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COLLANA SCIENTIFICA DELL’UNIVERSITÀ DI SALERNO

Nuove frontiere
per la Storia di genere
Nuove frontiere
per la Storia di genere
Volume II

a cura di
Laura Guidi e Maria Rosaria Pelizzari

in co-edizione con
Sommario

Volume II
Parte II. – Spazi e ruoli

I. Archeologia delle differenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13


a cura di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi
1. L’etnicità nella documentazione archeologica delle necropoli italiane
dell’età del ferro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
Alessandro Guidi
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi
di analisi delle necropoli protostoriche nell’area tirrenica . . . . . . . . . . 37
Andrea Zifferero
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus
in epoca protostorica attraverso l’analisi delle sepolture infantili . . . . . . 59
Anna Maria Bietti Sestieri, Anna De Santis, Loretana Salvadei
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino. . . 77
Luca Cerchiai, Teresa Cinquantaquattro, Carmine Pellegrino

II. Possedere, gestire, governare:


capacità patrimoniale e potere femminile nei secoli IX e X . . . . . . 95
a cura di Tiziana Lazzari
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97
Tiziana Lazzari
1. Il patrimonio di Angelberga e la sua dislocazione territoriale . . . . . . . 105
Roberta Cimino
2. Ageltrude, l’altra regina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 111
Paola Guglielmotti
Nuove frontiere per la Storia di genere – Volume II

3. Il dotario della regina Matilde di Sassonia e i conflitti con i figli Ottone


ed Enrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 119
Giovanni Isabella

III. Ruoli e funzioni delle donne nelle minoranze dal Medioevo


all’età contemporanea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 127
a cura di Ilaria Pavan e Alessandra Veronese
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 129
Ilaria Pavan e Alessandra Veronese
1. La conversione di donne ebree a Firenze in età moderna. . . . . . . . . . 137
Samuela Marconcini
2. Tra mobilità e stanzialità. Le donne zingare nel Mediterraneo moderno . . 143
Elisa Novi Chavarria
3. Intimate Strangers: Slave Women as Wetnurses in Medieval Genoa . . . . 149
Christoph Cluse
4. Donne delle minoranze a Roma nel Rinascimento: ruoli, legami,
comportamenti. Prime ricerche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157
Anna Esposito
5. Essere “ebree”: la specificità triestina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 165
Silva Bon

IV. Concealed faith or double identity?


“Marranism” in the 19th and 20th centuries . . . . . . . . . . . . . . . . 173
a cura di Paola Ferruta, Anna Dorothea Ludewig, Hannah Lotte Lund
Introduction . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 175
Paola Ferruta, Anna Dorothea Ludewig, Hannah Lotte Lund
1. “Those who are afraid of water…” – Conversion as controversial
and conversational topic in the Berlin Jewish Salons around 1800 . . . . . 181
Hannah Lotte Lund
2. 19th Century Jewish Universalism and female social Commitment
from a French-German entangled Perspective . . . . . . . . . . . . . . . 187
Paola Ferruta
3. Marranism and identity construction
in Nineteenth and Twentieth-century German-Jewish literature . . . . . . 197
Anna Dorothea Ludewig

6
Sommario

V. Culture e pratiche femminili tra lavoro e sindacato . . . . . . . . . 205


a cura di Gloria Chianese
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 207
Gloria Chianese
1. La “doppia fatica” delle donne: lavoro e famiglia.
Uno sguardo fra storia e memoria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 215
Maria Grazia Ruggerini
2. Lo scaffale nascosto. Storie di lavoratrici insegnanti . . . . . . . . . . . . 221
Aurora Delmonaco
3. Le impiegate e il sindacato tra gli anni Cinquanta e Sessanta . . . . . . . 229
Emilia Taglialatela
4. Militanti e dirigenti del Novecento: tre biografie di sindacaliste . . . . . . 237
Maria Paola Del Rossi
5. Le leghe femminili e il movimento operaio tra diffidenza e inclusione.
Il caso della Federazione tessile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 245
Fiorella Imprenti
6. Giulia Civita Franceschi e l’esperimento educativo della Nave Asilo
“Caracciolo” (1913-1928): una memoria da recuperare . . . . . . . . . . . 253
Maria Antonietta Selvaggio

VI. Genere e migrazioni nell’Italia del Novecento . . . . . . . . . . . 261


a cura di Maria Rosaria De Rosa
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 263
Maria Rosaria De Rosa
1. Donne e uomini nell’emigrazione da Avellino:
un confronto tra periodo liberale e periodo repubblicano . . . . . . . . . . 267
Nicola Guarino
2. Migrazioni interne e radicamento in città.
Esperienze di vicinato femminile nella Torino del boom economico . . . . . 275
Anna Badino
3. Le garanzie altrove. Le immigrate e il credito bancario
(Napoli, 1950-1960) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 283
Maria Rosaria De Rosa
4. Clandestinità e procedure di regolarizzazione. Italiani e italiane
in Francia (1945-1957) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 291
Rocco Potenza

7
Nuove frontiere per la Storia di genere – Volume II

VII. Vita quotidiana e cultura materiale nell’Italia del dopoguerra . . . 297


a cura di Fabio Dei e Laura Savelli
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 299
Laura Savelli e Fabio Dei
1. Vita quotidiana e ruoli di genere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 307
Laura Savelli
2. Oggetti inalienabili: memoria e identità delle famiglie attraverso
la cultura materiale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 315
Matteo Aria, Fabio Dei
3. Storie straordinarie di oggetti ordinari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 323
Matteo Aria e Silvia Bernardi
4. Esposizioni fotografiche in famiglia: cronistorie visive e spazi domestici . . 333
Sabina Giorgi
5. Processi di demercificazione nella cultura domestica . . . . . . . . . . . . 341
Linda Cafarelli e Cinzia Ciardiello

VIII. Gli spazi delle donne nella criminalità organizzata meridionale


tra XIX e XXI secolo: ruoli, pratiche, identità . . . . . . . . . . . . . 351
Gabriella Gribaudi e Marcella Marmo
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 353
Gabriella Gribaudi e Marcella Marmo
1. Racconti al femminile di Cosa Nostra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 363
Alessandra Dino
2. Donne di ’ndrangheta: tra esclusione formale e partecipazione di fatto.
Il caso della faida di Seminara . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 371
Ombretta Ingrascì
3. Sorelle d’omertà. Le donne, il carcere, la mafia nelle storie
di alcune protagoniste della Sacra Corona Unita . . . . . . . . . . . . . . 379
Monica Massari
4. La rima amore/onore di Pupetta Maresca . . . . . . . . . . . . . . . . . 387
Marcella Marmo
5. Donne di camorra e identità di genere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 395
Gabriella Gribaudi
6. L’emergenza rosa. Dati e suggestioni sulle donne di camorra. . . . . . . . 403
Anna Maria Zaccaria

8
Sommario

7. Donne violente e donne criminali a Napoli nelle fonti


di polizia giudiziaria (1888-1894) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 409
Antonella Migliaccio e Iolanda Napolitano
8. Gli spazi delle donne nella criminalità organizzata meridionale
tra XIX e XXI secolo: ruoli, pratiche, identità . . . . . . . . . . . . . . . 417
Renate Siebert

Indice dei nomi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 423

9
PARTE II.
SPAZI E RUOLI
I.
Archeologia delle differenze
a cura di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi
Introduzione

Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

1. Premessa*
A quasi trent’anni dalla pubblicazione del primo vero manifesto dell’“archeologia
di genere”, quel Woman the gatherer1 che le studiose di preistoria statunitensi op-
posero orgogliosamente al Man the hunter2 dei loro colleghi maschi, le differenze
di cui si occupa l’archeologia si sono moltiplicate, grazie anche al cospicuo corpus
di teorie che la scuola post-processuale ha elaborato negli ultimi venti anni del
secolo da poco terminato.
Diversi contributi hanno, ad esempio, sottolineato l’importanza delle differenze
di età, a partire dai pionieristici lavori di Hodder sui Baringo del Sudan3, in cui si
affrontava la complessità della gestione dei simboli tra giovani e anziani (uomini e
donne) delle società primitive; altri quelle “etniche”, senza dare a questo termine
alcun significato biologico, bensì sottolineando il fatto che si tratta di un fenomeno
esclusivamente culturale, un potente meccanismo di coesione sociale che si forma
immediatamente prima, durante e subito dopo l’emergere delle società complesse.
Di questo filone fa parte anche un’archeologia delle minoranze (ad esempio, i
Maori neozelandesi o gli Indiani d’America) le cui battaglie (si pensi al problema

* Di Alessandro Guidi
1 Dahlberg, F. (a cura di) Woman the Gatherer, New Haven, Yale University Press, 1983.
2 Lee, R.B.; De Vore, I. Man the Hunter, Chicago, Aldine, 1968.
3 Hodder, I. Symbols in Action. Ethnoarchaeological Studies of Material Culture, Cambridge, Cam-
bridge University Press.
Capitolo 1. Archeologia delle differenze

del “reburial”, cioè il grande movimento che ha costretto lo Smithsonian Institute


a restituire ai nativi americani gli scheletri delle loro necropoli) hanno caratteriz-
zato la fine del XX secolo, dando origine a una serie infinita di rivendicazioni,
alcune con implicazioni di non facile soluzione (si veda ad esempio la cronistoria
dei problemi, anche politici, seguiti alla scoperta a Manhattan di una necropoli del
Settecento riservata alla comunità afroamericana, nel recente manuale di Daniele
Manacorda4).
Di queste minoranze, infine, faremmo parte anche noi studiosi dei paesi non
anglosassoni, secondo un celebre articolo dell’archeologo ceco Neustupny5 in cui
si metteva in rilievo la crescente marginalizzazione di intere comunità di studiosi
di preistoria.
Perfino dove le differenze non dovrebbero esistere, nella mitica società di
eguali delle origini, quella che Marx definiva come “comunismo primitivo”, la
ricerca si è incaricata, negli ultimi venticinque anni, di mettere in rilievo fon-
damentali diseguaglianze, oltre a quella di genere: si pensi all’individuazione di
figure eminenti, di veri e propri “imprenditori”, secondo la definizione di Bryan
Hayden6, tra i capi guerrieri delle società del Paleolitico superiore. Appare assai
pertinente, a questo riguardo, l’osservazione dell’antropologo Richard Lee, secon-
do il quale non è tanto importante la ricerca di elementi di differenziazione nelle
società primitive, quanto l’individuazione di quelle che minimizzano tali aspetti e
quelle che, al contrario, li magnificano7.
La sessione da noi organizzata si pone dunque come scopo quello di esami-
nare problemi relativi alle differenze di genere, di età ed “etniche” nell’analisi dei
contesti funerari delle necropoli dell’area tirrenica tra la fine dell’età del bronzo e
gli inizi dell’epoca storica; vorrei solo sottolineare il fatto che tale tematiche non
devono assolutamente far passare in secondo piano la differenza “per antonoma-
sia”, quella di accesso alle risorse o se preferite, nelle società più sviluppate di que-
sto periodo, di rango o addirittura di classe: anzi secondo me devono innanzitutto
servire come strumento per meglio capire l’origine e lo sviluppo dell’ineguaglianza
sociale.

4 Manacorda, D. Lezioni di archeologia, Roma-Bari, Laterza, pp. 250-253.


5 Neustupný, E. “Mainstreams and minorities in archaeology”, in Archaeologia Polona, 35-36, 1997-
98, pp. 13-23.
6 Hayden, B. “Pathways to Power. Principles for creating socioeconomic inequalities”, in Douglas
Price, T.; Feinman, G. (a cura di) Foundations of Social Inequality, New York&London, Plenum
Press, pp. 15-86.
7 Lee, R.B. “Primitive communism and the origin of social inequality”, in Upham, S. (a cura di) The
evolution of political systems. Sociopolitics in small scale sedentary societies (Atti Seminario Santa Fe
1986), Cambridge, Cambridge University Press, 1990, pp. 225-246.

16
Introduzione

2. Percorsi per una archeologia delle differenze


Punto di partenza e obiettivo della nostra sessione è l’adozione e la promozione
di una prospettiva di genere come strumento critico di elevato valore euristico
nell’ambito di una “archeologia sociale” che riconosca nella costruzione delle ca-
tegorie di genere e nelle dinamiche tra generi – siano esse palesi e rimarcate a
livello ideologico, o al contrario nascoste, mistificate o negate – uno dei principi
strutturanti dell’ordine sociale e dei suoi cambiamenti8.
In accordo con il tema generale del convegno le relazioni di genere costitui-
scono il filo conduttore del discorso che proponiamo in questo incontro sia pure
nell’ambito di un significativo intreccio con altre identità e differenze.
Prima di passare a introdurre brevemente gli argomenti specifici oggetto di
discussione in questa sede, è necessaria una breve premessa sullo “stato dell’arte”.
Come ho avuto occasione di notare in altre occasioni9, a differenza dei paesi di
ambito anglofono e di diversi paesi europei10, attualmente nell’archeologia italiana
non si è ancora sviluppato un dibattito teorico sulle questioni di genere. Questo
quadro appare in contrasto con il panorama offerto dalle altre scienze umane e

* Di Mariassunta Cuozzo
8 Cuozzo, M. Reinventando la tradizione. Immaginario sociale, ideologie e rappresentazione nelle necropoli
orientalizzanti di Pontecagnano, Paestum 2003, cap. 1, 9 con bibliografia; d’Agostino, B. “Società dei
vivi, comunità dei morti: un rapporto difficile”, in DialArch, III S., 3, 1985, pp. 47-58; Id., “La donna
Etruria”, in Bettini, M. (a cura di) Maschile/femmile. Genere e ruoli nelle culture antiche, Roma-Bari, La-
terza, pp.61-73. Cuozzo, M.; Guidi, A. Archeologia delle identità e delle differenze, Roma, Carocci (in corso
di stampa). Per un confronto con le direzioni di indagine nelle scienze sociali, cfr. per esempio, Sartori, F.
Differenze e disuguaglianze di genere, Bologna, Il Mulino, 2009; per la bibliografia archeologica interna-
zionale cfr., in particolare, Hodder, I. Reading the Past. Current approaches to interpretation in archaeology,
Cambridge, Cambridge University Press, 1986; Id., The archaeological process, Oxford, Blackwell, 1999;
Gero, J.; Conkey, M. (eds.) Engendering Archaeology, Oxford, Blackwell, 1991; Gilchrist, R. Gender and
Archaeology. Contesting the Past, London, Routledge, 1999; Diaz-Andreu, M. “Identita di genere e arche-
ologia” in Terrenato, N. (a cura di) Archeologia teorica, Firenze, Insegna del Giglio, 1996, pp. 361-88;
Pearson, M.P. The archaeology of death and burial, Phoenix Mill 1999. Nelson, S. Hand book of gender in
archaeology, Oxford, Altamira Press, 2006.
9 Cuozzo, M. “Interpretazione delle necropoli e questioni di genere nell’archeologia italiana”, in
Prados Torreira, L.; Ruiz Lopez, C. Arqueologìa del género, Madrid, ‘Ier Encuentro International en
la Universidad Autònoma de Madrid, 2008, pp. 105-138.
10 Cfr. in particolare Gero, J.; Conkey, M. (eds.) Engendering Archaeology cit, cap. 1; Gilchrist, R.
Gender and Archaeology. cit., cap.1-2; Diaz-Andreu, M. “Identita di genere e archeologia” cit., pp.
361 ss.; Prados Torreira, L.; Ruiz Lopez, C. Arqueologìa del género, Madrid, ‘Ier Encuentro Inter-
national en la Universidad Autònoma de Madrid 2008, cap. 1; Schmitt-Pantel, P.; Thébaud, F. in
questo convegno, Whitehouse, R.; Hamilton, S.; Wright, K.L., Archaeology and women: ancient and
modern issues, Walnut Creek, L. Coast Press, 2007.

17
I. Archeologia delle differenze

sociali11, dalla storia, all’antropologia, alla sociologia, nel cui ambito è in corso da
anni nelle università italiane sia un interessante confronto scientifico attraverso
la promozione di studi, convegni e seminari interdisciplinari sia un’opera di sen-
sibilizzazione e formazione tramite la creazione di dottorati e Master su temi di
genere e di “pari opportunità” come il presente convegno di cui siamo ospiti come
“unica” sessione archeologica dimostra.
È possibile suggerire che nelle discipline archeologiche l’“assenza” di tale di-
battito possa trovare spiegazione nell’anomalia della discussione italiana in cam-
po teorico: dopo la stagione degli anni Settanta e Ottanta che ha conosciuto un
importante confronto di matrice marxista-gramsciana, confluito soprattutto nelle
pagine di Dialoghi d’Archeologia12, sembra registrarsi una sorta di “contrazione”
dell’interesse verso le tematiche teoriche e una certa riluttanza a confrontarsi con
tematiche che travalicano i limiti della disciplina, con la parziale eccezione di al-
cuni campi di indagine, in primo luogo l’interpretazione delle necropoli13. Non è
possibile affrontare in questa sede le complesse implicazioni di queste considera-
zioni che meritano un futuro approfondimento.
Nel panorama internazionale la gender archaeology oggi si configura sempre
di più come una “archeologia delle differenze”, basata su categorie variabili e mul-
tidimensionali e indirizzata al confronto anche con tematiche di carattere socio-
politico, come quello delle “pari opportunità” nella professione; più circoscritto
risulta l’ambito dei pochi studi italiani che hanno mirato piuttosto alla valorizza-
zione della figura della donna e/o hanno privilegiato la ricerca sulla costruzione di
genere nei contesti funerari14.
Non è un caso che le relazioni presentate riguardino tutte l’analisi delle ne-
cropoli: la lettura dei contesti funerari, infatti, ha costituito un campo privilegiato
di indagine teorica e di sperimentazione metodologica nell’archeologia italiana

11 Cfr. per esempio, Sartori, F. Differenze e disuguaglianze di genere cit., cap. 1-2, con bibliografia.
12 d’Agostino, B. “The italian perspective on theoretical archaeology”, in Hodder, I. (a cura di)
Archaeological theory in Europe, London-New York 1991, p. 52-64; Manacorda, D. Prima lezione di
archeologia, Roma-Bari, Laterza, 2004.
13 Cfr. per esempio, d’Agostino, B. Società cit., pp. 47-50; 58; Cuozzo, M. Reinventando cit., cap. 1.
14 Gilchrist, R. Gender and Archaeology cit., cap. 1-2. Per quanto riguarda l’archeologia italiana sono
specificamente dedicati a temi di genere: Cuozzo, M. Interpretazione cit., p. 105 ss.; Bietti Sestieri,
A.M. “Domi mansit, lanam fecit: was that all? Women’s social status and roles in Early Latial commu-
nities”, in Journal of Mediterranean Archaeology 2008, pp. 133-159; Guidi, A. “Archeologia di genere
e arte della guerra”, in Genesis 2009, pp. 133-159. Per contributi di studiosi di ambito anglofono, cfr.
anche, Whitehouse, R. (ed.), Gender and italian archaeology, London, Accordia Research Institute,
1998; Izzed, V. The archaeology of Etruscan society, Cambridge, Cambridge University Press, 2007.
Diaz-Andreu, M.; Lucy, S.; Babil, S.; Edwards, D. The archaeology of identity, Oxon, Routledge,
2005,

18
Introduzione

dell’ultimo trentennio, nel cui ambito si sono affrontati approcci tradizionali,


impostazioni di stampo marxista e strutturalista e approcci ispirati alle correnti
anglofone processualiste e post-processuali. Adoperare il genere come strumento
critico, contribuisce a problematizzare «gli scarti, le differenze, gli antagonismi che
attraversano il costume funerario»15.
Ricollegandomi alla premessa di A. Guidi, in tale prospettiva, ci proponiamo
di affrontare in questa sede alcune delle complesse questioni connesse alla costru-
zione delle identità e delle differenze nella documentazione archeologica, riservan-
do una particolare attenzione alla produzione sociale del genere, al percorso che
presiede alla costruzione di genere nelle componenti non-adulte e alla possibilità
di intersezione tra genere e fattori etnici, temi privilegiati dal dibattito teorico
internazionale degli ultimi anni, soprattutto in ambito anglofono.
L’adozione di una prospettiva di genere in campo archeologico impone di
confrontarsi con nuove domande, sollecitando nuovi percorsi. Tale direzione d’in-
dagine sembra inserirsi bene nel dibattito in corso nelle altre scienze sociali secon-
do il percorso indicato, per esempio, di recente dalla sociologa F. Sartori:

Il concetto di genere, […] considerato oggi nell’ambito delle scienze sociali come
una variabile essenziale, dotata di forte valore euristico, trasversale ai fenomeni
sociali, intende rappresentare la costruzione sociale delle differenze sessuali at-
traverso la quale gli individui acquisiscono modi di sentire, di interagire, di co-
municare, regole di comportamento e ruoli che interpretano – dal punto di vista
sociale e culturale – l’appartenenza sessuale. L’identità di genere consente ai sog-
getti di essere riconosciuti e di riconoscere gli altri attraverso simboli, immagini,
gesti, modi di esprimersi e di apparire […] all’interno di percorsi codificati […]
allo stesso tempo riducendo le opportunità di esprimere […] differenze rispetto ai
canoni stabiliti dalla società cui si appartiene. Gli studi di genere hanno cercato di
individuare riferimenti concettuali nuovi che tenessero conto dell’apporto attivo
delle donne alla costruzione sociale oltre che dei meccanismi dell’ineguaglianza
ed hanno affermato la centralità dell’azione dei diversi generi rispetto all’agire
collettivo, alle relazioni umane, alle modalità di costruzione dei significati16.

Da un punto di vista più ampio, il tema “Archeologia delle differenze” ha


come punto di partenza anche l’esigenza di riflettere sugli esiti di quel progres-
sivo slittamento dell’interesse nell’ambito delle scienze umane e sociali e, in

15 d’Agostino, B.; Schnapp, A. «Les morts entre l’objet et l’ image», in Gnoli, G.; Vernant, J.P. (a
cura di) La mort, le mortes dans les sociétés anciennes, Cambridge-Paris, Cambridge University Press,
1982, pp. 14-25.
16 Sartori, F. Differenze e disuguaglianze di genere, cap. 1.

19
I. Archeologia delle differenze

seconda istanza, dell’“Archeologia teorica” internazionale dell’ultimo trentennio


– in relazione con i profondi mutamenti nello scenario politico-sociale globale
– dalla ricerca su sistemi e leggi generali, verso la variabilità della microstoria,
dalle norme alle differenze, al particolare, al contingente e la necessità di inter-
rogarsi, adottando un’ottica di genere, su ambiguità, contraddizioni e tensioni
che percorrono le formazioni sociali e la cultura materiale che di esse costituisce
parte attiva e integrante, secondo la direzione indicata da I. Hodder già nel 1986
e ribadito, con nuovi accenti, in un recente volume collettivo (2012)17.

Queste premesse costituiscono il punto di partenza per gli argomenti e gli


esempi archeologici presentati nelle singole relazioni. Passiamo brevemente a pre-
sentare i singoli temi trattati.
• Il primo tema indagato in questa sede riguarda la complessa dialettica che
accompagna la costruzione delle identità e delle attribuzioni del genere fem-
minile e maschile nella documentazione archeologica.
La discussione nel campo dell’interpretazione delle necropoli in ambito inter-
nazionale ha privilegiato due principali argomenti: la critica alle impostazioni
androcentriche; la ricerca metodologica diretta alla verifica delle tradizionali
attribuzioni di genere, in quanto condizionate dai gender bias, derivanti delle
categorie moderne occidentali18.
In questa ottica, le identità di genere sono considerate in base alle simila-
rità e differenze ascritte culturalmente ai soggetti e sono indagate in quan-
to oggetto di “negoziazione” sociale, storica, contestuale. A questi temi è
dedicato il contributo di Bietti Sestieri, De Santis, Salvadei che indaga le
relazioni di genere, i loro mutamenti e le ideologie correlate sono indagati
come uno dei principi strutturanti basilari delle relazioni sociali a partire
dall’importante evidenza fornita dalla necropoli di Osteria dell’Osa nella
Prima età del Ferro.
Due aree di ricerca segnalate da studi internazionali sul genere si sono rive-
late fondamentali e meritevoli di approfondimento futuro: 1) le forme di
negoziazione della componente femminile in campo funerario, un tema che
spesso comporta la considerazione di altre componenti e differenze discusse in
questa sede quali la costruzione di genere nelle classi d’età non adulte o fattori
di tipo etnico; 2) l’ambiguità connessa alla sovrapposizione tra genere e status

17 Hodder, I. Reading the Past cit. cap. 8; Id., Archaeological Theory today, Cambridge, Polity Press,
2012; Thomas, J. Interpretive Archaeology.a reader, Leicester-London, Routledge, 2000;. Id., Archae-
ology and modernity, London, Routledge, 2004.
18 Gilchrist, R. Gender and archaeology, cap. 1-2. Diaz-Andreu, M. “Identita di genere e archeologia”
cit., p. 365.

20
Introduzione

sociale. In particolare considero interessante la proposta di lettura e di metodo


formulata da M. Diaz Andreu, T. Tortosa e B. Arnold che evidenziano come
in molti casi il genere femminile di status elevato si rappresenti tramite una
appropriazione attiva e manipolazione dei dispositivi simbolici pertinenti al
versante maschile e/o alla divinità. Questa direzione di indagine è stata adot-
tata anche da alcuni studi di ambito italiano riguardanti figure “principesche”
femminili in Etruria e in Campania19.
• Il secondo argomento privilegiato dalle relazioni è l’indagine sulla costruzione
delle identità di genere nelle diverse categorie di non-adulti (Zifferero; Bietti
Sestieri et al.; Cerchiai et al.).
Si tratta di un argomento, fino a poco tempo fa trascurato dalla ricerca ar-
cheologica, che apre scenari nuovi e inediti nella lettura delle necropoli e un
importante campo di confronto interdisciplinare con la storia antica e l’antro-
pologia. La riflessione sul concetto stesso di infanzia come categoria di natura
sociale e culturale rivela come le concezioni moderne occidentali si contrap-
pongano a quelle di molte società preindustriali, al cui interno i diversi gradi
d’età – spesso fino dai primi anni – sono coinvolti secondo specifiche tappe,
modalità e percorsi, spesso di valore iniziatico nelle attività sociali 20.
La ricerca sulle modalità di rappresentazione della componente non adulta
nelle necropoli costituisce ormai una tappa imprescindibile nell’interpreta-
zione dei dati funerari; sono stati privilegiati i seguenti percorsi di indagine:
- l’analisi della rappresentatività demografica delle necropoli – a partire dal
lavoro di I. Morris sulle necropoli di Atene – e la complementare ricerca
sui cambiamenti nelle mentalità e nelle ideologie che presiedono alle oscil-
lazioni nelle norme d’accesso dei diversi gradi d’età al Formal burial e alle
modalità di rappresentazione funeraria21;
- l’indagine sulle strategie di rappresentazione delle diverse categorie di non-
adulti diretta alla comprensione delle dinamiche che presiedono alla co-
struzione del genere nei diversi gradi e classi d’età e all’eventuale proiezione
verso particolari prerogative sociali;

19 Hodder, I. Symbols in action, Cambridge, Cambridge University Press, 1982; Diaz-Andreu, M.


“Identita di genere e archeologia” cit., p. 268; Cuozzo, M. Reinventando cit., cap. 1-9; Colonna, G.;
Di Paolo, E. “Il letto vuoto, la distribuzione del corredo e la finestra della tomba Regolini-Galassi”,
in Nardi, G.; Pandolfini, M.; Drago, L. et al. (a cura di) Etrusca e Italica. Scritti onore di M. Pallottino,
Pisa-Roma, Ist. Editoriali e Poligrafici, 1998, pp. 52-88.
20 Moore, J.; Scott, E. (eds.) Invisible people and processes. Wring gender and childhood into European
archaeology, Leicester, Leicester University Press, 1998; Derevensky, J.S.; Derevensky, J.R. Children
and material culture, London, Routledge, 2000.
21 Morris, I. Burial and Ancient Society, Cambridge, ACLS History E-Book Project, 1987.

21
I. Archeologia delle differenze

- la ricerca sui legami con la componente adulta di genere maschile e femmi-


nile (topografia, composizione del corredo, posizione del corpo e del corre-
do; occorrenza di specifici indicatori; ecc.) che può rivelare connessioni tra
rappresentazione funeraria, vincoli di parentela o di discendenza ma anche
la possibile occorrenza di una sfera di “negoziazione” del versante femmini-
le e fattori di natura situazionale o emotiva22.
Alla comprensione delle ideologie che presiedono alla costruzione del costume
funerario della componente non-adulta in Etruria durante la Prima età del
Ferro è specificamente dedicato il contributo di A. Zifferero.
• La terza questione toccata nell’ambito della sessione cioè il problema del rap-
porto tra cultura materiale e differenze etniche, è al centro delle relazioni di
A. Guidi e L. Cerchiai, T. Cinquataquattro, C. Pellegrino; un aspetto parti-
colarmente interessante è quello dell’eventuale sovrapposizione tra identità di
genere e fattori etnici.
Non è possibile affrontare fattori connessi al tema dell’etnicità e/o delle iden-
tità culturali prescindendo da un riferimento, seppure parentetico, alle scot-
tanti questioni teoriche richiamate quando si attribuiscono “significati etnici”
a determinati tratti della cultura materiale (Cerchiai et al.; Guidi).
Si tratta infatti di problematiche ancora aperte ritornate con urgenza all’atten-
zione delle principali scienze storiche e sociali – dall’antropologia, alla sociolo-
gia alla politica economica – in conseguenza degli avvenimenti nello scenario
internazionale e nazionale dell’ultimo ventennio che hanno condotto a fenome-
ni denominati nella recente letteratura antropologica “eccessi di culture”.
Da un punto di vista teorico basterà ribadire che l’approccio ormai condiviso
dalle grande maggioranza delle voci nell’ambito delle scienze sociali, si basa
non soltanto sul rifiuto della considerazione dei fenomeni etnici in termini
biologici o di origini ma anche del carattere etnico della nozione di cultura,
fondandosi, al contrario, su un approccio socio-politico e storico al problema:
cultura ed etnicità, nelle loro profonde differenze, sono definite come costru-
zioni socio-culturali dialettiche e dinamiche, storicamente determinate, frut-
to di complessi processi di formazione, costruzione, trasformazione, molto
spesso contingenti e situazionali23.

22 Cuozzo, M. Reinventando cit., cap. 1 con bibliografia; Bietti Sestieri, A.M. (a cura di) La necropoli
laziale di Osteria dell’Osa, Roma, Quasar, 1992; Zifferero, A. “Rituale funerario e formazione dell’a-
ristocrazia: osservazioni sui corredi femminili e infantili di Tarquinia”, in Preistoria e Protostoria in
Etruria, Atti del II incontro di studi (Firenze 1993), Milano, Octavo, 1996, pp. 257-265.
23 Cfr., per esempio, Aime, M. Eccessi di culture, Torino, Einaudi, 2004; nell’ambito della vasta
bibliografia su questi argomenti, cfr. in particolareanche Amselle, J.L. Logiques metisses. Antropologie
de l’ identite en Afrique et ailleurs. Paris, Payot, 1990; Id., Il distacco dall’occidente, Roma, Meltemi,

22
Introduzione

In particolare, la nozione di “contrastive identity” proposta da F. Barth alla


fine degli anni Sessanta ha aperto la strada a un vasto dibattito nelle scien-
ze antropologiche e archeologiche: in questi termini l’identità etnica sembra
costituirsi e acquistare visibilità soltanto nell’ambito di relazioni dialettiche
o conflittuali tra gruppi24. Più di recente l’attenzione degli studiosi, anche
in ambito archeologico, si è spostata su temi di “métissage”, “hybridization”,
sincretismo culturale, sotto la spinta del filone di studi “post-coloniali”25.

Particolarmente spinosa si presenta la questione di carattere archeologico, og-


getto di un rinnovato dibattito a partire dalla fine egli anni Novanta, non soltanto
in area anglofona ma anche in ambito italiano e in altri paesi.

Da un punto di vista archeologico il nodo problematico riguarda la possibilità


che la cultura materiale possa veicolare, in alcuni casi, significati etnico-sociali
e che essi siano riconoscibili con metodi archeologici, in assenza di altri tipi di
documentazione. Se alcuni negano tale possibilità (Hall), altri – nella direzione
indicata da Hodder (1982) –, affermano che se è vero che la cultura materiale non
ha un significato etnico, tuttavia è importante indagare la possibilità e le circo-
stanze in cui tratti della cultura materiale possono essere adoperati attivamente e
strategicamente per costruire o mantenere distinzioni etniche… Per altri ancora,
se la cultura materiale può svolgere un ruolo attivo nella costruzione delle identità
etniche, la continua negoziazione con altre identità (di genere, status, classe d’e-
tà….) e il carattere situazionale di questa componente rendono spesso complessa
o fuorviante l’indagine archeologica (Jones; Morgan; Diaz-Andreu; ecc.)26. Come
ho avuto modo di proporre in anni recenti, uno degli ambiti di indagine più
interessanti riguarda la possibilità di sovrapposizione e intreccio tra componenti
etniche, accentuate forme di conservatorismo culturale e fenomeni definiti dalla

2009; Bourdieu, P.; Wacquant, L.J.D. Risposte. Per una antropologia riflessiva, Torino, Bollati Borin-
ghieri, 1992. Fabietti, U. Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Roma, Laterza, 1999.
Augé, M.; Colleyn, J.P. L’antropologia del mondo contemporaneo, Milano, Elèuthera, 2006.
24 Cfr. in sintesi, Fabietti, U. L’identità etnica, Roma, Carocci, 1998.
25 Cfr. in sintesi, Van Dommelen, P. On colonial grounds, Leiden, Leiden university Press, 1998;
Idem, “Post-Colonial Theory”, in AA.VV. Handbook of Material Culture, New York, Sage Pubblica-
tion, 2006, pp. 234-254.
26 Cfr. nota 10 ed anche Hall, J. Ethnic Identity Greek Antiquity, Cambridge, Cambridge Univer-
sity Press, 1997; Jones, S. The Archaeology of Ethnicity. Constructing Identities the Past and Present.
London-New York, Routledge, 1999, Hales, S.; Hodos, T. (eds.) Material Culture and Social Identi-
ties in the Ancient World, Cambridge, Cambridge University Press, 2010; Per il dibattito nell’arche-
ologia italiana, cfr. per esempio, AA.VV.Confini e Frontiera nella grecità d’occidente, Atti dell XXXVII
Convegno di Studi sulla Magna Grecia, (Taranto 1997), Napoli 1999.

23
I. Archeologia delle differenze

letteratura antropologica recente sui gruppi subalterni e nei filoni postcoloniali


come forme di silent resistence. Tali forme di resistenza culturale appaiono stretta-
mente connesse al concetto di “negoziazione” che sembra implicare in diversi casi
anche dinamiche di genere, e alimenta, in forma meno cosciente, prepolitica, la
costruzione di strategie alternative a quella dominante attraverso la manipolazione
della cultura materiale in forme solo apparentemente insignificanti o poco visibili.
Come hanno sottolineato di recente B. d’Agostino e L. Cerchiai27 a proposito
degli “indicatori anomali” nelle necropoli di Pithecusae e Cuma appare necessaria
una valorizzazione del significato non necessariamente

recessivo attribuibile alle strategie di rappresentazione alternative […] che po-


trebbero svelare in una dimensione socialmente non competitiva, forme di re-
sistenza culturale messe in atto da gruppi marginali o subalterni nei confronti
dell’ideologia del gruppo dominante28.

27 Cerchiai, L. “I vivi e i morti. I casi di Pitecusa e Poseidonia”, in Confini e frontiera nella grecità
d’occidente, “Atti del XXXVII Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, (Taranto 1997), Napoli 1999,
pp. 38-50; d’Agostino, B. “Pitecusa e Cuma tra greci e indigeni’, in La colonisation grecque en Médi-
terranée occidentale, “Atti Convegno Napoli 1995”, Roma 1999, pp. 51-63.
28 Cuozzo, M.; Guidi, A. Archeologia delle identità cit.

24
1. L’etnicità nella documentazione
archeologica delle necropoli italiane
dell’età del ferro*

Alessandro Guidi

Spetta a Massimo Pallottino il merito di aver individuato, quasi mezzo secolo fa,
una sostanziale coincidenza tra l’areale di diffusione delle lingue dell’Italia Antica
e quello delle maggiori culture archeologiche dell’età del ferro29.
In seguito diversi altri studiosi, da Adriano La Regina30 a Giovanni Colonna31,
hanno ragionato sugli areali occupati dai popoli italici, fino ad arrivare ai recenti
contributi di Vincenzo D’Ercole32, in cui, si cerca di delimitare in modo circo-
stanziato i territori dei “popoli” abruzzesi o di Pier Carlo Innico33, che studiando
alcune forme ceramiche comuni all’area abruzzese interna e al Lazio meridionale,
ha proposto una sorta di homeland della cultura volsca.
Nell’ottica storico-culturale di Pallottino, le differenze nella cultura materiale
venivano immediatamente messe in relazione con differenze di tipo “etnico” che

* Desidero ringraziare Laura Guidi per avere consentito a me e a Mariassunta Cuozzo di partecipare,
per la seconda volta, al Congresso della Società Italiana delle Storiche, un’occasione imperdibile di
dibattito sulle più recenti tendenze degli studi di genere e, allo stesso tempo, l’arena di un confronto
sempre fecondo tra studiosi e studiose.
29 Pallottino, M. Genti e cultura dell’Italia preromana, Roma, Jouvence, 1981.
30 La Regina, A. Note sulla formazione dei centri urbani in area sabellica (Congress Proceedings La
città etrusca e italica preromana, Imola 1970).
31 Colonna, G. “Il Tevere e gli Etruschi”, in Archeologia Laziale, VII, 2, 1986, pp. 90-96.
32 Copersino, M.R.; D’Ercole, V. Proposta di definizione degli ambiti culturali e territoriali dei popoli
italici in Abruzzo nel I millennio a.C. (Peter Attema, Arnold Nijboer [a cura di], Atti 6th Conference of
Italian Archaeology [Groningen, 15-17/4/2003], B.A.R. 1452, II, pp. 713–719).
33 Innico, P.C. Atina: il museo archeologico. L’epoca preromana, Atina, 2006.
I. Archeologia delle differenze

oggi potrebbero essere a buon diritto contestate, sia in base al confine meno certo
tra quelle culture sia alle parentele sempre più strette tra alcune di quelle lingue
che gli studiosi da alcuni anni vanno individuando.
Dobbiamo inoltre all’archeologia post-processuale una nuova rilettura del
problema dell’“etnicità” in archeologia.
L’identità etnica è vista come un aspetto della definizione di sé di un individuo
che deriva dalla sua identificazione con un più ampio gruppo di persone in opposi-
zione ad altri gruppi, sulla base di differenze culturali chiaramente percepite e/o di
una comune discendenza, mentre il gruppo etnico è qualsiasi gruppo di persone che
si distingue e/o viene discriminato da altri gruppi coi quali interagisce e coesiste sulla
base della sua percezione delle differenze culturali e/o di una comune discendenza.
A sua volta, l’etnicità è l’insieme dei fenomeni sociali e psicologici associati
con un’identità di gruppo costruita culturalmente e, allo stesso tempo, uno dei
correlati della formazione di società complesse34; la stessa formazione della co-
scienza etnica è stata interpretata inoltre, da alcuni studiosi, come un aspetto delle
lotte tra diverse fazioni delle élite nelle società statali35.
Nella nostra penisola appare indiscutibile un’assai maggiore caratterizzazione
della cultura materiale in alcuni territori, forse già a partire dalla fine dell’età del
bronzo, un dato difficilmente scindibile dall’emergere di forme elevate di com-
plessità sociale, in molti casi, anzi, dell’emergere delle prime società statali36.
Nel record archeologico un simile fenomeno è particolarmente vistoso nello
studio delle necropoli della prima età del ferro, dove sono sempre presenti un cer-
to numero di tombe caratterizzate dalla presenza di un corredo formato da oggetti
pertinenti a fogge e/o tipi ben diversi da quelli in uso nella comunità cui quella
necropoli appartiene.
Il problema è certamente quello di saper distinguere casi in cui la presenza di
oggetti alloctoni è dovuta a pura e semplice importazione, soprattutto nelle sepol-
ture degli appartenenti alle élite, da quelli in cui essa può denotare l’appartenenza
del defunto a una comunità venuta da fuori.
Potrebbero essere considerati come fattori favorevoli a questa seconda ipotesi:
1. il tipo di oggetti (che non si tratti cioè di manufatti pregiati, veri e propri
status symbol, in genere presenti, anche con diversa provenienza, nei corredi
più ricchi);

34 Per questi aspetti e per uno studio d’insieme sull’argomento v. Jones, S. The Archaeology of Ethni-
city. Constructing identities in the past and in the present, London, Routledge, 1997.
35 Brumfield, E.M.; Fox, J.W. Factional competition and political development in the New World,
Cambridge, Cambridge University Press, 1994.
36 Su questi argomenti v. Guidi, A. “Archeologia dell’Early State: il caso di studio italiano”, in Ocnus
16, 2008, pp. 175-192.

26
1. L’etnicità nella documentazione archeologica delle necropoli italiane dell’età del ferro

2. la loro funzione (è evidente, ad esempio, che il contenitore delle ceneri, sia


esso un ossuario o un altro tipo di vaso, ha un’importanza diversa rispetto ad
altri oggetti del corredo);
3. il numero delle tombe in cui vengono recuperati;
4. la vicinanza topografica e/o la collocazione in aree ben definite di queste ne-
cropoli delle tombe in questione.

Nella letteratura della protostoria dell’area medio-tirrenica vi sono diversi casi


in cui si è pensato a una spiegazione di tipo “etnico” per la presenza di determinati
oggetti in alcuni corredi tombali della prima età del ferro.
Uno ben noto è quello della tomba femminile di Vulci (di cui recentemente
è stato proposto un considerevole rialzamento cronologico, nell’ambito della fase
antica della prima età del ferro) dove oltre a diversi oggetti di bronzo è presente
una vera e propria statuetta nuragica37.
Si può forse pensare a una donna sarda d’alto rango? Oltre alla presenza di al-
tre sepolture villanoviane con oggetti nuragici (ad esempio le ben note navicelle)38,
un elemento in questo senso potrebbe essere quello della presenza di numerose
fibule femminili villanoviane in Sardegna39.
Un altro caso di oggetti assolutamente “fuori contesto” nell’ambito della cultura
materiale di un determinato territorio è quello degli ossuari biconici nelle necropoli
dei Colli Albani; si tratta di pochi esemplari in mezzo a centinaia di vasi provenien-
ti dalle necropoli di quest’area, in un caso (il ben nutrito gruppo di sepolture cui
appartenevano i materiali recuperati da Castelgandolfo nel 1816-17), con le loro
rispettive scodelle di copertura, attribuibili cioè a non più di due o tre sepolture40.
Allo stesso modo, la necropoli del Sorbo, a Cerveteri (di cui peraltro è stata
spesso sottolineata la natura atipica, in confronto ad altre necropoli dei grandi
centri villanoviani), presenta tre casi molto interessanti di oggetti ben inquadrabili
nella cultura laziale:

37 Falconi Amorelli, M.T. “Tomba villanoviana con bronzetto nuragico”, in Archeologia Classica, 18,
1966, pp. 1-15.
38 Sui rapporti tra Etruria e Sardegna v. Etruria e Sardegna centro-settentrionale tra l’età del bronzo
finale e l’arcaismo (Atti del XXI Convegno di studi etruschi ed italici, Sassari-Alghero-Oristano-
Torralba, 2002).
39 Lo Schiavo, F. “Le fibule della Sardegna”, in Studi Etruschi, XLVI, 1978, pp. 25-46.
40 Pär Göran Gierow, P. The Iron Age Culture of Latium II.Excavations and Finds, 1. The Alban
Hills, Lund 1964, p. 337, fig. 202/36 e 37 (scodelle), p. 344, fig. 205/7 (biconico); altri biconici di
provenienza sconosciuta, ma certamente trovati nei Colli Albani nello stesso volume a p. 394, fig.
233/2-4; meno certa è la provenienza da quest’area dei due biconici conservati nella Collezione Ce-
selli di S.Scolastica, a Subiaco (Guidi, A. Subiaco. La collezione Ceselli nel Monastero di S.Scolastica. I
materiali delle età del bronzo e del ferro, Roma, 1980, fig. 10).

27
I. Archeologia delle differenze

1. le tre ollette a rete (una sorta di “fossile guida” di questa cultura) dalla t. 25341;
2. il vaso biansato su piede utilizzato come ossuario (e, seguendo un uso villano-
viano, con una delle due anse rotta ritualmente) dalla t. 25242;
3. l’anfora decorata a costolature dalla t. 38843

Altri assai più noti esempi di corredi attribuibili a personaggi venuti da fuori
sono quelli della necropoli laziale di Osteria dell’Osa.
Uno è certamente quello della tomba 600, della fase III della cultura laziale,
isolata e a una certa distanza dalle altre sepolture della necropoli44.
Purtroppo il ricco corredo venne recuperato in circostanze fortuite. Ciò no-
nostante è stato possibile individuare alcuni oggetti di bronzo, come l’elmo45, l’os-
suario biconico46, lo scudo47, il flabello48 e il carrello-incensiere49 le cui caratteri-
stiche, perfettamente inquadrabili nel repertorio della cultura materiale della fase
II del Villanoviano, hanno fatto pensare che si trattasse della tomba di un capo
guerriero di provenienza etrusca.
Assai più articolata è la situazione del gruppo di sepolture (poco più di una
decina) della fase II con oggetti della cultura delle tombe a fossa, studiate da Anna
Maria Bietti Sestieri assieme ad Anna De Santis50.
Dieci di queste sepolture possono ben essere a loro volta suddivise in un paio
di raggruppamenti, spazialmente ben delimitabili, a riprova che si tratta di veri e
propri gruppi familiari:
• uno, posto a ovest e formato da quattro sepolture di individui adulti (due
uomini e una donna) e da una bambina;
• uno, posto a est e formato da tre individui adulti (due donne e un uomo), un
uomo di 20-30 anni e una donna di età compresa tra i 14 e i 20 anni.

41 Pohl, I. The Iron Age Necropolis of Sorbo at Cerveteri, Stokholm, Svenska Institut i Rom, 1972,
fig. 53/4-6.
42 Ivi, fig. 52/1. Per il tipo v. Dialoghi di Archeologia n.s. 2, 1980, tav. 8/2 (fase IIB).
43 Ivi, fig. 74/1. Per il tipo v. Dialoghi di Archeologia, n.s. 2, 1980, tavv. 4/17 (fase IIA) e 8/1b (fase
IIB).
44 De Santis, A. “La tomba di guerriero di Osteria dell’Osa”, in Bietti Sestieri, A.M. (a cura di) La
necropoli laziale di Osteria dell’Osa, Roma, Quasar, 1992, pp. 875-877.
45 Ivi, tav. 47/78a.
46 Ivi, tav. 47/79a.
47 Ivi, tav. 48/77a.
48 Ivi, tav. 48/54a.
49 Ivi, tav. 49.
50 Per un’articolata disamina degli oggetti recuperati in queste tombe di chiara provenienza dall’area
di diffusione (tra Campania e Calabria) della cultura delle tombe a fossa, v. Bietti Sestieri, A.M.; De
Santis, A. La distribuzione nei corredi dei materiali di tipo non locale cit., pp. 518-520.

28
1. L’etnicità nella documentazione archeologica delle necropoli italiane dell’età del ferro

Gli esempi qui mostrati sono dunque comuni a diversi sepolcreti dell’area
medio-tirrenica (e probabilmente anche a quelli di altri importanti centri coevi,
come Bologna, Este e Padova).
Vorrei qui analizzare in quest’ottica alcuni corredi della necropoli veiente dei
Quattro Fontanili, a suo tempo oggetto di un mio studio sulla cronologia e sull’a-
nalisi dei corredi51:

• le due ricche tombe a inumazione EE10 B52(di uomo, di età compresa tra
i 35 e i 40 anni) e FF 7-853 (di donna), databili alla sottofase IIB1, tra loro
vicinissime, che oltre a presentare alcune analogie nel corredo54, contengono
gli unici due vasi a tre colli della necropoli (figg. 1 e 2)55, certamente impor-
tati dalla Campania56. Si deve sottolineare come anche il fodero riccamente
decorato della tomba EE 10 B 57sia confrontabile soprattutto con quello della
tomba 457 di Pontecagnano58;
• la tomba femminile a incinerazione G 2059 (fase IIA, orizzonte antico), che
contiene due fibule a quattro spirali con placchetta quadrangolare decorata
sui margini da puntini a sbalzo (fig. 3)60, un oggetto di provenienza meridio-
nale61 presente sempre in non più di due o tre esemplari nelle necropoli dei
maggiori centri villanoviani62;

51 Guidi, A. La necropoli veiente dei Quattro Fontanili nel quadro della fase recente della prima età del
ferro italiana, Firenze, Leo S.Olshki Editore, 1993. Per le fasi cronologiche cui vengono attribuite le
singole sepolture si fa riferimento proprio alla seriazione proposta in questo volume.
52 Notizie degli scavi di Antichità 1967, pp. 138-148, figg. 28, 30-35.
53 Notizie degli scavi di Antichità 1967, pp. 148-156, figg. 39-46,
54 Si veda ad esempio, la presenza della borraccia in bronzo con ricca decorazione geometrica (per la
t. EE10B, fig. 34, per la tomba FF 7-8 fig. 44).
55 Per la tomba EE 10B v. fig. 32/2, per la tomba FF 7-8 fig. 39/1.
56 Si veda, ad esempio l’esemplare a tre colli dalla coeva tomba 37 di S.Marzano sul Sarno (d’A-
gostino, B. “Tombe della prima età del ferro a S.Marzano sul Sarno”, in Mélanges d’archéologie et
d’histoire de l’École française de Rome 82, 1970, fig. 12/2).
57 Bianco Peroni, V. Le spade in Italia continentale, Prähistorische Bronzefunde IV,1, München 1970,
n. 366.
58 Ivi, n. 367.
59 Notizie degli scavi di Antichità 1976, pp. 167-168, fig. 15.
60 Ivi, fig. 15/2.
61 V. gli esemplari presenti in due tombe della già citata necropoli di S.Marzano sul Sarno (d’Ago-
stino, B. S.Marzano cit., Fig. 15, T.55/1 e T.44/4).
62 Cfr. gli esemplari da Tarquinia, “two communicating pozzi” (Henken, H. Tarquinia. Villanovans
and Early Etruscans, Cambridge [Mass], Peabody Museum, fig. 220/b); un esemplare con l’indica-
zione di provenienza da Cerveteri in Guidi, A. Subiaco cit., fig. 6/5.

29
I. Archeologia delle differenze

• le due tombe a incinerazione (anch’esse vicinissime, purtroppo con corredo


in gran parte sconvolto e/o mancante) X2-363 e WX64 (fase IIA), ambedue
contenenti un particolare tipo di spillone di lunghezza compresa tra 15 e 20
cm, con sezione circolare, ma provvisto di una capocchia a sezione quadran-
golare (figg. 4 e 5)65.
Si tratta di uno spillone ben conosciuto nei contesti nuragici sardi66, in origi-
ne provvisto di un rivestimento di bronzo sulla capocchia67.
Esemplari simili sono documentati in contesti databili tra la fine dell’orizzonte
iniziale e l’inizio di quello finale della prima età del ferro, come la tomba 425
della necropoli ceretana del Sorbo68 e la tomba 303 di Bologna-San Vitale69.
Come hanno giustamente osservato due attenti studiosi della protostoria ita-
liana, Fulvia Lo Schiavo e David Ridgway, la presenza in contesti alloctoni di
questi manufatti non è facilmente interpretabile, in quanto si tratta di oggetti
«relativi al vestiario, e quindi non beni di prestigio»70;
• la tomba a incinerazione Y471 della fase IIA (orizzonte recente), contenente
un biconico72 di foggia picena (fig. 6)73.

63 Notizie degli scavi di Antichità 1970, p. 199, fig. 11.


64 Notizie degli scavi di Antichità 1970, fig. 93 (del corredo di questa sepoltura rimane solo lo spillone
in bronzo, qui pubblicato a rovescio, cioè con la punta in alto e la capocchia in basso).
65 Per il corredo della tomba X 2-3 v. Notizie degli scavi di Antichità 1970, p. 199, fig. 11/3.
66 Cfr. ad esempio Lo Schiavo, F.; dalla Grotta, B. “Su Benticheddu” (Oliena, Nuoro), in Sar-
degna centro-orientale, dal neolitico alla fine del mondo antico, Sassari, Chirella, 1978, pp. 89-91, tav.
XXIX/5-6).
67 Ivi, fig. 30, a sinistra.
68 Pohl, I. Sorbo cit., fig. 177/3.
69 Pincelli, R.; Morigi Govi, C. La necropoli villanoviana di San Vitale, Museo Civico Archeologico,
Bologna 1975, I, p. 97, n. 3, tav. 160.
70 Lo Schiavo, F.; Ridgway, D. “La Sardegna e il Mediterraneo occidentale allo scorcio del II mil-
lennio”, in Lilliu, G.; Ugas, G. (a cura di) La Sardegna nel Mediterraneo tra il secondo e il primo
millennio a.C. (Atti del II convegno di studi ‘Un millennio di relazioni fra la Sardegna e i paesi del
Mediterraneo’, Selargius-Cagliari 27-30 novembre 1986), Cagliari, Amministrazione provinciale di
Cagliari, 1987, p. 395.
71 Notizie degli scavi di Antichità 1967, pp 187-190, figg. 162 e 165.
72 Ivi, fig. 62/1.
73 Per un’ampia tipologia di questoi tipo di vasi, v. già Dumitrescu, V. L’età del ferro nel Piceno,
Bucarest, 1929, p. 89, fig.11/9-11 e 13-14. Di recente i biconici piceni sono stati ripresi in esame
da Simonetta Stopponi (“Note su alcune morfologie medio-adriatiche”, in I Piceni e l’Italia medio-
adriatica, Atti del XXII Convegno di Studi Etruschi ed Italici. (Ascoli Piceno-Teramo-Ancona, 9-13
aprile 2000), Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2003, pp. 391-422 (si ve-
dano, in particolare, i biconici della prima età del ferro da Fabriano, tomba 3, Taverne di Serravalle
e Moie di Pollenza, tomba 26 a fig. 2/a-c). Un esemplare analogo a quello qui preso in esame è

30
1. L’etnicità nella documentazione archeologica delle necropoli italiane dell’età del ferro

Proprio la funzione strettamente personale di questo vaso (si tratta dell’ossua-


rio che contiene le ceneri del defunto) fa ipotizzare che la scelta non sia né casuale
né legata a eventuali scambi con comunità alloctone.
I casi di studio qui brevemente descritti lasciano immaginare che il fenomeno
di oggetti provenienti da ambiti culturali distanti da quello della necropoli in cui
vengono recuperati sia, nel corso della prima età del ferro, assai più comune di
quello che immaginiamo.
A questo proposito, si potrebbe delineare una vera e propria “agenda” di ricer-
ca su queste particolari tematiche, comprendente:

1. un esame accurato di tutte le necropoli dei maggiori centri della prima età del
ferro che consenta di individuare anomalie interpretabili come presenze, al
loro interno, di corredi riferibili a singoli o a gruppi di provenienza alloctona;
2. applicazione di metodi di analisi statistica tendenti a quantificare la significa-
tività in ciascuna necropoli di queste sepolture;
3. analisi archeometriche degli oggetti di tipologia alloctona recuperati in que-
ste sepolture (soprattutto dei manufatti in bronzo) per individuare eventuali
differenze nella composizione chimica rispetto a quelli della stessa categoria
sicuramente prodotti in loco.

Naturalmente tali anomalie saranno verificate tra i materiali dei relativi abi-
tati; anche qui, infatti, alcune delle ceramiche recuperate sembrano a volte fare
riferimento ad ambiti culturali alloctoni74.
Solo così sarà possibile ricostruire la dimensione “storica” di un fenomeno che
rivela l’importanza delle strategie di autorappresentazione etnica nello sviluppo
delle compagini urbane e statali della tarda protostoria nella penisola italiana.

presente anche nella tomba dell’Orientalizzante antico di Villa Clara, a Matelica (Baldelli, G.; de
Marinis, G.; Silvestrini, M. La tomba di Villa Clara e il nuovo orientalizzante di Matelica cit., fig. 1,
in alto a destra).
74 Un esempio in tal senso è il frammento di alare ben inquadrabile nel repertorio della cultura di
Golasecca rinvenuto tra i materiali di superficie del survey da me diretto nell’area dell’insediamento
veneto di Oppeano (Guidi, A.; Peloso, D. “Oppeano Veronese: i risultati delle campagne di ricogni-
zione”, in Guidi, A.; Ponchia, S. (a cura di) Ricerche archeologiche in Italia e in Siria, Padova, Sargon
Editrice e Libreria, 2004, pp. 13-22, fig. 10.

31
I. Archeologia delle differenze

Figura 1. Veio, Quattro Fontanili – Vaso a tre colli dalla tomba EE10B.

Figura 2. Veio, Quattro Fontanili – Vaso a tre colli dalla tomba FF 7-8.

32
1. L’etnicità nella documentazione archeologica delle necropoli italiane dell’età del ferro

Figura 3. Veio, Quattro Fontanili – Fibula a quattro spirali dalla tomba G 20.

33
I. Archeologia delle differenze

Figura 4 Veio, Quattro Fontanili Figura 5. Veio, Quattro Fon-


– Spillone dalla tomba X2-3. tanili – Spillone dalla tomba
WX.

34
1. L’etnicità nella documentazione archeologica delle necropoli italiane dell’età del ferro

Figura 6. Veio, Quattro Fontanili – Ossuario biconico dalla tomba Y 4.

35
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi
di analisi delle necropoli protostoriche
nell’area tirrenica*

Andrea Zifferero

1. Alcune osservazioni sul metodo


La ricerca più recente sui caratteri del rito funerario protostorico nei sepolcreti
dell’area tirrenica ha fissato alcuni criteri di analisi, raccolti senza pretesa di com-
pletezza nei punti seguenti, partendo da diverse impostazioni di metodo:

1. Lo studio dei corredi, riflesso di un rito funerario rigoroso, di solito inter-


pretato con l’approccio dell’archeologia processuale ma anche con strumenti
post-processuali, ha dato importanza a un metodo teso a riconoscere le iden-
tità sociali dei defunti, espresse nel rituale in base a regole codificate e mante-
nute in vita dalla comunità75.

* Questo contributo nasce da alcune riflessioni sulle necropoli protostoriche dell’area tirrenica, avviate
con i lavori “Rituale funerario e formazione delle aristocrazie nell’Etruria protostorica: osservazioni
sui corredi femminili e infantili di Tarquinia”, in Preistoria e Protostoria in Etruria II, Milano, Centro
Studi di Preistoria e Archeologia, 1995, pp. 257-265, “Formazione delle aristocrazie e rituale funerario
nelle culture dell’Età del Ferro in Italia centrale: analisi comparata dei dati archeologici e delle fonti
letterarie”, in Atti XIII Congresso Internazionale UISPP, n. 4, 12, Forlì, Abaco Edizioni, 1998, pp. 725-
737, “Simbolismo astrale e segnalazione del rango nell’aristocrazia tirrenica: ipotesi sul significato e
sull’impiego della bulla etrusca e latina”, in Preistoria e Protostoria in Etruria VI, Milano, Centro Studi
di Preistoria e Archeologia, 2004, pp. 328-337 e “Circoli di pietre, tumuli e culto funerario. La forma-
zione dello spazio consacrato in Etruria settentrionale tra età del Ferro e alto arcaismo”, in Mélanges de
l’Ecole française de Rome, n. 118/1, 2006, pp. 177-213. Sono grato a Paola Attolino per le informazioni
bibliografiche e per aver ripetutamente discusso con me alcuni temi del suo lavoro di tesi magistrale
Il confine nell’escatologia etrusca e latina: i Dioscuri, i Lares, il Genius come figure liminari, presentato al
Corso di Laurea in Archeologia dell’Università degli Studi di Siena, nell’Anno Accademico 2008-2009.
I. Archeologia delle differenze

2. L’impiego di tabelle funzionali, accanto alle consuete tabelle crono-tipologi-


che, ha messo in evidenza oggetti e combinazioni di oggetti all’interno dei
corredi, permettendo di confrontare il numero e la qualità degli indicatori
orizzontali (età e genere) e verticali (ruolo ricoperto nella comunità e rango),
riprodotti dal rituale funerario76.
3. La disponibilità a riconoscere che gli indicatori (soprattutto verticali) non
siano strettamente determinati dalle classi di età dei defunti: se l’analisi ar-
cheologica riesce a distinguere le regole imposte dal rituale funerario, queste
spesso variano all’interno delle necropoli di uno stesso centro. Ciascun caso va
approfondito con il confronto interno tra i sepolcreti di un centro e poi con
il confronto tra centri diversi77.
4. La possibilità di lavorare sui corredi partendo dalla disposizione topografica
(se disponibile) delle tombe, essenziale per mettere a fuoco il punto di origine
della necropoli e la connotazione dei “fondatori”, laddove sottolineata dal
rituale funerario, con l’espressione dei rapporti di parentela e le successive
forme di sviluppo del sepolcreto78.
5. La possibilità di leggere e interpretare i caratteri archeologici del trattamen-
to funerario nell’arco compreso tra Bronzo Finale e Ferro in parallelo con
le fonti letterarie, in grande maggioranza dirette a illuminare gli aspetti
rituali e cultuali della cultura romana e latina; il confronto sembra ormai
ineludibile, dal momento che proprio i dati archeologici, come si tenterà
di dimostrare in questo lavoro, contribuiscono a fare nuova luce su alcu-
ne manifestazioni religiose praticate dalle comunità. Un atteggiamento più
aperto e meno dipendente da approcci squisitamente settoriali potrebbe
attenuare lo scetticismo degli storici, dei filologi e soprattutto degli storici
delle religioni nella manipolazione del dato archeologico, ritenuto in gene-

75 Sul metodo di analisi e gli strumenti di interpretazione del rituale funerario tra età del Ferro
e periodo Orientalizzante cfr., tra gli altri, Bietti Sestieri, A.M. (a cura di) La necropoli laziale
dell’Osteria dell’Osa, Roma, Quasar, 1992; Cuozzo, M. Reinventando la tradizione. Immaginario
sociale, ideologie e rappresentazione nelle necropoli orientalizzanti di Pontecagnano, Paestum, Pan-
demos, 2003.
76 Per l’uso di questi strumenti cfr. Iaia, C. Simbolismo funerario e ideologia alle origini di una civiltà
urbana. Forme rituali nelle sepolture «villanoviane» a Tarquinia e Vulci, e nel loro entroterra, Firenze,
Edizioni All’Insegna del Giglio, 1999; Pacciarelli, M. Dal villaggio alla città. La svolta protourbana del
1000 a.C. nell’Italia tirrenica, Firenze, Edizioni All’Insegna del Giglio, 2000.
77 Per metodi e strategie del confronto, cfr. Bartoloni, G.; Berardinetti, A.; De Santis, A.; Drago, L.
“Le necropoli villanoviane di Veio. Parallelismi e differenze”, in Bartoloni, G. (a cura di) Le necropoli
arcaiche di Veio, Roma, Università degli Studi di Roma, 1997, pp. 89-100.
78 Zifferero, A. Circoli di pietre cit., pp. 177-193.

38
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

rale poco rappresentativo e comunque subordinato al dato ricavabile dalle


fonti letterarie79.
6. La possibilità di costruire ipotesi complesse sulla nascita e la diffusione di pra-
tiche rituali legate al culto degli antenati, desumibili dal trattamento di alcuni
defunti portatori di valori specifici: lo sviluppo di queste pratiche avrebbe
un potente catalizzatore nel fenomeno proto-urbano, in quel periodo cru-
ciale per l’area tirrenica compreso tra la fase avanzata del Bronzo Finale e il
Primo Ferro. Gli indicatori archeologici dovrebbero fissare alle origini della
città l’insorgenza e lo sviluppo nella civiltà latina (ma anche in quella etrusca,
a giudicare dalla natura equipollente degli indicatori di ruolo), del culto dei
Lari domestici, mutuato verosimilmente dalla dimensione eroica acquisita da
alcuni defunti, assurti col tempo a protettori della casa e della famiglia80.

2. Classi di età e differenze di genere: la bulla etrusca e la bulla


latina
La lettura comparata del dato archeologico con le fonti letterarie ha fatto ulte-
riore luce sull’impiego di particolari ornamenti come i pendagli discoidali e le bul-
le, concentrando l’attenzione su trattamenti rituali di solito non visibili con facili-
tà, pertinenti a individui in età infantile o prepuberale, nel corso del Primo Ferro
1 e del Primo Ferro 2 (seconda metà X-seconda metà VIII secolo a.C.). L’analisi di
questi ornamenti di uso maschile e femminile nelle necropoli tarquiniesi del Pri-
mo Ferro ha permesso di osservare meglio sepolture a cremazione verosimilmente
infantili, riconoscibili con difficoltà per l’assenza dei classici indicatori orizzontali
(armi e strumenti per filatura e/o tessitura); sepolture a inumazione certamente di

79 Mi permetto il rinvio a Zifferero, A. “Formazione delle aristocrazie” cit. e a Zifferero, A. “Simbo-


lismo astrale e segnalazione del rango nell’aristocrazia tirrenica: ipotesi sul significato e sull’impiego
della bulla etrusca e latina” cit.; le perplessità sull’assenza di comunicazione tra le discipline storiche
sono sottolineate in Fiorentini, M. “Culti gentilizi, culti degli antenati”, in Bartoloni, G.; Bene-
dettini, M.G. (a cura di) “Sepolti tra i vivi. Buried among the Living. Evidenza ed interpretazione
di contesti funerari in abitato”, in Scienze dell’Antichità. Storia, Archeologia, Antropologia n. 14/1,
2007-2008, pp. 987-1045.
80 Sul culto degli antenati e sull’insorgenza del culto dei Lari domestici cfr. a diverso titolo Damgaard
Andersen, H. “The Etruscan Ancestral Cult – Its Origin and Development and the Importance of
Anthropomorphization”, in Analecta Romana Instituti Danici, n. 21, 1993, pp. 7-66; Roncoroni, P.
“Kindergräber in früheisenzeitlichen Siedlungen Latiums. Ursprung des römischen Laren und Pe-
nateskultes?”, in Mitteilungen der Berliner Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte,
n. 21, 2000, pp. 139-156; Torelli, M. “Lares, maiores, summi viri. Percorsi dell’immagine eroica a
Roma e nell’Italia antica”, in Coudry, M.; Späth, T. (a cura di) L’invention des grands hommes de la
Rome Antique. Die Konstruktion der großen Männer Altroms, Paris, De Boccard, 2001, pp. 309-320.

39
I. Archeologia delle differenze

infanti e bambini in età prepuberale, maschili e femminili, con presenza di collane


composite con bulle, pendagli discoidali e di varia forma; sepolture a inumazione
di giovani individui di sesso maschile e femminile (fase avanzata del Primo Ferro
2), in cui è molto evidente la trasmissione del lignaggio per via ereditaria, in base
alla presenza di ornamenti in metalli (oro e argento) e materiali (ambra) preziosi81.
Nel caso delle necropoli tarquiniesi, è verosimile che la bulla derivi la forma dal
pendaglio discoidale in bronzo rivestito da lamina aurea con decorazione geo-
metrica, già attestato in Tarquinia I, associato a collane composite nel rituale di
individui molto giovani, sia maschi che femmine (Fig. 1). Se nell’VIII secolo a.C.
l’uso della bulla viene riservato a infanti di entrambi i sessi (?) e alle bambine in
età prepuberale, con funzione specifica di porta amuleti, il pendaglio aureo mono-
valve, anche di grandi dimensioni, assume la funzione di segnalatore del lignaggio
aristocratico in giovani individui maschili e femminili82. A Roma la bulla latina
(bivalve di forma semicircolare, in bronzo e ferro) appare durante la III fase, in
tombe a inumazione di seconda fascia (da 1 a 2 m di lunghezza), all’interno di
corredi indistinti di bambini: nella sola tomba Esquilino 23 la giovane inumata è
connotata come filatrice; la bulla etrusca compare sempre nella III fase, in corredi
infantili non marcati da indicatori di ruolo orizzontali. Sui Colli Albani, la bulla
etrusca è attestata in corredi di III fase, mentre quella latina appare nella IV fase in
sepolture femminili di bambine in età prepuberale e di donne adulte, connotate
come filatrici. In alcuni casi (Colonna 10, bambina di 5 anni filatrice e Riserva
del Truglio 30, filatrice adulta con ricco corredo) compare la bulla etrusca, singola
o associata alla bulla latina. Nel Latium vetus è confermata la tendenza di Roma
e dei Colli Albani: la bulla latina appare dalla III fase, in tombe femminili anche
connotate da indicatori di ruolo. L’uso della bulla etrusca è limitato alla tomba
femminile Ardea 1 (IIIA), alla Tivoli 11 (III), inumazione infantile connotata
come filatrice e alla tomba Satricum 48 (IVA), un neonato di circa 3 mesi83. Da
questa rassegna sintetica dei dati si deduce che:

1. La bulla circolare bivalve è un indicatore di ruolo verticale, in quanto segna-


latore del rango aristocratico, di netta origine etrusca (Giovenale, Sat. 5, 164;
Festo 322). La ricezione nella cultura latina è immediata e coincide con la
III fase, in sincronia con le fonti (Plutarco, Rom., 20, 4), che attribuiscono a
Romolo l’introduzione e l’uso dell’ornamento a Roma.

81 Zifferero, A. “Rituale funerario” cit.; sulla bulla in generale cfr. Goette, H.R. “Die Bulla”, in
Bonner Jahrbücher, n. 186, 1986, pp. 133-164; Warden, P.G. “Bullae. Roman Custom and Italic
Tradition”, in Opuscula Romana, n. 14, 1983, pp. 69-75.
82 Zifferero, A. “Simbolismo astrale” cit.
83 Zifferero, A. “Formazione aristocrazie” cit., con bibliografia sui corredi menzionati.

40
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

2. La bulla latina è un indicatore di rango adoperato a partire dalla III fase:


potrebbe essere divenuto in seguito un ornamento esclusivamente femminile,
che sottolineava la condizione di libera. L’associazione con altri ornamenti ne
fa un indicatore di status aristocratico e probabilmente di etnicità, almeno in
attestazioni esterne all’ambito latino (per es. a Veio, nella tomba femminile
Quattro Fontanili II 9-10) (Fig. 2). L’area falisca condivide l’impiego latino
della bulla semicircolare, esprimendo però anche tipi autonomi come i pen-
dagli bivalve di forma triangolare/trapezoidale, ben rappresentati nel rituale
funerario.
3. L’uso della bulla etrusca (e in particolare di quella aurea, attributo dei re ve-
ienti al tempo delle guerre romulee) è certamente regolato a Roma dai Tar-
quini, con abbondanza di fonti che insistono sul carattere di insegna regale
dell’oggetto, associata alla toga praetexta. Tarquinio Prisco ne fa l’insegna della
gioventù aristocratica, in parallelo con gli attributi concessi ai trionfatori nelle
vittorie militari. Macrobio (Sat. I, 6, 9) sottolinea l’analogia tra la gioventù
aristocratica e la discendenza dei magistrati curuli, che indossano gli stessi
segni distintivi84.

3. Urne a capanna, elmi simbolici e organizzazione dello spazio


funerario
Le analisi su organizzazione e sviluppo delle necropoli protostoriche nell’area tir-
renica hanno portato in luce lo stretto rapporto tra articolazione della comunità
e topografia del sepolcreto. Qualora sia possibile collocare le tombe nello spazio, i
dati hanno fatto emergere legami di parentela, ricostruiti dall’aggregazione dei de-
funti intorno a un sepolcro eminente, connotando gruppi che utilizzano in modo
sincronico spazi diversi della necropoli. Per la cultura del ferro laziale il contesto
più significativo, per qualità e numero dei dati, è la necropoli di Osteria dell’Osa,
la cui indagine ha rivelato una società gentilizia in formazione, costruita sul con-
sorzio tra maschi consanguinei che assumono ruoli di comando politico-militare e
sociale, alla base di famiglie estese distribuite con criterio nello spazio funerario85.
Questo schema è condivisibile per le necropoli etrusche di cui esistono le planime-
trie di scavo: in molti casi, lo studio del rituale funerario è proceduto di pari passo
con la ricostruzione della fisionomia delle comunità, riflessa nelle identità sociali

84 Zifferero, A. “Simbolismo astrale” cit.; sull’uso della bulla in età romulea, cfr. anche Mastrocinque,
A. Lucio Giunio Bruto. Ricerche di storia, religione e diritto sulle origini della repubblica romana, Trento,
Università degli Studi di Trento, 1988, pp. 245-275.
85 Bietti Sestieri, A.M. Osteria dell’Osa cit., in particolare pp. 491-525; cfr. anche Pacciarelli, M. Dal
villaggio alla città cit., pp. 238-242.

41
I. Archeologia delle differenze

dei defunti86. Nel periodo cruciale del Primo Ferro, marcante un picco di intensità
nel fenomeno di formazione della città in area tirrenica, l’attenzione degli studiosi
si è appuntata soprattutto sulle differenze nel trattamento di defunti di prevalente
sesso maschile, i cui resti cremati sono deposti all’interno delle urne a capanna,
per mezzo di un rituale molto rigoroso che prevede, almeno nella cultura latina,
la deposizione di armi miniaturizzate e in qualche caso di una riproduzione del
defunto in forma di statuetta fittile. La presenza saltuaria di coltelli ha accentuato
l’evidente condizione eroica acquisita nella dimensione ultraterrena, esaltando at-
traverso oggetti specifici la fisionomia di mediatore cultuale richiamata nel rituale
funerario87. Gli studi più recenti hanno ulteriormente caratterizzato il trattamento
ricevuto da alcuni individui, secondo linee che riassumo, per ragioni di brevità,
nei punti seguenti:

1. Appare ormai assodato come le urne a capanna abbiano un ascendente formale


(e rituale) nella riproduzione del tetto di capanna espressa dai coperchi a calotta
circolare di molte urne del Bronzo Finale in Etruria meridionale e nel Latium
vetus; la foggia dell’urna a capanna è ben consolidata nel Bronzo Finale in area
cerite, già in connessione con sepolture di individui maschili eminenti88. La
decorazione a figure umane presente sui coperchi a calotta circolare del Bronzo
Finale e spesso in forma coreografica su pareti e tetti delle urne a capanna del
Bronzo Finale e del Primo Ferro, rafforza l’interpretazione dell’urna come nuo-
va dimora del defunto, rispetto a una gerarchia consolidata di valori che vede
alcuni defunti qualificati come patres familias, in grado di esercitare mansioni
cultuali, con il mantenimento delle prerogative politiche, militari e cultuali as-
sunte in vita, anche nella dimensione ultraterrena89 (Fig. 3).

86 Iaia, C. Simbolismo funerario cit.; Pacciarelli, M. Dal villaggio alla città cit.
87 Bartoloni, G.; Buranelli, F.; D’Atri, V. et al. Le urne a capanna rinvenute in Italia, Roma, Giorgio
Bretschneider Editore, 1987; Bietti Sestieri, A.M. Osteria dell’Osa cit., pp. 491-525; Ead., “L’archeo-
logia processuale in Italia, o l’impossibilità di essere normali”, in Terrenato, N. (a cura di) Archeologia
teorica, Firenze, Edizioni All’Insegna del Giglio, 2000, pp. 213-241; Ead., L’Italia nell’età del bronzo e
del ferro. Dalle palafitte a Romolo (2200-700 a.C.), Roma, Carocci Editore, 2010, pp. 267-284; sulla
plastica fittile in ambito funerario cfr. ora Babbi, A. La piccola plastica fittile antropomorfa dell’Italia
antica dal Bronzo Finale all’Orientalizzante, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2008, pp. 30-143.
88 Bietti Sestieri, A.M.; De Santis, A. “Analisi delle decorazioni dei contenitori delle ceneri dalle se-
polture a cremazione dell’età del Bronzo Finale nell’area centrale tirrenica”, in Preistoria e Protostoria
in Etruria VI, Milano, Centro Studi di Preistoria e Archeologia, 2004, pp. 165-192; sulle urne a ca-
panna in area cerite, cfr. Trucco, F.; Mieli, G.; Vargiu, R. “La necropoli di Monte Tosto Alto: lo scavo
1997”, in Preistoria e Protostoria in Etruria IV, Milano, Centro Studi di Preistoria e Archeologia,
2000, pp. 483-494; Barbaro, B. “Le urne a capanna di Montetosto Alto (Cerveteri, Roma)”, in Studi
di protostoria in onore di Renato Peroni, Firenze, Edizioni All’Insegna del Giglio, 2006, pp. 74-86.
89 Bietti Sestieri, A.M. in Bartoloni, G. et al. Le urne a capanna cit., pp. 188-196.

42
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

2. Le dinamiche di formazione dei gruppi di seppellimento a Osteria dell’Osa e


le analisi topografiche di alcune necropoli etrusche del Primo Ferro, in primis
quella veiente dei Quattro Fontanili (ma anche i sepolcreti vetuloniesi at-
traverso le descrizioni dettagliate dello scavatore Isidoro Falchi), consentono
di stabilire un nesso costante tra le urne a capanna e le aree sommitali delle
necropoli: in altre parole a fissare nei pozzetti con urne a capanna le sepolture
di coloro che erano verosimilmente riconosciuti dai vivi come i fondatori o
i capi di determinati segmenti della comunità, per il fatto di avere generato
discendenza e di avere ricoperto al tempo stesso posizioni di comando (civi-
le e/o militare) e soprattutto di amministrazione del culto90. La cronologia
dei corredi con urne a capanna non sempre pone le tombe dei patres tra le
più antiche della necropoli, dal momento che la comunità può aver sepolto
per prime persone portatrici di identità sociali diverse: è tuttavia indubbia
la centralità dei pozzetti con urne a capanna nello spazio funerario di mol-
ti sepolcreti. L’uso delle urne a capanna, implicante il riconoscimento degli
stessi valori nel corso del tempo, persiste fino all’VIII secolo a.C. all’interno
di comunità che hanno raggiunto la piena condizione gentilizia91. Le necro-
poli etrusche dell’età del Ferro (ma anche quelle della fase di passaggio tra
Bronzo Finale e Primo Ferro, dislocate nel settore occidentale dell’agro cerite)
offrirebbero perciò una proiezione accurata della società dei vivi sul terreno
funerario e, verosimilmente, anche nella dimensione cultuale: tutto ciò in un
momento cruciale del processo di formazione della città tirrenica, che vede
l’integrazione su uno stesso pianoro di comunità diverse, la cui identità, ar-
ticolazione e organizzazione interna viene tuttavia mantenuta nei sepolcreti,
sempre rigorosamente distinti l’uno dall’altro.
3. Ai Quattro Fontanili è palese la relazione di prossimità tra le urne a capanna
(fuori contesto) dalla sommità del poggio e altre sepolture a pozzetto di I^
fase, egualmente prive di contesto ma con biconici coperti da elmi pileati in
terracotta, con apici conformati a tetto costolato o a corpo cilindrico92 (Figg.
4-5). L’interpretazione quali elmi simbolici, corrente in letteratura, è stata

90 Zifferero, A. “Circoli di pietre” cit., pp. 177-193.


91 Sulla cronologia dei contesti vetuloniesi con urne a capanna, che scendono fino alla metà dell’VIII
secolo a.C. e dei contesti tarquiniesi dalla necropoli delle Arcatelle, inquadrabili da un momento
avanzato della I^ fase fino all’VIII secolo a.C., cfr. Cygielman, M.; D’Atri, V. in Bartoloni, G. et al.
Le urne a capanna cit., pp. 147-151 e pp. 172-176.
92 Sulle urne a capanna e gli elmi pileati dai Quattro Fontanili, cfr. Buranelli, F. in Bartoloni, G.;
Buranelli, F.; D’Atri, V. et al. Le urne a capanna cit., pp. 177-180. Berardinetti Insam, A. “La fase
iniziale della necropoli villanoviana di Quattro Fontanili. Rapporti con le comunità limitrofe”, in
Dialoghi di Archeologia, n. 1, 1990, pp. 5-27; Ead., in van Kampen, I. (a cura di) Dalla Capanna alla
Casa. I primi abitanti di Veio, Comune di Formello, 2003, pp. 31-33.

43
I. Archeologia delle differenze

di recente messa in dubbio, in favore di ipotetiche riproduzioni di tetti di


capanna, grazie all’analogia morfologica con i menzionati coperchi a calot-
ta circolare del Bronzo Finale93. In ogni caso questi coperchi sono associati
a corredi con indicatori di ruolo maschili; abbastanza evidente è inoltre la
connessione (quasi costante) in area etrusca tra i pozzetti con elmi simbolici
e quelli contenenti urne a capanna: ai Quattro Fontanili i primi si distribui-
scono formando una corona piuttosto regolare intorno ai secondi, circostanza
che sottende una struttura della comunità costruita sul consorzio tra maschi
consanguinei. Il rapporto tra urne a capanna e pozzetti con biconici coperti
da elmi simbolici si intuisce, in assenza di planimetrie di scavo, anche nelle
necropoli vulcenti dell’Osteria (Cantina) e di Cavalupo, mentre a Tarquinia
gli elmi simbolici sono in connessione con urne a capanna al Poggio Selcia-
tello, al Poggio dell’Impiccato e alle Arcatelle, qui in contesti di particolare
complessità per tipo e qualità di oggetti, inquadrabili nella fase avanzata del
Primo Ferro94 (Fig. 6). Questo centro mostra con chiarezza aggregazioni di
tombe maschili e femminili intorno a pozzetti con biconici coperti da elmi
simbolici, anche se con terminazioni diverse dal tetto di capanna, nella ne-
cropoli di I^ fase de Le Rose95 (Fig. 7). I recenti dati di scavo da Villa Bruschi
Falgari hanno dimostrato come all’interno di un nucleo funerario con vincoli
familiari diretti, l’uso del coperchio simbolico con apice a tetto di capanna sia
trasferito alla discendenza, al di fuori di uno schema dipendente dalle classi di
età: nelle tre tombe (Tarquinia I) maschili 73 (maschio adulto), 62 (giovane
adulto di 15-25 anni) e 79 (giovane di 8-14 anni), tutte con elmo con apice a
tetto, lo stesso valore simbolico è espresso anche dal coperchio della custodia

93 Sul significato degli elmi simbolici si rimanda a Hencken, H. Tarquinia, Villanovans and Early
Etruscans, Peabody Museum, 1968, p. 419 e a Iaia, C. Simbolismo funerario cit., pp. 82-85; cfr. anche
D’Atri, V. in Bartoloni, G. et al. Le urne a capanna cit., pp. 172-176. Per gli elmi simbolici quale
eventuale riproduzione di tetti di capanna, cfr. ora Bietti Sestieri, A.M. L’Italia nell’età del bronzo
cit., pp. 261-267.
94 Per gli elmi simbolici vulcenti si rimanda a Falconi Amorelli, M.T. Vulci. Scavi Bendinelli (1919-
1923), Roma, Paleani Editrice, 1983, pp. 35-81; Fugazzola Delpino, M.A. La cultura villanoviana.
Guida ai materiali della prima età del Ferro nel museo di Villa Giulia, Roma, Edizioni dell’Ateneo,
1984, pp. 75-78; cfr. anche D’Atri, V. in Bartoloni, G. et al. Le urne a capanna cit., pp. 167-171;
Iaia, C. Simbolismo funerario cit., pp. 82-85. Per gli elmi simbolici con apice a tetto di capanna nelle
necropoli tarquiniesi, vedi l’elenco stilato da D’Atri, V. in Bartoloni, G. et al. Le urne a capanna cit.,
p. 175 nota 35, in cui l’autrice sottolinea la correlazione tra apici conformati a tetto e urne a capanna.
95 Buranelli, F. La necropoli villanoviana «Le Rose» di Tarquinia, Roma, Consiglio Nazionale delle
Ricerche, 1983, pp. 100-101, con distribuzione degli elmi in terracotta ad apice conico; cfr. anche
Pacciarelli, M. Dal villaggio alla città cit., pp. 242-250, per l’analisi planimetrica della necropoli, in
cui emergono in posizione dominante i pozzetti con combinazione di urna biconica coperta da elmo
simbolico.

44
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

tufacea, conformato a tetto di capanna a doppio spiovente con travi incise,


contenente urna e corredo della tomba 7396 (Fig. 8). A Cerveteri gli elmi
simbolici con terminazioni a tetto di capanna appaiono in connessione con
le urne a capanna nel sepolcreto di Montetosto Alto, gravitante sul Sasso di
Furbara, tra Bronzo Finale e Primo Ferro, mentre nella necropoli di Monte
Abbadoncino la combinazione è presente in contesti del Primo Ferro97. La
situazione ceretana è di particolare interesse per la contiguità della tomba
1 di Montetosto Alto, con urna a capanna contenente l’incinerazione di un
maschio adulto, accompagnata da un corredo con elevata valenza simbolica,
alla tomba 4, con cinerario chiuso da coperchio pileato e corredo riferito a in-
dividuo giovane di notevole rilevanza sociale; entrambi i contesti sono inqua-
drabili nella fase evoluta del Bronzo Finale98 (Figg. 9-10). Vetulonia offre una
situazione più complessa, attraverso i pochi dati ricavabili dalle planimetrie di
Isidoro Falchi e dal riordino in corso dei materiali: dagli scavi 1884 al Poggio
alla Guardia emerge l’area identificata con il Saggio IV, con il pozzetto 32
(con urna a capanna, classificata nell’ambito di Vetulonia I), presso il quale è
collocato il più recente (?) pozzetto 42, con biconico coperto da elmo pileato
con terminazione a tetto di capanna. Associazioni di pozzetti con urne a ca-
panna e pozzetti con urne coperte da elmo simbolico sono testimoniate anche
a Poggio alle Birbe, a Poggio Belvedere e a Costa delle Dupiane99 (Fig. 11).

96 Trucco, F. “Villa Bruschi Falgari: il sepolcreto villanoviano”, in Moretti Sgubini, A.M. (a cura di)
Tarquinia etrusca. Una nuova storia, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2001, pp. 81-87.
97 Di Gennaro, F. Forme di insediamento tra Tevere e Fiora dal Bronzo Finale al principio dell’età del
Ferro, Firenze, Olschki Editore, 1986, pp. 93-94 e figg. 18-22; Barbaro, B. Le urne a capanna cit.;
di Gennaro, F.; Trucco, F. “Monte Abbadoncino”, in Belardelli, C.; Angle, M.; di Gennaro, F. et
al. (a cura di) Repertorio dei siti protostorici del Lazio. Province di Roma, Viterbo e Frosinone, Firenze,
Edizioni All’Insegna del Giglio, 2007, pp. 82-87.
98 Trucco, F. et al., La necropoli di Monte Tosto cit.
99 Falchi, I. in Notizie degli Scavi di Antichità 1885, pp. 140-152 e tav. VIII, fig. 12 (Poggio alla
Guardia, Saggio IV); per la cronologia dei corredi cfr. Cygielman, M.; Pagnini, L. in Bartoloni,
G.; Berardinetti, A.; Cygielman, M. et al. “Veio e Vetulonia nella prima età del Ferro: affinità e
differenze sullo sviluppo di due comunità dell’Etruria villanoviana”, in Bietti Sestieri, A.M.; Kruta,
V. (a cura di) The Iron Age in Europe, (Atti XIII Congresso Internazionale UISPP), Colloquia
12, Forlì, Abaco Edizioni, 1996, pp. 67-90; Falchi, I. Vetulonia e la sua necropoli antichissima,
Roma, L’Erma di Bretschneider, 1965 (ristampa anastatica dell’edizione 1891), p. 40; pp. 56-59
(urne a capanna e biconico con elmo simbolico al Poggio alle Birbe); pp. 59-63 (urna a capanna
dalla tomba XII e coperchi ad elmo simbolico sui cinerari delle tombe III e XVI alla Costa delle
Dupiane); Id., in Notizie degli Scavi di Antichità 1898, pp. 159-162 (pozzetti con urne a capanna
e biconico con elmo simbolico a Poggio Belvedere; menzione di altro elmo simbolico da Colle
Baroncio). Per l’elenco dei coperchi ad elmo simbolico, cfr. Sundwall, J. “Gli ossuari villanoviani
di Vetulonia”, in Studi Etruschi, n. 5, 1931, pp. 41-48; le schede delle urne a capanna dalle citate

45
I. Archeologia delle differenze

4. Una prima e generale valutazione di questi dati, da censire con sistematicità


in ciascun centro per controllare cronologie dei corredi e differenze di trat-
tamento nel rituale funebre, suggerisce alcune considerazioni: le necropoli
etrusche e latine, tra la fase avanzata del Bronzo Finale e il Primo Ferro, sareb-
bero organizzate nello spazio funerario con criteri che riflettono l’articolazio-
ne della comunità dei vivi, forse in strutture simili alle curie romane, in base a
una definizione accettata dagli studiosi di protostoria100. La condizione proto-
urbana sarebbe alla radice di questa organizzazione, con alcuni individui che
concentrano nelle proprie mani poteri diversi, rappresentati nel rituale fune-
rario e trasmessi alla discendenza, ancora su una dimensione familiare, indice
di una società gentilizia in formazione. Se appare prematuro interpretare il
valore simbolico dei singoli attributi nel trattamento rituale funerario, come
si è visto per gli elmi simbolici in area etrusca, diverse circostanze permettono
di abbozzare almeno un’ipotesi sull’origine di alcuni culti privati nel Latium
vetus.

4. Dal culto degli antenati al culto dei Lari: una sincronia con il
fenomeno proto-urbano?
Nella necropoli latina di Osteria dell’Osa è possibile distinguere, nei due nuclei
(Nord e Sud) all’origine del sepolcreto (fase IIA), un trattamento diverso per i ma-
schi adulti armati, deposti in pozzetto con urna a capanna con portello mobile,
collocati in posizione centrale (tomba 130 a Sud e 137 a Nord), rispetto ad adulti
armati collocati entro tomba a fossa con urna a capanna a porta cieca, con coper-
chio a tetto di capanna posto a lato dell’urna (158 a Sud), collocati in posizione
periferica rispetto al focus del gruppo sepolcrale101 (Figg. 12-13). Questa differenza
nel trattamento rituale è il riflesso di un decesso avvenuto in condizioni particolari
(morte peregrina o in guerra per i maschi armati sepolti ai margini del gruppo di
appartenenza?) oppure è la conseguenza di una presenza/assenza di discendenza, che
avrebbe condotto nel primo caso a una forma di progressiva assimilazione eroica
della figura dell’antenato, riconosciuto dai membri della gens nel Lare (dal Lar fami-
liaris, protettore della casa e dei suoi abitanti, ai Lari protettori della curia)102? Certo

località vetuloniesi sono presentate da Cygielman, M. in Bartoloni, G. et al. Le urne a capanna


cit., pp. 21-43.
100 Cfr, tra gli altri, Pacciarelli, M. Dal villaggio alla città cit., pp. 255-259, con bibliografia prece-
dente.
101 Bietti Sestieri, A.M.; De Santis, A. in Bietti Sestieri, A.M. Osteria dell’Osa cit., pp. 204-205;
500-501; 553-556; 570-572.
102 Zifferero, A. “Circoli di pietre” cit. pp. 177-193.

46
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

è che la dimensione religiosa di questi fenomeni troverebbe una condizione ideale


di sviluppo proprio nel processo di formazione proto-urbana (accertabile sotto il
profilo archeologico a Roma e nel Latium vetus, probabile in Etruria). Nella sfera
religiosa romana (e latina) il Lare è una figura divina di secondo livello, strettamente
connessa alla protezione dello spazio privato o pubblico: dai campi coltivati ai limiti
dell’agro romano (Lares praestites), agli incroci e alle strade (Lares compitales e viales),
al mare e alla navigazione (Lares permarini), alla casa (Lar familiaris)103. Il legame
tra la dimensione umana (sia pure mitografica) e quella divina appare nella figura
del Lar Aenia, cui è dedicato il cippo di Tor Tignosa, ai confini dell’agro lavinate;
le fonti insistono, tuttavia, sulla fisionomia paterna del Lare familiare, collegandola
idealmente alle figure degli antenati, in veste di protettori della famiglia104. Lungi dal
voler affrontare in questa sede un tema complesso come i culti familiari privati, già,
del resto, proposto a diversi livelli nella letteratura archeologica, storica e giuridica,
mi limiterò a osservare come varrebbe la pena approfondire il rapporto esistente tra
il tetto delle capanne protostoriche e la figura del Lar familiaris: questo rapporto,
almeno nella religione romana è strettamente legato al tema degli Indigitamenta, di-
vinità da invocare attraverso una specifica formula rituale, funzionali alla protezione
di singole parti della capanna/casa: Cardea, Forculus e Limentinus, rispettivamente
a protezione dei cardini della porta, dell’integrità della porta, della soglia d’ingres-
so e in extenso del perimetro della casa105. In termini archeologici, tra gli elementi
di notevole interesse emerge soprattutto l’intenzionale rappresentazione del tetto
(considerata qui nelle urne a capanna e nelle terminazioni degli elmi simbolici):
forte è tuttavia l’attenzione che il rituale funerario etrusco e latino riservano, tra
Bronzo Finale e Primo Ferro, ai margini della gronda (nelle urne a capanna come
nelle terminazioni degli elmi), marcati da fori passanti che soprattutto a Vetulonia
e Tarquinia ospitavano anelli destinati ad alloggiare un filo (in bronzo ma anche in

103 Sulle figure dei Lari cfr. il classico profilo tracciato da Boehm, F. in RE, s.v. Lares; tra i lavori più
recenti, vedi ora Tran Tam Tinh, V. s.v. Lar, Lares, in LIMC, VI, 1, 1992, pp. 205-212; e i saggi di
Bettini, M.; De Sanctis, G.; Pucci, G.; Viglietti, G. nel numero monografico della rivista Lares, n.
3, 2007. Sul culto domestico e pubblico dei Lari si rimanda a Giacobello, F. Larari pompeiani. Ico-
nografia e culto dei Lari in ambito domestico, Milano, LED Edizioni Universitarie, 2008, pp. 37-49.
104 Guarducci, M. “Cippo latino arcaico con dedica ad Enea”, in Bollettino del Museo della Civiltà
Romana, n. 19, 1956, pp. 3-13; sul rapporto tra le divinità che proteggono la casa e la famiglia
romana e il culto degli antenati, spesso enfatizzato dalle fonti letterarie (p.es. Plauto, Aul., 2-5 e Ti-
bullo, I 10.15-18), si rimanda a Dubourdieu, A. Les origines et le développement du culte des Pénates à
Rome, École française de Rome, 1989; Giacobello, F. Larari pompeiani cit., in particolare pp. 40-45.
Cfr. anche la nota 37, per la fonte di Servio sulla connessione tra l’antico rito della sepoltura in casa
e l’origine del culto dei Penati a Roma.
105 Perfigli, M. Indigitamenta. Divinità funzionali e Funzionalità divina nella Religione Romana, Pisa,
Edizioni ETS, 2004, pp. 40-41 e nota 76.

47
I. Archeologia delle differenze

materiale deperibile), destinato a sorreggere pendagli e piccoli sonagli106 (Figg. 14-


15). In diversi casi di urne a capanna etrusche, il perimetro della base è marcato da
analoghi fori passanti, indizio verosimile di pratiche rituali, oltre che di intenti de-
corativi107. La corrispondenza tra il limite della gronda e il perimetro della capanna
è accentuata dalla sepoltura di neonati e infanti, praticata tra VIII e VI secolo a.C.
in area latina, mentre i margini e la sommità del tetto ospitano nell’Etruria di età
arcaica cicli decorativi che propongono le figure degli antenati al fine di celebrare
le origini e il rango del gruppo gentilizio108. In questo articolato quadro si pongono
le figure dei Lares grundules/grundiles, connesse dallo storico Cassio Emina (fr. 11
P.) (II secolo a.C.) con il parto prodigioso di trenta maialini da parte di una scrofa
durante l’epopea romulea della fondazione di Roma; la critica contemporanea riba-
disce il chiaro collegamento di questi Lares “grognons” con la saga lavinate, contro
una corrente di studi che pure aveva visto una relazione con il valore liminale della
gronda rispetto alle sepolture infantili109. È lecito tuttavia domandarsi, di fronte alla
copiosa documentazione archeologica e alle fonti sulla protezione della casa romana,
spesso estesa al tetto, da parte del Lar familiaris, se l’origine attribuita da Cassio
Emina ai “Lari che grugniscono” non sia puramente strumentale e non nasconda
invece un effettivo e antico richiamo alla protezione della gronda110. Sulla stessa linea
mi chiedo, in conclusione di questa sintesi, se il problematico commento di Servio
al fatto che gli antichi latini seppellissero all’interno delle case non possa acquistare
un senso compiuto, ritenendolo un riferimento esplicito al trattamento dei maschi

106 Uno studio sistematico sul significato delle gronde forate (ma anche dei margini forati negli apici
di elmi conformati a tetto di capanna, come del bordo inferiore degli elmi simbolici, a Tarquinia
quasi sempre segnato da fori passanti, forse per richiamare gli agganci del rivestimento interno),
manca ancora: cfr. per ora Cygielman, M.; D’Atri, V. in Bartoloni, G. et al. Le urne a capanna cit.,
pp. 21-43; 52-57; 147-151; 167-171, per le urne vetuloniesi e vulcenti. I festoni con pendagli e
sonagli in bronzo sono illustrati nelle dettagliate relazioni di scavo delle necropoli vetuloniesi: Falchi,
I. Vetulonia cit., pp. 54-55; 61-63. Per l’urna a capanna con gronda forata dalla tomba B (fase la-
ziale IIA) della necropoli del Pascolare di Castel Gandolfo, cfr. Mandolesi, A. Materiale protostorico,
Etruria et Latium Vetus, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2005, pp. 273-278.
107 Cfr. p. es. D’Atri, V. in Bartoloni, G. et al. Le urne a capanna cit., pp. 172-176.
108 Sui suggrundaria nel Latium vetus, cfr. Modica, S. “Sepolture infantili nel Lazio protostorico”, in
Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, n. 95, 1993, pp. 7-18. Per la colloca-
zione delle immagini degli antenati sul colmo dei tetti nei palazzi gentilizi etruschi, vedi Damgaard
Andersen, H. Etruscan Ancestral Cult cit.; Torelli, M. Lares, maiores, summi viri cit.
109 Schilling, R. Les “Lares grundiles”, in L’Italie préromaine et la Rome républicaine. Mélanges offerts
à Jacques Heurgon, II, École française de Rome, 1976, pp. 947-960, con bibliografia precedente.
110 Come pure sembrerebbe indicato da alcune fonti di età repubblicana: Vosque Lares tectum no-
strum qui funditus curant, in Ennio (Annales, 442); ma cfr. anche (Lares) in diversis Nigidius scriptis
modo tectorum domumque custodes (Arnobio, Adv. Nat. 41-42), con riferimento agli scritti di Publio
Nigidio Figulo (I secolo a.C.).

48
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

adulti deposti all’interno delle urne a capanna o delle urne con coperchio a tetto di
capanna, come ormai suggerito con chiarezza dai dati archeologici111.

Figura 1. Tarquinia, il corredo della tomba infantile “Cassa with a Child’s Burial” dalla
necropoli delle Arcatelle (Monterozzi 11): alla lettera b una bulla circolare in bronzo, alla
m un pendaglio a disco aureo (fonte: Hencken 1968).

111 Servio, ad Aen., V, 64: Et sciendum quia apud maiores ubiubi quis fuisset extinctus, ad domum
suam referebatur; unde est (VI, 152) sedibus hunc refer ante suis. Et illic septem erat diebus, octavo
incendebatur, nono sepeliebatur; unde Horatius novendiales dissipare pulveres. Inde etiam ludi qui in
honorem mortuorum celebrabantur novendiales dicuntur. Sciendum quia etiam domi suae sepeliebantur;
unde orta est consuetudo ut dii penates colantur in domibus. La critica contemporanea al commento
serviano è raccolta in Roncoroni, P. “Kindergräber in Siedlungen Latiums” cit.

49
I. Archeologia delle differenze

Figura 2. Veio, planimetria di scavo della tomba femminile Quattro Fontanili II 9-10 e
dettaglio delle collane composite: al centro una bulla circolare inornata (di tipo etrusco),
accanto a una bulla di forma semicircolare, ornata a sbalzo (di tipo latino) (fonte: “Notizie
Scavi Antichità” 1965, p. 212).

50
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

Figura 3. Urna a capanna del Primo Ferro con decorazione a metope e figure umane sche-
matiche, dalla tomba maschile 137 di Osteria dell’Osa (fonte: Bietti Sestieri 1992).

Figura 4. Veio, planimetria della necropoli del Primo Ferro dei Quattro Fontanili, con la
carta di distribuzione dei biconici decorati (I^ fase) (pallini) nel settore orientale della necro-
poli; in sovrapposizione, la posizione accertabile delle urne a capanna (grandi cerchi pieni) e
la distribuzione degli elmi simbolici con terminazione a tetto di capanna e a corpo cilindrico
(grandi quadrati pieni). Il cerchio pieno iscritto nel quadrato vuoto segnala la compresenza
dell’urna a capanna e dell’apice di elmo simbolico conformato a tetto di capanna nello stesso
settore (fonte: Zifferero 2006, con aggiunte da Berardinetti Insam 2003).

51
I. Archeologia delle differenze

Figura 5. Veio, apice di elmo simbolico conformato a tetto


di capanna costolato, dalla necropoli dei Quattro Fontanili
(Quadrato Q/R 19) (fonte: Berardinetti Insam 2003).

Figura 6. Vulci, coperchi di urne


a elmo simbolico, con apici con-
formati a tetto di capanna, dalla
necropoli del Primo Ferro dell’O-
steria (Cantina) (fonte: Falconi
Amorelli 1983).

52
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

Figura 7. Tarquinia, planimetria della necropoli del Primo Ferro de Le Rose, con gruppi
di tombe distinti dalle combinazioni di corredo. A: tombe maschili con elmo simbolico; B:
ipotetica tomba maschile con coperchio a elmo; C: tomba maschile con rasoio; D: tombe
femminili (fonte: Pacciarelli 2000).

53
I. Archeologia delle differenze

Figura 8. Tarquinia, necropoli del Primo Ferro di Villa Bruschi Falgari: il corredo della
tomba 62, con urna biconica e coperchio a elmo simbolico, con apice configurato a tetto
di capanna (fonte: Trucco 2001).

Figura 9. Cerveteri, necropoli del Bronzo Finale/Primo Ferro di Montetosto Alto: parte
del corredo della tomba 1 (scavo 1997), con urna a capanna frammentaria, decorata con
metope e figure umane schematiche (fonte: Trucco et alii 2000).

54
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

Figura 10. Cerveteri, necropoli del Bronzo Finale/Primo Ferro di Montetosto Alto: parte
del corredo della tomba 4 (scavo 1997), con urna biconica e coperchio pileato (fonte:
Trucco et alii 2000).

Figura 11. Vetulonia, planimetria degli scavi di Isidoro Falchi nel sepolcreto orientale di
Poggio alla Guardia (1884): le sepolture della 1^ fase. In evidenza nel saggio IV i pozzetti
32 (con urna a capanna) e 42 (con urna biconica coperta da elmo simbolico, con apice a
tetto di capanna) (fonte: M. Cygielman, L. Pagnini in Bartoloni et alii 1996).

55
I. Archeologia delle differenze

Figura 12. Osteria dell’Osa (Roma): planimetria parziale della necropoli latina del Pri-
mo Ferro, con ripartizione delle tombe in gruppi di seppellimento. In evidenza le tombe
maschili 130 e 158 (fase IIA1) nel Gruppo Sud, in posizione centrale e periferica rispetto
al gruppo dei consanguinei sepolti in questo settore e 137 (fase IIA1) nel Gruppo Nord
(fonte: Bietti Sestieri 1992).

56
2. Classi di età, indicatori di ruolo e metodi di analisi delle necropoli protostoriche

Figura 13. Osteria dell’Osa (Roma): planimetria di scavo della tomba di maschio adulto
armato 158, a fossa con urna a capanna a porta cieca, con coperchio a tetto di capanna
posto a lato dell’urna (fonte: Bietti Sestieri 1992).

57
I. Archeologia delle differenze

Figura 14. Vetulonia: urna a capanna dalla necropoli del Primo Ferro di Poggio alle Birbe
(tomba 32, scavo 1889), con festoni di filo in bronzo agganciati alla gronda forata, a cui
erano sospesi anellini e verghette in bronzo (fonte: Falchi 1965).

Figura 15. Roma, Museo Preistorico Etnografico L. Pigorini: riproduzione grafica dell’ur-
na a capanna (bisentina?), con figurina maschile collocata sul tetto: si osservino i fori prati-
cati lungo il margine della gronda (fonte: Bartoloni et al. 1987).

58
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere
nel Latium vetus in epoca protostorica
attraverso l’analisi delle sepolture infantili

Anna Maria Bietti Sestieri, Anna De Santis, Loretana Salvadei

Premessa
Questo lavoro si basa essenzialmente sull’analisi di dati relativi alla I età del ferro
dalle necropoli di Osteria dell’Osa e di Castiglione, entrambe situate nel compren-
sorio di Gabii, ca. 20 km a Est di Roma.
La necropoli dell’Osa fornisce il campione più consistente di tombe (ca.
450) per l’inizio dell’età del Ferro della regione (II periodo laziale, ca. X-IX sec.
a.C.). L’articolazione spaziale e cronologica delle sepolture è stata identificata
come il correlato della divisione della comunità corrispondente in gruppi di pa-
rentela, verosimilmente famiglie estese, formati da 30-50 membri. La loro durata
può essere calcolata in media in alcuni decenni, uno spazio di tempo che corri-
sponde a un aumento numerico limitato; al di là di questo, i gruppi tendono a
dividersi in più unità dello stesso tipo. Alcune caratteristiche ricorrenti nei mate-
riali di corredo indicano che probabilmente i gruppi familiari riconoscibili nella
necropoli appartengono a due distinte linee di discendenza (lignaggi). Sembra
anche relativamente certo che la comunità dell’Osa fosse organizzata sulla base
della delega della decisione politica a singoli ‘capi’, e che l’autorità politica fosse
distinta da quella religiosa.
Le stime demografiche indicano che la comunità in un momento determi-
nato era formata da non più di alcune centinaia di persone. Nei gruppi sono
rappresentati i due sessi e tutte le classi di età. Per tutto il II periodo i rituali
funerari sono l’incinerazione, riservata quasi esclusivamente agli uomini adulti,
e l’inumazione.
I. Archeologia delle differenze

Nello stesso comprensorio è stata in parte esplorata la necropoli di Castiglio-


ne, della quale sono state rimesse in luce finora circa un centinaio di sepolture. La
facies archeologica dei due complessi è pressoché identica, anche se la necropoli
di Castiglione copre, per ora, solo la parte centrale del II periodo laziale. Tuttavia,
mentre l’organizzazione spaziale della necropoli è simile a quella dell’Osa, per
gruppi di parentela di alcune decine di sepolture, fra i due complessi esistono
differenze significative per quanto riguarda l’uso del rituale, le combinazioni di
corredo e i rapporti intracomunitari112.
All’interno di questo quadro ben definito abbiamo esaminato tutte le tombe in-
fantili del II periodo delle due necropoli: 74 per la necropoli di Osteria dell’Osa e 14
per quella di Castiglione. Come avviene molto spesso nelle necropoli antiche, questi
numeri non corrispondono al tasso reale di mortalità infantile, soprattutto per quanto
riguarda la prima classe di età, da 0 a 6 anni (inf 1), certamente sottorappresentata.

Specificità del rituale funerario del Lazio antico e implicazioni


relative alle idee sul passaggio dei defunti nell’aldilà
Fin dal I periodo (età del Bronzo Finale, ca. XI-X sec. a.C.) il rituale del Lazio
antico si caratterizza per la presenza di alcuni elementi specifici ed esclusivi. La
rappresentazione funeraria dei singoli individui mostra una tendenza sistematica
alla riproduzione isomorfa del loro status sociale, almeno per quanto riguarda le
attribuzioni e i ruoli orizzontali e verticali che la comunità considerava significa-
tivi in questo tipo di contesto. In questo periodo, nel quale il rituale esclusivo è
l’incinerazione con corredo miniaturizzato, riservata solo agli individui che rive-
stono i ruoli sociali più importanti, questa caratteristica si riconosce chiaramen-
te attraverso alcuni elementi: gli oggetti di corredo non sono rappresentazioni
simboliche di quelli di dimensioni normali, ma riproduzioni del tutto funzionali
in forma ridotta. L’intenzionalità di questo sistema è indicata molto chiaramen-
te dall’aderenza dei manufatti in miniatura alle forme e ai tipi noti, per quanto
riguarda sia la ceramica, sia tutti i tipi di oggetti metallici. Nel II periodo laziale
(I età del Ferro, ca. X-IX sec. a.C.) l’incinerazione con corredo miniaturizzato,
con le caratteristiche indicate sopra, è ancora adottata per un numero limitato
di individui, soprattutto uomini. Nelle inumazioni, prevalenti nelle necropoli di
Osteria dell’Osa e di Castiglione, i criteri generali del rituale non cambiano rispet-

112 Bietti Sestieri, A.M.; De Santis, A. Protostoria dei Popoli Latini. Museo Nazionale Romano. Terme
di Diocleziano, Martellago, 2000. Bietti Sestieri, A.M.; De Santis, A. Elementi per una ricostruzione
storica dei rapporti fra le regioni tirreniche centro-meridionali nella I età del ferro, Preistoria e Protostoria
della Calabria, Atti della XXXVII Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria
(Scalea, Papasidero, Praia a Mare, Tortora 29 settembre – 4 ottobre 2002), Firenze, 2004, pp. 587-615.

60
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

to al periodo precedente, e si esprimono attraverso la collocazione nella tomba di


combinazioni di oggetti di solito con tracce di uso, e in linea generale correlati al
sesso e alla classe di età del defunto.
I dati utili per la comprensione del rituale funerario laziale ci offrono verosi-
milmente anche elementi più generali relativi alla visione del mondo che caratte-
rizza le comunità del Lazio antico almeno a partire da una fase avanzata dell’età
del Bronzo Finale.
Da questo punto di vista, è interessante notare che questa particolare concezio-
ne della rappresentazione funeraria come proiezione concreta della persona sociale
del defunto, non mediata attraverso un sistema di simboli, trova confronti abbastan-
za diretti (anche se da verificare analiticamente, e limitati per ora alla Ia età del Ferro)
nei complessi di tombe a fossa tipo Cuma e Torre Galli. Al contrario, il rituale dei
centri villanoviani, in particolare quelli dell’Etruria propria, prevede la presenza nei
corredi di una maggioranza di oggetti ceramici che non sembrano destinati allo svol-
gimento di attività quotidiane, ma che sono più probabilmente portatori di signifi-
cati simbolici o rituali. Questa differenza è ben riconoscibile in Etruria meridionale
già nella fase di Allumiere, contemporanea del I periodo laziale113.

Nelle necropoli laziali, in misura diversa nei vari complessi, la distribuzione


di alcune forme ceramiche è condizionata dal sesso e dalla classe di età dei defunti.
Alcune forme sono esclusive dell’uno o dell’altro sesso: per esempio, nella ne-
cropoli dell’Osa l’intero repertorio delle forme specifiche delle incinerazioni, che
compaiono solo in tombe maschili.
Alcune forme sono presenti in corredi dei due sessi, ma si concentrano in
corredi maschili o femminili e, in alcuni casi, sono associate con una o più classi
di età. L’esempio più evidente, relativo alla necropoli di Osteria dell’Osa è la con-
centrazione delle brocche biconiche (forma 12) nei corredi di bambine e donne
giovani, indicato nella tabella del chi quadrato dallo scarto fra il valore osservato,
28, e il valore aspettato, 11114.

113 Bietti Sestieri, A.M.; De Santis, A. “Elementi di continuità rituale in Etruria meridionale, Lazio
e Campania fra l’età del Bronzo finale e la prima età del Ferro”, in Preistoria e protostoria in Etrutia,
X, vol. II, Milano, 2012, pp. 635-649.
114 Tutte le tombe di bambini della necropoli di Osteria dell’Osa, con i loro corredi di ornamenti e
di offerte funerarie, sono descritte puntualmente nel volume di Bietti Sestieri, A.M. (a cura di) La
necropoli legale di Osteria dell’Osa, Roma, Quasar, 1992. A tale volume si rimanda per approfondire il
tema e per ulteriori riferimenti bibliografici nonché per il ricco apparato di foto e tavole pubblicate,
di cui noi abbiamo tenuto conto per la stesura del presente contributo.

61
I. Archeologia delle differenze

Necropoli di Osteria dell’Osa


1. Specificità dei corredi infantili rispetto a quelli dei giovani e degli adulti
Delle 74 tombe della necropoli di Osteria dell’Osa, 35 sono femminili e 39 maschili.
I corredi dei bambini (inf 1: 0-6 anni, e inf 2: 6+11 anni) sono complessiva-
mente molto meno abbondanti e articolati di quelli degli adulti, e sono costituiti
di solito da uno o due vasi per bere (tazza e boccale) e da una brocca. L’unica forma
ceramica quasi esclusiva per questo gruppo di età è il boccale (forme 17 e 18), e in
modo meno sistematico la tazza con ansa ad anello (forma 23). In entrambi i casi
si tratta di vasi per bere con ansa semplice, mentre nei corredi di giovani e adulti la
tazza è quasi sempre con ansa bifora. Alcuni boccali compaiono anche nei corredi
di individui giovani.
Forme frequenti nelle tombe infantili, ma condivise con i giovani e gli adulti,
sono brocche globulari (forme 11,13,15), tazze con ansa bifora (forme 19, 20, 21)
e scodelle (forme 22 e 26).
In qualche caso la ceramica nei corredi infantili è meno definita dal punto di
vista formale rispetto alla media dei corredi delle altre classi di età, con forme più
semplici e scarsa presenza di decorazioni, per esempio la brocca n. 2 della tomba
191 (Fig. 1).
Un tratto molto frequente è la presenza, in aggiunta ai due o tre recipienti
ceramici funzionali all’alimentazione del bambino, di alcuni vasi che normalmen-
te costituiscono i corredi di adulti, spesso decorati, con lacune antiche e/o forti
tracce di usura, per esempio l’anfora 1 e la tazza 4 della t. 140 (Fig. 2). Potrebbe
trattarsi almeno in parte di vasi usati dagli adulti e riciclati per i bambini, in parte
di doni funerari offerti al bambino dai membri adulti della famiglia.

2. Differenze generali fra i corredi infantili femminili e maschili (Tabb. 1 e 2)


In linea generale i corredi infantili sono molto più sobri di quelli dei giovani e
degli adulti per quanto riguarda la ceramica (le forme ceramiche di base e qualche
aggiunta), che è anche meno abbondante nei corredi dei bambini rispetto a quelli
delle bambine.
I corredi delle bambine presentano regolarmente ornamenti personali (una o
due fibule di piccole dimensioni, anelli, anellini, perle) che invece sono rarissimi
in quelli maschili e, in un certo numero di casi, una o più fuseruole. Inoltre nelle
tombe delle bambine compare spesso, fra i doni funerari, la brocca biconica, un
vaso, come abbiamo visto, specializzato per genere, che anche nelle tombe di adul-
ti si trova quasi esclusivamente nei corredi femminili.
Le scodelle sono presenti prevalentemente nella fase IIA.

62
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

3. Omogeneità complessiva fra i gruppi


Nel trattamento generale dei bambini, abbiamo cercato di verificare l’esistenza di
differenze fra i vari gruppi di parentela che compongono la comunità, ma non ab-
biamo riconosciuto elementi significativi forse anche a causa dell’esiguità del cam-
pione per singoli gruppi (per esempio, una sola tomba infantile nel gruppo M).

4. Indicazioni di ruolo/prestigio/anomalie
Alcune indicazioni di ruolo, simili a quelle degli adulti, compaiono solo in tombe
di bambine. Questa differenza si collega probabilmente all’idea ampiamente dif-
fusa, documentata sia in ambito etnoantropologico che in contesti archeologici,
che i ruoli femminili siano percepiti come “naturali” e quindi assegnati fin dalla
nascita, mentre per quanto riguarda gli uomini l’attribuzione dei ruoli avviene in
seguito a un rituale di iniziazione, o comunque a partire da un momento definito,
successivo alla prima infanzia.
Nelle tombe delle bambine gli indicatori di ruolo sono relativamente frequen-
ti a partire dalla fase IIB: si tratta della presenza in un certo numero di corredi
di una fuseruola che indica probabilmente l’attività della filatura della lana e, in
altri, di un gruppo di fuseruole che indicano l’attività della tessitura, specifica delle
donne giovani (Fig. 3).
In una sola tomba della fase più antica, 380, compare l’indicazione di un ruolo
eccezionale: si tratta di una bambina di 4 anni, nel cui corredo è presente un’anforet-
ta doppia con decorazione incisa con figure di uccelli (Fig. 4). Che si tratti quasi cer-
tamente di un recipiente di uso cultuale è indicato dalla sua presenza, peraltro molto
rara, in due corredi di donne adulte, nella tomba 433, la più chiaramente riferibile
a una sacerdotessa per una serie di elementi fra i quali il più evidente è il coltello
miniaturizzato, e nella t. 409, con elementi di prestigio evidenti ma non specifici.

In altre tombe sono presenti alcuni elementi non comuni. La t. 122 (Fig. 5),
appartiene forse a un gruppo familiare di origine meridionale; questo potrebbe
essere indicato da due vasi di tipo meridionale (brocca a due colli e tazza) con
confronti nell’area tirrenica fino all’ausonio delle isole Eolie. La bambina ha un
corredo di ornamenti particolarmente ricco e un feretro di legno.
In altre due tombe di bambine molto piccole, la t. 559 di 1-1,5 anni e la t.
586 di 3-4 anni, riferibili alla fase IIB1, sono presenti molti ornamenti, fra i quali
due bracciali di nastro sottile di bronzo avvolto a spirale.
La tomba 109, riferibile a una bambina di 10 anni e databile alla fase IIA2,
si segnala per la presenza di un numero consistente di offerte funerarie e di molti
ornamenti.

63
I. Archeologia delle differenze

Per quanto riguarda le tombe maschili, la tomba 150, databile alla fase IIA2,
si segnala per la presenza del feretro e di almeno due vasi collocati nel corredo
come doni funerari (nn. 3 e 4).
Inoltre indicazioni di un qualche interesse possono anche essere ricavate dalla
posizione relativa della tomba infantile. In due casi la tomba di un bambino di
sesso maschile è collegata fisicamente con una incinerazione maschile in posizione
centrale (358 con 357 Fig. 6). È probabile che si tratti di maschi primogeniti. È
possibile che un significato analogo possa essere attribuito anche alle poche tombe
a enchytrismos in dolio, in totale quattro, tutte maschili, concentrate nei gruppi D
e H (cfr. Tab. 2).
In tre tombe, 484, 206 e 51, tutte collocate in posizione periferica nei ri-
spettivi gruppi, compare un vaso a fiasco. Questo tipo di vaso si trova in corredi
maschili di tutte le classi di età con la sola eccezione della tomba a incinerazione
probabilmente femminile 482. Le tombe nelle quali compare sono quasi sempre
doppie o associate con un’altra sepoltura e in posizione periferica nel gruppo al
quale appartengono. La presenza di questo vaso potrebbe essere collegata con la
fine dell’utilizzo delle rispettive aree da parte dei singoli gruppi, come già messo in
evidenza nella pubblicazione della necropoli.
Nella tomba 206 (Fig. 7), attribuibile a un bambino di 6-8 anni, associata
alla tomba 205, attribuibile a una bambina di 8-9 anni, un altro elemento ecce-
zionale è il riempimento formato esclusivamente da blocchi di crosta di travertino
di colore bianco. La crosta di travertino compare sempre in tombe di particolare
importanza e in modo sistematico nelle incinerazioni maschili con corredo mi-
niaturizzato; ci sfugge per ora il significato specifico di questo elemento in una
tomba infantile.

5. Fattori cronologici probabilmente collegati al processo di trasformazione


della comunità nel corso del II periodo
Nella fase avanzata del II periodo si concentrano nelle tombe infantili corredi con
vasi piccoli, con decorazioni accurate, “in servizio” (tombe 541. Fig. 8), funzionali
come indica la presenza di tracce di uso e di rotture antiche, quindi evidentemente
modellati specificamente per i singoli bambini; indicazioni frequenti delle attività
di filatura e tessitura nelle tombe femminili (cfr. Tab. 1 e Fig. 3) e fibule in alcuni
corredi maschili. Questi cambiamenti si collegano con numerose indicazioni di
un processo di crescita della identità di gruppo all’interno delle unità di parentela
della comunità, e, simmetricamente, della diminuzione del grado di solidarietà
intracomunitaria, che nelle fasi iniziali della necropoli era indicata dalla completa
assenza di delimitazione dei singoli gruppi di tombe. Gli indicatori di questa nuo-
va tendenza sono la presenza di alcuni gruppi di tombe isolati rispetto agli altri

64
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

(gruppo L), e l’uso, evidente in alcuni gruppi della fase avanzata del II periodo
(gruppi I e K) di collocare le sepolture maschili lungo la periferia dello spazio fu-
nerario; al contrario, nelle fasi iniziali, le tombe maschili, che per tutto il periodo
sono quelle socialmente più rappresentative e che esprimono riconoscibilmente
l’identità del gruppo di parentela, occupavano il centro dei rispettivi spazi fune-
rari. In questo contesto di cambiamento in atto, i bambini sono visti e mostrati
attraverso il rituale e il corredo come membri a pieno titolo della propria unità di
parentela.

Confronti con la necropoli di Castiglione


Nella necropoli di Castiglione, approssimativamente contemporanea delle fasi
IIA2 e IIB1 dell’Osa, sono presenti quattordici tombe infantili su un totale di
circa cento sepolture, delle quali dieci della classe di età 1 e quattro della classe
2. I corredi, rispetto a quelli della necropoli dell’Osa, sono meno articolati, ma
con caratteristiche simili. Un elemento proprio di questa necropoli è la maggiore
incidenza delle tombe a enchytrismos in dolio per bambini molto piccoli, proba-
bilmente tutti maschi, in tutto cinque.
Un’altra differenza consiste nella presenza di sepolture di neonati che sembra-
no mancare nella necropoli dell’Osa.
Nei corredi infantili (Tab. 3) i vasi più rappresentati sono tazze e brocche;
anche in questo caso sono presenti vasi usurati e rotti in antico. Due sole tombe
di bambine, 19 e 32, della classe di età 2, hanno ornamenti. Il corredo della
tomba 32, una bambina di 7-8 anni, è eccezionale per il numero consistente di
ornamenti, fra i quali due fibule, e un’anforetta doppia con l’elemento di colle-
gamento sormontato da figurine di uccello. Questo sembra una conferma che
si tratti di una bambina destinata a un ruolo sociale rilevante, verosimilmente
di tipo sacerdotale come nella necropoli di Osteria dell’Osa la bambina della
tomba 380.

Conclusioni
Possiamo proporre alcune conclusioni sulle tombe infantili delle due necropoli.
1. Le tombe infantili sono omogenee rispetto alle caratteristiche specifiche di
ognuna delle due necropoli. Alcune differenze fra i due campioni derivano
dal fatto che, come si è visto, fra le due comunità vicine e contemporanee
esistono difformità sostanziali nell’attribuzione di ruoli e funzioni in relazione
al genere, che danno luogo a differenze riconoscibili nelle rispettive autorap-
presentazioni funerarie. Comunque le osservazioni più significative sono state
possibili sul campione dell’Osa, in assoluto molto più consistente.

65
I. Archeologia delle differenze

2. In linea generale, i bambini sembrano avere uno statuto inferiore rispetto agli
adulti almeno fino a un momento avanzato del II periodo.
3. La connotazione di genere è definita per le bambine fin dalla nascita, come è
indicato dalla presenza sistematica di ornamenti personali di tipo femminile
nei corredi. Lo stesso vale per i ruoli sociali sia orizzontali (fuseruola singola
per l’attività della filatura e più fuseruole per la tessitura), sia verticali (indica-
zione di ruoli sacerdotali sia all’Osa che a Castiglione).

La mancanza di indicazioni analoghe nelle tombe di bambini di sesso maschi-


le sembra confermare che in questo caso i ruoli venivano acquisiti per iniziazione
formale oppure al raggiungimento di una determinata età. Sembra quindi che
l’idea dell’opposizione natura = femminile e cultura = maschile, presente nelle
strategie di genere in molti altri contesti di epoche diverse, fosse adottata anche
dalle comunità della Ia età del Ferro laziale.
Una conclusione interessante e che sembra essere applicabile in tutta la regio-
ne è che i ruoli sacerdotali femminili, oltre a essere attribuiti alla nascita o durante
la prima infanzia, venivano esercitati a partire da un’età molto giovane. Questa
evidenza è già riconoscibile nell’età del Bronzo finale (tomba 5 di Le Caprine
attribuibile a un inf.1 e tomba di di S. Lorenzo Vecchio attribuibile a un’adole-
scente) e ancora al passaggio fra la prima età del ferro e l’orientalizzante (Ardea,
Colle della Noce tomba 2, attribuibile a una donna giovane di 17-21 anni). In età
storica possiamo ricordare una certa continuità nella tradizione relativa a questi
ruoli femminili nelle modalità di ammissione nel collegio delle Vestali.

66
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

Figura 1. Osteria dell’Osa, tomba 191 F1-2 (ca. 6 anni), gruppo D, fase laziale IIA

67
I. Archeologia delle differenze

Figura 2. Osteria dell’Osa, tomba 140 F1-2, gruppo B, fase laziale IIA1, anfora 1 e tazza 4
con rotture antiche e segni di usura.

68
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

Figura 3. Osteria dell’Osa, tomba 37 F1-2, gruppo L, fase laziale IIB2, corredo di tessitrice.

69
I. Archeologia delle differenze

Figura 4. Osteria dell’Osa, tomba 380 F1 (ca. 4 anni), gruppo C, fase laziale IIA2. L’an-
foretta doppia con figure di uccello indica un ruolo eccezionale probabilmente di tipo
cultuale.

70
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

Figura 5. Osteria dell’Osa, tomba122 F1 (ca. 5-6 anni), gruppo B, fase laziale IIA1 con
vasi di tipo meridionale

71
I. Archeologia delle differenze

t 358
t. 358

t 357

2
t 358 t 357

Figura 6. Osteria dell’Osa, tomba 358 M1 (2,5-3 anni) gruppo C, fase laziale IIA1. Tomba
infantile collegata all’incinerazione maschile 357 in posizione centrale nel gruppo familiare.

t. 206

2 3

Figura 7. Osteria dell’Osa, tomba 206 M2 (6-8 anni) gruppo G, fase laziale IIB. Tomba
infantile con fiasco in posizione periferica.

72
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

Figura 8. Osteria dell’Osa, tomba 541 M1 (4 anni) gruppo K, fase laziale IIB2. Corredo
infantile con vasi piccoli “in servizio”.

73
I. Archeologia delle differenze

Tab. 1: Osteria dell’Osa, composizione dei corredi infantili femminili.

74
3. Maschile e femminile: dinamiche di genere nel Latium vetus in epoca protostorica

Tab. 2: Osteria dell’Osa, composizione dei corredi infantili maschili.

75
I. Archeologia delle differenze

Tab. 3: Castiglione, composizione dei corredi infantili femminili e maschili.

76
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni
di genere nell’Agro Picentino

Luca Cerchiai, Teresa Cinquantaquattro, Carmine Pellegrino

Premessa
Il grande insediamento etrusco-campano identificato in corrispondenza dell’at-
tuale comune di Pontecagnano costituisce una delle più notevoli testimonianze
nell’ambito dell’archeologia italica e un caso privilegiato nella ricerca archeologica
in Campania115 grazie a un’attenta politica di tutela e a un sistematico programma
di ricerca intrapreso dalla Soprintendenza archeologica di Salerno in collaborazio-
ne con diverse Università e istituzioni italiane e straniere116.
Nell’ambito di tale progetto di ricerca a partire dalla fine degli anni Sessanta
è stata portata avanti l’esplorazione intensiva delle vaste necropoli che hanno re-
stituito fino ad oggi quasi 10.000 tombe databili principalmente tra il IX e il III
sec. a.C. e contemporaneamente sono stati identificati i limiti dell’abitato antico
proteggendone con vincoli l’area centrale117.
Le necropoli di Pontecagnano offrono un osservatorio privilegiato di ricerca e
sperimentazione metodologica. In particolare, negli ultimi anni lo sviluppo di un
programma di ricognizione sistematica dei contesti tombali ha permesso la verifica
e l’ampliamento della documentazione precedente, arricchendo di nuovi spunti il
quadro disponibile e favorendo non solo la revisione degli aspetti di carattere tipo-

115 Nell’ambito del testo la premessa si deve a L. Cerchiai; i paragrafi 1 e 2 si devono rispettivamente
a T. Cinquantaquattro e C. Pellegrino.
116 Tra le diverse istituzioni coinvolte basti ricordare, in primo luogo, l’opera da oltre trent’anni
svolta dall’Università degli Studi l’Orientale di Napoli e dall’Università degli Studi di Salerno. A
queste istituzioni si sono affiancati nel corso del tempo studiosi danesi (anni Ottanta-Novanta) e
negli ultimi anni l’Università degli Studi del Molise.
117 Cerchiai, L. Gli antichi popoli della Campania, Roma, Carocci, 2010.
I. Archeologia delle differenze

cronologico, ma anche l’approfondimento delle complesse dinamiche ideologiche


che presiedono alle strategie di rappresentazione collettiva nelle necropoli.
Come hanno dimostrato studi recenti, l’analisi sistematica delle necropoli ri-
vela l’esistenza, soprattutto in alcune fasi, di un sistema di rappresentazione fune-
raria complesso, non monolitico, al cui interno fattori normativi condivisi dall’in-
tera comunità si affiancano alla valorizzazione di molteplici differenze connesse a
gruppi sociali o parti di essi e rivelate nel costume funerario dalle articolazioni di
status, genere, età e in alcuni casi anche da elementi riconducibili a dinamiche di
carattere etnico-sociale che si pongono talvolta in palese contrasto con le norme
comunitarie118.
Un momento cruciale è costituito dal passaggio tra la Prima Età del Ferro e
la fase Orientalizzante (seconda metà VIII sec. a.C.) che coincide, come è noto,
in Campania, con la ridefinizione degli assetti e dei rapporti tra centri indigeni o
etruschizzati e la componente greca di Pithekoussai e Cuma: la transizione avviene
nel centro picentino all’insegna di una accentuata e intenzionale discontinuità
che investe le dinamiche territoriali, l’espressione funeraria e, forse, comporta, in
alcuni casi una accentuazione di dinamiche di carattere etnico-sociale.
Nell’ambito di questo complesso processo di transizione la rappresentazione
sociale delineata dall’analisi dei comportamenti funerari sembra dominata da una
accentuata dialettica tra norme condivise a livello collettivo e particolarismi di
gruppi o individui percepibili nella moltiplicazione delle differenze e delle artico-
lazioni nelle necropoli.
Le pagine che seguono sono dedicate alla valutazione di alcuni aspetti del
costume funerario che richiamano risvolti di carattere etnico-sociale e delle dina-
miche sociali a essi sottese, nell’ambito di una complessa intersezione con fattori
connessi al genere e alla classe d’età degli individui sepolti.

1. Pontecagnano e l’Agro Picentino


Come è stato anticipato nella premessa, Pontecagnano e l’Agro Picentino rappre-
sentano un contesto privilegiato per approfondire i fenomeni di interazione e di
mobilità che possono verificarsi in ambiti territoriali caratterizzati dalla compre-
senza di aspetti culturali diversificati.
Nei decenni di passaggio tra la Prima Età del Ferro e l’Orientalizzante emer-
gono nella piana del Picentino e nell’entroterra collinare una serie di insediamenti

118 Cuozzo, M. Reinventando la tradizione. Immaginario sociale, ideologie e rappresentazione nelle


necropoli orientalizzanti di Pontecagnano, Paestum, Pandemos, 2003; Cerchiai, L. Gli antichi
popoli cit.

78
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

che, con peculiarità proprie, segnalano un nuovo assetto del territorio intorno al
centro villanoviano di Pontecagnano (Fig. 1).
Il quadro risulta ancora piuttosto frammentario, ma tale da evidenziare, in
particolare per i siti attestati lungo la valle del Picentino, la presenza di com-
ponenti indigene riconducibili, almeno in parte, all’orizzonte culturale irpino di
“Oliveto Citra-Cairano”119. Tale presenza, finora indiziata da singoli rinvenimenti
nelle necropoli di Monte Vetrano, il sito che controlla da Nord l’accesso alla piana
del Sele, e in maniera più consistente a S. Maria a Vico – dove però le attestazioni
non sembrano precedenti ai decenni di passaggio tra l’VIII e il VII sec. a.C. –, si
spiega all’interno di una complessiva riorganizzazione del territorio nel momento
in cui Pontecagnano, centro in crescente ascesa sullo scenario tirrenico, da un lato
agevola lo stanziamento lungo la valle fluviale di nuclei di popolazione funzionali
al controllo del territorio e delle risorse dell’interno (Monte Vetrano, S. Maria a
Vico), dall’altro, marca il possesso della portualità costiera attraverso lo stanzia-
mento di Casella120.
Per quanto riguarda Pontecagnano, il modo esemplare con cui sono stati re-
gistrati i dati delle necropoli sin dall’avvio delle indagini sistematiche, agli inizi
degli anni Sessanta, consente accentuati livelli di approfondimento nello studio
della documentazione funeraria, da quelli più generali connessi alle dinamiche di
sviluppo delle necropoli e alle forme di aggregazione delle sepolture, agli aspetti
più specifici connessi, ad esempio, alla disposizione del defunto e del corredo,

119 Cinquantaquattro, T. Pontecagnano. II.6. L’Agro Picentino e la necropoli di località Casella, (AION
ArchStAnt, quad. 13), Napoli, Annali Istituto Orientale, 2001, pp. 119 ss.; Ead., “Montevetrano
(SA). Strutture del territorio e popolamento dell’Agro Picentino tra l’Età del Ferro e il periodo Orie-
talizzante”, in Nava, M.L. (a cura di) Archeologia preventiva. Esperienze a confronto, (Atti dell’incontro
di studio, Salerno 2009), Lavello, Osanna Edizioni, 2011, p. 109. Per una sintesi sulla cultura di
“Oliveto Citra-Cairano”: Bailo Modesti, G. “Oliveto-Cairano: l’emergere di un potere politico”, in
Gnoli, G.; Vernant, J.P. (a cura di) La mort, les morts dans les sociétés anciennes, Cambridge-Paris,
Cambridge University Press-Maison des Sciences de l’Homme, 1982, pp. 241-256; Id., “L’età del
ferro”, in Pescatori Colucci, G.; Cuozzo, E.; Barra, F. Storia illustrata di Avellino e dell’Irpinia, Pratola
Serra (AV), Sellino & Barra Editori, 1996, pp. 33-48.
120 Sulla connotazione culturale di questi insediamenti e sulla distinzione tra il sistema “costiero”
e i siti dell’entroterra collinare cfr. Cinquantaquattro, T. Pontecagnano. II.6 cit., pp. 124 ss. Diver-
samente si pone la ricostruzione proposta in Bailo Modesti, G.; Gobbi, A. “Le genti delle dune e
del mare, le tribù delle colline: egemonia dei centri etruschi e ristrutturazione del mondo indigeno
in Campania nella seconda metà dell’VIII secolo a.C.”, in Negroni Catacchio, N. (a cura di) L’alba
dell’Etruria. Fenomeni di continuità e trasformazione nei secoli XII-VIII a.C. Ricerche e scavi, (Atti del
IX Incontro di Studi sulla Preistoria e Protostoria in Etruria, Valentano-Pitigliano 2008), Milano,
2010, pp. 487-509, dove si tende a leggere il fenomeno come unitario, ma sulla base di elementi non
sempre certi – ad esempio le associazioni nella necropoli dell’Arenosola in prop. Campione – e con
un punto di vista poco attento all’articolazione diacronica.

79
I. Archeologia delle differenze

oppure alle forme di ritualità e di culto funerario non direttamente connesse alla
sepoltura121.
L’analisi delle necropoli dell’Orientalizzante Antico e Medio ha evidenziato
l’accentuato particolarismo dei gruppi elitari che, a livello più macroscopico, si
manifesta nella coesistenza/contrapposizione tra il modello del “principe-eroe” di
matrice greca, valorizzato da B. d’Agostino e L. Cerchiai a proposito delle tombe
926, 928 e 4461, e quello, proposto da M. Cuozzo, incentrato sull’esaltazione
della figura femminile ed esemplificato dalla T. 2465122.
L’individuazione di una serie di “segni” che assumono un significato di carat-
tere “etnico”123 ha consentito di riscontrare l’integrazione all’interno dei sepolcreti
di gruppi estesi riconducibili alla facies di “Oliveto Citra-Cairano”. Si tratta so-
prattutto di ornamenti (Fig. 2.A-B), in particolare dei bracciali “ad arco inflesso”
caratteristici della cultura irpina, cui possono essere aggiunti i pendagli triangolari
o “a omega”. Non meno significativo, anche se per molti aspetti più problematico,
è il repertorio vascolare (Figg. 2.C, 3), in cui sembra spesso assumere una valenza
di “segno” l’anforetta ad anse complesse, e poi lo scodellone con anse a pettine o
lunata, l’askòs.

121 Pellegrino, C. “Continuità/discontinuità tra Età del Ferro e Orientalizzante nella necropoli oc-
cidentale di Pontecagnano”, in AION ArchStAnt, n. 6 (n.s.), 1999, pp. 35-62; Id., La necropoli occi-
dentale di Pontecagnano. Uso dello spazio, gerarchie sociali, distinzioni di sesso ed età nel periodo orienta-
lizzante e arcaico, (Tesi di dottorato in Archeologia-Etruscologia, Università “La Sapienza” di Roma,
a.a. 2003); Cuozzo, M. Reinventando la tradizione cit.; Ead., “Ripetere, selezionare, distinguere nelle
necropoli di Pontecagnano. Il caso della tomba 4461”, in AION ArchStAnt, n. 11-12 (n.s.), 2004-
2005, pp. 145-154; Pellegrino, C. “Ritualità e forme di culto funerario tra VI e V sec. a.C.”, in AION
ArchStAnt, n. 11-12 (n.s.), 2004-2005, pp. 167-224; Bonaudo, R.; Cuozzo, M.; Mugione, E. et al.
“Le necropoli di Pontecagnano: studi recenti”, in Bonaudo, R.; Cerchiai, L.; Pellegrino, C. (a cura
di) Tra Etruria, Lazio e Magna Grecia: indagini sulle necropoli, (Atti dell’Incontro di Studio, Fisciano
2009), Paestum, Pandemos, 2009, pp. 169-208; Cuozzo, M.; Pellegrino, C. “Rappresentazione e in-
terpretazione: prospettive e problemi nella lettura delle necropoli”, in L’écriture et l’espace de la mort,
(Atti del Convegno, Roma 2009), in corso di stampa.
122 d’Agostino, B. “Tombe principesche dell’orientalizzante antico da Pontecagnano”, in Monumenti
Antichi, n. 49 (serie misc. 2.1), 1977, pp. 9-110; Cerchiai, L. “Una tomba principesca del periodo
orientalizzante antico a Pontecagnano”, in Studi Etruschi, n. 53 (n.s.), 1985 (1987), pp. 27-42;
Cuozzo, M. Reinventando la tradizione cit., pp. 199 ss.
123 Cuozzo, M. “Orizzonti teorici e interpretativi, tra percorsi di matrice francese, archeologia post-
processuale e tendenze italiane: considerazioni e indirizzi di ricerca per lo studio delle necropoli”, in
Terrenato, N. (a cura di) Archeologia teorica, (X Ciclo di Lezioni sulla Ricerca Applicata in Archeo-
logia, Certosa di Pontegnano 1999), Firenze, 2000, pp. 323-360.

80
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

2. Dinamiche etnico-sociali, articolazioni di genere


La presenza di singole sepolture o di interi gruppi di matrice irpina nelle ne-
cropoli di Pontecagnano consente oggi di affermare come l’ipotesi degli scambi
matrimoniali, proposta in un primo momento sulla base della più immediata
riconoscibilità a livello funerario della componente femminile – in virtù soprat-
tutto della parure ornamentale –, sia solo una delle possibili forme di integrazio-
ne intervenute nel complesso rapporto tra l’insediamento etrusco e le comunità
limitrofe124.
L’acquisizione del diritto alla sepoltura formale da parte di interi gruppi allo-
geni, dimostrato per la necropoli orientale, è stato verificato anche nella necropoli
occidentale del Picentino, evidenziando come questi fenomeni di integrazione,
tutt’altro che isolati, caratterizzino in maniera diffusa il tessuto sepolcrale a partire
dalla fine dell’VIII sec. a.C. (Fig. 4).
Le attestazioni forse più antiche provengono da uno scavo al margine nord-
orientale della necropoli (ex-Biblioteca) (Fig. 5.A)125. La T. 3879, databile entro la
fine dell’VIII sec. a.C., accoglieva la deposizione di una bambina (h. m 1 ca.) nel-
la cui parure si distingue un bracciale ad arco inflesso e altri ornamenti di bronzo
ricorrenti nell’ambito culturale irpino, come la goliera con estremità a rotolo e il
pendaglio “a batacchio”126. Analoghi “segni” si riscontrano nel corredo vascolare: nel
repertorio d’impasto sono indicativi lo scodellone ad ansa lunata, il boccale e forse
una brocchetta con collo cilindrico e con labbro fortemente svasato, che si associano
a una brocca d’argilla depurata a decorazione bicroma ricollegabile alla produzione
dell’area enotria, in particolare al Vallo di Diano (Fig. 7.H)127. Significante è anche
la disposizione dei vasi ai lati del corpo, a differenza del costume diffuso a Ponte-

124 Cuozzo, M. Reinventando la tradizione cit., pp. 219 ss.; Ead., “Ancient Campania. Cultural in-
teraction, political borders and geographical boundaries”, in Bradley, G.; Isayev, E.; Riva, C. (a cura
di) Ancient Italy. Regions without boundaries, Exeter, University of Exeter Press, 2007, pp. 224-267.
125 I dati sulla prop. Biblioteca sono tratti da De Chiara, G. Pontecagnano – La necropoli in prop.
Biblioteca, (Tesi di Laurea discussa presso l’Università degli Studi di Salerno, a.a. 2001-2002).
126 Tra le fibule è da segnalare la presenza di un esemplare ad arco ingrossato e staffa simmetrica che
rimanda ancora alla Prima Età del Ferro (d’Agostino, B.; Gastaldi, P. [a cura di] Pontecagnano. II. La
necropoli del Picentino. 1. Le tombe della Prima Età del Ferro, [AION ArchStAnt, quad. 5], Napoli,
1988, tipo 32C4), a conferma della datazione della tomba entro gli inizi dell’Orientalizzate suggerita
dal resto del corredo.
127 L’inquadramento tipologico della brocchetta d’impasto è reso problematico dall’estrema fram-
mentarietà dell’esemplare; un confronto può essere forse istituito con un esemplare di argilla da
Oliveto Citra, in d’Agostino, B. “Oliveto Citra. – Necropoli arcaica in località Turni”, in NSc, n. 18
(s. VIII), 1964, p. 76, n. 14, fig. 36.
La brocca può essere avvicinata alla forma 2A di Yntema, D. The matt-painted pottery of southern Italy,
Galatina, Congedo, 1990, pp. 125 ss., fig. 99.

81
I. Archeologia delle differenze

cagnano, che privilegia la zona ai piedi del defunto o le gambe, e che trova invece
riscontro, ad esempio, nelle necropoli di S. Maria a Vico e Montecorvino Rovella128.
Espliciti rimandi alla facies di “Oliveto Citra-Cairano” si hanno in altre due
sepolture databili entro l’Orientalizzante antico, pertinenti a una donna adulta (T.
3875) e una bambina (T. 3890), entrambe caratterizzate dal ricorso dei bracciali
ad arco inflesso. Nel corredo vascolare della donna, distribuito ai piedi e ai lati
del corpo, si segnalano una serie di forme in impasto non tornito – boccale, askòs
configurato, scodellone carenato con ansa a maniglia, un’anforetta “tipo Ponteca-
gnano”, alcune scodelle con e senza ansa verticale –; in impasto fine è realizzato
un’oinochoe con ansa tortile e complessa decorazione sul corpo che, come vedre-
mo, rientra in una produzione documentata in analoghi nuclei funerari di Ponte-
cagnano e a S. Maria a Vico. Meno caratterizzato è il repertorio vascolare della T.
3890, in cui si segnala la presenza del boccale d’impasto.
Un’ulteriore suggestione scaturisce dal rinvenimento di una cuspide di lancia in
ferro tra i ciottoli della copertura della T. 3875, probabilmente riferibile all’offerta
dell’arma, conficcata a guisa di sema sulla tomba, secondo un rituale inconsueto a
Pontecagnano, ma ricorrente, ad esempio, nella necropoli irpina di Bisaccia129.
Il dato costituisce un ulteriore elemento per inquadrare la presenza di que-
ste sepolture e ricostruirne il nucleo di pertinenza, probabilmente comprensivo
anche di figure maschili, che non traspaiono in maniera altrettanto evidente a
livello funerario in questo stadio ancora preliminare di analisi130. Resta da valuta-
re, ad esempio, l’integrazione all’interno del nucleo della sepoltura di un adulto
deposto rannicchiato sul fianco destro, accompagnato solo da un’anforetta “tipo
Pontecagnano” collocata di fronte alla testa (T. 3878): l’assenza di ornamenti può
rimandare al costume maschile, mentre il seppellimento in posizione rannicchiata,
caratteristico di un ampio comprensorio territoriale che dalla Basilicata interna si
estende fino alla Daunia, è comunque presente nella confinante area irpina inte-
ressata dalla facies di “Oliveto Citra-Cairano”131.

128 Per Pontecagnano cfr. Cuozzo, M. Reinventando la tradizione cit., passim. Per S. Maria a Vico e
Montecorvino Rovella cfr. Cinquantaquattro, T. Pontecagnano. II.6 cit, pp. 102, 108-109, fig. 44.
129 Bailo Modesti, G. “Oliveto-Cairano: l’emergere di un potere politico”, in Gnoli, G.; Vernant,
J.P. (a cura di) La mort cit. pp. 245-246. La presenza della cuspide di lancia in sepolture femminili
è documentata anche negli insediamenti di Monte Vetrano e Arenosola (Bailo Modesti, G.; Gobbi,
A. Le genti delle dune cit., pp. 497-498, nota 34), dove però non risulta ancora approfondito il loro
significato in rapporto al rituale funerario e, in particolare, alla loro posizione nel contesto tombale.
130 Pesano, in particolare, l’assenza delle analisi antropologiche e il pessimo stato di conservazione
del vasellame ceramico, non ancora restaurato, e nel caso dell’impasto spesso ridotto a minuti fram-
menti.
131 Colucci Pescatori, G. “Cairano (Avellino). – Tombe dell’età del Ferro”, in Nsc, n. 25 (s. VIII),
1971, pp. 481-537, ad esempio le TT. XV e XIX.

82
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

Un’analoga provenienza dall’area medio-ofantina, o dalla contigua zona dau-


na, è stata evidenziata per un gruppo sepolto nei primi decenni del VII sec. a.C.
sul versante opposto della necropoli (prop. Gaeta) (fig. 5.B)132. In esso sono state
distinte alcune sepolture femminili caratterizzate dalla deposizione supino-rattrat-
ta del corpo (TT. 6032, 6071 e forse 6033)133, in un caso associata a ornamenti
tipici della facies di “Oliveto Citra-Cairano”, come i bracciali ad arco inflesso, i sal-
taleoni, gli orecchini in filo di bronzo raddoppiato. Si segnala, come nel caso dello
scavo della ex-Biblioteca, la disposizione del corredo ceramico, che è collocato ai
lati del corpo, presso la testa o le braccia.
I casi degli scavi della ex-Biblioteca e della prop. Gaeta si discostano sensibil-
mente da quello emerso nella necropoli orientale di S. Antonio, dove le sepolture
tipo “Oliveto Citra-Cairano” mostrano rilevanti manifestazioni di esibizione fu-
neraria, sia attraverso la sontuosa parure ornamentale, sia nel complesso di segni
di prestigio connessi all’accentuazione dell’aspetto materno e del ruolo della figura
femminile nell’ambito familiare134.
Ciò può essere indubbiamente legato a scelte connesse al rituale funerario, ma
può essere altresì il riflesso dei livelli differenziati in cui può realizzarsi il processo
di integrazione all’interno della comunità pontecagnanese. In questa prospettiva
rappresenta un elemento di complessità all’interno della prop. Gaeta la presenza
di una delle più antiche iscrizioni etrusche restituite dall’insediamento135. Si tratta
di un alfabetario comprendente le prime tre lettere, databile entro il terzo quarto
del VII sec. e proveniente dalla sepoltura di un infante (T. 6034), che non mostra
segni distintivi dal punto di vista “etnico”, quantunque in stretta relazione topo-
grafica con sepolture supino-rattratte risalenti alla generazione precedente (TT.
6032 e 6033)136.
In questo caso, è forse lecito chiedersi se non traspaia il tentativo di esibire
l’acquisizione della scrittura in virtù del carattere di prestigio che essa doveva ri-

132 Cinquantaquattro, T.; Cuozzo, M. “Relazione tra l’area daunia e medio-ofantina e la Campania.
Nuovi apporti archeologici”, in Pietropaolo, L. (a cura di) Sformate immagini di bronzo. Il Carrello
di Lucera tra VIII e VII sec. a.C., (Atti del convegno, Lucera 2000), Foggia, Claudio Grenzi Editore,
2002, pp. 132-138; Ead., “Elementi medio-adriatici dalla necropoli di Pontecagnano (SA)”, in I
Piceni e l’Italia medio-adriatica, (Atti del XXII Convegno Internazionale di Studi Etruschi ed Italici,
Ascoli Piceno-Teramo-Ancona 2000), Pisa-Roma 2003, pp. 261-267.
133 Per il tipo di deposizione della T. 6033 si veda Cuozzo, M.; Pellegrino, C. Rappresentazione cit.
134 Cuozzo, M. Orizzonti teorici cit., pp. 344 ss.; Cuozzo, M. Reinventando la tradizione cit., pp. 133 ss.
135 Cinquantaquattro, T. “Un nuovo alfabetario dall’Etruria campana: testimonianze di uso della
scrittura a Pontecagnano nel periodo orientalizzante”, in AION ArchStAnt, n. 11-12 (n.s.), 2004-
2005, pp. 155-165; Ead., in Rivista di Epigrafia Etrusca (Studi Etruschi), n. 71 (s. III), 2005 (2007),
pp. 205-211.
136 Cuozzo, M.; Pellegrino, C. Rappresentazione cit.

83
I. Archeologia delle differenze

vestire nel corso del VII sec., e se essa non fosse sentita come uno strumento per
rivendicare l’integrazione nella comunità “etrusca”, secondo un modello che trova
più ampi riscontri in relazione alla successiva documentazione epigrafica di Pon-
tecagnano, con particolare riferimento al periodo compreso tra l’avanzato VI e il
pieno V sec. a.C.137.
Non mancano, comunque, nella necropoli occidentale del Picentino sepoltu-
re femminili emergenti e, al tempo stesso, riconducibili all’orizzonte culturale di
“Oliveto Citra-Cairano”. È il caso, ad esempio, di una sepoltura rinvenuta in un
recente scavo a Sud-Est di Via R. Sanzio (T. 9211), nello scavo della Promenade
Archéologique (fig. 4), caratterizzata da una articolato abbigliamento funerario che
rimanda all’orizzonte culturale irpino, comprensivo di bracciali ad arco inflesso e
di un complesso copriveste in bronzo di tipo piceno che scendeva dalla cintura138.
Immediatamente a Sud si collocano le tombe scavate da B. d’Agostino in
proprietà Erra III databili nel secondo quarto del VII sec. a.C. (Fig. 5.C): la sepol-
tura di una donna (T. 1827/1850), con bracciali ad arco inflesso, askòs e boccale
d’impasto, cui si aggiunge l’olla d’argilla con anse a piattello (Fig. 7.G), e quella di
un ragazzo di 12 anni (T. 1811), contrassegnato dall’attributo della lancia, in cui
ricorrono il boccale e lo scodellone con ansa lunata e apici configurati (Fig. 7.I)139.
Appena più a Sud si colloca lo scavo effettuato nel 1935 da A. Marzullo (pro-
prietà Bassano – palazzina 2), i cui materiali sono conservati al Museo Provinciale
di Salerno (fig. 5.D)140. In almeno tre sepolture ricorrono bracciali ad arco infles-
so (TT. 1/1935, 6/1935, 7/1935); più diffusi sono invece specifici tipi vascolari
come l’anforetta ad anse complesse, il boccale-poppatoio (Fig. 7.C), lo scodellone
ansato, l’anfora con il collo a imbuto (Fig. 7.B), le grandi olle da derrate in argilla
depurata di tradizione indigena.
In quasi tutte le sepolture del nucleo funerario è presente una specifica produ-
zione d’impasto caratterizzata dalla profusione della decorazione plastica. Si tratta
soprattutto di oinochoai (Fig. 7.F), che con una decorazione più semplificata tro-
vano ampio riscontro nel resto delle necropoli di Pontecagnano, ma non mancano

137 Pellegrino, C. “Pontecagnano: la scrittura e l’onomastica in una comunità etrusca di frontiera”,


in Della Fina, G. (a cura di) La colonizzazione etrusca in Italia, (Atti del XV Convegno Internazionale
di Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria, Orvieto 2007), Roma, Edizioni Quasar, 2008, pp.
423-463; Cuozzo, M.; Pellegrino, C. Rappresentazione cit.
138 Un doveroso ringraziamento va alla dott. A. Iacoe, direttrice del Museo Archeologico Nazionale
di Pontecagnano, e alla dott. T. Grimaldi, che ha eseguito lo scavo, alle quali devo le informazioni sul
rinvenimento e la disponibilità a farne cenno in questa sede.
139 Bonaudo, R. Le necropoli cit., p. 183, nota 58.
140 Cerrato, A. Pontecagnano: la necropoli orientalizzante in prop. Bassano – Scavi museo provinciale
1935 (Tesi di Laurea discussa presso l’Università degli Studi di Salerno, a.a. 1997-1998).

84
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

altre forme vascolari come piattelli e coppe su piede (Fig. 7.D). Nello stesso tipo
d’impasto, infine, sono realizzate scodelloni e anforette che rientrano nelle tipo-
logie più consuete a Pontecagnano, a volte integrate da particolari desunti dal
repertorio culturale irpino (T. 6/1935; Fig. 7.E).
La ricorrenza di questo tipo di produzione ceramica, oltre che la stessa di-
slocazione, consente di inserire nello stesso nucleo funerario la T. 17/1935, ve-
rosimilmente pertinente a un maschio adulto per la presenza nel corredo della
cuspide di lancia e della tipica fibula ad arco serpeggiante del tipo a “drago”. Il
livello della sepoltura è segnalato dai resti di una bacino a orlo perlinato e da una
coppa emisferica di bronzo, nonché da un cratere su piede di tradizione tardo-
geometrica (Fig. 7.A)141, che le caratteristiche dell’impasto e la tipica decorazione
a costolature del piede consente di inserire nella stessa produzione peculiare del
nucleo funerario.
Il repertorio ceramico restituito dal nucleo scavato da A. Marzullo trova
puntuale riscontro nell’insediamento di S. Maria a Vico, situato nell’immediato
entroterra picentino, che si struttura alla fine dell’VIII sec. e che mostra nella
produzione materiale caratteri ibridi in parte riconducibili alla facies di “Oliveto
Citra-Cairano”142. La registrazione di fenomeni di ibridismo che emergono nella
produzione vascolare, già segnalati da B. d’Agostino143, mostra la complessità delle
relazioni che intercorrono tra Pontecagnano e le comunità irpine, e pone in ma-
niera problematica una serie di interrogativi che investono non solo il significato
delle scelte legate alle selezione di particolari forme nei corredi funerari, ma anche
l’organizzazione e il funzionamento delle officine artigianali.
Un ulteriore gruppo connesso all’orizzonte culturale di “Oliveto Citra-Caira-
no” è documentato in un settore sepolcrale che si sviluppa lungo la strada che dal
guado del Picentino conduceva all’abitato (prop. Sabbato I) (Fig. 4)144.
Nella parte occidentale (Fig. 6) un nucleo di sepolture si struttura intono
alla metà del VII sec. intorno a una coppia di giovani armati di lancia, mostran-
do nell’Orientalizzante Recente livelli diffusi di esibizione, forse senza eguali nel

141 La forma è ispirata agli esemplari pitecusani (Buchner, G.; Ridgway, D. Pithekoussai I. La ne-
cropoli: tombe 1-723 scavate dal 1952 al 1961, [Monumenti antichi, serie mon. 4], Roma, 1993,
passim), che giungono anche presso le comunità indigene campane, come dimostrano i rinvenimenti
di Calatia (T. 194) e S. Valentino Torio (T. 168) per i quali si veda, da ultimo, Cerchiai, L. Gli antichi
popoli della Campania. Archeologia e Storia, Roma, Carocci, 2010, p. 51, con bibliografia. Il cratere
di Pontecagnano si distingue per le costolature del piede che costituiscono uno dei tratti distintivi di
questa produzione d’impasto.
142 Cinquantaquattro, T. Pontecagnano. II.6 cit., pp. 102 ss.
143 d’Agostino, B. in Parise Badoni, F. (a cura di) Ceramiche d’impasto dell’età orientalizzante in
Italia. Dizionario terminologico, Roma, Fratelli Palombi Editori, 2000, p. 36.
144 Bonaudo, R. Le necropoli cit., pp. 180 ss.

85
I. Archeologia delle differenze

resto della necropoli. Nella parte sud-occidentale, un nucleo funerario diverso si


organizza contemporaneamente intorno a una coppia di tombe presso il limite
Sud-Est dello scavo (TT. 1877 e 1894). Non si conservano i resti ossei, ma le
dimensioni delle fosse, la profusione e il tipo di ornamenti consente di attribuire
le sepolture a donne di età giovanile o adulta. Il costume funerario mostra diversi
segni che rimandano alla facies irpina145: oltre ai singoli elementi della parure or-
namentale e del corredo ceramico, è opportuno sottolineare in questo caso anche
la disposizione del corredo vascolare, che nel caso della T. 1894 si allinea lungo
tutto il corpo, secondo l’uso già evidenziato nelle sepolture della ex-Biblioteca e di
Gaeta; se poi si considera la posizione degli ornamenti, decentrati lungo la sponda
della fossa, sul lato del corredo, raccolti in posizione anomala per una deposizione
supina, si può forse ipotizzare anche la deposizione rannicchiata della defunta.
Analoga connotazione culturale traspare nello sviluppo successivo del gruppo,
restituito dalle tombe dell’Orientalizzante recente poste immediatamente a nord,
lungo la strada. I “segni” si manifestano in maniera puntuale nell’ambito di un
costume funerario coerente con gli usi di questa fase, forse selezionati per richia-
mare in maniera simbolica l’origine del gruppo, in un contesto ormai di piena
integrazione.
In questa prospettiva, particolarmente indicativa è la presenza del bracciale
ad arco inflesso nella tomba di infante 1712, ma non meno rilevanti sono i “se-
gni” selezionati in due sepolture di donne adulte (TT. 1900 e 1895), la prima
con anforetta ad anse complesse e boccale d’argilla d’importazione probabilmente
dall’area medio-ofantina (fig. 7.L), la seconda con un’anforetta d’impasto impor-
tata dall’area campana146.

Per concludere, la diffusa presenza di tombe e nuclei funerari riconducibi-


li all’orizzonte culturale di “Oliveto Citra-Cairano” rivela accentuate e variegate
forme di integrazione all’interno della compagine pontecagnanese, il che sollecita
un’ulteriore riflessione sulla composizione complessiva della comunità e sulle re-
lative dinamiche di strutturazione nel corso dell’Orientalizzante. Particolare inte-
resse riveste il momento iniziale del fenomeno, che va inquadrato da un lato nel
contesto del popolamento dell’Agro Picentino nei decenni a cavallo della metà

145 Ivi, p. 181, fig. 3.


146 Il boccale è confrontabile con gli esemplari appena più recenti da Lavello, ugualmente caratteriz-
zati dall’ansa sormontante, in Giorgi, M.; Martinelli, S.; Osanna, M. et al. Forentum I. Le necropoli
di Lavello, Lavello, Edizioni Osanna Venosa, 1988, pp. 149-150 (attingitoio tipo 1). Nella T. 1895
si segnala anche una brocca d’impasto a collo sub-cilindrico che trova puntuale confronto con un
esemplare da collezione probabilmente proveniente da S. Maria a Vico (Cinquantaquattro, T. Pon-
tecagnano. II.6 cit., tav. 30.15).

86
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

dell’VIII sec. a.C., dall’altro va inserito nel più radicale processo di ristrutturazio-
ne dell’insediamento all’inizio dell’Orientalizzante.
Il quadro di conoscenze si è notevolmente arricchito negli ultimi anni grazie ai
rinvenimenti di Monte Vetrano147, che si colloca a nord del Picentino (fig. 1), in una
posizione strategica eccezionale, a controllo della valle del fiume, nonché allo sbocco
della Valle del Grancano, che conduce verso Fratte e la Campania settentrionale.
I dati della cultura materiale forniscono per Monte Vetrano un quadro com-
plesso, in cui emergono aspetti culturali differenti da quelli di Pontecagnano e al-
cune analogie con la necropoli di Casella, l’insediamento posto a controllo dell’ap-
prodo lagunare del “Lago Piccolo”, del quale è stata scavata parte della necropoli
databile negli ultimi decenni dell’VIII secolo148.
A Monte Vetrano i rapporti con i gruppi di facies “Oliveto Citra-Cairano”
sono esemplificati da alcuni singoli elementi, come l’anforetta ad anse complesse
dalla T. 114149. Nelle necropoli sono inoltre presenti ceramiche, armamenti e armi
che rimandano alla zona enotria, nonché importazioni da Capua e dalla Valle del
Sarno.
Ma la natura dell’insediamento e la sua apertura agli scambi è evidenziata
soprattutto dalle importazioni greche e orientali. Si segnala, ad esempio, lo sca-
rabeo del Lyre-Player Group edito da L. Cerchiai150 e il lebete di bronzo della T.
111, identico ad esemplari di Eretria151: il contenitore è utilizzato per contenere i
resti di un’incinerazione femminile, con una coppa a chevrons bruciata durante il
rituale, il che evidenzia il grado di apertura dell’insediamento a modelli ideologici
di stampo ellenico già a livello di terzo quarto dell’VIII sec. a.C.
Lo sviluppo di Casella e Monte Vetrano si inquadra nell’ambito del sistema di
relazioni che si sviluppa sulle coste campane in seguito allo stabilizzarsi della pre-
senza greca. In base ai dati al momento noti, pare altresì interessante evidenziare il
ristretto arco cronologico in cui si consuma la loro esistenza, considerando che essi
non sembrano protrarsi oltre l’inizio dell’Orientalizzante: sembrano, cioè, esaurirsi
in concomitanza con il processo di riorganizzazione dell’insediamento di Ponteca-

147 Su Montevetrano cfr. Cinquantaquattro, T. Pontecagnano. II.6 cit., pp. 95 ss., fig. 36. Per i
rinvenimenti più recenti si veda Cerchiai, L.; Rossi, A.; Santoriello, A. “Area del Termovalorizzatore
di Salerno: le indagini di archeologia preventiva e i risultati dello scavo”, in Nava, M.L. Archeologia
preventiva cit., con bibliografia; Cinquantaquattro, T. Montevetrano (SA) cit.
148 Cinquantaquattro, T. Pontecagnano. II.6 cit.
149 Cerchiai, L.; Rossi, A.; Santoriello, A. “Area del Termovalorizzatore di Salerno: le indagini di
archeologia preventiva e i risultati dello scavo” cit., figg. 18.A-B e 21.B.
150 Cerchiai, L.; Nava, M.L. “Uno scarabeo del Lyre Group da Monte Vetrano (Salerno)”, in AION
ArchStAnt, n. 15-16 (n.s.), 2008-2009, pp. 97-104.
151 Cerchiai, L.; Rossi, A.; Santoriello, A. “Area del Termovalorizzatore di Salerno: le indagini di
archeologia preventiva e i risultati dello scavo” cit.

87
I. Archeologia delle differenze

gnano, segnalato dalla completa dismissione delle necropoli della Prima Età del Fer-
ro, sostituite da nuovi ed estesi sepolcreti più a ridosso dell’abitato di età storica152.
Con tutta la prudenza del caso, e in attesa che siano portate a conoscenza le
numerose tombe inedite da Monte Vetrano, pare verosimile che la ristrutturazione
di Pontecagnano al passaggio all’Orientalizzante si inserisca in un processo di am-
pia portata, che comporta la definitiva rottura dei precedenti equilibri, e in cui il
riassetto della comunità su basi economiche e sociali rinnovate si accompagna alla
definizione di un nuovo rapporto con il territorio circostante.

Figura 1. La fascia costiera salernitana. In grigio i cordoni dunari fossili.

152 Bonaudo, R. Le necropoli cit., pp. 172-174.

88
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

Figura 2. Ornamenti tipici della facies di “Oliveto Citra-Cairano” a Pontecagnano (da


Cuozzo, Orizzonti teorici, cit., fig. 8).

89
I. Archeologia delle differenze

Figura 3. Servizi vascolari della facies di “Oliveto Citra-Cairano” a Pontecagnano (da Cuoz-
zo, Orizzonti teorici, cit., fig. 8).

90
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

Figura 4. La necropoli di Piazza Risorgimento (elaborazione da Bonaudo, Le necropoli,


cit., tav. 5).

91
I. Archeologia delle differenze

Figura 5.A: prop ex-Biblioteca; B: prop. Gaeta; C: prop. Erra III; D: prop. Bassano 1935
– palazzina II.

Figigura 6. prop. Sabbato I: il settore a ridosso della strada (da Bonaudo, Le necropoli, cit.,
tav. 6.A).

92
4. Dinamiche etnico-sociali e articolazioni di genere nell’Agro Picentino

Figura 7. A: T. 17/1935; B: T. 6/1935; C: T. 7/1935; D: T. 2/1935; E: T. 6/1935; F: T.


17/1935; G: T. 1850; H: T. 3879; I: T. 1811; L: T. 1900.

93