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Cirillo di Alessandria

PERCHÉ CRISTO È UNO


Traduzione introduzione e note
a cura di Luigi Leone

città nuova editrice


INTRODUZIONE

1. Vita

Sappiamo poco della vita di san Cirillo prima del­


la sua elevazione a patriarca di Alessandria (412).
Nipote del patriarca Teofilo, di cui fu successore, Ci­
rillo nacque probabilmente a Theodosiou, forse l’at­
tuale Mahalla el Kubra, nel delta del Nilo. Da alcune
lettere di Isidoro di Pelusio indirizzate con molta
franchezza al patriarca Cirillo, si deduce che Cirillo,
per un certo periodo, sarebbe vissuto nell’eremo fra
gli eremiti di Pelusio2 per porre le basi della sua vita
ascetica. La prima data sicura della vita di Cirillo è
il 403, anno in cui egli, ancora giovane lettore, accom­
pagnò lo zio Teofilo a Costantinopoli, ed intervenne
al « sinodo della quercia » presso Calcedonia, nel quale
san Giovanni Crisostomo fu deposto dal seggio di Co-

‘ Isidoro di Pelusio, Ep. I, 310, PG LXXVIII, 361; I, 324,


PG LXXVIII, 369; I. 370, PG LXXVIII, 392; ma l’autenticità
di queste lettere è m essa in dubbio da Severo di Antiochia
(CSCO 101, 252, etc.).
2 Secondo altri studiosi, Cirillo non sarebbe stato a Pe­
lusio sotto la direzione di Isidoro, ma tra i monaci della
Nitria sotto la direzione di Serapione il saggio (cf. H istory
of thè Coptic church of Alexandria, ed. B. Evetts, PO 1,
pp. 427428).
6 Introduzione

stantinopoli. Della giustezza di questa azione Cirillo


rimase convinto per tutta la sua vita; e se nel 417 Ciril­
lo si decise ad ammettere il Crisostomo nei dittici
della Chiesa di Alessandria, lo fece molto a malincuore.
Un’altra grave ombra, nella vita di Cirillo, è l’as­
sassinio della filosofessa Ipazia (415), parente del go­
vernatore Oreste, con il quale Cirillo ebbe a sostenere
un’aspra lotta nella sua azione contro i Novaziani e i
Giudei di Alessandria. Se le insinuazioni fatte dallo
storico Socrate3 circa l’assassinio di Ipazia sono ingiu­
stificate e parziali, non si può dire altrettanto di quan­
to lo stesso storico4 afferma circa l’atteggiamento vio­
lento e poco riguardoso di Cirillo verso i Novaziani e
i Giudei di Alessandria.
Dal 429 siamo meglio informati circa la vita e
l’attività di Cirillo: da quest'anno egli appare, bene
a ragione, come l’intrepido difensore dell’ortodossia
contro Nestorio. Ma di questo parleremo in seguito.
Per ora basterà dire che la vita del patriarca di Ales­
sandria, anche dopo Efeso, non fu tranquilla. Pochi
giorni dopo la deposizione di Nestorio (22 giugno 431 ),
Giovanni d’Antiochia, a capo dei vescovi della pro­
vincia ecclesiastica antiochena e degli amici di Nesto­
rio, tenne un sinodo con loro e depose Cirillo. A
questa decisione del sinodo Teodosio rispose con la
deposizione di Cirillo e di Nestorio e con la loro car­
cerazione. Solo dopo più matura riflessione da parte
dell’imperatore, Cirillo potè tornare ad Alessandria
(30 ottobre 431 ), mentre Nestorio andò a chiudersi in
un monastero di Antiochia. Finalmente nel 433 si trac­
ciò una linea d’accordo fra Alessandria e Antiochia.
Giovanni di Antiochia accettò la condanna di Nestorio,
mentre Cirillo sottoscrisse una professione di fede
(composta probabilmente da Teodoreto di Ciro, uno

3 Hist. eccl, VII, 15.


4 Ibid., VII, 7, 11 ss.
Introduzione 7

dei più brillanti teologi della Chiesa antiochena e


sostenitore di Nestorio) che, se salvava la dottrina
della maternità divina di Maria e il principio della
comunicazione degli idiomi, ossia la vera unità della
persona di Cristo, poteva tuttavia dare adito a false
interpretazioni. Difatti Cirillo, nonostante che fosse
tornata la pace, fu costretto più volte a difendere la
sua dottrina cristologica. Cirillo mori il 27 giugno
del 444.

2. Gli scritti

Gli scritti di Cirillo possono dividersi in esegetici,


dogmatici e polemici, lettere pasquali, sermoni, lettere.
Gli scritti esegetici sono la maggior parte delle sue
opere. Fortemente legato alla tradizione alessandrina
Cirillo interpreta allegoricamente l'Antico Testamento,
mentre per il Nuovo preferisce il senso letterale. Per
l'Antico Testamento citiamo L'adorazione e il culto
nello spirito e nella verità, i Glaphyra, il Commento a
Isaia, il Commento ai profeti minori. Per il Nuovo Te­
stamento citiamo il Commento al Vangelo di san Gio­
vanni, il Commento al Vangelo di san Luca, il Com­
mento al Vangelo di san Matteo.
Gli scritti dogmatici e polemici sono rivolti:
a) contro gli Ariani: Il tesoro della santa e con­
sustanziale Trinità; La santa e consustanziale Trinità;
b) contro Nestorio e i Nestoriani: Sulla vera fede
deH’imperatore Teodosio; I dodici anatemi contro Ne­
storio; Tre apologie; Note suirincarnazione dell'Uni­
genito; Contro chi non vuole confessare che la Santa
Vergine sia la Madre di Dio; Contro Diodoro e Teodo­
ro; Perché il Cristo è uno;
c) contro Giuliano che aveva scritto Contro i
Galilei, Cirillo rispose con Contro Giuliano. Dei trenta
8 Introduzione

libri che Cirillo scrisse contro Giuliano sono rimasti


i primi dieci, dai quali si può conoscere il contenuto
del primo libro di Giuliano.
Le omelie pasquali che Cirillo scrisse, fedele alla
tradizione della Chiesa alessandrina, sono di contenuto
parenetico. Furono composte tra il 414 e il 442.
I sermoni, pubblicati sotto il titolo di Omelie di­
verse, sono una ventina e di vario contenuto.
Le Lettere, scritte da Cirillo, costituiscono una
voluminosa corrispondenza molto interessante per la
storia dello Stato e della Chiesa, per la conoscenza dei
rapporti fra l'Oriente e l’Occidente, delle rivalità fra
le scuole teologiche e le varie sedi episcopali, per la
storia del dogma (soprattutto quelle indirizzate da Ci­
rillo a Nestorio).

3. Le eresie cristologiche

Le eresie relative al Verbo incarnato sorsero già


nei prim i anni del cristianesimo.
Un prim o errore cristologico fu quello dei Doceti,
secondo i quali Gesù Cristo avrebbe avuto un corpo
soltanto apparente oppure celeste: in questo modo
tutta la narrazione evangelica riguardante la nascita,
la passione e la morte di Cristo diventava un fatto
meramente fittizio. Il docetismo non fu una setta, ma
ebbe diversi aspetti fin dal tempo apostolico; fu scon­
fitto definitivamente dal concilio di Calcedonia del 451,
dove fu definito che Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto
uomo, è una persona in due nature, presenti nell’unica
persona senza mescolanza, senza mutamento, senza
divisione e separazione alcuna.
Ma più insidiose furono le eresie relative alla di­
vinità di Cristo. Già nel I I secolo Celso aveva negato
la divinità di Cristo. Anche gli Adozianisti, tra il I I e
il III secolo, erano caduti nello stesso errore partendo
Introduzione 9

da un altro punto di vista: Cristo poteva considerarsi


solo come « adottato » da Dio e perciò dotato, in
misura particolare, di singolare potenza.
Nel IV secolo, l'eresia che agitò di più la Chiesa
fu quella dì Ario, prete di Alessandria, che risolveva
il problema del Figlio nel senso d ’un radicale subordi-
nazianismo. Secondo Ario il Verbo non è eterno come
il Padre, ma ricevette la sua esistenza anteriormente
al tempo e immediatamente dal Padre, non essendo
però della stessa sostanza del Padre, ma Dio solamente
per partecipazione come noi. Non c’è che un solo Dio
ingenerato, osservava Ario: la sostanza divina è inco­
municabile, e perciò ciò che esiste fuori dell’unico Dio,
e quindi anche il Verbo, è creato. Tale eresia fu con­
dannata dal concilio di Nicea del 325 che definì la con-
sostanzialità del Verbo con il Padre e riconfermò la
fede nella divinità di Cristo.
Sembrava che con questa solenne dichiarazione
del Magistero della Chiesa sarebbero finiti per sempre
gli errori cristologici: ma non fu cosi. Stava invece
maturando il tempo in cui l’attenzione si sarebbe spo­
stata sull'unione delle due nature nell’unica persona
di Cristo. Due vivaci centri intellettuali fiorivano ad
Alessandria e ad Antiochia, dove intelligenze di pri-
m ’ordine davano vita a due scuole: l’alessandrina, sim­
patizzante per il pensiero platonico e l’interpretazione
allegorica della Sacra Scrittura; l’antiochena che pre­
feriva la filosofia aristotelica, alla quale si ispiravano
per la loro mentalità positiva che preferiva all’alle­
goria il senso storico o letterale della Sacra Scrittura.
Nel clima intellettuale di queste due scuole sor­
sero le due maggiori eresie del V secolo: il Nestoriane-
simo e il Monofisismo.
Già nella seconda metà del IV secolo, Apollinare,
vescovo di Laodicea, aveva insegnato, per salvare l’uni­
tà ontologica di Cristo contro le posizioni dualistiche
degli Adozianisti e degli Ariani, che in Cristo il Verbo
10 Introduzione

aveva preso il posto della parte spirituale dell’anima


di Gesù. In questo modo, per dare risalto alla divi­
nità di Cristo, Apollinare sacrificava l'integrità della
natura umana di Cristo. Contro questa eresia si levò
Diodoro di Tarso, criticando quanto sosteneva l'Apol-
linarismo, ma andando all'eccesso opposto, ammetten­
do cioè in Cristo l’unione del Figlio eterno di Dio con
il figlio di Maria nato nel tempo, e favorendo cosi aper­
tamente il dualismo cristologico. In questa corrente
di pensiero si inserirono prima Teodoro di Mopsuestia
e poi, più. ancora, Nestorio, i quali diedero inizio al­
l’eresia nestoriana che cosi può riassumersi:
1) In Cristo vi sono due nature complete e distin­
te: la divina con il suo « Io » divino e l’umana con
il suo « io » umano.
2) In Cristo non vi è una reale unione ipostatica,
ma solo un’unità morale del Verbo con l’uomo: questa
è data dal fatto che Cristo Dio abita nel Cristo uomo
come in un tempio.
Dal che risulta che in Cristo vi sarebbero non
soltanto due nature, ma anche due persone, e l’inabi-
tazione del Verbo nell'uomo, non andando oltre Videa
di unione accidentale, di semplice contatto, afferme­
rebbe chiaramente il dualismo ipostatico.
Il punto essenziale della controversia nestoriana
è tutto qui: se in Cristo, Uomo-Dio, ci sia perfetta unità
personale, un solo « Io », in cui si risolva realmente la
dualità delle nature, e se quest'unico « Io » sia divino,
cioè la persona del Verbo.
Ma di questo parleremo più avanti. Per ora, per
chiudere il quadro delle controversie cristologiche, è
bene accennare ad un’altra eresia, quella del Monofi­
sismo di Eutiche, nel secolo quinto. Questa eresia
sostiene che dall’unione sostanziale del Verbo con la
natura umana sorse un’unica natura, dove l’umanità
è assorbita nella divinità come una goccia di miele nel
mare. Eutiche dunque non solo non accettò la termi­
Introduzione 11

nologia già acquisita tra il concilio di Efeso e quello


di Calcedonia, secondo la quale « persona » e « natura »
non indicavano la medesima cosa, ma, per non cadere
nell’eresia di Nestorio, negò che la natura umana sus­
sistesse nell'unica persona del Verbo « senza mesco­
lanza » accanto alla natura divina. L'eresia fu condan­
nata nel concilio di Calcedonia nel 451.
Ma ritorniamo ora all’eresia nestoriana che fu
quella che impegnò fino in fondo Cirillo di Alessan­
dria. Da quando infatti, nel 428, Nestorio fu nomi­
nato vescovo di Costantinopoli e cominciò a diffondere
le sue idee, Cirillo non rimase indifferente di fronte
alle conseguenze deleterie che le idee nestoriane pote­
vano avere sulla dottrina del Verbo incarnato. E per­
ciò, prima in un’omelia pasquale nel 429, poi, nello
stesso anno, in una lettera circolare a tutti i monaci
d’Egitto, Cirillo confutò gli errori di Nestorio, senza
nominarlo. In seguito (429-430), Cirillo scrisse due
lettere (II e IV ) che confutavano direttamente Nesto­
rio: ma il vescovo di Costantinopoli non fece un passo
indietro, anzi espose le sue idee tanto al papa Celesti­
no che all'imperatore Teodosio, cosa che indusse Ci­
rillo a fare altrettanto, scrivendo Sulla vera fede a Teo­
dosio e Stilla vera fede alle Auguste (Pulcheria sorella
di Teodosio ed Eudossia sua moglie), e ricorrendo
contemporaneamente al Papa. Difatti il Papa decide­
va di dare a Nestorio dieci giorni di tempo per ritrat­
tare la sua eresia, pena la deposizione; Cirillo era in­
caricato di far valere l’autorità del Pontefice, il quale
peraltro non aveva precisato in quali termini dovesse
essere fatta la ritrattazione da parte di Nestorio. Ci­
rillo, in questo caso, ne decise arbitrariamente il mo­
do, inviando cioè a Nestorio 12 anatematismi che rias­
sumevano la dottrina che Nestorio doveva ritrattare
per non essere deposto dalla sua cattedra. Purtroppo
in questi anatematismi form ulati da san Cirillo si
usava una terminologia che Cirillo credeva di aver
12 Introduzione

ricavato da sant'Atanasio, ma di fatto era intrisa di


apollinarismo: ciò fece scoppiare una levata di scudi
da parte di m olti vescovi orientali, per cui Cirillo
dovette difendersi in tre Apologie per spiegare e inter­
pretare quanto era scritto in questi anatematismi.
Nonostante questo, Nestorio fu finalmente con­
dannato nel concilio di Efeso del 431, e la sua depo­
sizione, malgrado le proteste e l’accanimento di Nesto­
rio, fu accettata gradualmente da tutti.
L’errore di Nestorio era infatti m olto grave, poi­
ché scardinava dalle fondamenta la dottrina tradizio­
nale della Chiesa sul Verbo incarnato e, di conseguen­
za, impugnava anche il titolo di Theotokos, Madre di
Dio, dato alla Vergine.
Qual è invece la dottrina della Chiesa? Cristo è
« Figlio Unigenito di Dio, sussistente in due nature,
senza confusione, senza mutamenti, senza divisioni,
senza separazioni, rimanendo la differenza delle na­
ture nella unione e ciascuna conservando le sue pro­
prietà, sussistendo in una sola persona », come egre­
giamente fu definito nel concilio di Calcedonia nel 451.
Ora la natura è ciò per cui un essere è quello che
è ed opera in un determinato modo: l’uomo è uomo
per la sua natura umana; l’animale è animale per la
sua natura animale. Inoltre la natura è uguale in tutti
gli esseri d ’una stessa specie, e s’individua in ciascun
essere di questa specie. La natura individuata e sussi­
stente nel suo essere è incomunicabile ad altri indivi­
dui della stessa specie e si chiama « supposto »; se si
tratta d ’una natura razionale, individuata, sussistente,
incomunicabile, questo supposto razionale si chiama
« ipostasi » o « persona ».
Secondo l’ordine naturale delle cose, la natura
umana sussiste sempre in una persona umana. Ma
non potrebbe accadere che, per virtù divina, una na­
tura umana sussista in una persona divina? È quello
che avviene in Cristo, nel quale la natura umana è
Introduzione 13

assunta e sussiste nella persona del Verbo, Figlio


Unigenito di Dio. In questo modo la persona del Ver­
bo fa le veci della persona umana, non derogando per
nulla ai suoi attributi divini. Infatti la natura umana
e la natura divina restano in Cristo integre e incon­
fondibili: cosi Cristo è vero Dio e vero uomo, e a lui
competono tutti gli attributi divini ed umani. Dunque,
sia che Cristo parli ed operi come vero Dio, sia che
parli ed operi come vero uomo, Cristo è un solo
individuo operante, una sola persona: perché la per­
sona del Verbo, che esiste per se stessa, generata dal­
l’eternità dal Padre e che si identifica con la natura
divina, questa medesima persona fa esistere ed ope­
rare la natura umana. In Cristo dunque la natura di­
vina e la natura umana sussistono in una sola perso­
na, nella persona del Verbo eterno.
La dottrina cristologica di Cirillo, sebbene pecchi
talvolta di formule non sempre precise (in quanto il
significato di physis, cioè natura, è ancora incerto, e
più che la natura propriamente detta sta a significare
la persona, come si ricava dal contesto), è quella del­
la tradizione: le due nature, la divina e l’umana nel
Cristo, si sono unite veramente e sostanzialmente nel­
la persona del Verbo. Unità personale e perfetta dun­
que nel Cristo, grazie alla quale Cirillo attribuisce or­
dinariamente al Verbo incarnato le azioni e le pro­
prietà dell’una e dell’altra natura, come pure attri­
buisce in concreto alla divinità o all'umanità le azio­
ni e le passioni dell’altra natura (communicatio idio-
m atum ).
14 Introduzione

4. Perché Cristo è uno

Questo dialogo è contro la dottrina nestoriana,


ma non solo contro Nestorio, bensì anche contro Dio­
doro di Tarso e Teodoro di Mopsuestia.
Diodoro di Tarso, considerato durante la sua vita
un pilastro dell’ortodossia, un secolo dopo la sua mor­
te fu condannato come il fondatore di quella dottrina
che sarebbe stata poi sviluppata da Teodoro di Mop­
suestia e poi difesa ad oltranza da Nestorio. Per di­
fendere la divinità di Cristo contro gli Ariani e la sua
perfetta umanità contro gli Apollinaristi, Diodoro cad­
de nell’errore di ridurre l’unione del divino con l'uma­
no ad una semplice inabitazione del Verbo in un
uomo. Per quanto dai fram menti rimastici non sia ben
chiaro il suo pensiero, rimane tuttavia certo che egli
ammetteva in Cristo una doppia ipostasi.
D’accordo con Diodoro, il discepolo Teodoro di
Mopsuestia sosteneva in Cristo due persone, ammet­
tendo che tanto la natura divina che la umana sono
anche persone. L’unione delle due nature è data dal
sentimento e dalla volontà comune: l’uomo è congiun­
to col Verbo in una unità morale, ma le proprietà e
l’agire delle due nature si distinguono nettamente, sic­
ché per Teodoro soltanto l’uomo nacque, soffri e mori,
e Maria non può dirsi propriamente Madre di Dio.
Tanto Diodoro che Teodoro fanno parte della
scuola antiochena.
Ora, che Cirillo intenda polemizzare in alcuni
punti con Diodoro e Teodoro è dimostrato evidente­
mente da alcuni accostamenti tra i testi di Cirillo e
quelli di Diodoro e di Teodoro5. Ma è anche manife­
sto che con la formula vaga « dicono » Cirillo voglia

5 Cf. Cyrille d’Alexandrie, Deux dialogues Christologiques,


Introd., texte critique, trad. et notes par G.M. de Durand
(S. Ch. 97), Paris 1964, pp. 60-69.
Introduzione 15

talvolta polemizzare non tanto con persone in parti­


colare quanto con indirizzi teologici del suo tempo.
Si pensa che il dialogo sia stato composto fra il
434 e il 437. Lo si deduce con approssimazione da
una lettera di Cirillo a Succenso6, dal Breviario della
causa dei Nestoriani e degli Eutichiani di Liberato di
Cartagine1, dalla lettera L X IV di Cirillo8.
Il contenuto dello scritto può considerarsi diviso
in tre punti: la maternità divina, il problema delle
due nature in Cristo e infine Vinterprefazione di al­
cuni passi biblici per capire come il Verbo di Dio,
pur rimanendo impassibile, abbia sofferto per noi ciò
che è proprio della carne.
Quanto alla maternità divina di Maria, Cirillo si
appella alla dottrina tradizionale, secondo la quale
Maria è Theotokos (Madre di Dio), e non solo Chri-
stotokos (Madre di Cristo) o Anthropotokos (Madre
dell'uomo) come volevano i Nestoriani. Cirillo ricava
la dottrina della maternità divina di Maria dalla com­
municatio idiomatum, per cui la parola Theotokos è
considerata da lui come una conseguenza necessaria
della dottrina cristologica. Infatti, in virtù dell'unione
ipostatica, tutte le proprietà della natura divina e di
quella umana, si possono e si debbono predicare del­
l'unica persona di Cristo. Perciò, il problema centrale
è, per Cirillo, la persona di Cristo e la relazione in
Cristo fra la divinità e l'umanità.
Mentre nei prim i scritti accetta passivamente una
terminologìa imprecisa come quella del « tempio » e
della « dimora » in riferimento all'abitazione del Ver­
bo nella carne, in questo dialogo Cirillo affronta con
più sicurezza il problema dell'Incarnazione e dell'unio­
ne ipostatica. Se rimane qualche imprecisione, questa

6 De Durand, op. cit., pp. 70-73.


7 Ibid., pp. 73-77.
8 Ibid., pp. 77-80.
16 Introduzione

è dovuta più al tempo in cui fu scritto il dialogo


che al pensiero teologico di Cirillo. Fu il concilio di
Calcedonia (451) a definire, con esatta terminologia,
l’unione delle due nature in una sola persona.

5. Il testo del « Perché Cristo è uno »

A) I manoscritti
La tradizione diretta del Quod unus sit Christus
è contenuta in tre manoscritti·.
1) Il Monacensis graecus 398 (sec. X -XI), perga­
menaceo, ff. 254r-298r, tradotto dall'umanista Bona­
ventura Vulcatius (1538-1614), e copiato, con qual­
che lacuna, a causa della cattiva conservazione del
manoscritto, dal bibliotecario M. Ehinger.
2) Il Vaticanus graecus 596 (sec. X IV ), cartaceo,
ff. 349v - 413 r.
3) Il Vatopedinus 390 del Monte Athos (sec. X IV ),
pergamenaceo, ff. 205r-249v.
Il numero ristretto dei m anoscritti9 potrebbe far
pensare ad una scarsa diffusione del Quod unus sit
Christus, ma cosi non è se osserviamo sia la tradizio­
ne indiretta, che attesta frequenti richiami al nostro
testo, sia le versioni in siriaco ed armeno che evi­
denziano la popolarità dello scritto, almeno in alcuni
ambienti.

9 Quanto alla bontà dei tre manoscritti bisogna osservare


che il Monacensis graecus 398, benché antico, non è tuttavia
molto utile per la ricostruzione del testo: e non danno molte
garanzie neppure gli altri due che sembrano due copie del
Monacensis. Forse è più interessante il Vaticanus graecus 596
per le numerose correzioni di seconda mano che potrebbero
forse far pensare ad un confronto con altro manoscritto.
Introduzione 17

B) Versioni
La versione sirìaca è contenuta in quattro mano­
scritti del British Museum, dei quali due (Add. syr.
14.531, sec. VII-VIII, fi. lv -6 0 r e Add. syr. 14.557,
sec. VII, fi. 50v - 95v) danno il testo completo; il terzo
(Add. syr. 17.149, sec. VI, fi. 39r-64r) presenta una
grossa lacuna, per colmare la quale è stata eseguita,
nel V II-V III secolo, un'altra traduzione contenuta at­
tualmente in Add. syr. 17.150, sec. VII-VIII, fi. lr-1 7 r,
quarto manoscritto.
La versione siriaca è generalmente attendibile;
tuttavia, sebbene il traduttore non abbia fatto rile­
vanti emendamenti, limitandosi talvolta ad eliminare
piccoli particolari come particelle, endiadi, epiteti, la
sua tendenza però alla perifrasi non dà alla traduzione
sufficienti garanzie10.
La versione armena si trova in quattro mano­
scritti usati da F.C. Conybeare ("The Armenian Ver-
sion of Revelation and of Cyril of Alexandria's Scholia
on thè Incarnation, London 1907, pp. 165 ss.) per
l'edizione degli Scholia de incarnatione Unigeniti. Dai
colofoni di due di questi manoscritti (Arm. e 20, f.
172r; Arm. e 36, f. 195v) si ricavano la data e l'autore
di questa versione: « il secondo anno del regno di
Anastasio (II) », ossia fra il 714 e il 715, autori Ste­
fano, più tardi vescovo di Siunik, e Davide creden­
ziere imperiale.
La versione armena è estremamente letterale: ciò,
se da una parte è spesso a danno dell'eleganza, costi­
tuisce però un motivo di credito valido per la rico­
struzione del testo u.

10 Cf. De Duranti, op. cit., p. 156.


11 Cf. ibid., pp. 156-158.
18 Introduzione

C) La tradizione indiretta
La tradizione indiretta del Quod unus sit Christus,
per quanto riguarda i testimoni greci, si limita a
qualche breve frammento contenuto nel codex Vati­
canus 1431, interessante florilegio della fine del V se­
colo, e a due lunghi passi contenuti nella Panoplia
Dommatica di Eutim io Zigabeno (sec. X I).
Più frequenti invece i richiami al Quod unus sit
Christus nella traduzione siriaca delle opere di Severo
di Antiochia la quale, riportando un testo vicino a
Cirillo, ed essendo stata anch'essa eseguita in epoca
molto antica, potrebbe essere di grande aiuto per la
ricostruzione del testo: purtroppo però la traduzione
non è sempre fedele a.
Migliore è invece, sotto quest’aspetto, la tradu­
zione armena di un'opera di Timoteo Eluro, intitolata
Confutazione della dottrina definita nel concilio di
Calcedonia, e risalente al V I secolo. I fram menti ri­
portati in quest’opera sono tuttavia molto brevi13.

D) Edizioni e traduzioni
Il testo del Quod unus sit Christus fu pubblicato,
per la prima volta, e solo in traduzione latina, nel
1605 da Bonaventura Vulcatius a Leida. In seguito,
nel 1638, Jean Aubert pubblicò anche il testo greco
nell'edizione completa delle opere di san Cirillo (S.
Cyrilli Alexandrini opera omnia graece et latine, Pa­
risiis 1638, 6 voli.). Questa edizione però lascia molto
a desiderare perché si basa sulla copia, talvolta lacu­
nosa, eseguita da Ehinger del Monaoensis graecus 398,
e inoltre accusa vari errori di stampa. A questi, ma
non alle lacune, riparò l’edizione del Migne, nel 1863,
in Patrologia graeca, LXXV, 1253-1362, che riportò il

« Cf. ibid., p.161.


u Cf. ibid., pp. 161-162.
Introduzione 19

testo pubblicato da Aubert. Nel 1877 usci l’edizione


curata da P.E. Pusey ( Sancti Patris nostri Cyrilli ar­
chiepiscopi Alexandrini, De recta fide ad Imperatorem,
De incarnatione Unigeniti, De recta fide ad principissas,
De recta fide ad Augustas, Quod unus sit Christus dia­
logus, Apologeticus ad Imperatorem, edidit post Auber-
tum Philippus Edwardus Pusey, Oxford 1877) 14. Ma
anche questa edizione lasciava delusi per un uso, per
quanto accurato, tuttavia indiscriminato sia dei codici
che delle loro varianti, tanto da far scrivere a E.
Schwartz nei suoi Acta Conciliorum Oecumenicorum
(I, 1, 1, p. X X ): « codicibus imprudenter electis im­
prudentiam tribuebat (Pusey) fiduciam sermonis leges
sensusque aptitudinem parum curans ».
Una più recente edizione critica è quella pubbli­
cata in Sources Chrétiennes 97: Cyrille d’Alexandrie,
Deux dialogues Christologiques, Introduction, texte
critique, traduction et notes par G.M. de Durand, Pa­
ris 1964, pp. 548.
Il dialogo è stato tradotto in tedesco da O. Bar­
denhewer e pubblicato in Bibliothek der Kirchenvdter
(II, 12), Miinchen 1935; è stato anche tradotto e pub­
blicato in inglese da E.B. Pusey, padre di P.E. Pusey,
in Library of thè Fathers of thè Holy Catholic Church,
46, Oxford 1881.

E) Lo stile
La forma letteraria di Cirillo riflette il tormento
della materia che tratta. Egli non si stanca mai di
ripetere, di martellare lo stesso concetto. Cirillo dimo­
stra sempre uno sforzo cosciente di voler far capire le
cose e perciò sono lontane da lui velleità di artifizi e

14 Si può consultare la ristampa dell’opera Cyrilli Alex,


etc., Reprint of thè edition Oxford 1877, Bruxelles, Editions
Culture et Civilisation, G. Lebon, 1965, pp. XXIV, 488.
20 Introduzione

di ornamenti inutili. Tutte le parole hanno ragion d ’es­


sere in vista dell'intelligibilità della sua prosa; Cirillo
talvolta inventa termini nuovi, ma facili a capirsi;
non si preoccupa tanto del ritmo, dell'armonia, quanto
di farsi leggere. Raramente capita d ’imbattersi in qual­
che oscurità, in qualche ambiguità.
Le citazioni bibliche sono a portata di mano: Ci­
rillo cita spesso a memoria, e non è raro che qualche
citazione si presenti, anche a breve distanza, in due
forme differenti. Cita più il Nuovo che l’Antico Testa­
mento. Il suo stile perciò è quello del teologo, del pa­
store d ’anime, e si distingue per limpidezza di pensiero
e sicurezza di dimostrazione, anche se talvolta a di­
scapito dell'eleganza.

N ota: La traduzione italiana è stata condotta sull’edizione


critica del Quod unus sit Christus pubblicata in Sources Chré-
tiennes 97 (Cyrille d'Alexandrie, Deux dialogues Christologi-
ques, Introduction, texte critique, traduction et notes par
G.M. de Durand, Paris 1964).
Per i testi biblici citati nel Dialogo sono state utilizzate
le traduzioni a cura della CEI.
Il Dialogo è schematizzato in domande-risposte: A, sta per
Autore; B, per il suo interlocutore.
Cirillo di Alessandria

PERCHÉ CRISTO È UNO1

1 II titolo latino del dialogo è: Quod unus sit Christus.


La Parola di Dio nutrimento dello spirito

A - Quelli che sono veramente sensati ed hanno


accolto nel loro spirito la conoscenza che dà la vita
non possono mai sentirsi pienamente sazi delle scien­
ze sacre. Sta scritto infatti: « Non di solo pane vive
l'uomo, m a di ogni parola che esce dalla bocca di
Dio » 2. La Parola di Dio in effetti è nutrim ento dello
spirito e pane spirituale che fortifica il cuore dell'uomo,
come si canta nel Libro dei Salmi \
B - Dici bene4.
A - Fra i pagani, il fior fiore degli uomini colti
sono stati presi d'ammirazione per il ben p a rla re 5:
la più grande loro preoccupazione è l'eleganza del­
l’espressione, compiacendosi della pura finezza verbale
e vantandosi deH'artificiosità del linguaggio. La ma-

2 Mt. 4, 4 (cf. Deut. 8, 3).


3 Cf. Sai. 103, 15.
4 Mentre « A » indica, nel dialogo, Cirillo, « B » invece è
un interlocutore che non è un avversario diretto, né un disce­
polo alla maniera dei dialoghi platonici, ma un amico che si
fa portavoce degli avversari.
5 Cirillo è convinto che la retorica è utile solo come pre­
parazione aH'insegnamento della verità: perciò il suo stile
rivela la profondità, la precisione e la chiarezza delle sue
vedute.
24 Cirillo di Alessandria

teria dei poeti è la menzogna abbellita daH’armonia


dei ritm i e dei metri, mentre della verità essi si preoc­
cupano molto poco. Il loro male è la mancanza di
un’esatta ed utile conoscenza, di quella cioè che si
riferisce a colui che per sua natura e veramente è
Dio. O piuttosto, per dirla con san Paolo: « Essi vaneg­
giarono nei loro ragionamenti e si è ottenebrato il loro
cuore insensato. Essi, che pretendevano d'essere sa­
pienti, divennero stolti e sostituirono la gloria del Dio
incorruttibile con simulacri fatti a immagine di un
uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di ret­
tili » 6.
B - È vero. Di essi pertanto cosi disse Dio per
mezzo della voce di Isaia: « Sappiate che il loro cuore
è cenere e sono nell’errore » 7.
A - E cosi per quel che riguarda i poeti. Quanto
poi agli inventori delle empie eresie, ai profanatori e
agli apostati che spalancano la loro bocca smodata
contro la gloria divina e « divulgano dottrine perver­
se » 8, li si potrebbe accusare d'essere scivolati in una
demenza non inferiore a quella dei pagani o forse supe­
riore. « Sarebbe stato meglio per essi non aver cono­
sciuto la via della verità che, una volta conosciutala,
voltare le spalle al santo comandamento che era stato
loro trasmesso. Capitò loro ciò che dice quel giusto
proverbio: Il cane è tornato al suo vomito, e: La scrofa
appena lavata tom a a rotolarsi nel brago » 9. Essi si
sono divise le accuse blasfeme da muovere contro
Cristo e, come lupi feroci e violenti, portano la rovina
in mezzo alle pecore per le quali Cristo è morto, e rapi­
nano le sue cose, « ammassando per sé roba che loro
non appartiene » 10, come sta scritto, e « rendendo du-
« Rom. 1, 21-23.
7 Is. 44, 20.
* Atti, 20, 30.
» 2 Pt. 2, 21-22.
10 Ab. 2, 6.
Perché Cristo è uno 25

ram ente pesante il loro giogo » u. Ad essi si adattereb­


bero molto bene le parole: « Uscirono da noi, ma non
erano dei nostri » n.
B - Certo non erano.
A - Ma ecco per noi una buona occasione per ta­
gliar corto con siffatta gente. Alcuni infatti stoltamente
tirano giù dalla sua suprema altezza il Verbo Figlio
unigenito di Dio e abbassano il suo grado d’uguaglianza
con il Dio Padre asserendo che egli non è consustan­
ziale e rifiutandosi di attribuirgli la perfetta identità
di natura. Altri, facendo lo stesso cammino di quelli
che abbiamo ricordato e cadendo nella rete della morte
e « nel profondo dell'infemo » 13, spiegano arbitraria­
mente il mistero dell'Unigenito indipendentemente dal­
l'economia della carne e cadono in una follia simile
a quella dei precedenti. Difatti i prim i vorrebbero pri­
vare, per quanto è loro possibile, delle prerogative del­
la divinità il Verbo nato dal Padre ancora prim a del­
l'Incarnazione. I secondi pensano di combatterlo an­
che dopo la sua Incarnazione: per poco non gli rim­
proverano, questi insolenti, la sua generosità verso gli
uomini! Sostengono in qualche modo che egli non si
sia comportato bene ad addossarsi la came e i limiti
dell'annientamento, cioè a farsi uomo « e ad essere
comparso sulla terra e ad essere vissuto tra gli uomi­
ni » 14, egli che è Dio e siede insieme al Padre.
B - È giusto quel che dici.
A - Contro queste due forme d'ignoranza si leva
pertanto il grido della Scrittura ispirata: essa onora
la verità e denunzia l'inconsistenza e la stoltezza dei
ragionamenti di costoro e porta sul cammino della di­
vinità coloro i quali sono avvezzi a guardare con l'oc-

i‘ Ab. 2, 6.
« 1 Gv. 2, 19.
« Prov. 9, 18.
« Bar. 3, 38.
26 Cirillo di Alessandria

chio penetrante e attento dello spirito nel mistero pro­


posto. Ma ora vorrei sapere da te — giacché mi sembra
che l’argomento ti turbi non poco — chi sono questi
che hanno contraffatto empiamente la tanto veneran­
da e ineffabile economia del Salvatore.
B - Hai colto bene nel segno. « Sono arso di
zelo per il Signore » 15: su questa questione mi sento
eccitato e profondamente turbato. Ho paura quando
penso dove andranno a finire i loro discorsi. Essi in­
fatti corrompono la fede tramandataci, servendosi del­
le invenzioni del dragone recentemente apparso, e ver­
sando, come un veleno, nelle anime dei semplici, le
loro idee vane, depravate e piene di stoltezza.

Il dragone di recente apparso

A - Orsù, dimmi, ti prego, chi è il dragone re­


centemente apparso, e quali sono le frottole che escono
da lui contro gli insegnamenti della verità.
B - Il dragone recentemente apparso è l’uomo
ambiguo, con la lingua intrisa di veleno, che, man­
dando a spasso l'insegnamento dei sacri misteri tra ­
smesso a tutto il mondo dai suoi dottori, anzi addirit­
tura tutta la Scrittura ispirata, e introducendo inno­
vazioni come gli pare, sostiene che la santa Vergine
non è Madre di Dio, ma piuttosto Madre di Cristo
e Madre dell'uomo,· e ai dogmi veri e genuini della
Chiesa cattolica ne sostituisce altri contraddittori ed
assurdi.
A - Tu alludi a Nestorio, penso. Lo capisco già
in qualche modo, ma, caro amico, non riesco a com­
prendere quale sia la sostanza delle sue intenzioni.
Come può dire che la santa Vergine non è Madre di
Dio?

« 1 Re, 19, 10.


Perché Cristo è uno 27

B - Perché, dice, non ha generato Dio. Il Verbo


infatti esisteva già prim a di lei, anzi prima di tutti
i secoli e del tempo, essendo coetemo a Dio Padre.
A - Negheranno dunque evidentemente anche che
l'Emmanuele è Dio; e senza ragione, a quanto pare,
l’Evangelista avrebbe spiegato questo nome dicendo:
« Che significa: Dio con noi » 16. Dio Padre affermò chia­
ramente, per mezzo della voce del profeta, che cosi
doveva chiamarsi colui che era nato dalla santa Vergi­
ne secondo la carne, perché era Dio fatto uomo.
B - Tuttavia per essi non pare che le cose stiano
in questo modo: essi sostengono che Dio, ossia il Verbo
di Dio, è stato con noi alla maniera di chi porta aiuto.
Infatti ha salvato il mondo per mezzo di colui che è
nato da una donna.
A - Dimmi, non era forse con Mosè per liberare
Israele dal paese degli Egizi e dalla loro tirannia « con
mano forte e braccio teso » 17, come sta scritto? E in
seguito, non lo vediamo affermare chiaramente a Gio­
suè: « E come sono stato con Mosè, cosi sarò anche
con te » 18?
B - È vero.
A - Perché dunque nessuno di questi è stato chia­
mato Emmanuele, mentre il nome si è accordato sol­
tanto a chi è stato generato secondo la carne m ira­
colosamente da una donna negli ultimi tempi del
mondo?
B - In che modo dunque penseremo che Dio sia
stato generato da ima donna? forse che il Verbo ne
ha partecipato la sostanza che è in lei e deriva da lei?

« Mt. 1, 23 (cf. Is. 7, 14).


1
” Sai. 135, 12 (cf. Deut. 5, 15).
« Gios. 1, 5.
28 Cirillo di Alessandria

Il Verbo sì è fatto carne


A - Lungi da noi un modo di ragionare cosi scon­
siderato ed assurdo! Il pensare che l’ineffabile sostan­
za deH'Unigenito sia frutto della carne è un discorso
da folle, è il volgersi d'una mente squilibrata verso ciò
che non conviene. Al contrario, egli era, come Dio,
coeterno con il Padre che l'ha generato, ed è stato
generato da lui in maniera ineffabile secondo la sua
natura. Per quelli che vogliono sapere chiaramente
come e in che modo egli è apparso in forma simile alla
nostra ed è divenuto uomo, il divino evangelista Gio­
vanni lo spiega loro con queste parole: « E il Verbo
si è fatto carne, ed ha dimorato fra noi, e noi abbiamo
contemplato la sua gloria, gloria che come Unigenito
ha dal Padre, pieno di grazia e di verità » 19.
B - Ma, essi dicono, se il Verbo è divenuto carne,
non è rim asto Verbo, m a piuttosto ha cessato di essere
quello che era.
A - Ma queste sono frottole e ciance, invenzioni
di gente spostata e nient'altro. Pensano infatti, a quanto
sembra, che la parola « divenne » significhi inevitabil­
mente e necessariamente un mutamento, un cambia­
mento.
B - Si, lo dicono, e sostengono la loro argomen­
tazione fondandosi sull’autorità della Scrittura ispi­
rata. Infatti, essi affermano, in qualche luogo si dice
della moglie di Lot che « divenne tuia statua di sale » 70,
e del bastone di Mosè che « lo gettò a terra e il bastone
diventò un serpente » 21. In realtà, in questi casi vi è
stato un m utamento di natura.
A - Allora, quando si canta nel salmo: « Il Signo­
re divenne per me un rifugio » 72, e ancora: « O Si­
is Gv. 1, 14.
“ Gen. 19, 26.
21 Es. 4, 3.
22 Sai. 93, 22.
Perché Cristo è uno 29

gnore, ti sei fatto nostro rifugio di generazione in ge­


nerazione » 23, cosa vogliono dedurne? Forse che Dio
che qui è magnificato, cessando d’essere Dio, si è
cambiato, trasformandosi, in un rifugio, ed ha scam­
biato la sua natura con un'altra che all’inizio non
aveva?
B - E come ciò non è assurdo e sconveniente,
trattandosi di Dio che è tale per natura? Essendo in­
fatti immutabile per natura, rimane assolutamente
ciò che era e sempre è, anche se si dice che egli « è
divenuto » rifugio per alcuni.
A - Tu parli benissimo e in maniera molto giusta.
Dunque, quando si fa menzione di Dio, se si adopera
la parola « divenne » è assurdo ed empio pensare che
questa parola significhi un mutamento: non è meglio
piuttosto sforzarsi d’intenderlo in altro modo e di
adattarlo sapientemente a ciò che soprattutto conviene
e si addice al Dio immutabile?
B - In che modo dunque diciamo che il Verbo è
divenuto carne, rispettando sempre l'immutabilità e
l'inalterabilità che gli sono proprie, essenziali e innate?
A - Il sapientissimo Paolo, dispensatore dei suoi
misteri, m inistro della predicazione evangelica, ce lo
spiegherà dicendo: « Abbiate in voi lo stesso sentire
che fu in Cristo Gesù, il quale, avendo form a di Dio,
non ritenne rapina l’essere uguale a Dio, ma esinanì se
stesso, prendendo forma di schiavo, divenuto simile
agli uomini, e apparso in aspetto d'uomo, umiliò se
stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla
morte in croce » 24. Difatti, benché Dio e nato da Dio
per natura, il Verbo Unigenito di lui, « splendore della
gloria e impronta della sostanza » 25 di colui che l’ha
generato, divenne uomo, non cambiandosi in carne o

» Sai. 89, 1.
» Fil. 2, 5-8.
25 Ebr. 1, 3.
30 Cirillo di Alessandria

subendo un rimescolamento o un miscuglio o altra


di cose siffatte, ma sottoponendo piuttosto se stesso
all'annientamento, « in luogo della gioia che gli era
proposta, disprezzando l'ignominia » 26 e non sdegnan­
do la miseria dell'umanità. Egli volle, come Dio, che
la carne sottomessa alla m orte e al peccato riuscisse
manifestamente vittoriosa sulla morte e sul peccato, e
volle riportarla allo stato originale, facendola sua, e
non sprovvista d'anima come pensano alcuni27, m a
vivificata anzi da im'anima intellettiva. Non sdegnando
di percorrere una via conveniente alla circostanza, si
è assoggettato, come si dice, alla nascita simile alla
nostra, pur restando quel che era. Infatti egli è stato
generato, in modo miracoloso, da una donna secondo
la carne: giacché non gli era possibile, essendo Dio
per natura, di rendersi visibile agli abitanti della terra
in altro modo che sotto un aspetto simile al nostro,
lui invisibile ed incorporeo. Non gli era possibile tran­
ne che decidendo d'incarnarsi e di m ostrare in se
stesso e in sé solo la nostra natura arricchita degli
onori divini. Il medesimo era infatti Dio e insieme
uomo, e simile all'uomo in quanto egli era Dio con
il comportamento esteriore dell'uomo. In effetti, egli
era Dio sotto un aspetto simile al nostro ed era Signore
sotto la forma di schiavo. In questo senso diciamo che
egli divenne carne. Per questa ragione asseriamo che
la Vergine santa è anche Madre di Dio.
B - Vuoi che, confrontando i loro argomenti con

26 Ebr. 12, 2.
27 Apollinare, per salvare l’intima unione fra la divinità
e l’umanità nel Cristo e impedire d'interpretare le due nature
nel senso di una doppia personalità, insegnò che in Cristo si
trovavano il corpo umano e l’anima irrazionale, mentre l’anima
razionale era sostituita dal Verbo divino. Il Cristo perciò,
secondo Apollinare, possedeva una divinità perfetta, ma una
umanità incompleta. Apollinare fu condannato nel concilio
di Costantinopoli nel 381.
Perché Cristo è uno 31

i tuoi, facciamo un esame più approfondito della que­


stione, oppure crediamo semplicemente alle tue parole,
ritenendo giusto ciò che tu hai riferito?

Parlare nell'accordo delle Sacre Scritture

A - Secondo me, bisogna ammettere tutto ciò che


abbiamo detto, avendo parlato saggiamente e a pro­
posito, in perfetto accordo con le Scritture ispirate.
Ma di' anche tu che te ne sembra: dal dibattito può
nascere qualche buon risultato.
B - Il divino Paolo, essi dicono, parla del Figlio
come se fosse divenuto maledizione e peccato. Egli dice
infatti: « Colui che non commise il peccato, Dio lo
fece per noi peccato » M. E ancora: « Cristo ci ha riscat­
tati dalla maledizione della Legge, essendo per noi dive­
nuto maledizione » 19. Ora Cristo, essi dicono, non è di­
ventato realmente maledizione e peccato: la Sacra
Scrittura intende dire un’altra cosa. Cosi, dicono, si de­
ve interpretare la frase: « E il Verbo divenne carne » 30.
A - E appunto, come il dire che egli è divenuto
maledizione equivale a dire che egli è divenuto pec­
cato, allo stesso modo ciò introduce il concetto che
egli è divenuto carne, e si comprende prim a delle altre
verità che lo riguardano31.

μ 2 Cor. 5, 21.
» Gal. 3, 13.
30 Gv. 1, 14. Secondo gli eretici c’è equivalenza fra le frasi
« divenne peccato », « divenne maledizione » e « divenne carne ».
31 II testo non è chiaro: pare che Cirillo voglia dire che
l'idea dell'Incarnazione ha una priorità necessaria su altre
affermazioni che riguardano Cristo. Cioè Cristo in tanto è
divenuto maledizione e peccato in quanto prima è divenuto
carne. In realtà, il Padre ha ridotto il Figlio peccato, ossia
lo ha identificato in qualche modo col peccato, facendolo par­
tecipe della natura umana caduta nel peccato e addossandogli
i peccati di tutti gli uomini perché li espiasse. Inoltre lo ha
32 Cirillo di Alessandria

B - Cosa vuoi dire? Infatti se qualcuno dicesse ad


essi: « Chi non aveva conosciuto il peccato è divenuto
peccato per noi; egli ha redento anche dalla maledi­
zione della Legge quelli che erano sotto la Legge, di­
venendo per essi maledizione », chi potrebbe dubitare
che ciò si riferisca al tempo in cui l’Unigenito si è
incarnato e divenuto uomo?
A - L’idea dell'Incarnazione comporta dunque an­
che quelle sofferenze, come per esempio la fame e
la fatica, che, in virtù dell’economia, sono state inflitte,
attraverso quella, a colui che ha subito l'annienta­
mento volontario. Come infatti non si sarebbe affa­
ticato egli che possiede tu tta la potenza, né si sarebbe
detto che ha avuto fame egli che è il nutrim ento e la
vita di tutti, se non avesse fatto suo proprio un corpo
che per natura è portato alla fame e alla fatica, cosi
non sarebbe stato m ai annoverato fra i senzalegge
— giacché diciamo in effetti che egli è divenuto pec­
cato — non sarebbe mai divenuto maledizione, suben­
do per noi la croce, se non fosse divenuto carne, cioè
se non si fosse incarnato e fatto uomo, assoggettandosi
per noi ad una nascita umana come la nostra, quella
cioè per cui è nato dalla santa Vergine.
B - Sono d'accordo. Hai ragione.
A - D'altronde è sciocco pensare e dire che il Ver­
bo è divenuto carne proprio allo stesso modo con il
quale è divenuto maledizione e peccato.
B - In che modo?
A - Non è forse per distruggere la maledizione
che egli fu maledetto, e per far cessare il peccato che
il Padre lo fece peccato?

fatto diventare maledizione, non nel senso che Gesù stesso


sia stato maledetto dal Padre, ma in quanto Cristo, sottopo­
nendosi alla maledizione della croce, si pose e si trovò in
tono stato dichiarato maledetto, perché la morte sulla croce
è una maledizione (è scritto: « Maledetto colui che pende
sul legno »: Deut. 21, 23).
Perché Cristo è uno 33

B - Cosi dicono anch'essi.


A - Dunque, se è vero, come essi ammettono, che
il Verbo è divenuto carne alla stessa maniera come è
divenuto maledizione e peccato, si deve concludere
che è divenuto carne per la distruzione della carne. E
allora, com’è che rende incorruttibile e immortale que­
sta carne, cominciando da quella che aveva fatto sua
propria? Infatti egli non permise che questa rimanesse
m ortale e corruttibile (poiché Adamo ci trasmetteva
la pena inflittagli per la sua trasgressione) ma, poiché
era la carne di Dio incorruttibile, ossia la sua propria
carne, la pose al di là della morte e della corruzione.
B - Dici bene.

Adamo anima vivente: Cristo spirito vivificante

A - La Sacra Scrittura dice in qualche p a rte 32


che il primo uomo, ossia Adamo, fu creato anima vi­
vente, m entre l’ultimo Adamo, ossia Cristo, spirito
vivificante. Dunque, come fu per la soppressione della
maledizione e del peccato che divenne maledizione e
peccato, possiamo dire anche che fu per distruggere
la condizione di anima vivente che fu fatto spirito
vivificante? Infatti, travisando fino all'assurdo il senso
della parola « divenire », affermano che egli è divenuto
carne cosi come è divenuto maledizione e peccato.
Dunque bisogna escludere che il Verbo si è fatto carne,
ossia che è divenuto uomo. Accettato ciò come vero,
il mistero perde per noi ogni suo significato: Cristo
non è nato, né è morto, né è risuscitato secondo le
Scritture. Dove è dunque la fede, « la parola della fede
che noi predichiamo » 33? In che modo infatti Dio
lo ha risuscitato dai m orti se non è m orto? E come

32 Cf. 1 Cor. 15, 45.


« Rom. 10, 8.
34 Cirillo di Alessandria

sarebbe m orto se non è nato secondo la carne? E


quale sarà mai la risurrezione dei morti, che alimenta
nei santi la speranza della vita perenne, se Cristo non
è risuscitato? E quale sarà sui corpi umani l'azione
vivificatrice che si compie mediante la partecipazione
alla sua santa carne e al suo sangue?
B - Affermiamo dunque che il Verbo è divenuto
carne in virtù della nascita secondo la carne da ima
donna, e che si è assoggettato a questa nascita negli
ultimi tempi del secolo, per quanto, come Dio, esi­
steva già prim a di tutti i secoli.
A - Senz’altro! Cosi infatti è divenuto simile a
noi in tutti i sensi, tranne che nel peccato. E lo te-
stimonierà il sapientissimo Paolo dicendo: « Poiché
dunque i figlioli hanno comune il sangue e la carne,
anch'egli, allo stesso modo, ne è divenuto partecipe,
per ridurre aU'impotenza, mediante la morte, colui che
aveva il potere della morte, ossia il diavolo, e affran­
care quanti, per timore della morte, durante tutta la
vita erano soggetti a schiavitù. Non certo infatti agli
angeli viene in aiuto, ma alla discendenza di Abramo.
Ecco perché doveva farsi simile in tu tto ai fratelli » M.
La somiglianza « in tutto » ha, per cosi dire, un inizio
e un punto di partenza nel concepimento da donna,
nella manifestazione nella carne di colui che, per na­
tura, era invisibile, neH'abbassarsi alla nostra condi­
zione, in vista dell'economia, di colui che aveva il più
alto nome, nell'umile um anità di colui che splende nei
più alti seggi, nell'essersi assoggettato alla condizione
servile colui al quale compete per natura il dominio:
poiché « il Verbo era Dio » 35.
B - Ragioni davvero bene. Sappi però che vanno
dicendo anche questo, che sarebbe senza dubbio im­
possibile e sconveniente credere e dire che il Verbo,

34 Ebr. 2, 14-17.
« Gv. 1, 2.
Perché Cristo è uno 35

nato dal Padre in maniera ineffabile e impensabile, ab­


bia subito questa seconda nascita da una donna. Gli
basta, essi dicono, d’essere stato generato dal Padre
ima sola volta, in maniera degna di Dio.
A - Dunque, biasimano il Figlio e dicono che egli
non ha preso una giusta decisione neH’assoggettarsi per
noi al volontario annientamento! Il sacro ed augusto
mistero della pietà è annullato e, in qualche modo, è
ormai inutile: dichiarano che l’ingegnosa economia nel­
la carne dell’Unigenito è infruttuosa per gli uomini. Ma
la parola della verità non permette che costoro con
le loro ciance riescano a prevalere, anzi li respinge rim ­
proverandoli perché parlano a vanvera e dicono scioc­
chezze, ignoranti affatto come sono del mistero di
Cristo. Infatti Dio Padre ha generato da se stesso il
Figlio con una sola generazione. Solo che gli piacque
di salvare nel Figlio il genere umano mediante l'Incar­
nazione, ossia facendosi uomo, cosa che certamente
e assolutamente dovette avvenire senza dubbio attra­
verso una nascita da donna, affinché, mediante la somi­
glianza che il Verbo di Dio avrebbe avuto con noi,
fosse condannata nei membri della carne la legge del
peccato, e affinché anche la m orte fosse vinta con la
morte, simile alla nostra, di colui che non conosceva
affatto la m orte « Se infatti siamo diventati un essere
solo con lui nella somiglianza della sua morte, lo diven­
teremo anche nella somiglianza della sua risurrezio­
ne » 37. Necessariamente dunque colui che esiste e sus­
siste è stato generato secondo la carne, trasferendo in
se stesso ciò che appartiene a noi, affinché i figli della
carne, cioè noi esseri corruttibili e destinati a perire,
dimoriamo in lui che ha reso proprie le nostre cose
perché anche noi possedessimo le sue. « Per noi infatti
egli, ricco qual era, si fece povero, affinché noi diven-

3« Cf. Rom. 7, 23 e 8, 2-3.


37 Rom. 6, 5.
36 Cirillo di Alessandria

tassimo ricchi mediante la sua povertà » 38. Sostenendo


infatti che il Verbo di Dio non è divenuto carne, che
non ha, in altre parole, subito una nascita secondo la
carne da una donna, travolgono l'economia. Giacché,
se egli che era ricco non si fosse fatto povero, abbas­
sandosi per amore degli uomini alla nostra condizione,
neppure noi ci saremmo arricchiti delle sue cose, ma
saremmo ancora nella nostra povertà e soggetti alla
maledizione, alla m orte e al peccato. Il fatto che il
Verbo sia divenuto carne costituisce per noi libera­
zione e abolizione di ciò che era accaduto alla natura
umana in seguito alla maledizione e alla condanna.
Dunque, se scalzano la radice della nostra salvezza e
tolgono la pietra fondamentale della speranza, su che
cosa poggerà ancora il resto? Infatti, se il Verbo non
è divenuto carne, come ho già detto, non è stato abbat­
tuto l’impero della morte, il peccato in nessun modo è
stato annientato, siamo ancora colpevoli della trasgres­
sione del primo uomo cioè di Adamo, senza alcuna
possibilità di ritorno ad una condizione migliore, il
ritorno cioè che ci procura Cristo Salvatore di tutti noi.
B - Capisco ciò che dici.
A - E chi potremmo pensare che sia colui che ha
partecipato del sangue e della carne, similmente a noi,
dato che egli era per sua natura diverso da noi? Non
si potrebbe dire infatti di un uomo che gli conviene
partecipare dell’umanità. Giacché, come si può pensare
che ciò che qualcuno è per sua natura, lo prenda come
se ciò fosse cosa diversa da quello che è? Non ti pare
verisimile il mio ragionamento?
B - Senz'altro.

3® 2 Cor. 8, 9.
Perché Cristo è uno 37

Il Verbo di Dio nato da donna secondo la carne

A - Considera anche sotto un altro aspetto come


sia empio ed assurdo tentare di strappare a Dio Verbo
la sua nascita da una donna secondo la carne. Infatti,
come potrebbe darci la vita se il suo corpo non appar­
tiene a colui che è la vita? In che modo « il sangue di
Gesù ci purifica da ogni peccato » 39 se è quello d'un
uomo comune e sottomesso al peccato? Come « Dio »
Padre « mandò suo Figlio, nato da ima donna, nato
sotto la Legge » 40? Come « condannò il peccato nella
carne » 41? Giacché non poteva un uomo comune, con
una natura asservita al peccato come la nostra, con­
dannare il peccato. Ma quando il corpo fu quello di
colui che non conosceva il peccato, e per questo appun­
to si liberò, e molto legittimamente, della tirannide del
peccato e si arricchì, nella sua propria natura, del Ver­
bo unito ad essa in modo ineffabile e impossibile a
dirsi, allora divenne santo, vivificante e pieno di divina
energia. E anche noi come nella offerta delle primizie
siamo trasform ati in Cristo per essere superiori alla
corruzione e al peccato. Ciò corrisponde a verità se­
condo le parole del beato Paolo: « A quel modo che
portam m o l'immagine di quello terrestre, porteremo
anche l’immagine del celeste » 42. Uomo celeste s’inten­
de Cristo, non nel senso che ci ha portato la sua
carne dall'alto e dal cielo, ma perché, essendo Dio, il
Verbo è disceso dal cielo e, prendendo la nostra somi­
glianza, cioè assoggettatosi alla nascita secondo la car­
ne da una donna, è rim asto ciò che era: daH’alto cioè
e dai cieli e superiore a tutto, come Dio anche con la
carne. Cosi infatti in qualche luogo si esprime, riguardo

« 1 Gv. 1, 7.
« Gal. 4, 4.
41 Rom. 8, 3.
« 1 Cor. 15, 49.
38 Cirillo di Alessandria

a lui, il divino Giovanni: « Chi viene dall’alto è al di


sopra di tutti » 4\ Egli è rim asto infatti il Signore di
tutti gli esseri, anche quando, in ragione dell’economia,
assunse la forma di schiavo, e per questo il mistero di
Cristo è davvero straordinario. E pertanto Dio Padre
disse in qualche luogo ai Giudei per bocca di uno dei
profeti: « Badate, o disprezzatori, stupite e nasconde­
tevi poiché nei vostri giorni sto per compiere un’opera
tale che voi non credereste se uno ve la narrasse » **.
Il mistero di Cristo rischia in realtà di non essere
creduto per la straordinarietà del miracolo. Era Dio
in una umanità e nella nostra condizione colui che è
al di sopra di tutta la creazione; lui, l ’invisibile, era
visibile secondo la carne; lui che veniva dal cielo e
dall’alto aveva l’aspetto degli esseri terrestri; lui, in­
tangibile, si poteva toccare; lui, per sua natura libero,
era nella forma di schiavo; lui che benedice le creature
era maledetto; era annoverato fra i senzalegge lui che è
tutta la giustizia; lui che è la vita fu nell’aspetto della
morte. Giacché non era di qualcun altro, ma di lui,
Figlio per natura, il corpo che gustò la morte. Hai qual­
cosa da obiettare ai fatti o almeno a ciò che è stato
da noi detto?
B - Non ho nulla da obiettare.
A - Inoltre fa’ attenzione anche a questo.
B - A che cosa?
A - Cristo disse a quelli che volevano escludere
la risurrezione dei morti: « Non avete letto che il Crea­
tore dell’uomo da principio li fece maschio e femmi­
na? » 4S. Anche il divino Paolo scrive: « Sia in onore il
matrimonio presso di tutti e il loro talamo sia inconta­
minato » Allora come mai il Verbo Unigenito di Dio,

« Gv. 3, 31.
44 Atti, 13, 41 (cf. Ab. 1, 5).
« Mt. 19, 4.
« Ebr. 13, 4.
Perché Cristo è uno 39

avendo deciso di sottomettersi ad essere simile a noi,


non permise che le leggi della natura umana valessero
nella formazione ossia nella generazione della sua pro­
pria carne? Infatti non sopportò di riceverla dal letto
e da rapporti coniugali, ma da una Vergine santa e
senza esperienza matrimoniale, resa incinta dallo Spi­
rito, che la potenza di Dio aveva coperto della sua
ombra, come è scritto 47. Ora, poiché Dio non disprezza
il matrimonio, anzi l'onora della sua benedizione, per­
ché il Verbo che è Dio fece m adre della sua carne una
Vergine resa incinta dallo Spirito?
B - Non so dirlo.
A - Certamente, come non sarebbe chiaro a tutti
il motivo se per poco considerassero ciò? Il Figlio in­
fatti, come ho detto, è venuto, ossia si è fatto uomo,
per rigenerare il nostro essere in se stesso e per la
prim a volta ad una nascita e ad una vita santa, mera­
vigliosa e veramente straordinaria. Per primo dunque
egli fu generato dallo Spirito Santo, dico secondo la
carne, affinché anche a noi la grazia giungesse come
per una via, e conseguissimo una rigenerazione dello
spirito « non da sangue, né da volere della carne, né
da volere d'uomo, ma da Dio » 48 mediante lo Spirito
e una conformità spirituale con chi per natura e vera­
mente è Figlio, e chiamassimo Dio nostro Padre e cosi
rimanessimo incorruttibili, senza più legami con il pri­
mo padre, cioè Adamo, nel quale eravamo stati corrotti.
E pertanto Cristo disse in un luogo: « E non chiamate
nessuno padre vostro sulla terra; uno solo infatti è il
Padre vostro: colui che è nei cieli » 49; e un'altra volta,
poiché egli è disceso fino a noi per questo scopo, quel­
lo cioè di elevarci alla sua propria e divina dignità:
« Vado al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio

« Cf. Le. 1, 35.


« Gv. 1, 13.
« Mt. 23, 9.
40 Cirillo di Alessandria

vostro » 50. Per natura infatti colui che è nei cieli è


suo Padre e nostro Dio. Ma poiché il Figlio veramente
tale per natura si è fatto come noi, parla del Padre
come del suo Dio con un linguaggio conforme al suo
annientamento. Ed ha dato anche a noi suo Padre.
È scritto infatti: « A quanti però lo hanno ricevuto,
ha dato loro il potere di diventare figli di Dio, a quelli
che credono nel suo nome » 51. Ma se noi, per ignoranza,
negheremo una nascita simile alla nostra al Verbo
uscito da Dio Padre, al Verbo che è il prim o in tu tto 52,
secondo la parola del sapientissimo Paolo, a chi mai
saremo noi simili per essere chiamati figli di Dio me­
diante lo Spirito? quali primizie abbiamo ricevuto di
questa realtà, o chi, insomma, trasm etterà su di noi
questa dignità?
B - Risponderebbero, penso, anch’essi: il Verbo
fatto uomo.

La carne del Verbo carne di un corpo d'uomo


A - E come può essere vero ciò se egli non è
divenuto carne, cioè uomo, facendo proprio un corpo
d'uomo in una unione indivisibile, tale che questo cor­
po sia ritenuto come il suo e non come quello d’un
altro? Poiché in questo modo trasm etterà anche a noi
la grazia della filiazione, e anche noi saremo generati
dallo Spirito, perché in lui per prim o la natura umana
ha ottenuto questo privilegio. E mi pare che il divino
Paolo abbia fatto, in qualche parte e molto giusta­
mente, delle considerazioni pressappoco simili e abbia
detto: « A quel modo infatti che portammo l’immagine
del terrestre, porteremo anche l'immagine del cele­
ste » 53; e il primo uomo uscito dalla terra lo chiamò
5° Gv. 20, 17.
« Gv. 1, 12.
52 Cf. Col. 1, 18.
53 1 Cor. 15, 49.
Perché Cristo è uno 41

terrestre, il secondo invece venuto dal cielo, celeste;


ma « qual era il terrestre, tali sono anche i terrestri,
e qual è il celeste, tali saranno pure i celesti » 54. Noi
siamo, in realtà, terrestri, in quanto la maledizione
della corruzione si è trasmessa dall'Adamo terrestre
su di noi, e per quella è subentrata anche la legge del
peccato, che è nelle membra della carne. Ma siamo di­
venuti celesti per aver conseguito il privilegio in Cristo.
Infatti egli che era Dio per natura e uscito da Dio e
dall'alto, si è abbassato alla nostra condizione in modo
insolito e sorprendente, generato secondo la carne
dallo Spirito, affinché anche noi rimanessimo in lui
santi e incorruttibili, trasmettendosi la grazia da lui
a noi come da un secondo principio e da ima seconda
radice.
B - Parli benissimo.
A - Ma in che modo dicono che egli si è fatto
simile in tu tto ai fratelli, cioè a noi? Ossia, in una
parola, come si potrebbe concepire colui che ha preso
la nostra somiglianza se non fosse stato diverso per
natura e in nulla simile alla nostra condizione? Infatti
ciò che si rassomiglia ad alcuni esseri deve necessaria­
mente differirne, e non essere connaturale ad essi, ma
piuttosto appartenere ad un'altra specie o ad un’altra
natura. Essendo dunque dissimile da noi per natura,
l'Unigenito è detto essersi fatto simile, in quanto è
divenuto come noi, ossia uomo. Ciò avvenne e in modo
perfetto e solo, con ima nascita come la nostra, anche
se ciò avvenne in modo straordinario per la maniera
in cui avvenne: chi si incarnava infatti era Dio. Si
deve ammettere certamente che il corpo unitosi a lui
era dotato d'un'anima intellettiva. Infatti il Verbo che
era Dio non si è preoccupato solo del corpo terreno,
lasciando da parte ciò che è meglio di noi stessi, ossia

« 1 Cor. 15, 48.


42 Cirillo di Alessandria

l’anima, ma contemporaneamente ha provveduto sag­


giamente all'anima e al corpo.
B - Sono d'accordo: ragioni rettamente.
A - Dunque, se gli avversari affermano che non
si deve in nessun modo chiamare la santa Vergine
Madre di Dio, ma piuttosto Madre di Cristo, chiara­
mente bestemmiano e negano a Cristo di essere vera­
mente Dio e Figlio. Se infatti credono che egli è vera­
mente Dio, perché l’Unigenito si è fatto come noi,
perché hanno paura di chiamare Madre di Dio colei
che l’ha generato, secondo la carne evidentemente?
B - Si certamente, essi dicono; giacché il nome
di Cristo si adatta solamente a colui che è nato da
donna e dal seme di Davide, perché egli è stato unto
dallo Spirito Santo. Ma il Verbo nato da Dio non aveva
affatto bisogno, per la sua propria natura, di questa
unzione, dato che egli è santo per natura. Non è vero
infatti che il nome « Cristo » significa che vi è stata
u n’unzione?

Cristo per l’unzione

A - Tu hai ragione quando dici che uno è deno­


minato Cristo solo perché ha ricevuto un'unzione, co­
me certamente uno è chiam ato apostolo55 perché par­
tecipa ad una missione, o angelo56 perché porta un mes­
saggio. Questi generi di nomi indicano infatti alcune
azioni, non già particolari sostanze né personaggi de­
terminati. Giacché anche i profeti sono chiamati cri­
s ti57, come si canta nei Salmi: «N on toccate i miei
cristi e non fate male ai miei profeti » 58. Anche il pro-

55 Apostolo in greco significa « mandato ».


56 Angelo in greco significa « messaggero ».
57 Cristo in greco significa « unto ».
m Sai. 104, 15.
Perché Cristo è uno 43

feta Abacuc disse: « Sei uscito per salvare il tuo po­


polo, per salvare i tuoi cristi » 59. Del resto, dimmi, non
dicono forse anch’essi che vi è un solo Cristo e Figlio,
il Verbo Unigenito di Dio, Signore fatto uomo e carne?
B - Forse lo ammetterebbero, ma vogliono che il
nome di Cristo non convenga naturalmente al Verbo
generato da Dio Padre, poiché, come Dio, per sua pro­
pria natura, non è unto. E a ciò aggiungono anche
questo: infatti, essi dicono, non è uno dei nomi che
si potrebbero applicare da parte nostra allo stesso
Padre o allo Spirito Santo.
A - Il ragionamento non è ancora molto chiaro.
Spiegalo dunque e farai ima cosa buona.
B - Ebbene, ascolta. È possibile constatare i mol­
teplici e vari modi con i quali il Figlio è chiamato
dalle Scritture divinamente ispirate. È chiamato in­
fatti Dio, Signore, luce, vita e inoltre re e Signore
degli eserciti, santo e onnipotente. Tuttavia se uno
volesse applicare questi appellativi al Padre o anche
allo Spirito Santo, non sbaglierebbe: di un'unica na­
tura, infatti, sarà anche unica necessariamente l'eccel­
lenza delle dignità. Se dunque il nome di Cristo con­
viene veramente all'Unigenito, lo si attribuisca, essi
dicono, senza distinzione, insieme agli altri appellativi,
anche allo stesso Padre e allo Spirito Santo. Ma poiché
è veramente assurdo attribuirlo al Padre e allo Spi­
rito Santo, non sarà conveniente verisimilmente nep­
pure aH’Unigenito. Il nome di Cristo è piuttosto in
effetti da attribuire a colui che proviene dal seme di
Davide, del quale si può correttamente ed esattamente
pensare e dire che è stato unto dallo Spirito.
A - Anche noi affermiamo che i nomi delle perfe­
zioni divine sono comuni al Padre, al Figlio e allo
Spirito Santo, e abitualmente tributiam o uguali onori
oltre che a colui che l'ha generato anche al Figlio gene-

59 Ab. 3, 13.
44 Cirillo di Alessandria

rato e ancora allo Spirito Santo. Tuttavia, o carissimi,


aggiungerei che il nome di Cristo, come la cosa in se
stessa, ossia l'unzione, si addice all’Unigenito come
uno dei modi del suo annientamento, poiché insinua
chiaramente, a quelli che intendono, l'idea dell’Incar-
nazione. Infatti fa capire molto bene che l’Unigenito è
stato unto in quanto si è manifestato uomo. Se dun­
que considerassimo il Verbo non quale appare nell’eco-
nomia della carne, ma guardassimo il Verbo Figlio
Unigenito di Dio al di fuori del suo annientamento,
sarebbe certamente assurdo chiamare Cristo colui che
non è stato unto. Ma poiché la divina e Sacra Scrit­
tura afferma che egli si è fatto carne, può convenire
ormai anche a lui l'unzione che si riferisce all'Incar-
nazione che è sua propria. Scrive pertanto il sapien­
tissimo Paolo: « Poiché il santificante e i santificati
sono tutti da uno solo. Per la qual cosa egli non
arrossisce di chiamarli fratelli dicendo: annunzierò il
tuo nome ai miei fratelli » Egli era infatti santificato
con noi allorché divenne come noi. Che poi colui che
è unto sia veramente Figlio, anche quando si fece carne,
ossia uomo completo, ne fa fede il divino Davide che si
rivolge a lui con queste parole: « Il tuo trono, o Dio,
nei secoli dei secoli; scettro di giustizia è lo scettro del
tuo regno. Hai am ato la giustizia e odiato l’iniquità,
perciò ti unse Dio, il tuo Dio, con olio di letizia, a pre­
ferenza dei tuoi compagni » 6I. Considera dunque come,
sebbene lo chiami Dio e gli conferisca il trono nei
secoli, Davide dice che è stato unto da Dio — chiara­
mente il Padre — con una unzione eccellente a prefe­
renza dei suoi compagni, cioè a preferenza di noi. In
realtà, se divenne uomo nonostante che fosse Dio, il
Verbo non fu affatto privato dei beni della sua propria
natura, essendo perfetto, « pieno di grazia e di veri-

« Ebr. 2, 11-12.
« Sai. 44, 7-8.
Perché Cristo è uno 45

tà » 62, secondo l'espressione di Giovanni. E mentre


egli stesso ha perfettamente tutto ciò che conviene a
un Dio, noi, d'altra parte, « dalla sua pienezza noi
tutti abbiamo ricevuto » 63, secondo quanto è scritto.
Nello stesso tempo tuttavia egli, unendo intimamente
ai limiti della sua umanità anche ciò che è suo proprio,
è chiamato Cristo sebbene non si pensi certamente
che sia stato unto secondo la natura della divinità,
ossia in quanto lo si considera come Dio. Giacché,
dimmi, in che altro modo si potrebbe pensare a un
Cristo, a un Figlio e ad un Signore, se l’Unigenito
avesse rifiutato l’unzione e non si fosse sottomesso
alla misura dell'annientamento?
B - Essi procedono per una via affatto diversa
dalla nostra, spiegando in modo assurdo il mistero
della religione. In effetti, essi dicono che Dio Verbo
prese un uomo completo del seme di Abramo e di
Davide, come lo prescrivevano le Scritture, un uguale
per natura a quelli dai quali discendeva, un uomo
completo nella sua natura, composto di anima intellet­
tiva e di carne umana; e quest'uomo, che era simile a
noi per natura, form ato nel seno della Vergine per
opera dello Spirito Santo, « nato da una donna, nato
sotto la legge, per riscattare noi tutti » 64 dalla legge
della schiavitù, col farci ottenere la filiazione da lungo
tempo prevista, quest’uomo, dico, il Verbo l ’avrebbe
imito a se stesso in modo inconcepibile, gli avrebbe
procurato la prova d’ima morte, come accade agli
uomini, poi l’avrebbe risuscitato dai morti, condotto
in cielo e fatto sedere alla destra di Dio. E perciò
(quest'uom o) « al di sopra di ogni principato e potestà
e potenza e dominazione e ogni altro titolo che potreb­
be essere nominato non solo nel mondo presente ma

“ Gv. 1, 14.
« Gv. 1, 16.
** Gal. 4, 4-5.
46 Cirillo di Alessandria

anche nel futuro » 65 riceve l'adorazione da ogni creatu­


ra per la sua unione inseparabile con la natura divina:
ogni creatura gli tributa adorazione riferendola col
pensiero a Dio. E noi non diciamo né due Figli né due
Signori, ma, dal momento che Dio Verbo è per essenza
Figlio, il Figlio Unigenito del Padre, quest’uomo unito
a lui e partecipe con lui riceve, per comunicazione, il
titolo e la gloria del Figlio; e poiché Dio Verbo è Si­
gnore per essenza, l’uomo unito a lui partecipa a
quest’onore. Ecco perché non parliamo né di due Figli
né di due Signori, giacché è chiaro chi è per essenza
Signore e Figlio; e poiché l’uomo che è stato assunto
per la nostra salvezza ha un'unione inseparabile con il
Verbo, è elevato anch’egli al titolo e all’onore del Figlio
e del Signore.
A - Oh quale stoltezza e quale mente insensata
quella di coloro i quali pensano, non so come, che le
cose stiano cosi! Questa non è altro che mancanza di
fede, novità di empie invenzioni, sovvertimento degli
insegnamenti divini e sacri che proclamano un solo
Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio, ossia il Verbo di
Dio Padre fatto uomo e incarnato: il medesimo è, nello
stesso tempo, Dio e uomo, ed imo solo ha tutti gli
attributi, quelli che convengono a un Dio e quelli che
convengono a un uomo. In realtà, colui che è sempre
stato ed è sempre esistito, per essere egli Dio, si è
assoggettato a nascere da una donna secondo la carne.
Ad uno solo dunque e al medesimo appartiene di esi­
stere e di sussistere fin dall’eternità e di essere stato
generato negli ultimi tempi secondo la carne; egli che
era santo per natura, in quanto Dio, fu santificato con
noi in quanto si manifestò come uomo, dato che l’es­
sere santificato conviene ad un uomo. Avendo gli
onori sovrani, ma avendo anche come propria la forma
di schiavo, chiamava il Padre suo Dio. Essendo vita

65 E f. 1, 21.
Perché Cristo è uno 47

e datore di vita come Dio, è detto vivificato dal Padre


in quanto si manifestò come uomo. Tutto è dunque
suo, ed egli non disprezza l'economia che lo stesso
Padre ha approvato, se sono vere le parole che sono
uscite dalla bocca di Paolo. Questi infatti disse una
volta: « Colui che non conobbe il peccato, Dio lo fece
per noi peccato, affinché in lui noi diventassimo giusti­
zia di Dio » e altrove ancora: « Colui che non ri­
sparmiò nemmeno il suo proprio Figlio, ma lo sacrificò
per tu tti noi, per dare a noi con lui ogni cosa » 67. Il
nostro ragionamento non si accorda forse dunque
con quanto affermano le Sacre Scritture?
B - Si, certamente.

Il mistero dell’economia nella carne

A - Se al contrario, come affermano e pensano


di sostenere i nostri avversari, il Verbo Unigenito di
Dio, avendo assunto un uomo del seme del divino
Davide e di Abramo, ebbe cura di form arlo nel seno
della santa Vergine, e lo congiunse a se stesso, e gli
fece affrontare la prova della morte e, avendolo poi
risuscitato dai morti, lo portò in cielo, e lo fece sedere
alla destra di Dio, invano, a quanto pare, i santi Padri,
noi stessi e tu tta la Scrittura divinamente ispirata
parliamo di Incarnazione. Questo infatti, credo, e nul-
l’altro vuol significare il sapientissimo Giovanni quan­
do scrive: « Il Verbo si fece carne » Essi invece
distorcono, completamente al contrario, il mistero del­
l’economia nella carne. Non si tratta più di conside-
derare che il Verbo, Dio per natura e uscito da Dio,
si è abbassato fino airannientamento, prendendo la

« 2 Cor. 5, 21.
« Rom. 8, 32.
« Gv. 1, 14.
48 Cirillo di Alessandria

forma di schiavo, e ha umiliato se stesso, ma, al contra­


rio, che un uomo è stato portato su fino alla gloria
della divinità e fino al potere supremo su tutte le cose,
ed ha preso la forma di Dio, ed è stato insomma por­
tato in alto per sedere sul trono insieme al Padre.
Non è forse vero quel che dico?
B - Si, del tutto.
A - Ma se è vero quel che essi dicono, e l'Unige­
nito ha respinto come indegna l'economia dell'Incarna­
zione, quale umiliazione si può dire che abbia disprez­
zato? E in che modo è divenuto obbediente verso il
Padre « fino alla morte, e alla morte in croce » 69? E
se, a\'endo preso un uomo, lo sottomise alla prova della
morte, e poi, avendolo portato su nei cieli, lo fece
sedere vicino al Padre, dove poi sarà il suo proprio
trono, se è vero che essi affermano che non vi sono
due Figli, ma piuttosto imo solo che siede insieme al
Padre, cioè colui che è del seme di Davide e di Abra­
mo? E poi, in che modo potrebbe chiamarsi egli il
Salvatore del mondo? Non sarebbe piuttosto l'ospite e
l’accompagnatore dell'uomo per mezzo del quale siamo
stati salvati? E cosi il compimento della Legge e dei
profeti è stato un uomo, uno diverso da lui. Giacché
la Legge parla del m istero di Cristo, e su di lui ha
scritto M osè70, il quale si è fatto nostro pedagogo per
condurci a lui. Finisce cosi quasi nel nulla la fede;
e l'augusto mistero della nostra salvezza, ridotto in
qualche modo a niente, va in malora. E questo ce lo
espone chiaramente l'ottim o Paolo con queste parole:
« Non dire in cuor tuo: Chi salirà in cielo? — intendi:
allo scopo di farne discendere Cristo; oppure: Chi
discenderà nell'abisso? — intendi: per far risalire
Cristo. Ma che dice la Scrittura? Vicina, sulla tua bocca
e nel tuo cuore, ti sta la parola, la parola della fede

® Fil. 2, 8 (cf. Ebr. 12, 2).


™ Cf. Gv. 5, 46.
Perché Cristo è uno 49

che noi predichiamo. Poiché se con la tua bocca con­


fessi che Gesù è Signore, e se nel tuo cuore credi che
Dio lo ha risuscitato dai morti, otterrai la salvezza » 71.
Come dunque sarà ancora grande, famoso e altam ente
ammirevole « il mistero di pietà » 72 se bisogna credere,
come sostengono questi uomini contorti, che l ’uomo
assunto e unito accidentalmente a Dio Verbo è m orto
e poi ha ripreso a vivere ed è stato elevato in cielo?
Ad alcuni sembrerà probabilmente assurdo che que­
st'uomo, pur non essendo per natura e realm ente Dio,
si vanti del seggio della divinità con l'espulsione pro­
babile del Figlio per natura, che gli angeli, gli arcan­
geli e, più in alto ancora di questi, i Serafini stiano in
ordine di servizio attorno a colui che non è veramente
Figlio e Dio, ma piuttosto uomo, e che si è arricchito
del nome del Figlio per partecipazione e per annessio­
ne, cosi come è per noi, ed ha raggiunto cosi gli onori
divini. In realtà, neppure queste affermazioni scon­
volgono i nostri avversari. Non è forse piena questa
dottrina della più grande sacrilega empietà? Ciò che
infatti è dato e aggiunto può essere rigettato, e ciò
che è venuto da fuori non arreca un danno straordi­
nario. E non sto a parlare di altre affermazioni blasfe­
me ed assurde. Ma perché dunque abbassano fino alla
laidezza ciò che vi è di più meraviglioso nell'econoinia,
e fanno del nostro culto divino e sacro nient'altro che
un'adorazione d'un uomo e ci strappano dal culto al
vero Figlio, mentre ci persuadono a riferirlo a qualcuno
unito a lui accidentalmente e che vogliono posto « so­
pra ogni principato e potestà e dominazione » 73? Espon­
gono cosi al marchio dell'errore non solo gli abitanti
della terra, ma le stesse celesti potenze e intelligenze
se, insieme a noi, esse adorano non il vero Figlio in-

« Rom. 10, 6-9.


« 1 Tim. 3, 16.
73 Ef. 1, 21.
50 Cirillo di Alessandria

carnato secondo natura, il Verbo che raggia dall'es­


senza di Dio e Padre, m a un altro qualsiasi, discen­
dente di Davide, al quale un semplice volere divino e
ornamenti estrinseci danno l’apparenza di Dio, seb­
bene non lo sia realmente.
B - Ma benché, dicono, si debba, preso da solo,
considerarlo uomo, per un riferimento ideale a Dio,
egli riceve l'adorazione da parte di tu tta la creazione.

Adorazione di tutto il creato

A - Allora in che modo, dimmi, dobbiamo conce­


pire e stabilire questa relazione da essi ripetutamente
sbandierata? Orsù, interroghiamo la divina e Sacra
Scrittura per scoprirvi ciò che cerchiamo. Or dunque,
un giorno gli Israeliti, disprezzando il timore di Dio,
inveirono aspramente contro Mosè ed Aronne. Allora
Mosè ed Aronne chiesero: « Chi è dunque Aronne per­
ché mormoriate contro di lui? Le vostre mormora­
zioni non sono contro di noi ma contro Dio » 74. Difatti,
essi avevano offeso Mosè ed Aronne, ma questo com­
portam ento era un attentato alla gloria di Dio, e l'in­
tenzione profonda degli oltraggiatori riguardava la
gloria di Dio. Peraltro Mosè ed Aronne non erano
dèi, né la creazione li adorò in relazione a Dio. Dio
regnò su Israele secondo la carne per mezzo dei pro­
feti. Poi andarono dal divino Samuele per dirgli: « Co­
stituisci su di noi un re che ci governi, come tutte
le genti » 75. Per questo, l'ispirato si rattristò e bene
a ragione, ma senti dirsi da Dio: « Non hanno ripu­
diato te, m a hanno ripudiato me, perché io non regni
più su di loro » 76. Ecco dunque di nuovo, anche questa

7“ Num. 16, 11; Es. 16, 8.


75 1 Sam. 8, 5.
76 1 Sam. 8, 7.
Perché Cristo è uno 51

volta apertamente, il concetto di disprezzo che si rife­


risce a Dio. Ancora lo stesso Salvatore e Signore del­
l’universo dice a proposito di quelli che si trovano nel­
l'indigenza: « Ogni volta che l'avete fatto al più piccolo
di questi, lo avete fatto a me » 77. Dunque, è in questo
modo che onorerebbe il Figlio chi dicesse di onorare il
discendente di Davide? E se qualcuno non volesse cre­
dere, offenderebbe duramente il Figlio per natura, che
vuole anch’egli certamente essere oggetto della nostra
devozione e della nostra fede ad un livello di stretta
uguaglianza? Come dunque lo schiavo non è onorato
come il padrone, se esso è elevato all’altezza della divi­
nità, « Dio nuovo » 78 secondo le Scritture? Alla santa
e consustanziale Trinità si è aggiunto chi non le è
uguale per natura, e viene adorato insieme ad essa e
partecipa con essa ad un'uguale gloria?
B - Essi sostengono che la relazione deve essere
intesa pressappoco in questo modo: vedendo Dio Verbo
congiunto inseparabilmente al discendente di Davide,
adoriamo quest'ultimo come Dio.
A - Basta dunque questo, che sia congiunto a
lui, per tributargli la gloria che conviene a Dio e per
portarlo al di sopra dei limiti del creato? E ciò farà
si che divenga adorabile chi non è affatto Dio? Ma io
trovo che uno dice a Dio attraverso la lira del salmista:
« La mia anima è unita strettam ente a te » 79. E anche
il beato Paolo scrive: « Chi si unisce al Signore forma
con lui un solo spirito » 80. Dimmi, forse che noi li
adoriamo in relazione a Dio, in quanto sono stretta-
mente uniti a lui? Eppure il termine « unione » è più
forte senza dubbio e indica maggiore coesione d'una
semplice « congiunzione », se è vero che chi è unito

π Mt. 25, 40.


™ Sai. 80, 10.
» Sai. 62, 9.
“ 1 Cor. 6, 17.
52 Cirillo di Alessandria

strettam ente a qualcuno, ha con questo un legame


molto intenso.
B - Sembra cosi.
A - Perché allora, rigettando il termine « unione »
che pure è una voce cosi frequente fra di noi, anzi che
ci è stata trasmessa dai santi Padri, parlano invece
di « congiunzione »? Eppure l'unione non confonde in
nessun modo le cose che si dicono unite, ma indica
piuttosto il concorso degli elementi concepiti come
uniti in una qualche cosa. E non si può dire in ogni
caso che imo è solamente ciò che è semplice e d ’una
sola specie, ma costituiscono una sola cosa anche que­
gli esseri nei quali entrano due o più componenti
anche di diversa specie. Cosi la pensano, sembra,
quelli che sono esperti in queste cose. È perciò molto
disonesto dividere in due l’unico e vero Figlio per
natura fatto uomo e incarnato, rifiutando il termine
di « unione » e accettando invece quello di « congiun­
zione » che forse anche un altro qualunque potrebbe
avere con Dio, in quanto collegato a lui in ragione della
sua virtù e della sua santità, secondo quanto è giusta­
mente detto da uno dei profeti a coloro che cadono
nella indolenza: « Raccoglietevi e radunatevi, gente
ignorante prim a che diventiate come un fiore effi­
mero » 81. Anche il discepolo è legato al maestro per
il desiderio d'imparare, e noi siamo legati gli uni agli
altri non in un solo modo ma in diverse maniere. E,
in qualche modo, anche colui che aiuta qualcun altro
in un'impresa non può giustamente ritenersi senza rap­
porti, per sua volontà, con colui che lo ha preso come
collaboratore. È questo che ci pare soprattutto signi­
fichi il termine « congiunzione » nato dai nostri inno­
vatori. Infatti tu hai ascoltato come essi da ignoranti
sostengano che Dio Verbo, preso un uomo per essere
come un altro figlio al suo lato, lo fece diventare ese-

“ Sof. 2, 1-2.
Perché Cristo è uno 53

cutore dei suoi disegni, sottoponendolo alla prova della


morte, facendolo poi rivivere, salire al cielo e collo­
candolo sul trono deH'ineffabile divinità. Non è forse
vero che queste affermazioni m ostrano quest’uomo
affatto diverso dal vero Figlio di Dio per natura?
B - Lo ammetto.
A - Ma ima volta scesi a tal punto d'ignoranza da
pensare e da dire che il Verbo Unigenito di Dio non
si è fatto simile a noi, ma ha assunto un uomo, in che
modo vogliono farci capire questa assunzione? Forse
che il Verbo ha scelto qualcuno per fargli compiere
ciò che egli vuole, esattamente come è detto da uno
dei santi profeti: « Non ero un profeta né un figlio di
profeta, ma ero un mandriano e un raccoglitore di fichi
di sicomoro. Il Signore mi prese dal mio gregge, e
mi disse: Va’, fa’ il profeta contro il mio popolo Israe­
le » 82? Da m andriano che era, Dio lo fece profeta e
lo costituì esecutore delle sue volontà.
B - Essi direbbero probabilmente che l'assunzio­
ne non deve intendersi assolutamente in questo modo,
ma nel senso in cui si comprende la frase: « Prendendo
forma di schiavo » 83.

Prese la forma di schiavo


A - Dunque, può ritenersi legittimamente che ciò
che è stato assunto è divenuto, in una unione indisso­
lubile, proprio di chi ha assunto, e pertanto Gesù da
una parte è Dio, Figlio del vero Dio, il solo ed unico
Figlio in quanto Verbo di Dio Padre, nato divinamente
prim a di ogni età e tempo, ed egli stesso, d'altra parte,
è nato secondo la carne da una donna, negli ultim i
tempi del secolo. Infatti la forma di schiavo non era
pertinente a nessun altro, ma a lui stesso.

« Am. 7, 14-15.
» Fil. 2, 7.
54 Cirillo di Alessandria

B - Come dici?
A - Si può forse, dimmi, affermare, senza cadere
nell’assurdo, che ha preso forma di schiavo chi è schia­
vo per natura, oppure solamente chi è libero veramente
e si trova essenzialmente al di fuori dei limiti della
schiavitù?
B - Chi è libero, penso; giacché chi era tale già
per natura, in che modo potrebbe diventarlo ancora
una volta?
A - Ebbene, osserva, il Verbo Figlio unico di Dio,
sebbene sia divenuto simile a noi, e si sia sottomesso,
in ragione della sua umanità, ai limiti della servitù, ha
reso testimonianza della libertà che gli derivava dalla
sua natura dicendo al momento di pagare i didram­
mi: « Dunque i figli ne sono esenti » ®4. Egli dunque
riceve la forma di schiavo addossandosi le conseguenze
dellannientam ento e non sdegnando la somiglianza
con noi. Non era infatti possibile onorare chi era
schiavo se non facendo propri i caratteri dello schiavo
per far risplendere su di lui la sua gloria. Infatti pre­
vale sempre ciò che è superiore, e cosi la vergogna della
servitù è stata allontanata da noi. Infatti colui che era
al di sopra di noi è divenuto come noi, e chi per na­
tura è libero si è collocato nei limiti della servitù. Per
questo l'onore è venuto incontro anche a noi: siamo
chiamati infatti anche noi figli di Dio, e rivendichiamo
per Padre colui che propriamente è il suo. Giacché
tutto quello che è proprio dell’uomo è divenuto ugual­
mente suo. Perciò, quando diciamo che egli ha preso
forma di schiavo vogliamo esprimere con ciò tutto il
mistero dell'economia nella carne. Se dunque, profes­
sando un solo Figlio e Signore, il Verbo di Dio Padre,
affermano che è congiunto a lui come partecipe della
filiazione ed anche della sua gloria un semplice uomo
discendente dal seme di Davide, è tempo di dire, rat­

w Mt. 17, 26.


Perché Cristo è uno 55

tristati e compatendoli, a quelli che la pensano in


questo modo: « Chi cambierà la mia testa in ima fonte
d'acqua, ed i miei occhi in una sorgente di lacrime per
piangere giorno e notte questo mio popolo? » 85. Infatti
sono in balia della loro mente depravataSó, « rinne­
gando il Padrone che li aveva acquistati » 87. In realtà,
ci presentano due figli di natura diversa, s’incorona lo
schiavo con la gloria che conviene a Dio, si fa splendere
su una specie di figlio bastardo lo stesso supremo splen­
dore che sul vero Figlio per natura, sebbene Dio dica
chiaramente: « Non darò ad altri la mia gloria »**.
Infatti, come non sarebbe un altro, separato dal vero
Figlio per natura, chi è onorato semplicemente e uni­
camente d'un legame con lui, lasciato nel rango di ser­
vo, e giudicato degno della filiazione nello stesso modo
che noi, che partecipa della gloria altrui, e che ha rag­
giunto questa posizione per un dono gratuito?
B - Non bisogna dunque dividere l’Emmanuele
in un uomo separato e in un Dio Verbo?
A - In nessun modo. Dico invece che bisogna af­
fermare che Dio si è fatto uomo, e che l’uno e l'altro
sono in un medesimo essere. Poiché, divenendo uomo,
non ha cessato di essere Dio, né ha ritenuto inammis­
sibile l’economia per avere sdegnato il limite dell’an­
nientamento.
B - Dunque, essi dicono, il corpo del Verbo gli
era consustanziale: in questo modo infatti, e in nessun
altro, potrebbe concepirsi un solo ed unico Figlio.
A - Ma questa è davvero stoltezza e indizio mani­
festo di mente sconvolta! Come si possono immaginare
in u n ’unica e medesima essenza cose le cui nature sono
tanto distinte fra loro? Una cosa infatti è la divinità

«5 Ger. 8, 23.
“ Cf. Rom. 1, 28.
«7 2 Pt. 2, 1.
*» Is. 42, 8.
56 Cirillo di Alessandria

e un’altra l’umanità. In realtà, fra quali cose diciamo


che vi è unione? Non certo in ciò che è di numero uno,
ma fra cose che sono due o anche di più.
B - Dunque, dicono essi, bisogna nominare queste
cose separatamente.
A - Non bisogna separarle, come ho detto, in
modo che l’una sia estranea all’altra, e ognuna esista
separatamente per conto suo. Si devono anzi acco­
stare in una unione indissolubile. Il Verbo infatti si è
fatto carn e89, come dice Giovanni.
B - Allora le due nature sono confuse, e di due se
ne fa una.

L ’unione indissolubile

A - Chi è cosi insensato e ignorante da pensare


che la natura divina del Verbo si sia cambiata in ciò
che non era, o che la carne, per via di trasformazione,
si sia cambiata nella natura del Verbo stesso? È impos­
sibile. Noi diciamo che vi è un solo Figlio e una sola
natura del Figlio, anche se si pensa che egli ha assunto
una carne dotata d ’un'anim a intellettiva. Egli ha fatto
suo, come ho detto, l'elemento umano, ed è in questo
modo e non in un altro che noi lo concepiamo Dio
e uomo nello stesso tempo.
B - Non si può dunque parlare di due nature,
quella di Dio e quella dell’uomo.
A - Una cosa è la divinità e un’altra l’umanità,
in ragione di ciò che è inerente in ciascuna di queste.
Ma in Cristo esse hanno concorso in una unità in modo
sorprendente e inconcepibile, senza confusione e cam­
biamento. Il modo come esse siano unite non si può
assolutamente capire.
B - Ma, in che modo, partendo da due elementi,

» C f. Gv. 1, 14.
Perché Cristo è uno 57

la divinità e l'umanità, si può concepire un Cristo come


uno?
A - Non altrim enti penso che nel modo in cui
le realtà potrebbero congiungersi in una unione indi-
visibile, e che, come ho detto, supera la capacità della
nostra intelligenza.
B - Possiamo fare un esempio?
A - Ebbene, non diciamo forse che l'uomo, inteso
cosi come siamo noi, è imo, ed una è la sua natura,
sebbene non sia omogeneo, ma composto di due ele­
menti, cioè di anima e di corpo?
B - Si.
A - E se uno prendesse a parte la carne, separan­
dola daH’anima che le è unita, non dividerebbe in due
uomini quello che è uno, distruggendone cosi il vero
criterio?
B - Eppure il sapientissimo Paolo scrive: « Seb­
bene in noi l'uomo esteriore si consumi, tuttavia quello
interiore si rinnova di giorno in giorno »
A - Dici giusto. Egli infatti conosceva bene le
parti che compongono questo essere uno, e stabilisce
fra esse una differenza puramente ideale. Con « uomo
interiore » designa l’anima, e con « uomo esteriore »
la carne. Egli ricorda infatti quel che dicono le Sacre
Scritture che qualche volta menzionano una parte per
significarci tutto l'uomo vivente, come quando Dio
dice: « Io riverserò il mio spirito su ogni carne » 91;
e quando Mosè si rivolge agli Israeliti: « Quando i
tuoi padri sono discesi in Egitto erano settantacinque
anime » 92. E troveremo la medesima cosa a proposito
dello stesso Emmanuele. Dopo l’unione, cioè l’unione
con la carne, anche quando lo si chiama Unigenito e
Dio da Dio, non s'intende che sia senza carne, ossia

s» 2 Cor. 4, 16.
« Gioe. 3, 1.
« Deut. 10, 22.
58 Cirillo di Alessandria

che non sia uomo; e anche quando lo si chiama uomo,


non si esclude che sia Dio e Signore.
B - Ma se diciamo che la natura del Figlio è unica,
anche pensando al Figlio incarnato, bisogna necessa­
riamente ammettere che vi è stata mescolanza e fu­
sione, come se la natura dell’uomo fosse stata sot­
tra tta a lui. Che cosa infatti è la natura deH'uomo di
fronte alla grandezza della divinità?
A - Si comporterebbe in maniera assolutamente
folle, o amico, chi affermasse che vi è stata mescolanza
e fusione dal momento che noi ammettiamo una sola
natura del Figlio fatto carne e uomo. Nessuno infatti
potrebbe dimostrarlo con argomentazioni esatte e vere.
Ma se essi vogliono imporci come legge il loro proprio
punto di vista « escogitarono un disegno che non po­
tranno realizzare » 93. Infatti non dobbiamo tener conto
di essi, ma della Scrittura ispirata. Se essi pensano
che la natura dell'uomo, non essendo nulla di fronte
alla grandezza divina, scompare e si disperde, come
essi dicono, noi rispondiamo: « Voi errate, non com­
prendendo né le Scritture né la potenza di Dio » 94.
Non era infatti impossibile alla bontà di Dio rendersi
capace di sopportare i limiti dell'umanità; e questo,
per iniziarci, ce lo significò M osè9S, in modo enigmatico,
descrivendoci in form a ancora figurativa il m istero
deirincarnazione. Dio infatti si manifestò nel deserto
in un roveto sotto la form a di una fiamma di fuoco,
e faceva risplendere il fuoco nel roveto senza che que­
sto si consumasse. E Mosè rimase attonito a questo
spettacolo. Pertanto, come mai non c'era incompatibi­
lità tra il fuoco e il legno? Una m ateria cosi facile a
bruciarsi sopportò la violenza della fiamma. Ma era,
come ho detto, un simbolo del mistero che indicava

» Sai. 20, 12.


» Mt. 22, 29.
« Cf. Es. 3, 1.
Perché Cristo è uno 59

come la natura divina del Verbo fosse capace di sop­


portare i limiti della natura umana, poiché tale era
la sua volontà. Nulla infatti è assolutamente impos­
sibile per lui.
B - Lo sai bene che essi non vogliono pensare
simili cose.

Uno il Figlio, uno il Cristo


A - Allora, senza dubbio, accetteremo una dot­
trina che ammette due Figli e due Cristi.
B - Due certo no. Essi dicono che uno è il Figlio
secondo natura, il Verbo nato da Dio Padre, mentre
l'uomo che è stato assunto è per natura figlio di
Davide, e diviene Figlio di Dio per essere stato as­
sunto da Dio Verbo; e poiché Dio Verbo abita in lui,
egli ha raggiunto tale dignità e ottiene la filiazione per
un dono gratuito.
A - Ma che mente, che cervello hanno quelli che
la pensano in questo modo? Ma come non parlano di
due Figli, se è vero che separano l’uno dall'altro, uomo
e Dio? Se veramente, secondo essi, uno è il Figlio
vero per natura, m entre l’altro invece ha la filiazione
per un dono gratuito, ed è arrivato a questa dignità
perché il Verbo abita in lui, che cosa ha dunque
quest'uomo più di noi? Il Verbo infatti dimora anche
in noi, e su questo punto ci fa da garante il santissimo
Paolo con queste parole: « Per questo io piego le mie
ginocchia al Padre dal quale prende nome ogni pater­
nità in cielo e sulla terra, affinché conceda a voi, se­
condo la ricchezza della sua gloria, di venire potente-
mente corroborati dallo Spirito di lui, e Cristo abiti
nei vostri cuori » 96. Egli infatti è in noi per mezzo dello
Spirito « nel quale esclamiamo: Abba, Padre » 91. Per

« E f . 3, 14-17.
” Rom . 8, 15.
60 Cirillo di Alessandria

nessun motivo dunque è inferiore la nostra posizione,


se è vero che Dio Padre ci ha degnato degli stessi
beni. In realtà, per un dono gratuito, anche noi siamo
figli e dèi. Siamo stati elevati certamente a questa di­
gnità soprannaturale e meravigliosa, per il fatto che
in noi abita il Verbo Unigenito di Dio. È empio dunque
e del tutto assurdo, da parte loro, affermare che Gesù
si è visto concedere la filiazione ed ha ricevuto la gloria
che ne consegue per un dono puram ente gratuito.
B - Potresti dire in che modo?
A - Si, certamente. Anzitutto, come ho già detto,
ne seguirebbe che Gesù era separatamente un altro
figlio, Cristo e Signore, distinto dal vero Figlio per
natura. Inoltre ne consegue un'altra assurdità impos­
sibile che si oppone alla logica.
B - Cosa vuoi dire?
A - Il sapientissimo Giovanni dice di Cristo: « È
venuto nella sua casa, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno ricevuto ha dato il potere di
diventare figli di Dio » 9S. Dunque, colui che non pos­
siede la filiazione se non per un dono gratuito, e che
deve solo ad ima dignità accidentale di essere quel
che è, potrebbe elargire anche agli altri ciò che egli,
a mala pena, ha ottenuto? Non ti pare ciò inverosimile?
B - Certamente.
A - D'altra parte, ciò che non appartiene per
natura, ma è piuttosto ad essa estraneo, non potrebbe
forse accadere che si possa perdere?
B - Come no?
A - Dunque si potrebbe ammettere che il Figlio
possa un giorno perdere la sua qualità di Figlio. In­
fatti ciò che non è fissato da leggi naturali non è
sicuro che non si possa perdere.
B - È cosi.
A - Anche sotto un altro aspetto si potrebbe no­

98 Gv. 1, 11-12.
Perché Cristo è uno 61

tare quanto turpe e quanto veramente colma della più


grande stoltezza sia la loro dottrina. Se è vero infatti
che chi è per adozione e grazia è sempre a somiglianza
di chi è per natura e veramente tale, in che modo
noi possiamo essere figli adottivi in rapporto a lui
come al vero Figlio, se anch'egli è, insieme a noi, nel
numero dei figli per grazia? Come mai, anche nelle
parabole evangeliche, egli è mandato dai servi in qua­
lità di Figlio, e avendolo visto i vignaioli dissero: « Co­
stui è l’erede; venite, uccidiamolo » 99? Dunque colui
che si è manifestato nella carne ed ha provato gli ol­
traggi dei Giudei è veramente Figlio, libero, perché
generato da una natura manifestamente libera e non
è di quelli che sono sottomessi al giogo; per questo
è ritenuto Dio, sebbene sia divenuto simile a noi che
siamo sotto il giogo, figlio di servitù egli che è, come
ho già detto, il vero Figlio per natura, al di fuori del
giogo e al di sopra della creazione; e su di lui siamo
stati modellati anche noi, figli di adozione e per grazia.
B - Ma noi non affermiamo, essi dicono, che l’uo­
mo è per natura Figlio di Dio, per non rischiare di am­
mettere due figli per natura. Come infatti il Verbo
disceso dai cieli non è, secondo natura, figlio di Davide,
cosi neppure il discendente di Davide è, secondo na­
tura, Figlio di Dio.
A - Allora si divideranno in due figli, e si potrà
sorprenderli tutti e due a portare un falso nome. E
qualcuno potrebbe dire, penso, che il mistero di Cristo
è una vana impostura, se le cose stanno cosi come
sostengono i nostri avversari deliranti. Dov’è infatti
l’unione, e a che scopo si è effettuata secondo loro?
0 forse anche il fatto che il Verbo sia divenuto carne
risulterà falso, e sarà stata ima finzione superflua, se
il Verbo di Dio Padre non ha portato il nome di figlio
di Davide per esserne divenuto il discendente secondo

» Mt. 21, 38.


62 Cirillo di Alessandria

la carne. Io penso che essi abbiano bisogno di sentirsi


dire da noi quel che lo stesso Cristo diceva ai capi
dei Giudei: « Che cosa pensate del Cristo? Di chi è
figlio? » 10°. E se essi rispondono: « Di Davide », avran­
no da noi questa risposta: « Come, dunque, Davide,
ispirato dallo Spirito, lo chiama Signore dicendo: Il
Signore ha detto al mio Signore: siedi alla mia destra,
finché abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?
Se dunque Davide, ispirato dallo Spirito, lo chiama
Signore, come è suo figlio? » 1M. Secondo gli avversari,
colui che non è veramente Figlio per natura siede in­
sieme a Dio; è dunque, dimmi, sul medesimo trono
deH'Onnipotente? Eppure, come dice il sapientissimo
Paolo, a nessuno degli angeli il Padre ha mai detto:
Tu sei mio Figlio, né: Siedi alla mia d e stra 102. Allora
come avrebbe i supremi onori, e per giunta il trono
della divinità, il figlio d ’una donna, « al di sopra di
ogni Principato, Potestà, Trono e Potenza, e ogni altro
titolo che può essere nominato » 103? Considera ciò che
dice il Signore: « Dunque se Davide, ispirato dallo Spi­
rito, lo chiama Signore, come può essere suo fi­
glio? » 104. Queste parole convincono chiunque ha cura
della verità che il Verbo, partecipando della carne e
del sangue, rimase anche in questo modo Figlio unico.
Che egli sia Dio ne dà testimonianza con la sua eccel­
lenza e signoria cosi come convengono a un Dio; che
egli sia uomo lo indica chiaramente facendosi chiamare
figlio di Davide.
B - In seguito a queste affermazioni, lo suppongo,
diranno senza dubbio: bisognerà dunque ammettere
che il discendente di Davide è anch’egli dell'essenza
di Dio Padre?
Mt. 22, 42.
101 Mt. 22, 4345.
Cf. Ebr. 1, 5.13.
“b Ef. 1, 21.
Mt. 22, 45.
Perché Cristo è uno 63

A - Ma non è questa domanda piena di stoltezza?


E non è anche in disaccordo con la potenza del mistero
e con l'amore della verità?
B - Spiegami in che modo.

Cristo discendente di Davide secondo la carne

A - Non mi devi distinguere dall'unico Cristo,


Figlio e Signore, il discendente di Davide, facendolo
pensare come un altro essere diverso. La dottrina orto­
dossa vuole che il Figlio Unigenito nato da Dio Padre,
lui stesso e nessun altro, è il discendente di Davide se­
condo la carne. Non dicano dunque, per una follia illi­
mitata, che come il Verbo disceso dal cielo non è,
secondo natura, figlio di Davide, cosi neppure il discen­
dente di Davide è Figlio di Dio secondo natura. In­
fatti il Verbo, che naturalm ente e veramente risplende
da Dio Padre, dopo avere assunto carne e sangue, è
rimasto, come ho detto poco fa, lo stesso, cioè Figlio
veramente e per natura del Padre, solo e unico, e non
come un altro essere accanto ad un altro, sicché la sua
persona deve ritenersi come una sola. In questo modo,
infatti, riducendo ad una unità reale, al di sopra della
nostra intelligenza e dei nostri ragionamenti, elemen­
ti dissimili fra loro e separati per loro natura, percor­
reremo senza errore la via della fede. Noi affermiamo
infatti che Cristo Gesù è uno, solo e il medesimo,
nato da Dio Padre in quanto Dio Verbo, e discendente
dal divino Davide secondo la carne. Non ti pare che
abbia esaminato bene la questione?
B - Si certamente.
A - Proporrò, in aggiunta, anche un'altra questio­
ne ai contestatori.
B - E qual è?
A - Non sono convinti forse che il Verbo Unigeni­
to ha la sua sussistenza dal Padre, m entre l'uomo as-
64 Cirillo di Alessandria

sunto, come essi dicono, per congiunzione, è uscito,


come essi sostengono, dal seme di Davide?
B - Cosi dicono.
A - Essendo dunque Dio, il Verbo sarà superiore
in tutto e per tutto, per natura e per gloria, al discen­
dente di Davide, e lo supererà di tanto quanta è la
differenza fra le loro nature. Altrimenti, se non è vera
questa mia affermazione, perché li distinguono, e l’imo
lo presentano come chi distribuisce gloria e potenza,
l’altro come chi riceve, e come chi raggiunge la sua
posizione a titolo di privilegio e d'un dono gratuito?
Ora, chi riceve si trova sicuramente in una posizione
d'inferiorità e al secondo posto in rapporto a chi dà,
e cosi pure in rapporto a colui che dà la gloria chi la
partecipa da lui.
B - Anch’essi, penso, ammettono un’enorme diffe­
renza fra Dio e gli uomini.
A - Allora, come mai il sapientissimo Paolo, ini­
ziatore dei misteri divini, lui nel quale abitava quel
medesimo che egli annunziava, e che parlava nello
Spirito, chiama Dio colui che era Giudeo secondo la
carne e lo chiama benedetto nei secoli, am en105? Che
cosa vi è al di sopra di Dio che è al di sopra di tutti?
E che cosa si potrà scoprire di più grande nel Verbo
nato dal Padre in paragone di quello che secondo la
carne è Giudeo, se è vero che l’uno non è l’altro, che
è Figlio a parte, e per giunta non veramente?
B - Ma il discendente di Davide, essi dicono, è
stato accolto in virtù della congiunzione, e poiché il
Verbo, che è Dio, abita in lui, egli partecipa della digni­
tà e degli onori (del Verbo). Ed è questo che ci inse­
gna il sapientissimo Paolo il quale, riferendosi a lui,
dice: « Si fece obbediente al Padre fino alla morte, e
alla m orte in croce. Per questo Iddio lo esaltò e gli

Cf. Rom . 9, 5.
Perché Cristo è uno 65

donò il nome che è al di sopra di ogni nome » 106, cioè


il nome di Dio.
A - Dunque, secondo loro, il nome al di sopra di
ogni nome è stato dato da Dio al discendente di Davide
in particolare come ad un altro figlio distinto?
B - Si, essi dicono. In realtà, poiché l’Unigenito
è Dio e nato da Dio per natura, in che modo gli si
potrebbe dare ciò che egli ha già?
A - Dunque, se non è a lui che si applica la parola
ricevere, occorre approfondire i motivi che hanno in­
dotto il divino Paolo a scrivere: « Abbiate in voi gli
stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, lui che,
avendo forma di Dio, non riputò una preda l’essere
uguale a Dio, esinanì invece se stesso, prendendo forma
di schiavo, divenendo simile agli uomini. E apparso
in aspetto di uomo umiliò se stesso facendosi obbe­
diente fino alla morte, e alla morte in croce. Per questo
Iddio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di
ogni nome » 107. Se dunque è, secondo loro, il discen­
dente di Davide, l'uomo preso separatamente e per suo
conto, che ha ricevuto il nome al di sopra di ogni
nome, ci dimostrino che egli preesisteva nella form a
divina, che non riputò ima preda l'essere uguale a
Dio, e inoltre che ha preso la forma di schiavo, eviden­
temente perché non l’aveva e non era schiavo prim a di
prenderla. Tuttavia, come essi stessi affermano e rico­
noscono di sentire, è lui stesso la forma di schiavo.
Allora, come l’avrebbe presa come se non l'avesse? E
come, essendo uomo, potrebbe essere considerato « di
essersi fatto simile agli uomini » 10s? O di essere apparso
« in aspetto di uomo » 109? Dunque la forza delle consi­
derazioni dovrebbe costringerli, anche loro malgrado,
a tornare indietro e a riconoscere la verità.
FU. 2, 8-9.
107 Fil. 2, 5-9.
w» Fil. 2, 7.
i» Ib id .
66 Cirillo di Alessandria

B - Quale?
A - Che il Verbo di Dio, sussistendo nella forma
di Dio Padre, impronta della sua sostanza110, eguale
in tutto a colui che l'ha generato, ha annientato se
stesso. E in che cosa consiste l’annientamento? Nel-
l’aver assunto la carne e nell'aver preso la forma di
schiavo, nell’essersi assimilato a noi colui che per sua
natura non è affatto simile a noi, m a superiore a
tu tta la creazione. Cosi ha umiliato se stesso, sotto­
mettendosi, in vista dell'economia, ai limiti dell'uma­
nità. Ma anche cosi egli era Dio, poiché non ha ricevuto
in dono ciò che gli appartiene per natura. Perciò do­
mandò a Dio Padre che è nei cieli: « Padre, glorificami
presso di te con la gloria che avevo prim a che il mon­
do fosse » U1. Non credo che essi vogliano dire che
il discendente di Davide, generato negli ultimi tempi
del mondo, abbia rivendicato come propria ima glo­
ria anteriore al mondo, se è vero che egli è, per suo
conto, un altro figlio distinto dal vero Figlio per na­
tura: queste parole si adattano piuttosto a un Dio.
Doveva infatti, doveva adattarsi ai limiti deU’uma-
nità e conservare in modo autentico l'eccellenza della
dignità divina che gli apparteneva per essenza preci­
samente come appartiene al Padre. Giacché in che
modo potrebbero avverarsi le parole: « Non ci sarà in
te Dio forestiero » m, se un uomo è divinizzato, come
essi dicono, per la sua congiunzione con il Verbo ed
è dichiarato assiso insieme sul trono del Padre e com­
partecipe della sua dignità?
B - Dici bene.
A - E come potrebbe comprendersi giustamente
ciò che è stato saggiamente detto dalla voce di Paolo:
« Infatti sebbene vi siano molti dèi e molti signori sia

“o Ebr. 1, 3.
m Gv. 17, 5.
»2 Sai. 80, 10.
Perché Cristo è uno 67

nel cielo che sulla terra, tuttavia per noi uno solo è
Dio, il Padre, dal quale ha origine tutto e dal quale
veniamo anche noi, e uno solo è il Signore Gesù Cristo,
mediante il quale tutto esiste e per mezzo del quale
noi pure siamo » 113? Se dunque vi è un solo Signore
Gesù Cristo, e tutto è stato portato all'esistenza per
mezzo di lui, come è detto molto bene, che cosa fare­
mo, brava gente, se voi separate l'uomo assunto, come
voi dite, dal Verbo generato dal Padre? Chi diremo
che sia l’autore di tutte le cose?
B - Il Figlio naturale di Dio Padre, cioè l'Unige­
nito.

Gesù il Verbo Unigenito di Dio

A - Ma chi ci ha iniziati ai divini misteri ci dice


che tutto è stato portato all’esistenza per mezzo di
Gesù Cristo e che lui è uno e solo. Ti ricordo che,
analizzando il nome di Cristo, diciamo che questo in­
troduce il concetto d'unzione. E si deve all'essere
stato unto che imo è chiamato cristo. Pertanto o dicano
che il Verbo uscito da Dio Padre è stato unto nella
sua propria natura ed ha avuto bisogno di essere san­
tificato per mezzo dello Spirito e di parteciparne, op­
pure ci facciano capire in che modo potrebbe essere
ritenuto Cristo colui che non è stato unto, e in che
modo si potrebbe chiamare Gesù il Verbo Unigenito di
Dio considerato a parte. Certo, il beato Gabriele dice
alla santa Vergine: « Non temere, Maria. Ecco infatti
concepirai nel grembo e partorirai un figlio, e gli
imporrai nome Gesù. Egli infatti salverà il proprio
popolo dai suoi peccati » 114.
B - Diciamo dunque che tutto è stato creato d a

na 1 Cor. 8, 5-6.
im Le. 1, 30-31; Mt. 1, 21.
68 Cirillo di Alessandria

un uomo, e che colui il quale, negli ultimi tempi del


mondo, è nato da una donna è il Creatore del cielo,
della terra e, in breve, di tutto ciò che in essi si trova?
A - Dimmi dunque tu stesso, ti prego: non è
vero che il Verbo si è fatto carne? 11S. Non è forse stato
chiamato Figlio dell’uomo? Non ha preso la forma di
schiavo? Non esinanì se stesso, divenuto simile agli
uomini e apparso in aspetto di uomo? Ué. Se dunque
negano l'economia, i divini discepoli si opporranno ad
essi dicendo: « E noi abbiamo contem plato e attestia­
mo che il Padre inviò il Figlio come salvatore del
mondo. E chiunque confessa che Gesù è il Figlio di
Dio, Iddio in lui dimora ed egli in Dio » 117. E ancora:
« In questo si conoscerà lo Spirito di Dio: ogni spirito
che confessa che Gesù Cristo è venuto in carne è da
Dio, ed ogni spirito che non confessa Gesù, non è da
Dio » us. D'altra parte, che senso avrebbe il prendere
in considerazione, nei riguardi di un uomo, il fatto che
sia venuto nella carne? Ha senso invece, per uno che
è fuori della carne ed ha una natura diversa dalla
nostra, l’essere nella carne e l’essere venuto con quella
in questo mondo, pur rimanendo quel che era. Dunque,
anche se è divenuto uomo, nulla vieta di pensare che
tutto è stato creato per mezzo di lui, in quanto è ritenu­
to Dio e coeterno al Padre. Il Verbo infatti, essendo
Dio, non cambia anche se ha assunto una carne — e
non, come dicono gli innovatori della fede, un uomo —
dotata di u n’anima intellettiva: è lui stesso, come ho
già detto, che è divenuto carne, ossia uomo. In questo
modo, essere unto sarà per lui una cosa conveniente,
senza discussione. E sarà chiamato anche Gesù in
quanto è veramente lui che accetta di nascere da una

us Cf. Gv. 1, 14.


iw Cf. Fil. 2, 5-8.
117 1 Gv. 4, 14-15.
ne 1 Gv. 4, 2-3.
Perché Cristo è uno 69

donna secondo la carne. In questo modo infatti egli


ha salvato il suo popolo, non come uomo congiunto
a Dio, ma come Dio che si è fatto simile a coloro che
erano in pericolo, affinché in lui, per primo, fosse ripor­
tato al suo stato originale il genere umano. Infatti in
lui tutto è nuovo119.
B - Di conseguenza, ci opporremo a credere o a
dire che un uomo è stato unito a Dio Verbo ed ha par­
tecipato alla sua dignità ed ha ottenuto l'adozione a
figlio in virtù d’ima grazia?
A - Si assolutamente. Giacché le Sacre Scritture
non riconoscono queste affermazioni che sono piutto­
sto invenzioni d'uno spirito avido di novità, insignifi­
cante, d u n a mente debole ed incapace di vedere la
profondità del mistero. Dove infatti la Sacra Scrittura
dice qualcosa di simile? Il divino Paolo, esponendo
molto chiaramente il mistero deH’Incarnazione dell'Uni-
genito, dice: « Poiché dunque i figlioli hanno in co­
mune il sangue e la carne, anch'egli, alla stessa guisa,
ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza,
mediante la morte, colui che della morte aveva il po­
tere, cioè il diavolo » 120. E altrove: « Quello che era
impossibile alla legge, ridotta all'impotenza dalla car­
ne, lo fece Dio che, mandando il proprio Figlio in una
carne simile a quella del peccato e in vista del peccato,
condannò il peccato nella carne, affinché tutto ciò che
prescrive la legge si compisse in noi la cui condotta
non è più conforme alla carne, ma allo spirito » 121.
Noi affermiamo, d’accordo con quanto pensarono gli
interpreti di Dio, che ebbe carne e sangue non colui
che, per sua natura, aveva già carne e sangue e non
poteva essere nient’altro, ma colui che non fu mai
nulla di simile e che ha una natura diversa dalla nostra.

Cf. 2 Cor. 5, 17.


i» Ebr. 2, 14.
121 Rom. 8, 34.
70 Cirillo di Alessandria

Affermiamo che è nato da una donna e da una carne


simile a quella del peccato colui che per noi si è
fatto come noi, pur rimanendo, nello stesso tempo,
superiore a noi, considerato nella sua divinità. Il Verbo
infatti è divenuto carne, ma non carne del peccato,
bensì carne « simile a quella del peccato » 122; è vis­
suto con le altre persone che vivono sulla terra come
un uomo, si è fatto a nostra somiglianza, ma non sog­
getto con noi al peccato, bensì al di là della cono­
scenza del peccato: giacché il medesimo era nello stes­
so tempo Dio e uomo. Ma essi sottraggono, non so
come, all'Unigenito questa così venerabile e meravi­
gliosa economia, e uniscono a lui per relazione un
uomo coperto di onori estrinseci e risplendente di
gloria estranea, non veramente Dio, ma congiunto a
Dio per partecipazione, Figlio pseudonimo, Salvatore
salvato, Redentore redento, nonostante che il beato
Paolo abbia scritto così: « Poiché per tu tti gli uomini
si è m anifestata la grazia di Dio come fonte di salvezza
affinché, avendo rinnegato l’empietà e le passioni mon­
dane, vivessimo nel tempo presente con moderazione
e giustizia, nell'attesa che si realizzi la felice speranza
della manifestazione gloriosa del grande Dio e salvato­
re nostro Gesù Cristo » 123.
B - Sì, dicono. Poiché, una volta che è stato rite­
nuto degno di essere congiunto a Dio Verbo, anch'egli
è stato chiamato grande Dio, benché uscito dal seme
di Davide.

Il senso del mistero di Cristo

A - Ohimè, quale follia! « Essi che pretendevano


d'essere sapienti, diventarono stolti » 124, secondo quan-
122Rom. 8, 3.
i“ Tit. 2, 11-13.
im Rom. 1, 22.
Perché Cristo è uno 71

to è scritto. Giacché, come ho detto, essi trasformano


il senso del mistero che riguarda Cristo in quello dia­
metralmente opposto. Innanzi tutto, dire che egli è
stato ritenuto degno d’un onore equivarrebbe a nien-
t'altro che a dichiararlo un uomo comune e a porre
stoltamente un tramezzo che stabilisce un'alterità to­
tale, e perciò ad ammettere l’adorazione d'un paio di
figli, dei quali l'uno è vero e secondo natura, l'altro
invece adottivo e bastardo, che non ha nulla di suo e
al quale si potrebbe dire come a noi: « Che cosa hai
che non hai ricevuto? » 125. In secondo luogo, dove vuole
arrivare il sapientissimo Paolo quando dice: « Poiché
il Figlio di Dio Gesù Cristo, che io, Silvano e Timoteo
abbiamo tra voi predicato, non fu "si e no”; in lui
non c ’è stato che "si" » I26? Come non è stato « si e
no » se si dice che egli è Dio, mentre non lo è? Se è
con menzogna che lo si chiama Figlio e Signore? Se
egli era ciò che essi lo ritengono, sarebbe stato oppor­
tuno per lui dover dire: « È per la grazia di Dio che
sono quello che sono » w. Infatti, ciò che non è insito
per natura, ma viene dal di fuori ed è aggiunto e dato
da un altro, non appartiene tanto a chi lo ha ricevuto
quanto a colui che lo ha dato e largito. E come ha
affermato: « Io sono la verità » I28, se in lui non c'è nulla
di vero? Certamente l'hanno colto le tenebre se egli ha
mentito. Ma « non fece peccato, e nella sua bocca non
fu trovato inganno » 129, come è stato scritto.
B - No certo.
A - E poi dov’è l'annientamento? E a chi si
penserebbe di attribuirlo? Giacché non si vede come
sia stato annientato uno che, al contrario, è stato ar­
ricchito, anche se questa ricchezza non gli spetta per
125 1 Cor. 4, 7.
i« 2 Cor. 1, 19.
127 1 Cor. 15, 10.
128 Gv. 14, 6.
i» 1 Pt. 2, 22.
72 Cirillo di Alessandria

natura. Infatti non avrebbe avuto alcun bisogno di


cose altrui, e sarebbe stato superfluo per lui ricevere se
fosse stato intrinsecamente perfetto, e avesse avuto
tutto a sufficienza: invece tutti noi abbiamo ricevuto
dalla pienezza di C risto130, e gli interpreti del messag­
gio divino non hanno potuto mentire. Difatti il Cristo
ha tutto, e non gli si può dare assolutamente nulla,
perché è considerato ed è Dio, anche se gli toccò rice­
vere in ragione dei limiti deH'umanità e in quanto
si è manifestato simile a noi, ai quali invece molto giu­
stamente si potrebbe chiedere: « Che cosa hai tu che
non l’abbia ricevuto? » U1.
B - Si, dicono. Vi è un solo Cristo, un Figlio e
Signore, il Verbo generato da Dio Padre, al quale è
congiunto colui che è del seme di Davide.
A - Ma, amici miei, potrebbe dire loro qualcuno,
in che modo è possibile considerare come ima sola
persona uno che ha unito a sé un altro? È piuttosto
uno più uno, o meglio, più un altro: dunque sono asso­
lutamente due. Si potrebbe pensare veramente ad un
Figlio unico, se affermassimo che il medesimo è, da
una parte, Dio Verbo generato divinamente da Dio, e
dall'altra, cosa straordinaria, uom o generato da una
donna secondo la carne. Al contrario, mettendo da par­
te e distinguendo separatamente colui che è del seme
di Davide, gli contestano di essere veramente Dio e Fi­
glio, e gli concedono, solo per comunicazione e parteci­
pazione, filiazione e gloria non propria: in questo modo
troveremo, mi pare, che i rimproveri mossi dai Giudei
contro di lui non erano fuori posto. In realtà essi dice­
vano: « Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per
bestemmia, perché tu, essendo uomo, pretendi essere
Dio » 132.

i® Cf. Gv. 1, 16.


“ 1 Cor. 4, 7.
Gv. 10, 33.
Perché Cristo è uno 73

B - Essi affermano che l’unico Cristo è vero Dio


e vero Figlio, riferendo ciò chiaramente al Verbo gene­
rato da Dio, il quale ha assunto, per congiunzione, il
discendente di Davide.
A - Ma se il Verbo di Dio Padre non è, lui stesso,
colui che è nato da ima donna secondo la carne, ma
uno più un altro, come si può chiamare Cristo, secondo
quanto abbiamo già detto, colui che non è stato unto?
B - Dunque, se il discendente di Davide non è
diverso dal Verbo di Dio Padre, bisogna dire che è esi­
stito prim a del tempo. E allora, com'è che il sapien­
tissimo Paolo rigetta questa tesi, esprimendosi, come
se volesse porre una questione, con queste parole:
« Gesù Cristo ieri e oggi lo stesso, e nei secoli » li3?
In altre parole, questo Gesù di ieri e di oggi, egli
dice, sarà il medesimo anche nei secoli, ossia aggiunto,
come lo era ieri e oggi, mentre il Verbo di Dio è coesi­
stente al proprio Padre.
A - Soprattutto distorcono la verità per adattar­
la alle loro idee assurde e corrompono l’esattezza delle
Sacre Scritture. In effetti, chi dicesse che il Cristo Gesù
è anteriore al tempo, non andrebbe fuori della verità,
se è vero che uno è il Figlio e Signore, il Verbo ante­
riore al tempo, il quale si è sottomesso alla nascita
da una donna secondo la carne negli ultim i tempi del
mondo. E che il Verbo non è affatto cambiato, una
volta divenuto uomo come noi, ce lo esprime l’autore
ispirato con queste parole: « Gesù Cristo ieri e oggi
10 stesso, e nei secoli » 134. Con « ieri » egli indica il
tempo passato, con « oggi » il presente, con « nei secoli »
11 futuro e l’avvenire. E se essi pensano d’avere inven­
tato qualcosa di grande, interpretando « ieri e oggi »
come l’equivalente di « recentemente congiunto », so­
stenendolo con forza e domandando: « Colui che è ieri

“ E b r. 13, 8.
“ E b r. 13, 8.
74 Cirillo di Alessandria

e oggi, come sarebbe anche in tutti i secoli? », ritorce­


remo anche noi la domanda in senso contrario. Infatti
al Verbo che esiste nei secoli come gli si potrebbe
attribuire di esistere ieri e oggi, se è vero che uno è il
Cristo e non si divide13S, secondo l’espressione del
divino Paolo? Che egli abbia voluto essere riconosciuto
da noi come tale, si può arguire da ciò. Sebbene visi­
bile nella carne e vincolato nei limiti deH’umanità, egli
ha testimoniato la sua esistenza prim a del tempo con
queste parole: « In verità, in verità vi dico: prim a che
Abramo fosse, io sono » 136. E ancora: « Se non credete
quando parlo di cose terrene, come crederete quando
vi parlerò di cose celesti? » I37. E: « Nessuno è salito al
cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che dal cielo disce­
se » 13e. In realtà, egli dice tali cose in quanto Verbo
esistente in eterno e prim a del tempo, disceso dai cieli,
poi apparso, lui stesso, uomo simile a noi, come unico
Cristo e Signore anche quando si fece carne.
B - Essi hanno escogitato anche un altro ragio­
namento. Ed eccolo: Occorre, essi dicono, considerare
il discendente di Davide come Figlio di Dio allo stesso
modo come si può chiamare figlio di Davide il Verbo
di Dio Padre: difatti né l'imo né l'altro è tale per
natura.

Il Verbo incarnato Dio da Dio

A - Allora si dia posto al concetto della vera


unione affinché si creda cosi: il Verbo si è fatto carne,
ossia uomo, e per questo motivo figlio di Davide, non
in maniera fittizia ma reale, in quanto nato da lui

135 Cf. 1 Cor. 1, 13.


“ Gv. 8, 58.
«7 Gv. 3, 12.
138 Gv. 3, 13.
Perché Cristo è uno 75

secondo la carne; ed è rim asto ciò che era, ossia Dio


da Dio. Perciò coloro che ci hanno iniziato ai messag­
gi evangelici, riconoscendolo Dio e insieme uomo,
cosi ci hanno parlato di lui. Infatti è stato scritto del
beato Battista: « L'indomani egli vede Gesù venire
verso di lui e dice: Ecco l'agnello di Dio che toglie il
peccato del mondo. Questo è colui del quale ho detto:
Dopo di me viene un uomo che mi ha sopravanzato
perché era prim a di me; ed io non lo conoscevo; ma
sono venuto a battezzare in acqua proprio perché egli
fosse manifestato a Israele » 139. Nota dunque come,
sebbene parli d'un uomo e lo chiami agnello, egli
afferma che non è un altro che toglie il peccato del
mondo; ma questo grande, veramente straordinario e
divino onore lo attribuisce a lui. (Giovanni) dice che
quello lo ha sopravanzato e gli è davanti, sebbene
sia nato dopo, riferendosi, è chiaro, al tempo della
sua nascita secondo la carne. Difatti, se l'Emmanuele,
in quanto uomo, era nato dopo, però, come Dio, esi­
steva prim a d'ogni tempo. Peroiò egli era più giovane
in ragione della natura umana, m entre era eterno in
ragione della natura divina. È per questo che Pietro,
uomo assolutamente superiore, che contemplava il
Verbo non nudo né sprovvisto di carne, m a apparso
nella carne e nel sangue, fece la sua professione di
fede in lui in modo chiaro e preciso con queste paro­
le: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » 14°. A
ciò egli senti rispondersi: « Beato sei tu, Simone
Bar-Jona, perché non carne e sangue te l'ha rivelato,
ma il Padre mio che è nei cieli » M1. Ora, se il mistero
non fosse profondo, e se egli non fosse Dio nella
carne, ma, come essi vogliono, uomo e figlio per grazia,
perché (Pietro) avrebbe avuto bisogno d'un simile

139 Gv. 1, 29-31.


Mt. 16, 16.
mi Mt. 16, 17.
76 Cirillo di Alessandria

iniziatore? Non c'era nessuno sulla terra in grado


di svelare il mistero al discepolo? E perché il Padre
stesso doveva assumersi il compito di farsi su questo
il suo educatore? Inoltre, i divini discepoli, veden­
dolo una volta camminare sulle onde del mare, rim a­
sero stupefatti per questo segno divino e confessa­
rono la loro fede dicendo: « Veramente, tu sei il Figlio
di Dio » 142. Ma se egli è un bastardo ed ha un falso
nome, ed è figlio adottivo, ebbene rimproverino ai
discepoli di aver mentito, e per giunta d'aver giurato.
Difatti essi hanno aggiunto la parola « veramente »,
quando hanno affermato che egli era il Figlio di Dio
Padre.
B - Tu dici benissimo.
A - E poi, com'è che il Figlio dell’uomo ha i
suoi angeli, e risplende nella gloria di suo Padre?
Egli infatti dice di se stesso: « Il Figlio dell’uomo
deve venire nella gloria di suo Padre con i suoi
angeli » 143. E ancora: « Il Figlio dell’uomo invierà i
suoi angeli » 144. Se essi rifiutano di credere quando
lo vedono coronato di gloria divina e di onori cosi
insigni e supremi, lo ascolteranno dire: « Se non cre­
dete a me, credete alle mie opere » 14S. E ancora: « Se
non faccio le opere di mio Padre, non credetemi;
ma se io le faccio, anche se non credete a me, credete
alle mie opere » 146. Vedendo in un uomo l’eccellenza
della gloria ineffabile, non certo come estranea o con­
ferita per grazia, m a come propria di quest'uomo,
come si potrà non credere che in una forma come la
nostra vi era Dio e il vero Figlio di Dio che è al di
sopra di tutto?

« Mt.
1 14, 33.
Mt. 16, 27.
Mt. 13, 41.
Gv. 10, 38.
Gv. 10, 37-38.
Perché Cristo è uno 77

B - Egli sostenne, essi obiettano, di avere i suoi


angeli, e fu l’autore di questi segni perché il Verbo
abitava in lui e gli dava la sua propria gloria e la
sua potenza. È scritto infatti: « (Sapete) che Dio ha
tinto con Spirito Santo e potere taumaturgico Gesù di
Nazareth, il quale passò facendo del bene e guarendo
tutti quelli che erano oppressi dal demonio » 147. Egli
dunque era taumaturgo poiché era unto di forza e
di Spirito.
A - Allora, poiché il Verbo, essendo Dio e santo,
ed essendo onnipotente per natura e per essenza, non
aveva alcun bisogno di potere altrui né di santifica­
zione ottenuta per grazia, chi è dunque colui che è
stato unto con potere taumaturgico e Spirito Santo?
B - Essi risponderanno certamente che è l'uomo
assunto per congiunzione.
A - È lui dunque, considerato separatamente e
per suo conto, Gesù Cristo, e del quale il sapientissi­
mo Paolo dice: « Per noi imo solo è Dio, il Padre, dal
quale ha origine tutto e dal quale veniamo anche
noi, e uno solo è il Signore, Gesù Cristo, mediante il
quale tutto esiste e per mezzo del quale noi pure
siamo » 148. E allora, dimmi, come è stato creato tutto
da un uomo? E per quale ragione egualmente è posto
direttamente come Figlio accanto al Padre, senza al­
cun intermediario? Dove collocheremo dunque l’Uni­
genito, dal momento che abbiamo sistemato al suo
posto l’uomo? Un uomo, per giunta, reso attivo da
lui, a quanto ci dicono, e per lui coperto di onori.
Non ti pare che il loro discorso ha superato i limiti
del verisimile, si è allontanato dalla meta, e si ha ben
diritto di deriderli per essersi discostati compieta-
mente dalla verità?
B - Il Verbo di Dio, egli dice, è chiamato uomo

1« A tti, 10, 38.


148 1 Cor. 8, 6.
78 Cirillo di Alessandria

pressappoco per questo motivo: come infatti l'uomo


assunto da lui è nato a Betlemme di Giuda, ma è chia­
m ato Nazareno per aver abitato a Nazareth, cosi Dio
Verbo è chiamato uomo perché abita in un uomo.

Dio Verbo abita in un uomo

A - O cervello senile e mente paralizzata, capace


solo di dire sciocchezze e nient'altro! « Scuotete, o
ebbri, la vostra ubriachezza! » 149 si dovrebbe gridare
agli avversari. Perché fate violenza alla verità e, travi­
sando il senso delle verità divine, vi portate fuori dalla
■via regale? In effetti, a quanto pare, il Verbo non si
è più fatto carne, come asseriscono le Scritture, ma
piuttosto abitante di un uomo; e sarebbe logico chia­
marlo umanizzato piuttosto che uomo, allo stesso mo­
do come anche l’abitante di Nazareth è chiamato Naza­
reno e non Nazareth. E nulla, credo, può assoluta-
mente impedire, se veramente credono valide le loro
stolte invenzioni, che, insieme al Figlio, sia chiamato
uomo il Padre ed anche lo Spirito Santo. Difatti me­
diante lo Spirito abita in noi la santa e consustan­
ziale Trinità nella sua pienezza. Ed è per questo che
Paolo dice: « Non sapete che siete tempio di Dio e che
lo Spirito di Dio abita in voi? » 15°. E Cristo stesso:
« Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio
10 amerà, e verremo presso di lui e dimoreremo presso
di lui » 1S1. Ebbene, in nessun modo il Padre è chia­
mato uomo, né ciò si dice dello Spirito Santo per il
fatto che abita in noi. Ma questi m ettono in ridicolo
11 mistero deH’Incamazione, travisando i dogmi della
Chiesa che sono cosi retti e degni d'essere accolti. Per-

1« Gioe. 1, 5.
«so 1 Cor. 3, 16.
«i Gv. 14, 23.
Perché Cristo è uno 79

tanto prosegua il nostro discorso, lasciando da parte i


loro ragionamenti nauseanti. Se infatti (l'uomo assun­
to) fece dei miracoli perché il Verbo era in lui, devono
considerarlo senza dubbio imo dei santi profeti: (il
Verbo) infatti ha compiuto miracoli anche per mezzo
dei santi. Ma se essi affermano che il Figlio è fra
questi ultimi, lo considerano alla stessa stregua d'un
profeta o d ’un apostolo.
B - Non è stato chiamato, essi replicano, pro­
feta e apostolo?
A - Non ti sbagli. Mosè ha detto al popolo d’Israe­
le: « Il Signore Dio vostro susciterà per voi un profeta
tra i vostri connazionali come ha suscitato me » 152.
Anche il divino Paolo ha scritto: « Perciò, fratelli santi,
partecipi d’una vocazione celeste, considerate l'apo­
stolo e sommo sacerdote della nostra confessione,
Gesù » 153. Rispondano allora alla mia domanda: è mo­
tivo di gloria per ogni uomo la grazia della profezia, o
l’essere giudicato degno del privilegio apostolico, l’es­
sere chiamato pontefice?
B - Cosi penso.
A - Ma probabilmente diranno che tutto ciò è
esiguo e inaccettabile per Cristo considerato come Dio,
sebbene sia proprio questo che lo fa vedere annientato
e con i limiti della condizione umana. Come, essendo
Dio per natura e veramente Signore, prese la forma
di schiavo, per essere nato in questa forma e aver
assunto tutto ciò che quella comporta, cosi lui che
dà lo spirito di profezia e designa gli apostoli e isti­
tuisce i sacerdoti, si è fatto simile in tutto ai frate lli154:
e cosi è stato chiamato profeta, apostolo e gran sa­
cerdote.
B - Ma, pur ammettendo che egli sia stato pro-

i“ Atti, 3, 22; cf. Deut. 18, 15-19.


153 Ebr. 3, 1.
im Cf. Ebr. 2, 17.
80 Cirillo di Alessandria

feta, essi dicano che non fu come uno dei profeti, ma


piuttosto li superò di molto. Difatti quelli hanno posse­
duto la grazia concessa con m isura dal volere di Dio
e ad un dato momento, mentre egli era riempito della
divinità e fin dal primo istante della sua nascita: giac­
ché il Verbo, che era Dio, coabitava in lui.
A - Dunque il Cristo è al di sopra dei santi pro­
feti che sono nati prim a di lui sia per la quantità di
grazia che per il lungo periodo di tempo, ed in questo
consiste la sua superiorità! Ma la vera questione è
stabilire se sia stato profeta, e non se lo sia stato di
più o di meno o in grado superiore: giacché l’essere
profeta e il non oltrepassare i limiti della nostra natura
è ciò che costituisce il suo abbassamento; poco im­
porta che lo si consideri tale fin dalla nascita, come
esattamente il divino Battista, di cui il beato angelo
dice: « E sarà riempito di Spirito Santo fin dal seno
di sua madre » I5S. Allora, come mai l'uno era servitore,
mentre l’altro è coperto di onori dovuti al padrone?
Di se stesso il beato Giovanni dice: « Chi è della terra,
terrestre è il suo linguaggio » 156; mentre dell'Emma-
nuele dice: « Chi viene dal cielo è al di sopra di
tutti » 157.
B - Tuttavia potrebbero forse dire che il Verbo
generato da Dio Padre è dall’alto e certamente al di
sopra di tutto; perciò essi temono che, attribuendogli
la condizione umana, gli si faccia torto e lo si riduca
ad uno stato ignominioso. Per questo motivo sosten­
gono energicamente che egli si è preso, associandoselo,
un uomo al quale invece potrebbero convenire ed essere
attribuite le debolezze umane. Cosi la natura del Verbo
non subirà assolutamente alcun danno.
A - Dunque di comune accordo si penserà e si

Le. 1, 15.
Gv. 3, 31.
is? Ib id.
Perché Cristo è uno 81

dirà che l’essere assunto è diverso (dal Verbo). Ma


noi non andremo dietro alla stoltezza di quelli, né li
faremo arbitri e giudici della nostra fede, mettendo
da parte la Sacra Scrittura e disprezzando la tradizio­
ne dei santi apostoli ed evangelisti. Se in essi è insita
ima intelligenza inerte e ignorante, incapace di son­
dare la profondità del mistero, non per questo sba­
glieremo anche noi, assecondando la loro ignoranza e
rifiutandoci di percorrere il retto cammino della verità.
Conosciamo quanto ha scritto il santissimo Paolo, che
bisogna « rovesciare i sofismi e ogni superbia che si
levi contro la conoscenza di Dio e far prigioniero ogni
intelletto perché obbedisca a Cristo » I5“. Oltre a questo,
potresti parlarm i di altri punti per i quali essi si scan­
dalizzano, e che sono, alla m aniera giudaica, una pietra
d’inciam po159 contro cui essi cadono?
B - Potrei, come no? E per di più abbondante­
mente. Ma te ne parlerò, proponendoli ad uno ad uno.
Dicono, ad esempio, che Cristo è stato santificato dal
Padre. È scritto infatti: « E Giovanni testimoniò dicen­
do: Ho contemplato lo Spirito discendere dal cielo e
fermarsi su di lui. E io non lo conoscevo; ma colui il
quale mi ha inviato a battezzare in acqua mi ha detto:
Colui sul quale vedrai scendere e fermarsi lo Spirito,
è lui che battezza in Spirito Santo. Ed io ho visto ed
attestato che è lui il Figlio di Dio » 160. Anche Paolo ha
scritto sullo stesso argomento: « Poiché il santificante
e i santificati, tutti sono da uno solo » 161. Ora il Verbo,
essendo Dio e santo per natura, non potrebbe in
nessun modo essere santificato. Resta dunque da dire
che è stato santificato l'uomo assunto dal Verbo per
congiunzione.

158 2 Cor. 10, 4.5.


is» Cf. Is. 8, 14-15.
“o Gv. 1, 32-34.
i« Ebr. 2, 11.
82 Cirillo di Alessandria

Il Verbo incarnato dispensatore di Santità

A - Allora, com’è che colui il quale è stato bat­


tezzato, e sul quale lo Spirito è disceso in modo visi­
bile, battezza nello Spirito Santo e compie azioni che
convengono propriamente alla natura divina? Egli è,
in realtà, dispensatore di santificazione; e, per dimo­
strare che ciò era un suo proprio bene, il Verbo incar­
nato alitò materialmente sui santi apostoli dicendo:
« Ricevete lo Spirito Santo; a chi rim etterete i pec­
cati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno rite­
nuti » I62. E come mai il divino Battista, indicando
molto chiaramente colui che era stato battezzato, rese
questa testimonianza: È lui il Figlio di Dio, m ostran­
dolo individualmente, e con l’articolo? Occorreva, se
mai avesse saputo che quest'uomo era diverso dal
vero Figlio, occorreva che chi iniziava al m istero il
mondo di quaggiù spiegasse la verità, dicendo chiara­
mente: Costui è quello che è divenuto Figlio per un
dono gratuito dovuto alla sua congiunzione con il
vero Figlio per natura. Ma non ha detto nulla di simile;
anzi ha riconosciuto che imo solo e il medesimo era il
Verbo generato da Dio Padre e il discendente di Davide
secondo la carne, santificato in quanto uomo e santi-
ficatore in quanto Dio. Vi era, come ho già detto, nel
medesimo questo e quello. Se dunque non si fece uomo,
se non è nato da una donna secondo la carne, aboliamo
da lui la condizione umana. Se invece è vero che egli
si è sottomesso ad un tale annientamento ed è divenuto
simile a noi, per quale ragione gli rifiutano tu tto ciò
per cui potrebbe essere considerato annientato? Ciò
significa annullare molto stoltamente l'ingegnosità della
sua economia nella carne.
B - Se dunque si dice che egli ha ricevuto gloria
ed è divenuto Signore, che è stato elevato dal Padre

142 Gv. 20, 22-23.


Perché Cristo è uno 83

e proclamato re, attribuerai forse queste cose a Dio


Verbo, facendo assolutamente torto alla sua gloria?
A - Chi potrebbe dubitare che la natura di Dio
Verbo è stata colmata di gloria, di regalità e di auten­
tica signoria? La si deve ritenere fermamente stabile
nelle altezze le più convenienti a Dio. Ma da quando
si è manifestato come uomo, al quale tutto è dato ed
aggiunto, ancorché sia ripieno, e di questa pienezza
colmi ogni creatura, egli riceve alla maniera degli
uomini dal momento che ha fatto propria la nostra
indigenza. E in Cristo si verificava questo insolito e
strano paradosso: la signoria in una forma di servo,
la gloria divina nella piccolezza umana, la dignità re­
gale che incoronava chi era sotto il giogo — per quanto
riguarda evidentemente il limite della condizione uma­
na — e l'umiltà esaltata fino al più alto dei gradi. In­
fatti l'Unigenito divenne uomo non per rimanere sem­
pre allo stato di annientamento, ma, pur accettando
tutte le conseguenze di quello, per farsi riconoscere,
anche in questa condizione, Dio per natura, e per ono­
rare in se stesso la natura umana, dichiarandola par­
tecipe delle dignità sacre e divine. E troveremo che
gli stessi santi chiamano il Figlio gloria di Dio Padre,
e inoltre re e ancora Signore anche dopo che egli è
divenuto uomo. Isaia infatti dice pressappoco cosi:
« Come quando un uomo raccoglie le olive, cosi saranno
raccolti, e quando finisce la raccolta questi alzeranno
la voce. E quelli che sono stati lasciati sulla terra si
rallegreranno con la gloria del Signore » 1<a. E ancora
un altro santo 164 dice: « Risplendi, Gerusalemme, per­
ché viene la tua luce e la gloria del Signore si è levata
su di te. Ecco l'oscurità e le tenebre ricoprono la terra,
ma su di te risplende il Signore e la sua gloria apparirà
Is. 24, 13-14.
164 La citazione appartiene allo stesso Isaia. Perciò l'attri­
buzione della citazione « ad un altro santo » o è una svista di
Cirillo o è un’aggiunta dovuta a qualche copista.
84 Cirillo di Alessandria

su di te » 165. E Giacomo, il suo discepolo, dice: « Fra­


telli, abbiate fede nel Signore nostro Gesù Cristo glori­
ficato senza riguardi personali » 166. E ancora il divino
Pietro: « Beati voi se siete oltraggiati per Cristo, perché
10 Spirito della gloria e di Dio riposa su di voi » 167.
B - È sufficiente per noi, mio caro, quanto è
stato detto su questo argomento. Spiegaci ora come
dobbiamo interpretare ciò che è stato scritto a pro­
posito di Cristo: « Egli, nei giorni della sua vita nella
carne, avendo innalzato, con forte gemito e lacrime,
preghiere e suppliche a chi poteva liberarlo da morte,
è stato esaudito per la sua pietà, e, pur essendo Figlio,
imparò da ciò che soffri l'obbedienza, e, reso perfetto,
divenne per tutti quelli che l'obbediscono causa di sal­
vezza eterna » 16\ A ciò che ho detto aggiungerò anche
quella sua espressione: « Dio mio, Dio mio, perché mi
hai abbandonato? » 169. Essi dicono infatti che tutto ciò
non conviene al Dio Verbo, ed è molto al di sotto della
dignità ed eccellenza che gli competono.
A - Capisco anch'io che ciò non può applicarsi
al Verbo generato da Dio Padre se si fa astrazione della
situazione venuta fuori dall’economia, e se noi non
ammettiamo che egli si fece carne, secondo quanto
affermano le Scritture. Ma se noi crediamo fermamente
a questa realtà, e riteniamo che ogni dubbio è da con­
dannare come empio, ebbene, approfondiamo, per
quanto è possibile, il senso deH’economia! Pertanto
11 Verbo generato da Dio Padre si è manifestato in
una forma simile alla nostra, giovando all'um anità
in mille modi, e indicando molto chiaramente la via
che porta ad ogni azione ammirevole. Era dunque
necessario apprendere, quando la tentazione assale
165 Is. 60, 1-2.
Giac. 2, 1.
1 pt. 4, 14.
168 Ebr. 5, 7-9.
Mt. 27, 46.
Perché Cristo è uno 85

quelli che corrono pericolo per amore di Dio, in che


modo devono comportarsi essi che hanno scelto una
condotta di vita lodevole, esemplare e retta: se cioè
si debba essere permissivi e superficiali, dandosi alla
bella vita e alla pazza gioia, oppure applicarsi inten­
samente alla preghiera e m ostrarsi in lacrime da­
vanti a colui che ci salva, desiderando ardentemente
il suo aiuto e il coraggio, se mai decida che anche noi
dobbiamo andare incontro alle sofferenze. Occorreva
inoltre sapere, a nostro vantaggio, fin dove arriva il
limite deH'obbedienza, per quali tappe gloriose essa
passa, e quanto grande e quale è la ricompensa della
pazienza. Pertanto Cristo è diventato il nostro modello
in tutto ciò, e questo ce lo conferma il divino Pietro
dicendo: « Quale gloria c'è infatti se sopportate qual­
cosa per qualche colpa e per questo siete stati schiaf­
feggiati? Ma se sopportate di subire del male pur aven­
do fatto del bene, questo è gradito davanti a Dio,
poiché anche Cristo è m orto per voi, lasciandovi un
esempio, affinché ne seguiate le tracce » 17°. Di conse­
guenza, non è a nudo, al di fuori dei limiti del suo an­
nientamento, ma nei giorni della sua vita mortale che
il Verbo è divenuto nostro modello, poiché allora po­
teva legittimamente mettersi allo stesso livello del­
l'umanità, e pregare con insistenza, versare lacrime,
sembrare di avere perfino bisogno d'un salvatore e
apprendere l'obbedienza, nonostante fosse Figlio. L'au­
tore ispirato fu in qualche modo stupito di fronte a
tale mistero: che il vero Figlio per natura, insignito
degli splendori divini, si fosse sottomesso ad un tale
annientamento si da abbassarsi fino alla umiliazione
della miseria umana! Ma un tale esempio è per noi,
l'ho già detto, meraviglioso e utile: chiunque potrebbe
ricavare da ciò molto facilmente l'insegnamento che
non dobbiamo dirigerci verso una via contraria quando

™ 1 Pt. 2, 20-21.
86 Cirillo di Alessandria

l’occasione ci invita alla virilità. E cosi pure Cristo


disse una volta: « E non temete coloro che uccidono
il corpo ma non possono uccidere l’anima. Temete
piuttosto colui che può far perire e anima e corpo
nella geenna » m. E un’altra volta ancora: « Se qual­
cuno vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la sua
croce e mi segua » m. Il doverlo seguire che cosa altro
può significare se non che bisogna essere virili di
fronte alle tentazioni, pur chiedendo l'aiuto divino,
non con negligenza e tiepidezza, ma piuttosto con in­
tense suppliche e con un fervore che ci tira le lacrime
degli occhi?
B - Dici bene.
A - Quanto al fatto che (Cristo) diceva: « Dio
mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » 173 cosa
vogliono insinuare costoro?
B - Penseranno, secondo il mio parere, che queste
sono le parole dell’uomo assunto.
A - Scoraggiato certamente per gli attacchi della
tentazione insopportabili, insostenibili, o non so che?
B - Turbato, a quanto sembra, a causa della pu­
sillanimità umana. Infatti egli disse anche ai santi di­
scepoli: « L’anima mia è triste da morire » m, e si pro­
strò davanti al Padre dicendo: « Padre, se è possibile,
passi da me questo calice! Però non come voglio io,
ma come vuoi tu » 175.

Triste da morire
A - Ma questo fa pensare a quel passo che cita­
vamo poco fa: « Egli, nei giorni della sua vita nella

™ Mt. 10, 28.


Mt. 16, 24.
™ Mt. 27, 46.
™ Mt. 26, 38.
‘75 Mt. 26, 39.
Perché Cristo è uno 87

carne, avendo innalzato, con forte gemito e lacrime,


preghiere e suppliche a chi poteva liberarlo da mor­
te » 176. Ma se imo pensa che Cristo è giunto a tal punto
di paura da affliggersi e torm entarsi per non riuscire
a sopportare le sofferenze, vinto dal timore e abbat­
tuto dalla debolezza, ciò vuol dire accusarlo aperta­
mente di non essere Dio e togliere, come sembra, ogni
significato al suo rimprovero a Pietro.
B - Cosa vuoi dire?
A - Infatti Cristo ha detto: « Ecco, noi saliamo
a Gerusalemme, e il Figlio dell'uomo sarà consegnato
nelle mani di uomini peccatori, e lo scherniranno e lo
crocifiggeranno, ma il terzo giorno risorgerà » 177. Al­
lora Pietro, poiché era fortem ente attaccato a lui,
disse: « Non sia mai, o Signore! Questo non ti acca­
drà! » 178. E cosa gli rispose Cristo? « Va’ indietro,
Satana, tu mi sei d'impedimento, perché non ti preoc­
cupi delle cose di Dio, ma di quelle degli uomini » 179.
Pertanto, che colpa ha avuto il discepolo desideroso
di allontanare dal m aestro la tentazione, se questa era
per lui insopportabile, insostenibile, se essa doveva
indebolirlo e poteva stritolare colui che ai suoi disce­
poli raccomandava di superare il timore della morte e
di non dare nessuna importanza alla sofferenza purché
compissero la volontà di Dio? Ma io mi meraviglio che
essi dicano che quest'uomo è unito all'Unigenito, e lo
rappresentino come partecipe degli onori divini, men­
tre poi lo lasciano in balla del terrore della m orte si
da vederlo simile a noi, cioè inerme e privo compieta-
mente di qualsiasi vantaggio che possa derivargli dagli
onori divini.
B - Qual è dunque, in questo caso, il discorso
dell’economia?
176 Ebr. 5, 7.
m Mt. 20, 18-19; Me. 10, 33-34.
™ Mt. 16, 22.
i” Mt. 16, 23.
88 Cirillo di Alessandria

A - Mistico, profondo e motivo di ammirazione


per quelli almeno che la pensano rettam ente sul mi­
stero di Cristo. Considera le parole riguardanti l'an­
nientamento e convenienti alla m isura d’uomo: esse
sono usate a tempo e luogo per fare apparire come
sia divenuto interamente simile a noi colui che è al
di sopra di tu tta la creazione. Di li deriva anche
un'altra conseguenza.
B - A quale tu alludi?
A - Quando divenimmo maledetti per la trasgres­
sione di Adamo cademmo nella rete della morte per
essere stati abbandonati da Dio; ma ora in Cristo
tutto è divenuto nuovo180 ed è tornata la nostra situa­
zione iniziale. Per questo occorreva necessariamente
che il secondo Adamo, venuto dal cielo, immune da
qualsiasi peccato, seconda primizia purissima e imma­
colata della nostra stirpe, cioè Cristo, liberasse dalla
pena la natura umana, attirasse su di essa la celeste
benevolenza del Padre, e facesse cessare l’abbandono
mediante la sua obbedienza e la sua completa sotto-
missione. Infatti egli « non fece peccato » 181; e la na­
tura umana raggiunse in lui un'innocenza totalmente
irreprensibile, si da poter ormai liberamente gridare:
« Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » 182.
Considera infatti che l'Unigenito lancia queste parole
una volta divenuto uomo, in quanto si è fatto uno di
noi e in nome di tu tta l'umanità, come se dicesse: Il
prim o uomo ha peccato, è caduto nella disobbedienza,
non ha tenuto conto del comandamento che gli era
stato dato, è stato trascinato alla disobbedienza dal­
l'inganno del serpente: e per questo, molto giusta­
mente, è stato assoggettato alla corruzione e sotto­
messo alla pena. Ma io sono stato costituito da te

Cf. 2 Cor. 5, 17.


“i 1 Pt. 2, 22.
“2 Mt. 27, 46.
Perché Cristo è uno 89

come un secondo inizio degli esseri della terra e sono


chiamato secondo Adamo. In me tu vedi la natura
umana purificata, e restituita santa e pura all’integrità.
Largisci ormai i beni della tua benevolenza, fa' cessare
il tuo abbandono, frena la corruzione e m etti fine alla
tua collera. Ho vinto infatti Satana, lui che prim a
imperava. Infatti non ha trovato in me assolutamente
nulla che fosse suo. Tale era dunque, come credo, il
significato delle parole del Salvatore. Egli implorava
la benevolenza del Padre non su di sé ma su di noi
stessi. Infatti, come i mali che provengono dalla collera
si sono riversati, come a partire dalla sua prim a radice,
cioè Adamo, su tu tta la natura um ana — « giacché la
morte dominò da Adamo fino a Mosè anche su quelli
che non avevano peccato incorrendo in ima trasgres­
sione simile a quella di Adamo » 183 — cosi anche i beni
che provengono dalla nostra seconda primizia, cioè
Cristo, si riverseranno di nuovo su tu tto il genere uma­
no. Ne fa fede il sapientissimo Paolo con queste parole:
« Se infatti per il peccato d’uno solo molti sono morti,
a più forte ragione » 184 per l'opera di giustizia d ’imo
solo molti vivranno. E ancora: « Come infatti tutti
muoiono in Adamo, cosi pure tutti in Cristo saranno
richiamati in vita » 185.
B - È dunque stolto e in pieno disaccordo con
le Sacre Scritture pensare e dire che l’uomo assunto
ha usato delle espressioni umane perché abbandonato
dal Verbo al quale è congiunto.
A - Sarebbe empio, caro amico, e la prova d'un’e-
strema pazzia, conveniente solo a gente che non rie­
sce a pensare rettamente. Essi distinguono e divido­
no parole e azioni, e alcune le attribuiscono solo e
propriamente all’Unigenito, altre ad un qualcuno di-

»» Rom. 5, 14.
iM Rom. 5, 15.
185 1 Cor. 15, 22.
90 Cirillo di Alessandria

verso dal Figlio e nato da una donna: in questo modo


hanno sm arrito la via giusta e senza errore, e la
possibilità di conoscere chiaramente il m istero di
Cristo.
B - Non bisogna dunque dividere parole e azioni
quando entrano in gioco gli insegnamenti evangelici
e apostolici?

Le parole non si possono separare dalle azioni

A - No certamente, almeno quando si tra tta di


fare una divisione in due persone e due ipostasi di­
stinte tra loro, e che vanno completamente per conto
proprio l’ima staccata dall’altra. Vi è un solo Figlio,
il Verbo che per noi si è fatto uomo, e perciò direi che
tutto è suo, parole e azioni, sia quelle divine che quelle
u m ane18<s.
B - Dunque, anche quando si dice che si è stan­
cato per il viaggio187 fatto, che ha avuto fame, che ha
preso sonno, converrebbe, dimmi, attribuire a Dio
Verbo queste cose cosi meschine e vili?
A - Al Verbo solo e non ancora incarnato e prim a
d’essersi sottomesso all'annientamento non converreb­
be in nessun modo: in questo hai ragione. Ma, una
volta che egli si è fatto uomo e si è annientato, quale
danno può recargli la cosa? Come infatti diciamo che
la carne è divenuta sua propria, cosi pure pensiamo
che siano sue le debolezze della carne in virtù d ’una
appropriazione conveniente aH’economia e in ragione
del modo d'unione. Giacché egli si è fatto in tutto simile

186 È la dottrina della « comunicazione degli idiomi », in


base alla quale, a motivo dell’unione ipostatica, tutte le pro­
prietà della natura divina e della natura umana si possono e
si debbono predicare dell'unica persona di Cristo.
187 Cf. Gv. 4, 6.
Perché Cristo è uno 91

ai suoi frate lli1M, ad eccezione del peccato1β9. E non


ti meravigliare se diciamo che egli si è appropriato,
oltre che della carne, delle debolezze della carne e,
di conseguenza, degli oltraggi che gli venivano dal­
l'esterno; e che si addossò anche quelli che gli erano
inflitti dai rozzi Giudei, dicendo per mezzo della voce
del salmista: « Si divisero le mie vesti fra loro, e sulla
mia veste gettarono la sorte » I9°. E ancora: « Quanti
mi vedevano si fecero beffa di me, torsero il labbro,
scossero il capo » 191.
B - Dunque, se egli si trova a dire: « Chi ha
visto me ha visto il Padre. Io e il Padre siamo uno » m,
e in seguito, rivolgendosi ai Giudei: « Perché cercate
di uccidere me, che sono un uomo che vi ha detto la
verità che ho udito da Dio? » 1M, ammetteremo che
quelle e queste parole sono pronunciate da una sola e
medesima persona?
A - Certamente. Cristo in nessun m odo può esse­
re diviso 194, e tutti quelli che l'adorano credono che
lui è un solo, unico e vero Figlio. « Giacché l'immagine
del Dio invisibile » 195, « il fulgore della gloria della
ipostasi del Padre, l'im pronta della sua sostanza » 156
ha preso forma di schiavo197, non unendo a se stesso
un uomo, come essi dicono, ma nascendo egli stesso
in quella forma, pur conservando, anche in questo
modo, la sua somiglianza con Dio Padre. Pertanto il
sapientissimo Paolo ha scritto: « Giacché quel Dio

iM Cf. Ebr. 2, 17.


»» Cf. Ebr. 4, 15.
i» Sai. 21, 19.
Sai. 21, 8.
i« Gv. 14, 9; 10, 30.
Gv. 8, 40.
i» Cf. 1 Cor. 1, 13.
iw Col. 1, 15.
i* Ebr. 1, 3.
w Pii. 2, 7.
92 Cirillo di Alessandria

che aveva detto: "Risplenda la luce” è colui che la


fece risplendere nei nostri cuori, per irradiare la cono­
scenza della gloria di Dio che brilla sul volto di Cri­
sto » 198. Osserva infatti come la luce della divina e
ineffabile gloria di Dio Padre brilla sul volto di Cristo.
Infatti l'Unigenito, sebbene divenuto uomo, m ostra in
se stesso la gloria del Padre. Cosi solamente, e non
in altro modo, egli è ritenuto e chiamato Cristo. D’al­
tronde, i nostri avversari ci facciano capire in che
modo un uomo comune potrebbe farci percepire lo
splendore della gloria divina o darcene notizia. Infatti
in una forma d'uomo non vediamo Dio: solo nel Verbo
fatto uomo a nostra somiglianza, rim asto però anche
in questo stato vero Figlio per natura, si poteva, per
un prodigio, vedere ciò, considerato nella sua divinità.
Pertanto il dispensatore dei suoi misteri, chiamandolo
Gesù Cristo per essersi fatto simile a noi e incarnato,
sapeva che egli era, nello stesso tempo, vero Dio per
natura, e scrive cosi: « Vi ho scritto qua e là un po'
arditam ente con l'intenzione di ravvivare i vostri ri­
cordi, forte della grazia che mi è stata conferita da
Dio d'essere ministro di Cristo Gesù presso i pagani;
esercitando l'incarico di predicatore dell'evangelo di
Dio » 1M. Anche Zaccaria profetizza al suo proprio figlio,
voglio dire al Battista: « E tu, bambino, sarai chiamato
profeta dell’Altissimo, perché precederai il Signore per
preparargli un popolo » 200. In seguito, il divino Battista
indicò l'Altissimo e Signore, dicendo: « Ecco l'Agnello
di Dio, che toglie il peccato del mondo. Questo è colui
del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che mi
ha sopravanzato, perché era prim a di me » 2M. Allora,
sarà forse lecito dubitare che vi è un solo ed unico

2 Cor. 4, 6.
i» Rom. 15, 15-16.
Le. 1, 76.
a» Gv. 1, 29-30.
Perché Cristo è uno 93

vero Figlio, il Verbo generato da Dio Padre con la car­


ne che ha assunto, ima carne non sprovvista di anima,
come sostengono alcuni 202, ma dotata, come ho già
detto, di anima intellettiva, e con la quale egli è una
sola persona?
B - Non oserei dubitarlo. « Giacché vi è un solo
Signore, una sola fede, un solo battesimo » 2M. Tutta­
via, quando si dice che Gesù è cresciuto in età, in
sapienza e grazia 204, chi è passato per queste fasi? In­
fatti il Verbo generato da Dio Padre è completo e
perfetto: quale crescita potrebbe avere, e in che cosa
potrebbe avere accrescimento o progresso? Essendo
egli la sapienza, non si può dire che egli la riceva. Bi­
sogna dunque chiedersi, essi dicono, a chi si riferiscano
queste cose.

La carne del Cristo segue le leggi della sua natura

A - Dunque, a quanto pare, bisogna introdurre


un altro Figlio, Cristo e Signore, per il fatto che alcune
persone non riescono a penetrare la profondità delle
Sacre Scritture! Ma il sapiente evangelista, presentan­
do il Verbo divenuto carne, dimostra che egli, in virtù
dell'economia, ha permesso a questa sua propria carne
di seguire le leggi della sua natura. Infatti è proprio
dell’uomo progredire in età e sapienza, e direi anche
in grazia, poiché, in qualche modo, anche la cono­
scenza si sviluppa in ciascuno alla maniera delle dimen­
sioni corporee. Altra infatti è nei bambini, altra nei
ragazzi, e altra ancora in quelli che hanno superato
quest'età. Non era dunque cosa impossibile o irraggiun­

202 Apollinare e gli Apollinaristi, per dare risalto alla divi­


nità di Cristo, insegnavano che in Cristo il posto della parte
spirituale deH’anima di Gesù era stato preso dal Verbo.
2« Ef. 4, 5.
20» Cf. Le. 2, 52.
94 Cirillo di Alessandria

gibile per Dio Verbo nato dal Padre far crescere, fin
dalla prim a infanzia, il corpo che si era unito, e di
portarlo su fino all'età della m aturità. Fare apparire
in un bambino di tenera età una sapienza straordina­
ria sarebbe stato per lui, io penso, facile ed agevole.
Ma la cosa avrebbe presentato un aspetto quasi mo­
struoso e in disaccordo con il disegno dell'economia.
Il mistero infatti si è compiuto senza chiasso. In virtù
di questo disegno egli volle che le leggi della natura
valessero su di lui. In effetti, si m etterà anche questo
nel numero delle sue somiglianze con noi che cresciamo
a poco a poco da piccoli a grandi, man mano che il
tempo ci fa crescere in età e, proporzionalmente, in
apprendimento. Dunque il Verbo generato dal Padre è
perfetto e non ha bisogno assolutamente di nulla,
poiché è Dio. Ma egli fa proprio ciò che è nostro,
poiché è divenuto simile a noi: e anche in questo stato,
lo sappiamo, è al di sopra di noi, in quanto è Dio.
Perciò Paolo, pur sapendo che egli si è fatto carne,
giunge a dire, in qualche luogo, contemplando la tra­
scendenza divina, che egli non è uomo. Difatti egli
scrive ai Calati: « Paolo apostolo non per volere uma­
no, né per tram ite d ’uomo, ma per opera di Gesù
Cristo » 20S. E altrove: « Io vi dichiaro che l'Evangelo
da me annunciato non è d'indole umana; poiché io non
l'ho ricevuto né l'ho appreso da uomo, ma l’ebbi per
rivelazione di Gesù Cristo » 206.
B - Dunque bisogna attribuirgli anche quel che
si dice del progredire in sapienza, in età e grazia come,
del resto, anche la fame, la fatica e altre cose simili?
E probabilmente, se si dicesse che egli ha sofferto ed
ha avuto la vita dal Padre, anche queste cose gliele
attribuiremo?
A - In effetti diciamo che, in virtù dell'economia,

205 Gal. 1, 1.
2» Gal. 1, 11-12.
Perché Cristo è uno 95

egli ha fatto proprio tutto ciò che è umano, e con la


carne tu tto ciò che appartiene alla carne, dal momento
che noi non concepiamo altro Figlio al di fuori di lui;
è lui in persona il Signore che ci ha salvati 207, dandoci
il suo proprio sangue come prezzo di redenzione per
la vita di tutti. « Infatti siamo stati riscattati non con
oro o argento corruttibili, ma a prezzo del sangue pre­
zioso dell’Agnello illibato e immacolato Cristo, che si
è offerto per noi a Dio Padre quale sacrificio di soave
odore » Di questo farà fede Paolo, espertissimo della
Legge, che ha scritto: « Siate dunque im itatori di Dio
quali figli diletti e camminate nella carità, come anche
Cristo ha amato voi e ha dato se stesso per noi quale
offerta e sacrificio di soave odore a Dio » 2W. Ora, da
quando Cristo si è fatto per noi « soave odore », mo­
strando in se stesso la natura umana in possesso d'ima
perfetta innocenza, abbiamo ottenuto per lui e in lui
libero accesso presso Dio Padre che è nei cieli. È scritto
infatti: « Poiché dunque, fratelli, abbiam o libero ac­
cesso al santuario in virtù del sangue di Cristo, accesso
che egli ha inaugurato per noi, via nuova e vivente,
attraverso il velo, cioè la sua carne » 210. Capisci dunque
come egli parli di sangue « suo » e carne « sua », che
chiama anche « velo », e molto giustamente, poiché il
risultato che otteneva nel Tempio il velo sacro, nascon­
dere cioè completamente il Santo dei Santi, lo faceva
anche, si può pensare, la carne del Signore: in certo
modo essa impediva che si vedesse a nudo e scoperta
la trascendenza esimia ed eccellente e la gloria del Ver­
bo Dio unito a questa carne. Ed è per questo che alcuni
pensavano che Cristo fosse Elia, altri Geremia o uno
dei p ro feti2n. E i Giudei, invece, che non capivano asso-
Cf. Is. 63, 9.
a» 1 Cor. 6, 20; cf. 1 Pt. 1, 18-19; cf. Ef. 5, 2.
2® Ef. 5, 1-2.
a® Ebr. 10, 19-20.
2“ Cf. Mt. 16, 14.
96 Cirillo di Alessandria

lutamente nulla del auo mistero, coprendolo d'insulti,


dicevano: « Non è costui il figlio del falegname? Come
dunque dice: sono disceso dal cielo? » m . Infatti la divi­
nità è, per sua natura, invisibile. Tuttavia è stato visto
da quelli che vivono sulla terra, in un aspetto simile
al nostro, colui che per sua natura è invisibile, e si
è manifestato in mezzo a noi, lui il Signore Dio. Ed è
questo, mi pare, che ci insegna il divino Davide, quando
dice: « Dio, nostro Dio, verrà visibilmente e non ta­
cerà » 2U.
B - Tu ragioni bene. Ma quelli si ostinano a pen­
sare che le cose non stanno in questo modo: ci manca
molto. Essi pensano che in nessun modo si debba
attribuire la sofferenza sulla .croce al Verbo nato da
Dio. Sostengono invece che egli ha preparato l'uomo,
congiunto a lui per eguaglianza di onori, a sopportare
gli insulti dei Giudei, le sofferenze sulla croce, la
morte stessa, per divenire il primo artefice della nostra
salvezza, ritornando in vita e distruggendo l'impero
della m orte grazie alla potenza del Verbo che era
imito a lui.

Le sofferenze sulla croce e la nostra salvezza

A - Ma potrebbero provare la fondatezza della


loro opinione con le Sacre Scritture? Oppure vogliono
innovare la fede « annunziando la visione del loro cuo­
re, e non quanto procede dalla bocca del Signore »,
secondo quanto è scritto 214, o forse non sanno dire:
« Non sia mai che io mi glori d'altro all'infuori della
croce di Cristo, grazie al quale il mondo è per me
crocifisso, ed io lo sono p er il mondo » 21S?

2“ Mt. 13, 55; Gv. 6, 42.


Sai. 49, 2-3.
Ger. 23, 16.
215 Gal. 6, 14.
Perché Cristo è uno 97

B - Si, dicono. Ce lo conferma il sapientissimo


Paolo che cosi ha scritto: « Era conveniente infatti che
colui per il quale e per opera del quale ogni cosa esiste,
nel condurre molti figli alla gloria, rendesse perfetto
mediante sofferenze l'autore della loro salute » 21é. Colui
nel quale e per il quale sono tutte le cose non è
altro, essi dicono, che il Verbo nato da Dio. È lui
dunque che ha reso perfetto mediante sofferenze l’auto­
re della nostra salute, ossia il discendente di Davide.
A - Dunque non siamo stati più redenti da Dio!
— come infatti o in che modo potrebbe esserlo? — Ma
piuttosto da sangue altrui! E colui che è morto per noi
è un uomo comune, un tizio qualsiasi, un falso Figlio.
E cosi il venerando ed augusto mistero dell’Incama-
zione deirUnigenito sarebbe ima frottola e un'impo­
stura: egli non si è fatto uomo. Chiameremo dunque
Salvatore e Redentore non più lui, ma l'altro che ha
dato il proprio sangue per noi. Tuttavia, il santissimo
Paolo scriveva ad alcuni: « È necessario che le figure
delle realtà celesti siano purificate con tali mezzi; ma
le stesse realtà celesti con sacrifici più eccellenti di
questi. Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto
dalla mano dell'uomo, immagine del vero, ma nel cielo
stesso, per apparire ora per noi al cospetto di Dio.
E neppure per offrire se stesso più volte, come il sommo
sacerdote entra ogni anno nel santuario con sangue
altrui, poiché, in tal caso, avrebbe dovuto più volte
patire dall'origine del mondo. Ora invece ima volta
sola, alla fine dei secoli, è apparso per cancellare il
peccato mediante il sacrificio di se stesso » 217. Dunque,
per la figura è sufficiente il « sangue altrui » per aprire
la via e purificare le persone, m a la realtà, la verità
richiede qualcosa di assolutamente superiore, cioè il
Figlio agisce con il suo proprio sangue, entrando non

2“ Ebr. 2, 10.
a? Ebr. 9, 23-26.
98 Cirillo di Alessandria

in un tabernacolo provvisorio e fatto dalla mano del­


l'uomo, che non sarebbe che ombra e figura, ma in
quello che è in alto ed è vero, ossia nel cielo. « È neces­
sario che le figure delle realtà celesti siano purificate
con tali mezzi » — chiaramente figurativi ed esteriori —
« ma le stesse realtà celesti con sacrifici più eccellenti
di questi » m. Bisogna dunque cercare nel caso di Cristo
qualcosa di meglio di quanto si richiede per le figure,
voglio dire qualcosa di vero, ed è proprio il fatto che
egli opera « nel proprio sangue » 219.
B - Dici bene.
A - Poiché essi si rivoltano contro di noi con le
parole dell'Apostolo, come se esse si riferissero ad
un uomo comune, ebbene riprendiamo la citazione dal­
l'inizio del periodo fino al punto bastevole per il nostro
ragionamento. Dunque è scritto: « Ma colui che per
poco fu abbassato al di sotto degli angeli, Gesù, noi
lo vediamo coronato di onore e di gloria a causa della
morte che ha sofferto. Era conveniente infatti che
colui per il quale e per opera del quale ogni cosa esi­
ste, nel condurre molti figli alla gloria, rendesse per­
fetto mediante sofferenze l'autore della loro salute.
Poiché il santificante e i santificati, tutti sono da uno
solo. Per la qual cosa egli non arrossisce di chiamarli
fratelli, dicendo: Annunzierò il tuo nome ai miei fra­
telli; e ancora: Eccoci, io e i figlioli che mi ha dato
Iddio. Poiché dunque i figlioli hanno comune il sangue
e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe in modo
simile a noi, per ridurre all’impotenza, mediante la
morte, colui che della morte aveva il potere, cioè il
diavolo, e affrancare quanti, per timore della morte,
durante tutta la vita erano soggetti a schiavitù. Che,

218 Ebr. 9, 23.


219 II sacrifìcio di Cristo, a differenza di quelli fatti col
sangue di animali, ha cancellato ogni debito dell'uomo verso
Dio, perché Cristo ha immolato se stesso.
Perché Cristo è uno 99

certo, non agli angeli viene in aiuto, ma alla stirpe di


Àbramo. Perciò doveva essere assimilato in tutto ai
fratelli » 220. Ecco, ecco, e molto chiaramente: dicendo
che egli « fu abbassato al di sotto degli angeli a causa
della m orte che ha sofferto », ma che per questo « è
stato coronato di onore e di gloria », (Paolo) fa capire
chiaramente a chi si riferisce con queste parole: si
tra tta evidentemente dell'Unigenito. Dice che egli « ha
partecipato del sangue e della carne in modo simile
a noi » e che « è venuto in aiuto non agli angeli, ma
alla stirpe di Abramo ». Conveniva infatti che Dio Padre,
« per il quale e per opera del quale ogni cosa esiste »,
ima volta che il Figlio fosse giunto airannientam ento
e si fosse incarnato, prendendo la forma di schiavo,
rendesse perfetto mediante la sofferenza questo Figlio
che consacrava ed offriva la sua propria carne come
prezzo di redenzione per la vita di tutti. Poiché Cristo
si è sacrificato per noi, offerta immacolata; « con una
sola offerta ha reso perfetti per sempre coloro che
sono santificati » 221, restaurando la natura umana al
suo stato originale. « In lui tu tte le cose sono nuove » 222.
Che Dio Padre abbia dato per noi il suo proprio Figlio
ne farà fede allo stesso modo il sapientissimo Paolo,
il quale scrive su di lui: « Colui che non risparmiò il
suo proprio Figlio, ma lo sacrificò per tutti noi, come
potrà non accordarci con lui tutto il resto? » 223. Per
« proprio Figlio di Dio » noi intendiamo il Verbo gene­
rato dalla sua essenza; quando diciamo « sacrificato per
noi », intendiamo che lo è stato non a nudo e senza
carne, ma quando si fece carne. Quanto a parlare delle
sue sofferenze, ciò non è a suo detrimento, poiché egli
ha sofferto non nella natura divina, ma nella sua

220 Ebr. 2, 9.10-17.


221 Ebr. 10, 14.
222 2 Cor. 5, 17.
223 Rom. 8, 32.
100 Cirillo di Alessandria

propria carne. Giacché Dio Padre, come ho detto poco


fa, « colui che non sperimentò il peccato, lo fece per
noi peccato, affinché in lui noi diventassimo giustizia
di Dio » 224.
B - Pensiamo dunque che egli è divenuto peccato?
o piuttosto che egli è divenuto simile agli schiavi del
peccato, e che perciò è detto peccato?

La natura dell’uomo giustificata in Cristo

A - Dici bene. Come dunque « colui che non spe­


rimentò il peccato, lo fece per noi peccato, affinché in
lui noi diventassimo giustizia di Dio » 225 — poiché la
natura dell'uomo è stata giustificata in lui — cosi
preparò colui che non conosceva la m orte — il Verbo
infatti è vita e datore di vita — a soffrire nella sua
carne, pur rimanendo al di fuori della sofferenza in
quanto Dio, affinché noi vivessimo per lui e in lui. Per­
ciò la passione di Cristo è chiam ata « m orte esempla­
re » 226. È scritto infatti: « Poiché se siamo diventati
un essere solo con lui seguendo l’esempio della sua
morte, lo diventeremo altresì per la risurrezione » 227.
In realtà, il Verbo viveva anche quando la sua carne
santa gustava la morte, affinché, una volta vinta la
m orte e calpestata la corruzione, la potenza della risur­
rezione si portasse a tutto il genere umano. È vero in­
fatti che « come tutti muoiono in Adamo, cosi pure tutti
in Cristo saranno richiamati in vita » m . Ora, in che
modo diciamo che il mistero dell’economia nella carne
dell’Unigenito abbia giovato alla natura umana, se il
Verbo non si è fatto carne, pur essendo Dio? Se egli,

2* 2 Cor. 5, 21.
225 Ib id .
226 Rom. 6, 5.
22? Ib id .
22» 1 Cor. 15, 22.
Perché Cristo è uno 101

che è al di sopra della creazione, non si è sottomesso


all'annientamento e non si è abbassato alla nostra con­
dizione? Se ciò che era soggetto alla corruzione non è
diventato il corpo della Vita, per sfuggire alla m orte
e alla corruzione?
B - Diciamo dunque che il Verbo generato da Dio
Padre ha sofferto per noi nella sua carne?
A - Si dunque, se è vero ciò che Paolo dice di lui:
« Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito d'ogni
creatura; poiché in lui tutte le cose furono create: le
visibili e le invisibili, siano Troni o Dominazioni, Prin­
cipati o Potestà: tutto è stato creato per mezzo di lui
e p er lui. Ed egli esiste avanti tutte le cose, e tutte
hanno consistenza in lui. Egli è il capo del corpo, cioè
della Chiesa: lui, il principio, il primo nato fra i morti,
cosi da essere il primo in tu tto » 229. Ecco, ecco molto
chiaramente: l'immagine del Dio invisibile, il primo­
genito d’ogni creatura, visibile ed invisibile, per il quale
e nel quale tutto esiste, è stato dato, dice (Paolo), per
capo alla Chiesa: egli è inoltre il prim o nato fra i
m o rtim. In realtà, come ho già detto, ha fatto proprio
tutto ciò che è della sua carne ed « ha subito la croce,
sprezzatane l'ignominia » m. Noi diciamo che non un
semplice uomo, colmo di onori, non so come, per la
sua congiunzione a lui è stato sacrificato per noi, ma
è lo stesso Signore della gloria coltri che è stato croci­
fisso. « Poiché se avessero riconosciuta (la sapienza),
egli dice, non avrebbero crocifisso il Signore della glo­
ria » 232. Ma egli ha sofferto nella carne 233 a causa no­
stra e a vantaggio nostro secondo le Scritture. « Egli,
quanto alla carne disceso dai Giudei, il quale è al

2» Col. 1, 15-18.
230 Cristo cioè è il primo nella serie dei morti che risor­
gono.
»! Ebr. 12, 2.
»2 1 Cor. 2, 8.
“ Cf. 1 Pt. 4, 1.
102 Cirillo di Alessandria

di sopra di tutto, Dio benedetto per tutti i secoli.


Amen! » m. Cosi ha scritto l’araldo e l’Apostolo, che
aveva in sé il Cristo, il molto venerando Paolo. Ma
spiegami, del resto, in che modo andrebbero capite le
parole di Cristo alla Samaritana: « Voi adorate quel
che non conoscete, noi invece adoriamo quel che co­
nosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei » Ora,
« non è un inviato, né un angelo, ma il Signore stes­
so » 236 che ci ha salvati, non con la m orte di un altro,
né con la mediazione di un uomo comune, ma con il
proprio sangue. Per questo, e molto giustamente, il
sapientissimo Paolo ha detto: « Quando imo ha violato
la legge di Mosè, viene messo a morte, senza miseri­
cordia, sulla parola di due o tre testimoni: di quanto
più grave supplizio, pensate voi, sarà degno chi avrà
calpestato il Figlio di Dio e disprezzato il sangue della
nuova alleanza o oltraggiato lo Spirito della grazia nel
quale è stato santificato? » 237. Ma, se il prezioso san­
gue non è quello del vero Figlio divenuto uomo, ma
quello di un qualsiasi bastardo diverso da lui, e che ha
ottenuto la filiazione per un dono, come possono affer­
mare che non si tra tta di sangue comune? Dunque,
anche se si dice che egli ha sofferto nella sua carne,
è salvaguardata, anche cosi, la sua impassibilità in
quanto è considerato come Dio. Per questo anche il
divino Pietro dice: « Cristo è m orto una volta per sem­
pre per i nostri peccati, lui giusto per gli ingiusti, per
condurci a Dio, ucciso si quanto alla carne, ma vivifi­
cato quanto allo spirito » Perché, si potrebbe forse
chiedere, l'autore ispirato non ha detto semplicemente

234 Rom. 9, 5: l'ultima parte del passo citato contiene l'af­


fermazione della divinità di Cristo, in una formula dossolo­
gica generalmente riservata al Padre.
235 Gv. 4, 22.
236 Is. 63, 9.
2” Ebr. 10, 28-29.
238 1 Pt. 3, 18.
Perché Cristo è uno 103

e senza distinzione che Cristo ha sofferto, ed ha aggiun­


to invece « nella carne »? Poiché sapeva, si sapeva di
parlare di Dio. Perciò egli ha attribuito l'impassibi­
lità in quanto lo si considera Dio, ed ha aggiunto molto
abilmente « nella carne », perché era per questa che
avrebbe dovuto soffrire.
B - Ma, dicono, sembra un racconto che sfiora
l’inverosimile il dover dire che egli ha sofferto e non
sofferto. In effetti, o non ha assolutamente sofferto in
quanto Dio, oppure, se si dice che egli ha sofferto, come
può essere Dio? Dunque bisogna pensare che colui che
ha sofferto è solo il discendente di Davide.

Degno riscatto per la vita di tutti

A - Ma, parlare in questo modo, o anche solo con­


cepire tali idee, è una prova, molto evidente, di debo­
lezza mentale. Dio Padre non ha dato per noi un uomo
comune, scelto per coprire il ruolo di mediatore, e con
l’onore fittizio della filiazione, dovuto alla sua unione
accidentale, ma ci ha dato colui che è al di sopra di
tu tta la creazione, il Verbo generato dalla sua essenza,
sotto una forma fatta simile alla nostra, perché appa­
risse degno riscatto per la vita di tutti. È, credo, per­
fettamente illogico, dal momento che l’Unigenito si è
fatto carne, come ho già detto, secondo le Scritture,
e non ha giudicato ignominiosa l'economia, rimprove­
rargli quasi di aver attentato alla sua propria gloria
e di aver deciso, contro ogni convenienza, di soffrire
nella carne. Ma, mio caro amico, si trattava di salvare
il mondo intero! Poiché dunque volle soffrire per que­
sta salvezza egli che era incapace di soffrire, essendo
Dio per natura, indossò per questo la carne capace di
soffrire e la dichiarò sua propria, affinché anche di lui
si potesse dire che soffriva: infatti non era il corpo di
un altro qualsiasi, ma il suo che veniva a soffrire. Di
104 Cirillo di Alessandria

conseguenza, poiché la finalità deH’economia gli per­


metteva, senza dar luogo a rimproveri, di voler sof­
frire nella carne e di non soffrire nella sua divinità
— lo stesso infatti era Dio e uomo — gli avversari
parlano invano, alterando nel modo più sciocco la
potenza del mistero, mentre pensano senza dubbio di
condurre ima lodevole lotta. Sembrava che (il Verbo),
solo a scegliere di voler soffrire nella carne, si addossas­
se in qualche modo una colpa, mentre in realtà si trat­
tava di ima gloria. Infatti che egli sia superiore alla
morte e alla corruzione, essendo, in quanto Dio, vita
e datore di vita, lo testimonia la risurrezione: egli di­
fatti ha risuscitato il suo tempio. Perciò il divino Paolo
dice: « Non mi vergogno dell’Evangelo poiché esso è
potenza divina per la salvezza di tutti i credenti » m.
E ancora: « Il linguaggio della croce è infatti una follia
per coloro che si perdono, ma per coloro che si salvano,
per noi, esso è la forza di Dio; per quelli che sono
chiamati, siano essi Giudei o Greci, è il Cristo potenza
di Dio e sapienza di Dio » 24°. E il Figlio stesso, sul
punto d’intraprendere la via della sua passione salvifi­
ca, dice: « Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo,
e Dio è stato glorificato in lui, e Dio lo glorificherà in
sé, e lo glorificherà subito » 241. Difatti egli è tornato in
vita dopo aver spogliato l'inferno, e questo non molto
dopo, ma quasi subito, e come sulle orme della sof­
ferenza.
B - Tuttavia il sapientissimo Paolo dice: « Forse
volete avere una prova che Cristo parla in me, lui
che non è debole, ma è potente in mezzo a voi? Se
infatti fu crocifisso per la sua debolezza, ora vive per
effetto della potenza di Dio » 242. Ora, come si può dire

“9 Rom. 1, 16.
240 1 Cor. 1, 18.24.
2« Gv. 13, 31-32.
2« 2 Cor. 13, 3-4.
Perché Cristo è uno 105

del Verbo che « è stato debole » e che « vive per effetto


della potenza di Dio »?
A - Non stiamo ripetendo in continuazione che il
Verbo è divenuto carne e si è fatto uomo?
B - Si. Come no?
A - Di conseguenza, colui che « è stato debole »
nella carne — in quanto uomo — « è vivo per effetto
della potenza di Dio » e non per una potenza estranea,
ma inerente a lui, giacché egli era Dio nella carne.
B - Tuttavia si dice che il Padre l’ha risuscitato;
è scritto infatti: « Secondo la grandezza sovrabbon­
dante della sua potenza che egli dispiegò in Cristo, ri­
suscitandolo dai m orti e facendolo sedere alla sua
destra nelle regioni celesti, sopra ogni Principato,
Potestà, Dominazione e ogni altro titolo che potrebbe
essere nominato » 243.
A - Ebbene, noi affermiamo che è lui stesso la
potenza vivificante del Padre, e risplende per sua na­
tura delle dignità paterne, sebbene sia divenuto carne.
La qual cosa testimonierà egli stesso dicendo: « Come
infatti il Padre risuscita i m orti che vuole, cosi anche
il Figlio risuscita chi vuole » 244. E che ciò possa com­
pierlo senza sforzo lo dichiara alla folla dei Giudei
dicendo: « Distruggete questo tempio e in tre giorni
lo farò risorgere » 245. Del resto, una volta risuscitato
si è seduto « alla destra del Padre nelle regioni celesti,
sopra ogni Principato e Potestà e Dominazione e ogni
altro titolo che potrebbe essere nominato » 246. È costui
un altro figlio presso il Verbo generato dal Padre,
onorato per una semplice unione, e che ottiene il nome
della divinità per un dono gratuito? O non è piuttosto
lo stesso vero Figlio per natura « divenuto simile agli

2« Ef. 1, 19-21.
Gv. 5, 21.
2« Gv. 2, 19.
2« Ef. 1, 20-21.
106 Cirillo di Alessandria

uomini e apparso in aspetto di uomo » 247 in ragione


dell'economia?
B - Probabilmente essi risponderebbero che si
tra tta del discendente di Davide, uomo legato al Verbo
per uguaglianza di onori e al quale conviene anche
aver sofferto la morte.
A - Ma l’uguaglianza di prerogative che si dice
sia stata conferita a qualcuno comporterebbe, come
già dissi, che ci si trovi numericamente di fronte ad
uno più imo e non certo di fronte ad uno solo. Io dun­
que li conto per due, e disuguali per natura, se è vero
che chi riceve l’onore è inferiore a chi lo dà. Ma poiché
un solo Figlio è seduto sul trono, ci dicano i nostri
avversari chi (dei due) è onorato su quel trono supre­
mo e chi siede insieme al Padre. Sarebbe certamente
la cosa più assurda ardire di rendere gli stessi onori
allo schiavo e al padrone, alla creatura e al Creatore,
al servo e al re di tutti gli esseri, a colui che è in tutto
soggetto agli altri e a colui che è al di sopra di tutti.
B - Continua ancora a spiegarci quest’argomento.

L’Unigenito sacrificato per noi

A - Sebbene, come credo, abbia trattato quest'ar­


gomento in modo chiaro e sufficiente, tuttavia, senza
alcuna esitazione, aggiungerò a ciò che ho detto altre
considerazioni. Rivestito, per cosi dire, di arm atura
prenderò la nobile difesa dei sacri dogmi e sosterrò la
verità contro quelli che hanno opinioni perverse. In­
fatti, il Verbo Unigenito di Dio, senza l'intervento nel­
l'economia di un altro essere diverso da lui e unito a
lui accidentalmente, ha distrutto l'impero della morte,
ed egli stesso ne fa fede per se stesso dicendo: « Dio
infatti ha tanto am ato il mondo da dare suo Figlio,

2« FU. 2, 7.
Perché Cristo è uno 107

l'Unigenito, affinché ognuno che crede in lui non peri­


sca, m a abbia la vita eterna » 24a. Mentre, da una parte,
egli esalta tanto l'amore di Dio Padre per il mondo,
m entre egli lo dichiara immenso e inesauribile, per
quale motivo invece i nostri avversari lo sminuiscono
dicendo che non è stato il vero Figlio ad essere sacrifi­
cato per noi, ma uno di noi che avrebbe avuto la grazia
della filiazione solo in modo occasionale e straordina­
rio, e lo mettono al posto del Figlio per natura, m entre
è l'Unigenito che è stato sacrificato per noi? Inoltre
Giovanni ha scritto chiaramente: « Dio Unigenito, che
è nel seno del Padre » 249; come dunque non meravi­
gliarsi della ignoranza di costoro i quali cacciano via
dall'economia il Verbo Dio Figlio Unigenito per in tro ­
durvi, come ho già detto, un tizio qualsiasi che risplen­
de di gloria estrinseca, e non possiede il nome della
divinità se non a titolo d'importazione? E ancora, cosa
apparirà di grande e di ammirevole nell'amore del
Padre, se egli ha dato, per la salvezza del mondo, sol­
tanto una parte di questo mondo, e questa p e r giunta
ben piccola? Che anzi si potrebbe forse dire che il
mondo si è redento senza avere nulla da Dio, ma
servendosi, a questo fine, delle sue proprie parti.
B - Essi dicono che l’Unigenito è stato dato dal
Padre per amministrare le nostre cose, e non per sof­
frire lui stesso, nella sua propria natura, le debolezze
umane.
A - Ma certo, egli non potrebbe soffrire nella sua
propria natura! Essendo infatti, in quanto Dio, sprov­
visto di corpo, egli è totalmente al di fuori della soffe­
renza. Ma poiché, secondo le sue proprie parole, espres­
se, dico, attraverso la lira del salmista, il Padre gli ha
preparato u n corpo250, egli venne provvisto d i questo

248 Gv. 1, 18.


Ib id .
250 Cf. Ebr. 10, 5.
108 Cirillo di Alessandria

corpo per fare la sua volontà251. E questa era la reden­


zione mediante la Croce preziosa e la ricapitolazione
dell'universo perfettamente compiuta per lui e in lui.
Quanto ho detto è suffragato dall'eccellente Paolo, il
quale ha scritto cosi: « Abbiate in voi gli stessi senti­
menti che furono in Cristo Gesù: lui che, avendo
forma di Dio, non riputò una preda l'essere uguale a
Dio; ma esinanì se stesso, prendendo forma di schiavo,
divenuto simile agli uomini. E apparso in aspetto d'uo­
mo, si umiliò facendosi obbediente fino alla morte, alla
morte in croce. Per questo Iddio lo esaltò e gli donò
il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel
nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra
e nell'inferno, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo
è Signore a gloria di Dio Padre » 252. Chi è dunque, se­
condo te, colui che, trovandosi nella condizione di Dio
Padre, e potendogli rimanere uguale, non riputò una
preda una cosi trascendente e divina dignità, una tale
supremazia in relazione a tutti gli esseri? Non è forse
il Verbo Dio generato dal Padre? Come mai ciò non
è evidente a tutti? Ma è proprio lui, lui che era nella
condizione del Padre e suo uguale, che ha preso form a
di schiavo, non per una unione accidentale, « ma dive­
nuto simile agli uomini e apparso in aspetto d'uomo
— giacché nello stesso tempo era anche Dio — si
umiliò e si fece obbediente fino alla morte, alla morte
in croce »
B - Ma di lui si afferma, essi dicono, che « Dio
gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché
nel nome di Gesù Cristo ogni ginocchio si pieghi » 254.
Ora, come si può pensare che colui che è Verbo, cioè
Dio, possa ricevere qualcosa? È dunque necessario

251 Cf. Ebr. 10, 7 (cf. Sai. 39, 7.8).


252 Fil. 2, 5-11.
“3 Fil. 2, 7-8.
254 Fil. 2, 9-10.
Perché Cristo è uno 109

dire che il nome al di sopra di ogni nome sia stato


dato piuttosto all'uomo assunto, affinché non siamo
colti sul punto di pensare qualche cosa di sconveniente
nei riguardi deU’Unigenito.
A - Ma non è forse meglio dire che il Padre lo
ha dato al Figlio secondo natura, divenuto uomo per
noi, affinché lo si giudichi Dio anche nella sua umanità,
e lo si giudichi stabilito nelle vette eccelse anche dopo
aver subito l'umiliazione di rendersi simile a noi, si
da non presentare agli angeli e agli uomini un Dio nuovo
e apparso di recente, che non possiede la gloria divina
come inerente alla sua sostanza, ma come introdotta
da fuori e per un atto di volontà di Dio Padre?
B - Diremo dunque che il nome al di sopra di
ogni nome è stato dato al Verbo generato da Dio
Padre?
A - Certamente. E il nostro discorso non si allon­
tana dal vero, poiché è un dato di fatto che egli non
riputò una preda l’essere uguale a Dio, ma si abbassò,
per cosi dire, ad uno stato senza gloria, nella sua
manifestazione umana. Per questo egli disse: « Il Pa­
dre è più grande di me » 255, sebbene, inerendo al Padre,
in quanto lo si considera ed è di fatto Dio, generato dal
Padre secondo natura, abbia il diritto di mettersi al
di sopra di chicchessia e di vantarsi della gloria divina.
Occorreva dunque che chi si era abbassato per noi fino
alla condizione umana non sembrasse privato dello
splendore e dell'eccellenza che gli toccavano per natura,
ma, al contrario, conservasse, in un annientamento
simile al nostro, la pienezza divina, e neH’abbassamen-
to la sublimità, e inoltre occorreva che ciò che gli
compete per natura fosse, in ragione della sua uma­
nità, adorato da tutti come un dono ricevuto. Difatti
davanti a lui ogni ginocchio si piega nei cieli e in terra,
e tu tti gli ordini lo glorificano. Poiché è per fede che

255 Gv. 14, 28.


110 Cirillo di Alessandria

Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre. E perciò


egli disse a Dio Padre che è nei cieli: « Padre, glorifi­
cami con la gloria che avevo presso di te prim a che
il mondo fosse » 256. Ora dimmi, era dunque anteriore
al mondo l’uomo che essi affermano sia stato assunto
dall'Unigenito per una relazione accidentale?
B - In nessun modo.

Gloria per tutta l'eternità

A - Chi è dunque colui che chiede una gloria


che egli, come afferma, possedeva prim a della forma­
zione del mondo, essendo sempre e per tu tta l'eternità
presso Dio? Non è forse Dio Verbo, coetèrno al Padre,
coesistendo con lui sullo stesso trono, e del quale il
sapientissimo evangelista Giovanni dice: « Il Verbo
era presso Dio, e il Verbo era Dio » 2S7?
B - Chi potrebbe dubitarne?
A - Come dunque, essendo Signore della gloria,
disceso poi nel frattem po fino all'umiliazione della for­
ma di schiavo, chiede di possedere la gloria che gli
toccava da sempre, facendo ciò in modo congruente
alla natura umana, cosi anche, essendo da sempre Dio,
risale dalla lim itata nostra condizione fino all'eccellen­
te gloria della sua divinità, affinché, in seguito, davanti
all'unico e vero Figlio per natura, sebbene sia diven­
tato simile a noi e si sia incarnato, ogni ginocchio si
pieghi, come ho detto poc’anzi. In questo modo, se­
condo me, pensando e credendo cosi, libereremo il
cielo e la terra dall'accusa di adorare un uomo. È scrit­
to infatti: « Adorerai il Signore tuo Dio, e a lui solo
renderai culto »

2» Gv. 17, 5.
257 Gv. 1, 1.
25* Mt. 4, 10 (cf. Deut. 6, 13).
Perché Cristo è uno 111

B - Un’affermazione su questo argomento ha bi­


sogno d'essere sorretta da ima dimostrazione più
ampia. Continua perciò e spiega il m istero con altre
prove.
A - Continuerò senz'altro, ed anche molto volen­
tieri. Affermerò dunque che essi si sono allontanati
dalla verità per il fatto che al vero Figlio per natura,
ossia all'Unigenito, aggiungono un altro Figlio, il di­
scendente di Davide. Eppure la Sacra Scrittura grida
chiaramente: « Il primo uomo, essendo tratto dalla
terra, era terrestre; il secondo uomo viene dal cielo » 259.
Anzi il Figlio in persona dice: « Sono disceso dal cielo
non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui
che mi ha mandato. Ora, la volontà di colui che mi ha
m andato è che io non perda nulla di quanto mi ha
dato, ma che lo risusciti nell’ultim o giorno » 26°. Chi
è dunque, secondo loro, colui che è disceso dal cielo?
Giacché per il corpo, è nato da ama donna.
B - Con evidenza è il Verbo del Padre che viene
da Dio. Infatti io penso che essi non vogliono avere
u n ’altra opinione diversa da questa.
A - Giusto, caro amico. Ma il sapientissimo Gio­
vanni ha scritto in qualche luogo: « Chi viene dall'alto
è al di sopra di tutti » 261. Allora, poiché il Padre vuole
risuscitare tu tto ciò che egli gli ha dato, ed essendo
questo gesto buono — giacché il salvare è una cosa
che conviene a Dio — com'è che egli (Cristo) disse di
essere disceso non per fare la sua volontà, ma piuttosto
quella del Padre? Forse dunque qualcuno fra noi po­
trebbe pensare che, in confronto alla clemenza di Dio
Padre, il Figlio nato da lui gli resta dietro, e che non
è per nulla buono, e non gradisce affatto risuscitare e
liberare dalla corruzione ciò che gli è stato dato?

2» 1 Cor. 15, 47.


Gv. 6, 38-39.
“ i Gv. 3, 31.
112 Cirillo di Alessandria

B - C'è questo rischio.


A - Tuttavia noi ragioniamo, e a buon diritto,
cosi: se è vero che egli è l’autentico rampollo d'un
Padre buono, si può dedurre che anche lui è buono, o
anzi la bontà in persona. « Perché dal frutto si rico­
nosce l'albero » 262, come dice Cristo stesso. Cosi ha
detto la verità quando ha detto: « Chi ha visto me ha
visto il Padre. Io e il Padre siamo uno » 263.
B - Dici bene, ma chiarisci tu stesso ciò che sem­
bra un parlare oscuro.
A - Noi sosteniamo che non è suo malgrado che
il Figlio ha vinto la m orte e liberato dalla corruzione
il corpo dell’uomo. « Poiché egli non si rallegra per
la morte dei viventi, e le creature del mondo sono
salutari » 264, secondo quanto è scritto. « Ma la morte
è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo » 265. E
non c'era altro modo per vincere la funesta potenza
della m orte che la sola Incarnazione deU’Unigenito.
Per questo è apparso simile a noi, ed ha fatto proprio
u n corpo soggetto alla corruzione secondo le leggi di
natura, affinché, dal momento che egli stesso è la vita
— è stato infatti generato dalla vita del Padre — in­
troducesse (nel corpo) quello che è il suo bene, ossia
la vita. Poi, una volta che scelse per la benevolenza
e p er l'am ore che aveva verso gli uomini, di sottomet­
tersi ad essere simile a noi, egli dovette sopportare
anche la sofferenza e gli insulti che gli procurava l'em­
pietà dei Giudei. Ma il disonore legato alla sofferenza
gli era terribilmente pesante. E perciò, quando si avvi­
cinò il tempo in cui doveva sopportare la croce per la
vita di tutti, perché la sua sofferenza apparisse contra­
ria alla sua volontà, si avvicinò ad essa come può aw i-

™ Mt. 12, 33.


2« Gv. 14, 9; 10, 30.
2MSap. 1, 13-14.
2« Sap. 2, 24.
Perché Cristo è uno 113

cinarsi un uomo e a guisa di supplica cosi disse: « Padre,


se è possibile passi da me questo calice! però non come
voglio io, ma come vuoi tu » 266. Colui che è venuto dal
cielo è disceso, dichiara, per fare senza opporsi ciò che
gli arrecava dolore, e portare cosi a quelli che stanno
in terra la risurrezione che lui e lui solo ha instaurato
a vantaggio della natura umana. Egli infatti si è fatto
« il primo nato tra i m orti » 267 secondo la carne, e
« primizia di quelli che si sono addormentati nel sonno
di m orte » m.
B - A lui dunque e non ad un altro si deve attri­
buire la passione in quanto si manifestò uomo, seb­
bene rimanesse impassibile considerato come Dio?
A - È proprio cosi. Ricordati del resto di ciò che
dice la Scrittura ispirata: « Il prim o uomo, Adamo,
divenne un essere vivente, il secondo Adamo divenne
imo spirito che vivifica » 269.
B - Diremo dunque che il Verbo di Dio è stato
chiamato con l’appellativo di secondo Adamo?
A - Non per se stesso, come ho detto, ma una
volta divenuto simile a noi. Diciamo dunque che è lui
stesso, poiché vivificare non è attribuibile all’uomo ma
a Dio. Inoltre è stato chiam ato anche secondo Adamo,
perché nato da Adamo secondo la carne ed è secondo
principio degli abitanti della terra, in quanto in lui la
natura dell’uomo è instaurata ad una vita nuova nella
santificazione e nella incorruttibilità mediante la risur­
rezione dei morti; cosi infatti la m orte è stata abolita,
poiché la Vita per natura non ha tollerato che il suo
proprio corpo soggiacesse alla corruzione: infatti non

2« Mt. 26, 39.


207 Col. 1, 18: ossia Cristo è stato il primo a risorgere.
268 1 Cor. 15, 20: ossia Cristo è risorto dai morti, non come
un individuo isolato, ma come primizia cui deve seguire la
risurrezione di tutti i fedeli morti.
^ 1 Cor. 15, 45.
114 Cirillo di Alessandria

era possibile che Cristo subisse l'impero della morte m,


secondo le parole del divino Pietro. In questo modo
il beneficio di questo risultato è passato anche a noi
stessi.
B - Hai senz'altro ragione.
A - Inoltre fammi attenzione anche a quest'altro
punto.
B - Cosa vuoi dire?
A - Cristo disse in qualche luogo ai santi aposto­
li: « Andate e istruite tutte le genti, battezzandole nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo » m.
Dunque noi siamo stati battezzati in nome della santa e
consustanziale Trinità, ossia in nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo. Non è forse vero?
B - Come no?
A - E non consideriamo noi come Padre colui
che ha generato, come Figlio invece Dio Verbo Unige­
nito generato dal Padre secondo natura?
B - Si, certamente.

Battezzati nella morte di Cristo

A - Come dunque siamo stati battezzati nella sua


morte, secondo quanto dice il beato Paolo? « Tutti noi,
egli afferma, che fummo battezzati in Cristo, fummo
battezzati nella sua morte » m. Ma « vi è un solo Signo­
re, una sola fede, un solo battesimo » 273, e non potreb­
bero dire certamente che siamo stati battezzati in un
altro figlio diverso, discendente di Davide. Dio, essen­
do per sua natura incompatibile con la sofferenza,
volle tuttavia soffrire per salvare quelli che erano sog­

270 Cf. Atti, 2, 24.


Mt. 28, 19.
272 Rom. 6, 3.
273 Ef. 4, 5.
Perché Cristo è uno 115

getti alla corruzione, e si fece in tutto simile agli


abitanti della terra e si assoggettò ad essere generato
da una donna secondo la carne; e rese suo proprio,
come ho detto, un corpo capace di gustare la morte,
ma anche di risuscitare affinché, pur rimanendo egli
stesso impassibile, potesse dirsi soggetto alla sofferen­
za nella sua propria carne. In questo modo infatti salvò
ciò che era perduto 274. E perciò egli ha detto chiara­
mente: « Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà
la sua vita per le sue pecore » 275. E ancora: « Nessuno
mi toglie la mia vita: la do da me. Ho il potere di darla
e il potere di riprenderla » m. Ma questo non è di qual­
cuno come noi, né di un uomo comune, di avere il
potere di dare la sua vita e di riprenderla. Ma l'Uni­
genito l’ha data e l'ha ripresa, liberandoci cosi dai
lacci della morte. E si potrebbe agevolmente vedere ciò
adombrato in qualche modo nel passato nei libri di
Mosè m. Lo sgozzamento dell'agnello infatti liberò dalla
m orte e dalla corruzione gli Israeliti e distolse gli occhi
dello Sterminatore. In questo episodio c'era la figura
del Cristo. « Poiché la nostra Pasqua, Cristo, è stato
immolato » 278 per distruggere il triste impero della
morte e acquistare a Cristo con il suo proprio sangue
ciò che è sotto il cielo. « Siamo stati ricomprati in­
fatti a un alto prezzo » 279 e « non apparteniamo a noi
stessi » 28°. « Uno solo mori per tu tti » m, il più degno
di tutti, « affinché coloro che vivono non vivano più per
se stessi, ma per colui che mori e risuscitò per essi » m.

™ Cf. Mt. 18, 11.


™ Gv. 10, 11.
276 Gv. 10, 18.
™ Cf. Es. 12, 23.
1 Cor. 5, 7.
™ 1 Cor. 6, 20.
“0 1 Cor. 6, 19.
281 2 Cor. 5, 14.
282 2 Cor. 5, 15.
116 Cirillo di Alessandria

È d’accordo anche Paolo che dice: « In realtà, per


opera della Legge sono m orto alla Legge, affinché io
viva per Dio: sono crocifisso con Cristo; e non più
io vivo, ma Cristo vive in me. La vita che vivo ora nella
carne, la vivo nella fede al Figlio di Dio, che mi amò
e diede se stesso per me » 3X3. Cosi tutti siamo di
Cristo e per lui siamo stati riconciliati col Padre, perché
ha sofferto per noi nella carne per presentarci dopo
esserci purificati. È scritto infatti: « Perciò anche Gesù,
per santificare il popolo mediante il proprio sangue,
pati fuori della porta » m. E ancora: « E voi, che era­
vate un tempo estranei e nemici per i pensieri e le
azioni malvagie, ecco che egli vi ha riconciliati nel
corpo di carne di lui, in virtù della sua morte, per
farvi apparire davanti a sé santi e irreprensibili » 28S.
Osserva dunque che si parla del « suo proprio san­
gue » e della « sua propria carne » data per noi, perché
non dicessimo che è carne d'un altro figlio diverso da
lui, considerato distintamente, onorato per una sem­
plice unione, con una gloria estranea ed una eccel­
lenza a lui non essenziale, e che porta il nome di Figlio
e di Dio trascendente come una specie di vestito e di
maschera gettata su di lui. Se cosi è la sua natura,
come vogliono pensare i nostri avversari, in nessun
modo si adatterebbe a lui l'espressione: « Io sono la
verità » Infatti come può dirsi vero colui che non
è come si dice, ma un bastardo che si dà un falso nome?

283 Gal. 2, 19-20.


284 Ebr. 13, 12: Quest’ultimo particolare, il fatto cioè che
Gesù consumò il suo sacrificio fuori della città santa, fuori di
Gerusalemme, suggerisce un altro elemento di raccordo col
passato: come infatti, nel rito ebraico dell'espiazione, le carni
delle vittime immolate erano bruciate fuori dell’accampa-
mento, cosi Gesù realizzò questo rituale col suo sacrificio
fuori di Gerusalemme.
285 Col. 1, 21-22.
286 Gv. 14, 6.
Perché Cristo è uno 117

Ma verità è Cristo, il quale, come Dio, è al di sopra di


tutti. Il Verbo infatti è rim asto quel che era, anche
quando si è fatto carne: in questo modo, colui che è
al di sopra di tutti e si è collocato al livello di tutti in
virtù della sua umanità, potè conservare salva la sua
trascendenza al di sopra dei limiti della creazione.
B - Ma, soggiunge, dicendo che ha sofferto, si fa
cadere Dio Verbo in una profonda ignominia; e oltre
a questo si scredita lo stesso nostro venerando mistero.
A - Ma, « disprezzando l'ignominia » scelse di sof­
frire nella carne per noi, secondo le Scritture 287. D’al­
tra parte ritengo che solo una mente m alata d ’un
Giudeo o l'ignoranza infamante e crassa d'un Greco
possono pensare che la sofferenza sulla croce sia mo­
tivo d'ignominia. Cosi infatti scrive il divino Paolo:
« Mentre i Giudei reclamano miracoli e i Greci vanno
in cerca di sapienza, noi, al contrario, predichiamo
un Cristo crocifìsso, motivo di scandalo per i Giudei
e follia per i pagani, ma per quelli che sono chiamati,
siano essi Giudei o Greci, un Cristo che è potenza
di Dio e sapienza di Dio. Poiché la follia di Dio è più
sapiente degli uomini, e la debolezza di Dio è più
forte degli uomini » m.
B - In che modo, giacché non riesco a capire?

Al di sopra delle nostre possibilità


A - Non dici che la sofferenza sulla croce fu per
i Giudei motivo di scandalo e per i Greci follia? Gli
uni infatti, vedendo il Cristo sospeso in croce e scuo­
tendo verso di lui le loro teste omicide, dicevano: « Se
sei Figlio di Dio scendi dalla croce! e crederemo in
te » m . Pensavano infatti che egli era stato preso e

an Cf. Ebr. 12, 2; 1 Pt. 4, 1.


«e 1 Cor. 1, 22-25.
^ Mt. 27, 40.42.
118 Cirillo di Alessandria

torturato per essere stato sconfitto dalla loro forza.


Ma essi sbagliavano a non crederlo vero Figlio di Dio
e a considerare solo la sua carne. Gli altri, i Greci,
totalmente incapaci di penetrare la profondità del mi­
stero, ritengono follia il dire da parte nostra che Cristo
è morto per la vita del mondo. Ma proprio quello che
sembra follia ha una saggezza superiore a quella degli
uomini. Poiché l’argomento è profondo e veramente
pieno di somma saggezza, intendo dire tu tto ciò che si
riferisce a Cristo Salvatore di tutti noi; e ciò che il
popolo giudaico riteneva debolezza è più forte degli
uomini. Il Verbo Unigenito di Dio difatti ci ha salvati
vestendosi della nostra somiglianza affinché, soffrendo
nella carne e risuscitando dai morti, mostrasse la no­
stra natura vittoriosa sulla morte e sulla corruzione.
Certo, ciò che è stato compiuto è al di sopra delle
nostre possibilità. Dunque, ciò che sembrava effettuato
in una debolezza uguale alla nostra e come nella soffe­
renza è più forte degli uomini, ed è una dimostrazione
della potenza divina.
B - Ma allora, dicono, come è possibile che la
stessa persona, pur avendo sofferto, non abbia sofferto?
A - Soffrendo nella propria carne, e non nella
natura divina. Questo è un discorso assolutamente
ineffabile, e nessuna mente può arrivare a concepire
idee cosi sottili ed elevate. Seguendo dunque i ragio­
namenti che portano all'ortodossia, e osservando accu­
ratam ente la logica della convenienza, non negheremo
che si dica del Verbo che egli ha sofferto; non diremo
che la nascita secondo la carne, prim a della sua pas­
sione, non riguarda lui, m a qualcun altro; e neppure
assegneremo alla sua natura divina e trascendente le
azioni compiute dalla carne. Ma penseremo, come ho
già detto, che egli ha sofferto nella sua propria carne,
sebbene non abbia sofferto nella sua divinità, pressap­
poco nel modo che vi esporrò. È vero che ogni simili­
tudine è zoppicante e ben lontana dalla verità. Tuttavia
Perché Cristo è uno 119

mi viene in mente ima debole immagine della realtà


che, muovendo da ciò che abbiamo, per cosi dire, sotto
mano, ci innalzerà fino alle altezze di ciò che supera
la nostra ragione. Come infatti il ferro, o qualsiasi
altra m ateria simile, sottoposto all'azione del fuoco,
riceve in sé il fuoco e sopporta con dolore la fiamma;
e se per caso è colpito da qualcuno, il metallo subisce
si il danno, ma la sostanza del fuoco non ne subisce
alcun detrimento da parte di chi lo colpisce; cosi,
puoi capire, in qualche modo accade nel caso del Figlio,
quando si dice che egli ha sofferto nella carne, ma
non ha sofferto nella divinità. Certo, la forza del para­
gone è, come ho detto, debole 29°; tuttavia esso avvicina
in qualche modo alla verità quelli che non hanno deciso
di rifiutare le Sacre Scritture.
B - Dici bene.
A - Se infatti la carne che è unita al Verbo in
modo ineffabile, al di là di ogni intelligenza e ragione,
non è divenuta sua propria senza intermediario, come
può considerarsi vivificatrice? « Io sono, egli afferma,
il pane vivente disceso dal cielo e che dà la vita al
mondo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno;
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del
mondo » 291. Ma se la carne è quella d’un altro figlio
diverso da lui, che gli è unita accidentalmente per con­
giunzione, ed ha avuto uguaglianza di onori per un
dono gratuito, come può accadere che il Verbo possa
chiamare questa carne sua propria, lui che non sa
mentire? E poi, in che modo la carne d'un altro qual-

290 La similitudine serve a dimostrare che in Cristo, nono­


stante che le due nature siano unite in un'unica persona, esse
però rimangono distinte nelle loro proprietà: come il fuoco
unito al ferro rimane immutabile nella sua natura, cosi la
natura divina; e come il fuoco non subisce alcun danno, nono­
stante sia diventato una sola cosa col ferro, cosi la natura
divina.
Gv. 6, 51.33.
120 Cirillo di Alessandria

siasi può dare la vita al mondo, se essa non è divenuta


proprietà della vita, ossia del Verbo nato da Dio Padre,
del quale il divino Giovanni dice: « Sappiamo che il
Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per
conoscerlo; e noi siamo nel suo vero Figlio, Gesù Cristo.
Egli è il vero Dio e vita eterna » 292.
B - Ma, suppongo, a questo risponderebbero for­
se che Cristo stesso ha detto molto chiaramente: « In
verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del
Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete
in voi la vita » 293. Dunque, essi dicono, si può dedurre
che questo corpo e questo sangue prezioso non appar­
tiene tanto a Dio Verbo, quanto piuttosto all'uomo
congiunto con lui.
A - Allora, in che consiste « il grande mistero di
pietà » 294? Giacché si toglie di mezzo, a quanto pare,
l'annientamento di Dio Verbo, di colui cioè che è nella
forma del Padre e suo uguale, m a che per noi ha deciso
di prendere la forma di schiavo e diventare simile a
noi, di far parte della carne e del sangue, e di largire
a tu tta la terra i frutti dell'economia dell'Incarnazione.
Per questa infatti è stato salvato tutto, poiché il Padre
ha ricapitolato in lui tutte le cose, quelle che sono in
cielo e quelle che sono sulla terra, secondo quanto è
scritto 295. Se dunque affermano che non è l'Unigenito
colui che, parlando come Dio e allo stesso tempo come
uomo, dice: « E il pane che io darò è la m ia carne per
la vita del mondo » 196, ma un altro qualsiasi diverso
da lui, un figlio dell’uomo considerato a parte, che ci
ha salvati, questo qualcuno non è Signore secondo la
Scrittura, ma uno di noi: cosi le creature soggette alla
corruzione non avranno la vita da Dio, che è capace di
»2 1 Gv. 5, 20.
293 Gv. 6, 53.
1 Tim. 3, 16.
»5 Cf. Ef. 1, 10.
296 Gv. 6, 51.
Perché Cristo è uno 121

darla, ma da uno soggetto anch’egli alla corruzione e


che ha, come noi, ricevuto la vita per grazia. Se invece
è vero che il Verbo si è fatto carne, secondo le Scritture,
e che « è apparso sulla terra ed è vissuto tra gli uomi­
ni » w, egli, poiché ha come propria la forma di schiavo,
sarà chiamato anche Figlio dell’uomo, anche se taluni
lo sopportano mal volentieri, esponendosi in questo
modo all'accusa d'ignoranza. In effetti, non c ’era altro
modo di rendere vivificatrice la carne, che di sua
natura è necessariamente assoggettata alla corruzione,
se non quello di farla divenire propria del Verbo che
vivifica tutte le cose. Cosi essa ha compiuto le azioni
del Verbo, portando in sé la potenza vivificatrice del
Verbo. E non c'è da meravigliarsi, se è vero che il
fuoco, venendo a contatto con materiali che non sono
caldi per loro natura, li rende tali: introduce infatti
in essi, e anche abbondantemente, l’energia della po­
tenza di cui è provvisto. E allora, perché il Verbo, che
è Dio, non sarebbe capace d’introdurre, anche meglio,
nella sua propria carne la potenza e l’azione vivifica­
trice, dal momento che si è unito ad essa e l'ha fatta
sua propria senza confusione, senza cambiamento, e
nel modo che egli sa?
B - Dunque si deve ammettere che, senza alcun
intermediario, il corpo è divenuto perfettamente pro­
prio del Verbo provenendo dal Padre, nonostante sia
stato concepito vivificato da un'anim a intellettiva.

Il corpo proprio del Verbo

A - È proprio cosi, se seguiamo rettam ente il


discorso infallibile della fede, se siamo ammiratori dei
principi di verità, se non deflettiamo dalla dottrina fis­
sata dai santi Padri, né abbandoniamo la via regia

a? B a r. 3, 38.
122 Cirillo di Alessandria

attirati dalle fantasticherie di alcuni verso idee false,


ma piuttosto edifichiamo sulla stessa pietra fondamen­
tale, ossia Cristo. « Poiché nessuno può porre un altro
fondamento oltre quello che vi sta di già » m, come
ha scritto esattamente 1'« esperto architetto » m, ini­
ziatore dei misteri di Cristo. Noi crediamo dunque
che il Figlio di Dio Padre è uno, e che bisogna conce­
pire come u n’unica persona nostro Signore Gesù Cristo,
generato divinamente da Dio Padre come Verbo prim a
di tutti i secoli e del tempo, nato, egli stesso, negli
ultimi tempi del mondo, dalla carne d’una donna: a lui
attribuiam o ciò che è divino ed umano, ed affermiamo
che è sua la nascita secondo la carne e la sofferenza
sulla croce, dato che ha fatto proprio tutto ciò che
riguarda la sua carne, pur rimanendo impassibile nella
natura divina. Poiché cosi « ogni ginocchio si piega
davanti a lui, e ogni lingua confesserà che Gesù Cristo
è Signore, a gloria di Dio Padre » 30°. Amen.

™ 1 Cor. 3, 11.
2» 1 Cor. 3, 10.
3°» Fil. 2, 10-11.
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DIZIONARIO

Adozianismo
Con questo term ine si designano varie correnti teolo­
giche cristian e le quali, p er afferm are il m onoteism o inte­
grale, considerano Gesù Cristo solo un uom o che possiede,
in m odo particolare, lo Spirito d i Dio, e ch e da D io è stato
« adottato » com e Figlio. La tendenza ad accentuare l’um a­
nità di C risto, e a ritenere la sua d ivin ità una specie di
divinizzazione si adattava sia alla m entalità ellenistica, che
am m etteva l'apoteosi, ch e a quella giudaizzante che rite­
neva Gesù un uom o infinitam ente superiore. Q uesta d o t­
trina appare già nel corso del II secolo, m a prende form a
più robusta con Teodoto di B isanzio, soprannom inato il
Conciapelli, condannato da papa V ittore verso il 190, e
soprattutto in O riente con Paolo di Sam osata e con la
« scuola antiochena » (Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsue-
stia e N estorio).

Apollinare di Laodicea e Apollinarismo


N ato a L aodicea verso il 310, letterato e retore, Apol­
linare fu con A tanasio u n o d ei più grandi oppositori del-
l'Arianesim o. Ma presto, p er dare speciale risalto alla divi­
nità di Cristo, cadde n e ll’errore di attenuare la sua um a­
nità. Infatti, spinto dalla polem ica antiariana, afferm ò che
il Verbo aveva sostitu ito la parte spirituale dell'anim a di
Cristo, unend osi solo al suo corpo e alla sua anim a vege­
tativa. In questo m odo egli m inava l ’integrità della natura
um ana di Cristo, e riduceva il valore d ell’Incarnazione :
poiché, se l’anim a razionale del V erbo non era stata assun­
ta, com e poteva essere redenta? La sua dottrina fu con­
130 Dizionario

dannata in vari sinodi (Roma 377; Alessandria 378; Antio­


chia 379) e nel concilio di Costantinopoli del 381. Apollinare
mori verso il 390.

Ario e VArianesimo

Ario, prete alessandrino, discepolo di Luciano di An­


tiochia (fondatore della scuola antiochena), difese fin dal
315 circa una sua dottrina riguardante il rapporto tra il
Padre e il Figlio nella Trinità e l’Incarnazione. Basandosi
sul Subordinazianismo già precedentemente professato e
sulla dottrina di Luciano di Antiochia, Ario asseriva che
nella Trinità solo il Padre è eterno e immutabile, non
generato e non creato, mentre il Figlio non era né eterno
né della stessa sostanza del Padre, ma generato e creato,
ed era Dio solo per partecipazione. Infatti, essendo assur­
do pensare che il Padre, comunicando ad altri la sua so­
stanza, ne subisse un'alterazione, ne conseguiva che il Figlio
era stato creato si anteriormente al tempo e immediata­
mente dal Padre e non da una materia preesistente, bensì
dal nulla, ma prima della sua generazione non esisteva. Il
Figlio esisteva solo nella volontà e nel consiglio di Dio
prima dei tempi e dei secoli creati col mondo, quale stru­
mento nell'opera della creazione, sicché non sarebbe esi­
stito se Dio non avesse voluto creare il mondo. Il Figlio,
nell'uomo Gesù, avrebbe preso il posto dell'anima razio­
nale: incarnatosi, avrebbe assunto cioè una carne, non
ima natura umana completa, per cui questa dottrina travi­
sava la realtà della redenzione operata da Cristo. Essa
attaccava d'altronde la natura stessa della redenzione,
attribuendola ad un Dio che non era vero Dio e non
poteva perciò redimere l’umanità.
Questa dottrina condannata, dopo vivaci discussioni,
nel concilio di Nicea nel 325, fu accanitamente sostenuta
dai protettori di Ario, i quali riuscirono a ribaltare la situa­
zione: Atanasio che tanto aveva lottato per l'ortodossia ni-
cena dovette più volte andare in esilio. Gli Ariani però col
tempo si divisero in varie correnti: la corrente radicale
degli anomei (Cristo non-simile al Padre), la corrente mo­
derata degli omei (Cristo simile al Padre) e quella inter­
media degli omoiusiani che con il concetto di natura simile
si avvicinava alla sostanza della fede nicena. L'Arianesimo
fu ima pericolosa eresia di natura teologica, alla quale
Dizionario 131

si sovrappose la politica che dal tempo di Costantino in


poi rese ancora più grave la vita della Chiesa.
Ario, dopo la condanna nel concilio di Nicea, fu esi­
liato in Illiria, ma ne fu richiamato nel 328. Mori improv­
visamente nel 336, alla vigilia della sua reintegrazione deci­
sa dai sinodi di Tiro e di Gerusalemme nel 335.

Diodoro di Tarso
Nato ad Antiochia verso il 330 fu famoso teologo e
scrittore cristiano. Nel 360 fondò ad Antiochia una comu­
nità monastica che ebbe tra gli adepti san Giovanni Cri­
sostomo e Teodoro di Mopsuestia. Stimato da Giuliano
l'Apostata come scrittore, non fu risparmiato da lui come
strenuo difensore della divinità di Cristo. Esiliato nel 372
da Valente, successore di Giuliano, andò in Armenia dove
ebbe modo di comunicare con Basilio il Grande. Tornato
ad Antiochia dopo la morte dell'imperatore, nel 378 diven­
ne vescovo di Tarso, e a questo titolo partecipò al concilio
di Costantinopoli nel 381. Teodosio, confermando i decreti
del concilio, lo proclamò modello dell’ortodossia. Mori pro­
babilmente nel 392. Ma dopo la sua morte, i suoi scritti,
ritenuti responsabili dell’eresia nestoriana, furono ripetuta-
mente condannati per un dualismo cristologico che noi
purtroppo non possiamo ricavare se non da pochi fram­
menti rimastici, giacché i nemici di Diodoro massacrarono
le sue opere fino a farle sparire.

Docetismo
È detta cosi una concezione cristologica di quanti, so­
prattutto nel primo cristianesimo, affermavano che Cristo
non avrebbe avuto un corpo realmente carnale ed umano
ma solamente apparente, oppure celeste: di conseguenza
la sua passione e la sua morte sarebbero state meramente
fittizie. I seguaci di questa dottrina, detti Doceti, non costi­
tuirono mai una setta, ma si diffusero fra i gruppi più
diversi fin dal tempo apostolico e soprattutto fra gli gno­
stici. Sotto l'aspetto teologico la sconfitta definitiva del
Docetismo fu segnata nel concilio di Calcedonia nel 451.
132 Dizionario

Eutiche e il Monofisismo
Il Monofisismo è un'eresia dei secoli V e VI che ebbe
molto peso soprattutto sulla vita della Chiesa d’Oriente.
In seno al Monofisismo si ebbero varie correnti che si di­
stinguevano essenzialmente per il significato teologico dato
alla parola physis (natura): alcuni seguaci davano a questa
parola il significato di « essenza » e insegnavano che dal­
l’unione sostanziale del Verbo con la realtà umana era
sorta un’unica physis e sostenevano che l’umanità di Cristo
era stata assorbita dalla sua divinità, disciolta come una
goccia di miele nel mare; altri, vicini ad Apollinare, inse­
gnavano che umanità e divinità in Cristo si erano inte­
grate in maniera complementare formando una sola per­
sona e una sola natura; altri ancora, forse più vicini ad
Eutiche, teologo e monaco (nato forse a Costantinopoli
nel 378 e morto dopo il 454) consideravano la natura del
Cristo come un composto teandrico, risultato dall’unione
di umanità e divinità, che non era più uomo e non era
più Dio, unico nella sua realtà. I Monofisiti dunque non
solo non accettavano il progresso terminologico che si era
compiuto tra il concilio di Efeso e quello di Calcedonia
ma, per paura del Nestorianesimo, negavano che la natura
umana continuasse a sussistere nell’unica persona del Ver­
bo « non mescolata » accanto alla natura divina.
Il Monofisismo rimane ancora la dottrina di alcune
Chiese d’Oriente (in Siria, Armenia e specialmente nella
Chiesa copta abissina).

Giovanni di Antiochia
Eletto nel 428 patriarca di Antiochia, fu amico di Ne­
storio. Arrivò in ritardo al concilio di Efeso (431) insieme
ai vescovi d'Asia, quando già san Cirillo aveva fatto con­
dannare Nestorio. Allora Giovanni di Antiochia riunì in
un sinodo i vescovi del suo partito e scomunicò Cirillo.
Dopo lunghe discussioni si giunse finalmente all’accordo
del 433 in cui Giovanni abbandonò Nestorio, e Cirillo firmò
una professione di fede che lasciò peraltro molto mal­
contento.
Dizionario 133

N e sto rio e N esto ria n esim o

N estorio, nato a G erm anicia n ella Siria eu fratica dopo


il 381, fu il padre dell'eresia da lui chiam ata N estoriane­
sim o. E bbe la sua form azione teologica alla scuola di An­
tiochia e fu probabilm ente allievo di T eodoro di M opsue-
stia. Prim a m onaco presso A ntiochia, poi prete della Chiesa
di Antiochia, diven ne u n fam oso e stim ato predicatore
tanto d a essere scelto da T eodosio II co m e patriarca di
C ostantinopoli nel 428. D opo un a prim a fase di intenso
lavoro, n ella quale si adoperò efficacem ente contro gli ere­
tici e gli scism atici, ben p resto N estorio fu sosp ettato di
eresia per le sue idee cristologiche. Egli fu accusato di
am m ettere in G esù C risto l’esisten za di « due person e ». In
realtà N estorio parla di un a sola p erson a e in siste sul­
l ’u nione della natura divina e della natura um ana n ell’unica
persona d i C risto. Ma questa unione non è concepita com e
« unione ipostatica » quanto p iu tto sto co m e « congiunzio­
n e » determ inata dalla volon tà com piacen te d el V erbo ver­
so l ’uom o cui si è con giu n to in m odo inseparabile. Cosi
non c i sarebbe più un'unica persona m a p iu ttosto un dua­
lism o ipostatico. N estorio si attirò anche le antipatie del
p op olo per aver rigettato dalla V ergine l’appellativo di
T h eotokos, conseguenza necessaria della sua dottrina cri­
stologica. Per q u este sue idee N estorio fu condannato nel
431 nel concilio di E feso so tto la guida di san Cirillo di
A lessandria, condanna conferm ata p o i nel 433 anche da
Giovanni di A ntiochia ch e prim a l ’aveva favorito. N estorio
fu rim andato prim a, p er ordine dell'im peratore, nel suo
m onastero di A ntiochia, p oi esiliato nel 435 a Oasi in Egitto.
M ori dopo il 450.

N ovazian esim o

E resia iniziata dal teologo rom ano N ovazio, antipapa


(sec. I li) , avversario di papa Cornelio, e m antenutasi fino
al secolo V in O ccidente, e aU’V III (in siem e ai M ontanisti)
in Oriente. I N ovaziani afferm avano che la C hiesa avrebbe
dovuto rifiutare, anche in caso di con version e e di peniten­
za, la riconciliazione, la com unione ecclesiastica e l'asso­
luzione dei peccati ai lapsi (apostati) e, in genere, a tutti
coloro ch e col p eccato m ortale avevano p erduto la grazia
battesim ale. Questi peccatori dovevano essere abbando­
nati alla sola grazia di Dio. C ondannato da Cipriano e da
134 Dizionario

Roma, il Novazianesimo fu considerato eresia già a Nicea,


dove peraltro fu giudicato con mitezza.

Subordinazìanismo
Concezione, presente nella dottrina trinitaria, che in­
troduce un rapporto di subordinazione fra le tre persone.
Si tratta di una dottrina ambigua, oscura e imprecisa, le­
gata ai secoli II e III, quando la formulazione trinitaria
non aveva avuto ancora l'apporto dottrinale delle discus­
sioni e delle decisioni dei concili futuri.
Secondo tale teoria il Verbo e lo Spirito Santo rice­
verebbero dal Padre il proprio essere, e sarebbero perciò
in certo modo « subodinati » a lui: sarebbero semplici for­
ze mediante le quali il Padre avrebbe strutturato l’econo­
mia del mondo e della salvezza. Secondo alcuni Gesù Cristo
sarebbe un « modo » di essere del Padre (Modalisti), se­
condo altri il Figlio, pur partecipando, nell’unità della so­
stanza, della natura divina del Padre, sarebbe distinto da
lui e, in certo qual modo, gli sarebbe subordinato.

Teodoreto di Ciro
Teodoreto è uno scrittore brillante della Chiesa orien­
tale: scrisse moltissimo, nonostante che ci sia pervenuto
molto poco, sufficiente tuttavia a darci ima prova della sua
cultura. Nato ad Antiochia nel 393, e formatosi alla scuola
antiochena, fu eletto nel 423 vescovo di Ciro presso Antio­
chia. Partecipò alla controversia cristologica fra Cirillo e
Nestorio di cui abbracciò la causa. Ai dodici anatematismi
di Cirillo oppose dodici antianatematismi (perduti). Si
rivelò però mediatore fra le due parti: infatti, pur accet­
tando il dualismo nestoriano, non condannò mai l’appella­
tivo di Theotokos (Madre di Dio). Del resto, non abban­
donò le sue idee neppure dopo la condanna di Nestorio, e
rifiutò l’accordo tra Cirillo e i vescovi capeggiati da Gio­
vanni di Antiochia, anche se la professione di fede firmata
da Cirillo nel 433 fu stesa probabilmente da lui. Partecipò
al concilio di Calcedonia del 451, ma solo dopo aver pro­
nunciato l’anatema contro Nestorio e contro quelli che
negavano la maternità divina di Maria. Cosi fu reintegrato
tra i dottori ortodossi, governò ancora per sette anni la
Chiesa di Ciro, e mori nel 458.
Dizionario 135

Teodoro d i M opsuestia

Teodoro, allievo di Diodoro di Tarso, nacque ad Antio­


chia verso il 350. Entrato in un monastero presso Antiochia,
ne usci in seguito per diventare avvocato e sposarsi. Ma
dissuasone da san Giovanni Crisostomo tornò alla vita mo­
nastica, poi fu ordinato prete, e quindi nel 392 consacrato
vescovo di Mopsuestia in Cilicia. Si dedicò agli studi biblici
secondo l’indirizzo storico-letterale della scuola antiochena
e polemizzò contro l'indirizzo allegorico della scuola ales­
sandrina. Nella controversia cristologica negò alla Vergine
l'appellativo di Theotokos, e sostenne che Cristo possedeva
la pienezza deH'umanità non meno che la pienezza della
divinità, difendendo questa tesi in modo cosi energico da
sembrare di disgiungerle, come fece poi Nestorio. L’orto­
dossia di Teodoro non fu mai messa in dubbio durante la
sua vita. Ma, dopo la sua morte (428), in seguito alla com­
parsa di alcuni estratti dei suoi scritti, da più parti, com­
preso Cirillo, la sua dottrina cristologica fu sospettata di
Nestorianesimo e condannata. La condanna fu confermata
dal concilio di Costantinopoli nel 553.
Alcuni studiosi moderni però (M. Richard, R. De-
vreesse) hanno sostenuto che gli estratti furono ricavati
da un florilegio ostile a Teodoro e falsificato, ed hanno
dimostrato che il concilio fondò la sua condanna proprio
su questi estratti. Perciò Teodoro non dovrebbe essere
giudicato in base a questi estratti quanto invece alla luce di
altre fonti, in particolare alla luce delle versioni siriache.
Un altro studioso però (Sullivan) ha replicato dicendo che
neppure le versioni siriache possono garantire l’interpreta­
zione genuina del pensiero di Teodoro, dato che non sem­
pre sono fedeli. Stando cosi le cose, la questione rimane
perciò ancora aperta e da studiare.
INDICE DEI NOMI E DELLE C O S E NOTEVOLI

Abacuc: 43 ne fanno parte Diodoro


Abitazione (del Verbo): 15 di Tarso e Teodoro di
Abramo: 34, 45, 47, 48, 74, 99 Mopsuestia: 14
Adamo: 33, 36, 39, 41, 88, 89, Antiochia: 6
100, 113 Apollinare: 9, 129, n. 27, n.
Adozianisti: 8, 9, 129 202
Agnello (lo sgozzamento del- Apollinarismo: 10, 12
Γ): 115 Apostati: 24
Alessandria: 6, 9 Apostolo: 42, n. 55
Alessandrina (scuola) e il Ariani: 14
pensiero platonico: 9; e Ario: 9, 130
l'interpretazione allegori­ Aronne: 50
ca della Sacra Scrittura: Atanasio: 12
9 Aubert J.: 18, 19
Anastasio II: 17
Anatematismi (12) contro Bardenhewer O.: 19
Nestorio: 11 Battesimo, battezzare: 114;
Angeli: 76, 99 battezzati nella morte di
Angelo: 42, n. 56 Cristo: 114
Anima umana del Cristo: 10, Battista: 75, 80, 82, 92
30, 41, 42, 56, 68, 93, 121, Betlemme: 78
n. 27, n. 202 Calcedonia: 5
Annientamento: 25, 30, 32, Carne: vittoriosa sulla mor­
35, 40, 44, 45, 47, 54, 55, te e sul peccato: 30; il
66, 71, 82, 85, 88, 90, 99, Verbo non permise che
101, 109, 120 la carne rimanesse mor­
Anthropotokos: 15 tale e corruttibile: 33;
Antiochena (scuola) e la fi­ prezzo di redenzione: 99;
losofia aristotelica: 9; e velo della divinità: 95
l’interpretazione letterale Celestino papa: 11
della Sacra Scrittura: 9; Celso: 8
138 Indice dei nomi e delle cose notevoli

Christotokos: 15 Consostanzialità del Verbo


Cirillo: luogo di nascita: 5; con il Padre: 9
prima del patriarcato di Conybeare F.C.: 17
Alessandria: 5; dopo il Costantinopoli: 5, 11
429: 6; deposto da Gio­ Crisostomo: deposto dal seg­
vanni di Antiochia: 6; de­ gio di Costantinopoli: 5;
posto da Teodosio: 6; tor­ ammesso nei dittici della
na ad Alessandria (30 Chiesa di Alessandria: 6
ott. 431): 6; sottoscrive Cristo: agnello di Dio che to­
ima professione di fede: glie il peccato del mon­
6; morte: 7; Cirillo e Cri­ do: 75, 92; sua anima:
sostomo: 5, 6; Cirillo e 10, 30, 41, 42, 56, 93, n. 27;
Giovanni di Antiochia: 6; anteriore al tempo: 73;
Cirillo e Giuliano: 7-8; attributi divini: 13, 46;
Cirillo e Ipazio: 6; Ciril­ attributi umani: 13, 46,
lo e Isidoro di Pelusio: 90; cammina sulle onde
5; Cirillo e Nestorio: 6, del mare: 76; cresce in
7, 11; Cirillo e Novaziani: età, sapienza e grazia: 93-
6; Cirillo e i suoi scritti: 94; Dio e uomo: 29-30, 46,
7-8; legato alla tradizione 53, 55, 57-58, 62, 63, 64,
alessandrina nell’inter- 70, 74-75, 83, 90; divenuto
pretazione allegorica del- maledizione: 32, 33, n.
Ì'A.T.: 7; preferisce il sen­ 30, n. 31; divenuto pecca­
so letterale nell'interpre­ to: 32, 33, 47, 100, n.
tazione del N.T.: 7; Ciril­ 30, n. 31; divinità: 9; due
lo e le sue lettere: 8; Ci­ nature: 9, 11, 13, 14, 15,
rillo e le tre apologie: 12; 55-56; generato da una
la dottrina cristologica: donna secondo la carne:
13; lo stile: 19; Cirillo e 30, 32, 34, 35, 36, 37, 46,
la cultura: 23-24 53, 68, 69, 111; ha trasfe­
Codex Vaticanus 1431: 18 rito in se stesso ciò che
Composizione del dialogo: appartiene a noi: 35; ieri
e oggi lo stesso, e nei se­
15
Comunicazione degli idiomi: coli: 73; indiviso: 91; in­
tegrità della natura uma­
7, n. 186 na: 10, 41-42; è morto in
Concilio di Calcedonia: 8, quanto è nato secondo
11, 12, 16, 18 la carne ed è risuscitato
Concilio di Efeso: 11 in quanto è morto: 33-34;
Concilio di Nicea: 9 natura umana assunta e
Congiunto (l'uomo) al Ver­ sussistente nella Persona
bo: 51, 70, 119; è uno più del Verbo: 12-13; non fu
uno: 72 « si e no »: 71; persona:
Congiunzione: 51-53, 63, 64, 9, 10, 12, 13, 15, 122; re­
66, 73, 101, 119 sosi povero ha reso rie-
Indice dei nomi e delle cose notevoli 139

chi gli uomini: 36; primo Doppia ipostasi: 14


nato fra i morti: 101, n. Dragone (Nestorio): 26; so­
230, n. 268; profeta: 79; stiene che la santa Ver­
risuscitato: 105; santifi­ gine non è Madre di Dio:
cato: 44,46; secondo Ada­ 26
mo: 88-89, 113; si è fatto Dualismo cristologico: 9
uomo (vedi Incarnazio­ Dualismo ipostatico: 10
ne); la sua sofferenza: 32,
87, 99, 101, 102, 112-113; Economia: 25, 35, 36, 38, 47,
tutto è stato portato al­ 48, 49, 54, 55, 66, 68, 70,
l’esistenza per mezzo di 82, 84, 87, 90, 93, 94, 100,
Cristo: 67; unità perso­ 103, 104, 106, 107, 120
nale: 10; uomo celeste: Efeso: 6
37; Cristo = unto: 42, 43- Ehinger M.: 16, 18
45, 67, 73, 77, n. 57 Elia: 95
Croce (morte in): motivo di Emmanuele: 27, 55, 57,75, 80
ignominia: 117; motivo Eresia siriana: 9, 130
di scandalo: 117; follia: Eresia nestoriana: 9, 10, 11,
117; linguaggio della cro­ 14, 133
ce: 104 Eresie (inventori delle): 24;
come lupi feroci: 24; ra­
Davide (credenziere impe­ pinano le cose di· Cristo:
riale): 17 24
Davide: 43, 44, 45, 47, 48, 50, Eresie cristologiche: 8-12
51, 61, 62, 63, 64, 74, 97, Eutiche: 10, 132
106, 111, 114
Debolezze della carne: 90, 91 Fatica: conseguenza dell’In-
De Durand G.M.: 19, n. 5 camazione: 32
(introd.) Figli di Dio: 40, 54, 60
Dialogo: composizione: 15; Figure: delle realtà celesti:
contenuto: 15-16; contro 97, 98; del Cristo nello
la dottrina nestoriana: sgozzamento dell’agnello:
14; interlocutori: n. 4; 115
testo: 16-18; edizioni e Filiazione: 40, 53, 59, 60
traduzioni: 18-19 Forma di Dio: 29, 65
Dimora (teoria della): 15 Forma di schiavo: 29, 30, 38,
Diodoro di Tarso: 10, 14, 131 48, 53, 54, 65, 66, 68, 79,
Distinzione delle due nature 91, 99, 108, 120, 121
in Cristo: 55-58 Fuoco (immagine del) che
Divenire: non significa ne­ trasmette la sua energia:
cessariamente un muta­ 121
mento: 28-30; gli eretici
travisano il senso della Gabriele: 67
parola: 33 Galati: 94
Doceti: 8, 131 Geremia: 95
140 Indice dei nomi e delle cose notevoli

Gerusalemme: 83, 87, n. 284 Lot: 28


Giacomo: 84
Giosuè: 27 Mahalla el Kubra: 5
Giovanni di Antiochia: 132; Manoscritti del dialogo: 16-
a capo dei vescovi del­ 18
la provincia ecclesiastica Maria: Anthropotokos: 15;
antiochena depone, in un Christotokos: 15; incinta
sinodo, Cirillo: 6, 132; ac­ dallo Spirito: 39; Madre
cetta la condanna di Ne­ di Cristo: 26, 42; Madre
storio: 6, 132 dell'uomo: 26; Madre di
Giovanni (Battista): 80, 81 Dio: 7, 12, 14, 15, 26, 30,
Giovanni Ev.: 45, 56, 60, 80, 32, 42; senza esperienza
107, 110, 111, 120 matrimoniale: 39; Theo-
Giudei di Alessandria: 6 tokos: 12, 15
Gloria (della divinità): 110 Matrimonio: degno di ono­
re: 38; Dio non disprezza
il matrimonio: 39; l'ono­
Impassibile, impassibilità: ra della sua benedizione:
102, 103, 115, 122 39
Inabitazione del Verbo nel­ Mescolanza: non vi è mesco­
l'uomo: 10, 14 lanza fra le due nature in
Incarnazione: comporta an­ Cristo: 58
che le sofferenze: 32; e le Mistero di Cristo: 38
fatiche: 32; mediante l'In­ Mistero dell’Incamazione in
carnazione è stato salva­ forma figurativa: 58
to il genere umano: 69, Mistero di pietà: 49, 120
95, 120; è prefigurata nel Monacensis graecus 398: 16,
roveto ardente: 58; il 18, n. 9 (introd.)
mistero dell'Incamazione Monofisismo: 9, 10, 132
supera le capacità della Morte: vinta con la morte:
nostra intelligenza: 56, 35; è stata abolita: 113;
118; il Figlio si è fatto il Figlio ha vinto la mor­
uomo per rigenerare il te: 112; solo l’Incarnazio­
nostro essere ad ima vi­ ne dell’Unigenito poteva
ta santa: 39; il Verbo de­ vincere la morte: 112
cise d’incarnarsi per ren­ Mosè: 27, 28, 48, 50, 57, 58,
dersi simile all'aspetto 79, 102, 115
degli uomini: 30, 41
Isidoro di Pelusio: 5, n. 2 Natura: 12
(introd.) Natura umana: 12
Nazareth: 78
Nestorianesimo: 9, 133
Legge del peccato: 41 Nestorio: 6, 133; deposto dal
Liberato di Cartagine: 15 concilio: 6, 12; deposto
Linguaggio della croce: 104 da Teodosio: 6; si chiù-
Indice dei nomi e delle cose notevoli 141

de nel monastero di An­ Redenzione: 108


tiochia: 6; la sua eresia: Retorica (utilità della): n. 5
10, 12, 133; nega la ma­ Ricapitolazione: 108, 120
ternità divina di Maria: Risuscitare, risurrezione: 33-
12, 133 34, 35, 38, 100, 104, 105,
Nome al di sopra di ogni 113, 115, 118, n. 268
nome: 65 Roveto ardente figura del­
Novaziani: 6, 133 l’Incarnazione: 58
Oreste: 6 Samaritana: 102
Samuele: 50
Padre: per l’Incarnazione Sangue: prezzo di redenzio­
anche gli uomini possono ne: 95; il Figlio agisce
chiamare Dio Padre: 39; con il proprio sangue:
il Figlio ha dato anche a 97; il Signore ci ha sal­
noi suo Padre: 40, 54 vati con il proprio san­
Pagani: loro cultura: 23; lo­ gue: 102; suo proprio san­
ro demenza: 24 gue: 116
Panoplia Dommatica·. 18 Schiavo: Cristo ha onorato
Paolo: 24, 29, 31, 34, 38, 48, lo schiavo facendo pro­
51, 57, 59, 64, 65, 69, 70, pri i caratteri dello schia­
71, 74, 77, 78, 79, 81, 89, vo: 54
91, 94, 95, 97, 99, 101, 102, Schwartz E.: 19
104, 108, 114, 116, 117 Scienze sacre: non ci si sen­
Parabole evangeliche: 61 te mai pienamente sazi:
Paragone del fuoco: 121 23
Paragone dell’uomo compo­ Scrittura: denunzia l’igno­
sto di anima e di corpo: ranza degli eretici e l’in­
57 consistenza e la stoltez­
Parola di Dio: 23 za dei loro ragionamenti:
Pelusio: 5, n. 2 (introd.) 25
Perfezioni divine (i nomi Serapione il saggio: n. 2
delle): 43 (introd.)
Persona: 12 Severo di Antiochia: 18, η. 1
Pietro: 75, 84, 85, 87, 102, (introd.)
114 Silvano: 71
Poeti e la verità: 23-24 Similitudine del ferro ro­
Potenze celesti: 49-50 vente: 119, n. 290
Primizie: 37, 40 Similitudine deH’unione cor­
Profeta: 42 po-anima: 57
Pusey E.B.: 19 Simone Bar-Jona: 75
Pusey P.E.: 19 Sinodo della quercia: 5
Socrate (storico): 6
Quod unus sit Christus: 16, Sofferenza di Cristo: 32, 99,
18 118-119
142 Indice dei nomi e delle cose notevoli

Spirito Santo: rese incinta 28; divenne uomo non


la Vergine: 39; il Figlio per rimanere sempre al­
fu generato dallo Spirito lo stato di annientamen­
Santo perché gli uomini to: 83; si è fatto carne:
conseguissero una rige­ 103; è Dio anche nella
nerazione dello spirito da sua umanità: 109; ci ha
Dio mediante lo Spirito: liberati dai lacci della
39; gli uomini generati morte: 115
dallo Spirito: 40; median­ Unione: 51-52, 56, 57, 61, 90
te lo Spirito abita in noi Unione accidentale: 10, 103,
la santa Trinità: 78; bat­ 108, 119
tezzati in nome dello Spi­ Unione ipostatica: 15; supe­
rito Santo: 114 ra la capacità della no­
Stefano (vescovo di Siunik): stra intelligenza: 56-57;
17 una natura non cancella
Subordinazianismo: 9, 134 l’altra: 56-57
Succenso: 15 Unto, Unzione: 42-45, 67
Supposto: 12 Uomo: celeste (il Verbo di­
sceso dal cielo): 37, 40-
Tempio di Dio: 78 41; esteriore: 57; interio­
Tempio (paragone del): 105 re: 57; terrestre: 37, 40-
Tempio (teoria del): 15 41
Tentazione: 84-85, 86
Teodoreto di Ciro: 6, 134 Vaticanus graecus 596: 16,
Teodoro di Mopsuestia: 10, n. 9 (introd.)
14, 135 Vatopedinus 390: 16
Teodosio: 6, 11 Velo nel Tempio (paragone
Teofilo: 5 del): 95
Theodosiou: 5 Verbo: la persona del Ver­
Theotokos: 12, 15 bo: 13; uguale a Dio Pa­
Timoteo: 71 dre: 25; coetemo con il
Timoteo Eluro: 18 Padre: 28; alcuni eretici
Tradizione indiretta del dia­ gli negano la perfetta i-
logo: 18 dentità di natura col Pa­
Trinità: battezzati in nome dre: 25; altri spiegano
della Trinità: 114; pro­ arbitrariamente il miste­
blemi relativi alla Trini­ ro dell’Incarnazione: 25;
tà: 43-44 si è incarnato: 25, 29-
30, 33-35, 37-42, 4647,
Umanità: distinta dalla di­ 67-70, 74-75, 92-93, 94, 99,
vinità: 55-56 105, 110, 114-115, 118, 120-
Unigenito: coetemo con il 122; in che senso « è di­
Padre: 28; lui stesso è il venuto » carne: 29-30;
discendente di Davide: non « è divenuto » carne
63; generato dal Padre: alla stessa maniera con
Indice dei nomi e delle cose notevoli 143

la quale « è divenuto » carne né ha subito un ri­


maledizione e peccato: mescolamento con la na­
32; si è fatto simile a tura umana: 29-30; è
noi: 29, 54, 103, 112, 113; chiamato Figlio dell'uo­
incarnandosi si è assog­ mo: 68; il medesimo è il
gettato alle sofferenze: Verbo generato dal Pa­
32, 103, 107-108, 112, 118- dre e il discendente di
119; è empio ed assurdo Davide: 82; santificato in
negare a Dio Verbo la quanto uomo e •santifica-
sua nascita da una don­ tore in quanto Dio: 82;
na secondo la carne: 37; incarnatosi costituisce
non ha portato la sua car­ per la natura umana li­
ne dal cielo ma, facendo­ berazione dalla maledi­
si simile agli uomini, è zione e dalla condanna
nato da una donna se­ cui essa era stata sogget­
condo la carne: 37, 122; ta: 36; dispensatore di
perché Dio, che non di­ santificazione: 82; dimo­
sprezza il matrimonio, ra in noi: 59; è nostro
scelse per il Verbo una modello: 85; ha distrut­
vergine resa incinta dal­ to l’impero della morte:
lo Spirito: 39; al di fuo­ 106, 112; ci ha salvati
ri dell'Incamazione non vestendosi della nostra
può essere chiamato Cri­ somiglianza, soffrendo e
sto (= unto): 44; l'un­ risuscitando dai morti:
zione conviene al Verbo 118
in quanto incarnato: 44, Versione armena: 17
68; non ha assunto un Versione siriaca: 17
uomo: 47, 52-53, 54, 68; Vulcatius Bonaventura: 16,
incarnandosi non è stato 18
privato dei beni della sua
propria natura: 44, 68, Zaccaria: 92
75, 109, 116; incarnando­ Zigabeno: 18
si non si è cambiato in
INDICE SCRITTU RISTICO

Antico 1 Samuele Isaia


Testamento 8, 5 : 50 7, 14 : 27
8, 7 : 50 8, 14-15 : 81
Genesi 24, 13-14 : 83
/ Re 42, 8 : 55
19, 26 : 28 44, 20 : 24
19, 10 : 26 60, 1-2 : 84
Esodo 63, 9 : 95, 102
Salmi
3, 1 : 58 20, 12 : 58 Geremia
4, 3 : 28 21, 8 : 91
12, 23 : 115 21, 19 : 91 8, 23 : 55
16, 8 : 50 39, 7.8 : 108 23, 16 : 96
44, 7-8 : 44
Numeri 49, 2-3 : 96 Baruch
62, 9 : 51
16, 11 : 50 80, 10 : 51, 66 3, 38 : 25, 121
89, 1 : 29
93, 22 : 28
Deuteronomio 103, 15 : 23
Gioele
5, 15 : 27 104, 15 : 42 1, 5 : 78
6, 13 : 110 135, 12 : 27 3, 1 : 57
8, 13 : 23
10, 22 : 57 Proverbi
Amos
18, 15-19 : 79 9, 18 : 25
21, 23 : 32 7, 14-15 : 53
Sapienza
Giosuè Abacuc
1, 13-14 : 112
1, 5 : 27 2, 24 : 112 1, 5 : 38
Indice scritturistico 145

2, 6 : 24, 25 Marco 10, 33 : 72


3, 13 : 43 10, 37-38 : 76
10, 33-34 : 87 10, 38 : 76
Sofonia 13, 31-32 : 104
Luca 14, 6 : 71, 117
2, 1-2 : 46 14, 9 : 91, 112
1, 15 : 80 14, 23 : 78
1, 30-31 : 67 14, 28 : 109
Nuovo 1, 35 : 39 17, 5 : 60, 66, 110
Testamento 1, 76 : 92 20, 17 : 40
2, 52 : 93 20, 22-23 : 82
Matteo
Atti degli Apostoli
1, 21 : 67 Giovanni
1, 23 : 27 2, 24 : 114
4, 4 : 23 1 1 110 3, 22 : 79
4, 10 : 110 1 2 34 10, 38 : 77
10, 28 : 86 1 11-12 : 60 13, 41 : 38
12, 33 : 112 1 12 : 40 20, 30 : 24
13, 41 : 76 1 13 : 39
13, 55 : 96 1 14 : 28, 31, 45, Romani
14, 33 : 76 47, 56, 68 1, 16 : 99
16, 14 : 95 1 16 : 45, 72 1, 21-23 : 24
16, 16 : 75 1 18 : 107 1, 22 : 70
16, 17 : 75 1 29-30 : 92 1, 28 : 55
16, 22 : 87 1 29-31 : 75 5, 14 : 89
16, 23 : 87 1 32-34 : 81 5, 15 : 89
16, 24 : 86 2 19 : 105 6, 3 : 114
16, 27 : 76 3 12 : 74 6, 5 : 35, 100
17, 26 : 54 3 13 : 74 7, 23 : 35
18, 11 : 115 3 31 : 38, 80, 111 8, 2-3 : 35
19, 4 : 38 4 6 90 8, 3 : 37, 70
20, 18-19 : 87 4 22 : 102 8, 3-4 : 69
21, 38 : 61 5 21 : 105 8, 15 : 59
22, 29 : 58 5 46 : 48 8, 32 : 47, 99
22, 42 : 62 6 33 : 119 9, 5 : 64, 102
22, 43-45 : 62 6 38-39 : 111 10, 6-9 : 49
22, 45 : 62 6 42 : 96 10, 8 : 33
23, 9 : 39 6 51 : 119, 120 15, 15-16 : 92
25, 40 : 51 6 53 : 120
26, 38 : 86 8 40 : 91 1 Corìnti
26, 39 : 86, 113 8 58 : 74
27, 40.42 : 117 10, 11 : 115 1, 13 : 74, 91
27, 46 : 86, 88 10, 18 : 115 1, 18.24 : 104
28, 19 : 114 10, 30 : 91, 112 1, 22-25 : 117
146 Indice scritturistico

2 , 8 : 101 1, 19-21 : 105 2, 14 : 69


3, 10 : 122 1, 20-21 : 105 2, 14-17 : 34
3, 11 : 122 1, 21 : 46, 49, 62 2, 17 : 79, 91
3, 16 : 78 3, 14-17 : 59 3, 1 : 79
4, 7 : 71, 72 4, 5 : 93, 114 4, 15 : 91
5, 7 : 115 5, 1-2 : 95 5, 7 : 87
6, 17 : 51 5, 2 : 95 5, 7-9 : 84
6, 19 : 115 9, 23 : 98
6, 20 : 95, 115 Filippesi 9, 23-26 : 97
8, 5-6 : 67 10, 5 : 107
8, 6 : 77 2, 5-8 : 29, 68 10, 7 : 108
15, 10 : 71 2, 5-9 : 65 10, 14 : 99
15, 20 : 113 2, 5-11 : 108 10, 19-20 : 95
15, 22 : 89, 100 2, 7 : 53, 65, 91, 10, 28-29 : 102
15, 45 : 33, 113 106 12, 2 : 30, 48, 101,
15, 47 : 111 2, 7-8 : 108 117
15, 48 : 41 2, 8 : 48 13, 4 : 38
15, 49 : 37, 40 2, 8-9 : 65 13, 8 : 73
2, 9-10 : 108 13, 12 : 116
2 , 10-11 : 122
2 Corinti
1, 19 : 71
Giacomo
4, 6 : 92 Colossesi 2, 1 : 84
4, 16 : 57 1, 15 : 91
5, 14 : 115 1, 15-18 : 101 1 Pietro
5, 15 : 115 1, 18 : 40, 113
5, 17 : 69, 88, 99 1, 21-22 : 116 1, 18-19 : 95
5, 21 : 31, 47, 100 2, 20-21 : 85
8, 9 : 36 2, 22 : 71, 88
10, 4.5 : 81 1 Timoteo 3, 18 : 102
13, 3 4 : 104
3, 16 : 49, 120 4, 1 : 101, 117
4, 14 : 84
Galati Tito 2 Pietro
1, 1 : 94 2, 11-13 : 70
1, 11-12 : 94 2, 1 : 55
2, 19-20 : 116 2, 21-22 : 24
3, 13 : 31 Ebrei
4, 4 : 37 1 Giovanni
4, 4-5 : 45 1, 3 : 29, 66, 91
6, 14 : 96 1, 5.13 : 62 1, 7 : 37
2, 9.10-17 : 99 2, 19 : 25
2, 10 : 97 4, 2-3 : 68
Efesini 2, 11 : 81 4, 14-15 : 68
1, 10 : 120 2, 11-12 : 44 5, 20 : 120
INDICE GENERALE

Introduzione. . . . . . pag. 5
1. V i t a ......................................... . » 5
2. Gli s c ritti......................................................» 7
3. Le eresie cristologiche . . . » 8
4. Perché Cristo è uno . . . . » 14
5. Il testo del « Perché Cristo è uno » . » 16
A) I m a n o sc ritti........................................ » 16
B) V e r s io n i...............................................» 17
C) La tradizione indiretta . . . » 18
D) Edizioni e traduzioni . . . » 18
E) Lo s t i l e ...............................................» 19
La Parola di Dio nutrim ento dello spirito . » 23
Il dragone di recente apparso . . . . » 26
Il Verbo si è fatto c a r n e ..........................» 28
Parlare nell’accordo delle Sacre Scritture . » 31
Adamo anima vivente: Cristo spirito vivi­
ficante .............................................................» 33
Il Verbo di Dio nato da donna secondo la
c a r n e ......................................................» 37
La carne del Verbo carne di un corpo d'uomo » 40
Cristo per l’u n z io n e.......................................... » 42
Il m istero dell'economia nella carne » 47
Adorazione di tutto il creato . . . . » 50
148 Indice generale

Prese la forma di s c h i a v o ........................... Pag. 53


L’unione in d is s o lu b ile .................................. » 56
Uno il Figlio, uno il Cristo . . . . » 59
Cristo discendente di Davide secondo la
carne ...................................................... » 63
Gesù il Verbo Unigenito di Dio . . . . » 67
Il senso del mistero di Cristo . . . . » 70
Il Verbo incarnato Dio da Dio . . . . J> 74
Dio Verbo abita in un uomo . . . . » 78
Il Verbo incarnato dispensatore di Santità » 82
Triste da m o rire ............................................... » 86
Le parole non si possono separare dalle
a z i o n i ...................................................... » 90
La carne del Cristo segue le leggi della sua
n a t u r a ............................................... » 93
Le sofferenze sulla croce e la nostra salvezza » 96
La natura dell'uomo giustificata in Cristo . » 100
Degno riscatto per la vita di tutti . » 103
L'Unigenito sacrificato per noi » 106
Gloria per tu tta l 'e t e r n i t à ........................... » 110
Battezzati nella morte di Cristo » 114
Al di sopra delle nostre possibilità . » 117
Il corpo proprio del Verbo . . . . » 121
Bibliografia . . . » 123
D i z i o n a r i o .................................................................. » 129
Indice dei nomi e delle cose notevoli » 137
Indice scritturistico . . . . . . » 144