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Il voto ed il suffragio universale

"Gli anarchici non votano!"


Abbiamo ascoltato quest'affermazione con una certa frequenza.
È vera?

di Eduardo Colombo
Il Voto

Vediamo innanzitutto cos'è votare.


I. Il voto è una procedura per esprimere un'opinione o una
volontà. Nell'etimologia latina, votum è il participio passato di
vivere: invocare (dal dizionario Littré), augurare, dare o rifiutare
il proprio augurio. Votare, è dare la propria voce in capitolo
(nelle antiche confraternite religiose). Si può votare in diversi
modi, come ad esempio, per ordini o per testa. Il suffragio, o
voto, è un metodo che serve abitualmente a formare una
maggioranza (relativa, semplice, di 3/4, ecc.). Non ha senso che
nel caso in cui si può considerare che l'esistenza di un'opinione
maggioritaria sia pertinente alla questione.

II. Votare, dunque è dare un'opinione (in senso ampio) su


qualche cosa o su qualcuno, in generale per costituire una
maggioranza. Dare il proprio voto può servire in una delibera o
in un'elezione: in quest'ultimo caso, ciò permette di scegliere
(le parole electio e eligere significano "scelta" e "scegliere") tra
due o più persone che postulano per una carica istituzionale. Lo
si può utilizzare anche per eligere una strategia o, anche, per
affermare o negare un punto di vista.

III. Il voto serve a creare una maggioranza, certo, ma a cosa


serve una "maggioranza"? Sicuramente ad aver ragione. Ma là
dove le opinioni divergono su delle questioni di opportunità o di
tattica, là dove gli argomenti non sono convincenti- ed ancora
una volta, non si tratta di questioni di principi o di valori-, ad
esempio, per decidere quale giorno si inizia uno sciopero o per
sapere se si è d'accordo per fare un numero speciale della
rivista, la decisione a maggioranza diventa una procedura utile.

IV. Per gli anarchici, allora, si deve considerare il voto in


rapporto alla pertinenza di una maggioranza.
Primo: la legge della maggioranza (facilmente criticabile e
criticata a livello della filosofia politica dell'anarchismo)
peculiare alla democrazia diretta o indiretta non è una "legge"
che si impone agli anarchici: ogni presa di decisione, ogni
impegno deve essere liberamente acquisito o accettato.

Secondo: in materia di valori, di "principi", di conoscenze,


chiedere di prendere una decisione "a maggioranza" è
un'inezia.
Mi rifiuto di partecipare ad un voto in cui si dovrà decidere se la
libertà è preferibile alla schiavitù, o se la teoria immunologica
della "selezione clonale" è vera.

Ma se si ha a che fare con obiettivi strategici di gruppo, se si


devono intraprendere delle attività comuni, se bisogna mettersi
d'accordo per scegliere un orientamento invece di un altro- e
che io, in quanto individuo, non penso che questa scelta
riguardi i miei valori (i miei principi)- posso molto bene
accettare come metodo utile la partecipazione ad una decisione
presa a maggioranza.
Corollario: in un gruppo anarchico o in un'assemblea, se
insieme si è deciso di chiamare ad una decisione a
maggioranza, e che personalmente accetto di partecipare al
voto, allora mi attengo alla decisione maggioritaria (il che è una
regola di responsabilità etica).
Il voto segreto

Il voto deve essere pubblico o segreto?

"È una grande domanda " diceva Montesquieu nel II libro del
suo De l'Esprit des lois, che, affrontando il problema, si
appoggia su Cicerone. Quest'ultimo scrive nel libro III delle
Leggi: "Il meglio è di dare il il proprio suffragio a voce alta; ma
possiamo fare in modo che così sia la regola?". E aggiunge
alcune righe dopo: di una legge che stabilisce lo "scrutinio
segreto", "mai un popolo libero ne ha sentito il bisogno; lo
reclama con insistenza quando è oppresso sotto la potenza ed il
dominio dei potenti".
Montesquieu approva: "senza dubbio che, quando il popolo dà i
suoi suffragi, essi devono essere pubblici, e questo deve essere
considerato come una legge fondamentale della
democrazia"[1]. Ma né Cicerone né Montesquieu provano una
calda passione per l'eguaglianza e trovano delle circostanze
attenuanti per tutti quelli che fanno appello al segreto. Il voto
segreto - crede Montesquieu- previene gli imbrogli quando, in
un'aristocrazia, il corpo dei nobili deve dare il suo suffragio,
poiché "tutto si fa tramite imbrogli e per accordi presso i
potenti" (Lesage).
Per contro, Machiavelli, spirito avvertito in questi affari, sapeva
che sotto la copertura del segreto si tessono le frazioni
sostenitrici. Nelle sue Storie fiorentine (Libro settimo, II),
leggiamo a proposito di Cosimo dei Medici e Neri Capponi: "Neri
era uno di quelli che avevano conquistato la loro popolarità
attraverso vie legali, in modo tale che aveva molti amici, ma
pochi sostenitori. Cosimo [...], avendo conquistato la sua
popolarità sia con le vie segrete che alla luce del sole, aveva e
degli amici e dei partigiani in gran numero".

In realtà, nel corso di una così vecchia storia, il voto pubblico o


segreto fu accordato o istituito da re, tiranni o oligarchie
dominanti, in funzione dell'opportunità sociale o della
congiuntura politica e, evidentemente, dei rapporti di forza. Il
gruppo dominante, aristocratico o oligarchico, controlla meglio
dall'esterno un'assemblea con il voto pubblico (come ricorda
Montesquieu: i trenta tiranni di Atene, vollero che i suffragi
degli Areopagiti fossero pubblici, per dirigerli a proprio
piacimento), e dall'interno con il voto segreto. A grande
potenza, segreto estremo: il Sacro Collegio si riunisce in
Conclave (conclave = chiuso a chiave) per eleggere il Papa.

Il movimento progressista, socialista e operaio del XIX secolo si


oppose in origine al voto segreto perché facilitava
l'irresponsabilità e l'impostura. E non l'ammise nelle sue proprie
assemblee, come continuano a farlo gli anarchici; ma di fronte
alla conquista progressiva del suffragio universale e la realtà
dell'oppressione, della miseria e dello sfruttamento, dovette
accettare che il segreto di voto costituisce una protezione per
l'operaio o il contadino che potevano così sfuggire alla furia del
padrone o del castellano quando costoro trovavano il voto
"scortese".
In un'assemblea, il voto segreto permette di dissociare ciò che
si dice da ciò che si fa, l'opinione dall'azione: dare la propria
opinione in pubblico secondo il buon criterio e la saggia
ragione, e votare sotto la protezione del segreto secondo gli
interessi più immediati o le passioni più vergognose. Per i deboli
ed i sfruttati, il voto segreto è una protezione che permette loro
di esprimere un'opinione che essi non sono in grado di
assumersi. per i liberi e gli eguali, il voto segreto è un ostacolo
che li obbliga a contare con il sospetto e la categoria. In poche
parole, il voto segreto è necessità per i deboli, e vizio di Dogi e
Papi.
Nella democrazia diretta (così nell'agorà della polis, in cui le
riunioni dell'ecclesia, la parola era libera [parrhesia] ed eguale
[isegoria], allo stesso modo che nelle assemblee dei sanculotti
(sans-culottes), o nel movimento operaio rivoluzionario [2], si
votava pubblicamente, a mano alzata, davanti agli altri, gli
eguali, gli homoioi.
Il suffragio universale

Se le elezioni servissero a cambiare qualcosa, esse sarebbero


proibite".

"Gli anarchici non votano!" Ed è vero, quando si tratta del


suffragio universale, gli anarchici predicano l'astensione
rivoluzionaria. L'anarchico rifiuta di servirsi della scheda
elettorale per cambiare qualcosa o per partecipare
all'espressione della "volontà del popolo" perché sanno che
queste due illusioni sono degli enormi inganni costitutivi della
democrazia rappresentativa. Le brave persone dovrebbero
saperlo e non lo sanno. Uno spirito libero non può mancare di
meravigliarsi guardando intorno a sé che, anche costantemente
traditi e periodicamente ingannati, la fiducia dell'elettore
sopravviverà alle ripetute delusioni ed ai suoi lamenti
quotidiani. "Le legislature si succedono, ognuna lasciando dietro
loro lo stesso disincanto, la stessa riprovazione" (Sébastien
Faure). E come uno pietoso Sisifo, l'elettore continua a votare
quando il potere politico gli chiede di farlo. Sappiamo che i
nostri argomenti sono forti ,a la ragione non basta. L'abitudine,
le usanze si impongono da sé per il solo motivo che il cittadino
li trova già nel tessuto speciale, le ha ricevute alla nascita e
segue la legge che il potere gli ha dato.
William Hogarth, L'insediamento del Candidato, 1755.

"Ora, le leggi", scriveva Montaigne, "si mantengono in credito,


non perché esse siano giuste, ma perché sono leggi. È il
fondamento mistico della loro autorità; non ne hanno nessun
altro" [3].
Il regime di rappresentanza parlamentare toglie al popolo la sua
capacità di fare o stabilire le sue norme. Già durante la
Rivoluzione, all'origine della repubblica, la borghesia giacobina
si oppone al diritto delle sezioni di avere delle assemblee
permanenti. [4]. "Se le assemblee primarie", dice Robespierre,
"fossero convocate per giudicare le questioni di Stato, la
Convenzione sarebbe distrutta".
Parole che suscitarono il seguente commento di Proudhon: "È
chiaro. Se il popolo diventa legislatore, a cosa servono i
rappresentanti? Se governa da sé, a cosa servono i ministri?"
[5].

Ma il governo è necessario, ci dicono, per mantenere l'ordine


nella società e per assicurare l'obbedienza all'autorità, anche se
questt'ordine e questa obbedienza consacrano "la
subordinazione del povero al ricco, del contadino al nobile, del
lavoratore al padrone, del laico al prete". In breve, l'ordine
statale, è la gerarchia sociale, la miseria per la maggior parte,
l'opulenza per qualcuno. La democrazia rappresentativa, seduta
sul suffragio universale, non può che sostenere quest'ordine.
Bakunin pensava che "il dispotismo governativo non è mai così
temibile e violento che quando si appoggia sulla pretesa
rappresentazione della pseudo-volontà del popolo" [6].
Ma, perché il suffragio universale non può esprimere che una
pseudo-volontà?
Perché racchiude tre falsità, tre vere "trappole per allocchi":

1. Un individuo [cittadino(a)], un voto. L'eguaglianza


dell'istituzione collettiva che è il suffragio universale giunge a
costruire diverse unità astratte- maggioranza, minoranza,
astensionisti- a partire da un ordine seriale, che isola, gli
individui concreti e reali. Questi individui sono gli agenti di
pratiche sociali diverse, essi integrano dei gruppi sociali diversi,
fanno parte di una rete di relazioni affettive e cognitive, di
lavoro e di tempo libero, e questi gruppi comportano enormi
ineguaglianze davanti al sapere, le possibilità di informazione, il
denaro. L'unità astratta e artificialmente costruita che esce
dalle urne serve così soltanto a selezionare, ad un costo minore
della lotta aperta, i differenti gruppi politici politici ed economici
della classe dominante che si combattono per controllare il
governo, i partiti politici, i mass media, la circolazione dei
capitali. Le oligarchie "rappresentative", che conosciamo nel
mondo industrializzato sotto la denominazione di "regimi
democratici", si appoggiano su questa pseudo-volontà
popolare- risultato dell'eguaglianza o uniformizzazione imposta
nell'astrattizzazione numerica attraverso il suffragio universale-
per mantenere la gerarchia sociale e l'appropriazione capitalista
del lavoro collettivo.

William Hogarth, Un Intrattenimento Elettorale, 1755.


2. La scelta dell'elettore si orienta, in pratica,su dei candidati
preventivamente selezionati dai partiti politici. Questi candidati-
tranne nelle elezioni municipali di piccole città- hanno fatto, per
esigenze istituzionali di questi stessi partiti, una lunga carriera
politica, sono stati preselezionati, ed è difficile vedere qualcuno
ribelle o restio superare i primi gradini di un tale percorso. Sono
i partiti che scelgono i "rappresentanti del popolo", e sono essi
che sollecitano i voti degli elettori. La volontà del popolo, già
ridotta ad un'unità numerica- non delibera e non decise, sono i
sedicenti rappresentanti che avranno questo compito-, ha, per
esprimersi, la possibilità di optare in ultima istanza tra due o tre
politici, e sceglie, come si dice, il male minore. Scegliere, il male
minore è, in buona logica, scegliere sempre il male. E possiamo
fare finta di credere che tale sia la volontà del popolo?

William Hogarth, La Propaganda per i voti, 1755.


3. La rappresentazione che esce dal suffragio universale è una
delegazione globale del potere dell'elettore (capacità di
decidere) sulla persona del rappresentante durante il tempo del
mandato. Dimenticate le pretese dei committenti delle sezioni
di Parigi nel 1789 che ingiungono i loro eletti di conformarsi alle
volontà delle assemblee primarie. Dimenticato il mandante
imperativo o controllato. Dimenticata la revocabilità in
qualunque momento del delegato. Le "assemblee primarie"
appartengono oramai ai partiti politici (se si può continuare a
dare questo appellativo e queste riunioni convocate dai
"cacicchi"). Il popolo, considerato come minore, è sotto tutela.
Ha scelto il suo padrone. "La blocca" sino alla prossima
convocazione del potere politico. Si chiama democrazia
rappresentativa o indiretta questa istituzione nella quale la
volontà del popolo è stata sottratta dall'alchimia del suffragio
universale.

William Hogarth, Il Sondaggio, 1755.


L’anarchico non vuole recitare la commedia. Non si piega
davanti all'autorità istituzionale. "Gli anarchici non votano!".

Eduardo Colombo
[Traduzione di Ario Libert]
NOTE.

[1] Montesquieu, Œuvre complètes, Seuil, Parigi, 1964, p. 534.


[2] Eduardo Colombo, Della polis e dello spazio sociale plebeo,
in Il politico e il sociale, Volontà, n°4, Milano, 1989.
[3] Montaigne, Essais, III, XIII. De l’expérience.
[4] Durante la Grande Rivoluzione, i diritti delle sezioni di avere
delle assemblee permanenti erano stati proclamati dappertutto
in Francia dopo il 25 luglio 1792. nel settembre del 1793, su
iniziativa di Danton e del Comitato di Salute pubblica, si decise
che le assemblee di sezione non sarebbero più state
permanenti e che esse si sarebbero riunite soltanto due volte
alla settimana, tra le cinque e le dieci della sera. I militanti
sanculotti, per aggirare la legge, decidono di creare le
associazioni popolari e di riunirsi allora in assemblee popolari.
[5] Pierre-Joseph Proudhon, Idée générale de la révolution au
XIXe siècle, édition de la Fédération anarchiste française, Paris,
1979, p. 119.
[6] Michel Bakounine, Étatisme et anarchie, [Stato e anarchia],
Œuvres complètes, éd. Champ libre, Paris, 1976, vol. IV, p. 221.

LINK:
Le vote et le suffrage universel

LINK pertinenti alla tematica:


Cornelius Castoriadis/ Daniel Mothé, Autogestione e gerarchia,
1974, 01 di 02