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Il Lazio dai Colli Albani ai Monti Lepini

tra preistoria ed età moderna

a cura di Luciana Drago Troccoli

estratto

Edizioni Quasar
ISBN 978-88-7140-430-1

©  Roma 2009, Edizioni Quasar di Severino Tognon s.r.l.


via Ajaccio 41-43, 00198 Roma
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email: qn@edizioniquasar.it
G. Bartoloni, M. Taloni

Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale*

Nei contesti funebri dell’Italia protostorica e arcaica noi possiamo cogliere solo la parte conclusiva delle ceri-
monie funebri.
Il rituale funerario è compiuto dai vivi e attorno ai corpi dei defunti. La spiegazione della scelta e dello svolgi-
mento dei riti va cercata nel mondo dei vivi.
L’utilizzazione dei dati provenienti dalle necropoli è da tempo comunque considerata fonte primaria per la rico-
struzione sociologica delle comunità antiche: ed è preferenza motivata dalla molteplice concentrazione e campionatura
di materiali rinvenuta in complessi chiusi, quali le tombe. Anzi, nell’ultimo trentennio vi è stata quasi un’esaltazione dei
dati funerari come fonte archeologica, che ha provocato una speciale branca definita come “Archeologia della morte”.
Va pure tenuto presente però che le sepolture e i relativi corredi, che rappresentano solo una delle fonti archeolo-
giche d’informazione su una società, è quella forse più condizionata a livello ideologico. Le tombe mostrano infatti solo
quei caratteri (relativi al vestiario, all’armamento, al servizio da mensa) che la comunità riteneva opportuno valesse la pena
di mettere in rilievo, nell’ambito del rituale funerario, per indicare lo stato sociale dell’individuo deposto. Nelle necropoli
possiamo cogliere il riflesso di comportamenti sociali ritualizzati simbolicamente: quindi il nesso tra la realtà sociale e la sua
traduzione, più o meno simbolica, nei corredi funerari va cercata, se è possibile, nel confronto con altre fonti archeologiche,
quali ad esempio la documentazione degli abitati; è infatti attraverso il riscontro con altri dati archeologici disponibili che si
dovrebbero poter ricavare i criteri secondo cui avveniva la selezione degli oggetti da deporre nel contesto funerario.
Se la mancanza, spesso lamentata, di comparazioni con altre evidenze può costituire un limite d’informazione,
bisogna però considerare gli stretti rapporti che nella mentalità arcaica dovevano intercorrere tra sfera rituale e sfera
sociale. Per le comunità protostoriche, per le quali manca spesso del tutto il supporto di altra documentazione, l’indagi-
ne sui caratteri delle sepolture può costituire il mezzo principale a nostra disposizione per tentare di ricostruire la loro
struttura socio-economica (Cuozzo 2003, p. 17 sgg.).
Il complesso campo dell’interpretazione delle necropoli è da considerare ancora un contesto privilegiato di ricerca
in ambito archeologico sia perché spesso l’evidenza funeraria costituisce l’unica documentazione disponibile, sia perché
essa implica uno dei più alti gradi di intenzionalità della collettività corrispondente e dunque, se attentamente decodificata,
costituisce una fonte di informazione preziosa sulle ideologie e sulla produzione dell’immaginario sociale.
Per le comunità protostoriche, per le quali manca spesso del tutto il supporto di altra documentazione, l’in-
dagine sui caratteri delle sepolture può costituire il mezzo principale a nostra disposizione per tentare di ricostruire
la loro struttura socio-economica. Bisogna infatti considerare il rituale funerario, espressione molteplice e polivalente
del mondo dei vivi, come l’immagine che ogni gruppo sociale sceglie di dare di se stesso. Le onoranze funebri possono
rappresentare l’occasione nella quale la comunità sottolinea, nel modo più completo e significativo, la somma delle
identità sociali che costituiscono la posizione di ciascuno dei suoi membri. Nei contesti funerari cioè sono rappresentati
simbolicamente i ruoli raggiunti nella vita dai diversi individui, resi mediante attributi, che vengono riconosciuti degni
di essere rappresentati dopo la morte (Cuozzo 2003, p. 24 sgg.). Perciò la tomba va considerata un punto di contatto
tra mondo dei vivi e dei morti dalle molteplici valenze e dagli ambigui significati sia nel rapporto tra il defunto e il suo

*  La prima parte del testo, a firma di G. Bartoloni, è una rielaborazione veliterno nel quadro del Lazio antico, Conoscenza, valorizzazione, fruizio-
dell’intervento presentato all’Incontro di Studi “L’Artemisio e il territorio ne”, tenuto a Velletri il 29 febbraio 2002.
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spazio, inteso come assetto della necropoli e come struttura della tomba stessa, sia nel rapporto tra defunto e cultura
materiale.
Negli ultimi studi il clima di convergenze tra diversi filoni europei appare evidente nelle scelte teoriche e nell’af-
fermazione di un approccio problematico e interpretativo della ricerca archeologica.
Al neo-positivismo della New Archeology è stata contrapposta una apertura teorica alle scienze sociali.
«L’evidenza materiale non è il resto muto di una società del passato, ma consiste di resti frammentari di mondi una
volta abitati da esseri umani che comunicavano e agivano, che usavano queste condizioni materiali per strutturare e difendere
certe tradizioni discorsive» (Barrett 1991, p. 6).
L’identità di una persona non può essere letta dal modo in cui è stata seppellita, ma la tomba può gettare luce
sugli aspetti del defunto che coloro che lo hanno seppellito pensavano fosse necessario sottolineare con un dato corredo
o con altri aspetti del rituale funerario.
Attualmente gli archeologi che si accingono allo studio delle necropoli hanno accesso a informazioni relative
ai contesti ambientali e alla paleopatologia dei resti scheletrici. Metodi di datazione sempre più sofisticati forniscono
mezzi indipendenti per la verifica delle diverse cronologie degli oggetti.
È necessario un modo di guardare alla società che sia capace di tenere conto sia delle scelte individuali che delle
aspettative e delle restrizioni sociali.
La cultura materiale assume un ruolo attivo e viene considerata la componente prioritaria per la costruzione so-
ciale. Gli archeologi possono leggere i dati della cultura materiale come testi storici (Hodder 1992). Ambedue, oggetti
e testi, durano e sopravvivono alla loro produzione. È evidente l’utilizzazione prioritaria della cultura materiale sia nel
valore semantico che su quello strumentale nell’analisi dei contesti antichi.
Alle metodologie concordate dell’archeologia processuale viene contrapposto lo studio dei rapporti tra norma e
individuo, processo e struttura, materiale e ideale, oggetto e soggetto. La definizione Post Processual Archeology include
una serie di indirizzi diversificati, uniti da comuni prospettive teoriche e metodologiche.
L’Archeologia post-processuale si propone come obiettivo la rilettura e la rielaborazione teorica di tutti i campi
della ricerca archeologica e l’avvio di una riflessione critica su se stessa.
Gli argomenti affrontati sono: le modalità di azione delle ideologie, le forme di potere e di legittimazione, le
strategie di resistenza e di negoziazione sociale, cioè i linguaggi simbolici e i codici di simbolizzazione; il ruolo attivo
delle varie forme di cultura materiale nella costruzione sociale; il rapporto tra struttura e ideologie, cioè tra struttura,
pratica sociale e individuo come agente sociale attivo; l’identificazione di più ideologie all’interno dello stesso contesto
e le dinamiche di resistenza; le costruzioni di identità e le componenti etniche; la tematica del genere, cioè lo studio
delle complesse dinamiche maschile-femminile-infantile; l’immaginario collettivo e le forme di comunicazione sociale;
lo studio della mentalità; la centralità del contesto storico e sociale (Cuozzo 1996).
Il vantaggio dell’archeologia che lavora su un ampio spazio di tempo potrebbe essere quello di poter ricostruire
le evoluzioni e gli sviluppi di un’area attraverso il tempo e il modo in cui questi sviluppi abbiano contribuito alla riprodu-
zione di un sistema sociale o a cambiamenti all’interno di esso (Barrett 1989). Bisogna ricordare che i rituali funerari
non sono statici.
Linee di indagine privilegiate risultano la messa a fuoco di tutti gli aspetti connessi alla presenza di più ideologie
nello stesso contesto.
L’analisi dei rituali funerari è considerata un articolato momento di comunicazione sociale con attenzione peculiare
al ruolo del simbolismo e delle ideologie. «L’approccio post-processuale sottolinea la polivalenza del rituale funerario la cui perfor-
mance coinvolge molteplici rapporti tra il defunto, il suo gruppo, la comunità e il mondo soprannaturale» (Cuozzo 1996, p. 22).
Tra le varie forme di identità sociale indagate nell’archeologia post-processuale molta attenzione ha ricevuto
negli ultimi anni quella di genere, cioè l’indagine sui complessi meccanismi maschili/femminili/infantili, sui rispettivi
ruoli e sui reciproci rapporti. L’archeologia di genere interpreta «la società come formata da individui che agiscono come
agenti sociali attivi, da individui le cui attività e negoziazioni quotidiane formano una parte essenziale della dinamica stori-
ca» (Diaz-Andreu 2000, p. 363). La cultura materiale gioca un ruolo essenziale nella strutturazione dell’ideologia
di genere, poiché rappresenta il contesto fisico in cui gli individui, come membri di categorie di genere, interagiscono
e si relazionano gli uni agli altri per negoziare la propria posizione sociale e pertanto si utilizza non solo per costruire e
mantenere le relazioni di genere ma anche per opporsi ad esse e trasformarle (Diaz-Andreu 2000 p. 373). Nonostante
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 291

la ricca bibliografia sugli studi di genere e soprattutto sul ruolo della donna in Italia R. Whitehouse (Whitehouse 1998,
p. 2) definisce le ricerche italiane troppo legate a problemi tipologici o cronologici ignorando gran parte dei lavori sul
tema nei campi dell’archeologia, antropologia e storia antica.
Il confronto con necropoli di scavo più recente e soprattutto con le analisi effettuate per i vari contesti laziali,
permette di precisare forse meglio il ruolo femminile in alcune comunità, le cui necropoli sono state scavate o recuperate
non nella prima metà del Novecento. Si propongono in questa sede due esempi di necropoli dei Colli Albani, la prima, la
necropoli di Lariano-Velletri, oggetto di recuperi poco documentati, l’altra, la necropoli di Riserva del Truglio-Marino,
la cui presentazione in Notizie degli Scavi di Antichità appare abbastanza documentata per l’epoca, per cui si è affrontato
lo studio interpretativo del sepolcreto inteso come contesto simbolicamente strutturato.

Le tombe in località Vallone: la domina


Nel 1934 in località Vallone, nel bosco comunale di Lariano a 1 km ca. da Colle S. Lucia, furono messe in evi-
denza due gruppi di tombe a fossa, evidenti gruppi distinti di una stessa necropoli distanti tra loro non più di 300 m
(Nardini 1934). Le tombe, come di consueto nel Lazio, apparivano rivestite di ciottoli di pietra. I materiali recuperati
furono solo in parte consegnati al Museo Civico di Velletri (Drago Troccoli 1989). Un progetto di riprendere lo
scavo a cura di Salvatore Puglisi non ebbe seguito (Drago Troccoli 1989, p. 35).
Purtroppo molti dei materiali scomparvero per i bombardamenti dell’ultima guerra (sono rimasti 12 oggetti),
ma grazie a schedine inventariali curate da Nardini e da Mancini, accompagnate dalla relazione dello stesso Mancini per
Notizie degli Scavi del 1934 si può avere un quadro del tipo di materiali rinvenuti, già riediti da Pär Göran Gierow nel
suo ancora non sostituito lavoro di insieme sul Lazio (Gierow 1964; Gierow 1966) e da Luciana Drago Troccoli nel
Catalogo del Museo Civico di Velletri (Drago Troccoli 1989).
L’excursus cronologico di questa necropoli non sembra più ampio di mezzo secolo, la seconda metà dell’VIII sec. a.C.,
corrispondente secondo la cronologia tradizionale all’avanzato III periodo laziale/orientalizzante antico (Bartoloni, Niz-
zo 2005). Nonostante lo smembramento dei corredi si riconoscono sia nel primo momento che nel secondo due corredi,
l’uno femminile e l’altro maschile che, confrontando con le recenti scoperte in area laziale da Castel di Decima (Bedini 1977;
Zevi 1977; Bedini, Cordano 1980; Bartoloni, Cataldi 1980) a Osteria dell’Osa (Bietti Sestieri 1992), definirei
decisamente di carattere aristocratico: ricco abbigliamento per le donne, come attesta il cinturone che ci indica un costume
femminile tipicamente laziale, panoplie di bronzo per gli uomini con almeno tre lance, carro a due ruote con tiro a due prefe-
ribilmente maschile ma non esclusivamente; patere baccellate e bacini tripodi per il banchetto funebre di ambedue i sessi.
Il confronto con necropoli di scavo più recente e soprattutto con le analisi effettuate per i vari contesti laziali
permette di precisare forse meglio il carattere di questa necropoli, il cui abitato doveva essere sicuramente posto in
posizione strategica sia per i traffici che collegavano Campania (Capua soprattutto) con i centri laziali e etruschi sia per
quelli che dal mare (Satricum), attraverso Palestrina venivano smistati nella stessa direttrice.
Mi soffermerò particolarmente sugli oggetti che caratterizzano la deposizione femminile: non mancano i con-
sueti indicatori dell’attività di filatura e tessitura tipica delle donne d’alto lignaggio, quali i rocchetti indicatori del tessere
(Bartoloni 1989). Il lavoro della lana è il simbolo della donna come il lavoro delle armi quello dell’uomo.
Nell’Iliade Ettore invita la moglie Andromaca a tornare a casa e lasciare a lui il compito di combattere: «Ma va
ora a casa e torna alle tue occupazioni, al fuso e al telaio e alle ancelle ordina di badare al lavoro; alla guerra penseranno gli
uomini, tutti gli uomini di Ilio, ed io più di ogni altro» (Il. 6, 490-493). Nell’Odissea, poema in cui meglio si riflette la vita
delle corti aristocratiche del primo orientalizzante nel Mediterraneo, Telemaco invita la madre, Penelope, ad accudire
ai suoi lavori, al telaio e alla conocchia (Od. XXI, 350-353). L’attività di Penelope al telaio è intesa come un contributo
autonomo al benessere della casa, equivalente a quello del suo sposo, in grado di costruirsi da solo il letto.
Per Omero, la pratica della tessitura e le competenze ad essa inerenti rientrano tra le caratteristiche più illustri di una
donna di nobili origini. Sono indicative le scene in cui la maga Circe o la ninfa Calipso lavorano al telaio accompagnandosi
con il canto. La prima «con voce bella cantava, intenta a un ordito grande, immortale, come le dee sanno farli, sottili e pieni di
grazia e di luce» (Od. X, 220-224), la seconda «con bella voce cantando movendosi davanti al telaio, tesseva con l’aurea spola»
(Od. V, 61-62). Il peplo che Elena dona a Telemaco (Od. XV, 105) è stato tessuto direttamente dalla regina.
Una chiara illustrazione delle attività svolte all’interno della casa dalle donne ci viene offerta dalle raffigurazioni
sulle due facce del tintinnabulo, pendaglio sonoro di probabile significato religioso, della tomba degli ori dell’Arsenale
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di Bologna (Morigi Govi 2000, n. 344, con riferimenti


bibliografici); da un lato la scena della filatura con la raf-
figurazione di figure femminili intente ad avvolgere lana
grezza sulle conocchie e a filare con conocchia e fuso,
dall’altro lato la scena della tessitura con la raffigurazio-
ne della preparazione dei fili dell’ordito e di una dama
intenta a tessere. Anche nell’Odissea vengono ricordate,
all’interno dell’oikos, le ancelle che attendono alla filatura
sotto gli ordini di Penelope (Od. XXI, 353).
Il telaio dalla seconda metà dell’VIII sec. a.C.
Fig. 1 – Morsi equini, cinturone e coltello dalle tombe in località Vallone
(da Gierow 1964, fig. 230). sembra prerogativa solo di alcuni personaggi femminili
particolarmente eminenti. Ma come ha sottolineato la
Pomeroy in Dee, prostitute, mogli, schiave. Donne in Atene
e a Roma, filare e tessere la lana è l’emblema della donna,
produrre ed educare ne è il destino (Pomeroy 1997).
La deposizione femminile era caratterizzata dal-
la presenza di un coltello a fiamma (fig. 1), ora perduto.
Coltelli di stesso tipo con lama a fiamma e manico a ro-
busta maniglia quadrangolare sono conosciuti in contesti
femminili di Valvisciolo-Caracupa e Castel di Decima,
sporadici da Cuma e l’Etruria (forse Cerveteri) (Bar-
toloni 2003, pp. 123-126, 150-151, con riferimenti bi-
bliografici). Allo stesso tipo si può ascrivere la scimitarra
del recupero di Rocca di Papa (Arietti, Martellotta
1998). Si tratta sempre di corredi di un certo prestigio
sicuramente emergenti nelle diverse comunità come di-
mostra il corredo della tomba 91 di Caracupa (fig. 2): in
una delle tombe di Caracupa (la tomba 52), come a Ca-
stel di Decima, troviamo associato al coltello lo spiedo;
inoltre vi sono resti di un piccolo maiale o cinghiale.
I coltelli non appaiono deposti frammisti agli al-
tri oggetti del corredo, ma isolati presso il corpo, come
accade generalmente per gli oggetti funzionali e lega-
Fig. 2 – Materiali di corredo da Caracupa, tomba 91 (da CLP 1976, tav.
XCVIII). ti personalmente al defunto: strumenti della filatura o
armi. Nella tomba di Castel di Decima e nella tomba II di
Valvisciolo-Caracupa troviamo il coltello presso i fianchi, nella tomba bisoma IV di Valvisciolo-Caracupa tra le gambe
dei cadaveri delle due defunte. Dubbia mi sembra quindi la notizia del rinvenimento a Rocca di Papa sulla parete del
cassone.
L’uso di deporre coltelli nelle tombe femminili appare altrove abbastanza eccezionale. In ambiente villanoviano,
sia settentrionale (ad esempio a Veio o a Vulci) che meridionale (a Pontecagnano), sin dall’VIII secolo i grossi coltelli
sono peculiari dei corredi maschili: frequente è l’associazione con l’ascia e con lo scalpello, come nel corredo vulcente
di Mandrione di Cavalupo o nella tomba 4461 di Pontecagnano, che costituiscono una sorta di servizio di strumen-
ti sacrificali aggiungendo al tradizionale ruolo del guerriero quello di responsabile del sacrificio carneo, e quindi di
detentore sia dell’autorità religiosa che delle risorse alimentari del gruppo. Analoghe associazioni di armi e coltelli di
grandi dimensioni troviamo nella Grecia geometrica. Indicativo un corredo dell’Areopago (D 16:4), con due coltelli
e armatura completa: la spada appare intenzionalmente curvata intorno all’urna cineraria e quindi resa inutilizzabile
(Coldstream 1977, pp. 30-31, fig. 3).
Nell’analisi della necropoli di Osteria dell’Osa alle donne detentrici di coltello è stato attribuito un ruolo sacer-
dotale, analogamente a quanto proposto per gli uomini incinerati deposti con tale strumento.
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 293

Un esemplare simile, proveniente dall’Etruria,


viene considerato abitualmente un coltello sacrificale
usato per sgozzare la vittima e dividerne le carni, una
máchaira (Colonna 1985, p. 33).
Si potrebbe ipotizzare che in un’epoca in cui ogni
funzione religiosa è esclusivamente un fatto privato, della
famiglia, legato alla casa e alle pratiche funerarie, e in cui
il consumo della carne è prerogativa di personaggi emi-
nenti, il possessore di coltello sia colui che controlla e or-
ganizza le risorse alimentari del gruppo o della famiglia;
nel Lazio protostorico (dalla fine del IX sec. a.C.) tale
compito sembrerebbe attribuibile alle donne pertinenti
alla nascente aristocrazia.
Claude Mossé ha ribadito come nell’oikos, la
donna, custode del focolare domestico, era un elemento
importante della religione privata (Mossé 1991).
Altro elemento attribuibile allo stesso corredo
appare il cinturone di lamina di bronzo che ci indica il
tipo di costume indossato, che appare tipico del Lazio
interno. Particolarmente vistose dovevano essere le ve-
sti che caratterizzavano alcune signore laziali nel corso
dell’VIII sec. a.C., evidenziate soprattutto da un grup-
po di deposizioni della necropoli in località La Rustica Fig. 3 – La Rustica, tomba 81 (da Colonna 1988, fig. 367).
(Roma) (fig. 3): il torace era completamente coperto da
fibule con pendagli ad anello di varia grandezza e/o a semi-bulla; un’alta cintura di lamina di bronzo decorata a sbalzo
ornava la vita (CLP 1976, n. 48).
Da quanto detto finora appare chiaro che la defunta capostipite della necropoli di Vallone sia una donna per-
tinente ad una famiglia gentilizia, probabilmente originaria di un centro dei Colli Albani, insediata in un’area strategi-
camente collocata, forse a contrastare la nascente potenza di Palestrina. Significato analogo si può penso attribuire alla
signora deposta nella principesca tomba del Vivaro, o alla deposizione maschile di Colle Mozzo.
Si doveva trattare di piccoli nuclei deposti in una ristretta area funeraria, non diversa probabilmente dai cosid-
detti recinti della necropoli di Acqua Acetosa Laurentina, riservati ai soli membri di una famiglia (Bedini 1982). Quello
che è da sottolineare nella necropoli di Vallone è che il capostipite del gruppo risulti una donna, analogamente a quanto
riscontrato recentemente ad esempio per due gruppi periferici di Pontecagnano (Cuozzo 2000).
La datazione della deposizione di Vallone (fig. 4, 31), come quella del Vivaro (fig. 4, 33), coincide con un mo-
mento di riassetto del territorio e quindi della compagine sociale, il passaggio di ruolo egemone nel Lazio interno dai
Colli Albani (Albalonga) a Palestrina nella seconda metà dell’VIII sec. a.C.
Nei racconti mitici, come ha ben evidenziato P. Vidal Naquet, un ruolo emergente di donne e schiavi è proprio di
situazioni di crisi delle normali istituzioni, cioè in situazioni di rovesciamento delle consuete relazioni e rapporti di forza
(Vidal Naquet 1988): Tanaquilla funge da reggente dopo l’uccisione di Tarquinio Prisco. Solo in un mondo rovescia-
to, in crisi, ecco apparire nei racconti e nelle vicende mitiche, dominanti e risolutrici, queste figure e categorie. Analoga
posizione di spicco degli individui di genere femminile «in concomitanza di uno di quei momenti cruciali di transizione
e di crisi che di solito sembrano connessi, nella tradizione letteraria antica, all’emergere di tali comportamenti di momentaneo
mutamento di rapporti di forza» è stata riconosciuta a Pontecagnano (Cuozzo 2003, p. 219).
Gilda Bartoloni
294 G. Bartoloni, M. Taloni

Fig. 4 – Carta del Lazio antico (da Colonna 1988, tav. VI).

Maschile/femminile: differenze di genere nella necropoli di Riserva del Truglio (Marino)1


Composizione demografica della necropoli
La straordinaria condizione di umidità del terreno, aggravata dalla presenza di strati inferiori impermeabili, ha
causato la quasi completa distruzione degli scheletri delle trenta tombe ad inumazione in fossa con piccola volta di
copertura individuate nel 1923 da Antonielli e Stefani2: si raccolsero nello scavo solo resti delle corone dentarie ed in
alcuni casi frammenti delle ossa femorali e della calotta cranica.

1  Le seguenti note, che traggono origine dagli stimoli concettuali de- testo, la dott.ssa M.A. Fugazzola Delpino per il permesso concessomi
gli indirizzi teorici e interpretativi dell’archeologia post-processuale, di studiare il materiale, tutto il personale del Museo Nazionale Preisto-
si propongono di essere un ulteriore esempio di studio interpretati- rico Etnografico “L. Pigorini”, in particolare la dott.ssa E. Mangani per
vo di un sepolcreto inteso come contesto simbolicamente strutturato la disponibilità, la cortesia e i consigli dati in corso d’opera.
(Cuozzo 2000, p. 336; Cuozzo 2003, p. 18). In tale prospettiva, quin- I disegni delle figg. 5, nn. 2 e 4, 6, nn. 2-4, 7, nn. 2-3, 8-9 sono dell’autri-
di, si procederà ad un’analisi comparata, laddove possibile, delle sepol- ce. È in corso di preparazione per il BPI un articolo di sintesi del lavoro
ture femminili e maschili della necropoli di Riserva del Truglio a par- di tesi (Taloni 2006).
tire dalla composizione/posizione dei corredi e da alcuni aspetti della 2  Dalla primavera del 1923 fino ad ottobre è Ugo Antonielli a dirigere i
cultura materiale, per arrivare a delineare, infine, un quadro indicativo lavori, mentre le ultime cinque tombe vengono scavate da Enrico Stefani;
delle dinamiche e delle forme di organizzazione sociale della comuni- naturalmente non si conoscono i limiti esatti della necropoli, né, proba-
tà di riferimento della necropoli, anche attraverso alcune osservazioni bilmente, il numero di tombe esplorate corrisponde alla totalità delle evi-
sulla planimetria del sepolcreto. Il lavoro è parte delle conclusioni della denze (lo dimostra anche la grande quantità di materiale fuori contesto
tesi di laurea “La necropoli di Riserva del Truglio (Marino)” discussa il presente). Lo scavo, prima pubblicato dagli scavatori nel 1924 su Notizie
4 aprile 2006 presso l’Università di studi di Roma “La Sapienza”, relato- degli Scavi, viene poi inserito dal ricercatore svedese P. G. Gierow nel suo
re prof.ssa G. Bartoloni, correlatore dott.ssa E. Mangani, in cui sono af- monumentale lavoro del 1964 e 1966 The Iron Age Culture of Latium I- II,
frontate una revisione dei materiali, sia delle tombe che fuori contesto, con le foto di tutti i materiali e i disegni di alcuni pezzi; infine, le tombe
e l’analisi dell’ideologia funeraria; a tal proposito desidero ringraziare 8, 10, 19, 26, 29 e 30 e i disegni delle ultime due, vengono ripubblicate
la prof.ssa G. Bartoloni e la dott.ssa L. Drago per aver letto e corretto il da M. Cataldi Dini nel catalogo della mostra Civiltà del Lazio Primitivo,
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 295

Tuttavia non sono state fatte analisi antropologiche e ora quel che rimane dei resti ossei rinvenuti è del tutto
mescolato e non più riconducibile ad una tomba piuttosto che ad un’altra.
Dalle poche note dell’Antonielli, dall’analisi dei corredi e della lunghezza delle fosse3 non risultano esserci tom-
be infantili4, continuando evidentemente l’uso di seppellire i bambini al di sotto di una certa età, non ancora membri
effettivi della comunità, in abitato intorno alle capanne, come nelle altre necropoli laziali (Bietti Sestieri, De Santis
2000, p. 9; Bartoloni 2003, pp. 102-105; Modica 2007; De Santis, Fenelli, Salvadei 2009); aspetto questo che
le distingue nettamente dalla Fossakultur meridionale e le apparenta piuttosto al mondo non latino oltre il Tevere (Bar-
toloni, Cataldi Dini, Zevi 1982, pp. 260-261).
La determinazione del genere del defunto, perciò, è stata affidata solamente all’analisi dei corredi, dove è stato
possibile riscontrare elementi utili per una distinzione (tab. 1 e graf. 1).

Tombe Tombe Tombe


% % % Totale % complessiva
maschili femminili indeterminate
IVA1 4 57% 3 43% 0 0% 7 23%
IVA2 5 26% 7 37% 7 37% 19 64%
IVB 1 25% 0 0% 3 75% 4 13%
Totale 10 33,33% 10 33,33% 10 33,33% 30

Tab. 1/Graf. 1 – Distribuzione per fase delle tombe maschili, femminili e


indeterminate.

Dalla tabella è evidente una distribuzione concentrata nella fase IVA2 con 19 sepolture totali (64%) di cui 7
femminili, 5 maschili e 7 indeterminate, mentre le poche tombe (7 totali = 23%) riferibili alla fase IVA1 sono 4 maschili
e 3 femminili.
Infine per la fase IVB, rappresentata da 4 sepolture, è riconoscibile solo una sepoltura maschile, mentre le altre
rimangono indeterminate.
Non è possibile individuare classi d’età o tendenze a livello demografico che non siano puramente quantitative (la
maggioranza di sepolture nella fase IVA2), mentre la parità tra il numero di sepolture maschili e quelle femminili non smen-
tisce né conferma la tendenza, riscontrata a Veio e a Pontecagnano durante il villanoviano evoluto, e, nel Lazio, a Castel di
Decima durante l’orientalizzante e a Caracupa nell’VIII secolo, ad una maggioranza di deposizioni femminili rispetto a
quelle maschili (Bartoloni 2003, pp. 101-102). Questo fenomeno è stato attribuito dalla Bartoloni a cause rituali o sociali
oppure ancora alla morte bellica in territorio straniero degli individui maschili (Bartoloni 2003, p. 102)5.
Tali dati riducono il campione disponibile per un’analisi dei ruoli sociali ed economici all’interno della necropo-
li, basata sulla composizione e distribuzione dei corredi, a 20 tombe totali, tra le quali si distinguerà tra corredi apparte-
nenti alle diverse fasi, ferma restando l’impossibilità di distinguere, a livello tipo-cronologico, all’interno della fase IVA
due sottofasi ben caratterizzate6.

che segna, nella storia degli studi, la risposta alle suggestioni dei nuovi differente per gli uomini adulti: cfr. Bietti Sestieri, De Santis 2000,
indirizzi di studio e al rinnovato interesse per la cultura laziale. pp. 10, 77.
3  La media della lunghezza delle tombe della fase IVA1 è di 234 cm, 6  Ciò risulta dall’elaborazione di una tabella tipo-cronologica con il pro-
208 cm in quelle della fase IVA2, anche se non è mai minore di cm 180, gramma Seriate di Winbasp (riguardo cfr. Peroni 1998, pp. 16-19; da
e cm 220 per la fase IVB. ultimo Piana Agostinetti, Sommacal 2005, pp. 29-70 e Piana Ago-
4  Diversamente in Fulminante 2003, p. 218, grafico 1, che riconosce stinetti, Costa, Ferrante 2005, pp. 265-286): per le fasi IVA1 e 2 ci
4 sepolture riferibili a bambini al di sotto degli 11 anni per la fase IVA2, sono infatti molti tipi comuni per poter osservare una cesura, quale invece
di cui 3 femminili ed una non determinabile, rappresentanti il 18% del- si riscontra per il successivo periodo IVB, comunque poco rappresenta-
le tombe di questa fase e il 13% del totale. to nella necropoli (cfr. sopra), con l’apparire di tipi esclusivi in ceramica
5  Anche la Bietti Sestieri considera la possibilità di un rituale funerario etrusco-corinzia (aryballoi e alabastra) e bucchero.
296 G. Bartoloni, M. Taloni

Tazze biansate Tazze-attingitoio


Tombe Anfore Olle Ciotole Scodelloni Piatti
(kantharoi) (kyathoi)
1 1 1 1 1
11 1
12 3 1 1 1 1
27 1 1 1 1 (mancante)
Tab. 2 – Distribuzione del corredo ceramico nelle tombe maschili di fase IVA1.

Tazze biansate Tazze-attingitoio


Tombe Anfore Olle Scodelloni Patere
(kantharoi) (kyathoi)
13 2 1 1 1 1
28 1 1 1 2 1 1
30 1 1
Tab. 3 – Distribuzione del corredo ceramico nelle tombe femminili di fase IVA1.

Composizione dei corredi ceramici maschili e femminili della fase IVA1-2


Dall’analisi della composizione dei corredi maschili e femminili appartenenti al momento iniziale della fase IVA
(tab. 2-3) emerge che:
■ i corredi maschili sono in genere abbastanza austeri, tranne nella tomba 12, che presenta caratteri di prestigio
quali la reiterazione del numero delle anfore, ben tre, e una ciotola italo-geometrica; non presentano tendenze
costanti: il corredo da banchetto base sembra essere costituito per lo più da olla più anfora (in tre casi) a cui si
aggiungono la tazzina-kyathos (in due casi) e il piatto (in due casi);
■ l’olla è presente sempre sia nei corredi femminili che maschili;
■ i piatti tendono ad essere solo maschili e sono sostitutivi degli scodelloni biansati, in quanto non ricorrono mai
in associazione;
■ il corredo da banchetto femminile è più completo e si può tendenzialmente7 individuare un corredo base co-
stituito da anfora, olla, tazza biansata, tazzina-kyathos, scodellone biansato a cui si aggiunge nel caso della ricca
tomba 28 anche una patera baccellata in bronzo, l’unica trovata all’interno delle tombe della necropoli8.
Da un punto di vista tipologico è interessante notare come la maggior parte delle forme rappresentate sia di tra-
dizione autoctona (anfore, scodelloni, tazze biansate, olle) o comunque ormai divenute parte integrante del patrimonio
della cultura materiale locale (piatti).
Infatti c’è un unico vaso in argilla figulina proveniente dalla tomba 12: una ciotola italo-geometrica con va-
sca profonda a profilo continuo e labbro distinto a tesa orizzontale con decorazione dipinta a fitte fasce orizzontali
(fig. 5, 1)9 del tipo precedente alle ciotole carenate con piedino (Bartoloni, Cataldi Dini 1980, p. 131, tav. 28, fig.
26a, datata al IVA, dall’VIII sec. a.C.).
Mancano del tutto importazioni: solo la patera baccellata della tomba 28 (fig. 5, 2)10, conservata in frammenti,
appartiene ad un tipo che trova il confronto più vicino per la forma, isolata tra le patere baccellate, con la più elaborata
patera della tomba II di Satricum, cui si avvicina anche per le dimensioni ridotte e il numero di baccellature.
Confrontabile è anche la forma della patera della tomba 284 di Osteria dell’Osa: entrambe potrebbero derivare
dal modello di Satricum (Satricum I, datato agli inizi del secondo quarto del VII sec. a.C.11), anche se lo stato frammen-
tario dei vasi e la rarità della forma non permette una localizzazione precisa della produzione.
Non si nota un grande divario di ricchezza nei corredi femminili, mentre in quelli maschili emerge, sugli altri
invece piuttosto austeri, il corredo della tomba 12.

7  Purtroppo la frammentarietà di alcuni corredi rende tutti questi datati alla metà del VII sec. a.C. e attribuiti ad una produzione, Satricum
dati, anche quelli relativi ai corredi maschili, solo indicativi di una II, che trova il suo epicentro proprio a Satricum); l’autore distingue tra i
tendenza che potrebbe non essere rappresentativa dell’effettiva realtà frammenti fuori contesto due vasi invece dell’unico esemplare menzio-
della comunità di riferimento della necropoli; inoltre la tomba 30, nato dal Gierow (1964, II, p. 223, fig. 130, n. 25).
anche se molto ricca di bronzi, è stata trovata sconvolta dai lavori 9  Inv. 87518. Antonielli 1924, p. 455, 1, fig. 14; Gierow 1964, p.
agricoli e del corredo ceramico è stato possibile recuperare solo l’olla 167, fig. 97, 1; Gierow 1966, p. 293, tipo IA1, F. 88, 1.
e lo scodellone. 10  Inv. 87668. Antonielli 1924, p. 476, 7; Gierow 1964, p. 203, fig.
8 Un’altra patera baccellata, di diverso tipo, è stata rinvenuta tra i ma- 120, 7; Gierow 1966, p. 312, tipo IIa; Sciacca 2005, pp. 190, 362, fig.
teriali fuori contesto (n. inv. 87766) e pubblicata da Sciacca 2005, p. 286, Mr3, tipo A, sottotipo c.
190, fig. 284, 285, Mr1-2 (tipi C1, sottotipo b1 e tipo c, sottotipo b, 11  Sciacca 2005, p. 190, fig. 286, Mr 3, tipo A; p. 362.
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 297

Passando ad analizzare i corredi ceramici della


fase avanzata del periodo IVA (tab. 4-5)12 si notano le
seguenti differenze:
■ quelli maschili sono ora più ricchi di ceramica e
il corredo base sembra essere composto da una
o più anfore, olla, tazza biansata, tazzina-kyathos,
piatto (in un caso scodellone), a cui si aggiungo-
no a volte altre categorie ceramiche, ma senza
una costante prevalente;
■ aumenta il numero di anfore soprattutto, ma
in alcuni casi anche delle tazze biansate e delle
tazzine-kyathoi, presenti all’interno di uno stesso
corredo;
■ aumenta la quantità di ceramica italo-geometrica
e compare quella di imitazione proto-corinzia
(skyphoi);
■ compaiono nuove categorie ceramiche non solo
in argilla figulina (ollette con labbro distinto e
svasato13, olle stamnoidi, skyphoi e oinochoai14),
ma anche in impasto (calici e pissidi), e nuovi tipi Fig. 5 – 1. Ciotola italo-geometrica, tomba 12 (da Gierow 1966,
come le anforette a spirali (presenti nelle tombe p. 293, F. 88, 1, scala 1:3); 2. Patera baccellata, tomba 28; 3. Olletta
stamnoide con fregio ad aironi, tomba 19 (da Gierow 1966, p. 296,
29, 16 e 19); F. 88, 7, scala 1:3); 4-5. Skyphoi d’imitazione protocorinzia, tombe 3
■ il corredo femminile continua ad essere più ricco e 5 (l’esemplare dalla tomba 5 da Gierow 1966, p. 302, F. 89, 5, scala
1:3).
di quello maschile, anche se si nota una minore
sproporzione, ma il corredo base rimane lo stesso: una o più anfore, olla (manca in molti casi, ma ciò si deve
probabilmente alla incompletezza della documentazione), tazza biansata, una o più tazzine-kyathoi, scodellone
biansato, cui si aggiungono altre categorie in base al prestigio della defunta, come nelle tombe 29 e 21;
■ gli scodelloni sembrano rimanere una prerogativa femminile, mancando del tutto nei corredi maschili, che inve-
ce hanno i piatti; forse lo sono anche le pissidi, presenti però solo nella ricca tomba 29;
■ è assente il vasellame metallico15.
A livello di cultura materiale sono presenti alcune importazioni, rintracciabili nell’olletta stamnoide con fregio
ad aironi della tomba 1916 (fig. 5, 3) e nei due skyphoi di imitazione proto-corinzia provenienti rispettivamente dalle
tombe 3 e 517 (fig. 5, 4-5).
La prima, insieme ad un altro esemplare proveniente da Castel di Decima, tomba femminile a fossa 3, datata
al secondo quarto del VII sec. a.C. (CLP 1976, p. 273, n. 11, cat. 85) e ad uno inedito dalla tomba 25 della Laurentina
(Nizzo 2000), costituisce l’unica finora conosciuta nel Lazio con tale decorazione; per entrambi è stata ipotizzata l’im-
portazione dall’Etruria meridionale, da una fabbrica veiente o, più probabilmente, ceretana (Colonna 1974, p. 342;
Bartoloni, Cataldi Dini 1980, p. 138), seguendo l’asse stradale che da Caere e Veio portava all’attraversamento del
Tevere presso Ficana.

12  Il corredo della tomba 16 è stato attribuito ad una donna in via del 15  Anche ad Osteria dell’Osa il vasellame di bronzo è documentato
tutto ipotetica, solo in base alle associazioni del corredo ceramico, per lo più nella fase iniziale del IV periodo laziale (Bietti Sestieri, De
non essendo stati rinvenuti indicatori di genere né ornamenti perso- Santis 2000, p. 65); la tendenza comunque sembra essere generale nel
nali; infatti, sconvolta dai lavori agricoli, fu esplorata solo all’altezza Lazio: cfr. Bartoloni, Cataldi Dini 1980, p. 132.
della testata SO: probabilmente il corredo originario era più cospi- 16  Inv. 87576; Antonielli 1924, p. 464, 5, fig. 18; Gierow 1964, p.
cuo. 181, fig. 105, 8; Gierow 1966, p. 296, F. 88, 7; per gli altri esemplari
13  Per le quali è probabile ipotizzare una produzione locale, visto che non è da escludere una produzione locale, vista anche la fattura non
non si trovano confronti al di fuori della necropoli di Riserva del Tru- molto ben riuscita di quello della tomba 22.
glio. 17  Tomba 3, inv. 87431; Antonielli 1924, p. 455, 5, fig. 8; Gierow
14  Queste ultime provengono dalle tombe 4 e 24 dal genere non de- 1964, p. 151, fig. 88,9; Gierow 1966, p. 299, tipo IA; tomba 5, inv.
terminabile, ma comunque databili, proprio in base alle oinochoai, al 87468; Antonielli 1924, p. 448, 1; Gierow 1964, p. 154, fig. 90, 2;
IVA2. Gierow 1966, p. 302, tipo IA1, F. 89, 5.
298 G. Bartoloni, M. Taloni

Tazze-attingitoio
Tazze biansate
Ollette italo-
geometriche

(kantharoi)

Scodelloni
(kyathoi)

Scodelle

Skyphoi
Ciotole
Tombe

Anfore

Pissidi

Calici

Piatti
Olle
5 1 1
7 2 1 1 1 1
16 1 (a spirali) 1 1 1
18 1 1 1 1 1
2 (di cui 1
21 2 1 1 1
stamnoide)
26 1 1 1 1 1
2
29 1 2 1 1 2 1
(di cui 1 a spirali)
Tab. 4 – Distribuzione del corredo ceramico nelle tombe femminili di fase IVA2.

Tazze-attingitoio
Tazze biansate
Ollette italo-
geometriche

(kantharoi)

Scodelloni
(kyathoi)

Skyphoi
Tombe

Anfore

Pissidi

Calici

Piatti
Olle

3 3 1 2 1 1 1
10 2 1 1 1
2 1
19 1 2 2
(di cui 1a spirali) (stamnoide)
20 1 1 2 1 1
22 1 1 1 1 1
Tab. 5 – Distribuzione del corredo ceramico nelle tombe maschili di fase IVA2.

Invece i due skyphoi, appartenenti a due tipi differenti di una stessa classe, uno a vasca profonda e alta, imbocca-
tura stretta e fondo profilato (tomba 3), l’altro con vasca più arcuata, imboccatura larga e stretto piede a disco (tomba 5),
trovano i confronti migliori in alcuni esemplari di Castel di Decima, provenienti dalle tombe 6 (inedita, datata al primo
quarto del VII sec. a.C.18), 68 bis e 7 (datate alla metà e al secondo quarto del VII sec. a.C.19), tanto da poterne collocare
in questo centro la bottega di produzione (Bartoloni, Cataldi Dini 1980, p. 132), come sembra plausibile anche per
le oinochoai della necropoli.
Inoltre si fanno più accentuate le differenze di ricchezza tra i pochi corredi con maggiore varietà di forme e quan-
tità di materiale (tombe 29, 21, 3 e 19) e la maggior parte delle tombe, il cui corredo si pone ad un livello di complessità
medio-bassa.

Composizione dei corredi ceramici nelle tombe di fase IVB


Un discorso a parte va fatto per le tombe databili all’orientalizzante recente dove la mancanza di indicatori di
ruolo e l’incompletezza dei corredi, rinvenuti alquanto sconvolti al momento dello scavo, non permettono una com-
parazione tra quelli femminili e maschili come è stato fatto per la fase precedente, ma solo delle considerazioni sulla
tipologia dei materiali e delle forme ceramiche.
La tab. 6 illustra come, pur continuando forme e classi già attestate in precedenza20, compaiano gli unici vasi in
bucchero della necropoli, verosimilmente importati da centri dell’Etruria meridionale, in particolare l’oinochoe della
tomba 821 (fig. 6, 1) e l’anforetta a spirali della tomba 622 (fig. 6, 2); inizia la produzione, forse locale, di aryballoi23

18  Nizzo 2000, pp. 72-74. IA1), l’altro, frammentario, con decorazione a squame (inv. 87475a.
19  Bartoloni 1975, p. 350, fig. 141, n. 4, tomba 68bis, p. 326, figg. Antonielli 1924, p. 448; Gierow 1964, p. 156, fig. 91, 7; Gierow
111-112, n. 9, tomba 7 (= CLP 1976, p. 276, cat. 86, n. 2). 1966, p. 301, tipo IA2), sono provenienti dalla tomba 6 e sono associati
20  Sembra comunque minore la quantità di impasto bruno presente, ad altri due aryballoi, uno di maggiori dimensioni, con il corpo ovoide
sempre considerando l’esiguità dei dati a disposizione. e decorazione lineare dipinta costituita da zig-zag e petali sulla spalla e
21  Inv. 87494. Antonielli 1924, p. 452, 2; Gierow 1964, p. 161, fig. da linee orizzontali sul collo e sul corpo dove racchiudono una fascia
93, 2; Gierow 1966, tipo IIA1, F. 86, 8. con motivi a chevrons e fasce dipinte (inv. 87472. Antonielli 1924, p.
22  Inv. 87471. Antonielli 1924, p. 449, 3; Gierow 1964, p. 156, fig. 449, 4, fig. 10; Gierow 1964, p. 156, fig. 91, 4; Gierow 1966, p. 301,
91, 3; Gierow 1966, p. 288, tipo IB1. tipo IA1, F. 89, 3), l’altro dello stesso tipo del n. 3, ma con il corpo più
23 Uno con decorazione lineare (inv. 87473. Antonielli 1924, p. 449, compresso (inv. 87474. Antonielli 1924, p. 449, 6; Gierow 1964, p.
5; Gierow 1964, p. 156, fig. 91, 5; Gierow 1966, pp. 293, 301, tipo 156, fig. 91, 6; Gierow 1966, p. 301, tipo IIA1).
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 299

Tazze biansate
Ollette italo-
geometriche

(kantharoi)

attingitoio
Alabastra

(kyathoi)
Aryballoi

Oinokoai

Skyphoi
Tombe

Anfore

Tazze-
Calici
Olle
6 4 1 2 1
1
8 1 1 1
(mancante)
9 1 1 1 1 1
25 (maschile) 1 (mancante) 1 1 2 1 1

Tab. 6 – Distribuzione del corredo ceramico nelle tombe di fase IVB.

(fig. 6, 3-4) ed alabastra24 (fig. 6, 5) etrusco-corinzi; og-


getti, questi ultimi, a metà tra i materiali di corredo e gli
oggetti personali (Zevi 1977, p. 270; Bietti Sestieri
1992a, pp. 330-331).
Solo per la tomba maschile 25 si può affermare
che il kantharos con anse sormontanti a bastoncello (più
spesso intrecciato), in impasto bruno sottile e decora-
zione incisa, ampiamente diffuso nel Lazio, in Etruria
e nell’area falisco-capenate (Bosio, Pugnetti 1986, p.
90), sembra essere, come ad Osteria dell’Osa, presente
nei corredi maschili ed avere carattere di prestigio (Biet-
ti Sestieri 1992a, p. 333).

Posizione del corredo ceramico.


Il dato più immediato (graf. 225) è che non esiste
una costante nella disposizione, ma una serie di localiz-
zazioni, come se non fosse importante dove il gruppo o
i gruppi principali di vasi fossero deposti, ma piuttosto
il fatto che stessero insieme, raggruppati o allineati, in Fig. 6 – 1. Oinochoe in bucchero, tomba 8 (da Gierow 1966, p. 289, F.
86, 8, scala 1:3); 2. Anforetta a spirali in bucchero, tomba 6; 3-4. Ary-
quanto il significato simbolico che si voleva trasmettere balloi etrusco-corinzi con decorazione lineare e a squame, tomba 6; 5.
è intrinseco all’insieme degli oggetti, indipendentemente Alabastron etrusco-corinzio del tipo a punta, tomba 9 (da Gierow 1966,
p. 301, F. 89, 4, scala 1:3).
dalla loro posizione.
Andando a commentare i dati del grafico si nota come nella variabilità prevale di poco l’uso di raggruppare il
corredo ceramico ai piedi del morto (24% dei casi = A nel grafico), verso l’angolo della fossa, in uno spazio ristretto che
può essere più o meno incavato e protetto da pietre; la stessa disposizione, ma sopra la testa del defunto, sempre in un
angolo subito al di sotto del limite superiore della fossa, si riscontra nel 20% delle tombe (B nel grafico); in cinque casi
è, invece, in parte raggruppato o ai piedi (1 volta = C) o verso la testa (3 volte = F) e in parte allineato sul lato lungo; in
sei casi distinto in due gruppi ai piedi e alla testa del morto (4 tombe = E) oppure un gruppo ai piedi e l’altro nel loculo
laterale con un oggetto isolato in stretta connessione con il defunto (2 tombe = G)26.
Solo nella tomba 13 (D) i vasi erano disposti ordinatamente in fila nel mezzo della tomba lungo la linea dell’asse
maggiore in uno spazio di 0,70 m, probabilmente separato dal cadavere da una semplice tavola lignea, non potendo il
defunto essere né un bambino (le corone dentarie dimostrano che si tratta di un adulto) né addossato alla parete, data
la poca larghezza della fossa.

24  Inv. 87498. Antonielli 1924, p. 453, 2; Gierow 1964, p. 162, mente proveniente da Anzio), quindi è più probabile che si tratti di
fig. 94, 1; Gierow 1966, p. 304, tipo IIA1, F. 89, 4. Questo esem- un’importazione dall’Etruria o da un centro laziale maggiore.
plare, proveniente dalla tomba 9 dove è associato ad un aryballos 25  Sono state prese come campione tutte le tombe scavate senza di-
piriforme con decorazione lineare del tutto simile agli esemplari stinzione di genere, non notandosi delle differenze rilevanti nella posi-
provenienti dalla tomba 6, è del tipo a punta, tipicamente etrusco, zione del corredo tra tombe maschili e femminili.
con l’imboccatura distinta da un collarino a rilievo ed è l’unico 26 Una tazzina con ansa sopraelevata semplice (inv. 87571) nella tom-
esemplare rinvenuto in corredo, mentre un solo altro frammento ba 19 e una pisside frammentaria di piccole dimensioni forse su piede
proviene dai materiali sporadici (inv. 102253; inedito, ma probabil- nella tomba 29 (inv. 87697).
300 G. Bartoloni, M. Taloni

L’utilizzo di assi di legno su cui era disposto il


corredo di accompagno in strati sovrapposti sembra es-
sere documentato a Castel di Decima, dove talvolta sono
state rinvenute anche tracce della decomposizione del
sughero (Zevi 1977, p. 251).
Per il restante 17% delle sepolture non ci sono
informazioni tali da poter ipotizzare la collocazione del
corredo ceramico, rinvenuto sconvolto.
Non emergono differenze cronologiche in base
alla disposizione, ma tale variabilità si riscontra in tutte
le tombe, sia di fase IVA che di IVB, né preferenze in base
Graf. 2 – Posizione del corredo ceramico nelle tombe. Legenda, A: in al genere.
un gruppo ai piedi del morto (testata inferiore) a volte in uno spazio Passando da un piano puramente quantitativo
incavato protetto o meno da pietre (=24%); B: in un gruppo sopra il
capo del morto (testata superiore) a volte in uno spazio incavato protet- ad uno qualitativo si deduce che accanto ad una colloca-
to o meno da pietre (=20%); C: ai piedi del morto (testata inferiore) in zione che segue ancora lo schema tradizionale con i vasi
parte in gruppo, in parte allineati sul lato lungo (=3%); D: allineati nel
mezzo della tomba (=3%); E: in due gruppi sotto le testate (=13%); F: nella zona della testa e dei piedi, si afferma, come in altre
sotto la testata superiore, in parte raggruppati, in parte allineati sul lato
lungo (=13%); G: un gruppo ai piedi del morto in uno spazio incavato;
necropoli laziali, la tendenza ad una nuova organizzazio-
un gruppo nel loculo e un oggetto isolato ai piedi o accanto al morto ne dello spazio interno della tomba (Bietti Sestieri
(=7%); H: posizione non determinabile (=17%).
1992a, p. 214), separando la maggior parte del corredo
ceramico dalla deposizione in uno spazio specifico: uno degli estremi della fossa a volte anche incavato e perciò ulterior-
mente distinto spazialmente o un loculo laterale.
La presenza del loculo laterale ricorre solo nelle tombe 19 (maschile) e 29 (femminile) databili all’orientaliz-
zante medio e, peraltro, caratterizzate da elementi di prestigio; in entrambe le tombe il loculo è aperto sul lato lungo
occidentale verso la metà o la parte superiore della fossa e presenta una forma quadrangolare allungata con angoli arro-
tondati.
Nella tomba 29 il loculo si trova anche ad un livello leggermente superiore al piano della fossa, con i vasi deposti
in uno spazio ulteriormente distinto, incavato al centro del loculo; tale differenza di livello, riscontrata frequentemente
anche ad Osteria dell’Osa (Bietti Sestieri 1992a, p. 215), sembra l’indizio che il loculo possa riprodurre un riposti-
glio o un mobile, cioè un elemento dell’arredo della casa; tendenza a riprodurre nelle tombe elementi architettonici
dell’arredo domestico che sarà ben più evidente nelle pseudo-camere dell’Acqua Acetosa Laurentina o nella tomba 62
di Osteria dell’Osa (Bietti Sestieri 1992a, p. 215) e verrà formalizzata pienamente nelle tombe a camera ceretane.
L’intenzione di riprodurre una parte dello spazio domestico deve forse valere anche per gli spazi incavati ai piedi
o presso la testa del defunto, anche se in modo minimale.
Invece nella tomba 19, sempre nell’area del loculo, ma più in superficie, si raccolsero i frammenti di un piatto in
impasto rosso su alto piede con parte superiore della parete scanalata, rinvenuto in deposizione accessoria.
Si riscontra, infatti, anche in questa necropoli la pratica di gettare durante il rito funerario i frammenti di alcuni
vasi, anfore soprattutto, nella tomba, a guisa di libagione o aspersione del cadavere come è già stato documentato, ma
prima della deposizione, ad Osteria dell’Osa nelle tombe 76 e forse 562 (Bietti Sestieri 1992a, pp. 241-242; Bietti
Sestieri, De Santis 2000, p. 28).
Invece nella necropoli di Riserva del Truglio un simile rituale sembra riscontrabile dopo, in quanto in almeno tre
casi (tombe 3, 14, 21) sono stati ritrovati i frammenti delle anforette sparsi più in superficie, nella terra della fossa, come
a Castel di Decima27 (Zevi 1977, pp. 253-255).
Il dato non sembra essere limitato solo alle anfore perché nella tomba 3 sono stati rinvenuti anche i frammenti
di una tazza biansata; nella 19, come suddetto, quelli di un piatto frammentario, nella 21, insieme all’anfora, una fibula,
ora mancante, e nella 25 un’olla, anch’essa oggi mancante.
In entrambe le fosse con loculo, inoltre, lo scheletro è accompagnato, come prima accennato, da un vaso isolato
dagli altri, in stretta connessione con il defunto, forse come oggetto personale del banchetto: una tazzina con ansa bifora

27 Anche qui il fenomeno dei “vasi da rituale” interessa solo una parte medio come le sepolture di Riserva del Truglio menzionate al riguar-
delle tombe, la maggior parte delle quali appartiene all’orientalizzante do.
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 301

deposta poco prima dell’apertura del loculo, forse presso la mano del morto nella tomba 19; una pisside frammentaria
con decorazione plastica sulla carena presso il lato lungo orientale nella tomba 29.
Ciò potrebbe corrispondere a quanto accade ad Osteria dell’Osa dove, nelle tombe con corredo separato, un
vaso è posato presso le gambe o la testa del defunto, di solito una scodella, una coppa dipinta, una patera o, a partire
dall’orientalizzante recente, un’olla stamnoide spesso in associazione agli ornamenti personali o alle armi (Bietti Se-
stieri 1992a, p. 215).

Combinazione delle parures maschili e femminili nella fase IVA1-2


Come è illustrato nella tab. 7, durante il momento iniziale del periodo IVA le tombe maschili non presentano
quasi oggetti di ornamento: solo la tomba 12 costituisce un’eccezione con una parure composta da due fibule (una ad
arco serpeggiante, a gomito senza occhiello, con sezione a nastro e due espansioni a losanga alternate ad una coppia di
espansioni laterali a globetti e barretta trasversale, spillone con curva sviluppata a sezione circolare e tratto superiore a
nastro; l’altra in ferro ad arco a sanguisuga pieno), anellino, bracciale.

Altri materiali (ambra,


Tombe Bronzo Ferro
pasta vitrea, quarzite)
Elementi di
Fibule Anelli Bracciali Pendenti Cinturoni Bottoni/Borchie Fibule Pendenti Pendenti
collana
1M 1
11M
12M 1 1 1 2 1
27M
2
13F 4 1 7 2 1
(1 da sospensione)
3
28F 4 2 1
(1 da sospensione)
5
30F 15 4 10 2 19 1 7
(2 da sospensione)
Tab. 7 – Distribuzione delle parures maschili e femminili nelle tombe di fase IVA1.

Non si può però stabilire se questa differenza sia dovuta ad una posizione di prestigio del defunto nella comunità
o ad un differente ruolo sociale o ancora, come sembra più plausibile, ad entrambe le motivazioni.
Al contrario le tombe femminili sono sempre ricche di ornamenti, presenti anche in più di un’unità per catego-
ria; la parure base del costume femminile sembra essere costituita da fibule, anelli (sia fusi che da sospensione in tutte le
tombe28), elementi di collana in altro materiale a cui si aggiunge il bracciale a volte e i cinturoni nel caso della tomba 30,
che ha quasi solo materiale in bronzo e la combinazione maggiore di ornamenti.
Analizzando la tipologia di questi materiali si può affermare che i corredi si inseriscono del tutto nella temperie
culturale dell’orientalizzante laziale: anelli da sospensione a sezione romboidale o a nastro largo e piatto, pendenti a bul-
la semicircolare e tubolari, fibule a navicella con decorazione a cerchietti impressi. Solo la ricca tomba 30 presenta anche
elementi allotri come il bracciale a capi accostati profilati a doppio rocchetto, con la parte concava tra le due fascette
verticali dentellate, decorato sul lato esterno da fitte scanalature longitudinali, limitate alle estremità da una profonda
scanalatura verticale e sezione biconvessa29 (fig. 7, 1). Questo bracciale trova confronti puntuali solo ad Atina, località
San Marciano, dove ne sono stati rinvenuti ben trenta esemplari probabilmente appartenenti ad una sepoltura femmini-
le di elevato livello sociale, databile all’orientalizzante antico (Mangani 2004, p. 45, fig. 10, b-c, p. 40; Cifarelli 1997,
p. 83, nn. 20-21, pp. 81 e 83).
Altri tre bracciali simili sono stati trovati in Abruzzo, nella piana del Fucino, a Scurcola Marsicana, nella tomba
19 dei Piani Palentini, ma presentano i capi sovrapposti (Mangani 2004, p. 40; Cifarelli 1998, p. 23, fig. 3a).

28  Alla tomba 28 è molto probabilmente da aggiungere l’anello da nell’archivio storico del Museo L. Pigorini.
sospensione n. inv. 87817, trovato tra i materiali fuori contesto e attri- 29  Inv. 87732. Antonielli 1924, p. 484, r, fig. 34; Gierow 1964, p.
buito in base ad un’indicazione trovata su un foglietto di carta allegato 216, fig. 126, 39; Gierow 1966, p. 334, tipo If1; CLP 1976, p. 90, tav.
all’oggetto e al disegno della pianta redatta dallo Stefani, conservata IX, 30.
302 G. Bartoloni, M. Taloni

Inoltre ulteriori elementi legano, con rapporti di


reciproco scambio, la media Valle del Liri (quindi la Cam-
pania) e il Latium Vetus, attraverso il percorso pedemon-
tano corrispondente all’odierna autostrada del Sole: un
bracciale proveniente dal materiale senza contesto della
necropoli di Riserva del Truglio sempre a capi accostati,
ma decorato all’esterno da perlature alternate a gruppi
di tre costolature trasversali30 (fig. 7, 2), che si confron-
ta non solo con due esemplari di Atina provenienti dalla
tomba femminile sopra menzionata, ma anche con altri
da Cassino, dalla Campania (Calatia, tomba 160, datata
all’inizio del VII sec. a.C., Sala Consilina, Cuma, Avella,
Cairano), dall’area Pentra (Torella e Campodipietra), dal
Piceno, dall’area Paleoveneta e dalle regioni transalpine
della cultura di Hallstatt (Mangani 2004, pp. 39, 44, fig.
10, a; Cifarelli 1997, p. 81, n. 19, note 73-77).
Viceversa ad Atina sono stati trovati un pendaglio
ad ancora, molto diffuso nel Lazio meridionale e a Narce,
frammenti di un tripode a fascia e fibule con arco rivesti-
to da dischi d’ambra ed osso (Mangani 2004, pp. 32,
Fig. 7 – 1. Bracciale a capi accostati profilati a doppio rocchetto, tomba 30
(da CLP 1976, p. 90, tav. IX, 30, scala 1:2); 2. Bracciale a capi accostati, 35-36).
senza contesto, inv. 87813; 3-4. Cinturoni ellittici, tomba 30 (il numero Sempre dalla tomba 30 provengono gli unici due
4 da CLP 1976, p. 88, tav. IX, 3, scala 1:2); 5. Fibula di tipo frigio, tomba
29 (da CLP 1976, p. 96, tav. XII, 21, scala 1:2); 6. Scarabei d’imitazione cinturoni della necropoli, di forma ellittica decorati a
in faïence, tomba 29 (da Antonielli 1924, p. 478, a-b, scala 1:1). borchiette e puntini31 (fig. 7, 3-4), derivanti, per forma,
dai cinturoni a losanga villanoviani, ma più piccoli e con decorazione meno ricca e complessa. Questi trovano confron-
ti solo a La Rustica, tomba XI, datata al terzo quarto dell’VIII sec. a.C (Amici et alii 1976, cat. 48, p. 158, n. 8), ma con
decorazione leggermente differente: probabilmente sono da attribuirsi ad una produzione locale, così come afferma
la Cataldi Dini (Cataldi Dini 1976, pp. 87-88; Drago Troccoli 1989, pp. 39, 50), anche se sarebbe necessaria
un’indagine più approfondita al riguardo.
Nella fase avanzata del IVA (tab. 8) si accentua l’assenza di ornamenti nelle tombe maschili, che mancano in
tutti i corredi tranne nella tomba 3, inquadrabile probabilmente all’inizio dell’orientalizzante medio, e con caratteri di
prestigio: due anelli da sospensione, ornamento tipicamente femminile, elementi di collana in ambra e pasta vitrea.
Anche le tombe femminili sembrano essere, ma solo dal punto di vista qualitativo, meno ricche ed emerge tra
tutte, per complessità, solo la tomba 29.
La parure base è composta da fibule, anelli (fusi per lo più, mentre quelli da sospensione ricorrono solo nelle
tombe 5 e 7), pendenti, mentre il bracciale si trova solo nella tomba 29, che presenta anche un gancio di cinturone forse
in materiale deperibile e due scarabei d’imitazione siriana; gli elementi di collana in ambra e pasta vitrea invece ricorro-
no nelle tombe 21 e 26.
Come per il momento iniziale della fase IVA, gli elementi stranieri si trovano nella tomba più eminente, la 29,
femminile: sono una fibula di tipo frigio e due scarabei d’imitazione in faïence verde pallido.
La prima32 (fig. 7, 5), con arco semicircolare decorato a globetti, appartiene ad un tipo (Blinkenberg XII, 9) che
trova il suo centro di produzione a Gordion dove ne è stato trovato il maggior numero di esemplari, con grande ambito
di diffusione: Lindo, Paro, Olimpia, l’Heraion di Argo, ma anche Mitilene, Samo e Perachora in Grecia (Young 1981,
pp. 242, 245-246) e, in Italia, a Pithecusa (Lo Schiavo 2006, pp. 256, 263, 3a, fig. 4, n. 3, tipo 89, tomba 137/46i) oltre
all’esemplare di Riserva del Truglio.

30 Inv. 87813. Gierow 1964, p. 228, fig. 132, 75. 484, g; Gierow 1964, p. 218, fig. 127, 49; CLP 1976, p. 88, tav. IX, 3.
31 Inv. 87741. Antonielli 1924, p. 484, g, fig. 36; Gierow 1964, p. 32  Inv. 87682. Antonielli 1924, p. 479, g; Gierow 1964, p. 210, fig. 123,
218, fig. 127, 50; CLP 1976, p. 88, 4; inv. 87742; Antonielli 1924, p. 19; Gierow 1966, p. 325, tipo XVIIa1; CLP 1976, p. 96, tav. XII, 21.
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 303

Altri materiali (ambra, pasta vitrea,


Tombe Bronzo Ferro
quarzite)
Ago Elementi di
Fibule Anelli Bracciali Pendenti Cinturoni Fibule Anelli Scarabei Pendenti
crinale collana
2 (da
3M 4 2 1
sospensione)
10M
19M
20M
22M
26F 12 4 1
2 (1 da
5F 4 5
sospensione)
2 (1 da
7F 5 1 6
sospensione)
18F 7 5
21F 6 2 1 1 1 1
29F 10 2 1 5 1 1 2
Tab. 8 – Distribuzione delle parures maschili e femminili nelle tombe di fase IVA2.

Il gruppo XII Blinkenberg occupa anche un ampio arco cronologico che va dalla metà dell’VIII agli inizi del VI
sec. a.C.; tuttavia il sottotipo di Gordion, che più si avvicina all’esemplare della tomba 29, è databile tra la fine dell’VIII
e l’inizio del VII sec. a.C.
L’Antonielli ipotizzava per tali importazioni una mediazione greco-orientale, focese in particolare (Antonielli
1931, pp. 199-200), e così Colonna (Colonna 1974, p. 314). Tuttavia si preferisce pensare ad un tramite di commer-
cianti fenici, stanziatisi in Sicilia, in Sardegna e nell’emporio euboico di Pithecusa almeno nella seconda metà dell’VIII
sec. a.C., tramite confermato anche dalla presenza nel Lazio di altri materiali fenici, quali tripod-bowls e soprattutto anfo-
re, oppure a commercianti greci euboici di Cuma o ancora di Pithecusa (Bartoloni, Cataldi Dini 1980, pp. 140-141;
Bartoloni 1986, p. 106).
Gli scarabei33 (fig. 7, 6), invece, sono stati interpretati come imitazioni di esemplari siriaci (Antonielli 1924,
p. 479, nota 1) o fenici (Cataldi Dini 1976, p. 95); molto probabilmente non ci si rendeva conto del senso celato nelle
composizioni imitate, riprodotte solo per quello che erano apparentemente, cioè immagini divine e segni bene auguran-
ti e protettori (Matthiae Scandone 1975, p. 16), oggetti curiosi usati come sigilli, posseduti per la loro esoticità e bru-
ciati con il defunto come resto dei suoi oggetti personali (Hall 1913, p. VIII). Tuttavia costituiscono una testimonianza
significativa dei commerci transmarini che toccano il Lazio, anche nelle sue zone più interne, grazie alla mediazione di
commercianti greci e orientali e dei centri più grandi che sfruttano sia i percorsi interni, attraverso le valli del Sacco e del
Liri, sia quelli via mare (Colonna 2005a, p. 676; Bartoloni 1994, p. 200).
Nella fase IVB mancano del tutto gli ornamenti personali nei corredi tombali: la non integrità degli stessi e la scarsità
di documentazione non permettono di verificare l’ipotesi che tale assenza possa essere messa in relazione con la promulgazio-
ne di leggi suntuarie o provvedimenti analoghi, sul tipo di quelli diffusi in ambiente ellenico, indizio dell’esistenza di un potere
centrale forte (Roma) e conferma dell’avvenuto compimento del processo di formazione della città (Colonna 1977; Ampo-
lo 1984; Bartoloni 1984, pp. 13-22; Bietti Sestieri, De Santis 2000, pp. 28-29; Bartoloni, Nizzo, Taloni c.s.).

Combinazione delle armi e degli utensili


Davvero scarso è il campionario di armi ed utensili nella necropoli (tab. 9-10): le prime, tutte di ferro, si limitano
a spada più lancia nelle tombe più antiche; peraltro solo in una tomba si è conservata la spada e nelle altre la sua presenza
può essere desunta solo dai dischi decorativi (falere) del balteo34 (fig. 8, 4). Nel momento avanzato del periodo IVA,
invece, sono presenti solo cuspidi di lancia.

33  Inv. 87676-7. Antonielli 1924, p. 478, a-b; Gierow 1964, p. 210, 6; Gierow 1966, p. 354, tipo Ia3-4. Documentati nel Lazio (Roma,
fig. 123, 12-13; Gierow 1966, p. 366, tipo Ia1-2, fig. 101, 18-19; CLP Castel di Decima) sia in bronzo che in ferro, in contesti di VIII secolo
1976, p. 96, tav. XII, 10-11. (Bedini, Cordano 1980, p. 103, tav. 22, tipo 61); cfr. Bietti Sestieri
34  Tomba 1, mancanti. Antonielli 1924, 442 c; Tomba 27, inv. 1992a, p. 406, tav. 42, tipo 71a Osteria dell’Osa (III periodo), per il
87653a-b. Antonielli 1924, p. 473, a; Gierow 1964, p. 202, fig. 119, Latium vetus; Dohan 1942, p. 70, pl. XXXVII, n. 26, Narce, tomba 7F
304 G. Bartoloni, M. Taloni

Ferro Tombe
Fuseruole Coltelli
Tombe IVA1
Spade Daghe Punte di lancia
IVA1 13F 2
30F 1
1 1 (dischi decorativi balteo)
11M 1
11 1 1 1 Tombe
12 1 IVA2
18F 1
27 1 (dischi decorativi balteo) 1
19M 1
Tombe 21F 2
IVA2
29F 1
3 1
10 1 Tab. 10 – Distribuzione degli utensili nelle tombe maschili e
femminili.
19 1
20 1
22 1
Tombe
IVB
25 1 Tab. 9 – Distribuzione delle armi nelle tombe maschili.

Inoltre la frammentarietà dei pezzi e il cattivo stato di conservazione non hanno permesso una classificazione
tipologica precisa, soprattutto della spada e della daga, entrambe provenienti dalla tomba 1135 (fig. 8, 1-2), mentre le
punte di lancia sembrano essere tutte a cannone conico distinto, largo alla base, lama foliata piena con espansione nella
metà inferiore e forse costolatura centrale36 (fig. 9, 1).

Fig. 9 – 1. Punta di lancia in ferro del tipo a cannone, tomba 20; 2. Fram-
menti di coltello/i in ferro del tipo a codolo, tomba 11; 3a. Fuseruola
Fig. 8 – 1. Spada in ferro, tomba 11; 2- daga (?) in ferro, tomba 11; 3-4. sfaccettata, tomba 21; 3b. Fuseruola liscia, tomba 21; 4. Frammenti di
Dischi decorativi in ferro del balteo di una spada, tomba 27. verga di ferro, tomba 13; 5. Frammenti di verga di ferro, tomba 5.

(orientalizzante antico), per l’area falisco-capenate; T. Sabbatini, in corredi maschili più importanti della necropoli, ma non sembrano
Matelica 2008, pp. 60-61, cat. 9, tomba 77, loc. Brecce, Matelica (primo essere effettivamente indossate (Bietti Sestieri 1992a, p. 399); per
quarto VIII sec. a.C.) con ulteriori confronti. la spada un confronto, anche se non puntuale, è in Dohan 1942, p.
35  Tomba 11, inv. 87509a, b, f. Antonielli 1924, p. 455, a; Gie- 65, pl. XXXIV, n. 17, Narce, tomba 2F, invece non ne ho trovati per
row 1966, p. 165, fig. 96, 3; Gierow 1966, p. 357, tipo IVA1; inv. l’ipotetica daga.
87511a, 87513a, b; Gierow 1964, p. 165, fig. 96, 4. Ad Osteria 36  Tomba 20, inv. 87582. Antonielli 1924, p. 465, a; Gierow 1964,
dell’Osa sono associate sempre a punte di lancia, sono presenti nei p. 184, fig. 107, 7; Gierow 1966, p. 355, tipo Ia. Il tipo sembra esclusi-
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 305

Gli utensili sono esclusivamente relativi al costume femminile e limitati alle fuseruole; solo i frammenti, proba-
bilmente riconducibili ad uno o due coltelli di piccole dimensioni in cattivo stato di conservazione, sono presenti in un
corredo maschile (tomba 11).
Le fuseruole sono tutte di forma bitroncoconica più o meno simmetrica, per lo più sfaccettate (fig. 9, 3a), oppure
del tipo liscio37 (fig. 9, 3b); i frammenti di coltelli, invece, sono riconducibili al tipo con codolo a sezione rettangolare
per l’inserimento del manico in materiale deperibile e lama a profilo continuo con andamento leggermente sinuoso38
(fig. 9, 2).
Dubbio rimane il caso della tomba 19 che, oltre alla fuseruola, presenta anche una cuspide di lancia, in cui la
fuseruola è forse interpretabile come oggetto personale, appartenente ad una donna della famiglia, offerto al momento
della deposizione (Bietti Sestieri, De Santis, La Regina 1989-1990, pp. 65-88).
È interessante il fatto che non siano stati rinvenuti spiedi, ipotizzabili forse solo nel caso di alcuni frammenti di
verga provenienti dalle tombe femminili 13 e 539 (fig. 9, 4-5).

Posizione di ornamenti personali, utensili ed armi


Omogenea e canonica è invece la posizione degli ornamenti personali40 posti per lo più in corrispondenza di
quello che doveva essere il petto del defunto, in posizione d’uso, o presso la testa ad abbigliarne i vestiti secondo come
dovevano essere effettivamente indossati in vita (graf. 3).
Solo nella tomba 29 furono trovati sparsi senza ordine lungo tutta la parte centrale della fossa, come se fossero
stati gettati sul cadavere dopo la sua deposizione, a guisa di aspersione rituale, come le ceramiche rotte intenzionalmente
e disperse nella terra della fossa.
Riguardo le armi, presenti in 10 corredi, si riscontra una distribuzione abbastanza omogenea e una netta distin-
zione tra la posizione delle spade, sempre in corrispondenza del petto del defunto, e le lance poste o presso la testa o ai
piedi, accanto al corredo (graf. 4).

Graf. 3 – Posizione degli ornamenti personali nelle tombe. Graf. 4 – Posizione delle armi nelle tombe.

vo dell’orientalizzante, in particolare della fase laziale IVA2 (Bietti Se- IB1. Con il III periodo e l’orientalizzante gli esemplari sono tutti di ferro
stieri 1992a, p. 408); vedi anche Bartoloni 1975, p. 319, figg. 103 e di dimensioni normali (non miniaturizzati) il che fa pensare ad un uso
b-c e 105, nn. 34-36, Castel di Decima, tomba 152; per Pontecagnano comune non cultuale; questo tipo a profilo continuo sembra il più diffuso
vedi d’Agostino 1968, p. 84, fig. 7, C, tipi 596, 575, 601. (Bietti Sestieri 1992a, p. 398; cfr. anche Bartoloni 1975, p. 319, figg.
37  Tomba 21, inv. 87605 e 87595. Antonielli 1924, p. 467, l-a; 103d e 105, n. 39, Castel di Decima, tomba 152; Bedini 1988-1989, p.
Gierow 1964, pp. 186, 188, fig. 108, 10 e 3; Gierow 1966, p. 307, 228, fig. 9, n. 1, Tor de’ Cenci, Roma, tomba 5, passaggio III-IV periodo;
tipo Ic1, Ia6. Le fuseruole sono presenti in un grandissimo numero di d’Agostino 1968, p. 85, fig. 7, H, Pontecagnano), rispetto al tipo a lama
complessi italiani sia di necropoli che di abitato, nella versione liscia e leggermente arcuata, con stretto e breve codolo fissato all’immanicatura
sfaccettata, senza che si possano distinguere sostanziali differenze cro- da un chiodino: interpretato sia come arma, sia come utensile per uso
nologiche. La loro presenza, come quella dei rocchetti, dovrebbe indi- domestico perché rinvenuto anche in una tomba infantile.
care un corredo femminile, anche se non tutti gli autori sono d’accordo 39  Tomba 5, inv. 87466f. Gierow 1964, p. 154, fig. 90, 13; tomba 13,
(Bosio, Pugnetti 1986, p. 97, nota 81). inv. 87536c; Gierow 1964, p. 170, fig. 99, 21. In Fulminante 2003,
38  Tomba 11, inv. 87509d, 87511b, 87513c. Antonielli 1924, p. 450, p. 216, si afferma che lo spiedo è presente solo nella tomba 22, ma i due
c; Gierow 1964, p. 165, figg. 96, 6-7; Gierow 1966, p. 357, tipi IIIA1-2, frammenti a forma di uncino, ora mancanti (Gierow 1964, p. 190, fig.
306 G. Bartoloni, M. Taloni

In alcuni casi si conosce anche un’ulteriore spe-


cificazione della posizione: nelle tombe 10, 25 e 27 con
la punta rivolta verso il basso; nella 20 in alto e nella 19
sotto un piatto.
Infine i pochi utensili rinvenuti si trovano per lo
più con gli ornamenti, sul torace e solo in due casi con il
corredo (graf. 5); un cenno a parte meritano i frammen-
ti forse riferibili a spiedi, non inseriti nel grafico: nella
tomba 5 non è possibile desumerne la posizione, mentre
nella 13 erano sotto un’olla liscia d’impasto rosso posta,
Graf. 5 – Posizione degli utensili nelle tombe. insieme al resto del corredo, in fila nel mezzo della fossa.

Dinamiche di genere e forme di organizzazione sociale


Ciò che emerge dall’analisi della composizione dei corredi è l’adesione generale, anche a livello medio, all’ideo-
logia aristocratica del banchetto, quale si è affermata con l’Orientalizzante in tutto il Mediterraneo (Delpino 2000, pp.
193-195; Bedini 2006, pp. 467-469), caratterizzata dal costume di bere vino, sdraiati o seduti, e mangiare carne; stile di
vita aristocratico che si riflette nel rituale del banchetto funebre.
Infatti il corredo base presente nelle tombe è costituito da varie categorie di vasi funzionali ai diversi momenti
del banchetto: anfora (vaso per contenere e versare il vino), olla (contenitore comune per conservare e mescolare il vino
puro e l’acqua), tazza biansata (vaso utilizzato dai simposiasti per passarsi di mano in mano la bevanda41), tazzina (per
attingere e versare42), scodellone o piatto (contenitore comune probabilmente per il cibo).
Non ci sono indizi probanti dell’uso di banchettare sdraiati, tuttavia il rinvenimento di una tazzina nella tomba
19 vicino al defunto, in corrispondenza di quella che doveva essere la mano sinistra, potrebbe avvalorarne l’ipotesi, sulla
stregua, ma a livello più modesto, di quanto accade a Castel di Decima, dove è stata attestata la più antica testimonianza
nell’Italia indigena di uso del costume del banchetto, probabilmente sdraiato, secondo la moda fenicia.
Infatti nella tomba 15, databile all’inizio dell’orientalizzante, è stato rinvenuto uno skyphos d’argento all’altezza
della mano sinistra del defunto, tra i suoi oggetti personali (Bartoloni 2003, pp. 203-209).
L’introduzione della pratica del banchetto sulle coste laziali è stata attribuita dalla Bartoloni alle genti di Pithe-
cusa più che a commercianti fenici, come dimostra la commistione, nel corredo della tomba 15 di Castel di Decima, di
elementi fenici e greci, quali lo skyphos, sottolineando anche l’importanza del Tevere in questi traffici, data la precoce
attestazione di ceramica d’importazione a Veio, Roma e Ficana (Bartoloni 2003, p. 209; Zevi 1997, pp. 179-183).
A differenza delle grandi tombe “principesche” non è evidente quel processo di accumulazione di beni (keimelia
e agalmata), frutto sia di commercio che di bottino o di scambio di doni a livello aristocratico (Ampolo 2000, pp. 27-
35, con relativa bibliografia); piuttosto emergono delle disparità qualitative e quantitative nel corredo di alcune tombe
emergenti sia maschili che femminili, come ribadito anche dall’analisi delle parures.
Un discorso probabilmente diverso va fatto per le tombe maschili 1, 11 e 27, con scarso corredo ceramico, man-
canza di ornamenti e presenza dell’associazione spada più lancia (nella tomba 1 solo spada); nel caso della tomba 11,
spada, daga, lancia, coltello.
Alla luce di questi dati non si può dire, ma è probabile, che tale differenza sia di armamenti che di tipolo-
gie di corredo rispetto alle altre tombe maschili corrisponda ad una reale diversità di compiti militari o ancora

110, 7), sembrano pertinenti al gancio di un cinturone di cuoio piutto- vasi specificamente potori. Tale versatilità sembra motivata oltre che da
sto che a degli spiedi. ragioni ergonomiche (la presa singola infatti consente tutte e tre le azio-
40  Non sempre è stato possibile desumerne l’esatta posizione dal reso- ni) anche probabilmente da motivi legati all’origine della forma stessa
conto dello scavo redatto da Antonielli e Stefani. come vaso dalle molteplici funzioni, che risalirebbe all’età del Bronzo
41  A tale proposito è utile ricordare quanto suggerito da M. Gras finale. In questo senso, la tazza-kyathos conserverebbe all’interno dei
(Gras 1984, pp. 325-339) circa tale forma, che sarebbe destinata a corredi funerari di età orientalizzante una sorta di ruolo legato non solo
«muoversi in uno spazio orizzontale», proprio all’interno dei convivi, all’utilità e genericità della forma, ma forse anche alla sua tradizione.
mentre in uno spazio verticale, finalizzato all’offerta rituale, si muove- Inoltre è da rimarcare la presenza di varie classi dimensionali anche
rebbe il calice a vasca carenata di impasto, identificato con il vocabolo all’interno dello stesso corredo che sottolineano il ruolo di misuratore
thapna fin dal VII secolo, metonimia del campo semantico dell’offerta. di capacità della tazzina-kyathos; infatti il termine graco kyathos indica
42  La tazza-kyathos, nelle adatte varianti dimensionali, può essere utiliz- tanto la forma vascolare in questione, quanto una specifica unità di mi-
zata per attingere liquidi dai vasi della mescola e a sua volta per versarli in sura (B. Belelli Marchesini, in di Gennaro et alii 2006, p. 227).
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 307

ad una differenza di ceto sociale e ad un ruolo ben distinto all’interno dell’organizzazione politico-militare della
comunità.
Tuttavia l’eccezionalità nell’ambito di una necropoli in cui non si verifica mai l’associazione spada, daga, coltello,
lancia induce ad attribuire, almeno al defunto della tomba 11, un ruolo sociale particolare e di prestigio, con compiti
militari e/o comunitari differenti rispetto ai soli possessori di lancia (Zevi 1977, p. 258).
In questo caso non sarebbe attestata solo la funzione di guerriero, secondo il fenomeno documentato a partire
dalla seconda metà dell’VIII secolo contemporaneamente nel Lazio, nell’agro falisco e soprattutto in Etruria, dove as-
sume una dimensione quantitativamente più rilevante e costante all’interno di una stessa necropoli, ma anche quella di
possessore di coltello, cioè di controllo e organizzazione delle risorse alimentari del gruppo o della famiglia (Bartolo-
ni 2003, p. 126).
Infatti il coltello veniva utilizzato nell’uso quotidiano e nel banchetto funebre per la spartizione delle porzioni
di carne ed è prerogativa di personaggi eminenti, probabilmente detentori anche dell’autorità religiosa (Bartoloni
2003, p. 124).
Il fatto che il coltello si trovi in un corredo maschile contrasta con la tendenza verificata nel Lazio dove appare
peculiare per lo più del mondo muliebre (ad Osteria dell’Osa, nelle tombe di VIII sec. a.C., dove le donne detentrici di
coltello sono state interpretate come sacerdotesse; a Castel di Decima, nella tomba 132; a Caracupa, nelle tombe II e IV;
a Lariano, località Vallone, nella tomba femminile), al contrario di quanto accade in ambiente villanoviano sin dall’VIII
sec. a.C. (Bartoloni 2003, p. 125; cfr. sopra il contributo di G. Bartoloni).
Inoltre va aggiunto che rispetto ai coltelli documentati a Castel di Decima, a Caracupa e in località Vallone le
dimensioni sono decisamente minori e totalmente diversa è la tipologia (lama a profio continuo e manico a codolo an-
ziché lama a fiamma e manico a robusta maniglia quadrangolare) e il materiale usato (ferro anziché bronzo).
Se l’utilizzo del ferro farebbe propendere per un possibile utilizzo delle armi, tuttavia, la posizione sia delle spade
(sul torace), sia delle lance (presso la testa o ai piedi del defunto) sembrerebbe avvalorare l’ipotesi che siano collegate
solo allo status del defunto come simbolo di condizione sociale (Bartoloni 2003, pp. 168-170).
Questo aspetto, insieme alla sobrietà del costume maschile, accomuna la necropoli di Riserva del Truglio a quel-
la di Castel di Decima e di Osteria dell’Osa (Zevi 1977, p. 259; Bartoloni, Cataldi Dini, Zevi 1982, pp. 261-262;
Bietti Sestieri 1992a, p. 405): piccole comunità non pacifiche, ma in continuo stato di guerra tra loro, dedite anche ad
attività predatorie nei confronti dei villaggi vicini e di controllo della vie di comunicazione.
Invece nel caso della presenza della sola lancia, come sembra la regola nel momento più avanzato del periodo
IVA, questa potrebbe non essere più interpretata solo come segno distintivo dell’individuo atto alle armi, guerriero,
ma potrebbe probabilmente adombrare un’altra condizione, maggiormente diffusa e comunque distinta nella struttura
sociale: quella del pater familias (Scarani 1996, pp. 322-323, 330).
Infatti l’hasta, connessa a Marte e Quirino, era presso i Latini anche il segno della regalità più arcaica, del rex,
inteso come signore dell’embrionale organizzazione politica di villaggio e poi di tipo proto-urbano (Scarani 1996, pp.
329-330).
Ciò sarebbe evidente nel III periodo ad Osteria dell’Osa e connesso al formarsi di un’ideologia di tipo gentilizio
e al consolidarsi della struttura patriarcale e familiare, così definita e formalizzata anche nel rito funerario (Scarani
1996, p. 331).
Sembra perciò plausibile che, nella comunità più modesta di Riserva del Truglio, il rafforzarsi di strutture e vin-
coli familiari, come diretti precedenti allo sviluppo dell’organizzazione gentilizia, si ponga nel momento avanzato del
periodo IVA, in ritardo rispetto ad altre realtà più evolute dal punto di vista socio-politico e magari proprio su influsso
di quelle comunità con cui si intrattenevano scambi e contatti.
Differente è il quadro offerto dal costume femminile ricco di ornamenti in bronzo e altro materiale, anche qui
con alcuni corredi emergenti, soprattutto nel momento iniziale della fase IVA (tombe 13, 30, 28) caratterizzati da fibule,
anelli (sia fusi che da sospensione in tutte le tombe), elementi di collana in altro materiale a cui si aggiunge a volte il brac-
ciale e i cinturoni nel caso della tomba 30, che ha solo materiale in bronzo e la combinazione maggiore di ornamenti.
Anche nel caso dei corredi femminili si nota, nel corso del VII secolo, una diminuzione della ricchezza, dal punto
di vista qualitativo più che quantitativo, rimanendo i corredi femminili sempre abbastanza ricchi di ornamenti rispetto
a quelli maschili.
308 G. Bartoloni, M. Taloni

Tuttavia nello standard comune si notano maggiormente le differenze con i corredi emergenti: il bracciale si
trova solo nella tomba 29, che presenta anche un gancio di cinturone e due scarabei d’imitazione siriana; gli elementi
di collana in ambra e pasta vitrea ricorrono solo nelle tombe 21 e 26, mentre la parure base è composta da fibule, anelli
(fusi per lo più, mentre quelli da sospensione ricorrono solo nelle tombe 5 e 7) e pendenti.
Oltre agli oggetti d’ornamento le donne sono caratterizzate unicamente da una fuseruola (solo in due casi da
due: tombe 13 e 21), mentre mancano del tutto rocchetti, fusi e/o conocchie.
La fuseruola, simbolo del fuso con asta lignea, connota le donne della necropoli essenzialmente come filatrici,
anche quelle con corredo emergente (Bartoloni 2003, pp. 120-121).
Questo fatto, insieme alla mancanza del coltello con tutto ciò che a livello di ruolo sociale ne consegue, come
sopra evidenziato, è il probabile segno dello scarso ruolo sociale avuto dalle donne all’interno di questa comunità a base
patriarcale.
Infatti la loro sfera sembra essere limitata all’ambito domestico e al ruolo di bene di prestigio in sé, keimelion da
esibire e da scambiare nei matrimoni a livello delle famiglie aristocratiche (Bartoloni 2003, p. 130).
Anche la scrittura appare in questa comunità prerogativa maschile; infatti un calice d’impasto con la lettera A
graffita sotto il piede proviene dalla tomba 20, maschile, caratterizzata da corredo ceramico e punta di lancia in ferro,
databile all’orientalizzante medio.
Invece, altrove, la donna sembra avere un ruolo importante nella sua diffusione: ad Osteria dell’Osa la più antica
iscrizione alfabetica in Italia è stata trovata su un vaso proveniente da una tomba femminile databile al IIB; una defunta,
che il rito dell’incinerazione definisce tra le più importanti della necropoli e mette in connessione con l’Italia meri-
dionale (Bietti Sestieri, De Santis 2000, p. 53); anche nella necropoli di Veio, Quattro Fontanili i più antichi segni
alfabetici sono su strumenti femminili (Bartoloni 1989, pp. 117-128).
Tuttavia l’importanza del rapporto di coppia è forse adombrato dalla sepoltura bisoma delle tombe 27-28, con
corredi separati ma considerati contemporanei ed entrambi caratterizzati da elementi di prestigio (la spada in quello
maschile e la patera baccellata in quello femminile, oltre agli elementi di collana e alle fibule di grandi dimensioni)43;
comunque non si può affermare fino a che punto possa essere la testimonianza dell’integrazione della donna in un ceto
socialmente eminente, se in virtù di uno specifico ruolo sociale o solo in quanto “bene da esibire, ornamento perso-
nale”, né che si possa in questo caso parlare di sacrificio umano come proposto in casi simili da Peroni (Peroni 1981,
p. 300).
Il diminuire della ricchezza sia nei corredi maschili, che, in parte, in quelli femminili durante il VII secolo, con
la totale assenza di ornamenti nel periodo IVB, come riscontrato anche a Castel di Decima (Bartoloni, Cataldi
Dini, Zevi 1982, p. 269), a Osteria dell’Osa (Bietti Sestieri, De Santis 2000, p. 29) e a Veio (Bartoloni 1984, pp.
13-28), potrebbe attribuirsi, oltre alla mancanza di documentazione e ad un effettivo calo demografico alla presenza di
leggi suntuarie o provvedimenti analoghi, sul tipo di quelli diffusi in ambiente ellenico, indizio dell’esistenza di un po-
tere centrale forte (Roma) e conferma dell’ormai avvenuto compimento del processo di formazione della città (Bietti
Sestieri, De Santis 2000, pp. 28-29).
Dal punto di vista della struttura tombale, invece, sembra esserci una tendenza non solo a maggiori dimensioni
delle tombe maschili rispetto a quelle femminili, anche ad una diminuzione delle dimensioni delle fosse in generale
dalla fase iniziale del IVA a quella avanzata, fermo restando il valore ipotetico di tali considerazioni dato il campione
minimo di dati disponibili.
L’orientamento, laddove è possibile rintracciarlo, è abbastanza variabile, pur notandosi una leggera preferenza
per la direzione SE-NO o EO e SN.
L’unica costante è che la testa del defunto è sempre posta in un angolo che varia da NE a S, ma non è mai posta
ad O; solo in due casi (tombe 11 e 20) si è certi che la testa era volta ad oriente.
Altrove, come a Castel di Decima per esempio, l’orientamento è più costante: NE-SO con testa verso NE, di-
sposizione certo portatrice di un valore rituale preciso, evidenziato dal contrasto con alcune fosse che non seguono tale
disposizione (Bartoloni, Cataldi Dini, Zevi 1982, p. 258).

43 In Fulminante 2003, p. 216, si afferma che la tomba 27, quella che peraltro si riscontra, data l’acidità del terreno, in molti altri casi, né
maschile della sepoltura bisoma, sia ad incinerazione, ma non credo ci sembrano esserci indicazioni al riguardo da parte dello scavatore Stefa-
siano elementi per poterlo affermare, se non la mancanza di resti ossei, ni, neppure nei dati d’archivio.
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 309

Passando, infine, ad analizzare le caratteristiche


della distribuzione spaziale della necropoli, si deve pre-
mettere che il campione di dati disponibile non può con-
siderarsi né completo, in quanto la necropoli non è stata
del tutto scavata, né rappresentativo probabilmente della
vera situazione di organizzazione dello spazio sepolcrale
nel comprensorio di Marino, mancando elementi di con-
fronto adeguati.
A ciò sarebbero necessari maggiore documen-
tazione e soprattutto parametri di confronto con si-
tuazioni simili a quelle della Riserva del Truglio, oltre
alla comparazione con la situazione contemporanea
dell’abitato.
Le tombe, poste tutte tra III e VII formone, pre-
sentano uno sviluppo lineare lungo la pendice settentrio-
nale di Monte Crescenzio, seguendo la conformazione
del terreno, con pendenza da S a N e, più lieve, da O
ad E.
Sono distribuite senza un criterio di regolarità
su tutta l’area, spazialmente rade, per tombe singole o
al massimo per gruppetti di due o tre unità, senza che si
possano distinguere dei raggruppamenti; tuttavia sono Fig. 10 – In alto: pianta di fase IVA1, tombe maschili e femminili; al
poste per lo più verso il limite SE del terreno e tra III e V centro: pianta di fase IVA2: in tratteggio le tombe della fase preceden-
te, senza simbolo de tombe indeterminate; in basso: pianta di fase IVB
formone; a N e ad O sono molto più rade, ma ciò potreb- (rielaborazione da Antonielli 1924, p. 433, fig. 2 = Gierow 1964, I,
be essere dovuto a mancanza di documentazione. p. 134, fig. 76).

Non si riscontrano neppure sovrapposizioni di tombe più recenti ad altre anteriori.


Analizzando la distribuzione delle tombe fase per fase, si nota che le poche datate al momento iniziale del perio-
do IVA (fig. 10, pianta di fase IVA1) sono poste tutte tra III e IV formone, quasi tutte verso il limite occidentale (tombe
11, 12, 13, 27-28 e 30), dove non sono riscontrate altre sepolture più tarde.
Inoltre si nota l’isolamento delle tombe 30, 27-28 e 13, tutte con caratteri di prestigio; anche tra loro sono molto
distanziate: solo le tombe 11 e 12 sono quasi parallele e hanno lo stesso orientamento della tomba 13 e della tomba
bisoma 27-28.
Successivamente alla fase IVA2 sono datate 19 tombe che tendono ad occupare quasi tutta l’estensione del terre-
no scavato e forse dell’intera parte orientale e settentrionale della necropoli (fig. 10, pianta di fase IVA2).
Le sepolture sono tutte molto ravvicinate anche se non si riscontrano associazioni di tombe femminili e maschili
e soprattutto sovrapposizioni o gruppi intorno ad una fossa principale.
Infine le pochissime tombe di fase IVB (tombe 6, 8, 9, 25) vengono ad inserirsi all’interno del gruppo prece-
dente, peraltro senza intaccarlo (fig. 10, pianta di fase IVB); tre (6, 8 e 9) sono molto vicine tanto da toccarsi quasi
con un’estremità: sono le tombe caratterizzate dalla presenza di bucchero di importazione e dalla maggioranza di vasi
etrusco-corinzi (tre aryballoi e un alabastron).
Alcune delle caratteristiche qui riscontrate, quali la distribuzione spaziale rada e irregolare e la mancanza di
gruppi, trovano conferma anche nella necropoli di Osteria dell’Osa per la fase orientalizzante che si differenzia netta-
mente dai periodi precedenti, anche se in questo caso la differenza è stata interpretata come evidenza di una comunità
non residenziale rispetto al III periodo in cui erano riscontrabili gruppi distinti in parte della necropoli (Bietti Sestieri
1992a, pp. 50-51).
Invece a Castel di Decima si è riscontrata nell’orientalizzante la differenza tra tombe disposte a gruppi e addos-
sate a quelle più antiche sempre fisicamente separate, anche se talora molto ravvicinate (Zevi 1977, pp. 250-251), e la
si è associata all’oramai avvenuta spartizione dei suoli nell’ambito della necropoli e quindi all’avvento della proprietà
privata della terra.
310 G. Bartoloni, M. Taloni

La sensazione è che ci si trovi di fronte ad una comunità non ancora proto-urbana, cioè basata su una struttura
gentilizio-clientelare che fa del gruppo familiare il nucleo della società, anche se non più ad assetto territoriale o tribale
(Peroni 1996, pp. 24-43; cfr. Peroni 1981, pp. 267-282), dove è la comunità nel suo insieme a controllare le risorse e a
possedere la terra, ma poco differenziata, al cui interno si nota una qualche forma di stratificazione sociale individuabile
nella differenziazione di alcuni corredi eminenti rispetto agli altri e quindi l’emergere di una piccola aristocrazia locale
che magari gestisce soprattutto i commerci e in parte la terra. Comunque è evidente un diverso modo delle classi emer-
genti di rappresentarsi a livello ideologico che presuppone un’autocoscienza, una consapevolezza di sé e della propria
ricchezza e potere, oltre alla volontà di esibirli e ostentarli.
Inoltre la notizia di una sepoltura “principesca” orientalizzante nel territorio di Marino, in località Selve, ci è
data anche dal Lanciani44: la tomba era in ciottoli di peperino irregolari, con piano fondo circa 1.50 m, e conteneva due
fibule di metallo con ornati elegantissimi, tre grandi fibule d’ambra, una delle quali fasciata d’oro, 17 fibule d’ambra o di
metallo, una o più collane d’ambra, una collana di globuli di pasta vitrea, un coltello di bronzo, un vaso di bronzo a forma
di tripode, in frammenti, vasi di bucchero graffiti e vasi d’impasto.
Il processo di formazione della città, che trova le sue fondamenta nelle società gentilizio-clientelari, tuttavia, non
arriverà mai a conclusione in alcuni settori della regione dei Colli Albani, già da tempo comunque in ristagno e regresso,
a causa dell’affermarsi della supremazia romana.
I motivi dell’inizio di una fase espansionistica nella storia di Roma sono prima di tutto economici: «la funzione
di rispettabile centro commerciale, di tramite tra Veio e il mondo latino, di intermediario tra gli stimoli provenienti dal mare e
le zone interne della media valle tiberina, che caratterizza già dall’VIII secolo l’aggregato romano, richiede necessariamente un
certo controllo della via d’acqua e degli itinerari terrestri oltre ad una condizione generale favorevole di accordo e di collabora-
zione con le comunità vicine. Di qui la necessità di tentare di rimuovere ostacoli ove essi si presentino sia in direzione della piana
costiera sia per così dire alle spalle, in direzione del dominante massiccio albano» (Pallottino 1993, p. 182)45.
La tradizione pone infatti nel VII secolo, sotto il regno di Tullo Ostilio, la distruzione di Alba e l’espansione verso
il mare attribuita ad Anco Marcio con la conquista di Medullia, Politorium46, Tellenae e Ficana47, in parte ricordati negli
elenchi pliniani dei populi48 del Lazio scomparsi senza lasciare traccia: «obiettivo finale era la libertà di navigazione sul
Tevere fino alla sua foce (…), con la creazione di un porto, cioè praticamente del primo impianto di Ostia»49 (Pallottino
1993, p. 185).
Tuttavia molta parte del Latium Vetus, nel VII secolo, doveva essere estranea alla sfera d’azione diretta di Roma:
Gabii, Tivoli, Palestrina, Ardea, Anzio, Satricum, infatti, conoscono un momento di ricchezza e sviluppo culturale senza
precedenti.
Riguardo, infine, la questione della formazione della città nel Lazio50, probabilmente va rivista l’idea di un suo
ritardo51, nel senso che «una realtà politica c’è già da molto tempo, anche se diversa da quella che sarà rappresentata dalla
città-stato»52. La si intravede dall’inizio dell’VIII secolo53, nelle differenze riscontrabili a livello funerario che presup-
pongono lo strutturarsi di un’organizzazione gentilizio-clientelare, base del processo di formazione della società urbana
antica, anche se, a differenza dell’Etruria, non si ha quella concentrazione degli insediamenti nell’ambito di pianori che
poi ospiteranno le future città storiche54, ma un’occupazione capillare del territorio diviso in piccoli potentati e forse
per questo più facilmente preda della nascente realtà romana, la quale sola porterà a compimento, nel Lazio, il processo

44  Lanciani 1884, p. 108; Fulminante 2003, p. 217, dove si afferma Peroni 2000, pp. 29-30.
che è bisoma. 51  Al riguardo cfr. Carandini 2000, pp. 481-482.
45  Cfr. anche Pallottino 1960. 52  Colonna 1983, p. 433.
46  Per la possibile identificazione con Castel di Decima cfr. Colonna 53  A.M. Bietti Sestieri nell’analisi della necropoli di Osteria dell’Osa
1974, p. 277; F. Zevi in Bartoloni et alii 1975, p. 243; diversamente data al 770 a.C. (passaggio dalla fase laziale IIB alla III, ovvero dalla
Bedini 1990, p. 52, dove si ipotizza una, seppur preliminare, identifi- fase I alla II dell’Etruria) la fine della famiglia allargata di carattere
cazione con il sito di Acqua Acetosa Laurentina, con la quale non con- egualitario e la divisione della società fra gentes e clientes (d’Agostino
corda Colonna: cfr. Colonna 2005b, p. 693. 2005, p. 25), Il «corrispettivo di questa nuova organizzazione sociale si
47  Su Ficana si vedano i volumi di Fischer-Hansen 1990 e Brandt vede nella divisione spaziale delle necropoli in gruppi separati di tombe, che
1996; sul rapporto con Roma e il Tevere Zevi 2000, p. 234. durano un lasso di tempo di diversi decenni» (Bietti Sestieri 1992b,
48  Riguardo i dati letterari e archeologici cfr. Carandini 2000, pp. pp. 241-242).
233-238; Carandini 2006, p. 404 e Carafa 2000, pp. 610-617. 54  Sulla formazione delle città in Etruria da ultimo cfr. Dinamiche di
49  Riguardo la questione di Ostia arcaica cfr. Zevi 1996, pp. 82-89; sviluppo delle città nell’Etruria meridionale: Veio, Caere, Tarquinia, Vul-
Zevi 2000, pp. 233-237. ci, Atti del XXIII Convegno di studi etrusco-italici, Roma-Veio-Cerveteri/
50  Sulle varie interpretazioni del fenomeno proto-urbano in Etruria e Pyrgi, Tarquinia, Tuscania, Vulci, Viterbo, 1-6 Ottobre 2001, voll. I-II,
nel Lazio una sintesi si trova in Carafa 2000, pp. 457-487; cfr. anche Pisa-Roma 2005.
Ruoli femminili nell’orientalizzante laziale 311

di formazione urbana fino alla costituzione di uno stato di potenza e confini inauditi. Esso infatti si esplicita nella netta
distinzione tra pubblico e privato, nella presenza di un forte potere centrale che regoli, tramite leggi, il vivere della comu-
nità che in esso si rispecchia e dal quale la comunità stessa viene rappresentata anche all’esterno, «in forme di organizza-
zione sociale che consentano una concentrazione di surplus controllata da vere e proprie gerarchie amministrative»55.
Tutto ciò esiste già nella Roma dei primi re e delle curie56, a loro volta conseguenza dell’emergere di una classe
aristocratica nella III fase laziale e del processo di appropriazione dei mezzi di produzione57, secondo una progettua-
lità di tipo protourbano, autonoma, non influenzata da quella delle colonie greche58, che pure larga parte hanno avuto
nell’evoluzione di tale processo.
Maria Taloni

55  Guidi 1982, p. 280. 57  Guidi 1982, p. 288, nota 62.
56  Colonna 1983, p. 433. 58  Peroni 1983, p. 437; Peroni 2000, p. 26.
312 G. Bartoloni, M. Taloni

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