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SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA
DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELL’ANTICHITÀ

SCIENZE DELL’ANTICHITÀ
23 – 2017

Fascicolo 1

EDIZIONI QUASAR
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DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELL’ANTICHITÀ

Direttore
Enzo Lippolis

Comitato di Direzione
Anna Maria Belardinelli, Savino di Lernia, Marco Galli, Giuseppe Lentini,
Laura Maria Michetti, Giorgio Piras, Marco Ramazzotti, Francesca Romana Stasolla,
Alessandra Ten, Pietro Vannicelli

Comitato scientifico
Graeme Barker (Cambridge), Martin Bentz (Bonn), Corinne Bonnet (Toulouse),
Alain Bresson (Chicago), M. Luisa Catoni (Lucca), Alessandro Garcea (Paris‑Sorbonne),
Andrea Giardina (Pisa), Michael Heinzelmann (Köln),
Mario Liverani (Roma), Paolo Matthiae (Roma), Athanasios Rizakis (Atene),
Avinoam Shalem (Columbia University), Tesse Steck (Leiden), Guido Vannini (Firenze)

Redazione
Laura Maria Michetti

SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA


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M. Paola Baglione – Barbara Belelli Marchesini – Claudia Carlucci –
Laura M. Michetti – Manuela Bonadies – Eugenio Cerilli – Alessandro Conti –
Biagio Giuliani – Martina Zinni

PYRGI, L’AREA A NORD DEL SANTUARIO:


NUOVI DATI DALLE RECENTI CAMPAGNE DI SCAVO

Introduzione

Gli scavi condotti a partire dal 2009 nell’area immediatamente a nord del Santuario Monu‑
mentale, di cui è stata data già notizia anche in questa sede1, stanno mettendo in luce un settore
articolato in più isolati costituiti da una serie di edifici alcuni dei quali certamente di carattere
pubblico, e delimitato verso l’entroterra dal tratto terminale, parallelo alla costa, della via Caere-
Pyrgi2 (Fig. 1).
In questo contributo si intende offrire un aggiornamento dei dati alla luce delle ultime cam‑
pagne di scavo, indirizzate ad approfondire la conoscenza dell’assetto topografico e le fasi di fre‑
quentazione della importante fascia di cerniera tra l’abitato etrusco – fondato sulla costa verso la
fine del VII sec. a.C. – il complesso santuariale e l’area portuale, specie nella fase precedente l’inter‑
vento di monumentalizzazione del santuario fondato alla terminazione dell’asse di collegamento
tra la città-madre e l’insediamento costiero. È perfino superfluo sottolineare la provvisorietà dei

1
  Baglione et al. 2010; Baglione 2014; Baglione - Belelli Marchesini 2015; Baglione - Michetti cds. Le attività
di ricerca a Pyrgi, dirette fino al 2008 da Giovanni Colonna, dal 2009 al 2015 da M. Paola Baglione e dal 2016 da Laura
M. Michetti, sono rese possibili grazie ai finanziamenti dei “Grandi Scavi archeologici” della Sapienza e si svolgono in
regime di concessione da parte del MiBACT, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropo‑
litana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, in un costante clima di collaborazione con i funzionari
responsabili (Rita Cosentino e Rossella Zaccagnini, che si sono succedute nella tutela) e con il Soprintendente Alfonsina
Russo. Da anni queste attività si avvalgono della collaborazione interdisciplinare di colleghi afferenti anche ad altri Di‑
partimenti dell’Ateneo: oltre a Luciana Drago, che ricordiamo con commozione e che ha offerto contributi importanti
allo studio del regime delle offerte nel santuario di Pyrgi, hanno aderito al progetto di ricerca 2016 “PYRGI. Sanctuary
and Harbour of Caere”, Michele Di Filippo (Dip. di Scienze della Terra), Alfonso Ippolito e Simona Salvo (Dip. di
Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura), Luciana Orlando (Dip. di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale), Giorgio
Piras e Pietro Vannicelli (Dip. di Scienze dell’Antichità), Elena Tassi (Dip. di Scienze Giuridiche), e inoltre i dottorandi
Martina Attenni (Dip. di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura), Luca Di Giambattista e Lucia Palladini (Dip. di
Ingegneria Civile, Edile e Ambientale), Federica Galiffa (Dip. di Scienze dell’Antichità), e l’assegnista Carmine Piscopo
(Dip. di Comunicazione e Ricerca Sociale). Le attività di cantiere, coordinate da Barbara Belelli Marchesini, vedono
come responsabili di settore Manuela Bonadies, Alessandro Conti, Biagio Giuliani, Martina Zinni e Valentina Marziali
che collabora alla supervisione della documentazione di scavo, e coinvolgono ogni anno una cinquantina di studenti
delle lauree triennale e magistrale, della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici e della Scuola di Dottorato
in Archeologia, che partecipano nel corso dell’anno anche ai laboratori di schedatura e documentazione dei reperti.
L’assistenza logistica sul cantiere è fornita dalla Ditta Ecol B. di Isola Farnese, il restauro dei reperti e delle strutture si
deve a Grazia D’Urso e Domizia Colonnello, lo studio dei reperti osteologici è affidato a Eugenio Cerilli (Coop. Arx).
Il rilievo fotogrammetrico 3D è stato realizzato, a chiusura delle due ultime campagne di scavo, da Daniele Spigarelli
(Società Spiron), mediante battuta fotografica eseguita con l’ausilio di un palo telescopico. Le attività di divulgazione
e valorizzazione museale, che interessano, oltre all’Antiquarium di Pyrgi, anche il Museo delle Antichità Etrusche e
Italiche della Sapienza, sono coordinate da Claudia Carlucci (Polo Museale Sapienza), mentre Carmine Piscopo (Dip. di
Comunicazione e Ricerca Sociale) si sta occupando della comunicazione dei risultati dello scavo, attraverso la costruzio‑
ne – attualmente in corso – di un sito web dedicato (www.openpyrgi.com).
2
  Una recente proposta ricostruttiva del tracciato viario in Belelli Marchesini et al. 2015, tav. 1; sulla via Caere-
Pyrgi, vd. anche L.M. Michetti, ibid., pp. 145-152; Ead. 2015.
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Fig. 1 – L’area di scavo a nord del Santuario Monumentale (elab. B. Belelli Marchesini).

dati presentati e soprattutto delle ipotesi interpretative proposte, trattandosi di contesti il cui sca‑
vo è ancora da ultimare, spesso intaccati dalle successive attività agricole che hanno provocato la
perdita dei livelli di frequentazione più recente, determinando la rasatura ad una medesima quota
delle strutture pertinenti a diverse fasi edilizie.
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Si intende inoltre rendere conto delle indagini geofisiche condotte da anni dalla équipe della
prof. Luciana Orlando (Dip. di Ingegneria Civile e Ambientale), che ci hanno guidato nelle strate‑
gie di scavo e nella scelta dei settori interessati dalle indagini archeologiche, e che sono attualmente
indirizzate – attraverso la tomografia elettrica – anche alla ricostruzione della cornice paleoam‑
bientale del sito, indagando in particolare la fascia più profonda della stratigrafia allo scopo di
definire dell’andamento del paleosuolo (vd. infra, Appendice)3.
Si darà invece spazio in altra sede ai risultati del progetto di ricerca interdisciplinare avviato
tra il 2014 e il 2015 in collaborazione con i proff. Alfonso Ippolito e Carlo Bianchini (Dip. di
Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura) e con la Soprintendenza preposta, che prevede l’ac‑
quisizione in formato digitale e la foto-modellazione in formato 3D delle diverse componenti ar‑
chitettoniche (resti strutturali, apparato decorativo) degli edifici del Santuario Monumentale, con
la finalità di realizzare un archivio digitale completo delle informazioni disponibili e proporre una
ricostruzione virtuale utile tanto ai fini della divulgazione e del Cultural Heritage, quanto a nuovi
approfondimenti di studio (archeologico, architettonico, strutturale) sui monumenti4.
L.M.M.

1. I recenti scavi nell’area a nord del Santuario Monumentale

Il settore attualmente interessato dalle indagini di scavo è ubicato a nord del Santuario Monu‑
mentale, ad una distanza di circa 45 m dal tempio A; l’ampia area di cantiere, che nel 2016 ha rag‑
giunto l’estensione di circa mq 1300, abbraccia sul lato dell’entroterra il tratto urbano della via di
collegamento Caere-Pyrgi e, in direzione del mare, una larga via glareata che si innesta al tracciato
principale e si sviluppa in direzione dell’area portuale, affiancata da una complessa serie di vani e
strutture edilizie riferibili a più fasi (Figg. 2-3).
Le campagne successive al 20105 hanno interessato i diversi settori dell’area di indagine, pro‑
muovendo da un lato lo scavo in profondità di specifici ambienti, dall’altro provvedendo all’aspor‑
tazione estensiva degli strati di abbandono, parallelamente al progressivo allargamento dell’area di
cantiere; tale allargamento, preceduto da opportune indagini geofisiche (vd. infra, Appendice), si è
reso necessario non soltanto al fine di precisare la planimetria dei diversi corpi di fabbrica intercet‑
tati al di sotto della coltre di arativo, ma soprattutto per raccogliere informazioni sull’assetto e sul‑
la destinazione funzionale della fascia prossima al Santuario Monumentale. Occorre precisare che
le stratigrafie archeologiche affiorano a circa 40 cm al di sotto del piano di campagna e risultano
pesantemente intaccate dalle arature, con notevole riflesso sulla conservazione a quota superficiale
delle murature in pietrame a secco e sulla leggibilità delle ultime fasi di frequentazione; inoltre, che
l’area di cantiere risulta attraversata da diversi fossati agricoli post-antichi, documentati peraltro
anche nel settore santuariale, e intaccata anche da altri interventi di scasso e spoliazione di cui si
dirà in seguito.
La via glareata, che rappresenta in senso topografico il primo asse stradale riferibile all’im‑
pianto urbanistico dell’insediamento etrusco, si configura come un tracciato di rilevante importan‑
za; ne sono indizio non soltanto le dimensioni considerevoli e la tecnica costruttiva, che trovano

3
  I risultati delle indagini eseguite durante la campagna di scavo 2016 sono in corso di elaborazione nell’ambito di
un lavoro di Tesi di Laurea Magistrale (dott. Loredana Ioli).
4
  Nell’ambito di tale progetto, sono state elaborate e discusse nel corso dell’ultimo biennio due Tesi di Laurea
Magistrale, rispettivamente incentrate sulla ricostruzione del tempio A (dott. Martina Attenni) e del tempio B (dott.
Edoardo Valente).
5
  Per le campagne 2009-2010, cfr. Baglione et al. 2010.
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Fig. 2 – Planimetria dell’area di scavo a nord del Santuario Monumentale aggiornata alla campagna 2016 (dis. B. Belelli
Marchesini).

riscontro a Pyrgi soltanto in un secondo percorso stradale urbano6, ma anche la sua funzione di
collegamento diretto con il bacino di attracco orientale del porto7 (Figg. 1, 4).
Il tracciato, finora portato alla luce per un tratto di circa m 20 ma che certamente prosegue
in direzione del mare per almeno ulteriori m 35, coincide con la sede stradale documentata negli

6
  Si tratta della strada che, ricalcata nel suo andamento dal muro meridionale della colonia marittima romana,
suddivide l’area dell’insediamento preromano in due settori. Il settore settentrionale, probabilmente identificabile come
“arx”, si imposta sul promontorio roccioso che delimita la baia sulla quale gravita l’intero sistema insediativo pyrgense.
Sul percorso stradale, evidenziato dall’erosione marina e intercettato anche nell’ambito del saggio esplorativo aperto nel
2012 nell’ambito del Progetto PRIN 2008 “Mura di legno, mura di terra, mura di pietra: fortificazioni in Etruria”, cfr.
Belelli Marchesini 2013, p. 261 e Belelli Marchesini et al. 2014, pp. 218-220, figg. 33-35, 37.
7
  Sul bacino portuale orientale, Enei 2013, pp. 326-330; Colonna 2010-13, pp. 81-86; Michetti 2016, pp. 75-76.
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Fig. 3 – Ortofoto dell’area di scavo (elab. D. Spigarelli).

anni Sessanta in corrispondenza della scarpata di erosione marina8. Nell’area di indagine la strada,
larga cm 560, presenta un profilo leggermente convesso ed esibisce almeno due diversi livelli di
acciottolato alternati ad un massetto pavimentale in scaglie di tufo pressate; interventi di manu‑
tenzione del tracciato sono documentati presso l’innesto con la via Caere-Pyrgi e presso il limite
occidentale del saggio di scavo, sotto forma di lacerti di un’accurata pavimentazione in lastricato,
ottenuta allettando ad incastro pietre calcaree selezionate per dimensioni, ciottoli, ghiaia e schegge
di tufo. Sul lato meridionale, il percorso stradale acciottolato è accompagnato da una cunetta di
scolo a cielo aperto larga cm 60, foderata con un massetto drenante di argilla mescolata a sabbia e
polvere di tufo.
Sui due versanti dell’asse stradale glareato si sviluppano strutture ed edifici caratterizzati da
diverse tecniche costruttive, orientamento e destinazione funzionale, esito della sovrapposizione
di più fasi di trasformazione edilizia.
Nel settore a nord della strada glareata, l’indagine di scavo è stata incentrata sul cd. “Edificio
in opera quadrata”, un fabbricato a pianta trapezoidale (m 9,80 x 8,50) articolato in due ambienti
(vani D, E), databile intorno al 500 a.C.9 (Figg. 2, D, E; 5, 12). Come già sottolineato, caratteristica

8
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, p. 134, con riferimenti.
9
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, pp. 138-141.
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Fig. 4 – L’area di scavo in relazione all’attuale linea di costa. Veduta da drone, da sud-est (campagna 2014) (foto Quin‑
tavalle).

precipua di tale edificio è l’andamento fortemente obliquo (227°) del muro prospiciente la sede
stradale, non coerente con la maglia urbanistica del settore in corso di scavo e con l’andamento del
percorso, ma rispondente all’orientamento di tipo rituale degli edifici templari A e B del Santuario
Monumentale.
Tale orientamento, tuttavia, appare rispettato anche dalle strutture murarie di diverso tipo che
ne costituiscono la prosecuzione in direzione del mare e che, a titolo di ipotesi, potrebbero riferirsi
alla delimitazione di un’area di pertinenza del medesimo edificio su questo versante. La presenza
di un avancorpo in blocchi di tufo aggettante sulla sede stradale delinea inoltre la presenza di un
portale di ingresso preceduto da un portichetto, aperto immediatamente a ovest del fabbricato.
Per l’edificio in questione si è proposta la possibile funzione pubblica di casa-torre, suppor‑
tata dalla deposizione di un cane depezzato (vd. infra, 2.1 e 3; vd. Figg. 13, 24a-b), rinvenuta in
corrispondenza del muro perimetrale ovest del fabbricato, a titolo di offerta di fondazione dal
significato squisitamente liminare10. A tale offerta si aggiunge quella della parte inferiore di un’an‑
fora etrusca Py3A contenente materiale combusto e ossa triturate, deposta presso l’angolo interno
nord del vano D. In merito alla funzione non possiamo aggiungere altro, causa la perdita del piano
pavimentale e di eventuali livelli di frequentazione.
Dal punto di vista costruttivo, l’edificio esibisce muri diversificati, ma collegati dalla presenza
di un omogeneo terrapieno di argilla bruno-giallastra. È caratterizzato da muri di fondazione in
blocchi di tufo disposti per testa e conservati alla quota di 190 cm s.l.m. per l’altezza di un solo fi‑

10
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, pp. 139-140, fig. 5; Belelli Marchesini - Michetti cds; Baglione -
Michetti cds. Sul ruolo del cane nei rituali di purificazione, con particolare riferimento al mondo greco, vd. da ultimo
Sassù 2016.
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Fig. 5 – L’“Edificio in opera quadrata” (foto D. Spigarelli).

lare, mentre sul versante dell’entroterra esso appare incernierato, mediante briglie di collegamento,
al poderoso muro in pietrame che esercita la funzione di delimitazione rispetto al contiguo isolato.
Quest’ultimo muro si sovrappone ad una sequenza di strutture (Fig. 6), messe in opera nell’am‑
bito di un largo e profondo scasso operato fino alla quota di circa 85 cm s.l.m. tagliando precedenti
strutture murarie e relativi livelli di vita. La prosecuzione dello scavo sul versante dell’entroterra
permetterà di stabilire se si tratta di un’operazione unitaria, oppure di almeno due diversi interven‑
ti costruttivi. Occorre tuttavia sottolineare che il profondo scasso si collega con ogni probabilità
ad esigenze di sistemazione urbanistica dell’area e in particolare a problemi di regimazione idrica:
proponiamo di interpretare in tal senso la peculiare struttura che si sviluppa alla base della sequen‑
za, costituita da blocchi di tufo di diversa pezzatura disposti per testa e caratterizzata non soltanto
da una spessa incamiciatura di scaglie di tufo compattate con un amalgama di argilla e sabbia, ma
soprattutto da un’accentuata pendenza a partire dalla sede stradale in direzione nord-est.
Lo scavo condotto nel sottosuolo dell’edificio ha permesso di verificare che esso si impianta
in un’area precedentemente interessata da almeno due fasi edilizie, con diverso impianto planime‑
trico.
Nel 2016 (vd. anche infra, 2.1) è stato possibile perfezionare lo scavo dell’edificio più antico11
(che chiameremo “Edificio arcaico”, vd. Fig. 12), definito da strutture realizzate con fondazione
e zoccolo in pietrame a secco e con alzato in mattoni crudi, e provvisto di un primo pavimento
in materiale deperibile (assito? stuoie?) impostato su un massetto sabbioso alla quota di ca. 95
s.l.m. Dal punto di vista planimetrico, l’edificio presenta due vani assiali in direzione est-ovest,

11
  In rapporto alla definizione delle fasi di vita dell’area, è da valutare la relazione cronologica con l’edificio in
questione di una possibile ulteriore struttura muraria, intercettata a quota profonda presso il limite orientale del vano E.
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Fig. 6 – L’“Edificio in opera quadrata”. Prospetto e sezione del muro perimetrale est (dis. B. Giuliani, M. Zinni).

comunicanti attraverso un’apertura, forse affiancati da un terzo vano di maggiori dimensioni o da


un’area di pertinenza sul lato nord; sul lato sud dell’edificio è stata intercettata una sistemazione
pavimentale impostata su un massetto di tegole di prima fase fratte e fittamente costipate, che mol‑
to probabilmente si riferisce ad uno spazio all’aperto, se non ad una contemporanea sistemazione
della sede stradale.
Sulla base degli scarsissimi materiali ceramici raccolti (includenti anche un frammento di ol‑
letta in impasto bruno decorato a stampiglie e frammenti di ceramica italo-geometrica: vd. infra,
2.1, Fig. 15), associati a frammenti di tegole di prima fase, è possibile proporre per l’“Edificio ar‑
caico” un inquadramento cronologico non anteriore agli anni centrali del VII sec. a.C.
Nonostante sia necessario affinare la datazione e l’interpretazione di resti strutturali e fasi
di vita attraverso il prosieguo delle indagini, si tratta di un dato di estremo interesse nei confronti
della stessa “fondazione” dell’insediamento pyrgense e della strutturazione dello scalo portuale,
quest’ultimo già certamente attivo12. D’altra parte, l’approfondimento dello scavo nel vano D al
di sotto della quota pavimentale dell’edificio ha permesso di raccogliere numerosi frammenti di
impasto non tornito, da mettere in relazione con la frequentazione della piana costiera in una
fase immediatamente precedente (VIII-VII sec. a.C.) e probabilmente connessa allo svolgimento
dell’attività di briquetage13.
Ad eccezione del muro meridionale, sopraelevato e mantenuto in vita, l’“Edificio arcaico” è
stato sigillato nei decenni finali del VI sec. a.C. con uno scarico di tegolame di prima fase e fram‑
menti ceramici, per lo più riferibili a vasellame in bucchero e reperti anforici, sul quale è stato
approntato un esteso livello pavimentale. Per l’interpretazione di questo livello e della funzione
ed articolazione dell’area nelle fasi che precedono l’impianto dell’“Edificio in opera quadrata”,

12
  La precoce esistenza di un itinerario che collegava il centro principale di Caere alla costa e che sarà in seguito
monumentalizzato con la via Caere-Pyrgi, è resa altamente probabile non solo dall’ingente afflusso di prodotti di im‑
portazione nelle necropoli urbane, ma anche dalla presenza di emergenze particolarmente significative lungo questo
tracciato, quali ad esempio il Tumulo di Montetosto – facente parte, insieme a dei tumuli minori, di un nucleo sepolcrale
dislocato nel territorio – che segnala probabilmente il controllo da parte di un gruppo gentilizio del percorso di accesso
all’approdo e forse della sua gestione: sull’argomento, vd. L.M. Michetti, in Belelli Marchesini et al. 2015, p. 145 e Ead.
2015, p. 167. Sulla più antica frequentazione dello scalo di Pyrgi, cfr. Enei 2014, pp. 221-222.
13
  Belelli Marchesini 2013, p. 259.
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occorre attendere i risultati dell’indagine avviata nel 2016


immediatamente a ovest dello stesso edificio.
Di particolare interesse per questo orizzonte è il ritro‑
vamento, nel vano E, di una grossa pietra basaltica di forma
ovoidale con un taglio intenzionale (Figg. 7, 12), inseribile
in una particolare categoria di cippi aniconici di colore scu‑
ro legati prevalentemente a culti di carattere infero e asso‑
ciati da G. Colonna alla figura del dio Śur/Śuri14. Questa
attestazione, la prima finora documentata a Pyrgi, appare
di grande rilievo in riferimento alla nota e inequivocabile
presenza di questa divinità nel Santuario Meridionale.
L’isolato che si estende a est dell’“Edificio in opera
quadrata”15 (Figg. 2, 12), e direttamente accessibile dalla
sede stradale, è stato solo parzialmente portato alla luce e
ad esso si riferisce con ogni probabilità l’area cortilizia con
Fig. 7 – Il grande ciottolo/cippo dal sot‑
pozzo intercettata nel 2009 all’estremità della trincea esplo‑
tosuolo dell’“Edificio in opera quadrata”
(foto B. Belelli Marchesini). rativa (ora in parte richiusa) ritagliata per l’avvio dello sca‑
vo, ad una distanza di circa 8 m in direzione nord.
L’indagine di scavo ha interessato parzialmente il sottosuolo dei vani contigui A e C (Fig. 2,
A, C), accertando la presenza di un preesistente livello pavimentale in scaglie di tufo pressate che si
estende alla quota di 155 s.l.m. Nel vano C, il pavimento è stato rialzato con una sequenza di ripor‑
ti ricchi di materiale, inquadrabili nel V-IV sec. a.C.: sono stati raccolti molti frammenti di cerami‑
ca locale e di importazione, strumentario da cottura associato ad abbondanti ossa animali, pesi da
telaio, numerosi frammenti di tegole di prima e seconda fase e frustuli di terrecotte architettoniche.
Nel vano A, il livello pavimentale è stato invece rialzato con un potente massetto di argilla,
sabbia e granuli calcarei apprestando un nuovo pavimento tufaceo alla quota di 194 s.l.m., che reca
al centro un largo incasso forse relativo all’alloggiamento di un dolio. Relativamente all’articola‑
zione originaria di questo vano e del corridoio di ingresso che lo affianca sul lato dell’entroterra,
occorre segnalare la presenza di una larga trincea antica (il cui scavo è ancora da completare) che
ha intaccato i pavimenti e asportato setti murari preesistenti.
Nel settore a sud della via glareata (Figg. 2, 8), i progressivi interventi di splateo hanno con‑
sentito di delineare l’articolazione planimetrica dell’isolato che si attesta contro i due percorsi
stradali, confermando che i muri perimetrali ne assecondano l’orientamento assolvendo la fun‑
zione di crepidini. Tale isolato presenta una pianta trapezoidale e un’estensione di almeno 500
mq, accogliendo al suo interno una serie di vani, edifici e strutture addossati ai muri perimetrali e
gravitanti su un’area scoperta a carattere cortilizio. È necessario specificare che le diverse strutture
registrate nella pianta generale e affioranti al di sotto della coltre di arativo sono pertinenti a più
fasi edilizie, ma risultano rasate a una medesima quota a causa dei lavori agricoli, e che lo scavo in
questo settore ha interessato prevalentemente gli strati di abbandono finale.
L’ala occidentale dell’isolato, di cui occorre precisare esattamente l’articolazione planimetri‑
ca, appare preceduta da un portico scandito da almeno due colonne con base in peperino, una delle
quali parzialmente divelta dalle arature.

14
 Romano 2009, pp. 438-443; Fiorini 2011, pp. 46-47; Colonna 2007, pp. 117-123, tavv. XXIII-XXIV; Id. 2009,
pp. 16-17; Id. cds. Cfr. inoltre la recente attestazione dall’area di Vigna Marini Vitalini a Caere, dove, all’interno di un
ambiente sotterraneo a sudovest dell’ipogeo di Clespina, è stata rinvenuta una grossa pietra nera posta in un angolo
accanto a un’antefissa a forma di Nereide su mostro marino: Colivicchi 2015, p. 183, fig. 6.
15
  Cfr. le notizie preliminari in Baglione et al. 2010, pp. 538-539.
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L’elemento più rilevante in quest’area è il cd. “Edificio porticato”16, da cui hanno preso av‑
vio le indagini del quartiere nel 2009: collocato all’incrocio dei due percorsi stradali, esso risulta
intaccato in direzione nord-sud dal passaggio di ben tre diversi fossati agricoli post-antichi, che
hanno evidenziato nel suo sottosuolo la presenza di strutture murarie riferibili ad almeno una fase
edilizia preesistente. Lo scavo del 2016 ha dimostrato che le strutture di questo edificio, nel suo
assetto finale, sono state oggetto di parziale spoliazione in un momento posteriore alla metà del V
sec. a.C.17 (vd. infra, 2.2).
Allo stato attuale è possibile ricostruire un piccolo edificio composto da un ambiente rettan‑
golare che affaccia direttamente sul portico, affiancato da due ambienti stretti e allungati disposti a
squadro, che sembrano viceversa prospettare i percorsi stradali; i diversi ambienti conservano alla
quota massima di 175 cm s.l.m. lacerti di pavimenti in battuto di tufo. L’edificio è delimitato sul
lato sud da un’intercapedine muraria, percorsa da un canale di deflusso idrico costruito e coperto
in blocchi di tufo che, raccogliendo l’acqua dall’area cortilizia, prosegue verso l’entroterra descri‑
vendo una linea spezzata e attraversando obliquamente la carreggiata della via Caere-Pyrgi (vd.
infra).
A questo edificio, o piuttosto a questa ala del complesso, abbiamo proposto di attribuire una
serie di tetti decorati inquadrabili tra il terzo e l’ultimo quarto del VI sec. a.C.18, sulla base del
rinvenimento in giacitura secondaria di terrecotte architettoniche incluse non soltanto negli strati
di abbandono ma anche in contesti a carattere rituale che ne segnano le fasi di vita, in particolare
la cd.“Fossa dei pesi da telaio”19. Tali terrecotte sono utili a ricostruire – nelle sue diverse compo‑
nenti – un sistema decorativo dipinto di tipo ceretano (530-520 a.C.), come attestato, oltre che a
Caere alla Vigna Parrocchiale, anche nell’abitato della Castellina del Marangone20 in rapporto a un
edificio interpretato dagli scavatori come “regia”21.
Al dossier si è aggiunto nel 2016 un bell’esemplare di antefissa a maschera gorgonica (530-520
a.C.) (vd. Fig. 19), che costituisce l’attestazione più significativa e meglio conservata di terrecotte
architettoniche di tipo campano a Pyrgi, già documentate non soltanto nel comparto santuariale,
ma anche dall’area e dai dintorni dell’insediamento pyrgense22; particolarmente interessante è il
rinvenimento di un frammento di antefissa pertinente al medesimo tipo sulla scarpata di erosione
marina, nel tratto di costa compreso tra la foce del fosso del Caolino e il Santuario, cioè grosso
modo all’altezza del nostro scavo23. In riferimento al sistema decorativo di tipo campano, va ri‑
cordato che a Pyrgi sono documentate anche lastre di rivestimento che trovano confronti per lo
schema compositivo con i tipi cumani24.

16
  Di cui è stata data già notizia: Baglione et al. 2010, pp. 549-556; Baglione 2014, pp. 96-97; Baglione - Belelli
Marchesini 2015, pp. 142-146.
17
  In analogia con quanto accade a Caere-Vigna Parrocchiale, dove all’inizio del V sec. a.C. le strutture “residenziali”
vengono smantellate dall’autorità pubblica per fare spazio al grande tempio tuscanico: Bellelli 2014, p. 171; cfr. inoltre
Michetti 2015, pp. 166-167, con riferimenti.
18
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, pp. 142-144, figg. 7-8.
19
  Baglione et al. 2010, pp. 551-556; Baglione 2011.
20
  Winter 2009, p. 403, Roof 6-4.
21
  Sull’edificio III, cfr. da ultimo Prayon 2016, pp. 54-56, 86, figg. VII,11-15.
22
  Frammenti di antefisse di tipo campano sono stati raccolti in particolare dai cavi di spoliazione delle strutture
murarie del Santuario (Pyrgi 1988-89, p. 313, fig. 268:1 e fig. 269) e dai dintorni del Tempio A (Pyrgi 1970, p. 675, n. 1
p. 751, fig. 496:1); dalla scarpata a mare, nel tratto tra il fosso del Caolino e il Santuario (Pyrgi 1988-89, fig. 268:2, inv.
49339); dalla località La Torretta, altura che incombe sul tracciato per Caere (inv. 30692).
23
  Pyrgi 1988-89, p. 675, nota 1.
24
  Rescigno 1998, p. 360; Pyrgi 1988-89, pp. 313-314, fig. 268,6; a p. 314, nota 427, si sottolineava come il frammento
maggiormente leggibile, trovasse un confronto diretto, con identità di matrice, con un frammento cumano.
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 159

Dallo stesso contesto dell’antefissa provengono altri ritrovamenti estremamente interessanti,


tra cui cinque esemplari di lucerne fenicie, tre delle quali rinvenute in giacitura primaria lungo il
muro perimetrale del vano (N) principale dell’edificio (Fig. 8, asterisco; vd. infra, 2.2 e Figg. 17-18).
In rapporto al possibile svolgimento di attività produttive in questo settore in una fase finale
di vita, è da valutare non soltanto la presenza di scorie, grumi metallici e componenti carboniose
negli strati di abbandono, ma anche il significato di una fossa oblunga ricavata in corrispondenza
del muro frontale dell’edificio, riempita con uno spesso accumulo di argilla concotta25; quest’ul‑
tima evidenza, di cui è necessario completare lo scavo, trova tuttavia confronto in un secondo
e analogo accumulo, direttamente sovrapposto al pavimento nell’area dell’antistante portico, da
noi interpretato come elemento divisorio dell’area porticata in rapporto all’immagazzinamento di
derrate all’interno di dolia26. Dallo strato di abbandono provengono diverse borchie in lamina di
bronzo, con ogni probabilità riferibili al portone di ingresso del vano.
Per quanto concerne l’ala meridionale dell’isolato (Fig. 8), lo scavo ha interessato tre ambienti
quadrangolari (I, L e M), purtroppo intaccati dal passaggio di un canale di scolo curvilineo non
precisamente databile (post-antico?) e defluente verso mare. Di particolare interesse è risultata
l’indagine condotta negli ambienti L e M dove, al di sotto di una coltre di argilla gialla utile a
rialzare il livello pavimentale fino alla quota di frequentazione finale dell’area cortilizia, sono state
intercettate situazioni di abbandono significative e inquadrabili intorno al 500 a.C. Nell’ambiente
L è stato individuato un accumulo circoscritto di materiali che comprende parti di un tetto di pri‑
ma fase, almeno un esemplare ricomponibile di un’anfora ionico-massaliota, un braciere pressoché
interamente ricomponibile decorato con il cilindretto Pieraccini G227, frammenti di bucchero e
grumi di aes rude; di un certo interesse è il rinvenimento, alla base dello scarico, di un frammento
di lekythos attica a figure nere, probabile indizio di un rituale di purificazione dell’area.
Ben più significativo è il consistente deposito di materiali che interessava l’intero vano M
(Fig. 8, M; vd. Fig. 20), organizzato secondo criteri prestabiliti con oggetti specificatamente sele‑
zionati. Seppure la frantumazione dei materiali ne abbia provocato la dispersione sull’intera super‑
ficie del vano, lo scavo ha rivelato infatti la presenza di due distinte aree di concentrazione, rispet‑
tivamente intorno ad un accumulo anulare di pietre e ad un blocco di tufo. Lo scarico, suggellato
da una coltre di tegolame di prima fase, comprendeva oggetti ricomponibili, allusivi alle diverse
attività connesse ad una cerimonia collettiva di espiazione, forse in occasione della ristrutturazio‑
ne previo abbandono dell’edificio di pertinenza: alla sfera del bere alludono in particolare diversi
esemplari di anfore di importazione e vari kantharoi e calici in bucchero deposti intorno a un
cratere laconico a vernice nera della metà del VI sec. a.C.; alla sfera della preparazione e consumo
del cibo carneo preceduti dal sacrificio alludono invece l’abbondante quantità di ossa animali – in
particolare mandibole –, la serie di olle e ollette – alcune contenenti piccoli frammenti di ossa lun‑
ghe – e i frammenti di fornelli e di impasto chiaro-sabbioso.
Nell’ambiente I (Fig. 8, I; vd. infra, 2.3) è stato riscontrato un consistente rialzamento del
piano pavimentale attraverso un riporto argilloso, sostanzialmente sterile di materiali. Al suo in‑
terno, è stata evidenziata la presenza di un setto divisorio trasversale e di una situazione di crollo
pertinente al disfacimento delle strutture murarie, di cui lo scavo è ancora da concludere.

25
  Potrebbe infatti trattarsi di un intervento di parziale asportazione del muro in pietrame e successiva tamponatura,
funzionale all’utilizzo del portico. Tuttavia, segnaliamo che l’aspetto della fossa richiama in maniera puntuale le fornaci
a pozzetto documentate presso il santuario di Cetamura: cfr. Taylor 2015, pp. 135-139.
26
  Per la presenza di dolia nell’area porticata, cfr. Baglione et al. 2010, pp. 555-557, figg. 6, 8; Baglione 2014, pp.
96-97, fig. 5. Sulla ricostruzione virtuale dell’esemplare, eseguito a cercine, rinvenuto coricato sul piano pavimentale e
solo in parte ricomponibile a causa dell’interferenza delle arature, vd. Ippolito et al. 2015.
27
  Pieraccini 2003, pp. 123-124, figg. 75-76.
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160 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Fig. 8 – Planimetria dell’isolato a sud della strada glareata; l’asterisco nel vano N indica la posizione delle lucerne
nell’“Edificio porticato”; i cerchi campiti in grigio la posizione delle fossette con offerte presso il basamento di altare
(dis. B. Belelli Marchesini).
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 161

Relativamente invece alla fascia oc‑


cidentale dell’isolato, per la quale non
disponiamo allo stato attuale di un muro
di delimitazione, l’indagine del 2016 ha
consentito di portare alla luce la cresta di
diverse strutture murarie pertinenti ad al‑
meno due fasi costruttive e riferibili a pic‑
coli ambienti articolati ai lati di un pro‑
babile corridoio di ingresso (fauces?). Da
questo settore, si segnala il rinvenimento
di un braciere di tipo ceretano parzial‑
mente ricomponibile, decorato con il ci‑
lindretto Pieraccini E328 – includente una
sequenza di guerrieri e cavalieri – finora
non documentato a Pyrgi (Fig. 9), ma at‑
testato a Caere-Vigna Parrocchiale. Que‑
sto ritrovamento arricchisce ulteriormen‑
te il nucleo di bracieri rinvenuti in que‑
Fig. 9 – Frammenti di braciere ceretano decorato a cilindretto sto isolato, nucleo la cui entità non deve
dall’isolato a sud della strada glareata (foto B. Belelli Marchesini).
essere sottovalutata, specie in presenza di
esemplari integri come quello di dimensioni eccezionali rinvenuto nella “Fossa dei pesi da telaio”,
uno dei pochi ricomponibili provenienti da contesti non funerari29.
Su questo lato dell’isolato, presso il percorso della via glareata, è stato portato alla luce un
basamento (cm 230 x 300), orientato con gli spigoli secondo i punti cardinali, delimitato da blocchi
dimezzati di tufo rosso e costituito da una serie di lastroni poligonali in calcare ed arenaria accura‑
tamente commessi30 (Fig. 8). Il basamento si inserisce all’interno di un’area rettangolare allungata
delimitata da muri in pietrame ed attestata contro la sede stradale ed è verosimilmente riferibile ad
un altare, in associazione all’accensione di fuochi nel contiguo spazio di risulta.
Altrettanto significativa ai fini interpretativi è la perpetuazione di azioni di tipo rituale
nell’area circostante, in particolare la presenza di offerte deposte in piccole buche (vd. infra, 2.3;
vd. Figg.  8, 21). Lo scavo ha permesso inoltre di accertare che il piano pavimentale approntato
intorno all’altare, databile in via provvisoria verso la metà del V sec. a.C., sigilla un esteso strato di
accumulo composto prevalentemente di tegolame di prima fase e inoltre strutture murarie in opera
quadrata di tufo, orientate in direzione est-ovest; la presenza di almeno due larghi fori circolari
ritagliati a carico di tali strutture, in assenza di indizi relativi a un possibile significato rituale, può
forse collegarsi alla presenza di tettoie. Tra il materiale ceramico inglobato nello strato di accumu‑
lo, si segnala un bell’esemplare parzialmente ricomponibile di lekythos attica a fondo bianco con la
rappresentazione di una imbarcazione31.
Lo scavo condotto all’interno dell’area cortilizia (Fig. 8; vd. infra, 2.3) ha consentito di porta‑
re alla luce una compatta “piattaforma” in bozzame di tufo delimitata da lastre che, nella sua siste‑
mazione più recente, è correlabile al suddetto basamento di altare. Tale piattaforma risulta investita

28
  Pieraccini 2003, pp. 112-113, figg. 66-67.
29
 Cfr. Baglione et al. 2010, pp. 553-554, fig. 14; sintesi delle attestazioni da Pyrgi in Baglione - Belelli Marchesini
2015, pp. 145-156, fig. 9.
30
  Baglione - Belelli Marchesini 2013, pp. 119-120, fig. 10.
31
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, p. 147, fig. 10d.
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162 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

da uno scasso operato in antico sul lato dell’entroterra, determinando una vasta cavità ricolmata
con macerie e riporti argillosi, la cui indagine è ancora da ultimare.
All’interno di tale larga area di manomissione, ricade un pozzo (Figg. 8, 22) portato alla luce
nella campagna del 2016 all’angolo del vano I. Lo scavo del riempimento, appena avviato, ha per‑
messo di documentare, immediatamente al di sotto di un blocco di tufo rosso posto a sigillo, un
atto di chiusura di tipo rituale: si tratta della deposizione di una mascella di bovino e di elementi
scheletrici umani (osso iliaco e femore sinistro: vd. infra, 3), associati alla presenza di un bicchiere
di vetro di età imperiale32 (vd. infra, 2.3; vd. Fig. 21). In attesa di completare lo scavo del pozzo per
un miglior inquadramento del contesto (per ipotesi interpretative del tutto preliminari, vd. infra,
Conclusioni), è possibile comunque rilevare che l’intervento di chiusura in questione è correlabile
allo sfruttamento agricolo dell’area e soprattutto all’attività di spoliazione e saccheggio dei mate‑
riali da costruzione attuata in epoca imperiale a carico delle strutture del Santuario Monumentale
e documentata da monete rinvenute peraltro sporadicamente anche nel Santuario Meridionale33.
L’indagine ha interessato anche il settore che è stato solo parzialmente portato alla luce a sud
dell’isolato, in direzione del Santuario Monumentale. In questa zona la presenza più significativa,
anche se purtroppo pesantemente intaccata e in parte divelta dalle arature, è una platea quadrango‑
lare in blocchi di tufo rosso orientata con gli spigoli secondo i punti cardinali.
Tale struttura è provvista con ogni probabilità di una qualche funzione idraulica, come dimo‑
stra il collegamento con la poderosa opera di canalizzazione sotterranea che da essa prende avvio,
evidenziata nel 2015 (Fig. 10a). Si tratta di un canale costruito in blocchi di tufo che, con accentuata
pendenza, garantisce il drenaggio dell’area in direzione dell’entroterra.
Lo scavo del 2016 ha dimostrato che tale canale, provvisto di spallette e copertura in blocchi
di tufo, è stato parzialmente riaperto e rimaneggiato; all’interno dello speco sono stati rinvenuti
in stato di crollo spezzoni di tegole in gran parte ricomponibili, anche di grande formato (cm 70 x
50; 90/94 x 50), associati a pietrame, riferibili forse a un qualche sistema di copertura del condotto
nel periodo finale di utilizzo. A quest’ultima fase, inquadrabile in un momento non antecedente
il pieno IV sec. a.C., si riferisce un potente strato di accumulo ricco di materiali ceramici in gran
parte ricomponibili, riferibili alla sfera della preparazione (mortai e scodelloni di impasto chiaro
sabbioso), cottura (olle di grande formato di impasto rosso-bruno, con relative ciotole-coperchio,
forni portatili di tipo Scheffer 4, fornelli di tipo etrusco-meridionale e testi da pane) e consumo
di cibo (coppette, anche miniaturistiche, e piattelli su piede in argilla depurata acroma e a vernice
nera), oltre a una consistente quantità di ossa animali di grande taglia e di tegolame di copertura
frammentario. Dal medesimo strato provengono anche alcuni frammenti di anfore, per le quali si
segnala un esemplare punico, di cui è stata parzialmente ricomposta l’imboccatura con la spalla,
recante una sigla commerciale (kaph) graffita presso l’attacco superiore dell’ansa34.
Di estremo interesse è il reimpiego, al fine di foderare lo speco del condotto, di un frammento
di lastra di prima fase decorata a rilievo (Fig. 10b), che conserva un tratto del listello di base e l’a‑
vantreno di una coppia di cavalli in corsa verso destra; il cavallo in primo piano, con il muso rivolto

32
  Ringraziamo Lucia Saguì per l’esame autoptico dell’oggetto e per le indicazioni offerteci. Sulla cronologia della
forma Isings 32, vd. di recente Fünfschilling 2015, p. 322, AR 54.
33
  Per il Santuario Monumentale, sono attestate monete di età antoniniana (140-180 d.C.) dalla piazza del santuario:
G. Colonna, in Pyrgi 1959, p. 253; Id., in Pyrgi 1970, p. 647; Id., in Pyrgi 1988-89, pp. 325-326, dove si sottolinea che
“un vuoto totale di documentazione non si verifica prima della fine del II sec. d.C.”. Per il Santuario Meridionale, vd.
L. Ambrosini, in Ambrosini - Michetti 2013, pp. 163-164, in riferimento a un dupondio o asse di Faustina Minore (come
uno dalla zona del tempio A) e un antoniniano di Probo, testimonianze che si uniscono a frustuli di terra sigillata.
34
  L’esemplare, in corso di ricomposizione, non è facilmente inquadrabile dal punto di vista morfologico per la
mancanza del corpo; la presenza dell’orlo a cordone poco sviluppato e l’attacco basso della spalla permettono di inserirlo
nel tipo Bartoloni D4 (Bartoloni 1998, p. 47, fig. 9), documentato dalla fine del VI sec. a.C.
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 163

verso lo spettatore, presenta sulla criniera un incas‑


so rettangolare cui corrisponde un breve dentello a
rilievo sul collo, dettagli che sono difficilmente in‑
terpretabili anche per la perdita della decorazione
dipinta. Il frammento di lastra appartiene al “Pain‑
ted decorative System”, un sistema ceretano di forte
impronta ionica documentato a Cerveteri ma anche
esportato e posto in opera sul tempio I di Satricum
(tetto del Tempio I, 540 a.C.)35; priva di specifici con‑
fronti ed interpretabile come nuovo tipo, è accosta‑
bile alle serie di lastre frontonali (540-520 a.C.) con i
temi contrapposti della corsa sinistrorsa di cavalieri
e della processione destrorsa di carri da Cerveteri e
Satricum36, ma richiama in particolare le lastre con
corsa destrorsa di carri pertinenti al tetto conservato
alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, data‑
bile intorno al 530 a.C.37.
Per quanto riguarda infine la via Caere-Pyrgi
(vd. Fig. 2), l’attività di splateo del 2016 ha permes‑
so di portarne alla luce il tracciato per una lunghez‑
za di oltre m 30, evidenziando un filare di blocchi
per taglio che ne costituisce la crepidine sul lato del
mare e rilevandone il sostanziale allineamento con il
limite dell’isolato. La funzione del muro perimetrale
dell’isolato quale confine rispetto alla sede stradale
appare d’altra parte dimostrato anche dalla presenza
di un cippo di arenaria confitto al suolo, all’altezza
dell’Edificio porticato. La strada conserva in superfi‑
cie lembi di acciottolato costituito da pietre di medie
dimensioni, allettato su massetto tufaceo.
Nell’ambito del saggio di scavo aperto presso
l’incrocio della strada con il percorso diretto al por‑
to ricade il canale idraulico funzionale al drenag‑
gio del cortile dell’isolato, che attraversa obliqua‑
mente la carreggiata (Fig. 11); esso presenta fondo
e spallette foderate in blocchi di tufo su più filari
Fig. 10 – a) Il canale nel settore meridionale dell’area di diseguale altezza e risarcimenti in pietrame, ad
di scavo e b) la lastra di prima fase con cavalli in cor‑
sa (foto B. Belelli Marchesini). indicare probabilmente più interventi di ripresa del
manufatto. Allo stato attuale, il canale risulta sco‑
perchiato e, nella sua prosecuzione verso l’entroterra, investito da un intervento di manomis‑
sione. Lo scavo, appena avviato, ha interessato gli strati di preparazione dell’ultimo massetto

35
  Colonna 2005, p. 113, dove l’autore propone l’ipotesi che l’esportazione a Satricum del sistema sia avvenuta con
la mediazione di Roma, ricettiva e debitrice a Caere anche del sistema della terza Regia, prima del dilagare del sistema
Veio-Roma-Velletri. Per il sistema del tempio I, Winter 2009, pp. 398-400, Roof 6-1. Sulla ricostruzione del tetto, Lulof
2005.
36
  Winter 2009, pp. 445-451.
37
 Winter 2009, p. 447, Ill. 6.13.1, Roof 6-2.
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164 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

pavimentale e ha portato alla luce un


tratto della cunetta di scolo che costeg‑
gia la carreggiata sul lato est. Si è accer‑
tato che tale cunetta, ritagliata a carico
di un filare di blocchi, è stata investita
da un cavo di asportazione, che ne ha
probabilmente determinato la perdita
del sistema di copertura. Il prosieguo
dello scavo permetterà di precisare il
rapporto tra la cunetta di scolo, il ca‑
nale di drenaggio e le diverse fasi di so‑
praelevazione del manto stradale.
Attraverso una piccola trincea di
Fig. 11 – Il canale relativo alla via Caere-Pyrgi (foto B. Belelli Mar‑
verifica, si è potuta confermare la pro‑ chesini).
secuzione della via Caere-Pyrgi verso
nord-ovest con funzione di limite dell’insediamento38.
Tra i diversi settori indagati nel corso della campagna del 2016, alcuni contesti meritano
un approfondimento a causa dell’interesse di particolari ritrovamenti o per i problemi inter‑
pretativi emersi nel corso delle operazioni sul terreno, problemi che dovranno essere tenuti
in considerazione e affrontati all’avvio della prossima campagna di scavo. Nel paragrafo 2 si
presentano dunque alcune delle questioni attualmente in esame, mentre il paragrafo 3 e l’Ap‑
pendice contengono i rendiconti delle analisi osteologiche e delle indagini geofisiche effettuate
nell’area.
B.B.M., L.M.M.

2. Aggiornamenti dalla campagna di scavo 2016

2.1. Settore a nord della via glareata: l’“Edificio in opera quadrata”.


Le ultime due campagne di scavo hanno messo in luce ulteriori elementi che indiziano la com‑
plessa articolazione planimetrica del settore in cui ricade l’“Edificio in opera quadrata” (Figg. 5,
12). Il muro in pietrame (USM 662) che lo delimita verso est rispetto alla contigua struttura risulta
proseguire oltre il limite di scavo. Ugualmente, il muro perimetrale sud (USM 663) prospiciente
la via glareata presenta un prolungamento verso ovest (UUSSMM 1066, 1089), lungo il quale è
leggibile la presenza di un’apertura tamponata con pietrame (USM 1065). La possibile funzione di
ingresso è sottolineata dalla presenza di un avancorpo aggettante sulla strada, che immette in un
ampio spazio probabilmente aperto che si sviluppa a ovest dell’edificio. Lo scavo di quest’area, ini‑
ziato nell’ultima campagna, ha messo in luce un consistente battuto tufaceo inglobante un blocco
di tufo, con probabile funzione di base; sul pavimento era presente un ingente accumulo di tegole
e coppi39, tutti di epoca arcaica.
Nei due ambienti D ed E è stato asportato il terrapieno di fondazione dell’“Edificio in ope‑
ra quadrata” di tufo, che presso l’angolo nord-est del vano D accoglieva la deposizione di un’an‑
fora etrusca assegnabile al tipo PY 3A40 piena di ossa combuste e carboni, interpretata come

38
  Vd. già Belelli Marchesini 2013, p. 261.
39
  Sono stati censiti 592 frammenti di tegole e coppi di prima fase pari a 83,5 kg.
40
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, p. 138.
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 165

Fig. 12 – Planimetria dell’“Edificio in opera quadrata”; in grigio i muri relativi all’“Edificio arcaico”; l’asterisco indica la
deposizione del cane, il cerchio campito a tratteggio nel vano E la posizione del cippo in pietra basaltica (dis. B. Belelli
Marchesini).

offerta di fondazione connessa all’edificazione della struttura. In corrispondenza dell’innesto


del muro perimetrale (USM 664) dell’edificio sul precedente tramezzo in pietrame opportuna‑
mente ritagliato, è stata rinvenuta la deposizione del cane di cui si è detto sopra (1.1; vd. anche
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166 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Fig. 13 – Vano E. Rilievo da ortofoto con indicazione della deposizione del cane (dis. B. Giuliani, M. Zinni).

infra, 3; Figg. 13, 24). In associazione con i resti animali era presente una coppa di bucchero tipo
Rasmussen bowl 441, che, coerentemente con l’offerta dell’anfora, indizia una datazione della
messa in opera della struttura non anteriore alla fine del VI sec. a.C.
Lo scavo è stato condotto nei due ambienti D ed E raggiungendo quote differenti.
Gli strati di abbandono delle fasi di vita preesistenti hanno restituito scarso materiale cera‑
mico, per lo più bucchero, tra cui una coppa tipo Rasmussen bowl 1 unitamente a frammenti di
ollette cilindro-ovoidi (Fig. 14a-b) in impasto rosso-bruno42 e frammenti di tegole e coppi di prima
fase che, insieme all’anfora, forniscono un termine cronologico ai decenni finali del VI sec. a.C.
Nel vano D, tali livelli sigillavano e obliteravano uno strato di bruciato con residui di pavimenta‑
zione di argilla pressata43 che a sua volta copriva uno scarico di elementi di copertura di prima fase
composto per lo più da spezzoni di tegole disposte in piano.
Per quanto concerne le strutture più antiche che sembrano delineare un edificio composto da
almeno due ambienti (“Edificio arcaico”: vd. supra, 1.1), nel vano D è stato interamente portato

41
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, pp. 139-140, figg. 3, asterisco, e 5. La coppa è stata collocata di taglio,
con l’orlo parallelo al muro in pietrame e il fondo posto a contatto con due ciottoli che delimitavano il lato est della
deposizione del cane.
42
  Per questi materiali cfr. Baglione - Belelli Marchesini 2015, p. 138, con confronti della coppa in bucchero a
nota 37. Per le ollette cilindro-ovoidi documentate a Pyrgi, vd. Baglione 2011, p. 20, fig. 12 (dalla “Fossa dei pesi da
telaio”) e F.R. Serra, in Pyrgi 1970, pp. 509-513, fig. 386 (“dagli strati superiori e rimescolati della piazza” del santuario
monumentale). L’olletta qui presentata alla Fig. 15 è inoltre avvicinabile ad un esemplare da Caere-Vigna Parrocchiale
(M. Rendeli, in Caere 4, p. 96, n. 992-f, fig. 46).
43
  Lo strato dallo spessore minimo di circa 3 cm subiva un forte rialzamento presso la fascia sud del vano, disegnando
un “dosso” orientato est-ovest.
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 167

b d

Fig. 14a-d – Ceramica dallo strato di abbandono del vano D (a-b) e dal piano di calpestio dell’“Edificio arcaico” (c-d)
(dis. B. Giuliani, M. Zinni).

in luce il muro di delimitazione settentrionale (USM 1012) orientato est-ovest, che presenta una
tecnica edilizia particolarmente accurata: dell’alzato si conserva un filare di mattoni crudi44, diffe‑
renti per colorazione, mentre lo zoccolo (alt. mass. cm 60) si compone di un’alternanza di ciottoli
calcarei di medie dimensioni e pani d’argilla pura di colore verde (Munsell 5Y6/3, pale olive) ed è
foderato superiormente da spezzoni di tegole marcapiano.
Il piano di calpestio più antico riferibile alla struttura muraria, raggiunto sul versante nord,
è rappresentato da uno strato a matrice sabbiosa con componenti carboniosi (US 1096). A tale
quota, a filo con la faccia nord del muro, sono venute alla luce due distinte deposizioni di materiali
delimitate da spezzoni di coppi e tegole: un accumulo circolare di cenere e carboni (US 1101) che
ingloba due frammenti di una coppa etrusco-geometrica45 (Fig. 14c) e un grosso grumo di con‑
cotto, e un’olletta carenata in impasto bruno lucidato decorata a gocce e cerchielli stampigliati46
(US 1102) (Fig. 15). Lo strato pavimentale ha restituito scarso materiale ceramico, per lo più in

44
  I mattoni hanno una larghezza costante di cm 40, una lunghezza variabile da cm 50 a 1 m e uno spessore conser‑
vato di circa cm 30.
45
  La coppa interamente verniciata presenta delle fasce di ingobbio biancastro steso sull’orlo sia internamente che
esternamente, nella parte interna della vasca e in prossimità del fondo. L’esemplare non trova confronti puntuali, ma la
forma potrebbe essere avvicinabile al Tipo Bc 1c della classificazione di S. Neri (Neri 2010, p. 153, tav. 28).
46
  L’impasto è costituito da degrassanti finissimi, la superficie ha un ingobbio nero. L’esemplare è avvicinabile a
due ollette (invv. A 8857, A 8859) provenienti dalla necropoli di Monte Abatone, T. 89 (Milano 1986, pp. 56-57, nn. 20 e
22), oltre che a due frammenti provenienti dallo scarico di Vigna Parrocchiale (P. Moscati, in Caere 3.2, p. 256, nn. J.5.1,
J.5.2, fig. 493).
es
tra
tto
168 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Fig. 15 – Vano D. Concentrazione di materiali sul livello pavimentale dell’“Edificio arcaico”; tra questi, un’olletta di
impasto bruno stampigliato (dis. M. Zinni).

impasto rosso e bucchero sottile, tra cui un frammento decorato a ventaglietti (Fig. 14d); l’insieme
dei materiali, associati a tegolame, suggerisce una datazione all’inizio della seconda metà del VII
sec. a.C.
Nel vano E, è stato portato in luce il muro in ciottoli (USM 669) con analogo andamento
ovest-est, che costituisce il limite meridionale dell’“Edificio arcaico”, soggetto ad una sopraeleva‑
zione e ad un probabile riutilizzo anche nelle fasi di vita dell’“Edificio in opera quadrata”.
I due ambienti dell’“Edificio arcaico” risultano suddivisi da un tramezzo in pietrame
(USM 838) – evi­denziato per l’altezza di cm 70 – che presenta un’interruzione intenzionale riferi‑
bile alla presenza di una porta. In attesa di completare lo scavo, si segnalano, tra i pochi materiali
pertinenti alle fasi di vita, frammenti di bucchero (Fig. 16a-b)47 e di ceramica etrusco-corinzia a

47
 Un’oinochoe, di cui si conserva il fondo con piede ad anello e parte del ventre, e un’ansa bifora crestata
pertinente ad un kyathos di piccolo formato. L’oinochoe rientra nel tipo Rasmussen 6a (Rasmussen 1979, pl. 15, p. 84;
VI sec. a.C.), mentre il kyathos può essere incluso nel tipo, poco diffuso in ambito ceretano, Rasmussen 1e (ibid., pl.
35, p. 112; ultimo quarto VII-VI sec. a.C.). Vd. anche l’esemplare in impasto buccheroide presente nel corredo della
a tomba principale del tumulo I a nord del tumulo del Colonello, datato nell’ambito del VI sec. a.C.: Rizzo 1990, cat.
V, n. 18, p. 67, fig. 89.
es
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 169

decorazione figurata e lineare (Fig. 16c-f)48, utili ad un inquadramento tra la fine del VII e la prima
metà del VI sec. a.C.
Sul lato sud, in quest’articolata successione edilizia, è stato per il momento individuato un
solo piano di calpestio: si tratta di uno strato di bruciato, probabile residuo di materiale organico
(stuoie, tavolato ligneo?), con al centro una buca di palo. Questo strato copre un massetto di sabbia
e un livello di preparazione costituito da piccoli frammenti di tegole e coppi costipati che, associati
a frammenti di dolio49, datano l’attività entro la metà del VI sec. a.C.

b d
e

Fig. 16 – Bucchero e ceramica etrusco-corinzia dall’“Edificio arcaico” (dis. B. Giuliani).

48
  I frammenti di ceramica etrusco-corinzia a decorazione lineare sono pertinenti a due coppe su piede e ad un
alabastron a fondo piano (ringraziamo il dott. V. Bellelli per le preziose indicazioni a riguardo). La coppa acroma
decorata da scanalature ricorre in contesti datati tra l’orientalizzante recente e la prima metà del VI sec. a.C. (Coen 1991,
p. 110, con bibl.; Alberici Varini 1999, pp. 51-52, tav. XLIX, figg. 69, a-b, 70, con bibl.; Benedettini 2007, p. 115, n.
71, con bibl.). La coppetta a decorazione bicroma, con orlo obliquo e ingrossato esternamente rientra nel tipo II della
Gabrielli (2010, p. 465, n. cat. 619, tav. XXIX, d), datato tra fine VII e prima metà VI sec. a.C. L’alabastron, di cui si
conservano numerosi frammenti delle pareti con avvio del fondo, è riconducibile al tipo a fondo piano, attestato tra 630
e 550 a.C. (Frère 1997, pp. 171-197; Bellelli 2007, pp. 293-324).
49
  Da questo strato sono provengono 758 frammenti di tegole e coppi di prima fase pari a 74,5 kg. Il dolio è
avvicinabile al tipo J 22 da Caere-Vigna Parrocchiale (M. Rendeli, in Caere 3.2, pp. 263-264, fig. 497), inquadrabile tra
es
tra
tto
170 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Le strutture dell’“Edificio arcaico” proseguono in direzione del mare, mentre sul versante
opposto sono state investite dal profondo taglio di sbancamento finalizzato alla ristrutturazione
dell’isolato nella fase tardo-arcaica.
B.G., M.Z.

2.2. Settore a sud della via glareata: l’area del cd. “Edificio porticato”.
Le indagini condotte nel 2016 si sono concentrate nel settore occidentale dell’edificio prospi‑
ciente l’area porticata (Fig. 8), evidenziando che le strutture murarie che ricadono all’incrocio degli
assi stradali sono state parzialmente smantellate in antico in un momento successivo alla metà del
V sec. a.C., come indiziato dalla presenza di un frammento di glaux attica. L’area è stata successi‑
vamente soggetta a progressivo abbandono, come indicano, tra i materiali più recenti, un peso da
telaio parallelepipedo e un frammento di coppa etrusca a figure rosse con la testa di profilo di un
satiro (?) nel tondo interno e scena di conversazione all’esterno della vasca, databile verso la metà
del IV sec. a.C.
Nell’angolo sud dell’ambiente principale (Fig. 8, N), è stato indagato un contesto purtroppo
inquinato, eccezionale per la presenza di una serie oggetti di diversa natura ma dall’evidente ca‑
rattere cerimoniale, alcuni dei quali deposti originariamente interi (vd. supra, 1.2). L’azione delle
arature ha fortemente compromesso la leggibilità dell’assetto originario degli oggetti, rinvenuti in
parte frammentati e dislocati.
Significativa a questo riguardo è la collocazione delle cinque lucerne fenicie bilicni del tipo
“a conchiglia”, tre delle quali rinvenute allineate contro il muro perimetrale dell’edificio (Figg. 8,
17, 18a-b). Queste lucerne, che si caratterizzano per le grandi dimensioni (tra i 15,3 e i 16 cm di
diametro), sono inquadrabili nel tipo
Deneuve II/Bussière II (= gruppo I di
Ben Jerbania)50, possono essere ricon‑
dotte a produzione cartaginese e datate
entro la metà del VI sec. a.C.51. Che si
tratti di una forma che si è sviluppa‑
ta tra la fine del IX e i primi decenni
dell’VIII sec. a.C., diffondendosi pre‑
cocemente in ambiente occidentale, e
che, allo stato attuale della documenta‑
zione, sembri esclusiva di quest’area, è
largamente dimostrato dai ritrovamen‑
ti effettuati in contesti siro-palestinesi, Fig. 17 – “Edificio porticato”. Lucerne fenicie rinvenute lungo il
dove è noto quasi unicamente il tipo muro ovest dell’ambiente principale (foto A. Conti).

l’orientalizzante recente e la metà del VI sec. a.C. L’esemplare in esame presenta uno spessore maggiore rispetto a quello
ceretano.
50
  Deneauve 1969; Bussière 1989; Ben Jerbania 2008, p. 17. Sull’origine delle lucerne fenicie dai piatti concavi
con orlo breve: Bartoloni 1992, p. 421. Sulla difficoltà di datazione del tipo bilicne, ampiamente attestato in tutto il
Mediterraneo, sulla persistenza del tipo e sull’importanza delle misure per l’attribuzione cronologica, cfr. le osservazioni
in Ben Jerbania 2008, pp. 17-21 e in Botto - Campanella 2009, pp. 507-508.
51
  Siamo grate a Piero Bartoloni per l’esame autoptico delle lucerne e per le fondamentali indicazioni che ci ha
offerto sia sulla cronologia che sull’attribuzione a fabbrica cartaginese, cui rimandano tanto il colore della pasta, quanto
la tipologia degli inclusi, essenzialmente calcarei, a fronte di quelli quarzosi e micacei che caratterizzano ad esempio la
produzione sarda. Interessante l’associazione di una lucerna bilicne di dimensioni di poco inferiori alle nostre (diam. cm
15,2), attribuita dubitativamente a produzione sarda, con anfore da trasporto ceretane di forma Py 3A e 3B nel carico del
relitto di La Love, a Antibes, naufragato intorno al 560 a.C.: cfr. Sourisseau 2014, p. 228, n. 272.
es
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tto
23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 171

monolicne52. La posizione contigua dei


due becchi, ravvisabile in uno dei tre
esemplari integri di Pyrgi, è ritenuta un
elemento importante ai fini della data‑
zione e si riscontra sistematicamente
in lucerne rinvenute nella necropoli
di Byrsa, a Cartagine, e a Toscanos, in
contesti databili già nella prima metà
del VII secolo a.C., nelle quali lo spa‑
zio occupato dai due becchi è sempre
minore della metà della vasca53. Indizi
di una prolungata esposizione al fuoco
a sono riscontrabili solo su tre dei nostri
esemplari, mentre sulle altre due lucer‑
ne si osserva soltanto un lieve anneri‑
mento del beccuccio, circostanza che
potrebbe indicare un utilizzo assai li‑
mitato nel tempo e forse connesso alla
durata di un singolo atto cultuale54. Il
b
ritrovamento suscita estremo interesse,
trattandosi di oggetti certamente im‑
portati dal mondo fenicio, a fronte del‑
la documentazione di età tardo-arcaica
c
e anche più recente fornita dal Santua‑
rio Monumentale, relativa a prodotti
Fig. 18a-c – a) Tre delle cinque lucerne fenicie rinvenute nell’am‑
biente principale (vano N) dell’“Edificio porticato”; b) il rilievo di
locali ispirati in parte a più antichi mo‑
una delle lucerne; c) rilievo di bacino con orlo scanalato (foto e dis. delli orientali (lucerne a becco aperto
B. Belelli Marchesini). ombelicate)55, in parte a coevi prototi‑
pi attici a vernice nera seppure con la
variante del becco aperto56. Degna di nota è anche l’attestazione estremamente rara in Etruria
del tipo bilicne, documentato – a quanto ci risulta – solo sporadicamente in contesti funerari di
Caere e Populonia57.

52
  Lehmann 1996, pp. 445-448, nn. 423-426, 428-429, tavv. 81-82.
53
  Lancel - Thuillier 1982, pp. 263-364; Schubart 1982, pp. 54-55, 102, tav. 12, 370; Chelbi 1985, p. 111.
54
  Sull’argomento, cfr. Secci 2013, p. 63.
55
  G. Colonna, in Pyrgi 1988-89, pp. 241-242: si tratta di un tipo piuttosto frequente, realizzato sia in argilla
depurata a vernice rossa o bruna o acroma, sia nel locale impasto rosso-bruno, da avvicinare al tipo 22A dell’Agorà e a
tipi attestati a Gravisca (Boitani 1971, p. 264, figg. 82, 85, nn. 780, 866, 3367; Galli 2004, pp. 17, 27-29, tav. 1). Lo stesso
Colonna (ibid.) osserva che le notevoli dimensioni e la pluralità dei becchi fanno pensare che appartengano alla categoria
delle “lucerne da santuario”, usate nel rito o comunque per le necessità del santuario piuttosto che normali ex-voto,
come invece si verifica a Gravisca.
56
 G. Colonna, in Pyrgi 1988-89, p. 284, con l’ipotesi di una produzione attica ispirata alle lucerne fenicio-puniche
a conchiglia e destinata all’esportazione.
57
  F. Sciacca riferisce di due soli esemplari, uno dal tumuletto IIIbis della Banditaccia a Caere – associato ad altre
due importazioni dal mondo fenicio, un bacino tripode e un’oinochoe in red-slip, con una datazione tra il 660 e il 650
a.C. –, l’altro dalla tomba dei Carri di Populonia: vd. Sciacca 2000; Romualdi 2000, p. 162, n. 15.
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tto
172 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Al medesimo contesto appartiene un


askos anulare a fasce frammentario che ri‑
chiama prodotti greco-orientali della metà del
VI sec. a.C.58, sebbene la tipologia dell’ansa
a doppio bastoncello risulti meno diffusa di
quella genericamente scanalata o insellata.
È certamente importato anche un bacino
con orlo scanalato di dimensioni ecceziona‑
li (diam. ric. cm 78) (Fig. 18c), in gran parte
ricostruibile: si tratta di un contenitore che di‑
pende dal modello dei bacini/crateri “à marli
cannelé” in pasta grigia di produzione greco-
orientale59, adottato nel repertorio ceramico
della Gallia Meridionale a partire dal secondo
quarto del VI sec. a.C.60 e significativamente
attestato anche nel complesso cerimoniale di
Caere-Vigna Parrocchiale, nei livelli di fine
VI-inizi V sec. a.C.61.
Un altro rinvenimento di grande inte‑
resse, anche per il soggetto raffigurato, è la
maschera gorgonica di un’antefissa di tipo
Fig. 19 – “Edificio porticato”. Maschera gorgonica di an‑
campano (530 a.C. ca.) che conserva una stra‑ tefissa di tipo campano dall’ambiente principale (vano N)
ordinaria policromia (Fig. 19). Il volto deriva (foto B. Belelli Marchesini).
dal modello a1 ed appartiene ad uno dei tipi
della serie C3403-7, cui C. Rescigno ha già proposto di attribuire i frammenti di gorgoneion, noti
da tempo a Pyrgi62. Interessante, nel confronto con gli esemplari di sicura provenienza campana, è
il motivo decorativo a larghe fasce oblique entro registro adottato sul listello di base63.
Allo stesso ambito cronologico può essere attribuito un frammento di elemento acroteriale
forse figurato con tracce di decorazione in rosso e nero e bianco, attualmente in corso di restauro.
B.B.M., C.C., A.C., L.M.M.

2.3. Settore a sud della via glareata: i vani I, L e M e l’area cortilizia.


L’indagine condotta nel settore meridionale, presso il lato sud della piazza (Fig. 8), ha permes‑
so di individuare parte di un edificio composto da tre vani affiancati (I, L e M) con zoccoli di pietre
e ciottoli (vd. supra, 1.2). Lo scavo della campagna 2016 ha riguardato in particolar modo il vano I
del quale si sono riconosciute due fasi. La prima prevede un vano a pianta rettangolare (m 3 x 2,5)

58
  Cfr. ad esempio un esemplare dalla stoà di Atene: Athenian Agora XII, p. 358, n. 1725, pl. 80, con riferimenti a
nota 68.
59
  Boehlau - Schefold 1942, p. 140, fig. 57 l (diam. cm 44). Al medesimo modello caratterizzato dalla scanalatura
dell’orlo, nonostante le diverse dimensioni, sono state agganciate le coppe in argilla figulina documentate nell’area
urbana di Tarquinia (G. Bagnasco Gianni, in Tarquinia 1999, p. 117, con confronti a nota 82, tav. 49,8).
60
  Benoit 1965, pl. 34, 1 e 5-6; Nickels 1978.
61
 V. Bellelli, in Caere 4, n. 348, fig. 29, tav. XIV, p. 52 (diam>cm 50).
62
  Rescigno 1998, p. 359; F. Melis, in Pyrgi 1970, p. 651, fig. 496,1. Nel medesimo gruppo rientrano le antefisse
impiegate nel sistema campano del tempio di Mater Matuta a Satricum, che rientrano nel tipo gruppo C3403 (Rescigno
1998, pp. 100 ss, tav. XXXVI:2, p. 107): cfr. Knoop 1987, Mould 7, pp. 148-167, figg. 99-103; Kästner 1989, gruppo A,
tipo II: p. 118, figg. 3-4.
63
  Il motivo, realizzato con andamento sinistrorso, risulta impiegato su antefisse campane a palmetta e a testa
femminile: Svanera 1995, p. 137, gruppo 5, figg. 47-49.
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tra
tto
23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 173

con murature in ciottoli accuratamente disposti in filari che si conservano per un altezza di ca.
60 cm. A seguito di un rialzamento del piano pavimentale, operato al di sopra di una situazione
di crollo pertinente al disfacimento della strutture murarie perimetrali, il vano è stato verosimil‑
mente ampliato obliterando il setto murario nord. Ne deriva un nuovo vano a pianta rettangolare
(m 3 x 4), con ingresso rivolto verso l’area cortilizia. Allo stato attuale delle ricerche non è stata
riscontrata nell’ambiente la presenza di atti di carattere rituale e materiali significativi dal punto di
vista della datazione. Si può tuttavia ipotizzare un intervento di rialzamento del vano I coevo alla
modifica degli ambienti attigui. Il vano M, infatti, ha restituito un’ingente quantità di materiale, in‑
dizio di un’importante attività rituale compiuta verosimilmente in occasione della trasformazione
del vano stesso databile in via preliminare negli anni finali del VI sec a.C.64 (Fig. 20).
Relativamente all’area cortilizia centrale, le indagini di scavo hanno individuato tre attività: la
prima, in ordine cronologico, è caratterizzata dalla presenza di una massicciata tufacea, al momen‑
to apprezzabile per m 4,20 x 3,20 m, delimitata almeno sui lati meridionale e occidentale da lastre
rettangolari di travertino (m 0,70 x 0,40). Potrebbe appartenere a questa fase l’impianto del pozzo
foderato con una muratura di pietre a secco intercettato presso l’angolo nord-est del vano I. La
seconda fase prevede il ripristino, almeno sul versante ovest della piazza di un “limite”, preceden‑

Fig. 20 – Vano M. Rilievo da ortofoto della concentrazione di materiali (dis. M. Bonadies).

64
  Il materiale proveniente dall’US 994 del vano M è attualmente in corso di restauro. Si segnala la presenza di
almeno due bacili in impasto chiaro sabbioso, un cratere laconico a vernice nera, due esemplari di anfora di importazione,
numerose forme aperte in bucchero (una delle quali contenente frammenti di ossa e carboni), almeno due olle in impasto
rosso-bruno di due differenti formati (l’olla più piccola conteneva frammenti di ossa e carboni), numerosi frammenti di
ossa animali tra cui si riconoscono almeno 5 porzioni di mascellari di bue.
es
tra
tto
174 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

a c

d
Fig. 21a-e – a) Grande attingitoio con chiodo conficcato nel fondo e (b-c) peso da telaio sistemato nella cavità di un
coppo di seconda fase dalle fossette votive della piazza; d) bicchiere in vetro Isings 32 dal riempimento del pozzo (dis.
M. Bonadies).

temente costituito dalle lastre calcaree, attraverso la messa in opera di una spalletta composta da
blocchetti rettangolari di tufo grigio (m 1 x 0,20) e dal rialzamento del piano tufaceo. Questo se‑
condo intervento di ripristino della piazza consiste nella distesa di uno strato tufaceo, meno com‑
patto e più terroso rispetto alla massicciata del periodo precedente, che serve a sud l’area dell’edifi‑
cio a tre vani (I, L e M), a nord l’ambiente F a pianta rettangolare (m 4 x 3), a ovest l’altare H e i suoi
annessi e l’“Edificio porticato” a est. In questa fase il pozzo potrebbe aver subito un rialzamento
almeno a livello della vera coerentemente all’ampliamento del vano I. Per il rialzamento della piaz‑
za un termine ante quem, tra il IV e III sec. a.C., potrebbe essere fornito dai materiali provenienti
es
tra
tto
23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 175

da due fossette votive, operate a cari‑


co del secondo battuto tufaceo (Fig.
8). Le due fossette, in parte compro‑
messe dalle arature, hanno restituito
rispettivamente un grande attingito‑
io in ceramica depurata con tracce
di vernice nera forato sul fondo e
conficcato a terra con un chiodo in
ferro65 (Fig. 21a) e un peso da telaio
sistemato nella cavità di un coppo di
seconda fase66 (Fig. 21b).
La terza fase riscontrata è carat‑
Fig. 22 – Vista del pozzo e dei vani I e L, da nord-ovest; in primo pia‑ terizzata da importanti interventi di
no, a des., un intervento di scasso nell’area cortilizia (foto M. Zinni).
“disturbo” la cui natura è ancora da
specificare (spoliazioni, scassi). Ne derivano diversi tagli a carico di entrambi i livelli di pavimen‑
tazione della piazza che determinano una vasta cavità ricolmata con macerie e riporti argillosi, di
cui occorre ancora completare l’indagine.
Lo scavo del pozzo (USM 1060), solo iniziato nella campagna 2016 (Figg. 8, 22), ha permesso
di documentare, immediatamente al di sotto di un blocco di tufo rosso posto a sigillo, un atto di
chiusura di tipo rituale: si tratta della deposizione di una mascella di bovino e di elementi schele‑
trici umani (vd. infra, 3), associati alla presenza di un bicchiere di vetro con profilo a depressioni
tipo Isings 32 variamente datato tra la seconda metà del I e il III sec. d.C.67 (Fig. 21d-e), frantumato
ritualmente e collocato parte al di sopra, parte al di sotto delle ossa, apparentemente allo scopo di
sigillarne la deposizione. Tale attestazione permette di porre l’intervento di chiusura definitiva del
pozzo in epoca imperiale, a partire da un momento non anteriore alla seconda metà del I sec. d.C.
M.B.

3. I reperti osteologici

Nel pozzo dell’area cortilizia (USM 1060), a circa 60 cm di profondità, sono stati rinvenuti
alcuni elementi scheletrici antropologici e faunistici in diverso stato di conservazione (Fig. 23) e
associati, come si è visto sopra, a materiali archeologici di seconda metà I-III sec. d.C. Gli elementi
scheletrici più superficiali erano di Homo sapiens: una porzione acetabolare del coxale destro e

65
  US 811, inv. P13/811.2; diam. 12,1 cm; alt. 15,5 cm; argilla rosa-beige (7.5YR 7/6 reddish yellow). L’esemplare,
attualmente in restauro, non sembra trovare puntuali confronti nel repertorio delle produzioni di ceramica depurata
acroma. Per la morfologia della vasca è possibile richiamare alcuni attingitoi in bronzo con ansa sormontante a doppia
curva con attacco inferiore al di sotto del fondo, diffusi in area medio-adriatica, in particolare nei sepolcreti gallici, tra
la metà del IV e il II sec. a.C. L’esistenza di botteghe etrusche è stata ipotizzata da A. Naso per la presenza di alcuni
esemplari volsiniesi in bronzo con iscrizione suθina, per i quali viene proposta una datazione più alta, tra la fine del IV e
gli inizi del III sec. a.C. (vd. Michetti 2007, pp. 261-263, n. 191, tav. 48, con bibl. prec.). Sulla destinazione d’uso e sulla
diffusione del tipo si veda in ultimo Donati 2012, pp. 4-8, con bibl. prec. Alla fine del IV sec. a.C. è datato l’esemplare
fittile a vernice nera di produzione Malacena, di chiara derivazione metallica, proveniente dalla tomba dei Calisna Sepus
di Monteriggioni, Morel 1981, p. 370, pl. 175, 5561a1.
66
  US 805, inv. P13/805.1; alt. 9,3 cm; Bm. 4,1 x 7,3; bm. 3,8 x 6,4 cm; diam. fori 0,7 cm; peso 829 gr; argilla beige-
rosata (10YR 8/4, very pale brown). A Pyrgi, esemplari del tipo parallelelepipedo sono attestati già in contesti databili a
partire dal V sec. a.C., come dimostrano quelli dai terrapieni di fondazione del tempio A (Pyrgi 1970, pp. 248-249, fig.
173, nn. 24-25) e i tre inediti dal vano C dall’area di scavo a nord del Santuario.
67
  Isings 1957, pp. 46-47.
es
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tto
176 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

l’epifisi prossimale con larga parte della


diafisi del femore sinistro con la testa ar‑
ticolare in connessione anatomica con il
relativo coxale, collocato al di sotto del
coxale destro.
La prosecuzione dello scavo ha evi‑
denziato la presenza di un cranio di Bos
taurus in parte sovrastante i resti uma‑
ni, incompleto, fortemente compresso e
appartenente in prima analisi ad un in‑
dividuo morto nella prima età adulta68.
L’asportazione del mascellare destro ha
permesso di individuare altri elementi,
tra cui una vertebra sacrale umana, molto
probabilmente in connessione alle vicine
porzioni di bacino e femore. Al di sotto
Fig. 23 – Elementi scheletrici antropologici e faunistici nel riempi‑
del mascellare destro era presente il lato mento del pozzo (foto M. Bonadies).
sinistro del cranio bovino, la cui parte
anteriore sembrava poggiare su una grossa pietra piatta e arrotondata, contornata da frammenti di
tegole e pietre di minori dimensioni.
La disposizione dei resti umani probabilmente indica una deposizione ancora in parziale con‑
nessione anatomica, forse assicurata più dalla conservazione di qualche legamento residuo che non
dalla presenza della massa carnea. Questo particolare contesto può essere riconducibile al mero
risultato di una semplice sistemazione in antico dell’area circostante, a meno di non voler evocare,
pour divertissement, episodi ricordati dalle fonti69.
Per quanto concerne le analisi attualmente in corso relative al materiale faunistico restituito
dall’area di scavo, si segnala l’interesse del ritrovamento dello scheletro di cane (Canis familiaris)
parzialmente completo e depezzato prima di essere deposto nell’area del cd. “Edificio in opera
quadrata” (vd. supra, 1.1, 2.1) (Fig. 24a-b)70. Dello scheletro, attualmente in corso di restauro e stu‑
dio, si conservano il cranio con le emimandibole separate e dislocate, le porzioni prossimali delle
principali ossa lunghe degli arti e alcune porzioni di colonna vertebrale in connessione anatomica.
Ad un primo esame si tratta di un individuo di media taglia, con un cranio non molto grande, ten‑
denzialmente stretto e dotato di una forte dentatura; gli arti appaiono lunghi e snelli. La lunghezza
dei carnassiali superiori ed inferiori è prossima alla media di quelle dei cani dell’età del Ferro e più
grande o vicina alla massima tra quelle riscontrate nei cani di età imperiale, mentre la lunghezza
della chiostra dentale superiore è prossima a quella massima riscontrata negli esemplari dell’età del
Ferro e superiore a quella mostrata dagli individui di età imperiale71, ma è vicina a quella dell’esem‑
plare rinvenuto nel pozzo ovest del tempio A di Pyrgi72, il cui muso stretto lo farebbe assomigliare
ai doberman73.

68
  Grigson 1982.
69
  Come il connubio post-mortem tra colpevole e vittima derivante dalla pena capitale subita da un assassino del
bue aratore ricordato da Varrone (De re rustica 2. 5. 7) e Columella (6. praef. 7): cfr. Bellandi 2007.
70
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, pp. 139-140; Belelli Marchesini - Michetti cds; Baglione - Michetti cds.
71
  De Grossi Mazzorin - Tagliacozzo 2000.
72
  Caloi - Palombo 1980; Caloi et al. 1988.
73
  De Grossi Mazzorin - Tagliacozzo 2000. La deposizione di quest’ultimo esemplare potrebbe essere messa in
relazione con la dea Uni, assimilabile alla fenicia Astarte, o alla greca Leukothea/Ilizia, divinità collegate ai concetti
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 177

Fig. 24 – a) Lo scheletro di cane depezzato deposto nell’“Edificio in opera quadrata” (foto B. Belelli Marchesini) e b) sua
restituzione grafica da ortofoto (dis. B. Giuliani).

La presenza di resti di cane in rapporto con attività cultuali, ampiamente trattata in lettera‑
tura, è messa in relazione al mondo ultraterreno, in particolare agli inferi, o in stretta connessione
con riti agrari; ma non va dimenticato anche il sacrificio simbolico del cane-guardiano in occasione
dei riti di fondazione di mura e porte urbane, o anche di singole strutture residenziali, oltre a riti
di purificazione e di passaggio connessi a santuari e necropoli74.
E.C.

di fertilità, rigenerazione e crescita, tra cui il parto, che a Roma si sovrappongono alla Mater Matuta: cfr. De Grossi
Mazzorin 2001 e 2008.
74
  De Grossi Mazzorin 2008.
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178 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Conclusioni

Il settore dei nuovi scavi, aperto nel 2009, continua a presentare situazioni e rinvenimenti di
notevole interesse, la cui lettura, come è stato rilevato, appare particolarmente ardua sia nella de‑
finizione di una sequenza delle fasi degli interventi edilizi che nell’interpretazione conclusiva della
funzione delle strutture identificate e dell’articolazione complessiva del settore in corso di indagine.
Lo spostamento delle indagini nel settore a nord del tempio A fu dettato, a suo tempo, dal
desiderio di inserire in una prospettiva più strettamente collegata all’ambito territoriale l’area dei
santuari, in modo da individuare le modalità di raccordo delle aree sacre all’abitato e la eventuale
adozione di un progetto di sviluppo predefinito dell’intero comprensorio.
Condizionato dalla presenza del tratto della Caere-Pyrgi e dalla via glareata che ad essa si
innesta ortogonalmente, il quartiere che sta emergendo dalle indagini di scavo appare organizzato
secondo questi due assi di riferimento e rivela una sequenza di interventi costruttivi e di opere per
la salvaguardia del suolo quasi senza soluzione di continuità. La complessità della situazione por‑
tata alla luce mette a dura prova la dedizione dell’équipe di scavo a cui va il merito di una grande
attenzione e di un alto livello di professionalità nella conduzione dei lavori.
Le diverse fasi di riedificazione individuate negli edifici portati alla luce possono costituire
l’indizio di una costante attenzione portata a quest’area sviluppatasi a ridosso di un circuito stra‑
dale nettamente definito e situata in una posizione chiave. Gli impianti hanno rivelato fasi edilizie
decisamente più antiche rispetto a quanto attestato nell’area del santuario, e l’“Edificio porticato”,
grazie alla serie di ricercati sistemi di copertura ipotizzabili, può essere considerato un elemento
di primaria importanza nel quartiere, attestato sul percorso principale verso il mare, per il qua‑
le si può proporre una funzione pubblica. D’altra parte, la serie di interventi rituali individuata
nell’area, che si è proposto di collegare con fasi di dismissione e ricostruzione, può costituire un
ulteriore indizio del particolare ruolo riservato a questo settore e del rispetto “religioso” che ad
esso veniva riservato. Occorre tener presente che, nell’orizzonte storico-culturale di riferimento,
assegnabile al pieno arcaismo, la separazione ideologica fra sfera politica e sfera religiosa non è
nettamente definibile.
La situazione che si viene delineando nell’area in corso di scavo, che vede un preciso impianto
di sviluppo all’interno del quale l’“Edificio porticato” sembra svolgere un ruolo preminente già
dalla metà del VI sec. a.C., chiarisce come il tratto della costa che fiancheggiava l’area portuale
fosse un polo di interesse costante e vitale per la città madre, che programma e favorisce lo svilup‑
po dell’insediamento costiero. Una prospettiva di lavoro futuro riguarderà certamente indagini
approfondite degli impianti stradali che generano il quartiere (via Caere-Pyrgi e via glareata), per
verificare se la definizione dei percorsi viari nel loro impianto strutturato preceda o sia contempo‑
ranea allo sviluppo dell’impianto edilizio.
Il quartiere appare definito nella sua struttura prima della grande impresa di monumentaliz‑
zazione dell’area sacra, per la quale viene prescelto un terreno leggermente più depresso, a meri‑
dione. La grande area sacra, compreso il Santuario Meridionale, rappresenta un altro polo di attra‑
zione all’interno del quale è nettamente evidente il peso della volontà politica di Caere, prima con
l’opera di Thefarie Velianas e poi con l’opera del regime di “restaurazione”. I ripetuti interventi
attestati all’interno dell’area del nuovo scavo sottolineano ulteriormente il carattere di ecceziona‑
lità e programmazione politica che sono alla base dei cantieri del Santuario Monumentale, i quali
attestano la realizzazione di imponenti opere in un lasso di tempo definito, senza ulteriori inter‑
venti decisivi di modifiche o ricostruzioni fino alla demolizione. La definizione di un vasto spazio
rigorosamente dedicato al sacro modificherà pesantemente il paesaggio costiero, con l’inserimento
di due elementi di richiamo e di riferimento quali sono gli edifici templari e con la realizzazione
di un luogo di culto aperto agli stranieri e idoneo ad ospitarne i rituali quale è il Santuario Meri‑
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 179

dionale, inserito in un “paesaggio d’acque”, da considerare, anch’esso, come il risultato di una pia‑
nificazione promanante dalla città madre, in parallelo con la realizzazione dell’impianto risalente
all’intervento tirannico.
M.P.B.

Le ultime campagne di scavo hanno contribuito ad arricchire il quadro topografico della fa‑
scia a nord del Tempio A, delineando una situazione estremamente complessa. Si tratta di un set‑
tore che, come dimostrano gli interventi di scavo effettuati a nord della via glareata, ha subito una
notevole serie di fasi di trasformazione edilizie a partire almeno dalla fondazione dell’insediamen‑
to litoraneo, sullo scorcio del VII sec. a.C. (“Edificio arcaico”).
A partire dalla seconda metà del VI secolo il quartiere appare compiutamente strutturato
in rapporto alla maglia stradale, includendo, a sud della via, edifici adibiti allo stoccaggio delle
riserve alimentari, all’attività della tessitura e all’alloggio. Tra questi spicca l’“Edificio porticato”,
significativamente collocato alla intersezione dei due percorsi e inserito in un complesso a carat‑
tere “pubblico-cerimoniale”75, a giudicare non soltanto della possibile attribuzione di un tetto
decorato, ma anche dalla significativa presenza di atti rituali compiuti nell’area: alla “Fossa dei pesi
da telaio” ritagliata contro il suo muro perimetrale nord, si è aggiunto quest’anno il rinvenimento
delle lucerne fenicie allineate contro la parete del muro ovest nel vano principale. È evidente l’ec‑
cezionalità di questo ritrovamento – si tratta di fatto dei primi oggetti di produzione fenicia finora
documentati a Pyrgi, databili ad una fase addirittura precedente l’intervento nel santuario del ti‑
ranno filo-cartaginese Thefarie e forse lasciati come offerta da naviganti stranieri. L’associazione
con altri oggetti di produzione non locale e di evidente carattere cerimoniale, quali il grande bacino
forse lustrale, l’askos greco-orientale e la maschera gorgonica fa pensare ad una selezione intenzio‑
nale forse funzionale ad un atto rituale coincidente con interventi di trasformazione edilizia.
In riferimento all’edilizia pubblico-cerimoniale di questo periodo, i nuovi frammenti di ter‑
recotte architettoniche arricchiscono ulteriormente il quadro finora noto e testimoniano il ruolo
cruciale svolto da Caere e quindi anche da Pyrgi negli anni della seconda metà del VI sec. a.C.
Nello specifico, la lastra con cavalli in corsa interessa i rapporti con Roma e il Lazio, attraverso
l’esportazione di un intero tetto etrusco-ionico per la decorazione dell’oikos della Mater Matuta
a Satricum76; l’antefissa con gorgoneion lascia invece intravedere intensi scambi con Cuma, i cui
interessi sulle coste laziali sono ben noti e provati anche dall’attività di una delle sue officine cui è
attribuita la realizzazione del tetto di fattura campana del primo tempio periptero di Satricum77. Si
conferma quindi l’ipotesi, già avanzata per i precedenti ritrovamenti a Pyrgi, circa i diretti rapporti
tra Caere e l’area campana/cumana in materia di decorazione architettonica e circa il suo ruolo di
centro recettore ed elaboratore del “sistema” etrusco78.
Tra i decenni finali del VI e il V sec. a.C. si registra un momento di forte rinnovamento, con
la ristrutturazione/abbandono di edifici preesistenti e la creazione di nuove strutture (“Edificio in

75
  Nell’accezione proposta da G. Colonna (2010-13, pp. 93-94), che parla di “funzioni cerimoniali, amministrative,
‘doganali’ ed economiche in senso lato, con le annesse, e tutt’altro che inaspettate, implicazioni sacrali”.
76
  Significativa appare in questo senso la corrispondenza tra le dimensioni della nostra lastra e quelle delle lastre
dell’oikos satricano, Winter 2009, p. 446, Tabella 6.16, lastre tipo 6.D.1, che potrebbe suggerire l’appartenenza del
frammento pyrgense al sistema originale di produzione ceretana, di fatto ancora poco noto.
77
  Rescigno 1998, p. 383, Lulof 2006, p. 236.
78
  Pyrgi 1988-89, p. 314; anche a Caere sono documentati frammenti di terrecotte campane, oltre al frammento
rinvenuto durante gli scavi del Mengarelli nel tempo di Hera (Mengarelli 1936, p. 76), anche frammenti inediti dalla
Vigna Parrocchiale: su tutto Rescigno 1998, pp. 358-359. Sulla produzione di Caere in questi anni, Carlucci 2015.
Significativi per la diffusione dei sistemi decorativi di impronta campana anche in Etruria settentrionale i più recenti
ritrovamenti dall’acropoli di Volterra: Bonamici 2003, pp. 103-112, figg. 2-4, tavv. D-E.
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180 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

opera quadrata” e contiguo isolato, a nord della strada; altare con eschara, sul versante opposto),
sottolineata da offerte di fondazione (il cane) e dismissione (la “Fossa dei pesi da telaio”; il dolio
interrato nella sede stradale79) o dallo svolgimento di azioni cerimoniali a carattere collettivo (l’ac‑
cumulo di materiali all’interno del vano M). Per quanto riguarda la possibile valenza sacrale dei
contesti indagati e il collegamento con il contiguo comparto santuariale, di estremo interesse è il
rinvenimento del cippo in pietra basaltica dai livelli del c.d. “Edificio arcaico”.
Nel IV sec. a.C. l’area non sembra ricevere interventi edilizi significativi. Tra la fine del IV e
il III sec. a.C. si segnalano le attività a carattere votivo svolte all’intorno dell’altare-eschara, che
indicano la continuità di frequentazione (a cielo aperto?) dell’isolato attestato contro i percorsi
stradali; ben più consistenti sono invece le testimonianze che provengono dal settore parzialmente
indagato immediatamente a sud, forse in connessione con gli interventi operati nel Santuario Mo‑
numentale.
Lo scavo del 2016 ha tuttavia permesso di registrare, tra gli interventi successivi al periodo
della romanizzazione, anche la deposizione a probabile carattere rituale eseguita alla sommità della
canna del pozzo dell’area cortilizia. La presenza del bacino e dei femori umani associati alla man‑
dibola bovina suscita una serie di interrogativi. A livello di ipotesi, si potrebbe pensare al recupero
di ossa provenienti da una tomba intercettata casualmente80, poi gettate nel pozzo e fatte oggetto di
un qualche rituale. In alternativa, come pura suggestione trattandosi di uno scavo da completare, si
potrebbe ipotizzare la deposizione intenzionale di un individuo “particolare” o di parti di esso, in
analogia a quanto riscontrato in ambito etrusco, oltre che greco e magno-greco – sebbene a livelli
cronologici significativamente più antichi rispetto alla datazione offerta al momento dal bicchiere
in vetro – e come potrebbe suggerire il fatto che le ossa fossero ancora in parziale connessione ana‑
tomica81. Come si è detto, sembra trattarsi di un’azione collegabile agli interventi di spoliazione del
vicino Santuario Monumentale in epoca imperiale: è evidente che solo il prosieguo delle indagini
potrà contribuire a chiarire connotazione e cronologia del riempimento del pozzo.
B.B.M., C.C., L.M.M.

Maria Paola Baglione Barbara Belelli Marchesini


Dipartimento di Scienze dell’Antichità Dipartimento di Scienze dell’Antichità
Sapienza Università di Roma Sapienza Università di Roma
paola.baglione@uniroma1.it barbara.belellimarchesini@uniroma1.it

79
  Baglione - Belelli Marchesini 2015, p. 146, fig. 10A.
80
 Da collegare eventualmente con il sepolcreto di tombe “alla cappuccina” databili proprio nel II sec. d.C.,
individuato lungo nel circuito delle mura poligonali e nel vano della porta Caere: B. Belelli Marchesini, in Belelli
Marchesini et al. 2014, p. 215, con riferimenti.
81
  Per i casi – piuttosto numerosi e intriganti sul piano interpretativo – di scheletri di individui gettati nei pozzi, spesso
rinvenuti in associazione con ossa di animali, si è parlato di punizione di soggetti “devianti” che si sono resi colpevoli di
crimini o di altri comportamenti anomali nei confronti della comunità (stregoni, suicidi ecc., a volte decapitati o mutilati)
e che quindi non possono essere sepolti in modo canonico, come accade per due donne gettate in un pozzo a Hipponion
e rinvenute associate a un cranio di ovino: il caso è stato presentato di recente da P.G. Guzzo (“Due donne in un
pozzo ad Hipponion”, Adunanza della Pontificia Accademia di Archeologia, 13/12/2016). Per l’ambito etrusco, specie
a proposito di contesti di V-III sec. a.C., relativi non solo a pozzi ma anche ad altre opere idrauliche precedentemente
dismesse (cisterne, canali ecc.) e spesso collocate in posizione liminare, si rimanda in particolare a Zanoni 2013, con
ampia casistica comprendente anche forme di selezione delle parti del corpo umane e animali e l’associazione con vasi
integri spesso legati alla sfera dell’acqua o oggetti metallici interi, protetti tramite apprestamenti particolari o la chiusura
con lastroni litici; secondo l’interpretazione di V. Zanoni, in alcuni casi queste deposizioni possono aver sancito la fine
dell’utilizzo di pozzi o altre strutture idrauliche e la loro chiusura rituale. Per il mondo greco, dove questa pratica risulta
ben documentata, e per la definizione di “deviant social personae” a proposito di soggetti ai margini o socialmente
esclusi dalla comunità, vd. Papadopoulos 2000; Sassù 2016, pp. 405-406, 408-412.
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 181

Claudia Carlucci Eugenio Cerilli


Polo Museale eugenio.cerilli@coop-arx.it
Sapienza Università di Roma
claudia.carlucci@uniroma1.it Alessandro Conti
alex.conti2003@libero.it
Laura Maria Michetti
Dipartimento di Scienze dell’Antichità Biagio Giuliani
Sapienza Università di Roma biagio.giuliani@libero.it
laura.michetti@uniroma1.it
Martina Zinni
Manuela Bonadies Dipartimento di Scienze dell’Antichità
Dipartimento di Scienze dell’Antichità Sapienza Università di Roma
Sapienza Università di Roma martinazinni@virgilio.it
manuelabonadies@gmail.com
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182 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

APPENDICE

Luciana Orlando - Loredana Ioli

INDAGINI NON DISTRUTTIVE NEL SITO ARCHEOLOGICO DI PYRGI

Introduzione

Da circa un decennio il Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Ambientale collabora con


il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza nello studio del sito archeologico di Pyr‑
gi. La collaborazione prevede l’applicazione di tecniche non distruttive nella caratterizzazione
geologica e archeologica del sito. Gli obiettivi principali della ricerca geofisica sono: 1) la caratte‑
rizzazione dello strato antropico-archeologico delle aree non ancora interessate dallo scavo e 2) la
ricostruzione stratigrafica delle strutture geologiche su cui è impostato il sito archeologico. Per
tali fini, nel passato sono state eseguite numerose campagne di indagini, tra cui quelle dal 2010 al
2015 sono state finalizzate alla caratterizzazione dello strato antropico-archeologico (punto 1).
In questo ambito sono state eseguite indagini geofisiche nella zona antistante i due templi A e B e
nell’area interposta tra il nuovo scavo e i templi. Le aree interessate dalle indagini sono riportate
in Fig. 1. L’attività ha previsto l’esecuzione di indagini di tomografia elettrica ad alta risoluzione,
magnetiche, elettromagnetiche a bassa frequenza (EMI) e indagini elettromagnetiche ad alta fre‑
quenza (Georadar). L’interpretazione congiunta dei risultati ha permesso una ricostruzione dello
strato antropico-archeologico in termini di anomalie geofisiche. I risultati sono stati utilizzati nella
pianificazione degli scavi avvenuti negli anni successivi alle indagini geofisiche.
Il punto 2, che prevede la ricostruzione stratigrafica della sequenza geologica di superficie
(0-15m), è stato affrontato nella campagna geofisica eseguita nel settembre 2016. Per tale obiettivo
sono stati eseguiti 7 profili di tomografia elettrica bidimensionali le cui ubicazioni sono riportate
nella figura 1.
In questa sede si riportano i soli risultati preliminari ottenuti nella campagna di indagine ese‑
guita nel settembre 2016, mentre si rimanda la discussione dei risultati delle altre campagne ad un
contributo specifico che attualmente è in fase di stesura.
L’interpretazione in termini litologici dei profili di tomografia elettrica viene effettuata con
l’ausilio delle stratigrafie di 4 sondaggi geognostici eseguiti nel santuario Monumentale. L’analisi
dei risultati di tomografia elettrica sarà preceduta da una breve descrizione dei principi di funzio‑
namento del metodo utile alla comprensione del significato dei dati che verranno esposti successi‑
vamente e alla descrizione delle stratigrafie dei sondaggi geognostici.

Cenni teorici sul metodo di tomografia elettrica

La tomografia elettrica si basa su misure di potenziale elettrico e in genere viene misurato


sulla superficie topografica dopo aver generato un campo elettrico in corrente continua o alternata
assimilabile a continua. La corrente viene immessa nel terreno con l’ausilio di due picchetti me‑
tallici collegati alla sorgente di energia elettrica attraverso cavi. La corrente immessa nel terreno si
distribuisce nel sottosuolo in funzione delle resistività delle formazioni o strutture antropiche pre‑
senti nel sottosuolo. La resistività apparente che si ricava dalle misure è funzione della differenza
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 183

di potenziale (DV) misurata tra due picchetti, della distanza tra gli elettrodi di corrente e di quelli
di potenziale, dell’intensità di corrente utilizzata per generare il campo e della distribuzione delle
resistività nel sottosuolo.

Fig. 1 – Ubicazione dei settori oggetto di indagine.

La tomografia elettrica prevede di eseguire misure di resistività lungo un allineamento uti‑


lizzando un numero elevato di elettrodi che in funzione delle geometrie di acquisizione, fungono
da elettrodi di corrente o di potenziale. La profondità massima di investigazione dipende dalla
lunghezza del profilo, mentre la risoluzione è funzione della distanza tra gli elettrodi e del tipo
di dispositivo. Stabiliti i parametri di acquisizione, le misure vengono eseguite automaticamente
attraverso l’utilizzo di uno strumento provvisto di microprocessore. I dati di campagna forniscono
una pseudo-sezione verticale di resistività apparente del sottosuolo lungo l’allineamento elettrodi‑
co nel caso di acquisizioni bidimensionali.
Utilizzando algoritmi di inversione è possibile ottenere la più probabile distribuzione delle
resistività presente lungo la sezione. Pertanto la tomografia elettrica bidimensionale fornisce una
sezione elettrostratigrafica delle formazioni presenti lungo la sezione verticale. Da queste, con
l’ausilio di informazioni geologiche, di sondaggi geognostici e archeologiche, è possibile inter‑
pretare le anomalie resistive in termini di strutture geologiche e archeologiche e dare continuità
laterali o in profondità alle informazioni puntuali dei sondaggi meccanici e/o scavi.

Sondaggi geognostici

Nell’area del Santuario Monumentale sono stati in passato eseguiti quattro carotaggi fina‑
lizzati al progetto di copertura dei templi, due dei quali ubicati in pianta (Fig. 1). Nel 2016, le se‑
quenze stratigrafiche intercettate dai sondaggi, tra loro molto simili (Fig. 2), sono state analizzate
e interpretate dal dott. Daniele Spigarelli, su incarico del Dipartimento di Scienze dell’Antichità.
Dalla relazione (depositata presso l’Archivio di Etruscologia della Sapienza), risulta che a partire
dallo zero del sondaggio, dopo pochi decimetri di “arativo”, si trovano i terreni antropizzati e
rimaneggiati, che testimoniano le fasi di occupazione dell’area. In alcuni casi essi poggiano su
uno strato alluvionale. Lo spessore dei terreni antropizzati e dello strato alluvionale è di 5-6 m. A
partire da tali profondità si passa ad una “formazione” prevalentemente sabbiosa, passanti spesso
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184 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

a sabbie limose o livelli di argilla sabbiosa il cui spessore varia tra 2,5-7 m. Al di sotto di queste
sabbie viene attraversata una formazione sabbiosa, molto più coerente della sovrastante, con im‑
ponenti intervalli cementati che ricordano i depositi tipo “beach rock – panchina” con spessori
variabili tra 4 e 7 m. Quest’ultima poggia su delle argille, talvolta passanti ad argilliti siltose, color
grigio piombo-cenere, ad elevatissima competenza. Il tetto di tali argille si trova tra 12,5 e 18 m
dallo zero del sondaggio.

Acquisizione e elaborazione dei dati

Di seguito si riportano alcune informazioni sull’acquisizione e elaborazione dei dati di tomo‑


grafia elettrica.
I dati di tomografia elettrica bidimensionale sono stati acquisiti con lo strumento Syscal Pro
della IRIS. Lo strumento è equipaggiato con 48 elettrodi. Sono stati impiegati 2 cavi dotati di 24
attacchi ciascuno e come elettrodi sono stati utilizzati dei picchetti di acciaio di 40 cm. La connes‑
sione tra cavo e elettrodo, è stata realizzata con morsetti.
L’area è stata rilevata con 7 profili, di cui 4 profili ubicati paralleli alla linea di costa e 3 ad essa
normali (Fig. 1). I dati sono stati acquisiti con configurazioni geometriche Wenner-Schlumberger
con i picchetti posti ad una distanza 2 metri per quasi tutti i profili eccetto che per i profili L4 e
L7. Quest’ultimi sono stati acquisiti con una interdistanza tra i picchetti di 1,5 m per mancanza di
spazi. Le distanze interelettrodiche scelte sono state un compromesso tra la risoluzione spaziale,
la profondità di indagine da ottenere e gli spazi a disposizione. La configurazione utilizzata per
l’acquisizione dei dati ha permesso di rilevare 884 misure per ogni profilo.
I dati sono stati elaborati utilizzando il programmi di inversione bidimensionale Res2DInv
della Geotomo Software. Il calcolo teorico del potenziale è stato ottenuto con algoritmi alle dif‑
ferenze finite. L’errore di inversione dei dati è risultato essere molto basso e in genere è stato infe‑
riore al 3%.

Analisi dei risultati

In Figg. 3-5 si riportano i profili di tomografia elettrica ottenuti dall’inversione dei dati. I pro‑
fili sono riferiti alla quota topografica media. Le resistività sono mappate con una scala di colori
compresa tra il blu e il rosso. Il blu indica formazioni a bassa resistività, che nel caso specifico pos‑
sono essere associate a argille o materiali molto porosi imbibiti di acqua salata e il colore rosso in‑
dica formazioni più resistive, cioè formazioni più o meno compatte quali sabbie. Per poter operare
una correlazione tra i vari profili, le sezioni sono state mappate utilizzando la stessa scala di colori.
Le sezioni mostrano che per le caratteristiche del terreno e la lunghezza dei profili, si sono in‑
vestigati i primi 15-18 m di sottosuolo. Tale profondità è dello stesso ordine di quella raggiunta con
i sondaggi meccanici. Le resistività rilevate sono comprese tra 1 e 50 Ω∙m. Tutte le sezioni di tomo‑
grafia elettrica restituiscono un modello del sottosuolo che può essere schematizzato nella maggior
parte dei casi come un modello a tre strati di cui il primo e terzo (1 e 3 nelle Figg.) caratterizzati
da sedimenti con resistività tra 20 e 50 Ω∙m e il secondo (2 nelle Figg.) in posizione intermedia tra
i precedenti, è costituito da sedimenti meno resistivi con valori inferiori a 5 Ω∙m. Lo spessore del
primo strato è compreso tra 0 e 2m e la base del secondo strato (2) si trova tra 4-5 m dal piano cam‑
pagna. Correlando gli elettrostrati con le stratigrafie dei sondaggi meccanici (Fig. 2) si ottiene che i
sedimenti rimaneggiati intercettati dai sondaggi vengono visti dalla tomografia come due strati. Lo
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 185

strato superficiale resistivo è dato dai sedimenti fuori falda e probabilmente coincide con lo strato
antropico-archeologico e quello sottostante da terreni in falda. I sondaggi meccanici indicano che
tali sedimenti sono in prevalenza costituiti da sedimenti alluvionali argilloso-sabbiosi che però non
giustificano le basse resistività (<5 Ω∙m) misurate dalla tomografia elettrica. Tali resistività possono
essere giustificate dalla presenza di acqua marina o salmastra a saturazione dei pori. L’elettrostrato
3 della tomografia elettrica corrisponde allo strato di sabbia sciolta e alle sabbie a tratti cementate
poste al di sopra dello strato argilloso. La tomografia vede questi due strati come uno strato unico
anche se il passaggio da sabbie sciolte a cementate può essere desunto dalla variazione di resistivi‑
tà riscontrate all’interno dello strato. Zone a più basse resistività dovrebbe corrispondere a zone
sabbiose mentre quelle a più alte resistività a sabbie a tratti cementate. Lo strato argilloso non è
stato rilevato solo da pochi profili in quanto la lunghezza delle basi si è rilevata troppo corta per
raggiungere tale strato.
Nel dettaglio i profili L1 e L5 (Fig. 3), acquisti nell’area interposta tra gli scavi e la linea di
costa (Fig. 1) mostrano a partire da nord, uno strato superficiale resistivo (1 nella Fig.) ben deline‑
ato di spessore di circa 2 m. Questo strato, è da ricondurre in massima parte alla pavimentazione
stradale realizzata al momento dello scavo dei Templi. In corrispondenza dei Templi lo strato
resistivo (1) non è più presente e riappare negli ultimi 40m del profilo L5. Lo strato intermedio
più conduttivo (2), con spessore massimo di 5m, a tratti presenta resistività molto basse (circa 2
Ω∙m), come detto questo strato è da attribuire ai sedimenti alluvionali argilloso-sabbiosi con molta
probabilità saturi di acqua marina. Il terzo strato (3) presenta una maggiore omogeneità nel pro‑
filo L1 acquisto davanti al nuovo scavo rispetto a quello acquisto in corrispondenza dei Templi
dove invece appare molto eterogeno. È probabile che di fronte al nuovo scavo si è intercetta la
formazione costituita da sabbie e sabbie cementate mentre in corrispondenza dei templi si po‑
trebbe trattare della stessa formazione interessata da interventi umani. I profili L2 e L3 di figura 4,
sono stati acquisiti paralleli ai precedenti ma alle spalle degli scavi (Fig. 1). In quest’area lo strato
superficiale (1) non è continuo ed è presente solo all’inizio dei due profili. Questo strato, laddove
presente, potrebbe essere associato allo strato antropico-archeologico. Lo strato 2 presenta resisti‑
vità leggermente superiori (5-10 Ω∙m) a quelle dello stesso strato rilevato nei due profili di Fig. 3.
Tali resistività sono compatibili con le alluvioni argilloso-sabbiose dei sondaggi meccanici saturi di
acqua salata o salmastra. Lo Strato 3 presenta uno spessore di 5-15 m con resistività in aumento da
nord a sud. Questo elettrostrato si riferisce allo strato sabbioso e sabbie cementate. Nel profilo L2
l’elettrostrato resistivo (3) sembra essere limitato verso il basso e sovrapporsi ad uno strato (4) con
caratteristiche simili allo strato 2. Dalla correlazione con i sondaggi meccanici si può interpretare
come strato argilloso.
I profili L7, L4 e L6 acquisiti normali ai precedenti (Fig. 5) mostrano uno strato superficiale
(1) ben delineato nei profili L7 e L4 di spessore di ca. 2 m da interpretare come strato archeologico.
Lo strato 2 presenta aumenti di resistività dalla costa verso l’entroterra. Come detto questo strato
è da correlare alle alluvioni argilloso-sabbiose imbibite di acqua marina. Lo strato 3 con il tetto alla
profondità di circa 5 m presenta anch’esso un aumento di resistività dalla costa verso l’interno ed
è da attribuire alle sabbie e sabbie cementate.
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186 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Sapienza Università di Roma


Area archeologica di Pyrgi
Carotaggio S1
Prof. Log Descrizione Note
0m Humus o suolo lavorato, matrice argilloso-sabbiosa di
colore bruno
-1m

-2m
Terreno di riporto caratterizzato da matrice
argilloso-sabbiosa color nocciola, con concentrazioni
Presenza diffusa di schegge di
-3m variabili - da episodiche ad abbondanti - di frammenti tufo rosso
di materiale da costruzione, di laterizi o elementi
ceramici
-4m

-5m

-6m
Sabbie sterili non cementate, inconsistenti
6-6.2 Sabbia cementato con
-7m
(verosimilmente in falda), con matrice color ocra ed matrice di color ocra-grigiastro
episodiche "fiammate" rossastre

-8m

-9m

-10m

-11m Sabbie coerenti, sterili, intercalate a livelli - da


centimetrici a decimetrici - di arenarie cementate,
8-8,3 /13-13,4 Matrice rossastra
anch'esse sterili, con matrice di colore variabile da
-12m ocra rossastra ad ocra-grigiastra

-13m

-14m

-15m
Argilla siltosa color piombo, molto compatta, con episodiche
12-13,7 Livello di limo sabbioso
intercalazioni decimetriche di limo argilloso a scarsa
color piombo 13,7-15 Livello di
consistenza. Si rilevano livelli ad alta consistenza ricchi di
-16m argilla ad alta consistenza
sostanza organica e materiale torboso di ambiente palustre.

-17m

Fig. 2 – Stratigrafie dei sondaggi geognostici eseguiti in corrispondenza dei templi (interpretazione D. Spigarelli).
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 187

Conclusioni

La tomografia elettrica ha fornito un quadro esaustivo dell’assetto del sottosuolo dell’area di


scavo di Pyrgi che grazie alla disponibilità dei sondaggi meccanici è stato possibile interpretare gli
elettrostrati in termini litologici. La tomografia elettrica ha evidenziato che l’area è caratterizzata
da uno strato superficiale a tratti discontinuo di ca. 2 m da ricondurre allo strato antropico-archeo‑
logico. Il secondo strato a tratti molto conduttivo che si estende fino a 5-7 m dal piano campagna è
da attribuire alle alluvioni argilloso-sabbiose le cui basse resistività possono essere giustificate dalla
presenza di acqua marina. Il terzo strato si presenta ben definito con variazioni di resistività late‑
rali. Questo elettrostrato è da correlare alle sabbie sciolte e alle sabbie a tratti cementate. In alcuni
profili (Fig. 4) si individua un quarto strato da interpretare come lo strato argilloso intercettato dai
sondaggi.

Fig. 3 – Profili di tomografia elettrica L1 (a) e L5 (b). Le ubicazioni dei


profili sono in Fig. 1.

La tomografia elettrica mostra che, a esclusione della zona interposta tra la costa e i templi, lo
strato antropico e/o archeologico non supera i 2 m di spessore.
L’attività svolta finora in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della
Sapienza ha mostrato come un approccio multidisciplinare a problematiche archeologiche possano
aiutare a migliore le conoscenze di un sito che presenta delle elevate complessità interpretative.

Fig. 4 – Profili di tomografia elettrica L2 (a) e L3 (b). Le ubicazioni dei


profili sono in Fig. 1.
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188 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Nel futuro si prevede di eseguire ulteriori indagini finalizzate all’approfondimento della geo‑
logia e di estendere le indagini allo strato archeologico nelle aree non coperte nel passato.

Fig. 5 – Profili di tomografia elettrica L7 (a), L4 (b) e L6 (c). Le


ubicazioni dei profili sono in Fig. 1.

Luciana Orlando
Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile ed Ambientale
Sapienza Università di Roma
luciana.orlando@uniroma1.it

Loredana Ioli
Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile ed Ambientale
Sapienza Università di Roma
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23.1, 2017 Pyrgi, l’area a nord del Santuario 189

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194 M.P. Baglione et alii Sc. Ant.

Abstract

The district North of Temple A, intermediate between the Monumental Sanctuary, the settlement and
the harbour, played a fundamental role in the urbanistic development of the Etruscan site of Pyrgi. It in‑
cludes the intersection between the terminal trait of the main road connecting Caere to the coastline and
the large pebbled road leading towards the harbour, and different buildings erected along the latter track.
Recent fieldwork (2011-2016) has shed light on the layout of the district and its progressive transformation,
starting from the 7th century BC. Its peculiar function is proved by the many ritual actions performed
to stress meaningful events, such as the deposition of a dissected dog for the foundation of a trapezoidal
tower-building North of the pebbled road and the deposition of selected imported items (5 phoenician oil
lamps, the gorgonic mask of a campanian antefix and ionian pottery shapes) inside the so called “Edificio
porticato”, erected at the intersection between the two roads. Extremely meaningful is the sequence of ar‑
chaic decorated roofs (ionian, campanian and caeretan style) attested by several fragments of architectural
terracottas, highlighting the fundamental role of Caere (and Pyrgi) in the reception/elaboration of architec‑
tural decorative systems, thanks to its strict cultural contacts with Latium and Campania/Cuma.
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ISSN 1123-5713

ISBN 978-88-7140-788-3

Finito di stampare nel mese di agosto 2017


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