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Nicola Severino

IL LIBRO
DEGLI ASTROLABI
Roccasecca, 1994
La storia dellAstrolabio da Tolomeo a Regiomontano
PREFAZI ONE
L'Astrolabio - uno strumento tanto nominato quanto sconosciuto. Uno strumento che per
la sua maneggevolezza e versatilit ha contribuito grandemente alla diffusione delle
nozioni astronomiche dal mondo islamico a quello cristiano e che pur non trova nei trat-
tati di storia delle scienze lo spazio che gli competerebbe. Si sa bene che la storiografia dello
sviluppo del pensiero scientifico non usa far riferimento agli strumenti tecnici - nemmeno
i pi importanti - che hanno accompagnato e consentito il progresso delle conoscenze; ma
anche nelle storie incentrate sulle tecnicge, all'Astrolabio viene dedicato non pi di
qualche cenno. Ci in gran parte attribuibile alla scarsit di fonti moderne cui attingere
ampie informazioni storiche su tale strumento; alla scarsezza cio delle fonti di seconda
mano cui sono soliti attingere i trattatisti.
Un'opera come questa di Nicola Severino, frutto di paziente ricerca condotta spesso su
codici e rari testi a stampa - quasi incunabuli - consultati in prestigiose biblioteche ed in
primo luogo in quella di Montecassino, fornisce una base importante per colmare in
avvenire tale lacuna. Innanzi tutto infatti offre una panoramica sullo sviluppo di questo
strumento nel mondo latino e sulla letteratura inerente; in secondo luogo fornisce infor-
mazioni specifiche, perfino su realizzazioni finora ignorate, indubbiamente preziose per gli
studiosi che vogliano acculturarsi sull'argomento e tenerne conto nelle loro indagini
storiche. Come dice l'Autore nella premessa, certe lacune di informazione palesate da stu-
diosi di storia delle scienze appaiono sorprendenti: ad esempio, nella voce Astrolabio
dell'Enciclopedia Italiana non si fa cenno di una versione dell'Astrolabio importante come
quella sferica.
Preziosa infine per gli studiosi professionisti l'amplia bibliografia che chiude la trat-
tazione. Lodevole l'iniziativa di annettere in appendice anche una riedizione dell'elenco
degli Astrolabi piani esistenti nelle varie raccolte del mondo pubblicata da J. Derek Price
nel 1955 su Archives Internationales d'Histoire des Sciences.
Non esiste, a mia conoscenza, un trattato italiano moderno sull'astrolabio. Le infor-
mazioni in merito, in italiano, si ricavano solo da voci di enciclopedie o da articoli di riv-
ista per lo pi a carattere specifico. Il presente lavoro costituisce una fonte d'informazioni,
un source book stimolante per colmare la lacuna. Una storia generale dell'Astrolabio, a
livello non specialistico, ritengo che sarebbe culturalmente rilevante, data l'importanza e
la diffusione che questo versatile strumento ha avuto lungo il medioevo. Importanza non
solo scientifica, ma anche - e forse precipuamente - pratica, quale efficientissimo ausilio
didattico e quale agilissimo strumento per la determinazione dell'ora, diurna e notturna,
e della latitudine. Uno strumento che ha accompagnato ed in parte sostenuto il risorgere
culturale dell'Occidente dopo i secoli bui dell'alto medioevo. Spero vivamente che qualche
studioso si senta stimolato a porre mano a tale opera.
Dobbiamo per questo essere grati alla rara competenza, alla certosina pazienza, allo
scrupoloso impegno di Nicola Severino. Grazie per il contributo di informazioni, ma
soprattutto grazie per l'esempio di amore verso la memoria storica, memoria cos carente
nelle giovani generazioni di cultori, professionisti e dilettanti, del sapere scientifico.
Piero Tempesti
PREMESSA
Il presente lavoro racchiude in un succinto resoconto la misteriosa storia,
ancora in parte inesplorata, di uno strumento astronomico tra i pi popolari
dell'antichit: l'astrolabio. La motivazione che mi ha spinto a scrivere questo
testo ha un movente facile da interpretare: una ingiustificata carenza di pub-
blicazioni in merito che interessa (purtroppo) esclusivamente l'Italia. I
grandi trattati sull'astrolabio e la sua storia sono ormai consultabili solo
presso qualche importante biblioteca, sebbene non siano neanche troppo vec-
chi, come l'insostituibile lavoro di Henry Michel, Trait de l'astrolabe, pub-
blicato a Parigi nel 1947, e la Astrolabes of the World, di R.T. Gunther, pub-
blicata a Oxford nel 1932.
Fino a qualche decennio fa si assisteva alla pubblicazione in Italia di alcuni
articoli importanti di materiale storico inedito, utilizzato anche per l'impor-
tante lavoro di catalogazione degli strumenti che di tanto in tanto venivano,
e vengono tutt'ora, scoperti in vari luoghi o collezioni private. Ci soprat-
tutto per merito della rivista Physis, che vanta un Editore del calibro di Leo
S. Olschki.
L'apprezzabile sforzo per non pu colmare la lacuna che deriva dall'asso-
luta mancanza di testi in lingua italiana sull'astrolabio e soprattutto sulla
sua storia che viene regolarmente elusa nei rari articoli tecnici sulla
costruzione, pubblicati su riviste pi o meno popolari.
L'ambizioso compito a cui vuol assolvere questo modesto lavoro, pertanto,
non quello di colmare un simile vuoto. D'altra parte chi scrive pone i pro-
pri limiti di ricercatore non professionista di fronte a un cos vasto campo di
ricerca, in una condizione che come voler attraversare un'oceano sapendo
appena nuotare.
L'intento allora quello di stimolare gli appassionati a ricercare le varie pos-
sibilit, al fine di costruire "imbarcazioni" sempre pi consistenti che per-
metteranno poi di poter navigare finalmente con pi facilit, e con qualche
soddisfazione in pi, in questo oceano di storia che accompagna la vicenda
dell'astrolabio e, con esso, degli strumenti astronomici in generale.
La ricerca aperta a tutti. Ognuno, indipendentemente dal proprio bagaglio
culturale, pu trovare la strada che porta a nuove scoperte, segnalazioni,
notizie storiche che da sole appaiono senza un preciso significato, ma che
inserite nel "puzzle" storico permettono di avere una visione generale
importante. Accade, infatti, che anche lo studioso si avvalga, nel suo lavoro,
di immagini e notizie riprodotte in pubblicazioni affatto scientifiche perch
ogni documentazione, anche nel suo aspetto pi modesto e occasionale,
interessante e pu aiutare a capire meglio alcuni aspetti storici che sono
ancora oscuri.
Questo "Libro degli Astrolabi" vuol far conoscere ci che sugli astrolabi non
stato mai scritto in altre pubblicazioni italiane. E per fare questo mi sono
avvalso di alcuni tra i pi importanti lavori di eminenti studiosi quali
Michel, Gunther, De Solla Price, Poulle, Tomba, Maddison, Millas -
Vallicrosa, ed altri.
Non si tratta, dunque, di un lavoro originale. Non vi sono grandi novit per
gli esperti, a parte forse le notizie relative al ritrovamento e alla descrizione
di uno strumento del tutto assimilabile ad un astrolabio che non ho riscon-
trato in nessun'altra opera e che in questa sede, pertanto, propongo come
materiale storico nuovo.
Semplicemente qui si parla di molti tipi di astrolabi, alcuni dai nomi mai
sentiti, che sono tutt'oggi conosciuti solo ad una ristrettissima cerchia di
addetti ai lavori. Forse il lettore considerer una pecca il fatto che non ven-
gono qui riportati i metodi per costruire gli astrolabi. Questo semplicemente
perch si ritenuto inutile riscrivere cose che altri autori italiani hanno fatto
con dovizia di particolari, come in alcuni articoli apparsi una decina d'anni
fa sulla rivista di Astronomia Coelum e ultimamente dall'Associazione
Astronomia Cortina che ha realizzato un Astrolabio edito da Biroma.
Lo stupore che ha sopreso chi scrive nel constatare che valenti studiosi ital-
iani di storia della scienza non erano a conoscenza delle opere fondamentale
sugli strumenti astronomici degli arabi del basso medioevo, di Jean Jacques
e L.AM. Sdillot, pubblicate a Parigi nel secolo scorso, una delle tante
motivazioni che ha portato alla realizzazione di questo libro. L'iniziativa si
resa necessaria poi quando si rilevato che neanche l'articolo "Astrolabio"
dell'Enciclopedia Italiana fa cenno ad uno strumento tanto importante
quanto sconosciuto a molti studiosi, quale l'astrolabio sferico.
Se il lettore, sfogliando queste pagine, rimarr sorpreso nell'apprendere di
una vasta gamma di strumenti astrolabici in gran parte sconosciuti al pub-
blico dei semplici appassionati, e nello stesso tempo trover interessanti le
notizie storiche riportate, questo lavoro avr adempiuto al suo scopo. Ed
quanto l'autore si augura con tutto il cuore.
Nicola Severino
RI NGRAZI AMENTI
Per la stesura di questo libro desidero rivolgere un particolare
ringraziamento al Padre Gregorio, Bibliotecario della Biblioteca
dell'Abbazia di Montecassino; all'I ng. Salvo De Meis per avermi
sostenuto moralmente e per i preziosi consigli che mi inoltra come
fossi un suo discepolo; al Prof. Piero Tempesti per aver letto il
manoscritto e i miei articoli di Gnomonica, nonch per la preziosis-
sima consulenza scientifica; al Fisico Dott. Edmondo Marianeschi
per la sincera amicizia e per i consigli che mi rivolge come un padre;
al Sig. Andrea Girardi di Torino per la preziosa collaborazione;
infine al Dott. Walter Ferreri, Direttore scientifico della rivista
Nuovo Orione, a Ferdinando Cancelli, a Riccardo Anselmi, a Don
Alberto Cintio, a tutti i miei collaboratori ed amici gnomonisti.
Questo libro dedicato
a mia moglie Daniela e a mia
figlia Altea.
Quando si parla di astrolabi, il nostro primo pen-
siero rivolto al mondo arabo. Il collegamento non
forzato, ed pi che giustificato quando si con-
sideri che furono proprio i popoli arabi, nell'am-
bito dell'ambizioso progetto di recupero della cul-
tura scientifica alessandrina, cominciato con il
califfato di al-Raschid, i grandi maestri e inventori
di innumerevoli tipi di astrolabi. Essi raggiunsero
un cos alto livello in questo campo, attorno al XII-
XIII secolo, che l'Europa non ebbe mai la fortuna di
conoscere, e ancora oggi le loro opere e i pochi
strumenti che ci sono pervenuti non finiscono mai
di stupirci per la precisione, la semplicit, l'elegan-
za e l'amore col quale furono costruiti.
L'astrolabio sicuramente uno degli strumenti pi
geniali concepiti nel campo della strumentaria
astronomica antica. Rientra nel dominio di questa
scienza, come della Gnomonica. Con l'astrolabio si
possono insegnare facilmente i rudimenti dell'as-
tronomia: la sfera celeste e tutti i circoli celesti ad
essa abbinati, la posizione delle stelle e dei pianeti,
ma anche con precisione le diverse ore del giorno,
come un orologio solare, e della notte, se usato
come un notturlabio. E oltre a queste, anche altri
momenti importanti del giorno, come alcune
preghiere in uso presso i popoli arabi.
L'astrolabio quindi uno strumento interdiscipli-
nare la cui utilit a tutti nota e tuttavia le sue
origini, la sua storia e le diverse tipologie dei mod-
elli costruiti, non sempre godono della stessa noto-
riet.
Ma cos' l'astrolabio per noi, in una societ come
quella di oggi, e cos'era invece per gli uomini del-
l'anno Mille, e soprattutto per quelli che vissero in
tempi successivi, fino al secolo XV? A questa
domanda si sarebbe tentati di rispondere che per i
primi un simile strumento potrebbe essere sia
un'interessante giocattolo con cui trascorrere magi-
camente alcune ore, sia una fonte preziosissima di
dettagli storici e tecnici che apre le porte su un
mondo scientifico a tratti inesplorato, quale il
medio evo; per gli antichi, invece, e ancor di pi
per gli uomoni che ne fecero l'uso pi appropriato
attorno a mille anni fa, (non certo la povera gente
che conosceva solo gli indicibili stenti con i quali
procurarsi a malapena il cibo necessario alla
sopravvivenza) era come il nostro orologio da
polso, la nostra calcolatrice. Uno strumento por-
tatile che entrava nelle bisacce, insieme ai libri, che
non mancava a nessun viaggiatore.
In qualsiasi luogo dove la cultura non fosse stata
dimenticata, si trovava l'astrolabio, cos come la
sfera armillare e i quadranti astronomici con gli
orologi solari e vari altri strumenti gnomonici (si
pensi che Abelardo, sposo di Eloisa, chiam il suo
primogenito col nome di "Astrolabio"!). Ma il
primo era lo strumento per eccelenza perch con
esso era possibile effettuare, praticamente, quasi
tutte le operazioni che permettevano gli altri.
Ecco che emerge parte della genialit costruttiva:
l'astrolabio inglobava nelle sue piccole dimensioni
le caratteristiche di moltissimi strumenti messi
assieme, tanto che poteva essere usato indiffer-
entemente e con successo nei problemi di nav-
igazione, topografia (con opportune modifiche,
come il poco noto mesolabio) gnomonica (in gen-
erale per conoscere l'ora sia di giorno che di notte
e, come in uso nei popoli arabi, anche per avere gli
istanti di alcuni momenti importanti corrispon-
denti alle principali preghiere) e soprattutto nei
calcoli di astronomia di posizione.
Sulla scorta di queste brevi ed ovvie consider-
azioni facile capire il motivo dello strepitoso suc-
cesso che accompagna l'astrolabio per pi di sette
secoli, almeno dal IX al XVIII, durante i quali le pi
fertili menti della scienza impegnarono parte del
loro tempo a cercare di migliorare e perfezionare
sempre pi i modelli allora in uso.
Volendo essere precisi, bisognerebbe dire: dal IX
all'XI secolo gli Arabi si impegnarono ad inventare
e costruire una lunga serie di modelli di astrolabi,
di cui alcuni, come si vedr, risultano a tutt'oggi
quasi sconosciuti; e dal secolo XI al XVI gli studiosi
occidentali si occuparono di tradurre e divulgare
gli studi effettuati dagli Arabi. Ariprova di quanto
appena detto, basti osservare un eccezionale astro-
labio costruito dall'astronomo Giovanni
Regiomontano (sec. XV) in Roma nel 1462, per il
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INTRODUZIONE
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ch fondamentale negli Uffici religiosi delle comu-
nit monastiche, almeno fino al Capitolo Generale
del 1429.
Ma quali erano gli strumenti per misurare il
tempo? Le informazioni al riguardo sono vera-
mente poche. E' quasi inspiegabile, l'assoluta man-
canza di notizie sul come misuravano il tempo gli
uomini del Medio Evo, nelle tantissime opere che
pure ci sono pervenute. L'erudito benedettino
Augusto Calmet (sec. XVIII) ha speso buona parte
dei suoi studi nel cercare di scoprire qualche com-
mentario redatto dai suoi predecessori, in cui si
trovassero descritti i metodi pratici per la mis-
urazione del tempo. Ma a parte qualche sporadica
informazione a carattere generale, egli non riusc a
trovare nulla di specifico. Dobbiamo, pertanto,
accontentarci delle poche informazioni che ci
provengono da ritagli di opere, le pi diverse, e
soprattutto dalle fonti scientifiche del tempo.
Cominceremo col dire che dopo Severino Boezio e
Cassiodoro, i metodi per la misurazione del tempo
rimasero sostanzialmente gli stessi, senza alcun
miglioramento. Si ricorda brevemente che Boezio e
Cassiodoro ci lasciarono in alcune lettere le uniche
testimonianze del VI secolo d.C., relative alla
costruzione di qualche orologio ad acqua e solare.
Esse sono importanti, proprio perch in quell'e-
poca si ebbe una decadenza generale (i famosi sec-
oli bui del Medio Evo) su tutti i fronti delle scien-
ze, che dur almeno fino al IX secolo. L'unico faro
intellettuale che ha guidato gli studiosi di tutto l'al-
to medioevo, era il monaco inglese Beda il
Venerabile, vissuto a cavallo tra il VII ed VIII seco-
lo. Purtroppo, nelle sue opere non si riscontrano
progressi decisivi nella misurazione del tempo, a
parte forse gli studi sulla datazione della Pasqua
che era l'argomento pi importante dell'epoca.
Beda fa riferimento a sistemi di computo delle ore
del giorno attraverso la misurazione dell'ombra
data dalla statura (media) di un uomo, metodo in
uso gi nel III secolo a.C. e per tradizione fino al
secolo XVI inoltrato. E' solo nelle glosse alle opere
di Beda, di alcuni secoli successive, che si vede la
descrizione di uno strumento ancora pi antico:
l'emisfero. Una superficie concava nel cui interno
vi erano disegnati i circoli orari, dei solstizi e degli
equinozi. E' quanto meno incredibile che nelle
vastissime opere di un erudito quale Beda, non si
faccia neppure cenno agli orologi solari che ave-
vano scandito il tempo ai Greci e ai Romani e ai
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Cardinale Bessarione, per constatare che, seppure
di squisita fattura e con uno stile costruttivo
latineggiante, rispetta in tutto e per tutto le carat-
teristiche dei vecchi modelli arabi la cui forma era
divenuta ormai definitiva sin dalla fine del XIII
secolo.
Gli strumenti gnomonici nel Medio Evo.
Rester utile, per questo studio, una breve
panoramica di storia della Gnomonica relativa alla
strumentazione per la misurazione del tempo nei
secoli attorno all'anno Mille. Ma per prima cosa
dobbiamo chiederci quale tipo di ore erano in uso
in quei tempi. E a questa domanda si pu rispon-
dere subito. Nelle campagne, i contadini e gli arti-
giani misuravano il tempo con molta approssi-
mazione, semplicemente prendendo dei facili
punti di riferimento, ai quali rapportare la
posizione del Sole in cielo, e questi potevano
essere i picchi delle montagne pi alte, l'ombra di
alcuni alberi, o quella di un bastone piantato verti-
calmente al suolo. Nei paesi la misurazione del
tempo era stabilita dalle congregazioni ecclesias-
tiche che, tradizionalmente, si servivano delle ore
cosiddette temporarie, cio ore regolate sulla durata
del giorno e della notte e quindi di misura diversa
a seconda dell'epoca dell'anno. E' difficile stabilire
in che modo venivano annunciate le ore prima del-
l'anno Mille, ma verosimile l'ipotesi che esse fos-
sero richiamate con l'uso delle campane, probabil-
mente dopo essere state lette su clessidre, orologi
solari o ad acqua di vario genere. Il sistema delle
ore ineguali, quindi, cio le ore temporarie - chia-
mate dagli arabi Ezemenie - era quello general-
mente accettato dal grosso della popolazione,
attorno all'anno Mille. Fu solo verso l'inizio del
XIV secolo che cominci a farsi strada
nell'Occidente Cristiano il sistema delle ore
equinoziali, cio delle ore eguali, o astronomiche -
chiamate dagli arabi Muzzewine - attualmente in
uso. I grandi campanili, le torri con gli enormi
orologi meccanici scandivano ormai il tempo
astronomico, pi utile nella sua uniformit ai mer-
canti, agli artigiani, ai viandanti, in contrappo-
sizione delle ore canoniche e temporarie, cio il
tempo dei chierici, caparbiamente utilizzato, per-
quali Vitruvio aveva dedicato un intero capitolo
della sua opera Architettura. La gnomonica era
davvero caduta in disuso.
I popoli arabi furono i veri depositari della scienza
greca. Senza entrare nel merito di un'approfondita
ricerca, diremo solo che essi nel giro di due o tre
secoli non solo seppero custodire l'intero patrimo-
nio culturale dei Greci attraverso la preservazione
dei manoscritti conservati nelle biblioteche mus-
sulmane, ma essi ebbero il merito di sfruttare al
meglio il sapere ereditato nella ricerca di nuove
metodologie che aprirono la strada, poi, alla quel-
la che sar la scienza sperimentale.
Un'altra considerazione che lascia sconcertati che
nonostante la vastissima produzione di strumenti
scientifici e pubblicazioni da parte degli Arabi;
ancora oggi, in Occidente, queste opere sono per la
maggior parte sconosciute. Giusto per fare un
esempio, la traduzione dall'arabo di J.J. Sdillot,
pubblicata nella seconda met secolo scorso, del
manoscritto n 1148 di Aboul Hhassan Al al-
Marrakuschi (sec. XIII) conservato nella Biblioteca
Nazionale di Parigi, da sola basta per evidenziare
tutta la nostra ignoranza sulla gnomonica di quel
tempo. Ai tempi nostri (1989) stata pubblicata
un'altra opera, che la traduzione di un mano-
scritto di un astronomo arabo, Thabit Ibn Qurra
del XIII/XIV secolo, in cui il capitolo 9 ci illustra
addirittura i metodi trigonometrici per tracciare gli
orologi solari che l'Occidente conoscer solo a par-
tire dal XVII secolo inoltrato! Inoltre, se si consul-
tano i trattati di gnomonica del Rinascimento, i
libri di Cristoforo Clavio, Valentino Pini, J. Battista
Benedetto, J.B. Vimercato, Oronzio Fineo,
Athanasius Kircher, e anche quelli degli autori del
XVII e XVIII secolo, si pu notare l'assoluta man-
canza della descrizione dei tanti orologi solari
inventati e descritti dagli arabi del medioevo.
Come risulta evidente, l'astrolabio, pur occupando
un ruolo determinante nell'attivit di ricerca degli
scienziati medievali, era sempre accompagnato da
molti altri strumenti. E tra questi ricordiamo le
moltissime variet di quadranti astronomici, com-
preso quello che veniva chiamato briques, cio un
grande quadrante murale per trovare con molta
precisione le altezze degli astri: la meridiana a seni
che serviva a determinare l'arco di rivoluzione
della sfera celeste su un orizzonte qualunque e,
senza alcun calcolo, dava immediatamente le ore
del giorno e della notte con la semplice osser-
vazione dell'altezza del sole do i una stella di
ascensione retta e declinazione conosciute; le sfere
armillari, i globi celesti, il torquetum o triquetrum, o
regolo parallattico derivato da Tolomeo, che
un'ingegnosa alternativa all'astrolabio armillare; il
rectangulus che schematizzava semplicemente il
torquetum, il Sestante, lo strumento dei seni e degli
azimut lo strumento ai due pilastri, la Bilancia Oraria
e molti altri strumenti e varianti che impossibile
riportare.
Tuttavia, l'astrolabio, per la sua versatilit di
impiego, e sicuramente anche per la sua caratteris-
tica forma circolare, non conobbe mai nella storia
un periodo di inutilizzo, restando lo strumento
principale degli studiosi fino al Rinascimento.
Tracciare una storia dell'astrolabio non cosa
facile. Nelle pagine che seguono cercheremo di
mettere insieme le ipotesi di studiosi che da
qualche secolo tentarono di rintracciarne le tracce
gi nell'antichit, e che gettarono le basi sulle quali
hanno potuto agevolmente lavorare gli studiosi
moderni.
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Se sia stato proprio l'astrolabio come lo conobbero
gli astronomi medievali, quello che si trova
descritto nell'Almagesto di Tolomeo, la domanda
che ha sollecitato per secoli la curiosit intellet-
tuale degli scienziati. Nonostante gli innumerevoli
studi e le tantissime ipotesi scaturite su questo
enigma, non abbiamo la certezza matematica con
la quale poter asserire che lo strumento descritto
da Tolomeo non aveva niente a che fare con l'as-
trolabio classico. Tuttavia, attraverso lo studio
della documentazione che ci pervenuta, possi-
amo dire che un'eventuale identificazione non
regge in quanto lo strumento di Tolomeo era
sostanzialmente una specie di sfera armillare. E' da
considerare, per, che il principio della proiezione
stereografica, sul quale si basa la teoria costruttiva
dell'astrolabio, doveva essere gi nota ai tempi di
Ipparco da Nicea a cui si attribuisce anche l'uso
della sfera armillare. Infatti, questi fu in grado di
risolvere problemi relativi alla sfera senza la
conoscenza della trigonometria sferica, probabil-
mente attraverso l'uso della proiezione stereografi-
ca. Questa consiste nel riportare su un piano la
superficie di una sfera, cio di tutti i suoi circoli,
proiettandoli da un punto che pu essere uno dei
poli. Nel caso degli astrolabi, la proiezione era
fatta partendo dal polo sud della sfera celeste su di
un piano (foglio di carta o lamina di metallo) per-
pendicolare all'asse polare della sfera stessa.
Tolomeo impiega questi principi nella sua opera
dedicata al Planisphaerium, ma gli studiosi hanno
dimostrato che egli si rif a nozioni precedenti,
probabilmente prese da Ipparco. E' da notare che
gi la parola planisphaerium fa pensare ad una sfera
proiettata su un piano, ma sembra che Tolomeo, in
quest'opera si riferisse pi che altro ad uno stru-
mento "oroscopico", che reca la posizione delle
stelle su una parte chiamata "aranea", cio "ragno",
proprio come un vero astrolabio. Ma lo era?
Claudio Salmasio, in Plinianae exercitationes in Caii
Julii Solini Polyhstoria, 1689 (pag. 458, A, B, C, D, E,
F, G), espone la questione osservando che i vasa
horosopa, sono orologi solari del tipo emisferici,
mentre gli "araneorum horoscopa" sono proprio
degli astrolabi, come dice pure Hefestio.
Purtroppo, pare non vi siano altre testimonianze
per dimostrare questa ipotesi. Cos, sia il
Planisphaerium, sia l'Astrolabon, di Tolomeo, non si
possono identificare con sicurezza con un astro-
labio del tipo classico. Ricordiamo che Montucla
(Storia della Matematica, tomo 1, pag. 264), del-
l'opinione che "Egli (Tolomeo) immaginasse di
proiettare sopra un piano la sfera, allorch fece il
catalogo delle stelle fisse; ma questi planisferi non
avrebbero niente a che fare con gli astrolabi".
D'altra parte Teone d'Alessandria distingue netta-
mente l'astrolabio piano chiamandolo "piccolo
astrolabio". Inoltre, la confusione viene alimentata
dal fatto che nei testi antichi la parola astrolabon,
che letteralmente significa "prenditore di stelle", fu
impiegata praticamente per qualsiasi strumento
che servisse per l'osservazione astronomica.
Nell'ambito di queste considerazioni, interes-
sante rilevare che le ipotesi sulla probabile realiz-
zazione di astrolabi classici, risalgono ancora pi
indietro nel tempo. Infatti, alcuni studiosi hanno
cercato di identificare l'orologio solare chiamato
"Arachnen", citato da Vitruvio e attribuito all'as-
tronomo Eudosso di Cnido, con un piano che ha
una rete metallica mobile (aranea) con sopra incise
le stelle e i circoli celesti. Questa tesi per non
suffragata da prove concrete ed pi probabile che
l'arachnen fosse semplicemente un orologio solare
con le linee orarie e le curve solstiziali, la cui forma
ricorda quella della rete di ragno.
Comunque, che Tolomeo sia stato a conoscenza
dell'astrolabio piano, come ha anche dimostrato
Neugebauer, un'ipotesi molto verosimile. D'altra
parte, se si pensa che il pi antico testo sull'astro-
labio piano che ci pervenuto quello del filosofo
Giovanni Filopono (VI sec. d.C.), in cui l'astrolabio
costituito essenzialmente da un disco, ovvero un
timpano per una data latitudine, sul quale figura-
no la proiezione dell'orizzonte, i cerchi di uguale
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STORIA DELLASTROLABIO
LASTROLABIO NELLA STORIA
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Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 5
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altezza sullo stesso e quelli ad essi perpendicolari;
su questo ruota un secondo disco traforato che
reca la proiezione dell'eclittica, semplificata in un
cerchio anzich in un'ellisse, con le relative stelle,
indicate dalla "rete". Ma, come stato dimostrato,
questo libro risulta essere una versione tarda del
trattato di Teone alessandrino (met del IV sec.
a.C.), pervenutoci attraverso una versione legger-
mente modificata in un testo di Severo Sebokht
(VII secolo d.C.). E', quindi, lecito pensare che tutti
abbiano attinto ad una sola fonte, peraltro tanto
autorevole quale poteva essere quella di Tolomeo.
Etimologia dell'astrolabio e le antiche
opinioni sul Parapegma
Il matematico canonico Giuseppe Settele, nel suo
articolo Illustrazione di un antico Astrolabio, pubbli-
cato nel primi anni del secolo scorso, cos sintetiz-
z l'enigma dell'origine dell'astrolabio:
"...Tolomeo nel lib. 5 dell'Almagesto, al capitolo 1,
ci descrive una macchina da lui costruita e utile
fig. 1
per trovare la posizione del Sole, della Luna, e
degli altri astri, e per seguire il moto degli stessi;
era questa una specie di sfera armillare, perch
composta da pi circoli, aveva i suoi traguardi, che
allora facevan le veci di telescopio, e si chiamava
astrolabio (astrolabon), parola che deriva da
j (astrum) e .][: (consequor).
Nell'Enciclopedia metodica (di Diderot,
D'Alembert - nda), all'articolo "Astrolabe"; nel
tomo I, pag.567 della "Storia dell'Astronomia" di
Bailly, e nel tomo I, pag. 306 della "Storia della
Matematica" di Montucla, si riporta che la macchi-
na, in seguito chiamata Astrolabio, proprio quel-
la descritta da Tolomeo nel suo Almagesto...".
Naturalmente, Settele si oppone a queste
asserzioni rilevando che la "macchina" di Tolomeo
non era altro che l'armilla meridiana (descritta anche
da Proclo in Hypotyposis astronomicarum posi-
tionum), un anello di metallo diviso in 360, con
un'altro circolo concentrico mobile con due pin-
nule, infisso su di un pilastro e posto perpendico-
larmente al piano del meridiano che serviva a
determinare l'obliquit dell'eclittica e, in genere, a
misurare l'altezza degli astri.
"Non credo - scrive il Settele - che questa macchina
potesse dare origine a quella che poi, per antono-
masia, fu chiamata Astrolabio, perch l'Astrolabio,
nei tempi posteriori, era propriamente la
proiezione della sfera sul piano, come pu rilevar-
si dai diversi passi della lettera di Sinesio a Poenio
sul Dono dell'astrolabio".
A questo proposito si deve notare che la lettera di
Sinesio a Peonio (circa 410 d.C.), ritenuta da certi
autori moderni responsabile di aver tratto in
inganno gli studiosi del passato che hanno
attribuito, sulla base di questa, l'invenzione del-
l'astrolabio a Tolomeo o addirittura ad Ipparco,
non aveva ingannato invece il Settele che pure
scriveva all'inizio dell'Ottocento.
Secondo Settele, altri autori sostenevano che
Vitruvio nomin nella sua Architettura (Lib. 9,
cap.7), una parola che avrebbe dovuto indicare un
astrolabio: "...Quorum inventa secuti, syderum et
occasus, et ortus, tempestatumque significatus,
Eudoxus, Eudemon, Callixtus, Melo, Philippus,
Hipparchus, Aratus, caeterique ex Astrologia, para-
pegmatum disciplinis invenerunt, et eas posterius
explicatas reliquerunt...". In cui la parola "parapeg-
matum", ha dato filo da torcere agli interpreti nelle
varie epoche, ed il Settele espone la questione cos:
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 6
"... Il Baldi, appresso il Filandro ed il Barbaro dice:
cert de astrolabiis, dioptris, armillis, radiis, et
coeteris ejuscemodi intelligi debere".
Il Perrault nella nota al detto passo di Vitruvio
vuole che la frase "parapegmatum disciplinis" debba
intendersi per "l'uso degli strumenti che servono nelle
osservazioni astronomiche". Mentre Claudio
Salmasio, crede che "parapegma" stia ad indicare
una lastra di rame sulla quale vi sono incise una
serie di linee relative al percorso delle stelle sulla
sfera celeste ed altre indicazioni astronomiche. In
questo caso la parola "parapegma" sarebbe usata
per discernere propriamente gli strumenti scien-
tifici (parapegmi) per lo studio del cielo. Il Settele
approva questa tesi in quanto il termine, la cui
origine evidentemente greca, significa letteral-
mente "una cosa inchiodata, e fermata", che porta
a pensare all'"unione di pi pezzi", come possono
essere appunto le lastre di rame simili agli stru-
menti per l'osservazione astronomica, o proprio le
lastre che compongono un astrolabio del tipo clas-
sico. Infatti, Berardo Galiani, traduce
"Parapegmatum disciplinis" in "colla scienza degli
Astrolabii", senza che abbia dimostrato con ci la
verit della propria conclusione.
Altri autori, sebbene non del tutto apertamente,
ma tacitamente, evitano di identificare il
"Parapegma" con l'Astrolabio. Cos, Dionisio
Petavio (Auctar. L.2, Cap.8) chiama "parapegmata"
quelle tabelle sulle quali venivano registrate le
osservazioni celesti e meteorologiche. Francesco
Bianchini (de Kalend. et cyclo Caesaris) d al cal-
endario cesariano anche il nome di "parapegma".
Montucla, dice che Democrito scrisse delle effe-
meridi chiamate "parapegmi", come fecero succes-
sivamente Eudosso, Ipparco e Tolomeo. Premesse
le ipotesi a favore e contro l'identificazione della
parola "parapegma" in "astrolabio", Settele espone
il suo pensiero:
"Il Filandro e il Vossio ne derivano l'etimologia dal
verbo greco j).: "idest adpingo, sive
affigo": era dunque il parapegma una macchina
risultante da pi pezzi riuniti e sovrapposti l'uno
all'altro. Gli antichi, quindi, chiamavano con
"parapegmata", o "pegma", le macchine propria-
mente dette, e non le semplici lamine su cui erano
incise le osservazioni. Difatti, Teone chiama
pinacaz queste lastre e non "parapegmata". Il
"Siderum et occasus et ortus", per Vitruvio poteva
ottenersi appunto con delle macchine che facili-
ria dell'astrolabio e degli strumenti scientifici in
genere. E dobbiamo ancora una volta elogiare il
merito del Matematico Giuseppe Settele che appe-
na avuta la segnalazione da un collega, ne comp-
rese immediatamente l'importanza, e ne diede
subito una precisissima descrizione, l'unica che ci
rimasta. Tanto pi importante, quanto si consideri
che ad oggi si sono di nuovo perse le tracce dello
strumento, e forse questa volta definitivamente.
La scoperta e la descrizione di questo prezioso
strumento, non solo si aggiunge alle poche fonti
storiche a nostra disposizione, sulla memoria degli
strumenti astronomici degli antichi, ma ci porta
addirittura alla conoscenza di uno strumento
nuovo, mai visto prima, che pu identificarsi con
un astrolabio semisferico. Precisiamo che tale
monumento pu con ragione definirsi, almeno eti-
mologicamente, astrolabio (prenditore di stelle), in
quanto sicuramente uno strumento usato per cal-
coli di natura astronomica e calendariale.
Giuseppe Settele, precedentemente citato,
descrisse questo strumento in un articolo del 1817.
Noi seguiremo passo passo le sue parole, tanto pi
che questo l'unico documento in nostro possesso.
Un emisfero convesso di rame (figg. 2 e 3) del
diametro di circa 13.5 centimetri, circondato da un
orlo, ovvero una zona piana sempre di rame larga
qualche centimetro. Questa zona divisa nella
parte sottostante in 16 spazi uguali e da altrettante
linee tendenti verso il centro del mezzo globo. In
ciascuno di questi spazi vi riportato un numero
romano dall'I, progressivamente fino al XVI. Tra
gli spazi indicati dai numeri III e V si legge distin-
damente "ORIIS", che facilmente si traduce in
Oriens. Alla distanza di 90 gradi da questo punto,
cio tra gli spazi VIII e VIIII vi sono tracce di
alcune lettere, ma di queste si riesce a discernere
soltanto una B all'inizio, e una S alla fine. E ci fa
pensare che la parola intera debba leggersi Boreas.
Nell'altro quarto di circolo, cio tra gli spazi XII e
XIII, dove si dovrebbe trovare l'Occidente, in quan-
to il punto opposto all'Oriente, non si scorge
alcun indizio di lettere, e forse non vi sono mai
state, come ipotizza Settele che ebbe a vedere il
monumento da vicino, che in quella parte oltre-
tutto ben conservato. Nella parte opposta a Boreas,
cio tra gli spazi I e XVI, il "grafito" molto deteri-
orato e quindi inintelligibile, ma per analogia con
gli altri punti, si suppone che vi fosse incisa la
parola Meridies.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 7
5
tassero l'osservazione, cio i "parapegmi". Da tutto
ci, pare che si deduca che il "parapegma" di
Vitruvio fosse uno strumento astronomico. Che
fosse per proprio l'astrolabio ne ho qualche dub-
bio...Il mio sentimento che sotto il nome di "para-
pegma" debba assolutamente intendersi uno stru-
mento qualunque col quale potesse osservarsi il
moto degli astri, e non le tabelle, sulle quali le
osservazioni si registravano. Secondo alcuni (si
veda Horn-D'Arturo, Piccola Enc. Astronomica) il
"parapegma" era un calendario astro-meteorologi-
co.
Forse interessante ricordare l'eccezionale ritrova-
mento di una nave greca affondata circa 100 anni
a.C. presso l'isola di Cerigotto, tra il Peloponneso e
Creta. Da essa furono tratte stupendi reperti arche-
ologici, tra cui tre frammenti di bronzo. Derek J. de
Solla Price, ritiene che essi facessero parte di un
unico strumento che doveva servire alla nav-
igazione, in quanto permetteva l'osservazione
degli istanti del sorgere e tramontare di determi-
nate stelle. Doveva essere composto da pi di dieci
ruote con denti triangolari e una scala divisa in
gradi. Inoltre vi erano dei cerchi concentrici che si
muovevano separatamente. Come si vede, questo
strano strumento, antesignano dell'astrolabio,
potrebbe avere anche qualcosa di assimilabile a ci
che allora chiamavano "parapegma", almeno
restando nel significato letterale del termine.
Un astrolabio dimenticato
Parleremo ora di uno strumento del tutto assimil-
abile ad un astrolabio, sebbene a prima vista sia
difficile accettarlo come tale, che con tutta proba-
bilit fu conosciuto anche dagli Arabi. E' d'obbligo
precisare che, a parer nostro, lo strumento di cui
andiamo trattando non risulta essere stato ricorda-
to nelle opere degli autori moderni relative agli
astrolabi. Considerata, invece, l'importanza che
tale oggetto pu meritare nel campo degli stru-
menti scientifici dell'antichit, come ha fatto gius-
tamente rilevare il suo "scopritore", dobbiamo con-
cludere che la mancanza di citazioni e descrizioni
dello stesso, sia dovuta al fatto che lo strumento fu
dimenticato e mai pi rammentato. Per questa
ragione, lo presentiamo come una novit nella sto-
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 8
fig. 3
fig. 2
La superficie convessa del monumento conserva-
ta abbastanza bene e il Settele rileva che su un
ipotetico arco di cerchio condotto dalla zona oriz-
zontale dove la scritta meridies, fino alla som-
mit del semicerchio, si trova un foro a circa 44
gradi dal piano orizzontale. Tale foro il centro di
quattro zone circolari (come si vede dalle figure 2 e
3) concentriche divise ciascuna in 12 parti (dal foro
centrale). La prima di queste, cominciando dall'in-
terno, porta i nomi dei segni dello Zodiaco, indi-
cati dalle sole tre prime lettere del loro nome, come
ARI. TAV. GEM., eccetera, lo Scorpione per ha
un'ortografia che indica la decadenza della lingua
latina, poich scritto ISC, al posto di SCO. Nella
seconda vi sono i nomi dei mesi del Calendario
romano, i quali sono disposti, relativamente ai
segni dello Zodiaco, secondo l'uso degli antichi, in
quanto corrispondono ai segni in cui si trova il
Sole al principio di ogni mese e non a quelli in cui
entra in quel mese. Anche i nomi dei mesi sono
indicati dalle prime tre lettere, come IAN. FEB.
MAR., e si vede che Novembre ha NOB. invece che
NOV. Le dodici divisione della terza zona, come si
vede, sono a loro volta suddivise ciascuna in sei
spazi da cinque piccole linee. L'ultima zona, ripor-
ta solo la lettera K, ad ogni principio di divisione.
All'interno delle divisioni si notano le parole
AEQV. e sotto VE, e nella parte opposta AEQV. e
sotto AV. Poi sulla linea del meridiano vi BRU. e
nella zona settentrionale, verso il centro si legge
LIS, parola mancante dell'inizio.
Questa la descrizione del monumento come fu
visto dal Settele, il quale non mancava di nascon-
dere la sua meraviglia per il fatto di non sapere da
dove questo fosse venuto fuori: "Non si sa dove, n
quando sia stato trovato questo pregevole istrumento
astronomico; il nostro Collega il Ch. Sig. Avvocato Fea
lo vide in Siena, ove il possessore del medesimo, che non
ne conosceva l'importanza, lo condann a servire di
base ad una testina antica di bronzo, per altro di ottima
maniera, ma che ingombrava in gran parte il grafito
della parte convessa: il prelodato Sig. Avv. Fea per
avendo anche da quel poco, che rimaneva allo scoperto,
saputo rilevarne il pregio, fece togliervi l'inutile ornato,
e restitu agli amatori delle antichit un monumento,
che senza questo suo impegno sarebbe ancora, e forse lo
sarebbe stato anche per sempre, sepolto nell'obliv-
ione...".
Il Settele prosegue la sua relazione trovando una
giusta spiegazione per ogni segno ed incisione che
presenta il monumento. Cos, secondo il suo stu-
dio, il bordo orizzontale, riporta 16 divisioni
uguali che andrebbero ad indicare le 16 ore
equinoziali del giorno pi lungo dell'anno alla lat-
itudine di circa 49 gradi che quella per la quale fu
concepito tale strumento, e nella quale il giorno del
Solstizio estivo all'incirca di 16 ore. Nondimeno,
egli si fa scrupolo di precisare che gli antichi usa-
vano comunemente le ore dette temporarie, oppure
ineguali, per il fatto che esse, dividendo il giorno
sempre in dodici parti uguali, risultavano essere
durante tutto l'anno pi corte o pi lunghe, a sec-
onda della stagione. Ma le ore equinoziali, sebbene
non sempre per uso civile, erano anch'esse
conosciute fin dall'antichit, come si pu leggere in
Plinio e in Ipparco, ed erano queste chiamate dai
Greci col nome di "Isemerine". Dobbiamo precisare,
per che le ore temporarie, erano quelle comune-
mente in uso nella vita civile sia dei Greci che dei
Romani, e per tutto l'alto Medioevo. Le ore
equinoziali furono d'impiego quasi esclusivo per
gli studi astronomici e furono introdotte comune-
mente nell'uso civile, mentre le ore antiche tempo-
rarie lentamente scomparivano, solo a cominciare
dal XII-XIII secolo.
Secondo Settele, lo strumento che descrive serviva
anche per passare agevolmente dalle ore
equinoziali alle ore temporarie e viceversa. E
questo non fa altro che confermare l'ipotesi di un
uso dello strumento prevalentemente per calcoli
astronomici.
Nella parte convessa, la lettera K, premessa alle
dodici suddivisioni dell'ultima zona, naturalmente
dovrebbe indicare le Calende di ciascun mese. Le
suddivisioni interne, dovute alle cinque lineette
per parte, dovrebbero poter significare che ogni
mese stato diviso in sei parti di cinque giorni
l'una. Ma in questo modo si avrebbe l'anno di soli
360 giorni e il Settele giustifica questo asserendo
che in quei tempi non si precorreva una precisione
maggiore in macchine come questa.
Avendo nella zona dei mesi le scritte Luglio e
Agosto, si rileva che il monumento non dev'essere
anteriore all'epoca in cui furono introdotti questi
nomi. Ancora pi internamente si scorgono i segni
dello Zodiaco, disposti normalmente come nella
sfera celeste.
Dallo studio dell'ortografia riportata sopra la
calotta sferica, il Settele prova che lo strumento
dovette essere costruito verso la met del III seco-
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 9
lo della nostra era.
Le operazioni che possono effettuarsi con questo stru-
mento egli le immagina in questo modo: "Per fa vedere
l'uso delle 16 divisioni sulla zona orizzontale, immag-
iniamo, che nello spazio compreso da questa zona vi
fosse una lastra circolare divisa in pi circoli concentri-
ci con un indice mobile attorno al centro. Suppongasi il
primo circolo diviso in 12 parti, e le divisioni si comin-
cino a contare dal punto assegnato al "Meridies"
andando verso oriente: evidente che messo l'indice a
qualunque di queste divisioni, si avranno ridotte in ore
"equinoziali" le ore "ineguali" del giorno del solstizio
estivo, e messo l'indice alle divisioni della zona, si
conoscer a quante ore "civili" corrispondano tante ore
"equinoziali", se poi in un altro circolo si divida in 12
parti la sola met della circonferenza, si avranno in ore
"equinoziali" le ore "ineguali", e viceversa le ore
"ineguali" ridotte in "equinoziali" nel giorno del sol-
stizio d'inverno: questa seconda divisione ci dar in ore
"equinoziali" le ore "civili" della notte del solstizio esti-
vo, e la prima ci mostrer le ore "ineguali" della notte
in ore "eguali" per il solstizio invernale. Ripetendo
questa operazione colle dovute modificazioni per altri
tempi dell'anno, si potranno sempre ottenere in ore
"equinoziali" le ore "civili", e le "civili" in
"equinoziali", del giorno e della notte, per quei giorni
per i quali sono stati descritti i circoli.
Il Settele, giustifica questa sua ipotesi oltretutto
dicendo: "Questa costruzione non me la sono
immaginata del tutto, poich la trovo indicata in
Proclo Diacono astronomo del V secolo, il quale ci
ha lasciato un lungo, e ben intralciato trattato sul-
l'astrolabio;;; e lo stesso procedimento lo ritrovo in
Gemma Frisio".
Lasciata la descrizione della zona orizzontale, egli
passa a spiegare l'uso della parte convessa dello
strumento. Per curiosit si ricorda che Settele mal
volentieri colloca questo strumento nella "classe
degli Astrolabi" denunciando, nel suo articolo cita-
to, il desiderio di collocare lo stesso in una classe di
strumenti pi "nobili".
"Nel centro delle zone circolari s'intenda collocato un
indice mobile che con la sua punta arrivi alla zona che
riporta le divisioni di 6 in 6. Facendo passare questo
indice successivamente da una divisione all'altra, dar
all'incirca la "longitudine del sole" per ogni cinque
giorni.
Nel vertice dell'emisfero s'immagini adattato un altro
indice, curvato secondo la curvatura dell'emisfero, e che
comprenda 90 gradi: questi gradi si segnino sopra
l'indicato indice, cominciando a contarli dal piano oriz-
zontale, ci dar questo la "massima altezza del sole"
sopra l'orizzonte di 5 in 5 giorni, facendolo passare
sopra il punto che occupa il Sole in quei giorni nel zodi-
aco.
Se poi si aggiunga un terzo indice, che giri attorno al
polo, curvato secondo la convessit dell'emisfero, potr
questo indicarci la declinazione del sole per i giorni ivi
segnati; e se inoltre suppongasi, che questo indice possa
scorrere, onde la sua estremit possa adattarsi a qual
giorno si voglia, ci dar il "parallelo" che percorre il
Sole in quel dato giorno, e quindi le "ampiezze ortive, ed
occidue": e se la sua estremit sia munita di una punta
perpendicolare alla sfera, si potr ottenere il "luogo del
Sole" nel suo parallelo, allorch questa punta non get-
ter alcun'ombra, e si avr cos la "distanza del Sole dal
meridiano"...
Il Settele non si dispensa dall'aggiungere alla
macchina qualsiasi un altro congegno, a quelli gi
descritti, che possa esser utile nella ricerca di dati
astronomici; tuttavia non gli riesce di poter
dimostrare se tali congegni fossero un tempo
davvero appartenuti allo strumento. D'altra parte,
la sua forma porta in modo naturale a fare le con-
siderazioni del nostro autore il quale giustifica le
sue ipotesi, dovendo supplire alle parti mancanti e
dovendo classificare il suo monumento tra gli
astrolabi: "Tutte queste cose devono ottenersi dagli
astrolabi, e facilmente si deducono da quanto si con-
servato sul nostro monumento, onde non del tutto
arbitraria la mia costruzione...".
Infine, l'autore si cruccia di dare una spiegazione al
fatto che i trattati degli antichi astronomi (Sinesio,
Proclo), erano su astrolabi costruiti in piano oriz-
zontale, mentre lo strumento da lui descritto un
mezzo globo. Ma siccome la datazione lo colloca
alla met del III secolo d.C., prima cio degli scrit-
ti sull'astrolabio piano che conosciamo, egli sup-
pone che in quei tempi poteva essere anche questa
la forma dei primi astrolabi. Tanto pi che sia
Sinesio che Proclo parlano dei loro astrolabi come
strumenti da essi perfezionati, sulla base quindi di
antichi modelli pi scomodi per le pratiche oper-
azioni.
Da parte nostra facciamo rilevare che questo sin-
golarissimo strumento, del tutto assimilabile ad un
antico astrolabio, fu forse conosciuto dagli
astronomi arabi che lo mutarono nell'astrolabio
"Camillah", descritto per esempio nel codice 1147
di Aboul Hhassan Al al-Marrakushi, nel XIII seco-
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 10
lo. Inoltre, probabilmente da questi tipi di stru-
menti che gli arabi ottenero l'astrolabio propria-
mente "sferico", di cui parleremo pi avanti.
Non sappiamo con precisione chi realizz i primi
rudimentali astrolabi piani, o planisferici, e nem-
meno in quale anno. L'unica indagine che ci resta
da fare quella di cercarne le tracce nella cronolo-
gia delle opere antiche dedicate a questo strumen-
to. Come abbiamo gi visto, l'ipotesi che l'astro-
labon descritto da Tolomeo nel suo Almagesto fosse
proprio l'astrolabio che conosciamo, stata abban-
donata, soprattutto quando si scoperto che anche
Proclo, nel suo poco chiaro trattato, identifica l'as-
trolabon di Tolomeo con la semplice sfera armillare.
Inoltre, Teone di Alessandria, chiama l'astrolabio
piano "piccolo astrolabio", forse proprio per indi-
care la nuova invenzione di proiettare, e quindi
rimpicciolire su di un piccolo piano orizzontale i
circoli celesti altrimenti rappresentati dalla classica
armilla.
Giovanni Filopono, nel V secolo d.C., lo chiama gi
semplicemente "astrolabio". Altri autori fanno rile-
vare che nelle prime fasi dello sviluppo di questo
strumento, c' un cambiamento che riguarda il
bordo circolare esterno: nel Planisphaerium di
Tolomeo, come nella Lettera di Sinesio sul "Dono
dell'Astrolabio", e probabilmente anche nel
precitato trattato di Sebokht, il bordo esterno rap-
presenta il circolo antartico della sfera celeste, con
le stelle osservabili dalle parti pi inabitabili del
mondo. Negli strumenti posteriori, fabbricati fino
a qualche secolo fa, lo stesso bordo coincide con il
solstizio d'inverno (tropico del capricorno); in tal
caso le stelle a sud di questo non possono essere
osservate.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 11
furono pubblicati dal decimo secolo in poi, non
sono stati ancora tradotti e commentati!
"C'est le sort des peuples qui renouent le fil des
connaissance humaines", continua Sdillot.
Conosciamo bene alcune opere di alcuni astrono-
mi, tra i pi importanti, ma ci sono ignote quelle di
tantissimi altri, e con essi i trattati di Gnomonica,
di cui non sappiamo quasi niente. Quelli sull'as-
trolabio hanno avuto forse pi fortuna, in quanto
sono stati oggetto d'interesse di molti studiosi di
tutte le epoche e nazioni.
In questo semplice lavoro seguiremo la strada gi
spianata dall'illustre Jean Jacques Sdillot, che per
nostra fortuna tradusse pazientemente il mano-
scritto n 1148 della Biblioteca Nazionale di Parigi,
che l'originale scritto dall'astronomo arabo Aboul
Hhassan Al al-Marrakushi. Questo trattato
molto importante per la storia degli strumenti sci-
entifici che furono costruiti durante il basso
medioevo. Riteniamo, oltretutto, che quest'opera
sia stata poco divulgata e per questo poco conosci-
uta, se non ad un piccolo grappolo di addetti ai
lavori.
Sdillot, in effetti, traduce e commenta quanto
scrisse Hhassan al-Marrakushi su innumerevoli
strumenti per l'osservazione astronomica e per la
misurazione del tempo. Tant' vero che il mano-
scritto 1147 della stessa Biblioteca Nazionale di
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 12
GLI ASTROLABI ARABI
6
"Colui che ignora la storia della scienza
si priva dell'esperienza dei secoli,
si mette nella posizione del primo inventore,
cadendo in ogni sorta di errore,
con questa differenza,
che i primi errori furono necessari e utili,
e per conseguenza sono pi che scusabili,
mentre la ripetizione degli stessi errori
che non sono pi necessari,
porta ad una inutile sterilit per gli altri,
e sono vergognosi per se stessi".
Cousin "Cours d'histoire de la philosophie", 1828
L'Opera di Aboul Hhassan.
Gli Arabi sono da lodare in quanto furono i veri
depositari della scienza antica e per aver riacceso il
fuoco sacro che si era estinto nei secoli. L. AM.
Sdillot (probabilmente figlia di Jean Jacques
Sdillot), nel suo libro citato, afferma che gli Arabi
non si sforzarono mai di divulgare il proprio patri-
monio culturale che avevano raccolto e le loro
acquisizioni scientifiche; cio essi non trasmisero
agli altri popoli ci che avevano saputo ereditare
dalla scienza antica e ci che avevano conquistato
con le proprie metodologie innovative, soprattutto
nell'Astronomia.
Quest'affermazione non sembra condivisibile. Fu il
mondo Occidentale, Cristiano, a rifiutare - nei sec-
oli dal V al X - ostinatamente il patrimonio cultur-
ale dell'antichit pagana, appunto perch pagana.
E ci sia nei testi originali greci sia nel tramite delle
traduzioni arabe, opera del demonio. Questo
atteggiamento mut solo pi tardi, tanto che la
prima traduzione latina dell'Almagesto si ebbe nel
1175.
Conseguenza di ci il ritardo di secoli con cui ci
sono arrivate le opere degli arabi, le loro inven-
zioni. E questo si sente ancora oggi, quando si
pensi che la maggior parte dei manoscritti che
Parigi, comprende un vero e proprio trattato di
Gnomonica, specifico sugli orologi solari piani e
portatili degli arabi, in uso nel XII secolo. Seguire
l'ottima traccia di Sdillot, quindi, che pubblic la
sua traduzione verso la met del secolo scorso, ci
permette di divulgare il suo contenuto almeno
nelle parti relative all'astrolabio.
Gli strumenti descritti con dovizia di particolari da
Aboul Hhassan, sono l'astrolabio sferico e il
Chamilah. Ma facendo un elenco delle specie di
astrolabi che l'astronomo arabo ci ha tramandato
nel suo manoscritto, possiamo renderci conto gi
della presenza di strumenti attualmente sconosciu-
ti:
Astrolabi citati da Aboul Hhassan:
1) Astrolabio Sferico
2) Astrolabio Chamilah
3) Astrolabio Planisferico propriamente detto.
4) Astrolabio planisferico Mesatirah
a) su un piano parallelo ad un orizzonte dato;
b) su un piano parallelo al meridiano;
5) Astrolabio Meridionale;
6) Astrolabio Settentrionale e Meridionale (varie
specie) ;
7) Astrolabio Zaourakhi;
8) Astrolabio in cui le zone non dipendono dalla
proiezione;
9) Astrolabio al-kamil, o il perfetto;
10) Astrolabio Lineare di Nasir-eddin Thousi;
11) Astrolabio Chekasiah;
12) Astrolabio Shafiah di Arzachel.
13) Astrolabio conico
14) Astrolabio cilindrico
Gli arabi sono stati i migliori costruttori di astro-
labi. Le loro tecniche divennero cos raffinate in
questo campo da indurre a soprannominare i
costruttori di questi strumenti con lo stesso ter-
mine di Astrolabio. Astharlabi quindi il sopran-
nome che portano molti astronomi arabi del
medioevo. Di questo abbiamo delle testimonianze
dirette, come quella di Ibn Iounis che cita con elo-
gio Ali ben Isa al-Asterlabi e Ahmed ben Ali de
Wasith.
Tra le opere pi antiche che ci sono pervenute sul-
l'astrolabio, da citare la traduzione curata da
Oronzio Fineo (sec. XVI) di un piccolo trattato di
Meshallah, il quale fior verso l'anno 815 d.C.
Mentre Hyde cita frequentemente un trattato anal-
ogo di Alfragano, di cui per non esiste una
traduzione, e non ci pervenuta nessuna copia
dell'originale.
Sdillot menziona anche quello che pare possa
essere il pi antico esemplare di astrolabio planis-
ferico conosciuto. Risale al 912 della nostra era e fu
costruito dal figlio del califfo al-Moktafi Billah.
L'astrolabio planisferico
(propriamente detto).
L'astrolabio planisferico, cos come ci stato
descritto da Aboul Hhassan, si divide in tre parti
distinte. La prima parte comprende la faccia e il
dorso dell'astrolabio. La faccia (facies astrolabii-
wadjh) (fig.4) ordinariamente divisa in 360 gradi,
con passo di 10 gradi, e anche in 24 ore; queste inci-
sioni sono riportate sulla parte che si chiama lembo
dell'astrolabio (limbus astrolabii); la concavit nella
quale questo lembo si trova adagiato e sul quale
vengono aggiunte le altre "planches", cio le altre
lamine, si chiama madre dell'astrolabio (mater astro-
labii).
Il dorso dell'astrolabio (dorsum astrolabii) (fig.9) con-
tiene vari cerchi concentrici che in genere rappre-
sentano:
1 i gradi delle altezze di dieci in dieci, o di cinque
in cinque, fino a novanta per qualche quadrante; 2
i gradi dello zodiaco di dieci in dieci, fino a trenta
per qualche segno; 3 i nomi dei dodici segni zodi-
acali; 4 i giorni dell'anno per qualche mese; 5 i
nomi dei dodici mesi. All'interno si possono trac-
ciare gli archi delle ore ineguali o temporarie, il
quadrato dell'umbra versa et recta, ed altre cose
ancora.
La seconda parte si compone di una o pi tavolette
piane dette shafiah (in latino tympanum), sulle quali
sono riportati gli almucantarat (circuli progression-
um) con suddivisione di sei gradi, dall'orizzonte
fino allo zenit; il primo di questi almucantarat
l'orizzonte "retto" o "obliquo" che separa l'emisfero
superiore dall'emisfero inferiore. Infine sono ripor-
tati gli azimut (circuli verticales), mentre i due
diametri che si intersecano ad angolo retto sulla
tavoletta, rappresentano la linea meridiana e
l'orizzonte retto. Inoltre, si riportano i due tropici e
il cerchio equinoziale e al di sotto gli archi delle ore
ineguali e la linea del crepuscolo e dell'aurora
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 13
7
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 14
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 15
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 16
4. Il calcagno;
5. Arturo;
6. Il Piede posteriore dell'Orsa Maggiore;
7. Il Piede anteriore dell'Orsa Maggiore;
8. Aiouk (Capella);
9.Ridfe (le stelle della costellazione del Cigno);
10. Alghol;
11. Menkhib al-feres (la spalla del cavallo);
12. L'aquila ricadente (Lyra);
13. Fekka (la Corona settentrionale);
14. Aldebaran;
15. Menkhib (la spalla del Gigante - Orione);
16. Algomeisha (Procione);
17. Le due Serre (probabilmente la Criniera del
Leone, Regolo);
18. La coda del capricorno;
19. La coda della Balena;
20. Il Ventre della Balena;
21. Rigel;
22. Alabor (Sirio);
23. L'Hydra;
24. L'estremit della coppa;
25. L'Epi (costell. della Vergine);
26. Il Cuore dello Scorpione.
Inoltre, sugli astrolabi, come su tutti gli strumenti
gnomonici, gli arabi segnavano alcune curve cor-
rispondenti a dei particolari momenti della giorna-
ta e di preghiera. Per esempio, nell'astrolabio di cui
stiamo parlando, vi era l'indicazione dello Zaoual,
la linea del mezzo giorno, quella del cDohre o
Zhore, che il momento pi caldo della giornata;
infine quella dell'Ashre, ovvero la linea del crepus-
colo e dell'aurora.
All'astrolabio planisferico, Aboul Hhassan, associa
l'astrolabio chiamato Mesatirah, di cui distingue
quattro specie: le prime due sono tracciate su un
piano parallelo ad un orizzonte dato; mentre le
altre due sono tracciate su di un piano parallelo al
meridiano. Questo strumento non porta i punti
della proiezione dell'eclittica, ma reca invece gli
almucantarat, gli azimut, l'equatore e i suoi paral-
leli, il polo visibile, gli archi di rivoluzione della
sfera e delle stelle fisse.
Inoltre, bisogna distinguere gli astrolabi a seconda
della suddivisione in gradi dei cerchi interni di
altezza, cio gli almucantarat. Tenendo conto del
loro numero si ha:
1) Astrolabium solipartium (tamm): astrolabio detto
anche "completo" con 90 cerchi ciscuno dei quali
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 17
8
(linea crepuscolina). Volendo, si possono ancora
tracciare, su altre lamine, le stesse indicazioni, ma
per una latitudine diversa.
La terza parte dell'astrolabio planisferico il
"ragno" (aranea, rete, volvellum) (fig.10) che gli
arabi chiamano Alancabuth, il quale contiene i dod-
ici segni dello zodiaco con i loro gradi, di cinque in
cinque, o di dieci in dieci, e la posizione delle stelle
fisse, di cui le pi importanti sono indicate da una
speciale dentellatura (al-muri). I segni e le stelle che
si trovano dentro il cerchio equinoziale e al centro
dell'astrolabio sono settentrionali e quelli che sono
al di fuori dal parallelo del capricorno sono merid-
ionali.
Diversi pezzi completano lo strumento. Questi
sono l'alidada, o traversa (mediclinium, regula, sive
volvella) (fig.12), composta di due pinnule; un lato
passa per il centro dell'astrolabio, lungo una linea
retta chiamata linea di direzione (linea fiduciae).
Viene infine l'anello di sospensione (armilla suspenso-
ria) (figg.13-14), chiamato alanthica, alphantia o abal-
antica; poi l'ansa e l'alhabos di Koebelius, o armilla
reflexa), a cui atttaccato l'anello superiore all'as-
trolabio, come una placca circolare fissata sullo
strumento.
Al centro dell'astrolabio si trova un foro (almehan)
che attraversa tutto lo strumento, quindi la rete
con tutte le lamine. Questo foro di forma roton-
da, come un cerchio (alphelath) (fig.15); in questo
foro si mette un perno (l'alchitot) (fig.16) che con-
siste in una vite a dado, oppure il perno viene fis-
sato da una piccola chiavetta detta "il cavallo"
(l'alpherath) (fig.17) che passa attraverso la punta di
esso.
Le stelle fisse sull'alancabuth
Uno studio effettuato da Sdillot su un astrolabio
cofico menzionato nella grande opera della
Description de l'Egypte, e conservato molto bene, d
un'idea di come erano le parti di un astrolabio set-
tentrionale. Questo strumento rappresentato
nella fig. 9. Sull'alancabuth si trovano 26 stelle i cui
nomi sono i seguenti:
1. Il Serpente;
2. La Serpentaria;
3. L'Aquila volante;
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 18
9
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10
risponde ad un grado;
2) Astrolabium bipartium (nis fi): astrolabio con 45
cerchi di 2 gradi ciascuno;
3) Astrolabium tripartium (thulthi): con 30 cerchi;
4) Astrolabium quimpartium (khumsi): con 18 cerchi;
5) Astrolabium sex partium (sudsi): con 15 cerchi;
L'astrolabio Meridionale
risparmiandoci di descriverlo dettagliatamente,
ricorderemo che uguale a quello settentrionale,
con la sola differenza che il polo della proiezione
stereografica invece di essere il polo sud, , questa
volta, il polo nord.
L'astrolabio Settentrionale e Meridionale
Anche di questo ci sono varie specie. La prima
chiamata Tabli (tympanum) comprendente i segni
dello zodiaco come si vede nella fig. 19; Le stelle
tracciate nella parte superiore della lamina sono:
1. Spica;
2. Sirio;
3. il fiume;
4. al-Sharfah;
e le stelle tracciate nella parte superiore sono:
5. l'Aquila ricadente;
6. la "dama" del Cigno;
7. Arturo.
Nella seconda specie (fig. 20), chiamata al-asi (il
mirto) e nella terza (fig. 21), detta al-serathani ( il
gambero), i dodici segni zodiacali, come si vede,
sono disposti diversamente. Aboul Hhassan, nel
manoscritto 1148, fol. 90, menziona altre sei astro-
labi di questo genere:
1) il Sadafi (la conca) - fig. 22;
2) il Berdjesdani (Porta segno?) fig. 23;
3) il Bisathi (il tappeto ?), fig. 24;
4) il Tsouri (il Toro), fig. 25;
5) il Djamousi (il bufalo), fig. 26;
6) il Selhafi ( la tartaruga), fig. 27;
La fig. 28 riproduce l'alancabuth dell'astrolabio che
Hhassan chiama Schachaichi (l'anemone).
L'astrolabio Zaourakhi
E' detto anche "Scaphe" (Boat-astrolabe). Si traccia
su una lamina (shafiah) i tre cerchi paralleli, i dod-
ici segni zodiacali,, le stelle fisse, gli almucantarat,
gli azimut, le ore ineguali e le ore eguali, etc. (fig.
29). Uno dei primi costruttori pare sia stato l'arabo
Ahmad al-Sidizi nei primi anni dell'XI secolo.
L'astrolabio indipendente dalla proiezione
viene distinto in alcune specie. In uno i dodici
segni zodiacali sono piazzati su una linea diritta
che passa per il polo; nel secondo si trovano su una
linea retta tangente ad uno dei paralleli riportati;
in un terzo, i segni sono disposti a forma di elica,
proprio come l'orologio solare denominato "hlice"
(fig. 30-31-32).
L'astrolabio al-kamil (il perfetto).
Questo astrolabio riporta, oltre ai tracciati che
abbiamo gi elencato per gli altri strumenti, il cer-
chio dell'equazione del Sole.
Per quanto riguarda gli altri astrolabi nominati,
Sdillot non riporta la descrizione di Aboul
Hhassan e quindi non siamo in grado di spiegarli.
Astrolabio Shafiah di Arzachel
Come si visto, gli astrolabi settentrionali classici
avevano le lamine che erano calcolate ognuna per
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 19
fig. 18
fig. 19 Tabli
fig. 20 al-asi
fig. 21 al-serathani
fig. 22 sadafi
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 20
fig. 24 Bisathi
fig. 28 Schachaichi
fig. 23 Berdiesdani
fig. 25 Tsouri
fig. 26 Djamousi
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 21
fig. 30
fig. 29 Astrolabio Zaourakhi
fig. 28 bis Alancabuth al-asi
fig. 28 Alancabuth del Tabli fig. 27 Selhafi
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 22
fig. 32
fig. 31
Astrolabio indipendente dalla proiezione
una determinata latitudine. Quindi, per potersene
servire a diverse latitudini era necessario cambiare
continuamente le lamine. L'arabo spagnolo az-
Zarqali, latinizzato in Arzachel, invent verso la
fine dell'anno Mille, un astrolabio "universale" che
poteva servire a diverse latitudini, senza cabiare
lamina.
Per fare questo, ide un procedimento in cui
l'osservatore si pone in uno dei punti del Primo
Verticale (Est, od Ovest dell'orizzonte) e il piano di
proiezione coincide con il piano del coluro sol-
stiziale, ovvero del meridiano passante per i punti
solstiziali. Ottenne ci per mezzo della proiezione
stereografica orizzontale. Aboul Hhassan ci for-
nisce il nome di Arzachel in una forma forse pi
precisa: Abou-Ishac Ibrahim ben-Yahia al-
Razcalah, o al-Zarcalah.
Naturalmente anche su questo punto, molti stu-
diosi non si trovano d'accordo. Per esempio
d'Herbelot, nel sec. XVIII dice semplicemente che
il termine zarcalah indica uno strumento che ha
tratto il nome dal suo inventore. Nel Catalogus
Codicum orientalium Biblioth. Acad. Lugduno Batavae
(vol.III, 1865, p. 96), si legge "Tractatus de tabula
Zarcalitica auctore Abu Ishak Ibrahim ibn Jahja an-
Nakkasch, vulgo Ibnoz- Zarkalah (al-Kortobi)". Gli ori-
entalisti confermano che la "tavoletta" che si trova
nei vari manoscritti sparsi nelle biblioteche pro-
prio lo strumento nominato "Shafiah", ma a questo
proposito il discorso diventerebbe lungo e compli-
cato. Noi ricorderemo il manoscritto latino n 7195,
della Biblioteca Nazionale di Parigi, segnalato da
Sdillot, che fornisce una traduzione del trattato
originale scritto dallo stesso Arzachele, sulla
costruzione di questo astrolabio universale.
Il foglio 89 comincia cos: "Incipit compositio tabulae
quae Saphea dicitur sive astrolabium Arzachelis". C'
poi il manoscritto latino n 7295 "Instrumentum
sapheae magistri Johannis de Lineriis" che contiene la
descrizione di uno strumento ugualmente nomina-
to "shafiah" e attribuito a Johannes de Lineriis che
visse a Parigi verso la fine del XIV secolo.
Sdillot menziona un esemplare di Saphea perfet-
tamente conservato nella Biblioteca Nazionale di
Parigi e acquistato successivamente da Jomard.
Questo strumento faceva parte della collezione di
Schultz (fig. 33). Forse il pi antico esemplare di
shafiah l'astrolabio costruito da Muhammad ibn
al-'Aama iri in Siviglia nel 1216 d.C. (enciclopedia
Treccani) illustrato nelle figg. 35-36.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 23
15
Al-Zarkali chiam "al-abbadiya" il suo nuovo stru-
mento, in onore di al-Mustamid b. 'Abbad, re di
Siviglia nella seconda met dell'XI secolo. Una
variazione della Saphaea il cosiddetto "Safiha
shakaziya, o shakariya, di cui non abbiamo nessuna
precisa informazione.
Hhassan si sofferma ancora su un altro strumento
che una specie di shafiah, costruito nel 1337 d.C.
Su una faccia di questo strumento, nei pressi del-
l'anello di sospensione, si legge "Strumento che riu-
nisce le operazioni e le latitudini - (il che in perfetto
accordo con lo scopo dello strumento di
Arzachele) - costruito e collaudato da Ali ben Ibrahim
Almuthim". E sulla seconda faccia "Per lo Sceicco Ali
ben Mohammed Al- Derbendi, anno 738", cio 1337
d.C. Sull'"alancabuth" sono segnati i nomi di 58
stelle.
Infine egli parla ancora di qualche strumento
assimilabile alla Shafiah di Arzachele, e che nomi-
na Chekasiah; quindi passa alla descrizione della
cosiddetta bacchetta di Nasir-eddin Thousi, altri-
menti detto Astrolabio Lineare (fig. 34).
Questo grande astronomo arabo, morto attorno al
1213, ide l'astrolabio lineare, dal vago aspetto di
un regolo calcolatore che pur essendo molto pi
semplice dell'astrolabio piano, era meno preciso, e
per questo non ebbe molta fortuna. Egli ne
descrisse la costruzione e l'uso nella sua opera in
persiano intitolata Bait Babhfil astarlab.
L'astrolabio Chamilah
Si compone di una semisfera incavata, che deve
essere realizzata con molta esattezza. Il centro
della superficie convessa coincide con quello della
superficie concava. La circonferenza massima
della semisfera rappresenta il cerchio massimo
dell'orizzonte che viene diviso in 360 parti uguali.
Un anello diviso in quattro facce coincide con il
cerchio dell'orizzonte, diviso nello stesso modo.
Una shafiah di rame, di forma rotonda avente una
circonferenza uguale a quella del cerchio dell'oriz-
zonte, completa lo strumento nelle sue parti essen-
ziali.
Su questo strumento si tracciano gli azimut e gli
almucantarat suddivisi in gradi; infine si mette
presso la circonferenza del shafiah, un cerchio che
quindi si costruisce una linguetta la cui estremit
tocca l'equatore dove si trova uno gnomone che ha
la direzione del raggio della sfera.
La storia di questo astrolabio alquanto oscura. Le
poche informazioni che abbiamo sono state rias-
sunte in un unico articolo comparso su una rivista
pi di trent'anni fa, oggi quindi quasi sconosciuto,
a cura di Francis. Maddison, del Museo di Storia
della Scienza di Oxford.
Egli descrive l'unico esemplare pervenutoci di
astrolabio sferico. Uno strumento di origine islam-
ica orientale, acquistato in quegli anni dal Museo
di Oxford (si vedano fig. precedenti), che fu costru-
ito nel 1480 o 1481 da un'autore finora sconosciuto,
Mus.
Un'accurata ricerca bibliografica ha permesso di
stabilire che Al-Khwarizmi, verso la met del seco-
lo IX, menziona per la prima volta l'astrolabio
sferico. E a tal proposito si pu vedere il testo pub-
blicato da Carl Schoy, Al ibn Is. Das astrolab und
sein Gebrauch, in "Isis" n. 30, vol. IX, Giugno 1927.
Ma il primo vero trattato sull'astrolabio sferico
probabilmente quello di Qust b. Luc che visse
attorno al 922 d.C. Altri scrittori islamici sullo stes-
so soggettu furono al-Nairizi (c.ca 922 d.C.), al-
Birouni (937-1048) e, come si visto, al-
Marrakushi. Una dettagliata descrizione e sull'uso
di questo astrolabio stata curata da Isaac b. Sid,
ed inclusa nei Libros del Sber de Astronomia (1276) -
"Libros dell'astrolabio redondo" - voluti da Alfonso
X, detto el Sabio, Re di Castiglia.
Al-Nairizi considera l'astrolabio sferico superiore
all'astrolabio planisferico e agli altri strumenti
astronomici. Anche nei Libros del Saber, si legge un
buon parere in proposito: "uno de los buenos estru-
mentos que fueron fechos". Tuttavia, come gi detto,
l'astrolabio sferico non ebbe mai quella diffusione
che invece meritava e di cui godette il suo primo
rivale, l'astrolabio planisferico. Infatti, nei Libros del
Saber, esso era solo menzionato, senza una
descrizione delle sue parti e del suo uso. Il Re
Alfonso X allora ordin a Isaac b. Sid di scrivere un
nuovo libro per questo, ma la nuova Europa
nascente non accolse con spirito di critica il nuovo
trattato e questo soggetto pass quasi inosservato
nella cultura dell'Occidente Cristiano. In effetti,
poi, le difficolt di realizzazione pratica dell'astro-
labio sferico, nonch del suo uso, molto pi elevate
che in quello planisferico, non fecero che
diminuire l'interesse dei costruttori di strumenti
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 24
16
rappresenta l'eclittica divisa in dodici parti, con i
nomi dei dodici segni e le loro suddivisioni in
gradi; si potr aggiungere il quadrato delle due
ombre (umbra versa - umbra recta), le ore "dei
tempi", l'ombra khouarzemi, o khouarezmi, in pratica
i tracciati che in genere si rappresentano sulle
quarte di cerchio.
Poi c' un'alidada a due pinnule attaccata al centro
della shafiah per mezzo di un asse che permette di
muoverla con facilit e che serve per prendere le
altezze degli astri. Infine, con una lima si ricava
un'incisione sulla semisfera, a partire dall'anelli
dell'orizzonte e fino al polo dell'orizzonte stesso.
Questo rappresenta il circolo meridiano. Il semi-
cerchio diviso in 180 gradi e piazzato sull'eclittica
da dove comincia il punto dell'ariete (punto
gamma) e quello della Bilancia, serviva a deter-
minare l'arco del giorno e della notte, i coascen-
denti dei segni e l'obliquit (dell'eclittica) (figg. 37-
38-39-40-41-42)
Come si accennato prima, questi strumenti,
Chamilah, Chebakah, Mesatirah, ecc., sono assimil-
abili all'astrolabio descritto da Settele. Infatti, oltre
alla forma, sono quasi identiche le operazioni di
ritrovamento degli archi semidiurni e seminot-
turni e via dicendo.
L'astrolabio Sferico (kur, ukar)
E' questo uno strumento molto poco conosciuto a
causa, probabilmente, della sua scarsa produzione.
Aboul Hhassan ce ne d una descrizione piuttosto
buona che, tra l'altro, forse l'unica che si conosce,
oltre a delle singole citazioni in altri testi
medievali, come vedremo tra breve.
L'astrolabio sferico, (figg. 43-44-45-46) la cui
costruzione deriva, come evidente, dal globo
celeste, si compone di due sfere "inscritte".
Termine da tradurre alla buona come due "palle
che stanno una dentro all'altra le cui superfici si
toccano e possono ruotare indimentendemente ad
un comune centro". Si traccia sulla parte circon-
scritta l'eclittica e l'equatore, le stelle fisse, gli
almucantarat e gli azimut, le ore dei tempi e le lat-
itudini di alcuni luoghi. Poi si costruisce un
chebakah, ossia una rete, o inviluppo sul quale si
riporta il polo dell'eclittica e quello dell'equatore;
astronomici del medioevo. Tutto ci si evidenzia,
di conseguenza, nella scarsissima produzione di
manoscritti europei relativi all'argomento. Ernst
Zinner, nell'opera Verzeichnis der astronomischen
Handschriften des deutschen Kulturgebietes - Monaco,
1925 - ricorda due soli manoscritti in latino; il
primo, nella State Library, manoscritto latino n.
19691. I, ff 30v-32v, datato 1521. Il secondo, nella
University Library, Utrecht, che reca il numero 725,
ff. 206v-213v, del XV secolo. Ma si conosce, inoltre,
un testo tradotto in latino sull'uso dell'astrolabio
sferico nel fondo dell'archivio della Corona de
Aragn, a Barcellona. Esso il manoscritto Ripoll
225, ff. 17v-18r. Questo testo, dal titolo De horologio
secundum alkoram, inserito in un trattato, De util-
itatibus astrolabii, sull'astrolabio planisferico.
Millas-Vallicrosa fa risalire questo prezioso mano-
scritto al X secolo. Parleremo ancora, tra breve, di
questo manoscritto di eccezionale interesse.
Noi aggiungeremo ancora che esiste nel fondo
cella Bibliotheca Laurentiana Medicea, un mano-
scritto sulla composizione di questo strumento
scritto nel 1303 per mano di Joannem De
Harlebeke de Olaus (si veda la Bibliografia alla
fine di questo volume).
Il diametro del globo dell'astrolabio sferico conser-
vato nel Museo di Storia della Scienza di Oxford,
approssimativamente di 83 millimetri ed tutto di
ottone, con delle iscrizioni, le linee orarie, i merid-
iani, e gli almucantarat, con intervalli di 5 gradi,
intarsiati d'argento. L'alhancabuth in ottone, lam-
inato con argento sul circolo dell'eclittica e quello
dell'equatore e sul quadrante verticale, nonch il
pezzo di sospensione che pure in ottone. Tutte le
iscrizioni sono visibili sulla parte esterna dei pezzi
che compongono lo strumento ed hanno carattere
Kufico orientale, dello stile che era usato per gli
strumenti islamici e persiani. Sul globo riportato
anche l'autore e l'anno di costruzione, nel seguente
modo:
amal Mus sana dfh
Lavorato da Mus nell'anno 885
che l'anno dell'Egira (A.H.) il quale corrisponde
all'era cristiana (A.D.) 1480/1
L'alhancabuth fornito di certi "indici" che servono
per indicare 19 stelle fisse, tutte sopra il cerchio
dell'eclittica, e ciascuna stella contrassegnata con
il suo nome. La rete dell'alhancabut che porta gli
indicatori delle stelle, consiste in una fascia che
rappresenta il circolo dell'eclittica, una piccola
banda circolare parallela all'equatore che facilita le
misurazioni sul circolo equatoriale, e un quadrante
verticale graduato con scale numerate delle latitu-
dini celesti e le distanze polari e zenitali. Lungo le
due scale di questo quadrante vi una scanalatura
nella quale pu spostarsi uno gnomone per le mis-
ure delle altezze solari. L'alhancabut traforato nel
polo equatoriale e nel polo nord dell'eclittica e la
sua rete in contatto con il globo e pu muoversi
sopra di esso.
Le stelle dell'Alhancabuth
Le stelle che sono riportate sull'alhancabuth del-
l'astrolabio sferico sono 19 e di queste Maddison
riporta pure le coordinate eclittiche (L= Lambda,
B= Beta):
Sirra (L 9, B 26);
Khadib (L 28, B 55);
Muthallath (L 34, B 16);
Misam (L 48, B 41.5);
Rukba al-yamn (L 61, B 34);
Fawq (?) al-rukba (L 120, B 37);
an-Nacsh (L 140, B 45);
Fiqrat al-ul (L 153, B 27);
Sq (L 193, B 24);
Mankib (L 208, B 50);
Fakka (L 218, B 45);
ar-Ramih (L 230, B 32);
Janb (L 236, B15);
ar-raci (L 257, B 35);
dhanab (L 283, B 36);
minqar (L 300, B50);
dulfin (L 311, B 30);
ra's al-faras ( L 316, B 23);
unuq (L 340, B 38).
Questi nomi non sono sempre corrispondenti ai
nomi delle stelle e la loro esatta identificazione
comporta molte difficolt.
Questo astrolabio sferico non , probabilmente, un
esemplare evoluto, come pu dedursi dalla man-
canza dei fori nel polo nord e sud. In apparenza
potrebbe rappresentare uno dei modelli di astro-
labi sferici di al-Biruni, ma l'esistenza dello gno-
mone scorrevole lungo le scale graduate del quad-
rante verticale, farebbe pensare ad una caratteristi-
ca costruttiva riconosciuta negli strumenti di an-
Nairizi.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 25
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 26
fig. 33
fig. 34 Astrolabio lineare
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 27
fig. 35 e 36 Splendido
esemplare di Saphia
costruito da Muhammad
ibn Futuh al-Aamairi in
Siviglia nel 1216 d.C.
(Immagine tratta da
Almerigo Da Schio, Due
astrolabi... e riprodotta
nellEnciclopedia Italiana
Treccani articolo
Astrolabio
fig. 35
fig. 36
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 28
fig. 39
fig. 40
fig. 38
fig. 37
Astrolabio Camilah
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 29
fig. 42 Mesatirah 2a specie
fig. 41 Astrolabio Camilah
Mesatirah 1a specie
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 30
in senso orario,dallalto a sinistra, figg. 43, 44, 45 e 46
Le traduzioni.
I primi contatti degli autori cristiani con la scienza
araba si fanno risalire attorno alla fine del X seco-
lo. Quello che sappiamo in proposito ci dato
dalla conoscenza diretta delle fonti originali, e
dalle storie e commenti di autori posteriori all'an-
no Mille. Il grande lavoro quindi dei traduttori
che si rivelano i veri pionieri della diffusione del
sapere scientifico in Europa.
Dal califfato di al-Mamun, gli Arabi avevano gi
cominciato ad ereditare, studiare, ampliare e
migliorare il grande testamento scientifico lasciato
dai tempi di Tolomeo. E' nel bisogno di per-
fezionare soprattutto le teorie astronomiche che si
giustificano i grandiosi progetti che portarono alla
realizzazione degli osservatori astronomici pi
importanti del mondo: Bagdad, fondato da Al-
Ma'mun (813); il Cairo (966), fondato da Al-Hakim;
Toledo (1028), fondato da Arzachele; Maragha
(1200), fondato da Nasir-al-Din al-Tusi, e
Samarcanda, fondato dal grande Ulugh Beg nel
1420.
In genere si fa iniziare la rinascita dell'astronomia
anche in Europa con la traduzione dal greco
dell'Almagesto di Tolomeo nel 1164, e poi dal-
l'arabo, nella versione di Gerardo da Cremona;
secondo altri ci avviene nel 1175, oppure, secon-
do Weidler e Delambre, nel XIV secolo. Queste
datazioni per non sono da prendersi alla lettera,
in quanto non dato sapere con precisione quando
queste opere furono veramente tradotte per la
prima volta e divulgate in Occidente. Infatti, si ipo-
tizza che, probabilmente, la prima traduzione dal
Greco dell'Almagesto sia quella di Giorgio di
Trebisonda.
Dal 1100 al 1120 Adelardo di Bath viaggia in
Spagna e in Egitto, e traduce dall'arabo gli
Elementi di Euclide facendo conoscere per la
prima volta in Occidente il grande autore greco.
Platone da Tivoli, religioso, traduce dall'arabo la
Sfera di Teodosio e Giovanni di Siviglia fa
conoscere gli Elementi di Alfragano. Rodolfo da
Bruges, traduce il Planisfero di Tolomeo su una
versione araba commentata da Maslem e Givanni
Campano da Novara, sul finire del XIII secolo, tra-
duce di nuovo dall'arabo gli Elementi di Euclide;
Vitellione traduce l'importante opera sull'Ottica di
Al-Hazen. E poi ci sono le Tavole Toledane di
Arzachele (1187), sostituite con le Tavole Alfonsine
(1274) e il lavoro di tantissimi altri traduttori che
impossibile riportare.
Nel leggere la storia dell'acquisizione della scienza
araba da parte del mondo latino, possiamo
riconoscere due periodi distinti
1
: il primo, che
potremmo definirlo di assimilazione, fino al XIII
secolo durante il quale gli autori votati all'astrono-
mia si sforzarono di comprendere e di esplorare
con qualunque mezzo, e sfruttando tutte le possi-
bilit che avevano a disposizione, la strumen-
tazione astronomica degli arabi; poi, a partire dalla
met del XIII secolo, si ha un periodo caratterizza-
to dall'interesse delle nuove ricerche, per la diffu-
sione eccezionale di alcuni strumenti, al quale
segue un breve periodo di espansione diretta-
mente legato al ruolo che ebbe tutto questo mate-
riale nell'insegnamento universitario.
Se lo studio degli strumenti astronomici svolto nel
secondo periodo eminentemente fruttuoso per
un'adeguata valutazione della scienza medievale,
quello del materiale strumentale relativo ai secoli
X e XII, essenziale, in quanto rappresenta la base
sulla quale si edificher l'astronomia universitaria.
E naturalmente i due strumenti principali sono
ancora l'astrolabio e il quadrante.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 31
LASTROLABIO
NELLOCCIDENTE CRISTIANO
17
1
Emmanuel Poulle, Les instruments astronomiques de l'Occident latin aux XI et XII sicles,
Il testo pi antico
Il pi antico testo in latino sull'astrolabio sembra
essere quello proveniente dall'abbazia di Ripoll, in
Catalogna
2
. Pi precisamente, fa parte di un
manoscritto copiato nel X secolo in questa abbazia,
chiamato manoscritto Ripoll 225, di cui si fatto
cenno nel precedente capitolo, scritto quando era
abate Arnolfo (948-970). E' interessante rilevare che
l'esistenza del centro scientifico di Ripoll, e le sue
origini, sono da rapportare al viaggio che fece in
Catalogna, attorno al 967, il monaco Gerberto
d'Aurillac, che poi sar arcivescovo di Reims e
quindi Papa Silvestro II.
Da questo fatto nasce, forse, l'ipotesi che Gerberto
fosse stato forse il primo studioso ad aver con-
tribuito alla diffusione dell'astrolabio nella scienza
cristiana. E una testimonianza diretta di questa dif-
fusione, indipendente dai veri trattati sull'astro-
labio che a volte non possibile datare, si trova in
una lettera di Radolf, studente a Lige, spedita
verso il 1025 a Ragimbold, studente di Cologne
3
:
Radolf si dichiarava disposto ad inviare al suo
amico che ne aveva fatta richiesta un astrolabio,
ma pare che questo fosse solo una copia dello stru-
mento originale forse perch doveva servire come
modello al suo corrispondente per costruirne
un'altro.
Non tutti gli autori sono comunque d'accordo sulla
datazione del manoscritto di Ripoll. Ma sembra
che dallo stile con il quale fu scritto, e considerata
la scarsit di dettagli descrittivi, la datazione pi
attendibile sia quella che abbiamo riportato, con
un margine che arriva fino alla prima met dell'XI
secolo.
Secondo Derek J. de Solla Price, il pi antico testo
europeo sull'astrolabio (senza considerare il
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 32
18
19
2
J.M. Millas-Vallicrosa, Assaig d'historia de les idees fisiques i matematiques a la Catalunya medieval, t.I, Barcellona, 1931, in
8, XV-351pp. (Estudis iniv. catalans, serie monografica, I).
3
P. Tannery, A. Clerval, Une corrispondence d'colatres du XI sicle, in Noticies et extraits des manuscrits de la Bibliotheque
nationale et autres bibliotheques, t. XXXVI, 2 p., 1901, p.487-543; si veda anche P. Tannery "Memoires scientifiques", T.V, 1922,
P.229-303.
4
P.L. CXLIII, 381-390; ristampato da R.T. Gunther, The Astrolabes of the world, t.II, Oxford, 1932, P. 404-408. Edizione sostituita
con quella di J. Drecker, Hermannus Contractus uber das Astrolab, in "Isis", t. XVI, 1931, p. 203-212.
5
R.P. Pezii, Thesauri Anecdot. Noviss. Tom. III, Pars II
6
In metienda igitur subtilissimae inventionis Ptolomaei Walzachora, id est: plana sphaera, quam Astrolabium vocitamus...
Libellus de mensura Astrolabii di Beda il Venerabile,
che appartiene alla fine dell'antichit, ovvero all'al-
to medioevo) sarebbe il Sententiae astrolabii, che
egli data alla seconda met del decimo secolo,
attribuito a Gerberto, in cui si descrive l'uso ma
non la costruzione dello strumento.
La maggior parte dei manoscritti di quell'epoca
comunque riportano la descrizione, la costruzione
e l'uso dell'astrolabio, ma purtroppo moltissimi
sono anonimi. Uno solo di questi formalmente
attribuito al monaco Ermanno le "Boiteaux", cio
Ermanno Contratto, morto nel 1054, il quale fu
abate di Reichenau. Questo manoscritto stato
pubblicato dall'abate Migne nella monumentale
opera Patrologia Latina
4
. Secondo E. Poulle qui
non si tratta che della sola costruzione dell'astro-
labio.
Il Manoscritto di Ermanno Contratto
Vediamo in qualche particolare questo trattato
nella traduzione del manoscritto latino Inclyti,
conservato nel Monastero di S. Pietro a Salisburgo
e pubblicato da Petz nel secolo XVIII
5
. L'opera si
intitola B Hermanni Contracti Monachi Augiensis
Ord. S. Bened. De Mensura Astrolabii Liber.
Scorrendo le poche pagine di questo volumetto
forse ci si pu meglio rendere conto di come pote-
va essere un'opera sull'astrolabio che conta quasi
mille anni. Per questo credo sia interessante
riportare almeno i titoli dei paragrafi.
Ermanno comincia con una prefazione e nel capi-
tolo I descrive i Circoli Equinoziali, i Coluri
(alcotan per gli arabi), i Solstizi e il modo per trac-
ciarli sull'astrolabio. Inoltre, ci dice che lo stru-
mento astrolabico armillare descritto da Tolomeo
era chiamato Walzachora
6
.
Nei capitoli seguenti descrive gli almucantarat, il
modo di trovare le linee orarie, l'alhancabuth, i
segni zodiacali, le posizioni delle stelle di cui
trascrive anche i relativi nomi arabi, la divisione
dell'Umbonis (qui ipsam matrem Walzachoram), cio
la madre dell'astrolabio, la divisione dei segni, dei
mesi e dei giorni e la quarta di cerchio.
Infine definisce l'Alhiada (alidada) "id est: quadam
regula cum duabis pinnis erectis ad rectam lineam
perforatis quota lateris quadrati pars designetur,
possit apparire".
Nel libro II sono riprese alcune definizioni con
ulteriori spiegazioni. Nel primo capitolo si tratta
dell'utilit dell'astrolabio con la sua nomenclatura
con l'aggiunta di varie tabelle della posizione del
Sole nei segni dello zodiaco; come si trovano le ore
del giorno attraverso l'altezza del sole, operazione
che gli arabi chiamano "Erufamazeat"; come
trovare l'ora di notte
7
; le ore ineguali ed
equinoziali con la distinzione delle ore per quattro
gradi di latitudine e moltissime altre cose.
In questo secondo libro compresa la descrizione,
probabilmente la prima che si conosca, dell'orolo-
gio solare denominato molto tempo dopo
Meridiana del pastore; termine improprio, come si
pu desumere gi dal fatto che non d alcuna
indicazione sul tipo di orologio solare, il quale un
cilindro come descritto da al-Marrakushi.
Ermanno usa una nomenclatura pi consona e
sicuramente pi adatta ad indicare il tipo di stru-
mento: convertibili sciotero horologici viatorum instru-
menti, che pu tradursi "gnomone girevole da
viaggio". Infatti, per l'uso pratico, essendo questo
un orologio d'altezza, bisogna ogni volta girare lo
gnomone sul cilindro fino a posizionarlo sul mese
e sul giorno in cui si vuol conoscere l'ora data
appunto dall'altezza del sole sull'orizzonte. In pi
Ermanno indica che si tratta di uno strumento por-
tatile ("viatorum").
L'indice del secondo libro comprende XXI capitoli:
I. De utilitatibus Astrolabii.
II. Descriptio ejus perigraphiam.
III. De colligendo signo et gradu Solis.
IV. De inveniendo Nadair Solis.
V. De concipienda Solis altitudine et certis horis
diei.
VI. De altitudine Stellarum et horis nocturnis.
VII. De distinctione horarum per quatuor plagas.
VIII. De horis aequinoctialibus et inaequalibus.
IX. De partibus inaequalium horarum diei.
X. De partibus inaequalium horarum noctis.
XI. De indaganda quantitate Orbis diei.
XII. De quantitate orbis nocturni.
XIII. Quot sint horae equinoctialis diei et noctis.
XIV. De percipienda vicinitate Aurorae.
XV. De percipiendo quolibet tempore cujusque
signi ortum et occasum.
XVI. In quo signo sint stellae.
XVII. De vocabulis stellarum Arabicis et Latinis.
XVIII. De discretione climatum et eorum invenien-
da latitudine.
XIX. De divisione orbis per VII climata et initiis et
terminis eorum.
XX. Ut scias, si restat vel praeterit Meridies.
XXI. De inveniendis in dorso Astrolabii horis.
Alla fine, viene riportata una specie d'appendice
intitolata sempre al secondo libro, ma che non
presente in questo indice, in cui viene trattata la
costruzione dell'orologio solare suddetto, altri
capitoli sulla quarta di cerchio e via dicendo.
Come appare evidente, in questo primo rudimen-
tale trattato sull'astrolabio, Ermanno non tratta in
particolare dell'uso pratico dello strumento pur
descrivendo sporadicamente e per sommi capi,
qualche operazione da farsi. E' eccezionale, invece,
l'interesse storico che ha questo manoscritto in
quanto ci permette di penetrare in quelle che erano
le prime difficoltose traduzioni su questa materia,
pubblicate in quella lontana epoca.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 33
7
Sublevato Astrolapsu tantum ipsum Alhidada coaptando torqueas qu ad usque quamlibet stellarum fixarum tunc apparen-
tium et in Astrolapsu designatarum certa unius oculi inspectione per ambo contempleris foramina. Qua visa ejusque altitudine
demonstrante Ahlidada annotata eandem altitudinem inter Almucantarath coaequa, in ipsa parte, in qua accepisti stellam.
Cui altitudini in Almucantarath ejusdem stella superpone, et considera, quam horam gradus solis demonstrer: qua ipsa est,
quam quaeris. Sed hoc observa, ut per Nadair Solis horas diei, per gradus Solis horas noctis discas.
Il trattato sulla costruzione dell'astrolabio
"Philosophi qui sua sapientia...", che Mills -
Vallicrosa attribuisce sempre a Lupitus, propone
un metodo molto empirico che si ritrova anche
negli altri testi di Lupitus e consiste nel prendere
1/15 dell'arco di cerchio dell'eclittica ove si
trovano i segni dell'Ariete, Toro e Gemelli; poi un
terzo dei 14/15mi restanti, computati a partire dal
segno dell'Ariete, per trovare la fine di questo
segno; quindi si prendono i terzi di tutto l'arco per
i segni del Toro, e il resto per i Gemelli. Questo
metodo d un risultato approssimativo per questi
tre segni
10
, che ancora pu essere accettabile in
quanto implica sostanzialmente un errore sull'ap-
plicazione del sistema della proiezione stereografi-
ca.
Inoltre, questa erronea metodologia presente in
un altro trattato di Lupitus, Philosophi quorum
sagaci studio..., e nel libro di Ermanno Contratto.
Essi, infatti, si limitano a tracciare dal centro dello
strumento delle divisioni di trenta gradi ciascuna
dal lembo; in questo modo si ottiene lo stesso una
graduazione ineguale dello zodiaco, ma una tale
costruzione implica erroneamente che tutti i segni
dello zodiaco abbiano uguali valori di ascensione
retta, cio di trenta gradi.
Anche sull'uso dell'astrolabio, Poulle dichiara di
trovare errori grossolani dovuti per la maggior
parte all'ignoranza delle reali possibilit dello stru-
mento. I soli problemi di cui si tratta nei libri, infat-
ti, sono i pi elementari e rudimentali: posizionare
l'aranea e trovare i gradi dello zodiaco in cui si
trova il Sole, oppure una stella, sull'almucantarat
dell'altezza osservata, o la determinazione della
durata dell'arco diurno. Problemi che vengono
trattati con spiegazioni piuttosto oscure. Per esem-
pio ecco come Lupitus insegna a prendere l'altezza
del sole sull'orizzonte
11
:
Dum queris scire altitudinem solis, turna dahar id est
costam astrolapsus contra te, et pendeat de manu tua
dextera et humerum tuum sinistrum pone contra solem,
et ipsi XC alhotoi id est vel versus stent contra oculos
tuo; et ipsam hahidada tantum exalta et demerge
quosque radius solis transeat amba foramina, et consid-
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 34
20
Gli errori dei primi astrolabisti.
Un altro testo relativo all'uso dell'astrolabio fu
pubblicato sempre da Migne e catalogato tra le
opere di Ermanno Contratto, ma Bubnov lo
attribuisce a Gerberto
8
.
Il professor Millas-Vallicrosa, ha ricordato ancora
un trattato sull'uso dell'astrolabio che Lupitus di
Barcellona avrebbe tradotto dall'arabo, ma sembra
che questo non sia altro che solo un frammento di
un vero trattato sulla costruzione e l'uso dell'astro-
labio.
La terminologia utilizzata poi durante tutti i secoli
a venire, relativa a tutte le parti dell'astrolabio,
appartiene, secondo Poulle, al periodo universi-
tario, a cominciare dalla fine del XIII secolo.
Bisogna dire per che gran parte dei termini
tradotti dall'arabo si trovano gi nell'opera di
Ermanno Contratto. Inoltre, i trattati dell'anno
Mille sono molto rudimentali e superficiali nelle
descrizioni, e molte volte addirittura inattendibili
scientificamente.
La descrizione contenuta nel manoscritto "Cum
hominum habitationes..."
9
non dice nulla per esem-
pio sull'armilla e, cosa ancora pi grave, sulla
proiezione dell'orizzonte e degli almucantarat. Il
trattato sulla costruzione dell'astrolabio "Philosophi
quorum sagaci studio...", che viene lo stesso
attribuito a Lupitus, ignora tutto il sistema di mira:
armilla, alidada a pinnule e cerchio di altezza.
Ancora pi allarmante il fatto che i metodi per la
costruzione sono molto inesatti, come nel caso
della graduazione dello zodiaco dell'Aranea. Lo
zodiaco un cerchio obliquo in rapporto al piano
di proiezione stereografica (il piano dell'equatore);
quindi, la graduazione dello zodiaco diviene una
graduazione ineguale. Il modo di realizzazione di
questa graduazione ineguale, per la costruzione
dell'astrolabio, mette in evidenza la bravura e il
livello scientifico del costruttore di astrolabi: l'as-
trolabista.
8
P.L. CXLIII, 389-404; R.T. Gunther, op. cit., p. 409-418; N. Bubnov, Gerberti postea SilvestriII papae opera mathematica (972-
1003), Berlino, 1899, p. 114-147.
9
Millas -Vallicrosa, op. cit., p. 308-315
10
Millas-Vallicrosa, op. cit., p. 293-295
11
Millas-Vallicrosa, op. cit., p. 280
era ubi stat almeri id est sumitas accuta alhidade in ipsi
XC ordinibus qui sunt in daar ipsius astrolapsus. Et
quod ibi statim invenies ipsa est altitudo solis in ipsa
hora.
Il modo di tenere l'astrolabio sospeso di faccia al
Sole, con la linea della spalla parallela ai raggi del
Sole, un p bizzarro. Infatti, si sospende l'astro-
labio al pollice sinistro e si tiene faccia al Sole.
La parola araba "dahar", che qui sembra apparire
per la prima volta, ha un'equivalente latino che
non pu significare altro che il dorso dell'astro-
labio. Lo stesso non pu dirsi per gli equivalenti di
"Alhotoi", parola che indica i gradi dell'altezza del
Sole sul dorso. "Alhidada, o hahidada, l'alidada,
vocabolo adottato dall'originale arabo; "almeri"
definito come lo "sperone" dell'"aranea" (cio l'e-
screscenza del cerchio dello zodiaco nel punto in
cui torna ad essere tangente al lembo dello stru-
mento). Ma questa parola impiegata in un altro
senso da Lupitus, secondo cui dovrebbe indicare
l'estremit dell'alidada che "percorre" i gradi di
altezza degli astri riportati sull'astrolabio.
Questi trattati del X ed XI secolo, sono una
preziosa testimonianza dello sforzo compiuto
dagli autori cristiani nel cercare di assimilare la
teoria dell'astrolabio, e dell'entusiasmo con il quale
si avvicinavano a questa scienza cos nuova per
loro.
Un'altro manoscritto, il lat. 7412, dell'XI secolo,
sempre nella Biblioteca Nazionale di Parigi, ci
rende l'immagine del lavoro dei copisti latini
intenti a tradurre e comprendere le opere degli
arabi sull'astrolabio.
Qui si possono osservare, per esempio, una serie di
nuovi disegni sul dorso dell'"aranea" e dei sette
timpani di un astrolabio arabo. I timpani sono trac-
ciati ognuno per una latitudine e sono, quindi,
sette, per le sette latitudini principali, dette "cli-
mati", come in uso fin dall'antichit.
Tutte le graduazioni e tutte le iscrizioni sono in
arabo con le relative trascrizioni in latino. Sul dis-
egno del dorso, i nomi arabi dei segni dello zodia-
co e dei mesi del calendario zodiacale sono
doppiati con gli equivalenti nomi in latino; anche i
nomi delle stelle dell'"aranea" sono scritti in arabo
e trascritti anche in latino, o in una forma simile;
per esempio, Pantacaitoz, riportato su un disegno,
diventa Venter caitoz nella nomenclatura.
Si pu pensare, quindi, che il copista del mano-
scritto abbia simultaneamente trascritto il testo
dall'originale arabo e riprodotto lo strumento con
l'intento di restituire al mondo latino le indicazioni
arabe riportate sullo stesso. Probabilmente la lista
delle stelle potrebbe averla presa dai trattati di
Lupitus o di Ermanno Contratto.
Ma a parte tutti i manoscritti dei trattati che conos-
ciamo sull'astrolabio, dobbiamo rilevare che sono
rarissime le menzioni di questo strumento nel sec-
olo XI. Abbiamo accennato prima alla lettera di
Radolfo di Lige che informava Ragimbold di
Colonia su di un suo astrolabio che fece ripro-
durre per averne anche una copia, ma non sappi-
amo come fu fatto questo modello.
Cos, come non si conoscono dettagli tecnici sul-
l'astrolabio di cui si serviva Walcher, priore di
Malvern in Inghilterra, per osservare l'eclisse di
Luna del 18 ottobre del 1092
12
: mentre ritornava in
Inghilterra dopo un viaggio a Roma durante il
quale egli contempl, ma non pot osservare sci-
entificamente, l'eclisse di Luna del 30 ottobre del
1091. Fu allora che gli venne l'idea di utilizzare
l'astrolabio per determinare i tempi delle future
eclissi.
Ricordiamo ancora un curioso strumento, apparte-
nente ad una collezione privata, che Destombes
dichiara essere di origine catalana e risalente alla
fine del X secolo
13
.
Questo astrolabio non arabo e neanche latino, ma
sembra essere una sorta di prodotto ibrido, dove le
graduazioni sarebbero ottenute con caratteri del-
l'alfabeto latino dei valori numerici, scostandosi
dunque dall'usanza tradizionale, secondo un sis-
tema originale che impronta i parametri dello stru-
mento simultaneamente ai valori numerici dell'al-
fabeto arabo e greco.
Lo studio di Destombes pone delle difficolt che
inducono a percorrere con prudenza la strada del-
l'identificazione e della spiegazione definitiva di
questo strumento che, per quanto si sa, vera-
mente unico figlio del suo tempo.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 35
12
Ch. H. Haskins, Studies in the History of Medieval Science, 2 ed., Cambridge, 1927, in -8, XX-411 pp.
13
M. Destombes, Un astrolabe carolingien et l'origine de nos chifres, in "Arch. intern. d'hist. des sciences", t. XV, 1962, p. 3-45.
ti, e l'impressione che si ricava da essi e dai mano-
scritti del XII e XIII secolo certamente quella di
avere a disposizione libri in cui la teoria e la prati-
ca dell'astrolabio definitivamente esplorata.
Inoltre, la terminologia adottata non presenta quel
carattere di abusivismo letterario che con timidez-
za veniva riportato negli antichi manoscritti.
Ormai il latino risuonava di termini arabi adottati
e insostituibili: ...et sequitur alhancabuth cujus inter-
pretatio est aranea... si legge nella traduzione di
Maslama, oppure: ...post hec et sequitur alhancabuth
id est aranea, da Messahalla, e ancora: ...quoddam
superfluum extra circulum capricorni quod almuri ara-
bice, latine index appelatur, da Arialdus, a proposito
dell'indice che marca sull'"aranea" l'inizio del
Capricorno.
In questi testi, quindi, si riscontra un'esposizione
scientifica migliore, pi logica e molto pi chiara.
E' interessante, a questo proposito, mettere a con-
fronto due pezzi sullo stesso argomento dai mano-
scritti di Lupitus e Arialdus
14
. Il pezzo relativo al
testo di Lupitus sulla trasformazione delle ore
ineguali in ore eguali, mentre per Arialdus
trovare i numeri dei gradi di una ora ineguale. Il
procedimento in entrambi i casi lo stesso:
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 36
21
Il periodo Universitario
Nell'anno Mille, in definitiva, manca un'adeguato
monumento letterario sul quale improntare un
successivo studio sull'argomento. E la causa di ci
va ricercata nell'impossibilit in cui si trovavano i
primi autori cristiani di assimilare completamente
la scienza araba, e quindi l'arte dell'astrolabio a
partire dalle pochissime, mediocri, traduzioni
arabo-latine che vennero eseguite in quel periodo.
Per ridare vita all'impulso iniziale era necessario
riconsiderare il problema dalle sue radici, appunto
le radici della scienza araba. Da qui nasce la secon-
da fase delle traduzioni delle opere degli arabi
nella lingua latina, che pu farsi iniziare verso il
secondo quarto del XII secolo, e che sar l'elemen-
to determinante e decisivo che permetter
l'adozione definitiva e vantaggiosa della teoria
dell'astrolabio e lo sviluppo dell'astronomia
nell'Occidente.
Probabilmente la traduzione di Ermanno il
Dalmata (da non confondere con Ermanno
Contratto) del Planisfero di Tolomeo, decisiva nel-
l'acquisizione generale della teoria della
proiezione stereografica e della sua relativa corret-
ta applicazione nella costruzione dell'astrolabio.
Ricordiamo il grande lavoro di Giovanni di
Siviglia, che traduceva Maslama; Rodolfo di
Bruges che traduceva un trattato sulla costruzione
dell'astrolabio di Messahalla, uno dei pi impor-
tanti; le traduzioni di Platone da Tivoli dei trattati
sull'uso dell'astrolabio d'Ibn al-Saffar, latinizzato
in Abulcasim. Tutto ci costitu la nuova piattafor-
ma di lancio per la scienza dell'astrolabio.
Inoltre, parallelamente ai lavori di questi tradut-
tori, molti altri autori si sforzarono di scrivere
materiale nuovo, originale, sull'astrolabio: questi
sono Adelardo di Bath, intorno al 1142-1146, sulla
costruzione; Raimondo di Marsiglia, verso il 1141,
sulla composizione e l'uso; Roberto di Chester, nel
1147, sull'uso; un certo Arialdus, sulla compo-
sizione ed uso; Abraham ibn Ezra, verso il 1158-
1161, sull'uso ed altri ancora (si veda la bibliografia
alla fine di questo volume).
La maggior parte di questi testi sono ancora inedi-
14
J.-M. Millas-Vallicrosa, Assaig..., p. 285 - Manoscritto latino N. 16652, fol. 36, della Biblioteca Nazionale di Parigi.
LUPITUS. - Quomodo horas tortas facias
rectas. Quando queris tornare horas tortas ad
horas rectas per astrolapsum, accipe quot
queris et in ultima linea horarum quas accepisti
pone nadair solis, et vide ubi stat almeri, et
pone ibi signum; postea circumvolve ipsum
nadair solis ab ultima usque ad primum
almucantarat prime hore et vide ubi stat almeri
et pone ibi signum, et ipsos ordines quos ambulat
almeri partire per ordinem rectarum
horarum, id est per XV, et videbis quot inde
colligis horas recta.
ARIALDUS. - Si vis scire quot gradus habeat
unaqueque hora diei, pone nadir solis super
principum qualiscumque hore et nota gradum
in limbo in cujus directo fuerit almuri; volvesque
rethe nadir donec ad finem ejusdem
hore pervenerit, et quot gradus sive partes
graduum almuri pertransierit tot gradus vel
partes gradum sunt illius hore. Partes vero
horarum noctis cum gradu solis eodem posito
et volvendo circumducto notatisque gradibus
quos almuri pertransierit simili modo reperis.
L'autore riporta due tavole di stelle: una antica,
improntata sui primi trattati sull'astrolabio com-
parsi in Occidente sul finire del X ed XI secolo, l'al-
tra viene presentata "secundum modernos" ed
estratta dalle tavole stellari di Arzachele. Questa
informazione ha permesso gli studiosi di datare il
testo originale alla prima met del XII secolo.
Inoltre, questo testo, secondo Poulle, potrebbe
essere anche uno dei primissimi trattati sull'astro-
labio scritti in Occidente, senza essere stato copia-
to o scritto sul palinsesto dei libri arabi. E' da con-
siderare poi che l'astrolabio descritto, uno stru-
mento che presenta ormai la sua configurazione
definitiva, senza significative variazioni, tanto che
questo testo, del XII secolo, non ha niente da
invidiare ad un testo del XV o XVI secolo.
Il trattato di Raimondo di Marsiglia si compone di
tre parti: composizione, uso astronomico e uso
geometrico.
E' da notare che l'autore conosce l'uso, allora
nuovo, di riportare sul dorso dell'astrolabio il dia-
gramma delle ore ineguali il cui uso lo ritiene poco
utile. Egli, d'altra parte, non sa graduare l'eclittica,
e scrive che gli azimut dell'equatore determinano
sull'equatore e sull'eclittica degli archi uguali: sulla
base di ci egli riporta l'inizio dei segni sullo zodi-
aco congiungendo il centro dello strumento con
l'equatore per mezzo di divisioni eguali. Seguendo
questo procedimento, riporta le stelle tenendo
conto delle loro coordinate eclittiche, utilizzando
per le rette che sono le proiezioni degli azimut
dell'equatore, e non quelle degli azimut dell'eclitti-
ca. Un tale errore, che costituisce quasi una regola
nel X e XI secolo, come evidente frequente
ancora nel XII secolo.
Possiamo definire questo testo un lavoro preuni-
versitario. Tuttavia esso gi ricco di una ricerca
letteraria che evidenzia, insieme allo stile in cui
stato redatto pi che nel contenuto tecnico, la sua
originalit. Un libro unico, dunque, in un periodo
in cui brulicano traduzioni e copie di trattati arabi,
che si pone in quella categoria di testi che, dal XIII
al XIV secolo, ha avuto un ruolo fondamentale
nella formazione scientifica universitaria.
Indice del manoscritto:
De capitulis que continebuntur in hoc opere que neces-
saria sunt:
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 37
15
E. Poulle, Le trait d'astrolabe de Raymond de Marseille, in "Studi Medievali", Serie Terza, Anno V, fasc. II, Centro Italiano
di Studi sull'alto medioevo, Spoleto, 1964 (pagg. 866-904, 6 figg. e 4 pl.).
22
Lupitus trasforma in ore eguali il tempo trascorso
dall'inizio del giorno, e li legge sul timpano in ore
ineguali; ma l'espressione usque ad primum almu-
cantarat prime hore per dire la met della linea del-
l'orizzonte (cio il primo almucantarat) che dalla
parte dell'Oriente (dove si trova la prima ora),
molto ambigua. Inoltre egli per ordines, intende,
come fa in altri passi dello stesso testo, i gradi del
lembo; ma questa un'espressione inusuale e d'in-
certo impiego.
Arialdus, da parte sua, si accontenta di cercare i
numeri dei gradi delle ore ineguali, poich egli
indica dopo in che modo trasformare infine le ore
ineguali, in ore eguali.
Tuttavia, da rilevare che taluni autori sono anco-
ra soggetti ad errori, come nel caso della gradu-
azione dello zodiaco sull'"aranea" per la quale
Rodolfo di Bruges e Raimondo di Marsiglia, pro-
prio come avevano gi fatto Lupitus ed Ermanno
Contratto, graduano l'eclittica congiungendo il
centro dello strumento alle dodici divisioni uguali
del lembo, come se i dodici segni dello zodiaco
avessero tutti la stessa ampiezza, o estensione, in
ascensione retta.
Il trattato sull'astrolabio di
Raimondo di Marsiglia
Accenneremo all'opera di Raimondo di Marsiglia,
di cui Emmanuel Poulle ha pubblicato uno studio
e la versione originale in un suo articolo comparso
sulla rivista Studi Medievali
15
. Nell'opera Liber cur-
sum planetarum, che costituisce uno dei primi
esempi nell'Occidente Cristiano di tavole astro-
nomiche perpetue e del loro modo d'impiego,
Raimondo di Marsiglia fa allusione a pi riprese a
un trattato sull'astrolabio che aveva scritto egli
stesso in tempi precedenti.
Pare che questo testo sia andato perduto, ma
Poulle, scrutando nel fondo della Biblioteca
Nazionale di Parigi, attesta di aver identificato in
un trattato sull'astrolabio di un anonimo, e conser-
vato senza titolo in uno scritto della seconda met
del XV secolo, il testo di Raimondo di Marsiglia.
"Quicumque vult scire hora noctium..." (sull'uso
dell'astrolabio; traduzione senza dubbio di Llobet
di Barcellona): J.-M. Millas Vallicrosa, ibid., pp.
275-293.
"Philosophi qui sua sapientia motus siderum..." (sulla
costruzione): J.-M. Millas Vallicrosa, ibid., pp. 293-
295.
"Quicumque astronomice peritiam discipline..." (sul-
l'uso; Gerberto): J.-P. Migne, Patrologia Latina,
CXLIII, col. 389-404, riprodotto da R.T. Gunther,
The astrolabes of the world, II, Oxford, 1932, pp. 409-
418; N. Bubnov, op. cit., pp. 114-147.
"Philosophi quorum sagaci studio visibilium..."
(costruzione; Llobet di Barcellona): J.-M. Villas
Vallicrosa, op. cit., pp. 296-302.
"Cum hominum habitaciones equales sibi fore non
patiatur..." (descrizione; Llobet di Barcellona): J.-M.
Millas Vallicrosa, op. cit., pp. 308-315.
"De divisione igitur climatum que fit per almucan-
tarath..." (descrizione ed uso; Llobet di Barcellona):
J.-M. Millas Vallicrosa, op. cit., pp. 320-322.
"Jubet rex Ptolomeus bene politam fieri tabulam..."
(costruzione; Llobet di Barcellona): J.-M. Millas
Vallicrosa, op. cit., pp. 322-324.
"Si fuerit nobis propositum invenire quando sol queli-
bet..." (costruzione; testo parziale): J.-M. Millas
Vallicrosa, op. cit., pp.324-327.
"In compositione astrolabii tres primum circuli scri-
buntur..." (costruzione della madre dell'astrolabio):
J.-P. Migne, Patrologia Latina, XC, col. 955-960.
Migne attribuisce questo testo a Beda.
"Herimannus Christi pauperum peripsima et philoso-
phie tironum..." (costruzione; Ermanno Contratto):
J.-P. Migne, Patrologia Latina, CXLIII, col. 381-390,
riprodotto da R.T. Gunther, op. cit., II, pp. 404-408;
J. Drecker, Hermannus Contractus uber das Astrolab,
in "Isis", XVI (1931), pp. 203-212.
"Genera astrolabiorum duo sunt..." (sull'uso): J.-M.
Millas Vallicrosa, Un nuevo tratado de astrolabio de R.
Abraham ibn Ezra, in Al-Andalus, V (1940), pp. 1-29.
L'attribuzione di questo testo a Abraham ibn Ezra
stata contestata da R. Levy in The autorship of a
latin treatise on the astrolabe, in Speculum, XVII
(1942), p. 566-569.
"Scito quod astrolabium est nomen grecum..."
(costruzione ed uso); traduzione di Messahalla di
Giovanni di Siviglia): incluso da G. Reisch in
Margarita philosophica, che ha avuto numerose edi-
zioni dopo il 1503; R. T. Gunther, Early science in
Oxford, T.V, Chaucer and Messahalla on the astrolabe,
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 38
23
1. Quot et que astrologum decipiant et qualiter
Ptolomei astrolabium tempore sibi occasionem
prebente vetustate sit viciosum factum.
2. Qualiter astrolabium extrinsecus terminetur.
3. Qualiter circuli interiores tres fieri debeant.
4. Qualiter almucantarat fiant.
5. De horis in tabula interiori dispositis.
6. De rete componendo.
7. De fixis stellis in rete disponendis.
8. De limbo circomponendo.
9. De quadrantis opere.
10. De regula construenda.
11. De clavo et clavi clavo.
12. Qualiter ad astronomiam quis admittatur.
13. De hore diei et noctis atque scendentis scientia.
14. De horis naturalibus et artificialibus.
15. Qualiter sciatur utrum sit meridies, ante vel
post.
16. De locis et gradu planetarum per astrolabium
dignoscendis.
17. De arcu diei et noctis.
18. De domibus per astrolabium dignoscendis.
19. Quantum in unaquaque regione queque signa
ponantur in ortu.
20. Qualiter rectus oriens cognoscatur.
21. Qualiter de stellis in astrolabio positis in cujus
signi quoto sit gradu cognoscat; et de quatuor
numeris tam ad solem quam ad lunam pertinen-
tibus.
Un prezioso elenco di manoscritti
Nello stesso articolo, il Poulle ha inserito in una
lunga nota un importantissimo lavoro di cata-
logazione, unico per quello che ci dato sapere,
delle edizioni dei manoscritti occidentali sull'as-
trolabio anteriori al secolo XV. Una lista stabilita
con un ordine approssimativamente cronologico
che riportiamo integralmente:
"Ad intimas summe philosophie disciplinas..." (prol-
ogo di un trattato della costruzione e dell'uso;
senza dubbio di Llobet di Barcellona): N. Bubnov,
Gerberti postea Silvestri II papae opera mathematica,
Berlino, 1899, pp. 370-375; J.-M. Millas Vallicrosa,
Assaig d'historia de les idees fisiques i matematiques a
la Catalunya medieval, Barcellona, 1931, pp. 271-275.
Oxford, 1929, pp. 195-231.
"Cum sit possibile Jesuri et plerumque..." (Teoria del-
l'astrolabio; traduzione di Ermanno il Dalmata del
Planisfero di Tolomeo): Bale, 1536; Venezia, 1558;
J.-L. Heiberg, Claudii Ptolomei opera que extant
omnia, II, Leipzig, 1907 (Bibliotheca teubneriana),
pp. 227-259.
"Primum horum armilla per quam suspenditur
astrolabium..." (sull'uso; traduzione del trattato di
Maslama di Giovanni di Siviglia): J.-M. Millas
Vallicrosa, La traducciones orientales en les manu-
scritos de la biblioteca catedral de Toledo, Madrid,
1942, pp. 263-284. Ff.-J. Carmody, Arabic astro-
nomical and astrological scences in latin transla-
tion, Berkeley, 1956, p. 142, indica un altro "incipit"
di questo testo: "Cum volueris facere astrolabium
fac tabulam planam..." che pare corrispondere ad
una parte della composizione dell'astrolabio che
Millas Vallicrosa non ha pubblicato.
"Astrologie speculationis exercitium habere volen-
tibus..." (costruzione; traduzione del trattato di
Maslama a cura di Giovanni di Siviglia): J.-M.
Millas Vallicrosa, Las traducciones, pp. 316-321.
"Cum volueris facere astrolabium accipe auricalcum
optimum..." (costruzione; Giovanni di Siviglia): J.-
M. Millas Vallicrosa, Las Traducciones, pp. 322-327
(edizione parziale).
"Cum (ou Quia) plurimi ob nimian quandoque accu-
rationem..."(sull'uso; Roberto Anglico): Prouse,
1477 (Klebs, 850.1).
"Speram in plano describere est singula puncta..."
(Teoria dell'astrolabio; Jordanus Nemorarius):
Bale, 1536, Venezia, 1558 (con il Planisfero di
Tolomeo).
"Nostra presens intentio est artem dicere..." (compo-
sizione e uso; Pietro di Maricourt): G. Boffito e C.
Melzi D'Eril, Il trattato dell'astrolabio di di Pietro di
Maricourt, Firenze, 1927 (comprende solo i primi
cinque capitoli della composizione).
"Universorum entium radix et origo Deus qui..."
(composizione e uso; Henri Bate): Venezia, 1485
(Klebs, 4.1); R.T. Gunther, The astrolabes of the world,
II, pp. 368-376.
"Nomina instrumentorum astrolabi sunt hec; primum
est annulus..." (sull'uso; Andal di Negro): Ferrara,
1475 (Klebs, 63.1)
"Si astrolabium facere volueris primo et ante omnia fac
tabulum..." (costruzione; Andal di Negro):
Ferrara, 1475 (Klebs, 63.1).
"Quamvis de astrolabii compositione tam moderno-
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 39
24
rum quam veterum..." (costruzione; Prosdocimo di
Beldomandi): Prouse, 1477 (Klebs, 850.1).
"Little Lewis my son I have perceived..." (Uso;
Geoffroy Chaucer): Londra, 1532, etc.; W. Skeat, A
treatise on the astrolabe addressed to his son
Lowys by Geoffry Chaucer, Oxford, 1872 (Chaucer
Society), pp. 1-60; R. T. Gunther, Chaucer and
Messahalla on the astrolabe, pp. 1-131; numerose
altre edizioni.
"Astrolabium grece latine dicitur acceptio stel-
larum..." (composizione): H. Michel, Un trait de
l'astrolabe su XV siecle, in Homenaje a Millas
Vallicrosa, II, Barcellona, 1956, pp. 49-67.
"Qui veult faire ung astralabe doit estre subtil ouvri-
er..." (Composizione; Jean Fusoris): E. Poulle, Un
constructeur d'instruments astronomiques au XV
siecle, Jean Fusoris, Parigi, 1963 (Bibliothque de
l'Ecole pratique des hautes tudes, sciences his-
toriques et philologiques, fasc. CCCXVIII), pp. 95-
108.
"Honourable chose et moult a priser aux princes..."
(uso; Jean Fusoris): E. Poulle, ibid., pp. 109-124.
" Si astrolabi peritiam tenere volueris ipsam hoc
modo..." (uso e costruzione; traduzione di Georges
Valla del trattato di Nicephore Gregoras): Venezia,
1498 (Klebs, 1012.1); Parigi, 1546, etc.
"Astrolabium ut Abraham judeus inquit omnium
mathematicalium instrumentorum..." (composizione;
Faber Barduvicensis; appresso al Polain): s.l.n.d.
(Klebs, 386.1).
"Etsi plurima astrologie divini numinis conscie..."
(Uso; Johannes Angeli): Ausbourg, 1494 (Klebs,
375.1-2).
"Cum ad lunae observationes necnon stellarum haer-
entium coelo..." (costruzione e uso; traduzione di
George Valla del trattato di Proclo): Venezia, 1498
(Klebs, 1012.1); Parigi, 1546, etc.
I trattati sull'astrolabio nel
"corpus" scientifico medievale.
Si pu dire che i trattati sull'astrolabio del XII sec-
olo sono senza dubbio pi vicini, come concezione,
a quelli del periodo universitario. Si pensi alla
traduzione di Giovanni di Siviglia del codice di
Messahala. Le due parti relative alla composizione
ed all'uso dell'astrolabio, Scito quod astrolabium est
nomen grecum... e Nomina instrumentorum astrolabii
sunt hec..., testimoniano la singolare fortuna di fig-
urare regolarmente nei programmi universitari,
come elementi fondamentali di un importante
"corpus" scientifico.
Gli studi sui quadranti (quadrans vetus, quadrans
novus, etc.) e sugli astrolabi nel XII secolo aprono
l'epoca classica della fabbricazione degli strumenti
astronomici. Le modifiche che saranno apportate
durante il periodo universitario possono davvero
considerarsi insignificanti, e gli strumenti che ven-
gono realizzati offrono ormai la soluzione e le
forme definitive che resteranno per tutto il basso
medioevo e fino al Rinascimento.
A giudizio degli studiosi, tutto questo materiale
letterario non avrebbe altro scopo che quello ped-
agogico. Il caso citato di Walcher di Malvern, che
osserv l'eclisse lunare del 18 ottobre 1092 con un
astrolabio, sembra essere un caso isolato, adatto a
soddisfare la curiosit di una mente esigente. Ma
questo esempio non pu testimoniare in favore di
una destinazione d'uso dello strumento esclusiva-
mente rivolta alle osservazioni.
Qualche rara testimonianza di osservazioni astro-
nomiche con l'astrolabio risale a periodi tardi del
medioevo; la pi antica pu essere quella di Henri
Bate di Malines, verso la fine del XIII secolo di cui
fa allusione in un suo trattato sullo strumento.
L'astrolabio, evidentemente, trovava vasta appli-
cazione nella risoluzione di problemi di astrono-
mia sferica pi che astronomia osservativa: trovare
a quale ora una stella si leva sull'orizzonte, anche
se si in pieno giorno; determinare la durata del-
l'arco diurno, o il punto dell'orizzonte dove sorge
il Sole in un giorno qualunque dell'annno e tante
altre questioni alle quali l'astrolabio offre immedi-
atamente una soluzione.
L'astronomia dell'Europa medievale aveva tra gli
scopi principali, e qui l'astrologia ne gran parte
responsabile, quello di conoscere l'aspetto del cielo
in un momento qualunque, passato presente o
futuro.
Per fare questo gli studiosi avevano due mezzi a
disposizione: un mezzo empirico, cio gli stru-
menti, e un mezzo matematico, cio le tavole astro-
nomiche.
Ed in questo contesto che l'astronomia medievale
vanta, tra l'altro, il merito di aver forgiato quello
che il pi geniale degli strumenti astronomici:
l'astrolabio.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 40
25
L'astrolabio di Regiomontano
Il sorgere delle nuove grandi scuole di artigiani in
Europa, e soprattuto dei costruttori di strumenti
astronomici in Germania, segna il distacco dell'as-
trolabio dal medioevo e l'inizio di una nuova era di
abilit e progettazione nella costruzione di stru-
menti di precisione.
J. Derek De Solla Price, descrive quello che viene
considerato il primo strumento scientifico della
Rinascenza: un astrolabio realizzato dalle mani del
grande Jovanni Muller, detto Regiomontano (figg.
51-52).
Questo straordinario strumento, che presenta uno
stile costruttivo nuovo e molto diverso dalla carat-
teristica scuola moresca e spagnola del medioevo,
fu fabbricato dal grande astronomo in Roma, nel
1462, in onore del Cardinale Bessarione, come
possibile dedurre dall'iscrizione dedicatoria:
SVB DIVI BESSARIONIS DE
CARDINE DICTI PRAESI
DIO ROMAE SVRGO IO
ANNI OPUS: - 1462
L'astrolabio firmato e reca un ritratto che si
ritiene il solo contemporaneo del Regimontano.
Questo strumento presenta una storia abbastanza
travagliata. Ricorderemo solo che esisteva in Roma
fino al marzo del 1848, quando pass nelle mani
del Dr. Somerville. Ne fu poi possessore il grande
astronomo William Herschel, e quindi il
Comandante M.H. Hardcastle.
E per fortuna si mantenuto in ottimo stato di con-
servazione come si vede dalle figure. Le sue carat-
teristiche costruttive indicano che potrebbe essere
stato un modello di base per la costruzione in serie
dello stesso ("mass-produced"), probabilmente
prodotti a Norimberga dove vi era il grande
costruttore di strumenti Georg Hartmann.
Il parere di Price che questo sia il primo stru-
mento costruito da Regiomontano e perci il
primo eseguito surante la rinascita dell'astronomia
in Europa. Rappresenta, in tal caso, una vera pietra
miliare che marca il progresso della scienza sul
finire del medioevo e all'inizio della Rinascenza.
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 41
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Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 45
degli orizzonti; l'Aranea ridotta al solo zodiaco
(fig.53), davanti al quale stato tracciato, attorno al
centro dello strumento, un cerchio graduato con i
mesi e i giorni che ha la stessa funzione del calen-
dario zodiacale usuale sul dorso di tutti gli astro-
labi. Tre regoli, di cui due sono a doppie branchie
formano tra loro un angolo di 120 e un angolo di
60, giranti attorno al centro dello strumento e che
servono a localizzare le "case celesti".
Gli usi astronomici sono limitati alla trasfor-
mazione delle ore eguali in ore ineguali, alla deter-
minazione dell'arco diurno o notturno, del grado
ascendente e del momento del levare e sorgere del
Sole. Interessante anche la lista delle trenta stelle,
date per indicazioni puramente astrologiche, di cui
molte appaiono raramente nelle liste delle stelle
degli astrolabi normali, come per esempio la
citazione delle costellazioni Triangulus e Lupus.
Un'altro strumento merita di essere ricordato.
Appartiene alla collezione J.A. Billmeier, ed con-
servato al Museo di Storia delle Scienze di Oxford
(catalogo n 57-84/176). Possiamo definirlo un
"astrolabio-equatorio", rusalente alla fine del XV
secolo, ed identico ad un tipo descritto da
Francesco Sarzosio in un suo trattato stampato nel
1526. Varie circostanze inducono a pensare che
questo strumento possa essere opera di Francesco
Fineo, padre di Oronzo.
La parte astrolabica di questo strumento (figg. 54-
55-56) composta da due timpani per due diverse
latitudini. Sulla faccia del primo timpano non sono
riportate n le ore ineguali, n le "case celesti", n
gli azimut, n linee crepuscoline, ma solamente gli
almucantarat per ogni cinque gradi, mentre l'altra
faccia dello stesso timpano non riporta che le dod-
ici "case celesti" e le loro suddivisioni per una lati-
tudine di 45.
La prima faccia del secondo timpano riporta (latit.
45) gli almucantarat incisi per ogni cinque gradi e
gli azimut; l'altra faccia un timpano astrologico,
come quello gi visto di Guillaume di Wissekerke.
La realizzazione di questo "timpano medico" (per-
ch il timpano dell'astrolabio detto "medico")
stata basata sul principio allora in uso che
l'evoluzione di una malattia subisce un corso
cronologico immutabile e la medicina ha bisogno
di conoscere, per le sue prescrizioni, i pianeti che
dominano le differenti tappe di questo corso, e per
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 47
26
Astrolabium phisicum
Finora abbiamo potuto accertarci dell'esistenza di
una grande variet di strumenti astrolabici, realiz-
zati soprattutto dagli astronomi arabi intorno al
XII-XIII secolo. Ma non finita. Prima di conclud-
ere, infatti, vorremmo dire brevemente di un curio-
sissimo astrolabio che per la sua rarit davvero
poco conosciuto. Nel codice man. lat. 7276 B, del
XV secolo, della Bibliothque Nationale di Parigi,
viene presentato un Equatore, cio uno strumento
astronomico per la determinazione della latitudine
dei pianeti, secondo un modello inventato da
Guillaume Gilliszon de Wissekerke. Sull'altra fac-
cia si trova quello che viene chiamato un
Astrolabium phisicum, cio un astrolabio il cui uso,
anche se adatto alle misurazioni astronomiche,
destinato prevalentemente all'astrologia. Il proba-
bile autore che descrive l'Equatore di Gilliszoon,
Guillaume de Carpentras, conosciuto come un
valente artigiano astronomo che costru molti stru-
menti astronomici e gnomonici nella seconda met
del XV secolo
16
. Egli costru, inoltre, "due astrolabi
mostranti i didici segni zodiacali e i sette pianeti,
di cui uno si trova nella citt di Aix e l'altro fu
donato al Monsignor de Bourbon.
Gli studiosi fanno notare che non normale
trovare i pianeti associati al termine astrolabio.
D'altra parte, l'esistenza della rappresentazione
dei pianeti sull'astrolabio, come quello donato al
duca di Borbone, suffragata da altri testi del
Catalogue de la bibliothque des ducs de Bourbon en
1524, in cui si legge "Y a en ladite librarie ung astro-
labium regale ou sont les mouvements de la lune, de la
sphere et des sept planetes et du Dragon, le tout en
leton".
Ma vediamo in breve cos' questo Astrolabium
phisicum. Viene descritto nella seconda parte del
manoscritto citato ed un astrolabio semplificato
per scopi astrologici. Viene chiamato anche
Astrolabio medico, in quanto uno degli obiettivi
principali quello di determinare i giorni e le ore
pi convenienti per i salassi e le medicazioni.
All'interno della graduazione del lembo in gradi
ed ore eguali, le tracce sono quelle di un timpano
16
Si veda in proposito G. Arnaud d'Agnel, Les copmtes du roi Ren, t. III (Paris, 1910)
conseguenza i gradi dello zodiaco che corrispon-
dono a queste tappe. Piazzato quindi il grado dello
zodiaco ove si trova il sole all'inizio della malattia
sulla linea del mezzod (initium morbi), si hanno
direttamente i gradi dello zodiaco che si trovano
su ciascuno degli "angoli" del timpano; la stessa
operazione pu farsi con la luna e le "case lunari"
Conclusione
La rinascita dell'astronomia nell'Europa del secoli
XII e XIII contribuisce alla diffusione di uno stru-
mento preciso e versatile come l'astrolabio. Dalla
redazione di testi insicuri, in cui compaiono
grossolani errori teorici e di costruzione, si arriva
piano piano a sviluppare, durante il tardo periodo
universitario, delle tecniche perfette di realiz-
zazione grazie anche allo sviluppo delle nuove tec-
nologie artigiane.
A questo proposito importante sottolineare la
grande difficolt che si incontra nella classifi-
cazione e catalogazione degli astrolabi dall'anno
Mille in poi, tenendo conto dei diversi particolari
costruttivi che caratterizzavano le varie scuole
europee. In pi, da considerare che pochissimi
sono i pezzi firmati. Per esempio, non ci giunto
nessun astrolabio gotico (cio realizzato in stile
gotico) firmato - come fa rilevare Tullio Tomba in
un suo articolo di qualche decennio fa
17
-, pochissi-
mi, uno o due, recano un monogramma quasi
indecifrabile e in pi ci sono le possibili modifiche
avvenute nelle posizioni degli indici delle stelle, e
questo rende quasi impossibile la loro datazione
usuale col calcolo delle coordinate astronomiche.
Dalla descrizione di Tomba dei due astrolabi latini
risalenti al XIV secolo, possiamo notare i migliora-
menti costruttivi apportati dagli artigiani e di cui
faranno tesoro gli astrolabisti della Rinascenza:
"...l'elemento degli archi trilobati comune a quasi tutti
gli strumenti delle prime scuole d'Occidente, ma qui
di una raffinatezza e di un equilibrio che troviamo ben
di rado in altri esemplari insieme ad una tecnica di real-
izzazione perfetta, degna del miglior professionismo...".
Questi particolari, insieme con quello della sis-
temazione del lembo sulla madre per mezzo di
spine cilindriche ribattute, si ritrovano sugli astro-
labi dell'epoca, ed anche pi antichi, come quello
islamico del X secolo conservato nella collezione
Lewis Evans di Oxford, che reca un lembo distinto
dalla madre, oppure l'astrolabio gotico della
collezione Michel, e l'ispano moresco della raccol-
ta Billmeier, il gotico n 175 della stessa ed altri
18
.
Inoltre, tali particolari non si riscontrano con facil-
it nei testi medievali e pare che l'unico trattato che
ne parli sia quello di Roberto Anglico nel capitolo
"De inscriptione matris Rotule et Limbi" dei suoi rari
Canones de Astrolabio, stampato a Perugia nel 1480,
in cui afferma che il "Limbum seu margilabrum"
deve essere adeguato al numero delle "Tabulae" e
ci d la precisa sensazione che questo pezzo costi-
tuisse un elemento a s da potersi anche sostituire
se si fosse presentata l'occasione di aumentare il
numero dei timpani.
Anche Peregrino di Maricourt, nella Nova composi-
tio Astrolabii particularis (Codice Vaticano Latino
1332, carta 14 r.) offre particolari costruttivi inter-
essanti trattando di due procedimenti per la
costruzione della madre e del lembo, l'uso del
tornio oppure l'applicazione del lembo di una "tab-
ula" con l'antica saldatura all'argento: "Vel aliter
facies tabulam fabricari super quam limbum sibi aptum
cum armilla decenter composita unges (sta per coni-
uges) cum argento in quo..."
19
.
Sembrer strano, ma nonostante la loro popolarit
ben pochi sono gli astrolabi che si conservano in
Italia, pi precisamente sembrano esserne in
numero non superiore ad una decina. Sempre il
Tomba
20
, d la seguente collocazione: 5 astrolabi
sono conservati al Museo Copernicano di Monte
Mario (Roma), 3 al Museo di Storia della Scienza di
Firenze, 1 all'Osservatorio Astronomico di
Bologna, 1 al Museo di Venezia.
Questo probabilmente dimostra, nonostante tutto,
come fossero in pochi i costruttori professionisti di
astrolabi e strumenti astronomici in quell'epoca tra
cui vanno ricordati i poco noti Ibrahim ibn Said as-
Sahli di Valencia e Muhammed Ibn Futtuh di
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 48
17
Tullio Tomba, Due astrolabi latini del XIV secolo conservati a Milano, in "Physis", VIII, 1966 - Olschki Ed., Firenze
18
T. Tomba, ibid. p. 298
19
T. Tomba, ibid., pp. 299-300
20
T. Tomba Un astrolabio del XIV secolo di probabile origine italiana, in "Physis", anno 12, 1970, Leo S. Olschki ed. , Firenze
27
Siviglia.
Gli studiosi segnalano un declino dell'astrolabio,
dopo che ebbe raggiunto il culmine del successo,
attorno alla fine del XIV secolo, proprio quando si
apprestava a bussare alle porte della Rinascenza. E
relativamente a quel periodo si segnala il trattato
di Geoffry Chaucer, Treatise on the astrolabe, del
1391, quale uno degli ultimi e pi lucidi lavori sul-
l'astrolabio.
Nicola Severino
Il Libro degli Astrolabi Nicola Severino 49