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GIUSEPPE FARINELLI, La Scapigliatura: movimento, letteratura e giornalismo.

In «Scapigliatura. Un “pandemonio” per cambiare l’arte» Catalogo della mostra a Palazzo Reale,
Milano, giugno-novembre 2009. Marsilio.

Dallo stesso catalogo sono prese le opere della parte 5.

1. - Inquadramento

1.1 - L’ingenua baldanza


La Scapigliatura anticipò alcune avanguardie del primo Novecento, ma continua ad essere
ritenuta, purtroppo, un fenomeno secondario. Negli anni successivi alla formazione dello Stato
unitario, a tenere banco sono soprattutto i «vecchi» autori del Risorgimento. L’elenco è agevole: a
parte Alessandro Manzoni — che fu duramente attaccato, seppur venerato, da alcuni Scapigliati che
lo definivano maestro-imbonitore di una società codina —, Ippolito Nievo, Massimo D’Azeglio, e
altri minori. Alcuni di essi non nascosero l’inclinazione democratica di origine mazziniana, e a regno
unito accrebbero il diffuso dissapore verso l’autoritarismo sabaudo, ma nell’insieme costituiscono la
trama di un tappeto su cui camminava l’ufficialità culturale, ovviamente assai più varia e articolata:
intanto Carducci, Verga, Fogazzaro e Capuana avevano già occupato la scena, mentre dietro le
quinte stavano per apparire Pascoli e D’Annunzio. È naturale che la Scapigliatura, di fronte a un così
cospicuo patrimonio, fosse schiacciata se non addirittura esclusa.
A scorrere la pubblicistica di questo secondo Ottocento ci si accorge subito che la
valutazione critica della letteratura e dell’arte obbediva a due criteri: quello innovativo, attento
all’evoluzione della ricerca formale; quello tradizionale, restìo ad accettare ciò che aveva sapore di
modernità propugnando solo la ripetizione di consolidati modelli accademici. Con solo questi due
criteri, ci volle del tempo per inquadrare la Scapigliatura, e oggi gli studi permettono di darle un
volto preciso. Ora finalmente sappiamo: che la Scapigliatura si inserì a pieno titolo nel processo di
trasformazione culturale e sociale del secondo Ottocento; e che contribuì a modificare
profondamente la concezione del letterato e dell’artista.
La Scapigliatura raccolse e organizzò, attraverso una straordinaria fioritura pubblicistica, le
aspirazioni e i rancori di una giovane generazione di intellettuali, letterati e artisti, delusi per il
rapido avvilimento degli ideali risorgimentali, che lo Stato unitario aveva nei suoi atti concreti perso
per strada. Essa fu un fenomeno metropolitano e non c’è storico che non sottolinei come Milano sia
stata il suo naturale centro, una specie di casa-madre, verso la quale gravitarono i movimenti
Scapigliati torinese, genovese, napoletano, palermitano e padovano, quest’ultimo frequentato da
personalità dell’area triveneta. Senza Milano, con la molteplicità dei suoi interessi e la diversità del
ceto e del censo dei suoi abitanti (dagli uomini degli apparati e delle consorterie finanziarie ai locchi
e ai barabba), non ci sarebbe stata la Scapigliatura: è qui che si rintraccia la maggior parte dei suoi
fondamenti teorici e delle sue manifestazioni.
La Scapigliatura non può essere «chiusa» nella definizione di secondo Romanticismo
lombardo, perché il suo regionalismo fu un dato di partenza e non fu organica nelle sue ideologie
(regionale e ideologicamente strutturato fu invece fu “Il conciliatore”, la rivista del primo
Romanticismo lombardo): ci furono Scapigliati veristi e Scapigliati simbolisti. E fiorì specialmente a
Milano non a caso. Dai tempi dell’Illuminismo e del Romanticismo eroico Milano fu forse la più
sensibile alle istanze culturali italiane e straniere e ne assorbì le contraddizioni, divenendo spesso lo
specchio fedele di crisi sociali e politiche. E c’è di più: nei primi decenni dello Stato unitario Milano,
chiamata da Cletto Arrighi la piccola Parigi, statisticamente allestì la più forte concentrazione
giornalistica e di mezzi informativi che mai ebbe una città italiana, su cui continuamente si
scaricavano tensioni borghesi e antiborghesi, sfacciati rendiconti di ricchezze regolati dall’orologio
del profitto, e violente denunce di povertà e di miserie. Leggendo i giornali del tempo lo storico si
rende conto di come gli aderenti alla Scapigliatura fossero calati nell’attualità politica, sociale e
culturale attraverso contestazioni e proposte: nella letteratura, nell’arte e anche nella musica
sostennero il diverso, il non convenzionale, l’autonomia e la libertà; e ciò con l’ingenua baldanza di
chi esce dalla linea maestra della tradizione cosiddetta «conciliatoristica».
Ci fu insomma, nella generalità degli Scapigliati, un dialettico rapporto con la cultura: non
per nulla furono assidui frequentatori di autori stranieri. Tradussero e commentarono Teine, Hugo,
Musset, Byron, Murger, Vallès e, con particolare rilievo, Poe. D’accordo: pochi Scapigliati entrarono
nelle storie letterarie. Eppure anche i minori o i dimenticati costituirono, di fatto, la vegetazione che
diede ossigeno allo spirito di intraprendenza proprio del movimento. Senza gli Scapigliati, maggiori,
minori e dimenticarti, la crisi del Romanticismo e i prodromi del Decadentismo sarebbero di più
difficile comprensione, perché il critico farebbe fatica a scovare e ad analizzare i vari passaggi
attraverso i quali le due epoche, il passato e il futuro, lentamente si intersecavano e si
confondevano.

1.2 - L’esempio del romanzo


Si osservi, tanto per fare un esempio, la vicenda del romanzo, il genere letterario più
importante. Nel Romanticismo esso fu in prevalenza storico; ma come si avvicinò alla Scapigliatura,
si vestì di una forma spiccatamente popolare (e non nel senso dei Promessi Sposi) e riservò a sé i
diritti degli oppressi, talora in virtù di un cristianesimo pratico di carità e propenso all’egualitarismo
sociale, in virtù di quelle leggi storiche che i teorici del socialismo andavano formulando. Poi
germogliò e ingigantì il romanzo psicologico, che delimitò i personaggi nella sfera del privato e che
ebbe profonde radici in terreni non solo Scapigliati. In generale, è utile rilevare che il romanzo
mantenne nella Scapigliatura tutti o quasi i generi e i sottogeneri; ma fu così seriamente intaccato
nella sua struttura da subire notevoli alterazioni nell’apparato linguistico: si fece carico sia di
asprezze tonali, per corrispondere a una letteratura di attacco, verista, naturalista e fisiologica, che
appartenne soprattutto agli autori della Scapigliatura democratica; sia di bivalenze della narrazione,
che filtrava con l’ironia il dato esteriore, documentario e oggettivo.
Per la Scapigliatura democratica (sintagma nato allora), diffidente del modello di sviluppo
borghese, affarista e corrotto e responsabile a suo giudizio del fallimento pratico delle istanze
risorgimentali, il Verismo fu la lente di ingrandimento che permise di ficcare lo sguardo nelle zone
più degradate della società, e ciò avvenne per un’autentica esigenza di battaglia politica, a cui la
Scapigliatura democratica nel suo insieme dedicò una assidua attenzione. Povera di mezzi e ricca di
propositi, essa non ebbe, per la sua opposizione all’autoritarismo sabaudo, per la sua ispirazione
mazziniana e per i suoi proclami libertari, sostegni, ed anzi fu ritenuta dai difensori del Risorgimento
monarchico un una iettatura. Non racimolò solidarietà e crediti se non in sé stessa a causa della
diffidenza politica da cui era circondata: i loro autori non furono mai recensiti, tra il 1870 e il 1880,
da giornali e riviste che erano dell’apparato.
In sede più propriamente letteraria, la Scapigliatura senza specificazioni, dopo gli atti di
insubordinazione di una generazione contro la precedente che la resero antipatica ai benpensanti e
ai conformisti (allorché morì Praga alla fine di dicembre del 1875 «La Perseveranza», a differenza
degli altri giornali milanesi, non stampò nemmeno uno straccio di necrologio, tanto era il rancore
che il direttore Ruggero Bonghi nutriva per il povero poeta), non celò mai l’ansia di ricercare nella
realtà, nello stile e nella psicologia un diverso e più personale modo di espressione. Anche questa fu
la testimonianza di una sensibilità ribelle e bramosa di forzare i limiti imposti dalla società, dal
costume e dalle convenzioni; i quali, per tenere in vita gli ideali risorgimentali, si adagiavano sul
manzonismo e sul classicismo. E così la Scapigliatura fece scuola nel romanzo e nella poesia, usando
la contrapposizione tra «angelo» e «demone», e sperimentando la sintassi onirica, non estranei al
Decadentismo.

1.3. - Una critica sull’arte scrittoria della Scapigliatura (Pazzaglia, 1979)

2. - Nel passaggio dal Risorgimento al Regno d’Italia

2.1. - Scapigliatura preunitaria


È opportuno accennare alla cosiddetta Scapigliatura preunitaria. Si allude al fervore politico
e culturale, con cui «certi» intellettuali giovani si prepararono al grande evento e lo prepararono.
Avevano uno spirito rivoluzionario, anticipatore degli eventi e incurante degli atteggiamenti dei
moderati opportunisti. Furono in molti a condividere la lezione estetica di Mazzini, che propugnò
una letteratura intrisa di un evangelismo sociale capace di premiare più le aspirazioni dei fatti,
perché più adatte a suscitare universali commozioni. Ci furono anche quelli che utilizzarono la
propaganda risorgimentale come scudo ai colpi della censura austriaca, e specialmente sui giornali
fecero satira e ironia, meno pericolose e più didattiche della furia con cui non di rado si attaccavano
gli apparati ufficiali del potere. Tra chi utilizzò il mezzo letterario dopo il 1855 come scudo ai colpi
della censura ci fu Cletto Arrighi, che nei suoi Ricordi di giornalismo (1883), dopo aver narrato gli
avvenimenti che lo spinsero con gli amici alla fondazione dell’«Uomo di Pietra» di cui fu eletto
direttore a patto che promettesse di misurare le sue «forze letterarie», prosegue:
Come era difficile lo scrivere in quel tempo! Come sarebbe stato impossibile che venisse in
mente a chicchessia di scrivere allora un articolo come quelli che si leggono oggidì nei giornali così
detti umoristici! La nostra era una vera strategia, che, come la scienza militare, aveva le sue marce
e contromarce, le sue imboscate, i suoi stratagemmi, le sue sorprese. Il segreto stava nello scrivere
tali cose a doppio senso che la censura dovesse capirle per un verso, mentre i lettori le capivano al
rovescio.

E così, dal 1861, dopo la proclamazione dell'unità nazionale, gli Scapigliati democratici
reagirono all’annacquamento degli ideali risorgimentali che li sommergevano con eccessi di
retorica, di inefficienza, di polizia, di governi e di prefetti incapaci, e di militarismo; e questo poiché
già da prima li avevano tenuti ben vivi in un clima similarmente ostile.
Conclusa la vicenda politica, la Scapigliatura, non più preunitaria, iniziò specialmente a
Milano la sua nuova avventura restando fedele al non volersi assoggettare a schemi e a disposizioni
culturali o poliziesche (il nucleo del manifesto La Scapigliatura milanese, del 1858, esalta quello
spirito risorgimentale presente e vivo nel 1862 ne La Scapigliatura e il 6 febbraio, in cui prende
posto su un palcoscenico fitto di personaggi l’ultima cospirazione mazziniana, subito soffocata dagli
austriaci nel sangue il 6 febbraio 1853). A Risorgimento finito crebbero in essa giovani che spesero
la loro giovinezza un giorno con spensierata allegria e un giorno con tenebrosa angoscia, in bilico
tra il sogno dorato e la realtà delle economiche soffitte, tra l’opposizione ai potenti e la premura
verso gli umili, tra il rifiuto dei vecchi miti e la ricerca dei nuovi, dichiarando il proprio diffuso
attivismo sociale e politico tra l’odio-amore per la grande arte romantica e la disponibilità più o
meno marcata per l’arte verista e decadentista. La Scapigliatura milanese fu spalancata a ogni
collaborazione che ne rispettasse o imitasse gli intenti: essa ebbe rapporti con gli esponenti di
Torino, di Venezia, di Genova, di Bologna, di Napoli e di Palermo.
Fu la Scapigliatura preunitaria a preparare il terreno, dopo il 1860, alla Scapigliatura
democratica che, con Ernesto Bignami, fondò e diresse «La Plebe», un giornale via via
«democratico», «repubblicano», «razionalista» e «socialista», nato a Lodi nel 1868 e trapiantato nel
1875 a Milano. Alla Scapigliatura democratica inoltre si attribuirono anche gli epiteti di «spostata»,
di «perduta» e di «refrattaria» che, intesi spregiativamente dagli avversari, furono riciclati, con qua
e là punte di ironia e di sarcasmo, in titoli di merito e di decorazione.

2.2 - Fermenti della Scapigliatura


La Scapigliatura nel suo complesso non fu un fenomeno omogeneo: fu eterogeneo,
inviluppato e pieno di fermenti anche contestativi nel campo del sociale e del politico, delle lettere,
delle arti, del teatro, della musica e dei libretti d’opera.
In un contesto meno personalizzato la Scapigliatura divenne, nella sua accezione più
comune, l'equivalente di Bohème e inquadrò gli «eroi» delle soffitte, senza soldi, ora
spensieratamente propensi a sbarcare il lunario e ora freneticamente impegnati nella conquista
dell'autonomia dell'arte, autonomia con cui gli ingegni istintivamente ribelli a qualsiasi
convenzionalismo si sarebbero riedificati uomini di speranze e di coraggio. E fu una Scapigliatura
piacevole.
Ci fu poi una Scapigliatura refrattaria che — dimenticando la spumeggiante evanescenza
della Bohème tra quotidiane molestie, arresti e persecuzioni — prese consistenza, si storicizzò,
entrando con irruenza nella grande arena della convivenza morale, legale e politica: l'obiettivo,
confessato a chiare lettere (su «Il Gazzettino Rosa», un quotidiano ben vigilato dalla questura), fu
quello di ridicolizzare i miti e di dissacrare le credenze della borghesia e dell'ordine postunitari,
dipinti con i colori del più aspro Verismo. Inutilmente i giornali del potere aggredirono con
sprezzante distacco la Scapigliatura refrattaria chiamandola la Scapigliatura dei sabotatori, degli
straccioni e dei perduti: essa contribuì a far nascere le motivazioni, sia pure in modo aggrovigliato e
contraddittorio, di quella che sarebbe stata di lì a poco la questione sociale.
In mezzo o meglio all'interno della Scapigliatura-Bohème e della Scapigliatura refrattaria, in
parte ancora romantiche, sorse infine una Scapigliatura attenta al dato-uomo e alle sue esigenze
esistenziali, che è bene convogliare nel Decadentismo, quantunque nell'analisi di malattie e di
nevrastenie non sia raro intravedere l'affinamento della sensibilità e la morbosità introversa
dell'immaginazione.

2.3. - Il tipo umano Scapigliato


Ora, se scapigliato prosperò nel significato specifico di capelli arruffati e disordinati e in
quello metaforico di costumi dissoluti, libertini e licenziosi, Scapigliatura si impose pressoché
sempre nel significato metaforico datole da Cletto Arrighi, che la elesse a simbolo di un'epoca. Con
lui i due termini indicarono «certi» uomini: la Scapigliatura fu subito un titolo di rivolta verso
l'inedia di una società sclerotizzata e, in campo letterario, di rivolta verso la ripetizione del modello
manzoniano.
Secondo Arrighi hanno domicilio in terra scapigliata uomini e donne «fra i venti e i
trentacinque anni», poveri, ingegnosi, progressisti e liberi, «pronti al bene quanto al male»,
«irrequieti» e «turbolenti», che per cause individuali o sociali si raggruppano in «una casta distinta
da tutte le altre». Tale casta, «pandemonio del secolo» e «serbatoio del disordine, della
imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti», e cioè tale
Scapigliatura, è comunque aperta a un populismo comunitario, dal quale spuntano figure e caratteri
vivi di quella vita consumata e aggressiva che sarebbe stata la loro specifica distinzione, o solitari di
quella solitudine nera che sarebbe stata il loro specifico destino. Compaiono le strane fisionomie di
esseri bifronti, sguaiatamente allegri o irrimediabilmente tristi; esseri non di due categorie, ma di
una con diversi aspetti e operanti ai margini della società; esseri non più redimibili alla
convenzionale tranquillità del focolare domestico, deliberatamente fuori dalle leggi approvate o
tramandate, votati all'emarginazione con l'esaurirsi delle forze e della salute. Esseri bifronti: un
giorno pieni di brio e di amore, coraggiosi e potenti sulle ali della fantasia e dell'entusiasmo,
utopistici, ricchi di intuizioni artistiche e poetiche, rivoluzionari nel cuore; un giorno smunti e
cadaverici, con sul viso le impronte «delle notti passate nello stravizio e nel giuoco», divenuti
anch'essi un'illusione, una maschera che non copre i sintomi della sofferenza e della disperazione.

3. - Analisi del movimento

Interventi ideologici espliciti furono tutt'altro che rari: la linfa della Scapigliatura produsse
abbondanti frutti. La parte costruttiva fu la Scapigliatura democratica; ma essa non fu storicamente
separata in maniera netta né tanto meno antitetica dalla Scapigliatura artistica, perché nella
letteratura e nella pittura scovò e contribuì a dare il modello a un'arte che fosse in sé studio e
discernimento dell'uomo e del suo ambiente in sintonia con l'evoluzione dei tempi.

3.1. - Dinamismo e consapevolezza vissuti


La Scapigliatura, intesa come fenomeno storico e culturale, va collocata tra il 1856 e il 1880.
Essa fu un movimento che svegliò, specialmente in certe zone d’Italia, uno straordinario dinamismo
democratico e culturale. E fu un movimento nel senso che si scelse un particolare stile di vita, ne
illustrò le motivazioni, seguì percorsi artistici e letterari spesso divergenti da quelli «normali»,
redasse un numero per nulla esiguo di documenti di identificazione, ebbe i suoi maestri, si strinse
con persistente affetto intorno ai suoi morti e provvide alla loro memoria anche quando la stessa
Scapigliatura diventò memoria agli occhi dei sopravvissuti e dei giovanissimi, che approntarono con
una nuova sensibilità dopo gli anni ottanta le prime pietre della sua storicizzazione se non della sua
mitizzazione.
Sconcertati in vario modo da come l’edificio dello Stato unitario era riuscito; soffocati da una
retorica risorgimentale che aveva imbalsamato gli eroi, mentre il vecchio Manzoni, da vivo a sua
insaputa e da morto, era condito in tutte le salse nella cucina delle glorie nazionali; crucciati da un
regime poliziesco, dall’imprevidenza delle istituzioni e da una successione di scandali che la politica
copriva ad eccezione dello scandalo della diffusa povertà se non della miseria; allettati dal fermento
culturale che in Francia aveva il suo cervello di brillante: alcuni Scapigliati reagirono alle disillusioni
con un rinnovato spirito rivoluzionario che aveva in sé atteggiamenti romantici, comunque
finalizzati a mantenere accesa la passione per la politica, per la giustizia sociale e per la democrazia
che le punte più ideologizzate volevano repubblicana; altri proclamarono il loro rifiuto del mondo
borghese e delle sue leggi morali e civili di pura facciata, esaltando i valori di una esistenza
bohémienne; altri si appartarono ad assaporare l’amaro delle loro ansie e dei loro tormenti
psicologici o si obbligarono alla ricerca di una concezione dialettica della realtà con le sue
contraddizioni, i suoi sogni e le sue follie; altri si inserirono criticamente nelle strutture ufficiali
dell’arte e del sapere senza con ciò resistere alla tentazione dell’irrazionale e del fantastico
concepito quale necessaria evasione di fronte all’opprimente determinismo positivista.
Va da sé che a privare la Scapigliatura di queste specificazioni non solo la si esclude da ogni
solida ragione di movimento, ma anche la si confina nel limbo delle astrazioni. Già allora si parlò di
una Scapigliatura democratica tendente a costituirsi in ideologia rivoluzionaria o costituzionalista.

3.2. - La pubblicistica
Ma la Scapigliatura fu la matrice di un movimento che legò i molteplici caratteri di un
periodo di ingarbugliate e veloci trasformazioni; e del movimento della Scapigliatura, concepito
come un «insieme», si ha bisogno per evitare di dissolvere un'intera età, ricca di fatti e di dati, nel
pulviscolo dei suoi scrittori, dei suoi intellettuali, dei suoi poeti e dei suoi artisti che singolarmente
presi non furono sufficienti a nominarla; e nel movimento della Scapigliatura essi pur si riconobbero
e da questo movimento pur attinsero qualcosa.
Tra il 1860 e il 1880 molti Scapigliati, se non tutti, trovarono nella pubblicistica il mezzo più
importante per diffondere le loro idee di rinnovamento sociale, letterario e artistico; e questa
pubblicistica certifica ancora la rigogliosa vitalità del momento storico. Lo spoglio dei giornali del
periodo della Scapigliatura dà la possibilità di una carrellata sulla Milano del secondo Ottocento e il
lettore vaga dagli abbaini ai piani nobili, dai salotti ai caffè, dal centro ai rioni, ai sobborghi e ai
bassifondi, in cui formicolavano locchi, canaglie e barabba - termine che fu anche, in un’accezione
non negativa, sinonimo di popolo -, messi lì a contrasto con i borghesi, i nobili, gli amministratori, il
clero e i politicanti; e il tutto in un’atmosfera di società parlante, iniquamente divisa tra benessere e
povertà, sulla quale incise assai poco l'avventura del Risorgimento.
Tra le fonti giornalistiche della Scapigliatura si è più volte citato «Il Gazzettino Rosa», che fu
nemico dell'arte per l'arte e partigiano dei paradossi. Ma fu «La Cronaca Grigia» (1860-1880) a fare
da collante — attraverso l'invadente operosità di Cletto Arrighi, che praticamente la sostenne da
solo — ai vari gruppi di Scapigliati. È qui che si rileva appieno il carattere dell'Arrighi: sfacciato,
acido, generoso e sentimentale. «La Cronaca Grigia» è dedicata agli operai, alle donne e a chi è
deluso «della futilità delle cose scritte sugli altri giornali».
«Il Figaro», insieme alla «Rivista minima», non può essere ignorato per il suo progetto
letterario e artistico. Il settimanale si propose di essere divertente, «allegro, festivo, di buon
umore», ma nel medesimo tempo «fermissimo nel proponimento di non contraffare giammai per
ragione alcuna alle leggi del decoro e della dignità, nel senso più severo di queste due parole». E
come Figaro divenne da barbiere «capo parte, capo cospiratore», così il «Figaro» divenne da
giornale quietamente ordinario un giornale che idoleggiava l'arte giovane, che castigava ridendo,
che faceva critica e non diffamazione, satira e non querela, polemica e non pugilato, che accettava
scrittori e poeti «classici e romantici, accademici e non accademici», grandi e piccoli, noti e ignoti,
anche perché i piccoli e gli ignoti non avevano pretese, né esigevano favori. Il «Figaro» durò appena
tre mesi; ma è utile per penetrare le idee dei redattori. E cioè: il teatro italiano era ripetitivo nei
suoi repertori; la narrativa realista, uscita dai suoi limiti, incespicava in un'anormalità mostruosa; la
poesia, indifferente ai battiti del cuore dell’uomo, alla natura, alla patria e all’amore, era
ideologicamente iconoclastica e sostituiva al bello il vero con tanta insistenza da servirlo durante
l'intero pasto e in ogni salsa con lo stucchevole effetto di condannare la fantasia a volare su un
mare cupo e stagnante. L'idealismo romantico fu giudicato, e con nostalgia, lontano e non più
raggiungibile. Manzoni era venerato «caramente, quasi devotamente», ma le aspirazioni estetiche e
le fantasticherie, bene o male nemiche delle teorie manzoniane, erano appunto quelle degli artisti
attuali e reali, in cui il «Genio» figurava come il solo «figlio di Dio», deputato alla rivoluzione
estetica del XX secolo. L'arte avrebbe dovuto non avere altro compito che di capire e di preparare il
futuro attraverso la purificazione di quelle contraddittorie specificazioni (malata, vaneggiante,
realista e decadente), con cui era conosciuta.
La «Rivista minima» fu fondata nel 1865 con il proposito di essere «nulla di grave, nulla di
dotto, nulla di pensato», di fare critica semplice e comprensibile e di centellinare di tanto in tanto
questioni politiche e sociali. Vi scrissero gli Scapigliati più solleciti nelle cose letterarie, si dispose in
una fascia mediana e non mediocre e sollecitò le pagine di autori «esterni» alla Scapigliatura, alcuni
dei quali destinati ad avere fama. Essa suggerì un ragionevole recupero sia della nostra tradizione
latina sia di quella milanese. Frenò l'eccesso di imitazione dei francesi. Il Verismo non poteva che
essere equilibrato: fuori da simile temperanza esso era dannoso. La «Rivista minima» fu insomma
eclettica e seppe offrire uno spazio di confronto ai fermenti di quella Scapigliatura impegnata quasi
esclusivamente nell'arengo artistico e letterario.

4. - Proiezione

La cooperativa degli Scapigliati non è stata «inventata» dalla critica: fu etichettata allora. Fu
un fenomeno di calamitazione, che ha pochi confronti nella nostra storia e che, attentamente
osservato nel suo complesso, fa da premessa alle cosiddette avanguardie storiche del primo
Novecento, non escluso il Futurismo.
5. - Alcune opere d’arte

Federico Faruffini - La lettrice (1864) - Milano, Galleria d'Arte Moderna


Filippo Carcano - Cortile a giardino con figure. Effetto di sole (meglio noto come La piccola fioraia)
(1862) - Collezione privata
Mosè Bianchi - La vigilia della sagra (1863) - Collezione privata
Tranquillo Cremona - Amaro calice (1865) - Piacenza, Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi

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