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GLI APOLOGETI GRECI

Traduzione, introduzioni e note


a cura di Clara Burini

città nuova editrice


INTRODUZIONE GENERALE

I. L’apologetica greca del II secolo

Con le ttera tu ra apologetica s'intende generalmente


quell'insieme di scritti che, fin dai prim i decenni del II
sec., furono composti per difendere il cristianesimo e i
cristiani dalla persecuzione, dalla proscrizione delle leg­
gi statali, dalle accuse dei pagani, dalle ostilità degli
am bienti culturali, dall'opposizione dei Giudei. Ma, al di
là di questo concetto di «difesa» (che indica l ’intento pe­
culiare degli scritti), va sottolineato il grande valore dot­
trinale di queste opere. Esse non pervengono ad u n ’espo­
sizione sistematica e completa della fede e dei principa­
li contenuti della verità rivelata, riescono però a dim o­
strare, in polemica con il mondo pagano e con quello
giudaico, sia i principi di verità rispetto al politeismo,
sia la perfezione di vita rispetto agli ideali proposti dal­
la filosofia e dalla cultura del mondo greco romano. Al
tempo stesso, dimostrano come la nuova religione sia il
com pim ento delle profezie dell'Antico Testamento,
l ’adem pim ento delle attese messianiche e il superamen­
to di ogni legalismo ebraico. In breve: «l'apologetica
greca nasce come esigenza di verità e di carità»1.
Sviluppatasi prim a nelle regioni di lingua greca e
poi in quelle di lingua latina, l ’apologetica doveva costi-
1 Cosi P. Ubaldi - M. Pellegrino, Atenagora. La Supplica per i
stiani. Della risurrezione dei m orti (Corona Patrum Salesiana. Serie
greca, 15), Torino 1947, p. X.
6 Introduzione generale

taire l ’espressione più significativa della letteratura cri­


stiana in quell'arco di secolo compreso tra il principato
di Adriano (117-138) e quello di Commodo (180-192) e
che corrisponde alla stagione più felice dell'età degli
Antonini. Le vittorie e le conquiste di Traiano avevano
già assicurato periodi di pace e, quindi, di prosperità e
di benessere. Si era stabilito un clima favorevole a nuo­
vi programmi culturali in cui doveva trovare spazio in
modo particolare l'ideale filosofico con privilegio dello
stoicismo: «mai la filosofia e la ragione hanno avuto
tanto onore come nell'epoca degli illum inati Antonini
che gradiscono essi stessi il titolo di filosofi» 2. Tutto
sembrava assicurare un'epoca di fortuna duratura; in
realtà, già al tempo di Marco Aurelio, questa compagine
di prosperità cominciò ad incrinarsi: sorsero problemi
economici di non facile soluzione; i popoli barbari m i­
nacciarono i confini obbligando ad instaurare una nuo­
va politica militare.
Quanto al rapporto che si stabilisce in questo perio­
do tra lo Stato e i cristiani e tra il popolo pagano e i se­
guaci della nuova fede, esso si concretizza in un atteg­
giamento di rifiuto e di ostilità, a danno del cristianesi­
mo; un'intolleranza mai spenta e sempre quiescente che
si fa più grave e minacciosa nella misura in cui viene a
mancare quella pace che è garanzia di benessere e di
prosperità. «L'ostilità, che già nel I sec. aveva animato
le folle pagane verso i cristiani, trova nuovo incremen­
to, identifica in essi coloro che, rompendo con il loro ri­
fiuto dei culti tradizionali e il loro ateismo la pax deo-
rum, attirano su ll’impero la maledizione divina e chie­
de allo Stato un deciso e massiccio intervento contro di
loro» 3. Ostilità destinata a rimanere aperta fino a
quando non si stabilirà, con la dinastia dei Severi, un
periodo di tolleranza.

2 M. Sordi, I cristiani e l'impero romano, (Di fronte e attraverso,


118), Milano 1983, p. 64; cf. anche P. Siniscalco, Il cammino di Cristo
nell'impero romano, Bari 1983, pp. 41-44.
3 M. Sordi, op. cit., p. 65.
Introduzione generale 7

È in tale contesto storico, ma soprattutto in questo


clima di persecuzione, che operano i Padri apologisti:
nei loro scritti, confutando apertamente le accuse rivol­
te ai seguaci della nuova fede, contrappongono e difen­
dono con coraggio la dottrina predicata da Cristo, non
senza coinvolgere la stessa persona d ell’imperatore, co­
me testim oniano le iscrizioni dell'una o dell'altra apolo­
gia. Il cristianesimo perseguitato trae cosi, da queste pa­
gine di appassionata difesa e di genuina testimonianza
di fede, una nuova linfa vitale, una nuova forza, un più
sicuro sostentamento, mentre la predicazione e l'attività
missionaria operano secondo l ’annuncio e la promessa
del Risorto ai suoi discepoli (Atti, 1, 8). Se la politica im ­
periale e la massa del popolo pagano urtano coloro che
credono nella «buona novella», questa continua ad es­
sere predicata. Il cristianesimo aveva ormai conquista­
to le regioni dell'Anatolia e della Mesopotamia fino
a ll’Estremo Oriente; si era propagato lungo le coste
dell'Africa settentrionale, d all’Egitto alle colonne d'Èr­
cole; aveva raggiunto le regioni della Spagna e della
Gallia.
Sulle orme della prim a predicazione, costantemen­
te ispirati ed ancorati alla Parola di Dio, gli apologisti
contriburono non poco al diffondersi della nuova reli­
gione e, soprattutto, al consolidarsi della fede in un pe­
riodo in cui l ’opposizione da parte del giudaismo e del
paganesimo era quasi sempre intransigente. Alle pole­
miche dei Giudei essi rispondono con l ’autorità della
Scrittura nella sua continuità tra Antico e Nuovo Testa­
mento; ai sospetti e alle calunnie dei pagani essi oppon­
gono la fede nell’unico Dio, l ’assoluta ragione della dot­
trina di verità, l ’esempio della vita cristiana. Condanna­
no il politeism o e l ’idolatria; la corruttibilità e la corru­
zione degli dèi pagani; le aberranti ed assurde storie m i­
tologiche; l ’im m oralità del paganesimo e ogni forma di
vita schiava dei dem oni e succube della loro istigazio­
ne. Al politeism o e al culto degli dèi essi contrappongo­
no la conoscenza del vero Dio e la dimostrazione della
sua esistenza e provvidenza attraverso il creato e la sua
8 Introduzione generale

armonia; alla corruzione del mondo pagano, la purezza


della morale e dei costum i cristiani.
È questa la fede che gli apologisti vogliono profes­
sare e che, provocati dall'ostilità del giudaismo e del
paganesimo, scolpiscono nei loro scritti, lasciando una
■testimonianza esemplare di fede che, nata nel II sec.,
doveva essere recepita fino ai nostri giorni.

II. I Padri apologisti

La tradizione letteraria è solita rintracciare le origi­


ni dell’apologia cristiana in alcuni discorsi degli Atti
degli Apostoli 4 e n ell’apocrifa Predicazione di Pietro 5,
ma la vera e propria letteratura apologetica si sviluppa
in pieno II sec. e i suoi maggiori rappresentanti sono
Aristide, Giustino, Taziano, Atenagora e Teofilo. Della
loro vita e delle loro opere tratteremo nelle rispettive
introduzioni particolari che precedono la traduzione de­
gli scritti ai quali è dedicato il presente volume. Fare­
mo invece frequente riferimento al loro testo nel pre­
sentare più avanti le linee fondam entali dell’intento
apologetico e dottrinale.
Ora vorrem mo ricordare, accanto a loro, quegli al­
tri apologisti — vissuti sempre nel II sec. e di lingua
greca — le cui opere sono andate interamente perdute
oppure sono pervenute a noi solo in frammenti: una do­
cum entazione minima, ma che, assieme ad altre fonti
(con particolare riferimento alla H istoria Ecclesiastica
di Eusebio di Cesarea) ci conferma come in questo pe­
riodo l ’attività letteraria degli autori cristiani fosse in­
tensamente impegnata nella difesa della dottrina.
La prim a e più antica apologia risale al 125 ca. Se­
condo la testimonianza di Eusebio, fu composta da

4 Con particolare riferim ento al discorso di Stefano: Atti 7, 1-54 e


a quelli di Paolo a Listra (14, 15 ss.) e ad Atene (17, 22-31).
5 Testo apocrifo della fine del I sec. nel quale è presente una po­
lemica contro il politeismo pagano e contro il legalismo giudaico.
Introduzione generale 9

Q uadrato ed indirizzata a ll’imperatore Adriano 6. L'ope­


ra — di cui nessun altro autore fa m enzione — fu scrit­
ta «a favore della nostra religione perché certi uom ini
malvagi facevano di tutto per molestare i nostri (fratel­
li)» 7. Eusebio dichiara poi di possedere egli stesso —
come m olti altri — l'apologia di Quadrato 8 e ne esalta
il pensiero e l ’ortodossia. Cita inoltre un brano dello
scritto (l’unico fram m ento a noi pervenuto!) per dim o­
strare che Quadrato era un autore «molto antico» 9 e
che era vissuto nel tempo im m ediatam ente posteriore a
quello di Gesù 10.
Dopo Quadrato dobbiamo ricordare Aristone di
Pella, il prim o apologista che difende il cristianesimo
dalla polemica e dalle ostilità del giudaismo. Compose
una Discussione tra Giasone e Papisco a proposito di
Cristo, ma anche di quest'opera nulla ci è pervenuto.
Databile presum ibilm ente intorno al 140 lo scritto fu
concepito e steso in forma dialogica e i due interlocuto­
ri sono appunto un cristiano e un Giudeo. Attenendoci
alla testim onianza di Origene, scopo dell'autore era
quello di dimostrare come, con l'aiuto dei testi sacri, si
potesse affermare con certezza (e contro le tesi del giu­
daismo) che in Gesù di Nazareth si erano compiute le

6 Eusebio, Historia Ecclesiastica 4, 3, 1.


7 Eusebio, op. cit., 4, 3, 1 s.
8 Ibid.
9 II term ine greco impiegato da Eusebio è archaiótèta: op. cit., 4,
3, 2.
10 Ibid.) cosi si legge nel frammento citato da Eusebio: «Le opere
del nostro Salvatore erano sempre presenti poiché erano vive; coloro
che erano stati sanati, coloro che erano risorti dai m orti non furono
visti solo quando furono guariti o risorti, m a erano sempre presenti;
e non solo m entre il Salvatore veniva qui in terra, m a anche dopo la
sua m orte e per un tempo tale che alcuni di loro sono vissuti fino ai
nostri giorni».
11 Si suppone questa datazione come la più probabile poiché (se­
condo le testimonianze indirette a noi pervenute) si ricordano, come
fatti recenti, la battaglia di Bether (che pose fine alla guerra giudai­
c a avvenuta tra il 132 e il 135), la dispersione dei Giudei ed alcuni
decreti di Adriano.
10 Introduzione generale

profezie riguardanti il Cristo 12. Dalle altre testim onian­


ze indirette a noi pervenute sappiamo che, dei due in­
terlocutori, Giasone era un cristiano proveniente dal
giudaismo, mentre Papisco era un Ebreo nato in Ales­
sandria d'Egitto. Al termine della discussione (secondo
un topos di chiusura che si ritroverà di frequente)
l ’Ebreo riconoscerà in Gesù Cristo il Figlio di Dio e
chiederà di essere battezzato 13.
11 terzo apologista le cui opere sono andate intera­
m ente perdute è Milziade. Nativo dell’A sia Minore ed
educato alla retorica, fu contemporaneo di Taziano e,
probabilmente, anch 'egli allievo di Giustino. Si suppone
che sia vissuto tra il 125 e il 195. Le prime notizie sulla
sua attività letteraria e apologetica, le troviamo ancora
una volta in Eusebio il quale (citando un fram mento
anonim o della fine del II sec.) c ’informa che Milziade
aveva scritto contro l'eresia m ontanista ed aggiunge su­
bito dopo che egli ci lasciò «altre opere a testimonianza
del suo studio nelle Sacre Scritture»: due libri Contro i
Greci; due libri Contro i Giudei e, infine, un'Apologia
«agli imperatori del tempo 14 sulla filosofia che egli pra­
ticava», cioè sulla filosofia cristiana 15.

12 Cf. Contra Celsum 4, 52. Origene volle prendere le difese di


Aristone di Pella e della sua opera, poiché il filosofo pagano Cel­
so, nel suo Alèthés Lògos aveva condannato l’allegorismo usato dal­
l’apologista nella spiegazione dell’AT ed aveva giudicato l’apologia
un’opera «degna non solo di essere derisa, m a pure com m iserata ed
odiata».
13 L’episodio è narrato anche in un fram m ento scritto in latino il
quale fu a torto classificato tra le opere di Cipriano sotto il titolo Ad
Vigilium episcopum, m entre si tra tta della prefazione alla traduzione
latina dell’opera di Aristone, intitolata Disputa Jasonis Hebraei Chrì-
stiani et Papisti Alexandrini Judaei.
14 Da identificare o con Antonino Pio e Marco Aurelio; o con
Marco Aurelio e Lucio Vero; o con Marco Aurelio e Commodo e, co­
munque, con gli im peratori che regnarono tra il 147 e il 180, molto
più probabilmente, tra il 161 e il 180, anni che circoscrivono appun­
to la datazione dell'apologia.
15 Cf. Eusebio, Hist. Eccl. 5, 17, 5. Inoltre, secondo la testim o­
nianza di Tertulliano, Adversus Valentinianos 5, Milziade, insieme a
Introduzione generale 11

All'imperatore Marco Aurelio indirizzò uno scrìtto


apologetico anche Claudio Apollinare, vescovo di Gera-
poli in Frigia. Lo testimonia Eusebio di Cesarea affer­
mando che «di Apollinare sono stati conservati m olti li­
bri presso molte persone e quelli pervenuti fino a noi
sono: il Discorso all'imperatore 16; cinque libri Contro i
Greci; un prim o e secondo libro Sulla verità; un prim o
e secondo libro Contro i Giudei e, infine, quei libri che
egli compose più tardi contro l'eresia dei Frigi» l7. Di
tutte queste opere citate non resta nulla 18.
Molto più impegnativa fu l ’attività di Melitone ve­
scovo di Sardi (nella Lidia) al tempo di Antonino Pio 19.
In questo stesso periodo o, al massimo, durante il prin­
cipato di Marco Aurelio, egli intraprese un viaggio in
Palestina dove si presume abbia composto un elenco
dei libri dell’A ntico Testamento. Della sua vita non si
hanno altre notizie; s'ignora la stessa data di morte-che
si suppone avvenuta intorno al 190, a circa 70 anni 20.
Dalla testimonianza d i Eusebio 21, risulta che Meli­
tone abbia composto almeno una ventina di opere di
Giustino e a Ireneo, sarebbe tra coloro che hanno scritto opere con­
tro gli eretici (alludendo forse alla stessa eresia gnostica).
16 «Un discorso a favore della fede»: cosi Eusebio definisce l’apo-
logia di Claudio Apollinare e quella di Melitone di Sardi: cf. Hist.
Eccl. 4, 26, 1.
17 Eusebio, op. cit., 4, 27. Alle opere citate si dovrebbe aggiunge­
re — a quanto c’inform a l’anonimo autore del Chronicon Paschale —
uno scritto Sulla Pasqua in cui l'autore avrebbe esposto, fra gli altri
argomenti, i motivi della celebrazione nel giorno 14 di Nisan: cf. i
due fram m enti conservati in PG 92, 80 s.
19 Nessun ulteriore contributo reca la testim onianza di Girolamo
nel De viris illustrìbus 26 e ne\YEpistola ad Magnum (ep. 70).
19 Cf. Eusebio, op. cit., 4, 13, 8.
20 Melitone era già m orto quando Policrate di Efeso, in una lette­
ra a V ittore I (vescovo di Roma dal 189 al 199) lo nomina tra i più
celebri uomini di Chiesa che avevano difeso la celebtfazione della Pa­
squa al 14 di Nisan; cf. Eusebio, op. cit., 5, 24, 5.
21 Eusebio, op. cit., 4, 26, 2: qui le opere sono elencate senza un
esatto criterio, né tanto meno in ordine cronologico. Eusebio cita
quei titoli che ricorda, m a è da supporre che altri scritti siano stati
omessi.
12 Introduzione generale

cui, nel migliore dei casi, ci restano solo frammenti. Da


questi, e dai titoli pervenuti, si percepisce la ricchezza
degli argomenti trattati: di tipo apologetico e liturgico;
ecclesiale ed etico; esegetico e dogmatico. Una vera e
propria miniera, ma da cui, purtroppo, non si possono
estrarre che alcune isolate testimonianze di pensiero e
di dottrina.
Fra tutte le opere 22 ci preme ricordare il Discorso
sulla fede: uno scritto apologetico indirizzato all'impe­
ratore Marco Aurelio; ci restano solo quattro fram m en­
ti: tre nella H istoria Ecclesiastica di Eusebio (libro IV,
cap. 26, 5-11) e uno nel Chronicon Paschale 23. Dalla let-
22 Secondo il citato elenco di Eusebio, queste le opere: due libri
Sulla Pasqua (possediamo un unico framm. in cui l’autore indica la
data di composizione [= 164-167] e le motivazioni dello scritto); Sul
giusto modo di vivere e sui profeti; Sulla Chiesa; Sul giorno di do­
menica; Sulla fede dell’uomo; Sulla creazione; Sull'obbedienza dei
sensi alla fede; L'anima e il corpo; Sul battesimo; Sulla verità; Sulla fe­
de e nascita di Cristo; Sulla profezia riguardante il Cristo; Sull'ospitalità;
Clavis; Sul diavolo (cf. Origene, Selecta in Ps. 3, 1); L'Apocalisse di Gio­
vanni; Sul Dio incarnato (cf. Origene, Selecta in Gen. 1, 26; Gennadio, De
ecclesiasticis dogmatibus 4). Melitone avrebbe composto anche degli Ex­
cerpta ( sui libri in cui Melitone trattava del Salvatore e della nostra fede
basandosi su argomenti già presenti nei libri della Legge e dei Profeti);
uno scritto in occasione della Passione e un altro su\YIncarnazione di Cri­
sto. Cf. anche Girolamo, De viris illustribus 24. — A Melitone furono attri­
buite anche altre opere da ritenersi senz’altro spurie: un Discorso di Me­
litone (opera polemica contro il paganesimo, composta fra il 140 e il 122,
da anonimo siriaco); una Clavis Sacrae Scripturae (di autore latino vissu­
to forse nel sec. Vili, anche se dal sec. XI in poi si diffuse come opera di
Melitone); La passione di S. Giovanni evangelista (opera del VI sec. o po­
steriore, ispirata agli apocrifi Atti di S. Giovanni di autore gnostico); il
Transito della Beata Maria Vergine (s'ignora l’autore, la data e il luogo di
composizione); una Catena in Apocalypsim (d'autore anonimo e comun­
que posteriore al sec. XIII); una Lettera ad Eutrepio (resta solo un brevis­
simo framm. in lingua armena; si pensa che l’epistola sia stata attribuita
a Melitone di Sardi per errore di omonimia).
23 È un’opera a carattere storico cronologico, scritta a Costanti­
nopoli nella prim a m età del VII sec. da autore anonimo (forse chieri­
co al tempo del p atriarca Sergio). La cronologia è com putata dalla
creazione di Adamo all’anno 629 d.C. e indica con m assim a esattezza
le datazioni delle celebrazioni pasquali: da qui il titolo di Chronicon
Paschale dato allo scritto dal Du Cange nel 1688.
Introduzione generale 13

tura dei prim i due fram m enti si viene a conoscenza del­


le vessazioni subite dai cristiani in Asia Minore (denun­
zie, persecuzioni, depauperamento, ecc.) e della richie­
sta rivolta direttam ente all'imperatore affinché si pro­
nunci sui cristiani una condanna o u n ’assoluzione, ma
solo dopo un giusto giudizio 24.
Il terzo fram m ento (più ampio dei precedenti) tratta
del cristianesimo come filosofia e afferma come la sua
diffusione abbia coinciso con un periodo di prosperità e
di benessere. Vi si leggono inoltre altre affermazioni di
notevole valore storico: la persecuzione avvenuta du­
rante il principato di Nerone e Domiziano; l ’importanza
del rescritto di Adriano a Minucio Fundano 25 e dei re­
scritti di Antonino Pio alle città della Grecia; l ’attesa e
la speranza da parte cristiana che anche Marco Aurelio,
di molto più um ano e saggio degli altri imperatori, si
dim ostri benevolo e giusto nei confronti dei seguaci di
Cristo 26.
Nel quarto ed ultim o fram m ento che possediamo
tom a la polemica antipagana: a ll’idolatria l ’autore op­
pone la fede nell'unico vero Dio 21.
Quanto alla datazione, l ’apologia di Melitone è sta­
ta composta dopo la morte di Antonino Pio 28 e, facen­
do fede al Chronicon di Eusebio, deve collocarsi tra il
171 e il 172, poiché «Melitone vescovo di Sardi conse­
gnò a ll’imperatore u n ’a pologia in difesa dei cristiani»
nell'undicesimo anno dell’impero 29.
Un altro apologista da ricordare, ma di cui nulla
ci è pervenuto, è Apollonio. Le poche notizie che di
lui possiediamo sono fornite sempre da Eusebio. Que­

24 Eusebio, Hist. Eccl., 4, 26, 5 s.


25 Cf. Giustino, I Apologia 68, 6.
26 Si legga il lungo framm. riportato da Eusebio, op. cit., 4, 26,
7-H.
27 Cf. Chronicon Paschale, in PG 92, 631.
28 Cosi si deduce dal terzo framm. in Eusebio, op. cit., 4, 26, 10 s.
29 Cf. Chronicon, ad a. Abrami 2187 che corrisponde al 171-172
d.C. (XI anno del principato di Marco Aurelio).
14 Introduzione generale

sto parla di Apollonio per testimoniare come durante il


principato di Commodo il cristianesimo si era diffuso
ed era stato accolto anche negli am bienti ' nobili e
aristocratici30. Apollonio, infatti, è un esempio di con­
versione tra uom ini di elevata condizione sociale e la
sua testim onianza di fede lo condurrà sino al martirio.
Prima della sua condanna a morte egli avrebbe pronun­
c i l o un'Apologia, a difesa del suo credo, davanti al
Senato 31. Anche se non possiamo stabilire di che tipo
sia stata la difesa proclamata da Apollonio (se un di­
scorso o uno scritto di più ampio respiro, come vorreb­
be Girolamo), è certo tuttavia che u n ’apologia fu pro­
nunciata e che ciò avvenne durante l'impero di Com­
modo (180-185) 32.
Un ultim o scritto apologetico da menzionare è lo
Scherno dei filosofi pagani: una breve composizione di
carattere fortemente polemico nella quale l'autore si
propone di dimostrare in dieci brevi capitoli quali sono
state le contraddizioni dell'una e dell'altra filosofia sul­
la natura e su ll’im m ortalità dell’anima; sulla natura
d ell’uomo; sui principi delle cose esistenti. Lo scritto è
attribuito ad un certo Erm ia la cui identificazione, lun­
gi dall’aver trovato una soluzione definitiva, ha fatto
oscillare anche la datazione dell'opera stessa, attribuen­

30 Eusebio, Hist. Eccl. 5, 21.


31 Girolamo nel De viris illustribus 42 aggiunge che Apollonio era
«senatore» di Roma; che fu accusato e denunciato dal suo schiavo
Severo; che scrisse un’opera a difesa del cristianesim o e che la lesse
davanti al Senato: cf. anche De vir. ili 53; Epistola 70, 3.
32 Alcuni autori hanno sostenuto che Apollonio non abbia compo­
sto un’apologia, m a che debbano considerarsi «apologetiche» le ri­
sposte date al giudice che lo interrogava. Del resto Eusebio è troppo
convincente quando afferma di aver inserito nella sua raccolta degli
A tti dei martiri (raccolta ora perduta) sia gli Atti del m artirio di
Apollonio, sia l’apologia da lui pronunciata davanti al Senato (cf.
Hist. Eccl. 5, 21, 4 s.). Non è da escludere tuttavia che nell’attuale te­
sto degli A tti siano confluite alcune parti deìì’Apologia, soprattutto
la confutazione dell'idolatria (capp. 14-22) e la dottrina del Logos
(capp. 32-42).
Introduzione generale 15

dola a scrittori del II o del IV sec. Attualmente, dopo le


prime ipotesi avanzate da C. Otto 33, si ritiene che lo
scritto sia stato composto non prim a del 165 e non do­
po il 220: lo dimostra la dipendenza dal cap. 25 del Di­
scorso di Greci di Taziano e dal cap. 7 dell 'Esortazione
ai Greci dello Pseudo-Giustino. Inoltre, a prescindere
dalle varie e diverse contaminazioni e derivazioni, la
polemica e la satira che sono presenti nello scritto ri­
flettono pienam ente quel conflitto ideologico che tra
cristianesimo e filosofia si stabili nella seconda metà
del II sec.

III. Apologia e dottrina

Le opere apologetiche a noi pervenute e la non tra­


scurabile, se pur limitata, testimonianza dei frammenti,
attestano il sorgere in pieno II sec. di u n ’attività lettera­
ria indissolubilm ente legata e motivata da quelle vicen­
de conflittuali che fecero del cristianesimo una religio­
ne illecita e dei cristiani un popolo perseguitato. La vo­
ce degli apologisti è la voce di questo popolo, ma è an­
che la voce della fede cristiana. È la voce di coloro che,
com battuti ed osteggiati dai Giudei come fossero stra­
nieri e perseguitati dai pagani come n e m ic i34, invocano
anzitutto che si faccia giustizia. Ma è pure la voce di co­
loro che anche nella persecuzione devono annunciare il
Cristo e la sua Parola.

1. L’apologia

Per loro stessa definizione, come dicevamo all'ini­


zio, gli scritti apologetici si presentano anzitutto come
una difesa. Le m otivazioni che inducono l'uno o l'altro

33 Corpus Apologetarum, voi. IX, Jena 1847, pp. XII-XXI.


34 Cf. Ad Diognetum 5, 17.
16 Introduzione generale

autore a formulare le varie proposizioni sono ampie e


profonde 3S.
Ogni scritto apologetico discolpa e giustifica il cri­
stianesimo e i cristiani non solo contro le leggi persecu­
torie allora vigenti e le numerose condanne a morte,
ma anche contro una serie di accuse, che provenivano
sia dall'ambiente giudaico che da quello pagano. È, in
altri termini, la difesa della Parola di Dio e di coloro
che vivono ad essa radicati, contro ogni altra religione,
contro ogni altra ingannevole filosofia, contro ogni al­
tra scelta di vita.
Era necessario, dunque, scagionare il cristianesimo
da tutte le im putazioni e le incriminazioni da cui era
assalito e vilipeso sia da parte dei Giudei che da parte
dei pagani, talora alleati a «preparare il rogo» per i se­
guaci di Cristo 36. Infatti, fin dal prim o costituirsi della
Chiesa, i Giudei per prim i dimostrarono la loro ostilità
contro la nuova religione: la lapidazione di Stefano nel

35 La politica di persecuzione iniziò con Nerone e, in concomitan­


za con l’incendio del 19 luglio 64, moltissimi cristiani furono condan­
nati a m orte quale «genus hominum superstitionis novae ac malefi-
cae» (Svetonio, Vita Neronis 16, 2; cf. Tacito, Annales 15, 44). Dal 64
entrò quindi nella legislazione di Roma Vinstitutum neronianum in
base al quale il cristianesim o era dichiarato religio illicita e quanti
confessavano tale religione erano colpevoli di delitto e, quindi, passi­
bili di m orte (cf. Tertulliano, Apologeticum 4, 4 s.; Ad nationes 1, 7).
L'institutum restò in vigore anche dopo la m orte di Nerone e creò il
presupposto giuridico alle persecuzioni che seguirono. Non fu mai
annullato, neppure quando entrarono in vigore altri rescritti impe­
riali, come quello di Traiano degli anni 111-113 e vigente fino al 202
(cf. Plinio, Epistola 10, 97); quello di Adriano, em anato tra il 124 e il
126 (cf. Giustino, testo allegato alla fine della I Apologia', Eusebio,
Hist. Eccl. 4, 9); quelli di Antonino Pio, inviati ad alcune città della
Grecia (cf. Eusebio, Hist. Eccl. 4, 13, 1-7; 4, 26, 10); quello di Marco
Aurelio indirizzato nel 177 al proconsole della Gallia circa la perse­
cuzione verificatasi a Lione e Vienne (cf. Eusebio, op. cit., 5, 1, 1-2, 8
e 5, 1, 47 in particolare). Per uno studio più approfondito rim andia­
mo a M. Sordi, op. cit., spec. pp. 63-85.
36 Si legga il Martyrium Polycarpi 13, 1; cf. Eusebio, Hist. Eccl. 4,
15, 29.
Introduzione generale 17

3 7 37 e le condanne a morte emanate da Erode Agrippa


nel 42 38 segnarono l ’inizio di una presecuzione che si
estese a tutto il II sec. sia nella Palestina che nella Dia­
spora 39.
I m otivi dell’ostilità e delle accuse da parte giudai­
ca furono essenzialmente di natura religiosa e, per certi
aspetti, gli stessi che, ancora oggi, si pongono a frattura
tra il mondo ebraico e il mondo cristiano. Questo è ac­
cusato di non osservare la legge e il sabato; di rinnega­
re il Dio di Abramo; di credere in Gesù Cristo come Fi­
glio di Dio e Messia promesso 40.
Più articolata l'imputazione che proveniva invece
dal mondo pagano e contro la quale l ’impegno degli
apologisti viene assolto con una partecipazione ancora
più viva e con un fervore che si sprigiona anzitutto dal­
la consapevolezza dell’innocenza e dalla coscienza di
una vita secondo giustizia.
Alle accuse del m ondo giudaico gli apologisti cri­
stiani 41 rispondono sostenendo la continuità tra Antico
e Nuovo Testamento; affermando che la vera giustizia
consiste nella conversione del cuore e non nel legali­
sm o prescritto; dichiarando di credere nel Dio di Abra­
mo, m a anche nel Gesù di Nazaret, il Messia promesso
nel quale si sono adempiute tutte le profezie. L ’econo­
m ia della salvezza trova la sua centralità nel Cristo, il
Verbo di Dio che si è fatto carne e che, nel suo sangue,
ha stretto con il suo popolo la «nuova ed eterna allean­
za» per condurlo dalla schiavitù del peccato alla salvez­
za eterna 42.

37 Cf. Atti 6, 8 - 8, 3.
38 Cf. Atti 12, 1-19; Eusebio, Hist. Eccl. 2, 9, 1.
39 Cf. Eusebio, op. cit., 3, 5, 1-6; Giustino, I Apologia 31, 5 s.; Ter­
tulliano, Scorpiace 10; Ad nationes 1, 14.
49 Cf. Giustino, Dialogus 8-11.
41 In particolare Aristone di Pella, Giustino (nel Dialogo con il
giudeo Trifone) e Milziade.
42 La più am pia e la più antica apologia contro le accuse giudai­
che è rappresentata dal Dialogus di Giustino; si leggano, in particola­
re, i capp. 11; 14; 18; 43; 56; 58; 61; 62; 78; 84-100; 126-129.
18 Introduzione generale

L ’a ccusa e la polemica da parte giudaica poggiano


su argomenti specificamente religiosi e dottrinali e co­
stringono dunque gli apologisti ad una risposta altret­
tanto impegnata a dimostrare, sulla base della Sacra
Scrittura, la verità della rivelazione e il perfezionamen­
to della legge nel Cristo, cosicché il cristianesimo viene
presentato e difeso come la fede nuova ed eterna 43 e i
cristiani come il «nuovo» popolo di Dio, il «nuovo
Israele» 44.
Su un diverso piano si pone invece la difesa del cri­
stianesimo contro le accuse dei pagani; le apologie com­
poste contro le loro calunnie e contro la loro persecu­
zione furono molto più numerose e determinarono
quella vasta produzione apologetica che fiori con massi­
mo vigore dal principato di Adriano a quello di Com­
modo, cioè per tutto il II sec., ad eccezione del prim o e
secondo decennio 4S. Un insieme di scrìtti che, p u r nella
diversità dello stile e nella peculiarità espositiva e con­
tenutistica propria di ciascun autore, si propone di con­
futare attentam ente le accuse e le im putazioni prim a di
esporre, in seconda istanza, i contenuti della fede.
Occorre anzitutto provare «l'innocenza dei cristiani
e la verità della loro dottrina e di conseguenza reclama­
re il diritto dei cristiani a ll’esistenza» 4é. E cosi la difesa
stessa si trasforma sovente in u n ’aperta denuncia del­
l'ingiustizia e del sopruso di coloro che accusano e di
coloro che condannano.
Rivolgendosi a persone colte, tra cui gli stessi impe­
ratori, sovente prim i destinatari degli scritti, gli apolo­
gisti devono scagionare i cristiani dalle false delazioni.

43 Cf., specialmente, Giustino, Dialogus 48-108.


44 Ibid., 109-142.
45 Q uadrato ed Aristide operarono al tempo di Adriano (117-138);
Giustino, Taziano, Atenagora, Milziade, C. Apollinare e Melitone al
tempo di Antonino Pio, di Lucio Vero e di Marco Aurelio (138-160);
Teofilo ed Apollonio al tempo di Commodo (180-192) ed Erm ia alla fi­
ne, forse, del II secolo.
46 Cf. V. Monachino, Intento pratico e propagandistico nell'apolo­
getica greca del II secolo, in «Gregorianum» 32 (1951) 8.
Introduzione generale 19

La più esplicita testimonianza di quali fossero le princi­


pali accuse rivolte ai seguaci di Cristo, la troviamo in
Atenagora, al cap. 3 della Supplica:
«Ci attribuiscono tre delitti: ateismo, cene tiestee ed
unioni edipodee. Se queste (accuse) sono vere, non ab­
biate riguardo per nessuno, m a citate in giudizio i de­
litti ed estirpateci dalle radici con le nostre mogli e
con i figli (...)• Ma se queste sono chiacchiere e calun­
nie senza fondam ento (...) e voi siete testim oni che in
nulla siamo colpevoli di tu tto questo (...), d’ora in poi
spetta a voi condurre u n ’indagine sulla (nostra) vita,
sulle dottrine, sulla stim a e sulla sottom issione nei
confronti vostri, della vostra casa e dell’impero e cosi,
una volta per tutte, (potrete) concedere nulla di più di
quello che (concedete) a coloro che ci perseguitano.
Noi li vinceremo; noi che, in nome della verità, diamo
senza esitare, anche la vita» 47.
Accuse gravi che erano maturate negli am bienti pa­
gani fin da quando i cristiani si erano distinti per il lo­
ro modo di vivere rifiutando tutto ciò che era paganesi­
mo; accuse infam anti che non era facile fronteggiare. Il
rifiuto degli dèi adorati nel culto ufficiale e la ripulsa
degli onori divini da tributare a ll’imperatore bollavano
i cristiani di ateismo e li im putavano di sovversione poli­
tica; la celebrazione del sacrificio eucaristico e il nutrirsi
del corpo e del sangue di Cristo costituiva agli occhi del
pagano un delitto di antropofagia; l'amore e la carità che
regnava tra i fratelli nella fede erano intesi soltanto come
espressioni erotiche e amplessi incestuosi.
Né fu solo il popolo a manifestare la sua ostilità,
ma ad esso si unirono anche alcuni letterati e soprat­
tutto i filosofi 48.

47 Cap. 3, 1 s.
48 Fin dall'inizio del I secolo ne abbiamo ampia testimonianza: si
legga Plinio, Epistola 10, 96, 8; Tacito, Annales 15, 44, 5; Svetonio, Vi­
ta Neronis 16, 2; Crescente (in Giustino, II Apologia 3). Dal 170 in poi
l’invettiva contro i cristiani diviene ancora più sferzante; si ricorde-
20 Introduzione generale

Gli apologisti devono tener conto, dunque, e delle


accuse e degli accusatori, sostenendo un tipo di difesa
che, confutando le accuse sollevate dal popolo, riesca
persuasiva soprattutto agli uom ini di cultura e li con­
vinca dell'innocenza dei cristiani.
A ll’accusa di a te ism o 49 — fom entata soprattutto
dal timore che le divinità pagane rinnegate dal cristia­
no si scatenassero contro le sorti della Rom a eterna —
gli apologisti oppongono l ’adorazione che spetta solo a
Dio vero, ingenerato, eterno, creatore dell'universo. Al
delitto di rifiutare le divinità pagane, essi rispondono
conferm ando la fede nel Dio unico, nel Cristo suo Ver­
bo incarnato e nello Spirito.
È ancora nella Supplica di Atenagora che troviamo
la più ampia e significativa confutazione d ell’a ccusa di
ateismo e, al tempo stesso, la più esauriente difesa del
m onoteism o cristiano. L ’a pologista vi dedica tutta la
parte centrale del suo scritto (capp. 4-30) e confuta l ’ac­
cusa sia sul piano teorico (capp. 4-12) che su quello pra­
tico (capp. 13-30). Dimostra quanto sia assurdo definire
atei proprio coloro che credono nel Dio vero, nella sua
unità e trinità e negli angeli suoi ministri; giustifica, di

rà, in particolare, la satira di Luciano che nel De morte Peregrini


(composto appunto intorno al 170) ironizzava sull'am ore fraterno che
univa i cristiani e sul coraggio con cui affrontavano la morte. Né va
dim enticata 1’Oratio del filosofo Frontone, precettore di Marco Aure­
lio, tenuta o davanti ad un tribunale o, forse, davanti al Senato (cf.
Minucio Felice, Octavius 9, 6; 31, 2). Infine VAlèthès Lògos di Celso, il
filosofo platonico che, intorno al 175-178, pubblicò questo trattato
per dem olire la dottrina cristiana e annullare la persona e l'opera
del Cristo di fronte all'im peritura grandezza della filosofia e della
religione dei Greci. Lo scritto originale è andato perduto, m a è possi­
bile ricostruirlo dai numerosissimi brani citati nel Contra Celsum di
Origene composto nel 248 ca.
49 È la prim a delle accuse, il prim o delitto im putato ai cristian
in base al quale molti vengono m artirizzati: cf. Dione Cassio, Histo-
ria Romana 67, 14 (per la condanna a m orte di Flavió Clemente e
Flavia Domitilla); Eusebio, Hist. Eccl. 4, 15 (a proposito del m artirio
di Policarpo); Giustino, I Apologia 6; II Apologia 3; Atenagora, Lega-
tio 13 s. (sulle pubbliche accuse di ateismo).
Introduzione generale 21

conseguenza, il rifiuto degli dèi e degl'idoli pagani af­


fermando che i cristiani non adorano né il mondo né
alcuna creatura, ma solo colui che tutto ha creato e che
non vuole né sacrifici, né olocausti, ma la conversione
dei cuori e la santità della vita.
E d è proprio questa santità di vita che, nell’integri­
tà dei costumi, si oppone all'im moralità del paganesi­
mo e diviene la più sconcertante difesa contro accuse
atroci come quelle di antropofagia50 e di in cesto 51.
L'onestà, l'integrità, la purezza di vita dei cristiani è
l ’unico argomento e il più convincente per dimostrare
che il cristianesimo è dottrina di verità 52 e che, in
quanto tale, si oppone ad ogni culto pagano e rifiuta
ogni idolatria causa prim a di corruzione e d'im m orali­
tà, nonché istigazione a compiere quegli stessi delitti di
cui poi sono accusati i seguaci di Cristo 53.
I cristiani vivono obbedendo «ai giusti precetti di Dio»,
«in essi vive la tem peranza; è praticata la continenza; è
osservata la monogamia; è custodita la purezza; è ab­
b attu ta l’ingiustizia; è estirpato il peccato; è praticata
la giustizia; è am m inistrata la legge; è osservata la pie­
tà; è riconosciuto Dio. La verità presiede, la grazia cu­
stodisce, la pace regna d ’intorno; la santa parola gui­
da, la sapienza insegna; la vita ci regge, Dio regna» 54.
Un ideale e un genere di vita che non solo doveva
ritorcere le accuse pagane, ma porsi ai pagani stessi co­
me perfetto ideale di moralità secondo un'etica che ave­
va non pochi tratti in com une con la filosofia greca ma

50 Cf. Giustino, I Apologia 26; II Apologia 12; Atenagora, Legatio


3; 31; Teofilo, III Ad Autolicum 4.
51 Cf. Giustino, I Apologia 26; Dialogus 10; Atenagora, Legatio 3;
31; Teofilo, III Ad Autolicum 4.
52 Cf. Aristide, Apologia 15-16; Giustino, I Apologia 13-16; 19; 61-
67; Taziano, Oratio ad Graecos 4; Atenagora, Legatio 3; 31-35; Teofilo,
III Ad Autolicum 3, 11-15.
53 Cf. specialmente Atenagora, Legatio 34.
54 Teofilo, I II Ad Autolicum 15.
22 Introduzione generale

che non era a questa ispirata, bensì a ll’insegnamento


evangelico:
«Hanno scolpite nel cuore le leggi dello stesso Signore
Gesù Cristo e le custodiscono sperando nella risu rre­
zione dei m orti e nella vita del tempo futuro. Non com­
m ettono adulterio, non si prostituiscono, non pronun­
ciano falsa testim onianza, non desiderano i beni altrui,
onorano il padre e la m adre e amano il loro prossimo,
giudicano con giustizia. Quello che non vogliono acca­
da a se stessi non lo fanno ad un altro, esortano coloro
che si com portano ingiustam ente e li rendono loro
amici; cercano di beneficiare i nemici, sono m iti ed
am abili (...); da ogni unione illegale e da ogni deprava­
zione si astengono (...). Non disprezzano la vedova; non
affliggono l’orfano; colui che possiede provvede a colui
che non ha senza suscitare invidia; se vedono uno stra­
niero, lo conducono in casa e gioiscono con lui come
con un vero fratello; non si chiam ano fratelli secondo
la carne, m a secondo lo spirito (...). Sono pronti a dare
la vita per Cristo: custodiscono infatti con fermezza i
suoi precetti, vivendo in santità e giustizia, come il Si­
gnore Dio insegnò loro» ss.
La vita del cristiano, dunque, è irreprensibile e sen­
za colpa proprio perché nutrita e sostenuta dalla Parola
di Dio; è la «via della verità la quale condurrà coloro
che la percorrono al regno eterno promesso da Cristo
nella vita futura» 56.
E d è proprio in nome di questa verità che gli apolo­
gisti invocano giustizia a favore di coloro che vivono
nella fede in Dio e nella sua rivelazione. Si cessi, dun­
que, di parlare stoltamente contro il Signore 57 e contro
coloro che credono nei suoi insegnamenti; si sottoponga
ad esame la sincerità delle accuse e non si compia in­
giustizia contro uom ini innocenti a causa di cattive di­

55 Aristide, Apologia 15, 3-8.


56 Ibid., 15, 9.
57 Ibid., 17.
Introduzione generale 23

cerie 58; non si stabilisca la péna di morte «contro colo­


ro che non sono colpevoli di nulla» 59; non si accusino
di turpi azioni i cristiani «senza neppure conoscerli» 60;
non si tendano insidie «spargendo un mucchio di accu­
se che neppure per sospetto» riguardano i seguaci di
Cristo 61; si accolga benignamente la confutazione delle
accuse e gli stessi sovrani approvino la difesa 62.
E infine, vorrei dire soprattutto, non siano odiati o
puniti solo per il fatto di chiamarsi «cristiani» 6Ì; non
siano maltrattati e perseguitati solo per il «nome» 64:
«per questo abbiam o osato esporre a voi queste cose (e
im parerete dal discorso che noi soffriamo ingiustam ente
e al di là di ogni legge e ragione) e vi supplichiam o di ri­
flettere un po’ su di noi, affinché cessiamo una volta per
tu tte di essere perseguitati dai calunniatori» 65.

2. La dottrina

In tutti gli scritti apologetici, la difesa non è mai


concepita secondo un tecnico ed arido impianto giuridi­
co, m a animata, sostenuta e integrata dall'argomenta-
zione dottrinale, cosicché a ll’intento apologetico si uni­
sce, in modo indissolubile, quello apostolico basato
s u ll’esposizione delle verità della fede e dei dati della ri­
velazione.
Apologia e dottrina si fondono in un unico scritto,
anzi, e più esattamente, gli argomenti che sono impie­
gati per difendere il cristianesimo e i cristiani non sono
argomenti di carattere puram ente legale (come ci si

58 Giustino, I Apologia 3, 1.
59 Ibid., 68, 1.
60 Giustino, II Apologia 14, 2.
61 Atenagora, Legatio 1, 4.
62 Ibid., 37.
63 Ibid., 2, 4; cf. Giustino, I Apologià 4, 1-8.
64 Atenagora, Legatio 1, 3.
65 Ibid.
24 Introduzione generale

aspetterebbe in un'arringa o in un processo), ma sono


argomenti che poggiano sui contenuti stessi della fede e
sul modo di viverla. Si basano, cioè, sull'esposizione
della dottrina cristiana per far luce sul messaggio evan­
gelico e sull'innocenza dei fedeli accusati.
Si è spesso discusso, a questo proposito, se negli
apologisti abbia prevalso l'intento apologetico vero e
proprio — con conseguente speranza di porre fine alle
persecuzioni — oppure l'intento propagandistico o di
diffusione del cristianesimo e delle sue leggi m o ra li66.
Da parte nostra, per quanto abbiamo potuto compren­
dere e riflettere dalla lettura delle opere,) ci sembra di
poter affermare che l ’uno e l ’altro fine (l'apologetico e
l'apostolico) siano non solo presenti entrambi e con
uguale preoccupazione, ma che siano reciprocamente
dipendenti: l ’apologia, per essere proficuamente soste­
nuta (sia contro la vigente legislazione, sia contro le ac­
cuse popolari) ha bisogno di u n ’argomentazione ben de­
terminata e gli apologisti intendono proporre come pro­
va di difesa i contenuti stessi del cristianesimo e della
vita cristiana; la dottrina, a sua volta, è occasionata da
un intento apologetico e al tempo stesso presentata in
modo da divenire una proposta di conversione, annun­
ciando la verità della fede, la legge dell’amore, la spe­
ranza della risurrezione.

a) Il cristianesim o d ottrina di verità —. Che il


stianesimo sia anzitutto la dottrina della verità e la
«scienza (...) dell'essere e del véro», come la definì

66 L’interrogativo si pose fin dagli inizi del nostro secolo, quando


il Geffcken contestò per primo lo scopo pratico degli scritti apologe­
tici: cf. Zwei griechische Apologeten, Leipzig 1907, p. 99, n. 1. La sua
tesi fu seguita e sostenuta in parte da P. Ubaldi che la rese nota nel­
la sua ediz. ad Atenagora. La Supplica per i cristiani, Torino 19332, p.
IX. Si legga inoltre M. Pellegrino, Studi su l ’a ntica apologetica (Sto­
ria e L etteratura, 14), Roma 1947, pp. 1-65; V. Monachino, art. cit.,
pp. 9-49; D. Ruiz Bueno, Padres Apologetas Griegos, coll. BAC, 116,
Madrid 19792, pp. 7 s. (e 53-88).
Introduzione generale 25

Giustino 61, è l ’affermazione principale e sostanziale; di


conseguenza, gli apologisti sanno di essere schierati
non solo dalla parte della verità giuridica, m a soprat­
tutto della verità assoluta e ciò consente loro l ’aperta,
ripetuta ed esplicita denuncia dell'errore in cui si trova­
no tutti coloro che non riconoscono il Dio unico e vero:
«il Dio dei cristiani è il Dio verissimo, non contaminato
dalla malvagità e padre della giustizia, della saggezza e
delle altre virtù» 68. «Egli ha creato il genere um ano in­
telligente e capace di scegliere la verità e di agire
bene» 69. Tutti coloro che credono in Cristo, rivelazione
del Padre, e seguono i suoi insegnamenti, si pongono
dunque sulla via della verità e del bene, cosi come sulla
via della verità e del bene s ’incamm inarono anche colo­
ro che, vissuti prim a di Cristo, m a illum inati dalla
«scintilla» del Logos divino che era in loro, cercarono
di conseguire la vera conoscenza 70-
Riconoscere il Dio vero è rinnegare anzitutto ogni
idolo e ogni idolatria; è abbandondare ogni filosofia
che■ostacoli la comprensione del bene assoluto e che
impedisca la conoscenza di quella dottrina che è «più
elevata di ogni filosofia umana» 71, in quanto rivelata
da Dio stesso per mezzo del suo Verbo che il Cristo «il
Figlio di Dio altissimo nello Spirito Santo, disceso dal
cielo per la salvezza degli uomini» 72.
Ogni altra dottrina è «motivo di condanna» mentre
quella rivelata da Cristo, e già annunziata dai profeti, è la
dottrina che «scioglie dalla schiavitù del mondo e ci libe­
ra dai num erosi sovrani e dalle migliaia di tiranni» 73 ed è
la più antica di ogni filosofia 74.

67 Cf. Dialogus 3, 4; 8, 1.
68 Giustino, I Apologia 6, 1.
69 Ibid., 28, 3.
70 Ibid., 5; 10; 12; 23; 32; 46; cf. anche II Apologia 8; 10.
71 Giustino, II Apologia 15, 2.
72 Aristide, Apologia 15, 1. Si legga, in particolare, Taziano, Ora-
Zio ad Graecos, passim.
73 Taziano, op. cit., 29.
74 Ibid., 3, 1; cf. inoltre, Teofilo, III ad Autolicum 16-30.
26 Introduzione generale

«Tutto ciò che abbiamo im parato da Cristo e dai profe­


ti che lo hanno preceduto, sono gli unici veri (insegna-
menti) e i più antichi (rispetto a quelli) di tu tti gli scrit­
tori che sono esistiti, e chiediamo che siano accettati
(...) perché afferm iam o che sono verità» 75.
L'esistenza di un Dio unico, creatore dell’universo,
eterno, ingenerato 76; l ’esistenza del Figlio di Dio, Gesù
Cristo, suo Verbo, «suo primogenito e sua potenza» 11;
l ’esistenza dello Spirito 7B; la dottrina d ’amore che ci è
stata rivelata e la risurrezione dalla morte per coloro
che hanno creduto in Dio e vissuto secondo la sua Paro­
la, sono verità.

b) Il cristianesim o d ottrina d'am ore —. Credere n


Dio vero e accettare la dottrina della verità significa vive­
re n ell’amore e nella donazione reciproca:
«un tem po am anti della lussuria, o ra siamo desidero­
si solo della saggezza; dediti un tem po alle arti magi­
che, siamo consacrati ora al Dio buono e ingenerato;
bram osi più di ogni altro dei mezzi per conseguire
ricchezze e possedimenti, ora, portando in com unità
quanto possediam o lo condividiamo con chi è bisogno­
so» 79.
N ell’uom o convertito e consacrato a Dio nasce una
nuova concezione della vita e della società umana, una

75 Giustino, I Apologia 23, 1.


76 Cf. Aristide, Apologia 1, 2 s.; 3, 2; Giustino, I Apologia 6, 1; 10,
1 s. 4; 13, 1; 28, 3; II Apologia 6, 1 s.; 7, 1; 14, 1 s.; Taziano, Oratio ad
Graecos 4; Atenagora, Legatio 9, 3.8; 10, 1; Teofilo, I Ad Autolicum
3 s.
77 Cosi Giustino, I Apologia 23, 2; cf., inoltre, Aristide, Apologia
15, 2 s.; e ancora Giustino I Apologia 5, 4; 30, 5; 63, 10; 66, 2; Tazia­
no, Oratio ad Graecos 5, 7; Atenagora, Legatio 10, 2 s. 5; 24, 2.
78 Giustino, I Apologia 13, 3; 60, 7; 61, 3.13; 65, 3; Atenagora, Le­
gatio 10, 2 s. 5; 24, 2; Teofilo, II Ad Autolicum 15.
79 Giustino, I Apologia 14, 2 s.
Introduzione generale 27

nuova dim ensione antropologica che scaturisce dalla


consapevolezza che ogni uom o è «immagine e somi­
glianza» del suo Creatore e Padre e questa eccezionale e
straordinaria dignità deve elevare l'uomo al di sopra di
ogni altra creatura e farlo progredire «verso lo stesso
Dio» 80; deve «morire al mondo, respingendo la follia
che è in esso», deve «vivere a Dio, allontanando la natu­
ra antica per mezzo della sua rivelazione» 81.
La vita del cristiano è modellata sui precetti evan­
gelici, in obbedienza a quanto il Cristo ha insegnato e si
m anifesta santa e sacra come santa e sacra è stata la
creazione dell'uomo. E come l'amore di Dio si esprime
costantemente nei confronti dell'uomo, tanto che «su
ogni cosa, visibile o invisibile, piccola o grande, giunge
la cura del Creatore» 82, cosi l'uomo deve manifestare al
fratello lo stesso amore che consiste appunto nell'amare
il prossimo come se stessi 83: alla bontà si unisce la do­
nazione generosa; alla purezza dei costumi, il senso del­
la giustizia; alla pazienza, la mitezza. Espressioni di ca­
rità che nascono da un cuore nuovo dove sono «scolpi­
te le leggi del Signore» che vanno custodite e praticate
«vivendo in santità e giustizia» 84:
«Non c’è relazione per noi con le leggi degli uomini al­
le quali un malvagio potrebbe sfuggire (...) ma noi ab­
biamo una legge (...) che pose come m etro di giustizia
noi stessi e il nostro prossimo. Perciò, a seconda
dell'età, alcuni li consideriam o figli e figlie, altri fratel­
li e sorelle e i più anziani onoriam o come padre e co­
me madre» 8S.
E questa meravigliosa legge di convivenza fraterna
e di amore reciproco segna nella storia degli uom ini la
80 Taziano, Oratio ad Graecos 15; Teofilo, II Ad Autolicum 8.
81 Teofilo, II Ad Autolicum 11.
82 Atenagora, De resurrectione 18, 2; cf. Teofilo, I Ad Autolicum
5; II Ad Autolicum 14-16.
83 Cf. Atenagora, Legatio 11, 4.
84 Cf. Aristide, Apologia 15, 2 s.
85 Atenagora, Legatio 32, 4 s.
28 Introduzione generale

presenza di Dio e della sua divina provvidenza, sicché


la storia um ana si fa storia teologica e, in quanto tale,
storia di salvezza.
Si realizza tra i cristiani una «comunione di cuori»
— come già si leggeva negli Atti degli A postoli86 — che
si concretizza nella vita quotidiana e che trova la sua
p iù alta espressione nell'assemblea liturgica quando tut­
ti i fratelli si riuniscono nella preghiera e nella celebra­
zione eucaristica. È questo il m om ento p iù solenne e
più sacro della vita cristiana; è il m om ento in cui i fra­
telli in Cristo si radunano per lodare e ringraziare il Pa­
dre, per celebrare insieme, nell'unione dello spirito, il
sacrificio della croce e la gloria della risurrezione 87.

c) Il cristianesim o dottrina di risurrezione —.


loro che «hanno scolpite nel cuore le leggi del Signore»,
«le custodiscono sperando nella risurrezione dei morti
e nella vita del tempo futuro» 88.
La fede e la speranza nel regno eterno anim ano e
sorreggono la vita del cristiano e danno significato al
suo credere e al suo amore nell'attesa di un domani
senza tramonto.
«A coloro che nella pazienza, attraverso le buone ope­
re, cercano l’im m ortalità, egli donerà la vita eterna, la
gioia, la pace, il riposo e una m oltitudine di beni che
"né occhio vide, né orecchio udì, né penetrò nel cuore
dell'uomo"» 89.
Quella dottrina di verità e d ’amore annunciata da
Cristo e ora praticata da coloro che a lui si sono con­
vertiti, non si esaurisce nella vita terrena m a prepara

86 Cf. Atti 4, 32 (e 2, 42-47).


87 Si legga l'am pia descrizione della vita liturgica in Giustino, I
Apologia 65-67.
88 Aristide, Apologia 15, 3.
89 Teofilo, I Ad Autolicum 14 (e 1 Cor. 2, 9).
Introduzione generale 29

qui, sulla terra, la beatitudine eterna, il prem io e il re­


gno promesso a coloro che hanno creduto.
Allo stesso modo, e con uguale giustizia,
«per coloro che non hanno creduto e a quelli che han­
no disprezzato e si sono ribellati alla verità, che hanno
obbedito all’ingiustizia, poiché si sono invischiati negli
adulteri, nella fornicazione, nella pederastia, nel­
l’avidità, nelle empie idolatrie, si scatenerà l’ira e lo
sdegno, la tribolazione e l’angoscia e, alla fine, il fuoco
eterno li divorerà» 90.
La «nuova» vita del cristiano è aspirazione alla «vi­
ta eterna»; è «pretesa di vivere insieme a Dio Padre» 91:
è questo il regno che i cristiani attendono e nel quale
hanno la certezza di vivere quando «nel tempo stabili­
to, per ordine di Dio, (i morti) risorgeranno e "si rivesti­
ranno d ’incorruttibilità"» 92, nello stesso trionfo e nella
stessa gloria che, prim a di ogni altro, fu del Cristo.
La fede nella risurrezione è il significato stesso del
«morire al mondo» 93 e del fuggire la schiavitù del pec­
cato. «Non fum m o creati per morire» — esclama Tazia­
no — e se nel peccato abbiamo causato la nostra morte,
ora, nella conversione e nella consapevolezza che Dio
vuole abitare nel nostro corpo come in un tempio 94,
dobbiamo lasciare che egli ci conduca e che■la nostra
anima sia da lui am m aestrata9S.
L'annuncio evangelico ha superato ogni filosofia; i
precetti di Dio hanno sconfitto ogni legge umana; la
conversione al Padre ha convinto al rifiuto di ogni glo­
ria terrena: unica ambizione la vita eterna, poiché per
la vita eterna fu creato l ’uomo:

90 Ibid.
91 Giustino, I Apologia 8, 2; Taziano, Oratio ad Graecos 6.
92 Giustino, I Apologia 19, 4 (e 1 Cor. 15, 53).
93 Taziano, Oratio ad Graecos 12 (e Col. 2, 20).
94 Ibid., 15.
95 Ibid., 29.
30 Introduzione generale

«abbiamo fiducia in un garante infallibile, nel disegno


di colui che ci ha creato e secondo il quale egli creò
l'uom o di anim a im m ortale e di corpo, procurò a lui
l'intelligenza e una legge dentro di lui per la salvezza e
la custodia di quello che era stato da lui donato, con­
veniente ad una vita saggia e ad una esistenza guidata
dalla ragione. E sappiam o bene che non avrebbe creato
un essere vivente cosi come è, né lo avrebbe abbellito
con tu tto ciò che è in vista di u n ’esistenza eterna, se
non avesse voluto che la sua creatu ra vivesse per sem­
pre» 96.
Una vita eterna che va conquistata e meritata attra­
verso la fede e attraverso le nostre opere di cui sarà giu­
dice lo stesso Dio 97 quando «esaminerà ógni cosa e giu­
dicherà il giusto, dando a ciascuno la ricompensa a se­
conda del merito» 98.
Tutta la vita del cristiano è proiettata verso Dio;
ogni m om ento ed ogni azione sono vissuti nell’attesa
della sua contemplazione, nella speranza della risurre­
zione che già il m ondo e le sue creature annunciano:
«guarda la varietà che è nell'universo, la diversa bel­
lezza e la quantità e come attraverso queste stesse cose
si dim ostri la risurrezione, paradigm a di quella che sa­
rà la fu tu ra risurrezione di tu tti gli u o m ini»99.

IV. L’apologia proposta di conversione

Ogni apologia nella ricchezza e varietà degli argo­


menti, nella preoccupazione di difendere dalle accuse,
nell’intento di criticare e denunciare gli errori della fi­
losofia e della cultura pagana e di vincere le opposizio­
ni della tradizione giudaica, supera — pur senza rinun-
96 Atenagora, De resurrectione 13, 1.
97 Ibid., capp. 18-21.
"T eo filo , I Ad Autolicum 14.
99 Ibid.
Introduzione generale 31

dare alla difesa — quello scopo apologetico stesso dal


quale è stata occasionata e si rivela una vera e propria
proposta di conversione.
Gli apologisti, in altre parole, preparano la loro
apologia con una serie di argomenti tali da raggiungere
contemporaneamente la ritorsione delle accuse e l'ap­
pello alla conversione. La dimostrazione della verità
cristiana non è solo una prova a beneficio dei cristiani in­
giustamente accusati e condannati, ma la testimonianza
dell'unica vera fede cui tutti debbono convertirsi.
Senza avvalersi di una sistematica esposizione teo­
logica, legati alla formazione retorica e com unque eredi
degli insegnamenti filosofici im partiti nelle scuole del
tempo, i Padri apologisti, essi stessi convertiti al cristia­
nesimo, divengono testim oni della loro fede e «aposto­
li» della Parola. Compito non facile, poiché ci si rivolge­
va ad un pubblico colto, addestrato nelle dispute filoso­
fiche e per il quale l ’annuncio cristiano non era privo
di assurdità, specie quando si annunciava la dottrina
della risurrezione. Alla difficoltà d ell’ambiente cultura­
le si sovrapponeva quella di confutare apertamente la
religione tradizionale e di accusare con altrettanta fer­
mezza l ’idolatria pagana e ogni corruzione da essa ori­
ginata.
Ma gli apologisti sono consapevoli delle difficoltà
concrete in cui si trova il cristianesimo. La nuova fede
ha incontrato un'ostilità crescente e ciò obbliga (in coe­
renza peraltro con la personale conversione) a parlare e
scrivere sulla dottrina predicata da Cristo per dimostra­
re all'uno e all’altro destinatario la bontà e la verità del
nuovo credo e di coloro che lo professavano. E alla di­
fesa si unisce l'intento missionario e gli scritti contri­
buiscono a diffondere l'insegnamento di Cristo: al mon­
do giudaico si annuncia in Gesù di Nazaret il Messia
promesso e l ’adem pim ento delle profezie messianiche;
al mondo pagano il Dio vero e il «comandamento nuo­
vo» che, nella legge dell’amore reciproco, stabilisce una
nuova concezione etica e risponde e risolve definitiva­
mente quella ricerca morale inseguita dai filosofi pagani.
32 Introduzione generale

Nasce con l ’apologetica greca, quindi, non solo una


nuova fase della letteratura cristiana, ma un nuovo tipo
di annuncio.
Se la precedente letteratura apostolica, saldamente
ancorata e fortemente nutrita della Sacra Scrittura,
aveva fornito i prim i modelli di vita cristiana ed aveva
coniato le prim e esortazioni pastorali sul perfetto esem­
pio cristologico a ll’interno delle prim e comunità, la let­
teratura apologetica propone l'insegnamento di Cristo e
la vita dei cristiani al m ondo incredulo ed ostile. Una
voce che rivendica l'innocenza del nuovo popolo di Dio
e che annuncia il messaggio evangelico mentre ne so­
stiene la difesa. Il kerygma è posto ora in forma apolo­
getica e l'apologia diviene proposta di conversione.

Nota. Indico qui di seguito le edizioni e gli studi più si­


gnificativi sulla letteratu ra apologetica in genere, mentre,
per quanto riguarda le edizioni adottate per le traduzioni (ed
altre indicazioni bibliografiche d'indispensabile riferimento)
rim ando alle note bibliografiche delle introduzioni particolari.
Edizioni: Migne, PG 6; J.C.Th. Otto, Corpus apologetarum
christianorum saeculi secundi, 9 voli., Jena 1847-1872 (+ 5
voli, separati per l'ediz. delle opere di Giustino: Jena 1876-
18813); E.J. Goodspeed, Die àltesten apologeten, Gòttingen
1914 (non com prende l’ediz. di Teofilo); J. Geffcken, Zwei
griechische Apologeten, Lipsia-Berlino, 1907 (per Aristide ed
Atenagora). S tudi: G. Bareille, Apologistes (Les Péres), in Dic-
tionnaire de Theologie Catholique 1/2, 1580-1602; A. Casamas-
sa, Patrologia, I: Dalle origini alla fine del II secolo; II: Gli
apologisti greci, Roma 1939; I. Giordani, La prima polemica
cristiana: gli apologisti greci del secondo secolo, Brescia
19432; E.J. Goodspeed, A History of Early Christian Literatu-
re, Chicago 1942; R.M. Grant, Studies in thè Apologists, in
«Harvard Theological Review» 51 (1958) 123-134; V. Monachi­
no, Intento pratico e propagandistico nell’apologetica greca
del II secolo, in «Gregorianum» 32 (1951) 3-49; M. Pellegrino,
Gli apologeti greci del II secolo, Roma 1947; Id., Studi su l'an­
tica apologetica (Storia e Letteratura, 14), Roma 1947; Id.,
Apologisti-Apologetica (caratteri generali), in Diz. Patristico e
Introduzione generale 33

di Antichità Cristiane I, 288-290; A. Puech, Les apologistes


grecs du IIe siècle de notre ère, Paris 1912; D. Ruiz Bueno, Pa-
dres Apologetas Griegos (s. II) (BAC, 116), Madrid 19792, pp.
3-101.

Desidero esprìmere infine il mio più vivo ringraziamento


al direttore della collana e al prof. Mario Naldini per gli utili
suggerimenti che mi hanno aiutato a risolvere non poche dif­
ficoltà di traduzione.
Aristide

APOLOGIA
ARISTIDE

La vita

Di Aristide, autore della più antica apologia che ci è


stata conservata, sappiamo soltanto che era filosofo di
Atene dotato di straordinaria eloquenza, che si converti
al cristianesimo e che, a difesa della dottrina cristiana,
scrisse un'apologia negli anni 124-126. %
«Anche Aristide che era fedele alla nostra religione
— testim onia Eusebio di Cesarea — ci ha lasciato, co­
me Quadrato, u n ’apologia che aveva indirizzato ad
Adriano. La sua opera è conservata fino ad oggi presso
un gran num ero di persone» Girolamo confermerà le
notizie di Eusebio: «l’a teniese Aristide, filosofo di gran­
de eloquenza e, sotto l ’antico mantello, discepolo di Cri­
sto, inviò a ll’imperatore Adriano (nello stesso tempo di
Quadrato) un libro che conteneva la spiegazione della
nostra dottrina e cioè u n ’apologia in favore dei cristia­
ni, che si conserva tuttora presso i "filologi" ed è testi­
monianza del suo ingegno» 2. Lo stesso Girolamo, nel­
l ’epistola indirizzata a Magno, scriverà ancora che «il fi­
losofo Aristide, uom o assai eloquente, offri al medesi­
mo imperatore (Adriano) un'apologia in favore dei cri­
stiani intessuta di sentenze filosofiche; di questa, suc­
cessivamente, fu imitatore Giustino, anch'egli filosofo,

1 Historìa Ecclesiastica 4, 3, 3.
2 De viris illustribus 20.
38 Gli apologeti greci

che la destinò... ad Antonino Pio e ai suoi figli» 3. Inol­


tre, nel posteriore M artyrologium rom anum parvum si
conferma che Aristide «trasmise a ll’imperatore Adriano
alcuni scritti sulla religione cristiana» 4.
Le fonti, dunque, concordano, nell'identificare Ari­
stide, uom o di grande eloquenza, con l'autore di uno
scritto apologetico5. N essun’altra notizia: né sulla data
di nascita, né sull'anno della m o rte 6.

L’apologia

Di questa apologia che, come conferma il citato Eu­


sebio, consegui una notevole divulgazione nei prim i se­
coli, non si possedeva alcuna notizia fino al 1878, anno
in cui i padri mechitaristi di San Lazzaro di Venezia
pubblicarono due codd. armeni dell’anno 981 e 1195
con il titolo S. Aristidis philosophi Atheniensis sermo-

3 Epistola 70, 4.
4 Cf. PL 123, 167.
5 Nulla dicono le fonti sulle altre due opere che i critici vorreb­
bero attrib u ire ad Aristide, e cioè uriOmelia in Lucam 23, 42-43 e
una lettera indirizzata a tu tti i filosofi e di cui ci resta solo un fram ­
mento. L'Omelia fu pubblicata per la prim a volta nel 1878 (a cura
dei padri m echitaristi) in lingua arm ena e traduzione latina. Si tratta
di un commento in form a omiletica a Le. 23, 42-43 per dim ostrare la
divinità di Cristo e per afferm are che egli è veramente Figlio di Dio.
Nel fram m ento della lettera, invece, nella versione latina, leggiamo:
«Omnes dolores vere passus est in corpore suo, quod beneplacito Pa-
tris et Spiritus Sancti, de virgine hebraea, de sancta Maria, assump-
sit, atque sibi ineffabili et indivisibili unione commixerat»: l’espres­
sione «de virgine hebraea» è presente anche (e soltanto) nelle versio­
ne siriaca ed arm ena de\l'Apologia.
6 Secondo una certa tradizione (peraltro non del tutto accettata)
Aristide mori m artire; le uniche testimonianze a proposito provengo­
no da alcuni m artirologi i quali portano due diverse datazioni: prid.
Kal. Sept. (Vetus Romanum, Beda, Adone, Usuardo, Baronio) e V
Non. Od. (Vetus Romanum, Adone, Usuardo): cf. C. Vona, L'apologia
di Aristide. Introduzione,' versione dal siriaco e commento, Roma
1950, p. 5.
Aristide, introduzione 39

nes duo. Alcuni anni dopo, a questi due codd. si aggiun­


gerà, sempre in armeno, il cod. di Edschm iatin del sec.
X I (pubblicato a Cambridge nel 1891) ed un altro cod.
scoperto da Eem in e pubblicato a Mosca nel 1897.
Intanto, nel 1889, J.R. Harris aveva scoperto e pub­
blicato una traduzione siriaca dell'apologia, fino allora
conservata in un ms. appartenente al monastero di San­
ta Caterina sul Monte Sinai (= Cod. Syr. 16) e nel 1891
J.A. Robinson (dopo aver conosciuto questa traduzione,
a lui trasmessa in bozza dallo stesso Harris) dimostrò
l ’esistenza dell’originale greco corrispondente il quale
era stato conservato e tramandato tra le opere di Gio­
vanni Damasceno, nei capp. 26 e 27 del libro intitolato
Vita di B arlaam e Giosafat. Nel 1891 Robinson ed Har­
ris pubblicarono per la prim a volta il testo greco
dell’apologia nella coll. Texts and Studies 1, 1 (pp. 100-
112).
Inoltre, sempre in lingua greca, altri fram m enti
dell’apologia furono rinvenuti nel papiro greco di Ossi-
rinco n. 1778 (contenente i paragr. 3 del cap. 5 e 1 del
cap. 6 e pubblicato da Grenfell-Hunt nel 1922) e nel pa­
piro Lond. n. 2684 (contenente i capp. 15, 3 - 16, 1 e pub­
blicato da H.J. Milne nel 1923).
Oggi, dunque, noi possediamo un testo arm eno che
conserva quattro codd. in cui sono contenuti i prim i
due capp. dell'apologia; un testo siriaco che comprende
tutti e 17 i capp. dell’apologia e che, riguardo ai proble­
m i di originalità e autenticità, continua a suscitare l ’in­
teresse degli studiosi 7; un testo greco la cui originalità
fu rivendicata per prim o dal Robinson e che è costitui­
to da fram m enti di diversa entità.

7 A cominciare dal cit. C. Vona (cf. spec. pp. 8-15) fino alla rec
tissim a tesi di laurea discussa a Firenze da C. Alpigiano (anno acca­
demico 1984-1985) dal titolo L'Apologià di Aristide: contributo per
un'edizione critica, in cui sono esam inati i complessi problemi ri­
guardanti la critica del testo de\VApologia, in particolare le caratte­
ristiche e il valore dei testimoni.
40 Gli apologeti greci

Secondo le fonti più antiche, destinatario dell’apo-


logia è l ’imperatore Adriano; composta dunque, come
dicevamo, tra il 124 e il 126, sarebbe stata indirizzata al
sovrano durante la sua perm anenza in Atene e in occa­
sione della sua iniziazione ai misteri eleu sin i8.
Quanti invece sostengono l ’autenticità della seconda
inscriptio contenuta nel Cod. Syr. n. 16, ritengono che de­
stinatario dello scritto apologetico sia l ’imperatore Anto­
nino Pio, poiché cosi' vi si legge: «(Omnipotens) Caesar Ti-
tus Hadrianus Antoninus augusti [=venerabiles] et mi-
sericordes a Marciano Aristide Philosopho Ahenien-
sium». Se destinatario fosse dunque Antonino Pio,
l ’apologia sarebbe stata composta intorno al 140. Di fat­
to, però, oltre alcune difficoltà sollevate dal testo stesso
d ell’iscrizione9, nessun argomento all'interno dello
scritto depone a favore di quest’ultim a tesi: non vengo­
no mai citate, ad. es„ le condanne a morte che si verifi­
carono durante il principato di Antonino Pio (e che so­
no invece ricordate nei capp. 24 e 28 della I Apologia di
Giustino), mentre si fa esplicito riferimento alla carestia
che si verificò durante l'impero di Adriano, come con­
fermano anche altre fonti pagane 10.
In conclusione: è da ritenere più attendibile la testi­
monianza di Eusebio (e di Girolamo), nonché quella
della tradizione armena e siriaca, e identificare il desti­
natario d ell’a pologia con l ’imperatore A d ria n o 11.

8 Lo confermano Eusebio di Cesarea nel Chronicon (ad a. Abr.


2140-2142) e nella Hist. Eccl. 4, 3; Girolamo nel De viris ili. 20 e
n&W'Epist. 70, 4 a Magno; la tradizione arm ena (codd. dei mechitari-
sti e cod. di Edschmiazin) e la tradizione siriaca della prim a inscrip­
tio.
9 Si noterà l’uso insolito del nominativo al posto del dativo; l'ag­
gettivo omnipotens riferito ad Augusto m entre in Aristide è attributo
divino; il plurale augusti et misericordes come se si trattasse di due
sovrani; la congiunzione et che collega questi due aggettivi in modo
del tutto inconsueto per una iscrizione.
10 Cf. Sparziano, Vita Hadriani 21.
11 Per una più dettagliata presentazione del problem a del desti­
natario e della data di composizione, cf. C. Vona, op. cit., pp. 19-24.
Aristide, Introduzione 41

Composta da 17 capp., senza offrire uno stile ricer­


cato né tanto m eno una struttura artificiosa e comples­
sa, l'apologia può essere suddivisa in tre parti: introdu­
zione (cap. 1); confutazione delle antiche religioni e dife­
sa del cristianesimo (capp. 2-16); conclusione (cap. 17).
Nell'introduzione si colgono i m otivi della conver­
sione di Aristide al Dio creatore. Attraverso la contem ­
plazione e la meditazione sul creato, sull'ordine e sul­
l ’armonia che in esso regna, egli perviene al Dio uni­
co e trascendente. Da una riflessione ancora erede
dell'esperienza filosofica — aristotelica e stoica in parti­
colare — l'autore può affermare finalm ente che quel
Dio creatore è colui che «è senza principio ed eterno,
immortale e di nulla bisognoso, superiore ad ogni pas­
sione...» (cap. 1).
Da questa «professione di fede» nel Dio onnipoten­
te, passa alla confutazione del politeism o e, in partico­
lare, della religione dei Caldei (capp. 3-7), dei Greci
(capp. 8-11) e degli Egiziani (capp. 12-13): tutti costoro
caddero in errore poiché adorarono gli elementi della
natura e le im m agini senza vita e chiamarono dèi colo­
ro che si macchiarono di delitti e furono schiavi delle
passioni.
I Caldei, la cui origine fanno risalire a Bel, a Rea e
ad altre divinità, adoravano gli elementi della natura: il
cielo, la terra, l ’acqua, il fuoco, il vento, il sole, la luna
e le stelle. Ma questi elementi, come cerca di dimostrare
Aristide, non sono certamente dèi, cosi come non è Dio
l ’uom o per il quale questi elementi sono stati creati.
I Greci, che vantano la loro discendenza da Zeus,
adorano dèi e dee i quali si comportano come gli uom i­
ni e che come gli uom ini sono proclivi al vizio, succubi
della violenza e autori di misfatti: Cronos, Zeus, Efesto,
Ermes, Asclepio, Ares, Dioniso, Eracle, Apollo, Artemi­
de, Afrodite, Adone, Rea e Core: costoro sono venerati
come dèi, ma, secondo i racconti mitologici, non furono
che adulteri, parricidi, pervertiti (9, 8; 13, 6).
Gli Egiziani poi sono ancora più biasimevoli dei
Caldei e dei Greci, poiché non solo adorarono falsi dèi
42 Gli apologeti greci

(12, 1-5), m a anche anim ali di ogni razza (12, 6-7) ed erbe
e verdure di ogni genere (12, 7).
I Giudei, infine, discendenti di Abramo, adorano
Dio creatore dell’universo e lui solo; si sono dunque av­
vicinati alla verità, ma non l'hanno conseguita piena­
mente: «spesso si asservirono ai culti delle genti e ucci­
sero i profeti e i giusti che erano stati inviati per loro»
e rifiutarono il Figlio di Dio e «dopo averlo oltraggiato
lo consegnarono a Pilato... e lo condannarono alla cro­
ce» (14, 1).
Finalmente — ed efficacemente a conclusione — il
ritratto di coloro che «traggono la loro origine dal Si­
gnore Gesù Cristo» (15, 1) e che «hanno scolpite nel cuo­
re le leggi dello stesso Signore e le custodiscono speran­
do nella risurrezione dei morti e nella vita del tempo
futuro» (15, 3). Essi seguono la «via della verità la quale
condurrà coloro che la percorrono al regno eterno pro­
messo da Cristo nella vita futura» (15, 9).
L ’esortazione finale è un invito alla conversione per
«essere riconosciuti eredi della vita immortale» (cap. 17).
Un'apologia «primitiva» — si è affermato talora e
giustam ente — ma non tanto nel senso di uno scritto
rudimentale e rozzo, quanto originario ed in perfetta
coerenza non solo con lo stile di tutta la letteratura cri­
stiana delle origini, m a con la stessa sobrietà ed essen­
zialità della vita cristiana dei prim i secoli nella profes­
sione di fede e nella pratica del nuovo credo, con lo
stesso entusiasm o che animava i prim i credenti.
Nessun ricorso alla Scrittura, eccettuate pochissime
citazioni, né alcuna speculazione filosofica, sem m ai qual­
che definizione d ’impronta aristotelica e stoica; nessuna
ostentazione retorica, piuttosto il succedersi di contenu­
ti ed argomenti fondam entali tanto per dimostrare gli
errori del politeismo, quanto per difendere la fede dei
cristiani.
Aristide, Introduzione 43

Temi dottrinali

Anche se non possiamo parlare di una teologia vera


e propria, tuttavia, al di là della polemica contro i Cal­
dei, i Greci, gli Egiziani e i Giudei, polemica che impe­
gna la maggior parte dell'apologia, s'individuano alcuni
temi dottrinali su Dio e sulla dottrina cristiana i quali,
p u r espressi con massima sinteticità, talora in modo
quasi scarno, rivelano la m aturità di conversione rag­
giunta dal nostro autore.

a) Dio —. Dalla contemplazione del creato, delle


sue bellezze e della sua armonia, Aristide conclude che
esiste un Dio trascendente che tutto muove e ordina;
principio questo già affermato nella filosofia aristoteli­
ca, ma che Aristide perfeziona e completa alla luce del­
la sua fede cristiana. Dio è uno solo; è «ingenerato, in­
creato, senza^principio, eterno, immortale» (cap. 1), «in­
visibile, im m utabile, incorruttibile« (capp. 3 e 7). Egli è
creatore dell’universo, perfetto nella sua natura e im ­
perturbabile.
Attraverso la contemplazione dell'universo e del
suo ordine, l'uom o può giungere a Dio, cosi come «per
provvidenza di Dio» l'uom o esiste nel m ondo (cap. 1, 1).

b) Gesù Cristo —. Gesù Cristo, da cui i cristiani


traggono la loro origine, è «il Figlio di Dio altissimo
nello Spirito Santo». (15, 1); «generato da una vergine
santa senza fecondazione e senza corruzione assunse la
carne e apparve agli uom ini per richiamarli dall’errore
del politeismo». La sua opera di salvezza trovò compi­
mento nella morte di croce e dopo tre giorni egli mani­
festò la sua gloria nella risurrezione, come possiamo
apprendere dai testi sacri.
Egli insegnò la dottrina della verità e, salito al cie­
lo, affidò il suo messaggio ai dodici suoi discepoli (15, 2).
In Gesù Cristo, Figlio unigenito e nello Spirito i cri­
stiani riconoscono il Dio cratore dell'universo (15, 3).
44 Gli apologeti greci

Nel Cristo i cristiani trovano la via della salvezza e del­


la verità la quale si concretizza nel credere in Dio, nel
Figlio e nello Spirito Santo, nella risurrezione dei morti
e nella vita eterna.

c) La via della verità —. Sta a cuore ad Aristide


mostrare come la dottrina predicata da Gesù Cristo sia
la dottrina della verità e come la vita praticata dai cri­
stiani in conformità ai precetti evangelici sia la via del­
la verità.
Fin dal cap. 2 l'apologista manifesta il desiderio di
«vedere quali uom ini sono partecipi della verità e quali
dell’errore», lasciando subito intendere che i prim i sono
tutti coloro che riconoscono il Dio unico, eterno, im ­
mortale e creatore dell’universo.
Ma partecipare della verità non significa credere so­
lo a Dio, m a anche al Figlio di Dio incarnatosi per ope­
ra dello Spirito Santo. Egli infatti ha rivelato il Padre
portando a com pim ento la «mirabile economia» di sal­
vezza (15, 1) ed annunciando la dottrina di verità (15, 2)
la quale, affidata alla predicazione dei discepoli, scolpi­
sce nel cuore dei credenti «le leggi dello stesso Signore
Gesù Cristo» ed insegna a custodirle nutrendo la spe­
ranza della risurrezione e della vita eterna (15, 3) e a
praticarle «vivendo in santità e giustizia, come il Signo­
re insegnò loro, rendendo grazie a lui in ogni ora, per
ogni cibo, bevanda e per tutti gli altri beni...».
Tutti coloro che crederanno nella dottrina della ve­
rità e vivranno percorrendo la via della verità, otterran­
no «il regno eterno promesso da Cristo nella vita futu­
ra» (15, 9).
Con uno stile che, per molti aspetti, richiama quel­
lo della lettera a Diogneto l2, Aristide tratteggia la vita
esemplare dei cristiani, di coloro cioè che si «pongono

12 Alcuni autori rivendicherebbero la paternità di questo scri


ad Aristide, basandosi su alcune analogie di contenuto tra i capp. 15
e 16 delVApologia e i capp. 5 e 6 dellVlrf Diognetum, ma la diversità
stilistica è troppo evidente per am m ettere uno stesso autore.
Aristide, introduzione 45

al servizio di un annuncio di giustizia» e che «sopra


tutti i popoli della terra hanno trovato la verità; ricono­
scono infatti il Dio creatore ed artefice di tutte le cose
nel Figlio unigenito e nello Spirito Santo e non onora­
no altro Dio all'infuori di questo. Non com m ettono
adulterio, non si prostituiscono, non pronunciano falsa
testimonianza, non desiderano i beni altrui, onorano il
padre e la madre e amano il loro prossimo, giudicano
con giustizia. Quello che non vogliono accada a se stes­
si non lo fanno ad un altro, esortano coloro che si com­
portano ingiustamente e li rendono loro amici, cercano
di beneficiare i nemici, sono m iti ed amabili... da ogni
unione illegale e da ogni depravazione si astengono;
...non disprezzano la vedova, non affliggono l ’orfano;
colui che possiede provvede a colui che non ha senza
suscitare invidia; se vedono uno straniero lo conducono
in casa e gioiscono con lui come con un vero fratello;
non si chiamano fratelli secondo la carne, ma secondo
lo spirito... Sono pronti a dare la vita per Cristo» (16,
3-7). Un popolo, dunque, che vive nella santità e che nel­
la vita dimostra la verità della fede. Fede che non è
espressa solo nelle parole, ma soprattutto dall’aver scol­
pite nel cuore le leggi dello stesso Signore Gesù Cristo
(15, 3).

Nota. Per la traduzione dell 'Apologia, abbiamo seguito


l'ediz. di E.J. Goodspeed, Die àltesten apologeten, Gòttingen
1914, riprodotta nel voi. 3 della coll. Bibliothèkè Ellènón Pa-
terón kai Ekklèsiastikón Syggrapheón, Atene 1955, pp. 133-
153. Non si sono tradotte né le Metafrasi né le parti trascritte
in latino. Cf. inoltre testo, trad. e introd. di D. Ruiz Bueno,
Padres Apologetas, cit., pp. 105-132 e l’ancora indispensabile
studio di C. Vona, L ’apologia di Aristide. Introduzione, versio­
ne dal siriaco e commento, Roma 1950.
APOLOGIA

Dio è il creatore del mondo

1. 1 . 0 im peratore ', io sono venuto al mondo gra­


zie alla provvidenza di Dio; e dopo aver contem plato il
cielo, la te rra e il m are, il sole, la luna e ogni altra co­
sa sono rim asto meravigliato per l’ordine dell'univer­
so. 2. Avendo visto poi che l'universo e tu tto ciò che è
in esso è in movimento secondo una legge naturale, ho
capito che colui che lo muove e lo sostiene è Dio. Infat­
ti tu tto quello che è in movimento è più forte di ciò
che è mosso e quello che ha un ordine è più forte di
ciò che è messo in ordine 2. Pertanto io sostengo che
Dio è l’essere medesimo che ha creato tu tte le cose e
che ha dato un ordine, egli senza principio ed eterno,
im m ortale e di nulla bisognoso, superiore ad ogni pas­
sione, difetto, ira, ignoranza e ad ogni altra cosa.
Tutto esiste grazie a lui. Egli non ha bisogno di sa­
crifici e libagioni 3, né di alcuna di tu tte le cose appa­
renti, ma tu tti hanno bisogno di lui.

2. Dette queste cose su Dio, così come io sono ca­


pace di parlarne, passiam o anche al genere umano, per
1 Si tra tta dell’im peratore Adriano (117-138).
2 È il concetto aristotelico del moto e del motore: in base ad esso
Aristide deduce che Dio è superiore alle cose da lui create; cf. anche,
cap. 3, 2.
3 Cf. Sai. 39, 7.
48 Gli apologeti greci

vedere quali uomini sono partecipi della verità e quali


dell’errore. È infatti a noi m anifesto, o im peratore, che
in questo mondo vi sono tre generi di uomini: coloro
che adorano quelli che da voi sono chiam ati dèi, i Giu­
dei, i cristiani. Inoltre quelli che adorano m olti dèi si
distinguono in tre razze: Caldei, Greci ed Egiziani. Essi
furono guida e m aestri per gli altri popoli riguardo al
culto e all’adorazione degli dèi dai molti nomi.

I Caldei

3. 1. Vediamo quindi quali di loro sono partec


della verità e quali dell’errore. 2. I Caldei 4 non cono­
scendo Dio sbagliarono seguendo gli elementi del mon­
do e com inciarono ad adorare la creature anziché il lo­
ro Creatore s; e tali elementi, dando loro anche delle
forme, chiam ano immagini del cielo, della te rra e del
m are, del sole e della luna e degli altri elementi o cor­
pi luminosi. Racchiudendoli nei templi li adorano dan­
do il nome di divinità, e li custodiscono in modo sicu­
ro, affinché non siano rubati dai ladri; non hanno capi­
to che tu tto ciò che custodisce è più grande dell’ogget­
to custodito e colui che ha plasm ato è più grande
dell’oggetto creato. Se infatti gli dèi non possono (pro­
curare) la loro propria salvezza, in che modo doneran­
no la salvezza agli altri? I Caldei dunque furono tra tti
in grande errore, rendendo culto a sim ulacri inanim ati
e inutili. 3. Mi desta meraviglia, o im peratore, anche
il fatto che quelli di loro che si dicono filosofi non han­
no capito che anche gli stessi elementi sono co rru ttib i­
li; m a se gli elementi sono corruttibili e subordinati se­

4 Ai Caldei e alla loro religione sono dedicati i capp. 3-7. Aristide


biasim a che da questo popolo siano adorati gli elementi della natu ra
e — trasform ati in immagini — diventino oggetto di culto una volta
collocati nei templi. Non si possono adorare elementi della n atu ra e
immagini senza vita.
5 Cf. Rom. 1, 25.
Aristide, Apologia 49

condo la necessità, come è possibile che siano dèi? se


poi gli elem enti non sono dèi, in che modo risultano
dèi i sim ulacri che esistono in onore di essi?

4. 1. Passiamo quindi, o im peratore, agli elementi


stessi, per dim ostrare al riguardo che non sono dèi, ma
cose corruttibili e soggette a deteriorarsi, perciò non
create per comando del Dio che esiste veram ente il
quale è incorruttibile, im m utabile e invisibile* Egli tu t­
to vede e quando vuole cam bia e trasform a. Perché al­
lora parlo riguardo agli elem enti? 2. Quelli che credo­
no che il cielo sia un dio sono in errore. Infatti vedia­
mo che esso m uta e si muove secondo la necessità ed è
composto da m olti elementi; per questo è chiam ato an­
che cosmo. Cosmo, in vero, è stru ttu ra di un qualche
artefice; e ciò che è costruito ha principio e fine. Il cie­
lo si muove per necessità insieme ai suoi corpi lumino­
si. Gli astri, collocati da segno a segno secondo l’ordi­
ne e la distanza, alcuni tram ontano, altri sorgono e in
tem pi stabiliti compiono un moto per portare l’estate e
l’inverno, come è stato ordinato loro da Dio. Non oltre­
passano i loro confini secondo u n ’inflessibile esigenza
n aturale insieme al cosmo celeste; da questo è evidente
che il cielo non è dio, ma opera di Dio. 3. Coloro che
credono che la te rra sia una dea sono stati tra tti in in­
ganno. Vediamo in realtà che questa è vilipesa e domi­
n ata dagli uomini, soverchiata, insozzata e frustrata.
Se la te rra è inaridita (dal sole), diventa sterile: nulla
nasce da una te rra arsa. Oltre ciò anche se riceve ac­
qua più del necessario, perisce assiem e ai suoi frutti.
È calpestata dagli uomini e dagli altri esseri viventi, è
contam inata dal sangue di coloro che sono uccisi, è
scavata, si riem pie di m orti, diventa sepolcro dei
corpi. 4. Stando cosi le cose non è am missibile che la
te rra sia una dea, m a opera di Dio per u tilità degli uo­
mini.

5. 1. Coloro che credono che l'acqua sia una dea so­


no stati tra tti in inganno; anche questa, esiste a vantag-
50 Gli apologeti greci

gio degli uomini e da loro è dominata; si contamina, vie­


ne inquinata e usata; si cam bia e si m uta nel colore e si
congela per il freddo; 2. è presa poi per il lavaggio di
tu tte le im purità. Per questo è impossibile che l'acqua
sia una dea, ma opera di Dio. 3. Coloro che credono che
il fuoco sia un dio s’ingannano; infatti il fuoco esiste per
l’u tilità degli uomini ed è dominato da loro, trasportato
da un luogo ad un altro per cuocere ed arro stire ogni ti­
po di carne e persino i corpi dei m orti. Si distrugge e in
molti modi è soffocato dagli uomini. Perciò non è am mis­
sibile che il fuoco sia un dio, ma opera di Dio. 4. Coloro
che credono che il soffio dei venti sia un dio sono in erro ­
re. È chiaro che esso obbedisce ad un altro e da parte di
Dio è sprigionato a favore degli uomini per lo sposta­
mento delle navi, per la raccolta del grano e per gli altri
loro bisogni. (Il soffio) aum enta e si calma secondo l'o r­
dine di Dio. 5. Perciò non è da credere che il soffio dei
venti sia un dio, ma opera di Dio.

6. 1. Coloro che credono che il sole sia un dio, s’in­


gannano; vediamo che esso si muove per necessità n atu­
rale e m uta e passa da segno a segno tram ontando e sor­
gendo, per riscaldare le piante e i semi, a vantaggio degli
uomini. Inoltre occupa gli spazi insieme con gli altri
astri; è m olto più piccolo del cielo, si eclissa e non ha
nessuna autonomia. 2. Perciò non è pensabile che il so­
le sia un dio, m a opera di Dio. 3. Coloro che credono
che la luna sia una dea s’ingannano; vediamo che questa
si muove per necessità, m uta e passa da segno a segno,
tram onta e sorge per l’utilità degli uomini ed è più picco­
la del sole, cresce, cala e si eclissa. Perciò non è da crede­
re che la luna sia una dea, ma opera di Dio.

7. 1. Coloro che credono che l’uomo sia un dio


s’ingannano; vediamo che egli viene con cep ito 6 per

6 II senso del discorso c’induce a tradurre «concepito», prefere


do la lez. kyoùmenon a kinoùmenon (da kinéó: «essere in movimen­
to»).
Aristide, Apologia 51

legge naturale, cresce ed invecchia anche contro la sua


volontà. 2. Talora gioisce, talaltra è afflitto, bisogno­
so di cibo, di bevanda e di vestito; 3. egli stesso è ira­
scibile, zelante, desideroso, volubile e con molti difetti.
È corruttibile in vari modi a causa degli elementi, de­
gli esseri viventi e della m orte che incombe su di lui.
Non è quindi da credere che l’uomo sia un dio, ma
opera di Dio. 4. In grande errore furono quindi trasci­
nati i Caldei seguendo i loro desideri; adorano infatti
gli elementi corruttibili e sim ulacri di m orti e non si
rendono conto di deificare queste cose.

I Greci

8. 1. Passiamo quindi ai G reci7, per sapere


hanno una qualche opinione riguardo a Dio. 2. I Gre­
ci, dunque, che dicono di essere saggi, sono stolti peg­
gio dei Caldei, insegnando che esistono molti dèi, alcu­
ni maschi, altri femmine, < schiavi > di ogni passione
e artefici di ogni specie di illegalità. 3. Essi stessi
hanno ammesso che gli dèi sono adulteri, assassini in
preda all’ira, zelanti e v eem en ti8 nei sentim enti, p arri­
cidi e fratricidi, ladri e rapitori, storpi e gobbi, strego­
ni e pazzi; alcuni di loro sono uccisi, altri fulm inati, al­
tri schiavi degli uomini, altri fuggiaschi, altri si batto­
no il petto e si lam entano con gemiti e altri ancora si
trasform ano in animali. 4. In seguito a ciò, o im pera­
tore, i Greci introdussero espressioni ridicole, insensa­

7 Dal cap. 8 al cap. 11 Aristide vuole dim ostrare come i Gr


commettano, in fatto di religione, errori più gravi di quelli commessi
dai Caldei; le divinità adorate, maschi e femmine, sono tutte in preda
alle passioni e alle debolezze; non vi è Dio che non sia m acchiato di
qualche delitto o che non sia responsabile di azioni turpi e scellera­
te. Per di più le narrazioni mitologiche che raccontano le colpe e i
delitti degli dèi esortano gli uomini a m acchiarsi di altrettante ini­
quità per im itare coloro che adorano (cf. 9, 8 s.).
6 L’aggettivo thym antikós che abbiamo tradotto con «veemen
com pare solo in questo passo delVApologia.
52 Gli apologeti greci

te e sacrileghe, chiamando, secondo i loro perversi de­


sideri, dèi queste persone che non lo sono, affinché,
avendoli come mallevadori delle malvagità, possano
com m ettere adulterio, rubare, uccidere e compiere
ogni azione malefica. 5. Se infatti i loro dèi compiono
azioni di tal genere, perché mai anch’essi < uomini che
a loro volgono la m ente > non possono com piere le
stesse azioni? 6. Pertanto da tu tti questi modi di
aberrazione agli uomini toccò di avere lunghe guerre e
stragi e dure prigionie.

I m iti assurdi

9. 1. Se poi avremo da esporre su ciascuno dei


ro dèi, vedrai la grande assurdità. 2. Cosi di loro si
viene a conoscenza che il dio Cronos 9 esiste prim a di
tu tti e a lui sacrificano i propri figli. 3. Egli ebbe
molti figli da Rea e fuori di mente mangiò i propri fi­
gli. 4. Raccontano che Zeus tagliò a lui gli organi ge­
nitali e li gettò in m are; da questi si n a rra che sia stata
generata Afrodite; quindi Zeus dopo aver legato il pro­
prio padre lo gettò nel Tartaro. 5. Vedi l'erro re e l'in­
solenza che insegnarono contro il loro dio? è dunque
possibile che un dio sia legato ed evirato? che stoltez­
za! chi tra coloro che ragionano direbbe queste cose?
6. (Al) secondo (posto) è introdotto Zeus che dicono es­
sere il re dei loro dèi e prendere form a di animali per
com m ettere adulterio con le donne m ortali. 7. Inse­
gnano infatti che questo si trasform ò in toro p er Euro­
pa < e P asife> , in oro per Danae, in cigno per Leda, in
satiro per Antiope e in fulm ine per Semele. Da questi
nacquero poi m olti figli: Dioniso, Zeto, Anfione, Ercole,
Apollo, Artemide, Perseo, Castore, Elena, Polluce, Mi­
nosse, Radam ante, Sarpedonte e le nove figlie che chia­
m arono Muse. Allo stesso modo insegnarono riguardo
a Ganimede. 8. Accade dunque, o im peratore, che gli

9 II testo siriaco gli attribuisce il nome di Chiwan.


Aristide, Apologia 53

uomini im itano tu tte queste cose e diventano adulteri,


in preda alla pazzia e artefici di altri terribili fatti per
imitazione del loro dio. 9. Come dunque è possibile
che un dio sia adultero o pervertito 10 o parricida?

10. 1. Insieme a lui introducono anche un ce


Efesto come se fosse un dio: egli è zoppo e tiene in m a­
no un m artello e un paio di pinze da fuoco 11, lavora il
bronzo per procurarsi il cibo. 2. È dunque nell’indi­
genza 12? non è ammissibile però che un dio sia zoppo
oppure bisognoso fra gli altri uomini. 3. Poi introdu­
cono Erm ete come dio pieno di desideri, ladro, avaro,
mago, storpio e interprete dei discorsi. 4. Perciò non
è possibile che questi sia un dio. 5. Insegnano che an­
che Esculapio è un dio; medico e farm acista, prepara
miscugli d’im piastri per (procurarsi da) mangiare; era
infatti indigente; in seguito egli fu fulm inato da Zeus a
causa del figlio di Tindaro il Lacedemone e mori. 6.
Se dunque Esculapio pur essendo un dio non potè aiu­
tare se stesso dopo essere stato fulm inato, come potrà
aiutare gli altri? 7. S'insegna poi che Ares è un dio
guerriero, zelante, desideroso di prole e di altre cose e
che, unitosi con Afrodite, fu incatenato dal piccolo
Eros e da Efesto. Come dunque era dio colui che era
desideroso, guerriero, incatenato ad adultero? 8. In­
segnano che è un dio anche Dioniso che organizza feste
di notte, che è m aestro di ubriachezza e rapisce le mo­
gli ai vicini e impazzisce e fugge; in seguito egli fu
sgozzato dai Titani. Se dunque Dioniso sgozzato non
potè salvare se stesso, m a divenne anche pazzo, u bria­
co e fuggiasco, come poteva essere un dio? 9. Intro­

10 L’aggettivo androbatés tradotto con «pervertito» è un apax e lo


si trova solo in questo brano dell’Apologia.
11 Ancora un apax costituito dal sostantivo pyrolàbon che Aristi­
de utilizza solo in questo passo per indicare uno degli attrezzi usati
da Efesto per lavorare il bronzo.
12 Ependees: questo aggettivo lo si incontra solo in 10, 2 e 11, 1
ed è anch’esso un neologismo coniato dal nostro autore.
54 Gli apologeti greci

ducono poi Eracle che è in preda all’ubriachezza e in­


furia e uccide i propri figli e che fu poi consum ato dal
fuoco ed in questo modo mori. Come è possibile che
esista un dio ubriaco, uccisore dei figli e divorato dal
fuoco? e come avrebbe potuto aiutare gli altri, non po­
tendo aiutare se stesso?

11. 1. Insegnano inoltre che Apollo 13 è un dio


lante che im pugna l’arco e (tiene) la faretra, talora an­
che la cetra e la tibia 14 e dà oracoli agli uomini su pa­
gamento; è dunque nell’indigenza? Ma non è possibile
che un dio sia bisognoso, invidioso e citaredo. 2. Inse­
gnano poi che Artemide è sua sorella, cacciatrice che
im pugna l’arco e la faretra e si aggira da sola per i
monti insieme ai cani per cacciare un cervo o un cin­
ghiale. Come dunque può essere una dea questa donna
cacciatrice e vagante insieme ai cani? 3. Di Afrodite
dicono che anche questa è una dea e che è adultera;
una volta infatti si unì con l’adultero Ares, poi con
Adone e di nessuno piangeva la m orte andando in cer­
ca del proprio am ante. Raccontano che scese persino
nell’Ade per riscattare Adone da Persefone < quella
dell’Ade > . Conosci, o im peratore, una stoltezza più
grande di questa, d’introd u rre cioè una dea che com­
batte l’adulterio, che si lam enta e che piange? 4. Inse­
gnano che Adone è un dio, che è cacciatore < e adulte­
r o e che m orì di m orte violenta percosso dal figlio e
non fu capace di rim ediare alla sua sciagura. Come
dunque avrà cura degli uomini un adultero, cacciatore
e m orto di m orte violenta? 5. Tutti questi fatti e mol­
ti altri anche assai più vergognosi e penosi, i Greci l’in­
trodussero, o sovrano, inventando sui loro dèi favole
che non è lecito dire né ricordare assolutam ente; quin­
di gli uomini, prendendo esempio dagli stessi dèi, com­

13 Nel testo siriaco è chiamato Tammuz.


H Traduciam o con «tibia» questo sost. greco epauthida che è in­
dicato come vox nihili nel G.W.H. Lampe, A Patrìstik greek Lexicon,
Oxford 1978 (s.v.).
Aristide, Apologia 55

mettevano ogni specie d’illegalità e di em pietà conta­


m inando te rra e cielo con le loro terribili azioni.

Gli Egiziani
12. 1. Gli Egiziani 15, essendo più sciocchi e
stolti di questi, furono tra tti in inganno peggio degli al­
tri popoli. Non furono appagati infatti dai culti dei
Caldei e dei Greci, m a per di più insegnarono che era­
no dèi anche gli esseri senza ragione, te rre stri ed ac­
quatici, piante e semi e furono contam inati da ogni ti­
po di pazzia e di scostum atezza peggio di tu tti i popoli
della terra. 2. All’inizio veneravano Iside che aveva
come fratello e m arito Osiride sgozzato dal proprio
fratello Tifone; e per questo motivo Iside fuggi insieme
a Oro suo figlio verso Biblio di Siria cercando Osiride
e lam entandosi am aram ente, finché Oro non crebbe e
uccise Tifone. 3-5. Dunque né Iside fu in grado di por­
tare aiuto al proprio fratello e marito; né Osiride sgoz­
zato da Tifone fu capace di soccorrere se stesso; né Ti­
fone fratricida, m orto per mano di Oro e di Iside, potè
difendere se stesso dalla morte. 6. Questi, divenuti fa­
mosi per le loro sventure, furono considerati dèi dagli
ottusi Egiziani. Essi, non ancora appagati da tali cose
o dagli altri culti dei popoli, insegnarono che erano dèi
anche gli esseri irrazionali. 7. Alcuni di loro veneraro­
no il gregge; altri il caprone; altri il vitello e il porco;
altri poi il corvo, il falco, l'avvoltoio e l’aquila; altri an­
cora il coccodrillo; altri il gatto, il cane, il lupo, la scim­
mia, il serpente e l’aspide; altri poi la cipolla e l’aglio,
l’acacia 16 e ogni altra cosa del creato 17. 8. Non capi­

15 Nei capp. 12-13 Aristide vuole dim ostrare a quale m assim a de­
pravazione siano giunti gli Egiziani, ancora più biasimevoli dei Cal­
dei e dei Greci, poiché adorano animali e piante come fossero dèi.
16 Con lo stesso sost. (àkantha) Erodoto indica l’acacia egiziana:
cf. Historìae 2, 96.
17 II sost. skism a non com pare in nessun dizionario; c’è da sup­
porre che sia una voce corrotta (sta forse per ktism ata) e comunque
non presente in tu tte le edd.; H arris legge tà thèràmata.
56 Gli apologeti greci

scono questi poveretti che non c ’è alcuna potenza ri­


guardo a tu tte queste cose. P ur vedendo che i loro dèi
sono divorati da altri uomini, bruciati, sgozzati e pu­
trefatti non si rendono conto a loro riguardo che non
sono dèi.

L'errore com une

13. 1. In un grande erro re incapparono gli Egi


ni, i Caldei e i Greci introducendo questi dèi e creando
le loro immagini e divinizzando idoli m uti ed insensibi­
li. 2. E mi stupisco del fatto che p u r vedendo i loro
dèi incatenati, levigati e m utilati dagli artefici, invec­
chiati dal tempo, d istru tti e fusi, non si rendono conto
riguardo a loro che non sono dèi. Se infatti non posso­
no nulla a favore della propria salvezza, come p otran­
no aver cu ra degli uom ini? 3. Ma i loro poeti e filoso­
fi < d e i Caldei, dei Greci e degli Egiziani > , desideran­
do con i loro poemi e storie di celebrare i loro dèi, di
più sm ascherarono il loro disonore e lo svelarono a
tu tti (...). Se il corpo dell'uomo p u r composto di più
p arti non respinge nessuna delle proprie m em bra, ma
avendo m antenuto una salda com pattezza è arm onioso
per se stesso, come è possibile nella n atu ra di un dio
una tale lotta e un tale disaccordo? Se infatti esisteva
una sola n atu ra degli dèi, un dio non era costretto a
perseguitare un altro dio, né a scannarlo né a fargli
del male. 4. Se però gli dèi sono perseguitati, scanna­
ti, rapiti, fulm inati dagli altri dèi, non esiste certo una
sola natura, m a spiriti divisi e tu tti malvagi; m a nessu­
no di questi è Dio. È chiaro dunque, o im peratore, che
tu tta la scienza sulla n atu ra degli dèi è errata. 5. Co­
me dunque i sapienti e i dotti fra i Greci non com pre­
sero che ponendo delle leggi sono condannati dalle lo­
ro stesse leggi? se le leggi sono giuste, senz’altro ingiu­
sti sono i loro dèi compiendo uccisioni reciproche, ve­
nefici, adulteri, furti, unioni contro natura, azioni tu tte
contro la legge. Se però in questo agirono bene, allora
Aristide, Apologia 57

le leggi sono ingiuste essendo state poste contro gli


dèi; o ra però le leggi sono buone e giuste, approvando
ciò che è buono e vietando ciò che è male; le azioni dei
loro dèi (sono) fuori legge. Dunque i loro dèi sono ini­
qui e tu tti rei di m orte ed empi anche coloro che pro­
pagandano questi dèi. Se poi le storie su di loro sono
miti, nulla sono se non pure parole. Se invece sono na­
turali, non sono più dèi coloro che fanno e subiscono
queste cose; se invece sono allegoriche, si tra tta di miti
e nulla più. 6. Risulta chiaro dunque, o im peratore,
che tu tti questi culti resi a più dèi sono opere causa di
erro re e di rovina. Non dobbiamo infatti chiam are dèi
coloro che sono visibili e non vedenti; ma bisogna ono­
rare come Dio colui che è invisibile e che vede tu tte le
cose e che di tu tte le cose è artefice.

I Giudei

14. 1. Passiamo ora, o im peratore, ai Giudei, sicc


me sappiam o che anch'essi pensano qualcosa circa
Dio. Questi, essendo discendenti di Abramo, d’Isacco e
di Giacobbe, furono esuli in Egitto. Da qui Dio li con­
dusse fuori con mano potente e braccio m irabile per
mezzo di Mosè, loro legislatore, e con m olti prodigi e
segni fece conoscere loro la sua potenza 18. Ma dimo­
strandosi anch'essi ingrati ed irriconoscenti, spesso si
asservirono ai culti delle genti e uccisero i profeti e i
giusti che erano stati inviati per loro. Quando poi il Fi­
glio di Dio volle venire sulla terra, dopo averlo oltrag­
giato lo consegnarono a Pilato governatore dei Romani
e lo condannarono alla croce, disprezzando i suoi bene­
fici e gl'innum erovoli prodigi che aveva com piuto in
mezzo a loro e lo fecero perire per la loro iniquità. 2.
Onorano infatti anche ora un solo Dio creatore di tu t­
to, ma non ne hanno piena conoscenza: negano infatti
che Cristo sia il Figlio di Dio e si assomigliano ai genti-

18 Cf. Es. 13, 17 - 19, 25.


58 Gli apologeti greci

li, anche se sem brano accostarsi in qualche modo alla


verità dalla quale si allontanarono. Queste cose riguar­
do ai Giudei (...).

I cristiani

15. 1. I cristiani traggono la loro origine dal


gnore Gesù Cristo; questo è riconosciuto il Figlio di
Dio altissim o nello Spirito Santo, disceso dal cielo per
la salvezza degli uomini; e da una vergine santa 19 ge­
nerato senza fecondazione e senza corruzione assunse
la carne e apparve agli uomini per richiam arli dall’er­
rore del politeismo; e dopo aver portato a compimento
la sua m irabile economia nella m orte di cfoce ebbe la
sua esperienza con deliberata volontà secondo una
grande econom ia (conformemente ad un m irabile pia­
no salvifico); dopo tre giorni risuscitò e sali al cielo; la
gloria della sua venuta è possibile per te conoscerla se
leggi per caso da quel (testo) che dagli altri è chiam ato
Santa S crittura evangelica. 2. Egli ebbe dodici disce­
poli, i quali dopo che egli salì al cielo andarono nelle
regioni del mondo e insegnarono la sua grandezza, co­
me (fece) uno di loro 20 (che) percorse le nostre regioni
annunciando la dottrina di verità; per cui quelli che da
allora ad oggi continuano a porsi al servizio del loro
annuncio di giustizia sono chiam ati cristiani. 3. E
questi (sono) coloro che sopra tu tti i popoli della te rra
hanno trovato la verità; riconoscono infatti il Dio crea­
tore ed artefice di tu tte le cose nel Figlio unigenito e
nello Spirito Santo e non onorano altro Dio aH'infuori
di questo. Hanno scolpite nel cuore le leggi dello stes­

19 Nel testo siriaco ed armeno si specifica «nato da una vergine


ebrea».
20 Chiara allusione all’attività m issionaria di Paolo di Tarso,
«apostolo delle genti» che evangelizzò le regioni dell’Asia Minore e
della Grecia portando il messaggio di Cristo fino a Roma: cf. Atti 11,
25-30; 13-28.
Aristide, Apologia 59

so Signore Gesù Cristo e le custodiscono sperando nel­


la risurrezione dei m orti e nella vita del tempo fu­
turo. 4. Non com m ettono adulterio, non si p rostitui­
scono, non pronunciano falsa testim onianza, non desi­
derano i beni altrui, onorano il padre e la m adre e
amano il loro prossimo, giudicano con g iu stizia21. 5.
Quello che non vogliono accada a se stessi non lo fan­
no ad un altro, esortano coloro che si com portano in­
giustam ente e li rendono loro amici, cercano di benefi­
care i nemici, sono m iti e am abili (...) 6. da ogni unio­
ne illegale e da ogni depravazione si astengono; (...). 7.
Non disprezzano la vedova; non affliggono l'orfano; co­
lui che possiede provvede a colui che non ha senza su­
scitare invidia; se vedono uno straniero, lo conducono
in casa e gioiscono con lui come con un vero fratello;
non si chiamano fratelli secondo la carne, ma secondo
lo spirito (...). 8. Sono pronti a dare la loro vita per
Cristo; custodiscono infatti con fermezza i suoi precet­
ti, vivendo in santità e giustizia, come il Signore Dio
insegnò loro, rendendo grazie a lui in ogni ora, per
ogni cibo, bevanda e per tu tti gli altri beni (...). 9. Ve­
ram ente dunque questa è la via della verità la quale
condurrà coloro che la percorrono al regno eterno pro­
messo da Cristo nella vita futura. E affinché tu sappia,
o im peratore, che non dico queste cose di mia iniziati­
va, dopo aver guardato le Scritture dei cristiani, ti ac­
corgerai che niente dico fuori della verità.

16. Bene dunque si com prende che a tuo figlio


stam ente è stato insegnato di adorare il Dio vivente e
salvarsi nel secolo che sta per venire. Grandi e m irabili
sono le cose dette e com piute dai cristiani; non fanno i
discorsi degli uomini, ma quelli di Dio. Gli altri popoli
s'ingannano e traggono in inganno gli altri; cam m inan­
do infatti nelle tenebre si scontrano come ubriachi.

21 Qui l’autore riassum e essenzialmente i precetti del Decalo


cf. Es. 20, 14.16 s.
60 Gli apologeti greci

Esortazione finale

17. Qui, o im peratore, (termina) il mio disco


per te, discorso che è stato dettato nella m ia mente
dalla verità. Perciò sm ettano i tuoi stolti sapienti di
p arlare stoltam ente contro il Signore; conviene infatti
che voi onoriate Dio creatore e ascoltiate le sue parole
incorruttibili, affinché fuggendo il giudizio e le pene,
siate riconosciuti eredi della vita im mortale.
Giustino Martire

LE APOLOGIE
GIUSTINO

La vita

Le notizie biografiche su Giustino sono certamente


attendibili provenendo in massima parte dai suoi stessi
scritti, a cominciare dalla inscriptio dell 'Apologia I in cui
egli si presenta come «figlio di Prisco, nipote di Bacchio,
cittadino di Flavia Neapolis in Siria di Palestina» *.
Di famiglia pagana ed educato secondo la cultura
del tempo, frequentò, negli anni giovanili, le scuole filo­
sofiche seguendo le lezioni di maestri stoici, peripatetici
e pitagorici e, finalmente, l ’insegnamento di un maestro
sotto la cui guida doveva penetrare nella dottrina plato­
nica, comprendere il fine che essa si proponeva ed av­
viarsi c o s ì alla vera conoscenza di Dio 2.
La sua conversione avvenne con tutta probabilità
intorno al 130, poiché di essa,egli stesso parla nel Dialo­
go con il giudeo Trifone la cui composizione risale a
dopo la guerra giudaica causata dalla rivolta di Bar Ko-
cheba e svoltasi appunto negli anni 132-135.
Dalla conversione fino alla morte Giustino porrà la
sua cultura e la sua preparazione filosofica totalmente
a servizio della religione cristiana.
Secondo quanto tramandano gli Acta S. Iustini (cap.
3) egli intorno al 140, sotto il regno di Antonino Pio,

' I Apoi. 1.
2 Cf. Dialogo 2
64 Gli apologeti greci

si recò a Roma. Qui, tenendo delle lezioni sulla dottri­


na cristiana, in un locale nella casa dove egli abitava e
situata «sopra le terme Timotine» (presso un certo Mar­
tino) 3, potè contare un discreto numero di discepoli.
Attorno a Giustino si formò infatti un vero e propria
didaskaleion: erano le origini delle future scuole cri­
stiane.
Non mancarono però, fin dall’inizio, avversari al
suo insegnamento: tra di essi si ricorda soprattutto il fi­
losofo cinico Crescente 4 la cui ignoranza in materia di
cristianesimo e il cui atteggiamento dichiaratamefite
ostile contro questa religione, lo istigarono più tardi a
denunciare Giustino alle autorità imperiali procurando­
ne la condanna a morte s.
Tuttavia, prim a di morire, Giustino riuscì a dim o­
strarsi vero apologeta della dottrina cristiana grazie ad
una indefessa attività che non si lim itò soltanto a ll’inse­
gnamento nelle città come quelle di Efeso o di Roma,
ma anche ad un considerevole impegno letterario a di­
fesa della nuova fede sia contro i pagani che contro i
Giudei, disputando con gli avversari del cristianesimo e
lottando contro le eresie che cominciavano a serpeggia­
re e accattivare un non trascurabile num ero di seguaci.
Denunciato, come dicevamo, a ll’autorità imperiale,
egli fu condannato alla decapitazione 6 e fu «adomato
da un divino martirio» 1. Condotto davanti al tribunale
del prefetto di Roma, Giunio Rustico, fu martirizzato
m olto probabilmente nel 165 quando era imperatore
Marco Aurelio. Negli Atti del martirio l'esemplare con­
fessione di fede.

3 Cf. Acta S. Iustini 3.


4 Cf. I l Apoi. 3.
s Cf. II Apoi. 3, 1: «Mi aspetto che si faccia qualche macchinazio­
ne da uno di coloro che ho nominato e di essere appeso ad un legno,
almeno da Crescente am ante della diceria e proclive alla m illante­
ria».
6 Cf. Acta S. Iustini 5.
7 Cosi Eusebio, Hist. Eccl. 4, 16, 1; cf. anche Taziano, Oratio ad
Graecos 19.
Giustino Martire, Introduzione 65

«Filosofo e martire»

Quando Tertulliano definisce Giustino «filosofo e


martire» 8 scandisce le due esperienze fondamentali del
grande apologista greco che, attratto in modo particola­
re da quella che egli stesso definì «scienza... dell’essere
e del vero» 9, dopo uno studio ininterrotto delle princi­
pali dottrine filosofiche, si converti al cristianesimo,
«l’unica filosofia utile e sicura» 10. «Indossando l'abito
del filosofo predicava la Parola di Dio e combatteva
nelle sue opere a favore della fede» Diffondeva cosi
l'insegnamento di Cristo considerando grave omissione
rifiutarsi di annunciare la verità 1Z.
Adottando sovente i metodi del ragionamento filo­
sofico acquisito nel frequentare le diverse scuole 13, egli
insegnò ai suoi discepoli le verità della fede che aveva
abbracciato, ammaestrando però non come i prim i apo­
stoli «entro l'ambito delle comunità, ... ma nella nuova
dim ensione sociale della "scuola” filosofica privata» 14.
Il cristianesimo è per Giustino la vera filosofia o
si preferisce, la verità filosofica che in Cristo si è piena­
mente rivelata e manifestata. Fu proprio la sete della
verità e la ricerca dell’unico e vero Dio che lo spinse e
lo invitò alla meditazione persuadendolo a recarsi in
un luogo solitario vicino al mare, come Giustino stesso
narra nel Dialogo, dipingendo per il lettore anche la
scenografia della propria conversione 15.
Nella solitudine del luogo dove si era recato (e che
m olti vogliono identificare con le spiagge di Efeso), Giu-

6 Adversus Valentinianos 5.
9 Dialogo 3, 4.
10 Dialogo 8, 1.
11 Cosi Eusebio, Hist. Eccl. 4, 11, 8; cf. anche Girolamo, De viris
illustribus 23 («habitu... philosophorum incedens»).
12 Cf. Dialogo 82, 2.
13 Cf. Dialogo, 2.
14 Cosi H. von Campenhausen, I Padri greci, trad. M. Bellincioni r
M. Fontana, Brescia 1967, p. 22.
15 Dialogo 3-5.
66 Gli apologeti greci

stino incontra un anziano, un vegliardo la cui stessa


persona era simbolo di fiducia e di sapienza. Questi
convince Giustino alla lettura dei profeti i quali, molto
più antichi dei filosofi, ispirati dallo Spirito Santo, co­
nobbero la verità e la insegnarono nei loro scritti. Giu­
stino ascoltò le parole e le esortazioni dell’anziano; les­
se e studiò i libri dei profeti e si converti al cristianesi­
mo con la mente, con il cuore e con le opere 16. Una
conversione che non fu certo occasionale, né repentina
o miracolistica, come potrebbe emergere da una prim a
lettura del racconto autobiografico, ma il traguardo di
un cam m ino che Giustino aveva sempre perseguito alla
ricerca della verità fino a quando fu profondam ente at­
tratto dalla lettura dei profeti e ancor più dalla vita che
conducevano gli uom ini amici di Cristo. Da allora, uni­
co suo desiderio fu che ognuno potesse nutrire i suoi
stessi sentim enti e vivere secondo la dottrina del Sal­
vatore 17.
Dopo la conversione Giustino non cessò mai di pe­
netrare più a fondo la dottrina cristiana, per dimostrare
che se Dio ha operato da sempre, in ogni tempo, in ogni
luogo e presso ogni popolo, comunicando «semi di veri­
tà» mediante il Logos, solo in Cristo si è rivelato e ha
dimostrato pienam ente la sua «ragione»: è la «ragione»
divina che promana da Dio Padre ed è il « Verbo» di Dio
che, adempiendo tutte le profezie, si è incarnato affinché
gli uom ini siano partecipi della verità e della sapienza di­
vina e affinché, mediante la sua incarnazione, passione e
morte, sia redento il genere umano 18.
È questa l ’unica dottrina di verità che Giustino de­
ve ora far conoscere ed è proprio continuando ad indos­
sare «il m antello del filosofo» che insegna i testi sacri
ormai imparati a memoria e a memoria costantemente
citati per convincere chiunque lo avesse ascoltato che
la Parola di Dio, già rivelata nelle Scritture e annuncia­

16 Cf. Dialogo 39, 5.


17 Dialogo, 8, 1, 2.
18 Cf. più avanti, I Apoi. 12, 9 - 13, 4.
Giustino Martire, introduzione 67

ta per mezzo dei profeti, si era pienamente rivelata nel


Cristo, adem pim ento di ogni promessa divina.

Le due apologie

Secondo la testimonianza di Eusebio di Cesarea,


Giustino sarebbe l'autore di nove s c r itti19 di cui ce ne
sono pervenuti soltanto tre: la Prim a e la Seconda apo­
logia e il Dialogo con il giudeo Trifone 20.

19 In Hist. Eccl. 4, 18, 1-6 si fa riferim ento ad un Discorso ad An­


tonino Pio (= I Apologia); ad una seconda apologia (= II Apologia)-,
ad un Discorso ai greci; ad una Confutazione contro i Greci; ad un
trattato Sulla monarchia di Dio; ad uno scritto intitolato Salterio; ad
un manuale Sull'anim a e ad un Dialogo con il giudeo Trifone. - Inol­
tre, alcuni capitoli prim a, in Hist. Eccl. 4, 11, 8, Eusebio cita come
opera di Giustino anche uno scritto Contro Marcione, opera che è ci­
tata sem pre sotto il nome di Giustino anche da Ireneo di Lione
nell’Adversus Haereses (cf. 4, 6, 2), il quale ne riporta esplicitam ente
un brano. Lo stesso Giustino, poi, dichiara di aver composto un'ope­
ra «contro tutte le eresie» ma non ci resta che questo fugace accenno
che ne fa l’autore alla fine del cap. 26 della I Apologia. Inoltre i Sa­
cra Parallela di Giovanni Damasceno (la cui autenticità peraltro non
è da tutti confermata) contengono tra le ca. 6.000 testimonianze dei
Padri, anche tre fram m enti del trattato Sulla risurrezione. - Si legga­
no inoltre la testim onianza di Girolamo, De viris ili. 23; Procopio di
Gaza, Catena in Gen. 3, 21 (PG 87, 222). - Di tu tte queste opere sono
ritenute autentiche le due Apologie e il Dialogo con Trifone. Per
l’ediz. di tutte le opere conservate (autentiche e dubbie) cf. l’ancora
valida di J.C. Otto, Iustini philosophi et martyris opera. I (Opera Iu-
stini indubitata); II (Opera Iustini addubitata), Wiesbaden 1969 (rist.
dell’ediz. 1876-1879).
20 Di quest'opera la cui traduzione non compare in questo nostro
lavoro (ma sarà pubblicata a parte in un volume della stessa
collana), riteniam o indispensabile riassum ere sia le motivazioni che
il contenuto, dal momento che essa costituisce la più antica testim o­
nianza di polemica antigiudaica. S critta probabilm ente tra il 155 e il
161 (certamente dopo la I Apologia di cui si ha menzione al cap. 120
e prim a della m orte di Antonino Pio, avvenuta il 7 marzo del 161),
nella finzione letteraria riecheggia quel dialogo che Giustino ebbe
poco dopo il 135 con il rabbino Trifone. E ra da poco term inata la
68 Gli apologeti greci

a) La Prim a Apologia —. Diretta agli imperatori


Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero, al Senato,
e a tutto il popolo romano, fu scritta probabilmente
intorno al 15321 durante il soggiorno di Giustino a
Rom a 22.

guerra giudaica (132-135) e Giustino si trovava ad Efeso (cf. anche


Eusebio, Hist. Eccl. 4, 18) ed esattam ente nello stadio della città (cf.
Dialogo 1 e 9). - Il Dialogo è composto da 142 capitoli i quali affron­
tano la polemica antigiudaica con una sistem aticità tuttora ravvisa­
bile, nonostante le due lacune presenti all'inizio dell’opera e al cap.
74. Né si possono oggi distinguere i due libri in cui originariam ente
Giustino aveva diviso il suo scritto e che, con probabilità, erano de­
dicati rispettivam ente alla prim a e alla seconda giornata in cui si
svolse il «Dialogo». Nella parte introduttiva dell’opera (capp. 2-8)
Giustino parla a lungo della sua formazione e conversione. Nella
parte prim a (capp. 9-47) si espone la concezione cristiana dell’AT, il
valore temporaneo della legge mosaica, la legge «nuova» portata da
Cristo. La seconda parte (capp. 48-108) è prettam ente cristologica e
volta a dim ostrare per quale motivo i cristiani riconoscono in Gesù
Cristo il Messia che i profeti avevano annunciato. Si dim ostra la
preesistenza di Cristo, l’incamazione, la redenzione m ediante la pas­
sione e morte, la risurrezione. Nella terza parte (capp. 109-142) si affer­
m a come i popoli che credono in Cristo e seguono il suo insegnamento,
costituiscono il popolo eletto, il nuovo Israele. Nella conclusione (cap.
142) Giustino accom iatandosi amichevolmente da Trifone, augura che
il rabbino e gli altri suoi compagni possano credere anch’essi che Gesù
è il Cristo di Dio.
21 Gli im peratori menzionati nella inscriptio come destinatari
dell’apologia furono al potere dal 138 al 161, arco cronologico che
fissa dunque anche i 15 anni entro cui sicuram ente Giustino compo­
se e term inò lo scritto. Egli stesso al cap. 46 dell'apologia afferma
che Gesù Cristo nacque «150 anni or sono sotto Quirinio». Per quan­
to approssim ativa possa essere l’indicazione, non si può pensare a
tempi molto lontani dagli anni 150. Inoltre, se il prefetto Felice di
cui si parla nel cap. 29, è da indentificare con Munazio Felice, questi
governò in Alessandria dal 148 al 154: a maggior ragione, dunque, i
fatti n arrati da Giustino sarebbero avvenuti (e scritti) entro questo
periodo.
22 Si legga il riferim ento alla città di Roma (cap. 26, 2) e a Mar-
cione che proprio a Roma in quel periodo stava insegnando la sua
dottrina eretica (cf. capp. 26, 5 e 58, 1).
Giustino Martire, Introduzione 69

Costituita da 68 capitoli, presenta una delle struttu­


re più complete rispetto a quelle di altri scritti apologe­
tici del II sec., anche se non vi è una perfetta proporzio­
ne tra le parti stesse che la costituiscono.
Dopo un prologo che si estende nei capp. 1-3 e che
comprende la inscriptio e Z'exordium, inizia la proposi-
tio, o presentazione delle accuse, seguita dalla refutatio,
o confutazione: capp. 4-12. In questa sezione Giustino
espone con chiarezza i delitti di cui venivano ingiusta­
mente accusati i cristiani e in base ai quali venivano per­
seguitati: anzitutto il delitto di chiamarsi «cristiano»; il
delitto di essere atei, di compiere m isfatti e azioni im m o­
rali, di rifiutare la religione dell’impero.
Giustino confuta una per una le accuse inoltrate da
parte pagana; dimostra la «bontà» (e non la colpevolez­
za!) del nome «cristiano» e le virtù di coloro che sono i
migliori cittadini e che devono essere puniti non per la
loro fede m a solo se hanno commesso qualche reato 2Ì.
Ulteriori prove a favore del cristianesimo e l'esposi­
zione della dottrina cristiana costituiscono l'argomenta­
zione della probatio: dal cap. 13 al cap. 67. Questa se­
zione, la più lunga, la principale e la più ricca dal p u n ­
to di vista teologico, è costituita a sua volta da tre parti:
nella prim a (capp. 13-22) Giustino tratta i grandi temi
della fede (Dio creatore dell’universo e della nostra vita
e garante della vita eterna per colui che crede; Gesù
Cristo Figlio del Dio vero; lo Spirito); espone l'etica cri­
stiana (castità, carità, amore, rispetto delle autorità e
delle leggi da loro emanate); dichiara l'attesa e la spe­
ranza escatologica (l'immortalità dell'anima, la risurre­
zione dei corpi, la condanna eterna degli operatori di
iniquità, la conflagrazione del mondo); conferma la fe­
de in Cristo (incarnazione, crocifissione, morte, risurre­
zione).
Nella seconda parte (capp. 23-60) si dimostra con in­
cessante ricorso e citazione dei testi sacri dell’A T, spe­

23 Cf. cap. 7.
70 Gli apologeti greci

cialmente profetici, come la dottrina cristiana sia prece­


dente ad ogni altra filosofia e come Gesù Cristo sia il
vero Figlio di Dio, colui che i profeti, ispirati dallo Spi­
rito profetico, hanno annunciato nelle profezie che a
noi sono state trasmesse (cf. capp. 31-53).
Sempre basandosi sui testi dell'AT, Giustino vuole
dimostrare anche come le m itiche narrazioni riguardo
agli dèi pagani non sono che un travisamento e una de­
formata sim ulazione di ciò che era stato predetto o va­
ticinato (cf. capp. 54-58). La stessa filosofia platonica è
debitrice nei confronti della Sacra Scrittura: la dottrina
sulla creazione, ad esempio, è desunta dal prim o libro
del Genesi e la disposizione «a chiasm o» n ell’universo e
di cui Platone tratta nel Timeo, si rifà alla narrazione
di Num. 21, 9-11.
Nella terza parte (capp. 61-67) Giustino descrive la
vita liturgica dei cristiani. È una delle sezioni più signi­
ficative e fondam entali per ricostruire la cultualità del
prim o cristianesimo e per conoscere le modalità di am ­
ministrazione e partecipazione ai sacramenti. Nel cap.
61 si parla del battesimo, di come ci si istruisca prim a
di riceverlo e quali prassi penitenziali siano obbligato­
rie prim a che venga amministrato; si specificano gli ele­
m enti e la formula del rito; si conferma che è il sacra­
mento della nuova vita, dell'appartenenza a Dio, della
illum inazione divina 24.
I capp. 65-67 sono dedicati alla celebrazione euca
stica e ne forniscono la più ricca descrizione nella lette­
ratura cristiana dei prim i due secoli: dalla preghiera co­
mune al bacio della pace; dall’offerta del pane, d ell’acqua
e del vino al rendimento di grazie pronunciato da colui
che presiede la celebrazione; dalla distribuzione del ci­
bo eucaristico alle condizioni per poterne partecipare
(fede, battesimo, vita conforme ai precetti di Cristo)25.
Ugualmente dettagliata (e quindi prezioso docu­
mento d'informazione) l'assemblea che i fedeli tengono

24 Cf. più avanti, pp. 140-142.


25 Cf. più avanti, pp. 146-148.
Giustino Martire, Introduzione 71

«nel giorno del sole» (cap. 67) quando tutti si riuniscono


per ascoltare la Parola di Dio, per celebrare l'Eucari-
stia, per cibarsi del pane e del vino consacrati e per rac­
cogliere le offerte destinate ai fratelli bisognosi.
Subito dopo, nel cap. 68, la peroratio, in cui Giusti­
no scongiura di non condannare a morte «coloro che in
nulla sono colpevoli»: chi ucciderà degli innocenti sarà
giudicato da Dio di cui il cristiano invoca solo e sempre
che avvenga la sua vo lo n tà 26.

b) La Seconda Apologia —. Considerata per lo più


come appendice della prima, la seconda apologia fu
composta alcuni anni dopo, con tutta probabilità tra il
155-160 quando prefetto di Rom a era Lollio Urbico 27 il
quale aveva processato e condannato a morte tre cri­
stiani. Giustino, a conoscenza del fatto (di cui narra nei
capp. 1-3) e ancora a Roma, decide per la seconda volta
di scrivere a difesa dei perseguitati.
Anche se l'intestazione non compare esplicitamen­
te, non vi sono difficoltà a identificare i destinatari con
gli stessi imperatori ai quali era stata indirizzata la pri­
ma apologia.
La composizione di questo secondo scritto apologe­
tico è molto più breve della precedente: solo 15 capp. di
cui i prim i tre narrano l ’episodio che ha causato il pro­
cesso e la condanna di tre cristiani da parte del prefetto
di Roma. Giustino, giudicando profondam ente ingiuste
le tre sentenze di morte, si rivolge agli imperatori e al
popolo di Rom a accusando apertamente gli oltraggi che
si com m ettono nella città in nome di una falsa giustizia

26 All’apologia Giustino dice di allegare una copia del rescritto di


Adriano a Minucio Fundano (cf. cap. 68, 4 s.), documento che depone­
va a favore dei cristiani. Giustino dovette allegare il documento in
lingua latina (secondo l'originale) m a successivamente e per opera di
am anuensi, esso fu sostituito da quello in versione greca che Euse­
bio di Cesarea introdusse nella Hist. Eccl. al cap. 9 del libro 4, parr.
1-3.
27 Cf. cap. 2.
72 Gli apologeti greci

e per opera di giudici iniqui. Un'azione di estremo co­


raggio che sarà sicuramente vendicata non solo da colo­
ro che sono coinvolti nel processo, ma anche dal filoso­
fo Crescente che non temerà di li a poco di accusare
l ’apologista e farlo condannare a morte.
Dopo la narrazione dei fatti (occasione appunto del­
la seconda apologia), Giustino contesta alcune obiezioni
di parte pagana (capp. 4-8): spiega perché i cristiani ri­
fiutano il suicidio e perché Dio perm ette che esistano le
persecuzioni; afferma inoltre come queste siano state
istigate dai dem oni malvagi.
A l cap. 9 Giustino risponde a coloro che giudicano
come terrificanti fandonie la dottrina sull'oltretomba e
il giudizio di Dio, m entre al cap. 10 ribadisce nuova­
mente la piena e totale manifestazione del Logos nel
Cristo.
Nei capp. 11 e 12 giustifica l ’intrepido atteggiamen­
to del cristiano di fronte alla morte, atteggiamento che
può tenere solo colui che non è schiavo dei beni di que­
sto mondo. Al cap. 13 Giustino si vanta di essere cristia­
no e come tale conferma la sua fede in Dio e nel Logos
che si è incarnato per salvare l'uomo da ogni infermità.
Nei capp. 14 e 15, infine, la peroratio: l'apologista
chiedè che il libretto da lui composto sia divulgato per
abbattere ogni falsa opinione e per diffondere la cono­
scenza del bene affinché anche coloro che ingiustamen­
te condannano e perseguitano i cristiani possano con­
vertirsi.

Temi dottrinali

Scopo di Giustino nel comporre le due apologie è


quello di provare l ’innocenza dei cristiani e la bontà
della loro dottrina, ma, per quanto uomo di cultura,
erede di una scuola filosofica, e nonostante avesse inse­
gnato con un certo successo la dottrina cristiana, tutta­
via nelle apologie non perverrà né ad una esposizione
Giustino Martire, Introduzione 73

sistematica dei prìncipi della fede, né ad una vera e


propria elaborazione teologica, allo stesso modo in cui
non riuscirà a comporre u n ’apprezzabile opera lettera­
ria a causa di uno stile a volte trascurato e appesantito
da lunghe digressioni, o di un periodare non sempre
elegante e disinvolto.
Tuttavia la lettura degli scritti apologetici, della
prim a apologia in particolare, riesce ad entusiasmare
ed avvincere il lettore per quella fede viva che emana e
per il fervore con cui Giustino confessa il Cristo, il Lo­
gos del Padre, la verità assoluta. Nel suo credo, dunque,
gli argomenti stessi della difesa.

a) Dio —. Senza nome e senza origine 28, padre


tutte le creature 29, il Dio dei cristiani è il «Dio verissi­
mo, non contaminato dalla malvagità e padre della giu­
stizia, della saggezza e delle altre virtù» 30; colui che ha
creato l ’universo «dalla materia inform e a beneficio de­
gli uomini» 31 e che, invisibile, abita al di sopra della
volta celeste 32. Egli, Dio vivo e vero, non ha bisogno
delle offerte materiali, poiché «egli stesso dona ogni co­
sa» 33 e conduce alla fede coloro che accettano di segui­
re i suoi com andam enti per mezzo di quella «capacità
razionale» che egli stesso ha d o n a to 34. Egli, infatti,
«creò il genere um ano intelligente e capace di scegliere
la verità e di agire bene» 35 e proprio perché vuole che
tutti gli uom ini si convertano egli ritarda la fine del
mondo e non pronuncia ancora il suo giudizio di con­
danna sui m alvagi36.

28 Cf. II Apoi. 6, 1 s.; I Apoi. 14, 1 s.


29 Cf. II Apoi. 10, 2; 13, 1.
30 I Apoi. 6, 1.
31 I Apoi. 10, 2.
32 Cf. soprattutto Dialogo 60, 2; 127, 2 s.
33 I Apoi. 10, 1.
341 Apoi. 10, 4.
351 Apoi. 28, 3.
36 I Apoi. 28, 1 s.; cf. I l Apoi. 7, 1.
74 Gli apologeti greci

b) Il Cristo, Logos di Dio —. Il Logos divino


«Verbo», o «Ragione») che promana da Dio Padre e me­
diante il quale egli ha com piuto la creazione e l'ordina­
m ento del m ondo 37, si è incarnato nel Cristo affinché
gli uom ini potessero conoscere la perfetta verità e la
perfetta sapienza. «Il Figlio di Dio, colui che solo può
esser chiamato propriamente Figlio, il Logos che coesi­
ste ed è generato prim a delle cose create, quando in
principio per mezzo di lui creò ogni cosa e dette un or­
dine, è chiamato Cristo per il fatto di essere stato unto
e perché Dio, per mezzo di lui, ha ordinato ogni co­
sa; questo nome racchiude un significato sconosciuto»
mentre «Gesù è un nome che significa "uomo" e "salva­
tore”» 38.
Ogni uom o che è esistito su questo mondo anche
prim a della venuta di Cristo ha ricevuto «semi» di veri­
tà dal Logos (o Verbo) di Dio 39, ma solo il Cristo, nella
sua persona, fattosi uomo 40, adempiendo le profezie 41,
rivelò pienam ente quella verità che prim a era stata con­
cessa solo parzialmente, in piccole scintille.
Per volontà di Dio il Verbo si è fatto uom o a bene­
ficio del genere umano 42 e per la nostra salvezza 43. La
venuta del Cristo annunciata e profetizzata nell'AT si è
compiuta; il Figlio di Dio si è fatto uomo, la Parola si è
fatta carne 44 Cristo è la verità e noi «dopo aver credu­
to nel Verbo ci teniamo lontani (da coloro che non si
preoccupano della loro salvezza) e per mezzo del Figlio
siamo seguaci di quell'unico Dio ingenerato» 4S. Il Cri­
sto ci ha insegnato la via della verità e del bene 46; egli

37 Cf. II Apoi. 5, 3.
38II Apoi. 5, 3 s.
39 Cf. II Apoi. 8, 1 s.; 13, 3; / Apoi. 46, 2-4.
40 Cf. I Apoi. 5, 4.
41 Cf. I Apoi. 30.
42 I Apoi. 63, 10.
43 I Apoi. 66, 2.
44 Cf. Gv. 1, 14.
45 / Apoi. 14, 1.
46 I Apoi. 15 e 16.
Giustino Martire, Introduzione 75

«è chiamato "messaggero" ed "apostolo” poiché annun­


ciò quello che bisognava conoscere e fu inviato per rive­
lare quello che era stato annunciato, come disse lo stes­
so nostro Signore: "Chi ascolta me ascolta colui che mi
ha mandato"» 47.
Il Cristo è il primogenito di Dio, «è il Verbo di
partecipò tutto il genere umano e coloro che hanno vis­
suto secondo il Verbo sono cristiani, anche se furono ri­
tenuti atei, come tra i Greci Socrate, Eraclito e quanti
furono sim ili a loro» 48. E proprio «grazie alla potenza
del Verbo secondo la volontà di Dio Signore e Padre di
ogni cosa», «è stato concepito un uomo da una vergine;
è stato chiamato Gesù e, morto in croce, risuscitò e sali
al cielo» 49. Visse sanando i malati e facendo risorgere i
m o r ti50 secondo quanto era stato predetto. Egli, uomo
giusto, fu ucciso adempiendo cosi le profezie sulla sua
morte S1.
Venuto ad annunciare la salvezza ai Giudei e ai pa­
gani, fu adorato dai popoli che non lo attendevano e
non fu riconosciuto dai Giudei che da sempre erano in
attesa 52, Fu crocifìsso, ma risuscitò dai morti, apparve
ai suoi discepoli e sali al cielo da dove inviò la sua po­
tenza, affinché i suoi discepoli insegnassero presso ogni
popolo quello che egli aveva loro insegnato 53.
La prim a venuta del Cristo si è dunque compiuta:
egli è venuto come «uomo senza onore e sofferente»; la
sua seconda venuta si compirà quando «dai cieli riap­
parirà nella gloria con le sue schiere angeliche, quando
risusciterà i corpi di tutti gli uom ini esistiti e vestirà
d'im m ortalità coloro che sono degni, m entre i corpi de­

471 Apoi. 63, 5.


48 I Apoi. 46, 2.3.
49 / Apoi. 46, 5.
50 I Apoi. 48, 1.
51 I Apoi. 48, 4-6.
52 Cf. I Apoi. 49.
531 Apoi. 50, 12.
76 Gli apologeti greci

gli ingiusti, insieme ai demoni malvagi, li getterà nel


fuoco eterno per u n ’eterna sofferenza» 54.

c) Lo Spirito —. Al cap. 13, 3 della I Apologia


legge: «Onoriamo Gesù Cristo che è per noi maestro di
queste cose e che per questo motivo è stato generato,
che fu crocifisso sotto Ponzio Pilato...; abbiamo ricono­
sciuto che è Figlio di colui che è Dio e lo poniam o al se­
condo posto; mentre al terzo poniam o lo Spirito profeti­
co» 55. È la dichiarazione più esplicita di fede trinitaria
che noi troviamo in Giustino anche se in questo passo
egli preferisce la definizione «Spirito profetico» 56, anzi­
ché Spirito Santo, denominazione che compare solo nel
ricordo della annunciazione 51, nel contesto della litur­
gia battesimale S8, nella preghiera di lode e gloria pro­
nunciata prim a del rendimento di grazie, durante la ce­
lebrazione eucaristica59 e, infine, nella preghiera dei
fedeli 60.
Non possiamo affermare che Giustino abbia form u­
lato una vera e propria teologia sullo Spirito Santo; egli
crede nella sua esistenza e nonostante che talora attri­
buisca al Verbo ciò che è proprio dello Spirito, distin­
gue nettam ente tra Dio, Figlio, angeli e S p irito 61 sia
quando lo denom ina come «santo», sia quando lo desi­
gna «profetico».
Ciò che sottolinea più volte, individuando bene la
funzione svolta, è che dallo Spirito sono stati ispirati
tutti i profeti dell’A T i quali, grazie alla divina ispira­
zione, poterono annunciare la venuta del Cristo.

54 I Apoi. 52, 3.
55 Cf. I Apoi. 60, 7.
56 Sulla denominazione «Spirito profetico» cf. I Apoi. 31, 1; 32, 2
(«divino e santo Spirito profetico»); 33, 5; 35, 3; 38, 1; 39, 1; 40, 5; 41, 1;
42, 1; 44, 1 («santo Spirito profetico»); 51, 1; 53, 6; 59, 1; 60, 8; 63, 2.
57 Cf. / Apoi. 38, 5.
58 Cf. I Apoi. 61, 3.13.
59 Cf. / Apoi. 65, 3.
60 Cf. I Apoi. 67, 2.
61 Cf. I Apoi. 6, 2.
Giustino Martire, Introduzione 77

d) Gli angeli e i demoni —. Confutando l'accusa di


ateismo, rivolta ai cristiani, Giustino dichiara che essi
onorano e venerano Dio, il Figlio, lo Spirito e «l ’esercito
degli angeli.buoni che segue Dio e a lui si assimila» 62.
Agli angeli Dio «ha affidato la cura degli uom ini e delle
cose che sono sotto il cielo» 63 e li ha creati proprio affin­
ché proteggano ogni creatura.
Alcuni angeli, però, violando la legge del Creatore,
«si unirono alle donne e generarono figli, i cosiddetti
demoni» 64. Questi resero schiavo il genere umano incu­
tendo falsi timori, costringendo a sacrileghe libagioni,
istigando gli uom ini a compiere ogni sorta di scellera­
tezza ed iniquità 6S, incitando persino a perseguitare i
cristiani: «Spinti da una folle passione — rimprovera
Giustino ai pagani — e dalla sferza dei demoni malvagi,
ingiustamente infliggete pene senza riflettere» 66.
«Il principe dei demoni malvagi» esiste e «è chia­
mato serpente, Satana o diavolo», ma «Cristo ci ha fat­
to sapere che sarà gettato nel fuoco con il suo esercito e
con gli uom ini che lo hanno seguito, affinché siano ca­
stigati per un tempo senza fine» 67.
Mentre gli angeli buoni anelano a Dio e sono ogget­
to di culto da parte dei cristiani, gli angeli cattivi, o de­
moni, saranno puniti insieme agli ingiusti quando il
Cristo riapparirà nella gloria, con le sue schiere an­
geliche 68.

e) Escatologia —. Il Cristo «riapparirà nella gloria


con le sue schiere angeliche, ...risusciterà i corpi di tutti
gli uom ini esistiti e vestirà d'im m ortalità coloro che so­
no degni (e i corpi) degli ingiusti, insieme ai demoni

62 Ibid.
63 Cf. II Apoi. 5, 2.
64 II Apoi. 5, 2; I Apoi. 5, 2.
65 Cf. II Apoi. 5, 3; I Apoi. 26, 1; 54, 1.6; 62, 1-2.
66 Cf. I Apoi. 5, 1; 57, 1.
67 Cf. I Apoi. 28, 1.
68 Cf. I Apoi. 52, 3 e 28, 1.
78 Gli apologeti greci

malvagi, getterà nel fuoco eterno per u n ’eterna sofferen­


za» 69: u n ’immagine escatologica che diverrà sen z’altro
una realtà perché ciò è stato predetto e annunciato dai
profeti 70.
I cristiani, dunque, vivono nella speranza di u
«vita eterna e pura» 71 e «pretendono di vivere insieme
a Dio Padre e creatore di tutte le cose» 12; ugualmente
sanno che gli ingiusti verranno puniti e che le loro ani­
me sconteranno una pena eterna 73 assieme a tutti i de­
m oni e a Satana loro principe 74. Tutto ciò si verifiche­
rà alla fine del mondo quando una conflagrazione uni­
versale distruggerà ciò che Dio ha creato 75.

f) Battesim o ed E ucaristia —. La testimonianza


Giustino s u ll’a m ministrazione del battesimo e sulla ce­
lebrazione e partecipazione a ll’Eucaristia costituisce
una delle docum entazioni più particolareggiate che ci
sono pervenute dal cristianesimo delle origini e a cui si
fa obbligato riferimento ogni volta in cui si deve tratta­
re della vita cultuale e liturgica nei prim i secoli della
Chiesa.

1) Il battesim o —. Rinnovati mediante Cristo, i


stiani nel battesimo consacrano se stessi a Dio 7é. Ma
prim a di essere battezzati occorre credere in ciò che è
stato insegnato, promettere e dimostrare di vivere se­
condo la fede e la dottrina cristiana. Nella preghiera e
nel digiuno che precede il battesimo si chiederà a Dio il
perdono dei peccati11. Cosi tutti coloro che vogliono es-

69 I Apoi. 52, 3.
70 Cf. I Apoi. 52, 4-12.
71 1 Apoi. 8, 2.
72 Ibid.
731 Apoi. 8, 4.
74 Cf. I Apoi. 28, 1 e II Apoi. 7, 5.
75 Cf. I Apoi. 45, 1 e II Apoi. 7, 3.
76 Cf. I Apoi. 61, 1.
77 Cf. I Apoi. 61, 2.
Giustino Martire, Introduzione 79

sere battezzati, «sono condotti... dove c'è dell'acqua e


sono rigenerati secondo la rigenerazione con cui noi
stessi fum m o rigenerati; "nel nome del Padre” di tutte
le cose, Dio Signore, "e di Gesù Cristo nostro salvatore
e dello Spirito S a n to ” fanno il bagno nell'acqua» 78.
È questo il «lavacro» della «illuminazione», «poi­
ché sono illum inati nella mente coloro che imparano
queste cose. E nel nome di Gesù Cristo, crocifisso sotto
Ponzio Pilato, e nel nome dello Spirito Santo che per
bocca dei profeti ha annunciato tutto ciò che riguarda­
va Gesù, l'illum inato riceve il lavacro» 79.

2) L’E ucaristia —. Due sono le descrizioni prodotte


da Giustino a proposito dell'Eucaristia: ai capp. 65-66 e
al cap. 67.
La prim a tratta della liturgia eucaristica cui parte­
cipa per la prim a volta colui che è stato battezzato. Egli
è condotto tra i fratelli che sono riuniti in assemblea
per «celebrare preghiere» a favore dell'«illuminato» e di
tutti gli a ltr i80. Al termine delle preghiere ci si saluta
con un bacio, poi «al presidente dei fratelli viene porta­
to un pane e una coppa d'acqua e del vino temperato;
egli dopo averli ricevuti, innalza lode e gloria al Padre
di tutte le cose nel nome del Figlio e dello Spirito Santo
e compie un rendim ento di grazie a lungo, per essere
stati degni di questi doni da parte sua; dopo che ha ter­
m inato le preghiere e l'Eucaristia, tutto il popolo pre­
sente esclama e dice: Amen... Dopo che il presidente ha
reso grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che da
noi sono chiamati diaconi, fanno partecipare ciascuno
dei presenti al pane su cui è pronunciato il ringrazia­
mento, al vino e a ll’acqua e portano questo (cibo) a co­
loro che non sono presenti» 81.

78 I Apoi. 61, 3.
791 Apoi. 61, 12-13.
80 / Apoi. 65, 1.
81 / Apoi. 65, 3-5.
80 Gli apologeti greci

Alla descrizione segue, al cap. 66, la spiegazione del


rito eucaristico e il significato dei termini che in esso
compaiono, con particolare riguardo per il cibo eucari­
stico di cui si nutre solo colui che crede, che è stato bat­
tezzato e che vive secondo l ’insegnamento di Cristo.
Non è l ’Eucaristia un «cibo comune», né una «comune
bevanda» 82, ma «carne e sangue del Gesù incarnato» 83
e noi ci cibiamo di questo nutrim ento cosi come ci ha
comandato Gesù. Egli, «prendendo il pane, rendendo
grazie, disse: "QuestQ fate in mia memoria, questo è il
mio corpo" e, allo stesso modo, prendendo il calice e
rendendo grazie, disse: "questo è il mio sangue”» 84.
Ciò che Gesù comandò quando la prim a volta fece
partecipare gli apostoli ed essi soltanto al suo corpo e
al suo sangue 8S, contìnua ora ad essere celebrato tra i
cristiani.
«E nel giorno detto del sole, riunendoci tutti in un
solo luogo dalla città e dalla campagna, si fa u n ’assem­
blea e si leggono le memorie degli apostoli e gli scritti
dei profeti fino a quando vi è tempo; poi, quando colui
che legge ha terminato, il presidente con un discorso
ammonisce ed esorta all'imitazione di queste buone co­
se. Insieme ci alziamo tutti ed eleviamo preghiere. Co­
me abbiamo già detto, terminata la nostra preghiera,
viene portato pane, vino ed acqua e il presidente allo
stesso modo e per quanto gli è possibile, innalza pre­
ghiere e ringraziamenti e il popolo acclama pronun­
ciando l'Amen. Dei cibi su cui si è pronunciato il rin­
graziamento segue la divisione e la distribuzione a cia­
scuno e per mezzo dei diaconi si mandano a coloro che
non sono presenti. Coloro che hanno in abbondanza e
che vogliono, ciascuno secondo la sua decisione, dà
quello che vuole e quanto viene raccolto è consegnato

821 Apoi. 61, 2.


83 Ibid.
84 I Apoi. 61, 3.
85 Ibid.
Giustino Martire, introduzione 81

al presidente; egli stesso va ad aiutare gli orfani, le ve­


dove e coloro che sono bisognosi a causa della malattia
o per qualche altro motivo; coloro che sono in carcere e
gli stranieri che sono pellegrini: è insom m a protettore
di tutti coloro che sono nel bisogno. Tutti insieme fac­
ciamo riunione nel giorno del sole poiché è il prim o
giorno nel quale Dio creò il m ondo avendo trasformato
la tenebra e la materia, e Gesù Cristo, nostro salvatore,
risuscitò nello stesso giorno dai morti; infatti lo croci­
fissero prim a del giorno di Saturno e il giorno dopo
quello di Saturno, cioè il giorno del sole, apparso ai
suoi apostoli e ai suoi discepoli, insegnò queste cose
che ora m andiam o a voi per un esame» 86.

g) La vita del cristiano —. Non poteva mancare


uno scritto apologetico la descrizione della condotta
esemplare dei perseguitati. Alle virtù del cristiano e alla
sua vita irreprensibile Giustino fa riferimento sin dalle
prim e righe del suo scritto, quando, sicuro dell'onestà
di coloro che sono condannati, chiede espressamente
che vengano esaminate le accuse e chiede di punire tut­
ti coloro che possano essere trovati colpevoli 87.
I cristiani sono coloro che aspirano alla vita ete
per vivere insieme a Dio Padre e creatore deliuniverso,
là dove non esiste alcun male 88. Essi desiderano un re­
gno che non è di questo mondo e la loro speranza non
è riposta nei beni presenti 89.
Essi riconoscono il potere affidato alle autorità, pre­
gano per la loro saggezza, ma venerano un solo Dio 90 spe­
rando nella risurrezione. Per questo hanno rinnegato gli
antichi dèi e le false divinità 91 e ora non com m ettono

861 Apoi. 67, 2-7.


87 Cf. / Apoi. 3, 1.
88 Cf. / Apoi. 8, 2.
85 Cf. I Apoi. 11.
90 Cf. I Apoi. 17, 3.
91 Cf. I Apoi. 25-26.
82 Gli apologeti greci

nessuna delle empietà di cui si macchiano i pagani 92:


non espongono i bambini, non com m ettono omicidio, si
sposano per avere una famiglia oppure decidono di vive-
re nella continenza 9Ì.
Divenuti seguaci di Cristo essi giorno per giorno
praticano la loro conversione: «Un tempo am anti della
lussuria, ora siamo desiderosi solo della saggezza; dedi­
ti un tempo alle arti magiche, siamo consacrati ora al
Dio buono e ingenerato; bramosi più di ogni altro dei
mezzi per conseguire ricchezze e possedimenti, ora, por­
tando in com unità quanto possediamo, lo condividiamo
con chi è bisognoso. Ci odiavamo e ci uccidevamo l ’uno
con l'altro e non facevamo pasti com uni con coloro che
non erano della stessa razza per motivo dei costumi.
Ora, invece, dopo la manifestazione di Cristo, abbiamo
tutti lo stesso genere di vita e preghiamo per i nemici e
cerchiamo di persuadere coloro che ingiustamente ci
odiano, affinché vivendo secondo i buoni insegnamenti
di Cristo, possano sperare di ottenere insieme a noi le
stesse cose da parte di Dio Signore di tutti» 94.

Nota. Per la traduzione ci siamo serviti dell’ediz. di G.


Rauschen, S. Justini Apologiae duae (Florilegium Patristicum ,
2), Bonn 19112.
Segnaliamo inoltre: G. Kriiger, Die Apologien Justins des
Màrtirers (Sammlung ausegewàhlter Quellenschriften, 1),
Freiburg im Br. 19154; S. Frasca, S. Giustino martire, Apolo­
gie. S. Teofilo Antiocheno, I tre libri ad Autolico, testo, vers.,
introd. (Corona Patrum Salesiana, Serie greca, 3), Roma 1938.
- Tra gli studi ricordiamo: E. Bellini, Dio nel pensiero di S.
Giustino, in «La Scuola Cattolica» 90 (1962) 387-406; E.R.
Goodenough, The Theology of Justin Martyr, Jena 1968 (rist.);
R. Joly, Christianisme et philosophie. Étude sur Justin et les
apologistes du I I e siècle, Bruxelles 1973; D. Bourgeois, La sa-
gesse des Anciens dans le mystère du Verbe. Evangile et philo­
sophie de saint Justin, Paris 1981.
92 Cf. I Apoi. 27, 1 ss.
93 Cf. I Apoi. 29, 1.
94 Cf. I Apoi. 14, 2-3.
PRIMA APOLOGIA

A i d estin a ta ri

1. All’im peratore Tito Elio Adriano Antonino Pio ‘,


Cesare Augusto, e a Verissimo 2 il figlio filosofo e a Lu­
cio Filosofo 3 figlio naturale di Cesare e figlio adottivo
di Pio, am ante della cultura, al sacro Senato e a tutto
il popolo dei Romani, io, Giustino, figlio di Baccheio
Prisco, di Flavia Neapoli in Siria di Palestina, per gli uo­
mini di ogni razza ingiustam ente odiati e perseguitati,
io, uno di loro, ho scritto questo discorso e supplica.

2. 1. La ragione esige che coloro che sono pii e filo­


sofi secondo verità stim ino ed amino solo ciò che è vero,
1 Ad Antonino Pio (138-161) vendono attribuiti i nomi Tito Elio
Adriano a ricordo del predecessore che lo aveva adottato e che, per
volere dello stesso Antonino, fu deificato e gli furono dedicati un cer-
tamen quinquennale, i flamines, i sodales Hadrìanales e due templi,
uno a Roma e uno a Pozzuoli.
2 Marco Aurelio Verissimo fu adottato nel 138 da Antonino Pio
per volere dello stesso Adriano e per garantire la successione al tro­
no. Fu console nel 140 e nel 145, anno in cui sposò Annia Faustina,
figlia di Antonino Pio; nel 146 ricevette la potestas tribunicia e l’im­
pero proconsolare; nel 149 consegui la nomina di Cesare collaboran-
do incessantem ente all’impero di Antonino Pio di cui fu successore
dal 161 al 180.
3 Lucio Vero fu il secondo figlio adottivo di Antonino Pio; studio­
so di gramm atica, retorica e filosofia fu nominato «filosofo». Fu con­
sole nel 154 e nel 161. Designato Augusto dal fratello adottivo Marco
Aurelio, fu associato all’impero dal 161 al 169.
84 Gli apologeti greci

m entre rifiutino di seguire le opinioni degli antichi


qualora siano sciocche. Un saggio modo di ragionare
non solo esige che non si seguano coloro che agiscono
o em ettono sentenze ingiustam ente, ma è necessario
che colui che am a la verità scelga ad ogni costo e a
prezzo della sua stessa vita — anche se m inacciato di
m orte — di dire e com piere cose giuste. 2. Ponetevi
dunque in ascolto voi che siete ritenuti pii, filosofi, cu­
stodi della giustizia e am anti della verità; sarà dimo­
strato se sarete veram ente tali. 3. Ci siamo presentati
non per adularvi con queste parole, né p er chiedervi
favori con il parlare, ma per domandarvi di form ulare
un giudizio secondo un ragionam ento scrupoloso e
analitico senza essere pervasi dalla presunzione né dal
desiderio di piacere a uomini superstiziosi, oppure da
un folle im pulso e da una cattiva fam a diffusa da tem ­
po, sostenendo un parere contro voi stessi. 4. Del re­
sto noi riteniam o di non dover soffrire nulla a causa di
nessuno a meno che non siamo accusati come operato­
ri d’iniquità, oppure riconosciuti come malvagi: voi po­
tete ucciderci, danneggiarci no di certo!

Si esaminino le accuse

3. 1. Affinché qualcuno non creda che questo


un discorso insensato o tem erario, chiediam o che sia­
no elim inate le accuse contro di loro e se appariranno
reali, si punisca allora come è giusto. Ma se nessuno
ha nulla da accusare, un discorso secondo verità non
perm ette che a causa di una cattiva diceria siate ingiu­
sti contro uomini innocenti e soprattutto contro voi
stessi, poiché ritenete bene agire non secondo giudizio,
ma secondo l’impulso. 2. Ogni uomo saggio giudiche­
rà buona e giusta soltanto quella proposta secondo la
quale i sudditi (possano) presentare un rendiconto irre­
prensibile della loro vita e del loro pensiero; parim en­
ti, a loro volta, coloro che sono a capo pronuncino un
giudizio ispirati non dalla violenza né dalla tirannide,
Giustino Martire, Prima Apologia 85

m a dalla pietà e dalla filosofia: cosi, infatti, potrebbero


tra rre vantaggio sia coloro che governano, sia i suddi­
ti. 3. Se non erro, un antico disse: «Se i capi e i sud­
diti non sono filosofi, neppure le città possono essere
felici»4. 4. Nostro compito, quindi, è presentare a
tu tti la conoscenza della nostra vita e del nostro inse­
gnamento, affinché, al posto di coloro che di solito
ignorano le nostre cose, non m eritiam o noi stessi la pe­
na di quello in cui essi peccano nella loro cecità. È vo­
stro dovere, come fa vedere la ragione, che, ascoltan­
doci, vi m ostriate buoni giudici. 5. E quando avrete
appreso, se non agirete secondo giustizia, tu tto il resto
sarà senza giustificazione presso Dio.

Il «nome» non è motivo di condanna

4. 1. Non si em ette un giudizio buono o cattivo


base all’appellativo di un nome 5, senza (tenere in con­
siderazione) che le azioni sono subordinate al nome; di
fatto, quanto al nostro nome posto sotto accusa siamo
eccellen ti6. 2. Ma poiché non riteniam o giusto chie­
dere di essere assolti a causa del nome — qualora fos­
simo accusati come malvagi — viceversa, se non siamo
colpevoli di niente, né a causa dell’appellativo, né a
causa della vita civile, è vostro dovere lottare per non
essere debitori di pene nei confronti della giustizia pu­
nendo ingiustam ente coloro che sono senza colpa. 3.
Né sarebbe ragionevole se dal nome nascesse u n ’ap­
provazione o un castigo, a meno che non si possa di­
m ostrare qualcosa di valido o di spregevole in base al­
le azioni. 4. Presso di voi, infatti, non punite nessuno
4 Platone, Respublica 5, 473.
5 Cf. Atenagora, Legatio 2.
6 Poiché spesso i pagani, in luogo di Christós, usavano il nome
Chrèstós che significa «buono», «eccellente», «ottimo», Giustino se
ne avvale per dim ostrare che i seguaci di Cristo sono proprio
chrestótatoi, cioè «buonissime e ottim e persone». Cf. Teofilo, Ad Au-
tolicum 1, 1; leggi anche, in questa stessa apologia, il par. 5.
86 Gli apologeti greci

di coloro che sono im putati, prim a che siano dim ostra­


ti colpevoli; nel caso nostro prendete il nome come ele­
mento di accusa, m entre, proprio per il nome, dovreste
punire specialmente gli accusatori. 5. Siamo accusati
infatti di essere cristiani; ma non è giusto odiare ciò
che è buono. 6. Ancor di più: se uno di quelli che so­
no accusati nega, si m ostra cioè rinnegatore avendo
detto a parole di non essere (cristiano), voi lo liberate,
poiché non potete dim ostrarlo colpevole di niente. Se
invece, in qualche modo, confessa di esserlo, voi lo
condannate a causa della confessione. Eppure è neces­
sario esam inare la vita di colui che confessa e di colui
che nega, affinché ognuno si riveli, attraverso le azioni,
per quello che è. 7. Come alcuni, avendo im parato da
Cristo m aestro a non negare, sono d ’esempio una volta
che vengono interrogati, allo stesso modo coloro che
vivono male ugualm ente offrono occasione a coloro
che hanno convinzioni diverse, di accusare tu tti i cri­
stiani di em pietà e d’ingiustizia. 8. Né è giusto che
questo si faccia; di fatto aderiscono al nome e allo
schema filosofico alcuni che non compiono nulla de­
gno della professione; sapete bene che anche quegli an­
tichi i quali insegnarono e decretarono teorie opposte
furono denom inati con l’unico nome di filosofi. 9. Al­
cuni di loro hanno insegnato l’ateismo e coloro che so­
no poeti cantano Giove licenzioso insieme ai suoi figli;
e quanti seguono i loro insegnamenti da voi non sono
allontanati, anzi offrite prem i e onori a coloro che con
bella voce oltraggiano gli dèi.

Istigazione demoniaca
5. 1. Che significa tutto questo? Contro di
che abbiam o prom esso di non com m ettere ingiustizia e
di non form ulare opinioni su ciò che riguarda l’atei­
smo, voi non state istruendo processi, ma, spinti da
una folle passione e dalla sferza dei demoni malvagi 7,
7 Giustino è convinto che per istigazione dei demoni malvagi
sono scatenate le persecuzioni contro i cristiani. Quelli, infatti, nati
Giustino Martire, Prima Apologia 87

ingiustam ente infliggete pene senza riflettere. 2. Ver­


rà detto ciò che è vero: anticam ente i demoni malvagi,
facendo apparizioni, com misero adulterio con le don­
ne, corruppero i fanciulli e m ostrarono agli uomini o r­
rori tali che essi erano sbigottiti e non giudicavano se­
condo la ragione i fatti che accadevano, ma assaliti
dalla paura, non riconoscendo che erano demoni mal­
vagi, li chiamavano dèi e designavano ognuno con quel
nome che ciascuno dei demoni avevano stabilito per
sé. 3. Quando poi Socrate, secondo un ragionam ento
basato sulla verità e sull’investigazione, tentò di m ette­
re in chiaro questi fatti e di allontanare gli uomini dai
demoni, gli stessi demoni, grazie all’opera di uomini
com piacenti nella malvagità, riuscirono a condannarlo a
m orte come un ateo o un empio, dicendo che introduce­
va nuove divinità; allo stesso modo, contro di noi, stanno
compiendo le stesse cose. 4. Ma non solo presso i Greci
furono respinte queste cose dalla parola di Socrate, ma
anche tra gli stessi B arbari, dal Verbo (Logos) stesso che
assunse una forma, che divenne uomo e che prese il no­
me di Gesù Cristo 8. Noi che crediam o in lui affermiamo
che i demoni che compiono queste cose non solo non so­
no buoni, m a cattivi ed empi e non compiono azioni al
modo degli uomini che am ano la virtù.

Siamo giudicati atei

6. 1. Per questo motivo siamo giudicati atei; e


confessiamo di essere atei verso questi che sono chia­
mati dèi, ma non verso Dio verissimo, non contam inato
dalla malvagità e padre della giustizia, della saggezza e
delle altre virtù. 2. Onoriamo e veneriamo lui e il Fi­
glio che da lui è venuto e che ci ha insegnato tu tto ciò

dall'unione degli angeli corrotti con le donne, sono esseri malvagi,


operatori di iniquità e nemici indomiti del cristianesimo: cf. capp.
28, 1 e 52, 3.
8 Sul Verbo (Logos) cf. sopra, pp. 74-76.
88 Gli apologeti greci

e l'esercito degli altri angeli buoni che lo seguono e


che a lui si assim ilano e infine lo Spirito profetico,
rendendo onore secondo ragione e nella verità; e a tu t­
ti coloro che vogliono im parare, trasm ettiam o l’inse­
gnam ento senza limitazioni di sorta, cosi come ci è sta­
to insegnato.

7. 1. Eppure, potrebbe dire qualcuno, alcuni già


arrestati sono dim ostrati colpevoli. 2. Quando inda­
gate per ogni circostanza sulla vita di coloro che sono
accusati, spesso molti ne condannate, ma non a causa
di coloro che furono già prim a accusati. 3. Ammettia­
mo che, in genere, anche questo (si pensi): come presso
i Greci coloro che insegnavano ciò che era loro gradito
erano denom inati senz’altro con l'unico nome di filoso­
fi, nonostante le opposte dottrine, ugualm ente anche
presso i B arbari vi è un nome unico per coloro che so­
no stati sapienti o che come tali hanno insegnato: tu tti
sono chiam ati cristiani. 4. Per questo motivo chiedia­
mo a voi di giudicare le azioni di tu tti coloro che sono
accusati, affinché l'accusato sia punito come fuorileg­
ge, m a non come cristiano 9; se invece qualcuno appare
innocente, venga liberato come cristiano che non ha
commesso nulla contro la giustizia. 5. Non chiediamo
a voi di punire coloro che hanno accusato: essi, infatti,
sono spinti dalla propria malvagità e dall’ignoranza del
bene.

Rifiutiam o la menzogna e aspiriamo alla vita eterna

8. 1. Riflettete poi sul fatto che diciamo queste


cose anche a vantaggio vostro, poiché dipende da noi,
una volta interrogati, negare. 2. Ma non vogliamo vi­
vere da menzogneri; noi che aspiriam o ad una vita
etern a e pura, pretendiam o di vivere insieme a Dio Pa­
dre e creatore di tu tte le cose; e desideriam o professa­

9 Cf. 1 Pt. 4, 15.


Giustino Martire, Prima Apologia 89

re la fede nella convinzione e nella certezza che po­


tranno conseguire ciò coloro che hanno creduto in Dio
attraverso le opere, poiché lo hanno seguito bram ando
di vivere vicino a lui dove il male non si oppone. 3. In
breve: in queste cose abbiamo speranza, da Cristo le
abbiamo im parate e queste insegniamo. 4. Anche Pla­
tone afferm ò che Radam ante e Minosse puniranno gli
ingiusti che giungeranno davanti a loro 10; noi diciamo
che si verificherà lo stesso fatto, m a col giudizio di
Cristo. I loro corpi, insieme alle loro anime, saranno
puniti con una pena eterna e non per un periodo di
mille anni soltanto come egli afferm av a11. 5. Se poi
qualcuno sostiene che ciò è incredibile o impossibile,
l’errore riguarda noi e non altri, fin quando nei fatti
non sarem o riconosciuti colpevoli di qualcosa.

Rinneghiam o gli idoli

9. 1. Non onoriam o però, con molti sacrifici e


rone di fiori, neppure coloro che gli uomini hanno
chiam ato dèi dando loro una form a e collocandoli nei
templi; sappiam o infatti che queste cose sono esseri
inanim ati e senza vita, senza form a di dio (giacché rite­
niamo che Dio non abbia una form a del genere, quella
cioè che alcuni dicono essere stata riprodotta per il
culto); piuttosto essi hanno i nomi e le forme di quei
terribili demoni apparsi. 2. Perché dobbiamo dire a
voi, che già lo sapete, che li hanno costruiti gli artigia­
ni levigando il legno, tagliando, fondendo e incidendo?
Spesso, dopo aver trasform ato con arte il modello di
un recipiente senza valore e dopo aver dato una forma,
li chiam ano dèi. 3. E questo non solo lo riteniam o ir­
razionale, m a anche offensivo nei confronti di Dio che
avendo gloria e form a ineffabile è denom inato in base
a cose deperibili e bisognose di restauro. 4. Sapete

10 Cf., ad es., Gorgias 523e-524a.


11 Cf. Phaedrus 248-249; Respublìca 10, 614-615.
90 Gli apologeti greci

bene che coloro che fabbricano questi oggetti sono dis­


soluti e, senza farne l'elenco, sono in preda ad ogni de­
pravazione e conducono alla rovina anche le fanciulle
che lavorano con loro. 5. Quale stoltezza! scegliere
uomini dissoluti per m odellare e ricom porre dèi affin­
ché sia reso loro il culto e stabilire che costoro siano
custodi dei tem pli dove (gli dèi) vengono collocati! sen­
za considerare che è scellerato anche pensare o affer­
m are che guardiani degli dèi siano gli uomini.

Dio non ha bisogno di offerte materiali

10. 1. Aggiungiamo piuttosto che Dio non ha b


gno dell’offerta m ateriale che viene dagli uomini, dal
mom ento che costatiam o che lui stesso dona ogni cosa.
Ci è stato insegnato, ne siamo persuasi e ne siamo con­
vinti, che a lui sono accetti soltanto coloro che im itano
quei beni che gli sono propri: la saggezza, la giustizia e
l’am ore per gli uomini e ogni altra cosa che si addice a
Dio e che non ha nessuno dei nomi stabiliti. 2. Ci è
stato insegnato che al principio egli stesso essendo
buono creò tu tte le cose dalla m ateria informe a bene­
ficio degli uomini. Abbiamo appreso che se questi con
le loro azioni si m ostreranno degni della sua volontà,
saranno ritenuti degni di ritornare da lui e regnare in­
sieme, im m ortali e liberi da ogni sofferenza. 3. Come,
infatti, in principio creò coloro che non esistevano, al­
lo stesso modo noi pensiam o che quanti hanno scelto
ciò che a lui è gradito, per il fatto stesso di averlo scel­
to, siano ritenuti degni d’im m ortalità e di una stessa
(medesima) dim ora. 4. Egli persuade e conduce alla
fede noi che, per mezzo della capacità razionale che
egli ci ha donato, abbiam o scelto di seguire ciò che a
lui è gradito. 5. Riteniamo che per ogni uomo c ’è la
possibilità d’im parare queste cose, ma anche di essere
esortato ad esse. 6. Ciò che non poterono com piere le
leggi degli uomini, il Verbo che è divino lo avrebbe
com piuto se i demoni perversi non avessero sparso
Giustino Martire, Prima Apologia 91

molte accuse false ed empie, avendo come alleata quel­


la passione che è in ognuno di noi, malvagia in tu tto e
per tutto e scaltra per sua natura; di queste (accuse)
nessuna riguarda noi.

Il n o stro n o n è u n regno terreno

11. 1. Ma voi, avendo sentito (dire) che aspettiam o


un regno, stoltam ente credete che alludiam o ad un re­
gno terreno m entre noi parliam o di quello insieme a
Dio, come è evidente dal fatto che, quando siamo inter­
rogati da voi, confessiamo di essere cristiani p u r sa­
pendo che è stabilita la pena di m orte per colui che
confessa. 2. Se infatti noi aspettassim o un regno te r­
reno, negheremmo per non essere uccisi e cercherem ­
mo di tenerci nascosti per ottenere le cose che deside­
riamo. Ma poiché la nostra speranza non è nel presen­
te, non ci preoccupiam o di coloro che ci uccidono, dal
momento che m orire è com unque necessario.

O periam o p e r la p ace

12. 1. Siamo vostri collaboratori e alleati per la


pace più di tu tti gli altri uomini; riteniam o impossibile
che il malvagio o l’avaro o l’im postore sfugga a Dio;
m a ciascuno s’incammina verso la condanna eterna op­
pure verso la salvezza secondo il m erito delle azioni.
2. Se tu tti gli uomini conoscessero queste cose, nessu­
no, neppure per poco tempo, sceglierebbe ciò che è
male, sapendo di andare incontro alla pena eterna nel
fuoco; anzi, in ogni modo si preoccuperebbe di se stes­
so e si ornerebbe di virtù per conseguire i beni che so­
no presso Dio e per tenersi lontano dalle pene. 3. Gli
ingiusti 12 tentano di sfuggire alle leggi e alle pene da
12 Nell'ediz. di Otto, seguito anche da Goodspeed, si legge ou
anziché oi gar. Se accettassim o questa lezione, dovremmo tradurre:
«Gli ingiusti non tentano di sfuggire alle leggi e alle pene da voi sta-
92 Gli apologeti greci

voi stabilite e com m ettono delle colpe sapendo che è


possibile tenersi nascosti a voi che siete uomini. Se
avessero im parato e fossero convinti che è impossibile
che a Dio sfugga qualcosa — non solo ciò che viene fat­
to, ma anche ciò che si vuole — sarebbero onesti in
tu tto a motivo di ciò che incombe, come anche voi ri­
conoscete. 4. Sem brate però tem ere che tu tti agiscano
secondo giustizia così che voi non avreste più le perso­
ne da punire; questo sarebbe com portam ento da carne­
fici, non da buoni governanti. 5. Siamo convinti, pe­
rò, che — come abbiamo detto — tu tto ciò è compiuto
da spiriti malvagi che pretendono sacrifici e culti da
coloro che vivono come essere privi di ragione; m a ri­
teniamo che non potete com m ettere qualcosa d ’insen­
sato voi che coltivate la pietà e la filosofia. 6. Ma se
voi, al pari delle persone stolte, am ate le abitudini al
posto della verità, fate ciò che vi è possibile; m a anche
coloro che sono al potere, se amano la gloria anziché
la verità, hanno lo stesso potere dei ladri nel deserto.
7. E che non sacrificate sotto buoni auspici lo dimo­
stra il Verbo, di cui, dopo Dio che lo ha generato, sap­
piamo che non esiste nessun principe più potente e più
giusto. 8. Come infatti si rifiuta di ricevere in eredità
la miseria, i dolori o l'ignom inia dei padri, cosi colui
che è intelligente non accetterà quelle cose che il Ver­
bo ha detto di non dover accettare. 9. Che tu tto questo
sarebbe accaduto lo predisse, io dico, il nostro Mae­
stro, il Figlio di Dio padre e Signore dell'universo,
«l’apostolo Gesù Cristo» 13, dal quale noi abbiamo rice­
vuto il nome di cristiani. 10. Per questo abbiamo fede
in ciò che da lui è stato insegnato, poiché, di fatto, si
verifica che avvengono tu tte quelle cose che, preveden­
dole, aveva predetto che si sarebbero avverate; è opera
di Dio parlare prim a che qualcosa avvenga e dim ostra­
re che si è avverato cosi come era stato predetto. 11.

bilite...». Il senso del periodo ci induce però a ritenere più probabile


la form a positiva.
13 Ebr. 3, 1.
Giustino Martire, Prima Apologia 93

Sarebbe opportuno, dunque, che desistessim o senza


aggiungere altro a tu tto ciò, poiché crediam o di aver
detto cose giuste e vere. Ma poiché riteniam o che non
è facile per una m ente pervasa dall'ignoranza cam bia­
re opinione in poco tempo, desideriam o aggiungere
qualche piccola cosa per convincere coloro che am a­
no la verità, sapendo che non è im possibile cacciare
l’ignoranza una volta che la verità sia stata presentata.

Non siamo atei, ma onoriamo il Creatore del mondo

13. 1. Quale saggio non am m etterà dunque


noi non siamo atei se onoriam o il Creatore di tu tte le
cose riconoscendo, come ci è stato insegnato, che non
ha bisogno di sangue, di libagioni e di profumi; lodan­
dolo per quanto possiamo, con parole di preghiera e di
ringraziam ento per tu tte le cose di cui ci nutriam o, sa­
pendo che il solo onore degno di lui consiste non nel
consum are nel fuoco ciò che ha creato per il nutrim en­
to, ma usarlo per se stessi e per i bisognosi. 2. Rivol­
gere a lui con le parole lodi di ringraziam ento ed inni
per il fatto che esistiam o e per tu tte le risorse a bene­
ficio della nostra salute, per la qualità delle speci e il
m utare delle stagioni e rivolgendo preghiere per vivere
nella incorruttibilità grazie alla fede in lui? 3. Dimo­
strerem o che secondo ragione onoriam o Gesù Cristo
che è per noi m aestro di queste cose e che per questo
motivo è stato generato, che fu crocifisso sotto Ponzio
Pilato, prefetto 14 in Giudea al tempo dell'im peratore
Tiberio; abbiamo infatti riconosciuto che è Figlio di co­
lui che è Dio e lo poniamo al secondo posto, m entre al
terzo poniamo lo Spirito profetico. 4. Su questo pun­
to ci accusano di pazzia, poiché afferm iam o di attrib u i­
re il secondo posto ad un uomo crocifisso subito dopo

1,1 Di Ponzio Pilato «un’iscrizione di Cesarea ha rivelato, una ven­


tina di anni fa, il vero titolo, che non fu quello di procuratore, come
dice Tacito, m a di prefetto di Giudea»: cosi M. Sordi, I Cristiani e
l ’impero romano (Di fronte e attraverso, 118), Milano 1984, p. 13.
94 Gli apologeti greci

Dio im mutabile, eterno e creatore di tu tte le cose; ma


essi ignorano il m istero che è in questo e su cui vi
esortiam o a riflettere sotto la nostra guida.

Seguaci di Dio p e r m e zzo del Figlio

14. 1. Vi diciamo anzitutto di stare in guardia,


finché i demoni, accusati prim a da noi, non vi tragga­
no in inganno e non vi dissuadano dall’essere comple­
tam ente disponibili e dal com prendere ciò che diciamo
(infatti fanno a gara per avere voi come schiavi e servi­
tori e qualche volta attraverso immagini di sogni, qual­
che altra attraverso raggiri magici, sottom ettono tutti
coloro che non si preoccupano in nessun modo della
propria salvezza); e noi, allo stesso modo, dopo aver
creduto nel Verbo ci teniam o lotani da loro e per mez­
zo del Figlio siamo seguaci di quell’unico Dio ingenera­
to. 2. Un tempo am anti della lussuria, o ra siamo de­
siderosi solo della saggezza; dediti un tempo alle arti
magiche, siamo consacrati o ra al Dio buono e ingene­
rato; bram osi più di ogni altro dei mezzi per consegui­
re ricchezze e possedimenti, ora, portando in com unità
quanto possediamo, lo condividiamo con chi è bisogno­
so 1S. 3. Ci odiavamo e ci uccidevamo l’uno con l’altro
e non facevamo pasti comuni con coloro che non erano
della stessa razza a motivo dei costumi; o ra invece, do­
po la m anifestazione di Cristo, abbiam o tu tti lo stesso
genere di vita e preghiam o per i nemici e cerchiamo di
persuadere coloro che ingiustam ente ci odiano, affin­
ché, vivendo secondo i buoni insegnam enti di Cristo,
possano sperare di ottenere insieme a noi le stesse co­
se da parte di Dio Signore di tutti. 4. Affinché non vi
sem bri che stiam o facendo sofistica, riteniam o che sia
bene, prim a della dim ostrazione, ricordare alcuni po­
chi precetti di Cristo stesso; sia compito vostro, quali
potenti sovrani, indagare se abbiamo im parato ed inse­

15 Cf. Atti 4, 32-35 e 2, 44-47.


Giustino Martire, Prima Apologia 95

gnato queste cose secondo verità. 5. Da lui (venivano)


discorsi brevi e concisi; non era un sofista, m a potenza
di Dio l6, era il suo Verbo.

Insegnam enti di Cristo

15. 1. Riguardo alla castità cosi disse: «Se


guarda una donna per desiderarla, davanti a Dio è già
adultero nel suo cuore» 17 2. e: «Se il tuo occhio ti
causa scandalo, cavalo; è meglio per te entrare nel re­
gno dei cieli con un solo occhio che essere gettato nel
fuoco eterno con due» 18 3. e: «Chi sposa colei che è
stata ripudiata da un altro uomo, com m ette adulterio» 19
4. e: «Vi sono alcuni che furono evirati dagli uomini;
vi sono altri che nacquero eunuchi; altri ancora che
evirarono se stessi per il regno dei cieli; ma non tu tti
com prendono ciò» 20. 5. Allo stesso modo coloro che
secondo la legge degli uomini vivono in bigamia sono
colpevoli davanti al nostro M aestro e anche coloro che
guardano una donna per desiderarla. Non spio chi di
fatto è adultero viene respinto da lui, ma anche colui
che ha il desiderio di com m ettere adulterio, poiché
non solo le azioni sono m anifeste a Dio, m a anche le
intenzioni. 6. Molti uomini e molte donne sessantenni
e settantenni vivono nella purezza, essi che fin da fan­
ciulli furono discepoli di Cristo e posso vantarm i di in­
dicarne alcuni per ogni classe sociale. 7. Che dire
dell'innum erevole m oltitudine di coloro che dopo aver
im parato queste cose si sono allontanati dalla intem pe­
ranza? Cristo infatti non invitò alla conversione né i
giusti né i saggi, ma gli empi, gli intem peranti e gli in­
giusti. 8. Cosi disse: «Non sono venuto a chiam are i

16 Cf. Rom. 1, 16 con riferim ento al Vangelo.


17 Cf. Mt. 5, 28.
18 Cf. Mt. 5, 29; 18, 8 s.; Me. 9, 46.
19 Cf. Mt. 5, 32; Le. 16, 18.
20 Cf. Mt. 19, 12.
96 Gli apologeti greci

giusti alla conversione, m a gli in g iu sti» 21; il Padre ce­


leste vuole infatti la conversione del peccatore anziché
la sua punizione. 9. Sull’am ore verso tu tti insegnò
queste cose: «Se am ate coloro che vi am ano che cosa
fate di nuovo? cosi fanno anche i fornicatori. Io invece
vi dico: pregate per i vostri nemici, am ate coloro che vi
odiano, benedite coloro che vi maledicono e pregate
per coloro che vi oltraggiano» 22. 10. Riguardo al con­
dividere con i bisognosi e al non fare nulla per la glo­
ria, disse: «A tu tti coloro che chiedono date e non al­
lontanate colui che vuole prendere in prestito; se infatti
prestate a coloro dai quali sperate di ricevere, che cosa
fate di nuovo? questo lo fanno anche i pubblicani» 23. 11.
«Voi non dovete accum ulare tesori p er voi su questa
terra, dove la tignola e la ruggine distruggono e i ladri
sotterrano; accum ulate tesori per voi nei cieli, dove né
la tignola, né la ruggine distruggono» 24. 12. «Che gio­
va all’uomo se guadagna tu tto il mondo, ma perde la
sua anim a? Che cosa darà in cambio di essa? Accumu­
late dunque tesori nei cieli dove né la tignola, né la
ruggine distruggono» 2S. 13. E: «Siate buoni e m iseri­
cordiosi come buono e m isericordioso è il vostro Padre
e il suo sole sorge sui peccatori, sui giusti e sui malva­
gi» 26. 14. «Non preoccupatevi di che cosa m angerete o
di che vestirete; non siete forse differenti dagli uccelli
e dalle belve? Eppure Dio li nutre. 15. Non vi preoccupa­
te dunque di che m angerete e di che vestirete perché il
Padre vostro che è nei cieli sa che avete bisogno di que­
ste cose. 16. Cercate invece il regno dei cieli e tu tte que­
ste cose vi saranno date in più: dove infatti vi è il tesoro,
li è la m ente dell'uomo» 27, e: «Non fate queste cose per

21 Cf. Mt. 9, 13; Me. 2, 17; Le. 5, 32.


22 Cf. Mt. 5, 46.44; Le. 6, 32.27 s.
23 Cf. Le. 6, 30.34.
24 Cf. Mt. 6, 19-20.
25 Cf. Mt. 16, 26.20.
26 Cf. Le. 6, 36; Mt. 5, 45.
27 Cf. Mt. 6, 25.26.31-33 (cf. Le. 12, 22.24.29-31.34).
Giustino Martire, Prima Apologia 97

essere am m irati dagli uomini, altrim enti non avrete la


ricom pensa del Padre vostro che è nei cieli» 28.

16. 1. Riguardo all’essere pazienti e servili


tu tti e non irascibili, questo è ciò che ha detto: «A chi
percuote la tua guancia offri anche l’altra e non osta­
colare chi p orta via la tua tunica o il mantello» 29. 2.
«Chi si adira è condannato al fuoco; ognuno che ti co­
stringe ad un miglio, seguilo per due. Splendano le vo­
stre opere buone davanti agli uomini, affinché veden­
dole contem plino il Padre vostro che è nei cieli» 30. 3.
Non dobbiamo ribellarci; non vuole che siamo im itato­
ri dei malvagi, m a esorta a dissuadere tu tti dalla ver­
gogna e dal desiderio del male per mezzo della pazien­
za e della dolcezza. 4. Questo possiamo dim ostrare
grazie alle m olte persone che sono state in mezzo a
voi: da violenti e tiranni (quali erano) si trasform arono,
essendo stati vinti o dopo aver osservato la costanza di
vita dei vicini o dopo aver riflettuto sulla straordinaria
pazienza dei compagni di viaggio defraudati o dopo
aver sperim entato i collaboratori. 5. Riguardo poi al
non giurare mai e dire sem pre la verità, cosi ci ha co­
mandato: «Non giurate mai. Sia proprio di voi il sì "sì”
e il no "no”; ciò che è in più viene dal male» 31. 6. Poi­
ché bisogna onorare un Dio solo, così ci persuase di­
cendo: «Ecco il più grande comandamento: onorerai il
Signore Dio tuo e con tu tto il tuo cuore e con tu tta la
tu a forza servirai lui soltanto, il Signore Dio che ti ha
cre a to » 32. 7. Essendo venuto da lui un tale che gli
aveva detto «buon maestro», egli rispose dicendo:
«Nessuno è buono aH’infuori di Dio solo che ha creato
tu tte le cose» 33. 8. Coloro che vivendo non conseguo­

28 Cf. Mt. 6, 1.
29 Cf. Le. 6, 29; Mt. 5, 39-40.
30 Cf. Mt. 5, 22.41.16.
31 Cf. Mt. 5, 34.37.
32 Cf. Me. 12, 30; Mt. 22, 37 s.; Le. 10, 27 (Deut. 6, 5).
33 Cf. Me. 10, 17-18; Le. 18, 18 s.
98 Gli apologeti greci

no ciò che ha insegnato, non si riconoscano come cri­


stiani, anche se pronunciano con la lingua i precetti di
Cristo; disse infatti che si sarebbero salvati non coloro
che parlano soltanto, m a coloro che compiono opere.
9. Disse infatti cosi: «Non chi dice a me: Signore, si­
gnore, en trerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la
volontà del Padre mio che è nei cieli» 34. 10. «Infatti
chi ascolta me e fa ciò che io dico, ascolta colui che ha
m andato m e » 35. 11. «Molti mi diranno: Signore, Si­
gnore, non mangiammo, bevemmo e operam m o prodigi
nel tuo nome? E io dirò loro: allontanatevi da me, ope­
ratori di iniquità» 36. 12. «Allora ci sarà pianto e stri­
dore di denti, quando i giusti risplenderanno come il
sole m entre gli ingiusti saranno gettati nel fuoco eter­
n o » 37. 13. «Molti verranno nel mio nome, indossando
pelli di pecora m a nel loro intimo come lupi rapaci;
dalle loro opere li riconoscerete: ogni albero che non
produce fru tti buoni viene abbattuto ed è gettato nel
fuoco» 38. 14. Vi chiediamo di punire coloro che non
vivono secondo i precetti di lui e che dicono soltanto
di essere cristiani.

Veneriamo Dio e riconosciamo voi principi degli uom ini

17. 1. In ogni luogo e per ogni cosa cerchiam o


pagare trib u ti e tasse ai vostri esattori come da lui ci è
stato insegnato. 2. In quel tempo infatti alcuni avvici­
natisi «lo interrogavano se bisognasse pagare i tributi
a Cesare; rispose: ditemi: di chi la m oneta reca l’im ma­
gine? quelli dissero: di Cesare!; e di nuovo replicò loro:
date dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio

34 Cf. Mt. 7, 21.


35 Cf. Mt. 10, 40; Le. 10, 16.
36 Cf. Mt. 7, 22 s.; Le. 13, 26 s.
37 Cf. Mt. 13, 43; Le. 13, 28.
38 Cf. Mt. 7, 15 s.19 s.
Giustino Martire, Prima Apologia 99

quello che è di Dio» 39. 3. Noi quindi veneriamo un so­


lo Dio, m entre nelle altre cose con entusiasm o prestia­
mo servizio a voi, riconoscendovi sovrani e principi de­
gli uomini e pregando che sia trovata in voi una mente
saggia insieme ad una sovrana potenza. 4. Se però non
tenete in nessun conto noi che preghiam o e che m ettia­
mo in luce ogni cosa, non ne saremo danneggiati in
nulla perché abbiam o fede; piuttosto siamo convinti
che ciascuno pagherà la pena nel fuoco eterno secondo
il m erito delle azioni e analogam ente renderà ragione
di quelle facoltà che ha ricevuto da Dio, come Cristo
dichiarò dicendo: «A colui al quale Dio ha donato di
più, di più da lui chiederà» 40.

Speriamo nella risurrezione

18. 1. Considerate sia la fine di ognuno degli


peratori sia che m orirono della m orte a tu tti comune:
se questo conducesse alla insensibilità, sarebbe una
fortuna per tu tti gli ingiusti. 2. Ma poiché la sensibili­
tà rim ane in tu tti coloro che sono vissuti e una pena
eterna è agli ingiusti riservata, non trascu rate di esse­
re persuasi e di credere che queste cose sono vere. 3.
Le necromanzie, le ispezioni di fanciulli incorrotti, l'in­
vocazione delle anime degli uomini, coloro che dai m a­
ghi sono chiam ati evocatori di sogni e assistenti e
quanto accade da parte di coloro che conoscono queste
cose, vi persuadano che anche dopo la m orte le anime
si trovano nella sen sib ilità41. 4. Anche gli uomini pos­
seduti e sfiniti dagli spiriti dei m orti, coloro che tu tti
chiamano demoniaci e maniaci; ugualm ente (vi persua­
dano) quelli che voi chiam ate vaticini di Anfiloco, di
Dodoni e della Pizia e tu tte le altre cose simili a que­
ste. 5. Cosi pure (vi persuadano) gli insegnam enti degli
scrittori, di Empedocle e di Pitagora, di Platone e di

39 Cf. Me. 12, 14.16 s.; Le. 20, 22.24 ss.; Mt. 22, 18.20 s.
40 Cf. Le. 12, 48.
41 Cf. Tertulliano, Apologeticum, 23, 1.
100 Gii apologeti greci

Socrate e la fossa di cui (si narra) in Omero 42 e la di­


scesa di Ulisse per conoscere queste cose e quanto di
simile a ciò è stato detto. 6. Considerate noi, dunque,
almeno come loro, poiché crediam o in Dio non di me­
no e non di più di loro, noi che speriam o di riavere di
nuovo i nostri corpi anche se cadaveri e sepolti nella
terra, perché afferm iam o che nulla è im possibile a Dio.

19. 1. A chi ben riflette, quale cosa potrebbe s


b rare più incredibile di quanto non lo sarebbe se qual­
cuno ci dicesse (ammesso che non ci trovassim o nel
corpo) che da una piccola goccia di sperm a d ’uomo è
possibile che le ossa, i nervi e la carne siano stati com­
posti nella form a che vediamo? 2. Sia ora un'ipotesi
ciò che viene detto: se a voi, qualora non foste fatti in
questo modo né di tal genere, qualcuno, mostrandovi
lo sperm a dell’uomo e l’immagine (dell’uomo) dipinta,
si rivolgesse dicendo che questa deriva da quello, cre­
dereste prim a di vedere quello che accade? Né alcuno
oserebbe contestare. 3. Allo stesso modo, poiché non
avete ancora visto un m orto risorto, siete increduli. 4.
Ma come all’inizio non avreste creduto possibile che
da una piccola goccia si originassero costoro, m entre
vedete che esistono, allo stesso modo dovete considera­
re che non è im possibile che i corpi degli uomini dis­
solti e decom posti come semi nella terra, nel tempo
stabilito, per ordine di Dio risorgeranno e «si rivesti­
ranno d’incorruttibilità» 43. 5. Non possiamo dire di
quale potenza degna di Dio parlino coloro che dichia­
rano che ciascuno torna al luogo da dove è venuto e
che su questo Dio non può nulla. Ma noi osserviamo
ciò: non avrebbero creduto possibile che si generasse­
ro tali esseri, simili a loro stessi e tu tto l’universo e le
cose che vedono nascere da loro. 6. Riconosciamo, pe­

42 Si allude alla fossa che Ulisse, su consiglio di Circe, scavò nel­


la te rra dei Cimmèri, prim a di fare le libagioni e sgozzare le vittime
del cui sangue erano avide le anime dei morti: cf. Odyssea 11, 24 ss.
43 Cf. 1 Cor. 15, 53.
Giustino Martire, Prima Apologia 101

rò, che è meglio credere alle cose impossibili agli uo­


mini e alla loro natura, anziché non credere come gli
altri, poiché sappiam o che Gesù Cristo, nostro Mae­
stro, ha detto: «Ciò che è im possibile presso gli uomini
è possibile presso Dio» 44. 7. E: «Non tem ete — disse
— coloro che vi uccidono e che dopo ciò non hanno
nessun altro potere, ma tem ete colui che dopo la m or­
te ha il potere di gettare anim a e corpo nella geen­
na» 45. 8. La geenna è il luogo in cui devono essere pu­
niti coloro che vivono neU’ingiustizia e che non credo­
no che si realizzeranno quelle cose che Dio ha insegna­
to per mezzo di Cristo.

Teorie pagane analoghe

20. 1. Anche la Sibilla e Istaspe 46 dissero che


fuoco sarebbe avvenuta la distruzione delle cose cor­
ruttibili. 2. I filosofi detti Stoici insegnano che Dio
stesso sarà distrutto nel fuoco e dicono che il mondo
nascerà di nuovo per trasform azione. Noi riteniam o
che Dio creatore di tu tto è superiore alle cose che m u­
tano. 3. Se dunque afferm iam o qualcosa in modo simi­
le ai poeti da voi onorati e ai filosofi ed altre cose più
im portanti e divine (le sosteniamo) da soli attraverso la
dim ostrazione, per quale motivo siamo ingiustam ente
odiati da tu tti? 4. Sembriamo pronunciare una d o ttri­
na di Platone quando afferm iam o che tu tte le cose so­
no create e ordinate da Dio, (una dottrina) degli Stoici
(quando parliamo) della distruzione nel fuoco; sem bre­
remo dire le stesse cose dei poeti e dei filosofi affer­
mando che le anime degli ingiusti, sensibili anche dopo
la morte, vengono punite, m entre quelle dei buoni vivo­

44 Cf. Mt. 19, 26; Me. 10, 27; Le. 18, 27.
45 Cf. Mt. 10, 28; Le. 12, 4 s.
46 II principe persiano Istaspe, padre di Dario, introdusse in Per­
sia i m isteri dei Bram ani e sostenne anch'egli che ogni elemento cor­
ruttibile sarebbe stato d istrutto nel fuoco.
102 Gli apologeti greci

no bene, lontano dalle sofferenze 5. Riguardo al fatto


che non bisogna rendere culto alle opere uscite dalla
mano dell’uomo, afferm iam o le stesse cose del comico
Menandro e di coloro che hanno detto questo; osservia­
mo infatti che il creatore è il più grande di ciò che è
(da lui) creato.

21. 1. Nel dire che il Verbo, prim ogenito di D


Gesù Cristo nostro M aestro, è nato senza rapporto
umano, è stato crocifisso, è m orto, è risorto ed è asce­
so al cielo, nulla di nuovo diciamo rispetto a coloro
che, presso di voi, parlano dei figli di Zeus. 2. Sapete
bene quanti figli attribuiscono a Zeus coloro che pres­
so di voi sono scrittori stim ati: Ermes, interprete e
m aestro di tutti; Esculapio che era medico e che, ful­
minato, ascese al cielo; Dioniso fatto a pezzi ed Eracle
che si buttò nel fuoco per scam pare alle fatiche e i
Dioscuri figli di Leda, Perseo figlio di Danae e Bellero-
fonte che fuggi dagli uomini a cavallo del Pegaso. 3.
Che dire di Arianna e di coloro che come lei si dice sia­
no stati tram u tati in astri? E perché i vostri im perato­
ri, quando muoiono, li ritenete sempre degni di immor­
talità e producete anche un testim one che abbia visto
Cesare crem ato sollevarsi dal fuoco verso il cielo? 4.
E quali fatti si narrino su ognuno di coloro che si dice
siano figli di Zeus, non è necessario dirlo a coloro che
già lo sanno, tranne il fatto che sono stati scritti a van­
taggio e ad esortazione di coloro che vengono educati;
tutti, infatti, ritengono che è bello essere im itatori de­
gli dèi. 5. Sia ben lungi da una mente saggia una tale
concezione degli dèi, poiché presso costoro lo stesso si­
gnore e creatore di tu tte le cose, Zeus, è parricida e (fi­
glio) di padre simile; vinto dalla passione del male e
dei turpi piaceri andò a violentare Ganimede e molte
(altre) donne e ne ebbe figli che si com portarono allo
stesso modo. 6. Ma, come ho già detto, i demoni mal­
vagi furono autori di ciò; a noi invece è stato insegnato
che diverranno im m ortali solo coloro che hanno vissu­
to vicino a Dio nella santità e nella virtù; m entre ere-
Giustino Martire, Prima Apologia 103

diamo che saranno puniti nel fuoco eterno coloro che


(hanno vissuto) nella colpa e non si sono convertiti.

22. 1. Il Figlio di Dio, di nome Gesù, anche se fos­


se un uomo come gli altri, si potrebbe chiam are degna­
m ente Figlio di Dio per la sua saggezza; infatti tu tti gli
scrittori chiam ano Dio padre degli uomini e degli
dèi. 2. Se poi afferm iam o che in modo speciale, fuori
del comune essere generati, egli è nato da Dio, Verbo
di Dio, come abbiamo già detto 47, questo secondo voi è
com une a coloro che dicono che Erm es è parola an­
nunciatrice da parte di Dio. 3. Se qualcuno poi obiet­
ta che egli fu crocifisso, anche questo risulta comune
ai già menzionati figli di Zeus che secondo voi soffriro­
no. 4. Di essi, poi, si narrano sofferenze di m orte non
uguali, m a diverse; cosicché neppure per la singolarità
della sofferenza egli appare inferiore, m a — come ab­
biamo prom esso 48 — dim ostrerem o, nello svolgimento
del discorso, che egli è superiore, anzi è già stato di­
m ostrato; che sia superiore appare infatti dalle opere.
5. Quando poi diciamo che è nato da una vergine, an­
che questo per voi è comune a Perseo. 6. Quando di­
ciamo che egli ha sanato gli zoppi, i paralitici e i soffe­
renti dalla nascita, sem briam o dire cose simili a quelle
che si n a rra siano state com piute da Esculapio.

Una triplice dimostrazione

23. 1. Affinché ora anche questo vi sia chiaro, vi


darem o una dim ostrazione 49: tu tto ciò che abbiamo det­

47 Cf. sopra, 21, 1.


48 Cf. sopra, 13, 3.
49 Inizia con il cap. 23 la seconda parte dell’apologia; Giustino si
propone ora una triplice dimostrazione: la dottrina cristiana è prece­
dente ad ogni altra filosofia; Gesù Cristo è il Figlio di Dio incarnato;
le narrazioni mitologiche sugli dèi pagani non sono che la falsifica­
zione di ciò che i profeti avevano predetto.
104 Gli apologeti greci

to, dopo averlo im parato da Cristo e dai profeti che lo


hanno preceduto, sono gli unici veri (insegnamenti) e i
più antichi (rispetto a quelli) di tu tti gli scrittori che
sono esistiti, e chiediamo che siano accettati non per­
ché ripetono le stesse cose di quelli, m a perché affer­
miamo che sono verità. 2. E solo Gesù Cristo, in mo­
do tu tto speciale, è Figlio di Dio, rivelandosi suo Ver­
bo, suo prim ogenito e sua potenza; fattosi uomo per
suo volere ci insegnò queste cose per la trasform azione
e la restaurazione del genere umano. 3. Prim a che
egli fosse uomo tra gli uomini, già alcuni sotto l’influs­
so dei demoni malvagi — di cui abbiam o parlato — af­
ferm arono in anticipo per bocca dei poeti come già ac­
cadute le cose che dissero fantasticando, nello stesso
modo in cui sferrarono contro di noi accuse di parole
infam anti e di azioni empie di cui non vi è nessun te­
stim one né alcuna prova.

Solo noi siamo odiati per il nome di Cristo

24. 1. Anzitutto, p u r dicendo cose simili ai Gr


solo noi siamo odiati per il nome 50 di Cristo, e p u r
non com m ettendo nessuna ingiustizia siamo uccisi co­
me colpevoli; altri, invece, in altri luoghi adorano gli
alberi, i fiumi, i topi, i gatti, i coccodrilli e molti altri
anim ali viventi e non gli stessi esseri sono onorati da
tutti, m a in modo diverso l’uno dall’altro, cosicché tra
di loro appaiono tu tti senza religione per il fatto che
non adorano gli stessi esseri. 2. Solo di una cosa ci
potete accusare: non adoriam o gli stessi dèi vostri e
non offriam o libagioni e grassi ai m o r ti51, né corone e
sacrifici sopra le immagini. 3. Che poi gli stessi esse­
ri siano ritenuti dèi presso gli uni, animali presso gli
altri, vittim e presso altri ancora, voi lo sapete bene.

50 Cf. sopra, 4, 1.
51 Riguardo al culto dei m orti presso i cristiani, cf. Tertulliano,
De corona 3, 3. È la più antica testim onianza della oblatio prò de-
functis.
Giustino Martire, Prima Apologia 105

Abbiamo rinnegato gli antichi dèi

25. 1. In secondo luogo, noi che di tu tto il genere


um ano eravam o i più antichi adoratori di Dioniso fi­
glio di Semele e di Apollo figlio di Latona — i quali
per il loro am ore verso i maschi com pirono azioni che
è tu rpe raccontare —, di Persefone e di Afrodite — che
furentem ente furono trasp o rtate verso Adone e di cui
celebrate i m isteri —, di Esculapio e di qualche altro
tra coloro che sono chiam ati dèi, li abbiamo rinnegati
a motivo di Gesù Cristo, sebbene ci minacci la morte;
2. abbiam o consacrato noi stessi al Dio ingenerato e
im perturbabile; sappiam o che egli non si gettò per pas­
sione su Antiope 52 o sulle altre o su Ganimede, né gli
capitò di essere liberato dal C entim ane53, grazie al­
l'aiuto di Teti, né si adoperò per questo motivo affin­
ché Achille, figlio di Teti, uccidesse m olti Greci a cau­
sa della concubina B riseid e54. 3. Abbiamo com pas­
sione di coloro che vi credono: sappiam o infatti che i
demoni sono colpevoli di queste cose.

Altre false divinità

26. 1. Terzo punto: anche dopo l'ascensione di


Cristo in cielo i demoni proposero degli uomini che di­
cevano di essere dèi e questi non solo non furono re­
spinti da voi, m a furono anche ritenuti degni di onore.
2. Un certo Simone di Samaria, del villaggio di Ghit-
ton, il quale sotto Claudio Cesare, p er opera di demo­
ni che influirono su di lui, aveva com piuto potenti
azioni di magia, nell’augusta capitale di Roma fu rite­
nuto un dio e come dio è onorato presso di voi in una
statua. Questa statua è stata innalzata nel fiume Te­

52 Cf. Odyssea 11, 260 ss.


53 Cf. Ilias 1, 400 ss.
54 Cf. Ilias 1, 330-410.
106 Gli apologeti greci

vere tra due ponti e reca questa epigrafe in latino: SI-


MONI DEO SANCTO 5S. 3. Quasi tu tti i Sam aritani e
pochi (uomini) di altri popoli, lo adorano riconoscendo­
lo come il prim o dio; e una certa Elena, che in quel
tem po gli girava attorno e che prim a viveva in un lupa­
nare, afferm a che sia stata il suo prim o pensiero. 4.
Sappiamo che un certo Menandro, anch’egli di Sama­
ria, del villaggio di Capparetea, discepolo di Simone,
avendo subito l’influsso da parte dei demoni e trovan­
dosi in Antiochia, con la sua arte magica trasse in in­
ganno molte persone; egli poi riusci a convincere colo­
ro che lo seguivano che non sarebbero morti; o ra vi so­
no alcuni che credono a ciò per causa sua. 5. Un cer­
to M arcione del Ponto 56 inoltre — il quale anche ades­
so sta insegnando, a coloro che lo seguono, di credere
ad un dio più grande del Creatore — presso ogni gene­
re di uomini, con l’aiuto dei demoni, fece si che molti
bestem m iassero, rinnegassero che Dio era artefice di
ogni cosa e credessero che sopra di lui un altro dio,
più grande, aveva fatto cose più grandi. 6. Tutti colo­
ro che li seguono, come abbiamo già detto, sono chia­

55 L’epigrafe cui allude Giustino è probabilm ente quella che fu


scoperta a Roma nel 1574, durante il pontificato di Gregorio XIII,
quando nell'isola Tiberina fu rinvenuta u n'ara su cui era scritto SE-
MONI SANCO DEO FIDIO SACRUM. L’iscrizione si riferisce ad una
divinità venerata dagli Umbri e dai Sabini, il dio del patto e della fe­
deltà di nome Semone e venerato come «sancus» e «fidius». Giusti­
no, a conoscenza della fam a e della celebrità raggiunte da Simone di
Samaria, ricordato in Atti 8, 9-13 come «dedito alla magia» e osanna­
to dal popolo come «potenza di Dio», attribuisce l’epigrafe a questo
Simone, confondendo i due personaggi. L’intero brano di Giustino è
citato anche da Eusebio di Cesarea in Hist. Eccl. 2, 13, 3-4 (cf. inoltre
Tertulliano, De anima 34).
56 Si fa riferim ento a Marcione, figlio del vescovo di Sinope; nel 139
entrò a far parte della chiesa di Roma ma fu allontanato nel 144 a cau­
sa delle sue idee eretiche in base alle quali rifiutava totalm ente l’Antico
Testamento, negava il Dio creatore degli Ebrei e asseriva che il Dio
dell’amore si era m anifestato in Cristo m a con un corpo apparente.
L’eresia m arcionita che trovò in Marcione il suo fondatore, ebbe note­
vole diffusione e fu largamente tem uta da parte cristiana.
Giustino Martire, Prima Apologia 107

m ati cristiani, allo stesso modo in cui hanno in comu­


ne il nome qualificato della filosofia coloro che pure
non condividono con i filosofi le stesse dottrine. 7. Se
poi essi compiono quelle azioni nefande raccontate nei
m iti — rovesciam ento della lucerna, accoppiam enti
senza pudore, pasti di carne u m a n a 57 — noi non lo
sappiamo; sappiam o però, che, nonostante le loro dot­
trine, non sono né perseguitati, né uccisi da voi. 8. Noi
abbiamo composto un'opera 58 su tu tte le eresie che
esistono: se volete consultarla ve la daremo.

Siam o lontani dalle vostre empietà

27. 1. Noi, per non perseguitare nessuno e


non essere empi, abbiam o im parato che è proprio di
persone malvagie abbandonare i bam bini appena nati;
so prattutto perché vediamo che quasi tu tti si avviano
alla prostituzione, non solo le fanciulle, ma anche i
maschi e nello stesso modo in cui si dice che gli anti­
chi allevassero m andrie di buoi o di capre o di pecore
o di cavalli pascolanti, cosi ora (si allevano) i ragazzi
solo per un turpe uso; allo stesso modo una schiera di
effeminati, erm afroditi e autori di nefandezze si trova
presso ogni popolo con questa colpa. 2. Da costoro
ricevete denaro, contributi e tasse; bisogna invece che
siano estirpati dalla vostra terra. 3. Qualcuno fra co­
loro che praticano queste cose, oltre all’unione con chi
è empio o sacrilego-o incontinente, si accoppia — se
capita —.con il figlio, con il consanguineo o con il fra­
tello. 4. Alcuni poi m andano alla prostituzione i loro
stessi figli e le mogli e pubblicam ente si evirano con
un atto di sfrenata im pudicizia e celebrano i m isteri

57 Cf. Atenagora, Legatio 3; cf. anche Minucio Felice, Octavius 8,


4; Tertulliano, Apologeticum 2, 6; Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl. 5,
1, 14.
58 Unica testim onianza di questo scritto a noi non pervenuto. Cf.
nota n. 19, p. 67.
108 Gli apologeti greci

per la m adre degli dèi e, accanto ad ognuno di coloro


che da voi sono ritenuti dèi, è rappresentato un ser­
pente 59 come grande simbolo e m istero. 5. Di ciò che
voi fate pubblicam ente e dei vostri culti, accusate noi
come se si rovesciasse la lam pada sacra o non fosse
accesa; ma ciò non reca danno a noi che siamo ben
lontani dal com piere qualcosa del genere, m a a coloro
che fanno ciò e accusano falsam ente.

Dio vuole la conversione degli uom ini

28. 1. Presso di noi il principe dei demoni mal


è chiam ato serpente, satana e diavolo, come potete im­
parare anche dai nostri scritti dopo averli esaminati;
Cristo ci ha fatto sapere che quello sarà gettato nel
fuoco con il suo esercito e con gli uomini suoi seguaci,
affinché siano castigati p er un tem po senza fine. 2. A
beneficio del genere um ano c’è un indugio da p arte di
Dio a com piere questo. Egli prevede infatti che si sal­
veranno con la conversione alcuni che stanno per na-
: scere e altri che non sono ancora nati. 3. In principio
egli creò il genere um ano intelligente e capace di sce­
gliere la verità e di agire bene, cosicché per tu tti gli
uomini davanti a Dio «non vi sono scuse» 60; erano in­
fatti capaci di ragionare e di riflettere. 4. Se poi
qualcuno non crede che Dio ha cu ra di queste cose, o
dichiarerà con artificio che egli non esiste, oppure af­
ferm erà che p u r esistendo gioisce per il male, oppure
che resta come una pietra, e che non esiste nessuna
virtù o nessun vizio e che per gli uomini le cose sono

59 Subito dopo (cf. 28, 1) Giustino afferm a che «il principe dei de­
moni malvagi» presso i cristiani è chiamato «serpente, satana e dia­
volo» e nel Dialogo con Trifone, al cap. 3, il term ine satanàs (traslit­
terato dall’ebraico) viene spiegato etimologicamente come composto
da sata (= apostata) e nas (= serpente). Si legga anche Clemente
Alessandrino, Protrepticus 2.
60 Cf. Rom. 1, 20.
Giustino Martire, Prima Apologia 109

buone o cattive solo secondo la loro opinione e questo


è m assim a em pietà e ingiuria.

M atrimonio o continenza

29. 1. E (non esponiam o i bambini) anche perché


qualcuno degli abbandonati può m orire se non viene
raccolto, cosicché noi possiamo divetare omicidi; fin
dall’inizio, dunque, o ci sposiamo solo per allevare i fi­
gli, o, rifiutando le nozze, viviamo in continenza fino
alla fine. 2. Uno di noi, per convincervi che per noi
l’unione senza ritegno non è un rito m isterico, pre­
sentò in Alessandria una richiesta al prefetto Felice
chiedendo se poteva rivolgersi ad un amico medico
perché gli asportasse i genitali; infatti i medici del luo­
go sostenevano di non aver mai osato fare ciò senza il
perm esso del governatore. 3. Ma poiché Felice non
volle firm are, il giovane perseverò da solo secondo la
sua coscienza e (secondo quella) di coloro che pensava­
no allo stesso modo. 4. Riteniamo che non sia fuori
luogo ricordare, tra questi fatti, anche quello di An-
tinoo 61 or ora accaduto: tu tti per pau ra sono costretti
ad adorarlo come dio, p u r sapendo chi era e da dove
veniva.

Le prove delle profezie adempiute

30. 1. Affinché qualcuno che è contro di noi non


dica che nulla impedisce che colui chiam ato da noi

61 Giustino allude al bellissimo giovane am ato da Adriano e


lui deificato dopo la morte. Antinoo era originario di Claudiopoli (in
Bitinia). Mentre accompagnava Adriano in un viaggio in Egitto, anne­
gò nel Nilo (130 ca.) nei pressi della città di Besa che da lui prese il
nome di Antinoopoli. Divinizzato, fu adorato in Egitto, in Bitinia e
nell’Arcadia. Gli fu anche eretto un tempio nella città laziale di La-
nuvium (cf. Pausania 8, 9; Dione Cassio 69, 11; Ammiano Marcellino
22, 16; 19, 12; Sparziano, Hadr. 14).
110 Gli apologeti greci

Cristo, uomo da uomini, ha com piuto con arte magica


quelli che noi riteniam o prodigi e per questo è sem bra­
to essere Figlio di Dio, diamo ora la dimostrazione,
non prestando fede a coloro che parlano, ma convinti
necessariam ente da coloro che hanno profetizzato p ri­
ma che i fatti si compissero, poiché vediamo sotto i no­
stri occhi le cose che sono accadute e che accadono co­
me è stato profetizzato. Questa risulterà, come pensia­
mo, la m assim a e la più vera dim ostrazione anche per
voi.

31. 1. Tra i Giudei vi erano alcuni uomini pro


di Dio per mezzo dei quali lo Spirito profetico annun­
ziò gli eventi prim a che accadessero. Coloro che furo­
no re presso i Giudei col passare del tempo raccolsero
le profezie, cosi come furono pronunciate nel momento
in cui quelli profetavano, avendole ricevute dagli stessi
profeti, raccolte nei libri nella loro lingua ebraica. 2.
M entre Tolomeo, re degli Egiziani, stava costruendo
una biblioteca e cercava di raccogliere gli scritti di tu t­
ti gli uomini, inform ato circa queste profezie, mandò
un'am basciata ad Erode, a quel tempo re dei Giudei,
chiedendo che gli fossero inviati i libri delle profezie.
3. Il re Erode glieli inviò scritti nella loro lingua ebrai­
ca, come abbiam o detto 62. 4. Ma poiché le cose che vi
erano scritte non erano com prensibili per gli Egiziani,
nuovam ente con una delegazione gli chiese d'inviare
delle persone che traducessero quelle (profezie) in lin­
gua greca. 5. Dopo che cosi avvenne, i libri restarono
fino ad oggi in mano agli Egiziani e si trovano ovunque
presso qualsiasi Giudeo, m a questi, p u r leggendo, non
com prendono le cose che vi sono dette, anzi credono
che noi siamo nemici e avversari e ci uccidono e ci

62 Giustino incorre qui in un grave errore cronologico: Tolomeo


II Filadelfo che visse dal 285 al 247 e sotto il cui regno iniziò la tra ­
duzione dei LXX, incaricò il suo bibliotecario Demetrio di chiedere i
testi sacri al sommo sacerdote Eleazaro e non certo ad Erode che fu
re di Giudea dal 37 al 4 a.C. (cf. Aristeas judaeus 1).
Giustino Martire, Prima Apologia 111

perseguitano quando possono come (fate) voi; potete


essere effettivam ente persuasi. 6. Nella guerra giudai­
ca che si è svolta di recente 63, B ar Kocheba, capo del­
la rivolta giudaica, comandò di condurre ad atroci to r­
menti solo i cristiani a meno che non avessero rinnega­
to Cristo e non lo avessero bestem m iato. 7. Ma nei li­
bri dei profeti noi troviam o che Gesù, il nostro Cristo,
è annunciato e sta per venire, nato da una vergine, uo­
mo che «avrebbe sanato ogni m alattia e ogni inferm i­
tà» e avrebbe risuscitato i morti; che sarebbe stato
odiato, non riconosciuto e crocifisso; che sarebbe m or­
to, risorto e asceso al cielo; che sarebbe stato il Figlio
di Dio e cosi sarebbe stato chiamato; che alcuni m an­
dati da lui avrebbero annunciato queste cose ad ogni
razza di uomini e soprattutto gli uomini dei gentili
avrebbero creduto in lui. 8. Prim a che egli si manife­
stasse fu profetizzato 5000 anni prim a, poi 3000, poi
2000 e poi ancora 1000 e u n ’altra volta 800; infatti, se­
condo il succedersi delle generazioni, ci furono profeti
uno dopo l’altro.

Mosè prim o profeta

32. 1. Mosè, dunque, che è il prim o dei prof


disse queste parole: «Non verrà meno un capo da Giu­
da, né un condottiero dal suo fianco, finché non giunga
colui per il quale è stato riservato; egli sarà l’attesa dei
popoli, colui che legherà alla vite il suo puledro, che
bagnerà la sua veste nel sangue dell’uva» 64. 2. Spetta
a voi, dunque, indagare con acribia e im parare fino a
quando tra i Giudei ci fu un principe e un re loro pro­
prio: fino alla m anifestazione di Gesù Cristo, il nostro
M aestro e interprete delle profezie incomprensibili, co­
me era stato profetizzato dal divino e santo Spirito

63 È la guerra svoltasi negli anni 132-135.


64 Cf. Gen. 49, 10 s.: Giustino pone in bocca a Mosè le parole pro­
nunciate da Giacobbe.
112 Gli apologeti greci

profetico per bocca di Mosè che non sarebbe m ancato


un capo ai Giudei finché non fosse venuto colui p er il
quale è riservato il regno. 3. Giuda è, infatti, il proge­
nitore dei Giudei e da lui i Giudei hanno avuto il no­
me; e voi, dopo che avvenne la sua manifestazione, re­
gnaste sui Giudei e aveste il dominio su tu tta la loro
terra. 4. La frase «egli sarà l’attesa dei popoli» indica­
va che, tra tu tte le genti, (alcuni) avrebbero atteso che
egli tornasse di nuovo, cosa che per voi è possibile ve­
dere con gli occhi ed esserne persuasi dai fatti. Presso
ogni razza di uomini attendono colui che fu crocifis­
so in Giudea, dopo la cui m orte vi fu consegnata la
te rra dei Giudei che era stata sottom essa con le ar­
mi. 5. La frase «legando alla vite il suo puledro e
lavando la sua veste nel sangue dell’uva» era un sim­
bolo chiaro delle cose che sarebbero accadute a Cri­
sto e di quelle che da lui sarebbero state fatte. 6.
Ad uno degli ingressi del villaggio, legato ad una vite si
trovava un puledro d ’asina; (Gesù) comandò ai suoi di­
scepoli che lo conducessero da lui e dopo che fu con­
dotto li, egli vi m ontò sopra e si recò a G erusalem m e65
dove era il grande tempio dei Giudei che in seguito fu di­
stru tto da voi; dopo questi eventi fu crocifisso, affinché
fosse com piuto il resto di ciò che era stato profetizzato.
7. L’espressione «purificando nel sangue dell’uva la sua
veste» era la predizione della passione che egli stava per
patire, purificando nel sangue coloro che avrebbero cre­
duto in lui. 8. Infatti quella che dallo Spirito divino per
bocca del profeta è chiam ata «veste», indica gli uomini
che credono in lui, nei quali abita 66 il seme che è pres­
so Dio, il Verbo. 9. L’espressione «sangue dell’uva» si­
gnifica che aveva sangue colui che sarebbe venuto, ma
non da seme di uomo, ma da potenza divina. 10. La
prim a potenza dopo Dio Padre di tu tte le cose e Signore,
è il Verbo, il Figlio; in quale modo incarnatosi divenne
uomo, lo direm o negli argom enti che seguono. 11. Come

65 Cf. Mt. 21, 2-11; Me. 11, 2-11; Le. 19, 30-40.
66 Gv. 1, 14.
Giustino Martire, Prima Apologia 113

infatti il sangue della vite non lo ha creato l’uomo, ma


Dio, cosi era rivelato anche questo: che il suo sangue non
sarebbe stato generato dal seme dell’uomo, ma dalla po­
tenza di Dio come era predetto. 12. E Isaia, l'altro pro­
feta, profetizzando gli stessi eventi con altre parole,
disse cosi: «Sorgerà un astro da Giacobbe e un fiore
spunterà dalla radice di Jesse; sul suo braccio p o rran ­
no speranza i popoli» 67. 13. Un astro splendente sorse
e un fiore spuntò dalla stirpe di Jesse: questo è il Cri­
sto. 14. Fu partorito per potenza divina da una vergi­
ne della stirpe di Giacobbe, il padre di Giuda, colui che
è detto padre dei Giudei; e Jesse, progenitore come era
stato detto, fu figlio di Giacobbe e di Giuda secondo la
successione della stirpe.

La profezia d ’Isaia

33. 1. Ascoltate o ra come con le stesse parole


profetizzato da Isaia che sarebbe nato da una vergine.
Cosi fu detto: «Ecco una vergine p o rterà nel seno e
p arto rirà un figlio e lo chiam eranno col nome "Dio con
noi” » 68. 2. Ciò che era incredibile e ritenuto im possi­
bile a verificarsi presso gli uomini, questo, per mezzo
dello Spirito profetico, Dio h a predetto che sarebbe ac­
caduto «affinché, quando si fosse verificato, non venis­
se messo in dubbio», m a si prestasse fede perché era
stato predetto 69. 3. Affinché alcuni, non com prenden­
do la profezia di cui abbiam o parlato, non rim proveri­
no a noi le stesse cose che noi abbiamo rim proverato
ai poeti (i quali dicono che Zeus spinto dalla lussuria
si avvicinava alle donne) cercherem o di chiarire il di­
scorso. 4. La frase «Ecco la vergine p o rterà nel seno»
indica che la vergine concepì senza essersi unita con
un uomo; se infatti si fosse unita con qualcuno, non sa­

67 Cf. Num. 24, 17 e Is. 11, 1.


68 Cf. Is. 7, 14 (e Mie. 5, 3); Mt. 1, 23.
69 Cf. Gv. 14, 29.
114 Gli apologeti greci

rebbe stata più vergine; «ma la potenza di Dio, scen­


dendo» sulla vergine «l’adombrò» 70 e fece si che con­
cepisse p u r restando vergine. 5. L’angelo di Dio, in­
viato in quel tempo alla stessa vergine, le diede il buon
annuncio dicendo: «Ecco, concepirai nel tuo seno per
opera dello Spirito Santo e p arto rirai un figlio e sarà
chiam ato Figlio dell'Altissimo e lo chiam erai con il no­
me di Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dalle sue
colpe» 71. Cosi insegnarono coloro che hanno tram an­
dato tu tto ciò che riguarda Gesù Cristo nostro salvato­
re; ad essi noi crediamo, poiché anche per bocca
d’Isaia — di cui abbiamo parlato — lo Spirito profeti­
co disse che questo sarebbe avvenuto, come abbiamo
già detto. 6. Non è dunque possibile pensare che lo
Spirito e la potenza che è presso Dio siano qualcosa di
diverso dal Verbo che anche Mosè, il profeta di cui ab­
biamo parlato, indicò essere il prim ogenito di Dio; que­
sto, entrato nella vergine ed adom bratala, non m edian­
te l'am plesso, m a per mezzo della potenza, la rese in­
cinta. 7. Gesù, nome di lingua ebraica, corrisponde
al greco Sótèr, cioè «salvatore». 8. Ecco perché l'an­
gelo cosi disse alla vergine: «e lo chiam erai con il no­
me di Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai pecca­
ti». 9. E che i profeti da nessun altro sono ispirati se
non dal Verbo divino, anche voi, come suppongo, lo ri­
conoscerete.

La profezia di Michea
34. 1. Ascoltate ora come Michea, un altro pro
ta, predisse in quale parte della te rra stava per nasce­
re: «E tu Betlemme, te rra di Giuda, non sei affatto la
più piccola tra i principi di Giuda; da te infatti sorgerà
un condottiero che pascerà il mio popolo» 72. 2. (Be­
tlemme) è un villaggio nella regione dei Giudei, distan­

70 Cf. Le. 1, 35.


71 Cf. Le. 1, 35 e Mt. 1, 21.
72 Cf. Mie. 5, 1 e Mt. 2, 6.
Giustino Martire, Prima Apologia 115

te 35 stadi da Gerusalemme; qui nacque Gesù Cristo,


come anche potete apprendere dal censim ento che av­
venne sotto Quirinio, vostro prim o governatore in Giu­
dea.

Altre profezie su Gesù Cristo

35. 1. Che il Cristo sarebbe rim asto nascosto


altri uomini dal mom ento in cui nacque — cosa che av­
venne — sentitelo da ciò che fu predetto. 2. Queste le
parole: « È stato generato un bambino, un giovane ci è
stato dato sulle cui spalle è il potere» 73 segno della po­
tenza della croce sulla quale, crocifisso, appoggiò le
spalle, come più chiaram ente sarà dim ostrato a mano
a mano che il discorso procede. 3. E ancora lo stesso
profeta Isaia, ispirato dallo Spirito profetico, disse: «Io
ho disteso le mie mani su un popolo senza fede e in di­
saccordo, su coloro che cam minano per una via non
buona» 74. 4. «Mi chiedono ora un giudizio e osano
avvicinarsi a Dio» 7S. 5. E con altre parole, da un al­
tro profeta è detto: «Essi stessi trafissero i miei piedi e
le mani e gettarono la sorte sulla mia veste» 76. 6. E
David il re e profeta, colui che disse queste cose, non
subì niente di tutto ciò; m a Gesù Cristo distese le m a­
ni, crocifisso dai Giudei che si opponevano a lui e che
dicevano che egli non era il Cristo; infatti, come disse
il profeta, m entre lo schernivano lo fecero sedere su
un trono e dissero «giudica noi!». 7. La frase «trafisse­
ro le mie m ani e i piedi» era la spiegazione dei chiodi
piantati sulla croce nelle sue mani e nei suoi piedi. 8. Do­
po averlo crocifisso «gettarono la sorte sulla sua veste
e i crocifissori la divisero fra loro». 9. Che avvenne
tu tto questo, potete apprenderlo dagli atti com pilati

73 Cf. Is. 9, 5.
74 Cf. Is. 65, 2.
75 Cf. Is. 58, 2.
76 Cf. Sai. 21, 17.19; Mt. 27, 35; Me. 15, 24; Le. 23, 34; Gv. 19, 24.
116 Gli apologeti greci

sotto Ponzio Pilato 77. 10. Che con altrettan ta esattez­


za era stato profetizzato che (Gesù) si sarebbe seduto
su un puledro d’asina e sarebbe entrato a Gerusalem­
me, lo conferm erem o con le parole della profezia di un
altro profeta, Sofonia. 11. Sono queste: «Gioisci piena­
mente, figlia di Sion, d a’ l’annuncio, figlia di Gerusa­
lemme; ecco, il tuo re giunge da te m ansueto, cavalcan­
do un puledro, nato da u n ’asina» 78.

L'azione del Verbo sui profeti

36. 1. Quando ascoltate le parole dei profeti come


dalla loro bocca, non dovete credere che siano dette da
essi stessi m entre sono ispirati, m a dal Verbo divino
che li muove. 2. Talora, come vaticinatore, parla del­
le cose che stanno per accadere; a volte parla come per
bocca di Dio Padre e Signore di tu tte le cose; qualche
volta come per bocca di Cristo; talvolta come per boc­
ca dei popoli che rispondono al Signore e Padre loro;
analogam ente presso i nostri scrittori è possibile vedere
che è uno solo colui che scrive ogni cosa m entre introdu­
ce persone che dialogano. 3. Poiché i Giudei non com­
prendono queste cose, p u r possedendo i libri dei profe­
ti, non solo non riconoscono che il Cristo è venuto, ma
odiano noi che afferm iam o che egli è venuto come era
stato annunciato e che dim ostriam o essere stato croci­
fisso da loro.

I vari tipi di profezie

37. 1. Perché anche questo vi sia chiaro, da parte


del Padre per mezzo d ’Isaia, il profeta di cui abbiamo

77 Qui e in 48, 3 Giustino accenna ad una relazione compilata


sotto Ponzio Pilato riguardo alle vicende del Gesù di Nazaret; proba­
bilmente essa fu inviata a Tiberio: cf. Tertulliano, Apoi. 5, 2.
78 Giustino fa pronunciare a Sofonia la profezia di Zac. 9, 9; cf.
Mt. 21, 5.
Giustino Martire, Prima Apologia 117

detto, furono pronunciate queste parole: «Il bue cono­


sce colui che lo possiede e l’asino la m angiatoia del
suo padrone; Israele, però, non mi conobbe e il mio po­
polo non mi accolse. 2. Guai, o nazione peccatrice,
popolo pieno di peccati, seme cattivo, figli senza legge!
Avete abbandonato il Signore» 79. 3. E ancora, in altro
luogo, quando lo stesso profeta parla in modo simile
da parte del Padre: «Quale casa costruirete per me? —
dice il Signore. — 4. Il cielo è il mio trono e la te rra lo
sgabello dei miei piedi» 80. 5. E ancora in altra parte:
«L’anim a m ia odia i vostri noviluni e i sabati; non sop­
porto il grande giorno del digiuno e il riposo; né vi
esaudirò quando verrete da me p er essere visti» 81. 6.
«Piene di sangue sono le vostre mani» 82. 7. «Anche se
p ortate fior di farina e arom i, mi fanno schifo; non vo­
glio grasso di agnelli e sangue di tori. 8. Chi infatti ha
chiesto queste cose dalle vostre m ani? Sciogli invece
ogni nodo d ’ingiustizia, dissolvi le durezze dei rapporti
violenti, da’ riparo a chi è senza tetto e nudo, spezza il
tuo pane con l’affamato» 83. 9. Potete conoscere quali
siano dunque gli insegnam enti di Dio per mezzo dei
profeti.

38. 1. Quando lo Spirito profetico p arla da pa


di Cristo, cosi dice: «Io stesi le mie mani su un popolo
senza fede e in disaccordo, su coloro che camminano
per una via non buona» 84. 2. E ancora: «Ho offerto il
mio dorso ai flagelli e le mie guance alle percosse e
non ho allontanato il mio volto dalla vergogna degli
sputi. 3. E il Signore fu il mio aiuto. Per questo non
indietreggiai, m a trasform ai il mio volto come dura
pietra e mi accorsi di non provare vergogna, poiché è

79 Cf. Is. 1 ,3 s.
80 Cf. Is. 66, 1.
81 Cf. Is. 1, 13 ss.
82 Cf. Is. 1,15.
83 Cf. Is. 1, 11 s.; 58, 6 s.
84 Cf. Is. 65, 2.
118 Gli apologeti greci

vicino colui che mi ha giustificato» 85. 4. E ancora


quando dice: «Questi gettarono la sorte sulla mia veste
e trafissero i miei piedi e le mani» 8é. 5. «Io invero mi
coricai e mi addorm entai; e mi rialzai, poiché il Signo­
re mi accolse» 87. 6. E ancora quando dice: «Mormo­
rarono tra le labbra, scossero il capo dicendo: — Libe­
ri se stesso!»88. 7. Potete apprendere che tu tte que­
ste cose accaddero a Cristo da parte dei Giudei. 8. In­
fatti, dopo che egli fu crocifisso, muovevano le labbra
e scuotevano la testa dicendo: «Lui che ha risuscitato i
m orti, liberi se stesso!»89.

39. 1. Quando lo Spirito profetico parla p er pr


tizzare ciò che sta per accadere, dice cosi: «Da Sion
uscirà una legge e la parola del Signore da Gerusalem­
me; e giudicherà in mezzo alle genti e rim provererà
gran parte del popolo; spezzeranno le loro spade per
(farne) degli aratri, le loro lance per delle falci, e non
im pugneranno la spada gente contro gente e non im pa­
reranno più a com battere» 90. 2. Potete persuadervi
che cosi è avvenuto. 3. Da Gerusalemme uscirono de­
gli uomini per il mondo, dodici di numero; e questi
erano ignoranti; non sapevano parlare, m a grazie alla
potenza di Dio rivelarono a tu tto il genere umano che
erano stati inviati da Cristo per insegnare a tu tti la pa­
rola di Dio; e noi che prim a ci uccidevamo gli uni con
gli altri, non solo non com battiam o più i nemici, ma
p er non m entire e non ingannare coloro che ci interro­
gano, volentieri m oriam o confessando il Cristo. 4. Sa­
rebbe possibile, infatti, che noi, per questo, agissimo
secondo il detto: «La lingua giurò, m a il cuore non ha
giurato» 91. 5. Sarebbe cosa ridicola se i vostri solda­
85 Cf. Is. 50, 6 ss.
86 Cf. Sai. 21, 19.17.
87 Cf. Sai. 3, 6.
88 Cf. Sai. 21, 8 s.
89 Cf. Mt. 27, 35.39 s.; Me. 15, 29; Le. 23, 35 s.
90 Cf. Is. 2, 3 s.
91 Cf. Euripide, Hippolytus 612.
Giustino Martire, Prima Apologia 119

ti riuniti e schierati rispettassero il vostro giuram ento


a costo della propria vita, dei genitori, della p atria e di
ogni fam iliare — anche se voi nulla d’im m ortale potete
p rocurare loro —, m entre noi, che amiamo l’im m ortali­
tà, non ci sottoponessim o a qualsiasi cosa per poter ot­
tenere da colui che può le cose che desideriamo.

40. 1. Ascoltate come fu vaticinato anche rigu


do a coloro che annunziarono la sua dottrina e rivela­
rono la sua venuta, poiché in questo modo parlò, per
mezzo dello Spirito profetico, il profeta e re di cui ho
detto: «Il giorno eru tta parole al giorno e la notte an­
nuncia una notizia alla notte. 2. Non vi sono discorsi,
né parole di cui non si sentano le (loro) voci. 3. Su
tu tta la te rra giunge il loro suono e le loro parole fino ai
confini del mondo abitato. 4. Nel sole pose la sua abi­
tazione ed egli, come uno sposo che scende dal talamo,
gioirà come un gigante nel percorrere il cammino» 92. 5.
Abbiamo ritenuto che è cosa buona e giusta ricordare,
oltre queste cose, ciò che fu detto da altri discorsi pro­
fetizzati dallo stesso David e dai quali a voi è possibile
sapere in quale modo lo Spirito profetico esortò gli uo­
mini alla vita, 6. e come indicò la congiura realizzata
contro il Cristo da Erode re dei Giudei e dagli stessi
Giudei e da Pilato vostro prefetto presso di loro insie­
me ai suoi soldati; 7. come poi (in lui) si sarebbe cre­
duto da parte di ogni razza di uomini, come Dio lo
avrebbe chiam ato Figlio e come abbia annunciato che
tu tti i nemici si sarebbero sottom essi a lui, e come i
demoni, per quanto possono, tentino di sfuggire al po­
tere di Dio Signore e Padre di tu tti e a quello dello
stesso Cristo; come infine Dio chiam a tu tti alla conver­
sione prim a che giunga il giorno del giudizio. 8. Cosi
è detto: «Beato l’uomo che non camminò secondo il
consiglio degli empi e non si fermò lungo la via dei
peccatori e non si sedette sulla catted ra dei perversi,
m a la sua volontà è nella legge del Signore e giorno e

92 Cf. Sai. 18, 3-6.


120 Gli apologeti greci

notte p ratich erà la legge del Signore. 9. Egli sarà co­


me un albero piantato presso u n a corrente d'acqua e
d arà il suo frutto nel tem po opportuno e le sue foglie
non cadranno e riu scirà bene ogni cosa che produrrà.
10. Non cosi gli empi! non cosi! Ma come polvere che
il vento spazza via dalla faccia della terra. Per questo
gli empi non si leveranno nel giudizio, né i peccatori
nel consiglio dei giusti, poiché il Signore conosce la via
dei giusti e distrugge la via degli empi. 11. Per quale
scopo si agitarono le genti e i popoli m editarono cose
v a n e 93? I re della te rra insorsero, si strinsero insieme
contro il Signore e contro il suo Cristo, dicendo: "Spez­
ziamo i loro vincoli e liberiam oci dal loro giogo”. 12.
Colui che abita nei cieli si prenderà gioco di loro e il
Signore li schernirà; poi si rivolgerà a loro nella sua
ira e nella sua collera li sconvolgerà. 13. Io, però, fui
posto da lui come re su Sion, il suo m onte santo, p er
annunciare il precetto del Signore. 14. E il Signore mi
disse: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. 15.
Chiedi a me e ti darò le genti come tu a eredità e i con­
fini della te rra come tuo possedimento; li pascerai con
la verga di ferro, come vasi di argilla li spaccherai”.
16. Ora, o sovrani, riunitevi, siate istru iti voi tu tti che
siete giudici della terra. 17. Servite il Signore nel ti­
m ore e con trem ore esultate a lui. 18. Accogliete gli
insegnam enti affinché mai il Signore si adiri e voi non
vi troviate lontani dalla giusta via nel mom ento in cui
la sua ira divam perà alPimprovviso. 19. Beati tu tti co­
loro che hanno riposto fede in lui» 94.

41. 1. Inoltre lo Spirito profetico per bocca di


vid, rivelando con u n 'altra profezia che Cristo avrebbe
regnato dopo essere stato crocifisso, così disse: «Canti
al Signore tu tta la terra, annunziate di giorno in gior­

93 Nell’ediz di Otto e di Goodspeed si legge kainà (nuove), anziché


kenà (vane), m a non ci sem bra dover accogliere la lezione che peral­
tro si discosta anche dai LXX che leggono kenà.
94 Cf. Sai. 1-2.
Giustino Martire, Prima Apologia 121

no la sua salvezza, poiché grande è il Signore e certa­


mente deve essere lodato, terribile sopra tu tti gli dèi;
infatti tu tti gli dèi dei popoli sono idoli di demoni,
m entre Dio creò i cieli. 2. Gloria e lode alla sua per­
sona, forza (potenza) e vanto nel luogo della sua santi­
tà; rendete gloria al Signore, al padre dei secoli. 3. Ri­
cevete grazia ed entrate al suo cospetto e adoratelo nei
suoi santi templi; davanti a lui abbia paura tu tta la
terra, si raddrizzi e non vacilli. 4. Si gioisca presso i
popoli; il Signore regnò» 95 dal legno 96.

42. 1. A volte lo Spirito profetico parla come se


già fossero accadute le cose che devono ancora avveni­
re, come si può apprendere da ciò che è stato detto;
anche questo chiarirem o, affinché ciò non procuri una
giustificazione a coloro che stanno leggendo. 2. An­
nuncia come accaduto, ciò che si sa che deve ancora
verificarsi; volgete la m ente a ciò che viene detto, poi­
ché bisogna che cosi sia recepito. 3. David disse quel­
lo che ho già detto 1500 anni prim a che Cristo, fatto
uomo, fosse crocifisso, m a nessuno crocifisso tra colo­
ro che vissero prim a di lui procurò gioia alla gente e
neppure (nessuno) tra quelli (che vissero) dopo di lui.
4. Ma quello che per noi è Gesù Cristo crocifisso e
morto, risuscitò e, salito al cielo, regnò e dall’annuncio
che è stato portato per mezzo degli apostoli a tu tte le
genti, nasce la gioia in tu tti coloro che attendono l'im ­
m ortalità da lui annunciata.

Profezia e libero arbitrio

43. 1. Affinché, a causa delle cose che abbiamo


detto, alcuni non credano che noi afferm iam o che i fat­
ti esistono secondo una legge del destino, dal momento

93 Cf. Sai. 95, 1 s.4-10; 1 Cron. 16, 23.25-31.


96 Secondo Giustino (Diai. 73, 1) i Giudei hanno volutamente s
presso dal Sai. 95 l’espressione «dal legno».
122 Gli apologeti greci

che sono predetti come conosciuti, anche questo lo


spiegheremo. 2. Avendo im parato dai profeti che le
correzioni e le buone ricom pense vengono date secon­
do la dignità (il merito) delle azioni di ciascuno, dimo­
striam o che ciò è vero; se non fosse cosi, m a tu tto ac­
cadesse secondo il destino, neppure questo esisterebbe
per noi assolutam ente; se infatti fosse destinato che
uno sia buono e l’altro malvagio, né l’uno sarebbe bene
accetto, né l’altro riprovevole. 3. Del resto se il gene­
re umano non decide liberam ente di fuggire ciò che è
biasimevole, né ha la forza di scegliere ciò che è buo­
no, è irresponsabile in ogni modo di ciò che viene com­
piuto. 4. Ma che (l’uomo) sceglie liberam ente, si com­
p o rta rettam ente o sbaglia, lo dim ostriam o. 5. Vedia­
mo che una stessa persona fa esperienza di cose oppo­
ste. 6. Se fosse deciso dal fatto che essa sia cattiva o
virtuosa, non sarebbe capace di cose contrarie né m u­
terebbe frequentem ente; m a né i buoni esisterebbero,
né i malvagi, poiché dim ostrerebbero che il destino è
causa di malvagità ed agisce in contraddizione con se
stesso; riteniam o allora che sia vero quello che abbia­
mo detto prim a: che nulla sono la virtù e il male, ma
solo per opinione si ritiene che una cosa sia buona o
cattiva; m a ciò, come dim ostra un ragionam ento secon­
do verità, è una grandissim a em pietà e una ingiusti­
zia 97. 7. Affermiamo invece che destino inevitabile sia
proprio questo: degne ricom pense a coloro che hanno
scelto cose buone e, allo stesso modo, giuste pene per
coloro che hanno preferito il contrario. 8. Dio creò
l’uomo non come gli altri esseri, quali la pianta o il
quadrupede che non sono assolutam ente in grado di
scegliere come agire; infatti (l’uomo) non sarebbe de­
gno di ricom pensa o di lode se non scegliesse da solo
ciò che è buono, m a si trovasse nelle stesse condizioni
(degli animali); né, se fosse perverso, gli spetterebbe
una punizione secondo giustizia, poiché non sarebbe

97 Cf., sullo stesso argomento, il cap. 28, 4.


Giustino Martire, Prima Apologia 123

tale per causa sua né potrebbe anzi in alcun modo es­


sere diverso da quello che è.

44. 1. Il santo Spirito profetico insegnò a noi q


ste cose dicendo per bocca di Mosè che cosi fu detto
da Dio al prim o uomo che aveva creato: «Ecco davanti
a te il bene e il male; scegli il bene» 98. 2. E ancora
per bocca d'Isaia, l’altro profeta, cosi fu detto riguardo
a ciò da parte di Dio Signore e Padre di ogni cosa: 3.
«Lavatevi, rendetevi puri, togliete le malvagità dai vo­
stri cuori, im parate a com piere il bene, abbiate riguar­
do dell’orfano, e siate giusti con la vedova, venite avan­
ti e parliam o — dice il Signore —; anche se i vostri
peccati sono come la porpora, come lana li renderò
bianchi; se sono come il rosso scarlatto, come la neve
l'im biancherò. 4. Se voi volete e mi darete ascolto,
gusterete le cose buone della terra; se però non mi da­
rete ascolto, le spade vi divoreranno; la bocca del Si­
gnore ha detto queste cose» 99. 5. Il detto «la spada vi
divorerà» non significa che coloro che non hanno dato
ascolto saranno uccisi con le spade, m a la spada di Dio
è il fuoco, per il quale sono cibo coloro che scelgono di
com piere azioni malvagie. 6. Per questo dice «la spada
vi divorerà; ha parlato infatti la bocca del Signore». 7.
Se parlava di una spada che recide e im m ediatam ente
spezza, non avrebbe detto «vi divorerà». 8. Cosi anche
Platone quando dice: «la colpa è di colui che sceglie,
Dio è innocente» 10°, parla avendo attinto dal profeta
Mosè; Mosè infatti è il più antico di tu tti gli scrittori
greci. 9. E tu tto ciò che rig u ard a l’im m ortalità
dell’anima, o i castighi dopo la m orte o la contem pla­
zione delle cose celesti o dottrine simili, i filosofi e i
poeti lo dissero e, desumendo la tipologia dai profeti,
hanno potuto com prenderle e le hanno spiegate. 10.
Per questo presso tu tti appaiono dei semi di verità; ma

98 Cf. Deut. 30, 15.19.


99 Cf. Is. 1, 16-20.
100 Cf. Platone, Respublica 10, 617e.
124 Gli apologeti greci

vengono accusati di non aver capito giustam ente quan­


do dicono cose contraddittorie gli uni con gli altri. 11.
Cosicché quando diciamo che sono state profetizzate le
cose che devono accadere, non diciamo che si compio­
no per un necessario destino; ma poiché Dio ha la pre­
scienza delle cose che saranno com piute da ogni uomo
ed è venuta da lui la decisione che ogni uomo sarà ri-
com pensato secondo il m erito delle azioni e che le offe­
se contro di lui saranno punite come m eritano, predice
per mezzo dello Spirito profetico, conducendo sempre
il genere um ano verso la com prensione e il ricordo e
dim ostrando che di lui ha prem ura e ad esso provvede.
12. Per opera dei demoni malvagi fu stabilita la
m orte 101 per coloro che leggevano i libri di Istaspe o
della Sibilla o dei profeti, affinché con la pau ra fosse­
ro distolti quegli uomini che stavano per apprendere la
conoscenza del bene e fossero sottom essi a loro; m a al­
la fine non ci riuscirono. 13. Senza p au ra infatti non
solo ci accostiam o (a tali letture), ma, come vedete, le
portiam o anche a voi per esaminarle, ben sapendo che
a tu tti saranno gradite. Anche se convincessimo poche
persone avremmo guadagnato moltissimo: come buoni
agricoltori avremo la ricom pensa dal padrone.

101 Si allude probabilm ente alle pena di m orte che era stabi
per coloro che di nascosto cercavano d’interrogare gli oracoli e le
profezie per conoscere le sorti dell'im pero e la vita futura dell’impe­
ratore: Giustino non fa esplicito riferim ento alla legge con cui si de­
cretava la pena di morte, tuttavia sappiamo che fin dal periodo re-
pubblicano e anche durante il principato di Augusto venivano caccia­
ti da Roma ed esiliati tu tti coloro che per guadagno esercitavano la
divinazione. Dopo Tiberio, ogni form a di vaticinio praticato come
professione fu ritenuta un crimen e punita con la confisca dei beni o
con l’esilio. Nel III sec. il diritto romano prescrisse l’esilio, la carce­
razione e la deportazione per coloro che esercitavano la divinazione
(cf. Tertulliano, De idolatria 19). Per uno studio più completo sull’ar­
gomento, si consulti l’ancora validissimo lavoro di Th. Mommsen - J.
M arquardt - P. Kruger, Manuel des Antiquités Romaines, 3 (trad. G.
Humbert), Paris 1907, pp. 190-194.
Giustino Martire, Prima Apologia 125

La profezia della gloria di Cristo

45 . 1. Ascoltate dalle cose dette dal profeta David


come Dio Padre di ogni cosa avrebbe condotto Cristo
in cielo dopo averlo risuscitato dai m orti, e lo avrebbe
tratten u to finché non avesse annientato i demoni suoi
avversari e non avesse com pletato il num ero di coloro
che da lui erano già conosciuti come buoni e virtuosi,
a causa dei quali non ancora ha com piuto la conflagra­
zione 102. 2. Queste le parole: «Disse il Signore al mio
Signore: siedi alla m ia destra, fino a quando porrò i
tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi. 3. Uno scet­
tro di potenza invierà a te il Signore da Gerusalemme;
e dom inerà in mezzo ai tuoi nemici. 4. Con te il domi­
nio nel giorno della tu a potenza tra i bagliori dei tuoi
santi; dal seno ti ho generato prim a della stella del
m attino» 103. 5. La frase «uno scettro di potenza invie­
rà a te da Gerusalemme» annuncia la parola di poten­
za, parola che gli apostoli suoi, uscendo da Gerusalem­
me, annunziarono ovunque e, nonostante sia stabilita
la m orte contro coloro che insegnano o che confessano
il nome del Cristo, noi ovunque lo abbracciam o e lo in­
segniamo. 6. Se voi come nemici presterete ascolto a
queste parole, non potete fare altro che ucciderci, co­
me abbiamo detto; m a ciò non ci reca alcun danno,
m entre a voi e a tu tti coloro che ingiustam ente ci son
nemici e non cambiano, procura pena eterna nel fuoco.

Cristiani prim a di Cristo

46 . 1. Affinché alcuni, fuori di mente, non parlino


distorcendo quello che viene insegnato da noi — per il

102 Le edizioni di Otto e di Goodspeed leggono epikyrósin anziché


ekpyròsin. Ma avendo Giustino già parlato di una distruzione nel
fuoco (cf. cap. 20, 4) riteniam o che anche qui voglia esprim ere lo
stesso concetto.
103 Cf. Sai. 109, 1 ss.
126 Gli apologeti greci

fatto che afferm iam o che il Cristo è nato 150 anni fa 104
sotto Quirinio e poco tem po dopo, sotto Ponzio Pilato, ha
insegnato ciò che noi afferm iam o d’insegnare — e affin­
ché non contestino il fatto che tu tti gli uomini vissuti
prim a sarebbero stati irresponsabili, noi, anticipando­
li, scioglieremo la difficoltà. 2. Ci è stato insegnato
che il Cristo è il prim ogenito di Dio e abbiamo dimo­
strato che è il Verbo, di cui partecipò tu tto il genere
umano 105. 3. Coloro che hanno vissuto secondo il
Verbo, sono cristiani, 106, anche se furono ritenuti atei,
come tra i Greci Socrate e Eraclito e quanti furono si­
mili a loro; tra i B arbari Abramo, Anania, Azaria, Mi-
saele, Elia e molti altri dei quali in questo momento
tralasciam o le opere e i nomi sapendo che è cosa lunga
farne l’elenco. 4. Cosicché anche quelli che erano na­
ti prim a vivendo senza il Verbo, furono cattivi e nem i­
ci di Cristo e uccisori di coloro che vivevano secondo il
Verbo; coloro che avevano vissuto e vivono invece se­
condo il Verbo, sono cristiani, non hanno p au ra e non
si turbano. 5. Per quale causa, grazie alla potenza del
Verbo, secondo la volontà di Dio Signore e Padre di
ogni cosa, sia stato concepito un uomo da una vergine,
sia stato chiam ato Gesù e, m orto in croce, risuscitò e
sali al cielo, dalle cose che sono state dette p o trà com­
prenderlo colui che ha intelligenza. 6. Noi, però, non
essendo ora necessario questo discorso alla dim ostra­
zione, accederem o alle prove che sono urgenti al mo­
mento presente.

104 È una delle affermazioni di cui si tiene conto per la datazione


dell'apologia: cf. sopra, Introd., p. 68, n. 21.
105 Cf. capp. 12, 9; 13, 3; 32, 8 s.
106 È questa una delle più famose dichiarazioni di Giustino a pro­
posito di coloro che furono «cristiani prim a di Cristo» poiché, pur
non conoscendo il Verbo rivelato e incarnato, vissero con rettitudine
e nella loro vita parteciparono ugualmente del Verbo di Dio, portan­
do a frutto quei «semi di verità» che sono e furono in ogni uomo (cf.
anche cap. 44, 10).
Giustino Martire, Prima Apologia 127

Profezie sulla terra dei Giudei

47. 1. Ascoltate ciò che è stato detto dallo Spirito


profetico sul fatto che la te rra dei Giudei sarebbe stata
distrutta; le parole sono pronunciate come per bocca
di popoli che si stupiscono dell’accaduto. 2. Sono
queste: «È diventata un deserto Sion, come un deserto
è divenuta Gerusalemme, in maledizione la casa, il no­
stro luogo santo e la gloria che i nostri padri lodarono
è stata bruciata e sono crollati tu tti i suoi ornam enti.
3. Di fronte a queste cose fosti immobile, hai fatto si­
lenzio e ci hai molto umiliato» 107. 4. Che Gerusalem­
me sia divenuta un deserto, come era predetto che av­
venisse, ne siete persuasi. 5. Dal profeta Isaia, cosi era
stato predetto riguardo alla sua desolazione e riguardo
al fatto che a nessuno di loro era concesso abitarvi:
«La loro te rra deserta; davanti a loro i loro nemici la
divoreranno e non ci sarà tra di loro uno che abiti in
essa» 108. 6. Ben sapete che da voi è sorvegliata affin­
ché nessuno vi abiti e che la m orte è stabilita per il
Giudeo sorpreso ad entrarvi l09.

I miracoli di Cristo e la morte

48. 1. Ascoltate ciò che fu detto quando fu profe­


tizzato che il nostro Cristo avrebbe curato ogni m alat­
tia e avrebbe risorto i m orti. 2. Ecco le parole: «Alla
sua venuta lo zoppo salterà come un cervo e sarà sciol­
ta la lingua dei muti; i ciechi vedranno e i lebbrosi sa­

107 Cf. Is. 64, 9 ss.


108 Cf. Ger. 2, 15 e Is. 1, 7.
109 Giustino fa riferim ento alla legge di Adriano em anata dopo il
135, al term ine della guerra giudaica; per tim ore di nuove insurre­
zioni, si vietava ad ogni Giudeo di entrare in Gerusalemme e nei luo­
ghi vicini alla città. La violazione della legge era punita con la m or­
te. Il divieto di Adriano rimase in vigore almeno fino al IV sec., tanto
che i Giudei potevano entrare nella loro città solo una volta all’anno.
128 Gli apologeti greci

ranno purificati e i m orti risorgeranno e cam m ineran­


no» no. 3. Che fece queste cose lo potete apprendere
dagli Atti che furono scritti sotto Ponzio Pilato n i . 4.
Dalle parole dette da Isaia ascoltate in che modo fu
predetto dallo Spirito profetico che (Gesù) sarebbe sta­
to ucciso insieme agli uomini che in lui avrebbero spe­
rato. 5. Queste le parole: «Ecco come è m orto il giusto
e nessuno lo riceve nel cuore; e gli uomini giusti sono
uccisi e nessuno vi riflette. 6. Dalla faccia dell’ingiu­
stizia è stato tolto il giusto e in pace sarà il suo sepol­
cro; è stato tolto di mezzo» 112.

La fede dei Gentili

49. 1. (Ascoltate) come anche da Isaia stesso è


to detto che lo avrebbero adorato i popoli delle nazioni
che non lo attendevano, m entre i Giudei, che da sem­
pre erano in attesa alla sua venuta, non lo avrebbero
riconosciuto; le parole furono dette come da Cristo in
persona. 2. Sono queste: «Mi m anifestai a coloro che
non mi chiedevano; fui trovato da quelli che non mi cer­
cavano; io dissi: — eccomi — al popolo che non aveva in­
vocato il mio nome. 3. Ho disteso le mie mani su un po­
polo senza fede e oppositore, su coloro che cam minano
in una via non buona, m a dietro alle loro colpe. 4. Il po­
polo che mi odia è davanti a m e » 113. 5. I Giudei infatti
p u r possedendo le profezie e sem pre in attesa del Cristo,
una volta venuto non lo riconobbero, m a non solo! lo uc­
cisero persino. Ma tra gli altri popoli, coloro che nulla
avevano mai ascoltato riguardo a Cristo, fino a quando
gli apostoli p artiti da Gerusalem me annunciarono le co­
se che riguardavano lui e rivelarono le profezie, pieni di
gioia e di fede, si allontanarono dagli idoli e per mezzo di

110 Cf. Is. 35, 6.5 e Mt. 11, 5.


111 Cf. nota 77.
112 Cf. Is. 57, 1 s.
113 Cf. Is. 65, 1 s.
Giustino Martire, Prima Apologia 129

Cristo consacrarono se stessi al Dio ingenerato. 6. Ascol­


tate ciò che è detto brevem ente da Isaia, poiché furono
conosciute in anticipo le calunnie scagliate contro colo­
ro che testim oniano Cristo; come sarebbero scellerati
coloro che lo bestem m iano, dicendo che è bene m antene­
re gli antichi costumi! 7. Ecco le parole: «Guai a coloro
che dicono am aro il dolce e dolce l’am aro» l14.

Le profezie della passione di Cristo

50. 1. Ascoltate le profezie pronunciate riguard


ciò: che fattosi uomo sopportò di p atire e di essere di­
sonorato e che di nuovo sarebbe venuto nella gloria.
2. Cosi è detto: «Al posto di coloro che consegnarono a
m orte la sua anim a e in cambio dell'essere considerato
fra gli ingiusti, egli assunse i peccati di molti e si ri­
conciliò con coloro che erano fuori della legge» 115. 3.
«Ecco infatti che il mio servo com prenderà, sarà innal­
zato e sicuram ente glorificato. 4. Come m olti per te si
m eraviglieranno, cosi dagli uomini sarà infam ata la
tu a persona e dagli uomini (sarà disprezzata) la tua fa­
ma, cosicché m olti popoli si m eraviglieranno e i re
chiuderanno la loro bocca, poiché coloro ai quali nulla
fu annunciato su di lui e coloro che non ascoltarono,
com prenderanno» 116. 5. «O Signore, chi crederà al
nostro racconto? A chi fu svelato il braccio del Signo­
re? Lo annunciam m o nel suo aspetto come un fanciul­
lo; come una radice in una te rra arsa. 6. Non ha
u n ’immagine gloriosa; lo vedemmo: non aveva né
aspetto, né bellezza, m a la sua persona era incolta e
m isera agli occhi degli uomini. 7. Un uomo piagato
che sapeva di subire sofferenza, poiché la sua faccia
era stravolta, fu disonorata e non fu stim ata. 8. Egli
p orta i nostri peccati e soffre p er noi e noi com pren­

114 Cf. Is. 5, 20.


115 Cf. Is. 53, 12.
116 Cf. Is. 52, 13 ss.
130 Gli apologeti greci

demmo che egli si trovava nell’abbattim ento, nelle per­


cosse e nella sofferenza. 9. Egli fu coperto di ferite
p er la n o stra iniquità e strem ato p er i nostri peccati;
un insegnam ento di pace è su di lui, dalle sue lividure
siamo stati guariti. 10. Tutti come pecore ci siamo
sm arriti, l’uomo ha dirottato dalla sua via; consegnò se
stesso per i nostri peccati. M entre è m altrattato non
apre la sua bocca; come pecora fu condotto al sacrifi­
cio e come agnello m uto davanti a colui che lo tosa,
non aprì la sua bocca. Nell’um iliazione fu em esso il
giudizio su di lui» l17. 11. Dopo che fu crocifisso, an­
che coloro che lo avevano seguito lo abbandonarono
dopo averlo rinnegato. Poi, dopo che fu risuscitato dai
m orti, che apparve loro e insegnò a m editare le profe­
zie 118 nelle quali è predetto che sarebbe accaduto tu t­
to ciò, dopo che essi lo videro salire al cielo, credette­
ro e, ricevuta dall'alto la potenza che su loro fu invia­
ta 119, recandosi presso ogni razza di uomini, insegna­
rono queste cose e furono chiam ati apostoli.

La profezia d ell’ascensione

51 . 1. Lo Spirito profetico, per indicare a noi


chi patisce queste cose è di origine ineffabile e regna
sui nemici, cosi disse: «Chi p otrà parlare della sua ori­
gine? poiché la sua vita s’innalza dalla terra, egli af­
fronta la m orte per le loro colpe. .2. E porrò i malva­
gi davanti al suo sepolcro e i ricchi davanti alla sua
morte, poiché non hanno commesso colpe né fu trova­
to inganno nella sua bocca; e il Signore vuole purifi­
carlo dalle piaghe. 3. Se date per il peccato, la vostra
anim a vedrà un seme longevo. 4. Il Signore vuole al­
lontanare dal peso la sua anima, m ostrargli la luce,
form arlo con l'intelligenza, giustificare il giusto che

117 Cf. Is. 53, 1-8.


118 Cf. Le. 24, 44 ss.
119 Cf. Atti 1, 8.
Giustino Martire, Prima Apologia 131

bene si pone al servizio di molti e po rterà i nostri pec­


cati; per questo motivo erediterà molti e dividerà le
spoglie dei forti; al loro posto fu condannata a m orte
la sua anim a e fu considerato tra gli ingiusti ed egli
stesso assunse le colpe di molti e fu consegnato a cau­
sa dei loro m isfatti» 120. 5. Ascoltate come anche sa­
rebbe asceso al cielo, cosi come fu profetizzato. 6. Fu
detto: «Aprite le porte dei cieli, spalancatele, affinché
entri il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Un
Signore forte e un Signore potente» 121. Ascoltate ciò
che ha detto il profeta Geremia riguardo al fatto che
avrebbe fatto ritorno dai cieli nella gloria. 7. Le paro­
le sono queste: «Ecco come il figlio dell'uomo giunge
sopra le nubi del cielo e i suoi angeli con lui» 122.

La seconda venuta del Signore

52. 1. Poiché dunque abbiam o dim ostrato ch


fatti accaduti sono stati tu tti predetti dai profeti prim a
che accadessero, è necessario credere che sicuram ente
accadranno quelle cose riguardo alle quali è stato pre­
detto in modo simile il loro avverarsi. 2. Nel modo in
cui accadde ciò che era stato predetto, m a sconosciuto,
allo stesso modo accadranno le altre cose anche se non
si ha conoscenza di esse né fede. 3. I profeti infatti
annunciarono due venute di lui: una, che è già avvenu­
ta, come di un uomo senza onore e sofferente; La se­
conda, quando si annunzia che dai cieli rap p arirà nella
gloria con le sue schiere angeliche, quando risusciterà
i corpi di tu tti gli uomini esistiti e vestirà d'im m ortali­
tà coloro che sono degni e (i corpi) degli ingiusti, insie­
me ai demoni malvagi, getterà nel fuoco eterno per
u n ’eterna sofferenza. 4. Dimostreremo come sia stato

120 Cf. Is. 53, 8-12.


121 Cf. Sai. 23, 7 s.
122 È pronunciata da Geremia la visione di Dan. 7, 13; cf. Mt. 25,
31; 26, 64; Me. 14, 62.
132 Gli apologeti greci

predetto che anche ciò sarebbe accaduto. 5. Cosi fu


detto dal profeta Ezechiele: «Sarà ricongiunta una con-
nessura all’altra, un osso all’altro osso e la carne ricre­
scerà» 123. 6. «Ogni ginocchio si piegherà davanti al
Signore ed ogni lingua lo confesserà» 124. 7. Con qua­
le senso di percezione e in quale pena si troveranno gli
ingiusti, ascoltatelo da ciò che fu detto riguardo a
ciò. 8. Ecco le parole: «Non finirà il loro verme e non
sarà mai estinto il loro fuoco» 125. 9. E allora si con­
vertiranno, quando non gioverà a nulla. 10. Ciò che i
popoli dei Giudei diranno e faranno quando lo vedran­
no ritornare nella gloria, è stato profetizzato dal profe­
ta Zaccaria e cosi è stato detto: «Ordinerò ai quattro
venti di raccogliere i figli dispersi, com anderò al vento
di Borea di portarli e al vento di Noto di non porre
ostacolo. 11. E allora in Gerusalem me vi sarà un
grande pianto, non pianto di bocca o di labbro, ma
pianto di cuore, e non stracceranno i loro mantelli, ma
le menti. 12. Si percuoteranno trib ù per trib ù e ve­
dranno colui che trafissero e diranno: perché, o Signo­
re, ci hai fatto deviare dalla tu a via? la gloria che van­
tarono i nostri padri si è trasform ata per noi in vergo­
gna» 126.

I Gentili e i Giudei

53. 1. P ur avendo da parlare di molte e altre p


fezie sospenderemo, pensando che queste siano suffi­
cienti a convincere coloro che hanno orecchie per
ascoltare ed intendere 127, ritenendo inoltre che essi

123 Cf. Ez. 37, 7 s.


124 Cf. Is. 45, 23; Rom. 14, 11.
125 Cf. Is. 66, 24; Me. 9, 48.
126 In questa citazione attribuita alla profezia di Zaccaria con­
fluiscono in realtà le reminiscenze di Is. 43, 5 s. (cf. 11, 12); Zac. 12,
11; Gioe. 2, 13; Zac. 12, 10 (cf. Gv. 19, 37); Is. 63, 17.
127 Cf. Mt. 13, 9; Me. 4, 9; Le. 8, 8.
Giustino Martire, Prima Apologia 133

possano riflettere sul fatto che noi, a differenza degli


inventori di m iti sui presupposti figli di Zeus, non p ar­
liamo se non possiamo dim ostrare. 2. Per quale ra­
gione crederem m o ad un uomo crocifisso, che è il p ri­
mogenito del Dio ingenerato e che pronuncerà il giudi­
zio di tu tto il genere umano, se non avessimo trovato
testim onianze pronunziate sul suo conto prim a che,
fattosi uomo, venisse e se non avessimo visto che cosi
si è avverato? 3. La desolazione della te rra dei Giudei;
gente in ogni razza umana, persuasa della dottrina dei
suoi apostoli, gente che ha abbandonato gli antichi co­
stumi, secondo i quali aveva vissuto nella deviazione;
la nostra stessa esperienza e la costatazione del fatto
che sono più num erosi e più sinceri quelli che vengono
dai Gentili che quelli che provengono dai Giudei e dai
Sam aritani. 4. Tutte le altre razze d'uom ini sono
chiam ate «genti» dallo Spirito profetico, m a quella dei
Giudei e quella dei Sam aritani, è chiam ata tribù
d’Israele e casa di Giacobbe. 5. Annunzieremo le pro­
fezie fatte: come fu profetizzato che i fedeli dei Gentili
sarebbero stati di più di quelli dei Giudei e dei Sam ari­
tani. Cosi fu detto: «Gioisci o sterile che non p arto ri­
sci, prorom pi e grida tu che non hai dolori, poiché i fi­
gli dell'abbandonata sono m olti di più di quelli di colei
che h a m arito» 128. 6. Coloro che adoravano le opere
delle loro mani erano tu tte genti prive del vero Dio.
M entre i Giudei e i Sam aritani, p u r possedendo la pa­
rola di Dio annunciata a loro per mezzo dei profeti e
p u r avendo sem pre atteso il Cristo, non riconobbero
che era venuto, eccetto pochi ai quali lo Spirito profe­
tico predisse, per bocca d ’Isaia, che si sarebbero salva­
ti. 7. Parlò come per bocca di loro stessi: «Se il Si­
gnore non avesse lasciato a noi un seme, saremm o di­
venuti come Sodoma e Gomorra» 129. 8. Da Mosè si
racconta che Sodoma e G om orra erano città di uomini
empi e che Dio le rase al suolo avendole incendiate nel

128 Cf. Is. 54, 1.


129 Cf. Is. 1, 9.
134 Gli apologeti greci

fuoco e nello zolfo e che nessuno (degli abitanti) di


queste città fu salvato, eccetto uno straniero di stirpe
caldea il cui nome era Lot; con lui furono salvate anche
le figlie ,3°. 9. Coloro che vogliono, possono vedere tu tta
la loro regione deserta, bruciata, rim asta sterile. 10. Ri­
ferirem o le parole del profeta Isaia sul fatto che coloro
che venivano dai Gentili erano conosciuti già prim a co­
me i più sinceri e i più fedeli. 11. Disse cosi: «Israele è in­
circonciso nel cuore; i Gentili nel prepuzio» IJI. 12. Quel­
lo che abbiam o dim ostrato in tal modo, può recare per­
suasione e convinzione in modo razionale a coloro che
desiderano la verità, che non am ano la fam a né sono
schiavi delle passioni.

I m iti falsi e ingannatori

54. 1. Coloro che insegnano i m iti inventati


poeti non danno alcuna dim ostrazione ai giovani disce­
poli, dim ostrano anzi che p er potenza dei demoni mal­
vagi sono stati raccontati ad inganno e corruzione del
genere umano. 2. Avendo sentito dai profeti che Cristo
era annunciato nella sua venuta e che sarebbero stati
puniti nel fuoco coloro che erano empi fra gli uomini,
proponevano da parte loro che m olti fossero creduti fi­
gli di Zeus, pensando di poter ottenere che gli uomini
considerassero le cose dette su Cristo una narrazione
simile a quelle dei poeti. 3. Queste cose furono n a rra ­
te tra i Greci e presso tu tti i popoli, là dove maggior­
m ente sentivano profeti annunciare che si sarebbe cre­
duto al Cristo. 4. Chiarirem o che p u r ascoltando ciò
che veniva detto dai profeti, non lo com prendevano be­
ne, ma, sbagliando, imitavano ciò che riguarda il no­
stro Cristo. 5. Il profeta Mosè che, come abbiamo det­
to, è il più antico di tu tti gli scrittori, di persona, come

130 L’episodio è narrato in Gen. 19.


131 Le parole non sono in Is. m a in Ger. 9, 25.
Giustino Martire, Prima Apologia 135

prim a dicevamo 132, cosi profetizzò: «Non m ancherà un


capo da Giuda né un condottiero dal suo fianco, finché
giunga colui al quale è riservato; ed egli sarà atteso
dai popoli, egli che lega alla vite il suo puledro, egli
che lava la sua veste nel sangue dell’uva» 133. 6. I de­
moni, poiché udirono questi discorsi profetici, dissero
che Dioniso era figlio di Zeus; tram andarono che egli
inventò la vite e introdussero il vino nei suoi m isteri e
insegnarono che era salito al cielo dopo essere stato
sm em brato. 7. Poiché dalla profezia di Mosè non era
detto in modo m anifesto che colui che sarebbe venuto
era Figlio di Dio, né (era detto) se, m ontato sul pule­
dro, sarebbe restato in te rra o asceso al cielo — poi­
ché, inoltre, il nome «puledro» può indicare sia un pu­
ledro d’asino, sia di cavallo, non sapendo se colui che
era stato annunciato voleva simboleggiare la sua venu­
ta conducendo un puledro d’asino o di cavallo, né sa­
pendo se era Figlio di Dio, come abbiam o detto 13\ o di
uomo — dissero che Bellerofonte, anch’egli sul cavallo
Pegaso, ma uomo figlio di uomini, sarebbe salito al cie­
lo. 8. Quando poi sentirono che dall’altro profeta Isaia
era annunciato che (il Figlio di Dio) sarebbe stato p ar­
torito da una vergine e che da solo sarebbe asceso al
cielo, proposero che si credesse a Perseo. 9. Quando
poi conobbero anche quello che era stato predetto nel­
le profezie che prim a ho citato, «forte come un gigante
nel p ercorrere il cammino» l3S, parlarono di Eracle for­
te che cam minava su tu tta la terra. 10. Quando poi
seppero che era stato predetto che avrebbe curato ogni
m alattia e avrebbe risuscitato i m orti, presentarono
Asclepio.

55. 1. Ma da nessuna parte, né p er alcuno di co


ro che erano creduti figli di Zeus, im itarono la m orte

132 Cf. sopra, cap. 32, 1.


133 Cf. Gen. 49, 10 s.
134 Cf. sopra, cap. 21, 1.
135 Cf. Sai. 18, 6.
136 Gli apologeti greci

in croce; ciò non era com preso da loro, poiché, come


prim a abbiam o dim ostrato 136, tu tti i discorsi riguardo
a questo evento furono pronunciati in modo simbolico.
2. E questo, come predisse il profeta, è il simbolo più
grande della sua forza e del suo potere, come è dimo­
strato dalle cose che accadono sotto lo sguardo nostro.
Pensate a tu tte le cose che sono nell’universo, se mai si
reggano senza questa s tru ttu ra o possano essere unite.
3. Il m are non si solca se questo trofeo, che si chiam a
vela, non resta saldo sulla nave. Senza di esso, la te rra
non si ara; gli zappatori non possono lavorare, né,
ugualmente, gli artigiani se non hanno attrezzi secondo
questo disegno. 4. La figura dell’uomo non si distin­
gue in nient'altro dagli esseri senza ragione, se non
dall’essere eretta e dall'estendere le mani e dall’avere
sul viso quello che sporge sotto la fronte e che si chia­
m a naso, grazie al quale respira colui che vive e niente
altro dim ostra se non la figura della croce 137. 5. Dal
profeta cosi fu detto: «Respiro del nostro volto è Cri­
sto Signore» 13S. 6. Anche i simboli che sono presso di
voi m ostrano la potenza di questa figura, per non p ar­
lare anche dei trofei, con i quali si verificano ovunque
le vostre sfilate, m ostrando con questi i segni del co­
mando e della potenza, anche se fate ciò senza riflet­
terci. 7. E con questa figura innalzate le immagini dei
vostri im peratori m orti e nelle iscrizioni li chiam ate
dèi. 8. E sortando voi, per quanto possibile, con il ra­
gionamento e con la dim ostrazione della figura, sap­
piamo di non essere più responsabili, anche se voi non
credete; il nostro dovere è stato fatto ed è compiuto.

Sim on Mago e Menand.ro di Samaria


56. 1. Ma i demoni malvagi non si accontentaro
di dire, prim a della apparizione di Cristo, che esisteva-
136 Cf. sopra, cap. 35.
137 Si legga, a proposito, Minucio Felice, Octavius 29; Tertulliano,
De oratione 29, 4.
138 Cf. Lam. 4, 20.
Giustino Martire, Prima Apologia 137

no i cosiddetti figli di Zeus, anzi, dopo che egli si m ani­


festò e venne fra gli uomini, quando conobbero che dai
profeti era stato annunciato e seppero che in ogni po­
polo egli era creduto ed aspettato, di nuovo, come ave­
vamo già dim ostrato 139, altri ne proposero: Simone e
M enandro di Sam aria i quali, avendo poteri magici,
portarono m olti fuori strada e ancora li ingannano. 2.
Simone che visse, come ho detto, nella Roma im periale
al tem po di Claudio im peratore, sbigottì a tal punto il
sacro Senato e il popolo romano che fu ritenuto dio e
fu onorato con una statua, come gli altri dèi adorati da
voi. 3. Quindi al sacro Senato e al vostro popolo noi
chiediamo di predisporsi ad accogliere questa nostra
richiesta, affinché, se qualcuno è stato attirato dagli
insegnam enti di lui, possa sfuggire all’inganno appren­
dendo la verità. 4. La statua, se volete, abbattetela
pure.

La morte non ci spaventa

57. 1. I demoni malvagi non possono convinc


che non esiste il fuoco per la punizione degli empi, allo
stesso modo in cui non ebbero il potere di nascondere
che Cristo era venuto; m a questo solo possono fare:
che coloro che vivono contro la ragione — n u triti con
passione dai cattivi costum i e am anti della fam a — ci
uccidano e ci odino; m a costoro non solo non li odia­
mo, ma, come è dim ostrato, avendone pietà, vogliamo
persuaderli a cam biare. 2. Non abbiamo pau ra della
m orte, riconoscendo che, in ogni modo, si m uore e non
c'è nulla di nuovo, m a le stesse cose sono nella stessa
disposizione; se il disgusto di queste assale coloro che
ne partecipano anche per un anno, bisogna accedere
alle nostre dottrine per essere sem pre liberi dalle pas­
sioni e dai bisogni. 3. Se poi credono che nulla esiste

139 Cf. sopra, cap. 26, 2 ss. e commento in nota.


138 Gli apologeti greci

dopo la m orte, m a dichiarano che i m orti vanno verso


l’insensibilità, fanno del bene, poiché ci liberano dalle
passioni di quaggiù e dalle necessità, m entre dim ostra­
no che essi stessi sono malvagi, m isantropi e am anti
della gloria; infatti non ci tolgono di mezzo per liberar­
ci, m a ci uccidono per privarci della vita e del piacere.

Marcione del Ponto

58.1. I demoni malvagi, come abbiamo detto 140, ti­


rano fuori anche M arcione del Ponto, il quale tu tto ra
insegna a negare Dio creatore di tu tte le cose del cielo
e della te rra e Cristo suo Figlio che fu annunciato dai
profeti; m a un altro dio annuncia accanto al demiurgo
di tu tte le cose e ugualm ente un altro figlio. 2. Molti
che credono a lui come all'unica persona che conosce
la verità, ci deridono senza avere alcuna dim ostrazione
di ciò che dicono, m a in modo irrazionale, come agnel­
li afferrati dai lupi, diventano preda delle dottrine de­
gli atei e dei demoni. 3. I cosiddetti demoni non ago­
gnano altro che allontanare gli uomini da Dio creatore
e da Cristo suo primogenito; inchiodarono e inchioda­
no a ciò che è terreno e fatto con le mani coloro che
non sono capaci a distaccarsi dalla terra; spingendoli
fuori di nascosto, gettano nell’em pietà coloro che aspi­
rano alla contemplazione delle cose divine, a meno che
non possiedano una m ente saggia e una vita p u ra e
senza passioni.

Platone si è ispirato a Mosè

59. 1. Affinché sappiate che dai nostri m aestr


cioè dalla parola dei profeti — anche Platone ha de­
sunto l’afferm azione che Dio ha creato il cosmo pla­
smando la m ateria che era senza forma, ascoltate ciò

140 Cf. sopra, cap. 26, 5.


Giustino Martire, Prima Apologia 139

che precisam ente è stato detto da Mosè, colui che, co­


me si è già dim ostrato, è il prim o profeta e più antico
degli scrittori greci; lo Spirito profetico, rivelando per
mezzo di lui in che modo e da che cosa Dio al principio
creò il mondo, disse cosi: 2. «In principio Dio creò il
cielo e la terra. 3. La te rra era invisibile e senza nes­
sun ordine e tenebra vi era sopra l’abisso; e il soffio di
Dio giungeva sopra le acque. 4. E Dio disse: — Sia la
luce — e cosi avvenne» 141. 5. C osi Platone, coloro che
dicono queste cose e anche noi abbiamo im parato che
tu tto ciò si è verificato, grazie alla parola di Dio, dai
principi enunciati da Mosè: anche voi potete esserne
convinti. 6. Anche quello che è chiam ato Èrebo dai
poeti, sappiam o che da Mosè per prim o è stato nomi­
nato.

60. 1. Il ragionam ento che si trova nel Timeo


Platone sulla n a tu ra del Figlio di Dio, quando afferma:
«In ogni dove lo dispose secondo il segno del X
("chi")» 142, lo pronunciò avendolo desunto ugualm ente
da Mosè. 2. Infatti nei testi di Mosè è scritto che in
quel tempo, quando gli Israeliti uscirono dall’Egitto e
andarono nel deserto, avanzarono contro di loro ani­
mali velenosi, vipere, aspidi e ogni razza di serpenti
che uccideva il popolo. 3. Ma per ispirazione e grazie
alla potenza che è propria di Dio, Mosè prese del bron­
zo e lo foggiò a croce e lo pose sul santo tabernacolo e
disse al popolo: «Se volgete lo sguardo verso questo se­
gno e credete, in esso sarete salvati» 143. 4. Scrisse poi
che dopo ciò i serpenti m orirono e tram andò cosi che
il popolo era sfuggito alla m orte. 5. Platone, avendo

Cf. Gen. 1, 1 ss.


142 Cf. Timaeus 36BC; secondo Giustino, Platone si è appropriato
dell'immagine chiastica (rappresentata appunto dalla lettera greca x)
per tra tta re di come è stata com posta e disposta l’anima nel mondo;
il filosofo non comprese però che quella lettera era il segno della
«croce».
143 Cf. Num. 21, 8 s.
140 Gli apologeti greci

letto questi fatti, senza com prenderli con esattezza,


non sapendo che si trattav a del segno della croce, ma
pensando ad una X, disse che la potenza dopo il prim o
dio è nell’universo a form a di X. 6. Il parlare di un
terzo elemento dipende dal fatto che — come abbiamo
detto prim a 144 — lesse in Mosè che lo Spirito di Dio
giungeva sopra le acque. 7. Conferisce poi il secondo po­
sto al Verbo di Dio che dice essere nell’universo a for­
m a di X, e il terzo allo Spirito che fu detto librarsi so­
p ra le acque parlando così: «Le terze cose al terzo» 145.
8. Ascoltate ora come lo Spirito profetico annunziò per
bocca di Mosè che sarebbe avvenuta la conflagrazione.
9. Disse cosi: «Precipiterà giù un fuoco che non si spe-
gne e che inghiottirà fino al profondo dell’abisso» I46.
10. Dunque non siamo noi ad insegnare le stesse cose
degli altri, m a tu tti parlano im itando le nostre affer­
mazioni. 11. Presso di noi queste cose si ascoltano e si
im parano anche da coloro che non conoscono neppure
i caratteri delle lettere, ignoranti e barbari nel parlare,
m a saggi e degni di fede nella mente, alcuni anche
storpi ed alcuni privi di vista; cosi si com prende che
non per sapienza d ’uomo accadono queste cose, ma si
dice che avvengano per potenza di Dio l47.

Il battesimo

61 . 1. Spiegheremo in che modo abbiamo con


cratò noi stessi a Dio, dopo essere stati rinnovati me­
diante Cristo, affinché, om ettendo questo argomento,
non sem bri che danneggiamo in qualche modo la spie­
gazione. 2. A coloro che sono convinti e credono esse­
re vere le cose da noi insegnate e dette, e che prom et­
tono di poter vivere in questo modo, s’insegna a prega­

144 Cf. sopra, cap. 59, 2.


145 Cf. Ps. Platone, Ep. 2, 312e.
146 Cf. Deut. 32, 22.
147 Cf. 1 Cor. 2, 5; si legga inoltre Ireneo, Adv. Haereses 3, 4, 2.
Giustino Martire, Prima Apologia 141

re e a chiedere a Dio digiunando la rem issione dei pec­


cati, m entre noi insieme a loro preghiam o e insieme di­
giuniamo. 3. Poi sono condotti da noi dove c’è dell’ac­
qua e sono rigenerati secondo la rigenerazione con cui
noi stessi fummo rigenerati; «nel nome del Padre» di
tu tte le cose, Dio Signore, «e di Gesù Cristo nostro sal­
vatore e dello Spirito Santo» 148 fanno il bagno nell'ac­
qua. 4. Cristo infatti disse: «se non sarete rigenerati
non entrerete nel regno dei cieli» 149. 5. È chiaro a tu t­
ti che una volta che si è nati è im possibile ritornare
nell’utero di chi ci ha partorito. 6. E dal profeta Isaia
— come abbiam o scritto prim a 150 — è detto in che mo­
do fuggiranno il peccato coloro che hanno peccato, ma
che si sono convertiti. 7. Cosi fu detto: «Lavatevi, dive­
nite puri, allontanate il male dalle vostre anime, im pa­
rate a fare il bene, abbiate cu ra dell’orfano e siate giu­
sti con le vedove, venite e dialoghiamo — dice il Signo­
re —; anche se i vostri peccati sono come la porpora, li
renderò bianchi come lana, anche se sono come il còc-
chino, come neve li im biancherò. 8. Se non mi preste­
rete ascolto, una spada vi divorerà; la bocca del Signo­
re pronunciò queste cose» 1S1. 9. E a riguardo appren­
demmo questo discorso dagli apostoli. 10. Poiché,
ignorando la n o stra prim a generazione, p er necessità
siamo stati generati da um ido seme secondo l’unione
dei genitori gli uni con gli altri e siamo nati nei cattivi
costum i e nelle dannose inclinazioni, affinché non re­
stiam o figli della necessità e dell’ignoranza, m a del
proposito e della conoscenza e p er ottenere cosi la re­
m issione dei peccati, per quelli cioè già commessi,
nell’acqua, su colui che ha scelto di essere rigenerato e
si è convertito dai peccati, è invocato il nome di Dio Si­
gnore e Padre di ogni cosa, m entre questo stesso solo
(nome) pronuncia colui che conduce al lavacro chi ver-

148 Cf. Mt. 28, 19.


149 Cf. Gv. 3, 3.5.
150 Cf. sopra, cap. 44, 2 s.
151 Cf. Is. 1, 16-20.
142 Gli apologeti greci

rà lavato. 11. Nessuno può dare un nome al Dio indici­


bile; se poi qualcuno avesse il coraggio di afferm are
che un nome esiste, m anifesterebbe senz’altro una fol­
lia. 12. Questo lavacro si chiam a «illuminazione» 152,
poiché sono illum inati nella m ente coloro che im para­
no queste cose. 13. E nel nome di Gesù Cristo, croci­
fisso sotto Ponzio Pilato e nel nome dello Spirito Santo
che per bocca dei profeti ha annunciato tu tto ciò che
riguardava Gesù, l'illum inato riceve il lavacro.

I dem oni im itano il battesimo cristiano


62 1. I demoni, avendo conosciuto questo lavacro
annunziato dal profeta, si adoperarono affinché fosse­
ro aspersi proprio coloro che entravano nei loro templi
e stavano per avvicinarsi a loro per com piere libagioni
e sacrifici; e im posero che coloro che erano in parten­
za si lavassero com pletam ente prim a di entrare nei
templi dove erano collocati. 2. Inoltre i demoni, im pa­
rando dai fatti accaduti a Mosè, il profeta di cui abbia­
mo detto, per sua im itazione vollero che fosse com an­
dato dai sacerdoti che togliessero i calzari coloro che
entravano nei tem pli e coloro che erano addetti al cul­
to in loro onore. 3. In quel tempo quando a Mosè fu
com andato di andare in Egitto e di condurre fuori il
popolo degli Israeliti che dim orava lì, m entre egli nella
te rra d’Arabia pascolava le pecore dello zio m aterno 153,
152 Probabilm ente il term ine photismós è desunto dal linguaggio
rituale dei m isteri eleusini nei quali gli iniziati erano avvolti da una
luce folgorante. Nel battesim o dei cristiani l’illuminazione è interio­
re e riguarda lo spirito. La term inologia impiegata da Giustino si ri­
troverà più tardi in Clemente d’Alessandria: «battezzati, siamo illu­
minati; illum inati siamo adottati come figli; una volta figli siamo
perfetti; divenuti perfetti riceviamo l’im m ortalità» (Paedagogus 1, 6,
26) e più avanti: «Noi siamo lavati da tutti i nostri peccati e d ’un tratto
non siamo più cattivi; è questa la grazia della illuminazione: non siamo
più quelli che eravamo prim a del battesimo» {ibid., par. 30).
153 Secondo la narrazione di Esodo, Mosè non pascolava le peco­
re dello zio m aterno, m a quelle di «Ietro, suo suocero, sacerdote di
Madian»: Es. 3, 1.
Giustino Martire, Prima Apologia 143

da un rovo sotto l’immagine di fuoco, a lui si rivolse il


nostro Cristo e disse: «Sciogli i tuoi calzari e dopo es­
serti avvicinato, ascolta» l54. 4. Egli, scioltosi i calzari
e avvicinatosi, ascoltò (che doveva) recarsi in Egitto e
condurre fuori il popolo degli Israeliti che si trovava
là, e grande potenza ricevette da Cristo che a lui aveva
parlato sotto form a di fuoco e, recandosi laggiù, con­
dusse fuori il popolo dopo aver com piuto grandezze e
prodigi; se volle apprendere, im parerete ciò in modo
dettagliato dai suoi scritti.

Dio ha parlato a Mosè

63. 1. Anche adesso tu tti i Giudei insegnano ch


Dio innom inabile ha parlato a Mosè. 2. Per questo mo­
tivo lo Spirito profetico, rim proverando loro, per mez­
zo d’Isaia, il profeta già menzionato, come abbiamo
scritto 155, disse: «Il bue conosce colui che lo possiede
e l’asino la m angiatoia del suo padrone; Israele però
non mi conobbe e il popolo non mi accolse» l5é. 3. E
Gesù Cristo, che i Giudei non riconobbero né come Pa­
dre, né come Figlio, rim proverandoli allo stesso modo
cosi disse: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio,
né il Figlio se non il Padre e coloro ai quali il Figlio lo
ha rivelato» 157. 4. Il Verbo di Dio è suo Figlio, come
abbiamo detto *58. 5. Ed è chiam ato «messaggero» ed
«apostolo»: egli infatti annuncia ciò che bisogna cono­
scere ed è inviato per rivelare quello che è annunciato,
come disse lo stesso nostro Signore: «Chi ascolta me
ascolta colui che mi ha mandato» 159. 6. Dagli scritti di

154 Cf. Es. 3, 5.


155 Cf. sopra, cap. 37, 1.
156 Cf. Is. 1, 3.
157 Cf. Mt. 11, 27.
158 L'argomento è già stato trattato nei capp. 21, 1; 22, 1 s.; 23,
2; 32.
159 Cf. Mt. 10, 40; Me. 9, 37; Le. 10, 16.
144 Gli apologeti greci

Mosè questo ap p arirà chiaro. 7. Cosi vi è detto: «L’an­


gelo di Dio parlò a Mosè dal rovo nella fiam m a di fuo­
co e disse: — Io sono colui che sono, il Dio di Abramo,
il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei tuoi padri.
8. Va’ in Egitto e conduci fuori il mio popolo» 160. Le
altre cose, volendo, potete apprendere da quegli (scrit­
ti): qui non è infatti possibile scrivere tutto. 9. Ma tali
discorsi esistono per dim ostrare che Gesù Cristo è Fi­
glio di Dio e inviato, e che prim a era il Verbo, apparso
una volta sotto form a di fuoco, una volta come imma­
gine incorporea. Ora per volontà di Dio fattosi uomo a
beneficio del genere um ano sopportò anche di patire
quello che i demoni riuscirono a m ettere in atto da
p arte dei Giudei insensati. 10. Questi, avendo trovato
nei libri di Mosè con parole esplicite: «L’inviato di Dio
parlò a Mosè dal rovo come fiam ma di fuoco e disse:
— Io sono colui che sono, il Dio di Abamo, il Dio
d’Isacco, il Dio di Giacobbe», dicono che il Padre di
tu tte le cose e il creatore è colui che ha detto ciò. 11.
Per questo lo Spirito profetico disse rim proverandoli:
«Israele non mi conobbe e il mio popolo non mi accol­
se». 12. E ancora Gesù, come abbiam o dim ostrato, tro ­
vandosi fra di loro disse: «Nessuno conobbe il Padre se
non il Figlio, né il Figlio se non il Padre e coloro ai
quali il Figlio l’ha rivelato». 13. I Giudei, dunque, rite­
nendo sem pre che avesse parlato a Mosè il Padre di
tu tte le cose, m entre aveva parlato colui che era suo
Figlio 161, che è chiam ato anche «messaggero» e «invia­
160 Cf. Es. 3, 2.6.10.14.15.
161 Due volte Giustino afferm a che non fu il Padre a parlare a
Mosè, m a il Figlio; in 62, 3 afferma: «... Da un rovo sotto l’immagine
di fuoco, a lui si rivolse il nostro Cristo...» e qui, in opposizione ai
Giudei, ribadisce che a Mosè «aveva parlato colui che era Figlio di
Dio». Secondo Giustino, Dio Padre, ingenerato e innominabile, non
appare mai sulla terra, né comunica direttam ente con gli uomini, ma
si serve del Logos a cui affida le rivelazioni e le teofanie. Il Logos,
dunque, è m ediatore tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e Dio. Questa
realtà non fu mai com presa dai Giudei, i quali «non riconoscono il
Padre, né sanno che il Padre di tutte le cose ha un Figlio il quale, es­
sendo Verbo primogenito di Dio, è anche Dio» (63, 15).
Giustino Martire, Prima Apologia 145

to», giustam ente vengono rim proverati sia dallo Spiri­


to profetico, sia dallo stesso Cristo, poiché non rico­
nobbero né il Padre, né il Figlio. 14. Coloro che dicono
che il Figlio è il Padre, vengono rim proverati poiché
non riconoscono il Padre, né sanno che il Padre di tu t­
te le cose ha un Figlio; questo essendo Verbo prim oge­
nito di Dio è anche Dio. 15. E per prim o apparve a
Mosè e agli altri popoli sotto form a di fuoco e d’imma­
gine incorporea; ora, nel tempo del vostro impero, co­
me abbiamo detto prim a 162, divenuto uomo per mezzo
di una vergine secondo la volontà del Padre per la sal­
vezza di coloro che credono in lui, sopportò di essere
considerato spregevole e di patire, affinché morendo e
risorgendo avesse vinto la m orte. 16. Ciò che è detto
dal rovo a Mosè: «Io sono colui che sono, il Dio di
Abramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe e il Dio dei
tuoi padri», significa che quelli, p u r essendo m orti, re­
stano e sono uomini dello stesso Cristo; essi, infatti,
prim i fra tu tti gli uomini, si preoccuparono di ricerca­
re Dio: Abramo padre di Isacco, Isacco padre di Gia­
cobbe, come scrisse anche Mosè.

Core ed Atena

64. 1. Da ciò che è stato detto prim a, potete c


prendere che i demoni hanno operato per innalzare la
statu a di colei che è chiam ata Core vicino alle sorgenti
d'acqua, dicendo che è figlia di Zeus, im itando ciò che
è stato detto da Mosè. 2. Mosè, come abbiamo scritto
prim a, disse cosi: «Al principio Dio creò il cielo e la
terra. 3. La te rra era invisibile e senza ordine e il sof­
fio di Dio si librava sopra le acque» l63. Ad imitazione
dunque dello Spirito di Dio che è detto librarsi sulle
acque, parlarono di Core figlia di Zeus. 5. E dissero —
recando danno allo stesso modo — che Atena è figlia

162 Cf. sopra, 21, 1; 22, 2; 33; 34.


163 Cf. Gen. 1, 1 s.
146 Gli apologeti greci

di Zeus, non per unione, m a — poiché seppero che Dio


per mezzo del Verbo aveva creato il mondo con il pen­
siero — cosi dissero che Atena era la prim a idea; que­
sto lo riteniam o assolutam ente ridicolo: trasferire l’im­
magine del pensiero ad una form a femmile! 6. Allo
stesso modo i fatti, accusano quegli altri che sono rite­
nuti figli di Zeus.

Partecipazione a ll’Eucaristia

65. 1. Noi, dopo aver lavato in questo modo colui


che ha creduto ed ha acconsentito, lo conduciamo tra
coloro che sono chiam ati fratelli, li dove essi sono riu ­
niti, per celebrare preghiere comuni e con fervore per
noi stessi, per l’illum inato e per tu tti gli altri di ogni
luogo, affinché, avendo appreso la verità, possiamo es­
sere considerati buoni cittadini per le opere e custodi
dei precetti, affinché possiam o salvarci nella salvezza
eterna. 2. Term inate le preghiere ci salutiam o recipro;
cam ente con un bacio; 3. poi al presidente dei fratelli
viene portato un pane e una coppa di acqua e del vino
tem perato; egli, dopo averli ricevuti, innalza lode e glo­
ria al Padre di tu tte le cose nel nome del Figlio e dello
Spirito Santo e compie un lungo rendim ento di grazie,
per essere stati degni di questi doni da parte sua; dopo
che ha term inato le preghiere e l’Eucaristia, tu tto il
popolo presente esclam a e dice: Amen. 4. «Amen» in
lingua ebraica significa «sia fatto». 5. Dopo che il pre­
sidente ha reso grazie e tu tto il popolo ha conferm ato
acclamando, quelli che da noi sono chiam ati diaconi
fanno partecipare ciascuno dei presenti al pane su cui
si è pronunciato il ringraziam ento, al vino e all’acqua e
portano questo (cibo) a coloro che non sono presenti.

66 . 1. Questo cibo è chiam ato da noi «Eucaristia» e


a nessun altro è consentito parteciparne eccetto a colui
che crede essere vere le cose insegnate da noi e a colui
che si sarà bagnato nel lavacro per la rem issione dei pec­
Giustino Martire, Prima Apologia 147

cati e per la rigenerazione e che vive nel modo che Cristo


ha insegnato. 2. Non infatti come cibo comune né come
comune bevanda prendiam o queste cose; ma nel modo in
cui Gesù Cristo, nostro salvatore, incarnatosi per mezzo
del Verbo di Dio, assunse corpo e sangue per la nostra
salvezza, allo stesso modo quel cibo su cui si è reso gra­
zie con la parola di ringraziam ente da parte dello stesso
(Gesù) e del quale (cibo) anche il sangue e le carni sono
nu trite per n ostra trasform azione, ci fu insegnato essere
carne e sangue del Gesù incarnato. 3. Gli apostoli infatti,
nelle m em orie da loro lasciate e che si chiamano vangeli,
cosi tram andano che a loro è stato com andato e che Ge­
sù, prendendo il pane, rendendo grazie, disse: «Questo
fate in mia m emoria, questo è il mio corpo», e allo stesso
modo, prendendo il calice e rendendo grazie disse: «que­
sto è il mio sangue» 164 e a loro solo ne fece prendere p ar­
te. 4. Cosi i demoni malvagi, im itatori, insegnarono che
ciò si verificava anche nei m isteri di Mitra; ed infatti pa­
ne e coppa d ’acqua sono posti nei riti dell'iniziazione as­
sieme ad alcune perorazioni: o ne siete a conoscenza, o
potete im pararlo 165.

Celebrazione eucaristica

67. 1. Dopo che avvenne (per la prim a volta), s


pre tra di noi com memoriamo questi fatti. Coloro che
hanno vengono in aiuto di tu tti i bisognosi e sempre
siamo uniti gli uni con gli altri. 2. Per tu tte le cose
che riceviamo, ringraziam o il Creatore di tu tte le cose
p er mezzo di suo Figlio Gesù Cristo e per mezzo dello
Spirito Santo. 3. E nel giorno detto del sole 166, riunen-
164 Cf. Mt. 26, 26 ss.; Me. 14, 22 ss.; Le. 22, 19 s.; 1 Cor. 11, 23 ss.
165 Giustino allude probabilm ente al culto di M itra e ai riti di ini­
ziazione che venivano celebrati in suo onore.
166 II «dies solis» nella settim ana planetaria è il prim o giorno
della settim ana; Giustino utilizza qui la stessa denominazione, ma
conferisce un significato teologico, esplicitato alla fine dello stesso
capitolo (cf. par. 7).
148 Gli apologeti greci

doci tu tti in un solo luogo dalla città e dalla campagna, si


fa un'assem blea e si leggono le m em orie degli apostoli e
gli scritti dei profeti fino a quando vi è tempo; 4. poi,
quando colui che legge ha term inato, il presidente con
un discorso ammonisce ed esorta all’imitazione di que­
ste buone cose. 5. Insiem e ci alziamo tu tti ed eleviamo
preghiere. Come abbiam o già detto, term inata la nostra
preghiera, viene portato pane, vino ed acqua e il presi­
dente, allo stesso modo e p er quanto gli è possibile, in­
nalza preghiere e ringraziam enti e il popolo acclam a
pronunciando l’Amen. Dei cibi su cui si è pronunciato il
ringraziam ento segue la divisione e la distribuzione a
ciascuno e per mezzò dei diaconi si m andano a coloro
che non sono presenti. 6. Coloro che hanno in abbon­
danza e che vogliono, ciascuno secondo la sua decisio­
ne, dà quello che vuole e quanto viene raccolto è con­
segnato al presidente; egli stesso va ad aiutare gli orfa­
ni, le vedove e coloro che sono bisognosi/a causa della
m alattia o per qualche altro motivo; coloro che sono in
carcere e gli stranieri che sono pellegrini: è insomma
protettore di tu tti coloro che sono nel bisogno. 7. Tut­
ti quanti insieme ci riuniam o nel giorno del sole poi­
ché è il prim o giorno nel quale Dio creò il mondo aven­
do trasform ato la tenebra e la m ateria, e Gesù Cristo,
nostro salvatore, risuscitò nello stesso giorno dai m or­
ti; infatti lo crocifissero prim a del giorno di Saturno e il
giorno dopo quello di Saturno, cioè il giorno del sole, ap­
parso ai suoi apostoli e ai suoi discepoli, insegnò queste
cose 167 che ora m andiam o a voi per un esame.

Appello finale

68. 1. Se vi sem bra che queste parole abbi


qualcosa di ragione e di verità, tenetele in considera­
zione; se vi sem brano delle chiacchiere, disprezzatele
come cose da nulla, m a non stabilite la m orte come

167 Cf. Le. 24, 27.


Giustino Martire, Prima Apologia 149

p er dei nemici contro coloro che in nulla sono colpevo­


li. 2. Vi am moniam o infatti che non sfuggirete al futu­
ro giudizio di Dio se rim arrete nell’ingiustizia. E noi
grideremo: «Ciò che piace a Dio, questo avvenga!». 3.
In base alla lettera del grandissim o e celeberrim o im­
peratore Adriano, vostro padre, anche se possiamo
chiedere che su vostro ordine siano istruiti dei proces­
si — come abbiam o già richiesto — non lo chiederemo
più in base a ciò che è stato deciso da Adriano; abbia­
mo scritto invece questa allocuzione e dim ostrazione
perché siamo consapevoli di chiedere cose giuste. 4.
Abbiamo allegato la copia della lettera di Adriano, af­
finché vediate che noi siamo sinceri anche a tale pro­
posito. 5. La copia è questa.

Lettera di Adriano a favore dei c r is tia n i 168

A Minucio Fundano 169

6. Ho ricevuto una lettera scritta a me da Sere


G raniano *70, uomo assai celebre, del quale tu sei suc­
cessore. 7. Non mi sem bra opportuno lasciare il fatto
senza esame, affinché gli uomini non si turbino e ai ca­

168 Nel rescritto (sulla cui autenticità non si dubita) l’im peratore
Adriano si preoccupa ed esige che i processi contro i cristiani si
svolgano in ottem peranza alle leggi e siano sem pre motivati da accu­
se concrete e non da dicerie. In questo caso, Adriano avrebbe mitiga­
to l'atteggiam ento persecutorio dim ostrandosi contrario alla prassi
tem uta e fortem ente disapprovata da parte cristiana, in base alla
quale si emettevano condanne contro i seguaci di Cristo solo a causa
del «nomen». Sulla versione greca in cui ci è stato trasm esso il testo
del rescritto, cf. sopra, nota 26 dell’Introd.
169 D estinatario della lettera, fu proconsole d'Asia durante l'im ­
pero di Adriano ed esattam ente dal 124 al 125, anni che circoscrivo­
no appunto la datazione del rescritto.
170 Si tra tta di Quinto Licinio Salviano Graniano Quadronio Pro­
culo, predecessore di Fundano nel proconsolato d'Asia.
150 Gli apologeti greci

lunniatori non sia offerta m olta occasione di fare del


male. 8. Se dunque i capi di provincia possono con
chiarezza afferm are questa opinione contro i cristiani,
cosicché ne rispondano davanti al tribunale, a questo
solo si volgano, ma non con domande né con sole gri­
da. 9. Conviene m olto di più, se qualcuno volesse
esporre denuncia, che tu la esamini. 10. Se qualcuno,
quindi, li accusa e dim ostra che hanno commesso qual­
cosa contro le leggi, prescrivi secondo la gravità del
reato; ma, per Ercole!, se qualcuno insistesse per ca­
lunnia, esam ina attentam ente l’azione malvagia e prov­
vedi a fare giustizia.
SECONDA APOLOGIA

Motivazione dello scritto

1. 1 . 0 Romani, anche ciò che è accaduto ieri e


ri l’altro nella vostra città, sotto Urbico 1 e, ugualmen­
te, le azioni com piute ovunque in modo irrazionale dai
vostri governatori, mi hanno costretto a fare questo di­
scorso per voi che partecipate alla nostra stessa n atu­
ra e siete fratelli, anche se lo ignorate e se lo rifiutate
per la gloria delle cosiddette dignità. 2. In ogni luogo
(eccezion fatta per coloro che credono che gli ingiusti e
i dissoluti saranno puniti nel fuoco eterno 2 e che gli
uomini di virtù come pure coloro che vivono in Cristo
si troveranno vicino a Dio, là dove non esiste dolore—
parliam o dei cristiani! —) tu tti coloro che sono co rret­
ti dal padre o dal vicino o dal figlio o dall’amico o dal
fratello o dal m arito o dalla moglie per una omissione,
costoro per la loro ostinazione, p er l’am ore del piacere
e per la ripugnanza a porsi sulle orm e del bene, insie­
me ai demoni cattivi che ci odiano e che rendono sif­
fatti giudici assoggettati e schiavi, e quindi diabolici
m agistrati, si preparano ad ucciderci.

1 Lollio Urbico cui Giustino fa riferim ento fu generale durante il


principato di Antonino Pio e prefetto di Roma negli anni 144-160.
2 Si ribadisce il principio della pena eterna già espresso nella I
Apologia, capp. 8, 4 e 52, 3.
152 Gli apologeti greci

3. Ma vi annuncerò i fatti perché vi sia m anifesta an­


che la causa di tu tto quello che è accaduto sotto Ur­
bico.

L'accaduto

2. 1. Una donna viveva con un m arito dedito c


pletam ente alla dissolutezza; anche lei, in precedenza,
era dissoluta. 2. Dopo aver conosciuto gli insegnam en­
ti di Cristo, lei rinsavì e cercava di persuadere il m ari­
to a diventare tem perante, presentandogli gli insegna-
menti e annunciando la punizione che sarebbe avvenu­
ta nel fuoco eterno per coloro che non vivevano saggia­
mente e con m ente retta. 3. Quello, però, persistendo
nelle sue scostumatezze, a causa delle sue azioni si
alienò la moglie. 4. La donna, allora, ritenendo cosa
em pia continuare a coricarsi insieme ad un uomo che
cercava di procurarsi mezzi di piacere in ogni modo
contro la legge di n atu ra e contro ciò che è lecito, deci­
se che fosse sciolta la loro unione. 5. Ma poiché era
supplicata dai suoi che la consigliavano a rim anere
(col marito), facendo violenza a se stessa rim ase con la
speranza che il m arito, un giorno, si convertisse. 6.
Ma quando le fu riferito che suo m arito, recatosi ad
Alessandria, aveva com piuto azioni ancora più ripu­
gnanti, per non essere coinvolta in questo turpe ed em­
pio com portam ento, se fosse restata unita in m atrim o­
nio, rim anendo com pagna di vita e di letto, si separò
ricorrendo a quello che da voi si chiam a «ripudio».
7. Quel bello e bravo m arito, lungi dal rallegrarsi per il
fatto che lei aveva posto fine a quelle azioni che una
volta compiva con frivolezza insieme a servi e m erce­
nari, godendo nell’ubriachezza e in ogni vizio e per il
fatto che aveva voluto fare in modo che anch'egli po­
nesse fine a tu tto ciò, accusò lei, che si era separata
senza che lui lo volesse, dicendo che era cristiana. 8.
Lei ti presentò, o im peratore, uno scritto, chiedendo
che prim a di tu tto le fosse consentito di provvedere al­
Giustino Martire, Seconda Apologia 153

le proprie cose, poi dopo aver provveduto alle faccen­


de, si sarebbe difesa dall’imputazione; e questo lo hai
concesso. 9. Quello che prim a era suo m arito, non po­
tendo per ora dire altro contro di lei, si ribellò, nel
modo seguente, contro un certo Tolomeo che Urbico
aveva condannato e che era stato m aestro della donna
riguardo alla dottrina cristiana. 10. Persuase un cen­
turione che gli era amico e che aveva condotto in car­
cere Tolomeo, a prendere Tolomeo e a interrogarlo so­
lo su questo: se fosse cristiano. 11. Poiché Tolomeo,
am ante del vero, m a non ingannatore o falso nel suo
animo, aveva confessato d'essere cristiano, il centurio­
ne fece si che fosse im prigionato e che fosse condanna­
to al carcere per m olto tempo. 12. Alla fine, quando
l’uomo fu condotto da Urbico, allo stesso modo fu in­
terrogato su questo soltanto: se fosse cristiano. 13. Di
nuovo, allora, consapevole dei beni che gli venivano
dalla dottrin a di Cristo, confessò l’insegnam ento della
virtù divina. 14. Chi infatti nega qualcosa, o nega poiché
condanna il fatto o rifugge dalla confessione consideran­
dosi indegno o estraneo al fatto; ma nulla di ciò si verifi­
ca per il vero cristiano. 15. Dopo che Urbico ebbe ordi­
nato che (Tolomeo) fosse condannato, un certo Lucio,
anch’egli cristiano, accorgendosi che il giudizio era pro­
prio fuori di ogni razionalità, disse ad Urbico: 16. «Qual
è la causa? perché hai condannato quest'uom o che non
è né adultero, né fornicatore, né omicida, né saccheg­
giatore, né ladro, né ha confessato di aver com piuto
qualche nefandezza, m a ha confessato di chiam arsi cri­
stiano? O Urbico, tu giudichi non come si conviene a
Pio im peratore o al filosofo figlio di Cesare, o al sacro
Senato». 17. Quello, senza replicare altro, disse a Lu­
cio: «Mi sem bra che anche tu sia di tal fatta!». 18. E
quando Lucio disse: — Certo! —, allora, nuovamente,
comandò che anche lui fosse condannato. 19. Ma quel­
lo confessava la sua gratitudine, sependo di essere li­
berato da simili e malvagi padroni e di andare dal Pa­
dre e re dei cieli. 20. Anche un altro, un terzo, presen­
tandosi, fu giudicato e fu condannato.
154 Gli apologeti greci

Le insidie dei falsi filosofi

3.3 1. Anche io, dunque, mi aspetto che si compia


qualche macchinazione da uno di coloro che ho nomi­
nato e di essere appeso ad un legno, almeno da Cre­
scente «filopsofo» e «filocompo» 4. 2. Non è degno del
nome di filosofo quest’uomo che riguardo a noi testi­
m onia pubblicam ente le cose che non conosce, come se
i cristiani fossero atei ed empi, agendo cosi per il favo­
re e il plauso di molte persone che sono in errore. 3.
Se infatti ci perseguita non avendo letto gli insegna-
menti di Cristo, è assai malvagio, e molto peggiore de­
gli ignoranti, i quali spesso stanno attenti a parlare su
cose che non conoscono e a testim oniare il falso; se
poi, avendo letto, non ha com preso la grandezza che è
in essi, oppure, avendola com presa, compie queste co­
se p er non essere sospettato tale (cioè cristiano), molto
di più è vile e perfido, essendo schiavo sia di u n ’opi­
nione ignorante e priva di ragione sia della paura. 4.
Voglio che voi sappiate che io, dopo essermi rivolto a
lui e dopo averlo interrogato su alcuni problem i di
questo genere, ho appreso e mi sono convinto che ef­
fettivam ente non ne sa nulla. 5. E che io dico la verità
(lo dim ostro col fatto che) sono pronto a proporre nuo­
vam ente davanti a voi le questioni, se non vi sono per­
venute le relazioni dei discorsi; anche questo lavoro

3 Alcuni codd. pongono questo capitolo dopo il 7, ma noi prefe­


riamo m antenerlo dopo il 2 poiché trova qui la sua più logica collo­
cazione e bene si collega con la fine del cap. 2 (tale collocazione è do­
cum entata peraltro dalla maggior parte dei codd.).
4 Giustino allude qui al filosofo cinico Crescente che visse al
tempo dell’apologista, m a che non godette da questo nessuna stima,
poiché alla sapienza e alla saggezza preferiva le chiacchiere e la mil­
lanterìa. Nella versione abbiamo m antenuto traslitterati i due agget­
tivi greci con i quali Giustino biasim a Crescente, afferm ando senza
reticenze che non è degno del nome di philósophos (amante della sag­
gezza), ma m erita piuttosto quello di philopsófos (amante delle dice­
rie), filokóm pos (proclive alla millanteria) e filódoxos (bramoso di fa­
ma).
Giustino Martire, Seconda Apologia 155

spetterebbe all’im peratore. 6. Se però conoscete le


mie domande e le risposte di quello sarà chiaro a voi
che egli non conosce niente delle nostre cose; m a se le
conosce non ha il coraggio di parlare a causa di coloro
che lo ascoltano (come invece fece Socrate); non si di­
m ostra dunque filosofo, ma bram oso di fama, un uomo
che neppure apprezza quella frase degna di considera­
zione detta da Socrate: «alla verità non deve essere an­
teposto l’uomo» 5. 7. Al cinico, che si prefigge l’indiffe­
renza come meta, è im possibile conoscere un altro be­
ne eccetto l’indifferenza stessa.

I cristiani non si suicidano

4. 1. Affinché qualcuno non dica: «Voi tutti, u


detevi dunque, andate da Dio e non procurateci mole­
stie » 6, dirò per quale causa non com mettiam o questo
e per quale motivo, se siamo interrogati, confessiamo
senza paura. 2. Ci è stato insegnato che Dio ha creato
il mondo non senza proposito, m a a causa del genere
umano; abbiam o detto 7 che gioisce per coloro che imi­
tano le sue qualità e che si dispiace di coloro che nelle
parole o nelle azioni abbracciano il male. 3. Ma se tu t­
ti noi ci uccidiamo, siamo colpevoli, per quanto ricade
su di noi, del fatto che nessuno più è generato ed
istruito sugli insegnam enti divini e che non esiste più
il genere umano, m entre noi stessi se facciamo questo
ci com portiam o contro il volere di Dio. 4. Se però ve­
niamo interrogati non neghiamo, poiché siamo consa­
pevoli che non vi è nulla di male, m entre riteniam o co­
sa sacrilega non dire la verità in ogni cosa, quando
sappiam o che ciò è caro a Dio; ora poi facciamo in mo­
do di liberarvi da un ingiusto preconcetto.

s Cf. Platone, Respublica 10, 595c.


6 È probabilm ente una delle tante voci di popolo contro i cristia­
ni. Qui Giustino se ne serve per spiegare il motivo per cui i cristiani
non si suicidano.
7 Cf. sopra, / Apoi. 10, 2.
156 Gli apologeti greci

II genere um ano schiavo dei demoni

5. 1. Se a qualcuno venisse in m ente anche questa


riflessione, e cioè che se riconosciamo Dio nostro aiuto
— come diciamo — non dovremmo essere sottomessi,
né puniti dagli ingiusti, anche su questo darò una solu­
zione. 2. Dio che ha creato tu tto il mondo e che ha sot­
tomesso agli uomini le cose della te rrà e ha dato un o r­
dine agli elem enti del cielo per la crescita dei fru tti e
per il cam biam ento delle stagioni, e ha posto su questi
una legge divina — ed è chiaro che queste cose le ha
com piute per l’uomo — ha affidato la cu ra degli uom i­
ni e delle cose che sono sotto il cielo agli angeli che
egli ha creato per questo scopo. 3. Gli angeli, però,
violando questa disposizione, si unirono alle donne e
generano figli, i cosiddetti d em o n i8. 4. E poi il genere
umano resero schiavo di loro: sia con scrittu re magi­
che, sia con paure e con pene che essi procuravano, sia
con la disposizione di sacrifici, incensi e libagioni di
cui erano bisognosi dopo che si erano resi schiavi delle
passioni dei desideri; e hanno seminato in mezzo agli
uomini uccisioni, guerre, adulteri, dissolutezze ed ogni
male. 5. Per questo anche i poeti e i mitologi, non sa­
pendo che gli angeli e i demoni nati da loro compiono
queste cose verso i maschi e verso le femmine, sulle
città e sui popoli, ciò che hanno raccontato lo hanno
attrib uito a Dio stesso e a coloro che sono figli nati dal
suo seme, ai suoi cosiddetti fratelli e parim enti ai figli
di quelli, Poseidone e Plutone. 6. E dettero a ciascuno
il nome che ognuno degli angeli aveva dato a se stesso
e ai figli.

Dio non ha nome

6 . 1. Ma non esiste un nome da dare al Padre di


tu tte le cose, a colui che è ingenerato. Infatti il nome
8 Cf. sopra, I Apoi. 5, 2.
Giustino Martire, Seconda Apologia 157

con cui viene chiam ato suppone un essere più antico


che abbia im partito il nome: 2. «padre», «dio», «crea­
tore», «signore», «padrone», non sono nomi, ma a ttri­
buti per i suoi benefici e le sue opere. 3. Il Figlio di
lui, colui che solo può essere chiam ato propriam ente
figlio, il Verbo (Logos) che coesiste ed è generato pri­
m a delle cose create, quando in principio per mezzo di
lui creò ogni c o s a 9 e dette un ordine, è chiam ato Cri­
sto per il fatto di essere l’«unto» 10 e perché Dio, per-
mezzo di lui, ha ordinato ogni c o s a 11; questo nome
racchiude un significato sconosciuto, nello stesso mo­
do in cui la denom inazione «Dio» non è un nome, ma
un concetto, insito nella n atu ra degli uomini, per una
realtà difficile da spiegare. 4. «Gesù» è un nome che
significa «uomo» e «salvatore» l2. 5. Come abbiamo
detto, egli fu generato per volere di Dio Padre a van­
taggio degli uomini che hanno fede e per la distruzione
dei demoni; potete im parare ciò da quanto accade sot­
to il vostro sguardo. 6. Molti dei nostri uomini, cioè
dei cristiani, esorcizzando nel nome di Gesù Cristo,
crocifisso sotto Ponzio Pilato, hanno guarito e ancora
guariscono in tu tto il mondo e nella vostra città molti
indemoniati che non erano stati guariti da tu tti gli al­
tri esorcisti, autori d ’incantesim i e som m inistratori di
farmaci; m a essi rendono im potenti e cacciano i demo­
ni che avevano posseduto gli uomini.

Dio non distrugge ancora il mondo


7. 1. Per questo motivo Dio ritard a la catastr
di tu tto il mondo e non ne compie la distruzione, affin-
9 Cf. Gv. 1, 2 s.
10 Con questo nome i cristiani riconoscevano e professavano la
loro fede nella «messianicità» di Gesù; egli è colui che Dio Signore
«ha consacrato con l'unzione», «in Spirito Santo e potenza» (cf. Is.
61, 1; Atti 10, 38).
11 Cf. Col. 1, 16.
12 II greco lesoùs equivale all’ebraico fèsua, forma tardiva di
fh ó s u a che in ebr. significa «YHWH è salvezza»; cf. Le. 1, 31; 2, 21.
158 Gli apologeti greci

ché non esistano più né gli angeli, né i demoni, né gli


uomini malvagi, a motivo del seme dei cristiani che
egli sa essere nella n atu ra un elemento prom otore. 2.
Se non fosse così, per voi non sarebbe possibile com­
piere queste cose ed essere sotto l'influsso dei demoni
maligni, ma il fuoco del giudizio, riversandosi senza
m isura, dissolverebbe ogni cosa, come prim a il diluvio
che non salvò nessuno eccetto un solo uomo insieme ai
suoi familiari; questo da noi è chiam ato Noè e da voi
Deucalione l3; da lui sono nati questi uomini, dei quali
alcuni sono malvagi, m entre altri virtuosi. 3. E noi so­
steniamo che ugualm ente avverrà la conflagrazione,
ma non secondo gli Stoici, m ediante la teoria della tra ­
sformazione di tu tte le cose le une che si assorbono
nelle altre, il che è assai biasimevole; e (non diciamo)
neppure che gli uomini compiono azioni o sopportano
ciò che accade secondo il fato l4, m a ognuno secondo
la sua scelta, agisce rettam ente oppure sbaglia, e, per
la potenza dei demoni malvagi, coloro che sono virtuo­
si come Socrate e i suoi pari, sono perseguitati e con­
dotti in carcere, m entre Sardanapalo ed Epicuro e i

13 In Gen. 6, 5 - 9, 16 si parla del diluvio voluto da Dio e della


storia di Noè, l’«uomo giusto» che «trovò grazia agli occhi del Signo­
re» (Gen. 6, 8 s.), si salvò dal diluvio, fu benedetto da Dio e divenne
padre della nuova generazione con la quale Dio strinse la sua allean­
za. Al personaggio biblico di Noè si contrappone il mitico Deucalio­
ne, l'unico uomo che insieme alla moglie Pirra riusci a scam pare al
diluvio che Giove, adirato dai peccati commessi dagli uomini di Li-
caone, causò per distruggere il genere umano. Deucalione e Pirra si
rifugiarono nella nave costruita per ordine di Prometeo (padre di
Deucalione) e dopo nove giorni sbarcarono sul monte Parnaso e, get­
tando pietre alle loro spalle, fecero nascere uomini e donne e dettero
vita al nuovo genere umano (cf. Apollodoro 1, 47; Ovidio, Metamor-
phoses 1, 318 ss.).
14 Secondo la filosofia stoica, nel mondo si sarebbero verificate
periodiche conflagrazioni dalle quali sarebbero nati altri mondi per
trasform azione. Gli Stoici affermavano inoltre che la divinità non è
trascendente, ma imm anente e che si può m anifestare come provvi­
denza razionale e come destino ineluttabile cui gli uomini devono
soggiacere e di fronte al quale sono impotenti.
Giustino Martire, Seconda Apologia 159

loro simili, appaiono felici nell'abbondanza e nella


gloria l5. 4. Gli Stoici non avendo capito ciò, afferm a­
vano che ogni cosa si verifica per necessità del destino.
5. Poiché Dio creò fin da principio il genere degli an­
geli e degli uomini con un proprio arbitrio, giustam en­
te riceveranno la pena nel fuoco eterno per ciò che
hanno commesso contro la giustizia. 6. È n aturale di
ogni essere creato, avere la capacità del male e del be­
ne; nessuno potrebbe essere lodato se non avesse la ca­
pacità di rivolgersi all'una o all’altra cosa. 7. Anche
quegli uomini che hanno stabilito delle leggi secondo
un pensiero giusto e sono stati filosofi, dim ostrano ciò
per il fatto che suggeriscono di com piere alcune cose e
di tenersi lontano da altre. 8. Anche i filosofi stoici
hanno grandissim a stim a di queste cose nella loro
teoria sull’etica lé, cosicché risu lta chiaro che essi
non sono sulla buona strad a riguardo al discorso sui
principi e sugli esseri incorporei. 9. Se infatti afferm e­
ranno che quanto accade agli uomini avviene secondo
il destino, oppure che Dio non è niente rispetto alle co­
se che m utano, che sono differenti e che si dissolvono
per sem pre in se stesse, essi appariranno possedere il
concetto delle sole cose corruttibili e che lo stesso Dio
nelle parti o nelle totalità si trova in tu tto ciò che è
male oppure che il male o la virtù sono un nulla; ma
questo è contro ogni saggio pensiero, discorso o ragio­
namento.

15 Giustino porta come esempio di vita vissuta nella felicità e


nella gloria quella di Sardanapalo, il ricchissimo e vizioso re di Assi­
ria, e quella di Epicuro, il celebre filosofo vissuto ad Atene nel IV
sec. a. C.: questi insegnava ai suoi discepoli che il principio e il fine
della vita è possedere un corpo privo di dolore e uno spirito senza
inquietudini.
16 Fin dal suo nascere, lo stoicismo formulò un’etica in base alla
quale gli uomini dovevano controllare le proprie passioni e m irare al
conseguimento delle virtù, nella convinzione che la vera felicità è
raggiunta nella m isura in cui si adempie il proprio dovere.
160 Gli apologeti greci

Il seme del Verbo è in ogni uomo


8 . 1. Sappiam o che sono stati odiati e uccisi an­
che coloro che hanno seguito le dottrine degli Stoici,
per il fatto che hanno m ostrato saggezza almeno nella
form ulazione del discorso etico (come pure in alcuni
punti i poeti) grazie al seme del Verbo che è insito in
ogni razza umana. Sappiamo di Eraclito 17, di cui ab­
biamo parlato, di Musonio 18, nostro contem poraneo e
di altri. 2. Come abbiam o dim ostrato, i demoni hanno
fatto sem pre in modo che fossero odiati tu tti coloro
che si preoccupano in qualunque modo di vivere secon­
do il Verbo e di fuggire il male. 3. Non c'è affatto da
m eravigliarsi se i demoni, una volta accusati, operino
in modo che m olto di più siano odiati coloro che (vivo­
no) non secondo una parte del Verbo seminatore, ma
secondo la totalità del Verbo, che è il Cristo; ma que­
sti, im prigionati nel fuoco eterno, conseguiranno la
giusta pena ed il castigo. 4. Se ora sono vinti dagli
uomini nel nome di Gesù Cristo, è prova della punizio­
ne futura, nel fuoco eterno, la quale avverrà per loro e
per coloro che li hanno adorati. 5. Cosi tu tti i profeti
hanno predetto che sarebbe avvenuto, e Gesù nostro
M aestro l'ha insegnato.

La pena eterna non è una terribile fandonia


9. 1. Affinché nessuno parli di ciò che è stato det­
to da coloro che sono riten u ti filosofi, cioè che sono
m illanterie e cose spettrali quanto da noi afferm ato
sul fatto che gli ingiusti sono puniti nel fuoco eterno, e
che inoltre con la paura e non con ciò che è bello e
piacevole pretendiam o che gli uomini vivano virtuosa­

17 Si tra tta di Eraclito di Efeso (già ricordato in I Apoi. 46, 3)


guace dello stoicismo e famoso assertore della teoria del continuo di­
venire e trasform arsi della m ateria.
16 È Musonio Rufo, anch’egli seguace dello stoicismo, contem
raneo di Seneca; caduto in disgrazia di Nerone, fu da lui fatto ucci­
dere.
Giustino Martire, Seconda Apologia 161

mente, risponderem o brevem ente anche a questo. Se


non è così, Dio non esiste, oppure, se esiste, non ha a
cuore gli uomini; e la virtù e il male non sono nulla e,
come abbiam o già detto, i legislatori ingiustam ente pu­
niscono coloro che trasgrediscono le buone leggi. 2.
Ma poiché essi non sono ingiusti e neppure il Padre lo­
ro, che insegna m ediante il Verbo a com piere le sue
stesse azioni, coloro che in ciò concordano non sono
ingiusti. 3. Se qualcuno m ette avanti le diverse leggi
degli uomini, dicendo che p er alcuni uom ini alcune co­
se sono ritenute buone, m entre altre cattive, e che per
alcuni sono buone quelle che sono cattive e cattive
quelle che sono buone, ascolti ciò che viene detto ri­
guardo a ciò. 4. Sappiamo che gli angeli malvagi hanno
predisposto delle leggi che corrispondono alla loro catti­
veria; di queste si rallegrano gli uomini simili (a quelli),
ma la mente retta, intervenendo, dim ostra che non tu tte
le opinioni, né tu tte le dottrine sono buone, m a alcune
sono cattive, altre invece buone; cosicché p er costoro sa­
ranno dette da me queste cose ed altre simili e, se vi fos­
se bisogno, ne verranno dette ancora di più. 5. Ora rito r­
no all’argom ento che ho lasciato indietro.

A noi si è rivelato il Cristo


10. 1. La nostra, rispetto ad ogni altra dottrina
la più sublime, poiché a noi si è rivelato in tu tta la sua
razionalità il Cristo, nel corpo, nella m ente e nello spi­
rito. 2. Tutto ciò che è stato afferm ato sem pre in mo­
do eccellente e ciò che scoprirono coloro che fanno fi­
losofia o che istituiscono leggi, è stato com piuto da lo­
ro attraverso la ricerca o la contemplazione per mezzo
di una parte del Verbo. 3. Ma poiché non conobbero il
Verbo nella sua totalità, cioè il Cristo, spesso dissero
cose contraddittorie 19. 4. Coloro che hanno vissuto
19 Giustino vuole dim ostrare che solo i cristiani hanno conosc
to il Verbo nella sua pienezza e pertanto sono gli unici, a differenza
degli altri filosofi, che possono parlare secondo verità e senza cadere
in contraddizioni. Cf., più avanti, cap. 13, 3.
162 Gli apologeti greci

prim a del Cristo, avendo cercato di osservare e d’inda­


gare le cose secondo la ragione umana, furono condot­
ti davanti ai tribunali come empi e intriganti. 5. So­
crate, colui che più di tu tti questi s’impegnava con
maggiore sforzo a ciò, fu accusato delle nostre stesse
(colpe); dissero infatti che egli introduceva nuovi de­
moni e che egli stesso non riteneva dèi quelli in cui
credeva la città 20. 6. Egli, negando la cittadinanza ad
Omero e agli altri poeti, insegnò agli uomini a depreca­
re i demoni malvagi e autori di quelle azioni n arrate
dai p o e ti2I; con queste parole li esortava alla cono­
scenza del Dio ignoto 22 attraverso l’indagine della ra­
gione: «non è facile scoprire il padre e creatore di tu t­
te le cose, né è cosa sicura che colui che l’ha scoperto,
10 annunzi a tutti» 23. 7. Ma il nostro Cristo, con la sua
potenza, lo fece. 8. A Socrate, però, nessuno prestò
una fede tale da m orire p er la sua dottrina; a Cristo,
invece, a colui che era stato conosciuto in p arte anche
da Socrate (era ed è il Verbo che è presente in ogni co­
sa e che, per bocca dei profeti, ha predetto ciò che sa­
rebbe accaduto e che nella sua persona è divenuto si­
mile alla nostra n atu ra e ha insegnato queste cose),
non i filosofi né i filologi soltanto vi credettero, m a an­
che gli artigiani e coloro che erano del tu tto ignoranti
e che hanno disprezzato la gloria, la p au ra e la morte,
poiché è potenza del Padre indicibile e non una mac­
chinazione della m ente dell’uomo.

11 m ito di Eracle

11. 1. Non sarem m o uccisi, né più potenti di


sarebbero stati gli uomini ingiusti e i demoni, se non
toccasse di m orire sicuram ente ad ogni uomo che è ve­

20 Cf. sopra, I Apoi. 5, 3; si legga inoltre Platone, Apologia 24b.


21 Cf. Platone, Respublica 2, 377d.
22 Sul tem a del «Dio ignoto», cf. Atti 17, 22-31 e in particolare v. 23.
23 Cf. Platone, Timaeus 28c.
Giustino Martire, Seconda Apologia 163

nuto al mondo: per questo motivo ci è gradito pagare


il debito. 2. Tuttavia riteniam o cosa buona e opportu­
na citare a Crescente e a coloro che come lui sono fuo­
ri di mente, quel m ito narrato da Senofonte. 3. Seno-
fonte narrò 24 che Eracle giunto ad un trivio vi trovò la
virtù e il vizio, apparsi nelle sembianze di donne. 4. Il
vizio, con un abito provocante e con un volto seduttore
e pieno di floridezza, am m aliatore nello sguardo, disse
ad Eracle che, se l'avesse seguito, avrebbe fatto in mo­
do di farlo vivere sem pre nel piacere, adornato da
splendore e da una bellezza simile alla sua. 5. La vir­
tù, invece, trasandata nell’aspetto e nell’abito, gli dis­
se: «Se tu crederai in me, non ti abbellirai della bellez­
za e degli ornam enti che passano e che muoiono, ma
degli ornam enti im m ortali e splendidi». 6. Siamo con­
vinti nel modo più assoluto che colui che fugge le cose
che sem brano belle e segue ciò che è ritenuto disagevo­
le e irrazionale, consegue la felicità. 7. Il vizio, ma­
scherando le proprie azioni con quanto è proprio della
virtù e assolutam ente bello, imitando ciò che è incor­
ruttibile (esso niente infatti possiede né può compiere
d’immortale), rende schiavi coloro che fra gli uomini
sono ancorati alla terra, attribuendo alla virtù le pro­
prie iniquità. 8. Ma coloro che hanno com preso quello
che realm ente è bene, sono anche im m ortali grazie alla
virtù; bisogna dunque che ogni persona saggia com­
prenda ciò riguardo ai cristiani, a coloro che vengono
dall’atletica e agli uomini che hanno com piuto quel­
le stesse azioni che i poeti descrissero a proposito di
coloro che sono ritenuti dèi, e tragga il ragionam ento
dal fatto che noi disprezziamo la m orte (da tutti) te­
m uta.

Dal platonism o al cristianesimo


12 . 1. Io stesso, infatti, appagato dalle dottrine
Platone, sentendo che i cristiani erano calunniati e ve-

2A II mito è narrato da Senofonte in Memorabilia 2, 21 ss.


164 Gli apologeti greci

dendo che non avevano p au ra davanti alla m orte, né


davanti a tu tto ciò che è ritenuto terribile, riflettevo
che era im possibile che essi vivessero nella m alvagità e
nella bram a del piacere. 2. Chi mai, voluttuoso o in­
tem perante e che ritenga buono il cibo di carne um a­
na, potrebbe andare incontro alla m orte per essere p ri­
vato dei suoi beni e non cercherebbe in ogni modo di
vivere sem pre la vita di quaggiù e di sfuggire agli a r­
conti e di non accusare se stesso per essere ucciso? 3.
Ora i demoni malvagi hanno operato in modo che an­
che questo fosse fatto per mezzo di alcuni uomini dan­
nosi. 4. Questi, per uccidere alcuni tram ite calunnie
contro di noi, trascinano alle to rtu re i nostri servi, o i
fanciulli, o le donnicciole e m ediante terribili supplizi
li costringono a testim oniare come vero quello che
hanno favoleggiato e che essi stessi compiono in modo
manifesto; poiché nulla di ciò è affare nostro, non ci
preoccupiamo, avendo come testim one dei pensieri e
delle azioni il Dio ingenerato e ineffabile. 5. Perché al­
lora non confessiam o pubblicam ente che queste p rati­
che sono buone e non dim ostriam o che sono una filo­
sofia divina, afferm ando di com piere i m isteri di Cro-
nos nell'uccidere gli uomini e nel saziarci di sangue
(come si dice) nello stesso modo che avviene p er l’idolo
da voi venerato sul quale aspergete non solo il sangue
degli anim ali senza ragione m a anche quello umano 25,
e fate l'aspersione del sangue degli uccisi per mezzo di
un uomo che fra voi è il più insigne e il più nobile?
Non diverrem m o cosi im itatori di Zeus e degli altri dèi
nel violentare gli uomini e nell’unirci turpem ente alle
donne, adducendo come difesa gli scritti di Epicuro e
degli altri poeti? 6. Per il fatto che convinciamo a fug­
gire questi insegnam enti e coloro che compiono tali co­
se e quanti li im itano — come abbiamo propugnato
con questi discorsi — nel modo più vario si fa guerra

25 Si allude al sacrificio cruento offerto a Giove Laziale perché f


se propizio: cf. Tertulliano, Apologeticum 9, 5.
Giustino Martire, Seconda Apologia 165

contro di noi; m a non ci preoccupiam o poiché sappia­


mo che Dio è giusto osservatore di ogni cosa. 7. Voles­
se il cielo che qualcuno, salito su un alto podio, con la
voce del tragico gridasse: «Vergognatevi, vergognatevi,
poiché attrib u ite a innocenti le azioni che voi compite
sotto gli occhi di tutti, gettando contro di loro le cose
vostre e dei vostri dèi da p arte dei quali non vi è p arte­
cipazione in niente, né in poco. 8. Convertitevi, ravve­
detevi».

13. 1. Io sapendo che dai demoni malvagi le d o


ne divine dei cristiani erano state alterate e rese per­
verse per deviare gli altri uomini, me la risi sia di colo­
ro che mentivano in questo modo, sia di questo velo in­
gannatore, sia dell'opinione che era presso gli altri. 2.
Confesso di essere stato conosciuto come cristiano, di
vantarm ene e di com battere in ogni modo, non perché
gli insegnam enti di Platone sono diversi da quelli di
Cristo, m a perché non sono del tu tto simili, come nep­
pure quelli di altri, Stoici, poeti e scrittori. 3. Ciascu­
no infatti, penetrando in p arte in ciò che è congenito al
Verbo divino sem inatore, parlò giustamente; ma essi
avendo pronunciato tesi che si contraddicevano nelle
questioni più autorevoli, non paiono aver posseduto
una scienza sicura e una conoscenza irreprensibile. 4.
Pertanto quello che di buono è stato detto da tutti, ap­
partiene a noi cristiani. Noi onoriam o e amiamo dopo
Dio, il Verbo del Dio ingenerato e ineffabile, poiché si
fece uomo per noi affinché, partecipando delle nostre
sofferenze, fosse di sollievo. 5. Tutti gli scrittori, a t­
traverso il seme che è innato nel Verbo, poterono vede­
re le cose che sono nell’oscurità. 6. Ma il seme è cosa
diversa dalla imitazione data secondo la possibilità e
altra cosa il seme stesso la cui partecipazione e im ita­
zione si verifica grazie ad esso.
166 Gli apologeti greci

Pubblicate questo libretto


14. 1. Vi preghiamo, dunque, di apporre il si­
gillo 26 su questo libretto sottoscrivendo quello che vi
pare buono, affinché anche dagli altri siano conosciute
le nostre azioni e possano respingere le false opinioni
e l’ignoranza del bene. Per colpa loro sono responsabili
della pena [...]27. 2. perché è nella n atu ra degli uomini
la conoscenza del bene e del male; perché ci accusano
— senza neppure conoscerci — di compiere tu tte quel­
le turpi azioni che dicono e perché si rallegrano degli
dèi che hanno agito cosi e anche ora pretendono cose
simili dagli uomini, cosicché per il fatto di giudicare
noi degni di morte, di carcere o di qualche altra cosa
simile, come fossimo persone che compiono tali cose,
condannano se stessi in modo tale da non aver bisogno
di altri giudici.

La nostra dottrina è la più sublim e


15. 1. [...]28. 2. Se voi porrete la firm a su questo
libretto, noi lo renderem o m anifesto a tutti, affinché,
se possono, si convertano. Solo per questo abbiamo
com posto questi discorsi. 3. Secondo un saggio giudi­
zio le nostre dottrine non sono turpi, m a più elevate di
ogni filosofia umana; e certam ente non sono simili a
quelle dottrine poetiche di Sotade 29, di Filenide 30, di

26 Giustino chiede che sia ufficialmente approvato il suo scritto, af­


finché possa circolare ed essere letto dalla maggior parte di persone.
27 Abbiamo omesso nella traduzione la seguente frase interpolata:
«per il fatto che sono state conosciute dagli uomini queste cose».
29 Anche il cap. 15 inizia con un’interpolazione che nella traduzione
abbiamo ritenuto opportuno om ettere, ma che riportiam o qui in nota:
«Nel mio popolo disprezzai la dottrina em pia ed ingannatrice di Simo-
ne». La frase collocata all’inizio del cap. 15 non ha alcun senso.
29 Sotade, nativo di Maronea in Tracia, visse verso la fine del III
sec. a.C. e fu contemporaneo di Tolomeo II Filadelfo (285-247); scrisse
carm i licenziosi, di cui ci restano pochi fram m enti (cf. Strabone, Geo-
graphia 14).
30 Di questa donna si sa soltanto che era una m eretrice di Samo.
Giustino Martire, Seconda Apologia 167

A rchestrate 31 e di Epicuro o di altri e alle quali, sia


fossero recitate, sia fossero scritte, è capitato a tu tti di
avvicinarsi. 4. Per il resto non aggiungeremo altro,
poiché abbiam o fatto quello che era possibile, augu­
randoci che tu tti gli uomini in modo universale siano
fatti degni della verità. 5. Possiate dunque anche voi,
a vostro vantaggio, giudicare ciò che è giusto nel modo
degno della pietà e della filosofia.

31 Si tra tta di A rchestrate di Gela, vissuto nel sec. IV ed autore d


poema didascalico.
Taziano

DISCORSO Al GRECI
TAZIANO

La vita

Nato nella terra degli Assiri \ ma di stirpe siriaca 2,


Taziano, figlio di pagani, visse probabilmente tra il 125
e il 1893.
Compì studi di retorica e di filosofia ed intraprese
numerosi viaggi, come egli stesso afferma 4, durante i
quali venne a conoscenza delle diverse religioni e non
raramente partecipò a ll’uno o a ll’altro rito misterico 5.
Giunto a Roma, gli capitò di leggere «alcuni scritti
barbari» 6 che lo attrassero per lo stile semplice e, al
tempo stesso, per la «sublimità della dottrina» in essi

1 Oratio ad Graecos 42.


2 Cf. Clemente Alessandrino, Stromata 3, 12, 81; Epifanio, Haere-
ses 46, 1.
3 Quando nel 160 fu discepolo di Giustino e si converti al cristia­
nesimo aveva già frequentato le scuole filosofiche e composto due
opere. Nel 172/173, secondo la testim onianza di Eusebio di Cesarea
(Chronicon: ad a. XII M. Aurelii) fondò il movimento encratita (cf.
Ireneo, Adv. Haereses 3, 23, 8). Dopo il 189 non si ha di lui alcuna no­
tizia.
4 Cf. Oratio ad Graecos 35: «...avendo visitato molte terre».
5 Cf. Oratio ad Graecos 29: «...dopo aver partecipato anche ai mi­
steri e dopo aver sperim entato che ovunque i culti erano stati fonda­
ti da effeminati e da ermafroditi...».
6 Ibid.: «...mi capitò d’im batterm i in alcuni scritti barbari»; cosi
venivano definiti i sacri testi da coloro che erano abituati alla lette­
ratu ra pagana del tempo e precedente.
172 Gli apologeti greci

contenuta 1. Si trattava delle Sacre Scritture, la cui let­


tura doveva condurre Taziano alla conversione 8.
Divenuto seguace della religione cristiana, Taziano
cominciò a frequentare le lezioni di Giustino 9 che egli
stim ò «uomo mirabilissimo» 10; rimase a Rom a certa­
mente negli anni 163-167; intorno al 165 fondò a n ch ’egli
una scuola ", ma dopo due anni, a causa anche delle
ostilità aperte contro di lui da alcuni filosofi pagani —
tra cui lo stesso Crescente 12 — tornò in Oriente, conti­
nuando ad insegnare nelle città della Siria, della Cilicia
e della Pisidia l3. Ma in questo periodo Taziano aveva
già optato per lo gnosticismo e, ancor più specificamen­
te, aveva aderito alle dottrine encratite, fondatore egli
stesso, intorno al 172, di una scuola dove predicava
quei principi in base ai quali, più tardi, Ireneo lo defini­
rà «sintesi di tutte le eresie» 14.
Si operò nella m ente di Taziano un sincretismo re­
ligioso in cui si associavano le dottrine docetiste e dua-
liste del sistem a gnostico-valentiniano e il rigorismo
ascetico di Marcione. Egli definì il m atrim onio un adul­
terio, proibì il cibarsi di carne, vietò l'uso del vino du­
rante i pasti e persino nella celebrazione dell'Eucari-
stia, come risulta dalla testimonianza di Epifanio 15.

7 Ibid.: «...molto più antichi delle dottrine dei Greci, molto più
divini rispetto agli errori di quelli».
8 Non si dubita che la sua conversione avvenne a Roma, poiché
egli stesso ce ne dà conferma ai capp. 18, 29 e 35 àeWOratio.
9 Si leggano le testimonianze di Ireneo, Adv. Haereses 1, 28, 1;
Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl. 4, 29, 1; Girolamo, De viris ili. 29.
10 Oratio 18.
11 Cf. Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl. 5, 13, 1.
12 Cf. Oratio 19: «si dava da fare per condannare a m orte Giusti­
no e me».
13 Cf. Epifanio, Haereses 46, 1.
14 Ireneo, Adv. Haereses 3, 23, 8.
15 Epifanio, Haereses 46-47; cf. anche Girolamo, De viris ili. 29.
Mentre Clemente Alessandrino identifica gli «aquarii» con gli encra-
titi (cf. Paedagogus 2, 2, 32; Strem ata 1, 19), Filastro vescovo di Bre­
scia (fine IV sec.) attribuisce questo titolo a quanti celebrano l’Euca-
ristia senza fare uso del vino (cf. Diversarum haereseon liber 77) e
Taziano, Introduzione 173

Taziano m ori probabilmente prim a del 189, ma


s ’ignora con esattezza l ’anno.

Il «Discorso ai Greci»

Secondo la sua stessa testimonianza, quella di Cle­


mente Alessandrino, di Eusebio di Cesarea e di Girola­
mo, Taziano fu autore di numerosi s c r itti16 di cui i più
celebri e diffusi nell'antichità furono /'Oratio ad Grae­
cos e il Diatessaron.
Net cap. 15 dell'Oratio, egli fa riferimento ad un
trattato, il Perì Zóon, composto probabilmente nel pe­
riodo giovanile quando era ancora pagano; nel cap. 16,
sembra che Taziano voglia alludere ad un altro scritto
Sulla n atu ra dei demoni 17 e nel cap. 40, infine, dichia­
ra di voler scrivere un libro Pròs toùs apophènam énous
tà perì theoù, ma non sappiamo neppure se l ’opera sia
stata effettivam ente composta.
Da Clemente Alessandrino 18 siamo inform ati di un
altro scritto su La perfezione secondo il Salvatore e ac-

Teodoreto di Ciro chiam erà ydroparastàtai coloro che sono discepoli di


Taziano (cf. Haereticarum Fabularum Compendium 1, 20). Una consi­
derazione a parte m erita l'epistola 63 di Cipriano, definita da Agostino
«de sacram ento calicis» (De doctrina christ. 4, 21, 7) e nella quale il ve­
scovo di Cartagine condanna apertam ente l’errore di coloro che «per
ignoranza o per leggerezza, nel consacrare il calice del Signore e nel di­
stribuirlo al popolo, non fanno quello che Gesù Cristo e Dio nostro, a r­
tefice di questo sacrificio e Maestro, insegnò e fece» (63, 1).
16 Cf. Oratio, 15, 16 e 40; Clemente Alessandrino, Stromata 3, 12,
81; Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl. 4, 29, 6; 5, 13, 8; Girolamo, De vi-
ris ili. 29.
17 «Come in altra parte abbiamo dimostrato»: l’espressione deve
riferirsi ad u n ’altra opera poiché nell'Orafio non si tra tta della natu­
ra dei demoni in modo particolare, m a piuttosto della loro ribellione
e della loro perversità.
18 Cf. Strom ata 3, 12, 81: Perì toù katà tòn sótéra katartismow,
Clemente Aless. confuta Taziano nell’interpretazione che dà di 1 Cor.
7, 5 per sostenere che il m atrim onio è sinonimo di incontinenza e di
fornicazione.
174 Gli apologeti greci

canto alla citazione se ne riporta un frammento. Anche


in Eusebio di Cesarea troviamo altre due citazioni sulle
opere di Taziano: la prim a si riferisce alla composizio­
ne del D iatessaron 19 e la seconda, posta in bocca a un
certo Rodone (discepolo di Taziano) allude ad un libro
di Problemi in cui l ’autore intendeva chiarire gli argo­
m enti più oscuri della Scrittura 20.
Dell'Oratio ad Graecos (Discorso ai Greci) unica
opera a noi p erven u ta 21, è ancora incerta la data di
composizione, m a si suppone che sia stata scritta dopo
la morte di Giustino 22, quando Taziano non risiedeva

19 Hist. Eccl. 4, 29, 6. Ritenuta l’opera più im portante di Taziano


ed anche la più celebre, il Diatessaron può considerarsi una sintesi-
concordanza (un’«armonia»!) dei quattro Vangeli; una sorta di Van­
gelo tratto dai quattro canonici e anche da alcuni testi apocrifi. Lo
scritto fu introdotto e adottato nella liturgia siriaca fino a tutto il IV
sec. Il testo originale non ci è pervenuto e non si può stabilire con
esattezza se fu scritto in greco o in siriaco o se fu lo stesso autore a
tradurlo in siriaco dopo averlo composto in greco. Nel 1934 a Dura-
Europos (in Siria) fu scoperto un fram m ento in greco e sicuram ente
anteriore al 254; questa scoperta ha avvalorato ancor più la tesi di
un originale greco il quale poi sarebbe stato tradotto in altre lingue:
prim a in siriaco, poi in latino, in persiano e infine in arabo. Da non
dim enticare (a testim onianza della celebrità e dell’im portanza dello
scritto) che il Diatessaron fu com mentato da Efrem il Siro (negli anni
360-370): di questo commento possediamo ancora la versione armena.
È in questo commento di Efrem, inoltre, che si viene a conoscenza della
stru ttu ra dell’opera di Taziano presentata in modo assai simile all’ori­
ginale. Lo schema del Diatessaron infatti fu diversam ente rielaborato a
seconda dell'utilizzazione dello scritto nell’una o nell'altra comunità.
— Si legga la sintetica ma esauriente messa a punto delle testim onian­
ze sulla tradizione dell’opera fornita da F. Bolgiani, Diatessaron, in Diz.
Patrist. Antich. Crist. 1 (1983) 945-947.
20 Hist. Eccl. 5, 13, 8 (...?<5 Tatianó Problèmàtòn bibliori).
21 La conservazione dell’opera si deve ad Areta, arcivescovo di
Cesarea in Cappadocia. Egli scrisse nel 914 il Codex Parisinus grae-
cus 451 il quale rappresenta il più antico ms. che noi possediamo
delle opere degli apologisti greci del II e III sec. (eccetto Giustino e
Teofilo). La silloge comprendeva anche gli scritti di Eusebio.
22 Lo si deduce dal riferim ento che Taziano fa al cap. 18, esaltan­
do Giustino come se questi non fosse più in vita; «Giustino uomo mi-
Taziano, Introduzione 175

più a R o m a 23 e poco prim a della sua definitiva adesio­


ne alle dottrine encratite, anche se n ell’opera s ’intravve-
dono già delle posizioni d ’intransigenza che preludono
ad un im m inente ed esasperato rigorismo. Se si volesse
fissare un arco cronologico entro il quale collocare la
composizione dell’opera, dovrem m o pensare quindi agli
anni 155-170.
«Più che u n ’apologia del cristianesimo — rileva
giustam ente il Quasten — ci troviamo di fronte ad
uno scritto polemico, violento e privo di moderazione,
che rifiuta e disprezza l ’intera cultura greca. La filoso­
fia, la religione e le opere dei greci non sono, per l ’auto­
re, che assurdità, illusione, im m oralità senza valore al­
cuno» 24.
E d è infatti con anim osità e polemica che Taziano
compone questo Discorso, probabilmente mai pronun­
ciato, m a scritto appunto per demolire ogni forma ed
espressione della cultura ellenica e per sostenere con
veemenza che ogni manifestazione artistica da essa de­
rivata è fautrice di lussuria e immoralità.
È con l ’orgoglio di un «barbaro» sapiente che Ta­
ziano assume una posizione indubbiamente estremista,
che non am m ette mediazioni e che fa di lui il nemico
acerrimo dei Greci e della loro cultura anche se, inevi­
tabilmente, ne calca ed utilizza i modelli assumendo
anche nel Discorso quell’atteggiamento retorico acquisi­
to prim a della conversione e da cui non riesce a distac­
carsi totalm ente2S.

rabilissimo, ben a ragione disse...» e al cap. 19: «(Crescente) si dava


da fare per condannare a m orte Giustino e me, per il fatto che quel­
lo annunciando la verità denunciava i filosofi avidi e ingannatori».
23 Nei capp. 19, 29 e 35 Taziano parla di Roma e di ciò che vi ac­
cade come se non si trovasse più nella città.
24 J. Quasten, Patrologia, I, trad. N. Beghin, Torino 1980, p. 196.
25 «Combattè la form a esteriore del pensiero greco e non potè
trascu rarla nell’opera sua; evitò lo iato, usò clausole ritm iche (...),
curò il ritm o del periodo si che tentò bizzarre trasposizioni di paro­
le... e, come i sofisti, adoperò largam ente metafore ardite, la perifra­
si, l’apostrofe... parole rare o nuove...; m entre poi trascurò, accostan-
176 Gli apologeti gréci

II Discorso ai Greci si presenta dunque di non f


le lettura, sia a causa dello stile spesso farraginoso e del
periodare insolito, sia per la non armonica e ordinata
connessione degli argomenti. Tuttavia è possibile trac­
ciare uno schem a dell’opera ed indicare le principali se­
zioni di cui si compone.
L'introduzione è costituita dai capp. 1-3 in cui l ’a u­
tore sottolinea come la civiltà greca abbia attinto ogni
arte e cultura dalla civiltà di quei popoli che essa defi­
nisce «barbari» (Telmessi, Carii, Isauri, Cipri, Babilone­
si, ecc.) e che invece sono superiori sia per la loro dot­
trina che per l'antichità.
Subito dopo l ’introduzione, nei capp. 4-20, si dim o­
stra la superiorità della dottrina dei barbari (Giudei e
cristiani) rispetto a quella dei Greci. Si afferma l ’unità
di Dio, la creazione dell’uomo, la risurrezione, il giudi­
zio finale, la creazione degli angeli e la loro caduta, il
peccato dei progenitori e dei demoni. Dal cap. 8 al cap.
20 Taziano tratta a lungo della schiavitù degli uom ini
ai dem oni e della necessità di unire la nostra anim a al­
lo spirito celeste affinché possiamo allontanare le ini­
que forze demoniache e conseguire l ’immortalità.
Nei capp. 21-30 si condannano le im m orali espres­
sioni della civiltà greca dimostrando come ogni filoso­
fia sia nettam ente opposta al mistero d ell’incarnazione.
Si biasima ogni racconto mitologico ed ogni spettacolo:
ogni espressione artistica è occasione e m otivo di pecca­
to, cosi come la filosofia e le leggi sono mezzi per trarre
in inganno.
La sola via che conduce al bene è la dottrina cri­
stiana e «ogni persona che ne ha preso possesso ha otte­
nuto una ricchezza preziosissima» 26.
Infine, nei capp. 31-41, Taziano dimostra l ’antichità
della dottrina cristiana. Attraverso una meticolosa ras-
dosi al p arlare comune, la sintassi, il retto uso dei tempi, e non di
rado accozzò accanto alla frase elegante e fiorita la frase del linguag­
gio volgare»: cosi P. Ubaldi, Taziano. Il Discorso ai Greci, Torino
1931, p. XIV.
26 Oratio 30.
Taziano, Introduzione 177

segna cronologica (basata sulla testimonianza di scritto­


ri greci) egli risale all'epoca in cui visse Omero e con un
com puto altrettanto scrupoloso riesce a dimostrare che
Mosè visse 20 generazioni prim a della guerra di Troia
cantata da Omero.
La conclusione, al cap. 42, è brevissima; Taziano,
senza rinnegare le sue origini e la sua educazione, si of­
fre come cristiano all'esame e al giudizio degli avversa­
ri dichiarando la sua salda fede al volere di Dio.

Temi dottrinali

Per comprendere le form ulazioni teologiche e filo­


sofiche che si trovano nell’Oratio ad Graecos e il modo
con cui sono state coniate e proposte d all’autore, va te-,
nuto presente, come presupposto fondamentale, quel
concetto di «filosofia barbara» cui Taziano si richiama
costantemente e secondo il quale, come sintetizza il Si-
monetti, egli intende «lo stato d ell’um anità prim itiva
che ha conosciuto la verità senza le deformazioni della
filosofia greca e rispetto alla quale il cristianesimo rap­
presenta un ritorno alle orìgini» 11. E il proposito e lo
sforzo di Taziano tendono proprio a dimostrare, sebbe­
ne con i m etodi violenti d ell’invettiva, che solo il cri­
stianesimo è verità e soltanto nella dottrina cristiana si
trova il superamento di ogni errore.

a) Dio e il Logos —. «Per noi Dio non ha una col


cazione nel tempo, essendo egli solo senza principio ed
essendo egli stesso principio di tutte le cose» (cap. 4).
Prima che il m ondo fosse creato, Dio era solo finché,
per suo stesso volere, il Logos (Verbo) che era in lui
venne alla luce (cap. 5) quando Dio volle creare il mon­
do. E il Logos fu principio di ogni cosa; egli è la poten-

27 M. Simonetti, La letteratura Cristiana antica greca e latina, (


letterature nel mondo), Milano 1969, p. 70.
178 Gli apologeti greci

za di Dio ed è l ’opera primigenia del Padre. Questi, che


è al di sopra del mondo, si rivela agli uom ini mediante
il Logos il quale, dunque, per volontà di Dio ha operato
la creazione e, al tempo stesso, ha rivelato il Padre. Il
Logos è «spirito da spirito» e «ragione da potenza razio­
nale» (cap. 7).
Una lettura più attenta, sulla dottrina del Logos,
merita il cap. 5 dell'Oratio che peraltro, è stato variamen­
te interpretato a causa di una terminologia non chiara e
di una form ulazione ancora approssimativa e che com in­
cerà ad essere definita con più convincente proprietà di
linguaggio da Teofilo di Antiochia nei capp. 10 e 22 del li­
bro II ad Autolico.
Taziano, come del resto la maggior parte degli autori
del I I e IIIsec., non riesce ancora a coniare u n ’esatta defi­
nizione del rapporto Dio-Logos, né a fornire una precisa
descrizione del Logos stesso. Egli scrive:
«Dio era in principio e noi abbiamo appreso che il
principio è la potenza del Verbo. Il Signore di tu tte le
cose, essendo egli stesso principio sostanziale di ogni
cosa, era solo poiché la creazione non era ancora avve­
nuta; di conseguenza, ogni potenza delle cose visibili e
invisibili era in lui (egli stesso principio sostanziale),
ed egli aveva con sé tu tte le cose grazie alla potenza
del Logos e il Logos che era in lui venne alla luce. Per
volere della sem plicità della n atu ra di Dio ebbe origine
il Logos; il Logos, che non era venuto invano, è l’opera
prim igenia del Padre».
Dal passo citato si deduce che, secondo Taziano, il
Verbo esiste in potenza nel Padre ed è in lui im m anente
e si realizza al m om ento della creazione. Opera prim o­
genita del Padre, fu da lui generato interiormente poi, a
sua volta, generò esteriormente il mondo. Il Verbo,
dunque, è il principio del mondo «ma non in quanto
semplice potenza esistente in Dio», bensì «come attual­
mente generato quale persona distinta».
In Taziano, come anche in Giustino alla cui dottri­
na egli si richiama sovente, s ’intravvede il tentativo di
Taziano, Introduzione 179

spiegare sia la funzione del Logos in quanto tale sia il


suo rapporto con il Padre; l ’esigenza teologica apre una
difficile questione che sarà am piam ente e costantemen­
te dibattuta più tardi, nel IV e nel V sec., quando si ri­
fletterà a lungo sul dogma trinitario e sulla sua form u­
lazione.
Nell 'Oratio non troviamo ancora (né possiamo pre­
tenderla!) un'esatta esposizione dogmatica; ciò che pre­
me a ll’apologista è il ribadire due concetti fondam enta­
li ed essenziali i quali sono ritenuti alla base di tutta la
dottrina cristiana: Dio, som m am ente buono (cap. 7) e
puro spirito, è Padre delle cose visibili e invisibili, ma
nessuna delle sue creature può vederlo, poiché egli è
trascendente; il Logos, ragione di Dio, potenza di Dio e
opera primigenia del Padre, non è un attributo di Dio,
ma anch 'egli Dio e principio, per volontà stessa del Pa­
dre, della creazione e rivelatore del Padre e della sua
volontà. Egli é nel Padre e al tempo stesso principio del
mondo che dal Verbo ha preso origine in modo esterio­
re e visibile, cosi come il Verbo stesso era generato in
modo invisibile ed interiore dal Padre.

b) Il mondo —. Il mondo ha origine dal Verbo e


ciò avviene per «com unicazione». Tutto ciò che è stato
creato è composto da materia e la materia stessa, gene­
rata da Dio, ricevette da lui uno «spirito materiale»: es­
so è diverso a seconda delle creature nelle quali risiede
(uomini, animali, piante, astri) e si manifesta attraverso
la materia la quale, a sua volta, esiste e vive poiché ha
in sé questo stesso spirito. Spirito e materia vivono co­
me in simbiosi: l ’uno è indispensabile a ll’altro. La mate­
ria del mondo fu variamente ordinata: diversi sono gli
esseri creati e nella loro diversità si coglie la bellezza e
l'armonia dell'universo; ogni creatura, ogni essere, è
dunque composto di materia e di spirito (cap. 12).

c) I due spiriti —. Secondo Taziano esistono due spi­


riti: uno spirito inferiore ed uno spirito superiore. Il pri­
mo «è diffuso attraverso la materia» e «riceve ordine da
180 Gli apologeti greci

Dio»; è dunque «inferiore allo spirito divino» ed è «simile


all'anima» (cap. 4) e si compone o si dissolve come la ma­
teria; l ’anima infatti «muore e si dissolve con il corpo se
non ha conosciuto la verità. Più tardi, alla fine del m on­
do, risorgerà insieme al corpo per ricevere, nel castigo, la
mortalità nell’immortalità; se invece ha conseguito la co­
noscenza di Dio, non muore una seconda volta, anche se
si è dissolta per un certo periodo» (cap. 13).
Il secondo, lo spirito superiore, esiste accanto
l ’anima; pur essendo divino non può identificarsi però
con lo Spirito Santo, terza persona della Trinità di cui
Taziano non parla mai esplicitamente in nessun punto
d ell’Oratio. Piuttosto è da ritenere che, come lo spirito
inferiore è analogo a ll’a nima, cosi lo spirito superiore è
del tutto simile al Logos e s ’identifica quasi con esso.
Lo si può dedurre da un passo del cap. 13 in cui si af­
ferma che «non fu l'anima a salvare lo spirito, ma da
questo fu salvata: e la luce ricevette la tenebra proprio
perché il Logos è la luce di Dio, mentre la tenebra è
l'anima ignorante». E ancora «se (l'anima) gode dell'ac­
coppiamento con lo spirito divino, non è più senza aiu­
to, ma si solleva verso quelle regioni dove lo spirito la
conduce; infatti la dimora di questo è in alto, mentre
nel basso l'origine di quella» (cap. 13).

d) Gli angeli e i demoni —. «Prima di creare gli


mini, il Verbo creò gli angeli» (cap. 7) ed entram bi i due
generi creati furono in grado di scegliere il bene e il
male e di conseguire la lode o la pena a seconda della
scelta operata 2S. Ma quando uom ini ed angeli decisero
di seguire colui che si era ribellato alla legge divina e lo
onorarono come un dio, «la potenza del Verbo allonta­
nò dalla sua convivenza il capo della folle ribellione e i
suoi seguaci» e «colui che era stato creato ad immagine
di Dio, separato dallo stesso spirito più potente, divenne
mortale» (cap. 7).

28 Cf. Giustino, I Apologia 4, 1-3; 28, 3; Atenagora, Supplica 24.


Taziano, Introduzione 181

Gli angeli che si sono ribellati a Dio non sono altro


che i dem oni i quali fecero del loro capo (Lucifero) il lo­
ro dio e iniziarono a soggiogare gli uom ini rendendoli
con ogni m ezzo loro schiavi. E liberamente gli uom ini
si lasciarono soggiogare e divennero mortali.
I dem oni «non m uoiono facilmente, sono infatti
privi di corpo; ma vivendo compiono azioni di morte,
morendo anch'essi tante volte quante insegnano il pec­
cato ai loro seguaci» (cap. 14). Tutti i demoni, privati
dello spirito e della com unione di vita del Verbo, si ab­
bandoneranno al vizio e alla lussuria fino alla fine del
m ondo (cap. 12); «cacciati dalla vita del cielo» vivono
ora con gli anim ali della terra (cap. 9) e istigano l'uomo
al peccato, ricorrendo ad ogni arte e mezzo di tentazio­
ne. L'idolatria, l'astrologia, la magia e la medicina sono
arti e scienze abominevoli che Taziano condanna come
agguati del dem onio escogitati per allontanare l ’uomo
dal timore di Dio (cf. capp. 17 e 18).
Ma mentre a ll’uom o è concesso pentirsi dei suoi
peccati e liberare l ’anim a dalla corruzione, ai demoni
non è accordato nessun pentim ento ed esclusi per sem ­
pre dalla vita eterna, riceveranno solo «una morte
nell’immortalità», cioè una morte eterna (cap. 14).

e) L'uomo —. L ’uomo, sostiene Taziano, non è s


«un animale dotato di mente e di scienza», ma è «im ­
magine e somiglianza di Dio», purché «non si comporti
come gli animali, ma progredisca su ll’um anità verso lo
stesso Dio» (cap. 15).
II corpo dell’uom o è come un tempio e «Dio vuole
abitare in esso mediante lo spirito primigenio» (cap. 15)
e il Verbo «creò l ’uom o a somiglianza del Padre... e co­
me im m agine dell'immortalità, affinché, come l ’im m or­
talità è propria di Dio, allo stesso modo l ’uomo, parteci­
pando in parte di Dio, conseguisse a n ch ’egli l ’im m orta­
lità» (cap. 7).
Libero durante la vita di scegliere il bene o il male,
ogni uomo, dopo la morte, sarà giudicato dallo stesso
creatore e il suo corpo potrà risorgere (cap. 6) se duran­
182 Gli apologeti greci

te la vita non è stato prigioniero del male e schiavo del­


la corruzione. E d è proprio la fede nella risurrezione
che fa esclamare a Taziano: «muori al m ondo respin­
gendo la follia che è in esso. Vivi a Dio allontanando la
natura antica per mezzo della sua rivelazione» (cap. 11).

Nota. Per la traduzione deW’Oratio abbiamo seguito


l’edizione di M. W hittaker, Tatian. Oratio ad Graecos and
fragments (Oxford Early Christian Texts), Oxford 1982; inol­
tre: E. Schwartz, Tatiani. Oratio ad Graecos (Texte und Unter-
suchungen 4, 1), Leipzig 1888. Cf. tra gli studi e le traduzioni:
M. Elze, Tatian und seine Theologie, Gòttingen 1960; A.
Puech, Recherches sur le Discours aux Grecs de Tatien, sui-
vies d'une traduction frangaise du Discours avec notes, Paris
1903; P. Ubaldi, Taziano. Il Discorso ai Greci, Torino 1931.
DISCORSO Al GRECI

Contro l'orgoglio dei Greci

1. O Greci, non disponetevi in modo assolutam


te ostile contro i B arbari e non rifiutate le loro d o ttri­
ne. Quale istituzione presso di voi non trae la sua ori­
gine dai B arbari? I più famosi dei Telmessi scoprirono
la divinazione attraverso i sogni; i Carii la conoscenza
del futuro per mezzo degli astri; i Frigi e i più antichi de­
gli Isauri (studiarono) il volo degli uccelli; i Cipri (inven­
tarono) la scienza della divinazione per mezzo dei sacrifi­
ci; i Babilonesi (impararono) ad essere astrologi; i Persia­
ni ad essere maghi; gli Egiziani a praticare la geometria;
i Fenici l’istruzione per mezzo dell'alfabeto.
Cessate dunque di chiam are invenzioni le imitazio­
ni. Orfeo vi ha insegnato ad essere poeti, artisti e can­
tori ed egli stesso (vi ha insegnato) l'iniziazione ai mi­
steri; gli E truschi (insegnarono) a scolpire e i cronogra­
fi degli Egiziani a com porre la storia. L’arte del flauto
l’avete ereditata da M arsia e da Olimpo ed essi erano
entram bi della Frigia; la gente dei campi scopri l’arm o­
nia della zampogna. I Tirreni (inventarono) la trom ba; i
Ciclopi (insegnarono) a lavorare i metalli. Secondo la
testim onianza di Ellanico una donna — che un tem ­
po era a capo dei Persiani — insegnò a com porre le let­
tere: il suo nome era Atossa.

1 Cf. Ellanico, framm. 163ab.


184 Gli apologeti greci

M ettete dunque da p arte il vostro orgoglio e non


ostentate la bella apparenza delle parole voi che, lo­
dandovi da voi stessi, procurate come difensori coloro
che sono di casa. Bisogna invece che chi si trova nella
ragione attenda la testim onianza di altri e sia concorde
anche nel modo di proferire il discorso. Ora soltanto a
voi capita di non parlare la stessa lingua nei discorsi
(che fate). Il dialetto dei Dori infatti non è lo stesso di
quelli dell'Attica; gli Eoli non parlano allo stesso modo
degli Ioni. Essendoci dunque un disaccordo tale tra co­
loro presso cui non dovrebbe (esserci), non so chi si
debba chiam are greco.
È assolutam ente assurdo che voi privilegiate le
espressioni (di lingua) che non sono im parentate a voi
e usando voci barbare accade che rendete confuso il
vostro dialetto. Proprio per questo ci siamo allontanati
dalla vostra sapienza anche se in essa vi era qual­
cuno 2; senz'altro degno di stima. Secondo il comico
queste cose sono «racimoli, chiacchiere, voci di ron­
dini, negazione dell’arte» 3, e coloro che aspirano a ciò
gridano a piena gola ed em ettono la voce del corvo 4.
Avete introdotto la retorica a vantaggio dell’ingiustizia
e della calunnia, vendendo su ricom pensa l’autonom ia
dei vostri discorsi e spesso avete ripetutam ente dimo­
strato non buono ciò che era giusto al mom ento pre­
sente. (Avete inventato) l'arte della poesia per racconta­
re le battaglie degli dèi, i loro am ori e la corruzione
dell'anim a.

Polemica alla filosofia greca

2. Che cosa di dignitoso avete creato facendo f


sofia? Chi tra coloro che sono molto perbene si tiene

2 Taziano allude a se stesso; cf. più avanti, cap. 35.


3 Cf. Aristofane, Ranae 92.
4 Cf. la stessa espressione al cap. 15, usata da Taziano contro co­
loro che definiscono l’uomo un semplice «animale razionale».
Taziano, Discorso ai Greci 185

lontano dall’im postura? Diogene vantando la sua indi-


pendenza nella gloria di una botte, am m alatosi per oc­
clusione intestinale a causa della carne cruda di un po­
lipo, mori per la sua in tem p eran za5. Aristippo, che
passeggiava vestito di porpora con un atteggiam ento
degno di ogni fiducia, visse in modo dissoluto 6. Plato­
ne, p u r essendo filosofo, fu corrotto da Dioniso per la
golosità 7; Aristotele che nella (sua) ignoranza pose un
limite alla provvidenza e circoscrisse la felicità alle co­
se da cui si ottiene il piacere, lusingò in modo alquan­
to incivile Alessandro, il giovane esaltato; questi, in
modo del tu tto aristotelico, dopo aver rinchiuso un suo
amico — per il fatto che non voleva adorarlo — lo por­
tava in giro come un orso o una pan tera 8; senza alcun
dubbio obbedì ai precetti del m aestro, m ostrando for­
za e virtù nei banchetti e trafiggendo con la spada un
domestico amico carissim o 9, piangendo subito dopo e
lasciandosi m orire di fame con la scusa del dolore, per
non essere odiato dai fam iliari (di quello). Potrei farm i
gioco anche di coloro che fino ad oggi si avvalgono del­
le sue dottrine, i quali afferm ano che alla provvidenza
sfuggono le cose che sono sotto la luna ed essi, trovan­
dosi più vicini alla te rra che alla luna e più in basso ri­
spetto alla sua orbita, prevedono ciò che è im prevedi­
bile. Per coloro che non hanno né bellezza, né ricchez­
za, né forza nel corpo, né nobiltà, per essi, secondo
Aristotele, la felicità non esiste. Costoro siano pure fi­
losofi!

5 L'episodio è narrato anche da Diogene Laertio 6, 2, 76 e da Ate­


neo 8, 5 (medico vissuto nel I sec. d.C.).
6 Cf. lo stesso riferim ento in Tertulliano, Apologeticum 46, 16:
«Aristippus in p urpura sub magna superficie nepotatur».
7 Lo afferm a anche Tertulliano in Apologeticum 46, 15.
8 Si tra tta dello storico Callistene di Olinto, nipote di Aristotele,
il quale fu accusato di cospirazione e fatto uccidere da Alessandro
nel 327: cf. Plutarco, Alexander 52 ss.; Diogene Laertio 5, 1, 5.
5 L’episodio si riferisce all’uccisione di Cleto, il quale era leg
ad Alessandro da profonda amicizia e gli aveva salvato la vita duran­
te la battaglia al Granico, come racconta Arriano 1, 15, 8; 4, 14.
186 Gli apologeti greci

3. Non possono approvare che Eraclito, p er il


to di essere autodidatta e arrogante, abbia detto «ho
istruito me stesso» 10; né posso lodarlo poiché ha na­
scosto il poem a nel tempio di Artemide affinché più
tardi, in modo m isterioso, fosse pubblicato n . Per colo­
ro che hanno interesse riguardo a ciò, si dice che E uri­
pide, il com positore di tragedie, essendosi recato li e
avendo im parato a m em oria in poco tempo (il poema)
fece conoscere ad uomini illustri il segreto di E ra­
clito l2. Ma la m orte rivelò la sua ignoranza: am m alato­
si di idropisia ed essendosi dedicato alla medicina co­
me alla filosofia, essendosi spalm ato con escrem enti di
letam e indurito che gli provocò spasimi in tu tto il cor­
po, mori dilaniato.
Zenone poi dichiarò che a causa della conflagrazio­
ne 13 sarebbero risorti gli stessi uomini con le stesse
azioni: cioè Anito e Meleto 14 per accusare, Busiride 15
per uccidere gli ospiti ed Eracle per lo ttare;'m a ciò è
da rifiutare. Nella tesi sulla conflagrazione, egli propo­
ne che i malvagi sono più num erosi dei giusti, essendo
uno solo Socrate 16 ed uno solo Eracle e alcuni altri di
questi che sono pochi e non sono molti; i malvagi infat­
ti risulteranno m olto più num erosi dei buoni e secon­
do lui Dio si m ostrerà autore di male dim orando nelle
fognature, tra i vermi e tra coloro che compiono azioni
infami. Il fare vanaglorioso di Empedocle lo sm asche­

10 Cf. Eraclito, framm. 80; in realtà, però, nel fram m ento è scrit­
to «andai in cerca (edizèsàmén) di me stesso» e non «ho istruito».
11 Cf. Diogene Laertio 9, 1, 5 s.
12 Id., 2, 5, 22: vi si n a rra che Euripide fece conoscere a Socrate
il poema di Eraclito.
13 Cf. Giustino, I Apologia 20, 2; Atenagora, Legatiti 19, 11 ss.; 20,
30; si legga anche Minucio Felice, Octavius 34, 1.
14 Si tra tta degli accusatori di Socrate.
15 Figlio di Egitto, ucciso dalle Danaidi.
16 Non solo da Taziano Socrate è considerato degno di stima, ma
anche da Atenagora che lo loda nominandolo insieme a Pitagora,
Eraclito e Demostene, ram m entando le loro virtù: cf. Legatio 31.
Taziano, Discorso ai Greci 187

rarono le eruzioni di fuoco in Sicilia 17, poiché aveva


m entito e non era un dio come egli diceva di essere. Io
rido poi delle chiacchiere di Ferecide 18 e di Pitagora
erede della sua dottrina e di Platone che imitò su que­
sti (argomenti), anche se alcuni lo negano.
Chi potrebbe testim oniare la lingua di cane di
C ratete 19, senza disprezzare piuttosto l’orgogliosa m a­
nia di parlare di coloro che sono simili a lui e cercare
invece di conseguire secondo verità quello che è bene?
Non vi trascinino quindi le riunioni solenni di coloro
che amano il rum ore e non il sapere e che sostengono
tra loro stessi opinioni contrarie; ciascuno grida secon­
do quello che gli viene in mente. N um erosi fra loro so­
no i dissensi; l’uno odia l’altro; hanno opinioni opposte
a causa dell’arroganza e scelgono i posti che sono più
in alto. Bisognerebbe invece che non adulassero i go­
vernanti a motivo del potere, m a aspettassero fino a
quando non giungano da loro i grandi dello Stato.

Il Dio dei cristiani

4. Per quale motivo, o Greci, vi accanite contro


noi con le (vostre) costituzioni come in una lotta di pu­
gilato? Se non voglio avvalermi dei costum i di alcuni,
per quale ragione sono odiato come se fossi il più mal­
vagio? L’im peratore ordina di pagare i tributi, io sono
disposto a pagare; il padrone (comanda) che io sia

17 Secondo la leggenda n arrata da Diogene Laertio 8, 69, Empe­


docle precipitò nel cratere dell’Etna e un suo calzare venne fuori as­
sieme al fuoco dell’eruzione.
18 Ferecide di Siro — qui denigrato e ridicolizzato da Taziano —
visse probabilm ente tra il VII e VI sec. Fu autore di un’opera intito­
lata Heptàmychos o Theogonia in cui egli espone una dottrina co­
smologica per spiegare le origini del mondo; dell’opera ci restano so­
lo alcuni frammenti.
19 Cratete di Tebe, filosofo cinico e poeta, visse tra il 365 e il 285.
Compose parodie e satire e, secondo la testim onianza di Diogene
Laertio 6, 98, fu anche autore di tragedie.
188 Gli apologeti greci

schiavo e che renda servizio, io so che cosa sia la


schiavitù: l'uom o deve essere onorato al modo degli
uomini e solo Dio deve essere tem uto, lui che non è vi­
sibile agli occhi dell’uomo, né è com prensibile in alcun
modo. Solo in questo, se mi fosse ordinato di negare,
non obbedirò, piuttosto m orirò per non rivelarm i men­
zognero e irriconoscente. Per noi Dio non ha una collo­
cazione nel tempo, essendo egli solo senza principio ed
essendo egli stesso principio di tu tte le cose. Dio è spi­
rito: non si diffonde attraverso la m ateria 20, ma è co­
lui che dà ordine agli spiriti della m ateria e alle forme
che sono in essa, invisibile e ineffabile, p u r essendo
egli stesso Padre delle cose sensibili e visibili. Grazie
alla creazione sua opera, sappiam o che egli esiste e
«dalle opere com prendiam o l’invisibilità della sua po­
ten za» 21, m a non voglio adorare la creazione che da
lui è stata com piuta per n o i22. Per noi fu creato il sole
e la luna; potrò dunque onorare i miei servi? come po­
trò dire che sono dèi il legno e le pietre? Lo spirito che
è diffuso attraverso la m ateria, che è inferiore allo spi­
rito divino e che è simile all’anim a 23, non deve essere
adorato allo stesso modo del Dio perfetto; e il Dio in­
nominabile non può neppure essere oggetto di doni;
egli infatti che di nulla ha bisogno, non deve essere da
noi screditato come fosse bisognoso. Più chiaram ente
esporrò le nostre dottrine.

Il Verbo
5. Dio «era in principio», e noi abbiamo appr
che il principio è la potenza del Verbo 24. Il Signore di

20 Come invece sostenevano gli Stoici.


21 Cf. Rom. 1, 20; si legga anche Atenagora, Legatio 10.
22 La professione di fede è nel Dio creatore e non nella m ateria
creata adorando la quale si dim ostra di essere idolatri.
23 Pur non essendo form ulata una definizione esatta, sem bra di
poter dedurre che lo spirito di Dio che è diffuso nella m ateria sia
considerato da Taziano come anim a del mondo.
24 Cf. Gv. 1, 1.
Taziano, Discorso ai Greci 189

tu tte le cose, essendo egli stesso principio sostanziale


d'ogni cosa, era solo poiché la creazione non era anco­
ra avvenuta; di conseguenza, ogni potenza delle cose
visibili ed invisibili era con lui [egli stesso principio so­
stanziale], ed egli aveva con sé tu tte le cose grazie alla
potenza del Logos e il Logos, che era in lui, venne alla
luce. Per volere della sem plicità della n atu ra di Dio,
ebbe origine il Logos 25; il Logos, che non è venuto in­
vano, è l’opera prim igenia 26 del Padre.
Questo sappiam o essere il principio del cosmo che
esistette secondo distribuzione, non secondo scissione.
Ciò che è stato scisso è separato dal primo, m a ciò che
è distribuito e che ha procurato la distribuzione
dell'econom ia non ha causato imperfezioni a colui dal
quale deriva. Come da una sola torcia si accendono
molti fuochi e la prim a torcia non è scem ata di luce a
causa dell’accensione di molte torce 27, cosi anche il
Logos originato dalla potenza del Padre, non rende pri­
vo di Logos colui che lo ha originato. Io stesso parlo e
voi ascoltate. Certam ente però, a causa della com uni­
cazione, non resto privo di parola io che converso con
voi 28; m a parlando mi propongo di ordinare la m ateria
che in voi è disordinata. Come il Logos generato in
principio a sua volta, da sé, generò la creazione che ci
circonda, avendo creato la m ateria, cosi anch’io, a imi­
tazione del Logos rigenerato e avendo conseguito la
percezione del vero, vorrei trasform are il disordine
della m ateria che è della mia stessa natura. La m ateria
infatti non è senza principio come lo è Dio, né a causa

25 Non è facile trad u rre alla lettera questo brano nel quale Tazia­
no vuole afferm are che il Logos è stato originato per volontà di Dio,
la cui n atu ra è «semplice», cioè «non composta», senza divisioni né
parti.
26 Cf. Col. 1, 15; Giustino, / Apologia 21, 1; Atenagora, Lega­
tio 10.
27 II paragone è utilizzato anche da Giustino, Dialogus 61, 2; 128,
4; Tertulliano, Apologeticum 21, 12; Lattanzio, De divinis institutioni-
bus 4, 29.
28 Cf. Giustino, Dialogus 61, 2.
190 Gli apologeti greci

dell'essere senza principio è come Dio nella potenza,


ma è generata e non è creata da altri, ‘originata dal­
l’unico creatore di tu tte le cose.

Crediamo nella risurrezione

6. Anche per questo crediam o che esiste la ris


rezione dei corpi dopo la fine di tu tte le cose, ma non
come insegnano gli Stoici secondo i quali esistono pe­
riodi ciclici che spariscono da soli e non per qualcosa
di utile. Per noi i secoli si compiono una volta p er tu t­
te e al (loro) com pim ento per gli uomini soltanto avver­
rà la risurrezione m ediante giudizio. Non Minosse ci
giudica, né Radam ante 29, prim a della cui morte, come
narrano i miti, nessun’anim a veniva giudicata, ma giu­
dice è lo stesso Dio creatore. Anche se voi credete che
noi siamo senz’altro dei ciarlatani e «sem inatori di
chiacchiere», non è per noi una preoccupazione, per­
ché abbiam o fede in questa dottrina. Prim a che io na­
scessi — non esistendo — non sapevo chi sarei stato,
ma mi trovavo soltanto nella sostanza della m ateria
corporea; ora, per il fatto di essere nato, essendo io co­
lui che non (esisteva) prim a, credo di esistere. Allo
stesso modo anche dopo la m orte, io che o ra ci sono
non ci sarò più e non sarò più visibile e di nuovo ci sa­
rò cosi come fui generato, io che prim a non ero stato
generato 30. Anche se il fuoco annienterà questo mio
pezzetto di carne, l’universo conterrà la m ateria vapo­
rizzata; anche se sarò disperso nei fiumi o nei mari,
anche se sarò sbranato dalle belve, mi troverò in mez­
zo ai tesori del ricco Signore. Colui che è un povero
ateo non conosce i tesori che giacciono, ma Dio che re­
gna, quando vorrà, restaurerà, come al principio, la so­
stanza visibile solo a lui.

29 Cf. Giustino, / Apologia 8, 4; Atenagora, Legatio 12; Tertullia­


no, Apologeticum 23, 13.
30 Cf. Giustino, I Apologia 19, 1-4.
Taziano, Discorso ai Greci 191

Dio creò gli uom ini e gli angeli

7. Il Verbo celeste essendo spirito da spirito e


gione da potenza razionale, creò l’uomo a somiglianza
del Padre che lo aveva generato e come immagine
deH’im m ortalità, affinché, come l’im m ortalità è pro­
pria di Dio, allo stesso modo l’uomo, partecipando in
parte di Dio, conseguisse l’im m ortalità. Ma il Verbo,
prim a di creare gli uomini, fu creatore degli angeli; e
l’una e l'altra creatu ra fu dotata di libero arbitrio an­
che se non aveva la n atu ra del bene, che è solo presso
Dio, e che dagli uomini si p orta a com pimento grazie
alla libertà di scelta, affinché il malvagio giustam ente
sia punito, poiché fu im probo a causa di se stesso,
m entre il giusto, per le sue buone azioni, sia degna­
m ente lodato poiché p u r seguendo il proprio arbitrio
non ha trasgredito la volontà di Dio. Degli angeli e de­
gli uomini questa è la natura; la potenza del Logos, in­
vece, avendo in sé la prescienza di ciò che accadrà, e
non fatalm ente m a per una libera scelta delle cose che
si devono preferire, predisse gli avvenimenti del fu tu ­
ro, reprim endo la m alvagità m ediante proibizioni e lo­
dando coloro che perseveravano nella bontà. Poiché gli
uomini e gli angeli andarono dietro a colui che era più
intelligente di tu tti gli altri, per il fatto di essere stato
generato prim a, e nom inarono dio colui che si era ri­
bellato alla legge di Dio, allora la potenza del Verbo al­
lontanò dalla sua convivenza il capo della folle ribellio­
ne e i suoi seguaci. E colui che era stato creato ad im­
magine di Dio, separato dallo stesso spirito più poten­
te, divenne m ortale; a causa della sua trasgressione e
della sua stoltezza 31 il prim ogenito si dim ostra un de­
mone e i suoi im itatori e l’esercito dei demoni seguono
i suoi fantasm i e a causa della loro libera scelta furo­
no abbandonati alla propria stoltezza.

31 Preferiam o trad u rre con «stoltezza» (ànoia), accogliendo la


di Otto, anziché con «ignoranza» (àgnoia).
192 Gli apologeti greci

Demoni e dèi pagani

8. E gli uomini sono vittim e della loro aposta


Infatti avendo m ostrato loro, come giocatori di dadi, il
diagram m a delle costellazioni, inventarono (cosa assai
ingiusta!) che era stato stabilito dal fato. Cosi colui che
giudica e colui che è giudicato sono tali a causa del de­
stino; gli uccisori e gli uccisi, i ricchi e i poveri sono
prodotti dello stesso destino e tu tta la creazione, come
a teatro, procura divertim ento a costoro presso i quali
— come dice Omero — «inestinguibile un riso si levò
allor tra gli dèi beati» 32.
Coloro che si divertono a vedere quelli che com­
battono corpo a corpo m entre l'uno incita l’altro; colui
che si sposa; colui che corrom pe i giovani e chi compie
adulterio ridendo e poi fugge adirato e chi viene ferito,
in che modo non potrebbe essere ritenuto m ortale?
Mediante quelle azioni con cui gli dèi hanno rivelato
agli uomini la loro natura, allo stesso modo costringo­
no coloro che li ascoltano a (compiere) cose simili. E i
demoni stessi con Zeus loro capo non sono forse sotto­
messi al destino schiavi delle stesse passioni degli uo­
mini? Tra l’altro come è possibile onorare coloro pres­
so i quali vive un enorm e contrasto di principi? Rea,
che chiam ano Cibele coloro che vengono dai m onti del­
la Frigia, ha stabilito per legge l’am putazione dei geni­
tali a causa di Attis am ante di costei; Afrodite gode
degl’intrighi di nozze; Artemide è una maga, Apollo un
guaritore. E dopo la decapitazione della Gorgone am a­
ta da Poseidone, dalla quale venne fuori il cavallo Pe­
gaso e Crisaoro, Atena ed Esculapio spartirono fra lo­
ro le gocce di sangue: quest’ultim o grazie ed esse fu
p o rtatore di guarigione, l’altra grazie allo stesso san­
gue divenne om icida e fautrice di guerre. Sono convin­
to che gli Ateniesi, non volendo dare di lei una cattiva
opinione, attribuirono a Gea anche il figlio nato dal­
l’unione con Efesto, affinché non si credesse che, come
32 Cf. Omero, Ilias 1, 599.
Taziano, Discorso ai Greci 193

A talanta per Meleagro, cosi anche Atena p er Efesto


fosse privata della sua virilità. Lo storpio (Efesto) in­
fatti, come è probabile, fabbricatore di fibbie e di ri­
curvi bracciali, ingannò con gli ornam enti m uliebri la
fanciulla orfana, senza m adre. Poseidone naviga, Ares
si diletta con le guerre, Apollo è citaredo, Dioniso è ti­
ranno dei Tebani, Cronos uccide i tiranni. Zeus si ac­
coppia con la figlia e la figlia concepisce da lui; sarà
testim one per me ora Eieusi e il m istico drago e Orfeo
quando dice «chiudete le porte ai profani» 33. Adoneo
rapisce Core e le sue azioni diventano misteri; Demetra
piange la figlia ed alcuni sono ingannati dagli Ateniesi;
nel tem pio del figlio di Latona si dice che ci sia l’ombeli­
co (della terra) e questo ombelico è la. tom ba di Dioniso.
Ora io mi compiaccio con te, o Dafne: avendo debellato
la febbre viziosa di Apollo, hai sm entito la sua arte divi­
natoria, poiché non trasse vantaggio dalla sua arte né fu
indovino di ciò che ti riguardava. E ora l’arciere mi dica
come Zefiro uccise Giacinto. Zefiro lo ha ucciso: anche
se il tragico dice «l’aura è degli dèi il veicolo predilet­
to» 34, da un lieve soffio vinto, perdette l’amato.

Contro il fato e contro l ’astrologia

9. Tali sono alcuni demoni che hanno fissato il


stino: lo zodiaco fu per loro principio fondam entale 35.
Gli esseri che strisciano sulla terra, quelli che nuotano
nelle acque e i quadrupedi (che vivono) sui monti, con
questi trascorrevano la (loro) esistenza dopo che furo­
no cacciati dalla vita del cielo. Venerarono questi esse­
ri con onori celesti, affinché si credesse che essi stessi

33 Cf. Orphica (ed. Abel, p. 144); si legga anche Atenagora, Lega­


tio 20.
34 Framm. adespoto 471 (ed. Nauck).
35 Traduciam o con «principio fondamentale» il term ine stoicheio-
sis che è stato variam ente interpretato e tradotto con «mezzo», «ele­
mento», «strumento», «alfabeto».
194 Gli apologeti greci

abitavano in cielo e per dim ostrare, m ediante la costel­


lazione, che era cosa razionale, l’assurda cittadinanza
in questo mondo. Cosi il violento e il sofferente, il tem­
perante e l’incontinente, il povero e il ricco apparten­
gono a coloro che hanno stabilito le leggi della creazio­
ne. È infatti opera degli dèi il disegno del cerchio zo­
diacale e, come essi dicono, la luce di uno di quelli, la
quale dom ina sugli altri, offusca la maggior p arte e
quello che ora è vinto, poi, a sua volta, to rn a a dom ina­
re; i sette pianeti si divertono con loro come coloro
che giocano a scacchi; m a noi siamo al di sopra del
fato e abbiam o im parato che al posto dei demoni
v a g a n ti36 vi è un unico Signore che non si muove e
senza essere guidati dal destino ne rifiutiam o i legi­
slatori. Dimmi, per Dio! Trittolem o seminò il grano e
Demetra, dopo la sua sventura, beneficò gli Ateniesi.
Ma perché non divenne benefattrice degli uomini p ri­
ma di perdere la figlia? Appare in cielo il cane di Eri-
gone e lo scorpione che aiutò Artemide e il centauro
Chirone o Argo dim ezzata e l’orsa di Callisto; in che
modo, dunque, prim a che questi fossero nei luoghi
menzionati, il cielo era disadorno? A quale dottrina
non apparirà ridicolo il fatto che per alcuni il Delta sia
posto fra gli astri a causa della (forma della) Sicilia e
per altri come prim a lettera del nome di Z e u s37? e
perché non sono venerate nel cielo anche la Sardegna
e Cipro? per quale motivo non sono collocati fra gli
astri anche i segni delle lettere dei fratelli di Zeus che
hanno diviso il regno? come mai Cronos p u r essendo
stato legato e cacciato dal regno è designato come di­
spensiere del fato? Come può affidare il regno colui
che non regna più? Abbandonate dunque le sciocchez­
ze e non operate contro la legge odiandoci ingiusta­
mente.

36 Si riferisce al movimento degli astri e alle influenze fatalisti­


che e funeste esercitate da loro sugli uomini che soccombono a tali
credenze.
37 Considerato nelle forme di tem a AiF.
Taziano, Discorso ai Greci 195

10. La m etam orfosi degli uomini è una favola;


per voi anche gli dèi si trasform ano. Rea diventa un al­
bero, Zeus un dragone per Persefone 38, le sorelle di
Fetonte (diventano) pioppi, Latona un anim ale co­
mune 39, per cui Deio ora è chiam ata Ortigia. Dimmi se
un dio diventa cigno e assum e la form a dell'aquila e
ostenta la pederastia per il fatto che Ganimede è il suo
coppiere. Per quale motivo dovrei onorare dèi che ru ­
bano i doni e si adirano se non ne ricevono? Costoro si
tengano pure il fato! Io non voglio adorare i pianeti.
Che cos’è la chioma di Berenice 40? Dove (erano) le sue
stelle prim a che m orisse costei che abbiamo o r ora no­
m inato? in che modo Antinoo 41, fiorente giovinetto, fu
posto sulla luna dopo la sua m orte? chi (fu) colui che
ve lo ha collocato? A meno che qualcuno, mediante
uno spergiuro dietro ricom pensa, prendendosi gioco
del dio, non abbia detto che questo, come i sovrani, era
salito al cielo e cosi sia stato creduto e poi, avendo re­
so dio un (suo) simile, m eritò onori e ricom pense 42.
Perché avete derubato il mio D io 43? Perché di­
sprezzate la sua creazione? Tu sacrifichi un anim ale e

38 Cf. lo stesso riferim ento in Aristide, Apologia 9, 6; Atenagora,


Legatio 20; Tertulliano, Apologeticum 21, 8.
39 Secondo la mitologia si trasform ò in quaglia (órtyx).
40 Taziano per contestare e condannare ogni form a di divinizza­
zione riferisce a modo suo la storia di Berenice. Infatti, secondo la
narrazione di Callimaco, nella sua fiaba omonima (narrata a chiusu­
ra del poema Aitìa) la regina Berenice recise la sua chioma e volle
consacrarla nel tempio di Alessandria come voto, affinché il suo spo­
so, il sovrano Tolomeo Evergete, tornasse trionfante dalla guerra. La
chioma scomparve m isteriosam ente e, tram utata in fulgida costella­
zione, sarà ritrovata in cielo dall’astronom o Conone. Della «Chioma
di Berenice» di Callimaco possediamo solo una cinquantina di versi
(in framm. papiracei) e la versione di Catullo (Carm. 66).
41 Cf. Giustino, I Apologia 29, 4 (si legga la nota 61 a p. 109); Ate­
nagora, Legatio 30: Teofilo, III Ad Autolicum 8; Tertulliano, Apologe­
ticum 13, 9.
42 Cf. Giustino, I Apologia 21, 3.
43 Sottinteso: degli attributi, degli onori e del culto che gli
spetta.
196 Gli apologeti greci

quello stesso lo adori; il toro è nel cielo e sacrifichi la


sua immagine. Colui che è in ginocchio calpesta un
anim ale feroce 44. E viene onorata l'aquila che ha divo­
rato Prom eteo creatore degli uomini. Bello quel cigno
che era un adultero; meravigliosi i Dioscuri rapitori
delle figlie di Leucippe e che vivono un giorno per cia­
scuno; più m irabile Elena che abbandonò Menelao dal­
la bionda chiom a 45 per seguire Paride cinto di m itria e
ricco d'oro. Giusto e saggio colui che portò l’adultera
nei campi Elisi; ma neppure la Tindaride fu im m ortale
e il saggio Euripide rappresentò l’uccisione della don­
na ora nom inata da parte di Oreste.

Morire al mondo

11. Come accetterò una creazione secondo il de


no vedendo che ne sono am m inistratori proprio costo­
ro? Non voglio regnare, non bram o essere ricco, rifiu­
to le cariche m ilitari, odio la lussuria, non mi dedico
alla navigazione per avidità, non gareggio per avere la
corona, mi tengo lontano dalla bram a della gloria, di­
sprezzo la morte, sono superiore ad ogni tipo di m alat­
tia, il dolore non logora la mia anima; se sono schiavo,
sopporto la schiavitù; se sono libero non mi vanto del­
la mia nobile origine. Vedo che il sole è lo stesso per
tu tti e per tu tti una sola è la m orte nel piacere e nella
sfortuna. Il ricco sem ina e il povero prende p arte alla
stessa messe; muoiono i ricchi e i m endicanti hanno del­
la vita lo stesso limite. I ricchi hanno bisogno di molte
cose e per (ottenere) la credibilità diventano ancor più
poveri 46 p u r nella gloria, m entre il più m odesto deside-
44 Riferimento all'im m agine di Eracle che calpesta il serpente.
45 Cf. Odyssea 15, 133.
46 Traducendo alla lettera il testo cosi come è tram andato nei
codd., il periodo non avrebbe senso. Probabilmente il testo è corrot­
to e num erosi sono stati gli em endamenti e le congetture: fra queste
seguiamo quella del Puech che legge ginontai penésteroi anziché gi-
nontai pénes.
Taziano, Discorso ai Greci 197

rando quello che gli si addice, vive più agevolmente. Per­


ché (pur vivendo) secondo il fato resti sveglio per la tua
avarizia? Perché, p u r seguendo sem pre il fato, abbando­
nare spesso le braccia e spesso m orire?
M uori al mondo 47 respingendo la follia che è in es­
so! Vivi a Dio allontanando la n atu ra antica per mezzo
della sua rivelazione. Non fummo creati per m orire e
m oriam o a causa di noi stessi. L’avere pieno arbitrio ci
ha condotto alla rovina; siamo divenuti schiavi noi che
eravano liberi; a causa del peccato siamo stati ven­
duti 48. Nulla di cattivo è com piuto da Dio; noi abbia­
mo portato la perversità: ma coloro che l’hanno causa­
ta sono in grado nuovam ente di allontanarla.

Due specie di spìriti

12. Noi conosciamo due specie di spiriti, di


l’una si chiam a anima, m entre l’altra è superiore al­
l’anim a ed è immagine e somiglianza di Dio. Entram be
esistevano nei prim i uomini, affinché fossero costituiti
di m ateria, m a superiori alla m ateria. E cioè: è (possi­
bile) vedere che ogni ordinam ento del cosmo e tu tta la
creazione prende origine dalla m ateria e la stessa m a­
teria è creata da Dio, affinché ci si accorgesse della
sua inaccessibilità e della sua inform ità prim a che
avesse una distinzione e del suo ordinam ento e della
sua disposizione dopo che in essa (avvenne) la divisio­
ne. Il cielo che è in questo (ordinamento) e gli astri che
sono in esso provengono dalla m ateria; anche la te rra
e ogni essere che da essa prende vita ha una sostanza
simile, di modo che è comune l’origine di tutto. Ma
pu r essendo cosi, vi sono alcune differenze nella m ate­
ria, cosicché una cosa è più bella e u n ’altra bella allo
stesso modo, eccetto quando è superata da qualcosa di
più bello ancora. La s tru ttu ra del corpo è di u n ’unica

47 Cf. Col. 2, 20.


49 Cf. Rom. 7, 14.
198' Gli apologeti greci

arm onia e in ciò vi è il principio della sua esistenza;


ma p u r essendo cosi, ci sono in esso alcune differenze
di dignità: una cosa è l’occhio, una è l’orecchio, una la
stru ttu ra dei capelli e la disposizione delle viscere, la
connessione delle ossa e dei nervi; l’una cosa differen­
te dall’altra, ma vi è arm onia per una disposizione con­
corde.
Allo stesso modo anche l’universo — grazie alla
potenza di colui che lo ha creato — ha elementi più lu­
minosi ed altri differenti da questi e per volontà del
dem iurgo che li ha creati, partecipano dello spirito
m ateriale. Per colui che nella vanagloria non disprezza
le rivelazioni divine, è possibile conoscere queste cose
una p er una. Esse, dim ostrate nel tempo attraverso gli
scritti, hanno reso cari a Dio coloro che le hanno cono­
sciute. Ad ogni modo, anche i demoni, che voi cosi
chiam ate, prendendo consistenza dalla m ateria, e usan­
do lo spirito di questa, divennero depravati e cupidi 49:
m entre alcuni si rivolsero a ciò che era più puro, altri
scelsero invece la parte più infima della m ateria, vi­
vendo in modo simile ad essa.
Voi, o Greci, adorate costoro nati dalla m ateria e
lontani dalla disposizione ben ordinata. Costoro di cui
abbiam o parlato, per la loro stoltezza m irarono alla va­
nagloria e, ribellandosi, bram arono di divenire preda­
tori della n atu ra divina. Il Signore di tu tte le cose, in­
vece, lasciò che essi si abbandonassero alla lussuria fi­
no a quando il mondo alla fine non sarà distru tto e il
giudice si presenterà e tu tti gli uomini, che hanno b ra­
mato conoscere il Dio perfetto dopo la ribellione dei
demoni, per le lotte (affrontate) riceveranno una testi­
monianza più perfetta nel giorno del giudizio 50. C’è

49 Sulla cupidigia dei demoni, cf. anche Giustino, / Apologia 5, 2;


l i Apologia 5, 3; Atenagora, Legatio 24; inoltre Clemente Alessandri­
no, Paidagogus 3, 21, 14; Tertulliano, Apologeticum 22, 3; Minucio Fe­
lice, Octavius 26.
50 II passo, di non facile interpretazione, secondo Schwartz an­
drebbe cosi tradotto: «... tutti gli uomini che per la ribellione dei de-
Taziano, Discorso ai Greci 199

dunque uno spirito negli astri, uno spirito negli angeli,


uno spirito nelle piante e nelle acque, uno spirito negli
uomini, uno spirito negli animali: p u r essendo uno so­
lo e sem pre il medesimo ha in sé delle differenze. E
noi diciamo queste cose non a causa di una lingua né
di cose verosimili né di un sistem a di pensiero dei sofi­
sti, ma avvalendoci dei discorsi della rivelazione divi­
na: se volete im pararli datevi da fare. Voi che non ri­
fiutate lo scita Anacarsi, non vi sdegnate di essere
istruiti da coloro che si attengono ad una legislazione
barbara, fate uso delle nostre dottrine come della pre­
veggenza babilonese. Quando parliam o ascoltateci al­
meno come una quercia che pronuncia vaticini; ciò di
cui abbiam o parlato è raggiro di demoni traviati. Le
cose che riguardano la nostra dottrina sono al di sopra
della intelligenza di questo mondo.

L'anima è salvata dallo spirito

13. O Greci, l'anim a di per sé non è im mortale,


m ortale; però è possibile che essa non muoia. Muore,
infatti, e si dissolve con il corpo se non ha conosciuto
la verità. Più tardi, alla fine del mondo risorgerà insie­
me al corpo per ricevere, nel castigo, la m orte nell’im-
m ortalità; se invece ha acquistato la conoscenza di Dio,
non m uore una seconda volta, anche se si è dissolta
per un certo periodo. Di per sé, infatti, è tenebra e nul­
la di luminoso vi è in essa e proprio questo significano
le parole «la tenebra non riceve la lu c e» 51. Non fu
l’anim a a salvare lo spirito, ma da questo fu salvata; e

moni si sono allontanati dalla conoscenza del perfetto Iddio, riceva­


no nel giorno del giudizio più com pletamente la sua testim onianza
per tu tta l’eternità».
51 II riferim ento è a Gv. 1, 5 ma nel prologo del Vangelo si leg
«la luce splende nelle tenebre, m a le tenebre non l’hanno accolta»,
m entre Taziano, come si legge subito dopo, intende dire che fu la lu­
ce a ricevere la tenebra.
200 Gli apologeti greci

la luce ricevette la tenebra proprio perché il Logos è la


luce di Dio, m entre la tenebra è l’anim a ignorante. Per­
ciò, trovandosi da sola di fronte alla m ateria, si piega
verso il basso e m uore insieme al corpo. Se, invece, go­
de dell’accoppiam ento con lo spirito divino non è più
senza aiuto, m a si solleva verso quelle regioni dove lo
spirito la conduce. Infatti la dim ora di questo è in alto,
m entre nel basso l’origine di quella. In principio lo spi­
rito conviveva con l’anima, m a lo spirito l’abbandonò
poiché non voleva seguirlo. Ed essa, servendosi di una
scintilla della sua potenza, m a non potendo vedere le
cose perfette poiché si era separata da lui, cercando
Dio, nel suo errore inventò m olti dèi seguendo i demo­
ni artefici d’intrighi.
Lo spirito di Dio, invece, non è in molti, ma dimo­
ra presso coloro che vivono nella giustizia e unendosi
all’anima, m ediante predizioni annuncia alle altre ani­
me ciò che è celato 52. Alcune obbedendo alla sapienza,
attirarono a sé lo spirito nato con loro, altre invece
che non obbediscono e rifiutano il servo di Dio soffe­
rente si rivelano più nemiche che tim orate di Dio.

I dem oni hanno corrotto l'anima

14. Anche voi siete come costoro, o Greci, loqu


e con una m ente dura; avete accettato il governo di
molti piuttosto che una m onarchia, poiché credevate di
seguire demoni forti. Come l’uomo che è ladro è solito
com andare sui simili grazie all’audacia, cosi anche i
demoni deviando verso una grande malvagità hanno in­
gannato con gli erro ri e le fantasie le vostre anime ab­
bandonate. Essi non muoiono facilmente: sono, infatti,
privi di corpo; ma vivendo compiono azioni di morte,
m orendo anch’essi tante volte quante insegnano il pec­
cato ai loro seguaci, cosicché quello che al momento

52 Con tu tta probabilità si fa riferim ento ai profeti e alla loro


vina ispirazione.
Taziano, Discorso ai Greci 201

presente è in loro superiore — il non m orire al modo


degli uomini — questo sarà per loro doloroso quando
staranno per essere puniti [...]. Non partecipano della
vita eterna, accogliendo, invece di questa, la m orte
nell'im m ortalità 53.
Per noi ora è facile arrivare alla m orte e di nuovo
riceveremo l'im m ortalità insieme al godimento, oppure
la pena insieme aH’im m ortalità. Allo stesso modo an­
che i demoni che si servono costantem ente della vita
presente per peccare, e che per questo modo di vivere
muoiono, riceveranno di nuovo la stessa im m ortalità
simile a quella che vivevano al tempo presente, m a nel­
la qualità simile a quella degli uomini che secondo il
proprio arbitrio hanno com piuto ciò che da quelli fu
stabilito come legge nel tempo in cui vissero. Per non
dire poi che per i loro seguaci le immagini del peccato
fioriscono in m isura inferiore per il fatto che essi non
vivono a lungo, m entre per i demoni di cui abbiamo
parlato, il peccato diventa sem pre più grande a causa
di una vita senza fine.

L'uomo immagine e somiglianza di Dio

15. È necessario o ra che noi ricerchiam o qu


che avevamo e che abbiam o perduto per congiungere
l’anim a allo spirito santo e form are un'unione in modo
conforme a Dio. L'anim a degli uomini è costituita di
più elem enti e non di uno solo. È com posta infatti in
modo da m anifestarsi attraverso il corpo; né essa po­
trebbe mai m anifestarsi separata dal corpo, né la car­
ne risorgerà separata dall'anim a. L'uomo non è — co­
me sostengono coloro che gracchiano come i corvi —
un anim ale razionale dotato di m ente e di scienza; sa­
rebbe dim ostrato infatti, secondo loro, che anche gli
esseri irrazionali sono dotati di mente e di intelligenza.
Soltanto l'uomo, invece, è immagine e somiglianza di

53 II testo è lacunoso e non consente una traduzione sicura.


202 Gli apologeti greci

Dio 54 e mi riferisco non all’uomo che si com porta co­


me gli animali, m a a colui che ha progredito sull’um a­
nità verso lo stesso Dio. Riguardo a ciò ho tra tta to in
modo per noi più accurato nel (libro) «Gli Animali» 55,
m a ora la cosa principale è dire in che cosa consista
l’immagine e la somiglianza con Dio.
Non vi è null’altro d’incom parabile se non lo stes­
so essere e quello che è paragonabile non è altro che
un qualcosa di simile. Il Dio perfetto è senza corpo,
m entre l’uomo è carne: il legame della carne è l’anima
e la carne è ciò che contiene l’anima; se questa form a
della sostanza è come un tempio, Dio vuole abitare in
esso 56 m ediante lo spirito primigenio. Ma se questo
non è un tempio, l’uomo è superiore agli animali solo
per l’articolazione della voce e il resto dell’esistenza è
come quelli, non sussistendo più alcuna somiglianza
con Dio. Tutti i demoni non hanno un corpo m ateriale,
ma hanno una costituzione spirituale come (quella) del
fuoco o dell’aria. Quindi solo a coloro che sono p ro tet­
ti dallo spirito di Dio è facile vedere i corpi dei demo­
ni, ma agli altri in nessun modo e mi riferisco agli psi­
chici: ciò che è inferiore non è in grado di percepire
ciò che è superiore. Per questo la ipostasi dei demoni
non consente conversione. Essi sono riflessi di m ateria
e di perversità e la m ateria ha voluto esercitare il pote­
re dell'anim a e in nome del libero arbitrio alcuni han­
no trasm esso agli uomini leggi di morte. Ma gli uomi­
ni, dopo la perdita della im m ortalità, nella m orte per
la fede hanno vinto la m orte e grazie alla conversione
è stata loro donata la vocazione secondo la parola che
era stata pronunciata, «poiché per breve tem po sono
stati inferiori agli angeli» 57 ed è possibile ad ogni vin­
to vincere di nuovo se rinnega la causa della morte;

54 Cf. Gen. 1, 26 s.
55 L’opera è citata da Taziano m a a noi non è pervenuta.
56 Cf. 1 Cor. 3, 16; 6, 19; 2 Cor. 6, 16; Ef. 2, 22.
57 Cf. Sai. 8, 6; la citazione biblica è da intendersi, però, in riferi­
mento agli uomini che «hanno vinto la morte».
Taziano, Discorso ai Greci 203

quale essa sia sarà evidente per gli uomini che bram a­
no essere im m ortali.

I dem oni rendono schiavi gli uom ini

16. I demoni che com andano gli uomini non s


le anime degli uomini; come infatti potrebbero esse­
re attive anche dopo la m orte e separatam ente (dal
corpo)? A meno che non si creda che l’uomo, il quale
da vivo era stolto ed impotente, una volta m orto non
divenga partecipe di una potenza più efficace. Ma, co­
me in altra parte abbiamo dim ostrato 58, non è in que­
sto modo ed è difficile pensare che quella che è im­
m ortale, im pedita dalle m em bra del corpo, diventi più
intelligente dopo che da questo si è separata. E i demo­
ni, con la loro malvagità, infuriando contro gli uomini,
con m olteplici e false macchinazioni deviano le loro
coscienze protese orm ai verso il basso, affinché siano
incapaci di elevarsi per andare in cielo. Ma a noi non
sono nascoste le cose che sono nel mondo e per voi
sarà facile com prendere l’aspetto divino della poten­
za che rende im m ortali le anime se essa scenderà su di
v o i59.
I demoni sono visti anche dagli psichici, quando
m ostrano agli uomini affinché credano nella loro esi­
stenza oppure per danneggiarli come fossero nemici.
Sono amici malvagi che tram ano oppure che procura­
no motivi di adorazione verso se stessi a coloro che so­
no simili a loro. Se fosse loro possibile, senz’altro tra ­
scinerebbero in basso anche il cielo e tu tto il resto del­
la creazione, m a questo non lo fanno assolutam ente,
perché sono im potenti. Combattono invece contro la
m ateria simile a loro con la m ateria che è in basso 60.

58 Cf. cap. 13.


59 II testo è lacunoso. Fu il Gesner che, per dare senso compiuto
al periodo, aggiunse per prim o «della potenza».
60 Taziano distingue la qualità della m ateria (più pura e meno
pura) e la sua collocazione (più in alto e più in basso).
204 Gli apologeti greci

Se qualcuno volesse vincere questi esseri, respinga la


m ateria. M unito della co razza61 dello spirito celeste,
p rotetto interam ente da questa, gli sarà possibile sal­
vare se stesso. Nella m ateria che è in noi vi sono ma­
lattie e ribellioni: i demoni stessi attribuiscono a sé le
cause quando ciò si verifica, poiché essi si presentano
ogni volta in cui sopraggiunge una pena. Accade poi
che essi stessi, con l’im perversare della loro follia,
sconvolgono la condizione del corpo; ma colpiti dalla
parola potente di Dio se ne vanno a tterriti e colui che
era m alato guarisce.

La magia è un agguato del demonio

17. Riguardo alle «simpatie e alle antipatie» d


teoria di Democrito 62, che cosa altro possiamo dire se
non che — discorso com une — un uomo che viene da
Abdera parla abderese? E come fu sbranato dai cavalli
colui che per la città fu prom otore del nome e che era
amico, a quanto dicono, di Eracle 63, allo stesso modo
anche colui che onorava il mago Ostane nel giorno del­
la fine sarà consegnato in preda al fuoco eterno 64. Se
voi non cessate di ridere godrete delle stesse pene di
cui (godranno) gli stregoni. Per questo, o Greci, ascol­
tate me che grido come da una m eteora e facendovi
beffa non riversate la vostra sconsideratezza contro
l'araldo della verità. Non è possibile che il male sia an­
nientato con un'«antipatia», né che il pazzo si guarisca
con l’adornarsi di piccoli pezzi di cuoio 65. Sono m ani­

61 Cf. 1 Tess. 5, 8; Ef. 6, 11.


62 Riferimento all’opera «Le sim patie e le antipatie» erroneam en­
te attrib u ita al filosofo Democrito di Abdera (460-360).
63 Abdero, fondatore di Abdera, fu sbranato — secondo la leggen­
da — dai cani di Diomede: cf. Strabone 7, 331 (framm. 47).
64 Si tra tta di Democrito; del mago Ostane fa menzione anche Mi-
nucio Felice, Octavius 26 e Tertulliano, De anima 57.
65 Taziano allude all’uso di adornarsi con pezzetti di cuoio che
erano considerati veri e propri amuleti con funzione apotropaica.
Taziano, Discorso ai Greci 205

festazioni dei demoni e questi aiuti li accetta colui che


è malato, colui che dice di essere innam orato, colui
che odia e colui che vuole vendicarsi; questo è il loro
modo di m acchinare. Come infatti i caratteri dell’alfa­
beto e le linee (che ne derivano) non possono da soli
esprim ere un concetto, in quanto i segni del pensiero
gli uomini li hanno inventati per loro utilità, affinché
conoscendo la loro disposizione si potesse attrib u ire
un senso alle parole, allo stesso modo la varietà delle
radici e l’impiego dei nervi e delle ossa non sono effi­
caci in sé, m a sono l’«abbicci» della perversità dei de­
moni i quali stabilirono che ognuna di queste cose
avesse potere per se stessa; quando poi vedono che da­
gli uomini è accettato il loro aiuto agiscono per sotto­
m etterli, attirandoli verso di loro. Ma come è possibile
essere schiavi dell'adulterio? Come essere zelanti verso
coloro che si presentano chiedendo aiuto al loro odio?
In che modo è giusto attrib u ire alla m ateria e non a
Dio la cura di coloro che sono fuori di m ente? Con a r­
te essi allontanano gli uomini dal tim ore di Dio, spin­
gendoli a credere nelle erbe e nelle radici. Ma se Dio
avesse preordinato queste cose perché gli uomini ne
facciano quello che vogliono, sarebbe stato creatore di
cose cattive, m entre egli stesso ha creato tu tto quello
che vi è di buono. Invero la dissolutezza dei demoni ha
usato ciò che era nel mondo per com piere il male e
questo tipo di malvagità è propria di costoro e non del
Dio perfetto. Come è possibile infatti che, p u r non vi­
vendo io in alcun modo da cattivo, una volta che sono
m orto una piccola parte di me, p u r non facendo più
niente, senza movimento e senza percezione, procuri
qualcosa di sensibile? In che modo colui che è perito
di m orte compassionevole, p o trà servire per la vendet­
ta di qualcuno? Se fosse cosi, a m aggior ragione avreb­
be allontanato da solo il proprio nemico; potendo in­
fatti portare aiuto agli altri, tanto più si sarebbe costi­
tuito vindice di se stesso.
206 Gli apologeti greci

La medicina è arte demoniaca

18. Anche la m edicina in se stessa è senza dub


u na form a della stessa macchinazione. Se infatti qual­
cuno è guarito dalla m ateria credendo in essa, ancor
più egli sarà guarito confidando nella potenza di Dio.
Come i veleni sono com posti m ateriali, allo stesso mo­
do anche i m edicam enti sono della stessa n atu ra. Se da
u na parte rifiutiam o la m ateria peggiore, spesso però
alcuni provvedono a guarire com binando un elemento
cattivo ad un altro (male) e si servono delle cose catti­
ve anche se per fare del bene. Proprio come colui che
m angia assiem e al ladro: anche se egli non è ladro, tu t­
tavia, per il fatto di averci m angiato insieme, partecipa
della pena; allo stesso modo, colui che non è cattivo,
m a ha una relazione con il malvagio frequentandolo
per un fine ritenuto buono, sarà punito da Dio giudice
a causa di questa sua relazione. Per quale motivo infat­
ti colui che crede nell’organizzazione della m ateria non
vuole credere in Dio? Per quale ragione non ti rivolgi
ad un Signore più potente e curi te stesso come fa il
cane con l'erba, il cervo con la vipera, il m aiale con i
granchi dei fiumi e il leone con le scimmie? Per quale
ragione divinizzi le cose che sono nel mondo? Perché
curando il prossim o sei chiam ato benefattore? Obbedi­
sci alla potenza del Verbo! I demoni non operano gua­
rigioni, ma con arte rendono schiavi gli uomini. Giusti­
no, uomo m irabilissim o, ben a ragione disse che costo­
ro di cui abbiam o parlato sono simili ai ladri 66. Come
infatti è costum e di questi cattu rare alcuni e poi resti­
tuirli ai fam iliari m ediante riscatto, cosi quelli che so­
no creduti dèi, apparendo con il corpo di qualcuno,
n arrando poi attraverso i sogni la gloria loro attrib u ita
e spingendo quelli a m ostrarsi pubblicam ente m entre

66 Nelle opere a noi pervenute non compare mai questa fra


forse è reminiscenza dell’insegnamento orale di Giustino di cui Ta­
ziano, come abbiam o detto, fu discepolo. Cf. la citazione riportata da
Eusebio, Hist. Eccl. 4, 16, 7.
Taziano, Discorso ai Greci 207

tu tti li osservano, dopo aver goduto delle lodi, uscendo


fuori da coloro che sono malati, ponendo fine alla m a­
lattia che avevano causato, riconducono gli uomini a
come erano prim a 67.

L'inganno dell’a rte divinatoria

19. Voi però che non avete conoscenza di qu


cose, lasciatevi istruire da noi che le sappiamo; voi che
dite di disprezzare la m orte e di praticare il dominio di
voi stessi. I vostri filosofi sono cosi lontani da questo
esercizio che da parte dell'im peratore dei Romani al­
cuni ricevono ogni anno 600 monete d'oro per nessun
servizio oppure per non avere la propria barba cre­
sciuta gratuitam ente. Crescente, per l’appunto, che
prese dim ora nella grande città, superò tu tti nella pe­
derastia e fu del tutto schiavo dell’avarizia. Pur di­
sprezzando la m orte, egli stesso la temeva a tal punto
che si dava da fare per condannare a m orte Giustino e
me per il fatto che quello annunciando la verità denun­
ciava i filosofi avidi ed ingannatori 68. Ma il filosofo
chi avrebbe dovuto perseguitare se non voi soltanto?
Per questo se voi dite che non bisogna tem ere la m or­
te, trovandovi d ’accordo con le nostre dottrine, non
m orite — come Anassarco 69 — per la passione di una
gloria um ana, m a disprezzate la m orte a motivo della
conoscenza di Dio.
Meraviglioso è l’ordine del mondo, ma cosa deplo­
revole il sistem a politico che è in esso. È possibile in­
fatti costatare che nelle feste panegiriche sono applau­
diti coloro che non conoscono Dio.
67 Cf. Tertulliano, Apologeticum 22, 4-6; De anima 25; De Specta-
culis 26; Minucio Felice, Octavius 27; Lattanzio, De div. instit. 2, 15.
68 Cf. Eusebio, Hist. Eccl. 4, 16, 8 s.
69 Anassarco di Abdera visse al tempo di Alessandro. Avendo of­
feso il tiranno di Cipro, Nicocreonte, fu fatto uccidere pestato in un
mortaio: cf. Diogene Laertio 9, 10; Cicerone, Tusculanae 2, 21; De na­
tura deorum 3, 33.
208 Gli apologeti greci

Cosa è mai l'arte divinatoria? Perché siete ingan­


nati da essa? Nel mondo delle cupidigie è per te come
un m inistro; tu vuoi com battere e prendi Apollo come
consigliere dei tuoi omicidi; vuoi rapire una fanciulla e
scegli il demone che ti aiuti nell’impresa; sei m alato a
causa di te stesso e vuoi che ci siano con te degli dèi,
cosi come Agamennone ebbe dieci consiglieri. Colei
che dopo aver bevuto dell’acqua va fuori di sé e rim a­
ne attonita in mezzo agli incensi, anche tu dici che
questa predice il futuro 70. Apollo fu abile nel vaticinio
e m aestro degli indovini, ma riguardo a Dafne rim ase
ingannato. Una quercia -r- dimmi tu! — è indovina? e
gli uccelli fanno forse predizioni? tu dunque sei infe­
riore agli animali e alle piante? Sarebbe bello per te
trasfo rm arti in un legno profetico e prendere il volo
degli esseri che solcano l'aria. Colui che ti rende avido,
proprio costui ti fa profezie su come diventare ricco;
colui che suscita ribellioni e lotte, fa profezie sulla vit­
toria in guerra. Se tu sarai superiore alle passioni, di­
sprezzerai tu tte le cose che sono nel mondo. Non dete­
state noi che siamo cosi, m a cacciando i demoni onora­
te l’unico Dio. «Tutte le cose sono da lui e senza di lui
alcun essere fu creato» 71. Se in ciò che germoglia c’è
qualcosa di cattivo, è accaduto a causa di ciò che in
noi è peccaminoso. Posso dim ostrare la motivazione di
ciò: ascoltate e colui che ha fede com prenderà.

Ogni uomo potrà essere immortale


20. Anche se vi curate con dei farm aci (acco
scendente io mi rivolgo a te), bisogna che tu renda te­
stim onianza a Dio. Il mondo ci attira verso il basso e a
causa della debolezza io desidero la m ateria. La parte
alata dell’anim a è lo spirito perfetto; avendolo respinto
a causa del peccato, essa precipitò a te rra come un uc­
cellino (dal nido) e lontana dalla dim ora del cielo, desi­

70 Riferimento alla Pizia e ai suoi oracoli.


71 Cf. Gv. 1, 3.
Taziano, Discorso ai Greci 209

derò partecipare delle cose inferiori; i demoni furono


condotti altrove e coloro che erano stati creati per p ri­
mi furono esiliati. Gli uni furono precipitati dal cielo,
gli altri dalla terra, ma non da questa, ma da una zona
dell’universo ordinata e migliore di quella che è quag­
giù. Ora bisogna che noi, bram osi di ciò che era alle
origini, respingiam o ogni ostacolo possibile.
Il cielo, o uomo, non è infinito, ma lim itato e
un confine. Gli spazi al di sopra di esso sono i mondi
superiori che non subiscono il variare delle stagioni a
causa del quale si verificano svariate m alattie; goden­
do piuttosto di un clima costantem ente tem perato han­
no un giorno che non tram onta e uno splendore inac­
cessibile agli uomini di quaggiù. Coloro che si dedica­
rono alla geografia descrissero le regioni per quanto
era possibile all’uomo; m a non potendo parlare di
quelle (regioni) che erano al di là perché impossibili a
vedersi, attribuirono la causa alle maree, alle alghe del
mare, alla zona melmosa, all’arsu ra dei luoghi, al fred­
do e al gelo. Ma quello che era da noi ignorato, l’abbia­
mo im parato dai profeti. Persuasi che lo spirito celeste
insieme all’anim a avrebbe acquistato l’im m o rta lità72,
predicevano ciò che le altre anime non conoscevano.
Ad ogni (uomo) nudo è possibile indossare questo o rn a­
mento e ritornare all’antica nobiltà.

21. Non siamo pazzi, o Greci, né raccontiam o sc


chezze annunciando che Dio è venuto in form a umana.
Voi che ci recate oltraggio, confrontate i vostri miti
con i nostri racconti. Deifobo, come dicono, era Atena
(che si trasform ò) a causa di Ettore 73 e per Admeto Fe­
bo dai capelli riccioluti condusse al pascolo i buoi dai
piedi rito rti e la sposa di Zeus si recò da Semele nelle
sembianze di una vecchia. Dedicandovi a queste cose
come potete deridere noi? Il vostro Esculapio 74 è m or­

72 Cf. 1 Cor. 15, 53.


73 Cf. Ilias 22, 226 ss.
74 Ricordato anche da Aristide, Apologia 10, 5; Giustino, / Apolo-
210 Gli apologeti greci

to e colui che violentò 50 vergini in una sola notte nel­


la regione di Tespia scomparve in preda al fuoco dove
si era gettato 75. Prometeo, incatenato al Caucaso, sop­
portò un castigo per il beneficio reso agli uomini. Se­
condo voi Zeus è invidioso e nasconde il (significato
del) sogno 76 volendo m andare in rovina gli uomini.
Perciò, riflettendo sulle m em orie a voi fam iliari, accet­
tate anche noi che narriam o m iti in modo analogo.
Non siamo noi sconsiderati, ma (lo sono) le vostre
schiocchezze; se raccontate la nascita degli dèi, dimo­
strate che essi sono m ortali. Per quale motivo adesso
E ra non concepisce? È forse divenuta vecchia oppure
non ha nessuno che ve lo renda manifesto? Ora, o Gre­
ci, datem i retta e non spiegate allegoricam ente né i mi­
ti, né i vostri dèi; anche se vi accingete a fare ciò, la di­
vinità che è presso di voi sarà soppressa da noi e da
voi. Se per voi i demoni sono tali quali si descrivono,
sono deplorevoli nel com portam ento, ma se vengono
trasferiti in un qualcosa di più corporeo, allora non so­
no quelli che si dice. Ma non potrei mai essere persua­
so ad adorare la sostanza degli elementi, né potrei con­
vincere il mio prossimo.
M etrodoro di Lampsaco 77 nel (suo libro) «Su Ome­
ro» form ula spiegazioni in modo troppo semplicistico,
traducendo ogni cosa allegoricamente. Afferma infatti
che né Era, né Atena, né Zeus sono come li credono co­
loro che a essi consacrano i recinti del tempio e i san­
tuari, m a (dice che essi sono) sostanze della n atu ra e
disposizione degli elementi. Ettore e, naturalm ente,
Achille e Agamennone e in genere tu tti i Greci e i B ar­

gia 21, 2; Atenagora, Legatio 29; Teofilo, I Ad Autolicum 13.


75 Si tra tta di Eracle la cui m orte è menzionata anche da Aristi­
de, Apologia 10, 9; Giustino, I Apologia 21, 2; Atenagora, Legatio 29;
Teofilo, I Ad Autolicum 1, 9.
76 Probabile riferim ento a Ilias 2, 6 in cui si n arra di Zeus quan­
do decise d’ispirare ad Agamennone un sogno che non predicesse il
vero.
77 Cf. Diogene Laertio 2, 3, 7; 10, 22-25.
Taziano, Discorso ai Greci 211

bari con Elena e con Paride, direte che sono della stes­
sa n atu ra e che sono stati inventati p er un certo ordi­
nam ento, m entre non è esistito nessuno degli uomini
di cui ho parlato. Ma ciò lo abbiamo dato come
ipotesi 78. Non è consentito paragonare la nostra con­
cezione di Dio con coloro che si rotolano nella m ateria
e nel fango.

Le turpi rappresentazioni

22. Quali sono i vostri insegnam enti? Chi potr


be non canzonare le vostre feste popolari che, con il
pretesto di una celebrazione in onore dei demoni mal­
vagi, conducono gli uomini alla ignominia? Io vidi
spesso un tale e vedendolo mi meravigliai e dopo es­
serm i m eravigliato lo disprezzai per il fatto che men­
tre, interiorm ente, era (in un certo modo) si m aschera­
va esternam ente per quello che non era. Del tu tto effe­
m inato e cascante da ogni parte; o ra scintillante nello
sguardo, ora gesticolando con le mani e come un de­
monio, grazie alla m aschera di argilla, diventava ora
come Afrodite, ora come Apollo; lui solo accusatore di
tu tti gli dèi, sintesi di ogni superstizione, denigratore
delle gesta eroiche, attore di omicidi, n arrato re di adul­
teri, tesoro di pazzie, m aestro di dissolutezza, pretesto
per coloro che em ettono condanne e costui era da tutti
applaudito. Io però rifiutai costui che era falso in tutto:
nell'essere empio, nel (suo) m estiere e come uomo. Voi
invece siete tra tti in inganno da costoro e oltraggiate
quelli che non partecipano alle vostre abitudini.
Io non intendo stare a bocca ap erta m entre m
cantano e non voglio stare insieme a chi am micca e si
muove in modo non naturale. Che cosa di m ostruoso
non è stato da voi inventato? Parlano con il naso e di­
cono cose turpi, fanno gesti sconvenienti e le vostre fi­
glie e i vostri fanciulli li osservano m entre sulla scena
78 Si riferisce a quanto ha detto prim a e cioè all'ipotesi che
dottrina cristiana sia simile ai miti pagani.
212 Gli apologeti greci

fanno scuola su come bisogna com m ettere adulterio.


Belle davvero tu tte le vostre sale che proclam ano ciò
che di notte si compie in modo perverso e divertono gli
uditori con la pronuncia di turpiloqui. Belli poi anche
i vostri poeti, falsi e ingannatori di quanti ascoltano le
loro composizioni.
23. Ho visto uomini strem ati dagli esercizi ginnici
e che mal sostenevano il peso del loro corpo. Per loro
sono stati proposti prem i e corone m entre gli organiz­
zatori delle gare li incitano non ad una virtù, ma ad
una lotta di violenza e di contesa e (ho visto) incorona­
to colui che colpiva più forte. Ma questi sono i mali
minori. Chi non esiterebbe a n arrare il peggio? Alcuni,
attra tti dall’ozio, a causa della (loro) dissolutezza han­
no venduto se stessi per essere uccisi; il povero vende
se stesso, il ricco, invece, com pra gli uccisori. Alcuni
per dare poi testim onianza si siedono davanti a loro e
quelli com battono corpo a corpo dandosi pugni senza
nessun motivo e nessuno va ad aiutarli. Secondo voi,
dunque, queste cose son ben com piute?
Colui che tra di voi è potente, raduna un esercito
di assassini, prom ettendo di n u trire i ladroni e i ladro­
ni vengono fuori da lui e tu tti vi riunite p er lo spetta­
colo divenendo giudici sia di colui che ha organizzato
la (gara di) malvagità, sia di coloro che com battono
corpo a corpo. Chi non è presente alla strage si afflig­
ge per il fatto che non è stato condannato ad essere
spettatore di azioni perverse e scellerate. Uccidete gli
anim ali per m angiare la carne e com prate gli uomini
per fare all’anim a u n ’offerta di antropofagia, nu tren ­
dola con empi spargim enti di sangue. Il ladro, quindi,
uccide per rubare, il ricco com pra i lottatori per ucci­
dere.
24. A che mi giova colui che, secondo Euripide,
impazzisce recitando il m atricidio di Alcmeone 79? Non
79 Taziano allude al protagonista della tragedia di Euripide i
tolata «Alcmeone» e ora andata perduta.
Taziano, Discorso ai Greci 213

possiede un aspetto fam iliare, rim ane a lungo a bocca


aperta, dim ena la spada, gridando prende fuoco e in­
dossa un abito che non si addice ad un uomo. Alla m a­
lora i racconti favolosi di Egesia 80 e di M enandro ver­
sificatore della lingua di quello. Per quale motivo devo
stupirm i del pitico suonatore di flauto? Per quale ra ­
gione devo occuparm i come Aristosseno del tebano An-
tig en id e81? Lasciamo a voi le cose inutili. Voi dunque
o vi convincete delle nostre dottrine oppure, come fac­
ciamo noi (nei confronti delle vostre), lasciateci le
nostre 82.

Ancora contro i filosofi

25. Che cosa di grande e di straordinario com


no i vostri filosofi? Lasciano nuda una sp a lla 83; si p re­
sentano con capelli folti, si fanno crescere la barba,
portano le unghie lunghe e dicono di non aver bisogno
di nessuno, m a come Proteo 84 si servono di un concia­
tore di pelli per la bisaccia, di un tessitore per il m an­
tello, di un legnaiolo per il bastone, di gente ricca e di
un cuoco per la loro ghiottoneria. 0 uomo che imiti il
cane! 85. Tu non conosci Dio e ti volgi all'im itazione de­
gli esseri che non hanno ragione; gridando in pubblico
con au to rità diventi difensore di te stesso e, se non ot­
80 Non si com prende a chi voglia riferirsi Taziano; s’ignora chi
sia Egesia qui nominato. D. Ruiz Bueno, op. cit., p. 606, propone di
leggere Egesippo, nome del comico della commedia nuova.
81 Aristosseno di T aranto (discepolo di Aristotele ed autore di nu­
merosi scritti su temi e problem i musicali) dedicò il suo talento alla
musica e ne divenne il prim o cultore; secondo la tradizione, si deve
a lui la scoperta delle leggi in base alle quali si costruirono le scale
musicali. Qui Taziano fa riferim ento alle riflessioni dedicate da Ari­
stosseno ad Antigenide suonatore di flauto.
82 Per il senso del discorso riteniam o di dover trad u rre con «no­
stre» sia nel prim o che nel secondo caso, anziché con «vostre».
83 Cf. Cipriano, De bono patientiae 2: «...seminudi pectoris».
84 Filosofo cinico vissuto nel II sec. d.C.
85 Espressione ironica contro i filosofi cinici.
214 Gli apologeti greci

tieni il consenso, lanci ingiurie e l’essere filosofo di­


venta per te u n ’arte per guadagnare. Se segui le d ottri­
ne di Platone, -ti si oppone accanitam ente colui che in­
segna secondo Epicuro. Se al contrario vuoi essere co­
me Aristotele, ti insulterà colui che è seguace di Demo­
crito. Pitagora afferm a di essere stato Euforbo 86 ed è
infatti erede della dottrina di Ferecide 87; Aristotele poi
si oppone aH’im m ortalità dell’anima. Accettando con­
trad d ittorie trasm issioni di dottrina, discordi com bat­
tete contro quelli che sono tra loro concordi. Qualcuno
afferm a che il Dio perfetto è corpo: io però (dico che)
non è corpo. (Qualcuno sostiene che) il mondo è incor­
ruttibile, io invece (affermo che) è corruttibile; che la
conflagrazione avviene in determ inati periodi, io inve­
ce (dico) una volta per sempre. (Dite) che sono giudici
Minosse e Radam ante, io (affermo che è giudice) lo
stesso Dio 88. (Dite) che soltanto l'anim a è im mortale,
io (sostengo) che lo è anche il corpo insieme ad essa.
In che cosa, o Greci, vi rechiamo danno? Perché di­
sprezzate come esseri abominevoli coloro che seguono
la parola di Dio? Presso di noi non esiste l'antropofa­
gia 89; m a voi, falsi testim oni, siete quelli che lo vanno
dicendo. Presso di voi, invece, Pelope è cibo degli dèi
anche se am ante di Poseidone e Cronos divora i suoi fi­
gli e Zeus (divora) Metis 90.

Contro i retori e i grammatici

26. Cessate dall'essere trionfanti per i discorsi


tru i adornandovi — come il corvo — con penne non vo­

86 Eroe troiano che per prim o feri Patroclo e lo volle poi spoglia­
re delle armi, m a fu raggiunto e ucciso a sua volta da Menelao: l'epi­
sodio è n arrato in Ilias 17, 46-60.
87 È la dottrina della metempsicosi.
88 Cf. cap. 6.
89 Tema ricorrente negli apologisti: cf. Atenagora, Legatio 35;
Teofilo, III Ad Autolicum 15, ecc.
90 Cf. Atenagora, Legatio 20.
Taziano, Discorso ai Greci 215

stre. Se ogni città si riappropriasse del proprio modo


di parlare, verrebbero meno i vostri sofismi. M entre
voi cercate chi è Dio, ignorate quelle cose che sono in
voi; m entre state a bocca ap erta verso il cielo, cadete
nel baratro. Le trattazioni dei vostri libri assomigliano
ai labirinti e coloro che li leggono (sono simili) al pitos
delle Danaidi. Perché suddividete il tempo, dicendo
che di esso esiste quello passato, quello presente e
quello futuro? Se esiste il presente come può trasco r­
rere il futuro? Come i m arinai di una nave che li con­
duce in viaggio credono, p er ignoranza, che le m onta­
gne corrano via, cosi anche voi non com prendete che
voi passate oltre, m entre il tempo resta fermo fino a
quando colui che lo ha creato vorrà che sia cosi. Per­
ché sono accusato m entre dico la mia, e perché vi date
da fare per distruggere tu tto quello che è mio? Non
esistete voi cosi come (esistiamo) noi? Non siete sotto­
messi alla m edesim a disposizione del mondo? Perché
afferm ate che la saggezza è presso di voi soltanto,
quando non possedete un altro sole, né corso di astri,
né diversa origine, né m orte privilegiata rispetto agli
altri uom ini? I gram m atici sono la causa delle vostre
sciocchezze; voi che dividete la sapienza vi separate
dalla vera saggezza e attrib u ite agli uomini i nomi del­
le parti. Voi ignorate Dio e com battendo vi uccidete gli
uni con gli altri. Per questo motivo tu tti voi non siete
niente, facendo vostri i discorsi (altrui) e parlando co­
me un cieco ed un sordo. Perché afferrate gli strum en­
ti da costruzione voi che non sapete costruire? Perché
esaltate le parole rim anendo molto lontani dai discor­
si? Gonfiati dalla gloria e m iserabili nelle sventure, fa­
te uso dei vostri schemi contro la logica; in pubblico vi
presentate con ostentazione, ma di nascosto conversate
all'angolo.
Sapendo che siete cosi, vi abbiamo abbandonato e
non tocchiam o più ciò che è vostro, m a seguiamo la
parola di Dio. Perché, o uomo, scateni una g uerra di
parole? Perché come in una lotta fai cozzare le pro­
nunzie distinte come la balbuzie degli Ateniesi p u r po­
216 Gli apologeti greci

tendo parlare più naturalm ente? Se fai atticism i p u r


non essendo ateniese, dimmi per quale motivo non fai
dorismi. Perché questo ti sem bra essere più b arbaro e
q uest’altro più piacevole per un discorso?

Perché i cristiani sono odiati senza motivo?

27. Se tu persisti nel loro insegnam ento, per


fai guerra a me che ho scelto le idee delle dottrine che
voglio? Perché non è ragionevole che un ladro per il
nome che gli è stato affibbiato non sia punito prim a
che sia conosciuta la verità con esattezza, m entre noi
siamo odiati per un preconcetto d’ignominia senza un
esame? 91. Diagora 92 era ateniese e poiché aveva svela­
to i m isteri degli Ateniesi lo avete punito, ma ora leg­
gendo i suoi discorsi frigi ci odiate. Conservando «I
Commentari» di Leonte 93, detestate le nostre argom en­
tazioni; essendovi appropriati delle idee di A pione94
sugli dèi d’Egitto, in base a queste proclam ate noi co­
me i più empi. Presso di voi è m ostrata la tom ba di
Zeus Olimpo 95, anche se qualcuno dice che i Cretesi
sono bugiardi 96. L’assem blea dei m olti dèi è proprio
un nulla. Anche se Epicuro, che li disprezza, accendes­
se (loro) le fiaccole. In nessun modo io onoro i capi più
di Dio. La concezione che io ho riguardo all’universo,
non la nascondo. Perché mi consigli di falsificare la
« cittadinanza»97? Perché m entre dici di disprezzare la

91 Cf. Giustino, I Apologia 4.


92 Diagora di Melo, vissuto quasi sempre ad Atene e soprannomi-
nato l'ateo, è ricordato anche da Atenagora, Legatio 4.
93 Leonte di Pella fu autore di un trattato sulle divinità egiziane:
cf. Clemente Alessandrino, Stromata 1, 21, 106.3.
94 Apione visse a Roma al tempo di Tiberio e di Claudio e fu au­
tore delle «Egiziache».
95 Cf. Teofilo, I Ad Autolicum 10.
96 Cf. Atenagora, Legatio 30.
97 Si riferisce alla cittadinanza del «cristiano».
Taziano, Discorso ai Greci 217

m orte riveli con quale arte fuggirla? Io non ho un cuo­


re di cervo 98; il modo del vostro parlare è come (quel­
lo di) Tersite 99 il ciarlatano; come crederò a colui che
dice che il sole è una m assa incandescente e la luna è
terra? queste sono infatti gare di parole e non esposi­
zione della verità. Non è forse stolto credere ai libri di
Erodoro 10°, a proposito del racconto di Eracle, i quali
narrano che la te rra sta in alto e da questa precipita il
leone ucciso da Eracle? A che cosa potrebbe servire
l’elocuzione attica, la serie dei sillogismi dei filosofi e
la credibilità dei sillogismi, le m isure della terra, le po­
sizioni degli astri e i percorsi del sole? Essere occupati
intorno a questa ricerca è opera di colui che fa delle
proprie dottrine una legge per se stesso.

Accusa alle leggi pagane

28. Per questo io condanno le vostre leggi; b


gnerebbe infatti che il tipo di vita sociale fosse uno so­
lo ed uguale per tutti. Ora invece, quanti (sono) i tipi di
città, altrettan te le disposizioni delle leggi, vergognose
per alcuni e per altri degne di onore. Così i Greci cre­
dono che sia abominevole unirsi alla m adre, m entre
per i maghi persiani si tra tta dell'usanza più bel­
la 101. La pederastia è condannata dai B arbari, m entre
è considerata degna di privilegio dai Romani, i quali
cercano di radunare frotte di fanciulli come cavalli da
pascolo 102.

98 Espressione omerica: cf. Ilias 1, 225.


99 Cf. Ilias 2, 207.
100 Erodoro di Eraclea (sul Ponto), logografo vissuto nella secon­
da m età del V sec. a.C. scrisse La storia dei Eracle (opera in 17 libri).
101 Cf. Tertulliano, Apologeticum 9, 16.
102 Cf. Giustino, I Apologia 27, 1-3; Atenagora, Legatio 34, 2-7;
Clemente Alessandrino, Paidagogus 3, 4, 26.2; Tertulliano, Apologeti­
cum 9.
218 Gli apologeti greci

Taziano scopre la verità

29. Dopo aver visto queste cose, dopo aver p arte­


cipato anche ai m isteri e dopo aver sperim entato che
ovunque i culti erano stati fondati da effem inati e da er­
m afroditi, sapendo che presso i Romani quello che per
loro è Giove Laziale gode del sangue im puro degli uomi­
ni e del sangue che viene dalle carneficine um ane 103, (sa­
pendo) che Artemide non lontano dalla grande città ac­
cetta le medesime cose e che altri demoni, chi da una
parte chi dall’altra, si preoccupano di scatenare m isfatti,
rientrando in me stesso, cercavo in che modo poter tro ­
vare la verità. A me che meditavo su ciò che fosse bene,
capitò d ’im batterm i in alcuni scritti barbari, m olto più
antichi delle dottrine dei Greci, molto più divini rispetto
agli errori di quelli. Accadde che io credetti a questi
(scritti) per la sem plicità del parlare e per la modestia
dei narratori, per la facile spiegazione della creazione
dell’universo, per la conoscenza del futuro, per la ecce­
zionalità delle cose annunciate e per il sovrano di tu tte le
cose. M entre la mia anim a veniva am m aestrata da Dio,
com presi che m entre quelle (dottrine) sono motivo di
condanna, queste altre sciolgono dalla schiavitù che è
nel mondo e ci liberano dai num erosi sovrani e dalle mi­
gliaia di tiranni 104 e ci danno non quello che non abbia­
mo mai ricevuto, ma ciò che, ricevutolo, fummo impediti
di possederlo a causa dell’errore.

Un tesoro nascosto

30. Essendomi im possessato di questi concetti, ho


voluto spogliarm i di tu tti come coloro che tra i fan­
ciulli sono ancora infanti. Sappiamo che la n atu ra del
male è simile a quella di un piccolissimo seme. Nel

103 Cf. Tertulliano, Apologeticum 9, 5.


104 Si riferisce alle innumerevoli forze demoniache che rendono
schiavo l’uomo.
Taziano, Discorso ai Greci 219

modo in cui prende vigore da una piccolissim a origine,


di nuovo poi si distrugge se noi obbediamo alla parola
di Dio senza disperderci. Con un tesoro nascosto ci ha
conquistato; per dissotterrarlo ci siamo coperti di pol­
vere, m a abbiam o trovato il modo di averlo con noi 10S.
Ogni persona che ne ha preso possesso ha ottenuto
una ricchezza preziosissim a. Tutto ciò sia detto al no­
stro prossimo, m a a voi, o Greci, che cosa altro (si può
dire) eccetto di non offendere coloro che sono superio­
ri e — se vengono chiam ati barb ari — di non prendere
ciò come motivo di derisione? Se volete potrete scopri­
re la causa del fatto che non a tu tti è possibile com­
prendere la lingua gli uni degli altri. A coloro che non
vogliono studiare i nostri insegnam enti darò una spie­
gazione facile ed esauriente.

La filosofia cristiana è la più antica

31. Ora ritengo che sia utile dim ostrare che la


stra filosofia è più antica delle discipline che sono
presso i Greci. Termini (di riferimento) sono per noi
Mosè ed Omero, infatti sia l'uno che l’altro sono anti­
chissimi: l’uno è il più antico dei poeti e degli storici;
l’altro, principio di ogni saggezza barbara. Ora da noi
saranno messi a confronto, e scoprirem o che le nostre
(dottrine) non solo sono precedenti alla cu ltu ra greca,
ma anche all’invenzione delle lettere; non prenderò co­
me testim oni coloro che sono di casa, piuttosto mi ser­
virò di difensori greci. La prim a cosa, infatti, non sa­
rebbe ragionevole e neppure da noi sarebbe accettata;

105 Colui che ci conquista è il Verbo di Dio; il «tesoro nascos


di cui si parla è stato interpretato da alcuni come «Regno di Dio» in
riferim ento a Mt. 13, 44; per dissotterrare il tesoro, il cristiano si co­
p rirà di polvere (cioè: disprezzerà il mondo). Da altri, secondo una
tesi più suggestiva e più convincente, il tesoro nascosto che conqui­
sta l’uomo a Dio è il pentimento delle proprie colpe e la polvere di
cui si copre il cristiano è la cenere della penitenza e della m ortifica­
zione (cf. Ubaldi, op. cit., p. 64, n. 4).
220 Gli apologeti greci

la seconda si rivelerà straordinaria, poiché, resistendo


a voi con le stesse vostri arm i, ottengo p er voi prove
senza sospetto.
I più antichi a fare indagini sulla poesia di O
ro, sulla sua nascita e sul tem po in cui egli fiori, (fu­
rono) Teagene di Reggio 106, nato al tempo di Cam­
buse, Stesim broto di Taso 107, Antimaco di Colofo­
ne 108, Erodoto di A licarn asso l09, Dionisio di Olin­
to no; dopo di loro, Eforo di Cuma Filocoro di Ate­
ne 112, Megaclide e Camaleonte, i p e rip a te tic i113; poi i
gram m atici Zenodoto U4, A risto fan e115, Callistrato U6,

106 Vissuto a! tempo di Cambise, è da ritenere il prim o studi


di Omero; curò la prim a edizione dell'Iliade: scrisse anche un’opera
su «La poesia, la stirpe e l'epoca in cui fiori Omero».
,07 Noto come storiografo e sofista del V sec. a.C., autore di uno
scritto «Intorno a Temistocle, a Tucidide e a Pericle».
100 Grammatico e poeta vissuto tra il V e il IV sec., autore
poema greco La Tebaide e del poemetto elegiaco Lide.
109 II famoso storico greco vissuto tra il 484 e il 425; narrò le
guerre persiane fino al 478 nei nove libri delle sue Historìae.
110 Citato da Taziano tra i critici di Omero, ma di lui non abbia­
mo altra testimonianza: cf. J.A. Fabricius, Bibliotheca Graeca, I, 321;
IV, 411 (Hildsheim 1966, copia anast. ed. 1790).
111 Storico greco vissuto tra il IV e il V sec.; fu ideatore di una
Storia universale di cui però ci restano solo alcuni frammenti.
112 È ricordato tra gli autori del IV sec. che scrissero la storia
dell’Attica raccogliendo docum enti preziosissimi per la conoscenza
della civiltà e della religione ateniesi.
113 Camaleonte, vissuto nel IV sec. a.C., si dedicò al racconto bio­
grafico e in particolare alle vite dei poeti; Megaclide, gramm atico
della seconda m età del IV sec. a.C., si dedicò anche allo studio delle
opere di Omero: cf. Pauly-Wissowa XV, 1, 124 s.
114 Zenodoto di Efeso visse tra il 325 e il 260; filologo e gram m a­
tico, a lui è attribuita la suddivisione in 24 libri de\V Ilìade e del-
l’Odissea. Ogni libro fu da lui num erato con le 24 lettere dell’alfabe­
to ionico.
115 Aristofane di Bisanzio, vissuto tra il 257 e il 180, è ricordato
tra i grandi filologi alessandrini e tr a gli studiosi di Omero.
116 Grammatico di Alessandria vissuto nel II sec. a.C., allievo di
Aristofane di Bisanzio ed autore di commenti ai poeti greci (Omero,
Pindaro, Eschilo). Dei suoi scritti ci è pervenuto solo qualche fram ­
mento.
Taziano, Discorso ai Greci 221

Cratete ll7, Eratostene 118, Aristarco ll9, Apollodoro 120.


Di costoro, i seguaci di Cratete dicono che egli
(Omero) visse prim a del ritorno degli Eraclidi e al più
tardi 80 anni dopo la guerra di Troia; i seguaci di E ra­
tostene dopo il centesimo anno dalla presa di Troia; i
seguaci di A ristarco al tem po della migrazione ionica
che avvenne 140 anni dopo la guerra di Troia; Filocoro
dopo la m igrazione ionica, quando Archippo era arcon­
te in Atene, 180 anni dopo la g uerra di Troia; i seguaci
di Apollodoro 100 anni dopo la migrazione ionica che
avvenne 240 anni dopo la guerra di Troia. Alcuni affer­
mano che (Omero) visse prim a delle Olimpiadi, cioè
400 anni dopo la presa di Troia; altri, collocandolo in
un periodo posteriore, dicono che Omero fu contem po­
raneo di Archiloco; e Archiloco visse al tempo della
23a Olimpiade quando visse Gige di Lidia, 500 anni do­
po la guerra di Troia. Quanto poi al tem po del citato
poeta — parlo di Omero —, riguardo alla controversia
di coloro che si pronunciano sul suo conto e riguardo
al disaccordo tra coloro che possono indagare a scopo
di critica, per noi è sufficiente che se ne sia parlato
per sommi capi. A tu tti è possibile dim ostrare che so­
no false le opinioni a proposito di queste tradizioni.

117 Cratete di Mallo (in Cilicia), vissuto nel II sec. a.C., fu seguace
della filosofia stoica e gramm atico. Fu a capo della scuola di Perga­
mo e ne diresse la biblioteca. Tra le opere più im portanti, i commen­
ti a Omero e a Esiodo.
118 E ratostene di Cirene, vissuto tra il 275 e il 195, fu biblioteca-
rio di Alessandria, succedendo ad Apollonio Rodio; fu matematico,
geografo, astronom o e gram m atico e si dette il nome di «filòlogos».
Compose le «Cronografie» (in 9 libri) e la «Geografia» (in 3 libri). Si
dedicò inoltre ad un attento studio dei poemi omerici.
119 Aristarco di Sam otracia, vissuto tra il 217 e il 145, fu gram ­
matico e filologo; allievo e successore di Aristofane, diresse la biblio­
teca di Alessandria e curò l’edizione dei poemi omerici (e di altre
opere dei poeti greci) studiandone attentam ente il lessico.
120 Apollodoro di Atene, allievo di Aristarco, fu un grammatico
alessandrino e un n arrato re di miti; visse nel II sec. a.C. Nei 24 libri
«Sugli dèi» tra tta la storia mitologica e religiosa iniziando dall’esa­
me degli attrib uti usati da Omero per le divinità.
222 Gli apologeti greci

Per coloro infatti, per i quali è senza coerenza la cro­


nologia dei fatti, non è possibile siano veri neppure i
fatti della storia. Qual è infatti la causa dell’erro re di
uno scritto se non l’inventare cose non vere?

Ciò che viene da Dio è superiore ad ogni ricompensa


32. Presso di noi non esiste il desiderio della va
tà, né ricorriam o alla diversità delle dottrine. Lontani
infatti dal modo di ragionare comune e terreno, obbe­
dienti ai precetti di Dio e seguaci della legge im m orta­
le del Padre, rifiutiam o tu tto ciò che poggia sulla glo­
ria umana. E non soltanto i ricchi fanno filosofia, ma
anche i poveri godono gratuitam ente dell’insegnamen­
to 121. Ciò che viene da Dio è superiore alla ricom pensa
dei doni (che sono) nel mondo; pertanto noi avvicinia­
mo tu tti coloro che vogliono ascoltare anche se sono
donne vecchie, anche se sono giovanetti; in genere,
ogni età è da noi onorata; si è ben lontani dalla scostu­
matezza. Quando parliam o, non mentiamo; sarebbe be­
ne se voi sm etteste di perseverare nella incredulità. Ma
se realm ente i nostri (insegnamenti) sono consolidati
dal pensiero di Dio, voi ridete pure e ugualm ente pian­
gerete. Non è forse assurdo che Nestore, il quale secon­
do voi scioglieva le briglie dei cavalli con lentezza a
causa della debolezza e torpidezza che viene dall’età 122,
sia am m irato m entre tenta di lottare alla stregua dei
giovani? e siano invece derisi quelli che sino alla debo­
le vecchiaia si consum ano nella meditazione di Dio?
Chi non potrebbe ridere delle Amazzoni e di Sem iram i­
de e di alcune altre guerriere che voi dite siano esisti­
te, e voi invece oltraggiate le nostre vergini? Achille
era un giovane e si crede senza dubbio che fosse nobi­
le; Neottolemo era più giovane, ma fortissimo; Filottet-
te era debole, m a la divinità si servi di lui contro
Troia. Chi era mai Tersite? eppure comandava l’eserci­

121 Cf. Giustino, II Apologia 10; Atenagora, Legatio 11.


122 Cf. Ilias 8, 87.
Taziano, Discorso ai Greci 223

to; e se non fosse stato loquace a causa dell’ignoranza,


non sarebbe stato schernito come uno dalla testa aguz­
za e pelata 123. Tutti coloro che vogliono fare filosofia...
alcuni che sono presso di noi, non li approviam o in ba­
se all'aspetto, né giudichiam o dalla bellezza coloro che1
vengono da noi. Crediamo infatti che la forza del pen­
siero può essere in tu tti anche se deboli nel corpo; il
vostro (atteggiamento) invece è pieno d’invidia e di
ogni stupidità.

Le donne greche

33. Per questo motivo, in base a tu tto ciò


presso di voi è considerato degno di onore, ho deside­
rato dim ostrare che m entre i vostri costum i si ispirano
ad una notevole follia, i nostri alla saggezza. Voi, che
dite che noi facciamo chiacchiere in mezzo alle donne,
alle giovani fanciulle e alle vecchiette e ci oltraggiate
perché non stiamo con voi, ascoltate la frivolezza dei
fatti com piuti dai Greci; m olto sciocche sono le p rati­
che dei vostri costum i a causa della stragrande vanità
e nulla di più turpe dei vostri ginecei.
Lisippo scolpi nel bronzo Praxilla che non aveva
detto niente di utile nei suoi poemi; M enestrato (scolpi)
Learcide; Silanio Saffo l’etera; Naucide la lesbica Erin-
na; Boisco M irtide, Cefisodoto la bizantina Miro; Gom-
fo Praxagoride e A nfistrato Clito; che dire poi di Anita,
Telesilla e Nosside? della prim a furono artefici Euti-
crate e Cefisodoto, della seconda N icerato e della terza
Aristodoto. E uticrate (è scultore) di M nesarchide di
Efeso, Silanio di Corinna, E uticrate di Taliarchide di
Argo 124.
123 Cf. M as 2, 212.219.
124 Eccetto Saffo, la celebre poetessa di Lesbo, vissuta nel VII
sec. a.C., pressoché nulla si sa delle altre poetesse citate da Taziano
e di cui si possiedono tu tt’al più solo frammenti. Nessuna testim o­
nianza ci è pervenuta su Prassagoride, Clito, Mnesarchide, Taliar­
chide.
224 Gli apologeti greci

Desideravo parlare di queste affinché crediate che


nulla d ’insolito facciamo e giudicando le abitudini sot­
to i vostri occhi non deridiate quelle (donne) che pres­
so di noi si dedicano alla filosofia. Saffo folle d’am ore
im pudico per le donne cantò la sua stessa dissolutezza.
Tutte le nostre donne vivono nella continenza e le fan­
ciulle intorno alla conocchia rivolgono espressione a
Dio con più ardore d'ogni vostra fanciulla.
Vergognatevi di questo: scoprirvi discepoli delle
donne, beffeggiando quelle che vivono con noi ed insie­
me alla com unità. Che cosa per voi compi di venerabi­
le Glaucippe, la quale generò un figlio m ostruoso come
dim ostra l’immagine di lei scolpita da N icerato figlio
di Euctim one di Atene? Se p artorì un elefante, che mo­
tivo c’è che Glaucippe abbia goduto di onore pubblico?
Prassitele ed Erodoto hanno creato per voi l’etera
Frine ed E uticrate scolpi nel bronzo Panteucide resa
gravida da un seduttore. Dinomene con la sua arte fece
in modo di lasciare il ricordo di Bizantide regina dei
Peoni, la quale aveva partorito un figlio nero. Condan­
no Pitagora che raffigurò E uropa seduta sul toro e
(condanno) voi che onorate p er la sua arte colui che è
accusatore di Zeus. Rido della saggezza di Micone che
fu artefice di una giovenca con sopra la Nike, poiché
(Zeus) avendo rapito la figlia di Agenore 125 ebbe la ri­
com pensa dell’adulterio e dell’intem peranza. Per quale
motivo Erodoto di Olinto costruì l’immagine di Glicerr:
la cortigiana e di Argia la citareda? Briaxis raffiguro
Pasife la cui lussuria ricordando, voi desiderate solo
che le donne di oggi siano tali e quali. C’era una Mela-
nippe 126 saggia: per questo Lisistrato la raffigurò; voi
però non credete che tra di noi ci siano donne sagge.

34. Davvero persona degna anche il tiranno Fal


de che p u r avendo m angiato bam bini lattanti, grazie

125 II cui nome era Europa.


126 Si fa riferim ento ad una delle protagoniste di Euripide la
quale aveva dato nome ad una tragedia andata poi perduta.
Taziano, Discorso ai Greci 225

alla macchinazione di Polistrato di Ambracia, è cono­


sciuto, fino ad oggi, come un uomo d ’am m irare! Gli
abitanti di Agrigento avevano p au ra di vedere il volto
di costui, proprio a causa della sua antropofagia, men­
tre a coloro che si vantano della pro p ria cu ltu ra sta a
cuore vederlo attraverso un ritratto.
Come non può essere penoso il fatto che da voi è ono­
rato il fratricidio? Voi che p u r vedendo le statue di Poli­
nice e di Eteocle non distruggete tali ricordi di malvagità
sotterrandole insieme a Pitagora che ne è l’artefice? Che
m 'im porta di Periclemene, la donna che p arto rì trenta
fanciulli, fatto che voi ritenete m irabile e da considerare
come un poema? Sarebbe meglio che fosse detestata co­
stei che aveva raggiunto il colmo di una sm isurata incon­
tinenza simile alla scrofa dei Romani la quale, per lo
stesso motivo — come raccontano — fu anch’essa degna
di culto ancora più m istico 127.
Ares commise adulterio con Afrodite e Androne
scolpi Armonia che (nacque) da loro. Sofrone che tra ­
smise nei suoi libri sciocchezze e fandonie è ancora
più famoso fino ad oggi grazie alla (sua) arte di lavora­
re il bronzo; e quel m entitore di Esopo lo resero im­
m ortale non solo i racconti favolosi, ma lo rese celebre
anche l’arte plastica di Aristodemo. Come non vi vergo­
gnate di avere delle poetesse che non servono a nulla,
innum erevoli cortigiane e uomini adulteri m entre di­
sprezzate al tem po stesso le virtù delle nostre donne?
Che c'è di buono nel sapere che Evante p arto rì nel Pe-
ripato oppure rim anere a bocca ap erta davanti all'arte
di C allistrato? oppure volgere lo sguardo verso N eera
di Kalliade? era infatti un'etera. Laide fu m eretrice e
l'am ante la scolpì a ricordo della prostituzione. Per
quale motivo non vi vergognate della corruzione di
Efestione anche se Filone lo ritrasse con indiscutibile
arte? Perché l'erm afrodita Ganimede, grazie all'opera
di Leocaro, lo onorate come se aveste un tesoro di va­

127 Cf. Aeneid.es 3, 390 ss.: dalla scrofa viene indicato ad Ene
luogo dove fondare la nuova città.
226 Gli apologeti greci

lore, come pure quella donnicciola o rn ata di bracciali


che Prassitele scolpi?
Bisognerebbe che, rifiutando ognuna di queste im­
magini, voi cercaste la verità perfetta senza deturpare
la nostra vita barattandola con le vergognose invenzio­
ni di Filenide 128 e di Elefantide.

La scelta di Taziano
35. Non ho esposto queste cose perché le ho im
rate da un altro, m a perché avendo visitato molte te r­
re, ho insegnato le vostre dottrine, mi sono trovato di
fronte a m olte arti e modi di pensare, e mi sono infine
tratten u to nella città dei Romani e mi sono reso conto
che essi vi avevano trasp o rtato le vostre statue di di­
verso tipo. Ma io, come è usanza presso molte persone,
non cerco di consolidare le mie (idee) con le opinioni
degli altri, m a di tu tto ciò di cui faccio conoscenza,
questo voglio com porre per iscritto. Pertanto avendo
detto addio all'orgoglio dei Romani e alle fredde chiac­
chiere degli Ateniesi... e alle dottrine incoerenti, mi av­
viai allo studio della dottrina barbara.
Cominciando a scrivere in che modo essa è più an­
tica delle vostre scienze e, rinviando ciò per l’urgenza
della spiegazione, adesso che è il momento di parlare
delle sue dottrine [...] lo tenterò. Non detestate il no­
stro insegnam ento e non elaborate una n u trita conte-
stazione contro di me pronunciando fandonie e insul­
saggini: che Taziano, sopra i Greci e sopra l'innum ere­
vole schiera di coloro che fanno filosofia, inventa la
d ottrina dei barbari. Che cosa c ’è di grave se uomini
rivelatisi ignoranti sono ora confutati da un uomo di
sentim enti uguali? che cosa c’è di assurdo, secondo
quello che disse, quel sapiente a voi fam iliare 129, nel-
l’«invecchiare im parando ogni cosa»?

128 Cf. Giustino, II Apologia 15, 3.


129 Si allude a Solone di Atene (640-559), eccellente uomo politico
ed esempio di saggezza morale, annoverato tra i «sette sapienti».
Taziano, Discorso ai Greci 227

Mosè visse prim a di Omero

36. Sia pure vissuto Omero dopo i fatti di Troia e


non solo questo! sia anzi ritenuto proprio del tempo
della guerra di Troia e, p er alcuni, abbia pure com bat­
tuto insieme ad Agamennone e, se qualcuno vuole, sia
anche esistito prim a dell'invenzione dell’alfabeto. Si di­
m ostrerà che Mosè di cui abbiam o parlato è vissuto
molti anni prim a della stessa presa di Troia ed è molto
più vecchio della fondazione di Ilio, di Troo e di Dar-
dano. Per la dim ostrazione mi servirò delle testim o­
nianze dei Caldei, dei Fenici, degli Egiziani. Che dovrò
dire di più? Bisogna infatti che colui che intende per­
suadere sia più conciso riguardo ai fatti davanti a co­
loro che ascoltano la narrazione [...].
Berosso, uomo babilonese, sacerdote di Belo (che è
adorato presso di loro) vissuto al tempo di Alessandro,
com positore per volere di Antioco, il terzo (successore)
dopo quello, di una storia dei Caldei in tre libri, illu­
strando le gesta dei re, n a rra che uno di loro, di nome
Nabuccodonosor, com battè contro i Fenici e contro i
Giudei. E questi (fatti) predetti dai nostri profeti, sap­
piamo che si verificarono molto più tard i del tempo di
Mosè: 70 anni prim a dell’egemonia persiana. Berosso è
un uomo m olto capace; prova di ciò è il fatto che Gio-
ba, scrivendo «Gli Assiri», dice di averne im parato la
storia da Berosso; a lui sono (attribuiti) due libri su
«Gli Assiri».

37. Dopo i Caldei ecco (le testimonianze) dei Feni­


ci, vi furono tra loro tre uomini illustri: Teodoto, Ipsi-
crate e Moco; i loro libri li tradusse in lingua greca Le­
to, colui che aveva com posto con acribia anche le vite
dei filosofi. Nelle storie di quelli già citati è n arrato al
tempo di quale re avvenne il rapim ento di E uropa e
l’arrivo di Menelao in Fenicia e i fatti riguardanti Chi-
ram o che dette la propria figlia in sposa a Salomone re
dei Giudei e fece dono di m ateriale di legno di varia
228 Gli apologeti greci

specie per la costruzione del tempio 13°. Anche Menan-


dro di Pergamo 131, compose un libro sugli stessi argo­
menti. Il tem po di Chiramo era già vicino ai fatti di
Troia. Salomone che visse al tempo di Chiramo è mol­
to posteriore all'età di Mosè.

38. Esistono esatte descrizioni cronologiche pres­


so gli Egiziani e delle loro narrazioni è interprete Tolo­
meo, non il re, ma il sacerdote di Mendes 132. Egli n ar­
rando le gesta dei re, afferm a che al tempo di Amosi re
di Egitto avvenne per i Giudei l’esodo dall’Egitto verso
le te rre che desideravano e che Mosè era loro condot­
tiero. Dice cosi: «Amosis nacque al tempo del re
Inaco». Dopo di lui, Apione il gramm atico, uomo molto
stim ato, nel quarto libro delle «Egiziache» — i suoi li­
bri sono cinque — (narra) molte altre cose e dice che
Amosis, vivente al tempo di Inaco di Argo, distrusse
Avaris come scrisse Tolomeo di Mendes nelle sue «Cro­
nache». Il tempo (che va) da Inaco fino alla presa di
Troia, conta venti generazioni. E ciò può essere dimo­
strato come segue.

I re degli Argivi

39. Furono questi i re degli Argivi: Inaco, Foro-


neo, Api, Argivo, Criaso, Forbas, Triopao, Crotopo, Ste-
nelao, Danao, Linceo, Abas, Proito, Acrisio, Perseo, Ste-
nelao, Euristeo, Atreo, Tieste, Agamennone sotto il
quale, nel 18° anno del regno, fu presa Ilio. Bisogna
che colui che è intelligente, convenga, con ogni atten­
zione, che secondo la tradizione dei Greci, nessuno tra

130 Cf. 1 Re 5, 12; 11, 1.


131 Si tra tta invece di Menandro di Efeso, autore di una cronaca
sui re fenici: cf. Giuseppe Flavio, Contra Apionem 1, 18.21; Teofilo,
III Ad Autolicum 3, 22 s.; Tertulliano, Apologeticum 19, 6.
132 II Tolomeo di cui si parla visse al tempo di Augusto e di Tibe­
rio.
Taziano, Discorso ai Greci 229

loro scrisse la storia. Cadmo, infatti, che insegnò a


questi l’alfabeto, giunse in Beozia dopo molte genera­
zioni; dopo Inaco, appena al tempo di Foroneo, ebbe fi­
ne la vita selvaggia e nomade e gli uomini cam biarono
vita. Quindi se Mosè risu lta essere nato al tempo di
Inaco, è vissuto 400 anni prim a della g uerra di Ilio. Si
dim ostra che è cosi dalla successione dei re attici, m a­
cedoni, tolemaici, e anche antiocheni. Pertanto se dopo
Inaco le più illustri im prese dei Greci furono scritte e
conosciute, è chiaro che (avvennero) dopo Mosè. Infatti
al tempo di Foroneo, successore di Inaco, si ricorda
presso gli Ateniesi Ogigo al tempo del quale (avvenne)
il prim o cataclism a; al tempo di Forbante (visse) Acteo
da cui l’Attica (si chiamò) Attea; al tempo di Triopao
(vissero) Prometeo, Epimeteo, Atlante, Cecrope biforme
e Io. Al tempo di Crotopo (si verificò) l’incendio di Fe­
tonte e il diluvio di Deucalione; al tem po di Stenelao, il
regno di Anfictione, l'arrivo di Danao nel Peloponneso e
la fondazione della D ardania da parte di Dardano, il ri­
torno di E uropa dalla Fenicia a Creta; al tempo di Lin­
ceo, il rapim ento di Core, la consacrazione del santuario
in Eieusi, la coltivazione della te rra (per opera) di Tritto-
lemo, la venuta di Cadmo a Tebe e il regno di Minosse; al
tempo di Proito, la guerra di Eumolpo contro gli Atenie­
si; al tem po di Acrisio, la partenza di Pelope dalla Frigia,
l’arrivo di Ione in Atene, il secondo Cecrope, le im prese
di Perseo e di Dioniso e Museo discepolo di Orfeo; d uran­
te il regno di Agamennone fu presa Ilio.

Mosè è più antico degli eroi greci

40. Appare quindi che Mosè è più antico degli e


sopra menzionati, delle città 133 e dei demoni. E biso­
gna credere a colui che per età è il più antico e non ai
Greci che vi hanno attinto le dottrine senza rendersene
conto. I loro sapienti infatti facendo uso con eccessiva

133 Alcuni codd. leggono «delle guerre»


230 Gli apologeti greci

e soverchia cu ra di quello che im pararono da Mosè e


da coloro che furono filosofi al suo stesso modo, ten ta­
rono di falsificarlo anzitutto perché si credesse che di­
cevano qualcosa di particolare, in secondo luogo affin­
ché, nascondendo m ediante una verbosità leziosa le co­
se che non avevano capito, potessero distoreere la veri­
tà come una favola.
Riguardo alla storia della nostra vita e a quella
delle nostre leggi, quello che raccontarono gli storici
dei Greci, quanti e quali furono i narrato ri, sarà detto
nel (libro) «A coloro che hanno trattato le cose di
Dio» >34.

Mosè è più antico degli scrittori preomerici

41. Ciò che segue o ra im m ediatam ente e che d


essere chiarito con ogni cura è che Mosè non solo è
più antico di Omero, m a anche degli scrittori a lui an­
teriori: Lino, Filammone, Tamiride, Anfione, Orfeo,
Museo, Demodoco, Femio, la Sibilla, Epimenide di Cre­
ta, quello che si recò a Sparta, Aristeo del Proconneso
che aveva scritto «Gli Arimaspi», Asbolo il centauro,
Bacide 135, Drimone Euclo di Cipro, Oro di Samo e Pro-
napide di Atene. Lino è m aestro di Eracle ed Eracle
esistette una generazione prim a dei fatti di Troia; que­
sto è evidente dal fatto che suo figlio Tlepolemo aveva
com battuto contro Ilio. Orfeo visse nello stesso tempo
di Eracle; d 'altra parte dicono che quanto è a lui a ttri­
buito sia stato composto da Onomacrito di Atene, vis­
suto durante la tirannia dei Pisistratidi verso la 50a
Olimpiade. Museo fu discepolo di Orfeo. Anfione, che
visse due generazioni prim a dei fatti di Ilio, mi esone­
ra dal n arrare altre cose a tu tti coloro che sono am anti
del sapere. Demodoco e Femio vissero nello stesso pe­
riodo della guerra di Troia; soggiornarono infatti l’uno

134 Opera a noi non pervenuta.


135 Alcuni leggono «Isatide».
Taziano, Discorso ai Greci 231

presso i Proci, l’altro presso i Feaci. Tamiride e Filam-


mone non sono m olto più antichi di questi.
R iguardo alla trattazione di ciascun argomento,
dei tem pi e della loro storia, credo senz’altro di aver
scritto a voi con ogni esattezza. Ma per adem piere a
ciò che ancora è necessario, darò dim ostrazione ri­
guardo a coloro che sono creduti saggi. Minosse infatti
che fu creduto il prim o quanto a saggezza, perspicacia
e capacità legislativa, nacque al tem po di Linceo, colui
che regnò dopo Danao, nella undicesim a generazione
dopo Inaco. Licurgo, nato molto dopo la presa di Ilio,
dette le leggi agli Spartani cento anni prim a delle
Olimpiadi. Dracone si sa che è nato al tempo della 39a
Olimpiade, Solone della 46a, Pitagora della 62a. Ma ab­
biamo dim ostrato che le Olimpiadi ebbero origine 407
anni dopo i fatti di Ilio. Essendo orm ai dim ostrate que­
ste cose, brevem ente tratterem o anche dell’età dei set­
te sapienti; di questi Talete è il più antico, nato duran­
te la 50a Olimpiade. E ciò è detto in breve e vale anche
per quelli che vengono dopo di lui.

Commiato

42. O Greci, queste cose ho scritto per voi io,


ziano, filosofo al modo dei B arbari, nato nella te rra de­
gli Assiri, educato prim a secondo le vostre (dottrine),
poi secondo quelle che ora professo di predicare. Co­
noscendo ora chi è Dio e quale la sua creazione, ecco­
mi pronto davanti a voi p er il giudizio sugli insegna-
m enti m entre resterà inconfutabile per me la vita se­
condo Dio.
Atenagora

SUPPLICA PER I CRISTIANI


LA RISURREZIONE DEI MORTI
ATENAGORA

La vita

Di Atenagora, il «filosofo cristiano di Atene», come


si legge nella inscriptio della Supplica, abbiamo pochis­
sime notizie. Le fonti sono quanto mai avare: gli autori
antichi non ne parlano, quasi lo ignorano e neppure
Eusebio di Cesarea e Girolamo fanno alcun riferimento
al nostro apologista *.
Molto più ricco di notizie, ma purtroppo quasi tutte
inattendibili, un riassunto della H istoria christiana di
Filippo di Side 2. Vi si legge che Atenagora fu prim o
maestro della scuola di Alessandria al tempo di Adria­

1 Qualche notizia isolata e per di più poco attendibile la trovia­


mo in alcuni autori del III e IV sec. i quali, tra l’altro, sono più inte­
ressati alla sua opera che non alla sua biografia. Metodio d ’Olimpo
nella sua opera De resurrectione cita due brani tratti dal cap. 24 del­
la Legatio e identifica Atenagora come l’autore (Epifanio, Haereses
64, 20 s. e Fozio, Bibliotheca, cod. 234 confermano la citazione della
Supplica da parte di Metodio). Il Codex Parisinus graecus, n. 451 (del
914) attribuisce ad Atenagora «ateniese, filosofo cristiano» sia la Le­
gatio che il De resurrectione.
2 La Historia si ritiene com posta negli anni 434-439 e il fram m en­
to cui ci riferiam o è conservato nel Cod. Barocciano, n. 142 (f. 216)
della Biblioteca Bodleiana di Oxford. Già Socrate di Costantinopoli
nella sua Historia Ecclesiastica 7, 27 metteva in guardia sulla veridi­
cità delle notizie contenute nella Historia di Filippo di Side il quale
molto spesso cadde in gravi errori cronologici.
236 Gli apologeti greci

no e di Antonino Pio (117-161) e che a questi imperatori


volle indirizzare uno scritto a favore dei cristiani. Vi è
scritto, inoltre, che, per illum inazione dello Spirito, Ate­
nagora desistette dal proposito di scrivere contro i cri­
stiani e, come l ’apostolo Paolo, da persecutore divenne
anch’egli maestro nella fede. Continuò cosi ad essere fi­
losofo professando la religione cristiana e tra i suoi di­
scepoli ebbe Clemente Alessandrino.
In realtà, alla luce degli altri dati e fatti storici, in
base alle fonti più attendibili e leggendo attentam ente
la Supplica stessa, possiamo affermare che Atenagora
non indirizzò il suo scritto ad Adriano e Antonino Pio,
ma a Marco Aurelio e Commodo tra il 176 e il 1783.
Ugualmente sappiamo che fu filosofo, ma non possiamo
affermare con altrettanta certezza che egli sia stato fon­
datore della scuola alessandrina, né, tanto meno, mae­
stro di Clemente di Alessandria il quale, come è noto,
fu allievo di Panteno 4.
Nessuna fonte poi lo definisce autore del trattato
Sulla risurrezione, la cui paternità è posta tuttora in di­
scussione anche se l'opera in questione continua ad es­
sere affiancata alla Supplica e a costituire con essa un
binom io indissolubile sotto il nome di Atenagora.
Sulla data di morte dell’a pologista nessuna testimo­
nianza diretta, ma si suppone che sia avvenuta dopo la
morte di Marco Aurelio 5 e quindi dopo il 180.

3 Cf., oltre 1’inpcriptio, anche il cap. 18, 2 ove si menzionano «pa­


dre e figlio» con riferim ento ai due sovrani.
4 Forse si può supporre che Atenagora abbia conosciuto e anche
frequentato la scuola di Alessandria prim a del 180 e cioè prim a che,
con Panteno, divenisse scuola esegetico-catechetica.
5 Ciò sarebbe conferm ato dalla dedica che Boeto, uno studioso di
Platone, avrebbe preposto al suo libro sulle Voces dubiae di Platone
composto appunto dopo la m orte di Marco Aurelio. Destinatario della
dedica è un «Atenagora» che lo Zahn vuole identificare con il nostro
apologista in quanto contemporaneo di Boeto e seguace anch’egli della
filosofia platonica (cf. Forschungen, III, p. 60).
Atenagora, Introduzione 237

Le opere

Nel Codex Parisinus graecus, n. 415 dell’anno 914


nell'elenco degli scritti a carattere apologetico sono in­
cluse due opere attribuite ad Atenagora: la Supplica per
i cristiani e il trattato Sulla risurrezione dei m orti 6.

a) La Supplica —. Indirizzata, come dicevamo po


sopra, a Marco Aurelio Antonino (imperatore fino al 17
marzo 180) e al figlio Lucio Aurelio Commodo (eletto
imperatore e associato nell'impero il 27 novembre 176),
la Supplica fu scritta sicuramente tra il novembre 176 e
il marzo 180, con molta probabilità tra il 176 e il 178 e
forse, come alcuni sostengono, dopo l ’agosto del 177.
Alla più esatta individuazione della data concorre in
modo particolare il riferimento alla «pace profonda» di cui
gode «tutto l ’impero» grazie alla saggezza dei due sovrani
(cap. 1, 2). Periodo di pace che va iscritto tra la fine del 176,
quando terminava la guerra contro i Sarmati, e l ’estate del
178 quando furono riaperte le ostilità contro i Germani.
Se si volesse ipotizzare poi una datazione più preci­
sa, dovrem m o supporre che la Supplica sia stata com­
posta negli ultim i mesi del 177, a ll’indom ani della per­
secuzione di Lione e di Vienne scatenata dal popolo pa­
gano contro i cristiani e maggiormente incrementata
dall'intervento di Marco Aurelio il quale, avvalendosi,
del precedente rescritto di Traiano, ordinò di uccidere
tutti coloro che confessavano di essere cristiani.
Non è del tutto dimostrabile, però, che Atenagora,
residente in Grecia, sia venuto subito a conoscenza del­
la persecuzione verificatasi nelle due città e che di li a
poco abbia composto il suo scritto apologetico.

6 II codice — il più antico che possediamo contenente il corp


apologeticum greco — è datato all’anno 6422, cioè al 914 d.C. L’am a­
nuense è da identificare con Baanes, segretario di Areta arcivescovo
di Cesarea in Cappadocia. Attestano le due opere anche il Cod. Mu­
titi. gr. III, D. 7 del sec. XI e il Cod. Paris, gr., n. 174 del sec. XII.
238 Gli apologeti greci

Resta dunque un'ipotesi la data del 177, m entre si


può sostenere con un buon margine di sicurezza — an­
che se con maggiore lasso di tempo — che la composi­
zione della Supplica non è anteriore alla fine del 176,
né posteriore a ll’estate del 178.
ll titolo greco — Presbéia perì christianón — c
sente di tradurre con «ambasciata», «petizione» o, come
abbiamo preferito (con la maggior parte dei traduttori),
«supplica». È proprio in base al titolo che si è pensato
anche ad uno scritto che, come tutte le ambasciate, do­
vesse essere letto davanti agli imperatori. Tuttavia, an­
che se Atenagora si rivolge ad essi, è da ritenere che
l ’apologista non abbia voluto comporre u n ’ambasciata
nel senso vero e proprio del termine, quanto piuttosto
un'orazione che, rispettosa delle leggi retoriche, m anife­
stasse chiaramente e incessantemente lo scopo apologe­
tico affiancato al proposito di esporre l ’insegnamento
cristiano per confutare le accuse rivolte ai seguaci della
nuova dottrina. Una «lettera aperta» 7 in cui Atenagora
intende seguire un preciso programma culturale in una
serrata difesa del cristianesimo e dei cristiani contro i
quali venivano scagliate le feroci accuse di ateismo, di
antropofagia e d'incesto (cf. cap. 3, 1).
Atenagora vuole dimostrare agli imperatori — e a
tutti gli avversari della nuova religione — che i cristia­
ni non sono colpevoli di nessuna delle accuse mosse
contro di loro e, soprattutto, non sono colpevoli di atei­
smo, l'accusa che l'apologista ritiene più ingiusta e più
infondata alla cui confutazione dedica quasi tutta l'apo-
logia.
Considerahdo infatti la struttura della composizio­
ne, notiamo che, pur emergendo una maggiore sistema­
ticità di esposizione rispetto agli scritti degli apologisti
precedenti, non vi è tuttavia una trattazione proporzio­

7 Cosi la definisce V. Monachino nel suo art. Intento pratico


propagandistico nell'apologetica greca del II secolo, in «Gregoria-
num» 32 (1951) 26.
Atenagora, Introduzione 239

nata nella confutazione delle tre accuse enunciate al­


l'inizio.
L'introduzione occupa i prim i due capitoli; mentre
con u n ’obbligata captatio benevolentiae si loda la ma­
gnanim ità e la sapienza dei sovrani grazie alle quali
ogni popolo dell’impero è libero di professare la propria
fede e il proprio culto (cap. 1, 1 s.), d all’altra si dichiara­
no apertamente le inguste sofferenze subite dai cristiani
da parte dei calunniatori e gli oltraggi commessi contro
il «nome» senza che da parte cristiana sia stato com piu­
to alcun delitto.
Subito dopo l ’introduzione, la citazione, al cap. 3,
dei tre delitti di cui vengono accusati i cristiani e la di­
chiarata innocenza dei perseguitati: è la premessa im ­
mediata per dare inizio alla difesa la quale, dal cap. 4
al cap. 36, è nettam ente divisa in due parti di cui la pri­
ma, notevolm ente più estesa e volta a confutare l ’accu­
sa di ateismo, si protrae dal cap. 4 al cap. 30 mentre la
seconda, contro le accuse d ’incesto e d ’antropofagia, è
circoscritta nei capp. 31-36.
È quanto mai evidente, dalla stessa disposizione e
trattazione della materia, che ad Atenagora prem e anzi­
tutto confutare l ’accusa di ateismo e su tale confutazio­
ne impegna quasi tutta l ’apologia.
I cristiani, afferma, non sono atei; essi riconosc
Dio nel creatore dell'universo; egli è l ’ingenerato che
per m ezzo del Verbo ha creato ogni cosa. Come i più
grandi filosofi e poeti (che mai furono ritenuti atei!) an­
che i cristiani distinguono la materia creata e corrutti­
bile dal suo Creatore increato ed eterno. Essi credono,
inoltre, nel Figlio di Dio e nello Spirito che ha ispirato i
profeti; credono anche negli angeli e nelle altre creature
che, per ordine di Dio, presiedono e governano il m on­
do (capp. 4-10).
La stessa moralità dei cristiani conferma che essi
non sono atei poiché i precetti e g l’insegnamenti a cui
essi conform ano la propria vita sono stabiliti e insegna­
ti da Dio (capp. 11-12).
Di fronte a ll’accusa ostinata in base alla quale i cri­
240 Gli apologeti greci

stiani sono giudicati atei solo perché non sacrificano


agli dèi pagani, né li adorano, Atenagora afferma anzi­
tutto che il Dio dei cristiani non ha bisogno di olocau­
sti cruenti (cap. 13) e ribadisce che non può essere giu­
dicata empietà non venerare gli stessi dèi (poiché ogni
popolo adora le proprie divinità: cap. 14); né tanto me­
no è empietà non adorare gli idoli fatti di materia e
creati dall’uom o (capp. 15-17) i quali hanno potere de­
moniaco e con tale potere ingannano l ’uom o per ottene­
re da lui l ’adorazione (capp. 18-30).
A questo punto della difesa s ’innesta la spiegazione
della dottrina e della religione cristiana. Mentre Atena­
gora dimostra l ’innocenza di coloro che credono nel­
l ’unico vero Dio, contrappone all'onnipotenza del Crea­
tore e Signore del mondo la corruttibilità degli idoli pa­
gani, la loro materialità e le loro storie di passione e di
perversione. Di fronte al Dio dei cristiani crollano gli
dèi del paganesimo; di fronte a ll’onnipotenza e alla si­
gnoria del Creatore del m ondo si vanificano i prodigi di
quelle divinità nate dalle fiabe della mitologia.
Esauriti gli argomenti ritenuti fondamentali per
confutare l ’accusa di ateismo, Atenagora deve dimostra­
re anche che i cristiani non sono colpevoli né del de­
litto d ’incesto (capp. 31-34) né di quello d ’a ntropofagia
(capp. 35-36).
La confutazione della prim a accusa poggia sulla di­
mostrazione che i cristiani, i quali credono nel giudizio
di Dio dopo la loro morte, vivono nella continenza, nel­
la purezza e nella castità; sono temperanti anche nella
vita m atrim oniale ed alcuni prediligono una vita casta
e illibata fino alla morte. Si amano come «figli e figlie»,
come «fratelli e sorelle», come «padre e madre», ma si
guardano bene dal com m ettere impudicizie e dal vivere
in modo corrotto (cf. cap. 32, 5).
Anche riguardo a ll’a ccusa di antropofagia, non è
difficile dimostrare che si tratta solo di una falsa calun­
nia e le prove emergono ancora una volta dalla bontà
dei cristiani: essi rifiutano e si tengono lontani da ogni
fatto di sangue; condannano gli spettacoli violenti; ri­
Atenagora, Introduzione 241

tengono omicidio anche l'aborto. Credono inoltre nella


risurrezione della carne. Come potrebbero essere, dun­
que, «sepolcri dei corpi che devono risorgere»? (cap. 36,
1). Si accusino sem m ai di stoltezza poiché hanno fede
nella risurrezione, m a non di azioni atroci e malvagie
di cui nessuno, neppure qualche servo 8, potrebbe essere
testimone.
L'orazione termina con una preghiera d ’a scolto e
con una richiesta di consenso e di giustizia, una giusti­
zia degna degli eccellenti sovrani che regnano e di que­
gli uom ini giusti e pii che pregano per gli imperatori e
per la sorte dell'impero (cap. 37).

b) La risurrezione dei m orti. — «Ma sia rimandato


il discorso sulla risurrezione»: questa intenzione dichia­
rata nell'ultim o cap. della Supplica (37, 1) induce a rite­
nere che il trattato Sulla risurrezione dei m orti (Perì
anastàseòs nekrònj trasmesso per di più dallo stesso
manoscritto della S u p p lica9, sia stato effettivam ente
composto da Atenagora. In realtà non pochi dubbi sono
stati avanzati sulla paternità dell’opera 10, a cominciare
dai problem i sollevati dalla tradizione manoscritta. Si

8 «... anche noi... abbiamo degli schiavi cui non è possibile rim a­
nere nascosti; m a nessuno di loro ha mai calunniato contro di noi ri­
guardo a questo genere di cose»: 35, 3. In base a questo passo si è
voluto supporre un riferim ento alla persecuzione di Lione e di Vien­
ne durante la quale gli schiavi dei cristiani furono costretti a calun­
niare i loro padroni (cf. Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl. 5, 1, 14). Am­
m ettendo il riferim ento si vuole concludere che la Supplica sia stata
com posta dopo questa persecuzione e che fu da questa occasionata.
9 Si tra tta del già menzionato Cod. Paris., n. 451 (conosciuto an­
che come codice di Areta). Nel titolo si legge: toù autoù, cioè: «dello
stesso» autore che ha composto la Supplica.
10 T ra coloro che rifiutano la paternità di Atenagora, uno dei più
convinti è R.M. Grant il quale espone la sua tesi nell’art. Athenagò-
ras or Pseudo-Athenagoras, in «H arvard Theol. Rev.» 47 (1954) 121-
129; gli argomenti addotti dal G rant sono condivisi e ancor più svi­
luppati da W. Schoedel nell'introd. alla sua edizione Athenagoras. Le­
gatio and De resurrectione, Oxford 1972, pp. XXV-XXXII.
242 Gli apologeti greci

sono sottolineate le differenze di contenuto e di stile tra


questo trattato e lo scritto apologetico; si è rilevato, in­
fine, che alcune argomentazioni teologiche, specialmen­
te sul tema del giudizio, testim oniano un tipo di ragio­
nam ento e di form ulazione teologica d'epoca più tarda
rispetto al periodo della prim a apologetica. Quindi «o
Atenagora anticipa in m odo sorprendente gli sviluppi
teologici di un pensiero posteriore, o il trattato non è di
Atenagora» n . Ma proprio considerando il contenuto e
il modo di condurre la trattazione, non è da escludere
che l'opera sia stata composta da lui.
Nella parte che va dai capp. 11-25 e che l ’autore de­
finisce più difficile a trattare (cap. 11, 5), occorre dim o­
strare che la dottrina della risurrezione è vera (cap. 11,
7) e questa dim ostrazione poggia anzitutto su ll’afferma­
zione che la risurrezione è il fine stesso della creazione
(cap. 12), in quanto l'uom o fu creato per la vita eterna
(cap. 13) secondo il provvido volere di Dio (cap. 14).
Ma l'uom o conseguirà la risurrezione non solo per­
ché è stato creato per l'eternità, ma anche perché è
composto di anim a e di corpo. Se la morte spezza e in­
terrompe l'indissolubile unione di questi due elementi,
questa unione sarà ricostituita nella risurrezione e l'uo­
mo potrà vivere per sempre: «bisogna che l'uomo, costi­
tuito da entram bi gli elementi (anima e corpo) duri in
eterno, ma è impossibile che permanga in eterno se non
risorge» (cap. 15, 6).
E indissolubili saranno anima e corpo quando su
ogni uom o sarà pronunciato il giudizio di Dio. Non ver­
rà premiata o punita solo l'anima, ma anche il corpo
con essa, poiché ogni azione com piuta dall'uomo, buo­
na o cattiva che sia stata, è un'azione in cui anim a e
corpo costituirono un unico protagonista. Né solo al­
l'anima appartengono la virtù o il vizio, ma ad entram ­
bi, insieme, spetta la ricompensa per quello che han­
no ben operato o la pena per le leggi trasgredite (capp.
18-23).

11 W. Schoedel, op. cit., p. XXIX.


Atenagora, Introduzione 243

C’è infine u n ’ultim a ragione per cui l ’anima deve


necessariamente ricongiungersi al corpo con cui ha vis­
suto: il conseguimento della felicità e della beatitudine
eterna, ma ciò sarà possibile solo mediante la risurre­
zione: «avvenuta la risurrezione, segue il fine corrispon­
dente alla natura dell’uomo» (cap. 25, 3) che non è il fi­
ne «degli anim ali o delle bestie», ma «degli uom ini che
possiedono u n ’anim a im m ortale e un giudizio raziona­
le» (cap. 24, 5) e che consiste appunto nel «godere inces­
santem ente nella contemplazione di colui che tutto ha
donato» (cap. 25, 4).

Temi dottrinali

Volendo riassumere brevemente i temi dottrinali


che emergono dalle due opere attribuite ad Atenagora e
in modo particolare dalla Supplica sulla cui autenticità
non è sollevato alcun dubbio, dobbiamo precisare anzi­
tutto che il nostro apologista avvince per il tono pacato
ed equilibrato con cui affronta la difesa della religione
cristiana e i punti fondam entali della dottrina rivelata.
Lungi dall’entrare in polemica e dall’assumere un tono
di arroganza o di disprezzo nei confronti degli avversa­
ri e nem ici del cristianesimo, Atenagora, pur manife­
stando una fede incrollabile e una morale spesso in­
transigente che rifiuta ogni compromesso, non inaspri­
sce né esaspera mai il tono dialogico 0 i termini del di­
battito. Un equilibrio che nasce da una profonda consa­
pevolezza di conversione, dalla sicurezza di aver aderito
ad una verità al di sopra di tutto, dall’essersi schierato
dalla parte di una dottrina che ripropone e supera il
meglio di ogni altra concezione filosofica precedente.
Egli propone le sue convinzioni con contegno, avva­
lendosi della preparazione filosofica di cui disponeva
senza rinunciare mai al ragionamento attento e scrupo­
loso, seguendo molto di più i criteri della logica che le
testimonianze della Sacra Scrittura raramente citata,
244 Gli apologeti greci

ma ritenuta ugualmente autorevole, poiché — come egli


stesso afferma — «sono le voci dei profeti (ispirati dallo
Spirito divino) che danno credibilità ai nostri ragiona­
menti» (cap. 9, 1).

a) Dio è uno —. La prim a e principale preoccupa­


zione di Atenagora è quella di dimostrare l'unità di Dio.
La voce di antichi filosofi e poeti (cap. 5) e ancor più la
voce dei profeti (cap. 9) annuncia che esiste un unico
Dio «ingenerato», «impassibile» e «indivisibile» (cap. 9,
3), «l’unico dal principio e il solo Creatore del mondo»
(cap. 9, 8). La sua esistenza non perm ette che esistano
altri dèi accanto a lui: questo è il Dio cui credono i cri­
stiani. Essi, proprio perché adorano il Dio vero, unico
ed eterno, non possono essere accusati di ateismo: «non
siamo atei noi che riteniamo Dio colui che è uno, inge­
nerato, eterno, invisibile, impassibile, incomprensibile,
sconfinato, intelligibile solo con la m ente e con la ra­
gione, inondato di luce, di bellezza, di spirito e di po­
tenza inenarrabile» (cap. 10, 1).

b) Il Figlio e lo Spirito —. Dimostrata l'unicità di


Dio e confermata la fede nel Dio unico, Atenagora affer­
ma im m ediatam ente l ’esistenza del Figlio di Dio e dello
Spirito, pervenendo ad un'esplicita concezione trini­
taria.
Il Dio unico e vero ha un Figlio, ma non come
legge nelle favole e nei racconti della mitologia. «Il Fi­
glio di Dio è il Verbo del Padre n ell’idea e n ell’azione: a
sua immagine e per mezzo di lui tutte le cose sono state
generate poiché il Padre e il Figlio sono una cosa sola»
(cap. 10, 2). Egli esiste da sempre insieme al Padre,
«mente eterna» e dal Padre procede per essere «modello
e atto» per ogni altra creatura (cap. 10, 3).
Il Figlio è «mente e verbo» del Padre e con il Pad
una cosa sola «poiché il Figlio è nel Padre e il Padre nel
Figlio n ell’unità e nella potenza dello Spirito» (cap. 10, 2).
È questo lo stesso Spirito che emana e si irradia da Dio
come raggio di sole e che ispira i profeti (cap. 10, 3).
Atenagora, Introduzione 245

I cristiani credono in Dio Padre, nel Figlio e ne


Spirito, «ne dimostrano la potenza nell'unità e la distin­
zione nell'ordine» (cap. 10, 5); «noi proclamiamo che esi­
ste Dio e il Figlio, suo Verbo, e lo Spirito Santo, un solo es­
sere quanto a potenza, il Padre, il Figlio e lo Spirito, poi­
ché il.Figlio è mente, verbo e sapienza del Padre e lo Spiri­
to emanazione come luce dal fuoco» (cap. 24, 2).

c) Gli angeli buoni e gli angeli cattivi —. Esistono


angeli e m inistri di Dio che egli, per mezzo del Verbo,
ha disposto nel mondo affinché presiedessero al creato
e provvedessero al buon ordine dell’universo (cap. 10,
5). Essi, per volere di Dio, provvedono dunque al m on­
do ed esercitano la sorveglianza sulle creature in modo
conforme al piano stabilito da Dio.
Ma accanto agli angeli buoni, rimasti sempre fedeli a
Dio, esistono gli angeli cattivi; essi «oltraggiarono sia l ’es­
senza della loro natura sia il loro dominio» (cap. 24, 5);
caddero nella concupiscenza e furono sopraffatti dal desi­
derio della carne; vagarono n ell’aria e attorno alla terra e
non furono più capaci di scrutare i cieli (cap. 25, 1). Essi
generarono i giganti le cui anime sono i demoni che eser­
citano la loro azione malvagia sugli uomini, li trascinano
al male e alla corruzione, creano il disordine, persuadono
all'idolatria perché «avidi del profum o delle carni e del
sangue delle vittime» (cap. 21, 2; cf. 26, 1).

d) La vita insieme a Dio —. Della risurrezione ab­


biamo dovuto trattare nell’esporre il contenuto del trat­
tato om onim o. Qui vorrem mo accennare solo alla di­
chiarazione di fede form ulata da Atenagora nel cap. 31
della Supplica e ripresa poi nel cap. 36, sulla vita che ci
attende dopo la morte. La presenza di Dio in ogni pen­
siero e in ogni azione dell’uomo spinge a credere che la
nostra vita non è fine a se stessa, né si esaurisce in que­
sto mondo. «Noi siamo convinti — scrìve Atenagora —
che dopo esserci separati dalla vita di quaggiù, vivremo
un'altra vita, migliore di quella presente, nei cieli non
più sulla terra se insieme a Dio e con Dio noi persevere­
246 Gli apologeti greci

remo inflessibili e impassibili nell'anima, non come fos­


sim o corpo (pur avendolo), ma come spirito celeste. Al­
trimenti, precipitando con gli altri, avremo una vita
peggiore e nel fuoco» (cap. 31, 4).
I cristiani credono dunque in una vita eterna, in u
vita migliore della presente per coloro che hanno seguito
i precetti di Dio; credono altresì nella risurrezione dei
corpi ed è proprio in forza di questa fede che mai potreb­
bero macchiarsi di delitti abominevoli come quello di an­
tropofagia: «non è possibile credere nella risurrezione dei
nostri corpi e mangiarli» (cap. 36, 1) né «vi è motivo che
debba com m ettere la colpa più lieve colui che crede che
nulla resterà ingiudicato da Dio e che insieme sarà giudi­
cato anche il corpo che è servito ai desideri insani del­
l ’anim a e alle sue passioni» (cap. 36, 2).
Nella Supplica il discorso sulla risurrezione è appena
affrontato. Al lettore che già conosce il trattato Sulla ri­
surrezione e che lo identifica con quel lavoro cui riman­
da lo stesso Atenagora (cap. 37, 1), sembra logico che que­
sta tematica sia affrontata quasi di passaggio e poi sospe­
sa per essere riformulata in modo più esauriente in altra
parte. Non sempre ci si interroga sul problema della au­
tenticità (la quale peraltro non è smentita) e ci si accorge
che le idee formulate nella Supplica non sono in diver­
genza con quelle del trattato anche se queste sono dispo­
ste, come abbiamo già detto, secondo una struttura ben
determinata, con una sistematicità più riflettuta e con un
impegno teologico più obbligante per lo scrittore e di
maggiore soddisfazione per chi legge.
Se nella Supplica troviamo soprattutto la fede nella
risurrezione e la convinzione di una vita ultraterrena,
nel trattato siamo costretti a riflettere su come il pro­
blema escatologico sia connesso a quello teleologico, su
come la vita dopo la morte sia strettamente collegata al
m otivo stesso della creazione e al fine per cui l'uom o è
stato creato.
Nella Supplica si professa la fede n ell’aldilà; nel
trattato si cerca di dimostrare come la risurrezione e la
vita eterna siano dottrina di verità.
Atenagora, Introduzione 247

e) Etica cristiana —. Nel confutare le accuse ri


te ai cristiani, Atenagora non può non esaltare la mora­
le cristiana e l ’integrità dei costumi, l'esercizio della
continenza e la pratica della verginità. «Potresti trovare
fra di noi m olti uom ini e donne che si sono invecchiati
senza sposarsi nella speranza di essere più uniti a Dio»
(cap. 33, 2).
Alla vita casta e temperante del cristiano si contrap­
pongono «i mercati della prostituzione» e gli «albergali
costruiti per turpi piaceri» (cap. 34, 2); agli adultèri e alla
pederastia, la concezione cristiana del matrimonio, con­
tratto secondo la legge per la procreazione dei figli, in un
patto di assoluta fedeltà che condanna come adulterio
anche le seconde nozze dei vedovi (cf. cap. 33, 5).
Alla continenza e alla fedeltà si unisce il senso del­
la giustizia, la bontà, la pazienza, la mitezza. Si rifiuta
ogni violenza, si condanna ogni omicidio e si ritiene
omicidio anche l'aborto o l ’esposizione dei bambini (cf.
cap. 35, 5 s.J, poiché i cristiani credono ferm am ente nel­
la santità e nella sacralità della vita umana, creata da
Dio e al quale si dovrà rendere conto di ogni violenza,
di ogni assassinio, di ogni delitto (cf. cap. 35, 6).
Lo spazio concesso ai problem i morali non è molto,
ma i pochi argomenti affrontati sono sufficienti a dim o­
strare che per Atenagora l'etica cristiana è tutta impron­
tata all'amore, alla purezza, alla castità. Un'etica che na­
sce dai precetti del Vangelo e che c'insegna a «porgere
l'altra guancia» e «a dare il mantello a coloro che ci por­
tano via la tunica» (cf. cap. 1, 4). Un'etica che scaturisce
dall'obbedienza agli insegnamenti del Cristo: «presso di
noi potreste trovare ignoranti, artigiani e vecchiette che
se a parole non sono in grado d'illustrare il vantaggio del­
la loro dottrina, con i fatti dimostrano l'utilità della loro
scelta. Non recitano discorsi a memoria, ma fanno vedere
azioni buone; colpiti non ripercuotono e derubati non
fanno causa; a coloro che chiedono donano e amano il
prossimo come se stessi» (cap. 11, 4).
Una morale che affonda le sue radici nella parola
di Dio, una morale che Atenagora condivide con fierez­
248 Gli apologeti greci

za straordinaria, partecipando con entusiasm o indicibi­


le alle scelte della conversione. Una morale che egli
vuol rendere ancora più ascetica per contrapporla con
vigore all'im moralità dei pagani. Vivere una vita inte­
gra e dimostrare a tutti la purezza dei propri costum i
non significa solo dichiararsi innocenti e scagionarsi
dalle false accuse, m a rivelare un vero e proprio «pote­
re morale», potere che per Atenagora è «una delle più
forti testimonianze sulla verità del cristianesimo» 12.

Nota. Per la traduzione delle due opere di Atenagora —


Supplica per i cristiani e La risurrezione dei morti — abbiamo
seguito l’ediz. di W.R. Schoedel, Athenagoras. Legatio and De
Resurrectione (Oxford Early Christian Texts), Oxford 1972.
Ricordiamo inoltre le edizioni di E. Schwartz, coll. Texte
und Untersuchungen 4, 2, Leipzig 1891; P. Ubaldi - M. Pelle­
grino, Atenagora. La Supplica per i cristiani. Della risurrezio­
ne dei morti. Testo, introd., trad. e note (Corona Patrum Sale­
siana. Serie greca, 15), Torino 1947.
Tra gli studi va segnalato in particolare L.W. B am ard,
Athenagoras. A Study in Second Century Christian Apologetic
(Théologie H istorique, 18), Paris 1972.

12 Cosi L.W. B am ard, Athenagoras. A Study in Second Centu


Christian Apologetic (Théologie Historique, 18), Paris 1972, p. 176.
SUPPLICA PER I CRISTIANI

Agli im peratori Marco Aurelio Antonino e Lucio


Aurelio Commodo conquistatori dell’Armenia e della
Sarm azia 1, m a soprattutto filosofi.

Odiati a causa del nome

1. 1. Il vostro im pero, o grandi fra i sovrani, (è


le che) un popolo si governa con (certi) costum i e leggi
e un altro con altri e a nessuno di loro a causa della
legge o della p au ra della giustizia è im pedito di am are
ciò che fu dei padri, anche se si tra tta di cose ridicole.
Il troiano dice che E ttore è un dio e adora Elena con­
vinto che sia A drastea 2; lo spartano venera Agamenno­
ne come Zeus e Filonoe figlia di Tindaro come Enodia 3;
l'ateniese sacrifica a Posidone E retteo e gli Ateniesi ce­
lebrano cerim onie e m isteri per Agraulo e Pandroso le
quali, per aver aperto l’urna, furono ritenute autrici di

1 Preferiamo seguire la traduz. di W.R. Schoedel, op. cit., p. 3 an­


ziché trad u rre «armeniaci» e «sarmatici», attributi che di per sé non
hanno chiaro significato. Quanto ai titoli impiegati, num erose iscri­
zioni attestano l'attribuzione di «armeniaco» a Marco Aurelio dal
179 e quella di «armeniaco e sarm atico» (assieme a «germanico») sia
a Commodo, sia a Marco Aurelio. Inoltre alcune monete anteriori al
176 e altre posteriori al 178 recano incisi questi titoli.
2 Sinonimo di Nemesi.
3 Epiteto di Ecate: cf. Euripide, Helena 569 s.
250 Gli apologeti greci

sacrilegio 4. In una sola parola, a seconda delle nazioni


e dei popoli, gli uom ini compiono sacrifici e m isteri
come vogliono. Gli Egiziani credono che gatti, cocco­
drilli, serpenti, aspidi e cani siano dèi.
2. Sia voi che le vostre leggi approvate tu tti costo­
ro, ritenendo da u na p arte cosa em pia e nefanda non
avere alcuna considerazione di Dio, dall’altra che sia
necessario che ciascuno si rivolga agli dèi che vuole,
affinché, p er tim ore della divinità, si tengano lontani
dal com m ettere ingiustizia.
A noi invece — e non vi dispiaccia, come (succede)
ai più, il sentirlo dire — si p o rta odio a causa del
nome s. Ma non sono i nomi meritevoli di odio, m a il
delitto (è degno) di castigo o di pena 6.
Proprio p er questo, am m irando il vostro essere
uniti, cortesi, pacifici e filantropi verso tu tti, i priva­
ti vivono nell’uguaglianza dei d iritti e le città, a secon­
da del loro m erito, godono uno stesso onore e tu tto
l'im pero, per la vostra saggezza, gode di pace pro­
fonda 7.
3. Con noi che siamo chiam ati cristiani, non vi
com portate allo stesso modo, anzi sebbene non com­
m ettiam o ingiustizia e proviamo (come sarà dim ostrato
dal discorso che segue) più di ogni altro sentim enti di
pietà e di giustizia verso la divinità e il vostro impero,
perm ettete che siamo m altrattati, che soffriamo e che
veniamo perseguitati, poiché m olti ci attaccano solo

A Secondo il mito, Agraulo, Pandroso ed Erse, figlie di Cecrope,


ebbero in custodia l’urna nella quale Atena aveva racchiuso il picco­
lo Erittonio ordinando di non aprirla mai. Ma Agraulo ed E rse (e
non Pandroso!) disobbedirono e la loro sacrilega curiosità fu punita:
divennero pazze ed in preda alla follia si gettarono dall’acropoli di
Atene.
5 Cf. Giustino, I Apologia 4.
6 Tutto il periodo è da ritenersi un’interpolazione, poiché il con­
cetto espresso mal si collega con il periodo che precede e con quello
che segue.
7 È il periodo di pace che intercorre tra la fine della guerra con­
tro i Sarm ati (176) e l’inizio della guerra contro i Germani (178).
Atenagora, Supplica per i cristiani 251

per il nome. Per questo abbiamo osato esporre a voi


queste cose (e im parerete dal discorso che noi soffria­
mo ingiustam ente e al di là di ogni legge e ragione) e vi
supplichiam o di riflettere un po’ su di noi, affinché
cessiamo una volta per tu tte di essere perseguitati dai
calunniatori.
4. Il danno da parte di coloro che ci perseguita
non si riversa sulle sostanze, né la vergogna (cade) sui
d iritti civili, né la rovina verso qualcosa di minore im­
portanza (queste cose infatti le disprezziamo anche se
per molti sem brano di valore, poiché abbiamo im para­
to non solo a non ripercuotere colui che ci percuote né
ad accusare coloro che portano via e ci derubano, ma
a coloro che ci oltraggiano con uno schiaffo, ad offrire
l'altra parte del volto, perché la percuotano e a dare
anche il m antello a coloro che ci portano via la
tu n ica)8. Ma nel corpo e nell'anim a, quando rinuncia­
mo alle ricchezze, ci tendono insidie spargendo un
mucchio di accuse che neppure p er sospetto riguarda­
no noi, m a i ciarlatani e quelli della loro razza.

Il nome di cristiano non è un delitto

2. 1. Se qualcuno può convincerci che abbia


commesso ingiustizia, piccola o grande che sia, non ci
rifiutiam o dall’essere puniti, m a anche se il castigo è
durissim o e spietato, riteniam o di dovervi sottostare.
Ma se l'accusa è lim itata al nome (fino al giorno d'oggi
però ciò che si chiacchiera riguardo a noi è la volgare
e confusa voce della gente e nessun cristiano è stato
trovato autore d'ingiustizia) è ora com pito vostro, im­
peratori grandissim i, um anissim i e am antissim i del sa­
pere, elim inare con una legge l'oltraggio contro di noi,
affinché, come tu tto l’im pero partecipa dei vostri bene­
fici sia presso il singolo che presso le città, anche noi

8 È un anticipo dell’etica cristiana im prontata agli insegname


evangelici: cf. Le. 6, 29; Mt. 5, 39 s.
252 Gli apologeti greci

possiamo dirvi grazie, rendendo gloria per il fatto che


i calunniatori l’hanno fatta finita.
2. Infatti non si addice alla vostra giustizia il fatto
che m entre coloro che sono accusati di delitto non so­
no puniti prim a che ciò sia stato provato, per noi, inve­
ce, il nome ha più potere delle prove in giudizio, poi­
ché i giudici non indagano se l’im putato ha commesso
qualche ingiustizia, m a contro il nome compiono ol­
traggi come contro un misfatto.
Ma nessun nome, in sé e per sé, è ritenuto cattivo
o buono, ma, a causa delle azioni cattive o buone che
ne dipendono, appare cattivo o buono.
3. Voi queste cose le sapete fin troppo chiaram en­
te, in quanto siete dediti alla filosofia e ad ogni cultu­
ra. Per questo motivo coloro che sono giudicati da voi,
anche se sono accusati per colpe molto gravi, hanno fi­
ducia e sapendo che esam inerete la vita e non em ette­
rete sentenze a causa dei nomi (qualora essi siano insi­
gnificanti), né in base alle im putazioni degli accusatori
se esse sono false, accettano la sentenza di condanna
allo stesso modo dell’assoluzione.
4. P ertanto noi chiediamo lo stesso (trattam ento)
che è per loro: di non essere odiati e puniti per il fatto
che ci chiamiamo cristiani (come il nome può sfociare
nel male?), m a di essere giudicati proprio per il motivo
per cui si è chiam ati in giudizio. Inoltre (chiediamo) di
essere rim andati se non vi sono accuse o di essere pu­
niti se giudicati colpevoli, e non certo per il nome (nes­
sun cristiano è cattivo a meno che non sia sim ulatore
della dottrina), m a per il delitto.
5. Cosi vediamo che sono giudicati anche i filosofi;
nessuno di loro prim a del giudizio è ritenuto dal giudi­
ce buono o cattivo a causa della sua dottrina o della
sua arte, m a è punito dopo che è stato dim ostrato col­
pevole, non procurando alcun biasimo alla filosofia. In­
fatti colui che non fa filosofia come si deve è abbietto,
m a la scienza non ne è responsabile; m a dopo che è
stato scagionato dalle calunnie, viene rilasciato. Sia
dunque cosi anche per noi! Sia esam inata la vita di
Atenagora, Supplica per i cristiani 253

quelli chiam ati in giudizio, m a il nome sia difeso da


ogni calunnia.
6. M entre mi accingo dunque a com porre un’a
logia della (nostra) dottrina, è necessario supplicare
voi, grandissim i im peratori, di essere per noi uditori
im parziali e di non essere condizionati, fuorviati da
una com une ed insensata diceria, m a di rivolgere an­
che alla nostra dottrina il vostro am ore p er la scienza
e per la verità.
Voi non com m etterete erro ri a causa dell'ignoran­
za e noi, liberati dalle insensate voci dei più, cessere­
mo dall’essere com battuti.

Tre delitti ci vengono im putati

3. 1. Ci attribuiscono tre delitti: ateismo, cene


stee e unioni edipodee 9. Se queste (accuse) sono vere,
non abbiate riguardo per nessuno, ma citate in giudi­
zio i delitti, estirpateci dalle radici con le nostre mogli
e con i figli, ammesso che qualcuno tra gli uomini viva
secondo la legge delle bestie, benché neppure le bestie
assalgono quelli della propria famiglia, ma si accoppia­
no secondo le leggi di n atu ra e solo nel periodo della
riproduzione e non in modo sfrenato; riconoscono poi
da chi sono aiutati. Se dunque vi è qualcuno più sel­
vaggio degli animali, quale pena dovrà subire p er azio­
ni del genere perché si consideri punito com’egli me­
rita?
2. Ma se queste sono chiacchiere e calunnie senza
fondamento, poiché, secondo una logica naturale, il
male si oppone alla virtù e secondo una legge divina le
cose contrarie si com battono fra di loro, e voi siete te­
stim oni che in nulla siamo colpevoli di tu tto questo,
ma volete che non lo confessiamo, d’ora in poi spetta a

9 Nella Lettera dei martiri di Lione citata da Eusebio di Cesa


in Hist. Eccl. 5, 1, 14, leggiamo: «...ci accusano falsamente di abban­
donarci ai banchetti di Tieste e ad incesti simili e quelli di Edipo...».
254 Gli apologeti greci

voi condurre un'indagine sulla (nostra) vita I0, sulle


dottrine, sulla stim a e sulla sottom issione nei confron­
ti vostri, della vostra casa e dell'im pero e cosi, una vol­
ta per tutte, (potrete) concedere nulla più di quello che
(concedete) a coloro che ci perseguitano. Noi li vincere­
mo, noi che in nome della verità diamo, senza esitare,
anche la vita.

Non siamo atei

4. 1. Sul fatto che noi non siamo atei (rispond


ad ogni accusa) è cosa ancor meno che ridicola confu­
tare coloro che lo afferm ano.
Giustam ente gli Ateniesi accusarono D iag o ra11 in
quanto ateo, ché non solo diffondeva in pubblico la
dottrina orfica e rendeva noti i m isteri di Eieusi e
quelli dei Cabiri e fece a pezzi la statu a lignea di E ra­
cle per cuocere le rape, ma apertam ente dichiarava
che Dio non esiste affatto. A noi, però, che distinguia­
mo Dio dalla m ateria e dim ostriam o che una cosa è la
m ateria e u n 'altra cosa è Dio e che m olta è la differen­
za (infatti la divinità è ingenerata ed eterna, contem ­
plata dalla sola m ente e dalla ragione, m entre la m ate­
ria è generata e corruttibile), non è irrazionale che ci
attribuiscano il nome di atei?
2. Se infatti pensassim o le stesse cose di Diagora
— m entre siamo obbligati a venerare Dio dal buon or­
dine, dall’arm onia in ogni cosa, dalla grandezza, dal
colore, dalla forma, dalla disposizione del mondo —
giustam ente ci verrebbe attrib u ita o la fam a di non es­
sere (uomini) pii o il motivo di essere perseguitati. Ma
poiché la nostra dottrina sostiene che artefice di ogni

10 Cf. Giustino, I Apologia 4, 6; Tertulliano, Apologeticum 2, 10;


7, 2.
11 Diagora di Melo, poeta lirico del V sec. a.C., passò alla storia
come esempio di ateismo; per aver deriso pubblicam ente i m isteri
eleusini fu esiliato da Atene nel 415.
Atenagora, Supplica per i cristiani 255

cosa è un unico Dio il quale non è stato generato (poi­


ché non si crea ciò che è, m a ciò che non è), m a ha
creato ogni cosa per mezzo del Verbo 12 che è da lui,
due cose subiam o in modo irrazionale: siamo diffam ati
e siamo perseguitati.

Poeti e filosofi riconoscono un Dio unico

5. 1. Sia i poeti che i filosofi non furono riten


atei, per il fatto che indagavano su Dio. Euripide, per­
plesso riguardo a quelli che, per ignoranza, secondo un
com une preconcetto, sono chiam ati dèi, (scrisse):
«Se pure in cielo esiste, non doveva
Zeus render questo sventurato» 13.
Sentenziando poi su quello che si può conoscere
per mezzo della scienza, (diceva):
«Vedi in alto lo sconfinato cielo
che la terra attorno avvolge nell’umide braccia?
Ch’egli sia Zeus credilo e che questo sia Dio stima» 14.

2. Di quegli (dèi) infatti non vedeva né le sostanze


che soggiacciono, alle quali accade di attrib u ire un no­
me («Zeus, chiunque egli sia non lo conosco se non di
nom e»)1S, né che i nomi fossero indicati a seconda del­
la realtà esistente (non esistendo infatti le loro sostan­
ze, che cosa [resta] loro più dei nomi?); m a dalle opere
lo (percepiva) considerando una m anifestazione delle
cose occulte i fenomeni t dell’aria e della te rra t 16; co­
lui, pertanto, le cui opere sono rette dal suo spirito,

12 Cf. Gv. 1, 3; Col. 1, 16.


13 Framm. 900 (ed. Nauck2): testim oniato solo da Atenagora.
14 Framm. 941 (ed. N au ck 2).
15 Framm. 480 (ed. Nauck2).
16 Testo corrotto: alcuni traducono «dell’acqua, deH’aria, della
terra»; altri non traducono affatto.
256 Gli apologeti greci

questi riteneva essere Dio e con lui su ciò concordava


anche Sofocle:
«Unico nella verità, unico è Dio,
che il cielo creò e la grande terra» 17
insegnando due cose riguardo alla n atu ra pervasa dal­
la bellezza di Dio: dove Dio deve essere e che deve es­
sere uno solo.

6. 1. Anche Filolao 18, dicendo che ogni cosa è


condata da Dio come in un presidio, dim ostra che è
uno e che è sopra alla m ateria. Liside e Opsimo 19,
l'uno definisce Dio un num ero inesprimibile, l'altro in­
vece l’eccedenza del più grande dei num eri rispetto a
quello che segue im m ediatam ente. Se per i Pitagorici il
num ero massim o è 10, poiché è la q u a te rn a 20, e com­
prende tu tte le progressione aritm etiche e armoniche,
e il 9 è vicino a questo, Dio è la monade, cioè l’uno. In­
fatti il num ero più grande supera di 1 quèlìo che gli è
im m ediatam ente vicino t più piccolo d i'lu i f 21•
2. Platone e Aristotele. Non per esporre con a
bia le dottrine dei filosofi io esamino quello che hanno
detto su Dio. So infatti che per quanto riguarda l’intel­
ligenza e la potenza dell’impero, siete superiori a tutti;
ugualm ente superate tu tti anche perché disponete di
ogni disciplina, cosicché in ogni branca della scienza
avete un successo tale come neppure coloro che si de­
dicano ad una sola parte di essa. Ma poiché senza una
presentazione di nomi è im possibile dim ostrare che
non siamo i soli a definire Dio u n ’unità, io mi sono ri­
volto alle sentenze.
Dice dunque Platone: «è difficile trovare il creato­
re e il padre di ogni cosa ed è impossibile che colui
17 Framm. 1025 (ed. Nauck2).
18 Filolao di Crotone: visse nel V sec. e fu discepolo di Pitagora.
19 Liside di Taranto e Opsimo di Reggio furono entram bi espo­
nenti della scuola pitagorica.
20 La somma cioè dei prim i quattro numeri: 1+2 + 3 + 4 = 10.
21 Si suppone u n ’interpolazione, difficile a tradursi.
Atenagora, Supplica per i cristiani 257

che lo ha scoperto lo dica a tutti» 22, ritenendo che uno


solo è il Dio ingenerato ed eterno. Se poi riconosce an­
che gli altri, come il sole, la luna e le stelle, li ricono­
sce però come generati: «dèi (generati) da dèi, di cui io
sono dem iurgo e padre delle opere che se io non voglio
sono indissolubili, m a tu tto ciò che è stato legato può
essere sciolto» 23.
Se dunque non è ateo Platone che concepì il crea­
tore dell’universo come un dio unico e ingenerato, nep­
pure noi siamo atei, riconoscendo e sostenendo che è
Dio colui dal cui Verbo ogni cosa è stata creata ed è
retta dal suo spirito.
3. Aristotele ed i suoi (discepoli) afferm ando che
(Dio) è un essere unico, come se fosse un anim ale com­
posito, dicono che Dio è com posto di anim a e di corpo,
ritenendo suo corpo ciò che è etereo, gli astri erran ti e
la sfera delle stelle fisse, (corpi) che si muovono in mo­
do circolare, m entre (considerano) anim a la ragione
che presiede il movimento del corpo e che non si muo­
ve, ma è causa del movimento di questo 24.
4. Gli Stoici, sebbene con denominazioni a secon­
da dei cam biam enti della m ateria, attraverso la quale
dicono che penetra lo spirito di Dio, m oltiplicano la di­
vinità con nomi; di fatto, però, credono che Dio sia uno
solo. Se infatti Dio è fuoco ingegnoso che procede con
m etodo per la creazione del cosmo e che contiene tu tte
le ragioni seminali secondo le quale ogni cosa esiste in
modo conforme al fato, e lo spirito di quello si diffon­
de in tu tto l’universo, secondo loro uno solo è Dio,
chiam ato Zeus, a causa del ribollire della m ate­
ria 25, oppure E ra a causa dell’aere 26 e con altri nomi

22 Timaeus 28c.
23 Timaeus 4 la.
24 Cf. Metaphysica 11, 7.8.
25 Atenagora, con interpretazione arbitraria, fa derivare Zeus dal
verbo zéò (ribollire, essere in fermento).
26 Era è inteso come anagram m a di aer: cf. anche più avanti,
cap. 22, 2.
258 Gli apologeti greci

viene chiam ato a seconda di ciascuna parte della m ate­


ria attraverso la quale è penetrato.

Perché condannate la nostra fede?


7. 1. Quando perciò si am mette, anche non volen­
do, da parte di tu tti coloro che risalgono ai principi
delle cose, che in linea di m assim a esiste un solo Dio,
m entre noi sosteniam o che chi ha dato un ordine a tu t­
to ciò questi è Dio, che ragione c’è che a costoro sia
concesso con libertà di dire e scrivere quello che vo­
gliono sulla divinità, m entre vige una legge contro di
noi, che possiamo dim ostrare con prove ed argom enti
di verità quello che pensiam o e che rettam ente credia­
mo e cioè che Dio è uno solo?
2. Poeti e filosofi infatti, come p er altre questioni,
si dedicarono con congetture, spinti ciascuno dalla
p ropria anima, e conform em ente all'ispirazione che
viene da Dio, a ricercare se fosse possibile scoprire e
conoscere la verità, m a furono capaci solo di conside­
razioni approssim ative e non di trovare ciò che è real­
mente, poiché ritennero di apprendere ciò che riguar­
da Dio non da Dio, m a ognuno da se stesso. Perciò chi
form ulò una do ttrin a e chi u n ’altra riguardo a Dio, al­
la m ateria, alla form a e al cosmo.
3. Noi però delle cose che pensiam o e che credia­
mo abbiam o come testim oni i profeti i quali nello spi­
rito divinam ente inspirato hanno proclam ato Dio e le
cose di Dio. Voi, che superate gli altri per l’intelligenza
e p er il culto verso la divinità vera potreste dire che è
irrazionale che si om etta di credere allo spirito che
viene da Dio, il quale ha mosso come uno strum ento le
bocche dei profeti e che si presti invece attenzione alle
opinioni degli uomini.

Dio è uno
8. 1. Considerate in base a ciò (che io esporrò) il
fatto che fin dal principio uno solo è il Dio creatore, in
Atenagora, Supplica per i cristiani 259

modo che possiate com prendere il ragionam ento della


nostra fede. Ammettiamo pure che dal principio gli dèi
fossero due o più, oppure fossero in unità e in identità
o ciascuno di essi per conto proprio. 2. In unità e in
identità non potevano essere; se sono dèi non sono si­
mili, m a non sono simili perché non sono creati. Infatti
gli esseri creati sono simili ai modelli, ma i non creati
sono differenti, poiché non sono fatti da qualcuno né
sono conformi a qualcuno.
3. Se poi Dio è uno solo cosi come la mano, l’oc­
chio, il piede sono parti integranti di un unico corpo,
com pletandone uno solo fra tutti, Socrate 27 che è ge­
nerato e corruttibile, è com posto e divisibile in parti,
m a Dio è ingenerato, im passibile e indivisibile: non è
dunque costituito di parti.
4. Se invece ognuno di essi sta per conto proprio,
m entre colui che ha creato il mondo è sopra le cose
create e al di fuori delle cose che ha creato e posto in
ordine, dove (starà) l’altro o gli altri? 28. Se il mondo
creato in form a sferica è chiuso intorno dai cerchi del
cielo e il Creatore del mondo al di sopra delle cose
create lo regge con la provvidenza verso queste cose,
quale (sarà) il posto dell'altro dio o degli altri? Non è
infatti nel mondo, poiché (questo) è di un altro; né in­
torno al mondo, infatti sopra di questo c’è Dio creato­
re del mondo. 5. Se però non è nel mondo né intorno
al mondo (infatti tutto ciò che è intorno ad esso è oc­
cupato da quello) dov'è? Al di sopra del mondo e di
Dio, in un altro mondo o intorno ad un altro? Ma se è
in un altro (mondo) o intorno ad un altro, non è più in­
torno a noi (non è infatti Signore del mondo), né egli
stesso è grande nella sua potenza (si trova infatti in un
luogo limitato). 6. Se poi non è in un altro mondo (tut­
to [lo spazio] infatti è pervaso da questo) né intorno ad

27 Non si tra tta di Socrate filosofo, ma di una persona qualsiasi,


cosi come noi potrem m o dire «Tizio» o «Caio».
28 Cf. cap. 6, 1; cf. Ireneo, Adv. Haer. 2, 1.1.
260 Gli apologeti greci

un altro (tutto infatti è contenuto da questo), non esi­


ste, poiché non esiste il luogo dove egli sia.
Oppure: che cosa fa dal momento che vi è un altro
dove c’è il mondo, essendo egli stesso al di sopra del
C reatore del mondo, non essendo però né nel mondo
né intorno al mondo? 7. Ma c'è u n ’altra cosa dove
possa stare in qualche modo colui che è contrario a co­
lui che realm ente è? Ma sopra di lui e’è Dio e le cose
di Dio; e quale sarà il luogo se questi occupa ciò che è
sopra al mondo?
8. Ma vi provvede? Certo non vi provvede se non
lo ha creato, m a se non crea né provvede non vi è nes­
sun luogo in cui stia; l’unico dal principio e il solo
C reatore del mondo, è Dio.

La testim onianza dei profeti

9. 1. Se ci accontentassim o di tali riflessioni qual­


cuno potrebbe credere che la nostra dottrina è d o ttri­
na di uomini; m a poiché le voci dei profeti danno cre­
dibilità ai nostri ragionam enti (credo poi che anche voi
che siete m olto am anti del sapere e alquanto istruiti
non ignorate né la voce di Mosè, né d’Isaia, né di Gere­
mia, né degli altri profeti i quali, nell’estasi del pensie­
ro che era in loro, m entre li ispirava lo Spirito divino,
proclam arono ciò che si operava in loro, m entre lo Spi­
rito se ne serviva come un flautista che soffia nel flau­
to), che cosa (dissero) costoro?
2. «Il Signore è Dio nostro: nessun altro
sarà paragonato a lui» 29
e ancora:
«Io Dio prim o ed ultimo: non vi è Dio
all'infuori di me» 30

29 Cf. Bar. 3, 36.


30 Cf. Is. 44, 6; Deut. 32, 39.
Atenagora, Supplica per i cristiani 261

e ugualmente:
«Prima di me non vi fu nessun dio
e non vi sarà dopo di me; io sono Dio
e non vi è all'infuori di me» 31
e riguardo alla grandezza:
«Il cielo è il mio trono,
la terra sgabello ai miei piedi.
Quale casa mi edificherete,
o quale il luogo del mio riposo?» 32.
Lascio a voi giudicare più attentam ente le loro
profezie se vi dedicherete a questi libri, affinché, con
un ragionam ento assennato, facciate cessare le calun­
nie contro di noi.

Crediamo in un Dio unico e perfetto

10. 1. Da me è stato sufficientem ente dim ostr


che non siamo atei noi che riteniam o Dio colui che è
uno, ingenerato, eterno, invisibile, impassibile, incom­
prensibile, sconfinato, intelligibile solo con la m ente e
con la ragione, inondato di luce, di bellezza, di spirito
e di potenza inenarrabile. Da lui tu tto è stato generato
per mezzo del Verbo che procede da lui e tu tto è stato
ordinato ed è governato.
2. Siamo convinti anche del Figlio di Dio e qual
no non creda che è ridicolo che Dio abbia un Figlio. Ri­
guardo a Dio Padre e al Figlio abbiamo però una con­
cezione diversa da quella dei poeti che raccontano fa­
vole presentando gli dèi in nulla migliori degli uomini.
Il Figlio di Dio è il Verbo del Padre nell’idea e nel­
l’azione: a sua immagine e per mezzo di lui tu tte le co­
se sono state generate poiché il Padre e il Figlio sono
una cosa sola 33 e poiché il Figlio è nel Padre e il Padre
31 Cf. Is. 43, 10.
32 Cf. Is. 66, 1; 1 Re 8, 27.
33 Cf. Teofilo, II Ad Autolicum 2, 10.
262 Gli apologeti greci

nel Figlio nell’unità e nella potenza dello Spirito; men­


te e verbo del Padre (è) il Figlio di Dio.
3. Se voi, per l’eccezionale vostra intelligenza, vo­
lete indagare che cosa voglia (dire) «Figlio», lo espórrò
brevemente.
È il prim ogenito del Padre, non perché creato (dal
principio Dio, m ente eterna, aveva in se stesso il Ver­
bo, essendo razionale in eterno), m a per il fatto che,
m entre tu tte le cose m ateriali erano come n atu ra in­
forme e t m agm a t , am algam ate le più dense con le
più leggere, egli procedette affinché fosse per loro idea
e atto 34.
4. Su questo ragionam ento concorda anche lo Spi­
rito profetico: «Il Signore — dice — mi creò principio
delle sue vie per le sue opere» 35. Invero anche lo stes­
so Spirito Santo che ispirava coloro che proclamavano
profezie noi diciamo che è emanazione 36 di Dio, che
s’irradia e riappare come raggio di sole.
5. Chi non resterebbe perplesso dopo aver sentito
che vengono definiti atei coloro che riconoscono Dio
Padre e Dio Figlio e lo Spirito Santo e che ne dim ostra­
no la potenza nell’unità e la distinzione nell’ordine? Né
la nostra concezione teologica si lim ita a questi argo­
menti, m a am m ettiam o (che esiste) una schiera di an­
geli e di m inistri che Dio, Creatore e dem iurgo del
mondo, per opera del Verbo che è in lui, distribuì e di­
spose in modo che vigilassero sugli elementi, sui cieli,
sul mondo, sulle cose che sono in esso e sul loro buon
ordine.

I precetti del cristiano

II. 1. Non vi m eravigliate se io espongo con o


cu ra la nostra dottrina; la illustro dettagliatam ente af-

34 Su questi concetti di derivazioni platonica, cf. Platone, Ti-


maeus, 50c-51b.53a-b.
35 Cf. Prov. 8, 22.
36 Cf. Sap. 7, 25.
Atenagora, Supplica per i cristiani 263

finché non siate trasp o rtati dalla comune ed insensata


opinione e possiate conoscere la verità; di fatto, anche
m ediante gli stessi precetti a cui obbediamo e che non
sono degli uomini, m a stabiliti da Dio e da Dio inse­
gnati, possiam o convincervi a non considerarci come
atei.
2. Quali dunque gli insegnam enti di cui ci n u tria­
mo? «Io vi dico: am ate i vostri nemici, benedite coloro
che vi maledicono, pregate p er coloro che vi persegui­
tano affinché siate figli del Padre che è nei cieli il qua­
le fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa pio­
vere sui giusti e sugli ingiusti» 37.
3. Poiché il discorso è stato ascoltato con molto
clam ore lasciate dunque che io vada avanti con libertà:
sto esponendo un'apologia davanti ad im peratori filo­
sofi. Chi, infatti, tra coloro che risolvono i sillogismi,
sciolgono le anfibologie, spiegano le etimologie e tra
coloro che t insegnano t le omonimie, le sinonimie, i
predicati, i giudizi, che cosa sia il soggetto e che cosa
sia il predicato, essi che prom ettono di fare felici con
questi e questi altri discorsi coloro che li seguono, chi
è così puro neH’animo da am are i nemici invece di
odiarli e — cosa molto più equilibrata — invece di m a­
ledire, benedire coloro che hanno com inciato ad ingiu­
riare e pregare per coloro che tendono insidie alla loro
vita? Questi, al contrario, male trascorrono il loro tem ­
po, esplorando questi segreti per se stessi e desideran­
do sem pre di com piere il male, facendo del (loro) lavo­
ro u n ’arte di parole e non una dim ostrazione di fatti.
4. Presso di noi potreste trovare ignoranti, artigia­
ni e vecchiette che se a parole non sono in grado d’illu­
strare il vantaggio della loro dottrina, con i fatti dimo­
strano l’u tilità della loro scelta. Non recitano discorsi
a memoria, m a fanno vedere azioni buone; colpiti non
ripercuotono e derubati non fanno causa; a coloro che
chiedono donano e amano il prossim o come se stessi.

37 Cf. Mt. 5, 44 s.; Le. 6, 26 s.


264 Gli apologeti greci

I cristiani credono in Dio giudice

12. 1. Se non credessim o che Dio è a capo del


nere umano, potrem m o purificare noi stessi? Non si
può certo dire; m a poiché siamo convinti che dovremo
rendere conto di tu tta la vita di quaggiù a Dio che ha
creato noi e il mondo, preferiam o la vita m oderata, ca­
ritatevole e dagli altri sprezzata, consapevoli che non
subirem o quaggiù un male tanto grande, anche se alcu­
ni ci togliessero la vita, rispetto a quello che (di buono)
riceveremo nell'aldilà da p arte del grande giudice, per
una vita mite, caritatevole ed am abile 38. 2. Platone
disse che Minosse e Radam ante giudicheranno e puni­
ranno i c a ttiv i39, ma noi — anche se c’è un Minosse,
un Radam ante o un loro padre — diciamo che neppure
costoro sfuggiranno al giudizio di Dio.
3. E ppure si ritiene che siano pii quanti credo
che la vita consista in questo: «mangiamo e beviamo
perché domani moriremo» 40 e considerano la m orte
un sonno profondo e un oblio — «gemelli il sonno e la
morte» 41.
Ma noi uomini che riteniam o la vita di quaggù de­
gna di un nonnulla, che siamo spinti dal solo (deside­
rio) di conoscere Dio e il Verbo che è presso di lui,
qual è l’unione del Figlio con il Padre, qual è la com u­
nione del Padre con il Figlio, che cosa è lo Spirito, qua­
le l'unione di questi esseri cosi grandi e la distinzione
di loro cosi uniti, dello Spirito, del Figlio, del Padre;
noi che sappiam o che la vita che ci aspetta è superiore
ad ogni dire, se vi giungeremo purificati da ogni delit­
to, noi tanto caritatevoli fino al punto di am are non so-

38 Cf. Rom. 8, 18.


39 Cf. Gorgias 523c-524a; cf. Giustino, I Apoi. 8, 4; Taziano, Oratio
ad Graecos 6, 1; 25, 2.
40 Cf. Is. 22, 13 (e Sap. 2, 1-9); 1 Cor. 15, 32. La frase, certam ente
nota e popolare, era simbolo del piacere della vita: cf. Orazio, Carmi­
na 1, 4; 2, 3; 4, 7.
41 Cf. Omero, Ilias 16, 672; Virgilio, Aeneis 6, 278.
Atenagora, Supplica per i cristiani 265

10 gli amici (è detto «se am erete coloro che vi am ano e


p resterete a coloro che vi prestano, quale ricom pensa
riceverete?»)42, noi, essendo cosi e vivendo questa vita
per evitare di essere condannati nel giudizio, si crede­
rà dunque che non siamo pii?
4. Questi gli argom enti, dunque: minimi fra i gr
di e pochi fra i tanti per non annoiarvi di più. Coloro
che danno un giudizio sul miele o sul siero del latte 43,
giudicano da una piccola quantità se il tu tto è buono.

11 Dio dei cristiani non ha bisogno di olocausti cruenti

13. 1. Poiché la maggior parte di coloro che ci


cusano di ateism o — i quali neppure per sogno cono­
scono chi è Dio, ignoranti ed ignari della dottrin a che
riguarda la n atu ra divina e che valutano la pietà
dall’usanza dei sacrifici — c'incolpa di non considerare
dèi quegli stessi che sono (riconosciuti tali) nelle città,
riflettete, o im peratori, su entram be le accuse e anzi­
tu tto sul non sacrificare.
2. Il Creatore e Padre di ogni cosa non ha bisogno
di sangue, né dell'odore di carne arrostita, né del soa­
ve profum o dei fiori e degli aromi, essendo egli stesso
la p erfetta fraganza 44, di nulla bisognoso e sufficiente
a se stesso.
Ma per lui il più grande sacrificio è quando rico­
nosciam o colui che dispose sfericam ente i cieli e come
loro centro creò la terra; colui che fece affluire l’acqua
nei m ari e separò la luce dal buio; chi abbellì il cielo
con gli astri e fece in modo che la te rra facesse germo­
gliare ogni seme; colui che creò gli anim ali e plasmò
l’uomo.
3. Di quale ecatom be (Dio) ha orm ai bisogno quando
leviamo a lui le sante mani 4S, riconoscendo Dio creatore

42 Cf. Le. 6, 32.34; Mt. 5, 46.


43 Cf. 1 Pt. 2, 2 s.
44 Cf. 2 Cor. 2, 14 s.
45 Cf. 1 Tim. 2, 8.
266 Gli apologeti greci

che custodisce e che governa con scienza e con arte me­


diante la quale sostiene ogni cosa?
4. «Quando qualcuno la legge ha violato
o un errore ha commesso, gli uomini, supplici,
con sacrifici placano gli dèi, con voti graditi,
con libagioni e profumi di carne» 46.
Ma a che cosa mi giovano gli olocausti di cui Dio
non ha bisogno? Eppure è necessario offrire un sacrifi­
cio incruento: rendere un culto razionale 47.

Rifiutiam o gli dèi m a non siamo atei


14. 1. È un discorso loro del tu tto sciocco qu
a proposito del non inchinarci e di non considerare dèi
quelli stessi che sono nelle città. Ma neppure coloro
che ci accusano di ateismo, per il fatto che non credia­
mo in quegli stessi (dèi) che essi riconoscono, concor­
dano fra di loro riguardo agli dèi.
Gli Ateniesi innalzano alla dignità di dèi Celeo e
M etanira 48; i Lacedemoni Menelao 49 ed in suo onore
sacrificano e celebrano feste; gli abitanti di Ilio pongo­
no Ettore (come dio) anche se non vogliono sentire il
suo nome; gli abitanti di Ceo, Aristeo 50 considerandolo
46 Cf. Omero, Ilias 9, 499 ss. (e Platone, Respublica 364d).
47 L’espressione «culto razionale» (logikéh latreian) è desunta da
Rom. 12, 1 in cui Paolo scongiura affinché tu tta la vita del cristiano
sia un culto reso a Dio; un culto spirituale poiché non è vincolato da
nessuna prescrizione legale (a differenza di quanto accadeva nel
mondo giudaico), né è espresso m ediante gli olocausti cruenti del
culto ebraico (cf. Os. 6, 6), né, tanto meno, del mondo pagano.
48 Celeo era re di Eieusi e M etanira sua moglie; secondo la leg­
genda, loro figlio era Trittolemo che insegnò agli uomini l’agricoltu­
ra ed introdusse il culto di Demetra.
49 II celebre eroe greco, figlio di Atreo e fratello di Agamennone
re di Sparta, è lo sposo di Elena il cui rapim ento da parte di Paride
scatenò la guerra di Troia.
50 Aristeo era venerato non solo a Chio ma in molte altre regioni
della Grecia come protettore degli arm enti, dei campi e della vita
agreste. Presso alcuni popoli era ritenuto figlio di Urano e di Gea;
presso altri di Apollo e di Cirene.
Atenagora, Supplica per i cristiani 267

come Zeus ed Apollo; quelli di Taso, Teagene per mano


del quale durante le Olimpiadi avvenne un omicidio 51;
gli abitanti di Samo, Lisandro nonostante le molte stragi
e le altrettante azioni malvagie 52; i Cilici t Alcmane ed
Esiodo Medea o Niobe t 53; i Siciliani Filippo figlio di Bu-
tacide 54; gli abitanti di Amatunte Onesilao 55; i Cartagi­
nesi Amilcare 56. Non mi sarebbe sufficiente un giorno
se ne elencassi tu tta la schiera.
2. Se dunque essi stessi, fra di loro, non sono d
cordo riguardo ai propri dèi, perché ci accusano se
non la pensiam o come loro?
Non è forse ridicolo ciò che avvenne presso gli
Egiziani? Nei templi, durante le riunioni solenni si b at­
tono il petto come se ci fossero dei m orti ed offrono
sacrifici come avviene per gli dèi. E non c'è da meravi­
gliarsi; essi, infatti, ritengono che anche gli animali

51 L’episodio narrato da Atenagora non è attendibile. Teagene, fi­


glio di Timostene e celebre vincitore nei giochi olimpionici, è ricor­
dato anche da Luciano, Deorum Concilium 12 e da Pausania 6, 2, 6;
quest’ultimo riferisce che la statua di Teagene cadde sopra colui che
l’aveva percossa e lo uccise. In realtà l'omicidio vero e proprio (e a
cui Atenagora vuole alludere) fu commesso da Cleomede e sempre
durante le gare delle Olimpiadi (cf. Pausania 6, 9); probabilmente
Atenagora ha confuso i due personaggi.
52 Famoso ma crudele generale spartano: tra le stragi da lui ordi­
nate si ricorda in particolare quella dopo la battaglia di Egospotami
in cui furono trucidati 3.000 prigionieri ateniesi (cf. Senofonte, Helle-
nica 2, 1, 29; Plutarco, Lysander, passim e spec. I l e 18).
53 Testo corrotto.
54 In Erodoto 5, 47 si legge che Butacide fu vincitore nelle gare
olimpioniche, ma la sua celebrità era legata soprattutto alla strao r­
dinaria bellezza fisica, tanto che presso alcuni popoli era adorato co­
me dio.
55 Figlio di Chersi e fratello di Gorgo, re di Salamina in Cipro, si
pose a capo della ribellione dei Ciprioti contro Dario. Fu vinto e uc­
ciso in battaglia. Gli abitanti di Amatunte, l’unica città rim asta fede­
le a Dario, recisero il capo di Onesilao ma poi furono costretti
dall'oracolo a venerarlo: cf. Erodoto 5, 104; 113 s.
56 II nome è quello del generale cartaginese ricordato da Erodoto
7, 167, ma è probabile che Atenagora abbia confuso il nome del con­
dottiero con quello di Melqart, divinità adorata nella Fenicia.
268 Gli apologeti greci

siano dèi e quando questi muoiono si radono e li sep­


pelliscono nei tem pli ed esortano al lutto pubblico 57.
3. Se quindi siamo empi noi che non rendiam o
to come quelli, sono empie anche tu tte le città e tu tte
le nazioni, poiché non venerano tu tte gli stessi dèi.

15. 1. Ammettiamo che adorino gli stessi (dèi


allora? Siccome la maggior parte non è capace di di­
stinguere che cosa sia la m ateria e che cosa sia Dio,
quanta differenza fra di loro, e si p ro stra davanti agli
idoli fatti di m ateria, secondo loro anche noi che di­
stinguiamo e separiam o l'ingenerato dal generato, ciò
che è e ciò che non è, l’intelligibile dal sensibile ed at­
tribuiam o ad ognuna di queste cose il nome che si ad­
dice, anche noi dovremmo supplicare ed adorare le
statue?
2. Se infatti m ateria e Dio sono la stessa cosa, due
nomi per u n ’unica realtà, siamo empi noi che non rite­
niamo dèi le pietre, il legno, l’oro, l’argento. Se però
c’è una grande differenza tra l’uno e l’altro, tan ta
quanto tra l’artista e il m ateriale della sua arte, perché
siamo accusati? Come infatti il vasaio e l’argilla — la
m ateria (è) l’argilla, l’artista (è) il vasaio — anche Dio è
il dem iurgo 58 e la m ateria è a lui sottom essa a secon­
da dell’arte. Ma come l’argilla da sola, senza arte, è in­
capace di diventare vaso, anche la m ateria che è ricet­
tiva, senza Dio dem iurgo non avrebbe assunto né di­
stinzione, né forma, né bellezza.
3. Come non riteniam o la creta più preziosa di co­
lui che l’ha lavorata, né le coppe e i calici d’oro (più
preziosi) di colùi che lavora i metalli, ma, se scorgiamo
su di essi una certa abilità artistica, lodiamo l’artefice
ed è lui che riceve la lode per i vasi, anche riguardo al­
la m ateria e a Dio, non è la m ateria a ricevere un giu­
sto onore per la disposizione delle cose ben ordinate,
m a Dio suo demiurgo.

57 Cf. Lattanzio, Divinae institutiones, 1, 20.


58 Cf. Rom. 9, 21.
Atenagora, Supplica per i cristiani 269

4. Cosicché, se riconoscessim o dèi le forme 59 de


m ateria, sem brerem m o non aver alcuna percezione del
Dio vero, poiché equiparerem m o all'eterno ciò che si
dissolve e che è corruttibile.

Dobbiamo adorare non il mondo, ma il suo artefice


16. 1. Bello è il mondo ed eccellente nella
grandezza e nella disposizione di quegli (astri) nell’el­
littica e di quelli intorno all’orsa e per il fatto di essere
in form a sferica. Non esse però, ma il suo artefice de­
ve essere adorato.
2. N eppure i sudditi che giungono da voi si rifugia­
no nello splendore della vostra abitazione, tralasciando
di onorare voi, principi e padroni, da cui potrebbero ot­
tenere ciò che è loro necessario, ma, trovandosi nella di­
m ora im periale, ne am m irano la m irabile costruzione,
però soprattutto a voi rivolgono ogni onore.
3. Voi, o im peratori, abbellite le sedi im periali per
voi stessi, m a il mondo non fu creato come se Dio ne
avesse bisogno: Dio infatti è egli stesso tu tto per se
stesso, luce inaccessibile, mondo perfetto, spirito, po­
tenza, ragione. Se dunque il mondo è come uno stru ­
m ento arm onico suonato secondo un ritm o, io non ado­
ro lo strum ento ma colui che lo ha armonizzato, che fa
uscire i suoni e intona con esso u n ’arm oniosa melodia.
D urante le gare i giudici non incoronano le cetre tra ­
scurando i citaredi! Se poi, come dice Platone (il mon­
do) è arte di Dio, m entre am m iro la sua bellezza, io mi
inchino davanti al suo artefice. Se è sostanza e corpo,
come (dicono) i Peripatetici, non ci abbassiam o verso
gli elementi m iseri e deboli 60 adorando la m ateria pas­
59 «Con questo term ine (eidè) Atenagora designa, con linguaggio
platonico, quella form a che, preesistente nella mente dell’artefice co­
me idèa, viene im pressa nella m ateria e attu tita nella realtà»: P.
Ubaldi - M. Pellegrino, Atenagora. La supplica per i cristiani, Torino
1947, p. 51 (nota).
60 Cf. Gal. 4, 9 e Rom. 1, 25; per il concetto platonico del mondo
inteso come «arte» di Dio, cf. Platone, Timaeus 33c (e Sap. 13, 1).
270 Gli apologeti greci

sibile a causa dell’aere, che per loro è impassibile, tra ­


scurando di adorare Dio causa del movimento del corpo.
Se qualcuno crede che le parti del mondo sono po­
tenze di Dio non veneriamo, inchinandoci, queste po­
tenze, m a il loro Creatore e Signore.
4. Non chiedo alla m ateria ciò che non ha, né, tra ­
scurando Dio, venero gli elementi ai quali non è possi­
bile nulla di più di quello che è stato loro ordinato; se
infatti sono belli a vedersi grazie all’arte del demiurgo,
sono però dissolvibili per la n atu ra della m ateria. Su
questo argom ento testim onia anche Platone: «quello
che abbiamo nom inato cielo e mondo, partecipò di
molte beatitudini per opera del padre, tuttavia fu p ar­
tecipe anche del corpo: pertanto è impossibile che sia
esente da trasform azione»61.
5. Se dunque m entre am m iro il cielo e gli elementi
dell’arte non li adoro come dèi, sapendo che su di loro
grava il principio della dissoluzione, come potrò dire
che sono dèi queste cose di cui io so che ne sono arte­
fici gli uomini?

17. 1. Riflettete un po’: è necessario per me ap


geta presentare ragionam enti molto attenti anche ri­
guardo ai nomi che (sono) molto recenti, e riguardo al­
le immagini che furono create, per modo di dire, ieri o
ieri l’altro; e voi conoscete queste cose in modo notevo­
le perché in tu tto e più di tu tti siete istruiti sugli an­
tichi.
Dico dunque che Orfeo, Omero ed Esiodo sono
quelli che attribuiscono genealogie e nomi a quanti da
loro vengono chiam ati d è i62. 2. È testim one anche
Erodoto: «Io credo che Esiodo ed Omero siano più vec­
chi di me di 400 anni e non di più: questi sono i com­

61 Cf. Politicus 269d.


62 In realtà questi poeti più che inventare e attribuire genealogie
agli dèi, misero in versi ciò che era già tradizione leggendaria del po­
polo greco; ma Atenagora, senza interrogarsi sul problema, si affida
totalm ente alla testim onianza di Erodoto che cita subito dopo.
Atenagora, Supplica per i cristiani 271

positori della teogonia per i Greci, coloro che hanno


dato i nomi agli dèi, che hanno distinto gli onori e le
arti e che hanno fatto conoscere le loro immagini» 63.
3. Le immagini poi non si conobbero fino a quan­
do non apparirono l’arte plastica, pittorica e statuaria.
Ma quando com parvero S auria di Samo, Oratone di
S icio ne64 e Cleante di C o rin to 65 e la fanciulla co­
rinzia 66, fu inventato da S auria il disegno a contorni
avendo egli disegnato l’om bra di un cavallo nel sole e
la p ittu ra (fu inventata) da Cratone che su una tavola
cosparsa di bianco dipinse le om bre di un uomo e di
una donna. Dalla fanciulla poi fu inventata l'arte di
m odellare figurine (essendosi innam orata di un tale,
dipinse sulla parete l’om bra di lui m entre dormiva; il
padre — che lavorava come vasaio — com piaciuto del­
la somiglianza precisa, avendo intagliato il contorno,
lo riem pi di creta; il modello è conservato tu tt’ora a
Corinto).
Dedalo 67, Teodoro 68 e Smilide 69, che vennero do­
po di questi, inventarono la statu aria e la plastica.
4. Ma cosi vicino è il tem po delle immagini e dei
lavori intorno agli idoli che possiamo parlare d ell'arte­
fice di ciascun dio. La statu a di Artemide in Efeso e

63 Cf. Erodoto 2, 53.


64 I prim i due pittori sono ricordati solo da Atenagora.
65 Cleante di Corinto dovette conseguire una certa notorietà: ne
parla Strabone 8, 343; Plinio, Naturalis Hist. 35, 6; Ateneo 8, 346.
66 Poche righe sotto se ne racconta la storia che è pure narrata
da Plinio, Naturalis Hist. 35, 12.
67 II celebre e leggendario scultore ed architetto cui è attribuita
la ricostruzione del famoso labirinto di Cnosso (a Creta) fatto co­
stru ire da Minosse per rinchiudervi il Minotauro. Dedalo, caduto in
disgrazia del re cretese fu rinchiuso nel labirinto assieme a Icaro fi­
glio di Minosse. Costruì allora, per sé e per Icaro, delle ali di cera
per volare via; il figlio del re, però, si spinse troppo vicino al sole, le
ali si sciolsero ed egli precipitò in mare.
68 A lui e a Telecle si deve l’arte della fusione e la scultura in me­
tallo: cf. Diodoro Siculo 1, 98, 5; Pausania 8, 14; 10, 38, 6.
69 Secondo Pausania 7, 4, 4 sarebbe stato allievo di Dedalo.
272 Gli apologeti greci

quella di Atena (meglio A tela70 t perché coloro che


parlano m isteriosam ente [chiamano] Atela t l'antica
[statua] di olivo) e quella (Atena) seduta le scolpi Endeo
discepolo di Dedalo 71; invece (Apollo) Pitio è opera di
Teodoro e di Telecle 72 e quello di Deio e l’Artemide so­
no lavori di Tecteo e Angelione 73; l’E ra di Samo e
l’E ra di Argo l’hanno com piuta le mani di Smilide 74 e
l’Afrodite di Cnido è altra opera di Prassitele e l’Ascle-
pio di Epidauro è opera di Fidia t di Fidia sono gli al­
tri idoli t 75•
5. Per dirla con una parola, nessuna di queste (
tue) può fare a meno di venire alla luce per opera
dell’uomo. Se dunque sono dèi, perché non esistettero
fin dal principio? Perché sono più recenti di coloro che
li hanno fabbricati? Che bisogno avevano degli uomini
e della (loro) arte per resistere? Tutte queste cose sono
terra, pietra, m ateria e arte superflua.

Omero ed Orfeo narrano l ’origine degli dèi

18. 1. Poiché alcuni afferm ano che queste s


immagini, m entre (sono) dèi coloro a cui le immagini
(sono dedicate); che le processioni, che per esse sfilano,
e i sacrifici, sono rivolti agli dèi e per essi si compio­
no, né vi è altro modo, all’infuori di questo, per avvici­
narsi a loro,
«difficile è che gli dèi si m ostrino visibili» 76;

70 Testo corrotto. Il nome a-thèlè significa «non allattata», lett.:


«senza (succhiare) la mammella»; la dea infatti era nata dal cervello
di Zeus: cf., sotto, cap. 20, 2.
71 Cf. Pausania 1, 26, 4; 7, 5, 9.
72 Cf. Pausania 1, 98, 6.
73 Cf. Pausania 2, 32, 5; 9, 53, 3.
74 Cf. Pausania 7, 4, 4.
75 Si suppone che nel testo ci sia una lacuna.
76 Cf. Ilias 20, 131.
Atenagora, Supplica per i cristiani 273

poiché a prova di ciò presentano la forza di alcuni ido­


li, ebbene! esam iniam o la loro potenza in base ai nomi.
2. Ma prim a che io cominci a parlare, vi pregherò,
o grandissim i im peratori, affinché mi perdoniate se i
miei discorsi sono secondo verità: non è mia intenzione
biasim are gli idoli, ma, per dileguare le calunnie, do
spiegazione delle nostre scelte.
Da voi stessi potrete interrogarvi sul regno celeste;
come infatti a voi, padre e figlio, ogni cosa è stata po­
sta in mano poiché dall’alto avete ricevuto l’impero
(«l'anima del re è nelle mani di Dio» dice lo Spirito
profetico 77), così ogni cosa è sottom essa al Dio unico e
al suo Verbo che è per noi Figlio inseparabile.
3. Considerate dunque questo prim a di ogni altra
cosa: gli dèi non esistettero dal principio — come dico­
no — m a ognuno di essi venne alla luce così come noi
nasciamo; e in questo si concorda da parte di tutti;
Omero dice:
«Oceano è degli dèi origine e Teti la madre» 78.
Ed Orfeo, che per prim o inventò i loro nomi 79, de­
scrisse la nascita e n arrò quanto da ciascuno era stato
compiuto, egli che è ritenuto da loro colui che ha p ar­
lato di dio nel modo più vero e che anche Omero seguì
in molte cose e soprattutto riguardo agli dèi, egli stes­
so, ponendo la prim a origine degli dèi dall'acqua, dice:
«Oceano che origine fu per tutti» 80.
4. Secondo lui l’acqua era principio di ogni cosa e
dall’acqua si form ò il fango e da entram bi fu generato
un animale, un drago a cui era cresciuta una testa di
leone < e d u n ’altra di to ro > ed in mezzo a queste la
faccia di un dio di nome Eracle e C ro n o s81.

77 Cf. Prov. 21, 1.


79 Cf. Ilias 14, 201.302.
79 Cf. sopra, cap. 17, 2.
80 Cf. Ilias 14, 246.
81 Cf. Orph. Fragm. 57 (ed. Kern).
274 Gli apologeti greci

5. Questo Eracle generò un uovo gigantesco


saturo del vigore di colui che lo aveva generato, per at­
trito si spaccò in due: la p arte che stava sopra fini per
essere Cielo e quella che stava sotto divenne Terra; ne
venne fuori anche un dio t con due corpi t 82. 6. Il
Cielo, unitosi alla Terra, generò femmine: Cloto, Lache-
si, Atropo 83; e maschi: i Centimani Cotto, Gige e Bria-
reo e i Ciclopi Bronte, Sterope e Arge 84; dopo averli
incatenati li gettò nel Tartaro, poiché aveva saputo che
sarebbe stato spodestato dai figli. Allora la Terra, adi­
rata, generò i Titani:
«la veneranda T erra generò i giovani Urani di
che chiam ano anche col nome di Titani
poiché il grande Urano stellato punirono» 85.

Se gli dèi hanno un principio sono mortali

19. 1. Questo fu il principio della generazione


guardante quelli che secondo loro sono dèi e l'univer­
so. Ma che vuol dire ciò? t Ognuna di quelle cose che è
dichiarata divinità ha un principio e ha una fine t 86.
Se infatti sono nati poiché non esistevano — come di­
cono coloro che su di essi fanno teologia — non esisto­
no. Infatti o una cosa è ingenerata ed è eterna, oppure
è generata ed è corruttibile.
2. Né io penso cosi né diversam ente i filosofi: «
cosa è ciò che esiste sem pre non avendo origine e che
cosa è ciò che diviene e che non è mai?» 87.
Platone parlando dell’intelligibile e del sensibile,
insegna che ciò che sem pre è — l'intelligibile — non è

82 Testo corrotto. Si allude probabilmente al m ostro Fanete.


83 Sono le tre Moire (o Parche), le dee da cui dipendeva il fato e
la vita degli uomini.
84 Cf. Esiodo, Theogonia 147 ss.
9S Ibid., 207-210.
86 Testo corrotto: la traduzione resta incerta.
87 Cf. Timaeus 27d.
Atenagora, Supplica per i cristiani 275

generato, m a ciò che non è — il sensibile — è generato,


ha un principio ed ha una fine.
3. Per questo motivo anche gli Stoici affermano
che tu tto l’universo sarà nella conflagrazione e poi esi­
sterà di nuovo, poiché il mondo avrà un’altra origine.
Sebbene secondo loro la causa è duplice, l’una atti­
va e prom otrice come la provvidenza, l’altra sottom es­
sa e m utabile come la m ateria, se è im possibile che il
mondo generato rim anga nella stessa condizione anche
se retto dalla provvidenza, come può rim anere la so­
stanza di questi (dèi) i quali non esistono per loro n atu­
ra, m a furono generati? Perché gli dèi sono superiori
alla m ateria se traggono origine dall’acqua?
4. Ma per loro neppure l’acqua è l’origine di ogni co­
sa (da elementi semplici e uniform i che cosa potrebbe
sussitere? Inoltre la m ateria ha bisogno di un artefice e
l’artefice della m ateria; come potrebbero esistere le effi­
gi senza la m ateria o senza l’artefice?); né vi è motivo per
cui la m ateria sia più antica di Dio: è necessario infatti
che la causa fattrice esista prim a del creato.

20. 1. Se l’assurd ità della loro teologia solo aff


m asse che gli dèi sono nati e che hanno origine dall’ac­
qua, dopo aver dim ostrato che non vi è niente di genera­
to che non sia anche dissolvibile, potrei passare al resto
delle accuse. 2. Ma hanno tra tta to anche dei loro cor­
pi, parlandoci di Eracle che è dio-drago a spire 88, dei
Centimani e della figlia di Zeus, che egli generò dalla m a­
dre Rea [il cui nome è anche D em etra]89 e che aveva due
occhi come è secondo n a tu ra e due sulla fronte e un m u­
so d’anim ale sulla p arte posteriore del collo e anche del­
le com a e che per questo motivo, Rea, inorridita dalla
m ostruosità della figlia fuggi senza porgerle la mam m el­
la 90: da qui, m isticam ente, è chiam ata Atela, m a com u­

88 Cf. sopra, cap. 18, 4.


89 Testo corrotto. Seguiamo la trad. di P. Ubaldi - M. Pellegrino,
op. cit., p. 66.
90 Cf. sopra, nota 70.
276 Gli apologeti greci

nem ente Persefone e Core, che non è però la stessa per­


sona di Atena che è chiam ata «Core».
3. Inoltre hanno accuratam ente trattato , come essi
credono, le loro imprese: Cronos am putò i genitali del
padre e lo buttò giù dal carro e fu infanticida avendo
divorato i figli maschi; Zeus poi, dopo aver legato il pa­
dre lo precipitò nel Tartaro, come anche (fece) Urano
con i figli, e per il regno com battè contro i Titani; per­
seguitò poi la m adre Rea poiché aveva rifiutato di
unirsi a lui, m a dopo che questa divenne una dragones­
sa, egli, trasform andosi in un dragone, dopo averla le­
gata con il nodo detto di Eracle, si uni a lei (e la verga
di Erm es è simbolo dell'accoppiamento). Si uni poi alla
figlia Persefone avendola violentata sotto form a di ser­
pente e da lei gli nacque il figlio Dioniso.
4. E ra indispensabile che io ne parlassi! Che cosa
di venerabile e di buono ha questa storia per credere
che siano dèi Cronos, Zeus, Core e gli altri? Le qualità
dei corpi? Quale uomo giudizioso e capace di riflettere
potrebbe credere che da un dio è stata generata una vi­
pera? Orfeo (scrive):
«Fanete 91 u n ’altra orribile prole
partorì dal sacro utero: l’Echidna
m ostruosa a vedersi, le cui chiome
dal capo (fluivano) e il volto era bello a vedersi,
m a nel resto del corpo, dall’estrem ità del collo,
terribile serpente» 92.
Oppure (quale uomo) potrebbe am m ettere che que­
sto Fanete, che è dio prim igenio (egli è infatti colui che
scaturisce dall’uovo) avesse corpo o form a di serpente
o fosse divorato da Zeus perché Zeus fosse illimi­
tato?
5. Ma se non si distinguono per niente dagli ani­
mali più abominevoli (mentre è chiaro che la divinità

91 Cf. sopra, nota 82, m a qui Fanete ha anche natura femminile.


92 Framm. orfico tram andato solo da Atenagora; n. 58 (ed. Kern).
Atenagora, Supplica per i cristiani 277

deve differire dalle cose terrene e da quelle che deriva­


no dalla m ateria) essi non sono dèi. Perché dunque ci
prostriam o a loro la cui origine è come quella degli
anim ali ed essi stessi hanno form a anim alesca e sono
deformi ?

Dèi che sono come gli uom ini

21. 1. Anche se dicessero soltanto che questi h


no un corpo, sangue e sperm a e sentim enti d’ira e di
concupiscenza, ancora una volta bisognerebbe credere
che questi racconti sono sciocchi e ridicoli. In Dio non
vi è né ira, né concupiscenza, né appetiti, né sperm a
per generare figli. 2. Siano pure fatti di carne, m a (sia­
no) superiori almeno alla passione e all’ira, affinché
non si vede che Atena è
«irata contro Zeus padre
e un selvaggio furore l'invade» 93;
né si osservi E ra quando
«ad E ra il petto non conteneva la rabbia,
m a diceva...» 94,
e siano superiori al dolore:
«Ahimè! un am ato eroe intorno alle m ura inseguito
vedo coi miei occhi: il mio cuor si rattrista» 95.
Io definisco uomini ignoranti e stolti coloro che
abbandonano all’ira e al dolore, m a quando «il padre
degli uom ini e degli dèi» piange il figlio:
«Ahimè! È destino che Sarpedone
a me più diletto fra tu tti gli uomini,
perisca per mano di Patroclo figlio di Menetio» 96

93 Cf. Ilias 4, 23.


94 Cf. Ilias 4, 24.
95 Cosi si lam enta Zeus prevedendo la sorte di Ettore; Ilias 22,
168 s.
96 Cf. Ilias 16, 433 s.
278 Gli apologeti greci

e p u r piangendo non gli è possibile strapparlo al peri­


colo:
«Sarpedone è figlio di Zeus,
ma quello il figlio non soccorre» 97,
chi non accuserebbe d'ignoranza costoro che con favo­
le di tal genere sono am anti di Dio, m entre sono atei?
3. Ammettiamo pure che siano di carne, m a n
sia ferita Afrodite nel corpo da Diomede:
«Mi feri Diomede, il superbo figlio di Tideo» 98
e nell’anim a da Ares:
«Me zoppo sem pre disprezza Afrodite
la figlia di Zeus ed am a Ares funesto» 99
(...) «e squarciò la bella pelle» 10°; il terribile in guerra,
l’alleato di Zeus contro i Titani, appare più debole di
Diomede:
«infuriava come Ares scuotitore di lancia» 101.
Taci, Omero, Dio non si adira; tu invece mi parli di
un dio sanguinario e funesto per i m ortali:
«Ares, Ares funesto, sanguinario» 102
e racconti il suo adulterio e le sue catene:
«entram bi saliti sul letto si addormentarono,
e le due catene di Efesto ingegnoso,
lavorate con arte, intorno s’avvolsero
né più era possibile muovere le membra» 103.

97 Cf. Ilias 16, 522.


98 Cf. Ilias 5, 376.
99 Cf. Odyssea 8, 308 s.
100 Cf. Ilias 5, 858. Questa citazione non si collega bene alla pre­
cedente: è da supporre una lacuna nel testo.
101 Cf. Ilias 15, 605.
102 Cf. Ilias 5, 31.
103 Si tra tta di Ares e Afrodite: cf. Odyssea 8, 296 ss.
Atenagora, Supplica per i cristiani 279

4. Non dem oliranno mai tu tte queste insulse chiac­


chiere riguardo agli dèi? Urano viene evirato; Cronos è
legato e precipitato nel Tartaro; i Titani si ribellano;
Stige m uore durante la battaglia (li presentano anche
mortali!) e fanno all'am ore gli uni con gli altri, fanno
all’am ore con gli uomini:
«Enea che da Anchise partorì la dea Afrodite,
poiché nei boschi dell'Ida la dea ad un m ortale si
uni» 104.
Non fanno all’amore! Non credono alle passioni! Se
sono dèi, la concupiscenza non li possederà. E se Dio, se­
condo una econom ia divina, assum erà la carne 105, è già
schiavo della concupiscenza?
5. «Mai come ora amore di dea o di donna
diffuso nel mio petto il mio cuore domò:
né quando amai la sposa d'Issione,
né quando amai Danae la bella figlia di Acrisio,
né la fanciulla del celebre Fenice,
né Semele, né Alcmene di Tebe,
né Demetra regina dalle belle chiome,
né Leto gloriosa, né te stessa» 106.
È generato, è corruttibile, non ha nulla di Dio; ma
sono servi anche degli uomini:
«Oh, dim ora di Admeto ove sopportai,
p u r essendo dio, d'acconsentire ad una servile
mensa» 107
e pascolano il bestiame:
«giunto su questa te rra pascolavo per l’ospite
e la casa gli custodivo» 108.

1M Cf. Ilias 2, 820 s.


105 Qui Atenagora allude chiaram ente al Dio dei cristiani e all’in­
carnazione del Verbo in Gesù Cristo.
106 Cf. Ilias 14, 315 ss.319.321.323.326 s.
107 Euripide, Alcestis 1 s.
108 Ibid., 8 s.
280 Gli apologeti greci

Admeto era dunque superiore al dio! 6. O indovi­


no, o saggio, e, per gli altri, profeta del futuro! non hai
profetizzato la m orte del tuo amato, m a con la tu a m a­
no hai ucciso colui che amavi 109:
«io speravo che non fosse menzognera
la bocca divina di Febo, ricolm a di profetica arte».
Cosi Eschilo dice male di Apollo falso indovino:
«Colui che canta un inno,
colui che è presente al banchetto,
colui che queste cose ha proferito,
questi è l’uccisore di mio figlio» uo.

22. 1. Queste sono forse divagazioni poetiche, m


sul loro conto (si dà) anche una spiegazione fisica di
questo genere:
«Zeus splendente»
— come dice Empedocle —
«ed E ra dispensatrice di vita con Ade e Nesti
che con le lacrim e bagna la m ortale sorgente» 11*.
2. Se dunque Zeus è il fuoco, E ra la terra; Ade
l’aria e Nesti l’acqua — e questi, cioè il fuoco, l’acqua
e l’aria, sono elementi — nessuno di loro è Dio, né
Zeus, né Era, né Ade; infatti la loro costituzione e la lo­
ro origine viene dalla m ateria che è distinta da Dio:
«fuoco e acqua e terra e la m ite sommità dell’aere
e l’am ore con essi» 112.
3. Come si potrebbe dire che sono dèi questi ele­
menti che confusi tra di loro dalla discordia, non sono
in grado di sussistere senza am ore?
109 Apollo, innam orato di Giacinto, lanciò il disco m a questo, de­
viato dal soffio di Zefiro, feri l’am ato e lo uccise.
110 Sono le parole di Teti nel framm. 350 di Eschilo (ed. Nauck2).
111 Empedocle, framm. 6 (ed. Diels-Kranz).
112 Empedocle, framm. 17, 18.20 (ed. Diels-Kranz).
Atenagora, Supplica per i cristiani 281

Secondo Empedocle l’am ore è il principio prim o e


i com posti sono dominati, ma signore resta il prim o
principio. Cosicché, se riteniam o che una sola e la me­
desim a è la potenza di colui che presiede e di colui che
è presieduto, ci sfuggirà che stiamo valutando la m ate­
ria corruttibile, fluida e m utabile come se fosse un dio
ingenerato, eterno e coerente in ogni cosa.
4. Secondo gli Stoici Zeus è sostanza in fermento,
E ra è l’aere 113 — e quando il suo nome è pronunciato
insieme (con quello dell’aria) si congiunge con se
stesso 114 —; Poseidone è la bevanda 11S. Altri in altro
modo ne studiano la natura: alcuni dicono che Zeus,
aria biforme, è erm afrodita; altri (dicono che) è il pe­
riodo che volge a bel tem po anche perché egli solo è
sfuggito a Cronos.
5. Ma con gli Stoici è possibile dire questo: se cre­
dete che l’unico Dio a tu tti superiore sia ingenerato ed
eterno e che (elementi) com posti siano quelli su cui (av­
viene) la trasform azione della m ateria e dite che lo spi­
rito di Dio, che penetra nella m ateria, a seconda delle
trasform azioni di questa, m uta il nome ora in un modo
ora in un altro, le forme della m ateria diventeranno
corpo di Dio e quando gli elementi si distruggeranno
nella conflagrazione è inevitabile che insieme alle for­
me siano d istru tti anche i nomi, m entre rim arrà solo
lo spirito di Dio. Se c’è un corruttibile cam biam ento di
questi corpi a causa della m ateria, chi potrebbe crede­
re che essi sono dèi?
6. A coloro che dicono che Cronos è il tempo e Rea
la te rra — la quale concepisce da Cronos e partorisce,
per cui è creduta m adre di ogni cosa, m entre quello
genera e divora — e che l’am putazione dei genitali è

113 Cf. sopra, cap. 6, 4.


114 Atenagora intende dire che quando si ripete incessantemente
la parola aer (= aria) si ha contem poraneam ente la pronuncia di
Era; e cioè aeraeraeraer... (cf. Cicerone, De natura deorum 2, 26, 66).
115 Poseidón da pòsis che significa «bevanda», m a che qui è da in­
tendere nel senso di acqua.
282 Gli apologeti greci

l'accoppiam ento del maschio con la femmina, (unione)


che preleva e riversa lo sperm a nella m atrice e genera
l’uomo che in sé ha la concupiscenza — cioè Afrodite
— e che la pazzia di Cronos è il m utare del tempo che
distrugge ciò che è anim ato e inanim ato e che le cate­
ne e il T artaro sono il tempo trasform ato durante le
stagioni e divenuto invisibile, a costoro dunque dicia­
mo: se Cronos è il tempo, esso si trasform a, se poi è la
stagione, esso muta; se è la tenebra o il gelo o l’um ida
sostanza, di tu tto ciò nulla resta; la divinità invece è
im m ortale, immobile e im mutabile. Dunque né Cronos,
né la statua di lui sono Dio.
7. Riguardo a Zeus, se è l’aria generata da Cronos
— di cui Zeus è il maschio e la femmina è E ra (che è
però sorella e moglie) — è mutevole e se è stagione su­
bisce cam biam enti; non cam bia però né m uta ciò che è
divino.
8. Ma perché dunque devo ancora annoiare voi che
sapete assai bene quello (che fu detto) da ognuno di colo­
ro che hanno studiato la n atu ra e quali cose gli scrittori
hanno pensato sulla n atu ra o riguardo ad Atena che di­
cono penetrare ogni cosa con il pensiero; riguardo ad Isi­
de che definiscono n atu ra del tempo, dalla quale tu tti fu­
rono generati e grazie alla quale tu tti esistono; riguardo
ad Osiride che era stato fatto a pezzi dal fratello Tifone,
e Iside cercando le m em bra per la pianura con Oro suo
figlio llé, dopo averle trovate le depose nel sepolcro, e il
116 Testo corrotto: varie le congetture di ricostruzione. Secon
la leggenda n arrata da Plutarco (De Isid. et Os. 13-18), Tifone tentò
due volte di disperdere il cadavere del fratello Osiride da lui ucciso.
La prim a volta lo gettò nel Nilo, dopo averlo rinchiuso in una cassa,
m a il cadavere fu ritrovato da Iside (sorella e sposa di Osiride) e na­
scosto; la seconda volta Tifone spezzò il cadavere e ne disperse le 14
parti. Iside allora, per la seconda volta, andò in cerca delle membra
e, trovatele, le ricompose nel sepolcro. Secondo la leggenda, testim o­
niata anche da Aristide, Apologia 12, 2, Iside avrebbe cercato le
m em bra dello sposo insieme al piccolo bam bino Oro, nato dal suo
m atrim onio con Osiride. La vicenda, quindi, perm ette di leggere
«perì tà èlè met'Orou» (per le pianure con Oro): cf. anche più avanti,
cap. 28, 2.
Atenagora, Supplica per i cristiani 283

sepolcro è tu tto ra chiam ato di Osiride?


9. Arrovellandosi in ogni modo alla ricerca della
form a della m ateria, dim enticano il Dio che si contem­
pla con la ragione e fanno dèi gli elementi e le loro
parti, attribuendo loro ora un nome ora un altro: Osiri­
de alla semina del grano (per questo motivo parlano
con un linguaggio m isterico nel ritrovam ento delle
membra, o frutti, ed esclamano ad Iside: «abbiamo tro ­
vato, ci rallegriamo»); Dioniso al frutto della vite e Se-
mele alla vite stessa e Fulmine alla fiam m a del sole.
10. Di fatto coloro che divinizzano i miti (fanno)
tu tto eccetto che m editare su Dio, ignorando che con
gli argom enti con cui difendono gli dèi rafforzano i di­
scorsi contro se stessi.
11. Che c’entrano Europa, il Toro, il Cigno e Leda
con la T erra e l’Aria, affinché la turpe unione di Zeus
con queste sia (l’unione) della te rra e dell'aria? 12.
Ma poiché hanno abbandonato la grandezza di Dio e
non sono capaci d’innalzarsi con il ragionam ento (non
hanno infatti una corrispondenza con il luogo celeste)
si fondono con le forme della m ateria e caduti in basso
divinizzano i modi di essere della m ateria, come se uno
qualsiasi conducesse, al posto del timoniere, la nave su
cui naviga. Ma come la nave priva di pilota non è nien­
te, anche se è provvista di tutto, cosi non c’è alcun van­
taggio, anche se gli elementi son ben ordinati, senza la
provvidenza che viene da Dio. La nave infatti da sola
non navigherà e gli elementi non si muoveranno senza
il demiurgo.

Il potere dei demoni

23. 1. Voi che per intelligenza siete superiori a t


ti potreste dire: per quale motivo alcuni degli idoli
hanno potere se non sono dèi coloro ai quali innalzia­
mo le statue? Non è infatti possibile che iconi senza
anim a e senza movimento siano potenti per se stesse
senza colui che le muove.
284 Gli apologeti greci

2. Presso alcuni luoghi, città e nazioni, si verifica­


no certe azioni soprannaturali in nome degli idoli e noi
non lo contestiam o. Ma se alcuni ne sono stati benefi­
ciati ed altri invece ne sono stati danneggiati, certo
non crediam o che siano dèi quelli che in entram bi i ca­
si hanno sprigionato il loro potere; ma con acribia ab­
biamo esam inato per quale motivo credete che gl'idoli
abbiano un potere e chi siano coloro che hanno forza e
si appropriano dei loro nomi.
3. Accingendomi a dim ostrare chi sono quelli che
sprigionano il loro potere nei sim ulacri e che non sono
dèi, mi è necessario utilizzare alcune testim onianze dei
filosofi.
4. Talete 117 per primo, come ricordano i suoi stu­
diosi, distingue tra Dio, demoni ed eroi. Ritiene che
Dio sia la m ente del mondo, i demoni ritiene sostanze
animali e gli eroi anime separate degli uomini: i buoni
come quelle buone, i cattivi come quelle malvagie.
5. Platone, che pure non si pronuncia sulle altre
cose, distingue il Dio ingenerato da quelli generati da
colui che è ingenerato per la bellezza del cielo " 8, i
pianeti, le stelle fisse e i demoni. Riguardo ai demoni,
m entre egli stesso si rifiuta di parlarne, ritiene oppor­
tuno che si presti attenzione a coloro che di essi hanno
parlato: «narrare e conoscere la generazione degli altri
demoni è cosa più grande di noi, m a bisogna credere a
coloro che hanno parlato prim a, discendenti, come di­
cevano, degli dèi e che sicuram ente conoscevano i loro
progenitori. È im possibile quindi non credere ai figli
degli dèi, anche se parlano senza prove attendibili e

1,7 Talete di Mileto visse nel VI sec. a.C.; fu celebre astronom o e


filosofo; non ci è rim asta alcuna opera scritta e dai suoi discepoli
(Anassimandro e Anassimene) furono tram andate le sue tesi di fisica,
m atem atica, geometria, astronom ia e la sua teoria sull’origine del
mondo: per Talete l’elemento prim ordiale da cui dipende la vita di
ogni animale e di ogni pianta è l’acqua intesa come elemento umido
diffuso in ogni parte della terra.
118 Cf. Timaeus 40a-b.
Atenagora, Supplica per i cristiani 285

obbliganti; m a bisogna credere poiché dicono di rac­


contare, secondo la legge, cose loro fam iliari. 6. Anche
per noi dunque, la generazione di questi dèi sia come
per loro e cosi la si racconti.
Oceano e Teti furono figli della T erra e del Cielo e
da questi (nacquero) Forco, Cronos e Rea e quanti (ce
ne furono) insieme con loro e da Cronos e da Rea Zeus,
E ra e tu tti quelli che sappiam o essere considerati loro
fratelli e altri loro discendenti» 119.
7. Questo tale dunque che ha m editato su Dio —
l'eterno che è com preso con la mente e la ragione —
e che ha rivelato i suoi attrib u ti — colui che è, colui
che ha una sola n atu ra e il bene che da lui fluisce, cioè
la verità — e (che parlò) sulla prim a potenza [e] (disse):
«Tutte le cose sono intorno al sovrano del mondo e tu t­
te (esistono) a causa sua ed egli è la causa di tutto» e,
riguardo al secondo e al terzo, «il secondo intorno alle
seconde e il terzo intorno alle terze» 12°, questo tale
(Platone) credette forse che fosse più grande di quello
che gli era possibile acquisire la verità riguardo a ciò
che si dice essere generato dalle cose sensibili, quali la
te rra e il cielo? Non lo possiamo dire.
8. Ma poiché credette im possibile che gli dèi gene­
rassero e venissero generati, dal momento che esiste una
fine per ciò che è generato 121, e che era m olto più diffici­
le che la m aggioranza fosse dissuasa poiché accetta que­
sti m iti infondati, per questa ragione disse che era im­
presa più grande di lui conoscere e raccontare la genera­
zione degli altri demoni, né era in grado di conoscere né
di parlare di dèi che erano stati generati.
9. E quel suo detto: «Zeus il grande condottiero
nel cielo, che dirige il carro alato, per prim o si avanza
ordinando ogni cosa e prendendosene cu ra e l’esercito
degli dèi e dei demoni lo seguono» 122 non riguarda

119 Cf. Timaeus 40d.e-41a.


120 Platone, Epistola 2, 312c.
121 Stesso tem a del cap. 19, 1 s.
122 Platone, Phaedrus 246e.
286 Gli apologeti greci

quello Zeus che è detto figlio di Cronos; ma questo è il


nome per il Creatore del mondo.
10. Lo dim ostra lo stesso Platone: non potend
definire con altro attribu to utilizzò un nome popolare,
ma non perché proprio del dio, m a per chiarezza, poi­
ché non era possibile far conoscere Dio a tu tti nella
sua potenza; e lo defini il «grande», affinché si distin­
g u esse quello del cielo da quello della terra, l'ingenera­
to dal generato, più giovane del cielo e della terra, più
giovane dei Cretesi che lo rapirono affinché non fosse
ucciso dal padre.

/ dem oni sono angeli ribellatisi a Dio

24. 1. Perché devo ricordare i poeti o illustrare le


tre dottrine a voi che vi dedicate ad ogni insegnamento?
Solo questo ho da dire: anche se poeti e filosofi non avesse­
ro riconosciuto che esiste un solo Dio e riguardo a questi
alcuni non li avessero concepiti come demoni, altri come
m ateria ed altri come uomini esistiti, noi saremmo forse
messi al bando con giustizia, seguendo una dottrina che di­
stingue tra Dio, la m ateria e la sostanza di questi stessi?
2. Come proclam iam o che esiste Dio e il Figlio,
Verbo, e lo Spirito Santo, un solo essere quanto a
potenza 123, il Padre, il Figlio, lo Spirito, poiché il Fi­
glio è mente, Verbo e sapienza del Padre e lo Spirito
emanazione come luce dal fuoco l24, cosi abbiamo com­
preso che vi sono altre potenze che agiscono sulla ma­
teria e per mezzo di essa: una è contro Dio, ma non in
quanto vi è qualcosa che si oppone a Dio come l’odio
all'am ore, secondo Empedocle 125, e la notte al giorno
come vediamo (infatti se qualcosa si fosse opposto a
Dio avrebbe cessato di esistere, essendo d istru tta la

123 Secondo lo Schwartz qui doveva essere inserita un'espressio­


ne del tipo «distinti però nell'ordine».
124 Cf. sopra, cap. 10, 3.
125 Cf. sopra, cap. 22, 1.
Atenagora, Supplica per i cristiani 287

sua sostanza dalla potenza e dalla forza di Dio), ma per


il fatto che questo spirito che è sulla m ateria, creato
da Dio come anche gli altri angeli furono creati da lui,
e a cui fu affidato il governo sulla m ateria e sulle for­
me della m ateria, si oppone alla bontà di Dio che è un
suo attributo ed è in lui come il colore della pelle sul
corpo e senza di cui non esiste (non come parte di lui,
ma come una conseguenza necessariam ente congiunta,
unita e tu tt'u n o con il corpo come il rosso per il fuoco
e l’azzurro per il cielo).
3. Questi angeli furono costituiti da Dio per prov­
vedere a ciò che da lui era stato disposto, affinché Dio
esistesse (avendo) una provvidenza universale e genera­
le per ogni cosa, m entre quella particolare per ogni
singola cosa l’avessero gli angeli preposti a ciò *?6.
4. Come fra gli uomini che dispongono di libera
scelta sia nel bene che nel male (voi infatti non onore­
reste i buoni né punireste i cattivi se il male o il bene
non fosse loro possibile) alcuni sono zelanti in ciò che
da voi gli è stato affidato, m entre gli altri sono infede­
li, si verifica una situazione simile anche riguardo agli
angeli.
5. Alcuni, dotati di libero arbitrio da parte di Dio,
perseverarono in quelle cose per le quali Dio li aveva
creati e li aveva preordinati, altri però oltraggiarono
sia l’essenza della loro n atu ra sia il loro dominio: (si
com portò cosi) sia costui che è principe della m ateria
e delle specie che sono in essa, sia altri tra coloro (che
erano) intorno a questo prim o firm am ento (e voi sapete
che non diciamo niente senza testim onianza e rivelia­
mo quello che dai profeti è stato annunciato); quelli ca­
duti nella concupiscenza delle vergini e vinti dalla car­
ne, questo negligente e malvagio nel governo delle cose
che gli erano state affidate.
6. Da coloro che possedettero le vergini 127, nac­
quero i cosiddetti giganti e se in parte qualche discor­

126 Cf. Giustino, II Apologia 5, 2.


127 Cf. Giustino, II Apologia 5, 3.
288 Gli apologeti greci

so sui giganti è stato fatto anche dai poeti, non m eravi­


gliatevi, poiché la sapienza del mondo si distingue co­
me la verità si distingue dalla credibilità essendo l’una
celeste e l’altra terrena e conforme al principe della
materia:
«Molte menzogne simili al vero sappiamo dire» 128.

25. 1. Pertanto questi angeli caduti dal cielo


ganti intorno all'aria e alla terra, non più capaci di
scrutare i cieli, e le anime dei giganti sono i demoni
che errano intorno al mondo, gli uni — i demoni —
muovendosi in modo uguale alla n atu ra che hanno as­
sunto; gli altri — gli angeli — in modo simile alla con­
cupiscenza che assunsero.
Il principe della m ateria, come è possibile ved
dai fatti stessi, dirige e governa quello che è contrario
alla bontà di Dio:
«spesso un pensiero mi corre nella mente:
se sorte o un demone governi le cose dell’uomo;
contro la speranza e contro giustizia
t alcuni dalla loro patria caduti
ebbene io vidi, altri invece viver felici t » 129.
2. Se l’essere fortunato o sfortunato contro o
speranza e giustizia costrinse Euripide a non pronun­
ziarsi sulla persona cui spettasse questo governo delle
cose terrene, riguardo a cui qualcuno potrebbe dire:
«come, am m irando queste cose, diremo
che esiste la stirpe degli dèi, oppure
alle leggi obbediremo?» 13°.
Ciò costrinse anche Aristotele ad afferm are che non
erano rette dalla provvidenza le cose che erano sotto il

129 Esiodo, Theogonia 27.


129 Euripide, framm. 901 (ed. Nauck2): corrotto negli ultimi due
versi.
130 Framm. adespoto 99 (ed. Nauck2).
Atenagora, Supplica per i cristiani 289

cielo sebbene l’eterna provvidenza di Dio rim anga ugual­


m ente su di noi:
«la terra costretta, volènte o nolente,
genera l’erba che ingrassa i miei animali» 131.
La provvidenza particolare, secondo verità e non
secondo opinione, si diffonde su coloro che ne sono de­
gni e tu tte le altre cose sono provvedute secondo la
legge della ragione conform em ente a ciò che è comune
nella costituzione.
3. Ma poiché i movimenti e le azioni demoniache,
che dallo spirito avversario hanno origine, causano
queste forze disordinate — e muovono dall'interno
all’esterno anche gli uomini chi in un modo chi in un
altro, da soli o per nazioni, separatam ente o comune­
mente, secondo il modo della m ateria e la corrispon­
denza con le cose divine — per questo motivo alcuni,
le cui dottrine non sono di poco conto, credettero che
questo universo non si regge secondo un ordine, ma
sia governato e retto da una sorte irrazionale. Non san­
no che nulla di ciò che riguarda la costituzione di tutto
il mondo è disordinato né affatto trascurato; ma ogni
cosa fu creata a ragione, p er cui neppure si trasgredi­
sce l’ordine che per esse è stato determ inato.
4. L’uomo, dipendentem ente dal Creatore, si trova
anch’egli nel buon ordinam ento sia per quanto riguar­
da la n atu ra della generazione che m antiene una razio­
nalità unica e comune, sia riguardo alla disposizione
della form a (del corpo) la quale non viene meno alla
legge che le è stata data, sia riguardo al compimento
della vita che è uguale e comune (per tutti).
Ma riguardo alla prop ria ragione e alla potenza del
principe che dom ina e dei demoni che lo seguono, (gli
uomini) sono trasp o rtati e mossi chi in un modo chi in
un altro p u r avendo tu tti in se stessi una uguale razio­
nalità.

131 Cf. Euripide, Cyclops 332 s.


290 Gli apologeti greci

Negli idoli agiscono i demoni

26. 1. Coloro che li trascinano davanti agli id


sono i cosiddetti demoni i quali si attaccano al sangue
delle vittim e leccandole tu tte intorno. Ma quegli dèi
che piacciono alla m aggioranza e che danno il nome al­
le immagini, furono uomini come è possibile sapere
dalla loro storia. 2. E che siano demoni gli usurpatori
dei nomi lo testim onia l’attività di ciascuno di loro. Al­
cuni am putano i genitali, ed essi assumono il nome di
Rea, altri li incidono o li tagliano e questi prendono il
nome di Artemide — e l’Artemide Taurica uccide gli
ospiti —. Tralascio poi di parlare di coloro che sfregia­
no se stessi con i coltelli o con gli astragali e quante
specie vi sono di demoni. Non è proprio di Dio spinge­
re ad azioni contro natura:
«quando il demone all'uom o prepara dei mali,
ha danneggiato per prim a la mente» 132.
Ma Dio è perfettam ente buono poiché in eterno
compie benefici.
3. La Troade e Pario sono m assim a testim onian
del fatto che coloro che hanno potere sono diversi da
colorò per i quali sono innalzate le statue. La Troade
ha le immagini di Nerillino 133 — uomo del nostro tem­
po — e Pario quelle di Alessandro 134 e di Proteo 13S:
nella piazza vi è ancora il sepolcro e l’immagine di
Alessandro. Le altre statue di Nerillino sono un orna­
mento pubblico, ammesso che con esse si abbellisca la
città.
Una di queste, però, si crede che em etta responsi e
guarisca i m alati e per questo motivo gli abitanti della

132 Framm. adespoto 455 (ed. Nauck2).


133 Di questo personaggio non abbiamo altre notizie.
134 Alessandro di Abonoteico, contemporaneo di Atenagora e ridi­
colizzato anche da Luciano nell'opera omonima.
135 Si tra tta del personaggio deriso da Luciano nel De morte pe­
regrini.
Atenagora, Supplica per i cristiani 291

Troade celebrano sacrifici e coprono d’oro la statua e


la incoronano. 4. Quanto alla statu a di Alessandro e a
quella di Proteo (e voi sapete che costui nelle vicinanze
di Olimpia si gettò nel fuoco), questa si dice che pro­
nunci oracoli; m entre a quella di Alessandro — «O fu­
nesto Paride, bellissimo nel volto, seduttore» 136 — so­
no dedicati sacrifici pubblici e feste come a un dio che
ti ascolta.
5. Sono dunque Nerillino, Proteo ed Alessan
che operano queste cose nelle statue oppure è la n atu­
ra della m ateria? Ma la m ateria è bronzo: e che cosa
può il bronzo di per sé? È possibile infatti che esso si
trasform i di nuovo in un altra form a come (fece) Amasi
che, secondo Erodoto, trasform ò il bacile dei piedi (in
una statua) 137?
Nerillino, Proteo ed Alessandro che cosa possono
fare di più per i m alati? Ciò che si dice operare o ra la
statua, lo operava anche m entre Nerillino era vivo ed
era malato.

I dem oni corrompono l ’anim a

27. 1. Che dire, dunque? Per prim a cosa i mo


menti dell’anim a irrazionali e carichi di fantasia nelle
diverse opinioni, traggono dalla m ateria l’una o l'altra
immagine e da soli danno loro una form a e le concepi­
scono. L’anim a sopporta tu tto ciò specialm ente quando
accetta e si im possessa dello spirito m ateriale, volgen­
do lo sguardo non alle cose del cielo e al loro Creato­
re, ma in basso alle cose terrene, parlando in generale,
come se fosse solo sangue e carne, e non più spirito
puro.

136 Cf. Ilias 3, 39 (ma Omero si riferisce ad Alessandro figlio di


Priamo).
137 Cf. Erodoto 2, 172; Amasi trasform ò in una statua il bacile
d'oro nel quale gli ospiti si lavavano i piedi e la statua venne adorata.
292 Gli apologeti greci

2. Questi movimenti dell’anima, dunque, irrazio


li e carichi di fantasia, partoriscono fantastiche idolo-
manie. Quando l’anim a m alleabile e facile ad essere
guidata, ignorante e senza esperienza di salde dottrine,
non abituata a penetrare la verità e senza com prende­
re chi sia il Padre e il C reatore di tu tte le cose, rim ane
im pressionata da false opinioni su se stessa, allora i
demoni (che sono) intorno alla m ateria, avidi del profu­
mo delle carni e del sangue delle vittime, ingannatori
degli uomini, approfittando degli errati movimenti del­
l’anim a da parte di molti, penetrando nella loro fanta­
sia, come (se provenissero) da statue e sim ulacri, fanno
di tu tto per insinuarsi nei loro pensieri. E quante volte
l’anim a si muove razionalm ente da sola, come fosse
im m ortale, o presagendo il futuro o sanando il presen­
te, di tutto ciò i demoni raccolgono la gloria.

I presunti dèi furono uom ini

28. 1. È ugualm ente necessario, in conseguenz


ciò che è stato detto, dire qualcosa sui nomi. Erodoto ed
Alessandro figlio di Filippo, nella lettera alla m adre 138
(si dice che tu tte e due in Eliopoli, in Menfi e in Tebe s’in­
contrarono con i sacerdoti) dicono che da quelli im para­
rono che (gli dèi) furono uomini.
2. Erodoto: «mi dim ostrarono che coloro di cui
stevano le immagini erano di tal fatta, m a che di m olto si
differenziavano dagli dèi. E prim a di questi uomini era­
no dèi coloro che governavano l’Egitto, i quali abitavano
insieme agli uomini e fra questi era sem pre uno solo il
capo. Ultimo regnò Oro figlio di Osiride 139 che i Greci
chiamano Apollo; costui, dopo aver spodestato Tifone,
per ultimo regnò in Egitto. Osiride in lingua greca è Dio­
niso» l40.

138 Autore dell’epistola è Leone di Pella.


139 Cf. sopra, cap. 22, 8 e nota 116.
140 Cf. Erodoto 2, 144.
Atenagora, Supplica per i cristiani 293

3. Gli altri e l'ultim o furono re di Egitto; da costoro


derivano per i Greci i nomi degli dèi: Apollo è figlio di
Dioniso e di Iside. Lo stesso Erodoto (dice): «Narrano
che Apollo ed Artemide erano figli di Dioniso e di Iside e
Leto li nutrì e li salvò» 141.
4. Ebbero dunque come prim i re questi che erano di
origine celeste, m a forse per ignoranza della vera pietà
verso gli dèi, forse per m erito del loro potere, li conside­
rarono dèi insieme alle loro mogli. «Tutti gli Egiziani sa­
crificano i buoi puri maschi e i vitelli, ma non è perm es­
so sacrificare le femmine poiché sono sacre ad Iside; la
statu a d ’Iside, infatti, è di donna e ha delle corna, così,
come i Greci raffigurano Io» l42.
5. Chi narrando questi fatti sarebbe creduto più di
coloro che secondo la successione della stirpe di padre
in figlio hanno ricevuto queste storie come l'ufficio di
sacerdote? Non è infatti possibile che m inistri che co­
prono di onori le statue dicano falsam ente che furono
uomini.
6. Se dunque Erodoto diceva che gli Egiziani parla­
vano degli dèi come degli uomini, molto di meno biso­
gna credere ad Erodoto come fosse un mitologo, quan­
do scrive: «Tra i racconti che io ho ascoltato, non in­
tendo illustrare quelli divini, fatta eccezione solo per i
loro nomi» 143.
Poiché (insieme ad) Alessandro, c’è Erm ete chiam a­
to Trimegisto, che unisce la propria stirpe alla loro, e
le altre migliaia, per non elencarli uno per uno, non ri­
mane alcun motivo perché non vengano creduti dèi
quelli che hanno regnato.
7. Che erano uomini lo afferm ano i più eruditi degli
Egiziani, i quali m entre dicono che sono dèi l’aria, la te r­
ra, il sole e la luna, gli altri li ritengono uomini m ortali e

141 Cf. Erodoto 2, 156.


142 Cf. Erodoto 2, 41.
143 Cf. Erodoto 2, 3.
294 Gli apologeti greci

i loro sepolcri templi. Lo afferm a anche Apollodoro 144


nel suo (libro) «Sugli dèi».
8. Eròdoto poi dice che sono m isteri i loro senti­
menti: «Ho già detto prim a in che modo nella città di
Busiride celebrano le feste di Iside: dopo il sacrificio
tu tti e tu tte — senza dubbio molte migliaia di uomini
— si battono il petto, m a in che modo si battono non
mi è perm esso dirlo dalla legge divina» 14S.
Se sono dèi sono anche im m ortali, ma se si batto­
no e se le passioni sono i loro m isteri, sono uomini.
9. Ancora Erodoto: «A Sai, nel tempio di Atena,
dietro la cella, lungo tutto il m uro (del tempio), vi è il
sepolcro di colui che non è pietoso nom inare in questa
circostanza 146. Vicino vi è uno stagno ornato tu tto in­
torno da un argine di pietra, grande, mi sembra, come
il cosiddetto lago circolare in Deio. In questo stagno
gli Egiziani tengono di notte le rappresentazioni delle
sue passioni e le chiam ano m isteri» l47.
Ma non solo la tom ba di Osiride viene m ostrata,
ma anche la mummia: «quando è presentato loro un
cadavere, m ostrano a coloro che lo portano le riprodu­
zioni dei cadaveri dipinte su legno; la più eccellente di
queste dicono che sia quella di colui che non credo pie­
toso nom inare in questo momento» 148.

Presso i Greci sono analoghe le concezioni degli dèi


29. 1. Tra i Greci, coloro che sono sapienti rigu
do alla poesia e alla storia (dicono) di Eracle:
144 Apollodoro di Atene, vissuto nel II sec. a.C., fu celebre filolo­
go; compose commenti a Sofrone ed Epicarmo; un commento in 12
libri al «Catalogo delle navi» presente nel II libro dell'Iliade. L'opera
maggiore è il trattato «Sugli dèi» in cui narra la storia della religio­
ne greca (in 24 libri). Compose anche le Cronache, opera storica in
trim etri giambici, in cui figurano gli eventi principali dalla conqui­
sta di Troia al 120 a.C.
145 Cf. Erodoto 2, 61.
146 Si tra tta di Osiride.
147 Cf. Erodoto 2, 170.
148 Cf. Erodoto 2, 86.
Atenagora, Supplica per i cristiani 295

«Non ebbe rispetto il malvagio dello sguardo degli dèi,


né della m ensa per lui preparata e poi l’uccise» 149,
(cioè) Ifito. Essendo cosi, inevitabilm ente divenne
pazzo e di conseguenza, dopo aver dato fuoco al rogo,
arse se stesso.
2. Di Asclepio, Esiodo narrò:
«degli uomini e degli dèi il padre, sdegnatosi,
scagliando dall'Olimpo il raggio folgorante
l’uccise f l’amico di Leto eccitando nel cuore t » 150
e Pindaro:
«ma dal guadagno anche la saggezza è avvinta:
e l’oro apparso nelle mani lo sedusse con il caro prezzo,
m a il figlio di Cronos, avendo messo tra loro
la mano, velocemente spinse fuori dai loro petti
l’alito e il fulmine rosso la m orte gettò» 151.
3. O erano dèi e non si preoccupavano dell'oro:
«o oro, graditissim o dono per i mortali!
Né m adre né figli recano tale piacere» 152
(la divinità non è bisognosa ed è superiore alla
concupiscenza), né morivano; oppure erano uomini ed
erano malvagi per ignoranza e furono vinti dalle ric­
chezze.
4. Perché devo dire m olte cose ricordando Castore,
Polluce o Anfiarao i quali, tanto per dire, ieri o l’altro ie­
ri, uomini nati da uomini sono creduti dèi? quando an­
che Ino 153, dopo la pazzia e le sciagure che si verificaro­

149 Cf. Odyssea 21, 28 s.


150 Framm. 125 (ed. Razch3): nell’ultimo verso, il testo è corrotto.
151 Cf. Pythian 3, 54 s.57 s.
152 Euripide, framm. 324, 1 ss. (ed. Nauck2).
153 Ino, figlia di Cadmo e sorella di Semele, fu resa pazza da Era
e si gettò in m are con il figlio Melicerte; entram bi — m adre e figlio
— furono venerati come divinità marine e Melicerte fu chiamato an­
che Polemone.
296 Gli apologeti greci

no durante la sua follia, ritengono essere stata una dea


«quelli che solcando il m are Leucotea la chiamano» 154
ed anche suo figlio 155
«divino Polemone sarà chiam ato dai naviganti» 156.

Per i pagani gli dèi sono esseri mortali

30. 1. Anche se furono tanto abominevoli ed odi


a Dio, ebbero la fam a di essere dèi e Semiramide, fi­
glia di Derceto, donna lussuriosa e sanguinaria, fu con­
siderata dea siria e i Siri veneravano i pesci a causa di
Derceto e le colombe a causa di Semiramide (la donna,
infatti, cosa assurda, fu trasform ata in colomba: è la
favola di Ctesia) l57. Che c’è di straordinario allora se
per il potere o per la tirannide alcuni furono chiam ati
dèi da quelli del loro tempo? La Sibilla (anche Platone
ne fa m enzione)158 dice:
«Era la decima generazione dei m iseri m ortali
da quando il diluvio si riversò sui prim i uomini
e .Cronos, Titano e Giapeto regnarono
prodi figli della Terra e del Cielo,
che cosi gli uomini chiam arono
alla T erra e al Cielo ponendo il nome
poiché furono i prim i tra i m iseri uomini» 159;
(ed altri furono chiam ati dèi) p er la loro forza (come
Eracle e Perseo) ed altri ancora per la loro arte come
Asclepio.

154 Framm. adespoto 100 (ed. Nauck2).


155 Melicerte, figlio di Era, fu chiam ato anche Polemone ed ado­
rato come dio del m are insieme a Poseidone.
156 Framm. adespoto 101 (ed. Nauck2).
157 Cf. Diodoro 2, 4; Ps. Luciano, De dea Syr. 14.
158 Cf. Phaedrus 244b.
159 Orac. Sibyll. 3, 108-113.
Atenagora, Supplica per i cristiani 297

2. Costoro, ai quali gli stessi sudditi resero onore o


gli stessi principi, alcuni per paura, altri per il rispetto
(che incutevano) parteciparono del nome (di dèi). (An-
tinoo l60, grazie alla um anità dei vostri antenati verso i
sudditi, consegui il nome di dio). Quelli (che vennero)
dopo di questi furono accettati senza prove:
3. «Sempre bugiardi i Cretesi; una tomba ti hanno eretto
i Cretesi, o signore, ma tu non sei morto» 161.
Tu, o Callimaco, m entre credi alla nascita di Zeus
non credi al suo sepolcro e, convinto di adom brare la
verità anche a coloro che non sanno, annunci che è
morto; se poi guardi nell’antro, rievochi il parto di
Rea, ma se guardi la tomba, stendi le tenebre su colui
che è m orto non sapendo che l'unico eterno è Dio inge­
nerato.
4. O non sono credibili le favole sugli dèi n arrate
dalla maggioranza e dai poeti e vano è il culto a loro
trib u tato (non esistono infatti coloro le cui narrazioni
sono false), oppure sono vere le generazioni, gli amori,
gli omicidi, i furti, le evirazioni, le folgorazioni, e non
esistono più poiché hanno cessato di esistere, di fatto
nacquero perché non esistevano.
5. Che motivo c’è di credere ad alcune storie e non
credere a delle altre dal mom ento che i poeti hanno
raccontato di loro quello che è più degno? Se si credet­
te agli dèi grazie a coloro che m agnificarono la loro
storia, questi non avrebbero m entito riguardo alle loro
passioni.
6. Secondo le mie possibilità e non secondo il me­
rito, è dim ostrato dunque che noi non siamo atei quan­
do riconosciam o che è Dio il Creatore dell'universo e il
suo Verbo.

160 È il giovane am ato da Adriano; cf. Giustino, / Apologia 29, 4;


Taziano, Oratio ad Graecos 10, 1.
161 Callimaco, Hymnus in Jovem 8 s.
298 Gli apologeti greci

Accuse di antropofagia e di incesto

31. 1. Ancora inventano contro di noi i banchet


gli accoppiam enti empi 162 affinché possano convincer­
si di odiarci con una ragione e credere, con lo spaven­
tarci, di distoglierci dal (nostro) genere di vita oppure
di rendere coloro che sono a capo crudeli e inflessibili
per la eccezionale gravità delle colpe. Si prendono gio­
co cosi di coloro che sanno essere consueta usanza fin
dalle origini e non solo presso di noi — secondo una
legge divina e una logica cui si è obbedito — che la
malvagità sia nem ica della virtù.
2. Anche Pitagora, insieme a 300 compagni, fu get­
tato nel fuoco; Eraclito e Democrito, l'uno fu cacciato
dalla città di Efeso e l'altro da Abdera accusato di es­
sere pazzo; gli Ateniesi poi condannarono a m orte So­
crate. Ma come quelli non furono affatto inferiori
quanto a virtù a causa dell'opinione della m aggioran­
za, cosi nei nostri confronti l’infondata diffamazione
da p arte di alcuni non proietterà nessun’om bra sulla
nostra rettitudine poiché godiamo di onore presso Dio.
N onostante ciò, affronterò anche queste accuse.
3. Davanti a voi, dunque, anche grazie alle cose
che ho detto so bene di aver difeso me stesso. Voi che
siete superiori a tu tti per intelligenza, sapete che colo­
ro la cui vita si regola a filo di squadra su Dio, affin­
ché ciascuno di noi sia davanti a lui un uomo senza
colpa e perfetto, costoro mai accetteranno l'idea della
più lieve colpa. 4. Se fossimo convinti di vivere que­
sta sola vita, si potrebbe forse sospettare che noi sia­
mo colpevoli essendo schiavi della carne e del sangue
oppure vinti dal guadagno o dalla concupiscenza. Ma
poiché sappiam o che Dio, notte e giorno, è in ciò che
pensiamo e in ciò che diciamo e che vede tu tte le cose
che sono nei nostri cuori, poiché egli stesso è luce, per
questo siamo convinti che, dopo esserci separati dalla

162 R itorna l’accusa citata in apertura del cap. 3.


Atenagora, Supplica per i cristiani 299

vita di quaggiù, vivremo un’altra vita, migliore di quel­


la presente e nei cieli non più in te rra se insieme a Dio
e con Dio noi persevererem o inflessibili e impassibili
nell’anima, non come fossimo corpo (pur avendolo), ma
come spirito celeste. Altrimenti, precipitando con gli
altri, (avremo una vita) peggiore e nel fuoco (Dio non ci
ha plasm ato come pecore o come giumenti, opera secon­
daria affinché perissim o e poi svanissimo); per questo
motivo non è possibile che noi vogliamo il male né che ci
consegniamo al grande giudice per essere puniti.

Siamo accusati dei m isfatti attribuiti agli dèi

32. 1. Non c'è nulla da m eravigliarsi se inventa


su di noi le stesse cose che attribuiscono ai loro dèi (e
le loro passioni presentano come m isteri. Se hanno in­
tenzione di giudicare come assai abominevole accop­
piarsi con im punità e senza fare distinzioni, bisogne­
rebbe che essi ripudiassero Zeus, che generò figli dalla
m adre Rea 163 e dalla figlia Core e che prese in moglie
la propria sorella, oppure Orfeo che cantò questi fatti
poiché descrisse Zeus empio e turpe più ancora di Tie-
ste: questi almeno si uni alla figlia in obbedienza
all'oracolo, volendo regnare e fare vendetta).
2. Noi invece siamo cosi lontani dall'essere indiffe­
renti (riguardo alla m o rale)164 che non ci è perm esso
neppure guardare con concupiscenza. È scritto infatti:
«colui che guarda una donna per possederla ha già
commesso adulterio nel suo cuore» 16S.
3. Costoro dunque ai quali non è possibile guarda­
re altro all’infuori delle cose per le quali Dio ha creato
gli occhi — affinché fossero luce per noi — costoro per
i quali è adulterio guardare con concupiscenza — poi­

163 Cf. sopra, cap. 20, 3.


164 Cf. Giustino, Il Apologia 3, 7; Teofilo, III ad Autolicum 15.
165 Cf. Mt. 5, 28.
300 Gli apologeti greci

ché p er altro scopo esistono gli occhi — e che saranno


giudicati anche nel pensiero, perché questi non sareb­
bero creduti continenti?
4. Non c’è relazione per noi con le leggi degli uom i­
ni alle quali un malvagio potrebbe sfuggire (all’ini­
zio 166, o sovrani, vi confermavo che la n o stra d o ttrin a è
insegnata da Dio) m a noi abbiam o una legge (...)167 la
quale pose come m etro di giustizia noi stessi e il nostro
prossimo.
5. Perciò, a seconda dell’età, alcuni li consideriam o
figli e figlie, altri fratelli e sorelle e i più anziani ono­
riam o come padre e come m adre 168. Coloro cui a ttri­
buiam o il nome di fratello e di sorella e gli altri nomi
di parentela, ci teniam o moltissim o che il loro corpo
non subisca offesa né corruzione, poiché la nostra dot­
trin a cosi dice: «se qualcuno per questo motivo bacerà
una seconda volta perché ne ha tratto piacere...» 169 e
aggiunge «bisogna dunque contenersi nel baciare o,
meglio, nell’ossequiare», come u n ’azione che se, anche
per poco, è insozzata 170 dal pensiero, ci esclude dalla
vita eterna 171.

La concezione cristiana del m atrim onio

33. 1. N utrendo la speranza della vita eterna,


sprezziamo ciò che appartiene a questa vita e persino i
jpiaceri dell’anim a e ciascuno di noi considera moglie

166 Cf. sopra, cap. 11, 1.


167 Lo Schwartz indicò qui una lacuna che non è stata mai inte­
grata.
168 Cf. 1 Tim. 5, 1 s.
169 Anche qui sono indicate due lacune dallo Schwartz e da Otto.
170 II verbo paratholòtheiè è un apax in Atenagora.
171 Atenagora non dice da quale fonte tragga la sua citazione:
probabilm ente da un m anuale o da un regolamento sulle riunioni re­
ligiose. Si ricorderà a proposito il «bacio della pace» attestato anche
da Giustino, I Apologia 65, 2.
Atenagora, Supplica per i cristiani 301

colei che sposò secondo le leggi stabilite da noi 172 e ta­


le solo per generare figli.
2. Come l’agricoltore gettato il seme sulla te rra
aspetta il raccolto senza sem inare di nuovo, cosi per
noi la procreazione dei figli è la m isura della concupi­
scenza. Potresti trovare fra di noi molti uomini e don­
ne che si sono invecchiati senza sposarsi nella speran­
za di essere più uniti a Dio.
3. Se poi rim anere vergini o celibi di più ci avvici­
na a Dio, m entre il solo pensiero o la concupiscenza ci
separa, m olto di più evitiamo le azioni di cui fuggiamo
il pensiero. 4. La nostra dottrina infatti non consiste
nella declamazione delle parole m a nella dim ostrazio­
ne e nell’insegnam ento delle opere ,73: o rim anere così
come si nasce o (unirsi) in un unico matrim onio; le se­
conde nozze sono un decente adulterio: 5. «commette
adulterio — dice la S crittu ra — colui che ripudia la
propria moglie e ne sposa u n ’altra» l74; non si perm et­
te così di ripudiare colei alla quale si tolse la verginità,
né di risposarsi. 6. Colui che si separa dalla prim a
moglie, anche se questa è m orta, è un adultero dissi­
m ulato sia perché prevarica la mano di Dio — infatti
in principio Dio creò un solo uomo e una sola donna —,
sia perché dissolve il legame t di carne con carne, costi­
tuito dall’unione dei sessi t 175-

34. 1. Pur essendo così (perché dovrei dire c


abominevoli?), noi udiam o avverarsi il proverbio che
dice: «la p ro stitu ta (fa scuola) alla casta». 2. Coloro
che hanno un m ercato di prostituzione e che p er i gio­
vani costruiscono alberghi illeciti per ogni turpe piace­
re e non hanno rispetto dei maschi, com m ettendo pro­

172 Alcuni leggono e traducono «da voi», alludendo alle leggi civi­
li allora in vigore per il matrimonio.
173 Cf. sopra, cap. 11, 3 s.
174 Cf. Mt. 19, 9; Me. 10, 11.
175 Testo corrotto.
302 Gli apologeti greci

prio con i maschi azioni turpi, oltraggiando in ogni


modo i loro corpi rispettabilissim i e molto belli, diso­
norando anche la bellezza creatu ra di Dio (la bellezza
infatti non si crea da sola dalla terra, m a è donata dal­
la mano e dalla m ente di Dio), costoro ci calunniano
con le stesse azioni di cui sono responsabili e che chia­
mano loro dèi — per le quali si vantano come cose ve­
nerabili e degne di Dio —. 3. Gli adulteri e i pederasti
oltraggiano i celibi e coloro che hanno contratto sol­
tanto un m atrim onio, essi che vivono come i pesci
(questi infatti mangiano quello che gli capita in bocca,
il più forte cacciando il più debole. E cibarsi di carne
um ana significa proprio questo: m entre sono in vigore
leggi che voi e i vostri antenati avete em anato compi­
landole con ogni giustizia, fare violenza contro queste
stesse [leggi], sicché non bastano per i processi i gover­
nanti delle nazioni inviati da voi). Essi dunque (oltrag­
giano) coloro ai quali non sarebbe lecito neppure of­
frirsi a coloro che li percuotono e non benedire coloro
che dicono male 176.
Ma non basta essere giusti (giustizia è rendere
uguale ad uguali), ma ci si chiede di essere buoni e pa­
zienti.

I cristiani non sono antropofagi

35. 1. Chi dunque, se bene riflettete, potrebbe d


che noi siamo omicidi? Non è possibile che noi ci ci­
biamo di carne um ana se prim a non abbiamo ucciso
qualcuno. 2. Mentendo la prim a volta (si m e n te)177 an­
che la seconda; se qualcuno chiede loro se hanno visto
quello che dicono, nessuno è cosi im punito da dire di
avere visto. 3. Certam ente anche noi, chi più chi me­
no, abbiam o degli schiavi, cui non è possibile rim anere

176 Cf. sopra, cap. 1, 4 e 11, 4.


177 Vi è una lacuna nel testo: forse è da intendere «si m ente an­
che la seconda».
Atenagora, Supplica per i cristiani 303

nascosti; m a nessuno di loro ha mai calunniato contro


di noi riguardo a questo genere di cose. 4. Sapendo
che noi non sopportiam o di assistere neppure alla m or­
te di colui che è condannato secondo giustizia, come
potrebbe qualcuno accusarci di omicidio e di antropo­
fagia? Chi t non ha grandissim a stim a t 178 delle gare
con le arm i o contro le belve e soprattutto di quelle al­
lestite da voi? 5. Ma noi che consideriam o il veder uc­
cidere cosa assai vicina all'uccidere, ci asteniam o da
questi spettacoli.
Com’è possibile, allora, che uccidiam o? noi che
neppure assistiam o (alla visione di ciò) per non a ttri­
buire a noi stessi un sacrilegio e u n ’azione nefanda. 6.
Come possiamo essere omicidi noi che afferm iamo che
quante ricorrono a pratiche abortive com mettono un
omicidio e dell’aborto renderanno conto a Dio? Non è
possibile nello stesso tem po ritenere che è vivo l’essere
che è nel ventre e che per questo Dio ne ha cu ra e uc­
ciderlo nel mom ento in cui nasce alla vita; né (è possi­
bile) esporre il neonato — essendo infanticidi coloro
che lo espongono — o sopprim erlo quando è allevato.
Noi siamo in tutto e per tu tto simili ed uguali es­
sendo sottom essi alla ragione e non com andando su di
essa.

I cristiani credono nella risurrezione

36. 1. Chi dunque credendo nella risurrezione


offrirebbe come sepolcro per i corpi che risorgeranno?
Non è possibile credere nella risurrezione dei nostri
corpi e m angiarli come se non risorgessero ed essere
convinti che la te rra restitu irà i propri cadaveri e che
qualcuno non debba rispondere di quelli che egli stes­
so seppellì dentro di lui. 2. È normale, al contrario,
che quanti credono di non rendere conto della vita di
quaggiù buona o cattiva (che sia stata), né (credono)

178 Anche qui il testo è corrotto.


304 Gli apologeti greci

che vi sia risurrezione, ma sono convinti che l’anim a


p erirà insieme al corpo ed è come se si estinguesse in
esso, non si asterrà da nessun’azione smodata. Del re­
sto non vi è motivo che debba com m ettere la colpa più
lieve colui che crede che nulla resterà ingiudicato da
Dio e che insieme sarà giudicato anche il corpo che è
servito ai desideri insani dell’anim a e alle sue passioni.
3. Se a qualcuno sem brerà una favola sensazion
che il corpo putrefatto, decomposto e svanito esisterà
di nuovo, non dovremmo essere accusati di malvagità
da coloro che non credono, m a di stoltezza; infatti con
quelle dottrine con le quali inganniamo noi stessi non
danneggiamo nessuno.
Che poi non solo secondo noi, ma secondo la mag­
gioranza dei filosofi, i corpi risorgeranno è superfluo
dim ostrarlo in questo momento, affinché non sembri
che stiam o aggiungendo discorsi devianti da quelli che
sono stati stabiliti, sia parlando deH'intelligibile, sia
del sensibile, sia della loro costituzione, sia (dimo­
strando) che gli esseri incorporei vengono prim a dei
corporei e le cose intelligibili prim a delle sensibili an­
che se percepiam o per prim e le sensibili, poiché i cor­
pi intelligibili hanno consistenza dalle cose incorporee
per aggregazione e le cose sensibili dalle intelligibili.
Nulla impedisce, secondo Pitagora e Platone, che, avve­
n u ta la dissoluzione dei corpi, ci sia di nuovo un inizio
da quegli stessi elementi da cui essi stessi erano costi­
tuiti.

S'implora giustizia

37. 1. Ma sia rim andato il discorso sulla risu


zione 179. Voi, eccellenti in tu tto per n atu ra e per edu­
cazione, m oderati, filantropi e degni dell’impero, date
il vostro sovrano consenso a me che ho confutato le ac­

179 Si potrebbe pensare al trattato «-Sulla risurrezione» la cui


ternità è posta in discussione: cf. sopra, pp. 241 s.
Atenagora, Supplica per i cristiani 305

cuse e che ho dim ostrato che siamo pii, m oderati e pu­


ri d'animo. 2. Quali (uomini) sono più giusti per otte­
nere ciò di cui hanno bisogno rispetto a noi che pre­
ghiamo per il vostro impero, affinché di padre in figlio
otteniate il regno — cosa del resto m assim am ente giu­
sta — e affinché il vostro im pero abbia espansione e
accrescim ento m entre tu tti divengono vostri sudditi?
3. Ciò è anche a nostro vantaggio, per condu
una vita serena e tranquilla e perché anche noi possia­
mo com piere volentieri tu tte le cose che ci sono co­
m andate I8°.
LA RISURREZIONE DEI MORTI

Premessa: occorre una duplice trattazione

1. 1. In ogni pensiero e in ogni dottrina che su ta­


li argom enti contiene la verità, spunta insieme qualco­
sa di falso. E nasce non in quanto si origina, secondo
una legge naturale, da un qualche principio sussisten­
te, oppure dalla causa propria di ciascun essere, ma
fom entato da coloro che preferiscono il seme im puro
per soffocare la verità.
2. È possibile verificare ciò anzitutto in coloro che
si dedicarono alla riflessione su questi (argomenti) e
nel disaccordo esistente con quelli che li precedettero
e con quanti sono loro contem poranei. Non meno però
(lo verifichiamo) dalla stessa confusione di coloro che
a tale riguardo danno varie interpretazioni.
Costoro non lasciarono nessuna verità senza calun­
nia: né l’essenza di Dio né la scienza né l’energia né
quanto da tutto ciò consegue e che delinea la dottrina
della nostra religione.
Alcuni rifiutano in ogni modo e nella m aniera più
assoluta la verità su questi discorsi; altri li distorcono
come pare a loro; altri poi, m ettono in dubbio anche
ciò che è evidente.
3. Io penso, quindi, che sia necessaria una duplice
trattazione per coloro che intendono elaborare questi
temi: una a favore della verità e l’altra intorno alla ve­
308 Gli apologeti greci

rità 1. Quella a favore della verità per coloro che non


credono e che sono nel dubbio; quella intorno alla veri­
tà per coloro che sono d ’animo retto e che alla verità
sono benevolmente disposti.
A motivo di ciò bisogna che coloro che vogliono
esam inare questi argom enti osservino in ogni circo­
stanza la necessità esistente, regolino in base a questa
i discorsi e ne adattino l’ordine a seconda di ciò che è
necessario. (Bisogna inoltre) non trascu rare quello che
conviene e la sede che spetta ad ogni (tesi) per far ve­
dere che si m antiene ad ogni costo lo stesso principio.
4. Quanto alla dim ostrazione e alla naturale con­
nessione, senz’altro i discorsi sulla verità vengono pri­
ma di quelli in favore della verità.
Certam ente un contadino non potrebbe gettare i
semi nel terreno con profitto senza aver prim a disso­
dato il campo incolto e (liberato) da quanto può dan­
neggiare la semente buona. Né un medico può sommi­
nistrare qualche farm aco efficace al corpo che ha biso­
gno di cure se non ha tolto il male che è dentro o se
non ha ferm ato quello che avanzava. Cosi, neppure co­
lui che vuole insegnare la verità, potrebbe convincere
qualcuno parlando attorno ad essa se nella m ente di
coloro che ascoltano è nascosta una opinione falsa e
opposta ai suoi discorsi.
5. Perciò, avendo come obiettivo quello che è più
utile, anche noi qualche volta anteponiam o i discorsi a
favore della verità a quelli intorno alla verità. E guar­
dando ciò che è necessario non sem bra cosa insulsa at­
tenersi a questo metodo, trattan d o appunto della risu r­
rezione. Infatti, anche riguardo a ciò, troviamo coloro
che non credono affatto, altri che sono nel dubbio e
tra coloro che accolgono i principi fon d am en tali2, al­

1 Cf., più avanti, cap. 11. L’annunciato argomento a favore della


verità rivela lo scopo apologetico dell'autore; quello intorno alta veri­
tà prelude una trattazione sistem atica della vera dottrina.
2 Atenagora allude a chi, pure am mettendo che Dio è onnipoten­
te, creatore del mondo e provvido, non crede alla risurrezione.
Atenagora, La risurrezione dei morti 309

cuni che sono nella stessa difficoltà di coloro che dubi­


tano. Ma la cosa più assurda di tu tte è che nutrono
questi sentim enti anche se non desumono nessun m oti­
vo d'incredulità dai fatti, né riescono ad esprim ere una
buona ragione a causa della quale non credono o sono
nel dubbio.

Negare la risurrezione è negare l ’onnipotenza di Dio

2. 1. Dobbiamo riflettere in questo modo. Ogni


credulità che nasce in alcuni non in modo tem erario e
secondo u n ’opinione priva di giudizio, ma secondo una
causa ben determ inata e nella sicurezza della verità, è
ragionevole soltanto quando la cosa su cui non si cre­
de appare incredibile. Non credere a ciò che non è in­
credibile è proprio di uomini che non dispongono di
un sano giudizio sulla verità. 2. Bisogna dunque che
coloro che non credono nella risurrezione oppure ne
dubitano, non esprim ano opinioni su di essa a seconda
di quello che pare loro al di fuori di ogni giudizio o se­
condo quello che è gradito agli intem peranti.
(È necessario invece) che non accettino nessuna
causa sull’origine dell’uomo (cosa fin troppo confutabi­
le) oppure, attribuendo a Dio la causa di ciò che esiste,
discutano sul presupposto di questo principio e da
questo dim ostrino che la risurrezione non ha nulla di
credibile. 3. Ci riusciranno se potranno dim ostrare
che Dio non ha potere né volontà di unire di nuovo i
corpi m orti o anche già decom posti e ricom porli per la
costituzione degli stessi u o m in i3.
Ma se non sono in grado (di dim ostrare ciò) ponga­
no fine a questa em pia incredulità e alla bestem m ia su
ciò che non è lecito (blasfemare). Sarà chiaro dalle co­
se che sto per dire che essi non dicono la verità quan­
do afferm ano che (Dio) non può o non vuole.
4. Per quanto riguarda l’im possibilità, si riconosce

3 Presupposto fondamentale per l’argomentazione che segue.


310 Gli apologeti greci

essere veram ente tale o per il fatto di non conoscere


quello che sarà da fare oppure p er non avere capacità
sufficiente per com piere bene quello che si conosce.
Colui che non conosce nessuna delle cose che devono
essere fatte non potrà né intraprendere, né com piere
quello che ignora assolutam ente. Chi invece conosce
bene quello che si deve fare e con quale mezzo e in
quale m aniera sarebbe (da compiere), ma non ha forza
in nessun modo per fare quello che conosce oppure
non ne ha a sufficienza, questi non p orrà mano all’ini­
zio (del lavoro) se è saggio e se riflette sulla propria ca­
pacità; se invece l’ha intrapreso sconsideratam ente
non riuscirà a term inare quello che aveva in mente.
5. Ma non è possibile che Dio non conosca la n atu­
ra dei corpi che risorgeranno sia per tu tte le membra,
sia p er ciascuna parte, né dove vada ognuno dei corpi
dissolti e quale parte dell'elem ento iniziale accolga il
corpo dissolto per dirigersi verso quello che è simile
anche se agli uomini sem bra essere com pletam ente in­
distinto ciò che è stato nuovam ente riunito al tutto se­
condo n atu ra 4.
Colui che conosce, ancor prim a della costituzione
propria di ogni essere, sia la n atu ra degli elementi fu­
tu ri — da cui derivano i corpi degli uomini — sia le lo­
ro p arti — dalle quali avrebbe form ato il suo progetto
per la costituzione del corpo um ano —, è chiaro che,
neppure dopo il dissolvimento di ogni cosa, p o trà igno­
rare dove è finita ognuna di quelle (parti) che egli pre­
se per la com pleta s tru ttu ra di ogni essere.
6. Secondo l’ordine delle cose, quale emerge fra di
noi e in base al giudizio su tu tto il resto, è più grande
prevedere quello che non è avvenuto. Quanto invece al­
la potenza di Dio e alla sua sapienza, entram be (sono)
secondo n atu ra e per lui è facile allo stesso modo co­
noscere le cose non ancora avvenute e conoscere quel­
le che sono già state dissolte.

4 Su questo concetto, cf. Platone, Timaeus 57b.


Atenagora, La risurrezione dei morti 311

3. 1. Q uanto alla potenza (di Dio), che essa sia s


ficiente alla risurrezione dei corpi, lo dim ostra l’origi­
ne dei medesimi. Se infatti, secondo la prim a costitu­
zione, egli creò i corpi degli uomini che non esistevano
e i loro principi, una volta dissolti — in qualunque m a­
niera in cui ciò avvenga — li risusciterà con uguale fa­
cilità: allo stesso modo anche questo gli è possibile.
2. E niente va a discapito di questo discorso, an­
che se alcuni suppongono (originarsi) dalla m ateria i
prim i p rin c ip i5, oppure i corpi degli uomini dagli ele­
menti in quanto prim i, oppure da semi 6.
È proprio di questa potenza (divina) dare una for­
m a alla m ateria da essi riten u ta informe 7, ordinare in
molte e svariate immagini quella sostanza am orfa e di­
sadorna, com porre insieme le parti degli elementi e il
seme, che era uno solo e semplice, dividerlo in più e
articolare quello che era disarticolato e dare la vita a
ciò che era senza vita. Ed è proprio di questa stessa
(potenza) ricom porre ciò che era stato dissolto, far ri­
sorgere ciò che giace e dare di nuovo la vita a ciò che è
m orto e trasform are ciò che è corruttibile in in corrut­
tibile 8.
3. Sarà opera di lui stesso, della stessa potenza e
sapienza distinguere da quel mom ento quello che è sta­
to sm em brato da una caterva di anim ali di ogni specie,

5 Si tra tta degli elementi di cui è costituito il corpo'um ano e del­


la m ateria che Dio avrebbe plasm ato per prim a e di cui si sarebbe
servito per la creazione del mondo e delle altre creature: cf. Legatio
15, 2 ss.
6 Qui si fa riferim ento (come in Legatio 22, 1 ss.) alla teoria di
Empedocle secondo il quale quattro principi sono all’origine del
mondo (terra, aria, acqua, fuoco) e alla teoria di Anassagora il quale
sosteneva che tutti gli esseri viventi si sono originati da semi conte­
nuti nell’aria e mescolatisi poi con l’acqua.
7 Per la «m ateria informe» che sarebbe stata plasm ata dal De­
miurgo, cf. Platone, Timaeus 30a; 5 la; sull’argomento si legga anche
Giustino, I Apologia 10, 2; 59, 1; (cf. anche Sap. 11, 17).
8 Cf. Giustino, I Apologia 10, 2 ss.; Taziano, Oratio ad Graecos 6,
3; Teofilo, I Ad Autolicum 1, 8; Tertulliano, Apologeticum 48, 5 ss.;
De resurrectione cam is 11, 6-10.
312 Gli apologeti greci

quanti sono soliti piom bare su questi corpi e con essi


saziarsi; e riunirlo di nuovo nelle proprie parti e pezzi
di corpo, anche se uno dei corpi fosse finito in un ani­
male o in molti, anche se da questi in altri, anche se —
dissoltosi insieme a quelli stessi — fosse tornato ai pri­
mi principi secondo una n aturale dissoluzione in essi.
E questo soprattutto sem brò sconvolgere alcuni,
anche fra coloro che am m iravano la sapienza e che,
non so come, giudicarono consistenti i dubbi che si
erano diffusi nella m aggioranza 9.

Come può risorgere chi è divorato dagli animali?

4. 1. Costoro dicono che m olti corpi di quelli


sono m orti nei naufragi o nei fiumi sono divenuti cibo
per i pesci e molti (corpi) di coloro che sono periti in
battaglia, o per qualche altra causa violenta o per altra
disgrazia, rim anendo senza sepoltura, giacciono li co­
me pasto dei prim i anim ali che capitano.
2. Se dunque i corpi sono d istru tti in questo modo
e le m em bra e le p arti che li componevano sono fatti a
pezzi da u n ’infinità di animali, e a causa del nutrim ento
divengono un tu tt’uno con i corpi di coloro che se ne nu­
trono, anzitutto sarà im possibile — essi dicono — la loro
separazione. Ma, oltre questa, c ’è una seconda difficoltà
ancor più insuperabile.
3. I corpi um ani che sono m angiati da quegli ani­
mali che (a loro volta) sono buoni come cibo per l'uo­
mo, passano attraverso il loro stomaco e divengono un
tu tt'u n o con i corpi di coloro che se ne nutrono; neces­
sariam ente tu tte quelle p arti dell’uomo che furono ci­
bo per gli animali che le m angiarono passano in altri
corpi umani, poiché gli animali, che nel frattem po se
ne sono nutriti, fanno passare il cibo con cui si sono
alim entati in quegli uomini di cui essi divengono n u tri­
mento.

9 Cf. Metodio, De resurrectione 1, 20, 4; 2, 26, 2-5.


Atenagora, La risurrezione dei morti 313

4. Inoltre rappresentano nelle tragedie le tecnofa-


gie che si sono osate per fame o per pazzia e i figli di­
vorati dai genitori per l'insidia di nemici e la tavola
dei Medi 10 e i tragici pasti di Tieste 11 e a queste cose
aggiungono alcune sciagure introdotte presso i Greci e
i B arbari. Da tu tto questo stabiliscono, secondo il loro
ragionam ento, che la risurrezione è impossibile poiché
non potrebbero le stesse m em bra risorgere con corpi
diversi gli uni dagli altri: pertanto, o non sarebbe pos­
sibile che sussistano i (corpi) dei prim i — esendo pas­
sate in altri corpi le m em bra che li costituivano —, op­
pure, se queste (membra) fossero restituite ai prim i, i
corpi degli ultim i rim arrebbero mutili.

A Dio nulla è impossibile

5. 1. Mi sem bra che quanti ragionano cosi ignori­


no anzitutto la potenza e la sapienza di colui che ha
creato e che governa l’universo; che ha disposto il nu­
trim ento adatto e confacente alla n atu ra e alla specie
di ciascun animale; che non ha stabilito che ogni spe­
cie vada ad unirsi e fondersi con ogni corpo né ha dif­
ficoltà a separare gli elementi uniti. Ma perm ette che
la n atu ra di ciascun essere abbia funzioni attive o pas­
sive ad essa c o n n a tu ra li12, impedendole quello che è di­
10 Secondo la narrazione di Erodoto 1, 107-119, ad Astiage, re dei
Medi, fu rivelato in sogno che suo nipote Ciro gli avrebbe usurpato il
regno. Il re ordinò allora ad Arpago, suo m inistro, di uccidere il fu­
turo pretendente. Arpago si rifiutò e Astiage, per punire la disobbe­
dienza, fece uccidere il figlio di Arpago e con le sue carni gli preparò
un banchetto.
11 Qui i pasti di Tieste (di cui furono accusati gli stessi cristiani:
cf. Legatio 3, 1) sono ricordati come uno dei più orrendi e famosi mi­
sfatti rappresentati anche sulle scene. Secondo la leggenda, Atreo,
volendosi vendicare del fratello Tieste poiché gli aveva sedotto la
moglie e lo aveva costretto, a sua insaputa, ad uccidere il figlio, fece
uccidere i figli di Tieste (nati da incesto) e in un banchetto ne fece
m angiare le carni al padre.
12 Cf. Aristotele, De generatione et corruptione 1, 6-10.
314 Gli apologeti greci

verso e concedendo tu tto quello che vuole e per il fine


che vuole, oppure volgendola diversam ente. (Mi sembra)
inoltre che essi non riflettano sulla capacità e sulla n atu­
ra di quelli che danno o ricevono nutrim ento.
2. Se fosse cosi, avrebbero com preso che non tu tto
quello di cui uno si ciba, cedendo alla necessità del di
fuori, diventa nutrim ento adatto all’animale. Ma alcuni
(cibi), appena sono in contatto con le viscere contorte
dell’addome, è naturale che vadano in disfacimento vo­
m itati o defecati o elim inati in altro modo 13. Neppure
per poco dunque sono sottoposti alla prim a e naturale
digestione, né in alcun modo all’assimilazione con il
corpo che si nutre.
3. Allo stesso modo neppure ogni cosa digerita, e
che ha già avuto la prim a trasform azione, si assim ila
totalm ente alle p arti nutrite: alcuni (cibi) perdono il
potere nutritivo nello stesso stomaco; altri, dissolti nel­
la seconda trasform azione e nella digestione che avvie­
ne nel fegato, si trasform ano in qualche altro elemento
che ha già perso il potere nutritivo. Inoltre, quella
stessa trasform azione che avviene nel fegato non tu tta
diventa nutrim ento dell’uomo, ma dissolvendosi n atu­
ralm ente in secrezione l4, il nutrim ento che rim ane in
loro fino alle m em bra e alle parti nutrite, si trasform a
in qualche altro (elemento) secondo la prevalenza di
ciò che è eccedente o abbondante e che di solito, in
qualche modo, distrugge o assorbe in sé ciò con cui
viene a contatto 15.

Le sostanze inutili sono eliminate


6. 1. Essendoci m olta differenza di n atu ra in t
gli anim ali e trasform andosi — come è naturale — il
13 Cf. Galeno, De naturalìbus facultatibus 3, 13.
14 Ibid.
15 Le teorie qui riportate sulla digestione e trasform azione degli
elementi ingeriti e digeriti si trovano in m assim a parte nei trattati di
Galeno. Teorie simili saranno riprese anche da Gregorio di Nissa, De
opificio hominis 30, 1-2; Metodio, De resurrectione 2, 9, 1 ss.
Atenagora, La risurrezione dei morti 315

nutrim ento secondo il genere di anim ale e secondo il


corpo che viene nutrito, verificandosi poi una triplice
purificazione e secrezione a seconda del nutrim ento di
ciascun animale, bisogna assolutam ente che si distrug­
ga, si dissolva per via naturale o si trasform i in qual­
che altro elemento quello che non è confacente al nu­
trim ento di un dato animale, poiché non può essere as­
similato.
(Bisogna) poi, che, secondo natura, ci sia un’affinità
tra la capacità del corpo che n u tre e le proprietà dell’ani­
male che viene nutrito; e questa (capacità) passando at­
traverso selezioni naturali e attraverso una perfetta pu­
rificazione, anch’essa m ediante purificazioni naturali,
diverrà un accrescim ento del tutto genuino per la so­
stanza.
2. E chi darà il vero nome alle cose, soltanto que­
sta chiam erà nutrim ento poiché elim ina tu tto ciò che è
superfluo e nocivo alla costituzione dell’animale che
viene nutrito ed elim ina tu tta quella m assa ingerita
per riem pire lo stomaco e per soddisfare l’appettito.
3. Nessuno potrebbe dubitare che questo (cibo) si
assim ila con il corpo n u trito mischiandosi e am alga­
m andosi con tu tte le sue m em bra e le sue parti. Invece
quel (cibo) che non è cosi e contro natura, si corrom pe
in breve tem po se viene a contatto con una energia più
forte e corrom pe facilm ente quella che è stata sopraf­
fatta e si m uta in um ori nocivi e in qualità velenose,
poiché non reca al corpo da n u trire nulla che sia pro­
prio ed utile.
4. M assima prova di ciò è che molti anim ali subi­
scono, in conseguenza dei cibi, dolori o rischio di vita
o m orte quando nel nutrirsi, trascinati da una fame
troppo rabbiosa, ingoiano qualcosa di velenoso e con­
trario alla loro natura; e ciò è senz’altro letale al corpo
che si nutre, poiché i corpi traggono alimento da cibi
adatti e connaturali, m entre sono rovinati da quelli
contrari.
5. Pertanto, in base alla differenza degli animali
diversi per natura, si distingue il nutrim ento naturale;
316 Gli apologeti greci

di questo stesso, poi, non tu tto quello che l’anim ale ha


ingerito, né qualche parte di esso si assim ila con il corpo
nutrito, m a solo quello che è stato depurato attraverso
l’intera digestione e del tu tto trasform ato p er assim ilar­
si a quel corpo ed essere in arm onia con le m em bra che
si sono nutrite.
È chiaro che niente di quello che è di n atu ra diver­
sa sarà assim ilato da quei (corpi) per i quali non è nu­
trim ento adatto e confacente; ma o viene evacuato non
digerito e alterato attraverso lo stesso intestino, prim a
che u n ’altra secrezione si formi, oppure, ristagnando
troppo, causa dolore o m alattie insanabili, la corruzio­
ne del nutrim ento naturale, oppure della stessa carne
che ha bisogno di nutrim ento.
6. Anche se viene elim inato con m edicam enti o con
m igliore vitto o se è debellato dalle risorse naturali, se
ne va non senza poco danno, poiché non p orta nulla di
benefico agli elementi naturali proprio per l’incapacità
di assim ilarsi alla n atu ra stessa.

Risorgono solo le parti vere e proprie del corpo

7. 1. Tuttavia se qualcuno am m ettesse che uno di


questi elem enti (chiamandolo in modo consueto), dopo
essere stato ingerito — anche se è di n atu ra contraria
— è selezionato e si trasform a in una delle sostanze
umide o secche, calde o fredde 16, a loro (nostri opposi­
tori) non deriverebbe alcunché di utile da tale conces­
sione.
Infatti i corpi che risorgeranno saranno costituiti
di nuovo da parti che sono loro proprie, m entre nessu­
na delle sostanze nom inate è una parte (del corpo), né
presenta una n atu ra o una funzione di parte; né rim a­
ne assolutam ente nelle p arti del corpo che si sono nu­
trite, né risorgerà insieme a quelle che risorgeranno,

16 Cf. Galeno, De natur. facult. 1, 5.


Atenagora, La risurrezione dei morti 317

non avendo più nessuna funzione a favore della vita né


il sangue, né il muco, né la bile, né il respiro 17.
Né i corpi che si nutrono avranno più bisogno del­
le cose di cui avevano bisogno un tempo, poiché l’utili­
tà delle cose da cui erano n u triti scom parirà insieme
al bisogno e alla decomposizione degli alim enti nu­
trienti.
2. Se poi qualcuno suppone che la trasform azione
di questo cibo finisce con l’essere carne, neppure a ta­
le condizione è necessario che la carne, da poco tra ­
sform ata in seguito a questo nutrim ento, venuta a con­
tatto con il corpo di un altro uomo, nuovamente, come
fosse una sua parte, se ne costituisca parte integrante.
E questo poiché né la carne che ha assim ilato altra
carne m antiene sem pre quella che ha assimilato, né
quella che si è unita persiste nella sua condizione e vi
rim ane congiunta, m a subisce una notevole trasform a­
zione per due ragioni: a volte deperisce a causa delle
fatiche o delle preoccupazioni; altre volte è consum ata
dai dolori, dagli affanni e dalle m alattie ed anche a
causa delle intem perie che vengono dal riscaldam ento
o dal raffreddam ento, quando non si trasform ano in­
sieme alla carne e al grasso quelle parti che hanno ri­
cevuto il nutrim ento p u r restando cosi come sono.
3. Poiché su tu tta la carne si verificano questi fe­
nomeni, si potrebbe dire che ancora di più ne è sogget­
ta la carne che si n utre di alim enti non adatti. Carne
che o ra aum enta di peso e s’ingrassa con quello che as­
simila; ora lo elim ina di nuovo cosi come capita e di­
magrisce per una o più delle cause che sono state det­
te sopra; e solo quel cibo che è stato selezionato dalla
n atu ra e che si assim ila a quelle (membra) con cui con­
duce una vita seconda n atu ra e ne sopporta le fatiche,
solo questo cibo rim ane in quelle parti che per n atu ra
deve unire, proteggere, riscaldare.
4. Però (dal mom ento che non è possibile dimo­
strare che sia vero quello che è stato detto da loro né

,17 Cf. Galeno, De natura hominis, 1, 18.


318 Gli apologeti greci

esam inando le questioni o ra affrontate, né am m etten­


do le ragioni addotte da quelli l8) i corpi degli uomini
non potrebbero mai confondersi con altri della stessa
natura, anche se, per ignoranza, talora essi sono ingan­
nati da qualcun altro e mangiano di un tale corpo 19;
oppure se da soli, per necessità o per pazzia, si conta­
m inano con il corpo di un (loro) simile. Non ignoriamo,
tuttavia, che alcune belve hanno l’aspetto d’uomo op­
pure possiedono una n atu ra com posta di uomo e di
anim ale 20 come sono soliti rappresentare i poeti più
arditi.

8. 1. Per quale motivo bisogna dire che i co


(umani) non sono destinati ad essere cibo per nessun
animale, m a hanno in sorte solo la sepoltura nella ter­
ra per onorare la natura? Il Creatore infatti non ha de­
stinato nessun altro degli esseri viventi come n u tri­
mento dei suoi simili, anche se è secondo n atu ra nu­
trirsi di quelli di specie diversa.
2. Se dunque possono dim ostrare che la carne
um ana è destinata ad essere cibo per gli uomini, nien­
te im pedirà che il divorarsi a vicenda sia naturale cosi
come qualche altra cosa perm essa dalla natura. E colo­
ro che hanno il coraggio di dire queste cose si delizie-
ranno del corpo dei più cari come del cibo più adatto,
oppure prepareranno un banchetto per i più cari con
questi stessi (corpi).
3. Ma se ciò è empio solo a dirlo, se è cosa quanto
mai abominevole e scellerata che gli uomini si cibino
di carne um ana ed è cosa più sacrilega di ogni altra in­
fam ia o di (ogni altro) pasto o azione contro natura; se
quello che è contro n atu ra non diventerà mai un n u tri­
m ento per le m em bra e per le parti che hanno bisogno
e se quello che non diventa nutrim ento non si assim ila

18 Cioè da coloro che negano la risurrezione.


19 Si allude alle già menzionate cene tiestee.
20 Si pensi alle figure mitologiche del Centauro, delle Sirene, del
Tritone, ecc.
Atenagora, La risurrezione dei morti 319

con le parti che non può nutrire, neppure i corpi degli


uomini si uniranno con i corpi simili. Per questi si ve­
rificherebbe un nutrim ento contro natura, anche se
più volte passassero attraverso il loro stomaco per una
crudelissim a disgrazia.
4. (Le carni) private allora del potere nutritivo e
disperse di nuovo in quegli (elementi) da cui trassero
la prim a consistenza, si uniscono a questi secondo il
tempo stabilito per ognuna e da li, separate ancora
una volta dalla sapienza e dalla potenza di colui che ha
com binato ogni n atu ra di anim ale con le forze che le
sono proprie, si uniscono l’una all’altra in modo n atu­
rale anche se sono state bruciate dal fuoco, putrefatte
nell’acqua, divorate dalle belve o da qualunque altro
animale; anche se una parte staccata dal resto del cor­
po si fosse decom posta prim a delle altre p a r t i 21.
R iunite poi fra di loro occupano lo stesso spazio
per (consentire) l’arm onia e la costituzione dello stesso
corpo, la risurrezione e la vita di ciò che era m orto e
che si era totalm ente dissolto.
5. Non è opportuno prolungare oltre questo di­
scorso: c’è un giudizio unanim e almeno tra coloro che
non sono m età animali e m età uomini.

La potenza di Dio è superiore ad ogni potenza umana

9. 1. Essendoci molti (argomenti) più utili


questione che ho proposto, non tratto ora di coloro che
ricorrono alle opere degli uomini e agli uomini che le
hanno create i quali sono incapaci di fare nuove quelle
opere che sono andate in frantum i o che sono state de­
teriorate dal tem po o che sono state danneggiate in al­
tro modo. Poi, facendo il paragone con i vasai e gli ar­
tigiani, cercano di dim ostrare che Dio non vuole né,
anche volendolo, potrebbe risuscitare un corpo m orto
e decomposto. E non pensano che con questi ragiona­

21 Cf. Taziano, Oratio ad Graecos 6, 3.


320 Gli apologeti greci

menti sono arroganti verso Dio come con le azioni più


ignobili, ponendo sullo stesso piano la potenza di esse­
ri che sono assolutam ente distanti o, meglio ancora,
(uguagliando) le sostanze a coloro che se ne servono e
le cose dell’arte a quelle della natura.
2. Occuparsi seriam ente di questi argom enti n
potrebbe non essere biasimato; sarebbe infatti sciocco
veram ente confutare pareri superficiali e stolti.
È di gran lunga più ragionevole e senz’altro più ri­
spondente al vero il dire: «Ciò che è impossibile agli uo­
mini è possibile a Dio» 22. Se da questi stessi (argomenti)
conformi all'opinione comune e da quanto o r ora esam i­
nato la ragione dim ostra che è possibile, è chiaro che
non è impossibile; m a neppure non voluto (da Dio).

È degno di Dio risuscitare il corpo corruttibile

10. 1. Ciò che Dio non vuole, non lo vuole o


ché per lui è ingiusto, o perché non è degno di l u i 23.
Inoltre ciò che è ingiusto viene considerato o nei con­
fronti di colui che risogerà, o nei confronti di qualcun
altro fuori di lui. Ma è evidente che nulla di ciò che è
al di fuori (dell’uomo) e nessuna cosa fra quelle che si
contano fra gli esseri subisce ingiustizia.
2. Le n atu re intelligenti 24 non subiscono ingiusti­
zia dalla risurrezione degli uomini; infatti la risu rre­
zione degli uomini non è im pedim ento alla loro esi­
stenza, né danno, né violenza; né (subirà ingiustizia) la
n atu ra degli esseri irrazionali, né quella degli esseri
senza anim a 2S, perché non esisteranno più dopo la ri­
surrezione e non c’è alcuna ingiustizia nei confronti di
colui che non esiste.
3. Se poi qualcuno supponesse che esistono per
sempre, questi esseri non subirebbero alcuna ingiusti­

22 Cf. Le. 18, 27.


23 Cf. sopra, cap. 2, 3.
24 Atenagora qui allude agli angeli e ai demoni.
25 Si tra tta degli animali.
Atenagora, La risurrezione dei morti 321

zia se i corpi degli uomini venissero condotti a nuova


vita. Se ora infatti, sottom essi alla n atu ra degli uomini
e alle loro necessità — poiché ne hanno bisogno — ag­
giogati e del tu tto schiavi non subiscono alcuna ingiu­
stizia, a maggior ragione, divenuti (gli uomini) incorru-
tibili, non più indigenti e non più bisognosi del loro
servizio, questi esseri, affrancati da ogni schiavitù, non
subiranno nessun torto.
4. E se potessero parlare non accuserebbero il
Creatore per il fatto che, sottom essi giustam ente al­
l'uomo, non spetta loro la m edesim a risurrezione. Agli
esseri che non hanno una n atu ra uguale, colui che è
giusto non ha assegnato una fine uguale. Ma, al di là di
questo, per coloro che non possiedono nessuna capaci­
tà di giudizio su ciò che è giusto, neppure possono la­
m entare l’ingiustizia.
5. Né si può dire che si nota una certa ingiustizia nei
confronti dell’uomo stesso che risorgerà. Egli è anim a e
corpo, e non si compie ingiustizia né all’anim a né al cor­
po. Chi è assennato non dirà che si compie ingiustizia
nei confronti dell'anim a: cosi infatti, senza avvederse­
ne, elim inerebbe anche la vita presente. Se (l’anima)
ora, abitando in un corpo corruttibile e passibile, non
subisce alcuna ingiustizia, a maggior ragione non subi­
rà alcun torto se unita ad un corpo incorruttibile e im­
passibile.
Ma neppure il corpo subisce qualche ingiustizia; se
ora corruttibile unito con l’incorruttibile (...) non subi­
sce ingiustizia 26.
6. Né qualcuno potrebbe dire che è u n ’opera inde­
gna di Dio risuscitare e ricom porre il corpo che è stato
dissolto. Se non è indegno ciò che è peggiore — cioè
creare un corpo corruttibile e passibile — a maggior
ragione non è indegno ciò che è migliore, renderlo cioè
incorruttibile e impassibile.

26 Testo corrotto. Nell’ediz. M. Pellegrino - P. Ubaldi, p. 180


propone di com pletare il discorso come segue: «non la patirà quan­
do, incorruttibile, sarà congiunto con un'anim a incorruttibile».
322 Gli apologeti greci

La verità è superiore a ll’errore

11. 1. Se dai prim i principi naturali e da ciò


ne consegue è dim ostrato ogni argom ento dell’indagi­
ne, è chiaro che la risurrezione dei corpi dissolti è ope­
ra possibile, voluta e degna di colui che li ha creati. At­
traverso questi argom enti si è dim ostrata falsa l’opinio­
ne ad essi contraria e l’irrazionalità di coloro che non
credono. 2. Ma perché bisogna parlare della corrispon­
denza tra ciascun argom ento e della reciproca connes­
sione? Ammesso che si debba parlare di connessione
— come fossero separati per una qualche diversità — e
non (si dovesse) dire che quanto è possibile si può vole­
re e ciò che è voluto da Dio è senz’altro possibile e
conforme alla dignità di colui che lo vuole.
3. Che ci sia un discorso intorno alla verità e un al­
tro a favore della verità, è stato detto a sufficienza p re­
cedentem ente e in che cosa ognuno si differenzi dall’al­
tro e quando e per quali persone sia u tile 27. Ugual­
m ente nulla im pedisce che, al fine di una com une sicu­
rezza, e per una coerenza tra le cose dette e quelle re­
stanti, ci rifacciam o dal principio a quegli stessi (argo­
menti) e a ciò che da essi ne consegue. All’uno spetta,
p er sua natura, l’essere primo, all’altro (spetta) difen­
dere il primo, spianare la strada e rim uovere qualsiasi
tipo di im pedim ento e di ostacolo.
4. Il discorso sulla verità, essendo necessario a tu t­
ti gli uom ini per sicurezza e salvezza, è prim ario per
natura, per ordine e per utilità: per n atu ra poiché pro­
cu ra la conoscenza delle cose; per ordine, poiché pene­
tra e si affianca agli argom enti di cui è rivelatore; per
utilità, poiché procura, con la conoscenza, la sicurezza
e la salvezza.
5. Il discorso a favore della verità, invece, è infe­
riore per n atu ra e per valore, poiché è cosa di m inor
conto confutare il falso anziché dim ostrare la verità.

27 Cf. sopra, 1, 3 ss.


Atenagora, La risurrezione dei morti 323

Anche per ordine è secondo, infatti esercita la sua for­


za contro coloro che hanno false opinioni; e la falsa opi­
nione nasce da una seminagione sopra la precedente 28 e
da una corruzione. Ma anche se le cose stanno cosi, spes­
so (questo discorso) si antepone e, a volte, diventa più
utile per togliere ed estirpare l’incredulità che ostacola
alcuni e il dubbio e la falsa opinione in quelli che hanno
mosso i prim i passi.
6. L’una e l'altra m irano ad un unico fine, poiché
sia colui che confuta il falso, sia colui che sostiene la
verità hanno come punto di riferim ento la pietà. Non
si tra tta però assolutam ente di una cosa sola, m a l’una,
come ho detto, è necessaria a tu tti quelli che credono e si
preoccupano della verità e della propria salvezza, l'altra
invece è più utile ad alcuni e contro certe persone.
7. Ciò lo dobbiamo prem ettere per sommi capi per
ricordare le cose già dette. Bisogna giungere invece a
quello che ci siamo proposti e si deve dim ostrare che è
vero il discorso sulla risurrezione in base a quella stes­
sa causa secondo la quale e a motivo della quale fu ge­
nerato il prim o uomo e quelli dopo di lui, anche se non
furono generati allo stesso modo; poi in base alla co­
mune n atu ra di tu tti gli uomini in quanto uomini e in
base al giudizio (che sarà pronunciato) su di loro da
colui che li ha creati, secondo il tempo vissuto da cia­
scuno e secondo le leggi in base alle quali ha vissuto.
E nessuno p otrà dubitare che sia un giudizio giusto.

La risurrezione è il fine della creazione

12. 1. L’argom ento che deriva dalla causa cons


nel riflettere in definitiva sull'uno e sull’altro (motivo):
se l’uomo è stato generato senza motivo o a motivo di
qualcosa. Se (fu creato) a motivo di qualcosa o se fu

28 Cf. Mt. 13, 24-30.36-43; cf. sopra, cap. 1, 1 e sull’utilizzazio


della stessa immagine, cf. Legatio 33, 2.
324 Gli apologeti greci

creato per vivere e restare in vita secondo la natu ra


con cui fu creato, oppure per l'u tilità di qualcuno. Se
(fu creato) per utilità, (lo fu) o per quella dello stesso
C reatore o di qualche altro (essere) fra quelli a lui vici­
ni e considerati degni di maggiore cura.
2. Considerando ciò anche in modo più generico,
troviam o che ognuno che ragiona bene e che si accinge
a com piere qualcosa, secondo un criterio razionale,
nulla di ciò che opera deliberatam ente, lo compie sen­
za motivo; m a (agisce) o per la propria utilità, o per il
bisogno di qualcuno di cui si preoccupa, o per quella
stessa cosa che viene fatta, spinto alla creazione di ciò
o da una certa naturale inclinazione, o dall'am ore.
Cosi (per usare un'im m agine che renda il ragiona­
m ento più chiaro) l'uom o costruisce una casa per le
proprie necessità; per i buoi, per i cam melli e per gli
altri animali, di cui ha bisogno, costruisce un riparo
adatto a ciascuno di loro non per la loro propria neces­
sità, come può sem brare; ma, se si guarda allo scopo,
(lo fa) proprio per questo e se si guarda a ciò che è più
im mediato, (lo fa) per la cu ra di quello di cui si preoc­
cupa.
Genera anche figli, m a non per pro p ria utilità, né
per qualche altra cosa che lo riguarda, m a affinché
quelli che sono stati generati da lui esistano e vivano il
più a lungo possibile, per consolarsi della sua fine con
la successione dei figli e dei nipoti e pensando con
questa di rendere im m ortale ciò che è m ortale 29.
3. Ma queste cose (sono compiute) dagli uomini.
Dio però non creò l'uom o senza una ragione; egli infat­
ti è sapiente e nessun’opera di sapienza è vana; né per
la propria utilità: egli infatti non è bisognoso di nulla e
per lui, che di nulla ha bisogno, assolutam ente nessu­
na cosa di quelle da lui create sarà a vantaggio della
propria utilità. Ma neppure a causa di qualcuna delle
opere da lui create creò l'uomo. Nessuno degli esseri

29 Cf. Platone, Sym posium 206c.207e.


Atenagora, La risurrezione dei morti 325

che dispongono di ragione e di capacità di giudizio, né


tra quelli superiori, né tra quelli inferiori, fu creato o
è creato per l’utilità di un altro, m a p er la vita propria
e per la (sua) perm anenza in vita.
4. Né la ragione trova una qualche utilità come
causa della vita degli uomini. Gli esseri im m ortali non
hanno bisogno di nulla e p er la loro esistenza non ne­
cessitano assolutam ente di niente da parte degli uomi­
ni. Gli esseri che sono privi di ragione sono sottom essi
per (loro) n atu ra e soddisfano le esigenze degli uomini
a seconda di quello che è n aturale per ciascuno ma
non sono costretti a servirsi degli uomini. Non era né è
giusto infatti che colui che è a capo e che com anda sia
sottom esso a coloro che sono inferiori per la loro utili­
tà, né (è giusto) che colui che è dotato di ragione sia
subordinato agli esseri irrazionali, i quali non sono ca­
paci di com andare.
5. Se dunque l’uomo fu creato senza una causa e
senza un motivo (ma nulla di ciò che è creato da Dio è
vano, almeno secondo l'intento del Creatore), né (fu crea­
to) per l'utilità dello stesso C reatore o di qualcun'altra
fra le creature di Dio, è chiaro che, secondo il prim o e
più com une ragionam ento, Dio creò l’uomo per se stes­
so e per bontà e sapienza che si può contem plare in
tu tta la creazione. Secondo un ragionam ento che ri­
guarda più vicino gli esseri creati, (Dio creò l’uomo)
per la vita delle stesse creature, ma non perché fosse
accesa per poco tem po e poi si estinguesse compieta-
mente.
6. Dio assegnò una vita di questo genere, io credo,
ai rettili, agli uccelli, agli animali acquatici o, p er p ar­
lare più in generale, a tu tti gli esseri privi di ragione.
Ma a coloro che portano in se stessi l’immagine del
Creatore, che possiedono anche l’intelligenza e sono
dotati di un giudizio razionale, ad essi il Creatore asse­
gnò una vita perm anente ed eterna, affinché conoscen­
do il loro Creatore, la sua potenza e sapienza, seguen­
do la legge e la giustizia, vivessero in eterno senza sof­
ferenze godendo quei doni con i quali corroborarono la
326 Gli apologeti greci

vita precedente anche vivendo in corpi co rruttibili e


te r r e n i30.
7. Tutti gli esseri che furono creati a vantaggio di
un altro, se cessano (di vivere) coloro per i quali furo­
no creati, senz'altro cesseranno di vivere anch'essi e
non continueranno ad esistere senza alcun motivo, poi­
ché quello che è inutile non ha nessun posto tra le cose
create da Dio. Riguardo poi agli esseri creati proprio
per esistere e vivere secondo la loro natura, poiché la
causa stessa è collegata alla n atu ra e si può vedere sol­
tanto dalla stessa esistenza, (per loro) non sarà mai
possibile che ci sia una causa che annienti radicalm en­
te la loro esistenza.
8. Poiché questa (causa) si può vedere totalm ente
nella loro esistenza, è necessario che l'anim ale creato
si m antenga assolutam ente in vita, agendo e subendo
secondo la sua natura, m entre ognuna delle due parti
da cui è com posto provvede a ciò che gli è proprio:
l'anim a esiste e perm ane in modo conforme alla n atu ra
nella quale fu creata e lavorando per ciò che le è n atu ­
rale (ed è naturale che controlli gl'im pulsi del corpo e
che sem pre giudichi e valuti ciò che capita con i criteri
e le m isure che sono convenienti). Il corpo si muove
con naturalezza verso ciò che corrisponde alla sua na­
tu ra e subirà i cam biam enti a lui assegnati e anche
quello della risurrezione oltre quello dell'età, del­
l'aspetto o della statura.
9. La risurrezione è da im m aginare come una tra ­
sformazione, l'ultim a fra tutte; una trasform azione in
meglio tra le cose che a quel tempo rim arranno ancora.

L ’uomo fu creato per la vita eterna

13. 1. Avendo fiducia su questi eventi non m


che su quelli già accaduti e riflettendo sulla nostra na­

30 Cf. più avanti, capp. 13, 1 e 25, 3.


Atenagora, La risurrezione dei morti 327

tura, noi amiamo la vita che è nel bisogno e nella cor­


ruzione come conveniente al vivere presente e speria­
mo con ogni forza la sua perm anenza nella inco rru tti­
bilità.
E ciò non lo abbiam o concepito grazie agli uomini,
nutrendoci invano di false speranze; m a abbiam o fidu­
cia in un garante infallibile, nel disegno di colui che ci
ha creato e secondo il quale egli creò l'uom o di anim a
im m ortale e di corpo, procurò a lui l'intelligenza e una
legge dentro di lui per la salvezza e la custodia di quel­
lo che era stato da lui donato, conveniente ad una vita
saggia e ad una esistenza guidata dalla ragione. E sap­
piamo bene che non avrebbe creato un essere vivente
cosi come è, né lo avrebbe abbellito con tu tto ciò che è
in vista di una esistenza eterna, se non avesse voluto
che la sua creatu ra vivesse per sempre.
2. Se dunque il Creatore di ogni cosa creò l’uomo
per renderlo partecipe di una vita dotata di ragione e
affinché, divenuto contem platore della sua magnificen­
za e della sua sapienza che si riflette ovunque, rim a­
nesse sem pre nella contemplazione di tu tte le cose, se­
condo il volere di lui e secondo la n atu ra che ebbe in
sorte, allora la causa della creazione conferm a una vi­
ta eterna e una risurrezione eterna, senza la quale l'uo­
mo non potrebbe durare per sempre. Da quello che è
stato detto è chiaro che dalla causa della (nostra) crea­
zione e dal volere del Creatore la risurrezione è mani­
festam ente dim ostrata.
3. Essendo dunque questa la causa per cui l'uomo
è venuto al mondo, ne consegue che sia esam inato
quell’argom ento che, per n atu ra o per connessione, se­
gue im m ediatam ente questi altri.
Secondo questa indagine, alla causa deH’origine
degli uomini creati segue la (loro) natu ra e alla natu ra
delle creature (segue) il giusto giudizio del C reatore su
di loro e dopo tutto ciò la fine della vita.
Essendo già stati esam inati i temi proposti prima,
dobbiamo considerare, in ordine, la n atu ra degli uomini.
328 Gli apologeti greci

Il fine e la natura dell'uomo e la provvidenza di Dio


14. 1. La dim ostrazione dei dogmi di verità, ,
ogni altro argom ento proposto alla nostra indagine,
che provochi una fiducia assoluta alle cose che si dico­
no, non ha origine dal di fuori, né da ciò che sem bra o
che è sem brato a qualcuno, m a dalla riflessione comu­
ne e naturale o dalla conseguenza tra le cose che se­
guono e quelle che vengono prim a.
2. Infatti, o si tra tta dei prim i principi — ed è suf­
ficiente un ricordo soltanto che rim uova il naturale
pensiero — oppure (si tratta) di ciò che naturalm ente
consegue dai prim i e dalla naturale connessione: allora
è necessario un ordine per questi (argomenti), dimo­
strando che cosa deriva veram ente dai prim i (principi)
o da quanto premesso, affinché non sia trascu rata né
la verità né la sua certezza, né sia m escolato ciò che
per n atu ra è ordinato e distinto, né sia in terro tta la na­
turale concatenazione.
3. Io credo, dunque, che coloro che riflettono sui
problem i proposti e vogliono giudicare in modo assen­
nato se la risurrezione dei corpi um ani esista o no, è
giusto anzitutto che osservino bene la forza degli argo­
m enti a favore della dim ostrazione di ciò e quale posto
tocchi a ciascuno e quale di essi sia il primo, quale il
secondo, quale il terzo e quale l’ultimo.
4. È necessario che quanti danno una disposizione
a questi argomenti, pongano per prim a la causa della
creazione dell'uomo, cioè il piano del C reatore in base
al quale fece l’uomo, e in modo adeguato colleghino ad
essa la n atu ra degli uomini creati; non perché è al se­
condo posto nell’ordine, ma perché non è possibile for­
m ulare un giudizio su tu tti e due contem poraneam en­
te, anche se sono m assim am ente uniti gli uni con gli
altri e presentano la stessa forza (di convinzione) per
quello che ci siamo proposti (di trattare).
5. D im ostrata chiaram ente la risurrezione grazie a
questi (argomenti) che sono i prim i e traggono il princi­
pio dalla creazione, non meno m ediante i discorsi sulla
Atenagora, La risurrezione dei morti 329

provvidenza si può ottenere la fiducia su di essa; voglio


dire attraverso la gloria o la pena che secondo un giudi­
zio giusto spetta ad ogni uomo e attraverso il fine della
vita umana.
6. Molti, infatti, cominciando a parlare della risu r­
rezione, solo sul terzo (argomento) hanno appoggiato la
causa totale, convinti che la risurrezione avvenga me­
diante il giudizio. Ciò si rivela chiaram ente falso poi­
ché tu tti gli uomini che sono m orti risorgono, m a non
tu tti coloro che sono risorti vengono giudicati. Se sol­
tanto ciò che è giusto m ediante giudizio fosse causa di
risurrezione, certam ente non dovrebbero risorgere co­
loro che in nulla hanno sbagliato o agito bene, cioè,
esattam ente, i bam bini infanti.
7. Ma poiché, in base a ciò, queste stesse persone
credono che risorgeranno tutti, gli altri e coloro che
sono m orti in tenera età, non c’è risurrezione m ediante
il giudizio come prim a ragione, ma secondo il volere
del Creatore e la n atu ra delle creature.

La natura dell’uom o è prova di risurrezione

15. 1. Anche se solo la causa che viene consid


ta per la generazione degli uomini sarebbe sufficiente
a dim ostrare che la risurrezione viene dopo la dissolu­
zione del corpo, secondo una conseguenza naturale,
tuttavia è giusto che non sia abolito nessuno degli a r­
gomenti proposti, ma, conform em ente a ciò che è stato
detto, si dim ostrino, a coloro che da soli non possono
com prendere, i punti fondam entali di ciascuno degli a r­
gomenti che seguono. Prim a di ogni altra cosa (si consi­
deri) la n atu ra degli uomini creati che conduce alla stes­
sa riflessione e procura la fede nella risurrezione.
2. Se ogni n atu ra um ana in genere è costitu
dall’anim a im m ortale e dal corpo che a questa fu unito
fin dalla sua origine; se Dio stabili di dare questa origi­
ne, la vita e l’esistenza in tera non per la n atu ra del­
l’anima in se stessa, né per la n atu ra del corpo separa­
330 Gli apologeti greci

to, ma per gli uomini com posti da tu tti e due affinché,


dopo aver vissuto con quegli (elementi) da cui hanno
origine e vita, conseguano una fine comune, è necessa­
rio allora che ogni concatenazione sia ricondotta ad un
unico scopo dal momento che l’essere vivente compo­
sto di due elem enti è uno solo; soffre tu tte le passioni
dell’anim a e tu tte quelle del corpo, agisce e compie
tu tto ciò che è sottoposto al giudizio sensibile e razio­
nale. E ciò affinché tutto, e dappertutto, concordi ver­
so una sola arm onia e verso uno stesso modo di senti­
re: l’origine dell'uomo, la n atu ra dell’uomo, la vita
dell’uomo, le azioni dell’uomo, le sue passioni, la sua
esistenza e il fine che spetta alla sua natura.
3. Se una sola è l’arm onia di ogni essere vivente e
uno il modo di sentire, sia per le cose che nascono
dall’anim a che per quelle che si compiono con il corpo,
uno solo deve essere anche il fine di tu tto questo. E sa­
rà veram ente un unico fine, qualora l’essere vivente
stesso — il cui fine è il fine stesso — rim arrà nella sua
propria costituzione.
L’essere vivente sarà davvero tale se saranno le
stesse tu tte le parti grazie alle quali è vivente. E (le
parti) saranno le stesse secondo l’unione che è loro
propria, se quelle che si sono dissolte di nuovo saran­
no riunite per la costituzione dell’essere vivente.
4. La costituzione degli stessi uomini dim ostra che
la risurrezione dei corpi m orti e decomposti sia una
necessaria conseguenza. Senza di essa le stesse mem­
b ra non potrebbero riunirsi, secondo natura, le une
con le altre, né potrebbe ricostituirsi la n atu ra degli
stessi uomini.
5. Se agli uomini è stata donata la m ente e la ra­
gione per il discernim ento delle cose intelligibili, non
solo delle creature, m a anche della bontà, della sapien­
za e della giustizia di colui che le ha donate, è necessa­
rio che — perdurando le cose a motivo delle quali fu
donato il discernim ento — duri per sem pre il discerni­
mento stesso che fu dato per questi (motivi).
Ma è im possibile che esso perm anga se non perdu­
Atenagora, La risurrezione dei morti 331

ra la n atu ra che ha ricevuto questo stesso discernim en­


to e le facoltà in cui esso si trova.
6. L’uomo, e non l’anim a da sola, è colui che ha
cevuto la mente e la ragione. Bisogna dunque che l’uo­
mo, costituito di entram bi gli elementi, duri in eterno,
m a è impossibile che perm anga in eterno se non riso r­
ge. 7. Se infatti la risurrezione non avvenisse, non per­
m arrebbe la n atu ra dell’uomo come uomo. Se la n atu ­
ra dell’uomo non perdurasse, invano l’anim a sarebbe
collegata alle necessità del corpo e alle sue sofferenze;
invano il corpo sarebbe ostacolato nel conseguire ciò a
cui aspira, frenato e guidato dalle redini dell’anima;
inutile la mente, inutile la prudenza, il rispetto della
giustizia e l’esercizio di ogni virtù, la disposizione e
l’ordinam ento delle leggi e, in una parola, tu tto quello
che vi è di bello negli uomini e per gli uomini; meglio
ancora, (sarebbe inutile) la stessa creazione degli uomi­
ni e la loro natura.
8. Ma se ciò che è inutile è assolutam ente escl
da ogni opera di Dio e dai doni da lui elargiti, bisogna
in ogni modo che insieme alla im m ortalità dell’anima,
perm anga in eterno anche il corpo secondo la natu ra
che gli è propria.

La vita dell’uom o perdura nonostante la morte

16. 1. Nessuno si stupisca se noi chiamiamo «


manenza» la vita spezzata dalla m orte e dalla corruzio­
ne e rifletta che non è una sola la ragione della deno­
minazione, né uno solo è il modo del perdurare, poiché
non è una sola neppure la n atu ra delle cose che perdu­
rano.
2. Se ognuno degli esseri che perdurano ha una
ta perm anente secondo la sua natura, non si troverà
una perm anenza identica p er gli esseri puram ente in­
corruttibili e im m ortali, poiché non si possono ugua­
gliare le sostanze degli esseri superiori con quelle che
sono differenti per subordinazione. Né è giusto cercare
332 Gli apologeti greci

presso gli uomini quella (permanenza) uguale ed im mu­


tabile, poiché fin dal principio quelle (sostanze) furono
create im m ortali e d u ratu re in eterno secondo il [solo]
volere del Creatore. Gli uomini, invece, per quello òhe
riguarda l’anim a hanno fin dall’origine una d u rata im­
m utabile, m a per quanto riguarda il corpo raggiungo­
no l’im m ortalità attraverso una trasform azione.
3. È ciò che esige il concetto di risurrezione. Vol­
gendo ad essa il nostro sguardo, noi attendiam o la dis­
soluzione del corpo come quella che segue alla vita che
è nell’indigenza e nella corruzione e dopo questa spe­
riam o nell’eternità e nella in c o rru ttib ilità 31. E non
uguagliam o la nostra fine alla fine degli esseri privi
di ragione, né l’eternità degli uomini all’etern ità degli
esseri im m ortali, per non sbagliare uguagliando la na­
tu ra e la vita degli uomini agli esseri che non sono si­
mili.
4. Pertanto non è giusto sdegnarsi se una qualche
anom alia si ravvisa riguardo al perd u rare degli uomi­
ni, né si deve negare la risurrezione p er il fatto che la
separazione dell'anim a dal corpo (...)32 e la decomposi­
zione delle m em bra e delle p arti spezzi la continuità
della vita.
5. Quando durante il sonno sopraggiunge in modo
naturale il torpore dei sensi e delle facoltà n aturali e
sem bra interrom pere la vita percettiva — infatti gli uo­
mini dormono ad intervalli regolari di tempo e poi di
nuovo tornano al loro modo di vivere — non per que­
sto motivo ci rifiutiam o di chiam arla vita.
Per questo motivo, io credo, alcuni chiamano il
sonno fratello 'd ella m orte 33 non perché secondo una
genealogia li considerano nati dagli stessi progenitori
o genitori, ma poiché le percezioni sono simili sia in
coloro che sono m orti sia in coloro che dormono, alme­

31 Cf. sopra, cap. 13, 1.


32 A questo punto del testo lo Schwartz suppone una lacuna.
33 Definizione che appare anzitutto in Omero, Ilias 14, 231; 16,
672 (Odyssea 13, 79) ed è ripresa da Virgilio, Aeneis 6, 278.
Atenagora, La risurrezione dei morti 333

no rispetto alla quiete e al non percepire nulla delle


cose presenti o che accadono, e, meglio ancora, nulla
dell'esistere e della propria vita.
6. Se dunque non rifiutiam o di chiam are vita qu
la degli uomini piena di tali anomalie dalla sua origine
fino alla dissoluzione e in terro tta in ogni mdo come
abbiam o detto, non dobbiamo rifiutare neppure la vita
che verrà dopo la dissoluzione e che porta con sé la ri­
surrezione, anche se per un po' di tem po è in terro tta
dalla separazione dell’anim a dal corpo.

La risurrezione comporta delle trasformazioni

17. 1. La stessa n atu ra degli uomini avendo av


in sorte, fin da principio e per volontà del C reatore la
ineguaglianza, ha ineguale sia la vita che la sua durata,
in terro tta ora dal sonno, ora dalla m orte e anche dai
cam biam enti che ci sono in ogni età. E non si manife­
stano chiaram ente, al mom ento presente, le cose che
avverranno più tardi.
2. Chi potrebbe credere, se non fosse am m aestrato
dall’esperienza, che in uno sperm a omogeneo o informe
sia racchiuso [il principio] 34 di tante e tali forze o tanta
varietà di masse che si agglomerano e si compongono, mi
riferisco alle ossa, ai nervi, alle cartilagini, e, ancora, ai
muscoli, alle carni, alle viscere e alle altre parti del cor­
po? Niente di tutto questo è possibile vedere nell’umido
sperma, ma neppure nei bambini appare nulla di ciò che
sopraggiungerà nei giovani più adulti e come in questa
età (non si manifestano) le cose degli uomini più m aturi,
cosi in questi non si manifestano le qualità dei vecchi.
3. N onostante che alcuni fenomeni di cui abbiamo
parlato non m ostrino affatto oppure confusam ente la
naturale connessione e le trasform azioni che si verifi­
cano sulla n atu ra degli uomini, tuttavia quanti non so-

34 Anche qui lo Schwartz indica una lacuna e come congett


propone d'in trodurre archèn (= principio).
334 Gli apologeti greci

no ciechi per m alvagità o per indolenza nel giudizio di


queste cose, sanno che anzitutto deve verificarsi la de­
posizione dello sperma, poi articolandosi in ciascuna
delle m em bra e delle parti e venendo alla luce colui
che è stato concepito, inizia la crescita della prim a età
e, crescendo, (sopraggiunge) l'età adulta e, term inata
questa, il declino delle facoltà naturali fino alla vec­
chiaia e poi il disfacim ento dei corpi strem ati.
4. Da tutto questo dunque, anche se lo sperm a n
possiede la figura o la form a tratteggiata dell’uomo, né
la vita (possiede) il dissolvimento dei prim i principi, la
connessione naturale di quello che accade dà credibilità
a ciò che non è credibile dalle cose che appaiono; molto
di più la ragione, ricercando la verità secondo una conse­
guenza naturale, fa credere nella risurrezione, essendo
(la ragione) più sicura e più valida dell'esperienza nella
conferm a della verità.

Il giudizio di Dio su ll’uomo

18. 1.1 discorsi finora proposti alla nostra indag


e com provanti la risurrezione sono tu tti dello stesso ge­
nere, provengono dallo stesso principio: il loro principio
è infatti l’origine dei prim i uomini per creazione. Ma al­
cune (ragioni) prendono forza dallo stesso prim o princi­
pio da cui traggono origine; altre invece, seguendo la na­
tu ra e la vita degli uomini, ricevono credibilità dalla
provvidenza di Dio nei nostri c o n fro n ti3S.
La causa infatti secondo la quale e m ediante la
quale gli uomini furono creati, collegata alla natu ra
degli uomini, si rafforza nella creazione. Il ragiona­
mento sulla giustizia, secondo cui Dio giudica gli uomi­
ni che hanno vissuto bene o male, (è sostenuto) dal lo­
ro fine. (Ragioni che) nascono da li m a che derivano
piuttosto dalla dottrina della provvidenza.

35 Cf. sopra, cap. 14, 5.


Atenagora, La risurrezione dei morti 335

2. Chiarite, per quanto possibile, le prim e (ragioni)


sarà bene dim ostrare quello che ci siamo proposti an­
che da quelle che seguono. Dico cioè dal prem io o dal
castigo che spetta a ciascun uomo secondo un giusto
giudizio e dallo scopo della vita um ana 36.
E fra tu tti questi (argomenti), (bisogna) prem ettere
quello che è prim o per n atu ra ed esam inare anzitutto il
discorso sul giudizio. Soltanto una cosa vogliamo ag­
giungere, preoccupati dell’inizio e dell'obline che con­
viene agli (argomenti) proposti: è necessario che coloro
che riconoscono Dio creatore di ogni cosa attribuiscano
alla sua sapienza e alla sua giustizia la custodia e la
provvidenza di tu tte le creature se vogliono essere coe­
renti con i propri principi. E in base a questa considera­
zione, si deve ritenere che niente sulla te rra o in cielo ri­
mane non sorvegliato o senza provvidenza, m a (si deve)
riconoscere che su ogni cosa invisibile o visibile, piccola
o grande, giunge la cura del Creatore.
3. Tu te le creature hanno bisogno della cu ra del
Creatore, ciascuna per se stessa, secondo la n atu ra e il
fine che le è naturale.
Ma penso che sia inutile ambizione fare ora una
distinzione a seconda delle razze, oppure voler elenca­
re quello che si addice a ciascuna natura.
4. L’uomo, di cui ora si viene a parlare, in quanto
bisognoso necessita di nutrim ento, in quanto m ortale
di successione, in quanto razionale di giudizio.
Se ognuna delle cose dette è naturale per l'uomo,
se egli ha bisogno del nutrim ento per vivere, se ha bi­
sogno della successione per il perdurare della stirpe,
se ha bisogno della giustizia per la legge del cibo e del­
la successione, certam ente è necessario che — essendo
il nutrim ento e la successione da riferire all’essere
composto — a questo si riferisca anche il giudizio
(chiamo com posto l'uom o che è di anim a e di corpo). E
(pure necessario) che l’uomo cosi com’è sia responsabi­

36 Cf. ancora cap. 14, 5.


336 Gli apologeti greci

le di tu tto quello che compie e in base a ciò riceva il


prem io o la pena.
5. Nei confronti di questo essere composto, il g
sto giudizio reca giustizia alle azioni com piute e non
deve l’anim a sola ottenere la ricom pensa delle azioni
com piute insieme al corpo (l'anima di per sé è im passi­
bile nei confronti dei peccati causati dai piaceri del
corpo o dai cibi o dalle cure). Né, però, il corpo solo
(infatti da solo non è capace di distinguere la legge e la
giustizia). Ma l’uomo (composto) di questi (elementi) ri­
ceverà il giudizio per ciascuna delle azioni da lui com­
piute. La ragione com prende che ciò non si verifica in
questa vita (nella vita presente, infatti, non siamo tra t­
tati a seconda del m erito, poiché molti che si dedicano
all’iniquità e al male fino all’ultim o, vivono senza pro­
vare disgrazie; al contrario, coloro che conducono la
propria vita conform e ad ogni virtù, vivono nei dolori,
nelle offese, nelle calunnie, nei m altrattam enti e in
ogni tipo di sofferenza). Né (si verifica) dopo la m orte
(quando non esiste più l’essere composto, poiché l’ani­
m a è separata dal corpo e il corpo stesso è disperso di
nuovo in quegli elementi con i quali fu composto, sen­
za conservare nulla della prim a figura e form a e tanto
meno il ricordo delle azioni compiute).
È chiaro per ognuno ciò che consegue: bisogna —
secondo quello che dice l’A postolo37 — che questo
(corpo) corruttibile e disperso si rivesta d’incorruttibi­
lità, affinché vivificati dalla risurrezione coloro che
erano m orti e riunite di nuovo le p arti che erano state
divise o dissolte totalm ente, ciascuno giustam ente sia
ricom pensato per quelle cose che ha com piuto m edian­
te il corpo, buone o cattive che siano state.

La provvidenza divina esiste


19. 1. Con quelli che am m ettono la provvidenz
accettano come noi gli stessi principi, ma poi respingo-

37 Cf. 1 Cor. 15, 53.


Atenagora, La risurrezione dei morti 337

no, non so come, le relative ipotesi, si dovrebbero usa­


re questi argom enti e m olti altri, se qualcuno volesse
am pliare quello che è stato detto in sintesi e veloce­
mente.
2. Con coloro invece che la pensano diversam ente
riguardo ai prim i principi, sarebbe forse opportuno
supporre un altro principio prim a ancora di questi,
condividendo con loro i dubbi riguardo a quello che
credono ed esam inando insieme la questione.
T utta la vita e tu tta l’esistenza degli uomini, in mo­
do assoluto, è dunque disprezzata? forse una fitta tene­
b ra avvolge la te rra nascondendo gli stessi uomini e le
loro azioni nell’ignoranza e nel silenzio? Non è più per­
suasivo ritenere che il Creatore è a capo delle sue
creature, custode di tu tte le cose che esistono e che di­
vengono, giudice delle azioni e dei pensieri?
3. Se non vi fosse nessun giudizio sui fatti com piu­
ti dagli uomini, gli uomini non avrebbero nulla in più
rispetto agli esseri privi di ragione.
Anzi, p u r dom inando le passioni e praticando la
pietà, la giustizia e le altre virtù, agirebbero in modo
più m iserabile di quelli. La vita m igliore sarebbe quel­
la anim alesca e ferina; la virtù sarebbe una demenza;
la m inaccia del giudizio del tu tto ridicola; il bene più
grande abbandonarsi ad ogni piacere; precetto comune
a tu tti costoro e unica legge quell’adagio caro ai disso­
luti e lussuriosi: «Mangiamo e beviamo, ché domani
moriremo» 38. Per alcuni, infatti, lo scopo di questa vi­
ta non sarebbe il piacere ma l’insensibilità assoluta.
4. Se però colui che ha creato gli uomini ha una
certa preoccupazione delle proprie creatu re e da qual­
che p arte si adem pie il giusto giudizio su coloro che
hanno vissuto bene o male, o [avviene]39 nella vita pre­
sente, m entre vivono coloro che hanno trascorso l’esi­

38 La m assim a (cf. Is. 22, 13; Sap. 2, 1-9; 1 Cor. 15, 32) è citata an­
che in Legatio 12, 3: vedi nota 40, p. 264.
39 Cosi sarebbe da intendere secondo il Wilamowitz che in que­
sto punto del testo suppone una lacuna.
338 Gli apologeti greci

stenza nella virtù o nel vizio, oppure dopo la morte,


quando si verifica la separazione e la decomposizione.
5. Ma in nessuna delle due situazioni indicate è
possibile che si adem pia il giusto giudizio. Né i buoni
nella vita presente ricevono la ricom pensa della loro
virtù, né i cattivi (la punizione) della loro malvagità.
6. Tralascio di dire che m entre perm ane la natu ra
in cui ci troviamo, alla n atu ra m ortale non è possibile
sostenere il giudizio corrispondente ai peccati più nu­
m erosi o proporzionato a quelli più gravi.
7. L’assassino, il principe o il tiranno che ha sop­
presso ingiustam ente migliaia e migliaia (di uomini)
con la sola m orte non sconterebbe la pena per questi
m isfatti.
E colui che non ha form ulato nessun pensiero di
verità intorno a Dio, vivendo nella tracotanza, nella
continua bestem mia, disprezzando le cose divine, rove­
sciando le leggi, violentando i bam bini e le donne, ab­
battendo ingiustam ente le città, incendiando le case in­
sieme a quelli che vi abitavano, devastando regioni, fa­
cendo perire insieme a queste stirpi, popoli o u n 'in tera
nazione, come è possibile che costui sconterà nel corpo
corruttibile la pena proporzionata a questi m isfatti,
dal mom ento che la m orte giunge prim a di quello che
si m erita e la n atu ra m ortale non è sufficiente neppure
per uno solo dei m isfatti com piuti? Quindi né durante
la vita presente, né dopo la m orte appare un giudizio
secondo i m eriti.

Non ci sarà giudizio senza risurrezione

20. 1. O la m orte è una estinzione totale della v


poiché anche l’anim a si dissolve e si corrom pe insieme al
corpo, oppure l’anim a rim ane in se stessa senza dissol­
versi, senza dissiparsi, senza corrom persi. Si corrom pe
invece e si dissolve il corpo non conservando più nessun
ricordo delle azioni com piute né alcuna percezione di
quello che ha sperim entato insieme all’anima.
Atenagora, La risurrezione dei morti 339

2. Una volta estinta totalm ente la vita degli uomi­


ni, non ci sarà più alcuna preoccupazione per gli uomi­
ni che non vivono più, né ci sarà più un giudizio su co­
loro che hanno vissuto nella virtù o nel vizio. Si accu­
m ulerà di nuovo quello che è proprio di una vita senza
legge e lo stuolo delle assu rd ità che si uniscono ad es­
sa e l'em pietà che è il colmo di questa iniquità.
3. Se il corpo si corrom pe e ciascuna delle parti
che si sono dissolte torna verso l’elemento affine, men­
tre l'anim a rim ane a sé stante come incorruttibile, nep­
pure così avrà luogo il giudizio su questa stessa, non
essendoci alcuna giustizia; né è lecito infatti che da
Dio o da parte di Dio sia pronunciato un giudizio nel
quale non esista la giustizia. E non esiste giustizia nel
giudizio se non perm ane colui che ha operato la giusti­
zia o l’iniquità.
Colui che ha com piuto ciascuna di quelle azioni
della vita sulle quali si pronuncia il giudizio, è l’uomo,
non l'anim a in sé. In breve: un ragionam ento di questo
tipo non salva la giustizia in alcun modo.

L ’anim a e il corpo partecipano insieme del giudizio

21. 1. Quando saranno ricom pensate le azioni b


ne, il corpo subirà chiaram ente un’ingiustizia, poiché
condividendo con l’anim a le fatiche per com piere il be­
ne, non partecipa della ricom pensa per quello che di
buono è stato fatto. M entre all'anim a spetta sovente il
perdono per alcune colpe a causa dell'indigenza e del
bisogno del corpo, lo stesso corpo è escluso dalla p ar­
tecipazione alle buone azioni per le quali, durante la
vita, ha sostenuto le fatiche insieme (all'anima).
2. E quando verranno giudicati i peccati non si
spetterà la giustizia nei confronti dell’anima, se da so­
la sconterà la pena per quelle colpe che ha commesso
m entre il corpo la m olestava e la spingeva verso i pro­
pri appetiti o commozioni, ora con rapim ento e ingan?
no, ora con un'attrazione ancora più violenta, talora
340 Gli apologeti greci

concedendosi in parte al piacere o alla cu ra prem urosa


verso il corpo stesso.
3. Non sarà forse ingiusto che l’anim a sia giudica­
ta da sola per quelle cose verso cui, per sua natura,
non ha alcun appetito, tendenza, impulso, come la lus­
suria, la violenza, la cupidigia e le ingiustizie che da
queste derivano?
4. La maggior parte di questi mali nasce dal fatto
che gli uomini non dom inano le incalzanti passioni che
sono stim olate dall’indigenza e dal bisogno del corpo,
dalla cura e dall'attenzione nei suoi confronti (per que­
sto motivo si verifica ogni tipo di acquisto e prim a di
questo l’uso; poi il m atrim onio e tu tte quelle azioni
della vita nelle quali e in base alle quali si considera
ciò che è peccato e quello che non è tale).
Ed è forse giusto che in quelle cose verso cui il
corpo ha le prim e percezioni e spinge l’anim a a condi­
videre e a partecipare delle cose verso cui esso è incli­
ne, sia giudicata soltanto l’anim a? (Ed è giusto) che gli
appetiti e i piaceri, e anche le paure e i dolori, per
ognuno dei quali, se è senza moderazione, bisogna ren­
dere conto, hanno im pulso dal corpo m entre i peccati
che ne derivano e le pene riguardanti i peccati sono at­
tribuite solo all'anim a la quale non ha bisogno di nien­
te di tutto questo, né è sottom essa agli impulsi, né è in
preda ai tim ori, né per se stessa soffre nello stesso mo­
do in cui l’uomo patisce secondo la sua natura?
5. Anche se supponiam o che le passioni apparten­
gono non solo al corpo, ma all’uomo, dicendo giusta­
m ente perché dai due elem enti è com posta la sua vita,
certo non diciamo che queste (passioni) si addicono
all’anima, nel caso che consideriam o rettam ente la sua
propria natura.
6. Se infatti (l’anima) non è assolutam ente bisogno­
sa di nutrim ento, non sarà mai a ttra tta verso quello di
cui non ha assolutam ente bisogno per vivere, né sarà
trascinata verso qualcosa di cui p er sua n atu ra non fa­
rà alcun uso. Né si affliggerà per la m ancanza di dena­
ro e di possedim enti che non la riguardano affatto. 7.
Atenagora, La risurrezione dei morti 341

Se poi è superiore alla corruzione, non teme assoluta-


m ente nulla che la possa corrom pere. Non ha pau ra né
della fame, né della m alattia, né della mutilazione, né
dell'am putazione, né del fuoco, né del ferro, poiché a
causa di ciò non patisce né qualcosa di nocivo, né di
doloroso dal mom ento che non la toccano assoluta-
m ente né i corpi, né le forze corporee.
8. Se è cosa stolta attrib u ire le passioni all'ani
come le fossero connaturali, attrib u ire all’anim a sol­
tanto le colpe delle passioni e le pene ad esse propor­
zionate è cosa oltrem odo ingiusta e indegna del giudi­
zio di Dio.

L ’anima è unita al corpo in ogni virtù e vizio

22. 1. Inoltre: non è forse assurdo che m entre


virtù e il vizio non si possono neppure concepire sepa­
rati rispetto all’anima, il prem io o la pena per queste
cose sarà attribuito solo ad essa? Infatti riconosciamo
le virtù come virtù dell’uomo — e cosi il vizio che ad
esse si oppone — e non (come virtù) dell'anim a separa­
ta dal corpo ed esistente da sé.
2. Come si potrebbe attrib u ire la fortezza e la co­
stanza all'anim a sola che non ha p au ra né della morte,
né delle ferite, né della m utilazione, né del danno, né
del m altrattam ento, né dei dolori e dei patim enti che
ne derivano?
3. Come (si potrebbe attrib u ire all’anima) la conti­
nenza e la tem peranza se nessuna concupiscenza la tra ­
scina verso il cibo, verso l’unione sessuale o verso gli
altri piaceri o n ien t’altro la tu rb a nell’intimo o la sti­
mola verso l’esterno? 4. Come la prudenza dal mo­
mento che non dipendono dall’anim a né le cose che si
devono fare né quelle che non si devono fare, né quelle
che si devono scegliere, né quelle che si devono fuggi­
re; anzi nessun movimento è assolutam ente innato in
essa né un naturale im pulso verso qualcuna tra le cose
che si devono com piere?
342 Gli apologeti greci

5. Come sarebbe possibile una giustizia appartene


per natura alle anime o fra di loro o verso qualche essere
della stessa specie o diverso? (Le anime infatti) non hanno
né il luogo, né il mezzo, né il modo di retribuire a seconda
del m erito o di una pari corrispondenza, eccettuato l’ono­
re a Dio. Né diversamente possiedono impulso o movi­
mento per usare le cose proprie o astenersi dalle altre,
poiché l’uso delle cose che sono secondo natu ra e l’asti­
nenza è possibile scorgerli in coloro che se ne servono na­
turalm ente. L’anim a però non ha bisogno di nulla, né, per
sua natura, si serve dell’una o dell’altra cosa e per questo
neppure è possibile trovare il cosiddetto interesse privato
in un’anima costituita in questo modo.

Le leggi sono istituite per l ’uomo


composto di anim a e corpo

23. 1. Ma la cosa più assurda di tu tte è che col


che em anano delle leggi si riferiscono agli uomini, ma
solo alle anime rivolgono il giudizio sulle cose com piu­
te legalmente o illegalmente. 2. Se colui che ha rice­
vuto le leggi deve giustam ente ricevere anche la pena
della violazione, ed è l’uomo che ha ricevuto le leggi,
non l’anim a di per sé, bisogna che l’uomo subisca la
punizione degli erro ri e non l’anim a da sola.
Infatti Dio non alle anime ordinò di tenersi lonta­
ne dalle cose che non si addicevano loro, come la for­
nicazione, l’uccisione, il furto, la rapina, il disprezzo
verso i genitori e, in genere, ogni concupiscenza che di­
venga ingiustizia o danneggi il prossimo.
3. Il precetto «onora tuo padre e tu a madre» 40 n
si addice solo alle anime, perché questi nomi non le ri­
guardano; le anime, infatti, poiché non generano ani­
me, non si appropriano della denominazione di padre e
di madre, m a gli uomini (generando) uomini.

40 Cf. Es. 20, 12; Lev. 19, 3; Ef. 6, 2 s.


Atenagora, La risurrezione dei morti 343

4. Né il precetto «non com m ettere adulterio» 41 si


potrebbe, in modo conveniente, dire o pensare in rife­
rim ento alle anime, perché non esiste fra loro distin­
zione tra maschio e femm ina né alcuna attitudine al­
l’accoppiam ento o appetito verso questo stesso.
Se non esiste poi un'attrazione all’accoppiam ento
non è possibile neppure l'unione; tra coloro per i quali
non c'è accoppiam ento in alcun modo, non c'è neppure
un accoppiam ento secondo la legge, come lo è il m atri­
monio. Ma se non c’è neppure un accoppiam ento legitti­
mo non è possibile che ci sia neanche un'attrazione o un
accoppiam ento illegale, con la donna altrui, e questo sa­
rebbe adulterio.
5. Ma neppure il vietare il furto o il desiderio (di
ciò che è) del prossim o è rivolto alle anime; infatti esse
non hanno bisogno di quelle cose che alcuni, p er una
necessità naturale o per u n ’utilità, sono soliti ru b are o
depredare, come l’oro, l’argento, un anim ale o altre co­
se tra quelle necessarie al nutrim ento, al vestire o
all’uso. Per una n atu ra im m ortale è inutile tu tto quello
che per coloro che ne hanno bisogno è desiderabile co­
me cosa utile.
6. Un discorso più esauriente riguardo a ciò sia la­
sciato a coloro che vogliono indagare con più attenzio­
ne su ciascun argom ento o lottare con più soddisfazio­
ne contro chi la pensa diversam ente. Ma poiché sono
sufficienti le cose dette or o ra e quelle che concordano
con queste conferm ano la risurrezione, tratten ersi più
a lungo su questi argom enti sarebbe inopportuno.
Non abbiam o stabilito come scopo il non tralascia­
re nulla delle cose che ci sono da dire, ma indicare per
sommi capi a coloro che sono convenuti 42 quello che
bisogna pensare sulla risurrezione e com m isurare alle
facoltà dei presenti le cause che conducono a ciò.

41 Cf. Es. 20, 14.


42 Nella finzione letteraria Atenagora immagina un uditorio pre­
sente.
344 Gli apologeti greci

Il fine dell’uom o deve corrispondere alla sua natura

24. 1. Esam inati in qualche modo gli argom e


proposti, rim arrebbe da indagare sul discorso (che na­
sce) dal fine, che già si m anifesta dalle cose dette, ma
che ha bisogno solo di questa chiarifica e aggiunta, af­
finché non sem bri che si è tralasciato di ricordare
qualcuno degli argom enti tra tta ti poco fa 43 per un pre­
giudizio sull’ipotesi o sulla divisione che è stata posta
da principio 44.
2. Per questo motivo e per le fu tu re contestazioni a
riguardo, sarebbe opportuno rilevare questo soltanto:
è necessario che ci sia un fine proprio per ognuna del­
le cose che sussistono dalla n atu ra e per ciascuna di
quelle create con arte. Questo ce lo insegna infatti il
senso comune a tu tti e lo testim oniano le cose che m u­
tano sotto il nostro sguardo.
3. Non vediamo che uno è il fine che si prefiggono
gli agricoltori, un altro quello dei medici, ancora un al­
tro quello degli esseri che nascono dalla te rra e un al­
tro quello degli anim ali che su di essa crescono e che
sono procreati secondo una naturale concatenazione?
4. Se ciò è evidente e se alle forze della n atu ra e
dell’arte e alle azioni che ne derivano deve corrispon­
dere il fine naturale, bisogna che anche il fine degli uo­
mini, come fine di una n atu ra propriam ente specifica,
si distingua da quello più comune degli altri esseri.
Né infatti è giusto che lo stesso fine sia destinato a
coloro che sono privi di giudizio razionale e a coloro
che agiscono secondo la legge e la ragione che è loro
innata e vivono secondo una vita prudente e conforme
alla giustizia.
5. Essere esenti dal dolore non potrebbe essere il
fine proprio di costoro, poiché spetterebbe anche a co­
loro che sono com pletam ente insensibili. Ma neppure

43 Cf. sopra, cap. 18, 2.


44 Cf. sopra, cap. 13, 3.
Atenagora, La risurrezione dei morti 345

la soddisfazione delle cose che nutrono o ricreano il


corpo, né la m oltitudine dei piaceri: ne conseguirebbe,
necessariam ente, che la vita anim alesca avrebbe il p ri­
mato, m entre resterebbe priva di scopo quella (vissuta)
nella virtù. Io credo che questo fine sia proprio degli
anim ali e delle bestie, non degli uomini che possiedono
u n ’anim a im m ortale e un giudizio razionale.

La risurrezione conduce l ’uomo


alla contemplazione di Dio

25. 1. Né (riguarda il fine dell’uomo) la felic


dell’anim a separata dal corpo; infatti non conside­
riam o la vita o il fine di una delle due p arti di cui l’uo­
mo è costituito, ma di colui che è composto di tu tte e
due. Tale è ogni uomo che ha avuto in sorte questa vi­
ta e bisogna che ci sia un fine proprio di questa vita.
2. Se dunque il fine è del composto e non è possi­
bile — per le cause già menzionate più volte — che si
verifichi m entre le stesse parti sono ancora in questa
vita né quando l’anim a si trova separata — per il fatto
che l’uomo non sussiste più cosi come è se il corpo è an­
dato in dissoluzione o si è del tu tto disperso, anche se
l’anim a continua a vivere di p er sé — è del tu tto necessa­
rio che il fine degli uomini si riveli in u n ’altra costituzio­
ne del com posto e dello stesso essere vivente.
3. Se ciò è necessariam ente conseguente, bisogna
assolutam ente che ci sia una risurrezione dei corpi
m orti o com pletam ente dissolti e che si ricompongano
gli stessi uomini. Il fine, infatti, non è a caso, né la leg­
ge di n atu ra è posta per gli uomini in senso astratto,
m a per quegli stessi uomini che hanno vissuto nella vi­
ta precedente.
È im possibile poi che si ricostituiscano gli stessi
uomini se i medesimi corpi non sono restituiti alle me­
desime anime. E non è possibile che lo stesso corpo ri­
ceva la m edesim a anima in qualche altro modo, ma è
possibile solo m ediante la risurrezione. Avvenuta la ri­
346 Gli apologeti greci

surrezione, segue il fine corrispondente alla n atu ra


dell’uomo.
4. Non può sbagliare chi dice che il fine di una v
prudente e di un giudizio razionale è il rim anere uniti
indissolubilm ente a ciò cui m assim am ente e anzitutto
si accorda la ragione naturale, godere incessantem ente
nella contemplazione di colui che (tutto) ha donato e
delle cose da lui stabilite anche se la maggior parte de­
gli uomini vivono senza raggiungere questo scopo, per­
ché attaccati con troppa passione e con eccessivo ardo­
re ai beni di quaggiù.
La m oltitudine di quelli che non conseguono il pro­
prio fine non rende vano il comune traguardo. Ci sarà
un esame per ciascun riguardo a ciò e per ciascuno sa­
rà assegnato il prem io o il castigo in relazione all’aver
vissuto bene o male.
Teofilo

AD AUTOLICO
TEOFILO

La vita

Nato in una regione dell'Oriente vicina al Tigri e


a ll’Eufrate *, Teofilo visse tra il 120 e il 185 2.
Ricevette un'educazione tradizionale, quale conve­
niva a uom ini di elevata estrazione sociale; la sua for­
mazione è totalmente ellenistica ed egli si dimostra an­
che conoscitore della lingua ebraica 3.
Si converti al cristianesimo dopo aver letto e m edi­
tato i testi sacri, come egli stesso ricorda: «neppure io
credevo che tutto ciò potesse esistere, ma ora, dopo
aver meditato su queste cose, io ho fede. E cosi ho pre­
so a leggere le Sacre Scritture dei santi profeti i quali,
per mezzo dello spirito di Dio, hanno predetto ciò che è
avvenuto nel modo in cui avvenne; ciò che è presente
nel modo in cui accade e le cose future n ell’ordine in
cui si compiranno. Avendo dunque la prova dei fatti ac­

1 Anche se non viene espressam ente nominata, si tra tta con mol­
ta probabilità della regione della Siria: cf. I l Ad Autol. 24.
2 N essuna fonte menziona l'anno di nascita di Teofilo, ma si pre­
sume in base alle altre più sicure datazioni. Sappiamo infatti che
eletto vescovo nel 169 (cf. Eusebio, Chronicon ad a. Abr. 2185 = a.
169), fu a capo della Chiesa antiochena almeno sino al 17 marzo del
180 (infatti nei capp. 27 e 28 del 111 Ad Autol. ricorda la m orte di
Marco Aurelio!) e probabilm ente fino al 183-185 (cf. sotto, nota 7).
3 Lo si deduce dalla spiegazione di alcune parole ebraiche: cf. I l
Ad Autol. 12, 24; III, 19.
350 Gli apologeti greci

caduti e di quelli predetti, io non sono incredulo, ma


credo, obbediente a Dio» 4.
È lo stesso cam m ino di conversione sperimentato da
Giustino 5 ma questi, a differenza di Teofilo, appare co­
stantem ente attratto e vincolato dall'insegnamento di Ge­
sù Cristo e dalla forza persuasiva dell'etica cristiana 6, là
dove Teofilo mostra di essere attratto in modo particola­
re dal verificare nella storia l'adem pim ento delle Sacre
Scritture e di trovare nel Dio dei cristiani l ’unico Dio del­
la storia.
Nel 169 — secondo la testimonianza di Eusebio 7 —
fu eletto vescovo di Antiochia e a capo della Chiesa an­
tiochena rimase fino alla morte la quale si suppone av­
venuta o nel 181 o, con molta più probabilità, tra il 183
e il 185. È certo com unque che egli visse sino al 17 mar­
zo 180, dal m om ento che nel III libro ad Autolico due
volte viene ricordata la morte dell’imperatore Marco
Aurelio avvenuta appunto in questo giorno 8.

1 È l’unico ricordo autobiografico della conversione: cf. I Ad


tol. 14.
5 Cf. Dialogus 7.
6 Cf. I Apologia 16.
7 Sull'episcopato di Teofilo o, più esattam ente, sulla sua elezio­
ne, abbiamo tre testimonianze di Eusebio e due di Girolamo. Euse­
bio nel Chronicon ad a. Abr. 2185 (= a. 169), afferm a che «Teofilo è
stato ordinato sesto vescovo di Antiochia e del suo ingegno restano
molte opere»; conferma tale notizia anche in Historìa Ecclesiastica
20 e 24; in quest'ultim o capitolo, oltre la menzione di alcuni scritti
attribuiti a Teofilo, vi si legge anche che suo successore fu Massimi-
no (a proposito di quest’ultimo Eusebio commette un errore di data­
zione: afferm a infatti che fu eletto nell’anno 177 [Chron. ad a. Abr.
2193] e che m ori nel 190-191 [ibid., ad a. Abr. 2206]; l’anno di elezio­
ne è errato, infatti nel 177 Teofilo era ancora in vita). — Girolamo at­
testa l’episcopato di Teofilo nel De viris ili. 25 e nell’£pis?. 121, 6 (in
questa lettera lo considera «septimus episcopus» poiché ritiene san
Pietro primo vescovo di Antiochia).
8 Cf. I l i Ad Autol. capp. 27 e 28.
Teofilo, Introduzione 351

Le opere

La fama di Teofilo è legata non solo al ruolo che


egli ricopri nella Chiesa antiochena, ma anche — e for­
se ancor più — alla sua produzione letteraria che, atte­
nendoci alle inform azioni d i Eusebio e di Girolamo, fu
ben più vasta di quello che ora possediamo. Ci restano
infatti solo i Tre libri ad Autolico, ma altri scritti ora
perduti sono stati attribuiti al nostro autore.
Si ritiene che egli abbia composto due trattati con­
tro le eresie: il Contra Hermogenis haeresim e il Con-
tra M arcionem 9; dei Libri a carattere catechetico,0;
due commentari: in Proverbia Salomonis 11 e in Evan-
gelium 12.
Inoltre lo stesso Teofilo allude ad altri scritti da lui
composti ma sui quali, a ll’infuori della notizia d ell’au­
tore, non possediamo altra testimonianza. Il prim o rife­
rimento lo troviamo nel II libro ad Autolico, alla fine
del cap. 28: la citazione è generica e l ’apologista affer­
ma solo di aver parlato «in altra parte» del «demone» o

9 Le due opere sono attribuite a Teofilo sia da Eusebio di Cesa­


rea, Hist. Eccl. 4, 24, sia da Girolamo nel De viris ili 25. Queste due
opere dovevano essere di particolare interesse e contenere utili inse­
gnam enti contro le eresie; si è potuto costatare fra l’altro che al Con­
tra Hermogenis haeresim s’ispirò Tertulliano nella sua opera omoni­
m a e al Contra Marcionem Ireneo di Lione nel suo Adversus Haere-
ses.
10 Katèchètikà... bibita: cosi li definisce Eusebio, Hist. Eccl. 4, 24
cui corrisponde la citazione di Girolamo, De viris ili. 25 il quale ce li
presenta come «breves elegantesque tractatus ad aedificationem ec-
clesiae pertinentes».
11 Ancora da Girolamo, De viris ili. 25 sappiamo che «sub nomi­
ne eius» (cioè di Teofilo) veniva letto un Commentarius in Proverbia
Salomonis; m a Girolamo stesso ritiene che non sia scritto dal vesco­
vo di Antiochia, a causa dello stile totalmente diverso dagli altri
scritti.
12 Ibid.: anche del Commentarius in Evangelium Girolamo pone
in dubbio l’autenticità. Oggi la critica riconosce all'unanim ità che il
com m entario in questione è stato composto nel V-VI sec. da autore
anonimo.
352 Gli apologeti greci

«dragone», cioè dell'angelo che si ribella a Dio. Il secon­


do riferimento è anch'esso nel II libro, al cap. 30 s.: ri­
guarda u n ’opera De historiis la quale doveva essere co­
stituita da almeno due libri, poiché Teofilo cita esplici­
tamente una «genealogia» contenuta nel prim o libro di
quest'opera 13. Il terzo, ed ultimo, riferimento appare
nel III libro, al cap. 3. Il titolo dell'opera non viene
menzionato ma la trattazione doveva essere dedicata ad
una polemica e ad una confutazione della mitologia
pagana 14.

I tre libri «Ad Autolico»

L ’opera, come dichiarato apertamente dal titolo


(Prós A ytólycon) è dedicata dall'autore ad un amico pa­
gano il quale, denigrando e deridendo il nome «cristia­
no» 1S, si era intrattenuto un giorno con Teofilo per co­
noscere il Dio dei cristiani 16 e con il proposito di difen­
dere la religione pagana 17, negando l ’esistenza di un
unico Dio e dimostrandosi scettico a riguardo della ri­
surrezione l8.
Pur dedicato e destinato ad un certo Autolico di
cui, peraltro, non abbiamo nessuna notizia 19, lo scritto
si rivolge al mondo pagano in genere che nella fattispe­
cie è rappresentato da un personaggio o, per meglio di­
re, da un interprete di parte pagana il cui compito è

13 Cf. II Ad Autol. 30 e 31; III, 19.


14 «... con molta più precisione abbiamo già fatto un discorso su
di loro (cioè: sulle divinità pagane) in altra parte».
15 Cf. / Ad Autol. 1.
16 Cf. II Ad Autol. 1.
17 Cf. I Ad. Autol. 1.
18 Cf. I Ad Autol. 8.
19 Non è da escludere che si tratti di un personaggio fittizio crea­
to dall'autore affinché dietro la finzione letteraria dell’interlocutore
possa rivolgersi a tu tti i lettori pagani. È un espediente non estraneo
alla letteratu ra classica, né tanto meno a quella cristiana; si pensi,
per rim anere nell’am bito apologetico, all’Octavius di Minucio Felice.
Teofilo, Introduzione 353

quello di deridere e rifiutare la fede e la religione dei


seguaci di Cristo.
Spetta ora a Teofilo dimostrare la verità della dot­
trina cristiana. L'opera, composta negli anni 180-185 20,
può essere considerata tra gli scritti di tipo protrettico
o esortatorio il cui fine precipuo è quello di confutare e
convincere la parte avversa. Concepita e strutturata in
tre libri, può considerarsi una risposta ufficiale agli ar­
gom enti demolitori addotti da Autolico in quella recen­
te discussione che ebbe con Teofilo 21 e, al tempo stesso,
una risposta ufficiale al paganesimo e al suo atteggia­
m ento avverso contro i cristiani e il loro Dio.

a) Primo libro ad Autolico —. Una breve prem e


ci perm ette di cogliere im m ediatam ente l'occasione e il
m otivo dello scritto. Alla spavalda ma sciocca ostenta­
zione del paganesimo da parte dell'amico, corrisponde
la fierezza di colui che si professa cristiano, e che spera
solo di mostrarsi nella sua vita «buon servitore di Dio»
(cf. cap. 1).
I seguenti capp. 1-13 possono suddividersi in
parti; nella prim a (capp. 2-8) Teofilo, provocato dalla ri­
chiesta di Autolico («Mostrami il tuo Dio»: cap. 2), vuole
provare che Dio esiste e che è l'unico vero Dio. Di lui
spiega anzitutto il nome e gli attributi fino a dimostra­
re la sua esistenza attraverso il creato grazie al quale
egli si manifesta a tutti gli uom ini «purché non sia cie­
ca la nostra anim a e non sia indurito il nostro cuore»
(cap. 7).
In questo mondo, prosegue Teofilo, conseguiremo
una conoscenza di Dio soltanto parziale e limitata, m en­
tre dopo la morte, quando «avremo deposto la mortalità e
indossato l'immortalità», allora potrem o vedere Dio: «se

20 II riferim ento alla m orte di Marco Aurelio obbliga a datare


l’opera non prim a del 17 marzo 180 e poiché la m orte di Teofilo è
posta tra il 183 e il 185, la data di composizione dello scritto oscilla
necessariam ente tra il 180 e il 185.
21 Cf. II Ad Autol. 1.
354 Gli apologeti greci

avremo creduto in lui, egli farà risorgere il nostro corpo e


la nostra anima e divenuti im m ortali vedremo colui che è
immortale» (cap. 7).
L ’incredulità dell’amico pagano a proposito della ri­
surrezione induce l'apologista a parlare della fede e di
come essa si esprime in ogni m om ento della nostra vita
nei confronti degli uomini, della natura e delle cose;
perché dunque non credere e non aver fede nel Dio che
ci «ha condotto a questa vita» (cap. 8)? Da qui si passa
agevolmente alla confutazione del paganesimo e alla
demolizione delle sue false divinità: è la seconda parte
del I libro, dal cap. 9 al cap. 11.
Infine, nei capp. 12-13, che possiamo considerare la
terza parte, l'intento apologetico si volge anzitutto alla
difesa del «cristiano» il cui stesso nome indica colui
che è «unto con l ’olio di Dio» e che quindi è permeato
d all’utile e provvida azione divina (cf. cap. 12). E cosi il
discorso tom a nuovam ente sulla risurrezione e su ll’im ­
possibilità di negarla e rifiutarla dal m om ento che tutto
il creato ci offre costantemente uno spettacolo di risur­
rezione (cf. cap. 13).
A conclusione del I libro, u n ’esortazione commossa
nel ricordo della personale esperienza di conversione,
affinché l ’amico (e quindi ogni pagano!) possa credere a
Dio, camminare sui sentieri della verità, desideroso di
conseguire l ’im m ortalità «attraverso le buone opere».
Anche a lui Dio «donerà la vita eterna, la gioia, la pa­
ce, il riposo e una m oltitudine di beni che "né occhio
vide, né orecchio udì, né penetrò nel cuore dell’u o m o ’’»
(cap. 14).

b) Secondo libro ad Autolico —. Teofilo in que


secondo libro vuole dimostrare «nel modo più dettaglia­
to l ’inutile fatica e l ’inutile pratica religiosa» nelle cui
maglie è prigioniero Autolico.
Costituito da 38 capp., di cui il prim o ha carattere e
funzione introduttiva, il libro può essere diviso in due
parti: la prim a — capp. 2-8 — è incentrata ancora una
volta sulla polemica antipagana; la seconda — capp.
Teofilo, Introduzione 355

9-38 — è la dimostrazione della vera dottrina in base ai


testi sacri.
La confutazione del paganesimo si concretizza e si
risolve nel dimostrare la falsità e l ’assurdità delle favole
dei poeti e delle dottrine dei filosofi, nonché le frequen­
ti contraddizioni in cui gli scrittori pagani sono caduti.
Numerose le citazioni classiche di cui Teofilo si avvale
e in base alle quali egli conclude che tutti coloro che
hanno diffuso fiabe e m iti sugli dèi, p u r non volendolo,
hanno dimostrato di «non conoscere la verità» e «ispi­
rati dai dem oni e da questi inorgogliti», «parlarono se­
condo la loro fantasia e nell'errore e non secondo uno
spirito puro, ma menzognero» (cap. 8).
Alle false e assurde narrazioni degli autori pagani
si contrappongono i libri scritti dagli «uomini di Dio»
che furono «ispirati dallo Spirito Santo e, divenuti pro­
feti, anim ati dallo stesso Dio e fatti sapienti» (cap. 9).
E l'intenzione di Teofilo, dal cap. 9 al cap. 38, è
quella di dimostrare, sulla base dei testi sacri, la verità
della dottrina cristiana nel suo manifestarsi, in maniera
particolare nella creazione del mondo e d ell’uomo cui
Teofilo, con richiamo prevalente al testo di Genesi, de­
dica i capp. 11-20, dim ostrando però, di volta in volta, il
significato della creazione: quale opera indescrivibile
esce dalle m ani di Dio (capp. 12 e 13) ed è, nella sua va­
ria e sconfinata bellezza, simbolo di risurrezione (cap.
14), cosi come l'uomo è «immagine e somiglianza di
Dio» (cap. 18).
Segue il racconto del peccato originale: l ’astuzia del
serpente (cap. 21); la descrizione del giardino posto da
Dio nell’«Eden, verso oriente» (cap. 24); l ’albero della
scienza (cap. 25); la cacciata dell'uomo dal paradiso
(capp. 26 ss.); l ’unione di Adamo con Èva (cap. 29); la di­
scendenza dei figli di Adam o (cap. 30); il diluvio (capp.
30 s.); la dispersione dei popoli sulla terra (cap. 32).
Gli ultim i capp. del libro (34-38) vogliono dimostra­
re come ciò che è stato detto dai profeti sia confermato
anche da scritti pagani, dalla testimonianza dell’oracolo
della Sibilla (cap. 36) a quella di famosi poeti e tragici
356 Gli apologeti greci

come Eschilo, Pindaro, Euripide, ecc. Di essi si citano


numerosi fram m enti e questa volta non per demolire la
religiosità pagana o dimostrare le contraddizioni del­
l ’uno con l'altro racconto, m a per trovare un'ulteriore
prova che ad orecchie e m enti pagane possa confermare
la verità contenuta nei testi sacri.

c) Terzo libro ad Autolico —. Nonostante le


gomentazioni dei prim i due libri, Autolico non è an­
cora convinto della verità e della bontà della dottrina
cristiana e ritiene che ogni discorso in proposito «sia
una fandonia» e che le Sacre Scritture «siano recenti»
(cap. 1).
Occorre, dunque, u n ’ulteriore dimostrazione: nella
prim a parte (capp. 2-15) ripropone di nuovo l'infonda­
tezza degli scritti pagani; nella seconda (capp. 16-29j si
assume il gravoso onere di ricostruire la cronologia del
m ondo (dalla creazione alla morte dell’imperatore Mar­
co Aurelio) per dimostrare che Mosè e i profeti sono i
più antichi di tutti gli altri scrittori.
Le turpi storie che si possono leggere negli autori
pagani e che riguardano la vita degli dèi dimostrano
l ’empietà della letteratura pagana la quale, rievocando
le azioni degli dèi, incita agli stessi delitti commessi
dalle divinità (cf. capp. 5-8); per di più proprio da tale
biasimevole letteratura traggono spunto i sicofanti e i
calunniatori per accusare i cristiani di adulterio, d ’ince­
sto, di antropofagia (cf. cap. 4), mentre essi non merita­
no alcuna di queste accuse, poiché la loro vita è confor­
me ai precetti di Cristo ed essi vivono secondo giustizia,
nella purezza, praticando la carità (cf. capp. 11-15).
Resta infine un'ultim a dimostrazione: «Con l'aiuto
di Dio — scrive Teofilo — voglio dimostrarti con la
maggiore esattezza possibile ciò che riguarda il tempo,
affinché tu sappia che la nostra dottrina non è né re­
cente, né sim ile alle fiabe, ma che è più antica e più ve­
ritiera di tutti i poeti che hanno scritto su questioni in­
certe» (cap. 16).
L'apologista inizia cosi a ricostruire la cronologia
Teofilo, Introduzione 357

del mondo; un com puto per il quale deve servirsi di al­


tre fonti tra cui, in particolare, di Giuseppe Flavio e del
testo del Genesi, per dimostrare dopo una lunga serie di
calcoli che le Scritture sono i testi più antichi che esi­
stano (cf. capp. 26 e 29).
Nella conclusione (cap. 30) ancora una condanna e
un biasimo ai pagani che, accaniti persecutori dei cri­
stiani, «perdettero la sapienza di Dio e non trovarono la
verità».
Spetta ora ad Autolico leggere attentam ente questi
scritti per poter conseguire la verità attraverso la fede.

Temi dottrinali

Il proposito di dimostrare la verità della dottrina


cristiana e la preoccupazione di convincere un pagano
incredulo e scettico, induce Teofilo a porre in secondo
piano quel problema di accuse e di calunnie che aveva
più direttam ente coinvolto gli altri apologisti e li aveva
indotti a sferrare la loro difesa.
Il vescovo di Antiochia si discosta in questo se
dal programma d ell’apologetica tradizionale e la sua
opera assume un aspetto singolare che talora è stato
giudicato con certa severità da parte dei contemporanei
studiosi di letteratura cristiana. Gli si rimprovera, ad
esempio, il troppo spazio concesso all'indagine di tipo
storico (e cronologico in particolare: cf. libro III) a di­
scapito di una più ampia trattazione sulla persona e
sull'opera del Cristo stesso 22. Si rileva inoltre che egli,

22 G. Bardy nell’introd. al voi. J. Sender - G. Bardy, Trois livres à


Autolycus (Sources Chrétiennes, 20), Paris 1948, non può fare a meno
di rilevare che nella lunga serie di calcoli per ristabilire la cronolo­
gia dall'inizio del mondo alla m orte dell’im peratore Marco Aurelio,
«le Sauveur ne tient aucune place» (p. 53); m a nel quadro cronologi­
co l’assenza è giustificata — sostiene ancora il Bardy — dal fatto che
il valore e la fondatezza storica del cristianesim o dovevano essere di­
m ostrati in base alla tradizione giudaica di cui esso era l’erede.
358 Gli apologeti greci

a differenza di Giustino e di Atenagora, non tenta di


stabilire un rapporto tra la cultura greca e la dottrina
evangelica, quanto piuttosto di porsi in un atteggiamen­
to polemico nei confronti del mondo pagano e della sua
produzione letteraria, ma senza approfondire i m otivi
del contrasto tra le due culture o tra la dottrina filosofi­
ca e quella cristiana. È un atteggiamento distaccato
quello di Teofilo che a volte lo fa apparire superficiale,
quasi privo o incapace di una riflessione propria, di
una speculazione filosofica approfondita. Dispone di
uno stile accurato ed è capace di citare e utilizzare con
padronanza quel bagaglio culturale che dalla cultura el­
lenistica aveva imparato durante la sua formazione sco­
lastica, ma non perviene mai ad una ricerca approfon­
dita, ad un ragionamento meditato.
I temi dottrinali che emergono dalla sua opera p
giano in m assim a parte sulla Scrittura le cui citazioni,
specialmente quelle desunte dal testo del Genesi, si av­
valgono anche di apprezzabili tentativi di esegesi allego­
rica. Non è secondario, inoltre, il peso della tradizione
cristiana in base alla quale vengono form ulati alcuni
concetti di particolare rilievo teologico come, ad esem­
pio, la concezione trinitaria e quella del Logos. Senza
dimenticare, infine, che Teofilo è anche consapevole
della sua dignità di vescovo e d ell’autorità che gli com ­
pete circa l'insegnamento delle verità di fede; tale con­
sapevolezza gli impedisce di parlare secondo il suo mo­
do personale di concepire e vivere la fede e lo invita
piuttosto ad essere impersonale portavoce della tradi­
zione cristiana.

a) Dio —. Punto fondamentale dell'insegname


cristiano è anche per Teofilo quello di affermare l ’esi­
stenza di Dio 23. Il Dio dei cristiani è colui che «nella
gloria è infinito; nella grandezza è incontenibile; n ell’al­
tezza è incommensurabile; nella forza è incomparabile;
nella sapienza senza confronto; nella bontà inimitabile;
23 Cf. ancora G. Bardy, op. cit., p. 38.
Teofilo, Introduzione 359

nella creazione di bellezze è indescrivibile» (I, 3). «Egli è


senza principio perché non è stato generato; è im m uta­
bile poiché è immortale. È chiamato Dio ftheósj perché
ha fondato tutte le cose... È Signore perché egli stesso è
prim a di tutte le cose; demiurgo e creatore perché egli
stesso ha creato e fatto ogni cosa; altissimo poiché è al
di sopra di tutto; onnipotente perché dom ina ogni cosa
e la contiene» (I, 4).
Da queste due descrizioni di Dio, le p iù ricche di
tutta l ’opera, vibra un entusiasmo che non lo si ritrova
in altre pagine. La dimostrazione dell’esistenza di Dio
poggia anzitutto (come per gli altri apologisti) sul tema
della creazione: egli è colui che ha creato dal nulla, che
nelle sue creature ha impresso anima e m ovim ento (cf.
II, 4) e che in questa meravigliosa opera della creazione
si è rivelato superiore ad ogni uom o potendo egli solo
donare la ragione, il respiro, l ’intelligenza (cf. II, 4). A
conferma dell’onnipotenza di Dio la lunghissima cita­
zione di Gen. 1, 3 - 2, 3 seguita da un'esegesi di tipo
allegorico-morale (capp. 12-19) su cui Teofilo s'impegna
particolarmente affinché anche dalla spiegazione dei te­
sti sacri possa formulare ulteriori prove della verità del
cristianesimo.
Attraverso la creazione — sostiene l'apologista —
noi sperim entiamo che Dio esiste e costatiamo la sua
sovranità (cf. I, 4) e la sua provvidenza (cf. I, 5), ma la
vera e piena conoscenza di Dio potrem o conseguirla so­
lo se avremo vissuto «nella purezza, nella pietà e nella
giustizia» e se «prima di ogni altra cosa» il nostro cuore
si sarà colmato di «fede e timore di Dio». Egli infatti, se
abbiamo creduto e se abbiamo agito nel bene, farà ri­
sorgere il nostro corpo e la nostra anim a e «noi, divenu­
ti immortali, vedremo colui che è immortale» (I, 7).
b) La Trinità —. Anche negli altri scritti apologe
si trova espressa la fede nel Dio Padre, nel Figlio e nel­
lo Spirito 24, ma solo in Teofilo compare per la prim a
24 Cf., in particolare, Aristide, Apologia 15, 3; Giustino, I Apolo­
gia 13, 3; 61, 3; 65, 3; Atenagora, Legatio 10, 2.5; 24, 2.
360 Gli apologeti greci

volta il termine triàs con il quale egli vuole indicare ap­


punto la «trinità» divina: «...i tre giorni che esistettero
prim a dei corpi luminosi, sono immagine della Trinità:
di Dio, del suo Verbo e della sua Sapienza» (II, 5).
L ’affermazione non è seguita da alcun com m ento
né tanto meno è inserita in un discorso teologico trini­
tario; è inserita, infatti, nel cap. 15 del II libro, in quel­
la sezione esamerale che tanto spazio occupa nell'eco­
nomia della composizione. Teofilo, al cap. 14, ha parla­
to del creato come simbolo della risurrezione; ora, nel
cap. 15, afferma che gli astri del cielo sono «immagine
di un grande mistero» cosi come i tre giorni che prece­
dono la creazione degli astri sono immagine della Tri­
nità. Il concetto è presente, esprime una fede trinitaria,
ma non è spiegato.
Si noterà poi che le tre Persone che costituiscono la
Trinità — p ur identificandosi con il Padre, il Figlio e lo
Spirito — non sono denom inate allo stesso modo o, per
meglio dire, secondo quella denominazione e distinzio­
ne che si fisserà in modo definitivo dal concilio di Co­
stantinopoli del 381.
Quanto al Verbo di Dio, va rilevato che Teofilo,
usando due im prestiti della teologia stoica, distingue
tra lògos endiàthetos 25 (immanente o interiore) e lògos
prophorikós 26 (Verbo esterno a Dio o da lui emanato).
Con tale distinzione si vuole indicare nel Verbo la «ra­
gione» e la «parola» del Padre: in quanto ragione è im ­
manente, in quanto parola è proferito; fin quando è ra­
gione egli non si distingue dal Padre, ma quando è pa­
rola proferita egli si distingue dal Padre e diviene il
«prim ogenito» della creazione e per mezzo di lui il Pa­
dre compie ogni cosa 27.
25 Cf. II Ad Autol. 10: «... Dio aveva il proprio Verbo in sé imma­
nente nel proprio cuore (endiàtheton en tois idiois splàgchnois)...».
26 Cf. II Ad Autol. 22: «E quando Dio volle creare quanto aveva
deliberato, generò questo Verbo esterno a lui (toùton tòn logon egév-
vèsen prophorikón)».
27 Come negli altri apologisti, anche in Teofilo si può scorgere
una dottrina subordinazionistica dal momento che il Verbo è inteso
Teofilo, Introduzione 361

Lo Spirito, che Teofilo chiama «sapienza», è nom i­


nato dopo Dio e il Verbo. Come in Giustino 28, lo Spiri­
to è anzitutto colui che ha ispirato gli uom ini di Dio, i
quali «divenuti profeti, anim ati dallo stesso Dio e fatti
sapienti, furono istruiti da Dio e divennero santi e giu­
sti» (II, 9).
Poiché nel cap. successivo si legge che il Verbo «es­
sendo spirito di Dio, principio, saggezza e potenza disce­
se sui profeti», alcuni hanno accusato Teofilo di aver
confuso il Verbo con lo Spirito, tuttavia anche se «il
suo linguaggio resta incerto e impreciso... la sua affer­
mazione del dogma trinitario è cosi sicura che non pos­
siamo certo accusarlo di credere in due persone» 29.

c) La creazione dell'uomo, il peccato, la risurrez


ne —. Un ultim o accenno va fatto alla concezione an­
tropologica che si può cogliere nelle pagine di Teofilo il
quale più volte, pur senza perseguire un'esposizione si­
stematica, insiste sulla creazione dell’uomo, sul peccato
di disobbedienza che lo ha allontanato da Dio, sulla ri­
surrezione per coloro che credendo in Dio vorranno re­
dimersi dalla colpa e dalla corruzione.
Dio creò l ’uom o «a sua immagine e somiglianza»
(II, 8) e pose ogni cosa al suo servizio (cf. I, 6). L ’uomo
fu creato innocente come un bambino (cf. II, 25) e con
una natura che non era né mortale, né immortale, ma
in grado di morire come di vivere in eterno (cf. II, 27).
Ma l'uomo com m ise un peccato di disobbedienza che lo
condusse prim a al dolore e poi alla morte (cf. II, 25) e il
suo peccato contaminò e corruppe anche la natura (cf.
II, 27). «Dio creò l ’uom o libero e indipendente... e come

e presentato come colui del quale il Padre si serve per com piere la
creazione e, a differenza del Padre che non può essere circoscritto né
convenuto in alcun luogo, il verbo è colui che «assumendo la figura
del Padre e Signore dell’universo, cam m ina nel giardino nella figura
di Dio e parla con Adamo»: II Ad Autol. 22.
28 Cf. I Apologia capp. 31-32; 37-52.
29 G. Bardy, op. cit., p. 44.
362 Gli apologeti greci

l'uomo, avendo disobbedito, procurò a se stesso la mor­


te, cosi obbedendo alla volontà di Dio... può procurare
a se stesso la vita eterna» (II, 27).
Ogni uom o — come lo fu Adamo! — è in grado di
scegliere tra la vita e la morte: «Dio ci ha dato la legge
e i santi comandamenti; chiunque li mette in pratica
può salvarsi e mediante la risurrezione ereditare l ’im ­
mortalità» (II, 25) e contemplare finalm ente il Dio im ­
mortale (cf. I, 7).

Nota. Per la traduzione dell’opera abbiamo seguito l’ediz.


di R.M. Grant, Theophilus of Antioch. Ad Autolicum (Oxford
Early Christian Texts), Oxford 1970.
Vanno segnalati inoltre: G. Bardy, Trois livres à Autoly-
cus (Sources Chrétiennes, 20), Paris 1948 (testo gr. di J.C. Th.
Otto; trad. J. Sender) e la già citata ediz. di S. Frasca, S. Giu­
stino martire. Apologie — S. Teofilo Antiocheno. I Tre libri ad
Autolico, Torino 1938. Tra gli studi ricordiam o i num erosi ar­
ticoli di R.M. Grant e in particolare: Theophilus of Antioch to
Autolycus, in «Harvard Theological Review» 40 (1947) 227-
256; Scripture, Rhetoric and Theology in Theophilus, in «Vigi-
liae Christianae» 13 (1959) 33-45; M. Simonetti, La Sacra
Scrittura in Teofilo d'Antiochia, nel voi. AA.VV. Epektasis,
Mèi. J. Daniélou, Paris 1972, pp. 198-207.
AD AUTOLIGO
Libro Primo

Premessa

1. Una lingua spedita e un parlare piacevole


curano diletto e lode di vanagloria agli uomini miseri
che hanno una m ente co rro tta 1. Colui che am a la veri­
tà non si cu ra dei discorsi eleganti, m a va in cerca del
contenuto del discorso: che cosa sia e di quale tipo 2.
Poiché tu, amico mio, mi ha sbalordito con futili
discorsi vantandoti dei tuoi dèi di pietra e di legno, di
metallo battuto o fuso, m odellati o dipinti, che non ve­
dono, né sentono 3 (infatti sono idoli e opera delle mani
dell'uomo); e per di più parli di me cristiano come se
io portassi un nome in fam an te4, ebbene! io confesso
di essere cristiano 5 e porto questo nome caro a Dio 6

1 Concetto analogo lo si ritrova in Ireneo di Lione, Adversus Hae-


reses 1, 4; Clemente Alessandrino, Stromata 1, 10, 48; Lattanzio, Divi-
nae institutiones 5, 1; Arnobio, Adversus nationes 1, 59.
2 Cf. Cipriano, De bono patientiae 1; Agostino, De doctrina Chri­
stiana 4, 2.
3 Cf. Sai. 113, 4 s.; 134, 15 ss.
4 Cf. Atenagora, Legatio 1, 2; 2, 1-4; Tertulliano, Apologeticum 3.
5 È la confessione che i cristiani pronunciavano con fierezza du­
rante il processo loro intentato; cf. Acta S. Iustini 3; Tertulliano,
Apologeticum 2, 13.
6 L’aggettivo «caro a Dio» traduce il gr. theophilés; non è da
escludere che l'apologista voglia indicare qui il significato del suo
nome proprio: Theóphilos.
364 Gli apologeti greci

sperando questo soltanto: essere buon servitore di Dio.


La cosa, infatti, non è come tu pensi, e cioè che è dan­
noso il nome di Dio. Ma forse tu stesso, essendo anco­
ra inutile a Dio, hai questa concezione su di lui.

Il peccato impedisce la visione di Dio

2. Ma se tu mi dicessi: «Mostrami il tuo Dio» 7


ti direi: «M ostrami il tuo uomo ed io ti m ostrerò il mio
Dio». D im ostra dunque che gli occhi della tua mente
vedono e che gli orecchi del tuo cuore odono. Coloro
che vedono con gli occhi del corpo, percepiscono le
opere della vita e quelle che sono sulla te rra e danno
un giudizio sulle differenze: la luce o la tenebra, il
bianco o il-'nero, il b ru tto o il bello, l’arm onioso e il
proporzionato o ciò che non ha né arm onia, né propor­
zione, o che è sm isurato, oppure mutilo; e cosi (avvie­
ne) anche per quello che è percepito dalle orecchie: è
acuto, o grave, o armonioso. Allo stesso modo per le
orecchie del cuore e per gli occhi dell'anim a è possibi­
le contem plare Dio. Dio infatti è visto da coloro che
possono vederlo, da coloro, cioè, che hanno gli occhi
dell’anim a bene aperti.
Tutti hanno gli occhi, m a alcuni li hanno offuscati
e non vedono la causa del sole. Ma se i ciechi non ve­
dono, non per questo non è splendente la luce del sole;
ma i ciechi e i loro occhi sono la luce della loro situa­
zione.
Cosi t u 8, o uomo, hai offuscati gli occhi della tua
anim a a causa'dei tuoi peccati e delle tue azioni malva­

7 Agostino, nel De symbolo 3 form ula una frase analoga; cf. an­
che Taziano, Oratio ad Graecos 4.
8 Teofilo p arla come se si rivolgesse direttam ente ad Autolico, in
realtà egli rim provera tutti coloro che vivendo nel peccato sono lon­
tani da Dio. Leggendo più avanti, però, al cap. 1 del II libro, sem bra
che Autolico abbia intepretato come personale il rim provero del­
l'amico.
Teofilo, Ad Autolico Libro I 365

gie. Come uno specchio lucente, cosi l'uom o deve avere


un'anim a p u ra 9. Se però si form a della ruggine sullo
specchio, non è più possibile vedere sullo specchio l’im­
magine deH’uomo. Cosi, quando vi è un peccato nel­
l'uomo, non è più possibile che questo uomo contempli
Dio 10.
Rivela dunque te stesso, se non sei adultero, né for­
nicatore, né invertito, né rapinatore, né ladro, né ira­
scibile, né invidioso, né im postore, né superbo, né vio­
lento, né avido di denaro, né ribelle verso i tuoi genito­
ri, né venditore dei tuoi figli.
Dio infatti non si m anifesta a coloro che com met­
tono queste azioni, a meno che per prim a cosa non pu­
rifichino se stessi da ogni macchia.
Tutte queste cose ti ottenebrano, come quando una
secrezione di m ateria si form a sugli occhi e a causa di
questa non si può volgere lo sguardo verso la luce del
sole. Allo stesso modo, o uomo, ti ottenebrano le azioni
empie e a causa di ciò non è possibile che tu veda Dio.

Dio è trascendente

3. Mi dirai allora: «Tu che vedi, descrivimi l'


magine di Dio!». Ascolta, o uomo! L'immagine di Dio è
inesprim ibile e inenarrabile, né può essere vista con
gli occhi del corpo 11. Nella gloria egli è infinito; nella
grandezza è incontenibile; nell'altezza è incom m ensu­
rabile; nella forza è incomparabile; nella sapienza sen­

9 Cf. Mt. 5, 8; si legga anche Origene, Hom. in Joh. 73, 2.


10 II concetto era già conosciuto nel mondo classico; cf. Callima­
co, Hymnus in Apollinem 9.
11 Che Dio sia invisibile, indescrivibile e inenarrabile è uno dei
concetti che s’incontrano più frequentem ente ogni volta in cui si af­
fronta il discorso su Dio: cf. Pastore di Erma, Mandata 1, 1; Giusti­
no, I Apoi. 4, 1-8; Dialogus 3, 7, 127; Atenagora, Legatio 10, 1; Cle­
mente Alessandrino, Stromata 6, 5, 39; Minucio Felice, Octavius 18,
9, 9; Tertulliano, Apologeticum 17. Il concetto fu espresso anche da
scrittori pagani: cf. Cicerone, De natura deorum 1, 17, 105.
366 Gli apologeti greci

za confronto; nella bontà inimitabile; nella creazione di


bellezze è indescrivibile. Se infatti lo chiamo luce, io
nomino una sua creatura; se lo chiamo Verbo, nomino
il suo principio 12; se lo chiamo mente, nomino la sua
intelligenza; se lo chiamo spirito, nomino il suo respi­
ro; se lo chiamo sapienza, nomino ciò che da lui è ge­
nerato; se lo chiamo forza, nomino il suo potere; se lo
chiamo potenza, nomino la sua energia; se lo chiamo
provvidenza, nomino la sua bontà; se lo chiamo re, no­
mino la sua gloria; se lo chiamo Signore, lo nomino
giudice; se lo chiamo giudice, lo nomino come giusto;
se lo chiamo padre, dico che lui è tutto; se lo chiamo
fuoco, nomino la sua ira.
Mi dirai allora: «Dio si adira?». Moltissimo. Si adi­
ra contro coloro che compiono azioni malvagie, m a è
buono, propizio e m isericordioso verso coloro che lo
amano e lo temono 13; m aestro dei pii e padre dei giu­
sti, giudice e punitore degli e m p i14.

La sovranità di Dio

4. Egli è senza principio poiché non è stato ge


rato; è im m utabile poiché è im m ortale. È chiam ato Dio
(Theós) perché ha fondato tu tte le cose sulla propria
stabilità 15 e per il (significato di) théein16. Théein signi­
fica correre, essere in movimento, essere attivo, n u tri­
re, provvedere, governare e dare la vita a tu tte le cose.

12 II testo noi) consente altre traduzioni, tuttavia l’espressione


non è chiara e cosi form ulata sem bra che voglia indicare nel Verbo il
principio di Dio, mentre, ovviamente, è Dio principio di tutte le cose!
13 Cf. Atenagora, Legatio 31.
14 Cf. Prov. 3, 11 e Ebr. 12, 5.
15 Cf. Sai. 103.
16 Non solo Teofilo, m a anche altri autori facevano derivare
theós da tithem i (= fondare) e da théó (= correre, muoversi): cf. Pla­
tone, Cratylus 397; Diogene Laertio, Vita Zenonis 7, 72 (cf. Cicerone,
De natura deorum 2, 25, 64) e, tra gli autori cristiani, Clemente Ales­
sandrino, Protrepticos 2, 26, 1.
Teofilo, Ad Autolico Libro I 367

È Signore perché egli stesso è prim a di tu tte le cose;


dem iurgo e creatore perché egli stesso ha creato e fa t-.
to ogni cosa; altissim o perché egli stesso è al di sopra
di tutto; onnipotente perché egli stesso domina ogni
cosa e la contiene. La som m ità dei cieli e la profondità
degli abissi e gli estrem i confini dell'universo sono nel­
le sue m a n i17 e non esiste luogo dove egli riposi. I cieli
sono sua opera, la te rra è sua creazione, il m are è sua
fattura; l’uomo è sua form a e sua immagine; il sole, la
luna e le stelle sono suoi elementi, creati per (dare) se­
gni, tempi stabiliti, giorni, anni 18; per aiutare e servire
gli uomini 19.
E Dio creò tu tto le cose dal nulla affinché attraverso
le opere si conosca e si com prenda la sua grandezza.

Dio si conosce attraverso la sua provvidenza

5. Come l'anim a che è nell’uomo non si può ve


re, essendo invisibile all’uomo, m a è percepita a ttra ­
verso il movimento del corpo, così accade che anche
Dio non può essere visto con occhi um ani 20, ma si vede e
si conosce attraverso la provvidenza e le sue opere.
Come quando qualcuno vede in m are una nave
equipaggiata, veloce e d iretta al porto è chiaro che
supponga esservi a bordo un nocchiero che la guida,
così bisogna ritenere che vi è un Dio che governa tu tte
le cose, anche se non è visibile con gli occhi del corpo
perché egli stesso è infinito.
Se infatti non è possibile che l’uomo, a causa della
lum inosità eccessiva, volga lo sguardo al sole che pure

17 Cf. Is. 66, 1; Atti 7, 48.


18 Cf. Gen. 1, 14.
19 Ancora una volta, come in altri apologisti, la creazione e l’or­
dine del creato sono la prova inconfutabile dell’esistenza di Dio: cf.
Atenagora, Supplica 4; Minucio Felice, Octavius 17; Tertulliano, Apo­
loge ticum 17.
20 Cf. Minucio Felice, Octavius 32.
368 Gli apologeti greci

è un corpo piccolissimo, come l’uomo m ortale potrà


resistere guardando la gloria di Dio che è indescrivibi­
le? Come la m elagrana ha una scorza che l’avvolge e
dentro ha delle cellette e num erosi alveoli separati da
pellicole e contiene molti granelli che sono situati in
essa, cosi tu tta la creazione è circondata dallo spirito
di Dio 21 e questo spirito che la circonda è avvolto, in­
sieme alla creazione, dalla mano di Dio.
Come dunque il granello della m elagrana situato
dentro non può vedere quello che è fuori della buccia
poiché esso si trova all’interno, cosi neppure l’uomo,
circondato insieme a tu tto il creato dalla mano di Dio,
non può vedere Dio.
Si crede che esiste un sovrano terreno anche se
non si vede, ed è riconosciuto attraverso le leggi, le
sue disposizioni, il suo potere, l’au to rità e le immagini.
Non vuoi tu, dunque, riconoscere Dio attraverso le sue
opere e nella sua p o te n za22?

Le opere di Dio

6. Considera, o uomo, le sue opere: il period


m utare delle stagioni in tem pi stabiliti; i cam biam enti
dell'atm osfera e l’ordinato percorso degli astri; l’arm o­
nioso volgere dei giorni e delle notti, dei mesi e degli
anni; la cosi varia bellezza dei semi, delle piante e dei
frutti; la m ultiform e specie degli animali: quadrupedi
e volatili, rettili e pesci di acqua dolce e di mare; oppure
(considera) l'istinto dato agli stessi animali per generare
e n u trire (la prole), non per il bisogno proprio, m a per
giovare all'uomo; la provvidenza che Dio dim ostra pro­
curando il nutrim ento ad ogni creatura, oppure la sotto­

21 Non si tra tta dello Spirito Santo, m a dello spirito divino che
penetra e avvolge l'universo. Tale concezione è derivata dalla filoso­
fia stoica e la si trova espressa in modo simile anche in Taziano,
Oratio ad Graecos 12, 4; cf. anche Origine, Contra Celsum 6, 7.
22 Cf. Ireneo, Adversus Haereses 2, 6, 2.
Teofilo, Ad Autolico Libro I 369

missione che egli ha stabilito fosse resa da ogni essere al


genere umano; lo scorrere delle fonti di acqua dolce e dei
fiumi perenni; il rifornim ento che avviene in tempo sta­
bilito delle rugiade, delle piogge e degli acquazzoni; lo
svariato movimento dei corpi celesti: la stella del m atti­
no che sorge e che indica la com parsa dell’astro perfetto;
la congiunzione delle P leiad i23 e di Orione 24; Arturo 25 e
il movimento degli altri astri che avviene nella volta del
cielo; a tu tti la m ultiform e sapienza di Dio ha dato un no­
me proprio 26.
Solo questo Dio è colui che ha creato la luce delle
tenebre 27; i recessi del vento; i depositi dell’abisso; i con­
fini dei m ari e le riserve della neve e della grandine. È co­
lui che fa confluire le acque nelle riserve dell’abisso 28 e
(che raduna) le tenebre nei suoi depositi e che dai suoi re­
cessi conduce fuori la luce dolce, desiderata e gradita 29.
È lui che fa sorgere le nubi dai confini della te rra e mol­
tiplica i fulm ini perché piova; è lui che suscita il tuono
per (scuotere) p au ra e annuncia prim a con il fulmine il
fragore del tuono, affinché l’anim a improvvisamente
sconvolta non resti senza vita. Ma è lui che m isura la for­
za del fulmine che piom ba dal cielo affinché non bruci la
terra. Infatti se il fulmine em anasse la sua forza bruce­
rebbe la te rra e se (la emanasse) anche il tuono, abbatte­
rebbe quanto è in essa.

23 Nella mitologia le Pleiadi erano le sette figlie di Atlante e della


ninfa Pleione. In cielo esse formano una costellazione la cui appari­
zione coincide con l’equinozio di prim avera ed indica l'avvicinarsi
del periodo favorevole alla navigazione. Il nome di Pleiadi infatti si
vorrebbe far derivare dal verbo pléò che significa «navigare». Cf.
Omero, Odyssea 5, 272; Virgilio, Georg. 1, 138; 4, 233; Aeneis 1, 744;
3, 316.
24 È la grandissim a costellazione vicina a quella del Toro, tem uta
dagli antichi poiché si credeva esercitasse influssi malefici: cf. Esio­
do, Opera et dies 609; Ovidio, Fast., 5, 545; 6, 788.
25 È il nome di una stella appartenente alla costellazione di Boote.
26 Cf. Sai. 146, 4.
27 Cf. Giob. 9, 9.
28 Cf. Sai. 32, 7.
29 Cf. Ger. 10, 13; Sai. 134, 7.
370 Gli apologeti greci

7. Questo mio Dio, Signore di tu tte le cose, è co


che da solo ha disteso i c ie li30 e ha stabilito l’estensio­
ne di ciò che è sotto il cielo; è colui che sconvolge la
profondità del m are e fa risuonare le sue onde 31; è do­
m inatore della sua forza e placa la violenza delle onde;
è colui che ha posto la te rra sopra le acque 32 e ha do­
nato il soffio che la nutre; il suo soffio dà vita ad ogni
essere; se egli trattenesse il suo soffio dentro di lui,
ogni essere sarebbe privato della vita 33.
Questo, o uomo, è la tu a voce, di questo lo spirito
respiri, ma non lo conosci. E ciò ti accade per la cecità
dell’anim a e per la cecità del tuo cuore 34. Ma se vuoi,
tu potrai essere guarito; affida te stesso al medico e ti
ap rirà gli occhi dell’anim a e del cuore 3S. Chi è il medi­
co? È Dio! Egli guarisce e dà vita per mezzo del Verbo
e della sapienza. Dio per mezzo del Verbo e della sa­
pienza, creò tu tte le cose; per mezzo del suo Verbo fu­
rono fondati i cieli e per mezzo del suo spirito tu tta la
loro potenza 36. S traordinaria la sua sap ien za37. Con
la sua sapienza Dio ha gettato le fondam enta della te r­
ra; con la sua saggezza ha stabilito i cieli; p er la sua
scienza gli abissi si spaccarono e le nubi effusero ru ­
giada 38.

30 Cf. Giob. 9, 8.
31 Cf. Sai. 88, 10.
32 Cf. Gen. 1,1; Sai. 23, 2.
33 II soffio che dà vita è lo spirito di Dio: cf. Giob. 34, 14.
34 Cf. Me. 6, 52.
35 Se volessimo trad u rre alla lettera dovremmo dire: «ti libererà
gli occhi dell'anim a e del cuore dalle cateratte». Infatti il verbo para-
kentéó è impiegato anche nel linguaggio medico con il significato di
«togliere le cateratte» e l’impiego di questo verbo si addice perfetta­
mente alla concezione cristiana secondo la quale Dio (e anche il Cri­
sto) sono i «medici» che ci conducono alla salvezza: cf. Clemente, Pri­
ma Corinti 49; Ignazio, Ad Eph. 7; Martyrium Policarpi 2; Clemente
Alessandrino, Paidagogos 1, 1, 1; Origine, Hom. in Lev. 8, 1.
36 Cf. Sai. 32, 6.
37 Cf. Prov. 3, 19 s.
38 Cf. Prov. 3, 20: il greco aisthèsis dei LXX traduce l’ebr. da' at
che dalla radice yada' esprim e «conoscenza» e «scienza». Le tradu-
Teofilo, Ad Autolico Libro I 371

Se tu, o uomo, com prendi queste cose e vivi nella


purezza, nella pietà e nella giustizia, potrai vedere Dio.
Ma prim a di ogni altra cosa entrino nel tuo cuore la fe­
de e il tim ore di Dio: solo allora com prenderai tutto
ciò.
Quando avrai deposto la m ortalità e avrai indossa­
to l’im m ortalità 39, allora, a seconda del tuo merito, ve­
drai Dio. Dio, infatti, risuscita la tu a carne im m ortale
insieme alla tua anima; e allora vedrai colui che è im­
m ortale poiché tu sei im m ortale, purché tu abbia cre­
duto in lui e allora com prenderai che ingiustam ente
hai parlato contro di lui.

La risurrezione

8. Ma tu non credi che i m orti risorgano. Qua


si verificherà, allora, volente o nolente, tu crederai; e
la tua fede sarà considerata come non fede se tu non
credi fin d'ora. Ma per quale motivo non credi? Non
sai forse che la fede viene prim a di ogni altra cosa 40?
Quale contadino può m ietere se p er prim a cosa non af­
fida il seme alla te rra ? Oppure, chi può attraversare il
m are se non si affida anzitutto alla nave e al nocchie­
ro? Quale m alato può guarire se prim a non si affida al
medico? Quale arte o (quale) scienza qualcuno potreb­
be im parare, se prim a non si rim ette e non si affida ad
un m aestro? Se dunque il contadino ha fiducia nella
terra, il navigante nella nave, il m alato nel medico, non
vuoi tu aver fede in Dio p u r avendo cosi tante garanzie
da parte sua? Per prim a cosa dal nulla ti ha condotto
alla vita. Se tuo padre non fosse esistito e neppure tua

zioni correnti propongono «nella/per la sua scienza si spaccarono gli


abissi», m a il sost. aisthèsis potrebbe intendersi nel nostro contesto
anche con «provvidenza» o «chiaroveggenza» (di Dio).
39 Cf. 1 Cor. 15, 53; 2 Cor. 5, 4.
40 Si richiede anzitutto una fede assoluta e incondizionata; cf.
Origene, Contra Celsum 1, 9.12.26; 3, 44; 6, 10.
372 Gli apologeti greci

m adre, tanto più neppure tu saresti mai esistito. Egli


ti ha creato da un po’ di liquido e da una piccolissim a
goccia (e neppure questa esisteva prima) 41. E Dio ti ha
condotto a questa vita. E tu credi ancora che le statue
fatte dagli uomini siano dèi e compiano prodigi? E ri­
guardo al Dio che ti ha creato non credi che possa di
nuovo donarti la vita? 42.

I falsi dèi

9. I nomi degli dèi che tu dici essere onorati s


nomi di uomini m o r ti43. Ma di chi e di quale paese?
Cronos non era forse divoratore di prole e colui che
uccise i suoi stessi figli? Se poi vuoi parlare di Zeus
suo figlio, considera le sue im prese e il suo modo di vi­
vere. Anzitutto sul m onte Ida fu allattato da una ca­
p ra 44, e dopo averla sgozzata — stando alla narrazione
— e scuoiata, ne fece un vestito per sé. Gli altri suoi
m isfatti, riguardo cioè agli incesti con le sorelle, agli
adulteri, alla pederastia, meglio lo hanno n arrato su di
lui Omero e gli altri poeti. Quanto al resto, perché
elencare quello che riguarda i suoi figli? Eracle che
bruciò se stesso 4S; Dioniso ubriaco e pazzo; Apollo che
ha p aura di Achille e fugge, che s’innam ora di Dafne e
ignora il funesto destino di Giacinto 46; Afrodite ferita;
Ares rovina dei m ortali e ancora il sangue che scorre 47
di questi cosiddetti dèi.
Ed è cosa ancora m odesta n arrare questi fatti, dal
momento che si trova un dio sm em brato, chiam ato

41 Cf. Giustino, I Apoi. 19, 1-4; Atenagora, De resurrectione 17, 2.


42 Teofilo sostiene il principio di Atenagora: colui che ha creato
l’uomo potrà certo farlo risorgere: cf. De resurrectione, 2; 3; 9.
43 Cf. Atenagora, Legatio 28-30; Tertulliano, Apologeticum 10, 3.
44 Cosi n a rra Luciano, De Sacrif. 5.
45 Cf. Atenagora, Legatio 29, 1; Giustino, I Apologia 21, 2; Minu-
cio Felice, Octavius 22, 7; Tertulliano, Ad nationes 2, 14.
46 Cf. Taziano, Oratio ad Graecos 8.
47 In Ilias 5, 340, Ikor è il sangue degli dèi personificato da Omero.
Teofilo, Ad Autolico Libro I 373

Osiride, di cui, ogni anno, si celebrano i m isteri, come


se fosse perduto e poi ritrovato e in ciascuna delle sue
m em bra ricercato; né si può sapere se è perduto, né si
può dim ostrare che sia stato ritrovato 48.
Perché parlare di Attis 49 m utilato, oppure di Ado­
ne 50 che vaga nella foresta e che, m entre sta caccian­
do, è ferito da un cinghiale? Oppure di Asclepio 51 col­
pito da un fulmine, o di Serapide 52 che fugge dalla cit­
tà di Sinope e giunge ad Alessandria? Oppure di Arte­
mide Scizia, anch’ella in fuga, omicida, cacciatrice e
innam orata di Endemione 53?
Questi fatti non li raccontiam o noi, m a li m ettono
in piazza i vostri scrittori e i vostri poeti.

Ancora altri idoli

10. Perché continuare ad elencare la m oltitud


di anim ali che gli Egiziani adorano 54? Rettili, arm enti,
belve, uccelli, anim ali acquatici e per di più le lavande
dei p ie d i55 e i vergognosi rum ori del ventre? Se poi tu
volessi parlare dei Greci e degli altri popoli, essi ado­
rano pietre, legno e altro m ateriale — come abbiamo
detto 56 — che sia immagine dei m orti.
Vediamo che Fi dia per gli Elei scolpi in Pisa Zeus
Olimpo e per gli Ateniesi Atena sull’acropoli.
Anch'io, o uomo, voglio dom andarti quanti Zeus si
trovano: anzitutto Zeus che è detto Olimpo; poi Zeus
Laziale; Zeus Casio; Zeus Ceraunio; Zeus Propatore,

48 Cf. Aristide, Apologia 12, 2; Atenagora, Legatio 22, 8.


. 49 Cf. Erodoto 1, 34-35; 4, 76.
50 Cf. Ovidio, Metamorphoses 10, 735 s.; Apollodoro 3, 14, 4; Ero­
doto 1, 34.
51 Cf. Cicerone, De natura deorum 3, 57.
52 Cf. Tacito, Historiae 4, 84; Plutarco, De Iside et Osiride 28 s.
33 Cf. Aristide, Apologia 11, 2.
54 Cf. Aristide, Apologia 12.
35 Cf. Giustino, I Apologia 9, 2; Atenagora, Legatio 26.
56 Cf. sopra, cap. 1.
374 Gli apologeti greci

Zeus Pannichio, Zeus Poliuco e Zeus Capitolino. Zeus,


figlio di Cronos, re dei Cretesi, ha sepoltura in Cre­
ta 57; m a gli altri (Zeus) non furono ritenuti degni nep­
pure di sepoltura.
Se poi mi parli della m adre dei cosiddetti d è i58, la
mia bocca non potrebbe n arrare le sue azioni (non è le­
cito infatti neppure nom inare queste cose); né le azioni
dei suoi sacerdoti dai quali è venerata, oppure le impo­
ste e i contributi che essa stessa e i suoi figli versano
al re 59.
Non sono dèi, m a sono idoli, come abbiamo detto
prim a, opera di mano d’uomo e demoni im puri 60. E di
tal fatta — sono — coloro che li fabbricano e che spe­
rano in loro.

Onore a ll’imperatore

11. Proprio per questo io piuttosto onorerò l’im


ratore, non adorandolo, m a pregando per lui 61. Io ado­
rerò Dio, colui che è Dio e lo è veram ente, sapendo che
l’im peratore esiste grazie a lui 62. Tu mi dirai: per qua­
le motivo non adori l’im peratore? Perché egli non esi­
ste per essere adorato, ma per essere onorato con le­
gittim i onori. Egli, infatti, non è un dio, m a un uomo,
ordinato da Dio non per essere adorato, m a perché giu­
dichi secondo giustizia. In certo qual modo da parte di
Dio gli è stato affidato il governo. E lo stesso sovrano
non vuole che siano chiam ati im peratori quelli che so­
no suoi sudditi. A lui solo appartiene il nome d ’im pera­

57 Cf. Atenagora, Legatio 30, 3; Taziano, Oratio ad Graecos 27.


50 Si tra tta di Rea, chiam ata anche Cibele, figlia di Urano e mo­
glie di Cronos.
59 Cosi conferm a anche Tertulliano, Ad nationes 1, 10.
60 Cf. Sai. 112, 8; 134, 18.
61 Cf. Atenagora, Legatio 37.
62 Cf. Martyrium Policarpi 8, 2; 9, 2; Tertulliano, Apologeticum
28, 3; 32, 2 s.
Teofilo, Ad Autolico Libro I 375

tore e non è perm esso che questo sia attrib u ito a qual­
che altra persona. Cosi (non è permesso) adorare altri
aH’infuori di Dio.
Sicché, o uomo, ti sbagli com pletamente; onora
l’im peratore con animo ben disposto nei suoi confron­
ti, sottom esso a lui e pregando per lui. Facendo questo
tu compi la volontà di Dio. La legge di Dio, infatti, di­
ce: «O figlio, onora Dio e il re e non disobbedire a nes­
suno di loro; im m ediatam ente puniranno i loro nem i­
ci» 63.

Il «cristiano» è l ’«unto con l ’olio di Dio»

12. Quando poi ti prendi gioco di me chiam ando­


mi «cristiano» tu non sai quello che dici. Anzitutto
«ciò che è unto» (to christòn) è cosa dolce, utile e affat­
to ridicola. Quale nave può essere utile e conservarsi
se prim a non viene unta? Quale to rre o quale casa è
bella ed utile se non viene unta? Quale uomo giunge in
questa vita oppure lotta senza essere spalm ato di olio?
Quale opera o quale ornam ento può possedere bellezza
nelle sue forme se non è unto o lucidato?
Anche l’aria e tu tto quello che è sotto il cielo, è un­
to — in certo qual modo — dalla luce e dallo spirito. E
tu non vuoi dunque che ti unga l’olio di Dio? Ma noi
proprio per questo siamo chiam ati cristiani, perché
siamo unti con l’olio di Dio 64.

Ancora sulla risurrezione

13. (Parliamo) ancora sulla negazione da p arte tua


che i m orti risorgano. Tu dici: «Mostrami anche un so­
lo uomo risorto dai m orti, perché io, vedendolo, possa

63 Cf. Prov. 24, 21 s.


64 La stessa etimologia del nome chrìstiànos è data da Tertullia­
no, Apologeticum 3, 5.
376 Gli apologeti greci

credere» 6S. Anzitutto: che cosa vi è di sensazionale se


crederai a ciò che è accaduto dopo averlo visto?
Tu credi che sia vivo Eracle che bruciò se stesso e
che sia risuscitato Asclepio che era stato fulm inato. E
non credi dunque alle cose che ti sono dette da Dio?
Anche se ti m ostrassi un m orto risuscitato e vivente,
non crederesti neppure a questo! Eppure Dio ti m ostra
m olti segni perché tu creda in lui. Rifletti, se vuoi, sul­
la fine delle stagioni, dei giorni e delle notti, come
anch’essi abbiano una fine e poi tornino a sorgere 66.
Non esiste forse una risurrezione dei semi e dei fru tti
e tu tto ciò a vantaggio dell'uom o? Per fare un esempio,
un chicco di grano o un altro seme, dopo che è stato
gettato nella terra, per prim a cosa m uore e si decom­
pone, poi risorge e diventa una spiga 67.
La n atu ra degli alberi e delle piante da frutto non
produce forse i frutti per ordine di Dio, secondo le sta­
gioni, da quello che è nascosto ed è invisibile? Addirit­
tu ra qualche volta un passerotto o un qualche altro uc­
cello, se dopo aver ingerito un seme di mela o di fico o
di altro frutto, giunge sopra u n ’altu ra rocciosa oppure
sopra un tom ba e vi depone gli escrem enti, quel seme
dopo aver attecchito diventa una pianta, quello stesso
seme che prim a fu ingerito e che passò attraverso tan­
to calore (delle viscere).
Tutto questo lo compie la saggezza di Dio, per di­
m ostrare anche attraverso ciò che Dio è in grado di ef­
fettuare la risurrezione universale di tu tti gli uomini.
Ma se vuoi am m irare uno spettacolo ancora più
meraviglioso che si verifica per dim ostrare la risu rre­
zione non solo delle cose terrene, m a anche di quelle
del cielo, rifletti sulla risurrezione della luna che av­
viene ogni mese: come essa si consuma, m uore e poi
risorge 68.

65 Cf. Giustino, I Apologia 19, 3 s.


66 Cf. Clemente, Prima ad Cor. 24.
67 Cf. 1 Cor. 15, 37; Gv. 12, 24.
68 Cf. Tertulliano, De resurrectione cam is 12.
Teofilo, Ad Autolico Libro I 377

Ascolta, o uomo! Anche in te stesso si è com piuta


u n ’opera di risurrezione, sebbene tu la ignori. Qualche
volta infatti, colpito da una m alattia, hai perso la car­
ne, la forza e la bellezza. O ttenuta da Dio la m isericor­
dia e la guarigione, hai acquistato di nuovo la carne, la
bellezza e la forza; e come non sai dove vada a finire la
tua carne scom parsa, così non sai né dove si sia origi­
nata, né da dove sia venuta. Tu dirai: «dai cibi e dalle
bevande trasform ati in sangue!». Certo! Ma anche que­
sto è opera di Dio che in tale modo ha creato e non di
altra persona.

La fede di Teofilo

14. Non essere incredulo, dunque, ma abbi


fe d e 69! N eppure io credevo che ciò potesse esistere,
m a ora, dopo aver m editato su tu tto ciò, io ho fede. E
così ho preso a leggere le Sacre S critture dei santi pro­
feti i quali, per mezzo dello spirito di Dio, hanno pre­
detto ciò che è avvenuto nel modo in cui avvenne; ciò
che è presente nel modo in cui accade e le cose future
nell'ordine in cui si compiranno.
Avendo dunque la prova dei fatti accaduti e di
quelli predetti, io non sono incredulo, ma credo, obbe­
diente a Dio.
A lui, se vuoi, sottom ettiti anche tu credendo in
lui, affinché, essendo ora incredulo, non sia persuaso
nel dolore, un giorno, nei supplizi eterni.
I poeti e i filosofi, nati m olto più tardi, hanno rub
dalle Sacre S critture queste pene preannunziate dai pro­
feti, perché le loro dottrine fossero degne di fede.
Anch’essi predissero le pene future che toccheran­
no agli empi e a coloro che sono senza fede, affinché ci
sia per tu tti una prova, sì che alcuni non dicano «non
abbiamo sentito, non abbiam o saputo».

69 Cf. Gv. 20, 27.


378 Gli apologeti greci

Se vuoi, dedicati anche tu, con ardore, agli scritti


profetici: questi ti guideranno con chiarezza a fuggire i
castighi eterni e a conseguire i beni eterni di Dio.
Colui che ci ha donato la bocca per parlare e ha
form ato le orecchie per ascoltare e ha creato gli occhi
per vedere 70, esam inerà ogni cosa e giudicherà il giu­
sto, dando a ciascuno la ricom pensa a seconda del
m e rito 71.
A coloro che nella pazienza, attraverso le buone
opere, cercano l’im m ortalità, egli donerà la vita eterna,
la gioia, la pace, il riposo e una m oltitudine di beni che
«né occhio vide, né orecchio udì, né penetrò nel cuore
dell’uomo» 72.
Per coloro che non hanno creduto e a coloro che
hanno disprezzato e si sono ribellati alla verità, che
hanno obbedito all’ingiustizia, poiché si sono invischia­
ti negli adulteri, nella fornicazione, nella pederastia,
nell'avidità, nelle empie idolatrie 73, si scatenerà l’ira e
lo sdegno, la tribolazione e l'angoscia e, alla fine, il
fuoco eterno li divorerà.
Poiché, amico mio, mi hai imposto «M ostrami il
tuo Dio», ecco il mio Dio! E io ti raccom ando di tem er­
lo e di credere in lui.

70 Cf. Es. 4, 11; Sai. 93, 9.


71 Cf. Rom. 2, 6-9; Mt. 16, 27.
72 Cf. 1 Cor. 2, 9.
73 1 Cor. 6, 9 s.
AD AUTOLICO
Libro Secondo

Teofilo segue l'esortazione di Autolico

1. Poiché giorni or sono ci fu tra noi una dis


sione, ottim o Autolico l, e tu mi domandavi chi fosse il
mio Dio e per breve tem po hai porto le orecchie al mio
discorso, io ti ho parlato della mia religione. Separati­
ci poi nella m assim a amicizia, abbiamo fatto ritorno
ciascuno alla propria casa, anche se tu in principio eri
inflessibile nei miei confronti. Sai, infatti, e te lo ricor­
di, che consideravi la nostra d ottrina una pazzia 2.
Ma poiché tu in seguito mi hai esortato, anche se
sono inesperto nel parlare, assolutam ente anche ora,
con questo trattato , voglio dim ostrarti nel modo più
dettagliato l’inutile fatica e l’inutile p ratica religiosa
nella quale sei trattenuto; al tem po stesso farò in mo­
do che ti sia chiara la verità attraverso quelle poche
storie di cui disponi, che tu leggi e forse ancora non
com prendi.

1 Compare per la prim a volta il nome del destinatario; oltre que­


sto, altri riferim enti ci fanno supporre che Autolico sia amico di Teo­
filo, m a che non sia convertito al cristianesimo: cf. 1, 1.12; 2, 2; 3,
1.4.16.29.
2 Secondo il giudizio dei pagani, la dottrina cristiana è insana,
stolta, sciocca cosi come pura e assoluta follia è la stessa crocifissio­
ne del Cristo: cf. 1 Cor. 1, 21 s.23.25; 2 Cor. 4, 10.
380 Gli apologeti greci

Gli idoli creati dagli artisti

2. Mi sem bra cosa ridicola che lavoratori di pie­


tra, scultori, pittori e fonditori modellino, dipingano,
scolpiscano, fondino e costruiscano dèi, i quali, finché
sono lavorati dagli artisti, non sono considerati pro­
prio nulla 3. Quando invece sono com perati da qualcu­
no e vengono posti in un cosiddetto tempio o in una
casa, non solo coloro che li hanno com prati fanno sa­
crifici in loro onore, ma anche coloro che li hanno co­
stru iti e che li hanno venduti vanno con zelo e con un
apparato di sacrifici e di libagioni ad adorarli e li ri­
tengono dèi, non sapendo che sono tali e quali a quan­
do furono m odellati da loro: pietra, o bronzo, o legno,
o colore, o qualche altro m ateriale.
Ciò è capitato anche a voi che leggete le storie e le
genealogie dei cosiddetti dèi. Quando v’im battete nelle
loro generazioni, li considerate come fossero degli uo­
mini; dopo li chiam ate dèi e rendete loro onori divini,
senza sapere, né com prendere che questi nacquero
proprio cosi come avete letto che sono stati generati.

Gli dèi generazione scomparsa

3. E degli dèi di allora — se dunque nascevano —


si dovrebbe trovare una num erosa generazione. Ma do­
ve appare la generazione degli dèi? Se una volta essi
generavano ed erano generati, è chiaro che anche ades­
so dovrebbero esistere gli dèi generati, altrim enti biso­
gna ritenere che si tra tta d’impotenza. Infatti o invec­
chiarono e per questo motivo non generarono più, op­
pure m orirono e non esistono più. Se gli dèi sono nati,
bisognerebbe che anche ora continuassero a nascere

3 Cf. Giustino, I Apologia 9, 2; Tertulliano, Ad nationes 1, 12; De


idolatria 3; Apologeticum 12, 2.
Teofilo, Ad Autolico Libro II 381

cosi come sono generati gli uomini 4. Anzi gli dèi do­
vrebbero essere più num erosi degli uomini, come dice
la Sibilla:
«Se gli dèi generassero e fossero immortali,
più num erosi degli uomini sarebbero gli dèi,
né per i m ortali vi sarebbe luogo dove dim orare» 5.
Se degli uomini m ortali e che hanno vita breve si
può vedere che ancora esistono i figli generati da loro,
né si cessa di generare uomini (e per questo si riem pio­
no le città, i villaggi e anche le campagne sono abitate),
come non sarebbe stato più necessario che gli dèi —
im m ortali secondo i poeti — generassero e fossero ge­
nerati, dal mom ento che voi dite esserci stata una ge­
nerazione di dèi? Perché il monte chiam ato Olimpo era
un tempo abitato dagli dèi ed ora è deserto? Oppure
per quale motivo una volta Zeus abitava sull’Ida (gra­
zie ad Omero e agli altri p o e ti6 si sa che li aveva la
sua abitazione) e ora non se ne sa più nulla? Perché
non era in ogni luogo, m a si trovava in una sola parte
della te rra ? O non gli stavano a cuore gli altri (luoghi),
oppure non gli era possibile trovarsi dovunque e prov­
vedere ad ogni cosa. Se, per esempio, era nella regione
orientale, non era nella regione occidentale; se poi era
nei luoghi d’Occidente, non era in quelli d'Oriente.
È proprio di un Dio altissim o e onnipotente, di un
Dio che è vero Dio, non solo essere dappertutto, ma
anche vedere tutto e ascoltare ogni cosa 7, p u r non es­
sendo contenuto in nessun luogo; altrim enti si scopri­
rebbe che il luogo che lo ospita sarebbe più grande di
lui: la cosa che contiene è infatti più grande di ciò che

4 Cf. Taziano, Oratio ad Graecos 21; Atenagora, Legatio 23, 5 ss.;


Minucio Felice, Octavius 24, 3 s.; Cipriano, Quod idola dii non sint 3.
5 Orac. Sibyllina, framm. n. 2 (ediz. Geffcken): i versi sono testi­
moniati solo da Teofilo.
6 Cf., ad es., Callimaco, Hymnus ad Jovem 6.
7 Omero attribuisce le stesse proprietà al dio sole: cf. Odyssea
11, 108.
382 Gli apologeti greci

è contenuto 8. E Dio non è circoscritto, ma egli stesso è


il luogo di tu tte le cose. Per quale motivo Zeus abban­
donò l’Ida? forse è m orto? oppure quel m onte non gli
fu più gradito? Dove andò? in cielo? No! Forse dirai:
— A Creta! —. Certo! 9. Là dove si m ostra il suo sepol­
cro. Dirai poi (che sia andato) a Pisa 10 egli che ancora
rende celebri le mani di Fidia.
Passiamo dunque agli scritti dei filosofi e dei poeti.

La teologia dei filosofi e dei poeti

4. Alcuni Stoici negano nel modo più assol


l’esistenza di Dio, oppure dicono che se esistesse non
avrebbe cura di niente eccetto che di se s te s s o 11. E
queste cose le dichiarò apertam ente la stoltezza di Epi­
curo e di Crisippo. Altri poi sostengono che il caso è (il
principio) di tu tte le cose, che il cosmo non è stato
creato e che la m ateria è eterna: insomma osano affer­
m are che la provvidenza di Dio non esiste, ma dicono
che unico Dio è la coscienza di ciascun uomo.
Altri poi insegnano che Dio è lo spirito che penetra
attraverso tu tte le cose. Platone e quelli della sua scuo­
la am m ettono che esiste un Dio ingenerato, padre e
creatore di tu tte le cose; poi afferm ano che è Dio an­
che la m ateria non creata e sostengono che questa sia
em ersa insieme a Dio.
Ma se Dio è ingenerato ed anche la m ateria è inge­
nerata, allora Dio non è più il Creatore di tu tte le cose
secondo i Platonici, né — a quanto essi dicono — si ri­
velerebbe più la sovranità assoluta di Dio.

8 Cf. Taziano, Oratio ad Graecos 4 e Atenagora, Legatio 8, 4.


9 Cf. Taziano, Oratio ad Graecos 27; Clemente Alessandrino, Pro-
trepticus 2, 37, 4; Origene, Contra Celsum 3, 43; Tertulliano, Apologe­
ticum 25, 7; Minucio Felice, Octavius 21, 8.
10 Cf. sopra, libro I, cap. 10.
" L’affermazione di Teofilo non è esatta e m anifesta un’intenzio­
ne eccessivamente polemica: gli Stoici, infatti, non negavano la prov­
videnza divina cosi come non negavano l’esistenza di Dio.
Teofilo, Ad Autolico Libro II 383

Inoltre se Dio, essendo ingenerato, è anche im mu­


tabile, cosi anche la m ateria: se è ingenerata è pure
im m utabile ed è uguale a Dio. Infatti ciò che è creato è
mobile e m utabile, ciò che è ingenerato è immobile ed
im mutabile.
Quale meraviglia se Dio avesse creato il cosmo da
una m ateria che già esisteva? Anche un artista, se
prende la m ateria da qualcuno, crea da essa quello che
vuole. Ma la potenza di Dio si rivela proprio in questo:
nel creare da ciò che non esiste quello che vuole; allo
stesso modo dare anim a e movimento non è possibile a
nessun altro, m a solo a Dio.
L’uomo costruisce immagini, m a a ciò che da lui è
creato non può dare né la ragione, né il respiro, né l'in­
telligenza.
Ma Dio rispetto all’uomo possiede questo in più:
creare un essere dotato di ragione, respiro, intelligen­
za. Come dunque Dio è più potente dell'uomo in tu tte
queste cose, cosi anche nel fare dal nulla e nel creare
quello che esiste nella m isura che vuole e nel modo in
cui vuole.

Omero ed Esiodo

5. È dunque discorde l’opinione dei filosofi e q


la degli storici. Se essi afferm ano queste cose, si sco­
pre che il poeta Omero secondo un diverso ragiona­
mento espone l'origine non solo del cosmo, m a anche
degli dèi. Dice infatti cosi:
«Oceano, degli dèi origine e la m adre Teti 12;
da esso tu tti i fiumi e tutto il m are 13».
Ma dicendo questo non prova ancora che è Dio.
Chi infatti non sa che l’Oceano e acqua? Se è acqua,
dunque, non è Dio. Dio poi, se è creatore di tu tte le co­

12 Ilias 14, 201; cf. stessa citazione in Atenagora, Legatio 18, 3.


13 Ilias 21, 196.
384 Gli apologeti greci

se, come di fatto è, è anche creatore dell'acqua e dei


mari.
Lo stesso Esiodo non tra ttò solo deH’origine degli
dèi, m a persino del cosmo. E p u r avendo detto che il
cosmo fu creato non fu in grado di dire da chi fosse
stato creato. Per di più chiamò dèi Cronos e Zeus suo
figlio, Posidone e Plutone m entre veniamo a sapere che
essi sono stati generati dopo il mondo. N arra inoltre
che Cronos fu com battutto da Zeus suo figlio. Così
scrive:
«E con la forza vinse il padre Cronos. Bene ogni cosa
per gl’im m ortali dispose e gli oneri divise» 14.
Continua poi parlando delle figlie di Zeus che egli
chiam a Muse e di esse lo vediamo supplichevole poi­
ché voleva im parare da loro in che modo fosse stata
creata ogni cosa. Dice:
«Salve, o figlie di Zeus; donatemi il canto soave.
Celebrate la stirpe degli dèi beati che sempre esistono:
quelli che nacquero dalla terra, dal cielo stellato
0 dalla notte tenebrosa e che il m are salato nutrì.
N arrate come all’inizio gli dèi furono generati e la terra,
1 fiumi e lo sconfinato m are che infuria nella piena,
le stelle che brillano e l’ampio cielo.
Come la ricchezza si divisero e come gli onori
si distribuirono.
Come poi all’inizio abitarono l’Olimpo ricco di gole.
Questo n arrate a me, o Muse, voi che dal principio
abitate le dim ore dell’Olimpo
e ditemi chi fu prim a di loro» 1S.
Come le Muse potevano sapere queste cose essen­
do nate dopo il mondo? Oppure come potevano spie­
garle ad Esiodo se il loro padre non aveva ancora avu­
to origine?

H Cf. Esiodo, Theogonia 73 s.


15 Cf. Esiodo, Theogonia 104-115 (Teofilo ha omesso nella cita
ne il v. 111).
Teofilo, Ad Autolico Libro II 385

6. In qualche modo poi ipotizza la m ateria e


creazione del mondo, quando dice:
«Certamente in principio vi era il Caos e poi
la terra dal largo seno, dim ora sem pre più sicura
di tutti gl’immortali che abitano la cima del nevoso Olimpo;
e il nero Tartaro, in fondo alla vasta terra,
poi Eros, il più bello fra gli dèi im m ortali
che scioglie le mem bra di tutti gli dèi e di tutti gli uomini
e doma nel cuore la mente ed il saggio consiglio.
Dal Caos furono generati Èrebo e la nera Notte;
e la T erra prim a di tutto generò uguale a sé
il Cielo stellato ché l’avvolgesse d’ogni parte
e per gli dèi beati fosse per sem pre dim ora sicura.
Generò gli alti monti, le grotte gradite alle Ninfe
che abitano sui monti dirupati.
Senza il desiderato amore, generò lo sterile mare,
il Ponto che infuria nella piena; poi unitasi con Urano
generò l’Oceano dai vortici profondi» 16.
Pur dicendo queste cose, neppure cosi dim ostra da
chi furono generate. Se, infatti, in principio esisteva il
Caos e persisteva un certo tipo di m ateria che era inge­
nerata, chi fu allora colui che la trasform ò, la cambiò
e le dette una nuova form a? Forse la stessa m ateria
trasform ò, e abbellì se stessa? Zeus infatti fu generato
non solo molto tempo dopo la m ateria, m a anche mol­
to tem po dopo il mondo e dopo la m oltitudine degli uo­
mini; ed anche suo padre Cronos.
Oppure esisteva qualche principio che l’aveva crea­
ta? mi riferisco a Dio, colui che le ha dato un ordine.
Ci si accorge poi che (Esiodo) in questo modo racconta
frottole e dice cose che lo contraddicono. Parlando del­
la terra, del cielo e del m are, vuole che da essi abbiano
avuto origine gli dèi e da questi egli dichiara (siano na­
ti) alcuni uomini terribili im parentati con gli dèi: la
stirpe dei Titani e dei Ciclopi; la m oltitudine dei Giganti
e di coloro che, secondo gli Egiziani, sono demoni, o di
uomini stolti, come ricorda Apollonide, detto Orapio nel

16 Cf. Esiodo, Theogonia 116-133.


386 Gli apologeti greci

libro intitolato Sem enouthi 17 e nelle altre storie da lui


n arrate sulla religione degli Egiziani e sui loro re 18.

La mitologia greca

7. Che dire dei m iti dei Greci e della loro inu


tà? Plutone, re delle tenebre; Poseidone che s’immerge
nel m are, en tra in amplesso con M elanippe e genera
un figlio antropofago. E quante tragedie com posero i
tragediografi sui figli di Zeus! Gli stessi scrittori passa­
no in rassegna la loro stirpe (ad indicare) che nacquero
uomini e non dèi. Il comico Aristofane nella commedia
Gli uccelli, accingendosi a tra tta re della creazione del
mondo, dice che all’inizio un uovo fu l’origine del mon­
do. Scrive infatti:
«Prima di tutto un uovo partorì (la notte) dalle nere
ali» 19.
Ma anche Satiro descrivendo i popoli di Alessan­
dria, com inciando da Filopatore, chiam ato anche Tolo­
meo, afferm a che Dioniso fu il suo capostipite; e per
questo Tolomeo costituì la prim a tribù. Satiro dunque
cosi scrive:
«Da Dioniso e da Altea, figlia di Testio, fu generata Deia-
nira; da questa e dal dio Eracle, Ilio; da questo, Cleodeo;
da lui Aristomaco; da lui Temeno; da lui Ciso; da lui Ma-
rone; da lui Testio; da lui Acoo; da lui Aristodamide; da
lui Carano; da lui Ceno; da lui Turimma; da lui Perdicca;
da lui Filippo; da lui Aeropo; da lui Alceta; da lui Amin-
ta; da lui Boero; da lui Meleagro; da lui Arsinoe; da lei e
da Lago, Tolomeo Sotero; da lui e da Berenice, Tolomeo

17 Di questo autore si ha notizia solo in Teofilo ed è da identifica­


re molto probabilm ente con Apollonio l’Egiziano citato nel H I Ad Au­
tolicum 26. Cf. J.A. Fabricius, op. cit., I, 100 e Pauly-Wissowa II, 1,
col. 120, n. 27.
18 Cf. Fragm. Histor. Graecorum, ediz. Muller, IV, p. 309.
19 Cf. Aristofane, Aves 695.
Teofilo, Ad Autolico Libro II 387

Filadelfo; da lui e da Arsinoe, Tolomeo Evergete; da lui e