sopra n. 58.
121 Sul sentimento patriottico dei grammatici del S. XVI cf. L. Ku-
kenheim, Contributions l'histoire de la grammaire italienne, espagnole
et franaise l'poque de la Renaissance, Amsterdam 1932, cito in
Alonso, Castellano, cit., 34, n. 1.
122 Cf. A. Alonso, Castellano cit., p. 31.
123 Nello schema interno della Grammatica - per esempio i casi, la
distinzione del passivo ecc. - Nebrija ha continuamente davanti il latino.
Questo del resto passato agli schemi comuni dell'insegnamento gramo
maticale, ma in Nebrija ha un rilievo particolare, tanto vero che egli
pensa che la sua grammatica spagnola potr facilitare ai giovani l'inse-
gnamento del latino. Per la critica di Valds all'eccessiva fedelt al latino
51
del Vocabolario di Nebrija (D. L. 8, 2; 8, 37, ecc.), cf. anche Romera
Navarro, op. cit., p. 214.
124 Coriolano. Ea, quebradme el ojo con media dozena de vocablos
espanoles que no tengan latinos que les correspondan. - Valds: No os
quebrar el ojo, pero daros he sin mas pensarlo dos dozenas dellos por
media que me demandais (D. L. 79, 1 sgg.).
125 Per es. Si no sabe latfn terna alguna dificultad, aunque no mucha,
si tiene un poco de discrecion (D. L. 30, 36). (Per distinguere a e ba).
126 D. L. 32, 5 e 36, 23.
127 Anche attraverso il rimprovero posto in bocca a Marcio: Tanto
mas os devriades avergonar vosotros, que por vuestra negligencia ayais
dexado y dexis perder una lengua tan noble, tan entera, tan gentil y
tan abundante (D. L. 7, 11 sgg.).
128 D.L. 6, 19.
129 Cf. per es. pongo yo siempre i y no e [a proposito di vanidad,
escrivir, ecc.], porque me parece mejor; y porque siempre lo he usado
assI, y veo que los mas primos en el escrivir hazen lo mesmo (D. L.
33, 30); essa tal v [vas per os] nunca la veris usar a los que agora
scriven bien en prosa (D. L. 38, 12). Cf. anche, per estonces e non
entonces, ecc. Marcio: Tenis alguna razon que os mueva a escrivir
s antes que n? - Valds: La principal razon que tengo es el uso de los
que bien escriven (D. L. 47, 30). Si vedano anche certi criteri di scelta
lessicale determinati da una distinzione tra verso e prosa (cf. qui so-
pra n. 83).
130 Cf., per es., La [manera] que en cierta parte de Spana usa el
vulgo [traxon per traxeron, ecc.] no la tengo per buena, porque los que
se precian de scrivir bien tienen esta manera de hablar por mala y
reprovada (D. L. 69, 26). E ancora, cf. D. L. 66, 34 sgg., per la diffe-
renza stabilita tra los aldeanos e algunos escuderos que biven en
aldeas (che confondono cozina, caldo, potage) e los que hablan bien
che li distinguono.
131 El lenguaje del siglo XVI cit., p. 77.
m Cui si opporr il predominio dell' ingenio , cio dell'invenzione,
nel periodo barocco.
133 Cf. Alonso, Castellano cit., p. 67 sgg. Inutile dire che non si tratta
di ricercare tracce di precise derivazioni - la poca fortuna del Dialogo,
del resto, renderebbe questa ricerca forse vana -, ma di indicare spunti
consonanze dai quali risulti pi chiara l'originalit dell'opera. Con
questa riserva si pu per es. osservare che l'idea del descuido appare
in Morales.
134 che, alla battuta di Torres nunca fui amigo destas gramatique-
rias , replica Y aun por esto es regIa cierta que "tanto aprueva uno
quanto a1cana a entender"; vos no sois amigo de gramatiquerias,
porque no sabis nada dellas, y, si supissedes algo, desseariades saber
mucho, y assI por ventura seriades amigo dellas (D. L. 23, 35 sgg.).
135 Ed. Croce cit., p. 5.
136 D. L. 23, 29.
m Cf. qui sopra n. 126.
52
133 Per es. tutta la teoria sulla s impura, e in particolare sulla diffe-
renza tra le forme del verbo estar e le forme del pronome este ecc.
(D. L. 33, 1).
IlO una norma pi volte ribadita, sottolineata come criterio personale
(Y en ssos mucho mejor quiero guardar mi regIa de scrivir como
pronuncio , D. L. 42, 11) e riaffermata come cosa ovvia (<< Coriolano:
(De que para bien es menester saber primero
pronunClar blen? - Valdes: (QUIen no lo sabe esso? , D. L. 54, 8).
140 el en- castellano priva muchas vezes, pero no siempre... ; re- unas
vezes acrecienta... otras vezes muda la sinificaci6n (D. L. 57, 38
sag.); per traxon e traxeron di D. L. 69, 26 cf. qui sopra n. 130; yo
sfempre he visto que usan la b 105 que se precian de scrivir el castellano
pura y castellanamente; 105 que ponen la f son 105 que, no siendo muy
latinos, van trabajando de parecerlo (D. L. 42, 6).
141 Negli studi di grammatica storica e di storia della lingua (Menn-
dez Pidal, Lapesa, ecc.). Cf. in particolare la copiosissima serie di studi
di Amado Alonso, riuniti e rielaborati nel libro postumo De la promm-
ciacion medieval a la moderna en espaiiol (a cura di R. Lapesa, Gredos,
Madrid 1955), e E. Alarcos Llorach, Fonologia espaiiola, Gredos, Madrid
1954 (II ed.), p. 220 sgg.
142 affetto, dotto, D.L. 43, 15; 49, 24.
l4J Cf. Dionisotti, op. cit., pp. XXXIVXXXVI, e la nota del Cian alla
Lettera Dedicatoria del Castiglione, II, p. 82.
144 D. L. 37, 16 sgg.
145 Cf. l'Evangelio segun S. Mateo, lO, 19, 20, citato da E. Boehmer
(nella sua edizione del D. L. del 1895): Tengo por esperiencia que
nunca mejor habl en mi vida que quando he hablado sin averme puesto
a pensar en lo que avia de hablarj lo mismo digo del escrivir .
146 D. L. 88, 23. Le circostanze stesse in cui esposto questo precetto
richiamano per associazione d'idee il pregio dell'espressivit che nello
scrivere breve vedr B. Davanzati: Torna pi breve del latino, non
perch questa lingua non sia, per gli articoli ed altro, pi breve della
greca e della comune volgare; ma perch la fiorentina propria che si
favella, ricca di partiti, voci e modi spiritosi d'abbreviare, che, quasi
tl'agetti di strade o scorci di pittura, esprimono accennando . Cito dalle
Prose filologicbe a cura di F. Foffano cit., p. 70.
147 Cf. B. Terracini, Conflitti cit., pp. 203-4.
148 Estetica, II ediz. 1904, pp. 449.
149 Cf. F. Luzaro Carreter, Las ideas lingiiisticas en Espaiia durante
el s. XVIII cit., p. 25 sgg.
ISO Coriolano: (Qu dezis? (Los vocablos s'envejecen? _ Marcio:
Si que s'envejecen; y si no me creis a mi, preguntadlo a Gracio en su
" Arte Potica ". - Coriolano: Tenis raz6n (D. L. 59, 5 sgg.).
151 personas que no van acomodando, como dixe se deve hazer, las
palabras a las cosas, sino las cosas a las palabras (D. L. 92, 27).
152 Cf. Spanien und Europa, Miinchen 1952, cap. Die spaniscbe
Spracbe, pp. 147-48; e in generale per la tendenza del Vossler a ricercare
53
nella poesia popolare lo spmto di una lingua, cf. Geist tl11d Kultur,
Heidelberg 1925, pp. 162-66.
153 Al carattere pi sentimentale che razionale di gusto e di primor
corrispondono epiteti affettivi che Valds applica alla lingua come casta,
galana, gentil, ecc.
54
Cuidado vs. Descuido
I due livelli dell'opposizione tra Va1ds e Bosc3.n
1. Che Juan de Valds abbia conosciuto o meno il
Cortegiano nel testo originale, che cio !'indubbia affinit
esistente tra alcuni spunti del Di/dogo de la lengua e il
pensiero del Castiglione possa inquadrarsi in un concreto
rapporto di fonte, questione per la quale prudenza induce
a parlare ancora di grande plausibilit pi che di vera e
propria certezza. Ma quanto sin d'ora riesce non solo plau-
sibile bens praticamente certo che, se di rapporto si
tratta, esso da intendersi come familiarit diretta di Val-
ds col testo italiano, senza alcuna mediazione della tra-
duzione spagnola di Boscan. Anzi, la divergenza fra i due
autori spagnoli coetanei pu servirci per mostrare in opera
appunto quel contrasto di resistenze e di assimilazioni che
rileviamo in altra sede l; tanto pi che esso pu venir colto
attraverso il divario con cui l'uno e l'altro interpretano
concettualmente e puntualmente alcune parole-chiave del-
l'opera del Castiglione.
Che Valds non avesse letto la traduzione di Boscan,
non doveva certo dipendere da un elemento esterno quale
la stretta vicinanza di date 2; la frequenza e la rapidit degli
scambi culturali tra Spagna e Italia a quest'epoca e la reci-
proca vigile attenzione alla novit letteraria, edita e inedita,
sono ormai troppo note, perch possiamo credere che in
un anno e mezzo 3 esemplari della versione di Boscan non
avessero potuto circolare alla corte partenopea, e perch
possiamo quindi leggere nell'accenno che Valds esplicita-
57
mente fa all'opera di Boscan 4 un semplice sentito dire
riguardo a un testo la cui consultazione non gli fosse stata
materialmente possibile. Il no lo he leido di Valds a
proposito del Cortesano mi pare da intendersi come affer-
mazione di deliberata indifferenza, di disinteresse espli-
dto 5. N direi, d'altra parte, che nel passo del Dialogo si
possa, se non altro, scorgere 6 una lode sottintesa alla qua-
lit della versione boscaniana; la comun opini6n , che
Menndez y Pelayo vede riflettersi nelle parole di Marcio,
spesso per il riformatore Valds sinonimo di comune
errore 7, cos come proprio Marcio il personaggio che
nell'inscenatura del Dialogo rappresenta pi sovente quelle
posizioni convenzionali da cui Valds rifugge 8. Direi, al
contrario, che, appunto con l'assegnazione della battuta
elogiativa a Marcio, la versione di Boscan riceva nel Dialogo
la nota di un'estraneit rispetto agli interessi di Valds.
D'altra parte, nella fatica traduttoria di Boscan non
c'erano molti elementi dai quali questi interessi potessero
venir solledtati. Attraverso il Dialogo emerge chiaramente
come Valds, mentre apprezza los que an escrito cosas
de sus cabeas , guardi scetticamente alle opere di tradu-
zione 9. Era uno scetticismo nutrito in lui, anzitutto, dalla
cultura umanistica e dal lungo soggiorno in Italia, che gli
permettevano di leggere direttamente i testi latini e italiani
trascurandone le versioni spagnole. Questa sua particolare
condizione, inoltre, veniva a collimare col pensiero era-
smiano il quale, mentre forniva all'Europa il germe per
un'immensa attivit di traduzioni, ne segnava pure le dif-
ficolt in una doppia esigenza - fedelt concettuale all'ori-
ginale e fedelt espressiva al carattere della lingua rice-
vente - di difficili"ssima perfezione lO. Diremmo addirittura
che, nel passo del Dialogo, l'accenno alla traduzione spa-
gnola del Cortegiano assume quasi per Valds la funzione
di spunto all'introduzione di un discorso censurante di
portata pi generale; ad esso, infatti, con immediatezza
significativa - Y creedme que tengo por mayor difi-
cultad... -, segue un ragionamento sulle particolari dif-
58
ficolt che il tradurre presenta per la lingua spagnola, in-
sieme all'analisi di alcuni esempi infelici.
Ma, soprattutto, che il commento di Valds all'opera
spagnola coetanea non sia dettato soltanto da alterigia
_ tutt'altro che rara in lui, come sappiamo - bens ri-
sponda a una vera e propria consapevolezza di distinzione,
ce lo dice un elemento pi interno: cio l'uso linguistico
dei due testi. Penso in particolare ai due termini della cop-
pia antinomica descuido-cuidado (insieme con quella des-
cuido-curiosidad). Non si tratta di vocaboli di uso spora-
dico, per i quali si raggranelli una sparuta serie di passi
boscaniani e valdesiani; al contrario essi, riguardando con-
cetti che dell'uno e dell'altro testo costituiscono effettivi
cardini, vengono ad assumere il valore
non di veri e propri tecnicismi. Ora, ciascuno dei due vo-
caboHi1eIPunO''nelI':IFrotesto viene pure ad assumere
un significato talmente diverso da riuscire quasi opposto;
a tal punto che il cuidado dell'uno finisce per esprimere
un concetto non lontano da ci che l'altro indica con des-
cuido, e inversamente 11. Di divergenze tra storia dei con-
cetti e storia delle parole, nel pensiero precettistico, non
mancano certo esempi; ed essi forse saranno ancor pi vi-
stosi quando, a distanza di un secolo e mezzo, coinvolge-
ranno tutta un'epoca 12. Ma si tratter, allora, piuttosto di
sfasamenti e di corrispondenze mancate. In questo caso
siamo invece di fronte a una vera e propria opposizione di
significanti relativi a un significato che, se non del tutto
identico, estremamente affine; e soprattutto probabil-
mente rappresentato dallo stesso testo. Dei limiti di questa
affinit, da un lato, d'altro lato della convivenza rinasci-
mentale di italiano e spagnolo, il contraddittorio cuidado
di Boscan e di Valds pu forse costituire un indice signifi-
cativo.
2. Nella lingua del Dialogo il campo semantico di cui-
dado e descuido, da un punto di vista strettamente descrit-
59
tivo, risulta determinato con una certa nettezza dalle due
serie sinonimiche:
cuidado - miramiento observancia 13
descuido - inadvertencia - negligencia 14
e dalle alternanti opposizioni di descuido coi vari termini
della prima 15. Cuidado dunque 'cura', 'attenzione',
descuido 'incuria', 'disattenzione'; e siamo qui su un
piano di stretta ortodossia verso i significati tradizionali 16.
Meno lampanti forse, ma non meno chiari, risultano i
valori di cuidado e descuido lungo quella scala di eccesso e
difetto - dall'accuratezza all'affettazione, dalla trascura-
tezza alla disinvolta noncuranza - di cui Valds percorre
in modo consono alla sua epoca almeno il primo dei due
bracci. Direi che una sola riga, in tutto il Dialogo, offra
un descuido non gravato da una connotazione di biasimo,
anzi in quasi spavalda contrapposizione a un antonimo di
valore peggiorativo 17; tutto il resto dell'opera conosce des-
cuido soltanto in senso peggiorativo esso stesso, cio come
voce - e cos viene esplicitamente definita nell'interno del
libro 18 - il cui prefisso muda la sinificacion de bien en
mal . A sua volta il valore di cuidado rimane persistente-
mente preservato da ogni minima connotazione d'insistenza
o d'eccesso, le quali invece caricano, in misura crescente,
un'altra serie di parole: da industria, che gli esempi ci mo-
strano usata nel senso di semplice' intenzionalit ' 19, a una
curiosidad, sporadicamente peggiorativa in quanto tinteg-
giata da modificatori molto espliciti e sfumata inoltre da
una ripresa paronomastica 20, sino ad afetaci6n e derivati.
L'opposizione di afetado e descuidado 21 non ci prospetta
certo una sinonimia di cuidado e afetaci6n; al contrario,
nell'allineare due atteggiamenti entrambi da evitarsi, ci
configura il loro giusto mezzo appunto nel cuidado. Cosic-
ch nell'esplicita formulazione del credo stilistico di Valds
- el estilo que tengo me es natural, y sin afetadon nin-
guna escrivo como hablo; solamente tengo cuidado de usar
60
de vocablos que sinifiquen bien lo que quiero dezir, y di-
golo quanto mas llanamente me es possible, porque a mi
parecer en ninguna lengua sta bien al afetaci6n 22 -,
cuidado, fuori dal suo sintagma (tener cuidado), proietta
non tanto una concessione (solamente) al precedente afe-
taci6n, quanto una precisazione dei successivi bien e llana-
mente, i quali - e ce lo dice il porque - dalla afetaci6n
risultano distinti nel modo pi netto.
In realt, se non ci limitiamo a una semplice descrizione
della lingua del Dialogo col suo sistema di opposizioni e
cerchiamo una prospettiva pi interna, il cuidado di Val-
ds ci si presenta come portatore di una serie di significati
e di valori, connessi coi pi importanti contenuti dell'ope-
ra. Potremmo dire addirittura che la concezione sia della
grammatica sia dello sviluppo linguistico e letterario,
l'aspetto attuale e storico, insomma, del suo spagnolo, per
Valds vengano a ruotare intorno a cuidado e a descuido.
Cos il cuidado a reggere (e il descuido a preterire) minute
avvertenze grafiche 23 e soluzioni di problemi di ortografia
sintattica 24; a eliminare oscillazioni con opportune scelte 25,
a evitare evoluzioni talora ingiustificate 26, a distinguere
forme omofone 27, a determinare concordanze 28. E ancora,
di quelle scelte lessicali nelle quali Valds supera il mero
criterio di uso in nome sia di un concetto, pur vago, di
los mejores vocablos , sia di una ideale chiarezza 29, il
cuidado garanzia e criterio allo stesso tempo; cos come al
cuidado affidata l'eliminazione - e siamo qui ormai
all'esposizione di precetti stilistici - di forme ridondanti
e nocive alla brevit 30. Lo stesso descuido che ha intro-
dotto queste ultime responsabile anche dell'anfibologia
di alcuni nessi sintattici 31. Ancora il descuido, causa delle
affettazioni e delle disarmonie stilistiche di Mena e del-
l'Amadis e delle incongruenze psicologiche di quest'ultimo,
alla radice della volgarit, della mancata nobilt letteraria,
della mancata autorit dello spagnolo 32. A destituire d'au-
torit Nebrija sul terreno degli studi teorici ancor sempre
61
il tan poco cuidado con cui egli scrisse 33; e infine il
descuido ad aver determinato l'evoluzione della lingua, nel
senso deteriore di perdita dell'antica nobilt, in quanto fu
esso la causa sia di semplificazioni grafiche sia soprattutto
della corruzione dei vocaboli latini 34.
Potremmo continuare; ma credo che il cuidado valde-
siano si vada configurando ormai come un elemento con-
duttore del Dialogo intero, la parola alla quale - nelle
varie sezioni dell'opera, giustapposte da un tenue filo unita-
rio nella trattazione di problemi apparentemente diversi -
viene affidata l'unicit di un criterio risolutivo. Sappiamo
che il Dialogo si regge su un apparente dissidio, in quanto
l'esigenza di una norma e di un assestamento unitario viene
a scontrarsi per Valds col concetto che una lingua volgare,
e in particolar modo lo spagnolo, non possa ridursi a regole
di valore generale (concetto che sfuma, peraltro, nell'osten-
tato disprezzo per pedantedas , bachilledas , gra-
matiquedas , inutiles phhicas di cui lo sustancial se
podda escrivir en la una) 35. Ora, appunto il senso del
cuidado viene in ultima istanza a rappresentare quella libera
norma personale 36, nella quale !'individualismo linguistico
di Valds pare risolvere l'impossibilit di una grammatica
normativa. In esso confluiscono l'ostentato rifuggire dal-
l'imporre ad altri i propri criteri e l'orgogliosa affermazione
di questi stessi criteri personali; si veda quel passo in cui,
a Pacheco che gli obietta mucho cuidado es menester ,
Valds risponde: no os digo yo lo que otros hazen, sino
lo que yo procuro guardar, desseando ilustrar y adornar
mi lengua. El que no quisiere tomar este trabajo, dxelo
estar, que no por esso se ira al infierno 37.
Sappiamo quanto sia caro a Valds sottolineare l'aspetto
soggettivo dell'obbligo, nella sicurezza che ninguna cosa
voluntaria es dificultosa 38. Nella risposta appunto a quel
Torres (Pacheco) che, nel corso del dialogo, va, cQ.me Giu-
lia Gonzaga, facendosi capace della verit 39, (il)cuidado
ci appare chiaramente come il volto che, in questioni lin"
guistiche, assume la concezione morale di Valds, con tutto
62
il valore della sua interiorit; una responsabilit indivi-
duale in cui - non per paura dell' inferno ma con un
chiaro senso dell'esistenza dell' errore e del peccato
quando non si segua il giusto 40 - la legge regola
della consdenzia ed cos che la conscienzia non altra
cosa se non legge intesa 41. proprio la consapevolezza
dell'originalit del punto di vista con cui affronta, dall'in-
terno, tutto il problema della lingua, e !'interiorit stessa di
questo atteggiamento, a determinare la posizione eminente-
mente critica che Valds assume rispetto all'italiano, in un
confronto, ora palese ora immanente, sul quale scorre il
Di/dogo intero 42.
Nulla dunque pi lontano dall'affettazione di quanto
sia il cuidado di Valds, garanzia di buena orden y bueno
estilo castellano , cura , se vogliamo, tout court (per
cui certi descuidos vengono ricondotti all'oraziano quan-
doque bonus dormitat Homerus ) 43 che configura tutta
la dottrina del Di/dogo sulla linea di una continua lucidit,
non priva di spunti intellettualistid e moralistici. Anzi
appunto il cuidado - norma selettiva per l'uso ma pure
criterio di naturalezza per la lingua scritta, freno agente
forse pi ancata sull'affettazione che sul volgarismo - a
delimitare a sua volta la zona in cui risulta pi plausibile
un accostamento tra Valds e il Castiglione 44.
3. Appunto perci la veste spagnola che al Cortegiano
viene sovrapposta direttamente da Boscan, si pone tra il
Castiglione stesso e Valds molto pi come schermo che
non come tramite. Anzi, uno schermo di tale compattezza
che, nella paradossale divergenza manifestata dal microsi-
stema cuidado-descuido nei due contemporanei riflessi
spagnoli del Castiglione (la divergenza tra un descuido che
per Valds pu esser fomite d'affettazione e qui, rendendo
la " sprezzatura ", indica l'atteggiamento pi chiaramente
contrapposto all'affettazione; tra un cuidado, che per Val-
ds dell'affettazione antidoto e qui designa l'affettazione
63
stessa), pu quasi configurarsi il contrasto tra due volti del
Rinascimento spagnolo.
Un'attenta analisi della lingua della traduzione di Bo-
scan 45 ha descritto le sue scelte e ne ha indicato la genesi.
Conosciamo cos la perplessit di Boscan di fronte a due
voci, " affettazione", " sprezzatura ", che nel testo italiano
gli riuscivano, quale pi quale meno, inconsuete 46; sappia-
mo come la riluttanza per il troppo colto afectaci6n lo ab-
bia indotto dapprima a tenta1'11e timidamente l'uso con
modificatori e sinonimi, poi a sostituirlo con voci pill ver-
nacole (artificio, codicia, pi insistentemente curiosidad, ta-
lora cuidado); mentre a descuido, dapprima in coppia sino-
nimica con desprecio, poi da solo, viene affidata la tradu-
zione di " sprezzatura ", con tale compiacimento da intro-
durlo anche indipendentemente dall'originale.
Quando dunque si allinei il sistema di Valds:
afetaci6n
cuidado (sempre) criterio selettivo (che quindi evita l'af-
fettazione)
descuido (sempre) mancanza di cuidado (che quindi pu
far incorrere in affettazione)
a quello di Boscan:
cuidado (talvolta) = affettazione
descuido (spesso) = mancanza d'affettazione,
immediata la constatazione di una prima differenza
stl'utturale, cio di un diverso grado di coesione. La con-
sistenza e saldezza semantica che il gruppo di parole ha in
Valds (e che la duttilit delle molteplici sfumature, ad
accompagnare le pieghe pi inte1'11e del pensiero, non rende
se non pi evidente) viene a contrapporsi all'elasticit e a
quel certo andar tentoni che caratterizzano Boscan.
64
In pieno accordo con la tendenza di tutta la sua tradu-
zione 47 anche cuidado e descuido sono in essa largamente
polivalenti, Cos il cuidado non soltanto " affettazione",
ma anche la semplice " cura" - ora di scrittori per i
propri scritti, ora di donne per la propria bellezza - o,
ancora, " avvertenza" di segretezza nel linguaggio di in-
namorati 48; e descuido, nell'atto in cui si sviluppa come
tecnicismo, non dimentica la propria origine peggiorativa
fino a designare proprio un elemento antiselettivo 49, men-
tre descuidarse continua a indicare normalissime e biasi-
mevoli " disattenzioni " perfino l dove l' " affettazione "
sia il cardine del discorso 50, E a sua volta la diligencia di
Bosenn sembra s esser stata insignita dell'equivalenza con
" cura " o " diligenza " (cio con quello che per Valds,
come normalmente in spagnolo, sarebbe cuidado) 51; ma
pu anche riflettere l'enfasi di una" fatica" 52, o addirit-
tura, nel tradurre i "diffetti" delle donne colpevoli di
troppo artificio, pu avvicinarsi pericolosamente alla stessa
" affettazione" 53, mentre la " cura" posta alla lingua pu
diluirsi nella traduzione sino a svanire 54, O infine il " giu-
dicio " del Castiglione - e sappiamo quanto esso sia vicino
alla cura e alla chiarezza - lascia all'improvviso la pacifica
equivalenza con juicio che ha in quasi tutta la versione, e
vi si gonfia in una estimativa quanto mai scolastica; man-
dando perduto il sapiente parallelismo sul quale si sorreg-
geva il periodo italiano 55, con una pesantezza non minore
di quella che arbitrariamente, poche righe prima, nel ren-
dere con bien y distintamente l'originario" bene e chiara-
mente", spegne ogni effetto di contrasto tra " chiarezza"
e " oscurit" 56,
Allo stesso tempo appare evidente la diversa posizione
di Valds e di Bosenn verso il neologismo e di conseguenza
la diversa aderenza al carattere della propria lingua. L'in-
novazione pi vistosa riesce a tutta prima quella afe ( c) ta-
ci6n alla quale Valds, fedele al proprio criterio di ampia
apertura ai neologismi, d facile accoglienza. E che si trat-
tasse di neologismo non c' dubbio. Infatti, bench nello
65
5.
spagnolo medievale alcuni membri della stessa famiglia
fossero vitalissimi e avessero sviluppato anche un signifi-
cato di " artificio formale" non privo di una connotazione
peggiorativa, questa afectaci6n spagnola del Cinquecento
si presenta non come rilancio di forme medievali ma come
chiaro italianismo e tecnicismo; e sar voce colta ancora
per lungo tempo 57.
A loro volta, tanto cuidado quanto descuido, nel Corte-
sano spagnolo vengono a porsi come neologismi; non nel
loro aspetto formale bens nello sforzato ampliamento cui
il purismo di Boscan 58 sottopone i loro significati e i loro
valori, in contrasto con quelli tradizionali che entrambe le
parole mantengono in Valds. Se pur meno flagrante di
quell'effettivo neologismo semantico che descui-
do = "sprezzatura" 59, in cuidado = "affettazione" (e
nella pi persistente equivalenza curiosidad = "affetta-
zione lO) in realt da vedersi un'innovazione altrettanto
personale di Boscan; operata qui con l'immissione della
sfumatura peggiorativa dell'" affettazione" come l di
quella elogiativa della " sprezzatura" in parole spagnole
che fino allora ne erano prive.
Certo, suscettibile di altri slittamenti semantici, per
cuidado e curiosidad, poteva sembrare a Boscan una loro
gi effettiva polisemia. Cuidado, infatti, giungeva a lui
come portatore di un duplice significato: "pena", e " at-
tenzione "; come parola quindi che, se nello sviluppare il
primo s'era talvolta avvicinata a una famiglia d'origine assai
diversa ed esprimente anch'essa" afflizione" 60, nel secondo
mostrava una chiara sinonimia con cura stessa 61. A sua
volta curiosidad, prodotto tardivo 62, stava sviluppandosi
con particolare fertilit di accezioni, sia nella direzione di
una generica" curiosit" (nel significato italiano attuale),
sia in quella rappresentata da una certa eredit di cura 63
(la quale a sua volta aveva una bivalenza analoga a quella
di cuidado). Cos, accanto a un senso, ancor vivo oggi, di
"aseo, limpieza lO, confinante con "cuidado, esmero lO,
curiosidad manteneva pure, in chiaro legame con la ma-
trice latina, il significato di " studio", " attenzione"; si-
66
gnificato che al curioso cortesano di Guevar tccO-
lnanda semplicemente di essere "attento" 64, che infor-
mer gli appelli al curioso lector di tanta letteratura e
che esprimer nel secolo dei lumi quella sorta di erudizione
saggistica e non sistematica che tipica delle Cartas di
Feijoo. questo del resto il significato prevalente in Val-
ds 65. Cosicch l'opposizione tra la curiosidad valdesiana
nel senso di " desiderio di sapere" e quella con cui Boscan
traduce l' " affettazione", finisce per essere del tutto pa-
rallela a quella relativa al cuidado, sia nella contrapposi-
zione di un atteggiamento intellettuale a un comportamento
pratico, sia nel divario di connotazioni, sia infine nella di-
versa vitalit mantenuta nella tradizione successiva; dove
il valore peggiorativo di Boscan rapidamente si dilegua 66.
Queste coloriture italianeggianti che s'instaurano all'in-
terno di parole spagnole del Rinascimento, timidi e surret-
tizi neologismi spesso strettamente personali in quanto
sorgono nel contatto individuale con un determinato testo
o con un determinato ambiente, rappresentano un aspetto
tipico della convivenza fra italiano e spagnolo in que-
st'epoca e della fluida disponibilit delle due lingue alla
compenetrazione. Non si tratta soltanto della generica que-
stione del neologismo rinascimentale. Sappiamo che essa,
prospettandosi alla luce di un criterio di naturalezza che,
pur condiviso da tutti, era variamente inteso, dava luogo
alle alterne soluzioni in chiave di purismo o di chiarezza,
rappresentate appunto da Boscan e da Valds; nota l'am-
pia accettazione che d Valds alla parola nuova, quando
sia necessaria a esprimere un nuovo concetto (infatti, ben-
ch, alla domanda se agisca por ornamento de la lengua
o por necessidad, egli risponda por lo uno y por lo
otro , tuttavia il secondo motivo a predominare in lui,
a differenza del neologismo ornamentale del secolo XV e
dell'epoca herreriana) 67; nota la chiusura di Boscan alle
innovazioni 68. Ma, parallelo al problema del neologismo
lessicale, si poneva quello del neologismo semantico, cio
dell'accezione nuova immessa in una parola vecchia.
67
Era stato lo stesso Castiglione l dove proponeva alla
lingua italiana ispanismi che essa poi non accolse, a sug-
gerirle anche, immediatamente dopo, che pigliasse alcune
parole in altra significazione che la lor propria; e, trapor-
tandole a proposito, quasi le inserisse come rampollo d'al-
bero in pi felice tronco 69. Ed erano proposte che pog-
giavano allo stesso tempo su una giustificazione d'uso
(<< dalla consuetudine nostra accettati) e su una possibilit
espressiva (<< per farle pi vaghe e belle) in cui era tut-
l'altro che velato il richiamo ciceroniano. Ora le coloriture
nuove di Boscan rispondono a un'esperienza individuale 70,
non alla realt di una consuetudine invalsa. Quanto allo
scopo ornamentale, appunto questo passo del Castiglione
riesce particolarmente significativo poich nel problema
dell'uso traslato permette di sottolineare la divergenza tra
la soluzione ornamentale (cio l'uso figurato) e la soluzione
utilitaria, prevalente in Spagna a quest'epoca. Sulla prima
linea ven a porsi tutto il cultismo gongorino con le sue
preferenze elusive e allusive; sulla seconda stanno appunto
le proposte di Boscan, in cui il gusto ornamentale agisce
piuttosto come freno, con l'ostinato attaccamento al fascino
della parola tradizionale. E il rapido fallimento che in pre-
valenza le attende pone in ultima istanza queste proposte
sotto il segno del capriccio e dell'errore 7J.
Le incertezze, le riluttanze, le preferenze del Cortesano
spagnolo, il suo gusto puristico (di cui cuidado e descuido
sono riflessi tra molti altri) sono stati inquadrati in un pro-
filo stilisticodi Boscan 72, che ridimensiona, com'era neces-
sario, l'elogio tributato incondizionatamente alla sua prosa
e alla sua perfezione di stile 73 in un ritratto pi con-
creto e adeguato alla realt della sua opera. Le fattezze che
ora vengono in luce sono essenzialmente quelle di uno
scrittore che - assertore teorico, nell'atto di accingersi a
tradurre, della dignit della propria lingua, sonetto dall'as-
sunzione di una libert programmatica come norma di tra-
duzione, rispettoso per la sola sentenza dell'originale -
si sente p r o n ~ di realizzare il proprio ideale espressivo.
68
Ed un ideale quanto mai dimesso e casalingo; poich
Boscan, sordo al fascino dell'ampia prosa del Castiglione,
si sommerge con volutt - edonisticamente potremmo
dire, pensando a certo epicureismo popolaresco, non privo,
d'artificio, nel Cinquecento italiano - nella tradizione deJ
proprio volgare, in un desiderio di llaneza e di s p r ~
sione castiza 74.
Ora, appunto il gusto puristico di Boscan ha dato luogo
a una questione di grande interesse: cio a domandarsi fino
a che punto quelle particolarit formali che nel testo spa-
gnolo spiccano con particolare evidenza come distintive nei
confronti di quello italiano, possono farsi risalire alla per-
sonalit del traduttore oppure alle caratteristiche, alla per-
sonalit a sua volta, della lingua ospite 75. Boscan pu pre-
sentare, in realt, il caso estremo di un'identificazione tra
problema stilistico e idiomatologico , appunto pet-
ch egli appare calato completamente nella ptopria lingua
e volto a esprimere la propria personalit non certo attta-
verso un'innovazione violenta bensl mediante l'utilizzazio-
ne, e il godimento dall'interno, di ci che la sua tradizione
gli offriva. Anzi, nel concteto contatto con tutta la novit,
di forma e di vita, che gli potgeva l'opera del Castiglione,
operato entro una volont di casticismo , Boscan po-
trebbe addirittura tappresentare come caso limite la vitale
capacit di assimilazione e di tiduzione a s di elementi
estranei che aveva lo spagnolo del primo Cinquecento.
In tealt, con la patticolare esplicitezza che assume il
travaglio del traduttote, Boscan si presenta piuttosto come
caso limite di una compiacenza ttadizionalistica, nella quale
si isterilisce un impegno di rinnovamento molto pi pro-
grammatico che reale. Cosicch il purismo finisce con
l'operare in modo conttoproducente rispetto all'originario
ideaI de inteligibilidad y llaneza . Nel rifuggire dal neo-
logismo necessario e nello sfotzare vecchie parole con l'im-
missione di coloriture nuove, ci viene offerto un discorso
castizo all'apparenza, ma con tutta una serie d'interni
spostamenti di valore e di significato che gli dnno un per-
sistente tono d'approssimazione. Tanto in questa approssi-
69
mazione, quanto in quella derivata dall'imprecisione con
cui, nella continua tendenza al variare , vengono a porsi
le equivalenze con l'originale (in un'ambigua polivalenza
di parole spagnole nel rendere varie forme italiane, in una
variet di rese spagnole per una singola voce italiana) c'
un forte elemento di gusto. l'atteggiamento deliberato
di chi, operando molto pi sul piano ancora del volgarizza-
mento che non della traduzione vera e propria e proce-
dendo quindi come se stesse scrivendo de su propia co-
secha 76, vede in ultima istanza, com' naturale, nel pro-
prio arbitrio di libero traduttore la via per esprimere
la propria sensibilit linguistica 77. Tanto in questo pu-
rismo quanto in questa imprecisione - in cui ora l'ecces-
sivo irrigidimento ora la troppa elasticit stemperano in
ambiguit la precisa ricchezza di sfumature dell'originale -
ci si configura in sostanza una certa mediocrit di Bosenn;
non tanto forse quella aurea e ideale 78, a giustificazione di
un'ambiguit intenzionale e sottile, quanto una mediocrit
effettiva di lettore e di traduttore, un vero e proprio gusto
mancato.
Entro l'indubbio disagio, la mancanza di scioltezza, per
usare una parola a lui cara, di fronte a un testo e a un
mondo dai quali lo separava una profonda diversit, per
Boscan il contatto col Castiglione certo rappresent un'e-
sperienza a suo modo determinante. Ma si direbbe che sia
stata sua cura lenirne l'incisivit in un continuo tentativo
di trasposizione e d'adattamento. Di quest'esperienza pos-
siamo seguire lo svolgersi, attraverso le incertezze e so-
prattutto attraverso l'indubbia evoluzione che Boscan va
mostrando nel corso della sua opera, sotto l'influsso evi-
dente della lunga consuetudine col testo del Castiglione 79.
Appunto il nostro descuido offre una chiara testimonianza
di questa evoluzione 80; poich a tutta prima introdotto
da Bosenn in modo circospetto e in seguito gli diviene con-
sueto, entrando nel suo lessico familiare; ed una lessica-
lizzazione di ambito poco pi-Ll che individuale o comunque
estremamente ristretto. Ma, allo stesso tempo, appunto il
descuido testimonia chiaramente come il suo valore vada
70
snaturandosi; e l'esempio migliore lo porge quell'opera
poetica dove Boscan, pur utilizzando l'esperienza raccolta
con la versione, si esprime pi scioltamente. Sono state
sottolineate coincidenze tra versione e poesie originali,
come segno della perfetta naturalezza della prima; si
segnato uno spartiacque a delimitare il nuovo corso nel-
l'interno dell'opera poetica; si osservata, da un punto di
vista contenutistico (e l'osservazione scaturita appunto
a proposito del descuido), una incorporazione di con-
cetti del Cortegial1o nelle poesie di Boscan 81. Non si
tratta per di una nuova consapevolezza espressiva, di una
presa di coscienza al bivio delle due tradizioni; ma di una
sovrapposizione, che non riesce a divenire assimilazione
armonica. Anzi, appunto le poesie di Boscanmostrano chia-
ramente come le reminiscenze della traduzione finiscano
per lessicalizzarsi e stilizzarsi in chiave opposta a quella
originaria, diluendosi in un gusto del gioco paronomastico
di lunga vitalit nella tradizione spagnola 82. Cos, in quel
passo del Leandro y Hero,
Levantaba 10s ojos a su tiempo,
sin parecer que se acordaba dello,
dando con un descuido mil cuidados,
dove stata vista esemplificata the courtly virtue par
excellence, " huir de la afectaci6n " 83, in realt quanto
rimane dell'ambiente del Cortegiano una scoria pura-
mente verbale, un riflesso che riesce del tutto meccanico
nell'allinearsi a formule affatto analoghe. Soprattutto
stato dimenticato lungo la strada il valore di " affettazione"
che cuidado, nell'opposizione con descuido, aveva entro la
traduzione; e mentre l'uno, il cuidado, viene restituito al-
l'accezione tradizionale spagnola di " pena d'amore ", l'al-
tro, descuido, perde l'aura della" sprezzatura " per venir
ricondotto al tradizionale ambito della " indifferenza".
A rendere pi evidente la riduzione operata dallo stesso
Boscan, serva invece un passo di una produzione poetica
altrui, ma a lui estremamente vicina: l'Epistola a Boscdn,
71
dove Garcilaso stima come uno dei beni principali della
perfetta amicizia
... aqueste descuydo suelto y puro,
lexos de la curiosa pesadumbre 84.
In descuido-curiosa, quella coppia che aveva un indi-
scutibile marchio di fabbrica nella traduzione boscaniana
dell'opposizione" affettazione "-" sprezzatura ", appare ap-
punto l dove Garcilaso si rivolge allo stesso Bosdn, in
giorni assai prossimi alla pubblicazione del suo Cortesano
(l'Epistola datata Avignone, 12 ottobre 1534), quasi co-
me omaggio a una primizia editoriale, in quel verso
suelto per il quale i due poeti ancora sentivano una com-
plicit d'innovatori, in un elogio dell' agradable medio
honesto y reposado che doveva suonare del tutto fami-
liare al destinatario. Il passo di Garcilaso, non meno di
quello del Leandro, riflesso indubbio della macina tra-
duttoria di Boscan; ma l dove l'uno rivive l'antitesi nel
suo intimo valore, l'altro la riduce a esterno gioco verbale.
Fino a che punto la sua lingua soccorresse Boscan con
l'offrirgli gli strumenti adeguati e con l'accoglierne le in-
novazioni, elemento che continuamente s'intreccia a tale
questione di gusto. Non c' dubbio che di ftonte al pro-
blema delle lacune della lingua 85, la timida e labile e
puristica innovazione di Boscan non s'impone con quel pi-
glio convinto che solo avrebbe potuto immettere contenuti
e forme nuove nello spagnolo della sua epoca. Anzi, il pu-
rismo di Boscan da intendersi in parte come sopravvi-
venza di qualcosa di medievale, che sembra renderlo par-
ticolarmente insensibile al fascino non solo di nuove parole
ma anche di concetti nuovi 86. A sua volta Boscan stava af-
frontando, se pur con piglio esitante, un problema fonda-
mentale, del quale non era se non un aspetto la difficilissima
impresa 87 di travasare in spagnolo un concetto, quello della
" sprezzatura ", quanto mai estraneo alla Spagna rinasci-
mentale, e non rinascimentale. Il problema consisteva nel
72
riprodune un mondo maturo e pieno di sfumature in una
lingua che - per quante dichiarazioni di maturit le ve-
nisseto rilasciate in questi decenni - matura non era cer-
tamente per l'espressione di uno stile di vita centrato sulla
grazia e la difficile scioltezza, e riceveva anzi dalla propria
tradizione tendenze ancor vitalissime all'irrigidimento mo-
ralistico e a una concretezza favorevole, piil che alle sfu-
mature, al risoluto rilievo di linee.
Bench avesse esportato per l'Europa intera la desen-
voltura (che, tuttavia, nella lingua originaria doveva presto
fissarsi in indicazione pratica di movimento o in una con-
notazione moralistica di sfrenatezza) 88, la Spagna rima-
neva pur sempre il paese della gravit riposata e della
prosunzione quale si presentava alla mente del Casti-
glione, e delle ceremonias espafiolas come se le raffigu-
rava l'interlocutore italiano di Valds; e i prodotti spagnoli
che circolavano sul mercato estero continuavano a essere un
sosiego o un bizarro o un arrogante destinati a una rapida
adulterazione semantica o, se preferiamo, un immutato gran-
dioso 89. Non si tratta di una facile caratterizzazione nel
senso di una morada vital o del vecchio genio della
lingua ; piuttosto diremmo che lo spagnolo di quest'epo-
ca, molto pi impegnato in designazioni euforiche, estro-
verse, solenni, ieratiche, riceve la " sprezzatura " del Ca-
stiglione come cosa nuova per la quale non possiede
la parola adatta, e per la quale Boscan non trova un equi-
valente adeguato. Merito di Boscan l'abilit con cui, senza
ttoppo violentare la propria lingua, ha saputo attingere alla
tradizione ed estrarvi un elemento lessicale il cui campo se
mantico apparisse talmente elastico da venir allargato fino
ad infondervi per un momento il significato e l'ampiezza
della voce italiana. Ma un'innovazione che resta ai mar-
gini dell'uso successivo. Certo, essa sar segno distintivo,
nel senso di gala de la conducta , com' stato osser-
vato 90, di quelle opere che si rifanno al Cortesano stesso;
ma appunto il carattere diretto di questa filiazione viene a
essere indice di un mancato uso effettivo e generale.
73
4. Per il resto, il descuido di Boscan, notma di condotta
e norma positiva, non sopravvive; sgominato dal descuido
nel robusto significato tradizionale peggiorativo, cui nel
corso del Cinquecento s'affianca una connotazione precet-
tistica ed estetica di varia evoluzione sulla linea rappresen-
tata da Valds 91; soffocato poi, come precetto di condotta,
dal despejo gesuitico e barocco. C', s, il descuido di Santa
Teresa 92. Ed esso, in quanto realmente assoluta mancanza
d'affettazione, da un punto di vista strettamente semantico
sarebbe da porre sulla linea del descuido di Boscan. Ma
precetto formale, non canone di condotta (se pur sia lecito
distinguere nettamente i due concetti); e soprattutto nulla
pi lontano dal raffinatissimo contegno dell'uomo di corte
di quanto sia l'abbandono quasi irrazionale di Teresa alla
corrente dell'uso dalla quale si fa avviluppare. Anzi, pro-
prio nel modo in cui essa risolve sia il problema linguistico
sia quello espressivo (cio tanto nello scorgere nel proprio
assoluto improvvisare la soluzione per il problema para-
dossale di esprimere un'esperienza ineffabile, quanto, su tut-
t'altro terreno, nel raccogliere l'uso glebal della Vec-
chia Castiglia al di fuori di ogni norma selettiva) Santa
Teresa chi ci prospetta forse pi chiaramente il valore della
coppia cuidado-descuido come criterio di queste soluzioni
stesse.
Appunto in quanto la spontanea naturalezza del suo
descuido viene a contrapporsi alla limata naturalezza otte-
nuta selettivamente, con giudizio ed entro decoro ,
per mezzo del cuidado, proprio il cuidado ci si configura
come quell'elemento che razionalmente evita ogni compro-
messo con l'affettazione; mentre il descuido, soltanto in
virt dello spostamento che il suo valore normale riceve
in un'espressione abnorme come quella mistica, pu, ecce-
zionalmente, divenire la via che irrazionalmente conduce
allo stesso scopo. La stessa Santa Teresa ci permette quindi
di determinare quanto forte fosse la componente intellet-
tuale che sorregge Valds nella sua trattazione teorica. Val-
ds su molti piani si pu accomunare a Teresa: per le ana-
loghe letture (e di opere dottrinali e di pi dilettose men-
74
tiras ), per il contatto con quietistas e alumbrados ,
per posizioni e soluzioni pm sempre mistiche anche se
estremamente divergenti. Anche Valds in un certo mo-
mento concep l'improvvisazione, l'esprimersi mortifi-
cando sus discmsos come avvicinamento alla divinit.
Ora, appunto Valds mostra nella trattazione linguistica
una lucidit razionale e un desiderio di precisione che con
questa disposizione passiva sono in netto contrasto 93. Di
questo desiderio di mortificazione formale il descuido di
Santa Teresa viene a essere la realizzazione pratica; mentre
il cuidado di Valds pone in luce il distacco interno tra il
pensatore religioso e il teorico della lingua, tra il mistico e
il discettatore di cose profane.
Sappiamo come la pma natmalezza di Santa Teresa fi-
nisca per condurla a una forma di spontanea invenci6n
e metterla cos sulla linea di un concettismo che congiunge
un manierismo quattrocentesco con forme pienamente se-
centesche. Se qui il descuido formale apre la via a un'espres-
sivit istintivamente barocca, la personalit dell' eroe
barocco sar in parte atteggiata a un descuido di comporta-
mento. L'evoluzione dal descuido boscaniano fino al despejo
di Gracian nota; ed pme stato rilevato come nel despejo
l'artificio predomini sulla gracia cortesana fino a pro-
spettarci un descuido del mismo descuido 94. del resto
uno sviluppo che portava il proprio germe fin dalla nascita,
in quanto la sprezzatma originaria era tutt'altro che esente
da una punta d'affettazione. Ora, nell'epoca in cui l'affetta-
zione sovrana come canone sia estetico sia morale, il
germe latente si sviluppa, e il descuido tanto s'avvicina
all'affettazione da identificarsi quasi con essa. Una simile
involuzione non certo destino soltanto della Spagna; non
per nulla, per un paese che al pari di questa aveva ricevuto
il Cortegiano come prodotto di una civilt aliena, si par-
lato di tutta una scuola della dissimulazione sorta sulla
scia dell'opera italiana 95.
Descuido dunque sta a despejo, come il primor di Val-
ds sta a quello di Gracian, come ancora il gusto e il
buon gusto rnascimentali stanno a quelli del Seicento
75
e del primo Settecento. A sua volta, il tortuoso despejo
gracianesco riacquister la perduta grazia del descuido pri-
mitivo, quando si dissolver, filtrando tra Spagna e Fran-
cia e Italia, in pi vaghe espressioni d'indefinibilit 96; sa-
ranno queste, non pi precetto pratico ma di nuovo prin-
cipio estetico e formale, a rappresentare l'elemento irra-
zionale, proptio nel mezzo di quel dominio della ragione
che per molti aspetti sarebbe stato congeniale a Valds.
Ma destino delle parole sopravvivere ai concetti. Se in
questa stotia di parole, come nelle storie di una volta, ci
domandassimo che ne stato dei protagonisti, dovremmo
ricordare il dimesso descuido, spoglio ormai di ogni fasto
precettistico o mondano, rientrato nell'alveo della lingua
di tutti i giorni, con la stessa normalissima connotazione
peggiorativa che solo per un momento aveva abbandonato.
Dovremmo magari ricordarne anche, a maggior grigiore, un
lontano discendente trapiantato in Italia, in quel disguido 97
che, nella pratica postale, ci mostra il definitivo spegnersi
di ogni cinquecentesca disinvolta sprezzatura 98.
NOTE
l Rimando al mio studio Tradizione illustre... , in questo stesso volume.
2 EL Cortesano, Barcellona, aprile 1534; Dialogo de la lengua, Napoli,
1535 avanzato.
3 E probabilmente in un periodo pi lungo, se si pensa che la tradu-
zione di BOSc3n doveva esser finita gi nell'aprile del 1533, quando
Garcilaso intervenne nella postrera lima (cf. T. Navarro Tomas, Intro-
duccion, a Obras di Garcilaso, CIasicos Castellanos, Madrid 1953, p.
XXXIII e l'Epistola di Garcilaso a Geronima Palova, cito dall'edizione
del Cortesano a cura di A. M. Fabi, Libros de antafio, Madrid 1873,
p. 15); cos come appunto il nome di Garcilaso a suggerire una spola
tra Barcellona e l'Italia. (E sono circostanze non dissimili a quelle del
Cortegiano italiano, il quale prima d'esser dato alle stampe circol mano-
scritto, non solo, com' notissimo, in Italia, ma probabilmente anche in
Spagna, e pass forse tra le mani di Boscan e di Garcilaso; cf. A. M.
Fabi, Prologo all'edizione del Cortesano cito p. :xx sgg. e M. Menndez
y Pelayo, Antologia de poetas liricos, ed. nazionale, Madrid 1945, voI. X,
p. 93). Sulla possibilit che a Valds fosse noto il testo di Boscan in una
redazione manoscritta, si sofferm E. Boehmer, in Romanische Studien ,
VI, 22, 1895, p. 447 (e l'argomento era utile allo studioso tedesco per
76
non tener conto eli quell'accenno di VaIds al Cortesano (cf. qui appresso
n. 4) che veniva talora considerato appunto un termine a qua per la data-
zione del Dialogo). Cf. sulla questione anche ]. F. Montesinos, Intro-
duccion all'edizione del Dialogo de la lengua, Clasicos Castellanos, Madrid,
p. XLIV (cito dall'edizione del 1946).
4 Marcio: Pues he oido dezir que el del Pelegrino y el del Cortesano
stan muy bien romanados. - Valds: No los he leido (95, 6). [Qui
e appresso le citazioni del testo del Dialogo sono aggiornate sull'edizione
Barbolani, citata in questo voI. p. 42, n. 1.
5 Si ricordi come, poche righe prima, Valds si esima dal citare qual-
siasi libro tradotto (salvo l'Enchiridion e un Boezio), schermendosi con
l'affermare: si lo he leido, no me acuerdo .
6 Come suggeriva Menndez y Pelayo (Antologia cit., p. 99) il quale
gratuitamente attribuiva a Valds la sdegnosa affermazione di non aver
letto il testo italiano del Cortegiano; cos come dal canto suo Fabi
(Prologo cit., p. LXVII sgg.), sospettando che habra quien atribuya li
desdn la mancata conoscenza diretta del testo di Boscan da parte di
Valds, aveva addotto le parole di Valds come segno che nel Dialogo
se hace mrito del Cortesano.
7 Cf. Torres [su Nebrija]: a hombres muy sefialados en letras he
oido dezir todo lo contrario (8, 16); Torres [sull'AmadisJ: siempre
lo he oido poner en las nuves (96, 35); e soprattutto: Giulia: Mera-
vigliomi di cotesto che dite, perch in tutta la vita mia ho inteso dire
che i frati e le monache... - Valdesso: Lasciategli, signora, dire... (Alfa-
beto Cristiano, edizione di B. Croce, Laterza, Bari 1938, p. 33).
"Cf. in questo volume p. 7.
, Cf. in questo volume, pp. 16 e 33.
lO Cf. M. Bataillon, Introduzione al Dialogo de doctrina cristiana,
Coimbra 1925; cito dalla traduzione spagnola apparsa in Luminar;>
Messico, VII, 1-2, 1945, pp. 1-60 (54-55); e soprattutto M. Bataillon,
Erasmo y Espaiia, Mxico 1950, II, p. 305 sgg.
11 Questo punto "iene dunque a contraddire il rilievo di una larga
analogia tra il,lessico di Boscan e quello auspicato da Valds, sul quale
impostata una gran parte del saggio di E. Krebs, Boscan traductor del
Cortesano de Castiglione, in Boletin de la Academia Argentina de
Letras , XXIII, 83, 84 e 85, 1957, pp. 109-32, 231-329, 586-667 (631
sgg. e 644), dove si suggerisce che el vocabulario de Boscan resultaria
pIenamente aprobado por ]uan de Valds e che l'ideale di Valds sa-
rebbe stato realizzato ante litteram da Boscan.
12 Penso al fermentare di nuove parole (ingegno, gusto, ecc.
Seicento e Settecento, secondo le vecchie pagine di B. Croce,
Bari, 4" ed., 1912, p. 219 sgg.
13 A prescindere dai casi di uso sintagmatico (cf. tengais cuidado
de despertarme ), i quali sono rarissimi, cf.: escriva... con tanto cuidado
y miramiento quanto seria menester ; escritos sin el cuidado y
miramiento necessario (e cf. anche no todos ponen en el escrivir
corretamente el cuidado que seria razon... porque no miran en ello);
mucha observal1cia es ssa, y mucho cuidado es menester para guar-
darla (cf. rispettivamente 70, 35; 7, 7; 102, 3; 55, 26-35; 31, 21).
77
. El descuido ... sta en 10s que jJnen la n sin ptop6slto nlnguh...
Es una de las letras que por inadvertencia se an mezclado; san tan
descuidados en el escrivir... la negligencia que avemos tenido en el escrivir
bien (48, 6-8; 31, 1-5).
15 Demostenes... Ciceron... eSCl'lVleron con cuidado... y de star 108
libros espafioles escritos con descuido ; descuidose... no acordandose
que... no mirando que... ; es descuido dezir que... no acordandose que...
y no mirando que... ; por descuido o por observancia?
(102, 8-10; 98, 33 sgg.; 32, 24).
IO Cf. qui p. 66.
17 En esso tanto nunca ser muy superstlclOsO... huelgo ser descui-
dado en esto (47, 19 sgg.; si tratta dell'incertezza sulla nasale che pre-
cede una labiale). La parola supersticion in spagnolo aveva gi quasi un
secolo di vita; per Corominas la prima attestazione di c. 1440 (ma si
pu risalire almeno di una quindicina d'anni, ricordando le pagine in cui
il Villena dissertava intorno all'aojamiento, cf. E. Cotarelo, Don Enrique
de Villena, Madrid 1896, p. 80); la voce, ignota a Nebrija (ed. Academia,
Madrid 1951), appare in Palencia (ed. Hill, Madrid 1957) col senso di
" vana religion "; e in questo senso appunto, di " religione senza filosofia"
come era in Marsilio Ficino, essa frequentissima nelle pagine dottrinali
dei Valds, sia di Juan (cf., nella veste italiana dell'Alfabeto cit., p. 103),
sia di Alfonso, cos nel Lactancio (ed. Montesinos, CIasicos Castellanos,
Madrid 1928, pp. 167, 195, 201, 204, ecc.) come nel Mercurio (ivi, 1929,
pp. 194, 195, 199, ecc.). Ora, supersticion pure uno dei latinismi che
il Dialogo de la lengua (76, 28) vorrebbe immessi in spagnolo. Il neo-
logismo dunque per Valds doveva consistere in quella non comune
accezione di "scrupolo eccessivo" che la voce latina aveva assunto in
certa Sttperstitio praeceptomm di Quintiliano e, in tempi meno remoti,
aveva talora ripreso in latino umanistico (cf. G. Falena, Noterette lessica!i
albertiane, in Lingua Nostra XVIII, 1, 1957, p. 7). Ed naturale
che, in bocca a un discepolo di Erasmo che discorre su cose di lingua,
alla parola I riesca facile questo passaggio da "vana pratica" a "falsa
e inutile cura "; cf. la supersticion con que algunos de vosotros, hablan-
do castellano, pronunciais la s (25, 14), dove il contesto ci fa intendere
supersticion nel senso di " eficacia y vehemencia" e ci presenta una sino-
nimia tra supersticion e curiosidad (<< ptonunciar algunas cosas tan curio-
samente como las pronunciais vosotros los latinos) nell'accezione ap-
punto di " eccessiva cura" (sulla quale cf. qui appresso p. 66) [cf. anche
la nota della Barbolani al passo]. Per una coincidenza su questo punto
con Boscan, si ricordi il passo (cf. lo studio di M. Morreale cito qui
appresso (nota 45), I p. 192) in cui questi traduce con supersticion una
"religion della lingua toscana " del Castiglione che gli riusciva eviden-
temente eterodossa.
18 Desgraciado... , desamorado, descuidado... etc.; que todos ellos
sinifican en mala parte (57, 15).
19 Hazislo por industria o por descuido? (48 5)' creo sea
nacida mas presto por inadvertencia... que no por induSf/:ia ' (46, 10-12).
Cf. anche de industria pone el verbo a la fin de la clausula (97, 30)
e la spiegazione "intencionadamente" che propone Lapesa (edizione
del D1logo, Ebro, Zaragoza 1940, p. 118).
78
por demasiada )I mperflua cti-
tengo por buena y necessaria
io Bien s que terncin algunos sta
riosidad, pero yo 110 me curo, porque la
(27, 27); cf. anche n. 17 e n. 65.
21 L'Amadfs, come stile en mucha partes va demasiadamente afetado
y en otras muy descuidado (96, 8).
22 85, 24 sgg.
23 Dall'indicazione dell'accento per mezzo di una rayuela ai ras-
guillos che segnano le abbreviazioni (27, 24; 55, 27).
24 A seconda della terminazione della parola precedente, sentado o
asentado, sgremidores o esgremidores, ecc. (31, 21; 32, 24).
25 Cos per vanidad o val1edad, fraile o freile, ecc. (33, 34; 34, 16).
" Cos l'epentesi, per cui lexos e non lenxos (48, 6) (ma anche,
per Valds, ivierno e non inviemo). Cf. la prima citazione qui sopra n. 14.
27 a preposizione e ha verbo (31, 1).
211 Tra articolo e sostantivo (26, 19).
29 59, 19 e 85, 25 (cf. qui sopra n. 22); cf. in questo voI. p. 35.
JO Cos il que superfluo (86, lO).
Jl La e che sinifique mas de su natural , cio che sostituisca un
relativo (98, 4).
J2 Cf. in questo voI., p. 144 e qui sopra n. 21.
JJ 8, 5; cf. anche 33, 35 e 34, 16 per la persistente censura a Nebrija,
sempre al vaglio appunto di cuidado e descuido.
34 Las letras... los hombres por descuido con el tiempo las cortan "
(53, 30); Y de star los libros espafioles escritos con descuido viene
que casi todos los vocablos que la lengua castellana tiene de la latina,
unos estan corrompidos, qual mas qual menos, y otros estan mal usados,
porque como no an andado escritos de personas dotas y curiosas en lo
que avian de dezir, sino de mano en mano, o por mejor dezir, de boca
en boca su poco a poco se an ido corrompiendo... (102, 9 sgg.).
J5 28, 14 sgg.; 56, 4, ecc. Cf. in questo volume, p. 36.
36 noto d'altra parte l'aspetto arbitrario e del tutto personalistico
che possono assumere alcune soluzioni in Valds, e certi suoi primores
balzani (in quel senso di prurito de distribuir usos su cui cf. Lapesa,
ed. Ebro cit., p. 18).
J7 31, 21 sgg.
JB 37, 20. Cf. in questo voI., p. 38.
J9 Alfabeto cit., pp. lO, 18. Per l'analogia tra Torres e Giulia Gonzaga,
cf. in questo volume, pp. 9-10.
40 Si vedano nel DiIlogo le numerosissime allusioni a chi peca ,
yerra , se engafia in questo o quell'uso, e soprattutto peca... con...
frias afetaciones (9, 4), dove i limiti tra l'espressione lessicalizzata del-
1' errore linguistico e la metafora del peccare sono tutt'altro che
netti.
41 Alfabeto cit., p. 21. Per altre corrispondenze semantiche tra conce-
zione morale e concezione linguistica di Valds, si ricordi per esempio
il capitolo delle Ciento Diez Consideraciones, tutto imperniato su un
79
parallelismo tra deber cristiano e decoro cristiano (cito dall'edizio-
ne in Luminar cit., p. 79 sgg.), non dissimile da quello tra cuidado
e decoro in terreno formale, su cui cf. in questo volume, pp. 145-146.
Cf. anche qui appresso pp. 74-75.
42 Cf. in questo vol., p. 144.
43 La citazione nel Dialogo 99, 17. Si veda ancora la nota tutta
pratica del descuido degli impressores , inclini a depravar lo que no
entienden (93, 30); cf. sullo stesso motivo anche 99, 17.
44 Cf. in questo volume, pp. 145 sgg.
45 Margherita Morreale, Castiglione y Boscan: El ideaI cortesano en
el Renacimiento espanol (Estudio lxico-sem!mtico), 2 voll., Madrid 1959;
in particolare I, p. 163 sgg., II, pp. 14 e 39-40 (Indicato qui appresso,
quando non appaia altra specificazione, come Morreale, op. cit.; le pagine
si riferiscono al primo volume).
46 Sprezzatura esplicitamente introdotta come nova parola ,>
dal Castiglione (Cortegiano, I, XXXVI, 22); sul pi felice neologismo
del Castiglione cf. V. Cian, La lingua di Baldassarre Castiglione, Fi-
renze 1942, pp. 93, 104. Per affettazione , ancora al Castiglione che
risalgono le prime attestazioni (S. Battaglia, Grande Dizionario della lin-
gua italiana, Torino 1961, s. v.). Anche in italiano come in spagnolo
(cf. qui appresso, nota 57) 1' affettazione cinquecentesca si presenta
dunque come latinismo nuovo (probabilmente da Quintiliano) senza con-
tinuit con le voci medievali (affettare, affettarsi, affettato) della stessa
radice; tant' vero che lo stesso affettare sar di nuovo sentito come
latinismo dal Castelvetro (cf. B. Migliorini, Storia della lingua italiana,
Firenze 1961, 3" ed., p. 406).
47 Cf. qui appresso n. 76.
46 Cf. (cito il Cortegiano dall'ed. Cian, Firenze 4" ed., 1947, indicando
i capitoli; la traduzione di Boscan dall'ed. Fabi cit., indicando le pa
gine): Lettera Dedicatoria, II, 8 - p. 21 (in 1m accumularsi di sinoni
mi - estudio, cuidado, diligencia, trabajo -, volti a rendere studio ,
cura , diligenzia , fatica); III, VIII, 19 - p. 300; III, LXVIII,
9 - p. 392. E lasciamo da parte l'uso sintagmatico, cf. III, XVII, 11
(non dubitate) - p. 311 (<< perded cuidado).
49 III, VI, 4 sgg.: [la Donna di Palazzo] ... sappia, parlando, elegger
quelle cose che sono a proposito della condizion di colui con cui parla,
e sia cauta in non dir talor non volendo parole che lo offendano - p.
297: ha de saber tambien... escoger... y tenga aviso en no decir ti
descuido alguna vez palabras que le ofendan .
50 I, XXXVIII, 18 sgg.: ben in essa [lingua volgare] esprimere i
suoi proprii concetti, ed in questo attendere, come insegna Cicerone, allo
istinto suo naturale - p. 100: en ella declarar bien cada uno su
intinci6n, y no descuidarse de lo que Ciceron dice, que debemos tener
gran ojo a nuestra habilidad natural ; e cf. in particolare I, XLI, 1 sgg.:
In tal modo si fugge e nasconde l'affettazione, la qual or potete com-
prender quanto sia contraria, e levi la grazia d'ogni operazion cos del
corpo come dell'animo: del quale per ancor poco avemo parlato, n
bisogna per lassarlo - p. 105: Desta manera se huye 6 se disimula
el vicio de la a/etacion. El cual podeis ya conocer cuanto destruya la
bllena gracia, asi del cuerpo como del alma; de la cllal aun hasta agora
80
poco hemos hablado. Y ciertamente no es razon descuidarse della... .
51 (Sono tutti passi della discussione sulla lingua). I, XXIX, 30: E
perci ragionevole che in questa [la scrittura] si metta maggior dili-
genzia, per farla pi culta e castigata - p. 80: ... que en ella se tenga
mayor diligencia y arte por hacella mejor y mas corregida ; I, XXXIV,
11: con un certo modo diligente senza molestia - p. 90: con una
cierta manera diligente y no pesada ; I, XXXV, 1 sgg.: Se adunque
degli omini litterati e di bono ingegno e giudicio, che oggidi tra noi
si trovano, fussero alcuni, li quali ponessino cura di scrivere del modo
che s' detto in questa lingua cose degne d'esser lette, tosto la vederessi-
ma culta ed abundante di termini e di belle figure... - p. 91: ... qui-
siesen poner diligencia... ; talvolta con un valore particolarmente selet-
tivo: I, XXXIII, 21: se colui che parla ha bon giudicio e diligenzia,
e sa pigliar le [parole] pi significative... - p. 88: buen juicio y
diligencia... ; e con questo valore selettivo la parola viene talvolta intro-
dotta da Boscan anche l dove esso non sussiste in italiano, cf.: 1,
XXX, 33: sia necessario proporsi ad imitar uno - 83: sera bien
que tenga diligencia en escoger un autor entre los otros a quien siga .
" I, XXXI, 15: con tanto studio e fatica - p. 84: con grandisimo
estudio y diligencia .
53 I, XL, 17: perch questi vostri diffetti di che io parlo vi levano
la grazia, perch d'altro non nascono che da affettazione - p. 103:
... esas vuestras diligencias... afetacion .
54 I, XXXII, 20: Questa [la lingua volgare] adunque stata tra noi
lungamente incomposta e varia, per non aver avuto chi le abbia posto
cura, n in essa scritto, n cercato di darle splendor o grazia alcuna ,
p. 86: sta ha andado entre nosotros largo tiempo descompuesta,
y varia por no haber alcanzado quien la pusiese en concierto y le diese
lustre escribiendo en ella .
55 I, XXXV, 43 sgg. - p. 93; tra il bon giudicio - buen juicio -
guadagnato con la dottrina ed esperienzia e un certo giudicio na-
turale (una cierta estimativa natural).
56 I, XXXV, 28: perch nella nostra lingua propria, della quale,
come di tutte l'altre, l'officio esprimer bene e chiaramente i concetti
dell'animo, ci dilettiamo della oscurit - p. 92: ... bien y distinta-
mente... la escuridad .
57 Per il valore retorico di afeite nella tradizione spagnola, cf. in questo
val. p. 196, n. 24. La lessicografia spagnola del primissimo Rinascimento
(Palencia, Nebrija) raccoglie afeites e derivati nelle accezioni tradizionali
(<< fucus , tondeo , orno), e ignora afectaci6n. Della mancata iden-
tificazione tra l'italianismo afectaci6n e gli afeites spagnoli, lo stesso
Boscan a dar ampia evidenza, l dove allinea le due parole assegnando
a ciascuna significati ben diversi; cf. ad esempio p. 103: aquella pes-
tilencial tacha de la afetacion... deseo ... de parecer hermosas... con
attificio... de aqui nace el afeitarse, el ponerse mil aceites en el rostro...
(I, XL, 3 sgg.: affettazione... l'acconciarsi); p. 50: afitanse... con
todas aquellas artes y diligencias (I, XIX, 21: si strisciano con tutti
que' modi). Valds, del resto, a fornire la prima attestazione di
afectaci6n per il Corominas (Breve Diccionario Etimol6gico, Madrid 1961,
s. v.; dove afectar vien invece fatto risalire a Mena); e per afectaci6n il
81
6.
Diccionario de Autoridades (ed. facsimile, Madrid 1963) ricorda l'Herreta
delle Anotaciones. Nel Secolo d'Oro, direi che le voci afectacion, afectado,
afectar, abbiano una doppia vicenda: da un lato sviluppano il significato
peggiorativo, per cosi dire tecnico (cf. razones afectadas , ademanes
afectados in Cervantes; e l'irrigidimento nella massima, ricorrente, que
l'oda afectacion es mala ; cf. il Vocabolario cervantino di C. Fernandez
Gomez, Madrid 1962, s. v.); su un altro piano sembrano invece porsi
quegli afeetado, afectar cari a Gongora (cf. gli esempi nel Vocabolario
gongorino di B. Alemany, Madrid 1930, s. v.), in un senso di finzione
o imitazione non sempre peggiorativo; ed in questo valore comune
che le parole sono sentite e censurate come cultismi da Lope o da Vlez
de Guevara (cf. D. Alonso, La lengua potica de Gongora, Madrid
1950, p. 95).
58 Per l'indifferenza di Boscan al fascino di latinismi e italianismi, anzi
la repulsione per quei calchi che erano stati cari al secolo precedente, la
trasposizione di voci precise e tecniche in vocaboli comuni, la propen-
sione a rendere concreto ci che astratto (per cui la riduzione di
affettazione a euidado o curiosidad risponde allo stesso atteggiamento
che converte statua , reliquia , architetto o artefice in bulto,
pedazo, albanil, oficial), cf. Morreale op. cit., pp. 22 sgg., 41, 74, SO,
279 sgg. per i latinismi; p. 93 sgg. per il superlativo; pp. 140, 60,
144 sgg. per la riduzione dei tecnicismi; pp. 63, 96, 131, 174, 223,
2S0 ecc. per le voci concrete.
59 Ivi, p. 165; cf. ivi, p. lS0 per altri esempi di calco.
60 E cio eoita, cuita; si pensi, ad esempio, alla giustapposizione tra
coidado = afflizione e coitado = persona afflitta operata nel
Rimado de Palacio (<< a ti alo mis manos e muestro mi cuidado, / que
me libres, Sennor, non pase tan cuytado ; 720 a-b; cito dalla vecchia edi-
zione dei Poetas castellanos anteriores al siglo XV, BAE , voI. LVII,
rist. 1952); oppure, a certa confusione tra cuitados e cuidados avvenuta
nei codici del Libro de Buen Amor (1506 b). Del resto, mentre Nebrija
distingue cuitado (nel vecchio senso di anxius) e cuidadoso (<< cu-
riosus , curaClus), si direbbe che in Palencia alla sparizione di
cuitado corrisponda l'apparizione di cuydoso che ne raccoglie i significati.
In Herrera s'alterneranno cuitoso, cuidoso, cuidado e cuitado (cf. O.
Macrl, F. de Herrera, Madrid 1959, p. 180); e ancor oggi (Diccionario
de la Academia) descuitado colui que vive sin pesadumbres ni
cuidados .
61 Cf. l'allineamento siempre coidas en elos, de 01'1'0 bien non as
cura in Libro de Buen Amor 277 d (cito dall'edizione Chiarini, Ric-
dardi, Milano-Napoli 1964).
62 Il Medioevo conosce cura, curar, e soprattutto curiar (<< custodire
e pensare). Palencia perde curiar (la cui eredit pare passare a curar),
acquista curioso, curiosamente (<< con estudio ); Nebrija conosce curiosi-
dad (<< curiositas ) e pare identificare curioso e cuidadoso attraverso
l'ugual definizione curiosus , curacul;}s"";>,Per il rapporto con des-
cuido, si veda come questo (ignoto al Medioevo) appare in Palencia e
in Nebrija allineato a incuria , negligentia ; descuidado per Nebrija
incuriosus.
63 Si veda come le congetture etimologiche dei dizionari del Cinque
e Seicento (cf. S. Gili y Gaya, Tesoro lexicografico, Madrid 1947 sgg.,
82
III, s. v. ) si rivolgano alternativamente a cure a cura (o a curia).
64 Cf. M. R. Lida, Pray Antonio de Guevara, in Revista de Filologia
Hispanica , VII, 1, 1945, pp. 346-88 (351).
65 Dove il viene contrapposto al natural
e al novicio (cf. 4, 29 - 5,17;--13, 9; 102, 14; 104, 39; cf. in questo
volume, p. 5; salvo casi sporadici, sui quali cf. qui sopra note 17 e 20.
66 significativa la gradazione con cui Covarrubias, nel definire cu-
rioso, parla di particular cuydado y diligencia , mentre per spiegare
afectacion si sente costretto a calcar la mano su el cuydado extraor-
dinario y demasiada diligencia (Tesoro... , ed. Riquer, Barcelona 1943).
67 Dialogo 78, 22 sgg., cf. R. Lapesa, op. cit., pp. 21-22; J. Montesinos,
op. cit., p. LI sgg.; e in questo volume p. 34, e pp. 12 e 32 per gli acco-
modamenti grafici di Valds. Per osservazioni generali sui prestiti italo-
spagnoli nel Cinquecento, cf. J. H. Terlingen, Las italianismos en espanol
desde la formacion del idioma basta principios del s. XVII, Amsterdam
1943, specialmente pp. 1-86; e M. Morreale, El Galateo de Giovanni
della Casa traducido por Domingo de Becerra, in NRFH , XV, 1961,
pp. 247-54 (250) e la lunga recensione di G. L. Beccaria a M. Morreale,
Castiglione y Boscan... , in Archivio Glottologico Italiano XLVIII,
2, 1963, pp. 179-89.
68 Cf. qui sopra n. 58.
69 I, XXXIV, 28 sgg.
70 Si ricordi anche la fantasia en la sinificaci6n que lo tomais aca
di Valds (77, 22), oppure certa accezione rinascimentale di ammo da
lui proposta su cui cf. Morreale, op. cit., p. 235.
7l Penso a G. Devoto, I fondamenti della storia linguistica, Firenze
1951, p. 67 sgg.
72 Morreale, op. cit., passim.
73 Valga per tutti M. Menndez y Pelayo, Antologia cit., voL X, p. 102.
74 Cf. Morreale, op. cit., pp. 15 sgg., 27 sgg., 42, 95, ecc. Per il
gusto del popolare e del parlato penso a C. Segre, Edonismo linguistico
nel Cinquecento (1953, poi in Lingua, stile e societ, Milano 1963,
pp. 355-82; 369). Cf. anche E. Krebs, op. cit., p. 325 sgg. su fidelidad
y libertad nella traduzione di Boscan; e in particolare p. 121 per l'in
tetessante suggerimento che il rispetto di Boscan per il lessico patri-
monial , vale a dire il suo purismo, possa intendersi come lo sforzo di
correttezza castigliana di un autore non castigliano. Sulla questione del
regionalismo di Boscan (e conviene ricordare che Herrera sentiva in lui
qualcosa di extranjero) si ricordi che Menndez y Pelayo (Antologia
cir., X pp. 96 e 374 sgg.) aveva invece raccolto ironicamente la qualifica
di forastero en la lengua per osservare come Boscan, di educazione
pi castigliana che non catalana, scrivesse in castigliano como por
derecho propio .
75 La questione posta esplicitamente in Morreale, op. cit., p. 32.
76 Per quest'interpretazione della versione di Boscan, cf. ivi, pp. 19,
29, 224 n. 3, e passim; ef. il carattere proteiforme di extrano, IVI,
pp. 85 sgg.; cortesano, che vale ora cortigiano , ora arguto, scurrile ,
ivi, p. 118; sosiego, ora quiete (p. 153), ora gravit (p. 159);
ora ozio (p. 186); gracia, grazia (p. 162) e facezia (p. 215);
83
desenvoltura, soltura, in senso fisico e in senso morale (p. 165 sgg.);
e soprattutto la riduzione di molteplici voci italiane a juego, risa (p. 208),
burla (p. 220); e d'altro lato le varie voci spagnole che traducono ma
destia (p. 200), o arguto (p. 212), o i vari modi in cui viene reso
il superlativo (cf. qui sopra nota 58), ecc. Per la elusione di equivalenti
diretti , la tendenza alla variazione e il carattere d'amplificazione della
versione, cf. anche Krebs, op. cit., pp. 231 sgg., 289 sgg., 321 sgg.
17 Cosi penso che si possano identificare le due possibilit esposte
in Morreale, op. cit., p. 7l.
7B Cf. ivi, p. 169.
79 Cf. la progressiva accettazione del latinismo, o del superlativo, o
di certe voci come aspetto , ivi, pp. 22, 102, 158, ecc.
'o I vi, p. 164.
81 Ivi, pp. 106; 249 sgg., in particolare 277, 200, 244; cf., inoltre,
M. Morreale, Claros y frescos rlOS : imitaci6n de Petrarca y remi-
niscencias de Castiglione en la segunda Canci6n de Boscan, in BICC ,
VIII, 1952, pp. 165173 (171-72).
" Cf. in questo volume p. 114; sulla preferenza di Boscan per des-
cuido alla luce della possibilit di antitesi con cuidado, cf. Morreale,
op. cit., p. 163; ivi, pp. 46 sgg., 52 n. 1, 105, 255, 261 sgg., sul gusto
di Boscan, nella versione come nelle poesie, per le espressioni antitetiche
e in particolare paronomastiche.
83 Cf. Otis H. Green, Boscdn and Il Cortegiano : tbe Historia
de Leandro y Hero , in BICC , IV, 1, 1948, pp. 90-101 (93).
84 P. 66 nell'edizione delle Obras Completas di Garcilaso a cura di
E. L. Rivers, Castalia, Madrid 1964.
B5 Morreale, op. cit., p. 68.
86 Per il modo con cui Boscan evita le nuove accezioni umanistiche
di alcune parole, o resuscita vecchie astrazioni e si irrigidisce in una
insensibilit per la categoria della bellezza , cf. Morreale, op. cit.,
PP. 185 sgg., 269 sgg., 237 sgg.; per la sua apparente incapacit di affero
rare nuovi concetti ormai diffusi, come l'antinomia fortuna , virt ,
cf. ivi, p. 184. Aggiungerei un caso ancora di sordit di Bosc:in a nuovi
concetti che mi sembra particolarmente significativo riguardo al problema
toccato in Tradizione illustre, cito (cf. in questo volume, pp. 87228); e
cio che (cf. lo spoglio del Krebs, op. cit., p. 248) egli pare non intendere
sempre il valore che nelle pagine del Castiglione ha culto quando
riferito alla lingua o agli scrittori; e nel tradurre (oltre che con limada
o bien tratada) con pi generici mejor, o pura y elegante, o de tan gentil
estilo lascia spesso in ombra quell'esortazione a coltivare la lingua
che qui fondamentale.
87 Ed una difficolt della quale lo stesso Boscan si mostra consapevo
le nel Prologo a Ger6nima Palova; cf. soprattutto in Fabi, op. cit., p. 7.
88 Sono classiche al riguardo le pagine di R. Menndez Pidal, El
lenguaje del siglo XVI (cito da La lengua de Crist6bal Col6n, Austral,
Buenos Aires, 3" ed., 1947, pp. 4987); in particolare p. 60 sgg. e p. 61
n. 1 per il commento a Cortegiano, I, XXVI, 46; e si osservi, incidental-
mente, il gusto cortigiano con cui lo studioso spagnolo definisce la disin-
volhlra come las elegantes maneras en que se combina el descuido
84
de la familiaridad con el cuidado de la cortesia . Su it. disinvoltura come
ispanismo, cf. B. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rina-
scenza, Bari, 4" ed., 1949, p. 161 (e p. 120 per l'accezione peggiorativa
che assume la parola nella polemica antispagnola); e G. Ghinassi, recen-
sione al Castiglione y Boscfm cito di M. Moneale, in Lingua Nostra ,
XXII, 2, 1961, pp. 58-60 (60), per dpensamenti nell'uso della parola
mostrati dalle varie redazioni del Cortegiano (stilie quali, in generale, cf.
dello stesso, L'ultimo revisore del Cortegiano , in Studi di Filologia
Italiana , XXI, 1963, pp. 217-64). Per la connotazione pratica e mora-
listica in Boscan, cf. Moneale, op. cit., p. 165 sgg.; e, per l'evoluzione
in senso decisamente peggiorativo, cf., della stessa, Una obra de cortesania
ell tono menol': el Galateo espanol , de Lucas Gracidn Dantisco, in
BRAE , t. XLII, c. CLXV, 1962, pp. 47-89 (69-70).
89 Sono notissime osservazioni di R. Menndez Pidal, op. cit., p. 62
sgg.; B. Croce, La Spagna cit., p. 160 sgg., 185, 199, ecc.; B. Migliorini,
op. cit., pp. 419-21. Per sussiego in particolare, e la probabile connota-
zione peggiorativa che la parola doveva gi avere in italiano all'epoca
in cui il Castiglione la evita, cf. G. Pettenati, in Lingua Nostra ,
XXII, 1, 1961, p. 10; e si ricordino certe osservazioni di Vossler (Civilt
e lingua di Francia. Storia del francese letterario dagli inizi fino ad oggi,
cito dalla trad. it., Bari 1948, p. 436 sgg.) in cui il sosiego viene visto
come elemento caratteristico di uno stile di vita del Cinquecento
spagnolo contrastante col mondo italiano e francese; cf. ivi, p. 437, per
bizarro.
90 Moneale, op. cit., p. 165; e cf. le successive pagine della stessa, Una
obra de cortesania cit., pp. 70-71, per l'osservazione di passi in cui il
Galateo espanol di Dantisco alterna alla accezione prevalentemente peg-
giorativa di descuido quella positiva di chiara derivazione boscaniana. Per
l'influsso del Cortegiano - italiano e spagnolo - sull'opera di Dantisco,
cf. ivi, pp. 47, 59 e passim; e si tratta di una derivazione, dottrinale e
semantica, ampiamente dimostrata; anche se il valore sintomatico che
a questo riguardo viene qui riconosciuto alla condanna dell'affettazione
(pp. 70, 80) ci sembra possa venir attenuato quando si ricordi la generi-
cit e la diffusione che il concetto aveva nell'Europa rinascimentale.
91 Cf. in questo vol., pp. 167 sgg. e 188. Per la vitalit del significato
tradizionale nel Cinquecento, valga per tutti un esempio particolarmente
significativo; e cio il sonetto heneriano dove incauta y descuidada la
semplicetta farfalla del Petrarca (per un commento al sonetto cf. O.
Macr, op. cit., p. 469 sgg. e J. G. Fucilla, Estudios sobre el petrarquismo
en Espafia, Madrid 1960, p. 147 sgg.). Si veda ancora nel Diccionario de
Autoridades (dove le varie accezioni di descuido sono tutte peggiorative)
persino una definizione decisamente contraddittoria all'uso di Boscan:
acci6n... poco atenta o cortesana ; dictum aut factum inurbanum,
indecorum .
92 Per lo stile descuidado e la spontanea naturalezza di Santa Te-
resa penso soprattutto alle pagine di Menndez Pidal, sia El lenguaje
cit., p. 77 sgg., sia El estilo de S. Teresa, nello stesso volume, pp. 127-50
(131), imperniate sulla contrapposizione tra palabras groseras e
curiosas . Per l'uso regionale in Santa Teresa, cf. anche A. Alonso,
Castellano, espanol, idioma nacional, Buenos Aires, 2" ed., 1942, p. 59 sgg.
85
93 Cf. M. Bataillon, Introduzione al Diiilogo de dactrina cristiana cit.,
p. 5 sgg.; Erasmo y Espafia cit., val. II, p. 200 sgg., per le letture dottri-
nali dei due autori; J. Montesinos, Introducci6n cito al Dialogo de la
lcngua, p. XXXVIII, n. 1, con la citazione del passo dell'Evangelio "egltn
San Mateo; per la diversit dell'atteggiamento di Valds nelle opere dot-
tl'inali e nelle pagine linguistiche, cf. ivi, p. LIX, e M. Morreale, ]. de
Valds as translator and interpreta 01 St. Paul: tbe concept 01 gnosis ,
in BI-IS , XXXIV, 1957, pp. 89-94 (P. 92, n. 2).
94 Cf. M. Morreale, Castiglione y El broe ,.. Gracian y despejo ,
in Homenaje a Grachln , Zaragoza 1958, pp. 137-43 (140 sgg.) e, per
Gracian, d. il Primor XIII dell'H/'oe e il 127 dell'Oraculo Manual.
Si ricordi come la parola despejo (insieme a acierto e desenvoltura di
cinquecentesca memoria) fosse sentita in pieno Settecento come una delle
voci spagnole pi espressive e pl'ive di corrispondenza in altre lingue
(cf. G. Mayans, Origenes de la lengua espafiola, ed. Mier, Madrid 1873,
p.445).
95 Cf. G. Macchia, Il paradiso della ragione, Bari 1960, p. 175 sgg.
E, per la Spagna, si pensi a una serie di espressioni che sottolineano
quanto vi sia di voluto nel descuido; da esempi cervantini (<< el alma...
cuidadosa y con descuido; al descuido y con arte), sino a quel
al descuido y con cuidado che nel Diccionaria de Autaridades
disimulaci6n cnidadosa , diligentissime mentita negligentia , e che
vivo ancor oggi nel senso di con descuido afectado (Academia).
96 Penso all'indicazione appunto dei due passi gracianeschi sul despejo
a proposito del je ne sais quoi di Bouhours, in Croce, Estetica cit.,
p. 232, n. 1.
97 Cf. B. Migliol'ini, in Lingua Nostta , IX, 3-4, 1948, p. 73 (dove,
per disguido, attraverso il napoletano desquito, turbamento , del tardo
Seicento, ed entro l'incrocio con guidare, si l'isale al descuido spagnolo).
Sui descuidi tipici delle secentesche spagnolerie italiane, cf. B. Croce,
La Spagna cit., p. 159.
98 Quando non si vogliano ricordare tracce italiane dialettali del des-
cuido spagnolo, variamente conservanti le connotazioni o della trascu-
ratezza o della spensieratezza: da un lato, campidanese discuidai,
discuidau, discuidu = trascurare , neghittoso , negligenza , e voci
analoghe dellogud. (cf. i dizionari del Porru e dello Spano); d'altro lato
alcune voci siciliane e (tralasciando i vari scbitari, scuitari = insospet-
tire , inquietare ; scbitatu = irrequieto ; scuitatu, squitatu = in-
quietato , innamorato , spensierato (e nap. scapolo); scue-
tu = inquieto , cattivo , in cui evidente un incrocio con quiete ),
in particolare discuitu = sbaglio , trascuratezza , inavvertenza
(le voci provengono dallo schedario del Vocabolario Siciliano, per gentile
comunicazione di G. Tropea).
86
Tradizione illustre e lingua letteral'ia,
pl'Oblema del Rinascimento spagnolo
(da Nebrija a Morales)
Avvertenza
A rendere il titolo del presente lavoro pi aderente
all'argomento occorrerebbe specificarlo in questo modo:
Il problema della mancanza di tradizione illustre e il
programma di rinnovamento della lingua letteraria nella
Spagna del Rinascimento . Un'ulteriore aggiunta dovreb-
be immediatamente seguire per spiegare come appunto
quest'epoca, col senso di carenza e l'impegno d'innovazione
che le sono propri, ma anche con l'atteggiamento riflessivo
e normativo che le altrettanto caratteristico, possa risul-
tare il banco di prova della continuit di una coscienza let-
teraria e linguistica spagnola anche se ridotta a deboli
sprazzi e colta appunto nel suo momento pi critico.
Il nucleo centrale delle pagine che seguono costituito,
dunque, dall'esame di testi teoretici spagnoli dell'ultimo
scorcio del Quatttocento e del primo cinquantennio del
Cinquecento, nei quali si possono scorgere i segni della
consapevolezza - nonostante sia parola abusata - di una
qualche tipicit della tradizione linguistica e letteraria spa-
gnola, anche se soffocata spesso da millanterie o da atti di
contrizione. Entro l'indubbia provenienza italiana dell'at-
teggiamento mi
sembrata delinearsi una transizione da posizioni di realismo
critico originate nel (e avallate dall'influsso
erasmiano) a posizioni Ispitate'i un fQrmalis
111
() di stampo
bembiano. Come questo formalismo ovviamente connesso
ci:m.glisviluppi manieristici e barocchi, cos a un primitivo
89
stimolo bembiano mi sono parsi conness anche i tentativi,
pur esterni, di recupero dell'antica tradizione letteraria
spagnola da parte della cultura tardo-rinascimentale e se-
centesca. Di questa consapevolezza, di questo formalismo
e di questo recupero, quali appaiono nella cultura spagnola
della seconda met del Cinquecento, alle soglie del barocco,
ho inteso soprattutto segnare le radici rinascimentali; e
allo stesso tempo segnare il divario tra l'atto esplicito con
cui la teoresi spagnola del tardo Rinascimento continua a
marcare il proprio. distacco dalla tradizione medievale e
quattrocentesca, pur adducendone l'antichit, e l'effettivo
ritorno a qllesta tradizione che nella creazione letteraria
Ai moduli costitutivi di questa tra-
ea questo ritorno barocco dedicata la prima parte
di questo studio.
La prospettiva dalla quale esso condotto ha lasciato
deliberatamente nella penombra alcune zone. Sono rimaste
ai margini, soprattutto, due regioni che potremmo dire di
frontiera: una italo-spagnola, cio l'immagine della produ-
zione letteraria spagnola quale essa si configura agli occhi
della cultura rinascimentale italiana; una ispano-francese,
cio la situazione linguistico-letteraria della Francia del Ri-
nascimento, col suo problema di assimilazione, recettiva e
reattiva, di stimoli italiani, estremamente affine al proble-
ma spagnolo. Ho preferito dare per scontati i riferimenti
all'una e all'altra questione. I primi si sarebbero risolti in
massima parte in un continuo rinvio a studi - quelli di
Croce e quelli successivi - sulla Spagna nella vita italiana
del Rinascimento; mentre l'oggetto che qui interessava non
era la reazione della cultura italiana di fronte alla Spagna
quanto la coscienza di s, acquistata e manifestata dalla
cultura spagnola, sotto l'effetto catalizzatore di quella ita-
liana, e sotto l'effetto, soprattutto, dell'atteggiamento verso
la propria tradizione che quest'ultima aveva acquistato e
stava manifestando. A sua volta, l'esclusivo ambito italo-
spagnolo nel quale questa consapevolezza va strutturandosi
nella Spagna del primo Cinquecento - pi che non la ma-
teriale posteriorit cronologica della Deffence di Du Bellay
90
rispetto agli scritti spagnoli qui esaminati, fino a Morales
compreso -, ha fatto scartare il riferimento sistematico
alla situazione francese. Pur utilissimo a illustrare una so-
stanziale analogia, esso si sarebbe risolto soprattutto nel-
l'indicazione di paralleli e affinit tra due ambienti per
gran parte incomunicanti, almeno a questo riguardo; im-
pegnati entrambi nello stesso atto di rinnovamento e defi-
nizione, in modo per lo pi indipendente e senza rapporti
di reciproca derivazione.
Sullo sfondo sono rimaste due questioni pi interne. Sia
nei cenni alla formazione della tradizione spagnola medie-
vale e post-medievale, sia nell'esame delle posizioni teore-
tiche del Rinascimento spagnolo, non si qui tracciata al-
cuna netta delimitazione tra poesia e prosa. Di poesia sol-
tanto parlano ovviamente Nebtija ed Encina nel ragionare
di metrica, e Boscan e Castillejo nel prospettarsi l'antinomia
tra lirica petrarchista e canzonieresca; di prosa soltanto
parla Garcilaso nella presentazione di Boscan. Ma nelle
pagine di Valds e di Morales il biasimo e l'esortazione si
rivolgono indistintamente - salvo esplicite affermazioni
di gusto da parte del primo - alla tradizione spagnola sia
prosastica sia poetica, che essi, pur con diversit di criteri,
vedono ugualmente manchevoli e ugualmente suscettibili
di un assetto rinnovato. Soprattutto, quanto alla produ-
zione letteraria spagnola, n la saldezza relativamente mag-
giore che pu aver caratterizzato forme e generi lirici me-
dievali e quattrocenteschi nei conftonti di quelli prosastici,
n la maggior consistenza che a sua volta manifesta la prosa
peninsulare nel secolo XVI nei confronti del rinnovamento
avvenuto pi precocemente nella lirica (una prosa, cio,
che in parole di Menndez Pidal continua pi a lungo a
nutrirsi della propria tradizione e soltanto con fray Luis
de Lon verr esplicitamente a sottomettersi ai nuovi mo-
delli) non mi sono sembrati motivi sufficienti per una
considerazione separata delle due tradizioni. Esse sono an-
date strutturandosi per secoli in base a criteri espressivi
sostanzialmente comuni e comunemente evolventisi nel
tempo; sono due tradizioni, insomma, che in Spagna, a
91
differenza che in Italia, non sembrano quasi mai essersi
chiuse ciascuna in una interna continuit strettamente
formale.
Sullo sfondo infine rimasta la questione forse pi im-
portante, cio la reale conoscenza che la cultura spagnola
del Cinquecento aveva della letteratura medievale e quat-
trocentesca. Tra il precoce e definitivo naufragio del patri-
monio medievale e soprattutto tradizionale che uno stu-
dioso inglese si prospetta, ascrivendolo alla cecit con cui
la cultura quattrocentesca si ostina nell'identificazione di
poesia con poesia metricamente regolare (W. C. Atkinson,
Mediaeval and Renaissance: a Footnote to Spanish Literary
History, in Bulletin of Spanish Studies , XXV, 100,
1948, pp. 213-21), e lo stato di latenza in cui l'antico pa-
trimonio vive nell'epoca rinascimentale secondo la teoria
pidaliana dei frutos tardios, esiste un'ampia zona ancora
aperta all'esplorazione documentaria. Un'esplorazione che
dovr andar raccogliendo sistematicamente le testimo-
nianze sia di una sopravvivenza reale e ininterrotta - sto-
riografia, romances, la letteratura del XV secolo nella pro-
spettiva di Valds -, sia di una conoscenza distaccata, come
quella che sorregge i cenni di Nebrija ad Alfonso X, di
Herrera agli autori del Quattrocento e che, soprattutto,
ispira il candido filologismo di Argote de Molina; e in base
a queste potr tracciare, sulla scorta di studi analoghi volti
ad altre epoche (penso ad esempio a quello di H. Bihler,
Spal1ische Versdichtul1g des Mittelalters im Lichte del' Spa-
nischen Kritik del' Aufklarung ul1d Vorromantik, Mlinster
1957), una storia della conoscenza e della critica della let-
teratura medievale e quattrocentesca nella Spagna del Ri-
nascimento. Non era questo il mio obiettivo, almeno per
ora: anche se in questa direzione questo studio aspira chia-
ramente a presentarsi come un contributo.
92
Parte prima
La tradizione
1.
IL RINASCIMENTO SPAGNOLO E L'IMBARAZZANTE TRA-
DIZIONE
Per i molti canali in cui serpeggia la dottrina linguistica,
e genericamente precettistica ed estetica, del Rinascimento
europeo, scorre come vena comune l'idea che ciascun vol-
gare possa accedere alla dignit di lingua di cultura e d'arte
quando con cura esso venga coltivato . Nelle due
parole rivivono i valori etimologici del dirozzare e del dis-
sodare, dell'abbellire e del frequentare assiduo con dili-
genza, con studio, con sollecitudine. Si tratta di un concetto
largamente trattato dall'umanesimo; esso non solo si con-
solida naturalmente in momenti diversi in Italia e nel resto
d'Europa, ma circola strettamente avvinto a una conside-
razione normativa della propria tradizione letteraria che
mostra un caratterizzante, e inquietante, stampo italiano.
Appunto la prospettiva che se ne coglie da un ambiente in
cui il motivo tardivo e importato, come la Spagna, pu
costituire un utile punto di osservazione, in quanto ne offre
uno sviluppo pi lineare e pi concreto ad un tempo; scar-
nito cio di alcune implicazioni tipicamente italiane, e a
sua volta irrobustito da un'interna intenzione polemica con
la stessa cultura italiana dalla quale lo spunto era stato
originariamente elaborato.
Appunto da una simile prospettiva risaltano in primo
piano gli elementi e innovatori e formali che il concetto
della cura per la propria lingua rappresenta. Non solo
perch, nel suo stesso porgersi come oggetto alla rifles-
sione, esso implica una considerazione autonoma del pro-
93
blema tormale nella quale un distacco tra medioevo ed
et moderna; ma soprattutto in quanto la cura stessa,
nella sua veste rinascimentale, risulta in gran parte affidata
a criteri nati in seno a quella concezione formalistica con
cui la dottrina italiana del Cinquecento fissa teoreticamente
il tipo della propria lingua in base alle condizioni effettive
di una tradizione d'arte che dal medioevo s'era gi scostata
da quasi due secoli. Le alterne reazioni di rigetto e di re-
staurazione del proprio passato letterario con cui la Spagna
del Rinascimento accoglie questo concetto non sono se non
alterne risposte a un suggerimento del quale essa sente la
profonda contraddittoriet, anzi l'inapplicabilit, rispetto
alle condizioni proprie: la conquista di una dignit formale
nuova rispetto al medioevo, operata elevando a paradigma
una tradizione che nel caso della Spagna inequivocabil-
mente medievale. Appunto per la varia sovrapposizione
che nella Spagna del Rinascimento avviene tra il nuovo
problema retorico e le lusinghe della propria tradizione,
non sar un prender le mosse da troppo lontano soffermarsi
su quest'ultima, ricordandone sia la precoce immunit al fa-
scino e del latino e del formalismo, sia il consolidamento
in una serie di consuetudini espressive di robustezza tale
da valicare la frontiera tra medioevo ed et moderna e
scontrarsi qui, ancora vitali, col criterio formalistico di
tipo italiano.
II.
LA COSCIENZA DELLA FORMA NEL MEDIOEVO SPAGNOLO
1. Precoce autonomia e interessi prammatici del vol-
gare. La Spagna, il problema della propria lingua scritta,
nel medioevo, se lo era risolto da s, e prima ancora che
l'Italia; con una precocit affine per certi aspetti a quella
della Francia, bench meno di questa fosse destinata a ve-
nir scontata con una scissione tra la lingua delle origini
94
letterarie e quella di tempi successivi. una precocit,
quella spagnola, che stata addebitata all'azione catalizza-
trice di due diversi elementi extra-romanzi: ora suggerendo
un influsso germanico, sia esso una moda di origine
transpirenaica diffusasi lungo il camino francs, sia una
tendenza innovativa connaturale all'area castigliana I; ora
discutendo la rilevanza dell'influsso arabo e, in particolare,
di quello ebraico attraverso i savi della corte di Alfonso 2.
Pi che sottolineare il peso di questo o quell'elemento nella
sua singolarit, conviene probabilmente porre alla radice
della precoce coscienza d'autonomia del volgare in Spagna
- e dell'allentata coscienza formale che con essa s'iden-
tifica - un'elastica poligenesi, prospettandoci non tanto
una situazione di provinciale incultura di fronte alla vita-
lit dell'eredit formale latina in Italia, quanto l'esistenza
di condizioni effettive radicalmente diverse.
Anzitutto, le circostanze d'incontro plurilingue in cui
avviene la prima elaborazione sistematica della prosa casti-
gliana alla corte di Alfonso X. Un plurilinguismo che un
dato di fatto realissimo, e non legato a tradizioni di generi
letterari; e che convivenza non con una delle varie favelle
romanze che era facile considerare, al pari della propria,
dialetti del latino, ma con lingue come l'ebraico e soprat-
tutto l'arabo per le quali, anzi, il mito del latino aveva
scarsissimo peso. Cosicch il volgare viene facilmente por-
tato a misurarsi non pi, dal basso, con una lingua dal
prestigio soverchiante, ma con la realt concreta di queste
forme vive di cultura, in un confronto da pari a pari dal
quale trae la spinta all'emancipazione e la consapevolezza
delle proprie possibilit 3.
D'altro lato sappiamo quanto abbia pesato nella produ-
zione spagnola delle origini una precoce coscienza nazio-
nale, e quanto questa abbia operato attraverso un duplice
impegno di realismo linguistico, che mirava contempora-
neamente a un'aderenza a circostanze pratiche e a una
diffusione maggioritaria. C' un indubbio prammatismo
alla base della prima elaborazione poetica in Spagna, e di
quella prosastica, tanto nel fiorire dell'epica intorno a una
95
realt storica e nazionale ancora molto vicina, quanto nel
sorgere della prima prosa entro l'ambiente di una corte
unificatrice e di un monarca. Ed in un certo senso que-
st'ultimo, interprete delle condizioni del proprio momento,
operante direttamente, e non per editto come accadr a
sovrani cinquecenteschi, a rappresentare il vero e proprio
elemento catalizzatore nell'autonomia del volgare in Spa-
gna. Sia nella prosa alfonsina sia in quella produzione epica
di cui essa si fa appunto attenta raccoglitrice, l'attenzione ai
legos s'estende assai al di l dell'intento caritatevole di
convitare i miseri al banchetto del sapere, e la lusinga let-
teraria e formale cede facilmente a una volont pratica di
effettiva divulgazione civile. Appunto da questa consapevo-
lezza dell'esistenza di un pubblico che si identifica col po-
polo tutto, il mito del latino esce ulteriormente smantel-
lato. Col latino, lo spagnolo del Due e Trecento non sta-
bilisce rapporto di simbiosi, n sente, nell'abbandonarlo,
il disagio di chi si stacca da comode consuetudini; ch anzi
il latino talvolta gli si presenta addirittura come lingua
nemica , di fronte alla quale il volgare ha urgenza di ac-
quistare e delimitare la propria individualit 4.
2. Consapevolezza formale e volont d'intervento in
Alfonso X. La Spagna medievale fino alle soglie del Ri-
nascimento non presenta un momento chiaramente teore-
tico 5; tuttavia non manca di una consapevolezza del pro-
prio fare linguistico e letterario. Anzi un elemento sog-
gettivo in questo senso affiora cos ampiamente in tatlte
pagine spagnole del Duecento e del Trecento, che insinue-
rebbe quasi una suggestione di prospettivismo e di
centaurismo 6 se non se ne ricordasse la comune ma-
H'ice europea 7. Questi segni d'intenzionalit ci confermano
anzitutto, se pur ve ne fosse bisogno, l'esistenza di un
senso di mestiere e di un impegno tecnico che sono ben
lontani dal candore di primitivismo in cui spesso, su scia
ancor romantica, s' vista avvolta la letteratura spagnola
medievale 8; per sfatarlo basta pensare a un Juan Manuel.
96
Si tratta naturalmente di una intenzionalit che per ec-
cellenza tecnica e solo di riflesso pu dirsi linguistica; non
certo per una identificazione di volgare illustre con poesia
come quella che nel fondo della dottrina dantesca ma, ed
cosa ovvia, per la persistenza di quella concezione stru-
mentale della lingua il cui superamento gi circostanza di
umanesimo. Tuttavia, nell'esistenza stessa di una presa di
coscienza, meditata o formulistica che essa sia, ha pur sem-
pre la sua parte - per quanto sottomesso a interessi estrin-
seci, di natura dottrinale, o tecnica, o pratica - anche
l'elemento di un interesse formale.
A livello minimo, come generica testimonianza di quella
attenzione e quella cura che sono caratteri della struttura-
zione letteraria di una lingua, una traccia di impegno for-
male la possiamo scorgere anzitutto alla base di certe forme
di auto-rifacimento, in quanto esse possano distinguersi da
quell' anonimo rimaneggiare, che romanzo ma riempie di
s il medioevo spagnolo, per rispondere invece a un effet-
tivo se pur tenuissimo ideale di maggiore finitezza. Non
certo la dolce lima del Petrarca quella che spinge Al-
fonso X o i suoi continuatori a rivedere, o far rivedere, il
testo della Cronaca, sottomettendo il lavoro compilatorio
a successive elaborazioni - in cerca di una mai raggiunta
finitezza, che strutturale ma anche stilistica -, e appli-
cando al castigliano la stessa considerazione con cui i tra-
duttori di Toledo avevano trattato il latino 9. Ma pur
sempre un concetto di accuratezza che ha un suo aspetto
anche formale, qualunque sia il criterio - ora di sfronda-
mento ora di amplificazione ora di generica eleganza - cui
esso s'impronti.
In questo senso appunto Alfonso a offrirci il caso pi
chiaro di una indubbia prospettiva individuale del proble-
ma formale. Non soltanto per la sua posizione storica di
innovatore nella prosa medievale, privo di una tradizione
volgare nella quale inserirsi; ma soprattutto perch, nella
sua qualit di coordinatore e correttore di una schiera di
collaboratori, egli affianca e allo stesso tempo oppone la
propria attivit a quella altrui, lasciandoci l'impronta di
97
7.
un intervento personale nel vero senso della parola lO. Que-
sto intervento, per cui il re emienda e yegua e enderesca ,
risponde certo, in massima parte, a un principio di livella-
mento e di unificazione, il quale - nell'eliminazione di
razones che sono sentite sobejanas et dobladas per-
ch di varia provenienza - probabilmente da intendersi
in sede soprattutto contenutistica. Ma il principio trova un
suo sviluppo, per tenue che sia, anche su un piano formale,
quando nel castellano drecho si legga la manifestazione
di un criterio, se pur embrionale, che Alfonso si era con-
figurato e al quale riconosceva consistenza e validit. Anzi,
direi che Alfonso, nel presentare talora il proprio inter-
vento formale come quello di chi muestra la manera de
como se deven fazer 11, supera quasi, per un atto che nel
suo caso si pu chiamare effettivamente legislativo, quel
concetto del volgare come lingua d'uso che nel medioevo
ne impedisce la considerazione normativa; e porta addirit-
tura questa consistenza e questa validit al rango di pa-
radigma.
3. I doppi proclami della clereda ": vanto di noto-
riet / vanto di novit; parlar (( paladino" / (( maestria ".
Re Alfonso un caso limite di volontariet; ma anche altre
prese di coscienza nella letteratura medievale spagnola
sorgono anch'esse a loro modo da un io . Esso non ob-
bedisce soltanto a formule e a luoghi comuni, ma pur nel
suo aspetto frequentemente elementare esprime una vera
e propria riflessione individuale. Anzi, mostra a suo modo
quella arrogante afirmacion de personalidad la cui man-
canza in Spagna, e in particolare a quest'epoca, si suole
addurre come elemento di tipicit 12.
E un'affermazione di personalit che, in quanto tale,
possiamo s contrapporre all'anonimit di tanta produzione
tradizionale; ma che tuttavia si svolgeva avendo proprio
questa produzione come punto di riferimento inevitabile,
sia nell'avvicinarvisi in cerca di popolarit, sia nello sde-
gnoso scostarsene in cerca di prestigio. Sappiamo del resto
come non sia meno personalmente consapevole delle carat-
98
teristiche della propria opera un Juan Ruiz quando, nella
generosa apertura a futuri collaboratori tra i quali vada
como pella a las duefias , la destina deliberatamente al1a
vita tradizionale, di quanto non sia, nel porre gelosamente
la sua per l'eternit al sicuro, un Juan Manuel
13
Diremmo
cio che al1a coscienza del1'autore individuale neI me-
dioevo spagnolo la produzione tradizionale si pone come
un precedente, il cui prestigio culturale - al1a luce sia di
canoni di regolarit sia di un personalismo d'autore - po-
teva essere discutibile, ma di cui erano indiscusse tanto la
notoriet di tradizione che si era costituita quanto l'am-
piezza di pubblico che si era conquistata. Ma sono due
elementi dal vario gioco reciproco, a seconda della pro-
spettiva che il singolo scrittore abbia del livello culturale
del pubblico e del rapporto che ad esso lo lega; cosicch
egli ora sollecita l'interesse del suo pubblico con la blan-
dizie di ci che gli pu riuscire familiare ora con la lusinga
di ci che gli risulter nuovo.
Di qui l'alternarsi di due tipi di manifesti . Da un
Iato c' l'autore che proclama iI proprio inserimento in un
genere, una scuola, un binario, un tono insomma (e anche
un livello linguistico) eminentemente popolari e di ampia
socialit. D'altro Iato c' iI vanto del1a novit e del1'im-
missione in tradizioni ritenute pi colte e insignite di pre-
stigio di quanto non sia la grande ossatura tradizionale
dalla quale viene proclamato appunto il proprio divergere.
Il mester traygo fermoso con cui iI clrigo dell'Ale-
xandre ostenta la novit della propria grant maestrIa
rappresenta al10 stadio pi elementare quest'ultimo atteg-
giamento; la continua vigilante tensione di un Juan Ma-
nuel, dal1a personale tutela di una propriet letteraria fino
allo sciorinio di fablar abreviado e oscuro del1a seconda
e terza parte del Conde Lucanor, non ne costituisce se non
una pi raffinata evoluzione. All'altro capo, la volontaria
immersione nel linguaggio caro al popolo del quiero fer
una prosa en roman paladino di Berceo, tenuto conto
del1e differenze di posizione, sul10 stesso piano dell'in-
tenzionalit e del1'impegno programmatico con cui Alfonso
99
modella il proprio idioma affinch sia duttile strumento per
espaladinar los saberes perch cosas... escondidas
non prestan nada 14.
Ma, in quest'alterna ricerca il richiamo alla produzione
tradizonale e il popolarismo linguistico sono lungi dal coin-
cidere. N del resto era particolarmente popolareggiante
il linguaggio della produzione tradizionale. Anzi, appunto
una delle pi chiare differenze tra 1'antica epica castigliana
e la produzione di clerecia si configura, com' noto, nel
contrasto tra 1'aulicizzante arcaismo di linguaggio della
prima e il didascalico volgarismo caro alla seconda 15. Co-
sicch quel precedente giullaresco al quale tanto s'affida la
clerecia opera molto pi come possibilit di richiamo di
pubblico, nella richiesta del vaso de bon vino stilizzata
e convenzionale, che non come aderenza a una tradizione
formale. Ed ancora l'alternarsi di un diverso punto di ri-
ferimento - da un lato la produzione di juglaria col suo
anisosillabismo 16, d'altro lato gli scritti latini dei letra-
dos - ci che pu giustificare come la stessa cuaderna via,
nel cenno ora alle sue caratteristiche tecniche, ora alla sua
lingua, venga presentata qui come nuovo mester fermo-
so l come frutto del dimesso e consueto linguaggio del
popolo. Appunto quella produzione di clerecfa, che forse
la scuola pi fissa e regolata del medioevo spagnolo, ci of-
fre cos, nel guizzo delle due opposte presentazioni, un di-
vario tra lingua e poesia quanto mai opposto al-
l'omogeneit di una vera e propria tradizione formale con-
sapevole della propria dignit e autonomia.
4. Comune didascalismo e duplicit di canoni formali.
Tanto nella ricerca di risonanza di pubblico assai pi che
di dignit formale, quanto nell'oscillazione tra notoriet
e novit di tradizione - con l'affiancarsi di tradizionalismo
e singolarit di tradizioni letterarie, di linguaggio paladino
e di maestria - la coscienza formale del medioevo spa-
gnolo mostra dunque, forse pi evidentemente che altrove,
la propria sottomissione all'intenzionalit dell'opera. Ne
100
resta quindi elemento secondario e strumentale. Si tratta,
del resto, dello stesso scopo strumentale che in ultima
istanza presiede all'uso stesso del volgare. In apologia di
esso, ancora il raffinatissimo Juan Manuel addurr non l'af-
fermazione di una sua intrinseca dignit e nobilt, ma quel
motivo tutto didascalico che era gi del pro legentis
facilitate dei Padri della Chiesa: Et por ende, fizo todos
los sus libros en romane, e esto es senal cierto que los fizo
para los legos et de non muy grand saber commo lo l
es 17. Nello stesso senso, tutta didascalica la consape-
volezza di s, che proprio quel volgarizzamento, che nel
medioevo italiano costituisce un chiaro allenamento 18 for-
male, manifesta in Spagna; a partire dalle traduzioni di
questo o quel testo commissionate da Alfonso porque los
omes lo entendiesen mejor et se sopiesen dl mas apro-
vechar , sino a certe produzioni che in pieno Quattrocento
sottopongono addirittura l'originale a una vuelta a lo di-
vino 19.
Ma la comune esigenza di chiarezza si presenta in varia
saldatura con quei criteri ora d'armonica proporzione ora
di brevit concisa con cui l'Europa medievale raccoglie,
qui direttamente l per la mediazione della patristica, l'ere-
dit della retorica classica 20.
a) brevit / variatia JJ. Cos la formula della bre-
vit ben familiare ad Alfonso X, che si cautela con-
tinuamente dall'eventuale accusa di riuscire troppo dif-
fuso e per esempio giustifica il taglio della propria opera
con la sua divisione in capitoli porque los qui los leyeren
que non tomen ende enoio de luengas razones ; oppure si
trincera, per le ripetizioni, dietro la fonte biblica porque
non seamos tenudos que de nuestro somos dobladores de
la raz6n . La norma di brevit ci si presenta come ele-
mento integrante della coscienza retorica di Juan ManueI.
I pregi della brevit sono tanto ovvi per Sem Tob - mal
es mucho fablar - e per Juan Ruiz - del que mucho
fabla rien - da divenire per quest'ultimo oggetto di
101
glossa e fonte di variata diversione a proposito della due-
l1as chicas :
... sienpre me pagu de pequefio sermon
ca lo poco bien dicho fnca en el coraon.
pocas palabras cunplen al buen entendedor...
21
Soprattutto, al di l di quanto pu esserci di luogo co-
mune nella formulazione della norma della concisione, l'in-
sistenza con cui vi si adegua effettivamente la letteratura
spagnola medievale sembra attestare una vitalit di questo
precetto e un suo vigore reale. Ad esso infatti riescono
massimamente improntate tanto l'opera selettiva e unifica-
trice di Alfonso X, quanto la moralistica condensazione dei
versi e delle massime del Conde Lttcanor, quanto il gusto
aforistico di Sem Tob.
Ma pur sempre un criterio originariamente didassglif()
a ispirare, a sua volta, quell'indugio in una infinita ;1JariFl)
(principio costruttivo e ad un tempo verbale) che\ser,nl
ribadire e insistere, anch'esso elemento di chiarezza, si
pone tuttavia rispetto alla brevit in alterno rapporto. In-
fatti da un lato la variatio, principio tematico, come incor-
nicia serie di miracoli, di apologhi ed enxemplos, di incon-
tri amorosi o avventurosi nelle piazze e per i monti della
Castiglia e, in ultima istanza, anche di quattrocenteschi
ritratti esemplari, cos1 pu servire a incastonare la brevit
delle massime compendiose, nei virtuosi florilegi cari alla
tradizione sapienzale 22. Ma d'altro lato, come principio non
tanto tematico quanto di stile, pu anche scivolare in un
vero e proprio lusso verbale, come avviene nell'arcipreste
de Hita. appunto questo il nome che pi ci fa presente
come al di l, o se vogliamo nell'interno, del canone del-
l'ammaestramento dilettoso - cos1 nella variata dimostra-
zione come nel gioco simbolico tra astratto e concreto -
s'instauri un vero e proprio elemento di gusto.
102
b) ({ afeites menzogneri I {{ fermosa cobertura n. En-
tro la stessa unicit di fine contenutistico cui condizionato
il problema formale, gioca naturalmente la doppia soluzione
che riceve il problema dell'ornato. Ora rifuggendo dallel
palabras afeitadas come pericolosi veicoli di menzo- i
gne, ora procurandole, invece, queste lusinghe delle pa-
labras falagueras e compuestas come dolce adescamento
all'utile trasmissione della dottrina, la letteratura spagnola
medievale tanto ci appare impegnata qui e l in un ripudio
moralistico dell'abbellimento formale quanto, pi spesso,
nell'atto di configurarsene la strumentalit. N del resto
peculiare alla Spagna quell'originaria duplicit nella consi-
derazione del colores rhetorici che fa s che le pala-
bras coloradas tanto possano assumere il valore generico
e moralistico di indebito e falso orpello quanto quello con-
creto e tecnico di elementi di ornato - e di ornato emi-
nentemente facile - 23. Se il canone retorico trae qui
dalla norma didascalica la sua originaria e teorica giustifi-
cazione, esso acquista pure una sua validit autonoma. E
col didascalismo l'ornato pu ora identificarsi, ora contrap-
porsi, ora affiancarsi, per un medesimo autore, in una con-
traddittoriet che tutta apparente e che in ultima istanza
mostra soltanto quanto vi sia di passivo e di formulistico
in questa o quella dichiarazione programmatica.
Non ci stupiremo dunque di vedere la Spagna medievale
assorta qui e l in una caratterizzazione negativa dell'orna-
mento formale. una caratterizzazione che ruota soprat-
tutto intorno a una connotazione di falsit, la quale ora
nelle parole afeitadas 24 0m nelle sotiles - e fornite quindi
di una potenziale carica peggiorativa 25 - proietta imma-
girli di vezzi agghindati e d'ingannevoli astuzie; ma che
pu volgersi anche a designazioni di semplice leggiadria
usate moralisticamente, come in quell'apuestas 26 che, nel
contrapporre parole a fatti , diviene facile sinonimo
di cose menzognere e vane. '\
Ma si tratta di un moralismo epidermico e topico. \Tan-
t' vero che un autore sentenziosissimo ed esemplarissimo
qual Maestre Pedro ammette come principio ovvio che
103
le parole accanto a provecho debbano presentare apos-
tura . Soprattutto, le apuestas razones costituiscono
un chiaro veicolo di aprovechamiento cos nel ponde-
rato ragionare di Juan ManueI (che, pur sentenziando che
en las cosas de poca fuera cumplen las apuestas palabras,
en las cosas de grand fuera cumplen los apuestos e apro-
vechosos fechos , identifica tuttavia cosa apuesta e
complida e bien dicha con la possibilit che i let-
tori se aprovechen ende ), come nel verso guizzante di
Juan Ruiz:
E, porque mejor sea de todos escuchado,
razon mas plazentera, fablar mas apostado (15, a, cl);
A sua volta, sull'identificazione tra palabras apuestas e
fermosas e bien ordenadas e l'addottril1amento deI Iettate
era fondata la definizione alfonsina:
La rectorica otrossi es art para affermosar la razon e mostrar
la en tal manera, quela faga tener por uerdadera e par certa
alos que la oyeren, de guisa que sea creyda 27.
Non occotre continuare; siamo qui molto vicini a quella
fermosa cobertura deI dettato medievale che in altto
terreno consiste nella piacevolezza della veste allegorica,
corteccia leggiadra di midollo sostanzioso.
.
.. ...
. ... ilIll11enso .signifial1te..c!g.. .. !Jlla
il caso di scomo=
dare Maria di Francia o il De Genealogiis a proposito della
glossa che nella Introducci6n di Betceo o nel discorso di
Juan Ruiz su amor buono e loea , oppure la lucreziana
e oraziana, e poi tassesca, dolce medicina a proposito dei
Hsicos che nel Prologo deI Conde Lucanor quieren
meIeinar con aucar o mieI, se non per ticordare
ancora una volta le tadici che nella comune sapienza euro-
pea affonda la letterariet spagnola del medioevo.
104
5. Prammatismo e gusto per la (( manera )). Tuttavia,
nel consolidarsi di questa letterariet e nelle riflessioni cui
d luogo, c' in Spagna qualcosa ora di programmatico ora
di contraddittorio su cui vale la pena soffermarsi. Conoscia-
mo, di Alfonso X, la mira a infondere nella lingua quella
possibilit di comunicazione che lo porta a una identifica-
zione quasi completa tra lingua scritta e lingua parlata; ma
conosciamo pure nei suoi scritti una certa tensione espres-
siva, che si manifesta soprattutto nella fedelt a un tipo di
prosa artistica di cui trovava il precedente immediato
nella storiografia latina appena spenta e le cui radici remote
erano in moduli della prosa latina dell'alto medioevo spa-
gnolo destinati a lunga fecondit 28. Sappiamo come in Juan
Manuell'esigenza esplicativa si affianca a un problema ari-
stocratico; la sua prosa brota a la vez de una voluntad de
arte y de las necesidades pragmaticas de la existencia : o,
in parole diverse, la sua asombrosa individualit si
esprime attraverso l'adesione a uno spirito universalistico,
e il suo intellettualismo si manifesta ora quale distaccata
cortesia pedagogica che lo induce a professioni d'igno-
ranza, ora quale consapevolezza d'aver raggiunto personali
squisitezze di forma 29. Non ci stupiremo dunque nel ve-
der10 allineare il richiamo ai fermosos latines con il
postulato della chiarezza, n tanto meno di ritrovare in lui
il vanto di un primato: los mas fermosos latines gue
nunca oi dezir en libro que fuese fecho en romance . Che
questi fermosos Iatines a loro volta si debbano inten-
dere non come cultismi latineggianti ma nel senso vago
di espressioni eleganti , rientra in un'identificazione tra
volgare e latino che non certo soltanto sua 30.
Quanto al concetto stesso di fermosura , in Juan
Manue1 sul piano pratico essa sembra risolversi ora in un
certo gusto, di origine probabilmente alfonsina, per forme
pi o meno elementari di simmetria, ora pi genericamente
in un'intenzionalit che progressivamente abbandona usi
formulistici 31. Soprattutto la fermosura si direbbe rap-
presentare per Juan Manuel il massimo sforzo per co11o-
105
carsi nel punto adeguato su quell'arco che egli sente teso
tra la chiarezza e la brevit, scrivendo razones che siano
abreviadas senza cessare di essere declaradas , esenti
dal doppio rischio di riuscire luengas oppure oscu-
ras . All'Infante che gli ha chiesto una risposta com-
plida il filosofo puntualizza:
Si decides que vos responda a cada cosa complidamente, he
muy grant recelo de dos cosas: la una, que vos enojaredes de
tan 1uenga scriptura; et la otra, que 111e temedes por 111UY
fablador; et si decides que vos responda abreviadamente, he
rece10 que habr a fab1ar tan escul'O que por aventura sera grave
de entender. Et dfgovos que 111UY pocos libl'OS lei yo que a1gun
sabio fciese, que 10s que viniel'On despues non dijesen contra
ellos: contra 10s unos diciendo que fab1aban muy 1uengo, et
contra 10s otros que fab1aban muy breve et escuro 32.
Certo, sembra a tratti prevalere in Juan Manuella sedu-
zione della brevit, nella quale egli pare sentire non tanto
una maggiore validit quanto una sotileza maggiore,
cio in ultima istanza quella lusinga di sabiduria di cui
il suo intellettualismo subisce il fascino 33. Tuttavia, sul
piano dell'affermazione teorica, tanto la brevit quanto la
chiarezza gli si prospettano esplicitamente come mane-
ras entrambe: et por ende vas catad en cual destas dos
maneras queredes que vas responda , continuava il perso-
naggio del Libro de los Estados.
Questo persistente richiamo alla manera , a rivendi"
cazione di legittimit per questa o quella alterna soluzione
espressiva, lo stesso richiamo che per fuan Manuel sor-
regge, dal punto di vista tematico, la sua fabliella , in
quanto anch'essa manera 34; cio in quanto l'una e
l'altra possono rispondere a forme normative e paradigma-
tiche e porsi quindi sullo stesso piano di validit trascen-
dente sul quale l'arte della caccia, o della cavalleria - o
1' ars amandi per fuan Ruiz -. La coscienza di raffina-
tezza e la ricerca di dignit letteraria che sono elementi in-
tegranti della personalit di fuan Manuel appaiono dunque
tutte modellate entro la consapevolezza del canone, della
norma, dell' ars . E la fina maestria - la stessa che
106
esercita il suo fascino non solo sulla dottrina di re Alfonso,
o sulla compiacenza dell'autore dell'Alexandre, ma anche
sul non letrado Berceo - fa s che l'indubbio senti-
mento aristocratico dell'Infante superi non troppo a ma-
lincuore la lusinga della brevit in una volont di chiarezza,
e si esplichi e si plachi in un adeguamento eminentemente
intellettualistico al canone che egli si posto come ideale
trascendente.
Non diremmo certo che la prosa di Juan Manue1 sia
libre de amaneramiento retorico come la definiva Me-
nndez y Pelayo, nel trovarla pulida y cortesana ya, en
medio de su ingenuidad nei confronti del1' halago
esercitato dalla prosa del Boccaccio con la sua redundante
y periodica manera 35. Al contrario, se il confronto tra i
due scrittori contemporanei, - quel confronto che tante
volte stato formulato in termini di tono narrativo e di
vitale modernit da divenir quasi luogo comune - dovesse
porsi in sede di consapevolezza formale, dalla parte del-
l'autore spagnolo si accumulerebbe il peso di un'adesione
al canone che pu divenire manierismo vero e proprio
molto pi che armonica espressivit; molto pi sforzo tec-
nico talora scivolante in preziosismo che non levigato e
maturo brio di autentico letterato. In Juan Manuel c' una
vistosa alternanza tra l'espressione didattica e narrativa,
che programmaticamente evita le parole sotiles 36, e l'ar-
tificioso lavorio di quella scrittura sotil che nella se-
conda e terza parte del Conde Lucanor viene presentata,
se non come esempio narrativo di stile, s come sfoggio di
difficolt. Questo, molto pi che il Boccaccio, ricorda piut-
tosto un certo pluristilismo programmatico caro a scrittori
dugenteschi italiani 37 e riesce dunque un elemento eminen-
temente medievale.
107
III.
LA COSTITUZIONE DEL TIPO DELLA LINGUA LETTERARIA
SPAGNOLA TRA MEDIOEVO E BAROCCO
1. Persistente medievalit. Tendenza al contrasto. Se
mi sono soffermata su alcuni aspetti della coscienza formale
nella letteratura spagnola del Due e Trecento, non stato
certo per rintracciare nella Spagna medievale un'impossi-
bile autonomia di consapevolezza linguistica ed estetica.
N stato unicamente per sottolineare la meno precoce
modernit della cultura spagnola rispetto al Trecento ita-
liano. Piuttosto, in questa serie di ideali espressivi, espliciti
o taciti che siano, riconosciuti come tali nella Spagna me-
dievale, mi sembra potersi configurare un momento critico
nella costituzione del tipo della lingua letteraria spagnola
e, a modo suo, un suo pi o meno aureo Trecento 38.
Non sar un prender le cose troppo da lontano riscon-
trare la traccia di non soltanto nell'uso
stesso del volgare o nel vigore della norma di chiarezza, ma
soprattutto nella duplice soluzione che nella coscienza for-
male del medioevo spagnolo riceve, alla luce della con-
siderazione didascalica dell'attivit letteraria, il problema
espressivo. Nella divergenza medievale tra la connotazione
spregiativa e quella utilitaria dell'afeite formale, si traman-
dano, come evidente, da una parte una persistente volont
di sermo humilis, dall'altra una sopravvivenza, sotto veste
strumentale, dell'antico ornato, come eredit della retorica
classica. Quest'ultima, disprezzata e negata da Gregorio
Magno, era stata accolta e trasmessa al mondo romanzo da
Cipriano, da Lattanzio, da Girolamo, da Cassiodoro; e so-
prattutto da Sant'Agostino che, al tempo stesso che prefe-
riva melius est reprehendant nos grammatici quam non
intelligant populi , aveva tuttavia un chiaro impegno pu-
ristico e un'intenzionalit formale piena di sapienza e di
gusto retorici 39. Per quanto riguarda la Spagna, la figura
108
di Satlt'Isidoro a rappresentare non solo il pi maSSICCIO
impegno di enciclopedismo conservatore, ma soprattutto
la creazione di un gusto formale e di binari stilistici sul
quali scorrer a lungo la prosa romanza
Sappiamo che il retoricismo isidoriano, ampiamente ro-
manzo com', trova nondimento nella Spagna medievale
un terreno particolarmente fertile; e, nella veste ildefon-
sina , vi getta radici molto pi-Ll salde che altrove fino a
proporsi di nuovo all'Europa rinascimentale come tipico
prodotto ispanico 40. Allo stesso modo, non sar forse una
troppo facile caratterizzazione quella che insista ancora una
volta sulla persistente medievalit, e anche alto-medieva-
lit 41, della cultura spagnola anche negli atteggiamenti as-
sunti per i problemi formali; su una tipicit , che in
gran parte consiste in attitudine conservatrice, in periferico
attaccamento a farsi arcaiche. Generalizzando molto, po-
tremmo dire che, allo stesso modo come il latino d'Iberia
s'era mantenuto al riparo da alcune ondate innovatrici, o
come, su altro piano, la lirica provenzale trova in Spagna
una fedelt ostinata, anche se tutta esterna - per cui,
lungi dal derivarne un dolce stil nuovo, si modella invece
sul retoricismo provenzale tutta la lirica cortigiana del
Quattrocento con tutti i suoi germi di concettismo -, cos
spagnola sembra rimanere leggt?pi1t
che altrove a tn0duli. dei pritni. teInpi. rOtnan:zi
e a un'originaria possibilit di convivenza di forme. con-
trastanti.
Nel sottolineare la vitalit di correnti espressive che si
diramano dal medioevo per la successiva letteratura spa-
gnola e la duplicit di atteggiamenti e di risultati che esse
spesso convogliano, non penso alla medievalit e alla
tendenza al contrasto come categorie metafisiche ed
esistenziali de lo espafiol
42
E neppure, nel parlare, a pro-
posito della letteratura spagnola medievale, della costitu-
zione di tratti caratteristici della lingua letteraria spagnola,
penso a un concetto antistorico di genio della lingua
fissato per sempre; n intendo muovermi sul piano sincro-
109
nico di una tipologia in cui lo spagnolo venga ascritto alla
categoria di un contrasto pi o meno drammatico
e, fuori di ogni contingenza storica, barocco 43. Penso in-
vece all'effettiva costituzione, come fatto di storia e di cul-
tura, di un gusto, e di tradizioni, variamente ma realmente
operanti sulla varia originalit delle epoche successive; e
alla robustezza pertinace di alcuni stampi espressivi e di
alcune correnti formali del medioevo.
eli. clli il R.inasci1IJ:e!lt() spagnolo sente ancora unas11gge-
stione. talvolta inconsapevole, e Sl1 cui
il barocco, anche al di l della predsa seduzione quattrQ-
centesca, ritorna con chiara consapevolezza. Una consape-
volezza nella quale - oltre al rilando tridentino di posi-
zioni tomistiche e aristoteliche, alla rinnovata concezione
didascalica, al rinvigorito criterio d'imitazione - ebbe
certo la sua parte anche lo stimolo d'origine italiana a ri-
trovare nel proprio passato letterario motivo di prestigio
e fonte d'ispirazione.
2. Didascalismo e tecnicismo. A rischio di un'eccessi-
va generalizzazione, due
successiva al medioevo,. si
recare la traccia di posizioni medievali: la persistenza.. sia
di una concezione strumentale sia di una concezione oma-
>; ... Appul11:oif
forma e contenuto, tra valori di espressione e di comuni-
cazione, che entrambi gli atteggiamenti suppongono, pu
forse ritrovarsi alla base della divergenza di soluzioni che
segna la lingua letteraria spagnola col suo contrasto carat-
teristico. Il contrasto a sua volta pu farsi risalire in
massima parte a un'indifferenza per la diversit di quelli
che, essendo considerati mezzi, trovano comunque riscatto
e giustificazione nella sicurezza del fine al quale sono asser-
viti, sia esso un interno didascalismo, sia un pi esterno
tecnicismo cui importa, molto pi che non il risultato, l'in-
tenzione e lo sforzo.
110
a) La forma al servizio del contenuto. Cos, quanto al
primo punto. ancora un ripudio dell'ornamento quello
che alla base del desiderio di mortificazione formale e del
desaliiio di Santa Teresa. il concetto della funzione stru-
mentale dell'espressione a reggere tutte le stilizzazioni a lo
divino, dai rifacimenti ancor quattrocenteschi di strofette
tradizionali fino al delicatissimo doppio piano della veste
profana nelle poesie di San Juan de la Cruz; a collocare il
sapientissimo simbolismo degli autos sacramentales su una
linea che passa per l'allegoria medievale; o, su altro ter-
reno, a indurre uno scrittore intimamente moderno come
Cervantes a porre le sue libere creazioni sotto il segno di
una esemplarit per posticcia che essa sia. Sono atteggia-
menti, naturale, da riportare a un concreto ambiente sto-
rico di controriforma. Ma il richiamo a posizioni medievali
in sede formale non perde consistenza con l'inserimento nel
richiamo dottrinale; anzi acquista entro di esso una parti-
colare concretezza.
b) La forma esplicita: virtuosismo, stilizzazione. Quan-
to al secondo punto si direbbe che sia ancora la concezione
di un ornato come estrinseco all'espressione a segnare con
la caratteristica della medievalit la lingua spagnola, la quale
pare convertire in intrinseche avvertenzie le acciden-
tali adornezze che erano parte dell'antica coscienza for-
male romanza. stato osservato che la transizione d.a. ..un
momento medievale a un momento moderno trova il suo
pJ.l.nt; c1"11:ic() l1el.passaggi;dell'iclea .
cabilit di valore genericc) a.uIl
d,i:fferenzi.a.tg ...e ..... cio nell'evoluzione
dalla concezione di un ornato valido indistintamente per
qualsiasiv()lgare e, per s,. nobilitante, al concetto di un
che distingue .11n.
e. all'altro una propria. fisionomia, COll11l1
fedelt al pr()priotipo
44. Su questo piano possiamo dire che il
tipo dello spagnolo viene in parte a fissarsi appunto nella
sopravvivenza degli antichi moduli. Nell'evoluzione, in-
111
somma, dal concetto di decorazione esterna al concetto di
un interno decoro - che in ultima istanza la formu-
lazione umanistica di quello che nel Settecento sar il ge-
nio della lingua - il decoro dello spagnolo sembra ve-
nire a identificarsi con la decorazione stessa.
Appunto su questo piano pu interpretarsi un atteggia-
mento che conosciamo nelle sue forme elementari in Juan
Manuel: l'esplicitezza nell'assunzione di questa o quella
tecnica. Essa nelle sue forme estreme, in periodo barocco,
sembrer risolversi in uno sfoggio di lucidit, in un mirarse
haciendo per dirla alla Castro, mettendo lo sforzo in primo
piano fino ad annullare paradossalmente ogni altra realt 45.
Su questo terreno ancora, ..lln criterio ornamentalea,s()r-
reggere un atteggiamento che parso caratterizzante per la
letteratura spagnola: la persistente assimilazione di forme
in una loro utilizzazione stilizzata.c=d
decorativa.. Questa stilizzazione pu essere
il segno sotto il quale si posto uno dei secoli pi formativi
per la lingua letteraria spagnola come il Quattrocento, con
la sua ricerca formale inquieta e virtuosistica perch
intemperante e tecnicamente insufficiente; oppure pu
stare alla base di una letterariet assunta come criterio
di sintesi storiografica 46; oppure, d'altro lato, la stilizza-
zione di forme diverse pu essere un elemento che per-
mette pi prospettare una sostanziale analogia tra produ-
zione letteraria e arti figurative, in cui la sensibilit
formale spagnola si presenta in chiave di persistente
mudejarismo e atteggiamento plateresco 47. anche un
atteggiamento ornamentale a reggere tutta la tradizione del
cultismo spagnolo, in cui potremmo dire che verso il parlar
materno il fabbro si comporti come un cesellatore; il culti-
smo, che riesce appunto prodotto artificiale e transitorio
nei confronti del classicismo italiano, in quanto privo di
continuit interna e distaccato dalle radici popolari 48.
Questa oscillazione tra virtuosismo e volgarismo, in ul-
tima istanza, ancora quella che nel Due e Trecento oppo-
neva e allo stesso tempo saldava il parlar paladino e la
maestria, A non rendere antistorico il richiamo la persi-
112
stenza nella Spagna secentesca di quel saldo e ampio rap-
porto tra scrittore e pubblico di cui nota la precoce appa-
rizione nella Spagna medievale. Appunto il rilievo della
completa armonia che unisce per esempio Lope al suo pub-
blico, e un'interpretazione del suo teatro come l'esempio
forse pi perfetto di letteratura per masse, hanno rap-
presentato una via per ricordare ancora una volta come il
contrasto sia alla base della comedia 49. In questo senso
pu non costituire un parallelo troppo astratto ricordare
l'insieme di vanti di destrezza e d'impegni di diffusione che
era nelle mire degli autori del medioevo spagnolo, a pro-
posito delle considerazioni lopiane nell'Arte nuevo sull'im-
portanza culturale e l'inefficacia pratica dei principi della
drammaturgia colta. Generalizzando molto si pu addirit-
tura scorgere una persistenza della saldatura medievale tra
notoriet e novit di tradizione nello stesso popolarismo
spagnolo, quando lo si intenda come attitudine tutta me-
diata e stilizzata. Cos per il tradizionalismo; lo possiamo
guardare come saldatura fra tradizione notissima e forte-
mente suggestiva e una serie di tecniche varianti da un se-
colo all'altro, in una sorta di virtuosistica applicazione di
forme nuove all'antico modulo del romance, nella veste
morisca, pastorale, storico-romantica, surrealista. E nello
stesso modo possono anche interpretarsi tutti i sottofondi
letterari del teatro del Secolo d'Oro, e tutta la tradizione
della glossa e; in ultima istanza, tutta una compiacenza di
bravura e di maturit letteraria che in Spagna non circo-
scritta all'ambito del barocco. Essa appare nella continua
consapevolezza che lo scrittore mostra sia della cultura di
cui si sente rappresentante sia del pubblico da cui s'attende
l'applauso: da Berceo nel suo porsi come intermediario tra
la cartilla e i parrocchiani fino a Lorca nel manipolare in
chiave simbolista e surrealista romancero e gitaneria.
3. Il rinascimento come innesto tra medioevo e barocco.
Didascalismo e decorazione, virtuosistica esplicitezza dello
sforzo, ispirazione letteraria e volgarismo, e ancora sempre
113
8.
contrasto . Continuiamo a motare intorno ad atteggia-
menti che tanto sembrano porsi come costanti di tutta la
letteratura spagnola, a segnarne il persistente medievali-
smo, quanto come forme tipiche del barocco nella sua con-
cretezza di periodo storico. Una volta di pi essi sembrano
ancorare la lingua letteraria spagnola al di l di un porto
di misura e di classicismo. N conduce a un ambiente di-
verso la concreta vitalit che nell'epoca aurea mostrano
alcune correnti stilistiche, nel loro sgorgare da sorgenti
medievali e nel loro irrobustirsi con l'apporto di affluenti
di pi moderna e diretta classicit.
Non c' dubbio per esempio sulle radici esplicite che il
gusto di concisione e il senso epigrammatico di Quevedo e
di Gracian trova in Marziale e in Giovenale; o, su altro
piano, non c' dubbio quanto alla scia petrarchesca sulla
quale si muovono moduli di antitesi e di coppie sinonimiche
per secoli di poesia e di prosa spagnola. Ma in entrambi i
casi c' un rilancio rinascimentale e post-rinascimentale di
antiche forme familiari all'et media spagnola e viene im-
pressa una nuova continuit al legame storico con la tra-
dizione gnomica di Juan Manuel e di Sem Tob o con la
tradizione di simmetria e contrapposizione che era nell'an-
tico ornato. L'eredit antica nella Spagna dell'epoca aurea
operer, certo, per via diretta attraverso un nuovo delibe-
rato richiamo; ma continuer pure ad operare entro i mean-
dri pi tortuosi rappresentati dall'elaborazione che attra-
verso la bassa latinit e la patristica l'aveva gi trasmessa
al patrimonio medievale. Sar questa tradizione medieva-
lizzata e ispanizzata ad assimilare nuovamente e in parte
ridurre a s la suggestione nuova. Cos il Seneca della Spa-
gna cinque e secentesca non spoglio dei riflessi della mi-
tica autorit che lo avvolgeva nel medioevo, e Lucano per
Jauregui ha lo stesso luccichio tenebroso che aveva sedotto
Alfonso X e Juan de Mena 50. Cos coppie sinonimiche e
moduli d'antitesi continueranno in parte a inserirsi in un
gusto del parallelismo, spesso meccanico ed esterno, in cui
il richiamo umanistico o ciceroniano rester diluito in una
concreta tradizione d'ininterrotta medievalit. Allo stesso
114
modo la brevit tender sempre pi a perdere i legami
con la chiarezza, divenendo molto pi oscurit e difficolt
che non gusto di sobriet concisa. A denominatore medie-
vale di una secolare corrente stilistica imperniata su so-
briet e chiarezza, da Prez de Guzman a Valds (e sono
termini tutt'altro che rigidi), stato posto sovente JU8.n
Manuel; ma lo stesso Juan Manuell'autore al quale si
richiama esplicitamente Gracian, lodandolo come inven-
tivo , se pur prudente , e insistendo per lui su un ele-
mento molto barocco di ingenio e di agudeza 51.
Ed ancora un carattere barocco ad attirare a s le fila
di correnti stilistiche originariamente diverse. Cos, mentre
il gusto della variatio tematica continua a reggere l'indiffe-
rente sfilata delle avventure del picaro, il gusto della varia-
tio verbale e del lusso espressivo si cristallizza durante il
Quattrocento nell'esuberanza lessicale di alcune pagine del
Corbacho e della Celestina; e questa sembrer allora op-
porsi, o se non altro alternarsi inarmonicamente, all'interno
della stessa opera, al retoricismo latineggiante e colto. Ma
sar la stessa esuberanza a saldarsi in pieno col gusto stesso
del cultismo in Juan de Mena, allora, e poi in G6ngora.
A sua volta, la chiarezza , lo sappiamo, alla base di un
gusto persistente. Esso trover forse la sua miglior fornm-
lazione teoretica nelle pagine di Valds allorch, su scia
castiglionesca ed erasmiana assai pi che alfonsina, avvici-
ner estremamente la lingua scritta alla lingua parlata, po-
nendo la prima al solo dparo dalla rusticit. Quanto alla
llaneza, nel senso ancora di permanente possibilit di venir
compresi, era l'ideale espressivo al quale estudiosos va-
rones del primo Quattrocento intendevano affidare il
proprio desiderio di perduraci6n 52. Ma le linee della
llaneza e della chiarezza sono tutt'altro che parallele. Anzi,
l'uso piano abbandonato a se stesso pare convogliare una
possibilit di volgadsmo; e di questo la grottesca stilizza-
zione operata in certe forme di linguaggio di rustici nel
teatro, o la prevaricazione abituale di Sancho Panza,
ci mostrano la deformazione caricaturale. Ma esso pure il
criterio cui si affida una Santa Teresa. Con tutta la pecu-
115
liarit del caso mistico, qui appunto dove il libero
abbandono alla llaneza, nel ripudio di ogni altro criterio
regolatore, sembra lasciar operare pi apertamente !'intrin-
seco suo lievito metaforizzante e concettistico.
116
Parte seconda
Il problema e ii materiale
1.
IL CONTATTO FRA SPAGNA E ITALIA NEL RINASCIMENTO
1. In prospettiva italiana: la Spagna come manierismo.
evidente che a un tentativo di caratterizzazione della tra-
dizione formale spagnola nuoce una prospettiva italiana.
Essa racchiude in s i termini di un raffronto che tende a
scivolare in ovvia opposizione; per cui vengono a porsi in
primo piano gli elementi di semplice diversit, col rischio
di essere troppo facilmente indicati come caratteristici e la-
sciarne in ombra altri di non minor peso. stata del resto
una prospettiva extra-spagnola quella che nella critica che
sta alle nostre spalle andata via via fissando la caratte-
ristica spagnola appunto in elementi come popolarismo,
realismo, medievalit, barocco, contrasto, ecc. ecc. In que-
sti infatti spiccava pi che altro la diversit rispetto al
resto d'Europa, e in particolare rispetto all'Italia e a quella
concezione di Rinascimento che ad essa suole riportarsi.
Rischierebbe dunque di essere arbitraria una considera-
zione del tipo della lingua letteraria spagnola operata alla
luce troppo diretta di quello italiano, in uno schema che,
ricordando qui la fusione di maturit formale e immedia-
tezza popolare, l la convivenza tra violenza cultista e vol-
garismo 53, opponga troppo rigidamente classicit a medie-
valismo baroccheggiante, retorica a retoricismo, misura a
contrasto. Anzi la genericit di questi concetti ne pu per-
mettere addirittura il capovolgimento non appena si sposti
il punto d'osservazione. Cos per esempio quando l'oppo-
sizione si prospettasse in termini di rapporto tra lingua e
117
dialetto, qui la misura cadrebbe molto pi su terreno
spagnolo, dove questo rapporto appare alquanto pi li-
neare in virt della preponderante dimensione politica entro
la quale si svolge (con l'espansione del castigliano al passo
con l'unificazione, entro reazioni regionali in cui pi spo-
radica la resistenza di quanto non siano frequenti i cedi-
menti e gli ossequi alla regione dominante 54); mentre un
secolare contrasto quello che segna a questo riguardo
la situazione italiana, col ribollire di un dialettalismo lun-
gamente vitale al di sotto della levigatezza della lingua let-
teraria.
Non sar per arbitrario, anzi rappresenter forse la via
storicamente pi valida, rilevare la consapevolezza di di-
versit, quale stata manifestata da spagnoli e italiani in
un momento particolarmente significativo. Nel momento
cio in cui le vicende esterne portano le due lingue e le
due culture a una fase di massimo contatto, proprio al-
l'epoca in cui l'una e l'altra si accingono pure a codificare
i propri criteri e a prendere consapevolezza del proprio
tipo, nel sorgere cinquecentesco di una coscienza riflessiva
e normativa.
Cos, dal versante italiano, una ormai classica conside-
razione della cultura spagnola in epoca umanistica e rina-
sdmentale alla luce della reazione destata nella cultura
italiana, si soffermata a lungo sui rimproveri di immatu-
rit e non di rado di barbarie che questa muove a
quella. Al di l di un atteggiamento censurante che non
pi il nostro, quanto ci interessa i1wece, in questa reazione
rinascimentale italiana, l'emergere di alcuni tratti come
caratteristici della lingua e della letteratura spagnola. In
essa viene configurata come elemento persistente nelle
opere spagnole divulgate in Italia (coplas e glosas della
lirica erotica e cortigiana, romanzi cavallereschi, di costumi
e d'amori, libri morali) una mancanza di naturalezza, che
il parallelo sul piano formale di quanto sul piano del co-
stume poteva rappresentare per gli italiani la cerimoniosit
spagnola; e viene sottolineato il troppo evidente scoprire
l'artificio entro la molta dolcezza nella lingua 55. Ora,
118
pensiamo alla scia che per esempio Guevara (che Croce
citava qui soltanto come autore morale) ha lasciato da un
punto di vista formale nel mondo anglosassone; e ricor-
diamo, anche al di l dei termini del Rinascimento, che i
prodotti letterari ispanici pi esportati, ora pi seducenti
ora, pure, pi discussi, saranno ancora il teatro del Secolo
d'Oro e Grachin - per non ricordare la ricchezza metafo-
dca della mistica - o, pi vicino a noi, Gongora e lo
splendore formale della poesia moderna, e in particolare
Lorca (o Neruda). Se vogliamo rintracciare un elemento di
tipicit spagnola nella diffusione, in quanto frutto di extra-
iieza, tra ci che spagnolo non 56, le fattezze manieristiche,
artificiose e, perch evitar la parola?, barocche , che lo
espafiol assume nella coscienza rinascimentale italiana,
risultano tratti fisionomici molto pi che espressione di
circostanza.
2. In prospettiva spagnola: la tradizione illustre come
disagio. Che a sua volta la coscienza rinascimentale spa-
gnola sia segnata da un certo disagio, considerazione che,
scontate ormai vecchie riserve sull'esistenza stessa di un
rinascimento in Spagna, tutti ben conosciamo. Si parlato
dell'atteggiamento spagnolo verso umanesimo e rinasci-
mento come partecipazione esitante e riservata, e percorsa
da una certa inquietudine verso sollecitudini pi tollerate
che pienamente vissute; si visto nell' idea rinascimen-
tale quel polo dalla cui congiunzione e contemporaneit
col persistente medievalismo nasce In Spagna il dualismo
dell'arte barocca; si prospettata un'elaborazione tutta
spagnola del rinascimento nel senso di una sintesi di ele-
menti contrapposti in cui avviene una fecundaci6n de la
tradici6n espafiola por corrientes universales 57. Tra le
innumerevoli pagine sull'argomento, queste tre in parti-
colare rilevano da punti di vista molto diversi il passaggio
che da un'adesione riottosa a stimoli e sollecitazioni esterne
porta a una loro utilizzazione volta in senso ispanico.
119
Un disagio iniziale e un successivo ridimensionan1e
l1
t()
segnano chiaramente la reazione della precettistica rinasci-
mentale spagnola a una serie di motivi che essa trova lieIla
dottrina linguistico-letteraria italiana coeva o di poco an-
teriore. Non suscitano disagio, certo, nella Spagna in1pe-
riale, anzi si prestano fin troppo facilmente a una vuelta a
lo espanol che ne raccoglie l'aspetto pi esterno e vistoso,
certi spunti competitivi tipici dell'epoca. Cos l'afferma-
zione del proprio volgare nella contesa eutopea tra l'una e
l'altra lingua, che scivola qui nel sentimento di una supe-
riorit marcatissima, s, ma spesso legata alla fortuna delle
armi. Cos, ancora, lo stesso confronto col latino, il quale
per la lingua di Spagna si pone sul piano, esterno pi che
culturale, di un effettivo prestigio imperialistico 58. N su-
scitano gran disagio, anzi vengono rapidamente cacciati in
zona di penombra, altri spunti che per la Spagna avevano,
se presi alla lettera, scarsissimo significato, come la discus-
sione del rapporto fra volgare e latino che essa, priva com'
di una fiorituta latina quattro o cinquecentesca, lascia logi-
camente cadere. Va ricordata anche a questo proposito la
tenuit che alla luce dell'unificazione politica assume qui
la discussione della norma geografica e sociale.
Ma, avvolto in queste discussioni che non era difficile
preterire o ridimensionare, la dottrina italiana offre pute
a quella spagnola un concetto che essa non poteva n igno-
rare n, almeno al principio, adattare alle proprie condi-
zioni: cio il1c:lisSllssllclill11 .
e la sua stretta connessione con quella dignit e -quel pre-
stigio che la Spagna da almeno un secolo riconosceva alla
letteratuta italiana. un motivo pi tenuemente legato a
condizioni politiche (e quindi meno suscettibile di subire
slittamenti e snaturamenti), anzi a queste apertamente con-
traddittorio, e d.'impostazione tutta cultutale. dunque
quello che pi perplessit doveva destare in Spagna. La
presa di coscienza, in cui in Spagna viene ora a chiarirsi te0-
l'eticamente la irreflexiva admiraci6n quattrocentesca 59, por-
ta a conc1usiol1i che non si addicono allo spirito di contesa
rinascimentale; e ora sollecita il pundonor locale 60 che
120
reagisce con velleitaria vanteria, ora induce i temperamenti
pi riflessivi a constatazioni di carenze.
Si trattava inoltre di un motivo chiaramente foriero di
equivoci nella sua stessa duplicit d'impostazione origina-
ria. Il concetto di una lingua letteraria, consapevole dei
propri fini e dei mezzi che essa pu attingere dalle proprie
caratteristiche, giunge infatti in Spagna nella duplice ela-
borazione che esso riceve neI pensiero italiano del primo
Cinquecento. Giunge quindi rifratto e lacerato nel1e due
opposte immagini che, delle caratteristiche dell'italiano let-
terario, e pertanto dei criteri coi quali coltivarlo , questo
pensiero si era costruito. Da un lato. c'era la.. C:Ql1e;;ipl1e
formalistica, aulica, retorica, deI Bembo, che al vecchio
ornato sostituisce l'auctoritas non meno immobile del ti:e-
centisti e, quale perenne imitazione di modelli, tende per
definizione a mantenere la lingua d'arte al di l della lingua
d'lJs? il. realismo lingllistic()c1t=ICastigliQ!le,
circostal1zt= amp.ientali e storiche.
Come vengono da quest'ultimo raccolti gli spunti pi vitali
di quella stessa eredit ciceroniana che per altri poteva
cristallizzarsi in immota reverenza, cos nella dottrina spa-
gnola deI Cinquecento la riflessione grammaticale italiana
ora trover un'accoglienza letterale, a rischio di venirne
snaturata, ora dal' luogo a un'assimilazione e un adatta-
mento condotti con un pi accorto senso d'attualit.
Assimilazione e adattamento che mi pare che vengono
tentati sia dell'una sia dell'altra posizione italiana, ma tut-
tavia sembrano segnarne un certo avvicendamentQ'1'JCll1
c' dubbio che era il Castiglione (e il Trissino, e prima, e
su altro piano, Lorenzo 61) ll.. offrire, col ricol1oscil11el1to
della validit dell'uso, con l'eclettismo realistico, con la
paradign1atici, l'it
l1
Postazione pi sug-
gestiva e.adattabile alle condizioni spagnole; ed infatti,
come vedremo, una trasposizione di questi atteggiamenti
- i pi suscettibili, inoltre, di fondersi con spunti analo-
ghi di provenienza etasmiana - a prevalere nella dottrina
spagnola dei primi decenni deI secolo. Ma anche possibile
intravvedere una seduzione esercitata dalle posizioni bem-
121
biane e una progressiva assimilazione che di queste sembra
andar compiendo la riflessione spagnola del Cinquecento,
nel suo passaggio verso il manierismo e il barocco; quasi
abbandonando la primitiva prudenza con cui s'era allineata
con la posizione pi moderata e assumendo, se pur timida-
mente, la pi impegnativa. In questo passaggio, a sua
volta, l'impostazione retorica del Bembo finisce per assu-
mere la funzione di stimolo a un'evoluzione che condurr
a conseguenze assai remote dall'ambiente originario.
II.
LA RIFLESSIONE SPAGNOLA SULLA LINGUA E SULLA
LETTERATURA
1. Le poetiche non organiche: precocit, concretezza.
L'assunzione della precettistica spagnola del Cinquecento
come terreno d'indagine e di verifica intorno a uno dei
momenti pi critici della coscienza lettetaria spagnola pu
inconere in un rischio d'arbitrariet ancor maggiore di
quello che suole incombere sulla scelta di un qualunque
angolo visuale a preferenza di altri. Potrebbe trattarsi in-
fatti di un terreno talmente franoso da risultare inesistente.
La totale assenza di precettistica per quattro quinti del
Cinquecento il rilievo da cui prende le mosse lo studio
che pi specificamente stato dedicato alla dottrina lette-
raria nella Spagna del Rinascimento e del Secolo d'Oro 62.
Le pagine di Vilanova sono tutte volte a ribadire il ritardo
con cui soltanto verso la fine del secolo appaiono in Spagna
codificazioni, in massima parte mediocri; l'assoluta indi-
pendenza che la produzione letteraria mantenne sia verso
queste tarde opere normative in volgare sia verso la teoresi
umanistica (che, a sua volta, nei riguardi della produzione
volgare restava sprezzante e remota, e priva quindi d'effi-
cacia pratica); l'empirismo insomma con cui il Cinquecento
spagnolo crea e la distrazione con cui esso teorizza.
122
Occorre sottolineare subito come siamo qui di fronte a
un concetto di precettistica che viene a identificarsi
con quello di poetica e spesso, pi ristrettamente an-
cora, con quello di arte metrica e versificatoria. Non c'
dubbio, in questo senso, quanto alla parentesi di pi di
ottant'anni (1496-1580) che intercorre tra le due Arti
di Juan del Encina e di Sanchez de Lima. Ma lo stesso Vi-
lanova registra in questo vuoto l'esistenza di due hitos :
l'Epistola di Boscan e il Discurso di Argote de Molina, che
vere e proprie Arti non sono. Il quadro poi apparir
molto meno rarefatto quando lo sguardo si volga a una
produzione che nei riguardi delle Arti vere e proprie
diversa ma dettata da un impegno teorico e normativo
ugualmente sorretto, e forse piil autentico e meno prono
al luogo comune. Non la poetica , potremmo dire, nel
suo grande alveo platonico oppure aristotelico; piuttosto
le poetiche , intese in senso pi individuale e pi con-
creto che non sia l'esposizione delle regole per ben poetare
e la riflessione sul concetto di poesia. Anzi, se di riflessione
e di esposizione di regole si tratta, esse risultano impegnate
appunto in un esame e in una presa di coscienza delle ca-
ratteristiche della tradizione linguistica e letteraria spa-
gnola, e in una ricerca di norma in stretta coerenza con la
varia valutazione di questa tradizione alla luce dei criteri
rinascimentali.
L'individualit, la concretezza, talvolta l'empirismo, che
sorreggono questa produzione meno canonica, si riflettono
da un punto di vista esterno nel suo aspetto frammentario
ed estemporaneo. Si tratta in massima parte di prologhi e
di pagine sparse (e sono esempi tipici i prologhi-epistole di
Garcilaso e di Boscan, il discorso di Morales, l'introduzione
di Francisco de Medina alle Anotaciones di Herrera, i pro-
loghi di Fray Luis de Le6n alle poesie e al terzo libro de
Los Nombres de Cristo); non per nulla gli studiosi pi
volte ne sono stati indotti in tentazioni antologiche 63. Que-
sto aspetto a-sistematico culminer nel carattere annota-
torio delle pagine del Brocense, e soprattutto di Herrera,
ma aveva gi una prima espressione nella mancanza di 01'-
123
ganicit del Dialogo di Valds; appunto questo aspetto di-
stingue questa varia produzione dalla poetica vera e
propria, e non soltanto dal punto di vista dell'organizza-
zione del discorso.
La distinzione diviene pi profonda quando ci si pro-
spetti la precettistica cinquecentesca spagnola sotto il pro-
filo di un distacco molto minore dalla realt della produ-
zione letteraria, che non sia quello della poetica 64. Non
tanto per l'eventuale efficacia pratica che queste riflessioni
teoriche possano aver esercitato; piuttosto per il. rapporto
contrario. Il precettista infatti - e s'intenda qui l'au-
tore di pagine, anche minime e fugaci, su problemi di lin-
gua e di letteratura - non necessariamente una figura
astratta di discettatore, attento solo a principi e a dottrine.
spesso un autore egli stesso, impegnato in un atto di rin-
novamento, nella prima met del secolo, nell'assunzione
di questo rinnovamento, nella seconda met; indotto, co-
m l ~ q u e alla riflessione da una sua esperienza personale,
concreta, pratica, talora minuta; ed il caso di Boscan e
Garcilaso, di Fray Luis de Leon e pi di ogni altri Herrera.
Oppure, anche quando sia pi accentuato l'atteggiamento
normativo e siano minori l'impegno e l'esperienza della
creazione letteraria vera e propria (nel prevalere di inte-
ressi dottrinali come in Valds, storiografici, genealogici,
eruditi come in Morales o Argote de Molina), il precet-
tista pur sempre storicamente immerso nella propria
epoca, della quale, anche se non promotore di innovazioni,
a sua volta eco e riflesso. Con le dovute differenze, cir-
costanze analoghe sono nel Proemio di Santillana, in cui,
molto pi che la pedissequa assunzione ed esposizione di
un concetto di poesia, interessano le notazioni sulla con-
creta produzione letteraria che faceva parte della sua cul-
tura ed esperienza reali.
La riflessione sulla propria lingua e la propria lettera-
tura nella Spagna del Cinquecento presenta dunque, ri-
spetto alla precettistica quale la intende Vilanova, una
profonda diversit, almeno sotto due punti di vista. Anzi-
tutto, essa appare in sviluppo molto pi precoce della
124
poetica in volgare: la prima edizione del discorso di
Morales del 1546, lo scritto di Garcilaso del 1533-34,
e addirittura al 1515 risalgono alcune pagine di L6pez de
Villalobos, nelle quali s' intravvisto il primo germe di po-
sizioni destinate a un'ampia fecondit nella seconda met
del secolo 65. Inoltre, questa produzione non si presenta in
attitudine di neghittoso disprezzo, come la precettistica
classica spagnola, verso la letteratura volgare; al contra-
rio, unita a quest'ultima in stretta simbiosi. infatti la
letteratura in volgare - potremmo dire, la maggiore o
minore volgarit della propria letteratura - a fornire la
materia di riflessione; e alla produzione volgare sono desti-
nati i pur tenui spunti normativi che questa riflessione
contiene.
L'empirismo che caratterizza questa produzione nei con-
fronti della poetica della fine del Cinquecento e della
dottrina umanistica, risulta anche un elemento distintivo
nei confronti delle opere teoriche ad essa immediatamente
precedenti. I grandi tentativi di codificazione di Nebrija in
terreno lessicale e grammaticale, di Juan del Encina in cam-
po pi specificamente poetico, esprimono, s, la coscienza
normativa della lingua e della letteratura volgare nel mo-
mento in cui essa storicamente appare; ma c' in essi l'as-
sunzione di un atteggiamento in massima parte esteriore,
formale, indifferente a verifiche. Sar invece principale im-
pegno della riflessione spagnola cinquecentesca quello di
condurre sulla realt locale una verifica di alcuni principi
della dottrina extra-spagnola.
2. Lode per la lingua, biasimo per gli scrittori. L'al-
terno gioco tra il luogo comune e la sua applicabilit alla
concretezza della situazione spagnola il filo conduttore
di questa produzione sparsa. Appunto per il loro carattere
non organico, questi testi presentano pi i riflessi di questa
o quella teoria che non una piena assunzione; e allo stesso
tempo appaiono strettamente scanditi nella realt effettiva
della progressiva strutturazione di una tradizione letteraria.
125
In termini generali, due soprattutto sono i luoghi comuni
sui quali queste pagine sembrano imperniarsi, e alla cui
insegna esse talvolta sono state poste effettivamente: l'elo-
gio per la propria lingua, il biasimo per la propria produ-
zione letteraria. Qui, un vanto per lo strumento, che sfocia
nell' apologia; l, un rimprovero per i modi della sua
utilizzazione che, nel registrare la mancanza di prestigio
-.letterario e ascriverla alla trascuratezza degli scrittori, di-
venta rimpianto e talvolta senso di mortificazione 66.
Il progressivo risolversi di questo nodo avviene man
mano che l'elogio aprioristico della lingua diventa pacata
consapevolezza delle sue peculiarit e delle sue possibilit,
e il biasimo per la manchevole elaborazione letteraria perde
l'originaria asprezza per farsi concreta esortazione a ben
operare curando queste possibilit stesse. L'evoluzione e
la convergenza delle due linee segnano la crescente matu-
rit della coscienza rinascimentale spagnola e la graduale
assunzione di una propria personalit, al di l dell'atteg-
giamento recettivo, o esternamente competitivo, o rinun-
ciatario, con cui la Spagna a tutta prima reagisce a questi
spunti di provenienza italiana.
Su questo piano, sorge naturalmente una periodizzazione
della cultura spagnola del XVI secolo, lungo la via che
conduce dalla meccanica trasposizione di atteggiamenti
esterni, attraverso una lucida presa di coscienza dei criteri
nuovi nel loro intimo funzionamento e nella loro applica-
bilit alle condizioni locali, a una utilizzazione infine di'
questi criteri in una rinvigorita consapevolezza di perso-
nalit. A rischio di un eccessivo schematismo, Nebrija,
Valds, Herrera, rappresentano il passaggio dall'avventata
presunzione, all'affermazione delle capacit della pro-
pria lingua - la cui riconosciuta volgarit non le
connaturale, ma da imputarsi a una errata tradizione let-
teraria che non l'ha saputa nobilitare -, al riconoscimento
infine di una nobilt nella propria tradizione.
Ed una tradizione, quella in cui la cultura spagnola va
trovando motivo di nobilt e d'orgoglio, che con l'inol-
trarsi del Secolo d'Oro va progressivamente arretrando nel
126
tempo. Mentre Herreta guarda esclusivamente alla poesia
all'italiana e risale al massimo a Santillana, l'apparizione
del nome di Juan Manuel nelle pagine di Gracian suggeller
l'emulazione con l'Italia proprio nel campo nel quale la
Spagna inizialmente si sentiva pi indifesa. Come gi in
Argote de Molina, la rivendicazione dell'esistenza di l;n'al1-
tica tradizione letteraria spagnola da parte della cultura
spagnola tardo-rinascimentale e secentesca avviene in. 1113.s:
sul piano del vanto d'antichit, non su quello
del riconoscimento di una continuit formale. Ma il tenta-
tivo direcupero esterno del proprio passato letterario, an-
che se velleitario e sporadico, contemporaneo al vigore
interno che le caratteristiche formali elaborate dalla lette-
ratura medievale spagnola effettivamente riacquistano in
Spagna in epoca barocca.
127
Parte terza
I testi
1.
LA CONSTATAZIONE DEL PRIMATO (FINE DEL QUATTRO-
CENTO)
1. Nebrija. L'alternanza di due diversi modi di ade-
guamento della cultura spagnola alle sollecitazioni rinasci-
mentali trova all'inizio la sua esemplificazione pi vistosa
nel contrasto tra la modernit ampiamente velleitaria di
Nebrija e quella, che pi intima e vitale coscienza critica,
di Juan de Valds; e nella consapevolezza che di questo
divario Valds palesa ampiamente 67.
Tutto fremente di novit appare il primo, che delle nuo-
ve concezioni 68 importa in Spagna gli aspetti pill appari-
scenti, col risultato intimamente contraddittorio di vantare
un passato prestigioso e una gloria recente nel momento
stesso in cui ostenta l'inizio di un corso del tutto nuovo.
Si vedano, nel Prologo alla Gramatica 69, i magniloguenti
cenni all'occasione propizia (<< despues de repurgada la cris-
tiana religion... , despues delos enemigos de nuestra fe ven-
cidos... , despues dela justicia i esecucion delas leies... , no
queda ia otra cosa sino que florezcan las artes dela paz );
l'imbonimento riguardante la propria posizione di innova-
tore (<< io quise echar la primera piedra , e pi avanti io
delibere, con gran peligro de aquella opinion que muchos
de mi tienen, sacar la novedad desta mi obra dela sombra
i tinieblas escolasticas ala luz de vuestra corte); e la men-
zione degli illustri predecessori (<< hazer en nuestra lengua
lo que Zenodoto enla griega i Crates enla latina). O
ancora si veda nel Prologo al Vocabulario tutta l'enfasi
dell'aspirazione a gloria inmortal ; il personalismo quasi
128
messianico con cui Nebrija afferma d'aver percorso una
vereda que a mI solo de los nuestros me fue divinamente
mostrada e di essersi recato in Italia non per gli scopi
usuali (<< ganal' rentas de iglesia, traer f6rmulas del de-
recho, trocar mercadedas ) ma per ricondurre in Spagna
gli autori latini che ne erano esiliati da secoli; e si veda il
richiamo a Pietro e Paolo apostoli a proposito della propria
predicazione in Salamanca, fortezza dei gentili e, soprat-
tutto, la persistente taccia di barbarie che Nebrija rivolge
alla cultura spagnola 70.
A unificare le alterne prospettive con cui Nebrija guarda
alla propria lingua, soprattutto nelle pagine programma-
tiche dei due prologhi, essenzialmente un fatto di tono;
l'enfasi uguale e indifferente con cui egli ora pone l'accento
sulla gloria nuova. che alui
sl'ggVQla, ora
lnfinesuIf'dfettiva .gloda present dell'affermazione poli-
tica del suo paese. Cosicch la lingua appare suelta de las
leyes del arte , l dove egli si vanta di averla sottomessa
a regole; ma d'altro lato - ed citazione notissima -
tanto enla cumbre, que mas se puede temer el decendi-
miento della que esperar la subida , l dove egli chiara-
mente si prospetta l'elaborazione letteraria in senso utili-
tario, e celebrativo di hazafias 71.
appunto questa esteriorit del gesto, privo del soste-
gno di un intimo e pacato adeguamento, ci che in ultima
istanza denota l'atmosfera ancora quattrocentesca nella
quale Nebrija si muove. Nebrija, certo, ha sostituito ormai
alla suggestione della precettistica provenzale, che ancora
operava su Villena e su Santillana, i nuovi ragionamenti
del ValIa e dell'Alberti; ma il suo vanto che la lingua
en la cumbre , mentre sorge sulla base tutta politica e
pratica di un imperialismo in atto (e di qui la stessa moti-
vazione della propria codificazione grammaticale e lessicale
in termini di facilitata divulgazione) 72, non se non un'eco,
di diversa tonalit, a voci di mezzo secolo prima. Si tratta,
diremmo, di una risposta tutta esterna a una domanda re-
torica. In essa l'occasione politica fornisce la ragione, quasi
129
9.
il pretesto, per convertire in orgoglio quel disprezzo con
cui i due spagnoli dell'epoca di Giovanni II - forti l'uno
d'una concezione di tecnica eminentemente medievale, l'al-
tro della vecchia teoria degli stili - avevano considerato
le scritture in volgare 73.
Quanto alla produzione letteraria spagnola che si pre-
senta al suo sguardo Nebrija non si pone il problema se
essa abbia, in s, un carattere pi o meno illustre, pi o
meno volgare. La ritiene illustre 74 tout court, in quanto, al
pari della lingua, essa pu stare debaxo de arte (e in
questo uno stacco nettissimo dalla considerazione spre-
giativa in cui la teneva Santillana); e la vede come un re-
pertorio al quale attingere con ampiezza per la sua esem-
plificazione metrica e grammaticale. Pure, in questa utiliz-
zazione il segno implicito di un apprezzamento; ad esem-
pio l dove Nebrija allinea la citazione di un passo di una
satira di Persio a quella di un verso del Debate di G6mez
Manrique, per mostrare casi di infinito sostantivato (III, 5);
oppure, nello spiegare l'espressione canto a proposito
della poesia, adduce Virgilio assieme a una doppia cita-
zione del Laberinto e delle Coplas contra los pecados mor-
tales (II, 2). Sfatato il mito di una considerazione antono-
mastica, uguale ed esplicita, di Virgilio e di Juan de Mena
come el Poeta 75, 1' autorit che Nebrija riconosce a
pari titolo a scrittori latini e a scrittori spagnoli emerge da
s, attraverso simili giustapposizioni; e in questo Nebrija
anticipa un atteggiamento sul quale saranno imperniate le
Anotaciones di Herrera 76.
D'altra parte, in Nebrija, la considerazione della lettera-
tura spagnola a lui precedente e contemporanea ha per de-
finizione un carattere antologico. Essa sorge di scordo,
sotto motivazioni particolari e soprattutto entro un inte-
resse normativo e precettistico, che opera in sede esclusi-
vamente di grammatica, nel suo senso lato di codificazione
retorica. La scelta delle dtazioni dunque troppo intrinse-
camente legata a un fine dimostrativo ed esemplificatorio
perch vi si possa scorgere un chiaro criterio di gusto 77.
Entro queste caratteristiche di prospettiva, il panorama
130
della letteratura spagnola che appare nella Gramatica mo-
stra in primissimo piano la produzione quattrocentesca di
scrittori individuali e colti, d una lieve apertura al filone
tradizionale e lascia intravvedere, in lontananza, il nome
di Alfonso X.
Ma esso rimane remoto, le due volte che appare. Cos
nel Prologo Nebrija ricorda come la lingua castigliana
que tuvo su nUlez enel tiempo delos jueces i reies de
Castilla i de Leon , comeno a mostrar sus fueras en
tiempo delmui esc1arecido i digno de toda la eternidad el
rei don Alonso el Sabio, por cuio mandado se escrivieron
las Siete Partidas i la GeneraI Istoria, i fueron trasladados
muchos libros de latin i aravigo en nuestra lengua castella-
na (p. 8). La concezione (o meglio l'immagine) evolutiva
e naturalistica delle lingue tutte, che nascono, si rafforzano,
fioriscono e decadono, lo spunto dal quale ha avuto inizio
il ragionamento di Nebdja sin dalla prima riga del Prolo-
go 78; sviluppato per qualche pagina ed esemplificato a pro-
posito dell'ebraico, del greco, del latino, esso viene ora
applicato alla lingua di Spagna. Si tratta, come sappiamo,
di un concetto massimamente avvolto in implicazioni sto-
riche e politiche, e strettamente connesso con l'idea di
imperio ; ed anche il concetto che sta alla base della
stessa attivit codificatrice di Nebrija. Nella mancanza di
fijaci6n per lui il motivo, appunto, del gran muta-
mento avvenuto nella lingua lungo i secoli precedenti:
Esta hasta nuestra edad anduvo suelta i fuera de regIa;
i a esta causa a recebido en pocos siglos muchas mudanas
por que, si la queremos cotejar conIa de ai a quinientos
afios, hallaremos tanta diferencia i diversidad cuanta puede
ser maior entre dos lenguas (p. 9). Di qui il senso di
distanza e diversit nei riguardi di Alfonso X; gloria effet-
tiva, ma lontana e formalmente superata. Tant' vero che
altrove, a giustificare una costruzione sintattica che per
Nebrija erronea (cio la concordanza del participio con
haber), non giova il fatto che essa appaia nelle Partidas, dato
che el uso echo defuera aquella antiguedad (III, 14).
Alfonso presenta cos per Nebrija il fascino generico del-
131
1'antichit, non certo la consistenza precisa del precedente
formale; questo un atteggiamento che ritorner con insi-
stenza nella riflessione spagnola su cose di lingua e di let-
teratura.
Quanto alla poesia tradizionale, nella Grammatica ap-
paiono tre romances, di cui vengono citati uno o pi versi:
Digas tu el ermitafio (II, 6), Morir se quiere Alexandre
(II, 8) e De los sus ojos llorando (IV, 7), identificati i primi
due, non cos il terzo 79, e introdotti rispettivamente come
aquel romance antiguo , e1 otro romance , aquel
romance , a esemplificazione di fatti metrici (la rima as-
sonante, il numero di sillabe) e sintattici (il pleonasmo) 80.
Su aquellos cantares que llaman romances Nebrija torna
ancora una volta (II, 10) presentandoli come esempio di
componimento monorimo (in cui todos los versos caen
debaxo de un consonante).
La poesia tradizionale ha dunque perso. in Nebrija il
l
11
arcnio. d'inferiorit rispetto a quella colta che essa aveva
"nl Proemio di Santillana, anche se ben lontana dall'ac-
quistare la considerazione preferenziale che otterr inVal-
~ La setie di citazioni di romances che nella Gramttica,
una serie non fittissima ma neanche sparuta, attesta una
loro considerazione da parte di Nebrija del tutto parallla
a quella che egli esercita verso forme poetiche pi presti-
giose; nel suo repertorio di forme metriche, Nebrija si sof-
ferma con la stessa obiettiva puntualit sull'ottosillabo dl
romance anonimo come sul dodecasillabo di Juan de Mena.
Una differenziazione tuttavia esiste, ed essa sta nell'aura di
antichit che spesso per Nebrija avvolge i romances.
ul1'antichit che,. in un punto almeno, s'identifica. con una
taccia di maggior imperfezione, l dove Nebrija postula
chiaramente l'inferiorit della rima assonante rispetto alla
rima completa: Nuestros maiores no eran tan ambiciosos
en tassar los consonantes i hatto les parecia que bastava la
semejana dlas vocales, aunque no se consiguiesse la dlas
consonantes, i assi hazian consonar estas palabras santa,
morada, alva, como en aque1 romance antiguo... (II, 6).
Questa minore ambizione degli antichi in fatto di rego-
132
larit metrica ha un suo esatto riscontro in una pagina del-
l'Arte di Encina che prospetta una superiorit dei moderni
in sede di maggior accuratezza formale.
Salvo ancora aquel ronde! antiguo Despide plazer /
I pone tristura, citato a proposito dei versos adonicos
(II, 9), la Grammaticasirivolge a
scrittori noti 81 dellu:l:tt:ratllra spagnola deI Quattrocento,
di cui il pi antico Villena. Non c' dunque in Nebrija un
ghinstisodidisfaccocrol1ologico, neppure verso i pi vec-
chi; n si pu parIare, se non verso Juan de Mena e forse
verso Villena, di una vera e propria valutazione che vada
al di l della spigolatura di esempi, utili al discorso gram-
maticale e retorico. Oltre alla citazione di G6mez Manrique
che abbiamo gi visto, quella di un passo delle Coplas di
Jorge (II, 8) spiega la possibilit che vi sia una sillaba in
pi neI verso de pie quebrado ; gli esempi di Santillana
sono tutti e quattro presi dai Proverbios (II, 8, tre volte,
e II, 10) e non vanno oltre l'esemplificazione sttettamente
metrica; le due menzioni di Villena (IV, 7, pp. 99 e 1.02)
riguardano entrambe lo stesso passo dell'Eneida 82 e ser-
vono a Nebrija per biasimare la costruzione conl'iperbato
(che egli chiama alla greca cacosyntheton e in cui scorge
una dura composicion de palabras e mala e tale che
aunque eI griego i latin [la] sufra... el castellano no la
puede sofrir , per cui egli censura tanto il sobre mios
cavalga ombros di Villena quanto Ala moderna bolvien-
dome rueda di Juan de Mena).
A mostrare, poi, un atteggiamento che supera l'obietti-
vit e il distacco della dosatura di citazioni per avvicinarsi
a una circostanza di gusto, il richiamo a Juan de Mena,
e la persistenza con cui esso sorge attraverso tutta la Gram-
matica. Sappiamo quanto questa particolare stima si fondi
su un sentimento di affinit tra novatori, impegnati en-
trambi, per vie diverse, in una nobilitazione del volgare;
sappiamo come questa stima ora si palesi in reminiscenze
involontarie, ora si esplichi e si diffonda in un fittissimo
tessuto di esemplificazioni, a proposito di principi generali
e anche di particolari estremamente minuti 83. Non sar
133
dunque il caso di tornare sull'abbondantissima serie di ci-
tazioni del Laberinto, della CoronaciDn, delle Coplas contra
los pecados mortales, che in Nebrija, se non per ravvisarvi
qualcosa che riguarda Nebrija pi che non Mena stesso.
Quando i richiami a Mena si allineino seguendo l'ordine
non gi dei passi di Mena che vengono citati 8\ ma dei passi
di Nebrija in cui avvengono le citazioni, si osserva un l t r ~
narsi di richiami sparsi e di nembi di richiami addensati
fittamente. Sono questi ultimi i pi interessanti, come segni
dell'utilizzazione sistematica che Nebrija compie dell'opera
di Mena, considerandola un vero e proprio repertorio di
ogni variet possibile, e talvolta opposta, di casi. Cos, pos-
sibili variet di rime trovano ciascuna un esempio in Mena
(II, 6); Mena soccorre tre volte a proposito dell'esistenza
o meno della sinalefe (II, 7); un verso del Laberinto
assunto come base per introdurvi pi di una dozzina di
possibili variazioni nel computo delle sillabe (II, 9); le op-
poste possibilit di rima in quartine di dodecasillabi ven-
gono esemplificate mediante una sola copIa del Laberinto
(II, 10); soprattutto, nel discorso sul metaplasmo (IV, 6)
delle 14 specie registrate sulla traccia di Donato, 8 sono
prive di esempi e le 6 esemplificate lo sono in base al La-
berinto e alla Coronaci6n; e il lungo capitolo sulle otras
figuras (IV, 7) si appella a Juan de Mena, se contiamo
bene, 18 volte. Nella litania in cui si svolge l'enumerazione
delle varie figure, nella monotona identit di costruzione
dei versetti relativi a ciascuna figura (<< Anaphora es cuan-
do... , como Juan de Mena... I llamase anaphora, que quiere
dezir... Epanalepsis es cuando... , como Juan de Mena... ; i
llamase epanalepsis , que quiere dezir... Epizeuxis es cuan-
do... ), c' un forte elemento formulistico. Ed esso 110n
riguarda soltanto i moduli espositivi; elemento interno
della prospettiva con cui il retore della seconda met del
Quattrocento guarda all'opera dello scrittore quattrocen-
tesco come vera e propria summa dei fatti retorici 85.
Una summa di elementi di ornato e di elementi di re-
toricismo che, anche nella coscienza del codificatore, ope-
rano su un piano ancora ampiamente prerinascimentale 86.
134
2. L' Arte ,,> di Juan del Encina. La strettissima ptos-
simit fra le pagine della Gramatica di Nebrija e l'Arte de
poesia castellana di Juan del Encina, e l'esistenza all'interno
di ciascuna delle due opere di richiami all'altra, effettivi o
presunti, hanno dato luogo talvolta a una discussione di
priorit. E evidente comunque che
lJrija versC):E:11<:il1a; non nella direzione inversa. La dibattuta
allusione che nella Gramatica 87 pu anche, forse, riferirsi
all'Arte di Encina, ancora manoscritta o in corso di stam-
pa 88, o magari in gestazione. Effettivamente qui Nebrija
ferma la sua penna alle soglie del discorso sulle coplas (il
capitolo X del libro II della Grammatica intitolato de-
las coplas del castellano i como se componen delos versos ,
ma in realt tratta soltanto dell'uniformit o variet di versi
e di rime all'interno di un componimento); e sono le coplas
l'argomento del capitolo di Encina che segue immediata-
mente al cenno alla variet delle rime (cap. VII: de los
versos y coplas y de su diuersidad ). Ma pu dirsi che la
brevissima Arte di Encina risponda alla definizione con
mucha copia... compuso 89?
Se nel passo di Nebrija si pu leggere al massimo il cen-
no esterno e benevolo verso un giovane protetto, la stret-
tissima connessione con Nebrija evidente in tutta l'Arte
di Encina. Lo anzitutto nella ripresa, deliberata e sotto-
lineata, di atteggiamenti, di principi, di frasi, da prologo a
prologo: giunta un'epoca di pace e di perfezione, ci dice
Encina, di ociosidad 90 propizia agli esercizi gentili; ed
la stessa motivazione pre-imperiale che era in Nebrija.
Pi disteso ed esplicito ancora, il parallelo che sorge imme-
diatamente:
segun dize el dotissimo maestro antonio de lebrixa. aquel que
desterr6 de nuestra espafia los barbarismos que en la le[n]gua
latina se auian criado: vna d'las causas que le mouieron a hazer
arte de romance fue que creya nuestra lengua estar agora mas
empinada e poEgi! que jamas estuuo: de donde mas se podia
temer el deceltillmiento que la subida. e assi yo por esta mesma
razon creyendo nunca auer estado tan puesto [sie] en la cumbre
nuestra poesia e manera de trobar: parecio me ser cosa muy
135
prouechosa ponerla en arte e encerrarla debaxo de dertas leyes
e reglas: porque ninguna antigiiedad de tiempos le pueda traer
oluido 91.
Tra le molte reml111scenze di Nebrija sparse in tutto il
passo (<< desterro los barbarismos , encerratla debaxo
de ciertas leyes e reglas ), le parole in corsivo sono quelle
di derivazione letterale, oltre all'espressione en la cum-
bre . Trasferita qui dalla lingua alla poesia, essa postula
allo stesso modo un primato culturale spagnolo in stretta
derivazione da quello storico e politico.
Ma sull'espressione en la cumbre Encina ritorna im-
mediatamente, ed una ripresa significativa: digo estar
agora puesta en la cumbre: a lo menos quanto a las obser-
uaciones: que no dudo nuestros antecessores auer escrito
cosas mas dinas de memoria: porque allende de tener mas
biuos ingenios: llegaron primero e aposentaron se en las
mejores razones e sentencias . Il cenno ha una sua fun-
zione nell'insieme della pagina poich serve a Encina per
passare dal riconoscimento generico che no ay cosa que
no est dicha all'affermazione che invece il lavoro suo
privo di precedenti (salvo quello del notable maestro
Nebrija). Tuttavia, se pur di sfuggita, Encina sembra po-
stulare qui una distinzione tra poesia antica e poesia mo-
derna nell'ambito spagnolo, in termini di valori contenuti-
stici e pregi formali. Alle cosas mas dinas de memoria ,
alle mejores razones e sentencias dei predecessori, in-
fatti, egli viene a opporre quale motivo di superiorit le
maggiori observacio1tes della poesia dei suoi tempi; parola
ancora abbastanza nuova in spagnolo 92, anche se qui l'os-
servanza e la cura sono rivolte ai precetti, alle leyes y
reglas e operano quindi su un piano retorico ancora molto
lontano dall 'interno cuidado di Valds.
Affermata pur tenuissimo la superiorit
dell' attuale poesia spagnola nei confronti della tradizione
peninsulare, la derivazione italiana che Encina riconosce
ampiamente a nuestra manera de trovar elemento di
un nuovo e doppio vanto. L'ammissione che la poesia sia
136
fiorita en italia... primero que en nuestra espafia e de alli
decendiesse a nosotros e che claramente parece en la
lengua ytaliana auer auido muy mas antiguos poetas que
en la nuestra: assi como el Dante e Francisco Petrarca e
otros notable varones que fueron antes e despues , si
risolve in un'altra affermazione, che prospetta questa deri-
vazione come una via di avvicinamento al linage latino
che si dischiusa alla poesia spagnola (e sorge qui imme-
diato il parallelo tra poesia e lingua: que no es
otra cosa nuestra lengua sino latin corrompido ) 93. A sua
volta la derivazione italiana della poesia spagnola si risolve
da un lato nel plauso alla destrezza con cui avvenuta
l'imitazione (<< muchos de los nuestros huttaron gran copia
de singulares sentencias el qual hutto como dize Virgilio:
No deue ser vituperado mas dino de mucho loor quando
de una lengua en otra se sabe galanamente cometer),
d'altro lato nella chiara affermazione emulativa con cui fi-
nisce l'argomentazione: Assi que concluyamos luego: el
trobar auer cobrado sus fueras en ytalia e de alli esparzido
las por nuestra espafia adonde creo que ya florecen mas
que en otra ninguna parte 94. Con atteggiamento estrema-
mente vicino a quello di Nebrija, dunque, Encina afferma
tanto l'attuale preminenza della poesia spagnola quanto un
suo personale primato di codificatore, e riconosce l'anti-
chit di una illustre tradizione italiana soprattutto per con-
trapporle l'attualit di una supremazia lettetaria spagnola,
identificando ciascuno di questi primati con una cumbre
in massima parte esterna e politica.
Una pari affinit tra Nebrija ed Encina poi nella mi-
nuta trattazione metrica e retorica, anche se il testo di En-
cina molto pi breve. Ed analoga, ancora, la visione
dell'opera di Juan de Mena come repertorio ban taut
faire; anzi, in Encina ne diventa ancora pi esclusiva la
considerazione condotta a spese di altri autori (che sono
qui ridotti a lfiigo de Mendoza e Jorge Manrique). Ci che
pi conta, gli esempi e le citazioni che Encina trae dalle
opere di Juan de Mena si trovano, salvo un gruppo parti-
137
colare, tutti nelle pagine di Nebrija 95. Sorgono di qui due
considerazioni:
a) Per quel che riguarda il problema concreto del rap-
porto tra Nebrija ed Encina, questa sovrapposizione quasi
totale induce a dare un'adeguata importanza alla posterio-
rit cronologica che esiste effettivamente nella pubblica-
zione delle due opere e a ritenere molto pi probabile che
sia stato Encina a spigolare i suoi esempi di Mena nella
messe molto pi ricca che gli offriva Nebrija, che non a
immaginarsi un ampliamento della piccola raccolta di En-
cina operato da Nebrija. D'altronde il cenno di Nebrija,
quand'anche si riferisse veramente a Encina, confinato in
modo troppo preciso nella zona della trattazione metrica e
del particolare discorso sulle strofe, e allo stesso tempo
troppo ben intenzionato verso l'anonimo autore citato, per
supporre che Nebrija avesse praticato un'utilizzazione cosi
sistematica di un'opera altrui lungo quasi tutta la sua
Grammatica senza una maggiore esplicitezza di rinvii.
b) Le citazioni di Mena prive di riscontro in Nebrija,
nell'Arte di Encina sorgono tutte nel cap. VIII, delas
licencias y colores poeticos: y de algunas galas del trobar .
Si tratta della forma modificata che in Mena presentano
nomi propri greci, Agellores, Cadillo, Metroes, per Age-
llorides, Cadmo, Meotides 96; spostamenti di accento (pla-
tmos; oltre a Pelle16pe); confusione a proposito di una
Tebas por otra . Questo passo di Encina ha dato luogo a
rilevare come il concetto grammaticale e tradizionale della
licenza poetica venga qui ampiamente superato nel ri-
conoscimento di una arbitrariedad artIstica no fundata
en el habla , cio nel riconoscimento del diritto che ha il
poeta erudito a crearsi una lingua autonoma e a model-
lare liberamente i cultismi; cosi come sotto gli occhi appro-
vanti di Encina fa Juan de Mena all'inizio di una linea che
porta dritto a Herrera 97. E un'interpretazione estremamente
suggestiva; anche se per Juan del Encina conviene parlare
pi che altro di apertura al cultismo, appena appena accen-
138
nata, e non dimenticare come nella stessa pagina la gala
del trobar per lui stia in massima parte nel rettocado ,
nel redoblado , nel multiplicado di coplas e can-
zoni, di vecchia tradizione ptovenzale e cortigiana e di
gusto plateresco, e come d di cui deuemos hazer fiesta
per Endna sempre la poesia di cancionero 98.
3. La cumbre e la codificazione. La riflessione sul-
la propria lingua e la propria letteratura quale appare in
Nebrija e Juan del Endna, d mostra dunque la cultura
spagnola nell'atto in cui, alle soglie del Cinquecento, assi-
mila senza disagio alcune posizioni nuove e senza fatica le
applica alle proprie condizioni. I.:g.fijqiqnsqttQjl lli st.:gno
periodo 99 opera in sede non.
ma anche. di riflessio.
ll
e
Sorretti da un sentimento di grandeur che
dal piano storico-politico si traspone automaticamente a
quello linguistico-letterario, separati ancora da decenni dal
punto critico che rappresenter per la tradizione spagnola
la svolta petrarchista, sia Nebrija sia Juan del Endna si
applicano a una codificazione linguistica e retorico-lettera-
ria, che si identifica per loto con la piena dignit che en-
trambi riconoscono, e allo stesso tempo conferiscono, alla
lingua e alla letteratura spagnola.
Lingua e letteratura, per entrmubL sono quelle contem-
pgral1t.:e o cii p()CQ anteriori. L'arcaismo che Nebrijasel1!e
in Alfonso el Sabio e nei romances viene a corrispondere
alle maggiori osservazioni in cui per. :gl1ina .ill1()c:lt.:XUi
superano gli antichi. L'attenzione di entrambi va massima-
mente alla produzione letteraria del primo italianismo spa-
gnolo, e se ne storna soltanto per rivolgersi ai romances,
nell'uno, alle coplas nell'altro; ma parzialmente, e soprat-
tutto senza alcun disagio o atteggiamento distintivo verso
la tradizione letteraria peninsulare. N c' atteggiamento
distintivo verso la ptopria lingua, neppure l dove Nebrija
sembra rilevarne qualche caratteristica (come l'incompati-
bilit con l'iperbato). La contesa con l'italiano, quanto alla
139
lingua e quanto alla letteratura, opera su un piano comple-
tamente esterno, e si placa nell'affermazione di una deri-
vazione passata e di un primato attuale, in una Graecia
capta politico-letteraria del tutto priva di verifiche interne.
Infine, il valore paradigmatico che entrambi assegnano
a Juan de Mena opera anch'esso su un piano esclusivamente
esterno e retorico. Il menismo , se cos si pu dire, di
Nebrija e di Juan del Encina non il petrarchismo, italiano
e spagnolo, del Cinquecento, e neppure il garcilasismo di
Herrera. L'esemplarit che entrambi assegnano a Juan de
Mena nOJ:lderiva dall'idea di un'altezza poetica individuale,
non pi raggiunta, dalla quale estrarre canoni per una pe-
renne imitazione; deriva dal riscontro dell'adeguamento
... 0T)er:ato da Mena a questi canoni preesistenti. Ed rivolto
a questi, non al poeta, il riconoscimento di una obiettiva e
perenne validit.
II.
DISAGIO TEORICO NEL MOMENTO DELLA MAS SIMA IN-
NOVAZIONE (circa 1530-1550)
1. La questione della letteratura: l'inquietante an-
tenato. Nel quarantennio che separa i due retori spagnoli
dell'ultimo Quattrocento dalla generazione di Valds e di
Garcilaso, l'equilibrio che livellava la considerazione della
propria lingua e quella della propria letteratura in un pla-
cido senso di cumbre, si fa precario, finch va perduto sotto
l'urto di due diverse sollecitazioni entrambe di origine ita-
liana. En la cumbre , tutt'al pi, rimane la lingua, al-
meno in una considerazione esterna e imperialistica; la let-
teratura spagnola ne viene completamente rimossa. Da un
lato l'innovazione petrarchista con l'atto d'abbal1dol1o dei
p r ~ ~ n t i peninsulari che essa portava con s, d'altro
laile posizioni teoriche dei discettatori italiani, provocano
140
il1$pagl1[i1l11[i questione che della lingjJa, pu
dirsi della letteratura .
La considerazione del proprio passato letterario in que-
sto momento infatti il problema che pi inversamente
viene a impostarsi in Spagna e in Italia: ne ovvia radice
il diverso carattere che la letteratura e la cultura del Tre-
cento e del Quattrocento avevano avuto nei due paesi. Di
fronte a quella tradizione letteraria tre e quattrocentesca
che nel Cinquecento italiano operante effettivamente, e
di fronte al riconoscimento teorico, anzi all'impostazione
programmatica, che di questa continuit offre la dottrina
del Bembo, la Spagna si trova in conflitto tra prassi di imi-
tazione italiana e teoria anch'essa di provenienza italiana.
Cos, impegnata in un rinnovamento creativo che parrebbe
volto a rendere inoperante la propria tradizione, ma attenta
pure alla nuova suggestione teoretica, guarda con perplessit
al proprio passato; un passato medievale o di goffa inizia-
zione prerinascimentale, ancor vicino eppur diverso, in-
quietante antenato di fronte al quale si restasse imbarazzati
tra il pudico oblio e la timida asserzione di una sua nobilt
antica.
All'esteriorit con cui in Spagna avvengono il frequente
ripudio o la sporadica rivendicazione, si accompagna tal-
volta un atteggiamento pi interno, nella meditazione sulle
cause della mancata eccellenza e sui mezzi per supplirvi;
essa si fa esortazione e, alla lunga, ricerca di norma. Una
ricerca e una norma prevalentemente improntate a vari cri-
teri di .eleg[lnza, e cos via, cio a gene-
rici criteri rinascimentalC-iil-an ed europei, che tutt'al
pi pongono alla Spagna un problema di scelta tra forma-
lismo di stampo italiano e suggerimenti erasmiani. Ma af-
.. .. s c2.
n
-
della
prpria lingua, nella quale si va cos intravvedendo e rile-
vando l'esistenza di peculiari aratteristichel
La riflessione clerperlodo che va da
Garcilaso e Valds fino a Morales - grosso modo il ven-
tennio 1530-50 - mostra, in sede di tradizione letteraria,
141
il passaggio dalla constatazione della carenza di una tradi-
zione illustre al riconoscimento del progressivo strutturarsi
di una tradizione nuova; in sede linguistica, imperniata
su un criterio generico di cuidado , in evoluzione verso
aspetti sempre pi selettivi.
2. Il realismo crltlCO di Valds. Al quesito che si fa
porte dal Bembo, Valds sembra trovare risposta in sug-
gerimenti del Castiglione. Esplicitamente, una delle prime
pagine del Diiilogo de la lengua introduce il cenno alle
Prose - el libro que [el Bembo] hizo sobre la lengua
toscana -, per inserirvi l'esposizione di uno dei pi ovvi
e tipici concetti rinascimentali, l'illustrazione della lingua
materna:
1as razones que l da por donde prueva que todos 10s hombres
somos mas obligados a i1ustrar y enriquecer la 1engua que nos
es J;:1a1!JJ!! y que mamamos en 1as tetas de nuestras madres, que
no la que nos es pegadiza y que aprendemos en libros
e per fondarvi allo stesso tempo l'osservazione della radi-
cale differenza che a questo riguardo separa lo spagnolo
dall'italiano:
Marcio. ... ( No tenis por tan elegante y gentil la 1engua
castellana como la toscana?
Valds. Si que la tengo, pero tambin la tengo por mas
vu1gar, porque veo que la toscana sta ilustrada y enriquecida
por un Bocacio y un Petrarca, 10s qua1es, siendo buenos 1etrados,
no solamente se preciaron de scrivir buenas cosas, pero procuraron
escrivir1as con estilo muy propio y muy elegante; y, como sabis,
la 1engua castellana nunca ha tenido quien escriva en ella con
tanto cuidado y miramiento quanto seria menester para que
hombre, quiriendo o dar cuenta de lo que scrive diferente de
10s otros, o reformar 10s abusos que ay oy en ella, se pudiesse
aprovechar de su autoridad 100.
Il richiamo al Bembo, dunque, d luogo alla realistica
constatazione di una maggiore volgarit della lingua spa-
gnola nei confronti della toscana perch essa non mai
142
stata ilustrada y enriquecida da scrittori che, osser-
vando quel cuidado y miramiento necessari a conferire
autoridad , affiancassero all'interesse contenutistico un
impegno formale (mentre Petrarca e Boccaccio no sola-
mente se preciaron de scrivir buenas cosas, pero procura-
ron escrivirlas con estilo muy propio y muy elegante). La
categoria di lingua d'uso e non d'arte, in cui lo spagnolo
veniva relegato nei confronti del latino poche righe pri-
ma 101, continua cos a spettargli anche nei confronti del-
l'italiano.
D'altra parte, un precedente quattrocentesco pu segnare
chiaramente la matura posizione di Valds. Ricordiamo il
rudo y desierto romance con cui Juan de Mena 102 sen-
tiva accoratamente, con malinconia di precursore, la sua
lingua come strumento inadeguato, non solo per la man-
canza di coltivazione ma per un'intrinseca rozzezza. In
confronto, riuscir pi chiara la consapevolezza tutta rina-
scimentale, vorrei dire l'ottimismo critico, con cui Valds
vede la lingua sua come desierta s, ma tutt'altro che ruda.
Anzi, nel momento stesso in cui volta le spalle a tutta la
tradizione colta che l'ha preceduto, egli elabora il concetto
di una intima gracia y gentileza dello spagnolo. Esso
non soltanto affermazione competitiva nei riguardi del-
l'italiano (<< tan elegante y gentil... pero tambin... mas
vulgar ); e neppure soltanto l'apprezzamento generico
di una lengua tan noble, tan entera, tan gentil y tan
abundante avvolto nel rimpianto che essa rimanga ab-
bandonata (<< tanto mas os devriades avergonar vosotros
- dice l'italiano Marcio - que por vuestra negligencia
[la] ayais dexado y dexis perder). Risponde invece chia-
ramente alla convinzione tutta rinascimentale di una no-
bilt : ...
decoro; cio al concetto che ogni lingua ha in s una na-
turaI propiedad y puridad la quale appare o rimane in
ombra a seconda del cuidado o del descuido di chi
la coltivi 103.
143
Ora, la gentileza che nella sua lingua scorge Valds
- e quindi implicitamente la via che egli segnala per ben
coltivarla letterariamente - viene in gran parte a identi-
ficarsi con tendenze di antico e di feconda
discendenza barocca. Non solo per quell'equilibrio tra la
norma di brevit e criteri di eleganza e di amplificazione
- di ornato, in ultima istanza 104 - che, se lo allinea con
Juan Manuel, lo allinea pure con tutta l'et sua; ma so-
prattutto per il riconoscimento che allo spagnolo sono in-
trinseci 1' e la
los vocablos 105; vulea dire il riconoscimento di una di-
sposizione all'espressione traslata e al bisticcio verbale, a
un metaforismo che gracia y lustre , a un'arguzia che,
al di l del gusto faceto dell'Europa del tempo, pure
agudeza e primor . lo stesso Valds a sottolineare
quanto vi sia qui di caratteristico: aunque en otras len-
guas sea defecto... , en la castellana es ornamento .
Valds rappresenta dunque un punto delicato nella presa
di coscienza che il Rinascimento spagnolo opera sia della
propria tradizione letteraria sia del tipo della propria lin-
gua; poich, proprio l dove ripudia quasi tutta la prima,
egli configura pure il tipo dello spagnolo su una linea di
spontaneo artificio che sembra riconoscere la validit di
certe tendenze medievali. Che cosa rimprovera dunque
Valds alla tradizione spagnola? Direi che le rimproveri
soprattutto la disarmonia caratteristica di un'epoca di tran-
sizione - pur sempre la sola letteratura del secolo XV
l'oggetto del suo esame -, la quale esita nel prendere co-
scienza del tipo della propria lingua alla luce di suggestioni
estranee, e ora irrigidisce eccessivamente quel tenue artificio
che ad essa caratteristico (e che egli ammira come inge-
nio nelle coplas e nei refranes), ora vi sovrappone l'orpello
derivato da un tipo diverso. Cosicch, pur amando l'equi-
voco, Valds censura l'anfibologia che nella sintassi lati-
neggiante dell'Amadis e, pur lasciando affiorare nei suoi
precetti di traduzione un certo gusto per l'iperbole, sorride
alle fandonie del parabolano Valera; e biasima tanto la
virtuosistica industria che lascia scoperti gli espedienti
144
stilistici nell'Amadis quanto il contrasto tra virtuosismo e
volgarismo che nella goffa giustapposizione di vocaboli
muy groseros e muy latinos in Mena 106, perch la
lingua scritta viene qui a trovarsi troppo lontana da quella
parlata, in innaturale affettazione che egli da uomo del Ri-
nascimento sente come difetto. Direi insomma che Valds"ll
rappresenti nella precettistica spagnola l'intento di con- \i
temperare il riconoscimento di una tendenza metaforizzante
e concettistica connaturale a una intima, se pur tenuissima,
artificiosit dello spagnolo, con un criterio rinascimentale
di naturalezza. E come la condanna alla tradizione letteraria
avviene in nome di quest'ultimo, perch l'artificiosit in
essa divenuta innaturale, cos l'esortazione a illustrare la
lingua invita in ultima istanza a un approfondimento di
questa tendenza, purch operato con naturalezza, con mi-
sura, con cuidado .
questo, a sua volta, l'ambito nel quale va rintracciata
la massima convergenza tra il pensiero di Valds e quello
del Castiglione 107. Nei concetti appunto di cura , di dili-
genza, di attenzione, che conf1uiscon nel cuidado - e
ne rimangano in altra sede alcune implicazioni di carattere
pi specifico -, Valds sembra trovare l'elemento media-
tore nella tensione tra volgarit e uso, tra uso e lingua
scritta (<< escrivo como hablo; solamente tengo cuidado
de... ) 108; in quanto il cuidado , s, attentissimo alla
consuetudine, della quale viene a essere raccoglitore e spec-
chio, ma pure criterio ispiratore di quella lingua scritta
che, come sappiamo, Valds desidera ilustrar y n r i q u ~
cer . Com' garanzia di chiarezza, il cuidado a sual
volta coincide spesso col donaire e soprattutto col pri-l
mor 109; parola quest'ultima cara a Valds, a indicare unaI
certa compiacenza per particolari soluzioni, quel non so'
che di espressivo nel quale egli supera la propiedad in-
tegrandola con la gentileza . un'integrazione raggiunta
entro un senso di decoro 110 che distingue appunto il
miglior uso da ci che plebeyo y vulgar . E se col
decoro il cuidado sembra del tutto identificarsi come
145
10.
criterio - formale e contenutistico - al cui vaglio passa
la letteratura del Quattrocento, attraverso il decoro infine
(e pure direttamente) il cuidado s'inserisce in una cop-
pia di concetti alla quale l'antica origine classica e la qualit
di luoghi comuni dell'epoca non tolgono nel Dialogo una
personale attualit. Nell'antinomia, cio, di ingegno e
giudizio , al secondo che il cuidado si allinea per-
fettamente, col suo senso di saggio ordinamento contrap-
posto alla sconsiderata invenzione 111.
Per Valds stata usata la parola neoclassicismo 112.
Senza excursus anacronistici, direi piuttosto che vi qual-
cosa di eminentemente classico nel Dialogo, col suo senti-
mento di ;tnisura col suo senso di dignit, col suo
desiderio dlliinpIdezza intellettuale, tutta centrata su con-
cetti di convenienza, di coerenza, di verosimiglianza, e su
ideali espressivi di chiarezza e semplicit avversi al forma-
lismo e all'esteriorit e appena increspati da un tenuissimo
estetismo di ceppo ispanico; e che vi soprattutto un mo-
mento di massima vicinanza a una forma di classicismo e
di misura, propria di certa fase del Rinascimento italiano,
e in particolare di alcune pagine del Castiglione.
Non si tratta soltanto dell'insistente rifiuto dell'affetta-
zione; che in s luogo comune rinascimentale, estrema-
mente familiare anche al pensiero erasmiano 113, e che inol-
tre nel Castiglione precetto applicato su scala molto pi
larga di Valds. Con tutte le diversit tra il mondo cultu-
rale e l'ambiente tecnico dell'uno e dell'altro (il Castiglione
che si muove sul percorso di una questione della lingua
in atto, in cui le prese di posizione hanno una chiara allu-
sivit; Valds che , n gli spiace essere, voce predicante
nel deserto), il Castiglione e Valds vengono a essere estre-
mamente vicini nella prospettiva in cui entrambi collocano,
rispetto da un lato all'uso, dall'altro all'affettazione, la lin-
gua letteraria 114. In entrambi l'affermazione di scrivere
come si parla , una volta spogliata dell'asprezza polemica
contro l'eccessivo artificio, rimane sfumata e mitigata dal
criterio di una selezione operata, dalla
zione dei migliori; per cui la consuetudiiie-degU-uorl1.ini
146
saggi ed eloquenti rimane distinta dalla consuetudine
del volgo, e la volgarit diventa uso illustre attraverso una
spontaneit riflessa e coltivata. Nel Castiglione come in
Valds sono !'ingegno e il giudizio i criteri che permettono
alla lingua scritta di mantenersi in levitante equilibrio un
po' al di sopra di quella parlata, e di ornarsi a sua volta di
quel tanto di forme colte che il volgo possa intendere. Cri-
terio non meno soggettivo del cuidado di Valds 115, il
giudicio naturale del Castiglione anch'esso non ha cor-
rispondenza in arte o regula alcuna; ed esso solo sa
istintivamente scegliere le parole proprie, ellette, splen-
dide e ben composte, ma sopra tutto usate ancor dal po-
pula 116. insomma, quella vagheggiata dal Castiglione
- con un criterio appena pi estetizzante di Valds ma
fondamentalmente analogo -, una sceltissimal1aturalezza
che, sorretta da una lucida vigilanza intellettuale e centrata
su un desideri()c:lihim:ezza, mira a una leggiadria appare11:
Sl?0l1t?11ea. C' cos in lui, da un lato, un persi-
stente criterio di cura e diligenza - ed esso pure
sfocia talvolta nel rimpianto per una sua troppo scarsa ap-
plicazione a coltivare la lingua in questo senso 117 -;
d'altro lato un ideale di n911 , di una
grazia , che in ultimaistanza l'aspetto assunto in cam-
po linguistico da quel criterio di condotta pi generale che
la sprezzatura 118. Certo, il termine di sprezzatura
nel Cortegiano mantenuto al di fuori della trattazione
linguistica e riservato alla sola naturalezza del contegno;
ma la delimitazione fra la dottrina tutta del Castiglione e
il suo pensiero linguistico estremamente sfumata e, anche
dal punto di vista della coerenza, il discorso sulla lingua
appare inserito in tutta armonia nel pi generale discorrere
di grazia e di affettazione. Anzi, appunto in quanto uno
stile di vita, la sprezzatura naturalmente si riverbera
sull'ideale di lingua.
Se vogliamo dunque segnare equivalenze tra il Casti-
glione e Valds su questo terreno, potremmo quasi ordi-
narIe sistematicamente, anche da un punto di vista seman-
tico. Tra i due poli dell' affettazione e dell' uso del
147
volgo (ed entrambi li designano con le stesse parole) si
muove un criterio di cura - il cuidado - a ga-
ranzia sia di fedelt selettiva all'uso (<< i migliori), sia di
pregio formale, in un senso generico di eleganza , in cui
la grazia espressiva del Castiglione viene a confluire
nella castidad e nel primor del gusto di Valds. La
mancanza di prestigio che, di fronte alla letteratura toscana
quale paradigmatkamente essi si vedono proporre dal
Bembo, entrambi effettivamente riconoscono l'uno alla
lingua commune italiana, l'altro al suo spagnolo, per
entrambi dovuta non gi a una inferiorit intrinseca bens
al difetto di chi accuratamente li coltivi; ed questa accu-
ratezza la via che segnalano entrambi.
3. L'intimit dei criteri innovativi nella Carta di
Garcilaso. A considerare in modo unitario le brevi pagine
in prosa di Garcilaso e di Boscan 119, senza tener conto
della precedenza cronologica delle prime rispetto al Dialogo
de la lengua, si naturalmente indotti dall'abbinamento
usuale tta i nomi dei due poeti. Ma la prossimit tra i due
risulta subito una circostanza alquanto esterna, quando si
pensi che in realt la Carta-prologo con cui Garcilaso pre-
senta a Jer6nima Palova de Almogavar la traduzione spa-
gnola del Cortegiano curata da Boscan, e la Dedicatoria
con cui Boscan offre alla Duquesa de Soma i versi all'ita-
liana del secondo libro della raccolta delle sue poesie 120,
sono testi di momenti diversi, di argomento diverso e so-
prattutto di autori diversi, se pur uniti da stretta consue-
tudine.
A separare le due epistole concorre anzitutto un divario
cronologico; le pagine di Garcilaso, pubblicate nel 1534
insieme con la versione del Cortesano, risalgono probabil-
mente all'a11no prima 121, mentte la dedica di Boscan venne
presumibilmente composta pochissimo prima della morte,
avvenuta nel 1542, e certo non prima del maggio 1541
122

A questo iato di circa un decennio, da aggiungere la di-


versit di materia: l'una tratta di prosa, e di prosa tradotta,
148
ed la poesia l'argomento dell'altra. Sono da aggiungere,
ancora, chiare diversit esterne: la disuguale estensione (la
lettera di Boscan lunga circa una volta e mezzo quella di
Garcilaso); la presentazione elogiativa, quasi apologetica,
che l'uno fa dell'opera altrui e la timida giustificazione con
cui il secondo introduce l'opera propria. Infine, circostanza
pi interna, e pill inevitabile perch connessa a due perso-
nalit di differente statura, la diversa coerenza e il diverso
tono dei due brani: l'uno serrato e insieme disinvolto, l'al-
tro pi slegato e non esente da impaccio.
Nella sua scioltezza, nel suo andamento discorsivo, nella
sua stessa esiguit, entro i luoghi comuni delle lusinghe
alla destinataria e delle lodi generiche all'amico scrittore, il
testo di Garcilaso s'impernia su alcuni principi di ambito
pi vasto che non il problema concreto della traduzione,
oggetto immediato del suo discorso.
a) Appare in primo piano, fin dall'inizio, l'atteggiamen-
to tipicamente rinascimentale che apprezza la circostanza
che un'opera sia scritta nella propria lingua soprattutto per
l'ampia possibilit di venire intesa; in quel senso di bene
ampiamente comunicabile che qui appare a proposito della
versione da volgare a volgare e che, nella contesa tra vol-
gare e latino, risaliva almeno all'Alberti, e riecheggia poi
in Spagna come principio morale in riflessioni di Villa-
16n e di fray Luis de Le6n 123. Appare evidente anche il
gioco di azione e reazione tra la capacit della lingua
di ricevere eccellenti materie e l'aumentata eccellenza
della materia in quanto maggiormente comunicabile attra-
verso una lingua nota e diffusa: spunto che ha un chiaro
precedente in alcune pagine del Magnifico 124. Per Garcilaso,
il primo pregio della traduzione di Boscan che, grazie ad
essa, il libro le alcanzamos a tener en lengua que le en-
tendemos (p. 675), e ancora: en esto se puede ver lo
que perdiramos en no entenderle (p. 677) (<< tenelle in
Rivers). A riscontro, se la lingua permette la comprensione
di cose buone, essa da queste trae giovamento: Y
149
tambin tengo por muy principal el beneficio que se haze
a la lengua cas tellana en poner en ella cosas que merezcan
ser leidas (p. 677).
Nell'ambito del principio rinascimentale dell'illustra-
zione della lingua e del beneficio che essa riceve dal venit-
utilizzata e coltivata, l'apprezzamento dell'opera letteraria
in quanto essa merita di essere letta sembra porsi qui
tanto in sede contenutistica guanto su piano fotmale. Sulla
stessa linea probabilmente da leggersi il rimpianto per le
carenze della tradizione spagnola, rimpianto che sorge im-
mediatamente dopo, in nesso consequenziale, in un luogo
notissimo: porque yo no s qu desventura ha sido siem-
pre la nuestra, que apenas ha nadie escripto en nuestra
lengua sino lo que se pudiera muy bien escusar (ivi). Lo
spunto troppo tenue e accennato di sfuggita per potervi
scorgere una decisa intenzionalit (e troppo vago pure il
cenno successivo a estos libros que matan hombres per
leggervi l'allusione a una produzione spagnola determinata
come quella di cavalleria) 125; sta di fatto che il rimprovero
che Garcilaso muove alla letteratura en nuestra lengua
sembra qui volgersi p ~ ai contenuti (<< lo que se pudiera
escusar ) che non a deficienze formali; o, almeno, tanto
agli uni quanto alle altre, al di l di un biasimo mosso da
un puro formalismo.
b) Quanto al problema della traduzione 126, che l'og-
getto specifico del discorso di Garcilaso, la consueta dia-
lettica tra fedelt concettuale e pregi formali con cui esso
qui trattato, ne fa il terreno di passaggio verso considera-
zioni di carattere decisamente formale. Dietro i cenni che
esprimono una generica avversione per le traduzioni (<< le
veya siempre aborrecerse con los que romanan libros ,
p. 676) o una pi empirica sfiducia (<< siendo, a mi parecer,
tan dificultosa cosa traduzir bien un libro como hazelle de
nuevo p. 677), sorge l'elogio alla traduzione di Boscan,
imperniato sul luogo comune dell'intima e non letterale fe-
delt all'originale: fu, demas desto, muy fiel tradutor,
porque no se at6 al rigar de la letta, como hazen algunos,
150
sino ala verdad de las sentencias... yassi lo dexo todo tan
en su punto como lo hallo , p. 678). Discende di qui l'al-
tro luogo comune che loda l'opera in quanto non sembra
traduzione, sul quale Garcilaso torna ben due volte: los
que romanan libros, aunque l aesto no lo llama roman-
ar, ni yo tampoco (p. 676); cada vez que me pongo a
leer este su libro... no me parece que [le] ay escripto en
otra lengua (p. 677).
c) L'apprezzamento per la naturalezza che la ver-
sione possiede in quanto non denuncia lo sforzo del tra-
dune, s'allarga e si fa precetto formale autonomo. Il
passo di Garcilaso guardo. una cosa en la lengua caste-
llana que muy pocos la han a1canzado, que fue huyr del
afetacion, sin dar consigo en ninguna sequedad; y con
gran limpieza de estilo uso de trminos muy
y muy admitidos de 10s buenos oydos, y no nuevos
parecer desusados de la gente (pp. 677-78) divenuto
citazione manualistica. Su di esso appunto si fondata
la caratterizzazione di tutta quest'epoca della cultura
spagnola in termini di buen gusto e di naturalidad
y seleccion; il periodo di Garcilaso 127, retto da
una norma linguistica orientata eminentemente sull'uso,
attenta a evitare tanto il neologismo quanto l'arcaismo,
librata fra gli estremi del volgarismo e dell'affettazione.
Siamo qui estremamente vicini a criteri di grazia e di disin-
voltura di estrazione castiglionesca; e sullo stesso teneno
ci porta il cenno ai buenos oidos che allineandosi al
criterio cortigiano apre, come in Valds, uno spiraglio
verso un concetto selettivo che non soltanto criterio so-
ciale.
Ma il punto che ci interessa un altro; proprio mentre
Garcilaso censura la generalit degli autori spagnoli perch
troppo secchi o troppo affettati (<< una cosa en la
lengua castellana que muy pocos la han a1canzado ), sorge
la lode alla limpieza de estilo della traduzione spagnola
del Cortegiano e l'apprezzamento che Boscan por dife-
rentes caminos puso en esta lengua toda la fuera y e1 orna-
151
mento de la otra (p. 678). In fueta e ornamento
si pu leggete forse una intenzionale dicotomia di mateda
e forma, di efficacia e ornato, cio la tiptesa dell'antitesi
tra el rigar de la letra e la vetdad de las sentencias
delle righe che immediatamente ptecedono; ma quanto im-
porta l'atto di emulazione con l'italiano che si esptime nel
toda . Si possono inttavvedete qui, allo stato potenziale
e appena suggetiti, due ptincipi che in Valds appaiono pi
espliciti e sviluppati pi ampiamente: il riconoscimento, se
pur tenuissimo, di una fisionomia carattetistica della pro-
ptia lingua - la limpieza de estilo -, e di conseguenza
l'impostazione della gara con l'italiano, in sede di lingua
letteratia, sulla via di un apptofondimento por diferentes
caminos di questa diversa proptiet.
d) Quale spunto marginale, nel testo di Garcilaso, e
pure non semplice nota di costume, infine la difesa dai
critici ttoppo schizzinosi (<< los hombres de tan tiemos y
tan delicados oydos, que entre mil cosas buenas que tema
este libro, les ofendera una o dos que no seran tan buenas
como las otras , p. 678). Essa diviene attacco alloro cat-
tivo gusto (<< que destos tales no puedo creer sino que'
aquellas dos les agtadan y las otras les ofenden; podrfalo
ptovat con muchas cosas que ellos fuera desto apruevan )
e si tisolve in un appello all'intimit della loro coscienza
che ha un tenue sapore erasmiano: Mas no es de petder
tiempo con stos, sino temitiIIos a quien les habla y les
l'espande dentto en ellos mismos . Sorge quindi immediata
la distinzione tta questi critici patziali e queIIi che operano
con alguna aparencia de razon .
4. L'esteriorit del manifesto di Boscan. Al motivo
dei ctitici il testo di Boscan d a sua volta il massimo
rilievo, a tal punto da centrare apparentemente su di esso
la difesa della nuova poesia. Convetr tuttavia seguite i di-
vetsi argomenti nell'ordine in cui appaiono.
152
a) Prima preoccupazione, nel presentare la raccolta e
spiegarne l'ordinamento, sembra sia per Boscan un proble-
ma di terminologia: cos per il primo libro parIa di essas
coplas (quiero de.zillo assi) hechas a la casteIIana (p. 666),
e non tralascia il cenno etimologico: don Diego de Men-
doa... se holgaua con eIIas, como con nifios; y assi las
llamaua las redondilIas (pp. 666-667); quanto al secondo
libro, non appena ha annunciato che contiene otras cosas
hechas al modo italiano: las quales seran sonetos y can-
ciones , si sofferma a spiegare: Que las trobas desta
arte assi han sido llamadas siempre . dunque probabile
che, neI passo immediatamente successivo, dove Boscan
accenna aIIe molte obiezioni mosse dai critici aIIa nuova
poesia porque la cosa era nueua en nuestra Espafia, y los
hombres tambin nueuos, alomenos muchos deIIos , sia
da leggere nombres anzich hombres, con l'edizione d'An"
versa deI 1597 e secondo il suggerimento di Menndez y
PeIayo 128; cio neII'ambito di uno spirito verbalista con-
sueto in Boscan, lo stesso che poco dopo sorregge il cenno
spregiativo aIIa silloge in cui raccolta la poesia di scuola
spagnola quattrocentesca: ahi tienen un cancionero, que
acordo de IIamarse generaI, paraque todos eIIos biuan y
descansen con el generalmente (p. 669).
b) Con un brevissimo cenno ai meriti intrinseci deIIa
nuova poesia, sorge quasi senza transizione un lungo ragio-
namento sui critici, articolato sui punti seguenti:
1. La teorica prevedibiIit deIIe censure; ed motivo
dedotto quasi silIogisticamente daIIa premessa deIIa gran
novit deIIa poesia aII'italiana:
no dex de entender, que tuuiera en esto muchos reprehensores.
Porque la cosa era nueua en nuestra Espafia, y 10s hombres [?]
tambin nueuos, a10menos muchos dellos:
y en tanta nouedad era imposib1e no temer con causa, y aun
sin ella (p. 667).
2. L'effettivo fastidio recato dai critici aIIo stesso Boscan
(<< Quantomas, que Iuego en poniendo las manos en estos,
153
tope con hombres que me cansaron , ivi); e ne diviene
veicolo un secondo sillogismo, qui avvolto nell'esteriorit
di un gioco etimologico:
Y en cosa que toda consiste en ingenio i en iuizios;
no teniendo estas dos cosas mas vida, de quanto tienen gusto:
pues cansandome hauia de desgustarme, despus de desgustado,
no tenia donde passar mas adelante (ivi).
3. Esposizione delle critiche (e vi torneremo qui ap-
presso).
4. Narrazione del modo in cui Boscan ha raggiunto un
pieno conVinCltllento personale, di nuovo racchiusa in una
costruzione fluidamente sillogistica:
Estos hombres con estas sus opiniones me mouieron a que me
pusiese a entender mejor la cosa:
Porque entendiendola, viesse mas claro sus sinrazones.
Y assi quanto mas he querido Ilegar [sic] esto al cabo, discu-
tindolo conmigo mismo, y platicandolo con otros, tanto mas
be visto el poco fundamento que ellos tuuieron en poner me
estos miedos (p. 668).
5. Passaggio alla difesa; ed una difesa che assume im-
mediatamente l'atteggiamento esterno di una refutazione
di esttema genericit, mentre Boscan si dilunga a definire
le accuse sinrazones e escrupulos , e a tacciare di
livianos e dotati di poco fundamento gli argomenti
dei detrattori.
6. Solo ora, dopo quasi due pagine, Boscan sembra en-
trare nel vivo della sua apologia, allorch s'accinge a ri-
spondere alle obiezioni, nello stesso ordine in cui le aveva
elencate dapprima. Si trattava di tre accuse riguardanti i
cardini pi intimi dell'innovazione: l'una la rima, l'altra
la struttura dell'endecasillabo, mentre la terza, nell'appa-
rente esteriorit della definizione di cosa para mugeres ,
formulava la differenza tra poesia spagnola e poesia all'ita-
liana in termini di cosas de sustancia e lusinghe formali
( no curauan de cosas de sustancia, sino del son delas pala-
bras y de1a dulura del consonante , pp. 667-68), ponendo
154
le basi di una caratterizzazione antinomica che risuoner a
lungo nella cultura spagnola.
Come reagisce Boscan alle accuse? Nel modo pi estetno
e insostanziale. Raccogliendo, per l'ultima questione, quello
che ne era lo spunto pi contingente e invischiandosi, quin-
di, in una defensa de mujeres ampiamente divagatoria; e,
quel che pi, lasciando persistentemente cadere ogni vera
e propria defensa , cos delle donne come dei versi nuovi,
nella vacua dialettica dell'interrogazione tetotica, che va
sviluppando pet mezza pagina il cenno iniziale an'inutilit
di una risposta: y assi me correria agora, si quisiesse
responder a sus escruplllos (p. 668). Come la risposta che
d Boscan ai misogini si riduce a 2 qllien ha de gastar
tiempo en respondelles? e la difesa delle donne svanisce
in quien se pusiesse a defendellas, las ofenderia , cos il
primo rilievo, quello della scarsa perspicuit e sonorit
della nuova rima (<< Los unos se quexauan, que en las trobas
desta arte los consonantes no andaban tan descubiertos, ni
sonauan tanto, como en las casteIlanas , p. 667) non me-
rita per lui altra risposta se non 2 que quien ha de l'espan-
der a hombtes, que no se mueuen sino al son delos conso-
nantes? (p. 668); e la seconda obiezione, che trova il
nuovo verso eccessivamente fluido (<< dezian, que este
verso, no sabian si era verso o si era prosa), non ticeve
altta risposta se non un uguale sctallat di spalle (<< 2 y
quien se ha de poner en platicas con gente, que no sabe
que cosa es verso... ? ), e tutt'al pi la battuta pittotesca
che ironizza sul ritmo matcato del vetso castigliano: ...vet-
so, sino aquel que calado y vestido con el consonante os
entra de un golpe pot el un oido, y os sale pot el otta .
E il discorso contto i critici si chiude col gioco di patale
sul .general che nel Cancionero, e si riduce alla vacuit
della facezia: Y si quisiesen chistes tambin los hallatan
a poca costa (p. 669).
c) Sbatazzatosi, con la supetncialit dell'atgomentazio-
ne, dalle critiche rivolte alla nuova poesia, Boscan eta si
sente libeta di rivolgetsi a los que quisiesen leet este mi
155
libro (p. 669). Ma un'altra giustificazione gli preme, ed
ancora questione esterna ed episodica. Si tratti di falsa mo-
destia, si tratti pi probabilmente di una circospezione che
evita la piena assunzione di responsabilit, Boscan si dif-
fonde in un atto di giustificazione della propria audacia
innovativa che si trincera dietro un fitto tessuto di motiva-
zioni circostanziali. Affiora cos in primo piano non tanto
il cenno alla novit che rappresenta per la Spagna la poesia
all'italiana, pur se variato e ribadito 129, quanto il prudente
ritrarsi da ogni atteggiamento programmatico; o meglio,
quanto emerge in primo piano l'alterno gioco tra il ripe-
tuto richiamo alla massima novit che nella cosa e il ri-
lievo insistito della minima volont di innovare che nello
scrittore.
Avvolta dunque in ampie manifestazioni di questa cau-
tela (egli non vuole che lo si creda amigo de cosas
nueuas , non si sarebbe mai accinto al trabajo de prouar
nueuas inuinciones , sa bene quan gran peligro es escri-
vir e come sia facile pentirsene, ecc. ecc.; pp. 669, 670),
sorge cos l'affermazione di una volont di dilettantismo
- yo iamas he hecho profession de escriuir esto ni otra
cosa (p. 669) -, che si risolve in un deprezzamento non
soltanto della fatica propria ma del suo stesso oggetto. Nel
dirci, della nuova poesia, entre en elIo descuydadamente
(p. 670) - n importa qui che si tratti di disinvoltura po-
sitiva o di spregiativa indifferenza - 130, Boscan a tutta
prima sembra obbedire a un vecchio luogo comune; cos
come Nebrija aveva alluso ai suoi scritti grammaticali guali
opere che arrebatadamente publiqu o mas verdadera-
mente se me cayeron de las manos , e come, pi tardi, fray
Luis de Lon presenter le sue poesie volgari: se me
cayeron como de entre las manos estas obrecillas, a las
cuales me apliqu mas por inclinaci6n de mi estrella que
por juicio o voluntad 131; e ne sono precedente pill o
meno mediato le petrarchesche l1ugellae vulgares. Ma ci
che in Nebrija impetuosa furia di novatore (<< arrebata-
damente tumultuarie nel suo testo latino), e che in fray
Luis consapevolezza dell'intrinseca dignit della poesia,
156
in s, e della poesia propria, pur nella ritrosia di un vivir
encubierto , in Boscan rimane l'atto esteriore di chi si
schermisce minimizzando la propria opera e sommergen-
dola nella motivazione contingente: descuydadamente,
como en cosa, que iua tan poco en hazello, que no auia
para que dexalla de hazer, hauiendola gana (p. 670); e
ancora: me hizo ocupar mis ratos ociosos (p. 671).
In questa forma mentis cronachistica ed evasiva s'inse-
risce naturalmente l'episodio dell'incontro col Navagero,
che, per storico che sia effettivamente, salda nella struttura
breve e nell'estemporaneit dell'aneddoto la mancata
espressione di una piena e consapevole volont di novatore.
d) Dal nome di Navagero qui, e poco dopo dal nome
di Garcilaso, esortatore e istigatore di Boscan 132 e, all'ini-
zio, dal nome di Diego de Mendoza, discende per Boscan
l'indiscutibile avallo dell'autorit; ed questa per lui una
ulteriore barriera dietro la quale trincerarsi. Ora, il lungo
discorso sui pregi del verso nuovo viene a imperniarsi in
massima parte sull'affermazione della maggiore autorit
che esso ha nei confronti del verso spagnolo per il suo pas-
sato pi lungo, pillnoto, pi illustre. Le razones che Boscan
andato man mano trovando per la sua scelta consistono
infatti in una superiorit che viene al verso italiano da un
doppio prestigio, antico e attuale.
Il verso spagnolo non ha autorit antica (<< no hay quien
sepa de donde tuuo principio , p. 671) mentre il verso
italiano ha dexado con su buena opinion tan gran l'astro
de si, por dondequiera que haya passado (p. 672), che
facile risalirne alle origini. Segue un lungo excursus sulla
storia dell'endecasillabo che, dall'attualit del suo fiorire
in Italia, risale attraverso Petrarca e Dante ai provenzali e
di qui, dopo una digressione discendente ai catalani e in
particolare a Ausias March, punta ai latini e ai greci. Come
generalmente per la teoresi umanistica, e pei' qualunque
capitolo di una storia di idee, non interessa tanto il carat-
tere obiettivamente esatto (come effettivamente qui), op-
pure erroneo, di questa o quell'affermazione nella specula-
157
zione etimologica, quanto i moventi che sorreggono la stessa
ricerca di origini. Pi che a soffermarsi dunque, con Me-
nndez y Pelayo, in puntualizzazioni sulla storia dell'ende-
casillabo 133, il passo di Boscan induce a ricercare fonti e
principi ispiratori del suo excursus. Se i cenni alla storia
romanza dell'endecasillabo riportano probabilmente alle
Prose bembiane, attraverso reminiscenze sparse e diffuse 134,
l'origine greco-latina che Boscan sottolinea nell'endecasil-
labo essenzialmente da inserire in una lusinga di nobilt
antica e classica che non certo soltanto sua; la stessa
che aveva spinto per esempio Valds a vedere nel greco la
lingua della Spagna preromana, e che ispira tutto un aspetto
della contesa rinascimentale tra le lingue romanze inducen-
do ciascuna alla rivendicazione di una massima vicinanza
al latino. Sl..ll piallO dell' argomel1iazione metrica, sat: ap-
punto l'indiscussa origine latina dell'endecasillabo a stimo-
lare poco dopo la cultura spagnola alla ricerca di una pa-
tente di nobilt, del tutto parallela a quella che avviene
nella riflessione linguistica; allorch il primato nell'uso del-
l'endecasillabo, che qui Boscan riconosce senza riserve al-
!'italiano, verr rivendicato alla stessa tradizione spa-
gnola 135.
Il diletto dell'excursus storico prevale in Boscan a spese
del cenno a pi attuali tratti distintivi tra verso italiano e
spagnolo, che rimangono pertanto nell.'ombra. Accanto alle
origini oscure, causa primissima del ripudio del verso ca-
stigliano, Boscan va affastellando altri due motivi: la man-
canza di prestigio attuale e, apparentemente, le deficienze
intrinseche; ma queste ultime vengono immediatamente
eluse, e identificate, in circolo vizioso, coi fatti di prestigio:
Y si el fuesse [il verso castigliano] tan bueno, que se pudiese
aprouar de suyo, como los otros que hay buenos, no havria ne
cessidad de escudrifiar quien fueron los inventores del: Porque
el se traheria su autoridad consigo: y no seria menester darsela
de aquellos que le inuentaron. Pero el agora ni trahe en si cosa,
por donde haya de alcanar mas onrra, de la que alcana, que
es ser admitido del vulgo, ni nos muestra su principio: con la
autoridad del qual seamos obligados a hazelle onrra. Todo esto
se halla muy al reues en estotl'o verso (pp. 671-72).
158
Nel carattere ampiamente contraddittorio del suo di-
scorso, dove nobilt antica, lustro attuale, bont potenziale,
si mescolano indiscriminatamente in un tumultus argumen-
tationis, prevale cos il motivo dell' illustrazione.
dunque soprattutto l'accettazione del volgo a segnare !'in-
feriorit del verso spagnolo nei confronti di quello italiano,
bien tratado en Italia: la qual es una tierra muy fIore-
ciente de ingenios, de letras, de iuizios y de gtandes escri-
tores (p. 672). Ed entro un analogo sentimento di lite
che appare alla fine la previsione del trionfo del verso
nuovo in Spagna: porque ya los buenos ingenios de
Castilla, que van fuera de la vulgar cuenta, le aman y le
siguen, y se exercitan en el... (p. 674).
Entro l'esteriorit di questa impostazione, solo di tanto
in tanto affiota la considerazione diretta, e intema, del vec-
chio e del nuovo strumento. In realt, si ttatta solo di
quello nuovo, ch del verso spagnolo Boscan si sbarazza
con la sola taccia di volgarit. Quali sono dunque per lui le
qualit intrinseche del verso italiano? En el vemos, don-
de quiera que se nos muestra, una disposici6n muy capaz,
pata recebir qualquier materia: o gtave, o sotil, o difi-
cultosa, o facil, y alli mismo para ayuntarle con qualquier
estilo de los que hallamos entre los authores antiguos
aprouados (p. 672). Questo concetto, scamito e semplifi-
cato, reso concreto ed elementare, della capacit e della
disponibilit dell'endecasillabo, viene certo a Boscan dalla
risonanza, nella dottrina italiana cinquecentesca, del passo
del De Vulgari Eloquentia sul celeberrimum e super-
bissimum carmen 136; ed un concetto che avr a sua
volta lunga risonanza nella dottrina spagnola 137. Ma pi
insistente, in Boscan, un motivo di preferenza generico.
Egli apprezza il verso italiano perch la manera destas
[ trobas] es mas graue y de mas artificio y (si yo no me
engafio) mucho meior que la de las otras (p. 667); e allo
stesso tempo ne teme le difficolt appunto por ser muy
artificioso, y tener muchas particularidades diferentes del
nuestro (p. 671). Accanto al generico apprezzamento ri-
nascimentale per la gtavit - che qui Boscan riconosce
159
all'italiano, ma che sar rivendicata al francese e allo spa-
gnolo da Estienne e da Herrera -, c' qui soprattutto il
riconoscimento di una superiorit fondata sulla maggior
arte 138; cio su un maggior adeguamento a certi prin-
cipi tecnici, il quale ottiene effetti esteticamente pi ap-
prezzabili. L'ammissione di difficolt diventa cos lusinga
di maggior perfezione.
Le due epistole di Garcilaso e di Boscan si presentano
come espressione della coscienza rinascimentale spagnola
nel suo momento massimamente innovativo, come atto di
assunzione teorica e giustificazione a posteriori dell'innova-
zione stessa, compiuto da chi precipuamente si era impe-
gnato a operarla. In questo senso il prologo di Garcilaso
rientra, a pari o a maggior ragione, nella definizione di
manifesto di scuola che si suole applicare a quello di
Boscan 139.
Ma, uniti da questa affinit generica, i due testi offrono
aspetti di questo gesto innovativo estremamente diversi
e talvolta Entro il comune intento di
adeguarsi a frme rinascimentali italiane, a distinguerli
appunto il modo e il tono con cui in ciascuno dei due viene
a operarsi questo adeguamento. Il contrasto grande tra
la consapevolezza innovativa dell'uno e l'incerto rifugiarsi
dell'altro dietro lo schermo della circostanza; tra la medi-
tata assimilazione della novit nei suoi criteri intimi e la
sua assunzione irrif1essiva per l'antica prosapia; tra la pos-
sibilit d'immettere la novit nella propria tradizione e il
ripudio di questa tradizione stessa (e, potremmo aggiun-
gere, tra il rivolgersi ai critici con l'appello al meglio che
in loro e l'irrisione della mancata risposta). N importa che
l'oggetto di cui discorre Garcilaso sia la lingua e quello di
Boscan il verso; i criteri formali, cui accenna l'uno, e la
struttura dell'endecasillabo, di cui tratta l'altro, sono di-
versi strumenti per l'illustrazione del volgare, argomento
comune di entrambi; e la aptitud , che per Boscan
nell'endecasillabo, per Garcilaso - e per gran parte della
160
riflessione cinquecentesca - qualit intrinseca del pro-
prio volgare.
Entrambi, poi, nei nuovi criteri formali e neIIa nuova
struttura metrica vedono lo stimolo a una competizione
con la letteratura italiana dal cui lustro provengono gli uni
e l'altra. Ma anche su questo terreno, aIIa pacata constata-
zione deIIa possibilit di questa emulazione per vie di-
verse che in Garcilaso, Boscan sostituisce la letteralit
deII'imitazione e l'esteriorit deIIa sfida, pur fissando a que-
sta ampi termini di scadenza: podra ser, que antes de
mucho se duelan los italianos, de ver lo bueno de su poesia
transferido en Espafia. Pero esto aun esta lexos: y no es
bien, que nos fundemos en estas esperanzas, hasta veIIas
mas cerca (p. 674).
5. Modernit del tradizionalismo di Castillejo. Gli
aspetti deII'atteggiamento di Boscan che indicano iI disagio
tipico deIIe figure di transizione, con quel contrasto fra
l'impegno teorico d'innovazione e la tenacia deII'attacca-
mento aIIa tradizione peninsulare neIIa pratica deIIa pro-
duzione letteraria 140, furono certo queIIi che offrirono iI
bersaglio pitl facile a CastilIejo e ai cosiddetti tradizionalisti.
Pure, anche neIIa dimensione aneddotica deIIa contesa e
deIIa reazione, la Reprensi6n di CastilIejo, tanto addotta
e citata e risaputa, sembra superare l'episodio di costume,
e rispondere a motivazioni interne che senza toglierIe l'ap-
parenza mas festiva que doctrinal la rendono qualcosa
di pil di una humorada sin alcance 141.
Come esplicito neI titolo, la Reprensi6n non rivolta
contro la poesia nuova, ma contra los poetas espafioles
que escriben en verso italiano 142; e sono gli atteggiamenti
di questi, non i valori di queIIa, a venir presi di mira. La
prolungata aIIegoria deII'abiura, del tradimento, deIIa nuova
setta (<< se tornan a baptizar... han renegado la fee...
infieles ... aleves... gente tan pecadora vv. 148, 150, 163-
164, 174) si scioglie in cenni meno velati al disprezzo e aIIo
scherno con cui i neofiti delI'italianismo guardano aIIa tra-
161
11.
dizione spagnola nella sua totalit 143, e alla iattanza con cui
presumian / tanto de su nueva ciencia (vv. 259-260).
A rintuzzare questa iattanza e questo scherno volta l'os-
servazione che gi esistevano endecasillabi in Juan de
Mena; non a vantare astratte preminenze ispaniche. Tanto
vero che Castillejo si sofferma qui e l in un apprezza-
mento della poesia italiana, coi suoi sonetos de grande
estima (v. 224), e della nuova prosa / medida sin con-
sonantes (vv. 232-233) (cio senza le similicadenze della
tradizione ildefonsina e guevariana). Ora, e questo ci sem-
bra il punto fondamentale, egli finisce per insinuare quasi
una incompatibilit tra la poesia all'italiana e la lingua, e
la tradizione, spagnola:
Daban, en fin, a entender
Aquellos viejos autores
No haber sabido hacer
Buenos metros ni poner
En estilo Ios amores;
Y qu'el metro castellano
No tenia autoridad
De decir con majestad
Lo que se dice en toscano
Con mayor felicidad.
Mas esta falta o manquera
No la dan a nuestra lengua,
Qu'es bastante y verdadera,
Sino solo dicen que era
De buenos ingenios mengua (vv. 239-253).
Il passo suggerisce qui un principio di notevole impor-
tanza; la rivendicazione che alla tradizione letteraria spa-
gnola non sono mancati buenos ingenios appare avvolta
nel riconoscimento di una peculiarit della lingua spagnola,
che tanto ammissione di una sua falta e manquera
- cio mancanza di autorit e maest all'italiana - quanto
attaccamento sentimentale alla tradizione domestica delle
trovas caseras (v. 221). In un certo senso, viene qui
rovesciata la posizione di Valds e di Garcilaso; poich
Castillejo lasciaintravvedere una caratterizzazione della
tradizione linguistico-letteraria spagnola come intrinseca-
162
mente ruda proprio mentre scende in lizza a mostrare
come essa non sia stata desierta .
Il concetto differenziale che qui affiora ritorna e si spe-
cifica, senza implicazioni di inferiorit per lo spagnolo, al-
meno in altri due passi della Reprensi6n. Nell'uno si ven-
gono a contrapporre brevit e chiarezza, come caratteristi-
che della tradizione ispanica, all'oscurit verbosa di cui
viene tacciata quella nuova; l'affermazione posta in bocca
a Jorge Manrique:
Nuestra Iengua es muy devota
De la clara brevedad (vv. 306-307)
a riscontro delle nuove coplas que por rodeo / van di-
ciendo su intencion e della oscura prolixidad della
nuova poesia. Nell'altro passo sembra prospettarsi una ina-
dattabilit del sonetto allo spagnolo; l'osservazione attri-
buita a Torres Naharro, autore di sonetti in lingua italiana,
il quale esclude que la lengua castellana / sonetos de mi
sufriera per la pesantezza che egli sente nei sonetti com-
posti in spagnolo,
Coplas tan altaneras
Que corren con pies de plomo
Muy pesadas de caderas (vv. 331 ss.).
Nel suo tono scherzoso e divagatorio, Castillejo tocca
qui due punti fondamentali. Anzitutto, impostando il con-
fronto fra la tradizione ispanica e la modalit italianeg-
giante in termini di chiara brevit e oscuri rodeos, egli
avvia un discorso che avr ancora ampie battute nel secolo
successivo, allorch una volont di volgarismo far opporre
ai rodeos della poesia all'italiana la llaneza e i laconismos
della tradizione ispanica del romance a pata llana 144.
Quanto al secondo punto, Castillejo solleva una questione
forse pi ampia. Egli si domanda cio se sia possibile la
trasposizione da una lingua all'altra di schemi e moduli
provenienti dalla tradizione letteraria di una dene due,
163
senza che venga snaturata o la tradizione della lingua ospite
oppure la forma e il modulo importati. un problema so-
stanzialmente affine a quello della tradizione; ed esso aveva
dato luogo a riflessioni analoghe in pagine ben pi note di
quelle di Castillejo. Quarant'anni prima, una canzonina ,
in cui s'era cimentato a gara con una copta spagnola, aveva
fatto osservare al Bembo che le vezzose dolcezze degli
spagnoli ritrovamenti nella grave purit della toscana lin-
gua non hanno luogo, e se portate vi sono, non vere e natie
paiono, ma finte e straniere 145. N importa che dal punto
di vista ispanico di Castillejo sia ora la grave purit
quella che, riuscendo finta e straniera , sembra pesante
e tozza. Quanto importa che, rilevando l'insofferenza
della lingua spagnola , e della tradizione letteraria spa-
gnola, verso il sonetto, Castillejo viene in fondo a osservare
come sia necessaria una trasformazione interna della lingua
poetica e un suo intimo adeguamento alle nuove forme,
perch la trasposizione non rimanga esterna e quindi fallita.
Trasformazione e adeguamento che egli, immesso com'
nella tradizione ispanica, ritiene deprecabili e ineffettua-
bili; ma appunto la loro mancanza ci che egli rimprovera
alla poesia spagnola italianeggiante, senza dubbio pi a
quella di Boscan che a quella di Garcilaso 146.
Il cosiddetto tradizionalismo di Castillejo in realt
l'atto di scelta di una determinata tradizione formale, com-
piuto da uno scrittore profondamente inserito nel suo
tempo; non l'effetto di una retriva sordit alle nuove solle-
citazioni. Del resto, ci cosa nota per quanto riguarda la
sua produzione poetica. A mostrare le radici completamente
rinascimentali che ha la sua volont d'attaccamento alla
tradizione, abbiamo poi una testimonianza preziosa, nella
Carta dedicatoria premessa alle versioni spagnole del De
Senectute e del De Amicitia 147. Vi sono i cenni consueti
alle difficolt del tradurre, avvolti qui nella metafora del
tefiir (<< la gentileza del estilo menoscabase mucho, por
bien que se haga, en trasladar de cualquiera lengua en otra,
como quien torna a tefiir seda o pafio de color que, aunque
le queda la misma sustancia que antes, pierde de neesidad
164
la mejor parte del lustre , p. 254); c' il motivo del dis-
sidio tra le sentencias e la letra , e il rilievo delle
carenze dello spagnolo rispetto al latino: in questo caso,
l'osservazione che, per quanto riguarda le congiunzioni,
nuestro ramance cotejado con el latin, esta bien defe-
tuoso (p. 255).
Ma quando Castillejo passa a presentare una trova che
egli invia insieme alle traduzioni allo stesso destinatario, il
discorso muta e d luogo a una delle pagine spagnole di
quest'epoca in cui pi esplicito l'intento di trasposizione
su registro ispanico di atteggiamenti italiani e bembiani.
Non vedo qui in primo piano le motivazioni circostanziali
di chi voglia giustificarsi da tacce di leggerezza per essersi
applicato a versi anzich ad altri negocios , n di chi
cerchi soprattutto di procurare interventi mecenateschi 148.
I cenni iniziali al pasatiempo casera che nel far
trovas, e al disuso in cui caduto el trovar en nuestra
lengua , si allargano presto in un discorso pi generale,
che sviluppa in modo pi logico e coerente le stesse posi-
zioni della Reprensi6n, e soprattutto prospetta chiaramente
come atteggiamento non consono ai principi rinascimentaIi
l'abbandono che la Spagna sta compiendo della propria
tradizione letteraria:
Pero agl'avio se haze, a mi pal'eel', a 10s metros de Espafia
de estimarlos en tan poco en nuestro tienpo, pues todas 1as otl'as
1enguas genel'osas y no bal'bal'as tienen 10s suyos en mucho y
10s han tenido sienpl'e (p. 257).
Col ricorso consueto ai precedenti antichi, vengono ri-
cordate la lunga sopravvivenza della tradizione poetica tra
gli ebrei e tra i greci e la vitalit degli inni liturgici e delle
trovas di Orazio e Virgilio (in quest'ordine); e viene ad-
dotto, come cosa che todo el mundo sabe , il culto del
Petrarca che tra los modernos d'Italia, i quali in que-
sto modo quieren ya quasi que conpita en este caso su
vulgar con ellatfn . Di qui sorge il biasimo al menos-
precio in cui sono tenute le trovas castellanas in
Spagna, dove non viene riconosciuta l'autorit di Mena e
165
di Santillana, e dove ormai pochissimi sanno trovar bene 149.
questa una delle pochissime pagine del Rinascimento
spagnolo in cui la menzione di scrittori quattrocenteschi
operi non per un vanto d'antichit, come sar in Argote de
Molina e in Herrera, ma come richiamo vero e proprio a
un precedente formale; ed un tratto che rientra nella po-
sizione eccezionale di Castillejo.
In realt, Castillejo viene qui a identificare e mescolare
due diversi problemi: quello da cui ha inizio il suo discorso,
che prospettava la dignit del verso nei confronti della
prosa; e quello, al quale il discorso va volgendo in seguito,
della mancata continuit della tradizion@ ispanica perch
l'atte11Zione degli scrittori attuali si stornata verso una
tradizione aliena. Ma quest'ultimo tema a prevalere; il
motivo dei trovadores buenos si allarga ampiamente in
quello de los otros sctiptores anche di prosa, si spinge
al consueto cenno spregiativo per opere de la calidad de
Amadls y sus desendientes , e nella pagina finale si salda
con un'esortazione all'illustrazione della lingua, che ha
ormai dimenticato del tutto lo spunto originario fornitole
dal ragionamento sulla lirica e si pone chiaramente sul ter-
reno di un impegno rappresentativo e politico.
Qui, infine, l'argomento dell'espansione impetiale di
una cultura che non opera pi soltanto de nuestras puer-
tas adentro agisce esattamente alla rovescia che in Ne-
brija. Non induce cio alla compiaciuta constatazione di
un primato culturale, disinvoltamente identificato con
quello politico; al contrario, risolve in un'accresciuta re-
sponsabilit la constatazione che al primato politico tale
primato culturale lungi dal corrispondere:
La cual falta en lo pasado, aunque ha sido grande, no era
tan notable ni echaba tanto de verse, porque lo pasabamos de
nuestras puertas adentro, no habiendo spafioles salido fuera del
reino a ser conocidos hasta la guerra de Napoles; pero ya que
Espafia reina y tiene conversaci6n en tantas partes, no solamente
del mundo sabido antes, pero fuera dl, que es en las Indias, y
tan anchamente se platica y ensefia ya la lengua espafiola seglin
antes la latina, a proposito es entendella y adornalla 150 por todas
vias como se hace de algunos afios aca, y como hicieron romanos
166
a la suya, despus que comenaron a comunicar a Grecia y las
otras tierras esttafias fuera de Italia (p. 259).
Agli scrittori, dunque, di una lingua che ha raccolto
l'eredit imperiale del latino, viene ora assegnata la re-
sponsabilit di un massimo impegno volto a fornirle la
stessa qualit illustre con 1' adornalla ; esattamente come,
una trentina d'anni dopo, si dir nella chiusa del prologo
di Francisco de Medina alle Anotaciones 151. Uguale il punto
di partenza, in Nebrija, Castillejo e Medina - tre genera-
zioni della Spagna imperiale -; uguale in Castillejo e
Medina, e opposto a Nebrija, l'atto d'esortazione; opposta,
tra Castillejo e Medina, soltanto la scelta dei mezzi, nel
divario tra due diversi concetti dell' arte de bien decir .
III.
IL "CUIDADO DE BIEN DECIR" DI MORALES, PONTE
FRA IL PRIMO E IL SECONDO CINQUECENTO
1. Il Discurso sobre la lengtta castellana (1546-
1586). All'incirca agli stessi anni in cui scriveva Casti-
llejo, cio al 1546, risalgono le che per
.... e al ripnroaa ogni implicazione
po1i!ica, pr?pong-ono al castigliano con una certa organicit
arte de biendecir di estrazione quintilifl-
e riscontrano compiaciute l'inizialec:Q11$o-
lidatllento di un patrimonio letterario che sembra rispon-
dia questi criteri.
. Delleql1estioni bibliografiche inerenti al Discttrso sobre
la lengua castellana di Ambrosia de Morales 152, ci interessa
qui essenzialmente una circostanza: che a quarant'anni di
distanza dalla prima edizione, e in vita dell'autore, ne sia
apparsa una seconda, in cui nulla della prima veniva mu-
tato (salvo i cenni agli scritti cui il Discurso serviva da
prologo nell'una e nell'altra occasione, e a poche opere
167
apparse durante il quarantennio), mentre una lunga aggiunta
ne ribadiva anzi, in modo soltanto pi esplicito, alcuni dei
principi fondamentali.
Nel testo di Morales si possono delimitare tre parti,
centrate rispettivamente su questi punti:
a) necessit universale di amare e curare la propria lin-
gua (1'. 1-99);
b) trascuratezza costante degli spagnoli, ed esortazione
a rimediarvi col cuidado de bien decir (1'. 99-257);
c) mancanza di buoni modelli letterari e rassegna di
recenti opere spagnole in cui incomincia a operare il cui-
dado (1'. 257-439).
a) Fin dall'inizio s'annuncia la larga prospettiva in cui
Morales inquadra il ragionamento sulla lingua spagnola:
Una buena parte de la prudencia en los hombres es saber
bien ellenguaje en que nascieron (1'. 1-2). Nessuna im-
postazione nazionalistica, nessun particolarismo c' qui;
anzi, la massima universalit del concetto di lingua materna
e del motivo della saggezza umana. A nuestra lengua
Castellana non s'alluder per tutto il primo terzo del
Discttrso.
In tutte le lingue, scrive Morales nella prima parte, esi-
ste una distinzione tra:
a) el hablar ordinario (<< habla natural), com-
preso e usato da tutti per manifestar lo que sienten ,
godendo ciascuno nel comunicare e nell'intendere; in esso
sono maestri dapprima la natura, che insegna a ben pro-
nunciare e a formar bienlas bozes , in seguito l'uso che
insegna la propriedad (1'. 3-13) 153.
b) la eloquencia y cuydado de bien dezir, che
ognuno deve applicare alla propria lingua naturale. Cos
mostra l'esempio degli antichi greci e dei romani, che scris-
sero ciascuno nella lingua loro, senza mai pensare di
usarne un'altra, e che manifestarono la grande afficion
con que... amaron la lengua de su tierra mediante la
grande diligenza e cura con cui procuraron el bien ha-
bIal' , con lunga arte e continuo esercizio, con studio e con
168
fatica (1'1'. 13-75). Cos mostra, ancora, l'esempio recente
degli italiani exercitandose todos con gran cuydado en su
lenguaje ; e volti ad arricchire il volgare coi tesori e coi
despojos del greco e del latino, come gi Cicerone ar-
ricchiva il latino con quelli del greco. Inoltre lo zelo con
cui gli italiani sono intenti a nobilitare il volgare si mani-
festa negli scritti teorici del Castiglione e del Bembo
(1'. 75-99).
Vi sono qui posizioni di notevole genericit entro la dot-
trina rinascimentale; pure, circola in tutta questa prima
parte un'aura specificamente bembiana 154. Essa evidente
nella lingua d'uso e .linglla tratt1ta
C011 cuydado de bien dezir , e in quel concett() cli.lite
al:istocratica che sorge natutalmente dalla contrapposizione
dCq"iiesi'ultima al linguaggio ordinario que todos entien-
den, y todos se sirven dl . Si osservi poi come in queste
pagine Morales raccolga l'eco di una questione che per la
Spagna non aveva, n in realt mai aveva avuto per gli
scritti letterari, una grande attualit, come la controversia
tra lo scrivere latinamente e lo scrivere volgarmente. An-
cora pi evidente lo stimolo del Bembo, l dove Morales
sembra sviluppare sia il concetto del volgare, lingua ma-
terna in cui tutti noi tutta la vita dimoriamo 155, sia
l'estensione che il Bembo ne aveva operato al latino, nativo
ai 1"0mani.
E conviene senz'altro fermarsi al Bembo, senza risalire
a posizioni simili in altri discettatori italiani, per esempio
Lorenzo. Non solo perch la menzione del Bembo sorge
in una pagina di Morales con l'enfasi che addita in lui la
massima autorit, quella che rende superfluo il cenno a
qualunque altra: Mas para qu es menester detenernos
tanto en mostrar la estima que los excellentes de
Italia hazen de su lengua? Como si no tuvissemos ya
libro particular de la propriedad della, y de cosas que per-
tenescen para bien hablarla, el qual compuso el cardenal
Pedro Bembo... (1'. 91-96). In Morales, come in molte
pagine dottrinali spagnole di quest'epoca, salvo casi ecce-
zionali come Valds e Herrera 156, la ricerca di fonti italiane
169
inevitabile, ma anche condizionata dalla circostanza che
molti atteggiamenti dei discettatori italiani dovevano sem-
brare agli spagnoli sottigliezze e sfumature, la cui vera por-
tata spesso sfuggiva loro e comunque non li interessava
da vicino 157. L'influsso teorico italiano nella questione
spagnola fu indubbio, e spesso rappresent uno stimolo e
un avallo; ma esso oper nelle grandi linee, fornendo pill
che altro principi e atteggiamenti generali e massicciamente
delineati, spesso irrigiditi in meccanismi di posizioni e
contrapposzioni, o diluiti in tentativi combinatori e con-
temperatori.
Si veda che cosa Motales abbia capito del Castiglione 158:
El autor del Cortesano muestra bien el zelo que aquella
naci6n tiene de ennoblescer su lengua, con una larga dis-
puta de quin deve ser en ella imitado, Petrarca o el Bo-
cacio (r. 87-89). Morales dunque ha afferrato nel Bembo
il concetto che in Italia si imitano modelli passati, ha af-
ferrato pure l'esistenza di un divario a questo proposito
tra le idee del Bembo e quelle del Castiglione, ed esprime
a modo suo questo divario, operando sul Castiglione un
vero e proprio travestimento in termini bembiani. Il fatto
che Morales leggesse in modo impreciso i testi italiani ci
autorizza poi a intravvedere una fonte bembiana confusa
e rovesciata anche in un altro passo, quello sui benefici che
il buen dezir avrebbe apportato -a Cicerone innalzan-
dolo dalla presunta bassa origine alla maggiore gloria di
Roma, e sulla gratitudine che di conseguenza Cicerone
nutri per la propria lingua, di cui fue muy amador... y
esc1areci61a tanto, quanto ella le aVla a l ennoblecido
(l'. 60 sgg.); non pu esserci qui un travisamento in chiave
utilitaria e materialmente biografica del passo delle Prose
in cui Cicerone a conferire alla lingua dignit, grandezza,
reputazione e autorit? 159. Meno vistoso, infine, ma pi
importante dottrinalmente, ci sembra un altro punto in cui
Morales irrigidisce alcuni principi in conc1usioni troppo
prive di sfumature. L'arricchimento del volgare in Italia
con le spoglie del latino e del greco, e ai tempi antichi
l'arricchimento del latino coi grecismi, che Morales pte-
170
senta come mezzo d'acquisizione di nobilt, in realt, posti
in questi termini, non tengono abbastanza presente tutta
la vena di purismo che tanto di Cicerone quanto del
Bembo, per cui si pongono piuttosto come aper-
tura al cultismo, in una chiave tipicamente ispanica.
b) Incomincia ora il nucleo centrale del Discurso. Il
ragionamento sull'abbandono in cui giace la lingua spa-
gnola discende strettamente dalle pagine anteriori, che ne
hanno costituito la lunga premessa: Por esto me duelo
yo siempre de la mala suerte de nuestra lengua Castellana
(l'. 99-100).
Si tratta dell'applicazione, o meglio della mancata appli-
cazione, al caso particolare dello spagnolo, di quella dili-
genza che Morales ha pro-
spettato come pr}ncipiovalido per le lingue tutte. Nella
stessa prospettiva generalissima appare la lode alla lingua
spagnola:
siendo ygual con todas las buenas en abundanda, en propriedad,
variedad y lindeza, y haziendo en algo desto a 111uchas ventaja,
por culpa o negligenda de nuestros naturales esta tan olvidada y
tenida en poco, que ha perdido 111ucho de su valor (r. 101-104).
Peculiare, semmai, per Morales il fattore negativo del
massimo dispregio in cui gli spagnoli tengono la loro lingua:
lo que fue en todos los lenguajes estimado como cosa excelente
y admirable, los Espafioles no solamente no lo procuremos sino
que lo tengamos por vituperio; y que nunca cessando de alabar
la eloquenda, y los provechos del bien dezir, ayamos negado
esta gloria a nuestra lengua (l'. 161-165).
Ancora, la trattazione sull'eloquenza, in cui Morales va
toccando i punti tradizionali della della
zione,dell.aforza persuasiva 160, si svolge tutta sul doppio
piano da un lato della sua validit generale e assoluta dal-
l'altro della particolarit della sua mancanza in Spagna:
Esta parte del buen dezir no puede negar nadie que no es comun
a todas las lenguas y a nuestra Castellana con ellas si no
171
tuviesse por ventura tan bastas las orejas, y tan rudo el entendi-
l11iento, que no gozasse de differente sonido en una buena copIa,
que en una desbaratada, en una copIa, que en una escritura
sue1ta y en un razonal11iento bien concertado y suave, que en otro,
e1 qual caresciesse del todo de orden y concierto (r. 212-217).
Finalmente, a questo punto - ed forse l'unico in tutto
il Discurso - sorge il cenno a qualcosa che sia caratteri-
stico dello spagnolo e non solo nel senso negativo del me-
nosprecio e del descuido . Si tratta, in termini generali,
della difficolt ad applicare allo spagnolo la lindeza de
la elocucion e, pi specificamente:
ser la lengua en S1 de tal qualidad, que aunque es capaz de
l11ucho ornamento, pero resdbe10 con gran dificultad. Porque
para que sea dulce y sabrosa la COl11postura ay un estorvo grande
de l11uchas de las que llal11an en Lattn partlculas, y es il11possible
no averse de repetir l11Uy a menudo, de donde sucede fastidio
en los oydos, que sin mucho l11iral11iento no se puede huyr
(r. 244-249).
Che cosa intende Morales con estorvo grande de muchas
partfculas ? Il cenno estremamente vago; direi che egli,
pur non conoscendo probabilmente il Dialogo de la lengua,
alluda a qualcosa di non molto diverso dal que super-
fluo e dal de superfluo , che per Valds costituivano
difetti dello spagnolo, superfluidades che no proceden
sino del mucho descuido que tenemos en el escrivir en ro-
mance 161. Ma ci che pi importa che Morales crede
nell'efficacia che possono avere il miramiento , il tra-
bajo e la diligencia nel superare queste e altre diffi-
colt, ed convinto che con el uso se amansarfa lo que
aora espanta, con representarse quasi impossible (r. 252-
253). Egli assume cos lo stesso atteggiamento volonteroso
che aveva avuto ai suoi tempi un personaggio di Valds,
Torres (Pacheco), il quale cos accoglieva, per esempio,
proposte di neologismi: Para todos ellos yo de muy
buena gara dar mi voto, siempre que me sera demandado,
aunque algunos se me hazen durillos; pero, conociendo
que con ellos se ilustra y enriquece mi lengua, todavia los
172
admitir y, usandolos mucho, a poco a poco los ablan-
dar 162. In realt, al di l di improbabili rapporti di fonte,
ci che accomuna Valds e Morales, a circa un decennio
di distanza, la posizione programmatica del rinnovamento
volto a dare nobilt alla lingua, sia questo rinnovamento
improntato a un preciso motivo di arricchimento lessicale
come in Valds, oppure a norme ornamentali pi generiche,
come in Morales. Ma anche e soprattutto, sulla scorta di
Cicerone ed essenzialmente di Orazio, la sicurezza nella
capacit d'assimilazione di queste innovazioni nobilitanti,
da parte della lingua, e la fiducia nel potere di ablandar
e di amansar rappresentato dall'uso. questa la linea
sulla quale si porr ancora Cervantes, nel giustificare neo-
logismi latineggianti: y cuando algunos no entienden
estos trminos, importa poco; que el uso los ira inttodu-
ciendo con el tiempo, que con facilidad se entiendan; y esto
es enriquecer la lengua, sobre quien tiene poder el vulgo y
el uso ; ed questo, soprattutto, uno dei criteri pi in-
timi e vitali nelle posizioni herreriane 163.
Al di fuori dell'esposizione delle parti e degli effetti del-
l'eloquenza, e del cenno concreto a una peculiarit dello
spagnolo, la seconda parte del Discurso massimamente
imperniata su una delimitazione del buen dezir tra i
due poli del volgarismo e dell'affettazione; e in modo pi
specifico su una continua esortazione ad elevarsi nello scri-
vere al di sopta dell' hablar del vulgo , che pure con-
tinua prevenzione e difesa verso l'accusa di un'eccessiva
affettazione. Gi accennato nella prima edizione (ma posto
allota soprattutto sotto il segno dell'esempio di Cicerone e
di Quintiliano a chiarire che l'eleganza non necessaria-
mente affettata), questo spunto d luogo a un'amplissima
aggiunta nella seconda (1'. 107-149). Un'aggiunta che, nel-
l'andamento del discorso, inserita a commentare il di-
sprezzo che riscuote la letteratura in spagnolo: ya quasi
basta ser un libro escrito en Castellano para no ser tenido
en nada (1'. 105-106); e in realt volta soprattutto a
specificare e chiarire un passo successivo: Muy diferentes
cosas son en el Castellano, como en qualquier otto len-
173
guaje, hablar bien, y hablar con affectaci6n y en todos el
hablar bien es diferente del comun (1'. 181-183). Sono
queste le pagine di Morales delle quali Alonso ha rilevato
la modernit rispetto alle posizioni di Valds e di Garcilaso
e l'annuncio di posizioni herreriane.
Ci che a Morales preme di mettere in chiaro nell'ag-
giunta come siano erronee le due cieche persuasioni
che inducono gli spagnoli a confidare soltanto nei dettami
della natura e dell'uso, quando scrivono, e di conseguenza
a diffidare come di cosa affettata di tutto ci che sale de
lo comun y otdinario :
.. , quiera mostrar dos errores muy comunes de nuestros
Espafioles, que son como fuentes de do mana todo este descuydo
y como disfamia a nuestra lenguaje. Piensan sin duda vulgar-
mente nuestros Espafioles primero que naturaleza ensefia perfec-
tamente nuestro lenguaje, y que como es maestra de la habla,
assi lo es de la perfeci6n della, sin que aya aventajarse uno
de otro en esto, porque naturaleza ensefia a todos todo lo que
en la lengua natural ay que saber. De aqui nace el otro errar
tambin muy grande, de tener por vicioso y affectado todo lo
que sale de lo comun y ordinario. stos con estas sus dos tan
ciegas persuasioRes piensan, que todo lo que es eloquencia y
estudio y cuydado de bien dezir, es para la lengua Latina o
Griega, sin que tenga que ver con la nuestra, donde sera
superfluo todo su cuydado, toda su eloctrina y trabaio. Yerran
mucho sin eluda. [ ... ] (Pues qu los otros que todo lo tienen
en Castellano por affectado? stos quieren condenar nuestra
lengua a un estrafio abatimiento, y corno enterrarla biva, elonde
miserablemente se corrompa y pierela toelo su lustre, su lindeza
y hermosura. O desconfiana que no es para parecer, y sta es igno-
l'ancia, o no la quieren adornar como deven, y sta es maldad.
Yo no digo que afeytes nuestra lengua Castellana, sino que le
laves la cara. No le pintes en el rostro, mas quitale la suzieelad.
No la vistas de bordados ni recamos, mas no le mengiies un buen
atavio ele vestido, que aderece con gravedad (1'. 110 sgg.).
Morales dunque reclama per lo spagnolo quella qualifica di
lingua d'arte che Valds gli aveva negato nei confronti de1-
l'taliano confinandolo nei termini di lingua d'uso; diviene
scoperta in queste pagine la lusinga bembiana a spese della
moderazione di marca castiglionesca che originariamente
aveva persuaso Garcilaso e Valds 164.
174
In realt le pagine di Morales si pongono come un ten-
tativo di mediazione tra i criteri del Castiglione (che, ac-
canto a Quintiliano, egli doveva aver presente, probabil-
mente nella versione di Boscan, che cita con molta lode
poco dopo) e quelli del Bembo, e operano una contamina-
zione ispanica tra l'uno e l'altro. Da un lato Morales sembra
ben consapevole dei principi differenziali che sulla scorta
del Bembo va introducendo nel criterio di naturalezza; di
qui l'accenno al linguaggio imbellettato, di qui soprattutto
la barriera continuamente elevata e rafforzata a segnare la
frontiera tra affettazione e cuidado e l'insistenza con
cui sorge l'excusatio non petita contro un'accusa, che era
tanto pi temuta nella Spagna reduce dall'esperienza era-
smista: el cielo y la tierra, lo bIanco y lo negro, lo claro
y lo escuro, no esta mas lexos de ser una cosa, que stas
dos de juntarse, o parescerse (1'. 223-226). D'altro lato
l'assunzione delle posizioni bembiane tutt'altl:o che com-
pleta in Morales, e viene continuamente contemperata da
riserve e precisazioni che mantengono i criteri della
d'arte molto pi ancorati al terreno dell'uso di quanto non
avvenisse nel Bembo. Si veda il caso tipico dell'interpreta-
zione del precedente ciceroniano:
E per ci che non si pu per noi compiutamente sapere quale
abbia ad essere l'usanza delle favelle di quegli uomini, che nel
secolo nasceranno che appresso il nostro verr, e molto meno
di quegli altri, i quali appresso noi alquanti secoli nasceranno,
da vedere che alle nostre composizioni tale forma e tale 8tato
si dia, che elle piacer possano in ciascuna et, et ad ogni secolo,
ad ogni stagione esser care; s come diedero nella latina lingua
a' loro componimenti Virgilio, Cicerone e degli altri, e nella greca
Omero, Demostene e di molt'altri ai loro; i quali tutti non mica
secondo il parlare, che era in uso et in bocca del volgo della
loro et, scriveano, ma secondo che parea loro che bene 101'
mettesse a poter piacere pi lungamente (I, XVIII, p. 300).
Las mismas palabras con que Tulio dezza una cosa san las
que usava qualquier ciudadano en Roma; mas l con su gran
juyzio, ayudado del arte y del mucho uso que tenia en e1 dezir,
haze que sea muy diferente su habla, no n los vocablos y pro-
priedades de la lengua Latina, que todos san U1l0S, sino en sa-
berlos escoger y juntarlos con mas gracia (1'. 183-187).
175
c) Ma l'aristocratico disdegno per la gente vu1gar
s'accentua nella terza parte. Povert di modelli di buona
lingua, scarsezza di buone scritture in Spagna, divengono
argomenti di un discorso rivolto soltanto a los doctos y...
10s buenos juyzios (r. 272). E questo stesso criterio di
lite finisce per dar luogo a una contaminazione di criteri
contenutistici e formali assai lontana, qui, dal Bembo; poi-
ch nella baxeza della lingua di Spagna, destituita ai
viles usos delle storie di sucios [poi corretto in " va-
nos "J amores o Hbulas vanas (r. 287) viene indicata la
causa dell'indifferenza che gli spagnoli dotti hanno nutrito
generalmente per il volgare. Il luogo comune del biasimo
alla produzione cavalleresca e sentimentale si giustappone
qui e si fonde, con una motivazione affatto esterna e super-
ficiale, al discorso sull' arte del ben dire che sinora Mo-
rales ha mantenuto in termini strettamente formali.
A sua volta, la rassegna letteraria che chiude il Discurso
(r. 310 sgg.), mescola indiscriminatamente i due
Cos, le citazioni iniziali sembrano rispondere a un ordine
vagamente cronologico di materia: la storia romana e l'an-
tichit latina e greca, ci dice Morales, parlano ormai spa-
gnolo, con Pero Mexia; le antichit di Spagna sono ora in
piena luce grazie a Floriun de Ocampo; segue il cenno al-
l'epistolario quattrocentesco di Remando del Pulgar, e in-
fine si passa al Cortesano di Boscan. Si badi anche al carat-
tere dei singoli apprezzamenti: doctrina i gracia en el
dezir per Mexia; diligencia increyble... copioso y
genero de dezir per Ocampo (e copia e si rad-
doppiano immediatamente in abundancia... sutileza cuer-
da y muy medida ); cio entrambe le volte si saldano una
lode alIa dottrina e una lode allo stile, ugualmente gene-
riche e inconcrete. N pi concreti sono i due apprezzamenti
successivi, anche se ora pill. competitivi verso il latino e
verso l'italiano: la lode al donayre e al primor si-
mili a queIli latini, che sono in PUlgar, e alla bont di lin-
guaggio pari a quelIa dell'originale che nella versione di
Boscan.
176
Al cenno a queste quattro opere in ptosa, segue ora
quello alla poesia, di Boscan e di Garcilaso. Qui lo spunto
agonistico verso l'Italia diventa esclusivo, anche se variato
in specificazioni successive: hizo nuestra poesia no dever
nada en la diversidad y magestad de la compostura a la Ita-
liana, siendo en la delicadeza de los conceptos ygual con
ella, y no inferior en darlos a entendet y esptessarlos, como
alguno de los mismos I talianos confiessa (1'. 330-334);
mentre il nome di Garcilaso serve pi che altro a estendete
la contesa a un campo maggiormente ambizioso: ya no
se contentan sus obras con ganar la victoria y el despojo
de la Toscana, sino con lo mejor de lo Latino traen la com-
petencia, y no menos que con lo muy precioso de Virgilio
y Hot'acio se enrriquescen (1'. 336-339).
Riassumiamo i cenni successivi: Venegas del Busto, lo-
dato per il gtande ingegno e l'infinita sapienza, di linguag-
gio elegante e puro, salvo dove la materia ardua lo induce
a estorvarlo con vocablos estranos ; Boezio tradotto in
spagnolo in stile migliore che in latino 165 (solo nella 2
a
ed.);
Cervantes de Salazar, che scrisse cose clara y agradada-
mente dichas, que no creyera nadie dellas podian estar bien
en nuestra lengua (solo nella 2
a
ed.); Fray Luis de Gra-
nada, che dice cose celestiales y divinas con insuperate
lindeza, gravedad y fuera en el dezir (solo nella 2
a
ed.);
le opere contenute nella miscellanea di Cetvantes de Sala-
zar 166; lodate per la bont del contenuto e perch clara
y agraciadamente dichas, que nadie pensara podian caber
en nuestra lengua (solo nella 1a ed.); il dialogo di Prez
de Oliva, in un lungo cenno tutto avvolto in lodi alla pet-
sona dell'autore (ma si allude pure a quanto se pulio en
su lengua, quanto le fue aflicionado, y como estava todo
puesto, en dar a entender el mucho fructo de primor que
podria produzir su fertilidad, siendo bien cultivada
(1'. 373-375); in entrambe le edizioni cinquecentesche).
Nella seconda edizione, poi, viene notevolmente ampliato
il ricordo del grande amore che ebbe l'Oliva alla sua lin-
gua, cos da preferirla al latino in cui avtebbe potuto scri-
vete tan aventajadamente ; per cui arricch la lingua
177
12.
castigliana usandola in cose di grave .dottrina e sperando
sempre di ensalar1a tanto con su buen dezir, que cre-
ciesse mucho en estima y reputaci6n (r. 393-394), e per-
ci esercitandosi nelle traduzioni di teatro greco e latino 167.
Solo nella prima edizione, infine, seguono il cenno a
Cervantes de Salazar, del quale es grande el abundancia
de las cosas que coje y ayunta, y no es menos agradable la
propriedad y copia en el lenguaje (1'. 423-425); la lode
all'editore Brocar per l'accuratezza della stampa; e la spe-
ranza che assi... sea dl favorecida nuestra lengua con
buenos autores, y con este aliento y socorro todos se animen
a procurar su mejoria y perfeci6n (1'. 437-439). Qui fini-
sce il Discurso.
Serva quest'ultima citazione per mostrare gli aspetti in
parte empirici della posizione di Morales. La sua esorta-
zione alla cura , certo, si pone in massima parte su un
piano formale; ma rientra pure in un pi generale atteggia-
mento programmatico, in cui la lusinga del formalismo
ampiamente contaminata da problemi e interessi di mag-
gior concretezza.
2. Le ripercussioni nel tardo Cinquecento. Nella cul-
tura spagnola del Cinquecento, il Discurso di Morales si
presta a un'osservazione analoga a quanto venne osservato
per la quasi coeva Deffence di Du Bellay: pi che la sua
originalit, interessa la sua influenza; pi che le fonti, le
ripercussioni 168. Nel raccogliere e condensare una serie di
spunti dalla dottrina classica (Cicerone, Orazio, Quintilia-
no) e da quella italiana (dal Bembo, soprattutto, con echi
sparsi del Castiglione e forse di altri autori) 169, nell'astrarre
allo stesso tempo da ogni riferimento alla particolare situa-
zione spagnola in termini di politica esterna e interna, di
imperialismo e di norma regionale, le pagine di Morales
rappresentano il contributo pi meditato della cultura spa-
gnola della prima met del Cinquecento a una dignificazione
della lingua letteraria operata su basi puramente culturali.
178
Quanto sia stato fertile questo contributo cosa ampia-
mente nota, tanto da metitare a Morales le qualifiche di
precursore e di spitito chiaroveggente . A lui in effetti
si son viste far capo 170 le due grandi linee sulle quali si
sviluppa successivamente la dotttina linguistico-letteraria
spagnola. Cosl, per la mediazione di fray Luis de Le6n, che
talvolta lo imita letteralmente, Morales si presenta come
fonte delle idee di Cervantes sulla discrezione che tem-
pera il puro criterio toledano (e in parte anche quello cor-
tegiano), esull' arte che, nella lingua letteraria, raffina
la natura 171. A Morales, soprattutto, con la sua netta
delimitazione dell' hablar bien tra el hablar del vul-
go e el hablar con afectaci6n , e con la sua proposta
di un atavio della lingua con todo aderezo de elo-
cuencia , sono stati riportati alcuni dei principi che costi-
tuiscono il fulcro delle concezioni di Herrera: il supera-
mento completo non solo del ctitetio castigliano ma anche
di quello cortigiano, nel concetto di una lingua nazionale e
aristocraticamente diretta dai poeti, con le conseguenze
del distacco totale dal volgo, dell'amplissima apertura ai
neologismi, della lingua in perpetua formazione; conse-
guenze cui Herrera giunge con l'immissione di un ctiterio
di invenci6n nel ptincipio puramente selettivo operante
in Morales e in fray Luis 172.
Il Discurso, insomma, si pone come precedente inevita-
bile per le pagine teoretiche del tardo Cinquecento, quasi
un digesto spagnolo di alcuni principi della dottrina rina-
scimentale, destinato a mediare tra la cultura spagnola del
tardo Rinascimento e le lontane fonti dottrinali italiane e
classiche. Cosl, per esempio, il tipudio dell'affettazione in
Herrera certo un atteggiamento ispirato, direttamente ed
esplicitamente, a Quintiliano 173; ma sar da tener presente
anche Morales l dove Herrera delimita accuratamente la
frontiera tra arte i juizio e affettazione a proposito dello
stile di Garcilaso 174. Allo stesso modo, il neologismo herre-
riano ha motivazioni teoretiche molto chiare in varie pagine
delle Anotaciones 175; e sono motivazioni che, senza dubbio,
riguardano in parte la libert inventiva del poeta, la po-
179
tenza della poesia, l'originalit creatrice di ogni nazione 176.
Ma esse hanno dietro di s anche una concreta tradizione
precettistica, classica, italiana, spagnola, della quale l'anello
pi vicino a Herrera Morales. Cos, tutto il motivo del-
l'arricchimento della propria lingua con despojos di altre
pi nobili; e la fiducia nel potere assimilatore dell'uso; e
ancora, il discorso sull'elocuzione e il ricorso all'esempio
di Cicerone, i quali ultimi appaiono in Herrera condotti
quasi sulla falsariga di Morales:
todos los que viviero enla edad de Tulio, i gozaro de aquel dicho-
sissimo tiempo, en que tlorecio la eloquecia mas que lo que pa-
recio ser posible al ingenio i fueras delos ombres; usaro co
munmete de las mesmas palabras, que Cicero; mas el tiene una
estructura i frasis propria, gradissimamete diferente i distate i
aventajada de todas 177.
allcota,_ fotse, cetti influssi di Motales su
Medina. Essi talvolta documentano una mutata ptospet-
tiva. Per esempio, il cenno al disptezzo della gente colta
pet il volgate analogo in entmmbi; ma pi blando in
Momles 178, che tende a vedet giustificato questo disptezzo
pet lo scatso valote della lettetatuta in volgate ai suoi
tempi, pi in Medina 179 che incolpa questo
disptezzo coml'dusa Cli questo scatso valore. Quasi lette-
rale, poi, si ditebbe un influsso di Motales su Medina in
un altto punto; il passo di Motales in patte l'abbiamo gi
visto; ma conviene afhancatlo all'altto:
Por esto me duelo yo siempre de la mala suerte de nuestra
lengua Castellana, que siendo ygual con todas las buenas en
abundancia, en propriedad, variedad y lindeza, y haziendo en
algo desto a muchas ventaja, por culpa o negligencia de nuestros
naturales esta tan olvidada y tenida en poco, que ha perdido
mucho de su valor (r. 99-104) 180.
Por lo cual me suelo marauillar de nuestra tloxedad i negli-
gencia; por que, aviendo domado con singular fortaleza i pru-
dencia casi divina el orgullo de tan poderosas naciones; i levano
tando la magestad del reino de Espafia a la mayor alteza, que
jamas alcanaron fuerzas umanas; i fuera desta ventura aviendo
nos cabido en suerte una habla tan propria en la sinifcacion, tan
copiosa en los vocablos, tan suave en la pronunciacion, tan blanda
180
para doblalla a la parte, que mas quisieremos; somos dire tan
descuidados, o tan inorantes? que dexamos perderse aqueste raro
tesoro, que poseemos 181.
Salvo lo spunto politico delle prime righe, il brano di Me-
dina manifesta rispetto a quello di Morales un chiaro pa-
rallelismo, che naturalmente dei concetti, ma anche
delle parole e del ritmo sintattico. Cos alla quadruplice
serie di Morales abul1dancia) propriedad) variedad) lil1deza,
in Medina corrisponde un'altra serie quadruplice: propria)
copiosa) suave) blal1da (dove, se gli ultimi due termini sono
generici, i primi due riproducono, in ordine inverso, i pri-
mi due di Morales); cos ancora alla coppia sinonimica
culpa o l1egligel1cia di Morales, viene a corrispondere quella
costituita da tal1 descuidados o tal1 il1oral1tes di Medina. E
si veda ancora l'andamento del periodo, con l'inizio causale
(Por esto me duelo yo siempre - Por lo cual me suelo
marauillar), con la serie di gerundi (siel1do ygual haziel1-
do el1 algo desto - aviel1do domado... levantal1do aviel1-
do 110S cabido), e l'espressione consecutiva (fal1 olvidada y
tel1ida el1 poco) que... - tal1 descuidados) o tal1 il1oral1tes)
que... ).
D'altro lato, per Herrera e per Medina, il Discurso di
Morales non si pone soltanto come un precedente che
avesse avuto un'apparizione remota intorno alla met del
secolo. Esso di nuovo il1 fieri proprio nel penultimo de-
cennio, quando ferve in Spagna tutto un impegno teoriz-
zante assai pi fitto e sostenuto di quanto non era stato
allora. La fedelt al proprio scritto che Morales manifesta
nel riproporlo sostanzialmente invariato nel mezzo di que-
sto nuovo fervore teorico , certamente, in funzione della
precocit che avevano avuto le sue posizioni al loro primo
apparire; ma anche e soprattutto da intendersi come con-
statazione della loro persistente attualit.
Nei retoques della seconda edizione di Morales, Amado
Alonso osservava genericamente ripercussioni della nuova
realt linguistico-letteraria rappresentata da fray Luis de
181
Le6n e da Herrera 182. Mi sembra probabile, inoltre, che la
grande insistenza con cui nell'aggiunta Morales pone lo
scrivere bene al riparo dalla taccia d'affettazione sia
connessa con l'accusa che in effetti Prete ]acopin nella
Controversia rivolge pesantemente a Herrera. Pi che pro-
babile, poi, mi sembra che ci sia nell'aggiunta di Morales
una risonanza delle pagine in cui Medina taccia come vi-
zio il timore di arrancarse del uso : i si alguno lo
intenta es aborrecido de todos i vituperado como ombre
arrogante, que dexado el camino real, que hollaron nues-
tros passados, sigue nuevas sendas llenas de aspereza i
peligros, como si la conformidad de la muchedumbre,
guiada por su antojo sin lei ni razon, deviesse ser regIa
inviolable de nuestro consejos 183.
I due errori degli spagnoli sui quali si articola e si
costruisce l'aggiunta di Morales, - la paura di staccarsi
dall'uso, la facile accusa d'affettazione -. verrebbero cos
a corrispondere l'uno a una pagina di Medina, l'altro a cir-
costanze connesse con l'attivit di Herrera. Al di l di una
sua autorit teorica, riconosciuta s, ma limitata a questioni
d'ortografia 18\ e al di l del precedente effettivo offerto
dalle sue pagine per parole d' uso poetico 185, la figura di
Morales appare dunque come una presenza chiaramente
avvertita nell'ambiente sivigliano degli ultimi decenni del
XVI secolo e nella dottrina linguistico-letteraria che esso
andava elaborando. Vigile ancora a cogliere nella nuova
realt quegli spunti che rientrassero con coerenza nella sua
antica posizione, coerente a sua volta con questa nel con-
fermarne la persistente validit, Morales rappresenta nel
modo pi chiaro la continuit tra l'elaborazione dottrinale
offerta dal primo Rinascimento spagnolo nella sua massima
maturit e gli sviluppi tardo-rinascimentali della cultura
retorica spagnola.
182
IV.
LINEAMENTI CONCLUSIVI: DALLA TEORESI DEL PRIMO
RINASCIMENTO ALLA PRATICA MANIERI8TICA E BA-
ROCCA
1. Crisi rinascimentale e continuit ispanica. La pre-
cisa caratterizzazione cronologica che intendo dare a questo
studio mi induce a fermarmi alle soglie di un ambiente cul-
turale, ormai profondamente mutato rispetto alla prima
met del Cinquecento. Mutato quantitativamente, anzi-
tutto. Negli ultimi venticinque anni del secolo c' un ad-
densarsi di scritti teorici e precettisticiche contrasta con
la relativa scarsezza dell'epoca precedente: esplorazioni
storiche ed etimologiche (Argote de Molina, Poza: 1575,
1587); tentativi comparatistici CViilt1l:1574),preceduti
dall'intensa attivit grammaticale del decennio 1550-60
(le due grammatiche di Lovanio del 1555 e 1559; le due
d'Anversa del 1556 e 1558); mediocri arti poetiche e trat-
tati di metrica (Sanchez de Lima, Diaz Rengifo, Mondra-
gon: 1580, 1592, 1593); discorsi pi accatti e sottili (il
Brocense, Medina e Herrera, il Pinciano: 1576, 1580,
1590; il fray Luis de Leon dei prologhi alle poesie e al
terzo libro de Los Nombres de Cristo) 186 e l'enumerazione
estremamente parziale. Diversi, soprattutto, gli interessi
e la maturit dell'esperienza: sia sul piano della mutata
produzione letteraria che ora oggetto d'esame, sia su
quello della formazione teoretica, che si rinsalda adesso con
l'apporto della trattatistica e della poetica italiana del se-
condo Cinquecento. qllestg l'ambiente pi esplorato si-
nora, dalle vecchie pagine di Menndez y Pelayo a quelle
pili recenti del Vilanova, per ricordare soltanto gli studi
d'insieme. anche l'ambiente, lo sappiamo, in cui pu
~ l e r e inizioil discorso sulla poetica vera e propria, sulla
piena. assunzione della norma dell'imitazione 187, sulla fede
nell'erudizione poetica; ed un discorso da mantenere in
183
stretta connessione con quello che riguarda il manie-
rismo 188.
n periodo al quale ho circoscritto la mia attenzione
un altro, e altre sono le sollecitazioni che lo percorrono.
Nel soffermarmi sulla coscienza linguistico-letteraria
spagnola quale si viene manifestando poco prima, e con-
temporaneamente, e poco dopo, rispetto alle innovazioni
rinascimentali, ho inteso soprattutto coglierla in un mo-
mento di crisi, forse la massima crisi nella sua evoluzione.
All'interno di questo momento, ho tentato di intravvedere
in mezzo ai segni vistosi del mutamento le tracce tenui di
una continuit ispanica, tanto nella consapevolezza delle
caratteristiche della propria lingua quanto nella valutazione
della propria letteratura.
n mio intento non stato dunque quello di tracciare un
profilo sistematico ed esauriente della storia della precetti-
stica spagnola del tardo Quattrocento e del primo Cinque-
cento; n della critica letteraria nelle forme embrionali in
cui pu manifestarsi nella cultura spagnola di quest'epo-
ca 189; n dell'elaborazione di una precisa dottrina gramma-
ticale o metrica. stata deliberata l'esclusione di tutto un
settore precettistico, quello in latino, e quindi dell'opera
di Vives (e poi di Fox Morcillo e di Matamoros, ecc.); e
l'esclusione di tutto il settore comprendente le prime reto-
riche in volgare 190; e quella di pagine dottrinali mosse da
interessi religiosi (Venegas del Busto, per esempio, che
del 1538). Deliberatamente pure ho lasciato nella penom-
bra tutto quel filone, di estrema robustezza e persistenza,
che da Nebrija fino al Seicento pone al bando certe forme
di letteratura narrativa, d'amori, e soprattutto di cavalleria;
un bando, di cui abbiamo trovato tracce in Nebrija, in Val-
ds, in Castillejo, forse anche in Garcilaso. Esso deter-
minato da criteri, tatamente formali, frequentemente con-
tenutistici, si ispirino questi a forme di moralismo o a pi
sottili principi di verosimiglianza 191.
Alla spigolatura antologica 192 ho preferito la lettura di
pagine ben determinate: due retori del tardo Quattrocento
(Nebtija, Encina) tre poeti inversamente interessati alle
184
innovazioni petrarchiste (Garcilaso, Bowin, Castillejo),
due scritti organici di discettatori di opposta formazione
ideologica (Valds, Morales). un materiale che ha una
sua autonomia e concretezza; e che ad un tempo, sorgendo
in un'epoca che per definizione di transizione, di urto e
di assestamento, si presenta come punto di passaggio e di
riferimento nel cammino che porta la coscienza linguistica
e letteraria spagnola da posizioni medievali a posizioni ma-
nieriste e barocche. Matrici dunque di atteggiamenti suc-
cessivi, questi scritti si presentano come tappe nelle se-
guenti linee di svolgimento:
2. Lingua: l'elogio e la caratterizzazione. La conside-
razione del volgare risulta molto pi sfumata di quanto
non appaia dal motivo dell' apologia che consue-
tudine raccogliere. Il superamento della crisi quat-
trocentesca, nell'aspetto topico di lamentela e rimpianto
per la povert e le manchevolezze del volgare che essa as-
sume in Spagna 193, d luogo tanto ad affermazioni vistose
ed esterne, quanto a osservazioni pi precise e meditate.
Rientrano nelle prime le rivendicazioni di latinit per il
volgare, come quelle del maestro Oliva; rientrano lodi ge-
neriche, spesso emulative verso l'italiano, come il tan
noble o tan buena di Valds o di Boscan; rientra so-
prattutto la particolare elaborazione che la cultura spagnola
s'affretta a dare al motivo della lingua imperiale, che essa
trovava nel primo umanesimo italiano, e di cui una chiara
traccia in Castillejo.
Parallelamente, un apprezzamento pi sottile va rintrac-
ciando nel volgare una sua dignit intrinseca, in un abbozzo
di caratterizzazione, che opera con l'avallo tanto d'Erasmo
quanto del Bembo 194. In questo suggerimento di qualcosa
che in altri tempi si sarebbe chiamato genio della lin-
gua 195, si inquadrano i noti passi di Valds sulla genti-
leza dello spagnolo, il sentimento dei diferentes cami-
nos rispetto all'italiano che ha Garcilaso, tutta la posi-
185
zione di Castillejo. Quanto ai lineamenti che va assumendo
lo spagnolo nella coscienza dei suoi commentatori rinasci-
mentali - ed questo il punto pi importante -, il cenno
alla agudeza e all' hablar por metaforas che appare in
Valds, e il cenno alla chiarezza e alla brevit che sorge in
Castillejo, si pongono come i poli di una caratterizzazione
bifronte, che riflette una consapevolezza del tipo della lin-
gua letteraria spagnola anche nel momento in cui essa
sottoposta alla sua massima trasformazione.
L'una e l'altra linea, con le varie diramazioni, si prolun-
gano oltre la met del secolo e raggiungono quello succes-
sivo. In esse s'innestano alcune posizioni di Herrera e di
Medina che, a differenza di altti, mi sembra pi adeguato
collocare entro uno svolgimento ispanico, con i suoi pre-
cedenti teoretici immediati e remoti, anzich riportarle a
motivazioni diverse e non prive di astrattezza. Penso so-
prattutto alla considerazione imperiale della lingua, che
risuona chiaramente in Medina 196; e alla concezione - ad
essa strettamente legata sin dal Quattrocento italiano -
di un ciclo evolutivo della lingua, la quale cresce, fiorisce
e decade insieme col potete politico 197, che ispira un passo
delle Anotaciones 193.
Quanto agli apptezzamenti interni, c' da un lato tutto
un filone di lodi generiche della lingua, che passa ad esem-
pio per molte pagine di Hetrera e per la pagina in cui fray
Luis de Leon osserva di sfuggita le muchas virtudes
nelle quali lo spagnolo supera las lenguas mejores 199,
D'altro lato c' una serie di osservazioni minute ed empi-
riche su presunte pteferenze o repulsioni della lingua, sulla
linea dell' estorvo de muchas partfculas che eta in Mo-
rales; per esempio, Hetrera segna come caratteristica spa-
gnola l'ostilit ai diminutivi 200.
Il maggiot interesse ptesentato da queste ossetvazioni
che esse si inquadtano, come nel passo di Herrera, in un
tentativo di catatterizzazione sintetica. Nel caso di Herrera .
si tratta soprattutto del concetto cU..!l11a come
qualit peculiare dello spagnolo, che ritorna'ttequentemente
nelle Anotaciones a fissare, soprattutto in sede differen-
186
ziale, il tipo dello spagnolo in chiave di solennit e magni-
ficenza 201, quasi sul registro dell'antico sosiego. Alla ma-
gnificenza s'aggiunge la agudeza nello stesso Herrera 202. E
la agudeza don proprio de los Espafioles in Medina 2<)3
e donaires y agudezas sono caratteristiche della lingua
spagnola negli Equivocos Morales di Viana 204. Parallela-
mente, si sviluppa la linea che vede il tipo della liiigUa (e
della tradizione letteraria) spagnola ancorato alla brevit,
e contrapposto ai rodeos dell'ornamento
deos la parola che usava ai suoi tempi un personaggio della
Celestina per caratterizzare forme di retoricismo opposte
alla habla... comun 205; e, come abbiamo visto, la pa-
rola con cui il volgarismo secentesco satireggia la poesia di
Juan de Mena e di Garcilaso 206; mentre la brevedad appare
caratteristica dellenguaje antiguo negli scritti giovanili
di Cervantes 207. Di qui, agli sviluppi pienamente barocchi
della contrapposizione fra tradizione italiana e tradizione
spagnola in termini di un'Italia che toda es hablar e
una Spagna che toda es conceptos , il passo imme-
diato, anche se non trova qui la sua sede. Quanto mi inte-
ressa sottolineare come lo spunto antinomico appaia sin
dall'inizio, e sia stato raccolto, polemicamente da Boscan,
nostalgicamente da Castillejo.
3. Letteratura: il (( cuidado JJ tra uso e arte. Nelle
considerazioni precedenti stato inevitabile scivolare da
spunti relativi alla lingua a spunti relativi alla lette-
ratura . Altrettanto ovvio l'innesto del motivo dell' or-
namento formale, con tutte le sue implicazioni di carat-
tere letterario, nel motivo originario di una dignificazione
del volgare e di una fede nella sua capacit generica-
mente intesa. Le pagine di Garcilaso mostrano la valuta-
zione di questa aptidud nei riguardi dei contenuti e delle
materie; ed una valutazione che sar ampiamente svilup-
pata nella dottrina spagnola successiva 208. Ovviamente,
soprattutto la fiducia che la lingua sia - secondo il termine
bembiano -. capevole di abbellimento e di arricchi-
187
mento formale 209, a sorreggere tutta quanta la produzione
di quest'epoca e di quella successiva. In questa fiducia e
nei suoi effetti, con estrema generalizzazione, si pu veder
fondata la massima differenza tra l'epoca rinascimentale e
barocca, da un lato, e dall'altro quelle che la delimitano;
cio la differenza tra un atteggiamento programmatico di
rinnovamento e trasformazione - per diverse che siano
le modalit cui essi s'improntano - e la tendenza alla
fijaci6n, che appare tanto nella codificazione prerinasci-
mentale quanto nell'accademismo settecentesco 210.
La parola che nella dottrina spagnola rinascimentale
esprime in modo pi topico questa esortazione e questo
atteggiamento programmatico cuidado. Nel suo interno
- come all'interno di arte e artificio, di culto e di inge-
nio, ecc. - vanno sovrapponendosi le diverse connotazioni
con cui essa via via esprime una norma di stile in evolu-
zione da un criterio selettivo a un gusto ornamentale e in-
ventivo. In un certo senso, anzi, il cuidado la parola che
esprime l'impegno con cui la Spagna di una certa fase del
Rinascimento - da Valds a fray Luis de Leon - tenta
di disciplinare la propria lingua letteraria piegandola a mi-
sura e a selezione. un atto che non avviene senza sforzo.
Quanto vi fosse di intrinsecamento ornamentale e retoriz-
zante nel concetto spagnolo di cura della lingua gi nel
cuore del Cinquecento appare chiaramente quando si ri-
cordi un episodio di trasposizione italo-spagnola posto in
luce alcuni anni or sono 211; l dove l'esortazione - che il
Castiglione stesso aveva rivolto ai cortigiani urbinati nel
presentare loro la commedia del Bibbiena - a stimare la
lingua che Dio e natura ci ha data poich essa non sa-
rebbe inferiore al latino, al greco, all'ebraico si noi mede-
simi la exaltassimo, la osservassimo e puliessimo con quella
diligentia (e) cura, che li Greci e gli altri fecenno la loro ,
nella veste spagnola che le sovrappone Villalon abbiglia
subito la diligenza e la cura in elegancia y ornamento .
La preponderanza del momento ornamentale a spese dei
valori d'uso, coi quali esso conviveva nel cuidado di Valds
e in parte di Morales, si accompagna ovviamente al cre-
188
scente distacco con cui la lingua d'arte guarda il volgo 212.
Spunto bembiano per eccellenza, questo distacco distingue
gi Morales da Valds, alla base dell'aristocraticismo di
Herrera 213, ed ancora alla base dell'antinomia tra oscurit
e chiarezza, tra cultismo e volgarismo sulla quale imper-
niata la coscienza letteraria barocca 214. In quest'ultima, ge-
neralizzando molto, l'antica antinomia tra fablar oscuro
e lenguaje paladino di ceppo ispanico medievale ri-
sorge sotto lo stimolo delle ultime propaggini della dottrina
retorica del Rinascimento italiano.
4. Tradizione letteraria: la contraddizione di teoria e
pratica. Quanto alla considerazione della tradizione lette-
raria spagnola, l'originario punctum dolens della Spagna del
primo Rinascimento si placa in una progressiva assimila-
zione ed elaborazione in chiave ispanica dei suggerimenti
umanistici e bembiani. Da un lato, lo smarrimento iniziale
con cui Boscan rilevava la scarsa nobilt antica dei metri
spagnoli si rovescia addirittura in una rivendicazione vel-
leitaria di questa nobilt e antichit. Questa rivendicazione,
come in altro terreno orienta la Sprachbewusstsein etimo-
logica spagnola a risalire al basco o alla biblica lingua di
TubaI o a invertire addirittura il rapporto di derivazione
tra latino e spagnolo 215, cos ispira la nota supercheria
che afferma l'origine spagnola di endecasillabi e sonetti e
gli honrados hurtos commessi dal Petrarca a danno
della cultura spagnola 216. Pi pacatamente, lo spunto com-
petitivo con l'Italia si risolve qui e l in un tentativo di
applicare alla tradizione spagnola criteri e posizioni con-
sueti per quella italiana; cos, per esempio, la capacit
che si suole riconoscere all'endecasillabo, in Argote de Mo-
lina , s, caratteristica del verso italiano 217, ma lo di-
venta anche della copIa castellana in una formulazione
chiaramente emulativa 218.
Ma la soluzione che il problema della tradizione illustre
sembra ricevere prevalentemente nella Spagna del tardo
XVI secolo e del XVII un'altra; e consiste piuttosto nella
189
progressiva affermazione. dell'esistenza di un passato lette-
rario spagnolo, la quale rifugge per dall'affermazione di
una continuit. Il motivo bembiano dell' antico rozzo"
re 219 precedente all'et del Petrarca e del Boccaccio, cio
di una produzione esteticamente bisognosa di discolpa, sta
alla base dell'atteggiamento del Brocense e di Medina, di
Herrera e in parte ancora di Gracian 220. Per la cultura spa-
gnola del tardo Rinascimento e del Seicento, la tradizione
letteraria medievale finisce dunque per presentarsi in modo
esattamente inverso a come Valds vedeva quella giunta
fino a lui; poich la caratterizzazione che egli pareva fare
della lingua letteratia spagnola come desierta, s, ma non
ruda, si risolve nella nuova prospettiva in cui la lingua e
la letteratura antica appare ora ruda, anche se non desierta.
Nella stessa prospettiva di un'antichit, cui si guarda quasi
con occhio archeologico, si inquadrano l'uso della fabla nel
teatro barocco, le falsificazioni dei cronicones, le raccolte
ancora cinquecentesche di arcaismi 221; abbozzi di un filolo-
gismo che avr la sua piena espressione nell'erudizione suc-
cessiva. E in questa considerazione distaccata dell'antica
tradizione letteraria spagnola, priva dell'idea di una con"
tinuit formale, un divario fondamentale tispetto alle
posizioni del Rinascimento italiano.
La dialettica che oppone e unisce questa ricerca del pro-
prio passato, ricostruito in sede teorica ed erudita come
cosa remota, all'effettivo medievalismo interno della lette-
ratura secentesca spagnola 222, un elemento costitutivo
della dualit barocca. In questa dialettica, l'esplicito rico-
noscimento dell'antichit di una letteratura spagnola (alla
quale sul piano teorico viene negata validit formale mentre
nella prassi creativa ci si abbandona liberamente proprio
alle antiche tendenze formali che le erano caratteristiche)
si effettua in parte alla luce e con l'avallo di certe posizioni,
e non le meno tipiche, della dottrina rinascimentale italia-
na; ed un aspetto tra i molti che mostrano le radici ita-
liane e rinascimentali del barocco spagnolo.
190
NOTE
l Cf. W. D. Elcock, The romance languages, London 1960, p. 332; e,
con macrgiori cenni alla penisola iberica, La pnombre des langues romanes,
in R;vista portuguesa de filologia , XI, 1, 1961, pp. 1-19 (16 sgg.);
pi genericamente, R. Menndez Pidal, Caracter originario de C'astilla,
in Castilla, la tradicion, el idioma, Austral, Buenos Aires 1945, pp. 9-39.
2 Cf. soprattutto le divergenti posizioni di A. Castro (Acerca del
castellano escrito en torno a Alfonso el Sabio, in Filologia Romanza ,
1, 4, 1954, pp. 1-11 - sul concreto influsso degli ebrei alla corte alfonsina,
entro la generica contextura della convivenza spagnola di cristiani,
ebrei e arabi -, e in precedenza Espmia en su historia, Buenos Aires
1948, pp. 347 sgg., 481 sgg.) e di C. Sanchez Albornoz (Espafia, un
enigma historico, Buenos Aires, voI. II, p. 261 sgg.).
3 Cf. G. Hilty, Introduccion all'ed. di El libro conplido en los iudizios
de las estrellas di Aly Aben Ragel, Madrid 1954, p. XXV (sul quale si
veda anche la nota di C. Segre in L'Approdo Letterario , n. 11 (n. s.),
a. VI, 1960, pp. 120-22). Il fatto poi che l'individualit di una lingua
romanza nella Spagna - e la sua distinzione da una lingua romanza
sorella - abbia il suo pi antico riconoscimento in una fonte araba
(cf. A. Roncaglia, Le tmoignage le plus ancien d'une distinction conscien-
te entre deux langues romanes, in Actas do IX Congresso Internacional
de Linguistica Romanica , Lisboa 1961, voI. II, pp. 29-37) mostra per
altra via il peso che la convivenza tra arabo e volgare pot avere nella
consapevolezza d'autonomia di quest'ultimo. Quanto all'effettivo influsso,
infine, esercitato dall'arabo sulla prosa letteraria spagnola attraverso la
consuetudine delle tradizioni, cf. A. Galms de Fuentes, Influencias
sintacticas y estit!sticas del arabe en la prosa medieval castellana, in
BRAE , XXXV, 1955, pp. 213-75 e 415-61, e XXXVI, 1956, pp. 65-131
e 255-307; per l'individualit cos acquistata dalla prosa spagnola, cf. in
particolare p. 303 sgg. dell'ultima parte.
4 Per l'italiano ho presenti le pagine di C. Segre, La prosa del Due-
cento, in Lingua, stile e societ, Milano 1963, pp. 13-47 (19), e Le ca-
ratteristiche della lingua italiana, in appendice alla trad. italiana della
Linguistica di C. Bally, Milano 1963, pp. 437-70 (459); in campo spa-
gnolo, l'espressione di lingua nemica per il latino di J. Oliver
Asin, Iniciacion al estudio de la historia de la lengua espafiola, 5
a
ed.,
Madrid 1941, p. 64. Sulla nettezza con cui si opera un deslinde tra
volgare e latino nella produzione alfonsina e su una definizione di que-
st'ultima come opera di lessicografia latino-volgare, cf. A. Castro, Glosarios
latino-espafioles de la Edad Media, Madrid 1936, pp. LVIII e LXV
(Anejo XXII de la RFE); sull'accuratezza con cui Juan Manue1 evita
il latinismo lessicale, cf. M. R. Lida de Malkiel, Tres notas sobre ].
Manuel, in Romance Philology, IV, 2-3, 1950-51, pp. 155-94 (179,
182-83). Quanto all'importanza del pubblico ho presente - oltre nahl-
ralmente alle posizioni di Auerbach e ai concetti di arte para mayodas
e di prammatismo spesso applicati da Menndez Pidal a caratterizzare
la produzione letteraria spagnola (cf., tra l'altro, l'Introduzione alla
Historia GeneraI de las Literaturas Hispanicas di G. Diaz Plaja, Barce"
lona 1949, t. I, p. XXIII sgg.) - quel consenso collettivo sul quale
talvolta (Espafia cit., p. 242) A. Castro vede fondata la scrittura in vol-
191
gare in Spagna. - Quanto infine al purismo volgare di Alfonso e di Juan
Manuel, si ricordi l'analogo desiderio di evitare le pallavras latinadas
che nei precetti per ben volgarizzare, dati da Don Duarte (Leal
Conselheiro, ed. Piel, Lisboa 1942, p. 372; cf. L. Stegagno Picchio,
Introduzione all'ed. del DifJlogo em louvor da nossa linguagem di J. de
Barros, S.T.E.M., Modena 1959, p. 12).
5 N interessa, a questo riguardo, che la Spagna sia stata ampiamente
recettiva verso la produzione trattatistica - grammaticale e retorica -
dell'Europa medievale (<< Arti in latino, poetiche provenzali soprattutto
in Catalogna, Brunetto, ecc.), sulla cui diffusione sono ancora utili il
cap. V (De las ideas acerca del arte en la edad media) in M. Menndez
y Pe1ayo, Historia de las ideas estticas, ed. nazionale Madrid 1940, val. I?
p. 443 sgg. e alcuni dati in M. Schiff, La bibliothque du Marquis de
Santillane, Paris 1905; cf. cenni generali in F. L6pez Estrada, Intro-
duccion a la literatura medieval espanola, 2
a
ed., Madrid 1962, p. 78
sgg.; in particolare, per la conoscenza spagnola di Arti connesse con
quella di Matthieu de Vendme, cf., dello stesso, La retorica en las
Generaciones y Semblanzas , in RFE , XXX, 1946, pp. 310-52
(318, 322 sgg.).
6 Uso i termini nel senso di una proiezione della persona dell'autore
nella propria opera attraverso un fondamentale relativismo che le man-
tiene distinte l'una dall'altra, lasciando scoperti i fili della creazione:
nello stesso senso, cio, che ha il prospettivismo del Quijote nella
formulazione di Spitzer; e in quello di perenne passaggio dalla realt
soggettiva a quella oggettiva che ha lo cent:iurico nelle pagine di
Amrico Castro. In particolare, per la continua interferenza tra il piano
dell'autobiografia - e soprattutto dell'autobiografia letteraria, nel fre-
quente rimando alle proprie opere - e quello della creazione artistica,
:n Juan Manuel, in Juan Ruiz, in Llull, cf. M. R. Lida, Tres notas
cit., pp. 175-76.
7 Cf. ad esempio E. R. Curtius, Literatura europea y Edad Media
latina (cito dalla trad. spagnola, Mxico 1955, pp. 660, 680, 719, ecc.)
per certo formulismo nella consapevolezza che l'autore medievale mani-
festa della propria attivit. Sul doppio aspetto - topico e reale - ch
sembra avere nello scrittore medievale spagnolo la expresi6n de lo
personal , cf. D. Alonso, Berceo y los topoi , in De los siglos oscuros
al de Oro, Madrid 1958, pp. 74-85 (82 sgg.).
8 E non solo quella spagnola; cf. in G. Contini, Poeti del Duecento,
Milano-Napoli 1960, l'insistenza sull'importanza dell'elemento retorico
nella poesia italiana dei primi secoli (in particolare per Jacopone, voI. II,
p. 62 sgg.; e cf. val. I, p. 666 per la bonaria abilit retorica di un
Bonvesin, avvicinato, nella sua qualit di scrittore rappresentativo e
riassuntivo , appunto a un Berceo). In campo pi genericamente roman-
zo, ho presenti soprattutto le pagine di P. Zumthor, Docmnent et mo/lU-
ment: propos des plus anciens textes de langue franaise, in Revue
des Sciences Humaines , fasc. 97, 1960, pp. 5-19.
9 Mi mantengo deliberatamente in un tono assai generico nell'accen-
nare alla rielaborazione retorica che in certa fase presenta la Primera
Cronica Genera!. Si svolta infatti una profonda revisione critica della
storiografia alfonsina (cf. soprattutto D. CataIan Menndez Pidal, La
version regia de la Cronica General de Alfonso X e La version
192
alfomi de la Estoria de Esparia - in De Alfonso X al Conde de
Barcelos. Cuatro estudios sobre el nacimiento de la bistoriografia 1'0-
mance en Castilla y Portugal, Madrid 1962, pp. 17-93 e 95-203 -; Cro-
nicas generales y Cantares de gesta, in Hispanic Review, XXXI, 1963,
3 e 4, pp. 195-215 e 291-306; El taller historiografico alfonsi. Mtodos
y problemas en el trabajo compilatorio, in Romania , 335, 1963, 3,
pp. 354-75). Tuttavia, i termini in cui viene a porsi il pl'Oblema della
strutturazione pl'Ogressiva e incompleta della Estoria de Espafia e
soprattutto la rivalutazione della version vulgar (che Menndez Pidai
riteneva post-alfonsina anch'essa, e che D. Catalun fa invece risalire a
una fase ancora pienamente alfonsina) a spese della amplificata version
regia (iniziata effettivamente sotto il regno di Sancho) sembrano porsi
in sede assai pi storiografica che non letteraria. Desvalorizada dun-
que come documento la version regia , essa continua comunque a
presentare quella ricerca di una expresion mus amplia y mus limada
che gi da Menndez Pidal le veniva riscontrata come caratteristica; un
mIsto ornamentale e amplificatorio, che si presenta come un ideale sti-
listico, alternante con l'altro, che viene sottolineato nella alfonsina
version vulgar : quello cio della concisione e della brevitas, al quale
sembra appunto doversi l'apprezzamento che poco dopo ne far Juan
Manuel (cf. in Cuatro estudios, soprattutto p. 173). - Per la consuetu-
dine, a sua volta, di una duplice trasposizione (arabo-volgare e volgare-
latino) presso la vecchia scuola toledana, per l'allenamento che essa rap-
present per il volgare, e per la persistenza nella produzione alfonsina
di un lavol'O di gruppo (<< trasladadores , ayuntadores) sotto la su-
pervisione regia, cf. G. Hilty, op. cit., p. XXXVIII sgg., A. Galms de
Fuentes, op. cit., pp. 218-31, e soprattutto Gonzalo Menndez Pidal,
Como trabajaron las escuelas alfonsies, in NRFH , V, 1951, pp. 363-80.
Per osservazioni, infine, sul crescente impegno formale di Alfonso X at-
traverso un confronto tra brani simili del giovanile Setenario e delle
Partidas, cf. M. R. Lida, Pray Antonio de Guevara. Edad Media y Siglo
de Oro espanol, in RFH , VII, 1945, pp. 346-88 (382).
lO Sull'attivit mganizzativa e selettiva di Alfonso, cf. le successive e
talvolta divergenti impostazioni di A. G. Solalinde, Intervencion de
Alfonso X en la redaccion de sus obras, in RFE , II, 1915, pp. 283-88;
G. Menndez Pidal, Como trabajal'On cito (in particolare p. 368 sgg. sul
maggior intervento regio, in un secondo periodo di maggior sincre-
tismo ); R. Menndez Pidal, Introduzione all'ed. della Primera Cronica
General, Madrid 1955, I, pp. XVI-XX; e gli studi di D. Catalun cir.
11 Sono notissime citazioni tratte, la prima e la quarta, da Solalinde,
dalla General Estoria, la seconda e la terza, da Menndez PidaI, dal
Libro de las Estrellas de la Ochava Espera (Introd. a Primera Cronica
cit., pp. XIX e LI). Per il castellano drecho si ricordi come Menndez
FidaI (ivi, p. LI) lo interpreti come una aspirazione alla propriet ,
entro la mancanza di tradizione precedente, cio come purismo e desi-
derio di concisione; per l'applicazione del criterio alfonsino di castellano
drecho a un caso particolare, e pur caratteristico, cf. R. Lapesa, La
apocope de la vocal en castellano antiguo. Intento de explicacion historica,
in Estudios dedicados a Menndez Pidal, II, 1951, pp. 185-226 (216 sgg.).
12 Sono classiche le pagine di R. Menndez FidaI, Algzmos caracteres
primordiales de la literatura espaiiola, in Bulletin hispanique , XX, 1918,
193
13.
pp. 205-32, poi sviluppate e ampliate nell'Introduzione alla Historia
General di G. Diaz Plaja cit., pp. XV-LIX. Per successive riflessioni sulla
autorla multiple e l'esistenza di una coscienza collettiva come
tratti tipici di una coscienza regionale della Nuova Castiglia, cf. M.
Criado del Val, Teoria de Castilla la Nueva, Madrid 1960, p. 143 sgg.
(Gredos, Bibl. Rom. Hisp.).
13 Il confronto, ormai canonico a questo riguardo, tra i due autori
(cf. R. Menndez Pidal, in Poesia arabe y poesia europea, Austral,
Buenos Aires 1941, p. 129), ha dato luogo - al di l del motivo psico-
logistico di un carattere atrozmente puntilloso su cui si sofferma A.
Girnnez Soler (Don fuan Manuel, Biografia y estudio critico, Zaragoza
1932, pp. 139 sgg., 146 sgg.) -, all'inserimento dell'uno e dell'altro in
filoni letterari di varia fisionomia; cosi, in Juan Manuel s' visto operare
lo spirito selettivo di fronte allo spirito popolare (D. Alonso, Escila
y Caribdis de la literatura espafiola, in Ensayos sobre poesia espafiola,
Buenos Aires 1946, p. 18 sgg.), accanto all'antico topos che sar
ancor vivo nel Sacchetti (cf. D. S. Avalle, La letteratura medievale in
lingua d'oc nella sua tradizione manoscritta, Torino 1961, p. 73); e per
Juan Ruiz s' prospettata una voluntad de anonimia che non meno
coscienza di creazione (R. Menndez Pidal, Poesia juglaresca y origenes
de las literaturas romanicas, Madrid 1957, p. 378 sgg., e La Chal1son de
Roland y el neotradicionalismo, Madrid 1959, p. 55; cf. anche F. L6pez
Estrada, Introducciol1 cit. , p. 157) e, con qualche diversit di sfumature,
s' parlato della collaborazione armonica che egli richiede al lettore
come una variazione musicale che elemento integrante del Libro de
Blten Amor (L. Spitzer, Classical and Christian Ideas 01 World Harmony,
in Traditio , II, 1944, p. 447; e poi in volume, Baltimore 1963, p. 170).
14 Sono notissimi passi del Libro de Alexandre e della Vida de Santo
Domingo (seconda strofa in entrambi); cf. inoltre Conde Lucanor, ed.
Juli:i, Madrid 1933, p. 337; prologo del Libro de las Cmzes, ed. L. A.
Kasten e L. B. KiddIe, Madrid-Madison 1961, p. 1. Per paladino si tenga
presente soprattutto Y. Malldel, Old spanisb paladino , palaciano ,
palanciano , palaciego , in PMLA , LXV, 1950, pp. 944-74; e si
ricordi' la doppia possibilit d'interpretazione del passo di Berceo,. sug-
gerita da A. Monteverdi (Manuale di avviamento agli studi romanzi, Le
lingue romanze, Milano 1952, p. 103) a seconda che paladino s'intenda
come pubblico o come volgare cortigiano (al di sopra cio di
particolarismi regionali e contrapposto non tanto al latino quanto alle
parlate finitime); l'importante per noi che sia l'una sia l'altra accentua-
no nel proprio volgare una possibilit di comprensione quanto pi vasta
possibile, dove il paladino del Santo Domingo viene a combaciare del
tutto, come determinazione di romanz, con quel que la pueda saber
toda la gent che spiega romanz nel Sant Laurel1cio. Per una interpre-
tazione del passo dell'Alexal1dre entro una concezione della clerecia quale
conscious display non solo di una regolarit metrica ma of the
techniques taught in the ancient and medieval treatises on rhetoric and
poetic , sfoggio cio di poetic virtuosity e aspirazione all'ornato
difficile, cf. R. S. Willis, Mester de clerecia . A definitiol1 01 tbe
Libro de Alexandre , in Romance Philology, X, 3, feb. 1957,
pp. 212-24 (216, 217, 224).
194
15 Cf. R. Lapesa, Historia de la lengua espaiiola, 3" ed., Madrid 1955,
p. 160. Quanto a Berceo, se ne ricordi l'interpretazione di B. Gicovate,
Notas sobre el estilo y la originalidad de Gonzalo de Berceo, in Bulletin
Hispanique , LXII, 1, 1960, pp. 6-15, che presenta il suo volgarismo
tutto in chiave ammiccante, ironica, quale umoristica raffinatezza di poeta
d'lite, la cui rusticit artificiosa convenzione; ma converr attenuare
qui e l l'anacronistica modernit di questa immagine di Berceo, ricor-
dando come appunto nel suo prosaismo sia stata vista consistere la
sua poesia , e il suo seglar lenguage sia stato inteso come un tutto
unico e privo di ogni dissidio tra linguaggio recondito y potico e
popular y prosaico ; cf. J. Guilln, in Lenguaje y poesia, Madrid
1961, pp. 11-39 (38-39).
16 Per l'interpretazione del desdn pei giullari manifestato dal
clrigo dell'Alexandre entro l'esigenza di algo por encima sia del
chierico sia del giullare, cf'. A. Castro, Aspectos del vivir hisp!mico,
Santiago de Chile 1949, pp. 117-18.
17 Penso al volo pro legentis facilitate abuti sermone vulgato di
San Girolamo, ricordato da E1cock, La Pnombre cit., p. 4. Il passo di
Juan Manuel nel Prologo del Conde Lucanor, ed. cit., p. 2. Per un
commento del didascalismo di questo passo alla luce di un influsso dome-
nicano sull'Infante, cf. M. R. Lida, Tres notas cit., p. 157.
18 La metafora serva per una contrapposizione tra atteggiamenti italiani
e spagnoli, quando si confronti la palestra di stile di cui parlava F.
Maggini (La rettorica italiana di B. Latini, Firenze 1912, p. 20 sgg.)
e la misura del coefficiente di elasticit del volgare o la gara col
testo latino in sede formale, di cui parla C. Segre (La Prosa cit., pp. 32,
36), con quella enorme gimnasia che per Lapesa, Historia cit., p. 169,
rappresenta sl l'opera alfonsina, ma nel senso tutto contenutistico di
convertire la prosa castigliana in vehiculo de la cultura.
19 Il passo di Alfonso, ricordato da Lapesa, ivi, nel prologo del
Lapidario. Per l'ultimo punto, cf. J. Scudieri Ruggieri, Un Vegezio a lo
divino nel ms. escurialense &. II. 18, in Cultura Neolatina , XVIII,
2-3, 1958, pp. 207-15; cosicch questa veste dottrinale e morale e cristia-
nizzata dal Vegezio spagnolo viene a porsi come caso limite di quel tipo
di traduzione utilitaria e non retorica che distingue a loro volta i volga-
rizzamenti francesi da quelli italiani, su cui d. C. Segre, Jean de Mel/n e
Bono Giamboni traduttori di Vegezio, ora in Lingua, stile cit., pp. 271-
300.
20 Per l'ideale di chiarezza in Brunetto, cf. C. Segre, La prosa cit.,
p. 35, e La sintassi del periodo nei primi prosatori italiani, in Lingua,
stile cit., pp. 177, 198 sgg.; per le origini classiche e la diffusione patri-
stica e medievale dell'ideale stilistico della brevitas, cf. Curtius, op. cit.,
pp. 682-83.
21 General Estoria, ed. Solalinde cit., I, pp. 265 e 288; Sem Tob,
Proverbios 1II0rales, Buenos Aires 1958, strofa 550 (e cf. Prologo di E.
Gonzalez Lanuza, p. 31); Libro de Buen Amor, ed. Chiarini, Ricciardi,
Milano-Napoli 1964, 1606 sgg.
22 Il Conde Lucanor offre un esempio caratteristico del rapporto tra
brevit e variatio nei versi che concludono ogni enxemplo. Questi versi
sono espressioni, per definizione, compendiose; e come tali essi vengono
195
spesso introdotti: la sentencia... en que esta (se entiende) abreviada
mente... . Ma tutt'altro che compendiosa, anzi ripetuta con infinita insi
stenza, la loro immissione a conclusione del contesto, con una frase
introduttiva che, entro uno schema di monotona identit, ottiene la
variatio con modificazioni minime, nel succedersi del modulo causale
(<< entendiendo , viendo , quando entendi6 ... ), del modulo ponde
rativo (<< que era muy bueno , provechoso ... ), del modulo presenta
l'ore vero e proprio (<< e fizo estos viessos... ). Sul rapporto tra refran
e narrazione nel Conde Lucanor, cf. M. L. Lida, Tres notas cit., cap. II,
pp. 163-68.
23 Pi che rimandare a pagine di interesse genericamente romanzo
(FaraI, Curtius, Arbusow, Lausberg, ecc.), converr ricordarne, in ter
reno spagnolo, alcune di F. L6pez Estrada, Las generaciones cit., pp. 332-
35, (sui colori in un'ampia serie di passi medievali spagnoli, dalle
Partidas al Cartujano) e di M. R. Lida, F. A. de Guevara cit., p. 380, e
la sua recensione ai Colores l'hetorici dell'Arbusow, in Romance Philo
logy , VII, 1953-54, pp. 223-25 (sui dichos colorados nella tradizione
ildefonsina).
24 Nel medioevo, in afeitar, afeite, ecc., direi che si possano rintracciare
essenzialmente quattro valori, oltre a quello retorico, e tutti motano in
torno all'idea di abbellimento , spesso con una nota di finzione e
artificio : 1) radersi ; 2) cosmetici femminili (<< polvos e afeites...
e ... alcoholeras vendono le vecchie nel Buen Amor, 440 c (il passo,
e qualcun altro dei successivi, raccolto dal Tel1tative Dictionary of
Medieval SptlJIisb, di Boggs, Kasten, Keniston, Richardson, Chapel Hill
1946); ed apostada e bien afeitada la manceba nel Rimado
de Palacio 227 ab (come ricorda]. M. Aguado, Glosario sobre ]. Rui.z.
Madrid 1929, s. v.); per gli afeites nel romance della Misa de amor, e il
valore moralistico della loro descrizione, cf. M. R. Lida in RFH , III,
1941, pp. 24-42); 3) generico ornamento di oggetti (in Milagros 515,
l'immagine di Maria; Alexandre 2395 ab sedie el mes de mayo coronado
de flores / afeytando los campos de diuersas colores ; Primera Cronica,
ed. Menndez Pidal cit., cap. 510, I, p, 282, la Vergine d a Ildefonso
la casulla porque seasafeytado en esta uida de uestidura de gloria
et de santidad ); 4) lusinga , allettamento vano (gli afeitamientos
del mundo et del mi cuerpo in Castigos... del rey don StlJIcbo, ricor
dato da Aguado); e di qui, decisamente inganno (<< encubre su yerro
e afeytagelo in Maestre Pedro, Libro del Consejo, ed. A. Rey, Zara
goza 1962, p. 54). Come designazione riguardante il linguaggio, direi che
si oscilli tra il vatore di ornato .. e pi.acevokzza e la connotazione di
falsit; valgano per' il primo le semplici palabras afeitadas con gestos
arnorosos che nel 1l11guaggio dell'amante alternano con palabras muy
dules... dezires sabrosos (Buen Amor, 625 bc), e per la seconda i
fermosillos afeites che quali palabrillas pintadas nel linguaggio
dtlle monache si pongono sullo stesso piano di engafiosos juguetes e
falsos risetes (ivi, 1257 cd); e corrispondono dunque alla massima
attribuita a Seneca a chiusura del Libro del Consejo (cit., p. 72): non
te mueuas a palabras apuestas, ca la palabra de aquel [que] muestra obra
verdadera, sinpIe e buena deue seer, e non encubierta nin afeytada .
25 Cf. Buen Amor 168 b, l'odo saber de duefia sabe con sotileza
(allineato a mucha nobleza... cuerda e de buen seso) e 156 ab, El
196
amor faz' sotil al ome que es mdo, fazele fablar fermoso al que antes
mudo . Ma pure 1' abogado (ivi, 324 c) ligero e sotil (e,
anche trattandosi. di un galgo , .non ritengo corretta
" del "ado " di Cejador - raccolta 111 Aguado e nel TentatlVe DlctlOnary
cit. tanto pi se si tiene presente il sotil abogado di 509 b e il
sotil 'e sabio giudice di 323 d); sotil e costumera dev'essere quella
mezzana che, cos come vende afeites , deve sapere mentir fermoso ,
iui 437 b; sono sotiles le mentiras di Don Amor, ivi, 183 a, e sotileza
tratto del diavolo che, come discute con Maria in Berceo
(Milagros 90 b), cos tenta l'eremita nel Buen Amor 531 c. In senso
retorico, 50ti! in Juan Ruiz ha soprattutto il valore di "abilit"; ed
motivo di vanto: cos 1' endecha in morte di dona Garoza, per il
dolore, non fu tan sotil fecha, 1507 b; e, soprattutto, 50ti! porta il
peso dell'interpretazione stessa dell'opera: la manera del libro entin
dela sotil 65 b. Cf. anche il glossario di Chiarini. Per Juan Manuel,
cf. qui appresso.
26 Cf. Buen Amor 635 d, dove il consiglio di dona Venus all'amante:
encubre tu pobreza con mentir colorado affiancato a de tuyo o
de ageno vele bien apostado ; e ancora, bench nel Cid Alvar Fanez
parlasse tan apuosto (v. 1320), nel Lucanor gli homnes mintrosos ,
las mentiras que dizen, sabenlas tan bien apostar (em>:. XXVI, ed.
Julia, p. 145), e la Mentira abbindola la credula Verdat con razones
coloradas e apuestas (p. 146), con mentiras fermosas eapostadas
(p. 147).
27 Libro del C01l5ejo cit., p. 48; Conde Lucanor, ed. Julia cit., p. 328;
inizio del Libro de 105 Estados (<< BAE LI, p. 282); Cronica wmplida
(dal prologo di Gayangos, iui, p. XXII) ecc. (cf. altri esempi in H. Knust,
ed. del Conde Lucanor, Leipzig 1900, p. 296); Buen Amor, 15; Generai
Estoria, ed. Solalinde cit., I lib. VII cap. XXXV p. 194. Sull'ideale di
misura che alla base delle palabms complidas et apuestas in
Alfonso X e Juan Manuel, cf. J. Scudieri Ruggieri, Per uno studio della
tradizione caiialleresca nella cultura spagnola del medioevo, in Studi di
Letteratura Spagnola , 1964, pp. 28 e 35.
2B Per l'influsso stilistico del Toledano su Alfonso X, cf. M. R. Lida
de Malkiel, ]uan de Mena, poeta del prerrenacimiento espanol, Mxico
1950, p. 144, e per lo stile ildefonsino il suo A. de Guevara cit., p. 382;
si ricordi che la Primera Cronica (I, p. 283) definisce il trattato di Ilde-
fonso, di sant Alfonso boca doro , libro di cosas buenas muy apuestas
et de fremosas palabras . Per osservazioni su una certa tensione stilistica
nella Primera Cronica, cf. R. Menndez Pidal, Int1'Oduzione all'ed. cit.,
pp. XXXVI-XXXVII e XLIX. Per una caratterizzazione della Generai
Estoria dal punto di vista di un' arte de tmducci6n , oscillante tra
l'amplificazione didattica e il realismo detallista e attualizzatore, cf.
M. R. Lida de Malkiel, La GeneraI Estoria : notas literarias y filolo-
gicas, in Romance Philology, XII, 2, 1958, pp. 111-42 e XIII, l,
1959, pp. 1-30 (122 sgg.).
29 A. Cast1'O, Espafia cit., p. 364; M. R. Lida, Tres notas cit., pp. 179-
84; cf. anche altre osservazioni nello stesso senso in K. R. Scholberg,
Modestia y orgullo: una nota sobre Don ]uan Manuel, in Hispania ,
XLII, l, 1959, pp. 24-31.
197
30 Si tratta di un notissimo passo del cap. XC del Libro de los Estados,
il quale continua en poniendo declaradamente complida la razon que
quiere decir, panelo en las menos palabras que pueden seer (<< BAE
LI p. 335). Per i fermosos latines R. Menndez Pidal (Antologia de
pl'osistas espaiioles, Madrid 1923, p. 28) ricorda come si tratti non di
latinismi ma di expresiones elegantes ; e il cenno raccolto da R.
Lapesa, Historia cit., p. 170, e da Oliver Asin, op. cit., p. 66 (<< expresio-
nes selectas). Quanto all'ultimo punto, si ricordi come anche nella pe-
nisola iberica la denominazione di latino per la propria lingua (cf. A.
G. Solalinde, La expresi6n nuestro latin en la General Estoria , in
Homenatge a A. Rubi6 i Lluch, Estudis Universitaris Catalans , Bar-
cellona, XXI, 1936, pp. 133-40; e G. Hilty, op. cit., pp. XLVIII sgg.)
riflettesse quel sentimento di compenetrazione tra latino e volgare sul
quale, per Dante, cf. B. Terracini, Il canto XXVII dell' Infe1'llo , in
Lettere Italiane , VI, 1954, p. lO sgg. dell'estratto.
31 Cf. M. R. Lida, A. de Guevara cit., p. 382; e si veda come esempio
di ripetizioni e di figure etimologiche, anche al di fuol' della condensa-
zione caratteristica delle ultime parti del Conde Lucanor, l'Enxemplo
IX (pp. 50-51 ed. ]ulia): ... dos caballeros... eran entramos muy amigos
e posaban siempre en una misma posada. Et estos dos caballeros non
tenian mas de sendos caballos, e assi commo los caballeros se querian
111UY grant bien, bien asi los caballos se querian muy grant mal. Et los
caballeros non eran tan ricos que pudiesen mantener dos posadas, e por
la malquerenia de los caballos non podian posar en una posada, et esto
habian a vevir vida muy enojosa ; cf. il commento di Knust, op. cit.,
p. 321, e, per altri esempi di prosa ornamentale e di passi in cui ].
Manuel quiere alzar al estilo , cf. M. R. Lida, Tres notas cit., pp. 182-
83 e n. 15. Quanto all'ultimo punto, si ricordi]. Vallejo, Sobre un aspecto
estilistico de D. ]. Manuel, in Homenaje ofrecido a Menndez Pidal,
Madrid 1925, II, pp. 63-85 (64 e 83-85), studio che, posto all'insegna
di un passo di ]. Manuel Fiz este libro compuesto de las mas apuestas
palabras que yo pude , rileva nell'uso delle espressioni concessive nel
l'Infante tutta un'evoluzione stilistica, in un desiderio di artistica
variet .
32 Libro de los Estados, cap. LXIII, BAE LI p. 314. Per una
posizione fondamentalmente analoga nel Portogallo medievale, si ricordi
come don Duarte ponga lo scrivere fremoso nel mezzo tra clara
mente e cul"tamente , cf. Leal Conselheiro, ed. cit., p. 372, e L.
Stegagno Picchio, op. cit., p. 12.
33 Cf. all'inizio della seconda parte del Conde Lucanor (ed. ]ulia,
p. 324): Et so ierto que esto me dixo [che querria que 10s mis
libros fablassen mas oscuro] porque l es tan sotil e tan de buen
entendimiento e tiene por mengua de sabiduria fablar en las cosas muy
llana e declatadamente . Questo entendimiento mostrato nella prosa
oscura assai vicino a quel senso di maestria e difficolt superata
che ha il trovar poetico; si rammenti la raffigurazione di Alfonso X
in qualche codice delle Cantigas col motto trobar e cosa en que jaz
entendimeto , come ricorda D. S. Avalle, op. cit., p. 51.
34 Per la fabliella di ]uan Manue1 cf. l'inizio del Libro del
Caballero, BAE LI p. 234, e Libro de los Estados, ivi, p. 355; quanto
alla manel'a, cf. Libro infinido (ed. Blecua, Granada 1952) p. 30,
198
n 11 (sulla distinzione tra 1l1aneras e costumbres in Alfonso X
'in Juan Manuel); e cf. ivi, p. 36, nel testo dell'Infante, la chiara allu-
a una manera de fablar asi .
35 Origenes de la 1Z0vela, ed. nazionale, Madrid 1943, I, pp. 149-50;
cL anche M. R. Lida, Tres notas dt., p. 193.
36 Cronica Cumplida (in BAE LI, p. XX, nel prologo di Gayangos);
cf. anche J. Oliver Asin, op. cit., p. 65.
37 Cf. C. Segre, La prosa cit., pp. 33-34.
3B Nel senso di periodo costitutivo di una sensibilit formale che ha
in B. Terracini, L' aureo Trecento e lo spirito della lingua italiana,
in Giornale storico della letteratura italiana , CXXXIV, 405, 1957,
pp. 1-36; cf. anche Lingua libera e libert linguistica, Torino 1963, p. 152.
39 Ho presenti C. L Balmus, tude SUI' le style de Saim Augustin
dans les Confessions et la Cit de Dieu, Paris 1930 (pp. 93-94 per il
purismo, e tutta la parte da p. 95 in poi, in particolare pp. 128, 174,
198, 235 sgg., per le osservazioni sintattiche e stilistiche); E. Auerbach
(cito dalle traduzioni italiane), Lingua letteraria e pubblico nella tarda
antichit latina e nel Medioevo, Milano 1960, p. 33 sgg. per il problema
dei livelli stilistici e per tutta la questione del ser1l10 humilis , e
Introduzione alla filologia romanza, Torino 1963, pp. 70, 75, 126 ecc.
Il passo di Agostino l'icordato da Elcock, La pnombre cit. , p. 4.
40 Per lo stile isidoriano nel medioevo italiano, cf. A. Schiaffini, Tra-
dizione e poesia, 2' ed., Roma 1943, pp. 18 sgg. e 129 sgg.; Momenti di
storia della lingua italiana, 2' ed., Roma 1953, pp. 73 sgg., 86 sgg.
Quanto alla Spagna, per l'inseri1l1ento ormai classico dello stile di Antonio
de Guevara nella tradizione della prosa paralle1istica, assonanzata, allit-
terata, che deriva alla lunga da Sant'Isidoro e pi immediatamente dal
De virginitate di Sant'Ildefonso, cf. M. R. Lida, A. de Guevara cit.,
p. 379 sgg.
41 superfluo rammentare notissime osservazioni sui rapporti del cul-
teranismo e del concettismo col manierismo latino medievale (cf. soprat-
tutto E. Curtius, op. cit., pp. 397, sgg. 412 sgg.), o la connessione sta-
bilita tra il concettismo e la relativit, di concetti e di parole, familiare
alla patristica e al medioevo (L. Spitzer, Il barocco spagnolo, in Cinque
saggi di ispa11istica, Torino 1962, pp. 109-27 in particolare p. 123). Pi
concretamente si ricordi l'attaccamento che la Spagna del Cinque e
Seicento mostra per gli autori della tarda antichit, messo in luce da
M. R. Lida pi volte e soprattutto, a complemento delle pagine di
Curtius, in Perdtlracion de la literattlra antigua e11 Occideme, in Ro-
mance Philology , V, 2-3, 1951-52, pp. 99-131 (105 sgg.).
42 Medievalit, tendenza al contrasto, sono criteri cos spesso applicati
a una caratterizzazione della cultura spagnola da esser divenuti qualcosa
che sta tra il punto unanimemente acquisito e il luogo comune. Si ricordi,
quanto alla prima, da un lato l'alterna interpretazione dell'arcaismo della
cultura spagnola ora sul piano di un'arretratezza penosa rispetto all'Euro-
pa moderna ora, a riscontro, in termini di religio valida mantenitrice di
antichi con l'immagine della Spagna reazionaria oppure preziosa-
mente tradizionalista nel pensiero censurante o giustificatore di Croce o
di Vossler; o d'altro lato l'interpretazione della vitalit del patrimonio
medievale nel Secolo d'Oro come fecondo frutto tardivo, in pagine assai
lontane tra di loro come quelle di Menndez Pidal (La Espaiia del Cid,
199
2" ed., Buenos Aires 1943, p. 504) e di Cmtius (op. cit., p. 755 e
passim). Quando al contrasto , su di esso fondata una serie di ca-
ratterizzazioni dello spagnolo - come lingua, come letteratura e come
natura nazionale (sul problema dei rapporti fra caratterizzazione di
una lingua e caratterizzazione psicologica, cf. B. Terracini, Lingua libera
cit., p. 147 sgg.) -. Cos in note riflessioni di romanisti: miscuglio di
orgoglio e realismo, di popolarit e raffinatezza estrema, mancanza di
armonioso e classico equilibrio (Auerbach); mancanza di sfumatura e di
misura, polarit di sogno e di vita , di rosa e di nero , di
sensuale e di divino (Spitzer); mancanza di un grado stilistico intermedio
tra quello popolare e quello artificioso, fluido immediato di compren-
sione tra poeta e pubblico come veicolo di forme ora pleonastiche ora
ellittiche, legge di opposizione e di accordo nei rejratles, marzialit della
lingua, tendenza allo scambio drammatico fra azione e reazione (Vossler).
Cos. nella meditazione della storiografia spagnola: qualit paradossale
dellal lingua spagnola, come esplosione di energia a carattere statico,
passione come carattere nazionale (Madariaga); bifrontismo delle due
Spagne (Menndez Pidal). Cos ancora nella riflessione critica sulla storia
letteraria (la formula alonsiana di uno Scilla e Cariddi come duplicit
tipica e della letteratura spagnola e dell'epoca aurea e del singolo autore,
per cui il segreto della letteratura spagnola consiste in un extrano
desdoblamiento , in una sintesi d'elementi contrapposti, talvolta dram-
maticamente ). Sul problema delle definizioni riguardo alla lettera-
tura spagnola, cf. C. Samon, Premessa al Profilo di storia della lelle-
ratura spagnola, Roma 1960. - Per una specifica caratterizzazione lin-
guistica, cf. soprattutto l'ampio capitolo Perfil estilistico in M. Criado
de Val, Fisonomia del idioma espafiol, Madrid 1957, p. 199 sgg., tutto
fonda to sul rilievo di uno squilibrio tra l'influsso del linguaggio popolare
tendente alla naturalezza e le brusche reazioni di un' estetica colta, tesa
a un'espressione culterana; di una convivenza tra tendenza all'astrazione
su base teologica e tendenza al vitalismo e al personalismo, tra affettivit
e indifferenza, tra estremi sia di sostantivazione sia di verbalizzazione.
4J Sull'assunzione di un baracco spagnolo sul piano della co-
stante tipologica o del carattere primordiale sembra superfluo il
richiamo a note impostazioni, da Croce a Curtius a Hatzfeld, da Pfandl
e d'Ors a Valbuena. Si veda in particolare l'inquadramento della que-
stione in O. Macr, La storiografia del barocco letterario spagnolo, in
Manierismo, barocco, rococ: concetti e termini, in Quad. n. 52, Accad.
Nazionale dei Lincei, Roma 1962, pp. 149-98 (151, 193 sgg.).
44 Cf. A. Pagliara, I primissima signa nella dottrina linguistica
di Dante, in Nuovi saggi di critica semantica, Messina-Firenze 1956,
pp. 213-46 (234).
45 Penso alla consapevolezza, spesso ironica, che questo o quel perso-
naggio del teatro del Secolo d'Oro talvolta manifesta dell'impegno che
gli viene dalla propria parte; e come caso limite a una notissima pagina
di Lope (<< Un soneto me manda hacer Violante , La Nifia de Plata, atto
III, scena IV). Introdotto da un pretesto tenuissimo, conchiuso con la
taccia di '([esatino che gli muove un altro personaggio, recitato da un
gracioso (e sono elementi di un ironico gioco di specchi del tutto con-
sueto e convenzionale in Lope), il passo ci mostra soprattutto l'atto in
cui la consapevolezza del canone - in questo caso la struttura del so-
200
netto -, il gusto cio della forma per la forma, si esaspera grottesca-
mente, burla burlando, fino a riempir di s il componimento e svuotarlo
di ogni altro significato. Che sia logico pensare a pi o meno remoti
precedenti italiani, burleschi e manieristici, che siano stati additati con-
cretissimi precedenti nel petrarchismo spagnolo, pieno e tardivo (B. del
Alcazar, un Diego de Mendoza del primissimo Seicento) questione che,
come per tutto il barocco spagnolo, riguarda l'originalit, non la tipicit
di questa pagina. Tant' vero che da Lope che muove la diffusione
successiva del motivo, in Spagna e soprattutto fuori di Spagna. Cf. M.
Menndez y Pelayo, Estudios sobre el teatro de Lope, ed. nazionale,
Madrid 1949, t. IV, pp. 285-87 e ]. F. Montesinos, Lope de Vega,
Poesfas liricas, Clasicos Castellano, Madrid 1951, p. 187, n. 1; alle imi-
tazioni moderne in spagnolo da aggiungere la Receta para reilenar
sonetos di ]. L. Tejada, in Para andar conmigo (e il volumetto appare
quale homenaje a Lope), N. CCVI di Adonais, Madrid 1962, p. 28;
in cui -a parte la nostalgia delle due terzine per los antiguos
ritenuti meno formalisti dei moderni -, le due quartine riecheggiano
chiaramente l'antico motivo: En el primer cuarteto del soneto / nom-
braras a la cosa titulada... . Si ricordino infine, sul virtuosismo di Lope,
note osservazioni di K. Vossler, Lope de Vega y su tiempo (cito dalla
trad. spagnola 2" ed., Madrid 1940, pp. 104-10) e di ]. F. Montesinos,
Estudios sobre Lope, Mxico 1951, p. 318.
46 Cf. C. Samon, Studi sul romanzo sentimentale e cortese nella
letteratura spagnola del Quattrocento, Roma 1960, cap. 2, p. 51 sgg.,
e Premessa al Profilo ciI., p. 12.
47 Cf. K. Vossler, La Spagna e l'Europa (cito dalla trad. italiana, P-
renze 1963), p. 115 sgg.
,18 M. Criado de Val, Fisonomfa ciI., p. 223.
'" E. Auerbach, Introduzione cit., p. 210.
50 L' ispanit ante litteram degli scrittori ispano-Iatini questione
che troppo facilmente pu scivolare sul pericoloso terreno di un deter-
minismo etnico o psicologico per porla ancora una volta in quanto tale;
giova anzi ricordare come i pi meditati tentativi di sintesi de lo espaitvl
si soffermino ampiamente a negare il carattere eterno e immutabile
di questo e ne delimitino nettamente l'origine entro i termini del me-
dioevo: cf. soprattutto A. Castro, La realidad hist6rica de Espaila, ed.
renovada, Mxico 1962, passim e in particolare i capitoli I e V. Quanto
per innegabile l'attrazione che la letteratura spagnola ha spesso
sentito per alcuni scrittori latini - pesasse o no su di essi il fatto di
essere hispani - nei quali era particolarmente vistosa una qualche carat-
teristica barocca; ed questo appunto il termine che, dall'interno degli
studi latini, stato applicato a Seneca e a Lucano, cos come sono le
acutezze a venir segnate come caratteristiche del primo (cf. A. Ro-
stagni, Storia della letteratura latina, 2" ed., Torino 1954-55, voI. II,
pp. 305, 409). del resto una simile prospettiva interna quella che
appare nel pur fuggevole cenno di R. Lapesa (Bistoria cit., p. 44): en
sus obras [degli ispano-Iatini] espafioles de tiempos modernos han crefdo
reconocer alguno ,de los rasgos fundamentales de nuestro espfritu y
literatura . Cf. anche F. L6pez Estrada, Introducci6n cit., pp. 244-45 e
O. Macl', La storiografia ciI., pp. 173 e 193 sgg.
201
51 Per la linea di buen gusto tracciabile da Prez de Guzman a
Valds - distinta dalla linea cortesana tra F. del Pulgar e Gue-
vara - cf. F. L6pez Estrada, La retorica cit., p. 351, e W. Bahner, Beitrag
ztlm Spracbbewusstsein in del' spaniscben Literatur des 16. und 17.
]abrlJtmderts, Berlin 1956, p. 43. (Per Bahner rinvio anche alla mia lunga
recensione Appunti sulla coscienza linguistica nella Spagna del Rina-
scimento e del Secolo d'Oro, in CN , XIX, 1959, pp. 69-90). Per la
continuit fra il concettismo e la tradizione della brevit epigrammatica,
d. ivi, p. 108; E. Buceta, La admiraci6n de Graci!m por el Infante D.
]uan Manuel, in- RFE , XI, 1924, pp. 63-66; E. GonzlHez Lanuza,
Prologo all'ed. cito di Sem Tob, p. 27. Per i passi di Gracian cf. soprat-
tutto Agudeza... , discursos XXIII e LV, pp. 341 e 476 in Obras
Completas, Aguilar, Madrid 1960; cf. anche i discursos XXVII,
XXXV, LVI e LVII (ivi, pp. 366, 409, 482, 484); e El Criticon, parte
II crisi IV, ivi, p. 722.
52 Cf. J. Marichal, El proceso articulador del siglo XV, in La voluntad
de estilo, Barcelona 1957, p. 34.
53 Cf. B. Terraci11l, 1' aureo Trecento cit., e M. Criado de Val, Fi-
sotlomia, loc. cito
54 Lasciando da parte il rapporto del castigliano con le altre lingue pe-
ninsulari, sia col catalano (nella chiara impostazione politica che hanno
avuto, e in parte hanno ancora, tanto l'impostazione centralistica quanto
i fermenti di separatismo anche linguistico), sia col portoghese (dove l'ege-
monia politica spagnola in certi momenti alter radicalmente i rapporti
culturali e linguistici tra i due paesi, cf. L. Stegagno, op. cit., p. 23 sgg.),
si ricordi per esempio il chiaro riconoscimento del prestigio del castigliano
che nel Poema de Alfonso Onceno, l dove l'A., pur usando una lin-
gua mista quale il leonese letterario occidentale , si vanta di scrivere
en lenguaje castellano , cf. D. Catalan Menendez Pidal, Poema de Al-
fonso Onceno, Madrid 1953, p. 33 sgg. e in particolare pp. 45-49. Sulla
situazione dialettale spagnola, cf., da un punto di vista generale, B. E.
Vidos, Manuale di linguistica romanza, trad. it., Firenze 1959, p. 320 sgg.
e R. Lapesa, Historia cit., p. 142 sgg. (sulla facile affermazione del casti-
gliano come lingua poetica della Spagna centrale a spese del leonese e
dall'aragonese nel secolo XIII e sull'importanza che la recitazione dei
poemi epici ebbe nel frenare tendenze dialettali) e 188 sgg. (per l'unit
linguistica del centro della Spagna, e per la diffusione del castigiano come
lingua letteraria nelle regioni periferiche, nell'epoca prec1assica). Sulla
chiara impostazione politica del riconoscimento del primato castigliano da
parte dei vari dialetti, cf. il brano delle Vita? patrum di Micer Gonzalo
Garda de Santamaria (1486-91) edito da E. Asensio, in La lengua compa-
Fiera del imperio, in RFE , XLIII, 1960, pp. 399-413.
55 B. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, capi-
toli VI e VII; cf. i passi del Giraldi Cintio, di G. B. Pigna, di Ortensio
Lando, ivi W ed., Bari 1949), pp. 178, 179, 180; cf. ivi, il cap. IX per le
cerimonie spagnole, e in particolare p. 207 per il concetto italiano di
un'affettatissima affettazione, per dirla alla spagnuola . Ed appunto
nel discorrere dell'affettazione de' pensieri, troppo raffinati, e ricercati
che il Muratri ricorder i versi spagnoli del Bembo e, perch troppo
acutamente pensati , li trover molto spagnoli; cf. P. Rajna, I versi spa-
202
gnuoli di mano di P. Bembo e di Lucrezia Borgia serbati da un codice
ambrosiano, in Homenaje ofrecido a Menndez Pidal, Madrid 1925, II
pp. 299-321 (299).
56 Cf. K. Vossler, La Spagna e l'Europa cit., p. 115; e, su tempi pi h
vicini a noi, O. Macrl, Mezzo secolo di traduzioni italiane dallo spagnolo,_
in L'Albero , N. 36-40, 1962, pp. 80-92 (81). Sul carattere sovente eHi-"
mero della alta estima riscossa fuori di Spagna da alcune delle pi
castizas creazioni spagnole (Laberinto, Al72adis, Marco Aurelio, Sole-
dades), cf. M. R. Lida, Pray Antonio de Guevara cit., p. 347.
57 Cf. K. Vossler, La Spagna e l'Europa cit., pp. 82 sgg., 105 sgg.;
D. Alonso, Escila y Caribdis de la literatura espaiola, in Ensayos sobre
poesia espaiola, Buenos Aires 1946, pp. 9-27 (21-22) e Notas sobre fray
Luis de Lon y la poesia renacentista, ivi, pp. 151-74; L. Spitzer, Il ba
rocca spagnolo, in Cinque Saggi cit., p. 125.
58 Cf. in questo volume pp. 29 segg. e gli studi ivi citati. Per un suc-
cessivo esame del concetto imperialistico nella dottrina linguistica di Ne-
brija, delle sue fonti italiane (Valla), dei suoi precedenti spagnoli, e delle
sue propaggini nel portoghese Oliveira, cf. Asensio, La lengua cito
" Nella nota formulazione di R. Menndez Pidal, La lengua en tiempo
los Reyes Cat6licos. Del retoricismo al humanismo, in Cuadernos
hispano-americanos , V,1950, pp. 9-24 (10).
60 In una sorta, cio, di corrispettivo a quel punto d'onor militare
che gli spagnoli riaccesero negli italiani, su cui cf. B. Croce, La Spagna
cit., p. 216 sgg. Per successive e diverse riflessioni sul luogo comune del-
1' orgoglio reciproco di italiani e spagnoli, e sul concetto spagnolo di
opini6n , cf. in A. Castro, Aspectos cit., p. 16 sgg., il cap. La actitud
personal.
61 Si vedano due passi del Dittlogo de la lengua in cui sembra plausi-
bile una conoscenza - credo non ancor rilevata - di pagine del Magni
fico: 1) la capacit di esplicar el conceto de mi animo che rende il
volgare preferibile al latino (51, 25) [qui e appresso le citazioni del testo
del Dialogo de la lengua sono aggiornate sull'edizione Barbolani, cf. in
questo voI. p. 42, n. 1]; (cf. in Lorenzo atta ad esprimer bene il concetto
della mente... se la lingua nostra facilmente esprime qualunque con-
cetto della nostra mente , in Prose filologiche, ed. Fof1ano, a cura di
F. Ageno, Firenze 1961, pp. 2, lO e 4, 18); 2) il cenn() a, Ja,tin(), grl(;(),
ebraico COine .lirJgUl nec:t:ssarie in cui scritto qanto v' eli buono
in:lse-di religione e di scienza, Valds 80, 30 (cf. ed. Fof1ano, cit.,
p. 3, 8 sgg.).
62 A. Vilanova, Preceptistas de los siglos XVI y XVII, in Historia
General de las Literaturas Hispanicas a cura di G. Dfaz Plaja, Barcelona
1953, voI. III, pp. 567-692 (567-70). Il rilievo dell' indolenza mante-
nuta dalla precettistica spagnola sino alla fine del XVI sec., risale alla
lunga a Menndez y Pe1ayo (Historia de las ideas estticas cit., II, p. 214);
ma egli stesso poche pagine dopo (p. 252) osservava come non tutta la
dottrina letteraria del Cinquecento spagnolo sia da cercarsi nelle poe-
tiche e ricordava l'esistenza di otros libros de aspecto menos di
dactico , e di sabias palabras come quelle di Valds.
63 Oltre alla vecchia e ancora utile silloge di La Vifiaza, Biblioteca
hist6rica de la filologia castellana, Madrid 1893, cf. essenzialmente J. F.
203
Pastor, Las a[lologias de la lellgua castellaua eli e! Siglo de 01'0, Madrid
1929, e G. Bleiberg, Alltologia de elogios de la lel1gua espaiiola, Madrid
1951 (che, salvo l'aggiunta di brani dei secoli XVIII e XIX, un dop-
pione della raccolta di Pastorl.
M Con le dovute differenze, si ricordi la distinzione operata da Menn-
dez y Pelayo (Historia de las ideas estticas cit. , II, p. 205 sgg.l per il
XVII secolo, tra i preceptistas clasicos che discettano di poesia sulla
scia di Aristotele e di Orazio, e i preceptistas y apologistas ... de los dos
grandes movimientos de renovacion literaria, que a principios del siglo
XVII se verificaron simultaneamente, aunque con desigual fortuna, en el
campo de la poesia lirica y en el teatro, por obra de Gongora y Lope .
Si pu osservare cio che la concretezza che, nei confronti delle ~ poe-
tiche , distingue le discussioni secentesche sul gongorismo e sul dramma
nazionale, distingue pure nel Cinquecento, nei confronti delle lloetiche ,
non solo la discussione in senso ristretto intorno al rinnovamento
della lirica, che in effetti fu assai blanda, ma la riflessione in senso lato
sul nuovo assetto della letteratura spagnola.
65 Sulla ptecoce affermazione di un ideale nazionale e artistico di lin-
gua, a limitazione del criterio toledano, in F. Lopez de Villalobos, Dia-
logo de las /iebres intel'poladas, si soHermato a lungo Amado Alonso,
Castellano, espaiiol, idioma nacional. Historia espiritual de tres nombres,
2" ed., B. Aires 1942, p. 67 sgg.; cf. anche R. IvIenndez Pidal, El lenguaje
de! siglo XVI, in La lengua de Cl'istobal Colon, Austral, Buenos Aires,
3" ed. 1947, pp. 54-55. Si tenga presente tuttavia che in ViIlalobos si.
tratta di uno spunto estremamente fugace. Il passo nel Libro de los pro-
blemas, Tractado segundo (cito da Curiosidades Bibliogr!zjicas, ed. A. de
Castro, BAE XXXVI p. 434l; Villalobos, medico di Fernando il Cat-
tolico, rispondendo nella consueta glosa iniziale a una domanda sulla
febbre terzana e quartana, specifica: Yo trabajar aqui en declarar y
allanar esta materia por el mas claro lenguaje castellano que yo pueda, y
no seni el de Toledo. Aunque alli presumen que su habla es el dechado
ele Castilla, y tienen mucha ocasion de pensallo asi, por la gran nobleza
ele caballeros y damas que alli viven. IvIas eleben considerar que eo todas
las naciones del mundo la habla del arte es la mejor de todas. Y en Cas-
tilla los curi.ales no dicen bacien por hacian, ni comien por c0111ian, y asi
en toelos los otros verbos que son desta conjugacion, ni dicen albaceba ni
almlltacen ni atai/orico, ni otras palabras moriscas con que los toledanos
ensucian y ofuscan la .J;lolidezq y claridad de la lengua castellana . E
Villalobos chiude in m o e l ~ e quella che per lui chiatamente una di-
vagazione: Esta digresion he hecho aqui, aunque es fuera de proposito,
porque las damas de Toledo no nos tengan de aqui adelante por zafios. Y
volviendo al proposito... . Nelle brevi righe del zamorano Villalobos
dunque lo spunto polemico anti-toledano a prevalere di gran lunga su un
apprezzamento della habla del arte . Anzitutto, il criterio che viene qui
a contrapporsi al particolarisl11o toledano non tanto un criterio nazio-
nale, quanto un criterio regionale castigliano: el dechado de Castilla...
En Castilla los curiales... ; ed in curiales - tanto pi contrapposto
qui alla parlata di Toledo cio della corte - evidentemente da leggere
non cortigiaJli o persone di curia ~ (bench sia questa l'unica accezio-
ne registrata elal Corominasl, bens persone esperte e diligenti (da
curia = Ctlral, secondo l'accezione secondaria riportata dal Diccionario de
204
Autoridades. A sua volta, nella pagina di Villalobos arte si direbbe
valere soprattutto in un senso normativo, di regolarit grammaticale e
lessicale; e l'apprezzamento della habla de! arte sembra volto molto
pi a valori di claridad (<< declarar... allanar... el mas claro lenguaje
castellano... ), nei quali confluisce anche la polideza , che non rispon-
dere a motivazioni estetiche vere e proprie. Si veda infine un passo a
conclusione del Prologo ai Pl'oblemas; Villalobos afferma di non voler
diffondersi in citazioni di autoridades , porque estas allegaciones mas
son para mostrarse e! hombre bien leido que para la claridad de la escrip-
tura; y por esto se bizo eli lel1guaje llallo, sin retorica ni afectadon
algzma (<< BAE p. 404). Il passo stato inserito da Oliver ASln
(Iniciacion cit., p. 84, n. 151) in una serie di affermazioni consimili (del
Castiglione e di Valds) a difesa della naturalezza nella scrittura; quanto
a noi interessa che quest'eplicita affermazione di llaneza da parte di
Villalobos un motivo di pi per ridimensionare l'importanza dell'arte
nella sua habla del arte.
66 Per le apologie cf. qui sopra n. 63. Quanto alla frequenza con
cui tra gli spagnoli del Cinquecento ricorre il rimpianto di non avere
ingenios che curino la lingua e ne mostrino i tesori nascosti - da
Villalon a Herrera a Medina a Bernardo Aldrete -, cf. W. Babner, op.
cit., p. 101 sgg., e M. Morreale, Castiglione y Boscan: el ideal cortesano
en et Renaci17liento espaiiol, Madrid 1959, p. 40 per la formulazione di
luogo comune a questo riguardo, e ivi n. 3 per la raccolta di passi
Garcilaso, Valds, Gonzalo Prez, Laguna.
(,7 Per l'opposizione di Valds a Nebrija rimando a pp. 31 sgg. in questo
volume. Per il suggerimento che il nome di Nebrija sia da intendersi come
schermo per quello, invece, di Francisco Delicado, cf. E. Asensio, Iuan
de Valds contra Delicado. Fondo de ulla polmica, in Studia Pbilologic,/
in onore di D. Alonso, Madrid, I, 1960, pp. 101-13.
'" Non ancora del Bembo, naturalmente. Ma da un lato del Valla,
come ampiamente documentato (cf. Asensio, La let/gua cit. , pp. 339,
406 sgg., 412); e probabilmente soprattutto del Biondo, e dell'Alberti,
insomma di quella consapevolezza del volgare che s'irl'Obustisce in Italia
ne! secondo Quattrocento e che lo sfondo sul quale sorgono poi le Prose
bembiane.
(,9 Cito la Gra17latica castellana dall'edizione critica di p. Galindo Ro-
meo e L. Ortiz Mufioz, Madrid 1946 (pp. 8-9, 10-11); il Vocabulario
espaiiol-latino, dall'edizione facs. dell'Academia, Madrid 1951, moderniz-
zando la grafia.
711 appunto questo pregiudizio delle folte tenebre spagnole,
diffuso da Nebrija e per le ripetizioni di cento e cento a guisa d'eco
moltiplicato , che Juan Andrs, pi di due secoli dopo, tenter di sfa-
+ tare, cf. M. Batllori, ]. Andrs y el bU17lanismo, in j\iliscelanea Nebrija,
I, Madrid 1946, pp. 121-28 (123); ma la qualifica di debelador de la
barbarie sar ancora appannaggio di Nebrija in studi del nostro secolo,
come quello di F. G. Olmedo, Madrid 1942. Sui neologismi semantici
barbarie e i17lmortalidad come pernio dell'opera di Nebrija, infine, cf. R.
Menndez Ptdal, La lengua en tiempo de los Reyes Catolicos cit., p, 20.
Sul motivo della lengua compafiera del imperio cf. Asensio, La lel1gua,
cit.; sull'impulso imperiale e ilmessianismo di Nebrija si tengano presenti
205
le pagine di A. Castro, La Spagna nella sZla realt storica, cito dalla trad.
it. Firenze 1955, pp. 528-29.
7l Cf. rispettivamente il Prologo al Vocabulario cit., p. 3v, e il Prologo
alla Gramatica cit., p. lO.
72 il notissimo passo: despues que Vuestra Alteza metiesse debaxo
de su iugo muchos pueblos barbaros i naciones de peregrinas lenguas...
(Prologo alla Gram!ttica cit., p. 11), su cui cf. soprattutto R. Menndez
Pidal, La lel1gua el1 tiempo de los R. Cat6ticos cit., p. 21 sgg., e El
le17guaje XVI cit., p. 50.
73 Per (Villena,( si ricordi da un lato il saldo concetto di scienia
che distingue"<{'16s claros ingenios dagli obscuros (cito dall'Arte de
trovar, ed. di F. J. Sanchez Canton, Madrid 1923, pp. 43-44), d'altro lato
il disprezzo per la povert lessicale del volgare, manifesto soprattutto
nel proemio (Ill'Eneida (cf. i passi riportati in E. Cotarelo y Mori, D.
ElI1'ique de Villeff{[-Su vida y sus obras, Madrid 1896, pp. 94 sgg., 135,
e in M. Morreale, Castiglione y BoscJn cit., p. 21).
penso soprattutto al noto passo Sublime se podrfadeir
poraquellos... (cito dall'ed. in M. Menndez y Pelayo, Historia de las
ideas estticas cit., voI. I, Apndice III", p. 498), in cui jtregFali tradi-
zionali della retorica vengono a costituire il criterio di cIissiticazione tta
le varie lingue, lungo una scala che sembra ancorare ciascuna alle forme
della propria produzione lirica, senza possibilit, per le mediocri e le
infime, di evoluzione in senso illustre. Cosicch la sublimit che delle
opere scritte in latino e in greco pure del loro esser state fatte metri-
ficando ; il grado mediocre al quale appartengono le opere in
bolons e in provenzale riguarda la struttum metrica di terzine e di
sonetti; e la taccia di infimo rivolta a estos romanes e cantares
soprattutto perch composti sin ningun orden, regIa nin cuento ; cf.
R: Lapesa, La obra literaria del M. de Santillana, Madrid 1957, p. 247
sgg. (252) e, per riflessioni sulla dimensione sociale in cui si cristallizza
il disprezzo di Santillana per chi gusta dei cantares non regolari tecni-
camente, cf. A. Castro, Aspectos del vivir hisPanico cit., p. 118.
74 Salvo il cenno spregiativo, nel prologo alla Gramatica, p. 9, alle
novelas o istorias enbueltas en mil mentiras i errores in cui i contem-
poranei gastan su ocio mentre potrebbero impiegarlo meglio leggendo
la sua Grammatica.
75 Questa lettura, che proveniva da Menndez y Pelayo, ancora rac-
colta da Galindo e Ortiz, Introduzione, p. XXXVI, n. 3 (e cos in W. C.
Atkinson, Mediaeval and Renaissance cit., p. 217; e in E. Dfez Echarri,
Teorias mtricas del Siglo de Oro, Madrid 1949, p. 187, ecc.); ed un
equivoco sorto da una punteggiatura erronea nel passo di Nebrija, su
cui cf. M. R. Lida de Malkiel, J. de Mena, poeta del prerrenacimie17to
espanol, cit. , p. 332.
76 Si osservi che in Nebrija i passi latini vengono citati tmdotti in
volgare; in Herrera i passi latini rimarranno in latino (salvo dove ne
offre esplicitamente saggi di traduzione, suoi o di altri), i passi greci ver-
ranno tradotti in spagnolo.
77 Come sembra intenzione di Galindo e Ortiz, nel parlare del tem-
peramento lirico di Nebrija, che le lleva a comprender el autntico
valor de la poesia popular , Introduzione cit., p. XXXVI. Quanto al.
206
l'espressione di antologia , cf. pp. XXXV-XXXVI: En el, texto
de la Gramatica trae, a modo de e]emplos de sus preceptos, una mtere-
sante antologia de los escritores y poetas coetaneos .
78 Ed uno spunto, come osserva 1. Gonzalez-Llubera (Nebrija: Gra-
matica de la lengua castellana, ed. with an Introduction and Notes,
Oxford Univo Press, n. 2, p. 173) che ritor!ler in Nebrija (n,el
prologo alla terza edIzIOne (1495) delle Intl'oductlOnes). Cf. anche 111
questo val. p. 186).
79 Cf. le note di Galindo e Ortiz e di Gonzalez-Llbera. Rimane inoltre,
per il terzo romance, il dubbio se si tratti dell'inizio di un l'omance, op-
pure di un verso interno.
80 Il primo inoltre viene citato di nuovo a poca distanza (II, 8), nella
variante con assonanza diversa; del secondo ritorna la citazione dello
stesso verso a proposito della e paragogica (IV, 6).
" Oltre a un Alonso de Velasco di cui viene citata una copla a pro-
posito dell' , e che per Galindo C?rtiz \P,
inesistente nel CanClOnel'OS del Quattrocento, e qUlndi da IdentIficare
probabilmente col pi noto Antonio de Velasco. Ma un Alonso o Alfonso
de Velasco figura come autore di una poesia nel Cancionero Colombino,
di due nel Cancionero Egel'ton e di due nel Cancionero di Guilln de
Segovia, stando ai dati del Simon Diaz (ed, 1963, t. III: 2816,11;
2821,35 e 40; 2851,142 e 163), ed un nome sovente connesso con
quello di Anton de Montoro.
B2 E otros lugares , forse epistole perdute, secondo Galindo e Ortiz,
pp, 283-84.
" M. R. Lida, ]. de Mena cit., pp. 331-32.
"' Come l'indice analitico di Galindo e Ortiz, peraltro utilissimo.
li5 Cf. M. R, Lida, ]. de Mena cit., p. 332: Otras veces, la ejemplifi-
cacion atane a puntos tan generales de la lengua o el estilo - sentido
del canto en las invocaciones de los poetas, figuras de diccion, figuras
retoricas -, que el hecbo de ballarse reducida a la sola obra de Mena
expresa hasta qu punto sta representaba para Nebrija la culminacion
y como el compendio de toda la poesia castellana. Ademas, como era
de esperar, el gramatico humanista descubre en el poeta latinizante todo
lo que las antiguas Artes habian c1asificado: por ejemplo, homeoptoton,
homeoteleuton... ,
li6 Si tengano presenti soprattutto le prime pagine di R. Menndez
Pidal, La lengua en tiempo de los Reyes Cat6licos cito
87 II, 10: Pudiera io mui bien en aquesta parte con ageno trabajo
estender mi obra i suplir lo que falta de un Arte de poesia castellana,
que con mucha copia i elegancia compuso un amigo nuestro, que agora
se entiende, i en algun tiempo sera nombrado; i, por el amor i acatamiento
que le tengo, pudiera io hazerlo assi segun aquella lei que Pythagoras
pone primera enel amistad, que las cosas delos amigos an de ser comunes
maior mente que, como dize el refran delos griegos, la tal usura se
pudiera tornar en caudaI. Ma ni io quiero fraudarlo de su gloria ni mi
pensamiento es hazer lo hecho: por esso el que quisiere ser enesta parte
mas informado, io lo remito a aquella su obra , L'interpretazione del
207
passo come allusione a Juan del Encina, e le conseguenti perplessit
d'ordine cronologico, risalgono a Menndez y Pelayo.
S8 Come propongono Galindo e Ortiz nella lunga nota di p. 253,
cClTeggendo se entiende in se imprime o se emprenta . Ma
il Cancionero di Encina, insieme al quale venne pubblicata l'Arte, del
1496; non dunque posteriore di due anni alla Grammatica di Nebrija
come si osserva ivi, p. 254, bens di quattro.
119 Nel cenno di Nebrija stata letta anche l'allusione alla Ga'Ya de
Segovia, cf. E. Diez Echarri, Teorias mtricas cit., p. 58 e le pagine del
Tallgren ivi citate. Ma nello Ga'Ya di Guilln de Segovia (cf. l'edizione
di T. M. Casas Homs, 2 voll., Madrid 1962), nella pur ricca introduzione
~ vi sono cenni al passo di Nebrija; anche se, nel presentare spogli
lessicali tratti da Nebrija come depurazione (p. LIX) di quelli di
G. de Segovia, il Casas Homs sembra non escludere la possibilit che
Nebrija abbia conosciuto la Ga'Ya (la quale, per motivi politici, ebbe dif-
fusione molto ristretta). D'altra parte la Ga'Ya quale la conosciamo ora
non parla di strofe; ma sembra probabile che gran parte di essa sia andata
perduta. La questione resta dunque aperta.
90 Per un'interpretazione di questo cenno alla ociosidad nella pa-
gina di Encina come ingranaggio di un meccanismo di auto-incensamento,
cf. ]. R. Andrews, fuan del Encina. Prometheus in Search 01 Prestige,
Berkeley and Los Angeles 1959, pp. 72 e 77.
91 Per comodit, cito l'Arte de Poesia Castellana dalla vecchia edi-
zione di M. Menndez y Pe1ayo, Historia de las ideas estticas en Espaiia
cit., voI. I, Apndice V, pp. 511-24; il passo citato nel Prohemio, p. 512.
92 Corominas d come prima attestazione per observacian il 1605, per
observar la met del XVI secolo; per la tardiva apparizione di observacian
nei dizionari (solo alla fine del '500) e il modo in cui Boscan evita la
parola, cf. M. Morreale, Castiglione 'Y Bosc!m cit. , II, pp. 128-29; e ivi,
II, p. 170 per observancia in F. del Pulgar. Observacian parola che
J. de Valds [ed. Barbolani cit., 77, 11] vorrebbe introdmre in spagnolo
come italianismo; ed egli la usa ampiamente nell'interno del Dildogo de
la lengua come sinonimo di cuidado e primor, ad es. 36, 32; per obser-
vallcia cf. anche in questo voI. p. 60.
93 Dove non scorgiamo la rhetorical irony che vi ritrova l'Andrews,
op. cit., p. 172.
94 Cap. I, pp. 515-16.
95 Despues quel pilltor del mUlldo (Laberillto, 2): Encina, cap. V,
esempio di ottonario. - Nebrija, II, 7, es. di elisione;
Al lllU'Y prepotente don juan el segundo (Lab. 1): Encina, V, es. di
dodecasillabo. - Nebrija, II, lO, es. di rima abab; IV, 7 (p. 99), es. di
frase nominale; IV, 7 (p. 101), es. di birlllos, cio di lungo discorso in
cui va suspensa la sentencia sino alla fine;
Paro Iluestra vida ulana (Coronacian, 1): Encina, V, es. di sina-
lefe. - Nebrija, II, 7, id. id.; IV, 6, id. id.; IV, 7, es. di perifrasi;
De la biuda penelape (Lab. 64, COI'. 6): Encina, V (senza citare
Mena), es. di spostamento d'accento; VIII (nominando Mena), id. id. -
Nebrija II, 2, id. id.; IV, 7, es. di epiteto.
208
Prouerbios in rima con soberuios (COl'. 36).: Encina, YI: es. d ~ r ~
ammessa per la hermandad delle consonantI. - Nebt1Ja II, 6, 10. Id.
(la vezindad);
El bi de maria (Lab. 37): Encina, VIII, es. di licencia para acottar
y sincopat . - Nebrija, IV, 6, es. di apocope.
96 Ed. Menndez y Pe!ayo: moetides ; evidente errata per meo-
tides , come in La Vifiaza, col. 818.
97 M. R. Lida, .r. de Mena cit., pp. 240 e 363; cf. ivi, p. 270 sgg., e
in particolate p. 272: la facuItad de! poeta dealterat a voluntad su
material . Pet considerazioni generali sull'Arte di Encina e i suoi rap-
porti con Nebrija, cf. ivi, pp. 332-33; e ivi, p. 462, per l'effettiva imita-
zione che Encina compie di }uan de Mena.
98 Pet un esame dell'Arte de Encina alla luce della fusione di elementi
medievali e rinascimentali (ttadizione provenzale, dejos italiani, in-
flusso classico) e per osservazioni sul suo concetto di poesia, sono
ancora utili le pagine di M. Menndez y Pelayo, Historia de las ideas
estticas cit., I, pp. 468-69, e Antologia de poetas liricos, ed nazionale
Santandet 1945, III, p. 243 sgg. Si veda il cap. VI, pp. 171-84, ne!
libro di J. R. Andtews ciI., che esamina soprattuto il prologo dell'Arte,
e vi titrova l'uguale urge fot fame , la stessa ricetca di ptestigio, lo
stesso desiderio di eccellete, sui quali, secondo lo studioso, si modella
tutta l'opera di Encina; pet cui anche il frequente richiamarsi a }uan de
Mena sarebbe propagandistic 1'001 . un'intetptetazione da tenere in
patte ptesente, anche se essa ptospetta qui e l un Encina modernamente
troppo afflitto da complessi e frusttazioni. Quanto all'articolo di D. C.
Clarke, On Juan del Eneina's Una arte de poesia castellana , in Ro-
mance Philology , VI, N. 2-3, 1952-53, pp. 254-59, esso si soffetma su
Encina che acted as the filteting channe! between epochs , soprattutto
per esaminarne analiticamente i concetti e i ptecetti mettici esposti
nell'Arte.
99 Cf. soprattutto i due saggi di R. Menndez Pidal, El lellguaje del
siglo XVI cit., p. 50 sgg., e La lengua eli tiempo de los Reyes Cat6licos
cit., p. 22 sgg. Vale la pena di ricotdare una curiosa intetpretazione del-
l'atteggiamento di fjaci6n in Nebrija, che venne data da uno studioso
inglese, in termini di politica, e di politica attuale nel 1938: In that
il' was ptompted by the desire not so much l'o discover the innet
ptinciples of an evolving otganism as l'O ptevent hs evolvingany futther,
we may see in Nebtija hete a National-Socialist in embryo ; cf. W. C.
Atkinson, Castellano, espaiiol, idioma naeional (a ptoposito del libro di
A. Alonso), in Bulletin of Spanish Studies , XV, 59, 1938, pp. 155-
58 (155).
100 Ed. Barbolani, pp. 6-7. Pet un pi puntuale commento al passo,
timando alle Introduzioni alle edizioni del Dialogo de la lengua di J. F.
Montesinos (Clasicos Castellanos, Madtid 1928, cito dall'ed. del 1946),
p. XLVI, n. 1, e di R. Lapesa (Ebro, Zatagoza 1940), p. 15, e alle mie
pagine, in questo volume, p. 21 sgg. [cf. anche il commento al passo de!-
l'ed. Barbolani cit.]. Su un commento a questo passo, poi, e sul rilievo
di analogie e diffetenze tra il Bembo e Valds, impostato l'articolo di
Rita Hamilton, Juan de Valds alld some Renaissance Tbeories 01 Lal1-
guage, in Bulletin of hispanic Studies , XXX, 119, 1953, pp. 125-33;
209
14.
sono pagine in massima parte persuasive, soprattutto l dove rilevano
un influsso del Bembo su Valds pi sorretto di quanto non risulti dalle
constatazioni differenziali esposte qui da Valds; un influsso, anzi, che
consiste spesso in un rovesciamento delle posizioni bembiane nella loro
applicazione alla situazione spagnola; d. pp. 127 e 130 e in particolare
p. 132 a proposito dell'apprezzamento dei refranes e della loro elevazione
a modelli . The full significance of the choice stands out in the
light of Bembo's views on Tuscan. Valds wished to be considered as
great an authority in his own sphere as Bembo daimed to be in his .
Da, attenuare, forse, alcuni spunti psicologistici nei cenni alle reazioni di
Valds di fronte alle teorie del Bembo.
101 Ed. Barbolani, p. 6.
102 un notissimo passo dell'Omero romanado (e per il cultismo
desierto in Mena = desamparado , cf. M. R. Lida, ]. de Mena cit.,
p. 142).
103 I passi di Valds sono a pp. 7 e 102. Per le due pal'Ole spagnole,
d. in questo volume p. 61 sgg. Per un'impostazione generale della posi-
zione di Valds, d. in questo volume pp. 3-54.
104 Sul noto passo in cui Valds allinea i criteri dell' encarecimiento
e dell' elegancia alla norma di usare las menos palabras que pudi-
redes pp. 88-89, d. in questo voI. p. 39 sgg. e B. Terracini, Lingua libera
e libert linguistica, Torino 1963, p. 69.
105 pp. 95 e 70.
106 Cf. ivi, pp. 9 e sgg. e 96 sgg. per l'Amadis (e in questo volume
p. 61); pp. 99 sgg. per Valera; p. 90 per Juan de Mena. Quanto, al
gusto di Valds per l'iperbole, penso a quella pagina (ivi, p. 95) in cui,
per un passo di Terenzio - O factum bene) beasti (me) - Valds
propone una traduzione spagnola enfatica come sta lo mejor del mundo,
asme dado la vida .
107 Per !'impostazione del problema e per l'inquadramento bibliogra-
fico, rimando a p. 17 sgg. (e in particolare la n. 65 a p. 47) e p. 39,
in questo volume.
Ricordo qui le altel'11e osservazioni - peraltro occasionali - di
Menndez y Pelayo e Menndez Pidal da un lato (Valds non ha
conosciuto il Cortegiano) e d'altro lato di Romera Navarro, Casella,
Lapesa, Bataillon (Valds ha subito un influsso o tratto una convalida
dalle pagine del Castiglione). Un influsso delle posizioni del Castiglione,
pi ampio di quanto si' riconosca comunemente, tanto sulla dottrina
spagnola del prinlo Rinascimento quanto in particolare su Valds, trovo
rilevato pi volte da J. Oliver Asin, op. cit., d. specialmente pp. 82-85,
87, 91, ecc.; cf. inoltre cenni molto generici a una somiglianza che
tanto avvicinerebbe Valds al Castiglione quanto al Bembo, in E. Krebs,
Boscan traductor del Cortesano , in Boletin de la Academia Argen-
tina de Letras , XXII, 86, oct.-dic. 1957, pp. 607-9. - Aggiungo qui
alcune osservazioni marginali: 1) mi pare probabile che nel noto passo
(Dialogo, p. 85, d. in questo volume p. 61), in cui Valds sembra
inserire la propria riflessione sullo spagnolo in un quadro pi vasto -
porque en ninguna lengua sta bien el afetaci6n -, sia da leggere l'al-
lusione a un precedente non spagnolo, e (a rischio di andare al di l
delle intenzioni dell'autore) a un precedente noto a quegli interlocutori
210
italiani ai quali poche righe dopo, nel ricordare la loro familiarit con le
norme retoriche e col latino. Valds si rivolge chiaramente con un
vosotros ; 2) L'asprezza di Valds nelle discussioni e il suo rinserrarsi
in un'indifferenza verso gli interlocutori , certo, cosa ben nota, anche
al di fuori della trattazione linguistica; ma l'indiscutibilit e la validit
del tutto personale che egli ama conferire a certi suoi principi nel corso
di questa, vengono a coincidere ampiamente con quell'unica occasione
in cui il Castiglione dimentica - e l'osserv rapidamente G. Prezzolini,
ed. delle Opere di B Castiglione e G. Della Casa, Milano-Roma 1937,
p. 27 sgg. - l'abituale urbanit per affermare che non gli interessa
affatto avere la convalida del consenso altrui (Lett. Ded., II, 82 sgg.:
e dico aver scritto nella [lingua] mia, e come io parlo... ecc.);
3) Che Valds, pur citando esplicitamente sia il precedente italiano del
Bembo, sia la traduzione spagnola del Cortegiano (cf. in questo volume,
p. 57 sgg.) non nomini mai il Castiglione, sembra atteggiamento vo-
luto; n ci stupisce quando si pensi alla profondissima inimicizia tra
il Castiglione e i fratelli Valds, che sentivano in lui l'odiosit di un
persecutore politico e religioso (sull'inimicizia tra il Castiglione e i
Valds - la denuncia formulata dal Castiglione, lo scambio di lettere
violentissime tra il Castiglione e Alfonso, il giubilo di quest'ultimo alla
morte del Castiglione -, cf. M. Bataillon, Erasmo y Espmia (cito dalla
trad. spagnola, Mxico 1950, t. I, pp. 449 sgg., 501); sulla politica spa-
gnola del Castiglione, cf. V. Cian, Un illustre nunzio pontificio del Rina-
scimento, B. Castiglione, Citt del Vaticano 1951, pp. 104-30, e, sul-
l'epistolario, ivi p. 268 sgg.). Non parlerei dunque pi di un curioso
contrasto nei rapporti dottrinali e in quelli politici tra Juan de Valds
e il Castiglione (cf. in questo volume, n. 65 a p. 47), n di ironia delle
cose che vede accomunati nelle teorie sulla lingua due acerrimi avversari
politici (cf. G. Prezzolini, op. cit., p. 41); ma piuttosto di una volont di
Valds di lasciar il111ominato il Castiglione, anche se questo silenzio
sdegnoso lo porta pericolosamente vicino a una sorta di plagio.
108 Cf., in questo volume, p. 55 sgg. e in particolare p. 60 per la
citazione di Valds (Dialogo, p. 85). Direi che Azorln, allorch (De Gra-
nada a Castelar, in Obras completas, t. IV, Aguilal', Madrid 1948, p. 312)
rileva una contraddizione tra lo spirito aristocratico e antiplebeo che
indurrebbe l'autore del Dialogo alla scelta de los mejores vocablos
e la plebeyez dell' escribo como hablo , non colga abbastanza il valore
di elemento se1ettivo che qui ha appunto il cuidado.
109 Per primor cf. in questo volume pp. 41-42, ed E. Asensio, J, de
Valds cit., p. 105. L'Asensio vede nella parola una gala de palacio ,
un termine quasi gergale tra cortigiani, e sottolinea in Valds un certo
spregio per punticos y primorcicos ; ritengo tuttavia che, al di fuori
di qualche passo lievemente ironico, il primor per Valds abbia pr(:v,llell
J
X
temente Sul valore che lo sp. primor di un notissimo
passo del Cortegiano (I, XXXIV) acquista alla luce degli studi del Ghi-
nassi sulle varianti del Castiglione, cf. B. Migliorini, Primor e Pre-
mura , in Romance Philology , XVII, 2, nov. 1963 (M. R. Uda de
Malkiel Memorial, Part II), pp. 320-22.
110 Su decoro in Valds come norma stilistica e come criterio di
verosimiglianza, cf. in questo volume, pp. 16 e 26; e cf. la giustap-
posizione esplicita (Dialogo, p. 98) descuido creo que sea el no
211
guardar el decoro en los amores de Peri6n... . Per la provenienza
erasmiana del concetto di decoro in questa sede, cf. M. Bataillon,
Erasmo y Espaiia cit., t. II, p. 210 e in particolare p. 221. Per la storia
dell'analogo latinismo italiano, cf. B. Migliorini, Storia della lingua
italiana, 3" ed., Firenze 1961, pp. 407, 455, e G. Folena, recensione
all'ed. Marti del Bembo, in Lingua Nostra , XVII, 2, 1956, p. 61.
111 Cf. il passo di Valds su ingenio y juizio a p. 94 del Di/dogo.
La mia caratterizzazione del cuidado nel Dialogo de la lengua viene
a coincidere con quella che \YJ. Bahner, op. cit., p. 46, offre del juicio
in Valds, considerandolo come elemento selettivo che impedisce una
piena identificazione tra lingua scritta e Volkssprache , in quanto raf-
forza le possibilit espressive di questa. Per ingegno e giudizio
cf. M. Bataillon, Erasmo cit., II, p. 308; E. Curtius, Literatura europea
cit., I, p. 415 sgg.; e se ne ricordi la frequenza nel Cortegiano.
112 M. R. Lida de Malkiel, nella recensione alla mia edizione del
Dialogo in Romance Philology , XV, 2, 1961 (pp. 198-201) in
particolare pp. 199 e 200 n. 2. Non si tratta di semplice uso traslato
del termine, ma del reale suggerimento di un'affinit tra Valds e
certi atteggiamenti del Settecento spagnolo. Lo spunto pu allargarsi
al di l dell'osserv:azione'o, di un semplice empalme ; ad esempio,
ricordando la de la lengua appunto nel Settecen-
to; allorch non' verr\ ritrovato e pubblicato, ma avr nel suo
primo editore, lil /Mayans, u'n commentatore attentissimo a raccogliere
consonanze con l'epoca--sua/ed echi non soltanto verbali. Si veda per
esempio come il Mayans note al testo del Dialogo, nel lungo discorso
sugli Origenes de lalengua e nella pi breve Oraci6n sull'eloquenza
(cito dall'ed. Mier, Madrid 1873), senta continuamente la suggestione del
carattere diligente y cuidadoso del Dialogo (p. 148) (il cui autore
gli sembrava hombre de corte y de mucho juicio; y por eso escribi6
el di:ilogo tan sin afectaci6n y con verosimilitud , p. 448), e applichi
per conto suo i concetti di orden e decoro , di juicio e
discreci6n e reflexion e gravedad e mancanZa d'affettazione,
ad argomenti per lui pi attuali, come il problema etimologico (pp. 351,
441) o la questione degli stili (pp. 472 sgg., 480 sgg.). Anche se non
dettati dallo stesso impegno specifico di Mayans, i frequenti elogi che
l'erudizione settecentesca dedica al Dialogo de la lengtla (Sarmiento,
Pellicer, ecc.; cf. J Montesinos, Introduzione all'ed. cit., p. LX) sono
analogamente da inquadrarsi in un indubbio sentimento d'affinit. Affinit,
certo; ma non di pi. Basti ricordare, per non allontanarci dalle nostre
parole, come in epoca di tendenza puristica e normativa il descuido
di Valds scivoli rapidamente nell' incorrezione e il cuidado tenda
a irrigidirsi in vera e propria norma accademica; non per nulla,
quel passo appunto in cui Valds afferma l'individualit del proprio
criterio (cf. in questo volume p. 62) invita il Mayans (p. 44) a distin-
guere con particolare intenzione, e a contrapporre lingue en su periodo
de elaboracion e lingue ya perfectas y formadas , arbitrio indi-
viduale col rischio d' anarchia linguistica e accademie che en todos
los pueblos cwtos son las corporaciones encargadas del ctlidado y
conservaci6n del lenguaje .
113 Per la posizione erasmiana a questo riguardo, cf. W. Bahner,
op. cit., p. 43 ed E. Asensio, ]. de Valds cit., pp. 103 e 113. Asensio
212
trova erasmiana la aspiracion a un lenguaje de tono medio ; e in
questo senso si possono ricordare alcune tra le pi belle pagine di A.
Castro cir., .pp..126 slfg:, 13: sgg.) s';llle vicende sp.agnole
dell'utopia erasmlana dI un ImpossIbIle Justo medIo . Ma la mIsura
e la convenevolezza sono ideali troppo diffusamente rinascimentali
perch sui loro Spa;sna. di si possa una
chiara etichetta dI provenIenza italIana o settentnonale (sulla mIsura e
la temperanza nel Castiglione, cf. E. Garin, L'umanesimo italiano, Bari
1952 pp. 151 sgg., 214 sgg., e sulle radici etiche della sua temperanza
lingu'istica B. T. Sozzi, Aspetti e momenti della questione linguistica,
Padova 1955, p. 56).
114 Per il Castiglione, ho presenti V. Cian, La lingua di B. Casti-
glione, 11, 90, 103, e Un mmzi.o cit., p. 323
sgg.; B. MiglIonm, Storta Cit., p. 344 sgg.; B. T. SOZZI, op. Ctt., pp. 55-56;
e in particolare T. Labande-Jeanroy, La question de la langue en Italie,
Strasbourg 1925, p. 71 sgg.,
115 Cf. in questo volume p. 62.
116 Cito dalla 4" ed. Cian, Firenze 1947, I, XXXV, 41: XXXVIII,
20: XXXIII, 18, ecc.
117 Cf. i passi del Cortegiano in questo volume n. 51, alla p. 81; e in
particolare il passo di I, XXXV, 1 sgg., riportato in parte ivi, il quale
proseguiva col richiamare esplicitamente, per la lingua italiana commu
ne , il precedente della koin greca e della mancata purit romana
di molti scrittori latini. Quanto all'esortazione a coltivare la lingua sul-
l'esempio dei greci e latini (e sar un esempio cui la Spagna a sua
volta aggiunger quello degli italiani), oltre a questo passo e agli altri
del Cortegiano, si ricordi il prologo alla Calandria, cito qui appresso,
p. 188.
118 Cf. soprattutto I, XXXIV, 3 sgg. (<< la facilit non impedisce la
eleganzia... ) e la lunga nota della Labande-Jeanroy a p. 103, sull'analogia
tra l'arte di scrivere e le altre qualit del cortigiano.
119 Qui e appresso, per comodit, cito sia la Carta di Garcilaso (con
riscontri sulle Obras Completas a cura di E. L. Rivers, Castalia, Madrid
1964) sia il prologo di Boscan alle poesie all'italiana da Garcilaso y
Boscan, Obras Completas, Crisol, Madrid 1954, rispettivamente pp. 675-80
e 666-74; per il prologo di Boscan al Cortesano utilizzo l'ed. Fabi,
Libros de Antano, Madrid 1873.
120 L'importanza che si suole concedere alla Dedicatoria di BOScall
alla duquesa de Soma, alle origini dell'italianismo spagnolo, ci induce
a soffermarci su que?te pagine pi che sull'altra dedica di Boscan, quella
che presenta a Jerol11ma Palova la traduzione del Cortegiano. Quest'ultima
dedica venne scritta probabilmente prima di quella di Garcilaso, dato
che il cenno di Garcilaso atmque l [Boscan] a esto no lo llama
romanar, ni yo tampoco (p. 676) sorge in evidente riferimento (anche
nella struttura sintattiea della ripresa concessiva) al passo in cui Boscan
si sofferma sul termine I"OmanZll/' per definirlo inadeguato al suo caso
<atmque traducir este libro no es propiamente romanzalle, sino mudalle
de una lengua vulgar en otl'a quiza tan buena). Le pagine di Boscan,
pur diffondendosi con maggior ampiezza in cenni adulatori alla destina-
taria, toccano punti molto vicini a quelli di Garcilaso: importanza della
213
traduzione come stl:Umento divulgativo (<< que los hombres de nuestra
nacion participasen de tan buen libro, y que no dexasen de entendelle
por falta de entender la lengua); frequente e biasimevole infedelt
delle traduzioni (<< hacindose tan mal, que ya no hay cosa mas lxos
de lo que se traduce que lo que es traducido); non letteralit della
propria traduzione (che non procede palabra por palabra), entro il
tenue cenno alla diversa fisionomia della lingua e delle usanze spagnole
e italiane (<< segun los trminos de estas lenguas italiana y espanola y
las costumbres de entrambas naciones son diferentes); abbozzo sfuma-
tissimo di emulazione con l'italiano, nel quiza tan buena , citato qui
sopra. Sui criteri cui si ispira Bosdn come traduttore, cf. M. Morreale,
Castiglione y Boscan cit., passim, e in particolare il capitolo Bosdn
como traductor: la teoria , con ampi cerini alla tradizione spagnola del
romanceamiento e della versione; e p. 68 in questo volume.
121 Cf. in questo volume p. 76, n. 3.
122 da assumere come termine a quo il passo Sl senor almirante
devoto di Ausias March, le cui opere hizo... escriuir con mucha dili-
gencia (p. 673), passo in cui secondo Menndez y Pelayo (Antologia
de poetas liricos cit., voI. X, p. 145 e Adiciones ivi, p. 421) da leggere
il cenno al duque de Soma, e quindi il cenno ai due codici in cui ven-
nero trascritte, per sua commissione, le opere di Ausias March, l'uno
del maggio 1541, l'altro dell'aprile 1542. A pensare a una data assai
avanzata induce inoltre un passo nel prologo della vedova di Bosdn,
che parla della Dedicatoria del marito come di una delle ultimissime
pagine scritte prima della morte: ya que ponia la mano en aderear
todo esto y querria despues de muy bien limado y polido, como el sin
falta lo supiera hazer, dar este libro a la Senora Duquesa de Soma, y
le tenia ya escrita la carta que va al principio del segundo libro, plugo
a Dios de lleuarse10 al Cielo (ed. Crisol cit., p. 664).
123 Cf. i passi della Gramatica d'Anversa e del prologo a Las Nombres
de Cristo, allineati in questo senso in A. Alonso, Castellano, espaiol,
idioma nacional cit., pp. 30-31; rispettivamente, per la prima, ... porque
la Cesta nuestra lengua] pudiesen todas las naciones aprender; pues el
bien es mayor cuanto mas es comunicado; y por estas l'azones intent
sujetarla al arte con reglas y leyes ; per il secondo, '" no las quisieran
ver en romance; porque es embidia no querer que el bien sea comun
a todos, y tanto mas fea cuanto el bien es mejor .
l'' Resta adunque solamente rispondere alla obiezione che potesse es-
sere fatta avendo [io] scritto in lingua volgare, secondo il giudizio di qual-
cuno non capace o degna di alcuna eccellellte materia e subbietto. Ed
a questa parte si risponde alcuna cosa non essere manco degna per
essere pi comune; anzi si prova ogni bene esser tanto migliore quanto
pi comunicabile ed universale, come di natura sua quello che Sommo
Bene si chiama; perch non sarebbe sommo, se non fosse infinito, n
alcuna cosa si pu chiamare infinita, se non quella che comune a tutte
le cose (Commento... sopra alcuni dei suoi sonetti; cito da Prose filo-
logiche, ed. cito di F. FofIano, a cura di F. Ageno, p. 1).
125 Come suggeriscono dubitativamente T. Navarro Tomas, Garcilaso:
Obras, Clasicos Castellanos, Madrid, 4' ed., 1948, e, prima ancora, M.
Menndez y Pe1ayo, Antologia cit., voI. X, p. 97; ma non mi sembra
214
escluso che possa anche tratta!si di un nel senso di . ,
e quindi di un'accusa non nvolta speClficamente a genen gnerreschl e
cavallereschi, bensl a libri di non tollerabile lettura.
126 Cf. M. Morreale, Castiglione y Bosccln cit., p. 15 sgg.
127 R. Menndez Pidal, El lenguaje del siglo XVI cit., p. 64 sgg., e
in particolare p. 69.
128 Antologia cit., voI. X, p. 142: me parece mejor lecci6n .
129 <, estas trobas, las quales hasta agora no las hemos visto usar en
Espafia... (p. 669); prouar mi pIuma en lo que hasta agora nadie en
nuestra Espafia ha prouado la suya (ivi); ... ser el primero, que ha
iuntado la lengna castellana con el modo de escriuir italiano (p. 670).
Sono le frasi sottolineate da Menndez y Pelayo (Antologia cit., voI. X,
pp. 143 e 146), e ptese dallo studioso spagnolo come segno che Boscan,
hombre sincero, veridico y nada jactancioso , effettivamente non cono-
sceva endecasillabi castigliani precedenti ai suoi; a me sembtano piut.
tosto l'esttemo jactancioso corrispondente all'altro estremo, quello
della consueta falsa modestia, con cui Bosdn costruisce il paradosso
del proprio conttadezir con las obtas a las palabtas .
BO Cf. in questo volume, p. 55 sgg.
131 Cito dal Vocabulario espanol-latino, ed. cit., f. III t; e dalla Dedi-
catoria di fray Luis a don Pedro Portocartero, ed. Ebro, Barcelona
1939, p. 19.
132 Pet il reciptoco juego de influencias tra Boscan e Garcilaso, e
pet ptecisazioni cronologiche al tignardo, cf. R. Lapesa, La trayectoria
potica de Garcilaso, Madrid 1948, p. 79 sgg.,
133 O a ricordare la sua pteistoria latino-romanza, sulla scorta di D.
S. Avalle, Preistoria dell'endecasillabo, Milano-Napoli 1963.
B4 Per il passo Pettarca fue el primero, que en aquella ptouincia le
acabo de ponet en su punto; y en este le ha quedado, y quedara, neo
yo, para siempte (pp. 672-73), soccorre pet esempio il passo delle
Prose II, II, p. 309 (cito da P. Bembo, Opere in volgare, ed. M. Matti,
Firenze 1961): Vedesi tuttavolta che il grande crescere della lingna
a questi due, al Pettarca et al Boccaccio, solamente pervenne; da indi
innanzi, non che passar pi oltre, ma pure a questi tetmini giugnere
ancora niuno s' veduto ; bench si tratti di un concetto troppo tipica-
mente e diffusamente bembiano per pensare a un luogo pteciso delle Prose.
E lo stesso per il brevissimo ed eluso confronto tra Dante e Pettarca
nella pagina di Bosdn: Dante fue mas atras; el qual uso muy bien
del, pero diferentemente de Pettarcha , che sembra un riassunto sempli-
cistico del prolungato confronto bembiano fra il Petrarca e Dante che
per Boscan non aveva grande interesse. Pi fruttifera la ricerca per
quanto riguatda il cenno ai provenzali: En tiempo de Dante y un poco
antes, flotecieron los Proenales: cuyas obras, por culpa de los tiempos
andan en pocas manos , dato che, punto per punto (la genericit del-
l'indicazione cronologica, il rimpianto per la scatsa conoscenza che ne
hanno i contemporanei, un particolare lessicale, per vago che sia, come
florecieron ), esso ha i suoi ingranaggi nel testo bembiano, pur se
inframmezzati a discorsi diversi (cf. I, VII e VIII, pp. 280-82, e in
particolate: il vero, che in quanto appartiene al tempo, sopra quel
215
secolo, al quale successe quello di Dante... , p. 280; la provenzale
favella, della quale, che io sappia, poco si sente oggi ragionare per conto
di poesia , p. 281; Era per tutto il ponente la favella provenzale ne'
tempi, ne' quali essa fior, in prezzo et in istima molta , p. 281). Nelle
pagine del Bembo, che antepongono i catalani a ogni altri quali eredi
della tradizione provenzale (<< Anzi ella [la favella provenzaleJ tanto
oltre pass in riputazione e fama, che non solamente Catalani, che vi-
cinissimi sono alla Francia, o pure Spagnuoli pil adentro... , ma oltre a ci
eziandio alquanti Italiani si truova che scrissero e poetarono provenzal-
mente , p. 282), Boscan trov probabilmente l'avallo per l'elogio ai
catalani (<< destos Proenales salieron muchos authores ecelentes cata-
lanes ), dal quale fiorisce la breve digressione su Ausias March, in modo
consciamente divagatorio (<< En loor del qual si yo agora me metiesse
un poco, no podria tan presto boluer a lo que agora traigo entre las
manos ); ed logico che Boscan, catalano e gran seguace di Ausias
March, vi si sentisse stuzzicato. Ancora nel Bembo, infine (III, I,
p. 350), il cenno alla devozione d'Alessandro per Omero, che appare
nella pagina di Boscan (<< el senor almirante... tiene... por tan familiar
il libro di A. March como dizen, que tenia Alexandre el de Homero );
ma l'aneddoto, tratto da Plutarco, luogo estremamente comune e ben
noto ad esempio anche al Castiglione (ed. Cian cit., I, XLIII, p. 10G).
135 Cf. qui appresso n. 21G.
136 De Vulgari Eloquel1tia, II, V, 3 (cito dalla 3" ed. Marigo, Firenze
1957, p. 198): Quorum omnium endecasillabum videtur esse superbius,
tam temporis occupatione, quam capacitate sententie, constructionis et
vocabulorum; quorum omnium specimen magis mltiplicatur in illo ut
manifeste apparet; nam ubicunque ponderosa multiplicantur [multipli-
catur J et pondus .
137 Cf. qui appresso n. 217 e 218.
138 Artificio (come del resto la stessa arte) a quest'epoca ha perduto
il valore peggiorativo d'astuzia e inganno, che aveva nel medioevo, in
chiara connessione con arteria (ad es. gli encantamientos del diavolo
e dei suoi discepoli sono artificios in Berceo (Milagros, 722 b, c) e
arterfas nel Libro de Buen Amor 1474 a); e continua a essere equivalente
di arte, negli altri suoi vari significati. Lo anzitutto nel significato di
grammatica e di regolarit grammaticale: cosi Nebrija non solo, nel
Vocabulario, definisce esplicitamente artificio come lo hecho por arte ,
ma ne fa ampio uso in alternanza con arte e con regole. Si veda
il Prologo alla Gram!ttica, l dove (ed. Galindo e Ortiz cit., p. 9) este
nuestro lenguaje castellano , che finora anduvo... fuera de regla , egli
lo intende reduzir en artificio come il greco e il latino sono stati
debaxo de arte ; e, ancora, si veda un duplice riferimento alla propria
Grammatica, in altre due opere di Nebrija, con sinonimia completa di
artificio e di reglas: aquella Arte de grammatica en que puse de baxo de
artificio ellenguaje castellano , e aquella obra dela Grammatica en que
recogi de baxo de reglas la lengua castellana (cito dal testo spagnolo della
glossa del cap. V dell'ed. del 1495 delle Introductiones, e dal testo spagno-
lo della Repetitio Quinta, da un inedito codice bolognese, pubblicati da
Galindo e Ortiz nelle Appendici I e II, pp. 133 e 139). Quanto all'uso ef-
fettivo della parola artificio nella poesia e nella prosa cinquecentesca, l'arti-
ficio con cui intessuta la tela di ogni ninfa nella terza Egloga di Garcila-
216
so, col suo valore di leggiadria e abilit , di bellezza ottenuta con
arte , esattamente corrisj)ondente al passo di Boscan; ed la parola
usata a definire sia l'opera delle quattro ninfe nella sua totalit (<< Tanto
arteficio muestra en lo que pinta / y texe cada nympha en su labrado /
quanto mostraron en sus tablas antes / el celebrado Apelles y Timantes ),
sia la particolare fatica di due di esse (<< Dinamene no menos artificio /
mostrava en la lavor que avia texido ; e la tela artificiosa di Nise)
in alternanza con la diestra mano e la destreza y mafia delle
altre due (cito dall'ed. Rivers cit., vv. 117, 145, 249, 122, 169). Ana-
logamente in fray Luis de Granada, l'artificio della disposizione dei frutti
sulle piante meraviglioso effetto di un ordine provvidenziale (<< con
tan maravilloso artificio esta el fruto en sus casicas abovedadas, tan bien
aposentado y guardado, que toda la furia de los vientos no basta para
derribarlo ; Intr. del Simbolo de la fe, 1, lO, 3; prendo la citazione da
A. Castro, Aspectos cil:., p. 135). E questo significato di semplice arte
come perizia e abilit, privo di sfumature di artificiosit vera e propria,
sopravvive ancora in epoca barocca; cos, in Gongora, per artificio, l'acce-
zione di disimulo, astucia marginale rispetto a quella di arte o
habilidad (cf. il dizionario dell'Alemany, s. v.); e il cultismo artificioso,
nella poesia del XVI e XVII secolo, scorre fino a Gongora lungo una
catena tematica che ne mantiene inalterato il primitivo valore garci-
lasiano (cf. A. Vilanova, Las fuentes y los temas del Polifemo de
Gongora, Madrid 1957, voI. I, pp. 777-78).
139 La formulazione risale almeno a M. Menndez y Pelayo (Antologia
cito voI. X, p. 145), ed divenuta luogo comune, ad esempio in A.
Vilanova, Preceptistas cit., p. 567, e in E. Dfez Echarri, Teorias metricas
cil:., p. 218 (il quale ultimo, anzi, rileva una contraddizione tra l'esistenza
dell' autntico manifiesto costituito dalla Carta di Boscan e una di-
versa affermazione di Menndez y Pelayo, che in Historia de las ideas
estticas cit., voI. II, p. 253 aveva osservato invece che, a ditlerenza
della Plyade, i poeti della nuova scuola lirica in Spagna no vienen
precedidos por ning(in manifiesto literario). Tanto nel caso di Boscan
e del petrarchismo spagnolo del Cinquecento, quanto per pagine pi
tardive come le poetiche prebarocche, conviene senza dubbio smussare
la rigidit che nella formula di manifesto cara ad alcuni studiosi
spagnoli, e tener presente la timidezza innovativa, che in Boscan alla
base effettiva del suo pur conclamato rinnovamento, e che in Carrillo
determiner continue oscillazioni e irresolutezze; cf. su quest'ultimo punto,
S. Battaglia, Un episodio dell'estetica del Rinascimento spagnolo: il
Libro de la el'tldici6n potica di L. Carrillo, in Filologia Romanza ,
1, 2, 1954, pp. 26-58; in .particolare le pp. 28, 39, 57, e le osservazioni
circa il carattere di manifesto 1> assegnato al testo del Carrillo da
Garda Soriano e da Vilanova. Per l'evidente inflazione dell'uso del ter-
mine manifesto a proposito di pagine teoriche spagnole che conten-
gano un qualunque spunto di atteggiamenti nuovi, si veda ancora A.
Vilanova, op. cit., p. 576, dove la definizione viene applicata al prologo
di)\!Iedina alle AnolJljplll?S nei confronti sia della Deffence di Du Bellay
intesacome--mu;ifesto della Plyade (con probabile allusione a un
passo di A. Morel-Fatio, L'espagnol, langue lmiverselle, in tudes SUI'
l'Espagne, IVe srie, Paris 1925 (pp. 189-219) (218), sia del prologo
di Nebrija alla Gramatica inteso come manifesto en defensa de la
217
lengua vulgar . Appunto nell'esigenza che si presenta qui allo studioso
spagnolo di puntualizzare e distinguere, riesce particolarmente evidente
quanto c' di anacronistico nell'uso del termine manifesto per queste
pagine umanistiche e rinascimentali.
l'O Sull'ampia sopravvivenza di elementi tradizionali nella lirica pe-
trarchista di Boscan, cf. R. Lapesa, La trayectoria potica de Garcilaso
cit., p. 34 sgg. (<< Lo hispanico en Boscan); per la persistenza de lo
castizo nella sua lingua, sia nella versione del Cortegiano sia nella pro-
duzione originale, cf. M. Morreale, Castiglione y Bosccin cit., passim.
141 Come la definiva M. Menndez y Pelayo, Historia de las ideas
estticas cit., voI. II, p. 253; cf. anche Antologia cit., voI. X, p. 337.
142 Cito da C. de Castillejo, Obras, prologo, edicion y notas de J.
Domlnguez Bordona, Clasicos Castellanos, Madrid 1957, voI. II, pp.
188-96. Per 1'altro titolo con cui noto il componimento (Contra los
que dexan los metl'os castellanos y siguen los italianos) cf. la nota di
Domlnguez Bordona a p. 188. Quanto alla data di composizione, la
Repl'ensi6n, stando alle indicazioni dell'editore, venne pubblicata solo
nella postuma ed. princeps delle Obl'as completas (1573); sembrerebbero
dunque da fissare come amplissimi termini, a quo, il 1542 (morte di
Boscan) e ad quem il 1550 (morte di Castillejo). Non capiamo il cenno
di Dominguez Bordona, voI. I, p. XVIII, che sembra includere il
Castillejo, in particolare come autore della Reprensi6n, tra gli impug-
nadores dei quali si era lamentato Boscan, dato che nella RefJI'ensi6n
chiarissimo il riferimento a Boscan tra i poeti che llevo la muerte
paso a paso , v. 362.
143 Y daramente burlaban / De las coplas espafiolas, / Canciones
y villancicos, Romances y cosa tal, / Y pies quebrados y chicos, / Y
todo lltlestl'O caudat... Desprecian qualquiel'a cosa / de coplas compuestas
antes , vv. 212-218; 229-230.
144 Pensiamo ai versi delle Er6ticas di Villegas, ricordati da M.
Herrero-Garda, Estimaciones litel'arias del siglo XVII, Madrid 1930,
p. 93:
Romance a pata llana es lo que pido,
Que ensarte laconismos cada paso
Y que abrevie la frasis y el sentido;
No que sobre las ancas del Pegaso
Me lIeve su oracion por los rodeos
Que tienen Juan de Mena y Garcilaso.
145 Cito da P. Bembo, Opere in volgare, ed. Marti cito p. 938 (Giunta
alle Lettere, N. 280, 3 di giugno 1503, alla Duchessa di Ferrara). Per un
commento alla lettera del Bembo (l'identificazione della copla Yo pienso
si me muriese come brano di una poesia di Lope de Stufiiga e il chia
rimento che la canzonina del Bembo doveva essere in italiano), cf.
Pio Rajna, I versi spagnuoli di mano di P. Bembo e di L. Borgia cit.,
pp. 306 sgg., 310, 318; per osservazioni Sl choque de dos maneras
de exptesi6n a questo proposito, cf. R. Menndez Pidal, El lenguaje
cit., p. 58.
146 da ricordare a questo proposito una accorta osservazione di
Lapesa, in cui la taccia di rozzezza che si applica comunemente alla poesia
all'italiana di Boscan viene inserita e spiegata nella sopravvivenza di un
tealismo ispanico, incompatibile coi moduli nuovi, e tale anzi che, senza
218
una previa depurazione, esso riesce deformato e appesantito da questi
moduli stessi: No es que la nueva poesia cerrara obstinadamente" sus
puertas a la vision de la realidad pnictica; pero exigia un ennoblecimiento
que Boscan no realizo... Este realismo, que en los endecasilabos se con-
vierte en tosquedad prosaica (La trayectoria potica, cit., pp. 41 e 207).
147 E al Dillogo entre el autor y su pluma. Cito la Carta dall'edizione
di Dominguez Bordona cit., voI. IV, pp. 253-59.
14' Come interpreta Dominguez Bordona, op. cit., voI. I, pp. XXII-
XXIII.
149 Mas agora ya, segUn entiendo, no solamente es trabajo perdido
hacer coplas, pero en la opinion de muchos y aun en la mia, oficio de
liviandad; y la causa desta quiebra y menoscabo, a vueltas de otras que
los tienpos acarrean, debe ser habel' habido muchos que trovan mal y muy
pocos que sepan hacerlo bien (p. 258). Ma si noti che si tl'atta di una
mengua de ingenios attuale, di tutt'altra cosa cio di una mengua
de ingenios passata che avrebbe destituito d'autorit la lingua e la
tradizione spagnola, come identifica troppo rapidamente Dominguez
Bordona, vo. I, p. XXIII; ch anzi la passata tradizione spagnola pel'
Castillejo ricca di ingenios , sia qui sia nella Reprensi6n.
150 Non ho controllato il testo della Carta di Castillejo sul ms. eli
Vienna n sull'edizione Wolf (citati da Dominguez Bordona, voI. I,
p. XXII e val. IV, p. 253 n. 1). Suppongo tuttavia che sia qui da leggere
extendella e non entendella , secondo il luogo comune cinquecen-
tesco che abbina 1' ornamento della lingua col suo accrescimento ,
sia quest'ultimo inteso in senso culturale sia, come spesso nella cul-
tura spagnola, nel significato di una materiale diffusione. Cf. nel
Discurso di Morales ed. cit. qui appresso, r. 63 sgg.; Marco Tulio...
con quanto estudio y trabajo se esmero en ella [lengua latina]?
.: qu ventaja llevo a los de su tiempo en hablarla, adornarla, i esten-
derla? , e il passo di Medina citato qui appresso n. 151. Nel ci-
tare e commentare il passo di Castillejo alla luce del suo concetto
imperialista e della sua prospettiva internazionale, leggono rispettiva-
mente estendella E. Buceta (La tendencia a identificar cl espanol
con el latin, in Homenaje a Menndez Pidal, Madrid 1925, voI. I,
(pp. 85-108), 104) e Bahner, op. cit., p. 159, n. 5; e entendella A.
Alonso (Castellano, espanol cit., p. 22).
151 Penso al noto passo Incitaranse luego los buenos ingenios a esta
competencia de gloria; i veremos estenderse la magestad del lenguage
Espaiiol, adornada de nueva i admirable pompa, hasta las ultimas
provincias, donde vitoriosamente penetraron las vanderas de nuestros
exel'citos ; cito da J. F. Pastor, Las apologias cit., p. 119. Cf. in questo
volume p. 31).
152 In ed.: Alcala de Henares 1546 (Brocar). Come prologo alle pagine
di Prez de Oliva nella miscellanea curata da F. Cervantes de Salazar
(Obras que F. C. de S. ha hecho, glosado y traduzido) contenente: F.
Prez de Oliva, Dialogo de la dignidad del hombre; Luis Mexia, Ap610go
de la ociosidad y el trabajo; L. Vives, Introducci6n y camino para la
sabiduria. Di Cel'vantes de Salazar la conclusione della prima operetta,
la glossa e moralizzazione della seconda, la versione spagnola, con
muchas adiciones , della terza.
219
2" ed.: Salamanca 1.585-C6rdoba 1.586 (stampa iniziata a Salamanca,
conclusa a C6rdoba) (Ramos Bejarano). Come prologo a una miscellanea
di scritti di F. Prez de Oliva e dello stesso Morales (Obras del Maestro
F. P. de O., con algllnas de A. de M.). Per precisazioni sul luogo e la
dMa di stampa - che in Nicolas Antonio (B. H. Nova) p. 64,
Cordubae anno 1.585 - cf. M. Menndez y Pelayo, El Maestro
Ferll{m Prez de Oliva, in Estudios y discursos de critica historica y
literaria, ed. nazionale, Madrid 1.941., voI. II, p. 39 sgg., poi in Biblioteca
dc traductores espaioles, ed. nazionale, Madrid 1.953, voI. IV, pp. 58 sgg.
e in particolare 63 sgg. Per altre indicazioni cf. A. Millares Carlo, Apulltes
para tm estudio biobibliogr!tfico del humanista F. Cervantes de Salazar,
Mxico 1.958, pp. 1.62 e 1.64. L'esemplare della Vaticana datato C6r-
doba 1.586.
Nell'edizione delle Obras di Cervantes de Sala.zar curata da F. Cerda
y Rico, Madrid 1.772 (Sancha), il Discurso di A. de Morales (pp. 1.-29)
viene riprodotto tenendo presenti entrambe le edizioni cinquecentesche.
Si segue cio il testo della prima; e, della seconda, le varianti vengono
segnate in nota ma le aggiunte sono incluse nel testo e perspicuamente
segnalate come tali: quando se hallan algunas adiciones, con que
enriqueci6 Morales su discurso, i le continuan sin interrupcion, se han
ingerido en su lugar entre comas, para distinguirlas de lo demas, i que
nada se echasse menos (p. 1., n. 1.). Non vengono per segnalate le
soppressioni di passi della prima edizione operate dalla seconda; per
cui nelle ultime pagine avviene una giustapposizione di passi esistenti
ciascuno soltanto nell'una o soltanto nell'altra edizione antica.
Le due edizioni moderne del Discurso, curate rispettivamente da J.
F. Pastor, Las apologias cit., pp. 71.-98, e da G. Bleiberg, Antologia cito
pp. 47-65, riproducono l'ed. Sancha con notevole trascuratezza e soprat-
tutto con estrema imprecisione nella delimitazione dei due testi cinque-
centeschi. [Si veda ora l'ed. critica a cura di V. Scorpioni, in Studi
ispanici , 1.977, pp. 1.77-94. Su di essa aggiorno le citazioni, rinviando
alla numerazione delle righe].
153 propriedad nell'ed. Sancha; nelle due edizioni cinquecentesche
propiedad, secondo la preferenza indicata esplicitamente da Morales nelle
note alla lettera di F. de Figueroa sull'ortografia (La Vifiaza, col. 874 sgg.,
876). Per un confronto a proposito di quest'uso tra Morales e Herrera,
cf. A. Coster, F. de Hen'era, Paris 1.908, p. 407 e O. MaCl'l, F. de
Hen'era, Gredos, Madrid 1.959, p. 374.
154 Cf. soprattutto Prose, I, III-Ve XVI.
155 Prose, I, III, ed. Marti cit., p. 273.
156 E anche per Herrera, si ricordi ad es. l'osservazione di A. Alonso,
Castellano cit., p. 74, n. 1., sul modo in cui, coincidendo col Bembo sul
problema dei neologismi, Herrera simplifica la cuesti6n .
157 Si veda ad es. come l'aneddoto di Teofrasto al Castiglione (Lett.
Ded. II, 77) serve come argomento contro il purismo e l'ipercorrezione
(la vecchierella che riconosce Teofrasto per non ateniese perch parla
troppo ateniese) e in Morales (r. 1.8 sgg.) diventa argomento per mostrare
come sia importante non commettere errori nella propria lingua poich
tutti i parlanti possono giudicare (la vecchia crede straniero Teofrasto
perch err en un vocablo e por no saber pel'fectamente su len-
220
guaje ). Cio, l'episodio, nel Castiglione, inserito nella questione italiana
della norma regionale; in Morales, in un'esortazione pi generale, e pi
empirica ad un tempo, all'accuratezza linguistica. Il parallelo tra Casti-
alione e Morales non implica un rapporto di fonte; Morales pot trarre
l'aneddoto dal Trissino, o dallo Speroni, o direttamente da Cicerone o
da Quintiliano. Lo stesso aneddoto, poi, riappare in Morales, a distanza.
di parecchi anni, negli appunti in margine alla lettera di Figueroa cito i
(La Vifiaza, col. 876), l dove Morales considera improprie certe grafie!
e pronuncie troppo etimologiche come Augustill, Ioall, ecc., por 105
sonidos particulares que tienen las lenguas, tan apropiados para ellas
que l'odo lo que se les muda dellas es estrafiallas y sacallas de su natural.
Asi conocio la vieja a Theophrasto, y es grande encarecimiento . Qui,
si, si tratta di ipercorrezione, non di generico errore, come nel passo
del Discurso; e si pu anche prospettare una rinnovata familiarit di
Morales con l'aneddoto, magari attraverso la lettura dell'Ercolano del
Varchi, uscito proprio lo stesso anno (1570). Cf. anche qui appresso,
n. 169 e 184.
m Del tutto erronea la nota con cui il Cerda a p. 7 della sua edizione,
per il Castiglione, rimanda a Lib. I, desde e1 c. 6 hasta e1 9 ; nota
riprodotta da Pastor e da Bleiberg.
159 Prose, I, V, p. 276.
160 Forse dal Bembo II, 4; pi probabilmente da Cicerone e soprat-
tutto da Qnintiliano (cf. Alonso, Castellano cit., p. 81). A Quintiliano
direttamente pu forse risalire anche il passo di r. 233 sgg. sulla facilit
con cui avviene il passaggio tra le virt e i vizi vezinos , che ha
tuttavia precedenti pi vicini a Morales, in Prose, II, XIX (applicato
alla lingua) e in Cortegiano I, XIII, 39 (applicato alle virt e ai vizi).
161 Dialogo de la lengua, ed. cit., p. 86.
162 Ed. cit., p. 78. Come osservava il Montesinos nella sua edizione,
si tratta di uno spunto che appariva gi in Nebrija (Gramatica, III, 4):
enlas palabras no ai cosa tan dura que usandola mucho no se pueda
hazer blanda ; preceduto da un como dize Tulio in cui sia il
Gonzalez-Llubera sia Galindo e Ol'tiz leggono il richiamo a De Orat.
3, 45: Nihil est enim tan tenerum neque tam ilexibile neque quod
tam facile sequatur, quocumque ducas, quam oratio .
163 un notissimo passo, dal Quijote, II, 42; esso commentato in
A. Castro, El pensamiellto de Cervantes, Madrid 1925, pp. 202-3, alla
luce della dottrina oraziana e dell' aspecto popular y espontaneo del
idioma ; mentre l'Oliver Asin, op. cit., p. 111, n. 212, lo riporta espli-
citamente al precedente di Valds. Per Herrera, cf. qui appresso n. 198.
164 Tant' vero che il richiamo al solo Castiglione, formulato da A.
Castro, El pensamiento de Cervantes cit., p. 202, veniva immediatamente
smorzato col rilevare la diversit tra condizioni italiane e spagnole, entro
la quale veniva spiegata la differenza tra il criterio individualista che
nel giudicio naturale del Castiglione, e il concetto d'arte che ha
Morales.
165 la traduzione di Fray Alberto de Aguayo, come specifica il
Cerda; la stessa citata da Valds.
166 Cf. qui sopra n. 152.
221
167 L'insistenza con cui Morales sottolinea il carattere programmatico
e dimostrativo dell'uso del volgare da parte di Prez de Oliva pi
esplicita ancora nell'avvertenza al lector al f. 21' dell'ed. del 1586.
Morales presenta per prima tra le opere dell'Oliva il Dialogus in laudem
Aritbmeticae (Parigi 1518) ... hispana lingua eademque castellana... com-
positus, qui parum aut nihil a sermone latino dissentit e rileva come
esso mostri el grande amor que el Maestro tenia a la lengua castellana .
Si tratta di uno di quei componimenti ispano-Iatini dimostrativi del-
l'identit tra latino e volgare sui quali si soffermata pi volte l'atten-
zione degli studiosi (Thomas, Buceta, Romera Navarro, ecc.; cf. alcuni
dati in questo volume n. 100 a p. 49). Si ricordi inoltre che la tradu-
zione plautina di Oliva intitolata Muestra de la lengua castellana en
el nacimiento de Hercules, o Comedia de Ampbitryon (cf. Nicolas An-
tonio, B. H. Nova, p. 386, s. v. Ferdinandus P. de O., e M. Menndez
y Pelayo, Biblioteca de traductores cit., pp. 67, 72). Quanto all'Oliva,
d'altro lato, non c' dubbio che nell'affermare, nel prologo all'Ampbitrion,
tengo yo en nuestra castellana lengua confiana que no se dexara
vencer , egli - come osserv W. C. Atkinson, in Bulletin of Spanish
Studies , XV, 59, 1938, cit., p. 156 - risponda pi a motivi esterni
di orgoglio nazionale e presunzione di latinit che non a analytical
lmowledge of its resources and capacty (della lingua); ed questa
appunto una differenza caratteristica tra le due generazioni rappresentate
da Oliva e da Morales.
168 F. Desonay, Introductioll, all'ed. della Deffence, Genve-Lille 1950
(Droz), p. X.
169 Penso in particolare al Dialogo delle lingue di Sperone Speroni.
La cronologia non lo esclude, poich la prima ed. del testo italiano
del 1542; e a un influsso reale dello Speroni su Morales alluse di sfuggita
il Romera Navarro (La defema de la lengua espaiiola en el siglo XVI,
in Bulletin Hispanique , XXXI, 1929 (pp. 204-55), 229). Se influsso
c', tuttavia, esso ci sembra estremamente sporadico, e ben diverso da
quello che il testo dello Speroni esercit sistematicamente sul Du Bellay
(nella nota esposizione di P. Villey, Les sources italiemles de la
Deffense... , Paris 1908). Se ne potrebbero forse scorgere tracce, se
nella prudencia en los hombres , all'inizio del discorso di Morales,
si volesse intravvedere un riferimento alla differenza tra gli uomini e
li bruti animali , a proposito del linguaggio, sulla quale si dilunga un
personaggio dello Speroni (utilizzo il Dialogo delle Lingue nell'Appen-
dice in Villey, op. cit., p. 115); e se si considerasse significativa la coin-
cidenza a proposito dell'aneddoto di Teofrasto (che in Speroni, p. 131,
come in Morales, vuole dimostrare che anticamente anche il popolo
parlava bene il greco e il latino; cf. qui sopra, n. 157); o se si volesse
dare un peso determinante alle lamentele per la mancanza di nobili
auttori nella lingua nostra volgare , a p. 117 nello Speroni, e passim.
Ma, se pur Morales conobbe il testo dello Speroni, ne lasci cadere gli
spunti principali: cos1 la dialettica tra il problema politico e il problema
linguistico in Italia, con le sue posizioni estreme (<< maggiore il danno
d'haver perduta la lingua, che la libert , ivi, p. 124) e tutta la discus-
sione sulla norma (<< esser thosca per natura et per arte , p. 130), ecc.;
n sembra necessario ricorrere allo Speroni per spunti generici e sparsi
come i tre che abbiamo raccolto qui sopra.
222
170 Prescindiamo qui, naturalmente, dalle posizioni estreme di una
critica che ha ormai un puro interesse storico. Si ricordi comunque che
per L. P. Thomas (Gongora et le gOl1gorisme considrs dans leurs
l'apports avec le Marinisme, Paris 1911, pp. 35, 76 sgg.) era Morales il
primo responsabile spagnolo (gli altri erano Herrera e Aldrete, e pi
remotamente il Bembo e lo Speroni) della latinizzazione brutale e
innaturale della lingua operata dalla brusca rivoluzione gongorina .
Ampiamente sorpassata nell'apprezzamento estetico e di gusto, la critica
del Thomas poneva tuttavia l' accento sulla realt effettiva della coerenza
esistente tra il formalismo propugnato da Morales e la poesia culterana
(Echi tardivi della posizione di Thomas, a proposito di Morales, si leg-
"ono ancora in F. Elasi, Dal classicismo al secentismo in Ispagna, Aquila
1929, p. 125).
171 A. Castl"O, El pensamiento de Cervantes cit., p. 199 sgg.
172 A. Alonso, Castellano, espanol cit., pp. 70-88.
m Cf. nelle Anotaciones (Obras de G. L. de la Vega con Anota
ciones... ecc., Sevilla 1580), a p. 311 la trasposizione letterale rlpll'o,nr;rr>
precetto porque no ai cosa mas odiosa que l'afetacion .
m Ivi, p. 17.
175 In particolare, p. 573 sgg.
176 Cf. O. IvIacr, F. de I-Ierrera cit., p. 100.
m Ivi, p. 294; cf. il brano di Morales qui sopra p. 175.
178 todo nasce del gran menosprecio en que nuestros mismos natu-
rales tienen nuestra lengua, por lo qual ni se aficionan a ella, ni se
aplican a ayudarla. Y no me paresce sin duda que hasta aora les ha
faltado a los hombres doctos en Espafia ~ c u s a deste su desamor o
descuydo, por estal' la lengua Castellana tan abatida y sujeta a servir
en tan viles usos, que tenian l'azon de desesperar, podria levantarse a
cosas mejores y de mucha dignidad, quales eran las en que ellos quisieran
ocuparla (l". 280-287).
179 un depravado parecer, que se arraigo en los animos de los ombres
sabios; los cuales cuanto mas lo eran, tanto juzgavan ser mayor baxeza
hablar i escrevir la lengua comun; creyendo se perilia estimacion en
allanarse a la inteligencia del pueblo. Por esta causa aprendian i exerci-
tavan lenguas peregrinas; i con tal ocupacion i las de mas graves letras
se venian a descuidar tanto de su proprio lenguage, que eran los que
menos bien lo hablavan. De modo que ellos, que por su eruilicion
pudieran solos manejar con destreza estas armas, las dexaron en las
manos del vulgo; el cual con su temeridad i desconcierto a usado dellas
en la manera, que sabemos (cito il prologo di F. de Medina dalle
Apologias di Pastor cit., pp. 109-19; il brano cito a p. 115).
HIO r. 99 sgg. Quanto alla diffusione delle pagine di Morales, trovo
proprio questo passo riprodotto testualmente, senza indicazione dell'auto-
re, all'inizio del Prologo degli Equivocos Morales di Viana (ed. Pastor,
p. 181, da un ms. dell'Academia de la Historia): Con justa razon se
han quexado algunos hombres doctos, de que siendo nuestra lengua
castellana ygual con todas las buenas en abundancia... ecc.
1111 Ed. Pastor, p. 110.
223
182 Op. cit., p. 80: A. de Morales, en su segunda redaccion de
1586, parece tener en cuenta a Fray L. de Leon y a otros que han dado
la batalla en defensa del ideaI esttico de la lengua, tanto con sus apologias
como con el lenguaje perfecto de sus libros. Que influyo Morales en
F. de Herrera no cabe tampoco duda, pues ambos convivlan en Sevilla
en los tiempos de las Anotaciones y de la Controversia de Herrera, y
Morales, cargado de afios y de prestigio, segula vivamente interesado
por el pleito, como lo prueban los l'etoques y ampliaciones a que
sometio poco despus su Discurso .
183 p. 115.
184 La citazione di Morales nei riguardi di Herrera suole apparire
soprattutto a proposito delle sue note in margine alla lettera di F. de
Figueroa su e1 hablar y pronunciar la lengua castellana (testo in La
Vifiaza, n. 406, col. 874-80); cf. ill'ichiamo agli apuntamientos di Morales
nel trattare la riforma ortografica di Herrera, in A. Coster, op. cit.,
pp. 401, 407, 418, e in O. Macr, op. cit., pp. 353, 355, 374. Quanto
alla datazione, ci sono, com' noto, ampi margini di dubbio tra il 1560,
proposto a suo tempo dal Cafiete, e il 1570 (La Vifiaza); preferisco atte-
nermi a quest'ultimo, sulla scorta di A. Alonso, Castellano cit., p. 26, n. 1.
185 Cf. O. Maer, op. cit., pp. 326, 328, 333, 334, rispettivamente per
fel'OZ, ilustre, ofuscar, perpetuo. Di Morales, cio, interessano a Maer le
scelte effettivamente compiute, come scrittore, e come anello di una ca-
tena lessicale che giunge a Herrera poeta; non le idee manifestate da
precettista, come precedente dell'Herrera discettatore.
186 Le prime rimaste inedite, com' noto, fino al 1631; il III libro
de Los Nombres, apparso nell'edizione (la seconda) del 1585.
187 Cf. F. Ulivi, L'imitazione nella poetica del Rinascimento, Milano
1959; e per gli aspetti tipicamente spagnoli della contaminazione tra il
precetto della mimesi in senso aristotelico e il principio dell'imitazione
letteraria e retorica, cf. S. Battaglia, Un episodio, cit., p. 37, n. 2.
lfi8 Cf., per un panorama, R. Scrivano, La discussione sul Manierismo,
in La Rassegna della letteratura italiana , a. 67, s. VII, n. 2, mag-
gio-sett. 1963, pp. 200-231 e O. Maer, La storiografia del barocco cito
IB9 Per un inquadramento, cf. il vecchio studio di J. E. Spingarn, La
critica letteraria nel Rinascimento. Saggio sulle origini dello spirito clas-
sico nella letteratura moderna, trad. itaI. Bari 1905 (e successivamente,
New York 1949); C. S. Baldwin, Reinassance Literary Tbeory and
Practice, New York 1939; e B. Weinberg, Literary Criticism in tbe;
Italiml Renaissance, Chicago 1961, 2 volI.
190 Che risalgono al 1541, cf. M. Menndez y Pelayo, Historia de las
ideas estticas cit., voI. II, p. 188.
191 Sul confluire, contro la narrativa cavalleresca, di vari atteggiamenti
della critica umanistica e poi controriformista (il decoro erasmiano, il
didascalismo cattolico, la retorica italiana, il canone aristotelico) e sulla
persistenza di una posizione teoretica negativa fino a Cervantes, cf. - oltre
alle vecchie pagine di C. De Lollis, Cervantes reazionario, Roma 1924,
pp. 70 sgg., 86, 103, 112 ecc., e di A. Castro, El pellSamiento de Cervan-
tes cit., p. 26 sgg., e oltre a quelle di M. Bataillon, Erasmo y Espaiia cit.,
voI. II, p. 210 sgg. -, le osservazioni di J. F. Canavaggio, Alollso L6pez
224
Pinciano y la esttica de Cervantes en el Qui;ote ', in
rvantino
s
, VII, 1958, dI 99 pp. (pp. 11, 27, 66-68 dell estr.); e dI
Se Shepard, El Pinciano y las teorias literarias del Siglo de Oro, Gredos,
Madrid 1962, p. 60 sgg. Al margine resta poi l'estensione della condanna,
da parte cattolica, a tutta la lette.ratura. e la P?esia .nel noto
ripudio di Dzanas, Boscanes, Garctlasos, 111 Malon de ChaIde, lTI quello
un po' meno noto di e Amadises in fl'. Pedro de Vega (cf. il
testo in Pastor, Apologzas CIt., p. 60).
192 Che dovrebbe allargarsi a Pero MexIa e a Villalan, a F. Delicado
e a Torres Naharro e inchiudere Alvar Gamez de Castro, ecc. ecc.
193 Per i passi quattrocenteschi cf. J. Amador de los Rfos, Historia
critica de la literatura espanola, Madrid 1865, voI. VII, pp. 48, 216;
E. Buceta, La tendencia a identificar el espanol con el latin cit., p. 85;
e De algunas composiciones bispano-latinas en el s. XVII, in RFE
XIX, 1932, p. 390, n. 1.
194 Penso ad es. al brano dell'Ecclesiastes (che cito nella trad. spagnola
in cui appare in M. Bataillon, Erasmo y Espaiia cit., voI II, p. 306);
No hay lengua tan barbara que no tenga su elegancia y su fuerza par-
ticular si se la cultiva ; e a vari passi del Bembo, tra cui in particolare,
I, XIV (ed. cit., p. 293); Oltre a ci ogni lingua alcuna qualit ha in
s, per la quale essa lingua o povera o abondevole o tersa o rozza o
piacevole o severa, o altre parti ha a queste simili che io dico; il che di-
mostrare con altro testimonio non si pu che di coloro che hanno in
quella lingua scritto .
195 L'espressione chiaramente anacronistica; ma era Bataillon (recen-
sioneall'ed. Montesinos, in Bulletin hispanique , XXXI, 1929, pp.
163-66) a vedere nel Didlogo de la lengua le gnie meme de la langue
en train de prendre conscience de soi (cf. in questo volume p. 10); c
di genio della lingua si parlato a proposito sia del sentimento di
una gracia y elegancia de la lengua che ha Siman Abril (cf. M.
Morreale, Pedro Sim6n Abril, Madrid 1949, p. 85) sia del concetto di
sustancia di una lingua che in L6pez Madera (cf. E. Alarcos, Una
teoria acerca del origen del castellano, in Boletln de la Academia Espa-
fiola , a. XXI, t. XXI, 1934 (pp. 208-28), p. 216).
196 E che Macr, F. de Herrera cit., p. 70, preferisce riportare invece
al motivo de las letras y las armas . Per un commento al passo di
Medina cf. le vecchie pagine di A. Morel-Fatio, L'espagnol langue unz:
verselle cit., pp. 218-19; e sul motivo delle bandiere che diffondon\
la lingua, motivo che ricorre in Medina, in Malan de Chaide e che )
ancora luogo comune nel Settecento spagnolo, cf. A. Alonso, Castellano,
espaiiol cit., p. 29, n. 2. Cf. anche in questo volume p. 31.
197 Cf. R. Fubini, La coscienza del latino negli u1l1anisti: An latina
lingua romanorum esset peculiare idioma , in Studi medievali , s. 3",
II, 2, 1961, pp. 505-50 (529, 547 sgg.) a proposito del Bruni e del Valla;
e si ricordi, per la Spagna, lo studio di E. Asensio, La lengua cito
198 Todas las lenguas tuvieron infancia o nifiez, juventud, perfecion
i vegez... (Anotaciones, p. 573). Macr, op. cit., p. 100, preferisce in-
serire questo passo di Herrera nella idea renacentista italiana - ro-
mantica en la posterior elaboracian del Vico - de la historicidad de las
lenguas y de la universalidad del contenido lingiHstico, quedando intacta
la originalidad creadora o re-creadora de cada nacian . A me sembra,
225
15.
220 Si tenga presente il parallelismo tra Mena e Ennio, venerati en-
trambi per la loro antichit, che frequente nel Brocense (cf. M. R. Lida
]. de Mena cit., p. 242); per Medina, penso per es. al passo quien
la oscuridad d'aquellos siglos andava a ciegas sin luz del' arte, que es mas
cierta que la naturaleza (ed. Pastor cit., p. 114); per Berrera, carat-
teristica la considerazione di Juan del Encina (<< con la rudeza i poco
ornamento, que se permitia en su tiempo , que ecedio a toda la ino-
l'ancia de su tiempo , Anotaciones, pp. 255, 437); e si veda infine come
Gracian, pur sentendo una interna continuit formale con Juan Manuel,
prospetti talvolta i meriti dello scrittore trecentesco sullo sfondo del-
l'arretratezza dei tempi: en aquel tiempo, cuando no estaban las letras
tan adelantadas en Espafia como ahora (Agudeza, ed. Aguilar cit., dis-
curso LVII, p. 485).
22l Cf. in La Vifiaza la IV parte, col. 1739 sgg.
222 Su un terreno analogo, stato rilevato come nella cultura spagnola
del XVII secolo si oppongano il silenzio degli eruditi sulla Celestina,
e l'effettiva presenza dell'opera nella lettetatura dell'epoca; cf. M.
Berreto-Garda, Estimaciones literarias del siglo XVII cit., pp. 15, 60.
228
Lingua grave, lingua lasciva (Herrera)
1.
1. In uno scritto di precettistica interessa generalmente
pi quello che dice che non come lo dice. Ma anche questa
seconda prospettiva qualche volta pu avere una sua per-
tinenza; tanto pi quando si tratta di un precettista tal-
mente impegnato sul piano formale come Fernando de
Herrera.
Analizzeremo un passo molto conosciuto delle Anota-
ciones 1. Lasciamo qui in secondo piano, o comunque rin-
viamo a un secondo momento, una prospettiva storico-cul-
turale. Diamo per scontato che si tratta di uno dei molti
luoghi cinquecenteschi che contrappongono una lingua mo-
derna ad altre, in termini pi di contesa esterna e di
ambizione di primato che non di caratterizzazione vera e
propria; diamo per noto l'ambiente culturale, storico e po-
litico in cui queste contese linguistiche si manifestano, per
tutto il Rinascimento, in tutta l'Europa. Mettiamo qui in-
vece in primo piano una lettura del passo in s, ai fini di
un'analisi della sua coesione interna e della diretta realt
della sua struttura. Sulla legittimit dell'uso di questo ter-
mine e di questo criterio immanente, nel caso specifico,
accantoniamo per ora le riserve che possono sorgere a
priori, per sollevar1e deliberatamente in un secondo mo-
mento.
231
2. Questo il passo:
[A'] Porque la Toscana es mui florida, abundosa, blanda i
compuesta; pero libre, laciva, desmayada, i demasiadamente en-
ternecida i muelle i llena de afetacion. [A"] admite todos los
vocablos, carece de consonantes en la terminacion; lo cual,
aunque entre ellos se tenga por singular virtud i suavidad, es
conocida falta de espiritu i fuera. tiene infinitos apostrofos
i concisiones. muda i corta i acrecienta los vocablos. [B'] pero
la nuestra es grave, religiosa, onesta, alta, manifica, suave, tierna,
afetuosissima, i llena de sentimientos, i tan copiosa i abundante,
gue ninguna otra puede gloriarse desta riqueza i fertilidad mas
justamente. [B"] no sufre, ni permite vocablos estrafios i baxos,
ni regalos lacivos. es mas recatada i osservante, gue ninguno
tiene autoridad para osar innovar alguna cosa con libertad; por
gue ni corta, ni afiade silabas a las diciones, ni trueca, ni altera
forma; antes toda entera i perpetua muestra su castdad i cultura
i admirable grandeza i espiritu, con gue ecede sin propordon
a todas las vulgares, i en la facilidad i dulura de su pronuncia-
cion. [C] finalmente la Espafiola se deve tratar con mas onta
i reverencia, i la Toscana con mas regalo i llaneza 2.
Questo il contesto immediato del passo: siamo nelle pri-
missime battute delle Anotaciones, all'inizio del commento
al Sonetto I di Garcilaso. Tra il testo del sonetto e il com-
mento analitico, Herreta frappone una dozzina di pagine 3.
Di andamento alquanto divagatorio, introdotte da una pre"
messa su punti topici 4, esse si presentano come una noti-
eia 5 sulla poesia spagnola, a dimostrazione della ricchezza,
attuale e potenziale, della lingua. Siamo, com' evidente"
in pieno luogo comune rinascimentale, tanto sul versante
dei concetti linguistico-letterari (pregi della lingua, neces-
sit di coltivarla letterariamente, prestigio nazionale, ecc.),
quanto su quello pi ampiamente precettistico (imitazione
e suoi criteri).
All'interno di questo lungo discorso introduttivo 6, il
passo ha una sua chiara autonomia strutturale 7. Ne fa fede,
se vogliamo un indizio esterno, la menzione indipendente
che esso riceve nella Tabla finale: Comparacion entre la
lengua Toscana i Espan.ola ; ne fa fede, meno esterna-
mente, il suo contesto viciniore.
232
Una trentina di righe in precedenza va annunciando con
squilli di tromba via via pi fitti che stanno per cadere idoli
di falsit e ignoranza 8 e che verr esposta una diversa ve-
rit, frutto di pill esperto sapere 9. Si giunge cos al periodo
che immediatamente precede la Comparaci6n:
I pata esto notando con algut1a consideracion la naturaleza i
calidad de ambas lenguas vendran con mucba facilidad en
ve t d a d e t o conocimiento desta difetencia IO,
dove i simmetrici con alguna consideraci6n e con mucha
facilidad ribadiscono il gioco tra specifica conoscenza degli
esperti e ampia evidenza dell'assunto, instaurato poco so-
pra; e il verdadero funge da rampa di lancio per la Compa-
raci6n, che vi appare allacciata col tramite del suo porque
iniziale, vera e propria congiunzione argomentativa (" in-
fatti "), a seguito di una non segnata interpunzione (:) sot-
tintesa nell'esta: "questa", " la seguente ".
La fine della Comparaci6n, a sua volta, segnata nelle
righe successive da un'ampia curva sintattica, che riflette
una svolta nel discorso. Il ritmo, da insistentemente espo-
sitivo che era, diviene concessivo 11, per continuare poi sul
registro ancor diverso costituito da una triplice successione
di momenti avversativi 12, che racchiudono a loro volta ul-
teriori concessioni e precisazioni 13.
3. La Comparaci6n risulta dunque delimitata da fron-
tiere abbastanza nette nei riguardi di quanto la precede (di
cui essa si presenta come una dichiarativa) e soprattutto di
quanto la segue. Ci la definisce come una totalit, non
necessariamente come una struttura, finch non risulti che
all'interno della totalit esista un sistema di trasformazioni
auto-regolato 14. Le due zone interne di frontiera, quella
iniziale e quella finale, hanno in questo senso un aspetto
discordante. Quanto alla fine, essa nella Comparaci6n
estremamente marcata: non solo un esplicito nesso di con-
clusione (finalmente), ma soprattutto la disposizione chia-
stica dell'ultimo periodo e la ridondanza degli ultimi enun-
233
Ciati costituiscono una vera e propria chiusura che
sembra saldare il discorso come oggetto strutturato 15.
Quanto all'inizio, invece, l'impianto della Comparaci6n
nel suo contesto immediato tale da far sorgere subito
forti dubbi sull'autonomia delle sue leggi di costruzione.
Esse appatentemente risultano del tutto esplicite; cosicch
la Comparaci6n viene a ptesentatsi come un vero e proprio
svolgimento di un ptogramma pteviamente fotmulato. Pet
cui una serie di descrizioni ptedicative (<< la toscana es... ,
admite... ; la nuestra es..., no sufre... ) assolve nella Com-
paraci6n l'impegno assunto nel periodo immediatamente
precedente con naturaleza i calidad; un movimento di sia
pur minima complessit - che avvetsativo nella prima
patte (<< la toscana es... pero... ) e argomentativo nella
seconda (<< la nuestra es... por que... ) - conisponde al
con alguna consideraci6n; ed essenzialmente viene instau-
tato un andamento binario, a sviluppo della dichiarazione
di voler esaminate ambas lenguas.
In un certo senso la Comparaci6n pu cos risultare un
banco di prova privilegiato pet il tilievo di piani e punti
d'opposizione, in quanto l'asse sul quale - per usare una
notissima espressione 16 - si ordinano ai vari livelli le va-
rianti estremamente netto. Ma perci appunto, la stessa
legittimit di un'analisi pu rimanerne pregiudicata. L'e-
splicitezza con cui il binarismo viene assunto ne fa infatti
un dato a ptiori anzich un dato immanente al testo, crean-
do in s il rischio di un automatismo, di una simmetria
forzata dei fatti compositivi 17. Sappiamo dunque, prima
ancora che il sistema si apra, che esiste, immessa dall'ester-
no, precostituita, una intelaiatura di opposizioni, sulla quale
si suppone scorrano sia le linee della sintassi sia quelle del
lessico. La Comparaci6n sin dal primo momento pu rap-
presentarsi come scritta su due colonne, da un lato la parte
relativa all'italiano, dall'altro quella relativa allo spagnolo,
con eventuali cortispondenze orizzontali tra punti dell'una
e dell'altta colonna. Resta sin d'ora aperto il problema fino
a che punto questo aprioristico schema binatio e differen-
ziale possa essere determinante ai fini della fisionomia del
234
brano, riducendo o meno ogni eventuale interazione, equi-
valenza, simmetria, esistente al suo interno, alla meccani-
dt di una costruzione oppositiva e paralle1istica; in altri
termini, fino a che punto la circostanza che uno schema di
struttura sia palese vanifichi la ricerca, e soprattutto
l'esistenza, di un equilibrio riposto e contestuale.
II.
1. Questo rischio sorge evidente anzitutto sul piano
della sintassi, dato il carattere apparentemente pi rigido
che libero 18 del meccanismo che qui in funzione. L'os-
satura della Comparaci6n consiste nella giustapposizione
di tre periodi, assai lunghi i primi due, A e B, brevissimo
l'ultimo, C; il soggetto del primo (la [!engua] toscana) e
quello del secondo (la nuestra) ritornano invertiti nel terzo
(la espaiiola... la toscana... ).
Ciascuno dei due periodi A e B consiste in una serie pa-
ratattica, debolmente movimentata da momenti ipotattici,
di verbi in presente indicativo. Pi rigida la serie relativa
all'italiano, che si snoda lungo sette verbi principali:
A es
admite
carece
tiene
muda
corta
acrecienta.
Pi ondulata la serie relativa allo spagnolo, dove ai
quattro verbi principali
B es
sufre
permite
es
235
seguono altri cinque, tutti nella medesima costruzione,
coordinati i primi quattro con un nesso argomentativo:
porque... corta
afiade
trueca
altera,
l'ultimo con una ripresa oppositiva:
antes... muestra.
All'interno del flusso paratattico, ciascuno dei due pe-
riodi A e B comprende due parti: una lunga proposizione
copulativa costruita intorno a un unico es (A', B') e una
lunga proposizione costruita su un'estesa serie di verbi pre-
dicativi (A", B"). L'alternanza di asindeto e polisindeto
- che in A', B' opera tra i vari aggettivi che costituiscono
i predicati - in A", B" manifesta il suo ritmo prevalen-
temente tra le forme verbali.
I sei verbi principali di A" appaiono raccolti in tre sego
menti:
1) admite... , carece
2) tiene
3) muda i corta acrecienta;
il primo, di andamento binario, consistente in una coppia
antinomica (" accoglie" - " manca di "); il terzo, composto
di tre elementi, in cui la coppia antinomica costituita dai
due ultimi (corta-acrecienta) rappresenta uno sviluppa
esemplificativo, e nel suo insieme quasi sinonimico, rispetto
al primo, muda:
" muta e [modifica in quanto] accorcia e allunga".
In B" gli otto verbi principali appaiono raccolti in quat-
tro segmenti:
236
237
Ora, a prescindere da ogni elemento contenutistico, una
simmettia tra A" e B" c', ed ambigua e cangiante, non
meccanica. I due primi segmenti di ciascuno:
In entrambi i casi precedenti B", nel suo primo e nel
suo terzo segmento, oppone ad A" non solo un riferimento
testuale ma una risposta per negazione (<< no sufre ni... ;
ni corta ni... ni... ni... ) A loro volta, il secondo e il
quarto segmento di B" oppongono ad A", a prescindere
B" 1) no sufre ni permite
ni corta ni afiade
ni trueca ni altera.
x
acrecienta I B" 3) ni corta ni afiade... ni
trueca, ni altera,
no sufre ni permite
es
ni corta, ni afiade... ni trueca, ni altera
muestra.
1)
2)
3) (porque... )
4) (antes... )
muda
i corta i aCl'eeienta
A" 3) muda corta
A" 1) admite..., carece
ma con un tracciato di riferimento, anche qui, movimen-
tato e tutt'altro che automatico. Infatti se un primo nucleo
in B", l1i corta ni aiiade, riecheggia esattamente il corta i
acrecienta di A" (iterando addirittura corta), il secondo
nucleo invece sviluppa muda di A" in una coppia sinoni-
mica: ni trueca ni altera. Ne nasce inoltre una corrispon-
denza chiastica:
sovrappongono l'apparente parallelismo della costruzione
a coppia alla sostanziale diversit tra coppia oppositiva e
coppia sinonimica; per cui l'intero segmento di B" (no
sufre ni permite) risulta opposto non gi all'intero segmen-
to di A" bens soltanto alla sua prima parte (admzte; n
probabilmente priva di peso in questo senso la parziale
omofonia ac1mite - permite). A sua volta, il terzo
segmento di B" appare in indubbia corrispondenza col terzo
di A":
dagli elementi lessicali e contenutistici, non una negazione
bens un'affermazione competitiva: esplicita in un caso nel
comparativo (<< es mas recatada i osservante), nell'altro
nel nesso avversativo (<< antes... muestra ). La successione
dei quattro segmenti principali di E" mostra quindi un'al-
ternanza di fasi negative e di fasi competitive rispetto
ad A":
110 sufre Ili ...
es mas
Il corta ni...
antes... muestra.
2. Quanto alle subordinate, esse increspano molto pi
il discorso sullo spagnolo che non quello sull'italiano (e gi
questa maggiore frequenza in s rilevante). La parte con-
cernente l'italiano ha una sola subordinata, in A": si tratta
di una relativa (<< lo cual... es... ), mossa a sua volta da
una concessiva (<< aunque... se tenga por ... ), che instaura
al suo interno una immediata obiezione al carece della ptin-
cipale, esimendo cos E" da una esplicita risposta negativa
in sede specificamente spagnola, data la portata generaliz-
zante di questo punto gi in sede italiana. La subordinata
in A" instaura infatti una doppia opposizione tra localismo
e universalit:
entre ellos
conocida
e tra errore e verit:
se tenga
es.
La serie relativa allo spagnolo, invece, viene rotta da tre
subordinate, una in E', due in E":
a) una prima consecutiva, che costituisce la chiusura
di E', regolarmente congiunta a un tan (<< [fan copiosa i
238
abundante], que ninguna otra puede gloriarse desta riqueza
i fertilidad mas justamente );
b) una seconda consecutiva, dopo il secondo segmento
di B" (<< [mas recatada i osservante], que ninguno tiene
autoridad para osar innovar alguna cosa con libertad ),
apparentemente parallela alla prima, anche perch formu-
late entrambe in esclusione negativa (ninguna otra - ningu-
no); in realt resa pi complessa dal fatto che il meccani-
smo consecutivo ([ tan] ... que) s'intreccia qui con quello
comparativo (<< mas recatada , come sopra mas justa-
mente), e il primo elemento del nesso consecutivo, cio
un tan, rimane implicito cosicch il que acquista il valore
autonomo di un " a tal punto che" 19;
c) un'ulteriore relativa, alla fine di B" (<< con que
ecede sin proporcion a todos las vulgares... ), legata me-
diante un neutro con que, indifferentemente riferibile o
all'elemento immediatamente precedente (<< espiritu ) op-
pure alla frase intera che regge la subordinata.
A prescindere dai nessi sintattici che le introducono,
tutt'e tre queste subordinate hanno in comune un catattete
e1ativo, evidentissimo in a) e c) nella cotrispondenza
ninguna atta [1engua]
tadas las vulgates;
esistente a suo modo, come abbiamo visto, anche in b) nel
suo ambiguo parallelismo con a).
Nella sua completezza di coordinate e subordinate, B
viene dunque a opporre ad A una serie di momenti di ne-
gazione diretta (operante nella dialettica Ua spagnolo e
italiano) e una serie di momenti di negazione elativa (ope
tante cio in una distinzione tra lo spagnolo e ogni altra
lingua), i quali si alternano con un ritmo regolate:
es... tan... que nngzma afra...
lto sufte, n...
es... que nngulto...
no corta, n... _._--'
239
fino all'ultima frase
muestra... con que ecede...
in cui la formulazione comparativa ed elativa si distende
come piena e doppia affermazione.
Le ultime parole di B", i en la facilidad i dulura de su
pronunciacion, sintatticamente apparterrebbero a quest'ul-
tima frase. Tuttavia, l'aspetto chiuso che assume il passo
dopo l'ultima elativa (<< con que ecede sin proporcion a
todas las vulgares , che chiude B" esattamente come que
ninguna otra puede gloriarse... chiude B'), e inoltre lo
sfasamento sintattico del nesso en (<< i en la facilidad... )
rispetto al con que precedente - prescindendo per
ora da ragioni lessicali e contenutistiche - dnno a queste
ultime parole un aspetto asistematico e aggiuntivo, quasi
si trattasse di una postilla di ripensamento, in cui l'i equi-
vale a un " per non dire", " nonch". Che il fatto possa
essere non privo di rilevanza sar questione verificabile in
sede non sintattica.
3. Su piano ancora sintattico, all'interno dei vari pe-
riodi della Comparaci6n, altre corrispondenze costitui-
scono i cardini concreti del generale schema oppositivo.
Cos, tra A' e B':
A' Porque la Toscana es mui
florida, abundosa, blanda
i compuesta; pero libre,
ladva, desmayada, i de-
masiadamente enternedda
i muelle i llena de afeta-
don
E' Pero la nuestra es grave,
religiosa, onesta, alta, ma-
nifica, suave, tierna, afe-
tuosissima, i llena de sen-
timientos, i tan copiosa
i abundante, que ninguna
otra puede gloriarse desta
riqueza i fertilidad mas
justamente,
un cardine elementare costituito dall'opposizione dei due
pero; l'uno, in A', ad avversare immediatamente, dall'in-
terno, l'enumerazione dei pregi dell'italiano; l'altro, come
240
introduzione di B', a controbatterla dall'esterno. Connotato
negativamente dal pero che immediatamente lo segue, il
11ttli iniziale risulta concessivo (cio non un " molto ", bens
un "certamente "); e l'apparente ponderazione si tinge
immediatamente di biasimo, come poco dopo diverr espli-
cito nel demasiadamente.
Entrambi i periodi si reggono su sequenze enumerative.
Il ritmo dell'enumerazione affidato - oltre che ai signifi-
cati - da un lato al gioco tra asindeto e polisindeto, d'al-
tro lato all'alternanza tra gli elementi singoli, coordinati
tra loro, e gli elementi doppi costituiti dalle coppie presu-
mibilmente sinonimiche (o comunque semanticamente af-
fini). Ora, mentre nella parte positiva di A' (<< mui florida,
abundosa, blanda i compuesta ), la congiunzione accom-
pagna in modo del tutto normale 20 solo l'ultimo membro,
la parte negativa di A' e B' finiscono invece entrambi con
una serie di elementi in polisindeto, tre in ciascuno:
A' nego ... desmayada, i demasiadamente enternecida i muelle i
llena de afetacion;
E' afetuosissima, i llena de sentimientos, i tan copiosa i
abundante, que... ;
dove la distinzione tra elementi presumibilmente sinonimi
o semplicemente coordinati pu mettere in rilievo certe
analogie di ritmo sintattico tra le due serie. Cos in A'
l'elativo demasiadamente che rompe l'asindeto e introduce
una coppia probabilmente sinonimica e disposta in climax
(enternecida i muelle), si continua nel llena de, analoga-
mente ponderativo; come in B' il superlativo (<< afetuosissi-
ma ) appare anch'esso in zona di rottura dell'asindeto e
viene seguito dapprima da un altro llena de, poi da una
coppia chiaramente sinonimica (copiosa i abundante). Per
cui, quanto a schema sintattico e a prescindere da ogni con-
siderazione semantica, si pu rilevare tra A' e B' un anda-
mento in parte parallelistico in parte chiastico:
241
16.
A' E'
dativo: demasiadamente il e1ativo: afetuosissima
coppia sinonimica: enterne- llena de (sentimientos)>>
cida i muelle X
llena de (afetacion)>> coppia sinonimica: copiosa
i abul1dante .
Inoltre, dato che la subordinata che conchiude B' a sua
volta contiene un ulteriore superlativo (ninguna... mas
justamente) e una ulteriore coppia sinonimica (riqueza i
fertilidad) , risulta che, oltre alla contrapposizione dei due
llena de, B' in questo punto raddoppia esattamente gli ele-
menti di A':
A'
e1ativo: demasiadamente
coppia sinonimica: enterne-
cida i muelle
E'
f afetuosissima
\ ningul1a.. mas justamente
{
copiosa i abundante
riqueza i fertilidad;
mentre, al contrario, nelle prime righe B' opponeva la li-
nearit di una enumerazione apparentemente indifferenziata
(es... ) al forte movimento binario di A' (es muy... pero... ).
Quanto a A" e B", come abbiamo visto, le sequenze
enumerative riguardano essenzialmente i periodi, com'
logico trattandosi di frasi verbali a differenza del carattere
nominale di A' e B'. La frequenza di forme doppie - la-
sciando da parte le forme verbali - molto pi elevata
in B" che in A":
A" virtud i suavidad
espiritu i fuera
ap6strofos i concisiones
E" vocablos... ni regalos
estrafios i baxos
recatada i osservante
entera i perpetua
facilidad i dulura,
242
oltre alla serie plurima e sdoppiabile:
castidad i cultura i admirable grandeza i espiritu.
Quanto a C, esso consiste essenzialmente come abbiamo
visto, in un chiasmo rispetto alla successione A-B, ordinato
a sua volta su due coppie:
o111'a i reverencia
regalo i llaneza.
Il carattere del tutto sinonimico oppure semplicemente
coordinato di ciascuna forma doppia, converr sia accertato
in sede semantica. In sede sintattica da notare essenzial-
mente che B presenta una densit di forme doppie molto
superiore ad A, esattamente come, rispetto ad A", la linea
della paratassi in B" s'avvolge con maggior frequenza in
volute ipotattiche.
4. Sul piano della sintassi si rileva dunque che nella
Comparaci6n:
1) esiste un generale schema binario, per cui le due
parti A', A" trovano in B', B" esatti corrispettivi dal punto
di vista dell'andamento dei periodi (nella successione di
una copulativa, ricca di predicati nominali, e di una predi-
cativa, ricca di coordinate, e con eventuali subordinate).
B, pi di A, abbonda in subordinate;
2) sia A sia B sono costruiti su serie enumerative
(eminentemente aggettivali in A', B', pill varie - costi-
tuite anche da forme verbali e sostantivi -, in A", B"),
nelle quali sia il ritmo dell'enumerazione (rottura dell'asin-
deto in polisindeto), sia l'eventuale carattere sinonimico di
due termini vicini sono elementi funzionali ai fini della
sostanziale opposizione. Anche qui, B pi di A abbonda
in forme doppie;
3) L'opposizione tra A e B, su cui si regge la Com-
paraci6n, non opera con meccanico parallelismo tra ogni
punto di A e ogni punto di B, bens funziona anche:
243
a) all'interno dello stesso A (<< es muy... pero... ;
atmque entre ellos se tenga por... es... );
b) mediante forme di chiasmo tra A e B;
c) mediante sequenze regolari, all'interno di B, in
cui si alternano momenti negativi rispetto ad A e momenti
elativi, che allargano per lo spagnolo la specifica opposi-
zione all'italiano a distinzione universale.
Risulta dunque, a livello sintattico, che nella Compara-
cion non solo esiste una simmetria, come a priori era evi-
dente, ma che questa non automatica e forzata bens
provvista di un suo dinamismo; il che autorizza a prospet-
tarsi la Comparacion come un sistema organico pi che co-
me uno schema meccanico.
Il fatto, infine, che la simmetria si componga e chiuda
prima della fine di B" e che sembrino restarne fuori le ul-
time parole, pu essere non privo di rilevanza.
III.
1. Sul piano semantico, una prima lettura oscilla tra due
impressioni discordanti e complementari; poich, mentre
registra ogni tanto sporadiche corrispondenze per lettera-
lit tra la parte italiana e quella spagnola, riceve pure, nel
complesso, la sensazione di una disordinata congerie, di un
qualcosa, secondo la vecchia formula di Spitzer, di caoti-
camente enumerativo.
Da un lato abbondano nella Comparacion precisi tecni-
cismi grammaticali: afetacion, vocablos, consonantes, ter-
minacion, apostrofos, concisiones, autoridad, innovar, sila-
bas, diciones, forma, vulgares, pronunciacion; e la tonalit
che in questo senso mostra il brano pu indurre a prima
vista a ritenere tecnicismi anche compuesta e llaneza. D'al-
tro lato, v'abbondano, e pi ancora, parole affatto generiche
(blanda, libre, tierna, grave, suave, ecc.) e eli un'ambiguit
estrema. Si tratta di parole:
244
a) comu111ssIme e frequentissime; quindi, secondo
una nota formula semantica, quanto mai polisemiche;
b) relative a concetti astratti e a valori, quindi su-
scettibili di forti inferenze soggettive e di connotazioni
21
emotIve ;
c) in par ticolare, oscillanti tra due serie di significati:
quelli comuni, con le loro imprecise sfumature sentimen-
tali, e quelli di una terminologia grammaticale e retorica
che per alcune di esse (suave, grave, abundante) pu risul-
tare particolarmente precisa.
Ci rende pi che mai inutilizzabili a priori due strade,
ugualmente a vicolo cieco. inutile anzitutto il ricorso a
un macro-contesto herreriano o ambientale. Sono tutte
parole, come si suoI dire, che esistono nel vocabolario del
tardo Cinquecento spagnolo, e nella lingua poetica di
Herrera, e nelle settecento pagine delle Anotaciones. Ma
questo vocabolario non serve. Non serve, com' ovvio,
atomisticamente, per le parole isolate; n serve per indivi-
duare, o scartare, l'esistenza o meno tra esse di relazioni
di sinonimia 22.
N, d'altra parte, a frenare il camaleontismo (il termine
di Tynjanov) 23 della parola isolata fissandola su un dato
colore, bastano singole opposizioni individuabili all'interno
del microsistema, poich, com' naturale, rimane sempre
incerta la legittimit con cui esse possano esser ritenute
rilevanti. In questo senso, il rapporto di coordinazione
non di nessun aiuto. La frequenza con cui la Comparaci6n
indugia in forme doppie - anche lasciando da parte ogni
richiamo diacronico alla tradizione che giunge in questo
senso dal medioevo spagnolo e dall'Italia alla prosa e al
gusto rinascimentale - una circostanza che interessa assai
pi il ritmo che il significato 24; e, in s, non permette il
minimo accertamento della sinonimia, o meno, dei termini
accoppiati. Ci evidente quando si raffrontino coppie
come virtud i suavidad, facilidad i dulura, espiritu i fuera
- dove il raddoppiamento plausibilmente un elemento
retorico di ridondanza - con estraiios i baxos, dove tra i
245
due tetlTI1111 esiste una distanza semantica assai plU mar-
cata; per cui il raddoppiamento, che l era un aspetto del
codice, qui risulta invece un elemento del messaggio.
2. Quanto a opposizioni di elementi non coordinati, il
problema non sussiste per quanto riguarda i richiami lette-
rali che ogni tanto si coagulano tra punti della parte ita-
liana e punti della parte spagnola, poich l'interrelazione
in questo caso denunciata dall'iterazione stessa. Queste
iterazioni appaiono talvolta collocate allo stesso livello al-
l'interno della Comparaci6n:
N-B': 1) abundosa
2) enternecida
3) !lena de (afetacion)
A"-B": 4) (falta de) espiritu
(i fuera)
5) corta
- abundante
- tierna
- !lena de (sentimientos)
- (admirable grandeza i) espi-
ritu
- ni corta
(oltre al tecnicismo vocablos, che ritorna, esso solo, tre
volte, due in A" una in B"). Altre volte appaiono in dispo-
sizione chiastica tra segmenti diversi di A e di B:
N-B": 6) libre
7) laciva
A"-B': 8) (aunque se tenga
por... ) suavidad
- (ninguno... con) libertad
- (ni regalos) lacivos
- suave.
Infine, un doppio richiamo letterale unisce l'ultimo pe-
riodo, C,
con B'
con B"
onra
regalo
onesta
ni regalos.
Ma conviene lasciare da parte C, costruito su lilla sua
opposizione interna tra spagnolo e italiano, e quindi in un
certo senso fuori del sistema oppositivo A-B.
246
Ora, tra A e B, la regolarit con cui a espressione affer-
mativa nella serie relativa all'italiano corrisponde espres-
sione negativa in quella relativa allo spagnolo (5,6, 7: ni,
ninguno, ni), e con cui, viceversa, la serie italiana contiene
un'espressione spregiativa o privativa rispetto a quella spa-
gnola (3, 4, 8), denuncia come negativi anche 1 e 2 della
serie italiana, abzmdosa, enternecida, di fronte a abundante,
tier11a; spregiativi, dunque, per connotazione entro il mi-
crosistema, a prescindere dalle sfumature affettive di cui
possano generalmente essere portatori suffissi e prefissi nel
sistema del lessico spagnolo e in particolare in Herrera. Il
che, per enternecida, pu essere ovvio, data la presenza del
modificatore peggiorativo demasiadamente; non ovvio, in-
vece, per abundosa che, fuori dal singolo microsistema,
risulta in Herrera quasi esatto sinonimo di abtmdante 25.
3. Quando si abbandonino le corrispondenze letterali,
il rischio di arbitrariet nel rilievo di singole opposizioni
semantiche taglia a ogni momento la strada. Cos, si pu
dire indubbio che
blanda (di A' pos.)
mttelle (di A' neg.)
funzionino in opposizione. Se sia o meno altrettanto indub-
bio l'inserimento di
suave (di B')
come terzo membro di Ul1a serie apparentemente affine, in
realt estremamente variata lungo la scala di una valuta-
zione retorica ed etico-sentimentale, una domanda che,
isolatamente, non pu ricevere se non una risposta molto
perplessa. Allo stesso modo, qualora si oppongano
eompttesta (A' pos.) 26
llena de afetaeion (A' neg.),
247
possono vedersi in gioco due termini tecnici, di cui il se-
condo indubbiamente peggiorativo, d'accordo col luogo
comune rinascimentale, e il primo definisce anch'esso, in
modo altrettanto topico in sede retorica, una perizia for-
male, apprezzata, questa, in modo del tutto positivo. Ma,
qualora si veda anche un rapporto
compuesta
entera (B"),
allora compuesta pu perdere precisione terminologica e
riattualizzare il suo significato comune, ricevendo la con-
notazione peggiorativa di una mescolanza linguistica o,
magari, di una peccaminosa contaminazione. Cos, a loro
volta, possono vedersi in opposizione, dal punto di vista
semantico, due parole remote nel testo
afetacion (A' neg.)
llaneza (C) 27,
all'interno di una dialettica tra i due criteri stilistici del-
l'artificio e della semplicit, consueta nella precettistica
spagnola dell'epoca; mentre invece, sintagmaticamente,
afetacion risulta contrapposto a sentimientos,
llena de afetacion (A' neg.)
llena de sentimientos (B'),
per cui esce dal tecnicismo ed entra in una sfera sentimen-
tale (non senza l'intervento, forse, della parziale omofonia
afetacion - afetuosissima ); e per conto suo llal1eza
risulta operare decisamente entro un'altra opposizione,
molto pi immediata,
reverencia (C)
llaneza (C),
mostrando di essere non un tecmClsmo bens un termine
di valore sentimentale ed etico-comportamentale e, attra-
verso reverencia, operante piuttosto in opposizione con
248
alta, manifica di B'. E ancora, quanto al primo aggettivo
eli A', esso pu configurarsi operante in una coppia
florida (A')
fertilidad (B'),
e ricevere pertanto in questa opposizione una determinata
connotazione peggiorativa (piacevolezza esterna e priva di
forza interiore); ma pu pure rapportarsi a un termine pi
lontano nel testo ma pitl affine grammaticalmente,
florida
perpetua (E"),
risultando in questo caso funzionare in un contesto che
tanto pu riguardare un'opposizione tra giovent effimera
e perenne stabilit, come consistere in un pi tecnico bi-
nomio tra perizia ornamentale e qualcosa che a essa si op-
pone, connotandola pertanto negativamente 28.
4. dunque evidente che una considerazione che, pur
immanente al testo, proceda per elementi semantici isolati,
non conduce se non a rilievi estremamente arbitrari. N i
singoli accoppiamenti per coordinazione denunciano ine-
vitabilmente come sinonimi i loro costituenti (cio il fatto
sintattico isolato costituito dalle forme doppie non per
nulla tale da consentire conclusioni in campo semantico).
N legittimo individuare a caso rapporti a distanza tra
due o pi elementi, apparentemente affini da un punto di
vista semantico (cio il carattere polisemico di ogni ele-
mento permette indifferentemente l'individuazione di pi
rapporti, il che rende ciascuno di questi, preso per conto
suo, ugualmente plausibile e ugualmente arbitrario).
ovvio dunque che l'unico criterio valido un criterio
non solo di esclusiva immanenza al testo ma di stretta con-
testualit; esso solo consente l'individuazione sia di schemi
extra-semantici di organizzazione entro i quali le relazioni
semantiche risultino rilevanti, sia di campi semantici al
249
cui interno riportare gli elementi singoli e sparsi, sia infine
del livello e della tonalit complessiva in cui si svolge tutto
il discorso della Comparaci6n, con la sua connotazione
specifica.
chiaro che le interrelazioni che a livello semantico co-
stituiscono la struttura del brano non sono individuabili
indiscriminatamente tra un punto qualsiasi e un altro punto
qualsiasi, in base a rapporti semantici assunti aprioristica-
mente, e quindi arbitratiamente. I rapporti semantici risul-
tano esistenti, e rilevanti, soltanto se operano a loro volta
entro altri schemi organizzativi. In mancanza di schemi
fonici e prosodici, poich non si tratta di lingua poetica (o,
se vogliamo, con schemi prosodici ridotti a forme e1ementati
di cursus, trattandosi di prosa colta del '500), e in mancanza
di schemi narrativi, poich non si tratta di un racconto, la
Comparaci6n offre come unico criterio valido quello di una
stretta aderenza allo schema grammaticale, cio al ritmo
sintattico. La situazione in questo senso privilegiata, data
l'esistenza di una scacchiera assai marcata; la metafora
saussuriana, abusata com', serva anche in questo caso a
mostrare come solo la disposizione reciproca sia tale da
individuare il significato e il valore delle pedine lessicali.
La zona meglio segnata fornita dallo schema sintattico
N-B', conIa sua triplice disposizione:
1) La Toscana es muy... (qualificazioni apparentemente positive)
(A' pos.)
2) pero... (qualificazioni indubbiamente negative)
(A' neg.)
3) la l1uestra es... (qualificazioni indubbiamente positive)
(B').
Il punto di partenza pi sicuro la lunga enumerazione
in cui consiste B', che offre una dozzina di qualificativi giu-
stapposti, tutti al riparo da ogni rischio di incertezza di
valori perch tutti certamente di valore positivo: grave,
religiosa, onesta, alta, manifica, suave, tierna, afetuosissi-
ma, i llena de sentimientos, i tan copiosa i abundante, qtte...
Che si tratti di un tipo di enumerazione frequente in
250
Ben"era anche fuori della Comparacion 29, una circostanza
extratestuale che qui pu ricordarsi per scorgere nella fa-
miliarit dell'autore con questo modulo enumerativo l'ele-
mento di un codice retorico a lui consueto, in cui eviden-
temente si muove del tutto a suo agio.
Ora, il lungo flusso enumerativo si sgrana tra termini
ciascuno genericamente affine al proprio vicino (grave-reli-
rz.iosa; tiema-ajetuosissima; copiosa-abtmdante, ecc.) salvo
due chiare soluzioni di continuit semantica: tra manifica
e suave; tra llena de sentimientos e copiosa. cos possi-
bile delimitare all'interno della sequenza tre sottosequenze,
l'una a seguito dell'altra:
a) grave
religiosa
onesta
alta
manifica
b) suave
tierna
afetuosissima
llena de sentimientos
c) copiosa
abundante
(seguiti da: riqtteza
fertilidad) .
Pi che non a sporadiche col'rispondenze di tel'mini iso-
lati, dunque indubbia la necessit di attenersi a questa
divisione per campi semantici 30: a) gravit; b) soavit;
c) abbondanza.
5. Quanto al campo semantico dell'abbondanza, l'ope-
razione anti-italiana nella Comparacion semplicissima, e
avviene tra un elemento di A' pos., abundosa (non raccolto
in A' nego ma gi connotato negativamente) e una serie
sinonimicamente variata di elementi di B', uno dei quali
portatore di un richiamo lettel'ale: abundante.
Quanto invece ai primi due gruppi di B', essi operano
in un sistema pi complesso, poich, oltre a funzionare in
opposizione reciproca, si oppongono entrambi alla patte
italiana. A blanda di A' poso B' risulta cio offtire una dop-
pia risposta: da un lato grave e la sua serie, dall'altro suave
e la sua serie. A sua volta, blanda di A' poso era in interre-
lazione certamente con
251
desmayada
demasiadamente enternecida
muelle
di A' neg., sulla linea" molle-languida-sdolcinata "; proba-
bilmente, pure, con
libre
laciva,
con uno spostamento dalla sfera della" mollezza" a quella,
semanticamente ambigua tra " libert" e " libertinaggio ",
della" lascivia ". Per cui l'intrinseca neutralit di bla11da,
e la sua potenziale sinonimia con suave, dulce, tienza, ri-
sulta subito connotata negativamente dalla sua appartenenza
a una sfera semantica " dolcezza-mollezza-libert-lascivia ",
ampiamente sfumata in senso peggiorativo. In questa sfera,
B' opera una scissione tra un primo gruppo di elementi che
rispetto ad A' sono differenziali:
grave
religiosa
onesta
alta
manifica,
e una seconda serie di elementi che rispetto ad A' sono
competitivi, eliminando ogni sfumatura peggiorativa:
suave
tierna
afetuosissima
llena de sentimientos.
Anche in una considerazione strettamente immanente
al testo e priva di ogni richiamo storico-culturale alla dico-
tomia " dolce" - " grave", qui da rilevare anzitutto una
circostanza; che la stessa collocazione dei qualificativi in B'
indica come qui a Herrera, di fronte alla" dolcezza" del-
l'italiano, premesse assai di pi e in primo luogo mettere lo
spagnolo in posizione di chiaro contrasto per opposizione
252
(grave e la sua serie) che non di superiorit (suave e la sua
serie). Lo spagnolo, qui, anche superiore all'italiano
quanto a " dolcezza"; ma, essenzialmente, gli superiore
per la virt opposta della" gravit". La Comparaci6n si
distende dunque molto pi agevolmente sulle linee nette
di una polarit " dolce-grave", che non su quelle sinuose
di un confronto per eccessi e sfumature, quale "dolce-
sdolcinata e lasciva - dolcissima".
Nella relazione con A', i tre campi semantici di B'
1) gravit
2) dolcezza
3) abbondanza,
vengono dunque a ridursi a due:
1) un binomio polare "gravit-dolcezza" operante
come totalit in opposizione alla " dolcezza" italiana con
tutte le sue connotazioni peggiorative;
2) abbondanza.
Rimangono in B' senza risposta due elementi di A': flo-
rida} compuesta. Il silenzio di B' in s rilevante. Si tratta
di due parole relative a concetti di ornato, di perizia for-
male, di abbellimento retorico; esse qui costituiscono si-
stema insieme con llena de afetacion, che chiude in modo
del tutto negativo l'ambigua polivalenza dei primi due.
L'insieme di A' neg., che, oltre al sintagma llena de afe-
tacion, non raccoglie se non elementi appartenenti al campo
semantieo della" dolcezza-libert-Iascivia ", induce ad ascri-
vere allo stesso campo semantico anche il sintagma; e per-
tanto tutto il campo semantico dell'ornato risulta nella
Comparaci6n connotato negativamente e ascritto a qualit
negativa dell'italiano in opposizione alla " gravit" e al-
l'essere llena de sentimientos della lingua spagnola.
6. Tra i due campi della" gravit-dolcezza" (" libert,
lascivia ") e dell' " abbondanza ", non c' nella Compara-
253
ci6n estrema rigidit di confini; cos, come abbiamo visto, la
fertilidad, che in B' in zona di " abbondanza", si richia-
ma al florida di A', che in zona di " dolcezza"; e nei due
llena de (afetacion, sentimientos) la " dolcezza", negativa
o positiva, che nei sostantivi, viene per sintagma modifi-
cata in senso di " abbondanza " dal nesso aggettivale llena
de. Nel resto della Comparaci6n, in A" e B", questa inde-
terminatezza di confini si fa pi ampia, e i significati di
" libert" e " abbondanza" passano per cos dire da ele-
menti denotativi a connotatori.
Cos, quando l'italiano admite todos los vocablos ,
tiene infinitos ap6strofos i concisiones e viene definito
polisindeticamente (<< muda i corta i acrecienta), in-
dubbio che questa " abbondanza" (vanificata inoltre nel-
l'opposizione con carece, falta) e questa" libert" di neo-
logismi e di mutamenti fonetici funzionano qui in conno-
tazione spregiativa anche se non formulata direttamente.
Quanto alla parte relativa allo spagnolo, B", essa risulta,
nel suo insieme, organizzata esclusivamente su un piano
di opposizioni a "libert" e " lascivia ". Esplicita a un
certo punto (<< que ninguno tiene autoridad para... innovar...
con libertad ), l'opposizione tra autorit e libert pure
sottintesa ovunque, e connota la serie di negazioni su cui
si articola B" (<< no sufre, ni permite... porque ni corta, ni
afiade... ni trueca, ni altera... ). A sua volta, il contrasto
tra le due lingue nei termini di un'opposizione tra "castit"
e "lascivia ", ora esplicita ora immanente, regge tutto il
brano. Cos, dapprima essa fa s che un confronto stretta-
mente grammaticale, tra accettazione e rifiuto del neolo-
glsmo
adrnite todos los vocablos (A")
no sufre ni permite vocablos estralios (B"),
si tinga moralisticamente - da " estranei " a " turpi ", da
" forestierismi" a " moine lascive" - mediante il duplice
raddoppiamento
254
estrafios
vocablos (estrafios
- baxos
baxos) - regalos (1acivos);
e la connotazione moralistica di baxos a sua volta tinger in
questo senso l'alta di B', mentre quella di regalos 31 conno-
ter in tal senso, alla fine del passo, il regalo di C, rendendo
evidente che il binomio
ama - regalo
funzioner laggi in sede di opposizione " castit" - " la-
scivia ", esattamente come il binomio
onesta - laciva
di B' e A'. Analogamente, la coppia coordinata e non ne-
cessariamente sinonimica
recatada i osservante
mostra una transizione da una " verecondia", moralistica-
mente intesa e legata alla zona immediatamente precedente
(vocablos baxos, regalos lacivos) a una " osservanza" ope-
tante allo stesso tempo sul piano etico-comportamentale
(in connessione con onesta, religiosa) e sul piano etico-
grammaticale (" rispettosa della notma e del divieto d'in-
novare ").
7. Alla fine di B", l'allineamento di ben sei qualifica-
zioni, accoppiate in tre gtuppi, ptocede a una identificazione
dei vari discorsi condotti sinora in tetmini di opposizione a:
a) "libert" e " abbondanza" nel mutamento: e1Z-
tera i perpetua;
b) "lascivia" e eccesso d'ornato: castidad i cultura;
c) concludendo (in chiarissimo parallelismo rispetto
alla falta de espiritu i fuera che caratterizza l'italiano) con
una admirable grandeza i espiritu che catatterizza lo spa-
gnolo: con que ecede sin proporcion a todas las vul-
gares .
L'indiscutibilit di un primato universale, gi affetmata
per lo spagnolo in sede di " abbondanza" (<< ninguna otra...
mas justamente , B'), e gi negata all'italiano in sede di
255
" dolcezza" (<< aunque se tenga pOl' singulal' ... , A"), viene
ol'a a chiudel'e l'intel'a opposizione A-B in sede di " immu-
b
'l' '''" . '''" d "Q 1 .
ta 1 lta, castlta, gl'an ezza. uesta conc USlone
chiude la dialettica del sistema a modo di un " come vole-
vasi dimostl'al'e"; infatti le l'ighe che introducevano la
Comparaci6n non solo ponevano la superiorit spagnola
in tennini pa11l'omanzi e non soltanto anti-italiani (<< vengo
a an.l'mal', gue ninguna de las vulgal'es le ecede; i mui pocas
pueden pedille igualdad); ma la esponevano in chiave
esclusivamente di " gl'andezza ": hallo la nuestl'a [len-
gua] tan gl'ande i llena i capaz de todo O1'11amento, que
compelido de su magestad i espiritu... .
Le parole che in B" seguono a quella che una evidente
chiusura di discol'so, i en la facilidad i dulura de su pro-
mt12ciacion, come risultavano ritardatarie in sede sintatti-
ca 32, cos risultano avventizie in sede semantica. In sede
semantica, inolt1'e, la situazione l'isulta analoga a B' 33:
come in B' la pi urgente risposta dello spagnolo alla" dol-
cezza " italiana eta un'affel'mazione di fOl'za e di gl'avit e
le qualificazioni di " dolcezza " apparivano in seconda po-
sizione, cos B", della " dolcezza ", sembl'a addirittUl'a es-
sel'sene dimenticato; e se la ricol'da all'ultimo momento,
frettolosamente, in coda alla propl'ia chiusura stl'uttul'ale.
Il che mostl'a come sia qui operante quell'identificazione
tl'a " dolcezza" e " debolezza" che in A" esplicita, pro-
pl'io nel punto al quale l'affermazione di pl'imato si l'icol-
lega: aunque entl'e ellos se tenga pOl' singulat virtud i
suavidad, es conocida falta de espiritu i fuel'a .
8. Da un punto di vista semantico, la Comparaci6n pu
troval'e una rappresentazione nello schema seguente; dove
l'opposizione su cui Ol'dinato tutto il bl'ano l'isulta ope-
l'ante a val'i livelli entl'O due gl'andi campi:
I) "dolcezza",
II) "abbondanza".
256
Col neretto si distinguono gli elementi relativi all'ita-
liano:
L
poso
nego
I
desmayada
demasiad. enterneeida
muelle
blanda
I
I
libre
I
Iaeiva
florida
compuesta
llena de
afetaeion
A"
aunque... se tenga por...
virtud i suavidad es...
falta de espiritu i fuera
I
adrnite todos...
muda i... i...
B'
grave suave
alta tierna
manifica afetuosissima
llena de
sentimientos
I
B"
admir. facilidad i
grandeza dulura de
i espiritu su pronunc.
revereneia lIaneza
17.
religiosa
no sufre ni
permite
osservante
ninguno tiene
autoridad...
con libertad
ni corta ni aiiade
ni trueca ni altera
onesta
no... vocablos
baxos ni regalos
lacivos
recatada
castidad
oma regalo
257
toda entera
perpetua
258
A complemento dello schema sono da tener presenti sia
resistenza di varie interazioni secondarie che esso non rac-
coglie (alta-baxos; florida-fertilidad), sia l'ampia possibilit
per molti elementi di figurare a pari diritto in vari punti.
9. Nello schema precedente figura anche il periodo fi-
nale della Comparaci6n, C. Esso costituisce in s un minimo
microsistema, che riproduce il sistema oppositivo tra ita-
liano e spagnolo costituito dall'insieme A-B.
La chiusura del tutto, che sintatticamente data dal
chiasmo di C rispetto al sistema precedente e dal passaggio
dal discorso descrittivo (es) a quello normativo e precetti-
stico (se deve), semanticamente consiste in una ulteriore
riduzione di campi. Il campo semantico dell' " abbondan-
za " sparisce; sparisce ogni cenno sia all'ornato sia all'op-
posizione " libert-autorit"; sparisce anche ogni tentativo
di inserire lo spagnolo nel primo termine del binomio
" dolcezza-gravit". Superstiti sono due pnti estremi in
una sola opposizione, quella tra "dolcezza, lascivia" e
"gravit, castit":
carece de...
falta
II.
llena de...
copiosa i abundante
tiqueza i fertilidad
ahundosa
I
demasiadamente
llena de...
I
admite todos .
tiene infinitos .
A' nego
A"
A' poso
B' )
N
VI
\J:)
sistema
A-B
sistema
C
a) dolcezza
I
al) gravit
a) dolcezza
1
al) gravit
I.
b) libert
1
b
1
) autorit
b) lascivia
__.1
I
I
bI) castit
c) lascivia
I
CI) castit
d) ornato
I
a,) dolcezza
II.
a) abbondanza
al) abbondanza
IV.
1. Nel corso della ComparaciDI1 si compie un'opera-
zione riduttiva dei vari livelli su cui italiano e spagnolo
vengono posti a confronto. Come la congerie enumerativa
delle qualificazioni contenute nelle prime righe si assottiglia
fino a diventare, nelle ultime, una sola opposizione tra due
binomi sinonimici, cos man mano i campi semantici vanno
restringendosi fino a ridursi a uno solo, sul quale italiano
e spagnolo vengono fissati ai due poli della gravit e della
dolcezza. Resta da determinare quale sia questo piano; in
altre parole, in che senso si debbano intendere tanto la
gravit quanto la dolcezza e, il che tutt'uno, quale sia
la tonalit del brano e a che livello venga svolto il di-
scorso.
Sar quindi necessaria qualche considerazione non stret-
tamente immanente al testo. Soprattutto sono da tener
presenti due circostanze. La prima la pregnanza termi-
nologica 34, che nella teoria retorica precedente e contem-
poranea di Herrera hanno sia la parola " dolce" sia " gra-
ve ", ora in interrelazione ora separatamente, e la variet
di terreni su cui essa risulta operante: da quello della pro-
nuncia, dell'intonazione e della scelta lessicale, a quello
della caratterizzazione degli stili 35. Inoltre occorre ricor-
dare che " grave" in special modo nella cultura europea
di quest'epoca una vera e propria parola-chiave, ed a sua
volta operante a vari livelli: dal piano linguistico e precet-
tistico, come rivendicazione della pi apprezzata eredit
latina 36, fino al piano del comportamento e dei valori. E se
a livello retorico la " gtavit " comunemente ticonosciuta
come valore positivo e ugualmente ambita nelle varie cul-
ture nazionali, a livello etico-comportamentale il monopolio
che su di essa tende a esercitare lo spagnolo fa s che, a
seconda delle prospettive, sulla scena europea il suo valore
260
risulti estremamente oscillante tra l'esaltazione positiva e
la grottesca tipizzazione 37.
2. In apparenza, nella Comparaci6n, la polarit dolce-
grave opera su un piano grammaticale e retorico. Cos, ad
assegnare l'italiano al suo polo negativo concorre entro il
brano una concreta osservazione di carattere fonetico:
quella che ascrive a deplorata soavit il fatto che carece
de consonantes en la terminacion , in concordanza con
l'opinione, ribadita altrove nelle Anotaciones, che le vocali
suenan mas dulcemente que las consonantes, i por esso
forman la oracion blanda i delicada 38.
Cos, ancora, la polarit gravit-dolcezza pu intendersi
operante in sede di distinzione degli stili. Non c' dubbio,
com' stato osservato 39, che, nella classificazione dei tre
stili, instaurata esplicitamente nelle Anotaciones sulla scorta
di Scaligero, le quattro qualit postulate, gracia, claridad,
gravedad, onestidad, bench potenzialmente pertinenti a
ciascuno dei tre stili, in realt risultano tutte quante requi-
siti del sublime; infatti, quanto a gravedad e suavidad (che
una specie della gracia), una serie di passi viene a con-
fermare come la loro unione costituisca un difficilissimo
ideale: tiempla la gravedad del estilo con la dulura
haziendo un ligamento maravilloso, i que raramente se
halla aun en los poetas de mas estimadon 40. Tuttavia,
la netta divaricazione alla quale tende invece in questo
senso la Comparaci6n autorizza ampiamente un'identifi-
cazione tra gravit e stile sublime, tra dolcezza e stile me-
diocre. L'identificazione pu avvenire, per esempio, sulla
scorta di un noto luogo nella cultura contemporanea di
Herrera 41:
... il sublime e l'alto genere avr, come sue spezie, la grande,
la bella, la splendida, la grave forma e quella ch' piena di
dignit, e l'aspra, l'affettuosa e la veemente; il mediocre: la
graziosa, la soave, la dolce, la piacevole, l'ornata e la fiorita;
l'umile: la chiara o ver la facile, la semplice, l'acuta, la sottile,
la motteggevole o ver quella che move a riso, e altre simiglianti,
261
dove gli attributi dello stile mediocre vengono a coincidere
con le qualificazioni applicate all'italiano nella Compara-
ci6n, corrispondendo ornata a compuesta, fiorita a florida,
e la sequenza graziosa, soave, dolce, piacevole alla serie
herreriana, colorita peggiorativamente, blanda, desmayada,
demasiadamente enternecida, mueUe.
In questo senso, potrebbe pure ritenersi inserita in un
discorso condotto a livello retorico l'opposizione tra" Ia-
scivia " e " castit" che si costituisce nella Comparaci6n;
quando si ricordi l'identificazione tra "castit", "one-
st ", ecc. e " gravit" sparsa in gran parte della precet-
tistica del Rinascimento 42 e la prossimit che nei ti-
guardi della " bassezza " mostra lo stile infimo 43, al quale
pertanto, nella dialettica interna della Comparaci6n, l'ita-
liano pu addirittura vedersi relegato 44.
Infine, il contesto delle Anotaciones pu autorizzare a
prospettarsi la dicotomia " dolce" - " grave" della Com-
paraci6n nei termini di pur generalissime etichette tipolo-
giche; l'una spregiativa (e infatti nelle Anotaciones la dol-
cezza risulta ogni tanto prerogativa della lingua italiana,
spesso operante con segno negativo) 45, l'altra apologetica
(e infatti "gtavit" e "magnificenza" sono nell' opera
appannaggio della lingua spagnola) 46.
3. Ma il brano, oltre a eliminare progressivamente ogni
sfumatura d'argomentazione tecnica, si chiude con un di-
scorso normativo (se deve tratar con... ) che sembra porsi
non tanto in termini di precettistica e di retorica (lingua
adatta a determinati contenuti e determinate forme) quanto
in termini eminentemente affettivi e compottamentali.
Questa tonalit induce a scartare una localizzazione della
polarit "dolce" - " grave" sia sul piano grammaticale
della pronuncia e del lessico, sia sul piano retorico dei
diversi livelli d'ornato e di stile, sia su quello tipologico
della storia linguistica e della storia del costume. Le due
parole, degradate dalla terminologia tecnica al linguaggio
comune, operano qui ai due estremi non di una dialettica
262
culturale ma di un contrasto eminentemente metaforico tra
qualcosa, o qualcuno, in cui in modo emblematico viene
personificata la "mollezza" e, rispettivamente, la "gra-
vit ", in base a un aprioristico giudizio di valore che de-
finisce l'una cattiva, l'altra buona.
Il contesto pu consentire l'identificazione dei due poli
in termini di giovent e maturit , entro il topos
puer-senex, qualora, trovando rilevante l'opposizione tra
florida e perpetua e raccogliendo nel religiosa una conno-
tazione di autorit e maest 47, si rispolveri qualche remota
suauitas puellaris... matronalis grauitas 48. Pi concretamen-
te, il contrasto pu risultare operante nei termini di un'al-
tra opposizione, quanto mai topica anch'essa, e pi morali-
stica: quella tra la cortigiana dissoluta e la nobile e onesta
matrona; con una personificazione metaforica della lin-
gua come donna , inevitabilmente facilitata dal genere
femminile del sostantivo, e ampiamente autorizzata, inol-
tre, da una identificazione tra ornato e ornamenti femminili,
che ha precedenti quanto mai illustri 49 e concrete applica-
zioni in pagine contemporanee 50. Sullo stesso piano, e con
una polarit ancor pi evidente e topica, iI contrasto tra
gravit e qualcosa di opposto alla gravit (dolcezza, mol-
lezza, lascivia, ecc.) risulta essere contrasto tra
Nelle Anotaciones, del resto, l'identificazione
metafore oppositive (donna onesta - donna diso-
nesta; uomo - donna) applicate entrambe a fatti di lingua,
avviene esplicitamente, e con l'avallo di antiche autorit:
no convienen mas estos versos lacivos i regalados para esta
tristeza, i para la dinidad del duque de Alva, que la oraeion
de Lisias para defensa de Socrates; que la juzg6 por buena,
pero indecente para la gravedad i estimacion suya. porque como
dize Aristides en una oracion, no conviene a la muger noble,
lo que a la desonesta i perdidaj i mucbo menos a los ombres lo
que a las mugeres (p. 329);
in modo esplicito, pure, nel corso delle Anotaciones la soa-
vit formale viene ascritta, qui sulla scorta di Cicerone,
" alle donne ":
263
estos versos son suaves. suavidad, es imagen delicada de la ve-
nustidad... que es pe1"fecion de hermosura, i esta atribuye Tulio
Cl las lJtugeres (p. 436);
e, cio che pi importa, almeno un paio di volte (e certo
l'esemplificazione pu venir molto ampliata) l'affermazione
che l'italiano dolce equivale ad affermarlo effeminato:
la 1engua Toscana esta llena de deminutos, con que se efemina,
i baze laciva, i pierde la gravedad; pero tiene con ellos regalo
i dulura i suavidad. la nuestra no 10s recibe si no con mucha
difcu1tad, i mui pocas vezes (p. 554) 51.
Laciva, regalo, dulura, suavidad, per la lingua effemi-
nata; gravedad, dall'altra parte. I termini sono gli stessi
della Comparaci6n. Per questa strada si giunge in una zona
di luoghi comuni tra le pi frequentate nel Rinascimento
in tutta Europa. Lingua per uomini, lingua grave, la pro-
pria, a seconda della prospettiva nazionale; lingua per
donne, con l'ovvia portata spregiativa di questa attribu-
zione, ciascuna delle altre. erto, assy a franesa como a
italiana mais pareem faIa pera molheres gue grave pera
homees , per il portoghese Joao de Barros 52.
4. Una breve sosta su questa zona topica pu servire a
una individuazione della fisionomia della Comparaci6n.
Esiste quasi una ventina di attestazioni 53 di un topos per
cos dire comparativo-formulistico, consistente nell'allinea-
mento di una serie di definizioni e apprezzamenti schema-
tici di due o pi lingue. Il topos circol, com' noto, tra il
Cinquecento e il Settecento, in Italia, in Francia, in Ger-
mania e nella Penisola iberica; frequentemente appare, so-
prattutto in epoca tardiva, con una postuma attribuzione
a Carlo V; ogni tanto viene riportato come proverbio e
dicho vulgar . Ai nostri fini baster abbozzare una ra-
pida tipologia di queste attestazioni, raggmppandole non
a seconda dei contenuti bens, con un criterio pi formale,
a seconda che sul tenuissimo schema descrittivo lungo il
264
quale ciascuna dispone scalarmente i propri elementi pre-
valga o meno un ulteriore schema metaforico. I contenuti,
infatti, risultano troppo storicamente differenziati in con-
seguenza dell'epoca (per esempio, l'apprezzamento di qua-
lit oratorie nel '500 cosa assai diversa dall'importanza
che nel '700 si d alla conversazione) e delle diverse pro-
spettive nazionali (per cui, come la lingua tedesca per un
francese o per uno spagnolo un nitrito ma per un te-
desco ita decens... ita felix oppure adatta a essere
usata coi nemici ob terrorem , cos lo spagnolo orH risulta
lingua divina e maestosa ora la pi appropriata alle rodo-
montades e alla declamazione, e l'italiano ora lingua di
grida ora di sospiri e, perch piena di diminutivi, acconcia
alle cose d'amore).
Distinguendo invece in base alla prevalenza di una for-
mula o descrittiva o allegorica, si possono costituire due
serie, la cui diversit meno condizionata da elementi cul-
turali.
I) In un primo gruppo 54 si possono allineare:
a) schemi genericamente descrittivi 55:
1) 1540 (port.) (con riferimento a un prover-
bio ):
Espanhoes
Italianos
Franeses
2) 1601 (iL)
Itali
Hispani
Galli
3) 1617 (ted.)
Hispanorum
Italorum
Gallorum
choram
uivam
cantam
placide loquuntur
suaviter
leniter
majestati
decentiae
venustae volubilitati
265
b) schemi descrittivi, in base al criterio dell'ade-
guatezza di ciascuna lingua a diverse materie e finalit sti-
listiche 56:
1) 1601 (it.) (attributo a Cado V)
6) met del XVIII sec. (sp.)
dcla111ent
soupirent
habla
delira
canta
parlent
es suspiro
canto har111onioso
conversaci6n
est fort propre pour les
choses d'amour, cause
de la quantit de dimi-
nutifs qu'elle possde,
& est propre represen-
ter quelque chose plus
petite qu'elle n'est 57;
est fart propre pour les
rodomontades, & pour
representer les choses
plus grandes qu'el1es ne
sont;
tient le milieu, & est
celle d'entre toutes, qui
represente mieux les
choses telles que sont.
La langue Italienne
L'Espagnole (au contraire)
la italiana
la hispana
la ftancesa
la Franoise
el espanol
cl italiano
cl ftancs
5) 1726-40 (sp.)
Hispanoru111 (lingua111 esse) a111atorial11
Italorul11 oratorial11
Galloru111 nobile111
2) 1666 (Er.)
4) 1671 (h.)
les Espagnols
les I taliens
(il n'y a ""
propre111ent / les Franois (qui)
que) /
266
3) 1728 (sp.) (attrib. a Carlo V, attraverso fonti
francesi)
la Francesa (es buena)
la Espafiola
para lo civiI
para perorar.
II) A un secondo gruppo, piuttosto diverso, ci sem-
bra da riportare un'altra serie di formule, pi pittoresche e
note; quelle che si scaglionano lungo una differenziazione
relativa o a un interlocutore ideale e tipico, o a un parlante
anch'esso emblematico; per cui i caratteri distintivi di cia-
scuna lingua vengono a identificarsi con distinzioni antro-
pomorfe 58. La formula risulta fissata in due tipi:
a) secondo il parlante. Si tratta di un unico topos,
raccolto da Gonzalo Correas (1626) sotto specie di dicho
vulgar a manera de refran, da Bouhours (1671) come
facezia di qualche spagnolo, da Larramendi (1728) con ri-
mando a fonti francesi, probabilmente lo stesso Bouhours 59.
Tra i protagonisti della cacciata dal paradiso terrestre le
lingue hanno due successive ripartizioni:
1) serpente
Eva
Adamo
2) serpente
Eva
Adamo
Dio
tedesco
italiano
spagnolo
inglese
italiano
francese
spagnolo
(<< habla no Immana, malsonante y
dura )
(<< habla de mujer femenina)
(<< por varonil, habla de hombre
varon )
(por lo que silba)
(<< por zalamera)
(<< por varonil)
(<< por ser lengua grandiosa y di-
vina ; le Castillan estoit la langue
naturelle de Dieu) 60.
b) secondo l'interlocutore. Anche qui le attesta-
zioni sono varianti entro un topos unico; quello della scelta
delle lingue pi adatte a una serie emblematica di interlo-
cutori: Dio, uomini, donne, amici, ecc. In tre delle quattto
attestazioni (1, 3, 4) il detto attribuito a Carlo V 61:
267
1) 1601 (it.)
si loqui cum Deo
oporteret
si cum amicis
si cui blandien-
dum esser
se Hispanice 10-
quturum
I talice
Gallice
qttod lingua Hispanorul11
gravitatem, majestatem-
que prae se ferat;
qtlod Italorum Dialectos
familiaris sit;
qtlod illorum lingua nihil
blandius
2) 1617 (ted.)
cum Deo
cum principibus
cum foeminis
oh majestatem
ob gravitatem
ob gratiam
Hispanice
Italice
Gallice
3) 1671 (fr .)
s'il vouloit parler aux Dames
s'il vouloit parler aux hommes
(mais) s'il vouloit parler Dieu
il parleroit I talien
il par1eroit Franois
il par1eroit Espagnoi
4) 1728 (sp.) (con richiamo a fonti francesi)
268
Nelle due attestazioni del tipo a) e nelle due prime del
b) lo schema triplice, poich alle due serie relative all'in-
terlocutore e alla scelta della lingua, s'aggiunge una terza
serie che in minimi termini giustifica la scelta stessa con
una velocissima qualificazione di ciascuna lingua: por
zalamera , por varonil , quod... gravitatem... ob
gravitatem . Si tratta di definizioni estremamente sinte-
tiche, sul tipo di quelle del primo gruppo (placide, suavi-
ter, ecc.); con la differenza che l esse erano fine a se stesse,
qui sono strumentali alle varie personificazioni: "siccome
il francese ha grazia da parlare con le donne"; " siccome
il francese una lingua maschia la lingua del primo
uon10 ", ecc.
para hablar a una mujer (siempre
hablaba)
para hablar a un hombre
(mas) para hablar a Dios
la lengua Italiana
la Francesa
la Castellana.
LaComparaci6n di Herrera pu ritenersi una amplifica-
zione di formule di quest'ultimo tipo. Esiste, all'interno
delle Anotaciones, un altro passo notissimo, che anch'esso
da riportare al topos comparativo:
ai algunas cosas dichas con tanta viveza i propriedad i sinifica-
don en cada particular i nativo lenguage... tienen algunas pro-
priedades i virtudes
la hermosura de la lengua Toscana,
la grada de la Francesa,
1'agudeza i manificencia de la Espafiola,
que trocadas con las estranas... pierden aquella... viva c1aridad i
elegancia de luz... (p. 553) 62.
Un confronto tra i due passi di Herrera, a prescindere
dalla diversa estensione di ciascuno, induce ad allineare
quest'ultimo passo col primo gruppo di attestazioni del
topos, sia per la forma dell'enunciazione, sia perch, pur
in modo appena abbozzato e quanto mai sintetico, esso
intende fornire un pur minimo spunto tipologico (tant'
vero che si sta qui parlando della difficolt di riprodurre in
una lingua caratteri peculiari di un'altra), sia infine perch
qui la descrizione distintiva fine a se stessa e non tramite
a un'ulteriore serie di distinzioni. Ben diversamente, la
Comparaci6n, anche senza esplicite identificazioni delle due
lingue con categorie umane, finisce col personificare le lin-
gue stesse, in quanto sono presentate come qualcosa che
" va trattato con... ". Lingua da riverire, lingua da vez-
zeggiare, lingua che esige onori, lingua che chiede sman-
cerie.
L'oggetto finale del discorso viene cos ad essere costi-
tuito non dai diversi caratteri di ciascuna lingua bens dal
diverso atteggiamento da assumere dinanzi a ciascuna; non
da una descrizione della lingua ma da una qualificazione
del tipo di parlanti e di interlocutori ai quali la lingua si
addice. Non meno di quanto la lingua che i detti secente-
schi attribuiscono a Adamo abbia nulla a che fare col pro-
blema dantesco dell'origine divina del linguaggio del primo
uomo, n le formule relative a spagnolo, italiano, francese
269
270
abbiano attinenza col vecchio idioma trifario, cos questa
elementarissima casistica rimane lontana dai tradizionali
criteri retorici del plurilinguismo e del pluristilismo e ri-
sulta giocata esclusivamente su un piano morale e senti-
mentale estremamente schematico. E tutta la prima parte
della Comparaci6n risulta strumentale ai fini di questa for-
mula etico-sentimentale; una spiegazione parallelistica, ana-
loga - soltanto pi lunga e circostanziata - rispetto a
quelle brevissime delle attestazioni secentesche del topos;
per cui lo schema della Comparaci6n viene a essere:
5. La Comparaci6n consiste dunque essenzialmente nel-
l'illustrazione di una massima. Nulla di male, del resto, nel-
l'immagine di un dotto precettista che attualizzi un luogo
comune accumulando sapientemente argomentazioni tecni-
che. Ma c' da aggiungere una circostanza, che finora ab-
biamo lasciato da parte: queste argomentazioni apparente-
mente tecniche, addotte all'interno della Comparaci6n,
sono in gran parte in flagrante, stridente e assoluta con-
traddizione conIa teoria grammaticale e retorica di Herrera
quale risulta in tutto il resto della sua opera.
Non si tratta soltanto di una questione semantica (in
quanto cio nella Comparaci6n l'apparente precisione tec-
nica di alcune parole risulti stemperata in un significato
comune; llaneza non stile piano ma trattamento alla buo-
na; compuesta non " sapientemente disposta" ma " me-
scidata " o " agghindata"; "onest" non requisito sti-
listico ma morale; e i concetti grammaticali della" soavit "
e della "dolcezza" sono disciolti in una genericissima
" mollezza "). N si tratta soltanto, quanto a spunto gene-
rale, di una contraddizione tra l'opposizione polare in cui
la Comparaci6n colloca italiano e spagnolo e una serie di
va trattata con rispet-
to = lingua da uomi-
ni
va trattata con sdolci-
natezza = lingua da
donne.
percb grave
percb moIIe
e lasciva
la lingua itaIiana
la lingua spagnola
affermazioni di somiglianza e fratellanza tra le due lingue,
sparse nelle Anotaciones:
10s dos idiomas Italiano e Espanol, que andan tan conformes i
ermanados, que parecen uno solo (p. 292);
[scrittori italiani] llamen... barbaros a 10s Espano1es, siendo de
una religion, de unas Ietras, i casi de una Iengua (p. 611).
C' molto di pi. Le qualit che entro la dialettica della
Comparaci6n funzionano come pregi dello spagnolo, quindi
come valori positivi, sono radicalmente contraddittorie coi
pi saldi e ribaditi concetti teorici di Herrera. Si tratta di
almeno quattro spunti:
1) il rifiuto dei prestiti da altre lingue (no sufre, ni
permite vocablos estrafios);
2) la loro identificazione con vocaboli osceni (voca-
blos estrafios i baxos... regalos lacivos);
3) la negazione di ogni libert d'innovazione (nin-
gtmo tiene aut01'idad para osar innovar alguna cosa con
libertad);
4) l'elogio dell'immutabilit (ni corta, ni... ; antes
toda entera i perpetua nuestra su castidad... i espiritu);
ai quali da aggiungere:
5) il disprezzo per l'ornato, quale risulta da tutto il
contesto, e in particolare dalla connotazione negativa che
ricevono florida, compuesta, ecc. nell'opposizione con ferti-
lidad, perpetua, entera, llena de sentimientos, opposizione
che configura l'ornato formale come deplorevole ornamento
artificioso.
Chiusura dunque di frontiere per il forestierismo pecca-
minoso, rigido conservatorismo linguistico, disprezzo per
gli ornamenti. Questo ascetismo di marca post-tridentina
nelle questioni linguistiche, questo idoleggiamento dell'au-
torit per cui la norma feticcio immobile, quanto di piLl
opposto alla teoria herreriana che, com' noto n il caso
271
di insistervi qui, imperniata invece sui principi della mas-
sima libert di innovazione, sul concetto di una lingua in
continua creazione, sull'importanza di un criterio estetico
e ornamentale 63.
6. L'aspetto contraddittorio che in questo senso la
Comparaci6n mostra nei riguardi del resto delle Anotacio-
nes consente una serie di conclusioni:
a) In primo luogo, considerando forma e contenuto
privi d'antinomia e agenti entrambi entro un'unica strut-
tura 64, lo spostamento e addirittura il rovesciamento che
subiscono i concetti rispetto al macrosistema delle
Anotaciones nel funzionare entro il microsistema della
Comparaci6n, viene a dare la misura della forza coesiva di
quest'ultimo. Il fatto stesso, cio, che i concetti risul-
tino subordinati alla legge del sistema 65 ci caratterizza que-
st'ultimo come tale. La Comparaci6n ci si presenta come
un sistema in cui tout se tient, assai al di l di uno schema
puramente meccanico di costruzione e della prevalenza di
una funzione puramente conoscitiva.
Non soltanto prosa scientifica ma costituisce un og-
getto letterario, il cui linguaggio 66 non esclusivamente
referenziale (e la contraddizione dei concetti ne chiara
prova), anche se, com' ovvio trattandosi di prosa priva di
figure foniche, non esclusivamente poetico. Il linguaggio
della Comparaci6n ha carattere intenzionale, non fortuito.
La mancanza del parallelismo marcato , dato in poesia
dal verso e dal ritl,llo, pu qui vedersi supplita dall'esisten-
za di uno schema sintattico eminentemente parallelistico
perch binario e oppositivo; in altri termini 67, i rapporti
di posizione che il ritmo sintattico determina tra le parole,
e la conseguente evidenziazione semantica possono assimi-
larsi a quelli determinati in poesia dalla serie ritmica del
verso. Lo schema sintattico a sua volta dinamico, non
automatico (come risulta dalla disuguale complessit sin-
tattica tra parte relativa all'italiano e parte relativa allo
spagnolo e dal sopraggiungere di una doppia chiusura
272
- una alla fine del sistema A-B e una alla fine di tutto il
sistema -, con estromissione dal sistema delle ultime pa-
role di B"). Nel lessico prevalgono gli elementi connotativi
rispetto a quelli denotativi; la connotazione etico-sentimen-
tale delle varie qualificazioni (" libera ", " casta ", " lasci-
va ", " grave", " dolce", ecc.) si pu dire che faccia di
ognuna di esse una metonimia rispetto alla metafora che
adombrata nel periodo finale.
Esiste un principio costruttivo 68 che determina la
dinamica generale del sistema; ed esiste una determinata
tonalit 69. Il fatto che questa consista in un registro di di-
scorso comune e non scientifico pu tutt'al pi non corri-
spondere a una situazione predeterminata - Herrera pro-
fessionista di precettistica, il lettore che quindi s'aspetta
un discorso tecnico -; ma, in s, non toglie nulla al ca-
rattere organico del brano.
b) Ma la subordinazione dei concetti al principio
costruttivo del microsistema non basta in questo caso a
legittimare la loro deformazione. I concetti non sono
parole n immagini, per i quali importi essenzialmente
l'integrazione nel tutto e il grado di funzionalit in
un sistema poetico, essendo scarsamente rilevante una loro
utilizzazione altrove fuori della nuova orbita; n ele-
menti stilistici, la conoscenza dei quali fuori della sincronia
del sistema serva a capire le funzioni assunte all'interno di
questo; n personaggi amplissimamente suscettibili di con-
traddizioni perch subordinati alla dinamica dell'opera 70.
Nella Comparaci6n i concetti risultano s integrati, funzio-
nali, subordinati al principio costruttivo del sistema; ma
ci non rende meno conturbante la distorsione che essi
manifestano rispetto all'area esterna alla nuova orbita. N
la Comparaci6n un oggetto poetico n lo sono i concetti;
essi risultano giusti o sbagliati in s, hanno o per-
dono una loro verit intrinseca, che naturalmente con-
siste nella coerenza entro il sistema concettuale al quale
appartengono (in questo caso la teoria herreriana) e che non
pu esser supplita dalla verit poetica (in questo caso
273
18.
la coesione strutturale) costituita dal loro funzionamento
nel microsistema. Quindi la contraddizione non pu qui
venir considerata una circostanza accessoria.
c) In terzo luogo, per la Comparaci6n un altro punto
risulta indubbio: che le regole di funzionamento non sono
immanenti al sistema, ma sono date a priori. Non per nel
senso che (come era motivo di perplessit all'inizio) questo
sistema avesse una organizzazione meccanica e un equili-
brio palese troppo prevedibili in quanto tali; al contrario,
il funzionamento del sistema risultato affidato non tanto
a meccanismi oppositivi operanti sul piano della denota-
zione e della ossatura sintattica, quanto a una connotazione
affettiva, moralistica, metaforica, che ne costituisce l'equi-
librio riposto. Ma il modello sul quale in questo senso la
Comparaci6n si rivela organizzata, anche se inducibile
- come nella prima parte si tentato di fare - dal suo
interno, risulta essere esterno e trascendente, identifican-
dosi con un paradigma topico. A questo luogo comune
retorico Herrera mostra di essersi adeguato con tale passi-
vit da indursi ad ampie contraddizioni ideologiche.
d) La Comparaci6n, avendo lo stesso emittente e lo
stesso destinatario del resto delle Anotaciones, risulta dun-
que fornire un messaggio contraddittorio rispetto al resto
dell'opera. Si potrebbe concludere che in essa il codice
(contrasto affettivo, moralistico, metaforico) prevale sul
messaggio, costituito dai concetti ,i quali rimangono
prevaricati. Altrettanto valida, forse, la formulazione op-
posta, che induce a scorgere nei concetti il codice, uti-
lizzato dal precettista Herrera, per trasmettere il messaggio
consistente nel topos etico-sentimentale. In realt, qui non
c' se non una esercitazione nell'uso di codici, che risulta
fine a se stessa. In altre parole, l dove ci si aspettava una
pagina di prosa scientifica, si trovata una variazione a
schema obbligato su un motivo tradizionale, che si presenta
come qualcosa di non lontano da forme di letteratura po-
polare e di folklore.
274
Con la sua interna coesione formale talmente forte da
travisare i contenuti nel costringerli entro il proprio stam-
po, la Compal'aci6n costituisce dunque un caso evidente di
pluristilismo nella prosa di Herrera, e dimostra quanto
fosse potente in uno scrittore del tardo Cinquecento l'os-
sequi; a schemi trascendenti. Probabilmente: scandagli in
altri punti possono dare risultati simili e concorrere a pre-
cisare la tecnica con cui costruita un'opera composita
come le Anotaciones.
NOTE
1 Obras de Garcilaso de la Vega con Anotaciones de Fernando de
Herrera. En Sevilla por Alonso de la Barrera. Ano de 1580. Il passo
a pp. 74-75. Uso l'esemplare della Vaticana. (Per una comoda consulta-
zione, cf. il passo anche in Garcilaso de la Vega y stlS comentaristas, a
cura di A. Gallego Morell, Granada 1966, p. 288).
Mantengo inalterata la punteggiatura e l'ortografia, sciogliendo
soltanto l'abbreviazione di nasale. Per il valore delle sigle che qui intro-
duco, cf. qui pp. 235 e 236.
3 p. 65: Soneto I; p. 78: sera ya justo dar principio a la declara-
cion del soneto de G. L. . Sui discursos interni nelle Anotacione, cf.
R. D. F. Pring-Mill, Escaligero y Herrera: citas y plagios de los Poe-
tices Libri Septem en las Anotaciones , in Actas del II Congreso
internacional de hispanistas , Nimega 1967, pp. 489-98; in particolare
p. 492 per una classificazione dei 16 discursos secondo l'argomento.
4 pp. 65-66: difficolt dell'impresa; audacia dell'autore; desiderio di
utilit collettiva, non di fama, ecc.
5 La corrispondenza esplicita, a apertura e chiusura dell' excursus:
p. 66: mostrare alguna parte de la riqueza, que contiene el lenguage
Espanol con la noticia de la poesia - p. 78: basta lo que se a
hablado en lo que toca a la noticia de lo que propuse .
6 In esso sono delimitabili sei punti:
1) pp. 66-69: un Discurso del Soneto (e, come tale, con una
sua autonomia, registrato nella Tabla finale);
2) pp. 69-71: cenno al Petrarca, suoi pregi, sua difesa contro i
critici, suo primato;
3) pp. 71-72: protesta contro la pedissequa imitazione del Petrarca
e degli italiani da parte degli spagnoli (spunto accennato e presto so-
speso perch ritenuto digressivo e rimandato ad altra occasione: pero
cesse esto, que en otra parte tendra mejor asiento, y bolvamos el curso
a nuestra primera intencion );
4) pp. 72-73: breve cenno al Sannazaro, Bembo, ecc.;
5) pp. 73-75: lungo ragionamento in difesa della lingua spagnola,
maltrattata e trascurata dagli scrittori indigeni per troppa ammirazione
275
verso l'Italia e, invece, non solo superiore all'italiano ma pari o supe-
riorea qualunque altra lingua volgare;
6) pp. 75-78: ulteriore difesa della lingua spagnola sul piano non
solo dei meriti intrinseci, ma della produzione letteraria: Santillana e
sua antichit, Boscan, Diego de Mendoza, ecc., e infine Garcilaso.
La ComparaciDn segna la fine del quinto punto.
7 Raccolto in florilegi di elogi della lingua spagnola (M. Romera-
Navarro, La defensa de la lengua espafola en et siglo XVI, in Bulletin
hispanique , XXXI, 1929 (pp. 204-55), 226; G. Bleiberg, Antologia de
elogios de la lengua espafola, Madrid 1951, p. 89; in quest'ultimo con
punteggiatura e ortografia del tutto ambigue e travisanti), il passo si fa
iniziare col secondo Pero (<< Pero la nuestra es grave... ), apparendovi
indebitamente mutilato dell'intera prima parte relativa all'italiano. Cade
cos l'elemento della contrapposizione che intrinseco al brano e che fa
s che esso, pur rientrando in pieno nel topos della difesa e dell'elogio,
ne costituisca una movimentata variante.
8 porque a de ser tan atrevida la inorancia de los ombres, que no
conocen la riqueza de nuestra lengua? ... sin dicernir las cosas... es tirania
insufrible de su mal juizio... este comun error... inorancia de los suyos...
opiniones falsas i envegecidas en ombres inol'antes i enemigos de su
propria gloria an de confessar forosamente la ceguedad i error de su
entendimiento .
aviendo comiderato con mucha atencion ambas lenguas... vengo
a afirmar, que... ; para que hagan derecho juizio los que tienen entera
noticia destas cosas... .
lO Corsivo e spazieggiato nelle citazioni di Herrera, qui e appresso,
sono miei.
11 Nella prolessi que ayan sido ellos en este genero mas perfetos
i acabados poetas que los nuestros, ninguno lo pone en duda .
12 pero los Espafioles, ocupados en las armas... quedaron por la
mayor parteagenos de su noticia [de la poesia] ... ; mas ya que an entrado
en Espafia las buenas letras con el imperio... algunos la siguen con tanta
destreza... ; pero no conocemos la deuda de avella recebido a la edad
de Boscan... .
13 ... no pudiendo entre aquel tumulto i rigor de hierro... ; a pena
pueden dificilmente ilustrar las tinieblas de la oscuridad... ; aunque la
poesia no es tan generalmente onrada i favorecida como en Italia... .
14 Cf. J, Piaget, Le structuralisme, 2me d., Paris 1968, PP. 6-7.
15 Rimando qui per la terminologia a A. J, Greimas, Modelli semio-
logici, trad. h., Urbino 1967, p. 120 (preferendo per l'aggettivo strut-
turato allo strutturale della traduzione italiana).
16 C. Lvi-Strauss, prefazione a R. Jakobson - C. Lvi-Strauss, Les
Chats de C. Baudelaire, in L'homme , jan.-avr. 1962, p. 5.
17 Y. Tynjanov, Il problema del linguaggio poetico, trad. it., Mi-
lano 1968, p. 14.
18 B. Terracini, Stilistica al bivio? Storicismo versus strutturalismo,
in Strumenti critici , 5, 1968 (pp. 1-37), p. 37 e Analisi stilistica.
Teoria, storia, problemi, Milano 1966, p. 161. Per gli schemi di strut
tura palesi e riposti , cf. Stilistica al bivio?, p. 34.
276
lO La Vinaza (Biblioteca historica de la filologia castellana, Madrid
1893, p. XIX) risolve il nodo sintattico mutando ninguno in ninguna e
introducendo una punteggiatura che spezza il periodo: es mas recatada
y osservante que ninguna; tiene autoridad para osar ilmovar alguna cosa
con libertad; porque ni corta... . La lettura palesemente priva di
senso.
20 Cf. H. Keniston, The syntax 01 castilian prose. The sixteentb
Cflztury, Chicago 1937, p. 662 (42.13).
21 Cf. P. Guiraud, La semantica (1955), trad. it., Milano 1966,
pp. 131 sgg.; S. Ullmann, Stile e linguaggio (1964), trad. it., Firenze
1968, pp. 30, 290 sgg., 298.
22 Soprattutto nella sfera comune a dulce, tierno, blanda, suave, che
risultano amplissimamente alternanti nella lingua di Herrera. Cos nella
lingua poetica (per la quale, per comodit, ricorro a indagini e repertori
lessicali, raccogliendo i passi in O. Macr, Fernando de Herrera, Ma-
drid 1959 e A. D. Kossoff, Vocabulario de la obra potica de Hm'era,
Madrid 1966). Cf. dunque in Macr pp. 178, 183, 184, 185 (s. v.
amor, amoroso; dulce, dulzura), le alternanze: dulce-tierno (acen-
ta; centellear/crispar); dulce-blando (efeto); dulce-suave (voz/citara);
blandos-dulces (ojos); blandos-suaves (rayos); suavemente-dulcemente
(canto); in Kossoff, rispettivamente s. v. blandamente, blando, blan-
dura, dulce, du1cemente, dulzura, suave, suavemente, tetneza, tierna-
mente : suave sueno, que... blandamente; tierna i blandamente; dule
cortesia y blando trato; amor suave i blando; dulemente... con blandura;
dulemente te ablandabas; la dulura i tiema voz; el tierno acogimiento
i la dulura; suave color... tierno ardor; dulce paz... vida suave; verso
blando... suave; l'amorosa/terneza, que florece con dulura/suavemente;
dulces vislumbres de terneza; en dules nudos... tiernamente, ecc.
Cf. nelle Anotaciones gli accoppiamenti blando i suave , p. 158;
maravillosa suavidad i temeza de versos (per Saffo, p. 221); sua-
vidad i temeza (per Catullo, p. 222); dulura i suavidad (pp. 230,
360), ecc.
D'altra parte, di fronte all'equazione blando-dulce, cf. i possibili
rapporti con desmayado: ora affiancato positivamente all'uno (<< la be-
lleza/d'el rostro blandamente desmayado ; da Kossoff, s. v. blanda-
mente), ora contrapposto negativamente all'altro: sentencias dulces...
no floxas i desmayadas , Anot. p. 299. Allo stesso modo, per blando,
esiste un'ampia possibilit di venir sfumato negativamente; cf., per la
lingua poetica, in Kossoff, s. V., oltre alle accezioni du1ce, tierno,
tranquilo... ecc., le citazioni sotto l'accezione poco varonil... poco
valeroso .
2J Op. cit., p. 67.
24 Ho presenti le pagine di G. Contini, Preliminari sulla lingua del
Petrarca, ora in F. Petrarca, Canzoniere, Torino 1964 (pp. VII-XXXV)
p. XXII sgg.
25 Cf. Kossoff s. v. abundante e abundoso, e il rinvio a Cuervo,
che considera il secondo equivalente al primo, pero de tono mas
elevado ; cf. anche Corominas, DCELC , s. v. onda, che sembra pro-
spettare una successione cronologica tra abundoso (frequente fino a Cer-
vantes, poi poetico) e abundante (che appare nel XV sec. ma diviene
comune solo alla fine del XVI); e Dice. de Autoridades da cui risulta
277
che nella prima met del XVIII sec. abulldoso era lo mismo que
copioso y abundante. Es voz antigua, y de poco uso . - Nelle
Allotaciones, vedi la mancanza di connotazione negativa nelle coppie
lertil i abundosa ([la lengua latina], p. 574); manifica i abundosa
([la istoria del Iovio], p. 611).
26 Per le molte accezioni comuni cf. Kossoff, s. v. componer, com-
pastura, compuesto. Quanto alla norma retorica della compositio, cf. nelle
Anotaciones in particolare p. 294, con la precisa identificazione tra
composizione e contestura: i no solo es necessario el escogimento de
las palabras en los versos, pero mucho mas la composicion; para que
se constituya della un hermoso cuerpo, como si fuesse animado, porque
ponen los retoricos dos principales partes de la elocucion, una en la
elecion de las vozes, otra en la cOl7lposicion, o conviniente colocacion
dellas. i casi toda la alabana consiste en la contestura i en 105 conjuritos,
que ligan i enlazan unas diciones con otras ; cui segue come ulteriore
sinonimo estmctura i Irasis; cf., poco appresso, i cenni meno tecnici
e pi generici: cuidadoso del ornamento i composicion de la lengua... ;
pues el poeta tiene por fin dezir compuestamente para admirar
(p. 295); e analogamente Boscan... se atrevio ttaet las joyas de
Petrarca en su no bien compuesto vestido (p. 76); Calpurnio... es
sin fueras, floxo, hinchado, i no compuesto (p. 408) ecc.
27 Cf. Kossoff, s. v. llaneza; in accezione esclusivamente comune:
" sinceridad": no uato comigo con llaneza ; e s. v. llano: otto
accezioni, tutte comuni (<< llanura, f:kil, evidente, sin adorno, sencillo,
sumiso, humilde) salvo la 5" che l'accezione retorica: " dicho del
estilo, sencillo, sin omato: este mi canto umilde i llano". In realt
nelle Anotaciones, llaneza come cdterio retorico viene ad assumere due
significati ben diversi: da un lato indica una norma di stile del tutto
positiva, sllo stesso piano della chiarezza e della facilit (<< este soneto
esta dispuesto con llaneza i sin algun trabajo , p. 119; si tratta di un
brano che nella Tabla intitolato Pura oracion , e llaneza risulta qui
sinonimo di puridad e desnudeza). D'altro lato llaneza viene a identifi-
carsi con la mancanza d'impegno formale, la trascuratezza: como si no
fuesse diferente el descuido i llaneza, que demanda el sermon comun,
de la osservacion, que pide el artificio i cuidado de quien escrive ,
p. 67; en esto se puede dessear mas cuic1ado i diligencia en algunos
escritores nuestros, que se contentan con la llaneza i estilo vulgar; i
piensan que lo que es petmitido en el trato de habla1", se puede, o
deve trasferir a los escritos; donde cualquiera pequefio descuido ofen-
de... , p. 267. Per la dialettica tra llaneza, alectaci6n, descuido, cuidado,
nella precettistica spagnola del Rinascimento, rinvio ai miei saggi
euidado vs. descuido e Tradizione illustre, in questo stesso vo-
lume. Per llaneza, cf. anche qui appresso nota 44.
28 Il macrocontesto di un estremo possibilismo; c' nella lingua
poetica di Herrera el ramo frtil i florido (cf. Kossoff, s. v.); c' nelle
Anotaciones non solo la edad floreciente di Garcilaso (p. 51), ma
la precisa scelta esemplificativa in sede di Discu1"sO de la metafora:
como flor de la edad, que es traslacion de los arboles (p. 83); e
c' anche l'accezione retorica: todas las flores, de quien se adoma
la lengua Italiana, i Latina (p. 73): [in Petrarca] todo es generoso
i alto i grave i felice i manifico i lleno de espiritu i flores i hermosura
(p. 295).
278
" Per le filze di epiteti in Henera e gli attacchi in merito da parte
del Prete ]acopin, d. Macl', op. cit., pp. 74, 76.
30 Usiamo qui il termine nel suo significato pi ampio, di campo
nozionale o associativo o sfera concettuale o costellazione associativa,
d. Guiraud, op. cit., pp. 94 sgg., Ullmann, op. cit., pp. 25 sgg., 56 sgg.,
in particolare 84 sgg., 131 sgg., 283 sgg.
31 In s regalo (<< piacere , compiacenza) in Henera non ha
nulla di peggiorativo, n nei significati comuni (d. per la lingua poetica
Kossoff, s. v.) n in quelli pi connessi con questioni retoriche: cf.
Anotaciones, p. 292, los buenos escritores de Italia con severo juizio,
i con el exemplo de los antiguos, favorecidos del regalo de su lengua... .
32 Vedi qui sopra p. 240.
33 Vedi qui sopra pp. 252-53.
3" Il termine di G. Contini, Poeti del Duece11to, Milano-Napoli II,
1960, p. 444, a proposito del Dolce stil novo.
35 Per grave in Henera vale la pena di rilevare la precisione delle
due accezioni retoriche registrate - in mezzo alle molte accezioni co-
muni - in Kossoff, s. v.: a) dicho del estilo, decoroso, alto, noble ;
b) dicho del sonido, bajo . - Per suavidad e gravedad come precetti
melodici in Henera d. Macl', op. cit., pp. 72-73; per la gravit come
caratteristica di pronuncia, nel senso dell'ore rottmdo, presso i precettisti
portoghesi, cf. L. Stegagno Picchio, ]. de Barros, Dialogo em louvor da
nassa linguagem, con una introd. su La questione della lingua in Por-
togallo, Modena-Roma 1959, p. 21; per il valore terminologico della
dulzura in Garcilaso (in opposizione qui con la aspereza), d. E. Caldera,
L'estetica di Garcilaso, in Miscellanea di Studi Ispanici , Pisa 1968,
di 34 pp. (p. 24 dell'estr.). Per i tradizionali valori retorici di dolcezza
e", gravit , da Orazio e Cicerone, attraverso le poetiche medievali e
il De vulgari eloquentia, cf. E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico
nella tarda antichit latina e nel Medioevo (1958), trad. it., Milano
1960, passim e in particolare pp. 42, 204; per il modus gravis e
il sermo levis nel senso di ornato difficile e facile, cf. E. FaraI, Les
Arts potiques du XII" et du XIII' sicle, Paris 1958, pp. 86 sgg.
36 Due esempi in un ambiente assai vicino a Herrera, tra i molti
dell'identificazione della gravit col latino, e quindi dell'aspirazione
del volgare ad assumerla come propria: uno su base retorica, l'altro
su un piano religioso e dottrinale: 1) Fr. Luis de Leon, Dedicatoria del
Libro III de De los lzombres de Cristo (cito dalla 3' ed., Clasicos
Castellanos, Madrid 1948, p. 8): Las cosas mismas... siendo tan graves,
piden lengua que no sea vulgar, para que la gravedad del dezir se con-
forme con la gravedad dellas e subito dopo las palabras no son
graves por ser latinas, sino por ser dichas como a la gravedad le con-
viene, o sean espanolas o sean francesas ... ; 2) P. Malon de Chaide,
La conversi6n de la Magdalena (cito da Bleiberg, op. cit., p. 83): A
los que dicen que es poca autoridad escribir cosas graves en nuestro
vulgar, les pregunto: La Ley de Dios era grave? .. Pues si nuestro
espanol es tan bueno como su griego y como cl lenguaje romano...
por cual razon les ha de parecer a ellos que es bajeza escribir en l
cosas curiosas y graves? .. , ecc. - Per l'aspirazione alla gravit in
Hel1l'Y Estienne, d. B. Tenacini, Conflitti di lingue e di cultura, Ve-
nezia 1957, pp. 75-76; per la precettistica portoghese, cf. ]. de Banos,
279
Dialogo cit., ed. L. Stegagno Picchio, r. 276: Nesta gravidade... a
portuguesa leva a todas.
37 Sul tema topico della gravit spagnola, le sue irradiazioni se-
mantiche fuori della Spagna e la sua stilizzazione, cf. le belle pagine di
G. L. Beccaria, Spagl1olo e spagl10li iII Italia. Riflessi ispal1ici sulle
lil1gua italial1a del Cil1que e del Seicel1to, Torino 1968, pp. 167 sgg.
Per il concetto di patola-chiave nel caso specifico dei rapporti tra Spagna
ed Europa nel XVI secolo, cf. ivi, pp. 17-18, 216 sgg. Per il concetto
di parole-chiave al centro di una sfera concettuale e di un campo seman
tico in particolare nel lessico intellettuale, e i rinvii a Mator, Triet,
ecc., cf. Guiraud, op. cit., p. 105 sgg., Ullmann, op. cit., p. 29, 85 sgg.,
175, 287.
3B Pago 129, a ptoposito della sinalefe. Cf. Al1otaciol1es, p. 371 las
vocales suenan mas dulcemente que las consonantes; i assi hazen mas
blanda la oracion i con mas lenidad i no con tanto ruido i estruendo
(Titolo del passo nella Tabla: Vocales mas dulces que consonantes ).
" Macr, op. cit., p. 72.
Hl Anotaciol1es, p. 18; e il passo continua sottolineando la difficolt
di questo equilibrio: por que la grandeza aciende en sobervia, i la
dulura deciende en umildad. peto el anudo con tal, tempc:ral1?ento estas
dos virtudes, que juntas en sus versos hazen un armoma 19ualmente
proporcionada ; cf. ivi p. 77: Garci Lasso es dulce i grave (la cual
mescla estima Tulio por mui difici1) ; e ivi p. 291, con un analogo
concetto d'equilibrio tra due pericoli che stanno ai due estremi: Con
viene que la elegia sea candida, blal1da, tie1'l1a, suave, delicada, tetsa,
clara i, si con esto se puede declarar, l1oble, congoxosa en los
afetos, i que los mueva en toda parte, ni mui hinchada, ni mui
umilde ... . Fuori da Herrera, dato il carattere topico dello spunto, ci li
mitiamo a una nota citazione da Cervantes (prologo alla Galatea; cf. Rome
l'a Navatro, op. cit., pp. 226-27 e Bleiberg, op. cit., p. 111): con facilidad
i dulura, con grauedad y eloquencia ; e, come caratterizzazione non
di stili ma di singole lingue, a due citazioni pottoghesi: na sua suavi
dade da pronunciao como na gravidade e composio das palavras,
lingua excelente ; lengua... suave y magestuosa ; rispettivamente
in F. Rodrigues Lobo e in M. de Faria y Sousa (in L. Stegagno Picchio
op. cit., pp. 3132 e 41). '
41 Certo non fonte di Herreta, perch successivo di pochi anni. Si
tratta dei Discorsi del poema eroico (cito da T. Tasso, Discorsi dell'arte
poetica e del poema eroico, a cuta di L. Poma, Bari 1964, pp. 191-92).
Cf. anche, nei Disc. dell'arte poetica, ivi, p. 42, la definizione dello
,< stile del lirico come fiorito e ornato; la qual forma di dire fiorita
(come i retorici affermano) propria della mediocrit .
42 Cf. in particolare per Herrera, Macr, op. cit., p. 73, e il rinvio a
Anotaciones, p. 603 per il concetto di una onestidad de los vocablos ,
affidata sia ai significanti (<< consiste... o en el sonido, o en la voz
dellos ) sia ai significati (<< o en su sinificado). Per una particolare
insistenza sui valori di onest e castit della lingua, si veda so-
prattutto la precettistica portoghese; dal Leal Conselbeiro alla persi
stente identificazione tra questi valori moralistici e la gravit che
appare in ]. de Barros (r. 276-278: Nesta gravidade... a portuguesa
280
leva a todas, e tem em sy su hua pureza e sequiclam pera cousas baixas... ;
r. 291 sgg.: A linguagem portuguesa, que tenha esta graviclacle...
Verclacle ser em sy tam honesta e casta que paree nam consintir em
sy hua tal obra como elestina... porque como 6 nam consente a naam,
assy 6 nam sofre a linguagem ); cf. L. Stegagno Picchio, op. cit.,
pp. 12, 79, 99.
4J Per lo stile umile il vizio prossimo... la bassezza (Tasso, Disc.
dell'arte poetica cit., p. 46); cf. ivi pp. 40-41: Ogni forma cii stile
ha prossimo il vizioso, nel quale spesso incorre chi bene non avvertisce.
Ha il magnifico il gonfio, il temperato lo snervato o secco, l'umile il
vile o plebeo.
"Cf. in questo senso anche uno specifico funzionamento clelia
llaneza in sede cii clis tinzione clegli stili: que lo humilcle se cliga con
llaneza, y lo grancle con estilo mas levantaclo y lo grave con palabras
o con figuras cuales convienen (F. L. cle Leon, op. cit., p. 8): cf. qui
sopra nota 27.
45 Due esempi tra i moltissimi: [gli scrittori spagnoli] procurando
seguir solo al Petrarca i a los Toscanos, ... querienclo alcanar clemasia-
clamente aquella blanclura i terneza, se hazen umilcles i sin composicion
i fuera (p. 71); En Cetina, cuanclo a los Sonetos particularmente;
se conoce la hermosura i gracia cle Italia; i en numero, lengua, terneza i
afetos ninguno le negara lugar con los primeros, mas fai tale el espiritu
i vigor, que tan importante es en la poesia; i assi clize muchas cosas
clulcemente, pero sin fueras (p. 77).
46 Cf. i noti passi cii p. 292 [ Los Espafioles, cuya lengua (sea
!icito clezir sin ofensa agena, lo que es manifiesto) es sin alguna com-
paracion mas grave i cle mayor espiritu i manificencia que toclas las
que mas se estiman cle las vulgares ] e cii p. 553 (citato qui a p. 269).
47 Nelle Anotaciones il termine risulta spesso funzionare in una sfera
cii conservazione , rispetto , venerabilit (nei riguarcli clegli
arcaismi); cf. p. 310: ... antigua i grave clicion. Las vozes antiguas
i traiclas cle la vejez, segun clize Quintiliano no en un solo lugar, no solo
tienen quien las clefiencla, i acoja, i estime; pero traen magestacl a la
oracion, i no sin cleleite; porque tienen consigo l'autoriclacl cle l'antigue-
clacl, i les cla valor (clizienclo lo assi) aquella religion de su vegez; e
ancora: p. 222: Catulo... religiosissimo i entero conservaclor cle la
pureza Romana ; p. 121 (qui in senso negativo): Los Italianos,
ombres cle juizio i eruclicion i amigos cle ilustrar su lengua; ningun
vocablo clexan cle aclmitir, sino los torpes i rusticos, mas nosotros olvi-
clamos los nuestros naciclos en la ciuclacl, en la corte, en las casas cle
los ombres sabios; por parecer solamente religiosos en el lenguage, i
paclecemos pobreza en tanta riqueza i en tanta abunclancia .
48 Plinio il Giovane, riportato cla E. R. Curtius, Literatura europea
y Edad Media latina (1948), tracl. sp., Mxico-Buenos Aires 1955, t. I,
p. 149.
49 Cio s come non si pu bene manifestare la bellezza cI'una
clonna, quanclo li aclornamenti cle l'azzimare e cle le vestimenta la fanno
pi ammirare che essa meclesima , a proposito clelle acciclentali aclor-
nezze ciel volgare in Convivio I, X, 12.
281
50 Si veda il Discurso sobre la lengua castellana di Ambrosia de
Morales, e l'esortazione all' hablar bien : Yo no digo que afeytes
nuestra lengua Castellana, sino que le laues la cara. No le pintes en el
rostro mas quitale la suziedad. No la vistas de bordados ni recamos,
mas no le mengiies un buen atauio de vestido, que aderece con grauedad .
Si badi che il passo una delle aggiunte che l'edizione del 1585-86 in-
troduce rispetto alla princeps del 1546. [Per le questioni bibliografiche
relative al Discurso di Morales cf. in questo volume Tradizione illustre,
p. 167 sgg.; il passo alle righe 146 sgg. dell'ed. Scorpioni]. Ora, tra
Herrera e Morales, com' noto, vi fu uno stretto rapporto di influssi
reciproci, prima e dopo la stesura delle Auotacioues; rinvio, sulla que-
stione, a Tradizione illustre, in questo volume, p. 178 sgg.
51 Cf. il passo di p. 77 sull'influsso italiano in Cetina cito qui sopra
alla nota 45; esso continua i parece me que se ve en el i en otros
lo que en los pintores i maestros de labrar piedra i metal; que afetando
la blandura i policia de un cuerpo hermoso de un mancebo, se contentan
con la dulura i terneza, no mostrando alguna sefial de niervos i mus-
culos; como si no fuesse tanto mas diferente i apartada la belleza de
la muger, de la hermosura i generosidad del ombre, que cuanto dista el
rio Ipanis del Eddano ; cf. l'analogo spunto, sulla scorta di Scaligero,
per il greco: con Ol'acion floxa i desmayada i efeminada i Griega...
se sirvio prudentissimamente... de aquella lengua, como laciva i desver-
gonada, i no onesta i casta como la Latina , p. 173. Non questa la
sede lJer inseguire alcuni di questi topoi precettistici, in gran parte noti,
tm un paese e l'altro, tra un secolo e l'altro; ci limi tiamo quindi ad
allineare il cenno di Herrera ai diminutivi come caratteristici di una
qualit opposta alla maest con altri due passi: a) il Disc. dell'arte
poetica del Tasso, cit., p. 29: Ogni lingua ha alcune particolari pro-
priet... la lingua greca molto atta alla espressione d'ogni minuta
cosa; a questa istessa espressione inetta la latina, ma molto pi capace
di grandezza e di maest; e la nostra lingua toscana, se bene con egual
suono nella descrizione delle guerre non ci riempie gli orecchi, con
maggior dolcezza nondimeno nel trattare le passioni amorose ce le
lusinga ; b) il passo della Perroniana; citato qui a p. 266.
52 Op. cit., rr. 272-274.
53 In massima parte raccolte e studiate da E. Buceta, El II1lClO de
Carlos V acerca del espanol y otros pareceres sobre las lenguas romances,
in RFE, XXIV, 1937, pp. 11-23. Altre, pi sparsamente, citate in
]. Oliver Asin, Iniciacion al estudio de la historia de la lengua espanola
(1938), 5' ed., Madrid 1941, p. 96; A. Alonso, Casellano, espanol,
idioma nacional (1942), 2' ed., Buenos Aires 1943, pp. 97-98. Cf. anche,
dello stesso Buceta, La tendel1cia a identificar el espanol COli el latiu,
in HMP , I, Madrid 1926, p. 103 e il Didlogo cito di ]. de Barros.
S'! Mi limito, nel testo, alle lingue romanze; ordino ogni sezione
cronologicamente e, per quel che pu interessare dal punto di vista dei
contenuti, indico da quale prospettiva nazionale proviene il passo. La
disposizione tipografica, qui e per la citazione di Herrera a p. 269, ovvia-
mente mia.
55 I passi sono ti'atti da:
1) J. de Barros (ed. Stegagno cit., rr. 259-60);
282
2) Girolamo Fabrici d'Acquapendente, De locutione et eilts instru-
mentis, Patavi 1601 (in Buceta, op. cit., pp. 13-14). Qui i septentrio-
nales hanno una' lingua robusta... asperior et rigidior ; quanto ai
greci, ad essi dedit ore rotundo Musa loqui ;
3) Martin Opitz, Aristarcbus (in Buceta, op. cit., p. 16); qui il te-
desco ita decens est, ita felix; ut nequeHispanolUm majestati, neque...
concedere debeat ;
4) D. Bouhours, Les entretiens d'Ariste et d'Eugne (in Buceta,
op. cit., p. 11); inoltre: les Chinois... chantent; les A1lemands rallenti
... les Anglois sifflent;
5) B. J. Feijoo, Mapa intelectual y coteja de nacianes, in Discursas
(Teatro critico Imiversal; cito da Obras escagidas del P. B. ]. Feijoa,
BAE , Madrid 1863, rist. 1952, p. 93); il passo ricordato da Buceta
in HMP , p. 103. Si tratta di una tabella che qualifica i cinque
tipi (tedesco, spagnolo, italiano, francese, inglese) lungo una serie di
distinzioni (<< en el cuerpo, en el animo, en el vestido ecc.). Le caselle
riportate qui sono quelle relative a en la conversacic5n : in esse,
inoltre, il tedesco aulla , l'inglese llora.
6) J. de Iriarte (in Alonso, op. cit., p. 98). Qui inoltre: silbido
es la lengua inglesa... relincho la alemana .
56 1) Fabrici (in Buceta, op. cit., p. 14); solebat, ut audio, Carolus
V Imperator dicere... ; inoltre: GermanolUm... militarem ;
2) Perronialla, a cura di Christophe Dupuy, L'Aia, 1666 (in Buceta,
op. cit., p. 12); il nome di Carlo V appare marginalmente, a proposito
del francese: & de fait Charles V l'appelloit la langue d'Etat ;
3) M. de Larramendi, De la antigiiedad y Imiversalidad del Bas-
cuence en Espafia, Salamanca 1728 (in Alonso, op. cit., pp. 97-98);
podian tambin haber afiadido otro dicho del mismo Emperador, que
trae Gisbert ; inoltre: para mandar es buena lengua la Latina .
57 Cf. qui sopra p. 264 e n. 51.
58 Lasciamo da parte due passi di BouhoU1's (in Buceta, op. cit.,
p. 17), dove appare invece una prolungata similitudine, di tipo molto
diverso, perch a sua volta eminentemente descrittiva: a) i tre fiumi
(lo spagnolo sempre grosso e agitato, spesso straripa con grande fra-
casso; l'italiano, bel lUscello che serpeggia per i prati fioriti, ma ogni
tanto si gonfia e inonda tutto; il francese, bel fiume ricco e maestoso);
b) le tre sorelle (la spagnola, presuntuosa e amante del fasto; !'italiana
civetta e imbellettata; la francese, prude , ma piacevole).
59 Per Correas, Arte de la lengua espaiiola castellana, Salamanca 1626,
cf. Alonso, op. cit., p. 97; per Bouhours, Buceta, op. cit., p. 11 (<< comme
le dit un jour un savant Cavalier de ce pals-I, cio della Spagna);
per Larramendi, cf. Alonso, op. cit., p. 97 (<< Me acuerdo haber lddo
en un Francs cierta conversacic5n critica que tuvo un caballero Espafiol
con otros franceses, y dijo que... ). Inoltre, per Larramendi, la lingua
degli angeli era il basco, cf. Alonso, op. cit., p. 98.
60 Il topos appare anche in Gracian (eriticon III, IX; il passo
raccolto a questo riguardo in Oliver Asin, op. cit., p. 96); in un lungo
brano satirico di elogio all'Italia e biasimo alla Spagna, posto in bocca
a Critilo, si allude a una rappresentazione svoltasi a Roma de la caida
de nuestros primeros padres , in cui le parti tra le lingue sono cos
283
divise: hablando al Padre Eterno en aleman, Adan en italiano: "lo
mio signore ", Eva en francs, "ui Monsiur ", y el diablo en espanol,
echando votos y retos (cito da Obras completas, ed. A. del Hoyo,
Madrid, Aguilar 1960, p. 961); qui evidente, nel rovesciamento del
topos, una sua stilizzazione grottesca.
61 Testi di:
1) Fabrici (in Buceta, op. cit., p. 14): Alius vero, qui Germanus
erat, retulit eundem Carolum Quintum dicere aliquando solitum esse... ;
inoltre: si cui minandum, aut asperius loquendum, Germanice; quod
tota eorum lingua minax, aspera sit, ac vehemens ;
2) da M. Rubinstein, Der junge Opit:!., in Buceta, op. cit., p. 15.
Inoltre: cum hostibus vero, ob terrorem, Germanice loquendum esse ;
3) Bouhours (in Buceta, op. cit., p. 11): Si Charles-Quint revenoit
au monde... luy qui disoit que s'il vouloit parler aux Dames... ; inoltre
s'il vouloit parler son cheval, il parleroit Allemand ;
4) Larramendi (in Alonso, op. cit., p. 97): En la misma conversa-
cion se saco lo que soHa decir Carlos V, que... ; inoltre: para hablar
a su caballo siempre hablaba la lengua alemana .
62 Cf. qui sopra nota 46.
6J La notoriet della questione ci esima da ampie citazioni; cf. nelle
Anotaciones in particolare p. 120 sgg. (<< Discurso de la riqueza de la
lengua Espanola, i el modo de enriquecella) e il passo di p. 121 citato
qui sopra alla nota 47; 383 (<< Hcito es a los escritores... ); 573 (<< Dis-
curso del usar vocablos nuevos): podemos usar vocablos nuevos en
nuestra lengua... ; i temeremos nosotros traer al uso i ministerio della
otras vozes estrana i nuevas ... ? ; 575 puede el poeta usar en todo
tiempo con prudente libertad por ornato de vocablos nuevos; i le
ofende, i haze grandissima injuria quien le quiere privar de la facultad
de ordenar con ellos su poema , ecc. (pur con alcune riserve di carattere
prevalentemente estetico: siendo limpias... , ecc. e con la limitazione
pero esto se entiende en la poesia). Cf. Alonso, op. cit., p. 73 sgg.;
A. Vilanova, Preceptistas de los siglos XVI y XVII, in Historia General
de las Lit. Hisptmicas a cura di G. Diaz Plaja, Barcelona 1953, III,
pp. 579-80; Macr, op. cit., passim; nonch i passi di Herrera sull'aper-
tura ai neologismi raccolti in Romera-Navarro, op. cit., pp. 227-28 (a
due pagine di distanza dalla citazione della Comparaci6n, senza rendersi
conto di quanto essa sia contraddittoria).
" Ho presente C. Segre, La synthse stylistique, in Social science
information , VI, 5, 1967 (pp. 161-67), 165.
65 Cf. Piaget, op. cit., p. 8.
66 Rimando, per la terminologia, a R. Jakobson, Linguistica e poetica,
in Saggi di linguistica generale (1963), trad. it., Milano 1966, pp. 181-218.
67 Tynjanov, op. cit., pp. 54, 80, 98, 105, 115.
68 Ivi, pp. 11 e passim.
69 Ivi, pp. 116 e passim; per la possibilit di una doppia tonalit
lessicale, cf. ivi, pp. 119 sgg.; per il concetto di tonalit cf. B. Terracini,
Analisi stilistica cit. , p. 160 e passim.
70 Ho presenti D. S. Avalle, Gli orecchini di Montale, Milano
1965, pp. 86, 71, 64; C. Segre, La synthse cit., p. 163; Y. Tynjanov,
op. cit., pp. 12 sgg., 48 sgg., 152.
284
Una frangia agli arazzi di Cervantes
Ai molti valori emblematici che gravano da tempo sulle
spalle di don Chisciotte, alcuni anni fa si aggiunse una re-
sponsabilit nuova: quella di aver impostato un problema
di lingue e di cultura in termini tali da venir assunti come
punto di partenza d'obbligo, e punto d'arrivo, sulla lunga
strada d'un saggio sul problema della traduzione 1. Su
questo percorso, il lettore ispanista indotto a una sosta.
Al margine del problema teorico che l si discute, egli
portato a rileggere i passi di Cervantes nella concretezza
del loro contesto letterario e a tentarne, nella misura del
possibile, un inserimento nel loro contesto culturale e sta-
tico.
1.
1. Le citazioni in questione sono tratte da due capitoli
del Quijote estremamente lontani tra di loro, corrispon-
denti anzi l'uno all'inizio della prima parte (16), l'altro alla
fine della seconda (II 62); cosicch la conversazione intes-
suta dalle voci discordi del Curato, di don Chisciotte,
di Cervantes e del Barbiere si svolge in effetti in due tempi,
separati da una pausa di tutto un decennio e di centinaia
di pagine; separati in realt dal Quijote intero. A questa
287
diversa provenienza corrisponde il rilievo tutto diverso con
cui l'uno e l'altro passo - li chiameremo d'ora in poi A
e B -'- sorge sul proptio terreno originario. Da un lato (A),
un cenno pi breve e fuggevole, nell' escrutinio della
biblioteca di don Chisciotte; ed esso si presenta come uno
tra i molti elementi di tutta una serie, incastonato com'
in quella che, per definizione, una vera e propria rasse-
gna letteraria. D'altro lato (B), nella visita alla stamperia
di Barcellona, un discorso di maggior ampiezza e di pi
aperto respiro narrativo, che - anche se nel titolo rimane
celato sotto una dicitura che ironicamente lo minimizza 2 -
co'agula intorno a s episodi che riempiono tutta la seconda
met di un capitolo.
2. Malgrado questa differenza macroscopica, i due passi,
strutturalmente, sono uniti da un'analogia pi intrinseca
che non sia la semplice affinit tematica e concettuale.
Il passo A consiste in poche righe:
Al cual [AriostoJ, si aqui le hallo, y que habla en otra
lengua que la suya, no le guardar respeto alguno; pero si habla
en su idioma, le pondr sobre mi cabeza .
Pues yo le tengo en italiano dijo el Barbero; mas no
le entiendo .
Ni aun fuera bien que vos le entendirades respondi6
el Cura; y aqui le perdonaramos al senor Capitan que no le
hubiera traido a Espana y hecho castellano; que le quit6 mucho
de su natural valor; y lo mesmo haran todos aquellos que los
libros de verso quisieren volver en otra lengua: que, por mucho
cuidado que pongan y habilidad que muestren, jamas llegaran
al punto que ellos tienen en su primer nacimiento .
Esse sono riducibili allo schema seguente:
a) valutazione positiva dell'Orlando furioso, in ita-
liano; valutazione negativa di qualunque sua traduzione in
altra lingua;
b) obbiezione del personaggio incolto (incomprensi-
bilit, per lui, del testo originale);
288
c) contro-obbiezione dell'uomo di cultura (conve-
nienza di questa incomprensibilit);
d) valutazione negativa di una data traduzione spa-
gnola;
e) affermazione generale negativa (impossibilit di
ben tradurre).
Questi punti sono ripartiti in tre battute di un dialogo
che ha due interlocutori, il Curato e il Barbiere; quando
poi si isoli la riserva di quest\timo (poich, nel dialogo,
essa viene immediatamente annullata dalla replica lette-
rale: b - entiendo ; c - entendirades), il passo si
risolve in un monologo del Curato. Di questo, che possia-
mo dunque considerare come un discorso espositivo per
breve che esso sia, la prima parte imposta il problema in
modo generale (a - qualunque traduzione del Furioso),
mentre la seconda bipartita in due momenti (d - il riferi-
mento a una traduzione particolare; e - il cenno al proble-
ma generale della traduzione), in un successivo allargamento
di cui il nesso logico y lo mesmo viene a essere un vero
e proprio passaggio-chiave. Tra particolare e generale, dun-
que, in questa pagina, il gioco alquanto pi complesso
che non sia una semplice successione. Il cenno concreto alla
traduzione di Jer6nimo da Urrea, che ha volto l'Ariosto
in una determinata lingua (<< hecho castellano), in realt
non soltanto seguito da un generico volver en afra
lengua , ma era gi preceduto da un'espressione affatto
analoga (<< hablar en afra lengua); per cui esso non
tanto da intendersi come spunto iniziale per l'avvio di una
generalizzazione quanto come esemplificazione concreta in-
trodotta all'infeY11o di un discorso che fin dall'inizio s'im-
postava in termini teoretici. Ed questo un primo elemento
di diversit rispetto a ogni altro episodio del capitolo; dove
le generalizzazioni (di tono esse11Zialmente spregiativo o
volte a un mero fine classificatorio) 3 appaiono sempre come
conseguenza, non come causa, della menzione dell'uno o
dell'altro libro esaminato.
289
19.
Non solo: l'elemento astratto che nell'allusione alla
presenza nella biblioteca di don Chisciotte di qualche tra-
duzione del Furioso in qualunque lingua (che non una
presenza reale, ma ipotetica: si aquIle hallo, y que habla
en otta lengua que la suya... ), era gi nel cenno al Furioso
stesso. Esso infatti non un libro preso materialmente da-
gli scrutatori en las manos come tutti gli altri libri del
capitolo; i quali (accompagnati sempre da un gesto reale
oppure da un dimostrativo che ne fa le veci) 4 passano da
un personaggio all'altro, cadono tra i piedi dei presenti,
vengono aperti e sfogliati, serbati amorosamente oppure
gettati dalla finestra. Unico fra tutti, il Furioso non sta ne-
gli scaffali di don Chisciotte. La sua menzione sorge casuale
e divagatoria, in margine e in seconda e terza linea, rispetto
al libro che il Curato sta effettivamente toccando e pal-
pando 5: del Furioso si parla qui come opera derivata - che
tess la sua tela - dal Boiardo, nella cui invenci6n , a
loro volta, tienen parte Rinaldo e gli altri personaggi,
i quali sono i protagonisti di quell'oscuro Espejo de caba-
llerias che - questo si - sta effettivamente tra le mani
degli scrutatori all'inizio del passo sulla traduzione e che,
dimenticato per un paio di pagine, riapparir alla fine del-
l'excursus come este libro , per venir destinato al limbo
del pozo seco .
La teoria della traduzione, in A, appare dunque co-
me un oggetto di discorso raggiunto alla fine di una lunga
fila di associazioni, e cio come:
chiusa generalizzante - y lo mesmo - (1)
di un discorso sulla traduzione spagnola - Urrea - (2)
che una tra le molte eventuali (e tutte spregevoli) tra-
duzioni - (3)
di un libro - il Furioso - (4)
detivato da un altro libro - l'Innamorato - (5)
il quale di materia analoga al libro - Espejo de ca-
ballerias - (6)
che - esso e non altri - era tra le mani di un personaggio
all'inizio della divagazione. Una setie di parentesi - se-
290
gnate formalmente da una successione dapprima di relativi
(<< '" porque... de donde... al cual... ), poi di equazioni
paratattiche (<< ... y aquL. y lo mesmo... ) - si era aperta
dopo la concretezza del gesto iniziale (<< Este es "Espejo de
caballedas "... Ahi anda el senor Reinaldos... ); e tanto
si poi allargata che un chiaro movimento di richiamo
- digo, en efeto, que este libro... - necessario, alla
fine del passo, a chiudere queste parentesi tutte di colpo
e a segnare l'avvio di una vera e propria ripresa.
Estremamente mediato, tutto giocato su un andirivieni
tra piano particolare e piano generale, il passo di Cervantes
sul problema della traduzione appare dunque in A con
un doppio carattere distintivo rispetto agli altri elementi
della serie - la catena di giudizi sui libri scrutinati - alla
quale appartiene. E, mentre acquista rilevanza dal!'estemo
appunto in funzione del carattere occasionale ed estempo-
raneo che ha il suo apparire entro il proprio contesto nar-
rativo, cio dall'elemento digressivo che gli intrinseco,
propone come nota altrettanto rilevante, al proprio interno,
il lievitare di un elemento generalizzante e precettistico,
che , della digressione, il motivo e la meta.
3. Altrettanto evidenti e pi espliciti ancora, si presen-
tano entrambi gli elementi in B.
Anche qui i passi sulla traduzione appaiono come ter-
mine di un percorso fatto di tappe tutte occasionali; ed
esse si distinguono da A, oltre che per la maggior ampiezza
di ciascuna, essenzialmente perch l l'incastonamento av-
veniva solo tra associazioni mentali di un espositore men-
tre qui si produce anche tra episodi concreti di una trama
narrativa. E si tratta di un vero e proprio racconto, dotato
di una sua autonomia; che, chiusosi alla met del capitolo
l'episodio della cabeza encantada , presenta un suo spe-
cifico avvio esponendo, nella lunga tradizione dell' ibam
forte... , una serie di concentriche circostanze occasionali:
Di6Te gana ii don Quijote de pasear la ciudad ii la llana y
ii pie ...y asi... salieron ii pasearse. Sucedi6, pues, que yendo por
una calle, a1z6 10s ojos...
291
e, quando la narrazione giunge alla circostanza che in realt
interessa, l'avvolge ancora nella spira di una giustificazione
psicologica (don Chisciotte vede l'insegna di una stampe-
ria, de lo que se contento mucho, porque hasta entol1ces
no habla visto emprenta alguna, y deseaba saber como
fuese ); e prosegue con un indugio descrittivo, che dap-
prima si compiace nella minuziosa precisione della tenni-
nologia tecnica (<< Entro dentro, con todo su acompafia-
miento, y via tirar en una parte, eorregir en otta, eomponer
en sta, enmendar en aqulla ) 6, e quindi, liquidato l'ar-
gomento (<< y, finalmente, toda aquella maquina que en las
emprentas grandes se muestra ), sosta ancora in una serie
di rallentanti e iteranti imperfetti:
Llegiibase don Quijote aun caj6n, ypreguntaba qu era aquello que
alli se hacia; diibanle cuenta 10s oficia1es; admiriibase, y pasaba
ade1ante.
Una svolta nel racconto sembra segnarsi col mutato tempo
verbale: Lleg6 en otras a uno, y pregunt6le qu era lo
que hada ; ma soltanto per offrire un altro elemento an-
cora di mediazione, nel personaggio dello stampatore, al
quale, a sua volta, spetta infine la funzione di presentare,
in un secondo personaggio che gli sta accanto, un tradut-
tore: este caballero que aqui esta , indicato con un vero
e proprio gesto della mano (<< ensefiole ), che, esattamente
come este libro che nell'altro passo era tomado in
mano, costituisce l'ultimo oggetto concreto con cui il brano
precettistico viene ancorato all'ingranaggio narrativo.
Al fondo dell'imbuto - la passeggiata casuale, la stam-
peria, lo stampatore, il traduttore - sta il libro tradotto.
Anche questa volta una versione dall'italiano. Non un
libro vero, per, come il testo di Urrea; ma un libro di cui
solo importa il titolo allusivo e simbolico, Le Bagatelle.
Come nelle niFierias dell'epigrafe del capitolo 7, la conno-
tazione ironica in cui avvolto tutto il brano costituisce
un'ulteriore e pi diffusa mediazione.
Soltanto ora ha inizio il passo vero e proprio sulla teo-
ria della 'traduzione:
292
Yo dijo don Quijote s algUn tanto del toscano, y me
precio de cantar algunas estaneias del Ariosto. Pero digame
vuesa merced, sellor mio (y no digo esto porque quiero exami-
nar el ingenio de vuesa merced, sino por curiosidad, no m:is):
hallado en su escritura alguna vez nombrar piiiata?
Si, muchas veces respondi6 el autor.
Y, la traduce vuesa merced en castellano? pre-
gunt6 don Quijote.
la habia de traducir replic6 el autar sino di-
ciendo alla?
jCuerpo de tal! dijo don Quijote, y qu adelante est::!
vuesa merced en el toscano idioma! Yo apostar una buena
apuesta que adonde diga en el toscano piace, dice vuesa merced
en el castellano place, adonde diga piti, dice mas, y el su dec1ara
con arriba, y el giti con abaja .
Si dec1aro, por derto dijo el autor, porque sas son
sus propias correspondendas .
Osar yo jurar dijo don Quijote que no es vuesa
merced conocido en eln1Undo, enemigo siempre de premiar los
floridos ingenios ni los loables trabajos. j Qu de habilidades
hay perdidas por ahi! i Qu de ingenios arrinconados! i Qu
de virtudes menospreciadas! Pero, con todo esto, me parece que
el tradudr de una lengua en otra, como no sea de las reinas
de las lenguas, griega y latina, es como quien mira los tapiees
flamencos por el revs; que aunque se veen las figuras, son llenas
de hilos que las escurecen, y no se veen con la lisura y tez
de la haz; y el traducir de lenguas faciles, ni arguye ingenio,
ni elocuci6n, como no le arguye el que traslada, ni el que copia
un papel de otro papel. Y no por esto quiero inferir que no
sea loable este ejercicio del traducir; porque en otras cosas
peores se podria ocupar el hombre, y que menos provecho le
trujesen. Fuera desta cuenta van los dos famosos traductores:
el uno, el doctor Crist6bal de Figueroa, en su Pastar Fido, y
el otro, don Juan de Jauregui, en su Aminta, donde felizmente
ponen en duda cual es la traducci6n, 6 cu:l1 el originaI. Pero
digame vuesa merced: este libro, pot su cuenta... ?
chiara qui una divisione in due parti:
a) un dialogo tra don Chisciotte e e1 autor (<< Yo
- dijo don Quijote - ... sus propias correspondendas );
b) un lungo monologo di don Chisdotte (<< Osar yo
jurar... el originaI).
Ma il primo penetra profondamente all'interno del se-
condo; e il confine, entro quest'ultimo, tra d che ancora
293
risposta all'interlocutore e ci che ormai esposizione au-
tonoma, non pi ironica ora, segnato dal nesso di transi-
zione (<< Pero, con todo esto... ) che apre il discorso esat-
tamente come un nesso analogo (<< Pero dfgame vuesa mer-
ced... ) lo chiude all'altro suo estremo.
a) Che gi nel dialogo l'interlocutore di don Chi-
sciotte abbia la mera funzione di spalla per un discorso
in realt precettistico, evidente a una prima lettura: il
movimento dialogico infatti ridotto a un triplice gioco di
battute iterative:
alguna vez - SI, muchas veces
~ m o la traduce? - ~ m o la habia de tradudr?
declara - si declaro, por derto,
che annullano ogni replica nella letteralit dell'eco. L'iro-
nia, oltre che nelle domande di don Chisciotte - ironiche
appunto perch domande non sono -, nell'iterazione dei
futuri, solo apparentemente dubitanti (<< apostar... osa-
r... ), ed soprattutto nell'insistenza con cui insorge e
si fissa il ritmo esclamativo:
jCuerpo de tal! ... y qu adelante... !
jQu de habilidades... ! jQu de ingenios... ! iQu de virtudes... !;
grottesco formale, a riflesso di una realt grottesca; cio del
fatto che la traduzione per corrispondenze meccaniche tra-
duzione non , esattamente come l'interrogare di don Chi-
sciotte non chiede risposta.
b) Il pero con cui inizia il discorso successivo
esercita la propria funzione avversativa nei riguardi dei
periodi precedenti su un piano esclusivamente formale;
cambia il tono, poich non c' pi ironia, ma il concetto
rimane lo stesso, anzi non viene se non pi esplicitamente
ribadito. Cos la serie elativa precedente - floridos in-
genios... loables trabajos... habilidades... ingenios... virtu-
des... -, perso l'ironico rigurgito iterativo ed esclama-
tivo, trova, poche righe dopo, un esatto corrispondente
nell'affermazione diretta: el traducir de lenguas faciles, ni
294
arguye ingenio, ni elocuci6n , dove al concetto della nul-
lit di questo tipo di traduzione viene apposto il suggello
del tradizionale binomio di ingegno e arte.
Dei tre periodi in cui ripartito il discorso di don Chi-
sciatte, il primo il centro di gravit di tutto il passo; il
secondo e il terzo ne rappresentano solo progressive atte-
nuazioni. Cos, una volta negato valore alla traduzione,
don Chisciotte pu anche concederle qualche punto (<< y
no por esto... ); anche se l'ammissione cos indiretta da
riusdre ironica (<< en otras cosas peores) e, inoltre,
probabilmente da intendersi in senso utilitario 8. Infine,
vengono stabilite due esclusioni (<< fuera de esta cuenta )
alla condanna; ma questa stessa lode alle due traduzioni
eccezionali di Suarez de Figueroa e di Jauregui a ribadire,
ancora, il primo concetto; poich, se il loro carattere distin-
tivo nei confronti di ogni altra traduzione che felizmente
ponen en duda cual es la traducdon, o cual el originaI ,
viene ad annullarsi in un'identit quell'opposizione tra
originaI e traducdon in cui al secondo termine
inerente un valore negativo.
Quanto al primo punto, esso ci porge un discorso bipar-
tito in due membri simmetrici - el traducir de una len-
gua en otra e el traducir de lenguas Hdles -; ai
margini, resta accantonata una terza possibilit: de las
reinas de las lenguas, griega y latina . L'opposizione che
regge la coppia costituita dai due traducir una rela-
zione di identit; non si tratta qui infatti di due diverse
specie di traduzioni, n di traduzioni da due diversi tipi di
lingue, poich l'aprioristica esclusione dal discorso del la-
tino e del greco, lingue regine, stabilisce una inevitabile
identificazione tra le lingue del primo caso e le lingue fa-
cili , do tutte quelle volgari (o, se non altro, quelle ro-
manze, che sono quelle in causa per Cervantes). A opporre
i due traducir , direi che stia piuttosto la duplicit del-
l'inevitabile fallimento: infatti il primo tradudr mostra,
nel rovesdo dell'arazzo, la pochezza del risultato, mentre
la pochezza dello sforzo - la copia, il traslado -
l'oggetto del secondo.
295
I due passi A e B sulla teoria della traduzione, in
realt, offrono due prospettive alquanto diverse. Pi ester-
na la prima, che formula un giudizio negativo tout court
e tocca, per negarla, una delle pi consuete giustificazioni
opetanti in pro del tradurre, cio la divulgazione; mentre
la seconda rivolta a un'analisi pi interna, e motiva la
condanna con una identificazione quasi assoluta fra tradu-
zione e traduzione letterale. Negativo l'uno e l'altro punto
di vista, soltanto il loro rovesciamento permette di pro-
spettare alla buona traduzione una norma, solo paradossal-
mente positiva: quella di non sembrare traduzione 9.
II.
1. Per una collocazione di questi concetti nella dottrina
spagnola del tempo, la costellazione di citazioni e richiami
che si addensata per le cure dei commentatori cervantini
non di grande aiuto. Aneddotiche, divaganti, estempora-
nee nei riguardi dei punti teoretici, guanto precise invece
nell'identificazione delle singole traduzioni citate; talora
prese da un polemico gusto di rilevare contraddizioni in
Cervantes lO, pi spesso volte ad addurre arbitrari paralleli
o a mosttare divergenze inconsistenti con altri autori 11, tal-
volta attente a una fruttuosa opera di rettifica nei riguardi
degli annotatori precedenti 12, ma altre volte riprese dal-
l'uno all'altro con dannosa meccanicit 13, tutte queste
glosse oscillano indiscriminatamente tra l'utile identifica-
zione di ci che fonte precisa, o comunque plausibile, e
l'indicazione generica di ci che confluisce nel luogo co-
mune, e che viene riportato a Cervantes in modo talvolta
antistorico 14.
Un discorso di fonti stato imbastito da tempo a pro-
posito di due passi di B:
a) la serie di correspondencias tra italiano e spa-
gnolo nella satira della traduzione letterale;
b) la metafora degli arazzi visti dal rovescio.
296
I precedenti testuali indicati per entrambi dai commenta-
tori possono forse dissolversi nella penombra del luogo
comune; cos come resta ampiamente aperto il campo per
suggerire reminiscenze di diversa provenienza.
a) Per il primo passo si trovato un precedente espli-
cito in una epistola satirica alquanto nota, la Respuesta del
capitan Salazar al Bachiller de Arcadia, attribuita a Diego
Hurtado de Mendoza 15, dove a Jeronimo de Urrea, per la
traduzione spagnola dell'Ariosto, viene rivolta l'accusa di
aver abusato di equivalenze altrettanto facili, poniendo
solamente de su casa, a donde el autor deda cavalieri, ca-
balleros, y a donde el otro deda arme, ponfa el armas, y
donde amori, amores . Anche se un passo della prima let-
tera di questo carteggio letterario, quella del Bachiller de
Arcadia al capitan Salazar, mostra come lo. satira al lessico
della traduzione sia qui subordinata a un pi vasto pro-
blema di scelta lessicale 16, tuttavia lo. plausibilit che que-
sta pagina cinquecentesca sia stata effettivamente presente
a Cervantes 17 pu forse vedersi rafforzata dalla concomi-
tanza di altri due fattori: la circostanza che, nella Res-
puesta, l'accusa di tradurre letteralmente ha come esplicito
bersaglio l'Urrea, ed questo il nome addotto da Cervantes
(in A, per, e dieci anni prima) come esempio di cattivo
traduttore; e il fatto che sia la Respuesta qui sia B, poche
righe pill avanti 18, accennino al doppio guadagno che il tra-
duttore pu ricavare dalla propria fatica - fama e de-
naro -, con una prevalenza del secondo altrettanto espli-
cita e sottolineata. Nulla vieta d'altronde di allargare il
discorso, per l'uno e per l'altro spunto, dal piano delle
fonti a quello dei luoghi comuni; quando si ricordi la con-
suetudine della Spagna del Cinquecento al rimprovero per
la fatica ariostesca dell'Urrea 19, e quando si rilevi, d'altro
lato, l'elemento topico che nell'accoppiamento, e nel-
l'opposizione, di gloria e denaro, come frutto del lavoro
letterario (dalle tentaciones del demonio che inducono
lo scrittore a illudersi que puede componer y imprimir
un libro con que gane tanta fama como dineros, y tantos
297
dineros cuanta fama , nel Prologo al lector della seconda
parte dello stesso Quijote, fino alla galleria picaresca di
poeti affamati).
b) Intorno all'altro passo citcolano invece due nomi,
Diego de Mendoza, ancora, e Luis Zapata. Quando per,
sulle loro tracce, si risalga dai commentatori moderni agli
antichi, la validit della carta di circolazione dell'uno e
dell'altro risulta alquanto diversa.
1) Questa la nota di Rodrfguez Madn al passo cet-
vantino:
Pellicer nota que usaron esta comparacion D. Diego de Men-
doza y D. Luis Zapata, ste en su traduccion del Arte Potica
de Horacio, impresa en 1591, en donde dice que " son los libros
traducidos... ".
A constatare una certa passivit di Rodrfguez Marfn nei
confronti di Pellicer (come si vede anche dall' erronea da-
tazione 1591, tipetuta dall'uno all'altto, pet la traduzione
di Zapata, che del 1592), vale un facile riscontro sulla
nota di Pellicet che, mentre citava ampiamente il passo di
Zapata, pet quello di Diego de Mendoza si trincerava a sua
volta dietro un altto nome:
El primero que uso de esta comparacion tan propia parece
fue D. Diego de Mendoza, citado por D. Esteban Manuel de
Villegas en el prologo de su traduccion de Boecio 20.
Ma quando, sulle ttacce del passo di Mendoza, si sia
effettuata la deviazione su Villegas, la nuova stazione non
consente un panorama pi limpido. Il Prologo del tra-
ductor 21, dopo una prima parte meditabonda su fottuna
e consolazione, passa nelle ltime due pagine a illustrare i
meriti della propria traduzione; la quale, nei confronti del
poco adorno delle precedenti versioni spagnole di Boe-
zio, pone il testo latino en mejores pafios ; soprattutto
per quel che riguarda i versi, che
van vestidos de tan lustrosos pafios, que pueden correr plaza mas
de compuestos que de traducidos, y sin las borlas de Don Diego
298
de Mendoza, que decia que las tradueiones eran de la condicion
de los tapices vue1tos al rebs, que descubrian las figuras, pero
llenas de borlas y de hilachas.
Se fosse Villegas il nostro obbiettivo, si potrebbe so-
stare qui, sulla metafora che presenta la traduzione come
una veste (<< en mejores pafios... vestidos de tan lustrosos
pafios... ), o sul vanto di contendere con l'opera originale
(<< salici la traducion de tan buen ayre, que no tienen que
envidiar los legos que esta mi traducion leyeren, alos que
saben Latin... ; Ci versi] pueden correr plaza mas de
compuestos que de traducidos ); e soprattutto sulla com-
piaciuta iterazione sia del vanto sia della metafora. Ma,
quanto agli arazzi di Diego de Mendoza, non escono qui
dalla penombra in cui stavano sinora.
La messe che il passo di Villegas consente , tutt'al pitl,
un'osservazione di diverso genere. Si pu cogliere qui un
certo aspetto discorsivo e allusivo; come se Villegas ricor-
dasse qualche detto noto e familiare, di cui a tutta prima
gli si presenta il particolare pi pittoresco (<< sin las borlas
de D. de M., que... , con un articolo la cui funzione attua-
lizzatrice ed evocativa rilevata dal relativo che lo segue);
e su questo particolare Villegas in seguito si sofferma, ri-
petendo la parola, e circondandola con la citazione intera.
In questo senso, sarebbe da notare il deda que... , che
pu essere il ricordo non necessariamente di un passo
scritto ma di un detto vero e proprio.
chiaro che, insinuando la possibilit che per il Diego
de Mendoza di Villegas non di citazione si tratti ma di re-
miniscenza, cerchiamo una giustificazione a posteriori per
la mancanza di un risultato pi sostanzioso. In effetti, una
rapida lettura dell'opera conosciuta di Diego Hurtado de
Mendoza, non ci ha condotti al passo in questione 22; d'al-
tra parte, l'alone di notoriet con cui appare il nome nel
passo di Villegas induce a scartare a priori la convenienza
di rivolgere le ricerche altrove, verso qualcuno dei molti
altri Diego de Mendoza (Hurtado o meno) del Cinque-
299
cento e del Seicento. Ora, non certo da escludere che
frutti pi concreti possano venire da un'esplorazione sia
delle carte ancora inedite di Diego Hurtado de Mendoza,
il maggiore, sia dei molti scritti con lui illegittimamente
connessi; se c' nome che abbia attirato e respinto le pi
varie questioni di attribuzione infatti il suo. Ma, al campo
stl'ettamente documentario, gi frequentato invano dai
commentatori cervantini - col risultato del prudente pa-
rece que di Pellicel' e del silenzio di Rodrlguez Marin -,
qui forse da preferire un terreno diverso. Si pensi infatti
all'immensa fama che accompagn, in vita e ancor di pi
postumamente, Diego Hurtado de Mendoza; celebrato da
Cervantes lungo l'arco di un venticinguennio, nella Galatea
e in un sonetto del 1610 23; evocato da Lope in coppia col
Petrarca 24; e spesso, soprattutto, citato come autore di
detti celebri, da Boscan al Pinciano 25 e oltre. Pi forse che
postulare un accostamento specifico Mendoza-Villegas 26, il
passo del prologo al Boezio 27 pl'esenta un nome, reso qui
responsabile di un detto notorio, cos come altrove della
paternit del Lazarillo; cio propone un mitico pseudo-
Mendoza, sul piano di un riferimento irreale quanto pre-
stigioso, analogo ai richiami a un Ovidio o a un Seneca
cati al medioevo; e l'omissione del nome di Cervantes, in
Villegas, in favore di quello di Mendoza - a prescindere
da altre possibili ragioni 28 -, essenzialmente da vedersi
come un segno di pi di quest'aura di autorit leggendaria.
Ma siamo, chiaro, in pieno terreno eli congetture; e un'ar-
gomentazione a silentio ha sempre un valore molto re-
lativo.
2) Il prudenziale accantonamento della fonte Men-
doza per la metafora degli arazzi, lascia dunque in primo
piano la sola fonte Zapata, cio la Prefaci6n del traduttore
alla versione spagnola dell'Arte poetica oraziana 29. Prologo
e traduzione hanno perso il privilegio dell'estrema rarit;
dunque doveroso leggere il passo nei suo contesto 30. In
una decina scarsa di pagine, vengono qui ad affastellarsi
una serie di concetti: la gran difficolt di una buona tradu-
300
zione, una breve rassegna di traduzioni ineloquenti ,
una serie di aneddoti, un excursus sulla superiorit della
lingua spagnola nei confronti di ogni altra, per concludere
con una specie di lancio pubblicitario del testo oraziano,
litil para Poetas, para Oradores, para predicadores, patu
historiadores, para escribir, y hablar, para tratar con las
gentes, conocer las diferencias de las personas, de los esta-
dos de las naciones, de las edades ... (f. 4
r
). Su tutto ci
grava con estrema densit una nube di metafore e compa-
razioni:
cosa que ni esta escondida en las cuevas de la filosofia natural,
ni en las nublosas cartas de la moral, ni en las intrincadas ramas
de la 16gica, ni en las ocultas carreras de otras ciencias... (1');
Lo qual visto por mi, me parece que 50/1 los libros traducidos
tapiceria del revs, que esta alli la trama ,la materia, y las formas,
colores, y figuras, como madera y piedras por labrar, faltas y del
lustre y de pulimiento (2
r
).
Sucede a las obras como a transfugas, que casi jamas luci6
hombre que se pasase de un reino y de un rey a otro (ivi) .
... faItales [ai traduttori] todo junto el insefiable aire de la
jineta (2
v
).
el que glosa, y traduce, y comenta es mozo de cualquier autor (ivi).
la mocedad, que como galgo nuevo corre tras cualquier peljaro
(ivi) .
... me contento. Como un soldado ya viejo que en la mocedad
aqui y alli moria por ganar homa, y despus con la ganada
satisfecho, viene a no pulirse como antes, ni aun a traer es-
pada (3<).
con esta traducci6n, como sobre comer, me quiero agora escarbar
los dientes (ivi). .
la [1engua] griega y latina, que de dos o tres entendimientos
que tiene una cosa, dejan al oyente en su mano, que rastree
como peno, por cua! de los tres caminos ha de tomar (3
V
).
la lengua espafiola.. asi como una muy hermosa botica, que por
no estar tan llena de buenos compuestos como otras por poca
curiosidad, no deja por eso de ser mejor casa que otra, sindolo.
Yo por mi parte traigo a ella de aca y de alla las buenas yerbas
que puedo, y de las mejores pienso que es esta Arte poetica... (4
V
).
es raz6n y virtud de hombres de bien, el que entra en una casa
salir de ella alabandola a ella y al huspecl y que es con alguna
esa obligaci6n lo que con I-Ioracio yo hago (4'').
301
ya que hay tanta multitud de poetas... que escaramuzan desman-
dados, sin doctrina y sin letras, recogerlos a que estn debajo de
bandera como aventureros sueltos, y reducirlos a arte poniendo
sta en espafiol (4
V
).
chalo [mi intento] a buena parte, o a la que tU quisieres... que
el convertir en bien las buenas intendones... es propio de pias
y utilisimas abejas, y las mismas en veneno y cmel calunia de
viboras y de serpientes (5
r
).
Anche se la ricerca di metafore concrete per espri-
mere concetti teorici una costante di tutta la retorica
classica e rinascimentale 3\ sta di fatto che il nostro passo,
in Zapata, in minimi termini presenta due elementi che
sembrano caratterizzare tutto l'insieme della Prefaci6n: da
un lato la tendenza immaginifica (traduzioni = tapicerfa
del revs ), d'altro lato l'esuberanza non priva di illogicit
(traduzioni = tapiceria = madera y piedras ).
questa coerenza col suo contesto una ragione perch - do-
vendo ritenere assai dubbiosa, come s' visto, una priorit
di Diego de Mendoza 32 - si possa attribuire a Zapata la
paternit della metafora degli arazzi e interpretare dun-
que come degna di fede la sua affermazione visto por
mI, me parece que... ? La conclusione potrebbe essere
avventata; anche se si pu osservare che, nel testo al quale
applicava la propria fatica di traduttore, Zapata poteva
trovare non solo i pi autorevoli avalli a paralleli tra opere
letterarie e opere figurative, ma anche, forse, qualche spinta
verso il lessico della tessitura 33. D'altro lato, sulla scia di
un'osservazione di F. Ayala 34 su altre apparenti coinci-
denze tra il Quijote e altre pagine dello stesso Zapata, non
forse illegittimo dissolvere anche qui la concretezza di ci
che pare fonte nell'indeterminatezza poligenetica della
circolazione orale di un'arguzia.
In s, comunque, la metafora degli arazzi ci sembra da
riportare all'incrocio di due linee. Da un lato essa s'inqua-
dra in una serie di metafore applicate al problema specifico
della traduzione: il travaso del vino da un recipiente al-
l'altro, la tintura, e soprattutto panni, vesti, veli 35. D'altro
302
lato essa s'inserisce in una serie di precedenti pi generici,
ma pi sostanziali; quando si pensi come, anche in molti
dei suoi criteri pi interni (il precetto di sfuggire la lette-
ralit, l'emulazione col modello, ecc.), il problema speci-
fico della traduzione non rappresenti se non un riflesso 36
di criteri pi generali e pil.l ampiamente applicati al pro-
blema dell'imitazione o della creazione letteraria. E, se c'
metafora proposta e riproposta in questo senso, quella
della tela , col doppio valore di trama e di imma-
gine che le viene dalla materia con cui intessuta e dalla
forma che essa a sua volta raffigura.
Cos 37, nella precettistica; e basti per tutti un passo che,
pur successivo di quattro anni a Zapata, dovette essere
familiare a Cervantes 38, quello in cui il Pinciano definiva il
poema storico como una tela cuya urdimbre es la historia,
y la trama es la imitacion y fabula. Este hilo de trama va
con la historia texiendo su tela. Cos, soprattutto, nella
concretezza e nella maggiore notoriet delle opere creative.
Dalla tela intrecciata nel Furioso 39, che rimane, topica-
mente, contrassegno ariostesco in molte pagine spagnole 40,
dalle tele che le ninfe della terza egloga di Garcilaso tes-
sono e istoriano con colores matizadas e gioco di chia-
roscuro 41, e dalla pi tarda tela de varios y hermosos
lizos tejida che nel Quijote stesso appare come monito
volto agli sconnessi romanzi di cavalleria 42, da tutto questo
tessere e narrare di tele illustri all'arazzo 43 il passo molto
breve 44. Pi ancora di tutte le altre tele, all'immagine di
una fatica letteraria in cui come nella traduzione mancata
nell'intreccio dei fili prevalesse la disarmonia, l'arazzo po-
teva offrire, accanto alla storia figurata 45, anche la pre-
cisione dei particolari tecnici della propria manifattura, che
ne poneva in primo piano appunto il solo rovescio 46. Un
dato realistico, dunque, in un certo senso, il revs del-
l'arazzo cervantino; anche se non prezioso come certi ro-
vesci di medaglie e di rilucenti panni d'oro 47. E ad un tem-
po, fornito di un suo evidente valore emblematico: che
non funebre disinganno barocco nascosto in un ritratto
de dos caras 48, e neppure rovesciamento satirico di un
303
discorso didascalico 49. Nel contrastare a tante metafore di
tele felicemente intessute e istoriate, il rovescio dell'arazzo
viene a porsi piuttosto con lo stesso valore di polo negativo
che proprio di un'altra metafora precettistica di antico
lignaggio aristotelico e oraziano: quella del mostro let-
tetario opposto all' animale perfetto rappresentato dal-
l'opera d'atte riuscita 50.
I passi di Cervantes sul problema della traduzione, dun-
que, ci rimandano a questioni di teoria ed estetica cervan-
tina, ampiamente esplorate, soprattutto in studi recenti,
che mostrano chiaramente come alle spalle di Cervantes
stava la Philosophia Poetica del Pinciano; meta diretta di
frequentazione, oltre che filtto per lui della dottrina ita-
liana 51. Si tratta, per le idee sul tradurre, di un'ampia de-
rivazione 52; all'interno di questa ci sembra fare spicco un
precedente particolarmente concreto, nel riconoscimento,
tra pacato e ironico, di una pur minima benemerenza alla
fatica del traduttore: algo hizo, pero poco... a lo menos,
emplo esse rato honesto , concede il Pinciano, proprio
come Cervantes ammette che en otras cosas peores se
padria ocupar el hombre .
Alle spalle di Cervantes, aggiungiamo, stava inoltre pro-
babihnente U11 altro testo, meno noto ora, ma diffusissimo
ai suoi tempi: una lettera di Antonio Prez -la 43
a
delle
Segundas Cartas 53 - che in una ventina di righe contrap-
pone gloria e guadagno nel traduttore (<< La gloria de la
traduccion de libros no la tengo, senor, por de tanta estima
como piensan ganar los que trabajan en ella), ammette
con grandi risetve i due pur minimi meriti della divulga-
zione presso chi non ha conoscenza di lingue e dell'occu-
pazione non dannosa (<< salvo el mrito de intrprete con
los que ignoran las lenguas en que estan los auctores que
se traducen... Y por no dejar de decir algo en su alabanza,
ambicion de ocupacion virtuosa, pero cotta, y tal el m-
tito ); e, essenzialmente, s'avvolge in un parallelo fra il
tradurre libri e il copiare pitture, che si risolve in un con-
cetto di apprendistato tecnico e di sforzo non dissimulato,
304
molto vicino all'arazzo cervantino: No es obra de grandes
pintores ocuparse en obras de otros; obra es de comunes,
y aun de aprendices pintores, como nifio que escribe por
materia, 6 faltos de invenci6n propria; y parsceme el tra-
ducir libros lo mismo que copiar pinturas . Non meno
che nel Pinciano, il problema della traduzione, dunque,
viene qui a prospettarsi entro un problema di rapporti fra
creazione - e precettistica - letteraria, e creazione e pre-
cettistica figurativa. Rapporti notissimi ovunque nell'Eu-
ropa rinascimentale e barocca; meno noti, forse, fino a
qualche tempo fa, per la cultura spagnola, dove invece ri-
sulta 54 che essi ebbero una rete di implicazioni di estrema
compattezza. All'interno di queste, l'informe groviglio di
fili del rovescio dell'arazzo di Cervantes si colloca estrema-
mente vicino a quella mancanza di un'ultima mano
- come quella dei pittori ai loro quadri - che anche per
Du Bellay, in un noto passo della Deffence 55, impedisce a
qualunque traduzione di riuscire perfetta.
2. Al di l del riscontro preciso di reminiscenze, chiaro
che il problema interno posto dai due passi di Cervantes
consiste essenzialmente nell'inquadramento dei suoi con-
cetti in tutta una serie di luoghi comuni, variamente affio-
ranti in una serie di filoni culturali diversi. Grazie ai com-
mentatori stata raccolta, intorno alle pagine di Cervantes
sulla traduzione, una minima antologia di passi di altri
autori spagnoli dell'epoca. Qualora, allargando il materiale,
si volesse abbozzarne una tipologia, ci sembra inevitabile
introdurre alcuni criteri fondamentali di distinzione.
Una prima distinzione dovrebbe venir segnata, a seconda
del tipo delle pagine (ch di pagine conviene parlare, pi
che non di opere, dato il carattere estremamente frammen-
tario che intrinseco al materiale), tra ci che rassegna
di opere tradotte e ci che esposizione di criteri teorici.
La prima interessata a un discorso di storia, o meglio di
cronaca, letteraria, spesso nazionalisticamente intesa; ne
siano esempio le pagine in cui Ambrosio de Morales inizia
305
20.
con un compiaciuto ya l'elenco dei molti libri dai quali
vede illustrata la letteratura spagnola, tradotti - o imitati
che siano - dalle pi prestigiose letterature classiche e
italiana 56. Le pagine del secondo tipo invece, sia pur nel
.breve spazio di un prologo, di una dedica, di un cenno oc-
casionale, sono attente a un problema di stile e di retorica,
e in esse l'allusione a questa o a quella determinata opera
appare spesso in via essenzialmente paradigmatica, positi-
vamente o negativamente che sia.
Entto quest'ultimo tipo - e non c' dubbio che ad esso
appartengono i passi di Cervantes - si potrebbe insinuare
un ulteriore criterio di distinzione, fondato sul concetto di
una utilit della traduzione e sull'indicazione dei suoi bene-
ficiari. Lasciamo da parte casi estremi e grotteschi di giu-
stizia distributiva in questo senso, come un sonetto lauda-
torio al Sannazaro espanoI
57
, che conclude enumerando i
benefid ottenuti, rispettivamente, dal lettore, dall'autore
tradotto, dalla lingua e dalla nazione ospite, e infine dal
traduttore: y aSI, a todos se dio con digno premio: / Gozo
a la edad, a Sannazaro vida, / a Espafia gloria y a Herrera
palma . In generale, s'alternano il cenno a un vantaggio
arrecato dalla traduzione o al lettore oppure alla lingua
ospite. Grandi luoghi comuni, entrambi, della dottrina ri-
nascimentale; pi avvinto il primo a posizioni divulgative
d'impegno didascalico, e spesso scritturale; pi stretta-
mente connesso il secondo con l'ambiente generico della
dignificazione del volgare.
Su questa linea, per il primo punto, la posizione di Cer-
vantes diversa da quella di Garcilaso, di Boscan, di Urrea,
che sottolineavano la maggior fruibilit acquistata dal Cor-
tegiano o dal Furioso grazie alle versioni spagnole 58; affine
invece a quella di Juan de Valds, sia nel modo in cui da
parte di entrambi viene invalidata l'obbiezione di ignoranza
della lingua straniera, sia nel modo in cui entrambi esclu-
dono dal problema il ptoprio caso personale 59. Quanto al
secondo punto, direi che proprio la mancanza in Cervantes
dei concetti di beneficio e guadagno per la lingua, di
amor e deseo de ennoblecerla , di lisonja , che
306
sono in Garcilaso, in Morales, in Smirez de Figueroa 60, sia
in s un segno dei pi chiari di quanto sia negativa la sua
posizione.
Quanto all'opera originale, infine, lungi dal trarre un
qualsiasi beneficio, essa per Cervantes trova nella tradu-
zione o un nemico che la danneggia o, nel migliore dei
casi, un emulo 61. Luoghi comuni quant'altri mai, l'uno e
l'altro. Esempio limite, quanto al primo, la definizione di
muertes o muertas che ricevettero talvolta le Vite di Plu-
tarco nella loro cinquecentesca versione spagnola 62. Quanto
poi al dubbio felice che confonde per eccellenza traduzione
e opera originale e vede l'una contendere con l'altra, dub-
bio applicato da Cervantes, eccezionalissimamente, a Jaure-
gui e Suarez de Figueroa, esso era gi in Garcilaso rispetto
alla traduzione di Boscan, e in Morales riecheggiava per lo
stesso Boscan e veniva applicato, a poche righe di distanza,
anche alla traduzione di Boezio offerta da Fray Alberto de
Aguayo; n in termini diversi Valds aveva lodato la tra-
duzione spagnola dell'Enchiridion erasmiano 63. In versi,
poi, questo spunto di contesa tanto consueto da riuscire
quasi un indispensabile imprimatur per la versione stessa,
dando luogo a molteplici variazioni cortigiano-barocche.
Molto prima del paradosso cortese di un dar vita =
togliere l'onore contenuto in redondillas di Alarcon in
lode del traduttore Agreda y Vargas 64, il motivo era ap-
parso - e sono esempi tra i molti - in sonetti celebrativi
per la traduzione di Ausias March dovuta a Montemayor,
dove la parit fra autore tradotto e traduttore era portata
sul piano della lode postuma, rivolta al traduttore da parte
dell'autore resuscitato 65, e addirittura della reciproca in-
tercambiabilit fra due grandi scrittori: Y si Montemayor
me compusiera, / [ il libro che parla] Tambien ni mas ni
menos me faltara, / que solo Ausias March me traduxe-
ra 66, mentre, proprio negli stessi anni della seconda
parte del Quijote, il tema dell'emulazione pu invischiarsi
nel doppio gioco culterano di un mitologico risorgere e
primeggiare 67.
307
Sotto l'incrostazione del luogo comune, questa gara in
eccellenza fra traduzione e opera originale il polo oppo-
sto - ed Cervantes a sottolinearne il raggiungimento
rarissimo - del concetto che nei passi cervantini il pi
saldo e insistente: la condanna della traduzione. Tradotta,
l'opera viene a perdere qualcosa di essenziale: la lisura y
tez, che nella traduzione rimane groviglio oscuro. Lisura y
tez che, come il lustre y pulimiento di Zapata, corrispon-
dono chiaramente a un concetto di forma; di fronte alla
quale le parole - come spiega esplicitamente Zapata nel
parallelo con la scultura, in una sorta di un suo ut sculp-
tura) interpretatio eco dell'ut pictura poesis oraziano -
non rappresentano se non la materia.
Questa opposizione fra la letteralit e qualcosa che la
trascende ha, lo sappiamo, origini antiche e notissime 68.
Tuttavia, per la Spagna contemporanea e precedente a Cer-
vantes, conviene forse distinguere, entro questa serie di
ascendenti, alcuni rami di deflusso e di confluenza: un rin-
vio continuo a san Gerolamo, operato direttamente 69, un
suo rilancio in termini erasmiani 70, e anche un influsso ora-
ziano e ciceroniano che, se da san Gerolamo veniva me-
diato 71, ora agisce anche in modo diretto 72. Una distinzione
di questi influssi, spesso senza dubbio conviventi 73, ci sem-
bra opportuna, proprio per spiegare le differenti soluzioni
che il precetto di non tradurre verbum pro verbo offre
al problema stesso del tradurre, a seconda di come venga
interpretato l'estremo opposto ai verba stessi. Cos, se
un'interpretazione eminentemente contenutistica e anti-
formalista come quella di Erasmo e dei suoi fedeli, sfocia
in un grande fervore di traduzioni - che offrono lo sti-
molo e insieme la soluzione a una coscienza linguistica dif-
ferenziale 74 -, un'interpretazione prevalentemente for-
male di ci che il senso dell'opera conduce a posizioni
percorse da molte perplessit e da molte riserve. Essa pu
dar luogo al fuggevole cenno di Garcilaso sulle difficolt
della traduzione 75, all'indugio di Valds sulle resistenze
offerte dalla lingua ospite quando, come lo spagnolo, abbia
forti caratteri peculiari 76, alla pensosa meditazione di Fray
308
Luis de Lon su problemi di numero e di polisemia, che
sono problemi di interpretazione scritturale ma anche di
donaire e di stile 77.
Questo ci sembra sia l'ambiente nel quale si inquadrano
i passi del Quijote; e l'analogia che gli spunti cervantini
manifestano con atteggiamenti di Valds 78 da tener pre-
sente come segno comune dell'attutirsi di posizioni era-
smiane alla luce di un formalismo di altra provenienza.
3. ovvio che la determinazione del carattere di luoghi
comuni, che in queste pagine di Cervantes compete sia alle
posizioni dottrinali sia ai singoli fatti formali, non fine
a se stessa. Al contrario, appunto la circostanza che tutto
sia dato , quanto agli ingredienti - i contenuti, le me-
tafore -, rende rilevante un problema di ingranaggio e di
funzionamento; e pone in primo piano non gli stami con
cui Cervantes tesse la propria tela - se vogliamo non uscir
dall'ambiente - bens la tela stessa e la tessitura; non gli
elementi denotativi ma quelli contestuali; non i contenuti
teoretici n le metafore didascaliche, ma la costruzione
narrativa.
In questo senso, i due passi del Quijote sulla cosiddetta
teoria della traduzione mostrano, al di l dell'uguale con-
tenuto, anche e soprattutto una chiara affinit strutturale;
nel modo analogo con cui in entrambi la teoresi appare
allo sbocco di una strada che si dirama dalla realt con-
creta di un racconto. La meta dottrinale raggiunta in un
passo con le brevi volute di un monologo divagante, nel-
l'altro mediante il saldo incastro di contingenze narrative.
C' di pi; di questa costruzione a spirale, di questo ordine
disordinato, di questo gioco di specchi, di questa prospet-
tivistica molteplicit di piani - secondo fattezze ormai
consuete dell'immagine cervantina -, di questo congegno
narrativo, lo spunto teoretico non rappresenta soltanto la
meta; ne chiaramente parte integrante, ingranaggio a sua
volta; immanente, non trascendente, all'unica realt, costi-
tuita dalla narrazione. Non occorre assumere l'immagine
309
estrema del Quijote, offerta da Sklovskij 79, come meccani-
smo che s'ingenera da se stesso, in una serie di reazioni a
catena tra artifici e procedimenti. Occorre, questo s, pro-
spettarsi il congegno stesso come l'oggetto di maggior rile-
vanza che Cervantes ha inteso fornire.
E ci serva al riguardo un altro discorso di arazzi. Per la
stamperia di Barcellona stato suggerito da tempo da
Hatzfeld 80, un parallelo con una realt pittorica. le Filatrici
di Velazquez, data l'analoga minuzia descrittiva di una bot-
tega artigiana, oltre al campeggiare di un immenso arazzo
al centro del quadro notissimo: en forma dinamica, el
poeta ha hecho exactamente lo que hizo mas tarde el pintor
en forma estatica 81. Il parallelo suggestivo. Ma non
tanto, diremmo, per un eventuale valore pittorico dell'a-
razzo cervantino quale postulato dallo studioso ameri-
cano, in un troppo rigido parallelismo che pu condurre a
una sorta di escamotage tra arazzo e arazzo. L'arazzo cer-
vantino, o. meglio, il rovescio dell'arazzo, teoretico e sim-
bolico com', e soprattutto separato ormai dal discorso nar-
rativo e descrittivo, cosa ben diversa 82 dall'arazzo vero,
quello che giganteggia al centro del quadro famoso. Ch,
anzi, se il nome di Velazquez deve venir addotto per l'a-
razzo in quanto tale, converr forse rifarsi a quel rovescio
di tela, sul cavalletto, di cui solo la trama visibile, non
la faccia vera, che nelle Meninas denuncia l'invisibilit pro-
fonda della realt 83 i cos come il rovescio dell' arazzo cer-
vantino segna l'intraducibilit dell'opera d'arte. Ma, so-
prattutto, il parallelo ci sembra sussistere in un altro senso;
in quanto esso permette di riportare il passo di Cervantes
a ipotesi d'integralismo e di centaurismo che in Amrico
Castro, sin dalle prime formulazioni, sorsero appunto a
proposito di quadri di VeIazquez 84. Se di Filatrici di Cer-
vantes insomma si pu, e si deve, parlare a proposito dei
passi sulla traduzione, non per la presenza materiale di
un rovescio d'arazzo in un angolo della bottega cervantina;
ma per la pluralit di scorci e di prospettive con cui a que-
sta bottega, come VeIazquez alla sua, Cervantes procura
l'accesso.
310
NOTE
Terracini, Conflitti di lingue e di cultura, Neri Pozza,
Venezia 1957; cap. Il problema della traduzione , pp. 49-12l.
2 [Que trata de la aventura de la cabeza encantada], con otras
niiierias que no pueden dejar de contarse . (Per le citazioni del Quijote,
qui e appresso, uso il testo di F. Rodriguez Marin, Clasicos Castellanos,
8' ed. Madrid 1964. Con la sigla R.M. indico invece il commento del
Rodriguez Marin nelle edizioni critiche del 1916-17, 1927-28 e del
1947-49).
3 Si veda in quest'ultiino senso: todos los demas... del mismo
gnero per la na1'1'ativa pastorale, e todos los que se hallaren que
tratan destas cosas de Francia per l'Espejo de caballerias; e, nel primo
senso, si osservi l'equivalenza tra i generalizzanti todos los demas
o todos los libros ... de este gnero e i chiaramente spregiativi una
secta tan mala , o todos los... del mesmo linaje , a proposito dei
romanzi di cavalleria.
4 A sua volta, il dimostrativo pu apparire solo (<< este otro este
libro): ma pi spesso accompagnato da una precisazione ulteriore,
si tratti di un elemento descrittivo (<< este grande que aqui viene ,
este tonel), si tratti di una indicazione concreta (<< ste que aqui
tengo , esotro que esta junto a l); il tipo pi frequente l'unione
del dimostrativo a un verbo come venir , seguirse , a scandire
una vera e propria sfilata: ste que viene , stos que se siguen .
Unica allusione a un libro non esistente nella biblioteca: ecetuando
a un Bernardo del Carpio que anda por ahi, y a otto llamado ROl1ces-
valles , cenno fuggevolissimo e non tale da dal' luogo a tutto un discorso
come nel nostro caso.
5 Tommdo el Barbero otro libro, dijo: Este es Espejo de caba-
llerias . Ya conozco su merced dijo el Cura. Ahi anda el senor
Reinaldos de Montalban con sus amigos y companeros, mas ladrones
que Caco, y los doce Pares, con el verdadero historiador Turpin; y
en verdad que estoy por condenarlos no mas que a destierro perpetuo,
siquiera porque tienen parte de la invenci6n del famoso Mateo Boyardo,
de donde tambin teji6 su tela el cristiano poeta Ludovico Ariosto;
al cual, si aqui le hallo... .
6 Si noti la differenza tra corregir e enmendar come termini
tipografici, su cui si sofferma R. M.
7 Nella versione italiana del Quijote, il Franciosini, con richiamo
consapevole o meno, identificava i due termini, intitolando il capitolo
'" con altre bagattelle che non si pu far di manco di non le raccon-
tare (cito dall'edizione di Venezia, 1625); lo stesso, nella versione
ottocentesca del Gamba.
8 Finito il tema della traduzione, il dialogo tra don Chisciotte e
el autor prosegue con un lungo ragionamento sui guadagni che
questi trarr dalla sua fatica; e i commentatori si sono soffermati a cal-
colarne le cifre e a rilevarvi un eccessivo ottimismo nei riguardi del
mercato librario. A noi interessa soprattutto l'affermazione esplicita
provecho quiero , posta qui in bocca all'autore, a riscontro del
provecho del discorso di don Chisciotte. Cf. anche, qui appresso, n. 18.
311
9 La sostanziale indifferenza di Cervantes per l'attivit del tradurre
pu trovare, indirettamente, conferma in un'altra circostanza interna al
Quijote. Nelle frequenti allusioni aCide Hamete Benengeli - l'autore
del cartapacio in caratteri arabi che a Cervantes piace addurre come
fonte -, il fatto che ne sia stata necessaria una versione in spagnolo
costituisce un motivo di estrema esilit. Su una trentina circa di citazioni
di Cide Hamete (28, secondo l'indice analitico dell'ed. Aguilar), quattro
soltanto alludono alla mediazione di tale traduzione: la prima volta
essenzialmente a corroborare la garanzia dell'assoluta fedelt (fedelt che,
a sua volta, il pernio del topos stesso della fonte apocrifa, di cui soprat-
tutto importa la grande puntualidad ) - rogule me volviese aquellos
cartapacios, todos los que trataban de Don Quijote, en lengua castellana,
sin quitarles ni afiadirles nada , I 9 -; gli altri tre passi introducono
la figura de el que tradujo esclusivamente come testimonianza del-
l'esistenza del codice antico e polveroso, el originaI . In esso el
que tradujo o ha letto glosse marginali (inizio II 24), o ha rilevato
contraddizioni (inizio II 27) o - una volta sola - ha riscontrato mo-
dalit che ha preferito cambiare (inizio II 44: no le tradujo su intrprete
come l le habfa escrito), registrando a sua volta tale divergenza in
margine all' originaI stesso. Il fantomatico traduttore dell'apocrifo Cide
Hamete ha dunque, entro il Quijote, un suo peso nella costruzione di un
duplice o triplice piano di riferimenti a una precedente elaborazione
letteraria, di cui egli appare essenzialmente come lettore o commentatore;
ma in s, in quanto traduttore, la sua figura di una trasparenza assoluta,
n a suo riguardo viene minimamente impostato un discorso sul tradurre.
lO Cf. per es. le note di Clemendn (1833-39; cito dall'ed. del IV ceno
tenario, Madrid 1947, p. 1898, n. 60 e p. 1899, n. 61) a proposito dei
passi centrali di B: Todo cuanto aquf se dice sobre elarte de traducir
est:l equivocado .
11 Cf. ancora Clemendn, ed. cit., n. 61, dove per il ni arguye
ingenio, ni elocucion si adduce un passo del Dialogo de la lengua sulla
difficolt delle buone traduzioni, per mostrarne come distinta opinion
quella che invece sostanziale concordanza.
12 Cos nei riguardi di Clemendn utile la correzione di R. M. (nota
aB), che sostituisce al nome del capitan Salazar quello dell'Urrea come
bersaglio della satira, nella Respuesta del capitan Salazar, alla traduzione
per correspondencias ; cf. anche qui appresso n. 15.
13 Si veda la nota di R. M. a ingenio ni elocucion di B, dove per
la citazione tratta dal Dialogo de la lengua le virgolette sono poste in
modo tale da includere, come se fosse di Valds, tutta la frase di Cle-
menc1n che la accompagnava (cf. qui sopra, n. Il).
14 Penso soprattutto ad alcune note, come quella di R. M. al traducir
de lenguas faciles di B: Lo mismo, muchos afios despus que Cervantes,
vino a decir Melo... Cervantes y Melo exageraron al hacer tales afirma-
ciones... ; viene qui presentato come coincidenza casuale e sporadica tra
due individualit letterarie quello che invece un luogo comune ope-
rante, se pur a distanza di tempo, in entrambe.
15 Cf. Clemendn, ed. cit., p. 1898, n. 58 - dove la Respuesta viene
attribuita, senza riserve, a D. Hurtado de Mendoza e si confonde invece
Salazar con Urrea (cf. qui sopra, n. 12) -, e R. M. (nota ivi cit.) che
inoltre dubita sulla paternit della Respuesta: Deda H. de M., o quien
312
fuese el autor de la Respuesta... . Per il testo della Respuesta d. Sales
espaiiolas, a cura di A. Paz y Melia, Madrid 1890, BAE , rist. 1964
(pp. 37-41), 38. Per i! testo della Carta del Bachiller de Arcadia... al
capitdn Salazar, alla quale fa riscontro la Respuesta, d. ivi, pp. 31-36
e Curiosidades bibliogrtijicas, a cura di A. de Castro, Madri 1855,
BAE , rist. 1950, pp. 547-50. Sulla discussa attribuzione a D. Hurtado
de Mendoza, oltre alle vecchie pagine di R. Foulch-Delbosc, Les oeuvres
attribues Mendoza, in Revue hispanique , XXXII, 1914 (pp. 1-86),
9-15, d. A. Gonzalez Palencia y E. Mele, Vida y obras de don D. H.
de M., 3 volI., Madrid 1941-43 (III, pp. 205 sgg.); e il cenno di M. R.
Lida de Malkiel, J. de Mena, poeta del perrenacimiento espanol, Mxico
1950, pp. 367 sgg.
16 Para qu queris decit ostaria, si os entenderan mejor por
meson? Para qu estrada, si es mas claro camino? c' Para qu deds
forra;e, si es mejor decir paja? ... y otras mi! de esta calidad (cito da
Sales espaiiolas cit., p. 34). Si tratta di un elenco di una dozzina di coppie
costituite da un vocabolo di ceppo spagnolo e da un italianismo; elenco
di struttura analoga e di inverso segno preferenziale a un passo analogo
del Didlogo de la lengua (<< Antes digo planto que lloro... ecc.; ed.
Barbolani, D'Anna, Messina-Firenze 1967, p. 83). Sulla proclivit all'ita-
lianismo nelle traduzioni spagnole dall'italiano si suole addurre (R. M.,
nota a B) un passo di Lope nella Filomena: que yo llegue a tanta
desdicha ; sul motivo della defensa del espanol in questo senso, e
per un inserimento del passo B di Cervantes in uno specifico problema
di critica a un costume letterario, d. un cenno di J. F. Canavaggio,
Alonso Lopez Pinciano y la esttica literaria de Cervantes en el Qui;ote ,
in Anales Cervantinos , VII (1958), di 100 pp. (p. 34 dell'estr.).
17 Inoltre, da ricordare come una consuetudine di Cervantes con
queste due Cartas sia stata osservata dai commentatori anche in un altro
celebre passo del Qui;ote (I 1), a proposito della parodia alle entricadas
razones di Feliciano de Silva; parodia che appare, in termini estrema-
mente affini, nella Carta del Bacb. de Arcadia (Sales esp. cit., p. 3): La
razon de la razon que tan sin razon... .
lB Y Don Jeronimo de Urrea, no ha ganado fama de noble
escritor, y alin, seglin dicen, muchos dineros (que importa mas) ... ?
(Sales esp. cit., p. 38); Yo no imprimo mis libros para alcanzar fama
en el mundo; que ya en l soy conocido por mis obras; provecho quiero;
que sin l no vale un cuatrin la buena fama (B).
19 Anche se la definizione di aquella triste traduccion furiosa data
da Hernando de Acuna e applicata per lungo tempo antonomasticamente
alla versione di Urrea sembra sia da intendersi rivolta invece alla perduta
versione di Luis Zapata; d. Juan Menndez Pidal, Discurso... en la
recepcion ptiblica... , R. Academia Epafiola, 1915, pp. 37 sg. e C. Claverfa,
Le Cbevalier Dlibr de O. de la Marcbe y Sl/S versiones espaiiolas
del siglo XVI, Zaragoza 1950, p. 150.
20 Cf. R. M. nelle varie edizioni; cito il Pellicer dall'ed. Sancha,
Madrid 1797-98.
21 Cito da Los cinco libros de la Coltsolacion de Severino Boecio,
traducidos por don E. M. de Villegas, Sancha, Madrid 1774, t. II; ho
effettuato riscontri sulle edd. di A. Garda de la Iglesia, Madrid 1663
e 1665.
313
22 Anzi, ci ha condotti tutt'al pi al prologo della versione spagnola
della Mecbanica de Aristotiles (cf. R. Foulch-Delbosc, in Revue hispa-
nique, V (1898), pp. 365 sgg.) e a riflessioni sorte da un'esperienza di
traduttore ben diversa data la lingua da cui l si traduce e l'argomento
scientifico.
23 Non nel cenno a un Diego... de Mendoa della XXV ottava del
Canto de Caliope, ma - com' probabile - in modo pi centrale e so-
lenne, nella figura di Meliso, il famoso e aventajado pastore, di
eterni valor y fama , al quale si dedicano onoranze funebri che riem-
piono gran parte del libro VI della Galatea (per l'identificazione, cf. R.
Schevill- A. Bonilla, ediz. de La Galatea, Madrid 1914, voI. I, p. XXX
e voI. II, pp. 291 sgg., 315 sgg.). Cf. d'altro lato En la memoria vives
de las gentes, I i var6n famoso!, siglos infinitos , Soneto a D. D. de
Mendoza y a su fama (in occasione della pubblicazione, nel 1610, delle
Poesias di Hurtado de Mendoza), in Cervantes, Obras Completas, a cura
di A. Valbuena Prat, Aguilar, Madrid 1952, p. 49.
1,' i Qu gentil Petrarca para hazella Laura! i Qu don Diego de
Mendoa, la celebrada Filis ! , La Dorotea, a. I, sco I (ed. E. S. Morby,
Valencia 1958, pp. 64 sgg.). Significativo il commento del Morby, sul
valore antonomastico del titolo: El don del texto indica que se trata
de D. Diego Hurtado de Mendoza .
15 Si veda, ad es., in Boscan l'atttibuzione a Diego de Mendoza del
gioco di parole sulla denominazione delle redondillas, all'inizio della
Dedicatoria alla Duquesa de Soma (cito da Garcilaso y Boscan, Obras
completas, Aguilar, Madrid 1954, pp. 666 sgg.); cf. in questo volume,
p. 153; e cf. il riferimento al Mendoza come autote di facezie in L6pez
Pinciano, Pbilosopbia antigua poetica, ed. A. Carballo Picazo, Madrid,
Bibl. de antiguos libros hispanicos, 1953, voI. III, p. 49 (epistola IX).
16 Il Villegas, tra l'altro, dovette trovare in Hurtado de Mendoza un
predecessore nella sperimentazione spagnola di poesie anacreontiche; cf.,
sul Mendoza, a questo riguardo, L P. Rothberg, H. de M. and tbe Greek
Epigrams, in Hispanic Review, XXVI (1958), pp. 17187.
27 Esso non registrato in A. Gonzalez Palencia y E. Mele (op. cit.,
III, pp. 229 sgg.) tra le moltissime attestazioni della fama di Hurtado
de Mendoza.
2B Per es., a immaginarsi una priotit di Mendoza su Cervantes per
la metafora degli arazzi, il Villegas pot anche essere indotto dalle altre
analogie tra il Quijote e le lettere del Bacbiiler de Arcadia; dalla fre-
quente comparsa, insomma, del nome di Diego de Mendoza nei dintorni
del Quijote.
"Vi si sofferm Menndez y Pelayo (Bibliografia bispano.latina
ciasica; cito da Ed. Naz., voI. VI, Santander 1951, pp. 76 sgg.) - bella
comparaci6n, que luego copi6 integra Cervantes -; e, per conto suo,
il Farinelli (Italia e Spagna, Bocca, Torino 1929, voI. II, pp. 285 sgg.):
Il Cervantes... rammentando, com'io credo, una prefazione di certa
"Arte poetica di Hm'atio" volgarizzata... . Si noti che nella stessa
Bibliografia bispano-latina (I, 1950, p. 322). Menndez y Pelayo aveva
riprodotto il passo di Villegas sulle borlas di Diego de Mendoza, senza
alcun commento n riferimento a Cervantes o a Zapata. Cf. anche J.
Menndez Pidal, op. cit., p. 72.
314
30 Cito El Arte Potica de HO/'acio traducida por Don Luis Zapata
(1592), dall'ed. facs. della Academia Espanola (Madrid 1954), che utilizza
l'esemplare di Rodriguez Monino, uno dei tre superstiti dell'unica ed.
antica. Nelle citazioni modernizzo la grafia e la punteggiatura.
Jl Si veda, come es. tipico, un passo d'ambiente molto vicino a Zapata
e a Cervantes; cio, nel Pinciano (Philosopbia... cit., ep. V, val. II,
pp. 20 sgg.) la serie che sorge ai fini della delimitazione del rapporto
tra episodio e fabula:
episodio... es un emplasto que se pega y despega a la fdbula... ;
la fdbula toda es un vientre o meJ1udo, y... el argumento es aquel!a
tela mantecosa, dicba entresijo, de donde estfm asidos los intestinos, y...
stos son los episodios...;
la fabula es una rosa abierta, y... el pe6n y cabeuela es la fabula,
y las bojas son los episodios que la esancban y florecen;
los episodios SOli ... como se suele dezir de las guarniciones o faxas...;
los episodios son como los montes, lagos y arboledas... alrededor de
una ciudad, de un castil!o, o de un exrcito que camina.
Si tratta di una serie di variazioni a soggetto; i vari personaggi inter-
vengono a tenzone (<< yo tambin quiero dar mi semejante... ), e ciascuno
concorre con la propria comparacion al punteggio della maggior
aggiustatezza.
J2 Postulata, in realt, dal solo Pellicer, come ovvio ordinamento cro-
nologico tra i due passi da lui raccolti e accostati: el primero... parece
fue D. D. de M... despus de Don Diego la uso D. L. Zapata .
JJ Da un lato il pictoribus, atque poetis del v. 9, e 1' ut pictura
poesis del v. 361; d'altro lato, cf. Purpureus, late qui splendeat, unus,
et alter / adsuitur panl1us (vv. 15 sgg.); In verbis etiam tenuis,
cautusque serel1dis... (v. 46).
J4 Cf. Experiencia viva y creacion potica , in Experiencia e inven-
ci6n, Taurus, Madrid 1960, pp. 79-103, dove l'analogia tra un episodio
della Misce!dnea, cap. 76, e Quijote, II 32, indicata generalmente dai com-
mentatori in termini di fonte, viene riportata al riferimento da parte di
Cervantes a un aneddoto, relativo a un autntico sucedido , noto a
Cervantes por relato oral in modo affatto indipendente dal testo di
Zapata.
J5 La prima in Bacone (cit. da M. Fubini, Sulla traduzione , in
Critica e poesia, II ed., Laterza, Bari 1966, pp. 341 sgg. in particolare
p. 344); cf. anche, nella Carta di A. Prez citata qui appresso: aguadores
[i traduttori] que venden agua del l'io o de la fuente por las calles .
Per la tintura, si veda C. de Castillejo, Carta dedicatoria delle traduzioni
da Cicerone (Obras, ed. J. Dominguez Bordona, Clas. Cast. , voI. IV,
Madrid 1958, p. 254): trasladar de cualquiera lengua en otra, como
quien torna a tenir seda o pano de color que, aunque le queda la misma
sustancia que antes, pierde de neesidad la mejor parte del lustre (cf.
in questo volume p. 164); per i panni, ecc., oltre al passo di Villegas,
cito l1elle pp. precedenti, cfr., ad es., in uno dei sonetti laudatori alla
traduzione spagnola del De partu Virgil1is: Habis a Sannazaro reves-
tido,... / que... satisfecho / quedara de se ver tan bien vestido (in
E. Clocchiatti, El Sanl1azaro espanol de Herrera Maldonado, Madrid
1963, p. 178); e, molto pi discretamente, Alfonso de Dlloa in un am-
biente affine (Dialogbi di Pietro Messia tradotti nuovamente di spaglluolo
in volgare da A. de D.; In Venetia, 1557): Riceua adunque V. S.
315
lietamente il dono mio... facendo pensiero, che la lingua, che gli ho dato,
sia un uelo, sotto il quale si copre la mia sincera fede... .
J6 Anche su piano lessicale: cf., esempio tra molti altri, il termine
traslado applicato dal Brocense a Garcilaso, nel difenderlo dall'accusa
di hutto di versos y sentencias de otros Poetas in nome della teoria
dell'imitazione e con esplicito richiamo a Orazio; cito da Obras del
excelente Poeta G. L. de la V. con Anotaciones y Emiendas del Maestro
Francisco Sanchez, in Opera Omnia del Brocense a cura di Mayans, t. IV,
Genevae 1766, p. 37.
31 Lasciamo da parte problemi di rianimazione etimologica di termini
della serie contesto , intrigo trama stessa, ecc.: si veda in
questo senso la parola mania, un po' meno consumata e lessicalizzata,
nell'accezione di lance enredoso e intrincado in comedias y fabulas ,>
che acquista nella teoria letteraria spagnola; cf. Diccionario de Autoridades,
s. v., accez. 4"; Y. Malkiel, Tbe etymology 01 spanisb maralia in
Bulletin hispanique , L (1948), pp. 146 sgg. (151); e, in F. Sanchez
Escribano y A. Porqueras Mayo, Preceptiva dramatica espaliola del Rena-
cimiento y el barroco, Gredos, Madrid 1965, cf. passi da L. L. de Ar-
gensola (<< Terencio... con sus marafias , p. 65), da J. Pellicer de Tovar
(<< la marafia o contexto de la comedia , p. 222), da J. Rufo (cf. qui
appresso n. 43), ecc.
3B Pbilosopbia cit., ep. V, voI. II, p. 98; e, una pagina dopo, sorge
il parallelo tra pittura e poesia: Metaphoras son del Phil6sopho, el
qual dize en sus Poticos que el poema es vna tabla formada de figuras
y colores, y que la fabula es la figura, y el metro, los colores (ivi, p. 99 l.
39 Ma perch varie fila a varie tele / uopo mi son, che tutte ordire
intendo , II 30; e passim.
4. Cf., nel passo A del Quijote teji6 su tela ; e inoltre, Galatea,
libro VI: Soy la que ayud6 a tejer al divino Ariosto la variada y
hermosa tela que compuso (Cervantes, Obras Completas cit., p. 745);
Saavedra Fajardo, Rep. literaria: Ariosto... celebr6 a muchos [hroes]
con una ingeniosa y varia tela, pero con estambres poco pulidos y cultos
(S. F., Obras Completas, Aguilar, Madrid 1946, p. 1150). (Mi suggerisce
l'allineamento di queste due ultime citazioni una nota di Clemencin al
passo A, p. 1053, n. 18, in cui si commenta, senza soffermarsi sulla
metafora, la fama dell'Ariosto in Spagna).
4' Herrera ne segnava sia il precedente sannazariano, sia gli elementi
pittorici e prospettici (Anotaciones, Sevilla, A. de la Barrera, 1580, pp. 656
e 674). Un concreto richiamo a questa tela di Garcilaso appare pi volte
nel Quijote (II 8 - ed. Clas. Cast. cit., voI. V, p. 149 -; II 48 - ivi,
voI. VII, p. 206 -l.
4' I 47 (<< Clas. Cast. , voI. IV, p. 235). La citazione mi suggerita
da Canavaggio, op. cit., p. 69, e da K. Togeby, La composition du roman
Don Quijote , KCibenhavn 1957, dove a p. 13 essa viene addotta a
proposito del problema della composizione .
4J Sulla diffusione reale degli arazzi fiamminghi in Spagna e sulla loro
menzione nella produzione letteraria all'epoca di Cervantes, cf. M. Herrero
Garda, Ideas de los espalioles del siglo XVII, Gredos, Madrid 1966,
pp. 424 sgg. A indicare un elemento lussuoso e prezioso negli arazzi fiam-
minghi, interviene anche un passo di Juan Rufo, Las seiscielltas apotegmas,
Toledo 1596, ora in Sanchez Escribano-Porqueras Mayo, op. cit., p. 83:
316
Pues va de cosas tan grandes I a una comica marana I como de telas
de arana I a los tapices de Flandes .
44 Si pu citare l'analogia di un caso italiano. Un passo del Firenzuola
(in cui m'imbatto nel Tommaseo-Bellini - ed. 1879 - s.v. tappezzeria):
io ti priego... che tu lasci da canto queste tue tragiche tappezzerie e
sviluppi le tele della commedia (Asino d'Oro, 9), indipendentemente
dalla sua fedelt o meno al testo apuleiano, che ha aulaeum tragicum >'
e siparium scaenicum , presenta dissociate da un lato la trama - lo
sviluppo - della tela, e dall'altro l'immagine - tragica, comica - raffi-
gurata nella tappezzeria (cio l'arazzo).
45 Essa d'importanza prevalente in vari passi del Vasari sulle storie
dei panni d'arazzo citati dal vocabolario della Crusca e dal Tommaseo-
Bellini; ed quella chiaramente in primo piano in un noto passo del
Quijote: y como no tenIa estribos, y le colgaban las piernas, no parecfa
sino figura de tapiz flamenco, pintada o tejida, en algun romano triunfo
(I, II, 41; ed. Chis. Cast. , voI. VII, p. 77).
46 Nei due tipi di telai, di alto e di basso liccio, l'opera procedeva in
modo tale che l'arazziere, durante la tessitura, non vedeva che il rovescio
dell'arazzo, come apprendo in M. Viale Ferrero, Arazzi italiani del Cin-
quecento, Vallardi, Milano 1961, p. 9.
47 Come in passi del Vasari e di Giovanni della Casa, nel Tomma-
seo-Bellini, S.V. rovescio.
4S Come nel sonetto di Quevedo, A un retrato, que por una parte
tenia el rostro de una dama, y por otra la figura de la muerte (in Obras
completas, Aguilar, Madrid 1960, t. II, p. 512).
49 Come nei Proverbios... contrahechos a los que hizo el m. de
Santillana, di D. Apostol de Castilla (in Sales espanolas cit., pp. 89-91):
Y que te pinto los males I porque veas I figuradas cosas feas / de
bestiales, I y en el embs de las tales I puedas ver I de lo que debes
hazer I las senales.
50 Cf., su quest'ultimo punto, Canavaggio, op. cit., pp. 64-67. Entro
il luogo comune varr la pena di citare, per l'interesse sintattico del-
l'espressione, un passo del Pinciano (Philosophia cit., ep. V, voI. II,
p. 53): este animaI fabula .
51 Cf. il lavoro cito di Canavaggio (pp. 15, 18, 70 sgg., 96 e passim),
tutto dedicato alla questione; S. Shepard, El Pinciano y las teorias del
Siglo de Oro, Gredos, Madrid 1962, di 227 pp., e in particolare pp. 209
sgg.; e cf. anche un cenno di R. Menndez Pidal, La poesia como ciencia,
en el bal'l'oco, in Studi in onore di A. Schiaffini (<< Riv. di cultura classica
e medioevale , VIII, 1-3, 1965), pp. 1 e 2.
52 Cf. - come rileva Canavaggio, op. cit., p. 34 - in Philosophia
(ep. X, voI. III, pp. 137 sgg.) il commento alla traduzione spagnola della
Vergine bella del Petrarca: No ay de qu [lodare la traduzione],
porque el que traduze, es obligado, aunque se aparte de la letra, a
conseruar y aun mejorar la grandeza y primor del originaI, y essa vuestra
traduccion, aunque en algunas cosas se aparta del originaI, en ninguna
le llega .
5J A Francisco Lercaro, gentilhombre genovs, sobre la traduccion
de libros . Cito da Epistolario espaiiol, t. I, por E. de