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NICA 6 GIUGNO 2010

Profili libertari. Philippe Pelletier, Ôsugi Sakae (1885-1923).


Un anarchico giapponese, Da: "A Contretemps", n° 18,
0ttobre 2004, 01 di 02.

Nel 1920, un degno


professore
dell'Università di
Tôkyô, di nome Morito,
fu incarcerato per un
anno ed interdetto a vita all'insegnamento per aver
pubblicato uno studio su...
Kropotkin [A]. Il giappone
dell'era Taishô, imperialmente
democratico, sapeva come
regolare i conti con coloro che,
senza essere anarchici,
manifestavano semplicemente, come il professor Morito, della
curiosità intellettuale per le loro idee. In quanto agli anarchici
stessi, essi rischiavano addirittura la propria pelle, come
Ôsugi Sakae e Itô Noe, la sua compagna, assassinati il 23
settembre 1923.
Al di là della sua vita avventurosa e della sua tragica fine,
Ôsugi Sakae è una figura fondamentale dell'anarchismo
giapponese sconosciuto alle nostre latitudini. È per questo
che ci è sembrato opportuno pubblicare questo studio che
Jacques Pelletier gli dedica e di cui una prima versione, più
breve, è apparsa nel numero 28 della rivista Ebisu-Etudes
japonaises (primavera-estate 2002, con il titolo Ôsugi Sakae,
una quintessenza dell'anarchismo in Giappone [B].
La versione lunga e
riveduta, che qui offriamo,
seguita da una preziosa
bibliografia su Ôsugi
Sakae, il socialismo e
l'anarchismo giapponese
prima del 1945, meritava di essere accolta. Essa conferma,
ad ogni modo, la considerazione in cui teniamo, in generale, i
lavori di Philippe Pelletier su un argomento che è
probabilmente, come lo prova il testo presente, uno dei rari a
padroneggiare.
Attraverso alcune recenti pubblicazioni apparse in Giappone,
la figura di Ôsugi Sakae sembra essere oggetto di una
riscoperta. Vi si potrà vedere, a scelta, sia una manifestazione
strettamente nipponica di questa curiosa passione
postmoderna e mondializzata per il revival light sia, come
suggerisce arditamente Philippe Pelletier, un segno che
questa parola libertaria di rottura sarebbe oramai
"intelligibile" in un Giappone in cui comincerebbero ad
allentarsi i legami di servitù con un sistema "in via di
affondamento".
Sia quel che sia, non resta non di meno il fatto che il
percorso molto singolare di Ôsugi Sakae- dall'individualismo
all'anarco-sindacalismo- meriti di essere conosciuto. Che
Philippe Pelletier sia dunque ringraziato e che i lettori si
preparino per questo viaggio di lunga durata verso questa
Terra Incognita dell'anarchismo giapponese. C'è da
scommettere che, come noi, essi avranno molto da
apprendere.
[A] L’aneddoto è riportato da Victor García in Museihushugi.
Breve storia del movimento anarchico giapponese, Firenze,
1976.
[B] Studio pubblicato nel quadro di un ricco dossier tematico
Anarchisme et mouvements libertaires au début du XXe
siècle, [Anarchismo e movimenti libertari all'inizio del XX
secolo], a cui collaborano anche Komatsu Ryûgi, Christine
Lévy, Gilles Bieux e Jean-Jacques Tschudin.
A contretemps.
Ôsugi Sakae (1885-1923). Un anarchico
giapponese

di Philippe Pelletier

"Vi sono piante che inaridiscono non appena fiorite. Devono


comunque fiorire per ampliare la loro vita".
Lettera inviata da Ôsugi Sakae a Ishikawa Sanshirô,
Zenshû, vol. 14.
Associare l’anarchismo ed il Giappone costituisce a priori un
doppio paradosso. Da una parte, l'anarchismo è
probabilmente il più disprezzato, il più sconosciuto se non il
più calunniato dei movimenti politici sia nella sua filosofia sia
nella sua azione pratica. Qualche formula sconcertante ed
alcuni episodi scandalistici non sono in genere ricordati che a
prezzo dell'oblio delle sue realizzazioni più positive, come la
creazione delle Borse del lavoro in Francia, le conquiste
dell'anarco-sindacalismo, le scuole libere di Francisco Ferrer o
di Sébastien Faure, l'epopea della Makhnovishina (1917-1921)
o l'insurrezione di Kronstadt (1921) nella Russia
rivoluzionaria, le esperienze autogestionarie della Spagna del
1936.
Supporre, d'altra parte, che questo movimento articolato su
un'esigenza esacerbata di libertà individuale possa svilupparsi
in un paese come il Giappone, reputato per essere socio-
culturalmente lontano dall'individualismo, sembra irrealistico.
Per superare questo paradosso apparente, sembra allo
stesso tempo pratico e pertinente collegarsi al percorso di un
anarchico giapponese abbastanza emblematico e
rappresentativo, che permetta, innanzitutto, di affrontare la
complessità di questa problematica. Il personaggio che si
impone è Ôsugi Sakae (1885-1923). Ma perché lui e non un
altro?

BUONE E CATTIVE RAGIONI DI UN ESEMPIO


Con Kôtoku Shûsui (1871-1911), uno degli eminenti fondatori
del socialismo giapponese evolutosi dalla socialdemocrazia
all'anarchismo, Ôsugi Sakae è probabilmente il più conosciuto
degli anarchici giapponesi stessi e questo per due motivi [1].
Il primo riguarda la sua relazione
amorosa concomitante con tre donne
per un breve periodo della sua vita
(1916), episodio che si concluse con un
dramma spettacolare e diventato
famoso, una delle sue amanti tentò di
pugnalarlo [2]. Il secondo è legato alla
sua tragica morte. Il 15 settembre
1923, la Kempeitai, la gendarmeria, lo
assassina, insieme alla sua compagna Itô Noe (1895-1923),
scrittrice e militante anarchica ed il loro nipote di sette anni,
Tachibana Munekazu. I tre furono strangolati dopo essere
stati severamente battuti. Per riprendere l'affermazione del
saggista Komatsu Ryûji, che
deplora che l'anarchismo
giapponese sia soprattutto
conosciuto per i suoi "affari" o i suoi
"incidenti" (jiken), ciò non equivale
a evidenziare ancora se non gli
aspetti cupi dell'epopea anarchica
[3]?
È vero che questi "affari" furono
numerosi:
-"Affare delle bandiere rosse" (akahata jiken, 1908);
-"Affare di alto tradimento" (taigyaku jiken, 1911)- che vide
l'esecuzione di Kôtoku Shûsui, di Kanno Sugako (1881-1911) e
di dieci altri militanti anarchici o socialisti-;
- "Affare Pak Yôl-Kaneko Fumiko» (Boku Retsu-Kaneko
Fumiko jiken, 1923-1926);
- "Affare della Società della ghigliottina" (Girochin-sha jiken,
1924-1926, dal nome di questo gruppo di militanti desiderosi
di vendicare la morte dei loro amici Ôsugi Sakae e Itô Noe)
[4];
- "Affare del Partito anarco-
comunista" (Musei-
fukyôsantô jiken,
proibizione e repressione di
questo partito nel 1934-35,
in parallelo con un
regolamento di conti interno e mortale);
- "Affare delle Gioventù rurali" (Nôsonseinen-sha jiken,
repressione di un'insurrezione
anarco-rurale nelle montagne di
Chikuma nel 1935)...
Ma Komatsu precisa che questa
successione di avvenimenti
drammatici permette soprattutto di
capire il contesto storico, difficile, nel
quale evolveva l'anarchismo prima
del 1945. Perché quest'ultimo è
caratterizzato da incessanti provocazioni poliziesche
inquadrate da due leggi successive: la "legge di polizia sulla
sicurezza pubblica" (Chian keisatsu hô) del 1900 e la "legge
sul mantenimento dell'ordine" (Chian iji hô) del 1925. Questa
seconda legge, che inasprì la prima, non è che il bastone
unito alla carota tesa lo stesso anno, e cioè una legge
elettorale che accorda il diritto di voto a tutti gli uomini di più
di venticinque anni.
La repressione è particolarmente feroce per le tendenze
comuniste ed anarchiche. Tutti i nuovi partiti troppo radicali
sono presto vietati, i giornali regolarmente censurati, sospesi
o condannati, le riunioni pubbliche o i congressi quasi
sistematicamente interrotti dalla polizia. Tra il 1925 ed il
1945, più di 75.000 persone sono arrestate e processate per
infrazione alla legge sul mantenimento dell'ordine, I militanti
sono imprigionati, spesso torturati, maltrattati in prigione in
cui a volte muoiono. Le forze poliziesche beneficiano di un
clima favorevole che le spingono a trascendere il quadro
legale della loro missione. Così, per giustificare il suo crimine,
Amakasu Masahiko, il capitano che comandò la spedizione
punitiva contro la famiglia Ôsugi e che strangolò Sakae con le
sue mani, dichiarò di aver agito "al servizio del suo paese"
(kokka ni kôken suru) [5]. Senso di totale impunità, dunque,
confermata da questa affermazione di un tenente
dell'esercito: "Fui sorpreso nel vedere che Amakasu
comparisse davanti la corte militare [per il suo crimine]. A
quest'epoca, avevamo tutti l'impressione che potevamo
ricevere una promozione se avessimo ucciso qualche
socialista..." [6].
Il percorso politico e personale di Ôsugi riassume
l'evoluzione che conosce il Giappone alla fine del Meiji. Il
paese passa, in mezzo secolo, da una società rurale, quasi
feudale, spesso arcaica, ad una società sempre più
industrializzata, cittadina, moderna. L'episodio della
democrazia Taishô- che lo storico Andrew Gordon preferisce
qualificare come "democrazia imperiale"- sembra apportare
una boccata di ossigeno socio-politico. Ma gli succede ben
presto un tennô-militarismo fascistizzante, con la sua coorte
di intellettuali stipendiati, degli "andiamo alla guerra", di
bestie gallonate e le sue squadre di militari esaltati, di
mafiosi, crapule fasciste come Kodama Yos-hio (1911-1984) o
Sasakawa Ryô’ichi (1899-1995). Periodo plumbeo,
sanguinario, bombardato e finalmente atomizzato dalla
Guerra dei quindici anni (Jûgonen-sensô).
Esisterebbe un’altra ragione- indiretta quest'ultima-
attestante la dimensione maggiore di Ôsugi Sakae
nell'anarchismo giapponese: la sua sparizione avrebbe in
qualche modo annunciato il declino del movimento al quale
dedicò un'attività militante straripante. Contrassegnata dalla
sua collaborazione a molte riviste, l'esuberanza di energia
teorica e pratica che egli incarnò contribuì certamente ad un
allargamento della rete degli individui che si impegnarono nel
movimento. Ôsugi, ad esempio, svolse un ruolo determinante
nella creazione di un’organizzazione unica raggruppante tutte
le tendenze socialiste, la Lega socialista del Giappone
(Nihonshakaishugi dômei), fondata il 10 dicembre 1920, qui
contò un migliaio di aderenti e fu dissolta il 28 maggio 1921.
Contribuì alla radicalizzazione del sindacalismo operaio nato
con la Società fraterna (Yûaikai), fondata nel 1912, e che, nel
1918, si trasformò nella Federazione
del lavoro del Giappone (Nihon rôdô
sôdômei, abbreviata in Sôdômei),
raggruppante allora 30.000 membri.
Negli anni che seguirono la morte di
Ôsugi, l'anarchismo, compreso
quello nella sua versione più
specificamente anarco-sindacalista,
progredì ancora. Riscaldato dall'ondata di repressione che
accompagnò i tentativi di vendetta dell'assassinio di Ôsugi-
Noe, e tirando il bilancio dello stallo politico dove si trovavano
confinati, gli anarchici affinarono la loro strategia. Esclusi, nel
1922, dalla Sôdômei attraverso l'alleanza (provvisoria) dei
socialdemocratici e del bolscevichi, essi fondarono, nel 1926,
un sindacato di ispirazione libertaria- l'Unione generale libera
dei sindacati operai (Zenkoku rôdô kumiai jiyû rengôkai,
abreviato in Zenjiren o anche in Jiren) - che radunò, durante il
suo congresso fondatore, 400 delegati e 25 sindacati
totalizzando 8400 membri, numero che progredì sino a
raggiungere i 15.000 membri nel 1927
[7]. Senza essere, propriamente
parlando, un'organizzazione di massa,
l'Unione generale libera dei sindacati
operai superava lo stretto quadro di un
semplice gruppuscolo. Sosteneva, in
ogni caso, il confronto con i 12.500
aderenti del Consiglio dei sindacati
operai del Giappone (Nihon rôdô kumiai
hyôgikai), l'organizzazione sindacale creata e controllata dai
bolscevichi, che nel frattempo si erano fatti escludere dalla
Sôdômei, nel 1925 [8].
Se, anche dopo l'assassinio, nel 1923, di Ôsugi Sakae et d’Itô
Noe, una presenza anarco-sindacalista ed anarchica si
afferma all'interno del movimento operaio, non di meno Ôsugi
rappresenta una figura, un personaggio dell'anarchismo.
Parafrasando il titolo di un celebre libro, Quintessenza del
socialismo (Shakaishugi shinzui, 1903) del suo introduttore
all'anarchismo, Kôtoku Shûsui, allora in una fase,
marxisteggiante, si può dire che Ôsugi riassume, in effetti, in
sé una quintessenza dell'anarchismo in Giappone. Una tra le
altre nel mondo, arricchendo la diversità e la molteplicità
degli approcci libertari. È probabile anche, se si deve credere
al rialzo della sua popolarità nell'attuale Giappone, che Ôsugi
sia in grado di interessare molti giapponesi d'oggi. Ne sono
testimoni, ad esempio, la pubblicazione di molte opere recenti
su Ôsugi come l'appassionato interesse che gli dedica un
giornalista ricercatore, Kamata Satoshi, che gli ha dedicato un
libro. È probabilmente perché è moderno che Ôsugi attira. In
un contesto di soffocante globalizzazione mercantile e di
indifferenza dei punti di riferimento ideologici, le sue opzioni
politiche- critica del capitalismo liberale, ma anche critica del
totalitarismo comunista-bolscevico- suonano giusto. oltre a
questa dimensione, non c'è dubbio, tuttavia, che la traiettoria
personale di Ôsugi, fatta d'impegno e di vitalità, affascina,
così come la sua fine drammatica, quella morte che chiuse un
percorso ricco, tumultuoso e difficile ma vivo riflesso di un
secolo che congiunse progresso e barbarie [9].
IMPORTAZIONE O SPONTANEITÀ DELL’ANARCHISMO IN
GIAPPONE?

Per la sua aspirazione alla libertà


ed all'emancipazione individuale e
collettiva, l'anarchismo si rivolge
agli "amanti appassionati della
cultura di se stessi" (Fernand
Pelloutier) e riposa su un principio
universalista ed una finalità
universale [10]: il suo progetto
societario è valevole in ogni tempo
ed in ogni luogo. Detto ciò, spazi e storie non sono omogenei.
Di fatto, la formulazione teorica e
pratica dell'anarchismo sorge in un
contesto ben particolare che
caratterizza innanzitutto i paesi
industrializzati dell'Europa
occidentale: il sorgere del capitalismo
industriale e la creazione del
proletariato (nel senso ampio del
termine, cioè i lavoratori manuali o
intellettuali che non dispongono dei mezzi di produzione, di
scambio o di riproduzione). Se aggiungo un altro aspetto: un
processo già ben avanzato di laicizzazione e di
secolarizzazione della società, condizione quasi prerequisito
per ogni espansione del "né Dio, né padrone" anarchico [10].
Detto altrimenti, se esiste in ogni società antiche premesse
teoriche dell'anarchismo (Spartaco, La Boétie, forse Spinoza
per quel che riguarda l'Europa), bisogna aspettare il XIX
secolo per assitere alla sua elaborazione, la sua affermazione
teorica e pratica (Godwin, Proudhon, Bakunin, la Prima
Internazionale...). Da questo punto di vista, l'anarchismo si
pone bene nel quadro generale del socialismo. Non è un caso
se le sue formulazione più spinte ad un momento ed in un
luogo dato corrispondono alla situazione storico-geografica
particolare, esacerbata, di un paese particolare: l'Inghilterra
industriale e liberale per Godwin, la Francia post
rivoluzionaria e giacobina per Proudhon, il Biennio rosso e gli
inizi del fascismo per gli anarchici italiani come Errico
Malatesta, Luigi Fabbri o Camillo Berneri.
Il Giappone della prima metà del XX secolo si ritrova in
questa configurazione? Si può ampiamente rispondere in
modo affermativo. Ôsugi ha, da poco ad ogni modo, una
sintesi originale in un momento in cui la società giapponese
esce dal fermento dell'era Meiji prima di cadere sotto il giogo
tennô-militarista. Tutte le tendenze socialiste giapponesi
hanno cercato di dare un senso appropriato al loro ideale e di
non essere in bilico con la loro epoca. Non hanno mancato di
apportare la loro riflessione sull'evoluzione storica del
Giappone e sulle possibilità di instaurazione del socialismo in
questo paese [11].
Su quest'ultimo punto, le analisi marxiste ed anarchiche
divergono fondamentalmente, ricordiamolo. La prima si
iscrive in uno schema storico
meccanicistico, quasi determinista,
non lasciando che molto poco posto
alla libertà; è consegnata alle sue
proprie contraddizioni generali
perché sono dei paesi ancora molto
rurali e molto feudali, come la Russia
del 1917 o la Cina del 1949, che
sono stati acquisiti al comunismo
statale e non i paesi industrializzati al movimento socialista
potente come la Germania o la Francia. La seconda non crede
ad un movimento prestabilito della storia e non è, malgrado
quanto lasciamo percepire alcuni prismi rousseauiani erronei,
né ottimista né pessimista; valuta che l'umanità è capace di
progresso così come di regresso, così come l'ha formulato il
geografo anarchico Elisée Reclus (1830-1905) sulla scia del
filosofo Giambattista Vico.
Questa concezione anarchica dà priorità all'azione diretta e
volontaria, il che non implica che essa sia irragionevole, come
l'hanno considerata i suoi avversari politici all'interno del
movimento socialista. In Giappone, ad esempio, Sakai
Toshihiko (1871-1933), Arahata Kanson (1887-1981) o Tazoe
Tetsuji (1875-1908) hanno opposto alla pretesa impazienza
anarchica l'efficacia, incarnata, secondo essi, dal
parlamentarismo. Questa strategia gradualista e ragionevole"
non ha tuttavia impedito ad un numero significativo dei suoi
sostenitori di rinunciare puramente e semplicemente al
socialismo, una volta aspirati dalla spirale politica [12]. Su
questo punto, Ôsugi Sakae si è mostrato profetico, per lo
meno lucido, quando rivolgeva queste parole molto dure agli
intellettuali erettisi in avanguardia (Akamatsu, Abe, Suzuki,
Kagawa...): "Quanti ne rimarranno ad essere degni di fiducia?
(...). Tra questi esperti in erbe, rimangono ancora oggi dei
socialisti, anche molti. Ma quando il temporale scoppierà ed il
fulmine cadrà, questi uccelli non fuggiranno su di un albero o
sotto un tetto, e quanti saranno? Nemmeno uno. Si potrebbe
evidentemente utilizzarne qualcuno sino a quel momento. Ma
questa gente, che ha una decente preveggenza, utilizzeranno
gli operai piuttosto che essere essi stessi utilizzato. Mica
matti!" [13].
Il movimento anarchico non fu esso stesso al riparo da certe
derive, essenzialmente terroristiche. Spesso ispirate al
nichilismo russo- la cui vicinanza psicologica e socio-politica è
tanto più evidente che, come quest’ultimo, esse si sono
verificate in una società rurale in via di modernizzazione in cui
il tennô è assimilabile allo zar,- queste derive terroristiche
sono state denunciate al suo interno. Una trentina d’anni
dopo l'esperienza francese, che aveva visto gli anarchici
impegnarsi nel movimento sindacale dopo il breve periodo
degli attentati (1892-1894), il movimento giapponese
conobbe una strada simile. Dopo l'"affare dell'alto
tradimento" (1910-1911) e "dell'era d'inverno" (fuyu no jidai,
1910-1914), i suoi passi lo condussero da un populismo più o
meno nichilistico all'anarco-sindacalismo. Questa svolta deve
molto a Ôsugi Sakae, anche se le circostanze della sua morte
rilanciarono, per un certo periodo, le idee di vendetta sociale.
VITALISMO E MONADOLOGIA IN ÔSUGI

Al di là delle tappe del suo sviluppo


industriale e della sua modernizzazione, il
Giappone poneva all'anarchismo delle
questioni specifiche in quanto
all'evoluzione del sistema dei valori e
all'adeguamento dei suoi principi ad una
società malgrado tutto originale in
rapporto alla culla europea
dell'anarchismo. Ôsawa Masamichi, uno degli esegeti
giapponesi di Ôsugi Sakae, evoca a
questo proposito il dibattito che, nel
1907- anno che vide in Giappone la
scissione tra la tendenza
"parlamentarista" e quella che
spingeva all'"azione diretta"
(chokusetsu kôdô),- oppose due
personaggi importanti: Tazoe Tetsuji,
sostenitore della prima, e Ôishi Seinosuke [14], sostenitore
della seconda [15].
Tazoe insisteva sulla necessità di "creare un movimento
spontaneo della nazione giapponese", relativamente
indipendente dai grandi principi tracciati in Europa. Per lui,
questa "spontaneità" giapponese doveva adottare il
gradualismo parlamentare, il quale diventava teoricamente
giustificato e praticamente indispensabile. Al contrario, Ôishi
ricordava che i dirigenti giapponesi seguivano il modello dei
loro omologhi occidentali (Bismarck, Rockfeller), e che il
Giappone era ormai integrato nella corsa del mondo, il che
induceva che il socialismo giapponese non doveva
singolarizzarsi, ma applicare i principi enunciati da Bakunin e
Kropotkin.
Per Ôsawa Masamichi, è Ôsugi che ha meglio ripreso questa
problematica, approfondendola.
Egli sottolinea a questo proposito il
riorientamento che conobbe il
pensiero di Ôsugi durante la sua
seconda prigionia a Chiba, per due
anni, dal 1908 al 1910, per via
della sua implicazione nell'"affare
delle bandiere rosse" (17 maggio
1908). Come segnalerà egli stesso
in seguito, Ôsugi si è allora messo a riflettere su se stesso e
sul suo impegno. A ventitré anni, Ôsugi è ancora giovane, ma
ha già vissuto molto. Sballottato dai frequenti spostamenti
della sua famiglia, conobbe un'adolescenza ed una giovinezza
turbolenti. Suo padre, militare e simpatizzante della
Kokuryûkai, era un personaggio molto autoritario e un po'
limitato, ma piuttosto insignificante e senza un grande ruolo
nell'ambiente familiare. Nel 1902, quando Ôsugi ha circa
diciotto anni, la morte precoce della madre temuta ed
adorata lo colpì molto [17].
Molto presto, il giovane è attratto dalla compagnia femminile
e dalle risse. È, infatti, un sentimentale che attribuisce molta
importanza all'amore ed all'amicizia, tratto di carattere che
non si smentirà e che gli varrà, come attesta la sua
autobiografia, numerosi conoscenze e raramente anodine.
Destinato ad una carriera militare, che egli interruppe non
senza coraggio, Ôsugi si trasferì a Tokyo, dove intraprese gli
studi superiori. Scoprì il cristianesimo (1902), poi l'abbandonò
rapidamente per interessarsi all'anarchismo (1903), grazie a
Heimin-sha ed a Kôtoku. Nel settembre del 1906, sposò Hori
Yasuko. Nella prigione di Chiba, Ôsugi soffre la fama ed il
freddo, ma dispone di libri, ed è ciò l'essenziale. Passando
lunghe ore a studiare, decide allora di andare oltre un
assorbimento un po' rapido delle sue prime letture
anarchiche- Kropotkin soprattutto che aveva cominciato a
leggere durante la sua prima prigionia, a Sugamo, nel 1907.
Si propone di approfondire le sue acquisizioni, tentando di
ripensare ciò che deve esserlo. Per lui, la base indispensabile
di ogni conoscenza poggia sulle scienze naturali,
l'antropologia, poi la storia, discipline che impegnate a
studiare la concatenazione logica tra i fatti. Egli scrive: "Più
leggo e più penso, credo che la natura è qualche parte logica
e la logica è completamente inscritta nella natura. Devo
ammirare la natura poiché questa logica deve essere in modo
simile inscritta nella società umana, che è stata sviluppata
attraverso la natura" [18].
Secondo, Daniel Colson, l'idea di "natura" copre, nella
filosofia anarchica, una "nozione tradizionale e corrente (...)
designante la totalità di ciò che è" [19]. Non si tratta dunque
della materia inerte, della semplice fisica o anche
dell'ambiente, ma della "vita" nel senso di "movimento". È la
stessa cosa per Bakunin: "[...] Poiché mi vedo costretto ad
impiegare spesso la parola Natura, credo dover dire qui ciò
che intendo con questa parola. Potrei dire che la Natura, è la
somma di tutte le cose realmente esistenti. Ma ciò mi
darebbe un'idea completamente morta di questa Natura, che
si presenta a noi al contrario come movimento e vita [...], la
combinazione universale, naturale, necessaria e reale, ma
affatto predeterminata, né preconcetta, né prevista, di questa
infinità di azioni e di reazioni particolari che tutte le cose
realmente esistenti esercitano incessantemente le une sulla
altre" [20].
Dopo la sua prigionia a Chiba, Ôsugi Sakae redigerà diversi
testi su questo tema della "vita" (sei), inseparabile, secondo
lui, dall'io, dalla libertà e dall'azione.
All'inizio c'è l'azione" (Hajime ni koî ga
ari), scriverà anche un po' più tardi
citando la frase che Romain Rolland
riprende dal Faust [21]. Esporrà
l'essenziale delle sue concezioni in
L'espansione della vita (Sei no kakujû),
del luglio 1913. Vi si legge: "La vita può
essere capita in un senso ampio ed in un
senso stretto. Io, la prendo nel suo senso più stretto, come il
principio della vita dell'individuo. L'essenza di questa vita non
è altra cosa che l'io. E finalmente, l'io è un tipo di energia
(chikara no isshu) che obbedisce alle regole dell'energia nella
dinamica dell'energia. L'energia deve apparire non appena
c'è movimento, azione (dôsa), perché esistenza di energia e
movimento sono sinonimi: Di conseguenza, l'attività
dell'energia (chikara no katsudô) è una cosa che non si può
evitare. L'azione stessa è interamente nell'energia. L'azione è
l'aspetto unico dell'energia. La logica necessaria della nostra
vita ci ordina dunque di agire. E di svilupparci. Ciò non
significa nient'altro che l'estensione nello spazio di ciò che
esiste. Ma lo sviluppo della vita deve apportare anche la
pienezza della vita. La pienezza giunge inoltre
inevitabilmente con lo sviluppo. Di conseguenza, pienezza e
sviluppo devono essere una sola e stessa cosa. L'espansione
della vita diventa dunque il dovere della nostra unica vita.
Colui che soddisfa gli implacabili bisogni della sua vita è
quello che agisce effettivamente di più. La logica necessaria
della vita ci ordina di scartare, di distruggere tutte le cose che
ostacolano l'estensione della vita. E quando giriamo la
schiena a quest'ordine, la nostra vita, il nostro io, stagna si
corrompe, si distrugge" [22].
Le difficoltà sopraggiungono negli urti reciproci delle vite di
ognuno. Si produce allora, secondo Ôsugi, una polarizzazione
della società tra oppressori ed oppressi, tra padroni e schiavi.
L'umanità sembra rassegnarsi, accontentandosi di cambiare
padroni. Ma la rivolta contro questo stato di cose- che, in
definitiva, ostacola l'estensione di ogni vita- è portata da una
minoranza. I soprassalti della storia non devono più condurre
a cambiare padroni, ma all'emancipazione di tutti e di
ognuno.
È in questo senso che Ôsugi afferma: "Ora che la realtà del
dominio ha raggiunto il suo punto più alto, l'armonia non è la
bellezza. La bellezza è nel caos. L'armonia è una menzogna. Il
vero è nel caos. Non possiamo ora raggiungere l'espansione
della vita che attraverso la rivolta. Non è che attraverso la
rivolta che possiamo creare una nuova vita, una nuova
società" (Zenshû, II, p. 34). Spesso citata a proposito di Ôsugi,
questa frase- "La bellezza è nel caos"- non deve essere mal
interpretata. Perché, come dice Daniel Colson,
"nell'utilizzazione moderna e libertaria della parola, il caos
cessa di rinviare ad un'origine temporale, superata da un
avvenire lineare ed orientato dal tempo. Costituisce al
contario il sostrato sempre presente di tutti i possibili di cui il
reale è portatore [...]. Come molti testi libertari permettono di
mostrare, da Cœurderoy a Bakunin,
passando per Proudhon, l'anarchia o il
caos a cui si richiama l'anarchismo
non è affatto sinonimo di arbitrario,
quell'arbitrario che serve da
fondamento illusorio a tutte le utopia,
ma al contrario di necessità, una
necessità sola fondatrice della libertà
anarchica nella misura stessa in cui essa esprime tutta la
potenza di ciò che è" [23]. Ciò che, così come lo segnala
ancora Daniel Colson, ricorda un Nietzsche che spiega come il
"carattere dell'insieme del mondo è da tutta l'eternità quello
del caos, in ragione non dell'assenza di necessità, ma
dell’assenza d'ordine" [24].
Altrimenti detto, Ôsugi attinge nel negativo dell'attuale
umanità ciò che può essere il positivo della società. Società
ed umanità sono vita, movimento, "dinamica" (dinamikku),
per prendere un termine che sarà utilizzato da Ishikawa
Sanshirô (1876-1956), uno degli
anarchici giapponesi che proseguirà la
riflessione filosofica là dove l'aveva
lasciata Ôsugi Sakae. Questa dialettica
di non-risoluzione delle antinomie
attraverso la sintesi si oppone
risolutamente alla dialettica hegeliano-
marxista in tre tempi. Ricorda quella di
Proudhon- che Ôsugi non ha tuttavia
letto, almeno quando ha redatto
L'Espansione della vita.
In Il Sistema delle contraddizioni economiche del 1846,
quest'opera tanto criticata da
Marx, Proudhon scrive anche
che "l'uomo è lavoratore, cioè
creatore e poeta", poiché
"produce dal suo profondo,
vive della sua sostanza".
Durante lo stesso passaggio, Proudhon suggerisce di tornare
alla monadologia di Leibniz, a condizione che quest'ultima sia
liberata dall'ipoteca divina. Quest'approccio, ripreso da
Gabriel Tarde alla fine del XIX secolo, poi da Gilles Deleuze o
Gilbert Simondon alla fine del XX secolo, pone in primo piano
l'esistenza degli esseri individuali singolari, irriducibili ad ogni
determinazione esterna: le monadi, capaci di aprirsi le une
alle altre, dall'interno, di compenetrarsi reciprocamente e di
selezionare, tra l'infinità dei mondi possibili, quello che
conviene alla loro piena realizzazione.
La monadologia non ha nulla a vedere con la giustificazione
dell'individualismo contemporaneo, che non è in realtà che un
egoismo assoluto. Ôsugi Sakae strizza l'occhio a Max Stirner,
figura dell'individualismo anarchico ed autore di L'Unico e la
sua proprietà (1844), riprendendo il suo termine Unico
(yu’itsu), ma se ne differenzia nella sua implicazione
socialista. Egli fonda la sua procedura sull'individuo, in
sinergia con "l'aria dei tempi" in Giappone che vede per
esempio l'esordio del watakushi-shôsetsu* in letteratura, ma
in una prospettiva sociale e collettiva, ciò che egli chiama
"l'individualismo moderno" (kindai kojinshugi). Da qui la sua
critica agli stirneriani giapponesi come Tsuji Jun (1884-
1944) [25].

[Traduzione di Ario Libert]


Note
[1] Su Kôtoku Shûsui, vedere la bibliografia in lingua
occidentale [Notehelfer (1971), Crump (1983) et Pelletier
(1985)].
[2] Si tratta di Kamichika Ichiko (1888-1981), figlia di un
medico erborista. Scrittrice e giornalista, raggiunge il
movimento femminista Seitôsha nel 1912 ed aderisce al
socialismo. Imprigionata per due anni in seguito a questo
fallito tentativo di assassinio- che la storia ricorda con il nome
di "affare di Hayama" o "della casa del tè di Hikage"-,
Kamichika Ichiko esercitò la funzione di deputato socialista
dal 1953 al 1969 e prenderà parte attiva alla legge contro la
prostituzione del 1954. Sposa legittima di Ôsugi dal 1906,
Hori Yasuko divorzia da quest'ultimo poco dopo il dramma. Itô
Noe diventa allora la terza compagna di Ôsugi. Gli darà
cinque figli (quattro femmine ed un maschio- Mako, Sachiko,
Ema, Ruizu, Nesutoru - di cui due morti a tenera età).
Kamichika Ichiko, che, benché poco prolissa sul soggetto nelle
sue memorie del 1972, si mostra molto amareggiata di fronte
a Ôsugi, non assité alla cerimonia funebre che riunì tutti gli
intimi di Ôsugi alla fine del 1923. In compenso, Hori Yasuko,
la sua prima moglie, vi pronunciò l'elogio di suo marito,
effettuando al contempo una messa a punto della loro
relazione.
[3] Komatsu Ryûji (1997).
[4] La rabbia degli anarchici sarà aggravata dal fatto che il
capitano di gendarmeria responsabile dell'unità che commise
l'assassinio, Amakasu Masahiko (1891-1945), non scontò che
tre dei dieci anni di prigione ai quali fu condannato per il suo
crimine. Liberato, si farà "onore" sul fronte della Manciuria,
soprattutto durante l'Incidente della Manciuria del 1931, che
iniziò la Guerra dei quindici anni.
[5] Kamata Satoshi (1997), p. 459.
[6] Testimonianza di Matsushita Yoshio, tenente dell'esercito
attratto dal socialismo e che darà le dimissioni dalla sua
funzione, ricordato da Yamakawa Kikue (1890-1980) nelle sue
memorie (1956, p. 171).
[7] John Crump (1993), p. 78, sa Komatsu Ryûji (1972), p. 84.
[8] George Beckmann e Ôkubo Genji (1969); Stephen Large
(1981).
[9] Una fine che lo stesso Ôsugi preconizzò. Dopo il colpo di
pugnale di Kamichika Ichiko, ricordava spesso che era già
stato seriamente ferito durante una rissa tra studenti durante
la sua frequenza in una scuola di cadetti, e prediceva anche
che giorno sarebbe venuto, in cui sarebbe stato ucciso da un
poliziotto o un gendarme, cfr. Thomas Stanley (1982), p. 107.
[10] "Proscritto dal Partito, perché non meno rivoluzionari di
Vaillant o Guesde, anche risoluto sostenitore della
soppressione della proprietà individuale, siamo inoltre ciò che
essi non sono, dei rivoltosi da sempre, degli uomini senza dio,
senza padroni e senza patria, i nemici irreducibili di ogni
dispotismo morale o materiale, individuale o collettivo, cioè
delle leggi e delle dittature- compresa quella del proletariato-
e gli amanti appassionati della cultura di se stessi", Fernand
Pelloutier, Lettre aux anarchistes, (dicembre 1899);
cfr. Jacques Julliard, Fernand Pelloutier et les origines du
syndicalisme d’action directe, Paris, Seuil, Points Histoire,
1985, 300 pp.
[11] Secolarizzazione che non fu che embrionale nei paesi
islamici, il che spiega ampiamente il ritardo che vi prese
l'anarchismo, ad eccezione parziale dell'Iran, del Libano e
della Turchia.
[12] Per una presentazione in lingua occidentale dei dibattiti
che agitarono i marxisti, possiamo rapportarci a Germaine
Hoston, Marxism and the crisis of development in Prewar
Japan, Princeton University Press, 1986, 406 pp.; The State,
identity and the national question in China and Japan,
Princeton University Press, 1994, 630 pp.; Le marxisme au
Japon, Actuel Marx, 2, 1987, 218 pp.
[13] Se si mettono da parte i tenkô comunisti della metà degli
anni trenta, alcuni di questi militanti sono passati anche dal
socialismo al tennô-militarismo ed al nazional-socialismo.
[14] Iwayuru hyôronka ni taisuru bokura no waza. Hyôron no
hyôron, [Il nostro atteggiamento di fronte a queste pretese
critiche. Critica delle critiche[Zenshû, VI, pp. 36-42, apparso
in Rôdô undô, 1-3, gennaio 1920.
[15] Ôishi Seinosuke (1867-1911) è nato a Shingû
(Wakayama-ken) da una famiglia di ricercatori. Medico,
viaggiò molto (Oregon, Singapore, Bombay) e si interressò al
socialismo a partire dal 1901. Frequentò la Heimin-sha, dove
incontrò Kôtoku Shûsui. Scrisse numerosi articoli. Incriminato
nell'"affare dell'alto tradimento" a seguito di false accuse, fu
giustiziato.
[16] Ôsawa Masamichi: Ôsugi Sakae et les problèmes posés
par l’importation de l’anarchisme, [Ôsugi Sakae ed i problemi
posti dall'importazione dell'anarchismo, presto verrà edito in
Itinéraire].
[17] La morte di sua madre costituisce senz'altro uno dei
passaggi salienti dell'autobiografia di Ôsugi, cfr. Byron K.
Marshall, 1992.
[18] Ôsugi Sakae shokan-shû, Ôsugi Sakae kenkyû-kai, éd.
Tôkyô, Kaien shobô, 1974, pp. 38-39.
[19] Alla voce Natura in Daniel Colson, Petit lexique
philosophique de l’anarchisme de Proudhon à Deleuze, Le
Livre de poche, Paris, 2001, 386 pp.
[20] Considérations philosophiques sur le fantôme divin, le
monde réel et sur l’homme [Considerazioni filosofiche sul
fantasma divino, il mondo reale e sull'uomo, [1870].
[21] Rôdô undô to rôdô bungaku, []Movimento operaio e
letteratura operaia], Shinchô, 10, 1921, Zenshû, V, pp. 59-77.
[22] Zenshû, II, pp. 30-34. Ôsugi utilizza qui il termine
katsudô che significa "attività". In giapponese, "militante" si
traduce con katsudôka, oppure con "attivista". Si noterà la
differenza con la semantica francese.
[23] Daniel Colson, op. cit, voce Caos.
[24] Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza (1881-87), § 109.
[25] Soprattutto in Kindai kojinshugi no shosô [Diversi aspetti
dell'individualismo moderno], Zenshû, III, o in Yu’itsu-sha [Gli
Egoisti], Zenshû III, articoli apparsi in Kindai Shisô en 1912.
* watakushi-shôsetsu, o shishōsetsu, è uno stile letterario
giapponese in cui i romanzi sono narrati in prima persona ed
incorporano elementi autobiografici, legato al filone letterario
del naturalismo e sorto durante l'era Taishō (1912-1926), (N.
d. T.).
LINK al post originale:
Ôsugi Sakae (1885-1923)