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Atanasio

L’INCARNAZIONE
DEL VERBO
Traduzione introduzione e note
a cura di Enzo Bellini

città nuova editrice


INTRODUZIONE

1. Vita

La biografia di Atanasio è strettamente legata alla


storia della controversia ariana. Il prim o dato sicuro
è la sua presenza al concilio di Nicea (325), come
diacono al seguito del vescovo Alessandro di Alessan­
dria, al quale succederà V8 giugno del 328.
Nato quasi certamente ad Alessandria verso il
295, fu avviato in quella stessa città allo studio delle
lettere umane e della teologia: i suoi scritti, infatti,
rivelano una buona formazione letteraria e si ricol­
legano, nel modo di argomentare e di interpretare la
Scritturar allo spirito e al metodo della scuola teo­
logica alessandrina risalente ad Origene attraverso Dio­
nigi, Teognosto ed Alessandro. Alla giovinezza risale
anche il suo prim o contatto con i monaci del deserto
e con Antonio, sebbene non possiamo affermare con
sicurezza che sia vissuto presso di loro come monaco.
Se a tutto questo si aggiunge l’iniziazione alla poli­
tica ecclesiastica nel governo di una delle chiese più
potenti del tempo, abbiamo i dati essenziali p er rico­
struire la sua fisionomia, che si rivelerà nel corso del
suo lungo episcopato.
8 Introduzione

A Nicea Ario e i suoi seguaci furono condannati,


ma dieci anni dopo gli sconfitti, guidati da Eusebio
di Nicomedia, riuscirono a far richiamare Ario dal­
l’esilio e ad allontanare da Alessandria il vescovo
Atanasio, facendo leva su alcune sue prese di posi­
zione particolarmente energiche nei confronti dei mele-
ziani (concilio di Tiro, del 335). Atanasio dovette la­
sciare la sua città p er recarsi a Treviri, dove rimase
fino alla morte di Costantino (335-337: prim o esilio).
Ma con la morte di Costantino e il ritorno nella sua
sede non cessarono le difficoltà. In un primo tempo
lo stesso Eusebio di Nicomedia riuscì a farlo depor­
re da un concilio, p er cui dovè subire un lungo esilio
in occidente (339 - 22 febbraio 346: secondo esilio, tra­
scorso p er lo più a R om a); più tardi, quando Costanzo
rimasto unico imperatore voleva imporre a tutto l’im­
pero la fede ariana, Atanasio, che era giustamente
considerato come il maggiore ostacolo al compimen­
to di tale impresa, dovè lasciare ancora una volta la
sua città p er ritirarsi nel deserto (356 - 22 febbraio 362:
terzo esilio). Sono questi gli anni più duri ma anche
più fecondi detta sua esistenza. Costanzo, una volta
condannato Atanasio, riesce a piegare anche alcuni
tenaci difensori del Credo niceno, come Osio di Cor­
dova e Papa Liberio. Le file degli ortodossi si assot­
tigliano, anche se i pochi che vi rimangono, come
Ilario di Poitiers, Eusebio di Vercelli e Dionigi di
Milano, sono uomini di eccezione. Tutto questo afflig­
geva profondamente Atanasio confinato nel deserto,
ma non ne paralizzava l’attività. Durante questo esi­
lio combatte l'eresia ariana nella sua forma più sot­
tile con le Lettere a Serapione, che si possono consi­
derare il suo capolavoro, e forse anche con i tre
Discorsi contro gli ariani; oppure smaschera le loro
Introduzione 9

trame e si difende dalle accuse sia con apologie scrit­


te in un linguaggio ferm o e con abilità ed eleganza
(Apologia a Costanzo e Apologia per la fuga) come
con racconti di carattere popolare, nei quali indulge
al meraviglioso (La storia degli ariani ai monaci) o
raccogliendo documenti p er dimostrare gli ondeggia­
menti dei suoi nemici (I Sinodi). A questo periodo
risale anche la Vita di Antonio, che mori appunto in
quegli anni.
Con il 362, data del suo ritorno ad Alessandria e
della convocazione di un importante sinodo in quella
stessa città, diviene leader detta riscossa ortodossa
contro Yarianesimo favorito dall’imperatore, riunendo
attorno a sé anche vescovi che non accettavano la
stretta terminologia del concilio di Nicea. Riuscì, cioè,
a far superare le divergenze strettamente teologiche
per formare un fronte unico a difesa detta ortodos­
sia. Questa sua opera lo rese sgradito prima a Giulia­
no e poi a Valente p er cui il vescovo, ormai vecchio,
dovette subire l’esilio ancora due volte (362-363: quar­
to esilio e 365 - 1° febbraio 366: quinto esilio): finché
potè chiudere in pace i suoi giorni il 2 maggio del 373.

2. Sull’Incarnazione del Signore


a ) La data di composizione

Lo scritto qui tradotto si presenta assai singolare


nell’ambito della produzione atanasiana: sono assen­
ti gli accenni polemici att’arianesimo e la dottrina si
presenta con una organicità che non ha paralleli in
altre opere del nostro autore. In Atanasio si trovano
qua e là intuizioni geniali e sviluppi felici esposti con
10 Introduzione

proprietà e chiarezza; ma il punto di partenza è, ge­


neralmente, o una obiezione dell’avversario o l’anali­
si di un passo biblico, magari proposto dall'avversa­
rio stesso. Le felici intuizioni sulla vita cristiana con­
cepita come filiazione divina e sul legame tra il cri­
stiano e Cristo, che aiutano a leggere con interesse il
secondo e terzo Discorso contro gli ariani, poggiano
sull'analisi di passi biblici condotta sotto la spinta
delle obiezioni ariane; il discorso d ’altro canto proce­
de con chiarezza, vigore ed energia senza tralasciare
la battuta ironica e la parola severa di condanna. Lo
stile, in genere, è chiaro e piuttosto scarno. Qui, inve­
ce, il discorso procede disteso ed ordinato, senza
nervosismo ed ironia, in uno stile ampio e in qualche
momento addirittura solenne fino a richiamare la
solennità, per cosi dire liturgica, di alcune pagine di
Ireneo.
Oggi gli studiosi, dopo una lunga serie di indagi­
ni, sono sostanzialmente concordi su due punti. Si è
appurato in primo luogo che il Trattato sull'Incarna­
zione è la seconda parte di un’opera più ampia, la
cui prima parte è costituita dallo scritto Contro i
Gentili; in secondo luogo si colloca la composizione
dei due scritti negli anni 335-337, all’epoca del primo
esilio trascorso da Atanasio a Treviri.
Per la verità, che il nostro scritto sia la seconda
parte di un'opera più ampia lo si ricava chiaramente
da alcuni precisi ed espliciti riferimenti all’altro scrit­
to e dal contenuto delle due opere. Tant'è vero che
Girolamo parlava addirittura di due libri Contro i
Gentili. Il trattato Contro i Gentili si può considerare
una dimostrazione dell’esistenza del Dio dei cristiani.
Dopo avere indicato l’origine e descritto lo svilup­
po dell’idolatria, Atanasio ne dimostra l’inconsistenza
Introduzione 11

utilizzando i principali argomenti elaborati dai filo­


sofi e dagli scrittori giudaici; quindi indica le vie per
giungere alla conoscenza di Dio: la riflessione sulla
propria anima, nella quale è impressa l’immagine del
Figlio di Dio, e la contemplazione del mondo sensi­
bile, creato e governato da Dio tramite il suo Verbo.
Il Trattato sulla incarnazione esamina la manifesta­
zione del Verbo del Padre non più nell'anima del­
l'uomo o nel creato, ma nel corpo, come coronamento
dell'opera di Dio e via suprema per la conoscenza di
Dio. Delle due parti la prima, pur con qualche irttui-
zione, non aggiunge molto alla critica dell'idolatria,
che vantava una lunga tradizione giudaico-cristiana e
anche filosofica. Caso mai interessa la scelta che Ata­
nasio fa nell'abbondante materiale tradizionale e qual­
che sviluppo che preannuncia i grandi temi della se­
conda parte. Questa, invece, è una creazione originale
di Atanasio e il primo tentativo di esporre organica­
mente la fede cristiana prendendo come punto di rife­
rimento la manifestazione del Verbo nella carne.
Più complessa è la via per stabilire la data e
meno sicuri i risultati. Nella vita di un uomo che ha
impiegato tutta la sua esistenza a combattere Arto
e i suoi seguaci, dove si può collocare un’opera che
di Ario non parla mai? E il fatto è tanto più sorpren­
dente, in quanto l’argomento qui trattato coincide in
gran parte con i grandi temi della controversia ariana.
Il presbitero Ario era stato condannato, prima dal
suo vescovo Alessandro e poi dal concilio di Nicea,
perché affermava che il Verbo non è eterno ed è una
creatura. Da queste due affermazioni capitali dedu­
ceva, quindi, che il V erbo Mon-conosce .perfettamente
;il Padre, è mutevole e non è Dio come il Padre- ma
semplicemente la prima e la più perfetta delle creatu­
12 Introduzione

re, creata p e r la creazione di tutte le cose. Net nostro


trattato φ tanas 1$ affronta direttamente almeno alcu­
ni di questi argomenti e li risolve in modo del tutto
diverso. In particolare, ammette che il V erbo è eter­
no ed increato e che conosce perfettamente il Padre,
essendo il Figlio, la Potenza e la Sapienza propria del
Padre. E ’ lecito allora chiedersi perché non si fa paro­
la di Ario. Tanto più che alla fine del trattato si p ren ­
dono in considerazione e si confutano le obiezioni dei
Giudei e dei Greci. IH eretici si parla una volta sola;
ma sono gli gnostici che anche Ario combatteva.
Siamo dunque davanti ad una difficoltà seria,
tant’è vero che nel secolo scorso un conoscitore con­
sumato della produzione teologica, e in particolare
della cristologia, del secolo quarto, il Draeseke, negò
l'autenticità del trattato, attribuendolo ad un altro
Atanasio vissuto verso la fine del secolo quarto, con­
fortato anche dalla differenza di stile. L ’ipotesi del
Draeseke fu quasi unanimemente respinta grazie al
saggio criterio che in questioni di paternità letteraria
le testimonianze dei manoscritti e degli autori antichi
debbono prevalere sulle p ur valide ragioni di ca­
rattere interno. Ma la difficoltà rimaneva. Si pensò
allora di risolverla collocando il trattato nella giovi­
nezza di Atanasio, quando la controversia ariana non
era ancora esplosa. A confortare Vipotesi si faceva
leva anche sullo stile più vicino ai canoni della reto­
rica classica. L'opera sarebbe stata scritta da Atana­
sio non ancora trentenne. Ma il carattere organico ’ e
la esposizione precisa pareva presupporre una riflessio­
ne più matura, che difficilmente Atanasio poteva avere
acquisito già prima dalla controversia ariana, prima
del 324, se non addirittura prima del 318. Ad una let­
Introduzione 13

tura più attenta si scoprivano accenni ad una lonta­


nanza da Alessandria, che veniva istintivamente col­
legata con un tempo di esilio.
Si propose perciò di ricondurre la composizione
al terzo esilio trascorso nel deserto di Egitto, che fu
— come è noto — un'epoca di grande fecondità lette­
raria. La si voleva ricondurre precisamente al 362, al
tempo dell’imperatore Giuliano, come uno scritto di
propaganda nelle mutate condizioni, che sembravano
favorevoli alla Chiesa. La mancanza di accenni all’aria-
nesimo si spiegava p er il fatto che la controversia
poteva dirsi ormai conclusa. Tale tesi si è rivelata
subito piuttosto fragile. Come si può dire conclusa la
controversia ariana in un’epoca in cui si stavano af­
fermando Aetio ed Eunomio, che ne daranno la ver­
sione piti radicale? Ma la obiezione determinante na­
sceva dall’esame del modo di presentare il mistero
della incarnazione. Nel 360 si agitava già la questione ;;
sul modo di concepire la unione in Cristo del Verbo ^
con la carne, p er opera di Apollinare, un vecchio ami­
co di Atanasio che poi diventerà eretico. Atanasio
conobbe il problema e, già nel 362, cercò di distri­
carsi nel modo più conciliante e meno compromet­
tente p er lui. Ora nel nostro trattato tale problema
non è neanche sfiorato. Perciò sembra ragionevole
anticipare la data di composizione.
Il contributo decisivo è venuto dallo studio delle
lettere festali (le lettere che il Patriarca inviava a
tutte le chiese dell'Egitto e della Libia p er annuncia­
re la data della Pasqua) e del rapporto tra Eusebio
ed Atanasio. In base allo studio delle lettere festali
si è potuto appurare che la terminologia cristologica
del nostro trattato coincide con quella delle lettere
scritte durante il primo esilio, m entre l’indagine sui
14 Introduzione

rapporti con Eusebio ha permesso di m ettere in luce


una certa somiglianza di argomento e di temi tra
l'opera di Atanasio e la grande opera apologetica di
Eusebio (Preparazione evangelica - Esposizione evan­
gelica, riassunte poi nella Teofania), composta pri­
ma della controversia ariana com e una Sununa della
nuova religione. Il confronto tra i due ^autori è assai
illuminante. A parte la diversa mole, si rivela nei due
una concezione profondamente diversa della nuova
religione. Per Eusebio il cristianesimo è la religione
universale, rivolta a tutti gli uomini p er chiamarli ad
adorare l'unico vero Dio con un culto spirituale. Il
Verbo di Dio è venuto appunto p er questo: la sua ope­
ra consiste nel rivelare il vero Dio, insegnare il vero
culto e dare le norm e di condotta. Per Atanasio, in­
vece, il cristianesimo consiste nella venuta del Verbo
di Dio nella carne p er restituire all’uomo la conoscen­
za di Dio compromessa dalla colpa e l’immortalità e
incorruttibilità originaria, restaurando la conformità
originaria all’immagine di Dio.
Eusebio di Cesarea era il teologo intelligente ed
equilibrato di una specie di arianesimo moderato, co­
lui che espresse con la massima abilità e nel modo
più brillante la visione « costantiniana » del cristiane­
simo, mentre Atanasio sarà il più deciso maestro della
trascendenza e divinità del Verbo. E ’ probabile perciò
che la nostra opera sia stata scritta in tacita polemica
con Eusebio p er presentare la esatta visione del cri­
stianesimo proprio durante il primo esilio (335-337).
La mancanza di espliciti accenni polemici contro
l'arianesimo — dico espliciti, perché ci sono buone
ragioni p er trovarne di impliciti — si spiegherebbe per
motivi di prudenza: Atanasio esule non vorrebbe irri-
\tare l'imperatore a lui contrario e i suoi nemici, che
Introduzione 15

avevano riportato la vittoria su di lui. Ma forse si può


andare oltre e dire che questo silenzio nasce dalla vo­
lontà di rendere il più obiettiva possibile la sua esposi­
zione, liberandola dalla polemica contingente. Nel ten­
tativo di cogliere l'essenziale Atanasio comprende che
la dottrina dell'incarnazione si giustifica da sé, una
volta che sia esposta organicamente, mettendone in
luce le sue ragioni intime.

La struttura

La struttura dell’opera viene indicata chiaramen­


te nel capitolo primo. Dopo aver riassunto il contenu­
to del trattato Contro i Gentili, comprendente l’origine
e lo sviluppo dell’idolatria e « qualche indicazione
circa la divinità del Verbo del Padre e la sua prov­
videnza e potenza universale », dice: « esponiamo
dettagliatamente quanto concerne la incarnazione del
Verbo ed esponiamo la sua divina manifestazione a
noi... l’apparente umiliazione del Verbo farà diventa­
re più grande e più abbondante la tua devozione ver­
so di lui ». Con queste parole Atanasio indica il fine
catechetico del suo scritto (accrescere la fed e) e il
contenuto: l’apparente umiliazione del Verbo. Subi­
to dopo precisa che tale manifestazione avviene per
rinnovare il mondo creato da Dio mediante lo stesso
Verbo che adesso si manifesta (cap. 1). Da qui la
necessità di trattare brevemente della creazione e cadu­
ta dell’uomo e la necessità della redenzione, come pre­
messa indispensabile per com prendere la Incarnazio­
ne del Verbo e la sua manifestazione nella carne ( capp.
2-7). L ’uomo, creato dal nulla ma capace di conoscere
Dio, cioè ad immagine di Dio, e destinato alla incor­
16 Introduzione

ruttibilità, con la disobbedienza ha perso la incorrut­


tibilità e la conformità all’immagine di Dio. Il Verbo,
manifestandosi nella carne, vince la morte (capp.
8-10) e restaura la conformità all’immagine (capp.
11-16). Ma con quali mezzi Cristo ha portato a com­
pimento questa sua opera? E ’ l’argomento dei capp.
17-32.
Il Verbo, presente in modo particolare nel suo
corpo, ha riportato la conoscenza di Dio rivelando,
con i miracoli, la sua divinità e in essa la divinità del
Padre (capp. 17-19); con la sua morte ha pagato il
debito di tutto il genere umano, colpito appunto da
questa condanna in seguito alla disobbedienza (capp.
20-25) e con la sua risurrezione ha riconquistato per
tutti l’incorruttibilità (capp. 26-32).
Con il capitolo 32 la trattazione può dirsi conclu­
sa, ma Atanasio ne riprende ed approfondisce i gran­
di temi rispondendo alle obiezioni principali dei Giu­
dei (capp. 33-40) e dei Greci (41-55), con particolare
riguardo per questi ultimi. I capp. 56-57, che costi­
tuiscono la conclusione, invitano il lettore ad adden­
trarsi nel mistero dell’incarnazione tramite lo studio
delle Scritture e la purezza della vita. Ne risulta lo
schema seguente, che viene indicato anche nei titoli
come aiuto alla lettura.
Introduzione: Unità dell’opera di Dio (cap. 1).
I. Antecedenti dell’incarnazione: creazione e caduta
dell’uomo (capp. 2-7).
II. La vittoria sulla morte (capp. 8-10).
III. La restaurazione della conformità all’immagine di
Dio (capp. 11-16).
IV. La rivelazione della divinità del Verbo mediante
i miracoli (capp. 17-19).
Introduzione 17

V. La redenzione mediante la morte (capp. 20-25).


VI. La risurrezione di Cristo e il dono della incorrut­
tibilità (capp. 26-32).
VII. Contro i Giudei (capp. 33-40).
V ili. Contro i Gentili (capp. 41-55).
a) Gli argomenti (capp. 41-45).
b ) I fatti (capp. 46-55).
Conclusione: Esortazione allo studio delle Scritture
e alla pratica della virtù (capp. 56-57).

c| I destinatari e il modo di procedere

Il trattato è rivolto ad un « caro amico, amante


di Cristo », che è, assai probabilmente, un personag­
gio fittizio: in realtà, i veri destinatari sono i credenti
e i non credenti o, secondo la terminologia del tem­
po, « i nostri » e « gli estranei ». Con questo nom e Ata­
nasio indica i Giudei e i Gentili. Uno scritto, dunque
che, al di là della cerchia dei credenti, ha di mira
tutto un mondo che deve essere ancora evangelizza­
to. Questo spiega la volontà di andare all’essenziale,
trascurando le controversie sottili e cercando di ribar
dire, chiarendole da diversi punti di vista, alcune
tesi fondamentali. Ricerca dell’essenziale e ritorno
frequente sugli stessi temi sono le caratteristiche prin­
cipali di questo scritto.
/ teologi di professione ne ammirano il vigore e
la chiarezza, ma non nascondono una certa delusio­
ne quando scoprono che sono ignorati o appena sfio­
rati i problemi che li assillano. La dottrina del trat­
tato è tutto sommato piuttosto arcaica. Generalmen­
te questo si spiega in base al carattere dell’uomo, che
18 Introduzione

non è un accademico, un teologo in senso tecnico, ma


— secondo una felice espressione del Campenhau-
sen — « un uomo di chiesa, che s ’intende anche di
teologia ». In realtà, tale spiegazione non è sufficien­
te. E ' vero che generalmente Atanasio, prima e più-
che di spiegare e collegare i dati della rivelazione, è
preoccupato di illustrare il significato esistenziale del
mistero cristiano; ma la sua produzione comprende
opere caratterizzate da lunghe discussioni su proble­
mi di carattere speculativo e da ampie analisi di testi
biblici: opere tutt’altro che guidate dalla ricerca del­
l’essenziale. Perciò dobbiamo trovare nel fine del­
l’opera stessa la ragione delle sue caratteristiche. Qui
Atanasio cerca l’essenziale perché ha di mira i non
credenti. Nella polemica con gli eretici è efficace chi
si mostra capace di confutare le singole tesi con argo­
mentazioni stringenti e con il ricorso alla Scrittura;
quando ci si rivolge ai non credenti è, invece, neces­
sario presentare una sintesi della verità cristiana in
modo attraente e convincente.
Ma l’essenziale, per essere ben compreso, dev'es­
sere presentato con chiarezza e ribadito con una cer­
ta insistenza. Ciò che Atanasio fa con piena consape­
volezza. Lo riconosce esplicitamente e lo giustifica in
base al suo proposito di dare un'idea il più possibile
esatta della bontà di Dio. « Non meravigliarti — scri­
ve — se ripetiamo più volte le stesse cose sugli stes­
si argomenti. Parlando della bontà di Dio esprimiamo
lo stesso pensiero con molte parole, perché non sem­
bri che tralasciamo qualcosa e p er non essere accusati
di non averne parlato abbastanza. Preferiamo essere
biasimati per aver ripetuto le stesse cose che non
tralasciare cose che avrebbero dovuto essere scritte ».
Non si tratta di ripetizione pura e semplice, ma di
Introduzione 19

ripresa dello stesso argomento per illustrarne aspetti


nuovi tenendo conto via via delle esigenze dei desti­
natari. Visto in tale prospettiva, il trattato presenta
il mistero dell’Incarnazione in tre riprese, con sviluppi
sem pre più ampi: con un procedimento che potrem­
mo definire a cerchi concentrici. I capp. 2-16 danno
una prima e sostanziosa esposizione del mistero del­
la incarnazione. Il Verbo — dice in sostanza — si è
rivelato in un corpo p er restituire all’uomo, creato
dal nulla e conformato all’immagine di Dio, l'incorrut­
tibilità e la vera conoscenza di Dio. E ’ una visione
di insieme che situa la manifestazione del Verbo nel­
l’uomo entro la storia della salvezza. Ma tale mani­
festazione poneva dei difficili problemi. Quali sono
le caratteristiche del corpo di Cristo? Come se ne è
servito il VefFo per~coffiptere la sua opera? Atanasio
vi risponde nei capp. 17-32: il corpo di Cristo è reale
ed umano e il Verbo se ne è servito p er rivelare la
sua divinità compiendo i miracoli, liberare Vuomo
dalla morte con la sua morte e restituire Vincorrut-
tibilità tramite la risurrezione. La trattazione viene
poi ripresa ed ampliata rispondendo alle obiezioni
dei destinatari: i Giudei e i Gentili (capp. 33-55).
Tale ultima sezione ha un carattere piuttosto descrit­
tivo ed oratorio, ma vi si possono distinguere le se­
guenti linee di fondo: l’incarnazione del Verbo è
conforme alle profezie, è ragionevole ed è confermata
da ciò che è accaduto e accade nel mondo da quando
il Verbo si è manifestato. Si dimostra cioè che l’in­
carnazione, in tutte le sue fasi, dalla concezione ver­
ginale alla risurrezione, è stata preannunciata dai pro­
feti; che non è contraria a tutto quello che la spe­
culazione -filosofica aveva detto della Ragione divina
presente nel mondo e che il tramonto del paganesimo
20 Introduzione

e la santità della vita cristiana (specie il martirio e la


verginità) attestano che qualcosa di unico è accaduto
nel mondo.

d) La dottrina

Già la breve presentazione dello schema e del


modo di procedere sopra, ci hanno indicato le iigfLe
essenziali del trattato: non rimane che darne, adesso,
una esposizione un po’ più dettagliata, cercando di
esplicitare alcuni presupposti, in modo che ne emerga
più chiaramente lo spirito e si chiarisca meglio il
pensiero.
Già il titolo indica com e Atanasio concepisce /'es­
senza del cristianesimo. Se come apologeta si ricol­
lega strettamente ai suoi quasi contemporanei Lat­
tanzio ed Eusebio di Cesarea (è facile dimostrare la
concordanza degli argomenti e di alcuni procedimen­
ti), se ne distacca di molto quando espone positiva­
mente la fede. Per i due insigni rappresentanti del­
l’età costantiniana, il cristianesimo, tutto sommato,
si riduce alla vera sapienza, che rivela agli uomini il
vero culto dell’unico vero Dio e la giusta condotta
morale. E Cristo è di tutto questo il maestro e il
modello. Hanno certo alle spalle (specialmente Euse­
bio) tutta una tradizione biblica e teologica che col­
loca Gesù Cristo in una posizione particolarmente
elevata: lo chiama Figlio di Dio, Verbo, Sapienza e
Potenza di Dio e, addirittura, Dio. I due apologeti, e
in particolare Eusebio, accettano tutti questi titoli,
ma li interpretano in un senso molto debole, in modo
da salvare la concezione del Dio uno, tanto caro allo
spirito del tempo. D’altra parte p er conservare a
Introduzione 21

Gesù Cristo la sua funzione di maestro non occorreva


di più. Per Atanasio le cose stanno assai diversamente:
Gesù Cristo non è semplicemente il maestro detta
nuova religione, ma il soggetto. Il cristianesimo è la
manifestazione del Verbo nel corpo p er trasformare
dal di dentro l'uomo e il mondo. Il nuovo vero culto
di Dio e la nuova morale saranno una conseguenza di
questa trasformazione reale. Per questo il Verbo si
colloca nell'ambito di Dio e Dio risulta non più come
colui che è uno p er essenza, ma com e colui che per
essenza è Padre. La speculazione tradizionale sul
Verbo deve essere intesa in senso forte, che costringe
a concepire diversamente la unità di Dio.
Cosi incarnazione, divinità del Verbo (e conse­
guente nuova concezione di Dio) e salvezza, cioè rin­
novamento, dell'uomo sono temi che si illuminano a
vicenda. « Il Salvatore — dice proprio all'inizio —
... pur essendo p er natura incorporeo e Verbo, grazie
alla benignità e bontà del Padre suo, è apparso a
noi in un corpo umano p er la nostra salvezza » ( cap. 1 ).
Con queste parole è detto chiaramente che l'incarna­
zione ha com e movente la benignità e bontà di Dio e
per scopo la nostra salvezza. Perciò il trattato co­
mincia con una presentazione della condizione uma­
na, risalendo p er cosi dire dall'uomo a Dio attraverso
il Verbo fatto uomo. Seguiamo anche noi questo
cammino.

( ^ L 'u o m o e il suo bisogno di salvezza. - L'uo­


mo è stato creato da Dio a sua immagine. Lo affer­
mava già all’inizio del trattato Contro i Gentili:
« Il Dio demiurgo e re sovrano dell’universo, che esi­
ste al di là di ogni essenza e di ogni pensiero urna-
22 Introduzione

no, nella sua bontà e bellezza infinita ha creatoJtt


genere umano secondo la sua propria immagine, me­
diante il suo proprio Verbo, il nostro Salvatore Gesù
Cristo» (cap. 2 ) e lo riafferma nel Trattato sull'In­
carnazione: « gli uomini — dice — non si limitò a
crearli, come tutti gli altri viventi irrazionali che
sono sulla terra, ma li fece secondo la sua immagine,
rendendoli partecipi anche della potenza del suo
proprio Verbo, affinché avendo in sé alcune om bre del
Verbo e divenuti razionali, potessero durare nella
beatitudine, vivendo nel paradiso la vera vita, che
è quella propria dei santi » (cap. 3 ). Questi due
termini, la creazione e la conformità all'immagine,j>o-
no i poli dell’antropologia di Atanasio. Dall’essere crea­
tura l’uomo deriva, come tutte le altre creature, l’in­
clinazione a dissolversi p er tornare nel nulla, che
Atanasio indica con la parola distruzione (phthorà);
la conformità all'immagine, che è la sua proprietà
distintiva, lo mette in un particolare rapporto con
Dio. Il dono di questa proprietà si deve ad un gesto
di pietà e di misericordia (capp. 3 ed 8 ), cioè è un
puro dono, una pura grazia di Dio.
L ’espressione deve essere rettamente intesa. Im ­
magine di Dio ha p er Atanasio, in linea con la tra­
dizione teologica alessandrina, un significato estre­
mamente concreto e preciso: indica il Figlio stesso
di Dio in quanto riproduce esattamente il Padre. La
pienezza di significato che ha questa parola si ricava da
un passo del Trattato Contro i Gentili, in cui si tenta
una definizione del Figlio di Dio: « Il Salvatore
— scrive — essendo il figlio buono del Dio buono e
il vero Figlio di Dio, è la potenza la sapienza e il
Verbo del Padre, non per partecipazione né nel senso
che queste qualità vengono a lui dal di fuori, come
Introduzione 23

capita p er quelli che partecipano di lui e divengono


mediante lui sapienti potenti e razionali: Egli è la
Sapienza-in-sé, la Ragione-in-sé, la Potenza-in-sé pro­
pria del Padre, la Luce-in-sé, la Verità-in-sé, la Giu-
stizia-in-sé, la Virtù-in-sé, l'impronta, il riflesso e
l'immagine. Per dirla in breve, è il frutto perfettissi­
mo del Padre, il solo Figlio e l'immagine immutabile
del Padre » ( cap. 46). In tale prospettiva essere se­
condo l’immagine di Dio significa divenire conformi
al figlio di Dio e al Verbo di Dio: significa divenire
razionali (loghikoi), ovvero essere p er partecipazione
ciò che il Verbo è p er essenza. Atanasio non illustra
esplicitamente il rapporto tra il Padre e il Verbo-Im­
magine; ma dal passo citato sopra e dall’insistenza
con cui ribadisce la presenza del Verbo nell’opera
creatrice esso si deve intendere come una unione
strettissima nell’essere e nell'agire. « Secondo l’essere
del Padre l’Immagine ce ne dà l’intelligibilità, essen­
done la rappresentazione perfetta; secando Vagire
l’immagine è potenza operativa, in quanto Vagire del
Padre si definisce e si compie in essa » (Kannengiesser).
Analogamente, l’essere ad immagine di Dio consente
all’uomo di partecipare del conoscere e dell’agire del
Verbo, sia nei confronti del Padre come nei confronti
di se stesso e del mondo. -
Tale conformità non dev'essere però concepita
come uno stato già raggiunto e definitivo dell’uomo,
ma dinamicamente, come una capacità che si attua
via via mediante la libera adesione dell’uomo al pre­
cetto di Dio. «' Sapendo che la volontà umana può
volgersi da una parte e dall’altra, Dio fortificò in pre­
cedenza la grazia che aveva dato assegnando agli
uomini un precetto e un luogo » (cap. 4 ). Seguendo il
precetto l’uomo avrebbe raggiunto la stabile porteci-
24 Introduzione

pazione alla vita divina a somiglianza degli spiriti


celesti, una vita felice e duratura che Atanasio desi­
gna di preferenza come incorruttibilità (aphtharsia) e
immortalità (athanasia). In breve: Vuomo corrutti­
bile e mortale p er natura, è chiamato alla incorrutti­
bilità e alla immortalità, e vi giunge se obbedisce al
precetto di Dìo. Se si rifiuta, ritorna alla sua condi­
zione « naturale ». Questa obbedienza al precetto, che
ovviamente Atanasio ricava dal noto passo della Ge­
nesi, deve essere intesa non semplicemente come l’ese­
cuzione di una norma esteriore, ma come un’atten­
zione alla conformità a Dio presente nel proprio es­
sere e attraverso di essa all’Immagine perfetta di Dio:
un contemplare Dio, un tenere lo sguardo volto verso
i beni eterni, un ricordarsi continuamente della p ro ­
pria somiglianza con Dio.
Gli uomini di fatto non hanno seguito questa
strada: hanno preferito, p er negligenza e p er sugge­
rimento del diavolo, volgere lo sguardo alle cose cor­
ruttibili, come il proprio corpo e il mondo sensibile;
e in tal modo sono incappati nella condanna della
morte, o più precisamente, per usare la espressione
biblica citata da Atanasio, « muoiono di morte ». Con
tale espressione Atanasio intende innanzitutto il ri­
torno alla condizione, per cosi dire, naturale dell'uo­
mo che, in quanto creatura, come ha avuto un inizio
cosi è destinato a finire. Ma a questa morte costitu­
zionale si aggiunge la morte come pena p er la tra­
sgressione del precetto. Per cui siamo di fronte ad
una corruzione (phorà è il termine preferito da Ata­
nasio ) di due dimensioni. In tal senso dice che « gli
uomini morivano e la corruzione dispiegava ormai
contro di loro tutto il suo vigore, agendo contro
tutto il genere umano con una forza superiore a quel­
Introduzione 25

la della natura; tanto più che faceva valere contro di


loro la minaccia di Dio p er la trasgressione del pre­
cetto » (cap. 5). E più avanti, descrivendo la potenza
della m orte osserva che essa « prevaleva a causa del­
la legge » ( cap. 6).
Con ciò si crea una situazione che Atanasio de­
finisce « assurda e sconveniente ». Da una parte l'uo­
mo doveva perire perché, disobbedendo, era incap­
pato nella sanzione divina, che non poteva non essere
applicata: altrimenti Dio non sarebbe stato verace;
d'altro canto « non sarebbe stato degno della bontà
di Dio che gli esseri da lui creati andassero soggetti
alla corruzione p er l'inganno tramato dal diavolo con­
tro gli uomini ... e sarebbe stato sommamente scon­
veniente che l'arte di Dio, che si era manifestata nel­
la creazione degli uomini, scomparisse o p er la loro
negligenza o p er l'inganno del demonio » (ca p : 6). In
una parola, Dio doveva punire e nel contempo restau­
rare l'uomo. Come poteva avvenire tutto questo? La
difficoltà, naturalmente, non stava nel punire ma nel
restaurare. Come poteva l'uomo essere ricondotto
alla perfezione originaria? Non poteva tornarvi da
sé con un semplice cambiamento della volontà,
con la penitenza. La penitenza poteva tutt’al più ri­
parare la disobbedienza, ma non le conseguenze della
disobbedienza liberando dalla corruzione della morte:
l’incorruttibilità è proprietà di Dio e suo dono. Solo
Dio, come tale, può restituirla, una volta che sia stata
perduta. « Il rinnovamento dell’essere secondo l'im­
magine » poteva avvenire solo « mediante la presenza
della stessa immagine, il nostro Salvatore Gesù Cri­
sto... Perciò venne personalmente il Verbo stesso di
Dio p er restaurare, lui che è l’Immagine, l’uomo crea­
26 Introduzione

to secondo l'immagine » (cap. 13. Cf. anche cap. 12). In


tal modo la riflessione sulla condizione dell'uomo con­
duce a considerare l’opera e l’essere del Salvatore.

2. Il Verbo Salvatore e il suo corpo. - Dunq


il ritorno dell'uomo alla incorruttibilità e alla co­
noscenza di Dio è operato dal Verbo; 'ma l’interesse
principale di Atanasio sta nel sottolineare che il
Verbo compie tutto ciò mediante il suo proprio cor­
po. Lo ribadisce sia quando presenta delle visioni
di insieme sia quando descrive piti analiticamente
l’opera di Cristo o risponde alle obiezioni dei Giudei
e dei Greci. .
Mediante il suo corpo il Verbo paga il debito di
tutti e vince la morte riconquistando il dono dell'im­
mortalità che trasmette a tutto il genere umano.
« Poiché doveva essere pagato il debito di tutti, ... of­
fri il suo sacrificio per tutti, consegnando alla morte
il suo tempio in nome di tutti p er renderli indipen­
denti e liberi dall'antica trasgressione e mostrarsi co­
si superiore anche alla morte, mostrando il suo cor­
po incorruttibile come primizia della risurrezione di
tutti» (cap. 20). Per com prendere esattamente que­
ste parole occorre riferirsi a due pensieri che sono con­
tinuamente presupposti senza essere puntualizzati con
adeguata chiarezza: la solidarietà del corpo di Cristo
con il nostro corpo e il suo legame con il Verbo. Es­
sendo un corpo come quello degli uomini, prese su
di sé la morte in nome di tutti gli uomini: in lui, come
dice San Paolo, tutti morirono; ma essendo stretta­
mente unito al Verbo, che è la Vita-in-sé, non poteva
rimanere nella morte, ma condividendo la vita del
Verbo, ne rimase assolutamente libero. Il corpo di
Introduzione 27

Cristo è incorruttibile. Come la paglia, che per na­


tura è soggetta a bruciare, non può essere consuma­
ta dal fuoco se la si riveste di amianto, cosi il corpo
di Cristo non può essere intaccato dalla morte per­
ché rivestito dal Verbo, che è immortale e incorrut­
tibile. Ma appunto perché questo corpo è un corpo
umano, la sua incorruttibilità si trasmette a tutto il
genere umano, tutto il genere umano viene immuniz­
zato dalla morte grazie alla incorruttibilità del Verbo
che gli si trasmette mediante il suo corpo. La pa­
glia può non bruciare o perché è lontana dal fuoco
o perché è rivestita di amianto; ma nel primo caso si
tratta di una condizione momentanea ed esterna (la
paglia può sem pre essere accostata al fuoco ed esse­
re distrutta), nel secondo caso invece siamo davanti
ad una qualità permanente e stabile (la paglia rive­
stita di amianto non si consuma neanche in mezzo
al fuoco). La incorruttibilità portata da Gesù è del
secondo tipo.
In questa esposizione di Atanasio un teologo esi­
gente può lamentare che non si risponda ad alcuni
importanti quesiti. Non è adeguatamente spiegato per­
ché la morte perde ogni suo potere una volta che lo ha
esercitato sul corpo di Cristo; perché questa vittoria
si applica al genere umano alla fine del mondo e non
subito, visto che anche dopo la venuta di Cristo grava
sull'umanità la pesante eredità del peccato. Fatto si è
che qui Atanasio si propone, molto più semplicemen­
te, di esporre il più completamente possibile la dot­
trina rivelata e lo fa utilizzando la visione paolina
della redenzione-riscatti e la concezione giovannea
della redenzione come dono della vita eterna, cioè
della incorruttibilità. Il pregio più grande è l'affer-
28 Introduzione

inazione che il Verbo salva comunicando direttamene


te la sua vita all'umanità.
Insiem e alla incorruttibilità tl Verbo restaura nel­
l’uomo la conoscenza di Dio. « Partecipando del Ver­
bo, ad immagine del quale sono stati fatti, possono
mediante lui conoscere il Padre e giungere alla bea­
titudine» (Camelot). E ’ chiaro il riferim ento alla
concezione giovannea della conoscenza del Padre at­
traverso il Figlio e della beatitudine come conoscenza
del Padre e del Figlio. Ma come avviene tutto questo?
Ancora una volta mediante il corpo di Cristo, o più
precisamente mediante le opere divine del corpo di
Cristo. Come la creazione visibile fa conoscere gli at­
tributi invisibili di Dio, cosi le opere visibili del cor­
po di Cristo fanno conoscere la natura divina che in
esso si nasconde. Ciò dicendo, Atanasio pensa in mo­
do particolare ai miracoli, alla lotta contro i demoni
e alla risurrezione, senza dimenticare la sua eccezio­
nale nascita dalla Vergine. Queste opere prodigiose
attestano che il corpo di Cristo, « reale e non appa­
rente », è vivificato dal Verbo. Cosi l’uomo che aveva
allontanato il suo sguardo da Dio p er volgerlo alle
cose sensibili, trova proprio qui, nei miracoli di Cri­
sto che impressionano i sensi, la via p er riacquistare
la conoscenza di Dio. Tanto più che queste opere con­
tinuano nella chiesa (nel martirio e nella verginità,
segni della presenza del Verbo nel m ondo).
Ma come si deve concepire il legame del corpo
di Cristo con il Verbo? Su questo punto Atanasio
usa una grande varietà e molteplicità di espressioni
che attestano contemporaneamente una grande insi­
stenza e una certa imprecisione di vocabolario. J L ·
Verb.o prende il corpo, lo porta con sé, se ne riveste,
vi abita; il corpo gli appartiene come suo proprio, è ,
Introduzione 29

il suo tempio e lo strumento mediante il quale opera:


è da lui vivificato in maniera particolare. In un passo
distingue chiaramente questo rapporto da quello che
intercorre tra il Verbo e il Padre o tra il Verbo e il
mondo. « Nessuna parte del creato — scrive — è rima­
sta priva di lui perché egli stando con il Padre, riem­
pie tutti gli esseri operando in tutti, ma si rende pre­
sente abbassandosi fino a noi per soccorrerci con la
sua benignità e la sua manifestazione » ( cap. 8 ) ; ma
il suo interesse principale non sta nello spiegare il
modo ma nell'illustrar e il movente e il fine.

e) La trasmissione e la fortuna dell'opera

Il De incamatione ha avuto una grande diffusione


sia nell’antichità, come attestano i trentanove mano­
scritti greci giunti sino a noi e le traduzioni in lingue
orientali, sia nell’età moderna, come si ricava dalle
varie edizioni e dall’uso che ne hanno fatto i teologi,
come J. Adam Moehler e Louis Bouyer. Tanto per
darne un'idea esponiamo qui una succinta storia delle
edizioni a stampa con qualche cenno occasionale alla
tradizione manoscritta.
La prima edizione a stampa, in traduzione latina
fatta da Ognibene di Lonigo, fu pubblicata a Vicenza
il 1° febbraio 1482: il nostro trattato è inserito in una
piti ampia raccolta di testi atanasiani. La prima edi­
zione del testo greco risale, invece, agli anni 1600-1601
(Heidelberg, a cura di Giovanni Commelinus) supe­
rata poi dalla edizione dei Maurini, ad opera di J.
Loppin e B. de Montfaucon (Parigi 1698). La edi­
zione di H eidelberg poggiava sul codice di Basilea (B )
30 Introduzione

controllato in base a tre anonimi che costituiscono


il nostro codice Genevensis gr. 29 ( b ’), il Globerianus,
l’Anglicanus e il Marcianus gr. 50 ( N ) ; i Maurini in­
vece usarono il codice Seguerianus ( S. Parisinus Coi-
slin. 45 del secolo XII), che sarà la base delle future
edizioni. Questa edizione, corretta e completata, en­
trò nell’Opera omnia pubblicata da N. ~A. Giustiniani
(Padova 1777) e quindi nel Patrologiae graecae cur­
sus completus del Migne (Parigi 1857). Prendendo
sem pre come base la edizione dei Maurini, Archibald
Robertson ne fece una edizione separata nel 1882,
pubblicata poi con miglioramenti nel 1893.
Nel nostro secolo lo studio del testo è divenuto
più complesso grazie alla scoperta di una nuova re­
censione. Nel 1925 Joseph Lebon scopri una versione
siriaca e un manoscritto greco che contenevano un
testo sensibilmente diverso da quello fino ad allora
conosciuto; Vanno seguente Kirsopp Lake e Robert
P. Casey ne aggiunsero un terzo finché nel 1935 H.-G.
Opitz ne aggiunse un quarto. Risultando leggermente
più breve dell’altro (contiene circa 500 parole in me­
no ed è diversa in trenta punti), questa seconda
recensione fu denominata « breve », m entre l’altra veni­
va denominata recensione « lunga ».
Iniziò quindi un dibattito sulla origine di questa
recensione e il suo rapporto con l'altra ad opera par­
ticolarmente dello stesso Robert P. Casey. Si è appu­
rato che il testo originale è quello della recensione
lunga. Circa l’origine dell'altra recensione si ha un
discreto consenso nel considerarla molto antica (ri­
salente assai probabilmente allo stesso secolo quarto).
Rimane invece una certa discordanza sulle ragioni
della sua esistenza: alcuni la considerano dovuta a
ragioni di stile più che di pensiero; altri invece la col-,
Introduzione 31

legano con la polemica antiapollinarista e pensano


che le varianti siano state introdotte in ambiente antio­
cheno p er rendere l'opera più efficace contro i soste­
nitori di quella eresia. Pur concordando sulla premi­
nenza della recensione lunga, le ultime edizioni critiche
( Thomson, Oxford 1971) e Kannengiesser (Parigi 1973)
riportano in apparato distinto anche le varianti della
recensione breve. Ad indicare l’importanza dell'opera,
si ricordi che essa fu tra le prim e opere dei Padri
delle Sources Chrétiennes (n. 18, Paris 1946, a cura
di Th. Camelot in traduzione francese).

Nota: Il testo seguito è quello del Thomson (A t h a n a s iu s ,


Contra Gentes and De Incarnatione, edited and translated by R.
W. Thomson, Oxford at thè Clarendon Press 1971, pp. 134-276);
ma ho tenuto presente anche l’edizione del Kannengiesser (A th a -
n a se d'A l e x a n d r ie , Sur l’Incamatìon du Verbe, Introduction,
texte critique, traduction, notes ed index par Charles Kannen­
giesser, Paris-Les éditions du cerf 1973, Sources chrétiennes
199). Ho utilizzato molto le introduzioni, traduzioni e note di
queste due edizioni e la traduzione e introduzione del Camelot
(A t h a n a se d ’A l e x a n d r ie , Contre les pàiens et Sur Vlncamation
du Verbe, Paris 1946, Sources chrétiennes 18). Nel volume del
Kannengiesser si trova anche una bibliografia ampia ed ag­
giornata.
La traduzione si propone di essere letterale conservando
la chiarezza espositiva di Atanasio compresi alcuni termini
tecnici particolarmente significativi. Le note illustrative, limi­
tate al minimo indispensabile per la immediata compren­
sione del testo sono brevi, senza dilungarsi nella indicazio­
ne degli studi su cui poggia quello che si dice. E ’ stata
introdotta una divisione in capitoli, giustificata nella introdu­
zione e quasi sempre corrispondente a quella del Kannengies­
ser, per aiutare la lettura.
Atanasio

L’ INCARNAZIONE
DEL VERBO
INTRODUZIONE: UNITA’ DELLOPERA DI DIO

1. Nel trattato precedente abbiamo esamin


adeguatamente alcuni argomenti tra i molti: l'errore
dei pagani a proposito degli idoli e la loro supersti­
zione; come sono stati scoperti all'inizio avendo gli
uomini inventato da sé, per cattiveria, il culto degli
idoli. Per grazia di Dio abbiamo dato qualche indi­
cazione anche circa la divinità del Verbo del Padre e
la sua provvidenza e potenza universale, nel senso
che il Padre, che è buono, dispone l’universo per mezzo
di lui e tutto l'universo è da lui mosso ed è in lui
vivificato *.
Continuiamo, o caro e vero amico di Cristo, con
fede conforme alla pietà, ed e s a m i n i a m o d etta g liata­
mente. quanto concerne la incar^a7.lóEe d e r v é A o ed
esponiamo la sua divina manifestazione a noi: quella
irianife.st«7Tnrie. ^Ίρ~Τ~ΎίίίϊΐΗ£ΐ~ r a lim n ian n e i Greci
deridono2, ma che noi adoriamo. Cosi l'apparente
u m iliazion e del Verbo farà diventare più grande e
più abbondante la tua devozione verso di lui. In­

1 Cf. Atti, 17, 28. Con queste parole Atanasio richiama il


Contra Gentes e ne riassume il contenuto.
2 Cf. 1 Cor. 1, 22.
36 Atanasio

fatti, quanto più gli infedeli la derìdono, tanto più


grande è la testimonianza che ci offre della sua di­
vinità: quello che gli uomini non comprendono per­
ché lo giudicano impossibile, egli dimostra che è
possibile3; quello che gli uomini deridono giudi­
candolo sconveniente, questo egli fa diventare con­
veniente grazie alla sua bontà; ciò che gli uomini
conforme alla loro sapienza deridono, giudicandolo
umano, egli dimostra che è divino grazie alla sua po­
tenza4. £on la sua pretesa umiliazione egli distrugge,
medieulte la croce, la falsa apparenza degli idoli e
invisibilmente persuade quanti lo deridono e non cre­
dono in lui, cosi che possano riconoscere la sua divinità
e potenza.
Per esporre tutto questo occorre ricordare quan­
to è stato detto prima. Solo cosi, infatti, potrai com­
prendere perché il Verbo del Padre, che è cosi grande
e cosi potente., è apparso in un corpo: non penserai,
cioè, che il Salvatore ha portato un corpo in conse­
guenza della sua natura, ma che, pur essendo per
natura incorporeo e Verbo, grazie alla benignità e
bontà del Padre suo, è apparso a noi in un corpo
umano per la nostra salvezza5. Perciò, dovendo fare
ίίΜ| t M Jl·.- -- |j^—■ ιΓ ιΤ Τ ^ ΐ· "H I· ■~ -v

questa esposizione, conviene che prima parliamo del­


la creazione dell'universo e di Dio suo creatore, affin­
ché si possa comprendere adeguatamente che il rin­

3 Cf. Mt. 19, 26.


4 II passo richiama fondamentalmente la definizione del
Vangelo data da Paolo in 1 Cor. 1, 17-25. Anche per Atanasio
Dio si rivela nella umiltà della carne di Cristo perché gli
uomini non sono stati capaci di conoscerlo con la loro sapienza.
5 La « benignità e bontà » del Padre indicano il movente
della incarnazione, « la nostra salvezza» ne è il fine. Que-
st'ultima espressione compare nel Credo di Nicea.
Unità dell'opera di Dio 37

novamento di esso6 è stai» compiuto dal Verbo che


lo creò all'inizio. Infatti, non si vedrà alcuna contrad­
dizione se il Padre ha operato la salvezza dell'uni­
verso in colui per mezzo del quale l’ha creato.

6 L’opera redentrice di Cristo concepita come un rinno­


vamento (anakainisis), nel senso forte di nuova creazione, è
un tema caro ad Atanasio. Atanasio se ne serve per dimo­
strare la divinità di Cristo e la continuità tra la creazione
e la redenzione. Se l’opera di Cristo è una nuova creazione,
essendo la creazione esclusiva di Dio, Cristo deve essere Dio.
D’altra parte questa opera di Cristo è un rinnovamento di
ciò che già esiste e non si esercita su una realtà a lui estra­
nea, ma sull’uomo e sul mondo che Dio all'inizio ha creato
mediante lo stesso Vèrbo che poi, incarnandosi, la rinnova.
I. ANTECEDENTI DELL’INCARNAZIONE:
CREAZIONE E CADUTA DELL’UOMO

2. La costruzione del mondo e la creazione


l'universo molti l’hanno intesa in maniere diverse e
ciascuno l’ha definita a suo piacimento. Alcuni affer­
mano che l’universo è venuto all’esistenza spontanea­
mente e per caso. Tali sono gli epicurei, i quali im­
maginano che nel mondo non vi sia la provvidenza
facendo delle affermazioni direttamente contrarie a
quanto chiaramente appare. Infatti, se tutto è venuto
all'esistenza spontaneamente e senza provvidenza, co­
me essi dicono, tutti gli esseri dovrebbero essere as­
solutamente simili e senza differenza. Infatti, come in
un unico corpo tutti gli esseri dovrebbero essere sole
o luna e negli uomini tutto il corpo dovrebbe essere
mano, occhio o piede. Ma non è cosi; e noi vediamo da
una parte il sole e da un’altra parte la luna o la
terra, e allo stesso modo nei coxpi umani vediamo da
una parte il piede e da un’altra la mano o la testa.
Orbene, tale ordine indica che quegli esseri non sono
venuti all'esistenza per caso e dimostra che all’origine
della loro esistenza c ’è una causa, a partire dalla
quale si può conoscere Dio che ha ordinato e creato
l’universo.
Altri, tra i quali si annovera anche Platone che
40 Atanasio

è grande tra i Greci, spiegano che Dio ha creato l'uni­


verso da materia preesistente ed increata. Secondo
loro Dio non potrebbe fare nulla se non esistesse pri­
ma la materia, come deve esistere in precedenza il
legno perché un artigiano lo possa lavorare. Ma non
sanno che con queste affermazioni attribuiscono a
Dio la debolezza. Infatti, se non è egli .stesso causa
della materia, ma si limita a fare le cose con materia
preesistente, si scopre che è debole, non potendo crea­
re, senza la materia, alcuna delle cose che esistono.
Come è certamente segno di debolezza per l'artigiano
il non poter fabbricare nessun oggetto necessario sen­
za il legname. Se per ipotesi non esistesse la materia,
Dio non potrebbe far nulla. Ma come si può ancora
definire creatore ed ordinatore se la stia facoltà di
creare dipende da un altro essere, cioè dalla mate­
ria? Se le cose stanno cosi, se lavora una materia
preesistente senza essere causa egli stesso della mate­
ria, Dio secondo loro sarà un semplice artefice e non
il creatore che dà l'essere. Non si può affatto dire
creatore, se non crea la materia, dalla quale sono
venuti all'esistenza gli esseri creati.
Gli eretici immaginano per loro conto un crea­
tore di tutte le cose diverso dal Padre del nostro Si­
gnore Gesù Cristo, rivelando in queste parole una
grande cecità. Se il Signore disse ai Giudei: « Non
avete letto che all'inizio il creatore li fece maschio e
femmina? »; e aggiunse: « Per questo l'uomo lascerà il
padre e la madre e si unirà alla moglie, e i due saran­
no una sola carne », e poi indicando il creatore sog­
giunge: « Quello dunque che Dio ha congiunto l'uo­
mo non lo separi7 », — come possono introdurre una

7 Mt. 19, 4-6.


I. - Creazione e caduta dell'uomo 41

creazione estranea al Padre? Se, come dice Giovanni


riassumendo tutto, « tutto è venuto all’esistenza per
mezzo di lui e senza di lui nulla è venuto all’esisten­
za » ®, come può esistere un altro creatore all’infuori
del Padre di Cristo?

3. Queste sono le loro false opinioni. Ma l’i


gnamento divino e la fede conforme a Cristo denun­
ciano come un’empietà queste loro vane parole. Esso
insegna che il mondo non è venuto all’esistenza spon­
taneamente, perché è ordinato da una provvidenza,
né da una materia preesistente perché Dio non è de­
bole; ma che dal nulla, e senza che prima esistessero
in alcun modo, Dio ha portato all’esistenza tutte le
cose mediante il Verbo come dice per mezzo di Mosè:
« All’inizio Dio fece il cielo e la terra » 9, e ancora per
mezzo dell’utilissimo libro del P astore10: « Prima di
tutto credi che imo solo è Dio, colui che ha creato ed
organizzato tutte le cose e le ha fatte passare dal nul­
la all’esistenza » n. Lo indica anche Paolo dicendo:
« Per fede sappiamo che i mondi furono formati dal­
la parola di Dio, si che le cose visibili sono venute al­
l’esistenza da ciò che non si vede » u.

» Gv. 1, 3.
» Gen. 1, 1.
10 Atanasio considera il Pastore di Erma come un libro non
canonico ( / decreti del sinodo di Nicea, 18), ma lo racco­
manda, insieme ad altri libri da lui considerati non cano­
nici (Sapienza, Siracide, Ester, Giuditta e Didachè), come uti­
le da leggere per chi desidera istruirsi (Lettera festale 39, del­
l’anno 367).
11 Erma, II Pastore, precetto 1, 1.
“ Ebr. 11, 3.
42 Atanasio

Dio è buono, o piuttosto la fonte della bontà;


e chi è buono non può avere invidia di nulla. Perciò,
non invidiando l’esistenza di nessuna cosa, ha creato
dal nulla tutte le cose mediante il suo proprio Verbo,
il nostro Signore Gesù Cristo. Tra tutti gli esseri che
vivono sulla terra ebbe pietà del genere umano e
vedendo che non era in grado di durare sempre in
ragione della sua propria origine, gli fece un dono
più grande: gli uomini non si limitò a crearli, come
tutti gli altri viventi irrazionali che sono sulla terra,
ma li fece secondo la sua immagine, rendendoli par­
tecipi anche della potenza del suo proprio Verbo,
affinché avendo in sé alcune ombre del Verbo e dive­
nuti razionali, potessero durare nella beatitudine, vi­
vendo nel paradiso la vera vita, che è quella propria
dei san tiu. D’altra parte, sapendo che la volontà uma­
na può volgersi da ima parte o dall'altra, fortificò in
precedenza, assegnando loro una legge e un luogo
determinato, la grazia che aveva dato. Dopo averli
introdotti nel paradiso, dette loro la seguente legge:
se avessero custodito la grazia e fossero rimasti vir­
tuosi, avrebbero goduto nel paradiso di una vita sen­
za tristezza dolore o p reoccupazione, oltre ad avere
la promessa della incorruttibilità nei cieli; se invece
avessero trasgredito la legge e, voltatisi indietro, fos­
sero divenuti cattivi, avrebbero conosciuto di essere

13 I santi sono gli angeli (cf. C G 2, dove i « santi » sono


contrapposti agli u o m in i) Tale denominazione risale alla tra­
duzione greca dei S ettanta e ad alcuni passi del Nuovo Te­
stamento, che indicano appunto gli angeli con questa parola
(Sai. 88 [8 9 ], 6; Zac. 14, 5; 1 Tess. 3, 13; 2 Tess. 1, 10). Ata­
nasio usa il termine con questo significato anche nella Vita
di Antonio, 35, dove dice che il monaco è chiamato a parte­
cipare alla vita dei « santi ».
I. - Creazione e caduta dell’uomo 43

soggetti per natura alla corruzione14 che si compie


nella morte, e che non sarebbero più vissuti nel para­
diso, ma morendo poi fuori del paradiso sarebbero
rimasti nella morte e nella corruzione. Questo appun­
to preannuncia la divina Scrittura in nome di Dio:
« Potrai mangiare di ogni albero del paradiso, ma
dell'albero della conoscenza del bene e del male non
dovete mangiare, perché nel giorno in cui ne mangia­
ste, morreste a causa della morte » u. Ora, « morire a
causa della m orte » significa precisamente non solo
il morire ma anche il rimanere nella corruzione della
morte “.

4. Forse ti domandi con meraviglia perché, m


tre ci siamo proposti di parlare deH'incamazione, ora
trattiamo dell'origine degli uomini. Fatto si è che que­
sto argomento non è estraneo allo scopo della nostra
trattazione. Parlando della manifestazione del Sal­
vatore a noi non posso fare a meno di parlare anche
dell'origine degli uomini, affinché tu sappia che la
nostra colpa è divenuta il motivo della sua discesa e
che la nostra trasgressione provocò la benignità del
Verbo fino al punto che il Signore è venuto da noi
ed è apparso tra gli uomini. Noi siamo stati la causa
della sua incarnazione e per la nostra salvezza egli

14 Compaiono qui per la prima volta due termini molto


usati in quest'opera: incorruttibilità (aphtharsia) e corruzio­
ne (phthorà), che indicano rispettivamente il rimanere per
sempre nella vita e la disposizione continua al dissolvimen­
to, alla corruzione.
« Gen. 2, 16-17.
16 Atanasio distingue la morte pura e semplice (la morte
naturale, per cosi dire) e la morte ché comporta la perdita
della incorruttibilità. Alla prima l’uomo è soggetto in quanto
creatura, alla seconda in quanto ha disobbedito a Dio.
44 Atanasio

fu tanto benigno da divenire uomo e manifestarsi in


un corpo.
Cosi, dunque, Dio ha creato l'uomo e voleva che
rimanesse nella incorruttibilità. Ma gli uomini, dive­
nuti negligenti, abbandonarono la contemplazione di
Dio e immaginarono e inventarono da sé il male,
come è stato detto nella prima p a rte I7. Perciò ricevette­
ro la sentenza di morte, che era stata loro minaccia­
ta in precedenza: non rimanevano più, in seguito,
nella condizione in cui erano stati creati, ma andavano
soggetti alla corruzione in conformità con i loro pen­
sieri e la morte dominava e regnava su di loro. In­
fatti, la trasgressione del precetto li riconduceva
alla loro natura, per cui, come sono venuti all'esisten­
za dalla non esistenza, cosi a giusto titolo dovevano
sottostare nel corso del tempo alla corruzione che
tende al nulla “. Infatti, se una volta la loro natura era
il nulla e furono chiamati all'esistenza grazie alla
presenza e benignità del Verbo, ne seguiva che gli
uomini, divenuti privi della conoscenza di Dio e
voltisi verso il nulla — il male, infatti, non è, mentre
il bene è perché è stato creato da Dio che è — , rima­
nessero privi anche dell’esistenza eterna. Ecco che
cosa significa rimanere nella morte e nella corruzione
dopo la decomposizione. L'uomo è mortale per natura
perché è nato dal nulla; ma se avesse conservato la
somiglianza con colui che è per mezzo della contem­
plazione di lui, avrebbe ridotto la sua corruzione
naturale e sarebbe rimasto incorruttibile, come dice
la Sapienza: « Il rispetto delle leggi è garanzia di

“ C G 3.»
u L'uomo per natura tende al nulla, ma Dio gli ha dato
la possibilità di continuare a vivere perché l’ha creato a sua
immagine.
I. - Creazione e caduta dell'uomo 45

incorruttibilità » 19. Essendo incorruttibile, sarebbe vis­


suto come Dio, secondo quanto dichiara in un certo
passo la divina Scrittura dicendo: « Io ho detto: Voi
siete dèi e tutti figli dell’Altissimo; ma morirete come
uomini e cadrete come uno dei principi »

5. Dio non solo ci ha creati dal nulla, ma ci


anche donato di vivere secondo Dio per mezzo della
grazia del Verbo. Ma gli uomini, allontanando lo
sguardo dai beni eterni e volgendolo alle cose cor­
ruttibili per suggerimento del diavolo, sono divenuti
causa della propria corruzione nella morte: erano
bensì corruttibili per natura, come ho detto sopra,
ma in grazia della partecipazione del Verbo avrebbero
evitato questa conseguenza della loro natura, se fos­
sero rimasti virtuosi. Infatti, a causa del Verbo che
era in loro, la corruzione propria della loro natura
non li avrebbe intaccati, secondo quanto dice la Sa­
pienza: « Dio creò l’uomo per l’incorruttibilità e come
immagine della sua propria eternità, ma per invidia
del diavolo entrò la morte nel mondo » 21. Accaduto que­
sto, gli uomini morivano e la corruzione dispiegava
ormai contro di loro tutto il suo vigore, agendo con­
tro tutto il genere umano con una forza superiore a
quella della natura, tanto più che faceva valere con­
tro di loro la minaccia di Dio per la trasgressione
del precetto. In realtà nelle loro trasgressioni gli uo­
mini non si erano tenuti entro i limiti stabiliti, ma
procedendo a poco a poco, erano giunti al di là di
ogni misura, divenendo fin dall’inizio inventori del

» Sap. 6, 18.
» Sai. 81 (82), 6-7.
a Sap. 2, 23-24.
46 Atanasio

male e richiamando su dì sé la morte e la corruzione;


poi voltisi all'ingiustizia e superando ogni iniquità
(non si fermavano ad un solo male ma ne inventava­
no sempre di nuovi), erano divenuti insaziabili nel
peccare. Dappertutto c'erano adulteri e furti, tutta
quanta la terra era piena di uccisioni e rapine. Non
ci si dava pensiero della legge circa la,corruzione e
l’ingiustizia; da parte di tutti si commettevano tutti
i peccati, singolarmente e insieme. Le città guerreg­
giavano .con le città, i popoli si levavano contro i popo­
li; tutta la terra era divisa da sedizioni e battaglie
e ciascuno faceva a gara nel trasgredire. Non si aste­
nevano neanche da ciò che è contro natura, ma come
dice l'apostolo testimone di Cristo: « Le loro donne
cambiarono i rapporti naturali in rapporti contro
natura. Allo stesso modo anche gli uomini, abbando­
nando il rapporto naturale con la donna, si accesero
di passione gli uni per gli altri, commettendo atti
ignominiosi uomini con uomini, ricevendo cosi in sé
stessi la punizione che si addiceva al loro trav ia­
mento » a .

6. Per queste ragioni la morte si rafforzava s


pre più e la corruzione persisteva a danno degli uomi­
ni: il genere umano si perdeva, l'uomo razionale e
creato ad immagine di Dio scompariva e l'opera crea­
ta da Dio andava in rovina. Infatti, come ho detto
sopra, la morte ormai prevaleva sopra di noi a causa
della legge. E non era possibile sfuggire alla legge
che era stata stabilita da Dio per la trasgressione.
Quello che accadde era veramente assurdo e sconve-

“ Rom. 1, 26-27.
I. - Creazione e caduta dell’uomo 47

niente nello stesso tempo. E ra assurdo che Dio par­


lando avesse mentito, cosi che, dopo aver stabilito
con ima legge che l’uomo sarebbe morto a causa del­
la morte se avesse trasgredito il precetto, dopo la
trasgressione l'uomo non morisse e la sua parola
risultasse vana. Dio non sarebbe stato veritiero se
l'uomo non fosse morto, dopo averci detto che sarem­
mo morti. D’altra parte sarebbe stato sconveniente
che le creature, una volta create razionali e partecipi
del suo Verbo, perissero e tornassero al nulla attra­
verso la corruzione. Non sarebbe stato degno della
bontà di Dio che gli esseri creati da lui andassero sog­
getti alla corruzione per l'inganno tramato dal dia­
volo contro gli uomini. D'altra parte sarebbe stato
sommamente sconveniente che l'arte di Dio che si
era manifestata nella creazione degli uomini scompa­
risse o per la loro negligenza o per l'inganno del
demonio.
Dunque, dal momento che le creature razionali
erano soggette alla, corruzione e tali opere andavano
in rovina, che cosa doveva fare Dio che è buono?
Lasciare che la corruzione prevalesse contro di loro
e che la morte li tenesse soggetti? Ma quale vantaggio
avrebbero avuto ad essere stati creati all'mizio? Sa­
rebbe stato meglio per loro non essere stati creati
piuttosto che, una volta creati, essere abbandonati e
perire. Dalla negligenza di Dio si riconosce la sua debo­
lezza più che la sua bontà: debolezza tanto più gran­
de se, dopo averla creata, lascia che la sua opera
vada soggetta alla corruzione di quanto sarebbe stata
se non avesse creato l'uomo all'inizio. Infatti, se non
lo avesse creato, non ci sarebbe stato nessuno capa­
ce di considerare la sua debolezza; ma dopo averle
create e portate all'esistenza, sarebbe stato pienainen-
48 Atanasio

te assurdo che le sue opere perissero, e proprio sotto


lo sguardo del creatore. Dunque non doveva permet­
tere che gli uomini fossero trascinati dalla corruzio­
ne: ciò era sconveniente e indegno della bontà di Dio.

7. Se per un aspetto doveva accadere questo,


tra parte vi si oppone quanto è ragionevole da parte
di Dio, cioè che Dio risulti veritiero nella sua legisla­
zione riguardante la morte. Sarebbe stato assurdo
che per il nostro interesse e la nostra conservazione
risultasse menzognero Dio, che è il Padre della verità.
In tale situazione che cosa doveva accadere o che cosa
doveva fare Dio? Domandare agli uomini penitenza
per la trasgressione? Questo lo si potrebbe dire degno
di Dio dicendo che come sono divenuti soggetti alla
corruzione in conseguenza della trasgressione, cosi
grazie alla penitenza potevano ritornare alla incorrut­
tibilità. Ma la penitenza non avrebbe salvaguardato
ciò che è ragionevole da parte di Dio, che sarebbe
rimasto non veritiero se gli uomini fossero restati
sotto il dominio della morte; né la penitenza libera
dalle conseguenze della natura, ma fa solo cessare i
peccati. Certo, se ci fosse stata solo la trasgressione
senza la corruzione che ne consegue, la penitenza
avrebbe potuto bastare; se invece, una volta interve­
nuta la trasgressione, gli uomini rimanevano sogget­
ti alla corruzione naturale ed avevano perso la gra­
zia della loro conformità all'immagine, che cos'altro
doveva accadere? Per una tale grazia e restaurazione
di che cos'altro c'era bisogno se non del Verbo di Dio
che all'inizio creò l'universo dal nulla? Era suo com­
pito ricondurre il corruttibile alla incorruttibilità e
salvaguardare ciò che soprattutto è ragionevole per
I. - Creazione e caduta dell'uomo 49

il Padrea . Essendo Verbo del Padre ed essendo al


dì sopra di tutti, egli solo, conseguentemente, poteva
rinnovare l'universo ed era in grado di patire per tut­
ti e di presentarsi al Padre come ambasciatore per
tutti.

23 L’uomo decaduto può pentirsi della disobbedienza, ma


non può. liberarsi dalla corruzione che consegue alla disobbe­
dienza. Questo lo può fare solo il Verbo con un intervento
paragonabile a quello della creazione.
II. LA VITTORIA SULLA MORTE

8. Per questo dunque viene sulla nostra terr


Verbo di Dio incorporeo incorruttibile e immateriale,
sebbene prima non ne fosse in alcun modo lontano *.
Infatti, nessuna parte del creato è rimasta priva di
lui, perché egli, stando con il Padre suo, riempie tut­
ti gli esseri (operando) in tutti; ma si rende presente
abbassandosi fino a noi per soccorrerci con la sua
benignità e la sua manifestazione! Vedendo che la
stirpe razionale andava in rovina e la m orte regnava
su di loro grazie alla corruzione; vedendo che la mi­
naccia connessa con la trasgressione faceva dominare
la corruzione contro di noi e che era assurdo che quel­
la legge fosse abrogata prima di essere soddisfatta;
vedendo che era assurdo, in quanto era accaduto, che
scomparissero gli esseri di cui egli stesso era creato­
re; vedendo che la perversità degli nomini superava
ogni limite e che a poco a poco l'avevano fatta cre­
scere a loro diurno fino a renderla insopportabile;
vedendo che tutti gli uomini erano soggetti alla morte,
ebbe pietà della nostra stirpe compatendo la nostra

24 Chiaro riferimento ad Atti, 17, 27.


52 Atanasio

debolezza, si abbassò fino alla nostra corruzione e


non permise che dominasse la morte; ma affinché
non perisse ciò che era stato creato e non riuscisse
inutile l'opera del Padre suo nei confronti degli uomi­
ni, si prese un corpo non diverso dal nostro. Non
volle semplicemente essere in un corpo né volle sol­
tanto apparire25 in un corpo. Infatti, se-avesse voluto
semplicemente apparire, avrebbe potuto manifestare
la sua divinità per mezzo di un essere più potente.
Egli prese un corpo come il nostro; e non si limitò a
prenderlo, ma lo prese da una vergine pura e senza
macchia, che non conosceva uomo: un corpo puro e
veramente non contaminato dal contatto con gli uomi­
ni. Egli, che è potente e creatore dell'universo, si pre­
parò il corpo nella Vergine cóme un tempio e se lo
appropriò come imo strumento per farsi conoscere ed
abitare in esso. Cosi, preso da noi un corpo simile al
nostro, poiché tutti siamo soggetti alla corruzione
della morte, lo consegnò alla morte per tutti e lo
presentò al Padre compiendo un gesto di benignità
affinché, come se tutti fossero morti in lu i26, fosse
abolita la legge della corruzione che colpiva gli uomi­
ni (il suo potere, infatti, era stato applicato piena­
mente nel corpo del Signore, per cui non le rimaneva
più alcuna possibilità contro gli uomini suoi simili)
e riconducesse alla incorruttibilità gli uomini che si
erano volti alla corruzione vivificandoli con la sua
morte: per far scomparire la morte come paglia nel

25 Si riferisce al docetismo, eresia ancora assai diffusa nel


secolo quarto, specie in ambiente ellenistico. Atanasio stesso
dovrà intervenire negli ultimi anni della sua vita con la Lett­
iera ad Epitteto vescovo di Corinto.
26 Rom. 6, 8.
II. - La vittoria sulla morte 53

fuoco con l’appropriazione del loro corpo e la grazia


della risurrezione.

9. Il Verbo vedendo che la corruzione degli uo


ni non poteva essere eliminata se non con una morte
generale e che d'altra parte non poteva morire il
Verbo, che è immortale e figlio del Padre, si prese un
corpo che può morire affinché questo corpo, parteci­
pando del Verbo che è al di sopra di tutti, fosse suffi­
ciente a morire per tutti, pur rimanendo incorrutti­
bile in virtù del Verbo che abita in lui, e si allonta­
nasse cosi da tutti la corruzione per la grazia della
risurrezione. Perciò, offrendo alla morte come vitti­
ma e sacrificio esente da ogni macchia il coipo che
si era preso, subito allontanò la morte da tutti i suoi
simili con l’offerta di un corpo come il loro. Infatti
il Verbo di Dio, che è al di sopra di tutti, offrendo il
suo tempio e lo strumento del suo corpo come riscatto
per tutti, pagava adeguatamente il debito nella sua
morte. Inoltre l’incorruttibile Figlio di Dio, essendo
in tutti tramite il suo corpo simile a quello di tutti,
rivesti adeguatamente tutti della incorruttibilità nella
promessa della risurrezione. Questa corruzione che si
esprime nella m orte non ha più alcuna possibilità
di colpire gli uomini a causa del Verbo che abita in
loro per mezzo di un corpo ®. Come quando un grande
re è entrato in una grande città ed ha preso dimora
in ima delle tante abitazioni che sono in essa, senza
dubbio una tale città è ritenuta degna di grande ono­

27 II corpo di Cristo come corpo individuale è suo pro­


prio, ma rappresenta tutto il genere umano: la sua morte
paga il debito di tutti e la sua incorruttibilità si trasmette
a tutti.
54 Atanasio

re e nessun nemico o pirata l’assalta per saccheggiar­


la, ma la si considera piuttosto degna di ogni riguar­
do a causa del re che è andato ad abitare in una sua
casa, cosi è accaduto per il Re di tu tti28. Da quando
è venuto nel nostro mondo ed ha preso dimora in
un corpo simile al nostro, ogni insidia dei nemici
contro gli uomini è cessata ed è scomparsa la corru­
zione della m orte che prima esercitava il suo potere
su di loro. Infatti, il genere umano sarebbe perito,
se il Figlio di Dio Signore e Salvatore di tutti non
fosse venuto a soccorrerci per mettere fine alla morte.

10. Questa grande opera conveniva davvero m


tissimo alla bontà di Dio. Infatti, se un re ha costrui­
to una casa o una città e questa viene attaccata dai
briganti per la negligenza degli abitanti, il re non
l’abbandona affatto, ma la difende come opera sua
e la salva non badando alla trascuratezza degli uomi­
ni ma al proprio onore. Tanto più il Dio Verbo del
Padre perfettamente buono non permise che il genere
umano da lui creato precipitasse nella corruzione, ma
con l'offerta del suo proprio corpo cancellò la morte
che era caduta su di loro, corresse con il suo insegna­
mento la loro negligenza restaurando con la sua
potenza tutta la condizione umana. Ce lo possono
garantire i teologi29 del Salvatore stesso, se si leggo­
no i loro scritti, là dove dicono: « L ’amore di Cristo
ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti e
quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti

28 Espressione usata anche in C G 9.


29 II termine, nel suo significato generale di chi parla di
Dio, è riferito da Atanasio ora ai profeti e agli apostoli, ora
ai maestri della scuola di Alessandria.
II. - La vittoria sulja morte 55

affinché noi non viviamo più per noi stessi, ma per


colui che per noi è morto e risuscitato » 30 dai morti, il
Signore nostro Gesù Cristo. E ancora: « Quel Gesù
che fu fatto di poco inferiore agli angeli lo vediamo
ora coronato di gloria e di onore a causa della morte
che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli pro­
vasse la morte per ciascuno » 3l. Poi indica il motivo
per cui nessun altro doveva incarnarsi all'infuori del
Dio Verbo, dicendo: « Ed era ben giusto che colui per
il quelle e dal quale sono tutte le cose, volendo porta­
re molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la
sofferenza colui che li doveva portare alla salvezza » 32.
Con queste parole intende dire che nessuno all’infuo-
ri del Dio Verbo, che li aveva creati all'inizio, poteva
risollevare gli uomini dalla corruzione che era soprag­
giunta. Che il Verbo stesso si prese un corpo come
offerta sacrificale per i corpi simili al suo lo spiega­
no dicendo: « Poiché dunque i figli hanno in comune
il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto parteci­
pe similmente per ridurre all'impotenza mediante la
morte colui che della morte ha il potere, cioè il dia­
volo, e liberare cosi quelli che per timore della morte
erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » 33. Infat­
ti il sacrificio del suo corpo pose fine alla legge, che
gravava su di noi, e ci ha portato l’inizio di una nuova
vita dandoci la speranza della risurrezione. Poiché la
morte è venuta a dominare sugli uomini per colpa
degli uomini, la distruzione della morte e la risur­
rezione della vita sono avvenute mediante il Dio Verbo
fatto uomo, come dice il portatore di Cristo: « Poi-

» 2 Cor. 5, 14-15.
31 Ebr. 2, 9.
» Ebr. 2, 10.
* Ebr. 2, 14-15.
56 Atanasio

ché se a causa dì un uomo venne la morte, a causa


di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e
come tutti morirono in Adamo, cosi tutti sa ran n o vivi­
ficati in Cristo » M, e quel che segue. Adesso, infatti,
non moriamo più come condannati, ma come quelli
che sono destinati a risvegliarsi attendiamo la risurre­
zione universale di tutti, che « ci mostrerà a suo tem­
po » 35 Dio che l'ha operata e donata.
Questo è il primo motivo dell'mcamazione del
Salvatore. Ma anche da quel che segue si può com­
prendere che la sua benevola manifestazione a noi è
avvenuta per buone ragioni.

* 1 Cor. 15, 21-22.


35 1 Tim. 6, 15; Tito, 1, 3.
III. LA RESTAURAZIONE DELLA CONFORMITÀ’
ALL’IMMAGINE DI DIO

11. Dio che detiene .il dominio universale, qua


creava il genere umano mediante il suo proprio Ver-
b9, vide che la debolezza della loro natura non era
in grado di conoscere da se stessa il creatore né di
farsi una qualche idea di Dio. Dio, infatti, è increato
mentre le cose sono state create dal nulla; Dio è
incorporeo, mentre gli uomini quaggiù sono stati pla­
smati con un corpo: in una parola, grande è la defi­
cienza delle creatine di fronte alla comprensione e
conoscenza del creatore. Ancora una volta ebbe pie­
tà del genere umano e non permise, poiché è buono,
che gli uomini restasserù privi della conoscenza di lui,
cosi che risultasse inutile la loro stessa esistenza.
Che vantaggio avevano ad esistere quelle creature se
non conoscevano il loro creatore? Come possono esse­
re razionali se non conoscono la Ragione del Padre
nella quale sono stati creati? Non sarebbero stati
affatto superiori agli esseri irrazionali se non aves­
sero conosciuto nulla al di là delle cose terrestri. Per­
ché li avrebbe creati Dio, se non avesse voluto essere
conosciuto da loro? Perciò, affinché non accadesse
questo, li rese partecipi, essendo buono, della sua
propria immagine, il nostro Signore Gesù Cristo, e
li creò a sua propria immagine e somiglianza, cosi
58 Atanasio

|che, conoscendo mediante tale dono l'immagine, vale


jja dire il Verbo del Padre, potessero mediante lui farsi
j un’idea del Padre per vivere, conoscendo il creatore,
(ima vita felice e veramente beata.
Ma gli uomini, stolti ancora una volta, disprezza­
rono la grazia che era stata donata loro, allontanan­
dosi cosi tanto da Dio e macchiando cosi tanto la loro
anima che non soltanto dimenticarono l’idea di Dio,
ma al suo posto si plasmarono altre divinità una dopo
l’altra. Si fecero idoli al posto della verità ed onora­
rono gli esseri che non esistono più di Dio che esiste,
«adorando la creazione al posto del cre a to re » 36: e
il peggio è che trasferivano il culto di Dio a pezzi di
legno o di pietra o di ogni altro materiale e agli
uomini e fecero anche di più, come è stato detto
prim a37. Furono talmente empi che resero culto ai
demoni e li chiamavano dèi, assecondando i loro desi­
deri. Per piacere ad essi compivano sacrifìci di ani­
mali irrazionali e immolazioni di uomini, come è
stato detto prima, legandosi sempre più strettamente
nella morsa dei loro aculei. Per questo apprendevano
da loro la magia e gli oracoli nei diversi luoghi fuor­
viavano gli uomini, e tutti attribuivano agli astri e
a tutti i corpi celesti le cause della nascita e dell’esi­
stenza, senza tener conto di altro fuorché delle appa­
renze. Tutto, in una parola, era pieno di empietà e
perversità. Solo Dio e il suo Verbo erano misconosciu­
ti, sebbene non si fosse nascosto agli uomini renden­
dosi invisibile: egli non aveva offerto loro una sola
via per conoscerlo, ma aveva dispiegato davanti a
loro una grande varietà e molteplicità di vie.

* Rom. 1, 25.
« Cf. C G 8-9.
ili. - Conformità all'immagine di Dio 59

12. Bastava la grazia di essere secondo l'im


gine per conoscere il Dio Verbo e attraverso di lui il
Padre. Ma Dio, conoscendo la debolezza degli uomini,
provvide anche alla loro trascuratezza, cosi che, se
avessero trascurato di conoscere Dio attraverso sé
stessi, potessero conoscere il creatore attraverso le
opere della creazione. Ma poiché la trascuratezza de­
gli uomini scende a poco a poco verso il peggio, Dio
provvide anche a tale loro debolezza inviando la
legge e i profeti a loro conosciuti affinché, se erano
pigri ad alzare lo sguardo verso il cielo per conoscere
il creatore, ricevessero un insegnamento da esseri
vicini a lo ro 38. Gli uomini possono apprendere più
direttamente da altri uomini le cose più importanti.
Dunque, levando lo sguardo alla grandezza del cielo
e considerando l'armonia del creato, potevano cono­
scere colui che la regola, il Verbo del Padre, colui
che fa conoscere a tutti il Padre mediante la sua prov­
videnza che investe tutte le cose e muove tutto l'uni­
verso, affinché attraverso di esso tutti conoscano Dio.
O, se questo era troppo per la loro pigrizia, potevano
incontrare i santi39 e attraverso di loro conoscere
Dio, il creatore di tutte le cose, il Padre di Cristo, ed
apprendere che il culto degli idoli equivale alla nega­
zione di Dio ed è pieno di ogni empietà. Conoscendo
la legge, potevano abbandonare ogni perversità e
vivere una vita conforme alla virtù. La legge non era
solo per i Giudei, né i profeti erano inviati solo per
loro. Erano bensì inviati ai Giudei e i Giudei li per­
seguitavano; ma per tutta la terra erano una santa

38 Si indicano chiaramente tre vie per conoscere Dio: l’ani­


ma, il mondo e la rivelazione della legge e dei profeti.
39 Cioè i profeti.
60 Atanasio

scuola per la conoscenza di Dio e la condotta deH’ani-


ma. Sebbene la bontà e la benignità di Dio fossero
tali, pure gli uomini, vinti dai piaceri immediati e dal­
le illusioni ed inganni dei demoni, non si volsero alla
verità, ma si immersero in mali e peccati sempre più
numerosi, cosi che non sembravano più razionali, ma
in base ai loro costumi erano considerati irrazionali.

13. Una volta che gli uomini erano divenuti c


irrazionali e l’inganno dei demoni gettava la sua
ombra dappertutto nascondendo la conoscenza del
vero Dio, che cosa doveva fare Dio? Tacere di fronte
ad una tale situazione e lasciare che gli uomini fos­
sero traviati dai demoni e non conoscessero Dio?
Ma in tal caso, quale vantaggio avrebbe ricavato
l’uomo dall'essere stato creato ad immagine di Dio?
O avrebbe dovuto essere creato irrazionale o, ima
volta creato razionale, non doveva vivere la vita delle
creature irrazionali. Quale vantaggio ricavava dall’aver
ricevuto all’inizio una nozione di Dio? Se adesso non
è più degno di riceverla, non gli doveva essere stata
data neppure all’inizio. Quale vantaggio o quale glo­
ria avrebbe Dio creatore, se gli uomini da lui creati
non lo adorano, ma pensano che siano altri i loro
creatori? Sembra che Dio li abbia creati per altri e
non per se stesso.
Inoltre un uomo che sia re non permette che i
regni da lui fondati siano presi e vadano soggetti ad
altri né che si rifugino sotto la protezione di altri,
ma li ammonisce con lettere, invia loro spesso dei
messaggi per mezzo di amici e, se è necessario, vi si
reca di persona per scuoterli con la sua presenza,
semplicemente perché non siano schiavi di altri e la
III. - Conformità all'Immagine di Dio 61

sua opera non risulti inutile40. A maggior ragione


non doveva Dio risparmiare le sue creature, impeden­
do che fossero traviate lontano da lui servendo gli
dèi che non esistono? Soprattutto non dovevano peri­
re le creature che una volta erano divenute partecipi
dell'immagine di Dio, perché tale traviamento diven­
ta per loro causa di rovina e di distruzione. Dunque, s
che cosa doveva fare Dio? Che cosa doveva avvenire
se non il rinnovamento dell'essere secondo l’imma­
gine, affinché per mezzo di essa gli uomini potessero
conoscerlo ancora una volta? Ma come sarebbe potu­
to avvenire ciò se non mediante la presenza della
stessa immagine di Dio, il nostro Salvatore Gesù Cri­
sto? Non era possibile che avvenisse attraverso gli
uomini poiché anch'essi sono stati creati secondo
l'immagine; ma non poteva avvenire neanche mediante
gli angeli perché neanch’essi sono immagini. Perciò
venne da sé il Verbo stesso di Dio per restaurare, lui
che è l'immagine, l'uomo creato secondo l'immagine. \
Ma ciò non poteva avvenire se non fosse stata annien- j
tata la morte e la corruzione. Perciò a giusto titolo I
prese un corpo mortale perché in esso potesse esse- !
re distrutta la morte ed essere restaurati gli uomini
creati secondo l'immagine. Dunque, per questo non
c'era bisogno di nessun altro fuorché deU’immagine
del Padre.

14. Quando una figura disegnata sul legno è st


ta cancellata da macchie provenienti dall'estemo, per
poter restaurare l'immagine nella stessa materia oc­
corre che si presenti colui che era stato raffigurato, e

40 Chiara reminiscenza di Mt. 21, 33-41.


62 Atanasio

si deve alla sua figura se non si elimina la materia


in cui era stato raffigurato, ma si modella ancora in
essa il suo ritratto. Allo stesso modo il santissimo
Figlio del Padre, che è immagine del Padre, è venuto
nelle nostre regioni per restaurare l'uomo creato a
sua immagine e ritrovarlo mediante la remissione dei
peccati, dopo che era stato perduto, come dice egli
stesso nei vangeli: « Sono venuto a cercare e salvare
ciò che era perduto » 41. Perciò anche ai Giudei diceva:
« Se non si rinasce » 42, non indicando, come essi pen- \
savano, la nascita dalla donna, ma riferendosi alla
rigenerazione e restaurazione deU’anima nella sua con­
formità ajl'immagine. Poiché dominavano sulla terra
la follia per gli idoli e l'empietà, e la conoscenza di
Dio era nascosta, chi avrebbe dovuto ammaestrare la
terra per far conoscere il Padre? Un uomo — si potreb­
be dire. Ma gli uomini non potevano percorrere tutta
la terra che è sotto il sole né per natura avevano la
forza di percorrere un cosi vasto spazio né potevano
ispirare fiducia su questo argomento né erano capaci
di opporsi da soli all'inganno e all'illusione dei demo-
ni^Tutti erano stati colpiti e turbati nell'anima dall'in­
ganno dei demoni e dalla vanità degli idoli. Ora come
avrebbero potuto convertire l’anima e la mente degli
uomini, quando neppure possono vederli? Come si
può convertire ciò che non si vede? Forse si potreb­
be dire che bastava il creato. Ma se fosse bastato il
creato, non ci sarebbero stati mali cosi grandi. Certo,
il creato esisteva, ma gli uomini non erano meno
avvoltolati nel medesimo errore circa la conoscenza
di Dio. C'era dunque bisogno ancora una volta del

« Le. 19, 10; cf. Le. 15, 3-6.


« Gv. 3, 5.
III. - Conformità all'immagine di Dio 63

Dio Verbo che vede l'anima e l'intelletto, che muove


tutti gli esseri del creato e attraverso di essi fa cono­
scere il Padre. Doveva essere lui, che ci insegna la
conoscenza del Padre mediante la sua provvidenza e
l'ordine che dispone nell'universo, a rinnovare questo
stesso insegnamento. Come dunque sarebbe avvenuto
ciò? Si dirà, forse, che lo poteva fare con gli stessi
mezzi mostrando ancora ima volta ciò che riguarda
lui attraverso le opere della creazione. Ma questo non
era ancora sicuro. Niente affatto. Già prima gli uomi­
ni lo avevano trascurato volgendo il loro sguardo non
più verso l'alto ma verso il basso. Perciò a buon dirit­
to, volendo soccorrere gli uomini, si presenta come
un uomo, prendendo un corpo simile al loro e di
umile origine [intendo dire mediante le opere del
corpo] *, affinché quanti non avevano voluto cono­
scerlo in base alla provvidenza e al suo dominio uni­
versale conoscessero, in base alle opere compiute me­
diante lo stesso corpo, il Verbo di Dio che è nel cor­
po e, attraverso di lui, il Padre^ |
! { 15^} Come un bravo maestro che ha cura dei suoi
discepoli, istruisce quelli che non possono ricavare
profitto da lezioni più difficili abbassandosi fino al
loro livello con spiegazioni più semplici, cosi fa il
Verbo di Dio, come dice Paolo: « Poiché nel disegno
sapiente di Dio il mondo con tutta la sua sapienza non
ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i cre­
denti con la stoltezza della predicazione » 43. Gli uomini
si erano allontanati dalla contemplazione di Dio e,
come precipitati in un abisso, tenevano gli occhi fissi
verso il basso e andavano cercando Dio nel creato

* Le parole comprese tra le parentesi quadre sono molto


probabilmente ima glossa, entrata poi erroneamente nel testo.
. « 1 Cor. 1, 21.
64 Atanasio

e nelle cose sensibili, considerando come loro dèi gli


uomini mortali e i demoni. Per questo il benigno e
comune Salvatore di tutti, il Verbo di Dio, si prende
un corpo e vive come uomo tra gli uomini e impres­
siona i sensi di tutti gli uomini, affinché quanti pen­
sano che Dio sia negli esseri corporei con oscan ola
verità proprio mediante le opere chejil Signore com­
pie con le azioni del suo corpo e per mézzo di lui
riconoscano il Padre. Essendo uomini e pensando ogni
cosa in termini umani, dovunque dirigevano i loro
sensi, si vedevano attirati e da ogni parte apprendeva­
no la verità. Se erano presi da sacro stupore per la
creazione, vedevano che essa confessa Cristo come Si­
gnore; se il loro pensiero era attirato verso gli uomi­
ni, cosi da crederli dèi, in base alle opere del Salva­
tore, che essi paragonavano alle loro, appariva chiaro
che tra gli uomini solo il Salvatore è Figlio di Dio.
Tra loro, infatti, non ci sono opere come quelle com­
piute dal Dio Verbo; se erano attirati dai demoni, ri­
conoscevano, vedendoli scacciati dal Signore, che Egli
solo è il Verbo di Dio, mentre i demoni non sono dèi;
se la loro mente si fissava verso i morti, cosi da ren­
dere culto agli eroi e a quanti sono denominati dèi dai
poeti, vedendo la risurrezione del Salvatore ricono­
scevano che essi sono menzogneri e che solo il Verbo
del Padre è il vero Signore, egli che domina anche sulla
morte. Per questo nacque e apparve come uomo, mori
e risuscitò, indebolendo e oscurando con le sue pro­
prie opere le opere di tutti gli uomini, per ricondurre
gli uomini, dovunque fossero stati attirati, e far cono­
scere loro il Padre suo, come dice egli stesso: « Io
sono venuto per salvare e cercare ciò che era per­
duto » **.
« Le. 19, 10.
III. - Conformità all'immagine di Dio 65

(T6) Poiché ima volta l’intelligenza degli uomini


era caduta nelle cose sensibili, il Verbo si abbassò
fino ad apparire mediante un corpo, per attirare gli
uomini a sé come uomo e dirigere su di sé i loro
sensi e cosi, mediante le opere che compiva, persua­
dere gli uomini, che pure lo vedevano come uomo, che
non era soltanto uomo, ma anche Dio e Verbo e Sa­
pienza del vero Dio. Appunto per indicare questo Pao­
lo dice: « Radicati e fondati nella carità affinché
siate in grado di comprendere con tutti i santi quale
sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità
e conoscere l’amore di Dio che sorpassa ogni cono­
scenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di
Dio » 45. Il Verbo si è dispiegato dappertutto: in alto
e in basso, in profondità e in ampiezza: in alto nella
creazione, in basso nell'incarnazione, in profondità
nell'inferno, in ampiezza nel mondo. Tutto il mondo è
pieno della conoscenza di Dio. Per questo non portò
a compimento, appéna venuto in mezzo a noi, il suo
sacrificio per tutti, consegnando il suo corpo alla
morte e risuscitandolo per rendersi cosi invisibile,
ma si mostrò visibile mediante il corpo dimorando
in esso, compiendo tali opere e presentando tali segni
per cui si riconosceva non più come uomo ma come
Dio Verbo. In tutti e due i modi, mediante l’incama-
ziònè, il Salvatore mostrava la sua benignità: da ima
parte allontanava da noi la morte e ci restaurava,
dall'altra, pur essendo invisibile e indiscernibile, si
rivelava attraverso le sue opere e si faceva conoscere
come il Figlio di Dio e il Verbo del Padre, il capo e
il re dell’universo.

« Ef. 3, 17-19.
IV. LA RIVELAZIONE DELLA DIVINITÀ’
DEL VERBO MEDIANTE I MIRACOLI

17. In realtà non era chiuso in un corpo, né


in un corpo senza essere altrove; né dava il movimento
ad esso lasciando l'universo privo della sua azione e
provvidenza. Ma, ed è questa la cosa più mirabile, es­
sendo il Verbo, non era contenuto da nessuna cosa,
ma piuttosto conteneva tutte le cose egli stesso. Come,
pur essendo in tutto il creato, rimane fuori del creato
secondo l'essenza, ma è in tutte le cose grazie alla
sua potenza: tutto dispone, dispiega la sua provviden­
za verso tutti è in ógni luogo, vivifica nel contempo
ciascun essere e tutti gli esseri, contiene tutte le cose
senza essere contenuto, ma è soltanto nel Padre suo,
tutto intero e sotto ogni aspetto; cosi mentre era in un
corpo umano e lo vivificava egli stesso, vivificava
ugualmente tutti gli esseri ed era in tutti ed era al di
fuori dell’universo. Sebbene si facesse conoscere a
partire dal corpo mediante le sue opere, non era invi­
sibile in virtù del suo agire nell’universo.
L'anima con i suoi ragionamenti può contempla­
re anche ciò che è al di fuori del suo proprio corpo,
ma non può agire anche fuori del suo proprio corpo
né muovere con la sua presenza gli esseri che sono
lontano da questo. Dunque, un uomo, considerando
68 Atanasio

ciò che sta lontano, mai lo muove o lo trasferisce da


un luogo ad un altro. Se sta seduto nella sua casa e
considera i corpi celesti, non muove certo il sole né
fa girare il cielo: vede bensì che quei corpi si muo­
vono ed esistono, ma ciò nonostante è incapace di
agire su di essi. Non era certamente tale il Verbo di
Dio nell’uomo. Non era legato dal corpo ma piuttosto
lo dominava, cosi che era in esso ed era in tutte le
cose ed era al di fuori di tutte le cose che sono
e si riposava solo nel Padre. E la cosa più mirabile
era che viveva come uomo, ma come Verbo vivificava
l'universo e come Figlio èra con il Padre. Perciò non
senti nulla quando la Vergine lo partorì né si conta­
minava per la sua presenza nel corpo, ma piuttosto
santificava anche il corpo. Allo stesso modo, pur es­
sendo in tutte le cose, non partecipa di tutte le cose,
ma piuttosto tutte le cose ricevono da lui vita e nutri­
mento. Se il sole, che egli ha creato e noi vediamo,
non si contamina quando, aggirandosi nel cielo, viene
a contatto con i corpi terrestri né viene distrutto dal­
le tenebre, ma piuttosto illumina e purifica tutti que­
sti; tanto più il santissimo Verbo di Dio, che è crea­
tore e Signore anche del sole, non era contaminato
dal corpo nel quale si faceva conoscere, ma piuttosto,
essendo incorruttibile, vivificava e purificava il cor­
po che è mortale; « egli che — come dice la Scrittu­
ra — non fece peccato né fu trovato inganno nella
sua bocca »

18. Dunque, quando i teologi dicono di lui c


mangiava e beveva e fiK ^artónfò^ sappi che fu il
corpo ad essere partorito^come—Qn corpo e nutrito

* 1 Pt. 2, 22; cf. Is. 53, 9.


IV. - Divinità del Verbo 69

con alimenti appropriati, ma a quel corpo era unito


lo stesso Dio Verbo che ordina l'universo, il quale
mediante le opere che compiva nel corpo si faceva co­
noscere non già come uomo ma come Dio Verbo.
Tuttavia di lui si dice questo perché il corpo che man­
giava, che fu partorito e pati non era di un altro ma
del Signore e perché, da quando era diventato uomo,
Ipra giusto che si dicesse questo di lui come di un
juomo, affinché fosse chiaro che ha un corpo vero e
non apparente. Ma come da questo si capiva che era
presente corporalmente, cosi dalle opere che compiva
mediante il corpo si faceva conoscere come figlio
di Dio. Perciò gridava ai Giudei increduli dicendo:
« Se non compio le opere del Padre mio, non credete­
mi; ma se le compio, anche se non volete credere a
me, credete alle mie opere, perché sappiate e cono­
sciate che il Padre è in me e io nel Padre » Come,
essendo invisibile, si conosce in base alle opere della
creazione, cosi, una volta divenuto uomo, anche se
non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere
che chi compie queste opere non è un uomo ma la
Potenza e il Verbo di Dio. Infatti, comandare ai demo­
ni e scacciarli non è opera umana ma divina. Oppure,
chi, vedendo che guariva le malattie alle quali è sog­
getto il genere umano, lo considerava ancora un uomo
e non Dio? Mondava i lebbrosi, faceva camminare gli
storpi, apriva l'udito dei muti, dava la vista ai ciechi:
in una parola, allontanava dagli uomini tutte le malat­
tie ed ogni infermità. In base a queste azioni chiun­
que poteva contemplare la sua divinità. Chi, vedendo
che dava quel che mancava a chi era nato con qualche
difetto naturale, e apriva gli occhi del cieco nato, non

« Gv. 10, 37-38.


70 Atanasio

avrebbe capito che la generazione umana è soggetta a


lui e che egli ne è artefice e creatore? Colui che dà ciò
che un uomo non ha avuto dalla nascita, senza dub­
bio è signore anche della generazione degli uomini.
»Per questo, anche all'inizio quando discese da noi, si
plasmò il corpo dalla Vergine per offrire a tutti un
non piccolo segno della sua divinità, -poiché chi ha
plasmato quel corpo è anche creatore degli altri corpi.
Infatti, chi vedendo un corpo proveniente soltanto
da ima vergine senza il concorso dell'uomo, non pen­
sa che colui che si manifesta in esso è creatore e
Signore anche degli altri corpi? Chi vedendo cambia­
re la sostanza dell’acqua e trasformarsi in vino non
pensa che chi ha fatto questo è Signore e creatore
della sostanza di tutte le acque? Per questo come si­
gnore camminava sul mare e vi passeggiava come
sulla terra, offrendo a quanti lo vedevano una prova
della sua signoria su tutte le cose. Nutrendo con poco
cibo una còsi grande moltitudine, facendola passare
dalla penuria all'abbondanza, cosi da saziare cinque­
mila uomini con cinque pani ed avanzarne ancora cosi
tanto, non mostrava di essere il Signore della provvi­
denza universale?

19. E ra giusto che il Salvatore facesse tutte q


ste cose affinché, non avendo gli uomini conosciuto
la sua provvidenza universale e non avendo com­
preso la sua divinità attraverso la creazione, la ve­
dessero almeno in base alle sue opere compiute me­
diante il suo corpo e attraverso di esso si facessero
un'idea della conoscenza del Padre, risalendo, come
ho detto sopra, alla sua provvidenza universale a par­
tire dalle sue opere particolari. Chi, vedendo la sua
IV. - Divinità del Verbo 71

potenza contro i demoni o i demoni che lo ricono­


scevano come loro signore, avrebbe ancora dubitato
nel suo animo che egli è il Figlio, la Sapienza e la
Potenza di Dio?48. Egli non permise che la creazione
tacesse, ma — e questa è la cosa mirabile — , anche
nella morte, o piuttosto nella vittoria sulla morte,
voglio dire sulla croce, tutta la creazione confessava
che colui che si faceva conoscere e soffriva nel corpo
non era semplicemente uomo, ma Figlio di Dio49 e
Salvatore di tutti. Infatti, il sole si volse indietro, la
terra tremava, i monti si spezzarono50, tutti erano
spaventati. Questi prodigi indicavano che colui che
era sulla croce è il Cristo Dio, che tutta la creazione
è sua serva e attesta con il timore la sua presenza.
Cosi dunque il Dio Verbo si manifestava agli uomini
mediante le sue opere.
Qui di seguito dobbiamo descrivere la fine della
sua vita ed attività nel corpo ed esporre di quale
natura è stata la morte del suo corpo. Soprattutto
perché questo è il punto capitale della nostra fede e
assolutamente tutti gli uomini ne parlano. In tal
modo saprai che anche da questo si riconosce che
Cristo è Dio e Figlio di Dio.

« Cf. 1 Cor. 1, 24.


« Cf. Me. 5, 7.
» Cf. Mt. 27, 45-51.
V. LA REDENZIONE MEDIANTE LA MORTE

20. Dunque, sopra abbiamo esposto in pa


per quanto era possibile e nella mistura in cui la
potevamo comprendere, la causa della sua manife­
stazione corporea: abbiamo cioè spiegato che nessun
altro poteva trasformare il corruttibile nella incor­
ruttibilità all’infuori del Salvatore stesso, che all'ini­
zio ha creato tutte le cose dal nulla; che nessun
altro tranne l’immagine del Padre poteva restaurare
negli uomini la conformità all'immagine; che nessun
altro poteva risuscitare ciò che è mortale cosi da
renderlo im m o rta la , tranne il nostro Signore Gesù
Cristo che è la Vita-in-sé; che nessun altro può inse­
gnarci chi è il Padre ed annientare il culto degli idoli,
tranne il Verbo che ordina l'universo ed è il solo vero
ed imigenito figlio del Padre. Ma poiché doveva essere
pagato il debito di tutti (ed egli doveva assolutamente
morire, come ho detto sopra, ed era venuto soprat­
tutto per questo), dopo aver dimostrato la sua divi­
nità con le opere, offri infine il suo sacrificio per
tutti consegnando alla morte il suo tempio in nome
di tutti per renderli indipendenti e liberi dall'antica
trasgressione e mostrarsi cosi superiore anche alla
74 Atanasio

morte, mostrando il suo corpo incorruttibile come


primizia della risurrezione di tu tti51.
Non meravigliarti se ripetiamo più volte le stesse
cose su gli stessi argomenti. Parlando della bontà
di Dio esprimiamo lo stesso pensiero con molte
parole perché non sembri che tralasciamo qualcosa e
per non essere accusati di non averne,parlato abba­
stanza. Preferiamo essere biasimati per aver ripetuto
le stesse cose che non tralasciare cose che avrebbero
dovuto essere scritte.
Dunque il corpo, che condivide la comune natura
di tutti i corpi, era un corpo umano. Pur essendo ve­
nuto all'esistenza per opera della sola vergine grazie
ad un nuovo prodigio, tuttavia, essendo mortale, do­
veva morire secondo la sorte riservata ai corpi simili
ad esso; ma grazie alla venuta del Verbo in lui, non
era più soggetto alla corruzione secondo la natura
sua propria, ma grazie al Verbo di Dio che era venuto
ad abitare in esso era esente dalla corruzione. Tutt’e
due queste cose accaddero prodigiosamente nel me­
desimo tempo: la morte di tutti si compiva nel corpo
del Signore e, nello stesso tempo, la morte e la cor­
ruzione erano distrutte grazie al Verbo che era unito
a quel corpo. La morte era necessaria e doveva avve­
nire per tutti, affinché fosse pagato il debito di tutti.
Perciò, come ho detto sopra, il Verbo che, essendo
immortale, non poteva morire, si prese un corpo,
che poteva morire, per offrirlo, come suo proprio,
in nome di tutti e, soffrendo egli stesso per tutti grazie
alla sua venuta in esso, « ridurre all'impotenza co­
lui che ha il potere della morte, cioè il diavolo, e

« Cf. 1 Cor. 15, 20.


V. - La redenzione 75

liberare cosi quelli che per timore della morte erano


soggetti a schiavitù per tutta la vita » 52.

; 21. Certamente, da quando il comune Salvatore


di tutti è morto per noi, noi che crediamo in Cristo
! non moriamo più di morte come prima secondo la
minaccia della legge, perché questa condanna è ces­
i sata. E da quando la corruzione è cessata ed è scom­
parsa in virtù della grazia della risurrezione, noi ci
decomponiamo solo secondo la condizione mortale
del corpo nel tempo che Dio ha stabilito per ciascuno,
perché possiamo « conseguire una risurrezione mi­
gliore » 53. Infatti, alla maniera dei semi gettati nella
terra, non andiamo incontro alla morte decomponen­
doci, ma risorgeremo come i semi, perché la morte
è stata distrutta secondo la grazia del Salvatore. Per
questo anche il beato Paolo, divenuto per tutti ga­
rante della risurrezione, dice: « Questo corpo cor­
ruttibile si deve rivestire di incorruttibilità e questo
corpo mortale si deve rivestire di immortalità. Quan­
do poi questo corpo mortale si sarà rivestito di
immortalità, allora si compirà la parola della Scrit­
tura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è,
o morte, il tuo pungiglione? » Μ.
Ma si potrebbe dire: Se egli doveva necessaria­
mente offrire il suo corpo alla morte per tutti, perché
non lo depose privatamente come un uomo, ma arrivò
fino ad essere crocifisso? Infatti, sarebbe stato più
giusto per lui deporre il suo corpo con onore che
non sottostare con ignominia ad una tale morte.

» Ebr. 2, 14-15.
» Ebr. 11, 35.
Cor. 15, 53-55.
76 Atanasio

Considera ancora una volta se una tale obiezione non


sia umana, mentre ciò che è stato fatto dal Salvatore
è veramente divino e degno della sua divinità per
molti motivi. In primo luogo, perché la m orte che
colpisce gli uomini capita loro per la debolezza della
loro natura, dal momento che, non potendo durare
a lungo, con il tempo si dissolvono. Per-questo li col­
piscono le malattie e, divenuti deboli, muoiono. Il Si­
gnore, invece, non è debole, ma la Potenza di Dio e
il Verbo di Dio e la Vita-in-sé. Perciò, se avesse ab­
bandonato il suo corpo in privato e in un letto alla
maniera degli uomini, si sarebbe pensato che anch'egli
avesse subito la morte per la debolezza della na­
tura umana e che non avesse alcuna superiorità sugli
altri uomini. Poiché era la Vita e il Verbo di Dio
e la sua morte doveva avvenire per tutti, da una par­
te, come Vita e Potenza, sosteneva in se stesso il
corpo, dall'altra, dovendo andare incontro alla morte,
si procurò non da se stesso ma da parte di altri l'oc­
casione per portare a compimento il suo sacrificio.
Non doveva essere ammalato il Signore che curava
le malattie degli altri né divenire esausto il corpo
che fortificava le debolezze degli altri. Perché, dun­
que, non impedì la morte e le malattie? Perché prese
il corpo appunto per questo e non era giusto evi­
tare la morte per non impedire la risurrezione. D'al­
tra parte non era conveniente che la morte fosse pre­
ceduta da una malattia, affinché non si pensasse che
fosse soggetto alla debolezza colui che era nel coipo.
Allora non ebbe fame? Certo, ebbe fame grazie alla
proprietà del suo corpo, ma non fu consumato dalla
fame in virtù del Signore che lo portava. Perciò
morì per il riscatto di tutti, ma « non vide la cor-
V. - La redenzione 77

razione » K. Quel corpo risuscitò intatto, perché non


apparteneva ad altri che alla stessa vita.

22. Ma — si potrebbe dire — , doveva sottr


all'insidia dei Giudei per conservare il suo corpo
pienamente immortale. Apprenda un tale obiettore che
anche questo non era degno del Signore. Come non
era conveniente che il Verbo di Dio, che è Vita, desse
da sé la morte al suo corpo, cosi non era neppure giu­
sto fuggire la morte data da altri: anzi, doveva piut­
tosto cercarla per distruggerla. Perciò aveva buone
ragioni per non deporre il suo corpo da sé e non
fuggire i Giudei che gli tendevano insidie. Un tale
atteggiamento non indicava la debolezza del Verbo,
ma piuttosto lo faceva conoscere come Salvatore e
vita, poiché attendeva la morte per distruggerla e si
affrettò a portare a compimento la morte che gli
veniva data per la salvezza di tutti. D’altronde il
Salvatore non venne a portare a compimento la sua
propria morte, ma la morte degli uomini. Perciò
non depose il suo corpo per ima morte sua propria,
cui non poteva essere soggetto essendo la vita, ma
a c c ^ tò la morte che gli imponevano gli uomini per
distruggerla completamente, quando si fosse avvici­
nata al suo corpo.
f Che ci sono "Buone ragioni per cui il corpo del
j Signore ha avuto questa fine lo si può vedere anche
\ dalle considerazioni seguenti. Al Signore stava a cuore
soprattutto la ’ ‘ ’ ’ , che stava per
operare. E ra i ulla morte mo­
strare a tutti la risurrezione e convincere tutti che

“ Atti, 2, 31; 13, 35; Sai. 15 (16), 10.


78 Atanasio
/ f e T 'i

per opera sua era cessata la corruzione e i corpi ave-


S Vano riconquistato la _ incorruttibilità: e per fetti,
come pegno e prova della futura risurrezione di tutti,
egli ha conservato incorruttibile il suo proprio corpo.
Dunque, se il suo coipo fosse stato ammalato e il
&[Verbo si fosse separato da lui allà_vista di lu tti) non
sarebbe stato conveniente che colui che ,aveva curato
le malattie degli altri permettesse che il suo strumento
fosse consumato dalle malattie. Come si sarebbe po­
tuto credere che aveva scacciato le infermità degli
altri, se in lui il suo proprio tempio era debole? Op­
pure sarebbe stato deriso come incapace di allonta­
nare le infermità ovvero, se lo poteva fare e non lo
faceva, lo si sarebbe giudicato senza benignità nei
confronti degli altri.

23. Se senza alcuna malattia e senza alcun dol


dopo aver nascosto il suo corpo privatamente e da
se stesso « in un angolo » 56 o in un luogo deserto o in
casa o dove che sia, fosse poi apparso all’improvviso
dicendo di essersi risvegliato dai morti, tutti avreb­
bero pensato che raccontasse favole e a maggior ra­
gione non gli avrebbero creduto quando parlava della
risurrezione, non essendoci nessuno che potesse atte­
stare la sua morte. La risurrezione deve essere pre­
ceduta dalla morte, perché non vi può essere risur­
rezione se prima non c'è la morte. Perciò, se la morte
del corpo fosse avvenuta di nascosto, se tale morte
fosse rimasta invisibile e senza testimoni, anche la
sua risurrezione sarebbe rimasta invisibile e senza
testimoni. Perché avrebbe dovuto far si che la morte

* Atti, 26, 26.


V. - La redenzione 79

avvenisse di nascosto se, una volta risuscitato, dove­


va proclamare la risurrezione? Perché avrebbe scac­
ciato i demoni alla vista di tutti e avrebbe dato la
vista al cieco nato e cambiata l'acqua in vino, affinché
essi credessero che era il Verbo di Dio, e non avrebbe
dimostrato alla vista di tutti che il suo essere mortale
era incorruttibile affinché si credesse che era la Vita?
Come avrebbero potuto i suoi discepoli predicare con
audacia la sua risurrezione, se non avessero potuto
dire che prima era morto? Oppure come avrebbero
potuto essere creduti quando dicevano che prima
c'era stata la morte e poi la risurrezione, se non
avessero trovato dei testimoni della sua morte tra
coloro davanti ai quali parlavano con tanto coraggio?
Se, nonostante che la morte e la risurrezione siano
avvenute alla vista di tutti, i farisei di allora non
vollero credere ma costrinsero a negare la risurre­
zione anche coloro che l’avevano vista; se tutto ciò fos­
se accaduto di nascosto, quanti pretesti non avrebbero
concepito per la loro incredulità? Come si sarebbe
dimostrata la fine della m orte e la vittoria su di essa,
se non l’avesse citata alla vista di tutti per provare
che era morta, essendo stata ormai resa vana dalla
incorruttibilità della risurrezione?

24. Ma con le nostre spiegazioni dobbiamo


spondere anche a ciò che altri potrebbero dire. Forse
si potrebbe muovere questa obiezione: Se la sua
morte doveva avvenire alla vista di tutti e alla pre­
senza di testimoni, perché si potesse credere al rac­
conto della risurrezione, avrebbe dovuto anche inven­
tare ima morte gloriosa per fuggire il disonore della
croce. Ma se avesse fatto questo, si sarebbe esposto al
80 Atanasio

sospetto di non essere potente contro ogni morte ma


solo contro quella da lui inventata, e non sarebbe
venuto meno il pretesto per non credere alla risur­
rezione. Cosi la morte colpi il suo corpo non per sua
propria iniziativa, ma in seguito ad un complotto,
affinché potesse distruggere proprio quella morte che
essi infliggevano al Salvatore. Come un abile lotta­
tore, che eccelle nella intelligenza e nella forza, non
si sceglie da sé gli avversari, perché non si sospetti
che sia vile di fronte ad alcuni, ma lascia la scelta in
potere degli spettatori, soprattutto se gli sono nemici,
affinché, abbattuto colui sul quale essi concordano,
lo si creda migliore di tutti; cosi la vita di tutti,
Cristo nostro Signore e Salvatore, non inventò da
sé una determinata morte per il suo corpo, per non
dar l’impressione che ne temesse un’altra, ma accet­
tò e sopportò sulla croce la morte che gli assegnavano
gli altri, soprattutto quella che gli infliggevano i ne­
mici pensando che fosse terribile, ignominiosa e in­
tollerabile, affinché, distrutta questa, si credesse che
egli è la vita e fosse annientato completamente il po­
tere della morte. E ' dunque accaduta ima cosa mirabile
e straordinaria: la morte ignominiosa che essi pen­
savano di infliggergli era il trofeo della sua vittoria
contro la stessa morte. Cosi non subì la morte di
Giovanni, a cui fu tagliata la testa57 né fu segato
come IsaiaM, per conservare sinché nella morte il
suo corpo indiviso e intatto e non dare alcun pretesto
a chi vuole dividere la Chiesa59.
57 cf. Me. 6, 14-29 e Mt. 14, 1-12.
58 La tradizione circa una simile morte di Isaia è attesta­
ta dallo scritto giudaico Ascensione di Isaia, e forse vi si
allude anche in Ebr. 11, 37.
59 L’integrità del corpo di Cristo nella morte (a lui non
furono spezzate le gambe come ai ladroni: cf. Gv. 19, 33) è
V. - La redenzione 81

25. Questo sia detto per gli estranei60 che amm


sano argomenti su argomenti. Ora se anche qualcuno
dei nostri, non per amore di contesa ma per desiderio
di apprendere61 domanda perché non subì un'altra
morte, ma quella della croce, apprenda anche costui
che appunto questo tipo di morte tornava a nostro
vantaggio e il Signore la subì non senza ragione per noi.
Infatti, se egli venne a portare la maledizione che era
caduta su di noi, come « avrebbe potuto divenire ma­
ledizione » se non avesse accettato la morte che
era caduta su di noi a causa della maledizione? Ora
questa è la morte di croce perché sta scritto: « Ma­
ledetto colui che è appeso sul legno » ®. Inoltre, se
la m orte del Signore è riscatto di tutti e con la sua
morte si abbatte « il muro della divisione » 64 e si rea­
lizza la vocazione delle genti, come avrebbe potuto
chiamarci, se non fosse stato crocifisso? Solo sulla
croce si muore con le braccia distese. Cosi era giusto
che il Signore subisse questa morte e distendesse le
braccia per attirare a sé con uno l’antico popolo e
con l'altro quanti provengono dalle genti, e riunire
gli uni e gli altri in se stesso. Lo ha detto egli
stesso indicando con quale morte avrebbe riscattato

vista come simbolo della integrità del corpo della Chiesa, che
è continuamente minacciata dagli eretici. Assai probabilmen­
te qui Atanasio allude agli ariani.
60 Gli estranei (lett.: quelli di fuori) sono i pagani; i no­
stri, di cui si parla subito dopo, sono i cristiani. Da qui si
ricava che lo scritto di Atanasio è rivolto sia ai pagani che
ai cristiani.
61 E ’ lecito al credente interrogarsi sui misteri della fede
purché sia guidato dal sincero desiderio di apprendere o,
come si dice più spesso, dalla pietà.
“ Gal. 3, 13.
« Deut. 21, 23.
M Ef. 2, 14.
82 Atanasio

tutti: « Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti


a me » “. E ancora, se il diavolo nemico della nostra
stirpe è caduto dal cielo e va errando nelle regioni
inferiori dell'aria e li esercita il suo potere sui demoni
che lo accompagnano, simili a lui nella disobbedien­
za, producendo fantasmi con il loro aiuto e cercando
di ostacolare coloro che vogliono salire, ... E l'apostolo
a questo proposito dice: « Secondo il principe dell'im­
pero dell'aria, che adesso opera tra i figli della di­
sobbedienza » 66. Ora il Signore è venuto per abbattere
il diavolo, purificare l'aria ed aprirci la strada che
conduce ai cieli, come disse l'apostolo, « attraverso
il velo, cioè la sua carne » 67. E questo doveva avvenire
mediante la morte. Ora tutto ciò con quale altro
tipo di morte sarebbe potuto accadere se non con
quella avvenuta nell'aria, cioè con la morte sulla
croce? Infatti, solo colui che spira sulla croce muore
neU'aria. Perciò giustamente il Signore subì questa
morte. Cosi, innalzato da terra, purificò l'aria da ogni
inganno del diavolo e dei demoni, dicendo: « Vedevo
cadere Satana come un fulmine » restaurò la via
che porta ai cieli aprendoci la strada, dicendo {incora:
« Alzate le vostre porte, o principi, e voi porte eter­
ne, alzatevi » 69. Non era il Verbo ad aver bisogno che
si aprissero le porte, egli che è signore di tutti; né
alcuna creatura era chiusa per il creatore. Ad avere
bisogno eravamo noi che egli portava in alto con il
suo proprio corpo. Infatti, come l'offri alla morte
per tutti, cosi per mezzo di esso ci apri la strada che
conduce ai cieli.
« Gv. 12, 32.
« Ef. 2, 2.
67 Ebr. 10, 20.
« Le. 10, 18.
» Sai. 23 (24), 7.
VI. LA RISURREZIONE DI CRISTO
E IL DONO DELL’INCORRUTTIBILITÀ’

26. Dunque la sua morte per noi sulla croc


stata conveniente ed opportuna. Il motivo di essa
si è rivelato ragionevole sotto tutti gli aspetti e pre­
senta argomenti validi, poiché la salvezza di tutti
non doveva avvenire altrimenti che mediante la cro­
ce. In effetti neppure cosi accettò di essere invisi­
bile sulla croce, ma in maniera insigne fece si che il
creato attéstasse la presenza del suo creatore: non
permise che il suo tempio, il corpo, aspettasse a lun­
go, ma dopo averlo mostrato morto per la congiun­
zione della morte con lui, subito il terzo giorno lo
fece risorgere, portando come trofeo e vittoria sulla
morte l'incorruttibilità e l’impassibilità acquisite nel
corpo. Avrebbe potuto risvegliare il suo corpo e
mostrarlo ancora vivo subito dopo la morte; ma an­
che questo il Salvatore non l'ha fatto per una giusta
previsione. Si sarebbe potuto dire che non era morto
affatto o che la m orte non l’aveva toccato assoluta­
mente, se avesse mostrato subito la sua risurrezione.
E forse se il momento della morte fosse stato identico
a quello della risurrezione, la gloria della risurrezione
non sarebbe stata evidente. Cosi per mostrare che il
corpo era morto, il Verbo lasciò passare un giorno
84 Atanasio

di intervallo e il terzo giorno lo mostrò a tutti incor­


ruttibile. Dunque fu per mostrare che il corpo era
morto che lo risuscitò al terzo giorno. Se avesse ri­
suscitato il suo corpo dopo un lungo intervallo, quan­
do era già completamente decomposto, non gli avreb­
bero creduto, come se portasse non il suo stesso
corpo ma quello di un altro. Infatti,, con il passare
del tempo si sarebbe potuto diffidare di ciò che appa­
riva e dimenticare ciò che era accaduto. Perciò non
aspettò più di tre giorni, senza far aspettare a lungo
quanti lo avevano sentito parlare della risurrezione.
Le sue parole risuonavano ancora nelle loro orecchie,
i loro occhi lo attendevano ancora, il loro ànimo era
sospese/ ed erano ancora vivi sulla terra, in quegli
stessi luoghi, coloro che l'avevano ucciso e potevano
attestare la morte del corpo del Signore, quando lo
stesso Figlio di Dio, dopo un intervallo di tre giorni,
mostrò immortale e incorruttibile il corpo che era
stato morto, mostrando a tutti che il corpo non era
morto per la debolezza della natura del Verbo che
vi abitava, ma perché in lui fosse annientata la morte
mediante la potenza del Salvatore.

27. Ecco una prova non piccola e una testi


nianza evidente che la morte è stata distrutta e che
la croce è stata una vittoria su di lei, per cui da
allora la morte non ha più alcun potere, ma è vera­
mente m orta: tutti i discepoli di Cristo la disprez­
zano, vanno contro di lei e non la temono più, ma con
il segno della croce e con la fede in Cristo la calpe­
stano come morta. Una volta, prima della divina ve­
nuta del Salvatore, tutti piangevano i morti come se
fossero perduti; mentre da quando il Salvatore ha
VI. - La risurrezione 85

risuscitato il suo corpo, la morte non fa più paura,


ma tutti quanti credono in Cristo la calpestano, come
se non fosse nulla, e preferiscono morire piuttosto
che rinnegare la fede in Cristo, perché veramente san­
no che morendo non periscono, ma continuano a vi­
vere e divengono incorruttibili mediante la risurrezio­
ne. Il solo ad essere rimasto veramente morto, ades­
so che « le pene della morte sono state eliminate » 70,
è il diavolo che prima assaliva perversamente median­
te la morte. Prova ne sia che gli uomini, prima di
credere in Cristo, vedono la morte come terribile e
la temono; mentre quando passano alla fede e all’in­
segnamento di lui disprezzano talmente la morte che
le si muovono incontro coraggiosamente, divenendo
testimoni della risurrezione operata dal Salvatore con­
tro di lei. Uomini e donne, ancor giovani di età,
hanno fretta di morire e si esercitano a combatterla
praticando l’ascesi. La morte è diventata cosi debole
che anche le donne, che prima erano state inganna­
te da lei, adesso si prendono gioco di lei consideran­
dola morta e debilitata. Come quando un tiranno è
stato vinto e incatenato mani e piedi da un re legitti­
mo, tutti i passanti lo canzonano, lo percuotono e lo
dileggiano, perché ormai, grazie al re che lo ha vinto,
non temono più la sua rabbia e la sua crudeltà; cosi
da quando sulla croce la morte è stata vinta, condan­
nata al disonore e incatenata mani e piedi dal Sal­
vatore, tutti i cristiani, passando sopra di lei, la
calpestano e rendendo testimonianza a Cristo deri­
dono la morte beffeggiandola e ripetendo quanto è
stato scritto in un altro passo contro di lei: « Dov'è,

™ Atti, 2, 24.
86 Atanasio

o morte, la tua vittoria; dov'è, o inferno, il tuo pun­


giglione? » 7I.

28. Tutto questo è forse una prova insignific


della debolezza della morte? E ' ima prova insigni­
ficante della vittoria riportata dal Salvatore su di lei,
quando fanciulli e giovani ragazze cristiane disprez­
zano la vita presente e si preparano a morire? Per
natura l'uomo teme la morte e la decomposizione del
corpo; ma la cosa più sorprendente è che dopo essersi
rivestito della fede nella croce, disprezza anche i moti
della natura e non teme la morte a causa di Cristo.
Il fuoco possiede per natura la proprietà di bruciare;
ma si dice che esistono degli oggetti che non temono
la bruciatura, ma ne mostrano piuttosto la debolezza,
come si dice dell’amianto degli Indi. Ammettiamo che
uno non ci creda e voglia fare la prova: basta che si
rivesta del materiale non infiammabile e si accosti al
fuoco per convincersi della debolezza del fuoco. Ana­
logamente chi volesse vedere il tiranno incatenato
deve andare nel territorio e nel regno di colui che
l'ha vinto per vedere privo della sua forza colui che
prima faceva paura agli altri. Allo stesso modo se
uno rim a n e, incredulo anche dopo prove cosi grandi,
dopo che tanti sono diventati martiri in Cristo, dopo
che la morte viene derisa ogni giorno da coloro che
si distinguono in Cristo; se rimane ancora in dubbio
circa la distruzione e la fine della morte, fa bene a
porsi delle domande su un argomento cosi impor­
tante, ma non sia duro fino aH’incredulità né impu­
dente di fronte a fatti cosi evidenti. Ma come chi
prende l’amianto riconosce che non può essere in­

71 1 Cor. 15, 55.


VI. - La risurrezione 87

taccato dal fuoco e chi vuol vedere il tiranno inca­


tenato va nel regno di colui che l'ha vinto, cosi chi
non crede alla vittoria sulla morte, accetti la fede
di Cristo e si metta alla sua scuola: vedrà allora la
debolezza della morte e la vittoria su di lei. Molti che
prima non credevano e ci deridevano, poi, divenuti
credenti, disprezzarono talmente la morte che di­
vennero martiri di Cristo.

29. Se si calpesta la morte con il segno della


ce e la fede in Cristo, è chiaro al giudizio della verità
che non può essere altro che Cristo stesso colui che
ha riportato questi trofei e queste vittorie contro la
morte riducendola all'impotenza. Se prima la morte
era potente e per questo era terribile, mentre ora,
dopo la venuta del Salvatore e la m orte e risurre­
zione del suo corpo, è disprezzata, è chiaro che la
morte fu ridotta all'impotenza e vinta da colui che
sali sulla croce. Se dopo la notte viene il sole e
illumina tutta la superficie della terra, senza alcun
dubbio il sole che dispiega dappertutto la sua luce
è quello stesso che scaccia le tenebre e illumina tutte
le cose. Analogamente se la morte è calpestata e di­
sprezzata da quando è avvenuta la salutare manife­
stazione del Salvatore nel corpo, evidentemente è
stato lo stesso Salvatore apparso nel corpo a ridurre
aH'impotenza la morte e a riportare ogni giorno tro­
fei su di lei nei suoi discepoli. Quando si vedono uo­
mini deboli per natura che si slanciano contro la
morte, senza spaventarsi di fronte alla distruzione
che essa provoca e senza temere la discesa nell'inferno,
ma che anzi invocano la morte con animo ardente e,
senza spaventarsi di fronte alle torture, preferisco-
88 Atanasio

no a causa di Cristo lo slancio che li spinge alla morte


piuttosto che la vita presente; oppure se si vedono
uomini e donne e ragazzi giovani che corrono e si
slanciano verso la morte per devozione a Cristo, chi
è cosi ingenuo o incredulo o cosi cieco neH’animo
da non vedere e capire che Cristo stesso, al quale gli
uomini rendono testimonianza, offre-e dà a ciascuno
la vittoria sulla morte, riducendola all'impotenza in
ciascuno di quanti hanno la fede in lui e portano il
segno della croce? Chi vede calpestare un serpente,
soprattutto se conosce la sua precedente ferocia, non
dubita che sia morto e ridotto alla più completa im­
potenza, a meno che abbia la mente stravolta e i suoi
sensi corporei non siano sani. Chi vedendo dei fan­
ciulli scherzare con un leone72, ignora che quel leone
è morto o ha perso tutta la sua forza? Come si può
constatare con i propri occhi che tutto questo è vero,
cosi essendo la morte derisa e disprezzata da quanti
credono in Cristo, nessuno più dubiti né si rifiuti di
credere che la morte è stata ridotta all'impotenza da
Cristo e che la sua forza di distruzione è stata dissolta
ed è finita.

i·/ ji e
I \3Q ì Quanto si è detto sopra è una prova non pic-
fjcola che la morte è stata ridotta all'impotenza e che
il la croce del Signore è un trofeo contro di lei. Per
quanto poi riguarda la risurrezione del corpo ormai
immortale, operata da Cristo, il comune salvatore di
tutti e la vera vita, per chi conserva sano l'occhio del­
l'intelligenza la dimostrazione a partire da quel che

72 Atanasio presenta qui come simbolo della morte il leo­


ne e il serpente, che in genere sono presentati come simbolo
del demonio e del male. La simbologia risale a Sai. 90 (91), 13.
VI. - La risurrezione 89

si vede risulta più chiara dei ragionamenti. Se, come


ha dimostrato il nostro ragionamento, la morte è
stata ridotta all’impotenza e grazie al Signore tutti
la calpestano, molto più la calpestò e la ridusse all'im­
potenza egli per primo nel suo proprio corpo. Una
volta uccisa la morte, che cos’altro doveva fare se
non risuscitare il suo corpo e mostrarlo come trofeo
contro di lei? Come si sarebbe potuto vedere la di­
sfatta della morte, se il corpo del Signore non fosse
risuscitato? Se poi qualcuno non ritiene sufficiente
quésta dimostrazione a proposito della risurrezione,
creda a quel che ho detto in base a ciò che accade
davanti ai suoi occhi. Se una volta morti non si è più
capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto
giunge fino alla tomba e poi cessa — solo i vivi, in­
fatti, agiscono ed operano nei confronti degli altri
uomini — , veda chi vuole e giudichi confessando la
verità in base a ciò che si vede. Se il Salvatore com­
pie opere cosi grandi tra gli uomini, se ogni giorno
ed in ogni angolo della terra persuade invisibilmente
una cosi grande moltitudine, proveniente dai Greci e
dai barbari, a passare alla fede in lui e ad obbedire,
tutti, al suo insegnamento, si potrà ancora dubitare
che il Salvatore ha operato la risurrezione e che Cri­
sto vive o piuttosto è egli stesso la vita? Può forse
un morto commuovere l'animo degli uomini cosi che
rinneghino i costumi patrii e adorino l’insegnamento
di Cristo? Oppure, se non agisce, perché questo è il
comportamento proprio dei morti, come può far ces­
sare l’attività di quelli che sono attivi e vivi, cosi
che l’adultero non commetta più adulterio, l’omicida
non uccida più, l’ingiusto non sia più avido e l’empio
diventi pio? Se non è risuscitato ma è ancora morto,
come può scacciare, perseguitare ed abbattere i falsi
90 Atanasio

dèi, che secondo gli infedeli vivono, e i demoni che


essi adorano? Quando si nomina Cristo e la fede in
lui, si elimina ogni idolatria e si respinge ogni in­
ganno dei demoni, perché nessuno dei demoni può
sopportare neanche il suo nome, ma al semplice sen­
tirlo si danno alla fuga. Ora questo non può essere
opera di un morto, ma di un vivo e„ soprattutto di
Dio. D'altronde sarebbe ridicolo affermare che sono
vivi i demoni da lui perseguitati e gli idoli da lui
distrutti e dire che è morto colui che li scaccia senza
neppur farsi vedere e del quale tutti riconoscono che
è il Figlio di Dio.

31. Quanti si rifiutano di credere nella risurrez


presentano una grave obiezione contro sé stessi, se
tutti i demoni e gli dèi da loro adorati non persegui­
tano Cristo, di cui essi dicono che è morto, ma piut­
tosto Cristo dimostra che tutti loro sono morti. Se
è vero che chi è morto non fa nulla mentre il Salvatore
compie ogni giorno opere cosi grandi: attira alla pietà,
persuade alla virtù, istruisce sull'immortalità, eleva al
desiderio delle cose celesti, rivela la conoscenza del
Padre, infonde nell'uomo la potenza contro la morte,
si rivela a ciascuno e distrugge l'empietà degli idoli;
se gli dèi e i demoni adorati dagli infedeli, non sono
in grado di compiere alcuna di queste opere, ma alla
venuta di Cristo divengono come morti riducendosi
ad un'apparenza vuota e vana, mentre con il segno
della croce cessa ogni magia, ogni incantesimo si ri­
duce a niente, tutti gli idoli rimangono soli ed abban­
donati, cessa ogni piacere irrazionale ed ognuno leva
lo sguardo dalla terra al cielo, chi si deve dire che è
morto? Cristo che compie opere cosi grandi? Ma agire
VI. - La risurrezione 91

non è la proprietà caratteristica di chi è morto! O non


si deve dire piuttosto che è morto colui che non fa
assolutamente nulla, ma giace senza vita, proprietà
questa dei demoni e degli idoli che sono come morti?
Il Figlio di Dio, « che è vivo ed operante » 73, agisce
ogni giorno ed opera la salvezza di tutti; la morte,
invece, perso il suo vigore, è sotto accusa ogni giorno
e gli idoli e i demoni diventano sempre più privi di
vita, cosi che nessuno può più dubitare della risurre­
zione del suo corpo.
Chi non crede nella risurrezione del corpo del Si­
gnore assomiglia a chi non conosce la potenza di
colui che è Verbo e Sapienza di Dio. Se ha preso vera­
mente per sé un corpo e se l’è appropriato secondo
un ordine ragionevole, come ha dimostrato il nostro
ragionamento, che cosa ne doveva fare il Signore?
Quale avrebbe dovuto essere la fine di quel corpo,
una volta che il Verbo era entrato in esso? Non poteva
non morire perché era mortale e doveva essere offerto
alla morte per tutti. E ra questo il motivo per cui se
l'era procurato; d'altra parte non poteva rimanere
nella morte essendo divenuto il tempio della vita. Per­
ciò mori in quanto mortale, ma risuscitò grazie alla
vita che era in lui; e le opere attestano la sua risurre­
zione.

32. Se ci si rifiuta di credere che è risuscit


perché non si vede, è tempo ormai che gli increduli
rinneghino anche ciò che è secondo natura. Come è
stato detto sopra, è proprio di Dio non essere visto
ma essere conosciuto a* partire dalle sue opere. Dun-

« Eb r. 4, 12.
92 Atanasio

que, se non ci sono le opere, è giusto che non credano


a ciò che non si vede; ma se le opere gridano e lo
rivelano chiaramente, perché negano deliberatamente
la vita della risurrezione, che è cosi evidente? Anche se
sono divenuti ciechi nell'animo, possono vedere almeno
con i sensi esteriori l'incontestabile potenza e divi­
nità di Cristo74. Un cieco, se non vede-il sole ma sente
il calore che emana da lui, sa che c e il sole sulla
terra. Cosi i nostri avversari, anche se non credono
ancora perché sono ancora ciechi di fronte alla verità,
conoscendo la potenza di altri che già credono, non
rinneghino la divinità di Cristo e la risurrezione da
lui operata. Evidentemente se Cristo fosse ancora
nella morte, non avrebbe potuto scacciare i demoni e
depredare gli idoli, perché i demoni non avrebbero
obbedito ad un morto. Ora se essi sono chiaramente
scacciati dal suo nome, è evidente che egli non è mor­
to, soprattutto perché i demoni, i quali vedono anche
ciò che gli uomini non vedono, avrebbero potuto
conoscere se Cristo è morto e non obbedirgli affatto.
Ora i demoni vedono ciò che gli empi non credono:
vedono che è Dio, e per questo fuggono e cadono ai
suoi piedi dicendo quello che gridavano quando era
nel corpo: «N oi sappiamo chi sei tu; tu sei il santo
di Dio ». E ancora: « Basta! Che abbiamo a che
fare con te, Figlio di Dio? Ti prego, non tormentar­
mi » 75. Se dunque lo confessano i demoni e lo atte­
stano ogni giorno le opere, dovrebbe essere evidente
— e nessuno sia sfacciatamente ostinato di fronte
alla verità — , che il Salvatore risuscitò il suo corpo

74 Cf. Rom. 1, 20.


" Cf. Le. 4, 34; Mt. 8, 28; Me. 5, 7.
VI. - La risurrezione 93

ed è vero Figlio di Dio, perché deriva appunto dal


Padre come suo proprio Verbo e Sapienza e Potenza,
il quale negli ultimi tempi prese un corpo per la
salvezza di tutti, insegnò a tutta la terra la conoscen­
za del Padre, ridusse all’impotenza la morte e donò
a tutti l'incorruttibilità con la promessa della risur­
rezione, risuscitando come primizia7* il suo proprio
corpo e mostrandolo come trofeo sulla morte e sulla
corruzione portata dalla morte con il segno della croce.
VII. CONTRO I GIUDEI

Γ \, 33, Stando cosi le cose ed essendo evidente la


•\ X

prova della risurrezione del corpo e della vittoria


sulla morte riportata dal Salvatore, ebbene, confu­
tiamo l'incredulità dei Giudei e la derisione dei Gre­
ci. Per questo forse i Giudei non credono e i Greci
ci deridono, facendo leva su quello che la croce e
l’incarnazione del Dio Verbo presentano di sconve­
niente; ma il nostro discorso non tarderà ad opporsi
agli uni e agli altri, soprattutto perché può produrre
contro di loro prove evidenti.
I Giudei increduli trovano la loro confutazione
nelle Scritture che anch'essi leggono. Dal principio
alla fine ogni libro davvero divinamente ispirato pro­
clama queste verità, come indicano chiaramente le
parole stesse. Tanto tempo fa i profeti preannunciaro­
no il miracolo della Vergine e la nascita del Messia
da lei dicendo: « Ecco, la Vergine concepirà e parto­
rirà un figlio, e lo chiameranno con il nome di Ema­
nuele, che tradotto significa: Dio è con noi » 77. Mosè,
che è veramente grande e che essi considerano veri­
tiero, considerando molto importante quello che do­

77 Is. 7, 14; Mt. 1, 23.


96 Atanasio

veva dire dell'incarnazione del Salvatore, dopo averlo


conosciuto lo mise per iscritto in questi termini:
« Una stella spunterà da Giacobbe e un uomo da Israe­
le, e spezzerà i capi di Moab » 7β. E ancora: « Come
sono belle le tue dimore, o Giacobbe, e le tue tende,
o Israele: sono come valli ombrose e come giardini
lungo i fiumi, come tende che ha piantato il Signo­
re e come cedri lungo i corsi d’acqua. Uscirà un uomo
dal suo seme e dominerà su molti popoli » 79. E anco­
ra Isaia: « Prima che il bambino impari a chiamare
il padre e la madre, prenderà la potenza di Damasco
e le spoglie di Samaria saranno portate davanti al
re degli Assiri » ®°. Costoro dunque preannunciano che
apparirà un uomo. Che colui che viene è il Signore
di tutti lo predicono ancora con queste parole: « Ecco:
il Signore sta su una nube leggera e giungerà in
Egitto e crolleranno gli idoli dell’Egitto » 81. E da li il
Padre lo chiama indietro dicendo: « Dall’Egitto ho
chiamato il mio figlio » w.

34. Neanche la sua morte è stata passata sotto


silenzio, ma è indicata molto chiaramente nelle divine
Scritture. I profeti non ebbero paura ad indicare la
causa della sua morte — che subì non per se stesso
ma per l’immortalità e la salvezza di tutti — , il com­
plotto dei Giudei e la violenza che usarono nei suoi
confronti, affinché nessuno, quando fosse accaduto
tutto ciò, rimanesse incredulo e vi trovasse motivo
di smarrimento. Dicono dunque: « Un uomo che è nel­

™ Num. 24, 17.


« Num. 24, 5-7.
» Is. 8, 4.
« Is. 19, 1.
82 Os. 11, 1; Mt. 2, 15.
VII. - Contro i Giudei 97

l'afflizione e sa sopportare il dolore, poiché la sua


faccia è stata m altrattata. Fu disprezzato e non fu
considerato affatto. Egli porta i nostri peccati e sof­
fre per noi e noi lo giudicavamo punito, percosso e
umiliato. Invece egli fu ferito per i nostri peccati
ed è nell'affiizione per le nostre trasgressioni: su di
lui si è abbattuto il castigo che ci procura la pace,
per le sue piaghe siamo stati guariti » ®. Ammira la
benignità del Verbo che per noi si sottopone all'ol­
traggio, affinché noi siamo onorati. « Tutti — dice —
eravamo sperduti come pecore; l’uomo andava er­
rando nella sua strada e il Signore lo consegnò ai
nostri peccati. Egli, trovandosi nell'umiliazione, non
apre la bocca; fu condotto al macello come una
pecora e come un agnello rimane senza voce di fronte
a chi lo tosa, cosi egli non apre la sua bocca. Nella
sua umiltà la sua causa non fu presa in considera­
zione » M. Poi, affinché nessuno, facendo leva sulla pas­
sione, lo considerasse un uomo comune, la Scrit­
tura previene le supposizioni degli uomini descriven­
doci la sua potenza sovrumana e la diversità della
sua natura rispetto a noi con queste parole: « Chi
può indicare la sua origine? La sua vita si eleva lon­
tano dalla terra. Fu condotto alla morte per le tra­
sgressioni del popolo. Io darò i cattivi per la sua
sepoltura e i ricchi per la sua morte, perché non
commise alcuna trasgressione e non fu trovato alcun
inganno nella sua bocca. E il Signore lo vuol salvare
da ogni trafittura » ®. 1

» Is. 53, 3-5.


“ Is. 53, 6-8; Atti, 8, 32-33.
“ Is. 53, 8-10.
98 Atanasio

35i Ma forse, udita la profezia della morte, desi­


deri apprendere anche quanto è stato indicato a
proposito della croce. Neppure questo quegli uomini
santi hanno passato sotto silenzio, ma lo hanno indi­
cato molto chiaramente. Per primo Mosè lo prean­
nuncia a gran voce con queste parole: « Vedrete la
vostra vita sospesa davanti ai vostri occhi e non cre­
derete » *®. I profeti seguenti ne danno ancora testi­
monianza dicendo: « Io ero come un agnello inno­
cente che viene portato al sacrificio, e non lo sapevo.
Essi avevano tramato il male contro di me dicendo:
Venite, mettiamo un legno nel suo pane e strappia­
molo via dalla terra dei viventi » w. E ancora: « Han­
no scavato le mie mani e i miei piedi ed hanno
contato tutte le mie ossa. Si sono divise tra loro le
mie vesti e sul mio vestito hanno gettato la sorte » M.
Una morte avvenuta in alto nell'aria e su un legno
non può essere altro che la croce, e d’altra parte in
nessun'altra morte si scavano le mani e i piedi tran­
ne che sulla sola croce. Inoltre, poiché con la venuta
del Salvatore tutti i popoli hanno cominciato a cono­
scere Dio, neppure questo hanno lasciato senza indi­
carlo, ma anche questo è menzionato nelle sante let­
tere. « Egli sarà — dice — la radice di lesse e colui
che si leva a reggere i popoli, e in lui i popoli por­
ranno la loro speranza » w.
Ecco alcuni passi per dimostrare questi fatti; ma
tutta la Scrittura è piena di testi che confutano l’in­
credulità dei Giudei. Chi mai tra tutti i giusti e santi
profeti e patriarchi ricordati nelle divine Scritture

86 Deut. 28, 66.


87 Ger. 11, 19.
88 Sai. 21 (22), 17-19; Gv. 19, 24.
89 Is. 11, 10; Rom. 15, 12.
VII. - Contro i Giudei 99

ebbe un corpo nato da una vergine sola? Quale don­


na ha mai potuto dare la vita da sola ad un essere
umano, senza il concorso dell'uomo? Abele non nac­
que da Adamo, Enoch da Iared, Noè da Lamech, Abra­
mo da Tarra, Isacco da Abramo e Giacobbe da Isacco?
Giuda non nacque da Giacobbe, e Mosè ed Aronne
non nacquero da Ameran? Samuele non nacque da
Elcana, David da lesse, Salomone da David, Ezechia
da Acaz, Giosia da Amos, Isaia da Amos, Geremia da
Chelcia, Ezechiele da Bouzi? Ciascuno di loro non
ebbe un padre come autore della sua vita? Chi dun­
que è nato da una vergine sola? Per questo il profeta
si è tanto premurato di indicarlo. Di chi una stella
apparsa nei cieli ha preceduto la nascita e appena
nato lo ha indicato al mondo? Mosè appena nato fu
nascosto dai suoi genitori; David non era noto nep­
pure ai suoi vicini giacché non lo conosceva neppure
il grande Samuele, il quale domandò se lesse aveva
ancora un figlio; Abramo acquistò notorietà presso
i vicini solo dopo essere diventato un uomo grande.
Invece della nascita di Cristo non fu testimone un
uomo, ma una stella apparsa nel cielo, da dove appun­
to egli scendeva.

36. Quale re, tra tutti quelli che sono esistiti,


venne re e riportò trofei sui nemici « prima di poter
chiamare il padre o la madre » w? David non comin­
ciò a regnare a trent’anni e Salomone non cominciò a
regnare quand'era un giovane? Ioas non giunse al regno
all'età di sette anni91? E Giosia, che era ancora più
giovane, non prese il potere quando aveva circa set-

» Is. 8, 4.
« Cf. 2 Re, 12, 1.
100 Atanasio

te anni92? Ma essi, pur essendo di tale età, potevano


chiamare il padre o la madre. Chi è dunque colui che
quasi prima della nascita regna e depreda i nemici?
C’è mai stato in Giuda e in Israele un re tale che in
lui tutti i popoli abbiano posto la loro speranza e
trovato la pace? Lo dicano i Giudei dopo avere inda­
gato. Non è vero piuttosto che i popoli si opponevano
loro da ogni parte? Finché durava Gerusalemme, era­
no sempre in guerra senza tregua e tutti combatteva­
no contro Israele: gli Assiri li opprimevano, gli Egi­
ziani li perseguitavano, i Babilonesi li attaccavano e,
cosa sorprendente, li combattevano anche i Siri, loro
vicini. David non faceva la guerra contro quelli di
Moab e non abbatteva i Siri? Giosia non stava in
guardia di fronte ai vicini? Ezechia non temeva l’arro­
ganza di Sennacherib, Amalech non marciava contro
Mosè? Gli Amorrei non si opponevano a Gesù figlio
di Nave e gli abitanti di Gerico non gli si schieravano
contro? Tra i popoli ed Israele non c'era assolutamen­
te alcun patto di amicizia. E ’ giusto, perciò, vedere
chi è colui nel quale i popoli pongono la loro speran­
za. Qualcuno dev’essere dal momento che il profeta
non può mentire. Quale dei santi profeti o degli anti­
chi patriarchi mori sulla croce per la salvezza di tut­
ti? Chi fu ferito o elevato da terra per la salute di
tutti? Quale dei giusti o dei re scese in Egitto e con
la sua discesa ha fatto scomparire gli idoli degli
Egizi? Vi scese bensì Àbramo, ma l'idolatria continua­
va a dominare su tutti; vi nacque Mosè, ma il culto
dei fuorviati non diminuiva affatto.

® Cf. 2 Re, 22, 1.


VII. - Contro i Giudei 101

37. A chi tra tutti quelli che sono ricordati n


Scrittura furono scavate le mani e i piedi? Chi fu
appeso sul legno e fini la sua vita sulla croce per la
salvezza di tutti? Abramo mori spirando su un letto;
Isacco e Giacobbe morirono anch’essi dopo aver diste­
so i piedi su un letto. Mosè ed Aronne finirono la vita
sul monte; David mori nella sua casa senza essere
vittima di un complotto dei popoli. Se fu ricercato
da Saul, rimase tuttavia indenne. Isaia fu segato ma
non fu appeso su un legno; Geremia fu maltrattato
ma non mori in seguito ad una condanna; Ezechiele
pati, non però per il popolo, ma perché preannuncia­
va quello che sarebbe accaduto al popolo. Inoltre,
tutti questi, anche se pativano, erano uomini come
tutti gli altri secondo la somiglianza della natura;
invece colui di cui le Scritture annunciano che patisce
per tutti non è semplicemente uomo, ma è detto vita
di tutti, sebbene sia per natura simile agli uomini.
« Vedrete — dice — la vostra vita appesa davanti agli
occhi vostri » 93. E ancora: « Chi può indicare la sua
origine? » *. Di tutti i santi si può apprendere l'ori­
gine ed indicare chi è ciascuno di essi e da chi è
nato; ma a proposito di colui che è la vita le divine
parole dichiarano che la sua origine è ineffabile.
Chi è dunque colui del quale le divine Scritture
parlano cosi? Chi è cosi grande che i profeti prean­
nunciano di lui caratteristiche cosi grandi? Nelle
Scritture non si trova nessun altro aH’infuori del
comune Salvatore di tutti, il Dio Verbo, che è il Signo­
re nostro Gesù Cristo. Egli è colui che usci dalla Ver­
gine, apparve come uomo sulla terra e la cui origine

93 Deut. 28, 66.


» Is. 53, 8.
102 Atanasio

secondo la carne è ineffabile. Nessuno infatti può indi­


care il padre suo secondo la carne perché il suo corpo
non deriva da un uomo ma dalla Vergine soltanto.
Come, seguendo le genealogie, si possono indicare gli
antenati di David, di Mosè e di tutti i patriarchi, cosi
nessuno può dimostrare che il Salvatore ha avuto
origine da un uomo secondo la carne. Egli ha fatto
si che la stella segnalasse la nascita del suo corpo,
perché il Verbo che discende dal cielo doveva pre­
sentare un segno proveniente dal cielo e l’arrivo del
re del creato doveva essere conosciuto chiaramente
da tutta la terra. Certo nacque in Giudea, ma i Per­
siani vennero ad adorarlo. Egli già prima della sua
manifestazione corporea aveva riportato la vittoria
sui demoni suoi avversari e trofei contro l’idolatria.
Perciò tutti i pagani provenienti da ogni luogo, rinne­
gando le consuetudini patrie e l’empio culto degli ido­
li, pongono in Cristo la loro speranza e si consacrano
a lui, come si può vedere con i propri occhi. L ’empie­
tà degli Egizi è cessata solo quando il Signore dell’uni­
verso, come trasportato su una nube, scese li con il
suo corpo e ridusse all’impotenza il vano culto degli
idoli, riconducendo tutti a sé e attraverso di sé al
Padre. Egli fu crocifisso, come attestano il sole, il
creato e coloro stessi che lo condussero alla morte.
Con la sua morte è avvenuta la salvezza per tutti e
tutta la creazione è stata riscattata. Egli è la vita di
tutti e come una pecora offri alla morte il suo corpo
come vittima per la salvezza di tutti, anche se i Giu­
dei non credono.

38. Se a loro giudizio queste prove non sono s


cienti, si lascino almeno persuadere da altri passi che
VII. - Contro i Giudei 103

anch'essi hanno a disposizione. Infatti, di chi i profeti


dicono: « Divenni manifesto a chi non mi cercava e
mi feci trovare da chi non mi interrogava; dissi: E c­
comi, a gente che non invocava il mio nome; tesi le
mani ad un popolo disobbediente e ribelle? » 9S. Chi
è dunque colui che divenne manifesto? Vorrei che lo
si domandasse ai Giudei. Se è il profeta, dicano quan­
do era nascosto per potersi poi rivelare. Inoltre, che
profeta è mai questo che si rivelò dopo essere stato
invisibile e poi distese le braccia sulla croce? Certa­
mente nessuno dei giusti, ma solo il Verbo di Dio che
è incorporeo per natura, si rivelò nel corpo per noi
e pati per noi. Se neanche questa testimonianza è
sufficiente, arrossiscano almeno di fronte ad altre, ve­
dendo una confutazione cosi chiara. Dice, infatti, la
Scrittura: « Irrobustitevi, o mani fiacche e ginocchia
vacillanti; consolatevi, o cuori pusillanimi; coraggio,
non temete. Ecco, il nostro Dio renderà giustizia,
verrà lui stesso e ci salverà: allora si apriranno gli
occhi ai ciechi e le orecchie dei sordi udranno; allora
lo zoppo salterà come un cervo e la lingua dei muti
si scioglierà » 96. Che cosa possono dire di questo?
Come osano opporsi a questo? La profezia dichiara
che Dio viene e fa conoscere i segni e il tempo della
sua venuta: affermano che con il sopraggiungere della
sua divina venuta i ciechi vedono, gli zoppi cammina­
no, i sordi odono e la lingua dei muti si scioglie. Ci
dicano quando sono avvenuti questi segni in Israele
o dove è accaduto qualcosa di tale in Giuda. Fu ben­
sì guarito il lebbroso Neman, ma né un sordo udì né
uno zoppo camminò. Elia ed Eliseo risuscitarono un

« Is. 65, 1-2; Rom. 10, 20-21.


* Is. 35, 3-6; Ebr. 12, 12.
104 Atanasio

morto, ma nessun cieco dalla nascita acquistò la vista.


E ' veramente un grande prodigio risuscitare un mor­
to, ma non cosi grande come il miracolo compiuto dal
Salvatore. Del resto, se la Scrittura non ha passato
sotto silenzio il fatto del lebbroso e. il figlio morto
della vedova, certamente se uno zoppo avesse comin­
ciato a camminare e un cieco avesse ricuperato la
vista, la parola non avrebbe mancato di far conoscere
anche questo. Perciò dal momento che di questo nelle
Scritture non si parla, evidentemente prima questi
prodigi non sono avvenuti. Perciò quando sono avve­
nuti, se non allorché il Verbo stesso di Dio è venuto
nel corpo? E quando è venuto se non allorché gli
storpi si misero a camminare, ai muti si sciolse la
lingua, i sordi udirono e i ciechi dalla nascita acqui­
starono la vista? Perciò anche i Giudei contempora­
nei che vedevano tutto questo, convinti di non aver
mai sentito dire che questo era accaduto in altro
tempo, dicevano: « Da che mondo è mondo non si
è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a
un cieco nato. E se questi non fosse da Dio, non
avrebbe mai potuto far nulla » 97.

39. Ma forse anch’essi, non potendo combat


contro fatti evidenti, non rinnegheranno ciò che è
stato scritto, ma affermeranno con vigore che. atten­
dono questi prodigi e che Dio non è ancora venuto.
Diffondendo dappertutto ciarle di questo genere, non
si vergognano di essere cosi impudenti di fronte a
fatti evidenti. Eppure a confutarli su questo argomen­
to non saremo noi i primi, ma il sapientissimo Danie­

» Gv. 9, 32-33.
VII. - Contro i Giudei 105

le, il quale annuncia il tempo presente e la divina


venuta del Salvatore dicendo: « Settanta settimane fu­
rono fissate per il suo popolo e per la città santa: per
mettere fine al peccato, per mettere i sigilli ai pec­
cati, cancellare le iniquità, espiare le iniquità, ricon­
durre la giustizia eterna, suggellare la visione e il
profeta ed ungere il Santo dei santi. Da quando è
uscita la parola tu saprai e comprenderai per rispon­
dere ed edificare Gerusalemme, finché l'Unto sia il
principe » 98. Forse negli altri passi possono trovare
pretesti e riferire al futuro quanto è stato scritto. Ma
di fronte a queste parole che cosa possono dire,
come possono resistere? Qui si indica l’Unto e colui
che viene unto non viene preannunciato semplicemen­
te come uomo, ma come Santo dei santi, Gerusalem­
me esiste fino alla sua venuta e quindi cessano in
Israele il profeta e la visione. Furono unti nel passa­
to David, Salomone ed Ezechia, ma Gerusalemme
e il luogo santo esistevano ancora e i profeti conti­
nuavano a profetare: Gad, Asaph e Natan e dopo di
loro Isaia, Osea, Amos e gli altri. Inoltre gli stessi
unti furono chiamati uomini santi e non santi dei
santi. Se poi presentano come argomento la cattività,
affermando che a causa di essa Gerusalemme non esi­
steva più, che cosa possono dire dei profeti? Quando
nel passato il popolo scese a Babilonia, c'erano li Da­
niele e Geremia, e profetavano Ezechiele, Aggeo e
Zaccaria.

40. Dunque i Giudei raccontano favole e pa


no oltre il tempo presente. Quando cessarono il pro­
feta o la visione in Israele, se non ora che è venuto

98 Dan. 9, 24-25.
106 Atanasio

Cristo, il santo dei santi? Segno e grande prova della


venuta del Verbo è che Gerusalemme non esiste più,
che non è più sorto un profeta e non si rivela più
loro una visione. Ed è molto giusto che sia cosi.
Infatti, quando venne colui che era stato annunciato,
che bisogno c ’era ancora di annunciatori? Essendo
ormai presente la verità, che bisogno c'era ancora
dell'ombra? Per questo profetarono finché giunse la
Giustizia-in-sé e colui che riscattava i peccati di tutti.
Per questo Gerusalemme esisteva cosi a lungo, affin­
ché li meditassero in anticipo le figure della verità.
Quindi, una volta venuto il santo dei santi, giusta­
mente fu messo il sigillo alla visione e alla profezia
ed è cessato il regno di Gerusalemme. Presso di loro
furono unti i re fino al momento in cui fu unto il
Santo dei santi. E Mosè profetizza che il regno dei
Giudei esisterà fino a lui dicendo: « Il capo non sarà
allontanato da Giuda né il principe dai suoi lombi,
finché giunga ciò che è riservato per lui; ed egli è
l’attesa delle genti » ". Perciò il Salvatore stesso pro­
clamava: « La legge e i profeti hanno profetato fino
a Giovanni » 10°. Dunque, se ora c’è tra i Giudei un re
o un profeta o una visione, essi hanno ragione di
negare che Cristo è venuto; se invece non c ’è più né
re né visione, ma è stato messo il sigillo ad ogni pro­
fezia e la città e il tempio sono stati distrutti, per­
ché sono cosi empi e trasgressori da non vedere ciò
che è accaduto e negare che Cristo ha fatto tutto
questo? Perché, vedendo che i Gentili abbandonano
gli idoli e mediante Cristo ripongono la loro speranza
nel Dio di Israele, non riconoscono Cristo, che è nato

» Gen. 49, 10.


i” Mt. 11, 13.
VII. - Contro i Giudei 107

dalla radice di lesse secondo la carne e da allora regna?


Se i Gentili onorassero un altro Dio senza riconosce­
re il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè, avreb­
bero una giusta scusa per dire che Dio non è venuto:
Se invece i Gentili onorano quel Dio che ha dato la
legge a Mosè e ha fatto la sua promessa ad Abramo
— quel Dio del quale i Giudei hanno disonorato il
Verbo — , perché non riconoscono, o piuttosto per­
ché si rifiutano volontariamente di vedere che il Si­
gnore profetizzato dalle Scritture ha brillato sulla
terra ed è apparso su di essa in forma corporea, come
dice la Scrittura: « Il Signore Dio è apparso a noi » 101.
E ancora: « Mandò il suo Verbo e li guari » I02. E
ancora: « Non fu un messaggero o un angelo, ma il
Signore stesso a salvarli » 103.
Sono in una condizione simile a chi, colpito nella
mente, vede bensì la terra illuminata dal sole, ma
nega la esistenza del sole che la illumina. Che cosa
può fare di più, quando verrà, colui che essi attendo­
no? Chiamare i Gentili? Ma sono già stati chiamati
prima. Far cessare il profeta, il re e la visione? Ma
anche questo è già avvenuto. Denunciare l’empietà
degli idoli? Ma essa è già stata denunciata e condan­
nata. Ridurre all'impotenza la morte? Ma vi è già
stata ridotta. Come si può dunque dire che non è
accaduto ciò che Cristo deve compiere? Che cosa non
è stato ancora compiuto, cosi che i Giudei si rallegri­
no e non credano? Se, come appunto vediamo, pres­
so di loro non c ’è più né re né profeta né Gerusalem­
me né sacrificio né visione, ma tutta la terra è piena

i°i Sai. 117 (118), 27.


Sai. 106 (107), 20.
i« Is. 63, 9.
108 Atanasio

della conoscenza di D io104 e i Gentili, abbandonando


l'empietà, si rifugiano nel Dio di Abramo mediante il
Verbo, il Signore nostro Gesù Cristo, dovrebbe essere
evidente anche per i più impudenti che Cristo è venu­
to, ha illuminato assolutamente tutti,con la sua luce
ed ha impartito il vero e divino insegnamento circa
il Padre suo. Dunque con queste e-ancor più nume­
rose testimonianze ricavate dalle divine Scritture si
possono giustamente confutare i Giudei.

Cf. Is. 11, 9.


Vili. CONTRO I GENTILI

1. Gli argomenti

41. Per quanto riguarda i Greci ci si potre


molto meravigliare che da una parte essi deridano
ciò che non merita di essere deriso e dall’altra riman­
gano ciechi nella loro vergogna, che non vedono es­
sendosi consacrati alle immagini di pietra o di legno.
Ma poiché la nostra dimostrazione non è a corto di
prove, orsù, facciamo arrossire anche questi con ar­
gomenti logici, soprattutto a partire da ciò che vedia­
mo noi stessi. Che cosa c'è di assurdo o di ridicolo
nella nostra posizione? Forse in ogni modo il dire
che il Verbo è apparso in un corpo? Ma anch'essi
ammettono che ciò è accaduto senza alcuna assurdità,
se sono sanici della verità. Se poi negano assoluta­
mente che esista un Verbo di Dio, si prendono ima
pena superflua a deridere ciò di cui non sanno nulla.
Se invece riconoscono che esiste un Verbo di Dio,
che è la guida dell’universo, che in lui il Padre ha
operato la creazione, che grazie alla sua provviden­
za l’universo riceve luce vita ed esistenza ed egli
regna su tutti, cosi che a partire dalle opere della
provvidenza si può conoscere lui e mediante lui il
110 Atanasio

Padre; osserva, ti prego, se senza accorgersene non


fanno ricadere il ridicolo su di sé.
I filosofi greci dicono che il mondo è un grande
corpo, e dicono il vero. Noi vediamo che il mondo e
le sue parti cadono sotto i nostri sensi. Se dunque il
Verbo di Dio è nel mondo, che è un corpo, ed è venu­
to in tutte le sue parti e in ciascuna singolarmente,
che cosa c ’è di strano o assurdo se diciamo che è
venuto anche in un uomo? Se è assolutamente assur­
do che sia in un corpo, dovrebbe essere assurdo che
egli sia venuto nell’universo e illumini e muova tutte
le cose con la sua provvidenza, perché appunto l'uni­
verso è un corpo. Ora, se è conveniente che egli ven­
ga nel mondo e si faccia conoscere nell’universo, do­
vrebbe essere conveniente che si riveli anche in un
corpo umano, il quale è da lui illuminato ed agisce
sotto il suo impulso. Anche il genere umano è una
parte dell’universo; e se non è conveniente che una
parte diventi suo strumento per la conoscenza della
divinità, sarebbe assolutamente assurdo che egli si
facesse conoscere mediante tutto quanto il mondo.

42. Essendo tutto il corpo mosso e illuminato


l’uomo, si giudicherebbe insensato chi considerasse
un’assurdità affermare che la potenza dell'uomo è
anche nel dito di un piede perché, pur ammettendo
che penetra ed agisce in tutto il corpo, non gli per­
metterebbe di essere in una parte. Allo stesso modo
chi ammette e crede che il Dio Verbo di Dio è nel­
l'universo e che l'universo è da lui illuminato e mos­
so, non giudicherà assurdo che da lui sia mosso ed
illuminato anche un solo corpo umano. Se poi pensa­
no che non sia conveniente la manifestazione del Sai-
Vili. - Contro i Gentili 111

vatore in un uomo, di cui noi parliamo, perché il


genere umano è creato ed è stato fatto dal nulla, è
tempo che lo escludano anche dal creato, perché
anche questo è venuto all'esistenza dal nulla median­
te il Verbo. Se invece, nonostante che la creazione
sia creata, non è assurdo che il Verbo sia in essa, cer­
tamente non è neppure assurdo che il Verbo sia in
un uomo. Quello che si può pensare del tutto, lo deb­
bono necessariamente pensare anche della parte. An­
che l’uomo, come ho detto prima, è una parte del
tutto. Dunque non è affatto assurdo che il Verbo sia
in un uomo e che tutte le cose da lui e in lui siano
illuminate e mosse e vivano, come affermano i loro
scrittori dicendo: « In lui viviamo, ci muoviamo e
siamo » ,cs. In fin dei conti, che cosa c'è di ridicolo
se il Verbo si serve del corpo nel quale è come stru­
mento per rivelarsi? Se non fosse stato in esso, non
avrebbe potuto neanche servirsene. Se invece ammet­
tiamo che egli è nell'universo e nelle singole parti,
perché dovrebbe essere incredibile che si manifesti
nelle parti in cui è? Se egli, pur essendo con le sue
potenze tutto in ciascuno e in tutti gli esseri e ordi­
nando tutte le cose, volesse farsi conoscere con una
parte del tutto — se, ad esempio, pur ordinando tutte
le cose con larghezza, volesse farsi conoscere median­
te il sole o la luna o il cielo o la terra o le acque
o il fuoco — , nessuno direbbe che ha agito assurda­
mente servendosi di questa « voce » per far conoscere
se stesso e il Padre suo, perché contiene tutte le cose
ed è in tutte le cose e in quella stessa parte e si
rivela invisibilmente. Analogamente non può essere
assurdo che egli, che ordina e vivifica l'universo ed

kb Atti, 17, 28.


112 Atanasio

ha voluto farsi conoscere attraverso gli uomini, si sia


servito di un corpo umano come strumento per la ri­
velazione della verità e la conoscenza del Padre, per­
ché anche l’umanità è una parte del tutto. Come l'in­
telletto, pur essendo in tutto l'uomo, si esprime con
una parte del corpo, voglio dire con la lingua, e nes­
suno senza dubbio dice che la sostanza dell'intelletto
ne risulta diminuita, cosi se il Verbo, che è dappertut­
to, si serve di imo strumento umano, ciò non deve
apparire sconveniente. Come ho detto prima, se non
gli si addice servirsi di un corpo come di uno stru­
mento, non gli ci addice neanche di essere nell'universo.

43. Se ci domandano perché non è apparso


traverso altre parti del creato, che sono migliori, cioè
perché non si è servito di uno strumento migliore,
come il sole o la luna o le stelle o il fuoco o l'etere,
ma solo di un uomo, sappiano che il Signore non è
venuto per farsi vedere, ma per curare ed ammae­
strare coloro che soffrivano. Per farsi vedere bastava
apparire e impressionare quelli che vedevano, men­
tre per curare ed ammaestrare non bastava sempli­
cemente venire, ma occorreva rendersi utile a chi
aveva bisogno e presentarsi in modo conforme alle
loro necessità, per non turbare quegli stessi che han­
no bisogno con una manifestazione superiore alle ne­
cessità di coloro che soffrivano, per cui la manife­
stazione della divinità risulterebbe per loro inutile.
Nessuna creatura era nell'errore circa la conoscenza
di Dio, eccetto soltanto l'uomo. Certamente né il sole
né la luna né il cielo né le stelle né l'acqua né l'ete­
re hanno cambiato il loro corso, ma conoscendo il
Verbo loro creatore e re sono rimasti cosi come sono
stati creati. Solo gli uomini, volgendo le spalle al
Vili. - Contro i Gentili 113

bene, si sono plasmati idoli inesistenti al posto della


verità, attribuendo ai demoni e agli uomini di pietra
l’onore dovuto a Dio e la conoscenza di lui.
Perciò, non essendo degno della bontà di Dio
ignorare una tale situazione, mentre d’altra parte gli
uomini non avevano potuto riconoscerlo, sebbene egli
fosse presente nell’universo e lo guidasse, prese come
strumento un corpo umano, che è una parte del tut­
to, e vi entrò, affinché gli uomini, non avendo potuto
conoscerlo nel tutto, non lo misconoscessero almeno
in questa parte e, non avendo potuto volgere lo sguar­
do alla sua potenza invisibile, potessero almeno co­
noscerlo e contemplarlo a partire da realtà simili a
loro. Essendo uomini, attraverso il suo corpo simile
al loro e le opere divine compiute con quel corpo,
potranno conoscere più in fretta e più da vicino il
Padre suo, considerando che le opere da lui compiute
non sono umane ma di Dio. Se fosse assurdo, come
essi pensano, che il Verbo si faccia conoscere mediante
le opere del corpo, sarebbe anche assurdo che si
faccia conoscere a partire dalle opere dell'universo.
Infatti, come essendo nella creazione, non partecipa
affatto della creazione, ma piuttosto tutti gli esseri
partecipano della sua potenza, cosi pur servendosi
del corpo come di uno strumento, non è divenuto
partecipe di nessuna qualità del corpo, ma piuttosto
egli stesso santificava anche il corpo. Se anche Pla­
tone, che è ammirato tra i Greci, dice che colui che
generò il mondo, vedendolo sbattuto dalla tempesta e
in pericolo di sprofondare nella regione della disso­
miglianza, si pose al timone dell’animà per aiutarla
correggendone tutti gli e rro ri106, perché non si deve

i« Cf. Politico 273 a.


114 Atanasio

credere a noi quando affermiamo che, essendo l’uma­


nità in preda all'errore, il Verbo venne ad abitare in
essa apparendo come uomo, per salvarla dalla tem­
pesta con la sua guida e la sua bontà?

44. Forse accetteranno queste argomentazioni


un senso di vergogna, ma ripiegheranno nel dire che
Dio, se voleva educare e salvare gli uomini, doveva
farlo con un semplice comando senza che il suo Verbo
venisse a contatto con il corpo, come fece all'inizio,
quando fece nascere gli esseri dal nulla. A questa
loro obiezione si potrebbe giustamente rispondere che
all'inizio, quando non esisteva assolutamente nulla,
c ’era bisogno soltanto del comando e della volontà di
Dio per la creazione dell'universo. Ma quando fu crea­
to l’uomo e sorse la necessità di curare non ciò che
non esisteva ma le creature che già esistevano, era lo­
gico che il medico e Salvatore si presentasse tra
coloro che già erano venuti all’esistenza, per curare
appunto le creature già esistenti. Per questo è dive­
nuto uomo e si è servito del corpo come di uno stru­
mento umano. Se le cose non dovevano avvenire in
questo modo, come avrebbe dovuto presentarsi il Ver­
bo, se voleva servirsi di uno strumento umano? Da
dove doveva prenderlo se non dagli esseri già creati
e che avevano bisogno della sua divinità mediante un
essere simile a loro? Non si trattava di esseri non esi­
stenti che avevano bisogno di salvezza, per cui pote­
va bastare un semplice comando, ma dell'uomo già
creato che andava soggetto alla corruzione e alla
rovina. Perciò ha fatto bene il Verbo a servirsi di
uno strumento, che giustamente è umano, ed espan­
dersi in tutti gli esseri.
Vili. - Contro I Gentili 115

Inoltre, si deve sapere che la corruzione, che era


sopraggiunta, non era rimasta fuori del corpo ma lo
aveva penetrato, ed era perciò necessario che al posto
della corruzione vi si attaccasse la vita affinché la vita
fosse nel corpo come nel corpo era stata la morte.
Dunque, se la morte era fuori del corpo, doveva essere
fuori anche la vita; ma se la morte si era attaccata al
corpo ed essendo unita ad esso lo dominava, era
assolutamente necessario che la vita si attaccasse al
corpo perché il corpo, rivestitosi a sua volta della
vita, allontanasse da sé la corruzione. D'altronde se
il Verbo fosse stato al di fuori del corpo e non in
esso, certissimamente la morte sarebbe stata vinta,
perché senza dubbio la morte non prevale sulla vita,
ma non di meno nel corpo sarebbe rimasta la corru­
zione che era sopraggiunta. Perciò giustamente il Sal­
vatore si rivesti di un corpo, affinché questo corpo,
essendosi unito alla vita, non rimanesse più nella mor­
te in quanto mortale, ma in quanto rivestito dell'im­
mortalità, potesse poi risuscitare e rimanere immor­
tale. Essendosi una volta rivestito della corruzione,
non avrebbe potuto risuscitare se non si fosse rive­
stito della vita. Infine, la morte non può presentarsi
in se stessa se non in un corpo. Perciò il Salvatore
si rivesti di un corpo per cancellare la morte che ave­
va trovato in quel corpo. Il Signore, infatti, come
avrebbe potuto dimostrare inequivocabilmente di es­
sere la vita, se non avesse vivificato ciò che era mor­
tale? La paglia, sebbene per natura sua sia soggetta
ad essere distrutta a contatto con il fuoco, se il fuoco
si tiene lontano, non brucia più, ma rimane né più
né meno paglia che teme la minaccia del fuoco, per­
ché il fuoco per sua natura la può distruggere; se
invece la si riveste di molto amianto, di cui si dice
116 Atanasio

che è incompatibile con il fuoco, la paglia non teme


più il fuoco, sentendosi sicura sotto quel rivestimen­
to non soggetto a combustione. Lo stesso si può dire
del corpo e della morte. Se la morte fosse stata allon­
tanata dal corpo semplicemente con un comando, il
corpo sarebbe stato né più né meno mortale e cor­
ruttibile secondo la legge dei corpi.'M a perché non
accadesse questo si rivesti del Verbo di Dio, che è in­
corporeo, e cosi non teme più né la morte né la cor­
ruzione, perché la vita è il suo rivestimento e in lui
la corruzione è distrutta.

t
45. Dunque era giusto che il Verbo di Dio p
desse un corpo e si servisse di uno strumento umano
per vivificare il corpo, per operare anche nell'uomo,
cosi come si fa conoscere nel creato mediante le ope­
re, e mostrarsi dappertutto, senza lasciare alcun esse­
re privo della sua divinità e conoscenza. Lo ripeto,
riallacciandomi a quanto ho detto prima: il Salva­
tore ha fatto questo per riempire tutti gli esseri della
conoscenza di lui, come riempie tutte le cose essendo
presente dappertutto. Cosi dice appunto la divina
Scrittura: « Tutta la terra fu riempita della conoscen­
za del Signore » m. Se si alza lo sguardo al cielo, si
vede l’ordine stabilito da lui; se non si può guardare
al cielo ma ci si china verso gli uomini, si vede la sua
incomparabile potenza sugli uomini e si riconosce
che tra gli uomini egli solo è il Dio Verbo. Se ci si
volge ai demoni e ci si lascia turbare per questo, si
vede che egli li scaccia e si riconosce che ne è il
Signore; se ci si inabissa nella natura delle acque

m Is. 11, 9.
Vili. - Contro i Gentili 117

pensando che siano Dio, come gli Egizi che onorano


l'acqua, si vede che egli ne trasforma la natura e
si riconosce che il Signore è creatore delle acque.
Se si scende nell'Ade e si rimane attoniti di fronte
agli eroi scesi laggiù, considerandoli dèi, si vede che
ha già conseguito la risurrezione e la vittoria sulla
morte e si considera che anche tra di loro solo Cristo
è il vero Signore e Dio. Il Signore, infatti, è venuto
in contatto con tutte le parti del creato e le ha libe­
rate e allontanate tutte da ogni inganno, come dice
Paolo: « Dopo aver spogliato i principati e le potestà,
trionfò su di loro sulla croce » I0S, perché nessuno
possa più essere ingannato, ma trovi dappertutto il
vero Verbo di Dio. Cosi l’uomo, trovandosi chiuso da
ogni parte e vedendo la divinità del Verbo dispiegata
dappertutto, cioè in cielo, nell’Ade, nell’uomo e sulla
terra, non si inganna più nella conoscenza di Dio, ma
adora lui solo e attraverso di lui conosce perfetta­
mente il Padre. Verosimilmente anche i Greci si lasce­
ranno impressionare da queste nostre ragionevoli con­
siderazioni; ma se pensano che questi ragionamenti
non siano sufficienti per confonderli, diano credito alle
nostre parole almeno in base a ciò che si manifesta
alla vista di tutti.

2. I fatti

46. Quando gli uomini cominciarono ad abb


donare il culto degli idoli se non da quando è venuto
tra gli uomini il vero Verbo di Dio? Quando sono
cessati e divenuti vani gli oracoli diifusi tra i Greci

«* Col. 2, 15.
118 Atanasio

e in ogni luogo se non quando il Salvatore è apparso


fin sulla terra? Quando cominciarono ad essere rico­
nosciuti come semplici uomini mortali i sedicenti dèi
ed eroi celebrati dai poeti, se non da quando il Signo­
re riportò la vittoria sulla morte e conservò incor­
ruttibile il corpo che aveva preso, risuscitandolo dai
morti? Quando furono disprezzati l'inganno e la fol­
lia dei demoni, se non quando il Verbo, che è la
Potenza di Dio, il Signore di tutti e di questi, accon­
discese ad apparire sulla terra per l'infermità degli
uomini? Quando cominciarono ad essere calpestate
l'arte e l'insegnamento della magia, se non quando
avvenne la divina manifestazione del Verbo tra gli
uomini? In una parola, quando la sapienza dei Greci
si è rivelata folle, se non quando si manifestò sulla
terra la vera Sapienza di Dio? Prima tutta la terra ed
ogni luogo erano traviati dal culto degli idoli e gli uomi­
ni consideravano dèi nient'altro che gli idoli. Ora
invece su tutta la terra gli uomini abbandonano il
superstizioso culto degli idoli e si rifugiano in Cristo;
e adorandolo come Dio, attraverso di lui conoscono
anche il Padre che non conoscevano. E , cosa mira­
bile! — , sebbene i culti siano diversi ed infiniti ed
ogni luogo abbia il suo proprio idolo, per cui quello
che è denominato dio non è capace di passare nella
regione limitrofa per persuadere i vicini ad adorarlo,
che anzi a mala pena è adorato tra i suoi — nessun
altro, infatti, adorava il dio del vicino, ma ciascuno
custodiva il proprio idolo considerandolo il signore
di tutti — , solo Cristo è uno solo presso tutti e il
medesimo ad essere adorato in ogni luogo. E quello
che la debolezza degli idoli non ha potuto fare, cioè
persuadere gli abitanti delle regioni vicine, Cristo l’ha
fatto: egli ha persuaso non solo i vicini, ma assoluta-
Vili. - Contro i Gentili 119

mente tutta la terra, ad adorare un unico e medesi­


mo Signore e attraverso di lui Dio suo Padre.

47. Prima tutti i luoghi erano pieni dell'ingan


degli oracoli: i responsi di Delfi e Dodona, della Beo­
zia, della Licia, della Libia, dell’Egitto e dei Cabiri e
la Pizia erano ammirati dagli uomini nella loro illu­
sione; ma ora, da quando si annuncia Cristo in ogni
luogo, anche la follia di questi è cessata e non c ’è
più tra loro chi pronuncia oracoli. Prima i demoni
ingannavano gli uomini occupando le sorgenti o i
fiumi o gli alberi o le pietre e spaventavano gli stolti
con i loro incantesimi; ora invece, essendo avvenuta
la divina manifestazione del Verbo, questa loro ingan­
nevole manifestazione è cessata, perché l'uomo con il
semplice segno della c ro c e 109 allontana i loro inganni.
Prima gli uomini consideravano, dèi quelli che erano
denominati dèi dai poeti, come Zeus Crono Apollo e
gli eroi, e si lasciavano portare fuori strada adoran­
doli; ora invece, da quando è apparso tra gli uomini
il Salvatore, si è compreso che quelli sono uomini
mortali, mentre solo Cristo fu riconosciuto tra gli
uomini come Dio, come il Dio Verbo del vero Dio.
Che còsa si potrebbe dire della magia da loro ammi­
rata? Essa, prima che venisse il Verbo, era forte ed
operava presso gli Egizi, i Caldei e gli Indi e spa­
ventava quelli che la vedevano, ma alla venuta della
verità e alla manifestazione del Verbo anche questa
è stata smascherata e distrutta completamente.
Per quanto poi riguarda la sapienza dei Greci e

109 Atanasio ricorda spesso l’importanza del segno della


croce per scacciare i demoni. Cf. i capp. 28, 48 e 50 di questa
opera e Vita di Antonio, 78.
120 Atanasio

la magniloquenza dei filosofi penso che nessuno ci


domandi un lungo discorso, avendo tutti davanti agli
occhi questo fatto mirabile: mentre i sapienti greci
hanno scritto tante opere senza riuscire a persuadere
neanche pochi tra i loro vicini a credere nell'immorta­
lità e a praticare la vita secondo virtù, Cristo da solo
con parole semplici e mediante uomini che non era­
no sapienti nel parlare ha persuaso in tutta la terra
grandi raggruppamenti di uomini a disprezzare la
morte e pensare all'immortalità trascurando i beni
temporali, ad alzare lo sguardo verso i beni eterni e
a non dare alcuna importanza alla gloria terrena, cer­
cando di conseguire solo la immortalità.

48. Questi nostri discorsi non sono semplici p


le, ma derivano la prova della verità dalla esperienza
stessa. Venga avanti chi vuole e consideri da una parte
la testimonianza della virtù nelle vergini di Cristo e
nei giovani che vivono una vita pura di castità e dal­
l'altra la fede nell'immortalità nel cosi grande coro
dei martiri. Venga, chi vuole una prova di ciò che
è stato detto, e di fronte alla falsa apparenza dei demo­
ni, all'inganno degli oracoli e ai prodigi della magia,
si serva del segno della croce da loro deriso nominan­
do soltanto Cristo uo, e vedrà come per mezzo di lui i
demoni fuggono, gli oracoli tacciono ed ogni magia
ed incantesimo sono ridotti aH’impotenza. Chi è mai
e quanto è grande questo Cristo che con il suo nome
e con la sua presenza ha oscurato e ridotto all'im­
potenza tutto in ogni luogo, che da solo ha prevalso
su tutti e ha riempito tutta la terra del suo insegna-

110 Cf. Me. 16, 17.


Vili. - Contro i Gentili 121

mento? Ce lo dicano i Greci che lo deridono grande­


mente senza vergognarsene. Se è un uomo, come ha
potuto un solo uomo superare la potenza di tutti i
loro dèi e dimostrare con la sua potenza che non sono
nulla? Se dicono che è un mago, come è possibile
che da un mago sia ridotta all'impotenza tutta la
magia, anziché piuttosto essere consolidata? Se aves­
se vinto alcuni uomini maghi o avesse prevalso su
uno solo, giustamente avrebbero potuto pensare che
superava l'arte degli altri con un'arte più potente.
Ma se la sua croce ha riportato la vittoria su tutta
la magia in senso assoluto e anche sul suo nome,
dovrebbe essere evidente che non può essere un mago
il Salvatore, che anche i demoni invocati dagli altri
maghi fuggono come loro signore.
Chi è dunque? Lo dicano i Greci che esercitano
il loro zelo solo nel deriderlo. Forse potrebbero dire
che era anch'egli un demone e per questo era forte.
Ma, ciò dicendo, si procureranno una grande derisio­
ne, perché basteranno le dimostrazioni precedenti a
farli arrossire. Infatti, come può essere un demone
colui che scaccia i demoni? Ma se avesse semplice­
mente scacciato alcuni demoni, giustamente si sareb­
be potuto pensare che prevalesse sui demoni infe­
riori grazie al principe dei demoni, come gli dicevano
i Giudei per oltraggiarlo111; se invece con il suo nome
si allontana e si scaccia tutta la follia dei demoni, evi­
dentemente in questo si ingannano e il nostro Signore
e Salvatore Cristo non è, come essi pensano, ima
potenza demoniaca. Dunque, se il Salvatore non è sem­
plicemente un libino né un mago né un demone, ma
con la sua divinità ha annientato ed oscurato le inven-

>»* Mt. 9, 34; 12, 24; Me. 3, 22; Le. 11, 15; Gv. 8, 48-52.
122 Atanasio

zioni dei poeti, le false apparenze dei demoni e la


sapienza dei Greci, è chiaro — e tutti lo ammetteran­
no — che egli è veramente il Figlio di Dio112, essen­
do il Verbo la Sapienza e la Potenza del Padre. Per
questo le sue opere non sono umane ma sovrumane
e si riconoscono come vere opere di Dio sia a parti­
re dai fatti stessi sia al confronto con le opere degli,
uomini.

49. Quando mai è esistito un uomo che si f


mò un corpo da una vergine soltanto? Quando mai
un uomo curò malattie cosi grandi come quelle che
curò il comune Signore di tutti? Chi restituì ciò che
mancava per nascita e fece sì che acquistasse la vista
un cieco nato? Asclepio fu deificato da loro poiché
esercitò l'arte della medicina e scopri delle erbe per
curare i corpi ammalati, non però producendole egli
stesso dalla terra ma scoprendole con la scienza che
derivava dalla natura. Ma cos e questo di fronte a
ciò che fece il Salvatore, il quale non curò le ferite,
ma dette l'esistenza e restaurò la creatura umana?
Eracle è adorato dai Greci come dio perché combattè
con uomini uguali a lui e uccise i mostri con l'in­
ganno. Ma che cos'è tutto questo di fronte a ciò che
fece il Verbo, che allontanava dagli uomini le malat­
tie, i demoni e perfino la morte? Dioniso è onorato
da loro perché ha insegnato agli uomini l'ubriachez­
za, mentre il vero Salvatore e Signore dell'universo,
che ci ha insegnato la temperanza, è da loro deriso.
Ma lasciamo stare tutto questo. Che dire di fronte
agli altri miracoli della sua divinità? Alla morte di

“2 Cf. 1 Cor. 1, 24; Gv. 1, 1.


Vili. - Contro i Gentili 123

quale uomo il sole si oscurò e la terrà tremò? Ecco,


gli uomini muoiono adesso e sono morti nel passato;
ma quando mai è avvenuto per loro un tale prodigio?
Oppure, tanto per tralasciare le azioni compiute con
il suo corpo e ricordare le gesta compiute dopo la
risurrezione del suo corpo, quando mai l'insegnamen­
to di un uomo ha avuto vigore da un confine all’altro
della terra, rimanendo sempre uno e il medesimo,
cosi che l'adorazione di lui si è diffusa su tutta la
terra? Oppure, perché se, com'essi pensano, Cristo
è soltanto uomo e non Dio Verbo, i loro dèi non impe­
discono che l'adorazione di lui passi nelle regioni dove
abitano loro, mentre invece il Verbo viene, con il suo
insegnamento fa cessare il loro culto e confonde la
loro falsa apparenza?

50. Prima di lui sono esistiti molti re e tira


sulla terra; ed è accertato che esistettero molti maghi
e sapienti presso i Caldei, gli Egizi e gli Indi. Chi mai
tra questi, non dico dopo la morte ma quand'era
ancora in vita, potè avere tanta forza da riempire
tutta quanta la terra del suo insegnamento ed allon­
tanare dal superstizioso culto degli idoli una moltitu­
dine cosi grande, come quella che il nostro Salvatore
ha convertito a sé dagli idoli? I filosofi greci hanno
scritto molto con capacità di persuadere ed arte let­
teraria, ma che cosa hanno dimostrato di fronte alla
croce di Cristo? Fino alla loro morte le loro ingegno­
se teorie ebbero la forza di persuadere, ma anche
quand'erano ancora vivi ebbero contrasti tra loro sul­
le dottrine che ritenevano sicure e disputando con­
tendevano gli uni contro gli altri. Il Verbo di Dio,
invece — e questa è la cosa più mirabile! — insegnan­
124 Atanasio

do con parole semplici oscurò i più grandi sofisti,


annientò i loro insegnamenti attirando tutti a sé ed
ha riempito le sue chiese. Ed è mirabile che, abbas­
sandosi come uomo fino alla morte, annientò la ma­
gniloquenza dei sapienti a riguardo degli idoli. Chi
mai scacciò i demoni con la sua m orte? Di fronte
alla morte di chi si spaventarono i demoni come di
fronte alla morte di Cristo? Quando si pronuncia il
nome del SalvatoreIU, subito si allontana ogni demo­
ne. Chi liberò gli uomini dalle passioni cosi che gli
impudichi divenissero casti, gli omicidi non impu­
gnassero più la spada e quanti erano dominati dalla
paura divenissero coraggiosi? In una parola, chi per­
suase i barbari e gli uomini che abitano nella regione
dei pagani ad abbandonare la loro follia e coltivare
pensieri di pace se non la fede di Cristo e il segno
della croce? Chi altro ha dato agli uomini la sicurez­
za della immortalità come la croce di Cristo e la risur­
rezione del suo corpo? I Greci, sebbene abbiano esco­
gitato tante menzogne, non poterono tuttavia imma­
ginare la risurrezione dei loro idoli, non potendo
affatto concepire che sia possibile che il corpo tom i
ad esistere ancora dopo la morte. In questo si pos­
sono benissimo approvare, perché con queste con­
siderazioni essi denunciarono la debolezza della loro
idolatria e dettero a Cristo la possibilità di farsi cono­
scere da tutti in base a questo come il Figlio di Dio.

51. Quale uomo, dunque, dopo la sua mort


quando ancora viveva, ha dato insegnamenti sulla
verginità pensando che questa virtù potesse esistere
tra gli uomini? Eppure Cristo nostro Salvatore e re

Cf. Me. 16, 17.


Vili. · Contro i Gentili 125

di tutti fu tanto efficace neH’insegnamento di questa


virtù che fanciulli non ancora giunti all'età legale
professano la verginità che è al di sopra della legge.
Quale uomo mai potè andare cosi lontano da giun­
gere fino agli Sciti ed Etiopi o ai Persiani o Armeni o
Goti o a quei popoli di cui si dice che abitano al di
là dell'oceano o sopra l'Ircania o addirittura fino agli
Egiziani e ai Caldei, popoli che praticano la magia
e sono superstiziosi oltre misura e di costumi selvag­
gi, e predicare la virtù, la continenza e contro il culto
degli idoli, come il Signore di tutti, la Potenza di Dio,
il nostro Signore Gesù Cristo? Egli non solo predicò
mediante i suoi discepoli, ma li persuase nell'animo ad
abbandonare la brutalità dei costumi e a non adorare
più gli dèi patrii, ma riconoscere lui e attraverso di
lui onorare il Padre. Prima, quando adoravano gli
idoli, i Greci e i barbari combattevano gli uni contro
gli altri ed erano crudeli contro quelli della loro stir­
pe. Non era assolutamente possibile attraversare la
terra o il mare senza armarsi di spade per combattere
senza posa gli uni contro gli altri. Infatti, tutto il
tempo della loro vita passava tra le armi; usavano la
spada al posto del bastone114 e in essa riponevano
tutto il loro sostegno11S. Veramente, come ho detto
prima, servivano gli idoli e offrivano sacrifici ai demo­
ni, ma tuttavia coloro che pensavano cosi non pote­
rono liberarsi dal superstizioso culto degli idoli. Ma
quando passarono all'insegnamento di Cristo, allora
miracolosamente, come se fossero stati trafitti vera­
mente nell’anim o116, abbandonarono la crudeltà delle

Cf. Sai. 22 (23), 4.


Cf. Prov. 14, 26.
Cf. Atti, 2, 37.
126 Atanasio

stragi e non pensano più alle guerre, ma da allora


pensano solo alla pace e non desiderano altro che
l’amicizia.

( J I ) Chi è dunque colui che ha fatto questo? Chi


è colui che ha unito per la pace coloro che si odia­
vano gli imi gli altri se non il diletto Figlio del Padre,
il comune Salvatore di tutti Gesù Cristo, il quale per
il suo amore sopportò tutto per la nostra salvezza?
Infatti da molto tempo era stato profetato che da lui
sarebbe stata instaurata la pace, perché la Scrittura
dice: « Spezzeranno le loro spade per farne aratri e
le loro lance per fam e falci; un popolo non prenderà
più la spada contro un altro popolo e non impare­
ranno più a combattere » 117. E questo non è incre­
dibile, dal momento che anche ora i barbari, che
hanno per natura costumi selvaggi e sacrificano anco­
ra agli idoli, infuriano gli uni contro gli altri e non
sono capaci di restare un solo momento senza spada,
mentre quando ascoltano l'insegnamento di Cristo,
subito anziché alle guerre si volgono all'agricoltura,
anziché armare le mani con le spade le distendono
per la preghiera: in ima parola, anziché combattere
gli uni contro gli altri, si armano contro il diavolo e
i demoni per combatterli con la temperanza e la virtù
deH'anima. Ora questa è la Prova della divinità del
.Salvatore: ciò che gli uomini norTTianno potuto ap­
prendere quando adoravano gli idoli, l’hanno appre­
so da lui, e questa è una prova non piccola della debo­
lezza e della nullità dei demoni e degli idoli. Appun­
to perché conoscevano la propria debolezza, i demo­
ni spinsero gli uomini a combattere tra di loro per­

117 Is. 2, 4.
Vili. - Contro i Gentili 127

ché, cessando di combattere gli uni contro gli altri,


non si volgessero a combattere contro i demoni. Cer­
tamente, i discepoli di Cristo, non combattendo più
tra di loro, stanno schierati contro i demoni con i
loro costumi e le loro azioni virtuose, scacciano i
demoni e deridono il diavolo che li guida, cosi che
da giovani sono temperanti, nelle prove sono pazienti,
nelle fatiche forti, sopportano di essere oltraggiati e
non hanno paura di essere derubati; e — cosa mira­
bile — disprezzano la morte e divengono martiri di
Cristo.

53. E per dire una cosa che è una prova ol


modo mirabile della divinità del Salvatore, quale uomo
mai — o mago o tiranno o re — potè impegnarsi in
un’impresa cosi grande e combattere contro tutta
l’idolatria, tutto l’esercito dei demoni, tutta la magia
e tutta la sapienza dei Greci, che erano tanto poten­
ti ed essendo ancora in pieno vigore spaventavano
tutti, e opporsi a tutti con una sola mossa, come il
nostro Signore, il vero Verbo di Dio, il quale confu­
tando invisibilmente l’errore di ciascuno, da solo por­
ta via come preda tutti gli uomini a tutti gli avver­
sari, cosi che quelli che adoravano gli idoli adesso
li calpestano, quelli che si erano lasciati incantare
dalla magia ne bruciano i lib ri118 e i sapienti prefe­
riscono a tutto l’interpretazione dei vangeli? Abban­
donano quelli che adoravano prima e, confessando
che è Dio, adorano Cristo che prima deridevano per­
ché è stato crocifisso. I loro sedicenti dèi si scaccia­
no con il segno della croce, mentre il Salvatore cro­

mi Cf. Atti, 19, 19.


128 Atanasio

cifisso è proclamato Dio e Figlio di Dio su tutta la


terra. Gli dèi adorati dai Greci sono da loro rifiutati
come vituperevoli, mentre quanti accolgono l’insegna­
mento di Cristo conducono una vita più pura di loro.
Se queste e simili gesta sono umane, dimostri
chi vuole che tali furono anche le gesta compiute dai
suoi predecessori, e ce ne persuadano; se invece que­
ste non appaiono e non sono opere di uomini ma di
Dio, perché gli infedeli sono cosi empi non ricono­
scendo come Signore colui che le ha compiute? Sono
nella stessa condizione di chi a partire dalle opere
della creazione non riconosce Dio che ne è creatore.
Infatti, se avessero riconosciuto la sua divinità a par­
tire dalla sua potenza su tutte le creature, avrebbero
anche riconosciuto che le opere di Cristo compiute
mediante il suo corpo non sono umane, ma del Sal­
vatore di tutti, il Verbo di Dio. « Se l’avessero cono­
sciuto — come dice Paolo — , non avrebbero crocifisso
il Signore della gloria » 119.

54. Dunque, come chi vuol vedere Dio, che è i


sibile per natura e non può essere affatto visibile, lo
comprende e conosce a partire dalle opere, cosi colui
che non vede Cristo con l’intelletto, lo conosca a
partire dalle opere del suo corpo ed esamini se sono
umane o di Dio. Se sono umane, le derida pure; se
invece si riconosce che non sono umane ma di Dio,
non rida di ciò che non dev’essere deriso, ma consi­
deri piuttosto con ammirazione che mediante ima
realtà cosi semplice sono stati rivelati a noi i miste­
ri divini, che mediante la morte è giunta per tutti

1 Cor. 2, 8.
Vili. - Contro I Gentili 129

l’immortalità e mediante l’incarnazione del Verbo si


è conosciuta la provvidenza universale e il Verbo
stesso di Dio, che ne è il capo e l’artefice. Infatti,
egli divenne uomo affinché noi fossimo deificati; egli
si rivelò mediante il corpo affinché noi potessimo ave­
re un'idea del Padre invisibile; egli sopportò la vio­
lenza degli uomini affinché noi ereditassimo l'incor­
ruttibilità. Certo, egli non riceveva alcun danno, es­
sendo impassibile, incorruttibile, il Verbo-in-sé e Dio,
ma nella sua impassibilità proteggeva e salvava gli
uomini che patiscono, per i quali appunto sopportò
tutto questo. In una parola, le gloriose gesta compiute
dal Salvatore mediante la sua incarnazione sono di
tal genere e tanto grandi che chi le volesse raccontare
assomiglierebbe a coloro che, volgendo lo sguardo
verso la distesa del mare, ne volessero contare le
onde. Come non si possono abbracciare con lo sguar­
do tutte le onde perché quelle che sopraggiungono
superano la percezione di colui che tenta di contarle,
cosi colui che vuole abbracciare tutte le gloriose ge­
sta compiute da Cristo nel suo corpo, non può com­
prenderle tutte nel suo conto, perché quelle che supe­
rano la sua percezione sono più numérose di quelle
che crede di avere afferrato. E ' meglio dunque non
considerare né parlare di tutte le sue gesta, di cui
non si può esprimere neanche una parte, ma ricor­
darne ancora una sola lasciando a te di ammirare
l’insieme. Tutte, infatti, sono ugualmente ammirabili
e dovunque si volga lo sguardo, li si rimane attoniti
vedendo la divinità del Verbo.

55. Dopo ciò che è stato detto sopra, è giusto


tu apprenda e consideri questo come fondamento di
130 Atanasio

ciò che non è stato detto, e che tu consideri con gran­


de ammirazione che da quando è venuto il Salvatore
l’idolatria non ha più avuto sviluppo e quella che
rimane diminuisce e a poco a poco cessa; la sapien­
za dei Greci non ha più fatto progressi e quella che
rimane tende a scomparire, i demoni non ingannano
più con le loro false apparenze, gli oracpli e le magie,
ma appena osano o tentano, sono confusi dal segno
della croce. Per dirla in breve, osserva come l'inse­
gnamento del Salvatore cresce dappertutto, mentre
tutta l'idolatria e tutte le potenze che si oppongono
alla fede di Cristo ogni giorno diminuiscono, perdo­
no la loro forza e cadono. Ciò vedendo, adora il Sal­
vatore « che è al di sopra di tutto » 120 e il potente Dio
Verbo, e condanna le potenze che egli abbassa e fa
scomparire. Come quando arriva il sole la tenebra
non ha più vigore e, se rimane in qualche luogo, vie­
ne scacciata; cosi da quando è giunta la divina mani­
festazione del Dio Verbo, la tenebra degli idoli non
ha più forza, ma tutte le parti del mondo, in ogni
luogo, sono illuminate dal suo insegnamento. Se un
re non si fa vedere in una certa regione ma rimane
nel suo palazzo, spesso alcuni sediziosi, approfittan­
do della sua assenza, si proclamano re e ciascuno pre­
sentandosi in atteggiamento regale inganna i sem­
plici come se fosse re; e in tal modo gli uomini si
lasciano ingannare dal nome perché sanno che c'è un
re ma non lo vedono, non potendo affatto entrare
dentro il palazzo. Ma quando giunge e si fa vedere
il vero re, allora i sediziosi ingannatori rimangono
confusi dalla sua presenza e gli uomini, vedendo il
vero re, abbandonano quelli che prima li fuorviava­

»» Rom. 9, 5.
Vili. - Contro i Gentili 131

no. Allo stesso modo, prima i demoni e gli uomini


ingannavano attribuendo a sé stessi l'onore dovuto
a Dio; ma da quando è apparso nel corpo il Verbo
di Dio ed ha fatto conoscere il Padre suo, da allora
l'inganno dei demoni è scomparso ed è cessato e gli
uomini, volgendo lo sguardo al vero Dio Verbo del
Padre, abbandonano gli idoli e conoscono il vero
Dio. E questo prova che Cristo è il Dio Verbo e la
Potenza di Dio. Dal momento che le potenze umane
sono cessate mentre la parola di Dio rimane, è chia­
ro a tutti che ciò che cessa è passeggero, mentre colui
che rimane è Dio e vero Figlio unigenito di Dio.
CONCLUSIONE: ESORTAZIONE ALLO STUDIO
DELLA SCRITTURA E ALLA PRATICA
DELLE VIRTÙ’

56. O amico di Cristo, eccoti esposte da me


breve queste considerazioni: quanto basta per una
esposizione elementare ed una delineazione della fede
di Cristo e della sua divina manifestazione a noi. Tu,
prendendo occasione da queste considerazioni, se ti
capiterà di leggere i testi delle Scritture, applicando
ad esse veramente il tuo intelletto, da esse conoscerai
più completamente e più chiaramente l'esattezza di
ciò che abbiamo detto. Esse, infatti, furono pronun­
ciate e scritte da Dio mediante uomini teologi, e noi,
dopo avere imparato dai maestri teologi121 che le han­
no lette, i quali sono stati appunto testimoni della
divinità di Cristo, trasmettiamo questo insegnamento
anche al tuo desiderio di apprendere. Conoscerai an­
che la sua seconda manifestazione a noi, che sarà
gloriosa e veramente divina, quando verrà non più nel­
l'umiltà ma nella gloria che gli è propria, quando ver­
rà non più per patire ma per dare a tutti il frutto

m Atanasio sottolinea il carattere tradizionale del suo inse­


gnamento appreso dai maestri della scuola di Alessandria. Si
noti la parola teologi riferita agli apostoli e ai maestri di
Atanasio.
134 Atanasio

della sua propria croce, voglio dire la risurrezione e


l’incorruttibilità. Non sarà più giudicato ma giudiche­
rà tutti secondo le azioni che ciascuno ha compiuto
mediante il suo corpo, sia buone sia cattive. Allora ai
buoni sarà riservato il regno dei cieli, mentre a colo­
ro che hanno compiuto opere cattive sarà riservato il
fuoco eterno e la tenebra esteriore. Infatti il Signo­
re stesso dice: « Io vi dico: d’ora in poi vedrete il
Figlio dell’uomo assiso alla destra della potenza e
venire sulle nubi del cielo nella gloria del Padre » 122.
Perciò è salutare il detto che ci prepara a quel giorno
e dice: « Siate pronti e vegliate, poiché verrà in un'ora
che voi non conoscete » 12\ Infatti, secondo il beato
Paolo, « tutti devono presentarsi davanti al tribunale
di Cristo affinché ciascuno riceva, secondo quello che
ha compiuto con il corpo, il bene o il male » “ .

57. Ma oltre allo studio e alla vera conosce


delle Scritture c ’è bisogno di una vita retta e di un'ani­
ma pura e della virtù secondo Cristo, affinché, cam­
minando nella virtù, l'intelletto possa raggiungere e
comprendere ciò che desidera, per quanto la natura
umana può comprendere del Dio Verbo. Infatti, sen­
za un intelletto puro e una vita modellata sui santi
non si possono comprendere le parole dei santi. Come
chi vuol vedere la luce del sole deterge sempre ed
espone alla luce il suo occhio, purificandosi in modo
da divenire simile all'oggetto del suo desiderio, affin­
ché l'occhio, divenuto luce, veda la luce del sole, oppu­
re chi vuol vedere una città o una regione va sempre

122 Mt. 26, 64.


123 Mt. 24, 42.44.
2 Cor. 5, 10.
Conclusione 135

in quel luogo per vederla, cosi chi vuol comprendere


il pensiero dei teologi, deve purificare e lavare l’ani­
ma con la sua vita ed avvicinarsi ai santi stessi con
l’imitazione delle loro azioni, affinché, unitosi a loro
mediante la condotta della vita, comprenda ciò che
è stato rivelato loro da Dio e unitosi poi a loro, fugga
il pericolo dei peccatori e il fuoco che li attende nel
giorno del giudizio e riceva i beni riservati ai santi
nel regno dei cieli: quei beni « che occhio non vide e
orecchio non udì e in cuore di uomo non entrarono,
i beni che sono stati preparati » 125 per coloro che vivo­
no secondo virtù ed amano colui che è Dio e Padre
in Cristo Gesù nostro Signore, per mezzo del quale
e con il quale è al Padre stesso con il Figlio stesso
nello Spirito Santo, l'onore, la potenza e la gloria per
i secoli dei secoli. Amen.

!» 1 Cor. 2, 9.
INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI *

Abele: 99 Ascensione di Isaia (scrit­


Abramo: 99, 101, 107, 108 to giudaico): 80n
Acaz: 99 Asclepio: 122
Adamo: 56, 99 Assiri: 100
Ade: 117
Aetio: 13 Babilonesi: 100
Aggeo: 105 Babilonia: 105
Alessandrina (scuola teolo­ Barbari: 89, 124
gica): 7, 54n, 133 Beozia: 119
Amalech: 100 Bouyer: 29
Ameran: 99 Bonzi: 99
Amos (padre di Giosia): 99
Amos (profeta): 105 Gabiri: 119
Amorrei: 100 Caldei: 119, 123, 125
Angeli: 42n, 61 Camelot: 28
Apollinare: 13 Campenhausen: 18
Apollo: 119 Casey: 30
Apologia a Costanzo (di Chelcia: 99
Atanasio): 9 Concilio: di Nicea, 7; di Ti­
Apologia p er la fuga (di ro, 8
Atanasio): 9 Contro i gentili (di Atana­
Ariana (controversia): 7, 14 sio): 10, 15, 21, 22
Ario: 8, 11, 12 Costantino: 8
Armeni: 125 Costanzo: 8
Aronne: 99, 101 Croce: passim; e vittoria
Asaph: 105 sulla m orte: cf. Morte;

* A cura di Andrea Marchesi (non segnaliamo i nomi e i conte­


nuti dei passi biblici e i nomi dei relativi autori sacri, per i quali
rimandiamo all’Indice scritturistico. Omettiamo le voci incarnazio­
ne, redenzione, risurrezione, perché presenti in continuazione in
questo testo. Per alcune altre voci che vi ricorrono con molta fre­
quenza indichiamo solo le articolazioni che ci sembrano di maggiore
rilievo, facendole precedere da passim).
138 Indice dei nomi e delle cose notevoli

suo disonore: 79; sua Enoch: 99


convenienza: 83; assicura Epicurei: 39; cf. Universo
l’immortalità e la risur­ E racle: 122
rezione: 124 Etiopi: 125
Crono: 119 Eunomio: 13
Eusebio di Cesarea: 13, 14,
David: 99, 100, 101, 102, 105 20
Delfi: 119 Eusebio di Nicomedia: 8
Demoni: culto e sacrifici ai: Eusebio di Vercelli: 8
58, 90, 125; ingannano: 60, Ezechia: 99, 100, 105
62, 119, 131; scacciati dal Ezechiele: 99, 101, 105
Signore: 64, 69, 71, 92,
127; mentiscono: 64; frig­ Farisei: 79
gono il Salvatore: 121
Diavolo (il): p er sua invi­ Gad: 105 ‘
dia la m orte è entrata nel Gentili: 17, 106, 107, 108,
mondo: 45; ha potere sul­ 109-131
la m orte: 55, 74; abbattu­ Geremia: 99, 101, 105
to dal Signore: 82 Gerico: 100
Dio: passim; creatore e or­ Gerusalemme: 100, 105, 106
dinatore deU’universo: 39, Gesù figlio di Nave: 100
73, 110; buono e fonte Giacobbe: 99, 101, 107
della bontà: 42; ha crea­ Giovanni B attista: 80
to dal nulla tutte le co­ Giosia: 99, 100
se mediante il suo Verbo: Girolamo: 10
42; è il padre della ve­ Giuda (regno di): 100, 102,
rità: 48; suo dominio 103
sull’universo: 57, 63; co­ Giudei: 12, 16, 17, 36, 59,
nosciuto attraverso le o­ 62, 69, 77, 95-108
pere della creazione: 59, Giuliano: 8
63, 69, 70, 113; onniscien­ Goti: 125
te: 65 Grazia: 45, 48, 59, 75
Dionigi dì Milano: 8 Greci: 12, 16, 17, 36, 89,
Dioniso, 122 95, 109, 117, 119, 121, 122,
Discorso contro gli ariani 123, 127, 128, 130
(di Atanasio): 8
Docetismo: 52n
Dodona: 119 Iared: 99
Draeseke: 12 Idoli: 58, 62, 90, 92, 100,
102, 106, 107, 117, 123, 124,
Egitto: 119 125, 126, 130
Egiziani, Egizi: 100, 102, lesse: 99, 103
117, 119, 123, 125 Ilario di Poitiers: 8
Elcana: 99 Incarnazione del Verbo, La
Elia: 103 (di Atanasio): data di
Eliseo: 103 composizione: 9-15; strut-
Indice dei nomi e delle cose notevoli 139

tura: 15-17; destinatari e Natan: 105


modo di procedere: 17­ Neman il Lebbroso: 103
20; dottrina: 20-29; ma­ Noè: 99
noscritti, traduzioni, edi­
zioni a stam pa: 29-31; te­ Oracoli: inganno degli: 119;
sto seguito: 31 luoghi degli: 119
Indi: 119, 123 Osea: 105
Isacco: 99, 101, 107 Osio di Cordova: 8
Isaia: 99, 101, 105
Israele: 100, 103, 105 Pastore, Il (di Erm a): 41
Persiani (Magi): 102
Pizia: 119
Kannengiesser: 23, 31 Platone: 39
Provvidenza divina: 41, 59,
Lamech: 99 63, 67, 70, 109, 110, 129
Lettera ad Epitteto (di Ata­ Remissione dei peccati: 62
nasio): 52n
Lettera a Serapione (di Ata­
Salomone: 99, 105
nasio): 8 Samuele: 99
Lettera festale 39 (di Ata­
Saul: 101
nasio): 41n
Sciti: 125
Liberio: 8 Sennacherib: 100
Libia: 119 Sinodi, I (di Atanasio): 9
Licia: 119
Storia degli ariani ai mo­
naci, La (di Atanasio): 9
Magi: cf. Persiani
Male: passim ; inventato da­ T arra: 99
gli uomini: 44-46 Teofania (di Eusebio di Ce­
Maria Vergine: 52, 68, 70, sarea): 14
74, 95, 101, 102 Thomson: 31n
M artiri: 85, 87-88
Meleziani: 8 Universo: sua esistenza
Moab: 100 spontanea (epicurei): 39;
Moehler: 29 sua esistenza causata: 39:
Morte: passim ; causata da­ rinnovato dal Verbo; 49;
gli uomini: 45, 55, 56; ne­ suscita stupore negli uo­
cessaria in tutti per pa­ mini: 64; ordinato dal
gare il debito di tutti: 74; Verbo: 69; cf. Dio
vittoria sulla: 71, 80, 88, Unto (del Signore): 105
117, 118; ridotta all’im­ Uomo: passim; fatto a im­
potenza dal Salvatore: 87, magine di Dio: 42, 46,
88, 93; per cancellarla il 57, 60, 61; per sua na­
Salvatore si rivesti di un tura teme la m orte: 86;
corpo: 115; cf. Diavolo in virtù di Cristo supera
Mosè: 99, 100, 101, 102, 107 il timore di essa: 86
140 Indice del nomi e delle cose notevoli

Valente: 9 crede nella risurrezione


Verbo di Dio: passim ; e del suo corpo non cono­
rinnovamento dell'uni­ sce la sua potenza: 91; cf.
verso: 49; e sua presen­ Croce
za nel creato: 51, 68, 83, Verginità: 124, 125
111, 112; guarigione dalle Vita di Antonio (di Atana­
malattie a opera del: 69; sio): 9
convenienza della risurre­
zione dopo tre giorni del
suo corpo: 83-84; chi non Zaccaria (profeta): 105
INDICE SCRITTURISTICO

Antico Testamento

Genesi 21 (22), 17-19 : 98 11, 10 : 98


22 (23),4 : 125 19, 1 : 96
1, 1 : 41 23 (24), 7 : 82 35, 3-6 : 103
2, 16-17 : 43 81 (82), 6-7 : 45 53, 3-5:9
49, 10 : 106 106 (107), 20 : 107 53, 6-8:9
Numeri 117 (118), 27 : 107 53, 8-10
53, 8 : 101
24, 17 : 96 Proverbi 53, 9 : 68
63, 9 : 107
Deuteronomio 14, 26 : 125
65, 1-2 : 103
21, 23 : 81 Sapienza
Geremia
28, 66 : 98, 101 2, 23-24 : 45
6, 18 : 45 11, 19 : 98
2 Re
12, 1 : 99 Isaia Daniele
22, 1 : 100 2, 4 : 126 9, 24-25 : 105
Salmi 7, 14 : 95 Osea
8, 4 : 96, 99
15 (16), 10 : 77 11, 9 : 108, 116 11, 1 : 96

Nuovo Testamento

Matteo 5, 7 : 71, 92 12, 24 : 121


8, 28 : 92 14, 1-12 : 80
1, 23 : 95 9, 34 : 121 19, 4-6 : 40
2, 15 : 96 11, 13 : 106 19, 26 : 36
142 Indice scritturistico

21, 33-41 : 61 2, 37 : 125 Galati


24, 42 : 134 8, 32-33 : 97
24, 44 : 134 13, 35 : 77 3, 13 : 81
26, 64 : 134 17, 27 : 51
27, 45-51 : 71 17, 28 : 35, 111 Efesini
19, 19 : 127 2, 2 : 82
Marco 26, 26 : 78 2, 14 : 81
3, 22 : 121 3, 17-19- : 65
6, 14-29 : 80 Romani
16, 17 : 120, 124 1, 20 : 92 Colossesi
1, 25 : 58 2, 15 : 117
Luca 1, 26-27 : 46
4, 34 : 92 6, 8 : 52 1 Timoteo
10, 18 : 82 9, 5 : 130
11, 15 : 122 10, 20-21 : 103 6, 15 : 56
15, 3-6 : 62 15, 12 : 98
Tito
19, 10 : 62, 64
1 Corinti 1, 3 : 56
Giovanni 1, 21 : 63
1, 22 : 35 Ebrei
1, 1 : 122
1, 3 : 41 1, 24 : 71, 122 2, 9 : 55
3, 5 : 62 2, 8 : 128 2, 10 : 55
8, 48 : 121 2, 9 : 135 2, 14-15 : 55, 75
9, 32-33 : 104 15, 20 : 93 4, 12 : 91
10, 37-38 : 69 15, 21-22 : 56 10, 20 : 82
12, 32 : 82 15, 53-55 : 75 11, 3 : 41
19, 24 : 98 15, 55 : 86 11, 35 : 75
12, 12 : 103
Atti 2 Corinti
2, 24 : 85 1 Pietro
5, 10 : 134
2, 31 : 77 5, 14-15 : 55 2, 22 : 68