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Ì1 «Tel fî H ï ü lf î H R T lìfiT l

servizio alla chiesa loca


Signore,
insegnaci
a pregare
Interventi sulla preghiera
e la Lectio Divina

edizioni paoline
Ribolii Forte Martini
- -

I n te rv e n ti sulla p reg h iera


e la L ectio D iv in a

Edizioni Paoline
© FIGLIE D I SAN PAOLO, 1988
Via Paolo Uccello, 9 - 20148 Milano
Distribuzione: Commerciale Edizioni Paoline s
Corso Regina Margherita, 2 - 10153 Torino
Premessa

II presente opuscolo raccoglie alcune relazioni del Con­


vegno ’86 della diocesi di Acena sul tema della Preghiera.
Il Convegno ’86 — come già quello dell”85 di cui è
stato pubblicato in questa collana il libretto Sulle vie della
riconciliazione — è stato un vero « momento di grazia »,
un «vento dello Spirito», una «scuola dì preghiera aper­
ta a tutti» (cf Mons. Riho Idi p. 9).
Gli argomenti trattati
— « Con la preghiera alle radici della vita », di Mons. R i­
ho Idi
— « Gli Aspetti teologici della preghiera », di D. Bruno
Forte
— « La Preghiera biblica » e — « La sola cosa necessa­
ria: Lectio divina su Le 10,38-42 », entrambi del card. Mar­
tini, vengono qui riproposti nello spirito di condivisione
e di « servizio » verso tutte le comunità cristiane, che co­
stituisce lo scopo della presente collana.
L ’E d i t o r e

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Mons. Antonio Riboîdi
Sono passati alcuni mesi dal nostro Convegno dio­
cesano che abbiamo voluto intitolare: « Signore, inse­
gnaci a pregare (Le 11,1)... con la preghiera alle radici
della vita ». Sembra di risentirne ancora oggi tutta l’in­
tensità e la grazia, come se quella esperienza, quei giorni,
non potessero ridursi ad una cronaca, ma fossero un
« vento dello Spirito » che diventa « atmosfera in cui
vivere ». U n ’atmosfera che si fa storia; quella di Dio
che non conosce tram onto.
Il Convegno è stato una « scuola dello Spirito » che
è diventata per tanti di noi già un « nuovo modo di stare
con Dio », di « conversare con Dio » (orazione) o di
« ascendere a Dio » (contemplazione). Una vera conver­
sione alla preghiera.

Conversione che ci auguravamo già alla vigilia del


Convegno che abbiamo espresso nel documento « In
cammino verso il Convegno Diocesano ’86 » e che così
esprimevamo « La conversione da attuare l’opera grande
da compiere, cui siamo chiamati nella nostra Chiesa oggi
è costruire una comunità simile a quella di Gerusalem ­

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me: « Erano assidui nella preghiera ». C onvinti tutti,
sacerdoti, religiosi e laici che, senza questa vita di pre­
ghiera, tu tto ciò che faremo sarà inutile: tralci slegati
dalla vite. Pretendere di costruire senza di Lui, il suo
Regno, è fare, come i bambini, castelli di carta. E gli
effetti di questi castelli di carta, che facilmente ci tro­
viamo tra le mani come fogli inutili da buttare nel ce­
stino, ne abbiamo tanti: progetti pastorali falliti, fati­
che sprecate, famiglie disunite, progetti di felicità sva­
niti, vite finite nel niente..,».
In tante nostre comunità la preghiera è entrata co­
me centro del programma pastorale: come « sale », « lie­
vito», «luce» che deve dare vita a tutto.
In Cattedrale stiamo costruendo, mese dopo mese,
« la scuola della preghiera » che, se da una parte rompe
vecchi schemi, dall’altra fa dire, soprattutto ai giova­
ni, ai fratelli più aperti al « nuovo di Dio »: « Che bel­
lo! E come sul Tabor! ».

2 , lim i

Ragionavo in questi giorni con una persona che ha


partecipato al Convegno ed ai tentativi di attualizzar­
lo. Ella mi diceva così: « H o vissuto finora consideran­
do la preghiera solo un “ bla-bla ” necessario, imposto
come un modo di assolvere al mio dovere di cristiano;
senza mai capire perché dovevo pregare così. E spesso
domandandomi: “ Cosa c’entra tu tto questo con la
vita? ” .
A volte avevo l’impressione di parlare nella preghie­
ra ad un “ muto ", o a “ un terribile ” che voleva o esi­
geva qualcosa da me, senza mai darmi risposta.
Era paralizzante questo stare di fronte a Uno cui tu
parli e non ti parla. Sentivo una forma di ribellione che

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più volte ha rischiato di allontanarmi dalla fede. Vede­
vo infatti che la vita, quella concreta, non aveva acces­
so alla preghiera.
In verità, voi preti, non ci avete dato una mano suf­
ficiente a uscire da questa crisi di preghiera. Ci invita­
vate a pregare, ci rimproveravate di non pregare, ma
non insegnavate a pregare: anzi molte volte proprio il
vostro modo di pregare creava quelle crisi.
Il Convegno è stato una rivelazione completa della
preghiera; una rivelazione che mi ha totalm ente messo
in crisi. Una crisi che è im portante per una autentica
conversione. In essa si sente Fequilibrio fra la fede e
la vita, proprio quello che cercavo.
Ora tu tto è diverso. O ra prego, mi creda, e cerco di
pregare assiduamente. E d ora Dio in questa preghiera,
lo sento vivo dove sono, con la Sua luce; come se fatti,
uomini e cose finalmente spiegassero l’origine e il sen­
so della vita. La preghiera è un’arte e suppone una scuo­
la; una scuola necessaria che mi aspetto dalla mia
Chiesa ».

V it a cii p ^ e g h i& 'B

H o voluto riportare, sommariamente, questa testi­


monianza, perché è il più bel commento al Convegno.
Spiega infatti come il Convegno è diventato o può di­
ventare stile di vita o vita di preghiera, cioè: maturità
di credenti, efficacia di azioni, spiritualità di tutti, pas­
saggio obbligato per la santità di tutti, metro infallibile
del come viviamo con Dio e con gli altri, radice della vita
di ogni comunità, segreto di tanta carità, testimonianza
di feconda speranza.
Vorrei ora ripetere quanto scritto nella presentazio­
ne del Documento finale*. « O ra, fratelli carissimi, sap­
piamo come si prega ».

11
Sappiamo che la preghiera è la radice della vita.
Sappiamo che senza preghiera l’uomo non ha storia
e non si pone neppure sul cammino della storia della
salvezza che è solo nelle mani di Dio.
Sappiamo che la preghiera è un meraviglioso, inso­
stituibile modo di essere vera Chiesa di Dio, viva e vi­
vificante: una Chiesa che diventa luce, sale, carità, gioia.
Sappiamo che una vera preghiera resiste alla paura,
alla evasione, alla impazienza, ma si affida al coraggio,
alla fantasia di amore che Dio manifesta nella preghiera.
Il grave rischio è dimenticare ciò che ora sappiamo.
Sarebbe gettare via il dono dello Spirito che abbiamo
avuto la gioia di vivere.
Non mi sembrano fuori posto le parole di Giovanni
nell’Apocalisse, rivolte alla Chiesa di Sardi: « Conosco
le tue opere: ti si crede vivo e invece sei morto. Své-
gliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, per­
ché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio
D io» (Ap 3,1-3).

Forse un programma di vita di preghiera, come è pre­


sentato negli A tti, può suscitare in qualcuno quasi un
senso di smarrimento, per paura di non farcela ad in­
carnarlo. E una giusta preoccupazione che dice bene
che si è davanti a qualcosa di grande da fare proprio
e, come tutte le cose grandi, m ette in difficoltà la po­
vertà dell’uomo.
E qui che dobbiamo ricordare la nostra « infanzia spi­
rituale » da Gesù tante volte chiesta per fare spazio al­
la potenza della sua Grazia.
« Sai tu cos’è l'infanzia spirituale? — scrive Mounier
— E, molto semplicemente, l’avere l’anima toccata dalla

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grazia, che può non aver fatto nulla nella vita, ma che
ha ricevuto da Dio il dono di uno sguardo semplice ri­
volto a Lui e quella freschezza dove a Dio è tanto caro
riposarsi, visto che non vi sono più che uomini preoc­
cupati, tesi, inaspriti, dal lavoro e dalla serietà. Dio non
vuole gente che abbia della virtù, ma fanciulli che Egli
possa prendere e sollevare a sé come si solleva un bam ­
bino », L ’infanzia spirituale è quella'cantata dal salmo
131:
«Jahvè, non si esalta il mio cuore
non si levano superbi i miei occhi,
non cammino verso cose grandi per me prodigiose.
Io invece, ho l’anima distesa e tranquilla,
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.
Israele, attendi Jahvè: ora e sempre ».
Quasi a incorraggiarci ad entrare in questo clima di
tenerezza di Dio, che è la vera pietà, che poi fa teneri
verso gli uomini, così canta S. Bernardo: « O luogo del
vero riposo nel quale D io... si manifesta nella sua per­
fetta e dolce tenerezza! E una visione che affascina e
non turba, non agita ma pacifica la coscienza, non af­
fatica ma fa riposare lo spirito. Il Dio tranquillo rende
tranquille tu tte le cose. Guardare Lui, sereno, è acqui­
stare la serenità e il riposo » (dal Sermone X X III sul Can­
tico) .

Questo cammino tracciato dal Convegno, questo


« tornare alle radici della vita », potrebbe segnare —
e lo prego ed auguro di cuore — un vero rinnovam en­
to della nostra Chiesa, che lentam ente si lascia model­

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lare dal Suo Signore fino a diventare « bella », degna
di Lui, come le prime comunità.
Sogno una comunità che viva di preghiera, certo che
una vita di preghiera sarà come un narrare la storia di
Dio, quasi attinta dal Cuore del Padre, nel Figlio e nello
Spirito Santo, momento per momento. Una storia, che
è la nostra storia, che viviamo forse faticosamente, ma
da illuminati. Come M aria SS.ma, M adre di Dio e no­
stra carissima Madre, che seppe vivere la sua vita « me­
ditando in cuor suo », quanto accadeva.
M o n s . A n t o n i o R ib o l d i

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Bruno Forte
La teologia non è che il pensiero, il racconto della
vita teologale, di quell’essere credenti, « speranzosi »,
innam orati che costituisce lo specifico della esistenza
cristiana, in cui è entrato lo spirito di Dio.
La teologia è, sapienza dell’amore, più che amore della
sapienza; è caritas quaerens intellectum, è amore che
vuole essere capito, detto, comunicato; è docta caritas,
compagnia della vita, pensiero della solidarietà con la
sofferenza e la gioia degli uomini.
La teologia è fides quaerens intellectum, è la fede
che vuole essere espressa nell’umile fedele ascolto del­
la parola dell’avvento di Dio nella storia degli uomini.
E docta fides, è memoria della parola vivente di Dio.
La teologia è pensiero nella speranza, docta spes, non
è un pensiero chiuso, catturante, che presume di esse­
re comprensivo di tu tto , ma è un pensiero umile, feria­
le, pellegrino, che sa che l’avvento di Dio è sempre nuo­
vo e sorprendente.
Ecco dunque, docta caritas, docta fides, docta spes.
Compagnia, memoria e profezia è la teologia.
E d ecco perché un teologo non si presenta mai nelle

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vesti di un maestro. Il maestro è uno, il Cristo. Nella
Chiesa i Pastori hanno il compito gravoso di questo ma­
gistero della caritas, nell’aiutare i fratelli nel cammino
dell’unità della Chiesa. Il teologo si presenta come un
compagno di strada, che, per dirla con una idea che mi
è molto cara e che è di Agostino, del più grande dei
miei predecessori a Napoli, Tommaso d ’Aquino, il teo­
logo sa che la sua è sempre solo una « cognitio vesper­
tina », non una « cognitio m atutina », cioè una cono­
scenza nella penombra della sera non una conoscenza
nella piena luce del giorno. Il giorno dell’amore deve
ancora venire,
E in questo clima vespertino che propongo alcune
riflessioni sulla preghiera, non come colui che presume
di dirvi che cosa è la preghiera, ma come colui che ten­
ta di portare la parola e il vissuto della grande tradizio­
ne ecclesiale, per suscitare ancora racconti di preghie­
ra, esperienza di preghiera nella vita degli uomini. D un­
que una teologia povera e pellegrina, che vuole evoca­
re, suscitare, e che trova in voi, in quelli che vivono
l’esperienza del mistero, i suoi maestri, il magistero del
vissuto.
Chiuderei questa premessa richiamando u n ’idea stu­
penda di Congar, grande maestro fra i teologi del XX
secolo: « l’azione è sempre sintetica, il pensiero è ana­
litico ». Egli traduceva questa idea così: un uomo che
vive un atto di carità, che celebra un momento di pre­
ghiera con tu tto il suo cuore sa della carità e sa della
preghiera infinitam ente di più di uno che abbia scritto
su queste cose chissà quali trattati.
Ecco dunque questo prim ato del vissuto di fronte al
quale noi tu tti umilmente ci m ettiamo, sapendo che il
più povero, il più semplice, può essere in questo mo­
mento il nostro maestro, anche il maestro del vescovo,
oltre che il mio, se è un uomo di preghiera. E allora,

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nella luce di questa premessa, che dice tu tta la pover­
tà, vorrei sviluppare tre grandi momenti della mia ri­
flessione.
Il primo, una introduzione al mistero della preghiera
cristiana.
Che cos’è la preghiera, per quanto sia possibile dirlo
con le nostre parole; qual è lo specifico della preghiera
cristiana fra le preghiere possibili nell’esperienza umana.
Secondo, qual è Vitinerario della preghiera.
Quali sono gli ostacoli, le difficoltà, le resistenze e
quali le conquiste, i doni, ai quali la preghiera deve aprir­
si, perché la vita diventi vita di preghiera. Cioè la scuola
della preghiera nei suoi fondam enti teologici.
Infine, terzo punto, proprio per questo primato del
vìssuto, mi sembra sia necessario rimandare ad un pri­
mato del vissuto orante, ad una figura che sintetizzi
in sé il mistero della preghiera cristiana. Ecco perché
l’ultimo punto della mia riflessione è Maria icona del­
l ’orante. Chi guarda Maria e la contempla con spirito
e cuore impara a pregare.

Formulo anzitutto la tesi, che vorrei cercare di illu­


strare:
Il cristiano non prega un Dio, il cristiano prega in D io.
Il cristiano non sta davanti a Dio come uno stranie­
ro. Il cristiano, quando prega, entra nel mistero stesso
di Dio. SÌ lascia avvolgere dal mistero della Trinità San­
ta. Lo specifico della preghiera cristiana, quello che di­
stingue questa preghiera da ogni altra possibile espe­
rienza di preghiera, è che essa b preghiera trinitaria. Come
ci insegna da sempre la liturgia: nello Spirito, per il Fi­
glio, noi andiamo al Padre. Dal Padre, per il Figlio, viene

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a noi ogni dono perfetto nello Spirito Santo. La pre­
ghiera liturgica della Chiesa ci ha da sempre insegnato
a pregare così. Le orazioni della liturgia term inano con
questa formula trinitaria, con questo andare a Dio, il
Padre, per Cristo, nello Spirito; o accogliere dal Padre,
per il Figlio, il dono dello Spirito. La grande preghiera
liturgica, l’eucaristia, è esattam ente questo movimen­
to nel seno della Trinità: è la benedizione al Padre « Pa­
dre veramente Santo », invocando Lui, perché Lui man­
di l’epiclesi, il dono dello Spirito. E perché questo do­
no renda presente per noi il Cristo, nella memoria del­
la sua passione e risurrezione. Una volta invocato il dono
nell’azione di grazie e nella benedizione al Padre, nel­
l’epiclesi dello Spirito e nel memoriale del Figlio, noi,
per il Figlio, nello Spirito, per quel corpo e sangue, per
quel pane e vino riempito di Spirito Santo, noi voglia­
mo ritornare al Padre, perché tu tto in Cristo, con Cri­
sto e per Lui salga a Dio Padre, nella unità dello Spiri­
to Santo, a lode e gloria.
Il cuore, lo specifico della preghiera cristiana, è que­
sto pregare nel mistero stesso di Dio. Ce lo ha detto
Gesù quando ci ha insegnato a pregare: « Signore inse­
gnaci a pregare ». Quando pregate dite: <:<Padre nostro ».
Cioè entrate nel mistero delia figliolanza divina.
M ettetevi non davanti a lui come a un Dio lontano,
straniero, adorabile e trem endo, ma state in Luì nello
Spirito per il Figlio, come figlio nel mistero del Padre.
Ce lo ha detto Paolo, quando, ad esempio nel testo della
Lettera ai Romani al capitolo 8, ed anche nella Lettera
ai Galatì spiega così la preghiera cristiana: « è lo spiri­
to del Figlio che grida in noi Abbà Padre ». Dunque,
quando preghiamo, è lo Spirito che vive in noi e noi,
viventi in Cristo, diciamo in Lui « Padre ». E d è anco­
ra Paolo che nella Lettera agli Efesini in un contesto di
preghiera, invoca, piegando le ginocchia, « che il Cri­
sto abiti per la fede nei nostri cuori» (3,17 ss.).

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Ecco allora la preghiera cristiana: andare a Dio, il
Padre, per il Figlio, nello Spirito e, tutto dal Padre, per
il Figlio, nello Spirito, accogliere. La preghiera è allora
veram ente il terreno d ’avvento della Trinità nella sto­
ria del mondo. E il luogo di alleanza fra la storia eter­
na di Dio e Fumile storia degli uomini. E il pegno del­
la speranza che ci fa pregustare il giorno in cui il mon­
do intero sarà tu tto pienam ente in Dio, sarà la patria
di Dio, quanto Dio sarà tu tto in tutti. Così, nella pre­
ghiera, la Trinità e la storia vengono veram ente a le­
garsi. La storia diventa cosciente di essere avvolta nel
grembo trinitario e la Trinità viene confessata presen­
te nel cuore delFuomo. « Se uno mi ama, il Padre ed
10 verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui »
(Gv 14,23), e vivente nel cuore della storia.
Alla luce di questa grande idea, che è il mistero del­
la preghiera cristiana « esperienza nella Trinità Santa »
pregare, per noi, è pregare in Dio.
Quando dicevo queste cose in America Latina ai Ve­
scovi, ai teologi della teologia della liberazione, il loro
commento fu questo: « è la preghiera del nostro popo­
lo, che non prega un Dio lontano, straniero, ma prega
11 Dio nel quale noi siamo, che ha fatto sue le nostre
sofferenze, i nostri dolori, sue le nostre speranze. Questa
è la preghiera della liberazione ».
Nella luce di questa idea fondamentale, io vorrei svi­
luppare i tre aspetti che essa comporta:
a) La preghiera in rapporto al Padre, da cui tutto
viene e a cui tu tto tende.
b) La preghiera per il Figlio, « per il nostro Signore
Gesù Cristo ». Cosa significa questo «per il nostro Si­
gnore Gesù Cristo » che diciamo nella preghiera.
c) La preghiera nello Spirito Santo.
Vado alla scuola della liturgia, per cercare di capire
qualcosa. E d è, alla scuola della liturgia — che è il cul­

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mine, la fonte di tutta la preghiera cristiana, anche della
preghiera personale — che il mistero si lascia in qual­
che modo intravedere.

a) La preghiera in rapporto al Padre

Questo rapporto dell’orante, della comunità orante,


di ciascuno di noi in preghiera col Padre, vive di una
duplice relazione, dal Padre a noi e da noi al Padre.

— Anzitutto «dal» Padre a noi


Nella Lettera di Giacomo leggiamo: è Lui la sorgente
di ogni dono perfetto.
Chi è il Padre nel mistero eterno dell’amore? Vorrei
soltanto evocare il mistero. Il Padre, nella Rivelazione
è sempre colui che prende l’iniziativa dell’amore, è co­
lui che manda il Figlio, manda lo Spirito. Il Padre è
il principio eterno dell’amore, è la sorgente, come dice
la teologia dell’oriente, è la « fons amoris »; è la prima
gratuità dell’amore. Il Padre da sempre ha cominciato
ad amare. Il Padre non ama perché abbia qualche mo­
tivo, sia necessitato ad amare; il Padre ama per la pura
gioia di amare. Con una bella frase di Lutero direi « Dio
non ci ama perché siamo buoni e belli, ma Dio ci ren­
de buoni e belli perché ci ama ». Il Padre è la pura gra­
tuità irradiante dell’amore. Il Padre è l’eterno amante,
colui che ama da sempre, che amerà per sempre, che
non si stancherà di amarci. E allora, se Lui è la pura
gratuità dell’amore, la sorgente di ogni dono perfetto,
tu tto viene da Lui.
La preghiera è il luogo in cui, l’uomo e la Chiesa ri­
conoscono questo eterno, perm anente e sempre nuovo
avvento dell’amore.
Poiché tu tto viene dal Padre, in quanto il Padre è
la pura gratuità, la preghiera è anzitutto: accoglienza,

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terreno d ’avvento del mistero di Dio nel cuore della
storia degli uomini.
La preghiera, non è un amare Dio: non moltiplicate
vane parole! La preghiera è un lasciarsi amare da Dio,
è uno stare davanti alla gratuità pura del Padre, per­
ché questa gratuità ci inondi della sua traboccante ge­
nerosità. La preghiera, in questo senso, è anzitutto un
ricevere; la preghiera è anzitutto un attendere nella pa­
zienza e nella perseveranza del silenzio pieno di m era­
viglia e di stupore dell’amore.
Chi non volesse imparare a stare poveram ente alla
presenza di Dio non imparerà mai a pregare, perché la
sua preghiera resterebbe ancora una attività dell’uomo.
In questo senso, profondissimo, la preghiera è « opus
Dei » cioè « opera di Dio » come ci ha insegnato S . Be­
nedetto.
E Dio che opera nella preghiera e l'uomo è un pove­
ro nella preghiera, è uno che sta davanti al mistero per
lasciarsi amare da Dio. In questo senso, la preghiera
è silenzio, la preghiera è esperienza notturna di Dio,
non esperienza solare di Dio. Tu non lo vedi Dio, non
lo catturi, tu ti lasci contemplare da Dio, ti lasci lavo­
rare da Lui.
La preghiera è il mistero della femminilità della Chie­
sa, della pura accoglienza dell’amore, come M aria che
sente Dio in sé nel suo grembo, prima di vederlo e di
contemplarlo. Dunque, come in M aria, il sentire e l’e-
sperienza del mistero precede la visione e il concetto,
così è nella preghiera cristiana.
La preghiera è anzitutto lasciarsi inondare dal mi­
stero della divina presenza. E questo esige tempi, morti,
esige perdere tempo per Dio. Diceva Karl Barth « Dio
ha tempo per l’uomo »; questo è il mistero del suo amo­
re: che Dio ha avuto tempo per l’uomo. La risposta a
questo è che Tuomo abbia tempo per Dio, e si lasci ama­

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re nel silenzio, nella docilità, nella perseveranza, nella
fedeltà. Ecco, in questo senso, veram ente, la preghie­
ra è una alleanza di fedeltà, che non si fonda sull’entu-
siasmo del momento, sulla emotività che passa, ma sulla
scelta, coraggiosa e forte di stare alla presenza di Dio,
di resistere e sopportare anche il silenzio di Dio, per­
ché egli parli quando e come a Lui piacerà.
E allora chiudo questo primo aspetto « dal Padre » ri­
badendo che la preghiera è silenzio, è attesa, è ascolto,
è terreno di avvento, è riconoscimento del dono, è la­
sciarsi amare da Dio, secondo u n ’immagine che usava
Carlo C arretto: « La goccia d ’acqua deve lasciarsi as­
sorbire dal sole, per essere poi rim andata a fecondare
la terra ». Ecco la preghiera come passività, come « pas-
sio » prima che « actio », come accoglienza del mistero.

— Tutto viene dal Padre, gratuità pura e principio senza


principio dell'amore, ma tutto toma al Padre.
Il Padre è il principio, il Padre è la fine. Con una
immagine, bella e ardita Ebelard Yung dice: «D io, il
Padre, è l’eterna provenienza dell’amore, il Figlio è l’e­
terna venuta dell’amore, lo Spirito è l’avvenire dell’a­
more eterno ». Ma questo avvenire dell’amore eterno
è un sempre nuovo ritornare all’origene, al primo prin­
cipio dell’amore, che è il Padre.
La preghiera, infatti, in quanto è movimento di ac­
coglienza del dono che viene da Dio, è movimento di
risposta a questo dono, è un voler tutto riportare a Dio.
Chi prega sa che Dio è la vocazione del mondo. Chi
prega sperimenta nel suo cuore la verità di Agostino:
« H ai fatto il nostro cuore per te ed inquieto è il cuore
nostro, finché non riposi in te ».
La preghiera si fa il veicolo di questa nostalgia di Dio,
che è nel cuore dell’uomo e nel cuore della storia. E b ­
bene, in questo secondo senso di movimento verso il

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Padre, di portare tu tto nel cuore del Padre, la preghie­
ra è sacrificio di lode, azione di grazie, intercessione
a Dio in cui il mondo intero viene portato, perché nel­
la sua vera origine ritrovi se stesso.
E in questo movimento della preghiera che, nel sen­
so più profondo, si fonda la vocazione politica del cri­
stiano. La vocazione politica per il cristiano, nel forte
e nel nobile senso dell’impegno per l’uomo e della lot­
ta per la giustizia e della solidarietà con i poveri, non
è moda sociologica, ma è obbedienza al mistero della
preghiera, al mistero che lui sperimenta pregando. Pre­
gando il cristiano impara a vedere tu tte le cose nella
luce di Dio, e perciò a denunciare l’ingiustizia, a pro­
clamare la giustizia del regno veniente di Dio. Pregan­
do il cristiano impara a orientare la sua vita al senso
ultimo e profondo di tutte le cose. Pregando impara
a riconoscere la propria storia, la storia della propria
gente, della propria Chiesa, come in cammino verso la
patria, intravista e non posseduta, del cuore eterno di
Dio.
Ecco che, quanto più un popolo, una Chiesa prega,
tanto più, lungi dall’allontanarsi dalla storia, entra nel
movimento più profondo della storia e assume la spe­
ranza, la nostalgia dell’uomo, per farla diventare cam­
mino concreto di realizzazione, di giustizia e di pace.
Ecco, allora, nel tornare al Padre, la preghiera è que­
sta festa cosmica, è questa voce di chi non ha voce, per­
ché tu tto venga riportato nel cuore del Padre e visto
nella luce che non conosce tram onto.
C ’è quella splendida definizione che S. Tommaso dà
dell’oggetto della teologia, e cioè che la teologia deve
vedere tu tto « sub ratione deitatis ». Ma qual è il senso
profondo? Lo tradurrei così nel linguaggio moderno:
« avere il senso delle cose di Dio », lottare per la giusti­
zia, cercare la liberazione dell’uomo, ma avendo

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questa fame e sete di una altra giustizia, di una altra
liberazione. Avendo, cioè, il senso profondo della mi­
sura di tutte le cose in questo rapportarsi a Dio.
L'intuizione forte che sta dietro la teologia della li­
berazione è la mistica spagnola del ’500 (Teresa d ’Avi-
la, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola), filtrata
in America Latina attraverso la religiosità popolare, in­
dotta dai conquistatori spagnoli. Quella mistica che por­
tava Teresa ad essere la più grande mistica, forse, del­
la storia cristiana, eppure una donna che ha lottato nella
storia, facendo la riforma del Carmelo e operando per
la riforma della Chiesa.
Quella mistica che ha portato Ignazio a vivere sem­
pre alla presenza di Dio, eppure ad essere, nella Chie­
sa del suo tempo, il rivoluzionario delle esigenze di Dio.
Ecco il senso profondo di un coniugare l’assoluto e la
storia, come la preghiera cristiana ci porta a fare; altro
che essere fuga dalla storia o o.ppio del popolo!
Chi vive di fronte al mistero del Padre nel seno del­
la T rinità Santa sta anche nel seno della storia, « Chi
prega, diceva S. Giovanni Crisostomo, tiene una ma­
no sul timone del mondo ». E tu tto questo noi lo co­
gliamo in questo movimento del ritorno al Padre, Le
parole latine sarebbero « exitus et reditus »: tutto, esce
dal Padre, tu tto ritorna a Lui, in questo circuito che
è l’amore trinitario, che è l’amore che inonda la storia
in cui noi dobbiamo imm etterci e in esso consapevol­
mente ci immettiamo pregando.
Ecco allora il primo aspetto: pregare in Dio in rap­
porto al Padre, tu tto viene da lui, preghiera come si­
lenzio, accoglienza, terreno d ’avvento; tu tto va a Lui,
preghiera come lode, intercessione, festa della vita, vo­
cazione del mondo.

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b) Ma noi preghiamo il Padre « per il Figlio »
Che cosa significa questa seconda fase? Lo diciamo
tu tte le volte che celebriamo la liturgia: « per il nostro
Signore Gesù Cristo ». Che cosa significa questo « per
il Figlio », che la liturgia della Chiesa da sempre ci ha
insegnato? E, che diciamo la verità, non sempre abbia-
mo capito!
E stato il Concilio che ci ha fatto riscoprire queste
cose. E stato il libro di Padre Vagaggini Alle soglie del
Concilio che ci ha introdotto in questo forte senso teo­
logico della liturgia. « Per il Figlio » significa due cose.
Primo: chi è il Figlio nel mistero eterno di Dio? Se il
Padre è la pura sorgente dell’amore, è l’eterno aman­
te, il Figlio è colui che eternam ente accoglie l’amore,
è l’eterno amato, è colui che si lascia inviare nel mon­
do, che si lascia consegnare sulla croce, che si lascia riem­
pire dello Spirito nel giorno di Pentecoste. La sua esi­
stenza, dicono gli esegeti, è una esistenza accolta, cioè
totalm ente riem pita dall’amore del Padre.
Nel mistero della Trinità Santa il Figlio è la pura ac­
coglienza dell’amore. Se il Padre è l’eterna gratuità, il
Figlio è l’eterna gratitudine, è l’eterno lasciarsi amare.
Lo dico ancora in un altro modo. Il Padre ci insegna
che dare è divino, che amare è divino. Il Figlio ci inse­
gna che è divino anche ricevere, che è divino anche la­
sciarsi amare.
Questo è fondamentale] Penso particolarmente a noi,
vescovi, suore, preti; noi siamo Ì professionisti dell’a­
more, sappiamo sempre dare amore; ma quante volte
non sappiamo lasciarci amare, non sappiamo umilmen­
te dire grazie, ricevere il dono!
Il lasciarsi amare va riscoperto nella sua radice divi­
na, che è il Figlio. Ebbene, se questo è vero, la pre­
ghiera per il Figlio significa anzitutto entrare in que­
sto mistero dell’accoglienza, pure del Figlio e, secon­

27
do, in queste accoglienze farsi accoglienti della Chiesa
e del mondo nella compagnia della vita. Ecco che allo­
ra i due aspetti della preghiera in rapporto al Figlio la
preghiera come « imitatio Christi » e la preghiera come
compagnia della fede e della vita.

— La preghiera come «imitatio Christi».


È entrare nel mistero dell’accoglienza del Figlio. Q ue­
sta parola « imitatio », imitazione, è una parola che riem­
pie la tradizione spirituale della Chiesa, ma è una pa­
rola che viene interpretata spesso falsamente. L ’im ita­
zione, nel senso dei Padri spirituali, non è un guardare
a un modello lontano e cercare di riprodurlo. Nel sen­
so della grande tradizione spirituale, « im itatio » è « re-
praesentatio », è ripresentare Cristo in te. Tu non imi­
ti Cristo, se cerchi di scimmiottarlo, non ci riuscirai mai;
10 imiti se, come Paolo puoi dire: « n©n sono più io che
vivo, è Cristo che vive in me ». Si comprende la diffe­
renza! La imitazione del Cristo è il far vivere, rivivere
11 Cristo in sé, è aprirsi aH’avvento della vita del Cri­
sto, perché sia lui ad essere in noi, pensiero, parola, cuo­
re, amore, vita. Cristo vive in me!
Allora, se questo è vero, la preghiera per il Figlio è
il luogo in cui noi ci lasciamo portare nelfim itazione
del Figlio e in cui il Cristo viene a dimorare nei nostri
cuori: « Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori »
(Ef 3,14).
La preghiera è il tempo in cui il Figlio viene a m et­
tere le sue tende nella nostra storia, nella nostra carne,
come storia e come vita. E questo comporta necessa­
riam ente due aspetti. Il Figlio è il crocefisso, prima di
essere il risorto.
Se la preghiera « per il Figlio » è « im itatio Christi »,
la preghiera ci porterà a sperimentare in noi la croce
di Cristo, a imitare il crocifisso.

28
Molte volte noi abbiamo spiegato l’aridità della pre­
ghiera come qualcòsa collegato puramente alla difficoltà
umana, ma anche m otivata dal nostro peccato, è vero.
Però il senso più profondo della difficoltà della preghie­
ra, dell’aridità, di chi vuol fare sul serio con Dio, non
è un senso umano soltanto, ma è questo senso m iste­
rioso, teologico.
La notte oscura della preghiera è il tempo in cui si
entra nel mistero della croce del Signore. Q uesto spie­
ga perché tu tti gli uomini spirituali, quelli che hanno
voluto fare sul serio l’esperienza di Dio, sono passati
attraverso la notte della tentazione e l’aridità della pre­
ghiera. Chi non ha conosciuto la tentazione, non sa cosa
vuol dire la speranza, e quindi non sa cosa vuol dire
la preghiera. Veramente Dio è un fuoco divorante! Chi
non è passato nel vaglio di questo fuoco non sarà mai
un uomo di preghiera. Dirà tante parole sulla preghie­
ra, ma non contagerà il senso di libertà e di pace, che
la preghiera dona al cuore dell’uomo. Non è un caso
che tu tti i grandi spirituali ci confessano le loro lotte
nel tempo della preghiera. Pensate ai 19 anni di aridi­
tà di S. Teresa d ’Avila, che diceva che qualunque cosa
in quel momento sarebbe stata per lei preferibile, piut­
tosto che stare lì fedelmente a pregare, eppure restava.
Pensate al grande consiglio di Ignazio di Loyola: « nel
tempo dell’aridità fai le stesse cose che avresti fatto nel
tempo dell’entusiasmo ».
Capire che l’aridità non è soltanto prova, ma è gra­
zia, è anche tempo di Dio in te, tempo in cui Dio nella
notte ti sta portando alla luce.
Ci sono dei testi stupendi di Lutero su questa espe­
rienza della tentazione come esperienza della grazia di
Dio. « Dio, se ci vuol rendere viventi, ci uccide; è por­
tandoci nella valle delle tenebre che Dio ci riempie della
sua luce ». E allora ecco il senso teologico, che è quello

29
che mi preme mettere in luce, dell’aridità. L ’aridità della
preghiera è il prezzo da pagare inevitabilm ente per chi
vuole entrare nella imitazione di Cristo.
Chi vuole pregare e non vuole conoscere le difficol­
tà non pregherà più.
Lo dico con un linguaggio più semplice, citando Sò-
ren Kierkegaard: « il fiore del primo amore appassisce,
se non supera la prova della fedeltà».
N on diventerai mai un uomo di preghiera, se ti fer­
merai alle prime stanchezze, alle prime aridità; ma so­
lo se avrai accettato di perseverare nella notte del tuo
spirito, di stare a volte a pregare senza sentire niente,
fedelmente, dando al tuo Dio il tempo perduto della
preghiera. Se non passerai attraverso questo, non di­
venterai mai un uomo di preghiera. E questo avviene
non solo a livello personale, ma anche a livello comu­
nitario. Noi abbiamo talmente perduto il senso del va­
lore teologico dell’aridità nella preghiera, che non ab­
biamo più il coraggio di pregare insieme in silenzio.
Q uando noi preghiamo insieme, riempiamo sempre
la nostra liturgia di tante parole, abbiamo quasi paura
del silenzio, perché nel silenzio la gente si distrae. In
realtà il silenzio ha una dignità nella preghiera pari alla
parola, perché il silenzio è il tempo che ci fa sperimen­
tare lo stare soli davanti a Dio solo. Nella preghiera si
entra, soli anche se si è insieme, esposti al silenzio di
Dio, esposti alla furia, dell’amore di Dio.
La preghiera ci porta a imitare anche il Cristo glorifi­
cato; il Cristo non è solo il crocifisso, ma è anche il glo­
rificato. Ecco l’altro aspetto, la preghiera come sorgente
di gioia, di pace; la preghiera come un lasciarsi inonda­
re dall’alleluia di Pasqua, dalla potenza della Resurre­
zione, dalla gioia di colui che ha vinto la morte. Nes­
suno conosce veramente la gioia, se non la conosce nel
mistero della preghiera cristiana. Persone credenti so­

30
no convinte che la gioia non possa esistere per colui che
non ha l’esperienza di Dio. E vero questo. Esisterà il
momento dell’allegria, della gioia che passa, ma la gioia
profonda, quella della partecipazione alla vita nuova del
mondo, quella è la gioia dei risorti. Nella preghiera co­
me « imitatio Christi » noi arriviamo a gustare una gioia
che è più profonda di tutte le tempeste del mare della
storia; una gioia che non si perde neppure quando si
sta perdendo tutto, nell’ora della sconfitta, nell’ora del
fallimento, nell’ora della solitudine, nell’ora della tri­
stezza, perché la tristezza c’è, ed è anch’essa un valo­
re, una dignità. N on credete ai cristiani che vi dicono
che non hanno mai conosciuto la tristezza, oltre tutto
perché l’ha conosciuta anche il Cristo. Ma, insieme con
questo, c’è l’esperienza della vittoria, della gioia, della
pace. La preghiera è sorgente di pace in quanto « imi­
tatio Christi glorificato», in quanto è l’imitazione, la
partecipazione al mistero del Cristo risorto. Ma, insie­
me a questo lasciarsi accogliere nell’accoglienza del Fi­
glio, la preghiera è un accogliere gli altri nel Figlio.
— La preghiera come compagnia della fede e della vita
Nella preghiera noi diventiamo il corpo di Cristo, la
preghiera è la sorgente della Chiesa. Se la Chiesa na­
sce dalla parola, la preghiera, luogo in cui la parola è
accolta nella fecondità del silenzio, è alle origini, alle
radici di tu tta la vita della Chiesa. Q uanto più un uo­
mo prega, tanto più ha il senso della Chiesa, perché,
quanto più prega, tanto più si sente solo davanti a Dio
e in comunione con gli altri.
Che significa contemplazione? Il term ine viene da
due radici: «cum » e «tem plum ». Cum significa stare
insieme; Templum, dal greco temmo (= separare), si­
gnifica stare soli. Contemplazione è mettere insieme que­
ste due cose. E quindi uno stare soli per stare insieme-.

31
è solitudine che diventa comunione e comunione che
diventa solitudine. Farsi solitudine per diventare amo­
re; essere amore per essere solitudine.
Bonhoeffer, a tal proposito, diceva che un uomo che
non è capace della solitudine con Dio non è capace della
comunione con i fratelli, e diceva, viceversa: un uomo
che non è capace di comunione con gli altri, non è ca­
pace di solitudine con Dio. Ecco allora, la preghiera è
contemplazione in quanto è solitudine con Cristo nel­
l’accoglienza del Cristo; ma proprio per questo è co­
munione col corpo di Cristo.
Il senso della Chiesa, prima che con vaghi concetti
o lezioni di teologia, si nutre con l’esperienza vera del­
la preghiera, del mistero della preghiera cristiana, del­
la liturgia.
Chi prega veramente è un rivoluzionario, che però
costruisce patti di pace: non è né il servile ripetitore
delle cose che non danno fastidio a nessuno, né il rivo­
luzionario che vuole soltanto distruggere, E come S.
Francesco, un uomo che vive tu tta la sua vita a tessere
patti di pace, e a spegnere le inimicizie, perché tu tto
preso dal mistero della compagnia del Cristo, dell’ac­
coglienza nel Cristo.
Ma, sempre in questo essere accolti nel Cristo, si ra­
dica la dimensione della compagnia della vita, oltre che
della fede. Compagnia significa spezzare insieme il pa­
ne. Che cos’è questa compagnia della vita? E la solida­
rietà, è 1’« essere con», prima che 1’« essere per». Io
dico che, in questo senso, la preghiera è la grande scuola
della solidarietà. Chi prega impara a portare i pesi de­
gli altri. Chi prega impara a guardare gli altri con occhi
di amore, e sappiamo bene che, dove c’è amore, lì si
capisce il bisogno. I medioevali lo dicevano con una pa­
rola breve « ubi amore, ibi oculus », dove c’è amore lì
c ’è l’occhio, lì si capisce l’altro, lì non c’è bisogno di

32
parole, perché ti capisci con l’altro. Dunque, la preghiera
va intesa come scuola di solidarietà, in cui ci vengono
dati gli occhi di piena chiarezza per scrutare l’altro e
discernere i disegni di Dio e il bisogno degli uomini.
La preghiera come luogo in cui il prim ato della carità
viene celebrata a tu tti i livelli.

c) Noi preghiamo nello Spìrito. Dal Padre al Padre per


il Figlio, imitatio Christi, compagnia della fede e della vi­
ta nello Spinto

Chi è lo Spirito nel seno della T rinità Santa? Anco­


ra una volta evocando il mistero, contemplando il mi­
stero, farei mie le due grandi tradizioni della teologia
dello Spirito, La tradizione occidentale, per la quale lo
Spirito è il vincolo dell’amore eterno. Fra l’amato e l’a­
mante lo Spirito è l’amore.
E la visione di Agostino, che ha impregnato di sé tu t­
to l’occidente latino, tanto che, perfino nel simbolo della
fede, noi diciamo che lo Spirito procede dal Padre e
dal Figlio, perché interpretiam o così il mistero: lo Spi­
rito è il legame, il « vinculum caritatis aeternae », fra
l’amante e l’amato. Dunque lo Spirito è la pace di Dio,
è la comunione di Dio, che suscita la comunione e la
pace nei cuori degli uomini. Insieme a questa tradizio­
ne, che è tu tta pasquale, c'è la tradizione orientale, che
invece guarda piuttosto al mistero della croce del Si­
gnore. Ebbene nell’ora della croce consegnò lo Spiri­
to^ Chi è lo Spirito?
E colui, consegnando il quale, Gesù è entrato nella
solidarietà dei peccatori, dei senza Dio. Per l’O riente
lo Spirito più che essere il vincolo dell’unità è l’estasi
di Dio «extasis tou teou », è il dono di Dio, colui nel
quale Iddio esce da sè. Per usare una espressione, di
Saìnte Exupery « amore non significa starsi a guardare

33
negli occhi, ma guardare insieme verso la stessa meta ».
Lo Spirito è colui che realizza questo in Dio. Nello Spi­
rito, Dio esce da sé, è l’esodo di Dio. T a n t’è vero, che
la creazione avviene nello Spirito, che si libra sulle ac­
que; l’incarnazione avviene nello Spirito, che copre la
vergine Maria della sua ombra; la Pentecoste, da cui
nasce la Chiesa, si fa nello Spirito; la profezia è sem­
pre suscitata dallo Spirito.
Dunque, lo Spirito è colui che suscita il nuovo, che
apre al futuro, è libertà nell’amore. Per questo motivo
per l’O riente lo Spirito non procede dal Padre e dal Fi­
glio. Nella sensibilità orientale non è comprensibile que­
sto. Ecco perché il credo orientale non ha il « Filioque ».
Per l’O riente lo Spirito procede dal Padre per il Figlio.
Volendo rappresentare graficamente le due tradizioni,
per l’occidente la T rinità è un circuito d ’amore; è un
cerchio, Padre e Figlio che si amano nello Spirito; per
l ’O riente una linea aperta all’infinito, dal Padre per il
Figlio, nello Spirito, perché sempre nuovamente si su­
sciti la vita e venga portata nel seno di Dio, Assumen­
do tutte e due queste tradizioni, io mi chiedo che si­
gnifica pregare nello Spirito, come ci insegna a fare la
liturgia « in unitate Spiritus Sancti »? Significa due cose:

— La preghiera come sorgente di unità e di pace


In quanto lo Spirito è sorgente di unità, la preghiera
dello Spirito ci porta all’unità del mistero. E come la
grande scuola del dialogo, della comunione.
Chi prega impara a rispettare l’altro, anche il diverso
da sé. Chi prega impara a riconoscere l’altro come do­
no, che fa unità con sé. Dove c’è intolleranza, dove c’è
mancanza di dialogo non c’è normalmente un vero spi­
rito di preghiera. L ’intollerante è colui che, o prega po­
co o prega male, a qualunque livello, perché realmente chi
si m ette nello Spirito di Dio diventa l’uomo della pace.

34
La preghiera, come scuola di dialogo, è un’incontrarsi
nello Spirito. L ’espressione « in unitale Spiritus Sanc-
ti » si riferisce alla comunione ecclesiale che nasce dal­
la preghiera liturgica.

— Pregare nello Spìrito significa aprirsi alla fantasia dì


Dio, diventare docili e sensibili alla profezia, essere pron­
ti al nuovo dì Dio nelVantico degli uomini
E l’altro grande aspetto. Lo Spirito è novità e aper­
tura. Colui che prega nello Spirito non potrà essere un
conservatore nel senso di uno legato al passato. Chi pre­
ga nello Spirito sarà sempre aperto alla speranza, per­
ché lo Spirito, grazie a Dio, non è andato in pensione.
E sempre vivo nella storia. Dunque, chi prega nello Spi­
rito si apre al nuovo e qui noi assistiamo a qualcosa di
paradossale, ma di bello.
Chi prega nello Spirito è veram ente fedele; è fedele
all’antico, è fedele al Cristo, è fedele al Padre, è fedele
alla tradizione della Chiesa. M a chi prega nello Spirito
è veram ente innovatore, perché è aperto alla sua novi­
tà. Nella preghiera nello Spirito, fedeltà e novità, lun­
gi dal contraddirsi, sono i due aspetti di una stessa espe­
rienza. Chi è veramente fedele è veram ente innovato­
re, cioè non segue il prurito della novità, ma vive nello
Spirito e prega nello Spirito; è veram ente il fedele.
I medievali dicevano questo con una espressione mol­
to bella: noi siamo come dei nani sulle spalle dei gigan­
ti. I giganti sono i nostri padri nella fede, tanto più gran­
di di noi. Se io penso ai teologi napoletani S. Alfonso,
S. Tommaso, mi sento piccolo. Però, se loro sono gi­
ganti e noi siamo nani, noi stiamo sulle loro spalle; stan­
do sulle loro spalle, non possiamo fare a meno di guar­
dare più lontano di loro. E questo il senso della profe­
zia, di cui tu non ti accorgi. Nello Spirito si diventa
profeti senza saperlo. In genere, chi sa di essere profe­

35
ta, difficilmente è un vero profeta. La profezia è un’o­
pera dello Spirito di cui a stento ci rendiamo conto,
è un vissuto, come quello di M aria, è un fare l’espe­
rienza notturna di Dio. Allora, una Chiesa che prega
nello Spirito è una Chiesa che guarda lontano, è una
Chiesa che non si m ette a lacrimare, a lam entarsi delle
sue miserie, dei suoi fallimenti, è una Chiesa che ha
il respiro grande della speranza, è una Chiesa che pre­
ga, è una Chiesa del perenne rinnovam ento, della gio­
vinezza perenne.
In genere, dove non c’è preghiera la Chiesa è stati­
ca, sedentaria, come una delle vecchie matrone che non
sanno guardare al futuro. Ma dove veram ente si pre­
ga, il futuro di Dio viene a m ettere le sue tende nel
presente degli uomini.

Alla luce delle riflessioni fatte possiamo affermare


che la preghiera è la storia di Dio nella storia degli uo­
mini; è un far entrare sempre più profondamente la Tri­
nità Santa nel nostro vissuto e il nostro vissuto nella
Trinità.
Proprio perché la preghiera è storia — è dunque un
assumere pienamente, totalm ente, il nostro dinamismo
di vita, di speranza, di coscienza e imm etterlo in Dio
e Dio in noi — essa incontra tre grandi resistenze.
Voglio sottolineare qui la fatica della preghiera, le
resistenze della preghiera, per tentare di indicare l’iti­
nerario, cioè le tappe da raggiungere, perché la preghiera
sia veram ente la nostra storia in Dio e Dio nella nostra
storia. Queste tre resistenze o tentazioni le chiamo così:
la tentazione della paura (la prima), la tentazione della
evasione (la seconda), la tentazione della impazienza (la
terza).

36
Con la paura neghiamo il futuro, con ¥ evasione ne­
ghiamo il presente, con l’impazienza neghiamo il pas­
sato. Ecco perché, fondamentalmente, le tentazioni nel ­
la preghiera sono quelle che vorrebbero fare della p re­
ghiera non una storia, la nostra storia in Dio e la storia
di Dio nella nostra, ma una parentesi, qualcosa di se­
parato, di accidentale, di puntuale in un cammino in­
vece che si svolge separatamente.

a) Cosa significa la paura nella esperienza della preghiera?

È la paura di Dio, delle sue esigenze, delle sue ri­


chieste, E quello che i medievali con una parola un po’
dimenticata, ma im portante, chiamavano l’accidia.
L ’accidia, la paura di Dio, è il sapere che le esigenze
dì Dio sono delle esigenze mortali, che il bacio di Dio
è sempre un bacio mortale; che chi veramente incon­
tra Dio viene portato a morire alla sua storia, al suo
passato, per entrare in un mondo sconosciuto.
Chi prega veram ente accetta di non gestirsi la pro­
pria vita, ma di consegnarla nelle mani di un altro. La
preghiera, in questo senso, realizza in pienezza l’espe­
rienza del credere.
Per i medievali credere significa cor-dare. Strana e
bella etimologia: cor-dare, credere, dare il proprio cuore
a un altro, lasciarti fare prigioniero dell’invisibile Dio.
Lutero definiva la fede « entrare nella notte di Dio, sen­
za pretendere che si faccia giorno, accettando che sia
Lui a dare la luce che basta per camminare: “ lampada
ai miei passi la tua parola, Signore ” ».
E questo è difficile. Ecco perché la tentazione gran­
de è quella di difendersi dal futuro di Dio, di garantir­
si il nome di ciò che già siamo, di ciò che abbiamo fat­
to e di chiuderci così alle sorprese delTAvvento.
Usando un’immagine biblica, la tentazione della paura

37
è quella della storia del giovane ricco (Me 10,17 ss).
Il giovane ricco di fronte al futuro che il Signore gli
apre « va vendi quello che hai e dallo ai poveri », di fron­
te a questo liberarsi dal suo passato per essere incondi­
zionatam ente nelle mani dell’altro, dello straniero che
lo invita, ha paura, benché Gesù lo avesse guardato ed
amato. E allora direi che la prima grande scuola per im­
parare a pregare è aprirsi al coraggio della libertà, è ac­
cettare di essere soli davanti a Dio solo, è rinunciare
agli alibi e alle difese. La preghiera stessa può diventa­
re un alibi e una difesa, quando noi la riempiamo di
tante parole, come fanno i pagani. Certe volte questa
nostra preghiera diventa piena di libri, di letture, di
testi, in cui non c'è uno spazio, nel quale il silenzio di
Dio possa prendere possesso della nostra vita.
Bisogna aprirsi al coraggio della libertà nell’amore.
La prima scuola della preghiera la chiamerei « la scuola
del solus », del saper stare soli davanti a Dio solo, ac­
cettando la violenza di questa esperienza, la forza di
questa esperienza, che ti prende il cuore e la vita. D o­
vunque un popolo ha paura di cambiare, questo popo­
lo non pregherà. E d ’altra parte dovunque un popolo
pregherà veramente, la sua paura sarà superata; egli si
aprirà al futuro di Dio, alle sorprese di Dio, alla fanta­
sia di Dio. Sarà un popolo pellegrinante dunque, eter­
namente giovane, libero.
Mi chiedeva una giornalista: ma perché la preghie­
ra? Perché parlare della preghiera con tanti problemi
sociali e politici? Mi veniva in m ente la splendida do­
manda di Rilker il poeta tedesco, che si chiede: « p e r­
ché i poeti nel tempo della povertà? ». E a questa do­
manda risponde: « perché i poeti indicano l'orizzonte ».
Io farei mia la domanda così: «perché la preghiera
nel tempo della povertà? ».
E risponderei: « perché la preghiera, oltre che indi­

38
care l’orizzonte, cioè smuoverti dalla tua vuotezza, dalla
tua miseria, aprirti al nuovo di Dio, ti fa anticipare,
ti fa tirare il futuro di Dio nel presente degli uomini ».
Ecco perché è im portante pregare nell’ora della po­
vertà, di fronte alle sfide, ai problemi, alle contraddi­
zioni della realtà, in cui noi siamo.
T “1 1 • • x
E un atto di coraggio pregare in questo tempo. E un
atto di coraggio parlare della preghiera in questo tem ­
po, è il coraggio della libertà nell’amore.
Lungi dall’essere evasione e fuga la preghiera diven­
ta così futuro, novità, avvento.

b) La seconda grande tentazione è Vevasione

Se la paura nega il futuro di Dio, l ’evasione nega il


presente degli uomini. L ’evasione è quella che fa dire
« se io fossi in una situazione diversa...; se io avessi una
famiglia diversa, degli amici diversi, una Chiesa diver­
sa, un vescovo diverso, delle suore e dei preti diversi...
allora sì che io sarei un buon cristiano! »; « se io avessi
avuto dalla vita delle diverse possibilità; avessi potuto
lavorare altrove, parlare altrove, insegnare altrove... al­
lora sì... ». La tentazione della fuga è fondamentalmente
quella di chiudere gli occhi davanti all’umile presente,
in cui Dio ci ha posto e che è il luogo in cui Dio anzi­
tu tto parla alla nostra vita. «La sera voi dite è rosso,
domani sarà bel tempo; siete capaci di leggere i segni
del cielo, e non siete^ capaci di discernere i segni dei
tempi? » (Le 12,54). E il richiamo forte di Gesù a co­
gliere la presenza di Dio non altrove, ma proprio qui
ed ora, in questo nostro umile presente, nella storia del
nostro oggi, che vuole diventare l’oggi di Dio.
Ed allora direi che, per imparare a pregare, bisogna
superare ogni tentazione di evasione, bisogna im para­
re il coraggio della fedeltà nell’amore.

39
La preghiera non sarà vera se non sarà carica di que­
sta fedeltà.
Chi prega dimenticando la sofferenza della propria
gente, della propria storia, delle condizioni in cui vive,
non prega veramente. Nella preghiera l’uomo entra so-
lus, libertà dalla paura: l’uomo entra totus, totalm ente
inserito in essa. Un uomo che pregasse portando nella
preghiera solo una parte di sé o una parte della vita,
della storia, in cui è posto, non pregherebbe veram en­
te. La nostra preghiera vincerà questa tentazione se sa­
prà essere carica della nostra storia, se saprà portare
a Dio gli uomini del nostro tempo e agli uomini del no­
stro tempo il Dio della nostra storia.
Dove c’è evasione Dio non si incontra. D unque lun­
gi da essere oppio dei popoli, stordim ento di fronte al­
le contraddizioni del reale, la preghiera è il luogo in cui
si vive, si celebra la duplice fedeltà nell’unità della vi­
ta: la fedeltà al mondo presente, e la fedeltà al mondo
che deve venire: la fedeltà a Dio e la fedeltà all’uomo,
qualche volta in un mondo che è lacerante. Ricordo una
testimonianza splendida di don Valdir ICaieros, che è
stato il vescovo responsabile delle comunità di base in
Brasile. Una volta questo vescovo aveva occupato la ter­
ra insieme a dei contadini che ne erano stati ingiusta­
mente cacciati. A rrestato dalla polizia era stato inter­
rogato per 25 ore di seguito e torturato. Dopo un me­
se circa vengono da lui le mogli dei suoi torturatori a
dirgli che i loro mariti erano stati uccisi e gli chiedono
di celebrare la messa per i suoi torturatori.
Don Valdir ci raccontava questo per parlarci della
preghiera. E diceva:
« In vita mia non ho mai desiderato di abbandonare
il mio popolo anche in m omenti difficili, in cui mi te­
lefonava il Nunzio per dirmi che il santo Padre aveva
avuto l’idea di promuovermi ad una diocesi lontana due­

40
mila km ., che era però arcidiocesi. Io ho sempre chie­
sto di restare dove mi avevano messo. L ’unico momen­
to, in cui ho desiderato di essere altrove, è stato quello
in cui quelle donne mi hanno chiesto di celebrare quel­
la messa. M i ripugnava l ’idea stessa di dover io prega­
re e celebrare per quelli che mi avevano torturato. A l­
lora mi sono messo a pregare ». E la m attina seguente,
dopo una notte insonne, in cui ha pregato, ha capito
che il suo posto era lì a celebrare quella messa. E dice­
va don Valdir: « Questa per me è la preghiera. Cioè il
momento in cui Dio ti cambia e ti rende capace di ri­
conoscerlo nel tuo presente e di non fuggire da esso,
per amarlo lì dove tu sei ».
Dunque, si impara a pregare, se si acquista il corag­
gio della fedeltà all’oggi degli uomini, perché diventi
l ’oggi di Dio, perché questo umile tempo, questo « cro-
nos » secondo il linguaggio del nuovo testamento diventi
il «c a iro s», diventi l ’ora di Dio per te e per gli altri.

c) La terza grande tentazione: l'impazienza

È la negazione del passato. Se la paura ci chiude al


futuro di Dio, se Pevasione ci chiude al presente, l’im­
pazienza ci fa dimenticare che c’è una storia dietro di
noi da cui veniamo.
Ed è una storia che esige dei tempi di maturazione,
che richiede delle lentezze, che a volte non vorremmo.
L'impazienza è la tentazione di chi vorrebbe tutto e
subito: di chi vorrebbe subito imparare a pregare, con­
quistare, subito l ’esperienza di Dio; di chi vorrebbe,
in forza della preghiera, vedere subito i frutti, i risul­
tati di ciò che lui ha chiesto.
Fondamentalmente la preghiera ci fa capire che Dio
non fa violenza ai tempi degli uomini. C ’è una pazien­
za di Dio che, prima di essere un segno della sua mise-

41
ricordila infinita, è un segno dell’immenso rispetto che
Lui ha per la serietà e la dignità della vita degli uomi­
ni, anche dei loro sbagli e dei loro peccati, che, comun­
que, hanno una dignità davanti a Lui. E allora ecco che
la pazienza dei tempi di Dio è in fondo il coraggio di
accettare che le cose possano essere cambiate soltanto
nella gradualità di una crescita di tu tti, insieme; che
il mondo non sarà mai la patria; che comunque il cam­
biamento del mondo non si farà mai in avventure indi­
viduali e facili, ma sempre a caro prezzo.
Dietrich Bonhoeffer, giustamente, se la prendeva con
coloro che parlavano della grazia di Dio a buon merca­
to, come lui diceva, come se la grazia di Dio, con una
bacchetta magica, venisse a risolvere i problemi degli
uomini. Diceva: la grazia di Dio è un dono meraviglio­
so e gratuito, ma proprio perché è un dono di amore
e gratuito è un dono a caro prezzo, cioè è un dono che
impegna tutta la vita d ell’uomo nella fatica di rispon­
dere ad esso. Aprirsi alla pazienza dei figli di Dio, non
vivere la tentazione dei figli di Zebedeo: « fa’ che que­
sti figli — dice la madre — seggano alla tua destra nel
tuo regno» {Me 10,35).
E Gesù risponde che ciò spetta al Padre e che essi
dovranno bere il calice. Ecco, bere il calice significa en­
trare nella pazienza dei tempi di Dio. E allora usando
il terzo grande aggettivo della tradizione spirituale, nella
preghiera si entra solus, solo per vincere la paura; to-
tus , portando tutta la propria vita per lasciarsi, nel pre­
sente, trasformare da Dio; nella preghiera si diventa
alius; cioè la preghiera ti prende da dove sei e lenta­
mente ti porta a diventare un altro in una gradualità,
in una fatica, che rispetta la tua libertà, la libertà degli
altri e la libertà di Dio. Una Chiesa e un singolo, che
non fosse capace di una libertà nell’amore, di fedel­
tà al tempo presente, di pazienza nei tempi di Dio,

42
non arriverebbe mai ad essere un popolo che prega.
In quale forma si manifesta la paura del futuro nella
nostra preghiera personale ed ecclesiale? In quali for­
me la tentazione dell’evasione? Pensate un po’ a quel­
le splendide liturgie in cui però niente della vita della
gente sembra circolare. Amo la liturgia e la bellezza della
liturgia, purché però sia vera, cioè sia veramente l ’e­
spressione di un popolo. M i viene in mente quella ter­
ribile espressione di Lutero, quando dice: « noi cantia­
mo il M agnificat fino a squarciagola nelle nostre Chie­
se e intanto non compiamo le opere del Magnificat, non
abbattiamo i potenti dai troni e non riempiamo le ma­
ni degli um ili».
Questo ci dovrebbe far pensare. E ancora, in che mo­
do, come singoli e come Chiesa, la tentazione dell’im ­
pazienza si fa presente? Siamo noi una Chiesa aperta
al coraggio della libertà nell’amore, al coraggio della fe­
deltà nei tempi di Dio, al coraggio della pazienza che
Dio ha? Soltanto attraverso un itinerario, che ci faccia
superare queste tentazioni, la preghiera diventa storia,
storia di Dio nella nostra vita, storia della nostra vita
e del nostro popolo in Dio.
Fondamentalmente dove c’è paura, evasione, e im­
pazienza la storia è messa da parte; la preghiera è una
consolazione spirituale e niente di più; dove invece la
preghiera si carica della storia dell’uomo, si carica an­
che della storia di Dio.

A ll’inizio ho fortemente sottolineato il fatto che la


mia parola è soltanto una evocazione del vissuto e che
i veri maestri di quanto io vi dico sono gli uomini e
le donne che fanno l’esperienza del mistero del regno

43
di Dio. Per questo mi sembra che sia bello che questa
teologia, se volete narrativa, cioè che racconta mentre
argomenta, si concluda con una proposta concreta, guar­
dando ad una figura; questa figura è M aria. M aria rac­
coglie in sé le due grandi caratteristiche d ell’esistenza
credente come esistenza di preghiera: M aria è la vergi­
ne, M aria è la Madre.

a) M aria è la vergine
M aria è la creatura che vive totalmente nell’ascolto
di Dio, è il silenzio in cui la parola di Dio risuona. Karl
Barth ha scritto delle pagine stupende sulla verginità
di M aria, sottolineando come la verginità di M aria sia
un inno al primato di Dio, alla pura gloria di Dio, di
fronte alla quale noi dobbiamo porci con stupore, me­
raviglia, lasciandoci trasformare da lui. Maria, in quanto
vergine, è il terreno d'avvento di Dio, è il grembo di
Dio, perché Dio sia il grembo del mondo. M aria è il
grembo di Dio che ci rivela come Dio è il grembo del
mondo e tutti noi siamo avvolti in lui.

b) M aria è la madre
In M aria il silenzio si è fatto parola, la gratitudine
si è fatta gratuità, la verginità si è fatta maternità. Una
maternità caratterizzata dalla concretezza, dalla deli­
catezza, dalla tenerezza, dal dono che sono propri del­
la femminilità di M aria. Ecco M aria ci fa capire come
l ’esperienza di Dio, in Dio, che è la preghiera, diventa
veramente fruttuosa quando, uscendo da essa, noi di­
ventiamo Chiesa madre: una Chiesa che genera figli per
Dio nella concretezza, nella delicatezza, nella tenerez­
za del dono dell’amore.
Una Chiesa che non si lim ita a cantare il M agnifi­
cat, ma fa le opere del Magnificat nella vita degli uomini.

44
Cim chjslof-is

Vorrei concludere così: che la Vergine M adre, M a­


ria, icona dell’orante, alla quale dovremo sempre guar­
dare come a colei che nel suo silenzio ci insegna l ’espe­
rienza di Dio, ci aiuti ad essere come Lei accoglienti
dell’iniziativa del mistero; come Lei, grembo di Dio ac­
colto in noi, perché possiamo con la nostra vita dimo­
strare al mondo che Dio è il grembo del mondo; che
tutto è avvolto in Lui, da Lui viene, a Lui va; che Lui
è il senso, la forza, la speranza della vita degli uomini.
D. B runo F o rte

45
Card. Carlo M aria M artini
Soltanto Gesù può insegnarci a pregare. S. Paolo, nel­
la Lettera ai Rom ani, dice che da soli noi non sappiamo
pregare ed è lo Spirito Santo che si assume il compito
di aiutarci.
Si potrebbe, inoltre, porre una domanda: E proprio
necessaria la Bibbia per pregare? Non è sufficiente, quasi
più bello, pregare spontaneamente?
A modo di introduzione, vorrei dunque dare una ri­
sposta a questo interrogativo.

— La Bibbia è punto di partenza della preghiera,


perché proclama il piano di Dio che si attua nella sto­
ria di salvezza. E la preghiera non è cristiana se non
è la risposta a questo piano di salvezza di Dio che ci
viene incontro in Cristo,
E una seconda iniziativa: la prima è la divina Parola,
contenuta in maniera privilegiata nella Scrittura, rivolta
all’uomo.
Ogni preghiera cristiana suppone la proclamazione
del piano di Dio e vi risponde con la lode, il ringrazia­
mento, Padorazione, il pentimento, la domanda.

49
Anche quando non preghiamo esplicitamente con il
testo sacro, partiamo, in realtà da esso per rispondere
a Colui che per primo ci ha cercato con amore.
— C ’è tuttavia qualcosa di più. Al pregare dalla Scrit­
tura possiamo aggiungere il pregare con la Scrittura. S i­
gnifica tenere presente la Bibbia come modello, fonte
di ispirazione, sostegno. Non c ’è niente di male se pre­
ghiamo spontaneamente, magari a lungo, senza alcun
riferimento a parole bibliche, abbandonandoci a ciò che
Io Spirito suggerisce nel cuore come risposta alla in i­
ziativa di Dio. Se però viviamo dei momenti di aridità
— e possono essere frequenti! — ci aiuta enormemen­
te trovare delle parole esemplari, come i Salmi: così han­
no pregato i santi ispirati da Dio. Le loro parole posso­
no diventare uno stimolo, un modello per chi, quasi as­
setato nel deserto, non sa come rivolgersi al Signore.
La preghiera liturgica è nata proprio dalla Bibbia, usa
le stesse parole (Letture e Salmi) o parole che ad essa
si riferiscono (Orazioni).
Pregare con la Scrittura non significa lasciarsi ingab­
biare da un sistema verbale, ripetendo meccanicamen­
te le espressioni. Queste devono suscitare la nostra per­
sonale partecipazione, che si manifesta anche con altre
parole o con nessuna, però sempre con riferimento a
quelle bibliche.
— E importante una terza sottolineatura, che fon­
de le prime due. E il pregare la Scrittura. Intendo par­
lare di quel metodo tradizionale di pregare la Scrittura
che è chiamato « Lectio Divina », ma tradotto letteral­
mente in italiano non ci fa cogliere bene il significato.
Occorrerebbe infatti tradurre « Lettura Sacra », pur se
« Lectio Divina » evoca tutta una storia di preghiera pa­
tristica, monastica, moderna, contemporanea, giovanile.
Riconosco che spontaneamente, senza molto riflet­

to
tervi, io ho impostato e imposto gran parte della mia
azione pastorale con i giovani, con i preti, con le reli­
giose, sulla «lectio divin a».
« Lectio Divina » vuol dire pregare la Scrittura, met­
tendo insieme i valori della preghiera dalla e con la Scrit­
tura in una forma più sistematica, comprensiva. Si tratta
di un metodo semplice, adatto per tutti, antico quanto
la Chiesa e quanto la natura umana, e insieme quindi
modernissimo, facile, popolare, che non richiede una
preparazione specialistica.

M i sembra assai utile approfondire il tema della « lec­


tio divina » di questa preghiera nata dalla Bibbia e fat­
ta con la Bibbia.
Un monaco certosino del sec. XII, in un testo famo­
so, l ’ha descritta in maniera molto felice:
« Un giorno, occupato in un lavoro manuale, comin­
ciai a pensare all’attività spirituale deiruomo », cioè co­
me l’uomo vive la sua esperienza spirituale. Ed è inte­
ressante che, facendo una attività manuale, si sia ac­
corto che questa aveva dei tempi, delle preparazioni,
dei ritm i. Allora si è domandato se per caso non succe­
desse lo stesso per l ’attività spirituale, e scrive:
« Si presentarono improvvisamente alla mia riflessio­
ne quattro gradini spirituali, ossia la lettura, la medi­
tazione, la preghiera, la contemplazione. Questa è la
scala dei monaci che si eleva dalla terra al cielo compo­
sta in realtà di pochi gradini e tuttavia di immensa e
incredibile altezza, la cui base è poggiata a terra, men­
tre la cima penetra le nubi e scruta i segreti del cielo ».
Si tratta di una visione ispirata ai grandi templi an­
tichi; più o meno doveva essere così la progettata torre

51
di Babele, una scala dalla terra verso il cielo; così la vi­
sione di Giacobbe; così un tempio buddista (tra i più
stupendi del mondo) che ho visitato qualche tempo fa
nell’isola di Giava, in Indonesia, che è fatto di quattro
grandi scale tutte uguali l ’una all’altra e per le quali si
sale attraverso quattro rampe successive, in quattro mo­
menti d ell’ascesa umana. Il numero quattro è ricorren­
te: per i buddisti si passa dalla prima sfera, quella dei
desideri, alla sfera della forma, poi della non-forma e
infine alla sfera dell’assoluto.
In forma più semplice e più adatta alla nostra men­
talità occidentale, questo monaco certosino parla di
quattro tappe: lettura , meditazione , preghiera, contem­
plazione.
Le descrive rapidissimamente:
« L a lectio o lettura, è lo studio attento delle Scrit­
ture fatto con uno spirito tutto teso a comprenderle.
La meditazione è un’operazione della intelligenza » (non
più degli occhi soltanto), « che si concentra con l’aiuto
della ragione nell’investigare le verità nascoste. La pre­
ghiera è il volgere con fervore il proprio cuore a Dio,
per evitare il male e pervenire al bene. La contempla­
zione è per così dire un innalzamento dell’anima, che
si eleva al di sopra di se stessa verso Dio, gustando le
gioie dell’eterna dolcezza ».
Possiamo riprendere i quattro gradini, così come li
spiego ai giovani nelle parrocchie.

1. La lettura vuol dire leggere e rileggere il testo met­


tendo in rilievo tutti gli elementi portanti. È molto utile
leggere sottolineando, per esempio, i verbi che espri­
mono, in una pagina evangelica, le azioni che Gesù com­
pie oppure le azioni degli apostoli.
A volte, sottolineando con la penna in mano, si tro­
va la parola-chiave di un brano perché generalmente

52
tutte le parole del brano girano attorno ad una o due
parole fondamentali.
La sottolineatura ci fa vedere tanti particolari che
magari non avevamo mai notato, pur avendo letto il
medesimo testo tante volte.
Si possono, per esempio, sottolineare gli avverbi, per
capire i sentimenti del cuore che sono presenti nella pa­
gina. Oppure gli aggettivi: quali sono le qualità che dan­
no il colore dell’azione? Che colore ha questa pagina?
E provare a dire: rosso, arancione, verde, nero, pro­
prio a seconda della tonalità dei sentimenti.
2. La meditazione è la riflessione sui valori che il bra­
no evangelico contiene. Valori che saranno: l ’amore di
Cristo per me, la lealtà, la verità, la giustizia, la pover­
tà, la beatitudine dei poveri, il senso del sacrificio, la
speranza, la forza contro la disperazione, la condanna
della violenza. Sono valori che spesso vengono detti non
solo con le parole ma nelle o dietro le parole.
Potremmo anche spiegare la meditazione in questo
modo: mentre la lettura risponde alla domanda: Che cosa
dice i l testo in sé ? La meditazione risponde alla doman­
da: Che cosa dice i l testo a m eì
Perché la paura degli Apostoli mi fa pensare alla mia,
il coraggio di Gesù mi rivela il mio poco coraggio; i va­
lori che emergono interpellano cioè la mia persona, i
miei atteggiamenti.

3. L'orazione risponde alla domanda: Che cosa dico


io a l testo ?
Qui comincia la preghiera. Il vedere che Gesù agi­
sce in un certo modo, che sono in gioco certi valori,
fa nascere il dialogo: Signore, ti ringrazio, ti lodo per­
ché tu sei così e io vorrei avere i tuoi atteggiam enti co­
sì come vorrei li avesse la mia comunità. Signore, sal­
vaci tu!

53
L ’orazione sgorga e si sviluppa a contatto con i va­
lori del testo.

4. La contemplazione è il quarto gradino e non ri­


sponde più a una domanda. Qui si tratta semplicemen­
te di guardare Gesù. Ad un certo punto, si lasciano ca­
dere tutte le precedenti considerazioni, si lascia la stessa
orazione che si riferiva ancora al testo letto e m edita­
to, e si guarda Gesù, rivelazione del Padre, che è pre­
sente esplicitamente o implicitamente in ogni pagina
della Scrittura. In Gesù comprendo l ’amore del Padre,
sento la forza dello Spirito, guardo alla sua luminosità,
alla sua tenerezza d ’amore e mi lascio attirare. Questa
contemplazione non è riservata chissà a quali persone
elette: è per tutti perché consiste soltanto nel guardare
e nel lasciarsi guardare. È quindi anche il momentodella
gioia, come dice Fautore che abbiamo citato: « È per
così dire un innalzamento delF anima che si eleva al di
sopra di se stessa verso Dio, gustando le gioie d ell’e­
terna dolcezza ». Oppure si guarda Gesù crocifisso, che
soffre violenza e si soffre con lui e con tutti gli uomini
che nel mondo vengono ingiustamente uccisi.
La contemplazione è al di là del ragionamento e del­
la Ìicerca perché è la presenza di me al mistero di Dio,
alla croce e, insieme, la presenza del mistero di Dio a
me. E come Mosè di fronte al roveto, come Mosè nel
cavo della roccia quando vuol vedere la gloria del Si­
gnore, come Elia che nel soffio della brezza sente la
presenza di Dio.

— A proposito di quanto abbiamo detto c’è una pri­


ma obiezione molto seria: è davvero possibile a tutti pra­
ticare la « Lectio Divina »?

54
C ’è purtroppo un argomento a sostegno di questa
obiezione nelle paròle del monaco certosino là dove dice:
« Questa è la scala dei monaci »! Q uindi è per i mona­
ci, le monache, i preti e forse per alcuni im pegnatissi­
mi laici, non però per gente semplice... La lettura della
Bibbia richiede maturazione, preparazione, e così via...
Talora perfino dai preti mi sento obiettare: certo, lei
spiega la Scrittura perché ha potuto studiarla per tanti
anni ma noi non possiamo! La stessa cosa potrebbero
pensare i laici tanto più che l ’obiezione è culturale, so­
ciale: abbiamo poco tempo, a casa nostra c’è rumore,
dalla strada arrivano le urla dei clacson... come è pos­
sibile pregare in questo modo?

— Una seconda obiezione: ma non è pericoloso me­


ditare sulla Scritturai
Se uno la legge da solo, rischia di diventare come i
protestanti, c’è il rischio delle sette, del soggettivismo...
Non è forse meglio sentire la predica in Chiesa e lim i­
tarsi eventualmente a qualche pagina del Vangelo, evi­
tando così i pericoli e le difficoltà?
La Scrittura la si lascia dunque agli specialisti, agli
studiosi, agli esegeti.

— Un’altra obiezione è la seguente: la lettura della


Scrittura da parte di tutti i cristiani , non potrebbe creare
dei cristiani intimisti, spiritualisti} puramente monastici,
che non sì occupano delle grandi scelte della vita e della
storia ?
Queste obiezioni le incontro proprio nel cercare di
fare una pastorale che dà spazio alla « lectio divina ».
Anzi, a volte, mi penetrano al punto di chiedermi se
forse sono io a sbagliare insistendo su un metodo non
adatto alla gente; se do delle indicazioni che soltanto
coloro che sono spiritualmente ricchi, che hanno tem­
po e cultura, possono recepire.

55
In realtà, io credo che la « Lectio Divina » sia un pro­
gramma popolare, per tutti i battezzati che vogliono fare
un cammino serio. Lo^credo perché lo ha affermato il
Concilio Vaticano II. E interessante che all’assemblea
conciliare queste obiezioni erano state presenti e, in­
fatti, leggendo gli schemi della costituzione Dei Ver-
bum , elaborati durante le successive sessioni, si avver­
te una certa progressione: da una cauta raccomanda­
zione in genere della Scrittura fino alla insistenza che
venga letta da « tutti i fedeli ». Cito alcuni passaggi no­
dali. Il primo schema, elaborato nel 1962/63, annota­
va: « Perché ai fedeli siano aperte largamente le porte
della Scrittura, la Chiesa, con la sua autorità cura le
versioni nelle lingue moderne ».
Il secondo schema parla di necessità , e non più di op­
portunità'. « E necessario che i fedeli abbiano largo ac­
cesso alla Sacra S crittura».
Infine, l ’ultim a redazione della Dei Verbum :
« T utti i fedeli siano esortati con ardore e insistenza
ad apprendere “ la sublime scienza di Gesù Cristo ” ,
con la frequente lettura delle divine Scritture. “ L ’i­
gnoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo
Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mez­
zo della sacra Liturgia ricca di parole divine, sia me­
diante la pia lettura » (ecco la lectio divina), « sia per
mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sus­
s id i» (DV 25).
L ’espressione di S. Girolamo: « L ’ignoranza delle
Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo » è fortissima
ed è importante che il Concilio l ’abbia riportata. Ogni
fedele deve, per salvarsi, conoscere Gesù Cristo e quindi
deve avere almeno una iniziazione embrionale, semplice
alla Parola della Scrittura, partendo magari dalla litu r­
gia e però imparando a farla propria.
L ’insegnamento del Concilio non costituisce peral­

56
tro una novità perché era già presente fin dalla Chiesa
antica, in un tempo in cui non tutti sapevano leggere,
ma, tuttavia si supponeva che dovessero conoscere,
ascoltare, gustare, meditare la Bibbia.
Non incomincia forse la Lettera di S. Paolo a i Rom a­
ni con le parole: « A quanti sono in Roma, diletti da
Dio, santi per vocazione »? Significa che Paolo scrive­
va a tutti i fedeli, non soltanto ai responsabili della co­
munità cristiana di Roma o agli intellettuali.
E, d’altra parte, se noi prendiamo in mano la Lette­
ra ai Rom ani, ci accorgiamo che è incomprensibile per
chi non ha una conoscenza familiare dell’Antico Testa­
mento — Esodo, Profeti, Salmi —. E scritta ad una
comunità che ascoltava Isaia, lo imparava a memoria,
che conosceva i passi dell’Esodo, della Legge, che can­
tava e pregava i Salmi. Faceva cioè una vera m edita­
zione: a partire dai testi conosciuti, li meditava.
Vorrei portare un altro esempio in risposta all’obie­
zione della mancanza del tempo: è una scusa che tocca
un po’ ciascuno di noi perché siamo tutti molto occu­
pati. E un esempio che ricavo dalla tradizione dei Pa­
dri, una lettera bellissima di S. Gregorio Magno, scrit­
ta nel giugno 595, al medico Teodoro:
« Ringrazio Dio onnipotente perché le distanze geo­
grafiche non spezzano l ’unione spirituale quando ve­
ramente ci si ama. M a siccome ti amo molto, ho da farti
un rimprovero, carissimo illustrissimo signore mio Teo­
doro.
Tu hai ricevuto dalla Santa T rinità doni di ingegno,
di bene, di misericordia, di carità e tuttavia ti lasci senza
sosta vincere dalle brighe secolari, sei occupato in con­
tinue uscite e trascuri ogni giorno di leggere le parole
del tuo Redentore. Che cos’è la Scrittura Sacra se non
una lettera di Dio onnipotente alla sua creatura? E se
vostra Eccellenza si trovasse fuori sede e ricevesse uno

57
scritto dal suo imperatore, non andrebbe a dormire, non
prenderebbe sonno prima di avere letto il messaggio del­
l’imperatore. E l’imperatore del cielo, il Signore degli
uomini e degli angeli ti ha mandato le sue lettere! M ettiti
dunque d ’impegno, ti prego, e trova il modo di medi­
tare ogni giorno le parole del tuo Creatore. Impara a
scoprire il cuore di Dio nelle parole di Dio. Tanto più
profonda sarà la tua pace » (tu che avendo molte cose
da fare sei molto preoccupato) « quanto più viva e in­
cessante sarà la ricerca dell’amore di Dio ».
Credo che questa lettera ci aiuti a capire che nessu­
no può veramente dire di non trovare almeno cinque
minuti al giorno per meditare la Bibbia! E chi ne trova
cinque ne trova anche dieci. Da qui nasce la possibili­
tà, a mio avviso, di passare da un cristianesimo di tra­
dizione, di abitudine ad un cristianesimo di decisione,
di coscienza, di interiorità. La lettura della Scrittura
è il solo modo per attuare il passaggio a cui oggi è chia­
mata la cristianità italiana.
Per l ’obiezione che la « Lectio Divina » può creare
cristiani intimisti, spiritualisti, incapaci delle grandi scel­
te della vita e della storia, mi rifaccio al Salmo 1:

« Beato l ’uomo che non segue il consiglio degli empi


ma si compiace della legge del Signore;
la sua legge medita giorno e notte ».

In ebraico il verbo « meditare » significa ruminare,


masticare, riflettere, ripescare nella memoria. M a che
cos’è la « lectio divina », con i suoi quattro gradini del­
la lettura, meditazione, orazione, contemplazione, se
non masticare la Parola, digerirla, ripescarla, trasfor­
marla in preghiera? Continua il Salmo:

58
« Sarà come albero piantato lungo corsi d ’acqua,
che darà frutto a suo tempo, le sue foglie non cadran­
no mai.
Riusciranno tutte le sue opere ».

C ’è un rapporto tra la meditazione, la « Lectio D ivi­


n a » e la riuscita nelle opere.
Come mai? ci chiediamo. Forse perché Dio è buono
e fa in modo che alFuomo che prega vada bene ogni
cosa? Non esattamente.
Per spiegarmi meglio occorre parlare di altri quattro
gradini che però, in un certo senso, sono già contenuti
nella contemplazione, e che evidenziano il rapporto tra
l ’orazione e la vita.

Spesso pensiamo che tra la preghiera e la vita ci sia


un rapporto estrinseco: io prego e Dio mi farà la grazia
di agire bene. Oppure: io prego, Dio mi farà più buo­
no e allora mi comporterò meglio.
Pensiamo che il rapporto sia morale o di grazie otte­
nute.
Se fosse cosi, potrebbe essere giustificata l ’obiezio­
ne che la preghiera chiude in se stessi, che porta a una
qualche forma di narcisismo, che è priva di grandi oriz­
zonti. Le cose stanno diversamente.

a) Parlando della contemplazione abbiamo detto che


essa suscita la gioia e anche se condivido i dolori del
crocifisso, si tratta di una tristezza pacifica, serena.

b) Da questa gioia o da questa pace nasce il disce mi-


mento , cioè la capacità di riconoscere l ’azione di Dio

59
nel mio cuore, in quello degli altri, e. nel cuore della
storia. Discernimento è sintonizzarsi con la lunghezza
d ’onda dello Spirito Santo.
Basta un briciolo di gioia suscitato dalla contempla­
zione perché io diventi sensibile a tutto ciò che lo Spi­
rito sta facendo sulla terra, diventi sensibile allo Spiri­
to di Cristo che opera in me e negli altri, diventi capa­
ce di distinguere quei luoghi o quelle azioni dove ope­
ra lo Spirito di Cristo e dove invece opera lo spirito
del nemico, dell’avversario, del divisore, lo spirito del­
la discordia, dell’amarezza, del turbamento, della de­
pressione, del conflitto per il conflitto.
Distinguo la diversità dei frutti dello Spirito e del­
l ’opera del nemico in me e negli altri, non in base a un
ragionamento ma per connaturalità. Il cristiano è colui
che, avendo in sé lo Spirito Santo per la grazia del B at­
tesimo, può giungere, attraverso l ’esercizio della pre­
ghiera, ad una sorta di misteriosa connaturalità con l’a­
zione stessa dello Spirito, grazie appunto alla contem­
plazione che dona gioia e pace, che suscita sensibilità
e prontezza a coglierla.

c) Nel cristiano, che è giunto a questa connaturali­


tà, diventa facile decidersi per quelle scelte di vita, grandi
e piccole, che sono secondo lo spirito evangelico, che
corrispondono al disegno di Dio, che sono mosse dallo
Spirito Santo. Scelte talora sofferte, sacrificate, forse
però molto semplici: scelta di perdonare, di fare buon
viso a chi non ci ha accolto, scelta di dire una parola
buona quando starebbe per uscire un improperio, scel­
ta di non approfittare di un’occasione di disonestà, scel­
ta di parlare e di esprimersi coraggiosamente in una si­
tuazione pericolosa. Tutte scelte fatte non per principi
astratti bensì perché nascono dal di dentro, dalla pre­
ghiera.

60
d) Queste scelte o decisioni diventano naturalm en­
te azioni , diventano agire evangelico.
Del cristiano che agisce così si dice che è un uomo
« spirituale », « maturo », che vive la vita nello Spirito.
Ma sottolineo che a questo non si arriva ordinariamente
in un qualunque modo o per una ispirazione d all’alto,
anche se il Signore è libero di operare come e quando
vuole nelle sue creature. Normalmente ci si arriva at­
traverso il cammino che dalla lettura conduce alla me­
ditazione, dalla meditazione all’orazione e alla contem­
plazione, quindi alla gioia, alla sintonizzazione con lo
Spirito, alla capacità di decidersi per scelte coraggiose
e, infine, alle azioni, fossero pure la persecuzione e il
martirio.
Vi racconto una recente esperienza del mio viaggio
in Asia. A Hong Kong ho avuto modo di incontrare
spesso e di intrattenerm i con un Vescovo di 83 anni,
l ’antico Vescovo di Canton (a nord di Hong Kong), che
ha fatto 32 anni di prigione in Cina ed è stato liberato
pochi anni fa. Ciò che mi ha colpito è la gioia, l ’entu­
siasmo, l ’ottimismo, l ’umorismo di questo Vescovo, la
sua capacità di guardare il futuro.
Avendogli chiesto come aveva potuto resistere in pri­
gione mi ha risposto: « Sarei certamente impazzito, co­
me è accaduto ad altri, se non avessi coltivato, giorno
dopo giorno, la preghiera ». In condizioni difficilissi­
me, ho saputo, perché non gli avevano lasciato né bre­
viario, né Vangelo, né corona del Rosario; anzi, lo ob­
bligavano a leggere le riviste del partito e a farne delle
sintesi, nel desiderio di indottrinarlo. Lui allora si met­
teva davanti la rivista o il libro e, con le dita, contava
le Ave M aria perché non lo vedessero pregare. In que­
sto modo ha avuto la forza di accettare per settimane,
poi per un anno, poi per dieci e fino a 32 anni quelle
condizioni e ha conservato una giovinezza dello spiri­

61
to straordinaria, capace di guardare con ottimismo a
coloro che l ’hanno incarcerato. Lo spirito evangelico
lo ha evidentemente intriso dal di dentro, e lo si capi­
sce, lo si vede.

Abbiamo molto bisogno di pregare perché il nostro


tempo vive una forte crisi di desolazione spirituale, so­
prattutto la vivono i nostri paesi occidentali. Nella mia
Diocesi, e, in genere, nel Nord abbiamo l ’impressione
che Fuomo contemporaneo si ripieghi sempre più su se
stesso e che la notte di Dio stia invadendo il mondo.
I segni della sua divina presenza vengono meno: il
crocifisso alle pareti, le chiese imponenti al centro del­
le città. Anche esteriormente, le città moderne sono se­
colarizzate.
Ma ha forse Dio abbandonato il suo popolo?
Io sono certo che, mediante l’accostamento alla Scrit­
tura, attraverso il metodo della « Lectio Divina », noi
potremo avere una nuova forma di presenza capillare,
popolare, dello Spirito di Dio in mezzo alle masse per­
ché la lettura della Scrittura fa vivere nel cuore della
gente lo Spirito di Dio.
Si ridurranno Ì segni religiosi esteriori ma si appro­
fondirà la presenza del Signore nei cuori e nella vita
mediante il rapporto preghiera-azione; viste non più co­
me due realtà che si aiutano reciprocamente ma come
la continuità di un unico cammino che, a partire dalla
Parola, giunge alla mente, al cuore e poi torna sulla boc­
ca e sulle mani per diventare azione che trasforma la
società, solleva i poveri, lotta contro l’ingiustizia, si erge
come testimone della verità contro tutte le crudeltà e
le nefandezze che vediamo intorno a noi. Si erge come

62
un segno grande di speranza nato da un popolo, da una
Gerusalemme celeste, che già scende dal cielo e pren­
de possesso della storia, grazie a questi testimoni del­
l ’invisibile, che sono tutti i cristiani battezzati impe­
gnati in questi itinerari di preghiera e di approfondi­
mento.
C a r d . C a r l o M a r i a M a r t in i

63
■■■;/ AV/;/ i.:Aü //: *

¡.O i h Pi! ü.!

su LìUca iiijo -42


Card. Carlo M aria M artini
Vogliamo ora sperimentare il primo gradino della Lec-
tio Divina sul brano di Le 10,38-42.
Ciò comporta di leggere e rileggere il brano evange­
lico per metterne in luce gli elementi positivi.
— Nell’esercizio della Lectio ci si deve anzitutto do­
mandare: dove sì trova questo testo , a quale punto del
racconto di S. Luca? Si trova al c. 10. E che cosa c’è
prima e che cosa c’è dopo?
Dopo c’è l ’insegnamento di Gesù sulla preghiera (cf
Le 11,1-4).
Prima c’è la parabola del buon samaritano (Le
10,30-37), che è la risposta di Gesù all’interrogazione
di un dottore della Legge: « Chi è il mio prossimo? ».
Gesù terminerà con le parole: « V a ’ e fa’ anche tu lo
stesso ». E una parabola sul fare.
Nella nostra Diocesi di Milano Tanno pastorale
1986-87 ha avuto come tema centrale il « Farsi pros­
simo ».
Possiamo subito osservare come la pagina di M arta
e M aria sia in contrasto con la precedente perché, in­
vece del fare, è sottolineato Vascoltare.
Nel brano seguente, poi, l ’insegnamento di Gesù in­
siste sul pregare , sul chiedere. Fare, ascoltare la parola
di Gesù, pregare.

67
La preghiera si situa dunque in un contesto che par­
te dall’ascolto della Parola e che però è strettam ente
collegato con l ’agire della carità. Quando si parla della
preghiera si presuppone l ’ascolto della Parola, quando
si parla della Parola si tiene presente l’agire della carità.
E sempre molto importante la collocazione del te­
sto: nel nostro caso, il susseguirsi dei brani vuole evi­
denziare l ’unità esistente tra carità — ascolto — pre­
ghiera.
— In un secondo momento della Lectio, ci si pone
la domanda: chi sono i personaggi che agiscono in questa
pagina? Sono due donne: M arta e la sorella M aria. E
anzi uno dei pochi brani evangelici in cui l’azione è por­
tata avanti da due donne. Qualcosa di simile è in S.
Giovanni (c. 11) là dove ci sono ancora le due sorelle
M arta e M aria in primo piano alla tomba di Lazzaro.
E un’altra pagina evangelica, che vede delle donne co­
me uniche protagoniste dell’azione, la troviamo nel rac­
conto della tomba di Gesù dopo la sua risurrezione: le
donne che incontrano l ’angelo.
E interessante leggere in questi tre brani qual è la
missione della donna nella Chiesa e nella società, al­
meno come spunto di riflessione.
In Le 10,38-42 però le due donne agiscono in con­
trapposizione. Viene alla mente il brano dei due disce­
poli di Emmaus che, invece, parlano e agiscono insie­
me, in modo che non possiamo distinguere dal vangelo
che tipo fosse l ’uno e che tipo fosse l ’altro.
Nel nostro caso c’è da una parte M arta, con la sua
attività, e d all’altra parte M aria, con il suo ascolto. E
necessario coglierle nelle loro differenze, perché rap­
presentano due aspetti della vita e noi siamo invitati
a scoprire il reciproco coordinamento.
— Dopo la domanda sui personaggi, ci poniamo quel­

68
la sui momenti della scena: quali sono le tappe secondo
cui la scena sì svolge? Ne riconosciamo facilmente quat­
tro.

a) C ’è lo sfondo: Gesù cammina, entra in un villag­


gio, trova una casa, nella casa c’è M arta che lo accoglie.

b) Nella seconda tappa vengono presentate le perso­


ne. M aria, seduta ai piedi di Gesù mentre ascolta la sua
parola; M arta, tutta presa dai servizi, che corre qua e
là tra pentole e fornelli per preparare il pranzo.

c) La terza tappa è lo scoppio del dram m a : queste


due donne sono talmente contrapposte l ’una all’altra
che qualcosa deve succedere.
E M arta che sbotta incominciando a rimproverare
Gesù: « Signore, tu non ti curi che la mia sorella m ’ab­
bia lasciata sola?». Come a dire: Signore, tu stai sba­
gliando, non ti rendi conto di ciò che sta accadendo
in questa casa! Notiamo che Gesù non è mai stato rim ­
proverato come lo è da M arta!
Dopo averlo rimproverato, gli dà un ordine^ devi co­
mandare a mia sorella di venire ad aiutarmi. E un mo­
mento drammatico del racconto ed anche un po’ umo­
ristico, ironico. Infatti M arta voleva far onore a Gesù
e per questo gli stava preparando un buon pranzo; vo­
leva fargli capire che era il più grande ospite che mai
era arrivato nella sua casa, voleva che si dicesse che Gesù
non era mai stato tanto onorato come in casa sua. Ma
proprio nel desiderio di onorare Gesù, lo offende, lo
rimprovera: sei qui e non capisci la situazione!

d) La quarta tappa è la soluzione che leggiamo nelle


parole di Gesù a M arta: « M arta, tu ti preoccupi e ti
agiti per molte cose, ma di una sola c ’è bisogno. M aria
ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta ».

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Il brano, che ha il culmine drammatico nello scop­
pio nervoso di M arta, ha quindi una conclusione paci­
fica, sapienziale, nella parola chiarificatrice del Signore.
Abbiamo terminato di leggere la scena cercando di
penetrarla, di coglierla nei suoi particolari, nei suoi ele­
menti portanti.
— Ora facciamo un altro tentativo di lettura, fer­
mandoci su alcune parole e su alcuni temi importanti.
Questo esercizio ha lo scopo di gustare certe parole,
di pesarle, di ruminarle. Sottolineo anzitutto:

a) Le parole che riguardano M aria:


« Sedutasi ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola ».
Sedersi ai piedi di qualcuno è l ’atteggiamento del d i­
scepolo rispetto al Maestro. Nel libro degli A tti degli
Apostoli, per esempio, quando Paolo racconta la sua vita,
dice: « Io, da giovane, sedevo ai piedi di Gamaliele a
Gerusalemme » (At 22,3), ero suo discepolo; lui era il
mio maestro. E interessante l ’atteggiamento di M aria,
perché finora nel Vangelo abbiamo visto, come disce­
poli, soltanto degli uomini, gli apostoli. Qui viene messa
in luce una donna, come discepola che ascolta le parole
del Maestro. Ci viene alla mente una espressione di Ge­
sù: «B e a ti coloro che ascoltano la parola di Dio e la
mettono in pratica » (Le 11,28). M aria vive la beatitu­
dine evangelica, la beatitudine d ell’ascolto della Paro­
la. E l’immagine perfetta del discepolo, dell’umanità
in ascolto della parola di Dio, ed è immediatamente l’im­
magine che ci richiama la figura della perfetta ascolta-
trice, M aria Madre di Gesù, che dice: « Si faccia di me
secondo la tua paro la» (Le 1,38). E si può dire della
sorella di M arta quello che è scritto di M aria, M adre
di Gesù: «Conservava queste parole meditandole nel
suo cuore» (Le 2,19).

70
M aria di Nazaret e M aria di Betania sono il modello
dell’ascolto, del discepolo che interiorizza la Parola, che
la sa ricevere, il modello della contemplazione, l’imma­
gine della Chiesa che ascolta mettendo come priorità
la Parola di Dio, l ’ascolto del Signore, Vediamo ora.

b) Le parole di M arta:

— Anzitutto una molto bella: seivizio. Il servizio,


in greco « diakonia », è una bellissima parola neotesta­
mentaria, molto alta. Paolo dice che ci sono molte dia-
konie, molti servizi e tutti provengono dallo Spirito San­
to. Marta è in servizio, e non le viene rimproverato per­
ché è un motivo di merito.
Sono rimproverati a M arta il suo preoccuparsi e il
suo agitarsi, il suo tendersi. Sono tre atteggiamenti che,
letti alla luce di altre pagine del Nuovo Testamento,
ci spiegano qualcosa del mistero di Dio ndl'uom o.
— « Si agitava », cioè era inquieta, come le onde del
mare che vanno su e giù. Si voltava di qua e poi di là,
le veniva in mente un’altra cosa, correva a prendere il
sale, si accorgeva di avere dimenticato il pepe, e così
via. Quando si lavora di fretta, senza fermarsi, alia fi­
ne non si riesce nemmeno più a vedere le cose che si
stanno facendo, si perdono gli occhiali, si rompono i
piatti, non si trova più niente.
Tutti noi abbiamo forse vissuto momenti di agita­
zione per cui non ci si accorge di ciò che è più eviden­
te, che è sul proprio tavolo, e lovsi cerca altrove!
— « Preoccupata », era Marta. E una parola che tro­
viamo nella parabola del seminatore (cf Le c. 8). Gesù
spiega che il seme seminato tra le spine cresce e viene
soffocato: le spine che soffocano il seme della Parola
sono le preoccupazioni della vita.
M arta non può ascoltare la Parola perché è preoccu­

71
pata di fare bella figura, di riuscire, di arrivare in tem­
po, di fare il miglior pranzo possibile, di farsi lodare
da tutti. Il seme della Parola viene in lei soffocato dal­
le spine. Se non fosse stata preoccupata, probabilmen­
te avrebbe fatto come tante buone donne di casa che
mentre preparano il pranzo ascoltano una bella conver­
sazione alla radio, forse una predica; possono ascoltare
perché sono in pace. M arta avrebbe potuto ascoltare,
con un orecchio dietro alla porta, le parole di Gesù ma
la sua preoccupazione era tale da non farle sentire
niente.
— Per questo « si tendeva », era tutta rigida, indu­
rita. Il termine ricorre addirittura nella prima Lettera
ai Corinzi , là dove Paolo parlando di coloro che hanno
lasciato tutto per servire il Signore — le nostre religio­
se —, che vivono la verginità per il Regno — dice che
l ’hanno fatto per poter servire il Signore senza « esse­
re tirate di qua e di là » (ICor 7,35).
Marta, lasciandosi tirare da una parte e dall’altra, im­
pediva a se stessa di dedicarsi attentam ente al suo ser­
vizio e al suo Signore.
Qual è l ’antidoto al modo di fare di M arta? Lo tro­
viamo in un bellissimo brano della Lettera ai Filippesi:
« Non preoccupatevi di niente, ma in ogni vostra pre­
ghiera e supplica con ringraziamento, le vostre richie­
ste fatele conoscere a D io » (4,6).
L ’antidoto delle eccessive preoccupazioni di M arta
è la preghiera. Se avesse detto: Signore, non ce la fac­
cio, aiutam i, dimmi come devo comportarmi!, avreb­
be placato se stessa. Invece si è messa ad inveire, a sgri­
dare Gesù e a dirgli che cosa avrebbe dovuto fare lui.
L ’affanno, il turbamento, la tensione nervosa ci fanno
sbagliare anche nei rapporti più semplici.
Pensiamo a quante volte i rapporti fam iliari, per
esempio, sono inquinati dalla fretta e d all’agitazione!

72
Quante volte non ci si ascolta, si fanno magari degli
sgarbi, non si è cortesi, perché siamo presi da mille
preoccupazioni e perdiamo così di vista l ’essenziale! In­
fine, rileggiamo

c) La Parola dì Gesù:
— « Ti preoccupi e ti agiti per molte cose », troppe.
Rimprovera dolcemente M arta dicendole che non rie­
sce a fare unità nella sua vita. E poi aggiunge: — « Una
cosa sola basta », quella che ha scelto M aria.
Maria ha scelto Vascolto. Noi diciamo subito: ma non
si può ascoltare sempre! E se M arta avesse ascoltato
come Maria, quel giorno non avrebbe mangiato nessuno!
Gesù non vuol dire che è necessario stare sempre se­
duti ad ascoltare. Piuttosto indica una priorità nelle co­
se, un ordine, un prim ato . Prima viene l’ascolto e poi
viene l ’azione. Già questa mattina abbiamo affermato
che l ’azione nasce dalla preghiera e dalla meditazione.
La sola cosa necessaria, dice Gesù, è il primato di
Dio, del Regno, è il tesoro nascosto nel campo, è la perla
preziosa, è l ’aver messo Dio al primo posto, è l’ascolto
della sua Parola al principio di ogni nostra realtà. T ut­
to il resto allora si armonizza tranquillam ente, si trova
il tempo, si trovano le occasioni giuste, si trova la pace
per agire.
Vi ho così dato un semplice esempio di Lectio, di
lettura: a partire dalla collocazione del brano, abbia­
mo cercato di individuare i personaggi, poi di sottoli­
neare i momenti della scena e infine abbiamo cercato
di mettere in rilievo le parole importanti.

Il secondo gradino della « lectio divina » è la medi-


tatio, la meditazione. M i limito a darvi qualche indica­

73
zione attraverso tre domande che possono stimolare la
vostra personale riflessione.

a) La prima domanda la facciamo guardando M arta.


Sono spesso preoccupato e teso come M arta? Capita
anche a me di essere troppo spesso nervoso, inquieto,
agitato? E perché?
Lasciamo emergere dal nostro cuore la risposta.
Ci può aiutare esprimere la domanda al Signore: « Ve­
di che io troppo spesso sono teso, nervoso e talora quan­
do arrivo a casa non saluto nessuno. Vedi che quando
una persona mi fa una gentilezza, un sorriso, non li ri­
cambio perché sono inquieto. Aiutami a capire la radi­
ce delle mie preoccupazioni, Signore! ».
E poi possiamo dire a S. M arta: « T u che sei stata
rimproverata da Gesù per le tue agitazioni, aiutam i a
capire qualcosa delle mie ».

b) La seconda domanda la facciamo guardando M a­


ria. Sono capace di ascoltare e contemplare? Quanto
tempo dedico, nella mia giornata e nella mia settim a­
na, all’ascolto della Parola, come M aria ai piedi di Ge­
sù? Quanto tempo vi ho dedicato oggi, quanto la setti­
mana scorsa, quanto tempo questa estate?
Ci sarà forse motivo di dire al Signore: « T i ho tra­
scurato, Signore, ma ti chiedo perdono! Aiutam i a tro­
vare il tempo da dedicare a te, alFascolto della tua pa­
rola. Sai bene che trovo il tempo per tutte le cose che
mi vanno e che mi piacciono. Fa’ che mi piaccia ascol­
tare te! ».

c) La terza domanda la facciamo guardando Gesù ed


è già quindi un momento di contemplazione: so guar­
dare Gesù e lasciarmi guardare da lui?

74
« Signore, insegnami a capire che tu sei l ’unica cosa
importante per poter armonizzare nella mia vita tutto
il resto! ».
Nel momento di silenzio, si può rileggere il brano,
ripensando al valore delle parole di M arta, di M aria e
di Gesù, per passare poi alla preghiera e alla contem­
plazione.
C a r d . C a r l o M a r i a M a r t in i

15
Premessa

CON LA PREGHIERA
ALLE RADICI DELLA VITA
(Mons. Antonio Riboldi)
1. Ricordando il Convegno diocesano
2. Una testimonianza
3. Vita di preghiera
4. « Diventiamo bambini »
5. Un auspicio

ASPETTI TEOLOGICI
DELLA PREGHIERA
(D. Bruno Forte)
1. Il primato del vissuto
2. Introduzione al mistero della preghiera
cristiana
a) La preghiera in rapporto a l Padre
b) M a noi preghiamo il Padre
«p er i l Figlio »
c) Noi preghiamo nello Spirito
3. Itinerario o scuola della preghiera
cristiana pag. 36
a) Cosa significa la paura
nella esperienza della preghiera? » 37
b) La seconda grande tentazione è
Vevasione » 39
c) La terza grande tentazione:
Vimpazienza » 41
4. M aria, icona dell’orante » 43
a) M aria è la vergine » 44
b) M aria è la madre » 44
Conclusione » 45

LA PREGHIERA BIBLICA
(Card. Carlo M aria M artini)
1. Pregare con la Scrittura 49
2. La Lectio Divina 51
3. Alcune obiezioni sulla Lectio Divina 54
4. Il rapporto tra l ’orazione e la vita 59
Conclusione 62

LA SOLA COSA NECESSARIA:


LECTIO DIVINA
SU LUCA 10,38-42
(Card. Carlo M aria M artini)
1. Lettura: primo gradino della Lectio 67
a) Le parole che riguardano M aria 70
b) Le parole dì Marta 71
c) La parola di Gesù 73
2. Spunti per la meditatio 73
Stampa: 1988
Nuova Oflito s.r.l. Mappano (Torino)
Printed in italy
Servizi© alla Chiesa locale
Spunti di meditazione e formazione
Sussidi
Proposte per assimilare la Parola di Dio e delia
Chiesa
per apprendere io stile del convenire
per aprirsi a una nuova m issionarietà
per «essere» con gli altri cristiani
presenza d i vita in un territorio.

1. G. Pollano, Il cuore del Dio fatto uomo


2. G. De Capitani, Cristo, via per l ’uomo
3. Chiesa di Acerra, Sulle vie della riconciliazione
4. C. Massa, Per leggere e pregare / ’Enciclica « Do­
ni inum et vivificantem»
5. G. Tali e re io, Il cuore umano di Cristo
6. AA. vari, Tutto l ’anno con Maria
7. Valeria Boldini, Tempo di Natale
8. G. Coro - M.R. Maìzone ■S. Teli, Alla tua presenza
9. Riboldi - Forte - Martini, Signore insegnaci a pre­
gare

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