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Aprirsi a Dio (1977-1990) è il primo di quattro volumi di padre T.H.Green S.I.

espressamente dedicati alla preghiera e precede Quando il pozzo si prosciuga, Buio


nella piazza del mercato, Il grano e la zizzania. Il lettore è accompagnato in un percorso
che va dagli inizi di un'esperienza relativa all'ascolto e al dialogo effettivo con il
Signore, passa anche tra i momenti più impegnativi e difficili dell'esistenza, acquisisce gli
elementi essenziali per un discernimento necessario ad affrontare bene le scelte decisive
della vita. Il pregio di questi libri è contenuto anche negli esempi, nelle testimonianze
efficaci che p. Green sa raccontare attingendo a piene mani da ciò che accade
quotidianamente a tutti. Questa seconda edizione italiana viene dopo quella fortunata
dell'Editrice CVX che ha saputo aiutare più di una generazione di lettori, come
testimonia la «Premessa» firmata dal cardinale Carlo Maria Martini.
Presso le Edizioni AdP è disponibile anche Preghiera e buon senso (1995-2000)
del padre Green, sul rapporto tra santità e vita quotidiana.
P. Thomas H. Green S.I. è nato nel 1941 a Rochester, nello stato di New York (USA).
Autore di molti libri sulla preghiera e sulla spiritualità, tradotti in undici lingue, gode di
un largo consenso internazionale come uno degli scrittori più popolari. Direttore
spirituale presso il Seminario San Josè a Manila, è anche professore di Filosofia e Teolo­
gia pastorale presso l'Università della stessa città.

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INDICE

PREMESSA (card. C.M.Martini) Pag.3

PRESENTAZIONE (p. M.Castelli) » 4

PREFAZIONE » 6

INTRODUZIONE:
(Pregare nell'ambiente culturale di oggi) » 7

PARTE I:
Il «che cosa» e il «perché» della preghiera » 16

1. Che cos'è la preghiera » 16


2. La «irrilevanza» della preghiera » 21
3. La rilevanza della preghiera: il discernimento » 25

PARTE II
Il «come» della preghiera » 32

4.Ci sono delle tecniche di preghiera? » 32


5.La purificazione attiva dell'anima » 38
6.Modi di preghiera di coloro che iniziano » 48

EPILOGO » 58

7.La preghiera oltre gli inizi » 58

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PREMESSA

Sono lieto che vengano ristampati i quattro volumi di p. Thomas H. Green S .I. sulla
preghiera. Fin da quando potei conoscerli nella prima edizione fatta a Milano, all'inizio
degli anni '90, ebbi modo di apprezzare lo stile semplice e piano e insieme la profonda
esperienza spirituale dell' autore, che è stato direttore spirituale in diverse parti del mondo
e attinge alla tradizione ignaziana e a quella dei grandi maestri del Carmelo. Li ho
consigliati a molte persone che volevano essere aiutate ad imparare a pregare e ne ho tratto
beneficio io stesso.
L'autore infatti affronta i problemi e le domande, che sorgono quando si vuole pregare
sul serio (e a pregare bisogna sempre un po' reimparare), e le principali difficoltà che si
trovano lungo il cammino della preghiera. Lo fa con una dottrina solida e tradizionale e
insieme con un linguaggio accessibile all'uomo e alla donna di oggi. Egli conosce bene,
da una parte, le difficoltà e gli ostacoli che devono essere affrontati nel cammino della
preghiera e, dall'altra, sa incoraggiare e mostrare che questo cammino è accessibile a ogni
cristiano di buona volontà. Anche le prove che più possono spaventare (la tradizione parla di
buio, di notti, di deserto, di vuoto ecc.) sono spiegate con un linguaggio che toglie l'affanno
e la paura e stimola a percorrere con fiducia la via nella quale si entra in un vero contatto
con il Si gnore, in un dialogo familiare e consolante. Perché la preghiera è davvero la
grande risorsa spirituale di ogni persona umana e permette di passare attraverso le prove
della vita con serenità e con speranza.
Auspico dunque che ancora tante persone trovino in questi libri la risposta alle domande
che stanno al fondo del cuore di ciascuno di noi e che sono ben espresse
dall'interrogazione dei discepoli a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» ( cfr. Le 11, 1).

CARLO MARIA CARD. MARTINI, S.I.


Galloro, 28 febbraio 2004

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PRESENTAZIONE

«In molti cristiani del nostro tempo è vivo il desiderio di imparare a pregare in modo
autentico e approfondito, nonostante le non poche difficoltà che la cultura moderna pone
all'avvertita esigenza di silenzio, di raccoglimento e di meditazione».
È constatazione del card. Ratzinger nel documento su «Alcuni aspetti della meditazione
cristiana», da lui emanato il 15 ottobre 1989. Ed è esperienza diretta di chi a vario titolo
s'interessa delle esigenze spirituali dell'uomo, anche solo a livello fenomenologico.
Il libro che qui pubblichiamo risponde, nelle nostre intenzioni, a tale diffusa domanda E
convien qui forse sottolineare che l'autore, il padre Thomas H. Green S.I., sarebbe ben lungi
dal restringere il numero dei «cristiani» che desiderano imparare a pregare ad alcuni cristiani
«laici», perché la deficienza che sottostà a detta esigenza è egualmente, se non ancora più
vivacemente sentita· da religiose, religiosi, seminaristi e sacerdoti, i quali alla preghiera
danno (magari formalmente ma pur sempre con sincerità) un tempo piuttosto notevole.
Thomas H Green è un padre gesuita, che vive come missionario nelle Filippine e che, sia
nelle Filippine sia nel Nord America di cui è originario, per sensibilità di grazia e per gli
incarichi esercitati, ha potuto acquisire lllla preziosa esperienza d'accompagnatore spirituale.
Questo è solo un primo volume di un'opera più vasta che ne comprende altri tre, nei quali, dopo
questa prima elementare introduzione, egli comunica ai fedeli quanto personalmente ha po­
tuto imparare circa il progresso nella vita di preghiera e alcuni aspetti particolari di essa. La
nostra editrice progetta di pubblicare l'intera opera di p. Thomas H. Green, benché - giova
notarlo- questa prima introduzione abbia già senso completo in se stessa.
Avverte giustamente l'autore che questo non è un libro da leggere, ma di cui fare
esperienza. È il medesimo discorso che generalmente si fa per il libro degli Esercizi
ignaziani, da cui fondamentalmente nella sua esperienza di preghiera e di guida spirituale,
il padre Thomas dipende (benché non manchino altri riferimenti come, in particolare, s.
Teresa, s. Giovanni della Croce, s. Teresina...). E l'esperienza che egli intende aiutare a
fare al «cristiano» di buona volontà non è quella di una preghiera qualsiasi, bensì quella
tipica di una preghiera «cristiana»: cioè una conversazione tra Dio e l'uomo nella loro
rispettiva qualità di persone. Per il cristiano, infatti, Dio è Padre e Figlio e Spirito
Santo, ossia è tre persone con le quali nella preghiera comunica come vero figlio, vero
fratello, vero amico con amore d'amicizia o, con altra più intensa immagine biblica,
come sposa a sposo...
Cosi la preghiera «cristiana» introduce l'uomo nella vita trinitaria. Un incontro del
genere- il card. Ratzinger e il p. Green lo dicono espressamente - è tutt' altra cosa dalla
preghiera proposta da quelle tradizioni orientali a cui oggi non pochi si rivolgono. Queste
prospettano l'assorbimento della persona umana in un immenso «tutto», indefinito e

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indistinto, che si stenta del resto a chiamare col nome di Dio; mentre la preghiera apertaci
da Cristo tende a potenziare la persona umana proprio nella sua relazione con le tre persone
divine: la teologia cristiana ci insegna infatti che le tre persone divine sono tali solo in
quanto si relazionano l'una all'altra. Non tenebra ma luce è per noi il mistero della
Trinità.
Tutto ciò ci porta naturalmente ad affermare che la preghiera «cristiana» è
essenzialmente dono di Dio. Questo non esclude però che per giungere ad essa sia
normalmente necessario un lungo periodo di preparazione, che contemporaneamente al
lavoro proprio di Dio comporta anche il concorso dell'uomo, specialmente per i primi
stadi. Qui giovano certamente i consigli che, fondandosi sulla loro personale esperienza,
danno i maestri nello Spirito della tradizione cristiana, tanto quella occidentale quanto
quella orientale; e possono anche giovare, specialmente per creare in chi si appresta a
pregare, quell'ambiente di tranquillità interiore che favorisce l'applicazione della mente
all'ascolto di Dio, le indicazioni dei maestri nello spirito di religioni non cristiane: il loro
contributo può ritenersi elemento umanamente valido di pur antiche culture con le quali
tuttavia solo ora la vita cristiana sta venendo a un vero ed esauriente contatto. L'accettare
tali contributi non appare cosa estranea alla storia del popolo di Dio, sia nell'Antica sia
nella Nuova Alleanza.
Il card. Ratzinger, nel luogo citato, cosi sintetizza quanto qui sopra abbiamo detto:
«La preghiera cristiana [...] si configura, propriamente parlando, come un dialogo
personale, intimo e profondo, tra l'uomo e Dio. Essa esprime quindi la comunione delle
creature redente con la vita intima delle Persone trinitarie. In questa comunione [ ... ] è
implicato un atteggiamento di conversione, un esodo dell'Io verso il Tu di Dio. La
preghiera cristiana rifugge da tecniche impersonali o centrate sull'Io, capaci di produrre
automatismi nei quali l'orante resta prigioniero di uno spiritualismo intimista, incapace di
un'apertura libera al Dio trascendente. Nella Chiesa la legittima ricerca di nuovi metodi
di meditazione dovrà sempre tener conto che a una preghiera autenticamente cristiana è
necessario l'incontro di due libertà, quella infinita di Dio con quella finita dell'uomo».
La convergenza tra le cose scritte dal padre Thomas H. Green, che abbiamo voluto qui
anzitutto evidenziare, e l'insegnamento del Magistero della Chiesa, trasmessoci dal card.
Ratzinger, è per noi segno e garanzia del valore intrinseco e dell'utilità pedagogica di
questa pubblicazione.
Mario Castelli S.l

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PREFAZIONE
Questo libro è stato «in incubazione» per parecchi anni. Mi incoraggiarono a scriverlo
molti amici: suore, preti, seminaristi e laici residenti nelle Filippine e altrove, i quali mi
esortavano a mettere per iscritto ciò che io avevo condiviso con loro, riguardo
preghiera, in ritiri, in conferenze, nella direzione spirituale, nel corso da me tenuto sulla
«Preghiera Apostolica». L'opportunità di venire incontro alle loro richieste si presentò
quando mi fu concesso un congedo sabbatico dal Provinciale dei gesuiti delle
Filippine, rev. Benigno A. Mayo S.I., e dalle autorità della Scuola di Teologia
Loyola dell'Ateneo dell'Università di Manila.
Nella stesura del libro sono stato molto aiutato dalla discussione sul suo contenuto
con mia madre ed altri amici. Suor Mary Ellen Doyle, delle Suore della Carità di
Nazaret e mia sorella Marie Green James hanno letto il testo in modo particolarmente
accurato e mi hanno dato dei suggerimenti per migliorarlo sia nel contenuto, sia nella
chiarezza di espressione. Per completare il coinvolgimento familiare nel progetto, mia
nipote, Peggy Green, ha svolto l'ingrato compito di decifrare la mia scrittura e di
dattilografare il manoscritto. Suor Sheila, suor Francis, suor Mary e le suore di San
Giuseppe del Convento della Cattedrale del Sacro Cuore hanno generosamente
diffuso la copia iniziale del testo e suor John Miriam Jones, S.C., assistente del Rettore
dell'Università di Notre Dame,· mi ha aiutato interessandosi alla possibilità di
pubblicazione. Eugene Geissler, editore della Ave Maria Press, è stato una guida saggia e
comprensiva per la mia prima avventura nel misterioso mondo dell' editoria.
Padre Jim McCann S.I., l'ultimo dei tre grandi padri spirituali che il Signore mi ha
donato, era l'uomo sul quale contavo per verificare la presenza dello Spirito in queste
pagine. Sfortunatamente egli morì a Manila, proprio una settimana prima che io tornassi
nelle Filippine, cosi non ho avuto la possibilità di condividere questa avventura con lui.
Il segno della sua influenza è comunque presente in ogni capitolo che segue.
Spero che questo libro sia strumento per il Signore, per dire ciò che Egli voleva. Se c'è
qualcosa di buono si deve prima di tutto al Dio e Padre di nostro Signore Gesù, poiché
Egli è, dopotutto, il «Signore della danza»; e poi a tutti coloro di vari continenti e diverse
isole che hanno pregato per questo progetto e che hanno condiviso con me l'esperienza
della loro vita interiore. Un particolare ringraziamento va agli amici del Seminario di San
José. Essi mi hanno fatto vivere, come un figlio della Terza Cultura, una reale avventura di
grazia. Questo è il loro libro, infatti la loro esperienza è la prova della verità di queste
pagine. Con gratitudine lo dedico a loro e a Jim McCann, che me li ha fatti conoscere e mi
ha insegnato ad amarli.
Manila,Filippine
Festa di Sant'Ignazio di Loyola, 31 luglio 1977

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INTRODUZIONE

Un pane a molte tavole


Recentemente i sociologi hanno cercato di spiegare parte dei fenomeni del nostro mondo
che si fa sempre più piccolo in termini di «terza cultura». Il concetto, sebbene non
completamente slegato, è diverso dalla più comune idea di Terzo Mondo. Noi chiamiamo
terza cultura quella che si è formata al punto di intersezione tra due culture che si sono
incontrate, da qualsiasi parte del mondo esse provengano.
Ad esempio, un amministratore coloniale inglese, che ha vissuto molti anni in India,
viene cambiato dall'esperienza fatta. Pur non diventando un vero indiano, non è neppure
più totalmente inglese. Allo stesso modo sono cambiati, in meglio o in peggio, i servitori
indiani che hanno lavorato con lui. Quest'uomo, che torna a casa dopo molti anni,
trascorsi in India, non si sente veramente a casa, nella terra nativa. Così pure non si
sarebbe sentito «a casa» in un ambiente completamente indiano. Egli è figlio di un nuovo
mondo, formato dall'interazione di due modi di vivere; come lo studente nero di talento
che dalle strade di Harlem è trapiantato nell' accogliente campus dell'Università di Ivy
League. Egli non si sentirà mai «a casa» nel mondo bianco dell'Università di Ivy League,
ma scoprirà che, psicologicamente, non può tornare a vivere di nuovo ad Harlem. Anche lui
è figlio dell'intersezione di due mondi.
Non sono competente per giudicare la validità del concetto di terza cultura dal punto
di vista sociologico, nonostante ciò ne parlo perché, personalmente, mi è stato di grande
aiuto per comprendere la mia situazione e per capire il significato ed il posto della
preghiera nella vita cristiana. Io stesso sono figlio della terza cultura: nato ed allevato negli
Stati Uniti e chiamato a vivere la mia vita come missionario nelle Filippine. Chi sono io
veramente? Aggrapparsi al mio «americanismo» in una cultura straniera sarebbe certamente
una formula fiustrante ed inefficace. Cercare di diventare completamente filippino
significherebbe ritornare nell'utero e rivivere tutta la mia storia: un'operazione impossibile.
Questo tentativo porterebbe all'esaurimento nervoso. Chi sono io allora? Sono senza
radici, oppure sono radicato contemporaneamente in due ambienti?
Oggigiorno queste domande possono provocare,una vera crisi d'identità, quando il
missionario non può trapiantare un «piccolo pezzo d'America» nel suolo straniero.
Grazie a Dio, è però anche possibile che esse producano, non senza dolore, un reale ap­
profondimento ed arricchimento personale. Il figlio della terza cultura ha un unico modo di
guardare al futuro: egli può, se ha occhi, iniziare a discernere i valori umani costanti e
fondamentali che soggiacciono a tutte le espressioni culturali. Può così scoprire le sue
vere radici di essere umano; può stupirsi di queste scoperte ed arricchirsi delle molte
differenti espressioni culturali di queste radici.
Questo ci porta all'argomento del libro: la preghiera, che ho scoperto essere uno dei valori
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umani costanti e fondamentali, veramente quello più importante. Non finisce mai di stupinni
il sentire le stesse domande sulla preghiera in un convento nelle province isolate di
Antique nel mare di Sulu, ed in un convento nella Cattedrale di Rochester, nello stato di
New York. I seminaristi di San José a Manila e quelli di San Bernardo a Rochester si
trovano dinanzi allo stesso problema di integrare la preghiera e l'azione nel seguire
Cristo Dio si rivela, sostanzialmente, allo stesso modo ad un dentista di Quezon City e ad
un professore di filosofia a Columbus nell'Ohio, a un parroco di Homell o di Cavite.
Questo libro è nato da quell'esperienza di incrocio culturale. Lavorando come direttore
spirituale ad Antique e a Rochester, a Columbus ed a Quezon City, ed a Sidney,
Singapore, Kuala Lumpur, ho trovato che ciò che principalmente le persone condividono
con me è la loro vita di preghiera. Questa constatazione è stata una grande provocazione
per me, perché mi ha costretto a riflettere costantemente sul modo in cui Dio lavora nella
mia vita e nella vita di quelli che ho diretto. Mi ha riportato ripetutamente ai maestri di
preghiera della Chiesa e alla mia stessa esperienza di uomo di fede in questi ultimi 25 anni.
Inoltre, mi sono reso conto che alcuni modelli comuni di vita interiore oltrepassano limiti
di tempo e di spazio e sono validi nel 1977 come nel 1577, nelle Filippine cosi come negli
Stati Uniti. Tutto ciò avrebbe già dovuto essere evidente 15 anni fa, senonché appare ovvio
solo oggi, alla luce di quel tremendo fermento nella Chiesa verificatosi dopo il Concilio
Vaticano IL
Le conclusioni date per scontate nella preghiera, come in ogni altro campo della vita
cristiana, hanno dovuto essere sottoposte ad un minuzioso riesame.

Nessuno ci somiglia
La vita interiore, o la vita di preghiera, è una realtà molto misteriosa.
Apparentemente ne fanno esperienza alcune persone e non altre. Sembra non esserci
molto da dire per spiegare il mistero. Per temperamento, o per l'ambiente familiare, oppure
per qualsiasi altro motivo, alcune persone sono «devote» e molte altre no. Quando ero
ragazzo avevo una prozia che era stata educata in Canada dalle suore. Secondo il suo
punto di vista, lei era una credente sincera, ma non si considerò mai devota. Infatti
ricordava che, a scuola, le suore esortavano le ragazze a dire tre Ave Mari e ogni giorno
per ottenere una vocazione religiosa, ma lei non disse mai le Ave Mari e, perché aveva paura
di riceverla!
Se oggi fosse viva e leggesse il mio libro, sarebbe orgogliosa di me che l'ho scritto,
ma sarebbe convinta che esso non è indicato per lei. Sono sicuro che Dio ha avuto un ruolo
molto importante nella sua vita, ma c'erano dei limiti al suo coinvolgimento con Lui. La
devozione era per le suore e per pochi laici, non per lei.
Ciò che avrebbe sorpreso la mia prozia è che non poche suore, probabilmente, si
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sentivano come lei. Esse avevano uno stile di vita apparentemente pio, ma, nel profondo,
erano arrivate alla conclusione che un incontro vero e personale col Signore non fosse
possibile per loro. Più di una volta, una brava suora, consacrata da molti anni, mi ha detto
che lei non poteva essere definita una donna di preghiera. Non aveva ottenuto mai nulla
dalla preghiera e poteva solo invidiare quelli attorno a lei che sembrava essere sulla
«lunghezza d'onda di Dio». A malincuore ella era arrivata alla conclusione che la
preghiera non era per lei. Qualunque cosa potessero provare le persone intorno a lei che
apparivano legate al Signore, qualsiasi cosa potesse essere la preghiera vera, essa non
era parte della sua vita. Ella non aveva alcuna speranza di incontrare Dio se non nella
morte. Se la Chiesa fosse stata divisa in api regine che pregano, ed api operaie che
lavorano, la sua sorte sarebbe stata chiaramente con le api operaie.

Decisivo il desiderio di preghiera


Queste suore sono in una posizione piuttosto differente da quella della mia prozia: in
un certo senso, la prozia ha deciso di non voler essere devota: mentre alle suore piacerebbe
diventarlo, ma sembra loro impossibile. Ci sono molti laici che si sentono in questa
stessa situazione spirituale. Essi vorrebbero conoscere meglio il Signore, ma gli impegni
quotidiani e le esigenze della vita nel mondo sembrano rendere impossibile per loro una
vera crescita nella preghiera. Ho scritto questo libro anche per le persone di questo tipo,
siano essere religiose o laiche.
Il desiderio di pregare è di per sé segno della presenza del Signore. Noi non possiamo
raggiungere Dio se Egli prima non ci attira a sé. Egli, poiché è il Signore, si prende cura di
noi più di quanto facciamo noi stessi, non susciterebbe mai questo desiderio solo per
frustrarci. Non ci indurrebbe mai a cercare qualcosa che è impossibile.
Come potrebbe questo libro aiutare persone di questo tipo? Persone, ad esempio, che
vorrebbero pregare, ma non pensano di riuscirci sia per il loro temperamento che per le
circostanze della loro vita? A prima vista la descrizione del modo in cui Dio opera nelle
preghiera potrebbe sembrare troppo esigente per loro. A tal fine, bisogna sottolineare
alcuni punti dei capitoli che seguono.
Per prima cosa, come si rileva nel capitolo 3, una buona preghiera non dovrebbe mai
essere separata dalla vita quotidiana. Pregare non è allontanarsi dalle nostre ansie
quotidiane per entrare in un mondo etereo. La persona religiosa in senso vero non è
estranea alla realtà. Piuttosto, la vera preghiera è portare le nostre ansie e responsabilità
prima al Signore e quindi imparare ad ascoltare cosa Egli ci dice in merito ad esse. Quel
che non è corretto - e questo è il punto più importante del capitolo 2 - è considerare la
preghiera un modo per manipolare Dio: «usarlo» per realizzare i nostri desideri
personali.
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Dio ci parla in molti modi

Se solo noi avessimo orecchie per ascoltare, sentiremmo che Dio ci parla in ogni momento
della nostra vita e non solamente nei momenti di preghiera formale. Le persone
indaffarate spesso dicono che il lavoro è la loro preghiera: è un espediente astuto che
contiene però un pizzico importante di verità. È vero che tutto ciò che accade, tutto
quello che facciamo, è rivelazione di Dio a noi, ma non ogni rivelazione di Dio è un
incontro autentico per noi.
Quante volte abbiamo provato a parlare con qualcuno e a non essere ascoltati? Stiamo
parlando, stiamo rivelando noi stessi, ma l'altra persona non ci sta ascoltando, oppure non
ci sta comprendendo. Nel capitolo 1 sottolineo che l'arte dell' ascolto è al cuore di una
preghiera sincera. Appena impariamo ad ascoltare con attenzione e sensibilità, tutti gli
avvenimenti della nostra vita diventano incontri col Signore: diventano preghiera. Ecco
perché sant'Ignazio di Loyola, insieme ad altri grandi uomini di fede, vede il tempo
per la preghiera formale, sistematica, molto più importante per i principianti che per quanti
hanno già imparato ad essere sensibili al modo in cui Dio parla. Ignazio parla del
discepolo maturo come di un contemplativo nell'azione: qualcuno che può «cercare Dio in
tutte le cose».
È in questo senso che ogni cosa (lavoro, divertimento ed altro) diventa davvero
preghiera per l'orante maturo.
Comunque, raggiungere questo livello di sensibilità richiede tempo e fatica. «Il mio
lavoro è la mia preghiera» può essere uno slogan ingannevole e una cortina di fumo, per
nascondere la mancanza di una vera profondità nella nostra vita. Il capitolo 3 chiarisce
che il disce�ento è un'arte, e come ogni arte si impara solo con l'esperienza. Una «guida
alla preghiera» è in realtà una guida alla pratica che può insegnarci quest'arte.
Le tecniche per raggiungere la pace ( capitolo 4), per disporre positivamente il
nostro animo all' ascolto dello Spirito ( capitolo 5) e per salire quei gradini iniziali
nella «preghiera mentale», che io chiamo meditazione e contemplazione (capitolo 6) non
sono intese come tappe meccaniche che garantiscono una preghiera riuscita, non sono
una teoria astratta della preghiera: sono piuttosto il distillato dell'esperienza di
preghiera cristiana nei secoli, riflessa attraverso il prisma della mia esperienza per­
sonale come uomo di fede e come direttore spirituale. Sono utili solo se aiutano i
lettori interessati ad una maggiore sensibilità verso le parole del Signore negli eventi
quotidiani, ordinari e straordinari, della loro vita.
Questo libro deve essere vissuto
È da notare comunque che questo comporta per il lettore un peso speciale. Molti libri
possono essere letti perché raccontano un'esperienza o per le informazioni che ci danno,
e poi possono essere messi da parte. Ci possono divertire, distrarre, rilassare, senza porci
nessuna ulteriore domanda. Ma una guida alla preghiera non è una cosa simile. Leggerla
bene richiede anni, perché deve essere vissuta, sperimentata. Ogni volta che sarà riletta, ci
dirà qualcosa di nuovo, perché la leggiamo con un nuovo bagaglio di esperienza. Questo è
quello che io stesso ho scoperto con le guide basilari della mia vita spirituale, come il
Cammino di perfezione di Teresa d'Avila, e laPrayer ofFaith di Leonard Boase.
Io non posso evitare di domandanni, mentre scrivo, cosa penserebbe la mia prozia di
queste righe. Spero che capirebbe che le persone devote, con intensa vita spirituale, non
sono persone «fuori dal mondo», come lei credeva. Ma lei avrebbe letto questo libro?
Avrebbe voluto esservi coinvolta, prenderlo come guida per la propria esplorazione di un
mondo che avrebbe potuto porle troppe domande su se stessa? Non so. Se potessi parlarle
ora, tuttavia, non farei passare in secondo piano l'impegno che un tale libro richiede.
Tenterei comunque di dirle che gli uomini di preghiera sono persone vere fino in fondo, con
i piedi per terra, completamente coinvolte nel mondo e pienamente umane. Pagano un
prezzo non per essersi staccate dalla realtà, ma per vivere la vita totalmente.
Se la mia devozione fosse pomposa o condiscendente o irreale, conterei comunque
sul tagliente spirito irlandese della mia prozia per «sgonfiarmi»!

Coloro che pregano spontaneamente


Tra i miei lettori ci sarà anche qualcuno per il quale la preghiera è già una parte
importante della vita. Questi non dovrebbero allontanarsi dalla preghiera per disinteresse o
fiustrazione, ma dovrebbero sentire che la preghiera è una cosa molto semplice per loro, che è
qualcosa di spontaneo e naturale, che non necessita di elaborate spiegazioni o giustificazioni.
Tevye, in Fiddler on the roof, apparirebbe a prima vista come un tale uomo. Egli parla sponta­
neamente e con naturalezza con Dio, che per lui è reale come la sua stessa vita, e col quale
si sente più a suo agio che con le sue figlie.
Tevye, pur essendo un personaggio inusuale, non è unico. Una delle storie che mi
impressionò molto in gioventù era quella di Jimmy, il manovale Jimmy era un uomo
semplice, poco istruito. Ogni giorno, quando tornava dal lavoro, si fermava in chiesa e si
sedeva in fondo per parecchi minuti. Il parroco notò la regolarità delle visite di Jimmy e il
suo fervore. Si domandava che cosa facesse un uomo semplice come Jimmy durante queste
visite. Un giorno gli domandò cosa accadeva. Jimmy rispose: «Niente di particolare, padre,
io dico solo 'Gesù, sono Jimmy'. E lui risponde 'Jimmy, sono Gesù' e noi siamo felici
ms1eme».
Cosa potrebbe essere più semplice e spontaneo dell'incontro di Jimmy col Signore? Cosa
potrebbe fare un libro sulla preghiera per Jimmy, se non complicare una relazione spontanea,
molto vera e profonda? La risposta, naturalmente, è che la relazione di Jimmy col Signore è
del tutto autentica e niente dovrebbe essere fatto per complicarla o confonderla Nessun direttore
spirituale e nessun manuale ci può dire come dobbiamo crescere. La preghiera è da spe­
rimentare in modo completamente personale. Vi sono molti metodi di preghiera e non una
sola via per incontrare il Signore. Se Jimmy ha trovato il Signore nella sua semplicità, allora
la sua via per arrivarci è la via giusta per lui.
Questo è un punto che necessita di essere particolannente sottolineato. Quattro secoli fa, san
Giovanni della Croce, uno dei maggiori direttori spirituali di tutti i tempi, scriveva che i tre
grandi nemici della crescita interiore sono: il demonio, se stessi e il direttore spirituale.
Mentre egli tratta del pericolo del diavolo e di se stessi in circa due paragrafi ciascuno, ne
dedica una trentina al pericolo del direttore spirituale. Perché? Egli pensa, molto sempli­
cemente, che molti direttori spirituali dirigono troppo. Essi cercano di plasmare i loro diretti
secondo la propria esperienza o le proprie teorie di preghiera. Per Giovanni, e per ogni buon
direttore spirituale, il ruolo del direttore non è quello di plasmare le anime secondo alcuni
modelli preconcetti, ma aiutarle ad interpretare la loro esperienza personale. Il buon
direttore aiuta le persone ad essere libere di seguire il Signore dovunque Egli scelga di
condurle. Discuteremo di questo punto più avanti, nel capitolo 3, quando parleremo del
discernimento, ma per ora, notate che «direttore» non è un titolo molto felice per defmire il
direttore spirituale. Più propriamente dovrebbe essere chiamato «codiscemitore» cioè guida o
anche solo consigliere nel discernimento.
Per ritornare a Jimmy e alla nostra domanda sul valore di questo libro per lui, da
quanto abbiamo detto è chiaro che nulla dovrebbe essere fatto per complicare la sua
relazione col Signore. Tuttavia, penso che la storia di Jimmy potrebbe essere sviante
nella sua semplicità. La vita spirituale, come tutta la vita, è crescita e cambiamento. Jimmy
ha una storia. È arrivato dove è ora attraverso un lungo processo di gioia e di sofferenza, di
dubbio e, forse, di prova. Non conosciamo la sua storia, ma la storia deriva il suo significato
profondo dalla nostra stessa esperienza. Jimmy è una figura sorprendente, sappiamo infatti
come è rara e difficile una fede cosi semplice per chiunque abbia vissuto veramente la vita ad
occhi aperti. Jimmy può, non aver bisogno di questo libro al momento attuale della sua vita
col Signore. Ma la sua storia è raccontata, ed allo stesso modo fu raccontata la prima volta che
la ascoltai, non per canonizzarlo, bensì per muovere gli ascoltatori a desiderare di arrivare
dove Jimny è.
Come si può raggiungere una fede cosi vera e semplice, partendo da dove molti di noi,
preoccupati, egocentrici e ancora desiderosi di qualcosa di meglio, iniziano una vita di
preghiera? A questa domanda il libro cerca di fornire una risposta. Il nostro ipotetico Jimmy
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potrebbe non aver bisogno di una tale risposta. Ma gli apostoli ne avevano bisogno, come
appare chiaramente quando chiedono a Gesù che prega, di insegnare anche a loro a pregare (Le
11,1). Egli aveva già dato numerose istruzioni sulla preghiera e aveva insegnato con il suo
stesso esempio come pregare, ma essi sentivano ancora di non saperlo veramente fare.
Avevano bisogno di aiuto, come noi.

Sempre in cammino
C'è un altro senso nel quale la storia di Jimmy necessita di spiegazione. Abbiamo detto che
la vita spirituale, come tutta la vita, coinvolge una crescita ed un mutamento. Jimmy ha una
storia. Egli è venuto verso qualche parte e sta andando da qualche altra parte. A qualunque
punto sia la sua esperienza attuale di Dio, egli deve ancora crescere. In questa. vita si è
sempre «in cammino». San Paolo dice: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera
confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora
conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto» ( lCor 13,12). Non importa
quanto sia profonda la nostra esperienza di Dio, siamo sempre principianti nella conoscenz.a
del Signore. Come Giobbe, chiamato l'uomo più religioso sulla faccia della Terra (Gb 1,8),
alla fine della sua prova dice: «io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti
vedono» (Gb 42,5). Sebbene egli fosse il più religioso dei figli degli uomini, egli solo a quel
punto stava iniziando a conoscere realmente il Signore.
Tevye, che in certo senso è un Giobbe moderno, illustra il mio pensiero molto bene. Fiddler
on the roofinizia con un Tevye che è in rapporti semplici ed intimi con il Signore. Ma il
racconto stesso è un' allegoria della purificazione di Tevye, quella che Giovanni della Croce
chiama la notte oscura del senso. Il suo mondo crolla Il volo finale dalla casa ancestrale di
Anatenka è un simbolo dell'erosione dei valori tradizionali, che hanno reso la sua vita signi­
ficativa e la sua fede sicura. Continuare ad incontrare Dio quando il suo mondo crolla,
richiederà a Tevye molto più di un tipo di fede semplicistica, «che fischietta nel buio». Anche
l'esperto di preghiera deve crescere, ed in alcuni momenti quella crescita imporrà uno
«scuotimento delle fondamenta». In simili situazioni spero che questo libro possa offiire una
guida più valida di quella che Giobbe ricevette dai suoi "amici".

Tempo di transizione
Sono stato ordinato sacerdote lo stesso giorno in cui Paolo VI fu eletto papa. Questa è
stata una coincidenza significativa per me, perché simboleggia il fatto che io, veramente, sono
figlio della transizione. La mia stessa formazione religiosa, interamente tradizionale nei
primi anni del seminario, fu profondamente influenzata dai venti nuovi che il grande Papa

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Giovanni XXIII, quale strumento dello Spirito, fece soffiare sulla Chiesa. I primi anni del mio
sacerdozio rifletterono, in piccola parte, la lotta eroica di Papa Paolo VI per aprirsi a tutto
quello che è autentico aggiornamento, rimanendo allo stesso tempo fermamente radicato
nella fede. I cambiamenti successivi al Vaticano - il rinnovato accento sulla comunità,
sia nella liturgia che nella vita del cristiano, l'importanza di trovare Cristo negli altri e la
dimensione sociale del V angelo - non produssero in me alcuna crisi personale. Mi
apparvero liberatori ed arricchenti, come espressione necessaria dell'impegno personale
col Signore, e definirono ulteriormente la mia vocazione.
Questi cambiamenti, quindi, hanno avuto un'influenza significativa sul mio lavoro di
direttore spirituale. Molti uomini di preghiera della mia generazione e delle generazioni
più vecchie o si interrogavano sulla concreta rilevanza della loro stessa formazione e
delle loro idee sulla preghiera e la direzione spirituale, oppure si aggrappavano al
vecchio e rifiutavano il nuovo, o ancora erano confusi e preoccupati dal conflitto tra il
vecchio ed il nuovo. Per la generazione più giovane il problema era un po' diverso. Molto
spesso essi non avevano imparato a pregare come noi. Il loro approccio alla preghiera era
molto più informale, non strutturato. Vedevano la preghiera come qualcosa di troppo
personale per essere governata da metodi, sui quali invece la generazione più vecchia si
basava. Arrivavano alla maturità con un forte interesse sociale ed erano impazienti ed
intolleranti verso qualsiasi spiritualità del tipo «io e Gesù». Vedevano quest'ultima
come troppo egocentrica, troppo indulgente con il proprio io, mentre il mondo intorno a
loro bruciava.
Nel mio lavoro di direttore ho avuto modo di trattare con giovani e anziani (e con quelli
a metà strada) delle varie parti del mondo. I miei diretti sono stati un misto rappresentativo di
età e di temperamento. Erano laici, religiosi e sacerdoti, ma non possono essere
considerati uno spaccato della popolazione in generale, perché avevano un interesse
comune: si preoccupavano di imparare a pregare, o di continuare a crescere nella
preghiera, tanto da cercare la direzione spirituale e condividere con me la loro vita inte­
riore. È importante annotare questo, perché è per loro che questo libro è stato scritto: siano
essi preti, o laici o religiosi che vogliono imparare a pregare.
Un ultimo accenno in merito all'uso dei libri sulla preghiera. Un libro di questo tipo
assomiglia di più ad un libro di cucina che a un romanzo o a un trattato di economia. Lo
leggiamo non per essere informati o per essere spinti artificiosamente, ma per essere
guidati nelle nostre azioni. Presumo che nessuna persona normale legga un libro di cucina
dal principio alla fine semplicemente per il piacere di leggerlo. Anche se questo libro è più
unitario e continuativo di un libro di cucina, almeno lo spero, tuttavia è destinato anch'esso ad
essere vissuto ed attualizzato, e non solo letto. Alcune parti di esso, come di qualsiasi libro di
preghiera, non soddisferanno immediatamente i bisogni del lettore: possono essere saltate.
Altre parti, invece, correggeranno e chiariranno alcuni elementi dell'esperienza che si sta
vivendo: per quanto dicono, esse dovrebbero essere lette e rilette, e provate nella vita.
In tal senso, l'intento di questo libro è di descrivere la vita di preghiera, per lo meno
nella sua fase iniziale, a quanti vogliono veramente imparare a pregare. Esso cerca di non
essere un tentativo per convincere il dubbioso del valore della preghiera (libro indi­
spensabile e prezioso oggi), o un suggerimento di tecniche di preghiera ( come dirò più
avanti, non credo ve ne siano), ma qualcosa che potrebbe essere chiamato oggi una
fenomenologi,a della preghiera, ad esempio, una descrizione del modo in cui oggi il Signore
sembra lavorare, ed il tipo di risposta che sembra desiderare nella vita degli uomini e
delle donne ai quali Egli sceglie di rivelarsi. Sarebbe cioè una «giustificazione» o una
«difesa» della preghiera, solo nel senso che quanto è descritto potrebbe spingere qualcuno,
per merito della Grazia, a cercare di sperimentare egli stesso l'incontro con Dio nella sua
vita. È vero che nella prima parte di questo libro discuto sulla rilevanza o meno della
preghiera, ma non in modo da convincere lo scettico, bensì per aiutare il principiante convinto
a capire meglio il bisogno di imparare a pregare che già sente. È «fede alla ricerca della
conoscenza»,fides quaerens intellectum.
Credo infatti che l'esperienza sia la sola prova per realtà come la preghiera e l'amore.
La moglie non può realmente provare a qualcun altro che suo marito la ama. Qualsiasi
prova che lei presenti può essere interpretata in un altro modo («Egli ti tratta teneramente
perché è più conveniente che sia tu a stirare piuttosto che una governante»). Ma lei sa, per
esperienza, che egli la ama.
Allo stesso modo san Giovanni dice che Andrea e lui per primi seguirono il Si gnore
all'invito di Giovanni Battista:
«Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano disse: "Che cercate?". Gli
risposero: "Rabbi (che significa maestro), dove abiti?". Disse loro: "Venite e vedrete".
Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui;
erano circa le quattro del pomeriggio (Gv 1,38-39)».
Giovanni menziona raramente l'ora del giorno nel suo Vangelo. Ma questo fu il momento
in cui egli si innamorò. Se aveste domandato a Giovanni di provare che Gesù è il Signore, io
credo che Giovanni avrebbe risposto: «La sola prova è questa. Se voi andate in un certo
posto alle quattro del pomeriggio, potrete vedere quello che io ho visto. Se ci andrete,
conoscerete che Gesù è il Signore».
L'unica prova è l'esperienza.
PARTE I
Il «che cosa» e il «perché» della preghiera

1. CHE COS'È LA PREGIDERA

Per parecchi anni sono stato direttore spirituale in un Seminario Maggiore. Il lavoro del
direttore spirituale è l'unico per cui non sembra esservi nessun tirocinio, eccetto l'esperienza.
Il direttore spirituale è una miscela curiosa: un alter ego, o un altro se stesso, uno che
condivide con i giovani ciò che è più prezioso e più provato per loro, il loro proprio io. Egli è
qualcosa come un guru, da cui essi sperano di imparare «mantra» segreti: è una spalla forte
su cui appoggiarsi nei periodi tribolati e una cassa armonica per le loro speranze ed i loro
progetti. In tutto questo, mi sembra che il direttore spirituale sia soprattutto un ascoltatore.
Veramente, la cosa più difficile che egli deve imparare è ascoltare: non passivamente, ma
creativamente e in modo appropriato.
Bruscamente, sull'importanza e la difficoltà di ascoltare, mi furono aperti gli occhi
in un'occasione. Un bel seminarista stava iniziando un ritiro diretto, ed io, nel mio stile
usuale, desideravo metterlo tranquillo spiritualmente e aiutarlo ad aprirsi. Quando ci
incontrammo la sera per discutere su come era trascorso il primo giorno, cominciai ad
interrogarlo sulla sua esperienza. Egli tagliò corto dicendo: «Prima di iniziare vorrei chiederle
un favore». «Di che cosa si tratta?» chiesi. Mi rispose: «Tutte le volte che inizia a parlare, io
divento nervoso e dimentico ciò che desideravo dire. Cosi, per favore, non dica nulla, fino a
che io abbia finito di condividere ciò che vorrei condividere». Nei giorni successivi riuscii
con successo (eroicamente!) a tacere e da allora ho scoperto che, per me, da quel
chiacchierone che sono, imparare ad ascoltare bene richiede molta disciplina.
Quando rifletto su questi anni passati ad imparare ad ascoltare, mi rendo conto che il
grande sforzo richiesto mi ha insegnato sulla preghiera molto più di qualsiasi altro
aspetto del mio ministero sacerdotale: sia perché l'arte dell'ascolto mi sembra il cuore
della preghiera, sia perché la preghiera stessa è stata l'argomento principale di cui i seminaristi
hanno voluto parlare. Sorgono molti problemi: famiglia, studi, vocazione, celibato,
comunità. E il loro continuo ricorrere nelle nostre conversazioni, è preghiera La domanda di base
è: ma che cosa è la preghiera? Non possiamo parlare veramente di come pregare, fino a
quando non abbiamo un'idea precisa di che cosa è la preghiera.
Quelli di noi che sono abbastanza anziani hanno imparato presto a definire la preghiera
«elevazione della mente e del cuore a Dio». Questa era una definizione molto facile da
memorizzare: chiara e concisa. Una buona definizione. Ci ha insegnato che: I) Dio è molto
al di sopra della nostra normale esperienz.a; 2) pregare comporta sforzo da parte nostra; 3)
pregare coinvolge la mente e il cuore - comprensione, sensibilità e volontà - dell'uomo. Se
approfondiamo questi tre elementi, forse riusciamo ad avere un quadro più chiaro proprio di
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che cosa dovrebbe essere la preghiera.
L'ultimo punto - il posto del cuore nella preghiera - è importante e non sempre è stato ben
chiaro. Per molti dei padri del deserto e dei teologi della Chiesa primitiva, forse perché
largamente influenz.ati dalla filosofia greca, la preghiera era soprattutto materia per la
comprensione e la conoscenza. Qualcosa di simile era la teologia, che cercava di mettere la
ragione al servizio della fede, di usare la ragione per capire e per chiarire il mistero della
rivelazione divina. Il teologo e l'uomo di preghiera non differivano tanto in quello che
facevano, infatti entrambi ricercavano una conoscenza, quanto nei mezzi che usavano per
raggiungerla. Il teologo usava le sue facoltà naturali di ragionamento e di riflessione, mentre
l'uomo di preghiera, nella tradizione antica, usava tecniche esoteriche e segrete, che si
supponeva conducessero ad una via privilegiata, soprannaturale, «mistica», di conoscenza di
Dio e di comprensione della realtà ultima.
Questa visione della preghiera e della spiritualità fu subito condannata dalla Chiesa
come eretica. Il suo maggior difetto non fu comunque l'accento sulla comprensione rispetto
alla relativa trascuratezza del cuore. La pecca realmente fatale di queste prime teorie di
preghiera riguardava maggiormente il secondo dei tre punti che abbiamo summenzionato, e
cioè, che la preghiera comporta sforzo da parte nostra. Fu condannata per la rilevanza ec­
cessiva dello sforzo personale dell'uomo. Nella terminologia partigiana del tempo, essa fu
definita «pelagiana» o «semi-pelagiana», in quanto seguiva il teologo Pelagio nel
sovrastimare la capacità dell'uomo di incontrare Dio, in base agli sforzi personali, e nel
negare il primato assoluto della Grazia di Dio. C'è un baratro incalcolabile tra Dio e l'uomo;
l'uomo, per quanto possa impegnarsi, non può raggiungere Dio, non può scavalcare l'im­
mensità. Non può neppure, come asseriscono i semi-pelagiani, fare il primo passo per arrivare
a Dio. Questi solo può saltare l'immenso abisso tra il Creatore e la creatura: questo è quanto
Gesù ha fatto nell'incarnazione ed è quanto fa nella vita di ogni uomo di fede che vuole
incontrarlo veramente.
Sebbene la concezione semi-pelagiana sia facilmente relegabile nella pattumiera della storia
temo che la situazione reale non sia altrettanto semplice. Se penso ai miei stessi anni di scuola
di preghiera, devo riconoscere che anche in me c'è stata forse una buona dose di semi­
pelagianesimo. Le strutture nelle quali sono stato formato tendevano a porre l'accento su ·un
tiJX> di spiritualità «regolabile come il cinturino degli stivali». Durante il noviziato, il momento di
preghiera (di cui più avanti avrò delle cose positive da dire) era rigidamente prescritto. I libri
sull'argomento erano provvisti di meditazione strutturate; meditavamo in 60 per stanza; l'unica
JX>Sizione accettabile era in ginocchio. Se qualcuno non si inginocchiava durante la preghiera,
poteva aspettarsi una convocazione dal direttore dei novizi ed un interrogatorio per sapere se
fosse malato. Io stesso tremavo per tutta la durata di alcuni di questi incontri; allo stesso
tempo, mentre li temevo, capivo che sviluppavano il mio carattere e la mia autodisciplina.
Più tardi ancora, quando io stesso divenni direttore spirituale, mi resi conto che queste regole
facevano parte dello spirito diffuso di un periodo in cm ascetismo, abnegazione,
soppressione della propria volontà e dei propri desideri erano, in un certo senso, al cuore della
spiritualità. Era come se il misterioso messaggio di Gesù: «dai giorni di Giovanni il
Battista fino ad ora, il Regno dei Cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono»
(Mt I I, 12), fosse da porsi, da solo e fuori da ogni contesto, come base per l'intera
spiritualità.
Il frutto della controversia semi-pelagiana è stato quello di farci capire che il nostro sfo170
personale è completamente secondario rispetto al lavoro di Dio nell'incontro con noi. Da qualche
tempo penso che questo sia il difetto nella definizione tradizionale di preghiera, con cui
abbiamo iniziato questo capitolo. L'idea di elevare la nostra mente ed il nostro cuore a Dio
mi sembra ancora supporre che la preghiera sia materia del nostro sforzo personale, che Dio sia
soltanto spettatore, mentre noi cerchiamo modi e significati per elevarci a Lui. Una
concezione simile sarebbe ovviamente semi-pelagiana, e quindi inaccettabile per il
cristiano.
Da quando recentemente i cristiani hanno mostrato molto interesse allo Yoga, allo Zen e
loro derivati, è importante annotare, in questo contesto, che una visione simile trova un
supporto considerevole nelle grandi religioni orientali come l'Induismo ed il Buddismo. fu
queste tradizioni orientali che non conoscono un Dio personale, pregare dipende completamente
dallo sforzo dell'uomo anche se quello sforzo, abbastanza paradossalmente per gli occidentali,
è applicazione totale per vuotare la mente, per raggiungere la pace, la passività. È importante
notare comunque che, perfino nelle tradizioni più comuni - e particolarmente nella letteratura
classica dell'Induismo - ci sono affermazioni sulla personalità di Dio e i segni di una dottrina
della Grazia. Ne La Bhagavad Gita, il Benedetto dice dei suoi veri discepoli:
«A coloro che sempre Mi servono e Mi adorano con amore e devozione do l'intelligenza
con la quale potranno venire a Me».
All'interno dell'Induismo ci sono state delle dispute sul significato letterale di testi come
questo. Ma per noi cristiani non vi può essere dubbio: Dio è una persona (in effetti, tre persone!)
e pregare è un incontro personale con Lui. Oltre a questo è un incontro che dipende quasi
interamente dalla Sua Grazia, poiché Egli è Dio.
Questo non è il luogo per tentare di spiegare al cristiano confuso che cosa vi sia
esattamente alla fine del cammino di preghiera per l'induista ·o il buddista contemplativo. Penso
semplicemente che la preghiera cristiana è fondata su una specifica concezione di Dio: un
Dio personale che incontra le sue creature che ama.
Tornando alla definizione tradizionale, la concezione della preghiera come elevazione della
mente e del cuore a Dio sembra sollecitare eccessivamente il nostro sforzo personale e la
nostra attività nella preghiera stessa Da qualche tempo suggerisco che un approccio migliore
sarebbe quello di definire la preghiera come un 'apertura della mente e del cuore a Dio. Mi
sembra migliore perché l'idea di apertura accentua la ricezione e la sensibilità verso un'
altra persona. Aprirsi ad un altro agire, ma agire in modo tale che l'altro rimanga la parte
dominante.
Forse l'esempio più chiaro di apertura è l'arte dell'ascolto, di cui abbiamo discusso
all'inizio del capitolo. Ascoltare è davvero un'arte, che alcune persone non imparano mai.
Tutti noi abbiamo conosciuto persone che non ascoltano. Esse sentono, ma non capiscono. Il
loro orecchio corporeo raccoglie il suono, ma il loro cuore non è attento al suo significato.
Puoi parlare a loro, ma puoi parlare a mala pena con loro. lliWH usa questa immagine di
sentire ma di non ascoltare per esprimere la sua fiustrazione con Israele: «Questo dunque
ascoltate, o popolo stolto e privo di senno, che ha occhi ma non vede, che ha orecchi ma non
ode» (Ger 5,21); e Gesù utilizza le stesse espressioni quando parla ai suoi «ascoltatori»
dopo la moltiplicazione dei pani: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non
capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non
udite? E non vi ricordate?» (Mc 8,17-18).
Sentire o ascoltare sono metafore utili per la preghiera. Il buon orante è soprattutto un
buon ascoltatore. La preghiera è dialogo; è un incontro personale d'amore. Quando
comunichiamo con qualcuno che ci è caro, noi parliamo ed ascoltiamo. Ma il nostro parlare è
anche rispondente: quanto diciamo dipende generalmente da quanto l'altro ci ha detto.
Altrimenti non è vero dialogo, ma piuttosto due monologhi che corrono paralleli.
Credo che queste osservazioni ci abbiano condotto sulla via giusta per la comprensione
di che cosa è la preghiera. In passato abbiamo catalogato la preghiera sotto quattro titoli:
Adorazione, Contrizione, Ringraziamento e Supplica. Questo aiuta a chiarire che la
preghiera è molto più vasta della mera richiesta di cose (cioè della supplica). Abbiamo
visto che da parte nostra è necessario andare più a fondo in questi quattro punti, per
arrivare al significato vero della preghiera. La preghiera è essenzialmente un incontro di
dialogo tra Dio e l'uomo; e poiché Dio è il Signore, Egli solo ·può iniziare l'incontro. Questa è
l'implicazione importante del primo elemento della nostra definizione tradizionale. Ne
segue che ciò che l'uomo fa o dice nella preghiera dipenderà da quello che Dio fa o dice
prima di lui. Qui soprattutto è vero che «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi»
( Gv 15,16). La scelta di Dio, la sua chiamata, è fondamentale e più importante di tutto.
Allo stesso tempo, quindi, la preghiera è un dialogo, un incontro tra due persone. Quello
che l'uomo fa o dice è parte integrale della preghiera, dal momento che persino Dio non può
parlare con noi, se noi non rispondiamo. Dio stesso non può dialogare con l'uomo che
interiormente è sordo e muto.
Questo era il secondo elemento valido nella definizione tradizionale: pregare implica sforzo
da parte dell'uomo, anche se è Dio che ci raggiunge attraverso l'infinito, ed anche se lo sforzo
dell'uomo è esso stesso impossibile senza il sostentamento della Grazia di Dio.
D' altra parte, come chiarisce il terzo elemento della definizione tradizionale, la risposta
dell'uomo coinvolge sia la sua mente che il suo cuore. La comprensione ha tn1 ruolo importante
nella preghiera, dal momento che l'uomo non può amare ciò che non conosce. Il suo amore è
proporzionato alla sua conoscenza: e, contemporaneamente, la preghiera non è puro
ragionamento o speculazione su Dio. Come santa Teresa d'Avila dice nel Castello Interiore:
«L'essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare». Lo scopo della preghiera
è l'incontro con Dio nell'amore. E l'amore - come Teresa continua - «consiste, non
nell'estensione della nostra felicità, ma nella fermezza della nostra detertl1ll1azione nel tentativo
di piacere a Dio in ogni cosa». La preghiera perciò coinvolge il cuore e la volontà dell'uomo,
perfino più a fondo della sua comprensione.
Fu sant'Agostino, uno dei più grandi intellettuali che la Chiesa abbia prodotto, che
disse: «Il nostro cuore non ha quiete finché non riposa in Te». Per l'uomo erudito il compimento
può essere nella mente che raggiunge la tranquillità, ma per l'uomo di fede, per l'innamorato, è
il cuore che importa maggiormente.
In questa relazione è importante notare che la spontaneità è la vera essenza della
preghiera, come lo è di tutti i dialoghi. Il «cuore» per sant'Agostino è un organo spontaneo,
che risponde al sacramento di questo momento. La sua risposta non può essere programmata,
perché non possiamo conoscere in anticipo quanto Dio ci dirà in ogni momento donato.
Quando eravamo novizi, ci esortavano a programmare le nostre conversazioni della
ricreazione, presumibilmente perché gli argomenti discussi fossero fruttiferi ed elevati. Il
risultato, naturalmente, erano delle conversazioni pompose, e degli incontri divertenti, ma
soprattutto fì:ustranti, dove ogni partecipante si impegnava forsennatamente per portare il
discorso sull'argomento che egli aveva programmato. Da allora ho sentito la stessa cosa negli
incontri di società ed ai ricevimenti, con gli stessi ridicoli risultati. Nel noviziato
l'intenzione era buona, ma la perdita di spontaneità, disastrosa. La stessa cosa si
verificherebbe in un approccio programmato alla preghiera.
Per il principiante c'è ancora confusione e mistero nell'ascolto di Dio. Per l'uomo di
preghiera esperto non c'è più confusione, ma rimarrà sempre il mistero. Poiché non
incontriamo mai Dio nello stesso modo in cui incontreremmo un essere umano, come
possiamo sapere quando Dio ci parla? Come interpretare quello che «dice», quando Egli non
parla come un uomo? Come posso rispondere significativamente a qualcuno la cui venuta è
sempre nascosta nel mistero della fede? Brevemente, come so che non sto parlando solo a
me stesso, quando prego? Lo scopo centrale di questo libro è di aiutare a rispondere a queste
domande, non in modo da eliminare il mistero della fede, ma da incoraggiare il principiante
ad iniziare ed a continuare a scoprire Dio che parla nella sua vita.
Abbiamo basato la nostra esperienza di che cosa è la preghiera sull'esperienza umana di
dialogo e di ascolto.
Nei capitoli che seguono vedremo come la normale esperienza umana di amore e dialogo
-tra marito e moglie, tra direttore e diretto, oppure tra amici- può aiutarci moltissimo a
scoprire e ad interpretare la nostra esperienza di preghiera, come un incontro personale
20
nell'amore tra Dio e l'uomo.

2. LA «IRRILEVANZA» DELLA PREGHIERA

Nella seconda parte del libro tenterà di descrivere nei minimi particolari il modo in cui Dio
lavora in quegli stadi iniziali di incontro con l'uomo, che noi chiamiamo preghiera. Ma prima
di tutto è utile considerare alcune domande che oggi vengono poste :frequentemente e che
potrebbero ostacolare il principiante nel suo cammino.
Una domanda che tratteremo in questo capitolo concerne !'«irrilevanza» della preghiera, per
lo meno come l'abbiamo descritta noi, per l'uomo comune: la preghiera è un lusso che il
laico medio e perfino il prete o il religioso medio attivo (attivo nel senso di essere
personalmente impegnato al setvizio dei fedeli e nella predicazione del Vangelo) possono
difficilmente permettersi? Non stiamo parlando di qualcosa di esotico ed irreale in un mondo
dove la giustizia sociale, i diritti umani e persino le esigenze basilari della famiglia e del
lavoro richiedono alla maggior parte delle persone molta più energia di quanta esse ne
abbiano? Queste oggi sono domande autentiche. Mi sono state rivolte dai seminaristi di
Manila, i quali pensavano che rispondere ai bisogni della gente nei quartieri poveri vicini
al seminario fosse molto più urgente e molto più cristiano, che passare il tempo assorbiti
dalla propria vita spirituale e di preghiera. Le stesse domande mi sono state poste dai genitori
di famiglie giovani, che non riuscivano nemmeno a trovare il tempo e la tranquillità per
parlarsi, per fare silenzio ed avere tempo e spazio per la preghiera.
Quest'ultima difficoltà suggerisce un'esplorazione accurata dell'analogia con l'amore
umano per cercare una risposta alla domanda sull'importanza della preghiera. Marito e
moglie che, per qualsiasi ragione, non abbiamo tempo l'uno per l'altra, potrebbero
dare origine a problemi seri, quali che siano le loro ragioni per questa mancanza di
tempo. Allo stesso modo, una coppia che cerchi di giustificare la propria intimità puramente
in termini di utilità nell'educazione dei figli, potrebbe incontrare tempi difficili.
Immaginate la relazione tra marito e moglie che veramente si amano. Essi vivono giorno
per giorno l'uno per l'altra. Ci sono giorni positivi e giorni negativi, ma entrambi fanno
parte di una relazione che si approfondisce con gli anni e che dà senso alla loro vita. Ci
sono momenti di intimità in cui riescono a provare e ad esprimere tutto quello che
rappresentano l'uno per l' altra.
Consideriamo ora un momento di intimità profonda. Essi sono pieni della gioia del loro
amore. Improvvisamente alla moglie viene un pensiero fastidioso ed ella lo esprime ad
alta voce: «Qual è la rilevanza del nostro amore reciproco?», domanda al marito. Che
strana domanda in un momento simile! Egli sarà imbarazzato, sorpreso, irritato forse.
L'umore del loro incontro amoroso sarebbe distrutto. Perché? Perché l'amore non è
rilevante, tempestivo, opportuno, pertinente, utile. Quando gli innamorati cominciano a
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farsi queste domande, il loro amore è diventato un oggetto da esaminare e non un' esperienza
da vivere. L'amore oggettivato è amore distorto, il solo pensarci mette a disagio quelli che
hanno conosciuto l'amore.
Lo stesso accade con l'amore di Dio. Se cerchiamo di determinare la sua
importanza pratica, di giustificarlo, mostrando quanto sia utile, esso ci sfugge dalle mani.
L'amore è una passione splendidamente inutile, sia esso amore di uomo o amore di Dio.
L'amore è quella cosa che, par excellence ( come dice una felice espressione di
Wittgenstein), non può essere raccontata, ma solo mostrata. L'esperienza stessa è la sola
prova, la sola giustificazione. Ecco forse perché le prove dell'esistenza di Dio appaiono
sempre insoddisfacenti: per il non credente esse non provano nulla; e per il credente
non riescono lontanamente ad esprimere la realtà della sua esperienza.
Dal momento che abbiamo descritto la preghiera come una relazione d'amore con Dio,
l'uomo di fede si trova di fronte allo stesso problema della moglie di prima. La preghiera
non è fatta per essere usata, ma per essere vissuta. L'esperienza di Dio nella preghiera è la
sua unica giustificazione: non esiste altra giustificazione possibile. Ciò pone un problema
particolare al principiante, per lo meno se arriva alla preghiera non perché sente il disegno
di Dio dentro di sé, ma perché egli o ella (ad esempio, un seminarista o una novizia) si sente
dire che deve pregare. Da quanto abbiamo detto, sembrerebbe difficile trovare un
argomento per cui un principiante che non ha mai avuto esperienza di preghiera, debba
tentare di pregare. E a giudicare dalla mia esperienza, questo è proprio vero.
Spesso i principianti sono attratti dalla preghiera, perché hanno trovato la gioia che dà
la conoscenza di Dio. Ma oggigiorno è sempre più comune che i giovani, uomini e donne,
entrino in seminario o in noviziato, non perché desiderano conoscere il Signore, ma perché
desiderano servire i loro simili. Grazie a Dio, la Chiesa appare a molti come un buon canale
per il loro desiderio di servire; ma la conoscenza personale di Cristo ( vedi Gv 1, 14) è per
loro una cosa vaga ed irreale.
Si trovano a loro agio quando si discute su «trovare Cristo negli altri», fintantoché
nessuno solleva la domanda su chi è Cristo per loro. Interessarsi alla conoscenza di Dio,
all'incontro con Cristo, alla preghiera, non sembra necessario, ma piuttosto, peccaminoso,
colpevole, indulgente con se stessi in un mondo disunito e frammentato. E anche se siamo
d'accordo sul punto dell'analogia con l'irrilevanza dell' amore umano, è giusto, oggigiorno,
sciupare tempo con ciò che è irrilevante?
Ma questo è vero? La preghiera è un lusso, esotico e irreale, nel mondo di oggi che
è sotto pressione e che si fa sempre più piccolo? La domanda è particolarmente urgente
nel Terzo Mondo, dove esiste una differenza abissale tra ricchi e poveri e manca una classe
media. L'operaio cristiano medio guadagna poco (da 1 a 2 dollari al giorno), ha una
famiglia numerosa (spesso 6 o 8 bambini) e lavora 6 giorni la settimana. Il missionario
medio - prete, suora, frate o laico - è oppresso dalla necessità di portare giustizia sociale e
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sviluppo in una situazione cosi disperata. Un operaio o un missionario in queste condizioni,
dove potrebbero trovare tempo ed energia per un incontro personale con Dio?
La situazione non è altrettanto disperata nel mondo sviluppato, ma il problema esiste.
La legge di Parkinson dice il vero e cioè, che il lavoro (ed i problemi) si espandono fino
ad occupare tutto il tempo disponibile. Probabilmente, perfino i Rockfeller pensano di
avere problemi per arrivare alla fine del mese; e la maggior parte delle persone della
società sviluppata si sente molto meno sicura di Rockfeller. Il consumismo, origine dello
sviluppo, deve creare continuamente nuovi bisogni per sopravvivere. I mezzi di
comunicazione creano bisogni ( che diventano subito reali per quanti li sentono) e le carte
di credito ritardano il momento del conto. In un tale clima quindi, che tempo ed energia
possono avere l'operaio o l'apostolo medio (che respirano in ogni momento l'aria del
consumismo) per incontrare personalmente Dio?
Queste domande possono avere molteplici risposte. Forse la prima cosa che dobbiamo
richiamare è che Dio è l'iniziatore dell'incontro che noi chiamiamo preghiera. Gesù dice:
«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). San Paolo nella lettera ai
Romani (8,14-34) dà una magnifica definizione del fatto che è lo Spirito di Dio che lavora in
noi, non solo per giustificarci, ma anche per insegnarci come parlare a Dio, infatti: «Allo
stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno
sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza
per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello
Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27).
L'incontro col Signore, perciò, è dovuto essenzialmente alla Sua opera e, poiché «Io Spirito
soffia dove vuole» (Gv 3,8), l'esperienza di preghiera può avvenire in quelle che per noi sono
le situazioni meno promettenti e le persone più improbabili. Dio è il Signore: «Lo Spirito non
è limitato» dagli eventi, dalle situazioni sociali, una libertà che Gesù ha esercitato
magnificamente la mattina della Risurrezione apparendo prima a Maria Maddalena, «dalla
quale aveva cacciato sette demoni»(Mc 16,9). Ciò che il vescovo Ian Ramsey ha
chiamato «situazioni di rivelazione», ossia gli avvenimenti della nostra esperienza concreta
che improvvisamente diventano rivelazioni della presenza dell'amore di Dio, possono accadere
inaspettatamente: sull'autobus, guardando la televisione, nelle conversazioni quotidiane. Ho
provato l'esperienza della ricerca vana del Signore attraverso ore di preghiera senza frutto, per
sentire poi improvvisamente la Sua voce o la Sua presenza davanti a un tramonto o nelle
parole di un amico, oppure ancora, durante la preparazione di una lezione su un argomento
senza alcun legame con la preghiera.
Ma qualcuno potrebbe domandarsi: questo risponde veramente alla nostra domanda sulla
rilevanza della preghiera? Non stiamo dicendo semplicemente che Dio è una legge di
fronte alla quale io stesso, o gli interessi mondiali sono veramente senza valore? Questo
significherebbe che la nostra domanda sulla irrilevanza è essa stessa irrilevante. Questo tipo di
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inteipretazione ha avuto una storia lunga e importante nella Chiesa, sia nella tradizione prote­
stante sia in quella cattolica. Spero di riuscire a mostrare brevemente che è un errore, almeno
nell'essere troppo unilaterale; ma dobbiamo ammettere che per certi aspetti essa ha una solida base
nella Sacra Scrittura.
Dall'inizio della storia d'Israele come popolo di Dio, JHWH insisteva che Egli era diverso dagli
dei Gentili: non poteva essere manipolato dagli uomini; non era un essere con tutte le debolezze
degli uomini come le divinità greche o cananee. Egli era totalmente altro, cosi al di là della
comprensione umana, da non poter essere neppure nominato (E;s 3, 13s). Nel libro di Giobbe, la
risposta al problema della sofferenza è che si deve avere fiducia nella provvidenza di Dio,
non spiegarla. E anche Gesù dice chiaramente nella Nuova Alleanza che le vie del Signore
non sono le vie degli uomini Lo vediamo, ad esempio, nella Sua risposta ai lamenti di
Giuda per lo spreco di unguento prezioso (Gv 12,3-8) Similmente, una delle migliori
espressioni della forza dell'uomo di preghiera che ho trovato è: «imparare a sprecare
tempo in Grazia di Dio».
Cos'altro possiamo dire sulla rilevanza della preghiera o, in questo caso, della religione?
Visti i quadri biblici della diversità di Dio (la sua trascendenza), visto che «le Sue vie non
sono le nostre vie», sembrerebbe sviante parlare della preghiera come concretamente
rilevante. In un certo senso credo sia vero: se intendiamo la rilevanza come uno dei mezzi
utili all'ottenimento dei fini che abbiamo determinato per noi stessi, allora credo sia una
grave distorsione della preghiera (e della religione), trattarla come rilevante. Questa è la
pecca più frequente in quella che noi oggi chiamiamo preghiera. Gesù ci insegna a
dire «Sia fatta la Tua volontà». Se siamo onesti con noi stessi sappiamo che, nella
maggior parte dei casi, ciò che diciamo veramente è «La mia volontà, o Signore, sia
la Tua». Questo significa che decidiamo noi stessi che cosa è realmente il bene (lavoro,
salute, sicurezza, amore) e preghiamo il Signore di concederci quello che vogliamo. La
preghiera intesa come mezzo per ottenere i nostri fini è davvero di rilevanza limitata: Dio,
essendo Dio, non può, essere semplicemente manipolato per i nostri scopi.
Riassumendo tutto quel che abbiamo detto in questo capitolo: c'è un senso importante
nel quale la preghiera è, e deve essere, irrilevante. Se per rilevanza intendiamo utilità
come un mezzo per raggiungere i nostri fini, allora la preghiera non è più rilevante
dell'amore umano. «Innamorarsi, sposarsi, avere amici, perché questo ti rende un
membro utile della società». Un tale parere suona dubbio, e perfino indecente, per chi ha
conosciuto, provandolo, il significato di amore ed amicizia. Gli adolescenti cercano amici
per sostenere la loro immagine, per rassicurare se stessi di essere al meglio. Ma appena
diventano adulti si rendono conto rapidamente della differenza tra la vera amicizia e
l'essere usati. Si irritano quando gli altri sono amici solo quando e perché vogliono
qualche cosa, e si sentono colpevoli se scoprono di comportarsi allo stesso modo.
La stessa cosa accade nella nostra relazione col Signore. I teologi della morte _di Dio,
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negli anni Sessanta, criticavano la religione tradizionale per l'adorazione di un «dio
dell'intervallo», un dio che serviva semplicemente per soddisfare i bisogni e risolvere i
problemi. Il loro punto di vista era che la maggior parte della gente usa Dio come
ultima risorsa, quando le possibilità personali falliscono. Egli è un deus ex machina, come
era per i drammaturghi classici, colui al quale si ricorre solo per risolvere situazioni che
sono diventate umanamente impossibili (salvare un paese, guarire da una malattia, passare
un esame). Nei nostri termini, la maggior parte della gente cerca di rendere Dio e la
preghiera importanti nel senso sbagliato; vogliono sapere come la preghiera può essere utile
nel vivere la loro vita.
In opposizione a questa visione abbiamo detto che: 1) amore e amicizia non sono
mezzi ma fini, da cui scaturisce la preghiera, che è la nostra relazione d'amore con Dio.
Non possono essere rilevanti nel senso che li usiamo semplicemente per cambiare il
mondo o per raggiungere la pace del cuore; e 2) la preghiera è l'unica tra le relazioni
umane che non può essere usata o manipolata dall'uomo, poiché è una relazione con Dio,
che è indicibilmente l'Uno Santo e dunque rimane sempre il maestro dell'incontro. In
questo senso è corretto dire che la preghiera è supremamente irrilevante.
C'è comunque un altro senso nel quale invece la preghiera è supremamente
rilevante. Se pensiamo alla rilevanza misurata non nei termini dei nostri scopi sociali o
personali, ma piuttosto nei termini del lavoro creativo di Dio nel mondo, allora il
centro di interesse della domanda diventa un altro. Ora la domanda non è più: se
possiamo far vedere che la preghiera è rilevante per quegli scopi che noi poniamo per
noi stessi e per la società. Piuttosto la domanda è se possiamo far vedere che la
preghiera è rilevante nella nostra ricerca del disegno di Dio per noi e per il mondo.
Senza preghiera possiamo conoscere la volontà di Dio? Se no, la preghiera può renderci
capaci di discernere la Sua volontà e seguirla?
Queste sono le domande alle quali ora cercheremo di rispondere.

3. LA RILEVANZA DELLA PREGHIERA:


IL DISCERNIMENTO

In che senso possiamo dire che la preghiera è di primaria importanza nella vita dell'uomo
nel mondo? Per rispondere concretamente a questa domanda, supponiamo che un padre di
famiglia o un giovane religioso si affidino veramente alla «volontà di Dio» nella loro vita,
convinti che Dio è il Signore della storia, si prende cura del Suo popolo ed è Egli stesso
coinvolto nel suo destino. In questo caso sorge la domanda: Come scoprire la volontà di Dio
per il suo popolo, per me? Molto spesso, nel passato, cattolici devoti rispondevano a questa
domanda, rivolta loro personalmente, appellandosi all'autotj.tà. Io conosco la volontà di Dio
per me, ascoltandola da coloro attraverso i quali Dio parla: il papa, il vescovo, il parroco, le
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autorità civili, i genitori. Per scoprire la volontà di Dio devo semplicemente ascoltare.
In tutto questo c'è del vero. Dio ha scelto di comunicare per mezzo degli uomini una
meravigliosa verità che trova la sua base e la sua massima espressione nell'Incarnazione del
Figlio di Dio. Gesù stesso affermava che Dio parla agli uomini attraverso altri uomini, anche
in quelle situazioni critiche in cui gli autorevoli portavoce di Dio non sono degni del
messaggio che annunciano. Nel Vangelo di san Matteo (Mt 23,1-3 ), Gesù indirizza
un'accusa pungente verso gli scribi e i farisei dicendo alle folle e ai suoi discepoli: «Sulla
cattedra di Mosé si sono seduti gli scribi e i farisei (cioè, hanno ereditato l'autorità di Mosé di
condurre il popolo scelto da Dio). Quanto vi dicono fatelo e osservatelo, ma non fate
secondo le loro opere, perché dicono e non fanno».
Che Dio abbia parlato per bocca di un'asina (Num 22) è abbastanza meraviglioso; che Egli
scelga di parlare attraverso la bocca di un peccatore, è ancora più rimarchevole. Non esiste
infatti, probabilmente, prova più grande per la fede del credente. Ma una fede simile sarebbe
impossibile, penso, per il credente riflessivo, a meno che egli non diventi uomo di preghiera.
Ammessa questa fede, comunque, ed ammessa la necessità della preghiera per
sostenerla, come possiamo scoprire la volontà di Dio nella nostra vita? È semplicemente
una questione di ascolto di coloro, buoni o cattivi che siano, attraverso i quali Dio sceglie di
parlare con autorità? No, non è cosi semplice, e ciò per due ragioni.
In primo luogo, il portavoce di Dio può imparare, quello che deve dire solo
dall'ascolto di Dio, dalla preghiera. Dio può condurre per mezzo di guide cieche, può
parlare per bocche che non comprendono, esse stesse, quello che dicono ( vedi Gv
11,49-51 e 18,14). Ma queste persone sono anche dannose e avranno molto di cui
rispondere quando verrà il giorno del giudizio per loro. Inoltre, persino le guide sincere -
politici e religiosi, preti, suore e laici - falliscono nel loro ruolo «profetico» ( cioè, parlare
nel nome di JHWH) se non sono uomini e donne che ascoltano il Signore e da Lui
vengono guidati all'educazione degli uomini. Cercare di condurre gli altri con le nostre
migliori conoscenze è un atto umano lodevole; ma non è profetico, non è ecclesiale. La
lettera agli Ebrei esprime questo concetto vigorosamente: «Ogni sommo sacerdote,
preso tra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio...
Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come
Aronne» (Eb 5,I-4). Buona parte dell'Antico Testamento è dominata dal conflitto tra i veri ed
i falsi profeti (vedi, ad esempio, 1 Re, Isaia, Geremia) ed il punto di contrasto tra i due è
chiaro: i veri profeti ascoltano Dio e dicono agli uomini le parole che hanno ascoltato da Lui;
i falsi profeti no. Questa è la prima ragione per cui l'autorità da sola non è sufficiente per
scoprire la volontà di Dio: quelli che hanno l'autorità non imparano la volontà di Dio per
mezzo di qualche magica concessione, ma con l'ascolto, con l'incontro nella preghiera.
C'è anche una seconda ragione, che non si riferisce all'autorità, ma al significato di essere
cristiano. Tutti i cristiani sono chiamati ad essere maturi, adulti, responsabili. La loro
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maturità e la loro responsabilità non vanno lasciate sulla porta della Chiesa.
Precisamente come cristiani, essi devono scoprire la volontà di Dio nella loro vita. L'autorità
può aiutarli ( fornendo, ad esempio, delle guide autentiche su argomenti come aborto, culto,
giustizia sociale). Ma l'autorità non potrà mai dire dettagliatamente a un singolo cristiano
come dovrebbe vivere la propria vita. Grazie a Dio, un uso simile dell'autorità è
impossibile; se fosse possibile, . manterrebbe i cristiani in uno stato perpetuo di
preadolescenza.
Il cristiano medio non è chiamato a questo tipo di infanzia perpetua, ma piuttosto ad essere
un uomo o una donna responsabili in Cristo. San Paolo era una personalità forte e parlava
con autorità, e ciò nonostante esorta continuamente i convertiti a rendersi conto della
responsabilità alla quale sono chiamati (vedi in particolare 1 Cor 14,20 e Ef 4, 13-15). In
concreto, per Paolo, questo significa essere in grado di riconoscere e seguire lo spirito buono e
respingere lo spirito maligno nelle situazioni quotidiane di vita dei cristiani nel mondo.
L'autorità divina costituita può fornire autentiche linee guida generali per l'azione cristiana.
Un buon direttore spirituale può aiutare ad interpretare l'applicazione di queste linee
di guida alla situazione di vita concreta del singolo cristiano. Ma la sfida rimane per il
cristiano stesso; egli si deve esercitare a prendere responsabilità personali per le specifiche
decisioni di fede che determinano l'indirizzo della sua vita. Se si tratta di vere decisioni di
fede, allora il cristiano medio deve essere in grado di riconoscere la volontà del Signore per lui.
Deve aprire la sua mente ed il suo cuore a Dio per poter ascoltare e capire la parola del
Signore. In breve, egli deve essere un uomo di preghiera.
Abbiamo cosi visto che la preghiera è veramente rilevante per gli apostoli e per il
cristiano medio, perché è nella preghiera che ascoltiamo Dio e scopriamo la sua volontà per
noi nelle specifiche circostanze della nostra vita. Questo legame tra preghiera ed azione è
conosciuto nella tradizione cristiana come «discernimento».
Il discernimento, in termini popolari, è un'arte e non una scienza. Si impara cioè solo
esercitandosi. Come ogni artista, la persona esperta di discernimento ha difficoltà a formulare
regole che insegnino ad altri come discernere bene. Il ciclista esperto fa fatica a spiegare
come bilancia il suo peso su due piccole ruote. Quando ha cominciato ad andare in bicicletta,
probabilmente era molto instabile e perdeva continuamente l'equilibrio. Come fa ora a do­
minare la bicicletta? Non può dirlo, eccetto che «la pratica rende perfetti». Infatti, se mentre
sta pedalando tentasse di analizzare come governa l'azione di equilibrio, probabilmente si
impiglierebbe nelle ruote e cadrebbe. Allo stesso modo, un medico esperto ha difficoltà a
spiegare ad uno studente che fa l'internato il processo di ragionamento che lo ha condotto
alla diagnosi esatta. Un buon agente assicurativo non può esprimere in forma logica e
semplice la conoscenza acquisita in molti anni di esperienza nella sua professione.
Poiché il discernimento è l'arte di interpretare la parola di Dio e la sua volontà,
l'esperienza richiesta è un'esperienza di Dio: di quanto a Lui piace e non piace, dei
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suoi desideri per noi e per il mondo. Forse l'analogia migliore è, di nuovo, l'esperienza
dell'amore umano. Quando due persone si amano l'un l'altra, ciascuno diventa esperto
nell'interpretare gli stati d'animo, i desideri, le speranze e le paure dell'altro. Un piccolo
esempio: ricordo che quando mio padre era ancora vivo, un giorno andai in lll1 emporio con
mia madre. Volevamo comperare lllla cravatta per la Festa del Papà. Il banco davanti a noi
era pieno di cravatte, mia madre le guardava velocemente ed "istintivamente" diceva: «No,
questa non gli piacerebbe», ... «No, nemmeno questa», ... «Anche questa no», ... «Ah,
ecco! Questa gli piacerebbe!» Ed ella intendeva veramente «Questa gli piacerebbe»; non
«Questa mi piace... Voglio che gli piaccia». Come lo sapeva? (Aveva ragione: gli
piacque!). Solo con anni e anni di convivenza e condivisione giorno dopo giorno.
Allo stesso modo, nella nostra relazione con Dio i segni o le pietre di paragone
dell'amore maturo sono i giudizi istintivi su quello che piacerebbe a Lui, sensibilità istintiva
per la parola dolce o per il piccolo gesto, che tutti, eccetto l'innamorato, si lascerebbero
sfuggire. Come si arriva ad llllà tale unione di cuori e di desideri? Solo con anni di
fedeltà, di esperienza e di riflessione. Il giovane innamorato non possiede tale unione, e
neppure il principiante nella preghiera. Non esiste lllla scorciatoia per acquisirla.
Possiamo comunque dare delle linee guida per il principiante. Cominciamo dalla
domanda che, chillllque prega, prima o poi si pone: «Quando prego, come so che sto
parlando a Dio e non a me stesso?». Mi è stata posta molte volte questa domanda, da laici e
da religiosi. Un prete diocesano consacrato ne era particolannente interessato: il suo lavoro
era domandare e provocare, e non voleva essere deluso perdendo tempo prezioso per parlare
solo a se stesso.
Normalmente le persone che pregano non hanno visioni, e non sentono voci mistiche.
Cerchiamo di raggiungere la tranquillità. Stiamo ad lllla certa distanza. dai rumori e dalle
distrazioni delle nostre vite impegnate, e riflettiamo su quanto il Signore vuole da noi. Ci
vengono alcune idee: «Dovrei cercare di essere più attenta a mio marito». «Forse dovrei vivere
una vita più povera: dopotutto, Gesù non aveva un posto dove appoggiare il capo». «La
mia entrata nel noviziato è stata un errore: Dio vuole che io lo serva da laico». Il Signore
normalmente ci parla in questi modi, attraverso le nostre stesse idee. Ma come sappiamo
che sono da Dio e non provengono da noi stessi? Come sappiamo che ci comunicano vera­
mente la volontà di Dio per noi?
Non si può rispondere velocemente e semplicemente alla domanda. Ecco perché, in
materie importanti, lll1 buon direttore spirituale è essenziale, specialmente per i
principianti. Il suo compito è di essere un «co-discemitore» che ci aiuta ad interpretare
quel che Dio ci dice negli eventi concreti della nostra vita. Egli (o ella) dovrebbe essere una
persona che ha esperienza delle vie di Dio, simpatico, al quale possiamo aprirci e nel quale
abbiamo fiducia. Qualcuno in breve, che crediamo in sintonia con Dio e con noi.
Comllllque, poiché un buon direttore è un co-discernitore, il suo lavoro non consiste nel
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dirci cosa fare, ma nell'aiutarci ad esprimere le nostre opinioni sincere sulla parola che Dio
ci rivolge. Un buon direttore forma persone mature, capaci di stare in piedi da sole sulla
loro spiritualità. Un libro per principianti nella preghiera non è il luogo per una
discussione completa sul perché e il come del discernimento, ma piuttosto il
suggerimento di alcune regole di base che, secondo la mia esperienza, possono essere
molto utili perfino per i principianti.
I) La pietra di paragone basilare di ogni buon discernimento è la Bibbia. Per il
cristiano, Dio rivela se stesso «per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e
per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» (Eh I,2). Gesù stesso è rivelazione del
Padre agli uomini. Nella sua vita troviamo il modello della nostra vita di cristiani, seguaci
di Cristo. Paolo esortava così i suoi discepoli: «Fatevi miei imitatori, come. io lo sono di
Cristo» (1 Cor 11, 1). Nella sua lettera ai Galati (2,20), egli da un'impressione gloriosa
della identificazione mistica ( e non semplicemente imitazione) con Gesù, che è
l'essenza dell'essere cristiano: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che
vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di
Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me».
Nella Chiesa primitiva, questo senso di identificazione con Cristo era molto forte. Col
passare del tempo comunque, sempre più persone iniziarono a credere in Gesù, pur non
avendolo conosciuto nella carne, e divenne sempre più importante mettere per iscritto chi
era Gesù e che cosa rappresentava. Per Pietro, Giacomo e Giovanni la memoria di Gesù
rimase forte per tutta la loro vita. Per quanti credevano in Lui a causa della loro predicazione,
ma non avevano mai camminato sulle strade della Palestina con Lui, era necessario
qualcosa di più. La conclusione originale del Vangelo di Giovanni è che questa fu la
raison d'étre delle Scritture, il motivo per cui furono scritte. L'episodio finale del
Vangelo di Giovanni è l'incontro tra Gesù e il «dubbioso Tommaso», e le ultime parole di
Gesù furono: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Noi siamo quelli che
non hanno visto ma credono, e Giovanni conclude spiegando che il Vangelo è stato
scritto per noi: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono
stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il
Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31 ).
In questo modo arriviamo a conoscere Gesù attraverso le scritture. Per conoscere la volontà
di Dio è fondamentale provare le nostre ispirazioni davanti alle scritture nelle quali Dio si
è rivelato a noi attraverso Suo Figlio. Per questo motivo, quindi, come spiegheremo più
ampiamente nella Seconda Parte, le Scritture costituiscono l'unico essenziale «libro di
preghiera» per la meditazione del principiante.
2) Una seconda regola basilare del discernimento per il principiante è quanto segue: per
quanti stanno cercando sinceramente di servire ed amare Dio, Egli lavora sempre nella pace e, di
solito, lentamente.
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Perché nella pace? Perché, come spiega sant'Ignazio, l'anima che cerca di servire Dio è
fondamentalmente in annonia con Lui; sebbene ci possano essere delle cose in un'anima che
Dio vuole cambiare, Egli non vuole creare agitazione, sollevare obiezioni sull'orientamento di
base dell'anima, cioè quella che oggi chiameremmo l'opzione fondamentale.
Questa regola, dichiarata cosi semplicemente, può essere di notevole aiuto al principiante.
Prendiamo un esempio abbastanza comune in un paese come le Filippine, dove molte,
famiglie sono povere. Un seminarista viene da me con un dilemma: egli vuole continuare
fino al sacerdozio, ma la sua famiglia ha difficoltà finanziarie. Deve abbandonare o deve
rimanere? Qual è veramente la volontà di Dio per Lui? Di solito trovo molto utile
domandargli: «Come ti senti nei confronti di questo argomento quando sei calmo? Quando
stai pregando e sei tranquillo (non in stato emozionale) e più aperto al volere di Dio?». Molto
spesso risponde: «In questi momenti sento sempre che Dio mi sta chiedendo di perseverare,
perché Egli si prenderà cura della mia famiglia. È solo quando rifletto al di fuori della
preghiera, che sorgono questi dubbi e sento che forse Dio vuole che io abbandoni». In caso
simile posso dire con sicurezza al seminarista che Dio vuole che perseveri e che non
dovrebbe dubitare di questo, quando sente che Dio sta parlando diversamente, proprio in quei
momenti in cui è più tranquillo.
Ho detto che Dio lavora non solo con calma, ma di solito anche lentamente. Questo è di
sicuro il metodo usato da Gesù nella formazione degli Apostoli, e sembra essere la lezione
della storia della Chiesa. Sono convinto che non esistono scorciatoie per la santità, a dispetto
del fatto che gli uomini e le donne sono sempre �Ila ricerca di scorciatoie. Il seme che
germoglia velocemente è quello piantato nel terreno poco profondo, dove il nutrimento va
tutto allo stelo e alle foglie invece che alle radici, e piante di questo tipo, come dice Gesù,
muoiono rapidamente (Mc 4,5-6). I Cursillos non puntano certamente al cambiamento
definitivo degli uomini in una sola notte. La preghiera carismatica non porta
istantaneamente alla santità. Dio sceglie di lavorare lentamente, e noi dobbiamo avere una
grande pazienza, con Lui e con noi stessi, sulla via della santità.
L'esempio più chiaro di trasformazione improvvisa sembrerebbe quello di san Paolo, la cui vita fu
cambiata in un istante quando venne colpito da una luce dal cielo mentre andava a Damasco
(At 9,1-8). Ma Paolo stesso ci dice (Gal 1,16-20 e At 22,9-16) che ebbe bisogno di qualche
tempo, compreso, evidentemente, un lungo ritiro nel deserto arabico, per capire cosa il
Signore voleva da lui. Infatti la trasformazione completa di Paolo da Saulo, necessitò di un
periodo di silenzio molto lungo, come spiega dolorosamente la lettera ai Romani al capitolo
7.
3) Una regola finale per il principiante è questa: la vera crescita nella conoscenza di Dio
e nella sensibilità alla Sua volontà, richiede normalmente un buon direttore spirituale.
Abbiamo già brevemente discusso questo punto in precedenza, nella spiegazione del
compito del direttore spirituale come co-discernitore. È però importante porsi come
30
principio di guida per l'accordo con Dio l'essere aperti ad ascoltarlo attraverso i suoi strumenti
umani. Paolo è dovuto andare da Anania per capire il messaggio di Dio. Perché il Signore
non l'ha detto a Paolo direttamente? Avrebbe potuto farlo, come apparentemente sembra sia
successo nella vita di alcuni santi. Ma in genere il principio sacramentale lavora nella
nostra vita: Dio lavora per mezzo di strumenti umani, nell'indulgenza, nella consacrazione
e nella rivelazione della Sua volontà. Come sant'lgnazio dice nella 13 a regola per il
discernimento della Prima Settimana: il diavolo ama la segretezza. Come un falso amante,
tenterà di convincere l'anima a tenersi i dubbi e le tentazioni segrete, perché «nessuno la
capirà realmente» e perché «devo imparare a stare in piedi da solo». Quante volte, nella mia
vita ed in quella di quanti ho diretto, ho visto il magnifico modo in cui Dio benedice
l'apertura! L'ansietà è dissipata, la pace discende e la via davanti a noi diventa chiara, perché
abbiamo ascoltato con fede la parola di Dio rivoltaci attraverso altre persone.
È stato detto che colui che guida se stesso ha uno sciocco come guida. Questo non è
interamente vero, poiché, come rilevato prima, lo scopo di un buon direttore è la formazione di
cristiani maturi e responsabili, che sanno discernere correttamente la parola che il Signore
rivolge loro. Ma è indubbiamente vero che: chi ascolta solo se stesso ha uno sciocco per
ascoltatore. In realtà, una persona simile non ascolta solo se stessa, ma anche, quantunque
inconsapevolmente, lo spirito maligno.
In questa prima parte del libro abbiamo considerato il «chi» e il «che cosa» della
preghiera. Abbiamo definito la preghiera come un incontro personale con Dio nell' amore.
Abbiamo esplorato il paradosso che la preghiera è insieme irrilevante e supremamente
rilevante per la nostra vita e per le nostre relazioni quotidiane. Abbiamo anche annotato alcune
linee guida di base importanti per determinare se stiamo veramente ascoltando Dio.
Con queste solide fondamenta possiamo procedere con sicurezza e fiducia a una
considerazione sul «come» della preghiera e porre delle domande sulle tecniche di
preghiera, pienamente consapevoli del fatto che l'iniziativa è di Dio e che la maggior parte
del lavoro è svolta da Lui.

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PARTE II
Il «come» della preghiera

4. CI SONO DELLE TECNICHE DI PREGHIERA?

Gli ultimi quindici anni sono stati un periodo di insolito. fermento nella Chiesa, col
cambiamento radicale ed il superamento improvviso di molte istituzioni e pratiche consolidate.
La formazione alla preghiera non è stata esente da questo fermento. Per generazioni i principianti
nella preghiera sono stati educati con libri sull'argomento ed altri sussidi per la meditazione. I
seminaristi imparavano a pregare riunendosi nella cappella del seminario per la lettura
giornaliera di una meditazione, con pause appropriate per riflettere personalmente su quanto
avevano sentito. Perfino i colloqui, o le conversazioni personali con Dio, che si supponeva
concludessero il momento di preghiera, spesso erano lette ad alta voce a tutto il gruppo, oppure
spiegate in un libro. La preghiera cosiddetta mentale aveva una struttura ben definita: azioni
preparatorie, lettura del testo, riflessione personale e colloquio conclusivo. Imparare a
pregare significava familiarizzare con questa struttura e permetterle di diventare una seconda
natura nella propria vita. I modelli che potevano sostenere una persona per 50 anni a venire
erano così acquisiti.
Poi, a metà anni Sessanta, le cose improvvisamente cambiarono. L'intera struttura, il libro
adatto per l'approccio alla preghiera, sembravano troppo rigidi ed impersonali in un mondo
guidato dallo Spirito. L'aria nuova che il grande papa Giovanni XXIII portò nella Chiesa
sembrò far vacillare la struttura che durava da tanto tempo. La preghiera doveva essere
personale, spontanea, unica per quel momento. Com'era possibile costringere lo Spirito di
Dio in strutture di preghiera ripetitive e meccaniche inventate dall'uomo? Chi, dopotutto,
poteva insegnare a un'altra persona come pregare, o giudicare sulla genuinità dell'incontro
dell'altro col Signore?
Molte persone coinvolte nell' educazione persero fiducia in loro stesse e nelle loro
potenzialità, abbandonando il ruolo formativo che avevano assunto. Dando spazio a questi
drastici cambiamenti, un uomo o una donna qualsiasi (specialmente un figlio del Vaticano I),
come poteva presumere di insegnare ad un altro come incontrare Dio? Padre Henri Nouwen in
un capitolo classico di Intimacy intitolato «Depression in the Seminary», trattava gli effetti
globali, psicologici e spirituali, di questo crollo di fiducia. Ciò provocò una situazione nella
quale le guide erano incapaci o poco propense a guidare, e i fedeli gradualmente scoprivano
di vagare da soli nelle tenebre. Pur rispettando l'educazione nella preghiera, nessuna formazione
veniva considerata la migliore o, per lo meno, l'unica possibile.
Se questo sembra esagerato, ricordo bene una situazione che mostra la drammaticità di
questo cambiamento drastico ed improvviso nella formazione. Quale studente laureato
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all'Università di Notre Dame verso la fine degli anni Sessanta, ero cappellano ufficioso delle
religiose che studiavano per la laurea. Per la maggior parte delle suore, gli studi di laurea erano
(come l'ordinazione sacerdotale per un gesuita) la ricompensa per una vita spesa bene; esse
avevano già superato la trentina e ne avevano già visto gli aspetti più oscuri. Perciò le
nostre discussioni spesso si concentravano sui difetti della nostra formazione e
particolarmente sull'approccio eccessivamente strutturato e meccanico alla preghiera, dal
quale sembrava che noi spasimassimo di liberarci.
Una suora, appena uscita dal noviziato e molto più giovane delle altre, partecipava
attivamente alle nostre discussioni, ma fu solo in una conversazione privata con lei, un
giorno, che mi resi conto di quanto le sembrasse sorpassata la nostra inattività. Diceva che
poteva apprezzare le difficoltà espresse dagli altri, ma non pensava che essi capissero quanto
fosse già cambiata la situazione. Esse si concentravano sulla mancanza di libertà dello
spirito; ma il suo problema, ed ella pensava fosse anche di quelli della sua età, era che
nessuno aveva dato loro una gui�a precisa su come pregare. Erano assoggettati a un approccio
alla preghiera del tipo «nuota- o- affonda»: getta il neonato nell' acqua e/o impara a nuotare
( a pregare) oppure annega. Quello che sentiva mancare di più era una guida per imparare a
nuotare nel mare del Signore.
In quel tempo ero spaventato, ma solo col passare degli anni, da quando ho condiviso
questa esperienza con molte persone degli anni dopo il Vaticano II, mi sono convinto di quanto
esattamente ella rappresentasse i loro sentimenti. L'approccio «nuota- o- affonda», con l'aiuto
della grazia, può forse produrre degli effettivi uomini di preghiera in giovane età, ma solo al
prezzo di molti tragici annegamenti!
La nostra storia naturalmente, non finisce qui. Poco dopo il rigetto del metodo classico di
preghiera, cominciò la ricerca di metodi e tecniche nuove e migliori: il fascino dell'Oriente
nelle forme pure dello Yoga e dello Zen, cosi come i loro ibridi commercializzati quali la
meditazione trascendentale; l'istituzionalizzazione graduale delle strutture di preghiera
carismatica; la ricerca di guru dai quali acquisire la chiave per entrare nel regno interiore.
L'implicazione era, in altre parole, che non era in sé sbagliato avere un metodo, ma i
vecchi metodi erano difettosi. Tra quanti oggi cercano di incontrare il Signore c'è stato un
ritorno al metodo pur senza tornare ai modi tradizionali.
È in questo contesto che dobbiamo interrogarci sulle tecniche di preghiera. Domandare se
ce ne sono alcune, 15 anni fa sarebbe apparso fondamentalmente sbagliato, perché la
convinzione era del tipo: naturalmente ci sono! E solo cinque anni dopo la risposta di molti,
data con la stessa convinzione, sarebbe stata: «Naturalmente no!». Ora, forse, non siamo
cosi sicuri. Vogliamo le tecniche, ma temiamo la rigidità delle tecniche costituite.
Andando ancora più a fondo, quella che forse realmente vogliamo è una tecnica che sia
innocua, veloce e indolore e che non comporti la fatica e l'incertezza del passato. Se è cosi,
stiamo cercando una scorciatoia per la santità e abbiamo già detto che non esiste una possibilità
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simile. In questo senso non ci sono tecniche meccanicamente efficaci nella preghiera.
Non scartiamo comunque cosi velocemente l'intera domanda sulla tecnica o sul
metodo. La nostra incertezza oggigiorno è salutare e riflette un problema autentico nella
preghiera. Come possiamo imparare senza che qualcuno ci insegni? (cfr Rm 10,14). E
ancora, come possiamo essere istruiti senza «incatenare lo Spirito» (cfr 2 Tm 2,9) e
imporre le nostre vie a Dio?
L'ultima domanda solleva un punto fondamentale, cominciamo quindi da qui. Poiché lo
Spirito è libero di «soffiare dove vuole» (Gv 3,8) e di parlare come e quando preferisce,
chiaramente, non può esserci alcuna tecnica per farlo parlare. Non possiamo accendere e
spegnere Dio come un rubinetto dell'acqua o una lampadina. Per questo non ci sono
tecniche. È cosi radicale la nostra dipendenza dalla benevolenza del Signore, che
non possiamo neppure desiderare di pregare, a meno che Dio non ci guidi. Perfino gli
esordi sono un puro dono. Per cui non ci sono tecniche di «meditazione», siano esse
yoga o trascendentali o ignaziane, che possano mai garantire un incontro con il Signore.
D'accordo su questo punto molto importante, torniamo alla prima domanda di poco fa:
come possiamo imparare a pregare senza che qualcuno ce lo insegni? Da quanto detto nel
paragrafo precedente potrebbe sembrare che l'insegnamento umano abbia proprio poca
rilevanza qui, e che Dio parli a chiunque Egli desideri e quando lo decide, e che questo sia
tutto quel che possiamo dire.
Ma per accettare tale affermazione si deve passar sopra alla natura apostolica e
sacramentale della Chiesa: Dio ha scelto di lavorare attraverso gli uomini e di realizzare il
Suo dono di grazia in segni visibili, strutturati. In riferimento alla preghiera, Egli ha voluto
che imparassimo attraverso l'insegnamento di altre persone. Quando ero giovane, un
giorno decisi di leggere Giovanni della Croce. Ero impaziente di imparare a pregare e la
cosa migliore mi sembrava quella di sedermi ai piedi di un maestro riconosciuto. Ma più
leggevo e più diventavo inquieto; sembrava che, se Giovanni avesse avuto ragione, tutta
la mia vita intellettuale ed apostolica, come gesuita, era sbagliata. Fortunatamente, prima
di ritiranni a vita eremitica, parlai con il mio direttore spirituale. Quello che mi disse
ferì il mio orgoglio, ma era proprio ciò che avevo bisogno di sentire: «Forse non sei
ancora abbastanza maturo per leggere Giovanni della Croce e capirlo. Forse devi solo
aspettare un po' prima di trarre profitto dal suo insegnamento». Il consiglio fu doloroso da
accettare, ma lo seguii e da allora l'ho ripetuto ad altri più di una volta! Ma, per essere
più precisi, che cosa può insegnarci esattamente una buona guida spirituale? In che
senso ci sono tecniche e metodi di preghiera comunicabili?
Credo ci siano due sensi nei quali possiamo parlare legittimamente di tecniche di
preghiera. In primo luogo, possiamo parlare di metodi per raggiungere la pace, per
portare noi stessi a quel silenzio nel quale è possibile sentire la voce di Dio. In secondo
luogo, possiamo parlare di tecniche che ci dispongano positivamente all'incontro con il
34
Signore. Per il cristiano, naturalmente, non è possibile, niente di buono è possibile, senza la
grazia di Dio. Ma ciascuno rappresenta un caso particolare in cui noi possiamo e dob­
biamo cooperare con la grazia per aprire noi stessi alla venuta del Signore nella nostra vita.
San Giovanni della Croce, con santa Teresa d'Avila, preminente dottore della Chiesa
sulla preghiera, cominciò a trattare l'argomento sottolineando quella purificazione
dell'anima che deve precedere l'incontro di trasformazione con Dio. Egli distingue tra due
possibili purificazioni: attiva e passiva. La purificazione attiva è quella che noi
possiamo fare per disporci verso Dio; la purificazione passiva è quella che Dio fa per
disporci nei suoi confronti. Per Giovanni la purificazione passiva - quello che Dio fa per
purificarci - è di gran lunga la più importante, ma egli non è affatto un quietista o un
passivista; per lui, il nostro contributo, sebbene secondario, è essenziale per la crescita. Non
possiamo semplicemente sederci e lasciare tutto a Dio. Nella preghiera, per Teresa e
Giovanni, Dio aiuta coloro che fanno quello che possono per aiutare loro stessi.
Supponiamo che voglia ascoltare un programma radiofonico o televisivo: devo
allontanarmi da altri rumori che disturbano, oppure eliminarli e questo per raggiungere la
tranquillità; e devo accendere e sintonizzare la radio o la televisione: questo è dispormi
positivamente all'ascolto. Non sarà possibile ascoltare se la stazione non sta trasmettendo, ma
entrambi gli atteggiamenti sono necessari se voglio ascoltare un programma. Esaminiamo
ora ogni aspetto della nostra analogia con la radio, applicata alle tecniche di preghiera.
Dio, ovviamente, è Colui che trasmette, e il nostro cuore e la nostra mente sono
l'apparecchio ricevente. Come ce la caviamo nell'estraniarci da altri rumori che disturbano e
nell'eliminarli? Come cioè, raggiungiamo la tranquillità? Il primo punto che possiamo fissare è
che raggiungere la pace è essenziale per la preghiera. Che la nostra analogia con la radio o la
televisione sia applicabile alla preghiera risulta chiaramente da un famoso passaggio del Primo
Libro dei Re (19,11-13). Il profeta Elia ha destato l'ostilità della malvagia regina Gezabele
che minaccia di ucciderlo per le sue profezie. Impaurito e scoraggiato, egli si inoltra nel
deserto per una giornata di cammino e si sdraia per morire. Ma l'angelo del Signore lo nutre e
lo guida sul Monte Oreb per parlare col Signore. Ci è detto che egli rimase sulla montagna ad
aspettare.

«Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e


spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci
fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco,
ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento
leggero».

E questo mormorio era la voce del Signore. Elia sentì la parola salutare del. Signore, ma
solo quando riuscì ad ascoltare quel «mormorio leggero». Dio parla nel silenzio e solo
35
quelli che hanno la pace del cuore possono ascoltare quanto Egli dice.
È nel raggiungimento della pace, che le tecniche Yoga e Zen possono essere di aiuto all'uomo
di preghiera. Sono essenzialmente metodi antichi per allontanarsi dalle distrazioni della vita
quotidiana e per raggiungere quello che Budda chiamerebbe: «Il centro fermo del mondo
che gira». Nel corso dei secoli, Yoga e Zen hanno sviluppato regole e procedure altamente
specializzate, ma in fondo basate sull'esperienza: tentativi dei santi uomini orientali di
condividere con i loro discepoli i metodi che essi hanno ritenuto validi per raggiungere la
pace. Essi non sono fini a loro stessi e neppure sono dei metodi magici di un qualche tipo, ma
sono mezzi che molti hanno trovato validi per il raggiungimento della vera pace del cuore;
e possono essere utili per il cristiano e per il buddista.
Non sono comunque gli unici mezzi per raggiungere questa meta. Infatti, quando io
stesso ho scoperto lo Yoga e ho tentato di praticare alcuni esercizi di base, mi sono accorto
che avevo già imparato, o scoperto da solo, delle tecniche simili. Gli atti preparatori del
vecchio schema di meditazione avevano uno scopo analogo, se esattamente capiti e
praticati. Uno consisteva nello scegliere alcuni momenti nei quali ricordare i temi della
scrittura della preghiera del giorno; ricordare chi è Dio e chi sono io, e quale cosa meravi­
gliosa sia che Dio possa parlare con me (l'analogia con l'entrare alla presenza di un re
umano veniva spesso usata); «mettere se stessi alla presenza di Dio con riverenza ed
umiltà». Questi passi, adattati alle circostanze dell'individuo, costituiscono ancora dei
mezzi efficaci per raggi ungere la pace attenta.
Allo stesso modo, la gente spesso mi domanda se è corretto camminare durante la
preghiera. Sant'Ignazio menziona diverse posizioni utili aUa preghiera: seduti, in
ginocchio, in piedi, stesi proni o supini ma, significativamente, non cita il camminare.
Credo che la ragione sia che, camminare o passeggiare tranquillamente possono
essere dei mezzi molto utili per raggiungere la tranquillità e la pace attiva, ma sarebbero
una distrazione quando siamo in pace alla presenza del Signore. Notate come due amici
che passeggiano insieme spesso si fermano e si guardano in faccia quando arrivano ad un
punto di profonda condivisione. Il loro passeggiare crea, per cosi dire, lo stato d'animo
per l'incontro. Anche della buona musica classica può essere uno strumento molto
efficace in questo raggiungimento della pace e di uno spirito attento e concentrato.
Ho l'impressione che da qui abbiano avuto origine le giaculatorie come forma di
preghiera. Come la preghiera di Gesù dell'ortodossia o la mantra dell'Induismo, la
giaculatoria era una breve formula di preghiera ripetuta più volte. Questa ripetizione della
stessa formula, lentamente e con calma, può essere un notevole aiuto per calmare lo
spirito distratto. Ma il successivo accento sulle indulgenze per recitare le giaculatorie può
aver oscurato il valore reale di queste brevi preghiere. Se ci preoccupiamo di contabilità
soprannaturale, è il numero di tali preghiere dette che attira la nostra attenzione,
piuttosto che il loro valore nel portarci in pace davanti al Signore.
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Persino la struttura ripetitiva del Rosario sembra essere egualmente preziosa in questo
senso: così il contenuto specifico delle preghiere del Rosario (e questo vale anche per le
giaculatorie o per la preghiera di Gesù) non risulterebbe così importante. Questo modo di
pregare diventerebbe invece, essenzialmente, un aiuto nel raggiungimento di uno spirito
devoto e di un cuore tranquillo e attento.
Ho scoperto che l'ufficio divino è utile al raggiungimento dello stesso fine. Spesso la
gente mi domanda come dargli più senso: sembra che trovi nella struttura familiare e
nelle frasi ripetitive una fonte di noia e di monotonia, piuttosto che un aiuto alla devozione.
Comunque, se l'ufficio è visto essenzialmente come un modo per raggiungere la pace
davanti a Dio, per farci ricordare il Suo amore e la Sua provvidenza in alcuni momenti
cardine della giornata, piuttosto che una fonte di nuove idee su Dio e sul Suo spazio nella
nostra vita, allora, forse, la ripetizione di frasi familiari può essere vista sotto una
nuova e più proficua luce.
I mezzi che ho suggerito, cioè le giaculatorie, il Rosario e, specialmente, l'ufficio
divino, sono già propriamente delle preghiere, poiché comportano il raggiungimento
della pace davanti o alla presenza di . Dio. Altre semplici pratiche, sebbene non
esplicitamente preghiere nello stesso senso, possono essere d'aiuto nel portarci alla
tranquillità e nell'aprirci a Dio. Per esempio, gli psicologi suggeriscono di concentrarci sul
nostro stesso corpo: prima sul nostro piede destro,«pensando» gradualmente al nostro alluce
in uno stato rilassato poi alle altre dita singolarmente, poi al collo del piede, alla caviglia,
al polpaccio, alla coscia e così via fino a quando tutto il corpo sia rilassato. Ho tentato
questo metodo con vari gruppi e siamo rimasti felicemente sorpresi di quanto possa aiutare.
Un importante vantaggio collaterale è che spesso esso ci rivela dov'è la nostra vera tensione
o la nostra inquietudine. La gente diceva: «Sono completamente rilassato, eccetto la
bocca», o«... eccetto un pezzo di fronte tra gli occhi». È un ottimo rivelatore della sorgente
della nostra ansietà; quando ce ne rendiamo conto, possiamo cominciare a lavorare in modo
concentrato, ma tranquillo, per superarla.
Un altro esercizio, che ho scoperto per me stesso e che ho trovato molto utile è il seguente:
andare in un luogo dove si abbia una veduta panoramica della natura, e dove si possa lasciar
errare lo sguardo sull'intero scenario (per esempio, il lato di una collina che domina una foresta).
Mi piace molto, perché mi pennette di vagare con lo sguardo sulla scena senza premura e senza
alcuna fatica per sforzare la concentrazione. Gradatamente una parte del bosco attira la mia
attenzione, e poi un albero, ed eventualmente un ramo di un albero. I miei pensieri sparsi si
concentrano su un'unica esperienza e poi si immergono sempre più profondamente solo in
quella realtà (l'universo in un filo ·d'erba). Spesso il risultato è che la mia attenzione è
assorbita da qualche piccolo fiore o da qualche foglia ai miei piedi che non avevo notato
prima, e sono nella pace!
Abbiamo trattato varie tecniche per raggi1mgere una pace attenta davanti al Signore. Non tutte
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sono proprio preghiere - cioè tu1 incontro personale con Dio nell'amore - ma sono normali
prerequisiti per la preghiera. Lo sforzo per arrivare alla pace spesso può essere lo sforzo
principale per il principiante. Oggi in particolare, che viviamo in un mondo dispersivo e
distratto, il solo raggiungimento della tranquillità può, essere la maggior impresa. Allo
stesso tempo è importante rendersi conto che, almeno per il cristiano, questo è l'unico passo
preliminare. Appena cresciamo e maturiamo nella preghiera saremo in grado di raggitu1gere
la pace più velocemente e più facilmente. Infatti, se siamo costanti nella preghiera, scopriremo
che la tranquillità è una cosa naturale, lo stato nel quale ci troviamo più a nostro agio. Ciò
richiede tempo ed è possibile che il principiante si debba sforzare parecchio in questo
senso, ma è importante ricordare che è l'unico inizio.
Lo sforzo per arrivare alla pace non è preghiera. Verrà il momento in cui colui che
contempla dovrà chiudere gli occhi, la musica di sottofondo dovrà essere spenta, anche il
vagabondo dovrà sedersi e il devoto di giaculatorie dovrà stare zitto, cioè il tempo del
«Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sai 46,11).

5. LAPURIFICAZIONEATTIVADEL L' ANIMA

Nell'ultimo capitolo abbiamo sollevato la domanda sull'esistenza di tecniche di preghiera


ed abbiamo visto che non possono essercene nel senso di tecniche che garantiscano un
incontro col Signore. Egli è il Signore ed il Suo venire incontro a noi è puro dono.
Abbiamo detto, comunque, che possiamo parlare di tecniche riferite alla preghiera in due
sensi: tecniche per raggiungere la pace, che abbiamo trattato nel capitolo precedente, e
tecniche per disporci positivamente all'incontro con Dio. Le due non sono completamente distinte
e si sovrappongono; ma la differenza che ho in mente è più chiara se ci richiamiamo
all'analogia con la radio o la televisione. Possiamo non ascoltare la radio perché c'è troppo
rumore intorno a noi: in questo caso è necessario zittire tali fonti; oppure possiamo
andarcene in un posto tranquillo. D'altro canto, possiamo non ascoltare la radio perché non
funziona bene, o perché non è accesa, o perché non è sintonizzata. In questo caso, la
tranquillità non potrà aiutarci fino a quando non la ripariamo, la accendiamo e la
sintonizziamo. È di quest'ultima riparazione e sintonizzazione che ci occupiamo in
questo capitolo, quando domandiamo se ci sono tecniche per disporre positivamente noi
stessi ad incontrare Dio.
L'analogia con la radio è molto azzeccata perché, proprio come un apparecchio
radiofonico rotto non può ricevere i programmi, così un'anima rotta non può sentire Dio.
L'uomo peccatore deve prima essere guarito, «riparato», purificato, perché la voce di
Dio possa veramente penetrare il suo spirito. Questo è evidente nelle Scritture e in tutta la
tradizione della Chiesa. In una discussione con i farisei, bella ma ironica, Gesù dice: «Non

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sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» e subito dopo continua facendo
riferimento a se stesso: «Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2, 17 e
i versetti paralleli di Matteo e Luca). Il brano è ironico, perché Gesù intende veramente
che tutti noi siamo malati ed Egli è venuto per tutti. Tutti noi siamo stati corrotti dal
peccato originale. Ma il medico divino può guarirci solo se noi vogliamo riconoscere la
nostra malattia e cerchiamo la guarigione.
Questo bisogno di purificazione è difficile da accettare per gli uomini, di qualsiasi età.
Specialmente oggi che la gente vuole una religione di gioia, di associazionismo e «di
gruppo»; niente inferno, né dolore, né penitenza. Ma il Vangelo non conosce una fede
simile, indolore. Il chicco di grano deve morire prima di produrre un ricco raccolto. Il
centuplo può essere posseduto solo da quanti hanno lasciato ogni cosa per seguire Gesù.
Nel battesimo, l'uomo vecchio deve essere crocifisso, perché possa rinascere a vita
nuova in Cristo. Non è un modo popolare oggi, e non lo è mai stato, ma è l'unico modo.
Questo è persino più chiaro, se consideriamo due dei lavori sulla preghiera che la
Chiesa ha riconosciuto come dei classici per tutti i tempi: gli Esercizi spirituali di
sant'Ignazio di Loyola e la Salita al Monte Carmelo di san Giovanni della Croce. Sia
Ignazio sia Giovanni della Croce erano contemplativi di primo ordine, che attinsero dalla
loro profonda esperienza delle vie di Dio per quanto hanno scritto sulla vita interiore. È
sorprendente vedere come entrambi sottolineano vigorosamente il lungo processo della
purificazione dell'anima, che precede la vera unione con Dio.
Proprio all'inizio degli Esercizi Spirituali, sant'Ignazio pone come titolo: «Esercizi
spirituali, per vincere se stesso e per mettere ordine nella propria vita senza prendere
decisioni in base ad alcuna propensione che sia disordinata» (n. 21). Il linguaggio è
sorprendente, il vero scopo degli esercizi è la conquista di sé e la liberazione di noi stessi
da qualsiasi propensione disordinata, che potrebbe esagerare le nostre decisioni e distorcere
la nostra visione della volontà divina. È uno scopo eminentemente pratico, degno di un
uomo d'azione, ma molto lontano dalla grandiosità contemplativa che potremmo
aspettarci. La ragione, penso, è che questi sono «esercizi», cioè cose che noi possiamo
fare per disporci verso Dio. L'esperienza contemplativa è puro dono di Dio; gli esercizi
spirituali che intraprendiamo sono, dice Ignazio, modi per «preparare e disporre l'anima a
togliere da sé tutti i legami disordinati» e, dopo averli tolti, per «cercare e trovare la
volontà divina nell'organizzazione della propria vita» (n. lb e le). Quelli che Ignazio
chiama esercizi, sono quelle che noi abbiamo chiamato tecniche per disporre positivamente
noi stessi ad incontrare Dio.
Giovanni della Croce era contemporaneo, ma più giovane di Ignazio (nasce nel 1542,
mentre Ignazio muore nel 1556); egli ricevette la prima educazione sotto la guida dei
gesuiti di Ignazio, in Spagna a Medina del Campo. Giovanni, comunque, era destinato
alla vita contemplativa e subito dopo la sua ordinazione nel 1567, si unì a santa Teresa
39
d'Avila nella riforma delle Carmelitane Scalze. Nel momento in cui si incontrarono,
Giovanni aveva 25 anni e Teresa 52. Nonostante la differenza d'età ed il fatto che avessero
un temperamento notevolmente diverso, Giovanni e Teresa divennero una tra le più grandi
coppie nella storia della spiritualità. Entrambi sono dottori della Chiesa oggi,
raccomandati ai cristiani precisamente come maestri di preghiera.
È singolare poi, che Giovanni della Croce, il cui nome è praticamente diventato
sinonimo di misticismo cristiano, presenti una dottrina sulle fondamenta della preghiera
molto simile a quella di Ignazio. È da Giovanni, infatti, che abbiamo tratto il titolo di
questo capitolo: «La purificazione attiva dell'anima». Abbiamo già spiegato che Giovanni
distingue tra la purificazione attiva e passiva dell'anima. La purificazione attiva si
riferisce a quello che dobbiamo fare per prepararci ad incontrare Dio mentre la purificazione
passiva si riferisce a quello che Dio fa per purificarci. Quest'ultima, per Giovanni, è molto
più importante ed è il soggetto di Notte oscura del senso. Ci sono infatti due notti
oscure descritte da Giovanni: quella dei sensi, che «è comune e accade a molti e questi
sono principianti» e quella dello Spirito, che «è riservata a pochissimi, a quelli cioè che
sono già esercitati e progrediti». Sebbene Giovanni si riferisca, tra quanti provano la buia
notte dei sensi, a dei principianti, essi non sono in realtà dei principianti nella preghiera.
Nel libro 1, capitolo 1, infatti, Giovanni dice che questa buia notte passiva inizia quando
Dio comincia a guidare le anime oltre lo stato di principianti; ed inoltre che i principianti
sono «quelli che meditano nella via spirituale», quelli che sono impegnati nella
purificazione attiva dell'anima, descritta nella Salita al Monte Carmelo.
In quest'ultimo senso possiamo parlare esattamente di principianti nella preghiera. Per
ragioni che verranno meglio chiarite nel prossimo capitolo, essi sono quelli che meditano e
la cui preghiera può essere definita propriamente meditazione. Meditazione infatti è il
modo in cui alcuni principianti, proprio durante la preghiera, possono prepararsi
positivamente ad incontrare Dio. Questo, comunque, non è tutto quello che i principianti
possono o devono fare per prepararsi ad incontrare il Signore. In aggiunta alla preghiera
meditativa che, come vedremo nei prossimi capitoli, è un modo per arrivare a conoscere
Dio e quale importanza ha, abbiamo bisogno di tecniche che ci portino ad una
conoscenza più profonda e più onesta di noi stessi e che ci permettano, con l'aiuto della
grazia, di purificarci da tutto quello che ci rende indegni di stare alla presenza di Dio.
Consideriamo ora queste tecniche.
Il principio base della purificazione è che la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio
vanno di pari passo. Non possiamo arrivare ad una vasta conoscenza di Dio senza, allo
stesso · tempo, avere la consapevolezza profonda di chi siamo veramente. E questo è
doloroso. Una delle più ovvie conseguenze del peccato nella nostra vita è che ci risulta
molto difficoltoso guardare con onestà chi e che cosa veramente siamo. Adamo, appena
ebbe mangiato la mela, iniziò a scusarsi per la sua azione. Il popolo d'Israele, quando
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veniva messo dai profeti di fronte alla verità su se stesso, invariabilmente reagiva
cercando di far tacere i profeti. Lo stesso esempio è evidente nei Vangeli, nella reazione
degli scribi e dei farisei verso Giovanni il Battista e poi verso Gesù. Quando Gesù tolse le
loro maschere e rivelò che cosa veramente passasse nei loro cuori, essi non poterono
fronteggiare la verità: cioè che fosse rivelato a se stessi e agli altri quello che erano
realmente. Piuttosto, agivano in modo difensivo e cercavano di eliminare Gesù «proprio co­
me avevano attaccato il Battista» ( cfr Le 7,31-34). San Giovanni ne dà ancora maggior
risalto nel suo Vangelo, nel commento al dialogo di Gesù con Nicodemo:
«E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno preferito le
tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male,
odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere» (3, 19-20).

Questo è vero non solo per gli scribi e i farisei, ma per tutti noi. Pensate a come
reagiscono i bambini quando vengono accusati di una malefatta o persino quando perdono
a un gioco. Il loro primo istinto è di salvare la faccia, negare l'errore o trovare scuse per la
perdita. Una persona veramente matura si distingue per la capacità e la volontà di essere
vista come realmente è. E come sono poche le persone mature, persino tra gli adulti! La
maggioranza di noi indossa maschere. Ci concentriamo su come apparire agli altri e tentiamo
perfino di ingannare noi stessi; ecco perché a psichiatri e psicologi non mancano mai clienti. La
loro funzione è aiutare la gente a togliere la maschera, a fronteggiarsi ed accettarsi per
quello che realmente si è.
Gli psichiatri trattano situazioni anormali cioè, situazioni nelle quali l'incapacità di
affrontare la realtà ha provocato serie difficoltà a comportarsi come un essere umano. Come
abbiamo detto, comunque, non solo le persone anormali tendono ad indossare maschere. Lo
facciamo tutti. Tutti i maestri della spiritualità cristiana- cominciando da Gesù stesso- hanno
sottolineato la necessità di togliere queste maschere, se mai vogliamo incontrare Dio. La
conoscenza di se stessi ( con l'autoaccettazione) e la conoscenza di Dio vanno di pari passo.
È un processo doloroso vederci come realmente siamo, ma «la verità vi farà liberi» (Gv
8,32).
Per Giovanni della Croce i desideri dell'uomo sono la causa della sua mancanza di libertà.
La purificazione attiva (quella che facciamo noi) consiste nel riconoscere e sradicare questi
desideri. Infatti, lo sforzo di Giovanni nella liberazione di noi stessi da tutti i desideri (il
nada, o il rilevare che tutto quanto è umano e naturale, è niente) è ciò che lo ha fatto apparire
austero e piuttosto inumano alla maggior parte dei cristiani fedeli. In pochi lo hanno letto e
chi lo ha fatto ne è uscito spaventato. Ma dobbiamo ricordare che, per desideri, Giovanni
intende quelli meramente naturali dell'uomo che, per quanto buoni o indifferenti possano
essere in sé, non sono stati sottomessi dallo Spirito dominatore dell' amore di Dio. D'altra
parte, dobbiamo ricordare lo scopo della dottrina di Giovanni del nada, o del nulla. Egli si
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accorda molto con la moderna filosofia della libertà; la libertà da qualcosa è senza valore,
se non è libertà per qualcosa d'altro. Se cerchiamo di sradicare tutti i desideri meramente
naturali è solo perché possiamo essere realmente liberi di amare. Infatti possiamo amare
veramente solo quando siamo liberi dall'orgoglio, dall'ambizione, dalla cupidigia e da altri
desideri centrati su noi stessi, naturali per l'uomo che vive nel peccato. «Quando non sono
vicino alla donna che amo, amo la ragazza che mi è vicina» è un verso disinvolto e arguto di
una canzone moderna, ma quello descritto non è per niente amore. L'amore vero rende
. l'uomo indifferente a tutti gli altri desideri. L'uomo che ama veramente la propria moglie ed è
maturato in quell'amore (fenomeno piuttosto raro, ammettiamolo) è libero dal desiderio di altre
donne. Lo stesso accade per la persona che è arrivata ad un amore maturo per il Signore.
Questa unicità del cuore mi fu presentata lll1 giorno in modo molto bello ed esemplificativo.
Una donna, felicemente sposata, stava condividendo con me la meraviglia di un amore
cresciuto durante molti anni tra lei e suo marito. Disse: «Sa, la cosa strana è che posso sempre
dire, ad una festa, quando ha bevuto abbastanza ed è ora di tornare a casa. E lui in mezzo alla
stanza, inizia sempre a strizzarmi l'occhio!». Lo disse con orgoglio e sapeva quanto fosse for­
tunata. La loro relazione era tale che, persino dopo molti anni insieme, egli aveva occhi solo
per lei. Il suo cuore era indiviso e tutti gli altri desideri non erano annichiliti, ma assorbiti
dall'unico grande amore della sua vita. Per questo uomo, come ebbi modo di sapere, l'amore
di Dio era ugualmente reale e totale. L'amore di Dio e l'amore della moglie non erano
desideri competitivi; piuttosto, l'llllo era la linea di condotta dell'altro. Come dice Rosemacy
Haughton in modo così bello, la persona sposata arriva all'amore di Dio attraverso l'amore
del coniuge, mentre il celibe arriva all'amore per gli uomini attraverso l'amore di Dio. Il
problema non è il troppo amore, ma il fatto che i nostri amori sono in conflitto, eccentrici,
non centrati ed integrati. Questa è la radice del problema per ogni uomo di fede, sia egli
sposato o celibe. Possiamo avere molti amori nella nostra vita, ma unico il centro, unico il
sole intorno al quale tutti i nostri amori sono satelliti.
Raggiungere questa libertà di amare, per molti di noi è un processo lungo e graduale e
che richiede moltissimo aiuto - la grazia- da parte di Dio. Forse Giovanni della Croce
(un grande poeta, uno spagnolo, un uomo del Sedicesimo secolo) non chiarisce a
sufficienza per l'uomo contemporaneo la gradualità e la grazia richieste. Ma il suo punto
principale è valido oggi come al suo tempo: per essere liberi per Dio, bisogna essere
liberi da tutti i desideri naturali conflittuali. Gesù lo disse molto tempo fa: «Nessuno
può servire due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà
l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona (cioè il denaro)» (Mt 6,24; cfr Le 16,13).
Nel Vangelo di Matteo questo passaggio è seguito dal comando di Gesù di essere liberi
da tutte le preoccupazioni e le ansietà, come gli uccelli del cielo, come i gigli del campo.
. Questo è precisamente il punto di Giovanni della Croce: essere liberi di amare è essere
liberi da tutti i desideri e da tutte le ansietà.
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Sant'Ignazio di Loyola, un uomo pratico, metodico, di decisione e di azione, vede i
suoi Esercizi come strumento per liberarci da ogni legame disordinato, da ogni desiderio
che blocca l'amore ed il servizio dell'amore. I mezzi che egli propone sono: la preghiera
meditativa sulla vita di nostro Signore Gesù, che è sempre il nostro modello di libertà
totale di amare, la pratica della penitenza, e l'esame di coscienza. Parleremo più
ampiamente della preghiera meditativa nel prossimo capitolo. Consideriamo ora i
mezzi ausiliari della penitenza e dell'esame di coscienza.
La penitenza non è di moda oggi. Il digiuno eucaristico praticamente scomparso.
Le pratiche penitenziali nei seminari e nei conventi, così come la disciplina, i capelli
corti, il tavolo di penitenza a cena, sono diventati leggende, con le quali i religiosi più
vecchi fanno tremare ( o intrattengono) i religiosi più giovani sui bei ( o brutti) tempi. Al
tempo di Teresa, Giovanni e Ignazio e per molto tempo ancora in seguito, la penitenza
aveva una parte molto importante nella spiritualità. Spesso era praticata all'eccesso e perciò
molti dei cambiamenti attuali sono validi. Ma tutti i santi hanno riconosciuto che non c'è
vera santità e solida spiritualità, senza penitenza. Ignazio che era un figlio del suo tempo e
originariamente praticava penitenze più severe di quanto potremmo considerare
ragionevole oggi, dà linee guida particolarmente equilibrate per il corretto uso della
penitenza (Esercizi sp. nn. 82-89).
Ignazio parla della penitenza volontaria, che è la penitenza scelta liberamente. La
prima cosa da sottolineare è che una tale penitenza non è mai fine a se stessa. Dio non
gioisce della sofferenza in sé, e neppure possiamo iniziarla per il suo beneficio intrinseco.
No. La penitenza è sempre il mezzo per raggiungere un fine e deve essere scelta così
come viene scelto qualsiasi mezzo idoneo, in questo senso aiuta a raggiungere la meta
prevista. Ignazio dice che le ragioni legittime per fare penitenza sono: riparare i nostri
peccati; aiutare a superare le nostre egoistiche inclinazioni (quelle che Giovanni della
Croce chiama i nostri desideri); e come forma di preghiera per «ottenere quella grazia o
dono che ciascuno seriamente desidera». Poiché la penitenza è un mezzo, dovremmo
sempre aver ben chiaro qual è il nostro scopo nel farla e dovremmo scegliere quella
penitenza che si adatta meglio al raggiungimento del nostro fine.
La penitenza come mezzo per la remissione dei peccati, sebbene non di moda
oggi, è comunque un concetto chiaro per chiunque abbia amato ed abbia ferito la
persona amata. Abbiamo bisog,10 di fare ammenda, di mostrare con dei segni visibili il
nostro dispiacere per l'amore ferito. È lontano dalla realtà il detto «Amore significa
non dover mai chiedere scusa». Un amore simile, per esseri umani fallibili, non
sarebbe amore, ma egoismo e superficialità. Qui vediamo la vera differenza tra
Pietro e Giuda. Entrambi hanno rinnegato il Signore. Entrambi hanno fallito in modo
egualmente serio, si potrebbe dire. Entrambi hanno provato rimorso. Ma Giuda non ha
potuto chiedere scusa, non ha potuto affrontare il Signore e cercare il Suo perdono. Non
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esiste un contrasto così drammatico nelle Scritture, come quello tra Giuda che va da
solo e si impicca e Pietro, che esce dalla barca e corre incontro al Signore che ha
tradito solo poco tempo prima (Gv 21). Non è un caso che Gesù, dopo pranzo,
conduca Pietro lontano dal gruppo e per mezzo di una triplice domanda celebri con lui la
prima liturgia della riconciliazione della Chiesa.
Il triplice rinnegamento ed ora la triplice affermazione dell'amore di Pietro: il simbolismo
del parallelo non era sconosciuto a Pietro e neppure alla Chiesa primitiva. L'amore umano,
così fragile e fallibile, significa dover chiedere - con parole ed azioni - scusa per il nostro
amore che ferisce.
La penitenza come mezzo per superare le nostre inclinazioni egoistiche o i nostri desideri
ha una storia lunga, la troviamo persino tra gli stoici pagani, ed è basata su una profonda
introspezione psicologica. È l'agere contra della tradizione ascetica, cioè l'agire contro
le inclinazioni naturali che vogliamo correggere. Se il giovane alberello è rivolto a est,
tiratelo a ovest per raddrizzare la sua crescita. Se tendete ad eccedere nel cibo e nelle bevande,
diminuitene il consumo, anche al di sotto di quanto sia legittimo; in questo modo la volontà è
rafforzata e gli istinti sregolati sono messi sotto controllo. Ecco di nuovo che la penitenza è
chiaramente un me7.ZO e deve essere proporzionata al fine desiderato. Ricordo molto bene la
conversazione con una buona suora, che sentiva la necessità di maggior penitenza nella sua
vita e mi chiedeva suggerimenti. «Che ne dice di diminuire qualcosa nel cibo?» proposi.
«Ma», replicò «in ogni caso, io odio mangiare». Chiaramente, per lei questa non era una
penitenza d'aiuto! Suggerii qualche penitenza nel campo delle letture e questa volta colpii nel
segno. «Io amo leggere», disse. «Infatti per prima cosa la mattina divoro i giornali». Così, le
suggerii di non smettere di leggere i giornali (che le servivano per il suo lavoro), ma di
aspettare a leggerli più tardi la mattina. Questo non avrebbe interferito con la sua attività
apostolica, ma sarebbe stata un'ottima educazione della volontà e una vittoria sui desideri.
Ella seguì con gioia il suggerimento e ne trasse grande profitto.
La penitenza come forma di preghiera è qualcosa di più insolito. Non pensiamo spesso alla
penitenza in questo senso. Ritengo però che l'idea di penitenza di Ignazio come forma di
preghiera, sia profondamente incarnata. L'uomo non è un angelo, è uno spirito in un corpo. Le
sue azioni più spirituali hanno bisogno di essere materializzate, incarnate,
sacramentalizzate. In questo senso, le azioni di penitenza corporale sono un'espressione
visibile delle sue attitudini interiori. Dovrebbero essere fatte per Dio e non per impressionare gli
uomini (vedi Mt 6,16-18; 9,14-15); sono comunque un'importante forma umana di
preghiera. Ho trovato infatti che, nei momenti in cui il mio spirito fa fatica a pregare, il mio
corpo, con le azioni, spesso riesce a dire quello che il cuore non può. Il Signore ascolta
sinceramente e benedice una preghiera penitenziale di questo tipo.
Un altro mezzo che Ignazio propone per disporci ad incontrare il Signore, per liberarci
dai nostri legami disordinati, è l'esame di coscienza. Questo infatti è il primo vero argomento
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degli &erdzi spirituali (nn. 24-44). È un argomento che egli raccomanda sempre ai direttori
spirituali di includere nei ritiri, non importa che i partecipanti abbiano un'educazione povera o
non siano ben disposti. Oltre a ciò, si racconta che Ignazio avesse detto di preferire che i suoi
discepoli tralasciassero piuttosto la meditazione, ma non l'esame di coscienza, lllla preferenza
sorprendente oggi che l'esame di coscienza è largamente trascurato. Che cos'è allora questa
tecnica che Ignazio teneva in così alta considerazione?
Essa non è nuova per lui e non è neppure unicamente cristiana Persino i grandi stoici
pagani tenevano in buona considerazione questo tipo di pratica. Se vogliamo superare le nostre
colpe è di grande aiuto puntare su esse la nostra attenzione, per essere consapevoli di come e
quando sbagliamo e per annotare ogni progresso che facciamo nel diminuire la frequenza degli
errori. Questo ci porta a quello che Ignazio chiama: esame di coscienza generale, una pratica
che la Chiesa ha incorporato nella Compieta dell'Ufficio Divino e che ritroviamo
all'inizio della Messa.
Per il cristiano, owiamente, l'esame di coscienz.a non è solo una tecnica psicologicamente
profonda. È anche un canale di grazia, nel senso che chiediamo a Dio di aiutarci a vedere noi
stessi, la nostra iniquità, come siamo visti da Lui, ed anche nel senso che è un appello affinché
lavori nella nostra vita il Suo potere creativo. L'accento non è cioè puramente, e neanche
primariamente, sui nostri sforzi personali per superare le nostre colpe. Il lavoro di guarigione è
del Signore e l'esame è un'apertura del nostro cuore al Suo tocco risanatore.
Un altro principio di crescita psicologicamente profondo è «dividi e vinci». Quando
decidiamo di vivere una vita giusta, ci rendiamo subito conto di quante siano le nostre
mancanze. Il demonio infatti usa questa percezione per scoraggiare i principianti. Vogliamo
la santità istantanea ma, normalmente, ogni vera crescita è lenta, graduale e accompagnata dal
dolore. È frustrante per noi constatare la lentezza del nostro progresso. Infatti, appena cre­
sciamo, iniziamo a scoprire i nostri difetti, orgoglio, invidia, timidezza, pigrizia, dei quali
prima non eravamo neppure a conoscenza. Quante volte ho iniziato un ritiro spirituale con
qualcuno che, sebbene bravo, vedeva i problemi della sua vita come dovuti alle colpe degli
altri e non alle sue. Era convinto di essere vittima di un'ingiustizia, perseguitato, stregato.
Tuttavia si dedicava generosamente al ritiro e col passare del tempo era sopraffatto dalla
consapevolezza che la sua fede, in verità, era debole e che era così preoccupato dagli
atteggiamenti degli altri da lasciarsi trascinare lontano dal fervore della sua devozione iniziale.
Le dure parole di Giovanni alle Chiese (Ap 2,4-5; 2, 16; 3,1-3; 3,15-16) risultano cosi
rivolte a lui. Comincia a vedere il grande amore del Signore per lui e le molte ipocrisie della
sua stessa risposta d'amore. Il pericolo ora è la tentazione di Giuda. Messi a confronto con le
nostre infedeltà, siamo paralizzati, incapaci di agire.
Come possiamo evitare lo scoraggiamento? Sottolineando la fede, l'umiltà, la pazienza con
noi stessi e la consapevolezza della verità profonda che, persino nella nostra vita interiore, è
molto meglio accendere una piccola candela, che sedersi maledicendo le tenebre. Questa è
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l'idea del principio di divisione e di conquista: scegliere i nostri difetti e modificarli uno per uno.
Non aspettatevi di cambiare tutto subito, ma lavorate e pregate per cambiare una cosa alla
volta, cominciando da quei difetti che impediscono maggiormente la nostra crescita. Questo è
quello che Ignazio chiama esame di coscienza particolare, che raccomanda anche come pra­
tica quotidiana, specialmente per i principianti. È un'analisi di quello che ho fatto durante la
giornata per quel settore specifico in cui i miei difetti sembrano ostacolare maggiormente
l'incontro vero col Dio che cerco. La concentrazione su questo settore è un aiuto naturale e
valido per crescere, dovendo affrontare onestamente me stesso una o due volte al giorno,
gradualmente, diventerò cosciente delle mie mancanze in qualsiasi momento tenderò a com­
metterne. È quindi un canale di grazia nello stesso senso dell'esame di coscienza generale:
espongo al Signore la parte precisa della mia maggior debolezza chiedo che il Suo potere
salvifico agisca particolannente li.
Sia l'esame di coscienza particolare, sia quello generale sono tecniche collaudate per
quella che Giovanni della Croce chiama la purificazione attiva dell'anima, per disporci
positivamente ad incontrare Dio. Forse ora capiamo perché Ignazio preferisce che i principianti
perdano la meditazione, piuttosto che l'esame di coscienza. Naturalmente, è convinto che
entrambi sono necessari. Ma una vita di preghiera senza la salutare ed umiliante
conoscenza di se stessi, a cui ci porta l'esame di coscienza, sarà probabilmente superficiale e
romantica ed, eventualmente, dannosa. Può portare a falso misticismo, un tipo di
spiritualità egocentrica, «cuori e fiori», che dimentica che il chicco di grano deve morire
prima di dare frutto e che è sempre stato un pericolo nella storia della Chiesa.
La vera conoscenza di Dio va sempre di pari passo con una conoscenza dolorosa di se stessi.
Giovanni della Croce lo esprime molto bene attraverso la famosa metafora del ceppo di legno
trasformato in fuoco. Quando il legno brucia, diventa nero, si rompe e fuma, e si manifesta il
groviglio di buchi e di difetti. Se il ceppo potesse parlare griderebbe: «Il mio tentativo di
diventare fuoco è stato un errore! Ora sono peggiore di quando ho iniziato: nero, defonne e
screpolato. Ero molto meglio prima» Il ceppo è l'anima e il fuoco è Dio. La verità, naturalmente,
è che il ceppo ora non è peggiore di prima. Tutte le deformità e i difetti c'erano anche prima,
ma erano nascosti. In un solo modo il ceppo può diventare fuoco, ed è di rivelarsi onestamente
ed apertamente per quello che realmente è. Il processo è doloroso ma, contrariamente alle
apparenze, è il segno di una vera crescita in unione con Dio. Ecco perché le anime buone, che
stanno facendo veri progressi, spesso pensano di regredire e di allontanarsi da Dio.
Non ho trattato i meccanismi, i metodi specifici che vengono usati nell'esame di coscienza
generale e particolare. Ci sono varie strutture efficaci per l'esame di coscienza nelle varie
tradizioni spirituali. Inoltre, recentemente sono stati scritti parecchi buoni articoli su questo
argomento. C'è comunque un'ulteriore domanda che dovremmo trattare. Talvolta si dice
che questo approccio alla vita interiore è troppo negativo ed introspettivo. Non stiamo
concentrandoci troppo su noi stessi e, in definitiva, incoraggiando la scrupolosità?
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La domanda è buona Dalla mia esperienza di direttore spirituale nelle comunità
contemplative, mi sono convinto che il grande pericolo della vita contemplativa è il confondere
la preghiera con l'introspezione. Il contemplativo cerca di trovare Dio, ma corre il pericolo di
trovare invece se stesso. L'autoanalisi, e persino l'autoconoscenz.a, non è la meta della vita
interiore per un cristiano; lo sono la conoscenza e l'amore di Dio. Se il nostro interesse è di sca­
vare sempre più a fondo in noi stessi, finiremo nella scrupolosità e non nella vera santità.
Però, come abbiamo sottolineato in questo capitolo, l'autentica conoscenza di sé è un mezzo
necessario e concomitante al vero incontro con Dio nella fede.
Una classica distinzione della teologia morale può aiutarci, in questo contesto, a scoprire il
giusto equilibrio: una coscienza sensibile è il segno della santità; una coscienza scrupolosa è
il segno della malattia. La coscienza scrupolosa vede il peccato dove non esiste, ha
costantemente paura che non vengano perdonate le colpe passate, continua ad analizzare la
stessa parte di sé. Ciò produce ansietà e distrugge la pace, mentre, come abbiamo detto nel
capitolo 3, Dio lavora sempre nella pace con quelli che cercano di servirlo.
La coscienza sensibile, al contrario, diventa progressivamente più consapevole del
peccato piccolo, ma vero. Questo è un segno reale di crescita. In conclusione
arriviamo alla luce, e il buio della nostra stessa tenebra appare dal contrasto. La
prostituta che esercita attivamente il suo mestiere è improbabile che sia infastidita da
difetti minori come una tendenza al pettegolezzo oppure la dimenticanza della preghiera
quotidiana: anzi neppure li nota. Ma se smette di prostituirsi e cerca di riformare la sua
vita, allora si renderà conto di molte piccole mancanze che prima non ha mai avvertito.
Questa non è introspezione o scrupolosità, sebbene il demonio tenderà a persuaderla
che è così. È il segno della crescita di una coscienza sensibile, una crescita
consapevole di ciò che è veramente e che, se persevera nella pace, la condurrà alla vera
conoscenza di Dio.
Quello che cerchiamo dunque nella purificazione attiva dell'anima è una vera
conoscenza di noi stessi e una coscienza più profonda e sensibile. Essa non è certamente
l'intera spiritualità cristiana, ma è una base essenziale per la preghiera. L'altra base ri­
siede nella nostra stessa vita di preghiera. È sulla messa in opera di questo secondo
fondamento che intendiamo ora continuare la nostra esplorazione dei primi tratti della
via che porta a Dio.

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6. MODI DI PREGHIERA DI COLORO CHE INIZIANO

Fino a questo punto del libro abbiamo discusso cosa è la preghiera, come può essere
considerata rilevante o irrilevante per la vita dell'uomo nel mondo, e quale ruolo hanno
le tecniche per raggiungere sia la pace che la purificazione nella preparazione
dell'anima all'incontro con Dio. Rimane la domanda più grande: che cosa fa il
principiante quando arriva effettivamente a pregare? Se, come abbiamo detto, la
conoscenza empirica e l'amore di Dio sono la meta di una vita di preghiera, dove va
allora e che cosa fa un uomo per incontrare Dio?
In un certo senso, come abbiamo visto, egli non va da nessuna parte e non fa niente.
Il Signore arriva inaspettatamente, e non nel momento scelto dall'uomo, come avvenne
a Pietro nella barca, a Matteo al banco delle tasse, a Zaccheo sull'albero, a Paolo in
viaggio. Come C. S. Lewis espresse magnYficamente nel titolo della sua autobiografia,
l'uomo è «sorpreso dalla gioia». Non ci sono regole per controllare un evento simile.
Tuttavia dobbiamo fare qualcosa. Il primo inaspettato incontro col Signore
non è mai una rilevazione finale, che trasforma completamente. Come scrive T.S. Eliot,
è un invito, una chiamata a esplorare, chiedere, cercare. Una chiamata simile richiede
una risposta da parte dell'uomo. La chiamata può arrivare drammaticamente, come fu
per Paolo, oppure può venire così impercettibilmente, che non sappiamo dire quando
sia accaduta; come nel caso di una persona che ha assorbito la fede direttamente
dall'infanzia con la stessa aria che respirava. Comunque accada, viene il momento in cui
il Signore ci chiama per conoscerlo e per diventare suoi amici. Come ho accennato
nell'Introduzione, questo libro è stato scritto per tutti coloro che, in un modo o
nell' altro, hanno sentito questa chiamata ed ora si domandano: qual è la risposta?
Nei capitoli 4 e 5 abbiamo trattato due delle precondizioni essenziali per qualsiasi
risposta autentica all'invito di Dio: raggiungere la pace attiva e purificare la nostra vita da
qualsiasi cosa potrebbe bloccare o impedire la nostra capacità di contraccambiare amore per
amore. Ma come possiamo rispondere realmente alla parola che Dio ci rivolge? Che cosa
diciamo o facciamo nella preghiera? La risposta è l'argomento di questo capitolo.
Possiamo cominciare con l'analogia verso la forma più profonda d'amore: l'amore
coniugale che un uomo e una donna vivono reciprocamente. Un amore simile ha bisogno di
molti anni per maturare. Talvolta parliamo di amore a prima vista, ma nel senso più stretto non
esiste una cosa simile. Ci può essere attrazione a prima vista: un ragazzo e una ragazza
possono intuire reciprocamente qualcosa che attrae e che fa loro capire che questa
relazione promette di essere diversa da qualsiasi altra essi abbiano avuto. Ma il vero amore
richiede conoscenza; non possiamo amare quello che non conosciamo E così il ragazzo vuole
conoscere tutto della ragazza che lo ha attratto. Se la ragazza risponde, essi trascorrono ore

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interminabili di condivisione sul loro passato, le loro speranze, le loro paure, le loro
frustrazioni. Possono persino stare tutta una sera insieme poi, dopo che il ragazzo
accompagna la ragazz.a e torna anche lui a casa, stanno un'altra ora al telefono a condividere
quello che è successo nell'ultima mezz'ora, da quando cioè si sono separati. È esasperante
per i loro genitori che pagano la bolletta del telefono, ed appare sciocco a qualsiasi spettatore
che non stia soffrendo la stessa malattia. Ma non è cosi sciocco come sembra. Possiamo
amare solo quello che conosciamo, ed il ragazzo e la ragazz.a durante il fidanzamento cercano
reciproca conoscenza, che da sola fonda il vero amore.
La stessa necessità è presente anche nella nostra vita di preghiera, la nostra relazione
d'amore con Dio. Anche l'amore autentico per Dio richiede un periodo di fidanzamento.
Anche qui possiamo amare solo quello che conosciamo. Naturalmente c'è una differenza
importante: Dio ci conosceva prima che ci formassimo nel grembo materno (Ger 1,5). Egli
conosce la nostra interiorità meglio di quanto non ci conosciamo noi stessi. Egli «scruta i
cuori e penetra ogni intimo pensiero» (1 Cr 28,9). Ma, mentre Egli ci conosce interamente,
noi non lo conosciamo. E prima di poter rispondere completamente al Suo amore,
liberamente riversato su di noi, dobbiamo arrivare a conoscerlo.
Il primo stadio quindi di una autentica vita interiore è imparare a conoscere il Signore.
Abbiamo visto nel capitolo 5 che tanto Ignazio quanto Giovanni della Croce si riferiscono alla
meditazione come preghiera del principiante. Meditazione significa esattamente questo: usare il
tempo per capire chi è questo Dio che siamo spinti ad amare, che cosa implica, che valore ha,
cosa significherebbe essere suoi amici. Possiamo impararlo da un esame della creazione,
poiché in natura gli altri e noi stessi. siamo tutti cartelli indicatori puntati verso il nostro
Creatore, riflessi che rivelano l'artista che li ha creati. Perciò, ogni essere umano può arrivare
a conoscere il Signore. Per il cristiano, comunque, la rivelazione primaria del Padre è Gesù
Cristo. Quindi le Scritture, che furono composte perché noi, che non abbiamo conosciuto Gesù
nella carne, potessimo credere in Lui, sono il modo privilegiato dei cristiani per arrivare a
conoscere Dio in e per mezzo di Gesù Cristo.
La meditazione, allora, è l'uso della ragione per scoprire chi è Dio, per imparare a
conoscerlo più pienamente, affinché possiamo amarlo più profondamente e seguirlo con
maggior fede. Il principale libro di ricerca della meditazione cristiana è la Bibbia, nella quale
Dio si rivela a noi. Possiamo dire che la meditazione non è esattamente preghiera nel senso che
abbiamo definito (un incontro personale con Dio nell'amore) ma, poiché l'amore dipende dalla
conoscenza, la meditazione sulla Scrittura è il primo essenziale passo verso la preghiera
vera. Questa è perciò l'attività principale del principiante che decide di pregare.
È importante notare che questa «meditazione» sulla Scrittura può iniziare molto prima che
noi cominciamo una vita di preghiera regolare. In una buona casa cristiana i valori del
Vangelo e la persona di Gesù Cristo sono trasmessi al bambino con la stessa aria che
respira. Nella liturgia della domenica, particolarmente nella nuova liturgia in cui la lettura
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delle Scritture copre un ciclo di tre anni e dove si insiste sull'omelia come esposizione
delle Scritture lette, quella conoscenza di Dio che fonda l'amore vero può essere comunicata
gradualmente ed efficacemente. Una buona educazione cristiana contribuisce molto allo
stesso fine. Ecco allora che il «principiante» al quale è indirizzato questo libro, potrebbe non
essere realmente un principiante. Sant'Agostino lo espresse chiaramente molto tempo fa
all'inizio delle Confessioni. Egli confronta il mistero della conoscenza e dell'amore, della
priorità della conoscenza di Dio sulla ricerca «supplicante» e conclude: «T'invoca,
Signore, la mia fede, che mi hai dato e ispirato mediante il Tuo Figlio fatto uomo,
mediante l'opera del Tuo Annunziatore».
Per alcune persone, questo tipo di meditazione diffusa può ben bastare a fondare una vita di
preghiera matura. Ma nella mia esperienza, sia di uomo di preghiera sia di direttore degli
altri, quelli che cominciano a vivere seriamente una vita di preghiera generalmente
hanno bisogno di approfondire la conoscenza del Signore dell'Amore, sentono l'esigenza
di una ricerca più sistematica delle Scritture, come la meditazione che adotta Agostino
stesso per buona parte delle Confessioni. Alcuni che arrivano alla preghiera pur avendo
avuto una formazione cristiana minima, ed altri, che tale formazione l'hanno «inspirata» in
tutti i loro anni di maturazione, spesso hanno bisogno di fare totalmente da soli e di venire
integrati in quella coerente conoscenza del Signore dell'Amore, che il Concilio Vaticano I
chiama «il collegamento di questi misteri [di fede] uno con l'altro e con il fine ultimo
dell'uomo». Gradualmente, mentre meditiamo, i pezzettini e i frammenti della nostra
conoscenza delle Scritture e del Signore diventano un tutto unico, senza cuciture, e il
nostro amore trova un orientamento più chiaro.
I libri di meditazione tradizionalmente raccomandano una struttura di preghiera per i
principianti. Mentre i dettagli possono variare, essa coinvolge essenzialmente tre stadi: la
preparazione remota, la preparazione immediata e la meditazione effettiva.
Supponiamo di scegliere di fare la nostra meditazione la mattina. Spesso è il momento
migliore, prima che la nostra mente sia riempita degli interessi e delle distrazioni della
giornata. In questo caso, la preparazione remota è la lettura dei passi delle Scritture sui
quali pregheremo e la consultazione di un commento che chiarisca il contesto e il
messaggio di base del passo che abbiamo scelto: che dovrebbe farsi la sera prima. Questa
preparazione remota, insieme alle letture spirituali quotidiane, ha un ruolo molto im­
portante nell'aprire e sensibilizzare la nostra mente alle cose di Dio. Senza questa preparazione
remota non saremmo in grado di fare quello che possiamo per aprirci a Dio. Arriveremmo
alla preghiera in modo troppo casuale, prendendo Dio come già acquisito. Ed è
improbabile che ascolteremmo la Sua parola in questo modo.
La preparazione immediata per la preghiera è quello che facciamo quando siamo pronti
per iniziare a pregare. Sant'Ignazio raccomanda di stare un po' indietro dal luogo in cui
stiamo andando a pregare, di prenderci un momento per ricordare il brano o il tema su
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cui vogliamo pregare, e quindi di ricordare quale esperienza meravigliosa stiamo
cercando di compiere. Ho trovato la breve preghiera, che segue, molto utile: «Signore, so
che Tu sei realmente presente e ansioso di insegnarmi a pregare. Ti preoccupi molto di più
Tu di me, di quanto non faccia io stesso. Aiutami a capire le meraviglie che mi stai dicendo
e a rispondere quanto più generosamente possibile». Lo scopo di questa breve preghiera è di
arrivare davanti al Signore con riverenza e attenzione, come richiede la Sua santità.
La preparazione alla preghiera, remota ed immediata, è molto importante, specialmente per i
principianti. La forma che può assumere può naturalmente variare. Forse il modo migliore per
un principiante è di cominciare con qualcosa simile a quello descritto qui. Poi, con
l'esperienza, si può adattare al temperamento e alle esigenze di ciascuno. La meta è arrivare a
pregare, preparati ad ascoltare il Signore, riverentemente attenti alla Sua parola Per parafrasare
santa Teresa, la buona preparazione è qualsiasi atteggiamento che massimamente ci aiuti a
pregare bene, qualsiasi cosa che più ci spinga ad amare il Sign ore.
Il terzo stadio dello schema tradizionale di preghiera è la preghiera effettiva stessa
Questa è quella che abbiamo chiamato meditazione e che abbiamo descritto come l'uso
della nostra comprensione per arrivare a conoscere Dio più pienamente, in modo da poterlo
amare più ardentemente e seguirlo con maggior fede. Effettivamente, nella storia della
spiritualità non c'è mai stata una terminologia universalmente accettata da tutti gli autori
di testi sulla preghiera. Molti usano la parola «meditazione» più o meno come l'abbiamo
usata noi. Qualunque sia la parola scelta, gli stessi punti essenziali circa gli inizi della
preghiera sono presenti in tutti i maestri cristiani di preghiera. Io però trovo molto utile
fare qui una distinzione tra meditazione e contemplazione. La base della distinzione è questa:
l'uomo è dotato di una facoltà di comprensione o ragionamento e di una immaginazione;
entrambe possono essere usate per arrivare a conoscere meglio qualcuno o qualcosa. La
ragione è più logica, più astratta: considera le cause e trae le conclusioni, spesso un passo alla
volta. L'immaginazione è più concreta, più specifica: vede un unico evento o una situazione
nella sua concreta totalità. La ragione vede i legami logici tra i fatti e azioni ( «La chitarra è
scordata: deve essere accordata»), mentre l'immaginazione entra dentro, sente un'esperienza
reale («Che strana sensazione di desolazione provo, quando sento suonare lll1a chitarra
scordata!»).
Come abbiamo detto, tutti siamo dotati di facoltà di ragionamento e di immaginazione e
queste facoltà ci aiutano a conoscere la realtà in modi diversi ma complementari. Spesso
però accade che una facoltà sia dominante in una data persona. Si dice frequentemente che gli
artisti siano più fantasiosi e gli scienziati più razionali, sebbene Bach o Mozart fossero molto
più «razionali» di Brahms o Beethoven e scienziati creativi come Pasteur o Einstein sembra
possedessero una notevole facoltà di immaginazione. Le donne probabilmente sono più
fantasiose, nel loro complesso, degli uomini, che tendono ad essere più logici. Ho imparato
che i Filippini, e forse i Sud-Est Asiatici in genere, sono comunemente più fantasiosi dei loro
atnici americani o cinesi, che sono più analitici. Il punto importante qui è che uomini e donne,
non solo i gruppi ma anche i singoli, variano molto nel miscuglio di ragione e immaginazione,
che li porta ad interpretare la loro esperienza.
Questo è un approfondimento importante per i principianti nella preghiera. Possiamo
arrivare a conoscere il Signore per il nostro ragionamento o per la nostra
immaginazione o, più probabilmente, per una miscela molto personale delle due facoltà.
Questa è la base della distinzione che ho suggerito tra meditazione e contemplazione. La
meditazione è l'uso della comprensione delle facoltà di ragionamento, per arrivare a
conoscere meglio la rivelazione di Dio; mentre la contemplazione è l'uso
dell'immaginazione per arrivare allo stesso fine. Poiché entrambe sono tecniche valide per
arrivare a conoscere il Signore e poiché alcune persone trovano l'una più utile dell'altra,
tratteremo adesso ciascuna più ampiamente.
Possiamo iniziare con la meditazione. E poiché, come abbiamo detto, la fonte primaria
della nostra conoscenza del Signore è la Bibbia, prendiamo un passo del V angelo di San
Giovanni come esempio illustrativo. Un passo molto bello è la storia della Samaritana
al pozzo, in Giovanni 4. Gesù stava passando per la Samaria, la regione tra la Galilea e la
Giudea, si era seduto per riposare al pozzo di Giacobbe. I discepoli vanno nella vicina
città di Sichar per comperare del cibo, così Gesù rimane solo. Una donna dei dintorni
viene per prendere acqua al pozzo e Gesù le chiede da bere. La donna è sorpresa che egli parli
con una donna sconosciuta, in pubblico, specialmente per il fatto che Giudei e
Samaritani erano nemici. Ella esprime la sua perplessità alla richiesta di Gesù ed egli
risponde riferendosi ad un'acqua molto migliore che potrebbe darle. Questo conduce al
famoso dialogo sull'acqua della vita eterna che si conclude con la conversione della donna
e di molti suoi concittadini. È un passo molto umano e che mette in evidenza la semplicità
della donna e la dolcezza di Gesù. Vediamo come mediteremmo sull'episodio.
Ricordate che meditazione significa usare la nostra ragione per arrivare a conoscere
meglio Dio. Qui significherebbe riflettere sul comportamento di Gesù in questa situazione
concreta, e sulle parole che egli dice alla donna, per scoprire maggiormente le vie di Dio
con gli uomini. Perché Gesù parla con una donna sconosciuta, in particolare, una donna che
ha avuto cinque mariti e ora vive con un uomo che non è suo marito e che doveva avere
una reputazione piuttosto bassa nella sua città? Che cosa ci dice questo sul modo in cui
Dio giudica le persone, in contrasto con i giudizi degli uomini? Quali implicazioni
comporta nel modo in cui dovrei trattare le persone, se voglio realmente seguire Cristo? E
ancora, cosa intende Gesù per acqua della vita?. La donna lo fraintende. Pensa che egli abbia
una fonte segreta di acqua naturale, ma Gesù, molto pazientemente, usa la sua
incomprensione per insegnarle che cos'è l'acqua dello Spirito. Quant'è profondo il mio
desiderio dell'acqua che dà la vita dello Spirito? Che cosa nella mia vita corrisponde ai
cinque mariti e mezzo della donna samaritana, cioè, che cosa mi blocca dall'incontrare
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veramente Cristo nella mia vita? Il Signore come ha usato quell'ostacolo reale per
raggiungermi? Si dice spesso che diventiamo più diffidenti verso Dio quando siamo più
deboli e più consapevoli della nostra colpevolezza. Ma non tutti i peccatori sentono la
voce di Dio. Che cosa c'è negli atteggiamenti della Samaritana, che rende la sua grande
colpevolezza base per il suo incontro con Gesù?
L'episodio di Giovanni 4 è una fonte ricca e molto bella di preghiera meditativa, e le
nostre riflessioni hanno solo scalfito la superficie del suo tesoro per l'uomo di fede.
Forse, però, siamo riusciti sufficientemente a spiegare che cos'è la meditazione: un ap­
profondimento riflessivo delle Scritture per scoprire cosa Dio rivela di sé nella persona di
Gesù e per imparare, per analogia, come Egli parla negli eventi della vita di ognuno.
Come Gesù dice a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se
non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre... » (Gv 14,6-7). Anche
Filippo non capisce e dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Ma Gesù insiste:
«Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9). Questo è il vero cuore della fede cristiana:
«Dio nessuno l' ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, 1 ui lo ha
rivelato» (Gv 1,18). Gesù è la rivelazione del Padre per gli uomini in carne ed ossa. È stu­
diando la sua vita, il suo valore, i suoi atteggiamenti, i suoi modi di trattare gli uomini, che
impariamo chi è Dio per noi.
Nella meditazione comunque, non riflettiamo meramente sulla vita storica di Gesù e
sull'esperienza degli evangelisti e degli apostoli. Riflettiamo anche su come Dio si rivela nella
nostra vita oggi. Gesù è il «primogenito tra molti fratelli» e noi siamo chiamati ad avere
«gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù». Poiché la meditazione non è unicamente
uno studio storico-riflessivo di una figura passata (non è importante la considerazione della
figura storica), ma è un tentativo per scoprire, con gli strumenti della vita e l'insegnamento di
Gesù, come Dio si rivela attraverso Cristo negli eventi della nostra vita oggi. Alcune delle
domande che abbiamo sollevato nelle nostre considerazioni sulla donna samaritana mettono
in evidenza questo collegamento tra la prima parte della vita di Gesù e la nostra ricerca di
Dio oggi.
Come abbiamo descritto, la meditazione è l'uso della nostra capacità di ragionamento.
Abbiamo detto prima che c'è un altro modo egualmente valido per arrivare a conoscere il
Signore: la contemplazione. La contemplazione è più fantasiosa e spesso è più utile per coloro
che trovano difficile il tipo di ragionamento analitico che abbiamo descritto come
meditazione. La storia della Samaritana può essere utile qui, poiché si presta essa stessa
meglio alla contemplazione che alla meditazione. Mettiamo a confronto i due approcci
vedendo cosa significherebbe contemplare l'episodio del pozzo.
La contemplazione implica l'entrata immaginaria nell'episodio che stiamo considerando,
essendo presenti all'evento, vedendolo accadere come se fossimo noi stessi partecipi. Questo
compito è molto più facile per i bambini a cultura visiva, che per noi. Films e televisione
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ci trascinano in un fatto, in una storia, in un modo che la parola stampata spesso non può
duplicare. Infatti, ho trovato molto utile spiegare la contemplazione paragonandola alla nostra
esperienza di un film. Perché piangiamo per un film tragico? Sicuramente non perché un
pezzo di film sta passando attraverso il proiettore o perché appaiono alcune ombre sullo
schermo! Questo è quanto sta accadendo realmente in quel momento, ma non c'è niente per cui
piangere. Perché allora piangiamo? Perché noi stessi ci sentiamo coinvolti, con
l'immaginazione, nella storia: la riviviamo in qualche modo. Ci impossessiamo degli
atteggiamenti e dei sentimenti degli attori, con i quali ci identifichiamo. Sappiamo come si
sentono, perché sentiamo e proviamo sensazioni come loro. Arriviamo a provare un senso di
solida parentela con i personaggi dei nostri film preferiti. In qualche modo essi diventavano
parte della nostra vita.
La contemplazione è qualcosa di simile Portiamo la nostra capacità di immaginazione
umana nella nostra preghiera e cerchiamo di rivivere, non alcuni film, ma la vita del
Signore Gesù. Nel nostro esempio, noi cerchiamo di essere presenti al pozzo quando Gesù
incontra la donna. Forse siamo seduti vicino a Lui quando ella arriva camminando lungo
la strada. Notiamo la faccia di Gesù (è «strano»). Vediamo com'è una donna che ha avuto
cinque mariti e mezzo, e che è stanca di dover venire al pozzo ogni giorno. Sentiamo la calura
del sole di mezzogiorno di un paese sernitropicale. Notiamo la forma delle pietre di questo
antico pozzo datato, secondo la tradizione, più di mille anni prima di Giacobbe. E poi
Gesù parla con questa donna sconosciuta. Sentiamo le sue parole, notiamo il tono della sua
voce, osserviamo il volto sorpreso della donna. Ascoltiamo e guardiamo l'inizio del loro
dialogo, e immaginiamo come avremmo reagito se fossimo stati al posto della
Samaritana. Forse ne condivideremmo la perplessità per il riferimento di Gesù all' acqua della
vita. Forse ci troveremmo coinvolti nella conversazione facendo domande al Signore sulla
vita eterna, chiedendo alla donna cosa le ha detto realmente il Signore. Ella racconta alla gente
di Sichar: «mi ha detto tutto quello che ho fatto», il che va molto oltre la conversazione
realmente riportata nel Vangelo. Che significato può avere incontrare qualcuno che ci dice
tutto quello che noi abbiamo fatto? Nella nostra contemplazione possiamo persino
trovarci a rimanere al pozzo con Gesù, quando la donna va in città a raccontare alla gente, e
possiamo imparare, con l'esperienza, cosa significa l'averci detto ogni cosa che abbiamo
fatto.
Come la meditazione, la contemplazione non è puramente rivivere il passato con
l'immaginazione. Nel rivivere col Signore le situazioni concrete della sua vita, scopriamo
come vive e lavora nella nostra vita Lo incontriamo anche noi seduto vicino al pozzo. Lo
riconosciamo nello spezzare del pane (Le 24,35) e il nostro rivivere con l'immaginazione
l'evento del Vangelo dà il via al nostro incontro col Signore. Questo elemento di incontro e
di coinvolgimento personale è quanto rende la meditazione e la contemplazione diverse dalla
conoscenza che il teologo e lo storico possono avere dello stesso episodio di Vangelo.
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Questa conoscenza personale è quanto rende la meditazione e la contemplazione
propriamente preghiera, cioè parte dell'intero processo col quale incontriamo Dio
nell'amore.
Ecco perché i manuali tradizionali di preghiera raccomandano che, proprio dall'inizio,
concludiamo la nostra preghiera con un colloquio o una conversazione col Signore.
Quando iniziamo, il colloquio sarà imbarazzante e pomposo come una conversazione con
uno sconosciuto. Ma appena arriviamo a conoscere meglio Dio, il colloquio diventerà più
spontaneo e naturale. Gradualmente, il colloquio diventerà la sostanza della preghiera,
come la conoscenza è l'inizio dell'amore. Poi ci sarà sempre meno bisogno di meditazione
e contemplazione. La nostra necessità primaria sarà quella di stare col Signore che siamo
arrivati a conoscere e ad amare e che, come abbiamo detto, è l'essenza della preghiera.
Questo chiarisce il primo grande ammonimento che dobbiamo dare per quanto riguarda la
meditazione e la contemplazione. Esse sono l'inizio di una buona vita di preghiera, ma
ragionamento e immaginazione non sono fini a loro stessi. La preghiera non è sem­
plicemente un processo, che dura tutta la vita, di comprensione e di applicazione del
V angelo alla nostra vita. Non è neppure un'intera vita di coinvolgimento fantasioso negli
eventi della vita di Cristo. Troppo accento sulla meditazione e sull'analisi condurrebbe a un
rapporto astratto e sterile con la «logica» del Vangelo. Troppo accento sull'immaginazione
porterebbe a un tipo di spiritualità apparentemente da visionario, che trascorre il tempo alla
scoperta del colore del mantello di Gesù al pozzo, o dell'età della donna. I due eccessi ci
avvolgerebbero troppo in noi stessi e nei nostri pensieri e non ci aprirebbero a sufficienza
alla parola di Dio che trasforma la nostra vita.
Inoltre, la meditazione proficua e la contemplazione sono un'arte, e perciò non vale tanto
quel che si insegna, ma quel che si impara con l'esperienza. Per quanto noi usiamo le
nostre facoltà personali di ragionamento e di immaginazione, la conoscenza che
cerchiamo è fondamentalmente dono di Dio. Dovremmo essere desiderosi di provare
con gli approcci che ho descritto e scoprire che cosa è più adatto al nostro
temperamento e al brano di Vangelo su cui stiamo pregando. Alcuni brani (come la
discussione di Gesù coi farisei sul divorzio o le beatitudini) sono molto più indicati
per la meditazione. Altri (come la resurrezione di Lazzaro o l'Annunciazione) sono
invece idealmente più adatti alla contemplazione. Molti brani, come la donna al
pozzo, si possono pregare proficuamente sia in un modo sia nell'altro. Quest'ultimo
passaggio può essere molto utile per imparare quale approccio è più indicato al nostro
temperamento e ai nostri bisogni.
Troppo spesso, in passato, la meditazione è stata presentata come l'unica via per i
principianti col risultato che molte persone hanno trovato la preghiera estremamente
difficoltosa e si sono sentiti incapaci di meditare. Forse la ragione per cui la
contemplazione è stata evitata, è perché si pensava che l'immaginazione fosse troppo fisica,
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troppo carnale e, molto probabilmente, ci avrebbe indotti in tentazione. Ma l'immaginazione è
una parte integrale dell'uomo, e molti grandi uomini di preghiera erano persone ampiamente
fantasiose. La grazia costruisce sulla natura, non la distrugge. Quello che dobbiamo
imparare a fare è incanalare o disciplinare la nostra immaginazione e le nostre facoltà senza
sopprimerle. Se domate un cavallo selvaggio e vivace, otterrete qualcosa di grande valore. Se
domate un cavallo pauroso, non avrete molto. Se uccidete un cavallo vivace, non avrete altro
che una carcassa. Ecco perché la purificazione attiva dell'anima (che, con le tecniche per
raggiungere la pace, è l'addomesticamento del cavallo selvaggio che è in noi) deve essere
sempre impiegata solo nel caso in cui contribuisce alla nostra esperienza di preghiera. Le
tecniche preparatorie, come abbiamo sottolineato prima, sono mezzi per raggiungere un
fine. Il fine o meta è incontrare Dio e rispondere autenticamente al suo amore.
Allo stesso modo, contemplazione e meditazione sono mezzi per arrivare a una meta. Sono vie
per arrivare a conoscere il Signore, così da poterlo amare veramente non solo a· parole, ma
nelle azioni. Come tali, normalmente non continueranno per tutta la vita di preghiera, così
come il fidanzamento non continua per tutto il matrimonio. Più precisamente, mentre la
ricerca per raggiungere la conoscenza di Dio continua in qualche modo per tutta la vita (proprio
come marito e moglie che si amano e non si conoscono mai «dentro» e scoprono ogni volta
qualcosa di nuovo del mistero dell'altro), tuttavia cesserà di avere il ruolo dominante che ha
nel periodo di fidanzamento. Spenderemo una parola su quanto awerrà più tardi nell'Epilogo di
questo libro; esso ci porta oltre questa introduzione alla preghiera. Quello che è importante qui,
comunque, è di renderci conto che la preghiera è vita. Come ogni vita cambia, si evolve.
C'è evoluzione persino entro quello che possiamo chiamare lo stadio di preghiera dei
principianti. Ci può essere un'infatuazione iniziale del Signore, che corrisponde a quello che
nelle relazioni umane viene chiamato amore a prima vista Quando cerchiamo di imparare, con
la meditazione e/o la contemplazione, chi è questa misteriosa persona dalla quale siamo attratti,
l'infatuazione o l'attrazione emotiva cedono il posto a una conoscenza più equilibrata del
Signore. Egli non è quello che i nostri sentimenti vorrebbero che fosse. Gli innamorati
scoprono che la persona che amano è incrinata e imperfetta, e molto diversa dalla loro
immagine romantica. Dio non è incrinato e imperfetto, ma è diverso dalle nostre aspettative.
Ogni uomo di preghiera deve imparare, come fecero gli apostoli, che Dio è un salvatore
molto diverso da quello che essi si aspettavano. I figli di Zebedeo cercavano gloria ed
Egli offrì loro la croce. Pietro voleva rimanere sul Tabor, ma Gesù lo condusse al Calvario.
Proprio alla fine del suo soggiorno terreno in mezzo a loro, essi si aspettavano una rivoluzione
politica per liberare Israele, ma Gesù salì alla destra del Padre e li lasciò soli per qualche
tempo. Il Figlio di Dio che avevano imparato ad amare era molto diverso dal Dio che
volevano amare! Così deve essere per noi.
Arrivare a conoscere il Signore è diverso anche per un' altra ragione: Egli non parla
con una voce che possiamo ascoltare con le nostre orecchie. Non lo guardiamo negli occhi,
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come possono fare un ragazzo e una ragazza che si corteggiano.
Per questo motivo i principianti trovano laboriosa la meditazione e la contemplazione.
Nonostante i loro sforzi sinceri, la misura della loro attenzione nel tentativo di conoscere un
Dio invisibile è breve. Molto spesso nei ritiri ho proposto ai principianti un capitolo, come
Giovanni 4, ricco di intuito. Dopo un'ora tornavano dicendo che avevano finito il capitolo
in 10 minuti, e non sapevano cosa fare poi! Scavare a fondo è laborioso per i principianti,
e spesso sembra noioso.
La prima volta che ho avuto un'esperienza simile, in un ritiro di laici a Syracuse, New
York, pensavo che forse pretendevo troppo da dei laici, o forse lo stile di preghiera che
proponevo era adatto solo ai religiosi. Quando lo stesso problema si presentò con delle
suore novizie negli Stati Uniti e con i seminaristi nelle Filippine, cominciai a rendermi conto
che si trattava di un problema comune ai principianti. Quando le stesse persone, appena
ebbi la possibilità di lavorare più a lungo con loro, cominciarono a scoprire la ricchezza
delle Scritture e la rivelazione di Dio, mi fu sempre più chiaro che questo è un problema
normale, e non deve essere motivo di scoraggiamento. Se perseveriamo pazientemente e
con calma ritorniamo alla nostra preghiera in qualsiasi momento siamo consapevoli di
essere distratti, la nostra costanza, alla fine, darà frutto. Verrà il momento in cui sarà facile e
gioioso pregare, e la capacità di approfondimento della nostra meditazione e contem­
plazione scorrerà facilmente e quasi spontaneamente. Le ricchezze delle scritture
sgorgheranno senza difficoltà dalle pagine dei Vangeli. Ci sarà una nuova profondità
nella nostra esperienza, che renderà la preghiera una gioia. Lo stesso capitolo, che
all'inizio era esaurito in I O minuti, fornirà intuizioni molto utili che potremo digerire in un
giorno. Cominciamo a vedere dei collegamenti tra i vari brani evangelici; il Vangelo
diventa non una serie di episodi isolati che trattano diversi temi, ma il ritratto di una
persona completamente e veramente reale, Gesù Cristo; cominciamo a scoprire in Lui il
volto di Dio.
Quando questo accade, che significato ha per noi? Ognuno di noi è unico, naturalmente,
e la nostra esperienza varia con i nostri bisogni e con il progetto di Dio su di noi. Ma
questa nuova facilità e gioia nella meditazione spesso arriva dopo uno o due anni di fedele e
perseverante vita di preghiera. Significa che stiamo arrivando ad avere familiarità con il
Signore e che Egli sta rispondendo alla nostra fedeltà guidando ed approfondendo i nostri
pensieri. A questo punto ci sembrerà di avere veramente imparato come pregare: infatti
abbiamo conosciuto il segreto della vita interiore e stiamo bene sulla nostra via di santità.
La verità comunque è che «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai
entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano». Stiamo solo
cominciando a scoprire che cosa lo Spirito ha da insegnarci su Dio, ma è un ottimo inizio.

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EPILOGO

7. LA PREGHIERA OLTRE GLI INIZI

Per alcuni anni ho insegnato in un corso sulla preghiera apostolica. In una classe, non
molti anni fa� c'era una suora che apparteneva ad una comunità contemplativa.
Diventammo amici, ed ebbi il privilegio di diventare anche il suo direttore spirituale. Un
giorno, verso la fine del corso, mentre stavamo discutendo di alcuni degli argomenti svolti in
classe, ella disse: «Ho trovato le sue lezioni molto utili, ma desideravo che lei dicesse
qualcosa di più sullo scopo della vita interiore: dove conduce, quale sarà il risultato finale».
Ero confuso e provocato dal suo commento e ne discutemmo parecchie volte in seguito. In un
certo senso, pensavo di non poter dire qualcosa di più sulla meta, che non fosse già stato detto;
tutti i santi, compreso Giovanni della Croce, diventano stranamente muti quando arrivano a
descrivere lo stato di unione con Dio, che è la soglia dell'eternità. Come potevo dire qualcosa
di più, quando essi erano ridotti al silenzio?
In un altro senso, mi rendevo conto che la sua domanda era valida ed aveva bisogno di una
risposta. Conoscere lo scopo del nostro cammino è una condizione essenziale del
discernimento: solo se sappiamo dove stiamo andando possiamo essere fiduciosi di camminare
sulla strada giusta. I miei tentativi di formulare quella risposta (per me stesso, almeno) hanno
messo alla prova molto vantaggiosamente la mia stessa vita ed il mio lavoro di direttore spi­
rituale. Ciò che non può essere descritto, credo, è l'esperienza di Dio, che Egli concede a
quanti si sono uniti a Lui. San Paolo lo riconosceva quando cercava di giustificare la sua
missione raccontando che egli «udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare» (2
Cor 12,3-4). Prima, nella stessa lettera (9,15), egli conclude il discorso iniziale con un appello
per il sostegno alle chiese bisognose, contrapponendo alle elemosine dei Corinzi la
incomparabile grandezza dei doni elargiti loro da Dio: «Grazie a Dio per questo suo
ineffabile dono», che è la sovrabbondante grazia di Dio in loro. La pienezza dell'esperienza
di Dio è oltre le parole.
Quel che può e·ssere espresso, comunque, è quello che non è esperienza di Dio, e anche
quelli che dovrebbero essere i frutti evidenti di tale dono qui e ora. Nel capitolo 6 ho citato un
brano del Castello Interiore di santa Teresa, che è stato per molto tempo uno dei miei
preferiti: «La cosa importante non è pensare molto, ma amare molto; fai dunque qualsiasi
cosa ti stimoli di più ad amare». Teresa chiarisce poi che cosa è precisamente questo amore che
cerchiamo:
«Forse non sappiamo ancora in che consista l'amore, e non mi meraviglio. L'amore di
Dio non sta nei gusti spirituali, ma nell'essere fermamente risolute a contentarlo in
ogni cosa, nel fare ogni sfo170 per non offenderlo, nel pregare per l'accrescimento
dell'onore e della gloria di suo Figlio e per l'esaltazione della Chiesa cattolica».
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Amare in questo modo - disinteressatamente, coraggiosamente e con una vera passione
per la volontà di Dio «in cielo e in terra» - è il vero scopo della nostra vita di preghiera. San
Paolo lo spiega quando enumera i fiutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza,
bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé. Questi sono i frutti evidenti di una vera vita di
preghiera. Se stiamo crescendo in essi, siamo sulla strada giusta. Possederli perfettamente, per
mezzo del lavoro dello Spirito Santo in noi, è lo scopo della nostra preghiera. L'esperienza di
Dio non è misurata o confermata dalle visioni, dall'estasi, dalle splendide capacità di ap­
profondimento, o da fiumi di lacrime. Questi fenomeni possono avere il loro spazio
nell'edificazione della Chiesa e nell'incoraggiamento dell'uomo devoto, ma non sono necessari
per la vera santità. Infatti non vengono proprio infallibilmente da Dio: la loro autenticità deve
essere provata dai fiutti dello Spirito, che abbiamo summenzionato. Un estatico o un visionario
al quale mancano pace profonda e gioia, vera mitezza e dominio di sé nei suoi rapporti con
gli altri, renderebbe molto sospettoso ogni buon direttore!
In questo contesto potrebbe essere utile una parola sulla contemplazione infusa, che
abbiamo descritto brevemente in una nota a piè di pagina nel capitolo 6. Ricordate,
innanzitutto, che nell'Introduzione abbiamo parlato di questi momenti spontanei di
preghiera quando, quasi senza volerlo, noi siamo consapevoli della presenza di Dio.
Momenti simili possono capitare persino nella vita di un principiante nella preghiera e
di fatto capitano anche nella vita di chi non si considera affatto uomo di preghiera. Come
abbiamo sottolineato durante tutto il libro, questi incontri (incontri personali con Dio
nell'amore) sono la vera essenza della preghiera in ogni stadio del nostro sviluppo. Tutto il
nostro parlare di tecniche, di meditazione e di contemplazione immaginativa, di raggiungimento
della pace, di penitenza e di esame di coscienza, è basato sulla convinzione che questi sono i
modi con i quali normalmente possiamo imparare a rispondere abitualmente a Dio e ad aprire
noi stessi a un'esperienza costante della Sua presenza nella nostra vita. Potremmo dire che
questi momenti di contatto occasionale, non ricercati, con il Si gnore dell'Amore, che
segnano i primi stadi di una vita di preghiera, sono precisamente il modo con cui Dio ci
attira a un'esperienza della sua presenza più profonda, perché abituale.
Messo in questo modo, tutto l'argomento della Parte II di questo libro si risolve nel
domandarsi come meglio rispondere all'invito iniziale di Dio. «Nessuno può venire a me», dice
Gesù, «se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44). I nostri sforzi sono vani se
non è Lui che per primo viene da noi. Ma, se e quando Egli viene, come rispondiamo
affinché la sua iniziativa di misericordia possa portare pieno frutto nella nostra vita? Questa
è la domanda principale alla quale abbiamo tentato di rispondere in questo libro.
Ora, appena rispondiamo a Dio nel dialogo di amore che è la nostra vita di preghiera e
di servizio, può venire il momento in cui Dio si prende sempre più spazio: quando, nei
termini della nostra analogia con il dialogo, noi parliamo sempre di meno e Dio fa sempre
di più. Diventiamo passivi (per usare il termine dei santi); diventiamo sempre più simili
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all'argilla nelle mani del vasaio ( Ger 18,6) per essere formati e modellati da lui. Già dal
primissimo inizio, la grazia di Dio è essenziale per qualsiasi preghiera, per ogni nostra
risposta; ma può venire il momento in cui Egli non ci dà solamente la grazia di cercarlo,
ma Egli stesso lavora in noi. Questo è ciò che prende il nome di contemplazione infusa,
là dove, secondo i teologi, non è solo la grazia di Dio al lavoro, ma proprio il nostro modo
di conoscerlo trascende ogni potere umano di conoscenza e di amore. È per il fatto che le
nostre facoltà naturali sono sospese che si ha la «notte oscura», e la «nube della non co­
noscenza».
Questa discussione sulla contemplazione infusa può sembrare oscura e confusa al
principiante nella preghiera. Se è cosi, è perché non fa ancora parte della sua esperienza.
Ne parlo, comunque, per dare qualche schema sommario della strada che precede la vita
di preghiera. Un'altra, e più importante ragione, è sottolineare che lo scopo di tutta la
buona preghiera, sia iniziale o avanzata, è di trasformare la nostra vita, di approfondire e
rafforzare il nostro amore nell'azione di Dio. Qualsiasi possa essere lo stadio di crescita
della nostra vita interiore, la crescita dei frutti dello Spirito è l'unica pietra di
paragone della vera preghiera.
Questa conoscenza della meta delle nostre preghiere può aiutarci a capire il modo in
cui Dio normalmente ci guida. Abbiamo detto che le vie dei principianti sono
solitamente la meditazione o la contemplazione, per mezzo delle quali arrivano a
conoscere chi è Dio, ad acquistare quella conoscenza che è la base necessaria di un
amore autentico. Verso la fine del capitolo 6 abbiamo detto che il primo
approfondimento della nostra vita di preghiera si ha quando la nostra meditazione o
contemplazione diventa facile e gioiosa. Quando troviamo molto frutto solo in pochi
versetti della Bibbia, e quando il Signore Gesù comincia ad essere una persona reale per
noi. Questo approfondimento, che spesso può avvenire dopo uno o due anni di seria vita
di preghiera, può inaugurare un periodo che dura, con alti e bassi, per parecchi anni.
Come ho detto, siamo tentati di pensare di essere veramente cresciuti: Dio ci è vicino e
caro, praticare la virtù è semplice e nessun sacrificio sembra troppo oneroso se è per Lui.
Ci sentiamo quasi santi!
In tale periodo, per esempio, i nostri difetti, particolarmente quelli che sono
profondamente radicati - invidia, irritabilità, una immaginazione forte e sregolata -
possono improvvisamente scomparire. Pensiamo di aver finalmente vinto il lato
peggiore di noi stessi e ci sentiamo liberi da queste colpe per sempre. La situazione reale
è però alquanto diversa. Non siamo noi ad essere cresciuti così tanto, ma è Dio che ci sta
viziando, al fine di conquistarci. L'immagine che spesso uso è quella del padre e del suo
bambino di un anno. Il bimbo ha imparato ad andare carponi per tutta la casa, è diventato
molto esperto. Poi un giorno il padre decide di portalo con sé, per una passeggiata.
Appena escono dalla porta e scendono in strada, il bimbo è molto eccitato. Fino ad ora,
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tutto il suo mondo era stato ginocchia, caviglie e fondo del tavolo. Improvvisamente
vede le cose dalla spalla di suo padre, e si muove alla velocità del suo passo. Se avete
mai notato un bambino, avrete visto che il piccolo solitamente pensa che egli stia ve­
ramente realizzando qualcosa da sé. Tira calci e spinge sulle braccia del padre, come se i
suoi piedi stessero facendo un lavoro. Quando tornano a casa e il padre lo mette ancora
sul pavimento, il bimbo è frustrato. Lasciato a sé stesso può soltanto strisciare. Non è
proprio che il bambino sia tornato al punto di partenza. Prima della passeggiata, strisciare era
tutto quello che sapeva ed era contento così. Ora egli sa che è possibile qualcosa di
meglio e strisciare non lo soddisferà ancora per molto. In un certo senso, egli è in una
situazione peggiore di quanto fosse prima di scoprire come può essere divertente
cammmare.
Lo stesso accade nei primi stadi della nostra vita di preghiera. Dio è il padre e noi
siamo il bambino. Quando cominciamo a fare progressi, non è perché abbiamo imparato a
camminare, ma perché Dio ci sta portando. Come il bambino, comunque, noi tendiamo a
pensare di aver veramente realizzato qualcosa da soli. Quando la preghiera diventa una
gioia e i nostri difetti scompaiono, pensiamo che sia il segno che abbiamo realmente
imparato a camminare nelle vie di Dio. La realtà è diversa: Dio ci sta portando nelle sue
braccia. I nostri difetti (la nostra incapacità di camminare) non sono stati eliminati, ma
solo temporaneamente mascherati dalla grazia di Dio. Anch'Egli, come il padre del
bambino, ci mette giù di nuovo; la preghiera diventa difficile e ritornano i nostri difetti, e
noi troviamo tutta la situazione molto frustrante. Una volta che abbiamo conosciuto la
gioia di camminare col Signore, non potremo più essere soddisfatti di strisciare per
terra.
Questo è un punto di svolta critico e pericoloso nella nostra vita di preghiera. È
umiliante accorgerci che, lasciati a noi stessi, siamo capaci solo di strisciare. Siamo
tentati di pensare che la nostra esperienza di preghiera deve essere stata un
autoinganno, che Dio ci ha abbandonato, che la preghiera è una perdita di tempo per noi.
Niente di tutto ciò è vero, naturalmente, ma il demonio lavora instancabilmente per
convincerci che siamo dei falliti. Una buona direzione spirituale e regolari letture dei
maestri di preghiera, sono essenziali se vogliamo superare il maligno e il nostro orgoglio
ferito.
Se ricordiamo lo scopo della vita di preghiera (i frutti dello Spirito fondati su una vera
conoscenza di Dio e di noi stessi) possiamo renderci conto che quello che sembra difetto
in realtà è crescita. Portandoci nelle sue braccia per qualche tempo, il Signore ci ha
insegnato che esiste un altro mondo, molto migliore del mondo «strisciante» dell'uomo
lasciato a se stesso.
Mettendoci ancora per terra, il Signore ci insegna che questo nuovo mondo non è
raggiungibile solo con le nostre forze. È qui che la nostra analogia del padre e del
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bambino non funziona più. Il bambino imparerà gradualmente a camminare da solo.
Verrà il giorno in cui sarà alto come il padre e camminerà nel mondo sulle sue solide
gambe. Ma nel regno della preghiera siamo sempre bambini e verremo sempre portati
nelle braccia del Padre. La «piccola via» del Piccolo Fiore di Teresa di Lisieux, è in
definitiva l'unica via. Questo è precisamente quanto ella intende, e cioè, che la santità
non è la conseguenza di sforzi eroici per migliorare noi stessi, ma è il puro dono
dell'amore trasformante di Dio. Una volta che abbiamo imparato veramente questo, la
«buia notte» finirà e il Signore ci solleverà per portarci per sempre con Lui.
Quanto tempo ci serve per imparare questo? Giovanni della Croce, che chiama la
frustrante esperienza della nostra debolezza e dell'assenza di Dio «la buia notte dei
sensi», dice che è la sorte degli uomini più devoti per la maggior parte della loro vita. Il
Signore ci solleverà di tanto in tanto. Ci saranno occasionali raggi di luce nella tenebra
per rassicurarci e darci la forza di perseverare. Ma la prova principale della autenticità
della preghiera, l'evidenza che siamo sulla pista giusta nonostante il buio, sarà la
crescita in noi dei frutti dello Spirito. Oggi, rispetto a uno o due anni fa, mi trovo più
umile, sensibile ai bisogni dégli altri, con un desiderio più profondo di Dio e della sua
giustizia tra gli uomini, più mite nei confronti della fragilità umana? Se sì, allora la
mia preghiera è autentica, ed io sono sulla pista giusta, poiché questi sono i frutti
dello Spirito di Dio. Questo tipo di crescita può venire unicamente da Lui. Con questi
segni possiamo procedere tranquillamente al buio e lasciare tutto il resto al Signore. Egli
solo sa quanto tempo il ceppo di legno deve scottarsi e annerire prima di essere pronto
per diventare fuoco. Egli solo è il Si gnore. Teresa d'Avila lo esprime molto bene alla
fine delle sue Esclamazioni del! 'anima a Dio:
«Beati coloro che sono scritti nel libro di questa vita! Se tu lo sei, anima mia,
perché ti rattristi e mi conturbi? Spera in Dio, a cui nuovamente confesserò i miei
peccati e di cui proclamerò le misericordie. Comporrò un cantico di lodi per innalzarlo
con incessanti sospiri al mio Salvatore e mio Dio. E ben può essere che un giorno
glielo canti pure la mia gloria, senza che la mia coscienza vi sperimenti l'amarezza
della compunzione, in quel soggiorno ove le lacrime e i timori saranno per sempre
cessati. Intanto la mia fortezza sarà nella speranza e nel silenzio. Amo meglio
vivere e morire nella speranza e nello sforzo per l'acquisto della vita eterna, che
possedere tutte le creature con i loro beni fugaci. Non abbandonanni. Signore! Io spero in
Te, e la mia speranza non sarà confusa. Dammi sempre di servirti, e fa di me quel che
VUOD>.

L'esperienza è molto diversa da quello che ci aspettiamo quando cominciamo a


imparare a pregare. Ma il nostro Dio è un Dio di sorprese. Incontrare il Signore
personalmente nell'amore significa essere catturati da Lui, ed essere portati sulle sue
braccia.
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