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Forti nella fede, lieti nella speranza, radicati nella carit (1 Pt 5,9; Rom 12,12; Ef 3,17)

Questo un corso di esercizi spirituali predicati da me alle Piccole Suore Missionarie della Carit (Don Orione) sul tema delle virt teologali. Potr comunque essere utile a chiunque voglia trovare degli spunti di riflessione sulle virt stesse. In appendice potrete trovare i riferimenti biblici per ogni capitolo. La vita cristiana teologale. Il piano eterno del Padre che noi siamo destinati ad essere conformi allimmagine di Ges (Rom 8,29). Questo avviene a due livelli: 1) perch lui ci ha resi figli; 2) perch noi dobbiamo vivere in maniera degna di questo, cio imitare Ges. Se leggiamo tutte le lettere di San Paolo vediamo che c sempre una prima parte teologica che ci spiega chi Dio e chi siamo noi, e poi una seconda parte pratica che ci spiega come dobbiamo comportarci. Parlando del nostro comportamento, o della vita morale non possiamo quindi parlare di un semplice sforzo nostro ma dobbiamo partire sempre da Dio o meglio dal nostro rapporto con lui che non pu essere un qualcosa di esterno, formale basato solo sulla conoscenza delle sue parole, o una semplice imitazione del suo modo di vivere. Si cadrebbe se no in una filosofia. Spesso qui sta lerrore delle nostre vite: ci sforziamo di fare e di leggere ma ci dimentichiamo di essere. Dio ci ha destinati ad essere, non a fare. Luomo coinvolto nella sua relazione con Dio con tutto il suo essere. un rapporto vitale, dinamico. In questa relazione Dio che fa sempre la prima mossa dandoci la sua grazia. Il Libro del Genesi parla dellarmonia iniziale nel giardino dellEden dove c familiarit tra Dio e luomo. Naturalmente il dono di Dio deve essere accolto dalluomo con libert, ma proprio per la libert luomo rifiuta questo dono rompendo quellarmonia iniziale. Dio allora prevede la redenzione. Quando si parla di libert, qualcuno dice che la vita religiosa toglie la libert di fare tante cose. Essi partono da un punto di vista sbagliato, solo umano. Chi vive di fede, speranza e carit, capace di scegliere anche cose che costano ma che al lungo andare sono pi vere. Quindi pi capace di scegliere. In Cristo noi possiamo fare il passo per ritornare allarmonia iniziale, ma dobbiamo spogliarci delluomo vecchio, legato al peccato, per rivestirci delluomo nuovo accettando il combattimento spirituale. Questa lotta spirituale passa attraverso i sacramenti, canali privilegiati della grazia, ma proprio per essere coerenti devono essere sacramenti accettati con convinzione. Ad esempio partecipare alla santa Messa non perch ne abbiamo lobbligo, ma come segno del mio impegno. Gv 3 Ges parla a Nicodemo della necessit di rinascere dallalto. 1 Tess. 4,3 La volont di Dio su di noi la nostra santificazione. Questa di solito chiamata vita nuova, che di per s gi vita eterna perch vita di comunione con Dio. E leternit che gi qua tra di noi anche se non ancora realizzata in pieno. S. Paolo in 1 Tess. 5,8 presenta le tre virt teologali come unarmatura che ci serve per la lotta spirituale. Naturalmente queste tre virt sono ordinate a Dio. Dio la fonte e loggetto di queste virt; ma possiamo dire che vengono da Cristo stesso che rivelazione piena del Padre (sorgente della fede), manifestazione dellamore del Padre (sorgente della carit), e via al Padre (sorgente della speranza). Io sono la via, la verit e la vita. Nella bibbia troviamo uninfinit di testi che mostrano la vita cristiana basata su queste tre

virt. Le tre virt sono necessarie per utilizzare bene la nostra libert, dono immenso e insostituibile datoci da Dio. Queste virt inoltre sono necessarie perch la grazia di Dio che in noi agisce attraverso esse e attraverso i doni dello Spirito Santo. Quindi abbiamo bisogno delle tre virt per la nostra vita spirituale. Pi precisamente: la Fede la luce per vedere la realt e discernere il bene e il male, per non farsi attrarre da false illusioni e tentazioni; la Speranza la fonte del nostro entusiasmo contro la disperazione durante le prove; la Carit il motore dei nostri passi, la motivazione soprannaturale di ogni nostra azione, la forza per vincere i nostri limiti. Se le virt teologali sono basate in Dio il modo migliore per accrescerle attraverso la preghiera. Dobbiamo creare consonanza con Dio attraverso la preghiera e abitudine al bene attraverso le opere di carit. Gv. 14,12-23 parla della Trinit che viene a prendere dimora in coloro che osservano la parola di Ges. Ef. 1,4 Il nostro destino stare davanti a lui in santit. Parlando del combattimento spirituale bisogna tener presente che il diavolo sempre in agguato, cos pure le difficolt sono sempre presenti. Richiamiamo alla mente il combattimento di Giacobbe con langelo. Ognuno di noi sperimenta la sua debolezza costituzionale. Il peccato ha rovinato la natura umana rendendola vittima delle passioni e delle voglie, ma Ges ha fatto sua questa natura. Come a San Paolo egli dice a noi: E nella tua debolezza che manifesto la mia forza (2 Cor. 12,9). Se Cristo in noi, lui che la via, la verit e la vita, noi vediamo le cose come le vede lui attraverso la fede, desideriamo il bene che lui stesso attraverso la speranza, amiamo come lui attraverso la carit. FEDE Fede nel Signore Ges. Non confondiamo la Fede con la conoscenza umana che possiamo raggiungere con la ragione e che ci presentata da molte filosofie. Primo aspetto teologico che va sempre considerato: La fede parte da Dio ed esige una nostra risposta. E Dio che si comunica a noi. Dio si lasciato coinvolgere nella nostra storia per coinvolgerci nella sua. Quando entrato nella nostra storia ha preso un nome: Ges. Ecco perch Gv. 6,20 dice: Fede credere in colui che il Padre ha mandato. La nostra fede ha come oggetto prima di tutto Dio stesso: Gv dice Se non crederete che io sono, rimarrete nei vostri peccati. Io sono in Ebraico il nome di Dio, Yavh. La fede per non un dono dato una volta per tutte in maniera completa, ma un qualcosa che dobbiamo far crescere in noi. Cos avvenuto nella storia di Israele, e da essa vediamo che la fede dei nostri padri cresciuta con la loro esperienza di Dio. Allinizio nella Bibbia si parla sempre del Dio onnipotente creatore, poi si comincia a vedere il Dio che premia la fedelt del popolo ma ne castiga linfedelt, con i profeti si comincia ad intendere unalleanza diversa basata pi sul rapporto personale con Dio che non su quello dellintero popolo. Con Osea si arriva a paragonare Dio ad uno sposo tradito e ad una madre, quindi entra lidea di un Dio che ama. E Dio che guida il suo popolo alla meta che Cristo. Basterebbe leggere il capitolo 11 della lettera agli Ebrei per vedere come la fede ha agito nelle scelte dei patriarchi. Senza dubbio essi conoscevano Dio meno di noi, almeno non avevano tutte le conoscenze teologiche che abbiamo noi. In Ebraico Credere si dice Aman, da cui deriva il nostro amen. Letteralmente questo vuol

dire appoggiarsi, trovare un fondamento. Sal. 61(62) Il Signore la rupe che d sicurezza. E la casa costruita sulla roccia del discorso iniziale di Ges. Non importa tanto il conoscere, ma lessere. E un incontro personale. Noi facciamo il nostro atto di fede quando ci affidiamo a Dio come ha fatto Abramo che ha accettato di mettersi in relazione con Dio e ne ha accettato le conseguenze. Ges inizia la sua predicazione dicendo: Convertitevi e credete al vangelo. Per credere al messaggio di Ges abbiamo bisogno di una continua conversione, di un continuo staccarci dalle nostre certezze umane. C bisogno di spostare le fondamenta della nostra esperienza personale. I nostri compromessi con il male non servono a nulla. Dio una scoperta progressiva che il popolo di Israele fa, ma si parte sempre da una situazione concreta. NellAT vediamo che si parte con la liberazione del popolo dalla schiavit per arrivare come conseguenza di questa esperienza di Dio allalleanza e quindi ai comandamenti. Se le cose stanno cos noi saremo il suo popolo e osserveremo i suoi precetti. Quando noi recitiamo la nostra professione di fede enumeriamo i dogmi in cui dobbiamo credere. Gli Ebrei professavano la loro fede richiamando alla memoria la loro storia: Mio padre era un arameo errante. (Dt 26, 1-9). Nel N.T. questa esperienza assume un valore tutto particolare a causa di Cristo che entra in contatto diretto con lumanit. Dunque il contenuto della nostra fede Cristo stesso. San Paolo: Io non conosco altro se non Cristo e Cristo crocifisso. Dopo il fallimento di Atene in cui aveva cercato di dare delle ragioni filosofiche al suo messaggio, capisce di dover tornare a parlare solo di Cristo, stoltezza e scandalo. S. Giovanni: Quello che abbiamo veduto con i nostri occhi e toccato con le nostre mani, lo annunciamo a voi. Il cieco nato non ha grandi argomenti contro i Farisei, ma parte dalla sua esperienza personale che non sa spiegare ma della quale sicuro: Io so solo che prima ero cieco ed adesso ci vedo. Maria ha passato tutta la vita a comprendere quello che le era accaduto. La sua comprensione non mai stata piena, ma la sua adesione a Dio s. La dinamica della nostra adesione al Signore: prima c la chiamata e poi la nostra risposta. Cos stato per Abramo, Samuele, Geremia, Maria, gli Apostoli. Gli apostoli ricevono la proposta del Signore e lasciate le reti lo seguono. Passano tre anni con il Signore e un po alla volta capiscono. Alcuni momenti sono facili e gloriosi, altri sono difficili. Passano dal vivere con lui, allascoltarlo, al vedere, allinterrogarsi. Per restano con lui anche quando tutti lo lasciano (Gv 6,66-69). Solo dopo la Resurrezione capiranno, ma anche questo non significa che lo sappiano sempre riconoscere (Gv 21,4). Il loro quindi un esempio di accoglienza e disponibilit. Fede, intelligenza e libert Abbiamo gi detto varie volte che la fede un fattore dinamico. Una tentazione sarebbe credere che la fede sia quella virt che ci serve per accettare lassurdo o lincomprensibile, e sia quindi contro la nostra intelligenza. Naturalmente la fede non sopprime la parte intellettuale, infatti come dicevano i Filosofi, la fede ricerca lintelletto. Pi si crede, pi vien voglia di conoscere le ragioni della nostra fede. Per pi si studia, e pi ci si rende conto che lintelletto da solo non pu bastare. Bisogna quindi passare dal pensiero al credere. Noi tutti siamo sempre in continua ricerca del senso della nostra esistenza, o se volete, con parole diverse, del senso della nostra vocazione. A queste domande che spesso ci poniamo o che altri in momenti di particolare difficolt ci pongono, ognuno d delle risposte che sono conformi alla propria fede. Noi, attraverso la parola del Signore possiamo dare delle risposte pi profonde e piene.

Qualcuno si rifiuta di dare risposte ed in nome della libert e del diritto di ogni uomo si proclama Ateo, ma lesperienza insegna che chi si proclama ateo, poi un po alla volta si attacca a fenomeni come magia, superstizione, esperienze extrasensoriali, ecc. La fede non dipende dal contenuto del messaggio, ma dalla persona che ci porta quel messaggio. Allora bisogner cercare di creare il pi possibile affinit con essa. Noi crediamo in tutto quello che Ges ci dice proprio perch lui che ce lo dice. Oggi diventato di moda tra la gente dire: Credo in Dio ma non in questo o quello. Non pu essere cos. Anche tra le persone di Chiesa e tra i religiosi stessi, spesso c chi dice che questo o quellaspetto della fede ci di ostacolo al dialogo con le persone, e quindi allapostolato. Anche questa una falsa illusione. La fede un atto di libert. Non c nessuna evidenza umana che ci costringe a credere. Per questo non vuol dire che si pu credere quello che si vuole. Qui sta un grosso errore dei giorni nostri. In nome della libert qualcuno sceglie quello in cui vuol credere. La risurrezione s, ma la morte no; la maternit di Maria s ma la verginit no; il Vangelo s ma la chiesa e il papa no; ecc. Se la fede un atto libero di aderire a Dio, deve far uso di tutte le facolt che Dio mi ha dato, tra cui lintelligenza. Forse da quanto detto prima sar sorta limpressione che latto di fede va contro la nostra intelligenza o la esclude completamente. Invece no. Anche San Paolo (Rom 12) dice che la fede un ragionevole ossequio, cio un atto credibile, motivato, certo, fondato. Se fosse un qualcosa che dobbiamo fare cieco o irrazionale sarebbe da rigettare perch contrario alla nostra natura umana. Dio ci ha creati liberi e non andr mai contro quello che lui stesso ha fatto. Dobbiamo far quindi uso della ragione. In che senso? La ragione umana dimostra che si pu credere, ma non riesce a capire il senso profondo di quello che si deve credere. Per questo interviene la fede. La ragione deve liberare il passo dalle difficolt, ma ad aderire al Signore, spetta alla libert. Ges invita i primi due discepoli a venire e vedere, prima di scegliere. La ragione ha bisogno dellevidenza, la fede no. La fede la luce che Dio ci d e dipende solo d noi accettarla ed accrescerla. Con lo sforzo della ragione umana arrivo alle soglie della fede, capisco il perch devo credere, ma non quello che devo credere. Mt 12,38 La gente chiede a Ges e lui risponde non vi sar dato alcun segno se non il segno di Giona, e parla della morte e resurrezione. La fede adesione a una persona e non a delle idee. San Paolo: So a chi ho creduto. E un dono di Dio, ma esige la risposta delluomo. E il punto di incontro tra la grazia di Dio e la libert delluomo; frutto del dialogo tra Dio e luomo, cio si fonda sulla preghiera. Nella vita possiamo rinunciare a desideri, carriera, capacit di capire, ma per favore non rinunciate mai alla vostra libert di scelta. Questo non contraddice il voto di obbedienza che i religiosi fanno, ma vi d significato perch lobbedienza non pu essere un fare meccanicamente e passivamente ci che viene comandato, ma fare una decisa libera scelta di farlo nonostante che non lo capisca o condivida. Un altro pericolo quello di cercare di mettere addosso a una persona una camicia preconfezionata, cio una lista di cose da credere senza vedere che queste passino un po alla volta dallesperienza della persona stessa. Sbaglio simile partire dalla legge, dalle norme per arrivare alla fede. Se vuoi diventare cristiano devi fare questo e questo ecc. Dobbiamo far partire le persone dalla Parola di Dio, dalla conoscenza di Cristo, e da l trarre le conseguenze. Tutte le verit di fede hanno Dio al centro, per esiste una gerarchia di verit. Lo stesso Vaticano II parla di questa gerarchia delle verit, non perch alcune siano pi vere delle altre, ma per il diverso nesso che hanno con il nucleo fondamentale della fede. Sapete bene che il nucleo fondamentale della fede lesistenza trinitaria di Dio e lopera salvifica di Cristo. Quindi dal mistero di Cristo si scender a tutti quei dogmi legati alla

redenzione, poi allincarnazione (quindi i dogmi di Maria), poi alla sua mediazione e presenza nella Chiesa e di conseguenza ai Sacramenti. Dal mistero della Trinit si scender alla creazione, alla santificazione, opera dello Spirito Santo. Essendo questopera di Dio sviluppata nel piano di salvezza del mondo intero, non si pu dire che la fede sia un qualcosa di intimistico, personale ma un senso di appartenenza a. Non possiamo dire Io credo, ma Noi crediamo. Naturalmente ognuno deve dare la sua risposta personale alla chiamata personale di Dio, e nessuno pu farlo per me, per la mia risposta un accettare di diventare parte di questo piano di Dio. Nel credere, quindi, non fermatevi a motivi razionali o sentimentali. Non si pu credere per tradizione Credono tutti cos, hanno sempre creduto cos, cosa penseranno se io non credo quel che credono loro?. Molte persone oggi vivono lavvicendarsi dei sacramenti come prima comunione, cresima e matrimonio, semplicemente come un essere parte della societ che strutturata cos. Ne nasce il fatto che questi sacramenti non portano alcun cambiamento nella nostra vita. Non bisogna fare lerrore di scambiare la fede con le pratiche religiose. La fede non una delle tante scelte da fare nella vita, ma la scelta fondamentale che deve guidare e dare luce a tutte le altre. Nel nostro esame di coscienza quotidiano dobbiamo chiederci: Quali sono le motivazioni e le forze che mi spingono nelle azioni quotidiane? Quali sono i criteri ai quali mi attengo?. Dobbiamo stare in guardia contro le comodit della vita e il facile adeguarsi alle regole del mondo. Ges inizia il suo apostolato invitandoci alla conversione: Convertitevi e credete al Vangelo. Abbiamo bisogno di cambiare mente perch come dice Ges: Le mie vie non sono le vostre vie. Di fronte al Regno di Dio che si presenta a noi, non si pu tergiversare, rimandare ad altri tempi, dobbiamo decidere, s o no! Poi ci sono le piccole scelte di ogni giorno, ma devono essere guidate dalla scelta fondamentale. Ma la scelta di fede senza la conversione non sufficiente. Pietro subito dopo la sua professione di fede rinnega il Signore ed da lui rimproverato. Vade retro Satana, tu mi sei di scandalo perch tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini (Mt 16,12-23). La conversione ci deve portare a cambiare il nostro modo di vedere specialmente in due modi di vedere tipici degli uomini: 1) Il voler vivere solo secondo la logica dellevidenza 2) Il presumere di potersi salvare da soli. Noi siamo portati a compiacerci delle nostre opere, a crederci bravi. Pi volte Cristo ci ricorda che coloro che confidano in se stessi e in quello che hanno non avranno la vita eterna. San Paolo pi volte ci insegna a gloriarci unicamente nella croce del Signore. I momenti di difficolt, di malattia ecc. ci fanno capire se la nostra conversione vera. Ci fanno capire che siamo veramente chiamati a partecipare alle sofferenze di Cristo. Chi dice di aver perso la fede in momenti di prova forse non ha mai avuto la fede ma ha sempre continuato a pensare in modo umano. Fede e abbandono in Dio Un aspetto fondamentale della fede, a me molto caro perch parte della spiritualit della mia Congregazione, quello dellabbandono nella Divina Provvidenza. Nella nostra riflessione dobbiamo partire ancora una volta dal concetto teologico, cio partire da Dio stesso. Dio il Padre celeste che tutto pu e tutto vuole darci, purch lo preghiamo e lo amiamo, in semplicit e abbandono (Beato Luigi Orione. La Sacra Scrittura in molti passi ci presenta la provvidenza che guida la storia, ha autorit sul mondo, e, come dice S. Paolo, ha il piano di ricapitolare tutte le cose in Cristo (Ef. 1,9-10). Don Orione, ben cosciente di questo, mette la sua Congregazione a servizio di questo piano, e

il modo migliore per farlo lasciarsi condurre da Dio. Mt 6,25-33 Non affannatevi riguardo alla vostra vita ... il Padre vostro celeste sa di cosa avete bisogno. La fede ci d la luce per vedere le cose nel modo giusto, cio come le vede Dio. Dobbiamo imparare a leggere la storia, la nostra storia, la nostra vita, come parte del piano della Divina Provvidenza per il mondo. ... la mano di Dio conduce tutte le cose. Qualcuno di voi dir: Anche i mali? S, anche i mali morali. Anche il peccato? S, anche il peccato. Non il male morale per s, ma perch ci fa sentire che tutti siamo deboli, che dobbiamo gettare la fronte nella polvere, che siamo niente davanti al Signore, che non dobbiamo altro che invocare laiuto di Dio, il conforto, la luce, la grazia, la misericordia di Dio. (Don Orione). Parte fondamentale di questo processo il capitolo 8 della lettera ai Romani, particolarmente Rom 8,28, da leggersi nei vari momenti di sconforto o di gioia. Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo piano. Qui vediamo che lo Spirito che ci guida, che prega per noi, e niente ci potr mai separare dallamore di Cristo. Don Orione amava dire: Ricordatevi che lultimo a vincere Cristo, e Cristo vince sempre nella carit e nella misericordia. Anche il CCC ci ricorda che necessario abbandonarci in lui. 1814 La fede la virt teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ci che egli ci ha detto e rivelato, e che la Santa Chiesa ci propone da credere, perch egli la stessa verit. Con la fede l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 5]. Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volont di Dio. Il giusto vivr mediante la fede ( Rom 1,17 ). La fede viva opera per mezzo della carit ( Gal 5,6 ). La fede deve suscitare in noi 3 sentimenti: 1) Senso di figliolanza. Abbiamo gi richiamato qual il piano del Padre, questa volta lo vediamo dal nostro punto di vista. Dobbiamo sentirci veramente parte di questo piano, cio veramente Figli di Dio, scelti da Lui, amati da Lui. In Osea abbiamo una prova dellamore di Dio per Israele che ama come un figlio, lo chiama dallEgitto, si china su di lui, gli da il suo cibo (Os 11,1-4). Se siamo figli di Dio, siamo anche coeredi di Cristo (Rom 8,17). Se non vivremo di Fede e di Carit, di che vivremo noi, o miei figli? E come oseremo dirci ancora Figli della Divina Provvidenza, se non vivremo di Fede, di quella Fede, onde vive l'uomo giusto, di quella Fede grande che, occorrendo, trasporta le montagne? Ubi est Fides vestra? Deh! che Ges mai abbia a rivolgerci il rimprovero rivolto ai discepoli, impauriti dalla tempesta! La nostra Fede riposa in Lui e nella sua infinita bont e misericordia: Egli il Dio e il Padre nostro; il Signore, che sempre ci conforta in ogni nostra tribolazione; il Padre, grande e buono che ci affanna e suscita, che, se abbatte, consola, e non turba mai la pace dei suoi figli, se non per procurarne loro una pi certa e pi grande. Oh non finiamo, o miei cari, di ringraziare e di benedire il Signore pel dono della Fede, e supplichiamolo che ce la accresca ogni d pi. Confidate nella Divina Provvidenza. Quando penso che nulla si fa o accade nel mondo che tu, o mio Dio, non labbia voluto o permesso, e che nulla puoi volere o permettere, se non per la gloria tua, allora sento nascere e accrescere gigante la confidenza filiale verso di te, o Signore: sento che, nella glorificazione tua riposa pure la felicit di noi tuoi poveri figlioli. (Don Orione). Se Dio si prende cura dei fiori dei campi che oggi crescono e domani sono gettati nel fuoco, non si prender forse anche cura di voi, gente di poca fede?.(Mt 6,30). 2) Abbandono alla volont di Dio. Lascio la parola a chi se ne intende pi di me.

DIO SOLO! Dio solo. Dio solo. Breve motto ma che in s contiene come in compendio tutta la perfezione di un'anima. Quante anime, anche buone, invece di cercare nel loro lavoro di piacere a Dio solo vanno mendicando la lode degli uomini e sono in continuo affanno per farsi vedere, apprezzare, applaudire. Ogni azione fatta per chiasso e per essere visti perde la sua freschezza agli occhi del Signore: come un fiore passato per le mani di molti e che appena si pu presentare. A Dio solo adunque, come ad ultimo fine, dobbiamo indirizzare con grande purit d'intenzione, tutti i nostri pensieri, le nostre parole, le opere; anche le nostre sofferenze e le nostre fatiche. Dio solo dobbiamo avere per regola nei nostri giudizi, e apprezzando le cose secondo il giudizio e la stima di Lui e non secondo il giudizio e la stima che ne fa il mondo Dio solo deve essere il giudice della nostra condotta interna ed esterna e non dobbiamo prenderci pena, n sollecitudine della stima degli uomini, abbandonando al Signore ogni nostra cura, ogni nostra difesa. Dio solo deve essere l'arbitro, il padrone assoluto della nostra volont, assoggettandola interamente a Lui, perch la governi come gli piace; disposti a tutto fare, a tutto soffrire, pur di compiacerlo. Dio solo deve essere il conforto di tutte le nostre tribolazioni, e non dobbiamo mendicarlo dalle creature, sicuri che Egli non solamente pu alleviarle, ma colla sua santa grazia pu convertire ogni nostra afflizione in gaudio, ogni umiliazione in esaltamento. Se il soldato fa prodezze sotto lo sguardo del generale, si scaglia tra il furore della mischia, non ha paura della mitraglia e non teme la morte, quanto pi noi dobbiamo combattere e se fa bisogno morire, avendo Iddio che ci guarda dall'alto, che ci incoraggia e ci promette una vittoria sicura! Lavorare, patire, morire sotto lo sguardo di Dio, di Dio solo! Lo sguardo di Dio come una rugiada che fortifica, come un raggio luminoso che feconda e che dilata: lavoriamo dunque senza tregua, lavoriamo sotto lo sguardo di Dio, di Dio solo! Oh, come utile e consolante il volere Dio solo per testimonio! Dio solo la santit nel suo grado pi elevato: Dio solo la felicit in tutto ci che vi ha di pi squisito: Dio solo la sicurezza meglio fondata di vederlo un giorno nel cielo. Dio solo, anime buone, Dio solo!. (Don Orione) Don Orione parlando alle sue suore portava un esempio alquanto espressivo. Diceva: Noi dobbiamo essere come stracci nelle mani di Dio cosicch lui ci possa usare come vuole nei lavori pi umili e poi, se lo riterr opportuno, anche gettarci in un angolo senza che noi possiamo reclamare niente. Lui, solo lui sa condurre le cose nel modo migliore, solo a Lui la gloria. E la sapienza dei santi. 3) Risposta alla chiamata (vocazione). Questo vuol dire essere in unione con Lui, specie nei momenti di sofferenza. Chi che ha spinto il Regolo di Cafarnao ad andare sino a Cana a cercare Ges, ad implorare la guarigione del figlio morente? Il dolore, il dolore! II dolore che provava per il figlio che moriva porta il grande Ufficiale ad incontrare, a chiamare, ad invocare Ges: il dolore! Se non avesse avuto il figlio malato, se non avesse avuto il dolore, sarebbe andato quell'Ufficiale a cercare Ges? Attenti! Finch sulla terra si felici, molto raramente si cerca Dio. Ecco la grande lezione del dolore, la grande missione del dolore, della tribolazione, dell'umiliazione, della sofferenza, della croce di questa vita. E' la croce che ci porta a cercare Ges; il dolore che ci fa levare la voce, il grido a chiamare l'aiuto di Dio; il dolore che ci fa distaccare dalla terra. Ecco la grande missione del dolore nella vita dell'uomo. Se il figliuol prodigo, che abbandon la casa paterna e dissip le sostanze nei bagordi della

vita libera e nei vizi, se avesse sempre avuto un filone d'oro, se avesse sempre avuto il tesoro di Creso da spendere con la compagnia dei viziosi, il figliuol prodigo non sarebbe mai pi ritornato alla casa del padre... Venne la miseria, venne l'umiliazione, il servaggio, la fame, il dolore... il dolore gli ricord la casa paterna, lo riport alla casa paterna, ...I'abbandono degli uomini! Ed il Giusti, nella poesia "La fiducia in Dio", su una statua del Bertolini scrive: "Se ogni cosa m'inganna e al tempo / che sperai sereno, fuggir mi sento / la vita affannosa, Signor fidando / al tuo paterno seno l'anima mia / ricorre e si riposa in un affetto / che non terreno...". Ecco la missione del dolore! Non ci spaventino le prove, non le tribolazioni, non i dolori; alle anime e alle opere che Iddio ama, moltiplica tribolazioni e dolori. Le opere del Signore tutte, o quasi, nascono nel dolore e si fortificano nel dolore, e i dolori pi profondi fanno le gioie pi alte e pi sante. Solo dobbiamo saper nascondere le nostre lagrime nel Cuore aperto di Ges Cristo Crocifisso, e cercar di cavarne emendazione sincera ed umile di vita, e utilit con virt religiose; e specialmente da questi segni, da queste morti, da queste chiamate di Dio vediamo di comprendere bene, e interiormente, ci che Iddio vuole da noi e dalla nostra umile Congregazione. Chi tiepido, si infervori; chi ha bisogno di conversione, si converta; un religioso convertito mille volte di maggior gaudio in cielo che novantanove giusti che si salvano, perch il bene ch'esce dal male, bene pi grande. Se, dopo questa, altre e altre pene verranno - come prego e come spero -, se altre morti seguiranno, e il cuore nostro, o fratelli, sanguiner e n'andr spezzato, invochiamo l'aiuto del Signore, che non mancher; e poi venga, ben venga il Signore a piantare, e dentro e fuori e sopra di noi, la sua Croce adorabile, pegno divino del suo amore; ben venga Ges Cristo a regnare sovrano sui frantumi della nostra umanit, della nostra miseria, e ogni dolore provochi un'offerta pi generosa, una risoluzione pi santa, una benedizione pi grande. Non domandiamo a Ges che ci liberi dalle tribolazioni e dalle croci, sarebbe la nostra pi grande sciagura: domandiamoGli di fare solo e sempre la Sua volont, s e come ci sar manifestata dalla Santa Chiesa, e questo oggi, domani e sempre, e sempre in perfetta letizia, in Domino! Che se una preghiera perseverante dobbiamo farGli, domandiamoGli il Suo santo amore, e nella carit la nostra santificazione: supplichiamoLo, e se cos Gli piace di chiamarci a parte dei suoi dolori, e di gettarci in quel pelago amarissimo del Suo Cuore trafitto e vivo di misericordia e di carit per noi. E ci dia grazia di soffrire qualche cosa a sollievo dei dolori del "dolce Cristo in terra" il nostro Santo Padre, e della Chiesa, tanto perseguitata. E poi, o miei figli, amiamo Ges per Ges: amiamoLo e serviamoLo per mysterium Crucis: gi altra volta ve l'ho detto: Ges si ama e si serve in Croce e crocefissi con Lui, non diversamente. E quando, per grazia grande del Signore, per la intercessione della nostra Madre e celeste Fondatrice, Maria SS.ma, ci saremo separati da tutti e da noi stessi, per vivere e morire in olocausto a Cristo, Signor Nostro, al Papa, alla Chiesa, alle anime, riteniamo di non aver fatto nulla; che in verit, o miei figli, noi non siamo che dei poveri peccatori, io poi il pi grande e miserabile di tutti, noi non siamo che dei servi inutili. (Don Orione). Ma Vocazione vuol dire anche testimoniarlo, cio la nostra fede deve diventare attiva. La testimonianza annuncio, ma soprattutto dare lesempio. Se voi osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. ... (Gv. 15,9-17) Non sono pi io che vivo ma Cristo che vive in me (Gal 2,20)

SPERANZA: Il Dio della speranza Man mano che andiamo avanti con le altre virt vedrete che molte cose che diciamo si potrebbero adattare indifferentemente a tutte e tre. Nella vita le tre virt vanno sempre assieme. Noi le distinguiamo per poterne parlare. Loggetto della speranza sempre Dio. Dio un bene da raggiungere. Questa virt ci fa vedere la vita cristiana come cammino, come tensione verso il compimento. Questo cammino deriva da una chiamata: E Dio che ci chiama alla speranza della gloria. Luomo per natura limitato ma sente dentro una tendenza allinfinito. Sente il bisogno di trascendere ogni limite per giungere alla pienezza. SantAgostino dice: Signore ci hai fatti per te e il nostro cuore inquieto finch non riposa in te. Nella Sacra scrittura Dio si rivela non come il Dio perfetto, statico, ma il Dio per noi, cio un Dio che si d da fare, un Dio che apre una relazione con noi, una relazione di liberazione, salvezza, elevazione. La speranza, quindi, non il frutto di un progettare umano, di un programmare le cose bene, ma il frutto della fiducia in Dio che tutto pu. LAT tensione verso lagire di Dio nella storia e verso la venuta del Messia. Tensione verso la pienezza dei tempi, momento dellincontro tra Dio e lumanit e della realizzazione delle promesse. Allinizio la gente ha solo speranze di tipo umano, desiderio di una lunga vita, di avere una casa, una vigna, un campo, del bestiame. Lo stesso discorso vale anche per la vita futura. La prima idea che si sviluppa nellAT quella del Giorno di YHWH, giorno che porter la pace definitiva. Da qui e dalla necessit di un intervento pi diretto di Dio per un azione pi sociale, iniziano a comprendere che verr un Messia. Comincia una speranza pi profonda. In Is 40, linizio del libro della consolazione, la speranza nella venuta di questo messia si trasforma in gioia operosa, in un darsi da fare; suscita lentusiasmo di vita. Verso la fine dellepoca dei profeti ci si accorge che questo giorno tarda a venire, c il problema che tanti giusti soffrono e muoiono, non pu pi bastare lidea antica che Dio retribuisce i giusti solo su questa terra. Allora si comincia a intravedere lidea di immortalit, di vita futura, di resurrezione. Ricordiamo che ai tempi di Ges cera ancora una buona fetta di persone che non credevano alla risurrezione dei morti (i Sadducei). In alcuni punti si arriva a percepire una vita eterna o anche la risurrezione. cfr. ad esempio il Salmo 21 (22) e il IV carme del servo di Yavh. Nel N.T., in Ges arriva la rivelazione piena. Egli condivide la sorte delluomo, soprattutto la sua situazione di precariet. Al momento della passione ci d lesempio di perfetto abbandono alla volont del Padre. Egli predica il regno di Dio e dice che tensione verso il regno dei cieli ma gi presente nella sua persona, anche se deve crescere fino al compimento escatologico. Abbiamo le varie parabole come quelle del grano e della zizzania, della rete gettata in mare, ecc. Dopo la morte di Ges, la promessa di una sua seconda venuta e del giudizio finale tiene viva lattenzione dei fedeli. Naturalmente essi si attendono che la venuta avvenga da un momento allaltro ma si dimenticano che in Dio non c il tempo. Dio li educa alla pazienza, allaccettazione della sofferenza come momento di educazione e di crescita. Tutta la vita del Cristiano diventa tensione verso questo punto finale. San Paolo ce lo rappresenta in modo molto plastico: Corro verso la meta; nutro il desiderio di essere per sempre con Cristo; ecc. In Cristo si racchiude la vicenda di ogni uomo, lui che come dice San Paolo la primizia di molti fratelli. In lui le nostre attese si realizzano e le nostre paure scompaiono. Quando parla della speranza legata alla vicenda Cristo, parliamo di gi e non ancora. E gi presenza e realizzazione delle promesse ed certezza di raggiungerne il pieno adempimento, ma non sono ancora realizzate nella loro estensione. Rom 8,37 Siamo gi pi che vincitori in colui che ci ha amati. Noi cristiani siamo invitati a vivere come Cristo e in Cristo. Come lui dobbiamo fidarci e

abbandonarci al Padre, in lui dobbiamo vivere la nostra vita di grazia, di lotta al male e al peccato. Da tutto quello che abbiamo detto possiamo dedurre che la speranza non unillusione , bens una certezza che ha come fondamento Dio stesso. Non uno Speriamo che..., frase che in Italiano ha normalmente un senso un po negativo, ma lInsh Allah degli Arabi: se Dio vuole. Se con fede crediamo in Dio che verit e bene assoluto, allora la nostra speranza quella di andare da lui ed essere beatificati in lui. Se invece riponiamo la nostra fiducia nelle cose terrene, mettiamo degli idoli al posto di Dio e la nostra vita diventa un cammino per raggiungere questi idoli, che anche una volta raggiunti non ci danno felicit, perch non possono saziare la nostra sete di infinito. Attraverso la speranza ci mettiamo nelle mani del Padre, ci fidiamo di lui, accettiamo anche di camminare tra difficolt e sofferenze, con la certezza che la Parola di Dio non pu fallire. La speranza la forza di andare avanti, il motore dellapostolato. La speranza rende celesti le attese umane, per cui deve essere strettamente collegata col cielo e con la terra. Prescindere dalle realt del cielo alle quali siamo tutti incamminati ci penalizzerebbe togliendoci una parte essenziale, la nostra unione al creatore, ma anche prescindere dalla realt terrena in cui viviamo sarebbe uno sbaglio e ci chiuderebbe in uno spiritualismo che non rispetta la volont di Dio. Dopo lAscensione, mentre gli apostoli stavano ancora guardando in cielo gli angeli dicono loro: Perch state a guardare in cielo? Cos come salito ritorner. E li rimanda a Gerusalemme dove dovevano essergli testimoni. E la speranza dei Cristiani che rid vita nuova al mondo e lentusiasmo di proseguire nella storia. E quello che Ges ha definito essere Sale e Luce. La storia della salvezza tutta basata sulle promesse fatte da Dio al suo popolo. Se prometto una cosa devo avere la capacit di realizzarla e la fedelt di farlo. Queste due cose (Capacit e fedelt) nelluomo possono venire meno, mentre in Dio abbiamo la certezza che le realizzer. Quando Dio promette significa che ha gi cominciato a donare, lunico ostacolo dato dal fatto che noi possiamo rifiutare i suoi doni perch lui ci ha fatti liberi e rispetta la nostra libert. Tutte le promesse della bibbia sono strettamente collegate con la speranza, a partire da quelle della Genesi del protovangelo dove promette inimicizia tra la Chiesa e il Demonio e promette la venuta del messia; alle promesse fatte ad Abramo ed Isacco. Con Mos, sul Sinai la promessa diventa alleanza; Con i profeti, specie Geremia ed Ezechiele (Ger. 31,31; Ez 36,24), questa alleanza viene rinnovata; con Cristo si ha lalleanza definitiva. La promessa fatta a Davide che un suo discendente avrebbe regnato per sempre si realizza. San Paolo (2Cor 1,20) dice chiaramente: In Cristo tutte le promesse diventano s. Le Beatitudini diventano la Magna charta del cristiano perch ci presentano lideale del Regno dei cieli. Ora tutte le promesse dellAntico e del Nuovo Testamento sono ereditate dai cristiani. Dobbiamo prendere sul serio la Parola di Dio ed essere certi che si realizza anche oggi per me. Qualcuno potrebbe dire che la religione cristiana basata sullinteresse, noi agiamo in vista di un premio, anche se futuro. Possiamo dire di s, se per premio intendiamo Dio stesso. Perch proprio in vista del poter vivere per sempre con lui che agiamo. Il piano di salvezza dellumanit ha due aspetti: uno oggettivo che si basa sulle promesse fatte da Dio, e uno soggettivo che riguarda il nostro essere coinvolti in questo piano, il contributo che noi dobbiamo dare, la nostra tensione verso questi beni promessi. Se diciamo che la speranza ha come oggetto un qualcosa che di per s futuro, bisogna per aggiungere che questo futuro illuminato dalla Parola di Dio. La fede ne garantisce la realt, mentre la speranza solleva tutta la vita e la orienta verso il raggiungimento o la realizzazione. Per far s che la speranza si realizzi dobbiamo avere 3 atteggiamenti: 1) Fiducia in Dio; 2)

Impegno concreto di camminare verso questo futuro; 3) Pazienza con cui sopportare le avversit e difficolt e fedelt. Ora bisogna chiederci: Quale posto occupa nella nostra vita questo futuro radioso che Dio ci promette? Siamo immersi nelle cose materiali e non riusciamo a vedere altro? Come ci poniamo di fronte alle prove di cui la nostra vita inevitabilmente impregnata? Cresciamo nella perseveranza del nostro cammino e nel desiderio di vedere Dio o no? Dal Catechismo della Chiesa Cattolica: 1817 La speranza la virt teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicit, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull'aiuto della grazia dello Spirito Santo. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perch fedele colui che ha promesso( Eb 10,23 ). Lo Spirito stato effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Ges Cristo, Salvatore nostro, perch, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna ( Tt 3,6-7 ).. Speranza per lumanit e per il mondo: le Beatitudini. Fondamentale in ogni discorso sulla speranza parlare delle Beatitudini o meglio del cos dello Discorso della montagna. Non si tratta di un discorso qualsiasi ma del discorso inaugurale della missione di Ges. Da una lettura attenta si nota che esso ha molti elementi paralleli con l'alleanza del Sinai tra Dio - Mos - e il popolo. E' un invito ad accogliere e seguire lesempio di Ges, ecco perch preceduto da una notte di preghiera e dalla scelta dei 12 ai quali diretto il discorso (nonostante la presenza della folla). Ricordiamo che scopo primo della missione del Cristo la nostra divinizzazione e santificazione, cio farci diventare veri figli di Dio, quindi a quello si rivolge il discorso , quella la strada che dobbiamo seguire, e per vivere in questo modo sono indispensabili le tre virt teologali. Essere discepoli non vuol dire solo ripetere un messaggio ricevuto ma testimoniare un'esperienza di vita che dobbiamo aver fatto: vita di relazione con lui. Attenzione a non staccare le Beatitudini dal resto del discorso e dallo scopo del discorso stesso. Se si staccano le Beatitudini dal resto, allora diventano inaccettabili. Cosa vuol dire beati i poveri, chi piange, ecc.? Dobbiamo renderci poveri per essere beati? E che senso avrebbero tutti i miracoli di Ges che cerca di far star bene chi malato, chi ha fame ecc. E' per questa ragione che molta gente dice che la religione cattolica una religione di piagnucoloni. Povert, fame ecc. non sono presupposti per essere beati, ma se Ges li proclama beati perch venuto a liberarli. Per noi Cristiani le beatitudini sono un impegno a trasformare l'esistenza, a condividere l'impegno di Ges a combattere tutte quelle forme di schiavit. Da qui nasce lApostolato. Ges ha avuto il coraggio di chiamare i poveri, beati, e quello che stupisce di pi il fatto che non si limitato a dire in modo molto generico "Beati i poveri", ma ha detto espressamente "Beati voi poveri", il che vuol dire che i poveri stavano l davanti a lui. Chiaramente questo andava direttamente contro la mentalit comune della gente che anche allora come oggi cercava di accumulare soldi per garantirsi una sicurezza. Allora perch Ges ha detto "Beati voi poveri"? Lui l'ha potuto dire perch lui veniva a portare la soluzione ai problemi di quella gente. Ai cinquemila uomini che avevano fame lui ha dato da mangiare, alla madre che piangeva per la morte del figlio lui ha restituito il figlio in vita, a chi era ammalato lui ha ridato la salute. Lui ha scelto i poveri perch essi non potendo provvedere a se stessi si sono fidati di lui. I ricchi, invece, troppo spesso si sentivano sicuri di s, potenti, padroni del mondo, diversi e migliori degli altri, e con essi Ges non ha potuto far nulla. Vi ricordate il giovane ricco,

bravo e virtuoso che vuol seguire Ges? Quando Ges gli propone di dare i suoi averi ai poveri lui se ne va triste. Ha preferito seguire la ricchezza invece di seguire Cristo. Il problema quindi non sta nell'avere dei soldi ma nel fatto di sentirsi autosufficienti e non riuscire a vedere i bisogni di chi ci sta vicino. Purtroppo se non stiamo attenti le ricchezze ci portano a questo. (LC 16,19; 10,29-) Nella parabola di Lazzaro il ricco non criticato per aver imbrogliato o rubato o essere ricco, ma per non aver visto Lazzaro. Queste parole Ges le ha dette duemila anni fa, ma oggi sono pi valide che mai, perch le divisioni create dalla ricchezza, dalla razza o dalla religione sono pi forti che mai. A noi oggi Ges dice: Se volete essere veramente beati, non fidatevi di voi stessi, non chiudete il vostro cuore alla necessit si chi diverso da voi, imparate a guardare agli altri come Ges ha fatto, fidandoci di lui che mai abbandoner chi lo serve con fede. Infatti punto centrale del discorso la nuova legge: l'amore. Per questo definisce chi lo segue Sale e luce. Per questo c' un nuovo modo di pregare che non pi staccato dall'impegno personale (Perdona come noi perdoniamo). Infine c' da dire che Beati una condizione presente e non futura, un felici ora e non nel futuro. Se le beatitudini fossero uno state male adesso ma sarete felici nel futuro, allora ha ragione Marx a dire che il Cristianesimo l'oppio dei popoli. Beati (voi) poveri (in spirito) vostro il regno dei cieli: Il povero colui che siccome non ha nulla non pu fare a meno dell'altro, che non sa essere felice da solo. Egli si dovr aprire necessariamente a Dio. Allora Matteo aggiunge il "In spirito". Attenzione! non poveri di spirito ma poveri in spirito. Nel cuore , nella profondit. Avere un'anima da povero cio che rifiuta di chiudersi in se stessa ma necessariamente orientata agli altri. Questa la prima cosa necessaria per amare. In questo i poveri materiali sono avvantaggiati perch sono privi di legami alle cose del mondo che per loro natura ci fanno ripiegare su noi stessi. Nella parabola del Samaritano il Sacerdote passa dritto, il Samaritano sa rinunciare a tutti i suoi schemi per aiutare. La povert non consiste in qualche gesto o rinuncia o sacrificio, ma un comportamento nel confronto dei beni. La povert una di quelle virt contraddittorie che quando credi di averla, non ce l'hai pi. Non cercate di impoverirvi, non tormentatevi nello sforzo di privarvi dei vostri beni. La povert porta raramente all'amore ma l'amore vero porta sempre alla povert. Non si diventa mai poveri a soli. Per impoverirvi dovete unirvi agli altri, trovare qualcuno da amare abbastanza per condividere con lui quello che abbiamo, per lasciarsi spogliare da lui. Se invece si instaura la legge dell'amore allora accettabile il "Beati voi poveri" perch come abbiamo gi detto, se i Cristiani saranno veri fedeli di Cristo si prenderanno cura di voi. E se i Cristiani non lo faranno, allora Dio stesso penser a voi, ma dei falsi Cristiani che ne sar? (Parabola del giudizio finale). Questa beatitudine coinvolge le nostre scelte di ogni giorno pi di quanto pensiamo. Se io voglio realizzare un piano, con i ricchi di solito ho pi successo. Per lavorare bene ho bisogno di soldi e buone attrezzature. Anche nella vita quotidiana: compriamo questo attrezzo o quello, questa macchina o quella, accettiamo questo malato o quello, lo facciamo pagare o no. Attenzione anche a non creare divisioni troppo nette: I ricchi sono tutti ladri, i poveri tutte vittime. I ricchi sono tutti bravi i poveri tutti ignoranti, maleducati, approfittatori. Nel parlare di lavoro a favore dei poveri bisogna fare attenzione ad alcuni aspetti: a) attenzione all'accademismo, al fermarsi ai luoghi comuni e generali. b) non facciamo dei poveri un piedistallo per il nostro prestigio. (scegliamo le forme meno appariscenti). c) non accontentarsi di forme istituzionalizzate e sovvenzionate. d) dare ai poveri voce oltre che pane e tetto. e) scelta d'amore non lotta di classe f) il contatto con i poveri deve trasformarci, farci diventare noi stessi un po' pi poveri.

g) scelta dei poveri scelta di uno stile di vita e al tempo stesso scelta di promozione umana. Is 61,1-3 Am 8,4-14 At 6,1-7 Mt 5,3-11 Beati i miti perch erediteranno la terra: Mite simile a povero ma lo pi per scelta e lavoro personale. E' la rinuncia a ogni diritto personale quando non c' di mezzo i diritti degli altri. E' la carit e la povert non solo del carattere ma anche dell'intelligenza. Ci porta ad ascoltare gli altri, a capirli anche quando il loro pensiero diverso. La loro situazione descritta in Mt 5,39 "Porgi l'altra guancia". Beati gli afflitti (beati voi che piangete) saranno consolati: Letteralmente sarebbero quelli afflitti per la situazione di peccato di Israele. Essi faranno esperienza della salvezza di Dio. Qui ci sarebbe un lungo discorso sul valore salvifico delle sconfitte, dell'impotenza, dell'incapacit. A chi riesce tutto bene non guster mai il valore della vita. Attraverso le sconfitte si riscopre la necessit di Dio e quindi la nostra figliolanza divina. Beato chi ha fame (di giustizia) sar saziato: La giustizia in mondo ebraico la fedelt di Dio e a Dio. Dio giusto perch fedele alle sue promesse; Giuseppe uomo giusto perch timorato di Dio e fedele alla legge di Dio. Chiaramente non si tratta della fedelt farisaica ma va ben oltre. Se io sono fedele a Dio, come potr Dio non essere fedele alla sua promessa del centuplo? Beati i misericordiosi perch troveranno misericordia: La parola misericordia viene da miseri - corde colui che misero di cuore, cio soffre delle sofferenze dell'altro. La misericordia implica una preferenza per i piccoli, i deboli, i miserabili, i soli ecc. Questa stata la vita di Ges che lavor per liberare gli schiavi di qualunque tipo di schiavit. Voi potreste dirmi che la misericordia perdono dei peccatori. Il termine ebraico e arabo rahm indicano il grembo della madre e quindi di conseguenza l'amore che la madre nutre verso colui che porta nel grembo. Ora se si guarda al peccatore non con gli occhi profani di chi vuol solo giudicare, ma con gli occhi di una madre o meglio ancora con gli occhi di Dio, quale sofferenza maggiore possiamo vedere se non quella di chi incapace di camminare sulla strada giusta? Beati i puri di cuore, vedranno Dio: Chi sono i puri di cuore? La purezza di cuore da contrapporre alla purezza rituale praticata dai Farisei (lavarsi le mani e i piedi, pulire i piatti ecc.). Cito il teologo protestante Bonhoeffer morto in campo di concentramento nazista: "Il puro di cuore colui che non sporca il proprio cuore n col male che commette n col bene che fa". Chi non si ripiega su se stesso nel fare il bene, non sbandiera le proprie azioni. "Quando fai l'elemosina non fare come .....". La parola "semplice" o "semplicit" l'opposto di duplice o doppiezza. Il doppio colui che nel fare un'azione guarda in due direzioni: verso l'azione stessa e verso se stesso (cosa ci guadagna). Il semplice guarda solo nella direzione del bene e del fine del bene, cio verso Dio. Dio ha creato il nostro volto irripetibile e non vuole le maschere che ci mettiamo sopra per coprirlo. Ricordiamo il salmo: "Chi salir il monte del Signore? Chi ha mani innocenti e cuore puro". Beati gli operatori di pace, saranno chiamati figli di Dio: E' chiaro che per essere operatori di pace, la pace deve nascere prima di tutto da dentro noi stessi, cio dobbiamo metterci in posizione da superare le opposizioni superficiali che creano le divisioni. Dobbiamo eliminare dal nostro cuore tutto ci che settario, unilaterale ecc. lo shalom ebraico e il Salaam arabo non sono pura assenza di guerra, ma esigono di creare le condizioni perch questa sia duratura. Questo esige progresso della persona, libert, felicit,

benessere, ecc. Beati i perseguitati per causa di Cristo...: Questa beatitudine e la successiva sono un tutt'uno e sono la conseguenza delle altre: Se facciamo tutto quello sopra elencato, se seguiamo Cristo con coerenza, saremo perseguitati, rifiutati, calunniati. Dicendo questo Ges cosciente che questo prima di tutto il suo destino, e pi avanti dir "chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Il Cristianesimo diverso, strano, e il mondo non ama ci che diverso, ci che contro la moda, ci che d fastidio. (Se non siete in nessun modo perseguitati, controllate se siete sulla strada giusta). Quindi le 8 beatitudini di Matteo o le 4 di Luca si possono racchiudere in una: Beati coloro che fanno esperienza dell'esistenza vera. Il Cristianesimo un legame inscindibile tra felicit e croce. Per raggiungere la felicit vera bisogna avere la capacit di staccarsi da quella facile e superficiale. La felicit vera la felicit di amare. La seconda parte del discorso serve a dare delle indicazioni pratiche di come attuare le beatitudini. Sale e luce. Il sale era il simbolo della sapienza. La vera sapienza quella che pu conservare il mondo ce lhanno i Cristiani. Ora sono i cristiani i depositari della rivelazione come prima lo erano gli ebrei. Gli Ebrei hanno perso il sapore e sono stati rigettati. Attenzione a non fare lo stesso sbaglio. E gi preparazione a quanto verr detto dopo. Se Ges si fosse limitato a fare dei discorsi su Dio, ci sarebbe stata una forte tentazione come per gli esseni di fuggire dal mondo, di iniziare una comunit totalmente indipendente. Invece no. Il discorso di Ges porta necessariamente alla legge dell'amore. La societ in cui viviamo e che cos estranea ai valori del vangelo, la si deve cambiare dal di dentro, non fuggendo. Ecco perch Cristo ci chiama Sale della terra e Luce del mondo. Le persone che si consacrano alla vita contemplativa non lo fanno per fuggire dal mondo ma per dare una testimonianza ancora pi radicale. Con la sua incarnazione Ges ha elevato la nostra natura umana, lha resa partecipe di un destino eterno. Se vogliamo essere fedeli allincarnazione del Signore, anche noi non dobbiamo chiuderci dinanzi alle realt del mondo e della storia: non dobbiamo fuggire, ma dobbiamo adottare un atteggiamento di solidariet e di condivisione. Cristo ha fatto sue le attese del mondo, anche noi dobbiamo vivere le nostre attese in relazione con le attese del mondo. Dobbiamo condividere lansia di liberazione del mondo portandovi quel messaggio che Cristo ci ha affidato. Quindi la speranza ci obbliga a vivere in modo nuovo il nostro rapporto con la realt che ci circonda. Cristo venuto per riassumere in s tutto il creato, per salvare tutti gli uomini e creare un mondo nuovo. Il cristiano si mette in cammino su questa traccia. Il buon Pastore si preoccupa della pecora smarrita, anche se essa la ribelle, la peccatrice, la testarda, lindipendente. Lui non vuole che neanche una delle sue pecore vada persa. Al centro di questo lavoro di Cristo, sta la sua Resurrezione. Essa il fondamento della speranza di tutti gli uomini, per cui non ha senso chiudersi in se stessi. Tutto il mondo coinvolto, non solo gli uomini. Come dice san Paolo nella lettera ai Romani la creazione coinvolta nella vicenda umana e geme nellattesa come nelle doglie del parto. Ora sottomessa alla caducit, ma spera di essere liberata dalla schiavit della corruttibilit per entrare nella gloria. Come abbiamo gi ripetuto pi volte, il futuro gi cominciato con la Resurrezione di Cristo. Il tempo stesso cambiato, non pi cronologia, susseguirsi di fatti, ma Kairos, tempo propizio dellazione della grazia di Dio. C chi dice che i Cristiani si alienano dal mondo ponendo i loro ideali in qualcosa di spirituale che esiste solo nella loro fantasia. Ecco ad esempio Marx che definiva la religione : Loppio dei popoli. Non cos e i fatti lo dimostrano, e il vostro lavoro stesso lo dimostra. Invece il Cristiano d risposta a quellansia di infinito che c in ogni uomo.

CARITA Dio Amore Abbiamo visto che le due virt vengono da Dio ed hanno Dio per oggetto. Della carit, invece, possiamo dire che Dio stesso. (1Gv. 4,8). Questa virt quindi il motore e il fine a cui tendono tutte le altre virt. E la virt che, come dice S. Paolo, dura sempre, perch vivere nella Carit vuol dire dimorare in Dio, e questo il Paradiso. Nella lingua greca esistono 4 parole utilizzate per spiegare litaliano Amore. La prima rappresenta lattrazione fisica, sensuale; la seconda quella che caratterizza i legami allinterno delle famiglie: lamore dei genitori verso i figli o viceversa. La terza il piacere, linteresse, e ogni tipo di attrazione anche spirituale ma puramente umana; la quarta invece la donazione pura e disinteressata. In tutta la letteratura greca antica questo quarto termine usato pochissimo, S. Paolo e S. Giovanni, invece, lo utilizzano ogni volta che si riferiscono a Dio. Naturalmente, parlando della virt ci riferiamo a questo 4 termine: Agape. NellAT Dio presentato come Giusto, vendicatore, potente. Pian piano la gente comincia a comprendere meglio chi Dio. Alcuni passi: Es 34,5-9 Dio amore fedele; Os. 11 una madre che non si pu dimenticare della sua creatura, o uno sposo che non pu ripudiare la sposa infedele. Nel N.T. dio ci viene presentato come Trinit, e lamore assume questa caratteristica trinitaria: E il Padre che ci ha amati per primo e gratuitamente; Ha tanto amato il mondo che ha mandato il suo figlio prediletto; Il Figlio ha dato se stesso per noi. Lamore del Padre puro dono, quello del Figlio accoglienza e ubbidienza. Egli accetta il piano del Padre e compie la sua volont fino in fondo. Lincarnazione e soprattutto la passione e morte di Ges sono Kenosis, cio svuotamento di s, Dio che si abbassa per innalzarci a s. Lamore dello Spirito Santo esprime lagire stesso di Dio, perch tutto avviene attraverso lo Spirito Santo. Proviamo a spiegare la Trinit partendo dallAmore. LAmore non pu sopportare di star chiuso in se stesso, si proietta sempre verso un altro, gli d la vita, gli d tutto se stesso. Per questo il Padre genera il Figlio. Queste due persone sono in comunione e comunicazione perfetta e questa diventa vera e viva nella persona dello Spirito Santo. Naturalmente questa Trinit-amore si comunicata a noi e ci provoca per attirarci a s. Qui intervengono le tre virt. La fonte o la motivazione per cui fare o accettare qualcosa la fede; la forza per farlo e per andare avanti nonostante le difficolt la speranza; il farlo e il modo di farlo la carit. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: 1828 La pratica della vita morale animata dalla carit d al cristiano la libert spirituale dei figli di Dio. Egli non sta davanti a Dio come uno schiavo, nel timore servile, n come il mercenario in cerca del salario, ma come un figlio che corrisponde all'amore di colui che ci ha amati per primo (1Gv 4,19 ): O ci allontaniamo dal male per timore del castigo e siamo nella disposizione dello schiavo. O ci lasciamo prendere dall'attrattiva della ricompensa e siamo simili ai mercenari. Oppure per il bene in se stesso e per l'amore di colui che comanda che noi obbediamo. . . e allora siamo nella disposizione dei figli.. Contro una vita vuota e senza riflessione ci vuole preghiera e meditazione che rafforzano la fede. Contro una vita scoraggiata, in eterna crisi, dobbiamo rinnovare la nostra fiducia e donazione a Dio: la speranza. Contro una vita basata su egoismo e interesse personale bisogna imitare Ges: Carit. Abbiamo detto che lamore del Padre ci ha creati. A differenza di ogni padre terreno, lamore di Dio infinito e quindi pu fare tutto. Nulla si pu opporre a questo amore di Dio, nessuna creatura, neanche la morte (Rom. 8). Lamore del Figlio lo abbiamo toccato con mano, Lui morto per noi nonostante che non ce lo meritassimo. Lamore non questione di parole, lo si misura dai fatti.

Lamore dello Spirito Santo quello che ci portiamo dentro di noi in quanto lui abita in noi fin dal battesimo. Nel Vangelo troviamo tre interessanti parabole che riguardano la misericordia di Dio. 1)La pecora perduta (Mt 18,12-14; Lc 15,3-7) Il soggetto della parabola chiaro: l'amore preferenziale di Ges per i poveri, i peccatori, gli sfortunati. La pecora smarrita non una vittima abbandonata dalla societ o un'ammalata che non ha potuto camminare veloce come le altre e quindi rimasta indietro. Probabilmente la peggiore, la rivoluzionaria, la testa calda che ha voluto fare da s, che non vuol saperne della comunit e delle sue regole. Ma il buon Pastore si rivolge a lei lasciando momentaneamente le altre da sole. Ges sta dando qui ragione del fatto che lui si fermi a parlare con i peccatori e vada a mangiare a casa loro. Nella nostra epoca sono le teste calde, quelli che disprezzano tutto o vorrebbero spaccare tutto. Sono i barboni, i drogati. 2) La dracma perduta (Lc 15,8-10) Subito aggiunge un'altra parabola. Questa volta a perdersi una moneta. Non possiamo incolpare la moneta stessa, ci limitiamo a constatare che la padrona si d da fare per ritrovarla tanto da arrivare a scopare per bene tutta la casa. Se prima potevamo parlare di peccatori che si erano allontanati, adesso si pu semplicemente parlare di gente lontana. L'atteggiamento di Dio nei loro confronti non cambia. Questi invece al giorno doggi sono i freddi, i figli dellateismo e del consumismo. Sono la maggior parte dei nostri giovani. 3) Il figliol prodigo (Lc 15,11-32) Le due parabole dicono qualcosa di importante riguardo a Dio e al suo rapporto con i lontani, ma non si possono dire complete senza la terza, quella del Figliol prodigo. Qui invece il figlio di una famiglia per bene che va in crisi e ha bisogno d'indipendenza; il Padre gli lascia fare l'esperienza. In quei tempi era normale che un figlio decidesse di andare a tentare la fortuna da un'altra parte. Ma la mancanza di esperienza e di discernimento gli fa fare delle scelte sbagliate. Si lascia prendere dal quieto vivere, dal tirare avanti senza particolare impegno e quindi pi soggetto alle tentazioni. Questo lo porta al fallimento completo. Allontanandoci dalla casa del Padre ci si ritrova con un pugno di mosche. Per fortuna c' sempre un tocco del Padre che ci fa tornare seppur con ragionamenti umani. E' solo la fame e le necessit che lo portano ad accettare di dover impegnarsi di pi sia pure nel peggiore dei lavori (custodire animali impuri). E' ancora la fame che gli fa venire la nostalgia di casa, dove persino i servi hanno pane in abbondanza. Quindi torna ma non ha pi amore per il Padre: "Avr almeno il pane da mangiare", "Trattami come uno dei tuoi servi". Ma egli viene risuscitato dall'amore all'amore. Egli era veramente morto perch non amava pi e credeva di non poter pi amare. Chi bussa alla nostra porta probabilmente lo fa per fame o per altre necessit, ma da noi deve trovare Dio. Ricordiamo che in questo capitolo Luca ci sta parlando dell'amore gratuito di Dio per i peccatori, quindi dal figlio non mi posso aspettare niente pi di questo per il momento. L'iniziativa ancora del Padre. Egli non aspetta che l'altro parli, non gli chiede spiegazioni, solo gli d amore. Il rimorso interno e l'umiliazione a cui il figlio disposto a sottomettersi sono gi un castigo sufficiente.; Il Padre gli rid la dignit. Questo un Padre che lo vede quando ancora lontano perch non ha mai perso la speranza che sarebbe ritornato. E' suo figlio non pu andare a finire male, nonostante tutto. Allora si fa di nuovo festa. Nel Vangelo si fa sempre festa per le conversioni e si mangia cfr. Matteo, Zaccheo, figliol prodigo. In questo momento il soggetto della storia la comprensione, la rinuncia al giudizio o alle prediche fuori posto, ai Te lavevo detto io. Fino a qui la parabola identica a quelle precedenti: C' uno che si perde, viene ritrovato, l'iniziativa del Padre, la festa finale. Qui per arriva il punto centrale che fa la differenza. Il fratello maggiore forse la figura peggiore: non riconosce la situazione. Il fratello maggiore

invoca giustizia. E' lui nel giusto. Non solo una persona per bene, laboriosa, obbediente, capace, di cui ci si pu fidare, lui non ha peccati e quindi non pu essere paragonato e messo vicino al peccatore che non ha fatto niente per meritarsi questa festa, anzi al contrario. Persino il Padre ingiusto, a lui non ha mai dato neanche un capretto. E il rappresentante di coloro che vanno in Chiesa ma si sentono padroni della chiesa, della religione e forse padroni di Dio stesso. In fondo Dio non pu pensarla diversa da me. Sono disposti a criticare il parroco che perde tempo con gli altri invece di curarsi di loro che dopotutto sono quelli che fanno tutto in parrocchia. Noi abbiamo fatto l'esperienza del figliol prodigo, ora dobbiamo far attenzione a non fare l'esperienza del fratello maggiore. Abbiamo fatto l'esperienza del suo amore che ci riempie dei suoi doni ogni volta che siamo tornati. Facciamo attenzione che quando ci chiudiamo nelle nostre false sicurezze e sensi di giustizia, quando ci sentiamo forti per i nostri ragionamenti puramente umani, allora possiamo arrivare a trovare sbagli persino in Dio. "Dio ingiusto, perch a me questa malattia che non ho fatto niente di male?" Perch va sempre bene a quelli che imbrogliano e mai a quelli onesti come me? e via di seguito. Quante cosa abbiamo da recriminare contro Dio. Ancora una volta il Padre che prende l'iniziativa, va dal figlio, non lo giudica, lo invita, gli spiega, gli apre la porta del cuore. Il vangelo non dice come va a finire perch non ancora finita. Sempre nella Chiesa ci saranno dei figlioli prodighi che vorranno tornare e sempre ci saranno dei "Sapienti" che dall'alto della loro saggezza avranno mille scuse per rifiutarli; e sempre Dio avr il suo bel da fare per far capire a tutti e due che il suo amore completamente diverso, e pi grande. Ricordiamoci che il capitolo era iniziato dicendo che Ges racconta le tre parabole proprio ai Farisei che lo criticavano perch andava dai peccatori, quindi sono proprio loro il centro e il fuoco del discorso di Ges. Quello che dobbiamo imparare attraverso queste riflessioni, lasciarci condurre dalla logica dellamore, lasciarci riempire da questo amore che brucia tutte le nostre miserie. Lamore gi nei nostri cuori Luomo non semplicemente un oggetto dellamore di Dio, ma diventa un partner, un tu con cui Dio dialoga e si mette in relazione. Luomo con la sua libert pu anche rifiutare lamore, e Dio, appunto perch ci ha fatti liberi e ci ha resi partner, rispetta la nostra libert e il nostro rifiuto, ma per lui rimane fedele perch non pu rinnegare se stesso. Allora anche dopo il peccato ci d sempre la possibilit di cambiare e tornare. Attraverso la redenzione noi siamo inseriti nel dialogo trinitario. Nel nostro battesimo entriamo a far parte del mistero dellessere di Dio stesso. La cultura ebraica il nome esprime lessenza stessa della persona, battezzati nel nome della trinit vuol dire inseriti nella Trinit stessa. Quindi diciamo che Amare essere prima ancora che agire. Essere immersi nella trinit vuol dire conformarsi a Cristo stesso. San Paolo dice (una frase che don Orione ripete in continuazione nelle sue lettere): La Carit di Cristo ci spinge al pensiero che uno morto per tutti, perch quelli che vivono non vivano pi per se stessi ma per colui che morto e risorto per noi (2Cor. 5,14-15). C un pericolo forte in noi Cristiani ed quello di pensarci autosufficienti. Detto in parole povere agire come se Dio non avesse influenza su di noi e quindi trasformare anche il nostro amore in un amore puramente umano. Lamore unarte che si impara un po alla volta, ma a partire dal dono di Dio. La scrittura ci insegna che prima ancora che noi ce ne accorgiamo, Dio effonde in noi tutti i suoi doni. Quindi fondamento del nostro agire Dio stesso. Per ci vuole limpegno da parte nostra sempre per il fatto che Dio rispetta la nostra libert. Se noi riusciamo gradualmente a prendere coscienza della grandezza del fatto che Dio abita in noi, si susciter in noi un sentimento di grande gioia, di riconoscenza, e quindi anche limpegno di corrispondenza. Lamore di Dio gi dentro di noi in modo permanente. E dentro di noi che dobbiamo tornare quando lo cerchiamo. Se vogliamo accrescere la nostra capacit di amare dobbiamo accrescere la nostra conoscenza

di Dio; se vogliamo accrescere la nostra conoscenza di Dio, il modo migliore cominciare ad amare. Qui sorge il ben noto problema: Devo amare prima Dio o i fratelli? Come devo comportarmi se le due cose sono una contro laltra? Teoreticamente la domanda sembra campata per aria, ma in molte comunit religiose, per esempio, sorge una domanda simile quando sono in chiesa a pregare e qualcuno suona alla porta. Devo rispondere o no? Se partiamo dalla scrittura si vede che il comandamento pi grande di tutta la legge mosaica era Amerai il Signore Dio tuo con tutte le tue forze, con tutta la tua mente, con tutta la tua anima (Dt 6,5). Ogni buon Israelita ripete questo precetto in continuazione durante la sua vita. Anche il vangelo sembra confermare questo che Ges definisce il primo tra i comandamenti. Per subito dopo aggiunge: e il secondo simile al primo: Ama il prossimo tuo come te stesso. Ges era stato richiesto di dire qual era il primo, se lui ha voluto aggiungere anche il secondo c un motivo particolare nel secondo stesso: il motivo in quel: Simile. Questa parola Simile la stessa usata alla creazione dove Dio dice facciamo uno che sia simile a noi, e ci ha resi partecipi della sua natura. Ma anche la parola usata nella lettera ai Filippesi dove nel descrivere il mistero dellincarnazione dice: Cristo umili se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo Simile agli uomini. Sappiamo che Cristo fu uomo in tutto e per tutto eccetto il peccato. Lamore di Dio e lamore del prossimo sono strettamente collegati, anzi sono un tuttuno. In Cristo, lamore al Padre cio fare la sua volont e lamore agli uomini, cio salvarli, sono un tuttuno. Noi siamo chiamati ad essere figli di Dio imitando Ges Cristo. Anche per noi non ci pu essere un amore per Dio senza amore per luomo e viceversa non ci pu essere amore per luomo senza amore per Dio. Naturalmente questo vero solo se parliamo di vero amore e non di surrogati. Se stacchiamo luomo da Dio, non si capisce quale sia il valore e la dignit delluomo e quindi quali siano i motivi per amarlo. Un lavoro sociale a favore delluomo se staccato da Dio, non porta a vera promozione e finisce sempre in conflitti e rivendicazioni di classe. Lamore di Dio non solo lorigine, ma anche il motivo e il fondamento dellamore del prossimo. Un amore puramente umano non ancora la virt della carit. San Paolo dice: Potrei distribuire tutti i miei averi ai poveri, e dare il mio corpo ad essere bruciato, ma se non ho la carit non giova a niente. Non questione di quantit di quello che facciamo, ma di qualit. E vero per anche il rovescio della medaglia: Non si pu dire che amo veramente Dio se non amo il prossimo. Questo non vuol dire che lamore di Dio passa solo attraverso le opere, ma c sempre il rischio che lamore di Dio se non autentico diventi sempre evanescente, un alibi. In Giovanni il comandamento dellamore diventa amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati. (Gv. 13,34). (1Gv. 4, 20) Chi dice di amare Dio e odia il proprio fratello un bugiardo. Chi non ama il proprio fratello che vede non pu amare Dio che non vede. Gv. 13,35 Da questo gli uomini riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni verso gli altri. 1GV 3, 16-19 Non amate a parole e con la lingua, ma con i fatti e nella verit. Infine Ges parlandoci del giudizio finale (Mt. 25,34-40) dice: quello che avete fatto a questi fratelli pi piccoli lo avete fatto a me. Dal punto di vista ecclesiale, carit vuol dire amare il Cristo totale il capo e il corpo. Se guardiamo dentro di noi, dalla nostra esperienza e soprattutto da un punto di vista psicologico tutto ci dice che il grande amore non pu essere che uno, e tutto il resto deriva da l; quello il motore di tutto. A causa dellamore di Dio, quando guardiamo agli altri possiamo vedere limmagine di Dio. Siamo stati creati da lui a sua immagine. Ma vediamo anche limmagine di Cristo che si fatto uno di noi per redimerci. Ognuno di noi prezioso agli occhi di Dio e per ognuno di noi

lui morto e risorto. Non possiamo sprecare o rigettare ci che prezioso agli occhi di Dio. Questo amore di Dio ci aiuta ad unificare le nostre relazioni con le creature che sono state rovinate dal peccato. C in noi questa divisione forte causata dallegoismo da una parte e amore dallaltra. San Paolo dice vedo ci che bene e lo voglio ma poi scelgo ci che male. Lamore di Dio ci d la capacit di superare questa schizofrenia interna. Le caratteristiche dellamore. Dire che il nostro amore trae origine da Dio Padre vuol dire che esso porta in s un riflesso della sua creativit. Imitarlo vuol dire portare in s queste caratteristiche. Noi crediamo in un Dio Onnipotente o in un Dio che Amore onnipotente? Sembrerebbe un gioco di parole. Se per diciamo che Dio onnipotente pensiamo subito a qualcuno che pu fare tutto quello che vuole. Pensiamo a qualche tiranno che se vuole pu distruggere luniverso con uno schiocco di dita. Se invece diciamo che Amore onnipotente, allora egli potr fare tutto quello che daccordo con la sua essenza di amore, e niente al di fuori di essa. Allora in un certo senso noi potremmo considerarci pi forti di lui perch noi potremmo rifiutarci di ascoltarlo e di accoglierlo, Lui non potr mai abbandonarci e smettere di amarci. La sua onnipotenza sta nel fatto che in qualsiasi situazione noi ci trovassimo, anche la peggiore, lui trover sempre un modo per salvarci e ristabilirci nella piena dignit, se noi lo vogliamo. Allora diciamo che lamore del Padre prende liniziativa: Dio ci ha amati per primo, liniziativa stata tutta sua. (Quante volte noi diciamo: Se me lo chiede bene, se no...) Lamore gratuito: non la risposta a un merito delluomo. (Noi diciamo: Non se lo merita...) Lamore benigno: cio guarda solo al bene di chi si ama. (Noi diciamo: Pu pagarmi o no...) Lamore misericordioso: disposto al perdono, comprensivo nonostante le infedelt e le incorrispondenze delluomo. Lamore universale: cio non fa discriminazioni di nessun genere. (A lui s, allaltro no...) Lamore eterno e fedele: Dio non pu rimangiarsi la sua parola. (Per una volta vada, ma l prossima...). Dire che il nostro amore riflesso dellamore del Figlio vuol dire che deve essere impostato allaccoglienza e allobbedienza, quindi: Lamore sar privo di ogni orgoglio, autosufficienza e indifferenza. (Ci penso io, fatevi da parte... basta che mi vedano e mi lodino per questo). Dire che il nostro amore riflesso dellamore dello Spirito Santo vuol dire che impostato alla comunione, perch lo Spirito Santo la comunione tra il Padre e il figlio. Questa comunione ci fa superare ogni conflittualit, divisione, incomunicabilit, dispersione. Dove c rottura c il desiderio di ricucire, dove c freddezza ci si sente a disagio. In questa prospettiva si pone la lettera ai Corinzi di San Paolo. Se analizziamo le caratteristiche dellamore indicate da Paolo al capitolo 13 le possiamo capire solo se consideriamo il nostro amore come partecipazione dellamore di Dio in noi. Prima di tutto dobbiamo dire che se avessi la scienza ma sono senza la carit non no nulla, se anche avessi fede o la capacit di capire o di profetizzare, se non ho la carit, sono nulla. Se anche avessi la generosit che per non sia carit, non ho nulla. Perch questo? Tutti questi doni sono buoni e di valore, sono partecipazione dei doni di Dio, ma data la nostra natura imperfetta sono partecipati in modo imperfetto e spariranno quando non ce ne sar pi bisogno. Lamore, invece, non un dono di Dio, ma Dio stesso, non partecipare a un dono, ma vivere in Dio stesso e quindi non avr mai termine. Ecco perch in 1Cor 13,8-10 dice che quando verr la perfezione tutto quello che imperfetto sparir. Teniamo presente che questo capitolo inserito nel discorso riguardante i carismi che Dio d a ciascuno di noi per la comunit. Essi dunque devono essere sottoposti alla carit per essere veri, altrimenti invece di portarci a Dio ci fanno diventare superbi, orgogliosi, invidiosi. Invece di costruire armonia tra di noi, creano divisione.

La carit paziente: sa aspettare, lungimirante, sa tollerare, sopportare. La carit benigna: guarda pi al bene che al male. Usa indulgenza, sa mettersi nei panni dellaltro. La carit non invidiosa: Sa donarsi invece di mettere se stessa al centro. Per cui non si rattrista del bene degli altri ma anzi ne gode. La carit non si vanta, non si gonfia. Non richiama in continuazione lattenzione sui propri meriti. Non c nessun vanto se si tiene conto che tutto quello che siamo e abbiamo lo abbiamo ricevuto. La carit non manca di rispetto: Non invadente, non strumentalizza gli altri, ma li prende sul serio, ne riconosce i meriti e i ruoli. La carit non cerca il proprio interesse: Legoismo il contrario dellamore perch giudica per il bene di se stesso e pone la propria utilit come criterio di scelta. La carit non si adira. La nostra ira mancanza di controllo delle passioni e deriva dallorgoglio. Ancora una volta vuol dire mettere se stessi al centro. La carit non tiene conto del male ricevuto. E capace di perdonare. Perdonare non vuol dire dimenticare e nemmeno approvare il male, ma non farsi condizionare dal male nel proprio comportamento e giudizio. (Rom. 12,21 vincere il male con il bene). Qui si potrebbe introdurre un lungo discorso sul perdono. Esso serve prima di tutto a me, non allaltro. Sono io che ho bisogno di saper perdonare. Laltro potrebbe anche non sapere che sono arrabbiato con lui, che lo perdono o no, o potrebbe essere gi anche morto o distante. Niente cambia in lui se lo perdono o no. Ma il mio cuore che agitato, affannato se io non lo so liberare con un vero gesto di perdono. La carit non gode dellingiustizia, ma si compiace della verit. Essa non ha secondi fini. Vuol dire impegnarsi per tutto ci che vero e buono, combattere ogni forma di oppressione, ingiustizia nella societ. Vuol dire non far spazio nella nostra vita al regno del demonio. In conclusione San Paolo dice che la carit tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Vuol dire che chi vive di carit si pone davanti ai fatti della vita con cuore grande, magnanimo, sa caricare su di s gli sbagli degli altri, come ha fatto Cristo. Sa offrire tutto questo al Signore per il bene stesso di chi fa il male. Questo vuol dire ricambiare il male con il bene. Abbiamo insistito varie volte sul fatto di non mettersi al centro. Luomo in continua relazione, relazione con Dio, con gli altri, con se stesso, con la natura. Se imposta queste relazioni sulla carit essa lo porta fuori da se stesso verso gli altri, se imposta le relazioni sullegoismo esso lo porta a chiudersi. Nel rapportarmi a Dio rischio di imitare la preghiera del Fariseo, nel rapportarmi agli altri divento un dittatore, nel rapportarmi a me stesso divento un narcisista e mi illudo. La Parola di Dio ci scuote mostrandoci degli ideali che sono opposti a quelli verso cui si inclina la nostra natura di peccato. Dobbiamo farci un programma concreto di carit, individuando quali sono i difetti principali da correggere, dove punta la nostra gelosia, invidia, egoismo ecc. Per cambiare. Dobbiamo partire da un esame di coscienza serio e l puntare con una carit concreta. Cristo esempio di carit. Lamore non esclusivamente cristiano. Anche i non cristiani possono amare. Quando per noi parliamo di amore Cristiano poniamo Cristo al centro come esempio di amore. Imitare lamore di Cristo vuol dire fare attenzione al Come e al Perch. Come il Padre ha amato me cos anchio ho amato voi. Quel come vuol dire in modo divino, infinito, senza limiti. Ma quel come, in greco pu voler dire anche perch: Perch il Padre ha amato me, anchio ho amato voi. Amatevi gli uni gli altri come (perch) io ho amato voi. In questo senso lamore diventa virt teologale (cio ci dice qualcosa di Dio). Lamore di Cristo non per nulla centrato su se stesso ma totalmente libero. Non capiremo

mai a fondo tutta la forza che si sprigiona dalla croce di Cristo. Quante volte San Paolo ribadisce questo concetto: Ha dato se stesso per me (Gal. 2,20) per noi (1 Tito 2,14; Ef. 5,2) per i nostri peccati (Gal. 1,14) in riscatto per tutti (1 Tim. 2,6). Lamore di Cristo Kenosis cio spogliamento. (Fil. 2,7-8) Cristo si svuota della sua divinit per assumere una natura di servo. E mansuetudine, rinuncia ad ogni pretesa di autodifesa o gloria. E il servo sofferente di Yavh immolato che si lascia condurre dai suoi esecutori e oltraggiato non risponde con oltraggi (Is 53). E totale, senza limiti: Cristo, avendo amato i suoi che erano nel mondo li am sino alla fine. Da queste coordinate dellamore di Cristo si capisce che linno della Carit di San Paolo prende spunto da qui. Non sono qualit astratte ma un modo concreto di essere. In Cristo, nel suo esempio, nel suo insegnamento, troviamo non solo uno sprone ma addirittura una provocazione. Vivere come Cristo vuol dire fare nostri i due aspetti in cui si rivela la sua Kenosis: lincarnazione e la redenzione. Il motivo del nostro amore, dunque, nel fatto che il Padre ci ha amati per primo e ha dato il suo Figlio per noi, e nel fatto che il Figlio ci ha amati fino a dare la sua vita per noi. Chi amato e si sente amato dal Signore, non pu non amare il prossimo. Verrebbe spontaneo dire: Tutte queste cose sono belle ma sono sulla carta o se volete sono in cielo, ma poi quando si entra nel pratico quasi impossibile viverle, sono troppo alte per noi. La parola Carit deriva dal greco Kharis che vuol dire dono. Lamore un dono che dobbiamo sempre implorare dal Signore, un idea di radicalit che ci sta sempre davanti e quindi non dobbiamo scoraggiarci ma metterci in atteggiamento di continua crescita. Dobbiamo evitare 2 sbagli estremi: 1) credere che sia impossibile; 2) pretendere di raggiungerlo tutto di un colpo e una volta per sempre. Se ci mettiamo con sincerit di fronte a Cristo le nostre piccolezze vengono a galla, e in lui troviamo continuamente lo stimolo per una continua conversione. Dobbiamo guardare a Ges per imitarlo e sul suo esempio fondare la nostra spiritualit. Siamo chiamati ad incarnare la vita di Cristo per quello che noi comprendiamo, che si adatta alla nostra posizione e missione, che risponde alle esigenze della societ in cui viviamo. In poche parole siamo chiamati a portare al mondo la nostra esperienza personale di Cristo. Possiamo definire la vita pubblica di Ges partendo da quello che lui stesso dice nella sinagoga di Nazareth dopo aver letto il passo di Isaia: Lo Spirito del Signore sopra di me e mi ha mandato ad annunciare il lieto annuncio ai poveri e proclamare la libert ai prigionieri e agli afflitti la gioia, (Is 61,1-2; Lc 4,16-30) Oggi questa parola si avverata. Quindi la sua vita stata predicazione e azione in favore degli sfortunati. In questo egli provoca rotture nella societ perch va contro i parametri dei benpensanti. Nei Vangeli sinottici Ges presentato come povero che non ha dove posare il capo e invia i suoi discepoli senza spiccioli nella cintura. La sua azione di riabilitazione della classe povera parte dalla condivisione di vita. Gv 6,5-7 In questo episodio della moltiplicazione dei pani vediamo che Ges si rifiuta di far ricorso al danaro per aiutare gli affamati. Lui preferisce ricorrere alla merenda di un ragazzino per mostrare che non la quantit di denaro, ma la condivisione che risolve il problema della povert e dell'indigenza. Il fatto che alla domanda di Ges dove sia possibile comprare il pane per la folla, Filippo faccia i calcoli di come possibile comprare pane vuol dire che almeno un po' di soldi ce li avevano. (Nell'episodio della Samaritana gli apostoli erano andati in citt a fare la spesa. La proposta provocatoria di Ges di comprare il pane viene scartata non perch strana ma per l'enormit della somma necessaria). Ges accetta l'offerta del ragazzo. I poveri condividono quello che hanno con i poveri. Ges lo prende dalle sue mani e lo distribuisce. Anche lui condivide con i poveri. (Certamente il ragazzo era andato per offrire qualcosa per Ges, non per tutti; lui non pensava al miracolo).

L'intenzione di Giovanni nel presentare questo miracolo dare un segno che introduca alla realt dell'Eucarestia. I cristiani dovrebbero imparare a passare dalla condivisione della cena eucaristica a quella materiale della vita concreta. Al giorno d'oggi nella nostra societ i poveri, i barboni, i drogati ecc. vengono sempre pi emarginati perch non disturbino la serenit di chi sta bene. Per fortuna ci sono associazioni che si interessano di loro. La storia di Ges continua. "I poveri li avrete sempre con voi" ma questa provocazione dovrebbe raggiungere tutti i cristiani e chiamarli a una vera condivisione. Altra categoria emarginata ai tempi di Ges e quella dei Samaritani. Per ragioni storiche e religiose erano considerati nemici, eretici, pericolosi e quindi da evitare. Ges deciso a rompere le barriere dell'odio. Non solo la persona che incontra una samaritana, ma anche donna e per di pi irregolare. Fermandosi a parlare con lei Ges accetta di contaminarsi. Tutto questo scandaloso capovolgimento dei costumi religiosi avviene tramite un semplice dialogo, segno della semplicit di Dio e del suo agire. Persino le divisioni su cosa sacro vengono superate "in verit giunto il momento in cui n su questo monte n in Gerusalemme si adorer Dio, ma in spirito e verit". D'ora in poi la religione non potr pi essere motivo di divisione perch il punto di riferimento non sar pi un luogo ma la salvezza data da Ges. Qui bisognerebbe chiedersi dove finito questo insegnamento di Ges considerando che proprio in nome della religione abbiamo fatto tante guerre e continuiamo a creare divisioni e odio. Partendo da questa posizione di separazione, i Samaritani diventano un ottimo esempio per Ges per attaccare l'incoerenza dei Giudei e per far capire che la salvezza da lui portata va ben al di l dei confini della Giudea. Oggi si potrebbero considerare samaritani tutti coloro che sono vittime dell'emarginazione geografica o linguistica o religiosa. Divisioni tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, tra protestanti e cattolici, tra mussulmani e cristiani, tra Albanesi o extracomunitari e Europei. Il cristiano dovrebbe avere il coraggio di immergersi in queste situazioni di emarginazione. Ultima categoria che voglio analizzare quella delle donne. Qual la novit portata da Ges nel suo rapporto con loro? Diamo prima di tutto una breve scorsa alla condizione della donna nella societ ebraica dei tempi di Ges. La societ era di tipo patriarcale, il che vuol dire che il potere dell'uomo era assoluto. La bambina era sotto la potest del padre fino al momento del matrimonio, che di solito avveniva molto presto. Nel caso il padre morisse, l'autorit passava al fratello maggiore, non alla madre. Quando si fidanzava e sposava passava sotto la tutela del marito. Non poteva presentarsi in pubblico se non completamente velata. Era disdegnoso per un uomo parlare pubblicamente con una donna, e se si trovava nella necessit di farlo doveva avere con se dei testimoni. Diceva il Rabb Jose ben Johanan del primo secolo: "Non parlare molto con una donna, n con tua moglie, n tanto meno con la moglie del tuo vicino". "Chi si sofferma a parlare con una donna si attira il male su di s e finir nella geenna". Di conseguenza a questo non aveva diritti pubblici: non poteva ripudiare suo marito ma poteva essere facilmente ripudiata da lui; La sua testimonianza in tribunale non contava, anzi non vi era neppure chiamata; non era tenuta a presentarsi nella sinagoga a pregare e nemmeno a compiere gli adempimenti della legge, anche perch in quel momento poteva essere impura. Nel tempio di Gerusalemme c'era un cortile riservato ad esse e non potevano accedere a quello degli uomini. Ogni pio ebreo recitava tre volte al giorno questa preghiera: "Sii benedetto Dio che non mi hai fatto nascere pagano,... che non mi hai fatto nascere contadino,... che non mi hai fatto nascere donna, perch la donna non tenuta ad osservare i comandamenti". Naturalmente donne nobili o di alto rango si permettevano di sfuggire a queste restrizioni. Suo compito all'interno della casa era vigilare sulla purezza cultuale in campo alimentare e

sessuale. Suoi compiti fuori casa erano quelli di andare a macinare il grano e ad attingere l'acqua al pozzo. Da qui si capisce bene lo scandalo dei discepoli quando vedono Ges parlare con una donna al pozzo. L'iniziativa di Ges, la provoca chiedendole da bere. Lo stupore che la donna rivela misto forse anche a un po' di paura. Questo un Giudeo e per di pi poco osservante, potrebbe avere seconde intenzioni. Il discorso su quella strana acqua apre un po' la volta la strada a una comunicazione pi profonda. E' ancora Ges che d la svolta al discorso: "Va a chiamare tuo marito". Questo potrebbe essere pi rassicurante ma diventa invece molto pi imbarazzante perch lei costretta ad ammettere la sua situazione irregolare e perch Ges dimostra di conoscere gi la situazione. Arrivare ad ammettere cos apertamente la sua situazione mostra certamente una donna sprezzante dell'opinione pubblica ma al tempo stesso una donna religiosa perch sa cogliere l'aspetto profetico della conoscenza di Ges ed lei adesso a spostare il discorso su un piano pi religioso. Il sentirsi scoperta, ma al tempo stesso rispettata nella sua vita intima le d la fiducia di parlare e ascoltare. Le barriere sono crollate. Lo stupore e forse anche l'ammirazione aumentano quando vede che Ges sa andare aldil della legge per andare al fondo della religione: "Il Padre ricerca adoratori in Spirito e verit". La frase di Ges: "Il Messia colui che ti parla" d il colpo finale. Oramai vinta, diventata discepola e come tale abbandona tutto, l'anfora lasciata al pozzo dimostra un chiaro taglio col passato e con la sua situazione, e si fa portatrice della buona novella invitando tutta la gente del paese ad andare da Ges. Altro esempio sono Marta e Maria, sorelle di Lazzaro. Vivono in casa di lui quindi probabilmente non sono ancora sposate. La casa deve essere abbastanza ricca, sia dalla posizione, sia da come descritto l'ambiente. Risulta che assieme al fratello fossero discepole di Ges anche se non di quelli che camminavano con lui. per Ges si recava volentieri da loro. Un primo episodio si ha in occasione della malattia e morte di Lazzaro. Mandano a dire a Ges che Lazzaro sta male, una gentile richiesta di aiuto che Ges sembra ignorare. Per questo Marta dir: "Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto", anche se questo momento di angoscia non ne sminuisce la fede "Ma so che anche ora qualsiasi cosa chiederai il Padre te la conceder". Marta l'esempio della fede cristiana compiuta completamente rivolta a Cristo figlio di Dio e salvatore del mondo. Con Maria il discorso pi breve e si chiude con le lacrime di Ges. Marta ci aveva rivelato l'aspetto divino di Cristo, Maria quello umano. Ora le due sorelle scompaiono per lasciar posto a Ges che compie il miracolo. Un secondo episodio si ha qualche giorno dopo quando nella loro casa c' un banchetto probabilmente per ringraziare Ges del miracolo. Qui Maria si dimostra ancora una volta la discepola amante ed attenta, tanto da anticipare tutto il destino di Ges. Essa infatti anticipa la lavanda dei piedi, e li unge di mirra, anticipandone la morte e la sepoltura. Ancora una volta l'atteggiamento della donna scioccante. Per la mentalit ebraica era riprovevole che una donna lavasse i piedi di un uomo ad un banchetto pubblico, inoltre li asciuga coi suoi capelli; solo le donne di strada si presentavano a capelli sciolti, e poi usa un profumo costosissimo, il corrispondente di 10 mesi di stipendio di un operaio, che se anche la famiglia era ricca, per quei soldi potevano essere usati per i poveri, come dice Giuda. Maria rompe tutte le barriere che sottomettono la donna all'uomo per dare spazio al sentimento di amore per Ges. Infine Maria di Magdala. Era una delle donne ai piedi della croce, probabilmente erano scese a Gerusalemme per la Pasqua assieme a Ges. La troviamo al sepolcro (Gv 20). L'ha spinta l di buon mattino il suo amore fervente per il Signore, e quindi quando vede la pietra rotolata subito preoccupata che l'abbiano portato via. Solo quando si sente chiamata per nome lo riconosce, come le pecore che ascoltano e riconoscono la voce del pastore (Gv 10,4). Vorrebbe abbracciarlo e non lasciarlo pi ma il

Signore glielo impedisce e la invia ai fratelli. Maria dunque descritta come discepola ed inviata del Signore. Naturalmente tutto ci contro il costume giudaico. Chi mai avrebbe creduto alla testimonianza di una donna? - Riassumendo: Si nota prima di tutto la singolarit e trasgressivit del comportamento di Ges che rompe tutti gli schemi patriarcali. La donna non pi chiusa in casa ma esce e va con Lui in giro per la Palestina. Inoltre sa agire e comportarsi con autonomia dall'uomo. Assume anche responsabilit ed azione apostolica. Infine comunicazione perfetta tra uomini e donne senza paure o diffidenze reciproche. La donna tolta dall'emarginazione pu liberare la sua carica di fede e di amore, di dedizione e di identificazione con la persona e la missione di Ges e quindi pu riscoprire la sua vera identit nella nuova comunit cristiana. Questo cammino di liberazione della donna iniziato da Ges ha trovato una lunga e difficile strada da seguire nei secoli. Fino a pochi anni fa le rivendicazioni di parit dei diritti avevano dure risposte nella societ. La carit universale e il farsi prossimo. Lamore deve essere aperto a tutti. NellAT si parlava sempre e solo di coloro che vivevano allinterno del proprio popolo, quelli fuori non centravano. Ges rivoluziona tutto, per spiegare la legge dellamore usa una parabola il cui protagonista un forestiero. Il dottore della legge parte da un punto di vista legale: Chi il mio prossimo, Ges sembra evitare questa specificazione, azzera tutte le problematiche: chi pi prossimo, meno prossimo, non prossimo. Lui parla di Un uomo.. uno qualsiasi, non si fa distinzione di nazionalit. E un uomo e questo basta. Noi abbiamo una responsabilit di carit verso tutti quelli che incontriamo lungo la strada. Il sacerdote e il levita indicano la possibilit di concepire il culto o gli impegni religiosi come un alibi per sfuggire. Quando si tralascia il dovere della carit tutto diventa inutile ed ipocrita. Chi si prende cura del ferito, invece, uno straniero. C inoltre da notare unaltra cosa: Ges capovolge la domanda: Lo scriba aveva chiesto chi il prossimo che devo amare; Ges risponde spiegando chi che deve farsi prossimo e incominciare ad amare. Non tanto importante chi ho di fronte, importante che io devo darmi da fare per amarlo. Il rischio che si pu essere convinti a parole delluniversalit dellamore, ma poi nelle situazioni concrete possiamo innalzare la barriera di dire: Non tocca a me, non di mia competenza, ho altro da fare. Cosa vuol dire farsi prossimo? Vuol dire mettersi al livello dellaltro (si chin su di lui) condividere, prendere parte dei suoi problemi delle sue necessit. Non un caso da esaminare dallalto, dal di fuori. Non dobbiamo sentirci al di sopra di chi aiutiamo, ma dobbiamo riconoscere la concreta parit. Non si tratta di essere benefattori, ma amici. Guardiamo i verbi utilizzati da Luca: Lo vide: riconosce il valore delluomo che incontra, il volto di Cristo in lui. Prov compassione: In Greco compassione vuol dire patire insieme, provare gli stessi sentimenti. Si avvicin: Usc da se stesso per andare concretamente verso laltro, si china sullaltro sacrificando il suo tempo e il suo orgoglio e offre la sua disponibilit, le proprie risorse. Non abbandona la persona ma si prende cura anche del suo avvenire. Da questa parabola dobbiamo imparare a mettere assieme luniversalit e la prossimit dellamore. Per Dio luniversalit perfezione, per noi limitati pu diventare un concetto astratto. E facile amare in teoria chi lontano e non vediamo mai. Questa universalit deve trovare la sua concretezza in ogni persona che incontriamo, senza discriminazione. Quindi luniversalit si realizza nella prossimit. La domanda da cui partito tutto il dialogo tra Ges e lo scriba : Cosa debbo fare per avere la vita eterna. Lo scopo delluniversalit del nostro amore, del nostro farsi prossimo la vita

eterna. E la frase finale Va e anche tu fai lo stesso ci provoca a non fermarci alle parole. Farsi prossimo vuol dire condividere, amare come se stessi, aiutare il prossimo a riacquistare la sua dignit, a camminare con le sue gambe per diventare a sua volta samaritano per altri. Siccome ogni persona diversa dallaltra, il nostro modo di rapportarci ad esse sar pure diverso uno dallaltro. Ma ogni uomo, in quanto tale, meritevole di carit fraterna, perch ogni uomo mio fratello, di qualunque razza o nazione esso sia. Allora diciamo che la carit fraterna la pi vasta perch deve raggiungere tutti gli uomini. Il fondamento dellamore fraterno nella fede, nel credere che Cristo morto per ciascuno di noi e per ciascun uomo; credere che ogni uomo creato ad immagine di Dio ed stato chiamato ad essere figlio di Dio. Quando luomo guarda solo in modo puramente terreno, un po alla volta comincia a cercare solo la propria soddisfazione e questo porta a tutte le perversioni che conosciamo. La dignit delluomo non deriva dalle sue qualit ma dal fatto stesso di essere uomo. Per questo la carit fraterna senza preferenze. Se c una preferenza da fare il Signore la indica in chi a prima vista non ha motivo di essere amato. La parola povero nel Vangelo indica proprio quella persona che non suscita nessuna attrattiva agli altri e quindi abbandonata. Andiamo dal classico mendicante allemarginato, dallammalato fisico a quello psichico, allhandicappato, dallignorante allanziano o al neonato. Queste sono le persone pi bisognose di amore. La madre ama tutti i suoi figli, ma se uno malato o pi bisognoso, rivolge a lui un amore particolare. Tra i segni messianici abbiamo la guarigione e levangelizzazione dei poveri. Se fai un banchetto non invitare i ricchi e coloro che possono contraccambiare .... Punto limite di questa carit fraterna lamore per i propri nemici. Questo va al di l del povero non solo perch non ha nessuna attrattiva ma anzi ci sarebbero ragioni per negargli il nostro amore. E lui che lha voluto io non posso farci niente. Qui ancora una volta devono subentrare le motivazioni di fede. Nonostante tutti i suoi sbagli pur sempre un essere umano, un figlio di Dio, per salvarlo Cristo si sacrificato. Sulla croce prega per coloro che lo crocifiggono, a noi chiede di amare i nostri nemici. San Paolo dice che gi difficile trovare chi sia disposto a dare la sua vita per un giusto, figurarsi chi lo fa per dei peccatori. (Rom. 5,6). I motivi dellamore verso un peccatore non sono nella simpatia o nella convenienza ma nella speranza di conversione e nella fede di ci che Dio ha fatto per lui. Egli cerca il modo e il momento giusto per salvarlo, chiss che non abbia scelto noi come suoi strumenti. Infine nellamare tutti gli uomini naturalmente possiamo avere delle persone con cui la comunicazione pi facile, consona, con cui si possono condividere idee e progetti, valori, ideali ecc. Questo particolare tipo di amore che chiamiamo comunemente amicizia non pu mai contraddire le caratteristiche dellamore fraterno, cio non pu essere egoistico o narcisistico; Anzi deve essere uno stimolo maggiore, unapertura verso gli altri. Naturalmente un legame ancora maggiore esiste allinterno della famiglia dove il vincolo del matrimonio o della paternit, maternit, figliolanza comportano un impegno maggiore a dover essere fedeli a questo amore. Comunque anche questo amore non potr andare contro le caratteristiche dellamore vero, anzi, come ci insegna la Chiesa, proprio allinterno della famiglia abbiamo lesempio pi grande dellamore di Dio per il suo popolo. La carit si rivolge verso tutte le persone, quindi la prima cosa da fare sar rispettarne tutti i diritti e questo lo chiamiamo giustizia. La giustizia sempre legata alla carit anche se la carit va ben oltre. Possiamo dire con una parola che la giustizia la misura minima di carit. Con la giustizia si va ben al di l del bene delle singole persone, si guarda alle strutture stesse della societ in cui la persona inserita. Un doppio errore da evitare quello del liberalismo che crede che tutto sia impostato sulla persona singola e basta, o del collettivismo che crede che tutto sia struttura e i singoli semplici ingranaggi. Noi invece come cristiani dobbiamo trovare lequilibrio tra la persona e le sue relazioni sociali, il bene del singolo e il bene del

noi. Amare il prossimo in questo modo, cio a livello sociale vuol dire adoperarsi per incidere su queste strutture che creano situazioni contrarie alle singole persone. Limitarsi a fare dellelemosina o della beneficenza senza agire su quelle strutture che riducono luomo a dover chiedere lelemosina riduttivo. Questo tipo di impegno sociale include anche la politica. Oggi c bisogno che i cristiani entrino in tutte le sfere della societ non per secolarizzare il loro messaggio ma per diventare il lievito della societ stessa. Paolo VI defin limpegno politico: Una maniera esigente di vivere limpegno cristiano al servizio degli altri (OA 46). Giovanni Paolo II dice che senza limpegno di questa carit politica le strutture di peccato in cui si guarda agli interessi privati e non al bene comune, si irrigidiscono contro luomo stesso (SRS 36). Nellimpegno sociale bisogna fare attenzione a non soffermarsi a un livello di pura efficienza. La carit sempre qualcosa di teologale. La vera liberazione delluomo lo deve portare pi vicino a Dio. Per questo in molti paesi pi sviluppati dove le strutture sociali sembrerebbero migliori si ha per un pi alto livello di suicidi, droga ecc. Come dice Paolo VI la carit deve dare un supplemento danima alla societ. Nostro impegno deve essere quello di formare una coscienza comune di giustizia e carit e soprattutto formare le persone che poi dovranno portare avanti questo impegno sociale. Infine esiste una carit verso se stessi. Ges ha ribadito il comandamento dellAT: Ama il prossimo tuo come te stesso. Spesso noi ci fermiamo all prima parte, al prossimo dando per scontato che ognuno ama se stesso. Altre volte se pensiamo allamare se stessi riteniamo che non vero amore perch amare se stessi egoismo cio il contrario dellamore. Lamore per sua natura diffusivo cio guarda allesterno. Cosa voleva quindi dire Ges e come possibile amare veramente se stessi? Amare vuol dire volere il bene di una persona, quindi dobbiamo volere il vero bene di ciascuno di noi. Il vero bene, non le scelte passeggere dettate dal piacere o dalla voglia. Il vero bene per ogni uomo realizzarsi, diventare persona matura, crescere in tutte quelle doti che Dio ci ha dato, cio seguire la vocazione che lui ha dato a ciascuno di noi. I doni che lui ci ha dato devono essere messi a frutti se non vogliamo rimanere persone frustrate. Inoltre bisogna difendere la propria salute sia fisica che psicofisica che intellettuale, che spirituale. Dobbiamo cio dire no a tutte quelle scelte giornaliere che ci possono danneggiare, ci portano lontano da Dio e dallessere veramente noi stessi. In tutto questo bisogna fare una grande attenzione a non cadere nelleccesso opposto, diventare salutisti, porre la salute al di sopra di Dio. Al di sopra di tutti i doni che Dio ci ha dato ci sono naturalmente quelli soprannaturali: la sua grazia, la possibilit di partecipare alla vita eterna. Amare se stesso vuol dire quindi valorizzare tutti questi doni ricevuti da Dio, ma per fare questo bisogna anche morire a se stessi in tutto quel che negativo, morire alle nostre visioni puramente umane. Un attenzione particolare dovr esserci al nostro diventar santi. Per questo SantAgostino diceva: Ama e fai quel che vuoi. La santit vivere in unione con Cristo, realizzare la propria vocazione di esseri umani e figli di Dio, il miglior modo di amare se stessi. Carit e vita comunitaria. Il vincolo che lega le persone allinterno della famiglia vincolo di sangue, ma esistono altri ambienti in cui io posso avere dei vincoli particolari che potremmo definire elettivi perch scelti da me. E il caso delle comunit religiose o anche delle varie associazioni, gruppi di volontariato ecc. In questi ambienti necessario vivere una carit armoniosa per evitare falsi alibi che ci porterebbero a buttarci troppo nellapostolato che poi non efficace perch non testimonia lunit voluta da Cristo, o chiudersi allinterno delle mura e questo ci taglia via dal

mondo. Criterio per creare questa armonia di carit la vocazione che Dio d a ciascuno di noi. Ciascuno deve amare a seconda del suo stato. Lamore che una suora d allammalato necessariamente diverso da quello di una qualsiasi infermiera. Non parliamo n di migliore n di pi efficace, ma diverso perch diversa la natura di chi ama. San Paolo nella lettera agli Efesini dice che la carit deve essere vera, cio deve rispettare le gerarchie di valori, deve essere trasparente cio non legata ad interessi, consequenziale, ordinata - Tutto lo scopo della vita religiosa seguire e imitare Ges Cristo e continuarne la missione. - Al momento della scelta dei dodici apostoli, levangelista dice che ne scelse dodici perch stessero con lui e anche per mandarli. Qui si vede il fondamento della vita religiosa: vita comune e apostolato. Da notare la priorit data dal Vangelo allo stare con lui. Si potrebbe pensare che voglia riferirsi alla preghiera, e senza dubbio lo fa, ma considerando che si parla della vita concreta di Ges non si pu nascondere il rapporto specifico preferenziale con quella che stava diventando la sua comunit. Possiamo dire che guardando alla gente Ges vede delle persone da amare, da salvare, da glorificare e valorizzare, ma guardando ai dodici vede qualcosa di pi, vede anche dei collaboratori, coloro che ne condividono la missione e la continueranno. Il rapporto con loro quindi sempre speciale. Ad un certo punto non avr timore di lasciare le folle per concentrarsi sui dodici (Gv. 6), ma spesso lascia le folle per ritirarsi a pregare e spesso l lo ritrovano i dodici. Spesso dopo aver parlato alle folle, quando si ritira in casa con i dodici continua e approfondisce i discorsi (es. nella parabola del seminatore in Matteo). Ges ha detto: Dove due o pi ... l sono io. E lo stesso Ges dellEucarestia, con la stessa presenza da prendere altrettanto sul serio. Unica condizione: essere uniti nel suo nome. E possibile? S perch lui ce ne d la capacit. La presenza di Ges ci d la forza di fare delle cose che da soli non faremmo mai. San Francesco di Sales: Pu essere una brava religiosa anche chi non canta nel coro, non porta labito, ecc. ma non lo pu essere chi non fa il voto di povert e non vive in comune. Perch vita comunitaria? 1) Perch questa la vita di Dio (1 in 3 persone). 2) Perch Ges vuole che cos siano i suoi discepoli Che siano una cosa sola come tu sei in me ed io in te. 3) Perch cos hanno vissuto i primi Cristiani. (At 2,42-47; 4,32). 4) Lo esige la vita dei consacrati. Perfectae Caritatis 15: La comunit linsieme dei fratelli che perseverano nella preghiera, nella comunione dello stesso spirito nutrita dalla dottrina del Vangelo, della Liturgia e soprattutto dellEucaristia. Nella vita di comunit dobbiamo guardare a Ges e alla sua comunit (gli apostoli). Nel libro degli Atti leggiamo: (At 2,42-47) [42] Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. [43] Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. [44] Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; [45] chi aveva propriet e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. [46] Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicit di cuore, [47] lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. [48] Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunit quelli che erano salvati. (At 4,32-37) [32] La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua propriet quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. [33] Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della

risurrezione del Signore Ges e tutti essi godevano di grande simpatia. [34] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perch quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ci che era stato venduto [35] e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno. Vediamo qui le caratteristiche principali di ogni comunit religiosa: Formazione, amore fraterno, preghiera, condivisione, semplicit di cuore, gioia. E Ges che ha vissuto in questo modo con i suoi discepoli, ha insegnato loro a vivere cos ed ha richiesto che continuassero a vivere cos. Non poniamo limiti a Ges. Questo stile di vita non certo stato facile neanche per i discepoli, ma impostando la vita comunitaria sullamore le cose possono essere pi semplici. Infatti quando Ges ha voluto porre Pietro a capo della comunit gli ha detto solo Mi ami tu? e non altro. Abbiamo gi spiegato in precedenza che nella lingua greca la il verbo amare si pu tradurre in 4 diversi modi. In questo passo del Vangelo (Gv 21, 15-19) Giovanni gioca sul terzo modo, filo che indica lamore umano e che per comodit io qui tradurr con voler bene, e il quarto Agapo che indica lamore puro, divino e che per comodit io tradurr con Amare. E interessante vedere come Ges che si adegua a Pietro: Mi ami? s ti voglio bene; mi ami? s ti voglio bene; mi vuoi bene? s ti voglio bene. Che tipo di amore dobbiamo dare? Un amore perfetto? Quello lideale, ma basta gi anche il nostro pieno di difetti. Solo lamore importante nella vita religiosa, ma lamore Ges. Le mie azioni hanno importanza se sono fatte da Ges (Ges che cosa farebbe al mio posto?) e per Ges, non dal mio orgoglio. Siamo tutti chiamati a diventare figli di Dio, ma noi abbiamo deciso di farlo assieme. Cosa c che mi impedisce a volte di mettermi in rapporto con glialtri? Il giudizio. Noi critichiamo nellaltro ci che non siamo stati capaci di accettare in noi. Il primo atto di amore accettarci come dono di Dio. Finch non accetto il negativo in me non sapr amare cfr. il testo del canto Amami come sei. Poi bisogna saper accettare gli altri come dono di Dio, nonostante i loro sbagli. Correggere = con reggere = portare assieme il peso dell'altro. Altra difficolt della vita comunitaria data dalla diversit di interessi e di ruoli. Alle volte si pensa che condividere il nostro apostolato con la comunit lo renda meno efficace Invece dobbiamo ricordarci che ogni tipo di apostolato per la comunit e a nome della comunit, anche se ad agire sono io. Non preoccupatevi, succedeva gi anche a Corinto, una delle comunit fondate da San Paolo. 1 Cor 1,10-13 mostra le divisioni tra quella gente. Paolo risponde: Cristo stato forse diviso? Lunione di apostolato importante e si ottiene quando si mette Cristo come scopo del nostro essere. Ai capitoli 12 e 13 poi, mostra come la diversit di ministeri diventi la ricchezza del corpo di Cristo, come lo sono tutte le singole membra, perch uno solo il Signore che opera tutto in tutti. Ad esempio una mamma di famiglia non pu abbandonare i propri figli che hanno bisogno per aiutare altri bambini, o una suora gli impegni comunitari in nome dellapostolato. Queste cose creano divisioni non unit. Spesso si pu pensare che le strutture ci legano e ci impediscono di essere efficaci nellapostolato o possono diventare una scusa per non andare dai poveri: bisogner rivedere le strutture, la programmazione ecc. Perch siano trasparenti, ma poi da l e dal rispetto delle decisioni e degli impegni presi che dobbiamo partire per lapostolato. La nostra vocazione prima di tutto un appartenere a Dio, poi alla Chiesa, alla Congregazione. Questi vincoli che si creano quando entriamo a far parte di una famiglia religiosa sono anche pi forti di quelli del sangue, come dice Ges quando riferendosi ai suoi discepoli dice Mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volont del padre mio. Se Pietro ha pianto ed tornato dopo aver tradito Ges non perch ha capito ma perch amava Ges. Spesso non capiamo quello che gli altri membri della comunit fanno o pensano, la molla di tutto deve essere amore e stima. Diciamocelo onestamente: Se io provo sentimenti di rancore o rabbia o non accettazione nei riguardi di un membro qualsiasi della

mia comunit solo colpa mia. Lui pu aver fatto tutti gli sbagli di questo mondo ma io ho tutte le motivazioni e le possibilit di continuare ad amarlo, stimarlo, accettarlo. Spesso invece non lo faccio perch c in me qualcosa di ferito, orgoglio, paura di perdere qualcosa, paura di ammettere delle mie debolezze ecc. Per accrescere la comunione tra di voi ci sono tanti piccoli aiuti. Spesso ci troviamo a ragionare in noi stessi analizzando gli sbagli degli altri, specie dei superiori, chiediamoci: Ci che importa per la mia crescita quello che il superiore dice o come lo dice (se scorbutico, arrabbiato o sorridente)? Se utile farlo o se anche lui lo fa? se per il nostro bene o per il nostro comodo? Gli apostoli ci danno delle ottime indicazioni: Rom. 12,5-21 [4] Poich, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, [5] cos anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. [6] Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; [7] chi ha un ministero attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento; [8] chi l'esortazione, all'esortazione. Chi d, lo faccia con semplicit; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. [9] La carit non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; [10] amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. [11] Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. [12] Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, [13] solleciti per le necessit dei fratelli, premurosi nell'ospitalit. [14] Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. [15] Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. [16] Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi. [17] Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini . [18] Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. [19] Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambier , dice il Signore. [20] Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo . [21] Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male. Fil 2,1-5 [1] Se c' pertanto qualche consolazione in Cristo, se c' conforto derivante dalla carit, se c' qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, [2] rendete piena la mia gioia con l'unione dei vostri spiriti, con la stessa carit, con i medesimi sentimenti. [3] Non fate nulla per spirito di rivalit o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umilt, consideri gli altri superiori a se stesso, [4] senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. [5] Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Ges Col 3,12-15 [12] Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bont, di umilt, di mansuetudine, di pazienza; [13] sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, cos fate anche voi. [14] Al di sopra di tutto poi vi sia la carit, che il vincolo di perfezione. [15] E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perch ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! Ef 4,1-3 [1] Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, [2] con ogni umilt, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, [3] cercando di conservare l'unit dello spirito per mezzo del vincolo della pace.

Alcune domande: 1) Abbiamo scelto di vivere in comune. Ho capito limportanza di questa scelta? 2) Di che cosa devo ringraziare Dio per la mia comunit? 3) Di che cosa devo pentirmi riguardo alla mia vita comunitaria? 4) Cosa posso e voglio fare perch la mia comunit sia una risposta migliore al disegno di Dio? Lo psicanalista Erich Fromm nel suo famoso libro: Larte di amare dice che spesso i nostri giovani ( e non solo loro) confondono lamore con loggetto amato. come se lamore dipendesse tutto da fuori; invece lamore il nostro atteggiamento, la nostra capacit di amare. Molti fidanzati credono di provare il loro amore mostrando di amare solo una persona e non altri, ma questa una contraddizione. Lamore non pu essere chiuso. Amare unarte e quindi si impara con sforzo e pratica. Leo Buscaglia, pedagogo Italo-americano scrive: Se amate qualcuno, il vostro scopo desiderare che sia tutto ci che siete voi, e l'incoraggerete a ogni passo del cammino. Non progredite separatamente; progredite insieme, tenendovi per mano, senza tuttavia fondervi. Voi siete una persona unica, non potete fondervi con un altro. Non dovete mai crescere all'ombra di un altro. Trovate la vostra luce e diventate grandi e meravigliosi e splendidi per quanto possibile. Se volete imparare qualcosa sui rapporti d'amore, vi troverete in difficolt. Sicuro, i rapporti d'amore possono portare sofferenza. Stare insieme e dover rinunciare a qualcosa pu arrecarvi sofferenza. Ma potete imparare dalla sofferenza. Mi irrita vedere che nella nostra societ nessuno vuol soffrire. ... Non lasciate mai passare un giorno senza vedere qualcosa di bello in coloro che vi circondano. E diteglielo! Ecco che cosa significa. Significa dividere la gioia con la gente. Quando vedete qualcosa di bello, andate e ditelo. Cosa c' di difficile in tutto questo? Sono occasioni che ci capitano ogni giorno, e noi non ne approfittiamo. Cominciamo da quelli che ci stanno intorno. Insegniamo loro il rispetto di se stessi, e facciamo in modo che quel giorno ognuno abbia il suo bel complimento. Mi dicono: "Ma tutto questo artificioso". Non vero, se ci pensate bene. Non ditemi che la gente intorno a voi non merita ogni tanto un complimento. Cosa c' di artificioso in questo? Dobbiamo stare attenti a non portare con noi le nostre assuefazioni e i nostri preconcetti, altrimenti vedremo soltanto la bruttezza. Vediamo solo ci che noi proiettiamo. Voi siete il dono di Dio. E allora, nascete! Venite fuori. Liberatevi da tutte quelle idee che vi sconfiggono, le idee sugli altri che vi impediscono di sentirvi vicini a loro. Imparate di nuovo a fidarvi. Imparate a perdonare. Imparate a credere che io sono simile a voi pi di quanto sia diverso da voi. Nel discorso dellultima cena abbiamo la garanzia della riuscita se ci impegniamo ad amare. Ges dice infatti: Se uno osserver i miei comandamenti, il padre mio lo amer e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Questa la garanzia di riuscita, ma dobbiamo cercarla dentro di noi. Naturalmente il discorso dellultima cena fatto per tutti i cristiani non solo per i religiosi, ma c il capitolo 17 in cui pregando il Padre dice Ora prego per loro, non per il mondo, ma per coloro che mi hai dato (9) ... io ho insegnato loro tutte le cose ... nessuno di loro andato perduto eccetto il figlio della perdizione. Sta pregando per i suoi discepoli. Centro di questo discorso : Custodiscili nel tuo nome, perch siano una cosa sola come noi. Modello di unit nelle comunit la vita della Trinit. VC 41 Nella storia della Chiesa la vita di comunione vissuta da Cristo con i suoi discepoli sempre stata lesempio e il modello a cui guardare per reinfervorare la propria vita. Adesso le comunit religiose devono fornire lo stesso stile di modello. La vita comunitaria deve riflettere in terra la vita che in cielo esiste nella Trinit. Promuovendo continuamente lamore fraterno, sotto forma di vita comunitaria, la VC ha mostrato che il condividere la comunione trinitaria pu aiutare a cambiare le relazioni

umane e creare nuovi tipi di solidariet. Custodiscili nel tuo nome: un altro modo per riuscire rimanere nel suo nome, fare tutto nel nome di Dio e permettere a Dio di mantenerci nel suo nome. Una volta ci insegnavano a fare il segno della croce prima di ogni azione che facevamo. Dice quindi che le comunit religiose devono essere segno della Trinit per il mondo e devono trovare la loro ragione di essere nella Trinit stessa. Come tu mi hai mandato, cos anchio li mando nel mondo; per loro io consacro me stesso perch anchessi siano consacrati nella verit. Poi Ges passa a parlare di tutti i credenti: Non prego solo per questi ma anche per tutti quelli che per la loro parola crederanno in me: Perch tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anchessi in noi una cosa sola, perch il mondo creda. La nostra vita di comunit e di unit pu essere basata solo sullamore vicendevole, ad imitazione dellamore di Dio, ed lunico modo di convertire il mondo. Non possiamo definire la comunit come la casa in cui mangiamo e dormiamo, altrimenti diventa un albergo, ma deve diventare lo spazio illuminato da Dio in cui sperimentare la sua presenza di risorto ricordando che si fa esperienza del risorto passando dalla croce. VC 42 Tra i discepoli di Cristo non ci pu essere vera unit senza un amore mutuo e incondizionato che domandi prontezza nel servire gli altri generosamente, desiderio di accoglierli come sono senza giudicarli, e capacit di perdonarli 70 volte 7. Nella vita comunitaria, pertanto, deve essere in qualche modo evidente che la comunione fraterna, pi che uno strumento per portare a termine una specifica missione, uno spazio illuminato da Dio in cui sperimentare la presenza del Signore risorto. Strumenti per raggiungere questa comunione: Eucarestia, Confessione, preghiera. Allora la comunit riesce nella misura in cui si stringe attorno allEucarestia, alla confessione e alla preghiera comune. Le relazioni sono il vero problema dell'uomo d'oggi. Prima del peccato c'era la relazione perfetta Uomo-Dio, uomo-uomo, uomo-creato. Il peccato rompe queste relazioni e vi introduce paura, egoismo, concupiscenza, cupidigia, ecc. In Cristo crocifisso queste relazioni sono ristabilite. Tocca a noi accettare la sofferenza di Cristo all'interno delle nostre relazioni per renderle vere. Il n. 43 di Vita Consecrata dice: Ognuno deve dare il suo contributo a seconda del ruolo che ricopre e dei carismi che Dio gli ha donato. Concludo con una storiella: Una volta una brava suora entr in un momento di crisi. Capita a tutti, anche ai pi santi di avere dei momenti di crisi. Allora and dalla sua superiora e le chiese di poter parlare. La superiora rispose: Non ora, pi tardi, perch adesso sono molto impegnata col mio apostolato. Allora and dalla vicaria, ma anchessa era troppo impegnata nellapostolato per aver tempo da sentire le sciocchezze della povera consorella; e cos via tutte le suore sembravano essere impegnatissime e nessuno aveva tempo da condividere. Allora la suora and alla stazione di polizia e disse al commissario: Per favore, potreste mettermi in prigione per un po? Naturalmente il poliziotto rimase stupito, ma data linsistenza della religiosa, acconsent, ma naturalmente ne avvis la priora del convento. Tutta scandalizzata la priora corse subito alle carceri con al seguito tutte le altre consorelle. Arrivate alla cella chiesero: Sorella, cosa ha fatto, perch lhanno messa in galera?. La brava suora rispose con tanta semplicit: Leggendo il Vangelo ho trovato che tra le opere di misericordia raccomandateci da Ges c quella di visitare i carcerati. Ora avete la possibilit di ascoltare anche me mentre fate il vostro apostolato. Speriamo che nessun membro della nostra comunit abbia bisogno di andare in prigione per ricevere la nostra attenzione. Epilogo: Dagli scritti del Beato Luigi Orione:

Lo splendore e l'ardore divino non m'incenerisce, ma mi tempra, mi purifica e sublima e mi dilata il cuore, cos che vorrei stringere nelle mie piccole braccia umane tutte le creature per portarle a Dio. E vorrei farmi cibo spirituale per i miei fratelli che hanno fame e sete di verit e di Dio; vorrei vestire di Dio gli ignudi, dare la luce di Dio ai ciechi e ai bramosi di maggior luce, aprire i cuori alle innumerevoli miserie umane e farmi servo dei servi distribuendo la mia vita ai pi indigenti e derelitti; vorrei diventare lo stolto di Cristo e vivere e morire della stoltezza della carit per i miei fratelli! Amare sempre e dare la vita cantando l'Amore! Spogliarmi di tutto! Seminare la carit lungo ogni sentiero; seminare Dio in tutti i modi, in tutti i solchi; inabissarmi sempre infinitamente e volare sempre pi alto infinitamente, cantando Ges e la Santa Madonna e non fermarmi mai. Fare che i solchi diventino luminosi di Dio; diventare un uomo buono tra i miei fratelli; abbassare, stendere sempre le mani e il cuore a raccogliere pericolanti debolezze e miserie e porle sull'altare, perch in Dio diventino le forze di Dio e grandezza di Dio. Ges morto con le braccia aperte. Dio che si abbassato e immolato con le braccia aperte. Carit! Voglio cantare la carit! Avere una gran piet per tutti! Apriamo a molte genti un mondo nuovo e divino, pieghiamoci con caritatevole dolcezza alla comprensione dei piccoli, dei poveri, degli umili. Vogliamo essere bollenti di fede e di carit. Vogliamo essere santi vivi per gli altri, morti a noi. Ogni nostra parola dev'essere un soffio di cieli aperti: tutti vi devono sentire la fiamma che arde il nostro cuore e la luce del nostro incendio interiore; trovarvi Dio e Cristo. La nostra devozione non deve lasciar freddi e annoiati perch dev'essere veramente tutta viva e piena di Cristo. Seguire i passi di Ges fin sul Calvario, e poi salire con Lui in Croce o ai piedi della Croce morire d'amore con Lui e per Lui. Avere sete di martirio. Servire negli uomini il Figlio dell'Uomo. Per conquistare a Dio e afferrare gli altri, occorre, prima, vivere una vita intensa di Dio in noi stessi, avere dentro di noi una fede dominante, un ideale grande che sia fiamma che ci arda e risplenda - rinunciare a noi stessi per gli altri -, ardere la nostra vita in un'idea e in un amore sacro pi forte. Nessuno che obbedisco a due padroni - ai sensi e allo spirito - potr mai trovare d segreto di conquistare le anime. Dobbiamo dire parole e creare opere che sopravvivano a noi. Mortificarci in silenzio e in segreto. Dobbiamo essere santi, ma farci tali santi che la nostra santit non appartenga solo al culto dei fedeli, n stia solo nella Chiesa, ma trascenda e getti nella societ tanto splendore di luce, tanta vita di amore di Dio e degli uomini, da essere, pi che i santi della Chiesa, i santi del popolo e della salute sociale. Dobbiamo essere una profondissima vena di spiritualit mistica che pervada tutti gli strati sociali: spiriti contemplativi e attivi servi di Cristo e dei poveri. Non datevi alla vanit delle lettere, non lasciatevi gonfiare dalle cose del mondo. Comunicare con i fratelli solo per edificarli, comunicare con gli altri solo per diffondere la bont del Signore: amare in tutti Cristo; servire a Cristo nei poveri; rinnovare in noi Cristo e tutto restaurare in Cristo;

salvare sempre, salvare tutti, salvare a costo di ogni sacrificio con passione redentrice e con olocausto redentore. Grandi anime e cuori grandi e magnanimi, forti e libere coscienze cristiane che sentano la loro missione di verit, di fede, di alte speranze, di amore santo di Dio e degli uomini, e che nella luce d'una fede grande, grande, proprio di quella nella Divina Provvidenza, camminino, senza macchia e senza paura, per ignem et aquam e pur tra il fango di tanta ipocrisia, di tanta perversit e dissolutezza. Portiamo con noi e ben dentro di noi il divino tesoro di quella Carit che Dio, e pur dovendo andare tra la gente, serbiamo in cuore quel celeste silenzio che nessun rumore del mondo pu rompere e la cella inviolata dell'umile conoscimento di noi medesimi, dove l'anima parla con gli angeli e con Cristo Signore. Il tempo che passato, pi non l'abbiamo: il tempo che a venire non siamo sicuri di averlo: sol dunque questo punto del tempo abbiamo, e pi no. Intorno a noi non mancheranno gli scandali e i falsi pudori degli scribi e dei farisei, n le insinuazioni malevole, n le calunnie e persecuzioni. Ma, o figli miei, non dobbiamo avere il tempo di volgere il capo a mirare l'aratro, tanto la nostra missione di carit ci spinge e c'incalza, tanto l'amore del prossimo ci arde, tanto il divino cocente foco di Cristo ci consuma. Noi siamo gli inebriati della carit e i pazzi della Croce di Cristo Crocifisso. Sopra tutto con una vita umile, santa, piena di bene ammaestrare i piccoli e i poveri, a seguire la via di Dio. Vivere in una sfera luminosa, inebriati di luce e divino amore, di Cristo e dei poveri e di celeste rugiada come l'allodola che sale, cantando, nel sole. La nostra mensa sia come un'antica agape cristiana. Anime! Anime! Avere un gran cuore e la divina follia delle anime! Riferimenti Biblici: La vita Cristiana teologale. Gv. 3; Gv. 15,1-8; Rom 5,1-11; Gal 4,1-7; Ef 1,4; Ef 1,11-14; 1Tess. 4,1-8; Fede nel Signore Ges. Dt 26,1-9; Sal 61 (62); Lc 4,14-30; Gv 14,1-11; At 2,22-36; Ebr 11; 1Gv 1 Fede intelligenza e libert. Mt 12,38-42; Mt 16, 13-23; Mt 21,18-22; Lc 17,5-6; At 13,16-31; Rm 10,8-18; 2Tim 1,8-14. Fede e abbandono in Dio. Es 24,1-8; 1Sam 3,1-19; Os 11,1-4; Mt 6,25-33; Rom 8,28; 2Cor 4,7-15; Ef 1,9-10. Il Dio della speranza. Is 40; Rom 4, 17-25; Rom 8,9-18; 1Cor 15,12-28; Fil 3,17-21; Fil 4,10-13. Speranza per lumanit e per il mondo: le Beatitudini. Pr 30,7; Is 61,1-3; Mt 5-7; Mc 10,17-30; Lc 6,12-49. Dio amore. Es 34,5-9; Os 11,1-9; Mt 6,25-34; Lc 11,9-13; Lc 15,3-32; Rm8,28-39; 1Gv 4,7-10. Lamore gi nei nostri cuori.

Dt 6,4; Ger 31,31-34; 4,17-21.

Mt 25,34-40;

Gv 13,34ss.;

2Cor 5,14-15;

Gal 5,16,26;

1Gv

Le caratteristiche dellamore. Mt 5,38-42; Lc 6,27-38; Rom 12,21ss. Rom 13,8-14; 1Cor 13. Cristo esempio di carit. Is 53,2-12; Mt 20,17-28; Gv 4; Gv 10,4; Gal 2,20; Fil 2,7-8; 1Tim 2,6. La carit universale e il farsi prossimo. Mt 18,21-35; Mt 22,34-40; Lc 10,25-37; Gv 12,20-26; Gv 13,31-35; Rom 5,6; Gal 5,13-15; Ef 4,25-32. Carit e vita comunitaria. Mt 18,15-20; Gv 17,20-26; At 2,42-47; At 4,32-37; Rom 12,5-21; 1Cor 1,10-13; Fil 2,1-5; Col 3,12-15; Ef 4,1-3.