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Pythagorea

Studi e testi

Ad tua munera sit via dextera Pythagorea.


Bernardo di Cluny
la tavola di Cebete
Traduzione e cura di alessandro Barbone

Testo greco a fronte

la scuola di Pitagora editrice


napoli 2012
l’incisione che riproduce la Tavola è tratta da: Lettere
instruttive, illustrate d’immagini, di figure, e d’osservazioni
politico-morali intorno alla Tavola di Cebete, del Conte
Cornelio Pepoli V. C. dell’Arcadia Renia col nome pastora-
le di Cratejo Erasiniano, Venezia MdCCli, apresso Fran-
cesco Sansoni.

© 2012 la scuola di Pitagora editrice


Piazza Santa Maria degli angeli, 1
80132 napoli
www.scuoladipitagora.it
info@scuoladipitagora.it

iSBn 978-88-6542-012-6 (versione cartacea)

iSBn 978-88-6542-085-0 (versione digitale nel formato PdF)

Printed in Italy - Stampato in italia


indiCe

introduzione 7

nota introduttiva al testo 53

KEBHTOS PINAX 56
La tavola di Cebete

appendix 136
Appendice

index verborum 143


inTroduZione

la Tavola di Cebète è oggi un’opera dimenticata,


pressoché sconosciuta, tutt’al più nota agli speciali-
sti o a chi vi si è imbattuto per caso. Sorte davvero
inattesa, se si considera che per secoli questo libret-
to è stato uno strumento ininterrottamente adope-
rato dai giovani allievi per lo studio della lingua
greca1, senza contare i numerosi letterati che lo

1
Cfr. W. e. Miller, Double translation in English humanistic
education, in «Studies in the renaissance» X (1963), p. 169,
dov’è riportata la raccomandazione che il vescovo inglese
James Pilkington scriveva nello statuto della rivington
Grammar School, nel 1566: «[The pupils] may have read unto
them, first, Tabula Cebetis in Greek». Sulla diffusione scolasti-
ca della Tavola nel secolo XiX cfr. anche F. drosihn, Keébhtov
Piénax. Cebetis Tabula. Recognovit, praefatus est, apparatu critico
et verborum indice instruxit Fridericus Drosihn, lipsiae, in aedi-
bus G. B. Teubneri 1871, p. 6: «Hic quoque libellus, si quis
alius, sua fata habuit. nam et veteribus et recentioribus tempo-
ribus cum admiratione plus quam modica lectitatus est […].
instauratis vero literis usque ad initium huis saeculi in usum

7
Alessandro Barbone

hanno tradotto, anche in versi, apprezzandone


soprattutto la veste allegorica, che insieme al conte-
nuto morale e alla semplicità della lingua ha procu-
rato alla Tavola una fama non comune2. Ma dall’ini-
zio del secolo scorso pochissime ne sono state le
edizioni, e rari anche gli studi critici3.
dopo l’editio princeps greca del 1494, la prima
traduzione latina della Tavola fu opera del padova-

scholarum tam saepe editus est, quam vix aliud quidquam


exemplarium graecorum». Cfr. pure C. Faà di Bruno, La
Tavola di Cebete Tebano, Tip. vescovile e comunale di Miralta,
Savona 1862, p. 4: «Savio pertanto e lodevole divisamento mi
pare quello di adoperarsi a riporre nel suo primo seggio d’ono-
re questo leggiadro lavoro del Tebano Filosofo, secondando
con ciò anche le mire di un altro moderno filosofo, il Mamiani,
che lo prescriveva a libro di testo nel programma per gli esami
di letteratura greca nelle scuole liceali».
2
il drosihn, op. cit., p. 6, attribuiva al contenuto morale e
alla forma allegorica la fortuna di questo libretto, e citava il
caso esemplare dell’umanista tedesco Jacob Gronow (1645-
1716, latinizzato in Gronovius), il quale aveva affermato di
aver sempre avuto per mano, fin dalla sua fanciullezza, la
Tavola di Cebete: «Mire enim lectorum animos allexit cum
propter argumentum quippe ad ethicem pertinens, tum prop-
ter allegoricam formam, ita ut Jacob. Gronovius se a prima
aetate in oculis sinuque eum semper gessisse praedicaret».
3
Tra gli studi più recenti sulla Tavola di Cebete vanno
segnalati: r. Joly, Le Tableau de Cébès et la philosophie religieu-
se, latomus, Bruxelles-Berchem 1963; d. Pesce, La Tavola di
Cebete, Paideia, Brescia 1982; J. T. Fitzgerald-l. M. White, The
Tabula of Cebes, Society of Biblical literature, California 1983;
M. B. Trapp, On the Tablet of Cebes, in aa.VV., Aristotle and
after, Bulletin of the institute of Classical Studies, Supplement

8
inTroduZione

no ludovico odasio4 (1497), e da allora si moltipli-


carono le edizioni del testo greco e le traduzioni in
latino e nelle principali lingue volgari. il primo a tra-
durre la Tavola in toscano fu il medico parmigiano
Gian Giacomo Bartolotti5 (1498), ma la princeps
toscana a stampa si dovette alla versione di
Francesco angelo Coccio (1538). aldo Manuzio ne
pubblicò, tra il 1502 e il 1503, un’edizione bilingue
greco-latina, con un evidente intento didattico. il
riferimento alla Tavola che si legge nel Progymnasma
adversus literas et literatos del ferrarese Giglio
Gregorio Giraldi6 (1479-1552), pubblicato a Firen-

68, r. Sorabji, london 1997; S. Benedetti, Itinerari di Cebete.


Tradizione e ricezione della Tabula in Italia dal XV al XVIII seco-
lo, Bulzoni, roma 2001.
4
la versione latina dell’odasio si può leggere in appendi-
ce all’edizione multilingue della Tavola curata dal Salmasio:
Tabula Cebetis Graece, Arabice, Latine. Item Aurea Carmina Py-
thagorae, cum paraphrasi Arabica, Auctore Iohanne Elichmanno
M. D. Cum praefatione Cl. Salmasii, lugduni Batavorum, Typis
iohannis Maire 1640.
5
il Bartolotti precisava che esistevano già due versioni lati-
ne della Tavola, quella dell’odasio e quella di Gregorio da
Spoleto, sulle quali probabilmente egli condusse il suo volga-
rizzamento, dedicato a niccolò Maria d’este, vescovo di adria.
il manoscritto del Bartolotti reca l’annotazione “Ferrariae.
1498. die 28 aprilis”: cfr. S. Benedetti, op. cit., p. 206.
6
Lili Gregori Gyraldi Ferrariensis Operum Tomus Secundus,
lugduni Batavorum 1696, p. 602, e: «Quinetiam audio senem
quendam Thebanum pictura quapiam sua tabula ostendisse
etc.».

9
Alessandro Barbone

ze nel 1551, è testimonianza sicura dell’ampia fama


che l’opera aveva già raggiunto presso gli intellet-
tuali di tutta europa. il 1551 è anche l’anno in cui
il Velsius pubblica a lione un cospicuo commenta-
rio alla Tavola7. del 1627 sono i Discorsi morali di
Agostino Mascardi su la Tavola di Cebete tebano, in
cui le situazioni descritte nella Tavola sono il prete-
sto per lunghe ed erudite riflessioni morali. anche i
filosofi Tommaso Campanella8 e Giambattista Vico9
conobbero la Tavola, e Giacomo leopardi ne diede
un giudizio nello Zibaldone10.
Molto spesso la Tavola di Cebete fu pubblicata
insieme al Manuale di epitteto in un unico volume,
e al pari di esso fu considerata per lungo tempo un
classico adatto all’edificazione morale; anche per
questo motivo se ne perpetuò l’impiego nelle scuo-
le, e conobbe addirittura una diffusione negli
ambienti religiosi, non mancando chi interpretasse
la sua etica in chiave cristiana11: se ne contano,
infatti, diverse traduzioni di uomini di chiesa desti-

7
Justi Hagani Velsii In Cebetis Thebani Tabulam Com -
mentariorum Libri VI, lugduni 1551.
8
T. Campanella, Poetica, in id., Opere letterarie, a cura di l.
Bolzoni, utet, Torino 1977, pp. 348-350.
9
G. Vico, Principi di scienza nuova, in id., Opere filosofiche,
Sansoni, Firenze 1971, p. 379.
10
G. leopardi, Zibaldone, 4477 (30 marzo 1829).
11
il drosihn, op. cit., p. 6, ipotizzava che già al tempo di
Tertulliano la Tavola venisse interpretata in chiave cristiana:

10
inTroduZione

nate alla circolazione nei monasteri e nelle scuole


religiose12.
Benché dunque la Tavola sia stata per secoli tut-
t’altro che trascurata, la sua fortuna ha subìto una
brusca battuta d’arresto a partire dalla fine del
secolo XiX. domenico Pesce ha attribuito al disin-
teresse in cui caddero allora le cose morali il fatto
che «la fortuna [della Tavola] andò declinando e
dalle mani dei letterati, che l’avevano considerata
uno strumento ancor valido per un’opera di edifica-
zione morale, passò in quelle dei filologi»13. Ciò
spiegherebbe perché, dopo l’edizione teubneriana
curata dal Praechter14, sia come calato il sipario
sulla Tavola: risolte le ultime questioni filologiche
relative al testo, stabilita l’epoca di composizione,
finalmente anche i filologi non hanno più trovato

«[…] propinquus quidem Tertulliani materiam eius, nisi omnia


fallunt, in usum Christianorum poetice tractavit». Per il passo
di Tertulliano a cui fa riferimento il drosihn, che è una delle
più antiche notizie della Tavola, cfr. infra la nota 27.
12
Cfr. S. Benedetti, op. cit., pp. 93 e segg., che riporta una
lettera del 6 novembre 1499 scritta dal generale dell’ordine
camaldolese Pietro dolfin al monaco Pietro Candido per rin-
graziarlo di avergli dedicato una traduzione della Tavola: nella
lettera la Tavola viene apprezzata in quanto Cebete tebano vi
avrebbe esposto «mystico sensu» una dottrina morale assimila-
bile ai principi cristiani.
13
d. Pesce, op. cit., p. 10.
14
K. Praechter, Keébhtov Piénax. Cebetis Tabula, lipsiae, in
aedibus B. G. Teubneri 1893.

11
Alessandro Barbone

interesse in essa. la “crisi dei valori morali” del


secolo XiX, pur spiegando il tramonto della fortu-
na della Tavola presso filosofi e letterati, non dà
però ragione della sua uscita di scena dalle scuole15.

Le fonti e l’autore. Quando fu riscoperta alla fine


del Quattrocento, la Tavola di Cebete fu per lo più
acriticamente attribuita a Cebete tebano16, discepo-
lo di Socrate e personaggio del Fedone platonico,

15
C. Faà di Bruno, op. cit., p. 3, denunciando la «sì vergo-
gnosa dimenticanza» in cui era caduta la Tavola, ne attribuiva
le ragioni alle «deplorabili condizioni in che si trova oggidì in
italia il culto delle greche lettere, e l’estrema abbiezione in cui
sventuratamente decaddero gli studii, già sì fiorenti, dell’antica
morale filosofia». C. S. Jerram, Keébhtov Piénax. Cebetis Tabula,
Clarendon Press, oxford 1878, pp. V-Vi, si lamentava del fatto
che in inghilterra l’ultima edizione della Tavola avesse circa un
secolo. Mi permetto di rimandare il lettore a una nostra recen-
te pubblicazione della Tavola per uso scolastico: a. Barbone-T.
F. Bórri, La Tavola di Cebète. Testo integrale, commento e note,
edizioni accademia Vivarium novum, Montella 2008.
16
la personalità di Cebete tebano emerge soprattutto dal
Fedone di Platone, dov’è tra i discepoli presenti alla morte di
Socrate, ed è il principale interlocutore del dialogo insieme al
conterraneo Simmia. nel Critone (45 b), Platone afferma che
Cebete prese parte all’organizzazione della fuga di Socrate dal
carcere. anche Senofonte (Memorabili, 1, 2, 48) conferma che
Cebete era tra i frequentatori più assidui (o|milhthév) di
Socrate, e aulo Gellio (2, 18, 4) tramanda la notizia che esor-
tato da Socrate Cebete riscattò lo schiavo Fedone, che sarebbe
così entrato nella cerchia dei discepoli. Ma nessuna fonte ci
illumina veramente sull’orientamento filosofico di Cebete.

12
inTroduZione

sulla parola degli antichi dossografi17 e lessicografi18.


Ma sorsero presto dubbi che il pitagorico Cebete
potesse essere il reale autore dell’opera, per un mo-
tivo fin troppo evidente: molti passi della Tavola
presuppongono scuole filosofiche e dottrine poste-
riori all’epoca socratica, ascrivibili soprattutto all’in-
l’unico accenno a una possibile vicinanza di Cebete al pitago-
rismo si trova nel Fedone (61 d), dove Socrate, discutendo con
Cebete e Simmia sulla liceità del suicidio, chiede: «Ma come,
Cebete? non avete sentito parlare di queste cose tu e Simmia,
che avete frequentato Filolao?». in effetti Simmia, nel discute-
re con Socrate sull’immortalità dell’anima (Fedone, 85 e-86 d),
avanza un’ipotesi sulla natura dell’anima che è di evidente
derivazione pitagorica, cioè la celebre dottrina dell’anima-
armonia, e sappiamo dalle fonti (aristotele, De anima, a 4. 407
b 27 = VS 44 a 23 dK) che anche Filolao aveva sostenuto una
teoria del genere. È ragionevole dunque ritenere che sia Sim -
mia sia Cebete fossero non diciamo necessariamente pitagori-
ci, ma almeno avessero avuto, prima di entrare a far parte della
cerchia degli amici di Socrate, dei notevoli rapporti col pitago-
rismo (anche se nel Fedone, 87 a-88 b, quando la parola passa
a Cebete, egli afferma di non condividere l’opinione appena
esposta da Simmia, manifestando ancora una volta la sua riot-
tosità a lasciarsi facilmente convincere dalle opinioni altrui, e in
ciò confermando il giudizio che Socrate aveva espresso su di lui
in precedenza).
17
diogene laer., ii 125, per primo attribuì esplicitamente
la Tavola a Cebete tebano: «Keébhv o| Qhbai%ov, kaiè touétou feé-
rontai diaélogoi trei%v: Piénax, {Ebdoémh, Fruénicov».
18
Suidae Lexicon, edidit ada alder, lipsiae, in aedibus B.
G. Teubneri 1933, vol. iii, p. 86, n. 1215: «Keébhv, Qhbai%ov,
Swkraétouv maqhthév. Diaélogoi deè au\tou% feérontai trei%v:
{Ebdoémh, Fruénicov, Piénax: e"sti deè tw%n e\n ç$dou dihéghsiv: kaiè
a"lla tinaé». Questa voce del lessico bizantino solleva però una

13
Alessandro Barbone

dirizzo cinico-stoico19. dai primi dubbi si passò a


un’opinione consolidata quando, tra Sette e ot-
tocento, numerosi filologi comprovarono l’ipotesi
che si trattasse di uno scritto apocrifo di epoca
posteriore a Cebete tebano, aggiungendo alle pre-
cedenti argomentazioni di carattere storico prove di
natura linguistica20. l’ultima parola sulla datazione

difficoltà: con la frase «e"sti deè tw%n e\n ç$dou dihéghsiv» l’autore
volle aggiungere ai tre dialoghi una quarta opera, cioè una
Descrizione delle anime nell’aldilà, o specificare meglio il conte-
nuto del Piénax? alcuni filologi, già a partire dal Cinquecento,
proposero di leggere «e"ti deè tw%n e\n ç$dou dihéghsiv» anziché
«e"sti deè tw%n e\n ç$dou dihéghsiv», così da interpretare l’espressio-
ne come il titolo di una quarta opera, diversa dal Piénax (cfr. K.
Praechter, Cebetis Tabula quanam aetate conscripta esse videatur,
Marburgi 1885, pp. 11-12; G. Barone, op. cit., p. 19). Se inve-
ce l’espressione in questione fosse solo una specificazione del
contenuto del Piénax, l’opera che il lessico attribuisce a Cebete
o non sarebbe quella a noi pervenuta, poiché essa sembra trat-
tare di tutt’altro che del destino delle anime nell’aldilà, o sareb-
be invece proprio quella che noi leggiamo, potendosene dare,
come hanno sostenuto alcuni, un’interpretazione mistico-reli-
giosa (cfr. infra pp. 43-52). Molti filologi, tra i quali il Wolfius,
il Fabricius, il Casaubonus, e da ultimo il Praechter, avanzaro-
no dubbi sul fatto che l’autore del lessico Suida fosse stato un
attento lettore della Tavola (cfr. K. Praechter, Cebetis Tabula
quanam…, cit., p. 12: «obiter et incuriose Tabulam legisse», e
p. 25: «absurdo illo Suidae argumento»), e considerarono per-
ciò trascurabile la sua aggiunta.
19
Cfr. K. Praechter, Cebetis Tabula quanam…, cit., p. 1.
20
il primo a condurre un’accurata analisi linguistica della
Tavola fu il drosihn, che cercò di dimostrare, attraverso un
lavoro di comparazione, che molti termini presenti nell’opera

14
inTroduZione

della Tavola fu pronunciata nel 1885 da K.


Praechter, che in una sua dissertazione21, discuten-
do le conclusioni cui precedentemente erano giun-
ti il drosihn e gli altri, stabiliva la datazione del-
l’opera a cavallo tra il i e il ii secolo d. C., attri-
buendola a un autore di ambiente stoico22. il
Praechter23 dovette allora riconsiderare la vecchia
ipotesi che l’autore della Tavola potesse essere
identificato con l’unico altro Cebete di cui parlano
le fonti, il filosofo di orientamento stoico vissuto a
Cizico nel ii secolo d. C., contemporaneo di
luciano, che è il primo scrittore antico a citare la
Tavola24. Ma le notizie tramandate su Cebete di
non sono usati dagli autori classici. Cfr. F. drosihn, op. cit., p.
6: «equidem, et argumento et forma, maxime vero verborum
suppellectile ductus persuasum habeo Cebetem rhetorem fuis-
se vel Stoicorum vel Cynicorum sectae addictum et post
dionem, ante lucianum vixisse».
21
K. Praechter, Cebetis Tabula quanam…, cit.
22
Cfr. soprattutto le pp. 33-103 della dissertazione, dove il
Praechter esponeva le concordanze tra la dottrina della Tavola
e la filosofia stoica, più che cinica, e le pp. 104-130, nelle quali,
ampliando le ricerche linguistiche del drosihn, faceva notare
come molti vocaboli usati dall’autore della Tavola non si trovi-
no negli autori precedenti al i secolo d. C.
23
Cebetis Tabula quanam…, cit., pp. 23-24. Cfr. anche J. T.
Fitzgerald-l. M. White, op. cit., pp. 5-6.
24
Rhet. praec., 6: «}Eqeélw deé soi prw%ton, w$sper o| Keébhv
e\kei%nov, ei\koéna grayaémenov t§% loég§ e|kateéran e\pidei%xai thèn
o|doén». De merc. cond., 42: «Bouélomai d \o$mwv e"gwge, w$sper o|
Keébhv e\kei%nov, ei\koéna tinaè tou% toiouétou soi biéou graéyai, o$pwv
ei\v tauéthn a\pobleépwn ei\d+%v ei" soi parithteéon e\stièn ei\v au\thén».

15
Alessandro Barbone

Cizico sono talmente scarse25 da non consentire


un’attribuzione sicura della Tavola a questo filosofo.
nonostante tutti gli sforzi profusi nell’arco di
quattro secoli da un lato per dimostrare che la
Tavola fosse realmente opera di Cebete tebano
(ipotesi che va rigettata senz’altro) e dall’altro che
autore ne fosse Cebete di Cizico, ci si è ormai con-
vinti a collocare quest’operetta tra gli apocrifi di
epoca ellenistica, e precisamente tra gli scritti defi-
niti pseudopitagorici26, facendo affidamento sulle
testimonianze di diogene e del lessico Suida, che
identificano il Cebete della Tavola con il pitagorico
discepolo di Socrate27.

Il contenuto. la Tavola di Cebete è un’e"kfrasiv,


cioè la descrizione di un quadro. nell’introduzione

r. Joly, op. cit., pp. 80-81, notava che anche altri passi di
luciano potrebbero essere ispirati alla Tavola.
25
l’unico testimone è ateneo iV, 45, p. 156 d.
26
la Tavola di Cebete è presente nella raccolta di H. Thesleff,
The Pythagorean Texts of the Hellenistic Period, acta academiae
aboensis, Ser. a, Humaniora, vol. XXX, 1, abo akademi, abo
1965. d. Pesce, op. cit., p. 12, sostiene invece che la Tavola non
possa esser considerata uno scritto pseudoepigrafico.
27
Cfr. supra le note 17 e 18. Purtroppo anche in questa cir-
costanza bisogna ammettere che non è pacifico il fatto che gli
antichi avessero subito riconosciuto nel Cebete della Tavola il
discepolo di Socrate. infatti, i primi due scrittori che ricordano
la Tavola, cioè luciano (cfr. supra nota 24) e Tertulliano (De
praescr. haer., 39: «Meus quidem propinquus […] Pinacem
Cebetis explicuit»), parlano genericamente di un Cebete,

16
inTroduZione

ai Discorsi morali di Agostino Mascardi su la Tavola di


Cebete tebano, l’intero senso allegorico dell’opera è
elegantemente riassunto in questi termini:

la Tavola poscia è una pittura della vita humana. in essa


partitamente si dimostrano il cominciamento del vivere, i pro-
gressi, et il fine. Ponsi l’huomo nascente per una parte instupi-
dito dalla bevanda, che gli porge la fraude, per l’altra risveglia-
to da gl’insegnamenti del Genio. Buona pezza se ne và fascina-
to dal senso dietro la scorta di varij vizij, tracciando i doni
lusinghieri della Fortuna, poi fatto accorto dalle proprie calami-
tà prende un sentiero migliore, trattiensi con le scienze huma-
ne, dalle quali non ritraendo aiuto alcuno per la coltura del-
l’animo, risolve d’abbandonarle. Quindi finalmente s’acconta
con le Virtù, nelle quali bene esercitato riguarda come dal
porto il naufragio degli altri; e discernendo il vero uso, non pur
de’ beni della Fortuna, ma della vita, sà valersene in modo, che
gli fà ministri della Virtù, e strumenti della beatitudine.

una «pittura della vita humana» dunque, fatta


però con parole, un artificio retorico che lo studio-
so austriaco o. Schissel von Fleschenberg definì
«Bildeinsatz»28, «vale a dire l’espediente d’intro-
durre un’orazione o un racconto con la descrizione
di un dipinto»29. Tale espediente doveva essere

anche se nell’espressione di luciano «Keébhv e\kei%nov» si è spes-


so voluto riconoscere un riferimento proprio al «famoso
Cebete» pitagorico.
28
Cfr. o. Schissel von Fleschenberg, Die Technik des
Bildeinsatzes, «Philologus» 72 (1913), pp. 83-114.
29
e. Keuls, La retorica e i sussidi visivi in Grecia e a Roma,
in e. a. Havelock-J. P. Hershbell, Arte e comunicazione nel

17
Alessandro Barbone

molto in uso all’epoca in cui fu composta la Tavola;


addirittura è probabile, come ha sostenuto la stu-
diosa eva Keuls, che fosse una pratica consueta
presso i retori itineranti quella di aiutarsi con imma-
gini dipinte per meglio catturare l’attenzione degli
uditori, rendendo visibili, e quindi più facilmente
intelligibili e memorizzabili, concetti astratti altri-
menti non accessibili a tutti30. e questo particolare
della Tavola non è mai sfuggito ai lettori di ogni
tempo, tanto che soprattutto questa sua caratteri-
stica le ha attirato le simpatie del pubblico.

mondo antico. Guida storica e critica, laterza, roma-Bari 1981,


p. 169. Si consideri, per esempio, il famoso romanzo pastorale
Dafni e Cloe di longo Sofista, che è un racconto tratto da una
tavola che il narratore finge di aver trovato in un bosco dell’iso-
la di lesbo. a proposito del genere letterario dell’ekphrasis, cfr.
J. T. Fitzgerald-l. M. White, op. cit., p. 12.
30
Cfr. e. Keuls, op. cit., passim. Si pensi, per esempio, al
celebre apologo di “eracle al bivio”, da Senofonte (Memorabi -
li, ii 1 21, 34) attribuito al sofista Prodico: anch’esso è fonda-
to sull’espediente retorico della descrizione di concetti astratti,
quali la virtù e il vizio, mediante la visualizzazione di una situa-
zione concreta, seppure immaginata. Senofonte, nel riportare
questo suéggramma, ci tiene a precisare che Prodico lo recitava
spessissimo («o$per dhè kaiè pleiéstoiv e\pideiéknutai», ii 1 21),
segno che l’espediente della visualizzazione di immagini con-
crete era funzionale alla recitazione in pubblico per facilitare la
comprensione e la memorizzazione da parte degli uditori.
oltre a presentare la medesima forma letteraria, l’apologo di
Prodico e la Tavola possono essere comparati anche nel conte-
nuto: si vedano infra le note di commento al testo ad loc., e cfr.
J. T. Fitzgerald-l. M. White, op. cit., p. 14.

18
inTroduZione

il titolo Piénax è dato infatti all’opera proprio


dalla tavola votiva che alcuni stranieri (il narratore
e i suoi amici) si sono fermati a contemplare davan-
ti al tempio di Crono, in una città non precisata.
Trovandosi in difficoltà per la stranezza delle imma-
gini rappresentate nella tavola, gli stranieri incon-
trano in un vecchio del luogo il loro cicerone, che
spiegherà le scene allegoriche del dipinto. la forma
dello scritto è quella del dialogo, che per gran parte
(capp. 1-35) conserva un carattere descrittivo, giac-
ché il vecchio si limita a rispondere alle domande
dello straniero spiegando i particolari della tavola;
solo alla fine (capp. 36-41) il dialogo assume un
carattere dimostrativo, perché si tenta una fonda-
zione logica della teoria morale esposta in prece-
denza.
il nucleo dell’insegnamento morale dell’opera è
dichiarato già in 2, 3, dove si dice che la tavola
mostra «che cos’è bene, che cos’è male, che cosa
non è né bene né male nella vita»: chi guarda se
avrà interiorizzato il suo insegnamento, sarà saggio
e felice, altrimenti vivrà da stolto e miseramente.
nella tavola è raffigurato un recinto che al suo
interno ne contiene altri due. una porta immette
nel primo recinto, e presso di essa una gran folla
attende di entrare: «dovete sapere, prima d’ogni
altra cosa, che questo luogo si chiama Vita. e la
gran turba che s’accalca sulla porta sono quelli che

19
Alessandro Barbone

stanno per entrare nella Vita» (4, 2). l’intero dipin-


to è dunque un’allegoria della vita umana, di cui
ognuno dei tre recinti rappresenta uno stadio deci-
sivo. l’ingresso nel primo recinto simboleggia la
nascita, e la sosta al suo interno quello stadio della
vita che è proprio dell’uomo del volgo, dominato
dalle opinioni, dalle Brame e dalle Voluttà, che lo
inducono ad assecondare le profferte dei vizi (in-
temperanza, ingordigia, Prodigalità, lusinga),
donne accattivanti che blandiscono col dono appa-
rente della felicità, ma che fatalmente conducono
all’afflizione, alla Mestizia, alla disperazione e
all’infelicità. la condizione di chi vaga senza meta
nel primo recinto, trastullandosi nei piaceri e cor-
rompendosi con i vizi, è di profonda ignoranza:
sulla soglia del primo recinto, infatti, tutti hanno
ricevuto dalla Frode una bevanda che contiene
errore e ignoranza, il cui potere neutralizza i consi-
gli che il demone aveva dato a chi entrava nella
Vita per fargli imboccare la strada della salvezza.
Sotto l’effetto della bevanda della Frode l’uomo è
come annebbiato nella sua facoltà di giudizio, ed è
spinto a confidare nella Fortuna, che ora largisce
ora riprende quel che aveva dato, causando un pro-
fondo turbamento in chi aveva invano riposto in lei
le proprie speranze di felicità. Ma la miseria di un
tale stato, le grandi cadute, i dolori e le disillusioni
possono ingenerare in alcuni una Conversione, per

20
inTroduZione

mezzo della quale soltanto l’uomo devia dalla stra-


da del vizio e abbandona il primo recinto.
Sulla soglia del secondo recinto un’altra donna
attende i convertiti: è la falsa Cultura (12, 3).
Questa figura ambigua, apparentemente salvifica,
ma in realtà non necessaria per il miglioramento
dell’uomo, accoglie presso di sé quanti, credendo
d’aver trovato in lei una difesa contro i mali che
appestano il primo recinto, si trattengono in sua
compagnia per tutto il resto della vita: sono poeti,
retori, dialettici, musici, aritmetici, geometri, astro-
nomi, edonisti, peripatetici, critici, polemicamente
e ironicamente definiti amanti della falsa Cultura.
l’errore dei dotti è di credere d’intrattenersi con la
vera Cultura, la sola capace di contribuire all’acqui-
sto della virtù e conseguentemente della felicità per
tutta la vita. non c’è quindi nessuna necessità d’in-
dugiare presso la falsa Cultura, nonostante essa
possa fornire l’uomo di strumenti in grado di disto-
glierlo da quanto ancora lo attira nella turba del
primo recinto, e di farlo così arrivare più in fretta al
terzo recinto.
in 15, 1 è descritta la strada che conduce al
terzo recinto: è un’ardua salita che si erge su pro-
fondi precipizi, passando accanto a un’alta rupe,
sulla quale due sorelle, la Continenza e la Pazienza,
incoraggiano quei pochissimi che hanno avuto la
forza di resistere fino a quel punto, esortandoli a

21
Alessandro Barbone

non desistere e a sopportare le ultime fatiche, per-


ché ben presto la via si farà più piana e potranno
raccogliere il meritato frutto dei loro sforzi.
Finalmente (17, 1) si giunge sull’altura dove, in
una distesa verdeggiante, fiorita e inondata di luce,
è situato il terzo recinto, il più piccolo di tutti, dal
momento che non accoglie molta gente: il suo
nome è «dimora dei beati», e vi abitano quanti
hanno ricevuto in premio dalla Felicità la corona
dei vincitori. Ma prima di essere ammessi all’inter-
no del recinto bisogna transitare presso la vera
Cultura, che è in possesso del farmaco purificatore
capace di mondare l’uomo dalla mistura di errore e
ignoranza ricevuta dalla Frode e da tutti i mali di
cui ci si è insozzati nella vita. Solo ora, dopo aver
ricevuto dalla vera Cultura «la scienza del non
dover patir mai niente di male nella vita» (18, 4), o
«la vera scienza delle cose che giovano» (32, 2), si
è ammessi nel recinto, dove una folla di Virtù con-
duce l’uomo sul traguardo di tutta la vita: la
Felicità.

L’etica della Tavola. la dottrina morale della Ta -


vola non ha carattere precettistico, ma si mantiene
sempre al livello dei princìpi generali, salvo qualche
volta discendere a casi esemplari della vita. e il
principio, per così dire, primo della morale della
Tavola è che esistono il bene, il male e le cose indif-

22
inTroduZione

ferenti. Questo principio etico, che troviamo già


chiaramente espresso da Socrate, personaggio
dell’Eutidemo platonico, ebbe vasta applicazione
soprattutto nell’indirizzo cinico e in quello stoico.
Secondo questa morale solo la virtù (a\rethé) è
bene, solo il vizio (kakiéa) è male, mentre tutte le
cose intermedie tra virtù e vizio sono indifferenti
(taè ou"te a\gaqaè ou"te kakaé, taè meésa, taè metaxué, taè
ou\deétera, taè a\diaéfora)31, e dire virtù e vizio è
come dire saggezza e ignoranza: l’accordo con tale
principio è sufficiente al saggio per esser felice nella
vita32. Come tutta l’etica degli antichi, anche la dot-
trina morale della Tavola è di tipo eudemonistico: il
fine della vita è la felicità33. la felicità, nell’ideale di
saggezza cinico e stoico, si definisce in termini
negativi come assenza di turbamento (a\taraxiéa),
liberazione dalle passioni (a\paéqeia) e dal dolore
31
Cfr. diogene di Babilonia in epitteto, Dissert. ii 19, 13:
«Tw%n o"ntwn taè meén e\stin a\gaqaé, taè deè kakaé, taè d} a\diaéfora.
}Agaqaè meèn ou&n ai| a\retaiè kaiè taè meteéconta au\tw%n, kakaè deè
kakiéai kaiè taè meteéconta kakiéav, a\diaéfora deè taè metaxuè
touétwn, plou%tov, u|giéeia, zwhé, qaénatov, h|donhé, poénov»: questo
è perfettamente il pensiero morale della Tavola.
32
Cfr. diogene laer., Vii 127: «Au\taérkh te ei&nai au\thèn
[scil. thèn a\rethén] proèv eu\daimoniéan, kaqaé fhsi Zhénwn»; cfr.
anche Cicerone, De fin., V 79: «a Zenone hoc magnifice tam-
quam ex oraculo editur: “Virtus ad bene vivendum se ipsa con-
tenta est”».
33
Cfr. Crisippo in Stobeo, Ecl. ii 77, 16: «Teélov deé fasin
ei&nai toè eu\daimonei%n ou/ e$neka paénta praéttetai, au\toè deè praét-
tetai ou\denoèv meèn e$neka».

23
Alessandro Barbone

(a\poniéa), e una tale condizione l’uomo può rag-


giungerla solo se, avendo cura esclusivamente di sé
stesso, non fa alcun conto delle cose esterne (ric-
chezze, onori, salute, la stessa vita). Si tratta dun-
que di una felicità che dura il tempo della vita, una
condizione il cui risultato, come dice Seneca, è
«vivere una vita sicura»34. lo stesso concetto è
espresso nella Tavola (26, 1), nel luogo in cui, a pro-
posito di chi è stato incoronato dalla Felicità, si
dice: «ogni luogo è per lui sicuro come chi si rifu-
gia nell’antro Coricio, e dovunque andrà vivrà con-
tento e tranquillo». il dialogo, dunque, rimane
sempre su un piano, per così dire, completamente
umano, senza mai elevarsi al livello metafisico-reli-
gioso (basti pensare che non si parla mai di yuché o
di qeoév). le promesse di felicità non solo riguarda-
no esclusivamente questa vita, ma sono rivolte al
singolo individuo, nell’ottica di una morale indivi-
dualistica in cui non trova spazio alcun sentimento
di comunione tra gli uomini, proprio perché non c’è
spazio per i sentimenti in generale35.

Seneca, Ep. ad Luc., 8.


34

35
Cfr. lattanzio, Inst. Div., iii 23: «Sapientem gratia nun-
quam moveri, nunquam cuiusquam delicto ignoscere; nemi-
nem misericordem esse nisi stultum et levem; viri non esse
neque exorari neque placari»; cfr. anche epitteto, Ench., 16
(nella classica traduzione del leopardi): «Quando tu vedi alcu-
no che pianga o per morte di alcun suo congiunto o per lonta-
nanza di un figliuolo o perdita della roba, guarda che l’appa-

24
inTroduZione

un famoso passo dell’Eutidemo36 presenta note-


voli somiglianze concettuali con la Tavola, e non è
escluso che l’autore conoscesse lo scritto platonico,
dal momento che in un altro luogo cita le Leggi37. in
questo passo dell’Eutidemo si discute proprio della
«scienza delle cose che giovano», che è il premio
donato dalla vera Cultura: per esser felici non basta
il possesso dei beni, bisogna anche sapersene servi-
re rettamente38, poiché non c’è utilità nel possesso
dei beni senza intelligenza e sapienza: «nessuna
delle altre cose è dunque buona o cattiva, ma di
queste due la sapienza (sofiéa) è un bene, l’igno-
ranza (a\maqiéa) è un male»39. Si confronti questo
brano platonico con la conclusione della Tavola:
«Così che queste cose non saranno né beni né mali,
ma bene è soltanto la saggezza (toè fronei%n), male
invece la stoltezza (toè a\fronei%n)»40: al di là di una

renza non ti trasporti in guisa che tu pensi che questo tale, a


cagione delle cose estrinseche, patisca alcun male vero. Ma tu
distinguerai teco stesso subitamente e dirai: questi è tribolato
e afflitto, non dall’accaduto, poiché questo medesimo non dà
niuna tribolazione a un altro, ma dal concetto che egli ha del-
l’accaduto. Ciò non ostante tu non farai difficoltà di seconda-
re il suo dolore in parole, ed anco, se occorre, di sospirare insie-
me seco; ma guarda che tu non sospirassi però di cuore».
36
Platone, Eutidemo, 280 b-281 e.
37
Cfr. Tavola, 33, 3 e Leggi, 808 d-e.
38
Cfr. Tavola, 39, 4.
39
Eutidemo, 281 e.
40
Tavola, 41, 3.

25
Alessandro Barbone

diversità lessicale (sofiéa/fronei%n, a\maqiéa/a\fro-


nei%n), i due passi sono pressoché identici. risulta
dai due brani messi a confronto una coincidenza di
saggezza e virtù, e quindi di saggezza e felicità, dal
momento che la virtù coincide con la felicità41. Si
noti però che per l’autore della Tavola la saggezza è
data da una scienza non teoretica, ma assolutamen-
te pratica, che ha un’immediata traduzione nel-
l’azione.
Sembra quantomeno strano che l’autore, nel
trattare degli indifferenti, benché scriva tra i secoli
i e ii d. C., rimanga a un livello terminologico,
diciamo così, primitivo: usando solo l’espressione,
già platonica, «ou"te a\gaqoèn ou"te kakoén» (Tavola 2,
3; Eutidemo 281 e), egli mostra quasi d’ignorare
tutta l’elaborazione successiva, opera soprattutto
degli stoici42. Questo nostro giudizio non si fonda
solo su una considerazione linguistica, ma trova

41
Cfr. diogene laer., Vii 140: «{O meèn gaèr }Apollofaénhv
miéan leégei [scil. thèn a\rethén] thèn froénhsin». Plutarco, De Stoic.
repugn., 26, 1046 d: «}Epeiè d} h| froénhsiv ou\c e$teroén e\sti th%v
e\udaimoniéav kat} au\toèn [scil. toèn Cruésippon], a\ll} eu\daimonié-
an». Sesto emp., Adv. Math., Vii 158: «Thèn meèn gaèr eu\daimo-
niéan perigiénesqai diaè th%v fronhésewv».
42
Stupisce soprattutto l’assenza del termine a\diaéfora per
indicare gli indifferenti, termine che pare abbia introdotto, nel
suo uso filosofico, aristone di Chio, e che si impose presto su
tutte le altre espressioni (col termine a\diaéfora sono indicati
gli indifferenti, tra gli altri luoghi, in: Stobeo, Ecl. ii 57, 18-19;
79, 1; 80, 14; 82, 5; 84, 4; 84, 18; Sesto emp., Adv. Math. Xi

26
inTroduZione

conferma nella semplicità della teoria degli indiffe-


renti esposta dall’autore della Tavola in rapporto
alla maggior complessità dell’elaborazione stoica.
Gli stoici avevano ereditato dal cinismo (Zenone, il
fondatore della scuola, era stato discepolo del cini-
co Cratete) la dottrina degli indifferenti, ma ne ave-
vano, per dir così, allargati gli orizzonti, introducen-
do i concetti di prohgmeéna e a\poprohgmeéna, cioè di
“preferiti” e “respinti”, per indicare quelle realtà
che, pur intermedie tra la virtù e il vizio, sono
secondo natura o contro natura, e quindi, pur non
contribuendo in nulla all’acquisto della virtù e della
felicità, possono essere scelte o respinte; tra i prefe-
riti e i respinti vi sono poi gli indifferenti veri e pro-
pri, né secondo natura né contro natura, per i quali
quindi non possediamo nessun criterio di scelta43.
ora, pur non comparendo mai nella Tavola la

59, 63; Clemente al., Strom., ii 179 Sylb.; Cicerone, Acad. Pr.,
ii 130; diogene laer., Vii 104-105; origene, Contra Celsum,
iV 45.
43
Cfr. Cicerone, Acad. Post., i 36: «Cetera autem, etsi nec
bona nec mala essent, tamen alia secundum naturam dicebat
(Zeno), alia naturae esse contraria. His ipsis alia interiecta et
media numerabat. Quae autem secundum naturam essent, ea
sumenda et quadam aestimatione dignanda dicebat, contraque
contraria, neutra autem in mediis relinquebat, in quibus pone-
bat nihil omnino esse momenti». Stobeo, Ecl., ii 48, 21: «Tw%n
d} a\xiéan e\coéntwn taè meèn e"cein pollhèn a\xiéan, taè deè bracei%an.
{Omoiéwv deè kaiè tw%n a\paxiéan e\coéntwn a£ meèn e"cein pollhèn
a\paxiéan, a£ deè bracei%an. Taè meèn ou&n pollhèn e"conta a\xiéan

27
Alessandro Barbone

distinzione stoica di prohgmeéna e a\poprohgmeéna,


tale dottrina non sembra in contrasto con quanto è
affermato nella nostra opera, quando per esempio
si dice che la ricchezza e tutti gli altri beni apparen-
ti non giovano a nulla se non si sappiano usare «in
modo retto e con saggezza» (39, 5): infatti, nell’ot-
tica della dottrina morale della Tavola, la ricchezza
può preferirsi alla povertà, senza che l’una o l’altra
in sé siano un bene o un male, solo che l’uomo si
sappia servir rettamente della ricchezza. Ma nella
prohgmeéna leégesqai, taè deè pollhèn a\paxiéan a\poprohgmeéna,
Zhénwnov tauétav taèv o\nomasiéav qemeénou prwétou toi%v praégmasi.
Prohgmeénon d} ei&nai leégousin, o£ a\diaéforon o!n e\klegoémeqa
kataè prohgouémenon loégon. Toèn deè o$moion loégon e\piè t§%
a\poprohgmeén§ ei&nai kaiè taè paradeiégmata kataè thèn a\nalogiéan
tau\taé. Ou\deèn deè tw%n a\gaqw%n ei&nai prohgmeénon diaè toè thèn
megiésthn a\xiéan au\taè e"cein. Toè deè prohgmeénon, thèn deuteéran
cwéran kaiè a\xiéan e"con, suneggiézein pwv t+% tw%n a\gaqw%n fuései:
ou\deè gaèr e\n au\l+% tw%n prohgmeénwn ei&nai toèn basileéa, a\llaè
touèv met} au\toèn tetagmeénouv. Prohgmeéna deè leégesqai ou\ t§%
proèv eu\daimoniéan tinaè sumbaéllesqai sunergei%n te proèv au\thén,
a\llaè t§% a\nagkai%on ei&nai touétwn thèn e\kloghèn poiei%sqai paraè
taè a\poprohgmeéna». Per un elenco dei prohgmeéna e degli
a\poprohgmeéna, cfr. diogene laer., Vii 106: «Prohgmeéna meèn
ou&n ei&nai a£ kaiè a\xiéan e"cei, oi/on e\piè meèn tw%n yucikw%n eu\fui^an,
teécnhn, prokophèn kaiè taè o$moia: e\piè deè tw%n swmatikw%n zwhén,
u|giéeian, r|wémhn, eu\exiéan, a\rtioéthta, kaéllov: e\piè deè tw%n e\ktoèv
plou%ton, doéxan, eu\geéneian kaiè taè o$moia. }Apoprohgmeéna deè e\piè
meèn tw%n yucikw%n a\fui^an, a\tecniéan kaiè taè o$moia: e\piè deè tw%n
swmatikw%n qaénaton, noéson, a\sqeéneian, kacexiéan, phérwsin,
ai&scov kaiè taè o$moia: e\piè deè tw%n e\ktoèv peniéan, a\doxiéan, dus-
geéneian kaiè taè paraplhésia. Ou"te deè prohécqh ou"te a\popro-
hécqh taè ou\deteérwv e"conta».

28
inTroduZione

Tavola semplicemente manca una qualsiasi elabora-


zione della dottrina del bene, del male e degli indif-
ferenti, e si rimane praticamente a quello che aveva
detto Platone. Senza dire che concetti di fonda-
mentale importanza nell’etica stoica, come quelli di
natura, di vita secondo natura e di ragione44, sono
completamente assenti nella Tavola, a riconferma
dell’estrema semplicità della dottrina del suo auto-
re.
non tutti gli stoici, però, furono d’accordo con
la teoria dei preferiti e dei respinti, e perciò alcuni
dovettero abbandonare la scuola, nella quale tale
dottrina era diventata canonica. Per esempio,

44
Cfr. Clemente al., Strom., V 14: «Oi| meèn Stoi=koiè toè teélov
th%v filosofiéav toè a\kolouéqwv t+% fuései zh%n ei\rhékasin».
Filone, De plantatione, noë § 49 vol. ii p. 143: «Toè gaèr
a\kolouqiéç fuésewv i\scu%sai zh%n eu\daimoniéav teélov ei&pon oi|
prw%toi [scil. tw%n Stoi=kw%n]». Cfr. anche la celebre dottrina di
Zenone che prescrive di o|mologoumeénwv t+% fuései zh%n, cioè di
vivere coerentemente con sé stessi e quindi con la natura-ragio-
ne (in diogene laer., Vii 87: «Dioéper o| Zhénwn e\n t§% periè
a\nqrwépou fuésewv teélov ei&pe toè o|mologoumeénwv t+% fuései zh%n,
o$per e\stiè kat} a\rethèn zh%n: a"gei gaèr proèv tauéthn h|ma%v h| fué-
siv»). lattanzio, Inst. div., iii 7: «Zenonis (summum bonum)
cum natura congruenter vivere»; iii 8: «Summum, inquit, est
bonum cum natura consentanee vivere». Filone, Quod omnis
probus liber, vol. ii p. 470, 27 Mang.: «Proèv teélov ai"sion ou\
Zhnwéneion ma%llon h! puqoécrhston a\fiéxontai toè a\kolouéqwv t+%
fuései zh%n». Cicerone, Acad. Pr., ii 131: «Honeste autem vive-
re, quod ducatur a conciliatione naturae, Zeno statuit finem
esse bonorum, qui inventor et princeps stoicorum fuit».

29
Alessandro Barbone

aristone di Chio, discepolo di Zenone passato poi


a insegnare nel Cinosarge, polemizzò con il fonda-
tore della Stoa e suo maestro, soprattutto a causa di
quella che egli considerava una mossa di allontana-
mento dalle origini ciniche della scuola, e ripropo-
se, contro la tradizione propriamente stoica, la clas-
sica e più rigida teoria del bene, del male e degli
indifferenti, rifiutando di ammettere l’esistenza di
preferiti e respinti45. ora, l’assenza nella Tavola di
qualsiasi riferimento alla dottrina dei preferiti e
respinti, nonché il rifiuto quasi assoluto delle disci-
pline liberali, e il carattere non precettistico della
dottrina morale, avrebbero potuto far pensare a

45
Cfr. Cicerone, Acad. Pr., ii 130: «aristonem, qui cum
Zenonis fuisset auditor, re probavit ea, quae ille verbis, nihil
esse bonum nisi virtutem, nec malum nisi quod virtuti esse
contrarium; in mediis ea momenta, quae Zeno voluit, nulla
esse censuit. Huic summum bonum est, in his rebus neutram
in partem moveri, quae a\diaforiéa ab ipso dicitur»; De finibus,
V 37: «Multa dicta sunt ab antiquis de contemnendis ac despi-
ciendis rebus humanis; hoc unum aristo tenuit: praeter vitia
atque virtutes negavit rem esse ullam aut fugiendam aut expe-
tendam». la critica di Cicerone alla rigida dottrina di aristone
derivava dal fatto che con essa era negato ogni criterio di scel-
ta per orientarsi nella pratica della vita (e infatti aristone venne
subito accostato a Pirrone), mentre la più elastica dottrina di
Zenone, divenuta poi canonica nello stoicismo, era ben più
consona allo spirito pratico dei romani, dal momento che
postulava l’esistenza di un criterio di scelta, cioè la natura
(aristone, infatti, secondo Cicerone, «prese nettamente le
distanze dalla natura»).

30
inTroduZione

una dipendenza del suo autore da aristone, ma ciò


avrebbe anche necessariamente dovuto comportare
che egli avesse usato termini come a\diaéforon,
a\diaéfora, a\diaforiéa, tipici del linguaggio di
aristone46.

Connesso alla dottrina del bene, del male e degli


indifferenti, troviamo nella Tavola un altro tema
molto caro a tutta la filosofia antica: il rapporto del-
l’uomo con la fortuna (tuéch). nella Tavola la
Fortuna è raffigurata, secondo l’iconografia tradi-
zionale, come una donna cieca e pazza che dispen-
sa e toglie a casaccio i suoi doni, provocando in tal
modo pesanti disillusioni negli sconsiderati che le si
accalcano intorno. la posizione dell’autore al
riguardo è chiara e inequivocabile: poiché tutti i
doni della Fortuna (plou%tov, doéxa, eu\geéneia, teéc-
nai, turanniédev, basilei%ai), considerati in sé stes-
si, non sono assolutamente né beni né mali, non
bisogna confidare in essa, ma ci si deve mantenere
equanimi di fronte ai suoi doni, considerandoli
come un prestito che prima o poi dovrà essere resti-
tuito, alla maniera dei buoni banchieri (36, 1-6). il
carattere instabile e insicuro dei doni della Fortuna
è efficacemente simboleggiato dalla pietra tonda
sulla quale ella se ne va in giro; all’opposto, la vera
Cultura sta su una pietra quadrangolare, segno che
46
Cfr. diogene laer., Vii, 160.

31
Alessandro Barbone

il suo dono è saldo e sicuro e per tutta la vita (31,


6). Si badi che la tuéch della Tavola non può essere
assimilata al fato degli stoici (ei|marmeénh): questo,
infatti, consiste in una causalità deterministica for-
nita di senso, alla quale soggiace non soltanto il
corso dei fenomeni naturali ma anche l’azione del-
l’uomo, che pertanto può esser detta libera solo a
patto di intendere la libertà in un senso secondario
e aporetico, cioè come consenso volontario dell’uo-
mo al fato (amor fati, secondo una formula nicciana
già stoica)47; quella invece è semplicemente intesa
come la casualità nel sortire una cosa o un’altra, che
lascia spazio all’uomo di decidersi nei confronti di
quel che gli tocca in sorte, salvando in tal modo la
propria libertà. Già gli antichi commentatori aveva-
no notato come una delle più palesi contraddizioni
dello stoicismo fosse il tentativo – peraltro mai
abbandonato, data l’estrema importanza dell’argo-
mento – di salvare tanto il fato quanto la responsa-
47
Crisippo, nel suo libro Periè pronoiéav (in aulo Gellio, Vii
2), definiva il fato «fusikhén tina suéntaxin tw%n o$lwn e\x a\i=diéou
tw%n e|teérwn toi%v e|teéroiv e\pakolouqouéntwn kaiè metapolou-
meénwn a\parabaétou ou"shv th%v toiauéthv e\piplokh%v». Sul rap-
porto aporetico fato-libertà nello stoicismo, cfr. nemesio, De
nat. hom., 35, 228; aulo Gellio, Vii 2; alessandro di afr., De
fato, 35-38. Sugli argomenti di Crisippo per coniugare la
responsabilità personale con la necessità cosmica, cfr.
diogeniano presso eusebio, Praep. evang., Vi 265 d. Sulla
libertà che è secondo il destino, cfr. alessandro di afr.,
Quaestiones, ii 4 p. 51, 20; De fato, 38.

32
inTroduZione

bilità dell’uomo, di conciliare cioè necessità e liber-


tà, dal momento che, una volta ammessa l’esisten-
za del fato, bisognava ipso facto non esistessero più
né virtù né vizio. Ma alla dottrina morale della
Tavola questa critica certo non può esser mossa, dal
momento che appare evidente come il suo autore
abbia voluto conferire all’uomo la piena autonomia
di azione e la più assoluta facoltà di decidersi per la
virtù o per il vizio.

Si è detto che la turba di coloro che errano nel


primo recinto simboleggia il volgo, dal quale si
separa colui che intende dedicare la propria vita al
conseguimento della virtù. l’uscita dal primo recin-
to simboleggia invece la necessità per l’uomo di
liberarsi da tutte quelle zavorre (opinioni, passioni
e vizi) che impediscono di elevarsi alla virtù.
l’uomo che si decide per la virtù ingaggia una lotta
all’ultimo sangue con questi terribili nemici, e solo
se sarà riuscito, dopo immani fatiche, a sconfigger-
li, potrà dire di aver vinto una difficilissima gara.
nella Tavola il percorso dal primo al terzo recinto è
rappresentato appunto come una gara in itinere,
con avversari degni di eracle e una corona per i vin-
citori. non a caso abbiamo paragonato l’uomo che
tende alla virtù a eracle, per i cinici simbolo di resi-
stenza e coraggio e modello di virtù: «a somiglian-
za di eracle, protettore della mia scuola, ho doma-

33
Alessandro Barbone

to atleti fortissimi e bestie ferocissime: la povertà,


dico, l’ignominia, l’ira, il timore, il desiderio e la più
ingannevole e crudele di tutte, il piacere» 48.
l’autodominio è l’elemento determinante nella vita
del saggio; celebre è a questo proposito il motto di
antistene «e"cw ou\k e"comai», che è l’affermazione
perentoria della libertà del saggio nei confronti di
tutto quanto non appartiene alla sua interiorità e
non contribuisce in alcun modo al miglioramento
dell’uomo e al conseguimento della virtù. il saggio,
infatti, conquista la vera libertà solo in seguito a un
duplice distacco: deve svincolarsi, per un verso,
dalla fortuna, per un altro dalle passioni che deriva-
no dalle cattive opinioni; in tal modo raggiunge la
completa autosufficienza (au\taérkeia). Quest’idea -
le del saggio padrone di sé stesso è presente tanto
nella tradizione cinica quanto in quella stoica, ma
già Platone aveva pensato in questo senso49. È una
libertà, quella del saggio cinico e stoico, che non si
definisce più in termini sociali e politici, come
appartenenza a una classe di cittadini liberi, ma
riguarda il terreno dell’io di ciascun individuo:
mentre nel periodo classico l’e\leuéqerov e il dou%lov

antistene in dione Crisost., Or. iX, 1, 105.


48

Repubblica, 387 d: «noi sosteniamo anche che soprattut-


49

to un uomo simile [scil. equilibrato] basta a sé stesso per viver


bene (au\toèv au|t§% au\taérkhv proèv toè eu& zh%n), e meno di chiun-
que altro sente il bisogno di un’altra persona».

34
inTroduZione

sono identificabili socialmente e politicamente, per


la filosofia ellenistica vale il principio che è libero il
saggio, è schiavo lo stolto50, poiché la libertà è ora-
mai una questione di indipendenza nei confronti di
ciò che non può essere, in ultima analisi, riportato
sul terreno dell’io51. la dottrina morale dell’autore
della Tavola si trova quindi in perfetta sintonia con
lo spirito dell’etica ellenistica, quanto alla natura
della vera libertà: }Eleuqeriéa è una delle virtù che
dimorano nel terzo recinto, e ciò vuol dire che
prima di arrivarvi nessun uomo può dirsi davvero
libero, essendo in realtà schiavo delle opinioni e
delle passioni. Saggezza, virtù, libertà, felicità si tro-
vano dunque su un solo traguardo, costituiscono
tutte un unico possesso.
Ma il cammino che conduce a un tale traguardo
è lungo e faticoso, al contrario la via del vizio è
piana e piacevole: nella Tavola, infatti, mentre le
donne personificazioni dei vizi blandiscono gli
uomini promettendogli «che godranno di una vita
piacevole, senza fatica e priva di dolore» (9, 2), la
via che conduce al terzo recinto è invece poco fre-
quentata, in quanto «aspra e petrosa» (15, 2), «una
50
Cfr. Filone, De poster., Caini § 138 vol. ii p. 30, 17
Wendl.: «Tou%to d} e\stiè toè dogmatikwétaton o$ti o| sofoèv moénov
e\leuéqeroév te kaiè a"rcwn ka!n muriéouv tou% swématov e"c+ despoé-
tav».
Cfr. M. Vegetti, L’etica degli antichi, laterza, roma-Bari
51

1996², pp. 222-223.

35
Alessandro Barbone

via in salita molto stretta, fiancheggiata su entram-


bi i lati da profondi precipizi» (15, 3), e la porta che
immette in questa via è piccola. ora, se la via che
porta alla virtù è così impegnativa, si esigono dai
viaggiatori forza (i\scuév) e coraggio (qaérsov: nella
Tavola sono gli aiuti di }Egkraéteia e Karteriéa)52.
la forza d’animo è un’arma che non può mancare
all’uomo che voglia pervenire alla virtù, perché è
l’unica difesa contro le insidie delle passioni; ci
vogliono uno sforzo e un esercizio non comuni per
ottenere quell’autonomia in cui consiste la libertà
del saggio53. in realtà, è proprio la capacità di auto-
dominio che contraddistingue il saggio nell’ideale

52
Soprattutto Cleante aveva fatto consistere la virtù in una
tensione (toénov) dell’anima che si manifesta come i\scuév e kraé-
tov, in ciò ricollegandosi al concetto cinico di virtù, in cui è
determinante la forza morale (cfr. antistene in diogene laer., Vi
11: «la virtù è sufficiente alla felicità e non ha bisogno di nulla
se non della forza di Socrate»). anche per epitteto nella virtù
hanno un ruolo decisivo e\gkraéteia e karteriéa: cfr. Ench., X.
53
Cfr. epitteto, Ench., i: «ora se tu sei desideroso di per-
venire a questo sì felice stato (l’atarassia), sappi che a ciò si
richiede sforzo e concitazione d’animo non mediocre»; XXiX:
«Pensi tu di potere filosofando mangiare e bere e fare lo schi-
fo e il dilicato come al presente? egli ti bisogna vegliare, fati-
care, separarti da’ tuoi, essere vilipeso da un fanticello, in tutto
essere inferiore agli altri, negli onori, ne’ magistrati, ne’ giudi-
zi, in ogni coserella. Considera bene queste difficoltà e questi
incomodi, e vedi se egli ti pare espediente di sostenerli per
avere in compenso di quelli la libertà, lo stato dell’animo senza
perturbazioni, senza passioni».

36
inTroduZione

cinico e stoico: egli è il paidagwgoév-a"rcwn, colui


che, avendo imparato a dominare sé stesso, diven-
ta pedagogo dell’umanità e maestro di virtù54.

Passioni e vizi trovano terreno fertile nell’uomo


guidato da false opinioni. il conflitto tra doéxa e
e\pisthémh è un topos della filosofia greca, ed è parti-
colarmente presente nella tradizione che fa capo a
Socrate. Socrate, personaggio dei dialoghi platoni-
ci, è paragonato al tafano in atto di punzecchiare i
suoi interlocutori allo scopo di svegliarli dal piatto
torpore delle opinioni tradizionali55; è anche assimi-
lato alla torpedine, proprio per la sua capacità di
turbare l’animo dell’interlocutore, che prima di
incontrarlo andava fiero della sicurezza del suo
sapere, ma dopo averlo incontrato vede il suo sape-
re diventare fragile e traballante perché fondato
sull’opinione56. la ricerca della scienza – di un
sapere cioè sicuro e stabile – e il rifiuto delle opinio-
ni, che anche se giuste sono poco stabili e fugaci,
devono contraddistinguere il compito del filosofo57.
54
Cfr. a. M. ioppolo, Aristone di Chio e lo stoicismo antico,
Bibliopolis, napoli 1980, pp. 118-120.
55
Cfr. Platone, Apologia, 30 e.
56
Cfr. Platone, Menone, 80 a-b.
57
Cfr. Platone, Menone, 97 e-98 a. Cicerone, Acad. Post., i
41: «Quod autem erat sensu comprehensum, id ipsum sensum
appellabat (Zeno), et, si ita erat comprehensum, ut convelli
ratione non posset, scientiam, sin aliter inscientiam nominabat;
ex qua exsisteret etiam opinio, quae esset imbecilla et cum

37
Alessandro Barbone

nella Tavola il rapporto tra opinioni e scienza è


reso manifesto dal divieto per le prime di entrare
nel terzo recinto, sede della Scienza e delle altre
virtù, nonché della Felicità (29, 3). le opinioni
sono di due tipi: false e giuste. al primo tipo appar-
tengono quelle che dimorano nel primo recinto e
che conducono sulla via della perdizione, e quelle
che trattengono gli amanti della falsa Cultura all’in-
gresso del secondo: esse tutte sono false e vanno
assolutamente respinte; al secondo tipo apparten-
gono quelle che dal primo recinto conducono alla
salvezza, tra le quali vi è anche l’opinione suscitata
dalla Conversione (Metaénoia). Questa conversio-
ne, nell’ottica di quanti rifiutano l’interpretazione
religiosa del contenuto dottrinale della Tavola,
dev’essere intesa come puramente intellettuale58: è
una decisione maturata dopo aver patite le conse-
guenze di una vita ingiusta, un cambiamento d’opi-
nione, che non significa aver già acquisito una
conoscenza stabile, ma solamente essersi decisi per

falso incognitoque communis»; cfr. diogene laer., Vii 121:


«’Eti te mhè doxaésein toèn sofoén, touteésti yeudei% mhè sugkata-
qhésesqai mhdenié»; Vii 23: «’Elege (Zhénwn) deè mhdeèn ei&nai th%v
oi\hésewv a\llotriwéteron proèv kataélhyin tw%n e\pisthmw%n».
lattanzio, Instit. div., iii 4: «recte igitur Zeno ac stoici opina-
tionem repudiarunt. opinari enim te scire quod nescias non
est sapientis, sed temerarii potius ac stulti».
58
Cfr. d. Pesce, op. cit., pp. 30-32, e a. d. nock, La con-
versione, laterza, roma-Bari 1974, p. 141.

38
inTroduZione

una svolta che conduca alla salvezza, passando


necessariamente per la vera Cultura (anche i con-
cetti di salvezza e di purificazione hanno, secondo
questa prospettiva, un valore puramente intellet-
tuale e limitato alla sfera dell’uomo59).

Se l’uomo, quando nasce, è inevitabilmente gra-


vato dal peso dell’ignoranza, per giungere alla virtù
ha bisogno dell’educazione. Che la virtù sia insegna-
bile era uno dei capisaldi del magistero di Socrate, e
in seguito dei cinici e degli stoici (che espressero tale
concetto nell’ideale del saggio pedagogo dell’umani-
tà)60, ed è anche il fondamento di tutta la dottrina
morale dell’autore della Tavola: senza la funzione
preparatrice della vera Cultura non si viene ammes-
si al terzo recinto, ciò vuol dire che il ruolo della cul-
tura è decisivo e insostituibile. nella Tavola, però,
assistiamo a un conflitto tra due culture: una assolu-
tamente pratica, finalizzata all’acquisto di un sapere
da poter tradurre in una condotta di vita (la scienza
del saper distinguere il bene dal male e dalle cose
indifferenti), e un’altra teoretica, finalizzata al con-

59
Completamente opposta l’opinione di quanti optano per
l’interpretazione religiosa: cfr. infra, pp. 43-52.
60
Cfr. diogene laer., Vii 91: «Che la virtù sia insegnabile
(didakthèn thèn a\rethén) lo afferma Crisippo nel primo libro del-
l’opera Sul fine, e Cleante, e Posidonio nelle Esortazioni: e che
sia insegnabile è chiaro dal fatto che si diventa buoni dacché si
era cattivi (a\gaqouèv e\k fauélwn)».

39
Alessandro Barbone

seguimento di un sapere puramente speculativo, o


comunque separato dalla sfera pratica. nella Tavola
viene teorizzato il rifiuto pressoché totale di questo
secondo genere di cultura, utile tutt’al più ad acce-
lerare il progresso verso la vera Cultura (proèv toè
suntomwteérwv e\lqei%n, 33, 4), perché i maqhémata
distraggono l’uomo dai vizi, ma sono incapaci di in-
nalzarlo a quell’unico sapere che è fonte di migliora-
mento, dono della vera Cultura. il disprezzo per le
arti liberali arriva al punto che gli amanti della falsa
Cultura sono in tutto equiparati agli illetterati del
primo recinto, in quanto al pari di questi sono anco-
ra avvinti nella morsa delle opinioni fasulle che con-
ducono al vizio.
l’atteggiamento dell’autore nei confronti delle
discipline di scuola è di chiara ispirazione socratico-
cinica e, per certi versi, stoica. il caso di Socrate nel
Fedone, che in gioventù era rimasto affascinato
dalle ricerche fisiche, ma aveva poi rinnegato la gio-
vanile simpatia per tali materie e si era completa-
mente immerso nelle questioni morali, dichiarando
l’inutilità di tutte quelle discipline che distolgono
l’uomo da sé stesso61, è un chiaro esempio di metaé-
61
Cfr. Platone, Fedone, 96 a segg. Cfr. inoltre eusebio, Praep.
evang., XV 62, 7 (p. 854 c): «Questa dunque era la posizione di
Socrate. Ma dopo di lui pure i seguaci di aristippo il Cirenaico,
e poi anche di aristone di Chio si misero a dire che la filosofia
va ridotta alla sola etica. e in effetti questa è alla nostra portata
e utile. invece, i discorsi sulla natura sono tutt’altro: non com-

40
inTroduZione

noia e di rifiuto della cultura enciclopedica così


come se ne parla nella Tavola. Come per Socrate
anche per i cinici l’unico impegno dell’uomo che
aspira alla virtù dev’essere la cura della propria
anima, e tutto il resto è solo di ostacolo62. Per quan-
to riguarda gli stoici, invece, la questione è più arti-
colata. Per le origini ciniche della sua filosofia,
Zenone non poteva non condividere col cinismo la
convinzione che gli e\gkuéklia maqhémata fossero
inutili al conseguimento della virtù; e infatti è testi-
moniato che un tale giudizio negativo sulla cultura
enciclopedica Zenone aveva dato al principio del

prensibili, e quand’anche fossero evidenti, di nessuna utilità pra-


tica. non cresceremmo in nulla, anche se, salendo al cielo di
Perseo, “sopra l’onda del mare e sopra le Pleiadi”, potessimo ri-
mirare coi nostri propri occhi il cosmo nella sua interezza, e,
finalmente, la natura degli esseri […]. Pertanto, aveva ragione
Socrate quando sosteneva che alcune realtà superano le nostre
possibilità e altre non ci riguardano affatto. e infatti le ricerche
di fisica trascendono le nostre possibilità, mentre ciò che segue
alla morte non ci interessa affatto; solo le cose che c’entrano con
l’uomo ci riguardano. Per tal motivo egli aveva dato l’addio allo
studio della natura di un anassagora e di un archelao, per cer-
care “quello di male o di bene che si appresta in casa”».
62
Cfr. diogene laer., Vi 103: «antistene dunque afferma-
va che il sapiente non si dedica alle lettere (graémmata), per non
esser distratto verso cose che non lo riguardano […]. [i cinici]
rifiutano anche le arti liberali (taè e\gkuéklia maqhémata) […].
Scelgono anche di metter da parte le questioni di logica e di
fisica, come fa pure aristone di Chio, e di dedicarsi esclusiva-
mente all’etica».

41
Alessandro Barbone

suo scritto Repubblica63. Clemente alessandrino,


nel riportare il pensiero dello stoico Crisippo, a pro-
posito dell’importanza dell’educazione per il conse-
guimento della virtù, si esprime così: «noi non pos-
sediamo la virtù naturalmente al momento della
nascita, né poi, una volta nati, essa spontaneamente
ci spunta come avviene per alcune parti del corpo: in
tal caso infatti non ci sarebbe né volontarietà né
merito. neppure la virtù si perfeziona con l’abituale
ripetersi di atti, come avviene per la lingua: semmai
questo è il modo di formarsi del vizio. la conoscen-
za, poi, non deriva da una qualche arte remunerati-
va o terapeutica; ma neppure deriva dal ciclo degli
studi preliminari (paideiéav th%v e\gkukliéou)»64. da
questa testimonianza risulta, per un verso, la ferma
convinzione della necessità dell’educazione per il
conseguimento della virtù, per un altro, l’insufficien-
za degli studi preliminari, proprio in accordo con le
idee contenute nella Tavola. Ma da altre testimo-
nianze sul pensiero di Crisippo riguardo all’argo-
mento risulta anche la disponibilità ad ammettere
una certa utilità delle discipline liberali per il conse-
guimento della virtù: «Crisippo sostiene che anche il
ciclo degli studi preliminari (e\gkuéklia maqhémata) è

63
Cfr. diogene laer., Vii 32: «alcuni tuttavia […] critica-
no Zenone per aver detto, nel primo libro della Repubblica, che
le arti liberali (thèn e\gkuéklion paideiéan) sono inutili».
64
Clemente al., Strom., Vii 3 p. 839 Pott.; i p. 336 Pott.

42
inTroduZione

utile»65. e in effetti anche l’autore della Tavola pare


affermare che le discipline abbiano una certa utilità
(accelerano l’arrivo alla virtù distogliendo dal vizio),
senza però per sé stesse costituire già un acquisto
bastevole. Gli stoici dunque assunsero anche in que-
sto campo una posizione più mite rispetto al rigori-
smo e all’austerità dei cinici66.

L’interpretazione mistico-religiosa. accanto all’in-


terpretazione, per così dire, canonica della Tavola,
secondo la quale l’opera può essere attribuita, co-
me abbiamo mostrato fin qui, a un autore anonimo
di orientamento cinico-stoico, vissuto a cavallo tra
il i e il ii secolo d. C., non sono mancate proposte
di lettura in chiave neopitagorica, come quella del
belga robert Joly67, che qualche decennio fa ripren-

65
diogene laer., Vii 29. Stobeo, Ecl., ii 67, 5 W.; ii 107,
14 W.
66
Cfr. Stobeo, Ecl., ii 8, 13 W.: «aristone diceva che delle
cose su cui i filosofi indagano alcune ci riguardano, altre non ci
riguardano, altre ci superano. Ci riguardano le questioni di etica,
non ci riguardano le questioni di dialettica (non giovano infatti
per una correzione della vita); ci superano quelle di fisica: non si
possono infatti conoscere e non arrecano nessuna utilità». Sesto
emp., Adv. Math., Vii 12: «anche aristone di Chio, come
dicono, rifiutava le indagini di fisica e di logica, per il fatto che
non giovano a nulla a chi filosofa e sono quasi un male».
67
r. Joly, op. cit. Per una panoramica sui vari sostenitori di
questa tesi interpretativa cfr. J. T. Fitzgerald-l. M. White, op.
cit., pp. 24-25.

43
Alessandro Barbone

deva una lettura già proposta in passato68, contro la


quale ha polemizzato domenico Pesce nella più
recente edizione italiana della Tavola69.
la prima obiezione del Joly all’interpretazione
tradizionale non riguarda tanto il contenuto della
Tavola, quanto la sua forma. egli contesta che
interpretando il contenuto dell’opera nel senso di
una morale socratico-cinico-stoica non si possa più
parlare di allegoria o simbolismo: tutto il dialogo
sarebbe invece un’e"kfrasiv che si serve semplice-
mente dell’astrazione personificata. l’idea che il
Joly ha dell’esegesi simbolica o allegorica è quella
che stoici e neopitagorici applicavano ai poemi
omerici, o l’esegesi filoniana della Bibbia, in cui il
senso letterale è assai lontano, anteriore e indipen-
dente dal senso simbolico, che si cela oltre la lette-
ra. «niente di simile – egli scrive commentando la
lettura tradizionale – nella Tavola; non vi si posso-
no distinguere la lettera e lo spirito, un senso lette-
rale e un senso simbolico. l’immagine dipinta sulla
tavola non ha che un senso, quello che il vecchio
comunica agli stranieri»70. Ma se all’interpretazione
tradizionale si sostituisce quella neopitagorica e
religiosa, la Tavola acquista un carattere tipicamen-

68
Cfr. K. Praechter, op. cit., pp. 25-27; C. S. Jerram, op. cit.,
pp. Xiii-XXXiV.
69
Cfr. d. Pesce, op. cit., pp. 9-37.
70
r. Joly, op. cit., p. 22.

44
inTroduZione

te simbolico e allegorico, e a questo punto il vero


senso della dottrina del suo autore andrebbe ricer-
cato al di là della superficiale dottrina morale71.
l’interpretazione del Joly fa leva soprattutto sul
fatto che la lettura tradizionale non darebbe ragio-
ne di alcuni elementi della Tavola, il cui senso ver-
rebbe invece illuminato da una lettura mistico-reli-
giosa. inoltre, pur riconoscendo che la dottrina
morale della Tavola contiene delle idee stoiche e
ciniche, egli non concede però che siano tante
quante hanno voluto credere i sostenitori dell’inter-
pretazione tradizionale, o che siano stoiche e cini-
che piuttosto che socratiche e platoniche. Per
esempio, la teoria del bene, del male e degli indif-
ferenti, secondo il Joly, è già presente, e posta negli
stessi termini, nell’Eutidemo platonico e nei Me -
morabili di Senofonte, mentre nella Tavola è prati-

71
la distizione proposta dal Joly tra l’esegesi allegorico-
simbolica tipica dell’indirizzo neopitagorico e la spiegazione
della tavola fornita dal vecchio dev’essere accettata, ma va dato
atto al Pesce di aver precisato che si può parlare di allegoria
anche in un altro senso: «Perché si abbia allegoria, non occor-
re affatto che sussistano due sistemi concettuali distinti, ma
basta che un solo sistema concettuale abbia la sua traduzione
non già nel discorso che gli è proprio, ma in un “altro discor-
so”; nel nostro caso in un sistema di figurazioni pittoriche
(anche se queste sono sostituite dalle loro descrizioni). del
resto è questo l’uso consueto che si fa del termine “allegoria”
con riferimento ai dipinti» (op. cit., p. 18).

45
Alessandro Barbone

camente assente il tipico vocabolario stoico72.


Quanto alla teoria che il saggio «non ripone in altri
le speranze (e\lpiédev) di felicità ma in sé stesso»
(Tavola 23, 4), egli ammette che sia stoica, preci-
sando però che uno stoico ortodosso non avrebbe
mai utilizzato il termine e\lpiév, dal momento che
per gli stoici la speranza è «una passione come le
altre, deplorevole come le altre»73. Per quanto ne
sappiamo, però, non solo gli stoici non considerava-
no tutte le passioni allo stesso modo perniciose, ma
ammettevano l’esistenza di passioni positive (eu\-
paéqeiai), dal momento che le passioni vanno re-
spinte solo se derivano da impulsi irragionevoli, ma
ci sono passioni che derivano da impulsi conformi a
ragione, come la buona volontà (bouélhsiv), la gioia
(caraé) e la prudenza (eu\laébeia)74. Quando parla
di speranza, forse il Joly ha in mente il desiderio
(e\piqumiéa), dagli stoici definito una forma di antici-
pazione, cioè «un impulso che non segue più la
ragione ed è causato dalla convinzione che soprav-
verrà un bene che ci cambierà la vita»75; ma tale
impulso ci spinge ai beni apparenti (e\piè toi%v pros-
docwmeénoiv a\gaqoi%v76), mentre la speranza di un
72
Cfr. supra, pp. 25-27.
73
r. Joly, op. cit., p. 28.
74
Cfr. diogene laer. Vii 115; Ps.-andronico, De passioni-
bus, i 6, 19 e segg.; Cicerone, Tusc., disp., iV 12.
75
Stobeo, Ecl., ii 90, 7 W.
76
aspasio in Aristot. Eth. Nicom. p. 45, 16 Heylb.

46
inTroduZione

bene reale (la felicità per tutta la vita) nutrita dal-


l’uomo virtuoso non ci sembra possa essere anno-
verata tra gli impulsi irrazionali.
l’etica apparente della Tavola, insomma, secon-
do il Joly, non sarebbe propriamente né stoica, né
cinica, né socratica, ma genericamente eclettica77.
Più interessante si fa il suo discorso quando prende
ad argomentare a favore di una lettura neopitagori-
ca dei personaggi della Tavola78. egli individua sei
“tappe” fondamentali nel percorso della Tavola:
}Apaéth, Timwriéa, Metaénoia, Yeudopaideiéa, Kaé -
qarsiv, Paideiéa. di queste solo la Yeudopaideiéa, a
suo avviso, sarebbe stata sufficientemente spiegata
nell’interpretazione tradizionale, dalla quale tutte
le altre rimarrebbero escluse. al contrario, dietro
ogni immagine della Tavola andrebbero riconosciu-
te allusioni velate, discrete ma costanti, ai misteri,
che la renderebbero un tipico testo apocalittico. Ciò
premesso, notando che la fede nell’immortalità del-
l’anima e nella metensomatosi è la base dei culti
misterici, il Joly vede nella figura dell’}Apaéth un
chiaro segno di questa dottrina: «quelli che entrano
nella Vita» sono le anime che si reincarnano, e che
nel ritornare al mondo ricevono dalla Frode tanta
pozione quante sono state le loro colpe nella prece-
dente vita (plaénov e a"gnoia sarebbero «les malheurs
77
Cfr. r. Joly, op. cit., pp. 25-35.
78
id., op. cit., pp. 36-69.

47
Alessandro Barbone

de l’incarnation»). Perché, si chiede il Joly, «quelli


che entrano nella Vita» ricevono tutti dalla Frode
una pozione di errore e ignoranza, ma alcuni di più
altri di meno (6, 1)? «la qualità dell’incarnazione»,
risponde, «dipende dalle colpe da espiare»79. Se
«quelli che entrano nella Vita» incontrano il
Daiémwn e l’}Apaéth prima di fare il loro ingresso nel
complesso dei recinti (il Biéov appunto), bisogna
concludere, dice, che prima di nascere già esisteva-
no, erano cioè anime, il che deve far pensare che
l’autore ammetta la reincarnazione. l’}Apaéth dun-
que svolge nella Tavola, per il Joly, la stessa funzio-
ne che nei miti ha il Lhéqh, mentre il Daiémwn è un
Genio buono dell’aldilà80.
a proposito della Kaéqarsiv, invece, chiama in
causa i riti di purificazione tipici dei misteri, ricon-
ducendo tale concetto alla tradizione pitagorico-

79
id., op. cit., p. 36.
80
in effetti, il Daiémwn e l’}Apaéth avrebbero potuto essere
collocati all’interno del recinto immediatamente dopo l’ingres-
so, anziché all’esterno: se interpretiamo alla lettera le immagi-
ni del dipinto, dobbiamo credere che esista per ciascun uomo
un tempo anteriore alla nascita; a rigore, però, dovremmo con-
cludere solo che l’anima preesiste al corpo, senza poter dire se
essa abbia già abitato un altro corpo. d. Pesce (op. cit., pp. 26-
27) intende diversamente le figure del Daiémwn e dell’}Apaéth:
egli crede che nel primo debba esser ravvisata la parte raziona-
le dell’anima, quella che dirige, nella seconda il fatto che l’uo-
mo appena nato si trovi imbevuto delle idee correnti nella
società, che lo sviano.

48
inTroduZione

platonica81; la Conversione (Metaénoia) è per lo stu-


dioso belga una dottrina propriamente neopitagori-
ca da leggersi in chiave religiosa82; nella figura di
Timwriéa vede una punizione comminata dall’alto
come pena per le colpe commesse, e collega l’oscu-
rità del luogo della punizione nella Tavola alla con-
81
r. Joly, op. cit., p. 37. il Joly cita vari passi in cui si parla
di purificazione religiosa, tra cui Fedone 67 e, 114 c, dove tra
l’altro compare anche l’espressione e\lpièv megaélh, che egli para-
gona ai riferimenti alla speranza presenti nella Tavola, e che
sarebbero tipici dei misteri. Cfr. Corpus Hermeticum, Xiii 7,
dove il concetto di purificazione è inserito in un contesto reli-
gioso: «elimina le sensazioni del corpo e allora si produrrà la
nascita della divinità. Purifica (kaéqarai) te stesso dai castighi
(timwriw%n) irrazionali della materia». a sostegno di una collo-
cazione del concetto di kaéqarsiv, presente nella Tavola, nel
contesto dello stoicismo, cfr. epitteto, Dissert., iV, ii: «l’anima
come anima non può avere altra impurità che mostrarsi lurida
nelle sue azioni. azioni dell’anima sono il cercare, il fuggire, il
desiderare, l’evitare, il prepararsi, l’attendere, il consentire.
Che significa dunque mostrarsi lurida e impura in siffatte azio-
ni? nient’altro che i suoi cattivi giudizi. Sicché impurità del-
l’anima sono i principi guasti; e la purificazione consiste nell’in-
trodurre in essa i principi sani. Pura è l’anima che ha quei prin-
cipi che deve avere, perché soltanto essa è nelle sue azioni né
conturbata né contaminata». Cfr. d. Pesce, op. cit., p. 31; C. S.
Jerram, op. cit., pp. XXiii-XXiV; K. Praechter, Cebetis Tabula
quanam…, cit., p. 27.
82
r. Joly, op. cit., pp. 37-40. il Joly fa un confronto con il
mito di Timarco nel De daemone di Plutarco, stabilendo dei
paralleli con la Tavola; si richiama anche al mito del Fedone,
113 e segg. Cfr. Corpus Hermeticum, i 28: «Perché, uomini nati
dalla terra, avete consegnato voi stessi alla morte, mentre avete
il potere di prendere parte all’immortalità? Convertitevi (meta-

49
Alessandro Barbone

dizione di quanti non sono ancora stati iniziati ai


misteri, fonte della luce della conoscenza83. Per
quanto riguarda invece alcuni particolari della
Tavola, solo apparentemente secondari, come per
esempio la Persuasione (Peiqwé), il Joly è convinto
che in tale figura non possa esser riconosciuta la
persuasione di tipo retorico, altrimenti non si spie-
gherebbe la sua collocazione accanto alla Verità, ma
pensa debba essere intesa come una persuasione
religiosa, come fede (piéstiv), indispensabile sup-
porto per acquisire la conoscenza84; il caérthv nelle
mani del demone sarebbe il simbolo della rivela-
zione religiosa, indizio del carattere apocalittico
della Tavola85; la descrizione dell’eu\daimoénwn oi\kh-
thérion come di un luogo ameno, inondato di luce,
sarebbe un evidente richiamo alle isole dei beati

nohésate), voi che avete percorso la vostra strada con l’errore


(plaénh) e avete preso l’ignoranza (a"gnoia) come compagna,
abbandonate la luce delle tenebre, prendete parte all’immorta-
lità, allontanandovi definitivamente dalla perdizione». in que-
sto passo non soltanto si fa riferimento a una conversione di
tipo religioso, ma si mette in relazione tale conversione con
l’errore e l’ignoranza, proprio come nella Tavola. Per una lettu-
ra in chiave stoica del concetto di metaénoia, cfr. d. Pesce, op.
cit., p. 32; a. d. nock, op. cit., p. 141. Per metameéleia, cfr. K.
Praechter, Cebetis Tabula quanam…, cit., pp. 73-76.
83
r. Joly, op. cit., p. 44. Si noti la presenza nel Corpus
Hermeticum, Xiii, 9 dell’accostamento tra la punizione e l’o-
scurità: «tou% skoétouv timwriéa».
84
r. Joly, op. cit., p. 45.
85
id., op. cit., p. 46.

50
inTroduZione

della tradizione orfica e misterica86; le frequenti


incitazioni al coraggio (qaérsov) sarebbero da colle-
garsi alle credenze religiose sull’immortalità, tro-
vandosi simili esortazioni in iscrizioni tombali e in
testi escatologici87; i continui riferimenti alla salvez-
za (s§ézesqai) sarebbero un segno inequivocabile
del carattere escatologico dell’opera88.
È comunque curioso che la maggior parte degli
elementi del racconto della Tavola trovino una col-
locazione sia nella lettura tradizionale, sia in quella
mistico-religiosa. Per render ragione anche di que-
sto fatto, il Joly ha addirittura chiamato in causa un
sincretismo tra il cinismo e il neopitagorismo89: a
suo avviso l’autore, per meglio camuffare i segreti
della sua dottrina religiosa, si sarebbe servito, come
copertura, di una corrente filosofica a tratti simile al
neopitagorismo, il cinismo appunto, non però di
quel cinismo tradizionalmente «irriverente, scanda-
loso, addirittura ateo», ma di un cinismo più tardo,
di carattere religioso, facilmente assimilabile al neo-
pitagorismo.
Per nostro conto, siamo convinti che le argo-
mentazioni addotte dal Joly e da altri prima di lui a
favore di una lettura mistico-religiosa della Tavola

86
id., op. cit., p. 57.
87
id., op. cit., p. 47.
88
id., op. cit., pp. 47-48.
89
id., op. cit., pp. 70-78.

51
Alessandro Barbone

non siano cogenti quanto le ragioni che inducono


invece ad ascrivere l’opera a un autore eclettico, di
orientamento genericamente cinico-stoico, così
come abbiamo cercato di mostrare nella prima
parte di questa introduzione. Ci sembra che lo spi-
rito dei testi apocalittici, tra i quali il Joly vorrebbe
collocare la Tavola, sia assai lontano dal semplice
allegorismo figurativo che vi leggiamo noi. Si con-
fronti, per esempio, la Tavola con il Corpus
Hermeticum, o con il Pastore di erma90, o con altri
scritti apocalittici dei primi secoli dell’era cristiana,
pure influenzati dal neoplatonismo e dal neopitago-
rismo, e si noterà chiaramente, a prescindere da
qualsiasi simbolismo, una differenza sostanziale:
che questi sono tutti tesi verso l’alto, in una costan-
te ricerca del rapporto col divino, quella invece si
muove tutta su un piano orizzontale, che tiene
conto solo della realtà umana. ammettere poi,
come vuole il Joly, che l’autore della Tavola abbia
appositamente camuffato un’apocalissi dietro teo-
rie perfettamente cinico-stoiche, questo ci pare
davvero incredibile.

J. T. Fitzgerald-l. M. White, op. cit., pp. 16-20 discutono


90

i rapporti tra la Tavola e il Pastore di erma nell’ambito di


un’analisi più generale delle influenze della Tavola sulla lettera-
tura cristiana dei primi secoli.

52
noTa inTroduTTiVa al TeSTo

il testo greco della Tavola di Cebete che presentia-


mo qui di seguito è quello dell’edizione critica di K.
Praechter (Keébhtov Piénax. Cebetis Tabula, lipsiae,
in aedibus B. G. Teubneri 1893). abbiamo accolto
due modifiche al testo del Praechter:
1. in 12, 3 «Ou\k e"stin» anziché «’Estin» (da r.
Joly);
2. in 14, 3 il Praechter attribuiva tutto il paragra-
fo al Vecchio, a. Carlini invece divide in questo
modo:
Vecchio: «Meénei gaèr kaiè [...] th%v }Apaéthv.»
Straniero: «Kaiè h| a"gnoia [...] touétoiv;»
Vecchio: «Nhè Diéa kaiè [...] tw%n maqhmaétwn.»

in una versione araba della Tavola di Cebete,


probabilmente risalente al secolo Xi, si trova un’ap-
pendice che non compare in nessun codice greco.
Pubblichiamo, in questo libro, dell’appendice araba

53
Alessandro Barbone

la versione latina che si legge in K. Praechter,


Keébhtov Piénax. Cebetis Tabula, cit., la quale si
discosta notevolmente dalla prima versione latina
fatta da Johann elichmann (1600-1639) e pubbli-
cata postuma da Claude Saumaise (Tabula Cebetis
Graece, Arabice, Latine. Item Aurea Carmina Pytha-
gorae, cum paraphrasi Arabica, Auctore Iohanne Elich-
manno M. D. Cum praefatione Cl. Salmasii, lugduni
Batavorum, Typis iohannis Maire 1640). il
Praechter toglieva la traduzione latina dalla prece-
dente edizione del droshin (F. drosihn, Keébhtov
Piénax. Cebetis Tabula. Recognovit, praefatus est,
apparatu critico et verborum indice instruxit Fridericus
Drosihn, lipsiae in aedibus G. B. Teubneri 1871),
che aveva attribuito all’elichmann degli errori di
interpretazione.

54
KEBHTOS PINAX
La tavola di Cebete
KEBHTOS PINAX

1. 'Etugc£nomen peripatoàntej ™n tù toà


KrÒnou ƒerù, ™n ú poll¦ meèn kaˆ ¥lla ¢na-
q»mata ™qewroàmen, ¢nškeito deè kaˆ p…nax tij
œmprosqen toà neè, ™n ú Ãn graf¾ xšnh tij kaˆ
mÚqouj œcousa „d…ouj, oÞj oÙk ºdun£meqa
2 sumbale‹n, t…nej ka… pote Ãsan. OÜte g¦r
pÒlij ™dÒkei ¹m‹n ei’nai tÕ gegrammšnon oÜte
1, 1. ™n tù toà KrÒnou ƒerù. Non crediamo che la collo-
cazione della scena in un tempio di Crono, non meglio pre-
cisato, sia casuale. D. Pesce (La Tavola di Cebete, Paideia,
Brescia 1982, pp. 40-41), richiamandosi a un passo delle Leggi
(713 a), dove Platone assegna a Crono, in accordo col mito, la
sovranità sull’umanità nell’età dell’oro, in quanto «dio che si-
gnoreggia su quelli che hanno senno», e facendo notare che
l’autore della Tavola doveva conoscere le Leggi (cfr. Tavola 33,
3 e Leggi 808 d-e), ritiene plausibile che il percorso allegorico
della vita umana descritto nella Tavola «potesse a buon diritto
essere interpretato come approdante, per i buoni, al regno di
Crono, nel quale domina il senno e si realizza la felicità». R.
Joly (Le Tableau de Cébès et la philosophie religieuse, Latomus,
Bruxelles-Berchem 1963, p. 59), per il quale la Tavola è un’o-

56
LA TAVOLA DI CEBETE

1. Passeggiavamo in un tempio del dio Crono,


nel quale vedevamo un gran numero di doni votivi;
c’era anche, dirimpetto al tempio, una tavola che
conteneva un disegno davvero strano, con delle
rappresentazioni particolari che non riuscivamo a
comprendere. Il disegno non ci sembrava infatti né 2
una città né un accampamento, ma aveva in sé un

pera escatologica, vedeva nel particolare del tempio dedicato a


Crono un chiaro riferimento all’aldilà, e citava a conferma un
passo di Pindaro (Olimpiche, II 68 e segg.), dove l’orfica «isola
dei beati» è presentata come il regno di Crono, e un verso spu-
rio di Esiodo (Le opere e i giorni, I 169 b). C. S. Jerram (Cebetis
Tabula, Clarendon Press, Oxford 1878, p. 25) e R. Parson
(Cebes’ Tablet, Ginn & Co., Boston 1904, p. 68) attribuivano al
tempio di Crono il significato allegorico del tempo della vita
umana, in accordo con l’antica identificazione di Crono-Satur-
no con il dio del tempo. Una più vasta panoramica delle inter-
pretazioni del particolare del tempio di Crono si trova in J. T.
Fitzgerald-L. M. White, The Tabula of Cebes, Society of Biblical
Literature, California 1983, pp. 133-135.

57
KEBHTOS PINAX

stratÒpedon, ¢ll¦ per…boloj Ãn, ™n aØtù œcwn


˜tšrouj peribÒlouj dÚo, tÕn meèn me…zw, tÕn deè
™l£ttw. ’Hn deè kaˆ pÚlh ™pˆ toà prètou peri-
bÒlou. PrÕj deè tÍ pÚlV Ôcloj ™dÒkei ¹m‹n
3 polÝj ™fest£nai, kaˆ œndon deè ™n tù peribÒlJ
plÁqÒj ti gunaikîn ˜wr©to. 'Epˆ deè tÁj e„sÒdou
toà prètou pulînoj kaˆ peribÒlou gšrwn tij
˜stëj œmfasin ™po…ei æj prost£ttwn ti tù
e„siÒnti ÔclJ.
2. 'AporoÚntwn oân ¹mîn perˆ tÁj muqolo-
g…aj prÕj ¢ll»louj polÝn crÒnon, presbÚthj
tij parestèj, oÙdeèn deinÕn p£scete, ð xšnoi,
2 œfh, ¢poroàntej perˆ tÁj grafÁj taÚthj. OÙdeè
g¦r tîn ™picwr…wn polloˆ o‡dasi t… pote aÛth
¹ muqolog…a dÚnatai: oÙdeè g£r ™sti politikÕn
¢n£qhma: ¢ll¦ xšnoj tij p£lai poteè ¢f…keto
deàro, ¢n¾r œmfrwn kaˆ deinÕj perˆ sof…an,
lÒgJ te kaˆ œrgJ PuqagÒreiÒn tina kaˆ Par-

1, 2. per…boloj Ãn, ™n aØtù œcwn ktl. Le immagini della


tavola votiva sono state solitamente intese e rappresentate co-
me un insieme di tre recinti concentrici, ma nessun luogo del-
l’opera giustifica quest’interpretazione. È detto soltanto che il
recinto più esterno ne contiene altri due, dei quali uno è più
grande e l’altro più piccolo: non però che uno contenga l’altro.
Pare anzi che questa ipotesi sia da scartare, perché prima in 12,
3, e poi ai capp. 33-35 si parla chiaramente di una via alterna-
tiva che conduce alla vera Cultura, senza passare per la falsa
Cultura: quindi si può anche passare dal primo recinto diretta-
mente al terzo, senza transitare per il secondo.

58
LA TAVOLA DI CEBETE

recinto, che ne conteneva al suo interno altri due:


uno più grande, più piccolo invece l’altro. Sul
primo recinto c’era anche una porta. Presso questa
porta sembrava stesse una gran turba di gente, e nel 3
recinto si vedevano una moltitudine di donne. Sulla
porta se ne stava un vecchio, nell’atto di comanda-
re qualcosa alla folla che entrava.
2. Mentre ce ne stavamo da molto tempo dub-
biosi sul senso da dare a quelle immagini, un vec-
chio avvicinatosi disse:
V. Non c’è nulla di male, stranieri, se siete in dif-
ficoltà riguardo a questo disegno. Nemmeno la 2
maggior parte della gente di qui, infatti, sa che cosa
mai significhi questa storia raccontata per immagi-
ni. Perché questa non è un’offerta cittadina: uno
straniero – or è molto – arrivò da queste parti, un
uomo davvero saggio ed esperto nella sapienza,
emulatore nelle parole e nei fatti della vita pitagori-

2, 1. presbÚthj tij. Il cicerone che illustrerà agli stranieri


le immagini contenute nella tavola appesa nel tempio è un vec-
chio, la cui venerabile età è indice di una lunga esperienza di
vita: questo particolare acquista importanza alla luce della teo-
ria che l’autore della Tavola presenterà a proposito della vera
scienza, che non si acquisisce per mezzo degli studi, ma si basa
proprio sull’esperienza pratica di vita. Chi più ha vissuto, più
ha potuto sperimentare l’inganno e la falsità dei beni e dei mali
apparenti, e ha avuto quindi più numerose occasioni di cam-
biare rotta nella vita.
2, 2. PuqagÒreion... kaˆ Parmen…deion... b…on. Questi
riferimenti a Pitagora e a Parmenide, insieme al nome di Cebe-

59
KEBHTOS PINAX

men…deion ™zhlwkëj b…on, Öj tÒ te ƒerÕn toàto


kaˆ t¾n graf¾n ¢nšqhke tù KrÒnJ.
3 PÒteron oân, œfhn ™gè, kaˆ aÙtÕn tÕn ¥ndra
ginèskeij ˜wrakèj;
Kaˆ ™qaÚmas£ ge, œfh, aÙtÕn polucroniè-
taton neèteroj ên. Poll¦ g¦r kaˆ spouda‹a
dielšgeto. TÒte d¾ kaˆ perˆ taÚthj tÁj muqo-
log…aj poll£kij aÙtoà ºkhkÒein diexiÒntoj.
3. PrÕj DiÕj to…nun, œfhn ™gè, e„ m» t…j soi
meg£lh ¢scol…a tugc£nei oâsa, di»ghsai ¹m‹n:
p£nu g¦r ™piqumoàmen ¢koàsai t… potš ™stin Ð
màqoj.
OÙdeˆj fqÒnoj, ð xšnoi, œfh. 'All¦ toutˆ
prîton de‹ Øm©j ¢koàsai, Óti ™pik…ndunÒn ti
œcei ¹ ™x»ghsij.
OŒon t…; œfhn ™gè.

te che compare nel titolo, hanno fatto pensare alla Tavola come
a uno scritto pseudopitagorico: l’autore, allo scopo di diffonde-
re la sua opera, la attribuisce a un antico pitagorico, che carat-
terizza come un seguace dello stile di vita della scuola italica
(Parmenide, infatti, è spesso visto dagli antichi come un conti-
nuatore di Pitagora), pur non esponendo dottrine tipicamente
pitagoriche. Per questa ragione la Tavola è contenuta nella rac-
colta di H. Thesleff, The Pythagorean Texts of the Hellenistic
Period, Acta Academiae Aboensis, Ser. A, Humaniora, vol.
XXX, 1, Abo Akademi, Abo 1965. Ma non c’è unanimità tra gli
studiosi nel considerare la Tavola uno scritto originariamente
pseudonimo: cfr. al riguardo J. T. Fitzgerald-L. M. White, op.
cit., pp. 5-6.

60
LA TAVOLA DI CEBETE

ca e parmenidea, il quale eresse questo tempio al


dio Crono e gli dedicò il disegno.
S. Ma tu – chiesi io – hai conosciuto quell’uomo 3
di persona?
V. E come! – fece. E rimasi impressionato dalla
sua vecchiezza, perché io ero più giovane.
Discuteva di molte cose interessanti. E fu allora
ch’io potei sentirlo parlare ripetutamente delle
vicende rappresentate in questo disegno.
3. S. Ma per Zeus! – dissi io – se non hai altro di
più urgente, raccontale dunque anche a noi, perché
vorremmo saper proprio di che storia si tratta.
V. Non è affatto un problema – rispose –, o stra-
nieri. Ma prima d’ogni cosa dovete sapere questo,
che la narrazione racchiude un pericolo.
S. Di che si tratta? – domandai io.

2, 3. aÙtÕn polucroniètaton neèteroj ên. Questo par-


ticolare si spiega in base a quanto già abbiamo detto a propo-
sito di 2, 1: come è un vecchio a spiegare ai giovani stranieri la
dottrina contenuta nella tavola votiva, così costui a sua volta
l’udì, quand’era giovane, da un uomo vecchio. Tre sono nella
Tavola i personaggi rappresentati come vecchi: colui che dedi-
cò il tempio e la tavola, colui che spiega agli stranieri le imma-
gini della tavola, e il Demone che, presentato già in 1, 3 sem-
plicemente come gšrwn tij, indica a chi fa ingresso nella vita
quale strada sia da percorrere: tutti e tre hanno una funzione
pedagogica, che è sottolineata dall’autore facendo ricorso
all’espediente della vecchiaia.

61
KEBHTOS PINAX

“Oti e„ meèn prosšxete, œfh, kaˆ sun»sete t¦


legÒmena, frÒnimoi kaˆ eÙda…monej œsesqe, e„
deè m», ¥fronej kaˆ kakoda…monej kaˆ pikroˆ
2 kaˆ ¢maqe‹j genÒmenoi kakîj bièsesqe. ”Esti
g¦r ¹ ™x»ghsij ™oiku‹a tù tÁj SfiggÕj
a„n…gmati, Ö ™ke…nh proeb£lleto to‹j ¢nqrè-
poij. E„ meèn oân aÙtÕ sun…ei tij, ™sózeto, e„ deè
m¾ sun…ei, ¢pèleto ØpÕ tÁj SfiggÒj. `WsaÚtwj
deè kaˆ ™pˆ tÁj ™xhg»sewj œcei taÚthj. `H g¦r
3 ¢frosÚnh to‹j ¢nqrèpoij Sf…gx ™stin. A„n…tte-
tai deè t£de, t… ¢gaqÒn, t… kakÒn, t… oÜte
¢gaqÕn oÜte kakÒn ™stin ™n tù b…J. Taàt' oân
™¦n mšn tij m¾ suniÍ, ¢pÒllutai Øp' aÙtÁj –
oÙk e„s£pax, ésper Ð ØpÕ tÁj SfiggÕj kata-

3, 1. frÒnimoi kaˆ eÙda…monej... ¥fronej kaˆ kako-


da…monej. Il nucleo tematico della Tavola, che qui viene già
presentata in tutta la sua portata salvifica, è dunque lo scontro
tra la saggezza e l’ignoranza, o insensatezza, che divide l’uma-
nità in due sole categorie: quelli che sanno distinguere il bene
dal male e dalle cose indifferenti, e quelli che non lo sanno fare
perché offuscati dalle tenebre dell’ignoranza e delle false opi-
nioni. La saggezza è fonte di felicità per tutta la vita; l’ignoran-
za, al contrario, conduce all’infelicità. Si tratta di un tema co-
mune a tutta la filosofia antica, affrontato dall’autore da una
prospettiva sicuramente eclettica, seppure molto influenzata
dal clima cinico e stoico del I-II secolo d. C.
3, 2. Sf…gx. Simbolo della stoltezza dei tebani, che non rie-
scono a risolvere il suo enigma, finalmente sciolto da Edipo, la
Sfinge viene paragonata nella Tavola ora alla spiegazione delle
immagini (™x»ghsij), ora all’insensatezza (¢frosÚnh): questo
spostamento del termine di paragone crea non pochi problemi

62
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Il pericolo – disse – è questo: se presterete


attenzione e capirete quello che sto per dirvi, allora
diverrete saggi e beati; altrimenti, riuscirete stolti e
infelici, e scontrosi, e ignoranti, e così vivrete mala-
mente. Questo racconto ha qualcosa di simile 2
all’enigma della Sfinge, quello che essa proponeva
alla gente. Se uno riusciva a risolverlo, si salvava,
altrimenti periva per mano della Sfinge. Anche per
questa narrazione vale lo stesso. L’insensatezza
infatti è per gli uomini una Sfinge: dice per enigmi 3
cos’è bene, cos’è male, e che cosa non è né bene né
male nella vita. Perciò, se uno non capisce queste
cose, perisce per opera di quella: non però in un
istante, come moriva chi era ingoiato dalla Sfinge,

di interpretazione. La spiegazione, che non ha nulla di enigma-


tico, è tuttavia pericolosa come l’enigma della Sfinge, perché
chi non la comprende – com’era per l’indovinello della Sfinge
– ne viene divorato: fuor del paragone, chi non capisce la veri-
tà contenuta nella spiegazione delle immagini, quale sia cioè la
strada da seguire nella vita per raggiungere la felicità, continue-
rà a vivere in maniera insensata, e sarà perciò infelice. Il peri-
colo, allora, è di rimanere sordi o indifferenti di fronte alla spie-
gazione. Ciò che invece vien detto essere enigmatico è l’insen-
satezza, che «dice per enigmi cos’è bene, cos’è male, e che cosa
non è né bene né male nella vita», e perciò il paragone con la
Sfinge si sposta dalla spiegazione all’insensatezza. Ma perché
l’insensatezza ha questa funzione rivelatrice? Accogliamo l’in-
terpretazione di D. Pesce (op. cit., pp. 43-44, nota ad loc.), il
quale spiega in questo modo: l’insensatezza, che è la condizio-
ne iniziale comune a tutti gli uomini, rivelando attraverso l’e-
sperienza pratica della vita l’inganno di una vita spesa andando

63
KEBHTOS PINAX

brwqeˆj ¢pšqnVsken, ¢ll¦ kat¦ mikrÕn ™n ÓlJ


tù b…J katafqe…retai, kaq£per oƒ ™pˆ timwr…v
4 paradidÒmenoi. 'E¦n dš tij gnù, ¢n£palin ¹ meèn
¢frosÚnh ¢pÒllutai, aÙtÕj deè sózetai, kaˆ
mak£rioj kaˆ eÙda…mwn g…netai ™n pantˆ tù
b…J. `Ume‹j oân prosšcete kaˆ m¾ parakoÚete.
4. ’W `Hr£kleij, æj e„j meg£lhn tin¦ ™pi-
qum…an ™mbšblhkaj ¹m©j, e„ taàq' oÛtwj œcei.
'All' œstin, œfh, oÛtwj œconta.
OÙk ¨n fq£noij to…nun dihgoÚmenoj, æj
¹mîn prosexÒntwn oÙ paršrgwj, ™pe…per kaˆ tÕ
™pit…mion toioàtÒn ™stin.
2 'Analabën oân ·£bdon tin¦ kaˆ ™kte…naj
prÕj t¾n graf»n, Ðr©te, œfh, tÕn per…bolon
toàton;
`Orîmen.
Toàto prîton de‹ e„dšnai Øm©j, Óti kale‹tai
oátoj Ð tÒpoj B…oj. Kaˆ Ð Ôcloj Ð polÝj Ð par¦
t¾n pÚlhn ™festëj oƒ mšllontej e„sporeÚesqai
3 e„j tÕn B…on oáto… e„sin. `O deè gšrwn Ð ¥nw
˜sthkëj œcwn c£rthn tin¦ ™n tÍ ceirˆ kaˆ tÍ

dietro ai falsi beni e ai falsi mali, mostra indirettamente anche


la via della verità. Ecco perché essa dice per enigmi ciò che
invece la spiegazione del vecchio dichiara apertamente. Per il
paragone tra l’insensatezza e la Sfinge, cfr. Dione Crisostomo
(10, 31): ™gë deè ½kous£ tou lšgontoj Óti ¹ Sf…gx ¢maq…a
™st…n. Questo passo è stato letto da alcuni (Joly, Pesce) come

64
LA TAVOLA DI CEBETE

ma si consuma un po’ per volta nella sua esistenza,


proprio come quelli che sono condannati a sconta-
re una pena. Se invece uno è in grado di capire il 4
suo enigma, è l’insensatezza a perire, mentre egli si
salva e vive beato e felice per il resto della vita. Voi,
pertanto, prestate attenzione e non fraintendete le
mie parole.
4. S. Per Eracle, quale grande desiderio ci hai
destato, se le cose stanno così!
V. Ma stanno proprio così – disse.
S. Parlacene in fretta, allora, ché noi staremo
con le orecchie tese, se c’è un tale premio.
Prese quindi un bastone, lo tese verso il disegno, 2
e disse:
V. Vedete questo recinto?
S. Lo vediamo.
V. Dovete sapere, prima d’ogni altra cosa, che
questo luogo si chiama Vita. E la gran turba che
s’accalca sulla porta sono quelli che stanno per
entrare nella Vita. Quel vecchio invece che sta in 3

una citazione della Tavola da parte di Dione, mentre altri


(Praechter, von Albrecht, Fitzgerald-White) hanno pensato a
una fonte comune per entrambi: è comunque da notare che il
termine ¢maq…a, impiegato da Dione, non compare mai nella
Tavola (vi compare invece in 3, 1 l’aggettivo corrispondente
¢maq»j).

65
KEBHTOS PINAX

˜tšrv ésper deiknÚwn ti, oátoj Da…mwn ka-


le‹tai: prost£ttei deè to‹j e„sporeuomšnoij t…
de‹ aÙtoÝj poie‹n æj ¨n e„sšlqwsin e„j tÕn
B…on: deiknÚei deè po…an ÐdÕn aÙtoÝj de‹ ba-
d…zein, e„ mšllousi sózesqai ™n tù B…J.
5. Po…an oân ÐdÕn keleÚei bad…zein À pîj;
œfhn ™gè.
`Or´j oân, ei’pe, par¦ t¾n pÚlhn qrÒnon tin¦
ke…menon kat¦ tÕn tÒpon kaq' Ön e„sporeÚetai
Ð Ôcloj, ™f' oá k£qhtai gun¾ peplasmšnh tù
½qei kaˆ piqan¾ fainomšnh, ¿ ™n tÍ ceirˆ œcei
pot»riÒn ti;
2 `Orî. 'All¦ t…j ™stin aÛth; œfhn.

4, 3. Da…mwn. La figura del Da…mwn, come altri ha già rile-


vato (cfr. D. Pesce, op. cit., pp. 26-27), rappresenta la parte
razionale dell’uomo, quella che lo dirige sulla via della virtù,
del bene, della salvezza e della felicità. Cfr. Marco Aurelio,
Ricordi, III, 6: «Se non ti appare che vi sia cosa più bella di
quando il dèmone che ha preso dimora in te è pervenuto a sot-
tomettere a sé stesso gli impeti della tua personalità, a sotto-
porre a esame attento ogni fantasma della tua immaginazione
etc.»; e soprattutto, III, 7, dove noàj è identificato con da…-
mwn, e chi a loro si affida non ha bisogno di fare assegnamen-
to sulle cose esterne, proprio come sarà detto nella Tavola (23,
4): «Bada che chi ha fatto una scelta e ha preferito la mente
propria, il demone e gli arcani riti della virtù di questo, costui
non fa tragedie, non geme; non avrà bisogno della solitudine,
non della compagnia di gente numerosa», trad. di E. Turolla in
Marco Aurelio, Ricordi, BUR, Milano 2002.

66
LA TAVOLA DI CEBETE

alto, e che tiene un rotolo di carta in una mano,


mentre con l’altra mostra qualcosa, si chiama
Demone: a quelli che s’apprestano a entrare costui
impartisce dei precetti su come si dovranno com-
portare una volta entrati nella Vita, e indica quale
strada dovranno imboccare se intendono salvarsi
nella Vita.
5. S. E quale via ordina di percorrere, e come? –
chiesi io.
V. Vedi – disse –, nei pressi della porta, un trono
collocato nel luogo dove transita la folla, su cui
siede una donna affettata nei modi, che sembra
persuasiva, e che regge nella mano una coppa?
S. La vedo. Ma chi è costei? – chiesi. 2

5, 1. po…an ÐdÒn. Non c’è ragione di credere, come invece


hanno sostenuto i fautori dell’interpretazione mistico-religiosa
(R. Joly, op. cit., p. 40), che nella Tavola sia presente il simboli-
smo pitagorico dell’U, benché sia chiaro che, secondo la dottri-
na morale dell’autore, esistono una via della verità, che porta
alla salvezza, e una via dell’errore, che conduce alla perdizione
(cfr. 6, 2, dove si dice che alcune Opinioni conducono e„j tÕ
sózesqai, altre invece e„j tÕ ¢pÒllusqai. Cfr. l’apologo di
Eracle al bivio riportato da Senofonte, Memorabili, II 1 21,
34). Tra i “percorsi” della Tavola, però, queste due vie non ven-
gono mai precisamente indicate (in verità, in 6, 3 e in 14, 3
compare l’espressione ¢lhqin¾j ÐdÒj, ma mai nel testo si
legge l’espressione contraria yeud¾j ÐdÒj). A. Carlini (Sulla
composizione della Tabula di Cebete, in «Studi classici e orienta-
li», XII, 1963) proponeva d’intendere i percorsi della Tavola
secondo l’immagine della lettera Y, che rappresenterebbe le
tre vie del bene, del male, e delle cose indifferenti. D. Pesce

67
KEBHTOS PINAX

'Ap£th kale‹tai, fhs…n, ¹ p£ntaj toÝj


¢nqrèpouj planîsa.
Ei’ta t… pr£ttei aÛth;
ToÝj e„sporeuomšnouj e„j tÕn B…on pot…zei
tÍ ˜autÁj dun£mei.
3 Toàto deè t… ™sti tÕ potÒn;
Pl£noj, œfh, kaˆ ¥gnoia.
Ei’ta t…;
PiÒntej toàto poreÚontai e„j tÕn B…on.
PÒteron oân p£ntej p…nousi tÕn pl£non À oÜ;
6. P£ntej p…nousin, œfh, ¢ll' oƒ meèn ple‹on,
oƒ deè Âtton. ”Eti deè oÙc Ðr´j œndon tÁj pÚlhj

(op. cit., pp. 13-16) ritiene invece che il percorso sia unico: una
sola la via che conduce alla felicità, sulla quale alcuni, però, si
fermano prima di aver raggiunto il traguardo (questa ipotesi
non ci pare giustificata dal testo: cfr. supra, p. 58, nota 2).
5, 2. 'Ap£th. La Frode e il Demone sono le prime due
figure che s’incontrano nella tavola, collocate all’entrata della
Vita, prima cioè che la turba degli uomini faccia ingresso nel
complesso dei recinti, a significare che tutti sono inevitabil-
mente compromessi con l’errore e l’ignoranza propinati dalla
prima, ma anche da un sentore della verità suscitato dal se-
condo. La loro funzione è antitetica, come risulta dagli oggetti
che li contraddistinguono e dal loro opposto aspetto: la Frode
è seduta su un trono, segno di mollezza e comodità, si atteggia
con modi persuasivi, è affettata nel carattere, e ha in mano una
coppa con una bevanda, segno di viziosità; il Demone, invece,
se ne sta in piedi su un luogo elevato, segni questi dello zelo
con cui dà i suoi consigli e della sua autorità, e ha in mano un
rotolo, cioè una sorta di libro, simbolo, come ha rilevato D.
Pesce (op. cit., pp. 46-47 nota ad loc.), del suo carattere razio-
nale.

68
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Si chiama Frode – rispose –, colei che travìa


tutti gli uomini.
S. E che cosa fa?
V. A quelli che entrano nella Vita dà a bere del
suo potere.
S. E questa bevanda che cos’è? 3
V. Errore – disse – e ignoranza.
S. E quindi?
V. Dopo aver bevuto, s’incamminano nella Vita.
S. Ma bevono tutti o no?
6. V. Tutti ne bevono – disse –, alcuni però di
più, altri di meno. Non vedi poi, oltre la porta, una

5, 3. Pl£noj... kaˆ ¥gnoia. Il primo è l’effetto, la seconda


la sua causa: l’errore, infatti, consiste nel non imboccare la
retta via una volta entrati nella Vita, quella cioè che conduce
diritto alla vera Cultura, ma nell’eleggere la via che conduce
alla Fortuna, o anche quella che mena alla falsa Cultura; ma
causa di questo errore è l’ignoranza della verità, l’opinione cioè
che siano beni e mali quelle cose che si ricevono dalla Fortuna.
6, 1. oƒ meèn ple‹on, oƒ deè Âtton. Come intendere questo
particolare? Si potrebbe pensare, in una prospettiva platonica,
che se la collocazione del Demone e della Frode al di fuori
della Vita non è casuale, si stia parlando di anime che si incar-
nano con differenti qualità naturali, che conducono gli uomini
a errare più o meno durante la vita. R. Joly, op. cit., p. 36, nel-
l’ottica della sua interpretazione religiosa, vi legge addirittura
un indizio della teoria della reincarnazione, secondo i meriti e
le colpe della vita precedente. Altri (per es. D. Pesce, op. cit.,
pp. 26-27) hanno inteso che si stia già parlando di mali che
derivano dall’ingresso dell’uomo in società, sebbene in questo
caso si debba rinunciare ad attribuire importanza alla partico-
lare posizione dei due personaggi. In ogni caso, è indubbio che

69
KEBHTOS PINAX

plÁqÒj ti gunaikîn ˜tšrwn pantodap¦j


morf¦j ™cousîn;
`Orî.
2 Aátai to…nun DÒxai kaˆ 'Epiqum…ai kaˆ
`Hdonaˆ kaloàntai. “Otan oân e„sporeÚhtai Ð
Ôcloj, ¢naphdîsin aátai kaˆ plškontai prÕj
›kaston, ei’ta ¢p£gousi.
Poà deè ¢p£gousin aÙtoÚj;
Aƒ meèn e„j tÕ sózesqai, œfh, aƒ deè e„j tÕ
¢pÒllusqai di¦ t¾n ¢p£thn.
’W daimÒnie, æj calepÕn tÕ pÒma lšgeij.
3 Kaˆ p©sa… ge, œfh, ™paggšllontai æj ™pˆ t¦
bšltista ¥xousai kaˆ e„j b…on eÙda…mona kaˆ
lusitelÁ. Oƒ dš, di¦ t¾n ¥gnoian kaˆ tÕn pl£-
non Ön pepèkasi par¦ tÁj 'Ap£thj, oÙc eØr…s-
kousi po…a ™stˆn ¹ ¢lhqin¾ ÐdÕj ¹ ™n tù B…J,
¢ll¦ planîntai e„kÍ, ésper Ðr´j kaˆ toÝj

l’autore abbia voluto assegnare a ciascun uomo una parte tanto


nell’errore e nell’ignoranza, quanto nella verità, altrimenti non
si spiegherebbe perché tutti si trattengano, per un periodo più
o meno lungo, nel primo recinto, e alcuni nel secondo, che
sono luoghi dominati dall’errore e dall’ignoranza, ma alcuni
riescano anche a raggiungere il terzo recinto, in cui vige la legge
della verità.
6, 2. DÒxai kaˆ 'Epiqum…ai kaˆ `Hdona…. Sono le donne
dalle molteplici fattezze che traviano gli uomini nei primi due
recinti. Opinioni, Brame e Voluttà rappresentano in sintesi
tutto ciò che può allontanare l’uomo dalla saggezza, quindi
dalla felicità: dall’opinoine, generalmente, dipende un falso

70
LA TAVOLA DI CEBETE

pletora di altre donne dalle molteplici fattezze?


S. Le vedo.
V. Queste dunque si chiamano Opinioni, Brame 2
e Voluttà. Quando la folla entra, quelle saltano
addosso a ognuno e s’avvinghiano, portandoselo
via.
S. E dove lo conducono?
V. Alcune alla salvezza – rispose –, altre invece
alla perdizione per colpa della Frode.
S. O divino, tu parli di una pozione davvero
pericolosa.
V. E tutte – continuò – promettono che esse li 3
condurranno verso le cose migliori e a una vita feli-
ce e vantaggiosa. Alcuni però, a causa dell’errore e
dell’ignoranza che hanno bevuto presso la Frode,
non trovano la vera via nella vita, ma vanno ramin-
gando senza una meta: puoi vedere tu stesso come

giudizio sulla realtà, che genera il desiderio di un qualcosa che


possa procurare un piacere, identificato come un bene in virtù
di quel giudizio errato derivato dall’opinione. Alcune opinioni,
tuttavia, possono condurre alla salvezza (aƒ meèn e„j tÕ sózes-
qai), altre alla perdizione (aƒ deè e„j tÕ ¢pÒllusqai): si trat-
ta della classica distinzione, già platonica, tra opinioni vere e
opinioni false, che hanno in comune soltanto una certa instabi-
lità; l’opinione vera, infatti, pur partecipe della verità, fugge
dall’anima se non viene fissata coi legami del ragionamento, e
solo in questo caso diventa possesso stabile, cioè scienza. Ma
nella Tavola è pressoché assente il richiamo alla forza vincolan-
te della ragione, mentre viene affidato all’esperienza il compi-
to di mostrare la via della saggezza.

71
KEBHTOS PINAX

prÒteron e„sporeuomšnouj æj peri£gontai Ópoi


¨n tÚcV.
7. `Orî toÚtouj, œfhn. `H deè gun¾ ™ke…nh t…j
™stin ¹ ésper tufl¾ kaˆ mainomšnh tij ei’nai
dokoàsa kaˆ ˜sthku‹a ™pˆ l…qou tinÕj strog-
gÚlou;
Kale‹tai mšn, œfh, TÚch: œsti deè oÙ mÒnon
tufl¾ kaˆ mainomšnh, ¢ll¦ kaˆ kwf».
2 AÛth oân t… œrgon œcei;
PeriporeÚetai pantacoà, œfh: kaˆ par' ïn
meèn ¡rp£zei t¦ Øp£rconta kaˆ ˜tšroij d…dwsi,
par¦ deè tîn aÙtîn p£lin ¢faire‹tai para-
crÁma § dšdwke kaˆ ¥lloij d…dwsin e„kÍ kaˆ
¢beba…wj. DiÕ kaˆ tÕ shme‹on kalîj mhnÚei t¾n
fÚsin aÙtÁj.
3 Po‹on toàto; œfhn ™gè.
“Oti ™pˆ l…qou stroggÚlou ›sthken.
Ei’ta t… toàto shma…nei;
OÙk ¢sfal¾j oÙdeè beba…a ™stˆn ¹ par'
aÙtÁj dÒsij. 'Ekptèseij g¦r meg£lai kaˆ

7, 1. TÚch. La TÚch della Tavola non rappresenta niente di


più che la casualità con cui gli uomini sortiscono una condizio-
ne piuttosto che un’altra: non ha nulla che vedere quindi con il
concetto di fato o di provvidenza tipici della riflessione stoica
contemporanea (cfr. Marco Aurelio, Ricordi, II, 3: «Le opere
degli Dei sono tutte dovute a provvidenza [prÒnoia]; le opere
della fortuna [t¦ tÁj tÚchj] non contrastano alla natura, a
quella coordinazione e connessione di eventi governati da
provvidenza», trad. cit.).

72
LA TAVOLA DI CEBETE

quelli che sono entrati per primi sono trascinati


dove capita.
7. S. Li vedo – dissi. E quella donna lì, che sem-
bra cieca e folle, e che se ne sta su un masso tondo,
chi è?
V. Si chiama Fortuna – rispose. Non è solo cieca
e pazza, ma è anche sorda!
S. E qual è il suo compito? 2
V. S’aggira ovunque – disse –, e ad alcuni sottrae
i loro averi per darli ad altri, ma poi da questi stes-
si, ai quali li aveva donati, di nuovo li porta via subi-
to, e li assegna ad altri ancora, in modo del tutto
accidentale e senza nessuna assicurazione. Per que-
sto il segno indica assai bene la sua indole.
S. Ma di quale segno si tratta? – chiesi io. 3
V. Il fatto che se ne sta su un masso tondo.
S. E che significa questo?
V. Che il suo dono non è sicuro né stabile. Chi
infatti presta fede a costei, si trova a dover patire

7, 2. tÕ shme‹on. Si tratta forse del simbolo più riuscito di


tutta l’opera: il masso tondo su cui sta la Fortuna, segno della
volubilità del suo carattere, cui farà eco il tetragono su cui sta
la vera Cultura (18, 3), stabile e sicuro possesso per chi riesce
a raggiungerla.

73
KEBHTOS PINAX

sklhraˆ g…nontai, Ótan tij aÙtÍ pisteÚsV.


8. `O deè tîn ¢nqrèpwn polÝj Ôcloj oátoj Ð
perˆ aÙt¾n ˜sthkèj, t… boÚletai kaˆ t…nej
kaloàntai;
Kaloàntai meèn oátoi ¢proboÚleutoi: a„toà-
si deè ›kastoj aÙtîn § ·…ptei.
Pîj oân oÙc Ðmo…an œcousi t¾n morf»n,
¢ll' oƒ meèn aÙtîn dokoàsi ca…rein, oƒ deè ¢qu-
moàsin ™ktetakÒtej t¦j ce‹raj;
2 Oƒ meèn dokoàntej, œfh, ca…rein kaˆ gel©n
aÙtîn oƒ e„lhfÒtej ti par' aÙtÁj e„sin: oátoi
deè kaˆ ¢gaq¾n TÚchn aÙt¾n kaloàsin. Oƒ deè
dokoàntej kla…ein e„sˆ par' ïn ¢fe…leto §
dšdwke prÒteron aÙto‹j. Oátoi deè p£lin aÙt¾n
kak¾n TÚchn kaloàsi.
3 T…na oân ™stin § d…dwsin aÙto‹j, Óti oÛtwj
oƒ meèn lamb£nontej ca…rousin, oƒ deè ¢pob£l-
lontej kla…ousi;
Taàta, œfh, § par¦ to‹j pollo‹j ¢nqrèpoij
doke‹ ei’nai ¢gaq£.
Taàta oân t…na ™st…;
4 Ploàtoj dhlonÒti kaˆ dÒxa kaˆ eÙgšneia
kaˆ tškna kaˆ turann…dej kaˆ basile‹ai kaˆ
t«lla Ósa toÚtoij parapl»sia.
Taàta oân pîj oÙk œstin ¢gaq£;

74
LA TAVOLA DI CEBETE

disillusioni enormi e amare.


8. S. E questa gran calca che fa ressa attorno a
costei cosa vuole, e chi sono?
V. Questi si chiamano sconsiderati: ognuno di
loro chiede quelle cose che ella largisce.
S. Ma com’è che non hanno tutti un aspetto
uguale, ma alcuni paiono gioire, altri invece dispe-
rarsi colle mani protese?
V. Quelli che tra di loro sembrano avere un 2
aspetto lieto e ridente, sono coloro che hanno otte-
nuto qualcosa dalla Fortuna, e perciò la chiamano
buona Fortuna. Questi altri, invece, che sembra
piangano, sono coloro ai quali ella ha tolto quanto
prima aveva concesso: essi, al contrario, la chiama-
no cattiva Fortuna.
S. Che cosa dà a costoro la Fortuna, perché 3
quelli che ricevono qualcosa si rallegrino, mentre
quelli che la perdono s’avviliscano?
V. Sono quelle cose – disse – che alla massa degli
uomini sembrano essere beni.
S. Quali sono dunque queste cose?
V. Sicuramente ricchezza, fama, nobiltà di nata- 4
li, prole, tirannidi e regni, e quant’altro c’è di simi-
le a questo.
S. E com’è che queste cose non sono beni?

75
KEBHTOS PINAX

Perˆ meèn toÚtwn, œfh, kaˆ aâqij ™kpoi»sei


dialšgesqai, nàn deè perˆ t¾n muqolog…an ginè-
meqa.
”Estw oÛtwj.
9. `Or´j oân, æj ¨n paršlqVj t¾n pÚlhn
taÚthn, ¢nwtšrw ¥llon per…bolon kaˆ guna‹-
kaj œxw toà peribÒlou ˜sthku…aj kekosmh-
mšnaj ésper ˜ta‹rai e„èqasi;
Kaˆ m£la.
Aátai to…nun ¹ meèn 'Akras…a kale‹tai, ¹ deè
'Aswt…a, ¹ deè 'Aplhst…a, ¹ deè Kolake…a.
2 T… oân ïde ˜st»kasin aátai;
Parathroàsin, œfh, toÝj e„lhfÒtaj ti par¦
tÁj TÚchj.
Ei’ta t…;
'Anaphdîsi kaˆ sumplškontai aÙto‹j kaˆ
kolakeÚousi kaˆ ¢xioàsi par' aØta‹j mšnein,
lšgousai Óti b…on ›xousin ¹dÚn te kaˆ ¥ponon
3 kaˆ kakop£qeian œconta oÙdem…an. 'E¦n oân tij
peisqÍ Øp' aÙtîn e„selqe‹n e„j t¾n `Hdup£-
qeian, mšcri mšn tinoj ¹de‹a doke‹ ei’nai ¹ dia-
trib» – ›wj ¨n gargal…zV tÕn ¥nqrwpon –, ei’t'

8, 4. aâqij. Cfr. i capp. 36-41.


9, 2. b…on... ¹dÚn te kaˆ ¥ponon ktl. Si noti la somiglian-
za, in questo come in altri luoghi della Tavola (cfr. infra note ad
loc.), con l’apologo di “Eracle al bivio” del sofista Prodico di
Ceo, riportato da Senofonte nei Memorabili, dove l’allegoria
del vizio cerca di convincere Eracle a seguirla con le stesse

76
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Su questo argomento – rispose – discuteremo


più tardi. Ora, invece, torniamo al nostro racconto.
S. Sia così.
9. V. Vedi, una volta che tu abbia oltrepassato
questa porta, più sopra, un altro recinto, e delle
donne all’esterno, che sembrano agghindate al
modo delle prostitute?
S. Certamente.
V. Costoro quindi si chiamano Incontinenza,
Prodigalità, Ingordigia, e Lusinga.
S. E che ci fanno in questo luogo? 2
V. Spiano quelli che hanno ottenuto qualcosa
dalla Fortuna.
S. E quindi?
V. Balzando su di loro gli s’avviticchiano, e li
vezzeggiano, e ritengono sia degna cosa per quelli
rimanere presso di loro, dicendo che godranno di
una vita piacevole, senza fatica e priva di dolore. Se 3
uno si lascia convincere da loro a incamminarsi alla
volta della Mollezza, fino a un certo punto gli sem-
bra di menare una vita piacevole, fino a quando
cioè questa donna è in grado di solleticarlo; ma poi

lusinghe dei personaggi della Tavola: «Se mi farai tua amica, io


ti porterò per la strada più dolce e facile, e non ci sarà piacere
che tu non gusterai e passerai la vita senza fare esperienza del
dolore» (IV 2, 23; tr. di A. Santoni, in Senofonte, Memorabili,
Rizzoli, Milano 1996).

77
KEBHTOS PINAX

oÙkšti. “Otan g¦r ¢nan»yV, a„sq£netai Óti


oÙk ½sqien, ¢ll' Øp' aÙtÁj kathsq…eto kaˆ
4 Øbr…zeto. DiÕ kaˆ Ótan ¢nalèsV p£nta Ósa
œlabe par¦ tÁj TÚchj, ¢nagk£zetai taÚtaij
ta‹j gunaixˆ douleÚein, kaˆ p£nq' Øpomšnein
kaˆ ¢schmone‹n kaˆ poie‹n ›neken toÚtwn p£n-
ta Ósa ™stˆ blaber£, oŒon ¢postere‹n, ƒero-
sule‹n, ™piorke‹n, prodidÒnai, lhi^zesqai kaˆ
p£nq' Ósa toÚtoij parapl»sia. “Otan oân p£n-
ta aÙto‹j ™pil…pV, parad…dontai tÍ Timwr…v.
10. Po…a dš ™stin aÛth;
`Or´j Ñp…sw ti, œfh, aÙtîn ¥nw ésper
qÚrion mikrÕn kaˆ tÒpon stenÒn tina kaˆ sko-
teinÒn;
2 Kaˆ m£la.
OÙkoàn kaˆ guna‹kej a„scraˆ kaˆ ·uparaˆ
kaˆ ·£kh ºmfiesmšnai dokoàsi sune‹nai;
Kaˆ m£la.
Aátai to…nun, œfh, ¹ meèn t¾n m£stiga œcou-
sa kale‹tai Timwr…a, ¹ deè t¾n kefal¾n ™n to‹j
gÒnasin œcousa LÚph, ¹ deè t¦j tr…caj t…l-
lousa ˜autÁj 'OdÚnh.
3 `O deè ¥lloj oátoj Ð paresthkëj aÙta‹j
duseid»j tij kaˆ leptÕj kaˆ gumnÒj – kaˆ met'
aÙtoà tij ¥llh Ðmo…a aÙtù, a„scr¦ kaˆ lep-
t» –, t…j ™stin;

78
LA TAVOLA DI CEBETE

non più. Come infatti quello rinsavisce, capisce di


non aver mangiato lui, ma di essere stato da quella
divorato e offeso. Ed è per questa ragione che, 4
quando ha ormai sperperato tutto quello che aveva
ricevuto dalla Fortuna, è costretto a servire queste
donne come uno schiavo, a sopportare ogni cosa, a
fare figure indecorose, e a commettere per causa
loro ogni genere di azioni turpi, come rubare, sac-
cheggiare i templi, spergiurare, tradire, rapinare, e
compiere altre simili scelleratezze. Quando infine
tutto gli viene a mancare, sono consegnati nelle
mani della Punizione.
10. S. Qual è costei?
V. Non vedi, alle spalle di queste donne, più su,
come una porticina piccola, e un luogo stretto e
tenebroso?
S. Certo. 2
V. Non vedi pure delle donne che se vanno insie-
me, brutte a vedersi, sozze e vestite di cenci?
S. Sì.
V. Questa che tiene una frusta si chiama
Punizione; questa, invece, che si mantiene il capo
tra le ginocchia, è l’Afflizione; quest’altra che si
strappa i capelli è la Disperazione.
S. E quest’altro che sta lì vicino a loro, deforme, 3
macilento e nudo, e insieme a lui anche un’altra
donna a lui simile nell’aspetto, orrenda e smunta:
chi sono?

79
KEBHTOS PINAX

`O meèn 'OdurmÕj kale‹tai, œfh, ¹ deè 'Aqum…a,


4 ¢delf¾ d' ™stˆn aÛth aÙtoà. ToÚtoij oân pa-
rad…dotai, kaˆ met¦ toÚtwn sumbio‹ timwroÚ-
menoj: ei’ta ™ntaàqa p£lin e„j tÕn ›teron oi’kon
·…ptetai, e„j t¾n Kakodaimon…an, kaˆ ïde tÕn
loipÕn b…on katastršfei ™n p£sV kakodaimo-
n…v, ¨n m¾ ¹ Met£noia aÙtù ™pitÚcV ™k pro-
airšsewj sunant»sasa.
11. Ei’ta t… g…netai, ™¦n ¹ Met£noia aÙtù
sunant»sV;
'Exaire‹ aÙtÕn ™k tîn kakîn kaˆ sun…s-
thsin aÙtù ˜tšran DÒxan t¾n e„j t¾n ¢lhqin¾n
Paide…an ¥gousan, ¤ma deè kaˆ t¾n e„j t¾n
Yeudopaide…an kaloumšnhn.

10, 4. Met£noia. Un cambiamento radicale di pensiero,


una svolta nel modo di pensare e di agire (come sottolineano il
lat. conversio e l’it. conversione), che nell’economia dell’allego-
ria della Tavola consiste in un vero e proprio cambiamento di
direzione: chi incontra Met£noia imbocca la strada del terzo
recinto o, che è meno opportuno, quella del secondo (due
infatti sono le opinioni diverse messe in testa dalla conver-
sione), ma in ogni caso si convince delle miserie patite nel
primo recinto. Si noti, ancora una volta, che la conversione
viene incontro solo a chi ha già sperimentato l’infelicità di una
vita trascorsa nel segno del vizio, è cioè un fatto di esperienza
di vita, cui fa seguito una scelta (è questo il senso da dare all’e-
spressione ™k proairšsewj), l’assenso a un nuovo sistema di
valori. Nel Corpus Hermeticum (I, 28), opera apocalittica di
ambiente platonico-gnostico risalente ai secoli III-IV, si legge
un brano che presenta delle sorprendenti analogie con la
Tavola: «Perché, uomini nati dalla terra, avete consegnato voi

80
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Lui si chiama Dolore, l’altra è la Prostrazione,


ed è sua sorella. Il punito viene consegnato nelle 4
loro mani e vive insieme a loro; di qui, poi, viene
gettato in un altro posto, presso l’Infelicità, e qui
trascorre il resto della sua vita in tutta miseria, a
meno che non gli venga incontro la Conversione
per sua scelta.
11. S. E poi che cosa succede, se la Conversione
gli si è fatta incontro?
V. Lo tira fuori dai mali e gli mette accanto una
nuova Opinione, quella che dovrebbe scortarlo fino
alla vera Cultura, ma nello stesso tempo anche
un’altra Opinione, cioè quella che conduce alla co-
siddetta falsa Cultura.

stessi alla morte, mentre avete il potere di prendere parte


all’immortalità? Convertitevi [metano»sate], voi che avete
percorso la vostra strada con l’errore [pl£nh] e avete preso
l’ignoranza [¥gnoia] come compagna, abbandonate la luce
delle tenebre, prendete parte all’immortalità, allontanandovi
definitivamente dalla perdizione». Si nota però immediata-
mente il tenore diverso delle esortazioni contenute nel Corpus
Hermeticum, di chiara ispirazione religiosa, in una prospettiva
di vita ultraterrena assolutamente estranea alla dottrina della
Tavola, dove la conversione è un fatto puramente intellettuale
(cfr. D. Pesce, op. cit., p. 32; A. D. Nock, La conversione,
Laterza, Roma-Bari 1974, p. 141).
11, 1. t¾n ¢lhqin¾n Paide…an... t¾n Yeudopaide…an.
Comincia a delinearsi, con l’ingresso in scena delle due Cul-
ture, la vera e la falsa, e delle Opinioni, l’obiettivo pedagogico
dell’autore: la libera scelta tra virtù e vizio è un fatto di cultu-

81
KEBHTOS PINAX

2 Ei’ta t… g…netai;
'E¦n mšn, fhs…, t¾n DÒxan taÚthn prosdš-
xhtai t¾n ¥xousan aÙtÕn e„j t¾n ¢lhqin¾n
Paide…an, kaqarqeˆj Øp' aÙtÁj sózetai, kaˆ
mak£rioj kaˆ eÙda…mwn g…netai ™n tù b…J: e„ deè
m», p£lin plan©tai ØpÕ tÁj Yeudodox…aj.
12. ’W `Hr£kleij, æj mšgaj Ð k…ndunoj ¥l-
loj oátoj. `H deè Yeudopaide…a po…a ™st…n; œfhn
™gè.
OÙc Ðr´j tÕn ›teron per…bolon ™ke‹non;
2 Kaˆ m£la, œfhn ™gè.
OÙkoàn œxw toà peribÒlou par¦ t¾n e‡so-
don gun» tij ›sthken, ¿ doke‹ p£nu kaq£rioj
kaˆ eÜtaktoj ei’nai;
Kaˆ m£la.

ra, cioè di educazione, che è l’unica arma contro l’ignoranza.


La virtù dunque è insegnabile, in accordo con il magistero
socratico (cfr. Platone, Menone 97 e-98 a), e con il pensiero
stoico. Cfr. Diog. Laert. VII 91: «Che la virtù sia insegnabile
(didakt¾n t¾n ¢ret»n) lo afferma Crisippo nel primo libro
dell’opera Sul fine, e Cleante, e Posidonio nelle Esortazioni: e
che sia insegnabile è chiaro dal fatto che si diventa buoni da
che si era cattivi (¢gaqoÝj ™k faÚlwn)».
11, 2. sózetai. Il verbo sózesqai è uno dei più usati nella
Tavola (ben undici volte, più una il verbo diasózesqai), a sot-
tolineare l’importanza del concetto di salvezza (non compare
mai però il sostantivo swthr…a): si tratta di una salvezza dalle
disillusioni e dai turbamenti sofferti da chi ripone le proprie

82
LA TAVOLA DI CEBETE

S. E poi che accade? 2


V. Se quello – disse – si sarà affidato all’O-
pinione che lo condurrà alla vera Cultura, allora da
questa purificato si salverà, e vivrà felice e conten-
to per tutta la vita. In caso contrario, di nuovo viene
tratto in errore dall’altra Opinione, quella falsa.
12. S. Per Eracle, quale altro grande pericolo è
questo! Ma la falsa Cultura qual è? – chiesi io.
V. Non vedi quell’altro recinto?
S. Sì – risposi. 2
V. Non se ne sta fuori del recinto, nei pressi del-
l’entrata, una donna d’aspetto oltremodo casto e
costumato?
S. Certo.

speranze di felicità nelle circostanze esterne, cioè nei doni della


Fortuna, e non ha niente che vedere con la salvezza dell’anima
dopo la morte. A questa salvezza si giunge attraverso il
frone‹n, una saggezza di tipo pratico, basata cioè sull’esperien-
za di vita piuttosto che sulla conoscenza teoretica: non è quin-
di presupposta una sviluppata facoltà di riflessione, come inve-
ce richiede la speculazione filosofica del pressoché contempo-
raneo Marco Aurelio (cfr. Marco Aurelio, Ricordi, XII, 29: «La
vita potrà approdare a porto di salvezza, quando si arrivi a
vedere per ciascun fatto nella sua totalità che cosa sia, quale ne
sia la disposizione materiale, quale l’elemento che ne forma la
causa», trad. cit.).

83
KEBHTOS PINAX

3 TaÚthn to…nun oƒ polloˆ kaˆ e„ka‹oi tîn


¢ndrîn Paide…an kaloàsin: oÙk œsti dš, ¢ll¦
Yeudopaide…a, œfh. Oƒ mšntoi sJzÒmenoi, ÐpÒ-
tan boÚlwntai e„j t¾n ¢lhqin¾n Paide…an
™lqe‹n, ïde prîton parag…nontai.
PÒteron oân ¥llh ÐdÕj oÙk œstin ™pˆ t¾n
¢lhqin¾n Paide…an ¥gousa;
”Estin, œfh.
13. Oátoi deè oƒ ¥nqrwpoi oƒ œsw toà peribÒ-
lou ¢nak£mptontej t…nej e„s…n;
Oƒ tÁj Yeudopaide…aj, œfh, ™rasta…, ºpath-
mšnoi kaˆ o„Òmenoi met¦ tÁj ¢lhqinÁj Paide…aj
sunomile‹n.
T…nej oân kaloàntai oátoi;
2 Oƒ meèn poihta…, œfh, oƒ deè ·»torej, oƒ deè dia-
lektiko…, oƒ deè mousiko…, oƒ deè ¢riqmhtiko…, oƒ
deè gewmštrai, oƒ deè ¢strolÒgoi, oƒ deè kritiko…,
oƒ deè ¹doniko…, oƒ deè peripathtikoˆ kaˆ Ósoi
¥lloi toÚtoij e„sˆ parapl»sioi.

12, 3. ¥llh ÐdÒj. Se c’è un’altra via per arrivare alla vera
Cultura, che non passi per la falsa Cultura, vuol dire che per
diventare virtuosi e raggiungere la Felicità si può anche fare a
meno degli studi. Cfr. Tavola, 33-35, e supra l’Introduzione, pp.
39-43.
13, 2. poihta…... ¢strolÒgoi. Siamo in presenza di un
elenco completo delle arti liberali: kritiko… (grammatica, cui si
potrebbero ascrivere anche i poihta…), dialektiko… (dialetti-
ca), ·»torej (retorica), ¢riqmhtiko… (aritmetica), mousiko…
(musica), gewmštrai (geometria), ¢strolÒgoi (astronomia).
¹doniko…. Sono i filosofi epicurei, collocati tra gli amanti

84
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Ebbene: la gran parte degli uomini comuni 3


chiamano questa donna Cultura, ma non è lei, per-
ché invece è la falsa Cultura. Quelli che si sono sal-
vati, quando vogliano pervenire alla vera Cultura,
prima giungono qui.
S. Non c’è dunque un’altra via per arrivare alla
vera Cultura?
V. C’è – rispose.
13. S. E questi uomini che s’aggirano nel recin-
to chi sono?
V. Sono – rispose – gli amanti della falsa Cultura,
i quali s’ingannano credendo d’intrattenersi con la
vera Cultura.
S. E come si chiamano?
V. Sono i poeti – rispose –, i retori, i dialettici, i 2
musici, gli aritmetici, i geometri, gli astronomi, gli
edonisti, i peripatetici, i filologi, e quanti altri ne
esistono di simili a questi.

della falsa Cultura per la loro teoria che il bene consiste nel pia-
cere, chiaramente osteggiata dall’autore della Tavola. Secondo
alcuni potrebbe trattarsi anche dei cirenaici della scuola di Ari-
stippo (cfr. J. T. Fitzgerald-L. M. White, op. cit., p. 147).
peripathtiko…. Si tratta degli aristotelici, i quali conside-
ravano ricchezza, salute, nobiltà sicuramente dei beni, in con-
strasto perciò con l’etica della Tavola (cfr. K. Praechter, Cebetis
Tabula quanam aetate conscripta esse videatur, Marburgi 1885,
pp. 17-21; J. T. Fitzgerald-L. M. White, op. cit., pp. 147-148;
D. Pesce, op. cit., p. 61). Ma la collocazione dei peripatetici tra
gli amanti della falsa Cultura potrebbe essere spiegata altret-

85
KEBHTOS PINAX

14. Aƒ deè guna‹kej ™ke‹nai aƒ dokoàsai pe-


ritršcein Ómoiai ta‹j prètaij, ™n aŒj œfhj ei’-
nai t¾n 'Akras…an, kaˆ aƒ ¥llai aƒ met' aÙtîn,
t…nej e„s…n;
AÙtaˆ ™ke‹na… e„sin, œfh.
2 PÒteron oân kaˆ ïde e„sporeÚontai;
N¾ D…a kaˆ ïde, span…wj deè kaˆ oÙcˆ ésper
™n tù prètJ peribÒlJ.
PÒteron oân kaˆ aƒ DÒxai; œfhn.
3 Mšnei g¦r kaˆ ™n toÚtoij tÕ pÒma Ö œpion
par¦ tÁj 'Ap£thj, kaˆ ¹ ¥gnoia mšnei ™n toÚ-
toij n¾ D…a, kaˆ met' aÙtÁj ge ¹ ¢frosÚnh, kaˆ
oÙ m¾ ¢pšlqV ¢p' aÙtîn oÜq' ¹ dÒxa oÜq' ¹ loi-
p¾ kak…a mšcri ¨n ¢pognÒntej tÁj Yeudopai-
de…aj e„sšlqwsin e„j t¾n ¢lhqin¾n ÐdÕn kaˆ
4 p…wsi t¦j toÚtwn kaqartik¦j dun£meij. Ei’ta

tanto bene se si considera che per loro il sapere teoretico ha


un’importanza fondamentale, che invece l’autore della Tavola
non riconosce; se così fosse, anche la citazione degli edonisti
avrebbe dovuto avere lo stesso senso: ci consta, però, che gli
epicurei (e c’è sufficiente unanimità tra gli studiosi nell’indivi-
duare negli edonisti della Tavola i filosofi del Giardino) avesse-
ro per la cultura enciclopedica proprio lo stesso disprezzo
mostrato dall’autore della Tavola. Cfr. al riguardo Sesto Em-
pirico, adv. math., I 1 (= Epicurea, p. 170, 227, ed. Usener, tr.
di I. Ramelli in Epicurea, Bompiani, Milano 2002): «I seguaci
di Epicuro sembrano aver esposto in modo più piano e acces-
sibile la loro confutazione degli uomini di cultura, affermando
che le discipline enciclopediche [tîn maqhm£twn], le quali
stanno alla base della formazione culturale, non contribuisco-

86
LA TAVOLA DI CEBETE

14. S. E quelle donne che sembrano correre tut-


t’intorno, simili a quelle di prima, tra le quali tu hai
detto trovarsi anche l’Incontinenza, chi sono?
V. Sono le stesse di prima – disse.
S. Ma davvero arrivano fin qui? 2
V. Sì, per Zeus, fin qui, anche se raramente e
non come nel primo recinto.
S. Anche le Opinioni? – domandai.
V. Anche in questi persiste l’effetto della bevan- 3
da che presero dalla Frode.
S. Anche l’ignoranza rimane in loro?
V. Sì, per Zeus, e insieme a lei anche l’insensa-
tezza, e non li lasceranno né le Opinioni né gli altri
vizi, fino a che, rinnegata la falsa Cultura, non si
saranno incamminati per la vera via e non avranno
bevuto le sue virtù purificatrici. Poi, una volta puri- 4

no in nulla al perfezionamento della sapienza, o, come conget-


turano alcuni, ritenendo questo un pretesto per nascondere la
loro ignoranza – infatti, si rinfaccia a Epicuro di essere ignoran-
te in molti campi… –, o forse anche per l’avversione nei con-
fronti dei seguaci di Platone e di Aristotele, che erano molto
eruditi». Dello stesso tenore sono pure i frammenti successivi:
cfr. Epicurea, ed. Usener, pp. 170-173.
14, 3. t¾n ¢lhqin¾n ÐdÒn. La vera via che conduce alla
vera Cultura, menzionata una prima volta in 6, 3. Ci saremmo
aspettati di trovare anche t¾n yeud¾n ÐdÒn, la via falsa che
avrebbe dovuto menare alla falsa Cultura, ma l’autore non usa
mai quest’espressione. In realtà falsa è la via che porta alla falsa
Cultura, ma ancor più lo è quella che si snoda nel primo recin-
to. Cfr. supra 4, 3 nota ad loc.

87
KEBHTOS PINAX

Ótan kaqarqîsi kaˆ ™kb£lwsi t¦ kak¦ p£nq'


Ósa œcousi, kaˆ t¦j dÒxaj kaˆ t¾n ¥gnoian kaˆ
t¾n loip¾n kak…an p©san, tÒte ¨n oÛtw
swq»sontai. ‘Wde deè mšnontej par¦ tÍ Yeudo-
paide…v oÙdšpote ¢poluq»sontai, oÙdeè ™lle…-
yei aÙtoÝj kakÕn oÙdeèn ›neka toÚtwn tîn ma-
qhm£twn.
15. Po…a oân aÛth ¹ ÐdÒj ™stin ¹ fšrousa
™pˆ t¾n ¢lhqin¾n Paide…an; œfhn.
`Or´j ¥nw, œfh, tÒpon tin¦ ™ke‹non, Ópou
oÙdeˆj ™pikatoike‹, ¢ll' œrhmoj doke‹ ei’nai;
`Orî.
2 OÙkoàn kaˆ qÚran tin¦ mikr¦n kaˆ ÐdÒn
tina prÕ tÁj qÚraj, ¼tij oÙ poluocle‹tai, ¢ll'
Ñl…goi p£nu poreÚontai ésper di' ¢nod…aj ti-
nÕj kaˆ trace…aj kaˆ petrèdouj ei’nai dokoÚ-
shj;
Kaˆ m£la, œfhn.
3 OÙkoàn kaˆ bounÒj tij ØyhlÕj doke‹ ei’nai,
kaˆ ¢n£basij sten¾ p£nu kaˆ krhmnoÝj œcou-
sa œnqen kaˆ œnqen baqe‹j;
`Orî.
AÛth to…nun ™stˆn ¹ ÐdÒj, œfh, ¹ ¥gousa
prÕj t¾n ¢lhqin¾n Paide…an.
4 Kaˆ m£la ge calep¾ proside‹n.

15, 1. œrhmoj. Il percorso per raggiungere la vera Cultura,


vestibolo obbligato per l’accesso alle Virtù e alla Felicità, è
arduo e poco frequentato: tutto il cap. 15 si basa su immagini

88
LA TAVOLA DI CEBETE

ficati ed espulse tutte le sozzure di cui sono pieni –


le opinioni, l’ignoranza e ogni altro vizio –, solo
allora saranno salvati. Se invece si tratterranno in
questo luogo, presso la falsa Cultura, giammai
saranno liberati, né alcuno di quei mali li mollerà,
per colpa di questi studi.
15. S. Ma qual è questa via che porta alla vera
Cultura?
V. Vedi lassù – disse – quel luogo, dove non abita
nessuno, ma appare deserto?
S. Lo vedo.
V. E non scorgi pure una piccola porta, e davan- 2
ti alla porta una via, non molta frequentata, ma
davvero pochi vi transitano, come se fosse un luogo
impraticabile, aspro e pietroso?
S. Sì – risposi.
V. Non sembra esserci anche un colle elevato, e 3
una via in salita molto stretta, fiancheggiata su
entrambi i lati da profondi precipizi?
S. Li vedo.
V. Questa, dunque, è la via che conduce alla vera
Cultura.
S. Ed è molto dura a vedersi. 4

che suscitano l’idea di un luogo che all’apparenza non convie-


ne raggiungere, di una via che è rischioso percorrere, di
un’ascesa che è difficile completare, allo scopo di mostrare
quanto difficile e poco frequentata sia la strada della virtù.

89
KEBHTOS PINAX

OÙkoàn kaˆ ¥nw ™pˆ toà bounoà Ðr´j


pštran tin¦ meg£lhn kaˆ Øyhl¾n kaˆ kÚklJ
¢pÒkrhmnon;
`Orî, œfhn.
16. `Or´j oân kaˆ guna‹kaj dÚo, ˜sthku…aj
™pˆ tÁj pštraj, lipar¦j kaˆ eÙektoÚsaj tù
sèmati, æj ™ktet£kasi t¦j ce‹raj proqÚmwj;
`Orî, ¢ll¦ t…nej kaloàntai, œfhn, aátai;
2 `H meèn 'Egkr£teia kale‹tai, œfh, ¹ deè Kar-
ter…a: e„sˆ deè ¢delfa….
T… oân t¦j ce‹raj ™ktet£kasi proqÚmwj oÛ-
twj;
3 Parakaloàsin, œfh, toÝj paraginomšnouj
™pˆ tÕn tÒpon qarre‹n kaˆ m¾ ¢podeili©n, lš-
gousai Óti bracÝ œti de‹ karterÁsai aÙtoÚj,
ei’ta ¼xousin e„j ÐdÕn kal»n.
4 “Otan oân paragšnwntai ™pˆ t¾n pštran,
pîj ¢naba…nousin; `Orî g¦r ÐdÕn fšrousan
oÙdem…an ™p' aÙt£j.
Aátai ¢pÕ toà krhmnoà proskataba…nousi

16, 3. ÐdÕn kal»n. Come per altri particolari della Tavola,


anche la descrizione della via che conduce alla vera Cultura e
al terzo recinto, come di una via aspra e dura, ma che poi
diventa dolce e piana in cima, è un topos della letteratura anti-
ca. Cfr. Esiodo, Le opere e i giorni, I 286 segg.: «Pensando al
tuo bene io ti parlerò, o stoltissimo Perse. Facile è scegliere la
vita grama e quanta ne vuoi, piana è la via e molto vicina essa
dimora, ma gli immortali hanno posto il sudore davanti al suc-
cesso; lunga e difficile è infatti la strada e, al principio, aspra,

90
LA TAVOLA DI CEBETE

V. E non vedi pure, sopra al colle, una roccia


massiccia e alta, scoscesa tutt’intorno?
S. La vedo – risposi.
16. V. Vedi, dunque, anche le due donne che
stanno sopra la roccia, grassocce e in salute, come
prontamente protendono le mani?
S. Le vedo. Ma chi sono? – chiesi.
V. Una è la Continenza – rispose –, l’altra è la 2
Pazienza, e sono sorelle.
S. Perché, dunque, tendono le mani con tanto
zelo?
V. Esortano quelli che arrivano presso di loro ad 3
aver coraggio e a non temere, dicendo che ancora
per poco dovranno pazientare, poi la strada si farà
più dolce.
S. Ma quando arrivano alla roccia, come vi sal- 4
gono? Io, infatti, non vedo nessuna strada per salir-
ci.
V. Sono le due sorelle che scendono giù per i

ma quando si giunge alla vetta, diventa agevole poi, per quan-


to difficile sia» (tr. di L. Magugliani, in Esiodo, Le opere e i gior-
ni. Lo scudo di Eracle, Milano 1996).
16, 4. Aátai... proskataba…nousi ktl. Questo particola-
re è stato trascurato sia da R. Joly, op. cit., sia da D. Pesce, op.
cit., sia da J. T. Fitzgerald-L. M. Withe, op. cit., gli studiosi che
più recentemente si sono occupati della Tavola: perché si dice
che non c’è una via che conduce alla Continenza e alla
Pazienza, ma sono invece esse a scendere verso gli uomini?
Forse che i loro doni – la forza e il coraggio – non derivano da

91
KEBHTOS PINAX

kaˆ ›lkousin aÙtoÝj ¥nw prÕj aØt£j, ei’ta


5 keleÚousin aÙtoÝj dianapaÚsasqai. Kaˆ met¦
mikrÕn didÒasin „scÝn kaˆ q£rsoj, kaˆ
™paggšllontai aÙtoÝj katast»sein prÕj t¾n
¢lhqin¾n Paide…an, kaˆ deiknÚousin aÙto‹j
t¾n ÐdÒn, æj œsti kal» te kaˆ Ðmal¾ kaˆ eÙpÒ-
reutoj kaˆ kaqar¦ pantÕj kakoà, ésper Ðr´j.
'Emfa…nei, n¾ D…a.
17. `Or´j oân, œfh, kaˆ œmprosqen toà ¥l-
souj ™ke…nou tÒpon tin¦ Öj doke‹ kalÒj te ei’-
nai kaˆ leimwnoeid¾j kaˆ fwtˆ pollù kata-
lampÒmenoj;
Kaˆ m£la.
2 Katanoe‹j oân ™n mšsJ tù leimîni per…-
bolon ›teron kaˆ pÚlhn ˜tšran;
”Estin oÛtwj. 'All¦ t…j kale‹tai Ð tÒpoj
oátoj;
3 EÙdaimÒnwn o„kht»rion, œfh: ïde g¦r dia-
tr…bousin aƒ 'Aretaˆ p©sai kaˆ ¹ EÙdaimon…a.
Ei’en, œfhn ™gè: æj kalÕn lšgeij tÕn tÒpon
ei’nai.
18. OÙkoàn par¦ t¾n pÚlhn Ðr´j, œfh, Óti
gun» t…j ™sti kal¾ kaˆ kaqesthku‹a tÕ prÒsw-
pon, mšsV deè kaˆ kekrimšnV ½dh tÍ ¹lik…v, sto-

uno sforzo umano, ma da un soccorso divino? Eppure questo


argomento poteva essere addotto a sostegno dell’interpretazio-
ne mistico-religiosa così tenacemente propugnata dal Joly, e
altrettanto alacremente confutata dal Pesce.

92
LA TAVOLA DI CEBETE

burroni e li tirano sopra presso di sé, quindi li esor-


tano a riprender fiato. E dopo un po’ danno loro 5
forza e coraggio, e promettono che li manderanno
dalla vera Cultura, e mostrano loro com’è bella, e
piana, e facile, e monda da ogni vizio la strada,
come tu stesso puoi vedere.
S. È evidente, per Zeus.
17. V. Vedi pure – chiese –, di fronte a quel
boschetto, un luogo dall’aspetto ameno, come un
prato, rischiarato da una gran luce?
S. Sicuro.
V. Puoi scorgere, allora, in mezzo al prato un 2
altro recinto, con un’altra porta?
S. È così. Ma come si chiama questo luogo?
V. È la dimora dei beati – disse. È qui che la 3
Felicità e tutte le Virtù trascorrono il loro tempo.
S. Ma è magnifico questo posto che dici! –
esclamai io.
18. V. Non vedi pure – proseguì – che, accanto
alla porta, c’è una splendida donna, compassata nel
volto e di mezza età, che indossa una veste sempli-

93
KEBHTOS PINAX

l¾n d' œcousa ¡plÁn te kaˆ ¢kallèpiston; “Es-


thke deè oÙk ™pˆ stroggÚlou l…qou, ¢ll' ™pˆ
2 tetragènou ¢sfalîj keimšnou. Kaˆ met¦ taÚ-
thj ¥llai dÚo e„s…, qugatšrej tineèj dokoàsai
ei’nai.
'Emfa…nei oÛtwj œcein.
ToÚtwn to…nun ¹ meèn ™n tù mšsJ Paide…a
™st…n, ¹ deè 'Al»qeia, ¹ deè Peiqè.
3 T… deè ›sthken ™pˆ l…qou tetragènou aÛth;
Shme‹on, œfh, Óti ¢sfal»j te kaˆ beba…a ¹
prÕj aÙt¾n ÐdÒj ™sti to‹j ¢fiknoumšnoij, kaˆ
tîn didomšnwn ¢sfal¾j ¹ dÒsij to‹j lamb£-
nousi.
4 Kaˆ t…na ™st…n, § d…dwsin aÛth;
Q£rsoj kaˆ ¢fob…a, œfh ™ke‹noj.
Taàta deè t…na ™st…n;
'Epist»mh, œfh, toà mhdeèn ¥n pote deinÕn
paqe‹n ™n tù b…J.
19. ’W `Hr£kleij, æj kal£, œfhn, t¦ dîra.
'All¦ t…noj ›neken oÛtwj œxw toà peribÒlou
›sthken;

18, 1. ™pˆ tetragènou. L’immagine del tetr£gwnoj come


simbolo di stabilità si trova già in Aristotele, Eth. Nic., I 10
1100 b 20-21, che parlando proprio dell’uomo virtuoso scrive:
«Chi è veramente buono e tetragono [cioè fermo nella virtù]
senza biasimo riceverà una bellissima sorte in tutto e per tutto
convenientemente». Tommaso d’Aquino così commentava:
«Sed tetragonum nominat perfectum in virtute ad similitudi-

94
LA TAVOLA DI CEBETE

ce e senza belletti? Non se ne sta su un masso


tondo, ma su uno quadrangolare ben piantato a
terra. E con lei ci sono altre due donne, che sem- 2
brano esser sue figlie.
S. È chiaro.
V. Di queste, dunque, quella nel mezzo è la vera
Cultura, una è la Verità, l’altra la Persuasione.
S. Ma perché costei se ne sta su un masso qua- 3
drangolare?
V. È segno – rispose – che la via che a lei mena
è sicura e certa per quelli che vi giungono, e sicuro
è anche il suo donare per quelli che ne beneficiano.
S. E quali sono i suoi doni? 4
V. Coraggio e intrepidezza – rispose il vecchio.
S. E che cosa sono?
V. La scienza del non dover patir mai niente di
male nella vita.
19. S. Per Eracle! – esclamai. Come sono belli
questi doni! Ma perché se ne sta così fuori dal
recinto?

nem corporis cubici […]. Et similiter virtuosus in qualibet for-


tuna bene se habet» (Eth. Nic. exp., I lect. XVI n. 193).
Probabilmente per tramite di san Tommaso, anche Dante, nel
Paradiso (XVII, 23-24), fece propria l’immagine del tetragono:
«avvegna ch’io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura».

95
KEBHTOS PINAX

“Opwj toÝj paraginomšnouj, œfh, qerapeÚV,


kaˆ pot…zV t¾n kaqartik¾n dÚnamin. Ei’q' Ótan
kaqarqîsin, oÛtwj e„s£gei toÚtouj prÕj t¦j
'Aret£j.
2 Pîj toàto; œfhn ™gè. OÙ g¦r sun…hmi.
'All¦ sun»seij, œfh. `Wj ¥n, e‡ tij filo-
t…mwj k£mnwn ™tÚgcane, prÕj „atrÕn ¨n d»pou
genÒmenoj prÒteron kaqartiko‹j ™xšballe t¦
nosopoioànta, ei’ta oÛtwj ¨n Ð „atrÕj aÙtÕn
3 e„j ¢n£lhyin kaˆ Øg…eian katšsthsen, e„ deè m¾
™pe…qeto oŒj ™pštatten, eÙlÒgwj ¨n d»pou
¢pwsqeˆj ™xèleto ØpÕ tÁj nÒsou.
Taàta meèn sun…hmi, œfhn ™gè.
4 TÕn aÙtÕn to…nun trÒpon, œfh, kaˆ prÕj t¾n
Paide…an Ótan tij paragšnhtai, qerapeÚei aÙ-
tÕn kaˆ pot…zei tÍ ˜autÁj dun£mei, Ópwj ™k-
kaq£rV prîton kaˆ ™kb£lV t¦ kak¦ p£nta Ósa
œcwn Ãlqe.
Po‹a taàta;
5 T¾n ¥gnoian kaˆ tÕn pl£non, Ön ™pepèkei
par¦ tÁj 'Ap£thj, kaˆ t¾n ¢lazone…an kaˆ t¾n
™piqum…an kaˆ t¾n ¢kras…an kaˆ tÕn qumÕn kaˆ
t¾n filargur…an kaˆ t¦ loip¦ p£nta ïn ¢ne-
pl»sqh ™n tù prètJ peribÒlJ.
20. “Otan oân kaqarqÍ, poà aÙtÕn ¢postšl-
lei;
”Endon, œfh, prÕj t¾n 'Epist»mhn kaˆ prÕj
t¦j ¥llaj 'Aret£j.

96
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Per sanare – rispose – i viandanti che arrivano


presso di lei dando loro da bere la sua virtù catarti-
ca. Poi, quando sono stati purificati, li accompagna
dalle Virtù.
S. E come accade tutto ciò? – chiesi io. Non rie- 2
sco a capire.
V. Ma capirai presto – disse. È come quando
uno, gravemente ammalato, se ne viene dal medico,
il quale con pozioni curative gli caccia via le cause
della malattia, in modo da ristabilirlo e rimetterlo in
salute; ma se quello non ubbidisce alle prescrizioni 3
del medico, sbattuto fuori se ne muore a causa del
morbo.
S. Ora capisco – dissi.
V. Allo stesso modo – seguitò – la vera Cultura 4
cura chi giunge presso di lei, somministrandogli la
sua virtù catartica, sì da purificarlo e da fargli espel-
lere tutti i mali che aveva quando venne.
S. Di quali mali si tratta?
V. Dell’ignoranza e dell’errore che aveva bevuto 5
presso la Frode, e della millanteria, della brama,
dell’incontinenza, dell’ira, dell’avidità, e di tutti gli
altri mali di cui si era completamente riempito nel
primo recinto.
20. S. E dopo averlo purificato, dove lo spedi-
sce?
V. All’interno – rispose –, dalla Felicità e dalle
Virtù.

97
KEBHTOS PINAX

Po…aj taÚtaj;
2 OÙc Ðr´j, œfh, œsw tÁj pÚlhj corÕn gunai-
kîn, æj eÙeide‹j dokoàsin ei’nai kaˆ eÜtaktoi,
kaˆ stol¾n ¢trÚferon kaˆ ¡plÁn œcousin; œti
te æj ¥plasto… e„si kaˆ oÙdamîj kekallwpis-
mšnai kaq£per aƒ ¥llai;
3 `Orî, œfhn. 'All¦ t…nej aátai kaloàntai;
`H meèn prèth 'Epist»mh, œfh, kale‹tai, aƒ deè
¥llai, taÚthj ¢delfa…, 'Andre…a, DikaiosÚnh,
Kalok¢gaq…a, SwfrosÚnh, EÙtax…a, 'Eleuqe-
r…a, 'Egkr£teia, PraÒthj.
4 ’W k£lliste, œfhn œgwge, æj ™n meg£lV ™l-
p…di ™smšn.
'E¦n sunÁte, œfh, kaˆ ›xin peripoi»shsqe ïn
¢koÚete.
'All¦ prosšxomen, œfhn œgwge, æj m£lista.
Toigaroàn, œfh, swq»sesqe.

20, 2. eÙeide‹j... kaˆ oÙdamîj kekallwpismšnai. Que-


sto di presentare l’allegoria della virtù come una donna costu-
mata, semplice e secondo natura, e, al contrario, quella del
vizio come una donna artefatta e innaturale, è un topos di cui si
legge un celebre esempio nell’apologo di Eracle al bivio del
sofista Prodico di Ceo, riportato da Senofonte nei Memorabili:
«[Prodico] racconta che Eracle, al momento del passaggio
dalla fanciullezza alla giovinezza, quando i giovani, ormai
padroni di sé, mostrano se nella vita si indirizzeranno sulla via
della virtù o su quella del vizio, si recò in un luogo solitario e

98
LA TAVOLA DI CEBETE

S. E quali sono costoro?


V. Non vedi – disse – dentro la porta un corteo 2
di donne, come sono graziose e costumate, coperte
da una veste semplice e senza artifizi? Non ti sem-
brano naturali e per nulla imbellettate come le
altre?
S. Le vedo – risposi. Ma come si chiamano que- 3
ste donne?
V. La prima – disse – è la Scienza, mentre tutte
le altre sono sue sorelle: l’Audacia, la Giustizia, la
Magnanimità, la Temperanza, la Moderazione, la
Libertà, la Mitezza.
S. Che tu sia benedetto! – esclamai. Che grande 4
speranza abbiamo!
V. Se – precisò – capirete quello che ascoltate e
lo trasformerete in abito permanente.
S. Presteremo la massima attenzione – gli assi-
curai.
V. Quand’è così – concluse – vi salverete.

seduto si domandava quale strada prendere; ed ecco gli appar-


vero due donne che venivano verso di lui: erano alte entrambe,
ma l’una di bell’aspetto e di natura nobile, la purezza abbelliva
il suo volto, il pudore il suo sguardo, aveva andatura composta
e indossava una veste bianca; l’altra, cresciuta per esser ben
tornita e morbida, in modo da sembrare più bianca e rossa di
quello che era, e un portamento tale da sembrare più eretta del
naturale, lo sguardo era sfacciato e la veste lasciava intravvede-
re generosamente le sue belle forme» (IV 2, 21-22; trad. cit.).

99
KEBHTOS PINAX

21. “Otan oân paral£bwsin aÙtÕn aátai,


poà ¥gousi;
PrÕj t¾n mhtšra, œfh.
AÛth deè t…j ™stin;
EÙdaimon…a, œfh.
Po…a d' ™stˆn aÛth;
2 `Or´j t¾n ÐdÕn ™ke…nhn t¾n fšrousan ™pˆ tÕ
ØyhlÕn ™ke‹no, Ó ™stin ¢krÒpolij tîn peri-
bÒlwn p£ntwn;
`Orî.
3 OÙkoàn ™pˆ toà propula…ou gun¾ kaqesth-
ku‹a eÙeid»j tij k£qhtai ™pˆ qrÒnou Øyhloà,
kekosmhmšnh ™leuqšrwj kaˆ ¢perišrgwj kaˆ
™stefanwmšnh stef£nJ eÙanqe‹ p£nu kalù;
'Emfa…nei oÛtwj.
AÛth to…nun ™stˆn ¹ EÙdaimon…a, œfh.
22. “Otan oân ïdš tij paragšnhtai, t… poie‹;
Stefano‹ aÙtÒn, œfh, tÍ ˜autÁj dun£mei ¼ te
EÙdaimon…a kaˆ aƒ ¥llai 'Aretaˆ p©sai, ésper
toÝj nenikhkÒtaj toÝj meg…stouj ¢gînaj.
Kaˆ po…ouj ¢gînaj nen…khken aÙtÒj; œfhn
™gè.
2 ToÝj meg…stouj, œfh, kaˆ t¦ mšgista qhr…a,

22, 2. t¦ mšgista qhr…a. Cfr. Antistene in Dione


Crisostomo, Or. IX, 1, 105: «A somiglianza di Eracle, protetto-
re della mia scuola, ho domato atleti fortissimi e bestie ferocis-
sime: la povertà, dico, l’ignominia, l’ira, il timore, il desiderio e
la più ingannevole e crudele di tutte, il piacere».

100
LA TAVOLA DI CEBETE

21. S. Quando le Virtù lo abbiano accolto, dove


lo conducono poi?
V. Dalla loro madre – rispose.
S. E chi è costei?
V. La Felicità – rispose.
S. E qual è?
V. La vedi quella via che porta su quella sommi- 2
tà, che è come l’acropoli di tutti i recinti?
S. La vedo.
V. E non c’è in cima ai gradoni una donna bellis- 3
sima che siede su di un alto trono, ed è ornata
nobilmente ma senza ricercatezza, ed è anche inco-
ronata da un diadema di splendidi fiori?
S. Si vede chiaramente.
V. Ebbene, questa è la Felicità – disse.
22. S. Ma quando uno sia giunto presso la
Felicità, che fa costei?
V. La Felicità lo incorona con la sua virtù – rispo-
se –, assieme alle altre Virtù tutte, come chi ha vinto
i più grandi agoni.
S. E quali agoni egli ha vinto? – chiesi io.
V. I più grandi – rispose –, e le fiere più terribili 2

101
KEBHTOS PINAX

§ prÒteron aÙtÕn kat»sqie kaˆ ™kÒlaze kaˆ


™po…ei doàlon: taàta p£nta nen…khke, kaˆ ¢pšr-
riyen ¢f' ˜autoà kaˆ kekr£thken ˜autoà, éste
™ke‹na nàn toÚtJ douleÚousi, kaq£per oátoj
™ke…noij prÒteron.
23. Po‹a taàta lšgeij qhr…a; P£nu g¦r
™pipoqî ¢koàsai.
Prîton mšn, œfh, t¾n ”Agnoian kaˆ tÕn
Pl£non. ºH oÙ doke‹ soi taàta qhr…a;
Kaˆ ponhr£ ge, œfhn ™gè.
2 Ei’ta t¾n LÚphn kaˆ tÕn 'OdurmÕn kaˆ t¾n
Filargur…an kaˆ t¾n 'Akras…an kaˆ t¾n loip¾n
¤pasan Kak…an. P£ntwn toÚtwn krate‹, kaˆ oÙ
krate‹tai ésper prÒteron.
3 ºW kalîn œrgwn, œfhn ™gè, kaˆ kall…sthj
n…khj. 'All' ™ke‹no œti moi e„pš: t…j ¹ dÚnamij
toà stef£nou, ú œfhj... stefanoàn aÙtÒn;
4 EÙdaimonik», ð nean…ske. `O g¦r stefanw-
qeˆj taÚtV tÍ dun£mei eÙda…mwn g…netai kaˆ
mak£rioj, kaˆ oÙk œcei ™n ˜tšroij t¦j ™lp…daj
tÁj eÙdaimon…aj, ¢ll' ™n aØtù.

23, 4. ™n aØtù. Cfr. Platone, Repubblica, 387 d: «Noi


sosteniamo anche che soprattutto un uomo simile [scil. equili-
brato, ™pieik»j] basta a sé stesso per viver bene (aÙtÕj aØtù
aÙt£rchj prÕj tÕ eâ zÁn), e meno di chiunque altro sente il
bisogno di un’altra persona». Seneca, Ep. ad Luc., 23: «A que-
sta vetta [scil. ad aver senno] perviene solo chi sa bene di che

102
LA TAVOLA DI CEBETE

che prima lo divoravano e lo mutilavano e lo rende-


vano schiavo: tutte queste ha vinto e ha allontana-
to via da sé, e domina sé stesso, sicché ora sono
quelle a esser sottomesse, proprio come prima era
lui nei loro confronti.
23. S. Ma di quali belve stai parlando? Desidero
molto saperlo.
V. Innanzi tutto – disse – l’ignoranza e l’errore.
O non ti sembrano belve queste?
S. Sicuro, e anche molto pericolose! – confermai
io.
V. Poi l’Afflizione, il Dolore, l’Avidità, l’Incon- 2
tinenza e tutti i restanti vizi. Ora egli li domina tutti
quanti, mentre prima ne era dominato.
S. Oh che imprese eroiche – esclamai io –, e che 3
vittoria strepitosa! Ma dimmi anche questo: qual è
la virtù della corona con la quale tu hai detto cin-
gerlo la Felicità?
V. È la virtù capace di rendere felici, giovanotto. 4
Chi infatti viene incoronato con questa virtù divie-
ne felice e beato, e non ripone in altri le speranze di
felicità, ma in sé stesso.

debba compiacersi, chi non mette la propria felicità in mani


altrui. […] la felicità il saggio la cerca dentro di sé». Epitteto,
Dissert. III, 24: «I beni non li cercate fuori di voi, cercateli den-
tro di voi, altrimenti non li troverete». Si ricordino anche le
famose massime cinico-stoiche «il saggio basta a sé stesso» e
«virtus se ipsa contenta est».

103
KEBHTOS PINAX

24. `Wj kalÕn tÕ n…khma lšgeij. “Otan deè


stefanwqÍ, t… poie‹ À po‹ bad…zei;
2 ”Agousin aÙtÕn Øpolaboàsai aƒ 'Aretaˆ
prÕj tÕn tÒpon ™ke‹non, Óqen Ãlqe prîton, kaˆ
deiknÚousin aÙtù toÝj ™ke‹ diatr…bontaj æj
kakîj diatr…bousi kaˆ ¢ql…wj zîsi, kaˆ æj
nauagoàsin ™n tù b…J kaˆ planîntai kaˆ
¥gontai katakekrathmšnoi ésper ØpÕ pole-
m…wn, oƒ meèn Øp' 'Akras…aj, oƒ deè Øp' 'Ala-
zone…aj, oƒ deè ØpÕ Filargur…aj, ›teroi deè ØpÕ
3 Kenodox…aj, oƒ deè Øf' ˜tšrwn Kakîn. 'Ex ïn oÙ
dÚnantai ™klàsai ˜autoÝj tîn deinîn oŒj dš-
dentai, éste swqÁnai kaˆ ¢fikšsqai ïde, ¢ll¦
tar£ttontai di¦ pantÕj toà b…ou. Toàto deè
p£scousi di¦ tÕ m¾ dÚnasqai t¾n ™nq£de ÐdÕn
eØre‹n: ™pel£qonto g¦r tÕ par¦ toà Daimon…ou
prÒstagma.
25. 'Orqîj moi doke‹j lšgein. 'All¦ kaˆ
toàto p£lin ¢porî, di¦ t… deiknÚousin aÙtù
tÕn tÒpon ™ke‹non aƒ 'Areta…, Óqen ¼kei tÕ prÒ-
teron.

24, 2. deiknÚousin ktl. La vera conoscenza che giova,


come più volte abbiamo ormai ripetuto, è data dall’esperienza
diretta delle miserie patite a causa della fiducia riposta nei beni
della Fortuna o nel sapere teoretico; ecco perché le Virtù
mostrano al beato la vita dei primi due recinti: attraverso que-
sta esperienza l’uomo può acquisire la consapevolezza del pro-
prio nuovo stato, e rimanere saldo in esso.

104
LA TAVOLA DI CEBETE

24. S. Che vittoria meravigliosa è questa che


dici! Ma dopo che sia stato incoronato, che fa e
dove se ne va?
V. Le Virtù se lo caricano sulle spalle e lo porta- 2
no in quel luogo dal quale era giunto prima, e gli
mostrano come se la passano male e come vivono
miseramente quelli che lo abitano, e come naufra-
gano nella vita, ed errano e sono dominati come se
fossero sottomessi a dei nemici, alcuni agli ordini
dell’Incontinenza, altri della Millanteria, altri anco-
ra dell’Avidità, altri della Vanagloria, altri dei vari
vizi. E non è possibile che si liberino dai mali dai 3
quali sono avvinti, e che si salvino e arrivino fin qui,
ma vengono tormentati per tutta la vita. Questo
patiscono per non saper trovare la strada che mena
fin qui, giacché hanno dimenticato il monito ricevu-
to dal Demone.
25. S. Hai ragione! Ma mi trovo di nuovo in dif-
ficoltà su una cosa: perché le Virtù gli fanno vedere
il luogo dal quale è giunto prima?

105
KEBHTOS PINAX

2 OÙk ¢kribîj Édei oÙdeè ºp…stato, œfh, oÙdeèn


tîn ™ke‹, ¢ll' ™nedo…aze, kaˆ di¦ t¾n ¥gnoian
kaˆ tÕn pl£non, Ön d¾ ™pepèkei, t¦ m¾ Ônta
¢gaq¦ ™nÒmizen ¢gaq¦ ei’nai, kaˆ t¦ m¾ Ônta
3 kak¦ kak£. DiÕ kaˆ œzh kakîj, ésper oƒ ¥lloi
oƒ ™ke‹ diatr…bontej. Nàn dš, ¢peilhfëj t¾n
™pist»mhn tîn sumferÒntwn, aÙtÒj te kalîj
zÍ kaˆ toÚtouj qewre‹ æj kakîj pr£ttousin.
26. 'Epeid¦n oân qewr»sV p£nta, t… poie‹ À
poà œti bad…zei;
“Opou ¨n boÚlhtai, œfh. Pantacoà g£r
™stin aÙtù ¢sf£leia ésper tù tÕ KwrÚkion
¥ntron œconti, kaˆ pantacoà, oá ¨n ¢f…khtai,
p£nta kalîj bièsetai met¦ p£shj ¢sfale…aj.
`Upodšxontai g¦r aÙtÕn ¢smšnwj p£ntej, kaq£-
per tÕn „atrÕn oƒ p£scontej.
2 PÒteron oân k¢ke…naj t¦j guna‹kaj, §j œ-
fhj qhr…a ei’nai, oÙkšti fobe‹tai m» ti p£qV Øp'
aÙtîn;

25, 3. ™pist»mhn tîn sumferÒntwn. Si tratta della stessa


scienza di cui ha parlato in 18, 4, cioè «la scienza del non dover
patir mai niente di male nella vita», e che ritornerà in 32, 2
come «la vera scienza delle cose che giovano». Alla nozione di
«utilizzo delle cose», e quindi di «scienza delle cose che giova-
no», l’autore della Tavola dedicherà le ultime battute del dialo-
go (cfr. i capp. 36-41), da dove risulterà che ogni giudizio
morale sulle cose dipende dall’utilizzo, retto o sbagliato, che se
ne fa: solo la saggezza è in sé un bene, e solo l’ignoranza è in
sé un male, mentre tutte le cose sono in sé indifferenti.

106
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Perché non aveva una conoscenza precisa né 2


aveva scienza di nessuna delle cose di laggiù –
rispose –, ma era in dubbio, e a causa dell’errore e
dell’ignoranza che aveva bevuto stimava beni le
cose che non sono beni, e mali quelle che non sono
mali. È per questa ragione che viveva malamente, 3
come chi dimora in quel luogo. Ora invece, dopo
che ha appreso la scienza delle cose che giovano,
costui può viver bene e guardare gli altri agire da
stolti.
26. S. Ma quando abbia contemplato ogni cosa,
cosa fa e dove se ne va ancora?
V. Se ne va dove gli piace – rispose. Ogni luogo
è per lui sicuro come chi si rifugia nell’Antro Co-
ricio, e dovunque andrà vivrà contento e tranquillo.
Tutti infatti lo accoglieranno con gioia come fanno
i malati con il medico.
S. Ma è vero che ormai non teme più quelle 2
donne, che dicevi esser fiere, e non può più subire
niente da loro?

26, 1. tÕ KwrÚkion ¥ntron. L’Antro Coricio è una vasta


grotta situata sul Parnaso, dove, secondo il racconto di
Erodoto (Storie, VIII 36), si rifugiarono gli abitanti di Delfi per
sfuggire all’esercito di Serse, durante la prima guerra persiana.

107
KEBHTOS PINAX

OÙ m¾ dioclhq»setai oÙd eèn oÜte ØpÕ


'OdÚnhj oÜte ØpÕ LÚphj oÜte Øp' 'Akras…aj
oÜte ØpÕ Filargur…aj oÜte ØpÕ Pen…aj oÜte
3 ØpÕ ¥llou Kakoà oÙdenÒj. `Ap£ntwn g¦r
kurieÚei kaˆ ™p£nw p£ntwn ™stˆ tîn prÒteron
aÙtÕn lupoÚntwn, kaq£per oƒ ™ciÒdhktoi. T¦
g¦r qhr…a d»pou t¦ p£ntaj toÝj ¥llouj kako-
poioànta mšcri qan£tou ™ke…nouj oÙ lupe‹ di¦
tÕ œcein ¢ntif£rmakon aÙtoÚj. OÛtw kaˆ toà-
ton oÙkšti oÙdeèn lupe‹ di¦ tÕ œcein ¢ntif£r-
makon.
27. Kalîj ™moˆ doke‹j lšgein. 'All' œti toà-
tÒ moi e„pš: t…nej e„sˆn oátoi oƒ dokoàntej ™-
ke‹qen ¢pÕ toà bounoà parag…nesqai; Kaˆ oƒ
meèn aÙtîn, ™stefanwmšnoi, œmfasin poioàsin
eÙfrosÚnhj tinÒj, oƒ dš, ¢stef£nwtoi, lÚphj
kaˆ taracÁj, kaˆ t¦j kn»maj kaˆ t¦j kefal¦j
2 dokoàsi tetr…fqai, katšcontai deè ØpÕ gunai-
kîn tinwn.
Oƒ meèn ™stefanwmšnoi oƒ seswsmšnoi e„sˆ
prÕj t¾n Paide…an, kaˆ eÙfra…nontai tetuch-
3 kÒtej aÙtÁj. Oƒ deè ¢stef£nwtoi, oƒ mšn, ¢peg-
nwsmšnoi ØpÕ tÁj Paide…aj, ¢nak£mptousi
kakîj kaˆ ¢ql…wj diake…menoi: oƒ dš, ¢podedei-
liakÒtej kaˆ oÙk ¢nabebhkÒtej prÕj t¾n Kar-
ter…an, p£lin ¢nak£mptousi kaˆ planîntai
¢nod…v.

108
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Non sarà più infastidito né dalla Disperazio-


ne, né dall’Afflizione, né dall’Incontinenza, né dal-
l’Avidità, né dalla Povertà, né da alcun altro male.
Li signoreggia tutti, e sta sopra tutti quelli che pri- 3
ma gli procuravano dolore, proprio come chi è stato
morso da una vipera. Infatti, gli animali capaci di
arrecar danni a tutti gli altri fino a portarli alla
morte non fanno nessun male a costoro, per il fatto
che questi possiedono l’antidoto. Allo stesso modo
anche a quello non possono arrecar danno, perché
possiede l’antidoto.
27. S. Hai ragione! Ma dimmi ancora questo:
chi sono questi che sembra scendano dal colle?
Quelli di loro che sono incoronati fanno mostra di
una certa letizia, quelli invece che sono senza coro-
na paiono disperati e tormentati, e sembra abbiano
delle escoriazioni sulle gambe e sul capo, e sono 2
trattenuti da certe donne.
V. Gli incoronati sono quelli che sono stati salva-
ti dalla Cultura, e si rallegrano per averla incontra-
ta. Quelli senza corona, invece, respinti dalla 3
Cultura, se ne tornano mesti e disgraziati. Quelli
che hanno avuto paura di salire dalla Pazienza se ne
tornano indietro e vagano di nuovo senza meta.

109
KEBHTOS PINAX

4 Aƒ deè guna‹kej aƒ met' aÙtîn ¢kolouqoàsai,


t…nej e„sˆn aátai;
Làpai, œfh, kaˆ 'OdÚnai kaˆ 'Aqum…ai kaˆ
'Adox…ai kaˆ ”Agnoiai.
28. P£nta kak¦ lšgeij aÙto‹j ¢kolouqe‹n.
N¾ D…a p£nta, œfh, ™pakolouqoàsin. “Otan
deè oátoi paragšnwntai e„j tÕn prîton per…-
bolon prÕj t¾n `Hdup£qeian kaˆ t¾n 'Akras…-
2 an, oÙc ˜autoÝj a„tiîntai, ¢ll' eÙqÝj kakîj
lšgousi kaˆ t¾n Paide…an kaˆ toÝj ™ke‹se ba-
d…zontaj, æj tala…pwroi kaˆ ¥qlio… e„si kaˆ
kakoda…monej, o‰ tÕn b…on tÕn par' aÙta‹j ¢po-
lipÒntej kakîj zîsi kaˆ oÙk ¢polaÚousi tîn
par' aÙta‹j ¢gaqîn.
3 Po‹a deè lšgousin ¢gaq¦ ei’nai;
T¾n ¢swt…an kaˆ t¾n ¢kras…an, æj e‡poi ¥n
tij ™pˆ kefala…ou. TÕ g¦r eÙwce‹sqai boskh-
m£twn trÒpon ¢pÒlausin meg…stwn ¢gaqîn ¹-
goàntai ei’nai.
29. Aƒ deè ›terai guna‹kej aƒ ™ke‹qen para-
ginÒmenai ƒlara… te kaˆ gelîsai, t…nej ka-
loàntai;
2 DÒxai, œfh, kaˆ ¢gagoàsai prÕj t¾n Pai-
de…an toÝj e„selqÒntaj prÕj t¦j 'Aret¦j ¢na-
k£mptousin, Ópwj ˜tšrouj ¢g£gwsi, kaˆ ¢nag-
gšllousin Óti eÙda…monej ½dh gegÒnasin oÞj
tÒte ¢p»gagon.
3 PÒteron oân, œfhn ™gè, aátai e‡sw prÕj t¦j
'Aret¦j oÙk e„sporeÚontai;
110
LA TAVOLA DI CEBETE

S. E le donne che li accompagnano chi sono? 4


V. L’Afflizione – rispose –, la Disperazione, la
Prostrazione, l’Ignominia e l’Ignoranza.
28. S. Ma questi che li seguono sono tutti i mali!
V. Sì, per Zeus! – esclamò – tutti lo seguono da
vicino. Quando costoro siano di nuovo giunti nel
primo recinto presso la Mollezza e l’Incontinenza,
non danno la colpa a sé stessi, ma subito si metto- 2
no a sparlare della Cultura e di quelli che giungono
presso di lei: come vivano miseramente, turbati nel-
l’animo e infelici coloro che hanno lasciato la vita
presso di quelle, non godendo dei loro beni.
S. E quali sono i beni di cui parlano? 3
V. La sregolatezza e l’intemperanza, per fartela
breve. Credono infatti che rimpinzarsi alla maniera
delle bestie sia godere dei massimi beni.
29. S. E le altre donne che scendono da lassù
ilari e ridenti chi sono?
V. Le Opinioni – rispose –, che dopo aver con- 2
dotto alla Cultura quelli che sono entrati dalle Virtù
se ne tornano indietro, per condurvi altri, e riferi-
scono loro che già sono diventati felici quelli che
prima hanno accompagnato.
S. Ma queste non entrano dentro dalle Virtù? – 3
chiesi io.

111
KEBHTOS PINAX

OÙ g¦r qšmij DÒxan e„sporeÚesqai prÕj t¾n


'Epist»mhn, ¢ll¦ tÍ Paide…v paradidÒasin
4 aÙtoÚj. Ei’ta Ótan ¹ Paide…a paral£bV,
¢nak£mptousin aátai p£lin ¥llouj ¥xousai,
ésper aƒ nÁej t¦ fort…a ™xelÒmenai p£lin
¢nak£mptousi kaˆ ¥llwn tinîn gem…zontai.
30. Taàta meèn d¾ kalîj moi doke‹j, œfhn,
™xhge‹sqai. 'All' ™ke‹no oÙdšpw ¹m‹n ded»lw-
kaj, t… prost£ttei tÕ DaimÒnion to‹j e„sporeu-
omšnoij e„j tÕn B…on poie‹n.
2 Qarre‹n, œfh. DiÕ kaˆ Øme‹j qarre‹te: p£nta
g¦r ™xhg»somai, kaˆ oÙdeèn parale…yw.
Kalîj lšgeij, œfhn ™gè.

29, 3. oÙ g¦r qšmij. Si tratta del classico conflitto tra


scienza e opinioni tipico di tutta la tradizione filosofica antica:
la sapienza, che è vera e immutabile, non può fondarsi sulla
volubilità e l’incostanza delle molteplici opinioni. Sono tuttavia
le opinioni vere e giuste a traghettare l’uomo verso la vera
scienza. Cfr. Platone, Menone 97 e-98 a: «E infatti anche le
opinioni vere, per il tempo che durano, sono un bel possesso e
compiono ogni sorta di beneficio; non vogliono tuttavia rima-
nere molto tempo, ma fuggono dall’anima dell’uomo, sicché
non hanno molto valore, finché uno non le stringa con il ragio-
namento relativo alla causa [a„t…aj logismù]. [...] Quando
siano state legate, dapprima diventano scienza, poi stabile pos-
sesso; ed è per questa ragione che la scienza ha più valore della
retta opinione, e la differenza tra la scienza e la retta opinione
risiede nel legame». Si ricordi però che la scienza, per l’autore
della Tavola, non deriva prima di tutto da un ragionamento
sulle cause (a„t…aj logismù), ma il passaggio dall’opinione
alla scienza è un fatto di esperienza (tuttavia il ragionamento

112
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Non è consentito a un’Opinione entrare al


cospetto della Scienza, ma esse li consegnano alla
Cultura. Poi, qualora la Cultura li abbia accolti, se 4
ne tornano per scortare di nuovo altri, come le navi
che, scaricate in un porto le merci, tornano indietro
per fare un nuovo carico.
30. S. Mi sembra che tu ci abbia spiegato tutto
con ragione – affermai. Però non ci hai ancora chia-
rito che cosa comandi di fare il Demone a quelli
che s’accingono a entrare nella vita.
V. Raccomanda di aver coraggio – disse. Perciò 2
abbiate coraggio anche voi! Perché vi spiegherò
tutto senza tralasciare nulla.
S. Va bene – risposi io.

ha sicuramente un suo ruolo, come dimostra l’ultima sezione


del dialogo, articolata appunto sulla base di un’argomentazio-
ne logica). Cicerone, Acad. Post., I 41, ci dice in che modo
Zenone distinguesse la scienza dall’opinione: «Quod autem
erat sensu comprehensum, id ipsum sensum appellabat, et, si
ita erat comprehensum, ut convelli ratione non posset, scien-
tiam, sin aliter inscientiam nominabat; ex qua existeret etiam
opinio, quae esset imbecilla et cum falso incognitoque commu-
nis». Anche per il fondatore dello stoicismo, dunque, la scien-
za è possesso stabile della verità fondato sulla garanzia del
ragionamento, l’opinione invece è fluttuante e commista al
falso e all’incognito. Cfr. inoltre Diogene Laerzio, VII 23:
«[Zenone] diceva che nulla è più lontano dalla comprensione
delle scienze [prÕj kat£lhyin tîn ™pisthmîn] che l’opinio-
ne [tÁj o„»sewj]»; VII 121: «[Secondo Cleante] il saggio non
avrà mai opinioni [m¾ dox£sein], cioè non concederà il suo
assenso a qualcosa di falso».

113
KEBHTOS PINAX

3 'Ekte…naj oân t¾n ce‹ra p£lin, Ðr©te, œfh,


t¾n guna‹ka ™ke…nhn, ¿ doke‹ tufl» tij ei’nai
kaˆ ™pˆ l…qou stroggÚlou ˜st£nai, ¿n kaˆ ¥rti
Øm‹n ei’pon Óti TÚch kale‹tai;
`Orîmen.
31. TaÚtV keleÚei, œfh, m¾ pisteÚein kaˆ
bšbaion mhdeèn nom…zein mhdeè ¢sfaleèj ei’nai, Ó
ti ¨n par' aÙtÁj tij l£bV, mhdeè æj ‡dia ¹ge‹s-
2 qai. OÙdeèn g¦r kwlÚei p£lin taàta ¢felšsqai,
kaˆ ˜tšrJ doànai. Poll£kij g¦r e‡wqe toàto
poie‹n. Kaˆ di¦ taÚthn oân t¾n a„t…an keleÚei
prÕj t¦j par' aÙtÁj dÒseij ‡souj g…nesqai, kaˆ
m»te ca…rein Ótan didù m»te ¢qume‹n Ótan
¢fšlhtai, kaˆ m»te yšgein aÙt¾n m»te

31, 2. ‡souj g…nesqai. È questa la vera sapienza insegna-


ta dalla tavola: rimanere equanimi nei confronti della fortuna,
fare affidamento solo su un animo ben educato alla virtù, tutto
il resto considerarlo indifferente per il conseguimento della
felicità. Cfr. Marco Aurelio, Ricordi, VIII, 56: «Alla mia volon-
tà è indifferente la volontà di chi mi è vicino, come anche a me
è indifferente la sua anima e il corpo di lui. […] la nostra facol-
tà sovrana regge ciascun individuo con particolare dominio; in
caso contrario la malvagità del mio vicino avrebbe dovuto pur
esser male per la mia persona. Ma questa risoluzione non piac-
que a Dio, allo scopo che non fosse in potere d’altri farmi
diventar sventurato [tÕ ™meè ¢tuce‹n]»; e XI, 16: «Vivere in
completa letizia è facoltà concessa all’anima, purché l’anima si
presenti indifferente di fronte a ciò che è indifferente», trad.
cit. Si ricordi, comunque, che il termine ¢di£fora per “indif-
ferenti”, e i suoi derivati, che compaiono ripetutamente nei
passi di Marco Aurelio citati, sono assenti nella Tavola (cfr.

114
LA TAVOLA DI CEBETE

E stendendo di nuovo la mano disse: 3


V. Vedete quella donna, che pare esser cieca e
starsene su di una pietra tonda, e che vi ho appena
detto chiamarsi Fortuna?
S. La vediamo.
31. V. Il Demone – proseguì – comanda di non
prestarle fede, e di non considerare nulla che si
riceva dalle sue mani come qualcosa di stabile e
sicuro, né come un possesso proprio. Niente infat- 2
ti impedisce che quella di nuovo sottragga ciò che
aveva dato, e lo dia a un altro. Ella si comporta
quasi sempre così. Ed è per questa ragione che il
Demone ammonisce di mantenersi equanimi in
rapporto ai suoi doni, di non rallegrarsi quando ella
dà, né disperarsi quando porta via, e di non biasi-

supra l’Introduzione, pp. 23 segg.).


m»te ca…rein... m»te ¢qume‹n... ktl. Molti luoghi della let-
teratura tardostoica fanno eco a questo brano della Tavola. Cfr.
Seneca, Ep. ad Luc., 72: «Tutti i beni materiali, che fanno rima-
nere la gente a bocca aperta di meraviglia e di desiderio, sono
labili e vanno e vengono di qua e di là. La fortuna rende l’uo-
mo possessore, mai proprietario»; Ep. ad Luc., 8: «Fuggite
tutto ciò che piace al volgo, tutto quel che ci vien dato dal caso!
Fermatevi sospettosi e timorosi di fronte a ogni bene occasio-
nale! Anche le fiere, anche i pesci si lasciano ingannare da
lusinghevoli speranze. E voi, questi li considerate doni della
fortuna? Sono insidie! Chiunque di voi voglia vivere una vita
sicura, eviti il più possibile codesti beni fallaci, dai quali venia-
mo ben miseramente ingannati perché, mentre crediamo di
possederli, ne siamo posseduti». Epitteto, Ench., XI: «Non

115
KEBHTOS PINAX

3 ™paine‹n. OÙdeèn g¦r poie‹ met¦ logismoà, ¢ll'


e„kÍ kaˆ æj œtuce p£nta, ésper prÒteron Øm‹n
œlexa. Di¦ toàto oân tÕ DaimÒnion keleÚei m¾
qaum£zein, Ó ti ¨n pr£ttV aÛth, mhdeè g…nesqai
4 Ðmo…ouj to‹j kako‹j trapez…taij: kaˆ g¦r
™ke‹noi, Ótan meèn l£bwsi tÕ ¢rgÚrion par¦ tîn
¢nqrèpwn, ca…rousi kaˆ ‡dion nom…zousin ei’-
nai, Ótan deè ¢paitîntai, ¢ganaktoàsi kaˆ
dein¦ o‡ontai peponqšnai, oÙ mnhmoneÚontej
Óti ™pˆ toÚtJ œlabon t¦ qšmata, ™f' ú oÙdeèn
5 kwlÚei tÕn qšmenon p£lin kom…sasqai. `WsaÚ-
twj to…nun keleÚei œcein tÕ DaimÒnion kaˆ prÕj
t¾n par' aÙtÁj dÒsin, kaˆ mnhmoneÚein Óti toi-
aÚthn fÚsin œcei ¹ TÚch éste § dšdwken ¢fe-
lšsqai kaˆ tacšwj p£lin doànai pollapl£sia,
aâqij deè ¢felšsqai § dšdwken, oÙ mÒnon dš,
6 ¢ll¦ kaˆ t¦ proãp£rconta. •A goàn d…dwsi,
labe‹n keleÚei par' aÙtÁj kaˆ suntÒmwj ¢pel-
qe‹n blšpontaj prÕj t¾n beba…an kaˆ ¢sfalÁ
dÒsin.
32. Po…an taÚthn; œfhn ™gè.
•Hn l»yontai par¦ tÁj Paide…aj, Àn dia-
swqîsin ™ke‹.

dire mai di cosa veruna: io l’ho perduta; ma bene: io l’ho resti-


tuita. Ti è morto per avventura un figliolo? tu l’hai renduto.
Morta la tua donna? tu l’hai renduta. Ti è stato tolto un pode-
re? or non è egli renduto anche questo? Ma colui che me ne ha
spogliato è un ribaldo. Che fa egli a te che quegli che ti aveva

116
LA TAVOLA DI CEBETE

marla né lodarla. Perché non fa niente con criterio, 3


ma tutto a caso e come le capita, come vi ho già
detto. Perciò il Demone consiglia di non stupirsi di
come essa si comporta, e di non andare a finire
come i cattivi banchieri. Anche questi infatti, quan- 4
do abbiano ricevuto del denaro in deposito, se ne
rallegrano e pensano che sia loro; quando però gli
viene chiesto di restituirlo, allora s’arrabbiano e cre-
dono di aver subito un torto, immemori che a que-
sta condizione avevano ricevuto il deposito, che
cioè nulla avrebbe impedito che chi l’aveva deposi-
tato se lo riprendesse. Il Demone raccomanda dun- 5
que di avere la stessa disposizione d’animo anche
nei confronti del dono della Fortuna, e di ricordare
che ella ha un’indole tale, che quel che ha dato lo
porta via per dare immediatamente molto di più,
ma poi di nuovo si riprende ciò che ha dato, anzi
pure quello che già si aveva. Il Demone allora rac- 6
comanda di prendere da lei quel che dà e di rivol-
gersi lestamente in direzione del dono saldo e sicu-
ro.
32. S. E qual è questo dono? – chiesi io.
V. Quello che riceveranno dalla Cultura, se tro-
veranno salvezza presso di lei.

dato il podere te lo abbia richiesto per via di tale o di tal altra


persona? Fino a tanto poi che egli ti lascia tenere o il terreno o
che altro si sia, pigliane quel pensiero che tu prenderesti di una
cosa che fosse d’altri, come fanno dell’albergo i viandanti».

117
KEBHTOS PINAX

AÛth oân t…j ™stin;


2 `H ¢lhq¾j ™pist»mh tîn sumferÒntwn, œfh,
kaˆ ¢sfal¾j dÒsij kaˆ beba…a kaˆ ¢metamšlh-
3 toj. FeÚgein oân keleÚei suntÒmwj prÕj taÚ-
thn, ka…, Ótan œlqwsi prÕj t¦j guna‹kaj ™ke…-
naj, §j kaˆ prÒteron ei’pon Óti 'Akras…a kaˆ
`Hdup£qeia kaloàntai, kaˆ ™nteàqen keleÚei
suntÒmwj ¢pall£ttesqai, kaˆ m¾ pisteÚein
mhdeè taÚtaij mhdšn, ›wj ¨n prÕj t¾n Yeudo-
4 paide…an ¢f…kwntai. KeleÚei oân aÙtoà crÒnon
tin¦ ™ndiatr‹yai kaˆ labe‹n Ó ti ¨n boÚlwntai
par' aÙtÁj ésper ™fÒdion, ei’ta ™nteàqen ¢piš-
nai prÕj t¾n ¢lhqin¾n Paide…an suntÒmwj.
5 Taàt£ ™stin § prost£ttei tÕ DaimÒnion. “Ostij
to…nun par' aÙt£ ti poie‹ À parakoÚei, ¢pÒl-
lutai kakÕj kakîj.
33. `O meèn d¾ màqoj, ð xšnoi, Ð ™n tù p…naki
toioàtoj ¹m‹n ™stin. E„ deè de‹ ti prospuqšsqai
perˆ ˜k£stou toÚtwn, oÙdeˆj fqÒnoj: ™gë g¦r
Øm‹n fr£sw.
2 Kalîj lšgeij, œfhn ™gè. 'All¦ t… keleÚei
aÙtoÝj tÕ DaimÒnion labe‹n par¦ tÁj Yeudo-
paide…aj;
Taàta § doke‹ eÜcrhsta ei’nai.
Taàt' oân t…na ™st…;
3 Gr£mmata, œfh, kaˆ tîn ¥llwn maqhm£twn

118
LA TAVOLA DI CEBETE

S. Ma in che cosa consiste questo dono?


V. La vera scienza delle cose che giovano – rispo- 2
se – è il dono sicuro, stabile e privo di rimpianto. Il 3
Demone perciò raccomanda di fuggirsene presso di
lei il più in fretta possibile, e quando siano arrivati
da quelle donne che prima vi ho detto chiamarsi
Incontinenza e Mollezza, consiglia di allontanarsi
presto anche da qui, e di non prestare ascolto nem-
meno a loro in nulla, finché non siano giunti presso
la falsa Cultura. Consiglia allora di passare del tem- 4
po in questo luogo, e di prendere da lei quello che
vogliono come viatico, per poi andarsene di qui in
fretta verso la vera Cultura. Queste cose dunque 5
raccomanda il Demone. Se uno si comporta contra-
riamente ai suoi consigli o capisce male, rovina mi-
seramente.
33. Questa, o stranieri, è la storia racchiusa nella
tavola. Ma se voi volete domandare altro su qualun-
que cosa, non esitate, ché sarò pronto a dirvelo.
S. Va bene – dissi io. Che cosa allora il Demone 2
raccomanda di prendere dalla falsa Cultura?
V. Quelle cose che possono sembrare utili.
S. E cioè?
V. Le lettere – rispose –, e tutte quelle discipline 3

119
KEBHTOS PINAX

§ kaˆ Pl£twn fhsˆn æsaneˆ calinoà tinoj


dÚnamin œcein to‹j nšoij, †na m¾ e„j ›tera peri-
spîntai.
4 PÒteron deè ¢n£gkh taàta labe‹n, e„ mšllei
tij ¼xein prÕj t¾n ¢lhqin¾n Paide…an, À oÜ;
'An£gkh meèn oÙdem…a, œfh, cr»sima mšntoi
™stˆ prÕj tÕ suntomwtšrwj ™lqe‹n. PrÕj deè tÕ
belt…ouj genšsqai oÙdeèn sumb£lletai taàta.
5 OÙdeèn ¥ra, œfhn, lšgeij taàta cr»sima ei’-
nai prÕj tÕ belt…ouj genšsqai ¥ndraj;
”Esti g¦r kaˆ ¥neu toÚtwn belt…ouj genšs-
6 qai, Ómwj deè oÙk ¥crhsta k¢ke‹n£ ™stin. `Wj
g¦r di' ˜rmhnšwj sumb£llomen t¦ legÒmen£
pote, Ómwj mšntoi ge oÙk ¥crhston Ãn ¹m©j kaˆ
aÙtoÝj t¾n fwn¾n e„dšnai – ¢kribšsteron g¦r
¥n ti sun»kamen –, oÛtw kaˆ ¥neu toÚtwn tîn
maqhm£twn oÙdeèn kwlÚei <belt…ouj> genšs-
qai...

33, 3. kaˆ Pl£twn. Cfr. Leggi, 808 d-e, dove Platone asse-
gna alle discipline degne di un uomo libero la funzione di
calino…. È noto che alla base della sua pedagogia egli pone la
musica e la ginnastica, come quelle discipline che forniscono
armonia all’anima e al corpo: cfr. Repubblica, III, 401 d-402 a,
412 a; Leggi, II, 654 a-b, 672 e.
33, 4. tÕ belt…ouj genšsqai. Cfr. supra l’Introduzione, pp.
39-43.
33, 5. kaˆ ¥neu toÚtwn tîn maqhm£twn oÙdeèn kwlÚei
<belt…ouj> genšsqai. Già più volte abbiamo fatto notare, nel
corso del nostro commento, che è possibile verificare una cor-
rispondenza di pensiero tra l’autore della Tavola e Marco

120
LA TAVOLA DI CEBETE

che anche Platone dice aver come la funzione di un


freno per i giovani, perché non vengano distratti da
altro.
S. Ma è necessario prendere queste cose, se uno 4
desidera raggiungere la vera Cultura, o no?
V. Non c’è nessuna necessità – rispose –, tutta-
via sono utili per andare più in fretta. Ma per diven-
tare migliori queste cose non aggiungono nulla.
S. Tu quindi – domandai – affermi che questi 5
studi non giovano all’uomo per migliorarsi?
V. È possibile diventare migliori anche senza di
essi, benché non siano inutili. Così come noi capia- 6
mo un discorso per mezzo di un interprete, ma non
sarebbe affatto inutile che conoscessimo l’altra lin-
gua per comprendere con più precisione quanto è
detto, allo stesso modo nulla impedisce di diventa-
re migliori anche senza gli studi.

Aurelio, seppure a quest’ultimo si debba riconoscere una capa-


cità di riflessione notevolmente più complessa e profonda: cfr.
Marco Aurelio, Ricordi, IV, 30: «C’è chi non ha una veste,
eppure esercita filosofia; c’è chi non ha un libro. Un altro,
mezzo ignudo dice: “Non ho pane; ma pur rimango fedele alla
ragione”. E io dico: “Alimento di studio [trof¦j t¦j ™k tîn
maqhm£twn], non l’ho certamente, e tuttavia rimango fedele»,
trad. cit. Da una parte l’autore della Tavola, pur riconoscendo
agli studi un ruolo nell’educazione, sostiene che se ne può fare
a meno per il raggiungimento della virtù; dall’altra Marco Au-
relio, pur rammaricandosi di non essersi potuto dedicare agli
studi perché oberato dagli impegni politici, afferma che ciò
non gli ha impedito di rimanere fedele al dettato della ragione.

121
KEBHTOS PINAX

34. PÒteron oân oÙdeè prošcousin oátoi oƒ


maqhmatikoˆ prÕj tÕ belt…ouj genšsqai tîn
¥llwn ¢nqrèpwn;
2 Pîj g¦r mšllousi prošcein, ™peid¦n fa…-
nwntai ºpathmšnoi perˆ ¢gaqîn kaˆ kakîn
ésper kaˆ oƒ ¥lloi kaˆ œti katecÒmenoi ØpÕ
3 p£shj kak…aj; OÙdeèn g¦r kwlÚei e„dšnai meèn
gr£mmata, kaˆ katšcein t¦ maq»mata p£nta,
Ðmo…wj deè mšquson kaˆ ¢kratÁ ei’nai kaˆ
fil£rguron kaˆ ¥dikon kaˆ prodÒthn kaˆ tÕ
pšraj ¥frona.
4 'Amšlei polloÝj toioÚtouj œstin „de‹n.
Pîj oân oátoi prošcousin, œfh, e„j tÕ bel-
t…ouj ¥ndraj genšsqai ›neka toÚtwn tîn ma-
qhm£twn;
35. OÙdamîj fa…netai ™k toÚtou toà lÒgou.
'All¦ t… ™stin, œfhn ™gè, tÕ a‡tion Óti ™n tù
deutšrJ peribÒlJ diatr…bousin ésper ™gg…zon-
tej prÕj t¾n ¢lhqin¾n Paide…an;
2 Kaˆ t… toàto çfele‹ aÙtoÚj, œfh, Óte pol-
l£kij œstin „de‹n paraginomšnouj ™k toà prè-
tou peribÒlou ¢pÕ tÁj 'Akras…aj kaˆ tÁj ¥l-
lhj Kak…aj e„j tÕn tr…ton per…bolon prÕj t¾n

Se ricordiamo che per entrambi il da…mwn è la ragione che diri-


ge, e che per l’autore della Tavola è proprio il Da…mwn a impar-
tire i consigli sulla strada da seguire nella vita, possiamo con-
cludere che siamo in presenza di una stessa concezione degli

122
LA TAVOLA DI CEBETE

34. S. Ma questi studiosi non precedono gli altri


uomini nel diventare migliori?
V. Come vogliono precederli, se è evidente che 2
s’ingannano sul bene e sul male al pari degli altri, e
sono ancora dominati da ogni vizio? Non c’è nien- 3
te che impedisca di saper di lettere e possedere
tutte le nozioni, ma nello stesso tempo essere un
ubriacone, uno che non si sa moderare, un avido,
un ingiusto, un traditore e, per concludere, uno stu-
pido.
S. Certamente si vede molta gente del genere. 4
V. In che modo dunque – chiese – costoro pos-
sono trovarsi avanti nel diventare uomini migliori
per mezzo di questi studi?
35. S. Non risulta affatto dal nostro ragiona-
mento. Ma qual è – chiesi io – la ragione per cui
s’intrattengono nel secondo recinto, come per vo-
lersi avvicinare alla vera Cultura?
V. E a che cosa gli serve – rispose – se spesso si 2
possono vedere quelli che dal primo recinto,
dall’Incontinenza e dagli altri vizi, arrivano al terzo
recinto presso la vera Cultura, i quali si lasciano

studi. L’imperatore filosofo, nell’elencare i debiti di gratitudine


verso gli dèi, ricorda addirittura questo: «Il non aver fatto pro-
gressi negli studi di retorica e di poesia e in altre simili discipli-
ne», trad. cit.

123
KEBHTOS PINAX

Paide…an t¾n ¢lhqin»n, o‰ toÚtouj toÝj maqh-


matikoÝj parall£ttousin; “Wste pîj œti pro-
šcousin ¥ra, e„ ¢kinhtÒteroi À dusmaqšstero…
e„si;
3 Pîj toàto; œfhn ™gè.
“Oti oƒ meèn ™n tù prètJ peribÒlJ...: oƒ d' ™n
tù deutšrJ peribÒlJ, e„ mhdeèn ¥llo, Ö pros-
poioànta… ge ™p…stasqai oÙk o‡dasin. “Ewj d'
¨n œcwsi taÚthn t¾n dÒxan, ¢kin»touj aÙtoÝj
¢n£gkh ei’nai prÕj tÕ Ðrm©n prÕj t¾n ¢lhqin¾n
4 Paide…an. Ei’ta tÕ ›teron oÙc Ðr´j, Óti kaˆ aƒ
DÒxai ™k toà prètou peribÒlou e„sporeÚontai
prÕj aÙtoÝj Ðmo…wj; “Wste oÙdeèn oátoi ™ke…nwn
belt…ouj e„s…n, ™¦n m¾ kaˆ toÚtoij sunÍ ¹
Metamšleia kaˆ peisqîsin Óti oÙ paide…an
œcousin, ¢ll¦ yeudopaide…an, di' ¿n ¢patîn-
5 tai. OÛtw deè diake…menoi oÙk ¥n pote swqe‹en.
Kaˆ Øme‹j to…nun, ð xšnoi, œfh, oÛtw poie‹te
kaˆ ™ndiatr…bete to‹j legomšnoij, mšcri ¨n ›xin

35, 3. Ö prospoioànta… ge ™p…stasqai oÙk o‡dasin ktl.


Si ricorderà che questa, in fondo, era l’accusa che Socrate
moveva nell’Apologia (21 d, 22 c, 23 c, 29 b) agli esperti in que-
sta o quell’altra arte o disciplina, i quali proprio perché presu-
mono di sapere sono quelli che si trovano più lontani dalla
sapienza. Si badi che questa presunzione di sapere nasce sem-
pre da un’opinione sbagliata (“Ewj d' ¨n œcwsi taÚthn t¾n
dÒxan). Cfr. Crisippo presso Lattanzio, Inst. div., III 4 (Stoic.
Vet. Fr. III, p. 147): «Recte igitur Zeno ac Stoici opinationem
repudiarunt. Opinari enim te scire, quod nescias, non est
sapientis, sed temerarii potius ac stulti».

124
LA TAVOLA DI CEBETE

indietro tutti questi dottori? In che modo quindi li


possono ancora sopravanzare, se sono più immobi-
li di chi non sa di studi?
S. Ma come? – continuai io. 3
V. Quelli che se ne stanno nel primo recinto
<non sanno niente, ma nemmeno presumono di
sapere>; quelli del secondo recinto, invece, se non
altro, ciò che fanno finta di sapere non lo sanno. E
finché avranno questa opinione, devono per forza
rimanere incapaci di muoversi verso la vera
Cultura. E poi non vedi che similmente anche le 4
Opinioni se ne vengono qui dal primo recinto?
Cosicché costoro non sono migliori di quegli altri,
se non incontrano anch’essi la Contrizione e si con-
vincono che non possiedono la cultura, ma la finta
cultura, per mezzo della quale sono traviati. Ma 5
persistendo in questa condizione non si salveranno
mai. Voi pure dunque, stranieri, pensatela così e
meditate a lungo sulle parole che vi ho detto, finché
non abbiate acquisito un abito. Su queste cose bi-

35, 4. Metamšleia. Il pentimento o rimorso, che prova


colui che acquista la consapevolezza dei propri errori: è il
primo passo verso un cambiamento di rotta nella vita. Gli stoi-
ci definivano metamšleia «lÚph ™pˆ ¡mart»masi peprag-
mšnoij» (Stoic. Veter. Fr. III, 414), e perciò, in quanto dolore,
la classificavano tra le passioni che non convengono al saggio.
R. Joly (op. cit., pp. 32-33) adduceva questo fatto come prova
a sostegno della sua tesi secondo la quale alcuni concetti della
Tavola non sarebbero compatibili con il pensiero stoico.

125
KEBHTOS PINAX

l£bhte. 'All¦ perˆ tîn aÙtîn poll£kij de‹


™piskope‹n kaˆ m¾ diale…pein, t¦ d' ¥lla p£rer-
ga ¹g»sasqai. E„ deè m», oÙdeèn Ôfeloj Øm‹n
œstai ïn nàn ¢koÚete.
36. Poi»somen. Toàto deè ™x»ghsai: pîj oÙk
œstin ¢gaq¦ Ósa lamb£nousin oƒ ¥nqrwpoi
par¦ tÁj TÚchj, oŒon tÕ zÁn, tÕ Øgia…nein, tÕ
ploute‹n, tÕ eÙdokime‹n, tÕ tškna œcein, tÕ
2 nik©n kaˆ Ósa toÚtoij parapl»sia; ºH p£lin,
t¦ ™nant…a, pîj oÙk œsti kak£; P£nu g¦r
par£doxon ¹m‹n kaˆ ¥piston doke‹ tÕ legÒme-
non.
”Age to…nun, œfh, peirî ¢pokr…nasqai tÕ
fainÒmenon perˆ ïn ¥n se ™rwtî.
3 'All¦ poi»sw toàto, œfhn ™gè.
PÒteron oân, ™¦n kakîj tij zÍ, ¢gaqÕn ™-
ke…nJ tÕ zÁn;
OÜ moi doke‹, ¢ll¦ kakÒn, œfhn ™gè.
Pîj oân ¢gaqÒn ™sti tÕ zÁn, œfh, e‡per toÚ-
tJ ™stˆ kakÒn;
4 “Oti to‹j meèn kakîj zîsi kakÒn moi doke‹
ei’nai, to‹j deè kalîj ¢gaqÒn.

Contro il Joly si può far valere, oltre ai numerosi luoghi della


letteratura stoica e cinica in cui compaiono positivamente
met£noia e metamšleia (cfr. J. T. Fitzgerald-L. M. White, op.
cit., p. 144), anche la considerazione che nella Tavola chi incon-
tra met£noia e metamšleia non è ancora saggio, e quando lo
sarà diventato, certo non ne avrà più bisogno.

126
LA TAVOLA DI CEBETE

sogna essere vigili e non trascurare nulla, e conside-


rare secondario tutto il resto. Altrimenti non vi sarà
di alcun giovamento ciò che ora ascoltate.
36. S. Noi faremo così. Spiegaci però questo:
com’è che non sono beni quelle cose che gli uomi-
ni ricevono dalla Fortuna, la vita per esempio, la
buona salute, la ricchezza, la fama, i figli, le vittorie
e tutte le cose simili? E viceversa, com’è che le cose 2
contrarie non sono mali? Questo ci sembra davve-
ro paradossale e difficile a credersi.
V. Forza, dunque – riprese –, cerca di risponder-
mi quello che ti sembra su ciò che ti chiederò.
S. Lo farò – dissi. 3
V. Se uno vive male, può essere che per costui il
vivere sia un bene?
S. Non mi pare, ma è un male – risposi.
V. In che modo dunque – chiese – il vivere è un
bene, se per costui è un male?
S. Perché mi sembra che sia un male per quelli 4
che vivono male, ma un bene per chi vive bene.

36, 1. toàto deè ™x»ghsai. Ha inizio la seconda parte del


dialogo, che si protrarrà fino al termine in un’argomentazione
dall’andamento socratico, basata sull’assunto morale che esi-
stono i beni, i mali e gli indifferenti, e sul principio logico di
non contraddizione.

127
KEBHTOS PINAX

Kaˆ kakÕn ¥ra lšgeij tÕ zÁn kaˆ ¢gaqÕn ei’-


nai;
”Egwge.
37. M¾ oân ¢piq£nwj lšge: ¢dÚnaton tÕ
aÙtÕ pr©gma kakÕn kaˆ ¢gaqÕn ei’nai: toàto
meèn g¦r kaˆ çfšlimon kaˆ blaberÕn ¨n e‡h, kaˆ
aƒretÕn kaˆ feuktÕn tÕ aÙtÕ pr©gma ¢e….
2 'Ap…qanon mšn. 'All¦ pîj oÙcˆ tÕ kakîj
zÁn, ú ¨n Øp£rcV, kakÒn ti aÙtù Øp£rcei;
OÙkoàn e„ kakÒn ti Øp£rcei aÙtù, kakÕn aÙtÕ
tÕ zÁn ™stin.
'All' oÙ taÙtÒ, œfh, Øp£rcei tÕ zÁn kaˆ tÕ
kakîj zÁn. ºH oÜ soi fa…netai;
'Amšlei oÙd' ™moˆ doke‹ taÙtÕ ei’nai.
3 TÕ kakîj to…nun zÁn kakÒn ™sti, tÕ deè zÁn
oÙ kakÒn. 'Epe…, e„ Ãn kakÒn, to‹j zîsi kalîj
kakÕn ¨n ØpÁrcen, ™peˆ tÕ zÁn aÙto‹j ØpÁrcen,
Óper ™stˆ kakÒn.
'AlhqÁ moi doke‹j lšgein.
38. 'Epeˆ to…nun ¢mfotšroij sumba…nei tÕ
zÁn, kaˆ to‹j kalîj zîsi kaˆ to‹j kakîj, oÙk
¨n e‡h oÜte ¢gaqÕn ei’nai tÕ zÁn oÜte kakÒn:
ésper oÙdeè tÕ tšmnein kaˆ ka…ein ™n to‹j
¢rrwstoàs…n ™sti noserÕn kaˆ ØgieinÒn, ¢ll¦
tÕ pîj tšmnein, oÙkoàn oÛtw kaˆ ™pˆ toà zÁn
oÙk œsti kakÕn aÙtÕ tÕ zÁn ¢ll¦ tÕ kakîj
zÁn.
2 ”Esti taàta.

128
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Tu affermi quindi che il vivere sia un male e


anche un bene?
S. Proprio così.
37. V. Ma non dire cose incredibili! È impossi-
bile che la stessa cosa sia un bene e un male. Que-
sta stessa cosa, infatti, sarebbe anche utile e danno-
sa, da scegliersi e da fuggirsi.
S. Da non credersi, in effetti! Però com’è che a 2
uno che vive male non stia capitando qualcosa di
male? Se gli capita un male, il vivere stesso è un
male.
V. Ma non si danno allo stesso modo – affermò
– il vivere e il viver male! O non ti sembra?
S. A dire il vero, non pare nemmeno a me che si
diano allo stesso modo.
V. Il viver male, allora, è un male, ma il vivere 3
non è un male. Perché se fosse un male, a quelli che
vivono bene capiterebbe un male, dal momento
che gli capita il vivere, che è un male.
S. Hai ragione tu.
38. V. Poiché dunque a entrambi accade di vive-
re, sia a chi vive bene sia a chi vive male, allora il
vivere non potrebbe mai essere né un bene né un
male; proprio come il tagliare e il bruciare nei mala-
ti non è una cosa salutare o nociva, ma il come si
taglia, così è anche per il vivere: non è un male il
vivere in sé, ma il viver male.
S. È vero. 2

129
KEBHTOS PINAX

E„ to…nun oÛtwj œcei, qeèrhson pÒteron ¨n


boÚloio zÁn kakîj À ¢poqane‹n kalîj kaˆ ¢n-
dre…wj.
'Apoqane‹n œgwge kalîj.
3 OÙkoàn oÙdeè tÕ ¢poqane‹n kakÒn ™stin, e‡-
per aƒretèterÒn ™sti poll£kij tÕ ¢poqane‹n
toà zÁn.
”Esti taàta.
4 OÙkoàn Ð aÙtÕj lÒgoj kaˆ perˆ toà Øgia…-
nein kaˆ nose‹n: poll£kij g¦r oÙ sumfšrei
Øgia…nein, ¢ll¦ toÙnant…on, Ótan Ï per…stasij
toiaÚth.
'AlhqÁ lšgeij.
39. ”Age d¾ skeyèmeqa kaˆ perˆ toà plou-
te‹n oÛtwj, e‡ge qewre‹n œstin – æj poll£kij
œstin „de‹n – Øp£rcont£ tini ploàton, kakîj deè
zînta toàton kaˆ ¢ql…wj.
N¾ D…a, polloÚj ge.
2 OÙkoàn oÙdeèn toÚtoij Ð ploàtoj bohqe‹ e„j
tÕ zÁn kalîj;
OÙ fa…netai: aÙtoˆ g¦r faàlo… e„sin.
3 OÙkoàn tÕ spouda…ouj ei’nai oÙc Ð ploàtoj
poie‹, ¢ll¦ ¹ Paide…a.
E„kÒj ge.
'Ek toÚtou ¥ra toà lÒgou oÙdeè Ð ploàtoj
¢gaqÒn ™stin, e‡per oÙ bohqe‹ to‹j œcousin aÙ-
tÕn e„j tÕ belt…ouj ei’nai.
Fa…netai oÛtwj.

130
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Se dunque le cose stanno così, rifletti se tu


vorresti viver male, o piuttosto morir bene e con
coraggio.
S. Io sicuramente morir bene.
V. Allora nemmeno la morte è un male, se spes- 3
so è preferibile morire anziché vivere.
S. È così.
V. Lo stesso discorso perciò vale anche a propo- 4
sito della salute e della malattia: alle volte infatti
non conviene essere in salute, ma il contrario,
quando lo richiedano le circostanze.
S. Hai ragione.
39. V. Suvvia, indaghiamo anche per la ricchez-
za allo stesso modo, se è possibile osservare – e si
vede spesso – che uno sia ricco, ma viva male e da
disgraziato.
S. Sì, per Zeus, ne ho visti molti di uomini tali!
V. Allora la ricchezza non li aiuta per nulla a 2
viver bene?
S. Non sembra: anche loro infatti sono miseri.
V. Non la ricchezza dunque, ma la Cultura fa 3
esser virtuosi.
S. È naturale!
V. Da questo discorso segue dunque che nem-
meno la ricchezza è un bene, se non aiuta chi la
possiede a diventare migliore.
S. È chiaro che è così.

131
KEBHTOS PINAX

4 OÙdeè sumfšrei ¥ra ™n…oij ploute‹n, Ótan m¾


™p…stwntai tù ploÚtJ crÁsqai.
Doke‹ moi.
Pîj oân toàto ¥n tij kr…noi ¢gaqÕn ei’nai, Ö
poll£kij oÙ sumfšrei Øp£rcein;
5 OÙdamîj.
OÙkoàn e„ mšn tij ™p…statai tù ploÚtJ
crÁsqai kalîj kaˆ ™mpe…rwj, eâ bièsetai, e„
deè m», kakîj.
'Alhqšstat£ moi doke‹j toàto lšgein.
40. Kaˆ tÕ sÚnolon dš, œsti tÕ tim©n taàta
æj ¢gaq¦ Ônta À ¢tim£zein æj kak£, toàto dš
™sti tÕ tar£tton toÝj ¢nqrèpouj kaˆ bl£pton,
Óti, ™¦n timîsin aÙt¦ kaˆ o‡wntai di¦ toÚtwn
mÒnwn ei’nai tÕ eÙdaimone‹n, kaˆ p£nq' Øpomš-
nousi pr£ttein ›neka toÚtwn, kaˆ t¦ ¢sebšs-
tata kaˆ t¦ a„scrÒtata dokoànta ei’nai oÙ
2 paraitoàntai. Taàta deè p£scousi di¦ t¾n toà
¢gaqoà ¥gnoian. 'Agnooàsi g¦r Óti oÙ g…netai
3 ™k kakîn ¢gaqÒn. Ploàton deè œsti polloÝj
kthsamšnouj „de‹n ™k kakîn kaˆ a„scrîn
œrgwn, oŒon lšgw ™k toà prodidÒnai kaˆ lhi^-

39, 4. crÁsqai. La scienza insegnata dalla tavola è dunque


il retto utilizzo delle cose, che in sé non sono né beni né mali,
ma lo diventano in seguito all’uso che ne facciamo. Uno stoico
“osservante” avrebbe invece chiaramente attribuito al nostro
giudizio sulle cose la possibilità che esse diventino per noi beni

132
LA TAVOLA DI CEBETE

V. Né può essere utile per alcuni esser ricchi, se 4


non sappiano servirsi della ricchezza.
S. Mi pare.
V. Come allora uno potrebbe giudicare un bene
ciò che spesso non giova avere?
S. In nessun modo. 5
V. Se uno quindi sa servirsi della ricchezza in
modo retto e con saggezza, vivrà bene, in caso con-
trario vivrà male.
S. Mi sembra che tu abbia assolutamente ragio-
ne.
40. V. Riassumendo: il fatto che queste cose si
apprezzino come fossero beni o si disprezzino
come fossero mali, questo è il danno e la principa-
le causa di turbamento per gli uomini, giacché se le
apprezzano e pensano che la felicità si consegua
solo grazie a esse, per loro sopportano di compiere
ogni azione, e ammettono anche le cose più empie
e più turpi. Questo accade loro per l’ignoranza del 2
bene. Non sanno infatti che dai mali non nasce un
bene. È possibile vedere molti uomini che hanno 3
acquistato ricchezze da azioni malvagie e vergogno-
se, come tradire, rubare, uccidere, testimoniare il

o mali, mentre in sé stesse non potrebbero mai toccare la


nostra anima: cfr. Marco Aurelio, Ricordi, IV, 3: «Le cose non
arrivano a toccare l’anima; bensì rimangono fuori come sono;
il turbamento proviene solo dall’interiore valutazione», trad.
cit.

133
KEBHTOS PINAX

zesqai kaˆ ¢ndrofone‹n kaˆ sukofante‹n kaˆ


¢postere‹n kaˆ ™x ¥llwn pollîn kaˆ moc-
qhrîn.
”Esti taàta.
41. E„ to…nun g…netai ™k kakoà ¢gaqÕn mh-
dšn, ésper e„kÒj, ploàtoj deè g…netai ™k kakîn
œrgwn, ¢n£gkh m¾ ei’nai ¢gaqÕn tÕn ploàton.
Sumba…nei oÛtwj ™k toÚtou toà lÒgou.
2 'All' oÙdeè tÕ frone‹n ge oÙdeè dikaioprage‹n
oÙk œsti kt»sasqai ™k kakîn œrgwn, æsaÚtwj
deè oÙdeè tÕ ¢dike‹n kaˆ ¢frone‹n ™k kalîn
œrgwn, oÙdeè Øp£rcein ¤ma tù aÙtù dÚnatai.
3 Ploàton deè kaˆ dÒxan kaˆ tÕ nik©n kaˆ t¦
loip¦ Ósa toÚtoij parapl»sia oÙdeèn kwlÚei
Øp£rcein tinˆ ¤ma met¦ kak…aj pollÁj. “Wste
oÙk ¨n e‡h taàta ¢gaq¦ oÜte kak£, ¢ll¦ tÕ
frone‹n mÒnon ¢gaqÒn, tÕ deè ¢frone‹n kakÒn.
4 `Ikanîj moi doke‹j lšgein, œfhn.

41, 2. oÙdeè Øp£rcein ¤ma tù aÙtù dÚnatai. Compare a


questo punto l’espressione, diciamo così, scientifica del princi-
pio di non contraddizione, secondo la terminologia aristotelica.
Cfr. Aristotele, Metafisica, G 3, 1005 b 20: «tÕ aÙtÕ ¤ma
Øp£rcein te kaˆ m¾ Øp£rcein ¢dÚnaton tù aÙtù kaˆ kat¦
tÕ aÙtÒ».
41, 3. ploàton deè kaˆ dÒxan kaˆ tÕ nik©n kaˆ t¦ loip£.
Che questo sia un tema tipico della riflessione filosofica del

134
LA TAVOLA DI CEBETE

falso, defraudare, e molte altre azioni miserabili.


S. È vero.
41. V. Se dunque da un male non deriva nessun
bene, com’è ovvio, e la ricchezza proviene da azio-
ni disoneste, è necessario che la ricchezza non sia
un bene.
S. Ciò risulta dal nostro discorso.
V. Ma certo non è possibile procurarsi né la sag- 2
gezza né la giustizia da azioni malvagie, e allo stes-
so modo non l’ingiustizia e l’insipienza da azioni
buone, né queste cose potranno essere applicate
insieme alla stessa persona. Nulla infatti vieta che la 3
ricchezza, la fama, il successo e tutte le altre cose
simili appartengano a un uomo assai meschino.
Cosicché queste cose non sono né beni né mali, ma
bene è soltanto la saggezza, male invece la stoltez-
za.
S. Hai detto bene – conclusi. 4

tempo, soprattutto in ambito stoico, si può evincere dal se-


guente brano di Marco Aurelio, Ricordi, II, 11: «Indubbia-
mente morte e vita, fama e oscurità, dolore e piacere, ricchez-
za e povertà, tutto ciò in modo eguale tocca così ai buoni che
ai cattivi, in quanto non sono cose né belle né brutte. Dunque,
non sono neppure beni o mali», trad. cit.

135
APPENDIX

Et profligavimus eam opinionem, qua illa a


pravis actionibus esse creduntur.
42. Senex. Utique multum hoc est et idem
atque illud, quod diximus, talia neque bona neque
mala esse, idque eo magis, quod, si ea ex solis actio-
nibus pravis provenirent, essent mala tantummodo.
Sed ab utroque genere omnia proficiscuntur, ideo-
que diximus ea nec bona esse nec mala, sicuti som-
nus et vigilia nec bona sunt nec mala. Et similiter,
mea quidem sententia, ambulare et sedere et reli-
qua, quae accidunt unicuique eorum, qui aut intel-
ligentes sunt aut ignorantes. Quae autem propria
sunt alterutri, eorum alterum bonum alterum ma-
lum est, sicuti tyrannis et iustitia, quae duae res
accidunt uni aut alteri; idque quia iustitia perpetuo

136
APPENDICE

E così abbiamo spazzato via l’idea che quelle


cose possano provenire da azioni malvagie.
42. V. Senz’altro questo già è molto, ed è lo stes-
so di quello che abbiamo detto, cioè che tali cose
non sono né beni né mali, tanto più perché se pro-
venissero dalle sole azioni malvagie, sarebbero sem-
plicemente mali. Ma ogni cosa deriva da entrambi i
generi, e perciò noi abbiamo detto che quelle cose
non sono né beni né mali, così come il sonno e la
veglia non sono né beni né mali. E allo stesso
modo, almeno secondo il mio parere, accade per il
camminare e per lo star seduti, e per le altre cose
che capitano a chiunque, che sia sapiente o igno-
rante. Di quelle cose, invece, che sono proprie
all’uno e non all’altro, una sarà un bene, l’altra un
male, come la tirannide e la giustizia, le quali due
cose capitano o all’uno o all’altro; e ciò perché la
giustizia si adatta a chi è munito d’intelligenza, e la

137
APPENDIX

adhaeret intelligentia praeditis, et tyrannis nullos


nisi ignorantes comitatur. Nec enim fieri potest, id
quod supra diximus, ut uni eidemque uno eodem-
que temporis momento res duae ad istum modum
se habentes accidant, ita ut homo unus idemque
eodem temporis momento sit dormiens et vigilans,
utque sit sapiens et ignarus simul, aut aliud quidli-
bet eorum, quae parem rationem habent.
Hospes. Ad haec ego. Toto hoc, inquam, ser-
mone rem omnem te absolvisse autumo.
43. S. Haec autem omnia, inquit, ego dico pro-
cedere ab illo principio vere divino.
H. At quidnam illud est, inquam, quod tu
innuis?
S. Vita et mors, inquit, sanitas et aegritudo, divi-
tiae et paupertas, ac cetera, quae et bona et mala
esse1 dixisti, accidunt plerisque hominibus a non
malo.
H. Plane conicimus, inquam, id necessario ex
hoc sermone sequi, talia nec bona nec mala esse, ita
tamen, ut haud firmus sim in iudicio de istis.
S. Hoc fit, inquit, ideo, quod longe abs te abest
habitus ille, quo eam sententiam animo concipias.

1
Una nota del Praechter (Cebetis Tabula, cit., p. 36) dice:
«Sic vertendum esse, non, ut vulgo fit, quae nec bona nec mala
esse diximus, humanissime me docuit vir clarissimus Steckius
theologiae professor. Cogitatur de c. 36, 4». Il Drosihn, infat-

138
APPENDICE

tirannide non si accompagna se non agli ignoranti.


E non può essere, come poco fa abbiamo detto, che
alla stessa persona capitino contemporaneamente
due cose siffatte, cosicché la stessa e identica per-
sona possa dormire e contemporaneamente stare
sveglia, ed esser sapiente e insieme ignorante, o
altre cose del genere.
S. Sono d’accordo. Credo che con questo
discorso tu abbia trattato esaurientemente tutto
l’argomento.
43. V. Tutte queste cose, però, io dico che proce-
dono da quel principio veramente divino.
S. E qual è questo principio a cui ti riferisci?
V. Che vita e morte, salute e malattia, ricchezza
e povertà, e le altre cose che tu hai ammesso esser
sia beni sia mali, capitano alla maggior parte degli
uomini da ciò che non è male.
S. Dobbiamo certamente credere, in base al
nostro discorso, che necessariamente tali cose non
siano né beni né mali, ma in modo che ancora io
non sia convinto del giudizio riguardo a esse.
V. Questo accade perché è ancora lontano da te
quell’abito, mediante il quale tu possa concepire
quella convinzione. Perciò voi dovete essere co-

ti, da cui il Praechter aveva tolto la traduzione latina dell’ap-


pendice araba, traduceva quae nec bona nec mala esse diximus,
mentre l’Elichmann aveva reso così: quae dixisti esse sive bona,
sive mala.

139
APPENDIX

Itaque rerum usum, quem paulo ante vobis indica-


vi, toto vitae vestrae curriculo persequimini, ut ea
quae vobis diximus infigantur animis vestris eaque
re vobis accedat habitus. Si autem dubitaveritis de
aliqua re, revertimini ad me, ut explicem vobis ea
de re, quibus dubitatio a vobis discedat.

140
APPENDICE

stanti nella pratica, che poco fa vi ho mostrato, nel-


l’arco di tutta la vostra vita, così che quelle cose di
cui abbiamo parlato s’imprimano nei vostri animi, e
in questo modo acquisiate l’abito. Se avrete dubbi
su qualcosa, tornate pure da me, ché farò in modo
da dissolvere il vostro dubbio spiegandovi meglio la
cosa.

141
INDEX VERBORUM

a\bebaiéwv 7, 2 }Adoxiéai 27, 4


a\gaqoév 3, 3; 36, 3 bis. 4 a"qliov 28, 2; -wv, zh%n
bis; 37, 1; 41, 1; ou"te 24, 2; 39, 1; diaékeimai
a\. ou"te kakoév 3, 3; 27, 3
38, 1; 41, 3; toé 39, 3. }Aqumiéa 10, 3; 27, 4
4; 40, 2; 41, 1 bis. 3; a\qumw% 8, 1; 31, 2
a\gaqaé, taé 8, 3. 4; 25, ai"nigma 3, 2
2 bis; 28, 2. 3 ter; 34, 2; ai\niéttomai 3, 3
36, 1 ai|retoév 37, 1; -terov
a"gnoia 5, 3; 6, 3; 14, 3. 38, 3
4; 19, 5; 23, 1; 25, 2; ai\sqaénomai 9, 3
27, 4; 40, 2 ai\scroév 10, 1; 10, 3; 40,
a\gnow% 40, 2 3; -tata, taé 40, 1
a"gw 6, 3; 11, 1. 3; 12, 3; ai\tw% 8, 1; -mai 28, 2
15, 3; 21, 1; 24, 2; 29, a\kallwépistov 18, 1
2 bis; -mai 24, 2 a\kiénhtov 35, 3; -teroi
a\gwén 22, 1 bis 35, 2
a\delfhé 10, 3; 16, 2; 20, 3 a\kouéw 3, 1 bis; 20, 4; 23,
a"dikov 34, 3 1; 35, 5
a\dikw% 41, 2 a\krasiéa 9, 1; 14, 1; 19,

143
INDEX VERBORUM

5; 23, 2; 24, 2; 26, 2; a\ndrofonw% 40, 3


28, 1. 3; 32, 3; 35, 2 a\nodiéa 15, 2; 27, 3
a\krathév 34, 3 a\ntifaérmakon 26, 3
a\kroépoliv 21, 2 a"ntron, Kwruékion 26, 1
a\lazoneiéa 19, 5; }A. 24, 2 a\nwteérw 9, 1
}Alhéqeia 18, 2 a\xiw% 9, 2
a\lhqhév, e\pisthémh tw%n a\paégw 6, 2 bis; 29, 2
sumferoéntwn 32, 1 a\pallaéttomai 32, 2
a\lhqinoév, o|doév 6, 3; 14, }Apaéth 5, 2; 6, 2. 3; 14,
3; Paideiéa 11, 1; 12, 3 3; 19, 5
bis;13, 1; 15, 1. 3; 16, 5; a\patw%mai 13, 1; 34, 2;
32, 4; 33, 4; 35, 1. 2. 3 35, 4
a"lsov 17, 1 a\pelqei%n 14, 3; sun-
a\maqhév 3, 1 toémwv a\. 31, 6
a\metameélhtov 32, 2 a\perieérgwv 21, 3
a\mfieénnumai 10, 1 a\piéqanov 37, 2; -wv
a\nabaiénw 16, 4 leégw 37, 1
a\naébasiv 15, 3 a"pistov 36, 2
a\naggeéllw 29, 2 bis a"plastov 20, 2
a\nagkaézomai 9, 4 }Aplhstiéa 9, 1
a\naégkh 33, 4 bis; 35, 3 a|plou%v 18, 1; 20, 2
a\naéqhma 1, 1; 2, 2 a\poginwéskw 14, 3; 27, 3
a\nakaémptw 13, 1; 27, 3 a\podeiliw% 16, 3; 27, 3
bis; 29, 2. 3 bis a\poqn+éskw 38, 2 bis. 3
a\naélhyiv 19, 2 bis
a\nalw% 9, 4 a\poékrhmnov 15, 4
a\nanhéfw 9, 3 a\poélausiv 28, 3
a\naphdw% 6, 2; 9, 2 a\polauéw 28, 2
a\napiémplhmai 19, 5 a\poéllumai 3, 2. 3. 4; 6,
}Andreiéa 20, 3 2; 32, 5
a\ndreiéwv a\poqanei%n a\poluéomai 14, 4
38, 2 a"ponov 9, 2

144
INDEX VERBORUM

a\porriéptw 22, 2 baquév 15, 3


a\porw% 2, 1 bis; 25, 1 basilei%ai 8, 4
a\posteéllw 20, 1 beébaiov 7, 3; 18, 3; 31,
a\posterei%n, toé 9, 4; 40, 3 1. 6; 32, 2
a\probouéleutoi, oi| 8, 1 beéltista, taé 6, 3
a\pwqou%mai 19, 3 beltiéouv 35, 4; geneé-
a\rguérion 31, 4 sqai 33, 4. 5 bis. 6; 34,
}Aretaié 17, 3; 19, 1; 20, 1. 4; ei&nai 39, 3
1; 22, 1; 24, 2; 25, 1; biéov 2, 2; 3, 3 bis. 4; 6, 3;
29, 2. 3 9, 2; 10, 4; 11, 2; 18, 4;
a\riqmhtikoié 13, 2 24, 2. 5; 28, 2; 30, 1
a|rpaézw 7, 2 Biéov 4, 2 bis; 4, 3 bis; 5,
a\rrostw% 38, 1 2. 3; 6, 3
a\sebeéstata, taé 40, 1 biw%, kakw%v 3, 1; 39, 5;
a\smeénwv 26, 1 kalw%v 26, 1; eu& 39, 5
a\stefaénwtoi, oi| 27, 1. 3 blaberoév 9, 4; 37, 1
a\stroloégoi 13, 2 blaéptw 40, 1
a\sfaéleia 26, 1 bis boskhémata 28, 3
a\sfalhév 7, 3; 18, 3 bis; bounoév 15, 3. 4; 27, 1
31, 1. 6; 32, 2; -w%v 18, 1 gargaliézw 9, 3
a\schmonw% 9, 4 gegrammeénon, toé 1, 2
a\scoliéa 3, 1 gelw% 8, 2; 29, 1
}Aswtiéa 9, 1; 28, 3 gemiézomai 29, 3
a\timaézw 40, 1 geérwn 1, 3; 4, 3
a\truéferov 20, 2 gewmeétrai 13, 2
a\fairou%mai 7, 2; 8, 2; ginwéskw 3, 4
31, 2 bis. 5 bis goénata 10, 2
a\fobiéa 18, 4 graémmata 33, 3; 34, 3
a\fronei%n, toé 41, 2. 3 grafhé 1, 1; 2, 1. 2; 4 , 2
a\frosuénh 3, 2. 4; 14, 3 gumnoév 10, 3
a"frwn 3, 1; 34, 3 gunai%kev 1, 3; 6, 1; 9, 1.
a"crhston 33, 5. 6 4; 10, 1; 14, 1; 16, 1;

145
INDEX VERBORUM

20, 2; 26, 2; 27, 2. 4; Doéxai 6, 2; 14, 2; 29, 2;


29, 1; 32, 3 35, 4
gunhé 5, 1; 7, 1; 12, 2; 18, doésiv 7, 3; 18, 3; 31, 2.
1; 30, 3 5; 32, 2
Daimoénion 24, 3; 30, 1; douleuéw 9, 4; 22, 2
31, 3. 5; 32, 5; 33, 2 dou%lov 22, 2
Daiémwn 4, 3 duénamiv 5, 2; 14, 3; 19,
deiédomai 24, 3 1. 4; 22, 1; 23, 3. 4; 33, 3
deiknuéw 4, 3; 16, 5; 24, duseidhév 10, 3
2; 25, 1 dusmaqeésteroi 35, 2
deinoén adv. 2, 1 dw%ron 19, 1
deinoév 2, 2; 18, 4; taé 24, }Egkraéteia 16, 2; 20, 3
3; 31, 4 ei\deénai 4, 2; 25, 2
diaékeimai, a\qliéwv 27, 3 ei\kai%ov 12, 3
dialeégomai 2, 3; 8, 4 ei\kh% 6, 3; 7, 2; 31, 3
dialektikoié 13, 2 ei\saégw 19, 1
dianapauéomai 16, 4 ei\selqei%n 4, 3; 9, 3; 14, 3
dias§ézomai 32, 1 ei"sodov 12, 2
diatribhé 9, 3 e\kkaqaiérw 19, 4
diatriébw 17, 3; 24, 2 bis; e\kluéw 24, 3
25, 3; 35, 1 e\kpoiw% 8, 4
didoémena, taé 18, 3 e"kptwsiv 7, 3
diédwmi 7, 2 ter; 8, 2. 3; e\laéttwn 1, 2
16, 5; 18, 4; 31, 2 bis. 5 }Eleuqeriéa 20, 3
ter. 6 e\leuqeérwv 21, 3
dieéxeimi 2, 3 e$lkw 16, 4
dihgou%mai 3, 1; 4, 1 e\lleiépw 14, 4
dikaiopragw% 41, 2 e\lpiév 20, 4; 23, 4
Dikaiosuénh 20, 3 e\mpeiérwv crw%mai 39, 5
dioclou%mai 26, 2 e"mfasin poiei%n 1, 3; 27, 1
doéxa 8, 4; 11, 1. 2;14, 3. e"mfrwn 2, 2
4; 29, 3; 35, 3; 41, 2 e\ndiatriébw 32, 4; 35, 5

146
INDEX VERBORUM

e\ndoiaézw 25, 2 eu\geéneia 8, 4


e\xhéghsiv 3, 1. 2 bis eu\daimonei%n, toé 40, 1
e\xhgou%mai 30, 1. 2 eu\daimoniéa 17, 3; 21, 1.
e$xiv 20, 4; 35, 5 3; 22, 1; 23, 4
e\xoéllumai 19, 3 eu\daimonikoév 23, 4
e\paggeéllomai 6, 3; 16, 5 eu\daiémwn 3, 1. 4; 6, 3;
e\painw% 31, 2 11, 2; 17, 3; 23, 4; 29, 2
e\pilanqaénomai 24, 3 eu\dokimw% 36, 1
e\piqumiéa 6, 2; 19, 5; ei\v eu\eidhév 20, 2; 21, 3
e\. e\mbaéllw 4, 1 eu\ektw% 16, 1
e\piqumw% 3, 1 eu\loégwv 19, 3
e\pikatoikw% 15, 1 eu\poéreutov 16, 5
e\pikiéndunov 3, 1 eu"taktov 12, 2; 20, 2
e\pileiépw 9, 4 Eu\taxiéa 20, 3
e\piorkw% 9, 4 eu\fraiénomai 27, 2
e\pipoqw% 23, 1 eu\frosuénh 27, 1
e\piéstamai 25, 2; 35, 3; eu"crhsta 33, 2
39, 4. 5 eu\wcou%mai 28, 3
e\pisthémh 18, 4; 20, 1. 3; e\foédion 32, 4
29, 3; tw%n sumfe- e\ciodei%ktai 26, 3
roéntwn 25, 3; 32, 1 zhlw% 2, 2
e\pitaéttw 19, 3 zh%n 24, 2; 25, 3 bis; 36,
e\pitiémion 4, 1 1. 3 ter. 4; 37, 2 quater.
e\picwériov 2, 1 3 bis; 38, 1 septies. 2. 3;
e\rastaié 13, 1 39, 1. 2
e"rgon 7, 2; 23, 3; 40, 3; {Hdonaié 6, 2
41, 1. 2 bis h|donikoié 13, 2
e"rhmov 15, 1 {Hdupaéqeia 9, 3; 28, 1;
e|rmhneuév 33, 6 32, 3
e\sqiéw 9, 3 h|duév 9, 2. 3
e|tai%rai 9, 1 h&qov 5, 1
eu\anqhév 21, 3 h|likiéa 18, 1

147
INDEX VERBORUM

h/tton adv. 6, 1 35, 2; 41, 3


qaénatov 26, 3 kakodaimoniéa 10, 4 bis
qarrw% 16, 2; 30, 2 bis kakodaiémwn 3, 1; 28, 2
qaérsov 16, 5; 18, 4 kakopaéqeia 9, 2
qaumaézw 31, 3 kakopoiw% 26, 3
qeémiv 29, 3 kakoév 3, 3; 32, 5; 36, 3
qerapeuéw 19, 1. 4 bis. 4 bis; 37, 1. 2 ter. 3
qhriéa 22, 2; 23, 1 bis; quinquies; 38, 1. 3; 40,
26, 2. 3 1. 3; 41, 1. 2. 3; toé 14,
qroénov 5, 1; 21, 3 4; 16, 5; 24, 2; 26, 2;
qumoév 19, 5 41, 1. 3; ou"te a\gaqoèv
quéra 15, 2 bis ou"te k. 3, 3; 38, 1; 41, 3
quriéon 10, 1 kakw%v, diatriébw 24, 2;
i\atroév 19, 2 bis; 26, 1 zh%n 25, 3; 28, 2; 36, 3.
i"diov 1, 1; 31, 1. 4 4; 37, 2 bis. 3; 38, 1 bis.
i|eroév 1, 1; 2, 2 2; 39, 1; praéttw 25, 3;
i|erosulw% 9, 4 a\poéllumai 32, 5; biw%
i|laroév 29, 1 39, 5; a\nakaémptw 27,
i"sov, giénomai 31, 2 3; leégw 28, 1
i\scuév 16, 5 Kaloka\gaqiéa 20, 3
kaqaiéromai 11, 2; 14, 4; kaloév 16, 5; 17, 1. 3; 18,
19, 1; 20, 1 1; 19, 1; 21, 3; 23, 3
kaqaériov 12, 2 bis; 24, 1; 41, 2
kaqaroév 16, 5 kalw%v, zh%n 25, 3; 37, 3;
kaqartikoév 14, 3; 19, 1. 2 38, 1; 39, 2; biw% 26, 1;
kaéqhmai 5, 1 a\poqanei%n 38, 2;
kaqiésthmi 16, 5; 19, 2 crw%mai 39, 5
kaiéw 38, 1 kaémnw 19, 2
kakaé, taé 11, 1; 14, 4; Karteriéa 16, 2; 27, 3
19, 4; 25, 2 bis; 28, 1; karterw% 16, 3
34, 2; 36, 2; 40, 2 katakratou%mai 24, 2
kakiéa 14, 3; 23, 2; 34, 2; katalaémpomai 17, 1

148
INDEX VERBORUM

katanow% 17, 2 tetraégwnov 18, 3


katastreéfw 10, 4 liparoév 16, 1
katafqeiéromai 3, 3 logismoév 31, 1
katesqiéw 22, 2; -mai 9, 3 Luéph 10, 2; 23, 2; 26, 2;
kateécomai 27, 2; 34, 2 27, 3. 4
kekallwpismeénov 20, 2 lupw% 26, 3 bis
kekosmemhénov 9, 1 lusitelhév 6, 3
keleuéw 5, 1; 16, 4; 31, 1. maqhémata 14, 4; 33, 3.
2. 3. 5. 6; 32, 3. 4; 33, 2 6; 34, 3. 4
Kenodoxiéa 24, 2 maqhmatikoié 34, 1; 35, 2
kefalhé 10, 2; 27, 3 maiénomai 7, 1 bis
kiéndunov 12, 1 makaériov 3, 4; 11, 2; 23, 4
klaiéw 8, 2; 8, 3 maéstix 10, 2
knhémh 27, 3 meégav 15, 4
kolaézw 22, 2 meéqusov 34, 3
Kolakeiéa 9, 1 meiézwn 1, 2
kolakeuéw 9, 2 Metameéleia 35, 4
kratw% 22, 2; 23, 2; -mai Metaénoia 10, 4; 11, 1
23, 2 mhnuéw 7, 2
krhmnoév 15, 3; 16, 4 mikroév 10, 1; 15, 2
kritikoié 13, 2 mnhmoneuéw 31, 4. 5
Kroénov 1, 1; 2, 2 morfhé 6, 1; 8, 1
ktw%mai 40, 3; 41, 2 mousikoié 13, 2
kurieuéw 26, 3 mocqhroév 40, 3
Kwruékion a"ntron 26, 1 muqologiéa 2, 1 bis; 2, 3;
kwfoév 7, 1 8, 4
leimwén 17, 2 muéqov 1, 1; 3, 1; 33, 1
leimwnoeidhév 17, 1 nauagw% 24, 2
leptoév 10, 3 bis neéoi 33, 3
lhi^zesqai, toé 9, 4; 40, 3 newév 1, 1
liéqov, strogguélov 7, 1; newéterov 2, 3
7, 3; 18, 1; 30, 3; nh%ev 29, 3

149
INDEX VERBORUM

niékh 23, 3 parakalw% 16, 3


niékhma 24, 1 parakouéw 3, 4; 32, 5
nikw% 22, 1 bis. 2; 36, 1; parallaéttw 35, 2
41, 2 parathrw% 9, 2
noseroév 38, 1 paracrh%ma 7, 2
nosopoiw% 19, 2 parelqei%n 9, 1
noésov 19, 3 paérerga 35, 5
nosw% 38, 4 pareérgwv 4, 1
xeénov adj. 1, 1; sub. 2, 2 Parmeniédeiov 2, 2
o|doév 4, 3; 5, 1; 12, 3; 15, paéscw 2, 1; 18, 4; 24, 3;
1. 2. 3; 16, 3. 4. 5; 18, 26, 1. 2; 31, 4; 40, 2
3; 21, 2; 24, 3; peiéqomai 9, 3; 19, 3; 35, 4
a\lhqinhè o|. 6, 3; 14, 3 Peiqwé 18, 2
}Oduénh 10, 2; 26, 2; 27, 4 Peniéa 26, 2
}Odurmoév 10, 3; 23, 2 peplasmeénov 5, 1
oi\khthérion 17, 3 periaégomai 6, 3
oi&kov 10, 4 periébolov 1, 2 ter. 3; 4,
o|maloév 16, 5 2; 9, 1; 12, 1. 2; 13, 1;
o"felov 35, 5 14, 2; 17, 2; 19, 1. 5;
o"clov 1, 2. 3; 4, 2; 5, 1; 21, 2; 28, 1; 35, 1. 2
6, 2; 8, 1 bis. 3 bis. 4
o\clou%mai 15, 2 peripathtikoié 13, 2
Paideiéa, 12, 3; 18, 2; 19, peripoiou%mai 20, 4
4; 27, 2 bis; 28, 1; 29, periporeuéomai 7, 2
2. 3 bis; 32, 1; 35, 4; perispw%mai 33, 3
39, 3; a\leqinhé 11, 1; periéstasiv 38, 4
12, 3 bis; 13, 1; 15, 1. peritreécw 14, 1
3; 16, 5; 32, 4; 33, 4; peétra 15, 4; 16, 1. 4
35, 1. 2. 3 petrwédhv 15, 2
pantodapoév 6, 1 piqanoév 5, 1
paradiédomai 9, 4; 10, 4 pikroév 3, 1
paraédoxov 36, 2 piénax 1, 1; 33, 1

150
INDEX VERBORUM

piénw 5, 3 bis; 6, 1. 3; 14, prosdeécomai 11, 2


3 bis; 19, 5; 25, 2 proseécw 3, 1. 4; 4, 1;
pisteuéw 7, 3; 31, 1; 32, 3 20, 4
plaénov 5, 3 bis; 6, 3; 19, proskatabaiénw 16, 4
5; 23, 1; 25, 2 prospoiou%mai 35, 3
planw% 5, 2; -mai 6, 3; prospunqaénomai 33, 1
11, 2; 24, 2; 27, 3 proéstagma 24, 3
Plaétwn 33, 3 prostaéttw 1, 3; 4, 3; 30,
plei%on adv. 6, 1 1; 32, 5
pleékomai 6, 2 proéswpon 18, 1
plh%qov 1, 3; 6, 1 prou=paérconta 31, 5
plou%tov 8, 4; 39, 1. 2. 3. Puqagoéreiov 2, 2
4. 5; 40, 3; 41, 1 bis. 2 puélh 1, 2 bis; 4, 2; 5, 1;
ploutw% 36, 1; 39, 1. 4 6, 1; 17, 2; 18, 1; 20, 2
poihtaié 13, 2 pulwén 1, 3
poleémioi 24, 2 r|aébdov 4, 2
poéliv 1, 1 r|aékh 10, 1
politikoév 2, 2 r|hétwrev 13, 2
polucroniwétatov 2, 3 r|iéptw 8, 1; -mai 10, 4
poéma 6, 2; 14, 3 r|uparoév 10, 1
ponhroév 23, 1 shmaiénw 7, 3
pothérion 5, 1 shmei%on 7, 2; 18, 3
potiézw 5, 2; 19, 1. 4 sklhroév 7, 3
Prçoéthv 20, 3 skoteinoév 10, 1
presbuéthv 2, 1 sofiéa 2, 2
proaiéresiv 10, 4 spoudai%ov 2, 3; 39, 3
probaéllomai 3, 2 stenoév 10, 1; 15, 3
prodiédwmi 9, 4; 40, 3 steéfanov 21, 3; 23, 3
prodoéthv 34, 3 stefanw% 22, 1; 23, 3;
proeécw 34, 1. 2. 4; 35, 2 -mai 21, 3; 23, 4; 24,
proquémwv 16, 1. 2 1; 27, 1. 2
propulai%on 21, 3 stolhé 18, 1; 20, 2

151
INDEX VERBORUM

stratoépedon 1, 2 teémnw 38, 1 bis


strogguélov 7, 1. 3; 18, tetraégwnov 18, 1. 3
1; 30, 3 tiéllw 10, 2
sukofantw% 40, 3 timw% 40, 1 bis
sumbaéllw 1, 1 timwriéa, e\piè t. paradié-
sumbiw% 10, 4 domai 3, 3
sumpleékomai 9, 2 Timwriéa 9, 4; 10, 2
sumfeéronta, taé 25, 3; timwrouémenov 10, 4
32, 1 trapeziétai 31, 3
sumfeérw 39, 4 bis tracuév 15, 2
sunantw% 10, 4; 11, 1 triébomai 27, 1
suéneimi 10, 1 triécev 10, 2
suniéhmi 3, 1. 2 bis. 3; 19, turanniédev 8, 4
2 bis. 3; 20, 4 tufloév 7, 1 bis; 30, 3
suniésthmi 11, 1 Tuéch 7, 1; 9, 2. 4; 30, 3;
sunomilw% 13, 1 31, 5; 36, 1; a\gaqhé 8,
suntoémwv, a\pelqei%n 31, 2; kakhé 8, 2
6; feuégw 32, 3; a\pal- u|briézomai 9, 3
laéttomai 32, 3; a\pieé- u|giaiénw 36, 1; 38, 4 bis
nai 32, 4; -teérwv u|giéeia 19, 2
e\lqei%n 33, 4 u|gieinoév 38, 1
Sfiégx 3, 2 ter. 3 u|paérconta, taé 7, 2
s§ézomai 3, 2. 4; 4, 3; 6, u|paércw 37, 2 ter. 3 bis;
2; 11, 2; 12, 3; 14, 4; 39, 1. 4; 41, 2. 3
20, 4; 24, 3; 27, 2; 35, 5 u|polambaénw 24, 2
sw%ma 16, 1 u|pomeénw 9, 4; 40, 1
Swfrosuénh 20, 3 u|yhloév 15, 3. 4; 21, 3;
talaiépwrov 28, 2 toé 21, 2
taraéttw 40, 1 bis; -mai fauélov 39, 2
24, 3 feuktoév 37, 1
taraché 27, 1 filarguriéa 19, 5; 23, 2;
teékna 8, 4; 36, 1 24, 2; 26, 2

152
INDEX VERBORUM

filaérgurov 34, 3 caérthv 4, 3


filotiémwv 19, 2 ceiér 4, 3; 8, 1; 16, 1. 2
fobou%mai 26, 2 coroév 20, 2
fortiéa 29, 3 crhésima 33, 4. 5
fronei%n, toé 41, 2. 3 crw%mai 39, 4. 5
froénimov 3, 1 yeégw 31, 2
fuésiv 7, 2; 31, 5 Yeudodoxiéa 11, 2
fwnhé 33, 6 Yeudopaideiéa 11, 1; 12,
fw%v 17, 1 1. 3; 13, 1; 14, 3. 4; 32,
caiérw 8, 1. 2. 3; 31, 2. 4 3; 33, 2; 35, 4
calepoév 6, 2; 15, 4 w\feélimov 37, 1
calinoév 33, 3

153