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Padri della Chiesa

IL PIANO DEL CORSO

Introduzione

PARTE PRIMA: I PADRI DELLA CHIESA NELL’ETÀ DELLE PERSECUZIONI (sec. I-


III)

Capitolo I: I Padri Apostolici


1. San Clemente di Roma
2. La Didaché
3. La lettera di Barnaba
4. Il Pastore di Erma
5. Sant’Ignazio di Antiochia
6. Conclusione
Capitolo II: Gli Apologisti
1. Chi sono?
2. Le accuse contro i seguaci di Cristo
3. La polemica contro i pagani
4. San Giustino
5. Taziano
6. Altri Apologisti del II secolo
7. Melitone di Sardi
8. La Lettera a Diogneto
9. Conclusioni
Capitolo III: La reazione antignostica e la difesa della Tradizione apostolica
1. Lo gnosticismo
2. Alcune dottrine gnostiche
3. Sant’Ireneo di Lione
4. Sant’Ippolito di Roma

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Capitolo IV: La Scuola di Alessandria
1. La Scuola di Alessandria
2. San Clemente Alessandrino
3. Origène
Capitolo V: Gli inizi della letteratura cristiana in lingua latina
1. Primi tentativi
2. L’apologetica latina
3. Tertulliano
4. San Cipriano di Cartagine

PARTE SECONDA: I PADRI DELLA CHIESA NELL’IMPERO CRISTIANO (sec. IV-V)

Capitolo VI: Lattanzio ed Eusebio di Cesarea nella «svolta costantiniana»


1. Lattanzio
2. Eusebio, vescovo di Cesarea in Palestina
Capitolo VII: Sant’Atanasio di Alessandria: la crisi ariana e l’inizio del monachesimo
1. Contesto storico del IV secolo
2. Il padre dell’arianesimo, Ario di Alessandria ed il I Concilio di Nicea (325)
3. Sant’Atanasio di Alessandria
Capitolo VIII: I Padri Cappadoci
1. San Basilio di Cesarea, detto il Grande
2. San Gregorio di Nazianzo
3. San Gregorio di Nissa
4. Conclusione
Capitolo IX: Sant’Ilario di Poitiers, sant’Ambrogio, san Girolamo e il I Concilio di
Costantinopoli
1. Sant’Ilario di Poitiers
2. Sant’Ambrogio
3. San Girolamo
4. Il primo Concilio di Costantinopoli (381)

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Capitolo X: Sant’Agostino di Ippona
Capitolo XI: San Giovanni Crisostomo, san Cirillo di Alessandria ed il Concilio di Efeso, san
Leone Magno ed il Concilio di Calcedonia
1. San Giovanni Crisostomo
2. San Cirillo di Alessandria ed il Concilio di Efeso
3. San Leone Magno ed il Concilio di Calcedonia
Capitolo XII: Fine dell’età patristica. Un breve schema
1. Secolo VI
2. Secolo VII
3. Secolo VIII
BIBLIOGRAFIA

Introduzione

Finita la rivelazione del Nuovo Testamento, iniziò il «tempo della Chiesa»: il periodo
in cui i cristiani devono affrontare le difficoltà di varia natura, impegnandosi ad escogitare
soluzioni conformi alla dottrina del loro Signore.
Fu compito dei Padri della Chiesa elaborare quelle risposte che per la loro
autorevolezza rappresentano anch’oggi punti di riferimento obbligati per la coscienza
ecclesiale. I Padri della Chiesa erano, infatti, quei personaggi che influirono sia sugli sviluppi
dei dogmi cristiani sia sulla formazione della morale cristiana, unendo in sé le caratteristiche
della sanctitas vitae, della doctrina orthodoxa, della antiquitas e della adprobatio Ecclesiae.
I Padri erano uomini antichi, educati nella civiltà greco-romana. Le lingue principali
nelle quali si sono espressi sono il greco e il latino. Esistono, tuttavia, anche i testi patristici in
altre lingue come il siriaco, il copto, l’armeno, il georgiano, l’etiopico.
Le aree geografiche nelle quali hanno vissuto i Padri coincidono sostanzialmente con i
confini dell’Impero Romano, ma c’erano anche delle Chiese situate fuori dell’Impero.
Per quanto riguarda la delimitazione cronologica dell’età patristica, si è soliti farla
iniziare con i documenti immediatamente seguenti il Nuovo Testamento, per farla terminare
intorno alla metà del sec. V, nell’età dei grandi concili ecumenici di Efeso (431) e di
Calcedonia (451). Alcuni, però, estendono l’età patristica sino a san Giovanni Damasceno (+
749 ca.) in Oriente, e a sant’Isidoro di Siviglia (+ 636) in Occidente.

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PARTE PRIMA: I PADRI DELLA CHIESA NELL’ETÀ DELLE PERSECUZIONI
(sec. I-III)

Capitolo I: I Padri Apostolici

Con questo nome viene indicato un gruppo di autori cristiani che sono i diretti
continuatori degli Apostoli. Essi rivestono un’importanza del tutto particolare dal momento
che offrono un quadro autentico della vita e del pensiero delle prime comunità cristiane a
cavallo tra il I e il II secolo.

1. San Clemente di Roma

La lettera indirizzata verso il 96-98 alla comunità di Corinto da san Clemente Romano
(papa di Roma) è un intervento autorevole della Chiesa di Roma negli affari interni della
Chiesa di Corinto, dove i presbiteri della comunità erano stati deposti dalla ribellione di
alcuni giovani litigiosi.
Con il richiamo al ravvedimento, Clemente vuole restaurare l’autorità della gerarchia
locale che costituisce il fondamento e la garanzia della pace dei membri che formano la
Chiesa.
Sotto il nome di Clemente è stata tramandata anche un’omelia che in realtà è da
attribuire a un ignoto autore di area siriaca. Essa risale al 150 circa, ed è, quindi, da ritenere
come la più antica omelia cristiana che conosciamo.

2. La Didaché

Grazie ad un’opera anonima, intitolata Didaché (= insegnamento), scoperta poco più


di un secolo fa dal Metropolita Filoteo Bryennios in un codice greco di Costantinopoli (ora a
Gerusalemme), possediamo il maggior numero di informazioni liturgico-giuridiche sul
cristianesimo dei primissimi tempi. Si è giunti a datarla anche verso la metà del sec. I,
facendone, addirittura, un testo più antico degli stessi Vangeli sinottici!
Questo manuale di istruzioni per la comunità cristiana dopo la «catechesi delle due
vie», contenente una spiegazione dei vizi e dei peccati, che il cristiano deve evitare in quanto

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conducono alla morte, e una illustrazione dei comandamenti di Dio, la cui osservanza
conduce alla vita, la Didaché commenta i riti battesimali e le preghiere eucaristiche per
passare a dare consigli pratici sul modo di comportarsi nei confronti dei profeti itineranti.
L’opera, quindi, può essere definita un vero abbozzo di manuale di diritto canonico e di
istruzioni liturgiche e morali.

3. La lettera di Barnaba

La cosiddetta Epistula Barnabae, uno scritto anonimo della fine del I o degli inizi del
II secolo, proveniente da ambiente siriaco, è dedicata alla polemica antigiudaica. Nella
Lettera, che è una lunga omelia sull’uso cristiano dell’Antico Testamento, l’autore
rimprovera ai Giudei l’incapacità di intendere le profezie relative al Messia.

4. Il Pastore di Erma

Uno spacco dei problemi in cui si dibatteva la comunità romana nella prima metà del
sec. II è offerto, invece, dal Pastore di Erma.
Nella corrotta capitale dell’Impero, i cristiani non si sono sempre dimostrati fedeli al
Vangelo, e anche dopo aver ricevuto la remissione dei peccati nel battesimo, alcuni di essi
sono caduti. I sostenitori dell’atteggiamento rigorista affermano che chi ha tradito le
promesse battesimali è destinato alla dannazione. Erma, da parte sua, si fa portavoce della
rivelazione comunicatagli dall’angelo della penitenza, il Pastore, appunto, il quale annuncia
per coloro che hanno peccato dopo il battesimo un’ultima possibilità di fare penitenza.

5. Sant’Ignazio di Antiochia

Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, nei primi anni del II sec. fu condotto in catene
dalla Siria a Roma per essere sbranato dalle fiere del circo. Lungo il percorso gli si fanno
incontro amici, ma quanti non può incontrare egli vuole raggiungere inviando un messaggio
epistolare: di qui nascono le famose sette lettere.
Nelle Lettere vengono sviluppati tre temi caratteristici. Contro coloro che seminano
discordie, sant’Ignazio riafferma il ruolo del vescovo, segno dell’unità della Chiesa locale.

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Contro coloro che seminano dubbi sulla realtà dell’Incarnazione di Cristo – abbiamo qui le
prime manifestazioni di quella dottrina eretica che sarà meglio conosciuta con il nome di
«docetismo» (dokèin = sembrare), Ignazio ribadisce che il Signore ha assunto una vera carne
e ha veramente patito sulla croce, altrimenti la redenzione sarebbe inesistente. Ma soprattutto
sant’Ignazio si raccomanda ai cristiani di Roma perché non facciano nulla per impedire che
egli affronti il martirio, perché soltanto in questo modo potrà diventare vero «discepolo» del
Signore, offrendo se stesso come «frumento di Dio» alle fauci delle belve.

6. Conclusione

Negli scritti dei Padri Apostolici abbiamo incontrato tutte le questioni attinenti
l’organizzazione interna delle comunità cristiane del tempo. Essi trattano i problemi della
disciplina liturgica, del potere ecclesiastico della gerarchia, delle norme di condotta morale,
dell’ortodossia. Il tono autoritativo degli scritti spiega il loro carattere sostanzialmente
anonimo o, talora, pseudonimo, ma spiega anche perché molti di essi hanno goduto nella
Chiesa antica di tale grande autorità al punto di essere ritenite ispirate.
Con le lettere di Barnaba e di sant’Ignazio sono emerse altre due dimensioni
dell’esperienza cristiana. Barnaba si confronta con le resistenze frapposte dal giudaismo;
Ignazio si scontra con la persecuzione scatenata dal potere politico pagano. Infine, le
controversie contro le eresie stimoleranno l’elaborazione di un pensiero teologico sempre più
raffinato e consapevole delle insondabili profondità del dato rivelato.

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Capitolo II: Gli Apologisti

1. Chi sono?

Essi prendono il nome dalla parola apología (= difesa), dal momento che hanno
svolto l’attività di scrittori in vista della difesa del cristianesimo dalle accuse dei pagani e dei
Giudei. Gli Apologisti, intellettuali pagani convertiti al cristianesimo, difendendo la nuova
appartenenza religiosa, intesero anche giustificare a se stessi e agli altri la propria
conversione e offrirne le adeguate ragioni sul piano delle scelte morali e della ricerca
filosofica.

2. Le accuse contro i seguaci di Cristo

Il fanatismo popolare si dilettava di calunnie volgari: i cristiani venivano presentati


ora come cannibali, in quanto si nutrivano delle carni di un fanciullo infarinato!, ora come
incestuosi, a causa della predicazione dell’amore reciproco tra fratelli e sorelle, ora come
«atei», per il disprezzo verso gli dèi pagani. All’accusa di «ateismo» venivano ad aggiungersi
anche accuse di sovversivismo politico e di immoralità.

3. La polemica contro i pagani

Gli Apologisti cercano di far conoscere il vero cristianesimo. La polemica contro i


pagani non si limita, però, a controbattere le volgari calunnie; essa intende rispondere a
obiezioni più sofisticate e, perciò, anche più pericolose.
Il filosofo Celso raccoglie verso il 178 tutta una serie di obiezioni contro i cristiani. Il
suo attacco sarà ripreso verso il 270 dal filosofo Porfirio e, di seguito, dall’imperatore
Giuliano l’Apostata (361-363). Tale attacco ha dato luogo ad una ricchissima letteratura
apologetica i cui inizi si collocano nel secolo II.

4. San Giustino

Il più grande apologista di questo periodo è il filosofo san Giustino. Nacque a Sichem

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(odierna Naplus), in Palestina. Trascorse gran parte della vita in una lunga ricerca della verità.
Passato attraverso diverse esperienze filosofiche, finì con l’approdare al cristianesimo che un
misterioso vegliardo gli rivelò essere l’unica filosofia che salva l’uomo.
Giustino apre a Roma una scuola di filosofia dove accoglie persone bramose di
approfondire la cognizione del cristianesimo. Indirizza verso il 155 all’imperatore Antonino
Pio la sua Apologia nella quale si trova una presentazione della nuova religione in termini
filosofici. Vi si incontrano informazioni sullo sviluppo della vita della prima comunità
cristiana, specialmente per quanto riguarda la liturgia e l’inizio delle polemiche contro
l’eresia gnostica.
Giustino, che per l’invidia del filosofo pagano Crescente morirà martire (167), si
dimostra comprensivo nei confronti dei valori più alti della civiltà greco-romana: per lui i
personaggi più grandi del paganesimo, come Socrate e Platone, hanno intravisto almeno delle
verità parziali, dei «semi» del Verbo.
Nell’Apologia, Giustino cerca di costruire un legame tra la cultura antica nelle sue
forme più accettabili e il cristianesimo, e osa fare delle concrete proposte: all’imperatore
Antonino Pio fa balenare la possibilità che i cristiani diventino i più fidati alleati del potere,
nella misura che la loro morale costituisce il cemento spirituale di cui il paganesimo ha
bisogno.
Nel Dialogo con il giudeo Trifone Giustino sviluppa una discussione
sull’interpretazione dei testi messianici dell’Antico Testamento.

5. Taziano

Di tono completamente diverso è il Discorso ai Greci di Taziano, discepolo di san


Giustino a Roma. Originario della Siria, dalla quale ha assorbito un disprezzo profondo per la
civiltà dei greci conquistatori, Taziano si dimostra molto più intransigente del sua maestro nei
confronti della filosofia pagana. La civiltà pagana è una degradazione della perfezione
originaria che ora il cristianesimo è venuto a restaurare.
L’atteggiamento rigorista di Taziano si ripropone anche nel campo dell’etica sessuale.
Egli, aderendo dopo la morte di Giustino (167) all’encratismo, finisce per condannare le
nozze e la procreazione. A questo punto a Taziano non resterà che ritornare in Siria, dove
compone ancora una Armonia dei Vangeli, opera che avrà grande diffusione grazie all’intenso

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uso liturgico che se ne farà.

6. Altri Apologisti del II secolo

Taziano è un’eccezione nel panorama dell’apologetica greca del II secolo, l’eccezione


che conferma la regola di un atteggiamento apologetico sempre rigido, ma anche sempre
disposto a tentare le vie praticabili della collaborazione con l’Impero. In tale direzione si
muovono autori come Aristide, Atenagora, Teofilo di Antiochia, che hanno composto opere di
propaganda in favore del cristianesimo. Se Teofilo si dilunga nei libri Ad Autolico ad offrire
una interpretazione del cristianesimo che ne metta in luce l’anteriorità rispetto alla civiltà
pagana, mediante il ricorso a complicate speculazioni cronografiche, Atenagora, nella
Supplica per i cristiani, rivolta a Marco Aurelio, non esita a definire «monoteisti» i grandi
poeti e filosofi come Euripide e Platone.

7. Melitone di Sardi

L’autore più conseguente sulla linea della ricerca del compromesso con l’Impero è
Melitone, vescovo di Sardi in Asia Minore. Della sua Apologia, rivolta verso il 170 a Marco
Aurelio, restano solo frammenti trascritti da Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica.
Melitone è il primo apologista a noi noto che, sulla linea inaugurata da Giustino, abbia
dichiarato l’esistenza di una vera convergenza d’interessi tra l’Impero e la Chiesa: il
cristianesimo e l’Impero sono nati insieme, essendo Cristo venuto al tempo di Augusto, il
fondatore dell’Impero, e fioriscono insieme come gemelli, poiché l’utile dell’uno coincide
con l’utile dell’altro; ecco perché solamente gli imperatori cattivi come Nerone e Domiziano,
hanno osato perseguitare la vera religione!
Tali idee avranno una grande fortuna in seguito e costituiranno, a partire dal sec. IV, la
base per l’elaborazione di una «teologia politica» nella quale l’Impero romano si vedrà
attribuire il ruolo provvidenziale di garante della diffusione dei seguaci di Cristo.
Tra le numerose opere di Melitone, andate quasi tutte perdute, una è stata riportata
alla luce soltanto una settantina d’anni fa: l’Omelia pasquale, tenuta in occasione di una
veglia pasquale quartodecimana, cioè di una pasqua celebrata nella data fissa della notte tra il
14 e il 15 Nisan, secondo l’antica tradizione apostolica radicata in Asia Minore. Si tratta della

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più antica omelia pasquale a noi nota, che permette di prendere contatto con i connotati
teologici e liturgici di una celebrazione pasquale, come quella quartodecimana. L’omelia si
sviluppa come una lunga esegesi del cap. 12 del libro dell’Esodo, per dimostrare come il
Signore ha sconfitto la morte per liberare i credenti dalla morte e dal peccato: la pasqua di
Cristo è diventata la «pasqua della nostra salvezza».

8. La Lettera a Diogneto

È un documento anonimo che è stato definito «la perla dell’antichità cristiana».


L’opera, composta tra il 160 e il 200, e rivolta ad un certo Diogneto, è stata sempre famosa
per la semplicità e l’elevatezza dei suoi pensieri sul cristianesimo. Dopo aver citato l’idolatria
pagana e il ritualismo giudaico, l’autore spiega la vera natura del cristianesimo. I cristiani
sono uomini come tutti gli altri per quanto riguarda i costumi e le usanze di questo mondo:
essi si distinguono dal resto dell’umanità per la funzione specifica di essere nel mondo quello
che l’anima è per il corpo, guida e sostegno: i cristiani sono l’«anima del mondo».

9. Conclusioni

Gli Apologisti non sono solamente gli autori ecclesiastici fin qui elencati;
dell’appellativo si fregiano anche tutti i Padri della Chiesa che hanno composto opere di
difesa del cristianesimo.
Non apologisti, ma controversisti, si definiscono invece i Padri della Chiesa che
hanno preso la penna per combattere le dottrine degli eretici.

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Capitolo III: La reazione antignostica e la difesa della Tradizione apostolica

1. Lo gnosticismo

Lo gnosticismo (gnosis = conoscenza) fu un movimento spirituale che ebbe vasta


diffusione in tutto il Mediterraneo nei secoli II e III. Non è facile definire i connotati specifici
dello gnosticismo. Le nostre conoscenze di questo fenomeno si sono arricchite grazie alla
scoperta, avvenuta dopo l’ultima guerra mondiale a Nag-Hammadi (Alto Egitto), di una
completa biblioteca di testi gnostici in copto.
La conoscenza predicata dagli gnostici come fine ultimo della loro religiosità è,
secondo loro, una conoscenza di tipo rivelato ed ha come oggetto il mondo spirituale, la
vicenda dell’anima divina decaduta, per un misterioso fallo commesso in un tempo
precedente la storia, nel mondo di quaggiù e nella materia cattiva del corpo. Lo gnosticismo
si presenta, quindi, come la rivelazione dei mezzi attraverso i quali il Redentore consente
all’anima di ritornare nel suo primitivo stato d’integrità, libera dai legami del corpo.

2. Alcune dottrine gnostiche

Secondo lo gnosticismo, esistono tre diverse categorie di uomini. La prima è quella


degli spirituali (pneumatici): costoro, in quanto possiedono lo spirito divino e quindi la gnosi
o conoscenza dei misteri che è superiore alla fede dei comuni cristiani, sono predestinati alla
salvezza; la seconda categoria è composta dagli uomini materiali (ilici - «hyle», o coici
«chous») che sono destinati alla dannazione; infine, la categoria intermedia di coloro che,
dotati di anima razionale (psichici), hanno la possibilità di scegliere il bene o il male.
Il Redentore viene non tanto per salvare l’umanità, quanto per rivelare ai predestinati
la conoscenza salvifica che risveglia le loro coscienze sommerse nella materia. Per tale
scopo, non è necessario che egli assuma una carne vera; la sua incarnazione sarà, perciò,
ritenuta apparente (il docetismo).
La verità della rivelazione così iniziata viene garantita attraverso la trasmissione
esoterica («esotericós» = interno), cioè privata, all’interno dei gruppi dei predestinati, e non
già dal magistero pubblico della gerarchia ecclesiastica presso la quale è depositata la
Tradizione apostolica.

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Secondo alcuni gnostici, specialmente Marcione di Sinope (Asia Minore), l’Antico
Testamento doveva essere ripudiato perché in esso si sarebbe rivelato non il Dio Padre di
Gesù Cristo, ma solamente il dio inferiore, giusto e vendicativo, da Marcione identificato con
il Demiurgo («demiurgós» = artefice), creatore di questo mondo malvagio.
Le opere degli gnostici, però, sono andate perdute. La prima grande opera
antignostica a noi giunta è quella di sant’Ireneo, vescovo di Lione in Gallia (140-200 circa).

3. Sant’Ireneo di Lione

Originario dell’Asia Minore, dove in gioventù aveva avuto contatti con Policarpo,
vescovo di Smirne e discepolo di san Giovanni Apostolo, ritroviamo Ireneo a Lione in Gallia,
ai tempi della persecuzione del 177. In seguito al martirio di Potino, vescovo di Lione, Ireneo
da presbitero diventò vescovo ed operò per impedire l’eresia gnostica.
La Confutazione e rovesciamento della falsa gnosi (Adversus haereses): la grande
opera in cinque libri, contiene già nel titolo il suo programma di polemica contro la falsa
gnosi, ma anche di presentazione della vera gnosi, garantita dalla Tradizione apostolica.
I primi due libri di quest’opera presentano l’esposizione di diverse dottrine gnostiche.
Negli altri tre libri Ireneo espone la dottrina ortodossa basata su alcune verità principali: i due
Testamenti hanno lo stesso Autore, e la rivelazione si dispiega, quindi, in un unico piano nel
quale Iddio conduce l’uomo decaduto all’accettazione della salvezza portata da Gesù Cristo;
l’uomo è dotato di libero arbitrio e, quindi, la dottrina cristiana non conosce predestinati, ma
si indirizza a tutti gli uomini; infine, i garanti dell’autenticità delle verità cristiane sono i
vescovi, continuatori degli Apostoli e depositari della Tradizione.
Con tali argomenti, sant’Ireneo respingeva la logica degli gnostici, elaborando un
sistema teologico che tendeva di esporre tutta la storia della salvezza. La storia dell’umanità
viene da lui presentata in due rilevanti momenti: dopo il peccato originale la storia umana è
stata guidata da Dio fino alla venuta di Cristo. Egli è il nuovo Adamo che ricapitola tutta la
storia e sottomette a sé la creazione.
Ireneo espone la dottrina in un modo più compatto in un’altra opera, intitolata
Dimostrazione della predicazione apostolica (Epideixis). Esponendo il cristianesimo, spiega
che esso consiste nel riconoscere il disegno salvifico, rivelatosi nella storia grazie all’opera
redentrice di Gesù Cristo e trasmesso a tutti gli uomini attraverso il mandato dato dal Signore

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agli Apostoli guidati dallo Spirito Santo.
Ireneo è l’ultimo grande esempio della tradizione teologica dell’Asia Minore; di essa
condivide, infatti, il cosiddetto «millenarismo», secondo il quale la fine del mondo sarebbe
preceduta dal regno di mille anni che il Signore instaurerà sulla terra insieme ai giusti
risuscitati.

4. Sant’Ippolito di Roma

Ippolito, vissuto nei decenni a cavallo tra il sec. II e III, è un’altro polemista
antignostico. Di questo personaggio conosciamo poche cose. Si è arrivati a constatare che di
Ippolito ce ne sono stati almeno due, a causa della differenza di contenuti e di stile. Pare che
egli fosse un uomo coltissimo, un sacerdote di Roma di origine orientale (scriveva in greco)
che, per motivi di conflitto disciplinare, ad un certo punto diventa capo della comunità
scismatica rigorista di Roma, entrando in conflitto con il vescovo Callisto. Avrebbe poi
riscattato lo scisma affrontando il martirio verso il 235.
L’insegnamento antignostico di Ippolito è legato alla grande opera in dieci libri
Confutazione di tutte le eresie (Refutatio). Ippolito dimostra che l’eresia gnostica è il prodotto
della corruzione del messaggio evangelico ad opera delle dottrine dei filosofi.
Per mostrare la fedeltà alla dottrina degli Apostoli, Ippolito compone un’altra opera
intitolata Tradizione Apostolica (Traditio Apostolica) e ricca di informazioni di carattere
disciplinare e liturgico.
Ippolito è autore anche di numerose opere esegetiche: commentò le benedizioni di
Isacco e Giacobbe, il libro di Daniele e il Cantico dei Cantici, iniziando in tal modo una lunga
serie di commenti patristici su questo Libro. Per Ippolito lo sposo e la sposa del Cantico
rappresentano rispettivamente Cristo e la Chiesa.

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Capitolo IV: La Scuola di Alessandria

1. La Scuola di Alessandria

Alessandria alla fine del II secolo era dopo Roma la città più importante dell’Impero.
Importantissimo centro economico, era anche un potente centro intellettuale nel quale
confluivano le filosofie e le religioni del mondo.
Culla dello gnosticismo, Alessandria vedrà prendere forma anche di quella particolare
istituzione cristiana, conosciuta come Scuola di Alessandria (Didaskaleion) che sarà il fulcro
meglio organizzato nella lotta contro la gnosi. Gli inizi della Scuola alessandrina sono poco
note. Si conosce il nome del siciliano Panteno che avrebbe dato avvio a tale iniziativa, ma
soltanto con san Clemente di Alessandria l’attività della Scuola assume connotati precisi.

2. San Clemente Alessandrino

Di origine greca, dopo aver vissuto tutte le esperienze culturali e religiose del
paganesimo, Clemente, convertitosi al cristianesimo, volle consacrare le sue vaste
conoscenze filosofiche al servizio del Vangelo, rivolgendo l’attenzione ai ceti elevati di
Alessandria. Per questo motivo scrive il Protrettico (Protrepticus), cioè un’esortazione alla
conversione nella quale demolisce tutta la struttura del paganesimo.
Ai pagani che si sono convertiti al cristianesimo, egli rivolge un’altra opera in tre
libri, intitolata Pedagogo (Paedagogus), nella quale il Logos divino svolge il ruolo di
«pedagogo». Il Pedagogo contiene importanti notizie sulla vita del tempo, e offre una
normativa su tutti gli aspetti della vita quotidiana.
La più grande opera di Clemente di otto libri, gli Stromati (Stromata), cioè uno
zibaldone (letteralmente «Tappezzerie»), esamina diversi problemi dottrinali, religiosi e
morali. Probabilmente si tratti di appunti alle sue lezioni e non bene sistemati.
Dopo aver affrontato il rapporto tra la fede cristiana e la cultura greco-romana,
Clemente vuole definire il «vero gnostico» cristiano. Secondo lui, lo gnosticismo si
caratterizza per l’incapacità di seguire la via intermedia fra gli eccessi opposti. Lo gnostico
può rinnegare la sua fede nel momento del martirio poiché la verità riguarda la sua anima e
non la lingua, o passare all’estremo opposto di una ricerca fanatica del martirio perseguito

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dall’unico scopo di liberarsi in maniera cruenta del corpo.
In una così grande metropoli come Alessandria, la giovane comunità cristiana non
poteva evitare di misurarsi con i problemi concreti posti dalle disuguaglianze nella
distribuzione delle ricchezze. San Clemente, opponendosi alle posizioni rigoriste, nel libro
Quale ricco si salverà? (Quis dives salvetur?), interpreta il racconto evangelico del giovane
ricco (cf. Mc 10, 17-31) come un invito al distacco interiore dalle ricchezze. I beni terreni
sono neutri come ogni strumento. Il loro valore dipende dall’uso che se ne fa. Il ricco, perciò,
che usa bene dei suoi averi è più degno di un povero che passa la vita a bramare la ricchezza.
Le tracce dell’attività di Clemente si perdono dopo la persecuzione di Settimio Severo
(202). Si sa solamente che si rifugiò in Cappadocia e che fu a Gerusalemme ancora per alcuni
anni. Con la sua partenza da Alessandria, avviene nel Didaskaleion un grande mutamento.
Quella che era stata la sede dell’insegnamento privato di un filosofo cristiano, viene assunta
sotto il controllo dell’autorità gerarchica del vescovo Demetrio che ne farà una scuola di
teologia per laici, e vi chiamerà ad insegnare, alla giovane età di 18 anni, Origene, il più
grande pensatore della Chiesa greca.

3. Origène

Origene (185-253), animato da grande entusiasmo religioso, che ancora giovinetto


aveva esortato il padre san Leonida ad affrontare il martirio, non esitò ad auto-evirarsi,
suggestionato dalla parola di Gesù sugli eunuchi per il regno dei cieli (cf. Mt 19, 12). A
distanza di parecchi anni, commentando questo versetto evangelico, dirà che esso va
interpretato allegoricamente, ma il gesto audace compiuto in giovanissima età dice da solo la
tempra dell’uomo che fu tormentato dall’aspirazione alla perfezione religiosa. La sua fama si
sparse per tutto l’Oriente; venne spesso invitato a risolvere problemi dottrinali con vescovi.
L’ordinazione presbiterale conferitagli in Palestina, fuori della giurisdizione di
appartenenza, lo mise in urto aperto con il vescovo che lo fece cacciare da Alessandria nel
230, e nemmeno sotto l’episcopato del successore, Eracla, Origene poté tornare in patria da
Cesarea di Palestina, splendente centro intellettuale, dove si era ormai stabilito, aprendo
un’insigne biblioteca con annesso scrittorio. Dopo una lunga ed intensa attività intellettuale e
di predicazione, morì nel 253 in seguito alla tremenda prova delle torture subite durante la
persecuzione di Decio.

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Origene può essere considerato il primo «teologo biblico» sistematico. La Sacra
Scrittura gli offre il materiale per elaborare le speculazioni più sottili ed esprimere il suo
misticismo ascetico. Teorizza i principi dell’ermeneutica biblica già nell’opera giovanile Sui
principi (De principiis). È l’opera più controversa, e fu scritta per combattere l’insegnamento
gnostico sulla predestinazione degli eletti. A tale scopo, egli spiega come Iddio all’inizio
abbia creato solamente degli spiriti razionali i quali, in seguito alla disobbedienza nei
confronti del Creatore, si sono mutati alcuni in angeli, altri in uomini, altri in demoni. Alla
fine del mondo tutti saranno salvati, anche il demonio, perché la misericordia di Dio sia tutto
in tutti (dottrina dell’apocatastasi).
Origene rimase attratto dalla dottrina greca, di derivazione platonica, della caduta
delle anime nei corpi. Apprese tale teoria alla scuola dei platonici di Alessandria come
Ammonio Sacca. Essa, però, gli sarà rimproverata al punto da costargli diverse condanne nei
secoli successivi. Ora, si deve costatare che egli le adoperò più come ipotesi teologica che
non come verità assoluta, e che lo scopo che si proponeva era quello di salvare i principi
fondamentali della morale cristiana.
Alla Sacra Scrittura Origene per tutta la vita ha dedicato molto tempo, partendo
soprattutto dalla determinazione filologica del suo tenore esatto. Egli può essere, perciò,
ritenuto l’iniziatore della «filologia biblica». La sua meditazione sulla Bibbia ha fatto nascere
una lunghissima serie di omelie, e più impegnativi commenti teologici, dei quali vogliamo
ricordare qui specialmente quelli al Cantico dei Cantici e al Vangelo secondo San Giovanni.
Alla mistica nuziale dedicherà il commendo al Cantico dei Cantici e altre numerose
pagine delle sue opere. Al martirio si riferisce in maniera specifica l’Esortazione al martirio
(Exhortatio ad martyrium) del 235, composta per incoraggiare alcuni amici nel momento
della prova. Il piccolo Sulla preghiera (De oratione) costituisce il più antico commento al
«Padre Nostro».
Origene scrisse una grande opera apologetica, intitolata Contro Celso, in 8 libri, nella
quale confuta le accuse che il filosofo pagano Celso aveva mosso al cristianesimo nella
Dottrina vera.
Dopo che Origene aveva trasferito la sua scuola catechetica a Cesarea di Palestina, il
Didaskaleion di Alessandria continuerà la sua attività ancora per diverso tempo, e avrà tra i
suoi direttori nomi come quelli di Dionigi di Alessandria (nel sec. III) e Didimo il Cieco (nel
sec. IV).

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Capitolo V: Gli inizi della letteratura cristiana in lingua latina

1. Primi tentativi

I primi documenti cristiani in latino non derivano da Roma, ma dall’Africa latina, dal
territorio corrispondente all’odierna Tunisia, l’Algeria e il Marocco (che allora si chiamavano
Africa Proconsolare, Numidia e Mauretania), un territorio che gravitava intorno alla
metropoli di Cartagine.
L’esigenza dominante che dovette spronare la composizione di testi cristiani in lingua
latina fu quella di fornire ai fedeli traduzioni della Bibbia. Altri testi cristiani vennero tradotti
dal greco in latino per l’alta considerazione in cui erano tenuti, cioè alcuni scritti dei Padri
Apostolici come, Barnaba, la Didaché, il Pastore di Erma, la Lettera ai Corinzi di san
Clemente Romano.
La forte tensione religiosa di queste fresche comunità trova un efficace strumento di
espressione nella stesura degli Atti dei martiri (Acta martyrum), composti sulla base di
ufficiali documenti processuali, riportanti l’interrogatorio subíto dal martire. Letti e
rielaborati, essi si trasformano in Passioni (Passiones), ed cominciano ad essere adoperate
durante la liturgia. Si ricordano qui almeno due dei più celebri di questi documenti: Atti dei
martiri scillitani (Acta martyrum Scillitanorum; 180) e la Passione di Perpetua e Felicita
(Passio SS. Perpetuae et Felicitatis; 202).

2. L’apologetica latina

La letteratura cristiana latina sensu stricto comincia con due africani, avvocati di
professione, Minucio Felice e Tertulliano. Molto si è trattato per stabilire a chi dei due
appartenga la priorità; è un problema reso ancora più complicato dalle evidenti somiglianze
tra l’Apologetico (Apologeticus) di Tertulliano e l’Ottavio (Octavius) di Minucio Felice.
Nell’Ottavio, Minucio immagina che un pagano Cecilio e un cristiano Ottavio si
intrattengano con lui sulla spiaggia di Ostia. Dopo aver discusso delle rispettive convinzioni
religiose, Cecilio si converte al cristianesimo.
Quest’opera, un vero gioiello letterario, rimane sempre al livello della più elaborata
cultura filosofica del tempo. È caratteristica della letteratura apologetica cristiana intavolare

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la dimostrazione filosofica per ricercare i componenti di unione con le idee più nobili della
tradizione classica (ad es. il monoteismo, l’immortalità dell’anima, ecc.), tralasciando quasi
del tutto gli elementi tipicamente cristiani.

3. Tertulliano

Tertulliano è impetuoso nel suo zelo di neo-convertito che è rimasto sconvolto dallo
spettacolo dei martiri cristiani nel circo: il sangue dei martiri, scrive nell’Apologetico, è seme
di nuove conversioni (Sanguis martyrum semen Christianorum est). Nell’Apologetico, egli
manifesta la sua bravura di avvocato mettendo a nudo le contraddizioni della legislazione
romana concernente il trattamento dei cristiani. Se essi sono veramente delinquenti, allora
bisogna ricercarli e punirli, e non lasciarli stare in base ad una ambigua disposizione
dell’imperatore Traiano. Se, al contrario, sono innocenti, allora non si deve condannarli a
causa di quei delitti che non hanno commesso.
Il rigorismo estremista che conduce Tertulliano ad assumere sempre posizioni
intransigenti, lo trascinerà a lasciare verso il 206-207 la Grande Chiesa per aderire al
montanismo. Questo movimento carismatico-profetico, istituito da Montano in Frigia
(regione dell’Asia Minore), si diffuse in tutte le comunità cristiane. I propagatori di tale
movimento predicavano il rifiuto del mondo e la castità assoluta a causa dell’imminente,
secondo loro, fine del mondo.
Il montanismo di Tertulliano appare in numerose opere, nelle quali spesso emette
opinioni in palese contrasto con quanto aveva affermato a proposito delle medesime questioni
durante il suo periodo cattolico.Il passaggio al montanismo porterà Tertulliano a condannare
le seconde nozze, considerandole un mascherato adulterio, pur se prima le aveva riconosciute
come legittime.
Tertulliano finirà anche per staccarsi dal montanismo e fonderà una setta ancora più
rigida, quella dei «tertullianisti» che perdurerà fino ai tempi di sant’Agostino.
Nonostante le dottrine estremistiche, egli ha lasciato molte opere ricche di retta fede
cristiana come, ad esempio, il più antico commento latino al «Padre Nostro», uno scritto sul
battesimo e una sulla penitenza.
Tertulliano dispiega anche un grande sforzo teologico nella lotta antieretica e nella
elaborazione dottrinale sensu stricto. Scrive contro i valentiniani e Marcione. Contro il

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docetismo gnostico riafferma il valore salvifico dell’Incarnazione reale del Signore e difende
la risurrezione finale della carne.
Tertulliano getta le fondamenta della teologia trinitaria della Chiesa latina. Il suo
pensiero a proposito eserciterà un grande influsso sul pensiero degli altri autori. La formula
che definisce la Trinità come «una natura in tre persone» rappresenta un’acquisizione
definitiva. Tertulliano fu condotto ad approfondire le questioni concernenti la divinità dalla
polemica contro un certo Prassea (Adversus Praxean), il quale riteneva che in Dio vi è
solamente la monarchia, ossia l’unicità senza la distinzione delle singole persone. Tale eresia
otterrà il nome di «monarchianesimo», ma sarà conosciuta anche come «modalismo», dal
momento che sostiene che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono dei «modi» dell’unica
divinità; di conseguenza, si potrà chiamarla anche «patripassianesimo», in quanto sostiene
che il Padre, identico al Figlio, ha patito sulla croce.
Malgrado l’abbandono dell’ortodossia, Tertulliano godette ancora di grande stima
nella Chiesa africana del secolo III ed oltre. San Cipriano, vescovo di Cartagine di lì a
qualche tempo, si servirà delle sue opere e, quando le vorrà ottenere, se le farà dare
chiedendo «il maestro», semplicemente.

4. San Cipriano di Cartagine

Convertitosi al cristianesimo, appena divenuto vescovo, vendette i suoi beni in favore


dei poveri, prodigandosi in una intensa attività pastorale.
Lunghi anni di bonaccia per la Chiesa avevano aumentato le conversioni, ma
all’aumento del numero dei fedeli non era seguito il miglioramento della qualità della vita;
così, quando si scatenò la persecuzione di Decio (251-253), molti cristiani cedettero
all’imposizione di sacrificare alla statua dell’imperatore (costoro sono noti come lapsi); altri
tentarono di comprare dalla polizia falsi certificati di sacrificio (noti con l’appellativo di
libellatici). Dopo la persecuzione emerse il problema collegato con la riammissione di queste
persone nella Chiesa. I rigoristi volevano impedire la reintegrazione degli apostati. Gli altri
parteggiavano per una sanatoria generale.
Cipriano, a sua volta accusato di aver tagliato la corda di fronte al pericolo, anziché
consegnarsi alla polizia e affrontare il martirio, intervenne per ristabilire l’autorità gerarchica
del vescovo e per indicare la giusta soluzione: una penitenza avrebbe consentito agli apostati

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di ritornare all’unità della Chiesa, «fuori della quale non si dà salvezza per nessuno» (extra
Ecclesiam nulla salus). Egli spiega questa teologia della Chiesa nelle due opere più
importanti: il Sui lapsi (De lapsis) e quella su L’unità della Chiesa cattolica (De unitate
Ecclesiae catholicae).
Cipriano, in seguito, sperimentò una grande amarezza a causa del conflitto con il
vescovo di Roma, Stefano. Questi affermava che, qualora gli eretici avessero voluto entrare
nella Chiesa, non era necessario conferire loro di nuovo il battesimo, essendo sufficiente
l’imposizione delle mani per il dono dello Spirito. Cipriano, invece, in nome del principio
dell’assoluta necessità, per la salvezza, di aderire alla prassi sacramentaria della Chiesa, si
oppose al papa Stefano, ottenendo dai vescovi africani il riconoscimento dell’invalidità del
battesimo degli eretici. Il conflitto fu terminato con il martirio dei contendenti. Cipriano subì
il martirio nel 258, durante la persecuzione di Valeriano.
Dopo Cipriano la letteratura cristiana latina del III secolo conosce ancora i nomi di
autori come Novaziano, prete romano scismatico, autore di un grande trattato sulla Trinità
(De Trinitate), e quello di Arnobio, professore africano che scrisse un’opera apologetica
contro i pagani (Adversus nationes), dove dimostra di conoscere meglio il paganesimo che
confuta che non il cristianesimo che intende difendere. Con Lattanzio siamo ormai alla svolta
storica del secolo IV, un’era carica di novità e di promesse, ma anche di tensioni e problemi
inaspettati.

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PARTE SECONDA: I PADRI DELLA CHIESA NELL’IMPERO CRISTIANO
(sec. IV-VIII)

Capitolo VI: Lattanzio ed Eusebio di Cesarea nella «svolta costantiniana»

1. Lattanzio

Lattanzio, originario dell’Africa latina, discepolo di Arnobio, noto come il «Cicerone


cristiano» a causa della purezza del suo stile latino, insegnò retorica nella capitale imperiale
di Nicomedia (in Asia Minore). L’ultima persecuzione, decretata nel 303 da Diocleziano, lo
obbligò a fuggire. Lo ritroviamo dopo la persecuzione alla corte di Costantino, nella funzione
di precettore del principe Crispo a Treviri, in Gallia.
Lattanzio è autore del primo tentativo di comporre una summa teologica a carattere
apologetico, intitolata le Divine Istituzioni (Divinae Institutiones), in sette libri. Il suo
discorso è finalizzato a presentare la nuova religione alle classi colte, tra le quali vuole aprire
una breccia instaurando un dialogo in termini culturali.
Un’opera così ampia dimostra la varietà degli influssi subiti da un uomo che ha avuto
molteplici esperienze e ha girato tutto l’Impero. Ad esempio, Lattanzio accetta ancora il
millenarismo, caratteristico della teologia asiatica, e nella cristologia ha propensioni verso il
subordinazionismo. Un’idea principale conduce Lattanzio nel suo modo di valutare cose e
dottrine: è l’idea della provvidenza divina, che alla fine riesce a sconfiggere il male.
Lattanzio non vede la provvidenza divina solamente nella natura, ma anche nella
storia degli uomini. Una prova dell’esistenza della provvidenza è la fine violenta degli
imperatori cattivi che hanno perseguitato la Chiesa. A tale tema Lattanzio dedica un’opera
intitolata Sulla morte dei persecutori (De mortibus persecutorum). La provvidenza, quindi, si
manifesta anche come «ira di Dio» (Lattanzio compose anche il De ira Dei).
È interessante notare come i cristiani all’avvento di Costantino sentano la necessità di
dare uno sguardo retrospettivo alla storia, convinti che è arrivata l’ora di tracciare un bilancio
della grande epopea durata ben tre secoli. Lattanzio non poteva non sentire un’autentica
ammirazione nei confronti di Costantino che aveva dichiarato «lecita» la religione cristiana.
Lo stesso bisogno di rimeditare il senso della storia cristiana alla luce degli avvenimenti
collegati con la «svolta» Costantiniana, si ritrova nel contemporaneo greco di Lattanzio,

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Eusebio, vescovo di Cesarea di Palestina.

2. Eusebio, vescovo di Cesarea in Palestina

L’entusiasmo per il primo imperatore cristiano raggiunge con Eusebio i toni mai più
superati della celebrazione senza riserve, che prende forma letteraria nella Vita di Costantino
(Vita Constantini). Egli si propone di esaltare i meriti acquisiti da Costantino: non tanto
imprese politiche e militari, quanto piuttosto nella difesa del cristianesimo. Eusebio vede in
lui il compimento di un sogno lungamente coltivato delle precedenti generazioni: la
fondazione di un Impero romano-cristiano nel quale la coincidenza della nascita di Cristo con
il regno di Augusto ricevesse pieno riconoscimento, come segno della profonda identità di
interessi che unisce la Chiesa e l’Impero nella creazione di un nuovo ordine di pace
universale.
Eusebio, che aveva vissuto l’esperienza della persecuzione di Diocleziano (della quale
dà un saggio nell’operetta sui Martiri della Palestina [De martyribus Palaestinae]), non era
forse in grado di rendersi conto dei rischi contenenti nella nuova situazione di abbraccio
troppo stretto tra Chiesa e Impero.
L’opera più importante di Eusebio è la Storia della Chiesa (Historia Ecclesiastica).
Essa costituisce la prima storia della Chiesa in assoluto ed inaugura un nuovo genere
letterario. È importante anche per un altro motivo: cita direttamente brani di documenti
originali. Anche nell’apologia intitolata Preparazione evangelica (Praeparatio evangelica),
Eusebio riporta tante citazioni di opere di filosofi antichi.
Tutta l’opera di Eusebio dimostra che egli fu un grandissimo ricercatore di testi che
imparò l’amore per la filologia da Origène, della cui biblioteca a Cesarea di Palestina egli si
servì moltissimo. Alla biografia di Origene Eusebio dedica il sesto libro della Storia della
Chiesa e insieme con Panfilo compone un’Apologia per Origene.
Come teologo, Eusebio simpatizzò con le dottrine eretiche di Ario di Alessandria.

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Capitolo VII: Sant’Atanasio di Alessandria: la crisi ariana e l’inizio del monachesimo

1. Contesto storico del IV secolo

La vittoria di Costantino presso il Ponte Milvio annuncia la svolta della storia della
Chiesa, preannunciando la fine della Roma pagana ed iniziando l’impero cristiano. Un’era
nuova si apre per la Chiesa. Gli scrittori sono impegnati nelle lotte, consacrando le loro forze
alle polemiche e al dogma. La libertà al culto produsse un grande movimento di conversione,
ma spesso abbassò il livello spirituale e morale della vita cristiana.
Per porre rimedio a questi pericoli, sorse il monachesimo, che rinuncia al mondo e
predica una vita di ascesi. Nelle prime comunità di cenobiti, s’incoraggiavano il lavoro
manuale e la preghiera, ma col tempo tale atteggiamento cambiò, e molti monasteri divennero
centri di teologia e di filosofia cristiana. Il monachesimo creò un tipo nuovo di letteratura
cristiana: si diffusero biografie di monaci celebri, raccolte di detti e manuali di ascesi.
Nasce, infine, una grave controversia collegata con la divinità del Figlio che
impegnerà i migliori intelletti del tempo: la crisi ariana.

2. Il padre dell’arianesimo, Ario di Alessandria ed il I Concilio di Nicea (325)

La predicazione del prete Ario di Alessandria iniziò il movimento teologico eretico


noto come «arianesimo». Ario sosteneva che il Figlio non possiede la stessa natura del Padre,
ma è semplicemente subordinato al Padre, essendo la Sua prima creatura, dal momento che -
come egli afferma - «vi fu un tempo in cui non esistette». Tale dottrina suscitò vaste reazioni
contrarie, ma anche prese di posizioni favorevoli. Per risolvere la crisi, l’Imperatore
Costantino riunì a Nicea, in Asia Minore, nel 325 il primo concilio ecumenico. Durante il
concilio, presieduto dal vescovo di Ario, sant’Alessandro di Alessandria, la Chiesa proclamò
il dogma secondo il quale il Figlio è generato e non creato, ed è consostanziale
(Ò:@@bF4@H Jè B"JD\), ossia della stessa sostanza divina del Padre.
Purtroppo, dopo il concilio, iniziarono grandi lotte tra i difensori della fede nicena e
gli ariani. In questa vicenda domina la figura di sant’Atanasio, che diacono del vescovo
Alessandro al concilio di Nicea, nel 328 diventerà il vescovo di Alessandria.

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3. Sant’Atanasio di Alessandria

Sant’Atanasio in un’opera giovanile intitolata Contro i pagani - Sull’incarnazione del


Verbo (Oratio contra gentes de Incarnatione Verbi) sostiene che soltanto l’incarnazione del
Logos avrebbe potuto salvare l’umanità dal peccato. Il resto della vita, però, egli dedicò quasi
completamente a sconfiggere l’arianesimo. Il suo pensiero teologico a proposito presentò
nelle opere come i Discorsi contro gli ariani (Orationes contra arianos) o la Storia degli
ariani (Historia arianorum ad monachos). In esse, vuole difendere i punti fermi della dottrina
della Chiesa. La sua fermezza, però, nella difesa della fede nicena gli costò tantissimo: dei 46
anni di episcopato, fu obbligato a passarne 20 in esilio, e per ben cinque volte prese la via che
lo portò lontano da Alessandria, in un tempo in cui gli imperatori filoariani non appoggiavano
i seguaci di Ario.
Durante uno di questi esili, sant’Atanasio passò anche per Aquileia e Padova, ma più
spesso trovò rifugio nel deserto egiziano presso i monaci. Già dalla fine del III secolo, infatti,
il deserto egiziano aveva incominciato a popolarsi di uomini che fuggivano dalle città alla
ricerca della salvezza. Molto presto, però, sorgono forme di vita comune, dette «cenobitiche»
(= comune vita), di cui padre fu l’egiziano Pacomio, che per la sua comunità scrisse anche
una Regola (è la più antica regola monastica in assoluto). Ma l’attenzione di sant’Atanasio fu
indirizzata al grande padre della vita solitaria: sant’Antonio di cui dopo la morte (+ 356)
compose la Vita (Vita S. Antonii). Essa iniziò un vero e proprio genere letterario (preceduta
solamente dalla Vita di san Cipriano [Vita S. Cypriani], composta nel 258 dal diacono
Ponzio). Questa importantissima opera ebbe una grande diffusione e fu presto tradotta in
latino. Essa costituì il modello per innumerevoli agiografie cristiane.
La propaganda che sant’Atanasio attuò del movimento monastico ebbe grandi
risultati: incominciarono a sorgere comunità di sacerdoti che conducevano la vita
comunitaria, e sempre più spesso diventavano vescovi uomini di formazione monastica. Ad
esempio, Serapione, vescovo di Thmuis in Egitto, era stato monaco, amico di sant’Antonio e
di sant’Atanasio, che gli indirizzò le Lettere (Epistulae ad Serapionem) nelle quali espone la
divinità dello Spirito Santo.

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Capitolo VIII: I Padri Cappadoci

La Cappadocia, regione interna dell’Asia Minore, fu cristianizzata nel III secolo da un


discepolo di Origene, Gregorio il Taumaturgo. In essa sorsero i tre grandissimi Padri
«Cappadoci»: Basilio di Cesarea (il Grande), Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa,
imbevuti di cultura greca e di aspirazioni ascetiche.
San Basilio Magno e san Gregorio Nazianzeno furono legati da rapporti di amicizia e
di studio fin dagli anni della giovinezza che li aveva visti frequentare le migliori scuole
dell’Oriente, e poi vivere insieme un’esperienza monastica che li avvicinerà alla spiritualità
di Origene.

1. San Basilio di Cesarea, detto il Grande

San Basilio (330-379), divenuto vescovo di Cesarea di Cappadocia nel 370, prese a
cuore la sorte dei poveri. L’attività sociale è una delle caratteristiche salienti dell’episcopato
di Basilio. Per far fronte allo stato di indigenza di masse di proletari, Basilio arriverà a ideare
la costruzione di una specie di città-rifugio nota come «Basiliade».
Importantissima fu anche l’attività destinata ad organizzare la vita monastica. Autore
di due Regole (Regulae fusius tractatae e Regulae brevius tractatae) e di parecchie opere
ascetiche, san Basilio fu il vero fondatore del monachesimo greco.
Basilio non manca di palesare la sua intelligenza anche nella teologia e nella politica
ecclesiastica. Avversario degli ariani, che nella seconda metà del IV secolo avevano ricevuto
una nuova sistematizzazione ad opera di Aezio ed Eunomio, Basilio si impegnò nella lotta
con scritti teologici come il Contro Eunomio (Contra Eunomium) e il Sullo Spirito Santo (De
Spiritu Sancto), e si adoperò per collocare sulle sedi episcopali del vicino Oriente osservanti
della fede nicena. La morte (il 1° I 379) impedì a san Basilio di gustare il trionfo della sua
dottrina decretato al I Concilio di Costantinopoli (381).
L’importanza attribuita da san Basilio alla distinzione delle Persone divine all’interno
dell’unica sostanza, e il riconoscimento della divinità dello Spirito Santo, trovano un preciso
riscontro nell’immagine che egli si fa della Chiesa come comunità dell’amore il cui legame è
dato all’azione dello Spirito Santo.

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Autore di numerosi commenti biblici, Basilio ha lasciato un’impronta anche nella
storia della cultura profana con un opuscolo: Ai giovani sul modo di trarre vantaggio dai
classici (Ad iuvenes). In esso sostiene che lo studio dei classici, adeguatamente selezionato,
può offrire una buona base per l’educazione intellettuale e morale anche del cristiano.
La tradizione bizantina attribuisce a lui la composizione di molti testi liturgici, la
cosiddetta Liturgia di San Basilio, ciò che lo pone accanto ad altri Padri del IV secolo come
sant’Ilario di Poitiers e sant’Ambrogio di Milano in Occidente, e san Giovanni Crisostomo in
Oriente.

2. San Gregorio di Nazianzo

San Gregorio di Nazianzo (329-390) viene chiamato anche il Teologo a causa delle
cinque Orazioni teologiche (Orationes theologicae), tenute a Costantinopoli contro gli ariani.
Dopo brillanti studi letterari, ricevette il battesimo (358 ca.), e prese la decisione di
vivere la «filosofia» monastica. Verso il Natale del 361 viene ordinato prete contro voglia da
suo padre. San Basilio lo costringe ad accettare l’episcopato a Sásima, ma egli si rifiuta di
raggiungere la sede. Alla morte del padre, regge per poco la Chiesa di Nazianzo.
Quando, morto Valente (378), i niceni riprendono la speranza d’imporsi, la sede della
capitale era dal 351 nelle mani degli ariani; per raggruppare la comunità ortodossa, si ricorre
a san Gregorio, che si stabilisce in casa di un suo parente.
Come vescovo di Costantinopoli (380-381), presiedette il I Concilio di Costantinopoli
(381). Anche nella capitale non mancò per Gregorio ostilità di vario genere, costringendolo a
ritirarsi a Nazianzo. Da lì si trasferì ad Arianzo dove morì.
Gregorio è un’anima mistica ed è il più grande poeta cristiano di lingua greca. Tra i
suoi scritti in versi particolare fama gode il poema autobiografico Sulla sua vita (De vita sua).
Le sue Lettere restano a testimonianza di una vita molto sofferta.

3. San Gregorio di Nissa

San Gregorio di Nissa (335-394), fratello minore di san Basilio, fu il vero e proprio
teologo e filosofo tra i Padri Cappadoci. Egli tiene un posto elevato nella teologia speculativa
e mistica.

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Egli fu nominato nel 371 da Basilio vescovo di Nissa. Mantenne particolari legami
spirituali con la sorella Macrina, di cui compose una biografia.
Affascinato dalle opere di Origene ne condivise alcune dottrine particolari come
l’apocatastasi1. Ciò nonostante, non esitò a prendere le giuste distanze dalle più condannate
teorie del maestro alessandrino, affermando, ad esempio, che la creazione dell’uomo non è
dovuta alla caduta delle anime nei corpi, ma che tutto l’uomo è stato creato da Dio (cf.
l’opera Sulla creazione dell’uomo [De opificio hominis] ed il Grande discorso catechetico
[Oratio catechetica magna]). L’affermazione, poi, dell’immortalità dell’anima, della quale si
discute in un dialogo d’ispirazione platonica tenuto fra lui e la moribonda sorella Macrina (cf.
Sull’anima e la risurrezione [Dialogus de anima et resurrectione qui inscribitur Macrina]),
sta alla base di tutta una teologia mistica che vede l’anima impegnata in una tensione di
continua purificazione sulla via dell’unione mistica con Dio.
San Gregorio di Nissa diviene così il primo grande teologo mistico che avrà altri
cultori nello Pseudo-Dionigi2 o in san Massimo il Confessore3.
Dallo scritto giovanile Sulla verginità (De virginitate) fino alle opere ascetiche della
maturità, san Gregorio scruta il mistero cristiano della vita monastica e delle implicazioni
cristologiche e mistiche dell’unione dell’anima purificata dal Logos divino. La cosa ha tanto
più valore se si pensa che il vescovo san Gregorio di Nissa fu sposato con quella santa donna

1 Il termine significa: restaurazione, ritorno. Origene dB notevole rilievo alla nozione di •B@6"JVFJ"F4H. Si
pensa che egli leghi il termine alla dottrina della restaurazione allo stato primitivo, riferendosi al ristabilimento
di tutte le anime - anche quelle dei peccatori - nella condizione di felicitB primitiva, che avverrB alla fine dei
tempi. Infatti, alcuni suoi scritti confermano quest’opinione; altri, perb, esprimono diversa opinione,
respingendo l’idea che Satana e le anime dannate siano destinati a salvarsi.
2 Tuttora misteriosa P l’identitB di colui che, sotto il nome di Dionigi l’Areopagita - menzionato in At 17, 34 -
scrisse l’insieme di scritti noto come Corpus Areopagiticum (o Dionysiacum). Dionigi l’Areopagita viene
ricordato ufficialmente per la prima volta dai monofisiti e dal vescovo di Efeso Ipazio durante l’incontro tra
cattolici e monofisiti avvenuto nel 532 a Costantinopoli: mentre i monofisiti si appellarono anche alle opere di
Dionigi per attestare la loro ortodossia, Ipazio mise in dubbio l’autenticitB dei suoi scritti. Fu, perb, nel
Rinascimento ad opera di Lorenzo Valla e di Erasmo che la leggenda dell’Areopagita fu smentita in modo
decisivo. Sembra lecito che si possa concludere che l’autore del Corpus sia stato un cristiano di origine siriaca
che soggiornb a lungo ad Atene studiando filosofia e teologia. Tra le opere a noi giunte si elencano le seguenti:
La Gerarchia celeste (Hierarchia caelestis), i Nomi divini (De divinis nominibus), La Teologia mistica
(Theologia mystica) e dieci Lettere.
3 Secondo un’anonima vita siriaca, Massimo sarebbe nato tra il 579-580 in Palestina da un samaritano e una
schiava persiana. Fuggendo nel 614 da Gerusalemme a causa dell’invasione persiana si sarebbe rifugiato a
Cizico, vicino a Costantinopoli. Verso il 626 si rifugib in Africa. Poco prima del 647 andb a Roma, dove nel 649
prese parte al concilio lateranense indetto da papa Martino I a difesa delle due volontB di Cristo contro l’editto
(JbB@H) dell’imperatore Costante II. Nel 653, tornato a Costantinopoli, fu processato e nel 654 condannato
all’esilio a Bizya in Tracia. Nel 662 fu sottoposto ad un secondo processo: con il discepolo Anastasio fu
condannato dapprima alla pena iranica della mutilazione della lingua e della mano destra e, successivamente,
all’esilio a Lazika, nella lontana Colchide sul Mar Nero, dove morX, esaurito a causa dei subXti tormenti, il 13
VIII dello stesso anno. La tradizione ha conservato di Massimo una novantina di scritti.

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di Teosebia e che svolse gran parte dell’approfondimento sul valore della castità e sui fastidi
del matrimonio prima di rimanere vedovo!

4. Conclusione

Grazie ai Padri Cappadoci, l’arianesimo fu quasi completamente distrutto. Esso


sopravvivrà solo tra i barbari (Goti) presso i quali, in seguito all’opera missionaria del
vescovo ariano Ulfila4, era diventato l’unica forma del cristianesimo. Quando i Goti
invaderanno le province occidentali dell’Impero, riapparirà l’arianesimo, e ci vorrà ancora un
paio di secoli prima che esso svanisca del tutto.

4 Di origine cappadoce e di famiglia cristiana, nato intorno al 311, fu ancora bambino, vittima, insieme coi
genitori, di una razzia di Goti che li portarono oltre il Danubio. Fu ordinato vescovo a Costantinopoli nel 341 e
si diede a diffondere il cristianesimo di fede ariana fra i Goti. Per sette anni operb a nord del Danubio. Compose
un alfabeto per i Goti e tradusse in gotico la Bibbia. Una persecuzione dei Goti pagani lo costrinse a cercar
rifugio in Mesia. Nel 360 partecipb al sinodo di Costantinopoli e sottoscrisse la formula di fede ariana moderata.
MorX nel 383 in occasione di un viaggio a Costantinopoli.

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Capitolo IX: Sant’Ilario di Poitiers, sant’Ambrogio, san Girolamo
e il I Concilio di Costantinopoli

1. Sant’Ilario di Poitiers

Il primo guerriero in Occidente contro l’arianesimo fu sant’Ilario, vescovo di Poitiers


in Gallia. Convertitosi al cristianesimo ed eletto vescovo della città nativa, la sua vita fu
divisa in due parti dall’esilio in Asia Minore prescrittogli dall’imperatore filoariano Costanzo
dal 356 al 360.
Negli anni precedenti l’esilio, sant’Ilario si era distinto come pastore nella sua
comunità, per la quale spiegò il Vangelo di Matteo in un Commento che dimostra come alcuni
spunti antiariani sono espressi con una terminologia imprecisa, ancora ignara delle profondità
del dibattito orientale tra gli ortodossi e l’arianesimo.
L’esilio segnò una svolta molto importante nel pensiero di lui che fu il primo Padre
latino ad entrare in diretto contatto con la controversia ariana orientale. Dopo il Commento a
Matteo (In Matthaeum) appare ora il grande trattato Sulla Trinità (De Trinitate), in 12 libri,
nel quale Ilario dimostra piena conoscenza della precisa terminologia greca. La sua sintesi
trinitaria è un modello di chiarezza che supera le incertezze della teologia latina precedente
ed apre la via alle posteriori acquisizioni di sant’Agostino di Ippona (+ 430).
Tornato dall’esilio in Gallia, sant’Ilario si dedica alla lotta contro l’arianesimo in
Gallia e nell’Italia Settentrionale. Si distingue anche per la protezione accordata a san
Martino, il primo grande asceta della Gallia che diventerà vescovo di Tours, iniziando in
Occidente la serie dei vescovi-monaci. Sulpicio Severo, un avvocato di Bordeaux, convertito
agli ideali della vita monastica, ne scriverà nel 397 una biografia, la Vita di San Martino (Vita
Sancti Martini).
Sant’Ilario commentò anche i Salmi. Dall’esilio in Oriente egli portò il ricordo
dell’importanza che nella liturgia possiede il canto del popolo, ma gli inni che compose per
introdurli nella liturgia della sua Chiesa non ebbero fortuna.

29
2. Sant’Ambrogio

Nato a Treviri il 339 o 337 in una delle famiglie più ricche dell’Impero, studiò
retorica, esercitò la professione di retore nella prefettura di Sirmio e fu nominato, verso il
370, consularis Liguriae et Aemiliae, con sede a Milano. Della equanimità del suo governo è
prova la sua elezione a vescovo di Milano (il 7 XII 374, o il 1 XII 373) come successore
dell’ariano Aussenzio, da parte sia di ariani sia di cattolici. Fu battezzato e, una settimana
dopo, ordinato vescovo. Ambrogio, guidato dal prete Simpliciano, si mette a studiare teologia
per poter compiere l’ufficio vescovile. La sua prima opera di predicatore viene intitolata Le
vergini (De virginibus). A tale tema dedicherà, in seguito, più opere (De virginitate, De
institutione virginis, Exhortatio virginitatis).
Molto impegnativa fu la sua azione per organizzare la disciplina e la liturgia della
Chiesa milanese. Per tale scopo scrisse alcune opere sui doveri del clero (ad es. il De officiis
ministrorum), sul sacramento della penitenza e degli altri sacramenti (ad es. il De
paenitentia), sulla spiegazione dei sacramenti ai neofiti (il De Mysteriis, il De Sacramentis).
Le sue opere si sogliono classificare come scritti esegetici, morali e ascetici,
dogmatici, discorsi, lettere ed inni. La sua attività di predicatore fu indirizzata alla
spiegazione dell’Antico Testamento ai catecumeni (eccetto il commento sistematico al
Vangelo di Luca: Expositio Evangelii secundum Lucam).
Una delle preoccupazioni di sant’Ambrogio è la lotta contro l’eresia ariana. Essa fu
condotta a Milano in momenti drammatici, come quello della minacciata occupazione delle
basiliche cattoliche dall’imperatrice filoariana Giustina (385-386). La sua più grande opera
antiariana, nata come risposta alla richiesta dell’imperatore Graziano di essere istruito contro
l’eresia ariana, è intitolata De fide ad Gratianum. Il trattato De Spiritu Sancto prosegue
l’insegnamento cominciato nel De fide. La dimostrazione della divinità dello Spirito Santo si
basa sulle citazioni scritturistiche, mentre Ambrogio segue da vicino l’omonima opera di
Didimo di Alessandria (il Cieco) non dimenticando anche il De Spiritu Sancto
(A,DÂ J@Ø !(\@L B<,b:"J@H) e l’Adversus Eunomium di san Basilio e l’Epistula ad
Serapionem (I e IV) di sant’Atanasio. Così sotto il suo influsso gli imperatori diventeranno i
tutori della fede cattolica nicena. Ciò nonostante alcuni rapporti, riguardanti i diritti della
Chiesa, che sant’Ambrogio intrattenne con tre imperatori Graziano, Valentiniano II e
Teodosio furono difficili. Il Vescovo di Milano fece di tutto affinché fosse tolta dalla curia

30
senatoriale di Roma la statua della Vittoria, simbolo della resistenza pagana (384). Quando
nel 388 l’imperatore Teodosio aveva ordinato al vescovo di Callinico in Mesopotamia di
riedificare a sue spese la sinagoga ebraica che alcuni fanatici cristiani avevano bruciato,
sant’Ambrogio si oppose invocando le ragioni della superiorità della religione cattolica. In
seguito, nel 390 costrinse lo stesso imperatore a fare pubblica penitenza a causa dell’ordine di
massacrare settemila abitanti di Tessalonica come castigo per una ribellione contro i
rappresentanti di potere.

3. San Girolamo

Eusebius Hieronymus nacque alle frontiere della latinità, a Stridone, fortezza dalmata.
Dopo brillanti studi letterari a Roma, cercò fortuna a Treviri, presso la corte imperiale. Fu lì
che si lasciò conquistare dall’ideale monastico. Verso il 370 raggiunse ad Aquileia un gruppo
che condivideva lo stesso ideale. Il gruppo, però, ben presto si disperse. Girolamo andò in
Siria e si stabilì nel deserto di Calcide (375-377). S’impratichì del greco, si dedicò all’ebraico
e fece conoscenza di valenti esegeti. Ad Antiochia fu ordinato prete. Dopo il 381, ritornò a
Roma ed il papa Damaso lo fece suo segretario. La sua spiritualità monastica gli apriva
l’accesso alle pie riunioni di un gruppo di dame dell’alta nobiltà. San Girolamo si era troppo
legato a Damaso e così si era procurato troppi nemici, perché, nel (dicembre del 384), alla
morte di questi, potesse continuare ad essere in favore sotto il papa Siricio: una nuova
partenza dunque, questa volta per Betlemme. Girolamo trasse un grande vantaggio dalla
biblioteca d’Origene e d’Eusebio, accessibile a Cesarea in Palestina. Il vescovo Giovanni di
Gerusalemme aveva abbracciato una teologia origenista: ciò lo legava al vecchio amico di
san Girolamo, Rufino, ma lo opponeva ad Epifanio, vescovo di Salamina a Cipro, e, di
conseguenza, a Girolamo, di cui Epifanio era un grande protettore. Così Girolamo venne a
trovarsi in una situazione difficile.
Girolamo fece volgere la sua attività letteraria soprattutto verso la Bibbia e si rese
conto che le versioni latine esistenti avevano bisogno di una revisione sistematica. Con
l’appoggio di Damaso corresse, a Roma, i quattro vangeli (è il testo della Vulgata) e la
versione del salterio (testo perduto). A Betlemme intraprese una revisione sul greco esaplare
(testo critico fissato da Origène) del salterio e degli altri libri biblici. Inoltre, scrisse numerosi
commentari biblici di grande valore.

31
Gran conoscitore del greco, Girolamo adattò e continuò sino al 378 la Cronaca di
Eusebio di Cesarea e dalla sua z+6680F4"FJ46¬ ÊFJ@D\" trasse un De viris inlustribus o
guida della letteratura cristiana.
San Girolamo fu anche un grandissimo traduttore delle opere dei Padri greci. Scrisse e
tradusse dal greco parecchi scritti monastici. Compose importanti trattati polemici: Contra
Helvidium, Contra Iovinianum, Contra Vigilantium e Contra Pelagianos (quattro apologie
della verginità e del monachesimo), Contra Iohannem Hierosolymitanum e Contra Rufinum.
Di lui restano circa 150 lettere, ricche di erudizione biblica e dei tesori spirituali e
dottrinali.

4. Il primo Concilio di Costantinopoli (381)

Il primo canone del I Concilio di Costantinopoli (381) condanna «ogni eresia e


particolarmente quella degli eunomiani o anomei, quella degli ariani o eudossiani, e quella
ancora dei semiariani o pneumatomachi; nello stesso tempo condanna le eresie dei sabelliani,
dei marcelliani, dei fotiniani e degli apollinaristi». Il secondo canone mette ordine ai limiti
della giurisdizione dei vescovi nelle loro rispettive diocesi. Il terzo stabilisce: «Il vescovo di
Costantinopoli deve avere il primato di onore dopo il vescovo di Roma, perché
Costantinopoli è la nuova Roma».
Ecco il testo del simbolo riguardante il Figlio e lo Spirito Santo.

32
6"Â ,ÆH ª<" 6bD4@< z30F@Ø< OD4FJÎ< JÎ< Et in unum Dominum Iesum Christum Filium
LÊÎ< J@Ø 1,@Ø JÎ< :@<@(,<− JÎ< ¦6 J@Ø Dei, unigenitum, natum ex Patre unigenitum
B"JDÎH (,<<02X<J" BDÎ ante

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(,<<02X<J" @Û B@402X<J" natum, non factum,


consubstantialem Patri, per quem
Ò:@@bF4@< Jè B"JD\ *4$ @â J$

BV<J" ¦(X<,J@ JÎ< *4$ º:%H J@×H omnia facta sunt. Qui propter nos
homines et propter nostram
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salutem descendit de
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Spiritu Sancto et Maria
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B"D2X<@L 6"Â ¦<"<2DTBZF"<J" Virgine, et homo factus est.

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Pontio Pilato, et passus et
A@<J4`L A48VJ@L 6"Â B"2`<J" 6"Â
sepultus est et resurrexit tertia
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ascendit in coelos, et
•<,82`<J" ,ÆH J@×H @ÛD"<@bH 6"Â
sedet ad dexteram Patris,
6"2,.`:,<@< ¦6 *,>4ä< J@Ø B"JD`H
et venturus [est] cum gloria iudicare
6"Â ¦DP`:,<@< :,J$ *`>0H 6DÃ<"4
vivos et mortuos; cuius
.ä<J"H 6"Â <,6D@bH @â J−H regni non est finis. Et in
$"F48,\"H @Û6 §FJ4< JX8@H. 5"Â ,ÆH
Spiritum Sanctum, Dominum,
JÎ B<,Ø:" JÎ '(4@< JÎ 6bD4@< JÎ
vivificantem, ex Patre
.T@B@4`< JÎ ¦6 J@Ø B"JDÎH procedentem, qui cum Patre et Filio
¦6B@D,L`:,<@< JÎ F×< B"JDÂ 6"Â LÊè
FL:BD@F6L<@b:,<@< 6"Â simul adoratur et
FL<*@>".`:,<@< JÎ 8"8−F"< *4$ Jä< conglorificatur, qui locutus est per
BD@N0Jä< Prophetas.

33
Capitolo X: Sant’Agostino di Ippona

Conosciamo molto della sua vita (354-430) soprattutto dai Dialogi filosofici, scritti
prima del battesimo a Cassiciaco (vicino a Milano); dalle Confessiones, la più celebre delle
sue opere, che hanno un sicuro valore autobiografico, oltre che teologico, filosofico, mistico e
letterario; dalle Retractationes, scritte verso la fine della vita.
Sant’Agostino nacque a Tagaste (Numidia) il 13 XI del 354, figlio di Patrizio, piccolo
proprietario e consigliere municipale, e di Monica, cristiana e pia. Fu romano di lingua, di
cultura e di cuore. Studiò a Tagaste, a Madaura, a Cartagine. In questa città insegnò retorica,
poi a Roma e a Milano. Fu educato cristianamente. A 19 anni, leggendo lo Hortensius di
Cicerone, si convertì all’amore della sapienza, che cercò, deluso dalla lettura della Bibbia,
presso i manichei. Di Mani5 accettò il materialismo, il dualismo, il panteismo. Scoperta, dopo
nove anni, la debolezza del sistema manicheo, si volse allo scetticismo. A Milano, a 32 anni,
cominciò il cammino di ritorno. La predicazione di sant’Ambrogio gli ridiede fiducia
nell’insegnamento cattolico.
La conversione può essere stabilita all’inizio di agosto del 386: si ritirò a Cassiciaco
(probabilmente l’odierna Cassago), tornò a Milano nel marzo seguente, seguì la catechesi di

5 Manes o Manichaeus nacque in Persia nel 216. A 12 anni avrebbe ricevuto dallo Spirito, suo alter ego celeste,
il primo invito a separarsi dagli Elcesaiti, e la rivelazione della guerra tra la luce e le tenebre. A 24 anni avrebbe
ricevuto l’ordine di proclamarsi apostolo della Luce e della Salvezza. Il suo primo viaggio si svolse in India, e lB
entrb in contatto col Buddismo. All’inizio del regno di Shapur I, ritornb in Persia, percorrendo in tutte le
direzioni l’impero, l’Egitto, la Margiana e la Battriana. Durante i 30 anni del regno di Shapur I, il manicheismo
convisse con lo zoroastrismo all’ombra della corte imperiale. Venuto a morire Shapur (273), e morto dopo un
anno di regno l’erede al trono Hormizd I (274), Bahrâm I gli ordinb di presentarsi a lui. L’interrogatorio si
concluse col suo arresto; fu incatenato ai polsi, ai piedi e al collo. Il suo fisico non resse. Dopo aver indirizzato
alla sua Chiesa un ultimo messaggio, spirb all’etB di circa sessant’anni, di lunedX, all’ora undicesima. Del suo
corpo decapitato e disperso i fedeli non poterono raccogliere che poche reliquie; la sua testa fu esposta ad una
delle porte della cittB; la pelle, strappatagli con punte di canna, sarebbe stata rigonfiata ed agitata al vento per
lungo tempo. La sua «passione», detta anche «crocifissione», era durata 26 giorni.
Il manicheismo P un sincretismo di dottrine giudeocristiane ed indoiraniche. La salvezza si esprime in
forma apparentemente molto complicata. La luce emana sempre nuovi Eoni divini per salvarsi, tra i quali il
quinto P il Gesj Luminoso, Salvatore disceso sulla terra in forma umana per risvegliare Adamo. Procreato dal
demonio Ashaqlfn e dalla diavolessa Namrâel, dopo aver divorato la Luce contenuta negli aborti, Adamo aveva
gridato: «Maledizione a chi ha creato il mio corpo, a colui che vi ha chiusa la mia anima e ai ribelli che mi
hanno reso schiavo». Per salvare l’uomo, Gesj trascendente patisce imprigionato ancora nel mondo della
«Croce di Luce», in attesa che la gigantesca ruota finisca di attingere le anime e di riversarle nei vascelli della
Luna e del Sole attraverso la Colonna della Luce. Per liberare definitivamente l’uomo, Mani venne a rivelare la
salvezza.
L’illuminazione si trasmette da parte degli Eletti manichei alla massa degli Uditori, integrati ad essi per
via delle «elemosine». Gli eletti si distinguono in Maestri, Vescovi, Sacerdoti, Veridici. Le elemosine, la
preghiera e il digiuno contraddistinguono l’etica religiosa manichea.

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sant’Ambrogio, fu da lui battezzato nella notte del sabato santo 24-25 aprile. Decise di
tornare in Africa. Durante il viaggio, mortagli la madre ad Ostia, tornò a Roma, vi si trattenne
per 8-10 mesi interessandosi della vita monastica, ripartì per l’Africa e si stabilì a Tagaste. I
libri scritti a Cassiciaco, a Milano, a Roma, a Tagaste furono molti e prevalentemente di
filosofia cristiana. Scrisse anche due opere contro i manichei: De moribus Ecclesiae
catholicae et de moribus Manichaeorum; De Genesi adversus Manichaeos.
Nel 391 si trasferì ad Ippona per cercare un luogo dove fondare un monastero, e vi
trovò la sorpresa del sacerdozio. Nel 395, o secondo altri nel 396, fu ordinato vescovo
coadiutore: nel 397 era già solo alla direzione della diocesi. Continuò la controversia con i
manichei e quella donatista6. Non era terminata la controversia donatista che cominciò quella
pelagiana7. La prima opera fondamentale a proposito espone la teologia della redenzione e
6 Il donatismo P lo scisma che colpX la Chiesa africana del nord nel IV secolo e all’inizio del V, che perdurb
almeno fino al volgere del VII secolo. La causa immediata dello scisma si collega agli eventi dell’Africa del
nord durante la «grande» persecuzione del 303-305. Molti membri del clero obbedirono alle autoritB e
consegnarono i libri delle Scritture. Agli occhi di quanti avevano resistito, essi furono considerati traditores,
indegni della condizione clericale. I cristiani, che avevano continuato a radunarsi dopo la caduta del loro
vescovo, erano stati arrestati ed imprigionati a Cartagine. Essi avevano condannato i traditores e quanti
ricevevano i sacramenti dai traditores. L’arcidiacono di Cartagine, Ceciliano, fu accusato di avere impedito ai
cristiani di portare cibo ai confessori prigionieri. Nel 311-12 Ceciliano fu eletto vescovo di Cartagine.
L’opposizione fu immediata. Nel 312, il primate di Numidia, Secondo, riunX un concilio e dichiarb deposto
Ceciliano. Al suo posto venne eletto Maiorino. Dopo di lui successe Donato. L’imperatore Costantino delegb il
caso al vescovo Milziano di Roma, il cui concilio del 313 si pronuncib a favore di Ceciliano. Il 1 VIII 314 un
pij ampio concilio riunito per ordine dell’imperatore ad Arles assolse Ceciliano e manifestb orrore per gli
atteggiamenti violenti degli avversari. Dopo un altro appello di Costantino, lo stesso imperatore diede un
giudizio definitivo in favore di Ceciliano il 10 XI 316.
Nel resto del regno di Costantino, i donatisti guadagnarono il terreno. Nel 336 Donato radunb a
Cartagine un concilio di 270 vescovi. La situazione si mantenne per i successivi sessant’anni. Nonostante
l’esilio di Donato nel 347, la severa repressione dei donatisti e la conseguente influenza cattolica dal 347 al 361,
l’appoggio per i donatisti difficilmente vacillb. I capi donatisti tornarono sotto Giuliano l’Apostata. Parmeniano,
successore di Donato, provvide ad un governo fermo e assicurb la stabilitB della Chiesa donatista. Quando, nel
V 411, la conferenza di Cartagine ebbe luogo sotto la presidenza del rappresentante imperiale, i donatisti
potevano ancora radunare 285 vescovi (uno solo in meno rispetto ai cattolici). I cattolici uscirono, tuttavia,
vittoriosi e il donatismo fu di nuovo bandito con un editto, questa volta con efficacia maggiore. Parecchie
comunitB donatiste si riunirono ai cattolici. In Numidia sono ancora state trovate iscrizioni di tipo donatista di
epoca bizantina, e vi sono chiese rurali nella provincia che mostrano tracce di occupazione ininterrotta tra IV e
VI secolo. Il donatismo rinnovb inaspettatamente il suo vigore nella Numidia del sud durante il pontificato di
Gregorio Magno. Nel VII secolo e all’epoca della invasione araba scende di nuovo l’oscuritB.
7 Da Pelagio, nato in Britannia verso il 354 e battezzato a Roma verso il 380-384, deriva il nome di pelagiani-
pelagianesimo. Per quanto riguarda il pelagianesimo, si distinguono tre momenti: il movimento pelagiano prima
del 411; negli anni 411-418; dopo il 418.
Prima del 411. Si ascrive a questo periodo lo scritto De induratione cordis Pharaonis, che
costituirebbe la presa di posizione di Pelagio sulla comprensione del cristianesimo. In tale opera si insiste sul
meritarsi un destino osservando, con la libertB insita nella natura, i precetti di Dio.
Il 411-418. In questo periodo nacque e si concluse pubblicamente la polemica pelagiana. Si ebbe il
sinodo cartaginese del 411 contro Celestio, seguito da una condanna cui si fece sempre riferimento nel resto
della discussione; il sinodo di Diospoli del 415 contro Pelagio che ne uscX assolto; la reazione africana che portb
alla condanna di Pelagio e Celestio da parte di Innocenzo I nel 417; la momentanea riabilitazione di Pelagio e
Celestio da parte di papa Zozimo (settembre del 417); il concilium plenarium di Cartagine del 418 (maggio) che
in 9 canoni espresse la condanna del pelagianesimo; la Tractoria di papa Zozimo di condanna a Pelagio e

35
del battesimo, del peccato originale e della grazia e risponde alle difficoltà dei pelagiani (De
peccatorum meritis et de remissione). La seconda spiega le relazioni tra la legge (lettera) e la
grazia (spirito) e chiarisce il concetto della libertà cristiana (De spiritu et littera). In seguito,
rispose al De natura di Pelagio dimostrando che occorre difendere non solo la natura ma
anche la grazia che sana e libera la natura (De natura et gratia). Rispose pure alle
Definitiones di Celestio8, negando l’impeccantia e sostenendo l’imperfezione della giustizia
dell’uomo (De perfectione iustitiae hominum). Dopo l’assoluzione di Pelagio nel sinodo di
Palestina, sant’Agostino scrisse il De gestis Pelagii in cui dimostrò che Pelagio era stato
assolto ma il pelagianesimo condannato.
A queste opere se ne aggiungono molte altre: esegetiche, morali, pastorali. Tra le
prime: il De doctrina christiana, imponente per i principi ermeneutici e di oratoria sacra e la
sintesi dogmatica; il De bono coniugali e il De sancta virginitate sulle relazioni tra la bontà
del matrimonio e l’eccellenza della verginità consacrata; il De catechizandis rudibus,
manuale di catechistica ricco d’intuizioni pedagogiche; il De fide et operibus, sulle relazioni
tra la fede e le opere.
Il De Trinitate è l’opera dogmatica principale. A scopo teologico e spirituale vi si
espongono: la dottrina biblica, la teoria delle relazioni, la spiegazione «psicologica» e
dell’uomo immagine della Trinità, le proprietà personali dello Spirito Santo, che è l’Amore e
la Comunione del Padre e del Figlio.
Il De Civitate Dei costituisce il capolavoro agostiniano, opera apologetica e
dogmatica. Sant’Agostino risponde alle accuse dei pagani ed espone la dottrina cristiana sugli
inizi, il percorso e gli eterni destini delle due città, fondate su due amori, di sé e di Dio,
mescolate nel processo storico, separate nella dimora eterna.

Celestio, inviata a tutti i vescovi perché la sottoscrivessero, e la condanna da parte dell’imperatore Onorio. In
questo periodo si hanno pure gli scritti principali di Pelagio (Epistula ad Demetriadem; De natura; De libero
arbitrio).
Dopo il 418. Quest’ultimo periodo fu caratterizzato dalla polemica di Agostino con Giuliano d’Eclano
sul come conciliare la bontB del matrimonio con la trasmissione del peccato originale, e dalla trasformazione
della polemica pelagiana in questione antropologica.
8 Giurista romano, di origine britannica. Fu uno dei principali portavoce delle idee del pelagianesimo. Esule a
Cartagine, venne accusato sulla natura della morte se essa sia naturale o effetto del peccato di Adamo; sul
traducianesimo del peccato di Adamo; sul perché del battesimo conferito ai bambini, che egli negava venisse
conferito per la remissione dei peccati e quindi del peccato originale. Celestio venne condannato e tale condanna
dell’anno 411 pesb per sempre sul movimento pelagiano. Ogni susseguente giudizio sul suo operato si richiamb
alla decisione del sinodo di Cartagine del 411 (il concilio di Diospoli del 415, due concili africani del 416,
l’intervento del papa Zosimo, prima favorevole ma poi contrario, nel 417-418, la definitiva condanna di Efeso,
431, cann. 1 e 4). Nel 416 lo ritroviamo ad Efeso accolto tra i presbiteri. Dei suoi scritti il pij importante fu un
anonimo intitolato Definitiones.

36
A queste opere occorre aggiungere la corrispondenza (270 lettere), e i discorsi che si
distinguono in tre sezioni: In Iohannis Evangelium Tractatus (124 trattati sul Vangelo, 10
sulla prima lettera), In Psalmos (opera voluminosissima e ricca di dottrina spirituale, l’unica
completa esposizione sui Salmi della patristica); Sermones (frutto della predicazione di quasi
40 anni), di contenuto biblico, liturgico, agiografico e vario.

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Capitolo XI: San Giovanni Crisostomo, san Cirillo di Alessandria ed il Concilio di
Efeso, san Leone Magno ed il Concilio di Calcedonia

1. San Giovanni Crisostomo

Nacque ad Antiochia in una data incerta, anteriore al 381, anno in cui fu ordinato
diacono. Seguì le lezioni del retore Libanio e si preparava a far carriera civile. Ricevuto il
battesimo, frequenta la cerchia di Diodoro, futuro vescovo di Tarso. Lì si dedica al commento
delle Scritture ed ad una vita ascetica. Melezio, vescovo di Antiochia, lo nomina lettore. Ma il
suo desiderio di perfezione lo spinge a raggiungere i deserti dei dintorni, imparando a
memoria tutta la Bibbia. Le privazioni hanno la meglio sulla sua salute ed è costretto a
rientrare ad Antiochia. Nel 381 Melezio lo ordina diacono. Flaviano, successore di Melezio,
nel 386 l’ordina presbitero.
Per dodici anni presbitero della Chiesa di Antiochia, affascina le folle con la sua
eloquenza: donde il soprannome di «Bocca d’oro». Morto nel 397 Nettario, vescovo di
Costantinopoli, la Corte porta la sua scelta su san Giovanni. Viene così ordinato vescovo di
Costantinopoli nel 398.
San Giovanni si propone come obiettivo di reprimere gli abusi e riformare la società,
ma le sue esigenze suscitano l’ostilità. L’imperatrice Eudossia, i vescovi di diverse province, i
monaci che vivono a modo loro nella città, gli si coalizzano contro. Teofilo, patriarca di
Alessandria, si pone alla loro testa, convoca il Sinodo della Quercia, davanti al quale San
Giovanni viene intimato di comparire. Rifiuta di presentarsi. Viene deposto nel 403, poi
richiamato. Nella notte di Pasqua del 404, durante il battesimo dei catecumeni, la folla invade
la chiesa e la profana. Il 9 VI 404, l’imperatore firma un ordine di esilio. Dopo un viaggio di
tre mesi attraverso l’Asia Minore, san Giovanni arriva a Cucusa, in Armenia. Trascorrono tre
anni, ma i suoi nemici non disarmano, decidono, anzi, di inviarlo sulla costa orientale del Mar
Nero. Muore durante il viaggio a Comana, provincia di Ponto, il 14 IX 407.
Il suo pensiero ci è giunto sotto forma o di esortazioni a personaggi determinati, o di
omelie in occasione di avvenimenti precisi e di feste liturgiche, o, infine, di una serie di
commenti all’Antico e al Nuovo Testamento.

38
2. San Cirillo di Alessandria ed il Concilio di Efeso

Nato ad Alessandria in data incerta (370-380), si dedicò alla vita religiosa, ma non è
certo che sia stato monaco per qualche tempo. Nipote di Teofilo, seguì lo zio nel 403 al
sinodo della Quercia e gli successe sul seggio episcopale di Alessandria nel 412. Ne ereditò
non soltanto le ambizioni ma anche la capacità politica e la durezza verso gli avversari.
L’elezione di Nestorio, rappresentante della rivale sede di Antiochia, a vescovo di
Costantinopoli, non gli poteva riuscire gradita; perciò non si lasciò sfuggire l’occasione che
gli veniva offerta dalle proteste che suscitarono le imprudenti affermazioni cristologiche di
Nestorio, e le criticò nel 429 in varie lettere. Semplificando il presunto pensiero cristologico
di Nestorio, si può dire che egli affermava che in Cristo esistono due nature, la divina e
l’umana, ma le due nature sono talmente separate da essere del tutto incomunicanti e,
conseguentemente, Maria Santissima non può sensu stricto essere chiamata «Madre di Dio»
(2,@J`6@H), ma solamente «Madre dell’uomo Cristo» (•<2DTB@J`6@H o PD4FJ@J`6@H). Il
ricorso di ambedue a papa Celestino, nel 430, si concluse con la condanna di Nestorio.
Incaricato di comunicare la decisione di Roma a Nestorio, san Cirillo la corredò dei famosi
12 anatematismi. Il ricorso di Nestorio all’imperatore Teodosio II si concretò nella
convocazione di un concilio ecumenico a Efeso (431). San Cirillo, favorito anche dal ritardo
degli antiocheni, iniziò i lavori senza attendere il loro arrivo ed ottenne la condanna di
Nestorio. Venne così riconosciuta la divina maternità di Maria, la 2,@J`6@H (= Madre di
Dio). Giunti ad Efeso, i vescovi antiocheni condannarono san Cirillo. Teodosio II dichiarò
deposti sia Nestorio che Cirillo e li fece imprigionare; ma Cirillo riuscì a tornare ad
Alessandria. Ritenne, però, opportuno cercare la conciliazione con gli antiocheni con cui
giunse al patto d’unione del 433, nel quale quelli abbandonarono Nestorio ed egli lasciava
cadere gli anatematismi. San Cirillo morì il 27 VI 444.
Scrisse molto. Prima della controversia nestoriana, si dedicò all’esegesi scritturistica e
scrisse contro gli ariani. Iniziata la controversia, essa polarizzò tutta la sua attività letteraria.
Di lui possediamo anche una ventina di omelie e circa un centinaio di lettere. Compose anche
una grande opera apologetica Per la santa religione dei cristiani contro i libri dell’empio
Giuliano, in cui confuta il Contro Galilei dell’imperatore Giuliano l’Apostata (+ 363).

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3. San Leone Magno ed il Concilio di Calcedonia

San Leone I, chiamato Magno, fu vescovo di Roma (440-461), quando la parte


occidentale dell’Impero crollava sotto le invasioni barbariche. San Leone agì da vescovo
nella sua predicazione, negli interventi anti-eretici, nell’organizzazione della liturgia e della
vita monastica. S’impegnò per i concittadini minacciati dagli invasori unni e vandali.
La documentazione alla quale dobbiamo la conoscenza della vita di san Leone
consiste in lettere e sermoni.
Non si può dire che gli scritti di Leone contengano una teologia molto originale.
Tuttavia, Leone riesce a mettere in evidenza maggiore certe dottrine fondamentali. In campo
cristologico arriva ad un equilibrio notevole fra la dualità delle nature e l’unità della persona.
Sviluppa anche la teologia del primato del vescovo di Roma.
Egli è collegato con le vicende del Concilio di Calcedonia (451). Esso doveva
risolvere le polemiche suscitate dal diffondersi della dottrina monofisita, che aveva trionfato
nel sinodo di Efeso, chiamato anche: latrocinium Ephesinum, del 449, ma con procedimento
ed irregolarità tali da suscitare violenti reazioni, soprattutto da parte degli orientali (=
antiocheni) e di san Leone. Questi si fece rappresentare al Concilio di Calcedonia da una
delegazione presieduta da Pascasino.
Il concilio di Calcedonia si inaugurò l’8 X 451 alla presenza di più di 500 vescovi ed
alcuni rappresentanti dell’imperatore. Pascasino mise subito sotto accusa Dioscoro9 ed altri
protagonisti del latrocinium Ephesinum del 449. Dopo la lettura degli atti di tale pseudo
sinodo, si giunse alla riabilitazione di san Flaviano, patriarca di Costantinopoli, che ne era
stato la vittima principale, ed alla proposta di deporre Dioscoro, vescovo di Alessandria, ed
altri vescovi di tendenza monofisita. Nella seduta del 10 X, i commissari imperiali proposero
che si aprisse il dibattito sulle questioni dottrinali e che si arrivasse ad una nuova formula di
fede. La proposta suscitò perplessità, perché san Leone stesso aveva richiesto che tale
questione non venisse toccata ed il I Concilio di Efeso del 431 aveva interdetto l’uso di altra
formula di fede che non fosse quella di Nicea del 325. Solo sotto la continua pressione
dell’imperatore Marciano, i Padri di Calcedonia si decisero a comporre una nuova formula di
9 Dioscoro di Alessandria (+ 454) in qualitB di arcidiacono della Chiesa alessandrina accompagnb il proprio
vescovo, san Cirillo al Concilio di Efeso (431). Gli succedette nel 444. Invitato a presiedere all’altro Concilio di
Efeso (449), sostenne l’archimandrita Eutiche contro san Flaviano di Costantinopoli, provocando violenze per le
quali l’assemblea meritb la qualifica di latrocinium Ephesinum. Condannato dal Concilio di Calcedonia (451),
Dioscoro fu esiliato in Asia Minore e morX a Gangra il 4 IX 454, venerato come santo dalle Chiese non
calcedonesi.

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fede. Ancora nella quarta sessione del concilio, il 17 X 451, i Padri sinodali confermarono ai
delegati imperiali la loro volontà di non creare una nuova formula in aggiunta ai simboli di
Nicea e di Costantinopoli. Ciò era stato, anzi, proibito dal concilio di Efeso nella seduta del
22 VII 431. Ma se, argomentavano i Padri, era necessaria una nuova presentazione della fede,
questa era già disponibile nella lettera inviata da papa Leone per condannare Nestorio ed
Eutiche. Già il 10 X 451 giunse al patriarca Anatolio da parte dell’imperatore l’incarico di
elaborare una nuova formula di fede che sistemasse definitivamente il caso di Eutiche. Così,
il 22 X si giunse all’approvazione di questa nuova formula: essa proclama che in Cristo, in un
solo BD`FTB@< e una sola ßB`FJ"F4H, ovverosia in un’unica Persona, coesistono le nature
umana e divina, integre e complete, senza mescolanza trasformazione separazione divisione,
sì che egli è consostanziale al Padre secondo la divinità e consostanziale a noi secondo
l’umanità.

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Capitolo XII: Fine dell’età patristica. Un breve schema

A partire dalla metà del V secolo nella storia civile e politica avvengono delle
trasformazioni fondamentali, che a mano a mano cambiano anche l’aspetto della letteratura
cristiana. Dal momento che i problemi basilari della fede avevano trovato ormai una
soluzione autorevole in quattro concili ecumenici, parve a molti che la teologia avesse ormai
raggiunto la sua pienezza. Lo sforzo storico-esegetico e speculativo-dogmatico rimase
bloccato, lasciando il posto quasi totalmente alle esigenze liturgiche ed ascetiche. Mancando
l’originalità e l’energia creatrice, crebbe la dipendenza dai Padri della Chiesa del IV e del V
secolo, cosicché alla fine fu eretto a principio il tradizionalismo, il quale non si preoccupava
che di ripetere l’insegnamento dei Padri e rinunciava a produrre cose nuove.
Molti autori si dedicarono a raccogliere i risultati del lavoro spirituale dei tempi
passati ordinandoli in maniera da renderne più comoda la consultazione. Sorsero così,
specialmente nell’Oriente greco, le Catene contenenti estratti delle grandi opere esegetiche
antiche, e i Florilegia che raccoglievano sentenze su problemi di teologia dogmatica e
morale. Così furono salvati per i secoli successivi tesori di scienza filosofica e teologica che
evennero utilizzati come materiali di costruzione dalla teologia scolastica. Importanza
massima per l’evoluzione culturale del primo medioevo ebbe il grande enciclopedista
sant’Isidoro di Siviglia (+ 636).
Il regresso generale della fecondità letteraria si spiega anche con le circostanze
storiche, poiché in Occidente la cultura romana soggiacque all’assalto dei barbari, mentre in
Oriente il cesaropapismo si accrebbe ancor più nella lotta contro i monofisiti. Diminuendo
sempre più la conoscenza della lingua greca in Occidente e della latina in Oriente, andò
perduto il legame più efficace tra le due metà dell’Impero. Vaste regioni del mondo culturale
ellenico furono desolate dai musulmani.
Le razze germaniche non si dimostrarono insensibili all’influenza della civiltà
romano-cristiana, e così la vita intellettuale poté conservarsi, se pure in modeste proporzioni,
nella Gallia, in Italia e, nel secolo VI, soprattutto in Spagna. Del resto, la decadenza della
civiltà in Occidente non fu così catastrofica come in Oriente. Anche colà, tuttavia, la scuola di
retorica cristiana di Gaza ebbe una sua fioritura e la Chiesa greca produsse nello Pseudo-
Dionigi un grande mistico, e in Massimo il Confessore e Giovanni Damasceno due notevoli
teologi.

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1. Secolo VI

È il secolo dell’imperatore Giustiniano I e di papa Gregorio I. Le controversie


teologiche si vanno spegnendo in Occidente, mentre rimangono assai vivaci in Oriente, dove
si tiene il II concilio di Costantinopoli (553). Boezio, Cassiodoro, Cesario di Arles, Gregorio
di Tours fanno da mediatori tra i romano-cristiani e i barbari. In Siria appare l’opera del
cosiddetto Dionigi l’Areopagita. Nella prima metà del VI secolo, Leonzio di Bisanzio e
Giovanni Filopono in Oriente, Boezio in Occidente, misero la filosofia aristotelica a servizio
del pensiero teologico, ponendo così la base formale degli sviluppi futuri della scolastica
medioevale. Si consolidano le prime letterature nazionali cristiane (armena, siriaca, ecc.).
L’arte bizantina crea i suoi capolavori, mentre in Occidente acquisisce forme tipicamente
barbariche.

2. Secolo VII

Il monofisismo rinasce sotto forma di monotelismo, ma viene condannato al III


concilio di Costantinopoli (680-681), mentre si verifica la prima espansione dell’Islam. In
Oriente, l’attività teologica e letteraria ha due punti di riferimento illustri come Sofronio di
Gerusalemme e Massimo «il Confessore». In Occidente, mentre si realizza la fusione tra gli
elementi romani e quelli barbarici, è l’epoca di compilatori come Isidoro di Siviglia. L’arte è
in decadenza e presenta aspetti ripetitivi.

3. Secolo VIII

In Oriente infierisce la lotta contro le icone, difese da Germano di Costantinopoli e da


Giovanni di Damasco. Il II concilio di Nicea (787) dà loro ragione. In Occidente è in atto un
rinascimento culturale e letterario nell’ambiente anglosassone, rappresentato da Beda «il
Venerabile». Esso sta alla radice dell’incipiente rinascita carolingia, sia letteraria che artistica,
stimolata dall’attività di Alcuìno di York.

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Bibliografia

J. Quasten, Patrologia, 2 voll., Casale Monferrato 1967-1969; A. Di Berardino (ed.),


Patrologia, voll. III-V, Casale Monferrato 1968-2000; B. Altaner, Patrologia, Casale
Monferrato 1981; G. Peters, I Padri della Chiesa, 2 voll., Roma 1984; J. Liebart, Les Pères
de l’Église, vol. I: Du I au IV siècle, Paris 1986; G. Bosio – E dal Covolo – M. Maritano,
Introduzione ai Padri della Chiesa, I-V, Torino 1990-1996; A. Di Berardino (ed.), Nuovo
dizionario patristico e di antichità cristiane, I-III, Genova 2006-2008.

Prof. Bazyli Degórski, O.S.P.P.E.

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