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Ettore

Cinnella
L’altro Marx

© 2014 Della Porta Editori

Pisa - Cagliari
www.dellaportaeditori.com

VITE / V


L’ALTRO MARX


ETTORE CINNELLA


Indice




Introduzione
I Il baluardo della reazione
II. L’emancipazione dei contadini
III. La sezione russa della Prima Internazionale
IV. Giovani russi a casa Marx: Lopatin e Tomanovskaja
V. La traduzione russa del Capitale
VI. Marx impara il russo
VII. Una feconda amicizia intellettuale
VIII. Primi dubbi: la lettera agli «Annali della patria»
IX. Le prospettive del capitalismo in Russia
X. Marx e Kovalevskij
XI. Populismo e terrorismo
XII. La lettera occultata
XIII. Comune contadina e mondo primitivo
XIV. Una nuova visione della storia e della rivoluzione


INTRODUZIONE

Ammetto di aver avuto per Marx, in un lontanissimo passato, un’ammirazione non dissimile da
quella che provavo per personaggi storici che vengono a lui solitamente accomunati, come
Lenin o Trockij. Verso questi ultimi protagonisti delle grandi tragedie storiche del Novecento il
mio atteggiamento è oggi assai cambiato. Ma devo confessare che, nei riguardi di Marx, la
simpatia intellettuale si è fatta sì meno ingenua e mistica, ma non è mai cessata. Continuo a
leggerlo per un intimo bisogno, non solo per dovere professionale; e, anche quando non
condivido le sue asserzioni, ne riconosco il fascino intellettuale. Per esempio, mi capita di
rileggere, con un’emozione simile a quella inizialmente provata più di quarant’anni fa, l’analisi
della merce, contenuta nelle pagine iniziali del primo libro del Capitale, considerandola
tuttora una delle vette più alte del pensiero umano. In quel capitolo Marx, partendo da
un’acutissima osservazione di Aristotele e «civettando» con la logica hegeliana, ci aiuta a
penetrare il tratto fondamentale del mondo capitalistico, che lo distingue da tutte le
precedenti società umane.
In quelle, come in altre pagine vigorose, Marx parla da filosofo assai più che da storico ed
economista (e meno che mai da uomo politico). A lui è toccato un destino per molti versi simile
a quello di un altro grande pensatore dell’età contemporanea, Sigmund Freud. Entrambi
hanno plasmato, più di tanti altri, il mondo in cui ancora viviamo; e, almeno per sentito dire,
essi sono da tutti conosciuti, anche da coloro che non li hanno mai letti. L’uno e l’altro
credevano di compiere un’opera molto diversa da quella che, in effetti, seppero realizzare.
Freud s’illudeva di poter offrire ricette, atte a guarire determinate malattie della psiche. E
Marx, per parte sua, voleva addirittura cambiare il mondo. La psicanalisi, inventata dal primo,
non ha mai portato sollievo a chi soffre di turbe nevrotiche. La dottrina politica di Marx poi,
com’è stata intesa e attuata dai suoi seguaci, il mondo l’ha certo cambiato, ma in peggio. L’uno
e l’altro furono in verità filosofi (cioè proprio quel che non volevano essere), e come tali vanno
studiati e interpretati; e solo in tale nobilissima veste, se letti con mente critica, possono
ancora offrirci brandelli di conoscenza, facendo un po’ di luce sul mondo della psiche e della
storia.
Bisognerebbe quindi, per tornare a Marx, gettare alle ortiche le sue disastrose ricette
politiche e cercare di trarre invece frutto dal suo acume intellettuale. Egli fu un pensatore
poliedrico e contraddittorio, secondo me ancora da scoprire e conoscere. Questo libro, che
sottopongo al giudizio dei lettori, vuole mostrare anzitutto che la visione della storia e della
rivoluzione di Marx è assai meno monolitica di quanto si creda. Diversi lustri or sono, il
marxista britannico Teodor Shanin curò la pubblicazione di un originale volume miscellaneo, il
cui messaggio centrale era racchiuso nella seguente asserzione: «Alle tre fonti del pensiero
analitico di Marx indicate da Engels, la filosofia tedesca, il socialismo francese e l’economia
politica britannica, bisognerebbe in realtà aggiungerne un’altra: il populismo rivoluzionario
russo»1.
La mia indagine vuole mostrare come, nell’ultimo decennio di vita, Marx abbia subìto una
profonda metamorfosi intellettuale, che lo portò a mettere in forse alcune «leggi generali»
della formazione del mondo capitalistico, da lui individuate e descritte nelle opere della
maturità. La scoperta del mondo russo, con le sue comunità di villaggio, fu il punto di partenza
della nuova riflessione, che andò poi allargandosi allo studio del mondo primitivo e
dell’antropologia, nonché all’indagine sul ruolo storico del colonialismo europeo.
All’inizio, e a lungo, l’interesse di Marx per il mondo russo fu influenzato dalla cultura
democratica ottocentesca, che vedeva nell’imperialismo zarista, a ragione, una seria minaccia
per la libertà e il progresso dell’Europa occidentale. Quella convinzione venne meno, ahimè,
dopo il trionfo della rivoluzione bolscevica, quando i chierici occidentali si lasciarono
incantare dalla sirena russa e sovietica (dalla quale, va detto, molti sono stregati ancora oggi,
chiudendo gli occhi dinanzi alla ripresa dell’aggressivo imperialismo moscovita). Ho citato, nel
libro, alcuni interventi di Marx (contro le guerre caucasiche e in difesa della Polonia) che
suonano ancora attuali. Vorrei anche ricordare che, in Italia, Bruno Bongiovanni per primo
ebbe il merito di richiamare l’attenzione su quegli scritti e discorsi di Marx.
Dopo i primi contatti diretti con i rivoluzionari populisti, il filosofo di Treviri cominciò a
riporre qualche speranza nella rivoluzione russa. Nello stesso tempo, egli proseguiva
alacremente lo studio della situazione economica e sociale di quell’immenso paese, così
diverso dall’occidente capitalistico. Per spiegare la metamorfosi intellettuale dell’ultimo Marx,
ho cercato di analizzare il suo laboratorio culturale, i materiali documentari da lui compulsati,
i suoi quaderni di appunti, i contatti stabiliti con altri studiosi. Tra questi ultimi, spicca il nome
di Nikolaj Francevič Daniel’son, un colto e serio economista, noto soprattutto per la violenta
polemica di Lenin contro di lui. Marx gli dové moltissimo e l’apprezzò assai. Varrebbe la pena
ricostruire nei dettagli la sua figura e il suo pensiero; ma intanto adesso, nelle pagine di
questo libro, ne do un primo ritratto e ricostruisco, con dovizia di particolari, il suo impegno
nella pubblicazione dell’edizione russa del Capitale e l’influenza che egli ebbe su Marx.
Neppure negli ultimi anni di vita l’autore del Capitale smise la passione per la battaglia
politica. Ma, dopo il mesto naufragio della Prima Internazionale, egli cominciò a dubitare
dell’imminenza e della possibilità stessa di un radicale rivolgimento socialista in occidente. Di
qui il suo crescente interesse per la lotta dei giovani rivoluzionari populisti, alcuni dei quali
egli ebbe modo di conoscere personalmente e di frequentare a lungo. I dubbi politici e la
ricerca di una nuova via rivoluzionaria sono l’altro aspetto del travaglio dell’ultimo Marx, che
ho cercato di ricostruire e illustrare.
Mi auguro che il mio contributo serva a riaprire il dibattito su un pensatore complesso e
contraddittorio, nel quale si intrecciano grandezza intellettuale e ubbie ideologico-politiche. In
ogni caso, egli non può esser ignorato e aspetta finalmente, dopo le tante rumorose polemiche
e i fuochi fatui del passato, un’approfondita valutazione critica.


1
Late Marx and the Russian Road. Marx and the peripheries of capitalism, A case presented by Teodor Shanin (editor),
Routledge & Kegan Paul, London 1984, p. 20.
I
IL BALUARDO DELLA REAZIONE

Il 23 marzo 1819, nella città tedesca di Mannheim, si consumò un delitto politico, destinato a
suscitare a lungo emozioni e passioni non solo in Germania, ma nell’Europa intera. Lo
studente di teologia Karl Ludwig Sand uccise a pugnalate uno dei più celebri protagonisti
della vita politica e culturale dell’epoca, il drammaturgo e pubblicista August von Kotzebue,
rivolgendo poi l’arma contro se stesso. Kotzebue era stato sempre legato ai sovrani
dell’impero russo e, negli ultimi anni, scriveva corrispondenze sulla Germania per il governo
dell’imperatore Alessandro I. Quando la Russia, sul finire dell’era napoleonica, aveva
partecipato attivamente, a fianco della Prussia e dell’Austria, alle campagne militari contro il
predominio francese in Europa, lo zelo filorusso di Kotzebue era stato visto con simpatia dai
patrioti tedeschi. Ma, dopo il congresso di Vienna e la nascita della Santa Alleanza, lo zar
Alessandro I deluse gli ambienti liberali e democratici, i quali ravvisarono in lui il maggior
campione della politica restauratrice. Kotzebue suscitò la sempre crescente ostilità soprattutto
delle associazioni studentesche (le Burschenschaften) per la velenosa campagna di stampa
contro la «cosiddetta libertà accademica», da lui condotta nel suo foglio settimanale (il
«Literarisches Wochenblatt»). Dello stato d’animo diffuso nella gioventù studentesca contro lo
scrittore, pennivendolo del governo zarista, si fece esasperato interprete Sand nel suo diario.
In data 5 maggio 1818, per esempio, egli scrisse che bisognava afferrare il coraggio con le
mani e «strappare con il pugnale i visceri a Kotzebue o a qualsiasi altro traditore della
Patria»1.
Il cruento gesto di Sand (seguìto dal tentato suicidio), il clamoroso processo e l’esecuzione
dell’assassino furono per mesi al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. Sin dall’inizio
la simpatia delle Burschenschaften e dei circoli liberali andò allo studente ventiquattrenne,
celebrato come un eroe, mentre alcuni pubblicisti conservatori videro nel delitto di Mannheim
l’annuncio di un’era di sventure per la Germania e l’Europa. In ogni caso, l’assassinio di
Kotzebue fu il momento culminante, e più drammatico, della svolta nell’atteggiamento dei
liberali verso la Russia. Se nell’ultima fase delle guerre napoleoniche i patrioti tedeschi
avevano ravvisato nelle armate dello zar Alessandro I uno strumento di liberazione dei popoli
dal giogo francese, dopo il congresso di Vienna le cose cambiarono. L’idillio tra i liberali
europei e il sovrano moscovita si ruppe quando fu chiaro che il governo zarista, lungi dal
garantire le aspirazioni nazionali, era il perno della Santa Alleanza e il principale sostenitore
della politica restauratrice del cancelliere austriaco Metternich.
Una decina d’anni dopo il gesto di Sand, la crudele repressione dell’insurrezione patriottica
(divampata nel novembre 1830 nei territori polacchi soggetti all’impero zarista) acuì ancor più
i sentimenti antirussi dell’opinione pubblica europea. Così, alla festa nazionale di Hambach sul
Reno, tenutasi nel maggio 1832, fu posto in stato d’accusa il successore di Alessandro,
l’imperatore Nicola I, «lo Zar impiccatore», il quale «ancora grondante di sangue
dell’assassinio dell’eroica Polonia, vuol dare il colpo di grazia ad ogni libertà e ad ogni
civiltà»2.
È «in questo fronte europeo antirusso», com’è stato osservato, che bisogna cercare le radici
profonde dell’immagine che della Russia avevano Marx ed Engels quando intrapresero la loro
attività politica e pubblicistica3. L’ostilità, tipica dei liberali e democratici dell’epoca, verso il
«gendarme d’Europa», era pienamente condivisa da Marx, il quale non mutò il suo
atteggiamento in seguito ai contatti che, negli anni Quaranta, ebbe con interessanti
personaggi russi approdati in occidente. Oltre a Bakunin, il quale aveva lasciato il suo paese
nel 1840 e si era presto fatto un nome negli ambienti della sinistra europea, Marx conobbe e
frequentò a Parigi alcuni giovani russi di tendenze liberaleggianti. Tra di loro soltanto Vasilij
Petrovič Botkin, figlio di un ricco mercante di tè, non vantava origini nobiliari. Gli altri
appartenevano tutti, come del resto lo stesso Bakunin, a prestigiose famiglie aristocratiche.
Figura pittoresca, ma capace di slanci generosi, era il ricco proprietario terriero Grigorij
Michajlovič Tolstoj (1808-1871), omonimo dello scrittore, il quale presentò Bakunin a Marx nel
1844 ed espresse persino il proposito di vendere le sue tenute in Russia, per metterne il
ricavato a disposizione della causa rivoluzionaria. Tornato in patria, non attuò la sua
promessa; e ciò, senza dubbio, indusse Marx a dubitare della sincerità della sua fede
democratica e progressista. Eppure, allorché si recò in occidente, Tolstoj pareva animato dalle
migliori intenzioni: nella sua tenuta di Simbirsk, infatti, egli aveva abolito le prestazioni di
lavoro gratuite dei servi della gleba, suscitando le rabbiose proteste degli altri proprietari, i
quali l’accusavano di incitare i contadini alla rivolta. E, una volta giunto a Parigi, anziché
abbandonarsi ai consueti svaghi e divertimenti, cari ai nobili russi, preferì interessarsi di
problemi politico-sociali frequentando persone come Bakunin e Marx4.
Più nota e importante è l’amicizia con Pavel Vasil’evič Annenkov, se non altro per la lunga
lettera che Marx gli scrisse in francese il 28 dicembre 1846 e che conteneva la prima
formulazione dei temi trattati qualche mese più tardi nella celebre opera Misère de la
philosophie5. I rapporti tra i due furono sin dall’inizio così amichevoli che Marx invitò
Annenkov a partecipare, il 30 marzo 1846, ad una riunione a Bruxelles, in cui egli ed Engels
sottoposero a durissima critica le posizioni del sarto e agitatore comunista Wilhelm Weitling
(presente all’incontro), da loro considerato un utopista6. Al visitatore russo Marx sembrò
«l’incarnazione del dittatore democratico»:
Tutti i suoi movimenti erano sgraziati, ma arditi e sicuri; le sue maniere contrastavano con le norme invalse nelle relazioni
umane, ma erano fiere e quasi sprezzanti; la voce dal timbro metallico s’intonava in modo sorprendente con le sentenze
radicali, da lui pronunciate sugli uomini e sulle cose. Marx non parlava che per sentenze inappellabili, nelle quali peraltro
dominava una fortissima nota acuta, tale da sovrastare tutto quel che diceva. Questa nota esprimeva la ferma convinzione
d’essere destinato a governare le menti, a dettar loro legge e a guidarle.

Nel 1848 Annenkov vide ancora a Parigi Marx ed Engels, i quali erano tornati nella capitale
francese subito dopo lo scoppio della rivoluzione democratica di febbraio. Ma fu per l’ultima
volta: rientrato in Russia nell’ottobre dello stesso anno, Annenkov perse i contatti con i due
rivoluzionari tedeschi. Anche lo scambio epistolare cessò definitivamente.
Questi primi rapporti e contatti contribuirono a modificare le rudimentali idee e conoscenze
di Marx sulla Russia, non dissimili da quelle dominanti nei circoli democratici e liberali
dell’epoca. L’attenzione di questi ultimi era allora rivolta alla minacciosa politica estera del
regime zarista, supremo garante del sistema della Santa Alleanza, mentre ben poco si sapeva
della situazione interna della Russia. Dai nobili russi, incontrati e conosciuti a Parigi, Marx
non ricevette nel complesso un’impressione favorevole; in ogni caso, in seguito egli ne parlò
sempre in termini ironici o sprezzanti. Soprattutto Grigorij Tolstoj dovette sembrargli una
persona bizzarra e volubile, di cui era meglio non fidarsi troppo. Non c’è quindi da stupirsi
che, qualche anno dopo averlo conosciuto, Engels e Marx lo scambiassero per un suo
omonimo, l’agente provocatore Jakov Nikolaevič Tolstoj (il quale aveva partecipato alla rivolta
decabrista del 1825 ed era poi diventato una spia della polizia zarista all’estero). Toccò ad
Annenkov, in una lettera a Marx del 30 settembre 1846, dissipare l’equivoco e difendere
l’onore del comune amico Grigorij Tolstoj7.
Durante l’esperienza rivoluzionaria del 1848-1849, Marx ed Engels estesero la denuncia del
ruolo espansionistico e reazionario dell’impero russo al movimento panslavistico, visto
essenzialmente come uno strumento della politica zarista. Soprattutto nei due articoli Il
panslavismo democratico (concepiti come una risposta all’Appello agli slavi di Bakunin e
apparsi nel febbraio 1849 nella «Neue Rheinische Zeitung») Engels cercò di dimostrare come,
al di là delle illusioni e della buona fede dei suoi esponenti democratici, il movimento
panslavistico mirasse a fini reazionari: a ridare cioè spazio a una serie di piccole e smembrate
nazionalità, già condannate dalla storia e capaci solo di azioni controrivoluzionarie8. Partendo
dalla convinzione che le popolazioni slave incorporate nell’impero austriaco non avessero mai
avuto una loro storia, Engels condannava senz’appello l’anelito di indipendenza di queste
«nazioncine» (Natiönchen), come egli le chiamava spregiosamente. I tedeschi e i magiari, che
avevano portato la civiltà ai popoli slavi minori, contribuendo anche a difenderli dai turchi,
non potevano permettere la formazione, nei territori da loro dominati da tempi immemorabili,
di piccoli staterelli privi di qualsiasi vitalità. La conclusione era semplice e categorica: «Se si
eccettuano i polacchi, i russi e tutt’al più gli slavi di Turchia, nessun popolo slavo ha un
futuro»9. Gli accenti sciovinistici, presenti in tutto il ragionamento engelsiano, esplodevano poi
nell’appello finale:
Alle frasi sentimentali sulla fratellanza che ci vengono offerte in nome delle nazioni più controrivoluzionarie d’Europa, noi
rispondiamo che l’odio per i russi è stato ed è ancora presso i tedeschi la prima passione rivoluzionaria; che dall’inizio della
rivoluzione si è aggiunto l’odio per i cechi e i croati e che noi, assieme ai polacchi e ai magiari, possiamo assicurare la vittoria
della rivoluzione solo con il più deciso terrorismo contro questi popoli slavi10.

Ma non erano solo la passione nazionalistica e l’ignoranza della storia slava a ispirare le
analisi errate e le fallaci previsioni degli articoli Il panslavismo democratico. Nella rigida
gerarchia tra nazioni dominanti e popoli ai margini della civiltà, alla quale Engels si appellava
a sostegno delle proprie argomentazioni, è facile ravvisare una visione trionfalistica del
processo storico. Per chiarire meglio il senso del suo discorso, infatti, Engels abbandonava per
un attimo il terreno della storia europea ricordando la recente guerra degli Stati Uniti contro
il Messico, combattuta «unicamente e soltanto nell’interesse della civiltà». La California,
strappata ai «pigri messicani», aveva conosciuto grazie all’intraprendenza degli «energici
yankees» un impetuoso progresso: sfruttamento delle ricche miniere d’oro, nascita di grandi
città, costruzione della linea ferroviaria New York – San Francisco, avanzata della civiltà fino
alle sponde del Pacifico, nuove prospettive per il commercio mondiale. Di fronte a questi
«avvenimenti storici di portata universale» non aveva alcun senso per Engels parlare di
giustizia violata e di indipendenza calpestata11.
Che la condanna senza appello delle popolazioni slave minori non fosse legata alla parte da
esse avuta nelle vicende del 1848-49, è confermato dai giudizi espressi qualche anno più tardi,
quando si era ormai spenta nel continente europeo l’eco della grande rivoluzione. Nell’articolo
La Germania e il panslavismo, apparso il 21 e il 24 aprile 1855 nel giornale di Breslavia «Neue
Oder-Zeitung», Engels metteva ancora una volta in guardia, con parole concitate, contro la
minaccia panslavistica:
Il panslavismo non è solo un movimento per l’indipendenza nazionale; è un movimento che tende ad annullare ciò che è stato
creato da un millennio di storia, un movimento che non può realizzarsi senza spazzar via dalla carta d’Europa la Turchia,
l’Ungheria e metà Germania, un movimento che, se dovesse raggiungere questo risultato, potrebbe assicurarne la durata solo
con la sottomissione dell’Europa. Il panslavismo si è ora trasformato da professione di fede in programma politico con
800.000 baionette a disposizione. All’Europa non resta che un’alternativa: sottomettersi agli slavi o distruggere per sempre il
centro della loro forza offensiva, cioè la Russia12.

Persino la centralizzazione amministrativa, attuata dalla monarchia austriaca dopo la


sconfitta della rivoluzione, appariva a Engels una «politica almeno in parte progressiva», per il
fatto che tali misure, pur essendo rivolte anche contro tedeschi, italiani e magiari, avevano
colpito «con la massima violenza le meno compatte etnie slave», assicurando il predominio
dell’elemento germanico.
Il timore della «barbarie russo-mongola» e l’ossessione per la «congiura panslavistica»,
unito a un genuino interesse glottologico, indussero Engels, all’inizio degli anni Cinquanta, a
intraprendere lo studio delle lingue slave. Come sappiamo dalla lettera a Marx del 18 marzo
1852, egli era convinto che almeno uno dei due dovesse conoscere «le lingue, la storia, la
letteratura e i dettagli delle istituzioni sociali delle nazioni con le quali entreremo presto in
conflitto»13.
Come si vede, la «russofobia» non era una componente secondaria della visione politica di
Engels e di Marx, ma aveva radici solide e profonde. Si spiega così un testo per molti versi
sconcertante come le Revelations of the Diplomatic History of the 18th Century. Questi
articoli, scritti da Marx tra il 1856 e il 1857, apparvero nella «Free Press» del conservatore e
turcofilo inglese David Urquhart, con il quale l’esule tedesco strinse alleanza in nome della
comune battaglia contro l’espansionismo russo. Movendo dall’intento di provare, sulla base di
alcuni documenti diplomatici da lui trovati nel British Museum, le responsabilità precipue del
governo inglese nell’ascesa politico-militare della Russia all’inizio del Settecento, Marx
dilatava poi il discorso fino a tracciare in poche pagine le linee generali della storia russa
dall’invasione normanna all’età di Pietro il Grande. Ne veniva fuori un racconto che, pur non
mancando di alcune notazioni intelligenti, lascia perplesso il lettore per la sua superficialità.
Non solo vengono saltati a piè pari interi secoli di evoluzione politica della Moscovia (per
esempio, non c’è neppure un accenno a tutto il periodo che va dall’inizio del Cinquecento
all’avvento di Pietro il Grande), ma si incontrano spesso giudizi sommari, tagliati con l’accetta,
come il seguente:
Il pantano sanguinoso della schiavitù mongola, non la rude gloria dell’epoca normanna, costituisce la culla della Moscovia, di
cui la Russia moderna non è che una metamorfosi. Il giogo tartaro durò dal 1237 al 1462, più di due secoli, e fu un giogo che
ebbe l’effetto non solo di schiacciare ma anche di disonorare e di inaridire l’anima stessa del popolo che ne cadeva preda14.

In un altro passaggio del pamphlet, volendo mostrare il carattere artificioso e innaturale


della trasformazione della Russia da potenza continentale in impero confinante con il mare,
Marx non esitava a ricorrere a stereotipi di sapore razzistico sui popoli slavi:
Qualsiasi osservatore resterà colpito da un aspetto caratteristico della razza slava. Quasi ovunque essa si limitò all’entroterra,
lasciando le regioni costiere a tribù non slave. […] Il popolo russo condivise questo comune destino della razza slava.
Nell’epoca in cui per la prima volta apparve nella storia, la sua culla era la regione intorno alla sorgente e al corso superiore
del Volga e dei suoi affluenti, il Dnjepr, il Don e la Dvina settentrionale. Da nessuna parte il loro territorio toccava il mare,
fatta eccezione per l’estremità del Golfo di Finlandia. Né, prima di Pietro il Grande, si erano dimostrati capaci di conquistare
qualsiasi sbocco marittimo, ad eccezione di quello del Mar Bianco che per i tre quarti dell’anno è bloccato dai ghiacci e
immobile15.

Le Revelations, insomma, debbono considerarsi un testo mediocre, in cui la veemente e pur


giusta denuncia della politica espansionistica dell’impero russo era accompagnata da
argomentazioni ed escursioni storiche banali e superficiali. Questo, però, non giustifica
l’arbitraria espunzione di quel testo dalle edizioni di Marx ed Engels uscite nell’Unione
Sovietica e nella Germania orientale nell’era comunista. La virulenza della polemica antirussa
del pamphlet indusse i signori del Cremlino, feriti nel loro orgoglio sciovinistico, ad occultare
questo frammento della produzione pubblicistica di Marx. Ma c’è un’altra importante ragione
che spiega l’ostracismo contro le Revelations decretato, a suo tempo, nei territori dell’impero
russo-sovietico. La categoriche affermazioni di Marx sull’origine normanna della Russia di
Kiev (il più antico Stato degli slavi orientali) erano tali da irritare il mondo scientifico
dell’URSS, che vi vedeva un’insolente critica alla tesi storiografica ufficiale dell’organizzazione
autoctona del primo Stato russo. Del resto, che nell’URSS fosse proibito mettere in forse
l’interpretazione dominante sulla nascita della Russia di Kiev, è provato tra l’altro dalle
vicende del dissidente Andrej Amal’rik, le cui disavventure ebbero inizio sul principio degli
anni Sessanta del Novecento quando, giovane studente dell’università di Mosca, osò sostenere
dinanzi ai suoi professori un diverso punto di vista.
Marx si era accinto a scrivere gli articoli per la «Free Press» di Urquhart senza avere
sufficienti informazioni, né dirette né di seconda mano, sul paese di cui intendeva schizzare le
principali vicende storico-politiche e mostrare l’inarrestabile e minacciosa ascesa. A quel
tempo le sue conoscenze si limitavano, oltre ad alcuni testi storico-pubblicistici, alla lettura di
una traduzione francese del Cantare della schiera di Igor’ (il celebre poemetto epico
ambientato nella Russia di Kiev) e alla scoperta, nella British Library, di lettere diplomatiche e
relazioni sulla vita interna russa, redatte nel XVIII secolo da funzionari della legazione
britannica16.
Una tale faciloneria appare tanto più sorprendente se paragonata al metodo di lavoro di
Marx, abituato a sprofondarsi in ampie letture preliminari anche quando doveva stendere
semplici cronache giornalistiche. Basti pensare agli articoli sulle vicende rivoluzionarie
spagnole, inviati alla «New York Daily Tribune» (di cui era corrispondente per l’Europa) nel
1854 e nel 185617, ai quali converrà accennare un momento, perché si tratta di scritti molto
interessanti e istruttivi.
Marx si occupò per la prima volta degli avvenimenti di Spagna all’inizio del marzo 1854,
pochi giorni dopo la fallita rivolta militare di Saragozza contro il governo autoritario della
regina Isabella II. Spinto da un forte interesse per l’incipiente movimento rivoluzionario in
terra iberica, egli si diede subito allo studio dello spagnolo e alla lettura dei classici della
letteratura castigliana. Ecco cosa scrisse ad Engels il 3 maggio 1854:
Nei ritagli di tempo studio adesso lo spagnolo. Ho cominciato con Calderón, del cui «Magico [sic] prodigioso», il Faust
cattolico, Goethe ha utilizzato nel suo «Faust» non solo singoli brani, ma anche interi schemi di scene. Poi, horribile dictu, ho
letto in spagnolo quel che sarebbe stato impossibile in francese: «Atala» e «René» di Chateaubriand e qualche cosa di
Bernardin de Saint-Pierre. Adesso sono immerso nel «Don Quixote». Trovo che con lo spagnolo, all’inizio, il dizionario serve
più che con l’italiano18.

L’insurrezione madrilena del giugno 1854 indusse Marx a riprendere la penna e a seguire
settimana per settimana, sulla base di un’ampia documentazione giornalistica, le alterne
vicende della rivoluzione. Da settembre a dicembre, infine, dedicò un certo numero di articoli
all’analisi dei caratteri peculiari dei movimenti insurrezionali nella Spagna contemporanea.
Spingendosi indietro fino agli albori dell’età moderna, Marx metteva in rilievo anzitutto la
profonda diversità, al di là di certe apparenti somiglianze, della monarchia assoluta spagnola
rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale:
Come la Turchia, la Spagna continuò a essere un conglomerato di repubbliche mal governate con alla testa un sovrano
nominale. Il dispotismo presentava caratteri diversi nelle varie regioni a causa dell’arbitraria interpretazione della legge
generale da parte dei vicerè e dei governatori. Tuttavia, malgrado il suo dispotismo, il governo non riuscì a impedire che
continuassero a esistere nelle varie regioni i diversi diritti e costumi, monete, bandiere o colori militari, oltre ai vari sistemi
fiscali19.

C’è già in quest’affermazione il riconoscimento della perdurante vitalità degli organismi


locali e della natura «invertebrata» del potere statale nella Spagna moderna e
contemporanea. Anche nell’articolo del 21 luglio 1854 Marx aveva sottolineato, denunciando i
giudizi correnti sul paese iberico, l’importanza dello studio delle fonti locali per una migliore
comprensione dei fatti spagnoli:
Forse non vi è paese alcuno, eccetto la Turchia, che sia così poco conosciuto e così male giudicato dall’Europa come la
Spagna. I numerosi pronunziamenti locali e le ribellioni militari hanno abituato l’Europa a considerare la Spagna come un
paese che si trova nelle stesse condizioni della Roma imperiale durante il periodo pretoriano. È questo un errore molto
superficiale, tanto quanto quello commesso nei confronti della Turchia da coloro che credevano spenta la vita della nazione
per il fatto che, nella storia ufficiale dell’ultimo secolo, nient’altro accadeva se non ribellioni di palazzo ed émeutes di
giannizzeri. La spiegazione di quest’errore risiede nella semplice ragione che gli storici, invece di scoprire le risorse e la forza
di questi paesi nei loro organismi locali e provinciali, si sono limitati a prendere il loro materiale dagli «almanacchi di
corte»20.

Il rigido paragone con le vicende dell’impero ottomano non era felicissimo; nondimeno,
l’articolo coglieva con acume uno dei tratti peculiari della storia politica della Spagna
moderna. Ma era alle vicende della grande guerra popolare contro Napoleone che Marx
dedicava una speciale attenzione, ricordando l’opera svolta dalla junta centrale e dalle juntas
provinciali, esaminando le varie fasi delle guerrillas e soffermandosi sull’attività delle cortes di
Cadice. Vive e intelligenti sono poi le pagine sulla costituzione del 1812, che mettono bene in
luce le radici autoctone di quel documento politico-giuridico, da molti visto erroneamente
come la versione spagnola della carta costituzionale francese del 1791. Una lettura attenta del
testo permetteva a Marx di scoprire che «la costituzione del 1812 è una riproduzione degli
antichi fueros [le carte delle autonomie locali] anche se interpretati alla luce della Rivoluzione
francese e adattati alle necessità della moderna civiltà». Acuto era il giudizio finale:
Nel portare a termine questa analisi della Costituzione del 1812 arriviamo quindi alla conclusione che, lungi dall’essere una
servile imitazione della Costituzione del 1791, essa fu un prodotto genuino e originale, sorto dalla vita intellettuale,
rigeneratore delle antiche tradizioni popolari, veicolo delle misure riformistiche energicamente richieste dai più celebri autori
e statisti del secolo XVIII e, contemporaneamente, carico di inevitabili concessioni ai pregiudizi popolari21.




Note


1
Cit. da O. V. ZAIČENKO, Avgust fon Kocebu: istorija političeskogo ubijstva [August von Kotzebue. Storia di un omicidio
politico], «Novaja i novejšaja istorija», 2013, n. 2, p. 187. Non sarà inutile osservare che, nel suo documentato e istruttivo
saggio, l’autrice tende a ridimensionare assai la collusione di Kotzebue con il governo russo.
2
D. GROH, La Russia e l’autocoscienza d’Europa. Saggio sulla storia intellettuale d’Europa, trad. it., Einaudi, Torino 1980, p.
190. Il raduno di Hambach, al quale parteciparono circa 30.000 tedeschi, «fu la prima festa di massa ispirata dal fervente
desiderio di unità nazionale» (G. L. MOSSE, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in
Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich, trad. it., Il Mulino, Bologna 1974, p. 95).
3
H. KRAUSE, Marx und Engels und das zeitgenössische Rußland, Wilhelm Schmitz Verlag, Gießen 1958, p. 13.
4
Cenni biografici su Grigorij Tolstoj si possono attingere da S. S. VOLK, Karl Marks i russkie obščestvennye dejateli [Karl Marx
e i protagonisti russi del movimento politico-sociale], Nauka‒Leningradskoe otdelenie, Leningrad 1969, pp. 16-17.
5
K. MARX, Miseria della filosofia. Risposta alla Filosofia della Miseria del signor Proudhon, Prefazione di Friedrich Engels, III
edizione, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 151-162. Qualche settimana prima Annenkov aveva chiesto a Marx un parere sul
libro del socialista libertario Pierre-Joseph Proudhon, comunicandogli le proprie impressioni di lettura: «Le idee dell’autore su
Dio, la Provvidenza, l’antagonismo tra spirito e materia (antagonismo che in realtà non esiste) sono molto confuse, mentre la
parte economica mi sembra in verità straordinariamente solida»: la lettera di Annenkov del 1° novembre 1946 si può leggere,
tradotta in russo, nella doviziosa silloge documentaria K. Marks, F. Engel’s i revoljucionnaja Rossija [Marx, Engels e la Russia
rivoluzionaria], Izdatel’stvo političeskoj literatury, Moskva 1967, pp. 130-131 (d’ora innanzi MER).
6
I ricordi di Annenkov su Marx sono riprodotti nella raccolta documentaria Russkie sovremenniki o Markse i Engel’se [I
contemporanei russi su Marx ed Engels], Izdatel’stvo političeskoj literatury, Moskva 1969, pp. 39-44 (da qui in avanti Russkie
sovremenniki). La parte relativa alla riunione con Weitling si può leggere, in italiano, nel volume Colloqui con Marx e Engels,
Testimonianze sulla vita di Marx e Engels raccolte da Hans Magnus Enzensberger, trad. it., Einaudi, Torino 1977, pp. 50-54.
7
MER, pp. 129-130.
8
Gli articoli Il panslavismo democratico sono riprodotti in K. MARX, F. ENGELS, Werke (d’ora innanzi MEW), Band 6, Dietz
Verlag, Berlin 1968, pp. 270-286. Una traduzione italiana si può leggere in K. MARX, F. ENGELS, Critica dell’anarchismo, a cura
di Giorgio Backhaus, Einaudi, Torino 1972, pp. 371-391.
9
MEW, Bd. 6, p. 275.
10
MEW, Bd. 6, p. 286. Per una puntuale disamina dell’atteggiamento di Engels verso il problema delle nazionalità, si veda R.
ROSDOLSKY, Friedrich Engels und das Problem der «geschichtslosen Völker» (die Nationalitätenfrage in der Revolution 1848-
1849 im Lichte der «Neuen Rheinischen Zeitung»), «Archiv für Sozialgeschichte», IV. Band, Hannover 1964, pp. 87-251
(l’articolo fu scritto nel 1948).
11
«L’“indipendenza” di alcuni abitanti spagnoli della California e del Texas può averne sofferto, la “giustizia” e altri princìpi
morali possono esser stati qua e là violati; ma cosa conta ciò di fronte a tali fatti di portata universale?» (MEW, Bd. 6, p. 274).
12
L’articolo è in MEW, Bd. 11, pp. 193-199. Marx condivideva senz’altro le ubbie dell’amico, tant’è vero che era stato proprio
lui a inviare lo scritto engelsiano al direttore del giornale, nella convinzione che bisognasse far conoscere al più presto alla
Germania «i pericoli che la minacciano» (MEW, Bd. 28, p. 616).
13
MEW, Bd. 28, p. 40.
14
K. MARX, Storia diplomatica segreta del XVIII secolo, con uno studio critico di David B. Rjazanov sulle origini del dispotismo
russo e un commento di Bernd Rabehl, La Pietra, Milano 1978, p. 68.
15
Ivi, p. 78.
16
MEW, Bd. 29, pp. 21 e 23 (lettere di Marx ad Engels del 29 febbraio e del 5 marzo 1856).
17
K. MARX, La rivoluzione in Spagna, a cura di Antonio Rubini, Guaraldi, Rimini-Firenze 1976. Le fonti utilizzate da Marx per
questi articoli sono elencate da M. RUBEL, Les cahiers de lecture de Karl Marx. II. 1853-1856, «International Review of Social
History», 1960 –Part 1, pp. 50-59.
18
MEW, Bd. 28, p. 356.
19
K. MARX, La rivoluzione in Spagna, cit., p. 108.
20
K. MARX, La rivoluzione in Spagna, cit., pp. 40-41.
21
K. MARX, La rivoluzione in Spagna, cit., pp. 153 e 158-159.
II
L’EMANCIPAZIONE DEI CONTADINI

Marx cominciò a mostrare interesse per la situazione interna della Russia sul finire degli anni
Cinquanta, quando sulla stampa europea si infittirono le notizie e i commenti sulla
preparazione della riforma contadina, che avrebbe dato la libertà a milioni di servi della gleba.
L’impero zarista era il solo paese in Europa dove vigesse ancora, nelle campagne, la totale
dipendenza economica e giuridica della popolazione dai grandi proprietari terrieri
(pomeščiki). Il fatto che il governo dell’imperatore Alessandro II, lo zar succeduto a Nicola I,
stesse progettando l’emancipazione dei servi della gleba non poteva non suscitare la più viva
attenzione nell’opinione pubblica europea.
Il 28 aprile 1858 Marx scrisse ad Engels di giudicare importante «il movimento per
l’emancipazione dei servi della gleba in Russia», che segnava «l’inizio di una storia interna nel
paese» e avrebbe potuto «frapporre ostacoli alla tradizionale politica estera» dell’impero
zarista1. Qualche mese più tardi, ormai convinto che in Russia fosse «cominciata la
rivoluzione» (come disse a Engels)2, preparò per la «New York Daily Tribune» un editoriale
(uscito il 19 ottobre 1858) e due articoli (apparsi il 17 gennaio 1859) sull’emancipazione dei
contadini3. Il primo, accennando alle vicende dell’abolizione del servaggio nell’età
contemporanea, sollevava in forma generale il problema delle conseguenze politiche e sociali
di un provvedimento destinato a cancellare di colpo i privilegi secolari della nobiltà russa. Il
successivo intervento in due parti, invece, entrava nei dettagli della progettata riforma e delle
prospettive rivoluzionarie apertesi nel paese. Colpiscono subito, nell’analisi di Marx, i
frequenti e ossessivi riferimenti alle tappe della rivoluzione francese, come se gli avvenimenti
russi dovessero esserne una puntuale ripetizione. Per questo l’attenzione era rivolta
soprattutto all’atteggiamento della nobiltà, la cui opposizione all’affrancamento dei contadini
sarebbe stata la scintilla capace di accendere un immenso fuoco rivoluzionario. L’aristocrazia
fondiaria, già oberata di debiti e ipoteche, non avrebbe accettato una riforma che le infliggeva
ulteriori perdite economiche. I comitati provinciali della nobiltà, chiamati dallo zar a discutere
il progetto governativo, stavano trasformandosi in organi di resistenza passiva contro la
liberazione dei servi della gleba e, anzi, in qualche caso passavano all’attacco con la richiesta
della convocazione di un parlamento nobiliare. Era dunque chiaro lo scenario della prima fase
della rivoluzione:
Così nel 1858 la nobiltà russa, esattamente come la nobiltà francese nel 1788, ha avanzato la parola d’ordine dell’Assemblée
des États généraux o, come si dice in Moscovia, del Semski Sobor o meglio della Semskaja Duma. Così i nobili, proprio con i
loro tentativi egoistici di mantenere intatta l’antiquata base sociale della piramide, attaccano il suo baricentro politico.

Ma la reazione aristocratica al disegno imperiale di liberazione dei servi della gleba sarebbe
stata l’avvio politico di un processo rivoluzionario, destinato a estendersi sul piano sociale con
la generale sollevazione delle masse contadine. Il carattere endemico delle sanguinose rivolte
agrarie, scoppiate negli ultimi anni, lasciava presagire un «violento incendio tra la
popolazione rurale» al momento dell’attuazione del progetto di riforma, anche nel caso che la
nobiltà non si fosse opposta all’emancipazione:
Tuttavia, la nobiltà si opporrà sicuramente; l’imperatore, combattuto tra necessità di Stato e convenienza, tra la paura dei
nobili e la paura dei contadini inferociti, certamente esiterà; e i servi della gleba, le cui aspettative sono tese al massimo, si
solleveranno come mai prima d’ora, credendo che lo zar stia dalla loro parte ma sia solo trattenuto dai nobili. E quando lo
faranno, comincerà il 1793 russo; il regno del terrore di questi servi della gleba sarà qualcosa che non si è mai visto finora
nella storia, ma sarà anche la seconda svolta nella storia russa e introdurrà finalmente un’autentica e generale civiltà al posto
di quella falsa e illusoria portata da Pietro il Grande.

Non c’è dubbio che Marx sopravvalutasse, in questi articoli e nelle lettere a Engels dello
stesso periodo, l’ampiezza e l’importanza delle aspirazioni «costituzionali» dell’aristocrazia
russa alla vigilia del 1861. In realtà, i comitati provinciali della nobiltà si appassionarono
molto di più alle modalità economiche dell’emancipazione: in primo luogo, al problema
dell’eventuale assegnazione di lotti di terra ai contadini affrancati. Questa e altre inesattezze
nel quadro tratteggiato da Marx delle fasi preliminari della riforma del 1861 si spiegano, da
un lato, con il ricordo insistente delle vicende della rivoluzione francese e, dall’altro, con il
tipo di informazioni utilizzate (per lo più notizie attinte dai giornali occidentali). Si trattava
comunque di un’interpretazione tutto sommato verosimile. Non si avverò invece la previsione
di una vasta e selvaggia jacquerie contadina, su cui si fondavano in sostanza le sue speranze
in un’evoluzione interna della Russia zarista e anche le sue idee sulle prospettive della
rivoluzione mondiale. Ecco, infatti, come egli si era espresso nella lettera ad Engels dell’11
gennaio 1860:
Secondo me, la cosa più importante che avviene oggi nel mondo è, da un lato, il movimento degli schiavi americani,
cominciato con la morte di Brown [l’abolizionista statunitense], e dall’altro il movimento degli schiavi in Russia. Avrai visto
che la nobiltà in Russia si è gettata direttamente nell’agitazione costituzione e che due o tre persone delle più alte famiglie
sono già finite in Siberia. Nello stesso tempo Alessandro si è guastato con i contadini: nel recentissimo manifesto si dichiara
letteralmente che «the communistic principle» deve cessare con l’emancipazione. Così è cominciato il movimento «sociale» a
ovest e ad est. Tutto ciò, insieme con l’imminente downbreak nell’Europa centrale, sarà grandioso4.

Di qui l’amara delusione provata da Marx per la mancata insurrezione contadina, di qui il
suo improvviso disinteresse per le vicende interne della Russia contemporanea, vista ancora
una volta come un paese immobile e monolitico.
È davvero stupefacente il silenzio di Marx, durato quasi un decennio, sulle trasformazioni
agrarie avviate dall’atto di emancipazione del febbraio 1861. Proprio negli anni in cui era
impegnato nelle diverse stesure del Capitale, egli ignorava completamente un avvenimento
economico colossale come la liberazione di milioni di contadini in un paese sterminato. Ciò
dimostra quanto fosse effimera, paragonabile a un fuoco d’artificio, la sua improvvisa passione
per la storia sociale della Russia, dettata più da immediate motivazioni politiche (l’attesa di
una grande esplosione rivoluzionaria) che da un reale bisogno di conoscenza. Sta di fatto che
egli rinunciò a seguire le fasi successive del processo di affrancamento dei servi della gleba.
Quando Engels, nel gennaio 1866, gli chiese notizie sulla concreta applicazione degli statuti di
emancipazione («quale terra ha ricevuto il contadino, chi ha pagato per questo, quali sono
adesso de facto i suoi rapporti con il proprietario ecc. ecc.»), gli rispose di non sapere nulla in
proposito5.
La Russia tornava ad essere, agli occhi di Marx, solo un’immutata «potenza barbarica»,
come leggiamo nell’appello finale dell’Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale dei
lavoratori (passata alla storia come Prima Internazionale)6. In quel testo di vibrata denuncia
della spaventevole miseria degli operai, scritto alla fine dell’ottobre 1864, Marx accennava
alle cause della «disfatta delle classi lavoratrici sul continente» dopo il 1848, «dovuta in parte
alla diplomazia del governo inglese, che agiva allora in fraterna solidarietà col governo di San
Pietroburgo». L’appello si chiudeva proprio con l’esortazione, rivolta agli operai, a contrastare
la politica estera dei governi, la quale «non persegue che disegni criminali e, sfruttando i
pregiudizi nazionali, non fa che sprecare il sangue e i tesori dei popoli in guerre di rapina».
Ciò era già avvenuto con successo, durante la guerra civile americana:
Non fu la saggezza delle classi governanti, ma la resistenza eroica della classe operaia inglese alla loro follia criminale che
salvò l’occidente europeo dal rischio di gettarsi a corpo morto nell’infame crociata per perpetuare e prorogare la schiavitù
dall’altra parte dell’Atlantico.

Pertanto, la lotta per una nuova politica estera doveva essere parte integrante «della lotta
generale per l’emancipazione della classe operaia». Un siffatto pensiero ispirava le note finali
dell’appello ai lavoratori, vibranti di sdegno per la politica di oppressione, che l’impero zarista
conduceva in occidente ai danni dell’eroica Polonia e, nel Caucaso, dei circassi e degli altri
indomiti popoli montanari:
L’approvazione vergognosa, la simpatia ironica e l’indifferenza idiota con le quali le classi superiori dell’Europa assistevano al
franare della fortezza montana del Caucaso, divenuta preda della Russia, e all’assassinio della Polonia da parte della
medesima potenza, le immense usurpazioni, sopportate senza resistenza, di questa potenza barbarica, la cui testa è San
Pietroburgo e le cui mani sono in tutti i gabinetti ministeriali d’Europa, hanno imposto alle classi operaie il dovere d’iniziarsi
ai misteri della politica internazionale, di vegliare sugli atti dei loro rispettivi governi, di opporsi a essi, se è necessario, con
tutti i mezzi in loro potere; se è impossibile prevenirli, è loro dovere coalizzarsi e denunciarli simultaneamente, e rivendicare
le semplici leggi della morale e della giustizia che devono regolare tanto le relazioni degli individui quanto quelle superiori dei
popoli.

Era comunque la questione polacca che in quegli anni interessava e appassionava Marx più
di ogni altro problema di politica internazionale. Ecco cosa egli disse nel corso di una
manifestazione organizzata a Londra, il 22 gennaio 1867, dagli emigrati polacchi e
dall’Internazionale7:
Non resta all’Europa che una sola alternativa. O la barbarie asiatica dietro il comando moscovita si rovescerà su di lei come
una valanga, o l’Europa s’impegnerà a restaurare l’integrità della Polonia, ponendo così tra se stessa e l’Asia 20 milioni di eroi
e guadagnando inoltre tempo per riprendere fiato e compiere il suo processo di rigenerazione sociale.

Sull’abolizione della servitù della gleba in Russia, che tante vacue speranze gli aveva
suscitato qualche anno prima, il giudizio di Marx era ormai cupo e rassegnato, ben diverso da
quello trionfalistico formulato negli articoli per la «New York Daily Tribune»:
In primo luogo, l’emancipazione dei servi ha liberato il potere supremo dall’ostacolo che i nobili hanno potuto costituire per la
sua azione centralizzatrice. Ha creato inoltre un vasto serbatoio per il reclutamento militare, dissolto la proprietà comune dei
contadini russi, isolandoli, e, soprattutto, ha rafforzato in loro la fiducia nel papa-autocrate. Essa non li ha privati del lezzo
della barbarie asiatica, sedimentatasi nel lento trascorrere dei secoli. Ogni tentativo di elevare il loro livello morale è
considerato alla stessa stregua di un crimine. Vi ricordo solo le persecuzioni ufficiali contro le società di temperanza che
avevano cercato di svezzare i moscoviti da ciò che Feuerbach chiama la sostanza pratica della loro religione, vale a dire
l’alcool. Qualunque cosa possa avvenire in futuro, per il momento l’emancipazione dei servi ha aumentato le forze a
disposizione dello zar.



Note


1
MEW, Bd. 29, p. 324.
2
MEW, Bd. 29, p. 360.
3
MEW, Bd. 12, pp. 590-593 e 673-682.
4
MEW, Bd. 30, p. 6.
5
MEW, Bd. 31, pp. 173 e 175.
6
Il documento è riprodotto in G. M. BRAVO, La Prima Internazionale. Storia documentaria, I, Editori Riuniti, Roma 1978, pp.
121-130.
7
Il testo integrale del discorso, tradotto in italiano, si può leggere in K. MARX, Manoscritti sulla questione polacca (1863-
1864), edizione italiana a cura di Bruno Bongiovanni e Enzo Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1981, pp. VII-XI.
III
LA SEZIONE RUSSA
DELLA PRIMA INTERNAZIONALE

L’apprendimento della lingua russa, da una parte, e i contatti con un gruppo di giovani russi
seguaci dell’Internazionale, dall’altra, indussero Marx a mutare ancora una volta
atteggiamento verso la Russia. Proprio perché il cambiamento all’inizio non fu né radicale né
brusco, questa volta si rivelò più profondo e duraturo, suscettibile di sviluppi imprevisti e
interessanti. Accennerò più avanti alle circostanze fortuite che spinsero Marx, già oberato di
lavoro e avanti negli anni, a studiare con accanito impegno una lingua difficile. Conviene
invece dare subito qualche notizia sulla nascita della sezione russa della Prima Internazionale.
Il 12 marzo 1870 i redattori della rivista «Narodnoe delo» («La causa del popolo»), che si
stampava a Ginevra, scrissero a Marx chiedendogli di rappresentarli nel Consiglio generale
dell’Associazione internazionale dei lavoratori. Il gruppo politico da loro creato si proponeva,
oltre alla diffusione dei princìpi dell’Internazionale tra i lavoratori russi, di «smascherare il
panslavismo, coinvolgendo la gioventù dei paesi slavi nella lotta contro queste vecchie idee
che sono utili solo all’impero zarista, impero che cadrà inevitabilmente e cederà il posto a una
libera federazione di associazioni agricole e industriali, unite ai lavoratori di tutto il mondo da
comunanza d’interessi e d’idee». I firmatari della lettera dichiaravano inoltre di sentirsi
discepoli di Černyševskij (il filosofo rivoluzionario deportato in Siberia) e di non avere
«assolutamente niente in comune con il signor Bakunin e con i suoi poco numerosi complici»1.
Sin dai tempi degli incontri parigini degli anni Quaranta, Marx non aveva preso sul serio le
professioni di fede rivoluzionaria manifestategli dagli emigrati russi. Quando, nel novembre
1868, Aleksandr A. Serno-Solov’ëvič gli scrisse per raccontargli la sua esperienza di lavoro
politico-sindacale a Ginevra, si limitò a passarla a Engels senza commento, considerandola
magari una tipica manifestazione della mitomania dei russi. Engels, a sua volta, rispondendo il
13 dicembre all’amico, si divertì a intessere una serie di digressioni linguistiche sul buffo
cognome del nuovo corrispondente di Marx2. Tuttavia, quasi un anno dopo espresse
rammarico per l’improvvisa morte del giovane rivoluzionario russo (il quale aveva posto fine ai
suoi giorni il 16 agosto 1869): «Mi dispiace di Serno: dev’essere stato proprio un russo
decente»3. In effetti, Aleksandr aveva preso parte al movimento studentesco di Pietroburgo
nel 1861 ed era poi stato uno dei più attivi militanti di Zemlja i volja (Terra e libertà), la prima
grande organizzazione rivoluzionaria russa, quasi un embrionale partito clandestino. Recatosi
all’estero per curarsi, poté in tal modo salvarsi dall’arresto (al quale non sfuggì invece il
fratello maggiore Nikolaj). A Ginevra simpatizzò per l’Internazionale ed ebbe una parte non
piccola nell’organizzazione del grande sciopero degli edili del marzo 18684.
Scorrendo la missiva dei redattori del «Narodnoe delo», Marx non poté non sorridere
leggendo che gli sconosciuti fondatori della sezione russa dell’Internazionale accoglievano con
entusiasmo la sua «critica del feudalesimo industriale». Tuttavia, la netta dissociazione da
Bakunin e la promessa di combattere il panslavismo dovettero sembrargli elementi più
importanti delle infelici formulazioni dottrinarie, contenute nella lettera. Sta di fatto che Marx
rispose il 24 marzo ai suoi giovani corrispondenti, assicurandoli che il loro gruppo politico
faceva ormai parte dell’Internazionale e dicendosi lieto di essere il rappresentante della
sezione russa presso il Consiglio generale di Londra5. Che si trattasse di un gesto suggerito
più da considerazioni di opportunità politica (la necessità di avere alleati nella battaglia contro
Bakunin) che da sincera stima per i nuovi compagni di strada, è comprovato dall’ironico
commento, formulato quello stesso giorno in una lettera a Engels: «Drôle de position per me,
fungere da rappresentante della jeune Russie! L’uomo non sa mai dove arriverà e in quale
strange fellowship s’imbatterà»6.
Ma chi erano i membri della redazione del «Narodnoe delo» che avevano dato vita alla
sezione russa dell’Internazionale? Dei tre firmatari della lettera a Marx del 12 marzo 1870 il
più noto e intraprendente era Nikolaj Isaakovič Utin. Questi in patria aveva avuto una parte di
rilievo nel movimento rivoluzionario, partecipando alle agitazioni studentesche dell’autunno
1861 e diventando, nel periodo di attività di Zemlja i volja, uno dei più stretti collaboratori di
Černyševskij. Rifugiatosi all’estero nel maggio 1863, ebbe in un primo tempo contatti a Londra
con i due esuli russi Herzen e Ogarëv. Ma presto se ne staccò, fedele al suo maestro
Černyševskij e seguendo il vento ostile a Herzen, che proprio allora cominciava a soffiare forte
tra la gioventù rivoluzionaria (ai cui occhi il «padre del populismo russo» appariva troppo
moderato): la rottura con l’ormai anziano esule londinese fu consumata alla fine del 1864 al
congresso degli emigrati russi di Ginevra.
Anche Anton Danilovič Trusov, originario della provincia di Minsk, aveva alle spalle
un’importante esperienza di lotta, essendosi distinto nell’insurrezione polacca del 1863.
Limpida e ardente era infine la fede rivoluzionaria dell’altro esponente della sezione russa,
Viktor Ivanovič Bartenev, il cui nome non può andar disgiunto da quello della moglie,
Ekaterina Grigor’evna Bronevskaja. Entrambi di nobili natali, avevano donato le loro terre ai
contadini e si erano recati in Svizzera, dove parteciparono al congresso di Berna della Lega
della pace e della libertà e furono tra i fondatori dell’Alleanza della democrazia socialista,
creata da Bakunin a Ginevra nell’ottobre 18687.
Al primo numero del «Narodnoe delo», uscito nel settembre 1868, aveva collaborato lo
stesso Bakunin. Ma nel numero successivo il suo nome non figurava: Utin, Trusov e gli altri
redattori della rivista non si riconoscevano più nelle idee e nei metodi di lotta del
rivoluzionario anarchico. I contrasti si fecero sempre più aspri nel corso del 1869, soprattutto
in conseguenza del sodalizio politico tra Bakunin e il tenebroso Nečaev (il giovane terrorista
che ispirerà il romanzo di Dostoevskij I demòni). La scelta di avvicinarsi all’Internazionale
divenne allora inevitabile, anche se nasceva, non bisogna dimenticarlo, più dall’ostilità verso
Bakunin che da un’effettiva assimilazione della dottrina di Marx. Per convincersene, basterà
dare uno sguardo ai principali testi programmatici della sezione russa, apparsi nel «Narodnoe
delo» dell’aprile 18708.
In questi documenti non mancano riferimenti polemici a Bakunin e Nečaev e parole di elogio
per la figura e l’opera di Marx. Vi si esprime anche la convinzione che «la vita popolare in
Russia negli ultimi anni presenta alcuni fenomeni straordinari, i quali mostrano come sia
possibile e necessario formare adesso unioni operaie in conformità con il programma e
l’organizzazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori». Ai compiti della propaganda
tra le popolazioni slave era poi dedicato un intero paragrafo del programma, in cui si
condannavano ancora una volta le «idee arretrate del panslavismo». Non ci dobbiamo quindi
meravigliare che Marx, sia pure con intima repugnanza, si fosse risolto a far accogliere la
sezione russa nell’Internazionale.
Il dirigente svizzero dell’Internazionale Johann Philipp Becker (il quale era in contatto con i
redattori del «Narodnoe delo» e, con tutta probabilità, aveva influito sulla loro decisione di
creare la sezione russa) interpretava bene il pensiero di Marx quando, dopo aver ribadito
l’urgenza e la priorità della lotta contro l’impero zarista, così proseguiva:
Dirò anche che se voi, lavorando con costanza e ponderazione, riusciste, nell’ora della generale rivoluzione sociale in
occidente, a paralizzare con un’insurrezione interna la sanguinaria brama del governo russo di intervenire nei disordini in
occidente, già questo sarebbe un ottimo risultato, dal momento che la disfatta del cesarismo occidentale porterebbe
inevitabilmente alla caduta dell’autocrazia russa!9

Come si vede, il massimo che la direzione dell’Internazionale si aspettava dai nuovi affiliati
russi era un’efficace azione di disturbo, che impedisse alla macchina militare del governo
zarista di soffocare la rivoluzione in occidente.
A legger bene, si nota subito che negli articoli del «Narodnoe delo» l’accento batteva su un
tema caro al programma populistico, ossia la funzione dell’obščina (la comune contadina)
nella rigenerazione politico-sociale della Russia. I fondatori della sezione russa non avevano
dubbi in proposito:
La tendenza a rovinare il popolo e a distruggere la sua vita comunitaria suscita, in maniera del tutto naturale, l’opposta
tendenza del popolo a un più stretto e saldo associazionismo, a una più solidale organizzazione delle proprie forze in nome
degli interessi comuni e per l’azione comune. Costretto dalle sue attuali condizioni a una lotta disperata per una ben misera
esistenza, il popolo lavoratore concentrerà in modo sempre più cosciente le sue forze produttive secondo il principio
associativo, a cui è così abituato, sia nelle comunità agricole sia nelle cooperative artigiane, le quali dovranno ricevere un
ulteriore sviluppo razionale.

Da un siffatto convincimento scaturiva un’importante conclusione: la sezione russa


dell’Internazionale doveva mobilitare e organizzare, oltre agli operai di fabbrica, tutte le altre
categorie di lavoratori (in primo luogo gli artigiani e i contadini), dal momento che «il popolo
russo ha desiderato in tutti i tempi realizzare i grandi princìpi proclamati dai congressi
internazionali dei lavoratori: la proprietà comunitaria della terra e degli strumenti di
lavoro»10.
Marx, che allora riusciva già a leggere il russo, si rendeva conto che i suoi giovani estimatori
erano ben lontani dal comprendere il nocciolo teorico dei suoi scritti di economia politica.
Talvolta gli capitava di arrabbiarsi per certe affermazioni apertamente populistiche del
«Narodnoe delo». Quando ebbe letto, nel n. 2 del 1870, l’articolo La riforma contadina e la
proprietà comunitaria della terra (nel quale si esprimeva la convinzione che l’obščina potesse
svolgere un ruolo essenziale nella trasformazione del paese e andasse quindi difesa dagli
attacchi esterni), manifestò la sua disapprovazione dando dell’«Asinus!» all’autore e
osservando che «la proprietà comunitaria russa può coesistere con la barbarie russa, non con
la civiltà borghese»11.
Le radici populistiche dei collaboratori del «Narodnoe delo» riaffioravano in un’altra
richiesta programmatica, quella relativa all’eguaglianza dei sessi. Anzi, sostenendo che «la
nostra opera di propaganda e organizzazione è rivolta a tutti gli oppressi senza distinzione di
sesso» e che «l’Internazionale, mirando all’emancipazione di tutta l’umanità, con ciò stesso
mira ad abolire lo sfruttamento di una metà dell’umanità da parte dell’altra», i fondatori della
sezione russa riecheggiavano un punto fondamentale del programma dell’Alleanza della
democrazia socialista, per la quale avevano simpatizzato prima di rompere con Bakunin. Marx
invece, incline a una visione tradizionale dei rapporti tra maschio e femmina, aveva
commentato con un sarcastico «L’uomo ermafrodita!» la richiesta bakuniniana di una completa
eguaglianza tra gli individui dei due sessi12.
Secondo una erudita e autorevole studiosa sovietica (ligia all’interpretazione canonica dei
rapporti tra Marx e i rivoluzionari russi), «i membri della sezione russa dell’Internazionale
seppero apprezzare moltissimo l’importanza per la lotta di emancipazione della teoria
rivoluzionaria elaborata dai fondatori del marxismo»13. Non mancarono nell’URSS, tuttavia,
storici più avveduti, consapevoli che Utin e i suoi compagni, pur vedendo in Marx il loro
maestro, «non furono in grado di comprendere le sue idee teoriche e propendevano talvolta
per le tradizioni del socialismo comunitario di tendenza populistica»14. Vi fu anche chi volle
mantenere una posizione di equidistanza tra le due opposte tesi storiografiche, con risultati
non troppo felici, come si può vedere dalla lunga e contraddittoria introduzione di Karataev
alla già menzionata raccolta di testi del «Narodnoe delo»15.
Non meno controversa è la questione dell’influenza esercitata dalla sezione russa sugli
ambienti rivoluzionari in patria. I lavori degli storici sovietici, con poche eccezioni, tendevano
a esagerare l’importanza e la solidità dei legami politici e organizzativi dei redattori del
«Narodnoe delo» con il movimento clandestino. È pressoché certo che la Barteneva, tornata in
Russia nell’autunno 1869, ebbe contatti con i circoli studenteschi in alcuni quartieri della
capitale16. Più difficile è stabilire se e in qual misura la sua attività abbia influito sul gruppo di
Mark Andreevič Natanson, il quale sin dalla primavera 1869 stava esplorando nuove forme di
azione rivoluzionaria in violenta polemica con i metodi settari di Nečaev. Le testimonianze e i
documenti in proposito sono troppo scarni e contraddittori perché si possa parlare di contatti
proficui e durevoli. Con ogni probabilità, Koz’min vide giusto scrivendo che i tentativi del
«Narodnoe delo» di stabilire rapporti con il movimento rivoluzionario in patria «non furono
coronati da successo»17.
Non essendo riuscita a mettere radici in patria, la sezione russa dell’Internazionale restò
sino all’ultimo una piccola setta politica, legata ai contrasti e alle risse che squassarono la
prima grande associazione internazionale dei lavoratori. Il suo compito si limitò ben presto a
una dura campagna contro Bakunin, nella quale Utin si prodigò più degli altri senza risparmio
di mezzi e di energie.
Il ritratto di un Utin «maestro d’intrighi», tracciato da Franz Mehring18, è forse troppo
severo, ma contiene senza dubbi alcuni elementi di verità. Leggendo le lunghe lettere del
giovane russo al «caro maestro» (cioè a Marx) e alla «cara sorella» Eleanor (la figlia di Marx),
si ha l’impressione di un personaggio meschino e vanaglorioso, intento a gettar fango sugli
avversari e a presentarsi nei panni dell’eroe. È certo comunque che Utin concluse poco
dignitosamente la sua attività di rivoluzionario, ottenendo nel dicembre 1877 dalle autorità
russe il permesso di tornare a Pietroburgo, dopo aver rassicurato il capo della polizia zarista
circa il proprio completo ravvedimento.
Marx ed Engels, che lo incontrarono per la prima volta a Londra nel settembre 1871 in
occasione della conferenza dell’Internazionale, l’ebbero subito in simpatia e gli furono sempre
riconoscenti per i servigi da lui resi nello smascheramento di Nečaev e nella lotta contro
Bakunin. I loro sentimenti di cieca diffidenza verso i rivoluzionari russi stavano ormai
mutando, grazie anche ai contatti avuti con i giovani del «Narodnoe delo», come si vede dalle
seguenti parole di Engels:
Per quel che riguarda i russi in generale, c’è un’enorme differenza tra i russi nobili e aristocratici giunti in precedenza in
Europa, di cui fanno parte Herzen e Bakunin e che son tutti impostori, e i russi che arrivano adesso, di estrazione popolare.
Tra costoro ci sono persone che, per talento e carattere, possono annoverarsi senz’altro tra i migliori del nostro partito,
individui di uno stoicismo, di una fermezza di carattere e anche di una capacità di comprensione teorica veramente
ammirevoli19.

Anche il loro giudizio sulle prospettive della rivoluzione russa era adesso alquanto diverso.
Abbandonando l’atteggiamento di amara delusione in cui era piombato qualche anno prima,
Marx tornò a riporre «una grande speranza nel movimento sociale russo», come disse durante
un intervento alla conferenza dell’Internazionale del settembre 1871. Queste sue speranze
nascevano dalla costatazione che «quasi tutti gli studenti lì sono poveri [e] sono molto più
legati al popolo. Danno un esempio con la loro dedizione al popolo [e] un forte impulso alle
classi lavoratrici», e che «v’è un forte spirito di associazione e di solidarietà, ed esiste una
grande libertà individuale»20. In quella seduta Utin parlò in piena sintonia con Marx,
condannando l’attività di Bakunin, pronunciandosi contro la creazione di società segrete in
Russia e soffermandosi sui misfatti di Nečaev, che allora inquietavano l’opinione pubblica in
Europa.
La battaglia dei giovani del «Narodnoe delo» contro Bakunin e Nečaev era, con tutta
probabilità, ciò che Marx ed Engels più apprezzavano in loro. La stessa Internazionale fu
investita dalla bufera scatenatasi, prima in Russia e poi in Europa, dal cosiddetto «affare
Nečaev». Il giovanissimo russo di umili origini (era nato nel 1847) si impegnò, alla fine degli
anni Sessanta, a creare una rete organizzativa clandestina, secondo lui necessaria premessa e
guida della rivoluzione popolare in Russia. Convinto della necessità di stabilire un
collegamento con le organizzazioni rivoluzionarie all’estero, nel marzo 1869 Nečaev varcò la
frontiera e si recò a Ginevra, dove prese contatto con Bakunin e Ogarëv. I due esuli furono
impressionati dalla forte personalità del giovane. Com’è stato detto, «nell’animo degli emigrati
anziani, colti e complessi, aveva ormai trovato posto la delusione per la storia degli ultimi
anni»: «tutto ciò contribuì a fare di Nečaev, per un momento, una figura esemplare agli occhi
di chi vedeva in lui l’esponente unico, e perciò tanto più appassionante da osservare, della
gioventù rivoluzionaria russa»21.
Nečaev era l’autore del sinistro Catechismo del rivoluzionario, che riprendeva esasperandoli
i più foschi e inquietanti motivi del populismo settario e «giacobino». Oltre a indicare le regole
generali della costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria clandestina, quel testo fissava in
dettaglio le norme di vita e di condotta dei suoi membri. Il principio fondamentale era
formulato in modo spavaldo:
Il rivoluzionario è un uomo perduto. Non ha né interessi personali, né affari privati, né sentimenti, né affetti, né proprietà,
neppure un nome. Tutto in lui è assorbito da un unico interesse esclusivo, da un unico pensiero, da un’unica passione: la
rivoluzione.

Di qui discendevano le regole valevoli per ogni membro dell’organizzazione, il quale


«disprezza e odia la morale attuale della società in tutti i suoi impulsi e manifestazioni»,
perché «morale per lui è tutto ciò che favorisce il trionfo della rivoluzione» e «immorale e
criminale è tutto ciò che lo ostacola». «Duro verso se stesso», il rivoluzionario «deve essere
duro anche verso gli altri»:
Tutti i sentimenti teneri e snervanti, come quelli di parentela, di amicizia, di amore, di gratitudine e anche di onore devono
essere soffocati in lui dalla sola fredda passione per la causa rivoluzionaria. Non esiste per lui che una sola volontà, che una
sola consolazione, rimunerazione e soddisfazione: il successo della rivoluzione. Notte e giorno egli deve avere un unico
pensiero e un unico fine: la distruzione implacabile.

Anche nei rapporti con i compagni dell’organizzazione clandestina, ciascun membro doveva
lasciarsi guidare solo da ragioni superiori: «Quando a un compagno capita una disgrazia, il
rivoluzionario, decidendo di salvarlo o no, deve prendere in considerazione non i sentimenti
personali, ma unicamente l’interesse della causa rivoluzionaria». Alla vita statale, sociale e
culturale il rivoluzionario partecipava «mosso soltanto dalla fede nella sua distruzione più
completa e più rapida»:
Al fine della distruzione spietata il rivoluzionario può e spesso persino deve vivere nella società, facendosi passare per quello
che non è. Il rivoluzionario deve penetrare dappertutto, in tutti i ceti medi e inferiori, nella bottega del mercante, nella chiesa,
nella casa signorile, nel mondo burocratico, militare, letterario, nella polizia segreta, e persino nel Palazzo d’inverno [la
residenza dell’imperatore].

L’organizzazione clandestina doveva suddividere «questa immonda società» in diverse


categorie, compilando l’elenco dei «condannati a morte» e stabilendo quali persone dovessero
venir soppresse per prime. Sarebbe spettato alle generazioni future organizzare la vita della
nuova società; «nostro compito è la distruzione terribile, totale, universale e spietata».
Cercando nel popolo sostegno per la realizzazione dei loro obiettivi, i rivoluzionari dovevano
unirsi a quegli elementi che, da sempre, avevano lottato contro la Stato e l’ordinamento
esistente: «Dobbiamo unirci al mondo ardito dei briganti, i soli autentici rivoluzionari in
Russia».
Nečaev non si limitò a mettere sulla carta i suoi intenti politici, ma cercò di tradurli in fatti
al suo ritorno in Russia alla fine dell’estate 1869. La Narodnaja rasprava (Giustiza sommaria
del popolo, così si chiamava la società segreta da lui creata) pur cercando contatti tra i ceti
umili e gli studenti, obbediva alle regole cospirative enunciate nel Catechismo del
rivoluzionario. In un siffatto clima politico, maturò all’interno della Narodnaja rasprava, nel
novembre 1869, un crimine politico destinato a suscitare profonda eco ed emozione
nell’opinione pubblica (e ad ispirare, come s’è detto, il romanzo di Dostoevskij I demòni).
Nečaev, con il concorso di alcuni suoi seguaci, uccise lo studente Ivan Ivanovič Ivanov, il quale
era sospettato di tradimento per essersi opposto alle direttive del capo. Rifugiatosi ancora una
volta all’estero, Nečaev riprese la collaborazione con Bakunin fin quando fu arrestato dalla
polizia svizzera ed estradato in Russia. Bakunin, sia pure con colpevole ritardo, prese le
distanze dal suo giovane protetto, ma non riuscì ad evitare lo scandalo in seno
all’Internazionale, che condusse un’aspra campagna contro di lui, le sue mene cospirative e le
trucide gesta della Narodnaja rasprava.
Senza dubbio, alcune delle idee di Nečaev si ispiravano al pensiero e all’agitazione di
Bakunin. Il quale fu sempre pervaso della mentalità cospirativa e della mania insurrezionale,
assimilate alla vigilia e durante l’esperienza rivoluzionaria del 1848: e, una volta approdato su
sponde anarchiche (dopo il decennio di prigionia e di esilio siberiano), coniugò l’arcaica
visione cospirativa con l’ingenua esaltazione del ribellismo popolare, anche nelle forme più
primitive. Così, egli vide nel brigantaggio dell’Italia postunitaria un autentico fattore
rivoluzionario; e ripose le sue speranze negli endemici fenomeni briganteschi della sua Russia.
Tuttavia, il vecchio rivoluzionario conservava un nocciolo di umanità, che lo portò a rompere
con il giovane discepolo (della cui prorompente energia, peraltro, subì sempre il fascino).
I contemporanei associarono il nome di Bakunin, in maniera indissolubile, a quello di
Nečaev; e da allora storici e pubblicisti si sono quasi sempre attenuti a tale versione dei fatti,
attribuendo a entrambi la paternità del Catechismo del rivoluzionario. Ma lo studioso
israeliano Michael Confino scoprì e pubblicò, mezzo secolo fa, alcuni documenti inediti, che
gettano nuova luce sull’intricato rapporto tra i due: in special modo, l’interminabile lettera a
Nečaev del 2 giugno 1870 illumina la figura umana e politica del vecchio Bakunin. In quelle
pagine, drammatiche e sincere, il vecchio agitatore anarchico metteva a nudo il suo cuore,
inorridendo dinanzi all’abnegazione mista a fanatica crudeltà (samootveržennoe izuverstvo)
del giovane discepolo e stigmatizzando, come degni di un primitivo guerriero del Caucaso
(abrek), i metodi di lotta e lo stile di vita esposti nel Catechismo del rivoluzionario.
Il sodalizio tra i due rivoluzionari russi fu materia di aspre polemiche in seno
all’Internazionale, agitata dai contrasti politici e personali che opponevano Bakunin a Marx.
Quest’ultimo accolse quindi, con gioia insperata, il soccorso offertogli dai giovani russi
desiderosi di collaborare con lui nell’Internazionale. Era l’inizio di una revisione del suo
giudizio sulle prospettive della rivoluzione russa, che sarebbe alla fine approdata a risultati
imprevisti e inimmaginabili.

Note


1
MER, pp. 168-170.
2
MEW, Bd. 32, p. 230.
3
MEW, Bd. 32, p. 383. La lettera di Serno-Solov’ëvič a Marx del 20 novembre 1868 è in MER, pp. 161-165
4
Sulla figura di Aleksandr Aleksandrovič Serno-Solov’ëvič, si veda F. VENTURI, Il populismo russo, II. Dalla liberazione dei
servi al nihilismo, Einaudi, Torino 1972, pp. 126-137.
5
MER, pp. 170-171. Il Consiglio generale aveva deciso all’unanimità, il 22 marzo 1870, di accogliere la sezione russa
nell’Internazionale (General’nyj sovet Pervogo Internacionala. 1868-1870. Protokoly, Izdatel’stvo političeskoj literatury,
Moskva 1964, p. 156).
6
MEW, Bd. 32, p. 466. E il 14 settembre firmava la lettera all’amico «tuo K. M. Secretary for Russia!» (MEW, Bd. 33, p. 65).
7
Sull’attività rivoluzionaria di Utin, si veda B. P. KOZ’MIN, Russkaja sekcija Pervogo Internacionala [La sezione russa della
Prima Internazionale], Izdatel’stvo Akademii nauk SSSR, Moskva 1957, pp. 73 sgg. Qui si possono attingere notizie su Trusov
(pp. 104-105) nonché su Bartenev e sulla Bronevskaja (pp. 108-109). Nella lettera a Marx, Bartenev aveva usato lo
pseudonimo di Netov.
8
Si vedano soprattutto l’articolo Il ramo russo dell’Associazione internazionale dei lavoratori e il programma ufficiale del
gruppo (ristampati in Ekonomičeskaja platforma Russkoj sekcii I Internacionala, Sbornik materialov pod obščej redakciej
doktora ekonomičeskich nauk N. K. KARATAEVA, Izdatel’stvo social’no-ekonomičeskoj literatury, Moskva 1959, pp. 87-96).
9
La lettera di Becker ai membri della sezione russa, apparsa nel «Narodnoe delo» dell’aprile 1870, si trova ora in
Ekonomičeskaja platforma Russkoj sekcii I Internacionala,cit., pp. 102-105.
10
Questi primi «marxisti» russi erano talmente legati alle tradizioni ideali populistiche che usavano il termine «comunitario»
(obščinnyj) anche nei casi in cui sarebbe stato più corretto adoperare gli aggettivi «collettivo» o «sociale». Ecco, per esempio,
come il «Narodnoe delo» traduceva la risoluzione sulla proprietà fondiaria discussa al congresso di Basilea dell’Internazionale
(1869): «Il congresso ritiene che la società ha il diritto di abolire la proprietà privata sulla terra e sostituirla con il possesso
comunitario (obščinnym zemlevladeniem). Il congresso ritiene altresì che la gestione comunista (collettiva) della terra è
un’urgente necessità» (Ekonomičeskaja platforma Russkoj sekcii I Internacionala, cit., p. 21). Nelle deliberazioni di Basilea si
parlava solo di «propriété collective» (La Première Internationale, Recueil de documents publié sous la direction de Jacques
Freymond, t. II, Librairie E. Droz, Genève 1962, p. 61).
11
B. P. KOZ’MIN, op. cit., pp. 252-253.
12
G. M. BRAVO, La Prima Internazionale. Storia documentaria, cit., I, p. 328.
13
R. P. KONJUŠAJA, Karl Marks i revoljucionnaja Rossija [Karl Marx e la Russia rivoluzionaria], Izdatel’stvo političeskoj
literatury, Moskva 1975, pp. 422-423. Di questo libro esiste una seconda edizione (1985) con il medesimo titolo, rivista e
ridotta, ma identica alla prima nell’interpretazione generale e nei singoli giudizi.
14
S. S. VOLK, op. cit., p. 89. Anche Koz’min negò che i militanti della sezione russa avessero idee chiare ed esatte sull’opera
teorico-politica di Marx (op. cit., p. 178). Secondo Itenberg, «la sezione russa, che considerava suo maestro Černyševskij,
restava legata all’ideologia populistica» (B. S. ITENBERG, Rasprostranenie izdanij Russkoj sekcii I Internacionala v
revoljucionnom podpol’e Rossii, «Voprosy istorii», 1962, n. 10, p. 41).
15
Ekonomičeskaja platforma Russkoj sekcii I Internacionala, cit., pp. 3-83.
16
Vedi G. S. ŽUJKOV, Novoe o dejatel’nosti Russkoj sekcii I Internacionala [Nuovi dati sull’attività della sezione russa della
Prima Internazionale], e I. S. KNIŽNIK-VETROV, K voprosu o svjazjach Russkoj sekcii I Internacionala v Rossii [Sul problema dei
legami della sezione russa della Prima Internazionale con la Russia], entrambi in «Istorija SSSR», 1964, n. 4, pp. 83-91 e 91-
97. Notizie sulla propagazione delle idee della Prima Internazionale in Russia si leggono anche in O. D. SOKOLOV, Novye
materialy o rasprostranenii idej I Internacionala v Rossii, «Voprosy istorii», 1959, n. 1, pp. 201-203. Naturalmente la polizia
zarista indagò sull’attività della sezione russa (come mostrano i documenti scoperti da O. D. SOKOLOV, K voprosu o
dejatel’nosti I Internacionala i ego Russkoj sekcii, «Istorija SSSR», 1960, n. 1, pp. 161-162).
17
B. P. KOZ’MIN, op. cit., p. 233.
18
F. MEHRING, Vita di Marx, Prefazione di Ernesto Ragionieri, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 424-425.
19
Lettera a Becker del 14 giugno 1872 (MEW, Bd. 33, p. 487).
20
La Première Internationale, cit., t. II, p. 222. Il senso generale dell’intervento di Marx è abbastanza chiaro, ma va
comunque ricordato che le frasi da lui pronunciate non sono trascritte secondo un rigoroso e fedele resoconto stenografico. Si
veda anche l’edizione russa dei verbali della conferenza dove, tra l’altro, leggiamo che «[tra i lavoratori] è forte lo spirito di
associazione e di solidarietà», senz’alcun accenno alla libertà individuale (Londonskaja konferencija Pervogo Internacionala.
17-23 sentjabrja 1871 g., Institut Marksa-Engel’sa-Lenina pri CK VKP (b), Moskva 1936, p. 101).
21
F. VENTURI, Il populismo russo, II, cit., p. 283. Sull’affare Nečaev il lettore italiano dispone di due sillogi documentarie,
accompagnate da commento storico, ambedue eccellenti ancorché diverse nell’interpretazione del movimento rivoluzionario
russo di quegli anni, in generale, e della figura di Bakunin, in particolare: M. CONFINO, Il catechismo del rivoluzionario:
Bakunin e l’affare Nečaev, trad. it., Adelphi, Milano 1976 (or ora ristampato); e A. I. HERZEN, A un vecchio compagno, a cura
di Vittorio Strada, Einaudi, Torino 1977. A queste due pregevoli libri rimando chi desideri avere precisi ragguagli sulla
vicenda. La più ampia e rigorosa documentazione sui rapporti tra Bakunin e Nečaev è raccolta nel quarto volume delle
Archives Bakounine, edite dall’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam: Michel Bakounine et ses relations avec
Sergej Nečaev. 1870-1872. Écrits et matériaux, Introduction et annotations de Arthur Lehning, E. J. Brill, Leiden 1971.
IV
GIOVANI RUSSI A CASA MARX:
LOPATIN E TOMANOVSKAJA

Nel luglio 1870 Marx conobbe German Aleksandrovič Lopatin, che si era recato da lui a
Londra con una lettera di raccomandazione del socialista francese Paul Lafargue, genero
dell’autore del Capitale. Il rivoluzionario venticinquenne era, per dirla con Franco Venturi,
«una delle figure più interessanti di tutto il populismo russo»1. Aveva creato in patria assieme
ad un compagno di lotta, nel 1867, la Società del rublo, che mirava alla diffusione delle idee
populistiche tra i contadini, in netta polemica con le tendenze cospirative e terroristiche
culminate, l’anno prima, nel fallito attentato allo zar Alessandro II. Arrestato nella primavera
1868, aveva trascorso parecchi mesi in carcere e al confino prima di riuscire a evadere e
fuggire all’estero.
Giunto a Londra, Lopatin fece sin dai primi giorni una profonda e positiva impressione su
Marx, il quale così lo descrisse in una lettera a Engels del 5 luglio 1870: «una mente critica
molto sveglia, un carattere aperto, stoico come un contadino russo che si accontenta di tutto
ciò che trova». Il solo punto debole del giovane russo era la sua posizione sul problema
polacco: «Qui egli parla esattamente come un inglese, say an English chartist of the old
school, parla dell’Irlanda». Il 3 agosto Marx giudicava Lopatin «il solo russo “serio e fidato”
(solide) che io abbia finora conosciuto», e contava di «strappargli presto dalle ossa il
pregiudizio nazionale»2.
Anche Lopatin rimase favorevolmente impressionato da questi primi incontri con Marx e
dall’accoglienza ricevuta. Scrivendo il 6 luglio 1870 al russo Lavrov (un personaggio di cui
dovremo parlare più avanti), raccontò che era stato trattato dall’intera famiglia Marx in
maniera non solo gentile, ma decisamente cordiale: la padrona di casa l’aveva invitato con
insistenza ad esser loro ospite durante il suo soggiorno londinese. Lopatin forniva anche
pittoreschi dettagli sul modo di comunicare che si stabilì tra lui (che parlava le lingue
occidentali mescolandole con libertà e senza troppo badare alle regole grammaticali) e
l’anziano filosofo (il cui francese aveva un marcato accento tedesco). La mimica, praticata dal
disinibito visitatore, risultò provvidenziale: «Marx afferma di capirmi benissimo, e la moglie e
le figlie assicurano che non avevano mai immaginato fosse possibile creare un linguaggio così
comprensibile ed espressivo con mezzi così semplici»3. Alcuni decenni dopo, in un’intervista
rilasciata poco prima di morire, Lopatin tornò a rievocare quei primi incontri aggiungendo un
curioso dettaglio, che getta luce sulla visione culturale dell’autore del Capitale:
Marx, che era un eccezionale poliglotta, si mostrava bonario dinanzi alle difficoltà del suo interlocutore, quando questi, non
riuscendo ad esprimere il proprio pensiero in nessuna delle tre lingue straniere (ch’egli allora padroneggiava egualmente
male), ricorreva alla mimica, al linguaggio del corpo [k metodu akologii] e allo «schiocco delle dita», eterno gesto di chi non
trova la parola giusta. Una volta, in uno di tali momenti, Marx si fermò e, contento dell’idea balenatagli, mi suggerì: «Parli
dunque in latino, è la cosa migliore!». E restò sorpreso e amareggiato nell’apprendere che gli studenti russi, terminato il liceo
classico, non sanno esprimersi in latino4.

Tutte le lettere e le testimonianze in nostro possesso confermano i sentimenti di simpatia e


di stima intellettuale che, sin dall’inizio, i due provarono l’uno verso l’altro. Lopatin rimase
affascinato dalla enciclopedica cultura e dai modi affabili di quel luminare, che con lui non
usava mai toni i sarcastici, così temuti dagli avversari, né mostrava la benché minima
supponenza. Marx, a sua vota, ammirava nel giovanissimo amico le capacità intellettuali non
meno dello schietto ardore rivoluzionario. Già a settembre, propose la nomina di Lopatin nel
Consiglio generale dell’Associazione dei lavoratori.
Nel dibattito sull’attività di Bakunin e sull’affare Nečaev, che allora agitava la vita della
Prima Internazionale, Lopatin non poteva non prender posizione. Egli era lontanissimo dalla
mentalità cospirativa e dalla ferocia terroristica dei rivoluzionari di Narodnaja rasprava. Anzi,
aveva voluto raccogliere informazioni sui motivi e sulle circostanze dell’uccisione dello
studente Ivanov, nonché sulle prime inchieste della magistratura russa, comunicando poi i
risultati della sua indagine alla figlia di Herzen in una lettera del 1° agosto 1870 (scoperta e
pubblicata da Confino)5. Il ribelle era stato soppresso, nella maniera più crudele, perché s’era
rifiutato di fornire ulteriori somme di denaro a Nečaev senza precise garanzie sulla loro
utilizzazione. Lopatin riassumeva così i risultati della sua ricerca: «I[vanov] è stato ucciso: 1. a
causa dell’amor proprio (dell’ambizione, se volete) ferito di N[ečaev]; e 2. per un’infrazione al
paragrafo degli statuti, secondo il quale il ‘Comitato’ dispone senza alcun controllo dei beni
dei suoi membri».
Pur consapevole della colpevole leggerezza di Bakunin nel favorire la carriera del giovane
terrorista, Lopatin era nondimeno contrario a schierarsi dalla parte di Marx nell’inappellabile
condanna del pensiero e dell’azione del rivoluzionario anarchico. La ragione principale era
che, pur avendo grande stima per l’anziano amico da poco conosciuto, egli era incline a
ravvisare nel furioso duello tra lui e Bakunin rivalità personali assai più che divergenze
politiche. Nella lettera a Lavrov del 20 luglio 1870 fu chiarissimo a questo proposito: «siffatte
liti personali recano grave danno ad ogni partito e ad ogni causa». Né intendeva assumere il
ruolo di mediatore, persuaso com’era «dell’assoluta inutilità di qualsiasi tentativo di metterli
d’accordo, essendo le radici del problema ben più profonde della semplice divergenza di
vedute e di convinzioni teoriche»6.
Nell’estate e nell’autunno del 1870 Lopatin frequentò assiduamente casa Marx anche
perché stava traducendo in russo il primo libro del Capitale (uscito in tedesco nel 1867). Il
giovane rivoluzionario non trovò troppo ardua l’impresa di rendere nella sua lingua un libro di
non agevole lettura. Come confessò a Lavrov il 30 agosto, a lungo aveva declinato l’offerta di
tradurre il grosso tomo; ma, dopo averlo letto quasi per intero, si convinse di potercela fare,
grazie anche alla collaborazione dello stesso Marx; inoltre, gli era stata promessa come
ricompensa una bella somma, che gli avrebbe fatto comodo in un periodo in cui non disponeva
di altre fonti di reddito7. Solo la prima parte dell’opera, quella cioè relativa all’analisi della
merce, gli creava problemi per la «terminologia metafisica». Ne parlò con l’autore, il quale gli
suggerì di cominciare dal terzo capitolo, promettendo per parte sua di riscrivere per l’edizione
russa, con maggior chiarezza, le sezioni del libro più complesse e ostiche.
La quasi quotidiana frequentazione permise ai due di conoscersi meglio e di rendere più
intimo il loro legame d’amicizia. Parlarono, oltre che del lavoro di traduzione, dei più svariati
argomenti. Marx poté avere notizie di prima mano sul movimento rivoluzionario in Russia
negli ultimi anni e ragguagli più precisi sulla sorte di Černyševskij, di cui già conosceva e
apprezzava alcuni scritti di economia politica. Lopatin lo sentì spesso dire che «fra tutti gli
economisti contemporanei Černyševskij è l’unico pensatore veramente originale», e che «i
russi dovrebbero vergognarsi per il fatto che nessuno di loro si è finora curato di far
conoscere all’Europa un pensatore così straordinario» e che quindi «la morte politica di
Černyševskij è una perdita per il mondo scientifico non solo della Russia ma dell’Europa
intera». Che effetto producessero tali discorsi sull’animo del giovane Lopatin, è lui stesso a
dircelo:
Confrontando questo giudizio su Černyševskij scrittore con i giudizi sulla sua grande nobiltà e abnegazione, che prima mi era
capitato di sentire da persone, che l’avevano conosciuto intimamente e che non riuscivano a parlarne senza profonda
commozione, fui preso dall’ardente desiderio di tentar di restituire al mondo questo grande pubblicista e cittadino di cui la
Russia, a detta di Marx, dovrebbe andar fiera8.

Non sarà inutile ricordare, a questo proposito, quanto allora i giovani narodniki (populisti)
s’interessassero e si commuovessero per l’amara sorte di Černyševskij, arrestato nel 1862 e
deportato, dopo la prigionia e il processo, in un lontanissimo e sperduto villaggio della Siberia.
Sin dalla seconda metà degli anni ’60 si era cominciato a discutere nei circoli clandestini l’idea
di far evadere lo sventurato pubblicista, la cui figura stava diventando oggetto di un vero e
proprio culto tra i giovani rivoluzionari. Basti pensare alla cosiddetta «accademia di
Smorgon’» (formata per lo più da studenti della regione della Volga), la quale aveva tra i
principali obiettivi proprio la liberazione dell’illustre deportato9.
Nel dicembre 1870, interrompendo il lavoro di traduzione del Capitale, Lopatin tornò
improvvisamente in Russia, senza rivelare a Marx il progetto di organizzare la fuga di
Černyševskij (per il fondato timore che l’amico lo dissuadesse dalla temeraria impresa). Gli
scrisse però una lettera subito dopo il suo arrivo in patria, dandogli tra l’altro interessanti
ragguagli sull’eco suscitata in Russia dall’edizione tedesca del Capitale10.
Il generoso tentativo di Lopatin non ebbe successo: scoperto e catturato a Irkutsk, solo nel
1873 Černyševskij riuscirà a fuggire dalla Siberia e a riparare all’estero. Di siffatte avventure,
del resto, è zeppa la cronaca biografica dell’intrepido rivoluzionario. Basti menzionare, tra le
molte sue imprese, il proposito da lui messo in atto anni prima, nell’autunno 1867, di correre
in aiuto di Garibaldi, il quale stava marciando su Roma per liberarla dal pontefice e dai
francesi. Quando lesse su un giornale della nuova campagna militare dell’eroe dei due mondi,
Lopatin decise subito di partire per Italia; ma giunse a Firenze troppo tardi, il giorno dopo la
battaglia di Mentana, risoltasi con la sconfitta dei volontari garibaldini (3 novembre).
Nella seconda metà del 1870 Marx aveva avuto occasione di incontrare e stringere amicizia
con un’altra giovanissima (era nata nel 1851) protagonista del movimento rivoluzionario
russo, raccomandatagli dalla sezione russa dell’internazionale. Si chiamava Elizaveta
Lukinična Tomanovskaja e avrebbe preso parte attiva, qualche mese più tardi, all’epopea
rivoluzionaria della Comune di Parigi con lo pseudonimo di Elizaveta Dmitrieva, dedicandosi
soprattutto al lavoro tra le donne e battendosi coraggiosamente sulle barricate negli scontri
finali del maggio 187111. Erano stati i coniugi Bartenev, i quali la conoscevano bene, a
presentarla agli altri redattori del «Narodnoe delo». Sin dall’inizio fu accolta con grande
simpatia dalla famiglia di Marx. Questi se ne ricordò anche anni dopo, allorché Utin gli chiese
di trovare un avvocato per la Dmitrieva, che era nel frattempo tornata in Russia e il cui marito
aveva guai con la giustizia12.
Si è conservata una lettera della Tomanovskaja a Marx, datata 7 gennaio 1871, che contiene
un passaggio sorprendente. Prima di discuterne, conviene riportarlo integralmente:
Quanto all’alternativa da Lei prevista nella questione delle sorti della proprietà comunitaria in Russia, purtroppo la sua
dissoluzione e trasformazione in piccola proprietà son più che probabili. Tutte le misure del governo (il tremendo e
sproporzionato aumento delle imposte e dei tributi) hanno come unico obiettivo l’introduzione della proprietà individuale
mediante l’abolizione della responsabilità collettiva. La legge promulgata l’anno scorso l’abolisce già nelle comunità di
villaggio con una popolazione inferiore a 40 anime (maschili; le donne, per fortuna, non hanno anima); la stampa ufficiale e
liberale non si perita affatto di strombazzare le conseguenze a suo parere benefiche di questo provvedimento. E, in effetti, un
così splendido inizio è molto promettente13.

Secondo lo studioso giapponese Haruki Wada, questo brano sarebbe la prova che adesso
Marx guardava in modo molto diverso alle prospettive di sviluppo dell’obščina (la comunità di
villaggio, peculiare istituzione delle campagne russe); egli cioè cominciava a prendere in
considerazione l’ipotesi che la comune contadina diventasse lo strumento della trasformazione
socialista del paese, evitando la fase capitalistica14. Si tratta, a parer mio, di una conclusione
frettolosa, che non trova conferma in nessun altro testo dello stesso periodo. Come avremo
modo di chiarire nei prossimi capitoli, ci fu sino alla fine del decennio una lunga e complicata
evoluzione nella visione politico-filosofica di Marx, sboccata poi quasi all’improvviso in un
radicale ripensamento della precedente concezione e in un’autentica metamorfosi
intellettuale.
Quanto all’accenno della Tomanovskaja alle speranze dell’autore del Capitale nella
conservazione dell’obščina, può darsi che, nei lunghi colloqui da lui avuti con i giovani amici
russi, egli non abbia voluto urtare i loro sentimenti populistici; né è da escludere che,
trascinato dalla loro fede, il filosofo di Treviri abbia ammesso per un attimo che una
sollevazione contadina in Russia, se accompagnata da una simultanea rivoluzione socialista in
occidente, avrebbe potuto impedire la disgregazione dell’obščina e la penetrazione del
capitalismo nelle campagne. Ma che in quel periodo egli guardasse ancora con occhio critico e
severo alla comunità di villaggio russa, è fuori dubbio. Abbiamo già avuto modo di rimarcarlo,
ricordando le sue feroci osservazioni all’articolo del «Narodnoe delo» La riforma contadina e
la proprietà comunitaria della terra.
Era stata proprio la Tomanovskaja a inviare a Marx il suddetto numero della rivista,
domandandogli pure, nella lettera del 7 gennaio, se volesse una copia dell’opera, ormai
classica, di August von Haxthausen sulle istituzioni agrarie russe, che era uscita in tre volumi
nel 1847-1852 e che descriveva la vita della comune contadina. Del resto, il lamento della
Dmitrieva sull’imminente dissoluzione dell’obščina non era affatto in contrasto con la
concezione populistica. Spesso i narodniki sottolineavano i gravi pericoli da cui era minacciata
la comune rurale, prima di suggerire gli strumenti e i rimedi atti a restituirle vitalità e dignità.
È probabile che la Tomanovskaja non la pensasse diversamente, se aveva dato in lettura
all’autore del Capitale l’articolo del «Narodnoe delo», che si concludeva con parole di fiducia
nel ruolo dell’obščina.
In ogni caso, l’amicizia con Lopatin e con la Dmitrieva, ancor più degli scambi epistolari e
dei contatti con il gruppo del «Narodnoe delo», valse a modificare il severo giudizio di Marx
sui russi. Ora egli nutriva una grande fiducia nei rivoluzionari della nuova generazione, quasi
tutti studenti di umili natali. L’ardente discorso sulla situazione in Russia, pronunciato nel
settembre 1871 alla conferenza dell’Internazionale, non fu dettato da un entusiasmo
momentaneo o dal desiderio di compiacere a Utin (presente alla seduta), ma nasceva da un
intimo e profondo convincimento.

Note


1
F. VENTURI, Il populismo russo, II, cit., p. 270.
2
MEW, Bd. 32, p. 520 e Bd. 33, p. 28.
3
Russkie sovremenniki, pp. 129-131.
4
L’ intervista, che dovremo ricordare ancora, apparve in un giornale socialista di Pietrogrado per il centenario della nascita di
Marx: M. NEVEDOMSKIJ, G. A. Lopatin o svoich vstrečach s Marksom [G. A. Lopatin sui suoi incontri con Marx], «Novyj Den’»,
4 maggio (21 aprile) 1918, p. 2. È riprodotta, con alcuni tagli, in Russkie sovremenniki, pp. 47-50. Che Lopatin non dovesse
essser molto ferrato in latino, lo si arguisce anche dallo sgrammaticatissimo «O tempores! O mores!» che leggiamo (a meno
che non si tratti di un refuso tipografico) in una sua lettera a Lavrov dell’estate 1878 (citata da V. F. ANTONOV, Russkij drug
Marksa. German Aleksandrovič Lopatin, Socekgiz, Moskva 1962, p. 63).
5
Vedila in M. CONFINO, Il catechismo del rivoluzionario, cit., pp. 263-266 (e, con una diversa traduzione, in A. I. HERZEN, A un
vecchio compagno, cit., pp. 195-197).
6
Russkie sovremenniki, p. 133.
7
Russkie sovremenniki, pp. 139-140
8
Russkie sovremenniki, p. 46.
9
Ampi ragguagli sull’«accademia di Smorgon’», attiva nel 1867-1868, si leggono in F. VENTURI, Il populismo russo, II, cit, pp.
255-260. Sulla formazione intellettuale di Černyševskij, sul suo impegno rivoluzionario, sulla prigionia e condanna, il lettore
italiano dispone di un volumetto documentatissimo e affascinante, scritto da uno dei nostri più bravi russisti: M. NATALIZI, Il
caso Černyševskij, Bruno Mondadori, Milano 2006.
10
MER, pp. 184-186.
11
B. S. ITENBERG, Rossija i Parižskaja Kommuna [La Russia e la Comune di Parigi], Nauka, Moskva 1971, pp. 15-16.
12
Nella lettera al «caro padre» del 17 dicembre 1876, Utin spiegò a Marx che Elizaveta era innamorata del coniuge,
imprigionato per reati comuni, e che l’avrebbe seguìto in Siberia in caso di condanna (MER, pp. 335-336). Marx scrisse allora
a Maksim Kovalevskij, pregandolo di rivolgersi a nome suo all’avvocato Vladimir Ivanovič Taneev di Mosca, «devoto amico
dell’emancipazione del popolo», perché aiutasse una signora «che ha reso grandi servigi al partito» (MEW, Bd. 34, p. 238).
13
MER, pp. 186-187.
14
H. WADA, Marx and revolutionary Russia, nel volume già ricordato Late Marx and the Russian Road, p. 46. Nel suo erudito
e intelligente saggio, Wada tende a datare al principio degli anni Settanta il radicale mutamento della posizione di Marx verso
il pensiero populistico.

V
LA TRADUZIONE RUSSA
DEL CAPITALE

Tornando in patria con il proposito di far evadere Černyševskij, Lopatin interruppe la


traduzione del primo libro del Capitale, alla quale si era dedicato nei mesi precedenti. Il lavoro
fu però continuato da un suo amico e coetaneo, Nikolaj Francevič Daniel’son, il quale da
tempo carezzava il progetto di far conoscere al pubblico russo l’opera principale di Marx.
Nato a Mosca nel 1844 in una famiglia di mercanti e rimasto presto orfano di padre,
Daniel’son si era diplomato all’Istituto commerciale di Pietroburgo, per poi trovare impiego in
una banca della capitale, dove sarebbe rimasto a lavorare per tutta la vita1. Nell’istituto di
credito dove prestava servizio, non aspirò mai a far carriera, preferendo svolgere mansioni
decorose e modeste, che gli consentivano di avere maggior tempo libero per la lettura e lo
studio. Nel 1867 entrò a far parte, con altri amici, di quella Società del rublo (Rublëvoe
obščestvo), che era nata per iniziativa di Lopatin e che intendeva diffondere la cultura
democratica tra le masse popolari. Fu qui che maturò l’idea di tradurre in russo Il Capitale:
sin dall’inizio si pensò a Lopatin per la realizzazione del progetto. L’editore doveva essere il
pietroburghese Nikolaj Petrovič Poljakov, simpatizzante dei circoli rivoluzionari e noto per
aver pubblicato autori invisi al governo.
In quel torno di tempo, un altro rivoluzionario russo a noi già noto, l’esule Aleksandr A.
Serno-Solov’ëvič, vagheggiò l’idea di tradurre nella sua lingua il libro di Marx, come sappiamo
da una sua lettera del 14 giugno 1868: «Vorrei tradurre “Das Kapital” di K. Marx. Si troverà
un editore? Il libro è solido, la prima parte già uscita è lunga 800 pagine»2. Ma il progetto fu
abbandonato, quando l’ideatore seppe che un’analoga iniziativa era in fase di
programmazione.
Dopo l’arresto di Lopatin, all’inizio del 1868, all’ambizioso progetto di traduzione del
Capitale collaborò un altro giovane iscritto alla Società del rublo, Nikolaj Nikolaevič Ljubavin.
Questi, recatosi in Germania per studiar chimica, fece da mediatore tra i suoi amici russi e
Marx. Fu lui infatti a trasmettere da Berlino al fondatore dell’Internazionale la lettera di
Daniel’son datata, secondo il calendario russo, 18 settembre 1868 (corrispondente al 30
settembre del calendario occidentale): i due temevano che una missiva spedita direttamente
da Pietroburgo potesse non giungere a destinazione. Nella lettera affidata a Ljubavin,
Daniel’son annunciava a Marx che un editore di Pietroburgo intendeva stampare la versione
russa del primo ed eventualmente anche del secondo volume del Capitale, chiedendogli un
ritratto (da riprodurre nel libro in preparazione) e domandandogli, altresì, indicazioni
bibliografiche sul movimento operaio negli Stati Uniti. Lo pregava anche di mandargli le altre
sue opere (ad eccezione della Miseria della filosofia, del Manifesto del partito comunista e
della Critica dell’economia politica, da lui posseduti) o di dirgli almeno dove reperirle, in modo
da farle conoscere al pubblico russo 3.
La prima reazione di Marx fu di gioia. Il 4 ottobre, appena ricevuta la lettera, la mandò a
Engels dicendosi ben lieto dell’iniziativa e informandolo che avrebbe spedito al più presto agli
sconosciuti amici quanto gli veniva richiesto4. Ma poi la tradizionale diffidenza verso i russi
ebbe ancora una volta il sopravvento. Si spiega così il tono freddo della risposta a Daniel’son
del 7 ottobre, che somiglia più ad un messaggio telegrafico che ad una lettera amichevole5.
Marx avvertiva il suo corrispondente che la stesura del secondo volume del Capitale non era
ancora ultimata, soggiungendo che, in ogni caso, il primo libro costituiva già «un tutto
compiuto». Quanto alla richiesta di inviare in Russia altri suoi lavori, Marx dichiarava
seccamente che «delle mie opere, scritte in diverse lingue e pubblicate in diversi luoghi,
neppure io possiedo una collezione completa» e che «la maggior parte di esse non è più in
commercio». In cambio, redigeva un breve curriculum della sua «attività politico-letteraria»,
da utilizzare eventualmente nella prefazione all’edizione russa del Capitale.
Pur rallegrandosi al pensiero che il suo opus magnum, fino allora ignorato dalla scienza
economica occidentale, sarebbe stato accessibile ai lettori russi, Marx in fondo giudicava fatuo
e passeggero l’interesse suscitato dal Capitale in quel lontano e, a suo sentire, barbaro paese.
Ciò emerge con chiarezza dal seguente brano della lettera del 12 ottobre 1868 all’amico
Ludwig Kugelmann:
Qualche giorno fa un libraio di Pietroburgo mi ha sorpreso comunicandomi che «Il Capitale» sta per esser stampato in
traduzione russa. Ha voluto una mia fotografia per l’illustrazione di copertina, ed io non ho potuto negare questa piccolezza
«ai miei buoni amici» (i russi). È un’ironia della sorte che i russi, contro i quali ho combattuto per 25 anni ininterrottamente, e
non solo in tedesco, ma anche in francese e in inglese, siano sempre stati i miei «protettori». Nel 1843-44 a Parigi gli
aristocratici russi mi portavano in palma di mano. Il mio libro contro Proudhon (1847) [La miseria della filosofia], come anche
quello edito da Duncker (1859) [Per la critica dell’economia politica], in nessun altro paese hanno trovato uno smercio
maggiore che in Russia. E la prima nazione straniera che traduce «Il Capitale» è la Russia. Ma tutto ciò non dev’esser
sopravvalutato. Gli aristocratici russi da giovani vengono istruiti nelle università tedesche e a Parigi. Essi vanno a caccia di
quanto di più radicale viene prodotto in occidente. È un’autentica Gourmandise [leccornia], come quella che attirava una
parte dell’aristocrazia francese nel XVIII secolo. Ce n’est pas pour les tailleurs et les bottiers [Non è per sarti e calzolai],
diceva allora Voltaire delle sue idee illuministiche. Ciò non impedisce a questi stessi russi di diventare farabutti non appena
entrano al servizio dello Stato6.

Il giudizio di Marx era, ancora una volta, ingiusto. L’edizione tedesca del Capitale aveva
trovato subito in Russia lettori attenti e qualificati. Nell’autunno 1867, a Mosca, il professore
di chimica Pavel Antonovič Il’enkov (1819-1877) parlava, con gli amici dotti, del grosso volume
ancora fresco di stampa, uscito da poche settimane ad Amburgo, nella cui lettura era
immerso7. L’economista e filosofo Evgenij V. De Roberti (1843-1915) ne discusse ampiamente,
con accenti critici, nei suoi Studi di economia politica [Politiko-ekonomičeskie etjudy] del
18698.
Tra gli scrittori e i pubblicisti di orientamento populistico il libro ebbe una vasta risonanza.
In un articolo, apparso nella prestigiosa rivista «Annali della patria» [«Otečestvennyja
zapiski», 1869, n. 4], Grigorij Zacharovič Eliseev definì l’autore del Capitale «il più dotato e
onesto tra gli studiosi contemporanei di economia politica»9. Tre anni dopo, nell’articolo La
plutocrazia e le sue basi, egli ricorse ancora all’autorità di Marx per descrivere gli orrori dello
sviluppo capitalistico in Inghilterra10.
Più sorprendente è il fatto che, nel 1870, il semiufficiale «Archivio di medicina legale e
d’igiene pubblica» («Archiv sudebnoj mediciny i obščestvennoj gigieny») analizzasse la
condizione degli operai nell’Europa occidentale, sotto il profilo igienico-sanitario, basandosi
soprattutto sull’edizione tedesca del Capitale (e citandola espressamente). La notizia fu data a
Marx nella lettera già ricordata del 15 dicembre 1870 da Lopatin, il quale aggiunse che la
rivista era stata sequestrata e il direttore licenziato11.
Quella di tradurre Il Capitale non era affatto un’idea peregrina. I giovani ammiratori di Marx
non mancavano di coraggio intellettuale e politico ed intuivano che, nel loro paese, quel
grosso tomo avrebbe suscitato un genuino interesse. Tuttavia, l’impresa si rivelò più lunga e
ardua del previsto. Con l’arresto e il confino di Lopatin, le cose si complicarono e parvero
risolversi solo quando Ljubavin, che si trovava all’estero, decise di contattare Bakunin. Questi,
ottimo conoscitore del tedesco, accettò di rendere in russo l’opera principale del suo rivale e
ricevette un bell’anticipo per il suo lavoro. Ma a questo punto subentrò Nečaev il quale, giunto
in Svizzera dopo l’assassinio di Ivanov, convinse l’anziano sodale politico a non perder tempo e
a dedicarsi interamente alla causa rivoluzionaria, promettendogli di risolver lui la faccenda.
Bakunin, succube del fascino perverso di Nečaev, con molta probabilità non seppe mai delle
pesanti minacce che il suo giovane protetto, per esonerarlo dagli obblighi contrattuali, aveva
rivolto per lettera a Ljubavin.
Quando poi venne alla luce il crimine commesso dalla Narodnaja rasprava a Pietroburgo, la
campagna dell’Internazionale di Marx contro Bakunin si fece ancor più rovente12.
Il progetto di Daniel’son, arenatosi dopo la defezione di Bakunin, parve sul punto di
realizzarsi dopo la fuga all’estero di Lopatin e i rapporti d’amicizia e collaborazione, da
quest’ultimo stabiliti con Marx a Londra. Quando anche il secondo traduttore venne meno, a
causa del suo desiderio di impegnarsi nella liberazione di Černyševskj, fu lo stesso Daniel’son
a sobbarcarsi all’onerosa impresa e a completare l’opera.
L’edizione russa del Capitale vide la luce a Pietroburgo all’inizio della primavera del 1872.
Ne furono tirate 3000 copie, di cui 900 si vendettero in un mese e mezzo, come annunciò
Daniel’son all’autore il 23 maggio (4 giugno), soggiungendo che «la maggior parte delle riviste
e di giornali ha pubblicato recensioni del libro»13. I due censori che lessero l’opera del
«famigerato presidente dell’Associazione internazionale», ne permisero la pubblicazione in
russo, perché convinti che i duri giudizi di Marx sull’atteggiamento dei capitalisti verso gli
operai non avrebbero potuto «arrecare un danno considerevole dal momento che tali giudizi,
per così dire, annegano in un’enorme massa d’astratta, e in parte oscura, argomentazione di
economia politica»; non sarebbero risultati pericolosi neppure «gli aforismi di carattere
socialista», dispersi in un mare di «dettagli tecnici sull’andamento dei fenomeni economici». I
due zelanti funzionari non avevano dubbi sul fatto che pochi avrebbero letto il libro e
pochissimi l’avrebbero capito14.
Marx apprezzò molto la traduzione russa del suo libro, definendola «eccellente»
(vortreffliche) nella lettera a Friedrich Adolph Sorge del 23 maggio 187215. Non meno grande
fu la sua gioia nell’apprendere che, in Russia, Il Capitale veniva accolto da numerose
recensioni e segnalazioni, quasi tutte elogiative. Non è il caso di ripercorre qui le varie fasi del
dibattito sul capolavoro marxiano, proseguito ininterrottamente nel corso degli anni
Settanta16. Ma non è privo d’interesse ricordare almeno che, nella Russia di quegli anni,
accadeva talvolta che persino nel mondo accademico si discutesse della dottrina economica di
Marx. Già nel 1871, all’università di Kiev, Nikolaj Ivanovič Ziber aveva conseguito il titolo di
magister presentando una tesi di dottorato sulla Teoria del valore e del capitale di D. Ricardo
in relazione alle più recenti integrazioni e spiegazioni, in cui si esaminava anche la teoria
economica di Marx. Illustrando ai colleghi la dissertazione, il relatore ufficiale precisò
comunque che essa analizzava soltanto la teoria del valore e del denaro, non il «lato pratico»
della dottrina del pensatore socialista17. Conseguita la docenza universitaria, Ziber continuò a
illustrare e a difendere le tesi del Capitale, scendendo in campo ripetute volte contro i critici
liberali di Marx. Questi, per parte sua, scrivendo nel gennaio 1873 la postfazione alla seconda
edizione tedesca del Capitale, volle rendere omaggio al professore russo, il quale aveva
dimostrato come la sua «teoria del valore, del denaro e del capitale» fosse in sostanza il
«necessario perfezionamento (Fortbildung) della dottrina di Smith e Ricardo»18. E, all’inizio
del 1881, ebbe anche occasione di conoscerlo personalmente, quando lo studioso russo si recò
a Londra per lavorare nel British Museum19.
Prima di concludere questo rapido schizzo sulla fortuna del Capitale in Russia, converrà
ricordare la recensione dello scrittore e sociologo Nikolaj Konstantinovič Michajlovskij,
apparsa nelle «Otečestvennyja zapiski» nell’aprile 197220. La lettura populistica dell’opera di
Marx, già evidente nell’articolo di Eliseev La plutocrazia e le sue basi, trova qui un’ulteriore
ed esplicita conferma. A giudizio di Michajlovskij, il libro di Marx, con la sua «critica ferrata
delle dottrine dell’economia politica scolastica assieme alla scrupolosa e magistrale
ricostruzione storica dello sviluppo economico dell’Inghilterra», sarebbe stato «assai
istruttivo» per il lettore russo:
Marx è tedesco, ma non ha aspettato che i suoi compatrioti s’innalzassero o si abbassassero (questo il lettore lo vedrà
leggendo il libro di Marx) al livello dell’Inghilterra.[…] Com’è noto, Marx è socialista, è il capo dell’Associazione
internazionale dei lavoratori, è uno degli insoddisfatti della civiltà europea. Ma, in primo luogo, proprio per questa sua
insoddisfazione egli è per noi di gran lunga più interessante dei vari Garnier [economista francese] e Molinari [economista
belga], soddisfatti, che sono stati tradotti da noi. In secondo luogo, egli non è un utopista, bensì uno scienziato rigoroso, qua e
là persino freddo. In terzo luogo, infine, egli non può turbare in alcun modo la quiete pubblica da noi, pur essendo un
elemento rivoluzionario in occidente. Le idee e gli interessi, contro cui egli combatte, sono ancora troppo deboli da noi,
perché possa sorgere qualche pericolo mettendoli in forse. Ma essi sono già abbastanza forti, perché noi si debba riflettere
sui risultati del loro ulteriore sviluppo. Ecco perché diciamo che il libro di Marx arriva quanto mai a proposito.

Michajlovskij chiarì ancora meglio il suo punto di vista, qualche mese più tardi, nell’articolo
La questione operaia russa al congresso degli industriali, pubblicato sempre nelle
«Otečestvennyja zapiski»21. Prendendo le mosse dal congresso degli industriali che si era
tenuto nel maggio 1870, ma i cui resoconti stenografici videro la luce nel 1872, lo scrittore
populista osservava che, mentre nell’Europa occidentale la questione operaia poteva esser
risolta solo con «il passaggio delle condizioni di lavoro nelle mani del lavoratore», cioè con
«l’espropriazione degli attuali proprietari», in Russia bastava «conservare le condizioni di
lavoro nelle mani del lavoratore, garantire agli attuali proprietari la loro proprietà». A chi
avesse obiettato che non bisognava «restar fermi all’aratro di legno e al sistema dei tre campi,
ai metodi antidiluviani di fabbricazione di cappotti e pellicce», e avesse proposto come
alternativa lo scioglimento dell’obščina e lo sviluppo di un’industria di tipo inglese, si sarebbe
potuto rispondere che v’era un’altra soluzione, meno facile ma più corretta. Per Michajlovskij,
l’altra via consiste nello sviluppare quei rapporti di lavoro e di proprietà che sono già presenti, ma in forma rozza e primitiva.
È chiaro che quest’obiettivo non può essere raggiunto senza un ampio intervento statale, il cui primo atto dev’essere il
rafforzamento legislativo della comune agraria.


Note


1
Un bel profilo biografico di Daniel’son si legge in V. V. ZVEREV, N. F. Daniel’son, V. P. Voroncov. Dva portreta na fone
russkogo kapitalizma [N. F. Daniel’son e V. P. Voroncov. Due ritratti sullo sfondo del capitalismo russo], RKT‒Istorija, Moskva
1997, pp. 5-13.
2
Cit. da A. L. REUEL’, Russkaja ekonomičeskaja mysl’ 60-70-ch godov XIX veka i marksizm [Il pensiero economico russo degli
anni 60’ e 70’ del XIX secolo e il marxismo], Gosudarstvennoe izdatel’stvo političeskoj literatury, Moskva 1956, p. 224 nota 4.
In un’altra missiva, sempre del giugno 1868, Serno-Solov’ëvič espresse il desiderio di tradurre in russo Per la critica
dell’economia politica di Marx (ivi, p. 206, nota 1).
3
MER, pp. 158-159.
4
MEW, Bd. 32, p. 174.
5
MEW, Bd. 32, pp. 563-565.
6
MEW, Bd. 32, pp. 566-567.
7
Russkie sovremenniki, p. 45.
8
A. L. REUEL’, op. cit., pp. 215-217.
9
A. L. REUEL’, op. cit., p. 219.
10
L’articolo, apparso nelle «Otečestvennyja zapiski» (1872, n. 2), è stato ristampato in Narodničeskaja ekonomičeskaja
literatura. Izbrannye proizvedenija [Letteratura economica populistica. Opere scelte], pod redakciej N. K. KARATAEVA,
Izdatel’stvo social’no-ekonomičeskoj literatury, Moskva 1958, pp. 125-159.
11
A. L. REUEL’, op. cit., pp. 221-222; MER, pp. 184-186.
12
La vicenda è ricostruita nei dettagli, sulla base di nuovi documenti, da M. CONFINO, Il catechismo del rivoluzionario, cit.,
pp. 99 sgg.
13
MER, p. 244.
14
Le relazioni dei censori si possono leggere in Karl Marks i carskaja cenzura [Karl Marx e la censura zarista], «Krasnyj
archiv», t. 1 (56), 1933, pp. 6-10.
15
MEW, Bd. 33, p. 469.
16
Si vedano, a questo proposito, i capitoli quarto e quinto di A. L. REUEL’, op. cit.
17
A. L. REUEL’, op. cit., p. 327 nota.
18
MEW, Bd. 23, p. 22.
19
All’incontro con Ziber, Marx accenna nella lettera a Daniel’son del 19 febbraio 1881 (MEW, Bd. 35, p. 157). Sulla figura
dell’economista russo, si veda V. ZILLI, La rivoluzione russa del 1905. La formazione dei partiti politici (1881-1904), Istituto
italiano per gli studi storici, Napoli 1963, pp. 198-203.
20
Vedila in Narodničeskaja ekonomičeskaja literatura, cit., pp. 160-168.
21
Riprodotto, con alcuni tagli, in Narodničeskaja ekonomičeskaja literatura, pp. 167-177.
VI
MARX IMPARA IL RUSSO

Il 30 settembre (12 ottobre) 1869 Daniel’son scrisse a Marx un’altra lettera, per annunciargli
che «un certo Flerovskij» era riuscito per la prima volta, superando enormi difficoltà, a
«conoscere fin nei minimi dettagli il regime economico e la vita del contadino russo». Il suo
libro veniva a colmare una grave lacuna, dal momento che «non è ancora apparso né in patria
né all’estero un lavoro che getti luce in maniera corretta, non dal punto di vista ufficiale o
borghese, sulle sorti e sulle condizioni economiche dei contadini, degli operai di fabbrica,
degli artigiani o in generale della classe lavoratrice russa». Pertanto, Daniel’son gli mandava il
grosso volume da poco uscito, la cui ricca documentazione sarebbe magari servita per la
seconda parte del Capitale1.
Daniel’son aveva ragione a tessere le lodi dell’opera. Sotto lo pseudonimo di N. Flerovskij si
celava Vasilij Vasil’evič Bervi, di origini scozzesi, un giovane e brillante funzionario del
ministero della giustizia, cacciato dal suo posto per le critiche rivolte alla politica governativa
e le simpatie manifestate per il movimento rivoluzionario. Rinchiuso per alcuni mesi in
manicomio per una perizia psichiatrica, fu poi deportato ad Astrachan’, nella regione della
Volga, da dove venne trasferito in Siberia, per esser confinato infine in alcune città della
Russia europea. Nelle sue forzate peregrinazioni, osservò e studiò la vita dei ceti più umili, dai
contadini ai pescatori, dai battellieri della Volga agli operai di fabbrica; e descrisse con
competenza le classi lavoratrici del suo sterminato paese2.
Dopo aver ricevuto il grosso volume, Marx colse l’occasione per mettersi a studiare il russo.
Il 30 ottobre la figlia Jenny scriveva a Kugelmann che il Moro (come lo chiamavano in casa)
era «molto impegnato nella lettura di un libro (che è appena uscito in russo e che gli costa non
poca fatica) sulla situazione dei contadini russi»3. Benché stanco e oberato di lavoro per
l’impegno nell’Internazionale, Marx si gettò a capofitto nell’impresa: il 10 febbraio 1870
poteva annunciare a Engels di aver letto già le prime 150 pagine del libro di Flerovskij La
situazione della classe operaia in Russia.
L’opera dello scrittore populista gli parve subito straordinaria. Ecco il giudizio che ne diede
a Engels nella citata lettera del 10 febbraio:
È questa la prima opera in cui vien detta la verità sulla situazione economica russa. L’autore è un deciso nemico
dell’«ottimismo russo», com’egli lo chiama. Io non ho mai avuto una visione rosea di questo Eldorado comunista, ma
Flerovskij supera ogni aspettativa. L’esposizione è assolutamente originale, qua e là ricorda soprattutto Monteil [storico
francese]. Si vede che l’autore ha viaggiato dappertutto e ha osservato di persona. Si sente l’odio feroce per il landlord, il
capitalista e il funzionario. Non c’è dottrina socialista, né misticismo agrario (benché egli sia un sostenitore della proprietà
comunitaria), né esaltazione nichilistica. Qua e là qualche innocente corbelleria, che però s’adatta al livello di sviluppo delle
persone a cui lo scritto è destinato. In ogni caso, questo è il libro più importante che sia uscito dopo il tuo scritto sulla
«Condizione delle classi lavoratrici». Anche la vita familiare del contadino russo, con le donne orribilmente percosse a morte,
l’alcol e le concubine, vi è ben descritta.

Man mano che si inoltrava nella lettura di Flerovskij, Marx si convinceva che la fatica di
imparare il russo era ampiamente ricompensata dall’originalità e dalla ricchezza
documentaria del libro:
Sono davvero contento d’essere ora in grado di leggerlo abbastanza speditamente con l’aiuto del vocabolario. È la prima volta
che viene presentata la situazione economica della Russia nel suo complesso. Un lavoro scrupoloso. Per 15 anni l’autore ha
viaggiato dai confini occidentali del paese sino ai confini orientali della Siberia, dal mar Bianco al mar Caspio, con l’unico
scopo di studiare i fatti e smascherare le bugie convenzionali. Naturalmente è prigioniero di talune erronee concezioni circa
la perfectibilité perfectible de la Nation russe, et le principe providentiel de la propriété communale dans sa forme russe. Ma
lasciamo stare. Dopo lo studio della sua opera, ci si convince fermamente che in Russia è inevitabile e imminente una terribile
rivoluzione sociale, naturalmente nelle forme più elementari corrispondenti all’attuale livello di sviluppo moscovita4.

Nell’archivio dell’ex Istituto di marxismo-leninismo di Mosca (oggi RGASPI, Archivio statale


russo di storia politico-sociale) è conservata la copia del libro di Flerovskij con le annotazioni e
le sottolineature di Marx. Chi ne ha preso visione, assicura che il filosofo di Treviri, pur
apprezzando l’ampia informazione e il rigore documentario dell’opera, respingeva
decisamente «la maggioranza delle conclusioni teoriche dell’autore sui problemi
fondamentali»5. Che Marx non condividesse le speranze nella comune agraria e la visione
populistica di Bervi, è fuori dubbio. Tuttavia, nei giudizi da lui formulati leggendo La
situazione della classe operaia in Russia, l’accento batteva più sui concreti risultati di ricerca
e sulle qualità artistiche che sulle manchevolezze teoriche dell’autore, le quali oltretutto gli
sembravano meno rilevanti e quasi inevitabili trattandosi di un russo. L’abbiamo già visto
citando alcune lettere da lui scritte in quei giorni; e si potrebbero ricordare non pochi brani
epistolari di tenore analogo, giacché Marx parlava sovente, nei primi mesi del 1870, del
volume in cui riversava allora tanta parte delle sue energie e del suo interesse.
Anche nella risposta del 24 marzo, già ricordata, ai fondatori della sezione russa
dell’Internazionale, egli ebbe per Flerovskij solenni parole di elogio, pur se accompagnate da
un fugace accenno ai suoi limiti teorici; l’accomunò anzi a Černyševskij, dicendo che le opere
di entrambi «fanno davvero onore alla Russia e dimostrano che il vostro paese comincia a
partecipare al generale movimento del nostro secolo». La stima e l’ammirazione per Bervi non
poterono che crescere quando, nel maggio 1871, Daniel’son fece recapitare all’autore del
Capitale una lunga lettera, scritta appositamente per lui, nella quale Flerovskij metteva al
corrente Marx, in maniera dettagliatissima, delle fonti utilizzate per il suo libro6.
Resta ora da vedere se, e in qual misura, le lettura del Flerovskij abbia contribuito a
modificare le idee di Marx sulla comune contadina russa. Negli anni Cinquanta, scrivendo per
la «New York Daily Tribune» e approfondendo i suoi studi di economia politica, egli si era
interessato delle comunità agrarie precapitalistiche. La storia economico-sociale dell’India
aveva attirato in special modo la sua attenzione, a causa della ricchezza del materiale
documentario allora disponibile in Gran Bretagna e, altresì, per ragioni riconducibili al
generale clima dell’epoca. La conquista e l’esplorazione del mondo indiano, cominciate nella
seconda metà del Settecento, ebbero vaste ripercussioni non solo sulle vicende economiche e
politiche dell’Inghilterra e dell’Europa, ma pure sui dibattiti culturali dell’epoca. Basti pensare
alla nascita della linguistica comparata, stimolata dall’esame delle affinità del sanscrito con le
altre lingue europee, antiche e moderne, o all’interesse per le peculiari strutture agrarie di
quella lontana e arcaica civiltà. Trasferitosi in Inghilterra dopo la sconfitta della rivoluzione
del 1848-49, Marx fece tesoro, lavorando lungamente al British Museum, non solo degli studi
di economia politica, ma anche delle nuove conoscenze sulla storia politica e sociale dell’India.
Cosa egli pensasse allora della conquista britannica del subcontinente indiano e dei suoi
effetti sulla vita delle comunità di villaggio, lo vedremo in un prossimo capitolo. Ora basta dire
che, in ogni caso, egli ne parlava con competenza, potendo attingere alle migliori fonti
dell’epoca.
Dell’obščina russa, invece, Marx aveva negli anni ’50 e ’60 una conoscenza vaga e
superficiale: la difficile reperibilità della documentazione, unita all’ostilità verso il pensiero
populistico, gli impediva di approfondire l’argomento. Si spiegano così i nebulosi cenni sulla
«forma slava» e sulla «comunità slava» nel capitolo sulle società precapitalistiche dei
Lineamenti di critica dell’economia politica (i Grundrisse), il voluminoso abbozzo preparatorio
del Capitale scritto nel 1857-18587. Più che analizzarne i tratti distintivi, a Marx premeva
confutare la presunta originalità della comune contadina russa. Così, nel primo capitolo della
Critica dell’economia politica (1859), si scagliò contro il «ridicolo pregiudizio, diffuso in tempi
recentissimi, che la forma della proprietà comune sorta in modo spontaneo (die Form des
naturwüchsigen Gemeineigentums) sia specificamente slava, o addirittura esclusivamente
russa»8.
Alla fine degli anni Sessanta, le sue idee in proposito non erano granché mutate. Anzi, lo
studio delle opere di Georg Ludwig von Maurer sugli antichi germani e sulla storia agraria
tedesca lo confermò nel convincimento, in lui radicatissimo, che la proprietà comunitaria della
terra non fosse un fenomeno limitato alle campagne russe. Ecco come formulò il suo pensiero
scrivendo a Engels il 14 marzo 1868:
Proprio adesso è interessante che la maniera russa di redistribuzione periodica (in Germania solo annuale) della terra si sia
mantenuta qua e là in Germania fino al XVIII, e persino fino al XIX secolo. Trova qui nuova conferma (anche se Maurer non ne
sa niente) la mia tesi che in Europa all’inizio ci sono dappertutto forme di proprietà asiatiche, più precisamente indiane. Per i
russi, tuttavia, scompare anche l’ultima traccia della loro pretesa of originality, persino in this line. Quel che rimane loro è di
essere ancor oggi abbarbicati a forme, di cui i loro vicini si sono sbarazzati da un bel pezzo.

E alcuni mesi più tardi, nella lettera del 7 novembre 1868, precisò:
Tutta la faccenda è assolutamente identica, fin nei minimi particolari, alla comunità degli antichi germani. Ciò che vi si
aggiunge in Russia (e si trova anche in una parte delle comunità indiane, non nel Punjab ma al sud) è 1) il carattere non
democratico, ma patriarcale della direzione della comune e 2) la responsabilità collettiva per le imposte da versare allo Stato
ecc.9

Il fatto che in Russia esistessero numerose vestigia della proprietà comune della terra era
un altro segno dell’arretratezza di quella nazione, rimasta ferma a un primitivo stadio di
sviluppo. Ma anche colà, dopo l’abolizione della servitù della gleba, il «valore di scambio»
stava corrodendo e disgregando la comunità di villaggio10.
Nel libro di Flerovskij vi era anche un’ampia e appassionata analisi dei pericoli che
incombevano sull’obščina, oppressa dalla politica fiscale del governo e minata all’interno dalla
cupidigia dei contadini arricchiti. Nella descrizione dello sfruttamento dei contadini poveri da
parte dello strato rurale più agiato, Marx vide la conferma delle sue previsioni circa
l’imminente dissoluzione della comunità di villaggio. Ai suoi occhi, dunque, la ricerca di Bervi
aveva il merito non solo di demolire la leggenda dell’Eldorado russo, mostrando le disumane
condizioni di vita delle masse popolari, ma anche di svelare le interne contraddizioni di
un’istituzione come l’obščina, che a un primo sguardo poteva apparire solida e compatta.
Quanto alle proposte dello scrittore populista, volte a ripristinare le norme egualitarie come
mezzo efficace contro l’esosa attività dei kulaki (contadini ricchi), Marx le giudicò senz’altro
utopistiche e irrealizzabili.
Tuttavia, non possiamo escludere che il fervore con cui Flerovskij patrocinava il sistema
delle spartizioni periodiche ed egualitarie della terra abbia lasciato qualche traccia sull’animo
di Marx. Questi s’avvide per la prima volta, leggendo il libro inviatogli da Daniel’son, di quanto
fossero radicate le tradizioni comunitarie nelle campagne russe. Forse si spiega così che
quando, quasi un anno dopo, Lopatin e Tomanovskaja gli parlarono delle prospettive
dell’obščina, egli non abbia giudicato improbabili la rinascita e l’ammodernamento di
quell’arcaica istituzione; chissà, egli prese allora in considerazione, magari per un attimo,
l’ipotesi che la vittoria della rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale potesse consentire
alla comune rurale russa di evolversi verso forme comuniste.

Note


1
MER, pp. 167-168.
2
MEW, Bd. 32, p. 437. Su Vasilij Vasil’evič Bervi-Flerovskij, si veda F. VENTURI, Il populismo russo, III. Dall’andata nel popolo
al terrorismo, Einaudi, Torino 1972, pp. 30-42. Il testo integrale della seconda edizione (1872) della Situazione della classe
operaia in Russia è ristampato nel primo dei due tomi di opere scelte di Bervi: V. V. BERVI-FLEROVSKIJ, Izbrannye
ekonomičeskie proizvedenija v dvuch tomach, podgotovil k pečati G. PODOROV, Izdatel’stvo social’no-ekonomičeskoj literatury,
Moskva 1958.
3
MEW, Bd. 32, p. 699. Si è anche conservato il grosso quaderno, dal titolo Russische grammatische Studien, compilato da
Marx durante l’apprendimento della nuova lingua: per questo e altri dettagli, vedi N. S. RUMJANCEVA, Izučenie K. Marksom
russkogo jazyka [Marx studia il russo], «Istorija SSSR», 1958, n. 3, pp. 172-179.
4
Lettera del 5 marzo 1870 alla figlia Laura e al genero Paul Lafargue (MEW, Bd. 32, pp. 656-659.
5
O. SOKOLOV, Pometki na russkoj knige. Naša strana sto let nazad glazami Marksa [Annotazioni su un libro russo. Il nostro
paese cent’anni fa visto da Marx], «Pravda», 3 maggio 1968.
6
MER, pp. 191-195 e 197.
7
K. MARX, Forme economiche precapitalistiche, Prefazione di E. J. Hobsbawm, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 72, 91, 98 e
101. Si veda anche l’edizione tedesca: K. MARX, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf). 1857-1858,
Dietz Verlag, Berlin 1953, pp. 377, 390, 395 e 397.
8
MEW, Bd. 13, p. 21 nota.
9
MEW, Bd. 32, pp. 42 e 197.
10
È un’affermazione di Engels, che Marx certamente condivideva (MEW, Bd. 32, p. 112).
VII
UNA FECONDA AMICIZIA
INTELLETTUALE

I biografi non hanno ancora chiarito con precisione la parte avuta da Nikolaj Francevič
Daniel’son nell’evoluzione intellettuale di Marx. Ho già ricordato il ruolo da lui svolto nel
promuovere e condurre a termine la traduzione russa del primo libro del Capitale; e occorre
aggiungere che egli tradusse anche gli altri due ponderosi volumi dell’opus magnum di Marx,
usciti postumi in tedesco a cura di Engels e da lui fatti subito conoscere al pubblico russo. Non
è quindi esagerato affermare (sono parole dell’autrice del più ampio studio biografico su di
lui) che «Daniel’son dedicò trent’anni della sua vita alla traduzione e alla pubblicazione del
Capitale di K. Marx, compiendo un’impresa di cui è difficile trovar l’eguale nella storia
dell’editoria russa»1.
Mette conto aggiungere qualcos’altro a quanto già detto nel quinto capitolo, per meglio
capire i motivi che indussero il giovanissimo ragioniere a promuovere la versione russa di un
libro né facile né piccolo, e a lavorare egli stesso all’onerosa impresa, sobbarcandosi poi da
solo, negli anni ’80 e ’90, alla fatica di tradurre anche il secondo e il terzo volume.
Daniel’son fu uno dei primi a leggere, appena ventitreenne, l’edizione tedesca del Capitale,
restandone affascinato. Allora egli lavorava come semplice impiegato di banca, ma nello
stesso tempo militava nel gruppo di narodniki raccolto intorno a Lopatin (Volchovskij,
Negreskul, Ljubavin e altri). Quando fu creata la Società del rublo, Daniel’son vi aderì con
entusiasmo, concependo presto l’idea di far conoscere ai russi la grande opera di Marx. La sua
ammirazione per il filosofo di Treviri aveva motivazioni sia intellettuali sia politiche, come
emerge dalle lettere che egli scrisse all’inizio del 1869 a Grigorij Nikolaevič Vyrubov, un russo
che viveva a Parigi e dirigeva assieme ad Emile Littré la rivista «La Philosophie Positive»2. Era
«merito di Marx», argomentava Daniel’son, «l’aver dimostrato l’impossibilità dell’attuale
ordine delle cose, l’aver definito in modo matematico il livello di sfruttamento della classe
lavoratrice». Quanto all’obiezione del suo interlocutore circa la possibilità di far intendere agli
operai una materia difficile come l’economia politica, il giovane rivoluzionario così rispondeva:
Lei dice che l’operaio non può aver contezza dell’economia politica, perché ci vogliono per questo studi scientifici. È così?
Esiste un’istruzione generale ed una specifica. La prima fa conoscere le leggi e le loro applicazioni, senza approfondire le vie
che conducono ad esse. La seconda, invece, studia tutte le vie che hanno portato alla scoperta di questa o quella legge. Anche
l’economia politica, pertanto, può esser studiata in modo scientifico, in modo da arrivare così alle sue leggi. Ma è possibile
apprendere queste leggi e le loro applicazioni alle riunioni, alle lezioni ecc. Pensa che all’operaio sarà difficile capire se gli si
dice «tu lavori, poniamo, 12 ore al giorno, ma per ricevere quanto ricevi, ce ne vogliono 5-6; di conseguenza, le rimanenti 6-7
ore del tuo lavoro vanno nelle tasche del padrone»?

Nelle lettere a Vyrubov, Daniel’son parlava della crescente importanza dell’Internazionale e


voleva convincere il condirettore della «Philosophie Positive» a dare maggior spazio, nella
rivista, alla questione operaia. L’ardente interesse per l’opera teorica di Marx non era quindi
disgiunto, in lui, da ragioni politiche, come comprova del resto la sua partecipazione al
movimento rivoluzionario di Pietroburgo. Ma non meno genuina era l’ammirazione per il
grande intellettuale che dedicava la sua esistenza, oltre che alla battaglia per l’emancipazione
dei lavoratori, allo studio scientifico della formazione storica e dei tratti peculiari del mondo
capitalistico. Per Nikolaj Francevič, era un preciso dovere fa conoscere al pubblico russo
l’opera di colui che, a suo avviso, aveva scoperto, grazie ad uno scrupoloso lavoro di ricerca, le
leggi economiche fondamentali della società contemporanea.
Non fu un compito agevole quello d’approntare l’edizione russa del libro, per di più scritto
da un autore inviso al governo zarista per la sua attività politica di dirigente dell’Associazione
internazionale dei lavoratori. Oltre alle difficoltà finanziarie e alle probabili intromissioni della
censura, v’era il problema di trovare traduttori volenterosi e capaci: alcune delle persone
disponibili erano impegnate anche nella clandestinità rivoluzionaria. Daniel’son rievocò molti
anni dopo, in una lettera all’economista e statistico Nikolaj Alekseevič Kablukov, le peripezie
che si erano dovute superare per condurre a buon fine l’impresa3. Molte le conosciamo già,
ma val la pena aggiungere qualche vivido dettaglio, raccontato da Nikolaj Francevič nella sua
missiva. La lettera egli la scrisse, alla fine del 1896, per correggere alcune inesattezze
apparse nella stampa, che l’aveva elogiato attribuendogli tutto il merito della traduzione dei
tre libri del Capitale.
Con la modestia e lo scrupolo che lo contraddistinguevano, Daniel’son volle precisare
all’amico che il secondo e il terzo volume erano stati interamente tradotti da lui, ma che
invece il primo era frutto del lavoro di più persone. Senza far nomi, per tema della censura
postale, egli ricordò come il primo traduttore (Bakunin) fosse venuto meno all’impegno preso
e come anche quel poco da lui già fatto non valesse granché; così, il primo capitolo era stato
ritradotto da un altro (Ljubavin), il quale era adesso professore a Mosca (professorstvuet,
scriveva Daniel’son non senza una punta d’ironia) e non voleva certo ricordare la sua
partecipazione a quella lontana impresa. Costui aveva tradotto quelle difficilissime pagine,
così come figuravano nell’edizione tedesca del 1867, dopo che Marx non aveva potuto
mantener la promessa di riscriverle in una versione più chiara. Era stato poi trovato chi
(Lopatin) s’impegnava a compiere l’intero lavoro, ma anche il terzo traduttore aveva dovuto
rinunciare all’impegno assunto per dedicarsi ad altre attività (sappiamo che il criptico
riferimento era al tentativo, intrapreso dal giovane, di liberare Černyševskij). A questo punto
era subentrato lui, Daniel’son, che aveva dovuto tradurre i restanti due terzi del grosso
volume tedesco. A proposito del caro compagno di lotta (il quale dal 1887 languiva in prigione,
dove sarebbe rimasto fino al 1905) Nikolaj Francevič commetteva due errori: uno lieve,
dettato da uno scherzo della memoria, sbagliando l’anno in cui Lopatin s’era dedicato al lavoro
di traduzione a contatto con Marx; l’altro, ben più serio, dandolo per deceduto (non sappiamo
se per motivi di prudenza cospirativa, per depistare cioè i censori postali, o per mancanza di
notizie dell’amico stritolato dalla macchina repressiva del governo zarista).
Da quando, giovanissimo, Nikolaj Francevič prese in mano l’edizione tedesca del Capitale,
non smise più la profondissima stima intellettuale per l’autore, accresciuta dalla viva simpatia
per il suo impegno politico. Da allora sentì il dovere morale non solo di far conoscere anche ai
suoi compatrioti le scoperte del grande studioso, ma anche di aiutare quest’ultimo, in tutti i
modi, nel suo lavoro di ricerca. Ecco perché, com’è stato detto, «Daniel’son mise
generosamente a disposizione di colui, che era per lui la massima autorità scientifica, il
preziosissimo materiale da lui raccolto e ordinato»4. Man mano che, dopo l’iniziale
partecipazione alla lotta rivoluzionaria, sempre maggiore si faceva la sua dedizione
all’indagine economica e sociale, Daniel’son vedeva nel vecchio di Londra il faro intellettuale
della sua epoca. Quando seppe della morte di Marx, nel marzo 1883, scrisse subito una lettera
di condoglianze alla figlia Eleanor, per dirle che il dolore di lei era «senza dubbio il dolore di
tutti coloro che hanno a cuore gli interessi della scienza, di cui Suo padre era
rappresentante»5.
Anche l’idea di spedire al maestro londinese il libro di Flerovskij fu dettata, l’abbiamo visto,
dalla sua convinzione che un’opera nuova, documentata e originale, sulla realtà sociale di un
paese agrario come la Russia avrebbe offerto materiale interessante per la stesura della
seconda parte del Capitale, dedicata alla proprietà fondiaria. Con tale animo, infatti, Marx
accolse l’inatteso dono, e decise di imparare una nuova lingua, non solo per conoscere le
condizioni di vita dei lavoratori russi, ma anche per disporre di una solida documentazione sui
rapporti agrari in quel lontano paese. Come annunciò a Kugelmann il 27 giugno 1870, «ho
ritenuto necessario faticare ad apprendere il russo, perché per la trattazione della questione
agraria è diventato inevitabile studiare sulle fonti originali i rapporti fondiari in Russia»6. Il
verbo da lui usato (ochsen: lavorare come un bue, sgobbare) la dice lunga sulla fatica che
dovette costargli imparare in pochi mesi una lingua complessa, dissimile dalle molte che già
dominava; ma l’obiettivo di conoscere la realtà economico-sociale di un immenso paese
agrario, tanto diverso dall’Europa occidentale, dovette sembrargli meritevole dell’enorme
sforzo.
La traduzione russa del Capitale e l’invio del libro di Flerovskij furono solo i primi servigi
resi a Marx dal suo ammiratore. Negli anni seguenti Nikolaj Francevič continuò a fornire al
maestro lontano, dietro richiesta di quest’ultimo o di propria iniziativa, sia materiale
bibliografico sia preziose notizie sulla storia economico-sociale della Russia.
Fu uno straordinario dialogo a distanza, perché i due non ebbero mai occasione di
incontrarsi e si scambiarono per lettera pensieri e informazioni. Tuttavia, Marx chiedeva
sempre di lui ai russi che frequentavano la sua casa londinese. Abbiamo una bella
testimonianza di Lopatin, intimo amico di entrambi, il quale, facendo la spola, quand’era in
libertà, tra la Russia e l’Europa, agì tante volte da tramite fra i due. Ecco cosa il valoroso
rivoluzionario rivelò a Daniel’son alla fine degli anni Settanta:
Tali rapporti [fra te e Marx] sono tanto intimi e cordiali, quanto quelli che io ho con lui, benché si siano formati in modo
diverso. Per un uomo, che conduce una vita di pensiero, un corrispondente che lo capisca e sia con lui in sintonia diventa a
poco a poco un amico autentico e vivo, specialmente quando gli offre ogni sorta di servigi amichevoli per il suo lavoro e si
prende a cuore perfino i suoi problemi quotidiani. Inoltre, nelle nostre amichevoli conversazioni a tavola, io ho tanto parlato di
te con Marx e la sua famiglia, che ti conoscono anche dal punto di vista fisico, ti immaginano cioè in carne e ossa. Ogni volta
che tornavo dalla Russia, mi facevano un sacco di domande su di te7.

Nel lungo e fitto carteggio con il maestro londinese, Daniel’son non fu comunque un
interlocutore passivo e inerte. Nelle sue missive, dal tono umile e rispettoso, esponeva con
franchezza e argomentava con intelligenza le proprie vedute sui problemi discussi. Per oltre
un decennio Marx fu stimolato e aiutato dal giovane amico ad ampliare gli orizzonti della
ricerca. Il loro carteggio è una fonte preziosissima, per la biografia intellettuale dell’ultimo
Marx. Ne ricorderò qui le pagine e i temi più salienti, che ci permetteranno di comprender
meglio le radici culturali della metamorfosi intellettuale e politica del pensatore di Treviri alla
fine della sua vita.
Avuta notizia da Lopatin dell’interesse di Marx per Černyševskij, Daniel’son si premurò nel
maggio 1871 di spedire a Londra alcuni libri e articoli del grande pensatore e rivoluzionario8.
Dopo averli ricevuti, Marx ringraziò il generoso amico, confessandogli che gli sarebbero stati
ben graditi altri scritti economici di Černyševskij, di cui possedeva i Saggi di economia politica
(secondo Mill)9. Dalla risposta ai fondatori della sezione russa dell’Internazionale, oltre che dai
ricordi di Lopatin, sappiamo quanto Marx apprezzasse, già allora, i lavori del pubblicista
deportato in Siberia.
Sempre di propria iniziativa, nell’ottobre 1871 Daniel’son spedì a Londra le opere di Nikolaj
Aleksandrovič Dobroljubov, «uno dei migliori critici e pubblicisti russi» (amico di Černyševskij
e morto appena venticinquenne nel 1861). Marx gli rispose di aver letto parte degli scritti di
Ehrlieb (adattamento tedesco del nome di Dobroljubov), facendogli chiaramente intendere di
apprezzare lo scrittore scomparso: «As a writer I compare him to Lessing and Diderot»10.
Nell’estate 1872 Marx si vide recapitare, in un pacchetto postale inviatogli dal solito
mittente pietroburghese, una copia del manoscritto originale delle Lettere senza indirizzo,
scritte da Černyševskij nel febbraio 1862 e rimaste inedite per il divieto frapposto dalla
censura11. In quel testo che, per certi versi, potremmo paragonare all’appello di Mazzini a
Carlo Alberto del 1831, il direttore del «Sovremennik» esortava lo zar Alessandro II, un anno
dopo la deludente riforma del 1861, a prender di petto la drammatica questione contadina,
prima che la situazione precipitasse. Per tutta risposta, di lì a pochi mesi venne arrestato e
sottoposto al calvario, che l’avrebbe alla fine portato in Siberia.
Marx fu dunque uno dei primi a leggere quello che, di fatto, era il testamento politico di
Černyševskij. Le Lettere senza indirizzo apparvero infatti a Ginevra, per iniziativa degli esuli
russi, nel 1874; e, nella patria dell’autore, avrebbero visto la luce soltanto nel 1906. Il filosofo
di Treviri le studiò con il massimo scrupolo, traducendo in tedesco intere pagine del
manoscritto e riassumendone altre. Quando poi, due anni dopo, il testo apparve a stampa,
tornò a leggerlo sottolineandone numerosi passaggi12.
La grandissima stima per Černyševskij, mostrata da Marx contribuì, senza dubbio, a rendere
ancor più stretto e intimo il legame tra lui e i suoi due giovani amici russi. All’avventuroso
progetto concepito da Lopatin di liberare l’illustre prigioniero politico collaborò anche
Daniel’son il quale, pur restando a Pietroburgo, fornì al compagno consigli e aiuti materiali.
Dell’impresa venne poi messo al corrente Marx, quando Lopatin era già impegnato in Russia
nella «missione commerciale» (come i tre chiamavano nella loro corrispondenza la spedizione
siberiana, per eludere la censura zarista)13.
Naufragato il tentativo di restituire il prigioniero alla vita civile, anche Marx volle dare il suo
contributo alla causa della liberazione di Černyševskij, progettando di scriver qualcosa sulla
vita e sulla personalità dello scrittore per «risvegliare la simpatia per lui in occidente» (come
si espresse nella lettera a Daniel’son del 12 dicembre 1872)14. Egli necessitava, a tale scopo,
di dati biografici precisi, che solo l’amico pietroburghese poteva fornirgli. Questa volta, però,
a causa delle difficoltà incontrate, Daniel’son poté aiutarlo solo in parte. Un intimo amico dello
scrittore deportato, dal quale Daniel’son sperava di ricevere notizie di prima mano, adesso
aveva persino paura di pronunciare a voce alta il nome di Černyševskij; anzi, era arrivato a
bruciare il manoscritto di un «romanzo di carattere meramente epico», un romanzo sul
«movimento sociale degli anni ’40 nella capitale e in provincia», scritto da Černyševskij
nell’esilio siberiano e fattogli recapitare dall’autore. Un altro gli aveva promesso le
informazioni richieste, senza tuttavia garantire sulla loro completezza15.
Alla fine Daniel’son dovette contentarsi di mandare a Londra, il 20 marzo (1° aprile) 1873,
un breve schizzo della vita di Černyševskij, soggiungendo che si trattava di «notizie assai
incomplete» e precisando che una «biografia assolutamente attendibile» era apparsa nel 1864
sul «Kolokol» («La Campana») di Herzen16. Marx non scrisse il progettato saggio su
Černyševskij, ma volle comunque rendere omaggio al «grande studioso e critico» russo nel
poscritto alla seconda edizione tedesca del Capitale, uscita nel 187317. E sua moglie, Jenny von
Westphalen, colse l’occasione dell’ospitalità offertale dal quotidiano tedesco «Frankfurter
Zeitung und Handelsblatt» (al quale inviava i suoi articoli di critica teatrale), per attirar
l’attenzione dell’opinione pubblica, nel maggio 1877, sul «più grande scrittore rivoluzionario
contemporaneo»18.
L’attenta lettura delle opere di Černyševskij spronò Marx a studiare meglio il problema della
formazione storica e della struttura della comune rurale russa, alla cui analisi intendeva
dedicare un lungo capitolo nella seconda parte della sua opera maggiore. Come annunciò a
Daniel’son nella lettera già ricordata del 12 dicembre 1872, «nel secondo volume del
“Capitale” tratterò assai diffusamente (sehr ausführlich) della forma russa nella sezione sulla
proprietà fondiaria». Per raggiungere l’obiettivo, gli fu preziosa la collaborazione dell’amico
pietroburghese. Il quale non si limitò a stendere per lui accurate liste bibliografiche e a
spedirgli una gran quantità di libri e riviste, ma scrisse anche dei veri e propri saggi storico-
economici in risposta ai quesiti del maestro. Per esempio, quando Marx gli chiese, nel marzo
1873, «qualche informazione sull’interpretazione data da Čičerin dello sviluppo storico della
proprietà comunitaria in Russia e sulla sua polemica con Beljaev», Daniel’son rispose un paio
di mesi dopo con una lunghissima lettera, che è una puntuale e originale trattazione della
genesi storica dell’obščina e delle diverse interpretazioni proposte dai maggiori studiosi
dell’argomento19. In quell’occasione, per avere ulteriori ragguagli, egli si rivolse anche al
grande storico ed etnografo Nikolaj Ivanovič Kostomarov (1817-1885), citando le risposte di
quest’ultimo nel saggio scritto, in forma di lettera, ad uso esclusivo dell’autore del Capitale.
Tra le numerosissime opere giunte a Marx da Pietroburgo, va menzionata almeno la grande
inchiesta del ministero delle finanze sulla revisione del sistema delle imposte (le cui
conclusioni il governo non voleva diventassero di pubblico dominio). Non appena riuscì a
procurarsi una decina di tomi dei rarissimi Lavori della commissione tributaria (Trudy
podatnoj komissii), Daniel’son li mandò al maestro nel novembre 1875, rammentandogli di
averli ottenuti in prestito solo per due o tre mesi20. Marx fu puntuale nella restituzione: nel
febbraio 1876 scrisse a Lopatin, il quale aveva ripreso i contatti con lui dopo la fuga dalla
Russia e si trovava a Parigi, di aver terminato la lettura dei volumi21.
I grossi quaderni di appunti che Marx compilò con estrema accuratezza, nel giro di poche
settimane, furono pubblicati dall’Istituto di marxismo-leninismo di Mosca in due volumi,
apparsi a distanza di quasi trent’anni l’uno dall’altro22. Qual era l’obiettivo della paziente
lettura e della meticolosa schedatura dei Lavori della commissione tributaria, i quali
descrivevano nei dettagli la situazione finanziaria dei contadini nelle diverse province
dell’impero russo? Ciò doveva servire solo come materiale preparatorio per l’analisi della
rendita fondiaria (e in particolar modo della cosiddetta rendita differenziale, cioè dei diversi
rendimenti legati alla fertilità del suolo e ad altri fattori)? Si sarebbe tentati di rispondere di sì
(e così fecero molti studiosi sovietici) vista l’insistenza con cui i quaderni marxiani riportano i
dati sulla redditività dei terreni agricoli, nei singoli distretti, in rapporto alla fertilità del suolo
o alla distanza dai mercati. Non si deve neppure dimenticare che, nell’ottobre 1875, poco
prima di dedicarsi allo studio dei Lavori della commissione tributaria, Marx s’era messo a
leggere l’articolo del chimico (nonché militante rivoluzionario) Aleksandr Nikolaevič
Engel’gardt Le basi chimiche dell’agricoltura, apparso nel 1872 negli «Annali della patria»
(«Otečestvennyja zapiski»)23.
Bisogna tuttavia non lasciarsi tentare da una siffatta conclusione, che lascia senza risposta
non pochi interrogativi. Certo, grande era lo scrupolo documentario con cui Marx andava
accumulando nuovi materiali per la seconda parte del Capitale; eppure, è difficile credere che
egli si sobbarcasse ad una simile fatica con l’unico obiettivo di citare il caso russo nella
sezione sulla rendita fondiaria. In realtà, come osservò Itenberg, l’enorme materiale contenuto
nei Lavori della commissione tributaria «costituiva una fonte preziosissima non soltanto per
indagare su questioni di natura squisitamente economica, ma anche per studiare i problemi
dello sviluppo economico-sociale della Russia dopo il 1861»24.
E infatti Marx andava interessandosi con crescente fervore alle trasformazioni verificatesi
nella società russa in seguito agli statuti di emancipazione dei contadini. Le possibili vie di
sviluppo di un immenso paese agricolo, in cui era stata abolita la servitù della gleba ma
sopravviveva la comunità di villaggio, offrivano un’appassionante materia d’indagine anche
per i temi già trattati nel primo libro del Capitale. Il caso russo si rivelava tanto diverso dal
modello occidentale da suscitare, in Marx, qualche dubbio sulla validità universale della
«legge di movimento della società moderna», esposta compiutamente nel grosso tomo del
1867.

Note


1
C. I. GRIN, Perevodčik i izdatel’ «Kapitala». Očerk žizni i dejatel’nosti Nikolaja Franceviča Daniel’sona [Traduttore ed editore
del «Capitale». Profilo della vita e dell’attività di Nikolaj Francevič Daniel’son], Kniga, Moskva 1985, p. 3.
2
Notizie e citazioni dalle suddette lettere le ho tratte da A. I. VOLODIN, B. S. ITENBERG, Karl Marks i Nikolaj Daniel’son,
«Voprosy istorii», 1983, n. 11, p. 85-88.
3
La lettera, datata 6 dicembre 1896, è stata pubblicata in «Voprosy istorii KPSS», 1972, n. 4, pp. 111-112.
4
V. A. TVARDOVSKAJA, B. S. ITENBERG, Russkie i Karl Marks: vybor ili sud’ba? [I russi e Carlo Marx: scelta o destino?], Editorial
URSS, Moskva 1999, p. 134.
5
Perepiska členov sem’i Marksa s russkimi političeskimi dejateljami [Carteggio dei familiari di Marx con esponenti politici
russi], Politizdat, Moskva 1974, p. 48.
6
MEW, Bd. 32, p. 686.
7
Cit. da A. I. VOLODIN, B. S. ITENBERG, Karl Marks i Nikolaj Daniel’son, art. cit., p. 94. Il passo è riportato, con piccole varianti,
anche da C. I. GRIN, op. cit., p. 150.
8
MER, p. 197.
9
MEW, Bd. 33, p. 231. Con tutta probabilità Marx cominciò a interessarsi del pubblicista e rivoluzionario, direttore della
rivista «Sovremennik» («Il Contemporaneo»), allorché dall’amico Sigismund Borkheim apprese il contenuto dell’opuscolo di
Aleksandr Serno-Solov’ëvič Affari di casa nostra (Naši domašnie dela), che formulava un giudizio assai critico sull’attività
politica di Herzen contrapponendogli la figura di Černyševskij (B. S. ITENBERG, Marks za izučeniem social’no-ekonomičeskoj
istorii poreformennoj Rossii, nel volume miscellaneo Marks-istorik, Nauka, Moskva 1968, p. 373).
10
MER, p. 225; MEW, Bd. 33, p. 311.
11
MER, p. 246. Per una traduzione italiana delle Lettere, si veda Il populismo russo, a cura di Giorgio Migliardi, Quaderni
della Fondazione Basso, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 93-138.
12
Archiv Marksa i Engel’sa, tom XI, Gospolitizdat, Moskva 1948, pp. 3-17 e 171-199.
13
Sul coinvolgimento di Daniel’son nel progetto di far evadere Černyševskij, si veda C. I. GRIN, op. cit., pp. 97-100.
14
MEW, Bd. 33, p. 549.
15
MER, p. 283.
16
MER, pp. 286-287. Quante difficoltà Daniel’son avesse incontrato nel raccogliere dati sulla vita del pensatore deportato, si
arguisce anche da talune inesattezze nel profilo da lui tracciato: persino la data di nascita era indicata in modo erroneo (1830
anziché 1828).
17
MEW, Bd. 23, p. 21.
18
Literaturno-kritičeskie stat’i Ženni Marks [Gli articoli di critica letteraria di Jenny Marx], «Novaja i novejšaja istorija»,
1981, n. 4, p. 83.
19
MEW, Bd. 33, p. 577; MER, pp. 288-308.
20
MER, p. 324.
21
Vedi la lettera di Lopatin a Lavrov del 28 febbraio 1876 in Russkie sovremenniki, p. 157.
22
Archiv Marksa i Engel’sa, tom XIII (1955) e tom XVI (1982). In questi, come pure nei volumi XI e XII dell’Archiv (tutti editi
a cura di Raisa Pavlovna Konjušaja), i taccuini marxiani sullo sviluppo economico-sociale della Russia vengono riprodotti in
traduzione russa.
23
R. P. KONJUŠAJA, Karl Marks i revoljucionnaja Rossija (1975), op. cit., pp. 223-225. L’interesse per l’agrochimica, del resto,
non l’abbandonerà mai: avute tra le mani nel 1882 le Lettere dalla campagna di Engel’gardt, da poco uscite, ne sottolineerà
anche i passaggi relativi ai metodi di concimazione e ai giacimenti di apatiti e fosforiti in Russia (B. S. ITENBERG, Marks za
izučeniem social’no-ekonomičeskoj istorii poreformennoj Rossii, art. cit., pp. 398-399, nota 129).
24
B. S. ITENBERG, art. cit., p. 399.

VIII
PRIMI DUBBI:
LA LETTERA AGLI
«ANNALI DELLA PATRIA»

Nella prefazione alla prima edizione tedesca del Capitale, apparsa nel 1867, Marx volle
indossare i panni dello scienziato per spiegare il suo metodo di indagine e dar forza alle
conclusioni alle quali era giunto:
Il fisico osserva i processi naturali là dove si manifestano nella forma più netta e meno offuscata da influenze perturbatrici,
oppure, quand’è possibile, effettua esperimenti in condizioni che garantiscano lo svolgimento del processo in forma pura. In
quest’opera devo indagare sul modo di produzione capitalistico e sui rapporti di produzione e di scambio ad esso
corrispondenti. Loro sede classica è, finora, l’Inghilterra. Questa è la ragione per cui l’Inghilterra funge da principale modello
illustrativo della mia teoria.

Il grado maggiore o minore degli antagonismi sociali nei diversi paesi dipendeva dalle
medesime «leggi naturali della produzione capitalistica» e dalle stesse «tendenze che operano
e si affermano con ferrea necessità». Pertanto, le differenze locali non dovevano trarre in
inganno: «Il paese industrialmente sviluppato mostra a quello meno sviluppato l’immagine del
suo avvenire».
«Lo sviluppo della formazione economica della società» (die Entwicklung der ökonomischen
Gesellschaftsformation) non era dunque che «un processo di storia naturale», regolato da
precise leggi. E il Capitale mirava proprio a scoprire e formulare «la legge economica del
movimento della società moderna». Una società, pur intravvedendo la «legge naturale del
proprio movimento», non poteva «saltare né abolire per decreto le fasi naturali del suo
sviluppo»; poteva, tutt’al più, «abbreviare o mitigare le doglie del parto»1.
Marx, dunque, concepiva i fenomeni economico-sociali da lui analizzati come leggi
universalmente valide, alle quali tutti i paesi erano soggetti, nonostante alcune variazioni
locali. Nella prima, come pure nella seconda edizione tedesca del Capitale, una siffatta
concezione non era scalfita da dubbi o riserve. Infatti, ristampando nel 1872 il suo libro,
l’autore, oltre a correggere sviste e refusi, vi introdusse solo modifiche e rimaneggiamenti
stilistici.
Come osservò acutamente Haruki Wada2, un primo segno di ripensamento lo cogliamo
nell’edizione francese del Capitale (uscita a fascicoli, dal 1872 al 1875, per i tipi di Maurice La
Châtre). Nella settima e ultima sezione, il carattere fondamentale del processo di
accumulazione primitiva era così enunciato sia nella prima che nella seconda edizione
tedesca:
L’espropriazione del produttore agricolo, del contadino, costituisce il fondamento dell’intero processo. La sua storia assume
sfumature diverse nei vari paesi e percorre le diverse fasi in successioni diverse e in epoche storiche diverse. Solo in
Inghilterra, che perciò prendiamo come esempio, essa ha forma classica3.

Nel testo francese del 1875, invece, a proposito dell’«arcano dell’accumulazione primitiva»
si dice:
Elle [l’espropriazione degli agricoltori] ne s’est encore accomplie d’une manière radicale qu’en Angleterre: ce pays jouera
donc nécessairement le premier rôle dans notre esquisse. Mais tous les autres pays de l’Europe occidentale parcourent le
même mouvement, bien que selon le milieu il change de couleur locale, ou se resserre dans un cercle plus étroit, ou présente
un caractère moins fortement prononcé, ou suive un ordre de succession différente4.

Ho sottolineato in corsivo le parole cruciali, che testimoniano un diverso approccio al


problema della validità universale delle leggi di sviluppo della società moderna, esposte nel
Capitale. Dopo aver scoperto, studiando i rapporti agrari in Russia, il forte radicamento della
comunità di villaggio e la mancata espropriazione degli agricoltori in quel gigantesco paese,
Marx parve incline a vedere in una diversa luce il processo di accumulazione primitiva,
presupposto fondamentale della genesi dell’economia capitalistica. Esso si era compiuto in
forma radicale solo in Inghilterra e si svolgeva, in tempi e modi diversi, soltanto in una parte
del globo terrestre, per l’esattezza nell’Europa occidentale. Quel che accadeva, o sarebbe
accaduto, altrove non poteva esser dedotto dalle leggi formulate nell’ultima sezione del
Capitale, la quale descriveva piuttosto un preciso e concreto processo storico, verificatosi in
una ben delimitata area geografica.
Non era una revisione di poco conto da parte di un autore il quale, fino allora, s’era detto
convinto dell’inesorabile espansione del modo di produzione e dei rapporti già pienamente
affermatisi in Gran Bretagna. Eppure, l’edizione francese del Capitale non era che il primo
passo verso il ripensamento del modello esposto nell’ultima sezione del libro. Un ulteriore e
decisivo momento della riflessione marxiana lo cogliamo nella notissima lettera alla redazione
della rivista russa «Annali della patria» («Otečestvennyja zapiski»), scritta in francese verso la
fine del 1877 e mai spedita.
L’occasione fu data da un lungo articolo dal titolo Karl Marx giudicato dal signor Ju.
Žukovskij, apparso nel numero di ottobre della rivista. L’autore, che si firmava con le iniziali N.
M., altri non era che il noto pubblicista di orientamento populistico Nikolaj K. Michajlovskij, il
quale rispondeva alle malevole critiche rivolte all’autore del Capitale, nella rivista «Vestnik
Evropy» («Il Messaggero europeo»), da un certo Julij Galaktionovič Žukovskij5. Rintuzzando
punto per punto gli attacchi mossi al metodo e alle conclusioni di Marx, Michajlovskij
formulava nondimeno alcune notazioni critiche a proposito del Capitale, un’opera che egli
seguitava ad apprezzare e che, come si ricorderà, era stata da lui recensita favorevolmente
qualche anno prima, quando ne era apparsa l’edizione russa. Gli rimproverava anzitutto l’uso
dell’astratta e formalistica dialettica hegeliana. In ogni caso, positivo restava il giudizio
complessivo sull’opera, ché l’«hegelismo» (gegelevščina) era solo una «fortuita cornice
esteriore, nella quale l’autore ha inserito conclusioni ottenute non in modo aprioristico, bensì
con una rigorosa analisi dei fatti»:
Il libro di Marx necessita di una seria rielaborazione, nel senso che dev’esser mondato delle numerose escrescenze e venature
d’inutili sottigliezze dialettiche; tuttavia, l’analisi dei rapporti di una data formazione sociale con le condizioni materiali della
sua esistenza rimarrà un monumento della forza logica e dell’enorme erudizione dell’autore.

A Michajlovskij non era piaciuta la frecciata di Marx contro il panslavista Herzen e la sua
concezione della freschezza e originalità del mondo russo rispetto al decadente mondo
occidentale. Ma la critica più ampia e circostanziata riguardava le leggi dell’accumulazione
primitiva, trattate negli ultimi capitoli del Capitale, o per meglio dire la loro applicazione alla
realtà russa. Lo scrittore populista ricordava come, secondo Marx, il processo di
accumulazione primitiva consistesse nella «separazione del lavoratore dalle condizioni di
lavoro o dai mezzi di produzione o dalla proprietà» e come ciò fosse avvenuto «dappertutto in
Europa», «subito dopo la fine della servitù della gleba». Ma in Russia il contadino non era
stato ancora privato «della terra e degli strumenti di produzione nella misura necessaria per
favorire il rigoglioso sviluppo della produzione capitalistica»; e, di conseguenza, «a noi tocca
percorrere ancora, nella scia dell’Europa, l’intero processo, che Marx ha descritto ed elevato
al rango di teoria storico-filosofica». In base a una siffatta teoria, dunque, i russi non solo non
dovevano protestare contro le peripezie dell’accumulazione primitiva, ma addirittura esserne
soddisfatti «come di passaggi, per quanto bruschi, che conducono al tempio della felicità».
Nella lettera di risposta a Michajlovskij, Marx non fece motto della dialettica hegeliana,
dedicando invece qualche riga alla sua critica di Herzen, da lui motteggiato perché aveva
scoperto la comunità contadina non in Russia, bensì negli scritti del barone tedesco August
von Haxthausen, e perché «nelle sue mani la comune russa serve solo da argomento per
dimostrare che la vecchia e putrida Europa dev’essere rigenerata dalla vittoria del
panslavismo». Ricordò altresì che, se nella prima edizione del Capitale egli aveva formulato un
apprezzamento negativo di Herzen, nel poscritto alla seconda edizione si era invece profuso in
elogi nei riguardi di un altro russo, Černyševskij, incline a pensare che il suo paese potesse
evitare i tormenti dell’accumulazione capitalistica.
La parte centrale della lettera, comunque, era dedicata all’interpretazione che Michajlovskij
aveva dato del Capitale. Marx negò recisamente di aver mai voluto costruire una «teoria
storico-filosofica generale» e disse che era vano cercare nella sua opera economica indicazioni
sulle prospettive di sviluppo della Russia: «Il capitolo sull’accumulazione primitiva intende
solo mostrare per quale via, nell’Europa occidentale, l’ordinamento economico capitalistico è
uscito dal grembo dell’ordinamento feudale». Poi soggiunse:
Ora, quale applicazione alla Russia poteva dedurre il mio critico da questo schizzo storico? Solo questa: se la Russia aspira a
diventare una nazione capitalistica seguendo l’esempio dell’Europa occidentale (e negli ultimi tempi si è data un bel daffare in
questa direzione), non vi riuscirà senza aver prima trasformato in proletari buona parte dei suoi contadini; dopo di che,
caduta nella morsa del sistema capitalistico, dovrà subirne le leggi inesorabili, come altri popoli profani [comme d’autres
peuples profanes]. Questo è tutto.

Ciò che appare più rilevante nella suddetta argomentazione, e costituisce il nocciolo teorico
essenziale della lettera, è la salda convinzione con cui Marx attribuisce un esclusivo valore
storico-descrittivo alla sua analisi dell’accumulazione primitiva, riconoscendo la possibilità di
modi di industrializzazione differenti da quello capitalistico. Ma c’è un altro passaggio ancor
più sorprendente e significativo, che val la pena citare:
Per poter giudicare con cognizione di causa lo sviluppo economico della Russia, ho imparato il russo e ho studiato per molti
anni le pubblicazioni ufficiali e altre ancora, relative all’argomento. La conclusione a cui sono giunto è la seguente: se la
Russia continuerà a battere il sentiero imboccato dopo il 1861, perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerto a
un popolo, e subirà tutte le fatali peripezie del sistema capitalistico.

Come si vede, la via di sviluppo non capitalistica, di cui nel brano precedente veniva solo
ammessa la possibilità teorica, diventa qui un’eccezionale e splendida occasione, che si era
presentata alla Russia e che stava purtroppo dileguandosi.
Non è mai stato chiarito per quale motivo Marx non abbia spedito la lettera alla redazione
della rivista. Si è spesso ripetuto che egli temeva, con il suo intervento, di nuocere alla rivista,
sulla quale già pendeva la minacciosa sorveglianza della censura e della polizia. Anche a me,
oggi, tale interpretazione sembra abbastanza verosimile, suffragata com’è da molte
testimonianze dell’epoca. Ma va ricordata l’affascinante ipotesi di Haruki Wada, secondo cui
Marx tenne la lettera nel cassetto perché, «dopo aver riletto la missiva, si accorse che
qualcosa non andava nella sua critica di Michajlovskij»6. Non c’era scritto infatti, nella
prefazione alla prima edizione del Capitale, che «il paese industrialmente sviluppato mostra a
quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire»? In dieci anni, le sue idee al riguardo
erano molto cambiate, ma questo lo scrittore populista non poteva certo saperlo.
Può essere interessante menzionare il commento di Lopatin alla lettera, così come viene
riferito dal giornalista che lo intervistò nella primavera 1918:
Nelle sue conversazioni Marx ammetteva la possibilità d’una via di sviluppo diversa da quella europea, purché i rivoluzionari
riuscissero con un rivolgimento politico ad attuare una radicale riforma agraria. In caso contrario gli avvenimenti avrebbero
seguito lo stesso corso delle altre nazioni peccatrici. Lopatin insiste nel precisare che la parola profani dev’esser tradotta
proprio così.

Invece, nella lettera del luglio 1906 allo scrittore socialdemocratico Aleksandr Jul’evič Finn-
Enotaevskij, vicino ai bolscevichi, Lopatin aveva rilasciato un’assai diversa testimonianza:
«Marx non mi ha mai espresso, né in forma categorica né in maniera alquanto precisa, le
proprie speranze sulla possibilità che l’obščina aiutasse la Russia ad evitare la fase di sviluppo
capitalistica. Non penso ch’egli ci abbia, sia pure per un attimo, creduto». Il rivoluzionario
populista ammetteva bensì che, nella lettera agli «Annali della patria» c’era «una frase» che,
«con una forzatura», pareva favorire una tale supposizione; ma quella frase esigeva «un’assai
cauta lettura e interpretazione», perché non era agevole stabilire quanto in essa fosse dettato
da «diplomazia politica» e quanto invece da «sincera convinzione». Una siffatta testimonianza,
che contrasta con altre sue affermazioni, è alquanto strana e inspiegabile. Va comunque detto
che Lopatin incontrò Marx fino al 1878, perché venne arrestato all’inizio del 1879 e riuscì a
fuggire dalla Russia nel marzo 1883, proprio il giorno della morte di Marx. Egli non ebbe
quindi modo di frequentare il venerato amico di Londra negli anni in cui quest’ultimo stava
ripensando l’intera sua concezione teorica e politica.
Lopatin, in ogni caso, conosceva assai bene la lettera agli «Annali della patria», rinvenuta da
Engels tra le carte di Marx dopo la morte dell’amico: fu proprio a lui che, nell’autunno 1883,
Engels ne diede una copia da consegnare a Daniel’son. Non fu un’impresa facile pubblicarla in
Russia, perché gli «Annali della patria» furono chiusi dalle autorità zariste nella primavera
1884 e Lopatin, qualche mese dopo, cadde nuovamente nelle grinfie della polizia. Tradotta in
russo da Daniel’son, la missiva circolò nella stampa rivoluzionaria a Mosca e a Pietroburgo;
all’estero, fu pubblicata nel 1886 nell’organo populistico «Notiziario di Volontà del popolo»
(«Vestnik Narodnoj voli»), che si stampava a Ginevra. Vide finalmente la luce, per iniziativa
dell’economista Nikolaj A. Kablukov, nel numero dell’ottobre 1888 della rivista «Notiziario
giuridico» («Juridičeskij vestnik»)7.
L’eco suscitata dalla lettera di Marx in Russia, quando fu a tutti nota, esula dall’ambito
tematico di questo libro e appartiene, piuttosto, alla storia del dibattito tra populisti e
marxisti, che divampò tra gli anni Ottanta e Novanta. Ma mette conto ricordare almeno un
commento, quello dello scrittore Gleb Ivanovič Uspenskij, a testimonianza dell’emozione e
dell’interesse con cui non solo gli ambienti rivoluzionari populistici, ma anche molti uomini di
cultura accolsero le insolite parole dell’autore del Capitale. Letta la missiva, Uspenskij scrisse
subito per il giornale di Kazan’ «Il messaggero della Volga» («Volžskij vestnik») l’articolo Un
amaro rimprovero (Gor’kij uprëk), che però rimase inedito per il divieto frapposto dalla
censura. Lo scrittore si rivolse anche al redattore di un altro organo di stampa, le «Russkie
vedomosti» («Notiziario russo»), esortandolo a pubblicare per i suoi lettori qualche estratto
della lettera di Marx: «Parole grandi e semplici, come quelle pronunciate da Marx, che
esigono un enorme impegno, noi non le pronunciamo, e pertanto non facciamo un bel nulla.
Come mi ha commosso questa lettera!».
Nell’articolo proibito dalla censura, Uspenskij rendeva anzitutto omaggio alla grandezza
intellettuale dell’autore del Capitale:
Questa lettera, trovata tra le carte di K. Marx dopo la sua morte, merita la più profonda attenzione da parte di ogni russo al
quale stiano sinceramente a cuore le sorti del popolo russo. In alcune righe, scritte così com’è scritta ogni riga del suo
Capitale, ossia con impeccabile esattezza e imparzialità, K. Marx ha lumeggiato l’intero corso della nostra vita economica, a
partire dal 1861. Senza la minima esitazione nella comprensione della vera natura dei fatti della nostra realtà, senza la
minima indulgenza verso le nostre assurdità economiche, egli ci manda dalla tomba un minaccioso e amaro rimprovero per il
grande peccato, che la società russa sta commettendo contro se stessa.

Ma che cosa Marx rimproverava ai russi?


Noi ci priviamo della più bella occasione, che la storia abbia mai concesso a un popolo, di evitare tutte le peripezie del male
europeo8.


Note


1
MEW, Bd. 23, pp. 12-16.
2
H. WADA, Marx and revolutionary Russia, nel volume cit. Late Marx and the Russian Road, p. 49.
3
MEW, Bd. 23, p. 744.
4
K. MARX, Le Capital, Paris 1875, p. 315. Quest’edizione francese è stata ristampata nell’imponente MEGA, curata dagli
Istituti di marxismo-leninismo dell’URSS e della Germania orientale: K. MARX, F. ENGELS, Gesamtausgabe (MEGA), Zweite
Abteilung, Band 7, Dietz Verlag, Berlin 1989 (il brano citato è a p. 634). Non sarà inutile rammentare che, pur segnalandone i
«limiti letterari», Marx attribuiva all’edizione francese un «valore scientifico indipendente dall’originale» per le numerose
correzioni da lui apportate.
5
N. M., Karl Marks pered sudom g. Ju. Žukovskago, «Otečestvennyja zapiski», 1877, n. 10, pp. 321-356. Sull’articolo di
Michajlovskij si sofferma E. S. VILENSKAJA, N. K. Michajlovskij i ego idejnaja rol’ v narodničeskom dviženii 70-ch‒načala 80-ch
godov XIX veka [Il ruolo di Michajlovskij e delle sue idee nel movimento populistico degli anni ’70 e dell’inizio degli anni ’80
dell’Ottocento], Moskva 1979, pp. 276-281. Dell’articolo di Žukovskij dà notizia A. L. REUEL’, op. cit., pp. 253 sgg. La lettera di
Marx, nell’originale versione francese, è stata riprodotta in K. MARX, F. ENGELS, Gesamtausgabe (MEGA), Erste Abteilung,
Band 25, Dietz verlag, Berlin 1985, pp. 112-117.
6
H. WADA, art. cit., p. 60. Wada suggerisce anche, con argomenti meno convincenti, di datare la lettera alla fine del 1878 (ivi,
pp. 59-60).
7
Alla pubblicazione in russo della lettera di Marx è dedicato l’intero settimo capitolo (pp. 128-144) di C. I. GRIN, Perevodčik i
izdatel’ «Kapitala», cit.
8
L’articolo di Gleb Uspenskij fu pubblicato integralmente, con un commento storico, solo nel 1933 (N. PIKSANOV, Gleb
Uspenskij o Karle Markse, «Novyj mir», 1933, n. 3, pp. 245-256). L’articolo Un amaro rimprovero è stato ristampato
nell’edizione delle opere dello scrittore (G. I. USPENSKIJ, Sobranie sočinenij v devjati tomach, tom 9, Gosudarstvennoe
izdatel’stvo chudožestvennoj literatury, Moskva 1957, pp. 166-173), dove leggiamo anche la lettera al redattore delle
«Moskovskie vedomosti» (ivi, pp. 517-520).

IX
LE PROSPETTIVE DEL
CAPITALISMO IN RUSSIA

Il problema dell’evoluzione economica della Russia e delle sorti della comune rurale attirava
sempre più l’attenzione di Marx. Questi ormai si augurava che i germi di capitalismo, sorti in
quel paese dopo l’abolizione della servitù della gleba, venissero bloccati da una tempestiva
rivoluzione ancor prima di giungere a maturazione, prima cioè che giungesse a compimento il
processo di dissoluzione dell’obščina. Il destino della comunità di villaggio non solo era legato
all’esito dell’insurrezione contadina e all’azione dei gruppi rivoluzionari, ma dipendeva anche
dalla minore o maggiore rapidità con cui si sarebbero diffusi nel paese i rapporti capitalistici.
Bisognava dunque seguire attentamente le vicende del movimento rivoluzionario e, nello
stesso tempo, scrutare i nuovi fenomeni economico-sociali.
Negli ultimi anni di vita Marx dedicò la massima attenzione allo studio dei rapporti agrari in
Russia dopo il 1861, informandosi sulle grandi insurrezioni contadine del passato (lesse, tra le
altre cose, il libro dello storico ucraino Nikolaj I. Kostomarov sulla rivolta di Sten’ka Razin).
Man mano che Daniel’son gli mandava da Pietroburgo nuovi libri e materiali, i suoi quaderni si
infittivano di appunti e la sua cospicua biblioteca russa si arricchiva di altri preziosi titoli. Tra
questi va menzionata l’importantissima inchiesta sulla comune contadina, edita nel 1880 dalla
Libera società imperiale di economia e dalla Società geografica russa1.
Per sapere se l’obščina sarebbe potuta sopravvivere, diventando il perno di
un’industrializzazione non capitalistica, bisognava analizzare la situazione economica e
finanziaria della Russia. Marx ne discusse con il suo lontano e devoto benefattore, il quale gli
diede come al solito ampie delucidazioni sull’argomento. Anche Daniel’son rifletteva da anni
sugli stessi problemi e fu ben lieto di soddisfare la richiesta dell’amico, quando questi volle
avere da lui ragguagli «sull’attuale stato delle finanze russe»2. Gli inviò un gran numero di
libri e gli scrisse, il 5 (17) febbraio 1879, una lunga ed erudita missiva. Marx gli rispose il 10
aprile con una lettera, che è rimasta celebre perché, oltre ad accennare al caso russo, si
occupava della crisi finanziaria in occidente e si soffermava sul ruolo delle ferrovie nello
sviluppo capitalistico3.
Daniel’son tornò a parlare estesamente delle più recenti tendenze nello sviluppo economico
russo nelle lettere del 14 (26) luglio 1879 e del 17 (29) marzo 18804. La sua conclusione era
che ci si trovasse davanti a «un paese con una bassissima produttività, il cui organismo è già
contagiato dalla peste del capitalismo nella sua forma più pericolosa». Il processo era
evidente, specie nelle campagne:
Lei, senza dubbio, ha avuto modo di valutare i dati che ha ricevuto l’ultimo anno, i quali mostrano quale influenza esercitino
sulla campagna i nuovi fattori economici; come abbia luogo il processo di differenziazione dei contadini in due ceti
completamente diversi: i proprietari, i quali posseggono una sia pur misera azienda, e coloro che sono affatto poveri e che,
non avendo bestiame, devono smettere di coltivare la loro terra; come questi ultimi ricevano i peggiori appezzamenti al
momento della redistribuzione della terra; come si allunghino a poco a poco gli intervalli tra le redistribuzioni [della terra
comunitaria], talché da noi non mancano gli indizi che lasciano intravvedere in un futuro non lontano la cristallizzazione della
proprietà contadina della terra in proprietà privata della terra; come s’indeboliscano i vincoli comunitari; come compaia sulla
scena una minoranza di contadini nelle vesti di piccoli capitalisti [accapareurs]; com’essi, a loro volta, cedano il posto ai loro
più ricchi rivali; come i rapporti giuridici e morali tra i contadini si stiano uniformando alle nuove influenze economiche,
come, per dirla in breve, i vecchi rapporti economici vengano soppiantati da nuovi rapporti.

In una successiva lettera del 21 agosto (2 settembre) 1880, che forniva ulteriori dati a
integrazione di quelli contenuti nei precedenti messaggi epistolari, Daniel’son domandò a
Marx se volesse scrivere per una rivista russa un articolo sull’economia russa nel periodo
successivo alla riforma del 1861:
In caso di risposta affermativa, Le manderò tutte le tabelle a mia disposizione. Ma se dovesse rifiutare, i miei amici mi
consigliano di pubblicare queste tabelle in qualche rivista, illustrando i fatti in esse contenuti. Nell’attuale momento, con
l’approssimarsi della crisi, questi fatti acquistano un particolare interesse. Compiuto senza lume teorico, questo lavoro perde
in misura considerevole il suo interesse non solo teorico, ma anche pratico. Ecco perché sarebbe un’ottima cosa se si
assumesse Lei questo compito. Se rifiuterà (il che sarebbe triste) sarò costretto a limitarmi alle conclusioni che Le ho
formulato nella mia ultima lettera e a citare, col Suo permesso, le tesi che ho trovato nella Sua lettera5.

Marx gli rispose di non poter esaudire una tale richiesta per ragioni di salute, ma l’autorizzò
senz’altro a usare la loro corrispondenza come meglio credesse:
Inoltre, Lei ha già terminato la parte più importante per il largo pubblico, cioè la preparazione delle statistiche e
l’interpretazione dei fatti ivi contenuti. Sarebbe un peccato se Lei rimandasse la pubblicazione, che io aspetto con la massima
impazienza6.

Nacquero così gli Schizzi sulla nostra economia pubblica dopo il 1861, che videro la luce alla
fine del 1880 nella rivista «La Parola» e che dovevano costituire il nucleo del libro apparso a
Pietroburgo, con il medesimo titolo, tredici anni dopo7. Quando Marx li ebbe letti, formulò un
primo commento con parole che non lasciano dubbi sulla sua stima per l’autore:
Ho letto con il massimo interesse il Suo articolo, che è «originale» nel senso migliore del termine. Per questo è stato
boicottato. Quando con la propria attività di pensiero si abbandonano i sentieri già battuti, si può esser certi di venire in un
primo tempo «boicottati»; questa è la sola arma di difesa che i routiniers sanno adoperare nella loro iniziale confusione. Io
sono stato «boicottato» per molti anni in Germania e sono ancora boicottato in Inghilterra, con la piccola differenza che, di
tanto in tanto, vengono fuori assurdità e asinerie tali che mi vergognerei di farne cenno pubblicamente. Ma Lei continui per la
Sua strada!

Entrando poi nel merito del saggio, Marx moveva all’amico un’osservazione critica sulla
questione della fertilità dei terreni agricoli (un tema che, come sappiamo, l’appassionava
molto e che continuava a studiare sulle fonti russe)8.
Daniel’son era, come sappiamo, grande ammiratore del Capitale, il cui metodo di indagine
cercava di applicare alla realtà russa a lui contemporanea. Partendo dalla nozione marxiana di
accumulazione primitiva, essenziale per la comprensione della genesi e dello sviluppo del
capitalismo, egli studiava l’evoluzione economica della Russia dopo il 1861, scrutando con
occhio vigile tutte le possibili avvisaglie dei nuovi rapporti di produzione, già consolidatisi in
occidente e appena percettibili nel suo vasto paese. Tuttavia, da convinto populista, non
abbandonava la speranza che in Russia fosse ancora possibile un diverso modo di produrre,
più consono alla mentalità e ai bisogni delle masse contadine. Non ignorava, come abbiamo
visto, le prime embrionali ma rapaci manifestazioni dell’incipiente capitalismo, il quale
operava per la dissoluzione dei rapporti comunitari e la proletarizzazione di vasti strati della
popolazione agricola. Il principale motivo di speranza risiedeva nel fatto che, in Russia, non si
era ancora compiuto quel processo di separazione dei produttori dagli strumenti di lavoro,
senza il quale il capitalismo non poteva trionfare. Rifacendosi proprio all’insegnamento di
Marx, egli osservò nel saggio del 1880: «nelle località dove predomina la proprietà
comunitaria della terra, è pressoché assente l’agricoltura su basi capitalistiche, che è possibile
soltanto là dove i vincoli comunitari sono stati completamente spezzati o stanno venendo
meno»9. Finché i lavoratori russi non fossero stati privati dei loro strumenti di produzione
(terra e attrezzi), non era vano contrastare l’avanzata dei nuovi rapporti economici: bisognava
dunque cercare le vie legislative e finanziarie, atte a tutelare e corroborare le tradizioni
comunitarie e cooperative radicate nelle masse popolari russe.
Sorretto da una siffatta visione, e seguendo l’incoraggiamento di Marx, Daniel’son proseguì
per la sua strada negli anni ’80 e ’90, studiando sia i tentativi di penetrazione capitalistica
nelle campagne sia i fattori che vi si opponevano. Tra le componenti della sua concezione
populistica, vi era anche la fede razionalistica nel ruolo positivo delle umane conoscenze e
dell’intellighenzia progressista. Anche da questo punto di vista, egli ammirava grandemente il
contributo di Marx alla formulazione scientifica delle leggi della società moderna. Uno
studioso russo del populismo ha scritto:
Abbiamo dinanzi a noi non semplicemente l’apologia della ragione e del razionalismo, non semplicemente la fede
nell’onnipotenza della scienza, ma il saldo convincimento della conoscibilità delle leggi della società, accresciuto
dall’imperativo morale per quegli strati della popolazione i quali, in virtù della loro iniziazione alle conquiste della civiltà, sono
tenuti a svolgere le funzioni di regolatori del progresso. E, sotto questo profilo, Daniel’son aveva un altissimo concetto
dell’importanza scientifica del marxismo10.

Anche negli anni ’90, quando in Russia si stava formando una solida base industriale di tipo
capitalistico, Daniel’son non smise di richiamare l’attenzione sulle peculiarità delle tradizioni
economiche dei villaggi, dove la proprietà comunitaria della terra non era stata ancora
soppiantata dalla grande azienda capitalistica. Polemizzò allora con gli economisti e i
pubblicisti di orientamento marxista e divenne, a sua volta, uno dei loro principali bersagli
polemici. Memorabili furono le sue battaglie contro il «marxista legale» (in seguito, liberale)
Pëtr Berngardovič Struve, uno dei più autorevoli assertori dell’avvenuto trionfo, nonché del
ruolo positivo, del capitalismo in Russia11. E virulente furono le critiche a lui rivolte dal
giovane Lenin, allora esordiente pubblicista marxista.
Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, Daniel’son proseguì gli scambi epistolari con
Engels, anzitutto per motivi legati alla traduzione russa del secondo e del terzo libro del
Capitale, della quale egli volle assumersi l’intero onere. Ma il dialogo tra i due, interrotto solo
dalla scomparsa di Engels nel 1895, non poté non toccare altri temi, e in special modo
l’evoluzione economica della Russia e le prospettive di sopravvivenza dell’obščina contadina.
Anche all’inizio degli anni Novanta, il russo continuò a insistere non solo sui pericoli che
minacciavano l’esistenza della comune rurale, ma anche sulla necessità di porvi rimedio. Un
tragico evento economico, che lo scosse profondamente, fu la carestia del 1891, abbattutasi
con particolare virulenza sulle campagne della regione della Volga. Volle parlarne con il suo
corrispondente russo, manifestandogli il proprio sgomento dinanzi al fondato timore che la
fame e la morte potessero accelerare il processo di proletarizzazione dei contadini:
Dinanzi alla prospettiva della morte per fame, la resistenza dell’obščina è ridotta a zero. Ci toccherà assistere al fatto che
l’anno in corso darà un fortissimo impulso alla tendenza (già di per sé abbastanza marcata) all’espropriazione di una massa
enorme di contadini e alla definitiva rottura di legami economici, indeboliti da tutte le nostre riforme e controriforme12.

Ad Engels, invece, la prospettiva della pauperizzazione di enormi masse umane appariva un


fatto non solo naturale e inevitabile, ma finanche auspicabile in vista dei vantaggi che avrebbe
recato lo sviluppo capitalistico:
Quanto all’obščina, essa può esistere solo fino a quando le differenze economiche tra i suoi membri saranno minime. Non
appena queste differenze si faranno sentire e alcuni dei suoi membri diventeranno schiavi per debiti degli altri membri più
ricchi, la sua esistenza non sarà più possibile. […] Temo che questa istituzione sia condannata alla rovina. Ma, d’altra parte, il
capitalismo apre nuove prospettive e nuove speranze. Guardi ciò che esso ha fatto e sta facendo in occidente. Una grande
nazione come la Sua sopravvive ad ogni crisi. Non esiste una grande calamità storica che non sia compensata da un progresso
storico. Cambia solo il modus operandi. Que les destinées s’accomplissent!13.

Fedele come sempre ad concezione trionfalistica del progresso storico, Engels non aveva
esitato a scrivere a Daniel’son il 24 febbraio 1893: «La storia è la più crudele vsech bogin’ [di
tutte le dee] e guida il suo carro trionfale tra mucchi di cadaveri, non soltanto in guerra ma
anche in tempi di “pacifico” sviluppo economico»14.
Senza dubbio, Daniel’son sbagliava nel sottovalutare la forza della penetrazione dei nuovi
rapporti capitalistici nel settore industriale. Ma aveva ragione nel rimarcare la vitalità delle
tradizioni comunitarie nelle campagne, che infatti rinasceranno subito dopo la rivoluzione del
1917. Inoltre, la sua attenzione alle peculiarità dell’economia contadina è degna di nota e, per
certi versi, anticipa i grandi studi che, su tale argomento, verranno condotti proprio in Russia
da Aleksandr Vasil’evič Čajanov e da altri. Né va ignorato il suo interesse per il tema,
modernissimo, dei possibili vantaggi dell’arretratezza economica: un interesse che, come
vedremo, non fu estraneo allo stesso Marx15.
Esula dall’argomento di questo libro la dettagliata esposizione critica del pensiero
economico di Daniel’son, uno studioso erudito e intelligente, che attende ancora il suo
biografo. Quel che adesso vorrei, ancora una volta, ribadire è la benefica influenza che egli
ebbe sull’evoluzione intellettuale di Marx: senza di lui il filosofo di Treviri non avrebbe potuto
acquisire un’ampia e solida conoscenza della società russa contemporanea, sulla base di
materiali difficilmente reperibili a Londra, né avrebbe avuto quei suggerimenti e stimoli
intellettuali che gli furono indispensabili nel nuovo e arduo campo di indagini.
Ma torniamo a Marx e ai suoi studi febbrili sulla storia economica e sociale della Russia
dopo l’abolizione della servitù della gleba. Egli non scrisse quel dettagliato articolo, che
Daniel’son si aspettava da lui, ma lasciò un’infinità di appunti e vergò, tra il 1881 e il 1882, un
abbozzo dal titolo Note sulla riforma del 1861 e sul successivo sviluppo in Russia (Notizen zur
Reform von 1861 und der damit verbundenen Entwicklung in Rußland), forse in vista di un
ampio e organico saggio sull’argomento16. Dopo una concisa ma puntuale descrizione degli
atti preparatori della riforma, l’abbozzo passava ad esaminare l’applicazione degli statuti di
emancipazione, mettendo in rilievo le onerose condizioni imposte ai contadini e i sostanziali
benefici ricavati dai grandi proprietari terrieri: l’abolizione del servaggio era stata progettata
e attuata in modo da lasciare il contadino, malgrado l’emancipazione giuridica, «nella
dipendenza economica del suo precedente signore». Anche il governo aveva tratto indubbi
vantaggi dalla riforma del 1861, per esempio sostituendosi ai pomeščiki nella riscossione delle
imposte (con la conseguente possibilità di aumentare il carico fiscale) e nel reclutamento degli
uomini per il servizio militare (il che avrebbe permesso la creazione di un esercito più
efficiente).
Un’intera sezione delle Notizen era dedicata all’analisi dell’evoluzione economico-finanziaria
della Russia nell’ultimo ventennio. Mentre i precedenti paragrafi si basavano sui lavori dei più
noti studiosi della riforma contadina, in queste pagine si sente fortissima l’eco dei temi trattati
da Daniel’son nelle lettere e negli Schizzi del 1880. Quando insisteva sull’importanza della
Banca di Stato e delle costruzioni ferroviarie nello sviluppo economico russo o sottolineava le
conseguenze catastrofiche per le masse rurali delle esportazioni cerealicole, Marx non faceva
che riprendere i motivi centrali delle ricerche dell’amico, i cui calcoli erano anche citati
espressamente un paio di volte.
Della comune contadina non si parla diffusamente nelle Notizen. Ma da altri testi, che
esamineremo più avanti, emerge con sufficiente chiarezza quel che Marx ne pensava. Non
diversamente dagli economisti di orientamento populistico, egli andava scrutando con ansia
tutti quei fenomeni socio-economici capaci di distruggerla o snaturarla. E, come loro, era
convinto che, al di là delle insidie interne, il pericolo maggiore per l’obščina venisse
dall’esterno, in primo luogo dalla politica fiscale del governo. Per questo sperava che si
potesse ancora salvarla, intervenendo tempestivamente.




Note


1
Sbornik materialov dlja izučenija sel’skoj pozemel’noj obščiny, pod redakciej F. L. Barykova, A. V. Polovcova i P. A.
Sokolovskago, Tom I, Tipo-litografija A. M. Vol’fa, S.-Peterburg 1880. Marx stese un riassunto dettagliatissimo della più ampia
tra le inchieste pubblicate nel libro, quella su un circondario rurale della provincia di Rjazan’ composto da 20 comunità di
villaggio (vedi Archiv Marksa i Engel’sa, t. XII, Gospolitizdat, Moskva 1952, pp. 121-139).
2
MEW, Bd. 34, p. 360 (lettera del 15 novembre 1878).
3
MER, pp. 357-373; MEW, Bd. 34, pp. 370-375.
4
MER, pp. 382-394 e 399-404. Anche la seconda lettera conteneva delle tabelle statistiche, che sono andate perdute.
5
MER, pp. 423-424.
6
MEW, Bd. 34, p. 463.
7
Očerki našego poreformennago obščestvennago chozjajstva, «Slovo. Naučnyj, literaturnyj I političeskij žurnal», ottobre
1880, pp. 77-142. Il saggio era firmato Nikolaj ‒on, pseudonimo sotto il quale Daniel’son amava celarsi e che figura anche nel
libro: NIKOLAJ ‒ON, Očerki našego poreformennago obščestvennago chozjajstva, Tipografija A. Benke, S.-Peterburg 1893 (il
cui primo capitolo riprendeva il saggio del 1880).
8
MEW, Bd. 35, pp. 155-156. Neppure nel sunto, che Marx fece dell’articolo, troviamo obiezioni di rilievo al metodo e alle
conclusioni di Daniel’son (vedi Archiv Marksa i Engel’sa, tom XII, cit., pp. 118-120). Appare quindi ben strana l’asserzione
della Konjušaja, secondo cui «leggendo gli Schizzi di Daniel’son, Marx non poté non notare come l’autore non comprendesse
affatto la teoria enunciata nel Capitale e, anziché cercar di analizzare scientificamente la realtà, enunciasse una visione
piccolo-borghese» (R. P. KONJUŠAJA, Karl Marks i revoljucionnaja Rossija, 1975, cit., p. 116).
Il greve retaggio dell’ortodossia sovietica non è scomparso neppure dopo il crollo del regime comunista nell’URSS, se due tra
i migliori storici del populismo hanno potuto scrivere ancora nel 1999: «La conclusione fondamentale dell’autore [Daniel’son]
sulla possibilità di una via non capitalistica era affatto estranea a Marx, e dimostrava quindi che il traduttore del Capitale non
aveva assimilato la scoperta, fatta da Marx, delle leggi generali dello sviluppo sociale» (V. A. TVARDOVSKAJA, B. S. ITENBERG,
Russkie i Karl Marks: vybor ili sud’ba?, cit., p. 135).
9
NIKOLAJ ‒ON, Očerki našego poreformennago obščestvennago chozjajstva, art. cit., p. 125.
10
V. V. ZVEREV, Reformatorskoe narodničestvo i problema modernizacii Rossii. Ot sorokovych k devjanostym godam XIX veka
[Il populismo riformistico e il problema della modernizzazione della Russia. Dagli anni Quaranta agli anni Novanta
dell’Ottocento], UNIKUM-CENTR, Moskva 1997, p. 201.
11
Sulle critiche di Daniel’son a Struve, si veda B. P. BALUEV, Liberal’noe narodničestvo na rubeže XIX-XXX vekov [Il populismo
liberale a cavallo tra il XIX e il XX secolo], Nauka, Moskva 1995, pp. 173-175.
12
MER, p. 596 (lettera del 12/24 novembre 1891).
13
MEW, Bd. 39, p. 150 (lettera a Daniel’son del 17 ottobre 1893).
14
MEW, Bd. 39, p. 38. Daniel’son citò questa frase nell’introduzione del suo libro del 1893, senza menzionare l’autore e
precisando solo che era tratta da una lettera privata (NIKOLAJ ‒ON, Očerki našego poreformennago obščestvennago
chozjajstva, S.-Peterburg 1893, p. XV).
15
Su questi aspetti del pensiero economico di Daniel’son ha giustamente richiamato l’attenzione E. ADAMOVSKY, Dans
l’histoire de la pensé politique russe: le commencement oublié d’une réflexion marxiste sur le retard économique, «Revue des
Études slaves», tome LXXII, Fascicule 1-2, Paris 2000, p. 152.
16
MEW, Bd. 19, pp. 407-424.
X
MARX E KOVALEVSKIJ

All’inizio del 1875 si recò a far visita a Marx, nella sua casa di Londra, il giovane e
promettente studioso di storia del diritto pubblico e internazionale Maksim Maksimovič
Kovalevskij. Laureatosi nel 1872 nella facoltà di Giurisprudenza dell’università di Char’kov,
Kovalevskij aveva lasciato la Russia per seguire corsi e seminari all’estero e condurre ricerche
nelle maggiori biblioteche europee1. Di Marx ebbe una sgradevolissima impressione: con le
«ciglia aggrottate» e lo «sguardo severo», gli apparve simile al busto di Giove Olimpio che
troneggiava nell’ampio salone. Le parole da lui pronunciate non furono tali da entusiasmare e
mettere a suo agio il giovane visitatore. Sentenziò che i russi emigrati all’estero «con poche
eccezioni» eran tutti «agenti del panslavismo», come lo era stato Herzen (morto nel 1870), e
che «Bakunin, da lui per così dire introdotto negli ambienti dell’agitazione socialista, l’aveva
ripagato con la più nera ingratitudine organizzando la cosiddetta Alliance [Alleanza della
democrazia socialista]». Kovalevskij era uscito da quell’incontro «come scottato» e con il
fermo proposito di non tornare più da Marx2.
Si rividero invece nell’estate dello stesso anno nella località termale di Karlsbad (in ceco,
Karlovy Vary), dove entrambi si erano recati per un periodo di riposo e di cure. Questa volta
ebbero modo di dialogare con calma nelle lunghe passeggiate fuori città. Marx si presentò
nelle vesti di un conversatore affabile, incline a scherzare anche sulle scarse vendite del suo
Capitale in Germania. Dovette restare affascinato dalla vivace intelligenza, dalla vastissima
cultura e dai multiformi progetti di ricerca del russo ventiquattrenne, che gli fece trascorrere
giornate interessanti e piacevoli. Quanto a Kovalevskij, sappiamo che, in cuor suo, giudicò
fallaci la metodologia e la concezione filosofica dell’autore del Capitale, pur apprezzandone la
compagnia. Ecco cosa scrisse all’economista Ivan Ivanovič Janžul il 15 ottobre 1875:
A Karlsbad ho trascorso molte ore piacevoli in compagnia di Marx. È una persona nobilissima e dotata d’altissimo ingegno.
Peccato soltanto che sia rimasto hegeliano e che le sue tesi scientifiche siano quindi scritte sulla sabbia. Ho letto a Karlsbad
una buona metà del suo libro, che egli mi ha regalato, e vi ho trovato nuova conferma del fatto che ogni deviazione dal metodo
positivo (e soprattutto l’applicazione alle ricerche scientifiche della tesi «les grandes idées viennent du cœur») induce
inevitabilmente in errore, spesso senza che ci se ne renda conto3.

Divennero comunque molto amici. Quando tornava a Londra per attingere ai tesori librari
del British Museum, Kovalevskij non mancava di passare da Marx per discutere con lui delle
sue ricerche. Queste conversazioni scientifiche non furono prive d’influenza sulla formazione
del giovane studioso. L’ammetterà con franchezza lo stesso Kovalevskij nel 1909:
Con la mia chiamata all’università di Mosca, cessarono gli scambi d’idee pressoché settimanali, che avevo avuto per due anni
con l’autore del Capitale. All’inizio continuammo a scriverci ogni tanto. Quando mi recavo a Londra d’estate, andavo a fargli
visita, in genere la domenica, traendo da quest’incontri nuovi stimoli per le mie ricerche scientifiche sulla storia dello sviluppo
economico e sociale dell’occidente europeo. È molto probabile che, se non avessi conosciuto Marx, non mi sarei occupato
della storia della proprietà fondiaria né della crescita economica dell’Europa, ma avrei concentrato in misura maggiore
l’attenzione sullo sviluppo delle istituzioni politiche, tanto più che questi temi erano in diretto legame con la materia da me
insegnata. Marx esprimeva con franchezza il suo parere sui miei lavori dopo averli letti. Se io interruppi la pubblicazione della
mia prima grossa opera sulla giustizia amministrativa e, in particolare, sulla giurisdizione tributaria in Francia, ciò avvenne in
parte per influsso del parere negativo che Marx me ne aveva dato. Egli si mostrò più favorevole al mio tentativo di scoprire il
passato della comune rurale, o di esporre lo sviluppo degli ordinamenti familiari sin dai tempi più remoti sulla base
dell’etnografia comparata e della storia comparata del diritto4.

Certo, nell’udire che «ci sono due soli modi di pensare: uno logico, secondo il metodo
dialettico di Hegel, e uno non logico», il positivista Kovalevskij restava sgomento5. Ma ciò non
gli impediva di trarre profitto dai consigli scientifici di Marx, per i cui studi di economia
politica egli aveva adesso una grande ammirazione. Nel luglio 1884, avendo saputo da Engels
che i manoscritti russi di Marx non sarebbero entrati a far parte del secondo libro del
Capitale, propose a Lavrov di pubblicarne almeno degli estratti, dal momento che le note sui
Lavori della commissione tributaria (di cui abbiamo già fatto menzione) dovevano essere «con
tutta probabilità molto interessanti»6.
Il debito intellettuale di Marx nei riguardi di Kovalevskij non fu minore. Purtroppo, sono
andate quasi tutte perdute le lettere che egli mandò al giovane studioso russo. Kovalevskij le
aveva lasciate a un amico, il professore di economia politica Ivan Ivanovič Ivanjukov, quando
era stato costretto nel 1887 ad abbandonare l’insegnamento e a lasciare la patria per il suo
«atteggiamento negativo verso l’ordinamento statale russo». La moglie di Ivanjukov, temendo
per le sorti del marito, le distrusse7. È giunto fino a noi un solo frammento dell’epistolario,
oltre al biglietto già menzionato del 9 gennaio 1877 sui guai giudiziari del marito di Elizaveta
Tomanovskaja: la lettera dell’aprile 1879 nella quale Marx, discutendo dell’«eccellente» libro
di Nikolaj I. Kareev I contadini e la questione contadina in Francia nell’ultimo quarto del XVIII
secolo, inviatogli dall’amico, precisava il proprio punto di vista sulla dottrina economica dei
fisiocratici8. È certo comunque che egli annoverava il giovane e brillante studioso russo, come
scrisse a Daniel’son il 19 settembre 1879, tra i suoi «amici “scientifici”»9. Kovalevskij gli
regalò o diede in prestito le novità librarie, che riusciva a procurarsi nelle sue errabonde
missioni di studio per l’Europa e oltre oceano. Gli donò naturalmente anche le proprie opere,
una delle quali ebbe un certo peso sulla metamorfosi intellettuale di Marx alla fine degli anni
’70.
Marx lesse e annotò scrupolosamente il libro La proprietà comunitaria della terra: cause,
svolgimento e conseguenze della sua dissoluzione, uscito a Mosca nel 187910. Era stato
proprio lui, come abbiamo visto, a indirizzare Kovalevskij verso questo filone di ricerche, che
sempre più prepotentemente assorbiva le sue energie intellettuali. Il libro del giovane amico
giungeva quanto mai a proposito, fornendogli una gran massa di dati e notizie sulle comunità
agricole in Africa, in Asia e nel continente americano. Il documentato lavoro di Kovalevskij,
basato sul metodo storico-comparativo, mostrava quanta parte avesse avuto la brutale e
rapace politica dei conquistatori europei nella disgregazione degli antichi sistemi di proprietà
fondiaria collettiva in India, in Algeria e tra i pellerossa americani. Anzi, già nell’introduzione
egli precisava di dissentire proprio in ciò dal giurista e storico britannico Henry Sumner
Maine, che pure considerava uno dei suoi maestri ideali. Quest’ultimo, infatti, ignorava «il
ruolo che la politica fondiaria degli Stati europei è venuta ad avere nel processo di
dissoluzione della proprietà comunitaria della terra tra i popoli, caduti a poco a poco sotto il
loro dominio e, in particolare, tra gli indiani»11.
Quando, scrivendo negli anni ’50 per la «New York Daily Tribune», si era occupato delle
trasformazioni avvenute nei villaggi indiani in seguito alla conquista britannica, Marx aveva
giudicato un impetuoso e inarrestabile fenomeno economico la disintegrazione delle arcaiche
forme locali, minate dalla penetrazione del capitalismo nel subcontinente indiano. Ecco, per
esempio, cosa leggiamo nell’articolo del 25 giugno 1853 a proposito del sistema economico e
amministrativo del villaggio indiano:
Queste piccole forme stereotipe di organismo sociale sono state perlopiù dissolte, e ormai vanno scomparendo, non tanto per
la brutale interferenza degli esattori e militari britannici, quanto per gli effetti del vapore e del libero scambio made in
England. Le comunità familiari erano basate sull’industria casalinga in quella peculiare combinazione di tessitura a mano,
filatura a mano, agricoltura a mano, che le rendeva autosufficienti. L’intervento inglese, avendo collocato il filatore nel
Lancashire e il tessitore nel Bengala, o spazzato via tanto il filatore quanto il tessitore indù, ha distrutto queste piccole
comunità semi-barbare e semi-civili, facendone saltare in aria la base economica e in tal modo causando la più grandiosa e, a
dire il vero, l’unica rivoluzione sociale che l’Asia abbia mai conosciuto.

Oltre che generato da possenti forze economiche, un simile processo era un fatto altamente
positivo:
Ora, per quanto sia sentimentalmente deprecabile lo spettacolo di queste miriadi di laboriose comunità sociali, patriarcali e
inoffensive, disorganizzate e dissolte nelle loro unità, gettate in un mare di lutti, e i loro membri singoli privati ad un tempo
della forma di civiltà tradizionale e dei mezzi ereditari di esistenza, non si deve dimenticare che queste idilliache comunità di
villaggio, sebbene possano sembrare innocue, sono sempre state la solida base del dispotismo orientale; che racchiudevano lo
spirito umano entro l’orizzonte più angusto facendone lo strumento docile della superstizione, asservendolo a norme
consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica12.

Alla fine degli anni Settanta, invece, Marx era convinto, lo vedremo meglio più avanti, che
l’azione furiosa e crudele dei dominatori bianchi avesse distrutto o sconvolto una serie di
istituzioni sociali ancora solide e vitali. La ricerca di Kovalevskij veniva a corroborare la sua
nuova visione.
Nel 1880, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, Kovalevskij lasciò in prestito a Marx
l’Ancient Society (apparso tre anni prima) dell’americano Lewis Henry Morgan, che possiamo
considerare il padre della moderna antropologia13. Grande fu l’influenza esercitata da
quest’opera sul filosofo di Treviri, che la lesse con attenzione sunteggiandola e ricopiandone
lunghi brani. Marx, del resto, seguiterà a coltivare negli anni seguenti gli studi di etnologia,
compilando estratti dai lavori di John Budd Phear, Henry Sumner Maine e John Lubbock14.
Un così ardente interesse per le primitive forme comunitarie era stato risvegliato in lui dalle
ricerche sull’obščina russa. Ai confini dell’Europa civile e capitalistica sopravviveva, pressoché
intatta, ed estesa su un immenso territorio, l’arcaica comunità di villaggio, le cui tracce o i cui
resti esistevano anche in altre parti del mondo. Bisognava dunque approfondire l’indagine
sull’origine e l’evoluzione dei più antichi sistemi di proprietà comunitaria i quali, a uno studio
attento, si rivelavano tenaci e vitali oltre ogni previsione.

Note


1
Un documentato profilo biografico di Kovalevskij è stato premesso da N. B. Chajlova alla recente edizione russa delle sue
memorie (M. M. KOVALEVSKIJ, Moja žizn’: Vospominanija, ROSSPEN, Moskva 2005, pp. 3-38).
2
Kovalevskij rievocò l’episodio in un articolo del 1895: vedi Russkie sovremenniki, p. 59 (e, ora, anche M. M. KOVALEVSKIJ,
Moja žizn’, cit., p. 183).
3
P. M. STULOV, M. M. Kovalevskij o Markse (1875 g.), «Vestnik Akademii nauk SSSR», 1933, n. 3, colonna 35.
4
Russkie sovremenniki, pp. 74-75.
5
Questa frase, pronunciata una volta da Marx «a bruciapelo» (forse per scuotere un po’ il giovane e ardente positivista),
aveva colpito molto Kovalevskij; tant’è vero ch’egli la riferì, quasi con le medesime parole, nel 1895 e nel 1909 (vedi Russkie
sovremenniki, pp. 60 e 76).
6
Russkie sovremenniki, p. 206.
7
B. A. KALOEV, M. M. Kovalevskij, «Sovetskaja etnografija», 1966, n. 6, p. 35 nota 37.
8
MER, pp. 375-376.
9
MEW, Bd. 34, p. 409.
10
M. KOVALEVSKIJ, Obščinnoe zemlevladenie, pričiny, chod i posledstvija ego razloženija, Čast’ pervaja, Tipografija F. B.
Millera, Moskva 1879. Le note di Marx furono pubblicate in russo, tra il 1958 e il 1962, in alcune riviste sovietiche di
orientalistica («Sovetskoe vostokovedenie», «Problemy vostokovedenija» e «Narody Azii i Afriki»). In tedesco apparvero,
corredate di un minuzioso apparato critico, in Karl Marx über Formen vorkapitalistischer Produktion. Vergleichende Studien
zur Geschichte des Grundeigentums 1879-80. Aus dem handschriftlichen Nachlaß, herausgegeben und eingeleitet von Hans-
Peter Harstick, Campus Verlag, Frankfurt – New York 1977, pp. 21-210.
11
M. KOVALEVSKIJ, Obščinnoe zemlevladenie, cit., pp. VI-VII.
12
K. MARX e F. ENGELS, India Cina Russia, curato e tradotto da Bruno Maffi, seconda edizione, Il Saggiatore, Milano 1965, pp.
60-61.
13
L. H. MORGAN, La società antica. Le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà, Cura e introduzione di
Alessandro Casiccia, Con uno studio di Mario de Stefanis, terza edizione, Feltrinelli, Milano 1981.
14
I suoi taccuini di appunti si possono leggere in The Ethnological Notebooks of Karl Marx (Studies of Morgan, Phear, Main,
Lubbock), Transcribed and edited, with an Introduction by Lawrence Krader, second edition, Van gorcum, Assen 1974. Di
grande interesse sono i due documentatissimi articoli di Erhard Lucas: Die Rezeption Lewis H. Morgan durch Marx und
Engels, «Saeculum‒, 1964, Heft 2, pp. 153-176, e Marx’ Studien zur Frühgeschichte und Ethnologie 1880-1882. Nach
unveröffentlichten Exzerpten, «Saeculum», 1964, Heft 4, pp. 327-343. In un libro erudito e affascinante, lo studioso del
mondo greco Carlo Marcaccini ha di recente richiamato l’attenzione sull’influenza di Morgan sul pensiero di Marx,
soffermandosi in special modo sull’interpretazione dell’antica democrazia ateniese, proposta dall’antropologo americano e
accolta dall’autore del Capitale: si veda C. MARCACCINI, Atene sovietica. Democrazia antica e rivoluzione comunista, Della
Porta, Pisa-Cagliari 2012. Per quanto riguarda l’evoluzione intellettuale di Marx, che è il tema principale della mia indagine,
Marcaccini parte da premesse e giunge a conclusioni distanti dalle mie. Non ne posso qui discutere; ma consiglio comunque
di prender visione della sua indagine che, a differenza della mia, tende a privilegiare i momenti di continuità nel pensiero del
filosofo di Treviri.

XI
POPULISMO E TERRORISMO

Per comprendere meglio i tratti peculiari del nuovo atteggiamento di Marx verso la comune
contadina e le prospettive della rivoluzione in Russia, vale la pena dare uno sguardo a un
testo, scritto da Engels nella primavera 1875, ma che rifletteva il pensiero di entrambi. Si
tratta della schermaglia polemica che egli ebbe con il rivoluzionario «giacobino» Pëtr Nikitič
Tkačëv, convinto sostenitore dell’importanza, oltre che dell’opera di propaganda tra le masse,
di una salda organizzazione cospirativa e centralizzata. Come gli altri populisti, anche Tkačëv
credeva nel futuro socialista dell’obščina; ma, a differenza delle correnti anarchiche e vicine a
Bakunin, insisteva sul ruolo della minoranza rivoluzionaria nel rovesciamento dello Stato
zarista. Per dirla con Franco Venturi, il modello di Stato rivoluzionario «a cui si rifece sempre
più chiaramente fu quello della dittatura di Robespierre, con tribunali rivoluzionari,
repressione delle forze ostili, limitazione della libertà di stampa, ecc.»1.
A noi qui interessa esaminare le critiche che Engels gli rivolse in una serie di articoli, perché
in questi testi (la cui stesura fu suggerita dalla stesso Marx) troviamo la più ampia e organica
formulazione della visione politica dei due amici in quel momento storico2. Per prima cosa
veniva ribadito il principio generale secondo cui «il rivolgimento a cui mira il socialismo
moderno», cioè «la vittoria del proletariato sulla borghesia e la riorganizzazione della società
mediante l’abolizione di tutte le differenze di classe», presupponeva «non solo un proletariato
che compia questo rivolgimento, ma anche una borghesia nelle cui mani le forze produttive
sociali si siano sviluppate tanto da permettere la definitiva soppressione delle differenze di
classe». Poi Engels passava a discutere dell’obščina e delle tradizioni comunitarie dei
contadini russi. La sua conclusione era che questa arcaica istituzione economico-sociale, lungi
dal rappresentare la garanzia per una rapida trasformazione della Russia in senso comunista,
doveva considerarsi piuttosto un segno d’arretratezza e un ostacolo sulla via del progresso
agricolo. I rapporti borghesi e capitalistici, già insinuatisi nelle campagne russe, avrebbero
presto avuto ragione della comunità di villaggio. Per quest’ultima c’era una sola possibilità di
salvezza:
In Russia la proprietà comunitaria ha oltrepassato da un pezzo il suo periodo aureo e, a quanto pare, sta per dissolversi.
Esiste tuttavia, innegabilmente, la possibilità di portare questa forma sociale a un livello più alto, se essa riesce a preservarsi
fino a quando saranno maturate le condizioni necessarie per una simile trasformazione, e se essa si dimostra capace di
evolversi in modo che i contadini coltivino la terra non più singolarmente, ma in comune; esiste la possibilità di farla diventare
una forma superiore, senza che i contadini russi debbano passare per la fase intermedia della proprietà particellare borghese.
Ma ciò può avvenire solo se, prima della completa decomposizione della proprietà comunitaria, nell’Europa occidentale
trionfa una rivoluzione proletaria che assicuri al contadino russo le necessarie condizioni preliminari, anche materiali, per un
simile passaggio, quanto meno per attuare le opportune trasformazioni nel suo sistema di conduzione agricola.

Engels era anche convinto che la Russia si trovasse alla vigilia di una grandiosa rivoluzione.
Il dissesto finanziario dello Stato, la decomposizione delle strutture amministrative (rose dal
tarlo della corruttela), il malcontento delle masse contadine immiserite dalla riforma del 1861,
le aspirazioni liberali e costituzionali dei ceti sociali più illuminati, erano tutti segni che
facevano presagire il crollo imminente del regime autocratico:
Sono qui riuniti i presupposti di una rivoluzione: una rivoluzione che, cominciata dalle classi superiori della capitale e forse
dallo stesso governo, sarà spinta rapidamente al di là della sua prima fase costituzionale dai contadini; una rivoluzione che
avrà la massima importanza per l’intera Europa, se non altro perché annienterà con un sol colpo l’ultima riserva, ancora
intatta, della reazione paneuropea.

Come si vede, adesso Marx ed Engels ammettevano apertamente, e qui sta la principale
novità rispetto a quel che essi dicevano fino a pochi anni prima, che l’obščina diventasse a
certe condizioni uno strumento della trasformazione socialista della Russia. Per il resto, nulla
era mutato nella loro visione strategica. Le battaglie cruciali contro l’ordinamento
capitalistico-borghese sarebbero state combattute dalla classe operaia organizzata nei paesi
industrialmente avanzati dell’Europa occidentale. La rivoluzione russa, invece, con il suo avvio
costituzionale e il successivo intervento delle masse contadine, avrebbe avuto un carattere
democratico (e non poche somiglianze con i grandi avvenimenti del 1789-1793). La sua
importanza per il movimento socialista occidentale stava soprattutto nell’abbattimento del
temibile e feroce regime assolutistico, che aveva sempre svolto le funzioni di gendarme in
Europa.
Fino al definitivo tramonto e scioglimento dell’Internazionale, l’atteggiamento verso
Bakunin fu il metro principale con cui Engels e Marx giudicarono gli esponenti
dell’emigrazione rivoluzionaria russa. È questa la ragione di fondo della loro iniziale diffidenza
per Pëtr Lavrovič Lavrov (1823-1900), una delle figure più nobili del populismo russo.
Professore di matematica, fu arrestato nel 1866 e mandato al confino nella provincia
settentrionale di Vologda. Riuscì a fuggire nel 1870: la tappa iniziale del suo doloroso esilio fu
Parigi, dove poté assistere agli eventi che portarono nell’estate alla guerra franco-prussiana e
poi, nel marzo 1871, alla nascita della Comune socialista. Parteggiò subito per quella gloriosa
epopea rivoluzionaria, giudicando il nuovo governo popolare «più onesto e più intelligente di
qualunque altro prima di esso nei nostri tempi» e seguitando ad ammirare, dopo la sconfitta
dei comunardi, la straordinaria impresa di «uomini sconosciuti» i quali, «senza danaro né
pratica amministrativa, senza una solida istruzione, senza preparazione politica, sotto il fuoco
del nemico hanno creato uno Stato con tutti i suoi organi»3.
Nel 1872 Lavrov si stabilì a Zurigo dove, fallito il tentativo di collaborazione con Bakunin,
prese contatto con i giovani emigrati russi e fondò una sua rivista. Convinto sostenitore
dell’importanza della scienza e della cultura, nonché della necessità di fare propaganda tra le
masse, era in disaccordo sia con lo spontaneismo anarchico di Bakunin che con la visione
«giacobina» e cospirativa. Eppure, Engels e Marx a lungo lo trattarono con diffidenza; anzi, il
primo scrisse contro di lui, nell’ottobre 1874, due articoli pieni di graffiante ironia4.
L’avversione, comunque, si trasformò a poco a poco in amicizia politica e simpatia umana.
Lavrov, il quale viveva allora a Londra, si riconciliò sia con Engels che con Marx, stringendo
con loro rapporti sempre più cordiali. Frequentò spesso casa Marx, stringendo legami
affettuosi con tutti i membri della famiglia. Non è un caso che, subito dopo la morte del
pensatore di Treviri, proprio al «caro signor Lavrov» confessasse per lettera la propria
disperata solitudine Eleanor Marx, la quale in meno di un anno e mezzo aveva sofferto la
scomparsa della madre, della sorella Jenny e del padre: «Nel giro di 15 mesi ho perso tutti:
padre, madre, sorella. Ora sono sola al mondo»5.
Nella primavera 1875 scoppiò in Bosnia-Erzegovina l’insurrezione contro il dominio
ottomano, destinata ad estendersi in altri territori dei Balcani e a dare origine alla guerra
russo-turca del 1877-1878. Ebbe luogo allora la campagna a favore dei «fratelli slavi», ispirata
inizialmente dal governo zarista e via propagatasi in larghi settori della società russa,
compresi quei rivoluzionari populisti che andarono a combattere volontari in Serbia. Mentre
Bakunin e i suoi seguaci esaltavano la ribellione contro i turchi, ravvisandovi una «guerra
sociale», Lavrov prese le distanze dalla ribollente passione panslavistica, rammentando gli
ideali socialisti e di classe: «Noi non possiamo vedere senza dolore l’agitazione sviluppatasi
tra gli slavi del Sud in nome dei vecchi ideali dell’indipendenza nazionale, dell’autonomia degli
stati e della chiesa cristiana, agitazione che non farà che soffocare la predicazione del
socialismo tra i nostri fratelli»6. Marx, il quale vide dietro la mobilitazione panslavistica, non
senza ragione, la regia dell’imperialismo zarista, si congratulò con il russo Lavrov per il suo
«grande coraggio morale»7.
Nella seconda metà degli anni ’70, quando si erano affievolite le loro speranze in
un’imminente rivoluzione socialista nell’Europa occidentale, Marx ed Engels volsero lo
sguardo agli avvenimenti di Russia con crescente trepidazione. Al momento della guerra
russo-turca del 1877-78, credettero che fosse ormai giunta la fine per l’agonizzante ma pur
sempre minaccioso impero degli zar8. L’amara delusione per la sconfitta delle armate turche fu
temporanea e non valse a scuotere la loro fede nella rivoluzione russa. Molti sono i testi che si
potrebbero citare a questo riguardo. Ne scegliamo uno meno noto: la lettera di Engels del 14
dicembre 1879 al democratico inglese Thomas Allsop9:
Non c’è dubbio che la crisi in Russia è ineluttabile e può scoppiare in qualsiasi momento. E, indubbiamente, la caduta del
dispotismo russo avrà enormi ripercussioni in Germania e in Austria. […]. In ogni caso, l’esplosione rivoluzionaria in Russia
accelererà il movimento nell’Europa centrale e occidentale. I governi di Vienna e di Berlino perderanno tutto il loro coraggio,
quando non avranno più il fido baluardo di ogni reazione: il regime assolutistico russo.

Da Lavrov e da Lopatin i due amici potevano avere ragguagli sulla lotta rivoluzionaria in
Russia, che proprio in quegli anni andava sviluppandosi con rinnovato fervore. Per esempio, la
lettera che Lopatin scrisse a Engels da Parigi il 23 novembre 1878, dopo un soggiorno
clandestino in patria di quattro mesi, contiene una lucidissima disamina della crisi che
cominciava a travagliare il movimento di Zemlja i volja (Terra e libertà), la vasta
organizzazione rivoluzionaria influenzata dalla concezione spontaneistica di Bakunin, e che
sarebbe sfociata più tardi nella nascita di Narodnaja volja (Volontà del popolo), il partito
rivoluzionario ispirato da un preciso e maturo progetto politico:
La propaganda socialista tra i contadini, a quanto pare, è quasi cessata. Gli elementi rivoluzionari più energici sono passati
istintivamente alla lotta squisitamente politica, quantunque essi non abbiano ancora il coraggio morale di riconoscerlo
apertamente e benché questa lotta politica mantenga ancora un carattere troppo angusto, limitandosi esclusivamente ad
azioni di vendetta contro determinate persone e a tentativi di liberazione di singoli compagni. Quanto poi alla società in
generale, ogni giorno di più scompaiono le ultime tracce di rispetto per il governo e non di rado si guarda con simpatia alle
azioni del partito estremista10.

Adesso Marx ed Engels cominciavano anche ad avere qualche contatto diretto con gruppi
del movimento clandestino russo. Il 22 luglio 1878 un redattore del «Načalo» («L’inizio»),
organo socialista vicino a Zemlja i volja, mandò a Engels gli ultimi tre numeri del giornale,
pregando lui «come pure il signor Marx e tutte le persone illuminate, disposte ad aiutarci,
d’inviarci articoli e corrispondenze per noi importanti e di darci anche tutte quelle
importantissime informazioni che possono sfuggirci»11. Ma fu soprattutto con il partito di
Narodnaja volja e con i suoi militanti (narodovol’cy) che i due celebri esponenti del socialismo
occidentale stabilirono legami stretti e durevoli.
Il 21 marzo 1880 il narodovolec Lev Nikolaevič Gartman, che si trovava a Londra da pochi
giorni, scrisse a Marx un biglietto, dicendo d’esser latore di una lettera di Lavrov e
chiedendogli il permesso di far visita al «grande maestro delle scienze sociali»12. Il
rappresentante di Volontà del popolo era fuggito all’estero, dopo il fallito attentato allo zar
Alessandro II del novembre 1879, mettendosi subito in contatto con Lavrov, che allora viveva a
Parigi. Entrò subito nelle grazie di Marx e di Engels, i quali l’aiutarono in tutti i modi e
l’introdussero nei circoli socialisti londinesi. I rapporti divennero in breve tempo così cordiali
e familiari che il giovane rivoluzionario passò al tu nei suoi messaggi epistolari ai due anziani
amici.
Sappiamo, da alcune lettere di Gartman, che Marx guardava con la più viva simpatia al
progetto, allora discusso negli ambienti dell’emigrazione russa in Francia e in Svizzera, di
pubblicare un settimanale in lingua inglese, che attirasse l’attenzione dell’opinione pubblica
occidentale sulla lotta dei rivoluzionari contro l’autocrazia zarista. Qualche mese più tardi, fu
Marx a lanciare a Gartman l’idea di un viaggio di propaganda negli Stati Uniti allo scopo di
raccogliere consensi e denari per la causa della rivoluzione russa13. Il viaggio ebbe luogo solo
nell’estate 1881; anche dagli USA Gartman corrispose coi suoi due amici e protettori
londinesi14.
Gartman discusse a lungo con Engels e con Marx della situazione interna russa e dell’aspro
dissidio che opponeva il partito di Narodnaja volja all’altro gruppo politico sorto, nel 1879,
dalla crisi di Terra e libertà. I membri di Čërnyj peredel (Spartizione nera) erano contrari ad
azioni terroristiche e insistevano sulla necessità di continuare la propaganda rivoluzionaria tra
i contadini. Ma, nel gennaio 1880, l’irruzione della polizia nella tipografia dove si stampava il
loro giornale fu un duro colpo per i «campagnoli». I černoperedel’cy (militanti di Spartizione
nera) più attivi, tra cui i futuri marxisti Plechanov e Vera Zasulič, dovettero emigrare
all’estero. Engels e Marx parteggiarono subito, senza esitazione, per i rivoluzionari di Volontà
del popolo, i quali teorizzavano e compivano anche attentati contro funzionari del governo. Già
il 14 maggio 1880 Gartman annunciava al suo compagno di partito Nikolaj Aleksandrovič
Morozov che Marx «considera il terrorismo russo la sola cosa logica, pratica, possibile e utile
in Russia al momento attuale»15. Dei černoperedel’cy, invece, Marx parlava con sferzante
ironia, come si desume tra l’altro dal seguente brano della lettera a Sorge del 5 novembre
1880:
In Russia, dove il «Capitale» è letto e apprezzato più che in qualsiasi altro paese, il nostro successo è ancora maggiore.
Abbiamo da una parte i critici (per lo più giovani professori universitari, in parte miei amici personali, e anche alcuni
pubblicisti), dall’altra il comitato centrale terroristico, il cui programma da poco stampato e distribuito clandestinamente a
Pietroburgo ha suscitato una gran rabbia tra i russi anarchici in Svizzera, i quali pubblicano a Ginevra «La Spartizione nera»
[«Die Schwarze Verteilung»] (così suona in tedesco il titolo del loro giornale russo). Costoro, per lo più (ma non tutti) persone
che hanno lasciato la Russia volontariamente, formano il cosiddetto partito della propaganda, in contrapposizione ai terroristi
che rischiano la pelle. (Per far propaganda in Russia, vanno a Ginevra! Un bel qui pro quo!). Questi signori sono contro ogni
azione politico-rivoluzionaria. La Russia dovrebbe spiccare un Salto mortale [in italiano] verso il millennio anarchico-
comunista-ateo! Nel frattempo, essi preparano questo salto con un tedioso dottrinarismo, i cui princìpi si sentono e risentono
dai tempi del fu Bakunin [courent la rue depuis feu Bakounine]16.

Il documento programmatico, di cui si fa menzione nella lettera, fu spedito a Londra dal


comitato esecutivo di Narodnaja volja nel novembre 1880. Prima di mandargli il loro
programma, i narodovol’cy di Pietroburgo inviarono a Marx un messaggio, datato 25 ottobre
(6 novembre) 1880, per ricordargli quanto fossero utili alla loro azione rivoluzionaria le
«sincere simpatie dei popoli liberi» e per chiedergli di aiutare Gartman nel suo tentativo di
mobilitazione dell’opinione pubblica anglo-americana. La lettera si apriva con un fervido
omaggio all’opera scientifica del dirigente socialista, il cui Capitale era diventato in Russia «il
vangelo (nastol’noj knigoj) delle persone colte»17.
Marx lesse con estrema attenzione, sottolineandolo e annotandolo, questo Programma degli
operai, membri del partito di Volontà del popolo, che è il testo più maturo e significativo della
riflessione teorico-politica dei narodovol’cy. Narodnaja volja è nota a tutti per le sue
spettacolari azioni terroristiche, che culminarono nell’assassinio dello zar Alessandro II, il 1°
(13) marzo 1881. Tuttavia, il terrore individuale veniva da essa concepito come un inevitabile
e doloroso strumento di lotta, dettato dall’assenza di qualsiasi forma di libertà politica.
Quando, nel settembre 1881, il presidente degli Stati Uniti Garfield morì per le ferite riportate
in un attentato, il comitato esecutivo di Narodnaja volja espresse al popolo americano
«profonde condoglianze», condannando quanto accaduto negli USA:
In un paese in cui la libertà individuale rende possibile una lotta ideologica aperta, in cui la volontà popolare determina non
solo le leggi, ma decide anche chi deve governare, l’assassinio politico come mezzo di lotta è espressione dello stesso spirito
di dispotismo che noi ci proponiamo di abbattere. Il dispotismo individuale e il dispotismo di partito sono egualmente da
biasimare e la violenza può essere giustificata solo quando è diretta contro la violenza18.

Meno conosciuto, ma non meno importante, è il complesso dibattito politico all’interno di


Volontà del popolo, che trovò la più compiuta espressione proprio nel documento
programmatico dell’autunno 188019. Vi si parlava non solo della futura società socialista,
costruita sull’economia collettivistica, e della sua struttura statale, formata dalla libera
federazione delle comuni produttive. Vi erano altresì indicate le tappe democratiche
intermedie, da realizzare a breve termine, e la strategia politica da seguire per giungere alla
meta finale.
Sembra che, in un primo momento, Marx abbia tentennato dinanzi alle proposte di pubblica
collaborazione, pervenutegli dagli uomini di Narodnaja volja. Ecco, infatti, cosa Gartman
scrisse a Morozov il 29 luglio 1880: «Non sperare in Marx, cioè in un suo articolo. Non
scriverà. Può simpatizzare, per così dire, in segreto, ma non sulla stampa perché, com’egli
dice, il programma dei terroristi non è socialista. In una parola, egli è cauto»20. Dobbiamo
supporre che egli abbandonò ogni cautela tattica in autunno quando si convinse, dopo averne
letto il programma, che Volontà del popolo era un partito socialista.
Da allora, i suoi legami con i militanti di Narodnaja volja si fecero più stretti. A dicembre
ricevé la visita di Nikolaj Morozov, al quale parlò in termini entusiastici dei rivoluzionari di
Volontà del popolo promettendogli anche di collaborare con un suo scritto alla «Biblioteca
socialrivoluzionaria», diretta dallo stesso Morozov insieme con Gartman e Lavrov21. Pochi
giorni dopo il riuscito attentato ad Alessandro II, nel messaggio di saluto alla manifestazione
tenutasi a Londra per il decimo anniversario della Comune di Parigi, Marx ed Engels
esaltarono pubblicamente i recenti fatti di Pietroburgo, che «alla fine dovranno portare
senz’altro, magari dopo lunghe e violente lotte, all’instaurazione di una Comune russa»22.
L’ appello per una svolta democratica, rivolto dal comitato esecutivo di Narodnaja volja al
nuovo zar Alessandro III, e la celebrazione del processo contro i responsabili del regicidio,
svoltosi dal 26 al 29 marzo (7-10 aprile) 1881, accrebbero in Marx l’ammirazione per gli
uomini di Volontà del popolo. Nella lettera alla figlia Jenny dell’11 aprile 1881 così si espresse
su di loro:
Hai seguito il dibattimento giudiziario di San Pietroburgo contro gli attentatori? Sono bravissimi, sans pose mélodramatique,
semplici, fattivi, eroici. Gridare e agire sono cose inconciliabili e antitetiche. Il comitato esecutivo di Pietroburgo, che agisce
così energicamente, emana manifesti di raffinata «moderazione»23.

Non è dunque lecito dubitare della simpatia di Marx e di Engels per la linea politica e la
lotta di Narodnaja volja, anche se, a causa della documentazione lacunosa, restano da chiarire
alcuni aspetti dei loro legami organizzativi con il comitato esecutivo di Pietroburgo. Purtroppo
sono andate perdute le lettere dei due dirigenti socialisti a Gartman, il quale oltretutto non
scrisse mai le sue memorie e, anzi, nel 1882 rinunciò all’attività politica per tentare la fortuna
con piccole invenzioni nel campo dell’industria elettrica.
I rapporti di Marx ed Engels con il partito di Narodnaja volja non possono essere
interpretati come una mera convergenza tattica, dettata dal loro entusiasmo per la
leggendaria guerra di un manipolo di eroi contro l’onnipotente Stato autocratico. Essi erano
convinti che la strategia politica di Volontà del popolo fosse la sola capace di convogliare verso
uno sbocco vittorioso le immense energie rivoluzionarie latenti nella Russia zarista. Perciò
mantennero a lungo i contatti con Lev Gartman, rappresentante di Narodnaja volja all’estero,
nonostante certe maniere rozze e scorrette da lui usate con i loro familiari. Prima di partire
per gli Stati Uniti, infatti, Gartman chiese la mano della nipote di Engels; prima, si era
dichiarato alla figlia minore di Marx. Quest’ultimo ne fu tanto più indignato in quanto Sof’ja L.
Perovskaja, con la quale Gartman aveva «vissuto in libere nozze», era da poco salita sul
patibolo insieme con gli altri responsabili dell’attentato ad Alessandro II. Il fatto amareggiò la
vecchia Jenny von Westphalen al punto da farle provare «disgusto» per tutti i rappresentanti
del sesso forte, come rivelò Marx alla figlia Jenny il 6 giugno 188124. Ciò nonostante,
l’impudente giovanotto continuò a scrivere dagli Stati Uniti ai due protettori londinesi; e,
quando fece ritorno in Inghilterra, trovò Engels ancora pronto a soddisfare le sue petulanti
richieste di denaro.
Adesso entrambi erano convinti che la Russia fosse «la Francia del nostro secolo» e che ad
essa spettasse «l’iniziativa rivoluzionaria di una nuova riorganizzazione della società». Con
queste parole Lopatin riassumeva, in una lettera del 20 settembre 1883 ad una militante di
Volontà del popolo, il pensiero di Engels (e di Marx) sulle potenzialità rivoluzionarie della
Russia25. Nel giro di pochi anni la loro posizione era molto cambiata: entrambi consideravano
la Russia e non l’occidente il centro propulsore del movimento rivoluzionario in Europa.
Anche al futuro dell’obščina essi guardavano adesso con occhi diversi. È vero che le parole
finali della prefazione alla seconda edizione russa del Manifesto del partito comunista, scritta
nel gennaio 1882, si limitavano a dire che «se la rivoluzione russa diverrà il segnale per una
rivoluzione proletaria in occidente, in modo che l’una e l’altra si completino a vicenda,
l’odierna proprietà comunitaria della terra in Russia potrà servire come punto di partenza per
uno sviluppo comunista»26. Ma bisogna tener presente che una simile frase, a prima vista
generica, era inserita (di qui la sua pregnanza) in un testo celeberrimo, che era sempre stato il
canto di guerra della rivoluzione operaia in occidente. All’inizio degli anni ’80, dunque, anche
Engels, forse per l’influenza di Marx, riteneva possibile e auspicabile la diretta trasformazione
dell’obščina in proprietà collettiva di tipo comunista. Ecco cosa egli scriveva il 5 agosto 1880
alla studiosa russa Minna Karlovna Gorbunova:
Quel che Lei dice sull’incipiente dissoluzione dell’obščina e dell’artel’ [cooperativa artigiana] conferma le notizie che ci
giungono da altre fonti. Tuttavia, questo processo di disgregazione può durare molto a lungo. E poiché la tendenza generale
nell’Europa occidentale va proprio in direzione opposta e acquisterà ben altra forza con il prossimo sconvolgimento, ci si può
attendere che anche in Russia, dove negli ultimi 30 anni sono emerse tante menti critiche, questa tendenza si rafforzi giusto
in tempo per poter far leva sul millenario e radicato istinto associativo del popolo, prima che esso si spenga completamente27.

I rivoluzionari di Volontà del popolo seppero cogliere la novità e l’importanza


dell’atteggiamento di Marx e di Engels verso la rivoluzione russa. Il 5 febbraio 1882 il loro
organo di stampa «Narodnaja volja» pubblicò l’introduzione all’edizione russa del Manifesto,
accompagnandola con la seguente nota redazionale:
Pubblichiamo con piacere questa «prefazione», per il profondo interesse scientifico e pratico dei problemi in essa sollevati.
Siamo particolarmente lieti di sottolineare le parole conclusive, nelle quali noi vediamo la conferma di una delle tesi teoriche
fondamentali di Narodnaja volja, una conferma avallata dalle ricerche di studiosi autorevoli come Marx ed Engels. La
continuazione della celebre opera di Marx («Il Capitale»), da tanto tempo attesa, svilupperà certo con la dovuta completezza,
tra l’altro, anche le questioni che la «prefazione» ha solo potuto sfiorare28.

Alla morte di Marx, i rivoluzionari di Narodnaja volja pubblicarono un lungo e dettagliato


necrologio dello scomparso, che si chiudeva con queste parole:
Unendo la vostra voce a queste espressioni [di cordoglio], noi, russi, non possiamo non ricordare quanta simpatia Marx
provasse per il nostro movimento socialrivoluzionario e con quanta disponibilità egli avesse deciso, nell’ultimo anno di vita, di
scrivere «per incarico del comitato di San Pietroburgo» (come si espresse nella lettera a V. Zasulič) un apposito opuscolo per
la Russia sul problema della possibile evoluzione della nostra obščina, problema che riveste un così appassionante interesse
per il socialismo russo. Non sappiamo, purtroppo, se Marx abbia fatto in tempo a terminare questo lavoro29.

Ma chi era Vera Zasulič e che cosa Marx le aveva scritto?




Note


1
F. VENTURI, Il populismo russo, II, cit., p. 377. Sulla formazione intellettuale di Tkačëv segnalo, senza poterne qui discutere,
un interessante e originale libro sovietico: B. M. ŠACHMATOV, P. N. Tkačëv: Etjudy k tvorčeskomu portretu, Mysl’, Moskva
1981.
2
MEW, Bd. 18, pp. 546-567. Gli articoli erano una risposta alla Lettera aperta al signor Friedrich Engels (Offener Brief an
Herrn Friedrich Engels), apparsa a Zurigo nel 1874 (ristampata, in traduzione russa, in P. N. TKAČËV, Izbrannye sočinenija na
social’no-političeskie temy v četyrëch tomach, Tom III, Redakcija, vstupitel’naja stat’ja i primečanija B. P. Koz’mina,
Izdatel’stvo Vsesojuznogo obščestva politkatoržan i ssyl’no-poselencev, Moskva 1933, pp. 88-98).
3
Cit. da B. S. ITENBERG, P. L. Lavrov v russkom revoljucionnom dviženii [Lavrov nel movimento rivoluzionario russo], Nauka,
Moskva 1988, pp. 112-113. «In una corrispondenza che scrisse allora per “L’Internationale” di Bruxelles il 21 marzo 1871,
Lavrov fu uno dei primi in Europa a sottolineare l’aspetto socialista degli avvenimenti che stavano svolgendosi a Parigi e a
interpretare la Comune come un organo del potere proletario» (F. VENTURI, Il populismo russo, II, cit., p. 429). Negli anni
seguenti Lavrov non cessò di richiamar l’attenzione sull’esperienza della Comune (da lui considerata un’autentica rivoluzione
sociale) e, come scrisse nel quarto anniversario di quell’evento, «sul suo ruolo nella storia dell’umanità, sul riflesso cha dalla
bandiera rossa della Comune di Parigi si riverbera sull’immediato futuro» (P. L. LAVROV, Filosofija i sociologija. Izbrannye
proizvedenija v dvuch tomach, Tom 2, Mysl’, Moskva 1965, p. 355).
4
MEW, Bd. 18, pp. 536-545. Lopatin, che nel leggerli non aveva saputo «trattenere le risa», scrisse a Engels dichiarandosi
d’accordo con le sue argomentazioni ma rimproverandolo d’esser stato «molto cattivo» (MER, p. 313).
5
Perepiska členov sem’i Marksa s russkimi političeskimi dejateljami, cit., p. 47.
6
Cit. da F. VENTURI, Il populismo russo, III. Dall’andata nel popolo al terrorismo, Einaudi, Torino 1972, p. 160.
7
MEW, Bd. 34, p. 208 (lettera del 7 ottobre 1876).
8
Marx lo scrisse il 27 settembre 1877 all’amico e compagno Friedrich Adolph Sorge (fondatore della sezione americana
dell’Internazionale) (MEW, Bd. 34, p. 296).
9
L’originale inglese è conservato nell’Istituto di marxismo-leninismo della Germania orientale. Il «Neues Deutschland» del 19
aprile 1970 lo pubblicò in tedesco; in russo apparve nella «Pravda» del 27 novembre 1970.
10
MER, pp. 353-354. Non bisogna dimenticare che l’esaltante «andata nel popolo» del 1874-1875, intrapresa con le più rosee
e ingenue speranze, si era conclusa con un sostanziale insuccesso, suscitando non poca delusione e amarezza. Come ammise
uno dei giovani, che aveva partecipato a quell’esperienza, «la nostra “andata nel popolo” in massa, il nostro “pellegrinaggio”
subì un gravissimo fallimento» (cit. da Ju. A. PELEVIN, Choždenie v narod, «Voprosy istorii», 2013, n. 6, p. 44). Zemlja i volja,
nata dalle ceneri della precedente esperienza, pur compiendo atti di vendetta politica contro esponenti governativi, fu
animata anch’essa dalla credenza anarchica che le masse contadine sarebbero insorte spontaneamente in seguito
all’agitazione rivoluzionaria nelle campagne. Il passaggio alla lotta politica organizzata e la nascita di Narodnaja volja, col suo
progetto di alleanze con larghi settori della società, segnarono quindi una profonda svolta nel populismo russo. Sul
movimento rivoluzionario tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, oltre al fondamentale lavoro di
Franco Venturi, si può vedere anche la traduzione italiana di un buon libro sovietico: V. A. TVARDOVSKAJA, Il populismo russo
da «Zemlja i volja» a «Narodnaja volja», Prefazione di M. Ja. Gefter, Editori Riuniti, Roma 1975.
11
MER, p. 348.
12
MER, p. 399.
13
Russkie sovremenniki, pp. 169-179 e 189-191..
14
MER, pp. 448-453.
15
Russkie sovremenniki, p. 180.
16
MEW, Bd. 34, p. 477.
17
MER, pp. 427-428. Che Marx andasse fiero di questa missiva e amasse mostrarla ad amici e conoscenti, è testimoniato
dalla rivoluzionaria di Narodnaja volja Vera Nikolaevna Figner (vedi W. GEIERHOS, Vera Zasulič und die russische
revolutionäre Bewegung, Oldenbourg, München-Wien 1977, p. 143).
18
Il populismo russo, a cura di Giorgio Migliardi, cit., p. 298.
19
Ivi, pp. 272-285.
20
La lettera, inedita, è citata da S. S. VOLK, Karl Marks i russkie obščestvennye dejateli, cit., p. 199.
21
Russkie sovremenniki, pp. 78-86. Morozov, il quale visse fino al 1946, ebbe spesso modo di rievocare i suoi incontri con
Marx: su di lui si veda V. A. TVARDOVSKAJA, N. A. Morozov v russkom osvoboditel’nom dviženii [Morozov nel movimento di
liberazione russo], Nauka, Moskva 1983.
22
MEW, Bd. 19, p. 244.
23
MEW, Bd. 35, p. 179.
24
MEW, Bd. 35, pp. 194-195.
25
Russkie sovremenniki, pp. 200-202. Una parte della lettera fu pubblicata nel 1893 per iniziativa di Lavrov, che ne chiese
l’autorizzazione a Engels (MER, pp. 635 e 771, nota 348).
26
MEW, Bd. 19, p. 296. Comunque, ha forse ragione Haruki Wada nel sostenere che l’introduzione alla traduzione russa del
Manifesto, pur firmata da entrambi, «expresses the opinion of Engels more directly than that of Marx» (art. cit., p. 71).
27
MEW, Bd. 34, pp. 452-453.
28
Literatura partii Narodnoj Voli [Articoli e documenti del partito di Volontà del popolo], Société nouvelle de librairie et
d’édition, Paris 1905, p. 558. Il 10 aprile Engels scrisse a Lavrov che lui e Marx si sentivano «fieri» d’essere collaboratori di
«Narodnaja vola» (MEW, Bd. 35, p. 302).
29
Kalendar’ Narodnoj voli na 1883 god [Almanacco di Volontà del popolo per il 1883], Imprimerie russe, Ženeva 1883, p. 180.
Il necrologio conteneva una precisa e dettagliata biografia di Marx (ivi, pp. 177-180), che però sorvolava sui contrasti con
Bakunin, ai quali erano dedicate poche e generiche righe.

XII
LA LETTERA OCCULTATA

Vera Ivanovna Zasulič cominciò giovanissima l’attività rivoluzionaria nei circoli populistici.
Nata nel 1849, alla fine degli anni ’60 era già in contatto con i gruppi studenteschi che si
opponevano al regime zarista. Conobbe anche Nečaev, il quale cercò di attirarla nella sua
organizzazione clandestina. Pur avendo avuto fugaci rapporti con il gruppo guidato dall’autore
del Catechismo del rivoluzionario, nel 1869 non poté sfuggire all’arresto e rimase un paio
d’anni in prigione. Uscita dal carcere, perché non vi erano concreti indizi a suo carico, passò
alla lotta clandestina, militando tra i cosiddetti «rivoltosi» (buntari), dediti alla preparazione
dell’insurrezione contadina. Aderì poi a Terra e libertà (Zemlja i volja), impegnandosi in azioni
miranti alla liberazione dei compagni arrestati e alla soppressione dei più invisi funzionari
zaristi.
Fu così che maturò il suo progetto di vendicare la crudele fustigazione di un rivoluzionario,
incarcerato a Pietroburgo, attentando alla vita di colui che aveva ordinato quell’odiosa
punizione. Si trasferì quindi nella capitale e, il 24 gennaio 1878 (secondo il calendario russo),
si recò nell’ufficio del generale Trepov, governatore della città, sparandogli un colpo di pistola,
che però lo ferì soltanto. Fu subito arrestata e, due mesi dopo, processata e giudicata.
Avvenne allora un fatto clamoroso, che fu al centro delle cronache giornalistiche dell’epoca.
La giuria popolare che, in base alla riforma giudiziaria del 1864, doveva emanare la sentenza,
assolse la Zasulič. Il verdetto della corte fu accolta dall’ovazione del pubblico presente in aula
e della folla assiepata fuori del tribunale. All’uscita del palazzo di giustizia, nella generale
confusione che era venuta a crearsi, Vera Ivanovna fu portata in braccio dalla gente, messa in
una carrozza e portata via di gran carriera; e così, anziché rientrare in prigione, come
prevedevano le norme sulla custodia cautelare, tornò in libertà.
Tutto ciò fu possibile perché l’opinione pubblica, nelle grandi città, simpatizzava sempre più
apertamente per i rivoluzionari (come spiegò bene Lopatin a Engels nella lettera del 23
novembre 1878, che abbiamo ricordato nel precedente capitolo). Nella fattispecie, sappiamo
da un documento interno della polizia di Pietroburgo quale fu la reazione della gente
all’attentato:
Non si può tacere la strana circostanza che, sebbene la vicenda di Trepov sia materia di conversazione in tutta la città e molti
siano curiosi di aver notizie del suo stato di salute, non si può affatto dire che l’incidente occorso al governatore cittadino
abbia suscitato particolare dispiacere tra gli abitanti di Pietroburgo. In generale, questo caso ha mostrato con chiarezza che
tra la popolazione pietroburghese il numero di coloro che simpatizzano per il governatore è insignificante1.

Dopo l’attentato e l’avventurosa fuga dalla prigione, Vera Ivanovna dovette prima
nascondersi e poi riparare all’estero. Ma tornò di nuovo in patria, nel 1879, per collaborare
attivamente al gruppo anarchico e «campagnolo» di Spartizione nera (Čërnyj peredel), nato
dalla scissione di Terra e libertà e contrapposto al partito di Volontà del popolo. Nel gennaio
1880 andò di nuovo all’estero, dove cominciò a interrogarsi assieme ad altri compagni di lotta
(tra cui Plechanov) sull’opportunità di proseguire la propaganda tra i contadini e sul futuro
dell’obščina.
Per chiarire i dubbi, da cui era assillata, sulle sorti della comune contadina, il 16 febbraio
1881 si rivolse per lettera a Marx, che tutti i rivoluzionari russi tenevano in altissima
considerazione. Dopo avergli ricordato quanto il Capitale fosse letto e apprezzato in Russia,
soggiunse:
Lei sa meglio di chiunque altro quanto tale questione sia urgente in Russia. Lei sa cosa ne pensava Černyševskij. La nostra
pubblicistica progressista, come per esempio le «Otečestvennye Zapiski», continua a sviluppare le sue idee. Ma questa è una
questione di vita o di morte, a mio avviso, soprattutto per il nostro partito socialista. In un modo o nell’altro, dipende da Lei
perfino il destino personale dei nostri socialisti rivoluzionari. Delle due l’una: o questa comune rurale, affrancata dalle
smodate esazioni del fisco, dai tributi ai signori e dagli arbìtri dell’amministrazione, è capace di svilupparsi in senso socialista,
vale a dire di organizzare gradualmente la produzione e la distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche.
In tal caso, il socialista rivoluzionario deve dedicare tutte le proprie forze all’affrancamento della comune e al suo sviluppo.
Se, al contrario, la comune è destinata a perire, al socialista in quanto tale non resta che abbandonarsi a calcoli più o meno
malcerti per appurare tra quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia,
tra quante centinaia d’anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia uno sviluppo simile a quello dell’Europa occidentale. I
socialisti, allora, dovranno condurre la propaganda unicamente tra i lavoratori urbani, i quali saranno in continuazione
dispersi tra la massa dei contadini, ormai gettati dalla dissoluzione della comune sul lastrico delle grandi città in cerca di
salario.

Poiché in Russia i sostenitori dell’ineluttabile avvento del capitalismo si proclamavano


discepoli di Marx, era di somma importanza sapere cosa davvero pensasse l’autore del
Capitale «sul possibile destino della nostra comune rurale e sulla teoria della necessità storica
per tutti i paesi del mondo di passare per tutte le fasi della produzione capitalistica». La
Zasulič pregava pertanto Marx di esporre le sue idee «in maniera più o meno dettagliata» o,
qualora ciò non fosse stato possibile per mancanza di tempo, di pronunciarsi «con una lettera
che Lei mi consentirà di tradurre e pubblicare in Russia»2.
La risposta di Marx, datata 8 marzo, fu chiara e perentoria. Egli esordì rivelando alla
giovane corrispondente, che aderiva a Spartizione nera, di aver già promesso «un lavoro sul
medesimo argomento» al comitato esecutivo di Narodnaja volja. Non potendo darle, per
questa ragione, «un’esposizione del problema concisa e destinata alla pubblicazione», poche
righe sarebbero state sufficienti a fugare «il malinteso riguardo alla mia cosiddetta teoria».
Marx citava poi, dall’edizione francese del Capitale, il celebre brano sulla separazione del
produttore dai mezzi di produzione e sull’espropriazione dei coltivatori, cioè
sull’accumulazione primitiva, per ribadire che «la “fatalità storica” di questo movimento è
dunque espressamente limitato ai paesi dell’Europa occidentale». In Russia le cose erano
andate in maniera assai diversa:
In questo movimento occidentale si tratta dunque della transizione da una forma di proprietà privata ad un’altra forma di
proprietà privata. Presso i contadini russi, invece, bisognerebbe trasformare la loro proprietà comune in proprietà privata.
L’analisi data nel «Capitale» non offre dunque motivi né a favore né contro la vitalità della comune rurale; ma lo studio
speciale che io vi ho dedicato, e i cui materiali sono andato cercando nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è
il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Ma perché possa svolgere tale funzione, bisognerebbe dapprima eliminare le
influenze deleterie che l’assalgono da ogni parte e, poi, garantirle le condizioni normali d’uno sviluppo spontaneo.

Leggendo la risposta di Marx, la Zasulič e il suo compagno di partito Lev Grigor’evič Dejč
non credettero ai loro occhi. Essi non riuscirono a spiegarsi perché mai l’autore del Capitale si
fosse pronunciato in maniera così netta a favore della comune contadina: nessuno, infatti,
allora sapeva nulla della missiva alla redazione delle «Otečestvennyja zapiski», rimasta chiusa
nel cassetto. Il 10 marzo, ricopiata la lettera «parola per parola», perché non sorgessero dubbi
su quel che Marx aveva detto, la spedirono a Parigi ai coniugi Plechanov3.
Da allora, e per parecchi anni, dell’importantissimo documento non si ebbe più notizia.
Chissà, forse alcune voci e mormorii sullo scambio epistolare tra la giovane rivoluzionaria e
l’autore del Capitale circolarono per un po’ in Svizzera, dove soggiornava la Zasulič, negli
ambienti dell’emigrazione russa, perché una così senzasionale carteggio non poteva passare
sotto silenzio. L’attento e scrupoloso Rjazanov ricordò di aver udito, durante il suo soggiorno
elvetico alla fine degli anni ’80, «un racconto a tratti fantastico circa un carteggio tra il
gruppo di Emancipazione del lavoro (Osvoboždenie truda) e Marx a proposito della comune
contadina russa»: «Circolavano persino improbabili aneddoti su uno scontro personale tra
Plechanov, che contestava la proprietà comunitaria, e Marx, che doveva averla difesa»4.
Con tutta probabilità, come dirò meglio più avanti, a decidere di nascondere la dirompente
lettera fu Georgij Valentinovič Plechanov, il quale si stava allora distaccando dal movimento
populistico e, di lì a poco, avrebbe pubblicato i suoi primi scritti polemici contro l’ideologia
dominante nel movimento rivoluzionario russo. Il «padre del marxismo russo», fino allora
fervente narodnik, cominciò dunque la sua nuova vita intellettuale e politica censurando Marx,
il quale si era dichiarato aperto sostenitore della prospettiva populistica. Certo è che né lui né
la Zasulič, negli anni seguenti, rivelarono e pubblicarono la risposta dell’autore del Capitale,
pur da loro sollecitato a pronunciarsi sul destino dell’obščina.
Fu nel 1911 che Rjazanov trovò i quattro abbozzi della lettera tra le carte di Marx lasciate al
genero Paul Lafargue. Lo studioso si rivolse allora sia a Plechanov sia alla stessa destinataria
della missiva, domandando loro se fossero a conoscenza della lettera di Marx: in entrambi i
casi la risposta fu negativa. A questo proposito Rjazanov osserva, non senza una punta
d’ironia:
Bisogna riconoscere, considerando il particolare interesse che questa lettera dové suscitare, che una tale dimenticanza è
davvero stupefacente e, probabilmente, offre agli psicologi specialisti uno degli esempi più interessanti del modo
assolutamente inadeguato in cui funziona il meccanismo della nostra memoria.

Nell’estate 1923, trovandosi a Berlino, il bolscevico Rjazanov venne a sapere dal marxista
russo di fede menscevica Boris Ivanovič Nikolaevskij che una lettera di Marx era stata trovata
nell’archivio di Pavel Borisovič Aksel’rod, compagno di idee e stretto collaboratore di
Plechanov e della Zasulič (deceduti da qualche anno). Un breve confronto tra il testo appena
scoperto e i quattro abbozzi in suo possesso convinse Rjazanov che, senz’ombra di dubbio, la
nuova missiva coincideva con la più breve delle minute e non poteva che essere la lettera
ricopiata e spedita da Marx alla Zasulič. Nikolaevskij la pubblicò l’anno seguente in un suo
fuorviante e tendenzioso articolo, teso a dimostrare che Marx non aveva voluto, per mere
ragioni tattiche, urtare i sentimenti dei populisti russi, pur non condividendone le illusioni sul
futuro dell’obščina5.
La lettera di Marx fu dunque occultata dagli uomini che nel 1883 avrebbero dato vita, in
polemica con il movimento populistico, al gruppo socialdemocratico denominato
Emancipazione del lavoro (Osvoboždenie truda). I membri della prima organizzazione politica
russa, che si richiamava apertamente alla dottrina di Marx, nascosero gelosamente
all’opinione pubblica un testo marxiano pervaso, dalla prima all’ultima riga, di idee
populistiche. Sulla grave decisione dovette influire, in maniera determinante, il parere di
Plechanov, il quale già nel 1881 cominciava a nutrire qualche dubbio sulla vitalità della
comune rurale. Secondo la testimonianza del marxista russo Nikolaj Vladislavovič Vol’skij, il
quale tra il 1943 e il 1945 ebbe occasione di frequentare la vedova del «padre del marxismo
russo», Rozalija Markovna, Plechanov consigliò nel 1881 alla Zasulič di non mostrare «per il
momento» a nessuno l’epistola di Marx; in seguito, dopo la sua definitiva rottura con il
populismo, egli convinse l’amica che sarebbe stato meglio «dimenticare per sempre» un
documento, capace solo di alimentare le «illusioni populistiche»6.
E così, quel testo non fu rivelato né nella seconda metà degli anni ’80, quando la
pubblicazione della lettera di Marx alla redazione delle «Otečestvennyja zapiski» riaccese in
Russia le polemiche sulle sorti dell’obščina, né negli anni ’90 durante la grande battaglia
ideale tra marxisti e populisti sulle prospettive del capitalismo.
Note


1
Sulla vicenda di Vera Zasulič, si veda Revoljucionery 1870-ch godov. Vospominanija učastnikov narodničeskogo dviženija v
Peterburge [I rivoluzionari degli anni Settanta. Memorie dei militanti del movimento populistico a Pietroburgo], Sostavitel’ V.
N. Ginev, Lenizdat, Leningrad 1986, pp. 243-248 e 401-409 (dove sono riprodotte le memorie dell’eroina populista e
documenti dell’epoca, anche inediti).
2
La lettera della Zasulič fu stampata, nell’originale francese, da David B. Rjazanov nel Marx-Engels-Archiv, Zeitschrift des
Marx-Engels-Instituts in Moskau, herausgegeben von D. Rjazanov, I. Band, Frankfurt a. M. s.d. (ma 1926), pp. 316-317. In
questo volume sono anche riprodotte integralmente, oltre alla risposta di Marx (pp. 341-342), le quattro minute da lui scritte,
comprese le parole e le frasi cancellate nel manoscritto (pp. 318-340).
3
Russkie sovremenniki, pp. 193-194.
4
Rjazanov ne riferì nell’introduzione all’edizione critica dello scambio epistolare tra Zasulič e Marx (Marx-Engels Archiv, I.
Band, cit., p. 309). Questa prefazione, che fa luce sulla scoperta e sulla pubblicazione del carteggio perduto, è stata tradotta
in inglese in Late Marx and the Russian Road, cit., pp. 127-132. C’è, nel testo di Rjazanov, un evidente refuso, perché viene
datato al 1883 (cioè quando egli era appena tredicenne) il suo primo soggiorno svizzero, che ebbe invece luogo qualche anno
dopo, durante i suoi viaggi all’estero dopo il precocissimo impegno rivoluzionario in patria.
5
B. NIKOLAEVSKIJ, Marx und das russische Problem, «Die Gesellschaft», Juli 1924, pp. 359-366.
6
E. JUR’EVSKIJ, Mysli o G. V. Plechanove [Pensieri su Plechanov], «Socialističeskij vestnik», Aprel’ 1957, p. 66-69 (la
testimonianza citata è a p. 67). In questo articolo, oltremodo interessante, leggiamo tra l’altro che Marx «nell’ultimo decennio
di vita fu senza dubbio influenzato da talune idee di Černyševskij, dei populisti e di Narodnaja volja. Egli cominciò a pensare
che la Russia fosse destinata a percorrere una via diversa dall’occidente, senza passare, come diceva, attraverso le “forche
caudine” del regime capitalistico». Nikolaevskij gli rispose con asprezza nel successivo numero della rivista, che era edita
dagli emigrati menscevichi: vedi B. NIKOLAEVSKIJ, Legenda ob utaennom pis’me K. Marksa [La leggenda della lettera occultata
di Marx], «Socialističeskij vestnik», Maj 1957, pp. 94-97. E. Jur’evskij era uno degli pseudonimi usati da Vol’skij (il più noto è
Valentinov).

XIII
COMUNE CONTADINA
E MONDO PRIMITIVO

Delle quattro diverse stesure della risposta a Vera Zasulič, l’ultima è vicinissima, per
dimensioni e contenuto, alla lettera spedita, mentre le altre tre si presentano come veri e
propri saggi storico-filosofici (pur se incompiuti). Malgrado le asperità dello stile e le frequenti
cancellature e ripetizioni, che sono una prova tangibile della stanchezza fisica e del tormento
interiore dell’autore, questi abbozzi devono essere considerati e letti come il testamento
intellettuale di Marx, come l’opera in cui il vecchio filosofo cercò di dare una risposta chiara e
coerente a una serie di problemi storici e teorici, su cui egli andava riflettendo negli ultimi
anni. L’analisi dell’obščina russa e della sua possibile evoluzione è inserita in un discorso più
ampio sulla natura delle società primitive e sulle diverse vie di sviluppo economico.
A Marx preme anzitutto sgombrare il terreno dagli equivoci sorti nell’interpretazione del
Capitale, rigettando con forza la nozione di «fatalità storica», che gli era stata attribuita, e
approfondendo una tematica appena delineata nella lettera, più volte ricordata, alla rivista
«Otečestvennyja zapiski». Nel 1877, rispondendo a Michajlovskij, aveva accennato
all’importanza dell’«ambiente storico» con l’esempio dell’antica Roma, dove la graduale
espropriazione dei contadini liberi e la formazione di immense proprietà terriere e di ingenti
capitali monetari diedero luogo non a un modo di produzione capitalistico, ma a un sistema
basato sulla schiavitù: «dunque, eventi d’impressionante analogia ma verificatisi in differenti
ambienti storici, portarono a esiti del tutto diversi». Negli abbozzi del 1881, la categoria di
«milieu historique» (o «situation historique» o «conditions historiques») diviene centrale e
serve a spiegare il rapporto tra l’obščina russa e il circostante mondo capitalistico:
<La situazione storica della «comune rurale» russa è senza confronti! Essa sola, in Europa, si è conservata non già a guisa di
sparsi frammenti simili a quelle rare e curiose miniature di tipo arcaico, che ancora di recente s’incontravano in occidente,
ma come forma quasi predominante della vita popolare e diffusa in un immenso impero. Se essa ha nella proprietà comune
del suolo la base <naturale> del possesso collettivo, il suo ambiente storico (la contemporanea esistenza della produzione
capitalistica) le offre bell’e pronte le condizioni materiali del lavoro in comune su larga scala. Essa è dunque in grado di
assimilare le conquiste positive del sistema capitalistico, senza passare attraverso le sue forche caudine. Essa può sostituire
gradualmente l’agricoltura particellare con la grande agricoltura con l’ausilio di macchine, grazie alla configurazione fisica
del territorio russo.>1

Marx tiene anche a precisare che «la Russia non vive isolata dal mondo moderno, e non è
nemmeno preda d’un conquistatore straniero come le Indie orientali». Dunque, un complesso
di circostanze fortunate fa sì che la Russia possa sottrarsi alle leggi spietate della produzione
capitalistica e seguire una via di sviluppo originale. A chi profetizza la «fatale dissoluzione
della proprietà comunitaria in Russia» basandosi sulla storia degli altri popoli europei, presso
i quali «la proprietà comunitaria è esistita dappertutto» e «dappertutto è scomparsa con il
progresso della società», Marx così risponde:
Nell’Europa occidentale la morte della proprietà comunitaria <e la comparsa> e la nascita della produzione capitalistica sono
separate l’una dall’altra da un intervallo <di secoli> immenso, che abbraccia una serie di rivoluzioni e di evoluzioni
economiche successive.

La Russia non è stata costretta a «passare per un lungo periodo d’incubazione dell’industria
meccanica prima d’arrivare alle macchine, alle navi a vapore, alle ferrovie» ed ha introdotto
«in un batter d’occhio i meccanismi di scambio (banche, società per azioni ecc.), la cui
preparazione <altrove> è costata secoli all’occidente»; e non ha quindi bisogno di
ripercorrere tutte le fasi evolutive delle altre società europee.
Il tema dei vantaggi dell’arretratezza economica, l’idea cioè che i paesi arretrati (oggi
diremmo latecomers) possano usufruire della tecnologia più avanzata, è senza dubbio mutuato
da Černyševskij, il quale l’aveva enunciato con un celebre aforisma nella Critica dei pregiudizi
filosofici contro la proprietà comunitaria della terra (1858):
La storia come una nonna, ama straordinariamente i nipotini più piccoli. Ai tarde venientes essa dà non gli ossa, ma la
medullam ossium, per spezzare i quali l’Europa occidentale si è ferita tanto dolorosamente le dita2.

Solo se si trovasse in condizioni d’isolamento, ragiona Marx, la Russia dovrebbe «elaborare


per proprio conto le conquiste economiche che l’Europa occidentale ha acquisito solo dopo
una lunga serie di evoluzioni dal tempo delle comunità primitive fino allo stato attuale».
Tuttavia, grazie alla presenza di una superiore cultura tecnologica, un simile pericolo può
esser scongiurato: l’obščina, infatti, è in grado di assimilare le conquiste scientifiche del
mondo moderno senza subire gli orrori dell’accumulazione capitalistica.
Gli abbozzi non si limitano alla discussione di alcune generali e preliminari questioni di
metodologia storica. Vi troviamo anche l’analisi concreta della comune rurale russa, della sua
intima vitalità e dell’azione corrosiva esercitata su di essa dagli agenti esterni. Marx non
nasconde la sua fede populistica nell’obščina:
Se al momento dell’emancipazione le comuni rurali fossero state messe sin dall’inizio in condizioni di normale prosperità, se,
in seguito, l’immenso debito pubblico pagato per la maggior parte a spese dei contadini, assieme alle altre enormi somme,
fornite con l’intermediazione dello Stato (e sempre a spese dei contadini) alle “nuove colonne della società” trasformate in
capitalisti; se tutte queste spese fossero servite all’ulteriore sviluppo della comune rurale, nessuno oggi si sognerebbe di
vedere nella distruzione della comune una “fatalità storica”, ma tutti vi scorgerebbero l’elemento di rigenerazione della
società russa e un elemento di superiorità sui paesi ancora asserviti dal regime capitalistico3.

Dopo la riforma del 1861, proprio durante il regno di Alessandro II, la comunità di villaggio
era stata dissanguata da una possente coalizione di forze ostili. Marx ripete qui quel che gli
aveva insegnato Daniel’son sul ruolo dello Stato nello sviluppo economico russo:
A spese dei contadini, lo Stato <ha contribuito a fare> ha fatto nascere <come> in una calda serra branche del sistema
capitalistico occidentale che, senza sviluppare in alcun modo le premesse produttive dell’agricoltura, sono le più atte a
facilitare e accelerare il furto dei suoi prodotti da parte di intermediari improduttivi. Lo Stato ha così contribuito
all’arricchimento di una nuova feccia capitalistica, che succhia il sangue già impoverito della “comune rurale”4.

Questa nuova situazione aveva avuto effetti disastrosi anche all’interno della stessa
comunità di villaggio:
<Schiacciata dalle imposte dirette dello Stato, sfruttata in maniera fraudolenta dagli intrusi capitalisti, mercanti, ecc, e dai
“proprietari” fondiari, essa è per sovrammercato minata dagli usurai del villaggio, dai conflitti d’interessi provocati al suo
interno dalle condizioni che le sono state imposte.>

Dunque, «ciò che minaccia la vita della comune russa, non è né una fatalità storica, né una
teoria: è l’oppressione da parte dello Stato e lo sfruttamento da parte d’intrusi capitalisti, che
lo Stato stesso ha reso potenti a spese dei contadini»5.
Gli inconsulti attacchi contro l’obščina, la «gallina dalle uova d’oro» della società russa,
stavano minando le stesse basi produttive dell’agricoltura. Come uscire allora dalla crisi? Non
certo con l’introduzione del grande affitto capitalistico sul modello inglese, inconciliabile con
«tutte le condizioni rurali del paese». Le «nuove colonne sociali», arricchitesi a spese della
comune rurale, avvertivano adesso l’esigenza di cambiare le forme di sfruttamento delle
masse popolari. Il loro disegno era chiaro: «abolire la proprietà comunitaria, consentire alla
minoranza più o meno agiata dei contadini di trasformarsi in classe media, e convertirne la
grande maggioranza in proletari veri e propri»6.
Per contrastare un simile processo, non c’era che un mezzo: «Per salvare la comune russa, ci
vuole una Rivoluzione russa. Del resto, i detentori del potere politico e sociale fanno del loro
meglio per condurre le masse a una siffatta catastrofe». Il problema non era dunque teorico,
bensì politico: «si tratta semplicemente di un nemico da battere». Se la rivoluzione venisse
fatta in tempo, se l’intellighenzia russa raccogliesse intorno a sé «tutte le forze vive del
paese», la comunità di villaggio non correrebbe più alcun pericolo; sarebbe allora bastato, una
volta sconfitte le forze che ne ostacolavano lo sviluppo, crearle «condizioni normali sulla base
della sua attuale esistenza»7. Marx era infatti convinto, come leggiamo in una frase soppressa,
che «il contadino è dappertutto nemico di ogni mutamento brusco»8. Di qui il cauto e saggio
realismo dei suoi suggerimenti di politica agraria, che colpisce in un testo così fortemente
pervaso di motivi utopistici.
Sin qui abbiamo visto affiorare, nelle minute della lettera a Vera Zasulič, la critica del
concetto di fatalità storica e l’appassionata difesa della comune rurale russa e delle sue
possibilità di sviluppo. Ma c’è un altro tema, insieme filosofico e storico, su cui Marx insiste a
lungo e che funge da chiave interpretativa dell’intero testo. L’indagine sull’obščina rientra in
un discorso generale sulle comunità primitive, che presenta differenze radicali rispetto al
capitolo dei Grundrisse (i manoscritti del 1857-1858) dedicato alle forme economiche
precapitalistiche. Secondo Marx, l’obščina appartiene al «tipo più recente della formazione
arcaica o primaria» delle società umane, al tipo cioè che si suol chiamare «comune rurale» o
«comune agricola». Quali sono i suoi tratti distintivi?
Per prima cosa, le precedenti comunità primitive si fondano tutte sulla parentela naturale dei loro membri; rompendo questo
legame, forte ma stretto, la comune agricola è più capace di adattarsi, di estendersi e di subire il contatto con gli estranei.
Inoltre, in essa la casa e il suo accessorio, il cortile, sono già proprietà privata del coltivatore, mentre per lungo tempo prima
dell’introduzione dell’agricoltura la casa comune fu una delle basi delle precedenti comunità.
Infine, sebbene la terra arabile resti proprietà comunitaria, essa viene divisa periodicamente tra i membri della comune
agricola, in modo che ciascun coltivatore lavora in proprio i campi assegnatigli e se ne appropria i frutti individualmente,
mentre nelle comunità più arcaiche la produzione avviene in comune e solo il prodotto viene spartito9.

L’equivalente occidentale dell’obščina è la comune germanica. Quest’ultima


non esisteva ancora al tempo di Giulio Cesare e non esisteva più quando le tribù germaniche vennero a conquistare l’Italia, la
Gallia, la Spagna ecc. All’epoca di Giulio Cesare c’era già una redistribuzione annuale della terra coltivabile tra gruppi, le
gentes e le tribù, ma non ancora tra le famiglie individuali della comune. Sul suolo germanico, questa stessa comunità del tipo
più arcaico si è trasformata per naturale sviluppo in comune agricola, quella descritta da Tacito. Dopo quell’epoca, la
perdiamo di vista: perì oscuramente nel corso di guerre e migrazioni incessanti; morì forse di morte violenta.

Tuttavia, la comune germanica dimostrò una grandissima vitalità, secondo Marx, al punto
che essa lasciò una forte impronta su tutta la storia agraria dei paesi conquistati dai germani e
le sue tracce si conservarono a lungo, fino all’Ottocento. Anzi, grazie ai suoi tratti peculiari,
quella comune divenne «per tutto il Medioevo il solo focolaio di libertà e di vita popolari»10.
Proprio in quanto ultima tappa della formazione arcaica o primitiva della società, la comune
agricola «è nello stesso tempo fase di transizione alla formazione secondaria, cioè transizione
dalla società fondata sulla proprietà comunitaria alla società fondata sulla proprietà privata.
La formazione secondaria, beninteso, abbraccia la serie delle società basate sulla schiavitù e
sul servaggio». Sembra chiaro, a questo punto, anche se non viene detto esplicitamente, che il
moderno capitalismo appartiene alla formazione terziaria. È da notare l’uso insistente di
termini mutuati dalle scienze geologiche. Marx è infatti persuaso che «come nelle formazioni
geologiche, c’è nelle formazioni storiche tutta una serie di tipi primari, secondari, terziari
ecc.»11. In ogni caso, egli puntualizza le modalità del passaggio dalle comunità primitive alle
società basate sulla schiavitù e sulla servitù della gleba. Nel seno stesso della comune
agricola, in cui coesistono la proprietà collettiva e la proprietà individuale, è racchiuso il
germe della sua dissoluzione, che può esser ostacolata o favorita dall’ambiente storico
circostante. Ciò nonostante, le diverse comunità primitive appartenenti alla «formazione
arcaica», dalle più antiche alle recenti, hanno tutte una vitalità straordinaria,
«incomparabilmente maggiore di quella delle società semitiche, greche, romane ecc., e, a
fortiori, di quella delle moderne società capitalistiche»12.
Negli abbozzi del 1881, dunque, viene sconvolta e rifatta la tipologia delle società
precapitalistiche, costruita nei Grundrisse del 1857-1858. Delle forme asiatica (con la sua
variante slava), antica e germanica non resta adesso quasi più niente. L’obščina russa viene
equiparata alla comune agricola germanica dei primi secoli dell’era cristiana e alla comunità
di villaggio indiana (la quale, anch’essa, appartiene a un tipo recente della «formazione
primaria»). Le antiche società schiavistiche, che rappresentano uno stadio di sviluppo più
avanzato, fanno ormai parte della cosiddetta «formazione secondaria». Del feudalesimo
medievale qui non si fa cenno, ma par di capire che anch’esso deve esser collocato nel novero
delle società «secondarie». In una siffatta classificazione non sembra esservi più posto per il
«modo di produzione asiatico», al quale Marx guardava alla fine degli anni ’50 come al
sostrato più antico della «formazione economica della società». La categoria di «despotisme
central», pur comparendo nelle minute del 1881, non è più legata a uno specifico sistema
produttivo, ma viene messa in relazione con determinati fattori geografici e politici:
L’isolamento delle comuni rurali, la mancanza di legami tra la vita dell’una e quella delle altre, questo microcosmo localizzato
<che avrebbe costituito la base naturale di un dispotismo centralizzato> non s’incontra dappertutto come carattere
immanente del tipo primitivo, ma dovunque si trovi fa sorgere al di sopra delle comuni un dispotismo centrale13.

Ecco perché le comunità germaniche restarono libere, mentre in Russia l’obščina divenne la
base economica di uno Stato autocratico. A proposito della Russia, Marx precisa: «la
federazione delle repubbliche russe del nord dimostra che questo isolamento, che sembra sia
stato imposto all’inizio dalla vasta estensione del territorio, fu in gran parte consolidato dal
destino politico che la Russia dovette subire dopo l’invasione mongola»14.
Le vistose modifiche, apportate da Marx nel 1881 alla sua precedente catalogazione del
mondo preborghese, non costituiscono la sola novità degli abbozzi rispetto alle opere della
maturità. Se codeste macroscopiche correzioni sono riconducibili, in fin dei conti, alla gran
massa d’informazioni economiche ed etnologiche da lui raccolte nel corso degli anni ’70, più
enigmatica e stupefacente appare la sua ammirazione per le società primitive, che riecheggia
in ogni pagina delle minute e ne è il vero filo conduttore. Per spiegarlo, non basta ricordare
(sono parole di Eric J. Hobsbawm) «il suo odio e il suo disprezzo crescenti per la società
capitalistica»15.
L’inappellabile condanna del capitalismo occidentale, che affiora in tanti passi degli abbozzi,
non può essere interpretata soltanto come un’esasperazione di temi e motivi anteriori, da
sempre presenti nel filosofo di Treviri. È più giusto vedervi un segno tangibile della
metamorfosi intellettuale e dei dubbi politici di Marx negli ultimi anni di vita.


Note


1
Marx-Engels-Archiv, I. Band, cit., p. 324. Anche se l’intera frase risulta cancellata da Marx, i concetti ivi espressi tornano in
molti altri passaggi del manoscritto. Nell’edizione critica di Rjazanov, tra parentesi uncinate sono poste tutte le frasi e le
parole depennate da Marx.
2
N. G. ČERNYŠEVSKIJ, Scritti politico-filosofici, Traduzione, introduzione e note a cura di Marco Natalizi, Pacini Fazzi, Lucca
2001, p. 101.
3
Marx-Engels-Archiv, I. Band, cit., p. 319.
4
Ivi, p. 327. Nella frase precedente, cancellata, si precisava quali fossero le «escrescenze» del sistema capitalistico,
sviluppatesi a spese dei contadini e grazie all’intervento statale: «la Borsa, la speculazione, le banche, le società per azioni, le
ferrovie, i cui disavanzi vengono saldati e i cui profitti anticipati agli imprenditori dallo Stato».
5
Ivi, pp. 326-327 e 334.
6
Ivi, p. 328.
7
Marx parla proprio di «partie intelligente de la société russe» e di «intelligence russe», anche se poi queste due espressioni
vengono cancellate (ivi, p. 329).
8
Ivi, p. 323.
9
Ivi, p. 321.
10
Ivi, pp. 335-336.
11
Ivi, p. 320 nota 2. Val la pena ricordare che, nel 1878, Marx aveva letto e schedato un grosso manuale universitario di
geologia (vedi B. F. PORŠNEV, Istoričeskie interesy Marksa v poslednie gody žizni i rabota nad «Chronologičeskimi vypiskami»,
nel volume cit. Marks-istorik, p. 431).
12
Marx-Engels-Archiv, I. Band., cit., p. 320 nota 2.
13
Ivi, p. 333.
14
Ivi, p. 324.
15
K. MARX, Forme economiche precapitalistiche, Prefazione di E. J. HOBSBAWM, tr. it., Editori Riuniti, Roma 1967, p. 48.

XIV
UNA NUOVA VISIONE DELLA STORIA
E DELLA RIVOLUZIONE

Nel primo capitolo del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, intitolato Borghesi
e proletari, ci imbattiamo nella celeberrima apologia del ruolo storico della borghesia, di cui
vale la pena rileggere alcuni passi:
Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l’attività dell’uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che
piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei
popoli e le crociate.
La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione,
dunque tutti i rapporti sociali.[…]
Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre.
Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di
tutti i paesi.[…]
Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia
trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare.[…]
La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la
cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione
all’idiotismo della vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e
semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l’Oriente dall’Occidente1.

L’elogio della borghesia, scritto in polemica con il socialismo nostalgico del buon tempo
antico, non torna più in forma così netta negli scritti successivi di Marx e di Engels.
Nondimeno, la valutazione positiva della funzione storica del capitalismo resterà un
presupposto culturale fondamentale della loro attività intellettuale e politica. Certo,
l’atteggiamento di Marx a questo riguardo non fu esente da oscillazioni e ripensamenti (la
posizione di Engels restò nel complesso più lineare). Non si spiega altrimenti la fremente
denuncia, contenuta nelle parti storiche e descrittive del Capitale, delle atroci sofferenze
patite dalle masse lavoratrici nel secolare processo di formazione della società borghese. In
ogni caso, negli anni ’50 e ’60 non venne mai meno in Marx la convinzione che la portentosa
crescita delle forze produttive compensasse i costi umani dell’espansione capitalistica e che,
pertanto, la ricchezza accumulata dalla società borghese fosse la necessaria premessa
materiale del comunismo.
Negli anni della maturità Marx si dedicò quasi esclusivamente allo studio del sistema
capitalistico, che per lui era l’ultimo e più corposo strato della «formazione economica della
società». I modi di produzione antecedenti attiravano la sua attenzione solo nella misura in cui
gli permettevano di capire e ricostruire la preistoria del mondo borghese: di qui il suo minor
interesse per le società precapitalistiche. Solo del modo di produzione feudale e della genesi
storica dell’ordinamento capitalistico egli tornò a parlare spesso, per ovvie ragioni, nel corso
degli anni ’50 e ’60.
Si è a lungo dibattuto intorno alla concezione della storia di Marx e al suo evoluzionismo
deterministico, affermato o negato dagli esegeti, specie dopo che le lapidarie sentenze
dell’introduzione a Per la critica dell’economia politica (1859) sembrarono messe in forse dalla
pubblicazione, nel 1939-1941, dei cosiddetti Grundrisse (scritti nel 1857-1858), rimasti inediti
e sconosciuti per quasi un secolo. Nel testo del 1859, concepito e pubblicato da Marx come
libro introduttivo del Capitale, la concezione materialistica della storia viene esposta in
formule perentorie e l’intera storia economica dell’umanità è riassunta con una brevissima
frase: «A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e moderno possono esser
designati come epoche progressive della formazione economica della società»2.
La formulazione del 1859 è senz’altro infelice e riproduce in modo sommario il pensiero di
Marx sull’evoluzione storica. Ma non è giusto dire che il problema si presenta nei Grundrisse
in termini assai diversi. Il capitolo sulle forme economiche precapitalistiche va letto tenendo
ben presente il problema teorico, che qui sta a cuore a Marx. Facendo astrazione dalle
empiriche vicende storiche, egli vuole solo cogliere ciò che distingue le economie naturali
preborghesi dal modo di produzione capitalistico. In altre parole, il mondo precapitalistico
viene immaginato per un attimo come un tutto unitario contrapposto alla società moderna.
Tuttavia, dalla scarna esemplificazione storica pare di capire che le forme economiche, qui
schizzate, sono concepite come stadi evolutivi attraverso i quali si compie il graduale distacco
del lavoratore dalle condizioni naturali del lavoro e della produzione. E, pertanto, si arguisce
dal testo che il capitalismo moderno può svilupparsi solo dalla forma germanica (in cui
l’individuo si è già in parte emancipato dalla comunità) e non dalla forma antica, né tanto
meno da quella asiatica.
Secondo il Marx degli anni della maturità, attraverso un lungo processo storico culminato
nel modo di produzione capitalistico, l’individuo scioglie i vincoli comunitari, che facevano di
lui un essere tribale e gregario, emancipandosi anche dal rapporto di soggezione con la
natura. Solo così può realizzarsi, una volta messa via la «limitata forma borghese», il «pieno
sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze della natura, su quelle della cosiddetta natura come
pure su quelle della propria natura»3.
Le società arcaiche, che conservano ancora tracce più o meno forti del carattere animalesco
e gregario dei primi gruppi umani, occupano un posto secondario e marginale nella
concezione del Marx maturo, il quale, infatti, nutre per esse scarsa simpatia e interesse. La
sua formazione culturale d’impronta classicistica gli consente di apprezzare e amare soltanto
la splendida letteratura fiorita nel mondo greco durante la «fanciullezza storica dell’umanità».
È comunque significativo che egli senta il bisogno di interrogarsi, nel capitolo introduttivo dei
Grundrisse, sulle ragioni del godimento estetico, suscitato nell’uomo moderno da forme
artistiche legate a un primitivo stadio economico-sociale:
Ma la difficoltà non sta nel capire che l’arte e l’epos greci sono legati a determinate forme di sviluppo sociale. La difficoltà è il
godimento estetico che ancora ci procurano e il fatto che, in una certa misura, fungano da norma e da modelli irraggiungibili.
Un uomo non può ritornare fanciullo, altrimenti diventa puerile. Ma non gli procura forse gioia l’ingenuità del bambino, e non
deve tendere egli stesso a riprodurne a un più alto livello la verità? Nella natura infantile non rivive forse, come verità
naturale, il carattere peculiare di ogni epoca? Perché mai, là dove essa si manifesta nella forma più bella, la fanciullezza
storica dell’umanità non dovrebbe esercitare eterno fascino, come stadio che non ritorna mai più? Ci sono bambini maleducati
e bambini saputelli. Molti popoli antichi appartengo a queste categorie. I greci erano bambini normali. Il fascino della loro
arte non è, per noi, in contraddizione con il livello sociale poco sviluppato, sul quale essa crebbe4.

L’eurocentrismo è un altro corollario essenziale della filosofia della storia di Marx. Il vecchio
continente era pur sempre la culla del modo di produzione capitalistico, che di qui aveva
cominciato la sua marcia trionfale per tutto il globo terrestre. La creazione di un mercato
mondiale aveva smosso economie stagnanti e sconvolto istituzioni sociali secolari, rompendo il
greve immobilismo di civiltà arcaiche e primitive. Anche se accompagnata da violenze e
atrocità raccapriccianti, l’opera dei conquistatori europei aveva avuto un ruolo storico positivo
e rivoluzionario. Marx lo disse senz’ambagi negli articoli sull’India degli anni ’50 (di cui
abbiamo fatto menzione in un precedente capitolo): benché mossa dal più abietto egoismo,
l’Inghilterra fu nondimeno «lo strumento inconscio della storia» nell’avviare la rivoluzione dei
rapporti sociali in Asia.
Lo studio sistematico dei rapporti agrari in Russia, intrapreso all’inizio degli anni ’70,
indusse Marx a correggere le sue precedenti affermazioni sulla ferrea necessità dell’avvento
capitalistico. Sorpreso dall’ampia diffusione e dalla vitalità dell’obščina, egli si mise a divorare
i ponderosi materiali inviatigli da Daniel’son per cercar di capire quello strano paese che
pareva sfuggire alle leggi generali dell’accumulazione capitalistica. In un primo momento, la
sua attenzione fu attirata soprattutto dal problema della rendita fondiaria, che avrebbe potuto
essere illustrato ai lettori del Capitale proprio con l’esempio russo. Tuttavia, man mano che le
sue conoscenze di storia economica russa si allargavano, egli avvertì l’esigenza di chiarire
meglio talune fondamentali questioni metodologiche. Se poi teniamo presente il suo crescente
entusiasmo per il movimento rivoluzionario populistico, si comprende benissimo perché mai
egli si sia occupato fino alla morte, con tanto ardore, del caso russo.
Sul piano teorico, la maggiore scoperta fatta da Marx grazie ai suoi nuovi studi fu, come
abbiamo ricordato, la categoria di «ambiente storico». L’accenno del 1877 alla possibilità di
uno sviluppo capitalistico dell’antica Roma sarebbe stato inconcepibile dieci, o anche cinque
anni prima. Riceveva così un duro colpo la visione deterministica e teleologica della storia, che
si annida sotto spoglie materialistiche nelle opere maggiori del filosofo di Treviri. Infatti,
l’importanza ora assegnata alle «condizioni storiche» implicava, come si è visto esaminando
gli abbozzi del 1881, il riconoscimento di una assai più libera e fortuita interazione tra una
determinata forma economica e i fattori esterni (vicende politico-militari, ambiente geografico
ecc.).
Il libro di Maksim Kovalevskij sulla dissoluzione della proprietà comunitaria mostrò a Marx,
già colpito dalla straordinaria capacità di resistenza dell’obščina, quanto avesse influito sulla
decadenza delle comunità indigene asiatiche, americane e africane l’opera legislativa dei
colonizzatori europei. Ricordo ancora quel che ho già detto in un precedente capitolo,
l’importanza cioè dell’amicizia intellettuale tra il giovane studioso russo e l’anziano filosofo.
Pur dissentendo sul problema della dialettica, Kovalevskij riconobbe più volte a chiare lettere
il debito culturale e l’ammirazione nei riguardi di Marx, al quale soleva rivolgersi per lettera
chiamandolo «caro maestro». Questi, per parte sua, stimava assai il giovane e colto «amico
scientifico», il quale intraprese alcune impegnative ricerche consigliato proprio da lui. La cosa
più interessante, nel caso del libro del 1879, era che Kovalevskij non indagava sull’obščina
russa, oggetto di tanti dibattiti e polemiche in patria, bensì sulla proprietà comunitaria nelle
colonie spagnole, inglesi e francesi5. Da lui Marx apprese che non erano state le leggi
inesorabili dello sviluppo economico moderno a minare gli arcaici rapporti sociali e modi di
vita del villaggio indiano (come egli aveva prima creduto), ma una deliberata e precisa azione
politica. Un chiaro segno della nuova visione lo troviamo nelle minute della lettera a Vera
Zasulič:
Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano <dinanzi
a nulla> neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese
nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che tutti i nobili sforzi da parte del
governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!

E ancora:
Quanto alle Indie orientali, per esempio, nessuno, eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma, ignora che laggiù la
soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non
avanti, bensì indietro6.

Dunque, Marx formulava adesso, sulla storia della dominazione inglese in India,
un’interpretazione opposta a quella che ne aveva dato negli anni ’50 sulle pagine della «New
York Daily Tribune». Inappellabile era la condanna del rapace colonialismo britannico, reo di
aver saccheggiato e distrutto un mondo economico-sociale ancora vitale. La nuova visione
della storia dell’India, e dei rapporti tra il subcontinente indiano e la Gran Bretagna, era il
frutto della lettura non solo del libro di Kovalevskij, ma di molte altre opere, studiate da Marx
con passione a partire dalla fine degli anni ’70. Fu allora che egli compilò, tra l’altro, una
minuziosa cronologia delle vicende politiche dell’India dal 664 al 18587.
Nella visione dell’ultimo Marx, le comunità della «formazione primaria», dotate di una forte
vitalità naturale, si evolvevano assai lentamente; e, quando decadevano in breve volgere di
tempo, ciò era dovuto soprattutto all’azione di agenti esterni. Quelle comunità, inoltre,
avevano una struttura democratica, come mostravano tra l’altro le minuziose descrizioni della
vita sociale degli irochesi nordamericani contenute nell’Ancient Society di Morgan (un’opera
la cui influenza s’avverte in molte pagine degli abbozzi del 1881). Marx adesso era incline a
credere che le conquiste tecnico-materiali del capitalismo non riuscissero a compensare la
perdita dei valori comunitari racchiusi nelle più antiche forme di vita associata. Ciò
rappresentava il capovolgimento di quanto egli aveva pensato e scritto al momento della
stesura delle opere maggiori, quando si era detto persuaso che soltanto la liberazione dai
vincoli comunitari consentisse la piena realizzazione delle facoltà umane.
Secondo Marx, era un autentico miracolo che nel mondo contemporaneo esistesse un paese
indipendente di vaste dimensioni, in cui predominava ancora nella vita sociale delle masse
popolari una forma comunitaria di tipo «primario». Grazie all’obščina, la Russia poteva dirsi,
malgrado la sua arretratezza economica, fortunata rispetto ai paesi che languivano sotto il
giogo dei rapporti capitalistici. Se l’insurrezione contadina diretta dall’intellighenzia
rivoluzionaria avesse trionfato in tempo per salvare la comune rurale, le masse popolari
avrebbero goduto in un futuro non troppo lontano dei frutti della moderna civiltà industriale
senza subire le privazioni materiali e le violenze che, ovunque, si erano accompagnate alla
radicale trasformazione del vecchio assetto economico.
Poco prima di morire, Marx abbracciava il grande sogno del populismo russo. Uno dei tratti
peculiari dell’ideologia dei narodniki, infatti, era il generoso tentativo di dare forma alle
aspirazioni di milioni di contadini e di immetterli nella modernità. Se il loro sogno fosse solo
un’illusione o potesse in qualche misura attuarsi, è un problema storico al quale non è facile
né semplice dare una risposta. Sono comunque fatti storici incontestabili la crescita
prodigiosa delle organizzazioni politiche di ispirazione populistica all’inizio del XX secolo e,
altresì, la spontanea rinascita delle tradizioni comunitarie dopo la rivoluzione del 1917.
Comunque le si valuti e giudichi sotto il profilo della loro messa in pratica, molte idee del
movimento e dei partiti populistici esprimevano reali bisogni e desiderata delle masse popolari
russe. Fu lo Stato bolscevico, il quale diceva di ispirarsi alla dottrina di Marx, a progettare e
attuare, negli anni ’30 del Novecento, il furioso assalto al mondo contadino, che provocò
un’ecatombe umana di proporzioni gigantesche e distrusse le basi materiali dell’agricoltura
sovietica.
L’adesione al populismo, l’elaborazione di una nuova teoria della storia e l’abbandono della
concezione eurocentrica, dunque, sono i tratti fondamentali della metamorfosi intellettuale
dell’ultimo Marx. C’è però un altro aspetto, non meno importante, a cui bisogna accennare per
capire meglio l’inatteso approdo della nuova e travagliata riflessione, da lui intrapresa intorno
alla metà degli anni ’70.
Nelle minute della lettera a Vera Zasulič non troviamo nessun accenno alla rivoluzione
proletaria in occidente. L’Europa e gli Stati Uniti vi compaiono, ma la loro presenza serve solo
a ricordare le conquiste materiali della società moderna o a mostrare che il capitalismo è
ormai «in lotta con la scienza, con le masse popolari e con le stesse forze produttive da esso
generate». Vi si dice anche che l’attuale crisi del mondo capitalistico dovrà finire «con il
ritorno delle società moderne al tipo « arcaico» della proprietà comunitaria, ma non viene
specificato per quale via. La classe operaia organizzata è dunque assente dagli abbozzi del
1881. Dalla fine degli anni Settanta, nelle lettere e nelle interviste di Marx non troviamo più,
se non in maniera vaghissima, riferimenti alla rivoluzione socialista nei paesi industriali
avanzati. Leggendole, si ha la netta impressione che egli vi credesse e sperasse sempre meno.
Prendiamo, per esempio, la testimonianza di un uomo politico inglese, sir Mountstuart
Elphinstone Grant Duff, sulla conversazione di tre ore da lui avuta con Marx il 31 gennaio
1879. L’aristocratico liberale ne riferì in una lettera alla figlia maggiore della regina Vittoria,
tracciando un ritratto intellettuale e politico del suo interlocutore, sul quale mette conto
soffermarsi8. L’anziano filosofo lasciò un’impressione positiva sul visitatore, per la sua vasta e
rara cultura e per l’espressione affabile, «affatto diversa da quella di un uomo aduso a
mangiare i bambini nella culla, come, direi, pensa di lui la polizia».
Non è per noi una novità quel che Marx disse a Grant Duff circa l’imminente e drastico
rivolgimento in Russia, il quale avrebbe avuto inizio con alcune riforme dall’alto e si sarebbe
concluso con il crollo del vecchio regime. Su cosa sarebbe accaduto dopo, l’autore del Capitale
non sembrava avere una chiara visione, ma era solo convinto che la Russia, caduto lo zarismo,
per lungo tempo non avrebbe influito sugli eventi in occidente: era, come sappiamo, la vecchia
e cara idea della necessità di eliminare dalla scena internazionale il gendarme d’Europa. La
successiva tappa della rivoluzione avrebbe avuto luogo in Germania, prendendo qui la forma
di una vasta rivolta popolare contro la terribile disciplina militare e le spese per gli
armamenti. Marx insisté molto su quest’ultimo movente della rivoluzione, tanto che il suo
interlocutore tornò a riflettervi nella lettera all’esponente della casa reale: «Se entro il
prossimo decennio i governanti europei non troveranno il modo di porre rimedio a questo
male [le spese pazze per gli armamenti], senza esserne indotti dalla minaccia della
rivoluzione, io non potrò che disperare del futuro dell’umanità, per lo meno nel nostro
continente».
Alla domanda come ritenesse possibile l’insurrezione dei soldati contro i loro comandanti,
Marx osservò anzitutto che «in Germania, adesso, esercito e nazione sono pressoché la stessa
cosa» e che anche i socialisti «sono soldati addestrati come tutti gli altri». Poi soggiunse:
Lei non deve pensare solo all’esercito permanente, ma anche alla Landwehr [milizia territoriale]; e, comunque, anche
nell’esercito c’è un forte malcontento. Non è mai esistito un esercito in cui la rigida disciplina abbia causato tanti suicidi. Tra
sparare a se stesso e sparare al proprio ufficiale, il passo non è così lungo; e un esempio del genere, una volta occorso, viene
subito imitato.

Il curioso Grant Duff volle anche sapere che cosa sarebbe accaduto, una volta instaurato il
regime repubblicano e democratico: la realizzazione delle idee socialiste non avrebbe forse
richiesto un lunghissimo cammino? La risposta fu la seguente: «Senza dubbio; ma tutti i
grandi movimenti procedono lentamente. Questo sarebbe soltanto un passo verso il
miglioramento delle cose, come lo fu la vostra rivoluzione del 1688: un semplice passo nel
nostro cammino».
Non meno istruttivo è il resoconto dei colloqui con Marx, lasciatoci da un giornalista
americano di origine scozzese, John Swinton, il quale fu in Francia e in Gran Bretagna alla fine
dell’estate 1880 e, al ritorno negli USA, pubblicò un libriccino sulla sua esperienza europea9.
Il testimone d’oltre oceano non nascondeva la sua rapita ammirazione per quell’uomo di
«forte, larga ed elevata mente» il quale, più di ogni altro in Europa, aveva avuto «una parte
imperscrutabile, ma influente» nella politica rivoluzionaria e nei terremoti politici degli ultimi
quarant’anni. Rievocando le conversazioni con lui, paragonò il suo metodo dialogico a «quello
di Socrate, così libero, di così ampio respiro, così creativo, così incisivo, così schietto, con le
sue stoccatine beffarde, gli sprazzi umoristici e la scherzosa ilarità». Ma, al di là dell’iperbole,
tipicamente americana, la cosa più interessante della testimonianza di Swinton è il tenore
delle conversazioni con Marx, così riassunto dal giornalista:
Mi parlò delle forze politiche e dei movimenti popolari nei vari paesi europei: le vigorose tendenze intellettuali [the vast
current of spirit] in Russia, i cambiamenti del pensiero tedesco, l’attivismo della Francia, l’immobilismo dell’Inghilterra. Della
Russia parlava con speranza, della Germania in termini filosofici, della Francia con euforia, e dell’Inghilterra in maniera cupa
accennando con disprezzo alle “microscopiche riforme” [atomistic reforms], con le quali i liberali passavano il tempo nel
parlamento britannico.

Un’altra informazione rilevante, fornitaci da Swinton, riguarda l’importanza che l’autore del
Capitale attribuiva all’edizione francese del suo libro, giudicandola «parecchio superiore per
molti aspetti all’originale tedesco». È, questa, un’ulteriore conferma di quanto abbiamo tante
volte ribadito, dell’importanza cioè delle modifiche introdotte nel testo, che uscì in Francia a
fascicoli10.
Naufragata miseramente la Prima Internazionale, Marx considerava con scetticismo i
tentativi di dar vita ad una nuova organizzazione mondiale dei lavoratori. Persino la Comune
di Parigi del 1871, che tanto l’aveva entusiasmato, gli sembrava ormai un limitato episodio
insurrezionale e non il segno premonitore della fine imminente della società borghese.
All’olandese Ferdinand Domela Nieuwenhuis, il quale gli chiedeva lumi sul concreto
programma di azione dei socialisti, egli rispose il 22 febbraio 1881: «Lei forse m’indicherà la
Comune di Parigi; ma, a parte il fatto che essa fu solo il sollevamento di una città in condizioni
eccezionali, la maggioranza della Comune non era affatto socialista, né poteva esserlo».
Quanto al programma della rivoluzione proletaria, le principali rivendicazioni dei socialisti
erano senza dubbio chiare ed eguali in tutti i paesi capitalistici; ma nessuno poteva
immaginare come sarebbero state messe in atto, così come nessuno prima del 1789 avrebbe
saputo dire come si sarebbe attuata la rivoluzione borghese. Infine, era vano attendersi la
rinascita dell’Internazionale:
È mia convinzione che non esistano ancora le condizioni adatte per una nuova associazione internazionale dei lavoratori;
ritengo quindi non solo inutili, ma persino dannosi tutti i congressi operai, o socialisti, quando non si occupino delle
immediate, precise condizioni di questa o quella determinata nazione. Infatti, essi si risolvono sempre in generiche banalità,
ripetute all’infinito11.

Marx era persuaso che il capitalismo, dopo aver creato i presupposti materiali per l’avvento
di una nuova società, avesse esaurito il suo compito storico e fosse ormai in violento contrasto
con l’ulteriore progresso dell’umanità: una simile visione viene espressa con chiarezza negli
abbozzi della lettera alla Zasulič. Tuttavia, egli non riusciva più a vedere le modalità della
preparazione e attuazione della rivoluzione proletaria. Il trionfo delle tendenze riformistiche e
sindacalistiche in Inghilterra, culla del capitalismo, era per lui un cupo e sconfortante
presagio. In Germania si aspettava, come abbiamo visto, una rivoluzione democratica contro
l’autoritario e militaresco regime del Reich guglielmino. Non gli restava che riporre le ultime
speranze nella Russia arcaica e contadina.
A lungo, sino alla fine degli anni Settanta, la rivoluzione popolare russa gli era sembrata
soprattutto una meravigliosa occasione per abbattere il regime zarista, baluardo della
reazione europea, sempre pronto a intervenire contro ogni tentativo di cambiar le cose nel
vecchio continente. L’irruzione sulla scena politica dei rivoluzionari di Narodnaja volja (Volontà
del popolo), con le loro audaci azioni e il loro programma socialista, riaccese le sue speranze.
Di quel pugno di giovani determinati e coraggiosi, i quali oltretutto conoscevano e
apprezzavano le sue opere, egli aveva somma stima e ammirazione. Ne approvava, come
abbiamo visto, anche i metodi terroristici, giudicati idonei a combattere un’aspra guerra in
condizioni difficilissime. Egli non era un fautore del terrore contro singole persone. Quando, il
2 giugno 1878, Karl Eduard Nobiling tentò di uccidere l’imperatore tedesco Guglielmo I, la
sua reazione fu di condanna di un atto che, come di fatto avvenne, poteva solo fungere da
pretesto per emanare leggi eccezionali contro il movimento socialista (il cosiddetto
Sozialistengesetz). Kovalevskij, il quale si trovava da Marx quando giunse la notizia
dell’attentato, ci ha lasciato la testimonianza di come egli avesse duramente stigmatizzato il
gesto terroristico12. Invece, l’uccisione di Alessandro II incontrò la sua totale approvazione,
come mostra tra l’altro la lettera dell’11 aprile 1881 alla figlia Jenny (già ricordata). Anzi, egli
usò allora parole solenni, asserendo che l’attività del comitato esecutivo di Narodnaja volja era
«una maniera d’agire specificamente russa e storicamente inevitabile, su cui tanto poco si
possono esprimere giudizi morali, pro o contro, quanto sul terremoto di Chio»13.
Roso dall’atroce sospetto che il capitalismo, là dove era più avanzato, non generasse
spontaneamente il suo becchino (come aveva fino allora creduto), Marx andava in cerca di
nuove vie rivoluzionarie. Il naufragio delle certezze politiche che l’avevano sorretto negli anni
della stesura del Capitale e dell’attività nell’Internazionale, gli fece scoprire le società
primitive e l’avvicinò ai sogni rivoluzionari dei populisti russi. In autori lontanissimi l’uno
dall’altro, come Černyševskij e Morgan, trovò la conferma teorica della maniera di raccordare
il mondo primitivo (che egli andava scoprendo ed esplorando) al futuro comunista dell’umanità
(nel quale seguitava a credere). Il filosofo russo aveva evocato la forma triadica dello sviluppo
(«la fase superiore somiglia sempre al punto di partenza»), quale argomento storico-logico in
difesa dell’obščina. Ancor più significative erano le conclusioni dell’antropologo statunitense,
basate sull’attento studio della storia antica nonché sulla lunga osservazione diretta del
mondo dei pellerossa nordamericani:
Democrazia nel governo, fratellanza nei rapporti sociali, eguaglianza di diritti e privilegi, ed istruzione per tutti senza
discriminazioni: così ci dobbiamo prefigurare quella futura condizione della società verso cui ci spingono costantemente
l’esperienza, l’intelligenza e le conoscenze finora accumulate. Sarà una riviviscenza, in forma superiore, della libertà,
dell’eguaglianza e della fraternità delle antiche gentes14.

Per Marx era importante, come scrisse nelle minute della lettera a Vera Zasulič, che proprio
«un autore americano, per niente sospettato di tendenze rivoluzionarie, sostenuto nei suoi
lavori dal governo di Washingto» avesse detto che «“il nuovo sistema”, verso il quale tende la
società moderna, “sarà una rinascita (a revival) in una forma superiore (in a superior form) del
tipo sociale arcaico”»15.
Rivelatasi fallace la ruggente attesa dell’imminente rivoluzione proletaria in occidente, Marx
si rifugiava nella speranza che proprio la Russia contadina potesse muovere il primo passo
verso il comunismo. In quel paese indipendente, che conviveva con nazioni tecnologicamente
avanzate, esisteva su vasta scala un’istituzione tipica della formazione primaria della storia
umana: la comunità di villaggio. Inoltre, laggiù la sua dottrina era in auge e vi operava un
audace partito rivoluzionario, animato da chiari intenti socialisti. Era un’occasione storica
irripetibile, che non bisognava perdere.
La revisione delle ferree leggi economiche enunciate nel Capitale, la scoperta e lo studio del
mondo primitivo, l’importanza attribuita all’«ambiente storico», la forte simpatia per il
populismo di Narodnaja volja: era questo il temporaneo approdo del travaglio intellettuale e
politico dell’ultimo Marx, bruscamente interrotto dalla morte, avvenuta a Londra il 14 marzo
del 1883. Era una visione della storia e della rivoluzione ben diversa, per molti aspetti, da
quella della maturità, perché basata sull’idea fondamentale che la società futura sarebbe stata
simile alle comunità più arcaiche. Aveva i tratti dell’utopia, più che dell’ideologia, e nasceva,
oltre che da nuovi studi e riflessioni, dalla delusione e dall’amarezza per la mancata
rivoluzione proletaria nell’occidente capitalistico.

Note


1
K. MARX e F. ENGELS, Manifesto del partito comunista, Tradotto dall’edizione critica del Marx-Engels Institut di Mosca con
introduzioni a cura di Emma Cantimori Mezzomonti, Einaudi, Torino 1962, pp. 103-106.
2
MEW, Bd. 13, p. 9.
3
Grundrisse, cit., p. 387.
4
Grundrisse, cit., p. 31.
5
Sull’interesse di Marx per il libro di Kovalevskij si sofferma (con dovizia di particolari ma con conclusioni non sempre
convincenti) il secondo capitolo di serio e istruttivo libro sovietico: I. L. ANDREEV, Rukopisnaja stranica istorii marksizma
(Problema obščiny i roda v rukopisjach K. Marksa 70‒80-ch gg.), Mysl’, Moskva 1985.
6
Marx-Engels-Archiv, I. Band, cit., pp. 320 nota 2 e 335.
7
Apparsa in traduzione russa dopo la seconda guerra mondiale a cura dell’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca: K. MARX,
Chronologičeskie vypiski po istorii Indii (664-1858 gg.), Gospolitizdat, Moskva 1947. Non sarà inutile ricordare che questi
Estratti cronologici di storia dell’India si trovano nello stesso quaderno di appunti, in cui sono sunteggiati il libro di
Kovalevskij e la ricerca di John Budd Phear sul villaggio ariano in India e a Ceylon (L. S. GAMAJUNOV, Social’no-ekonomičeskaja
problematika v «Chronologičeskich vypiskach po istorii Indii», nel volume più volte citato Marks-istorik, p. 639).
8
La lettera apparve integralmente nel settimanale «The Times Literary Supplement» del 15 luglio 1949; una versione italiana
abbreviata si può leggere in Colloqui con Marx e Engels, cit., pp. 398-401 (dove, per errore, la destinataria della missiva
diventa la «principessa Vittoria»).
9
J. SWINTON, Current Views and Notes of Forty Days in France and England, G. W. Carleton and Co., New York 1880. Uno
degli ultimi paragrafi s’intitola The man of earthquakes‒Karl Marx (pp. 41-45).
10
Marx spedì a Swinton in America, dopo avergliene parlato a Londra, una copia dell’edizione francese del Capitale (MEW,
Bd. 34, p. 472); e, considerandolo «un borghese benintenzionato» (ein wohlgesinnter Bourgeois), come scrisse a Sorge il 5
novembre 1880 (ivi, p. 475), volle coinvolgerlo nella battaglia contro la politica reazionaria di Bismarck. Per Engels, Swinton
era senz’altro «un comunista americano» (MEW, Bd. 35, p. 174).
11
MEW, Bd. 35, pp. 160-161.
12
Russkie sovremenniki, p. 74.
13
MEW, Bd. 35, p. 179. Non è privo d’interesse ricordare che, durante la rivoluzione russa del 1905, l’organo del partito
socialista italiano volle render nota ai suoi militanti quella eterodossa e sconosciuta lettera di Marx, perché servisse da
«omaggio degno ai forti e comento opportuno ai fatti» (Il terrorismo russo. Frammento inedito, «Avanti!», 12 maggio 1905).
14
L. H. MORGAN, La società antica, cit., p. 403.
15
Marx-Engels-Archiv, I. Band, cit., p. 320.
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Indice
Introduzione
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV