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Proponiamo la traduzione di un saggio del 1947 di

Maximilien Rubel, il celebre marxologo che oramai non


dovrebbe più avere bisogno di presentazione, e su cui ci
piacerebbe tornare. Il tema trattato è dei più interessanti,
un vero capolavoro di erudizione filologica, e cioè la
questione dell’obscina, la comunità di villaggio russa, che fu
così centrale nei dibattiti politico teorici dei populisti russi.
Lo scritto di Rubel dimostra come i suoi seguaci russi
ortodossi abbiano operato quella che egli chiama una vera e
proprio congiura del silenzio a proposito delle
considerazioni del celebre studioso tedesco nei confronti di
questo argomento che lo aveva affascinato enormemente e
dato molta materia di riflessione sulle vie alternative
potenziali nell’edificazione del socialismo nelle aree
extraeuropee.
Il dato più interessante resta senz’altro la dimostrazione
della totale assenza nello spirito critico del marxismo di
Marx, di una filosofia della storia deterministica, cioè di una
teoria da cui si sia ricavato il fine della storia e si conoscano
in anticipo soluzioni e direzioni.
Se si pensa da una parte ai rapporti tra le classi agrarie e
il bolscevismo in generale, e dall’altra alla totale incapacità
del più vasto paese produttore di cereali del mondo in epoca
zarista, nell’ottenere l’autosufficienza cerealicola, a cui,
come è risaputo poneva considerevole rimedio, il settore
privato dell’economia agraria tollerato e anzi sostenuto
dall’URSS, con il suo miserabile 1% delle terre coltivate. E
dire che milioni e milioni di individui hanno creduto per
generazioni che questo fosse veramente socialismo quando
non era nemmeno un buon camuffamento del peggiore
zarismo.
La distruzione della comunità agraria russa ha quindi
richiesto l’intervento del più feroce regime totalitario della
storia (dopo il capitalismo vero e proprio naturalmente, il
totalitarismo per antonomasia). Uno strumento secolare
dalle potenzialità socialistiche enormi e che avrebbe potuto
garantire una tenuta sociale ed economica se la realtà fosse
stata gestita in maniera autenticamente comunitaristica e
costituirà la base di reali conquiste sociali al posto dei reali
risultati storici conseguiti e cioè gulag e programmate
carestie falcidiatrici di milioni vite umane.
KARL MARX E IL SOCIALISMO POPULISTA RUSSO

di Maximilien Rubel

Da: La Revue Socialiste, n° 11, Maggio 1947


I. Storia di una dimenticanza storica

All’inizio degli anni 80 del XIX secolo, la colonia dei rivoluzionari


russi rifugiata a Ginevra accolse nei suoi ranghi molte nuove reclute
che avevano svolta la loro militanza iniziale nel primo movimento
socialista che conobbe la Russia degli zar: il populismo
(narodnicestvo) [1]. (Quattro di questi nuovi arrivati saranno, alcuni
anni più tardi, i pionieri della socialdemocrazia russa di
orientamento marxista: Georgij Valentinovič Plechanov, Pavel
Axelrod, L. Deutsch e Vera Zasulich [2].
Prima della loro conversione al Marxismo, essi erano appartenuti
ad una delle organizzazioni illegali del movimento populista che, nel
1879, dopo il mancato attentato dell’istitutore A. Soloviev contro
Alessandro II, si era scisso in due frazioni: il gruppo detto Frazione
Nera (Tchnorny Perediel) e quello di Volontà del popolo (Narodnaia
Volia). Unanimi sullo scopo da raggiungere- il loro programma era
insomma la realizzazione del socialismo agrario sognato da tutti gli
ideologi populisti, da Herzen a Cernyševkij ed a Lavrov- essi erano
in disaccordo sui metodi di lotta da impiegarsi nella prospettiva di
rovesciare il regime zarista.
Mentre il primo gruppo voleva rimanere fedele alle tradizioni
populiste intensificando la propaganda nei villaggi e rifiutando di
dare alla loro andata verso il popolo un significato politico, il
secondo proclamava la necessità di entrare nella lotta diretta
sistematicamente condotta contro l’autorità, per accelerarne
l’affondamento e raggiungere così un obiettivo politico importante:
la convocazione di un’assemblea costituente.

I quattro emigrati si erano uniti alla frazione del Tchony Perediel.


Espatriando, non pensavano di mettersi al riparo delle persecuzioni
poliziesche e rinunciare alla lotta rivoluzionaria e non era un caso se
essi avevano scelto la città di Ginevra come luogo di incontro.
Tranne Pavel Axelrod, nessuno di essi aveva ancora raggiunto la
trentina. Essi provavano il bisogno di istruirsi e di conoscere il
movimento socialista occidentale il cui teorico di genio aveva
acquisito nei mezzi universitari russi una reputazione prodigiosa. È
a Ginevra che si era formata la sezione russa dell’Associazione
Internazionale dei Lavoratori, sezione che, sin dal 1870, aveva
incaricato Karl Marx di rappresentarla in seno al Consiglio generale
di Londra. Certo, l’Internazionale aveva allora cessato di esistere,
ma era noto che Marx continuava a intrattenere con gli ambienti
rivoluzionari russi di Ginevra dei rapporti stretti e ad intervenire
nelle polemiche tra i discepoli del defunto Bakunin ed i “marxisti”.

I giovani narodniki parteciparono attivamente alle discussioni tra i


diversi gruppi in un’atmosfera di libertà che essi non avevano
conosciuto prima di aver abbandonato la loro patria. Un solo
problema turbava i loro spiriti nutriti delle idee e dell’idealismo di
Chernychevski (il cui messaggio era loro giunto dalle più remote
profondità della Siberia), di Lavrov, di Mikailovski e di Tkatchev: i
destini della Russia. La lettura del Capitale- tradotto in russo sin dal
1872- la censura zarista avendone autorizzata la pubblicazione,
“benché l’autore fosse un socialista convinto, il rigore scientifico
dell’opera lo rende difficilmente accessibile al lettore comune”-
doveva far vacillare le nazioni dell’Occidente sulla via verso il
socialismo. Non era logico che essi attribuissero a se stessi questa
frase della prefazione del Capitale destinata al lettore tedesco,
scettico in quanto alla sorte riservata al suo paese dall’”ineluttabile
necessità” dello sviluppo capitalista, frase che terminava con
l’adagio latino: De te fabula narratur, è la tua storia che racconto?
E, qualche riga oltre, Marx non intendeva la Russia quando
affermava che “il paese più sviluppato industrialmente non fa che
mostrare al paese meno sviluppato l’immagine dell’avvenire che lo
aspettava?”. E più in là ancora, non è della Russia che si parlava
quando, tra l’altro, si leggeva: “Ogni nazione può e deve andare alla
scuola dagli altri. Anche quando una società ha scoperto la legge
naturale, che presiede al suo movimento... non può né superare con
un salto né abolire con dei decreti le fasi del suo sviluppo; ma può
abbreviare e alleviare le doglie del proprio parto”?
I populisti si sentivano schiacciati sotto il peso del pesante
apparato di ragionamenti scientifici con il quale Marx esponeva la
legge bronzea dell’evoluzione sociale. Eppure,- la traduzione russa
del Capitale non aveva come autori due narodniki di chiara fama,
Nikolai-on, (pseudonimo di Nikolai Danielson); e Lopatin, noti per la
loro incrollabile fede nel genio eccezionale del contadino russo? Non
era noto, inoltre, che Piotr Lavrov, militante intrepido nel corso degli
anni 1860-70 dell’organizzazione populista rivoluzionaria Zemlia i
Volia (Terra e Libertà), autore anonimo delle Lettres historiques
écrites en Sibérie, la cui influenza era stata profonda
sull’intellighentia, viveva, dopo aver preso la strada dell’esilio e
collaborato ai progetti dell’insegnamento popolare elaborarti dalla
Comune del 1871, in intimità di Marx e di Engels, a Londra, dove
dirigeva la rivista socialista Vperiod! (Avanti!) nel migliore spirito
del narodnitchestvo [3]? E nella postfazione della seconda edizione
del Capitale, così opprimente per ogni populista bruciante dal
desiderio di vedere trionfare la sua causa, Marx non parlava di N.
Chernychevski, apostolo e martire del populismo, come del “grande
erudito e critico russo”?
Non è affatto improbabile che i nostri quattro narodniki siano
espatriati con il solo pensiero di trovare, a Ginevra, una risposta
definitiva a tutti questi interrogativi sconcertanti e che, una volta in
questa città, essi abbiano preferito sollecitare Marx, per ricevere la
soluzione del problema che era la loro ragione di vivere e di lottare:
la Russia può seguire la propria via rivoluzionaria differente da
quella del mondo occidentale e del suo mostruoso sistema
economico?
Il 16 febbraio 1881, Vera Zasulic inoltrò, a nome del suo gruppo,
una lettera a Karl Marx in cui ricordò, innanzitutto, la grande
popolarità di cui godeva il suo Capitale in Russia, i cui rari esemplari
sfuggiti al sequestro erano “letti e riletti dalla maggior parte delle
persone più o meno istruite [4]” di questo paese. “Ma, scriveva,
quel che ignorate probabilmente è il ruolo che il vostro Capitale
svolge nelle nostre discussioni sulla questione agraria in Russia e
sulla nostra comune rurale”. Le idee di Chernychevski, lungi
dall’essere state dimenticate dopo la sua partenza per l’esilio,
conobbero al contrario un successo crescente. In quanto al
problema della comune rurale: la vita e la morte del “partito
socialista” russo dipende dalla soluzione che gli si dà. Da questo
modo di vedere o da un altro [5], su questa questione dipende
anche il destino personale dei nostri socialisti rivoluzionari”. È vera
Zasulic a porre l’alternativa seguente in cui enuncia con una
perfetta chiarezza e con il massimo di concisione le prospettive
teoriche dello sviluppo economico e sociale della Russia: “Delle due
una: o questa comune rurale, affrancata dalle esigenze smisurate
del fisco, dai pagamenti ai signori e dall’amministrazione arbitraria,
è capace di svilupparsi sulla strada socialista, cioè ad organizzare a
poco a poco la sua produzione e la sua distribuzione dei prodotti su
basi collettivistiche. In questo caso il socialista rivoluzionario deve
sacrificare tutte le sue forze all’affrancamento della comune ed al
suo sviluppo.
“Se al contrario la comune è destinata a perire, non resta al
socialista, in quanto tale, che dedicarsi ai calcoli più o meno
malfondati per scoprire in quante decine d’anni la terra del
contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia, in
quante centinaia di anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia
uno sviluppo simile a quello dell’Europa Occidentale. Dovranno
allora fare la loro propaganda unicamente tra i lavoratori delle città
che saranno continuamente diluiti nella massa dei contadini, la
quale a seguito della dissoluzione della comune, sarà gettata sul
lastrico delle grandi città alla ricerca del salario”.
La lettera mette in seguito in gioco i Marxisti (sic!) che basando le
proprie affermazioni sull’autorità del loro maestro, dichiarano che
“la comune rurale è una forma arcaica che la storia, il socialismo
scientifico, in una parola tutto quanto c’è di più indiscutibile,
condannano a perire”. Quando si obietta a questi sedicenti discepoli
di Marx che quest’ultimo, in Il Capitale (tomo I), non tratta della
questione agraria e non parla della Russia e che, di conseguenza, la
condanna della comune contadina non potrebbe essere dedotta
dalle teorie marxiane, la replica è la seguente: Marx l’avrebbe
detto, se parlava del nostro paese. Terminando, Vera Zasulich
chiede a Marx, con manifesta insistenza, di esporre, magari se non
in modo dettagliato, almeno sotto forma di lettera- che verrebbe
pubblicata in Russia- le sue idee sul “possibile destino” della
comune rurale e sulla “teoria della necessità storica per tutti i paesi
del mondo di passare attraverso tutte le fasi della produzione
capitalista”.

Marx, ha risposto a questa lettera?


Trenta anni trascorsero prima che questa domanda fosse posta
per la prima volta: nel 1911, David Rialzano, ordinando le carte di
Marx conservate da Paul Camargue, scoprì diversi fogli in - ottavo
pieno di una scrittura minuta, familiare al ricercatore sperimentato.
Vi erano numerose cancellature, numerosi passaggi intercalati ed
aggiunti, poi di nuovo cancellati. Riazanov comprese presto che si
trattava di diverse brutte copie di una risposta scritta da Marx alla
lettera di Vera Zasulic del 16 febbraio 1881. Una di queste brutte
copie reca la data 8 marzo 1881 e sembrava essere la risposta
definitiva di Marx.

Spinto da una legittima curiosità, Riazanov scrisse innanzitutto a


Plechanov per chiedergli se avesse conoscenza di una risposta di
Marx alla lettera di Vera Zasulich. Plechanov gli rispose di non
saperne nulla. Il risultato fu identico, quando Riazanov pose la
stessa domanda a Vera Zasulich e, probabilmente anche a Pavel
Axelrod. Nessuno degli antichi membri del Tchony Perediel si
ricordava più se Marx aveva risposto alla loro domanda che, come
diceva Vera Zasulic nella lettera che aveva indirizzato in nome dei
suoi amici, era per essi “una questione di vita o di morte”.

Ora, non è che dodici anni più tardi che l’enigma fu risolto, la
lettera di Marx essendo stata ritrovata negli archivi di Pavel
Axelrod, a Berlino [6].

Che gli antichi narodniki e tra di essi la destinataria della lettera


di Marx abbiano dimenticato in modo così definitivo il fatto che
l’autore di Il Capitale aveva preso posizione nei confronti del
narodnicestvo non può mancare di meravigliare. Così Riazanov si
vede obbligato a riconoscere “che questa dimenticanza, proprio a
causa del particolare interesse che una simile lettera doveva
suscitare, possiede uno strano carattere ed offre probabilmente allo
psicologo specialista uno degli esempi più notevoli dell’insufficienza
straordinaria del meccanismo della nostra memoria” [7].

Senza invadere il campo dello psicologo professionista, possiamo


tuttavia formulare alcune ipotesi suscettibili di darci la chiave di un
oblio che saremmo tentati di assimilare ad una cospirazione del
silenzio.

Ma prima di azzardare una di queste ipotesi, potremmo, in tutta


logica, supporre che la risposta che Marx aveva inviato alla sua
interrogatrice non aveva fatto che confermare le argomentazioni
per mezzo delle quali i “marxisti” russi di Ginevra, forti dell’autorità
del loro maestro, avevano demolito le tesi o piuttosto le illusioni dei
populisti. Questi ultimi non avrebbero, di conseguenza, appreso
nulla di nuovo nella lettera di Marx che, diamo alla nostra
supposizione il massimo di verosimiglianza- si sarebbero attenuti
alle teorie scientifiche generali sviluppate nella sua opera
principale. Questa supposizione sembra tanto più legittima in
quanto sappiamo che, due anni appena dopo l’invio della Lettera di
Vera Zasulich, quest’ultima ed i suoi amici del Tchorny Perediel
erano diventati marxisti.

Così, nella prefazione che egli scrisse per la traduzione russa di


Socialismo utopistico e Socialismo scientifico di Frederich Engels
(Ginevra, 1884), Vera Zasulich segnala, con un tono di assoluta
convinzione, l’irresistibile processo di disgregazione della comune
rurale russa la cui autonomia ancestrale era visibilmente in fase di
sbriciolarsi a profitto del contadino ricco, il kulak, facendo apparire
la tendenza crescente verso un’accumulazione capitalista dovuta
all’estensione della grande industria. Il destino della Russia essendo
indissolubilmente legato a quello dello sviluppo dell’Europa
occidentale, nulla poteva più arrestare questa decomposizione del
mir [8], a meno che una rivoluzione socialista in Occidente,
ponendo anche termine al capitalismo in Oriente, trovi ancora
alcuni residui dell’antica proprietà comunale e li salvino dalla
sparizione totale. Quest’ultima restrizione era, sotto la penna di
Vera Zasulich, come unica concessione che era disposta a fare al
populismo che aveva da poco disertato.

Da parte sua, Plechanov, nel suo libro Le nostre differenze del


1883, polemizzando con il populista Tkacev, ruppe deliberatamente
con il suo passato di Narodniki: era diventato, con Vera Zasulich e
Pavel Axelrod, il fondatore della prima organizzazione marxista
russa, il gruppo detto dell’Emancipazione del Lavoro da cui nascerà
più tardi il partito socialdemocratico russo. Oramai, non è più il
contadino che sarà considerato come il motore umano della futura
rivoluzione russa, ma l’operaio delle città.

II. Abbozzo di una teoria dello sviluppo storico della Russia

Volgiamo ora la nostra attenzione verso le copie di prova della


lettera-risposta di Karl Marx così come esse furono rese pubbliche
nel 1925, ed esaminiamo se queste note contengono gli elementi di
una teoria sullo sviluppo economico e sociale della Russia, e se
questi elementi erano di natura a fornire una giustificazione teorica
al rigetto delle concezioni populiste così come fu fatto dagli ex-
narodniki, diventati marxisti.
Su quattro, tre sono molto più lunghe della lettera definitiva
stessa, una, quella che reca la stessa data della lettera, è più corta
di quest’ultima. Sulle tre copie di prova di grandi dimensioni, una è
circa undici volte più lunga, e le due altre sono circa cinque volte
più lunghe della lettera propriamente detta, contando le numerose
ripetizioni [9].

Cerchiamo di evidenziare dall’insieme di questi abbozzi di una


teoria sociologica dello sviluppo della Russia le principali tesi
esposte da Marx in risposta alle domande formulate nella lettera di
Vera Zasulich:

1. - La genesi del capitalismo ed il problema dello sviluppo


economico della Russia.
Alla base della genesi del modo di produzione capitalista, c’è,
ricorda Marx citando il Capitale, “la separazione del produttore dai
mezzi di produzione” e, più particolarmente, “l’espropriazione dei
coltivatori”. Questo processo si è compiuto sino ad ora, nel modo
più radicale in Inghilterra, ma “tutti gli altri paesi dell’Europa
occidentale percorreranno lo stesso movimento”.

Marx sottolinea con particolare insistenza il fatto di aver


“espressamente” ristretto la “fatalità storica” di questo movimento
ai paesi dell’Europa occidentale [10].

Già nella sua replica a Nikolai Michajovskij, che egli redasse in


francese nel 1877, e che si astenne da rendere pubblica- essa fu
scoperta dopo la sua morte e pubblicata nel 1884- Marx si era
opposto contro il tentativo dei suoi interpreti di presentare il suo
abbozzo sulla genesi del capitalismo nell’Europa occidentale come
una “teoria storico-filosofica del cammino generale, fatalmente
imposto a tutti i popoli, qualunque siano le circostanze storiche in
cui essi si trovino posti”. Per confondere questi esegeti troppo
zelanti, Marx aveva richiamato alcuni passaggi del Capitale che
trattavano le sorti dei plebei dell’antica Roma. “Erano
originariamente dei contadini liberi, che coltivavano, ognuno per
proprio conto, le loro piccole parcelle. Nel corso della storia romana,
essi furono espropriati. Lo stesso movimento che li separò dai loro
mezzi di produzione e di sussistenza implicò non soltanto la
formazione di grandi proprietà fondiarie, ma anche quella di grandi
capitali monetari. Così un bel mattino c’erano da una parte, degli
uomini liberi denudati di tutto tranne che della loro forza lavoro, e
dall’altra, per sfruttare questo lavoro, i detentori di tutte le
ricchezze acquisite. Cosa accadde? I proletari romani divennero,
non dei lavoratori salariati, ma un mob fannullone più abietto degli
odierni poor white dei paesi meridionali degli Stati Uniti; ed accanto
ad essi si dispiegò un modo di produzione non capitalista, ma
schiavistico. Dunque, degli avvenimenti di un’analogia notevole, ma
che avvengono in ambienti storici differenti, portarono a dei risultati
del tutto disparati. Studiando ognuna di queste evoluzioni a parte, e
comparandole in seguito, troveremo facilmente la chiave di questi
fenomeni, ma non vi riusciremmo mai con il passe-partout di una
teoria storico-filosofica la cui suprema virtù consiste nell’essere
sovra storica” [11].

È dunque nei paesi industrializzati, ed in nessuna altra parte, che


la trasformazione dei mezzi di produzione individuali in mezzi di
produzione “socialmente concentrati” e la sostituzione della
proprietà privata capitalista alla proprietà privata fondata sul lavoro
personale assumendo l’aspetto di un’implacabile legge storica.
In quanto alla Russia, non si pone la questione di una simile
sostituzione, per la semplice ragione che la terra posseduta dai
contadini russi “non è e non è mai stata la proprietà privata del
coltivatore” [12]. Di conseguenza, se esiste una necessità storica
della dissoluzione del Mir, essa è indipendente dalle leggi dello
sviluppo economico in Europa occidentale. Affinché il capitalismo
divenga anche il destino della Russia, bisognerà che la proprietà
comune si trasformi in proprietà privata.

2. - I tipi arcaici della proprietà comune.


In quasi tutte le copie di prova, Marx fa allusione ai diversi tipi
arcaici della comune rurale ai quali aveva sempre dedicato una
particolare attenzione, le sue vedute a questo proposito evolvevano
a mano a mano che studiava le opere degli specialisti in questa
materia, come Haxthausen, Maurer, Henry Maine, Morgan, ecc. E
così egli, ancor prima di aver letto questi autori, parla con poca
simpatia del sistema di villaggio dell’India, vedendovi il fondamento
del dispotismo orientale [13], mentre, in seguito, rimase ammirato
davanti alla tenace vitalità di queste comunità di villaggio che
offrivano, rispetto al caos della divisione sociale del lavoro ed al
dispotismo della divisione manifatturiera del lavoro sotto il regime
capitalista, “l’immagine di un’organizzazione del lavoro sociale
conformemente ad un piano e ad un’autorità” [14].
È soprattutto dopo aver letto l’opera di Georg Ludwig von Maurer
sulla comune tedesca che Marx concepì l’idea estremamente
favorevole di questa istituzione arcaica, giungendo a vedervi la
prefigurazione della futura forma dell’organizzazione economica e
sociale. Questa svolta del suo pensiero si verifica nella sua
corrispondenza con Engels, che egli mette a corrente
sull’impressione lasciatagli dalla lettura di Maurer. Marx vi trovava
una conferma delle sue tesi, soprattutto che la proprietà privata è
posteriore al comunismo primitivo; le forme di proprietà asiatiche
ed indiane sono le prime in Europa. “In quanto ai Russi, l’ultima
traccia di una pretesa of originality sparisce egualmente, anche in
this line. Ciò che resta loro, è di conservare ancor oggi delle forme
che i loro vicini hanno da lungo abbandonato” [15] (14 marzo
1868).
Poi, sempre a proposito dell’opera di Maurer: “Avviene per la
storia umana quanto accade per la paleontologia. A causa di un
certo judicial blindness, le migliori teste non si accorgono, per
principio, delle cose che si trovano davanti al loro naso. Più tardi,
giunto il momento, ci si accorge che i fatti non percepiti rivelano
ovunque ancora le loro tracce. La prima reazione contro la
rivoluzione francese ed i lumi che essa apportava fu naturalmente
di giudicare tutto da un punto di vista medievale, romantico... La
seconda reazione- quella che corrisponde all’orientamento
socialista, benché i suoi rappresentanti eruditi non ne abbiano
affatto coscienza- consiste nel guardare, oltre il medioevo, verso i
tempi primitivi di ogni popolo. Questi ricercatori sono allora sorpresi
di scoprire nei fenomeni più antichi i fatti più nuovi...” (25 marzo
1868).

Negli abbozzi delle sue lettere a Vera Zasulich, Marx insiste sulle
idee di Maurer, e cita Lewis Henry Morgan in appoggio della tesi
secondo la quale la comune russa sia fattibile. Infatti, una delle
circostanze favorevoli alla sua conversione è, secondo Marx, che il
sistema capitalista occidentale- a cui essa ha avuto la fortuna di
sopravvivere, quando era intatto- si trova- si trova oramai in stato
di crisi permanente, crisi che non potrà finire che con la sparizione
del sistema capitalista e con un ritorno delle società moderne al
tipo “arcaico” della proprietà comune, forma in cui- come dice un
autore americano [16], tutt’altro che sospetto in quanto a tendenze
rivoluzionarie... - “il nuovo sistema” a cui la società moderna tende
“sarà una rinascita (a revival) in una forma superiore (in a superior
form), di un tipo sociale arcaico”. E Marx aggiunge: “Dunque, non
bisogna lasciarsi troppo spaventare dalla parola arcaico”.

Così la posizione teorica di Marx nei confronti delle forme


primitive del comunismo agrario, contrassegnata innanzitutto
dall’apprezzamento negativo della loro importanza e delle loro
virtualità, è evoluto, grazie ad una migliore conoscenza della
letteratura concernente specialmente questa materia, verso una
concezione nettamente positiva del loro ruolo nello sviluppo storico
delle società umane. Questa evoluzione del pensiero di Marx si
esprime chiaramente in una frase di uno dei suoi abbozzi in cui egli
sostiene che “i popoli presso i quali (la produzione capitalista) ha
avuto il suo maggiore esordio in Europa e negli Stati Uniti d’America
non aspirano che a spezzare le loro catene sostituendo la
produzione capitalista con la produzione cooperativa e la proprietà
capitalista con una forma superiore di tipo arcaico della proprietà, e
cioè la proprietà comunista” [17].
3. - Le prospettive della comune rurale russa.

Mentre si apprestava a rispondere a Vera Zasulich, Marx


possedeva delle conoscenze estese sulla situazione economica e
sociale della Russia. N. F. Danielson, uno dei principali teorici
populisti- pubblicava i suoi articoli ed opere con lo pseudonimo di
Nicoali-in- Traduttore di Il Capitale, era in Russia, il suo
corrispondente più fedele e gli inviava regolarmente dei documenti-
articoli di stampa, materiali, statistiche, opere, ecc.- che Marx
aveva intenzione di utilizzare ampiamente per lo studio che
pensava di dedicare alla teoria della rendita fondiaria, nei successivi
volumi del suo Il Capitale [18] Tutti questi materiali erano in russo,
e Marx si era messo a studiare questa lingua sin dal 1869, con un
accanimento molto pregiudizievole per la sua salute, già molto
compromessa [19]. A partire dal 1873, seguì attentamente le
discussioni tra liberali e narodniki a proposito dell’obscina e, a
proposito di una polemica che aveva portato allo scontro, nel 1856,
il filosofo liberale Georgij Vasil’jevič Čičerin ed il giurista slavofilo
Bielïayev, Marx scrisse a Danielson: “Il modo in cui questa forma di
proprietà si è creata (storicamente) in Russia è, naturalmente, una
questione di second’ordine e non inficia in nulla l’importanza di
questa istituzione... Inoltre, ogni analogia parla contro Čičerin.
Come è possibile che in Russia quest’istituzione sia stata introdotta
come una misura puramente fiscale, come un fenomeno accessorio
della servitù, mentre ovunque è nata naturalmente ed ha formato
una fase necessaria dello sviluppo dei popoli liberi?” [20].

Preparando la sua risposta ai rivoluzionari russi rifugiati a


Ginevra, Marx notava con una singolare applicazione tutti gli
argomenti favorevoli alle speranze ed attese dei narodniki, non
senza segnalare i pericoli che minacciavano la sopravvivenza della
comune contadina russa. Quest’ultima, grazie ad un concorso unico
di circostanze, è stabilita su scala nazionale e potrebbe svilupparsi
direttamente come elemento della produzione collettiva nazionale,
mettendo a profitto le conquiste economiche, tecniche e sociali
dell’Europa occidentale. “Essa si trova così posta in un ambiente
storico in cui la contemporaneità della produzione capitalista le
presta tutte le condizioni del lavoro collettivo. È in grado anche di
incorporare le acquisizioni positive elaborate dal sistema capitalista
senza passare attraverso le sue forche caudine”, e ciò tanto più
facilmente in quanto in quanto possiede l’esperienza secolare del
contratto dell’artel [21] suscettibile di affrettare la transizione dal
lavoro parcellare al lavoro cooperativo. Molti caratteri specifici
distinguono inoltre la comune russa dai tipi di comunità anteriori:
non poggia come quest’ultime, sulla parentela naturale dei suoi
membri; è dunque più capace di adattarsi e di estendersi al
contatto con degli estranei. Poi, ogni coltivatore possiede la sua
casa ed il suo cortile individuali. Infine, la terra arabile, pur restando
proprietà comunale, si divide periodicamente tra i membri della
comune contadina. Questi ultimi “ammettono uno sviluppo
dell’individualità, incompatibile con le condizioni delle comunità più
primitive”.
Tuttavia, questo dualismo inerente alla natura della comune
contadina russa- da una parte: la proprietà comune del suolo,
dall’altra: la proprietà (casa e cortile) esclusivo della famiglia
individuale e l’appropriazione dei frutti- racchiude dei germi della
sua decomposizione. Infatti, l’accumulazione progressiva della
ricchezza mobiliare dovuta al lavoro parcellare “introduce degli
elementi eterogenei provocanti all’interno della comune dei conflitti
di interesse e delle passioni adatte innanzitutto a erodere la
proprietà comune delle terre arabili, in seguito quella delle foreste,
dei pascoli, terre marginali, ecc., le quali, una volta convertite in
annessioni della proprietà privata, alla lunga le soccomberanno”.
A tutto ciò viene ad aggiungersi l’influenza nefasta di un
ambiente storico sempre più ostile allo sviluppo spontaneo della
comune rurale, influenza in grado di poter precipitare la
disgregazione di questa istituzione plurisecolare. Lo Stato russo
opprime, dopo la cosiddetta emancipazione dei servi, questa
comune da ogni specie di esazioni, cercando di acclimatare in
Russia “come in una serra” le forme più sviluppate del sistema
capitalista, a spese dei contadini.

4. - Un’alternativa fatale.
Abbiamo visto che, nella sua replica a Mikhailovsky, rimasta
inedita mentre era vivo, Marx si era opposto ad un’interpretazione
abusiva della sua analisi del capitalismo occidentale e contro la
tendenza a trasformare le sue teorie in una dottrina storico-
filosofica universalmente valida. Da allora, aveva riassunto il
risultato delle sue ricerche effettuate “durante molti anni” nella
seguente formula lapidaria: “Se la Russia continua a proseguire
lungo il sentiero seguito dal 1861, essa perderà la più bella
occasione che la storia abbia mai offerto ad un popolo, per subire
tutte le peripezie del regime capitalista”. E poco dopo, aveva
espresso questo ragionamento ipotetico nei seguenti termini: “Se la
Russia tende a diventare una nazione capitalista sul modello delle
nazioni dell’Europa occidentale- e durante gli ultimi anni si è data
da fare molto in questo senso- non riuscirà senza aver
preventivamente trasformato una buona parte dei suoi contadini in
proletari; e dopo di ciò, condotta nel girone del regime capitalista,
ne subirà le spietate leggi come altre nazioni profane” [22].
Nei suoi appunti per la risposta ai narodniki, Marx presenta
questa ipotesi sotto forma di un’alternativa, derivante dal carattere
dal carattere dualistico “innato” della comune rurale: o “il suo
elemento di proprietà prevarrà sul suo elemento collettivo, o questo
s’impone su quello. Tutto “dipende dall’ambiente storico nel quale
essa si trova”. Esiste dunque non una “fatalità storica” né in un
senso né in quello opposto: né la dissoluzione della comune rurale
né la sua sopravvivenza sono fatali, considerate isolatamente.
Soltanto quest’alternativa lo è.
Ora, per decidere del probabile futuro della comune, Marx, fedele
ai principi etici così come li aveva enunciati nelle sue Tesi su
Feuerbach, sposta il problema dal campo della teoria in quello della
pratica,- della pratica rivoluzionaria: “Qui non si tratta più, egli
sottolinea, di un problema da risolvere; si tratta del tutto
semplicemente di un nemico da battere. Non è più dunque un
problema teorico... Per salvare la comune russa, occorre una
Rivoluzione russa... Se la rivoluzione si fa al momento opportuno, se
essa concentra tutte le sue forze, per assicurare il libero sviluppo
della comune rurale, quest’ultima si svilupperà presto come
elemento rigeneratore della società russa e come elemento di
superiorità sui paesi asserviti dal regime capitalista”. Una volta
assicurate le sue nuove assise, la comune rurale russa “può
diventare il punto di partenza diretto del sistema economico al
quale tende la società moderna e cambiare pelle senza cominciare
dal suo suicidio”.

III. Una lettera senza conseguenze storiche

Ecco ora il testo definitivo della risposta che Marx fece a Vera
Zasilich [23]:

8 Marzo 1881.
41, Maitland Park Road, London N.W.
Cara Cittadina,
Una malattia di nervi che mi aggredisce periodicamente negli
ultimi dieci anni, mi ha impedito di rispondere prima alla vostra
lettera de 16 febbraio. Mi dispiace di non potervi dare un esposto
succinto e destinato alla pubblicità della questione che mi avete
fatto l’onore di propormi. Da mesi ho promesso un lavoro sullo
stesso tema al Comitato di San Pietroburgo. Tuttavia spero che
alcune righe basteranno nel non lasciarvi alcun dubbio sul
malinteso nei confronti della mia sedicente teoria.
Analizzando la genesi della produzione capitalista, sostengo: “In
fondo al sistema capitalista c’è dunque la separazione radicale del
produttore dai mezzi di produzione... la base di tutta questa
evoluzione è l’espropriazione dei coltivatori. Non si è compiuta in
modo radicale che in Inghilterra... Ma tutti gli altri paesi dell’Europa
occidentale percorrono lo stesso movimento (Il Capitale, ed.
francese, p. 315).
La “fatalità storica” di questo movimento è dunque
espressamente ristretta ai paesi dell’Europa occidentale. Il perché
di questa restrizione è indicato in questo passaggio del cap. XXXII:
“La proprietà privata, fondata sul lavoro personale... sta per essere
soppiantata dalla proprietà privata capitalista, fondata sullo
sfruttamento del lavoro altrui, sul salariato” (op. cit., p. 340).
In questo movimento occidentale si tratta dunque della
trasformazione da una forma di proprietà in un’altra forma di
proprietà privata. Presso i contadini russi si dovrebbe al contrario
trasformare la loro proprietà comune in proprietà privata. L’analisi
fornita in Il Capitale non offre dunque ragioni né a favore né contro
la vitalità della comune rurale, ma lo studio speciale che ne ho
fatto, e di cui ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha
convinto che questa comune è il punto d’appoggio della
rigenerazione sociale in Russia; ma affinché essa possa funzionare
in quanto tale, bisognerebbe innanzitutto eliminare le deleterie
influenze che l’assalgono da ogni parte ed in seguito assicurarle le
condizioni normali di uno sviluppo spontaneo.
Ho l’onore, cara Cittadina di essere vostro devoto.
Karl MARX

Possiamo facilmente constatare che, nella redazione definitiva


della sua lettera, Marx si limita a rispondere ad una domanda
precisa, in modo non meno preciso.
La comune rurale russa è fattibile? Questo era il problema
sollevato da Vera Zasulich in nome del suo gruppo. Marx rispose
affermativamente, conferendo alla soluzione da egli data al
problema un carattere condizionale, non teoretico. Non approvava
dunque i “marxisti” russi ai quali la sua interrogatrice faceva
allusione [24]. Al contrario, la sua risposta non sembra mirare che a
stimolare l’energia rivoluzionaria dei narodniki di cui ammirava il
coraggio e l’abnegazione [25].
Ma se la soluzione proposta da Marx non aveva alcun carattere
dogmatico e somigliava piuttosto ad un giudizio implicante un
postulato etico- la soluzione essendo la rivoluzione- le supposizioni
erano sostenute grazie allo studio delle “fonti originali” più
importanti dell’epoca [26].
Nel gennaio 1882, dunque ad un anno appena dopo aver
comunicato la sua risposta al gruppo dello Tchorny Pérédiel,
redigendo con Engels la prefazione della seconda edizione russa di
Il Manifesto del partito comunista, nella traduzione di Vera Zasulich
[27], Marx condensò, in una ventina di righe, le sue opinioni sulla
comune rurale russa e le sue prospettive nel senso definito
anteriormente da lui come da Engels (nella sua replica a Tkacev): “il
compito di Il Manifesto, era di proclamare la sparizione inevitabile
ed imminente dell’attuale proprietà borghese. Ora, in Russia
accanto ad un ordine capitalista che si sviluppa con una velocità
febbrile accanto alla proprietà fondiaria borghese allo stato di
formazione, constatiamo che più della metà del suolo forma la
proprietà comune dei contadini. Una domanda si pone dunque: La
comune contadina russa- forma, è vero, molto disaggregata già di
proprietà comune primitiva del suolo- può trasformarsi direttamente
in una forma comunista superiore della proprietà fondiaria? Oppure
dovrà subire preventivamente lo stesso processo di dissoluzione
che si manifesta nell’evoluzione storica dell’Occidente?- La sola
risposta che si possa attualmente dare a questa domanda è la
seguente: Se la rivoluzione russa diventa il segnale di una
rivoluzione operaia in Occidente di modo che le due si completano,
l’attuale proprietà comune russa può diventare il punto di partenza
di un’evoluzione comunista”.
Posti di fronte all’alternativa di Marx, i populisti emigrati a
Ginevra ne scelsero non il primo termine, il quale riposa su una
valutazione ottimista della “opportunità storica” offerta alla Russia
di passare, con il concorso delle conquiste tecniche e sociali della
rivoluzione occidentale, da uno stadio inferiore del comunismo
agrario ad una forma superiore della proprietà sociale. Optando per
il secondo termine di quest’alternativa, il quale implica una visione
fondamentalmente pessimistica dei destini di una Russia pronta a
passare sotto le “forche caudine” del capitalismo, gli ex narodniki
erano decisi di non dare alcun peso alla risposta incoraggiante che
aveva loro fornito Marx.
È precisamente quest’atteggiamento nuovo, segnato dalla svolta
totale delle opinioni di Vera Zasilich e dei suoi amici, che ci dà la
chiave del problema psicologico sollevato, come abbiamo visto
all’inizio del presente saggio, da David Riazanov. Quest’ultimo fu
colpito da un’assenza di memoria così flagrante presso coloro che
avevano sollecitato i lumi di Marx su una questione da cui
dipendeva, per impiegare l’espressione del loro porta-parola, “il
destino personale dei socialisti rivoluzionari” della Russia. Ecco
l’ipotesi che si potrebbe allora formulare attorno a questo oblio:
quest’ultimo era, presso gli interroganti russi di Marx, una
conseguenza psicologicamente necessaria della loro adesione al
“marxismo”, detto altrimenti: a quella teoria storico-filosofica
-passe-partout che Mikhailovski aveva creduto poter dedurre
dall’opera marxiana e di cui Marx stesso diceva che gli faceva “allo
stesso tempo troppo onore e troppo vergogna”.
Che diventando marxisti, si dimentichino i postulati essenziali del
messaggio marxiano, non può che sembrare paradossale, se si
considera che la storia, abbonda di esempi in cui l’apparizione di
una personalità e di un pensiero di grande levatura fa nascere
questo fenomeno così potentemente denunciato e così
impietosamente sezionato da Sören Kierkegaard: l’ammirazione,
atteggiamento di comodo il cui antipodo è l’imitazione, esigenza
etica. Quando a sua volta Kierkegaard, così come il suo
contemporaneo Marx- che egli ignorava, cercando, nel timore e nel
tremore, ad essere il “contemporaneo” del Cristo- sia caduto
vittima del complotto del tumulto dopo esserlo stato del silenzio, è
del tutto proprio di un’umanità che, a forza di ricercare le soluzioni
facili, ha perso persino il senso del problematico [28].

Maximilien Rubel

[Traduzione di Ario Libert]


NOTE

[1] Nel 1888, in un articolo intitolato Quale eredità rinneghiamo?


Lenin definiva la teoria populista con le tre caratteristiche seguenti:
1° valutazione del capitalismo in Russia come un fenomeno di
decadenza, di regressione...; 2° proclamazione dell’originalità del
regime economico della Russia in generale e del contadino con la
sua comune, il suo artel, in particolare..., 3° incomprensione del
legame degli intellettuali e delle istituzioni giuridiche e politiche con
gli interessi materiali di certe classi sociali (cfr. V. I. Lenine, Pages
Choisies, a cura di P. Pascal, Parigi, 1926, t. 1, p. 18).
[2] Vera Zasulic, avendo sparato, nel 1878, al prefetto di
Pietroburgo, che aveva fatto frustare uno studente, fu assolta da
una giuria impressionata dall’opinione pubblica favorevole
all’accusata.
[3] Su P. Lavorov, vedere Rappaport, La Philosophie de l’Histoire
[La filosofia della storia], Parigi, M. Rivière. Vedere anche K. Marx,
Lettres à Lavrov [Lettere a Lavrov], in “La Revue Marxiste”, maggio
1929.
[4] La lettera di Vera Zasulic a Marx, le quattro bozze della
risposta data da Marx, allo stesso modo di questa stessa risposta-
lettera, bozze e risposta essendo state scritte in francese- sono
state pubblicate, vedremo in quali circostanze, da David Riazanov
nella rivista dell’Istituto Marx-Engels di Mosca Marx-Engels Archiv, t.
I, p. 309-342, edite nel 1925 a Francoforte sul Meno- Rieditate Karl
Marx, Œuvres II, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Parigi, 1968,
p. 1556-1573.
[5] Nel testo riprodotto da David Riazanov si può leggere, a
questo punto, la parola “voi”.
[6] Essa fu edita, nel 1924, nel suo testo ed in facsimile, in
“Materiali per la storia del movimento rivoluzionario”, t. II, Tratto
dagli archivi di Piotr Axelrod.
[7] Cfr. David Riazanov, Véra Zassoulitch et Karl Marx, in: Marx-
Engels—Archiv, I, p. 310.
[8] Mir o obchtchina: termini russi designanti la comune rurale
ancestrale.
[9] Contro Boris Nicolaievski che vede la spiegazione della brevità
della risposta di Marx nel fatto che quest’ultimo non aveva alcuna
simpatia per il gruppo della Frazione Nera, preferendo ad essi i
narodniki (sostenitori della frazione raggruppata intorno all’organo
Narodnaja Volja), David Riazanov è del parere (e non possiamo che
approvarlo) che soltanto la capacità lavorativa fortemente ridotta di
Karl Marx- ne constatiamo le tracce negli abbozzi delle lettere- l’ha
impedito di rispondere completamente del tutto come egli avrebbe
desiderato. Non è meno vero che Marx era in rapporto con i
narodniki Morozov e Hartmann a cui, sin dal gennaio 1881, promise
di redigere uno studio sulla comune contadina, su richiesta del
comitato esecutivo della Narodnaja Volja. Sulla Frazione Nera, Marx
si è espresso nella sua lettera a Sorge (5/11/1880) nei seguenti
termini sprezzanti: “...i russi anarchici... che pubblicano a Ginevra
Frazione Nera... formano il cosiddetto partito della propaganda in
opposizione con i terroristi che rischiano le loro teste (per fare della
propaganda in Russia- si recano a Ginevra! quale qui pro quo!).
Questi signori sono opposti ad ogni azione politico rivoluzionaria. La
Russia deve, con un salto, giungere al millennio anarco-comunista
ed ateo! In attesa, essi preparano questo salto con un dottrinarismo
noioso di cui i sedicenti principi corrono per la strada dal fu
Bakunin”.
[10] Marx cita dall’edizione francese di Il Capitale. Ora, è
interessante constatare che questa idea restrittiva non compare
nell’edizione tedesca!
[11] Per il testo integrale della replica di Marx a Mikhailovski,
vedere: Nicolai-on, Histoire du Développement économique de la
Russie, Paris, 1902, p. 507-509. - Pubblicato anche dopo in Karl
Marx, Œuvres II, op. cit., p. 1552-1555.
[12] Marx ha certamente presente la riforma agraria del 1861
“che legalizzavano le relazioni territoriali dell’obschina che
esistevano in Russia da secoli in virtù del diritto consuetudinario”
(Cfr. Nicolas-on, Histoire du Développement économique de la
Russie, Paris, 1902, p. 1).
[13] Articolo del New-York Times du 25/6/1853.
[14] Cfr. Il Capitale, I, p. 376 dell’edizione tedesca.
[15] Nel suo Contributo ad una critica, del 1859, Marx aveva già
cancellato il pregiudizio frequente presso gli slavofili, ed eretto in
credo messianico da Herzen, “che la forma primitiva della proprietà
comune è una forma specificamente slava, anzi esclusivamente
russa”. Ne segnala allora l’esistenza presso i Romani, i Germani, i
Celti e, soprattutto, in India.
[16] Lewis Morgan, Ancient Society, 1877.
[17] “Un uomo non può ridiventare un bambino senza ritornare
all’infanzia. Ma non si rallegra dell’ingenuità del bambino, e non
deve egli stesso aspirare a riprodurre, ad un livello più elevato, la
sincerità del bambino? Perché l’infanzia sociale dell’umanità, sul più
bello della sua dissoluzione, non eserciterebbe, come una fase mai
scomparsa, un’eterna attrazione? (Karl Marx, Introduzione alla
critica dell’economia politica, 1857. Questo testo importante- le
frasi precedenti si riferiscono all’arte greca- fu pubblicata, a titolo
postumo da Karl Kautsky nel 1903.
[18] Alcuni mesi dopo la morte di Marx, Engels scoprì nella stanza
da lavoro del suo amico, due tonnellate di materiali statistici russi.
Ne espresse la sua amarezza in una lettera a Sorge, persuaso che
questa massa di documenti aveva impedito Marx di terminare il
tomo II di Il Capitale.
[19] Vedere la lettera di Jenny Marx a Frederich Engels, gennaio
1870.
[20] Marx a Danielson, il 22/3/1873- Passaggio tradotto dalla
traduzione tedesca- la maggior parte delle lettere sono scritte in
inglese- da Kurt Mandelbaum, Die Briefe von Karl Marx und F.
Engels an Danielson, Leipzig, 1929. Vedere anche Marx-Engels,
Correspondance - t. 12, tradotto per la cura di Gilbert Badia e Jean
Mortier, Editions Sociales, Paris, 1989, p. 266-267.
[21] Artel, specie di associazione cooperativistica fondata sul
consenso formale o tacito di artigiani eguali. Questa istituzione
specificamente russa risale da un’antichità remota.
[22] In un articolo scritto su richiesta di Marx, Friedrich Engels,
rispondendo alla Lettera aperta che gli aveva spedito il narodniki
Tkacev nelle colonne Volksstaat (Zurigo, 1874), aveva già formulato
la tesi condizionale sul futuro del socialismo in Russia, così come
Marx l’espose in risposta a Mikhailovski et à Vera Zasulich. Pur
ammettendo che l’esistenza del mir e dell’artel testimoniano la
potente volontà di associazione del popolo russo, Engels si rifiuta di
credere che questa sola volontà possa bastare per far passare la
Russia, con un salto, e senza conoscere la tappa borghese,
nell’ordine socialista. I contadini russi potrebbero evitare questa
fase intermedia, e la comune rurale russa potrebbe elevarsi ad una
forma sociale superiore, “se nell’Europa occidentale, prima della
decomposizione totale della proprietà comunale, una rivoluzione
proletaria trionfasse, fornendo al contadino russo le condizioni di
questa transizione... Se la comune russa può ancora essere salvata
e se un’occasione può essergli fornita nel trasformarsi in una forma
nuova, realmente fattibile, è unicamente grazie ad una rivoluzione
proletaria in Europa occidentale”. Circa 20 anni dopo, Engels, nelle
sue lettere a Danielson sarà molto più scettico rispetto a questa
prospettiva, perché, precisamente, “l’Occidente non si era mossa”
(Lettera del 17 ottobre 1893).
[23] Il testo ed il facsimile dell’originale sono stati pubblicati in
Francia, nel 1931, nel n°2 di “La Critique Sociale”, (M. Rivière,
édit.).
[24] In una delle copie di prova della sua risposta, Marx annotò a
questo proposito: “I Marxisti russi di cui mi parlate mi sono del tutto
sconosciuti. I Russi con i quali ho dei rapporti personali hanno, per
quanto ne so, delle vedute del tutto opposte”.
[25] Dopo l’assassinio di Alessandro II, Marx in una lettera a sua
figlia Jenny Longuet, parlò degli autori dell’attentato in questi
termini: “Essi sono degli individui fondamentalmente abili, senza
posa melodrammatica, semplici, positivi, eroici… Essi si sforzano di
mostrare all’Europa che il loro modo di agire è specificamente
russo, storicamente inevitabile, una forma di terremoto di Chio”. In
occasione di un meeting slavo per la celebrazione dell’anniversario
della Comune, Marx ed Engels salutarono l’attentato contro
Alessandro II come “un avvenimento che, dopo lotte lunghe e
violente, condurrà infine alla creazione di una comune rurale
russa”.
[26] Maxime Kovalevski, autore di una monumentale Storia dello
Sviluppo economico dell’Europa sino all’inizio del capitalismo è uno
dei migliori storici della comune rurale, ne fu il difensore alla Duma
contro la riforma agraria di Stolipin. Fu un discepolo diretto di Marx
che lo incoraggiò a dedicarsi alle ricerche nel campo della storia
economica. Marx conosceva la sua opera sulla proprietà comunale
rurale e ne fece degli estratti. Alcuni mesi prima della morte, Marx
leggeva anche V. Vorontsov, Il destino del capitalismo in Russia.
[27] La prima traduzione russa di Il Manifesto era stata fatta da
Bakunin, nel 1860.
[28] Sarebbe interessante esaminare alla luce delle
considerazioni qui riportate la posizione teorica di Lenin all’interno
della socialdemocrazia russa nei confronti del problema contadino.
Se Lenin pretendeva, contro i narodniki (e contro Marx!) che la
comune rurale russa non era un fenomeno naturale e spontaneo,
ma una creazione del medioevo (vedi il suo articolo del 1897: per
caratterizzare il romanticismo economico) e che bisognava
applicare alla “Santa Russia l’analisi del capitalismo e delle sue
manifestazioni date dal pensiero europeo d’avanguardia” (Quale
eredità rinneghiamo?)- Lenin era ricorso ad una simile analisi nella
sua opera Lo Sviluppo del capitalismo in Russia, sin dal 1899- egli
opponeva, all’interno del suo partito , alla sottovalutazione del ruolo
rivoluzionario dei contadini russi. Tuttavia, l’esame e la discussione
di questo problema esce dal quadro che ci siamo dati in questo
saggio.

Karl Marx et le socialisme populiste russe