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Romano Penna
ABITARE IL MONDO
CON LA SAPIENZA DELLA CROCE
SECONDO PAOLO

Mi ha sempre colpito la testimonianza di uno dei nouveaux philosophes del maggio francese
1968, Maurice Clavel. Avendo riscoperto il cristianesimo provenendo dal marxismo, egli lasci una
testimonianza autobiografica nel libro Quello che io credo, dove tra laltro si legge cos:
No, non ho niente da dire ad un non credente, se non che sono uno stupido. In realt,
tempo di finirla con i saggi e i dotti, con il <pensiero cristiano>. Perch ecco lessenziale:
com possibile chio difenda il cristianesimo? Esso indifendibile o, meglio ancora, si
dichiara indifendibile! Esso si proclama tale e si vanta di esserlo! Una dottrina, un insieme
dogmatico, che il suo stesso fondatore e i suoi primi apostoli hanno qualificato come
unassurdit, una sciocchezza, una pazzia e una cosa impossibile, che valore potr mai avere
nel caos del pensiero? E s s o n o n v a l e u n c h i o d o d e l l a c r o c e!.
Poche altre potrebbero cogliere meglio il senso delloriginale discorso di San Paolo sulla
croce e il paradosso della sua dimensione sapienziale che si manifesta come follia; sicch, ci che
conta non tanto la teorizzazione di un sistema di pensiero quanto invece la tangibile concretezza di
un estremo dono di s. impossibile infatti inserire la croce in un sistema, poich essa rompe ogni
possibile costruzione razionale. La sapienza cristiana, o almeno il suo fondamento ultimo, va ben al
di l della comune, per quanto sana, logica umana.

1. Una precisazione fondamentale: la croce solo quella di Cristo.


Cominciamo con una interessante annotazione lessicale. San Paolo nelle sue lettere autentiche
utilizza appena sette volte il termine croce (in greco staurs: 1Cor 1,17.18; Gal 5,11; 6,12.14; Fil
2,8; 3,18; inoltre: Ef 2,16; Col 1,20; 2,14). Ma il lessico sapienziale che egli impiega con luso dei
termini sapienza/sapiente, compreso quello antitetico ma corrispondente di stoltezza/stolto,

nella stragrande maggioranza dei casi riferito contestualmente proprio alla croce: rispettivamente
28 volte il primo concetto e addirittura sempre il secondo!
Ma soprattutto indispensabile fare una annotazione di tipo semantico, che determinante
per tutto il nostro discorso. Ed che quando Paolo parla della croce, egli la intende sempre e
soltanto come la croce di Cristo. Al contrario, mai egli parla di una croce del cristiano o delluomo
in generale. Sicch, giustificato linterrogativo su ci che ne avrebbe pensato del detto evangelico:
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso e prenda la sua croce e mi segua (Mc 8,34
e paralleli). Certo esso non appartiene alla prospettiva paolina. Per lApostolo infatti non esiste una
croce del cristiano, mia, tua, sua, nostra; e tanto meno esiste una anonima, impersonale legge della
croce, a cui sarebbero paritariamente sottoposti tanto Ges quanto i suoi discepoli. noto lantico
aforisma, secondo cui si arriva al successo soltanto passando attraverso le difficolt e la fatica. Il
motto di origine medievale Per crucem ad lucem soltanto una tardiva variante cristiana di un
antichissimo principio pagano, cio umano, che ha gi nel poeta graco Esiodo (secolo VI a.C.!) la
sua prima formulazione: Gli di immortali hanno posto il sudore davanti al successo (Le opere e i
giorni 289s) e che poi si trova giocato con numerose modulazioni in vari autori greci e latini,
confluendo nellaltro motto molto noto Per aspera ad astra. Ma questo modo di vedere le cose non
rende pienamente ragione della sapienza cristiana in quanto specificamente cristiana. Il motivo di
fondo che il traguardo raggiunto da Ges con la sua risurrezione/glorificazione non affatto
paragonabile a un successo personale, poich la sua esaltazione di Risorto non era affatto per lui
lobiettivo a cui mirare ad ogni costo come al culmine di una carriera: egli non ha affrontato la
croce per un proprio vantaggio, cio per godere di un personale trionfo, magari a scorno degli
avversari, ma lo ha fatto per una motivazione assolutamente estroversa, cio per gli altri, per i
molti, per noi, per tutti. La sua risurrezione semmai stata una conseguenza e un timbro divino
apposto a tutta una vita di auto-donazione, ma sicuramente non una aspirazione programmata.
Cos disponiamo gi di una acquisizione molto importante. Per il cristiano, agli occhi di
Paolo, non esiste una legge della croce (con liniziale minuscola). Esiste semmai una legge della
croce di Cristo; cio: la croce di Cristo che diventa legge, norma, criterio, principio-guida per la
vita del cristiano: Caricatevi dei pesi gli uni degli altri, e cos adempirete la legge di Cristo (Gal
6,2). Lassoluto non la croce, ma appunto la croce di Cristo!
Qui per occorre unaltra precisazione fondamentale, assolutamente necessaria. Ed che la
dimensione normativa della croce di Cristo, come diremo ancora, non si realizza primariamente
sul piano morale della pura imitazione, come se la croce di Cristo dovesse valere come un mero
modello esterno. Delle sette occorrenze del termine croce in Paolo, solo Fil 2,8 (facendosi

obbediente fino alla morte e a una morte di croce) propone la croce di Cristo come esempio di
umilt e di obbedienza totale per la stessa vita cristiana; ma non a caso questo testo appartiene a una
composizione cristologico-innica che con tutta probabilit allorigine non paolina ma ha una sua
propria storia pre-redazionale (cf. pi avanti).
La normativit della croce di Cristo invece consiste nella sua funzione ordinatrice di tutta
lesistenza del credente, che dalla quella croce e mediante la fede viene non solo illuminata e
guidata dal di fuori, ma soprattutto trasformata e rifatta dal di dentro: e questo ben prima e
indipendentemente da ogni conformazione morale a un paradigma proposto. Con quella croce,
infatti, e con il campo lessicale che le omogeneamente collegato (sangue, sofferenza, morte,
offerta di s, espiazione), lApostolo connette tutta una serie di concetti, i quali, molto prima che
semplice imitazione, dicono soprattutto di volta in volta riscatto, redenzione, giustificazione,
liberazione, riconciliazione, rigenerazione, ri-creazione, santificazione. La croce di Cristo, in una
parola, dice primariamente grazia, dono, perch dice amore gratuito, non imposizione.

2. Follia e sapienza della croce.

Se di sapienza della croce si pu parlare, secondo Paolo, non perch essa vada ritenuta la
base di una personale maturazione umana, come quando si dice che il dolore fa crescere o fa
diventare adulti. Questa prospettiva, che puramente umanistica, non certo negata, anzi
presupposta (secondo un condiviso ideale stoico). Ma lo specifico discorso paolino verte su un altro
aspetto delle cose, insieme diverso e pi fondamentale. La cosa decisiva di ricordarsi che per
lApostolo lunica croce che conta quella di Cristo. Infatti, solo a proposito di essa che si parla
di sapienza e di follia. Per, a rigor di termini, lApostolo non parla di una sapienza del cristiano,
bens di una sapienza di Dio rivelatasi nella croce di Cristo. Egli perci non invita affatto il cristiano
a ripiegarsi su se stesso per considerare le proprie sofferenze, le proprie tribolazioni, le proprie
angosce per trarne una lezione di vita, ma al contrario proietta il cristiano al di fuori di s verso i
patimenti di Cristo, per guardare lui, il suo tormento, il suo strazio, la sua croce, e la fecondit di un
mistero che in essa nascosto.
Semmai, la sapienza cristiana consiste nel rendersi conto fino a che punto la follia di Dio sia
giunta con la morte di Cristo in croce. E subito ci troviamo di fronte a un ossimoro, che in retorica
la forma estrema del paradosso: la sapienza di Dio si manifesta nella follia (della croce di Cristo).
Certo quella follia esprime una sapienza daltro genere, che sfugge agli schemi della razionalit

umana. Perci, non esiste una sapienza del cristiano che sia indipendente dalla scandalosa sapienza
di Dio. di Dio la sapienza che si trova ad essere primariamente in gioco. Di fronte alla croce di
Cristo luomo naturalmente tentato a parlare non di sapienza ma di stoltezza, di insipienza, di
pazzia: La parola della croce infatti per coloro che si perdono follia (1Cor 1,18). Ma
evidentemente, se parliamo di follia della croce, solo per esprimere un nostro umanissimo punto
di vista, in quanto essa non rientra nelle nostre categorie logiche n potrebbe farne parte.
Lespressione si trova pari pari gi in Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia, LXV: Cristo
stesso, che pure la sapienza del Padre, per soccorrere alle follie umane, si fece stolto anche lui
E non volle redimerci altrimenti che con la follia della croce, per mezzo di apostoli idioti e ottusi, ai
quali a bella posta prescrisse linsipienza e che allontan dalla sapienza, invitandoli allesempio dei
fanciulli, dei gigli, della senape e dei passerini (tutte cose stupide e prive di intelligenza). Ma
tant. Qui si vede allevidenza che la croce supera di gran lunga ogni logica. E si vede pure
allevidenza che il Dio del vangelo davvero non fatto a immagine e somiglianza delluomo!
Ecco perch Paolo parla di una sapienza di Dio opposta alla sapienza del mondo: due
sapienze in rotta di collisione. Il testo epistolare fondamentale in proposito, come si gi capito, si
legge in 1Cor 1,18-25. E qui che si mettono a confronto le due sapienze, che si illuminano
entrambe a vicenda. Da una parte, la sapienza del mondo mette chiaramente in luce in che cosa
consista la sapienza d Dio. Infatti le categorie della sapienza e dei segni, rispettivamente attribuite
da Paolo ai Gentili e ai Giudei, rappresentano la primordiale, originaria, naturale esigenza
delluomo, che di suo non sa e non pu andare oltre ad esse. Secondo quanto sta in lui, luomo non
ha altri ideali o altre richieste se non queste: o egli aspira a costruzioni razionali armoniche, che
soddisfino il suo bisogno di spiegazione logica delle cose, e che siano ben incasellabili entro le
possibilit della sua mente e delle sue possibilit raziocinanti, oppure cerca dispiegamenti visibili
della potenza divina nel mondo e nella storia, nelle quali si affermino in forma evidente la
grandezza, la bellezza, la forza, ci che possa catturare la sua emozione e lo costringa ad ammettere
che l c solo Dio in azione. Nel primo caso, si tratta del trionfo della ragione, quindi del massimo
grado a cui luomo pu prevenire con le sue forze. Nel secondo caso, invece, si tratta
dellaffermazione forte, travolgente, di ci che invece supera le sue possibilit, di ci che
inattingibile dalle sole forze umane, se non magari in forma eroica, quindi di ci che appunto
segno di un intervento superiore, ma impetuoso, irresistibile e affascinante.
Ma, ed qui stanno la follia e lo scandalo, nella croce di Cristo non c n luna cosa n
laltra. Dallaltra parte, infatti, la sapienza di Dio chiarisce in che cosa consista la cosiddetta
sapienza del mondo: o uno sforzo titanico, che va nella direzione giusta senza per poterla

raggiungere, o la dedizione a una ricerca generosa che per procede nella direzione sbagliata. La
sapienza umana, di fronte alla croce di Cristo, non pu far altro che indietreggiare, cedere il passo,
riconoscere la propria limitatezza e impotenza, ammettere la sterilit delle sue aspirazioni rivolte
verso orizzonti di basso profilo. Sta scritto: <Perder la sapienza dei sapienti, e lintelligenza degli
intelligenti annuller> (1Cor 1,19). Questa citazione di Isaia 29,14 permette a Paolo di esprimere
limproduttivit, anzi il naufragio delle pretese intellettualistiche delluomo: Dov il sapiente?
Dov il dotto? Dov il ricercatore di questo mondo? Non ha forse Dio reso stolta la sapienza del
mondo? (1Cor 1,20). La reiterazione degli interrogativi manifesta lemozione di Paolo mentre
detta la sua lettera, nella quale non pu far altro che constatare linsuccesso delle fatiche e degli
affanni umani.
Di fronte alla croce, bisogna riconoscere che Dio ha scelto una strada che non corrisponde a
quella che avremmo scelto noi. Noi gli chiediamo di farsi vedere in faccia, magari velandoci per
non restarne abbagliati, e invece egli si manifesta solo di schiena. Questa almeno linterpretazione
che d Lutero della croce di Cristo, richiamando la pagina di Esodo 33, in cui Mos chiede a Dio di
vedere il suo volto e ne riceve la risposta: Mi vedrai di spalle, ma il mio volto non potrai vederlo!
Su questa base il Riformatore tedesco teorizz la sua theologia crucis, secondo cui Dio si rivela
solo sub contraria specie, cio con una manifestazione di segno opposto: la gloria nellignominia,
la grandezza nella piccolezza, la forza nellimpotenza, la ricchezza nella povert, la bellezza nella
bruttura di un volto che non ha nessuno splendore, nessuna attrattiva. Bisogner semmai precisare,
andando oltre Lutero, che nel volto sfigurato del Crocifisso non ci sono soltanto i posteriora Dei,
quasi che in lui Dio ci avesse voltato le spalle, ma al contrario c tutto intero il volto stesso di Dio:
Chi vede me, vede il Padre (Gv 14,9). Evidentemente ci implica un nuovo concetto di Dio
stesso, non pi corrispondente a quello pagano e naturale, che sta al fondo delle nostre normali
precomprensioni, secondo cui Dio pu essere soltanto bello, forte, grande, potente, anzi ci che di
pi bello/forte/grande/potente si possa immaginare in assoluto. proprio nella croce di Cristo che
questa idea di Dio va in frantumi! quella croce che spiazza ogni nostra presunzione di
benpensanti. Come aveva scritto Isaia, egli non ha apparenza n bellezza per attirare i nostri
sguardi, non splendore per provare in lui diletto; disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori
che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne
avevamo alcuna stima (Is 53,2-3). Ebbene, proprio qui sta la nostra sapienza: nel considerare
degno della massima venerazione ci che non sembra meritare nessuna stima!
Poco pi avanti nella stessa lettera Paolo fa riferimento a ci che occhio non vide e orecchio
non ud n mai sal nel cuore delluomo, per concludere che proprio questo Dio prepar per quelli

che lo amano (1Cor 2,9). E non si tratta daltro che della rivelazione di Dio nella croce di Cristo: l
c linsospettato, limprevisto, linatteso, il sorprendente, visto che Dio si fa trovare l dove
nessuno andrebbe a cercarlo. Proprio l in azione una potenza di riscatto, di liberazione, che ci
redime dalla schiavit pi radicale, quella della alienazione legata al dominio del Peccato. Questa
la sapienza nuova, inedita, non comparabile ad altre, non riducibile ai letti di Procuste delle nostre
filosofie, eccedente ogni maglia che voglia imprigionarla, costringerla in schemi prefissati, e
addomesticarla. Ma proprio perch cos non , essa davvero divina!
In questo senso, si potrebbe fare una lettura cristiana di ci che Socrate disse durante il suo
processo a proposito delloracolo delfico che lo aveva proclamato il pi sapiente degli uomini: In
realt, signori miei, lunico vero sapiente il dio, e col suo oracolo egli vuol dire che la sapienza
umana vale poco o nulla E volle servirsi del mio nome come di un esempio, come per dire: O
uomini, sapientissimo tra voi colui che come Socrate abbia riconosciuto che in verit la sua
sapienza non ha alcun valore (Platone, Apologia di Socrate 23ab).

3. La partecipazione cristiana alla croce di Cristo.


Com possibile che una tale insospettata sapienza divina, diversissima dai nostri umani
canoni correnti, possa diventare anche patrimonio delluomo? Una certa risposta consiste nel dire
che noi possiamo appropriarcene soltanto imitando la croce di Cristo, cio accogliendo le sofferenze
e le prove della vita cos come lui se le accollate e le ha portate, andando quindi dietro a lui
seguendo le sue orme, svolgendo quindi da parte nostra lo stesso ruolo fu del Cireneo. In effetti,
portare la croce dietro a Ges il motto di una larga fetta della spiritualit cristiana. Alla triplice
attestazione sinottica della citata parola di Ges (Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso e
prenda la sua croce e mi segua: Mc 8,34 / Mt 16,24 / Lc 9,23) gi larcaica fonte Q aggiunse
questo altro detto: Chi non prende la propria croce e mi segue, non pu essere mio discepolo (Lc
12,26 / Mt 10,38: non degno di me). Una antica interpretazione riferiva queste parole
evangeliche al martirio cristiano, ma presto esse furono intese pi genericamente in riferimento alla
sopportazione del dolore (cos Girolamo, Omelie sui Salmi 95,10: Quando parlo della croce, non
penso al legno, ma alla sofferenza. Del resto, la croce si trova in Britannia, in India e su tutta la
terra), mentre gnosticamente furono interpretate come rinuncia alla materia, al mondo e alle
passioni carnali. LImitazione di Cristo, da parte sua, dedicher lintero capitolo 12 del secondo
libro alla Regia via sanctae crucis, intendendola come quotidiana mortificazione cio tenace

sopportazione delle avversit e delle sofferenze fisiche e spirituali: in questo senso, nella croce c
la salvezza, nella croce la vita, nella croce la protezione dai nemici, nella croce linfusione di una
superiore soavit, nella croce la forza della mente, nella croce la letizia dello spirito, nella croce la
somma della virt, nella croce la perfezione della santit ( 7). Ma qui la croce sempre e soltanto
quella che il singolo chiamato a portare per proprio conto, semmai con la certezza che, se porti
volentieri la croce, essa porter te ( 23), mentre se rifiuti una croce, certamente ne troverai
unaltra, forse anche pi pesante ( 25). Tutta la vita di Cristo fu una croce e un martirio, e tu
cerchi il riposo e la gioia? ( 29).
La posizione di Paolo fondamentalmente di altro genere, dovendo anche tener conto del
fatto gi ricordato che egli comunque non utilizza mai il termine croce in rapporto al cristiano. Nel
discorso dellApostolo in materia si possono cogliere tre aspetti diversi, che costituiscono anche tre
gradi nella scalarit della partecipazione alla croce di Cristo.
Al gradino pi basso abbiamo quanto si legge nellinno pre-redazionale di Fil 2,8: qui, come
abbiamo accennato pi sopra, la croce di Cristo disgiunta dalla sua valenza salvifico-redentiva,
essendo proposta soltanto come modello morale di umilt. Ma bisogna doppiamente precisare che,
da una parte, il testo una eccezione nel quadro della teologia paolina, e che, dallaltra, la croce di
Cristo proposta appunto come lezione di abbassamento e di umilt a livello dei reciproci rapporti
intercomunitari, non come metafora del dolore da sopportare nelle avversit. In ogni caso, essa non
comporta alcuna allusione, n alle difficolt che la vita pu riservare a ciascuno (come prove fisiche
o morali), n alla mortificazione nei confronti delle cose del mondo, se non solo della superbia e
della presunzione, che porterebbero ciascuno a mettersi al di sopra degli altri (nello stesso senso, cf.
anche Rom 12,16: Non aspirate a cose troppo alte, ma piegatevi a quelle umili; non fatevi unidea
troppo alta di voi stessi). In definitiva, non si tratta daltro che dellascesi dellamore vicendevole.
In secondo luogo, nella stessa Fil 1,29 leggiamo: A voi stata concessa la grazia di vivere
per Cristo: non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui. Questo il secondo modo di
unirsi alle sofferenze di Cristo. Non si tratta pi di rapportarsi ad esse come a un esempio
estrinseco, sia pure per trarne una importante lezione di vita, ma in gioco una relazione molto pi
stretta e coinvolgente. Soffrire per lui un modo originale di esprimere un responsabile impegno
di testimonianza, anche costoso, come si vede nel passaggio in crescendo dal credere al soffrire. In
questo modo il cristiano chiamato a mettere in atto nella sua vita un comportamento che faccia da
pendant a quello di Cristo stesso, il quale per primo pat per noi (cf. 1Cor 15,3; Gal 2,20). Non
che il nostro soffrire per lui gli arrechi un vantaggio paragonabile a quello che la sua sofferenza e
la sua morte (cio la sua croce) apportarono a tutti noi. Egli semmai diventa il destinatario delle

nostre sofferenze nella misura in cui esse giovano allevangelo. Analogamente, in Rom 1,5 Paolo
scrive di aver ricevuto la grazia dellapostolato per il suo nome, cio in concreto per annunciare
Cristo stesso alle genti con tutto ci che questo avrebbe comportato di prove e difficolt (delle quali
egli fa un celebre elenco in 2Cor 11,21-29).
In terzo luogo, andando ancora pi in profondit, la partecipazione alla morte di Cristo
avviene in termini di identificazione, che, pur con tutte le precauzioni del caso, non esiteremmo a
definire mistica. Il testo pi importante si legge in 2Cor: Come abbondano le sofferenze di Cristo
in noi, cos per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione (1,5), portando sempre e
dovunque nel nostro corpo la morte di Ges, perch anche la vita di Ges si manifesti nel nostro
corpo (4,10). Sono affermazioni forti: se le sofferenze sono di Cristo, com possibile che esse
abbondino in noi? E se la morte quella di Ges, come possiamo portarla in noi? Certo si tratta di
qualcosa di pi del semplice fatto che siamo consegnati alla morte a causa di Ges (4,11) o del
fatto che siamo come morti ed invece viviamo (6,9). Daltra parte, la prospettiva di queste
affermazioni non esattamente quella che affiora in Rom 8,10: Se Cristo in voi, il corpo certo
morto quanto al peccato ma lo Spirito vita per la giustizia. In 2Cor infatti si tratta di una morte
collegata alla dinamicit dellimpegno apostolico, non allo status ontologico del cristiano in
quanto tale. In entrambi i casi tuttavia c qualcosa che lega insieme le rispettive affermazioni.
A ben vedere, infatti, i testi in questione sono impostati secondo uno schema pasquale: alle
sofferenze dellApostolo corrisponde la consolazione (in 2Cor 1,5) e alla morte segue la
manifestazione della vita di Ges (in 2Cor 4,10), mentre il corpo-morto del cristiano sta in relazione
con lo Spirito-vita (in Rom 8,10). Dunque, come se nel cristiano e nellapostolo si ripetesse il
movimento di sistole-diastole, che proprio dellarchetipo pasquale. Ma i termini con cui Paolo lo
esprime non richiamano semplicemente una imitazione, cio una relazione estrinseca, bens
qualcosa di molto pi intimo, una sorta di fusione, una interpenetrazione (in questo senso,
lImitazione di Cristo esorta non solo a portare la propria croce, ma a portare virilmente la croce
del tuo Signore, crocifisso per amore per te: II 12,41). Da una parte, Cristo stesso personalmente
presente nel cristiano e nellapostolo con il suo fecondo mistero di morte e di vita; dallaltra, il
cristiano e lapostolo sono cos uniti a Cristo che le loro sofferenze e la loro morte (non solo quella
interiore al peccato, ma anche quella esteriore-fisica) sono come una ri-attualizzazione di quelle di
Cristo. In definitiva, si realizza qui un aspetto importante di ci che Paolo scrive in altri testi: Non
sono pi io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20); Se siamo stati connaturati (a lui) con la
condivisione della sua morte, lo saremo anche della sua risurrezione (Rom 6,5); Se viviamo,
viviamo per il Signore, e se moriamo, moriamo per il Signore: dunque, sia che viviamo, sia che

moriamo, siamo del Signore (rom 14,8)!

4. per la Chiesa.

In una lettera deutero-paolina, cio scritta sotto il nome di Paolo da un suo discepolo
posteriore, si legge cos: Ora mi rallegro nelle sofferenze (che sopporto) per voi e completo ci che
manca alle sofferenze di Cristo nella mia carne per il suo corpo (Col 1,24). Si noti bene la
versione data, che letterale e diverge per esempio da quella della precedente Bibbia CEI ( e
completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo). Il testo infatti non dice che io
completo nella mia vita quello che manca alla passione di Cristo, ma dice che io completo ci che
manca alla passione di Cristo nella mia vita; cio: il complemento nella mia carne va unito non al
verbo completare ma al costrutto ci che manca alle sofferenze di Cristo. La prospettiva cambia
enormemente. Una versione errata del testo suggerisce lidea che i patimenti di Cristo siano
incompleti e insufficienti al fine della salvezza della chiesa, corpo di Cristo, e che perci limpegno
dei cristiani pu e deve colmare le lacune purtroppo lasciate dalla sua passione: come se il sangue di
Cristo non fosse abbastanza fecondo per compiere lopera della redenzione! Al contrario, lautore
della lettera poco prima ha parlato esplicitamente di una vera completezza inerente alla persona e
alloperato di Cristo: In lui (Dio) si compiacque di far abitare tutta la pienezza e per mezzo di lui
riconciliare per lui tutte le cose, avendo rappacificato per mezzo del sangue della sua croce, per
mezzo di lui, sia le cose sulla terra sia quelle nei cieli (Col 1,19-20).
Il sangue della sua croce, dunque, sufficiente per una operazione di riscatto che addirittura
ha degli orizzonti cosmici. Perci, il concetto di manchevolezza non riguarda affatto le sofferenze di
Cristo, ma riguarda soltanto la nostra partecipazione ad esse. nella mia carne, cio nella nostra
vita, che manca ancora sempre qualcosa per dedicarci alla chiesa in rispondenza a quanto ha fatto il
Cristo, che lha amata e ha dato totalmente se stesso per lei al fine di renderla bella, senza macchia
n ruga (cf. Ef 5,25-27)! Ci che ancora manca quello che Paolo chiama <tribolazioni di Cristo
nella mia carne>, e che riproduce il Cristo stesso nel suo modo di vivere e di soffrire mediante/per
lannuncio del vangelo e per la chiesa. In pratica, si tratta di mettere in atto quella finalit apostolica
che lo stesso Paolo esprime in Fil 1,24-25: Il rimanere nella carne pi necessario per voi
Rester e sar vicino a tutti voi per il vostro vantaggio e la gioia della fede. In questo modo, il
cristiano non solo imita Ges Cristo facendo ci che egli ha fatto, anche a costo di qualsivoglia
tribolazione, ma vi si assimila alla radice, portando Cristo stesso nella propria attivit di

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testimonianza, soprattutto nella sua dimensione di peso e di fatica.

5. Conclusione.

Come si visto, la sapienza della croce in Paolo ha una doppia dimensione. In un primo
senso, che resta fondamentale e anzi fondante, essa non nientaltro che la sapienza di Dio stesso, il
quale attua e perci rivela il suo piano salvifico storicamente attraverso e nella croce di Ges Cristo.
In un secondo senso, essa diventa propria del cristiano e dellapostolo, nella misura in cui quella
sapienza passa nella loro stessa vita vissuta. Allora non si tratta tanto del contenuto di un bagaglio
intellettuale, di un modo di vedere le cose, di una teoria speculativa, quanto invece di una
esperienza, di una relazione vitale con Cristo stesso. E ci avviene non solo e non tanto mediante
una imitazione della croce di Cristo, poich invece il dato pi caratteristico lassimilazione a
quella croce, cio a Cristo crocifisso (cf. anche Gal 6,14). Sicch la sapienza della croce, che
propria di Dio, finisce per trapassare e affermarsi agli occhi del mondo nel responsabile impegno
testimoniale e missionario del cristiano, di ogni cristiano.