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William Berthomière e Marie-Antoinette Hily

Le migrazioni internazionali:
una questione morale

l dati mondiali sui flussi di popolazione non offrono un quadro


completo delle situazioni migratorie tanto più che essi sono di-
sgiunti dalle rappresentazioni che gli attori possono avere del fe-
nomeno. Tuttavia, al di là della loro relativa attendibilità, sono
un valido indicatore per analizzare la geografia delle migrazioni
internazionali. Le Nazioni Unite evidenziano che a livello mon-
diale , se si considerano coloro che risiedono da oltre un anno in
un paese diverso da quello di origine, il numero dei migranti in-
ternazionali sarebbe all 'incirca di 200 milioni, ovvero il 3% della
popolazione mondiale.! Il dibattito legato a questo fenomeno glo-
bale pua dunque apparire parados sale, soprattutto se si tiene
conta deI fatto che il numero dei migranti ris petto alla popolazione
mondiale è proporzionalmente tra due e tre volte inferiore ris petto
al XX secolo . Il processo si spiega con il fatto che le condizioni
economiche non determinano completamente le azioni di coloro
che las ciano il proprio paese di origine . l migranti non sono
oggetti passivi e, secondo le circostanze, sviluppano progetti in-
dividuali e familiari. Cos1, mentre i paesi sviluppati adottano
delle politiche migratorie volte ad ostacolare la mobilità delle
persone, la problematica deI rapporto esistente fra le migrazioni
e le condizioni economiche, politiche e sociali resta da ridefinire,
soprattutto se si tiene conta della messa in opera e della realiz-
zazione dei progetti migratori. l cambiamenti e 10 sviluppo degli
spazi di origine ma anche dei cosiddetti spazi di transito 0 di
«rimbalzo » mostrano l'esistenza di una realtà multiforme, la cui
complessità implica necessariamente, sul piano esplicativo, un ap-
proccio interdisciplinare. Anche se la proporzione dei migranti è
attualmente inferiore rispetto al passato, le migrazioni interna-
zionali contemporanee occupano un posto importante nei dibattiti
tanto al Nord che al Sud e sollevano delle questioni che implicano

1 Questo dato non include né i rifugiati (circa 13 milioni di persone) ne i !DP'S (Internally
Displaced People), vale a dire le popolazioni trasferite all 'interno delle frontiere dei proprio
stato. Essi, secondo l'Haute Commissariat pour le Refugies (HCR), sono circa 24 ,5 milioni
distribuiti in più di una cinquantina di paesi.

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il futuro delle società nazionali. Del resto, anche se i migranti
rappresentano una bassa percentuale della popolazione mondiale,
essi sono maggiormente presenti nelle città caratterizzate «da
una crescita mondiale rapida»: non sono e non devono essere
considerati come «marginali» ma come agenti delle trasformazioni
sociali e culturali (Castles 2005).

1. Un mondo di migrazioni fortemente polarizzato

Le migrazioni internazionali, pur rappresentando una questione


a dimensione mondiale, restano fortemente polarizzate se si consi-
derano i luoghi di reinsediamento. Più del 55 % dei migranti si è
spostata verso l'America del Nord 0 l'Europa e, ad un livello più
generale, mena di trenta paesi accoglierebbero i tre quarti del totale
dei migranti. Sempre secondo le Nazioni Unite, su 200 milioni di
migranti nel mondo «un terzo all'incirca ha lasciato un paese in via
di sviluppo per un altro, mentre un terzo si è spostato da un paese in
via di sviluppo verso un paese sviluppato; in altri termini, la stessa
quantità di migranti va dal Sud verso il Sud, e dal Sud verso il Nord» .2
In termini più generali, anche se ogni paese del mondo ha il
suo contingente di immigrati e stranieri (termini che non sono si-
nonimi, in quanto il primo indic a la condizione geografica e il
secondo quella giuridica), il mondo delle migrazioni internazionali
è, in eHetti, iscritto in tre grandi regioni: l'America del Nord (Stati
Uniti e Canada), l'Unione Europea, la regione del Golfo arabo-
persico (12 milioni di stranieri). 1 principali paesi di arrivo sono
dopo gli Stati Uniti (35 milioni di «foreign-born», 12% della popo-
lazione residente), la Russia (13 milioni di stranieri), la Germania
(7 milioni), l'Ucraina (7 milioni), l'India (6 milioni) , il Canada (6
milioni), l'Arabia Saudita (5,4 milioni, ossia il 23% della popolazione),
l'Australia (5 milioni), la Francia (4,3 milioni). Si puo notare che
la maggior parte dei grandi paesi di immigrazione hanno una per-
centuale di immigrati compresa all'incirca fra il 7% e il 15% e che
la percentuale relativa degli immigrati rispetto alla popolazione na-
zionale è più elevata nei paesi di vecchia immigrazione (Canada
19% e Australia 23 %) ma che essa ricopre un'importanza maggiore
in alcuni paesi provvisti di risorse petrolifere: 75 % nel Kuwait e
95 % nell'emirato di Dubai.

2 Migrations internationales et développement, Rapport du Secrétaire général des Nations


Unies, New York, 2006, p. 7.

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2. Una molteplicità di realtà

Senza voler declinare la molteplicità delle figure migranti, è im-


portante mettere in rilievo aIcune specificità relative al contesta
globale. La concorrenza che struttura le economie mondiali ha come
effetto quello di spingere sulle strade migratorie milioni di persone
che hanno progetti diversificati. Le motivazioni e le ragioni che
spronano a partire sono differenziate e difficilmente possono essere
classificate: trovare uno spazio per sopravvivere 0 un rifugio di
fronte alle degradazioni ambientali, alla disparizione delle ris orse
fondamentali e alla mancanza di libertà; ci sono poi i quadri che
espatriano per ritrovare alloro ritorno un posto ad alta responsabilità
all'interno di una multinazionale; c'è il desiderio di sfuggire al con-
trollo sociale troppo stretto; ci sono i minorenni che devono assumere
il ruolo di capofamiglia attraverso l'emigrazione e versare la maggior
parte del reddito alla famiglia restata al paese di origine; c'è la
giovane donna che vende la sua forza-Iavoro nel settore dellavoro
di cura 0 ancora l'avventuriero che non ha niente da perdere
lasciando il proprio paese e, infine, illavoratore occupato nell'in-
dustria, nel turismo , nell'agricoltura e nell'edilizia. Fra tutte queste
moIteplici figure, analizzeremo quelle che sono ai margini (i migranti
altamente qualificati e i migranti richiedenti asilo, anche se si pua
essere diplomato e rifugiato nello stesso tempo) e quelle che per-
mettono di cogliere le tendenze recenti legate alla femminilizzazione
dei flussi e al nuovo contesta geopolitico.

2.1 Richiedenti asilo e migranti altamente qualificati: le due facce di


una stessa medaglia
La figura del richiedente asilo e quella deI migrante altamente
qualificato offrono due visioni del processo di mondializzazione
delle migrazioni: la prima mette in luce la progressiva instaurazione
di una politica definita di esternalizzazione delle frontiere dei paesi
sviluppati; la seconda sottolinea invece i timori legati all' «affannosa
ricerca di persone altamente qualificate» in un contesta internazionale
caratterizzato dalla stagnazione degli aiuti allo sviluppo dei paesi
mena sviluppati.
Le migrazioni forzate hanno da sempre costituito una questione
centrale nelle ricerche sulle migrazioni internazionali. Esse rinviano
alla Seconda guerra mondiale e al ruolo determinante della protezione
offerta nel quadro della Convenzione di Ginevra sui rifugiati,
firmata nel 1951. L'analisi delle politiche di asilo rappresenta un

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campo di ricerca privilegiato per studiare la posizione degli stati in
situazione di crisi.
Grazie ai dati pubblicati dall' Haut Commissariat pour les Réfugiés
(HCR) delle Nazioni Unite e a una serie di importanti ricerche, la
conoscenza di questi movimenti permette di descrivere una dinarnica
migratoria relativa ad un notevole cambiamento per quanto riguarda
le condizioni di accettazione di asilo politico.
A livello mondiale, l'HCR registrava alla fine dell' armo 2005 il più
basso numero di rifugiati sotto la sua competenza dal1980, ovvero 8,5
milioni contro 9,5 all'inizio dell'armo. Due fatti permettono di chiarire
questo dato: un rafforzamento delle operazioni di rimpatrio degli afgani
(752.000 rimpatriati nel2005), in Liberia (68.000), nel Burundi (56.000)
e in Angola (54.000); inoItre, una dirninuzione dei movirnenti massivi
di rifugiati verso paesi lirnitrofi, definiti rifugiati prima facie.
Nel corso degli ultirni due decenni, una gran parte delle domande
di richiesta di asilo politico si è concentra ta in Europa (374.000 su
668.000 depositate in 149 paesi), ma nel 2005 si è verificata una
tendenza alla diminuzione del numero di domande presentate al-
l'Unione Europea. 3
In effetti, gli stati europei tendono a ridurre i permes si di asilo
politico attraverso una politica di accoglienza più dura e procedure
più esigenti. Per esempio, la Francia ha creato una lista di paesi detti
«sicuri»4 e rifiuta ai richiedenti originari di questi paesi l'autorizzazione
provvisoria di soggiorno e l'ammissione delle lorodomande alle pro-
cedure prioritarie (ossia di una durata di mena di quattro giorni quando
le persone si trovano nelle zone di attesa). Qtiesta progressiva chiusura
passa anche attraverso l'esternalizzazione progressiva della politica eu-
ropea dell'immigrazione5 e la messa in atto dei cosiddetti programmi
di protezione regionale (PRP) e dei centri di transito situati nei paesi
detti «terzi», nei quali le procedure di asilo dovrebbero essere fatte
ancor prima di ottenere un visto per il paese richiesto. Definita come
«una condivisione del fardello» (burden sharing) l'idea soggiacente è
di scaricare una parte delle domande di asilo, stimate troppo numerose
per l'Europa, sui paesi vicini agli spazi di partenza.6

J Ne! 2005 si puà constatare una diminuzione de! 46% rispetto al numero di domande
presentate ne! 2001. È importante sottolineare che anche in Canada e negli Stati Uniti c'è
stata una diminuzione de! 54% e in Australia e nella Nuova Ze!anda de! 75 %.
4 L'OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides) include fra i paesi
«sicuri»: Albania, Benin, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Croazia, Georgia, Ghana, India,
Madagascar, Mali, Macedonia, Mauritius, Mongolia, Niger, Senegal, Tanzania e Ucraina.
, A questo proposito cfr. le ricerche de! gruppo Migreurop.
6 Cfr. Rodier (2006).

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Il paradosso di questa costruzione europea che ha come obiettivo
quello di armonizzare le proprie politiche nazionali su una linea
politica restrittiva èche essa rompe completa mente con l'idea di li-
bertà sulla quale si fondavano le attese delle persone alla ricerca di
un rifugio, essendo ormai sempre più difficile l'accesso al territorio
europeo e dunque la possibilità di potervi present are direttamente
una domanda di asilo .
Allo spazio Schengen, che dopo il 1995 ha materializzato le
frontiere esterne dell'Europa, si è aggiunto nel 2004 un dispositivo
di tecnologie gestito dall' Agenzia europea per la gestione della coo-
perazione operazionale delle frontiere esterne (FRONTEX).
Al contrario, la mobilità delle pers one altamente qualificate è
attualmente forte mente incoraggiata. Questo fenomeno sembra
essere importante per quanto concerne i flussi in provenienza
dell' Asia diretti verso l'America del Nord, l'Australia e il Regno
Unito ma anche per quanto riguarda le migrazioni che avvengono
fra Nord e Nord (espatri dei quadri all'interno delle imprese mul-
tinazionali) . Nel corso del decennio 1990-2000, gli Stati Uniti hanno
accolto più di 900.000 persone altamente specializzate.
Le persone altamente qualificate fanno parte di una categoria
di migranti che ormai sono l'oggetto di una crescente attenzione
da parte degli stati. 7 A differenza dei richiedenti asilo, questo tipo
di migrante si vede offrire nuove disposizioni legislative che facilitano
il suo ingresso nei paesi sviluppati. In questo modo, la maggior
parte dei paesi sviluppati, consapevoli della battaglia tecnologica
determinata dalla mondializzazione economica, iscrivono la loro le-
gislazione nel quadro di cià che Ayelet Sha,.char definisce «The Race
for Talent» e in ter mini di concorrenza. E il casa della Germania
che dal 2004 ha facilitato l'arrivo di persone altamente qualificate
formulando articoli specifici nel suo nuovo codice sull'immigrazione
«iscrivendosi in una ricerca delle pers one altamente qualificate a scala
internazionale (sapendoJ che questa competizione si accentuerà nel
futuro» (Shachar 2006: 42).
L'analisi delle politiche dei paesi sviluppati per quanto riguarda
questa manodopera altamente qualificata porta inevitabilmente il
dibattito verso la questione dei disequilibri Nord-Sud e pone questa
riflessione al centro delle polemiche che suscita l'istituzione di una
politica selettiva dell'immigrazione. Se si considera il contesta della

7 Cfr. i risultati dei rapporto Highly skilled migration presentato dall'Intemational Centre
for Migration Policy Development (ICMPO) alla Fourth Coordination Meeting on International
Migration, New York, 26·27 ottobre 2005.

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mondializzazione dei mercati, si pua constatare che in un certo quaI
modo gli stati vedono diminuire il loro controllo sulla situazione,
giacché le decisioni legislative sono prese con il solo obiettivo di
ottimizzare il rapporto fra competitività e crescita economica. Queste
sceIte politiche non possono fare a mena di sollevare una certa in-
quietudine anche quando sono operate con tutta la prudenza ne-
cessaria, come neI casa della Francia che ha creato una carta di sog-
giorno che porta la menzione «competenze e talenti», che è accordata
«per tre anni allo straniero che puà partecipare allo sviluppo economico
e all'aumento di influenza della Francia e dei suo paese di origine».8
Tanto più che è in questo spazio politico che la nozione di sviluppo
ritrova la sua legittimità.
1 governi dei paesi deI Sud si allarmano per queste politiche
che porteranno ad un aumento dei disequilibri fra il Nord e il Sud
poiché li priveranno delle loro élites, possibili propulsori deI loro
sviluppo nazionale, e sottolineano che questi timori si iscrivono in
un contesta politico neI quale i paesi sviluppati già tendono a inco-
raggiare un processo di sostituzione dell' aiuto allo sviluppo con un
migliore utilizzo delle rimes se dei migranti nei loro paesi di origine.
L'aiuto pubblico allo sviluppo è or mai bloccato e il suo ammontare
è tre volte inferiore all'importo delle rimesse inviate dai migranti
{circa 170 miliardi di dollari neI2005 secondo la Banca mondiale}.9
La preoccupazione è dunque legittima; cresce il timore di vedere la
politica di aiuto allo sviluppo cancellata da questa grande ondata
che è, in tutti i paesi, la mondializzazione economica.

2.2. Il migrante internazionale è una donna


Fino a poco tempo fa, la migrazione femminile è rimasta ai margini
della ricerca sulle dinamiche migratorie contemporanee. Si tratta di
un fatto paradossale se si considera che le donne rappresentano quasi
la metà dei migranti. Questa proporzione varia secondo i paesi di
origine. La tendenza migratoria femminile tende a stabilizzarsi in
Asia intorno al 45% mentre in Africa tende ad aumentare dagli anni
Sessanta e ha raggiunto il 47% neI2005; es sa supera il 50% nei paesi
dell'America deI Sud e deI Nord e si avvicina al 55% in Europa.
Queste dinamiche migratorie mettono in luce anche una diver-
sificazione dei motivi alla base della migrazione femminile; era un' e-

8Cfr. la legge sull'immigrazione adottata il 30 giugno 2006.


9Secondo uno studio realizzato dalla Banca mondiale «l'importo ufficiale delle rimesse
inviate ai paesi in via di sviluppo sarebbe di 240 miliardi di dollari nel2007. L'importo reale
è più alto se si tiene conto dell'invio di rimesse non dichiarate». Ratha et al., (2007: 2).

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migrazione realizzata soprattutto all'interno del ricongiungimento
familiare, oggi è maggiormente legata al desiderio di valorizzare le
qualificazioni professionali femminili sempre più elevate e ad una
strategia per sfuggire aIle discriminazioni e aIle disuguaglianze di
sesso vissute nei paesi di origine. Esiste ormai uno spazio di circo-
lazioni femminili all'interno del sistema migratorio internazionale
che si incrementa nei paesi sviluppati, legato all'aumento dell'offerta
nei settori del servizio domestico e ad un maggiore accesso delle
donne all'istruzione superiore e, dunque, alla ricerca di una valo-
rizzazione della loro formazione. Lungi dal relegarsi nel settore del
lavoro di cura, le donne si collocano anche nelle attività commerciali
e provvedono al mantenimento della famiglia restata al paese. Ch-
ristine Catarino e Mirjana Morokvasic (2005) hanno messo in luce
che, nel contesta delle migrazioni, essere donna puà trasformarsi
in un elemento positivo quando la mobilità degli uomini è limitata
o proibita. L'aumento del numero di donne migranti porta a fare
tre constatazioni importanti: la prima è relativa alla crescita parallela,
e che non deve essere sottovalutata, del posto che la tratta occupa
in queste migrazioni;1° la seconda è relativa al fatto che da un lato
l'età matrimoniale è ritardata (con una possibile conseguente dimi-
nuzione del tasso di fecondità) e dall'altro si assiste ad un aumento
di una «richiesta di donne da sposare»; infine, la perdita importante
di donne qualificate, soprattutto nel settore della sanità nei paesi
in via di sviluppo (all'incirca 20.000 infermiere e medici partirebbero
ogni anno dall' Africa).l1

2.3 L'avventuriero e il migrante «bloccato»


L'avventuriero è quel migrante che cerca fortuna e «per il quale
il desiderio di vedere il mondo e il movente della realizzazione di
se stesso prevale sul progetto economico» (Streiff-Fénart, Poutignat
2006: 3), pur lasciando aperta, fra tante possibilità, quella del
«ritorno di successo» (Bredeloup, Pliez 2005). L'avventuriero è
spesso descritto come un harraga, ossia colui che «brucia le frontiere»
(Arab 2007), 0 come il patériste sub-sahariano che cerca di arrivare
sulle coste europee (péraldi, Rahmi 2007). Arrivato senza permesso
di soggiorno, diventa «immigrato clandestino»: eroe moderno che
rimette in causa l'esistenza delle frontiere e al contempo è vittima

10 Cfr. Andrijasevic (2005).


11 Cfr. Fonds des Nations Unies pour la population, Vers l'Espoir: les femmes et la
migration internationale, New York, FNUAP, 2007.

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dei passeurs. Eppure, non si tratta di una figura inedita nella storia
delle migrazioni. Nel corso degli anni Settanta molti migranti pas-
savano la frontiera senza alcun titolo di soggiorno (basti pensare ai
portoghesi che attraversavano i Pirenei per venire in Francia); solo
che oggi sono diventati «clandestini».
Per Smaïn Laacher (2007), all'interno dell'Unione Europea sono
molti coloro «che non possono 0 non vogliono essere riportati net loro
paese di origine». Secondo l'autore del «Peuple des clandestins» non
si esagera quando si dice che sono considerati come dei membri di
una nazione senza stato che vivo no in nazioni che, nei fatti, li tra-
sformano in apatridi, ovvero degli immigrati «che vengono da qualsiasi
luogo e non sono in nessun luogo». Laacher distingue il «clandestino»
dall'immigrato normale, dal richiedente asilo, dal rifugiato e dal
sans-papiers. 1 sans-papiers sono accomunati da una stessa definizione,
la loro azione è sostenuta dalle associazioni, hanno un'esistenza pub-
blica, mentre 10 statuto del «clandestino» si basa su <morme eccezionali
e sull'assenza di diritto». Bloccati nelloro progetto, i «clandestini»
sono arrestati alle frontiere e ricordano che, lungi dal farle scomparire,
esse diventano sempre più inespugnabili. Allora, come sottolinea
Laacher, «la preservazione del territorio attraverso una sempre più
forte sorveglianza delle frontiere nazionali e euro pee è oggetto di
un'elaborazione politica specifica, di un'attenzione all'internodi un
orizzonte collettivo: controllare, sorvegliare, intercettare, rinchiudere
e espellere sono diventati elementi inevitabili di una gestione inter-
nazionale dell'immigrazione clandestina» (Laacher 2007: 15).
L'emergenza di queste figure della migrazione internazionale
porta ad una chiusura delle frontiere degli stati sviluppati e ha
come effetto quello di ridefinire il contenuto stesso del vocabolario
che dovrebbe permettere di descrivere le situazioni migratorie. L'e-
spressione «migrazione di transito», che durante molto tempo ha
permesso di descrivere le tappe del percorso dei migranti che
volevano arrivare nei paesi del Nord, serve ormai unicamente per
definire le circolazioni migratorie illegali,12 analizzate attraverso un
«paradigma del sospetto» (Shamir 2005).
L'idea iniziale del transito si trova in una prospettiva che pos-
siamo dire positiva quando si parla di «spazi di rimbalzo». Che la
nozione sia considera ta nel suo senso originario, ossia svuotata del
contenuto politico che gli è stato imposto, 0 sotto il semplice senso
di rimbalzo, le situazioni descritte mettono in luce che in entrambi

12 Cfr. saprattutta le ricerche di Claire Radier e Alain Mariee.

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i ca si si tratterebbe di una sosta «vista come transitoria, con una
forte componente provvisoria che tende a prolungarne la durata»
(Le Houerou 2008: 1).13
L'insieme di tutti questi elementi forgia un'idea delle migrazioni
internazionali come se illoro aumento fosse inevitabile e la povertà
spingesse su questo cammino masse sempre più numerose di migranti.
Eppure, un sempliee sguardo storico permette si sottolineare che
siamo lontani da questa realtà.
Durante la fase della prima mondializzazione, fra la fine del
XIX secolo e la Prima guerra mondiale, la proporzione di migranti
rispetto alla popolazione mondiale era più del triplo rispetto a quella
attuale: 10% contro il 3% nel 2006. 14 Il mondo sarebbe quindi oggi,
in proporzione, più sedentario rispetto al pas sato di quanto l'attualità
laseerebbe pensare. In modo particolare, il forte legame che si sta-
bilisee fra povertà e emigrazione altera la rappresentazione legata
all'intensità dei flussi migratori. La seelta di partire per avere un
avvenire migliore per se stessi e la propria famiglia costituisee senza
alcun dubbio una motivazione fondamentale per le popolazioni dei
paesi in via di sviluppo; tut ta via, un tale obiettivo non è per niente
perseguibile per l'insieme delle popolazioni che 10 vorrebbero. Oltre
all'ostacolo rappresentato dalle politiche migratorie europee e dal
loro inasprimento creseente, bisogna sottolineare che la grande po-
vert à costituisee un freno all'emigrazione e dunque la partenza è
possibile solo dai paesi e dalle regioni che sono già iscritti in una
dinamica di sviluppo socioeconomico (de Haas 2006). L'accumula-
zione di beni permette di avere i mezzi per aceedere ad un capitale
sociale che consente a questi paesi di entrare nella produzione di
un campo internazionale all'interno del quale il pendolarismo e altre
forme di circolazione operano per l'acquisizione di ricchezze e per
la loro capitalizzazione.
E nel contenuto stesso del proeesso di mondializzazione con-
temporanea che risiede la causa della rappresentazione di un mondo
dove i migranti sarebbero sempre più numerosi. Il rimpicciolimento
delle distanze a scala planetaria e 10 sviluppo delle tecnologie di co-
municazione possono essere considerati come dei fattori che tendono
a rendere più visibile la loro presenza e le nuove pratiche sociali.
Modificando le pratiche spazio-temporali nelle società, la mondia-
lizzazione porta a un cambiamento della natura delle migrazioni in-
ternazionali, fenomeno reso evidente dall'emergere di strutture tran-

Il Cfr . anche Alioua (2007).


l4 Cfr. Cohen (2006).

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snazionali che le scienze umane descrivono attraverso termini che
permettono di cogliere la densità, l'eterogeneità e la complessità dei
fenomeni delle circolazioni migratorie contemporanee.

3. Circolazione migratoria e mobilità transnazionali

Le migrazioni contemporanee, collegate aIle dinamiche dei


mercati del lavoro e delle economie urbane, manifestano due ca-
ratteristiche principali: la diversificazione e l'allargamento di campi
migratori e una più ampia mobilità internazionale. Le tematiche
trattate si iscrivono in tre tipi di paradigmi: le migrazioni regolari,
circolari e di transito (CastIes 2005) . Alcuni nuovi approcci, che
dinamizzano nozioni come quelle di diaspora, circolazione migratoria,
territori di circolazione, reti 0 esperienze migratorie, permettono
di rendere conta dell'attuale complessità e diversità delle migrazioni
e delle nuove forme che esse assumono nelle società fortemente at-
trattive legate ai più rilevanti cambia menti economici e politici e
dove la mobilità è diventata un agente di differenziazione sociale
(Bauman 1998).
L'aumento delle mobilità transnazionali ha prodotto nuovi in-
terrogativi che si allontano dai quadri teorici e metodologici tradi-
zionali. l ricercatori si interessano in modo più specifico alle diverse
modalità e forme di relazione che si istaurano fra gli immigrati e le
loro famiglie e le società di origine e di arrivo. Il passaggio dal
ritorno definitivo al ritorno alternante, 10 sviluppo delle reti cosid-
dette «comunitarie» e un'elevata circolazione di «attori non istitu-
zionali», come li definisce Portes, 0 dei «transmigranti», come li
definisce Glick-Schiller, hanno portato all'elaborazione di strumenti
concettuali analitici per cogliere, comprendere ed interpretare le
logiche migratorie in modo diverso rispetto alla terminologia utilizzata
dalla sociologia dell' emigrazione-immigrazione.
Seguendo questa logica, l'espressione «circolazione migratoria»
si è progressivamente imposta come una questione centrale che per-
mette di cogliere le caratteristiche di pratiche diversamente confi-
gurate rispetto al pendolarismo fra paese di origine e quello di istal-
lazione. In opposizione ai concetti di inserzione 0 di integrazione,
essa privilegia l'analisi dei fenomeni legati alla mobilità fisica, gli
itinerari eHettuati, le pratiche effettive e quelle affettive negli spazi
attraversati. l termini connessi di «territorio di circolazione», di
«reti transnazionali» e di «diaspore» portano l'attenzione sui processi
legati alla «circolazione migratoria» che permette di reinterpretare

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il «campo di esperienze» e «l'orizzonte di aspettative» dei migranti
riproponendo la questione delle temporalità sociali, dei rapporti
degli uomini con 10 spazio e la loro storia identitaria.
Numerose ricerche si riferiscono al transnazionalismo. Intorno
a questo termine si sono cristallizzate un insieme di ricerche che
cercano di cogliere le forme sociali rese visibili dal processo di mon-
dializzazione. Offrendo un meso-livello di lettura della mondializ-
zazione, il transnazionalismo ha operato una rottura con l'approccio
«classico» basato sullo stato-nazione definito a sua volta come un
popolo che condivide una stessa cultura all'interno di un territorio
delimitato da frontiere definite (bounded territory). Questo nuovo
modo di pensare il territorio e 10 stato-nazione propone una citta-
dinanza capace di integrare «coloro che vivono fisicamente dispersi
all'interno di numerosi altri stati ma che partecipano socialmente,
politicamente, culturalmente e spesso anche economicamente allo
stato-nazione di origine» (Basch et al. 1994: X) . Questa proposta
offre un quadro di analisi che sposta l'attenzione della J;icerca al di
là delle rappresentazioni cos truite a partire dallo stato. Eun quadro
che si colloca all'interno della riflessione sulla mondializzazione
aperta soprattutto da Arjun Appaduraï che mette al centro delle
analisi del mondo contemporaneo «la circolazione invece che le
strutture e le organizzazioni stabili».
ln questa prospettiva, il transnazionalismo propone un cambia-
mente di prospettiva ma offre anche un quadro interpretativo per
una riflessione preesistente. La capitalizzazione delle osservazioni
in corso già da anni sull'evoluzione dei flussi migratori internazionali
e 10 sviluppo di nozioni come quelle di «campo migratorio» e di
«circolazione migratoria» (Doraï 1998; Hily, Ma Mung 2003) si si-
tuavano già dentro questa prospettiva di analisi della mondializzazione
(Simon 2006) e hanno messe a fuoco come oggetto privilegiato
delle ricerche, gli agenti collettivi migranti, investigandone connessioni
e scambi.
Con questa apertura sulle pratiche sociali derivate dalla mon-
dializzazione contemporanea, la corrente degli studi transnazionali
ha cercato di descrivere la dialettica esistente fra il locale e il globale
tenendo conta al contempo dei modi di organizzazione dei migranti,
visti come dei prodotti più 0 mena instabili di questo processo. 1
risultati acquisiti da queste ricerche mettono in luce la diversità
delle pratiche nello spazio. Esse convergono verso l'analisi delle
conseguenze culturali della mondializzazione e dimostrano «un posto
determinato in cui alcuni individui si stabilizzano» non deve essere
confuso con la loro «località», quest'ultima intesa come una relazione

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di appartenenza ad un gruppo i cui membri vivono in un solo oppure
anche in diversi paesi.
Questa corrente di ricerca si è anche interessata ad una metodo-
logia interazionista, al fine di cogliere i modi di agire mes si in atto
durante l'azione (giocare d'astuzia, mercanteggiare, ecc.), le attitudini
(fiducia, riconoscenza, dare la propria parola), le cose apprese (per
esempio le regole in uso negli ambienti attraversati), le competenze
necessarie per circolare (contare sulle relazioni, cogliere le occasioni).
Questi approcci multiformi all'analisi dellegame sociale hanno per-
messo di analizzare criticamente i gruppi attraverso il prisma della
nozione di sapere (saper-fare, ma anche saper-circolare 0 anche sa-
per-soggiornare) al fine di cogliere le capacità di intraprendere del
migrante (Berthomière, Hily 2006). Mettendo in atto i suoi modi di
fare, il «migrante», grazie aile sue perfomance, diventa un attore
cruciale nella realizzazione del progetto migratorio, come illustrano
i racconti di alcuni imprenditori e le descrizioni dei loro percorsi.
Alcune differenti figure sono esemplari: il colporteur, il commerciante
ambulante, la nana benz, l'avventuriero, il nomade. Se durante lungo
tempo, le donne sono state poco analizzate nei processi migratori,
numerose ricerche oggi coprono una larga gamma tematica: attività
commerciali, tratta, rapporti sociali di sesso, ecc. (Lutz 2008). Ana-
lizzando le pratiche transnazionali e l'impegno dei migranti 0 dei
«transmigranti», queste ricerche hanno costruitocome loro oggetto
privilegiato le collettività che si formano (le reti) osservandone le
connessioni e gli scambi. L'accento è posto sulle costanti ri-disposizioni
che si costruiscono secondo gli elementi determinanti.
Le osservazioni empiriche quotidiane dei tragitti compiuti dai
«circolanti» hanno messo in luce il valore euristico che assume il
paradigma della «circolazione migratoria». Questo approccio ha
permesso di osservare la diversificazione delle situazioni e delle
esperienze e di rafforzare una visione dinamica che considera le
circolazioni come un movimento tra «due sedentarietà» (Tarrius
1992). In modo particolare i geografi hanno dimostrato che il mo-
vimento migratorio non è unidirezionale, disposto in uno spazio
bipolare che collega luogo di partenza e luogo di arrivo, di insedia-
mento e ritorno, ma che si tratta di un fenomeno pluridirezionale
e che mette in relazione diversi spazi. Le appartenenze multiple e
le modalità di identificazione non appaiono come unilateralmente
nazionali e sono analizzate attraverso una prospettiva che considera
la messa in relazione e la gerarchizzazione dei luoghi attraverso i
flussi e le relazioni sociali (le multi appartenenze dei migranti legati
anche a società distanti).

320
Privilegiando come propongono Peggy Lewitt e Nina Glick
Schiller (2007) un contesta di analisi transnazionale per 10 studio
delle migrazioni sono emerse nuove prospettive che valutano gli
effetti della migrazione sul1e gerarchie sociali, le dinamiche familiari,
il rapporto identità/alterità e il significato dello stato-nazione, la
definizione dell'appartenenza e della cittadinanza ed infine il ruolo
della religione . Una conseguenza teorica e metodologica consiste
nel ripensare la problematica del territorio e delle frontiere. Mentre
Alain Tarrius (2007) ha dimostrato che i modi di identificazione e
di appartenenza non sono solo nazionali e che la dimensione eco-
nomica degli scambi permette di leggere le «molteplici logiche del-
l'alterità» dove si elaborano identità sociali significative, che spesso
sono chiamate «cosmopolite», gli irrigidimenti identitari imposti
dall'attraversamento delle frontiere, soprattutto quelle degli stati,
sono sempre presenti e concreti.

***
Le molteplici forme che assumono le pratiche transnazionali dei
migranti modificano la riflessione sul1e identità e la concezione delle
frontiere. Le reti transnazionali strutturate sugli scambi economici
e culturali sostenuti e resi possibili dall'uso di tecnologie, i viaggi,
i passaggi finanziari e, in modo più generale, i meccanismi del mer-
cato, rendono la visione delle società incerta e le logiche di appar-
tenenza instabili. Mettendo in discussione il ruolo che ricoprono le
frontiere stabili definite dall'organizzazione dei territori e dai diritti
delle istituzioni dello stato ad includere e ad escludere, i movimenti
migratori contribuiscono ad attenuare la sovranità territoriale, 1'0-
mogeneità delle norme e le solidarietà interne. Senza che le frontiere
siano abolite (Waldinger 2006), l'esemplare particolarità dei migranti
transnazionali approfondita soprattutto da Alain Tarrius permette
«di creare delle prossimità inconsuete, per il momento, tra luoghi
e nazioni che le lunghe storie sociali e culturali locali e nazionali
avevano fortemente differenziato» (Tarrius 2007: 132). 1 marocchini
in Francia e in Spagna cosl come gli afgani in Turchia e nell'Europa
dell'Est costruiscono «territori specifici di circolazioni» che non
entrano in concorrenza con le «società locali» in quanto disegnano
i contorni di <<una nuova forma migratoria», relativamente autonoma.
Questi gruppi, designati come «migranti circolanti», rappresentano
una delle facce delle migrazioni contemporanee. Altri modi di or-
ganizzazione si impongono, modelli esemplari di «forme sociali e
spaziali legate alla mobilità» (Simon 2006), ma la cui storia è più
vecchia, e si iscrive in quello che Simon ha definito un «campo

321
migratorio». Egli dimostra a questo proposito che la circolazione
dei tunisini arrivati circa trent'anni fa in Francia continua e che i
legami fra i due paesi non sono finiti con il passare del tempo e la
stabilizzazione dei loro discendenti nelle città francesi (Simon 1979).
Nonostante le misure restrittive adottate da numerosi stati oc-
cidentali, le migrazioni in provenienza dai paesi del Sud continuano
sotto molteplici forme. E il fatto che quegli stati rinforzino le loro
frontiere per chiuderle non cambia niente al processo poiché nuovi
migranti sono necessari aIle loro econornie. Nel contempo, non pos-
sono essere ignorate le interdipendenze che le circolazioni transna-
zionali creano fra le regioni del Nord e quelle del Nord. Come met-
tono in luce Péraldi e Rahmi «descrivere la migrazione significa
fondamentalmente descrivere e identificare degli spazi-tempi «tran-
snazionali», dei luoghi improbabili che la mondializzazione inserisce
come delle aporie all'interno delle sovranità nazionali indebolite»
(Péraldi, Rahmi 2007: 70). In definitiva, questi movimenti che pre-
scindono dalle frontiere mettono in luce i legami che si creano fra
gli uomini e le forme di socializzazione «cosmopolite» che emergono
nella pratica. Esse sono anche la prova del dinamismo che ha la
forma «stato-nazione»; esso non è inerte, costituisce 10 spazio dove
si rendono visibili i rapporti sociali costantemente ricomposti, ibridi
(Hannerz 1996).
Le dinarniche rnigratorie che agiscono alla scala globale confermano
o infirma no le teorie che durante gli anni Novanta hanno visto nel
«disordine internazionale» (Badie 1995), un allentamento dello sta-
to-nazione. Come abbiamo messe in luce, la forma stato-nazionale,
e la sua configurazione feudale del territorio, non è rimessa in causa.
Anche se è descritta come una dortezza presa d'assalto», l'Europa
è racchiusa nelle sue frontiere esterne e anche interne al punto che
è difficile trovare i punti comuni per una politica rnigratoria europea
condivisa da tutti gli stati. Ma, allo stesso tempo i fenomeni di glo-
balizzazione mettono in evidenza la capacità dello stato-nazione di
transit are verso dimensioni regionali e sovranazionali. Gli accordi
di cooperazione inter-governamentali includono una parte di «de-
nazionalizzazione» introdotta in base aIle dottrine neo-liberali che
sollecitano la riunificazione delle strutture del potere. In questo pro-
cesso, come mettono in luce le ricerche realizzate sulla mondializza-
zione migratoria a partire dagli anni novanta, i gruppi migranti ap-
paiono come elementi che sperimentano le capacità adattative dello
stato-nazione. L'analisi deI ruolo delle diaspore e delle reti transna-
zionali che collegano territori di origine e poli di insediamento
mettono in discussione «l'ordine democratico» (Bordes-Benayoun,

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Schnapper 2006: 222). 10 stato-nazione costituisce ancora «un luogo
legittimo deI politico» (lb. 2006: 204), capace di ricomporre alla
propria scala l'esercizio del potere, ma il suo funzionamento mostra
anche dei punti deboli, quando deve affrontare la questione dell'ap-
propriazione identitaria 0 co munit aria dei territori. Parlare delle
tensioni che possono essere suscita te dalle circolazioni transazionali
significa quindi sottolineare allo stesso tempo la performatività del
concetto di stato-nazione e la sua persistente capacità di strutturare
il nostro modo di «fare società».

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