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Materialismo dialettico e psicanalisi

secondo Wilhelm Reich

di Thierry Simonelli
Materialismo dialettico e psicanalisi secondo Wilhelm Reich

di Thierry Simonelli

Apparso in: Actuel Marx N° 30, Les rapports sociaux de sexe, [I rapporti sociali
di sesso]
Parigi, secondo semestre 2001, pp.
217-234.

Secondo Bernard Görlich [1], il


freudo-marxismo non sarebbe che la
realizzazione del progetto freudiano
di una "psicologia del profondo"
applicata alle scienze sociali [2]. Il
freudo-marxismo in generale e
quello di Reich in particolare, si
concepirebbero come dei tentativi
che "per mezzo dell'integrazione
della psicanalisi alla teoria sociale
marxista volevano soprattutto forgiare uno strumento per la spiegazione del
fascismo nascente". Questa interpretazione ci sembra troppo formale e troppo
generale per caratterizzare il freudo-marxismo. È evidentemente impossibile
sviluppare la storia del freudo-marxismo nel quadro di questo testo. Ci
atteremo al solo pensiero di Wilhelm Reich e mostreremo, contro Görlich, che il
freudo-marxismo non si riduce ad una psicanalisi applicata, esclusivamente
determinata dalla spiegazione sociologica del fascismo.

Il nostro intento sarà quello di mostrare che il


freudo-marxismo di Reich nasce da una vera
articolazione teorica dei pensieri di Freud e di
Marx; articolazione il cui senso e portata
superano il quadro storico della critica del
fascismo. In quanto alla questione di una
psicanalisi applicata ai fenomeni sociali, la
posizione di Reich è chiara e del tutto contraria
alle affermazioni di Görlich. Il freudo-marxismo
di Reich non è d'altronde toccato dalle critiche
che Marcuse e Adorno formulano nei confronti
del neo-freudismo di Karen Horney e di Fromm.
Il Freudo-marxismo di Reich non è né un neo-
freudismo né una concezione culturalista della
psicanalisi. Al contrario, egli anticipa, in una certa misura, la "teoria critica"
della Scuola di Francoforte e degli psicanalisti vicini alla Scuola di Francoforte
come Alexander Mitscherlich e Alfred Lorenzer.
Per meglio comprendere il legame che Reich
stabilisce tra Freud e Marx, limiteremo la
nostra analisi a quel che consideriamo
essere il testo originario del freudo-
marxismo: Materialismo dialettico e
psicanalisi [3]. Lungi dal voler dare qui un
giudizio definitivo sul "caso Reich", ci
limiteremo ad abbozzare un'immagine più
giusta della sua concezione di freudo-
marxismo della psicanalisi.

Nell'epilogo di Eros e civiltà [4], Herbert


Marcuse sviluppa una critica virulenta del
neo-freudismo di Horney, Fromm,
Thompson e Sullivan. La sua analisi parte da
una constatazione epistemologica. La
psicanalisi è nata da una prassi,
condizionata da una relazione tra due
individui. La teoria psicanalitica non ha altro
materiale che questo singolare materiale.
Sembra dunque di colpo inconcepibile
allargare il campo della psicanalisi in modo da farne una psicologia sociale.
Oltre a questo limite epistemologico, Marcuse ricorda anche il pessimismo
politico di Freud. Secondo Freud, la base repressiva della società si rivela
inalterabile e la pratica psicanalitica deve risolversi in una dimissione efficace
[5].

Il paziente è guarito quando riesce a


"funzionare" in una società malata, senza
tuttavia abbandonarvisi. Secondo
Marcuse, l'interesse sociologico della
psicanalisi non risiede né nelle sue
applicazioni né nella sua prassi. Esso si
situa a livello della sua teoria, della sua
metapsicologia ed anche della sua
"metafisica". È nelle sue analisi individuali
così come nella riflessione teorica su
queste analisi che si situa il vero
potenziale critico della psicanalisi. Infatti,
essa rivela, senza volerlo, le antinomie
sociali in seno allo stesso individuo.
Tentare di socializzare i concetti della
psicanalisi equivarrebbe a tagliare la
psicoanalisi dalle sue possibilità critiche.
Inserendo delle nozioni sociologiche nella
teoria psicanalitica, la scuola neofreudiana
(Fromm, Horney, Sullivan, Thompson) si
rende colpevole di una confusione dei generi e livella la psicanalisi al suo
contesto sociale.
La scuola neo-freudiana parte dalla
constatazione che l'individuo e la sua
nevrosi sono, in un'ampia misura,
determinati dalle caratteristiche
dell'ambiente. Ma strappando l'individuo
alla sua storia naturale e eliminando la
teoria della libido a beneficio di una psico-
sociologia irriflessiva, i neo-freudiani
finiscono con il mascherare questi stessi
problemi che vedevano all'origine della
sofferenza e della malattia. La teoria delle
pulsioni e la teoria della libido sono
sostituite con una concezione sociologica
dell'individuo che impronta in fin dei conti i
suoi concetti alla società criticata. Vi
ritroviamo, tra l'altro, i concetti di salute,
di efficacia sociale, di riuscita
professionale, di gioia del consumo [6];
nozioni che reintroducono i tratti della
morale sociale che la psicanalisi era
autorizzata a combattere. In questo senso,
la snaturalizzazione ed il sociologismo del
neofreudismo trasformano, senza volerlo e
soprattutto senza saperlo, la cura analitica
in una pratica di adattamento sociale cieco. Dopo Marcuse, la sociologizzazione
della psicanalisi conduce, paradossalmente, ad un annullamento dell'interesse
sociologico della psicanalisi.

La lettura di Materialismo dialettico e psicanalisi, evidenzia che nel 1927, quasi


trenta anni prima di Eros e civiltà, Reich intravedeva già il problema
dell'articolazione della psicanalisi e della sociologia marxista allo stesso modo.
In questo testo, Reich evidenzia immediatamente che la psicologia individuale,
poggiante su una teoria della libido, cioè su una teoria della natura pulsionale
dell'individuo, non deve essere confusa né con una sociologia né con una
psicologia sociale. Non bisogna tentare di superare la divisione del lavoro tra
sociologia e psicologia da una parte, tra analisi dei fenomeni di massa e dei
fenomeni individuali dall'altra. Rifiutando la sociolizzazione della psicanalisi, il
freudo-marxismo di Reich evita lo scoglio del neofreudismo. Reich riconosce il
pericolo di una confusione dei generi. La sua domanda è la seguente: come
avvicinare una psicologia individuale alla sociologia, tenuto conto della
differenza fondamentale delle loro categorie? Con questa domanda, Reich
entra in urto con le critiche degli psicoanalisti, a quelle dei marxisti ufficiali ed
a quelle dei comunisti.
La psicanalisi è nata da una prassi
particolare, da un rapporto tra due
individui. Da quel momento essa tenta di
superare questo quadro, si vede costretta,
in quanto psicanalisi, ad estrapolare i suoi
concetti, le sue categorie ed il suo metodo.
Una riflessione psicoanalitica vertente su
dei fatti sociali, culturali o storici si
allontana da questa prassi che la legittima.
Diventa una semplice teorica applicata e si
mette a riprodurre gli errori dell'idealismo.
Al di fuori del campo della sua pratica, la
psicanalisi rischia di diventare una
concezione del mondo psicologista. I fatti
sociali, politici e storici sono ridotti a
semplici fenomeni psichici e la psicologia, o
la psicanalisi, si vedono elevate al rango di
scienze universali.

Un problema simile si pone quando, in seno alla


stessa analisi psicologica, la psicanalisi tende a
render conto dei fenomeni della psicologia delle
masse. Perché anche a questo livello, la
psicanalisi si allontana dalla sua esperienza
specifica e di condanna all'estrapolazione. Così,
dei fatti come la coscienza di classe, i movimenti
di massa, lo sciopero o la politica restano del
tutto inaccessibili all'indagine psicanalitica.
Diversamente accade per i fenomeni della
psicologia sociale che includono degli aspetti
individuali- Reich menziona la questione del
Führer- o che poggiano sull'esperienza affettiva
individuale.
Accanto al problema epistemologico dell'articolazione
della psicanalisi al marxismo, dobbiamo tener conto
di una seconda difficoltà. Al contrario del marxismo,
la psicanalisi non è e non vuole essere una pratica
politica. Non si tratta di affermare con ciò che non
abbia delle ripercussioni politiche o che non possa
adattarsi ad alcuno orientamenti politici. Ma dal
punto di vista della pratica politica, nessuna
collaborazione tra marxismo e psicanalisi sembra
affrontabile a priori. Reich precisa tuttavia a giusto
titolo che anche il marxismo non potrebbe essere
ridotto ad una pratica politica. All'interno dello
stesso marxismo, occorre distinguere tra la prassi
politica e la dottrina sociale. Da una parte, marxismo significa prassi militante,
dall'altra, scienza e sociologia. Ed è esclusivamente in questo contesto che la
psicanalisi potrebbe manifestare la sua affinità con il marxismo [7].

Se il marxismo, in quanto metodo di indagine, si


interessa dei fenomeni sociali, la psicanalisi, in
quanto metodo di indagine, si interessa dei
fenomeni psichici che si verificano in una società.
La psicanalisi non è in grado di concepire le cause
e gli effetti dell'economia capitalista e della sua
organizzazione sociale e politica, così come il
marxismo, non permette di capire le nevrosi,
l'incapacità di lavorare o di avere delle relazioni
sessuali [8].

Malgrado le profonde differenze che oppongono


la psicanalisi ed il materialismo dialettico, Reich
sostiene la possibilità, addirittura la necessità di
una collaborazione dei due metodi di indagine.
Se il marxismo si caratterizza per la sua
preoccupazione di abbracciare la totalità dei
fenomeni sociali nei loro rapporti ed interazioni
reciproche, deve necessariamente riconoscere
l'importanza del fatto psicologico accanto
all'apprensione storica, economica e politica del
sociale. Nel contesto storico della fine degli anni
venti, questa idea doveva necessariamente
sedurre i militanti comunisti, messi a confronto
con l'interesse crescente della classe operaia per
il fascismo.
Come adottare infatti un punto di vista puramente storico, economico o
politico, spiegare il fatto che il partito che rappresenta gli interessi degli operai
venga all'improvviso malvisto da costoro e ciò non tanto in ragione di una
protesta quanto per l'avvento di un entusiasmo che non ha potuto essere né
anticipato né spiegato dalla dottrina marxista? Reich risponde a questa
domanda in qualità di psicanalista "ortodosso": se i proletari si ingannano sul
loro vero destino rivoluzionario è per via di una sessualità repressa che trova
nelle figure di punta del fascismo una forma di espressione perversa e
particolarmente efficace. Reich inaugura qui un orientamento di ricerca che né
Adorno né Marcuse rimetteranno in causa.

Reich tenta dunque di mostrare che


la psicanalisi può colmare il vuoto
epistemologico del marxismo
perché attraverso i suoi fondamenti
si concepisce come psicologia
dialettica perfettamente
compatibile con la dottrina sociale
del materialismo storico. Se i
marxisti non si interessano alla
psicanalisi è perché essa appare
loro ad un primo approccio non
essere altro che una "scienza
borghese" e di conseguenza, una
scienza idealista. Secondo i
marxisti, la psicanalisi sarebbe una
manifestazione della decadenza
(Untergang) della borghesia. Ora a
questo proposito, Reich evidenzia il fatto che la stessa cosa si possa dire per la
dottrina marxista che partecipa essa stessa a questa decadenza della
borghesia in vista di sparizione. Non è inoltre che grazie a questa sua iscrizione
in questa situazione storica particolare che Marx ha potuto vedere ed isolare la
contraddizione che nutre la società.

La psicanalisi condivide la situazione storica e sociale della dottrina marxista.


Ciò che la distingue dal marxismo da questo punto di vista, è il fatto che essa
mette a nudo la contraddizione sociale all'interno dell'individuo stesso. Per quel
che è riguarda il supposto idealismo della psicanalisi, esso evidenzia piuttosto
l'ignoranza dei suoi detrattori [9] che la verità della teoria freudiana. Si
possono senz'altro trovare degli effetti secondari e delle digressioni idealiste in
psicanalisi, ma la stessa cosa è vera per il marxismo. Ora, se ci si rifiuta di
giudicare il marxismo unicamente per i suoi errori si deve fare la stessa cosa
per la psicanalisi.

È in questo senso che bisogna capire il compito programmatico di Materialismo


dialettico e psicanalisi: "Il compito di questo trattato consiste nell'analizzare se,
ed in quale misura, la psicanalisi di Freud possiede dei legami con il
materialismo dialettico di Marx e di Engels" [10]. Per Freud, il comunismo si
nutre del fantasma del mutuo amore sottoposto a tutte le ambiguità della "folla
artificiale" [11]. Inversamente, per i comunisti, la psicanalisi rappresenta la
scienza dei ricchi borghesi nevrotizzati, liberi da ogni vero problema. Questa
inoccupazione esistenziale spiegherebbe inoltre l'importanza che la psicanalisi
accorda ai problemi sessuali, cioè sui problemi di persone che non conoscono
né la fame né la precarietà materiale.

Notiamo tuttavia che nella sua


argomentazione, Reich si rivolge
meno agli psicanalisti quanto ai
marxisti. Perché sarebbe del tutto
possibile affrontare allo stesso
tempo una interpretazione
psicanalitica di questi tipo di
pregiudizio. Per i pregiudizi della
borghesia reazionaria, Reich non ne
fa a meno ad ogni modo [12]. È
chiaro che è più prudente con i suoi
interlocutori marxisti che con gli
psicoanalisti che, come regola generale, fanno parte della borghesia o come
Reich stesso della piccola borghesia. La prospettiva dell'indagine diventa più
chiara: per Reich, il valore e lo statuto epistemologico della psicanalisi si
misurano con il metro del marxismo.

Per dimostrare il carattere materialista e dialettico


della psicanalisi e per sottolineare la sua utilità
per il marxismo, Reich procede attraverso diverse
tappe. Si interessa dapprima alla natura
epistemologica della teoria psicanalitica stessa,
per sviluppare in seguito la natura dialettica
dell'oggetto della psicanalisi, e cioè la vita
psichica. Infine enumera i ruoli politici che la
psicanalisi potrebbe adottare in seno ad una
società socialista.

Il fatto che la psicanalisi sia una psicologia non


permette di concludere che essa sia idealistica. La
psicanalisi si oppone certamente al materialismo
"ingenuo", al materialismo meccanicistico che
Reich riconosce presso alcuni critici marxisti.
Tuttavia, da questo punto di vista, tutto
porterebbe a credere che la teoria marxista stessa sarebbe idealista, perché il
materialismo marxiano non somiglia in nulla al materialismo meccanicistico del
XIX secolo. Reich ricorda che nella prima tesi su Feuerbach, Marx stesso
respingeva questo tipo di materialismo e riconosceva parzialmente il contributo
critico dell'idealismo. Marx vi fa notare infatti che il materialismo tradizionale si
limita a considerare la realtà sotto forma d'oggetto o di intuizione. L'idealismo
ha tuttavia permesso di comprendere in quale misura quest'oggetto non rileva
soltanto del dato naturale, ma anche della "produzione umana". Per essersi
arrestato ad una concezione astratta, intellettuale di questa produttività,
l'idealismo ha contribuito ad un superamento del materialismo "ingenuo" e di
conseguenza, alla nascita del materialismo dialettico.

Marx non respingeva inoltre affatto


la realtà del pensiero. Se ci si
attiene alla concezione marxiana
del materialismo così com'è
presentata nelle prime pagine di
L'ideologia tedesca, si potrebbe
infatti pensare che per Marx, esiste
una relazione di causalità
gerarchica che parte dal materiale
e dal biologico e che sfocia nei
fenomeni intellettuali [13]. Ma
Reich ricorda a giusto titolo che
nella terza tesi su Feuerbach, Marx
considera la pratica intellettuale tra
i fattori costitutivi dell'essere
umano. In mancanza di un
cambiamento naturale evolutivo delle condizioni sociali, sarebbe inconcepibile
ignorare la necessità dell'educazione di coloro che si suppone debbano fare la
rivoluzione. Ne consegue che se la condanna marxista della psicanalisi riprende
la critica meccanicistica della psicologia in generale, non ricorre a dei principi
propriamente marxiani. La confutazione marxiana del materialismo "ingenuo"
permette così di riabilitare la validità e la necessità dell'oggetto della
psicanalisi, cioè la vita psichica. Reich è molto sottile e dà prova di un certo
umorismo quando sostiene che la critica "marxista" dei detrattori della
psicanalisi si oppone in primo luogo al pensiero marxiano. A ciò, aggiunge
l'idea che senza psicologia, il marxismo non potrebbe concepire né la
sofferenza umana né la coscienza di classe. Attraverso questo rovesciamento
dialettico della situazione, sembra non soltanto difficile squalificare la
psicanalisi, ma quest'ultima sembra quasi diventata inevitabile per il
marxismo.

La psicanalisi, evidenzia Reich, si fonda su una dottrina delle pulsioni e


quest'ultime, in quanto concetti limiti tra lo psichico ed il somatico, dipendono
dal concetto di libido. E, resta fedele a Freud quando osserva che la libido
dipende dai processi chimici dell'organismo. Sicuramente, in Reich, così come
in Freud d'altronde, si tratta meno di un'ipotesi scientifica da corroborare che
di una dichiarazione di principio, di un orientamento "filosofico". Per riprendere
la formula di Marx, potremmo dire che quel che conta da un punto di vista
filosofico, è l'idea che lo spirito sia di colpo colpito dalla maledizione del
materiale e del carnale [14]. Lo spirito, l'intelletto, lo psichismo nel loro
insieme sono pieni di corporeità. Le prove sperimentali sono altamente
apprezzate, ma né Freud né Reich le ricercano particolarmente.
La differenza tra Freud e Reich
risiede nel senso filosofico che essi
accordano alla base naturale
dell'essere umano. Se per Freud il
concetto di natura resta preso nella
storia della metamorfosi della
filosofia trascendentale della natura,
così come lo dimostra Odo Marquard
[15], il concetto di natura in Reich
sembra in modo evidente meno
astratto per via del suo significato
marxiano. Per riprendere
l'espressione di Marquard, la filosofia
della natura trascendentale può
disporre di una filosofia politica, ma non può costituire una filosofia politica. In
questo modo, può liberare la psicanalisi dall'astrazione di una natura non
storica ed affrontare la natura (sociale) esterna senza il pessimismo freudiano.

Precisiamo tuttavia, che il concetto


freudiano di natura rimane ambiguo quando
ci si attiene alla nozione di "destino della
pulsione". Reich si serve di questa
ambiguità per introdurre la sua concezione
dialettica- nel senso marxiano del termine-
della teoria della libido. Le pulsioni sono
doppiamente dialettiche. Lo sono
innanzitutto in ragione della loro divisione in
due categorie opposte- le pulsioni libidinali
e le pulsioni dell'Io, o le pulsioni libidinali e
le pulsioni di morte- e lo sono in seguito in
ragione della mediazione sociale che fissa il
loro destino.

Lo sviluppo e la vita psichica dell'individuo sono animati dalla lotta di pulsioni


antagonistiche e questa lotta si manifesta concretamente a partire dall'essere
sociale. Così come Adorno lo formulerà a proposito del concetto di "fatto
sociale" (Durkheim, 17), Reich valuta che la società, è ciò che fa male [16].
Attraverso la nozione di "principio di realtà", Freud ha riassunto tutte le
restrizioni e necessità sociali che abbassano i bisogni o ne differiscono le
soddisfazioni [17].

Il principio di realtà risulta da un "apprendimento biologico" in Freud [18], ma


è costruito con il contatto con il mondo esterno da cui riprende la forma. È la
ragione per la quale il fatto di fare un passo in più nel senso
dell'interpretazione sociale del principio di realtà non si oppone affatto alla
definizione freudiana. Così, il significato sociologico e politico del conflitto
individuale potrà manifestarsi. Tuttavia, non si tratta ancora in Reich di
decifrare le antinomie sociali a partire dalle
antinomie dell'individuo socializzato, così
come faranno Adorno e Marcuse.
Il carattere sociale del principio di realtà
rimane formale. osserva Reich, finché non ci
si rifiuta di includere le caratteristiche della
società in questione; la società in questione
essendo, evidentemente, quella del modo di
produzione capitalista.

Concretamente: il principio di realtà del


capitalismo richiede da parte del proletario
una restrizione massima dei bisogni,
richiedendo a questo scopo delle ingiunzioni
religiose di sottomissione e di umiltà.
Richiede anche un rapporto sessuale
monogamo ed altre restrizioni di questo tipo
[18].

Ma oltre l'aspetto formale dell'adattamento


al mondo ambientale, il principio di realtà si
caratterizza per il suo contenuto sociale e
storico concreti. È questa dimensione
concreta che porta il significato politico del
principio di realtà. Se il principio di realtà costituisce la "somma dei pregiudizi"
(Lacan) sociali, la posizione che l'analista o che l'educatore adottano in
rapporto a questo principio equivale ad una decisione politica: "Se si forma il
proletario a questo principio di realtà, se non gli si impone ad esempio in
quanto necessità culturale assoluta, si afferma e sottoscrive al suo
sfruttamento, si sostiene la società capitalista [...]. Un tempo, il principio di
realtà aveva altri contenuti rispetto ad oggi, e
cambierà con i cambiamenti dell'ordine sociale
[19].

Ciò che vale per il principio di realtà, si conferma


anche per il principio di piacere. Il principio di
piacere a sua volta deve essere concepito come
un dato naturale, formato dalla natura sociale
dell'uomo. È il motivo per cui l'interesse della
psicanalisi si porta ulteriormente sul destino della
pulsione piuttosto che sul suo fondamento
biologico, biochimico o fisiologico, di cui si può
pensare che sia più o meno identico presso tutti
gli esseri umani. Reich estende quest'articolazione
dello psichico (ma anche del biologico) e del
sociale al fondamentale concetto della
metapsicologia freudiana, cioè al concetto
dinamico dell'inconscio.
Come i rappresentanti della Scuola di Francoforte, Reich
insiste sul doppio carattere dell'Es freudiano. Da una
parte, l'Es costituisce una specie di memoria generica,
biologica della specie e dall'altra, in quanto risultato
della rimozione, è sottoposto alla variabilità storica.
Ora, la rimozione deriva dalle necessità dell'educazione.
È in seno alla famiglia, in seno alla scuola e nei diversi
gruppi sociali ai quali partecipa il bambino, che la
repressione delle pulsioni trova la sua fonte.
Evidentemente, per il fatto della sua origine corporea,
la pulsione non può essere soppressa dalla rimozione.
Nel migliore dei casi, la rimozione soffoca la sua prima
forma di espressione (verschiebung) più o meno
sintomatica. Freud sosteneva inoltre che tra le diverse
pulsioni, la pulsione sessuale si rivela essere la pulsione
più plastica. La fame e la sete non tollerano
assolutamente vere rimozioni, e sono anche del tutto
recalcitranti all'adattamento. In questa ottica, l'Io non costituisce più che una
"zona tampone" tra le rivendicazioni "morali" della società, concentrandosi al
livello del Super-Io, le necessità biologiche, ed i desideri che agitano l'Es.

Grazie a questa concezione dialettica dello psichismo, la psicanalisi riesce a


risolvere il problema della trasmissione dell'ideologia che la dottrina sociale
marxiana non è riuscita ad elaborare in modo soddisfacente. Attribuendo
l'influenza ideologica alla famiglia, Reich inaugura un tema che caratterizza il
freudo-marxismo nel suo insieme, e ciò, da Studi sull'autorità e la famiglia
della Scuola di Francoforte alle teorie della socializzazione di Lorenzer.

Citiamo questo passaggio nel suo complesso: "La


famiglia, impregnata di ideologie della società,
costituendo il nucleo ideologico della società, è il
primo rappresentante della società in generale per
il bambino, e questo, prima ancora che egli vada ad
integrare il processo produttivo. La relazione
edipica non comporta soltanto i dati pulsionali, ma
il modo in cui il bambino vive e supera il complesso
di Edipo è determinato sia dall'ideologia sociale
generale sia dalla posizione dei genitori nel
processo produttivo. In fin dei conti, i destini del
complesso di Edipo si rivelano, come tutto il resto,
dipendenti dalla struttura economica della società"
[20].

Questa interpretazione suppone implicitamente che


ad una certa fase storica del processo di
produzione, la cellula familiare non sia più in grado
di proteggere il bambino contro la società.
L'ideologia sociale informa di colpo i conflitti
pulsionali più primitivi. In questa misura, la socializzazione del bambino
equivale ad un'ideologizzazione, nel senso
marxiano del termine e ad una alienazione [21].
Ora, sembra impossibile in questo caso concepire
una posizione esterna all'ideologia. La critica
marxista o freudo-marxista non potrà più invocare
una natura naturale, una natura pura o una natura
vergine come punto di ancoraggio della sua
argomentazione. Di fronte alla mediazione
ideologica assoluta, il ritorno del rimosso ed il
sintomo sembrano costituire l'ultima possibilità di
un al di qua dell'ideologia. Se la natura (sociale)
equivale all'alienazione, solo il sintomo patologico
permette di dare la misura di quel che potrebbe
essere un'altra natura, non alienata. La Dialettica
della ragione di Horkheimer e Adorno così come
Eros e civiltà di Marcuse svilupperanno quest'idea e ne faranno la base della
critica del neo-freudismo della Scuola di Francoforte.

Per Reich, la questione della


natura epistemologica della
psicanalisi sembra fuori questione.
Lungi dall'essere una "scienza
borghese" o idealista, la
psicanalisi equivale ad una
concezione materialista, nel senso
marxiano del termine, dell'uomo.
L'essere umano della psicologia
psicoanalitica non è uno spirito o
un essere di pura ragione, ma un
essere di carne, un essere
determinato da pulsioni. Le
pulsioni stesse, al di fuori della
loro origine biologica, sono
determinate dalla mediazione
sociale, cioè, più concretamente, dall'alienazione e dall'ideologia. Così, l'idea di
una pulsione puramente naturale resta astratta, perché qualunque sia l'età del
bambino, o la cultura alla quale appartiene, il destino della pulsione si rivela
sempre legato alle differenti tappe della socializzazione. Lo psichismo della
psicanalisi si concepisce come articolazione della natura interna (biologica) e
della natura esterna (sociale) dell'uomo. (Non dovremmo pensare, adottando
questo punto di vista, che la nozione di "soggetto" appartiene necessariamente
ad una teoria idealista della psicanalisi? Lacan ad ogni modo non se ne difende
che a prezzo di un concetto di struttura e di discorso che conducono ad una
idealizzazione del mondo in generale: Allo stesso modo del mondo hegeliano,
l'idealismo si manifesta sotto la maschera di un materialismo "singolare" del
significante [22]).

La concezione dinamica dell'inconscio è non soltanto materialista, ma è anche


dialettica. Non basta un divieto o l'introiezione di un divieto per dar luogo ad
un sintomo nevrotico. Affinché vi sia un
sintomo, il rimosso deve risorgere e
riprodurre la pulsione vietata sotto
forma "spostata". L'Io debole del
bambino fornisce il terreno più propizio
per questo tipo di fenomeno. Posto a
confronto con la proibizione, il bambino
si ritrova diviso tra la tentazione a
soddisfare la pulsione e soddisfare la
domanda esterna venata di amore o
timore. In questo conflitto psichico,
l'"oblio" o il divenire inconscio opera
come una prima tappa della risoluzione
del problema.

Molto evidentemente, questo cambiamento di modo della pulsione e della


proibizione non permette di risolvere il conflitto, permette tutt'al più di
spostarlo. La riapparizione del rimosso tiene conto sia della rivendicazione della
pulsione che dell'obbligo del divieto. Reich evidenzia che il sintomo si
concepisce come una negazione della negazione. Nel sintomo, la pulsione
repressa ed il divieto reprimente sono rilevati (aufgehoben) da una nuova
figura. Ma questo cambio (Aufhebung) non equivale ad una soluzione riuscita.
In una certa misura, la pulsione ed il divieto sono stati soddisfatti dal sintomo,
ma il conflitto non rimane per questo meno attivo. Il sintomo rimane ambiguo
e lo spostamento della pulsione implica spesso, con ciò stesso, una
decontestualizzazione (Alfred Lorenzer). Il sintomo appare come un "corpo
estraneo", come un fenomeno psichico di disturbo, sprovvisto di senso.

Come abbiamo visto, questo conflitto psichico


si concepisce come un conflitto tra l'io
pulsionale o "l'io piacere" (Lust-Ich) del
bambino e la rivendicazione dei genitori. I
genitori, come rappresentanti di una società
concreta, cioè di un modo specifico di
produzione, conferiscono un senso sociale
molto concreto a questo conflitto. La funzione
protettrice della famiglia diminuisce e apre le
sue porte agli imperativi sociali ed economici
del "mondo esterno" (si tratta qui, secondo la
formulazione di Marcuse, del "totalitarismo"
delle civiltà avanzate [23]). Durante la
socializzazione indispensabile del bambino, i
genitori agiscono così come primi agenti
ideologici. Il destino delle pulsioni non
costituisce un dato puramente naturale, ma
risulta, inclusione fatta delle sue differenti tappe, dei suoi differenti stadi, di
conflitti psichici risvegliati in seguito al rifiuto della soddisfazione pulsionale
[24]. Secondo il marxismo, la psicanalisi scopre che la coscienza dell'uomo è
determinata dal suo essere; aggiungendovi tuttavia i dati concreti dello
sviluppo del bambino.

Questa dialettica permette di precisare la nozione di


pulsione. La pulsione costituisce una "forma vuota",
una spinta vuota riempita da contenuti sociali. A
seconda del tipo di pulsione, il contenuto ed anche lo
scopo della pulsione possono allontanarsi dalla
determinazione biologica e portare al di là del
principio del piacere. E potremo domandarci a giusto
titolo con Lacan se, nella misura in cui il principio del
piacere rappresenta l'aspetto biologico dell'uomo,
una tale pulsione socializzata non si estende al di là
del principio del piacere. La differenza tra la posizione lacaniana e quella difesa
da Reich, da Horkheimer, Adorno e Marcuse consiste all'interpretazione della
necessità di questo sradicamento del principio del piacere, cioè della scissione
tra la natura biologica e la natura sociale dell'uomo.

In Lacan questa alienazione diventa necessaria in ragione dell'ipostasi di una


struttura linguistica radicalmente autonoma e antistorica. Contrariamente a
Lacan, Reich ed i pensatori della Scuola di Francoforte analizzano la
mediazione economica e storica di quest'alienazione. Il divario conflittuale tra
la natura biologica e la natura sociale risulta meno dalla natura aprioristica del
linguaggio che da un rovesciamento storico e dialettico della "ragione". Da
questo punto di vista, l'ipostasi lacaniana dell'alienazione costituirebbe,
secondo i termini di Reich, una sottoscrizione non critica allo sfruttamento
[25].

La dialettica psichica che Reich sviluppa aiuta a comprendere la dialettica


sociale del transfert dell'ideologia. Marx sosteneva che l'essere materiale
dell'uomo si trasforma in pensieri nella sua testa. La psicanalisi mostra che
nella misura la socializzazione psichica costruisce questa traduzione, ma spiega
anche come lo psichico, a sua volta si ripercuota sul sociale. In questo
contesto, la teoria della sublimazione sembrava particolarmente importante. La
sublimazione evidenzia un "destino della pulsione" che include la retroazione
della socializzazione psichica sul sociale. Secondo la sua definizione freudiana,
la sublimazione costituisce una "modificazione dello scopo e dell'oggetto della
pulsione", una modificazione "che prende in conto la nostra valutazione
sociale" [26]. Grazie alla sublimazione, le pulsioni sessuali possono essere
spostate in modo da contribuire alle "creazioni culturali, artistiche e sociali più
elevate dello spirito umano" [27].
Secondo Freud, la cultura, la civiltà,
si istituiscono a partire dalla
"Lebensnot" ed al prezzo della
soddisfazione delle pulsioni
sessuali. A questo proposito, è
infatti possibile constatare una
convergenza tra la concezione
freudiana della civiltà e la
concezione marxiana: per i
tedeschi, liberati da ogni
presupposizione, dobbiamo
cominciare con il constatare la
prima condizione di ogni esistenza
umana e di ogni storia, cioè il fatto
che gli uomini devono essere in
misura di vivere per poter "fare la storia". Per vivere bisogna tuttavia
innanzitutto mangiare e bere, bisogna abitare, vestirsi e così di seguito [28].
La Lebensnot ed il lavoro che essa richiede esigono una padronanza razionale
delle pulsioni. Di questo fatto, le pulsioni sessuali sono votate sia alla
repressione, sia la sublimazione. Esse sono quasi destinate in ragione della loro
grande plasticità. Grazie alla sublimazione, le pulsioni sessuali, spostate al
livello dell'oggetto e dello scopo, possono essere messe al servizio del lavoro.
Ne risulta che la sublimazione contribuisce alla repressione.

Sull'esempio del Super-Io, la repressione sociale delle pulsioni si nutre aìcosì


delle pulsioni che essa proibisce. È questo meccanismo di repressione-
sublimazione-repressione che spiega, da un punto di vista psicologico, la
nascita del divario tra il naturale ed il sociale nell'alienazione. Di conseguenza,
la proibizione della soddisfazione delle puslioni si allontana sempre più dalla
sua motivazione razionale- della Lebensnot-, per diventare ragione pura,
distaccata dall'essere carnale dell'uomo. La "struttura simbolica" di Lacan
rivendica il distacco e la purificazione più forte di questa razionalità, senza per
questo riscriverla nel contesto economico e sociale che la condiziona. Così
facendo, la teoria lacaniana si proibisce ogni vera critica sociale e lavora, sotto
la sua maschera rivoluzionaria, alla conservazione dell'ordine "già stabilito"
[29].

Reich non sviluppa certamente questa interpretazione del divario alla maniera
della Dialettica della ragione, ma non per questo non ne pone già il problema.
Le poche osservazioni piuttosto allusive a questo proposito [30] riguardano
soprattutto uno dei concetti fondamentali della psicoanalisi freudiana, e cioè il
complesso di Edipio. Reich afferma, contro la biologizzazione e
l'universalizzazione del complesso di Edipo da parte di Ernest Jones, che la
forma concreta così come l'esistenza stessa del complesso poggiano su delle
condizioni sociali particolari. Prima di Fromm, Reich sottoscrive la posizione di
Malinowki, affermando che il complesso di Edipo caratterizza esclusivamente le
società patriarcali. Ne consegue che una società socialista, che non si fonda più
sulla famiglia patriarcale esclude con ciò stesso l'esistenza del complesso. La
concezione freudiana dell'orda primitiva, ritenuta fondante del concetto del
complesso di Edipo, trascura il fatto delle società matrilineari. Se la psicanalisi
vuole restare fedele alle sue basi dialettiche, non deve escludere il complesso
di Edipo dalla mediazione sociale [31].

Così, Reich risponde alla domanda


dell'origine sociale della psicanalisi ed a
quella della sua posizione sociale. Al
modo del pensiero marxiano, il pensiero
freudiano "è un prodotto dell'epoca
capitalista" Ed anche se la psicanalisi si
disinteressa delle basi economiche della
società, essa non costituisce non di
meno "una reazione al contesto
culturale e morale in seno al quale vive
l'uomo sociale". Secondo Reich, la
psicanalisi è nata dalla metamorfosi
reazionaria della borghesia, uscita dal
consolidamento capitalsita durante il
XIX secolo. Assumendo su di sé sia le
abitudini ed i bisogni culturali della vita
feudale sia la morale sessuale sostenuta
dalla chiesa, la borghesia finiva di
sotterrare le sue convinzioni
rivoluzionarie e progressiste. Da un
punto di vista psicanalitico, la classe
borghese si caratterizza soprattutto per
la ristrettezza della sua sessualità. La duplicità della "scelta dell'oggetto presso
lìuomo", descritta da Freud [32], che frustra la borghesia dal rapporto
sessuale e rende la proletaria tanto più desiderabile, trova le sue radici sociali
nel ritorno della morale conservatrice. La ricusazione della patologia isterica-
patologia sessuale per eccellenza- da parte degli uomini di sceinza è dovuta
alle stesse ragioni [33]. Allo stesso modo per cui il marxismo si concepisce
come una presa di coscienza delle leggi economiche, la psicanalisi si
concepisce come una presa di coscienza della repressione sessuale della
sessualità.

La psicanalisi freudiana, così come il marxismo, non suscita veramente


l'entusiasmo della classe borghese- dei ricercatori scientifici, dei medici o degli
psichiatri- né quello della piccola borghesia "più cattolica del papa" (päpstlicher
als der Papst) [34]. Se accade che la psicanalisi vi sia accettata, è sempre al
prezzo di un buon numero di "ma", e di cui il primo si rapporta
sistematicamente al "mito fluido" della libido. Nella società capitalista, la
psicanalisi è mutilata dall'eliminazione della sua teoria della libido e della
sessualità infantile, per diventare una psicologia generale o una psicopatologia
"scientifica".
Ora, poiché secondo Reich, soltanto il
socialismo marxiano permette un libero
sviluppo dell'intelligenza e della
sessualità, la psicanalisi non ha
avvenire che in seno ad una vera
società socialista [35]. Non è che in
seno ad una tale società che la
psicanalisi potrebbe realizzare la sua
vera vocazione, cioè quella di
contribuire alla ricerca sulle origini
dell'umanità, di contribuire all'igiene
psichica, alla profilassi delle nevrosi ed
al fondamento dell'educazione socialista
in generale.

Se si fa astrazione di questa funzione


politica utopica della psicanalisi, sembra
difficile negare che il freudo-marxismo
di Reich preceda ed anticipi la filosofia
della Scuola di Francoforte. Il freudo-marxismo di Reich non è una psicanalisi
applicata ai fenomeni sociali, ma un tentativo di concepire le possibilità critiche
della psicanalisi per mezzo di una interpretazione marxiana della sua teoria.
Reich concepisce la psicanalisi come una teoria ed una pratica critiche
suscettibili di fornire un modello operativo per una critica dell'ideologia; idea
sempre sostenuta da Habermas e da Karl-Otto Apel [36]. La critica del
revisionismo psicanalitico intrapresa da Reich dimostra, ben prima di Adorno e
Marcuse, che la soppressione della teoria della libido corrisponde ad un
riconoscimento implicito e mascherato della dottrona delle pulsioni, essa
permette allo stesso tempo di orientare una luce nuova sull'idea di una
psicanalisi scientifica.

Thierry Simonelli

Actuel Marx N° 30, 2001.

[Traduzione di Ario Liberti]


NOTE

[1] Bernard Görlich, Die Kuluralismus- Revisionismus-Debatte, B. Görlich; A.


Lorenzer, A. Schmidt, Der Stachel Freud, 1980, Francfort, Suhrkamp, p.27.

[2] Sigmund Freud, Zur Frage der Laienanalyse (1926); S. Freud,


Studienausgabe Ergänzungsband, 1984, Francfort, Fischer.

[3] Wilhelm Reich, Dialektischer Materialismus und Psychoanalyse


[Materialismo dialettico e Psicanalisi].

[4] Herbert Marcuse, Eros and Civilisation, 1955, 1956, Londra, Routledge &
Keagan Paul, [Tr. it.: Eros e civiltà, Einaudi, Torino, 1964].

[5] Marcuse, op.cit.

[6] Vedere a proposito Th. W. Adorno, Minima Moralia, § 38, 1951, 1988,
Francfort, Suhrkamp, p.73 [Tr. it.: Minima Moralia, Einaudi, Torino, 1954].

[7] È vero che Reich si augura esplicitamente di voler determinare in quale


misura la psicanalisi può contribuire alla "rivoluzione proletaria ed alla lotta di
classe". Ma questo contributo non sarà mai diretto, nel senso in cui la
psicanalisi lavorerebbe ad specie di presa di coscienza delle verità marxiste. La
questione è di sapere in quale misura la psicanalisi, in quanto psicanalisi, può
contribuire alla rivoluzione.

[8] Bisogna notare che la posizione di Reich è molto differente in La


Rivoluzione sessuale (1927) [Tr. it. La rivoluzione sessuale, Feltrinelli, Milano,
1970; Roberto Massari Editore, Roma, 1992].

[9] Psychoanalyse und dialektischer Materialismus, p. 6. Reich menziona


l'interpretazione della psicanalisi con quella di Mans, che Deborin confonde con
la teoria freudiana (Ein neuer Feldzug gegen den Marxismus, in Unter dem
Banner des Marxismus, Jhg. 2, quaderno 1/2).

[10] Ibid., p. 3.

[11] Verso la fine del quinto capitolo di Il disagio della civiltà ad esempio,
Freud evidenzia che "il comunismo pensa di avere trovato la soluzione al
disagio" grazie alla convinzione che l'uomo è fondamentalmente buono e che è
stato unicamente pervertito dalla proprietà privata. Ora la pulsione aggressiva
non data evidentemente dall'invenzione della proproetà privata e non sparirà
con l'abolizione di questa. [Freud, Il disagio della civiltà (1929), Boringhieri,
Torino, 1971].

[12] In Psicologia di massa del fascismo, Reich argomenta in quanto


psicanalista. Vi si trova un'interpretazione del tutto tradizionale del rifiuto della
teoria psicanalitica della sessualità. La difesa psichica vi è assimilata alla
reazione politica.
[13] Marx-Engels, L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1975.

[14] Ibid.

[15] Odo Marquard, Transzendentaler Idealismus, romantische


Naturphilosophie, Psychoanalyse, Verlag für Philosophie/Jürgen Dinter, 1986,
Köln.

[16] Th. W. Adorno, Einleitung in die Soziologie, Nachgelassene Schriften IV,


15,1993, Francfort, Suhrkamp, corsi del 7 maggio 1968. Wilhelm Reich,
op.cit., p.11. Questa concezione del mondo è di fatto del tutto "freudiana".
Basta ricordarsi che in Triebe und Triebschicksale [Pulsioni e loro destini, Freud,
Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976], Freud descrive il processo della
costituzione del mondo esterno nel bambino a partire dell'opposizione piacere/
dispiacere. Il piacere è situato sul lato di un Lust-Ich, il dispiacere ed il dolore
sul lato del mondo esterno, Cfr. Pulsioni e loro destini.

[17] "Con la sua formula di principio di realtà, Freud ha riassunto tutte le


restrizioni e necessità sociali che abbassano i bisogni o ne differiscono le
soddisfazioni", Psychoanalyse und dialektischer Materialismus, p. 11.

[18] Ibid., p. 11.

[19] Ibid., p.12.

[20] Ibid., p.16.

[21] È tutta la differenza tra la posizione del freudo-marxismo, che attribuisce


l'alienazione a delle condizioni sociali e storiche particolari, e Lacan che,
partendo dalla stessa constatazione, ipostatizza l'alienazione come effetto del
linguaggio. Se si volesse sopprimere l'ambiguità della nozione di alienazione
sulla quale giocano le formulazioni lacaniane, i due approcci potrebbero in
effetti rivelarsi non contraddittorie. Ma è nel piccolo dettaglio che risiede la
profonda differenza delle due posizioni. Lacan non è, come l'afferma
Roudinesco (Pourquoi la psychanalyse?, p.165), un "erede diretto" della Scuola
di Francoforte. Al contrario!

[22] Vedere Jacques Lacan, Écrits, 1966, Paris, Seuil, p. 24, [Tr. it.: Einaudi,
Torino, 1979, 2 voll.].

[23] Grazie a Pierre Bourdieu, questa tesi è stata empiricamente corroborata.


Nelle sue analisi del sistema delle grandi scuole e della "nobiltà di Stato" in
Francia, Bourdieu ha dimostrato in modo convincente come una carriera
coronata dal successo si prepara sin dalla più tenera infanzia. Vedere ad
esempio Homo academicus, 1984, 1992, Paris, Minuit.

[24] Ibid., p. 24.


[25] Il che abbiamo cercato di dimostrare per mezzo di una lettura sistematica
dei seminari inediti di Lacan in La psychanalyse théorique ou les coulisses du
lacanisme, Éd. du Cerf, Collection «Passages», Paris 2000.

[26] Freud, Neue Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse


[Introduzione allo studio della psicoanalisi, Astrolabio, Roma, 1965].

[27] Ibid.

[28] MEW 3, p.28.

[29] Vedere Séminaire IV, p.50, Télévision, pp. 28, 51, etc. [Tr. it.: Il
Seminario, Libro 4: La relazione oggettuale, 1956-1957, Torino , Einaudi,
2007]. Detto ciò, resta del tutto possibile interpretare gli aspetti più reazionari
del pensiero lacaniano come indici di un sintomo sociale che resta da decifrare.
Una tale rilettura si rivela tuttavia ben più difficile presso Lacan che presso
Freud, perché così come i neo-freudiani, Lacan sgombera dalla teoria della
libido per sostituirvi delle categorie linguistiche e socio-linguistiche.

[30] Reich, Psychoanalyse und dialektischer Materialismus, p. 29.

[31] Ibid., p. 30.

[32] Über einen besonderen Typus der Objektwahl beim Manne Gesammelte
Werke VIII, 1978, Francfort, Fischer pp. 66-77, oppure Beiträge zur
Psychologie des Liebeslebens, 1988, Francfort, Fischer, pp. 9-18, [Tr. it.:
Contributi alla psicologia della vita amorosa: Su un tipo particolare di scelta
oggettuale nell’uomo, In S. Freud: Opere. Torino, Boringhieri, 1974)], in cui
Freud descrive il divario dalla rappresentazione della donna presso alcuni
uomini. Da una parte, c'è la sposa rispettata, cioè idealizzata, dall'altra la
prostituta o la "coquette".

[33] Cfr.Pierre-Henri Castel, La Querelle de l'hystérie, 1998, Paris, Puf.

[34] Ibid., p. 33.

35.) Reich, op.cit., p. 35.

36.) Cfr. per esempio Karl-Otto Apel, Transformation der Philosophie II, 1973,
Francfort, Suhrkamp, pp. 123, 126-127, 143, 144, etc.

LINK al post originale:


Matérialisme dialectique et psychanalyse selon Wilhelm Reich