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La rivista Ça ira!

tra comunismo e dadaismo

di Georges-Henri Dumont
Quando si schiude il 1920, le musiche da
ballo e le gioie della liberazione sono belle e
bene dimenticate. Il Belgio ha terminato la
guerra in uno stato di profonda devastazione.
Certo, ha perso, sui campi di battaglia, meno
soldati degli altri belligeranti: circa 60.000,
cioè il 2% dei suoi effettivi contro il 7% della
Francia. Ma, indebolita da quattro anni di
privazione, la popolazione ha resistito male
all'epidemia dell'influenza spagnola che ha
sconvolto l'Europa. In quanto ai danni diretti
di guerra, essi si aggirano all'incirca ad un
quinto del patrimonio nazionale. L'illusione
persiste che sarà la Germania a pagare. Il
franco è svalutato ed i salari salgono soltanto
perché la vita rincara. Al contempo più lucido
e più pessimista degli uomini politici che, dopo un breve periodo di sacra
unione, hanno ritrovato le loro abitudini, il re Alberto I scrive; "Vi sono
300.000 disoccupati, scioperi dappertutto, una grande preparazione negli
ambienti anarchici ed anche i ragazzi di città sognano di eguagliare i
bolscevichi i cui grandi profeti annunciano da due anni la loro caduta
imminente ma che si mantiene sempre e sembra rafforzarsi".

Durante questo periodo- e già prima dell'armistizio-


molti autori scrivono dei racconti di guerra. Le
opere di Maurice Gauchez, Max Deauville, Robert
Vivier, Martial Lekeux, Lucien Christophe, Constant
Burniaux, non hanno l'intensità accusatrice di Il
Fuoco di Henri Barbusse, si tengo alla stessa
distanza dal pacifismo deluso e dal lirismo eroico.
Tuttavia alcuni giovani di Anversa che hanno venti
anni all'epoca non si curano di questa letteratura di
circostanza e, più ancora, del nazionalismo che la
sottende. La loro intenzione era di pubblicare una
rivista con il titolo di Momus, il dio degli scherzi, ma
constatando rapidamente che le loro concezioni
divergevano sui contenuti e nel tono, si separarono
in due gruppio. Amichevolmente, sembra.
Nell'agosto 1919, Roger Avermaete lancia, la rivista
Lumière.

In quel momento, il poeta Paul Neuhuys, nato ad Anversa nel 1897,


risiede a Parigi dove ha seguito i corsi che la Sorbona riserva agli studenti
stranieri. Ha appena ottenuto un diploma di fantasia, firmato da tutti i suoi
professori ed il rettore Henri Poincaré, quando riceve la visita di Georges
Manier. Questo vecchio amico dell'Ateneo di Anversa lo convince
facilmente di tornare in città per unirsi al gruppo dissidente Ça ira!
Sono per ora sei: Maurice Van Essche, il
primogenito, Georges Marlier, Willy Koninckx,
Paul Neuhuys, Henri Lothaire (Henri Alexander) e
Paul Manthy (Henri Nevens). Tengono le loro
riunioni in casa di Maurice Van Essche, rue des
Babillardes, sulla parte posteriore di un edificio
composto per la maggior parte di studi di pittori.
Il primo numero di Ça ira! appare nell'aprile del
1920 con una impaginazione molto classica con
una copertina di Floris Jespers, rappresentante i
grandi magazzini. Maurice Van Essche firma
l'editoriale. "Piegati sotto il giogo di un
militarismo ingannevole e beffardo", egli
scrive,"ingannati dalle grida insidiose di un capitalismo avido di profitti, gli
uomini di ogni dove si sono contrapposti a lungo gli uni contro gli altri. Ma
oggi hanno avuto paura nell'aver visto le loro mani rosse del sangue
altrui. Hanno visto i capibranco rientrare a casa loro con la bisaccia piena
e le mani bianche. Hanno rabbrividito nell'aver aiutato, senza volerlo, ma
comunque aiutato, ad accumulare tutte queste rovine. Ed hanno detto:
no! Hanno anche detto: tutto ciò deve finire!".

In questo stesso numero, Paul Manthy [1]


inizia il commento ad un opera del pastore
olandese H. W. Ph. E. van den Bergh van
Eysinga Revolutionnaire cultuur. Lo
prosegue nel numero di maggio. Dopo una
citazione dell'autore, secondo cui la nuova
società sarà "een communistische
gemeenschap zonder rechtbank, zonder
soldateska, zonder tirannie", Paul Manthy
scopre le sue armi: "La rivoluzione non si
compirà da sé. Benché il comunismo sia la
prosecusione logica del capitalismo, la
semplice evoluzione non può portare alla
sua fondazione. La forza d'inerzia deve
essere vinte. Bisogna passare agli atti.
Questi atti sono: l'uso della potenza
collettiva delle masse operaie. Desideriamo tutti, come l'autore di
Revolutionnaire cultuur che gli spargimenti di sangue ci siano risparmiati.
Siamo contro l'insurrezione sanguinaria in linea di principio. Ma se la
realtà ci obbliga, se la borghesia invia contro le truppe proletarie le sue
armate (ed essa lo farà, perché vorrà, e lo comprendiamo bene,
mantenere la propria autorità; ovunque un'armata rossa si sia formata
delle armate bianche le vennero opposte), se il capitalismo allinea i suoi
cannoni ed i suoi carri armati e le squadriglie dei suoi aeroplani e tenta di
disperdere con le mitragliatrici poste agli angoli delle strade, i ranghi
serrati dell'Armata della rivoluzione, allora, provocatore avendo creata la
rivolta sanguinaria, la combatteremo con le armi, sino alla vittoria. Perché
la vittoria è certa".

L'intonazione è data e, nel numero di giugno, Paul Manthy, nella rubrica


Lieux communs [Luoghi comuni] grida: "Lenin, questo nome irraggia al di
sopra del pantano sanguinario in cui sguazzarono i nostri fratelli maggiori;
Lenin, l'uomo ardente di fede, che circondato dai suoi fedeli, intraprese la
più grande opera che mai fu tentata e che riuscì. Se era necessario
affinché in Russia sorgesse l'aurora di una nuova umanità, che le nazioni
si scannassero a vicenda per più di quattro anni, non rimpiangiamo le
formidabili ecatombi preparate dai criminali propositi dei nostri padroni di
ieri e di oggi. Perché hanno contribuito alla loro sconfitta e dalle rovine che
essi accumularono, rovine materiali e morali, nascerà in un prossimo
futuro, la Rivoluzione dei popoli, che spazzerà le loro istituzioni marce e
darà agli uomini una nuova coscienza".

Questa presa di posizione non è


sorprendente che per la debolezza
intellettuale degli argomenti invocati; per il
resto si iscrive nel contesto di un'opinione
minoritaria ma influente che si esprime
nell'immediato dopoguerra. In Belgio come
in Francia, anche gli antichi combattenti si
interrogano sul senso delle sofferenze
subite. Una volta svelati i misfatti del
conflitto, osserva lo storico François Furet
[2], "Il ricordo di avervi partecipato assume
la forma del mai più! Ed è in questo mai più
che la rivoluzione d'Ottobre trova il suo
auditorio, unendo alla forza di una speranza
l'ossessione di un rimorso".

In Belgio, la sinistra politica e sindacale è molto sensibile a ciò che è


chiamato "il fascino dell'Ottobre". Costringe inoltre il Primo ministro Léon
Delcroix di rifiutare il transito attraverso il porto di Anversa delle armi e
munizioni che la Repubblica francese ha deciso di inviare in Polonia per
aiutare Varsavia assediata dagli eserciti sovietici che si sono spinti sino
alla riva della Vistola. Ne deriva la dimissione del ministro per gli Affari
esteri Paul Hysmans seguita da quella del governo intero, il 4 novembre
1920. I redattori di Ça ira! non sono né vecchi combattenti né militanti,
ma nella crisi di senso che li unisce, vedono la rivoluzione sovietica come
una grande luce; salutano in essa "una rottura decisiva e positiva con il
capitalismo e la guerra". Non sono i soli nel piccolo mondo dei periodici.
Molte riviste condividono il loro punto di vista: Clarté a Parigi, De Stijl a
Leida, De Nieuwe Amsterdammerad ad Amsterdam, Ruimte ad Anversa.
Tutte si situano all'avanguardia con le loro opzioni politiche oltre che per i
loro orientamenti letterari.
Facciamo brevemente notare i legami di solidarietà intrecciati da Ça ira!
con il movimento fiammingo. "Una sola cosa ci interessa, leggiamo nel
primo numero, e cioè che la questione fiamminga è una questione di
giustizia. Per questa ragione, siamo fiamminghi con tutta la nostra
energia, e tutti coloro che non lo sono contro di noi [...]. Non è alle sue
qualità intrinseche che il francese deve le sue prerogative nelle Fiandre. Il
francese non è altra cosa che il trattino di unione che congiunge tutti i
rappresentanti dell'idea borghese, dagli arricchiti ai gesuiti". In seguito,
paradossalmente sotto l'effetto dei rimproveri rivolti da Théo Van
Doesburg, il direttore di De Stijl, verrà posta una sordina a questi slanci di
solidarietà. Non rimarrà che l'ammirazione per la cultura fiamminga, in
particolare il posto che occupano la pittura e la scultura espressioniste.

Sia quel che sia, per un anno intero, Ça ira!, non presenta un granché di
una rivista di avanguardia letteraria. Le poesie pubblicate da Paul
Neuhuys, Willy Koninckx, Pierre-Jean Jouve, René Arcose, cosa
inaspettata, Paul Colin sono sprovviste di audacia. Sono nella linea di ciò
che Willy Koninckx chiama un "classicismo contemporaneo", un po'
influenzato dall'unanimismo di Jules Romains. Quelli di Charles Plisner- ha
ventiquattro anni nel 1920- sono sicuramente più impegnati. Nel Vincitore
cieco, il poeta pacifista fa dialogare due sopravvissuti di una battaglia:

Un lucore sfiorò la valle. Sembrava

che la gleba diventasse vivente.

V'erano nell'alba esangue in cui moriva lo spavento,

due Uomini che andavano.

Ed il vincitore gettò la sua arma

-la sua arma?- la sua croce...

Ed il vinto, con le lacrime

Cancellava il sangue dalle sue dita...

Più esplicito, Fuliggine e Pioggia termina con questo grido:

Aha! Aha!

La rivolta crea dei giganti! [3]


Al contrario della letteratura, piuttosto ristrettamente rappresentata nei
primi numeri di Ça ira!, le arti vi hanno la maggior parte [4]. Non soltanto
con gli articoli di critica scritti da Georges Marlier- lo si ritroverà a fianco a
Paul Colin durante la seconda occupazione tedesca- ma anche per la
riproduzione di disegni, in legno e lino di Floris Jesper, Frans Masereel, Pail
Joostens, Josef Cantré, Jan Cockx. Jean Warmoes, nel catalogo
dell'esposizione Cinquant'anni di avanguardia 1917-1967, afferma che a
partire del numero 13 di Ça ira!, "la politica sparisce a vantaggio dell'arte
[5]". Non è del tutto esatto. Nel numero 14, H.-L. Foin, fondatore
dell'effimero Partito individualista e sovranazionale, consegna le sue
riflessioni sulla Rivoluzione sociale Rivoluzione politica che Paul Manty-
sempre lui, ma sotto i colpi della rivelazione degli scacchi della politica
sovietica in Russia- commenta in questi termini: "L'Esperienza bolscevica
offre preziosi insegnamenti in quanto ai
metodi che devono portare dal passaggio
dell'ordine capitalista all'ordine comunista.
Ma annunciare il fallimento del tentativo
di Lenin, perché non lo può realizzare
pienamente, è un po' prematuro. La
rivoluzione russa ha fallito là dove il suo
programma, troppo ideale, in cui le realtà
della vita, "realtà eterne", entrano in
conflitto con esso. E questo fallimento
parziale si ritrovò accelerato dal fatto delle
misure economiche che l'Intesa prese per
impedire l'entrata in Russia di merci e
soprattutto di macchine la cui mancanza
costituisce il più grande fattore della
disgregazione di questo paese".

Conviene inoltre, segnalare la


pubblicazione per le edizioni di Ça ira!
dell'opuscolo di Charles Plisnier Réforme et Revolution alla quale è unito
un Avviso al lettore che prega quest'ultimo di rimpiazzare le parole
socialisme et socialiste con comunismo e comunista, in conformità con le
decisioni del III Congresso di Mosca. Date queste precisazioni, bisogna
ammettere che a partire dalla seconda ed ultima serie (oramai in formato
in-8° e non più in-4°), che si chiude nel 1923, Ça ira! è oramai una vera
rivista letteraria di avanguardia. Come spiegare questa svolta? Senza
dubbio per l'incontro con il dadaista Clément Pansaers, di cui la rivista ha
pubblicato, nei numeri 11 e 12, degli estratti del suo romanzo Lamprido.
Strano personaggio questo Clément Pansaers, il cui vero nome è Guy
Boscart! Da dicembre 1916 a maggio 1918 pubblicò Résurrection, rivista
internazionalista che accolse in traduzione dei testi di giovani scrittori
tedeschi come Walter Hasenclever, Franz Wedekind e Ernst Stadler, così
come dei contributi di Charles Vildrac, Pierre-Jean Jouve, Michel de
Ghelderode [6] et René Verboom.
In piena occupazione nemica, Clément Pansaers si arrischiava a scrivere:
"Erigiamo sull'antico Belgio una federazione fiammingo-vallona in cui le
vecchie discordie fanno posto ad una semplice concorrenza cordiale di
sviluppo intellettuale". Alla liberazione, perseguitato per le sue simpatie
tedesche, fu perquisito- "gendarmi e soldati con baionetta inastata" ma si
trasse facilmente d'impaccio. Più deciso che mai a trasgredire i
valori stabiliti, aderì nel 1919 al movimento Dada che i suoi amici berlinesi
gli avevano fatto scoprire e che corrispondeva alla sua propria evoluzione.
Poi prese contatto con i dadaisti francesi e pubblicò per le edizioni Alde a
Bruxelles il suo famoso Le Pan Pan au Cul du Nu Nègre, in cui Paul
Neuhuys, nel suo rendiconto in Ça ira! dell'agosto del 1920, percepì "sotto
una piacevole parvenza di alienazione mentale un bel sforzo metafisico".

Nella primavera del 1921, Clément


Pansares si unisce alla maggior
parte dei dadaisti parigini;
rimprovera loro di non radicalizzare
il loro movimento. Lo abbandona
durante una cena presso Cesta, il 25
aprile 1921. Il suo amico il pittore
Picabia lo aiuta a pubblicare un
articolo in Comoedia, l'11 maggio.
Arrabbiato, nel suo isolamento,
corrisponde con il poeta americano Ezra Pound ed il romanziere irlandese
James Joyce. È allora che Paul Neuhuys gli affida l'elaborazione del
numero 16 di Ça ira! interamente dedicato a Dada, la sua nascita, la sua
vita, la sua morte, È un evento "di una incongruità assoluta nell'ambiente
accoglientemente retrogrado", scriverà Paul Neuhuys presentando la
riedizione del 1973.

Quest'affermazione non significa, da parte di Paul Neuhuys, un'adesione a


Dada. "La traiettoria di Ça ira!, osserva Marc Dachy, resterà insomma un
atteggiamento di esitazione tra una generosa politica di apertura ed
accoglienza e la tentazione, il passaggio all'atto mai posto di un impegno
risoluto nel movimento dell'avanguardia internazionale" [7]. È rivelatore
che nessun membro del gruppo della rivista contribuisca a questo numero
speciale, ma vi ritroviamo le collaborazioni di Francis Picabia, Paul Éluard,
Benjamin Péret, Ezra Pound ed altre celebrità.

Francis Picabia si scatena allo spettacolo del fallimento della rivoluzione


sovietica: "La nobiltà russa ha venduto i suoi gioielli per continuare lo
slancio del suo piacere, presto venderanno i loro cuori nel modo in cui le
sfortunate prostitute di Mosca vendono le loro chiappe o, ciò che è ancora
peggio, le daranno via per niente ad un cugino di primo grado del nuovo
zar Lenin... Scusa mio caro Lenin, è vero, non siete uno zar, concentrate
l'ideale ed i bisogni della vostra epoca, i quali consistono per la maggior
parte dei vostri ammiratori, nel desiderio di mettersi della polverina per
starnutire nel naso! L'altro giorno
passando nelle vostre vicinanze, ho
scavalcato lo steccato del vostro
giardino, essendomi accordo dei
magnifici
frutti sugli alberi ed ho scosso
energicamente uno di questi alberi
allo scopo di spegnere la mia sete e
di calmare la mia fame. Ho allora
ricevuto sulla testa una superba
merda che intendo esporre e vendere
alla sala Druot a vantaggio degli
animali dei vostri giardini zoologici se
non hanno ancora avuto la fortuna di
essere stati mangiati da voi!".

Da parte sua, Pierre de Massot constata:"È finita la storia promessa, miei


cari amici ed il ricordo di Dada si confonde nel crepuscolo con la cenere
delle nostre sigarette profumate". Georges Ribemont-Dessaignes fa
eccezione, rimane fedele al primo Dada e celebre Tristan Tzara: "È per
questo che saluto il Signor grande avvoltoio che non è il paradiso e fa le
sue uova tra le rocce non per l'allevamento dei polli dai colli spennati ma
perché l'umidità del prato fa ammuffire le frittate con un odore di falsa
carogna".

Ezra Pound fa la caricatura di una Serata: "Quando apprese che sua


madre versificava e che il padre versificava che il figlio minore si occupava
di edizione e che l'amico di famiglia rovinato stava approntando un
romanzo il giovane pellegrino americano esclamò: 'Eccolo un ambiente
chic!'"

Clément Pansaers ricorda che "il punto di partenza teorico della scuola che
avrebbe potuto chiamarsi Dada e che resterà malgrado tutto così
chiamata, risale ad Alfred Jarry per l'idea e a Stéphane Mallarmé per un
colpo di dadi ed alcuni divagazioni espressive". Ammette l'influenza
esercitata su di lui dalla lettura di Chuang Tzu, Cinese contemporaneo di
Aristotele, ed anche da quella di Spencer e William James. Sicuramente,
accusa Dada di non essere più, "in ultima [8] analisi" che "Tam-Tam-
Réclame", ma constata che "malgrado tutto Dada è esistito ed esiste.
Come sempre, alcuni aspettano le opere, come vi sono molti che ancora
aspettano il Messia, mentre le opere sono là. E poco importa che esse non
siano che una curiosità... provvisoriamente".
Di Paul Éluard è pubblicata una breve poesia intitolata, non so perché,
Public:

Figlio di nutrice,
figlio di corsa,
figlio intelligente,
donna del mondo sconosciuto, mia bella bambina, tu
scivoli (fiore appassito, peccato mortale, piccola?)
nell'erba morta, calore morto.
Figlio sottomesso,
una volta il bimbo, i giochi, l'indecenza,
recito la parte del vecchio amico recito un monologo,
recito la parte del contadino
Benjamin Péret, lui, invoca, una Riforma:
In slitta sulla Neva
scivolo translucido
circondato da ippocampi bianchi
piccolo culo pallido
cosa vieni a fare qui
gli schiaccianoci hanno chiuso le loro orecchie
i funghi crescono alla fonte
non ci siamo più che noi a pensare alle gomme da cancellare [8a]
Segnaliamo ancora alcuni testi provocatori a volontà come quello di
Georges Félician Herbiet, che si firma Christian: "I Da' non sono eunuchi e
non [10] portano camicia ognuno può vederlo. Reggendo la bellezza, l'ora
è giunta di coricarla sotto di noi, per ridere e e nient'altro che per ridere
nel gioco del bestia dai due dorsi". La proclamazione termina con un P. S.:
"La bellezza propria vale esser baciata e due volte piuttosto che una".

Durante la sua pubblicazione, il numero speciale di Ça ira!, che sarà


considerato come un documento essenziale per la conoscenza di Dada,
non provoca vive reazioni che in un ambiente di iniziati e non ha
provocato affatto la sperata crescita del numero di abbonati alla rivista. In
compenso, nuovi collaboratori, e non dei minori, compaiono nei sommari:
André Baillon, Paul Fierens, Blaise Cendrars. Anche Franz Hellens, che ha
tuttavia sempre snobbato Ça ira! nel suo Disque vert. Anche alcuni
dadaisti vi si attardano come Renée Dunan e René Edmé. Clément
Pansaers ha ancora la forza di fare l'elogio di Alfred Jarry: "Il meglio di
Carlie Chaplin non supera Padre Ubu", esclama. Le sue Notule sulla vita a
Parigi appaiono sulla rivista nel marzo 1922. Esse sono dunque postume,
poiché il loro autore era scomparso a causa della malattia di Hodgkin, il 31
ottobre 1921.

Notiamo che agli incisori e disegnatori delle due prime annate di Ça ira! si
sono aggiunti Josef Peeters, Pierre-Louis Louquet, Karel Maes e Ludwig
Kasak. La breve storia di Ça ira! una delle prime riviste francofone di
avanguardia nate dopo il primo conflitto mondiale [8], è significativa della
crisi morale intensa degli anni venti. Tutto avviene infatti, come se se
fosse stata necessaria la guerra affinché si realizzasse la volontà di
Rimbaud di "cambiare la vita" e affinché si affermasse una rivolta contro le
consegne tradizionali della società borghese edificate durante il XIX
secolo, comprese le parole d'ordine di un patriottismo trito per mantenere
l'ardore alla lotta degli eserciti.
Da qui il fascino esercitato dalla
rivoluzione d'Ottobre, che ha posto nel
suo arsenale ideologico un sostituto
della religione intrecciando le certezza
della scienza, tratte dal Capitale di Karl
Marx, alla credenza nell'onnipotenza
dell'azione. C'era di che inebriare una
generazione avida di rovesciare un
ordine internazionale tendente a
schiacciare l'uomo. I primi quattordici
numeri di Ça ira!, lo abbiamo
constatato, erano distinti dall'impegno
politico senza equivoco. Durante quel
periodo, nello stesso clima di crisi
morale, si sviluppava la corrente di un
individualismo anarchico al quale
Tristan Tzara aveva dato, nel 1916, il
nome di Dada. Era- ma se rendevano
conto?- agli antipodi del comunismo di
Lenin. "Misurata alla scala dell'eternità, ogni azione è vana", aveva scritto
Tzara, e André Breton aveva precisato: "È inammissibile che un uomo
lasci una traccia del suo passaggio sulla terra".

Ma invece di rinunciare ad ogni letteratura, come aveva suggerito


Rimbaud, i dadaisti non si accontentarono di una negazione assoluta. Se
fecero tabula rasa della ragione, dell'intelligenza, dei sentimenti, era per
ritrovare la fonte oscura dell'inconscio. Louis Aragon e André Breton
avevano, del resto, fatto ricorso alle sperimentazioni della psicanalisi. In
un articolo della Nouvelle Revue Française, Jacques Rivière presentava con
simpatia l'obiettivo di Dada: "Afferrare l'essere prima che non abbia
ceduto alla compatibilità; raggiungerlo nella sua incoerenza o meglio,
nella sua coerenza primitiva, prima che l'idea di contraddizione sia
apparsa e non l'abbia costretta a ridursi, a costruirsi; sostituire alla sua
unità logica, forzatamente acquisita, la sua unità assurda soltanto essa
originale [9]".

Il gruppo di Ça ira! si era orientato verso Dada perché si trovava


disincantato dai fallimenti della rivoluzione sovietica: carestia, insurrezione
dei marinai di Kronstadt, regime poliziesco, instaurazione della NEP. Ma
questa conversione, a dir il vero troppo tardiva per essere veramente
influente, avveniva nel momento in cui Dada agonizzava, lasciando il
posto al suo prolungamento, il surrealismo, molto presente nell'ultimo
numero di Ça ra! con poesie di Herman Frenay-Cid, Georges Pillement e
Marcel Arland.

Nel gennaio del 1923, senza annunciarlo ai suoi rari lettori, Ça ira!
sparisce, ma Paul Neuhuys mantiene in vita l'attività editoriale
pubblicando, in cento esemplari, degli opuscoli di Marcel Lecomte, Paul
Colinet, Fernand Dumont, Paul Nougé- la crema del surrealismo belga-, de
Henry Michaux, Michel de Ghelderode, Georges Linze, Paul Dewalhens,
Camille Huysmans, Robert Poulet, Marcel Mariën,, René e Guy Vaes, ecc.
L'ultima opera pubblicata all'insegna di Ça ira! appare nel 1984; è
l'Agenda d'Agenor di Paul Neuhuys.

Per Paul Neuhuys, una grande avventura era terminata. Senza dubbio Ça
ira! non ha conosciuto la risonanza che sperava. Gli orientamenti politici
dei suoi inizi la condannavano ad una diffusione limitata, ma si deve
riconoscerle oggi il suo ruolo di testimone, di precursore e di apri pista.
Non soltanto per i 20 numeri della sua rivista ed i 98 opuscoli delle sue
edizioni, ma anche per le sue esposizioni ed i suoi recital di musica. "Ça
ira!, scrive Paul Neuhuys nelle sue memorie dattiloscritte, Ça ira!...* É
stata oramai, con i suoi pittori accreditati: Voosten e Jespers. I recital ci
erano suggeriti da E. L. T. Mesens, un giovane musicista di allora. È grazie
a lui che incontrammo Georges Auric che ci gratificò del suo ragtime Adieu
New York [Addio New York]. Abbiamo avuto anche un recital Eric Satie
che ci scrisse da Arcueil: "Soltanto la vostra opinione e quella dei vostri
amici conta per me, semplice e buon vegliardo [10]".

Senza essere egli stesso dadaista o surrealista, Paul Neuhuys, il principale


animatore di Ça ira!, rimase sino alla fine della sua vita, nel 1984, fedele
alla spontaneità di questi movimenti, da cui trasse il miele nella sua
ventina di raccolte di poesie in cui la fantasia e l'umorismo lo contendono
alla gravità discreta e ad una certa amarezza. Ma questa è un'altra storia
che bisognerà raccontare

Copyright © 2000
Académie royale de langue et de littérature françaises de Belgique. Tous
droits réservés.

Comunicazione di GEORGES-HENRI DUMONT alla seduta mensile del 8


aprile 2000

[Traduzione di Elisa Cardellini]

NOTE

[1] Scrivendo la prefazione alla riedizione della collezione completa di Ça


ira! Per Jacques Antoine, nel 1973, Paul Neuhuys non cita Paul Manthy tra
i collaboratori della sua rivista!

[2] Furet, Le passé d’une illusion. Essai sur l’idée communiste au XXe
siècle, Paris, 1995, p. 139; [Tr. it.: Il passato di un'illusione. L'idea
comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano, 1995].
[3] queste due poesie non sono presenti nell'Œuvre poétique edita nel
1979.

Ecco il testo in francese:

Une lueur frôla la vallée. Il semblait


que la glèbe devînt vivante.
Ils furent dans l’aube albe où mourrait l’épouvante,
deux Hommes qui allaient.
Et le vainqueur jeta son arme,
— son arme ? — sa croix...
Et le vaincu, avec des larmes
Effaçait le sang de ses doigts...
Plus explicite, Suie et Pluie se termine par ce cri:
Ahan ! Ahan !
La révolte fait des géants!

[4] Sul piano delle arti plastiche, pagine eccellenti sono state scritte da
Marc Van den Hoof, Histoire d’une revue : Ça ira (1920-1923), mémoire
de licence en philologie romane, Katholieke Universiteit te Leuven, 1971,
p. 35-51.

5 Bruxelles, 1983, p. 10.

6 Sulr les relations entre Michel de Ghelderode et Clément Pansaers, cfr.


Roland Beyen, Michel de Ghelderode ou la hantise du masque, 2e éd.,
Bruxelles, 1971, p. 110-113.

[7] Marc Dachy, "Meeting pansaérien, suivi d’un Appel à témoins", in:
Plein chant, 39-40, Bassac, 1988, p. 23. Nello stesso numero, interrogato
da Christian Bussy, Paul Neuhuys ricorda: "Avemmo uno scambio di
opinioni con Clément Pansaers ad Anversa. Ne risultò una reciproca
perplessità. Molto robusto, la schiena un po' ricurva, avvolto in un grande
mantello un po' alla maniera dandy di Barbey d’Aurevilly. Lo chiamavamo
il conestabile, il conte della scuderia Dada. Era affiancato da una
compagna in cappellino e gonna corta, il che era molto audace per
l'epoca, la marchesa Bianca da Pansa" (p. 97).
Da parte sua, Pansaers racconta a Van Esche, il 3 febbraio 1918, il suo
incontro con la redazione di Ça ira! ad Anversa, alla taverna
Holsters:"Flaccido ed incolore scambio di vedute- mi occorse un bel po' di
tempo– il tempo che si formasse un'atmosfera- un po' tiepida-
solleticante- narcotica- per sciogliere la lingua-ho piuttosto ascoltato- un
po' distratto- amorfo- Mia moglie ha ammirato il vostro piccolo
raggruppamento e la sua buona volontà- spirito che non si trova a
Bruxelles". Citato da Marc Van den Hoof, op. cit., p. 85.
[8] La prima fu Haro, che pubblicò dei testi di Clément Pansaers, Auguste
Haberu e Charles Plisner.

[8a] Testo in lingua originale:

Fils de nourrice,
enfant de course,
enfant intelligent,
femme du monde inconnu, ma belle enfant, tu
glisses (fleur fanée, péché mortel, petite ?)
dans l’herbe morte, chaleur morte.
Fils soumis,
une fois le bambin, les jeux, l’indécence,
je joue du vieil ami je joue du monologue,
je joue du paysan
Benjamin Péret, lui, invoque, une Réforme :
En traîneaux sur la Néva
je glisse translucide
entouré d’hippocampes blancs
petit cul pâle
que viens-tu faire ici
les casse-noisettes ont fermé leurs Oreilles
les champignons poussent sur la fonte
il n’y a plus que nous qui pensons aux gommes à effacer

[9] Reconnaissance à Dada, N.R.F., 1° agosto 1920, citato da Marcel


Raymond, De Baudelaire au surréalisme, Paris, 1934, p. 316; Tr. it.: Da
Baudelaire al surrealismo, Torino Einaudi, 1948.

* In francese Ça ira! si può tradurre con "Ci riusciremo" oppure "Riuscirà",


da qui il gioco di parole e cioè: Riuscirà (nel senso di rivista) riuscirà (nei
suoi intenti di esistere ed inverare i suoi ideali) [N. d. T.].

[10] Una fotocopia di questo manoscritto, datato al 1972, è conservato


negli Archives et Musée de la Littérature [Archivi e Museo della
Letteratura]. Il passaggio citato non è presente nella versione edita
Mémoires à Dada, Le Cri, Bruxelles, 1996.

[Traduzione di Elisa Cardellini]

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La revue Ça ira entre communisme et dadaïsme