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LEZIONARIO “I PADRI VIVI” ANNO A/B/C (Clerus)

DOMENICA AVVENTO

ANNO A

Letture: +Is 2,1-5 +Rm 13,11-14 +Mt 24,37-44

1. L‟incertezza della fine è stimolo alla vigilanza

Quando verrà l‟anticristo, i malvagi e coloro che disperano della salvezza si abbandoneranno ancor più ai loro
turpi piaceri. Allora vi saranno orge, canti e danze sfrenate, ubriachezza. Ecco perché cita quell‟esempio che si
adatta ottimamente alla situazione: quando Noè costruiva l‟arca, gli uomini non credevano al diluvio, benché l‟arca
esposta alla vista di tutti preannunciasse le sventure che dovevano accadere, tutti, nonostante ciò, si davano ai
piaceri, come se nulla di terribile dovesse succedere. Allo stesso modo, all‟apparire dell‟anticristo, seguirà la fine
coi suoi castighi e tormenti intollerabili. Eppure gli uomini, in preda all‟ebrezza della loro malvagità, non saranno
affatto intimoriti da quello che accadrà. Ecco perché anche Paolo afferma che, come una donna incinta è colta
all‟improvviso dalle doglie del parto, allo stesso modo si verificheranno quei terribili e irrimediabili mali...

"Riflettete bene: Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte il ladro debba venire, veglierebbe
certamente e non lascerebbe spogliare la sua casa. Quindi voi state preparati, perché il Figlio dell‟uomo verrà in
quell‟ora che meno pensate" (Mt 24,43-44). Non rivela quel giorno perché siano vigilanti e sempre pronti, e
dichiara che in quell‟ora che meno pensano allora egli verrà, perché siano sempre preparati alla battaglia e
costantemente dediti alla virtù. Le sue parole in definitiva vogliono dire questo: se gli uomini conoscessero il
momento della loro morte, si preparerebbero con grande impegno e con ogni cura per quell‟ora.

Ma allo scopo di non limitare il loro fervore a quel giorno, non rivela né il giorno del giudizio universale, né il
giorno del giudizio particolare volendo che essi siano costantemente in attesa e sempre fervorosi: ecco il motivo per
cui lascia nell‟incertezza la fine di ciascun uomo... Mi pare inoltre che intenda scuotere e confondere i pigri, che
non hanno per la loro anima tutto quell‟impegno che manifestano invece per le loro ricchezze quelli che temono
l‟assalto dei ladri. Costoro, quando suppongono la visita dei ladri, stanno in guardia per impedire che sia sottratto
alcunché della casa. Voi al contrario - sembra dire Cristo - benché sappiate che il vostro Signore verrà sicuramente,
non vigilate né state pronti per evitare di essere portati via da questo mondo impreparati. Quel giorno, pertanto,
verrà a rovina di coloro che dormono. Se infatti il padrone sapesse il momento del furto, lo impedirebbe; così anche
voi, se foste pronti, evitereste di essere colti di sorpresa.
Crisostomo Giovanni, In Matth. 77, 2 s.

2. Esser pronti all‟incontro con il Signore

"Tieniti pronto all‟incontro col Signore, o Israele, poiché egli viene" (Am 4,12).

E anche voi, fratelli, tenetevi pronti, perché "il Figlio dell‟uomo verrà nell‟ora che non pensate" (Lc 12,40).

Nulla è più certo che egli verrà, ma nulla più incerto di quando egli verrà. Infatti, è così poco in nostro potere
conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta (Ac 1,7) che non è dato neppure agli angeli
che lo assistono conoscere il giorno né l‟ora (Mt 24,36). Anche il nostro ultimo giorno verrà, è certissimo; ma
quando, dove o come sopraggiungerà, questo è molto incerto; noi sappiamo soltanto, come è stato detto prima di
noi: per i vecchi, esso è alla porta, mentre per i giovani è in agguato. E almeno vegliassero su sé stessi coloro che
vedono la morte pronta ad entrare anzi, che la vedono già entrare. Che non è forse già parzialmente entrata quando
alcune parti del corpo sono già morte? E tuttavia in molti semimorti è dato vedere ancora viva la brama del mondo;
le membra diventano fredde, e l‟avarizia l‟arde: la vita finisce, ma l‟ambizione si prolunga. Visto che a noi pure,
cui forse l‟età o la salute sembrano promettere più lungo spazio, quanto meno la morte si profila all‟orizzonte, tanto
più allora, se noi siamo saggi, ci deve apparire piccola cosa. Affinché non accada che quel giorno ci sorprenda
all‟improvviso incauti e non preparati come un ladro nella notte (1Th 5,2). Poiché esso sta in agguato, tanto più va
temuto quanto meno lo si può vedere o ci se ne può guardare. Per cui l‟unica sicurezza è quella di non esser mai
sicuri; giacché il timore, non tenendo all‟erta, fa stare sempre pronti, finché la sicurezza prenda il posto del timore e
non il timore quello della sicurezza...

Com‟è bello, fratelli, e quale beatitudine, non solo rimanere sicuri di fronte alla morte, ma altresì trionfare con
gloria per la testimonianza della coscienza; ...aprire con gioia al Giudice che viene e che bussa alla porta. Allora
invero si vedranno, ahimè, gli uomini come me tremare per la paura; chiedere una dilazione, e non ottenerla; voler
comprare con lacrime di penitenza dell‟olio per la coscienza e non averne il tempo; voler evitare quei vizi spettrali
e non poterlo; volersi nascondere nel corpo davanti alla collera che tuona, ed essere costretti a uscirne. Esalerà,
"esalerà il suo spirito", e il peccatore "ritornerà alla terra" donde venne: "In quel giorno svaniranno tutti i loro
disegni" (Ps 145,4). So che è della condizione umana essere turbati al momento decisivo della partenza; quando
anche i perfetti non vogliono essere spogliati, ma rivestire il loro vestito di gloria sull‟altro, e coloro che non si
sentono colpevoli, poiché non per questo si trovano giustificati, sono costretti a temere un giudizio di cui ignorano
il contenuto. Ma che la mia anima sia turbata a motivo della sua condizione, o per mancanza di santità, o per timore
del giudizio, dice il giusto: Tu, o Signore, ricordati della tua misericordia, invia la tua misericordia e la tua verità, e
libera la mia anima dai lioncelli, e io che prima ero turbato, poi in pace mi corico e subito mi addormento (Ps
41,7)...

Pertanto "tieniti pronto", o vero "Israele, per l‟incontro col Signore", affinché non solo quando viene e bussa tu
gli apra, ma quando ancora è lontano tu gli vada incontro allegramente e col cuore pieno di gioia, e avendo fiducia
per il giorno del giudizio, tu preghi con tutta l‟anima che venga il suo regno. Se dunque in quel momento vuoi
essere trovato pronto, "prima del giudizio preparati la giustizia" (Si 18,19) secondo il consiglio del Saggio; sii
pronto a compiere ogni opera buona e non meno pronto a sopportare qualsiasi male...
Tu dunque "vieni incontro a me" (Ps 58,5-6), che ti vengo incontro; poiché io non posso elevarmi alla tua
altezza, se tu chinandoti "all‟opera delle tue mani non mi porgi la destra" (Jb 14,15). "Vienimi incontro e vedi se
c‟è via di menzogna in me" (Ps 58,6 Ps 138,24); e se trovi in me una "via di menzogna" che io ignoro, "allontanala"
e avendo misericordia di me, con la tua legge guidami sulla via eterna (Ps 138,24) cioè Cristo, che è la via per la
quale si va e l‟eternità alla quale si perviene, la via immacolata, la beata dimora.

Guerric d‟Igny, III serm. 1-2

IIa domenica di Avvento

11 Letture:

+Is 11,1-10 +Rm 15,4-9 +Mt 3,1-12

1. La figura del Battista

In quei giorni venne Giovanni a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: "Pentitevi, perché il regno dei
cieli è vicino", ecc. In Giovanni bisogna esaminare il luogo, la predicazione, il vestito, il cibo, e ciò per ricordarci
che la verità dei fatti non è compromessa, se la ragione di una intelligenza interiore soggiace al compimento dei
fatti. Avrebbe potuto esserci, per lui che predicava, un luogo più opportuno, un vestito più comodo e un cibo più
appropriato, ma sotto i fatti c‟è un esempio nel quale l‟atto compiuto è di per sé una preparazione. Giunge infatti
nel deserto della Giudea, regione deserta quanto alla presenza di Dio, non del popolo, e vuota quanto all‟abitazione
dello Spirito Santo, non degli uomini, di modo che il luogo della predicazione attestava l‟abbandono di coloro ai
quali la predicazione era stata indirizzata. Siccome il regno dei cieli è vicino, egli lancia anche un invito a pentirsi,
grazie al quale si torna indietro dall‟errore, ci si distoglie dalla colpa e ci si impegna a rinunziare ai vizi dopo
averne arrossito, perché egli voleva che la deserta Giudea si ricordasse che doveva ricevere colui nel quale si trova
il regno dei cieli, per non essere più vuota in futuro, a condizione di essersi purificata dai vizi di un tempo mediante
la confessione del pentimento. La veste intessuta anche con peli di cammello sta a indicare la fisionomia esotica di
questa predicazione profetica: è con spoglie di bestie impure, alle quali siamo pareggiati, che si veste il predicatore
di Cristo; e tutto ciò che in noi era stato in precedenza o inutile o sordido è reso santo dall‟abito di profeta. Il
circondarsi di una cintura è una disposizione efficace per ogni opera buona, nel senso che abbiamo la nostra volontà
cinta per ogni forma di servizio a Cristo. Per cibo inoltre egli sceglie delle locuste che fuggono davanti all‟uomo e
che volano via ogni volta che ci sentono arrivare: siamo noi, quando ci allontaniamo da ogni parola dei profeti e da
ogni rapporto con essi lasciandoci analogamente portar via dai salti dei nostri colpi. Con una volontà errante, con
opere inefficaci, con parole lamentose, con una dimora da stranieri, noi siamo ora quel che costituisce il nutrimento
dei santi e l‟appagamento dei profeti, essendo scelti nello stesso tempo del miele selvatico per fornire proveniente
da noi, il cibo più dolce, estratto non dagli alveari della Legge, ma dai nostri tronchi di alberi silvestri.

Predicando dunque in quest‟abito, Giovanni chiama i Farisei e i Sadducei che vengono al battesimo "razza di
vipere": li esorta a produrre un "frutto degno di penitenza" e a non gloriarsi di "avere Abramo per Padre", perché
Dio, da pietre, è capace di suscitare figli ad Abramo. Non è richiesta infatti la discendenza carnale, ma l‟eredità
della fede. Pertanto il prestigio della discendenza consiste nel carattere esemplare delle azioni e la gloria della razza
è conservata dall‟imitazione della fede. Il diavolo è senza fede, Abramo ha la fede; l‟uno infatti ha dimostrato la sua
cattiva fede al tempo della disobbedienza dell‟uomo, l‟altro invece è stato giudicato mediante la fede. Si
acquisiscono dunque i costumi e il genere di vita dell‟uno o dell‟altro grazie all‟affinità di una parentela che fa sì
che quanti hanno la fede sono discendenza di Abramo per la fede, e quanti non l‟hanno sono mutati in progenie del
diavolo per l‟incredulità, giacché i Farisei sono chiamati razza di vipere e il gloriarsi di avere un padre santo è loro
vietato, giacché da pietre e rocce sorgono figli ad Abramo ed essi sono invitati a produrre frutti degni di penitenza,
di modo che coloro che avevano avuto prima per padre il diavolo ridiventino figli d‟Abramo per la fede con quelli
che sorgeranno dalle pietre. La scure posta alla radice degli alberi testimonia il diritto della potenza che agisce in
Cristo, perché essa indica che, abbattendo e bruciando gli alberi sterili, si prepara la rovina dell‟inutile incredulità
in vista della conflagrazione del giudizio. E col pretesto che l‟opera della legge era ormai inutile per la salvezza e
che egli si era presentato come messaggero a coloro che dovevano essere battezzati in vista del pentimento il
dovere dei profeti, infatti, consisteva nel distogliere dai peccati, mentre era proprio di Cristo salvare i
credenti,Giovanni dice che egli battezza in vista del pentimento, ma che verrà uno più forte, i cui sandali egli non è
degno di incaricarsi di portare, lasciando agli apostoli la gloria di portare ovunque la predicazione, poiché ad essi
era riservato di annunciare coi loro bei piedi la pace di Dio. Fa dunque allusione all‟ora della nostra salvezza e del
nostro giudizio, quando dice a proposito del Signore: "Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" - poiché a quanti
sono battezzati in Spirito Santo resta di essere consumati dal fuoco del giudizio - "e avendo in mano il ventilabro,
pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile". L‟opera del
ventilabro consiste nel separare ciò che è fecondo da ciò che non lo è. Messo nella mano del Signore, indica il
verdetto della sua potenza che calcina col fuoco del giudizio il grano che deve essere riposto nei granai e sono i
frutti giunti a maturità dei credenti e, d‟altra parte, la pula, vacuità degli uomini inutili e sterili.

Ilario di Poitiers, In Matth. 2, 2-4

2. La preghiera deve essere unita alle opere

E ancora, coloro che pregano non si presentino a Dio con preghiere spoglie, non accompagnate da frutti. È
inefficace la preghiera a Dio, se è sterile. Come ogni albero che non dà alcun frutto è tagliato e gettato nel fuoco
(Mt 3,10), così pure una preghiera che non ha frutto non può propiziarsi Iddio, non essendo feconda di opere.
Appunto la divina Scrittura dice: "Buona è la preghiera unita al digiuno e all‟elemosina" (Tb 12,8).

Ecco, colui che nel giorno del giudizio renderà a ciascuno il premio per le sue opere ed elemosine, oggi ascolta
benigno colui che viene alla preghiera con le opere.
Cipriano di Cartagine, De orat. dom. 32

3. La tolleranza nella Chiesa

Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo, che il campo di Dio è la Chiesa cattolica, e nel suo
recinto sono contenuti, sino alla fine del mondo, la paglia assieme al grano, cioè si mischiano, nella comunione dei
sacramenti, buoni e cattivi; e in ogni ufficio, sia di chierici, come di monaci o di laici, ci sono, insieme, buoni e
cattivi. Né sono da abbandonare i buoni per il fatto che ci sono i cattivi, ma in considerazione dei buoni, devono
essere tollerati i cattivi nella misura richiesta dalla fede e dalla carità, cioè, se nella Chiesa non spargono semi di
eresia, o con esiziale imitazione non portano i fratelli a qualche malvagia impresa. Neppure è possibile che chi nella
Chiesa cattolica crede con rettitudine e vive bene si macchi mai del peccato di altri, se egli non offre a colui che
pecca né consenso, né favore. Ed è ben utile che i cattivi siano tollerati, all‟interno della Chiesa, dai buoni, se con
essi si agisce così, vivendo bene e ammonendo bene, affinché vedendo e sentendo le cose che sono buone, essi
guardino le proprie opere malvagie, e giudicando sé stessi da Dio per le proprie opere malvagie si ravvedano; e
così, prevenuti dal dono della grazia, arrossiscano delle loro iniquità, e per la misericordia di Dio si convertano ad
una vita buona. Ora poi, per la diversità delle opere, nella Chiesa, in quanto cattolica, i buoni devono essere separati
dai cattivi, affinché con coloro con i quali comunicano i divini sacramenti non abbiano in comune le cattive opere,
per le quali questi sono biasimevoli. Alla fine del mondo, per certo, i buoni dovranno essere separati dai cattivi
anche nel corpo, quando verrà Cristo col "ventilabro in mano e pulirà la sua aia e ammasserà il suo grano nel
granaio, e brucerà la paglia col fuoco inestinguibile" (Mt 3,12), allorché con giusto giudizio separerà i giusti dagli
ingiusti, i buoni dai cattivi, i retti dai perversi; e metterà i buoni alla destra, i cattivi alla sinistra, e pronunciata dalla
sua bocca di giudice giusto ed eterno l‟immutabile sentenza, i cattivi tutti "andranno al fuoco eterno, i giusti poi alla
vita eterna" (Mt 25,46); i cattivi bruceranno sempre col diavolo, i giusti invece regneranno senza fine con Cristo.

Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petrum, 86

III domenica di Avvento

12 Letture:

+Is 35,1-6 35,10 +Jc 5,7-10 +Mt 11,2-11 (Is 35,1-6a.10)

1. I discepoli di Giovanni
È evidente ormai a tutti che i discepoli del precursore avevano un certo risentimento nei confronti di Gesù, e
che avevano sempre manifestato gelosia nei suoi confronti. Questo loro atteggiamento era già apparso evidente da
quanto avevano detto al loro maestro: Colui che era con te di là dal Giordano, cui tu hai reso testimonianza, eccolo
che battezza e tutti accorrono a lui (Jn 3,26). In un‟altra circostanza vi fu anzi una disputa tra i discepoli di
Giovanni e i Giudei a proposito della purificazione, ed i primi si avvicinarono a Gesù chiedendogli: Perché noi e i
Giudei digiuniamo spesso e i tuoi discepoli non digiunano affatto? (Mt 9,14).

Essi infatti non sapevano ancora chi era il Cristo e ritenevano che Gesù fosse un semplice uomo, mentre
stimavano moltissimo Giovanni e lo consideravano più che un uomo: pertanto sopportavano amaramente che la
fama di Gesù crescesse a discapito di quella del loro maestro, secondo le parole che Giovanni stesso aveva
pronunziate. E questa gelosia impediva loro di accostarsi e di credere in Gesù: l‟invidia era come un muro che
sbarrava loro la via per arrivare al Salvatore. Finché Giovanni era con loro, li esortava e li ammoniva spesso, ma
con scarso successo. Quando infine Giovanni si rende conto, in prigione, che la sua morte è vicina, allora compie
un supremo sforzo per convincere i suoi discepoli ad abbandonare ogni invidia verso Gesù e a riconoscere in lui il
Salvatore. Teme di lasciar loro qualche motivo per una falsa idea e che essi per sempre restino separati da Cristo. In
realtà, lo scopo profondo di tutta la sua predicazione, sin dall‟inizio, era stato quello di condurre tutti i suoi
discepoli al Salvatore. Ma siccome essi non si persuadevano, compie ora che la sua morte è imminente
quest‟ultimo, più efficace tentativo. Se avesse detto ai suoi discepoli di andare da Gesù perché‚ era più grande di
lui, l‟attaccamento che essi avevano per il loro maestro li avrebbe indotti a non obbedire a un tale ordine.
Avrebbero considerato il suo invito come una conseguenza della sua umiltà, il che li avrebbe spinti, anziché ad
abbandonarlo, a raddoppiare il loro affetto per lui. E neppure avrebbe ottenuto qualcosa di più se avesse taciuto.
Che risolve di fare allora? Non gli resta altro che attendere ch‟essi personalmente costatino i miracoli che Gesù va
compiendo e tornino a riferirglieli. Allora non li esorta e non li invia tutti da Gesù: sceglie i due che ritiene più
disposti a credere, in modo che le loro domande non dimostrino prevenzione e sospetto e comprendano, da ciò che
vedranno, quale differenza vi è tra lui e il Cristo. Andate - dice ai due discepoli - e chiedete a Gesù: "Sei tu dunque
colui che ha da venire, oppure dobbiamo aspettarne un altro?" (Mt 11,3). Cristo, che capisce subito il vero motivo
per cui Giovanni gli ha mandato questa ambasciata, non risponde direttamente alla domanda dei due: - Si, sono io, -
benché‚ sarebbe stato logico che facesse così. Egli sa che una simile diretta dichiarazione li avrebbe feriti nella
stima che avevano per Giovanni, e preferisce perciò lasciare che i due discepoli riconoscano chi egli è dagli stessi
miracoli che compie sotto i loro occhi. Il Vangelo narra infatti che, dopo l‟arrivo dei discepoli di Giovanni, Gesù
guarì molti malati. Quale altra conseguenza avrebbero potuto trarre i messi di Giovanni da questa sua indiretta
risposta alla loro domanda? Il Salvatore si comporta così perché sa benissimo che la testimonianza delle opere è
ben più attendibile e meno sospetta di quella delle parole. Insomma, Gesù Cristo, essendo Dio, e ben conoscendo i
motivi per cui Giovanni gli aveva invitato i suoi discepoli, guarisce ciechi, zoppi, e altri infermi, non per dimostrare
a Giovanni la sua reale natura - perché‚ avrebbe dovuto manifestarlo a Giovanni che già credeva e gli obbediva? -
ma soltanto per ammaestrare i seguaci del precursore che ancora nutrivano dubbi. Per questo, avendo sanato molti
infermi, disse loro: "Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete; i ciechi recuperano la vista, gli zoppi
camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri si annunzia la buona novella. E
beato è colui che non troverà in me occasione di scandalo" (Mt 11,4-6). Con queste parole mostra chiaramente di
conoscere i loro segreti pensieri.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 36, 1-2

2. Elogio del Precursore


Ma ascoltiamo quello che [Gesù] dice di Giovanni, dopo che i discepoli di questo si sono allontanati: "Cosa
siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento?" (Mt 11,7). Così dicendo certamente intendeva
negare, non affermare. La canna, infatti, alla brezza più lieve si piega in un‟altra parte. E cosa s‟intende per canna
se non un animo carnale, che appena è sfiorato dalla lode o dal biasimo subito si piega da questa o da quella parte?
Se infatti dalla bocca degli uomini soffia il vento della lode, si rallegra, si riempie di orgoglio e tutto si strugge in
tenerezza. Ma se da dove veniva il vento della lode soffia il vento del biasimo, subito s‟inclina dall‟altra parte
accendendosi d‟ira. Giovanni però non era una canna agitata dal vento, poiché‚ non si lasciava blandire dal favore
né il biasimo lo irritava, da qualunque parte venisse. La prosperità non lo rendeva orgoglioso e le avversità non
potevano prostrarlo. Pertanto, Giovanni non era una canna agitata dal vento, dal momento che nessuna vicissitudine
umana riusciva a smuoverlo dalla sua fermezza. Impariamo perciò, fratelli carissimi, a non essere come una canna
agitata dal vento, rafforziamo l‟animo nostro in mezzo ai soffi delle lingue, e rimanga inflessibile lo stato della
mente. Nessun biasimo ci spinga all‟ira, nessun favore ci inclini a una sterile debolezza. La prosperità non ci faccia
insuperbire, le avversità non ci turbino, di modo che, radicati in una solida fede, non ci lasciamo smuovere dalla
mutevolezza delle cose transitorie.

Così continua ad esprimersi [Gesù] riguardo a Giovanni: "Ma che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito
di morbide vesti? Ecco, quelli che portano morbide vesti abitano nei palazzi dei re" (Mt 11,8). Infatti descrivono
Giovanni vestito con peli di cammello intrecciati. E cos‟è questo: "Ecco, quelli che portano morbide vesti abitano
nei palazzi dei re", se non un dire apertamente che quanti rifuggono dal soffrire amarezze per amore di Dio e sono
dediti soltanto alle cose esteriori, militano non per il regno celeste, ma per quello terreno? Nessuno dunque creda
che nel lusso e nella preoccupazione delle vesti non ci sia alcun peccato, poiché se non ci fosse colpa, il Signore
non avrebbe affatto lodato Giovanni per l‟asprezza delle sue vesti...

E già Salomone aveva detto: "Le parole dei savi sono come pungoli, e come chiodi piantati profondamente"
(Qo 12,11). A chiodi e a pungoli sono paragonate le parole dei sapienti, perché esse non sanno accarezzare le colpe
dei peccatori, ma bensì le pungono.

"Ma chi siete andati a vedere nel deserto? Un profeta? Sì, vi dico; e più che un profeta" (Mt 11,9). È infatti
compito del profeta predire le cose future, non indicarle. Giovanni è più che un profeta, perché indicò, mostrandolo,
colui del quale nel suo ufficio di precursore aveva profetato. Ma poiché‚ [Giovanni] non è una canna agitata dal
vento, poiché non è vestito di morbide vesti, poiché‚ il nome di profeta non basta a dire il suo merito, ascoltiamo
dunque in che modo possa essere degnamente chiamato. Continua [il Vangelo]: "Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco io ti mando innanzi il mio angelo, perché prepari la tua via dinanzi a te" (Ml 3,1). Ciò che in greco viene
espresso col termine angelo, tradotto, significa messaggero. Giustamente, dunque, viene chiamato angelo colui che
è mandato ad annunziare il sommo Giudice: affinché‚ dimostri nel nome la dignità dell‟azione che compie. Il nome
è certamente alto, ma la vita non gli è inferiore.

Gregorio Magno, Hom. 6, 2-5

IV Domenica di Avvento
13 Letture:

+Is 7,10-14 +Rm 1,1-7 +Mt 1,18-24

1. La nuova Eva

Di fatto, Maria dette i natali senza il concorso di un uomo. Così come all‟origine, Eva è nata da Adamo senza
che vi sia stato incontro carnale, del pari è successo per Giuseppe e Maria, la Vergine sua sposa. Eva mise al
mondo l‟assassino Caino, Maria il Vivificatore. Quella mise al mondo colui che sparse il sangue di suo fratello (Gn
4,1-16), questa colui il cui sangue fu sparso dai suoi fratelli. Quella vide colui che tremava e fuggiva a causa della
maledizione della terra (Gn 4,10-14); questa colui che, avendo assunto su di sé la maledizione, la inchiodò alla
croce (Col 2,14). Il concepimento della Vergine ci insegna che colui che, senza legame di carne, ha messo al
mondo Adamo facendolo uscire dalla terra vergine, ha anche formato senza legame di carne il secondo Adamo nel
seno della Vergine. Il primo Adamo era ritornato nel seno di sua madre da questo secondo Adamo, che non vi
ritornò, colui che era sepolto nel seno di sua madre, ne fu tratto.

Maria cercava di convincere Giuseppe che il suo concepimento era opera della Spirito, ma egli non le credette,
perché era cosa insolita. Al vedere in lei, nonostante la sua gravidanza, un atteggiamento sereno, "egli, nella sua
giustizia, non voleva denunciarla pubblicamente" (Mt 1,19); ma non per questo fu maggiormente disponibile ad
accettarla, come marito, visto che pensava che si fosse unita ad un altro. Decise perciò «nella sua giustizia», di non
prenderla, ma anche di non calunniarla. Così "un angelo gli apparve e gli disse: Giuseppe, figlio di David" (Mt
1,20). Cosa meravigliosa che lo chiami, anche lui, «figlio di David»!, ricordandogli il primo dei suoi antenati,
David, al quale Dio aveva promesso che "dai frutti delle sue viscere" (Ps 132,11), avrebbe suscitato il Messia
secondo la carne. "Non temere di prendere Maria come tua sposa, perché ciò che è in lei è opera dello Spirito
Santo" (Mt 1,20). E se tu dubiti del concepimento senza legami carnali della Vergine, ascolta le parole di Isaia:
"Ecco, la vergine concepirà" (Is 7,14). E quelle di Daniele: "La pietra si staccò senza l‟aiuto delle mani" (Da 2,34).
Non si tratta di quest‟altra parola: "Guardate la montagna e i pozzi" (Is 51,1). Qui, in effetti, si tratta dell‟uomo e
della donna; là, invece, è detto: «Senza l‟aiuto delle mani». Così come, per Eva, Adamo aveva ricoperto il ruolo di
padre e di madre, del pari Maria per Nostro Signore.

Efrem, Diatessaron, 2, 2 s.

2. La cooperazione della natura umana alla redenzione

Per questo motivo il Verbo di Dio, incorporeo ed incorruttibile ed immateriale, si calò nella nostra
dimensione, benché mai neppure prima ne sia stato lontano, dal momento che, unito com‟è al Padre suo, non ha
lasciato alcuna parte della creazione vuota di sé e riempie ogni cosa.

Il Verbo di Dio si degna così di venire e di manifestarsi a noi, in virtù della sua filantropia nei nostri confronti.
Vedendo che gli esseri ragionevoli si perdono e che la corruzione della morte regna su di loro; vedendo che la
minaccia formulata da Dio contro la trasgressione trova efficace realizzazione attraverso questa corruzione e che
sarebbe assurdo che questa legge venisse violata prima ancora d‟esser compiuta; vedendo come fosse disdicevole
che le opere di cui egli era l‟autore fossero distrutte; vedendo la soverchiante cattiveria degli uomini accrescersi
pian piano ai danni di loro stessi e divenire intollerabile; vedendo che tutti gli uomini si rendevano schiavi della
morte, il Signore ebbe pietà della nostra stirpe e si fece misericordioso nei rispetti della nostra debolezza. Volle
rimediare alla nostra corruzione e non sopportò che la morte la spuntasse su di noi, amnché la sua creatura non
perisse e l‟opera compiuta dal Padre suo, nel creare gli uomini, non si dimostrasse inutile. Assunse dunque un
corpo, ed un corpo che non è diverso dal nostro. Egli, infatti, non ha voluto semplicemente «trovarsi in un corpo»,
come non ha voluto unicamente «mostrarsi»: in quest‟ultimo caso, altrimenti, avrebbe potuto realizzare questa
teofania in un essere più potente d‟un uomo. Il Signore assume, invece, un corpo come il nostro, né si accontenta
semplicemente di rivestirsene, ma vuole farlo nascendo da una vergine senza colpa né macchia, che non conosceva
uomo, prendendo così un corpo puro e del tutto incontaminato da qualsiasi unione carnale. Benché onnipotente e
demiurgo dell‟universo, all‟interno di questa vergine egli si edifica il proprio corpo come un tempio e,
manifestandosi e dimorando in esso, se ne serve come d‟uno strumento. Dal nostro genere, pertanto, il Signore
acquista una natura analoga alla nostra e, allo stesso modo come tutti noi siamo condannati alla corruzione ed alla
morte, non diversamente anch‟egli, per il beneficio di tutti, consegna il proprio corpo alla morte, presentandolo al
Padre; e tutto questo egli conduce a termine per filantropia.

In tal modo, dal momento che tutti muoiono in lui (Rm 6,8), la legge della corruzione, diretta contro gli
uomini, sarà infranta. Essa, infatti, dopo aver esercitato tutto il suo potere sul corpo del Signore, da quell‟istante
non sarà più in grado di infierire sugli uomini, essendo ormai costoro simili a lui.

Il Verbo di Dio, pertanto, ripristina nell‟incorruttibilità quegli uomini che erano divenuti nuovamente preda
della corruzione. Appropriandosi d‟un corpo, egli dona loro una nuova vita e li riscatta dalla morte. In virtù della
grazia della risurrezione, il Signore fa sparire la morte lontano dagli uomini, come un fuscello di paglia distrutto nel
fuoco.

Il Verbo, dunque, costatava che la corruzione degli uomini non poteva assolutamente esser cancellata, se non
attraverso la morte. D‟altronde, essendo immortale e figlio del Padre, non era possibile che il Verbo potesse morire.
Pertanto egli si riveste di un corpo suscettibile di morire affinché, partecipando del Verbo che sta al di sopra di
tutto, questo corpo sia in grado di morire per tutti e, d‟altronde, grazie al Verbo che ha preso dimora in lui, rimanga
incorruttibile e faccia ormai cessare in tutti, in virtù della risurrezione, la corruzione. Così, come nel sacrificio
d‟una vittima innocente, egli offre alla morte questo corpo, dopo essersene spontaneamente rivestito, e, tosto, fa
sparire la morte in tutti i suoi simili, attraverso l‟offerta d‟una vittima somigliante a loro.

È giusto che il Verbo di Dio, superiore com‟è a tutti, offrendo il suo tempio e lo strumento del suo corpo come
prezzo del riscatto per tutti, paghi, con la sua morte, il nostro debito. Così, unito a tutti gli uomini attraverso un
corpo simile al loro, il Figlio incorruttibile di Dio può a giusta ragione rivestire tutti gli uomini d‟incorruttibilità,
promettendo altresì loro la risurrezione. La corruzione stessa della morte, perciò, non ha più alcun potere contro gli
uomini, grazie al Verbo che dimora fra questi, in un corpo simile al loro.

Allorché un re illustre fa il suo ingresso in una grande città e prende dimora in una delle sue case, questa città
si sente oltremodo onorata, né nemici né briganti, ormai, marceranno più contro di essa per devastarla e vien fatta
oggetto d‟ogni attenzione per il fatto che il re risiede in una sola delle sue case. Così avviene anche al riguardo del
re dell‟universo: da quando egli è venuto nella nostra terra ed ha abitato un corpo simile al nostro, ogni iniziativa
dei nemici contro gli uomini ha avuto termine e la corruzione della morte, che per lungo tempo aveva imperversato
contro di essi, è scomparsa. Il genere umano sarebbe completamente perito, se il Figlio di Dio, signore
dell‟universo e salvatore, non fosse disceso a porre termine alla morte.

Atanasio, De incarnat. Verbi, 8 s.

Domenica dopo Natale: Santa Famiglia

Letture:

+Si 3,3-7 3,14-17 +Col 3,12-21 +Mt 2,13-15 2,19-23

1. Erode e i Magi

Dopo aver adorato il Signore e soddisfatto la loro devozione, i Magi, secondo l‟avviso ricevuto in sogno,
tornano indietro per una strada diversa da quella presa all‟andata Infatti, poiché ormai credevano nel Cristo, era
necessario che non camminassero più per le vie della loro vecchia vita, ma che, entrati in una strada nuova, si
astenessero dagli errori che avevano lasciato. E inoltre, perché‚ fossero rese vane le insidie di Erode che, con
finzione, preparava un empio stratagemma contro il Bambino Gesù. Così, essendo andato a monte il piano in cui
sperava, la collera del re s‟infiamma vieppiù di furore. E ricordandosi del tempo che avevano indicato i Magi, egli
sfoga la sua rabbia e la sua crudeltà su tutti i bambini di Betlemme e, in un massacro generale, fa trucidare tutti i
neonati della città, facendoli così passare alla gloria eterna; e pensa che, dal momento che nessun pargolo è
scampato alla morte in quel luogo, anche Cristo è stato ucciso. Ma egli, che riservava per un altro tempo l‟effusione
del suo sangue per la redenzione del mondo, aveva raggiunto l‟Egitto, trasportatovi dalle cure dei genitori;
ritornava così nell‟antica culla del popolo ebreo, e vi esercitava il comando del verace Giuseppe usando di un
potere e di una lungimiranza maggiori, poiché egli veniva a liberare i cuori degli Egiziani da quella fame più
terribile di ogni carestia, di cui soffrivano per assenza di verità, lui che veniva dal cielo come pane di vita (Jn 6,51)
e cibo dell‟anima. E in tal modo quel paese non sarebbe stato estraneo alla preparazione del mistero dell‟unica
vittima, in cui, con l‟immolazione dell‟agnello, erano stati prefigurati per la prima volta il segno salutare della
croce e la Pasqua del Signore.

Leone Magno, Sermo 33, 4

2. L‟insegnamento della fuga in Egitto


Noi dobbiamo aspettarci sin dai primi giorni della nostra vita tentazioni e pericoli. Considerate, infatti, che
subito, sin dalla culla, è accaduto ciò a Gesù. Era appena nato, che già il furore del tiranno si scatenò contro di lui e
lo costrinse a trasferirsi per cercare scampo in un luogo d‟esilio, e sua madre, così pura e innocente, fu costretta con
lui a fuggire in un paese di stranieri. Questo comportamento di Dio vi mostra che, quando avete l‟onore di essere
impegnati in qualche ministero o servizio spirituale e vi vedete circondati da infiniti pericoli e costretti a sopportare
crudeli sventure, non dovete turbarvi, né dovete dire a voi stessi: Per quale ragione sono così maltrattato, io che mi
aspettavo una corona, elogi, la gloria, brillanti ricompense, avendo compiuto la volontà di Dio? Questo esempio vi
spinga, dunque, a sopportare fermamente le disgrazie e vi faccia conoscere che, di solito, è questa la sorte degli
uomini spirituali: avere, cioè, come inseparabili compagne, le prove e le tribolazioni. Osservate appunto quanto
capitò non soltanto alla madre di Gesù, ma anche ai Magi. Costoro si ritirano segretamente come dei fuggiaschi, e
la Vergine, che non era solita uscire dalla sua casa, è costretta a fare un cammino quanto mai lungo e faticoso, a
causa di quella straordinaria e sorprendente nascita spirituale.

Ammirate ancora il meraviglioso avvenimento! La Palestina perseguita Gesù Cristo e l‟Egitto lo accoglie e lo
salva dai suoi persecutori. Questo mostra all‟evidenza che Dio non ha soltanto tracciato i tipi e le figure
dell‟avvenire nei figli del patriarca, ma anche in Gesù stesso...

L‟angelo, dunque, apparve non a Maria, ma a Giuseppe e gli disse: «Levati, prendi il bambino e sua madre».
Non disse più, come aveva detto prima, «prendi la tua sposa», ma «prendi sua madre», perché ormai, dopo la
nascita, Giuseppe non nutriva più alcun dubbio, e credeva fermamente alla verità del mistero. L‟angelo gli parla,
dunque, con maggiore libertà, senza chiamare Gesù «suo figlio» e Maria «sua sposa», ma dicendo: «Prendi il
bambino e sua madre, e fuggì in Egitto». E gli spiega anche la ragione della fuga, aggiungendo: "Perché Erode sta
cercando il bambino per ucciderlo" (Mt 2,13).

Giuseppe, ascoltando queste parole, non rimase negativamente impressionato. Non disse all‟angelo che quella
fuga gli sembrava enigmatica, dato che poco tempo prima lo stesso angelo gli aveva detto che il bambino avrebbe
dovuto salvare il suo popolo, mentre ora sembrava non essere neppure capace di salvare se stesso. Quella fuga, quel
viaggio e quella lunga emigrazione non erano forse in contraddizione con la promessa che l‟angelo medesimo gli
aveva fatto? Ma Giuseppe non disse niente di tutto questo, perch‚ era un uomo di fede. Non si dimostrò neppure
curioso di conoscere il tempo del ritorno, poiché l‟angelo non gliel‟aveva affatto precisato, avendogli detto
genericamente: «Resta colà, fino a che io non te lo dica». Al contrario, Giuseppe dimostra vivo zelo: ascolta,
obbedisce (Mt 2,14) e sopporta con gioia tutte le prove.

Dio, nella sua bontà, mescola, in queste circostanze, la gioia e il dolore. Così egli è solito agire con tutti i santi.
Non li lascia sempre nel pericolo o sempre nella sicurezza, ma ordina la vita degli uomini giusti a mo‟ di una trama,
in cui si intrecciano gioie e dolori. E proprio così si comportava con Giuseppe. Vi prego di osservare e di riflettere.
Giuseppe si accorge che Maria è incinta e subito è colto da turbamento e da una grande angoscia, sospettando che
la Vergine abbia commesso adulterio: ma l‟angelo interviene immediatamente, sciogliendo ogni sospetto e
liberandolo da ogni timore. Poi il bambino nasce e Giuseppe ne è estremamente felice: ma alla sua gioia fa seguito
subito un nuovo dolore, perch‚ sente che tutta la città turbata e il re, in preda a un vivo furore, ricercano con ogni
mezzo il bambino. Questa pena è temperata dalla gioia ch‟egli prova alla vista della stella e dell‟adorazione dei
Magi: ma, ancora una volta, la gioia si muta in ansia e paura, quando l‟angelo gli dice che «Erode sta cercando il
bambino per ucciderlo» e gli ingiunge di fuggire e di emigrare.

Sta di fatto che Gesù doveva allora comportarsi in modo del tutto umano. Il tempo di compiere miracoli non
era ancora venuto. Se avesse così presto cominciato a far prodigi, nessuno avrebbe creduto che era un uomo. Per
questo motivo, egli non viene al mondo d‟improvviso: come un uomo è dapprima concepito, poi resta nove mesi
nel seno di Maria, nasce, si nutre con il latte materno, vive per molto tempo una vita ritirata, aspettando di divenire
uomo adulto con il passar degli anni, in modo che questo suo comportamento convinca tutti a credere alla verità
della sua incarnazione...

Dunque l‟angelo ordina loro, al ritorno dall‟Egitto, di andare a stabilirsi nel loro paese. Anche questo accade
con un preciso disegno, cioè "affinché si adempisse" - dice il Vangelo - "ciò che era stato detto dai profeti: Egli sarà
chiamato Nazareno" (Mt 2,23)

Del resto, proprio perché lo predissero i profeti, gli apostoli spesso chiamarono Cristo «Nazareno» (Is 11,1).

Questo fatto, allora, rendeva oscura e non facilmente comprensibile la profezia relativa a Betlemme? Niente
affatto. Ché, proprio questo doveva, al contrario, stimolare la loro curiosità e spingerli a indagare su quanto era
stato detto di lui nelle profezie. Come si sa, fu il nome di Nazaret che spinse Natanaele a informarsi su Gesù Cristo,
da cui si recò dopo aver detto: "E può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Jn 1,46). Nazaret era, infatti, un
villaggio di nessun conto, come del resto pochissima importanza aveva tutta la regione della Galilea. Per ciò i
farisei dissero a Nicodemo: Ricerca bene e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea (Jn 7,52). Tuttavia, Cristo non
si vergognò di prender nome da questa patria, per mostrarci che non aveva affatto bisogno di ciò che gli uomini
ritengono importante. Egli scelse i suoi apostoli proprio in Galilea, paese disprezzato dai Giudei, per togliere ogni
scusa ai pigri e far loro vedere che non occorre niente di tutto quanto è esteriore, se essi si applicano con zelo alla
virtù. Sempre per questo motivo il Figlio di Dio non volle affatto una casa sua: "Il Figliolo dell‟uomo non ha dove
posare il capo", egli dice (Lc 9,58). Per questa ragione fugge quando Erode vuole ucciderlo; appena nato viene
deposto in una mangiatoia e rimane in una stalla; si sceglie anche una madre povera: ed ha fatto tutto ciò per
abituarci a non arrossire di queste cose, per insegnarci, insomma, fin dal suo ingresso in questo mondo, a calpestare
sotto i piedi il lusso e l‟orgoglio del mondo e a non ricercare altro che la virtù...

Non restiamo, dunque, ad aspettare oziosamente l‟aiuto degli altri. È certo che le preghiere dei santi hanno
molta efficacia, ma solo quando noi mutiamo condotta e diventiamo migliori...

Insomma, se noi siamo pigri e negligenti, neppure gli altri ci potranno soccorrere: ma se vegliamo su noi
stessi, da noi medesimi ci soccorreremo e lo faremo molto meglio di quanto potrebbero farlo gli altri. Dio
preferisce accordare la sua grazia direttamente a noi, piuttosto che ad altri per noi, perché lo zelo che poniamo nel
cercare di allontanare la sua collera ci spinge ad agire con fiducia e a diventare migliori di quel che siamo. Per
questo il Signore fu misericordioso con la cananea e così egli salvò la Maddalena e il ladrone, senza che alcun
mediatore fosse intervenuto a favore.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 8, 2 s.; 9, 2; 5, 1

3. La fuga in Egitto (Mt 2,13-18)


Tu che per paura dell‟assassino dei bambini,

Di Erode che ha massacrato i piccoli,

Sei partito per il paese d‟Egitto,

Seguendo l‟oracolo del Profeta,

Contro notturno terror ti piaccia (premunirmi)

Del Tiranno sanguinario,

E fortificarmi con la tua Destra

Contro i suoi colpi sferrati nel segreto.

Tu che umile hai vissuto sulla terra,

Mentre infinitamente trascendi gli esseri celesti,

Innalzami dalla terra verso il cielo,

Io che son caduto nell‟abisso del peccato.

Nerses Snorhali, Jesus, 337-339

II domenica dopo Natale

17

Letture:

+Si 24,1-4 24,12-16 +Ep 1,3-6 1,15-18 +Jn 1,1-18

1. La conoscenza di Dio

«Ma, dice, se ignori la sua essenza (di Dio), ignori lui». Tu però controbatti: «Se dici di conoscere l‟essenza,
non conosci lui». Infatti, chi, morso da un cane rabbioso, vede il cane nel bicchiere, non vede meglio di quelli che
sono sani; ma proprio per questo è degno di compassione, in quanto crede di vedere ciò che non vede. Non
ammirarlo dunque per ciò che promette, ma stimalo degno di pietà per la sua follia. Pertanto, abbi certo che la
frase: «Se ignori l‟essenza di Dio, veneri ciò che ignori», è di gente che vuol scherzare. Io invece so che esiste:
quale ne sia poi l‟essenza, la ritengo cosa al di sopra dell‟intelligenza. Come mi salvo dunque? Attraverso la fede?
La fede basta a farci sapere che Dio c‟è, non a dirci cosa egli sia; e che egli ricompensa quanti lo cercano. La
conoscenza dell‟essenza (di Dio) consiste dunque nella considerazione che non possiamo comprenderlo.
Veneriamo ciò di cui sappiamo non quale sia l‟essenza, ma che questa essenza esiste.

Basilio di Cesarea, Epist. 234, 2

2. Cristo potenza e sapienza di Dio

Il Verbo di Dio, dunque, Dio, Figlio di Dio che "era all‟inizio presso Dio e per mezzo di cui tutto è stato fatto
e senza di ui nulla è stato fatto" (Jn 1,2-3), si è fatto uomo, per liberare l‟uomo dalla morte eterna; e si abbassò ad
accettare la nostra umiltà, senza diminuire la sua maestà, in modo che restando quello che era e assumendo quello
che non era, unì in sé una vera natura di servo alla natura sua, nella quale è identico a Dio Padre. Le unì con un
legame tanto stretto, che la gloria non consumò la natura inferiore né l‟assunzione diminuì la natura superiore.
Restando integra ogni proprietà di ambedue le nature e convenendo in un‟unica persona, dalla maestà viene assunta
l‟umiltà, dalla forza l‟infermità, dall‟eternità la mortalità; e per cancellare il debito della nostra condizione, la
natura passibile si è unita alla natura inviolabile: il Dio vero e l‟uomo vero sono presenti nell‟unico Signore; così,
come richiedeva la nostra redenzione, l‟unico e identico mediatore tra Dio e l‟uomo poté morire per l‟uno e
risorgere per l‟altro. A buon merito dunque il parto salutare non recò corruzione all‟integrità verginale: preservò il
pudore e propagò la verità. Una tale nascita si convenne a Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio: per essa, fu
simile a noi nell‟umanità e tanto superiore a noi nella divinità. Se infatti non fosse stato vero Dio, non avrebbe
portato a noi rimedio; se non fosse stato uomo vero, non ci avrebbe dato l‟esempio. Per questo gli angeli, esultando,
alla nascita del Signore cantano: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli" mentre si annuncia "sulla terra pace agli
uomini di buona volontà" (Lc 2,14). Vedono infatti che con le genti di tutto il mondo vien costruita la celeste
Gerusalemme; e di questa ineffabile opera della divina bontà, quanto deve rallegrarsi l‟umiltà degli uomini, dato
che tanto gode la sublimità degli angeli?

Perciò, carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, che per la sua
grande misericordia con cui ci amò ha avuto pietà di noi ed "essendo noi morti al peccato, ci vivificò in Cristo" (Ep
2,5), affinché fossimo in lui una nuova creatura, una nuova struttura (Ep 2,10). Spogliamoci dunque del vecchio
uomo con le sue azioni (Ep 4,22 Col 3,8) e, partecipi della nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne.

Riconosci o cristiano la tua dignità e, consorte ormai della divina natura, non tornare alla bassezza della tua
vita antecedente, depravata. Ricordati di quale capo e di quale corpo tu sei membro. Rammenta che sei stato
strappato dal potere delle tenebre e sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio. Col sacramento del battesimo
sei diventato tempio dello Spirito Santo (1Co 3,16): non cacciare da te con le azioni cattive un ospite tanto degno e
non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del demonio: il tuo prezzo è il sangue di Cristo. Ti giudicherà nella verità,
come ti ha redento per misericordia, egli, che con il Padre e lo Spirito Santo regna nei secoli dei secoli.

Leone Magno, Sermoni, 21


3. Dio luce della mente

Dunque, fratelli miei, avere l‟anima, e non avere l‟intelligenza - cioè non farne uso né vivere secondo essa -
significa vivere da bestie. C‟è in noi qualcosa di bestiale, in effetti, per il quale viviamo nella carne: ma l‟intelletto
deve governarlo. L‟intelletto, infatti, governa dall‟alto i moti dell‟anima che si muove secondo la carne e brama
effondersi senza freno nei piaceri carnali. A chi dev‟essere dato il nome di marito? A colui che governa, o a colui
che è governato? Senza alcun dubbio, quando la vita è ben ordinata, l‟anima è governata dall‟intelletto, che
appartiene all‟anima stessa. L‟intelletto non è infatti qualcosa di diverso dall‟anima; esso è qualcosa dell‟anima;
come l‟occhio non è qualcosa di altro dalla carne, ma è qualcosa della carne. Ma pur essendo l‟occhio qualcosa
della carne, esso solo gioisce della luce; le altre membra del corpo possono esser inondate dalla luce, ma non
possono percepirla. Soltanto l‟occhio può essere inondato dalla luce e insieme gioirne. Così nella nostra anima c‟è
qualcosa che è chiamato intelletto. Questa parte dell‟anima che è chiamata intelletto e spirito, è illuminata da una
luce superiore. Questa luce superiore da cui la mente umana è illuminata, è Dio. Era la vera luce che illumina ogni
uomo che viene al mondo (Jn 1,9).

Agostino, In Ioan. 15, 19

Domenica dopo l‟epifania: Battesimo del Signore

19 Letture:

+Is 42,1-4 42,6-7 +Ac 10,34-38 +Mt 3,13-17

1. L‟insegnamento del Battesimo di Gesù

Cristo viene illuminato insieme siamo illuminati; Cristo viene battezzato, insieme discendiamo, per ascendere
del pari insieme. Gesù viene battezzato. È forse solo questo che va osservato? Non conviene invece osservare con
diligenza anche altre cose?

Naturalmente, chi, e da chi, e quando?

Ovvero, il Puro, da Giovanni e allora, quando dava inizio alla predicazione e ai prodigi?

Cosa apprendere da qui e di cosa essere ammaestrati? In realtà, non si deve sostenere che ciò sia avvenuto
anzitutto per la purificazione e la sottomissione dell‟anima, né per tener discorsi ad un pubblico di provincia,
quanto piuttosto in vista della perfezione dell‟età corporea e spirituale.
Ciò intendo sia detto a coloro, che improvvisamente e a caso accedono al Battesimo, né vengono ad esso
preparati, né per costituzione di anima, adusa all‟abito della virtù, così agiscono, che la redenzione per essi rimane
decisamente intoccata. Benché infatti la grazia apporti proprio questo, che siano cioè rimesse le colpe passate (si
tratta infatti di grazia), da qui nasce il maggior timore di tornare a quel medesimo vomito.

Ciò valga anche per coloro che verso i dispensatori del mistero si comportano con più insolenza, se
conservano un minimo di dignità.

La terza osservazione riguarda quelli che confidano nell‟età giovanile, e reputano qualsiasi tempo adatto per
insegnare, o di poter attendere a qualsiasi ufficio sacerdotale. Gesù viene purificato, e tu disprezzi la purificazione?
Da Giovanni, e tu insorgi contro il tuo predicatore? Aveva circa trent‟anni, e tu che sei vecchio ancor prima che ti
spunti la barba insegni, o credi di poter insegnare senza averne l‟autorità né dall‟età e neppure forse dai costumi?
Qui però si tira in ballo Daniele, da una parte e dall‟altra, per la faccenda dei giudici nella sua età giovanile, e di tali
esempi si riempiono la bocca. Infatti, chiunque agisce male è sempre pronto e preparato alla propria difesa. Ma ciò
non si dà come legge della Chiesa, perché accade raramente: così come una rondine non fa primavera, né una linea
il geometra, né una sola navigazione il navigatore.

Giovanni sta battezzando gli altri, Gesù si avvicina; forse, in verità, perché anche quegli, dal quale è
battezzato, venga purificato; ma senza dubbio, per seppellire tutto il vecchio Adamo nelle acque: santificando il
Giordano davanti a costoro, invero, e per costoro; affinché, come era spirito e carne, cosi iniziasse ad essere per lo
Spirito e l‟acqua. Il Battista non ammette: Gesù è deciso. Allora: "Io debbo essere battezzato da te" (Mt 3,14), dice
la lucerna al Sole, la voce al Verbo, l‟amico allo Sposo, "il più grande tra tutti i nati di donna" (Mt 11,11), di ogni
creatura al Primogenito, quegli che nel seno materno aveva sussultato, a colui che nel seno era stato adorato, il
precursore e il precorritore, a colui che era apparso e che apparirà. "Io debbo essere battezzato da te": aggiungi, e
per te. Aveva infatti la certezza che sarebbe stato battezzato con il martirio; ma, come Pietro, solo dopo essersi fatto
lavare i piedi. "E tu vieni da me?" (Mt 3,14). Anche questo è profetico. Aveva infatti conosciuto il futuro, e come
Pilato lo avrebbe fatto trasportare da Erode, così anch‟egli avrebbe seguito per primo Cristo con la vita. Ma cosa
dice Gesù? "Lascia fare per ora" (Mt 3,15). Ciò avvenne infatti per deliberato consiglio ed economia [della
redenzione]. Sapeva, in effetti, che poco dopo egli stesso avrebbe battezzato il Battista.

Per contro, anche Gesù ascende dalle acque; eleva in alto con sé il mondo, e quei cieli che Adamo, per sé e per
i posteri, aveva chiuso - come avvenne del paradiso con spada di fuoco -, egli decide di penetrare e riaprire,
appunto accorrendo presso il suo pari; ed è inviata una voce dal cielo; egli infatti era di là, del che gli si dava
testimonianza; e sotto forma di colomba, apparsa in modo corporeo, reca onore anche al corpo, per quanto anche
questo è Dio per deificazione. E nello stesso tempo, come molti secoli addietro, la colomba riprese ad annunziare la
fine del diluvio. Poiché se stimi la divinità in ragione della mole e del peso, e di conseguenza supponi che lo Spirito
sia piccolo, dato che lo si osserva sotto forma di colomba, o uomo meschino e digiuno nelle massime cose, allora
per te è disprezzabile anche il regno dei cieli, ed è da ritenere piccolo, visto che è paragonato ad un granello di
senapa; e quasi da preferire l‟avversario alla maestà di Gesù, dal momento che questi è invero chiamato monte
grande, e leviathan, e re di tutti gli abitatori delle acque: quegli invece è chiamato agnello, e perla, e goccia o con
nomi consimili.

Gregorio Nazianzeno, Oratio XXXIX, In Sancta Lumina, 14-16

2. Il Battesimo, grande mistero


In questo giorno, come abbiamo appena udito mentre veniva letta la divina lettura, il Signore e Salvatore
nostro fu battezzato da Giovanni nel Giordano e perciò si tratta di una solennità non da poco, ma anzi grande e
assai grande. Quando infatti nostro Signore si è degnato di ricevere il Battesimo, lo Spirito Santo scese su di lui in
forma di colomba e si udi la voce del Padre che diceva: "Questi è il Figliolo mio diletto in cui mi sono
compiaciuto" (Mt 3,17).

Oh, che grande mistero in questo Battesimo celeste! Il Padre si fa sentire dal cielo, il Figlio appare sulla terra,
lo Spirito Santo si manifesta sotto forma di colomba: non si può parlare infatti di vero Battesimo, né di vera
remissione dei peccati dove non sia la verità della Trinità, né si può concedere la remissione dei peccati ove non si
creda alla Trinità perfetta. L‟unico e vero Battesimo è quello della Chiesa, che è dato una sola volta: in esso
veniamo immersi un‟unica volta e ne usciamo puri e rinnovati; puri perché ci liberiamo dalla sozzura dei peccati,
rinnovati perché risorgiamo a nuova vita, dopo aver deposto la decrepitezza del peccato. Questo lavacro del
Battesimo rende l‟uomo più bianco della neve, non nella pelle del suo corpo, ma nello splendore del suo spirito e
nel candore della sua anima. I cieli pertanto si aprirono al Battesimo del Signore, per mostrare che il lavacro della
rigenerazione spalanca ai credenti il regno dei cieli, secondo quella sentenza del Signore: "Nessuno, se non rinasce
dall‟acqua e dallo Spirito Santo, può entrare nel regno dei cieli" (Jn 3,5). Vi entra dunque chi rinasce e chi non
trascura di custodire la grazia del proprio Battesimo; e così, per contro, non Vi entra chi non sia rinato.

Poiché nostro Signore era venuto a donare un nuovo Battesimo per la salvezza del genere umano e per la
remissione di tutti i peccati, si degnò di ricevere egli stesso per primo il Battesimo, non per deporre i peccati, lui
che non aveva commesso peccato, ma per santificare le acque del Battesimo allo scopo di cancellare i peccati di
tutti i credenti rinati nel Battesimo. Egli dunque fu battezzato nelle acque, perché noi fossimo lavati di ogni nostro
peccato per mezzo del Battesimo...

Cromazio di Aquileia, Sermo 34, 1-3

3. Il Battesimo (Lc 3,21-23)

Quando Tu avesti trent‟anni compiuti,

Come età per la crescita del tuo corpo,

Il santo, nato dalla sterile, ti ha battezzato;

Il Padre e lo Spirito t‟han reso testimonianza.

Questo non fu perché avessi bisogno di purificazione,

Tu che ci accordi la parola purificatrice,

Ma per far sì che il peccato di Adamo,

Tu lo lavassi con l‟acqua del Giordano.

Lava pure le colpe della mia anima,


Il fango nero dei peccati miei,

Come un giorno nella Fontana sacra,

L‟anima che invecchiar feci di nuovo col peccato.

Nerses Snorhali, Jesus, 340-342

(domenica dopo l‟Epifania)

La liturgia romana commemorava il Battesimo di Cristo nel Giordano l‟ottavo giorno dopo l‟Epifania del
Signore, una festività apparsa in Occidente nel secolo VIII. Questo avvenne sotto l‟influenza della liturgia bizantina
per la quale, similmente alle altre liturgie orientali, il ricordo del mistero del Battesimo aveva una particolare
importanza. La festa a sé stante del Battesimo del Signore fu costituita solamente nell‟anno 1955 e veniva celebrata
il 13 gennaio. Nel nuovo calendario liturgico, la festa è stata trasferita alla domenica dopo l‟Epifania.

Cristo riceve il Battesimo nelle acque del Giordano dalle mani di Giovanni il Battista. La voce del Padre e la
presenza dello Spirito Santo proclamano Gesù Figlio prediletto di Dio e, nello stesso tempo, Servo mandato per
annunziare ai poveri la buona novella della salvezza. Lui non alzerà la voce, ma annunzierà a tutti la salvezza, non
spezzerà la canna incrinata, ma libererà quelli che rimangono nella schiavitù delle tenebre. Cristo non ha alcun
peccato, ma non si separa dall‟umanità che vive nel peccato: l‟umanità corrotta insieme con lui entra nelle acque
del Giordano che preannunziano l‟acqua che ci purificherà da ogni sporcizia, ci farà vivere la vita nuova, ci
introdurrà nel mistero della morte e della risurrezione del nostro Salvatore.

Il mistero che oggi viene celebrato dalla Chiesa richiama alla memoria il nostro Battesimo per mezzo del quale
siamo stati purificati e siamo spiritualmente rinati, divenendo figli di Dio. In questo giorno di festa, eleviamo
suppliche affinché viviamo come figli di Dio, cresciamo nell‟amore e ci trasformiamo spiritualmente ad immagine
di Cristo.

Oggi, il nostro Dio ci ha manifestato la sua

indivisa natura in tre Persone;

il Padre dà infatti chiara testimonianza al Figlio;

lo Spirito scende dal cielo in forma di colomba;

il Figlio chinò il capo immacolato dinanzi al Precursore;

e battezzato, scioglie il genere umano dalla schiavitù,

perché amante degli uomini.


Liturgia Bizantina, EE n. 3038

I Domenica di Quaresima

20 Letture:

+Gn 2,7-9; 3,1-7 +Rm 5,12-19 +Mt 4,1-11

1. Le tentazioni del Redentore

Non era indegno del nostro Redentore il voler essere tentato, lui che ;era venuto per essere ucciso. Era anzi
giusto che vincesse le nostre tentazioni con le sue tentazioni, dato che era venuto a vincere la nostra morte con la
sua morte. Ma dobbiamo sapere che la tentazione passa per tre stadi: la suggestione, la dilettazione e il consenso.
Noi, quando siamo tentati, cadiamo per lo più nella dilettazione o addirittura nel consenso, perché siamo nati da una
carne di peccato e portiamo in noi stessi ciò che ci muove tante battaglie. Ma Dio, che s‟incarnò nel grembo della
Vergine, venne nel mondo senza peccato e non provò in sè alcuna contraddizione. Egli poté dunque essere tentato
per suggestione, ma l‟anima sua non provò la compiacenza del peccato. Pertanto tutta quella tentazione diabolica fu
all‟esterno, non all‟interno.

Ma se guardiamo l‟ordine secondo cui fu tentato, capiremo quanto bene noi siamo stati liberati dalla
tentazione. L‟antico avversario si rivolse contro il primo Adamo, nostro padre, con tre tentazioni, poiché lo tentò di
gola, di vanagloria e di avarizia; ma tentandolo lo vinse, perché lo sottomise a sé mediante il consenso. Lo tentò di
gola quando gli mostrò il frutto dell‟albero proibito, perché ne mangiasse. Lo tentò poi di vanagloria quando disse:
"Sarete simili a Dio" (Gn 3,5). Lo tentò di avarizia quando disse: "Conoscerete il bene e il male". L‟avarizia infatti
non riguarda soltanto il denaro, ma anche gli onori. Giustamente si dice avarizia il desiderio smodato di stare in
alto. Se il carpire onori non appartenesse all‟avarizia, Paolo non direbbe, riguardo al Figlio unigenito di Dio: "Non
stimò una rapina la sua uguaglianza con Dio" (Ph 2,6). In ciò poi il diavolo attrasse il nostro padre alla superbia,
poiché lo spinse a quel tipo di avarizia che è il desiderio di eccellere.

Ma con quegli stessi mezzi coi quali abbattè il primo Adamo, fu vinto dal secondo Adamo da lui tentato. [Il
diavolo] lo tenta infatti nella gola quando dice: "Comanda che queste pietre diventino pane". Lo tenta di vanagloria
quando dice: Se tu sei figlio di Dio, gettati di sotto. Lo tenta con l‟avarizia degli onori quando mostra tutti i regni
del mondo, dicendo: "Tutto io ti darò, se ti prostri e mi adori". Ma è vinto dal secondo Adamo proprio con quei
mezzi coi quali si vantava di aver vinto il primo, così da uscire dai nostri cuori, scornato, passando per quella stessa
strada per la quale si era introdotto, per dominarci. Ma c‟è un‟altra cosa, fratelli carissimi, che dobbiamo
considerare in questa tentazione del Signore; tentato dal diavolo, il Signore risponde con i precetti della Sacra
Scrittura, e colui che, essendo quella Parola, poteva cacciare il tentatore nell‟abisso, non mostrò la virtù della sua
potenza ma soltanto ripeté i divini comandi della Scrittura, per darci così l‟esempio della sua pazienza; di modo
che, tutte le volte che soffriamo a causa di uomini malvagi, siamo portati a rispondere con la dottrina piuttosto che
con la vendetta. Pensate quanto è grande la pazienza di Dio e quanto è grande la nostra impazienza! Noi, se siamo
provocati con qualche ingiuria o con qualche offesa, ci infuriamo e ci vendichiamo quanto possiamo, o minacciamo
ciò che non possiamo fare. Invece il Signore sperimentò l‟avversità del diavolo e non gli rispose se non con parole
di mitezza. Sopportò colui che poteva punire, affinché gli tornasse a maggior gloria il fatto di aver vinto il nemico
non annientandolo, ma bensì sopportandolo.

Bisogna fare attenzione a quello che segue, che cioè gli angeli lo servivano dopo che il diavolo se ne fu
andato. Cos‟altro si ricava da ciò se non la duplice natura nell‟unità della persona? È un uomo, infatti, colui che il
diavolo tenta, ma è anche Dio colui che è servito dagli angeli. Riconosciamo dunque in lui la nostra natura, in
quanto se il diavolo non l‟avesse conosciuto uomo, non l‟avrebbe tentato, adoriamo in lui la divinità, in quanto se
non fosse Dio che è al di sopra di tutte le cose, gli angeli non lo servirebbero.

Ma poiché questa lettura si adatta al presente periodo - infatti, noi che iniziamo il tempo quaresimale, abbiamo
udito che la penitenza del nostro Redentore è durata quaranta giorni -, dobbiamo cercar di capire perché questa
penitenza è osservata per quaranta giorni... Mentre l‟anno è composto di trecentosessantacinque giorni, noi
facciamo penitenza per trentasei giorni, come se dessimo a Dio la decima sul nostro anno, affinché, dopo aver
vissuto per noi stessi il resto dell‟anno, ci mortifichiamo nell‟astinenza in onore del nostro Creatore per la decima
parte dell‟anno stesso. Perciò, fratelli carissimi, come nella Legge ci è imposto di offrire le decime di tutte le cose
(cf. Lv 27,30s), così dovete cercare di offrire a lui anche la decima dei vostri giorni. Ognuno, secondo quanto gli è
possibile, maceri la sua carne e ne affligga le brame, ne uccida le concupiscenze disoneste, affinché, secondo la
parola di Paolo, divenga una vittima viva (Rm 12,1). Certo la vittima è immolata ed è viva, quando l‟uomo non
muore e tuttavia uccide se stesso nei desideri carnali. La nostra carne, soddisfatta, ci portò al peccato; mortificata,
ci conduca al perdono. Colui che fu autore della nostra morte trasgredì i precetti della vita mediante il frutto
dell‟albero proibito. Noi dunque, che ci siamo allontanati dalle gioie del paradiso per colpa del cibo, procuriamo di
tornare ad esse grazie all‟astinenza.

Ma nessuno creda che l‟astinenza da sola possa bastargli dal momento che il Signore dice per bocca del
Profeta: "Non è forse maggiore di questo il digiuno che bramo?", aggiungendo: "Dividi il pane con l‟affamato, e
introduci in casa tua i miseri, senza tetto; quando vedrai uno nudo, soccorrilo, e non disprezzare la tua carne" (Is
58,6 Is 58,7). Dio dunque gradisce quel digiuno che una mano piena di elemosine presenta ai suoi occhi, quel
digiuno che si congiunge all‟amore del prossimo ed è ornato dalla pietà. Ciò che togli a te stesso, dallo a un altro,
affinché cio di cui si affligge la tua carne serva di ristoro alla carne del povero. Così infatti dice il Signore per bocca
del Profeta: "Quando avete fatto digiuni e lamenti, forse avete digiunato per me? E quando avete mangiato e
bevuto, forse non avete mangiato bevuto per voi stessi?" (Za 7,5-6). Infatti mangia e beve per sé chi prende i cibi
del corpo, i quali sono donati a tutti dal Creatore, senza parteciparli ai bisognosi. E digiuna per sé chi non
distribuisce ai poveri quelle cose di cui si è privato temporaneamente, ma anzi le serba per darle al suo ventre in
altra occasione. Perciò è detto per bocca di Gioele: "Santificate il digiuno" (Jl 1,14 Jl 2,15). Santificare il digiuno
significa offrire un‟astinenza dalle carni degna di Dio, dopo aver aggiunto altri doni. Cessi l‟ira, si plachino i litigi.
Invano la carne è afflitta, se l‟animo non si frena nei suoi malvagi desideri, come dice il Signore per bocca del
Profeta: "Ecco, nel giorno del vostro digiuno si trova la vostra volontà. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e
colpendo con pugni iniqui, e ricercate tutti i vostri debitori" (Is 58,3). Né commette ingiustizia chi richiede dal suo
debitore quanto gli aveva prestato; è bene tuttavia che quando uno si macera nella penitenza, si astenga anche da
ciò che gli spetta con giustizia. Così Dio perdona a noi, afflitti e penitenti, ciò che abbiamo fatto di male, se per
amor suo rinunciamo anche a ciò che giustamente potremmo esigere.

Gregorio Magno, Hom. 16, 1-6


2. Non c‟indurre in tentazione

«E non c‟indurre in tentazione» Signore. C‟insegna forse il Signore a pregare di non essere mai tentati? Perché
dice altrove: "L‟uomo non tentato non è provato" (Si 34,10 Rm 5,3-4) e di nuovo: "Considerate fratelli suprema
gioia quando cadete in diverse tentazioni" (Jc 1,2)? Però entrare in tentazione non è farsi sommergere dalla
tentazione. Infatti la tentazione sembra come un torrente di difficile passaggio. Alcuni che nelle tentazioni non si
lasciano sommergere l‟attraversano. Sono bravi nuotatori che non si fanno trascinare dal torrente; Gli altri che tali
non sono, entrati ne vengono sommersi. Così, ad esempio, Giuda entrato nella tentazione dell‟avarizia non la
superò, ma sommerso materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di rinnegamento, ma
superandola non ne fu sommerso. Attraversò [il torrente] con coraggio e non ne fu trascinato.

Senti ancora in un altro passo il coro di santi perfetti, che ringrazia di essere scampato alla tentazione. "Tu ci
hai provato, o Dio, come l‟argento ci passasti al fuoco. Tu ci hai spinto nella rete, tu hai posto sulle nostre spalle le
sofferente; tu hai fatto passare gli uomini sulle nostre teste. Abbiamo attraversato il fuoco e l‟acqua e ci hai
sospinto verso il refrigerio" (Ps 66,10-12). Vedi che parlano della loro traversata senza essere andati a fondo? (Ps
69,15). E tu «ci hai sospinto al refrigerio». Entrare nel refrigerio è essere liberato dalla tentazione.

Cirillo di Gerusalemme, Catech. V Mistag. 17

3. La tentazione nel deserto (Lc 4,1-13)

In cambio della triplice vittoria

Quando fosti tentato nel deserto,

Fa‟ che l‟infausto Principe io vinca,

Il Tiranno che rendesi invisibile.

Sulla parola del tuo comandamento

Ch‟io cammini sull‟aspide e la vipera;

Ch‟io schiacci sotto la pianta dei piedi

La testa del Drago attorcigliato.

Nerses Snorhali, Jesus, 343-344


II Domenica di Quaresima

21 Letture:

+Gn 12,1-4a +2Tm 1,8b-10 +Mt 17,1-9

1. Lezione della Trasfigurazione per la Chiesa e i cristiani

La lettura del Vangelo, carissimi, che attraverso le orecchie del corpo ha colpito l‟udito interiore della nostra
anima, ci invita all‟intelligenza di un grande mistero: noi arriveremo a intenderla più facilmente, con l‟ispirazione
della grazia di Dio, se riportiamo la nostra attenzione alle circostanze che sono state narrate un po‟ prima. Quando
infatti il Salvatore del genere umano, Gesù Cristo, poneva le fondamenta di questa fede che richiama alla vita (Rm
1,17) tanto gli empi quanto morti, quando ammaestrava i suoi discepoli sia con gli ammonimenti della dottrina sia
con i miracoli delle opere, era appunto perché si credesse che lo stesso Cristo è contemporaneamente l‟unigenito
Figlio di Dio e Figlio dell‟uomo. Poiché l‟uno senza l‟altro non poteva servire alla salvezza, ed era eguale il
pericolo di credere il Signore Gesù Cristo o Dio solamente senza l‟uomo, o uomo solamente senza Dio: bisogna,
infatti, confessare parallelamente l‟uno e l‟altro, che la vera divinità è nell‟uomo come la vera natura umana è in
Dio. Volendo dunque confermare la conoscenza così salutare di questa fede, [il Signore] aveva chiesto ai suoi
discepoli cosa, in mezzo a opinioni diverse di altri, essi stessi credessero a suo riguardo, o cosa pensassero: fu
allora che l‟apostolo Pietro, per effetto di una rivelazione del Padre che è nei cieli, oltrepassando le apparenze
corporali e trascendendo l‟aspetto umano, vide con gli occhi dell‟anima il Figlio del Dio vivo e confessò la gloria
della divinità, perch‚ non guardò alla sola sostanza della carne e del sangue. E fu così gradito [a Dio] per la
sublimità di questa fede, che ricevette la gioia della beatitudine e fu dotato della santa fermezza propria di una
pietra inamovibile - pietra sulla quale sarebbe stata fondata la Chiesa per prevalere sulle porte dell‟inferno e sulle
leggi della morte -, di modo che nient‟altro venisse sancito in cielo per sciogliere o legare chicchessia, se non ciò
che la decisione di Pietro avesse stabilito.

Ma questa intelligenza così sublime, oggetto di lode, carissimi, doveva essere istruita dal mistero della natura
inferiore di Cristo, per timore che la fede dell‟apostolo, elevata fino alla gloria di confessare la divinità, giudicasse
sconveniente e indegna del Dio impassibile la nostra debolezza da lui assunta, e credesse la natura umana già
glorificata in lui al punto di non poter essere né intaccata dal supplizio né distrutta dalla morte. E siccome il Signore
diceva che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, degli scribi e dei principi dei
sacerdoti, essere messo a morte e risuscitare il terzo giorno (Mt 16,21 Mt 20,17-19), fu per tal motivo che san
Pietro, illuminato da una luce superiore e tutto infiammato dell‟ardentissima confessione da lui fatta del Figlio di
Dio, respinse con un disgusto spontaneo e, pensava lui, religioso la prospettiva degli insulti ignominiosi (Lc 18,32)
e di una morte disonorante e crudele; Gesù lo riprese allora con un dolce rimprovero e gli ispirò il desiderio di
condividere la sua passione. L‟esortazione successiva del Salvatore suggerì infatti e insegnò che quelli che
volevano seguirlo dovevano rinnegare sé stessi e ritenere una cosa da nulla la perdita dei beni temporali in
confronto alla speranza di quelli eterni; infine che avrebbe salvato la propria anima chi non avrebbe temuto di
perderla per Cristo (Mt 16,25).

Ma bisognava che gli apostoli concepissero veramente nel loro cuore questa forte e felice fermezza, e non
tremassero davanti alla durezza della croce che dovevano prendere; bisognava che non arrossissero del supplizio di
Cristo, e che non ritenessero vergognosa per lui quella pazienza con la quale egli doveva subire i rigori della
passione senza perdere la gloria del dominio. "Gesù prese con sé Pietro, Jc e Giovanni suo fratello" (Mt 17,1), e
avendoli presi in disparte, salì con essi su un alto monte, e manifestò loro il fulgore della sua gloria: poiché, pur
avendo essi compreso che la maestà di Dio era in lui, ignoravano ancora la potenza di quel corpo che nascondeva la
divinità. Ecco perché aveva promesso in termini appropriati e precisi che alcuni dei discepoli presenti non
avrebbero gustato la morte prima di vedere il Figlio dell‟uomo venire nel suo regno (Mt 16,28), cioè nello
splendore regale che conveniva specialmente alla natura umana che egli aveva assunto, e che volle rendere visibile
a questi tre uomini. Perché quanto alla visione ineffabile e inaccessibile della stessa divinità, visione riservata ai
cuori puri nella vita eterna (Mt 5,8), degli esseri ancora rivestiti di carne mortale non potevano in alcun modo né
contemplarla né vederla.

Il Signore svela dunque la sua gloria in presenza di testimoni scelti e illumina di tale splendore questa forma
corporale che lui ha comune con tutti, che il suo volto diviene simile al fulgore del sole, e le sue vesti sono
paragonabili al candore delle nevi (Mt 17,2). Certamente questa trasfigurazione aveva soprattutto lo scopo di
eliminare dal cuore dei discepoli lo scandalo della croce, affinché l‟umiltà della passione volontariamente subita
non turbasse la fede di coloro ai quali sarebbe stata rivelata la sublimità della dignità nascosta. Ma con eguale
previdenza egli dava un fondamento alla speranza della santa Chiesa, di modo che tutto il corpo di Cristo venisse a
conoscenza di quale trasformazione sarebbe stato gratificato, e le membra dessero a sé stesse la promessa di
partecipare all‟onore che era rifulso nel capo. A questo proposito il Signore stesso, parlando della maestà della sua
venuta, aveva detto: "Allora i giusti risplenderanno come sole nel regno del Padre loro" (Mt 13,43); e il beato
apostolo Paolo afferma la stessa cosa, in questi termini: "Ritengo infatti che le sofferenze del momento presente
non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi" (Rm 8,18); e ancora: "Voi infatti siete
morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche
voi sarete manifestati con lui nella gloria" (Col 3,3-4).

Leone Magno, Sermo 51, 1-3

2. La rivelazione del Tabor

Oggi sul monte Tabor Cristo ha ridato alle sue sembianze umane la beltà celeste. Perciò è cosa buona e giusta
che io dica: "Quanto è terribile questo luogo! È davvero la casa di Dio, è la porta dei cieli" (Gn 28,17).... Oggi,
infatti, il Signore è veramente apparso sul monte. Oggi, la natura umana, già creata a somiglianza di Dio, ma
oscurata dalle deformi figure degli idoli, è stata trasfigurata nell‟antica bellezza fatta a immagine e somiglianza di
Dio (Gn 1,26). Oggi, sul monte, la natura, fuorviata dall‟idolatria, è stata trasformata, rimanendo tuttavia la stessa, e
ha cominciato a risplendere nel fulgore della divinità. Oggi, sul monte colui che un tempo fu vestito di squallidi e
tristi abiti di pelli, di cui parla il libro della Gn (Gn 3,21), ha indossato la veste divina avvolgendosi di luce come di
un manto (Ps 103,2). Oggi, sul monte Tabor, in modo del tutto misterioso, si è visto come sarà la vita futura nel
regno del gaudio. Oggi, in modo mirabile si sono adunati sul monte, attorno a Dio, gli antichi precursori della
Vecchia e della Nuova Alleanza, recando un mistero pieno di straordinari prodigi. Oggi, sul monte Tabor, si delinea
il legno della Croce che con la morte dà la vita: come Cristo fu crocifisso tra due uomini sul monte Calvario, così è
apparso pieno di maestà tra Mosè ed Elia.

E la festa odierna ci mostra ancora l‟altro Sinai, monte quanto più prezioso del Sinai, grazie ai prodigi e agli
eventi che vi si svolsero: lì l‟apparizione della Divinità oltrepassa le visioni che per quanto divine erano ancora
espresse in immagini ed oscure. E così, come sul Sinai le immagini furono abbozzate mostrando il futuro, così sul
Tabor splende ormai la verità. Lì regna l‟oscurità, qui il sole; lì le tenebre, qui una nube luminosa. Da una parte il
Decalogo, dall‟altra il Verbo, eterno su ogni altra parola... La montagna del Sinai non aprì a Mosè la Terra
Promessa, ma il Tabor l‟ha condotto nella terra che costituisce la Promessa.

Anastasio Sinaita, Hom. de Transfigurat.

3. La Trasfigurazione (Mt 17,1-8)

Tu che hai manifestato la tua Divinità

Ai discepoli tuoi sulla montagna,

E del Padre hai mostrato l‟ineffabil gloria

Sfolgorante ai loro occhi,

Purifica così il mio oscuro spirito

E i sensi miei sì tenebrosi,

Perché chiaramente al luogo della Parusia

Saziarmi lo possa di tua divina Gloria!

Nerses Snorhali, Jesus, 492-493

III Domenica di Quaresima

22 Letture:

+Ex 17,3-7

+Rm 5,1-2 5,5-8

+Jn 4,5-42

2. La stanchezza di Gesù

"Gesù pertanto, stanco del viaggio, se ne stava così sedendo presso il pozzo. Era circa l‟ora sesta" (Jn 4,6).
Cominciano i misteri. Non è certo senza un motivo che Gesù era stanco, non senza un motivo appare affaticata la
forza di Dio. Cristo, che ridà forza a è prostrato dalla fatica, Cristo la cui presenza ci fortifica, e la cui assenza ci
debilita, non a caso appare qui stanco. Comunque, Gesù è stanco, stanco del viaggio, e si siede presso il pozzo; si
siede, stanco, all‟ora sesta. Tutti questi elementi insinuano qualcosa, ci vogliono indicare qualcosa; ci fanno attenti,
ci invitano a bussare. Ci apra, a noi e a voi, quello stesso che si è degnato di esortarci dicendo: "Bussate, e vi sarà
aperto" (Mt 7,7).

È per te, che Gesù si è stancato nel viaggio. Vediamo Gesù pieno di forza, e lo vediamo debole; forte e debole:
forte, perché «in principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e era Dio il Verbo. Era questi in principio presso
Dio». Vuoi vedere quanto è forte il Figlio di Dio? "Le cose tutte furono fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu
fatto" (Jn 1,3); e tutto senza fatica. Chi, dunque, è più forte di lui, che ha fatto tutte le cose senza fatica? Vuoi ora
vederlo debole? "Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi" (Jn 1,14).

La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha rigenerato. La forza di Cristo fece che ciò che prima
non era fosse; la debolezza di Cristo fece che ciò che era non perisse. Con la sua forza ci ha creati, con la sua
debolezza ci ha cercati.

È dunque con la sua debolezza che egli nutre i deboli...

Poiché dunque si è degnato di venire a noi apparendo in forma di servo per la carne assunta, questa stessa
carne assunta è il suo viaggio. Perciò «stanco del viaggio», che altro vuol dire se non affaticato nella carne?

Gesù è debole nella carne, ma non volerlo essere tu nella debolezza di lui tu devi essere forte, perché il debole
di Dio è più forte di tutta la potenza umana (1Co 1,25).

Agostino, In Ioan. 15, 6-7

1. La Samaritana

Nostro Signore venne alla fontana come un cacciatore, chiese l‟acqua per poterne dare; chiese da bere come
uno che ha sete, per avere l‟occasione di estinguere la sete. Fece una domanda alla Samaritana per poterle insegnare
e, a sua volta, essa gli pose una domanda. Benché ricco, Nostro Signore non ebbe vergogna di mendicare come un
indigente, per insegnare all‟indigente a chiedere. E dominando il pudore, non temeva di parlare ad una donna sola,
per insegnarmi che colui che si tiene nella verità non può essere turbato. "Essi si meravigliarono che si intrattenesse
con una donna e le parlasse" (Jn 4,27). Egli aveva allontanato i discepoli (Jn 4,8), perché non gli scacciassero la
preda; egli gettò un‟esca alla colomba, sperando così di prendere tutto uno stormo. Aprì la conversazione con una
domanda, con lo scopo di provocare confessioni sincere: "Dammi dell‟acqua, perché io beva" (Jn 4,7). Chiese
dell‟acqua, poi promise l‟acqua della vita; chiese, poi smise di chiedere, al pari della donna che abbandonò la sua
brocca. I pretesti erano finiti, perché la verità che essi dovevano preparare, era ora presente.

"Dammi dell‟acqua, perché io beva. Essa gli disse: Ma tu sei Giudeo. Egli le disse: Se tu sapessi" (Jn 4,7 9-
10); con queste parole, egli le dimostrò che essa non sapeva e che la sua ignoranza spiegava il suo errore; la istruì
sulla verità; voleva rimuovere a poco a poco il velo che era sul suo cuore. Se le avesse rivelato fin dall‟inizio: Io
sono il Cristo, essa avrebbe avuto orrore di lui e non si sarebbe messa alla sua scuola: "Se tu sapessi chi è colui che
ti ha detto: Dammi dell‟acqua perché io beva, tu gli avresti chiesto... La donna gli disse: Tu non hai un secchio per
attingere e il pozzo è profondo. Egli le rispose" (Jn 4,10-11 4,13): Le mie acque discendono dal cielo. Questa
dottrina viene dall‟alto e la mia bevanda è celeste; coloro che ne bevono non hanno più sete, poiché non vi è che un
battesimo per i credenti: "Chiunque beve dell‟acqua che io gli darò, non avrà più sete. Essa gli disse: Dammi di
quest‟acqua perché io non abbia più sete e non debba venir più qui ad attingerne" (Jn 4,14-15).

"Egli le disse: Va‟ a chiamare tuo marito" (Jn 4,16). Come un profeta, egli le apre una porta per rivelarle cose
nascoste. Ma essa gli rispose: "Io non ho marito" (Jn 4,17), per provare se egli conosceva le cose nascoste. Egli le
dimostrò allora due cose; ciò che essa era e ciò che essa non era, ciò che era di nome, ma non era in verità: "Tu ne
hai avuti cinque, e quello attuale non è tuo marito. Essa gli disse: Mio Signore, vedo che sei un profeta" (Jn 4,18-
19). Qui, egli la portò ad un gradino superiore: "I nostri padri hanno adorato su questo monte. Egli le rispose: Non
sarà più così, né su questo monte, né a Gerusalemme; ma i veri adoratori adoreranno in spirito e verità" (Jn 4,20-21
23). La esercitava perciò nella perfezione, e la istruì nella vocazione dei gentili. E per manifestare che non era una
terra sterile, essa testimoniò, tramite il covone che gli offrì, che il suo seme aveva fruttificato al centuplo: "Ecco,
quando verrà il Messia, ci annunzierà ogni cosa. Egli le rispose: Sono io che ti parlo" (Jn 4,25-26). Ma se tu sei re,
perché mi chiedi dell „acqua ? È progressivamente che si rivelò a lei, prima come Giudeo, poi come profeta, quindi
come il Cristo. La condusse di gradino in gradino fino al livello più alto. Essa vide in lui dapprima qualcuno che
aveva sete, poi un Giudeo, quindi un profeta, e infine Dio. Essa persuase colui che aveva sete, ebbe il Giudeo in
avversione, interrogò il saggio, fu corretta dal profeta e adorò il Cristo.

Efrem, Diatessaron, 12, 16-18

3. È salutare leggere le sacre Scritture

Dice l‟Apostolo: "Molte volte e in molti modi anticamente Dio parlò ai nostri padri per mezzo dei profeti; ma
in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (He 1,1s). Per mezzo dello Spirito Santo, dunque,
hanno parlato la Legge, i profeti, gli evangelisti, gli apostoli, i pastori e i maestri. Perciò ogni Scrittura è ispirata da
Dio ed è anche certamente utile (2Tm 3,16). E bello dunque e salutare indagare le divine Scritture. "Come un
albero piantato lungo corsi d‟acqua", così anche l‟anima, irrigata dalla Scrittura divina, cresce "e porta frutto alla
sua stagione" (Ps 1,3), cioè la fede retta, ed è sempre adorna di foglie verdeggianti, cioè le opere gradite a Dio.
Dalle Scritture sante infatti veniamo condotti alle azioni virtuose e alla contemplazione pura. Troviamo in esse lo
stimolo ad ogni virtù e la dissuasione da ogni vizio. Se dunque impareremo con amore, impareremo molto: infatti,
con la diligenza, la fatica e la grazia di Dio che dà tutto, tutto si ottiene, poiché "chi chiede riceve, chi cerca trova e
a chi bussa sarà aperto" (Lc 11,10).

Battiamo dunque a questo magnifico giardino delle Scritture, olezzante, soave, fiorente, che rallegra le nostre
orecchie con il canto molteplice di uccelli spirituali, pieni di Dio, che tocca il nostro cuore, consolandolo se è triste,
calmandolo se è irritato, riempiendolo di eterna letizia; che innalza il nostro pensiero sul dorso dorato, rutilante,
nella divina colomba (Ps 67,14), che con le sue ali raggianti ci porti al Figlio unigenito ed erede del padrone della
vigna spirituale e per mezzo di lui al "Padre dei lumi" (Jc 1,17). Ma non battiamo fiaccamente bensì con ardore e
costanza; e non stanchiamoci di battere. In questo modo ci sarà aperto. Se leggiamo una volta e due volte e non
comprendiamo quello che leggiamo, non scoraggiamoci, ma persistiamo, riflettiamo, interroghiamo. È detto infatti:
"Interroga tuo padre e te lo annuncerà, i tuoi vecchi e te lo diranno" (Dt 32,7). La scienza non è di tutti (1Co 8,7).
Attingiamo alla sorgente di questo giardino le acque perenni e purissime che zampillano nella vita eterna (Jn 4,14).
Ne godremo e ce ne delizieremo senza saziarcene: possiede una grazia inesauribile.

Giovanni Damasceno, Expos. fidei orthod. 4, 17

4. La Samaritana, immagine della Chiesa

Cosa insegna dunque la Bibbia? Cristo, essa ci dice, dal quale sgorga una sorgente di vita per gli uomini,
affaticato dal viaggio, stava seduto (Jn 4,5-6) presso una fonte di Samaria, ed era l‟ora del caldo: era infatti circa
l‟ora sesta, dice la Scrittura, nel mezzo del giorno, quando il Messia venne ad illuminare coloro che erano nella
notte. La sorgente raggiunse la sorgente per lavare, non per bere; la fontana d‟immortalità è là accanto al ruscello
della miserabile, come spogliata; egli è stanco di camminare, lui che, senza fatica, ha percorso il mare a piedi, lui
che accorda gioia e redenzione.

Ora, proprio mentre il Misericordioso stava vicino al pozzo, come ho detto, ecco che una Samaritana prese la
sua brocca sulle spalle e venne, uscendo da Sichar, sua città (Jn 4,7). E chi non dirà felice la partenza e il ritorno di
quella donna? Ella uscì nel sudiciume, e ritornò immagine della Chiesa, senza macchia. Uscì e attinse la vita come
una spugna; uscì portando la brocca, rientrò portando Dio. E chi non dirà beata quella donna? O meglio, chi non
venererà colei che è venuta dalle nazioni? Infatti, ella è immagine, e riceve gioia e redenzione.

Romano il Melode, Hymn. 19, 4-5

5. La Samaritana (Jn 4,1-42)

Sorgente della vita, Tu hai chiesto l‟acqua

Alla Samaritana nella (tua) sete;

E Tu hai promesso l‟Acqua viva,

in cambio dell‟effimera.

A me pure accorda, Sorgente della Vita,

La santa Bevanda spirituale,

Colui che sgorga dal seno come un fiume:

Lo Spirito da cui zampilla la grazia in abbondanza.


Nerses Snorhali, Jesus, 442-443

IV Domenica di Quaresima

23 Letture:

+1S 16,1-13 (1b.4a.6-7.10-13)

+Ep 5,8-14

+Jn 9,1-41

1. Il cieco nato

E perché essi avevano bestemmiato a proposito delle sue parole: "Prima che Abramo fosse, io ero" (Jn 8,58),
Gesù andò verso l‟incontro con un uomo, cieco fin dalla nascita: "E i suoi discepoli lo interrogarono: Chi ha
peccato, lui o i suoi genitori? Egli disse loro: Né lui, né i suoi genitori, ma è perché Dio sia glorificato. È necessario
che io compia le opere di colui che mi ha mandato, finché è giorno" (Jn 9,2-4), fintanto che sono con voi.
"Sopraggiunge la notte" (Jn 9,4), e il Figlio sarà esaltato, e voi che siete la luce del mondo, scomparirete e non vi
saranno più miracoli a causa dell‟incredulità. "Ciò dicendo, sputò per terra, formò del fango con la saliva, e fece
degli occhi con il suo fango" (Jn 9,6), e la luce scaturí dalla terra, come al principio, quando l‟ombra del cielo, "la
tenebra, era estesa su tutto" ed egli comandò alla luce e quella nacque dalle tenebre (Gn 1,2-3). Così «egli formò
del fango con la saliva», e guarì il difetto che esisteva dalla nascita, per mostrare che lui, la cui mano completava
ciò che mancava alla natura, era proprio colui la cui mano aveva modellato la creazione al principio. E siccome
rifiutavano di crederlo anteriore ad Abramo, egli provò loro con quest‟opera che era il Figlio di colui che, con la
sua mano, "formò" il primo "Adamo con la terra" (Gn 2,7): in effetti, egli guarì la tara del cieco con i gesti del
proprio corpo.

Fece ciò inoltre per confondere coloro che dicono che l‟uomo è fatto di quattro elementi, poiché rifece le
membra carenti con terra e saliva, fece ciò a utilità di coloro che cercavano i miracoli per credere: "I Giudei
cercano i miracoli" (1Co 1,22). Non fu la piscina di Siloe che aprì gli occhi del cieco (Jn 9,7 11), come non furono
le acque del Giordano che purificarono Naaman; è il comando del Signore che compie tutto. Ben più, non è l‟acqua
del nostro Battesimo, ma i nomi che si pronunciano su di essa, che ci purificano. "Unse i suoi occhi con il fango"
(Jn 9,6), perché i Giudei ripulissero l‟accecamento del loro cuore. Quando il cieco se ne andò tra la folla e chiese:
«Dov‟è Siloe?», si vide il fango cosparso sui suoi occhi. Le persone lo interrogarono, egli le informò, ed esse lo
seguirono, per vedere se i suoi occhi si fossero aperti.

Coloro che vedevano la luce materiale erano guidati da un cieco che vedeva la luce dello spirito, e, nella sua
notte, il cieco era guidato da coloro che vedevano esteriormente, ma che erano spiritualmente ciechi. Il cieco lavò il
fango dai suoi occhi, e vide se stesso; gli altri lavarono la cecità del loro cuore ed esaminarono sé stessi. Nostro
Signore apriva segretamente gli occhi di molti altri ciechi. Quel cieco fu una bella e inattesa fortuna per Nostro
Signore; per suo tramite, acquistò numerosi ciechi, che egli guarì dalla cecità del cuore.
In quelle poche parole del Signore si celavano mirabili tesori, e, in quella guarigione era delineato un simbolo:
Gesù figlio del Creatore. "Va‟, lavati il viso" (Jn 9,7), per evitare che qualcuno consideri quella guarigione più
come un stratagemma che come un miracolo, egli lo mandò a lavarsi. Disse ciò per mostrare che il cieco non
dubitava del potere di guarigione del Signore, e perché, camminando e parlando, pubblicizzasse l‟evento e
mostrasse la sua fede.

La saliva del Signore servì da chiave agli occhi chiusi, e guarì l‟occhio e la pupilla con le acque, con le acque
formò il fango e riparò il difetto. Agì così, affinché, allorché gli avrebbero sputato in faccia, gli occhi dei ciechi,
aperti dalla sua saliva, avessero reso testimonianza contro di essi. Ma essi non compresero il rimprovero che egli
volle fare a proposito degli occhi guariti dei ciechi: "Perché coloro che vedono diventino ciechi" (Mt 26,27); diceva
questo dei ciechi perché lo vedano corporalmente, e di quelli che vedono perché i loro cuori non lo conoscano. Egli
ha formato il fango durante il sabato (Jn 9,14). Omisero il fatto della guarigione e gli rimproverarono di aver
formato del fango. Lo stesso dissero a colui "che era malato da trentotto anni: Chi ti ha detto di portare il tuo
lettuccio?" (Jn 5,5 12), e non: Chi ti ha guarito? Qui, analogamente: «Ha fatto del fango durante il sabato». E così,
anzi per molto meno, non si ingelosirono di lui e non lo rinnegarono, quando guarì un idropico, con una sola parola,
in giorno di sabato? (Lc 14,1-6). Cosa gli fece dunque guarendolo? Egli fu purificato e guarito con la sola parola.
Quindi, secondo le loro teorie, chiunque parla viola il sabato; ma allora - si dirà - chi ha maggiormente violato il
sabato, il nostro Salvatore che guarisce, o coloro che ne parlano con gelosia?

Efrem, Diatessaron, 16, 28-32

2. Sermone per la terza domenica di Quaresima

Rendete grazie, fratelli, alla misericordia di Dio che vi ha conservati in buona salute fino alla metà di questa
Quaresima. Possono tuttavia lodare Dio per tale dono, con più dolcezza e devozione, coloro che si sono applicati a
vivere come è stato detto all‟inizio della Quaresima, cioè coloro che si son presi l‟impegno di digiunare ogni giorno
in vista della remissione dei loro peccati, di elargire elemosine, di portarsi in chiesa con sollecitudine e di pregare
nelle lacrime e i sospiri.

Quanto a coloro che hanno trascurato queste cose, cioè quelli che non hanno digiunato ogni giorno, che non
hanno elargito elemosine o non hanno pregato con ardore e devozione, non v‟e ragione per essi di rallegrarsi, hanno
piuttosto, sventurati, di che affliggersi. Non si affliggano tuttavia al punto di disperare, poiché colui che ha potuto
dare la vista al cieco nato (Jn 9,1-38), può anche rendere zelanti e ardenti nel suo servizio coloro che attualmente
sono tiepidi e negligenti, se vogliono convertirsi a Dio con tutto il cuore. Che tutti quelli che si trovano in questo
stato, cioè quelli che vivono nell‟impurità, quelli che covano odio contro qualcuno nel loro cuore, che si
appropriano ingiustamente del bene altrui o trattengono il proprio in maniera abusiva, riconoscano dunque la loro
cecità, e ricorrano al medico onde recuperare la vista.

Possiate voi, allorché cadete nel peccato, cercare il rimedio spirituale negli stessi modi con cui cercate quello
carnale quando il vostro corpo è malato. Chi c‟è in questo momento, in mezzo a tutta questa folla, che se dovesse
non dico essere ucciso, ma solamente perdere gli occhi, non darebbe tutto ciò che possiede per potervi sfuggire?
Ma se temete a questo modo la morte della carne, perché non dovreste temere quella dell‟anima, soprattutto perché,
mentre la morte della carne, cioè il dolore, è di un istante, la morte dell‟anima, cioè il pianto e il castigo, non avrà
mai fine? E se tenete tanto agli occhi del corpo che perderete ben presto con la morte, perché non amare gli occhi
spirituali con i quali potrete vedere senza fine il vostro Dio e Signore?

Lavorate dunque, figli carissimi nel Signore, lavorate finché dura il giorno, poiché "sopraggiunge la notte nella
quale nessuno può più lavorare" (Jn 9,4). Il giorno, è la vita presente; la notte, è la morte e il tempo dopo la morte.
Se non vi è possibilità di lavorare dopo questa vita, come lo afferma la Verità, perché ciascuno non lavora finché ne
ha il tempo, cioè finché vive in questo secolo? Temete, fratelli, questa notte della quale il Salvatore dice:
"Sopraggiunge la notte nella quale nessuno può più lavorare". Coloro che compiono il male non temono questa
notte, e per questo motivo, all‟uscita da questa vita, essi trovano la notte, cioè la morte eterna. Lavorate finché
vivete, ma in questi giorni soprattutto, privandovi di piatti delicati, e astenendovi dai vizi in ogni tempo. Infatti
coloro che si privano del cibo e non si astengono dal male sono simili al diavolo che non mangia e tuttavia non si
allontana dal male. Sappiate infine che voi dovete far passare in cielo, dandolo ai poveri, quello di cui vi private
con il digiuno.

Mettete in pratica, fratelli, gli avvertimenti di questo sermone odierno, perché non cada su di voi la
maledizione dei Giudei. «Essi dissero», in effetti, al cieco: "Sii tu discepolo li quell‟uomo" (Jn 9,28). Che significa
essere discepoli di Cristo se non essere discepoli della pietà, della verità e dell‟umiltà? È per attirare su di lui la
divina maledizione che gli dissero questo, ma grande è al contrario la sua benedizione: che egli vi conceda di
riceverla, lui che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

Anonimo IX sec., Hom. 9, 1-5

3. Preghiera

O Gesù, redentore del genere umano, restauratore eterno della luce: concedi a noi tuoi servi che, come siamo
stati lavati dal peccato originale per l‟immersione del Battesimo - e in ciò consiste il significato di quella piscina
che restituì la vista agli occhi dei ciechi -, così pure siamo da te purificati dalle nostre colpe mediante il secondo
battesimo delle lacrime; e possiamo meritare di essere divulgatori delle tue lodi, come quel cieco divenne nunzio
della grazia.

E come quello fu riempito di fede per confessare te vero Dio, così noi pure possiamo essere corroborati dalla
testimonianza delle buone opere. Possa tu subito venire incontro pietoso, per la tua smisurata pietà, a noi che
t‟invochiamo, affinché, per questo sacrificio che ti offriamo, se vivi otteniamo la medicina che salva, se defunti
meritiamo di conseguire l‟eterno gaudio senza fine. Amen.

Sacramentario Mozarabico, 392 Post Nomina

V Domenica di Quaresima
24 Letture:

+Ez 37,12-14

+Rm 8,8-11

+Jn 11,1-45

1. La risurrezione di Lazzaro

Il Signore e Salvatore nostro Cristo Gesù ha certo manifestato la potenza della sua divinità con numerosi segni
e con miracoli di ogni specie, ma particolarmente alla morte di Lazzaro, come avete appena udito, carissimi, nella
presente lettura, mostrando di essere colui del quale era stato scritto: "Il Signore della potenza è con noi, nostra
rocca è il Dio di Giacobbe" (Ps 45,8). Questi miracoli, il Signore e Salvatore nostro li ha operati sotto due aspetti:
materiale e spirituale, cioè producendo un effetto visibile e un altro invisibile, manifestando per mezzo dell‟effetto
visibile la sua invisibile potenza. Prima, con un‟opera visibile, rese al cieco nato la vista della luce (Jn 9,1-38) per
illuminare con la luce della sua conoscenza, per mezzo della sua invisibile potenza, la cecità dei Giudei. Nella
presente lettura, egli rese la vita a Lazzaro che era morto (Jn 11,1-44), al fine di risuscitare dalla morte del peccato
alla vita i cuori increduli dei Giudei. Di fatto molti Giudei credettero a Cristo Signore a causa di Lazzaro:
riconobbero nella sua risurrezione una manifestazione della potenza del Figlio di Dio, poiché comandare alla morte
in forza della propria potenza non rientra fra le capacità della condizione umana, ma è proprio della natura divina.
Leggiamo invero che anche gli apostoli hanno risuscitato dei morti, ma essi hanno implorato il Signore perché li
risuscitasse (Ac 9,40 Ac 20,9-12); essi li hanno sì risuscitati, non però con le loro forze, o per virtù propria, ma
dopo aver invocato il nome di Cristo che comanda alla morte e alla vita: il Figlio di Dio invece ha risuscitato
Lazzaro per virtù propria. Infatti appena il Signore disse: "Lazzaro, vieni fuori" (Jn 11,43), quegli uscì subito dal
sepolcro: ;la morte non poteva trattenere colui che veniva chiamato dalla Vita. Il fetore della tomba era ancora nelle
narici dei presenti allorché Lazzaro era già in piedi e vivo. La morte non attese di sentirsi ripetere il comando dalla
voce del Salvatore, perché essa non era in grado di resistere alla potenza della Vita; e pertanto a una sola parola del
Signore la morte fece uscire dal sepolcro il corpo di Lazzaro e la sua anima dagli inferi, così tutto Lazzaro uscì vivo
dal sepolcro, dove non era completo ma solo col suo corpo. Ci si risveglia più lentamente dal sonno che non
Lazzaro dalla morte. Il fetore del cadavere era ancora nelle narici dei Giudei che già Lazzaro stava in piedi e vivo.
Ma consideriamo ora l‟inizio della stessa lettura.

Il Signore disse dunque ai suoi discepoli, come avete udito carissimi, nella presente lettura: "Lazzaro, l‟amico
nostro, dorme ma io vado a risvegliarlo" (Jn 11,11). Il Signore disse bene. "Lazzaro, l‟amico nostro, dorme," perché
in realtà egli stava per risuscitarlo da morte come da un sonno. Ma i discepoli, ignorando il significato delle parole
del Signore, gli dicono: "Signore, se dorme, guarirà" (Jn 11,12). Allora in risposta "disse loro chiaro: Lazzaro è
morto, ma sono contento per voi di non essere stato là affinché crediate" (Jn 11,14-15). Se il Signore qui afferma di
rallegrarsi per la morte di Lazzaro in vista dei suoi discepoli, come si spiega che in seguito pianse sulla morte di
Lazzaro? (Jn 11,35). Occorre, al riguardo, badare al motivo della sua contentezza e delle sue lacrime. Il Signore si
rallegrava per i discepoli, piangeva per i Giudei. Si rallegrava per i discepoli, perché con la risurrezione di Lazzaro
egli sapeva di confermare la loro fede nel Cristo; ma piangeva per l‟incredulità dei Giudei, perché neppure di fronte
a Lazzaro risorto avrebbero creduto a Cristo Signore. O forse il Signore pianse per cancellare con le sue lacrime i
peccati del mondo. Se le lacrime versate da Pietro poterono lavare i suoi peccati, perché non credere che i peccati
del mondo siano stati cancellati dalle lacrime del Signore? In effetti, dopo il pianto del Signore, molti fra il popolo
dei Giudei credettero. La tenerezza della bontà del Signore vinse in parte l‟incredulità dei Giudei e le lacrime da lui
teneramente versate addolcirono i loro cuori ostili. E forse per questo la presente lettura ci riferisce l‟uno e l‟altro
sentimento del Signore, cioè la sua gioia e il suo pianto, perché "chi semina nelle lacrime", com‟è scritto, "mieterà
nella gioia" (Ps 125,5). Le lacrime del Signore sono dunque la gioia del mondo: infatti per questo egli versò
lacrime, perché noi meritassimo la gioia. Ma ritorniamo al tema. Disse dunque ai suoi discepoli: "Lazzaro, l‟amico
nostro, è morto; ma io sono contento per voi di non essere stato là, affinché crediate". Rileviamo anche qui un
mistero: come il Signore può dire di non essere stato là [dove Lazzaro era morto]? Infatti quando dice chiaramente:
"Lazzaro è morto" dimostra all‟evidenza di essere stato lì presente. Né il Signore avrebbe potuto parlare così, dal
momento che nessuno l‟aveva informato, se non fosse stato lì presente. Come il Signore poteva non essere presente
nel luogo dove Lazzaro era morto, lui che abbraccia con la sua divina maestà ogni regione del mondo? Ma anche
qui il Signore e Salvatore nostro manifesta il mistero della sua umanità e della sua divinità. Egli non si trovava lì
con la sua umanità, ma era lì con la sua divinità, perché Dio è in ogni luogo.

Quando il Signore giunse da Maria e da Marta, sorelle di Lazzaro, alla vista della folla dei Giudei, chiese:
"Dove l‟avete messo?" (Jn 11,34). Forse che il Signore poteva ignorare dove era stato posto Lazzaro, lui che,
sebbene assente, aveva preannunciato la morte di Lazzaro e che con la maestà del suo essere divino è presente
dappertutto? Ma il Signore, così facendo, si attenne a un‟antica sua consuetudine. Infatti, allo stesso modo chiese ad
Adamo: "Adamo, dove sei?" (Gn 3,9). Egli interrogò Adamo non perché ignorava dove si trovasse, ma perché
Adamo confessasse il suo peccato con le proprie labbra e potesse così meritarne il perdono. Interrogò anche Caino:
"Dov‟è tuo fratello Abele"? ed egli rispose: "Non so" (Gn 4,9). Dio non interrogò Caino quasi che non sapesse
dove si trovava Abele, ma per potergli imputare, sulla base della sua risposta negativa il delitto commesso contro il
fratello. Di fatto Adamo ebbe il perdono perché confessò il peccato commesso al Signore che lo interrogava; Caino
invece fu condannato alla pena eterna, perché negò il suo delitto. Così anche nel nostro caso, quando il Signore
chiede: "Dove l‟avete messo?" non pone la domanda quasi che ignori dove sia stato sepolto Lazzaro, ma perché la
folla dei Giudei lo segua fino al suo sepolcro e, constatando nella risurrezione di Lazzaro la divina potenza di
Cristo, essi divengano testimoni contro sé stessi qualora non credano a un miracolo così grande. Infatti il Signore
aveva loro detto in precedenza: "Se non credete a me, credete almeno alle mie opere e sappiate che il Padre è in me
e io sono in lui" (Jn 10,38). Quando poi giunse presso il sepolcro, disse ai Giudei che stavano intorno: "Levate via
la pietra" (Jn 11,39). Che dobbiamo dire? Forse che il Signore non poteva rimuovere la pietra dal sepolcro con un
semplice comando, lui che, con la sua potenza, ha rimosso le sbarre degli inferi? Ma il Signore ha ordinato agli
uomini di fare ciò che era nelle loro possibilità; ciò che invece appartiene alla virtù divina, lo ha manifestato con la
propria potenza. Infatti rimuovere la pietra dal sepolcro è possibile alle forze umane, ma richiamare un‟anima dagli
inferi è solo in potere di Dio. Ma, se l‟avesse voluto, avrebbe potuto rimuovere facilmente la pietra dal sepolcro con
una sola parola chi con la sua parola creò il mondo.

Quand‟ebbero dunque rimosso la pietra dal sepolcro, il Signore disse a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori",
dimostrando così di essere colui del quale era stato scritto: "La voce del Signore è potente, la voce del Signore è
maestosa" (Ps 28,4), e ancora: "Ecco che darà una voce forte alla sua potenza" (Ps 67,34). Questa voce che ha
subito richiamato Lazzaro dalla morte alla vita è veramente una voce potente e maestosa, e l‟anima fu restituita al
corpo di Lazzaro prima che il Signore avesse fatto uscire il suono della sua voce. Sebbene il corpo fosse in un
luogo e l‟anima in un altro, tuttavia questa voce del Signore restituì subito l‟anima al corpo e il corpo obbedì
all‟anima. La morte infatti fu rimossa alla voce di una così grande potenza. E nulla di strano, certamente, che
Lazzaro sia potuto risorgere per una sola parola del Signore, quando ha dichiarato egli stesso nel Vangelo che
quanti sono nei sepolcri risorgeranno alla sola e unica parola, dicendo: "Viene l‟ora in cui i morti ascolteranno la
voce del Figlio di Dio e risorgeranno" (Jn 5,25). Senza dubbio, all‟udire la parola del Signore, la morte avrebbe
potuto allora lasciar liberi tutti i morti, se non avesse capito che era stato chiamato soltanto Lazzaro. Dunque,
quando il Signore disse: "Lazzaro, vieni fuori, subito egli uscì legato piedi e mani e la faccia ravvolta in un sudario"
(Jn 11,44). Che diremo qui ancora? Forse che il Signore non poteva spezzare le bende nelle quali Lazzaro era stato
sepolto, lui che aveva spezzato i legami della morte? Ma qui il Signore e Salvatore nostro manifesta nella
risurrezione di Lazzaro la duplice potenza della sua operazione per tentare d‟infondere almeno così la fede nei
Giudei increduli. Infatti non desta minor meraviglia veder Lazzaro poter camminare a piedi legati che vederlo
risuscitare dai morti...
Cromazio di Aquileia, Sermo 27, 1-4

2. Le lacrime del Signore

Egli andò per trarre fuori il morto dal sepolcro e interrogò: "Dove lo avete deposto? E comparvero le lacrime
sugli occhi di Nostro Signore" (Jn 11,34-35), le sue lacrime furono come la pioggia, e Lazzaro come il grano, e il
sepolcro come la terra. Egli gridò con voce di tuono e la morte tremò alla sua voce; Lazzaro si erse come il grano,
uscì fuori e adorò il Signore che lo aveva risuscitato.

Efrem, Diatessaron, 17, 7

3. La risurrezione di Lazzaro (Jn 11,1-45)

Come Lazzaro, (tuo) amico,

Io morto fui messo nella tomba;

Ed è non da quattro giorni ma da lunghi anni

Che l‟anima mia morta giace nel mio corpo.

Fa‟ risuonare in me la voce tua celeste

E fammi intendere la (tua) Parola;

Scioglimi dai vincoli infernali,

Ritraimi dalla mia casa tenebrosa.

Nerses Snorhali, Jesus, 666-667

Domenica di Passione o delle Palme

25 Letture:

+Is 50,4-7

+Ph 2,6-11

+Mt 21,1-11; 26,14-27 26,66


1. Sermone per la Domenica delle Palme

Fratelli, che siete venuti in chiesa con maggiore impulso del solito, e che avete portato con voi con gioia rami
d‟albero, vi prego. Ma giova farlo con coloro che non sanno perché lo fanno, né cosa significhino queste cose?

Voi dovete sapere che in questo giorno, cioè il giovedì prima della sua Passione, il nostro Salvatore si pose a
sedere su un‟asina presso il monte degli Ulivi per dirigersi verso Gerusalemme (Jn 12,1). Ora la folla, saputo che
Gesù era diretto a Gerusalemme, gli andò incontro con rami di palme (cf. Jn 12,14; Mt 21,1-7 Mc 11,1-7 Lc 19,29-
35), "e siccome egli già si apprestava a discendere il monte degli Ulivi, nella sua gioia la folla di coloro che
discendevano si mise a lodare Dio a gran voce" (Jn 12,12-13). Durante quei cinque giorni, cioè da questo fino alla
sera del giovedì in cui fu consegnato dopo la Cena, egli insegnò tutti i giorni nel tempio e dimorò tutte le notti sul
monte degli Ulivi. E poiché il decimo giorno del mese si rinchiudeva l‟agnello che doveva essere immolato il
quattordicesimo giorno dai figli d‟Israele, è a pieno titolo che questo vero Agnello, cioè il Cristo Signore, entrò
quel giorno, lui che doveva essere crocifisso il venerdì nella Gerusalemme dove era rinchiuso l‟agnello tipico. Oggi
perciò, "le persone in gran numero, stesero i loro mantelli sulla strada e altre oggi tagliavano rami dagli alberi e ne
cospargevano" (Mt 21,8) del pari il cammino del Salvatore.

E se la santa Madre Chiesa celebra oggi corporalmente questi avvenimenti, è perché si adempiano, il che è
molto più importante, spiritualmente. Infatti, ogni anima santa è l‟asina di Dio. Il Signore si asside sull‟asina e si
dirige verso Gerusalemme, quando abita nelle vostre anime, fa loro disprezzare questo mondo e amare la patria
celeste. Voi gettate le vostre vesti davanti a Dio sulla strada se mortificate i vostri corpi con l‟astinenza
preparandogli così il cammino per venire a voi. Voi tagliate rami d‟alberi se vi preparate il cammino per andare a
Dio, praticando le virtù dei santi Padri. Cosa fu Abramo? Cosa fu Giuseppe? E David? Cosa furono gli altri giusti,
se non alberi che portano frutto? Imparate l‟obbedienza alla scuola di Abramo, la castità alla scuola di Giuseppe,
l‟umiltà alla scuola di David, se vi aggrada ottenere la salvezza eterna.

La palma significa la vittoria. Così noi portiamo palme nella mano, se cantiamo la vittoria gloriosa del
Signore, sforzandoci di vincere il diavolo con una buona condotta. Ecco perché dovete anche sapere, o fratelli, che
porta invano il ramo d‟ulivo colui che non pratica le opere di misericordia. Come pure, è senza alcun profitto che
porta la palma colui che si lascia vincere dalle astuzie del diavolo. Rientrate in voi stessi, carissimi, ed esaminate se
fate spiritualmente ciò che compite corporalmente.

Credetelo molto fermamente, fratelli, sarebbe pericoloso per noi non annunciarvi i misteri del nostro
Salvatore, ma è altresì pericoloso per voi non prestar loro che poca attenzione. Noi vi esortiamo in definitiva a
prepararvi tanto maggiormente, quanto più si avvicina la festa di Pasqua, a purificarvi da tutto ciò che è invidia,
odio, collera, parole ingiuriose, maldicenze e calunnie, per poter celebrare degnamente quel giorno.

Perdonate coloro che hanno peccato contro di voi, affinché il Signore perdoni i vostri peccati: colui che avrà
serbato odio o collera, sia pure nei confronti di un sol uomo, celebrerà la Pasqua per sua sventura, poiché non
mangerà la vita con Pietro, ma riceverà nella santa comunione la morte con Giuda. Allontani da voi tale sciagura,
colui che vi ha creato con potenza, riscattato con amore, Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con il Padre e
lo Spirito Santo, Dio, nei secoli dei secoli. Amen.
Anonimo IX sec., Hom. 10

2. Colloquio intimo con Dio

Ritengo dunque auspicabile dire qui

qualcosa delle sofferenze che per me Tu hai sofferto,

o Dio di tutti.

Ti sei tenuto in piedi nel tribunale della creatura, in una

natura che era la mia;

Non hai parlato, Tu che doni la parola;

Non hai alzato la voce, Tu che crei la lingua;

Non hai gridato, Tu che scuoti la terra;

Non hai ruggito, Tu che sei la tromba che risuona

agli orecchi di tutti nella Maestà;

Non li hai biasimati, nonostante i tuoi benefici,

e non hai loro, nonostante le loro malvagità, chiuso la bocca;

Non hai abbandonato alla confusione chi Ti abbandonava

ai tormenti della morte;

Non hai opposto resistenza, quando Ti legavano;

e quando Ti schiaffeggiavano, non Ti sei indignato;

quando Ti coprivano di sputi, Tu non hai ingiuriato,

e quando Ti davano pugni, Tu non hai fremuto;

Quando si facevano burle di Te, non ti sei corrucciato;

E quando Ti schernivano, non hai alterato il tuo viso.

Lo hanno spogliato della tunica che Lo ricopriva

come se Egli fosse impotente,

e di nuovo ve Lo hanno rivestito

come un detenuto incapace di fuggire...

Con la flagellazione, all‟ultima ignominia


L‟han consegnato in mezzo a plebaglia abietta;

han piegato il ginocchio per insultarlo

e gli han posto sul capo una corona per disprezzo

(Mt 27,26-31).

Lungi dal darTi un attimo di tregua, o Fonte della vita,

T‟hanno apprestato, per portarlo

lo strumento di morte.

Con magnanimità Tu l‟hai accolto,

l‟hai preso con dolcezza,

l‟hai sollevato con pazienza;

Ti sei caricato, come fossi un colpevole, del legno dei dolori!

Sulla sua spalla Egli ha portato l‟arma di vita,

come il fiore di giglio delle valli (Ct 2,1).

Ti han cacciato fuori come la vittima dell‟olocausto;

Ti hanno sospeso come l‟ariete impigliato al cespuglio per le corna

(Gn 22,13);

Ti hanno disteso sull‟altare della Croce come una vittima;

Ti hanno inchiodato quasi Tu fossi un malfattore;

Ti hanno inchiodato come un ribelle;

Tu che sei la Pace celeste, quasi Tu fossi un brigante;

Tu che sei la grandezza inviolabile, come un uomo dei dolori;

Tu che sei adorato dai Cherubini, come un essere spregevole

(Is 53,3)

Tu che sei la causa della vita, come degno

d‟esser distrutto dalla morte;

Tu che hai esposto l‟Evangelo,

come un bestemmiatore della Legge;


il Signore e il compimento dei Profeti,

come un trasgressore delle Scritture;

Tu che sei il raggio di gloria e il sigillo

di pensieri insondabili del Padre (He 1,3),

come avversario della volontà di Colui

che Ti ha generato;

Tu che sei veramente Benedetto, come un esiliato;

Tu che hai sciolto il legame della Legge, come uno scomunicato

(Ga 3,13);

Tu che sei un fuoco divoratore (Dt 4,24), come un prigioniero condannato;

Tu che sei temibile in cielo e in terra,

come un uomo giustamente castigato (Is 53,4);

Tu che sei nascosto in una luce inaccessibile (1Tm 6,16),

come uno schiavo terrestre!

Gregorio di Narek, Liber orat. 77, 1 ss.

3. Le lodi dei fanciulli

"I fanciulli gridavano e dicevano: Osanna al figlio di David. La cosa spiacque ai sommi sacerdoti e agli scribi,
e gli dissero: Non senti ciò che dicono?" (Mt 21,15-16). Visto che le lodi non ti sono gradite, falli tacere. Alla sua
morte come alla sua nascita, i fanciulli prendono parte alla corona dei suoi dolori. Incontrandolo, Giovanni, ancora
"bambino, ha esultato nel seno" (Lc 1,41) di sua madre, e dei bambini furono messi a morte alla sua nascita, e
divennero come il vino del suo banchetto nuziale. Furono dei fanciulli a proclamare le sue lodi quando giunse il
tempo della sua morte. Alla sua nascita, "Gerusalemme si turbò" (Mt 2,3), e lo fu ancora e "temette" (Mt 21,10), il
giorno in cui egli vi entrò. "La cosa spiacque agli scribi e gli dissero: Fermali! Egli rispose loro: «Se essi tacciono
grideranno le pietre»" (Lc 19,39-40). Per cui, essi hanno preferito far gridare i fanciulli, piuttosto che le pietre,
poiché al clamore delle creature gli spiriti ciechi avrebbero potuto comprendere. Il clamore delle pietre era riservato
al tempo della sua crocifissione (Mt 27,51-52); infatti, allora, rimasti muti coloro che erano dotati di parola, furono
le cose mute che proclamarono la sua grandezza.

Efrem, Diatessaron, 18, 2


Domenica di Pasqua

29 Letture:

+Ac 10,34a. Ac 10,37-43

+Col 3,1-4

+Jn 20,1-9

1. Chiesa e Sinagoga

La lettura del santo Vangelo che or ora avete ascoltato, fratelli, è molto chiara nel suo aspetto storico, ma noi
dobbiamo scrutarne brevemente i misteri. "Maria Maddalena si recò al sepolcro quand‟era ancor buio" (Jn 20,1). In
relazione alla storia è indicata l‟ora, mentre in relazione al senso mistico è sottolineata l‟intenzione di colei che
cercava. Maria infatti cercava il Creatore di tutti, che aveva visto morto nella carne; lo cercava nel sepolcro; e
siccome non lo trovò, ritenne che lo avessero rubato. "Si recò al sepolcro quand‟era ancora buio". Corse in tutta
fretta, e portò la notizia ai discepoli. Ma tra quelli corsero coloro che avevano amato più degli altri: Pietro e
Giovanni. "Correvano insieme tutti e due, ma Giovanni corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro"
(Jn 20,4); tuttavia non osò entrare per primo. Venne poi anche Pietro, "ed entrò" (Jn 20,6). Qual è, fratelli, il
significato di questa corsa? Si può credere che una descrizione dell‟evangelista così dettagliata sia priva di
significati mistici? Niente affatto! Giovanni non avrebbe detto che era arrivato primo e non era entrato, se non
avesse creduto che in quella sua trepidazione era contenuto un mistero. Cos‟altro rappresenta Giovanni se non la
Sinagoga, e cosa Pietro se non la Chiesa? Non sembri strano che il più giovane raffiguri la Sinagoga, mentre il più
vecchio raffigura la Chiesa, perché se è vero che al culto di Dio venne prima la Sinagoga che non la Chiesa dei
pagani, è vero anche che nella realtà della storia umana viene prima la moltitudine dei pagani che non la Sinagoga,
come afferma Paolo, che dice: "Non è prima ciò che è spirituale, bensì ciò che è animale" (1Co 15,46). Perciò il più
vecchio, Pietro, rappresenta la Chiesa dei pagani, mentre il più giovane, Giovanni, rappresenta la Sinagoga dei
Giudei. Corsero insieme tutti e due, perché dal loro inizio sino alla fine il paganesimo e la Sinagoga corsero con
pari e comune via, se non con pari e comune sentimento.

La Sinagoga giunse per prima al sepolcro, ma non entrò, perché pur avendo ricevuto i comandamenti della
legge e udito le profezie sulla Incarnazione e Passione del Signore, non volle credere in un morto. Giovanni,
dunque, "vide le bende per terra, ma non entrò" (Jn 20,5); perché la Sinagoga, pur conoscendo gli obblighi della
Sacra Scrittura, tuttavia indugiò, nel credere, a giungere alla fede nella Passione del Signore. Colui che da tanto
tempo aveva profetato, lo vide presente, e pure negò [di credere in lui]; lo disprezzò in quanto uomo, non volle
credere che Dio avesse assunto la carne mortale. Così facendo, corse più veloce, e tuttavia rimase incredula davanti
al sepolcro: "Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro" (Jn 20,6): cioè la Chiesa dei pagani,
pur venendo dopo, nel Mediatore tra Dio e gli uomini, l‟uomo Gesù Cristo, riconobbe colui che era morto secondo
la carne e lo adorò come Dio vivo.

Gregorio Magno, Hom. 22, 2-3

2. La Legge, i profeti, Cristo


Ecco ciò che vuole per noi la Legge, nostro pedagogo (Ga 3,24); ecco ciò che vogliono i profeti, che si
collocano tra la Legge e Cristo; ecco ciò che vuole Cristo, che compie la legge spirituale di cui è il termine (He
12,2); ecco ciò che vuole questa divinità che si è annientata (Ph 2,7); ecco ciò che vuole la carne assunta; ecco ciò
che vuole questa nuova mescolanza di Dio e dell‟uomo dove la dualità sfocia nell‟unità e dove l‟unità introduce la
dualità. Ecco perché Dio si è fuso nella carne per l‟intermediario dell‟anima, e perché delle realtà separate sono
state legate dalla parentela che questo intermediario aveva con ambedue. A causa di tutti, e in particolare a causa
dell‟unico antenato, tutto si è orientato verso l‟unità: l‟anima a causa di quella che aveva disobbedito, la carne a
causa di quella che aveva collaborato e aveva condiviso la condanna - la prima a causa di un‟anima e la seconda a
causa di una carne -, e Cristo, più forte e più in alto del peccato, a causa di Adamo caduto in potere del peccato.

Ecco perché il nuovo è stato sostituito al vecchio e perché colui che aveva provato la passione è stato
ristabilito dalla Passione nel suo stato primiero: per ogni cosa nostra è stata data in cambio ogni cosa di colui che è
al di sopra di noi, e l‟economia della bontà verso colui che la sua disobbedienza aveva fatto cadere si è trasformata
in un nuovo mistero. Ecco l‟origine della Natività e della Vergine, l‟origine della greppia e di Betlemme. La
creazione spiega la Natività, la donna spiega la Vergine. Il motivo di Betlemme è l‟Eden; il motivo della greppia è
il Paradiso. Ciò che è grande e nascosto rende conto di ciò che è piccolo e visibile. Ecco perché gli angeli
proclamano la gloria dell‟essere celeste e poi terrestre; perché i pastori vedono la gloria di colui che è agnello e
pastore; perché la stella mostra la via; perché i Magi si prostrano recando doni per distruggere il culto degli idoli.
Ecco perché Gesù è battezzato, riceve testimonianza dall‟alto, giovane, è tentato e trionfa da trionfatore. Ecco
perché i demoni sono cacciati, i malati guariti, il grande annuncio affidato ai piccoli e da essi portato felicemente a
termine.

Ecco perché le nazioni fremono e i popoli meditano vani progetti (Ps 2,1); ecco perché il legno si erge contro
il legno e le mani contro la mano (Gn 3,24): quelle che si sono tese generosamente si oppongono a quella che si è
fatta avanti senza ritegno, quelle che sono state inchiodate a quella che si è aperta, quelle che uniscono le estremità
della terra a quella che ha cacciato Adamo. Ecco perché l‟elevazione si oppone alla caduta, il fiele al gusto, la
corona di spine all‟impero del male, la morte alla morte; ecco perché le tenebre si diffondono a causa della luce, la
tomba si oppone al ritorno alla polvere e la risurrezione risponde all‟insurrezione. Tutto ciò era per Dio un mezzo
per educarci e guarire la nostra debolezza ristabilendo il vecchio Adamo nello stato da cui era caduto e
conducendolo presso "l‟albero della vita" (Gn 2,9) da cui l‟albero della conoscenza, a causa del suo frutto preso
intempestivamente e svantaggiosamente, ci aveva separati.

Gregorio Nazianzeno, II orat. in S. Pascham, 23-25

3. La festa degli uomini e la festa eterna

Ecco, noi stiamo celebrando le feste pasquali; ma dobbiamo vivere in modo tale da meritare di giungere alla
festa eterna. Passano tutte le feste che si celebrano nel tempo. Cercate, voi che siete presenti a queste solennità, di
non essere esclusi dalla solennità eterna. Cosa giova partecipare alle feste degli uomini, se poi si è costretti ad
essere assenti dalle feste degli angeli? La presente solennità è solo un‟ombra di quella futura. Noi celebriamo
questa una volta l‟anno per giungere a quella che non è d‟una volta l‟anno, ma perpetua. Quando, al tempo stabilito,
noi celebriamo questa, la nostra memoria si risveglia al desiderio dell‟altra. Con la partecipazione, dunque, alle
gioie temporali, l‟anima si scaldi e si accenda verso le gioie eterne, affinché goda in patria quella vera letizia che,
nel cammino terreno, considera nell‟ombra del gaudio. Perciò, fratelli, riordinate la vostra vita e i vostri costumi.
Pensate come verrà severo, al giudizio, colui che mite risuscitò da morte. Certamente nel terribile giorno dell‟esame
finale egli apparirà con gli angeli, gli arcangeli, i troni, le dominazioni, i principati e le potestà, allorché i cieli e la
terra andranno in fiamme e tutti gli elementi saranno sconvolti dal terrore in ossequio a lui. Abbiate davanti agli
occhi questo giudice così tremendo; temete questo giudice che sta per venire, affinché, quando giungerà, lo possiate
guardare non tremanti ma sicuri. Egli infatti dev‟essere temuto per non suscitare paura. Il terrore che ispira ci
eserciti nelle buone opere, il timore di lui freni la nostra vita dall‟iniquità. Credetemi, fratelli: più ci affannerà ora la
vista delle nostre colpe, più saremo sicuri un giorno alla sua presenza.

Certamente, se qualcuno di voi dovesse comparire in giudizio dinanzi a me domani insieme al suo avversario,
passerebbe tutta la notte insonne, pensando con animo inquieto a cosa gli potrebbe essere detto, a come
controbattere, verrebbe assalito da un forte timore di trovarmi severo, avrebbe paura di apparirmi colpevole. Ma chi
sono io? o cosa sono io? Io, tra non molto, dopo essere stato un uomo, diventerò un verme, e dopo ancora, polvere.
Se dunque con tanta ansia si teme il giudizio della polvere, con quale attenzione si dovrà pensare, e con quale
timore si dovrà prevedere il giudizio di una così grande maestà?

Gregorio Magno, Hom. 26, 10-11

II Domenica di Pasqua

31 Letture:

+Ac 2,42-47

+1P 1,3-9

+Jn 20,19-31

1. L‟autorità conferita ai sacerdoti

Se qualcuno riflettesse cosa è mai per chi è ancor uomo e circondato di carne e sangue poter star così vicino a
quella natura beata e illibata, potrebbe vedere bene quale onore la grazia dello Spirito ha fatto ai sacerdoti. Per
opera loro, infatti, si compiono questi misteri - e altri non inferiori -: per la loro dignità e la nostra salvezza. Ad
uomini che vivono sulla terra, che hanno quaggiù la loro dimora, è stata affidata l‟amministrazione dei tesori celesti
ed è stato dato un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli. Mai infatti ha detto loro: "Tutto
quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo; e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo"
(Mt 18,18). Certo, anche i dominatori sulla terra hanno il potere di legare, ma solo i corpi; quest‟altro vincolo
invece tocca l‟anima stessa e trascende i cieli: quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Iddio lo conferma lassù. Il
Padrone convalida la decisione dello schiavo. Che altro infatti gli ha dato se non tutto il potere del cielo? Infatti: "A
coloro cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; e a coloro cui non li rimetterete, non saranno rimessi" (Jn 20,23).
Quale potere sarà maggiore di questo? Il Padre ha dato ai Figlio ogni decisione (Jn 5,22): ma vedo che il Figlio l‟ha
concessa ai sacerdoti. Come se già fossero stati accolti nel cielo e avessero superata l‟umana natura e fossero
liberati dalle nostre passioni, a tanto potere sono stati elevati.
Inoltre, se un imperatore concedesse a qualcuno dei suoi sudditi questo onore: cacciare in prigione chi vuole o
di liberarne chi vuole, tutti ammirerebbero e rispetterebbero quel tale; ma colui che ha ricevuto da Dio un potere
tanto maggiore, quanto il cielo è più augusto della terra e quanto l‟anima lo è del corpo, sembrerà forse ad alcuni
che abbia ricevuto un piccolo onore, tanto da ritenere di poter disprezzare lui, cui è stato affidato questo dono? Ma
è una pazzia! E una pazzia conclamata disprezzare questa autorità, senza di cui non ci è possibile raggiungere né la
salvezza né i beni promessi.

Crisostomo Giovanni, De sacerd. 3, 5

2. L‟unità della Chiesa

Il Signore dice a Pietro: "Io ti dico: tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte
dell‟inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli ciò che tu legherai sulla terra,
sarà legato anche in cielo, e ciò che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche in cielo" (Mt 16,18s). Su uno solo
egli edifica la Chiesa, quantunque a tutti gli apostoli, dopo la sua Risurrezione, abbia donato uguali poteri dicendo:
"Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo! A chi rimetterete i peccati, saranno
rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti" (Jn 20,21-23). Tuttavia, per manifestare l‟unità, costituì una cattedra
sola, e dispose con la sua parola autoritativa che il principio di questa unità derivasse da uno solo. Quello che era
Pietro, certo, lo erano anche gli altri apostoli: egualmente partecipi all‟onore e al potere; ma l‟esordio procede
dall‟unità, affinché la fede di Cristo si dimostri unica. E a quest‟unica Chiesa di Cristo allude lo Spirito Santo nel
Cantico dei Cantici quando, nella persona del Signore, dice: "Unica è la colomba mia, la perfetta mia, unica di sua
madre, la prediletta della sua genitrice" (Ct 6,9). Chi non conserva quest‟unità della Chiesa, crede forse di
conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, confida forse di essere nella Chiesa? Eppure è anche il beato
apostolo Paolo che lo insegna, e svela il sacro mistero dell‟unità dicendo: "Un solo corpo e un solo spirito, una sola
speranza della vostra vocazione, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio" (Ep 4,4-6).

Quest‟unità dobbiamo conservare salda e difendere soprattutto noi, vescovi, che nella Chiesa presidiamo,
dimostrando così che lo stesso nostro episcopato è unico e indiviso. Nessuno inganni i fratelli con la menzogna,
nessuno corrompa la loro fede nella verità con perfida prevaricazione! L‟episcopato è unico, e i singoli ne
possiedono ciascuno una parte, ma «in solido». Anche la Chiesa è unica, e si propaga in una moltitudine vastissima
per la sua feconda prolificità, proprio come i raggi del sole sono molti, ma lo splendore è unico, i rami degli alberi
sono molti, ma unico è il tronco saldamente attaccato alla radice, e come dalla sorgente unica defluiscono molti
ruscelli e quantunque sembri che una numerosa copia di acqua largamente si diffonda tuttavia essa conserva alla
sua origine l‟unità. Dalla massa dei sole togli un raggio: l‟unità della luce non ammette divisione; dall‟albero stacca
un ramo: il ramo non potrà più germogliare; dalla fonte isola un ruscello: questo subito seccherà.

Così, anche la Chiesa del Signore diffonde luce per tutta la terra, dappertutto fa giungere i suoi raggi; tuttavia
unico è lo splendore che dappertutto essa diffonde, né si scinde l‟unità del corpo. Estende i suoi rami frondosi per
tutta la terra riversa in ogni direzione le sue acque in piena, ma unico è il principio unica è l‟origine, unica è la
madre ricca di frutti e feconda. Dal suo grembo nasciamo, dal suo latte siamo nutriti, dal suo Spirito siamo
vivificati.
Cipriano di Cartagine, De Eccl. unitate, 4-5

3. Comunione d‟amore tra Cristo e i discepoli

[Gesù] disse loro: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch‟io mando voi" (Jn 20,21). Cioè, come il
Padre, che è Dio, ha mandato me, anch‟io, che sono uomo, mando voi che siete uomini. Il Padre mandò il Figlio,
quando stabilì che egli s‟incarnasse per la redenzione del genere umano. Egli volle che il Figlio venisse nel mondo
a patire, e tuttavia, pur mandandolo a patire, lo amava. Così, il Signore manda gli apostoli che si è scelto non a
godere del mondo, ma, come fu mandato lui stesso, a patire nel mondo. Poiché il Figlio è amato dal Padre, pur
essendo mandato a patire, così anche i discepoli sono amati dal Signore, pur essendo mandati a patire nel mondo.
Per questo, è detto: "Come il Padre ha mandato me, anch‟io mando voi"; cioè: Quando vi mando tra gli scandali dei
persecutori, vi amo di quello stesso amore con il quale il Padre ama me, pur inviandovi a sopportare tante
sofferenze.

Gregorio Magno, Hom. 26, 2

4. Tommaso, modello di fede per noi

"Ma Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù" (Jn 20,24). Questo
discepolo fu l‟unico assente; al suo ritorno sentì ciò che era avvenuto, ma non volle credere a quel che aveva udito.
Il Signore ritornò e presentò al discepolo incredulo il costato perché lo toccasse, mostrò le mani e, facendo vedere
le cicatrici delle sue ferite, sanò la ferita della sua infedeltà. Cosa, fratelli carissimi, cosa notate in tutto ciò? Credete
dovuto a un caso che quel discepolo fosse allora assente, e poi tornando udisse, e udendo dubitasse, e dubitando
toccasse, e toccando credesse? Non a caso ciò avvenne, ma per divina disposizione. La divina clemenza
mirabilmente stabilì che quel discepolo incredulo, mentre toccava le ferite nella carne del suo Maestro, sanasse a
noi le ferite dell‟infedeltà. A noi infatti giova più l‟incredulità di Tommaso che non la fede dei discepoli credenti
perché mentre egli, toccando con mano, ritorna alla fede, l‟anima nostra, lasciando da parte ogni dubbio si
consolida nella fede. Certo, il Signore permise che il discepolo dubitasse dopo la sua risurrezione, e tuttavia non lo
abbandonò nel dubbio... Così il discepolo che dubita e tocca con mano, diventa testimone della vera risurrezione,
come lo sposo della Madre (del Signore) era stato custode della perfettissima verginità.

[Tommaso] toccò, ed esclamò: "Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: Perché mi hai veduto, Tommaso, hai
creduto" (Jn 20,28-29). Quando l‟apostolo Paolo dice: "La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di
quelle che non si vedono" (He 11,1), parla chiaramente, perché la fede è prova di quelle cose che non si possono
vedere. Infatti delle cose che si vedono non si ha fede, ma conoscenza (naturale). Dal momento però che Tommaso
vide e toccò, perché gli viene detto: "Perché mi hai veduto, hai creduto?" Ma altro vide, altro credette. Da un uomo
mortale certo la divinità non può essere vista. Egli vide dunque l‟uomo, e confessò che era Dio, dicendo: "Mio
Signore e mio Dio"! Vedendo dunque credette, lui che considerando (Gesù) un vero uomo, ne proclamò la divinità
che non aveva potuto vedere.
Riempie di gioia ciò che segue: "Beati quelli che non hanno visto, e hanno creduto" (Jn 20,29). Senza dubbio
in queste parole siamo indicati in special modo noi che non lo abbiamo veduto nella carne ma lo riteniamo
nell‟anima. Siamo indicati noi, purché accompagniamo con le opere la nostra fede. Crede veramente colui che
pratica con le opere quello che crede. Al contrario, per quelli che hanno la fede soltanto di nome, Paolo afferma:
"Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti" (Tt 1,16). E Jc aggiunge: "La fede senza le opere è
morta" (Jc 2,26).

Gregorio Magno, Hom. 26, 7-9

III Domenica di Pasqua

32 Letture:

+Ac 2,14a. Ac 2,22-28

+1P 1,17-2

+Lc 24,13-35

1. Gesù premia l‟ospitalità

Avete udito, fratelli carissimi, che il Signore apparve a due discepoli che camminavano lungo la via, i quali
non credevano in lui e tuttavia parlavano di lui, ma non si mostrò loro con le sue sembianze sì da farsi riconoscere.
Il Signore dunque riprodusse fuori, negli occhi del corpo, ciò che avveniva dentro di loro, negli occhi del cuore. E
poiché nel loro intimo amavano e dubitavano, il Signore era fuori ed era presente, e non si manifestava per quello
che era. A coloro che parlavano di lui si mostrò presente, ma poiché dubitavano nascose loro l‟aspetto che poteva
darlo a conoscere. Parlò con loro, li rimproverò della loro durezza a intendere, spiegò i segreti della Sacra Scrittura
che lo riguardavano; e tuttavia, poiché nei loro cuori era ancora pellegrino quanto alla fede, finse di andare più
lontano. Fingere, infatti, significa [in latino] plasmare, per questo chiamiamo «figuli» coloro che plasmano la creta.
Nulla, dunque, la semplice Verità fece con doppiezza, ma si mostrò loro nel corpo tale e quale era nella loro mente.
Volle provare se essi, che non lo amavano ancora come Dio, almeno potessero amarlo come pellegrino. Ma
siccome non potevano essere estranei alla carità quelli con i quali camminava la stessa Verità, ecco che lo
invitarono ospitalmente quale pellegrino. Ma perché diciamo «lo invitarono», quando sta scritto: "Lo costrinsero?"
Dal quale esempio si comprende che i pellegrini non solo devono essere invitati, ma attirati con insistenza.
Apparecchiano la tavola, offrono il cibo, e allo spezzar del pane riconoscono quel Dio che non avevano
riconosciuto mentre spiegava la Sacra Scrittura.

Ascoltando dunque i precetti di Dio non furono illuminati, mentre lo furono mettendoli in pratica, poiché sta
scritto: "Non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge
saranno giustificati" (Rm 2,13). Pertanto, chi vuol comprendere le cose udite, si affretti a mettere in pratica quelle
che ha già potuto capire. Ecco che il Signore non fu conosciuto mentre parlava, e si degnò di farsi conoscere mentre
era servito a tavola. Amate dunque l‟ospitalità, fratelli carissimi, amate le opere della carità. A questo proposito,
infatti, da Paolo vien detto: "L‟amore fraterno rimanga in voi, e non dimenticate l‟ospitalità. Alcuni infatti
piacquero per essa, avendo accolto degli angeli" (He 13,1). Pietro dice: "Praticate l‟ospitalità gli uni verso gli altri,
senza mormorare" (1P 4,9). E la stessa Verità afferma: "Fui pellegrino, e mi accoglieste" (Mt 25,35). Vi narro ora
una cosa molto conosciuta, trasmessa a noi dai nostri padri. Un padrone di casa era dedito, con tutta la sua famiglia,
a praticare l‟ospitalità; e siccome accoglieva quotidianamente pellegrini alla sua mensa, un giorno venne con gli
altri un pellegrino, e fu condotto alla mensa. Mentre il padrone di casa per umiltà voleva versargli acqua nelle mani,
si volse per prendere la brocca ma improvvisamente non trovò più colui nelle cui mani voleva versare l‟acqua. E
poiché si meravigliava fra sé dell‟accaduto, quella stessa notte il Signore gli disse in visione: «Gli altri giorni hai
accolto me nelle mie membra, ieri invece hai accolto me in persona». Ecco che Colui che viene nel giorno del
giudizio dirà: "Ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l‟avete fatto a me" (Mt 25,40).
Ancor prima del giorno del giudizio, quando è ricevuto nelle sue membra, va a visitare coloro che lo hanno
ricevuto, e tuttavia noi siamo pigri alla grazia dell‟ospitalità. Pensate, fratelli, quanto è grande la virtù
dell‟ospitalità! Voi ricevete Cristo alla vostra mensa per essere poi ricevuti da lui al convito eterno. Date ora
ospitalità a Cristo pellegrino, affinché nel giorno del giudizio non vi dica che siete pellegrini a lui sconosciuti, ma
vi accolga come suoi amici nel regno, con l‟aiuto di lui che vive e regna, Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Gregorio Magno, Hom. 23

2. Lo riconobbero nella frazione del pane

Il Signore Gesù, dopo essere risuscitato dai morti, trovò per via due dei suoi discepoli, che conversavano
insieme dei fatti del giorno, e disse loro: "Che sono questi discorsi che andate facendo tra di voi, e perché siete
tristi?", ecc.; il fatto è narrato dal solo evangelista Luca. Marco si limita a dire che apparve a due discepoli lungo la
via (Mc 16,12 Mc 16,13): ma quel che essi dissero al Signore, od anche ciò che questi disse loro, egli lo ha
tralasciato.

"Cristo con i discepoli per via". Cosa dunque ci ha apportato questa lezione? Qualcosa di grande, se cerchiamo
di comprendere. Gesù apparve: era visto con gli occhi, ma non era riconosciuto. Il Maestro camminava con loro per
via, anzi era lui stesso la via: essi però non camminavano ancora per la via; li trovò bensì che esorbitavano dalla
via. Quando infatti era stato con loro, prima della sua Passione, aveva loro tutto predetto: che avrebbe patito, che
sarebbe morto e risuscitato il terzo giorno (Mt 20,18-19): tutto aveva predetto; ma la morte di lui fu oblio per loro.
Così rimasero turbati quando lo videro pendente dal legno, sì da dimenticare il docente, da non aspettare il
risorgente, né da tener fede all‟autore delle promesse.

"Noi", dicono essi, "speravamo che avrebbe operato la redenzione d‟Israele". O discepoli, voi speravate;
dunque ora non sperate più? Ecco che Cristo vive, mentre la speranza è morta in voi ! Certamente Cristo vive. E
Cristo vivo trovò morti i cuori dei discepoli: ai loro occhi apparve e non apparve; ed era visto e si nascondeva. Ma
se non era visto, in qual modo lo ascoltavano mentre interrogava, o rispondevano alle sue domande? Egli viaggiava
per via con loro come un compagno, mentre era il capo medesimo. Senz‟altro lo vedevano, però non lo
riconoscevano. "I loro occhi erano infatti appesantiti e incapaci di riconoscerlo", come abbiamo sentito. Non dice
che erano incapaci di vedere, bensì che erano incapaci di riconoscerlo.
"Perché Cristo volle essere riconosciuto nella frazione del pane. Il premio dell‟ospitalità". Orsù, fratelli, dove
volle essere riconosciuto il Signore? Nella frazione del pane. Siamone certi, spezziamo il pane, e conosciamo il
Signore. Non ha voluto essere conosciuto se non lì; il che vale per noi che non eravamo destinati a vederlo nella
carne, e tuttavia avremmo mangiato la sua carne. Perciò, chiunque tu sia, o fedele; chiunque tu sia che non vuoi
essere detto vanamente cristiano; chiunque tu sia che non senza ragione entri in chiesa; chiunque tu sia che ascolti
con timore e speranza la parola di Dio, ti consoli la frazione del pane. L‟assenza del Signore non è assenza: abbi
fede, ed è con te colui che non vedi. Quei tali, quando parlava con loro il Signore, non avevano fede: perché non
credevano che fosse risorto, non speravano che potesse risorgere. Avevano perduto la fede, avevano perduto la
speranza. Camminavano morti in compagnia della stessa vita. Con loro camminava la vita, ma nei loro cuori la vita
non era stata ancora richiamata.

Anche tu, quindi, se vuoi avere la vita, fa‟ ciò che essi fecero, affinché tu conosca il Signore. Essi gli dettero
ospitalità. Il Signore era infatti simile ad uno che vuole andare oltre, essi però lo trattennero. E dopo esser giunti al
luogo cui erano diretti, dissero: "Resta ancora qui con noi, si fa sera infatti e il giorno volge al declino". Accogli
l‟ospite, se vuoi conoscere il Salvatore. Ciò che aveva portato via l‟infedeltà, lo restituì l‟ospitalità. Il Signore,
dunque, si fece conoscere nella frazione del pane.

Imparate dove cercare il Signore, imparate dove possedere, dove conoscere, quando mangiate. I fedeli infatti
hanno conosciuto in questa lezione qualcosa che meglio comprendiamo e che quei tali non conobbero. "Cristo si è
assentato con il corpo perché si edificasse la fede". Il Signore è stato conosciuto; e dopo essere stato conosciuto,
mai più ricomparve. Si separò da loro con il corpo, colui che era trattenuto dalla fede. Per questo infatti il Signore si
assentò con il corpo da tutta la Chiesa, e ascese al cielo, perché si edificasse la fede. Se infatti non conosci se non
ciò che vedi, dove sta la fede? Ma se credi anche ciò che non vedi, godrai quando vedrai. Si edifica la fede, perché
si respinge l‟apparenza. Verrà ciò che non vediamo; verrà, fratelli, verrà: ma, attento a come ti troverà. Infatti, verrà
ciò che dicono gli uomini: Dove, quando, come, quando sarà, quando verrà? Sta‟ certo, verrà: e non soltanto verrà,
ma verrà anche se tu non vuoi.

Agostino, Sermo 235, 1-4

3. I discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35)

Da questa valle di tristezza,

Poni nel cuor mio gradini per salire al cielo,

Dove Tu ci hai promesso, o Figlio unico,

Il tuo Regno di lassù.

Tommaso (Jn 20,24-29)

L‟ottavo giorno
Tu sei entrato di nuovo, Signore, in casa loro;

Hai appagato il desiderio del discepolo,

L‟incredulo Tommaso.

Ha tastato la ferita del tuo Costato

E il sacro foro dei chiodi;

Ecco perché ci fu data la «Beatitudine»,

A noi che, come loro, non Ti abbiamo visto.

Io che credo con tutta la mia anima,

Ti confesso Signor mio e mio Dio;

Di mia voce come lui lo proclamo,

Così come l‟appresi per la sua parola.

Ti piaccia farmi degno nel finale giorno,

Quando ritornerai nella tua gloria,

Di vederTi nel tuo stesso corpo,

Per abbracciarTi con l‟amor del cuore.

Nerses Snorhali, Jesus, 778-782

IV domenica di Pasqua

33 Letture:

+Ac 2,14a. Ac 2,36-41

+1P 2,20-25

+Jn 10,1-10

2. Il Logos salvatore, pastore, pedagogo


Le persone in buona salute non hanno bisogno del medico (Mt 9,12e parall.), almeno finché stanno bene; i
malati al contrario richiedono la sua arte. Allo stesso modo, noi che in questa vita siamo malati di desideri
riprovevoli, di intemperanze biasimevoli, di tutte le altre infiammazioni delle nostre passioni, abbiamo bisogno del
Salvatore. Egli ci applica dolci medicamenti, ma del pari amari rimedi: le radici amare del timore bloccano le
ulcere dei peccati. Ecco perché il timore, anche se amaro, è salutare.

Dunque noi, i malati, abbiamo bisogno del Salvatore; gli smarriti, di colui che ci guiderà; i ciechi, di colui che
ci darà la vista; gli assetati, della sorgente di acqua viva, e coloro che ne berranno non avranno più sete (cf. - Jn
4,14); i morti, abbiamo bisogno della vita; il gregge, del pastore; i bambini, del pedagogo; e tutta l‟umanità ha
bisogno di Gesù: per paura che, senza educazione, peccatori, cadiamo nella condanna finale; è necessario, al
contrario, che siamo separati dalla paglia ed ammassati "nel granaio" del Padre. "Il ventilabro è nella mano" del
Signore e con esso separa il grano dalla pula destinata al fuoco (Mt 3,12).

1) Se volete, Possiamo comprendere la suprema sapienza del santissimo Pastore e Pedagogo, che è il Signore
di tutto e il Logos del Padre, quando impiega un‟allegoria e si dà il nome di pastore del gregge (cf. Jn 10,2s); ma è
anche il Pedagogo dei piccolini.

2) È così che egli si rivolge diffusamente agli anziani, attraverso Ezechiele, e dà loro il salutare esempio di una
sollecitudine quanto mai accorta: "Io medicherò colui che è zoppo e guarirò colui che è oppresso; ricondurrò lo
smarrito (Ez 34,16) e lo farò pascolare sul mio monte santo" (Ez 34,14). Tale è la promessa di un buon pastore.
Facci pascere, noi piccolini, come un gregge;

3) sì, o Signore, dacci con abbondanza il tuo pascolo, che è la giustizia; sì, Pedagogo, sii nostro pastore fino al
tuo monte santo, fino alla Chiesa che si eleva, che domina le nubi, che tocca i cieli! (Ps 14,1 Ap 21,2). "E io sarò",
egli dice, "loro pastore e starò loro vicino" (Ez 34,23), come tunica sulla loro pelle. Egli vuole salvare la mia carne,
rivestendola con la tunica dell‟incorruttibilità (1Co 15,53); ed ha unto la mia pelle.

Clemente di Alessandria, Paedagogus, 83, 2 - 84, 3

1. Gesù è la porta

"In verità, in verità vi dico, chi non entra per la porta nell‟ovile delle pecore, ma vi sale da qualche altra parte,
è ladro e malandrino" (Jn 10,1).

Essi avevano detto di non essere ciechi: e in effetti avrebbero potuto vedere, se fossero stati pecore di Cristo.
Ma come potevano pretendere di avere la luce, coloro che si scagliavano con furore contro il giorno? È proprio alla
loro vana, superba e incurabile arroganza, che il Signore oppone questo discorso, nel quale noi possiamo trovare, se
staremo attenti, salutari insegnamenti. Sono molti infatti coloro che ordinariamente sono considerati uomini
dabbene, uomini virtuosi, oppure donne irreprensibili e innocenti. Essi sembrano osservare tutti i comandamenti
della legge, onorano i loro genitori, non commettono fornicazione, né omicidio, né furto, non rendono contro
nessuno falsa testimonianza, e rispettano tutti gli altri precetti della legge e tuttavia cristiani non sono, e spesso con
fierezza ci dicono, come quei farisei a Gesù: "Forse che anche noi siamo ciechi?" (Jn 9,40).

Il Signore, nel passo del Vangelo che ci è stato letto oggi, parlando del suo gregge e della porta per cui si entra
nell‟ovile, suggerisce un paragone, per dimostrare la inutilità delle cose che fanno costoro, in quanto essi non sanno
per qual fine le compiono. Dicano pure i pagani: Noi viviamo rettamente. Se non entrano per la porta, a che giova
loro gloriarsene? Vivere rettamente deve assicurare a ciascuno il dono di vivere per sempre: e a chi non è dato di
vivere per sempre, a che giova vivere rettamente? Costoro non possono neppure affermare di vivere nel bene, se
per cecità non conoscono il fine che deve avere una vita onesta, oppure per orgoglio lo disprezzano. E nessuno può
avere speranza vera e certa di vivere in eterno, se non riconosce che Cristo è la vita, e non entra per la porta
nell‟ovile...

Avete capito fratelli la profondità di tale questione. Io dico: "Il Signore conosce i suoi" (2Tm 2,19). Li conosce
nella sua prescienza, conosce i predestinati. È di Dio che l‟Apostolo dice: "Quelli che ha distinti nella sua
prescienza, li ha anche predestinati a essere conformi all‟immagine del Figlio suo, affnché egli sia il primogenito
tra molti fratelli. Coloro poi che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche
giustificati; e quelli che ha giustificati li ha anche glorificati. Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8,29-
31). E aggiunge anche: "Lui che neppure risparmiò il suo Figlio, ma lo diede per tutti noi, come non ci accorderà
ogni altra cosa insieme con lui?" (Rm 8,32).

Di chi parla dicendo: noi? Parla di quelli che Dio ha conosciuti nella sua prescienza, dei predestinati, dei
giustificati, dei glorificati, e di questi ancora dice: "Chi accuserà gli eletti di Dio?" (Rm 8,33). Dunque «il Signore
conosce i suoi»: essi sono pecore. Qualche volta neppure essi sanno di esserlo, ma lo sa il pastore, in forza di questa
predestinazione, in forza della prescienza di Dio, della scelta fatta tra le pecore prima della creazione del mondo,
secondo quanto ancora dice l‟Apostolo: "come in lui prima della fondazione del mondo ci ha eletti" (Ep 1,4).
Secondo questa prescienza e predestinazione di Dio, quante pecore fuori e quanti lupi dentro l‟ovile! Così come ci
sono pecore dentro e lupi fuori. Cosa vuol dire che ci sono molte pecore fuori? Vuol dire che molti, che ora sono
preda della lussuria, saranno casti; molti, che ora bestemmiano Cristo, crederanno in Cristo; molti, che si ubriacano,
saranno sobri; molti, che oggi rubano i beni altrui, doneranno i propri! Ma, purtuttavia, ora ascoltano la voce
estranea, e la seguono.

Ugualmente, molti che oggi dentro l‟ovile levano lodi al Signore, lo bestemmieranno, sono casti e saranno
fornicatori, sono sobri, e poi affogheranno nel vino, stanno in piedi e cadranno!...

Ma che diremo del mercenario? Egli non è certo considerato tra i buoni: "Il buon pastore dà la sua anima per
le pecore. Il mercenario, che non è il pastore, e che non è proprietario delle pecore, vede venire il lupo e abbandona
le pecore e fugge; e il lupo rapisce e disperde le pecore" (Jn 10,11-12).

Il mercenario non fa qui la figura dell‟uomo dabbene, ma tuttavia a qualcosa è utile: non si chiamerebbe
mercenario se non ricevesse una mercede da chi lo ha assunto. Chi è dunque questo mercenario, che è insieme
colpevole e utile? Che il Signore, fratelli, ci illumini, in modo che noi si intenda chi è questo mercenario, e non si
divenga a nostra volta mercenari. Chi è dunque il mercenario? Vi sono alcuni nella Chiesa che sono preposti in
autorità, e di cui l‟apostolo Paolo dice: "Cercano gli interessi loro e non quelli di Cristo" (Ph 2,21). Che vuol dire:
«cercano i loro interessi»? Vuol dire che il loro amore per Cristo non è disinteressato, non cercano Dio per Dio;
cercano vantaggi e comodità temporali, sono avidi di denaro, desiderano gli onori terreni. Costoro che amano
queste cose e per esse servono Dio, sono dei mercenari; non si tengano in conto di figli. Di essi il Signore dice: "In
verità, vi dico che essi hanno già ricevuto la loro ricompensa" (Mt 6,5)...

Ascoltate ora perché anche i mercenari sono necessari.

Molti sono coloro che nella Chiesa cercano vantaggi materiali, e tuttavia annunziano Cristo e per loro mezzo
la voce di Cristo si fa sentire. Li seguono le pecore, che sentono non la voce del mercenario, ma per mezzo di
questa la voce del pastore. Ascoltate cosa dice lo stesso Signore di costoro: "Gli scribi e i farisei sono seduti sulla
cattedra di Mosè: fate ciò che dicono, ma non fate ciò che fanno" (Mt 23,2). In altre parole, egli dice: Ascoltate la
voce del pastore per mezzo del mercenario. Sedendo sulla cattedra di Mosè, insegnano la legge di Dio; quindi per
loro mezzo Dio insegna. Ma se essi vogliono insegnare le loro idee e non la Legge, non ascoltateli e non imitateli.
Certamente costoro cercano i loro interessi, e non quelli di Gesù Cristo; tuttavia nessun mercenario ha mai osato
dire al popolo di Cristo: occupati dei tuoi interessi e non di quelli del Signore. Quanto egli fa di male, non lo
annunzia dalla cattedra di Cristo; il male che fa è nocivo certamente, ma non lo è il bene che dice. Cogli l‟uva, ma
stai attento alle spine.

Agostino, In Ioan. 45, 2.12; 46, 5 s.

3. Le porte del Logos

Quanto a voi, se desiderate davvero vedere Dio, prendete parte a cerimonie di purificazione degne di Dio,
senza foglie di lauro, né nastri ornati di lana e di porpora; essendovi coronati di giustizia e con la fronte cinta delle
foglie della continenza, occupatevi con cura di Cristo; poiché "io sono la porta" (Jn 10,9), dice egli in un certo
passo; porta che occorre imparare a conoscere, se si vuol conoscere Dio, in modo tale che egli apra davanti a noi
tutte le porte del cielo.

Sono infatti ragionevoli, le porte del Logos, che la chiave della fede ci apre: "Nessuno conosce Dio, se non il
Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato" (Mt 11,27). Questa porta chiusa fino ad ora, ne sono sicuro, rivela
inoltre a chi la apre ciò che sta all‟interno e mostra quel che non si poteva conoscere in precedenza, senza essere
passati per il Cristo, unico intermediario che conferisce l‟iniziazione rivelatrice di Dio.

Clemente di Alessandria, Protrepticon, I, 10, 2-3

V Domenica di Pasqua

34 Letture:

+Ac 6,1-7

+1P 2,4-9
+Jn 14,1-12

1. La via universale della salvezza

Questa è la religione che indica la via aperta a tutti per la liberazione dell‟anima. Senza di essa non se ne libera
alcuna. Questa è, analogamente parlando, la via regia, perché essa soltanto conduce non a un regno vacillante per
altezza terrena ma a un regno duraturo nella stabile eternità. Dice Porfirio alla fine del primo libro "Sul regresso
dell‟anima" che ancora non è stata accolta in una qualche setta la dottrina che indichi la via aperta a tutti per la
liberazione dell‟anima, né per derivazione da una filosofia sommamente vera o dalla dottrina ascetica degli Indiani
o dalla iniziazione dei Caldei o da un‟altra qualsiasi via e che non era ancora venuta a sua conoscenza una via
trasmessa dalla storiografia. Senza dubbio quindi ammette che ve n‟è una ma che ancora non era venuta a sua
conoscenza. Perciò non gli bastava la dottrina che sulla liberazione dell‟anima aveva appreso con tanta diligenza e
di cui sembrava avere una profonda conoscenza non tanto per sé quanto per gli altri. Sentiva che gli mancava
ancora una dottrina sommamente autorevole da cui era necessario lasciarsi guidare in un problema tanto
importante. Quando poi dice che neanche da una filosofia sommamente vera era giunta a sua conoscenza una
scuola che indichi la via aperta a tutti per la liberazione dell‟anima, dichiara, per quanto ne capisco io, che neanche
la filosofia, nella quale egli attese al filosofare, è sommamente vera e che neanche in essa è indicata la via suddetta.
E come potrebbe essere sommamente vera se in essa non è indicata questa via? Infatti la via aperta a tutti per la
liberazione dell‟anima è quella soltanto in cui tutte le anime sono liberate e senza di cui non se ne libera alcuna.
Aggiunge poi le parole: "O dalla dottrina ascetica degli Indiani o dall‟evocazione dei Caldei o da qualsiasi altra
via" (Porfirio). Dichiara dunque in termini molto espliciti che la via aperta a tutti per la liberazione dell‟anima non
era indicata nelle dottrine che aveva appreso dagli Indiani e dai Caldei. Eppure non poté passare sotto silenzio che
dai Caldei aveva appreso gli oracoli divini. Ne parla in continuazione. Quale via dunque vuol far intendere come
aperta a tutti per la liberazione dell‟anima? Essa non era ancora accolta né per derivazione da una filosofia
sommamente vera né dalle dottrine dei popoli, che erano considerate importanti per presunte esperienze religiose,
perché presso di loro si verificò l‟interesse smodato di conoscere e onorare certi angeli e comunque non era ancor
giunta a sua conoscenza mediante la storiografia. Qual è questa via valevole per tutti? Non certamente quella
propria di un popolo ma quella che è stata offerta da Dio perché fosse comune a tutti i popoli. E questo uomo dotato
di non mediocre ingegno non dubita che vi sia. Non può ammettere che la divina provvidenza abbia potuto
abbandonare il genere umano senza una via aperta a tutti per la liberazione dell‟anima. Non ha dichiarato che non
v‟è ma che un così grande bene e aiuto non è ancora stato riconosciuto e che ancora non è stato fatto giungere a sua
conoscenza. Non c‟è da meravigliarsene. Porfirio attendeva alla cultura quando Dio permetteva che la via aperta a
tutti per la liberazione dell‟anima, non altra dalla religione cristiana, fosse attaccata dagli adoratori degli idoli e
demoni e dai re della terra; e questo per accrescere ed immortalare il numero dei martiri, cioè dei testimoni della
verità. Per loro mezzo si dimostrava appunto che tutti i mali fisici si devono sopportare per la fedeltà alla religione
e la difesa della verità. Porfirio conosceva questi fatti e pensava che a causa di persecuzioni di quel genere questa
via sarebbe scomparsa e che pertanto non fosse quella aperta a tutti per la liberazione dell‟anima. Non capiva che il
fatto che lo turbava e che temeva di subire nello sceglierla si volgeva al consolidamento e irrobustimento della
religione stessa.

Questa è dunque la via aperta a tutti per la liberazione dell‟anima, cioè concessa per divina bontà a tutti i
popoli. La notizia della sua esistenza ad alcuni è venuta, ad altri verrà. Non le si doveva né le si dovrà dire: «Perché
adesso? così tardi?». La decisione di chi la invia non si può penetrare dall‟intelligenza umana. Lo capì anche
Porfirio quando disse che questo dono di Dio non era ancora conosciuto e che non ancora era stato fatto giungere a
sua conoscenza. Per questo si è guardato dal ritenerlo falso, perché non l‟aveva accolto nella sua fede o non ne
aveva ancora avuto conoscenza. Questa, ripeto, è la via aperta a tutti per la liberazione dei credenti. In proposito
Abramo uomo di fede ricevette il responso di Dio: "Nella tua discendenza saranno benedetti tutti i popoli" (Gn
22,18). Egli era caldeo di stirpe; ma gli si ordinò di uscire dalla propria terra, dal proprio clan, dalla casa di suo
padre per accogliere le promesse. Da lui si sarebbe propagata la discendenza ordinata al fine per mezzo dei santi
angeli in mano al Mediatore (Ga 3,19), nel quale fosse la via aperta a tutti per la liberazione dell‟anima, cioè
concessa a tutti i popoli (Gn 12,1). Egli stesso liberato per primo dalle superstizioni dei Caldei adorò seguendolo un
solo vero Dio e credette fedelmente a queste sue promesse. Questa è la via aperta a tutti. Di essa nel libro ispirato è
stato detto: "Dio abbia pietà di noi e ci benedica, faccia risplendere il suo volto sopra di noi affinché conosciamo la
tua via in terra e la tua salvezza in tutti i popoli" (Ps 66,2-3). Per questo, tanto tempo dopo, il Salvatore presa la
carne dalla discendenza di Abramo diceva di se stesso: "Io sono la via, la verità e la vita" (Jn 14,6). Questo è la via
aperta a tutti, di cui tanto tempo prima fu preannunciato: "Negli ultimi tempi il monte della casa del Signore sarà
manifesto, perché sarà sulla montagna e si alzerà sopra tutti i colli. Verranno ad esso tutti i popoli e lo saliranno
molte nazioni e diranno: venite, saliamo sul monte del Signore e nella casa del Dio di Giacobbe. Ci annunzierà la
sua via ed entreremo in essa. Da Sion infatti uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme" (Is 2,2-3).
Questa via dunque non è di un popolo ma di tutti i popoli, la legge e la parola del Signore non rimasero in Sion e in
Gerusalemme ma di lì avanzarono per diffondersi in tutto il mondo. E per questo il Mediatore stesso dopo la sua
Risurrezione dichiarò ai discepoli impauriti: "Era necessario che si adempissero le cose che sono state scritte su di
me nella Legge, nei Profeti e nei Salmi. Allora manifestò loro il significato perché intendessero le Scritture e disse
loro che era necessario che il Cristo subisse la passione e risorgesse da morte il terzo giorno e che fossero
annunziate da loro in mezzo e tutte le genti, cominciando da Gerusalemme, la conversione e la remissione dei
peccati" (Lc 24,44-47). Questa è dunque la via aperta a tutti per la liberazione dell‟anima. Gli angeli santi e i santi
profeti l‟hanno significata col tabernacolo, col tempio, col sacerdozio e i sacrihci e l‟hanno preannunciata con
parole, qualche volta aperte, più spesso allegoriche, dapprima a pochi uomini che scoprivano, se riuscivano, la
grazia di Dio, soprattutto fra il popolo ebraico. Il suo stato, analogicamente parlando, era stato consacrato alla
predizione e al preannuncio del raduno della città di Dio da tutti i popoli... Questa via purifica tutto l‟uomo e
sebbene mortale lo dispone all‟immortalità dalla prospettiva di tutte le sue componenti. Infatti perché non si
cercasse una purificazione a quella componente che Porfirio chiama intellettuale, un‟altra a quella che chiama
spirituale e un‟altra al corpo stesso, il Purificatore e Salvatore, che è sommamente veritiero e potente, ha assunto
tutto l‟uomo. Fuori di questa via che mai è mancata al genere umano, né prima quando questi fatti si attendevano
come futuri, né poi quando si rivelarono come passati, nessuno fu liberato, nessuno è liberato, nessuno sarà
liberato...

...Chi non ha fede e per questo neanche intelletto che questa via è la linea retta fino alla visione di Dio e alla
eterna unione con lui, in base alla verità delle Scritture da cui viene formalmente dichiarata, può combatterla non
abbatterla.

Agostino, De civit. Dei, 10, 32

2. Tutti sono chiamati alla casa del Padre

Ma che cosa vogliono dire le parole che seguono: "Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore" (Jn 14,2)?
È proprio perché i discepoli temevano anche per sé medesimi, che il Signore dice loro: «non si turbi il vostro
cuore». E chi tra loro poteva evitare di esser colto da timore, dopo che Gesù aveva detto a Pietro, tra loro il più
fiducioso e pronto: «Non canterà il gallo, che tu mi avrai rinnegato tre volte»? Giustamente si turbano, in quanto
temono di perire lontano da lui. Ma quando ascoltano il Signore che dice: «Nella casa del Padre mio vi sono molte
dimore»; "se non fosse così ve lo avrei detto, perché vado a preparare un posto per voi (Jn 14,2)", il loro
turbamento si calma e sono sicuri e fiduciosi che, al di là dei pericoli della tentazione essi resteranno presso Dio,
con Cristo.
Uno sarà più forte dell‟altro, uno più sapiente, un altro più giusto, un altro ancora più santo; ma «nella casa del
Padre vi sono molte dimore», nessuno di essi sarà tenuto fuori da quella casa, dove ognuno avrà, secondo i meriti,
la sua dimora. Uguale denaro viene dato a tutti, quel denaro che il padre di famiglia ordina di dare a coloro che
hanno lavorato nella vigna, senza far distinzione tra chi ha faticato di più e chi di meno. Questo denaro significa la
vita eterna, dove nessuno vive più a lungo dell‟altro, poiché nell‟eternità non vi può essere una diversa durata della
vita. E le molte dimore significano i diversi gradi di merito che vi sono nell‟unica vita eterna. Uno è lo splendore
del sole, un altro quello della luna, un altro ancora quello delle stelle: e una stella differisce dall‟altra quanto a
splendore. Così accade nella risurrezione dei morti (1Co 15,41 15,42 15,48). Come le stelle nel cielo, i santi hanno
nel regno dimore diverse per il loro fulgore; ma nessuno è escluso dal regno, poiché tutti hanno ricevuto la stessa
mercede. E così Dio sarà tutto in tutti, in quanto, essendo Dio carità, per effetto di questa carità ciascuno avrà
quello che hanno tutti. È così infatti che ognuno possiede, a motivo della carità, non le cose che ha veramente, ma
le cose che ama negli altri. La diversità dello splendore non susciterà invidia, perché l‟unità della carità regnerà in
tutti e in ciascuno.

Agostino, In Ioan. 67, 2

3. Noi siamo il regno di Cristo

Il Figlio dunque consegnerà al Padre il suo regno? Non vien meno a Cristo il regno che egli dà, ma anzi
progredisce. Siamo noi il regno, poiché è stato detto a noi: "Il regno di Dio è in mezzo a voi" (Lc 17,21). E siamo
prima regno di Cristo, poi del Padre; poiché sta scritto: "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Jn 14,6).
Mentre sono in cammino, sono di Cristo; quando arriverò, sarò del Padre: ma ovunque per Cristo, e ovunque sotto
Cristo.

Ambrogio, De fide, V, 12, 150

4. «Io e il Padre siamo una cosa sola»

Se, come scrive Paolo agli Ebrei, l‟Unigenito è lo splendore della gloria, il carattere della sostanza e
l‟immagine del Dio incorruttibile, invisibile ed eterno (Rm 1,20 1Tm 1,17), e se egli è verace quando afferma "Chi
ha visto me ha visto il Padre" (Jn 14,9) e "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Jn 10,30), certamente è consustanziale
eterno e uguale, al punto che è simile in tutto a Dio Padre e in nulla differisce da lui. Infatti, luce da luce e non
«eterousio «(cioè con "diversità di sostanza") è generato, né inferiore. Il carattere della sostanza indica l‟identità ed
esclude ogni diversità di natura, di gloria e di onnipotenza; l‟immagine razionale denota l‟uguaglianza e la
somiglianza; e chi vede una creatura, non vede l‟Increato. Afferma infatti che le ipostasi sono una cosa sola per la
divinità, e distingue le persone nell‟unità dell‟essenza.

Didimo di Alessandria, De Trinit. III, 2, 8

5. «Il Padre è maggiore di me»


Ma poiché professiamo che nel Figlio vi sono due nature, cioè che egli è vero Dio e vero uomo, dotato di
corpo e di anima, tutto quello dunque che le Scritture dicono di lui, con eminente e sublime efficacia, noi riteniamo
che si debba riferire alla sua ammirevole divinità; ciò che invece è detto di lui stesso in maniera più dimessa e
inferiore all‟onore dovuto alla sua dignità celeste, noi lo riferiamo non a Dio Verbo, ma all‟umanità di lui assunta.
Si riferisce dunque alla natura divina quello che più sopra abbiamo riferito, dove dice: "Io e il Padre siamo una cosa
sola" (Jn 10,30) e: "Chi vede me, vede anche il Padre" (Jn 14,9), e: "Tutto quello che ta il Padre, lo stesso
ugualmente lo fa anche il Figlio" (Jn 5,9)... Queste sono, invece, le affermazioni che sono dette di lui con riguardo
alla sua natura umana: "Il Padre è maggiore di me" (Jn 14,28).

Vittore di Vita, De persecutione, II, 4, 63

VI Domenica di Pasqua

35 Letture:

+Ac 8,5-8 8,14-17

+1P 3,15-18

+Jn 14,15-21

1. Vivere in Cristo

Che significa «perché io vivo e voi vivrete» (+Jn 14,19)? Perché disse che egli viveva, usando il tempo
presente, mentre di essi disse che avrebbero vissuto nel futuro, se non perché egli stava per risorgere anche nella
carne, cioè li precedeva su quella via della risurrezione, su cui aveva promesso che i discepoli lo avrebbero seguito
più tardi? E, siccome il tempo della sua risurrezione era ormai prossimo, usò il tempo presente per indicarne la
rapidità; di essi, la cui risurrezione doveva avvenire alla fine dei secoli, non disse: vivete, ma: «vivrete «. Con stile
rapido e significativo, usando due verbi, uno al presente e l‟altro al futuro, promise le due risurrezioni, la sua, che
stava per accadere, e la nostra, alla fine dei secoli: «Perché io» - disse - «vivo e voi vivrete»; cioè noi vivremo
perché egli vive ora. "Come infatti tutti muoiono in Adamo, così tutti in Cristo riavranno la vita" (1Co 15,21-22).
Nessuno muore se non per colpa di Adamo, e nessuno riottiene la vita, se non per mezzo di Cristo. È perché noi
vivemmo, che siamo morti; è perché egli vive, che noi vivremo. Noi siamo morti per Cristo, se viviamo per noi; è
invece perché egli è morto per noi, che vive per sé e per noi. Insomma, perché egli vive, noi vivremo. Potremmo
infatti da noi stessi darci la morte, ma non potremo ugualmente darci da noi stessi la vita.

"In quel giorno" - egli continua - " voi conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi" (Jn
14,20).

In quale giorno? Nel giorno di cui ha parlato prima quando ha detto: «e voi vivrete «. Allora noi potremo
finalmente vedere ciò in cui oggi crediamo. Infatti, anche ora egli è in noi e noi siamo in lui: è vero in quanto ci
crediamo, mentre allora sapremo. Ciò che ora sappiamo con la nostra fede, allora lo sapremo perché vedremo. In
effetti, finché siamo in questo corpo quale è ora, cioè corruttibile e che appesantisce la nostra anima (Sg 9,15),
peregriniamo per il mondo lontani dal Signore; e camminiamo verso di lui per mezzo della fede, non perché
abbiamo di lui la chiara visione (2Co 5,6). Allora, invece, lo vedremo chiaramente, perché lo vedremo qual è (cf.
1Jn 3,2). Se Cristo non fosse in noi anche ora, l‟Apostolo non potrebbe dire: "Se poi Cristo è in noi, il nostro corpo
è morto per causa del peccato, ma lo spirito è vita per ragione di giustizia" (Rm 8,10). Egli stesso apertamente
mostra che anche ora noi siamo in lui, laddove dice: "Io sono la vite, voi tralci" (Jn 15,5). Dunque in quel giorno,
quando vivremo in quella vita che avrà completamente distrutto la morte, conosceremo che egli è nel Padre, e noi
in lui e lui in noi; perché allora vedremo compiersi ciò che egli stesso ha incominciato, affinché appunto noi si
fosse finalmente in lui e lui in noi.

Agostino, In Ioan. 75, 3-4

2. Gli effetti della presenza di Cristo in me

Vivo e attivo è lui, e appena è entrato ha destato l‟anima mia assopita; ha commosso, reso molle e ferito il mio
cuore, poiché era duro e di sasso, e insensato. Ha cominciato anche a strappare e a distruggere, a edificare e a
piantare, a irrigare ciò che era arido, a illuminare ciò che era tenebroso, a spalancare ciò che era chiuso, a riscaldare
ciò che era freddo, e così pure a raddrizzare ciò che era storto, e a cambiare le asperità in vie piane, affinché
l‟anima mia, e tutto ciò che è in me, benedicesse il Signore e il suo santo nome. Entrando così più volte in me il
Verbo, mio sposo, non ha fatto mai conoscere la sua venuta da nessun indizio: non dalla voce, non dall‟aspetto, non
dal passaggio. Nessun gesto suo insomma lo ha fatto scoprire, nessuno dei miei sensi si è accorto che penetrava nel
mio intimo soltanto dal moto del cuore, come ho detto prima ho sentito ia sua presenza; dalla fuga dei vizi, dalla
stretta dei desideri carnali, ho avvertito la potenza della sua virtù; dallo scuotimento e dalla riprensione delle mie
colpe nascoste, ho ammirato la profondità della sua sapienza; dalla sia pur piccola correzione delle mie abitudini,
ho sperimentato la bontà della sua mitezza, dalla trasformazione e dal rinnovamento dello spirito della mia mente,
cioè del mio uomo interiore, mi son fatto comunque l‟idea della sua bellezza; e nel contempo dall‟esame di tutte
queste cose, ho avuto timore delle sue grandezze senza numero.

Bernardo di Chiarav., In Cant. Cant. Sermo 74, 6

3. Lo Spirito trasforma interiormente

Quanto debole e pauroso, prima della venuta dello Spirito, fosse questo pastore della Chiesa [Pietro], presso il
cui corpo santissimo ora ci troviamo, ce lo dice quella serva che custodiva la porta. Turbato alla voce di una donna,
per paura di morire, rinnegò la vita (Jn 18,17). E Pietro rinnegò, stando a terra, quando il ladrone diede la sua
testimonianza stando sulla croce (Lc 23,41 Lc 23,42). Ma ascoltiamo come diventò quest‟uomo così pauroso, dopo
la venuta dello Spirito. Si raduna il consiglio dei magistrati e degli anziani, e agli apostoli, dopo che sono stati
flagellati, viene ingiunto di non predicare più nel nome di Gesù. Pietro risponde con grande autorità: "Bisogna
obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Ac 5,29). E ancora: "Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a
lui giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato (Ac 4,19-20). Ma essi se ne
andarono dalla presenza del sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di patire oltraggi per il nome di Gesù" (Ac
5,41). Ecco, quel Pietro che prima temeva davanti a una parola, ora gode sotto le percosse. E colui che aveva avuto
paura della voce di una serva, dopo la venuta dello Spirito Santo, pur flagellato umilia la potenza dei principi. Piace
alzare gli occhi della fede sulla virtù di questo Artista e considerare qua e là i padri del Vecchio e del Nuovo
Testamento. Ecco che, aperti questi stessi occhi della fede, io osservo David, Amos, Daniele, Pietro, Paolo, Matteo,
e voglio considerare quale Artista sia questo Spirito Santo, ma mentre sono intento a ciò sento che non riesco.
Infatti [questo Artista] riempie un fanciullo che suonava la cetra e lo fa diventare il Salmista (1S 16,18), riempie un
pastore d‟armenti che sbucciava fichi selvatici, e ne fa un profeta (Am 7,14); riempie un fanciullo dedito
all‟astinenza, e ne fa un giudice di vecchi (cf. Dn 13,46s); riempie un pescatore, e ne fa un predicatore (Mt 4,19);
riempie un persecutore, e ne fa il Dottore delle genti (cf. Ac 9,1s); riempie un pubblicano, e ne fa un evangelista
(Lc 5,27-28). Quale Artista è questo Spirito! Tutto ciò che vuole avviene senza indugio. Appena tocca la mente,
insegna, e il suo solo tocco è già insegnare. Appena illumina l‟animo umano, lo cambia; subito gli fa rinnegare ciò
che era, subito lo rende ciò che non era.

Gregorio Magno, Hom. 30, 8

4. Lo Spirito Santo nei profeti e nei cristiani

Consideriamo allora - riprendo infatti la parte finale del discorso - che nei santi profeti c‟è stata come una
seconda illuminazione e preilluminazione dello Spirito, che potesse orientare alla comprensione delle cose future, e
alla conoscenza di quelle nascoste; in coloro che credono in Cristo, non pensiamo che si tratti semplicemente di
manifestazione dello Spirito, ma confidiamo che lo stesso Spirito abiti e quasi sia ospitato. Per cui, a buon diritto,
veniamo detti anche templi di Dio, mentre nessuno dei santi profeti è mai stato chiamato tempio di Dio.

Cirillo di Alessandria, In Ioan. Evang. V, 2

Pentecoste

38 Letture:

+Ac 2,1-11

+1Co 12,3-7 3,12-13

+Jn 20,19-23

1. L‟opera mirabile dello Spirito Santo

Qualcosa di grande, e onnipotente nei doni, e ammirabile, lo Spirito Santo. Pensa, quanti ora sedete qui,
quante anime siamo. Di ciascuno egli si occupa convenientemente; e stando in mezzo (Ag 2,6) (a noi) vede di che
cosa ciascuno è fatto; vede anche il pensiero e la coscienza, ciò che diciamo e abbiamo nella mente. È certamente
cosa grande ciò che adesso ho detto, ma ancora poco. Vorrei che tu considerassi, illuminato da lui nella mente,
quanti sono i cristiani di tutta questa diocesi, e quanti di tutta la provincia della Palestina. Di nuovo spazia col
pensiero da questa provincia a tutto l‟impero romano; e da questo rivolgi lo sguardo a tutto il mondo; le stirpi dei
Persiani, e le nazioni degli Indi, Goti e Sarmati, Galli, e Ispani, Mauri ed Afri ed Etiopi, e tutti gli altri, dei quali
non conosciamo neanche i nomi; ci sono molti popoli, infatti, dei cui nomi non ci venne neppure notizia. Considera
di ciascun popolo i vescovi, i presbiteri, i diaconi, i monaci, le vergini, e tutti gli altri laici; e guarda il grande
reggitore e capo, e largitore dei doni; come in tutto il mondo a uno dà la pudicizia, a un altro la perpetua verginità, a
un altro ancora la misericordia (o la passione dell‟elemosina), a uno la passione della povertà, ad un altro la forza di
fugare gli spiriti avversi; e come la luce con un solo raggio illumina tutto, così anche lo Spirito Santo illumina
coloro che hanno occhi. Poiché se uno che vede poco con l‟aiuto della grazia non si dona affatto, non accusi lo
Spirito ma la sua propria incredulità.

Avete visto la sua potestà che egli esercita in tutto il mondo. Ora, perché la tua mente non sia rivolta alla terra,
tu sali in alto: sali col pensiero fino al primo cielo, e contempla le innumerevoli miriadi di angeli che ivi esistono.
Sempre col pensiero, sforzati di salire a cose ancora più alte, se puoi; mira gli arcangeli, mira gli spiriti; guarda le
virtù, guarda i principati; guarda le potestà, i troni, le dominazioni. Di tutti questi è stato dato da Dio chi stia loro a
capo, il Paraclito. Di lui hanno bisogno Elia ed Eliseo e Is tra gli uomini; di lui, tra gli angeli, Michele e Gabriele.
Nessuna delle cose generate (o meglio create) è pari a lui nell‟onore; infatti tutti i generi degli angeli, e gli eserciti
tutti insieme riuniti, non possono avere alcuna parità ed uguaglianza con lo Spirito Santo. Tutte queste cose ricopre
e oscura totalmente la buona potestà del Paraclito. Quelli infatti sono inviati per il ministero e questi scruta anche le
profondità di Dio; come dice l‟Apostolo: "Lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi
conosce i segreti dell‟uomo se non lo spirito dell‟uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai
potuti conoscere se non lo Spirito di Dio" (1Co 2,10ss).

Fu lui a predicare del Cristo nei profeti: lui ad operare negli apostoli: ed è lui che fino ad oggi segna le anime
nel Battesimo. E il Padre dà al Figlio e il Figlio comunica allo Spirito Santo. È lo stesso Gesù, infatti, non io, che
dice: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio" (Mt 11,27); e dello Spirito Santo dice: "Quando però verrà lo Spirito di
verità, ecc., egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l‟annunzierà" (Jn 16,13-14). Il Padre dona tutto
attraverso il Figlio con lo Spirito Santo. Non è che una cosa sono i doni del Padre, e altri quelli del Figlio, e altri
quelli dello Spirito Santo; una infatti è la salvezza, una la potenza, una la fede. Un solo Dio, il Padre un solo
Signore, il suo Figlio unigenito; un solo Spirito Santo, il Paraclito.

Cirillo di Alessandria, Catechesis XVI, De Spir. Sancto, I, 22-24

2. Lo Spirito del Signore

Paolo, scrivendo a Timoteo, dice: "Custodisci il buon deposito con l‟aiuto dello Spirito Santo che abita in noi"
(2Tm 1,14). Ai Rm poi: "Non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per
condurre i pagani all‟obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello
Spirito Santo (Rm 15,18). E ancora: "Vi esorto perciò, fratelli, per il Signore Nostro Gesù Cristo e l‟amore dello
Spirito Santo, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio" (Rm 15,30). Ai Corinzi: "O non sapete
che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio"? (1Co 6,19). E ancora: "Chi si
unisce al Signore forma con lui un solo spirito" (1Co 6,17). Ecco che apertamente qui afferma che c‟è lo Spirito del
Signore e facendolo ancora più apertamente, così di nuovo scrive ai Giudei: "Fino ad oggi quel medesimo velo
rimane, non rimosso, alla lettura dell‟Antico Testamento, perché‚ è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad
oggi, guando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo
sarà tolto. Il Signore è Spirito e dove c‟è lo Spirito del Signore, c‟è libertà" (2Co 3,14-17). E ancora: "E noi tutti, a
viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima
immagine, di gloria in gloria, secondo l‟azione dello Spirito del Signore" (2Co 3,18). Poiché dunque uno è il
Signore Gesù Cristo, secondo la sentenza di Paolo, [questi] chiama il Signore veramente Spirito, e non riconosce
alcuna differenza del Figlio e dello Spirito, ma lo chiama col nome del Signore in quanto in lui e per lui
naturalmente esistente.

Cirillo di Alessandria, De Sanct. Trinit., Assertio 34

3. Il ruolo dello Spirito Santo

Quanto all‟«economia» stabilita per l‟uomo dal nostro magnifico Dio e Salvatore Gesù Cristo, secondo la
bontà di Dio, chi dunque rifiuterà [di attribuirne] la piena realizzazione della grazia dello Spirito? Si considerino
pure il passato, le benedizioni dei Patriarchi, l‟aiuto portato dal dono della Legge, i «tipi», le profezie, le azioni
brillanti in guerra, i miracoli compiuti dai giusti, o le disposizioni relative alla venuta del Signore nella carne, tutto
fu realizzato dallo Spirito.

Egli fu all‟inizio presente alla carne del Signore, quando di lui divenne l‟«unzione» e l‟inseparabile compagno,
come è scritto: "Colui sul quale vedrai discendere e posarsi lo Spirito, è il mio Figlio diletto" (Jn 1,33; Lc 3,22) e
"Gesù di Nazaret, che Dio consacrò in Spirito Santo" (Ac 10,38). Poi tutta l‟attività di Cristo si compì in presenza
dello Spirito. Egli era là anche quando fu tentato dal diavolo, poiché sta scritto: "Gesù fu condotto dallo Spirito nel
deserto per essere tentato" (Mt 4,1). Ed era ancora con lui, inseparabilmente, quando Gesù compiva i suoi miracoli,
perché "io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio..." (Mt 12,28). Egli non l‟ha lasciato dopo la sua
Risurrezione dai morti: quando il Signore, per rinnovare l‟uomo e per restituirgli - giacché l‟aveva perduta - la
grazia ricevuta dal soffio di Dio, quando il Signore soffiò sulla faccia dei discepoli, che cosa ha detto? "Ricevete lo
Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Jn
20,22-23).

E l‟organizzazione della Chiesa? Non è evidentemente, e senza contraddizione, opera dello Spirito Santo?
Infatti, secondo san Paolo, è lui che ha dato alla Chiesa "in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti,
in terzo luogo dei dottori; poi il dono dei miracoli, poi i carismi di guarigione, di assistenza, di governo, di lingue
diverse" (1Co 12,28). Lo Spirito distribuisce quest‟ordine secondo la ripartizione dei suoi doni.

Basilio di Cesarea, De Spir. Sancto, 16, 39

4. Nello Spirito invochiamo il Padre

Ma ora, è solo una parte del suo Spirito che noi riceviamo, per disporci in anticipo e prepararci
all‟incorruttibilità, abituandoci a poco a poco a comprendere e a portare Dio. È ciò che l‟Apostolo chiama
«caparra» - cioè una parte soltanto di quell‟onore che ci è stato promesso da Dio -, allorché nella lettera agli Efesini
dice: "È in lui che anche voi, dopo aver ascoltato la parola di verità, il vangelo della vostra salvezza, è in lui che,
dopo aver creduto, voi siete stati segnati con il sigillo dello Spirito Santo della promessa, che è la caparra della
vostra eredità" (Ep 1,13-14). Se dunque questa caparra, dimorando in noi ci rende già spirituali e se ciò che è
mortale è assorbito dall‟immortalità (2Co 5,4) - infatti "quanto a voi", dice egli, "non siete nella carne, ma nello
Spirito, se è vero che lo Spirito di Dio abita in voi" (Rm 8,9) -, e se, d‟altra parte, ciò si realizza non con il rifiuto
della carne, bensì per la comunione dello Spirito - in effetti coloro a cui egli scriveva non erano degli esseri
disincarnati, ma persone che avevano ricevuto lo Spirito di Dio "nel quale gridiamo: Abbà, Padre" (Rm 8,15) -; se
dunque, fin da ora, per aver ricevuto questa caparra, noi gridiamo "Abbà, Padre", che sarà quando, risuscitati, "lo
vedremo a faccia a faccia" (1Co 13,12)? Quando tutte le membra, a fiotti straripanti, faranno sgorgare un inno di
esultanza, glorificando colui che li ha risuscitati dai morti e li ha gratificati della vita eterna? Infatti, se già una
semplice caparra, avvolgendo in se stessa l‟uomo da ogni parte, lo fa gridare: "Abbà, Padre", cosa non farà la grazia
intera dello Spirito, una volta data agli uomini da Dio? Essa ci renderà simili a lui e compirà la volontà del Padre,
poiché farà l‟uomo ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26).

Ireneo di Lione, Adv. Haer. V, 8, 1

5. Il Logos e lo Spirito

E questo discendente di David, che esisteva prima di David, il Logos di Dio, avendo disprezzato la lira e la
cetra, strumenti senz‟anima, regolò per mezzo dello Spirito Santo il nostro mondo e in modo particolare questo
microcosmo, l‟uomo, anima e corpo: egli si serve di questo strumento dalle mille voci per celebrare Dio, e canta
egli stesso in accordo con questo strumento umano. «Poiché tu sei per me una cetra, un flauto e un tempio»
(Anonimo): una cetra, per la tua armonia; un flauto, per il tuo soffio; un tempio, per la tua ragione, in guisa che
l‟una vibra, l‟altro respira e quest‟ultimo accoglie il Signore.

Clemente di Alessandria, Protrepticon, I, 5, 3

Domenica dopo Pentecoste: Santissima Trinità

39 Letture:

+Ex 34,4-6 34,8-9

+2Co 13,11-13

+Jn 3,16-18

1. Padre, Figlio e Spirito Santo, una sola Sapienza


Dunque il Padre è luce, il Figlio è luce, lo Spirito Santo è luce; ma tutti e tre insieme non costituiscono tre luci,
ma una sola Luce. Di conseguenza il Padre è sapienza, il Figlio è sapienza e lo Spirito Santo è sapienza, ed insieme
non fanno tre sapienze, ma una sola Sapienza. E poiché qui essere è la stessa cosa che essere sapiente, il Padre, il
Figlio e lo Spirito Santo sono una sola essenza. Né qui essere è altra cosa che essere Dio: perciò "il Padre, il Figlio
e lo Spirito Santo sono un solo Dio" (Eusebio di Vercelli)...

E purché si intenda almeno "in enigma" (1Co 13,12) ciò che si dice, ci si è accontentati di queste espressioni
per rispondere qualcosa quando si chiede che cosa sono i Tre; questi Tre di cui la fede ortodossa afferma
l‟esistenza, quando dichiara che il Padre non è il Figlio e lo Spirito Santo, che è il "dono di Dio" (Ac 8,10 Jn 4,10),
non è né il Padre né il Figlio. Quando si chiede dunque che cosa sono queste tre cose o questi Tre, ci affanniamo a
trovare un nome specifico o generico che abbracci queste tre cose, ma non si presenta allo spirito, perché
l‟eccellenza sopraeminente della divinità trascende la capacità del linguaggio abituale. Quando si tratta di Dio il
pensiero è più vero della parola e la realtà più vera del pensiero...

Che ci resta dunque? Ci resta forse da riconoscere che queste espressioni sono state originate dall‟indigenza
del linguaggio, quando erano necessarie delle lunghe dispute contro le insidie e gli errori degli eretici? Infatti,
quando la povertà umana tentava di esprimere con parole adatte ai sensi degli uomini, ciò che nel segreto dello
spirito sa, secondo la sua capacità, del Signore Dio suo Creatore, sia per la fede religiosa sia per qualsiasi altra
conoscenza, essa ha temuto di parlare di tre essenze, perché non si sospettasse una qualche diversità in quella
suprema uguaglianza. D‟altra parte non poteva negare l‟esistenza di tre realtà perché, per averla negata, Sabellio
cadde nell‟eresia. E dalla Scrittura risulta, con assoluta certezza, ciò che si deve credere con fedeltà, e l‟occhio
dello spirito percepisce con piena chiarezza: che esiste il Padre esiste il Figlio, esiste lo Spirito Santo, ma che il
Figlio non è io stesso che il Padre, e lo Spirito Santo non è lo stesso che il Padre o il Figlio. La povertà umana si è
chiesta come designare queste tre realtà e le ha chiamate sostanze o Persone, con i quali termini volle escludere
tanto la diversità di essenza quanto l‟unicità delle Persone, in modo da suggerire non solo l‟idea di unità con
l‟espressione «una essenza» ma anche l‟idea di Trinità con l‟espressione «tre sostanze o Persone»...

Ora, se per le esigenze della controversia si preferisce, pur lasciando da parte i nomi relativi, accettare il
plurale, per poter rispondere con una sola parola alla domanda: «che cosa sono i Tre?», e dire «tre sostanze o tre
Persone», si badi a tener lontana ogni idea di massa o di estensione, ogni carattere, per quanto piccolo, di
dissomiglianza che ci faccia pensare che vi sia qui una cosa inferiore ad un‟altra, qualunque sia la maniera in cui
uno può essere inferiore ad un altro, cosicché venga esclusa la confusione delle Persone e una distinzione che
implichi ineguaglianza. Se l‟intelligenza è incapace di comprenderlo, lo si tenga per fede, fino a quando brilli nei
nostri cuori Colui che ha detto per bocca del Profeta: "Se non crederete, non comprenderete" (Is 7,9)

Agostino, De Trinit. 7, 3.6 s.9.12

2. La manifestazione della divina carità

Chi lavora un campo, lo lavora per conservarlo coltivato. Chi pianta una vigna, la pianta per custodirne le viti.
Chi mette insieme un gregge, lo fa per dedicarsi poi a moltiplicarlo. E chi edifica una casa o pone delle fondamenta,
anche se già non vi abita, abbraccia il lavoro a cui si sobbarca nella speranza della futura dimora. E perché debbo
fermarmi a parlare dell‟uomo, quando gli stessi animali più piccoli fanno tutto per la brama di beni futuri? Quando
le formiche nascondono nei loro cunicoli sotterranei chicchi di ogni genere, li depositano, li ammassano tutti per
amore della loro stessa vita? Le api, quando costruiscono il fondo dei favi o colgono il polline dei fiori, perché
vanno in cerca del timo se non per desiderio del miele? E perché si affannano dietro i fiori, se non per amore della
futura prole? Dio dunque, che infonde anche agli animali più piccoli l‟amore per le loro opere, avrà privato solo se
stesso dell‟amore per le sue creature? Tanto più che l‟amore per ogni realtà buona discende in noi dal suo amore
sublime. È lui infatti la fonte, l‟origine di tutto; e poiché, come sta scritto: "In lui viviamo, ci muoviamo e siamo"
(Ac 17,28), da lui abbiamo ricevuto tutto l‟affetto con cui amiamo le nostre creature.

Ma tutto il mondo, tutto il genere umano è una sua creatura. Così dall‟amore con cui amiamo le nostre creature
egli ha voluto che noi comprendessimo quanto egli ama le sue creature. Infatti, come leggiamo, "l‟intelletto
contempla la Sua realtà visibile per il tramite di ciò che è stato fatto" (Rm 1,20); così egli volle che noi
comprendessimo il suo amore per noi dall‟amore che egli ci ha dato per i nostri cari. E come volle - come sta scritto
- "che ogni paternità e in cielo e in terra prendesse nome da lui" (Ep 3,15), volle anche che noi riconoscessimo il
suo affetto paterno. E dirò solo paterno? Anzi più che paterno. Lo prova la voce del Salvatore nel Vangelo, che
dice: "Tanto infatti Dio ha amato questo mondo da dare il suo Figlio unico per la vita del mondo" (Jn 3,16). E
l‟Apostolo dice: "Dio non perdonò a suo Figlio, ma lo sacrificò per noi. Come dunque con lui non ci avrà donato
tutto?" (Rm 8,32).

Ecco dunque, come ho detto: Dio ci ama più che un padre il proprio figlio. Ed è evidente che il suo affetto per
noi è maggiore dell‟affetto per i figli, perché per amore nostro non risparmiò il suo Figlio. E che più? Aggiungo: il
Figlio giusto, il Figlio unigenito, il Figlio di Dio. Che si può dire ancora? Per noi: cioè per i malvagi, per gli iniqui,
per gli empi. Chi potrà dunque misurare l‟amore di Dio verso di noi?

Salviano di Marsiglia, De gubernatione, 4, 9-10

3. L‟amore incorruttibile

Ora, nel pieno possesso della mia vita, vi scrivo che bramo di morire. Il mio amore è crocifisso, e non vi è più
in me un fuoco terreno; ma un‟acqua viva mormora in me e mi dice dentro: «Vieni al Padre!».

Non gusto più il cibo corruttibile dei piaceri della vita; voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo,
figlio di David, e voglio come bevanda il suo sangue, cioè l‟amore incorruttibile.

Non voglio più vivere quaggiù...

Ignazio di Antiochia, Ad Rom. 7 s.


4. Essere un‟anima sola in Dio

State attenti, fratelli, perché riconoscerete qui il mistero della Trinità, in qual modo cioè si possa dire: il Padre
è, il Figlio è, lo Spirito Santo è, e tuttavia Padre, Figlio e Spirito Santo sono un solo Dio. Ecco che quelli erano
molte migliaia, ma avevano un solo cuore; erano molte migliaia, ma avevano una sola anima. Ma dove avevano un
solo cuore e una sola anima? (Ac 2,32). In Dio. A maggior ragione questa unità si deve trovare in Dio. Forse
sbaglio nell‟esprimermi, quando dico che due uomini hanno due anime e tre uomini ne hanno tre, e molti uomini ne
hanno molte? Di certo mi esprimo giustamente. Ma se essi si avvicinano a Dio, avranno una sola anima. Se coloro
che si avvicinano a Dio, per mezzo della carità, di molte anime diventano un‟anima sola e di molti cuori un cuore
solo, che cosa non farà la stessa fonte della carità nel Padre e nel Figlio? La Trinità non è dunque, a più forte
ragione, un solo Dio? È da essa infatti che ci viene la carità, dallo stesso Spirito Santo, così come dice l‟Apostolo:
"La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato" (Rm 5,5).

Se dunque «la carità è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» e di molte
anime fa un‟anima sola e di molti cuori fa un cuore solo, a quanta maggior ragione il Padre, il Figlio e lo Spirito
Santo dovranno essere un solo Dio, una sola luce, e un solo principio?

Agostino, In Ioan. 39, 5

II Domenica

42 Letture:

+Is 49,3 49,5-6

1Co 1,1-3

+Jn 1,29-34

1. La discesa dello Spirito Santo sul Figlio di Dio fatto uomo

Gli apostoli avrebbero potuto dire in effetti che il «Cristo» era disceso su «Gesù», o il «Salvatore dell‟alto» sul
«Gesù dell‟economia», o colui che proviene dalle «regioni invisibili «su colui che dipende dal «Demiurgo». Ma
nulla del genere essi hanno saputo o detto - infatti se lo avessero saputo, lo avrebbero detto senza alcun dubbio -. In
compenso, hanno detto ciò che era, cioè che lo Spirito di Dio discese su di lui come una colomba (Mt 3,16 Mc 1,10
Lc 3,22 Jn 1,32). È lui lo Spirito di cui Is aveva detto: "E lo Spirito di Dio si poserà su di lui" (Is 11,2), come
abbiamo già spiegato; e ancora: "Lo Spirito del Signore è su di me, perché mi ha unto" (Is 61,1 Lc 4,18). È lui lo
Spirito del quale il Signore diceva: "Infatti, non sarete voi a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro parlerà in voi"
(Mt 10,20). E ancora del pari, quando conferiva ai suoi discepoli il potere di far rinascere gli uomini in Dio, diceva
loro: "Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt
28,19). Questo Spirito, in effetti, egli aveva promesso per mezzo dei profeti di diffonderlo negli ultimi tempi sui
suoi servi e sulle sue serve perché profetizzassero (Jl 3,1-2 Ac 2,17-18). Ed è per questo che tale Spirito è disceso
sul Figlio di Dio divenuto Figlio dell‟uomo: Così, con lui, egli si abituava ad abitare nel genere umano, a riposare
(Is 11,2 1P 4,14) sugli uomini, a risiedere nell‟opera modellata da Dio; egli realizzava in essi la volontà del Padre e
li rinnovava facendoli passare dalla loro vecchiezza alla novità del Cristo.

È questo Spirito che David aveva chiesto per il genere umano, dicendo: "Con magnanimo Spirito sostienimi"
(Ps 50,14). È ancora questo Spirito di cui Luca dice che dopo l‟Ascensione del Signore è disceso sui discepoli, "il
giorno di Pentecoste" (Ac 2,1-4), con potere su tutte le nazioni per introdurle nella vita e aprir loro il Nuovo
Testamento: è perciò in tutte le lingue che, animati da uno stesso sentimento, i discepoli celebravano le lodi di Dio,
mentre lo Spirito riconduceva ad unità le tribù disperse e offriva al Padre le primizie di tutte le nazioni (Ac 2,5-12).
Inoltre, ecco perché il Signore aveva promesso di inviarci un Paraclito (Jn 15,26) che ci avrebbe rimesso in accordo
con Dio. Infatti, come dalla farina secca non si può, senza l‟acqua, fare un‟unica pasta e un unico pane, così noi,
che eravamo una moltitudine non potevamo affatto diventare uno in Cristo Gesù (Rm 12,5 1Co 10,17 Ga 3,28)
senza l‟Acqua venuta dal cielo. E come la terra arida, se non riceve l‟acqua non può fruttificare, così anche noi, che
non eravamo dapprima che legna secca (Lc 23,31) non avremmo mai potuto portar frutti di vita senza la Pioggia
generosa (Ps 67,10) venuta dall‟alto. Infatti, i nostri corpi hanno ricevuto dal bagno (Ep 5,26 Tt 3,5) del Battesimo
l‟unione all‟incorruttibilità, mentre le nostre anime l‟hanno ricevuta dallo Spirito (Jn 3,5). Ecco perché l‟uno e
l‟altra sono necessari dal momento che l‟uno e l‟altra contribuiscono a donare la vita di Dio... Lo stesso dono (Jn
4,10) che il Signore ha ricevuto dal Padre, egli lo ha dato, a sua volta, a coloro che partecipano di lui, inviando lo
Spirito Santo su tutta la terra.

Ireneo di Lione, Adv. Haer. III, 17, 1-2

2. L‟Agnello che toglie il peccato del mondo

Benché il Padre gli dica che è una grande cosa che egli sia divenuto servo, è poco, se lo si paragona con un
agnellino innocente o un agnello. Infatti, l‟Agnello di Dio è come un agnellino innocente condotto al sacrificio per
"togliere il peccato del mondo" (Is 53,7 Jn 1,29); perché fossimo tutti purificati dalla sua morte, colui che dà a tutti
la parola è divenuto simile ad un agnello muto davanti al tosatore, dato alla maniera di un carme magico contro le
potenze avverse e contro il peccato di coloro che non vogliono accogliere la verità. Infatti, la morte di Cristo ha
indebolito le potenze che combattono la stirpe degli uomini e, con la sua forza ineffabile, essa ha, in ciascuno dei
credenti, strappato la vita al peccato.

Poiché fino a che tutti i suoi nemici siano annientati e, in ultimo, la morte (1Co 15,26), egli toglie il peccato,
affinché il mondo intero sia senza peccato: per tale motivo designandolo Giovanni dice: "Ecco l‟Agnello di Dio,
che toglie il peccato dei mondo" (Jn 1,29); egli non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui
che lo ha tolto e non lo toglie più, bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo
fino a che il peccato non sia soppresso dal mondo intero e il Salvatore rimetta al Padre suo un regno pronto (1Co
15,24) per essere governato da lui, perché non vi si trova più il minimo peccato, ed a ricevere, in tutti i suoi
elementi, tutti i doni di Dio, quando sarà compiuta questa parola: "Dio sarà in tutto in tutti " (1Co 15,28).

Origene, In Ioan. I, 233-235


3. La condizione umana di peccato

Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo, che i primi uomini, cioè Adamo e la donna di lui,
creati buoni, retti e senza peccato, con il libero arbitrio, col quale potevano, volendo, sempre servire e obbedire a
Dio con umile e buona volontà, col quale arbitrio anche potevano, volendo, peccare con la propria volontà; e loro
non per necessità, ma per la propria volontà peccarono; e con quel peccato la natura umana fu talmente mutata in
peggio, che non solo in quei primi uomini attraverso il peccato regnò la morte, ma anche in tutti gli uomini si
trasmise la signoria del peccato e della morte.

Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo che ogni uomo che viene concepito dall‟unione
dell‟uomo e della donna, nasce col peccato originale, assoggettato all‟empietà e sottomesso alla morte, e per questo
nasce per natura figlio dell‟ira. Della quale dice l‟Apostolo: "Eravamo infatti anche noi per natura figli dell‟ira
come gli altri" (Ep 2,3). Dalla quale ira nessuno viene liberato, se non per la fede del mediatore di Dio e degli
uomini, l‟uomo Gesù Cristo, il quale, concepito senza peccato, si è fatto peccato per noi, cioè fatto sacrificio per i
nostri peccati. Già nel Vecchio Testamento venivano detti peccati i sacrifici che si offrivano per i peccati, nei quali
tutti fu sacrificato Cristo, poiché egli è "l‟Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo" (Jn 1,29).

Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petr. 68-69

4. Il mistero di Giovanni continua anche oggi

Io credo che il mistero di Giovanni si compia fino ai nostri giorni nel mondo. È necessario che lo spirito e la
potenza di Giovanni vengano dapprima nell‟anima di chiunque è destinato a credere in Gesù Cristo, per preparare
al Signore un popolo perfetto, e spianare le strade e raddrizzare i sentieri nelle asperità dei cuori. Non è soltanto in
quei tempi che le strade furono spianate e i sentieri raddrizzati, ma anche oggi lo spirito e la potenza di Giovanni
precedono l‟avvento del Signore e Salvatore.

Origene, In Luc. 4, 6

5. Andare innanzi al Signore, come Giovanni

È poi giustissimo dire che san "Giovanni andrà innanzi al Signore" (Lc 1,76), perché è nato come precursore, e
come precursore è morto. E forse questo sacro mistero si potrebbe compiere in questa nostra vita, anzi oggi stesso.
Effettivamente, quando ci disponiamo a credere in Cristo, un potente influsso di Giovanni va innanzi alla nostra
anima, per preparare alla fede le vie dell‟anima nostra, e fare delle tortuosità di questa vita le vie diritte del nostro
passaggio, sì che non abbiamo a cadere nel percorso intricato dell‟errore, e ogni valle della nostra anima possa
produrre frutti di virtù, ogni cima di meriti profani curvarsi con trepida umiltà davanti al Signore, ben conoscendo
che non può assolutamente esaltarsi ciò che è la debolezza in persona.

Ambrogio, In Luc. 1, 38

6. In Gesù è la pienezza della grazia

"Sulle tue labbra è diffusa la grazia"" (Ps 44,3). Vedi che lui [il Salmista] dice queste cose della natura umana
da lui [Cristo] assunta? Ma che cos‟è questa grazia? Per la quale ha insegnato, per la quale ha compiuto miracoli?
Qui dice grazia, quella che venne nella carne: "[L‟uomo] sul quale, dice, vedrai lo Spirito scendere come colomba,
e rimanere, è colui che battezza in Spirito Santo" (Jn 1,33). Tutta la grazia infatti è effusa in quel tempio. Perché
non dà a lui lo Spirito con misura: "Della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto" (Jn 1,16); ma quel tempio riceve
tutta e completa la grazia. È questo che anche Is intendeva dicendo: "Su di lui poserà lo Spirito di sapienza e di
intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di pietà. Si compiacerà del timore del
Signore" (Is 11,2-3). Ma lì certamente è integra e universale la grazia: negli uomini invece poca cosa, e una goccia,
quella grazia.

Crisostomo Giovanni, Exp. in Psal. XLIV, 2

III Domenica

43 Letture:

+Is 9,1-4

1Co 1,10-13 1,17

+Mt 4,12-23

1. La luce di Dio e le tenebre del peccato

Se è al Padre che si riferisce la frase "In lui non vi sono tenebre" (1Jn 1,5), taluni si chiederanno come
pretendiamo che questo privilegio gli sia riservato, mentre pensiamo che il Salvatore è anche lui assolutamente
senza peccato, di modo che si potrebbe dire egualmente di lui: «Egli è luce e in lui non vi sono tenebre». In ciò che
precede, abbiamo già parzialmente stabilito la differenza. A ciò aggiungeremo ora con maggiore arditezza che se
"colui che non aveva conosciuto peccato", il Cristo, (Dio) "l‟ha fatto peccato per noi" (2Co 5,21), non è possibile
dire a suo riguardo: «In lui non vi sono tenebre «. E se, "in una carne simile a quella del peccato" (Rm 8,3), Gesù
ha giustamente condannato il peccato, dato che egli ha assunto una carne simile a quella del peccato, non sarà del
tutto esatto dire a suo riguardo: «In lui non vi sono tenebre».
Aggiungeremo inoltre che: Lui stesso ha preso su di sé le nostre infermità e si è caricato dei nostri malanni
(Mt 8,17 Is 53,4), cioè delle debolezze della nostra anima e dei malanni dell‟uomo nascosto nel fondo del nostro
cuore (1P 3,4). A motivo di queste infermità e di questi malanni di cui egli si è caricato, egli riconosce che la sua
anima è molto afflitta e turbata (Mc 14,34 Jn 12,27) e, come è scritto in Zaccaria, egli è rivestito delle vesti
insozzate che son dette peccati nel momento in cui sta per esserne spogliato. (L‟angelo) aggiunge in ogni caso:
"Ecco che io ho tolto i tuoi peccati" (Za 3,3-4).

In effetti, perché ha preso su di sé i peccati del popolo dei credenti, egli dice a più riprese: "Lontano dalla mia
salvezza è il conto dei miei peccati e Tu conosci la mia follia e le mie trasgressioni non sono nascoste davanti a te"
(Ps 21,2 Ps 68,6).

Che nessuno supponga che noi diciamo questo per empietà verso il Cristo di Dio. Siccome il Padre "solo
possiede l‟immortalità" (1Tm 6,16) poiché, nel suo amore per gli uomini, Nostro Signore ha assunto la morte per
noi, così solo il Padre possiede (il privilegio) di non avere in lui alcuna tenebra, poiché, nella sua benevolenza verso
gli uomini, il Cristo si è caricato delle nostre tenebre, affinché, con la sua potenza, egli abolisse la nostra morte
(2Tm 1,10) e annientasse le tenebre che sono nella nostra anima, e si adempisse la profezia di Isaia: "Il popolo
assiso nelle tenebre ha visto una grande luce" (Mt 4,14-16 Is 9,2).

Questa luce, che è nel Verbo e che è egualmente la vita, «brilla nelle tenebre» delle nostre anime e si stabilisce
anche là dove (avevano dimora) i principi di questo mondo di tenebre (Ep 6,12) che, combattendo il genere umano,
si sforzano di trascinare nelle tenebre coloro che sono di una stabilità abbastanza assoluta da essere chiamati, una
volta illuminati, "figli della luce" (Lc 16,8). Tuttavia, poiché è nelle tenebre che brilla questa luce, è inseguita da
quelle, ma non afferrata.

Origene, In Ioan. II, 26, 163-167

2. Chiamata ed elezione di Pietro

"Da allora Gesù prese a predicare e a dire: «Convertitevi, perché è vicino il regno dei cieli»" (Jn 1,9). Ma
quando Gesù comincia a predicare? Da quando Giovanni fu chiuso in prigione. Ma perché non predicò prima? E
che bisogno aveva di Giovanni Battista, dato che le sue opere gli rendevano già un‟efficace testimonianza? Ecco:
perché noi potessimo comprendere maggiormente la sua grandezza: Gesù Cristo ha i suoi profeti, così come il
Padre ha avuto i suoi. Proprio questo rileva Zaccaria nel suo cantico: "E tu, bambino, sarai chiamato profeta
dell‟Altissimo" (Lc 1,76). Era necessario il precursore, inoltre, perché agli insolenti Giudei non restasse alcuna
scusa, come testimonia lo stesso Gesù Cristo con le parole: "È venuto Giovanni, che non mangiava né beveva, e
hanno detto: Ha il demonio addosso. È venuto il Figlio dell‟uomo che mangia e beve ed essi dicono: Ecco un
mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Alla sapienza, però, è resa giustizia dai figli suoi" (Mt
11,18-19). E ancora era necessario che tutto quanto riguardava il Cristo fosse manifestato in anticipo da un altro,
prima di esserlo da lui stesso. Infatti, se dopo tante testimonianze e dopo tali prove, i Giudei dissero: "Tu rendi
testimonianza a te stesso; la tua testimonianza non è valevole" (Jn 8,13), che cosa avrebbero osato dire se, prima
che Giovanni avesse parlato, si fosse presentato in pubblico e avesse reso per primo testimonianza in favore di sé?
Ecco ancora perché Gesù non comincia a predicare prima di Giovanni e non compie alcun miracolo, se non
dopo che il suo precursore è stato rinchiuso in prigione: nel timore che nascesse qualche scisma tra il popolo. Per la
stessa ragione Giovanni non compie miracoli, allo scopo di lasciar accorrere tutta la folla a Gesù, trascinata dai
prodigi che il Signore faceva. Infatti, se anche dopo i miracoli operati da Gesù Cristo, i discepoli di Giovanni, sia
prima che dopo il suo incarceramento, erano ancora presi da gelosia verso Gesù e molti pensavano che il Messia
non fosse lui, bensì Giovanni, che cosa sarebbe accaduto se Dio non avesse preso queste sagge misure?

Ecco le ragioni per cui anche Matteo vuol sottolineare che «da allora» Gesù incominciò a predicare. E,
all‟inizio della sua predicazione, Gesù insegna ciò che Giovanni ha detto. Nei suoi primi discorsi non parla ancora
di se stesso, ma si contenta di predicare la penitenza. Per quel tempo era già abbastanza desiderabile far accettare la
penitenza, dato che allora il popolo non aveva ancora di Cristo un‟idea sufficientemente adeguata. E all‟inizio, non
annuncia niente di terribile o di spaventoso, come aveva fatto Giovanni parlando della scure tagliente già posta alle
radici dell‟albero, del ventilabro che ripulisce l‟aia, e di un fuoco inestinguibile. Dapprima, parla soltanto dei beni
futuri, rivelando a coloro che lo ascoltano il regno che ha loro preparato nei cieli.

"Gesù camminava lungo il mare di Galilea, quando vide due fratelli: Simone, detto Pietro, e Andrea, suo
fratello, che gettavano la loro rete in mare, essendo pescatori. E disse loro: «Seguitemi e vi farò pescatori di
uomini». Ed essi, abbandonando subito le reti, lo seguirono" (Mt 4,18-20). Giovanni evangelista descrive in
maniera diversa la chiamata di questi apostoli; è evidente, quindi, che quanto ci narra Matteo è la loro seconda
chiamata, come chiunque può costatare anche da molte altre circostanze. Giovanni, infatti, dice esplicitamente che
questi due discepoli si avvicinarono a Gesù prima che il precursore fosse incarcerato, mentre quanto Matteo narra
qui avvenne dopo l‟arresto del Battista. Inoltre, Giovanni precisa che fu Andrea a chiamare Pietro, mentre Matteo
dice che Gesù li chiamò tutt‟e due. E ancora Giovanni riferisce: "Gesù, vedendo Pietro venire verso di lui, gli disse:
Tu sei Simone, figlio di Giona, sarai chiamato Cefa - che vuol dire pietra" (Jn 1,42). Matteo, dal canto suo, lascia
intendere che Simone era già chiamato con questo secondo nome, quando dice che Gesù vide «Simone, detto
Pietro». Si può, tuttavia, arrivare alla stessa conclusione, riferendosi al luogo ove i due fratelli furono chiamati da
Gesù e a parecchie altre circostanze; lo si deduce anche dal fatto che essi gli obbedirono con immediatezza,
lasciando tutto quanto possedevano: essi, infatti, erano ormai ben preparati e pronti. Giovanni evangelista ci
presenta Andrea, che va a trovare Gesù nella sua casa e che da lui apprende molte cose, mentre qui Matteo riferisce
che i due discepoli, udita una sola parola di Gesù, immediatamente lo seguirono. È quindi verosimile che questi
apostoli avessero già seguito Gesù prima e che poi lo avessero lasciato; è verosimile inoltre che, quando essi
seppero che Giovanni era stato messo in prigione e Gesù si era allontanato, siano tornati nuovamente alla loro
antica professione di pescatori nel loro paese; perciò Cristo li ritrova mentre stanno pescando. Quando essi vollero
lasciare Gesù la prima volta, egli non lo impedì loro e neppure li abbandonò definitivamente perché allora lo
avevano lasciato. Infatti, dopo aver permesso loro di andarsene, torna a loro una seconda volta per riprenderli e
guadagnarli alla sua causa: e questo è il modo migliore di pescare gli uomini.

Osservate, ora, la fede e l‟obbediente docilità dei discepoli. Gesù parla, mentre essi si trovano nel bel mezzo
del loro lavoro (e voi sapete quale occupazione appassionante sia la pesca); ebbene essi, appena sentito il suo
invito, non si ritraggono, né rinviano e neppure dicono: Lasciaci andare a casa un momento per parlare con i nostri
parenti; ma, abbandonata ogni cosa, lo seguono, come fece un tempo Eliseo nei confronti di Elia. È una obbedienza
pronta e perfetta come questa, che Gesù Cristo esige da noi, una obbedienza che esclude ogni ritardo, anche quando
vi fossero fortissime ragioni ad ostacolarla. Per questo, quando s‟avvicinò a Gesù un altro discepolo, chiedendogli
di poter seppellire il padre, Gesù non lo lasciò andare, per dimostrarci che fra tutte le opere la prima e la più
necessaria è seguirlo. E se voi osservate che la promessa che egli fa loro è grande, io vi risponderò che li ammiro
ancor di più in quanto, senza aver veduto alcun miracolo di Gesù, prestano fede a tale promessa e pospongono tutto
per seguirlo. Essi credettero che le parole, dalle quali erano stati pescati, avrebbero consentito anche a loro di
pescare un giorno gli altri uomini. Questa, infatti, fu la promessa che Gesù fece.

Ma a Giacomo e a Giovanni non promise niente di simile, perché l‟obbedienza dei due primi apostoli aveva
già aperto loro la via; e, d‟altra parte, essi avevano già udito molte cose sul conto di Gesù e non avevano quindi
bisogno di promesse. Considerate ora con quanta cura il Vangelo ci sottolinea le condizioni di povertà di questi
discepoli. Gesù li trovò intenti a rattoppare le loro reti (Mt 4,21-22), che erano costretti a riparare non potendo
procurarsene altre nuove. Ebbene, è una non mediocre dimostrazione di virtù quella di sopportare senza sforzo la
miseria, di vivere del faticoso ma lecito lavoro, di essere uniti fra loro dalla forza dell‟amore e di tenere perciò con
sé il padre, che servono e mantengono.

Non appena Gesù ebbe chiamato i discepoli, cominciò subito a compiere miracoli in loro presenza, per
confermare in tal modo quanto Giovanni Battista aveva detto di lui.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 14, 1-2

3. La scelta degli apostoli (Lc 6,12-16)

Con gli Undici scelti

La cui scelta facesti per una (vita) sopraterrestre,

Tu m‟hai invitato con essi

a prender parte alla (vita) perfetta.

Ma io, ultimo degli uomini, dall‟anima incurante

Sono stato rigettato come Giuda!

Benché non abbia (consegnato) il Signore,

Nondimeno ho tradito con tutto il gusto la mia anima!

Io Ti prego per le loro suppliche

Di rimettermi nel dritto sentiero della luce;

Di realizzare nei fatti quanto è detto in parole,

Quel che per tuo comando hanno insegnato.


Nerses Snorhali, Jesus, 345-347

IV Domenica

44 Letture:

+So 2,3 3,12-13

1Co 1,26-31

+Mt 5,1-12a

1. Chi sono i veri beati

"Tutti vogliono essere beati. Chi - però - è povero di spirito?" Nella festa di questa vergine santa, che dette
testimonianza a Cristo e la meritò da lui, uccisa pubblicamente e coronata in segreto, ammaestriamo la Carità vostra
con quella esortazione che il Signore pronunciava nel suo Vangelo, annunziando molte cause della vita beata, che
nessuno dice di non volere. In verità, non esiste chi non voglia essere beato. Ma che gli uomini non ricusino di
sottostare alle condizioni richieste, così come desiderano ricevere la pattuita mercede! Chi non correrebbe
celermente, quando gli si dice: Sarai beato? Ascolta volentieri, e quando vien detto: Se avrai fatto questo, non si
ricusi l‟impegno, se si aspira al premio; e si accenda l‟animo all‟alacrità dell‟opera con l‟aiuto della ricompensa.
Ciò che vogliamo ciò che desideriamo, ciò che chiediamo, sarà dopo: ciò che, al contrario, ci viene ordinato di fare,
in vista di ciò che verrà dopo, sia ora. Ecco, comincia a rimeditare i detti divini, ivi compresi i precetti e i pesi
evangelici: "Beati i poveri di spirito poiché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3). Dopo, sarà tuo il regno dei cieli;
ora, sii povero di spirito . Vuoi che dopo sia tuo il regno dei cieli? Guarda di chi sei tu ora. Sii povero di spirito.
Chiedi forse di sapere che significa essere povero di spirito? Chi è superbo non è povero di spirito: quindi l‟umile è
povero di spirito. Alto è il regno dei cieli: "ma, chi si umilia sarà esaltato" (Lc 14,11).

"Chi è il mite?" Sta attento a qual che segue: "Beati", egli aggiunge, "i miti, perché possederanno la terra" (Mt
5,5). Ora tu vuoi possedere la terra: bada, però, di non essere posseduto dalla terra. Possederà il mite, sarà
posseduto il non-mite. E, quando ascolti del premio promesso e cioè che possederai la terra, non dilatare il grembo
dell‟avarizia, con la quale vuoi possedere ora la terra, con esclusione persino del tuo vicino: non ti inganni una tale
opinione. Possederai la terra solo quando aderirai a colui che ha fatto il cielo e la terra. Questo infatti significa
essere mite: non resistere al tuo Dio, affinché in ciò che fai di bene, ti piaccia egli e non te stesso; mentre in ciò che
giustamente soffri di male, non sia egli a dispiacerti, bensì te stesso. Infatti, non è piccola cosa se cercherai di
piacere a lui dispiacendoti; dispiaceresti a lui, per contro, piacendo a te stesso.

"Coloro che piangono". Fa‟ attenzione al terzo: "Beati coloro che piangono, perché saranno consolati" (Mt
5,4). Nel lutto è l‟impegno, nella consolazione la ricompensa. Infatti, coloro che piangono carnalmente, quali
consolazioni hanno? Temibili molestie. Sarà consolato chi piange, se teme di non piangere ancora. Ad esempio, il
figlio morto contrista mentre dà gioia il nato: quello è tolto via, questo è accolto, in quello è tristezza in questo
timore: in nessuno quindi è consolazione. Dunque, vera consolazione sarà quella che vien data e non può essere
tolta; cosicché quelli che amano essere consolati dopo, ora piangono da pellegrini.
"Gli affamati". Ed ecco il quarto, opera e servizio: "Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché
saranno saziati" (Mt 5,6). Tu vuoi essere saziato. Donde? Se brami la sazietà di carne - una digerita sazietà -,
tornerai ad aver fame. "E chi beve di quest‟acqua, tornerà ad avere sete" (Jn 4,13), egli dice. La medicina che si
applica ad una ferita, non fa più male, se è riuscita a risanarla; per contro, ciò che si applica alla fame, quasi esca, si
risolve a poco. Infatti, passata la sazietà, ritorna la fame. Arriva perciò quotidianamente il rimedio di sazietà, ma
non è risanata la ferita dell‟infermità. Abbiamo fame quindi, e saziamoci di giustizia, affinché dalla medesima
giustizia possiamo essere saziati, della quale ora abbiamo fame e sete. Saremo in effetti saziati di quello di cui
abbiamo fame e sete. Il nostro uomo interiore abbia fame e sete: egli ha in effetti il suo cibo e la sua bevanda. "Io
sono", spiega egli, "il pane che è disceso dal cielo" (Jn 6,41). Ora che hai il pane dell‟affamato, desidera anche la
bevanda dell‟assetato: "Poiché presso di te è la fonte della vita" (Ps 35,10).

"I misericordiosi". Ora, attento al seguito che dice: "Beati i misericordiosi, poiché di loro Dio avrà
misericordia" (Mt 5,7). Fa‟ e sarà fatto: fa‟ con l‟altro, perché sia fatto a te. Infatti, tu abbondi e difetti: abbondi di
cose temporali, difetti delle eterne. Ascolti il mendicante e sei tu stesso mendico di Dio. Ti si chiede, e chiedi a tua
volta. E come avrai agito con il tuo richiedente, così Dio agirà con il suo. Sei pieno e vuoto ad un tempo: riempi il
vuoto della tua pienezza, affinché la tua vuotaggine sia riempita della pienezza di Dio.

"I puri di cuore". Ascolta quel che segue: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8). Questo è il
fine del nostro amore, il fine per cui ci perfezioniamo, per cui ci consumiamo. Si finisce il cibo, si finisce il vestito:
il cibo, perché si consuma mangiando; il vestito, perché si finisce [si porta a termine] tessendo. E di questo e di
quello si dice del pari che finisce: ma questa fine tende alla consumazione, quella alla perfezione. Qualunque cosa
facciamo, o facciamo bene, sosteniamo, lodevolmente ci scaldiamo, incolpevolmente desideriamo, quando sarà
pervenuto alla visione di Dio, non lo ricercheremo più. Cosa cerca in effetti colui al quale si fa presente Dio? O
cosa potrà bastare a colui al quale non basta Dio? Noi vogliamo vedere Dio, chiediamo di vedere Dio, ardiamo dal
desiderio di vedere Dio. Chi mai non è d‟accordo? Ma, osserva quel che è detto: "Beati i puri di cuore, perché
vedranno Dio". Questo prepara, affinché tu veda. In effetti, per parlare secondo la carne, a che pro desideri il
sorgere del sole con occhi cisposi? Siano sani gli occhi, e quella luce sarà una gioia: non sono sani gli occhi, quella
luce risulterà un tormento. Non ti sarà permesso infatti di vedere con cuore non-puro, poiché non si vede che con
cuore puro. Sarai respinto, sarai allontanato, non vedrai. "Beati", infatti, "i puri di cuore, perché vedranno Dio".
Quanti beati ho già enumerato? Quali cause di beatitudine, quali opere, quali doveri, quali meriti, quali premi? Non
è detto in alcun luogo. "Essi vedranno Dio. Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i miti:
possederanno la terra. Beati quelli che piangono: saranno consolati. Beati coloro che hanno fame e sete della
giustizia: saranno saziati. Beati i misericordiosi: troveranno misericordia". Da nessuna parte è detto: Essi vedranno
Dio. Arrivati però ai puri di cuore, ecco che qui si promette la visione di Dio.

"In che senso la visione di Dio è promessa specificamente ai puri di cuore". Quindi, non che tu debba
intendere quei precetti e quei premi nel senso che ascoltando: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio", tu
ritenga che i poveri di spirito non vedranno, o non vedranno i miti, o coloro che piangono, o quelli che hanno fame
e sete della giustizia, oppure i misericordiosi. Non argomenterai che, visto che questi vedranno in quanto puri di
cuore, quelli siano separati dalla visione. Tutte queste cose sono infatti comuni a tutti loro. Essi vedranno, però non
vedranno specificamente per questo e cioè perché poveri di spirito, perché miti, o perché piangono, hanno fame e
sete della giustizia, o perché sono misericordiosi: ma anche perché sono puri di cuore. Di modo che, se determinate
opere corporali si addicono a determinate membra del corpo, sì che si può dire, ad esempio: Beati coloro che hanno
i piedi, perché cammineranno; beati coloro che hanno le mani, perché opereranno, beati coloro che hanno la voce,
perché grideranno; beati coloro che hanno bocca e lingua, perché parleranno; beati coloro che hanno gli occhi,
perché così potranno vedere? In tal modo, quasi componendo delle membra spirituali, egli [Gesù] insegnò ciò che è
pertinente ad uno in rapporto con l‟altro. Adatta è l‟umiltà per avere il regno dei cieli; atta la mansuetudine per
possedere la terra; adatte fame e sete di giustizia per essere saziati; atta la misericordia per implorare misericordia;
adatto un cuore puro per vedere Dio.

Agostino, Sermo 53, 1-6.9

2. Le Beatitudini (Mt 5,1-12)

Sei salito a sederti sopra un alto monte

Come un tempo eri disceso sul Sinai;

Tra i nembi avevi esposto la Legge Antica,

Nel corpo tuo, o Verbo, hai insegnato la Nuova.

Hai aperto la tua divina bocca,

Hai beatificato gli uomini da bene;

In cambio delle Tavole dei Dieci Comandamenti

Hai dato le Nove Beatitudini della (Legge) Nuova.

Hai istallato una scala dalla terra al cielo

Con nove modi e gradini;

Per essa Tu hai fatto ascendere il genere umano;

Tu l‟hai posta in mezzo ai nove Cori.

Ma io ho aderito talmente alla terra

A causa del peccato così grave da portare,

Che non ho salito neppure uno

Di tra i nove gradini.

Non mi son fatto povero di spirito riguardo al male,

Il che m‟avrebbe fatto conquistare il Regno;

Epperò, resto sempre ricco di peccati,


E totalmente povero di bene.

L‟anima mia non è entrata interiormente in lutto

Per pianger nelle lacrime la sua stessa morte,

Per esser consolato nell‟altro mondo,

Grazie al nome gioioso del Verbo

Proprio al contrario, ho riso davanti alle cose vane di quaggiù,

E mi rallegro facendo torto alla (mia) anima,

Tra quei che son ripagati e con il «guai a voi»

E con il «pianto e lo stridor di denti».

E non è con dolci parole che con il mio simile

Ho conversato secondo il tuo comando,

Affinché con chi osserva la tua santa Legge

Della Terra Celeste fossi erede.

Non ho avuto fame del pane della Giustizia,

E per nulla è presente in me la sete del Verbo,

Alfine d‟essere saziato dal tuo amore,

Dalla tua divina Bevanda.

Non ho usato misericordia al povero,

Figura per me della tua Speranza,

Per trovarti nel Gran Giorno del Giudizio

Misericordioso verso la misera mia anima.

Non ho lavato la lordura del male

Dal cuor mio e dal mio spirito impuri.

Perché di tua Vision divina

Io fossi degno, mentre rimango nel (mio) corpo.


Non sono stato artefice di pace tra me

E il mio avversario, né tantomeno verso lo straniero,

Per esser figlio del Padre tuo celeste

Come Te, imitando il tuo agire.

Sono stato perseguitato, ma sono scontento

Dei collaboratori del Perverso;

Se li (avessi sopportati) di buon grado,

Sarei erede del tuo celeste Regno.

Mi hanno oltraggiato con molte parole,

Con ripetuto biasimo mi hanno afflitto;

E ciò non a causa di Te, né che mentissero,

Ma semplicemente perché dicevano il vero.

Ora, in lacrime, ti supplico, Signore;

Abbraccio, Signore, i tuoi piedi;

Alleggeriscimi, io che sto in un corpo,

Del fardello sì grave dei peccati,

Per rendere possibile quaggiù alla mia anima

Di ascendere in spirito verso Te in cielo,

Seguendo le tue Parole come una scala,

(Salendo) almeno un gradino dopo l‟altro.

Nerses Snorhali, Jesus, 351-366

V Domenica
45 Letture:

+Is 58,7-10

1Co 2,1-5

+Mt 5,13-16

1. Il sale della terra

"Voi siete il sale della terra" (Mt 5,13). Con tali parole egli mostra che era necessario dar loro quei grandi
precetti. Dice, in sostanza, che non soltanto per la loro vita personale, ma anche per la salvezza di tutti gli uomini
quell‟insegnamento verrà affidato a loro. Io non vi mando - sembra dire - come un tempo furono mandati i profeti a
due città, o a dieci, o a venti, o a un popolo in particolare, ma vi invio alla terra, al mare, al mondo intero, a questo
mondo che vive nella corruzione. Dicendo: «Voi siete il sale della terra», fa capire che la sostanza degli uomini è
stata resa insipida e corrotta dai peccati. Per questo egli esige soprattutto dai suoi apostoli quelle virtù che sono
necessarie e utili per convertire molti. Quando un uomo è mansueto, umile, misericordioso e giusto, non tiene
chiuse in sé simili virtù, ma fa sì che queste eccellenti sorgenti, scaturite dalla sua anima, si diffondano a vantaggio
degli altri uomini. Inoltre chi ha il cuore puro, chi è pacifico, chi subisce persecuzioni a causa della verità, pone la
sua vita per il bene di tutti. Non crediate, dunque - è come se dicesse Gesù -, che io vi trascini a battaglie
occasionali e che sia per ragioni di poco conto che io vi «il sale della terra» . Ma perché allora? Essi hanno forse
guarito ciò che era corrotto e putrefatto? No, non è questo che hanno fatto gli apostoli. Il sale non può rimediare
alla putrefazione. Gli apostoli, ripeto, non hanno fatto questo. Ma quando la grazia di Dio avrà essi si
dimostreranno veramente il «sale della terra», mantenendo e conservando gli uomini in questa nuova vita che
hanno ricevuta da Dio. È opera di Cristo liberare gli uomini dalla corruzione del peccato, ma tocca agli apostoli,
con la loro sollecitudine e con i loro sforzi, impedire ad essi di ricadere in quello stato di corruzione. Osservate
come, a poco a poco, Gesù manifesta che gli apostoli sono al di sopra dei profeti. Egli non li chiama soltanto dottori
della Palestina, ma maestri di «tutta la terra» e maestri severi e terribili. E ciò che è degno di ammirazione è il fatto
che essi, senza adulare e senza compiacere gli uomini, ma, al contrario, comportandosi come fa il sale, si sono fatti
amare da tutti. Non stupitevi, quindi, - sembra continuare Gesù, - se, tralasciando gli altri, mi rivolgo in particolare
a voi e vi trascino in così grandi rischi. Considerate quante e quali sono le città, i popoli e le genti a cui sto per
inviarvi. Perciò, non voglio che vi limitiate ad essere prudenti e sapienti, ma voglio che facciate anche gli altri
simili a voi. Quanto devono essere saggi coloro dai quali dipende la salvezza degli altri! Occorre loro una virtù
sovrabbondante, in modo da parteciparne i vantaggi anche agli altri uomini. Ebbene se voi non avrete abbastanza
virtù per comunicarla anche agli altri, - sembra concludere Gesù, - non ne avrete neppure abbastanza per voi stessi.

Non lamentatevi, quindi, quasi fosse troppo duro e difficile quanto vi chiedo. Agli altri, infatti, che si trovano
nell‟errore, sarà possibile la conversione per mezzo vostro. Ma se voi perderete il vostro vigore, perderete voi stessi
e gli altri con voi. Quanto più sono importanti i compiti che vi vengono affidati, tanto più dovete dedicarvi agli altri
con zelo.

Per questo Gesù dice le parole seguenti: "Ma se il sale diviene insipido, con che gli si renderà il sapore? A
null‟altro più è buono che ad essere buttato via perché sia calpestato dagli uomini" (Mt 5,13). Quando gli altri
uomini ricadranno in mille colpe, essi potranno ottenerne il perdono. Ma se il maestro stesso diventa colpevole,
niente potrà scusarlo e la sua colpa sarà punita con estrema giustizia. Nel timore che gli apostoli, sentendo dire che
il mondo li avrebbe coperti di ingiurie che li avrebbe perseguitati e che avrebbe detto di loro tutto ii male possibile
avessero avuto paura di farsi avanti e di mettersi in mezzo a parlare alla gente, Gesù dichiarò apertamente che, se
essi non erano pronti ad affrontare questo, invano li aveva scelti. Voi non dovete temere - sembra dire - di essere
calunniati; dovete piuttosto temere di apparire adulatori, perch‚ allora diverreste un sale insipido, «a null‟altro
buono che ad essere buttato via, perché sia calpestato dagli uomini». Ma, se voi conservate tutta la vostra sapidità
di fronte alla corruzione, e se allora la gente dirà male di voi, rallegratevi perché questo è l‟effetto che fa il sale, che
morde e punge le piaghe. Le maledizioni degli uomini vi seguiranno inevitabilmente; ma, lungi dal procurarvi del
male, esse testimonieranno la vostra fermezza. Se, invece, il timore delle calunnie vi farà perdere il vigore che vi è
indispensabile, allora patirete conseguenze ben peggiori e sarete coperti dalle ingiurie e dal disprezzo di tutti:
questo significano le parole «calpestato dagli uomini».

Subito dopo il Salvatore passa a un paragone ancor più elevato: "Voi siete la luce del mondo" (Mt 5,14), - egli
dice. Non li chiama soltanto luce di una gente o di venti città, ma «luce del mondo», di tutta la terra, e luce
intelligibile, più splendente dei raggi del sole, come anche il sale, di cui ha appena parlato, è un sale del tutto
spirituale. Parla dapprima del sale, e dopo della luce, per mostrare quale vantaggio proviene da parole aspre come il
sale e quale utile effetto deriva da una dottrina severa, che consolida le anime e non permette che si rilassino e si
corrompano, ma le eleva e le conduce come per mano sulla strada della virtù.

"Non può una città che sia posta sopra un monte restar nascosta; né si accende una lucerna per porla sotto il
moggio, ma sopra il lucerniere e così essa fa lume a quanti sono in casa" (Mt 5,14-15). Gesù Cristo stimola ancora
una volta con queste parole i suoi apostoli a vigilare sulla loro condotta, avvertendoli di stare sempre sul chi vive,
poiché sono esposti agli occhi di tutti gli uomini e combattono in un‟arena elevata nel mezzo della terra. Non
fermatevi - egli dice - a considerare dove noi ora ci troviamo seduti e che noi, qui, siamo in un piccolo angolo del
mondo. Voi sarete al cospetto di tutti gli uomini, così come lo è una città posta in cima a una montagna o una
lampada che splenda su un candelabro in una casa...

"Risplenda allo stesso modo la vostra luce agli occhi degli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere
diano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,16). Io, infatti, - sembra dire Gesù, - ho acceso la luce perché essa
continui ad ardere; voi dovete essere vigilanti e pieni di zelo non solo per voi, ma anche per quelli che hanno
ottenuto questa stessa legge e sono stati condotti alla verità. Le calunnie non potranno oscurare il vostro splendore,
se voi vivrete con perfezione e in modo da convertire tutti gli uomini. La vostra vita sia degna della grazia e della
verità che avete ricevuto: e, come questa va predicata ovunque, così anche la vostra vita vada di pari passo con
essa. Ma, oltre la salvezza degli uomini, Gesù mette in risalto un altro effetto, valido a mantenerli vigilanti nel
combattimento e a stimolarne tutto lo zelo. Non solo, infatti, convertirete tutto il mondo -egli aggiunge - vivendo in
questo modo nuovo, ma procurerete la gloria di Dio. Se invece voi agirete diversamente, sarete colpevoli della
perdizione degli uomini e del fatto che il nome di Dio sarà disonorato dai bestemmiatori.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 15, 6 s.

2. La ricchezza di doti, segno della vocazione alla predicazione

Vi sono non pochi che hanno ricevuto doni esimi di virtù e per i loro grandi doni eccellono nella guida degli
altri: sono puri per la cura della castità, sono forti per l‟impegno nell‟astinenza, nutriti di dottrina spirituale, umili
per pazienza longanime, elevati per forza di autorità, benigni per pietosa indulgenza, rigidi per giusta severità. Se
dunque costoro, chiamati ad assumersi il sommo governo pastorale, se ne sottraggono, privano per lo più se stessi
di quei doni che hanno ricevuto non solo per sè, ma anche per gli altri. Pensando al proprio guadagno e non al bene
altrui, si privano dei beni che vogliono godere essi soli. Per questo la Verità dice ai suoi discepoli: "Non si può
nascondere una città posta sul monte, né accendere la lucerna e porla sotto il moggio, ma sopra il candelabro,
affinché risplenda a tutti coloro che sono nella casa" (Mt 5,14s). Per questo disse a Pietro: "Simone di Giovanni, mi
ami?" E questi, avendo subito risposto di amarlo, si sentì dire: "Se mi ami, pasci le mie pecore" (Jn 21,16). Se
dunque la cura pastorale è testimonianza di amore, chiunque, pur ricco di virtù, rifiuta di pascolare il gregge di Dio,
mostra di non amare il suo pastore. Per questo Paolo dice: "Se Cristo è morto per tutti, sono dunque morti tutti; e se
egli è morto per tutti, quelli che vivono non devono vivere più per loro stessi, ma per colui che è morto ed è
risuscitato per loro" (2Co 5,14s)...

Vi sono dunque non pochi che, arricchiti di grandi doni, come abbiamo detto, ardendo solo di amore per la
contemplazione, ricusano di procurare utilità al prossimo con la predicazione: preferiscono la quiete indisturbata, il
ritiro in meditazione. Se costoro vengono giudicati con rigore, senza dubbio sono tanto colpevoli, quanto avrebbero
potuto giovare agendo in pubblico. E con quale giustificazione colui che potrebbe segnalarsi per il bene al prossimo
antepone il proprio ritiro all‟utilità degli altri, quando lo stesso Unigenito del sommo Padre per giovare a molti uscì
dal seno del Padre e venne in mezzo a noi? E vi sono non pochi che se ne sottraggono solo per umiltà, perch‚ non
vogliono venir preposti a coloro di cui si stimano inferiori. Certo la loro umiltà se è circondata anche dalle altre
virtù, è vera agli occhi di Dio, purché non sia pertinace nel rifiutare il peso cui vien loro comandato di sobbarcarsi
per l‟utilità altrui. Non è infatti veramente umile chi comprende che la volontà di Dio gli impone di comandare, ed
egli tuttavia si rifiuta. Ma, soggetto alle divine disposizioni, libero dal male dell‟ostinazione, quando gli viene
imposto il governo pastorale supremo, se è stato già arricchito di doni con cui giovare agli altri, deve pur contro la
sua volontà obbedire.

Gregorio Magno, Regula pastor. 1, 5-6

3. Dar gloria a Dio con la condotta della vita

Iniziamo, dunque, una vita nuova. Facciamo della terra cielo e così mostreremo a coloro che non credono di
quali grandi beni essi son privi. Quando infatti vedranno la nostra vita e la nostra comunità bella e armoniosa, essi
avranno la visione stessa del regno dei cieli. Quando ci vedranno modesti, senz‟ira, puri di ogni cattivo desiderio,
privi d‟invidia, esenti d‟avarizia, e attivi in tutte le virtù, diranno: Se i cristiani sono angeli in questa vita, che cosa
saranno dopo la morte? Se qui, dove sono pellegrini, risplendono in tal modo, che diverranno quando giungeranno
nella loro patria? E così anche i pagani diverranno migliori e la predicazione della religione si diffonderà non meno
che al tempo degli apostoli. Dodici uomini poterono allora convertire città e regioni intere: se tutti noi faremo della
perfezione della nostra vita un insegnamento, pensate fin dove potrà diffondersi la nostra religione. Un pagano,
infatti, non è così attratto dal vedere un morto che risuscita quanto dal contemplare un uomo che vive
virtuosamente. Di fronte a quel prodigio rimarrà, sì, sorpreso, ma la vita virtuosa di un cristiano gli porterà
vantaggio. Il prodigio avviene e passa, ma la vita cristiana resta, e continuamente edifica e fa crescere la sua anima.

Vigiliamo dunque su noi stessi per avvantaggiare anche gli altri. Non vi dico niente di troppo duro e pesante.
Non vi proibisco di sposarvi, non vi ordino di abbandonare le città e di lasciare gli impegni politici e civili. No,
rimanendo dove ora vivete e nelle funzioni attualmente esercitate, mettete in atto la virtù. A dire il vero io preferirei
che per la perfezione della loro vita brillassero coloro che vivono nelle città, piuttosto che quelli che si sono ritirati
a vivere sulle montagne. Per qual motivo? Perché da questo fatto potrebbe derivare un grande vantaggio.
"Nessuno", infatti, "accende una lampada per metterla sotto il moggio" (Mt 5,15). Per questo io voglio che tutte le
lampade siano sopra il candelabro, in modo che si diffonda una grande luce. Accendiamo, dunque, questo fuoco e
facciamo che quanti si trovano seduti nelle tenebre siano liberati dall‟errore. E tu non venire a dirmi: Ho impegni,
moglie e figli; devo occuparmi della casa, e non posso fare ciò che tu dici. Io ti assicuro che se tu fossi libero da
tutti questi impegni, ma rimanessi nella stessa apatia in cui ora giaci, tutto ugualmente svanirebbe. Se al cantrario,
pur con tutti questi impegni, tu fossi pieno di fervore, riusciresti a praticare la virtù. Una sola cosa è richiesta: la
disposizione di un‟anima generosa. Allora, né l‟età, né la miseria, né la ricchezza, né la mole degli affari e delle
occupazioni, n‚ qualunque altra cosa vi impedirà di essere virtuosi. E in verità si son visti vecchi e giovani,
coniugati e padri di famiglia, operai, artigiani, professionisti e soldati che hanno messo in pratica i comandi di Dio.
Daniele, infatti, era giovane, Giuseppe era schiavo, Aquila esercitava un lavoro manuale, Lidia, venditrice di
porpora, dirigeva un laboratorio, uno era carceriere, un altro un centurione, come Cornelio; uno era quasi sempre
ammalato, come Timoteo, e un altro ancora era uno schiavo fuggiasco, come Onesimo. E tuttavia, queste diverse
condizioni non furono di ostacolo a nessuno di essi; anzi, tutti rifulsero per la santità della loro vita: uomini e
donne, giovani e vecchi, schiavi e liberi, soldati e privati cittadini.

Non adduciamo dunque vani pretesti, ma cerchiamo di avere la più decisa e ferma volontà. Qualunque sia il
nostro stato e le nostre condizioni sociali, disponiamoci con tutto il nostro essere a praticare la virtù e così
otterremo un giorno i beni celesti, per la grazia e l‟amore di nostro Signore Gesù Cristo.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 43, 5

VI Domenica

46 Letture:

+Si 15,16-21

1Co 2,6-10

+Mt 5,17-37

1. Il rancore

Evagrio ha detto: "È cosa estranea ai monaci adirarsi, come pure rattristare qualcuno"; e ancora: "Se uno ha
vinto l‟ira, costui ha vinto i demoni; se invece è sconfitto da questa passione, del tutto estraneo alla vita monastica",
con quel che segue. Che dobbiamo dunque dire di noi stessi, che non ci fermiamo neppure alla collera e all‟ira, ma
che talvolta ci spingiamo fino al rancore? Che altro, se non piangere questa nostra miserabile e disumana
condizione? Vegliamo dunque, fratelli, e veniamo in aiuto a noi stessi, dopo Dio, per esser liberati dall‟amarezza di
questa rovinosa passione. Talora uno fa una "metania" al proprio fratello perché tra i due, evidentemente, c‟è stato
turbamento o attrito, ma anche dopo la "metania" rimane rattristato e con pensieri contro di lui. No, egli non deve
considerarli di poca importanza, ma deve tagliarli via al più presto. Si tratta di rancore, e c‟è bisogno di molta
vigilanza, come ho detto, di penitenza, di lotta per non soffermarsi a lungo in questi pensieri e per non correre
pericolo. Infatti, facendo la "metania" per adempiere al precetto, si è, sì, posto rimedio all‟ira sul momento, ma non
si è ancora lottato contro il rancore; e per questo si è rimasti con risentimento contro il fratello, perché altra cosa è il
rancore, altra l‟ira, altra la collera e altra il turbamento.

Vi dico un esempio, perché capiate meglio. Chi accende un fuoco dapprima ha solo un carboncino, che è la
parola del fratello che lo ha rattristato; ecco, è appena un carboncino: che è mai la parola del tuo fratello? Se la
sopporti, spegni il carbone. Se invece continui a pensare: «Perché me l‟ha detto? Posso ben rispondergli! Se non
avesse voluto affliggermi, non l‟avrebbe detto. Vedrai! Anch‟io posso affliggerlo», ecco, hai messo un po‟ di
legnetti o simile materiale, come chi accende il fuoco, e hai fatto fumo, che è il turbamento. Il turbamento è questo
sommovimento e scontro di pensieri, che risveglia e rende aggressivo il cuore. Aggressività è l‟impulso a rendere il
contraccambio a chi ci ha rattristato, che diventa anche audacia, come ha detto l‟"abbas" Marco: "La cattiveria
intrattenuta nei pensieri rende aggressivo il cuore, mentre allontanata con la preghiera e la speranza lo rende
contrito". Se infatti avessi sopportato la piccola parola del tuo fratello, avresti potuto spegnere, come ho detto,
anche quel piccolo carboncino, prima che nascesse il turbamento. Ma anche questo, se lo vuoi, puoi spegnerlo
facilmente, appena inizia, col silenzio, con la preghiera, con una "metania" fatta di tutto cuore; se invece continui a
far fumo irritando ed eccitando il tuo cuore a forza di pensare: «Perché me lo ha detto? Posso ben rispondergli!»,
per lo scontro stesso, diciamo così e la collisione dei pensieri il cuore si logora e si surriscalda, e allora divampa la
collera. La collera è un ribollimento del sangue che si trova intorno al cuore, come dice san Basilio. Ecco, è nata la
collera: è quella che chiamiamo irascibilità. Ma se lo vuoi puoi spegnere anch‟essa, prima che diventi ira; ma se
continui a turbare e a turbarti, ti vieni a trovare come chi ha messo legna al fuoco, e il fuoco divampa sempre più, e
così poi viene la brace, che è l‟ira.

Questo è quanto diceva l‟"abbas" Zosima, quando gli fu chiesto che cosa vuol dire la sentenza che dice: "Dove
non c‟è collera, si acquieta la battaglia. All‟inizio del turbamento, quando comincia, come abbiamo detto, a far
fumo e a mandare qualche scintilla, se subito uno rimprovera se stesso e fa una "metania" prima che si accenda e
diventi collera, se ne rimane in pace. Ma dopo che è venuta la collera, se non se ne sta tranquillo, ma continua a
turbarsi e ad irritarsi, si viene a trovare, come abbiamo detto, come uno che dà legna al fuoco, e continua a bruciare
finché non produce grossa brace. Come dunque i tizzoni di brace diventano carboni e si mettono via e durano per
anni interi senza guastarsi e marcire, nemmeno se vi si butta sopra acqua, così anche l‟ira, se dura nel tempo,
diventa rancore e poi, se non si versa sangue, non si riesce ad allontanarsene. Ecco, vi ho detto la differenza, attenti
bene; avete sentito che cos‟è il primo turbamento, che cos‟è la collera, l‟ira, il rancore. Vedete come da una sola
parola si arriva ad un male così grande? Se fin da principio si fosse rivolto il rimprovero su sé stessi, se non si fosse
voluto giustificarsi e in cambio di una parola sola dirne due o cinque e restituire male per male, si sarebbe potuto
sfuggire a tutti questi mali. Per questo vi dico sempre: quando le passioni sono giovani, tagliatele via prima che
s‟irrobustiscano a vostro discapito e dobbiate poi penare. Una cosa infatti è strappar via una piccola pianta e
un‟altra sradicare un grande albero.

Doroteo di Gaza, Instruct. 8, 89-91

2. La responsabilità della volontà

Perché l‟origine del fatto è la volontà? Giudichino infatti se sono attribuite al caso o alla necessità o
all‟ignoranza quelle cose eccettuate le quali non si sbaglia più se non con la volontà. Stante perciò l‟origine del
fatto, non è essa maggiore rispetto alla pena quanto più importante rispetto alla colpa? Ma neppure allora può
essere liberata da questa colpa, dal momento che qualche difficoltà impedisce che venga effettuata: essa infatti è
attribuita a se stessa, né può essere scusata di quella incapacità di portare a termine, per il fatto che aveva
sacrificato il suo. Infine, in che modo il Signore dimostra di costruire un‟aggiunta alla legge, se non col vietare le
colpe anche della volontà? Quando definisce adultero non solo colui che è andato a compromettersi effettivamente
in un matrimonio altrui, ma anche colui che si è contaminato con la concupiscenza degli occhi? Pertanto, ciò che
non è permesso fare, l‟animo se lo rappresenta con molto pericolo e sconsideratamente manda a vuoto l‟effetto per
mezzo della volontà. Poiché la forza di questa volontà è così grande che, riempiendoci del suo sollievo, cede a
motivo del fatto, sia punita proprio a motivo del fatto. È cosa del tutto inutile dire: «Volevo farlo e tuttavia non l‟ho
fatto»; al contrario, devi fare perché vuoi, oppure non devi volere perché non fai. Ma tu stesso attesti con la tua
coscienza; infatti, se fossi stato bramoso del bene, avresti desiderato compierlo; e d‟altra parte, se non fai il male,
non dovresti neppure desiderarlo: comunque la metti ti sei reso colpevole in quanto o hai voluto il male o non hai
compiuto il bene!

Tertulliano, De Poenit. III, 11-16

3. Quando è lecito punire

Per la gloria di Dio è anche lecito punire. In qual modo, di grazia? Verso i nostri servi spesso ci
commuoviamo; come perciò è lecito punire per Dio? Se vedi uno ubriaco o furibondo - si tratti di un servo, di un
amico o di un prossimo qualsiasi - o uno che corre al teatro, o che non si prende alcuna cura della sua anima, o che
giura, o spergiura, o mentisce: adirati, punisci, richiama, correggi ed avrai fatto tutto questo per Dio. Se vedrai uno
peccare contro di te o che ha trascurato parte dei suoi compiti, perdonagli ciò, ed avrai perdonato per Dio. Ora,
molti, a dire il vero, fanno così quando si tratta di amici, o di servi; quando invece sono loro stessi gli offesi, si
mostrano giudici acerbi e inesorabili; quando poi offendono Dio, o perdono le loro stesse anime, non si fanno di ciò
alcuna ragione. Per contro, devi conquistarti degli amici? Conquistali per Dio. Devi catturare dei nemici? Catturali
per Dio. Ma in che modo amici e nemici si possono conquistare per Dio? Se non collezioniamo tali amicizie per
conquistare ricchezze, avere inviti a banchetti, o per poter conseguire una protezione umana: bensì manteniamo e
acquistiamo quegli amici che possono apportare moderazione al nostro spirito, consigliare cose oneste, riprendere i
peccatori, redarguire i delinquenti, risollevare gli spiantati, recar consiglio o preghiere, e possano ricondurre a Dio.

Viceversa, è lecito farsi dei nemici per Dio. Se vedi uno che è intemperante, empio, pieno di nequizia,
infarcito di opinioni impure, che ti spianta o nutre il desiderio di nuocerti distaccati e ritraiti da lui: così infatti
ordina Cristo: "Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te" (Mt 5,29). Questo appunto prescrisse,
che proprio quegli amici che tieni caro quanto gli occhi, indispensabili in ogni bisogna della vita, tu tagli e getti via.

Crisostomo Giovanni, Hom. in annum novum, 4

4. Spiegazione della celebrazione eucaristica


Poi il diacono dice ad alta voce: «Riconoscetevi l‟un l‟altro e baciatevi a vicenda». Non credere che quel bacio
sia pari a quello che ci si dà tra amici in piazza. Non è un bacio di tal sorta: fonde le anime e promette l‟oblio di
ogni offesa. Questo bacio è dunque segno che le anime sono unite e han deciso di dimenticare ogni oltraggio. Per
questo Cristo disse: "Se offri il tuo dono all‟altare e ivi ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì
il tuo dono all‟altare, e va‟ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna ed offri il tuo dono" (Mt 5,23s). Il bacio
dunque è segno di riconciliazione, e perciò è santo, come in un altro passo esclama san Paolo, dicendo: "Salutatevi
l‟un l‟altro con il bacio santo" (1Co 16,20), e Pietro: "Salutatevi l‟un l‟altro col bacio dell‟amore" (1P 5,14).

Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistag. 5, 2-11.19-20

5. L‟intenzione del cuore

Ammettiamolo pure: l‟occhio si casualmente posato. L‟animo, però non si soffermi con desiderio. Non è colpa
il vedere, ma dobbiamo guardarci che da esso scaturisca il peccato. L‟occhio corporale vede, il pudore dell‟animo,
tuttavia, tenga a freno gli occhi del cuore. Abbiamo il Signore maestro di spiritualità e, a un tempo, di dolcezza. Il
profeta ha detto: "Non guardare alla bellezza di una cortigiana" (Pr 5,3). Il Signore, tuttavia, ha affermato:
"Chiunque guarderà una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28). Non ha
detto: «Chiunque guarderà» ha commesso adulterio, ma «chiunque guarderà per desiderarla». Non vuole imporre
limiti di sorta alla vista, bensì fa questione di sentimento. Santo il pudore che ama tenere a freno gli occhi del
corpo, così che spesso non vediamo addirittura ciò che ci è innanzi. Apparentemente, l‟occhio vede ogni cosa che
gli si pari davanti, ma se non si aggiunge l‟intenzione, questo nostro vedere, di cui la carne ci dà la possibilità,
riesce vano.

Dunque, vediamo con la mente più che con il corpo. La carne abbia pure veduto il fuoco, non teniamoci, però,
la fiamma stretta in grembo, nel segreto, cioè, della mente nell‟intimo dell‟animo. Non facciamo penetrare il fuoco
nelle ossa, non incateniamoci da noi stessi, non parliamo con gente da cui emani ardente la fiamma della colpa.
L‟eloquio della ragazza è nodo che avvince i giovani. Le parole dell‟adolescente sono lacci d‟amore per la
giovinetta.

Ambrogio, De Paenit. 1, 70-71

VII Domenica

47 Letture:

+Lv 19,1-2 19,17-18


1Co 3,16-23

+Mt 5,38-48

1. Non ci viene richiesto il martirio, ma l‟amore del prossimo

Forse qualcuno obietta che oggi non è più il tempo in cui ci sia dato di sopportare per Cristo ciò che gli
apostoli sopportarono ai loro giorni. È vero: non vi sono imperatori pagani, non vi sono tiranni persecutori; non si
versa il sangue dei santi, la fede non è messa alla prova con i supplizi. Dio è contenta che gli serviamo in questa
nostra pace, che gli piacciamo con la sola purità immacolata delle azioni e la santità intemerata della vita. Ma per
questo gli è dovuta più fede e devozione, perché esige da noi meno, pur avendoci elargito di più. Gli imperatori,
dunque, sono cristiani, non c‟è persecuzione alcuna, la religione non viene turbata, noi non veniamo costretti a dar
prova della fede con un esame rigoroso: perciò dobbiamo piacere di più a Dio almeno con gli impegni minori.
Dimostra infatti di essere pronto a imprese maggiori, se le cose lo esigeranno, colui che sa adempire i doveri
minori.

Omettiamo dunque ciò che sostenne il beatissimo Paolo, ciò che, come leggiamo nei libri di religione scritti in
seguito, tutti i cristiani sostennero, ascendendo così alla porta della reggia celeste per i gradini delle loro pene,
servendosi dei cavalletti di supplizio e dei roghi come di scale. Vediamo se almeno in quegli ossequi di religiosa
devozione che sono minori e comuni e che tutti i cristiani possono compiere nella pace più stabile ed in ogni tempo,
ci sforziamo realmente di rispondere ai precetti del Signore. Cristo ci proibisce di litigare. Ma chi obbedisce a
questo comando? E non è un semplice comando, giungendo al punto di imporci di abbandonare ciò che è lo stesso
argomento della lite pur di rinunciare alla lite stessa: "Se qualcuno" - dice infatti -"vorrà citarti in giudizio per
toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello" (Mt 5,40). Ma io mi chiedo chi siano coloro che cedano agli avversari
che li spogliano, anzi, chi siano coloro che non si oppongano agli avversari che li spogliano? Siamo tanto lontani
dal lasciare loro la tunica e il resto, che se appena lo possiamo, cerchiamo noi di togliere la tunica e il mantello
all‟avversario. E obbediamo con tanta devozione ai comandi del Signore, che non ci basta di non cedere ai nostri
avversari neppure il minimo dei nostri indumenti, che anzi, se appena ci è possibile e le cose lo permettono,
strappiamo loro tutto! A questo comando ne va unito un altro in tutto simile: disse infatti il Signore: "Se qualcuno ti
percuoterà la guancia destra, tu offrigli anche l‟altra" (Mt 5,39). Quanti pensiamo che siano coloro che porgano
almeno un poco le orecchie a questo precetto o che, se pur mostrano di eseguirlo, lo facciano di cuore? E chi vi è
mai che se ha ricevuto una percossa non ne voglia rendere molte? È tanto lontano dall‟offrire a chi lo percuote
l‟altra mascella, che crede di vincere non solo percuotendo l‟avversario, ma addirittura uccidendolo.

"Ciò che volete che gli uomini tacciano a voi" - dice il Salvatore - fatelo anche voi a loro, allo stesso modo"
(Mt 7,12). Noi conosciamo tanto bene la prima parte di questa sentenza che mai la tralasciamo; la seconda, la
omettiamo sempre, come se non la conoscessimo affatto. Sappiamo infatti benissimo ciò che vogliamo che gli altri
ci facciano, ma non sappiamo ciò che noi dobbiamo fare agli altri. E davvero non lo sapessimo! Sarebbe minore la
colpa dovuta ad ignoranza, secondo il detto: "Chi non conosce la volontà del suo padrone sarà punito poco. Ma chi
la conosce e non la eseguisce, sarà punito assai" (Lc 12,47). Ora la nostra colpa è maggiore per il fatto che amiamo
la prima parte di questa sacra sentenza per la nostra utilità e il nostro comodo; la seconda parte la omettiamo per
ingiuria a Dio. E questa parola di Dio viene inoltre rinforzata e rincarata dall‟apostolo Paolo, il quale, nella sua
predicazione, dice infatti: "Nessuno cerchi ciò che è suo, ma ciò che è degli altri" (1Co 10,24); e ancora: "I singoli
pensino non a ciò che è loro, ma a ciò che è degli altri" (Ph 2,4). Vedi con quanta fedeltà abbia egli eseguito il
precetto di Cristo: il Salvatore ci ha comandato di pensare a noi come pensiamo agli altri, egli invece ci comanda di
badare più ai comodi altrui che ai nostri. È il buon servo di un buon Signore e un magnifico imitatore di un Maestro
unico: camminando sulle sue vestigia ne rese, quasi, più chiare e, scolpite le orme. Ma noi cristiani facciamo ciò
che ci comanda Cristo o ciò che ci comanda l‟Apostolo? Né l‟uno né l‟altro, credo. Siamo tanto lungi tutti noi da
offrire agli altri qualcosa con nostro incomodo, che badiamo sommamente ai nostri comodi, scomodando gli altri.

Salviano di Marsiglia, De gubernatione, 3, 5-6

2. La pagliuzza e la trave

Ma io che predico eseguo forse le cose che predico? Miei fratelli, le eseguo se prima le attuo in me stesso, e le
attuo in me stesso se dal Signore ricevo [il dono di attuarle]. Ecco, le eseguo: odio i miei vizi, offro il mio cuore al
mio medico perché lo risani; gli stessi vizi per quanto mi è possibile perseguito, ne gemo, riconosco che sono in me
ed, ecco, me ne accuso. Tu che vorresti rimproverarmi, correggi te stesso. La giustizia è infatti questa: che non ci si
possa dire: "Vedi la pagliuzza nell‟occhio di tuo fratello e non vedi la trave che è nell‟occhio tuo? Ipocrita, togli
prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai di togliere la pagliuzza dall‟occhio di tuo fratello" (Mt 7,3-4). L‟ira è una
pagliuzza, l‟odio è una trave. Ma alimenta la pagliuzza e diventerà una trave . Un‟ira inveterata diventa odio: una
pagliuzza accresciuta diviene una trave. Affinché pertanto la pagliuzza non divenga trave, "non tramonti il sole
sopra la vostra ira" (Ep 4,26). Vedi, t‟accorgi di esser divorato dall‟odio, e vorresti riprendere chi è adirato?
Liberati prima dall‟odio e farai bene a rimproverare chi è in preda all‟ira. Costui ha nell‟occhio una pagliuzza, tu
hai una trave. Se in effetti tu sei pieno di odio, come farai a vedere colui al quale devi togliere [la pagliuzza]? Nel
tuo occhio c‟è una trave. E perché nel tuo occhio c‟è una trave? Perché hai preso alla leggera la pagliuzza che vi era
nata: con quella ti addormentasti, con quella ti levasti, la facesti sviluppare nel tuo intimo, la innaffiasti con sospetti
infondati. Credendo alle parole degli adulatori e di coloro che ti riferivano parole cattive sul conto del tuo amico
incrementasti la pagliuzza, non la strappasti via. Col tuo affetto la facesti diventare trave. Togli dal tuo occhio
questa trave! non odiare il tuo fratello. Ti spaventi o non ti spaventi? Io ti dico di non odiare e tu rimani
tranquillo..., e rispondendo mi dici: Che significa odiare? E che male c‟è se un uomo odia il suo nemico? Tu odii il
tuo fratello! Se prendi alla leggera l‟odio, ascolta come non fai caso alle parole: "Chi odia il suo fratello è un
omicida" (1Jn 3,15). Chi odia è un omicida. Non ti sei procurato del veleno; ma forse che per questo puoi dirmi:
Che c‟entro io con l‟essere omicida? "Chi odia è omicida". Non ti sei procurato il veleno, non sei uscito di casa con
la spada per colpire il tuo nemico, non ti sei comprato l‟esecutore del delitto, non hai programmato né il luogo né il
tempo. E, infine, il delitto effettivamente non l‟hai compiuto. Hai solamente odiato. Eppure, hai ucciso: ucciso te
prima dell‟altro [che odiavi] . Amate dunque la giustizia e non nutrite odio se non contro i vizi. Quanto alle
persone, amate tutti. Se vi comporterete così e praticherete questa giustizia, preferirete cioè che gli uomini, anche se
viziosi, siano piuttosto risanati che non condannati, compirete opere buone nella vigna [del Signore]. Occorre però
che a questo vi esercitiate, o miei fratelli.

Ecco, terminato il discorso si darà il congedo ai catecumeni e resteranno solo i fedeli. Si giungerà al momento
della preghiera. Voi sapete dove si giungerà. Che diremo a Dio in antecedenza? "Rimetti a noi i nostri debiti come
anche noi li rimettiamo ai nostri debitori" (Mt 6,12). Fate presto a rimettere, fate presto! Dovrete infatti arrivare a
queste parole della preghiera. Come farete a dirle? e come farete a non dirle? Alla fin delle fini la mia domanda è
questa: Le direte o non le direte? Odii, e le dici? Mi replicherai: Allora non le dico. Preghi, e non le dici? Odii, e le
dici? Preghi, e non le dici? Via, presto, rispondi! Ma se le dici, mentisci; se non le dici, resti senza meriti.
Controllati, esaminati. Ecco, ora dovrai pronunziare la tua preghiera: perdona con tutto il cuore. Vorresti altercare
con il tuo nemico; intenta prima la lite al tuo cuore. Ripeto: Alterca, alterca col tuo cuore! Di‟ al tuo cuore: Non
odiare! Ma il tuo cuore, il tuo spirito, continua con l‟odio. Di‟ alla tua anima: Non odiare! Come farò a pregare,
come dirò: "Rimetti a noi i nostri debiti?" Questo veramente lo potrei dire, ma come potrò dire il seguito: "Come
anche noi?" Cosa? "Come anche noi rimettiamo". Dov‟è il tuo cristianesimo? Fa‟ ciò che dici: "Come anche noi".
Ma la tua anima non vuol perdonare, e si rattrista perché le dici di non portar odio. Rispondile: "Perché sei
triste, anima mia, e perché mi turbi?" (Ps 41,6). "Perché mi turbi?", o: "Perché sei triste?" Non odiare per non
portarmi alla perdizione. "Perché mi turbi? Spera in Dio". Sei nel languore, aneli, ti opprime l‟infermità. Non sei in
grado di liberarti dall‟odio. Spera in Dio, che è medico. Egli per te fu sospeso a un patibolo e ancora non si vendica.
Come vuoi tu vendicarti? Difatti in tanto odii in quanto ti vorresti vendicare. Guarda al tuo Signore pendente [dalla
croce]; guardalo così sospeso e quasi in atto d‟impartire ordini dall‟alto di quel legno-tribunale. Guardalo mentre,
sospeso, prepara a te malato la medicina ricavata dal suo sangue. Guardalo sospeso! Vuoi vendicarti? Lo vuoi
davvero? Guarda a colui che pende [dalla croce] e ascolta ciò che dice: "Padre, perdona loro perché non sanno
quello che fanno" (Lc 23,34).

Agostino, Sermo 49, 7-9

VIII Domenica

48 Letture:

+Is 49,14-15

1Co 4,1-5

+Mt 6,24-34

1. Possesso e uso delle ricchezze

Disprezza le ricchezze, se vuoi possedere le ricchezze; sii povero, se vuoi essere ricco. Tali sono infatti gli
inattesi beni di Dio, egli vuole che non per tuo studio, bensì per sua grazia, tu diventi ricco. Lascia a me - egli dice -
codeste cose: tu cura le cose dello spirito, per apprendere la mia potenza: fuggi dal giogo e dalla schiavitù delle
ricchezze. Fintanto che le tratterrai in tal modo, sarai povero: allorché invece le disprezzerai, sarai doppiamente
ricco; e perché ti perverranno da ogni dove, e perché nulla ti mancherà di quanto invece sono carenti i più. Non è
infatti il possedere a dismisura che fa ricco, bensì il non mancare di troppe cose. Perciò, quando c‟è l‟indigenza, il
re in nulla differisce dal povero: la povertà infatti è questo aver bisogno degli altri: proprio per questa ragione il re
sia povero, poiché necessita del servizio dei sudditi. Non così per chi è stato crocifisso: di nessuno ha bisogno; al
vinto sono sufficienti le proprie mani: "Alle mie necessità, infatti" - egli dice -, "ed a quelle di coloro che sono con
me, hanno provveduto queste mie mani" (Ac 20,34). Queste cose dice chi, altrove, afferma: "Quasi come chi non
ha nulla, e tutto possiede" (2Co 6,10); proprio lui che a Listra ritenevano che fosse un dio. Se vuoi conseguire le
cose del mondo, cerca il cielo se vuoi fruire delle cose presenti, disprezzale: senza equivoci, infatti, dice [Gesù]:
"Cercate prima di tutto il regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta" (Mt 6,33). Perché ti soffermi sulle
piccole cose? Perché resti a bocca aperta davanti a cose di nessun valore? Fino a quando sarai povero e mendico?
Guarda il cielo pensa alle ricchezze di lassù: fatti beffe dell‟oro, apprendi quale sia il suo vero uso. Nella vita
presente - che scorre come rena -, fruiamo soltanto di esso, perciò quasi goccia in paragone all‟immensità
dell‟abisso, di tanto si differenziano le cose presenti in raffronto alle future. Qui non si tratta di possesso, ma di uso,
e non neppure possesso in senso proprio: Come mai, infatti, al momento del tuo estremo respiro, che tu lo voglia o
no, altri ricevono tutto, e questi a loro volta danno ad altri, che poi daranno ad altri ancora? Tutti in effetti siamo di
passaggio, e il padrone di casa è necessariamente più privilegiato del servo: spesso peraltro, morto quegli, il servo
rimane, e si gode la casa molto più a lungo di lui. Ma se questi con mercede, anche quello in precedenza con
mercede: costruì infatti, mettendo pietra su pietra con grande fatica e impegno. Solo al Verbo appartengono i
domini: infatti nella verità della cosa tutti siamo padroni degli altri. Sono nostre solo quelle cose che abbiamo
mandato lassù innanzi a noi: quelle che sono quaggiù, non sono nostre bensì dei viventi; anzi ci lasciano quando
siamo ancora vivi. Sono nostre soltanto quelle cose che sono opere d‟un‟anima nobile quale l‟elemosina, la
benignità.

Queste cose son dette esterne anche tra gli stranieri: infatti sono fuori di noi. Dunque facciamo in modo che
stiano dentro. Non possiamo infatti partire da qui portandoci dietro le ricchezze, però possiamo emigrare portando
con noi l‟elemosina: anzi, a dire il vero, la mandiamo innanzi, per prepararci un abitacolo nella dimora eterna.

Crisostomo Giovanni, In Epist. I ad Timoth. 3

2. La fede nella Provvidenza

Come la retta educazione dell‟individuo così anche quella del genere umano, per quanto riguarda il popolo di
Dio, progredì attraverso traguardi di tempi, in analogia allo sviluppo delle età, affinché si formasse dalle cose
divenienti all‟apprendimento delle cose eterne e dalle visibili a quello delle invisibili. Quindi anche in quel tempo
in cui da Dio si promettevano ricompense visibili, si inculcava che si deve adorare un solo Dio. Così l‟intelligenza
umana, anche per quanto riguarda gli stessi beni terreni della vita che fugge, si doveva sottomettere soltanto al vero
Creatore e Signore dell‟anima. È irragionevole infatti chi nega che tutte le cose, che gli angeli e gli uomini possano
concedere agli uomini, sono in potere di un solo Onnipotente. Il platonico Plotino ammette senza esitazione la
provvidenza e dimostra dalla bellezza dei fiori e delle piante che essa dal sommo Dio, che ha bellezza
ineffabilmente intelligibile, giunge fino alle cose più basse della terra. Dichiara che tutte queste cose spregevoli ed
estremamente precarie possono avere i gradi convenienti delle proprie forme soltanto se le ricevono dall‟essere in
cui permane la forma intelligibile e non diveniente che ha in atto la totalità dell‟essere. Gesù lo dichiara con le
parole: "Osservate i gigli del campo, non lavorano e non tessono. Ma io vi dico che neanche Salomone in tutta la
sua gloria vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così un‟erba del campo che oggi è e domani si getta nel
braciere, quanto più voi, uomini di poca fede?" (Mt 6,28-29). Giustamente quindi l‟anima ancora legata ai terreni
desideri si abitua ad attendere soltanto dall‟unico Dio i beni infiniti della terra che desidera nel tempo, perch‚
indispensabili alla vita che fugge, ma spregevoli al confronto con i beni della vita eterna. Così, pur nel desiderio dei
beni terreni, non si allontana dal culto a lui che deve raggiungere disprezzandoli e volgendosi in senso contrario ad
essi.

Agostino, De civit. Dei, 10, 14

3. Considerate i gigli dei campi...


Ma quale spettacolo è quello di un campo in pieno rigoglio, quale profumo, quale attrattiva, quale
soddisfazione per i contadini! Come potremmo spiegarlo degnamente con le nostre parole? Ma abbiamo la
testimonianza della Scrittura dalla quale vediamo paragonata la bellezza della campagna alla benedizione e alla
grazia dei santi, quando Isacco dice: "L‟odore di mio figlio è l‟odore d‟un campo rigoglioso" (Gn 27,27). Perché
descrivere le viole dal cupo colore purpureo, i candidi gigli, le rose vermiglie, le campagne tinte ora di fiori color
d‟oro ora variopinti ora color giallo zafferano, nelle quali non sapresti se rechi maggior diletto il colore dei fiori o il
loro profumo penetrante? Gli occhi si pascono di questa gradevole visione e intorno ampiamente si sparge il
profumo che ci riempie del suo piacevole effluvio. Perciò giustamente il Signore dice: "E la bellezza del campo è
con me (Ps 49,11). È con lui, perché ne è l‟autore: quale altro artefice infatti avrebbe potuto esprimere una così
grande bellezza nelle singole creature? "Considerate i gigli del campo" (Mt 6,28), quale sia il candore dei loro
petali, come questi, l‟uno stretto all‟altro, si rizzino dal basso verso l‟alto in modo da riprodurre la forma d‟un
calice, come nell‟interno di questo risplenda quasi un bagliore d‟oro che, difeso tutt‟intorno dalla protezione dei
petali, non è esposto ad alcuna offesa. Se si cogliesse questo fiore e si sfogliassero i suoi petali, quale mano di
artista sarebbe così abile da ridargli la forma del giglio? Nessuno saprebbe imitare la natura con tanta perfezione da
presumere di ricostituire questo fiore, cui il Signore diede un riconoscimento così eccezionale da dire: "Nemmeno
Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno di questi" (Mt 6,29). Un sovrano ricchissimo e sapientissimo è
giudicato da meno della bellezza di questo fiore.

Ambrogio, Hexamer. 3, 36

4. Fidarsi della sapienza di Dio

Gesù Cristo non ci ha invitato a considerare il volo degli uccelli, nè ci ha proposto di imitarli nel volo, il che
non è possibile agli uomini; ma ci ha mostrato come essi si nutrono senza alcuna preoccupazione, cosa che anche
noi possiamo fare se lo vogliamo. L‟esempio dei santi, che hanno confermato questo precetto con le opere, ne è una
prova. Ebbene, è ammirevole la saggezza del legislatore divino che, pur potendo proporre l‟esempio di tanti
eccellenti uomini, come Mosè, Elia, Giovanni Battista e tanti altri, che non si sono per niente affannati per
procurarsi il cibo, preferisce ricordare l‟esempio degli uccelli, allo scopo di toccare i suoi ascoltatori in modo più
forte ed efficace. Se avesse parlato di quei giusti, essi avrebbero ben potuto rispondere di non avere ancora
raggiunto la loro virtù. Ma tacendo di questi e proponendo invece l‟esempio degli uccelli, essi non possono addurre
nessuna scusa. Anche in questo punto, egli segue la traccia della legge antica. Il Vecchio Testamento, infatti,
suggerisce agli uomini l‟esempio dell‟ape, della formica, della tortora e della rondine (Si 11,31). E non è del resto
un mediocre motivo di gloria per l‟uomo poter acquisire con la libera scelta della volontà ciò che questi animali
compiono, spinti dall‟istinto naturale. Se Dio, dunque, si prende tanta cura per questi animali che egli ha creato per
noi, quanto più se ne prenderà per noi stessi? Se veglia sui servi, quanto più veglierà sul padrone?

Ecco perché, dopo averci invitati a osservare gli uccelli dell‟aria, non aggiunge che essi non si occupano di
traffici e di altri commerci che sono riprovati; dice che essi "non seminano nè mietono" (Mt 6,26). Ma come? - voi
mi direte - non si dovrà dunque più seminare? Cristo non proibisce di seminare, ma dice -ripeto - che non dobbiamo
affannarci anche per quanto ci è necessario. Non ci vieta di lavorare, ma non vuole che siamo senza fiducia e che ci
maceriamo nell‟inquietudine e nelle preoccupazioni. Ci comanda infatti di nutrirci: ma non vuole che tale pensiero
ci tormenti e crei difficoltà allo spirito. Già molto tempo prima, David aveva sottolineato questa verità, anche se un
po‟ enigmaticamente, affermando: "Tu apri la mano e colmi di favore ogni vivente" (Ps 144,16); e altrove: "Colui
che dà il loro cibo alle bestie, e ai piccoli corvi ciò che domandano (Ps 146,9). Ma quale uomo è mai esistito - voi
mi direte - che sia stato esente da queste preoccupazioni? Ebbene, vi rispondo, non vi ricordate di tutti quei giusti
che vi ho nominato poco fa? Non vi ricordate, insieme a loro, che anche Giacobbe, il patriarca, uscì nudo dal suo
paese e disse: "Se il Signore mi dà pane per mangiare e abiti per coprirmi..." (Gn 28,20)? E con queste parole egli
mostrava chiaramente di non essere preoccupato, ma che chiedeva e si aspettava tutto da Dio. Nello stesso modo si
comportarono con fortezza gli apostoli, che abbandonarono ogni loro bene e non si diedero pensiero di niente.
Abbiamo visto poi quelle cinquemila persone e poi le altre tremila, che ottennero il cibo da Dio, senza darsi alcun
affanno (Ac 2,41).

Se dopo tutti questi argomenti e tutti questi esempi, non siete ancora capaci di sciogliere le dure catene che vi
legano, liberatevi dall‟affanno almeno riconoscendone l‟inutilità. "Chi di voi", infatti, "con l‟affannarsi può
aggiungere alla sua età una spanna"? (Mt 6,27) - aggiunge Cristo. Vedete come egli si serve ora di un paragone
chiaro e comprensibile, per far capire una verità oscura e nascosta. Pur dandovi da fare - egli dice - voi non potete
far crescere neppure un poco il vostro corpo; ebbene, allo stesso modo non potete neppure con tutte le
preoccupazioni e gli affanni assicurarvi il cibo. Con queste parole Gesù ci fa vedere con estrema chiarezza che non
è affatto la nostra cura, ma soltanto la provvidenza di Dio che compie tutto, anche in quelle cose in cui sembra che
noi abbiamo parte attiva. Se Dio infatti ci abbandonasse, nessuna cosa più sussisterebbe e periremmo tutti
inevitabilmente con i nostri affanni, le nostre inquietudini e le nostre fatiche.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 21, 3

IX Domenica

49 Letture:

+Dt 11,18 11,26-28

Rm 3,21-25 3,28

+Mt 7,21-27

1. La necessità delle opere

"Non chiunque mi dice: «Signore, Signore! «, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre
mio che è nei cieli" (Mt 7,21). Prima ha detto che coloro i quali manifestano esteriormente una vita onesta non
debbono essere accolti se le loro dottrine sono malvagie; ora, al contrario, afferma che non si deve dar credito a
coloro i quali, mentre possono vantare l‟integrità della loro fede, vivono disonestamente, distruggendo con le loro
malvagie opere la purezza della dottrina. L‟una e l‟altra virtù è infatti necessaria ai servi di Dio, in modo che le
opere siano confermate dalle parole, e le parole dalle opere. A quest‟affermazione potrebbe sembrar contraria
l‟altra che dice: "Nessuno può dire: «Signore Gesù», se non nello Spirito Santo" (1Co 12,3). Ma è consuetudine
delle Scritture riconoscere alle parole lo stesso valore dei fatti, affinché risultino palesi nelle loro conseguenze, e
respingere coloro che, senza addurre opere, si vantano di possedere la conoscenza del Signore, e perciò si sentono
dire dal Salvatore: "Andate via da me, operatori di iniquità! Io non vi conosco" (Lc 13,27). Nello stesso senso si
esprime l‟Apostolo: "Confessano di conoscere Dio, ma coi fatti lo negano" (Tt 1,16).

"Molti in quel giorno mi diranno: - Signore, Signore, non abbiamo noi profetato in tuo nome? Non abbiamo
cacciato i demoni in nome tuo? E non abbiamo nel tuo nome fatto molti prodigi?" (Mt 7,22). Il profetare, il
compiere miracoli e lo scacciare demoni talvolta non rivelano i meriti di chi tali cose compie: è l‟invocazione del
nome di Cristo che rende possibili tali fatti che vengono concessi a condanna di coloro che invocano Cristo e a
vantaggio di quanti ne sono testimoni. Coloro che compiono i miracoli, anche se disprezzano gli uomini, tuttavia
sempre onorano Dio, nel cui nome i prodigi si compiono. Infatti anche Saul, e Balaam, e Caifa, profetarono, senza
sapere ciò che dicevano, e il Faraone e Nabucodonosor conobbero in sogno il futuro. Negli Atti degli Apostoli,
anche i figli di Sceva sembrano scacciare i demoni (Ac 19,14). E anche Giuda, l‟apostolo con l‟animo del traditore,
compì, si narra, molti miracoli insieme con gli altri apostoli.

"Ma allora confesserò a essi chiaramente: - Io non vi ho mai conosciuto" (Mt 7,23). Opportunamente dice
«confesserò «perché è da molto tempo che si tratteneva dal dire: «Io non vi ho mai conosciuto». Il Signore infatti
non conosce coloro che si perdono. E osserva che egli aggiunge: «Io non vi ho mai conosciuto», perché come si
afferma, l‟uomo, in quanto tale, fa parte delle creature razionali.

"Allontanatevi da me, voi che operate l‟iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in
pratica, sarà paragonato a un uomo prudente, che edificò la sua casa sulla roccia" (Mt 7,23-24). Non ha detto: «voi
che avete operato l‟iniquità», ma: «voi che operate l‟iniquità», cioè voi che fino a questo momento, cioè fino al
momento del giudizio avete ancora desiderio di peccare, anche se non ne avete più la facoltà.

Girolamo, In Matth. I, 7, 21-23

2. Ascoltare e vivere la parola

"Gli ascoltatori della parola edificano gli uni sulla roccia, gli altri sulla sabbia."

Non vogliate perciò, fratelli miei, tradire voi stessi, dal momento che siete accorsi con diligenza ad ascoltare la
parola, se non praticate ciò che ascoltate, venendo meno. Pensate che se è bello ascoltare, lo è ancor di più
praticare. Se non ascolti, trascuri l‟ascolto e nulla edifichi. Se ascolti e non fai, edifichi la tua rovina. Su questo
argomento è stata proposta una parabola congruentissima da Cristo Signore: "Chi ascolta", egli dice, "queste mie
parole, e le mette in pratica, lo paragonerò ad un uomo prudente che costruisce la sua casa sulla roccia. Venne la
pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e imperversarono su quella casa, ma essa non cadde". Perché non
cadde? "Era infatti fondata sulla roccia" (Mt 7,24-27). Quindi, ascoltare e mettere in pratica significa edificare sulla
roccia. L‟ascolto stesso in effetti è un edificare. "Chi però", egli continua, "ascolta queste mie parole, e non le mette
in pratica, lo paragonerò ad un uomo stolto che edifica". Anche lui edifica. Cosa edifica? Ecco, "edifica la sua
casa": ma poiché non pratica ciò che ascolta, pur ascoltando "edifica sulla sabbia" (Mt ). Quindi è sulla sabbia che
costruisce chi ascolta e non mette in pratica; sulla roccia, chi ascolta e mette in pratica; né sulla sabbia, né sulla
roccia, chi neppure ascolta. Sta‟ attento, però, a ciò che segue: "Venne la pioggia, strariparono i fiumi soffiarono i
venti e imperversarono su quella casa, ed essa cedde: e grande fu la sua rovina" (Mt ). Spettacolo miserevole!

"Non ascoltare, quasi non edificare, è male". Qualcuno può dire: Visto che non costruirò, a che mi serve
ascoltare? Ascoltando infatti e non praticando - argomenta costui -, edificherò la mia rovina. Non è più sicuro non
ascoltare affatto? Senza dubbio, il Signore non volle toccare questa parte nella parabola proposta, ma la lasciò
al;‟intelligenza dei singoli. In questo mondo, infatti, pioggia venti e fiumi non riposano. Non vuoi costruire sulla
roccia, perché così, venendo, non ti distruggano? Non vuoi costruire sulla sabbia, perché venendo non trovino da
distruggere la casa? Quindi, senza alcun tetto, poiché non ascolti, rimarrai tale e quale. Viene la pioggia, straripano
i fiumi: pensi forse di sentirti sicuro, perché sei trovato nudo? Considera perciò quale parte sceglierai per te. Non
sarai, come pensi, sicuro non ascoltando: sarà giocoforza per te, nudo e senza alcun tetto, esser coperto, trascinato
via e sommerso. Se quindi è un male costruire sulla sabbia, è un male altresì non costruire nulla. È male perciò non
ascoltare; male è ascoltare e non mettere in pratica: non rimane che ascoltare e mettere in pratica. "Siate praticanti
della parola e non soltanto ascoltatori, ingannando voi stessi" (Jc 1,22).

"L‟ascoltatore non considera i difetti del predicatore per non addurli come scuse". Dopo questa esortazione, ho
paura non di non erigere con la parola, bensì di abbattere con la disperazione. Può darsi, infatti, che qualcuno -
magari uno, o due, o addirittura molti, in questa vostra presenza tanto frequente -, mi giudica e dice: Vorrei sapere
se costui che mi parla, mette poi in pratica lui stesso tutto ciò che ascolta, o dice solo agli altri di fare. A costui
rispondo: "A me però nulla importa essere giudicato da voi, o da un consesso umano (1Co 4,3). In effetti, già da me
e per altro verso, ciò che ora sono posso saperlo; cosa sarò in avvenire, lo ignoro. Ma a te da me, chiunque tu sia
che ti agiti tanto, il Signore ha dato certezza. Se infatti faccio ciò che dico, o ascolta, "siate miei imitatori, come
anch‟io lo sono di Cristo" (1Co 4,16). Se, al contrario, dico e non faccio, ascoltate il Signore: "Ciò che vi dicono,
fate; non fate però quello che fanno" (Mt 23,3). Così, se di me senti dir bene, lodami; se senti dir male, accusami,
ma non scusarti. In che modo, infatti, ti scuserai se contro un cattivo predicatore della verità che ti dice la parola di
Dio, pur facendo le sue cattive opere, tu ritorci l‟accusa; quando il tuo Signore, il tuo Redentore, colui che ha
pagato il prezzo, aggregandoti alle sue schiere e facendoti da suo servo fratello suo, non ti lasci trascinar via e ti
dica: "Ciò che vi dicono, fate, non fate però ciò che fanno?" "Dicono infatti", egli aggiunge, "e non fanno" (Mt
23,3). Dicono bene e fanno male: tu ascolta il bene e non fare il male.

Agostino, Sermo 179, 8-10

3. I cristiani che amano il mondo e quelli che lo disprezzano

Potrei dimostrare quale differenza ci sia fra i cristiani che amano questo mondo e coloro che lo disprezzano,
anche se gli uni e gli altri si chiamano fedeli. Gli uni e gli altri sono stati purificati dal medesimo lavacro del sacro
fonte, iniziati e consacrati con gli stessi sacri misteri; gli uni e gli altri sono non solo uditori, ma anche predicatori
del medesimo Vangelo; eppure non sono ugualmente partecipi del regno e della luce di Dio, né eredi della vita
eterna, che sola è beata. In verità Gesù, nostro Signore, stabilì non una sottile linea divisoria, ma una gran
differenza non già tra gli uditori delle sue parole e coloro che non l‟ascoltano, ma proprio tra coloro che l‟ascoltano.
"Chi ascolta" - dice - "le mie parole e le mette in pratica, lo paragonerò ad un saggio, che edificò la sua casa sulla
roccia: cadde la pioggia, vennero addosso i fiumi, soffiarono i venti, si abbatterono contro quella casa, ma essa non
rovinò, poiché era fondata sulla roccia. Chi invece ascolta le mie parole ma non le mette in pratica, lo paragonerò a
uno stolto, che edificò la sua casa sull‟arena: cadde la pioggia, vennero addosso i fiumi, soffiarono venti, si
abbatterono contro quella casa e cadde, e avvenne una grande rovina" (Mt 7,24-27). Ascoltare quelle parole
significa dunque edificare. In questo sono alla pari gli uni e gli altri, ma nel mettere o non mettere in pratica ciò che
ascoltano sono tanto diversi, quanto un edificio basato sulla solidità della roccia è diverso da quello che, privo di
fondamenta, è travolto dalla facile mobilità dell‟arena. Ecco perché chi non ascolta non si procaccia un bene più
sicuro, poiché, non edificando nulla, resta senza alcun riparo e si espone molto più facilmente ad essere travolto,
trascinato e sbattuto via dalle piogge, dai fiumi e dai venti.

Agostino, Epist. II, 127, 7

4. È necessario essere umili

Egli, infatti, apprezza ed ama la bocca degli uomini umili e miti più di quella dei profeti. "Molti mi diranno:
Non abbiamo profetato nel tuo nome? Ed io risponderò: Non vi conosco" (Mt 7,22). Ma la bocca di Mosè, che era
assai umile e mansueto - Mosè, dice infatti la Scrittura, "era l‟uomo più mite fra tutti gli uomini che vivevano sulla
terra" (Nb 12,3) - Dio l‟apprezzava e l‟amava talmente da dire che con lui parlava faccia a faccia, bocca a bocca,
come un amico al suo amico (Nb 12,8). Ora, tu non comandi ai demoni, ma se la tua bocca sarà simile a quella di
Cristo, allora tu potrai comandare al fuoco dell‟inferno.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 78, 3-4

5. Costruire sulla roccia (Mt 7,24-27)

A me, venuto accanto a Te con la fede,

E ascoltatore della parola di Vita,

Accorda la grazia di costruire, come si conviene,

Su di Te, Roccia incrollabile,

Affinché, quando i venti soffieranno del Maligno

E sopravverranno i torrenti della prova


Non siano scossi i fondamenti della mia casa

Come quelli dell‟insensato, (poggiati) sulla sabbia.

Nerses Snorhali, Jesus, 435-436

X Domenica

50 Letture:

+Os 6,3-6

Rm 4,18-25

+Mt 9,9-13

1. Gesù chiama i peccatori

Gesù, compiuto il miracolo, non rimane là per non accendere ancora di più, con la sua presenza, l‟invidia dei
farisei, ma cede di fronte ad essi e si ritira smorzando così la loro passione. Anche noi imitiamo il suo esempio, non
trattenendoci con i nostri avversari; cerchiamo di lenire la loro ferita, cedendo e allentando la tensione.

Ma perché - voi mi chiederete - Cristo non chiamò Matteo insieme con Pietro, Giovanni e gli altri? Il Signore
si era presentato a quegli apostoli quando sapeva che essi avrebbero risposto alla sua chiamata. Così chiama
Matteo, quando è ben sicuro che lo seguirà. Per lo stesso motivo pescherà Paolo dopo la sua risurrezione. Colui che
conosce i cuori e i segreti pensieri di ognuno, ben sapeva il momento in cui ciascuno di questi avrebbe ascoltato la
sua chiamata. Perciò Gesù non chiamò Matteo all‟inizio, quando ancora non era ben disposto, ma lo chiama ora
dopo tanti miracoli, quando ormai la sua fama s‟è diffusa e sa che il pubblicano è meglio preparato a rispondere al
suo invito .

Ma è anche giusto ammirare la filosofia dell‟apostolo che non nasconde la sua vita passata, e precisa anzi il
suo nome mentre gli altri evangelisti lo sostituiscono con un altro nome (Mc 2,14 Lc 5,27).
Perché Matteo riferisce che era seduto al banco dei gabellieri? Lo fa per porre in risalto la potenza di colui che
lo chiama prima ancora ch‟egli abbia rinunziato e abbandonato la sua disonorante professione e lo trascina fuori
dalle indegne attività in cui era immerso. In modo analogo il Signore convertirà anche il beato Paolo, mentre pieno
di furore e di rabbia getta fuoco contro i cristiani... Del resto, il Signore chiamò anche i pescatori mentre erano
occupati nel loro lavoro. Il loro mestiere, però, non aveva niente di disonorevole, ma era l‟occupazione di uomini
rustici, schietti e del tutto semplici. L‟attività del pubblicano era invece assai vergognosa e veniva esercitata con
arroganza; si trattava di un impudente traffico che procacciava un illecito guadagno, di un vero e proprio furto,
praticato sotto la protezione della legge. Malgrado questo, Cristo non si vergogna di chiamare Matteo. E perché
stupirci che Cristo non abbia avuto vergogna di chiamare un pubblicano, quando non solo non si vergognò di
chiamare una donna peccatrice, ma le permise anche di baciare i suoi piedi e di bagnarli con le sue lacrime? (Lc
7,36-50). Proprio per questo Gesù era venuto: non solo per curare i corpi dalle loro infermità, ma per guarire anche
le anime dalle loro iniquità .

Crisostomo Giovanni, In Matth. 30, 1

2. Riconoscersi peccatori davanti a Dio

"Mentre sedeva a mensa in casa, dice l‟evangelista, sopraggiunsero pubblicani e peccatori e si misero a tavola
con lui e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, però, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro
mangia insieme ai pubblicani e a peccatori?"» (Mt 9,10-11). Si giudica Dio; [ci si chiede] perché inclina verso
l‟uomo, perché si volge al peccatore, perché è avido del penitente, perché ha sete del ritorno dei peccatori, perché
accetta i carri processionali della misericordia, perché beve la coppa della pietà. Fratelli, Cristo venne per il pranzo,
venne al convito la vita, per far convivere seco i destinati alla morte; giacque la risurrezione, perché risorgessero
dai sepolcri coloro che giacevano morti; si pose a mensa l‟indulgenza, per sollevare i peccatori al perdono. La
divinità venne all‟umiltà, perché l‟umanità arrivasse alla divinità, venne il giudice al pasto dei rei, perché il reo
pervenisse ad una sentenza di umanità; venne il medico tra i languenti, per ristabilire, mangiando insieme con loro,
gli sfiniti. Chinò le sue spalle il buon pastore, per riportare ai salutari ovili la pecora smarrita. Ma il fariseo detesta
tutto ciò; egli sottilizza; ritiene che il pranzo del Signore non sia di virtù, ma del ventre; non dello spirito, ma della
carne; non della bontà divina, ma della volontà umana; di lusso terreno, non di celeste grazia. Così, così si vede, chi
non vede Dio. Chi può asserire che il medico si rivolge ai morti, se non il nemico dell‟umana salvezza? Chi
rimprovera il pastore che porta la pecora stanca, se non chi non conosce l‟amore del redditizio gregge? Chi accusa
di pietà il giudice, se non chi è ormai disperato? Chi, se non il sacrilego, disprezza la comunione di Dio? Chi ha
orrore dell‟indulgenza, se non il crudele?

"Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori"? (Mt 9,11). E chi è peccatore, se non
chi nega di essere peccatore? Anzi, è maggiormente peccatore, o per meglio dire e lo stesso peccato, chi non si
conosce come peccatore. E chi è ingiusto, se non chi si ritiene giusto? Tu hai letto, o fariseo: "Nessun vivente è
giusto al tuo cospetto" (Ps 142,2). Finché rimaniamo "nel nostro corpo mortale" (Rm 6,12), e prevale in noi la
fragilità, anche se vinciamo i peccati di azione, non siamo però in grado di vincere i peccati di pensiero e di fuggire
le ingiustizie. E anche supponendo di evitare la soggezione del corpo, nonché di pervenire al dominio della cattiva
coscienza, come possiamo abolire le colpe di negligenza e i peccati di ignoranza? O fariseo, confessa il peccato,
perché tu possa accedere alla mensa di Cristo; perché Cristo ti sia pane, e quel pane si spezzi in perdono dei
peccati; perché sia bevanda Cristo, che viene effusa in remissione dei tuoi delitti. O fariseo, siedi a pranzo con i
peccatori, perché tu possa desinare con Cristo. Riconosciti peccatore, affinché Cristo pranzi con te. Entra con i
peccatori al convito del tuo Signore, perché tu possa non esser più peccatore. Entra nella casa della misericordia
con il perdono di Cristo, perché tu non venga con la tua giustizia punito e buttato fuori dalla casa della
misericordia. Conosci Cristo, ascolta Cristo, ascolta il tuo Signore, ascolta il Medico celeste che confuta
perentoriamente le tue calunnie: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati" (Mt 9,12). Se vuoi
la cura, riconosci il malanno. "Non son venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,13). Se aneli alla
misericordia, confessa il peccato.

"Andate", egli soggiunge, "imparate cosa significa: Voglio la misericordia e non il sacrificio" (Mt 9,13 Os
6,6). Cristo vuole la misericordia, non il sacrificio. O meglio, quale sacrificio cerca chi, per cercarti, si fece
sacrificio per eccellenza? "Non venni a chiamare i giusti, ma i peccatori (Os )". Così dicendo, egli non respinge i
giusti, ma è perché trova tutti peccatori. Ascolta il salmista: "Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se
esiste un saggio; se c‟è uno che cerca Dio. Tutti hanno traviato, son divenuti tutti corrotti: più nessuno compie il
bene, neppure uno" (Ps 13,2-3). Fratelli, cerchiamo di essere peccatori per nostra confessione, per non esser più
peccatori per il perdono di Cristo.

Pietro Crisologo, Sermo 30, 3-5

3. La conversione del cuore

Perciò, convertitevi a me con tutto il vostro cuore e palesate la penitenza del cuore nel digiuno, nel gemito e
nelle lacrime, affinché, digiunando ora, possiate essere saziati dopo; gemendo ora, ridere dopo; piangendo ora, siate
consolati dopo...

Per questo, vi esorto perché in nessun modo vi stracciate le vesti, ma i cuori che sono pieni di peccati e che, ad
immagine degli otri, se non sono separati si rompono spontaneamente. Quando farete ciò, ritornate al Signore
vostro Dio, che a voi resero estraneo i peccati passati; e non disperate del perdono per la grandezza delle malvagità,
poiché una grande misericordia cancella grandi peccati. È infatti benigno e misericordioso, vuole la penitenza dei
peccatori - piuttosto che la loro morte -, paziente e grande nella misericordia, non imita l‟umana impazienza ma
aspetta per lungo tempo la nostra penitenza; ed è sì nobile, o meglio, dispiaciuto delle malizie, che se noi avremo
fatto penitenza dei peccati, anche lui si dispiacerà delle sue sanzioni, e non ci infliggerà i mali che aveva
minacciato; mutando noi la nostra decisione, anch‟egli cambierà la sua. Peraltro, dobbiamo distinguere che qui la
malizia non è contraria alla virtù, ma che è un‟afflizione, secondo quanto si legge in altro passo: "Ad ogni giorno
basta il suo affanno" (Mt 6,34); e: "Non vi è sventura nella città che il Signore non abbia provocata" (Am 3,6).
Similmente, poiché sopra abbiamo detto: benigno e misericordioso, paziente e grande nella misericordia, e nobile, o
meglio dispiaciuto delle malizie, forse perché la grandezza della clemenza non ci renda negligenti, per mezzo del
profeta aggiunge e dice: "Chi sa che non cambi e si plachi, e lasci dietro a sé una benedizione?" Io, egli dice,
esorto, per quanto sta a me, alla penitenza ed ho conosciuto ineffabilmente che Dio è clemente, quando ha detto per
bocca di David: "Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia; nella tua grande bontà cancello il
mio peccato" (Ps 50,3). Ma poiché non possiamo conoscere la profondità delle ricchezze, della sapienza e della
scienza di Dio, mitigo la sentenza, e opto, più che presumo, dicendo: "Chi sa che non cambi e si plachi?" Ciò dice
chi ritiene impossibile o difficile, da ascoltare: "Offerta e libagioni per il Signore vostro Dio" (Jc 2,14); affinché
dopo averci benedetto ed averci rimesso i peccati, siamo messi in condizione di offrire sacrifici a Dio.

Girolamo, In Joelem, 2, 12-14


4. Il Medico delle nostre passioni

Questo nuovo antidoto l‟ha procurato un nuovo Maestro. Non è germogliato dal terreno; infatti, nessuna
creatura aveva potuto prevedere come sarebbe stato preparato. Venite, voi tutti che siete incorsi nelle contrastanti
passioni dei peccati, adoperate questo antidoto venuto da lontano, col quale si espelle il veleno del serpente, e che
non solo fece sparire la piaga delle passioni, ma estirpò anche la causa della terribile ferita... Ascoltatemi, uomini
fatti di terra, che nutrite ebbri pensieri con i vostri peccati. Anch‟io, come Levi, ero piagato dalle vostre stesse
passioni. Ho trovato un Medico, il quale abita in Cielo e diffonde sulla terra la sua medicina. Lui solo può risanare
le mie ferite, perché non ne ha di proprie. Lui solo può cancellare il dolore del cuore, il pallore dell‟anima, perché
conosce i mali nascosti.

Ambrogio, In Luc. 5, 19.27

XI Domenica

51 Letture:

+Ex 19,2-6a

Rm 5,6-11

+Mt 9,36-38 10,1-8

1. «Vedute le turbe, ebbe compassione»

"E vedute le turbe, ne ebbe compassione, perché erano travagliate e abbattute come pecore senza pastore.
Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, pochi gli operai. Pregate dunque il padrone della messe, che
mandi operai nella sua messe»" (Mt 9,36-38). Osservate: anche in questa circostanza Gesù rifugge dalla vanagloria.
Egli preferisce mandare a questa folla i suoi discepoli, per non richiamar su di sé l‟attenzione di essa. E non solo
per tale motivo, ma anche per addestrare loro. La Palestina sarà lo stadio in cui i discepoli si allenano per prepararsi
ad affrontare i combattimenti in tutta la terra. Perciò fa loro superare prove sempre più dure in quanto la loro virtù
lo permette, affinché possano più facilmente dopo tale addestramento sostenere le future battaglie. Egli li manda
fuori dal nido come teneri uccellini perché imparino a volare. Li fa dapprima medici dei corpi dando loro il potere
di guarire, e più avanti affiderà loro la cura, più importante, delle anime. Notate come mostra nello stesso tempo la
felicità e la necessità della loro missione. Che dice, infatti? «La messe è molta, pochi gli operai». Dichiara cioè, che
non li manda a seminare, ma solo a raccogliere una messe già pronta. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice la stessa
cosa: "Altri hanno lavorato, e voi siete sottentrati nel loro lavoro" (Jn 4,38). Parla in questo modo perché non si
inorgogliscano, e per dar loro fiducia: mostra, infatti, che la maggior parte del lavoro è già stata compiuta.
Dobbiamo rilevare, inoltre, che anche in questa circostanza egli agisce spinto dal suo amore per gli uomini e non
per rendere un ricambio dovuto: «Vedute le turbe, ne ebbe compassione, perché erano travagliate e abbattute come
pecore senza pastore». Sono parole queste che ricadono come un‟accusa sui capi dei Giudei, i quali, benché fossero
i pastori del popolo si comportavano come i lupi. Non solo essi non correggevano gli errori della moltitudine, ma si
opponevano a qualunque suo progresso. Vediamo, infatti, che quando la folla, ammirata dei miracoli di Gesù,
proclama di non aver mai visto cosa simile in Israele, essi dichiarano al contrario che egli scaccia i demoni in virtù
del principe dei demoni. Ma chi sono gli operai di cui parla Gesù? Evidentemente i dodici apostoli. E tuttavia dopo
aver detto che «sono pochi», manda forse altri discepoli con loro? No, affatto, ma invia soltanto loro alla
moltitudine. Perché allora invita a pregare il padrone della messe affinché mandi altri operai ed egli personalmente
non ne manda che dodici? Ma se essi erano soltanto dodici, Gesù seppe moltiplicarli, non aumentandone il numero,
ma comunicando loro la sua potenza e la sua grazia.

«Pregate, dunque, il padrone della messe». Con queste parole fa loro intendere quale grande dono sta per fare,
e insieme lascia intravedere che egli stesso ha tale potere. Infatti, dopo aver dato questo avvertimento, senza che
essi abbiano in precedenza rivolto una preghiera o una richiesta, egli subito li consacra apostoli, richiamando alla
loro mente le parole di Giovanni, l‟aia, il ventilabro, la paglia e il buon grano. Tutto questo mostra chiaramente che
egli è l‟agricoltore e insieme il padrone della messe e il Signore dei profeti che l‟hanno seminata. È fuor di dubbio
che, inviando gli apostoli a raccogliere la messe, non li invia a mietere la messe di un altro ma ciò che egli stesso ha
seminato per mezzo dei profeti.

E non si limita a dar coraggio ai discepoli mostrando che il loro lavoro, il loro ministero consiste nella
mietitura di una messe già pronta, ma anche li rende atti a questo ministero. "E chiamati a sé i suoi dodici discepoli,
diede loro potere di scacciare gli spiriti immondi, e di guarire ogni malattia e ogni infermità" (Mt 10,1). Lo Spirito
Santo, tuttavia, non era ancora disceso sugli apostoli, lo Spirito Santo non era ancora stato donato, perché Gesù non
era stato ancora glorificato (Jn 7,39). Come potevano, allora, gli apostoli scacciare i demoni? Lo potevano grazie al
comando e all‟autorità di Cristo. Notate, inoltre, come è opportuno il momento scelto dal Signore per la loro
missione. Gesù non li invia a predicare prima, quando essi avevano appena cominciato a seguirlo, ma solo dopo che
l‟hanno seguito e sono stati sufficientemente insieme con lui; dopo che lo hanno visto risuscitare una persona
morta, dare ordini al mare infuriato, scacciare i demoni, sanare il paralitico, rimettere i peccati, guarire il lebbroso.
Li invia a predicare e a compiere miracoli, solo dopo aver offerto loro sufficienti prove della sua potenza, sia con le
parole sia con le opere. E non li espone subito ad azioni pericolose - essi allora non avevano ancora niente da
temere in Palestina. Avrebbero dovuto difendersi soltanto dalle ingiurie e dalle calunnie. Ma preannunzia che
dovranno affrontare rischi in futuro, preparandoli anche prima del tempo e facendoli diventare coraggiosi lottatori
con la frequente predizione di tali pericoli...

"Sono questi i dodici apostoli che Gesù inviò" (Mt 10,5). Chi sono questi dodici? Sono pescatori e pubblicani;
quattro di essi infatti erano pescatori e due pubblicani, cioè Matteo e Giacomo; e uno di loro era anche traditore.

Che cosa dice Cristo agli apostoli? Subito dà loro un avvertimento, dicendo. "Non andate tra i gentili, e non
entrate in città di samaritani; ma andate prima alle pecore sperdute della casa d‟Israele" (Mt 10,5-6). Non crediate -
sembra dire - che io nutra odio e abbia avversione nei confronti dei Giudei che mi ingiuriano e dicono che opero i
miracoli per virtù del demonio. Anzi, sono proprio i Giudei che ho cercato di convertire per primi e ora,
distogliendovi da tutti gli altri, vi mando a loro come maestri e medici. Non soltanto vi proibisco di predicare ad
altri prima che ai Giudei, ma non vi permetto neanche di prendere la strada che porta altrove e non acconsento
neppure che entriate nelle città dei Samaritani...
"Cammin facendo predicate: «È vicino il regno dei cieli»" (Mt 10,7). Considerate la dignità degli apostoli e la
grandezza del loro ministero? Gesù non comanda loro di predicare l‟avvento di qualcosa di terreno o di sensibile e
neppure quanto avevano un tempo predicato Mosè e i profeti; essi devono predicare realtà nuove e al di là di ogni
aspettativa. I profeti promettevano soltanto la terra e i beni terreni: gli apostoli annunziano invece il regno dei cieli,
e tutti i beni che ad esso appartengono. Non è poi la superiorità della loro predicazione che pone gli apostoli su un
piano più alto dei profeti, ma è l‟obbedienza pronta che essi manifestano a Cristo. Non tentano di sottrarsi al loro
compito, non cercano di resistere agli ordini divini, come tentarono di fare alcuni degli antichi. Nonostante essi
conoscano i pericoli, le lotte e gli intollerabili mali che dovranno sopportare, non esitano a obbedire con completa
sottomissione a quanto vien loro ordinato, come appunto debbono fare i predicatori del regno dei cieli. Ma cosa c‟è
da stupirsi - voi mi direte - se essi obbediscono subito, senza difficoltà, dal momento che non devono annunziare
niente di doloroso e di triste? Ma che dite? La loro missione non era difficile? Non avete forse sentito parlare del
carcere, delle torture, della guerra da parte dei loro connazionali, dell‟odio universale e di tutte le altre sciagure che
cadranno sopra gli apostoli? Gesù li manda come messaggeri per promettere agli altri infiniti beni, ma promette e
preannunzia loro soltanto tribolazioni e sofferenze.

Per far sì che essi abbiano pieno credito ovunque, dice loro: "Sanate infermi, risuscitate morti, mondate
lebbrosi, scacciate demoni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8). Notate: Gesù ha cura di
formarli non meno che di far compiere loro quei miracoli; perciò mostra loro che i prodigi non sono niente se non
sono accompagnati da una vita onesta: «Gratuitamente avete ricevuto «- egli dice -» gratuitamente date». Con
queste parole reprime la loro vanità e provvede a tenerli lontani dall‟avidità dei beni.

Perché non pensino che così grandi miracoli siano opera loro, e quindi non se ne glorino, egli sottolinea:
«Gratuitamente avete ricevuto»: cioè voi non darete niente di vostro a coloro che riceveranno la vostra opera, e i
miracoli che compirete non saranno frutto e ricompensa delle vostre fatiche. È per mia grazia che li farete; e questa
grazia ricevuta da me gratuitamente, gratuitamente dovrete distribuirla agli altri. D‟altra parte non è possibile
trovare e ottenere un prezzo degno dei doni che voi darete.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 32, 2-4

2. «Rivolgetevi prima alla casa d‟Israele»

Essendo noto a tutti, fratelli carissimi, che il nostro Redentore è venuto al mondo per la salvezza dei pagani, e
che continuamente ha chiamato alla fede i Samaritani, come mai, mandando i discepoli a predicare, dice: "Non
andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa
d‟Israele" (Mt 10,5-6)? Lo capiamo da ciò che è detto alla fine: [Gesù] volle che si predicasse prima ai soli Giudei,
e poi a tutti i pagani, affinché mentre quelli, chiamati, rifiutavano di convertirsi, dei santi predicatori andassero a
chiamare i pagani, dal momento che la predicazione del nostro Redentore, respinta dai suoi, si rivolgeva a popoli
pagani e stranieri; e ciò che per i Giudei era una testimonianza, diventava per questi pagani un accrescimento di
grazia. C‟erano infatti allora dei Giudei che dovevano essere chiamati, mentre i pagani non dovevano esserlo.
Infatti, anche negli "Atti degli Apostoli" leggiamo che alla predicazione di Pietro credettero prima tremila Ebrei e
poi cinquemila (Ac 2,11 Ac 4,4). Quando gli apostoli vollero predicare ai pagani d‟Asia, è detto che fu loro
impedito (Ac 16,6); e tuttavia lo stesso Spirito che prima aveva vietato questa predicazione, la infuse lui stesso nei
cuori degli abitanti dell‟Asia. Per questo tutta l‟Asia ormai crede da molto tempo. Ecco perché in un primo tempo
proibì ciò che in seguito fece, perché allora vivevano in essa alcuni che non dovevano essere salvati. Allora
vivevano in essa alcuni che non meritavano di essere richiamati alla vita, e che però non meritavano neppure di
essere giudicati più severamente per aver disprezzato la predicazione. Per un preciso e occulto giudizio divino, la
santa predicazione può essere negata alle orecchie di certi uomini che non meritano di essere svegliati alla grazia.
Perciò è necessario, fratelli carissimi, che in ogni cosa che facciamo nutriamo il timore delle occulte decisioni di
Dio onnipotente su di noi, affinché, mentre l‟anima nostra, perdendosi nelle dissipazioni esterne, va in cerca del suo
piacere, non avvenga che il Giudice le prepari all‟interno terribili castighi. È ciò che vede bene il Salmista, allorché
dice: "Venite e osservate le opere del Signore, quanto è terribile nei suoi disegni sopra i figli degli uomini" (Ps 45,9
Ps 45,5). Vide infatti che uno è misericordiosamente chiamato, un altro, a motivo della giustizia, è respinto. E
poiché il Signore a volte agisce con indulgenza, a volte con severità, si spaventa perché non può capire; e chiama
terribile nei suoi disegni Colui che aveva conosciuto non solo incomprensibile, ma anche inflessibile in certe sue
decisioni.

Gregorio Magno, Hom. 4, 1

3. La sproporzione della messe

"«La messe è veramente molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi
operai nella sua messe»" (Mt 9,38). La messe abbondante indica la moltitudine dei popoli; i pochi operai
rappresentano la penuria di maestri. Egli ordina di pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua
messe. Si tratta degli stessi operai di cui parla il Salmista: "Coloro che seminano nelle lacrime, mietono nella gioia.
Nell‟andare, andavan piangendo, recando i loro semi. Nel tornare verranno pieni di esultanza, portando i loro
covoni" (Ps 126,6). Per parlare più chiaramente, la messe abbondante rappresenta tutto il popolo dei credenti. Ma
pochi sono gli operai, cioè gli apostoli e i seguaci di coloro che vengono mandati nella messe.

Girolamo, In Matth. I, 9, 37

XII Domenica

52 Letture:

+Jr 20,10-13

Rm 5,12-15

+Mt 10,26-33
1. È Dio che dà la forza per credere

Ecco perché il Salmista, dicendo profeticamente: "Dio è mirabile nei suoi santi", aggiunge: "Egli darà forza e
vigore al suo popolo" (Ps 67,36). Considerate con intelligenza la forza dei sermoni profetici; in effetti, a tutto il suo
popolo - dice il salmo - Dio darà in verità forza e vigore, infatti, presso Dio non si fa preferenza di persone; però è
solo nei suoi santi che Egli è mirabile.

Infatti, sebbene il sole diffonda copiosamente e uniformemente su tutti i suoi raggi, li vedono in verità solo
coloro che non tengono gli occhi chiusi; fruiscono della pura luce coloro che per la purezza degli occhi guardano
acutamente, e non coloro ai quali per malattia, per caligine o per qualche altro inconveniente il potere visivo rimane
debole; così pure, Dio spande su tutti le ricchezze della sua grazia, Egli infatti è la fonte della salvezza e della luce
dalla quale perennemente fluiscono misericordia e clemenza. Fruiscono però della sua forza e grazia per l‟esercizio
e la perfezione delle virtù, od anche per operare miracoli, non tutti indistintamente, bensì coloro che, conseguito il
buon proposito, presentano a Dio frutti di carità e di opere, quelli che per nulla sviati da azioni turpi, che aderiscono
davvero e saldamente allo stesso sole di Giustizia che è Cristo, egli che non soltanto invisibilmente stende il braccio
dell‟aiuto celeste ai combattenti, ma si fa ascoltare attraverso l‟esortazione del Vangelo, quando dice: "Chi dunque
mi avrà riconosciuto davanti agli uomini, anch‟io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli" (Mt 10,32).
Vedete come, in alcun modo possiamo dichiarare la nostra fede in Cristo e confessarlo pubblicamente, se non
avremo ricevuto da lui forza e cooperazione? Né il Signore nostro Gesù Cristo si pronuncerà in nostro favore nel
secolo venturo, né ci presenterà e introdurrà al Padre altissimo, se non gliene avremo dato il modo...

In realtà, chiunque tra i santi, benché servo di Dio, proclamò la sua confessione in questa vita temporale, e
davanti ad uomini mortali, e oltretutto per un breve momento del secolo presente e davanti a pochi uomini mortali.
Nostro Signore Gesù Cristo, invece, ed essendo Dio e Signore del cielo e della terra, ci riconoscerà in quell‟eterno e
perenne mondo, davanti a Dio e Padre, alla presenza degli angeli, degli arcangeli e di tutte le celesti potestà,
presenti tutti gli uomini da Adamo fino alla fine del mondo: tutti infatti risorgeranno e staranno davanti al tribunale
di Cristo. E allora, davanti a tutti i presenti, a tutti coloro che vedranno, Egli predicherà, glorificherà e coronerà
coloro che avranno dimostrato fede in lui sino alla fine.

Gregorio Palamas, Homilia XXV

2. Il timore di Dio

"E non temete coloro che uccidono il corpo, ma che non possono uccidere l‟anima; temete piuttosto colui che
può e anima e corpo mandare in perdizione alla Geenna" (Mt 10,28)... Voi temete la morte e questo timore vi
trattiene dal predicare? Ebbene, proprio perché temete la morte dovete predicare, poiché solo ciò potrà salvarvi
dalla morte vera. Anche se i vostri nemici vi uccideranno, per quanti sforzi facciano, non potranno toccare la più
nobile parte di voi. Per questo egli non afferma che questi nemici non uccidono l‟anima, ma dichiara esplicitamente
che essi «non possono» ucciderla, per dimostrare che anche se lo volessero non potrebbero farlo. Dunque, se temete
il supplizio, temete quello che è più terribile. Vedete che anche qui Gesù non promette ai suoi discepoli di liberarli
dalla morte, ma permette che essi muoiano per largire loro grazie ben più grandi di quelle che avrebbero ottenute se
egli avesse evitato loro questo estremo dolore. È certo molto più grande convincere gli uomini a disprezzare la
morte, anziché liberarli da essa. Vedete quindi che Cristo non abbandona i suoi apostoli nel mezzo del pericolo, ma
dona loro un coraggio assai più forte di qualsiasi pericolo. Con brevi parole infonde in loro le verità riguardanti
l‟immortalità dell‟anima, con due o tre espressioni incide profondamente nel cuore dei suoi discepoli la dottrina
della salvezza e con altri argomenti li consola.

Per evitare, infatti, che essi si credano abbandonati da Dio nel momento in cui si troveranno in mezzo ai
tormenti e al cospetto della morte, introduce di nuovo il suo insegnamento sulla provvidenza di Dio...

Se voi temete un uomo che dispone del potere di darvi la morte, quanto più dovete temere colui che può
perdere la vostra anima e il vostro corpo, precipitandoli ambedue all‟inferno. Non dice chiaramente di essere lui
che può perdere l‟anima e il corpo gettandoli nella Geenna, ma è facile trarre questa conseguenza da quanto ha
detto prima, quando ha manifestato di essere il Giudice del mondo. Malgrado tutte queste esortazioni, noi facciamo
ora il contrario di quanto comanda Cristo. Noi non abbiamo timore di chi può perdere le nostre anime, e temiamo
invece coloro che uccidono il corpo. Eppure Dio può punire nello stesso tempo l‟anima e il corpo, mentre gli
uomini non solo non possono nuocere alla nostra anima, ma neppure ai nostri corpi . Essi possono, è vero,
sottoporre a infiniti supplizi i nostri corpi, ma così facendo li rendono assai più gloriosi.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 34, 2 s.

3. La gloria e l‟eroe cristiano

A questa passione dunque senza dubbio è meglio resistere che acconsentire. Si è infatti tanto più simili a Dio
quanto più si è immuni da questa colpa. Ed anche se nella vita presente non si estirpa completamente dal cuore,
perché non cessa di tentare anche le coscienze che fanno buoni progressi, si superi per lo meno la passione della
gloria con l‟amore alla giustizia. E se in certi casi rimangono neglette le attività che sono disapprovate
dall‟opinione pubblica, se esse sono buone e oneste, anche l‟amore della fama abbia il pudore di cedere all‟amore
della verità. Il vizio in parola infatti è molto contrario alla fede religiosa se nella coscienza è maggiore la passione
della gloria che il timore e l‟amore di Dio. In proposito ha detto il Signore: "Come potete credere se cercate la
gloria l‟un dall‟altro e non cercate la gloria che viene soltanto da Dio?" (Jn 5,44). Per lo stesso motivo ha detto un
Evangelista nei confronti di alcuni che avevano creduto nel Cristo ma temevano di confessarlo apertamente:
"Hanno amato di più la gloria degli uomini che quella di Dio" (Jn 12,43). I santi Apostoli non si comportarono così.
Essi predicavano il cristianesimo dove esso era disapprovato secondo le parole di Cicerone: "Rimangono sempre
neglette le attività che sono disapprovate dall‟opinione pubblica". In alcuni luoghi anzi esso era oggetto di
grandissima esecrazione. Ma essi tenevano presente ciò che avevano udito dal divino Maestro che è anche medico
delle coscienze: "Se qualcuno mi rinnegherà davanti agli uomini, lo rinnegherò anche io davanti al Padre mio che è
nei cieli o anche davanti agli angeli di Dio" (Mt 10,33 Lc 12,9). Quindi fra le maledizioni e gli insulti, fra
gravissime persecuzioni e pene crudeli non si lasciavano distogliere dalla predicazione della salvezza umana per
timore dello strepito della disapprovazione umana. E conseguirono nella Chiesa di Cristo una gloria straordinaria
appunto perché affermavano una dottrina divina con l‟azione, la parola e la vita disarmando con la loro condotta i
cuori duri e facendo intravedere la pace della giustizia. Ma essi non si fermavano alla gloria come a un obiettivo
della propria vita ma la riferivano alla gloria di Dio, perché con la sua grazia erano quel che erano. Ed anche con
questo stimolo accendevano coloro di cui si prendevano cura, affinché anche i proseliti fossero quali essi erano.;

Agostino, De civit. Dei, 5, 14


4. Due passeri si vendono per un soldo

"Due passeri si vendono per un soldo"; «due passeri «, e non uno. Egli ha voluto significare il poco valore del
passero. Le cose che hanno maggior valore si vendono al pezzo, mentre quelle che sono comuni si vendono alla
rinfusa, tipo le olive. "E nessuno di loro cade a terra senza vostro Padre". Se non si toccano questi passeri che non
valgono gran che e non sono che ombra, e se egli non ha detto: Senza Dio, bensì: «Senza vostro Padre», questa
provvidenza del Padre per le piccole cose non ci si pone forse come un esempio della sollecitudine di ben altre
proporzioni del suo amore nei nostri confronti?

Efrem, Diatessaron, 10, 12

5. Accettare la volontà di Dio negli avvenimenti

Ma i nostri eventi non si svolgono senza la provvidenza: come abbiamo imparato nel Vangelo, neppure un
passero cade a terra senza la volontà del nostro Padre (Mt 10,29). Quando qualcosa succede, succede per volontà
del nostro Creatore. Chi può opporsi alla volontà di Dio? Accettiamo gli eventi: con l‟impazienza non correggiamo
ciò che è avvenuto e piuttosto roviniamo noi stessi: non accusiamo il retto giudizio di Dio. Non siamo saggi
abbastanza per giudicare i suoi disegni arcani. Ora il Signore mette alla prova il tuo amore per lui.

Basilio il Grande, Epist. 6

6. Nell‟anima è tutto il nostro essere

L‟anima nostra dunque è a immagine di Dio. In essa, o uomo, è tutto il tuo essere, perché senza di lei tu sei
nulla, o al più sei terra e in terra ritornerai. Affinché tu possa riconoscere che il corpo senza l‟anima è nulla, sta
scritto: "Non temete coloro che possono uccidere il corpo, ma non possono uccidere l‟anima!" (Mt 10,28). Che
cosa presumi mai tu, col corpo, se con la perdita del corpo nulla tu perdi? Abbi timore, dunque, di perdere ciò che è
l‟aiuto dell‟anima! Cosa infatti può dare l‟uomo in cambio della sua anima, in cui è non solo una parte limitata del
suo io, ma la totalità intera dell‟essenza umana? È ben essa quella per cui tu domini su tutte le altre specie di
animali, fiere ed uccelli. Essa è a immagine di Dio, il corpo invece è formato sul modello degli animali. Essa porta
il divino suggello della somiglianza a Dio, il corpo invece porta i tratti inferiori delle bestie e delle fiere.

Ambrogio, Hexamer. 6, 39.42-43


XIII Domenica

53 Letture:

+2R 4,8-11 4,14-16a

Rm 6,3-4 6,8-11

+Mt 10,37-42

1. I diritti esclusivi di Gesù

"Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è
degno di me. E chi non prende la sua croce e viene dietro a me, non è degno di me" (Mt 10,37-38). Notate la
dignità e l‟autorità del Maestro. Vedete come egli dimostra di essere il Figlio unico e legittimo del Padre, ordinando
agli uomini di rinunziare a tutto e di anteporre l‟amore per lui a ogni cosa. Non vi ordino soltanto -egli dice in
sostanza - di preferire me ai vostri amici o ai vostri parenti. Vi ordino qualcosa di più, vi dico cioè che se preferite
la vostra anima, la vostra vita all‟amore che mi dovete, siete ben lontani dall‟essere miei discepoli...

E se Paolo raccomanda con tanta cura ai figli di essere sottomessi ai genitori, non stupitevene. Egli ordina di
obbedire ai genitori solo in quelle cose che non offendono l‟amore di Dio. È santo rendere ai genitori tutto l‟onore e
la deferenza che loro è dovuta. Ma se essi esigono da noi quanto non è loro dovuto, non si deve obbedir loro. Ecco
perché Luca, citando le parole di Gesù, scrive: "Se uno viene a me senza disamare il proprio padre e la madre, la
moglie e i figli, i fratelli, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo" (Lc 14,26). Cristo non comanda di
non amare in senso assoluto, perché ciò sarebbe del tutto ingiusto; ma se i genitori e i parenti esigessero per sé un
amore più grande di quello che nutriamo per lui, egli dice di detestarli per tale motivo. Questo amore non ordinato,
infatti, perderebbe sia colui che ama sia coloro che sono così amati.

Gesù parla in tal modo per rendere al tempo stesso i figli più forti, quando è in causa l‟amore di Dio, e i
genitori, che volessero ostacolarli, più miti e ragionevoli. Costatando che Dio ha tale forza e potenza da attirare a sé
i figli degli uomini, separandoli dai loro genitori, questi ultimi desisteranno dall‟opporsi, ben comprendendo che
tutti i loro sforzi in tal senso sarebbero inutili. Ecco perché in questo passo Gesù si rivolge solo ai figli, e non
indirizza le sue parole anche ai padri, i quali, però, dalle sue parole sono avvertiti di non tentare mai di allontanare
da Dio i loro figli trattandosi di impresa impossibile. Ma affinché i padri non rimangano indignati e non si
ritengano offesi da questo comando ch‟egli rivolge ai giovani, osservate come prosegue il suo discorso. Dopo aver
detto «Se uno viene a me senza disamare il proprio padre e la madre» aggiunge subito «e persino la propria vita».
Credete voi - egli dice in sostanza - che io vi chieda soltanto di rinunziare ai vostri genitori, ai vostri fratelli, alle
vostre sorelle, alle vostre spose? Non c‟è niente di più strettamente unito all‟uomo della sua vita: ebbene, se non
giungerete a disprezzare anche quella, io non vi considererò né vi tratterò certo da amici, ma in modo del tutto
contrario. E non chiede ai suoi discepoli solo di disprezzare la propria vita, ma ingiunge loro di esporla alla guerra,
alle lotte, all‟uccisione, al sangue.
"Chi non porta la sua croce e viene dietro a me, non può essere mio discepolo" (Lc 14,27). Vuole insomma che noi
siamo pronti non solo alla morte, ma anche a una morte violenta e persino alla più ignominiosa di tutte le morti.
Non parla ancora ai discepoli della sua passione, volendo che, ammaestrati prima da tali insegnamenti, più
facilmente siano pronti ad accettarla quando dovranno sentirne parlare. Come è possibile non ammirare il fatto che
l‟anima degli apostoli, dopo tali predizioni, non si sia staccata dal corpo, dato che nel tempo presente si
preparavano per loro solo dolori e sofferenze, mentre la felicità che attendevano era solo nelle loro speranze? Come
hanno fatto a non scoraggiarsi e a non perdersi d‟animo? Non possiamo trovare altra spiegazione per questo
straordinario fatto se non la straordinaria potenza del Maestro e il grande amore dei discepoli. Queste sono le
ragioni per cui, pur vedendosi destinati a soffrire tribolazioni ben più aspre e terribili di quelle subite da grandi
uomini quali furono Mosè e Geremia, rimasero fedeli e si mostrarono pronti ad affrontarle senza obiettare ed
opporsi minimamente.

"Chi fa risparmio della sua vita la perderà, chi invece la perde per causa mia, la ritroverà" (Mt 10,39). Vedete
quale danno subiscono coloro che amano troppo la loro vita, e quale guadagno ottengono coloro che sanno
disprezzarla e perderla? Poiché Cristo comanda ai suoi apostoli cose tanto difficili, come la rinunzia ai genitori, ai
figli, alla natura, alla parentela, a tutti i beni, a tutti gli affetti terreni e alla vita stessa, stabilisce anche una
ricompensa, che è grandissima. Ciò a cui vi sottoponete - egli dice - non solo non vi danneggerà ma, al contrario, vi
arrecherà un immenso vantaggio tanto che il peggior male che potrebbe capitarvi sarebbe proprio rinunziare a
soffrire tutte queste tribolazioni. Ripetendo un‟argomentazione che gli è familiare, si serve dei loro desideri per
persuaderli e stimolarli. Perché non volete rinunziare alla vostra vita? Non è forse perché l‟amate? Ebbene, egli
conclude, se l‟amate, disprezzatela, perché allora le gioverete immensamente e dimostrerete veramente di amarla.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 35, 1 s.

2. Ciò che Dio prepara per chi lo ama

Lo stesso Nostro Signore ha detto agli apostoli: Non solo voi, ma colui che abbandona le sue case, o la sua
famiglia, o i suoi fratelli, o le sue sorelle, o i parenti, o i figli per causa mia e del mio Vangelo, riceverà il centuplo
in questo mondo e la vita eterna in quello venturo (Mt 19,29).

Chi è colui che dorme al punto tale da non risvegliarsi alla voce di tali promesse? E chi è colui che è morto e
non è risuscitato a questo soffio di vita spirituale? E chi è colui che non passerà dalla lentezza alla sollecitudine,
nella prospettiva di un tale cammino che fa salire al cielo? E chi è colui che starà attento a non essere disprezzato e
ingiuriato ascoltando questa promessa senza pari? E chi è colui che non rinuncerà al mondo intero, anche se gli sia
stato dato di possederlo, per assidersi con Dio su un trono? E chi non vorrà compiacersi di scambiare le cose
presenti che sono temporali con quelle future che sono eterne? Infatti, anche se le cose che ci è necessario
abbandonare fossero uguali a quelle che ci verranno elargite, ci occorrerebbe del pari abbandonarle perché Dio lo
ha comandato: abbandonale ora perché sono abiette e spregevoli! Ed anche se non le lasciamo per la parola di
Cristo, non sarà necessario divenir loro estranei ed esserne allontanati un giorno? Dato che non servono a nulla, non
le scambieremo con qualcosa di utile? Chi non correrà al mercato dove si effettua un tale scambio? In effetti, ecco
che si scambiano stracci contro porpora, vili ciottoli contro perle, volgari pietre contro berillo, una povertà senza
fine contro una smisurata ricchezza, spregevoli falsi contro oro fino, le tenebre contro la luce, la morte contro la
vita, l‟amaro contro il dolce, la malattia contro la salute, il disprezzo contro l‟autorità, la volgarità contro la
grandezza, la corruzione contro l‟incorruttibilità, ciò che passa contro ciò che resta, le ombre contro il corpo, la
fame contro la sazietà, l‟ignoranza contro la scienza, la norma degli animali contro la norma degli angeli, lo stato
corporale contro lo stato spirituale, l‟infelicità senza fine contro la felicità senza misura, e ancor più, senza
interruzione, seppure disponiamo di parole per parlare di tali cose come esse meritano. Chi è colui che non
cambierebbe quelle con queste, e non cederebbe tutta quella indigenza per questa pienezza? E poiché la parola
dello Spirito, anche se detta con semplicità, è più elevata di tutta la sapienza del mondo, Paolo ci ha rivelato la
grandezza di questo scambio con una sola parolina, e ci ha svelato con un solo piccolo termine quanto sono basse le
nostre cose e quanto sono invece grandi quelle di Dio: "Ciò che si vede è temporale e ciò che non si vede è eterno"
(2Co 4,18). Chi dunque non scambierà ciò che è temporale con ciò che è eterno, se non noi, e i pazzi come noi?

Quanto a te che rinunci a ciò che si vede, non chiedere come è la ricchezza che riceverai in cambio della tua
povertà, ma, al posto di questo, applicati ad abbandonare la tua povertà ed a correre ad acquistare quella ricchezza.
Com‟è essa e a cosa somiglia? Paolo non ti spiega come è, ma che essa non ha paragone; non come essa è grande,
bensì che essa non ha misura: Ciò che occhio non vide e orecchio mai ha udito e ciò che mai entrò in cuore di
uomo, è ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano (1Co 2,9 Is 64,4). La grandezza delle ricompense è
rivelata da queste parole e da altre simili. Ascolta le voci divine che ti spingono all‟uscita dietro a Gesù e alla
rinuncia perfetta: è allora che sarai un discepolo completo: "Colui che non rinuncia a tutto ciò che possiede, non
può essere mio discepolo" (Lc 14,33). Dopo ciò cos‟hai da dire o da rispondere? Tutte le tue curiosità e i tuoi
enigmi sono aboliti da una sola parola. La parola della verità è il sentiero sublime sul quale tu procederai. Egli ha
ancora detto in un altro passo: "Chi non lascia tutto ciò che ha e non prende la sua croce e mi segue, non può essere
mio discepolo" (Mt 10,38). E per insegnarci a rinunciare non solo ai nostri beni per glorificarlo e al mondo per
confessarlo, ma altresì alla nostra vita passeggera, egli ha ancora detto: "Se uno non rinuncia a se stesso, non può
essere mio discepolo" (Lc 14,26). Ed ha detto inoltre: "Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e colui che
perderà la propria vita per me la salverà" (Mt 16,25). Ed ha aggiunto ancora: "Chi perde la propria vita in questo
mondo, la conserverà per la vita. Se uno mi serve, il Padre mio lo onorerà" (Jn 12,25-26).

Filosseno di Mabbug, Hom. 9, 327-330

3. Nell‟imitare Cristo consiste il sacrificio perfetto

Offrire un figlio, una figlia, degli animali, delle ricchezze fondiarie: tutto ciò è del tutto esterno a noi. Offrire
sé stessi a Dio e piacere a lui non per merito di un altro essere, ma per il proprio: questo sorpassa in perfezione ed
in sublimità ogni altro voto. Chi fa questo, è un imitatore del Cristo. È Dio, infatti, ad aver donato all‟uomo, perché
gli fossero d‟utilità, la terra, il mare e tutto ciò ch‟essi contengono. È Dio che ha messo a disposizione dell‟uomo il
cielo, il sole stesso, la luna insieme con le stelle. È lui ad aver elargito agli uomini le piogge, i venti e tutto quanto
l‟universo contiene. E, come se ciò non bastasse, alla fine egli ha donato se stesso. "Dio, infatti, ha talmente amato
il mondo, da donare il suo unico Figlio" (Jn 3,16) per la vita di questo mondo.

Qual mai gran merito avrà dunque l‟uomo ad offrire qualsiasi cosa a Dio che, per primo, «si è sacrificato» per
lui? Se perciò tu prendi la tua croce e segui il Cristo (Mt 10,38); se sei in grado di dire: "Non sono più io che vivo,
ma è Cristo che vive in me" (Ga 2,20); se l‟anima nostra nutre "il desiderio, la sete di raggiungere e di rimanere con
il Cristo " (Ph 1,23), soltanto allora si potrà dire che essa offre se stessa in sacrificio a Dio.
Origene, Hom. in Num. 24, 2

4. Si deve amare Dio sia nel tempo della persecuzione, sia nella pace e nella quiete

"Chi ama suo figlio o sua figlia più di me non è degno di me" (Mt 10,37). Questo detto, i fedeli più tiepidi e
negligenti pensano che lo si debba attuare solo nel tempo della persecuzione: quasi esistesse un qualche tempo in
cui si possa preferire a Dio qualcos‟altro o quasi che chi nel tempo della persecuzione ritiene come suo bene più
prezioso di tutti Cristo, in ogni altro tempo lo possa considerare un bene più vile. Se le cose stessero così, il nostro
amore per Dio lo dovremmo alla persecuzione, non alla fede; e solo allora potremmo qualcosa, quando gli empi ci
perseguitano, mentre dobbiamo a Dio un affetto maggiore, o certamente non minore, nella tranquillità che nelle
avversità. Dobbiamo infatti amarlo di più per il fatto stesso che non permette che noi siamo afflitti dai mali,
mostrando cioè verso di noi l‟indulgenza di un padre dolcissimo e tenerissimo, preferendo che nella pace e nella
quiete noi mostriamo con opere di bene la nostra fede, piuttosto di farcene dar prova nella persecuzione, con le
pene del nostro corpo. Perciò, se nulla si deve a lui preferire quando ci tratta con asprezza, certo non si deve nulla a
lui preferire quando, con la sua bontà, più a sé ci lega.

Salviano di Marsiglia, Epist. 9

XIV Domenica

54 Letture:

+Za 9,9-10

Rm 8,9 8,11-13

+Mt 11,25-30

1. Apprendere la mitezza di Cristo

"Venite a me, voi tutti che siete affaticati e aggravati, e io vi darò sollievo" (Mt 11,28). Non chiama questo o
quello in particolare, ma si rivolge a tutti quanti sono tormentati dalle preoccupazioni, dalla tristezza, o si trovano in
peccato. «Venite», non perché io voglia chiedervi conto delle vostre colpe, ma per perdonarle. «Venite», non
perché io abbia bisogno delle vostre lodi, ma perché ho una ardente sete della vostra salvezza. «Io» - infatti, egli
dice - «vi darò sollievo». Non dice semplicemente: io vi salverò, ma ciò che è molto di più: vi porrò in assoluta
sicurezza, perché questo è il senso delle parole «vi darò sollievo».
"Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e così troverete conforto alle
anime vostre; poiché il mio giogo è soave, e il mio peso è leggero" (Mt 11,29-30). Non vi spaventate dunque,
quando sentite parlare di «giogo», perché esso è «soave»; non abbiate timore quando udite parlare di «peso»,
perché esso è leggero. Ma perché, allora, -voi direte, - ha parlato precedentemente della porta stretta e della via
angusta? Pare così quando noi siamo pigri e spiritualmente abbattuti. Ma se tu metti in pratica e adempi le parole di
Cristo, il peso sarà leggero. È in questo senso che così lo definisce. Ma come si può adempire ciò che Gesù dice?
Puoi far questo se tu diventi umile, mite e modesto. Questa virtù è infatti la madre di tutta la filosofia cristiana. Per
questo motivo quando egli incomincia a insegnare quelle sue divine leggi, inizia dall‟umiltà (Mt 7,14). Egli
conferma qui quanto disse allora, e promette che questa virtù sarà grandemente ricompensata. Essa non sarà - dice
in sostanza - utile solo agli altri, in quanto voi prima di tutti ne riceverete i frutti, poiché «troverete conforto alle
anime vostre». Ancor prima della vita eterna il Signore ti dà già la ricompensa e ti offre la corona del
combattimento: in questo modo e col fatto che propone se stesso come esempio, rende accettabili le sue parole.

Che cosa temi? - sembra dire il Signore. Temi di apparire degno di disprezzo, se sei umile? Guarda a me:
considera tutti gli esempi che ti ho dati e allora riconoscerai chiaramente quale grande bene è l‟umiltà. Osserva
come esorta e conduce con tutti i mezzi i discepoli all‟umiltà; dapprima con il suo esempio: «Imparate da me che
sono mite e umile di cuore»; poi con le ricompense che essi otterranno: «troverete conforto alle anime vostre»; con
la grazia che egli stesso concederà loro: «io vi darò sollievo»; rendendo dolce e leggero il suo giogo: «poiché il mio
giogo è soave, e il mio peso leggero»...

Se voi, dopo aver sentito parlare di giogo e di peso, ancora tremate e avete paura, ciò non deriva dalla natura
stessa delle cose, ma esclusivamente dalla vostra pigrizia; perché se aveste lo spirito pronto e fervoroso tutto vi
apparirebbe facile e leggero.

Ecco perché Cristo, volendo mostrare che anche noi dobbiamo compiere da parte nostra ogni sforzo, evita da
un lato di dire soltanto cose gradevoli e facili, e dall‟altro di parlare solamente di rinunzie difficili e severe, ma
tempera le une cose con le altre. Parla di un «giogo», ma lo definisce «soave»; nomina un «peso», ma aggiunge che
è «leggero», affinché non lo si sfugga in quanto eccessivamente pesante, né lo si disprezzi perché troppo leggero.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 38, 2 s.

2. L‟esempio di Gesù

Che cosa dà valore alla nostra vita? Forse il far miracoli, oppure il mantenere un ottimo e perfetto
comportamento? Certamente l‟avere una condotta perfetta, da cui traggono occasione anche i miracoli che in essa
hanno il loro fine. La santità della vita attira su di noi il dono divino di compiere azioni miracolose: e chi lo riceve
ne è arricchito soltanto per convertire gli altri. Anche Cristo ha compiuto i miracoli per attirare a sé gli uomini,
mediante la stima e l‟ammirazione ch‟essi gli procuravano, e per introdurre la virtù nella vita umana. È questo lo
scopo che Gesù con gran zelo si è proposto. Ma non gli bastavano i prodigi: difatti accompagnò i miracoli con la
minaccia dell‟inferno e con la promessa del regno; diede leggi nuove, meravigliose e sublimi e tutto operò allo
scopo di renderci uguali agli angeli.
Ma che dico? Se qualcuno vi desse il potere di risuscitare i morti nel nome di Gesù, oppure di morire per lui,
quale di questi due favori scegliereste? Senza dubbio, il secondo. L‟uno è miracolo, mentre l‟altro è opera. Se, del
pari, vi si offrisse la facoltà di cambiare in oro tutta l‟erba di questo mondo, oppure la grazia di disprezzare tutto
l‟oro del mondo come fosse erba, non preferireste forse quest‟ultima cosa? E la scelta sarebbe certamente giusta,
poiché il disprezzo delle ricchezze può, sopra ogni altra cosa, conquistare e attirare gli uomini. Difatti se essi
vedessero l‟erba tramutata in oro, desidererebbero avere anche loro quella facoltà, come accadde a Simon Mago, e
la loro brama di ricchezza aumenterebbe ancor più. Se invece ci vedessero calpestare e disprezzare il denaro come
erba, già da tempo sarebbero guariti da questa malattia ch‟è l‟avarizia. Vedete, dunque, che niente giova di più agli
uomini quanto la vita. E intendo non digiunare o stendere per terra il sacco e spargervi sopra la cenere, ma
disprezzare realmente e concretamente le ricchezze, amare tutti gli uomini, dare il pane al povero dominare l‟ira,
eliminare la vanità e l‟ambizione, soffocare ogni sentimento di invidia.

Questi sono gli insegnamenti che Gesù stesso ha dato, dicendo: "Imparate da me che sono mite e umile di
cuore" (Mt 11,29). Non invita a imparare da lui a digiunare, anche se potrebbe ricordare i quaranta giorni di digiuno
da lui fatti, ma anziché esigere questo, egli vuole che imitiamo la sua mansuetudine e la sua umiltà. Quando invia i
suoi apostoli a predicare, non dice loro di digiunare, ma di mangiare tutto quanto verrà loro offerto (Lc 10,8). Per
quanto concerne però il denaro, vieta loro espressamente di portarne con sé, ordinando di non possedere né oro, né
argento, né alcun‟altra moneta nelle loro borse (Mt 10,9 Lc 10,4). Io vi dico questo, non perché biasimi il digiuno:
Dio mi guardi da simile pensiero; anzi l‟apprezzo moltissimo. Ma mi addoloro nel vedere che voi trascurare le altre
virtù, pensando che basti digiunare per essere salvi, mentre il digiuno, fra tutte le virtù, occupa l‟ultimo posto. Le
virtù più eccelse sono la carità, l‟umiltà, la misericordia, che precedono e superano anche la verginità.

Sta di fatto che, se voi volete divenire uguali agli apostoli, niente ve lo impedisce. Basta soltanto praticare
queste virtù e non essere in nulla inferiori a loro.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 46, 4

3. L‟umiltà del cuore

Dice il Salvatore: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre" (Mt
11,29). E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che l‟umiltà su cui
Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyfìa, oppure metriòtes. Noi possiamo
peraltro definirla con una perifrasi: l‟umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si
gonfia, cade, come dice l‟Apostolo, «nella condanna del diavolo» - il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di
superbia -; l‟Apostolo dice: "Per non incappare, gonfiato d‟orgoglio, nella condanna del diavolo" (1Tm 3,6).

Origene, In Luc. 8, 5
4. Lo Spirito di Dio inclina alla pietà

I Novaziani sostengono che non possono essere reintegrati nella comunione dei fedeli coloro che sono caduti
in apostasia. Se facessero eccezione per il solo peccato di sacrilegio come non passibile di condono, mostrerebbero
durezza, ma sarebbero, almeno, coerenti con la loro dottrina e in contrasto soltanto con gli insegnamenti divini. Il
Signore, infatti, ha condonato tutti i peccati senza alcuna eccezione. I Novaziani, invece, alla maniera degli Stoici,
pensano che tutte le colpe si debbano valutare parimenti e che debba per sempre rinunciare ai celesti misteri sia chi
abbia sgozzato un gallo, come si dice, del pollaio, sia chi abbia strangolato il proprio padre. Come, dunque,
possono escludere dai sacramenti la sola categoria dei rei di apostasia, quando, per giunta, proprio i Novaziani
affermano che è cosa assai deplorevole estendere a molte persone il castigo che conviene a poche?

Essi dicono che onorano il Signore, giacché riconoscono il diritto di condonare i peccati a lui solo. Coloro,
invece, che violano coscientemente la legge del Signore e sovvertono il magistero che egli ha loro affidato
offendono assai gravemente Dio. Cristo medesimo ha detto nel Vangelo: "Ricevete lo Spirito Santo e a chi
rimetterete i peccati saranno a lui rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Jn 20,22 23). Dunque,
rende onore maggiore chi ubbidisce ai comandi o chi disubbidisce?

La Chiesa ottempera all‟uno e all‟altro comando: a quello di non rimettere la colpa e a quello dell‟assolverla.
L‟eresia, invece, è spietata nell‟esecuzione del primo dei due imperativi, disubbidiente nell‟altro. Pretende legare
ciò che non intende sciogliere, non vuole sciogliere ciò che ha legato. Si condanna manifestamente da se medesima.
Il Signore, infatti, ha voluto che il diritto di assolvere e quello di non assolvere siano del tutto identici. Ha garantito
entrambi e a pari condizioni. È ovvio che chi non possiede l‟uno, non può possedere l‟altro diritto. Infatti, in
conformità agli insegnamenti di Dio, chi ha il potere di condannare ha anche quello di perdonare. Logicamente,
l‟affermazione dei Novaziani cade. Col negare a sé la potestà del condonare sono costretti a rinunciare a quella del
non assolvere. Come potrebbe essere lecita l‟una e non l‟altra potestà? A chi è stato fatto dono di entrambe o è
chiaro che sono possibili l‟una e l‟altra o nessuna delle due. Alla Chiesa sono, dunque, lecite entrambe, all‟eresia né
l‟una né l‟altra. A ben considerare, tale facoltà è stata data, infatti, ai soli sacerdoti. A ragione, pertanto, la Chiesa
che ha ministri legittimi, si arroga l‟uno e l‟altro diritto, l‟eresia non può, al contrario, farlo, poiché non ha i
sacerdoti di Dio. Col non rivendicare le due potestà, l‟eresia sentenzia nei propri riguardi che, non avendo ministri
legittimi, non può attribuirsi un loro diritto. Nella sfacciata tracotanza è dato intravedere un‟ammissione, sia pure
timida.

Tieni anche presente: chi riceve lo Spirito Santo, riceve la potestà di assolvere e di non assolvere i peccati. Sta
scritto: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno
non rimessi". Dunque, chi non può assolvere non possiede lo Spirito Santo, dal momento che è lo Spirito Santo,
appunto, a far dono del ministero sacerdotale e la sua autorità è nel condonare e nel non rimettere le colpe. Come,
perciò, i Novaziani potrebbero rivendicare un dono di chi mettono in dubbio l‟autorità, la potestà?

Che dire della loro enorme sfacciataggine? Lo Spirito di Dio è incline alla pietà, non già alla durezza. Essi, al
contrario, non vogliono ciò che egli dice di volere e fanno ciò che egli afferma di non gradire. Eppure il castigare si
addice al giudice, il perdonare, invece, all‟indulgente. Tu che appartieni alla setta dei Novaziani saresti, pertanto,
più tollerabile coll‟assolvere che col non condonare. Col non essere indulgente peccheresti di disubbidienza verso
Dio, coll‟usare misericordia, elargiresti il perdono, dimostrando di provare, almeno, pietà di chi vive nell‟afflizione.

Ambrogio, De Paenit. 1, 2
5. Ammonimento di papa Leone Magno al suo vicario a Tessalonica

La tua fraternità rilegga le nostre pagine, riveda tutti gli scritti inviati dai presuli di questa sede apostolica ai
tuoi predecessori e provi a trovare se mai da me o dai miei predecessori fu mai ordinato ciò che, come ci consta, tu
hai avuto la presunzione di fare!

È venuto infatti da noi, insieme con i vescovi della sua provincia, il nostro fratello Attico, metropolita del
Vecchio Epiro, e in lacrime si è lagnato dell‟assolutamente indegna offesa che ha dovuto sostenere... che cioè tu ti
sei recato alla Prefettura dell‟Illirico, e hai eccitato la più alta tra le alte autorità terrene per ottenere l‟espulsione di
un vescovo innocente. Così fu ordinata una terribile esecuzione, alla effettuazione della quale furono obbligate tutte
le pubbliche autorità: che fosse strappato dai sacri recessi della chiesa, senza colpa o per colpa falsamente insinuata,
un sacerdote, esclusa ogni dilazione, né per ragioni di salute, né per l‟inclemenza dell‟inverno; e fu costretto ad
intraprendere un viaggio aspro e pieno di pericoli tra le nevi intransitabili; viaggio che fu tanto disagiato e tanto
rovinoso che, mi si riferisce, alcuni di coloro che accompagnavano il vescovo ne morirono.

Me ne stupisco molto, fratello carissimo, ma soprattutto mi dolgo che tu abbia potuto muoverti con tanta
atrocità e tanta violenza contro uno di cui prima non mi avevi riferito altro se non che aveva differito di presentarsi
alla tua chiamata, adducendo motivi di salute. Soprattutto perché, se avesse meritato qualcosa di simile, avresti
dovuto aspettare che io rispondessi alla tua consultazione. Ma, come vedo, conosci bene il mio carattere e hai
preveduto giustissimamente con quanta urbanità io avrei risposto per conservare la concordia tra i vescovi: perciò ti
sei affrettato a mandare ad effetto i tuoi impulsi, senza neppure dissimularli, perché se avessi ricevuto qualche
nostro scritto con altre disposizioni non avresti avuto licenza di fare ciò che hai fatto. O forse eri venuto a
conoscenza di qualche altra colpa, o ti faceva pressione il peso di qualche altro delitto del vescovo metropolitano?
Ma che ciò non fosse, tu stesso lo confermi, non obiettandogli nulla.

Ma, anche se avesse commesso qualche colpa grave e intollerabile, avresti dovuto aspettare la nostra
decisione, e non avresti dovuto stabilire nulla prima di conoscere il nostro placito. Abbiamo affidato infatti alla tua
carità di fungere le nostre veci in modo però da esser chiamato a sostenere una parte delle nostre cure, non alla
pienezza della potestà. Perciò, come molto ci allieta quello che hai portato ad effetto con religiosa cura, troppo ci
rattrista quello che hai malamente compiuto. È necessario, dopo l‟esperienza di molti casi, guardare con più cura e
premunirsi con più diligenza che, in spirito di amore e di pace, venga tolta dalle Chiese del Signore che abbiamo a
te affidato ogni materia di scandalo, mantenendo in tutto il suo onore la tua funzione episcopale in quelle province,
ma eliminando ogni eccesso ed usurpazione.

Perciò, secondo i canoni dei santi padri stabiliti dallo Spirito di Dio e consacrati dall‟osservanza in tutto il
mondo, decretiamo che i vescovi metropoliti delle singole province, affidate per delegazione nostra alle cure della
tua fraternità, abbiano integro il diritto della dignità loro da tempo affidata...

A questo fine, infatti, dirigiamo tutto il nostro affetto e la nostra cura: che da nessun dissenso sia violato e da
nessuna trascuranza sia negletto ciò che giova all‟unità della concordia e all‟osservanza della disciplina. E te
dunque, fratello carissimo e i fratelli nostri offesi dai tuoi eccessi - per quanto non tutti abbiano uguali argomenti di
querela - esorto ed ammonisco che non venga turbato in nessun modo ciò che è stato religiosamente ordinato e
salutarmente disposto. Nessuno curi ciò che è proprio, ma ciò che è altrui, come dice l‟Apostolo: "Ciascuno di voi
cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo" (Rm 15,2). Infatti, non potrà restar salda la compagine
della nostra unità se il vincolo dell‟amore non ci avrà stretto con forza inseparabile, perché "come in un corpo
abbiamo molte membra, e tutte le membra non compiono le stesse azioni, così in molti siamo un corpo solo in
Cristo e siamo ciascuno membra per l‟altro" (1Co 12,12). L‟intima unione di tutto il corpo è fonte di una sola
salute, di una sola bellezza; e se questa intima unione di tutto il corpo richiede da tutti l‟unanimità, esige soprattutto
la concordia tra i vescovi. Se fra di essi, poi, la dignità è comune, non è tuttavia identica l‟autorità: del resto fra gli
stessi beatissimi apostoli, pur in simile onore, vi fu una certa distinzione di potestà: pur essendo pari l‟elezione di
loro tutti, a uno solo fu dato di avere sugli altri il primato. Su questo modello sorse anche la distinzione tra i
vescovi, ed è stato provvisto, con un importante precetto, che tutti non rivendicassero a sé tutti i diritti, ma che nelle
singole province vi fosse quello che tra i fratelli avesse la prima parola; e inoltre, che alcuni vescovi costituiti nelle
città più grandi fossero rivestiti di una cura più ampia; e, infine, che per il loro tramite confluisse la cura della
Chiesa universale nella sola sede di Pietro, dal cui capo nessuno può dissentire.

Chi dunque sa di essere preposto ad altri, non sopporti a malincuore che qualcuno gli sia superiore, ma
l‟obbedienza, che esige (dagli altri), egli per primo la attui: e come non vuole sopportare un peso grave, così non
osi imporre agli altri un carico insopportabile (Mt 13,4). Siamo infatti discepoli di un maestro umile e mite, che ci
dice: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete pace per le vostre anime. Il mio giogo infatti è
soave, e il mio peso leggero" (Mt 11,29s). E come esperimenteremo ciò, se non attueremo quello che dice lo stesso
Signore: "Chi fra voi è il maggiore, sarà vostro servo" (Mt 23,11s)?

Leone Magno, Epist. 14, 1-2.11

XV Domenica

55 Letture:

+Is 55,10-11

Rm 8,18-23

+Mt 13,1-23

1. La diversità dei terreni immagine delle anime

Il seminatore è unico ed ha sparso la sua semente in modo equo, senza fare eccezione di persone; ma ogni
terreno, da se stesso, ha mostrato il suo amore con i propri frutti. Il Signore manifesta così con la sua parola che il
Vangelo non giustifica per forza, senza il consenso della libertà; le orecchie sterili che egli non ha privato della
semente delle sue sante parole ne sono la prova.
"La semente cadde sul bordo della strada" (Mt 13,19), ecco una cosa che è l‟immagine stessa dell‟anima
ingrata, di colui che non ha fatto fruttificare il proprio talento ed ha disprezzato il proprio benefattore (Mt 25,24-
30). La terra che aveva tardato ad accogliere il suo seme, è divenuta luogo di passaggio per tutti i malintenzionati;
così non vi fu più posto in essa per il padrone, perché vi potesse entrare da lavoratore, ne potesse rompere la
durezza e spargervi il suo seme. Nostro Signore ha descritto il maligno sotto i tratti degli uccelli, poiché il maligno
ha portato via il seme (Mt 13,19). Egli ha voluto indicare così che il maligno non prende per forza la dottrina che è
stata distribuita nel cuore. Nell‟immagine che egli ha proposto, ecco che in effetti la voce del Vangelo si pone alla
porta dell‟orecchio, come il grano alla superficie di una terra che non ha nascosto nel suo seno ciò che è caduto su
di essa; infatti non è stato permesso agli uccelli di penetrare nella terra alla ricerca di quel seme che la terra aveva
nascosto sotto le sue ali.

"E quella parte che era caduta sui sassi" (Mt 13,20); Dio che è buono manifesta così la sua misericordia;
quantunque la durezza della terra non fosse stata rotta dal lavoro, nondimeno egli non l‟ha privata del suo seme.
Questa terra rappresenta coloro che si estraniano dalla dottrina di Nostro Signore, come quei tali che hanno detto:
"Quella parola è dura; chi può intenderla?" (Jn 6,60). E come Giuda; infatti egli ha ascoltato la parola del Maestro
ed ha messo i fiori per l‟azione dei suoi miracoli, ma al momento della tentazione, è divenuto sterile.

Il terreno spinoso (Mt 13,22), nonostante il grano ricevuto, ha ceduto la propria forza ai rovi e agli spini.
Buttando audacemente il suo seme su una terra ribelle al lavoro altrui, il padrone ha manifestato la sua carità.
Nonostante il predominio dei rovi, egli ha sparso a profusione il suo seme sulla terra, perché essa non potesse avere
scusanti...

La terra buona e ubertosa (Lc 8,8) è immagine delle anime che agiscono secondo verità, alla maniera di coloro
che sono stati chiamati ed hanno abbandonato tutto per seguire Cristo. . .

Nonostante una volontà unanimemente buona che ha ricevuto con gioia il seme dei beni, la terra buona e
ubertosa produce in modi diversi, dove «il trenta», dove «il sessanta», dove «il cento»; tutte le parti della terra
fanno crescere secondo il proprio potere e nella gioia, alla stregua di coloro che avevano ricevuto "cinque talenti" e
ne hanno guadagnati "dieci, ciascuno secondo la sua capacità" (Mt 25,14-30). Colui che rende «il cento» sembra
possedere la perfezione dell‟elezione; egli ha ricevuto il sigillo di una morte offerta in testimonianza per Dio.
Quelli che rendono «il sessanta», sono coloro che sono stati chiamati e che hanno abbandonato il proprio corpo a
dolorosi tormenti per il loro Dio, ma non sono arrivati al punto di morire per il loro Signore; tuttavia restano buoni
fino alla fine. «Il trenta», è la misura quotidiana della buona terra; sono coloro che sono stati eletti alla vocazione di
discepoli e sui quali non si sono levati i tempi della persecuzione; sono tuttavia coronati dalle loro opere buone,
proprio come una terra è coronata dal suo frutto, ma non sono stati chiamati al martirio e alla testimonianza della
loro fede.

Efrem, Diatessaron, 11, 12-15.17 s.

2. Perché tanto seme si perde?


Per qual motivo, ditemi, la maggior parte della semente si perde? Non è certo per colpa del seminatore, ma
della terra che accoglie i semi, dell‟anima cioè che non ascolta. Perché Gesù non dice esplicitamente che i pigri
hanno accolto i chicchi seminati, ma li hanno lasciati beccare dagli uccelli, i ricchi li hanno soffocati e coloro che
vivono nel lusso e nelle vanità li hanno lasciati seccare? Cristo non vuole colpirli con troppa veemenza, per non
gettarli nella disperazione, ma lascia la dimostrazione e l‟applicazione alla coscienza dei suoi ascoltatori. E del
resto, ciò accade non solo al seme, di cui una parte si perde, ma accadrà poi anche alla rete. La rete infatti prende
molti pesci inutili. Gesù senza dubbio narra questa parabola per incoraggiare i suoi discepoli ed insegnar loro che,
quand‟anche la maggior parte di coloro che riceveranno la parola divina si perdesse, non devono per questo
avvilirsi. La stessa cosa accadde anche al Signore; ma egli, pur prevedendo chiaramente ciò che sarebbe successo,
non per questo rinunziò a seminare.

Ma come è concepibile - mi direte voi - che si semini sugli spini, sul terreno roccioso e lungo la via? Vi
rispondo che la cosa sarebbe assurda, se si trattasse della seminagione terrena che si fa in questo mondo: è invece
assai lodevole il fatto, dato che si tratta delle anime e della dottrina divina. Verrebbe certamente ripreso il contadino
che disperdesse in questo modo la semente. Il terreno roccioso non può infatti divenire terra buona, né la via può
cambiare, e gli spini restano sempre tali. Ma non è così nell‟ordine spirituale. Le pietre possono mutarsi e diventare
terra fertile, la via più battuta può non esser più calpestata e aperta a tutti i passanti, ma divenire campo produttivo,
e anche le spine possono sparire per lasciar crescere e fruttificare in tutta libertà il grano seminato. Se questi
cambiamenti fossero stati impossibili, il Signore non avrebbe seminato. E se in tutti non è avvenuta tale
trasformazione, la colpa non è del seminatore, ma di coloro che non hanno voluto cambiar vita. Il seminatore ha
compiuto quanto dipendeva da lui; ma se gli uomini non hanno corrisposto alla sua opera, non è responsabile il
seminatore che ha testimoniato un così grande amore per gli uomini.

Notate ora, vi prego, che la via della perdizione non è una sola, ma varie e ben differenti e lontane l‟una
dall‟altra. È chiaro che le anime paragonate alla «via» sono i negligenti, i tiepidi, i trascurati. Coloro invece che
sono raffigurati nel «terreno roccioso» sono semplicemente i deboli. Dichiara infatti Cristo: "Il seme caduto in
suolo roccioso raffigura colui che, udita la parola, subito la riceve con gioia; non avendo però radice in se stesso ed
essendo incostante, venuta una qualsiasi tribolazione o persecuzione a cagione della parola, subito ne prende
scandalo (Mt 13,20-21). E ancor prima dice: Quando uno ode la parola della verità ma non la intende, viene il
maligno e rapisce dal suo cuore ciò che è stato seminato. Costui è simboleggiato nel seme caduto lungo la via" (Mt
13,19). Non è però la stessa cosa trascurare e lasciar perdere l‟insegnamento divino, quando nessuno ci molesta o ci
perseguita e quando invece ci sovrastano prove e tentazioni; e ancor meno degni di perdono di questi sono coloro
che vengono raffigurati nelle «spine».

Se vogliamo dunque evitare che qualcosa di simile ci capiti, ricopriamo le parole di Dio con il fervore della
nostra anima e con il ricordo incessante della nostra memoria. Se il diavolo si sforza di rapircelo, dipende da noi
rendere vani i suoi sforzi. Se il seme si secca, ciò non accade per eccesso di calore - Gesù non dice che è il caldo a
produrre questo effetto, ma il fatto di non aver radice. Se poi la parola divina viene soffocata, non è per colpa delle
spine, ma piuttosto di coloro che le hanno lasciate crescere. È possibile infatti, solo che tu voglia, impedire la
crescita di questi cattivi germogli e usare, come è giusto e utile, delle ricchezze. Ecco perché il Signore non parla
semplicemente del «mondo», ma delle «preoccupazioni di questo mondo» e non accusa genericamente la ricchezza,
ma denunzia «la seduzione delle ricchezze». Non accusiamo dunque le cose in sé stesse, ma la nostra corrotta
intenzione, la nostra cattiva volontà.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 44, 3 s .


3. La tensione verso la salvezza definitiva

"La mia anima anela e si strugge verso gli atri del Signore" (Ps 83,3). E così nel nostro salmo. Non si dice: «È
calata allontanandosi dalla tua salute», ma: "La mia anima è calata verso la tua salute", cioè dirigendosi verso la tua
salute. È quindi un calo benefico, e chi l‟esperimenta palesa un desiderio di bene non ancora raggiunto ma bramato
con intensissima passione. Chi è, poi, che parla così, se non la stirpe eletta, il sacerdozio regale, il popolo santo che
il Signore s‟è conquistato? Lo dice nella persona di quanti desiderano Cristo, siano essi vissuti nel passato o vivano
adesso o vivranno in avvenire: dalle origini dell‟umanità, quindi, sino alla fine del mondo. Ne è testimone il santo
vecchio Simeone, quando, tenendo in mano il Dio bambino, esclamò: “Ora, Signore, lascia pure che il tuo servo se
ne vada in pace, secondo la tua parola, perché gli occhi miei hanno veduto la tua salute” (Lc 2,29). Aveva ottenuto
da Dio il responso che non avrebbe assaporato la morte senza aver prima visto l‟Unto del Signore (Lc 2,26); ed è da
supporsi che il medesimo desiderio, come quel vecchio, così l‟abbiano avuto tutti i santi dei tempi antecedenti. Lo
conferma nostro Signore, quando parlando con i discepoli disse: "Molti profeti e re hanno voluto vedere le cose che
voi vedete e non l‟hanno vedute, udire ciò che voi udite e non l‟hanno udito" (Mt 13,17). In effetti, è proprio la loro
voce che dobbiamo riconoscere in questo passo che suona: "La mia anima è calata verso la tua salute". Non
s‟appagò infatti allora questo desiderio dei santi, né è pago attualmente nel corpo di Cristo che è la Chiesa, finché
non si giunga alla fine dei tempi quando verrà "il Desiderato da tutte le genti", secondo la promessa del Profeta (Ag
2,8). In vista di ciò scrive l‟Apostolo: "Mi attende alla fine la corona della giustizia, che darà a me in quel giorno il
Signore, giusto giudice: e non solo a me ma a tutti quelli che amano la sua manifestazione" (2Tm 4,8). Il desiderio
di cui stiamo trattando nasce quindi dall‟amore per la manifestazione di Cristo, della quale dice ancora l‟Apostolo:
"Quando Cristo, vostra vita, si sarà manifestato, allora anche voi apparirete insieme con lui nella gloria" (Col 3,4).
Ciò significa che nei tempi della Chiesa decorsi prima che la Vergine partorisse ci furono santi che desiderarono la
venuta del Cristo incarnato, mentre nei nostri tempi, a cominciare dalla sua ascensione al cielo, ci sono santi che
desiderano la sua manifestazione in cui verrà a giudicare i vivi e i morti. Questo desiderio della Chiesa, dagli inizi
del mondo sino alla fine, è senza interruzione, se si voglia escludere il periodo che il Signore incarnato trascorse
con i discepoli. Per cui molto a proposito si applica all‟intero corpo di Cristo, gemente in questa vita, la voce: "La
mia anima è calata verso la tua salute, e io ho sperato nella tua parola" (Ps 118,81). Ho sperato cioè nella tua
promessa, ed è questa speranza che fa aspettare con pazienza quel che, finché dura il tempo della fede, è
impossibile vedere (Rm 8,25).

Agostino, Enarr. in Psal. 118, 20, 1

4. La parabola del seminatore (Mt 13,3-9)

Io mi sono indurito come roccia;

Son divenuto simile al sentiero;

Le spine del mondo m‟hanno soffocato,

Hanno reso infeconda la mia anima.

Ma, o Signore, Seminator del bene,


La pianta del Verbo fa‟ in me crescere:

Perché in uno dei tre io porti frutto:

Tra il cento (per cento), il sessanta o anche il trenta.

Nerses Snorhali, Jesus, 468-469

XVI Domenica

56 Letture:

+Sg 12,13 12,16-19

Rm 8,26-27

+Mt 13,24-43

1. La continua vigilanza

Anche questo è proprio del sistema diabolico, che consiste nel mescolare l‟errore e la menzogna alla verità, in
modo che, sotto la maschera ben colorata della verosimiglianza, l‟errore possa apparire verità e possa facilmente
sorprendere e ingannare coloro che non sanno resistere alla seduzione, o non comprendono l‟insidia. Ecco perché
Gesù chiama il seme del demonio «zizzania» e non con altro nome, poiché quest‟erba è assai simile, in apparenza,
al frumento. E subito dopo ci indica il modo in cui il diavolo attua i suoi tranelli e coglie le anime di sorpresa.

“Or mentre gli uomini dormivano” (Mt 13,25): queste parole mostrano il pericolo cui sono esposti coloro che
hanno la responsabilità delle anime, ai quali in particolare è affidata la difesa del campo; non solo però costoro, ma
anche i fedeli. Cristo precisa inoltre che l‟errore appare dopo lo stabilirsi della verità, come anche l‟esperienza dei
fatti può testimoniare. Dopo i profeti sono apparsi gli pseudoprofeti, dopo gli apostoli i falsi apostoli, e dopo Cristo
l‟anticristo. Se il demonio non vede che cosa deve imitare, o a chi deve tendere le sue insidie, non saprebbe in qual
modo nuocerci. Ma ora che ha visto la divina seminagione di Gesù fruttificare nelle anime il cento, il sessanta e il
trenta per uno intraprende un‟altra strada; poiché si è reso conto che non può strappare ciò che ha radici ben
profonde, né può soffocarlo e neppure bruciarlo, allora tende un altro insidioso inganno, spargendo la sua semente.

Ma quale differenza vi è - mi chiederete - tra coloro che in questa parabola «dormono» e coloro che, nella
parabola precedente sono raffigurati nella «via»? Nel caso di coloro che sono simboleggiati nella «via» il seme è
portato via immediatamente dal maligno, che non gli dà il tempo di mettere radici; mentre in quelli che «dormono»
il grano ha messo radici e allora il demonio deve intervenire con una più elaborata macchinazione. Cristo dice ciò
per insegnarci a vigilare continuamente, perché - egli ci avverte - quand‟anche riusciste a evitare quei danni cui è
sottoposta la semente, non sareste ancora al sicuro da altri pericolosi assalti. Come là il seme si perde «lungo la
via», o «sul suolo roccioso», o «tra gli spini», così anche qui la rovina può derivare dal sonno; perciò siamo
obbligati a una vigilanza continua. Infatti Gesù ha detto pure che si salverà chi avrà perseverato sino alla fine (Mc
4,33)...

Ma voi osserverete: Com‟è possibile fare a meno di dormire? Certo non è possibile, se ci si riferisce al sonno
del corpo: ma è possibile non cadere nel sonno della volontà. Per questo anche Paolo diceva: "Vigilate e restate
costanti nella fede" (1Co 16,13) ...

Considerate, invece, l‟affettuoso interessamento dei servitori verso il loro padrone. Essi si sarebbero già levati
per andare a sradicare la zizzania, anche se in tal modo non avrebbero agito in modo discreto e opportuno. Questo
tuttavia mostra la loro cura per il buon seme e testimonia che il loro unico scopo non sta nel punire il nemico - non
è questa la necessità più urgente - ma nel salvare il grano seminato. Essi perciò cercano il mezzo per rimediare
rapidamente al male fatto dal diavolo. E neppure questo vogliono fare a caso, non s‟arrogano infatti questo diritto,
ma attendono il parere e l‟ordine del padrone. "Vuoi, dunque, che andiamo a raccoglierla?" (Mt 13,28) - gli
chiedono. Cosa risponde il padrone? Egli vieta loro di farlo, dicendo che c‟è pericolo, nel raccogliere la zizzania, di
sradicare anche il grano. Parla così per impedire le guerre, le uccisioni, lo spargimento di sangue.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 46, 1

2. Il Logos ha seminato il buon grano

Ma, mentre dormono coloro che non praticano il comando di Gesù che dice: "Vegliate e pregate, per non
entrare in tentazione" (Mt 26,41 Mc 14,38 Lc 22,40), il diavolo, che fa la posta (1P 5,8), semina quella che viene
detta la zizzania, le dottrine perverse, al di sopra di ciò che alcuni chiamano i pensieri naturali, e al di sopra dei
buoni semi venuti dal Logos. Secondo tale interpretazione, il campo designerebbe il mondo intero e non solamente
la Chiesa di Dio; infatti è nel mondo intero che il Figlio di Dio ha seminato il buon seme e il cattivo la zizzania (Mt
13,37-38), cioè le dottrine perverse che, per la loro nocività, sono «figlie del maligno». Ma ci sarà necessariamente,
alla fine del mondo, che vien detta «la consumazione del secolo», una mietitura, perché gli angeli di Dio preposti a
tale compito raccolgano le cattive dottrine che si saranno sviluppate nell‟anima e le consegnino alla distruzione,
gettandole, perché brucino, in quello che viene definito fuoco (Mt 13,40). E così, «gli angeli», servitori del Logos,
raduneranno «in tutto il regno» di Cristo, «tutti gli scandali» presenti nelle anime e i ragionamenti «che producono
l‟empietà», e li distruggeranno gettandoli nella «fornace di fuoco», quella che consuma (Mt 13,41-42) così del pari
coloro che prenderanno coscienza che, poiché hanno dormito, hanno accolto in sé stessi i semi del cattivo,
piangeranno e saranno, per così dire, in collera con sé stessi. Sta in ciò, in effetti, "lo stridor di denti" (Mt 13,42), ed
è anche per questo che è detto nei Salmi: "Hanno digrignato i denti contro di me" (Ps 35,16). È soprattutto allora
che "i giusti brilleranno", non tanto in modo diverso, come agli inizi, bensì tutti alla maniera di un unico "sole, nel
regno del Padre loro" (Mt 13,43).

Origene, In Matth. 10, 2


3. Fede e predicazione

"Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Certamente è il
più piccolo di tutti i semi; ma, cresciuto che sia, è il maggiore dei legumi e diventa albero, tanto che gli uccelli
vengono e si mettono al riparo tra i suoi rami" (Mt 13,31-32).

L‟uomo che semina nel suo campo è dai più ritenuto il Salvatore, che semina nelle anime dei credenti.
Secondo altri, chi semina nel suo campo è colui che semina in se medesimo, nel suo cuore. Ebbene, chi è questo
seminatore se non la nostra intelligenza, il nostro animo, che, ricevendo il granello della predicazione e nutrendolo
con la linfa della fede, lo fa germogliare nel campo del suo cuore? La predicazione del Vangelo è fatta di piccoli
insegnamenti. Annunziando lo scandalo della croce, la predicazione dapprima non presenta altre verità da credere
che quella dell‟Uomo-Dio e di Dio morto. Paragona una siffatta dottrina alle teorie dei filosofi, ai loro libri, allo
splendore della loro eloquenza, all‟armonia delle parole, e vedrai quanto la semente del Vangelo sia più piccola
rispetto a tutti questi altri semi. Ma quando questi crescono, non dimostrano di avere niente di vitale, niente di
ardente, né di vivo: flaccidi, molli e putridi, questi semi germogliano in ortaggi, in erbe, che rapidamente
inaridiscono e si corrompono. Invece, questa predicazione, che all‟inizio sembrava tanto piccola, quando è
seminata nell‟anima del credente, o meglio in tutto il mondo, non sboccia in ortaggio, ma cresce in albero, tanto che
gli uccelli del cielo (in cui dobbiamo riconoscere le anime dei credenti, o le potenze che son poste al servizio di
Dio) verranno e abiteranno sui suoi rami. Credo che i rami dell‟albero evangelico che è nato dal granello di senape,
siano le diverse verità, sulle quali ogni uccello si sostiene e riposa.

Prendiamo anche noi le penne della colomba (Ps 55,7), per volare in alto e abitare sui rami di quest‟albero e
farci su di essi dei nidi di dottrina e avvicinarci così, rifuggendo dalle cose terrene, alle celesti. Molti, leggendo che
il granello di senape è il più piccolo di tutti i semi e ascoltando quanto dicono nel Vangelo i discepoli: "Signore,
accresci la nostra fede" (Lc 17,5), e quanto a essi risponde il Salvatore: "In verità vi dico che se avrete tanta fede
quanto un granello di senape e direte a questo monte: «spostati», esso si sposterà" (Lc 17,6), suppongono che gli
apostoli si limitino a chiedere una piccola fede, oppure che il Signore con quella espressione dubiti della loro poca
fede; mentre l‟apostolo Paolo considera grandissima la fede paragonata dal Signore al granello di senape. Infatti,
l‟Apostolo dice: "Se avessi una fede tale da trasportar le montagne, e non ho la carità, io sono un niente" (1Co
13,2). Per concludere: le opere che si possono compiere con la fede che il Signore paragona al granello di senape,
per l‟Apostolo sono il frutto che deriva da una fede completa.

Girolamo, In Matth. II, 13, 31

4. Il lievito dei credenti nella massa

"Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo" (Mt 13,31).
Siccome Gesù aveva detto che i tre quarti della semente sarebbero andati perduti, che una sola parte si sarebbe
salvata e che nella parte restante si sarebbero verificati tanti gravi danni, i suoi discepoli potevano bene chiedergli:
Ma quali e quanti saranno i fedeli? Egli allora toglie il loro timore inducendoli alla fede mediante la parabola del
granello di senape e mostrando loro che la predicazione della buona novella si diffonderà su tutta la terra.
Sceglie per questo scopo un‟immagine che ben rappresenta tale verità. "È vero che esso è il più piccolo di tutti
i semi; ma cresciuto che sia, è il più grande di tutti i legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli dell‟aria vengono
a fare il nido tra i suoi rami" (Mt 13,32). Cristo voleva presentare il segno, la prova della loro grandezza. Così - egli
spiega - sarà anche della predicazione della buona novella. In realtà i discepoli erano i più umili e deboli tra gli
uomini, inferiori a tutti; ma, siccome in loro c‟era una grande forza, la loro predicazione si è diffusa in tutto il
mondo...

"Il regno dei cieli e simile a un po‟ di lievito, che una donna prende e impasta con tre staia di farina, fino a che
non sia tutta fermentata" (Mt 13,33). Come il lievito diffonde la sua forza in tutta la pasta, così anche voi - vuol dire
Gesù - dovete trasformare il mondo intero. Considerate la sapienza del Salvatore. Egli vuol far intendere questo:
Come è impossibile che i fatti naturali non si realizzino, così quanto io ho preannunciato avverrà infallibilmente.
Non venite a dirmi che non potrete far nulla essendo dodici soltanto tra un‟immensa moltitudine di uomini. Proprio
in questo la vostra forza risplenderà, quando cioè, essendo in mezzo al mondo, non fuggirete. Come il lievito
fermenta la massa quando lo si accosta alla farina, e non semplicemente lo si accosta, ma ve lo si mescola, - Gesù
non dice che la donna mette il lievito nella farina, ma ve lo nasconde dentro, impastandolo con essa, - così anche
voi, quando sarete spinti dentro e vi troverete in mezzo alle folle che da ogni parte vi faranno guerra, allora le
vincerete. E come il lievito si diffonde in tutta la pasta senza perdersi, ma anzi pian piano trasforma tutta la pasta
nella sua sostanza, così lo stesso fatto accadrà della predicazione del Vangelo. Non abbiate quindi timore delle
sciagure di cui vi ho parlato. Questi ostacoli saranno la vostra gloria, e li supererete tutti.

In questa parabola si parla di tre misure di farina per indicarne molta: sappiamo infatti che tale numero si usa
per una notevole quantità. Non vi stupite se Gesù, parlando agli uomini del regno dei cieli, si avvale di paragoni
come quello del granello di senape e del lievito. Si rivolge a persone rozze e ignoranti, che hanno bisogno di queste
immagini. Essi sono così semplici, che, anche dopo aver udito tutte queste parabole, hanno ancora bisogno che egli
le chiarisca ulteriormente.

Orbene, dove sono i figli dei gentili? Che essi riconoscano la potenza di Cristo, vedendo la realtà stessa dei
fatti. Che lo riconoscano e lo adorino, per questa duplice ragione: egli ha predetto una cosa tanto incredibile, e poi
l‟ha realizzata. È lui infatti che ha dato al lievito la sua forza. Egli ha mescolato alla moltitudine degli uomini
coloro che credono in lui, in modo da comunicare agli altri la nostra fede. Nessuno dunque si lamenti per il piccolo
numero degli apostoli, dato che grande è la forza e la potenza della predicazione evangelica e ciò che è stato una
volta lievitato si cambia a sua volta in lievito per tutto il resto. Come una scintilla, quando cade sulla legna,
l‟incendia producendo via via un aumento di fiamma, che poi s‟appicca agli altri ceppi, così è anche della
predicazione. Tuttavia, Gesù qui non parla del fuoco, ma del lievito. Come mai? Perché nel primo caso tutta
l‟attività non è del fuoco, ma deriva anche dai legni cui il fuoco s‟appicca e che incendia; nella pasta, invece, è il
lievito da solo che compie tutta l‟opera di trasformazione. Se dodici uomini hanno fermentato tutta la terra, pensate
quale deve essere la nostra cattiveria e la nostra inerzia, se oggi, pur essendo noi cristiani moltissimi, non siamo
capaci di convertire il resto dell‟umanità, mentre dovremmo bastare e diventare lievito per mille mondi!

Crisostomo Giovanni, In Matth. 46, 2


XVII Domenica

57 Letture:

+1R 3,5 3,7-12

Rm 8,28-30

+Mt 13,44-52

1. Stimare il Vangelo al di sopra di tutto

"Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo: l‟uomo che l‟ha trovato, lo nasconde di nuovo e,
fuor di sé dalla gioia, va, vende tutto quanto possiede, e compra quel campo. Inoltre il regno dei cieli è simile a un
mercante che va in cerca di perle preziose; e trovata una perla di gran valore, va, vende tutto ciò che possiede e la
compra" (Mt 13,44-46). Come le due parabole del granello di senape e del lievito non differiscono molto tra di loro,
così anche le parabole del tesoro e della perla si assomigliano: sia l‟una che l‟altra fanno intendere che dobbiamo
preferire e stimare il Vangelo al di sopra di tutto. Le parabole del lievito e del chicco di senape si riferiscono alla
forza del Vangelo e mostrano che esso vincerà totalmente il mondo. Le due ultime parabole, invece, pongono in
risalto il suo valore e il suo prezzo. Il Vangelo cresce infatti e si dilata come l‟albero di senape ed ha il sopravvento
sul mondo come il lievito sulla farina; d‟altra parte, il Vangelo è prezioso come una perla, e procura vantaggi e
gloria senza fine come un tesoro.

Con queste due ultime parabole noi apprendiamo non solo che è necessario spogliarci di tutti gli altri beni per
abbracciare il Vangelo, ma che dobbiamo fare questo atto con gioia. Chi rinunzia a quanto possiede, deve essere
persuaso che questo è un affare, non una perdita. Vedi come il Vangelo è nascosto nel mondo, al pari di un tesoro, e
come esso racchiude in sé tutti i beni? Se non vendi tutto, non puoi acquistarlo e, se non hai un‟anima che lo cerca
con la stessa sollecitudine e con lo stesso ardore con cui si cerca un tesoro, non puoi trovarlo. Due condizioni sono
assolutamente necessarie: tenersi lontani da tutto ciò che è terreno ed essere vigilanti. "Il regno dei cieli" - dice
Gesù -"è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; e trovata una perla di gran valore, va, vende tutto
ciò che possiede e la compra" (Mt 13,45-46). Una sola, infatti, è la verità e non è possibile dividerla in molte parti.
E come chi possiede la perla sa di essere ricco, ma spesso la sua ricchezza sfugge agli occhi degli altri, perché egli
la tiene nella mano, - non si tratta qui di peso e di grandezza materiale, - la stessa cosa accade del Vangelo: coloro
che lo posseggono sanno di essere ricchi, mentre chi non crede, non conoscendo questo tesoro, ignora anche la
nostra ricchezza.

A questo punto, tuttavia, per evitare che gli uomini confidino soltanto nella predicazione evangelica e credano
che la sola fede basti a salvarli, il Signore aggiunge un‟altra parabola piena di terrore. Quale? La parabola della
rete. "Parimenti il regno dei cieli è simile a una rete che, gettata nel mare, raccoglie ogni sorta di pesci. Quando è
piena, i pescatori la tirano a riva e, sedutisi, ripongono in ceste i buoni, buttando via i cattivi" (Mt 13,47-48). In che
cosa differisce questa parabola da quella della zizzania? In realtà anche là alcuni uomini si salvano, mentre altri si
dannano. Nella parabola della zizzania, tuttavia, gli uomini si perdono perché seguono dottrine eretiche e, ancor
prima di questo, perché non ascoltano la parola di Dio; mentre coloro che sono raffigurati nei pesci cattivi si
dannano per la malvagità della loro vita. Costoro sono senza dubbio i più miserabili di tutti, perché, dopo aver
conosciuto la verità ed essere stati presi da questa rete spirituale, non hanno saputo neppure in tal modo salvarsi.
Crisostomo Giovanni, In Matth. 47, 2

2. La parabola delle reti

In questo mondo perverso, in questi giorni cattivi, in cui la Chiesa si guadagna la sua futura glorificazione con
l‟umiltà presente, in cui viene ammaestrata dagli stimoli del timore, dai tormenti del dolore, dalle molestie della
fatica e dai pericoli della tentazione, in cui ha l‟unica gioia della speranza, se gioisce come deve, molti reprobi sono
mescolati con i buoni. Gli uni e gli altri vengono raccolti come nella rete di cui parla il Vangelo (Mt 13,47-50), e in
questo mondo, quasi fosse un mare, viaggiano tutti insieme raccolti nelle reti, fino a quando giungono alla riva, ove
i cattivi vengono separati dai buoni, perché nei buoni, come nel suo tempio "Dio sia tutto in tutti" (1Co 15,28). Ora
perciò vediamo che si adempie la voce che diceva nel salmo: "Annunciai e parlai, si son moltiplicati in
soprannumero" (Ps 39,6). Ed è ciò che accade da quando, per la prima volta per bocca del suo precursore, e poi per
sua propria bocca, [Cristo] ha annunziato e detto: "Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Mt 3,2).

Agostino, De civit. Dei, 18, 49

3. La perla preziosa è la carità

Se ricordate, noi già abbiamo affermato, proprio all‟inizio della lettura di questa Epistola, che nulla vi è tanto
raccomandato quanto la carità. Anche se Giovanni tratta ora questo, ora quest‟altro argomento, sempre poi ritorna
su questo punto, volendo ricondurre al dovere della carità tutto quello che ha esposto. Vediamo se, anche qui, fa
così. Fa‟ attenzione a queste parole: "Chi è nato da Dio, non pecca" (1Jn 3,9). Ci domandiamo di quale peccato si
tratta; non certo di qualunque peccato, perché saremmo in contraddizione con l‟altro passo che dice: "Se diremo di
non aver peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi (1Jn 1,8)". Voglia allora dirci quale peccato intende, ci
istruisca, perché io non venga giudicato temerario nell‟asserire che esso è la violazione della carità, come si può
ricavare dalle sue stesse parole precedenti: "Chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa
dove va, perché le tenebre accecano i suoi occhi" (1Jn 2,11). Forse ha dato ulteriori spiegazioni affermando
esplicitamente che si tratta della carità. Vedete che tutti questi diversi modi di esprimersi portano alla medesima
conclusione. "Chiunque è nato da Dio, non pecca, perché in lui rimane il seme di Dio". Il seme di Dio è la parola di
Dio, per cui l‟Apostolo può dire: "Io vi ho generato per mezzo del Vangelo (1Co 4,15). Quest‟ uomo non può
peccare, perché nato da Dio". Ma ci dica l‟Apostolo in che senso non può peccare. "A questo segno sono
riconoscibili i figli di Dio ed figli del diavolo. Chi non è giusto, non viene da Dio ed altrettanto chi non ama il
proprio fratello" (1Jn 3,10). È ormai certo chiaro del perché dice: "Chi non ama il proprio fratello". Solo l‟amore
dunque distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Se tutti si segnassero con la croce, se rispondessero amen e
cantassero tutti l‟Alleluja; se tutti ricevessero il Battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costruire i muri
delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo. Quelli che hanno
la carità sono nati da Dio, quelli che non l‟hanno non sono nati da Dio. È questo il grande criterio di discernimento.
Se tu avessi tutto, ma ti mancasse quest‟unica cosa, a nulla ti gioverebbe ciò che hai; se non hai le altre cose, ma
possiedi questa, tu hai adempiuto la Legge. "Chi infatti ama il prossimo" -dice l‟Apostolo - "ha adempiuto la
Legge; e, il compimento della Legge è la carità" (Rm 13,8 Rm 13,10). La carità è, a mio parere, la pietra preziosa,
scoperta e comperata da quel mercante del Vangelo, il quale per far questo, vendette tutto ciò che aveva (Mt 13,46).
La carità è quella pietra preziosa, non avendo la quale nessun giovamento verrà da qualunque cosa tu possegga; se
invece possiedi soltanto la carità, ti basterebbe essa sola. Adesso vedi nella fede ma un giorno vedrai direttamente.
Se noi amiamo fin da adesso il Signore che non vediamo, come l‟ameremo quando lo vedremo direttamente? Ma in
quale campo dobbiamo esercitare questo amore? In quello della carità fraterna. Potresti dirmi che non hai mai visto
Dio; non potrai mai dirmi che non hai visto gli uomini. Ama dunque il tuo fratello. Se amerai il fratello che tu vedi,
potrai contemporaneamente vedere Dio, poiché vedrai la carità stessa, e Dio abita nella carità.

Agostino, In Ioan. Ep. 5, 7

4. La rete di Dio

Come la Roccia immortale, vivente (1P 2,4),

essa è per la rovina e per il risollevamento (Lc 2,34);

come il Giudice di tutte le anime,

essa si presenta con autorità ammirabile

per maledire e per benedire (Mt 25,34 Mt 25,41);

come il Veggente di cose invisibili,

essa denuncia l‟uno e cura l‟altro;

essa chiama a sé col loro nome

come il Signore che comanda agli esseri (Ps 147,4).

Come la montagna eterna,

essa è invulnerabile ai colpi degli avversari (Ps 125,1);

essa prende gli uomini spirituali

come una rete inventata dal Grande (Mt 13,47); innocente e infallibile, essa corre sulle tracce del Cristo (Ep 5,24-
27)

con una sublime ricchezza, senza confusione,

con ardimento essa tiene alta la testa,

sull‟esempio del Lodato.

Gregorio di Narek, Liber orat. 77, 10

5. Inno primo sulla perla


Un giorno,

Miei fratelli,

Presi una perla,

Vi percepii dei simboli,

Relativi al regno,

Immagini e tipi,

Di quella (divina) Maestà.

Essa divenne una fontana

E io mi ci abbeverai

Dei simboli del Figlio.

RITORNELLO

Beato colui che possiede una perla

Ha confrontato il regno dell‟Altissimo! (Mt 13,45).

La collocai, fratelli,

Nel cavo della mano.

Per meglio esaminarla,

Mi disposi a guardarla

Su una sola faccetta.

Però, da tutti i lati,

Non era che faccetta.

Tale è la ricerca del Figlio,

Lui che non si può scrutare,

Poich‟Egli è tutta luce.

In questa purezza (della perla)

Io riconosco il Puro

Che non sopporta macchia,

E in tale limpidità
Il grande mistero

Del corpo del Signore,

Che è totalmente puro.

Nella sua indivisione

Riconosco la verità

Che è indivisibile.

È ancora Maria

Che io là scorgevo

E il suo puro concepimento.

Anche la Chiesa

E il Figlio nel suo seno

Come la nube (cf. Ex 13,21)

Che lo porta:

Simbolo del cielo

Donde rifulge

Il suo scoppio risplendente.

Io vidi in lei i trofei,

E delle sue vittorie

E delle sue corone.

Io vidi in lei il suo appoggio

E le risorse sue

Tanto celate

Che manifeste,

Più vaste per me

Dell‟Arca

Dove mi perdo.

Ho visto in lei segreti


Che non hanno ombra alcuna

Poiché essa è dell‟Astro figlia

Vidi figure

Senza lingua evocate

E simboli

Senza le labbra espressi:

Muta cetra

Che senza produrre suoni

Fa scoltare canti.

Ma ecco venne della tromba il suono

E il tuono mormorò:

Non esser temerario,

Lascia cadere le questioni oscure,

Non prender altro che ciò che ti è chiaro.

Allora io vidi nel cielo sereno

Una pioggia tutta nuova;

Una fonte ai miei orecchi

Sembrando uscire dalla nube,

Li colmò di spiegazioni (cf. Ex 18,44; Os 6,3).

Era come la manna

Che da sola

Saziò il popolo,

Rimpiazzando ogni altro piatto (cf. Ex 16,15; Sg 16,20s).

Anche me, delle sue delizie,

Essa ha saziato, Quella perla,

Sostituendomi libri,

Letture e anche

I commenti.

E dato che le chiesi


Se vi fossero ancora in essa

Altri simboli:

La perla non ha bocca

Da cui io la senta parlare

Così come non ha orecchi

Per sentirmi parlare.

O tu che non hai sensi,

Che presso te io acquisti

Dei sensi tutti nuovi!

Essa rispose e dissemi:

Io son la figlia

Dell‟immenso mare.

Più vasta di questo mare

Da cui son risalita,

Un tesoro di simboli

Nel mio seno alberga.

Scruta il mare, se vuoi!

Ma scrutar tu non devi

Il signore del mare!

Ho visto i palombari

Avventurarsi alla mia ricerca

Col fiato mozzo

Quando dal fondo del mare

Risalgono alla terra

Dopo brevi momenti:

È perché non ne posson più!

Chi dunque po,trebbe fissare,

Scrutare le profondità

Della Divinità?
Il mare del Figlio

È tutto benefico

Ma anche malefico.

Non hai tu osservato

Le onde del mare?

Sol che una barca voglia lottarvi contro,

Esse la infrangeranno.

Ma ch‟essa si abbandoni

E non sia più ribelle:

Allora essa è salva.

In mare essi perirono tutti,

Gli Egiziani

Senza raggiungere i loro nemici (cf. Ex 14,28).

E, senza esser interpellati,

Sulla terra, gli Ebrei

Del pari furono inghiottiti (Nb 16,31).

(E voi) come sopravvivrete?

Anche le genti di Sodoma

Furono arse dal fuoco! (Gn 19,24).

(E voi) come potrete vincere?

Durante tutti questi tormenti

I pesci nel mare

Vicino a noi tremarono.

Avete dunque un cuore di pietra

Voi che leggete questi racconti

E li dimenticate?

C‟è da temere ancor più

Per il fatto che la giustizia (di Dio)


Ha taciuto sì a lungo.

La ricerca gareggia

Con il riconoscimento

Sul quale avrà la meglio.

La lode abbonda

Come altresì la ricerca

Provenendo dalla stessa lingua.

Quale verrà ascoltata?

La ricerca o la preghiera?

Venendo dalla stessa bocca,

Quale verrà esaudita?

In mare

Durante tre giorni

Tremarono per Giona

Divenuto loro vicino

Gli animali marini (Gn 2,1).

Chi dunque mai

Può sfuggire a Dio?

Giona, lui, è scappato,

E voi, da parte vostra,

Oserete scrutare (Dio) ?

Efrem, Carmen de margarita, 1-16

6. Il tesoro è lo stesso Verbo di Dio

Questo tesoro, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (cf. Col 2,2s), è il Verbo di
Dio, che si rivela nascosto nel corpo di Cristo (cf. "ibid".), o le Sante Scritture, nelle quali è riposta ogni verità
riguardante il Salvatore. Quando qualcuno trova in esse tale verità, deve rinunziare a tutte le ricchezze di questo
mondo, pur di possedere quanto ha trovato. Le parole: "l‟uomo che lo ha scoperto, lo nasconde di nuovo" (Mt
13,44), non indicano che quest‟uomo si comporta così perché ne è geloso, ma perché ha timore di perderlo e vuole
conservarlo, e perciò cela nel suo cuore colui per il quale ha rinunziato a tutte le ricchezze che aveva...

Le belle perle sono la Legge e i Profeti, e la conoscenza del Vecchio Testamento. Ma una sola è la perla di
grande valore, cioè la conoscenza del Salvatore, il sacramento della sua passione, il mistero della sua risurrezione.
Il mercante che ha scoperto, a somiglianza dell‟apostolo Paolo, tutti i misteri della Legge e dei Profeti e le antiche
osservanze, nel rispetto delle quali ha sinora vissuto, tutte alla fine le disprezza come spazzatura e banalità, per
guadagnarsi Cristo (Ph 3,8). Non perché la scoperta della nuova perla comporti la condanna di quelle antiche; ma
perché, al suo confronto, tutte le altre perle appaiono di minor valore . . .

Il vaticinio di Geremia, che dice: "Ecco, manderò a voi molti pescatori" (Jr 16,16), si è compiuto: Pietro e
Andrea, Jc e Giovanni, i figli di Zebedeo, dopo avere udito le parole: Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini (Mt
4,19 Mc 1,17) hanno intrecciato per sé stessi, ricavandola dal Vecchio e dai Nuovo Testamento, una rete fatta di
insegnamenti evangelici e l‟hanno gettata nel mare di questo mondo. Questa rete è ancor oggi tesa in mezzo ai flutti
e prende, dalle onde amare e salate, tutto quanto incontra, cioè uomini buoni e cattivi, pesci buoni e cattivi. Ma
quando verrà la fine del mondo, come Gesù più avanti chiaramente dirà, allora la rete sarà tratta a riva, allora sarà
manifesto il giudizio che separerà i pesci: come in un tranquillissimo porto, i buoni saranno riposti nell‟ufficio delle
celesti mansioni, mentre i cattivi saranno gettati nel fuoco della geenna, dove saranno bruciati e inariditi (Mt 13,47-
50).

Girolamo, In Matth. II, 13, 44-46

XVIII Domenica

58 Letture:

+Is 55,1-3

Rm 8,35 8,37-39

+Mt 14,13-21

1. Gesù opera per accrescere la fede dei discepoli

"Venuta la sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto, e l‟ora è già passata; licenzia,
dunque, le turbe, affinché vadano per i villaggi a comperarsi da mangiare»" (Mt 14,15).
Certo, anche prima Gesù aveva curato molti malati; tuttavia neppure con ciò i discepoli possono prevedere il
miracolo della moltiplicazione dei pani; sono ancora deboli nella loro fede.

Ma voi considerate la sapienza del Maestro, ammirate come li invita e li conduce discretamente alla fede. Non
afferma subito: Io darò da mangiare, perché ciò non sarebbe parso loro ammissibile, ma: "Non c‟è bisogno che se
ne vadano, date voi da mangiare loro" (Mt 14,16). E neppure dice: io do loro, ma «date voi».

I discepoli tuttavia lo considerano ancora soltanto come uomo, e neppure a queste parole si elevano più in alto,
ma continuano a parlare con Gesù come se fosse soltanto tale, contestandogli: "Noi non abbiamo che cinque pani e
due pesci" (Mt 14,17). Marco, a questo punto, riferisce che i discepoli non compresero quanto Gesù aveva loro
detto, in quanto il loro cuore era indurito (Mc 8,17).

Poiché, dunque, si trascinano ancora per terra con i loro pensieri umani, allora Cristo interviene personalmente
e ordina: "Portatemeli qua" (Mt 14,18): se quel luogo è deserto, colui che è qui presente alimenta tutta la terra; se
l‟ora è già passata, ora vi parla chi non è soggetto né all‟ora né al tempo...

"E dopo aver comandato alle turbe di adagiarsi sopra l‟erba, presi i cinque pani e i due pesci, con gli occhi
levati al cielo pronunziò la benedizione. E li spezzò e li diede ai discepoli, e i discepoli alle turbe" (Mt 14,19-20).

Perché Gesù leva gli occhi al cielo e pronunzia la benedizione? Affinché essi credano che egli è inviato dal
Padre e che è uguale al Padre. Tuttavia, le prove di queste due verità sembrano contraddirsi e combattersi a
vicenda. Gesù dimostra di essere uguale al Padre operando tutto con la sua personale autorità. D‟altra parte non
possono credere che egli sia inviato dal Padre, se egli non agisce con tutta umiltà, riferendo al Padre ogni sua
azione, e invocandolo quando deve compiere i suoi miracoli. Cristo, perciò, non mette in atto esclusivamente
questo o quel comportamento, affinché ambedue queste realtà possano essere ugualmente confermate. Così, ora
compie i miracoli con piena autorità, ora invece prega prima il Padre. Per evitare che questo fatto non sembri una
contraddizione, quando compie prodigi meno grandi leva gli occhi al cielo; mentre quando opera miracoli
straordinari agisce totalmente di propria autorità. Insegna in tal modo che se nei miracoli meno sorprendenti egli
alza lo sguardo al cielo non è per mutuare da altri la sua potenza, ma perché vuole glorificare il Padre. Così quando
rimette i peccati, apre le porte del paradiso facendovi entrare il ladrone, abroga la legge, risuscita innumerevoli
morti, placa la tempesta del mare, rivela gli intimi segreti degli uomini, guarisce il cieco nato, azioni che non
possono essere che esclusiva opera di Dio, non lo si vede affatto pregare; quando invece si appresta a moltiplicare i
pani, miracolo assai meno straordinario di tutti quelli menzionati, allora leva gli occhi al cielo. In pari tempo egli
vuol dimostrare questo che vi ho detto e insegnarci che non dobbiamo mai prender cibo senza ringraziare prima
Dio che ce lo procura.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 49, 1 s.

2. I discepoli vogliono che Gesù congedi la folla


"Venuta la sera, gli si avvicinarono i suoi discepoli" (Mt 14,15), cioè alla consumazione del secolo, nel
momento in cui si può giustamente dire che si "è all‟ultima ora" (1Jn 2,18), quella di cui si argomenta nella Lettera
di Giovanni; essi non comprendendo ancora ciò che il Logos stava per fare, gli dissero che "il luogo era deserto"
(Mt 14,15), poiché costatavano l‟assenza della fede e della parola divine tra le masse. Aggiunsero che "l‟ora è
ormai avanzata (Mt )", come se se ne fosse andato il tempo favorevole della fede e dei profeti. Forse parlavano così
perché si esprimevano in linguaggio spirituale, dal momento che Giovanni era stato decapitato e che la Legge e i
profeti, che avevano retto fino a Giovanni (Lc 16,16), avevano visto la fine. L‟ora è dunque avanzata, dissero essi, e
qui non vi è del cibo, poiché non è più il tempo favorevole di questo, che aveva fatto sì che quelli che lo avevano
seguito nel deserto fossero sottomessi alla Legge e ai profeti. E i discepoli aggiungono: "Congedali dunque (Lc )",
affinché ciascuno, se non è più possibile procurarsene nelle città, acquisti di che mangiare nei villaggi, luoghi più
disprezzati. I discepoli parlavano così perché ignoravano che le folle erano in procinto di scoprire, dopo
l‟abrogazione della lettera della Legge e la cessazione dei profeti, cibi straordinari e nuovi. Quanto a Gesù,
considera quel ch‟egli risponde ai discepoli, quasi gridando, e in un linguaggio chiaro: Voi credete proprio che se si
allontana da me, questa folla numerosa, bisognosa di cibo, ne troverà nei villaggi, piuttosto che presso di me, e
negli agglomerati umani, non tanto quelli delle città, bensì quelli delle campagne, piuttosto che rimanendo in mia
compagnia. Ma io vi dichiaro che di ciò che voi credete che essi abbiano bisogno, essi non ne hanno alcun bisogno,
poiché non è necessario per loro andarsene; però ciò di cui, a vostro parere, essi non necessitano affatto, cioè di me
- visto che credete che io sono incapace di nutrirli - è di quello, contrariamente alla vostra aspettativa, che essi
hanno bisogno. Dunque, dal momento che, attraverso il mio insegnamento, vi ho resi capaci di dare, a coloro che ne
difettano, il nutrimento spirituale, sta a voi dar da mangiare alle folle che mi hanno accompagnato (Mt 14,16):
infatti voi possedete, poiché lo avete ricevuto da me, il potere di dar da mangiare alle folle e, se ne aveste tenuto
conto, avreste capito che io posso nutrirli molto di più, e non avreste detto: "Congeda le folle, perché possano
andare ad acquistarsi di che mangiare" (Mt 14,15).

Origene, In Matth. 11, 1

3. La ricerca di Cristo nel deserto

Ma nota bene a chi è distribuito. Non agli sfaccendati, non a quanti abitano nella città, cioè nella Sinagoga o
fra gli onori del mondo, ma a quanti cercano Cristo nel deserto, proprio coloro che non ne hanno noia sono accolti
da Cristo, e il Verbo di Dio parla con essi, non di questioni terrene, ma del Regno dei cieli. E se taluni hanno
addosso le piaghe di qualche passione del corpo, Egli accorda volentieri a costoro la sua medicina.

Era dunque logico che Egli con nutrimenti spirituali salvasse dal digiuno quanti aveva guarito dal dolore delle
loro ferite. Perciò nessuno riceve il nutrimento di Cristo se prima non è stato risanato, e coloro che sono invitati alla
cena, sono prima risanati da quell‟invito. Se c‟era uno zoppo, questi, per venire, avrebbe conseguito la possibilità di
camminare; se c‟era qualcuno privo del lume degli occhi, certo non sarebbe potuto entrare nella casa del Signore
senza che gli fosse stata ridata la luce.

Dappertutto, pertanto, viene rispettato l‟ordinato svolgimento del mistero: prima si provvede il rimedio alle
ferite mediante la remissione dei peccati, successivamente l‟alimento della mensa celeste vien dato in abbondanza,
sebbene questa folla non sia ancora saziata da cibi più sostanziosi, né quei cuori ancor digiuni di una fede più ferma
siano nutriti col Corpo e col Sangue di Cristo.
Ambrogio, In Luc. 6, 69-71

4. La croce, nostra somma gloria

Ogni atto compiuto dal Cristo è una gloria della Chiesa cattolica: gloria delle glorie è, però, la croce. Questo,
appunto, intendeva Paolo, nell‟affermare: "A me non avvenga mai di menar vanto, se non nella croce di Cristo" (Ga
6,14). Suscita la nostra ammirazione, certo anche il miracolo in seguito al quale il cieco dalla nascita riacquistò, a
Siloe, la vista (cf. Jn 9,7ss): ma cosa è un cieco di fronte ai ciechi di tutto il mondo? Straordinaria, e soprannaturale,
la risurrezione di Lazzaro, morto già da quattro giorni (Jn 11,39). Una grazia del genere, tuttavia, è toccata ad uno
soltanto: che beneficio ne avrebbero tratto quanti, nel mondo intero, erano morti per i loro peccati? (Ep 2,1).
Strepitoso il fatto che cinque pani riuscirono a sfamare cinquemila persone (Mt 14,21): ma a che cosa sarebbe
servito, se pensiamo a coloro che, su tutta la terra, erano tormentati dalla fame dell‟ignoranza? (Am 8,11).
Stupefacente, ancora, la liberazione della donna, in preda a Satana da diciotto anni (cf. Lc 13,11ss): che importanza
avrebbe avuto, però, per tutti noi, imprigionati dalle catene dei nostri peccati? (Pr 5,22).

La gloria della croce, invece, ha illuminato chi era accecato dall‟ignoranza, liberando tutti coloro che erano
prigionieri del peccato e portando la redenzione all‟intera umanità.

Cirillo di Gerusalemme, Catechesis, 13, 1-3

5. La compassione di Gesù

Nelle parole evangeliche sempre la lettera è unita allo spirito, e se qualche particolare sulle prime ti sembra
privo di calore, se lo tocchi vedrai che brucia. Il Signore stava nel deserto, e le folle lo seguivano, abbandonando le
loro città, cioè le loro antiche abitudini e le varie loro credenze religiose. Il fatto che Gesù scende dalla barca,
significa che le folle avevano certamente la volontà di andare da lui, ma non le forze necessarie per farlo; per
questo il Salvatore scende dal luogo ove stava e va loro incontro, allo stesso modo che in un‟altra parabola il padre
corre incontro al figlio pentito (Lc 15,20). Vista la folla, ne ha compassione e cura i malati per dare alla fede
sincera e piena subito il suo premio.

Girolamo, In Matth. II, 14,14

6. Moltiplicazione dei pani (Mt 14,13-21 Mt 15,32-38)

Con soli cinque pani Tu hai avuto


Il superfluo per cinquemila persone;

E di nuovo con quattro (pani)

Tu li hai nutriti in pieno deserto.

Io che sono affamato del tuo Pane,

Del tuo Pane divino, celeste,

Con questo degnati di saziarmi l‟anima

Che è disceso dal cielo ed è immortale.

Nerses Snorhali, Jesus, 486-487

XIX Domenica

59 Letture:

+1R 19,9 19,11-13a

Rm 9,1-5

+Mt 14,22-23

1. Perché Gesù si ritira sul monte

Egli è solito, d‟altra parte, quando compie grandi miracoli, congedare le turbe e anche i discepoli, per
insegnarci a non cercare in nessun modo la gloria degli uomini e a non trascinarsi dietro la folla. La parola che usa
l‟evangelista, «obbligò», indica il gran desiderio che i discepoli avevano di stare in compagnia di Gesù. Gesù,
dunque, li manda via con il pretesto che egli deve congedare la moltitudine, ma in realtà è perché egli vuole ritirarsi
sul monte. Il Signore si comporta così per darci un nuovo ammaestramento: non dobbiamo cioè star continuamente
in mezzo alla folla, né dobbiamo d‟altra parte fuggire sempre la moltitudine; dobbiamo, invece, fare entrambe le
cose con profitto, alternando l‟una cosa e l‟altra secondo la necessità e l‟opportunità.

Perché Gesù sale sul monte? Per insegnarci che il deserto e la solitudine sono propizi quando dobbiamo
supplicare Dio. Per questo infatti egli si ritira spesso in luoghi solitari e ivi passa le notti in preghiera, inducendo
così anche noi a cercare sia il tempo sia il luogo più tranquillo per le nostre orazioni. La solitudine infatti è la madre
della quiete, è un porto tranquillo che ci mette al riparo da ogni tumulto. Ecco perché Gesù sale sulla montagna. I
suoi discepoli, invece, sono nuovamente travolti dai flutti e devono sopportare una tempesta violenta come la
precedente. Allora, però, il Signore era con loro nella barca, mentre qui essi sono soli e lontani dal Maestro. Egli
vuole infatti condurli soavemente e farli progredire a poco a poco verso esperienze più grandi; in particolar modo
desidera che sopportino coraggiosamente tutto quanto accade loro. Quando stavano per correre il primo pericolo,
egli era presente anche se dormiva, e poteva offrir loro un immediato conforto e un sostegno. Ora, invece, per
abituarli a una maggiore pazienza non resta con loro, ma si apparta permettendo che si scateni una grande tempesta
in mezzo al mare, tanto che sembra non esservi da nessuna parte speranza di salvezza. E li lascia per tutta la notte
in balia delle onde, desiderando, come io credo, risvegliare il loro cuore indurito. Questo infatti era l‟effetto del
terrore, cui contribuiva, oltre la tempesta, anche la notte con la sua oscurità. In realtà il Signore, oltre a questo acuto
e profondo spavento, vuole eccitare nei suoi discepoli un più grande desiderio e un continuo ricordo di lui: perciò
non si presenta immediatamente a loro.

"Alla quarta vigilia della notte egli se ne venne a loro, camminando sopra il mare" (Mt 14,25): voleva abituarli
a non cercar subito di essere liberati dalle difficoltà, ma a sopportare gli avvenimenti con coraggio.

Ma quando sembra che siano fuori pericolo, ecco che sono colti di nuovo dalla paura. "E i discepoli, vedutolo
camminare sopra il mare, si impaurirono, pensando che fosse un fantasma; e dalla paura si misero a gridare" (Mt
14,26). Dio agisce sempre così: quando sta per liberarci da prove terribili, ne fa sorgere altre più gravi e spaventose.
E così accade anche in questa occasione. Insieme alla tempesta, l‟apparizione del Maestro turba ancor di più i
discepoli. Ma neppure ora Gesù dissipa l‟oscurità, né si rivela immediatamente perché vuol prepararli con questa
continua sequela di prove a sostenere altre lotte e indurli a essere pazienti e costanti.

Così Dio si comportò con Giobbe. Quando infatti si apprestava a liberarlo dalla prova, permise che la fine
delle sue sofferenze fosse più dura dell‟inizio: non dico per la morte dei figli o per le lamentele e le tentazioni della
moglie, ma a causa degli insulti rivoltigli dai suoi stessi domestici e dagli amici. Quando Dio decise di trarre
Giacobbe dalla miseria sofferta in terra straniera, permise che egli si trovasse a temere ancor più fortemente: il
suocero infatti lo minacciava di morte (Gn 31,1-23) e, dopo di lui, il fratello che stava per accoglierlo in patria lo
mise in estremo pericolo (Gn 32,7-12). Siccome i giusti non possono essere provati con violenza per lungo tempo,
quando stanno per terminare le loro battaglie, Dio, volendo che essi ne ritraggano una più grande ricompensa,
aggiunge altre prove. Nello stesso modo agì con Abramo, ponendogli come ultima prova il sacrificio del figlio (Gn
22,1). Così le prove più intollerabili si fanno sopportabili: esse, infatti, quando sono giunte al limite della
sopportazione hanno prossima la liberazione. In tal modo Cristo si comporta qui con gli apostoli. Si rivela loro solo
dopo che si sono messi a gridare. Così, quanto più grande è stato il terrore che li ha assaliti, tanto più gioiscono nel
vederlo.

"Ma Gesù subito rivolse loro la parola dicendo: "«Fatevi coraggio, sono io; non abbiate paura!»" (Mt 14,27).
Queste parole dissipano del tutto il loro timore e ridanno loro fiducia. Siccome essi, a causa di questa sua
straordinaria maniera di camminare sulle onde e per l‟oscurità della notte, non lo possono riconoscere con la vista,
egli si fa riconoscere con la voce.

Ma che fa ora Pietro, che è sempre ardente e va sempre avanti agli altri? Gli rispose Pietro: "«Signore, se sei
tu, comandami di venire a te sopra le acque» (Mt 14,28). Non gli dice: prega, o supplica, ma «comandami». Vedete
quale fervore? E che fede! Certo, molte volte egli si espone al pericolo, perché va oltre la misura e difatti anche qui
chiede una cosa molto grande: tuttavia lo fa solo per amore e non per un sentimento di vanità. Ecco perché non dice
semplicemente: comandami di camminare sopra le acque, ma precisa «comandami di venire a te». Nessuno ha
infatti tanto amato Gesù quanto lui. La stessa cosa egli farà dopo la risurrezione del Salvatore. Allora, non attenderà
di andare con gli altri al sepolcro, ma li precederà. In questa circostanza egli dimostra non soltanto il suo amore, ma
anche la sua fede. Pietro non solo crede che Gesù può camminare sull‟acqua, ma che egli può farvi camminare
anche gli altri: perciò desidera avvicinarsi subito a lui.

"Ed egli rispose: «Vieni». E Pietro, disceso dalla barca, si mise a camminare sulle acque e giunse presso Gesù.
Ma, vedendo il vento gagliardo, ebbe paura. E cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami». E subito Gesù,
stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»" (Mt 14,29-31).

Questo miracolo è più straordinario di quello della tempesta sedata e perciò il Signore lo compie dopo di
quello. Aveva mostrato, in quel primo miracolo, che egli comandava al mare; qui compie un prodigio ben più
sorprendente. Allora s‟era fatto obbedire dai venti; ora egli cammina sulle acque e concede a un altro di fare la
stessa cosa. Se al tempo del primo miracolo avesse ordinato a Pietro di camminare sulle acque, l‟apostolo non si
sarebbe dimostrato ugualmente pronto e deciso, perché non possedeva ancora tanta fede.

Ma perché ora Gesù acconsente alla richiesta di Pietro? Perché, se gli avesse risposto: Non puoi, l‟apostolo,
essendo tanto ardente, avrebbe insistito. Gesù quindi lo persuade per via di fatti, così che in avvenire sia più
moderato. Ma neppure in tal modo Pietro si conterrà. Buttatosi dunque fuori della barca, incominciò ad essere
sbattuto dai flutti, poiché aveva avuto timore.

Gettatosi, dunque, dalla barca, Pietro andava verso Gesù, felice non tanto di camminare sopra le acque, quanto
di andare verso di lui. Ma, dopo aver compiuto quanto era più difficile, l‟apostolo cominciò ad essere sopraffatto da
un pericolo minore, dall‟impeto cioè del vento, non dalla violenza del mare.

Così è la natura dell‟uomo: spesso, dopo aver trionfato delle più grandi prove, cade nelle più piccole.

Quando ancora è scosso dal terrore della tempesta, ha il coraggio di gettarsi in acqua, mentre, subito dopo, non
può resistere al gagliardo assalto del vento, nonostante sia vicino a Gesù. Non giova a nulla infatti esser vicini al
Salvatore, se non gli siamo vicini con la fede.

Ma perché, in questo caso, il Signore non comanda ai venti di smettere di soffiare e stende invece la mano per
afferrare e sostenere Pietro? Perché c‟era bisogno della sua fede. Quando noi cessiamo di fare la nostra parte, anche
Dio cessa di aiutarci. Per far capire quindi al suo apostolo che non è l‟impeto del vento, ma la scarsezza della sua
fede a farlo affondare, Gesù gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Se la sua fede non si fosse
indebolita, egli avrebbe facilmente resistito anche al vento. E la prova sta nel fatto che il Signore, anche dopo aver
preso Pietro per mano, lascia che il vento continui a soffiare con tutta la sua forza, per manifestare che esso non
potrebbe assolutamente nuocergli, qualora la sua fede fosse salda. E come la madre sostiene con le sue ali e riporta
nel nido l‟uccellino che uscito anzitempo sta per cadere a terra, così fa anche Cristo con Pietro.

"E montati che furono in barca, il vento cessò" (Mt 14,32).


Quando sopravvenne la calma dopo la prima tempesta, gli apostoli si chiesero: "E chi è mai costui che anche i
venti e il mare gli ubbidiscono?" (Mt 8,27). Ma ora non si rivolgono più questa domanda. "Allora quelli che erano
nella barca gli si prostrarono davanti, dicendo: «Veramente tu sei il Figlio di Dio!»" (Mt 14,33)

Crisostomo Giovanni, In Matth. 49, 3; 50, 1-2

2. Questa traversata è segno della vita cristiana

Che qualcuno più semplice si contenti del racconto degli avvenimenti! Noi però, se un giorno saremo alle
prese con tentazioni inevitabili, ricordiamoci che Gesù ci ha obbligati ad imbarcarci e che vuole che lo precediamo
sulla sponda opposta (Mt 14,22). Infatti, è impossibile a chi non ha sopportato la prova delle onde e del vento
contrario (Mt 14,24) pervenire sulla riva opposta. Poi, quando verremo avvolti da difficoltà numerose e penose,
stanchi di navigare in mezzo ad esse con la povertà dei nostri mezzi, pensiamo che la nostra barca è allora in mezzo
al mare (Mc 6,47), scossa dalle onde che vorrebbero vederci "far naufragio nella fede" (1Tm 1,19) o in qualche
altra virtù. Se d‟altro canto vediamo il soffio del maligno accanirsi contro i nostri sforzi, pensiamo che allora il
vento ci è contrario. Quando perciò, in mezzo a tali sofferenze, avremo resistito per tre vigilie della notte oscura
che regna nei momenti di tentazione, lottando del nostro meglio e rimanendo vigilanti su di noi per evitare «il
naufragio nella fede» o in un‟altra virtù - la prima vigilia rappresenta il padre delle tenebre (Rm 13,12) e del
peccato, la seconda suo figlio, «l‟avversario», in rivolta contro tutto ciò che ha nome Dio o ciò che è oggetto di
adorazione (2Th 2,3-4), la terza lo spirito nemico dello Spirito Santo -,siamo certi allora che, venuta la quarta
vigilia, "quando la notte sarà avanzata e già il giorno si avvicina" (Rm 13,12), arriverà accanto a noi il Figlio di
Dio, per renderci il mare propizio, camminando sui suoi flutti. E quando vedremo apparirci il Logos, saremo
assaliti dal dubbio (Mt 14,26) fino al momento in cui capiremo chiaramente che è il Salvatore esiliatosi (Mt 21,33
Mc 12,1 Lc 20,9) tra noi e, credendo ancora di vedere un fantasma, pieni di paura, grideremo; ma lui ci parlerà
tosto, dicendoci: "Abbiate fiducia, sono io; non abbiate paura!" (Mt 14,26-27). A queste parole rassicuranti, ci sarà
forse tra noi, animato dal più grande ardore, un Pietro in cammino "verso la perfezione" (He 6,1) - senza che vi sia
ancora pervenuto -,che scenderà dalla barca, nella coscienza di essere sfuggito alla prova che lo scuoteva;
dapprima, nel suo desiderio di andare davanti a Gesù, egli camminerà sulle acque (Mt 14,29), ma, essendo ancora
la sua fede insufficiente e permanendo lui stesso nel dubbio, vedrà la "forza del vento" (Mt 14,30), sarà colto dalla
paura e comincerà ad affondare; peraltro sfuggirà a tale sciagura, poiché invocherà Gesù a gran voce, dicendo:
"Signore, salvami!" (Mt 14,30). E, appena quest‟altro Pietro avrà finito di parlare, dicendo: «Signore, salvami!», il
Logos stenderà la mano, gli arrecherà soccorso e lo afferrerà nel momento in cui cominciava ad affondare,
rimproverandogli la sua poca fede e i suoi dubbi. Stai attento, tuttavia, che egli non ha detto: «Incredulo», bensì:
«Uomo di poca fede», e che sta scritto: «Perché hai dubitato, poiché avevi un po‟ di fede, ma tu hai piegato nel
senso ad essa contrario» (Mt 14,31).

Dopodiché, Gesù e Pietro risaliranno sulla barca, il vento cesserà e i passeggeri, comprendendo a quali pericoli
sono sfuggiti, lo adoreranno dicendo, non semplicemente: "Tu sei il Figlio di Dio", come hanno detto i due ossessi
(Mt 8,28), ma: "Veramente, tu sei il Figlio di Dio" (Mt 14,33); e questa parola sono i discepoli saliti «sulla barca» a
dirla, poiché io ritengo che non avrebbero potuto essere altri che i discepoli a dirla.

Origene, In Matth. 11, 6-7


XX Domenica

60 Letture:

+Is 56,1 56,6-7

Rm 11,13-15 11,29-32

+Mt 15,21-28

1. Perseverare nella preghiera come la Cananea

Nella lettura del santo Vangelo che è stata appena letta, fratelli carissimi, abbiamo ascoltato la grande fede,
pazienza, costanza e umiltà di una donna. La devozione del suo cuore è tanto più degna di ammirazione in quanto,
pagana qual era in effetti, era stata completamente separata dalla dottrina contenuta nelle parole divine, e tuttavia
non era priva di quelle virtù che tali parole predicano. La sua fede infatti, era davvero perfetta... Possiede la virtù
della pazienza in non scarsa misura, lei che, pur non rispondendo il Signore alla sua prima richiesta, non cessa
affatto dal pregarlo, ma con più insistenza continua a implorare l‟aiuto della sua pietà...

"Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri" (Mt 15,28). Sì, aveva davvero una grande fede, lei che,
pur non conoscendo gli antichi miracoli, precetti o promesse dei profeti, né quelli recenti dello stesso Signore, al di
là del fatto che tante volte viene da lui trattata con indifferenza, persevera nelle preghiere; e non cessa di sollecitare
con suppliche colui che, propagandosi la fama, aveva saputo essere un così grande Salvatore. Ed è per questo che la
sua richiesta ottiene grande effetto, dal momento che, alle parole del Signore "ti sia fatto come desideri", da allora
sua figlia è risanata... Se qualcuno di noi ha la coscienza macchiata dall‟avarizia, dall‟impeto [ delle passioni ],
dalla vanagloria, dallo sdegno, dall‟ira o dall‟invidia, e da tutti gli altri vizi, è come avesse una figlia maltrattata dal
demonio, per la cui guarigione può ricorrere supplice al Signore... Sottomesso con la dovuta umiltà, nessuno si
giudichi degno della comunanza con le pecore d‟Israele, cioè con le anime monde, ma piuttosto che deve subire un
confronto, e si ritenga indegno dei doni celesti. E tuttavia, non cessi, per la disperazione, di adoperarsi con
preghiera insistente, ma con animo certo confidi nella bontà del sommo donatore: poiché colui che di un ladro poté
fare un testimone, di un persecutore un apostolo, di un pubblicano un evangelista, di pietre figli di Abramo, proprio
lui può trasformare anche un essere vergognoso come un cane in una pecora del gregge d‟Israele.

Beda il Venerabile, Hom. 1, 19

2. La preghiera è efficace se è frutto di conversione


Non restiamo, dunque, ad aspettare oziosamente l‟aiuto degli altri. È certo che le preghiere dei santi hanno
molta efficacia, ma solo quando noi mutiamo condotta e diventiamo migliori. Mosè, che pure salvò il fratello e
seicentomila uomini dalla collera divina, non riuscì a salvare sua sorella, sebbene il peccato di lei fosse minore di
quello degli altri: ella, infatti, aveva mormorato contro Mosè, mentre il reato degli altri era l‟empietà contro Dio
stesso. Ma lascio a voi di riflettere su questa questione e cercherò invece di spiegare e risolvere un‟altra più
difficile. Perché, infatti trattenerci a parlare della sorella, quando Mosè stesso, il condottiero del popolo eletto, non
poté ottenere quanto desiderava? Infatti, dopo aver sofferto infinite pene e fatiche ed aver guidato per quarant‟anni
il popolo ebreo, non gli fu concesso di entrare nella terra tante volte promessa. Quale ne fu la causa? Questa grazia
non sarebbe stata utile, anzi avrebbe recato molto danno e avrebbe potuto causate la rovina e la caduta di molti fra i
Giudei. Essi, infatti, dopo esser partiti dal paese d‟Egitto, avevano abbandonato Dio e seguivano Mosè riferendo a
lui ogni cosa; se poi egli li avesse condotti nella terra promessa, chissà a quale empietà si sarebbero di nuovo
abbandonati. Per questo, il sepolcro di Mosè rimase sempre nascosto e ignorato (Dt 34,6). Quanto a Samuele, pur
avendo egli spesso salvato gli Israeliti, non poté salvare Saul dalla collera di Dio (1S 16,1). Geremia, dal canto suo,
non poté liberare i Giudei, ma salvò come profeta molti altri. Daniele poté salvare dalla morte i sapienti di
Babilonia, ma non poté liberare il suo popolo dalla schiavitù (Da 2). Noi vediamo, del resto, nei Vangeli verificarsi
per uno stesso uomo queste due situazioni: chi ha potuto riscattarsi una volta non può più farlo in un‟altra
circostanza. Colui che doveva diecimila talenti, supplicando ottenne che il suo debito gli fosse rimesso, ma non
poté più ottenere la stessa cosa subito dopo. E al contrario, quegli che dapprima si era perduto, più tardi si salvò.
Chi è costui? Si tratta di quel figliol prodigo il quale, dopo aver dissipato le sostanze del padre, ritornò da lui e
ottenne il perdono (Lc 15,30). Insomma, se noi siamo pigri e negligenti, neppure gli altri ci potranno soccorrere: ma
se vegliamo su noi stessi, da noi medesimi ci soccorreremo e lo faremo molto meglio di quanto potrebbero farlo gli
altri. Dio preferisce accordare la sua grazia direttamente a noi, piuttosto che ad altri per noi, perché lo zelo che
poniamo nel cercare di allontanare la sua collera ci spinge ad agire con fiducia e a diventare migliori di quel che
siamo. Per questo il Signore fu misericordioso con la cananea e così egli salvò la Maddalena e il ladrone, senza che
alcun mediatore fosse intervenuto a favore.

Crisostomo Giovanni, In Matth 5, 4

3. Pregare confidando nel Signore

Allontana da te ogni dubbio e non esitare, neppure un istante, a chiedere qualche grazia al Signore, dicendo fra
te e te: Come è possibile che io possa chiedere e ottenere dal Signore, che ho tanto peccato contro di lui? Non
pensare a ciò, ma rivolgiti a lui di tutto cuore e pregalo senza titubare; sperimenterai la sua grande misericordia.
Dio non è come gli uomini che serbano rancore; egli dimentica le offese e ha compassione per la sua creatura .

Tu dunque purifica prima il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo e da tutti i peccati che abbiamo
menzionati, poi prega il Signore e tutto otterrai. Sarai esaudito in ogni tua preghiera, se chiederai senza titubare. Se
invece esiterai in cuor tuo, non potrai conseguire nulla di ciò che chiedi. Chi, pregando Dio, dubita, è uno di quegli
indecisi che nulla assolutamente ottengono; invece chi è perfetto nella fede, chiede tutto confidando nel Signore e
tutto riceve, perché prega senza dubbio o titubanza. Ogni uomo indeciso e tiepido, se non farà penitenza,
difficilmente avrà la vita.

Purifica il tuo cuore da ogni traccia di dubbio, rivestiti di fede robusta, abbi la certezza che otterrai da Dio
tutto ciò che domandi. Se poi avviene che, chiesta al Signore qualche grazia, egli tarda a esaudirti, non lasciarti
prendere dallo scoraggiamento per il fatto di non aver ottenuto subito ciò che domandasti: certamente questo ritardo
nell‟ottenere la grazia chiesta o è una prova o è dovuto a qualche tuo fallo che ignori. Perciò non cessare di
rivolgere a Dio la tua intima richiesta, e sarai esaudito, se invece ti scoraggi e cominci a diffidare, incolpa te stesso,
e non colui che è disposto a concederti tutto.

Guardati dal dubbio! È sciocco e nocivo e sradica molti dalla fede, anche se sono assai convinti e forti. Tale
dubbio è fratello del demonio e produce tanto male tra i servi di Dio. Disprezzalo dunque e dominalo in tutto il tuo
agire, corazzandoti con una fede santa e robusta, perché la fede tutto promette e tutto compie; il dubbio invece,
poiché diffida di sé, fallisce in tutte le opere che intraprende.

Vedi, dunque, che la fede viene dall‟alto, dal Signore, e ha una grande potenza, mentre il dubbio è uno spirito
terreno che viene dal diavolo, e non ha vera energia. Tu dunque servi alla fede, che ha vera efficacia, e tienti
lontano dal dubbio che ne è privo. E così vivrai in Dio; e tutti coloro che ragionano così vivranno in Dio.

Erma, Pastor, Precetto IX

4. La preghiera deve essere fatta con tutto il cuore

Quando dunque, fratelli carissimi, ci mettiamo a pregare, dobbiamo essere vigilanti e completamente intenti
alle preghiere con tutto il cuore. Sia lontano da noi ogni pensiero carnale e mondano, affinché appunto l‟anima non
si concentri che sulla preghiera.

Ecco perché il vescovo, con un prefazio prima della preghiera (eucaristica), prepara lo spirito dei fedeli
dicendo: «In alto i cuori», cui il popolo risponde: «Li abbiamo rivolti al Signore». Si è esortati così a non pensare
ad altro che al Signore.

Si chiuda il cuore all‟avversario e lo si apra solo a Dio; non si permetta affatto che il nemico penetri in noi
durante il tempo della preghiera. Egli infatti usa strisciare e insinuarsi sottilmente per deviare le nostre preghiere da
Dio: cosicché una cosa abbiamo nel cuore e un‟altra sulle labbra; mentre si deve pregare il Signore con la sincera
applicazione non del suono della voce ma dell‟anima e del pensiero. Quale indolenza non è quella per cui ci si fa
portar via e si diventa preda di pensieri frivoli e profani, proprio mentre tu preghi il Signore, - come se potessi avere
di meglio da pensare rispetto a quello di cui parli con Dio!

Come pretendi d‟essere ascoltato da Dio, quando tu non ascolti neppure te stesso? E come vuoi che il Signore
si ricordi di ciò che domandi nella preghiera, se non te ne ricordi tu stesso? Questo significa non guardarsi affatto
dal nemico; questo significa, dacché preghi Dio, offendere la sua maestà con la negligenza della tua preghiera
questo non è altro che vegliare con gli occhi e dormire col cuore, mentre al contrario il cristiano anche quando con
gli occhi dorme dovrebbe vegliare col cuore, così come, nel Cantico dei Cantici, sta scritto di colei che parla quale
figura della Chiesa: "Io dormo, ma il mio cuore veglia" (Ct 5,2). E perciò l‟Apostolo è sollecito e saggio ad
avvertirci: "Siate assidui nella preghiera e vegliate" (Col 4,2): ci insegna così e ci mostra che possono ottenere da
Dio quel che gli chiedono, solo coloro che Dio vede vigilanti nella preghiera.

Cipriano di Cartagine, De orat. dom. 31

5. Certezza di essere esauditi

Risveglia la tua attenzione, o anima fedele, e ascolta con discernimento quanto egli dice nella promessa, e
cioè: «In nome mio», egli non ha detto: «Tutto ciò che chiederete», in qualsiasi modo, ma: "Tutto ciò che
chiederete in nome mio, lo farò" (Jn 14,13). E colui che ci ha promesso un così grande dono, come si chiama? Gesù
Cristo. Cristo significa re, Gesù significa salvatore. Non è un qualsiasi re che ci salverà, ma il re salvatore: e perciò
qualsiasi cosa chiediamo che sia contraria alla nostra salvezza, non la chiediamo nel nome del Salvatore. E tuttavia,
egli non cessa di essere il nostro Salvatore, non solo quando esaudisce quanto gli chiediamo, ma anche quando non
esaudisce la nostra preghiera. Poiché, non esaudendo ciò che gli viene chiesto a danno della nostra salvezza, mostra
appunto di essere il nostro Salvatore. Il medico sa se quanto chiede l‟ammalato è a vantaggio o a danno della sua
salute, e perciò se non soddisfa la volontà di chi chiede ciò che è dannoso, lo fa per proteggere la sua salute.
Quando dunque noi vogliamo che il Signore esaudisca le nostre preghiere, chiediamo a lui non in un qualunque
modo, ma nel suo nome, cioè nel nome del Salvatore. E non chiediamo quanto è nocivo alla nostra salvezza: se
esaudisse tale preghiera, non si comporterebbe da Salvatore qual è, poiché egli è questo per i suoi fedeli. Egli, che
si degna di essere il Salvatore dei fedeli, è anche il Giudice che condanna gli empi.

Chi dunque crede in lui, qualunque cosa chieda in suo nome, cioè nel nome che gli riconoscono quanti in lui
credono, sarà esaudito, perché egli così facendo agirà da Salvatore. Ma se invece chi crede in lui, per ignoranza
chiede qualcosa che è dannoso alla sua salvezza, non chiede nel nome del Salvatore: il Signore non sarebbe suo
Salvatore, se gli concedesse ciò che non torna a vantaggio della sua salvezza eterna. È quindi molto meglio in
questo caso per il fedele che il Signore non conceda ciò che gli vien chiesto, mostrando così di essere veramente il
Salvatore. Ecco perché colui che non soltanto è il Salvatore ma è anche il buon Maestro, per poter esaudire tutto ciò
che chiediamo, ci insegna cosa dobbiamo chiedere nella stessa preghiera che ci ha data. Egli ci insegna, cioè, a non
chiedere, in nome del Maestro, ciò che è contrario ai principi del suo insegnamento.

Tuttavia, sebbene noi si chieda nel suo nome, nel nome del Salvatore e secondo il suo insegnamento, talvolta
egli non ci esaudisce nel momento in cui gli rivolgiamo la preghiera. È vero però che finisce con l‟esaudirci. Noi
gli chiediamo, ad esempio, che venga il regno di Dio: egli non ci esaudisce nel momento in cui lo chiediamo,
perché non regniamo subito con lui nell‟eternità; rimanda la realizzazione di quanto gli chiediamo ma non ce la
nega. Non tralasciamo quindi di pregare, comportiamoci come i seminatori: verrà il tempo giusto per il raccolto.

Agostino, In Ioan. 73, 3-4


XXI Domenica

61 Letture:

+Is 22,19-23

Rm 11,33-36

+Mt 16,13-20

1. La fede di Pietro nel Cristo

"Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l‟hanno rivelato, ma il Padre mio che sta
nei cieli" (Mt 16,17)... che inabita le celesti menti e le illumina con la luce di verità. "Ha nascosto", infatti, "queste
cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli" (Mt 11,25), quale è Pietro, non superbo, bensì umile. Perciò Simone
viene benedetto, come dire dichiarato obbediente; figlio di Giona, ovvero di Giovanni, che si interpreta grazia di
Dio; infatti la virtù dell‟obbedienza procede dalla grazia divina.

Tale beatitudine si sostanzia soprattutto di conoscenza e di amore, come dire di fede e di carità. Delle quali
virtù, l‟una è prima, l‟altra è precipua... Entrambe, il Signore le richiese da Pietro: la fede, quando gli dette le
chiavi; la carità, quando gli affidò il gregge (Jn 21). Nella concessione delle chiavi, interrogando sulla fede, chiese:
"Ma voi chi dite che io sia? E Pietro rispose: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo" (Mt 16,15-16). Nell‟affidamento
del gregge, esigendo la carità, chiese: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Ed egli rispose: Signore, tu
sai che io ti amo" (Jn 21,15)...

Quale e quanta fosse la fede di Pietro, lo indicò senza dubbio la sua risposta: "Tu sei" - egli disse - "il Cristo, il
Figlio del Dio vivo. Infatti, con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione della
fede per avere la salvezza" (Rm 10,10). Egli confessa difatti in Cristo due nature e una persona. La natura umana,
quando dice: "Tu sei il Cristo", che significa "unto", secondo l‟umanità, come afferma di lui il Profeta: "Il tuo Dio ti
ha unto con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali" (Ps 44,8). La natura divina, quando aggiunge: "Figlio del
Dio vivo"...

Quindi non "sei" soltanto Figlio dell‟uomo, ma anche "Figlio di Dio": non morto, in ogni caso come gli dèi dei
gentili... bensì "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo", che vive in sé e vivifica l‟universo, "nel quale viviamo, ci
muoviamo e siamo" (Ac 17,28). Una cotal fede il Signore non permise che subisse l‟erosione di alcuna tentazione.
Per cui, quando disse al beato Pietro, all‟approssimarsi della Passione: "Simone, ecco Satana vi ha cercato per
vagliarvi come il grano", aggiunse subito: "Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta
ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,31-32). Si può infatti ritenere che talvolta abbia dubitato, ragion per cui
il Signore lo rimproverò: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (Mt 14,31); tuttavia, poiché convalidò la
solidità della sua fede, lo liberò all‟istante dal pericolo pelagiano.
Questa fede vera e santa, non procedette da formulazione umana, ma da rivelazione divina. Motivo per cui
Cristo concluse: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l‟hanno rivelato, ma il Padre
che sta nei cieli". Su questa fede quasi su pietra, è fondata la Chiesa; ecco perché il Signore aggiunse: "Tu sei Pietro
e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,17-18). Questa dignità si esplicita in due modi, in quanto il
beatissimo Pietro è nientemeno fondamento e insieme capo della Chiesa. In effetti, va detto che primo ed essenziale
fondamento è Cristo, così come afferma l‟Apostolo: "Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già
vi si trova, che è Gesù Cristo" (1Co 3,11), esistono tuttavia fondamenta di second‟ordine e secondari, ovvero gli
apostoli e i profeti e, in merito a ciò, dice l‟Apostolo: "Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti"
(Ep 2,20), dei quali altrove è detto per bocca del Profeta: "Le sue fondamenta sono sui monti santi" (Ps 86,1). Tra
questi, il beatissimo Pietro è primo e precipuo.

Innocenzo III, Sermo 21

2. Pietro non ha abbandonato il timone della Chiesa

Pur avendo delegato a molti pastori la cura delle sue pecore, egli non ha abbandonato la custodia del gregge
diletto. E dalla sua assistenza, fondamentale ed eterna, deriva anche a noi l‟appoggio dell‟apostolo Pietro, che certo
non vien mai meno alla sua missione.

La saldezza di questo fondamento su cui è costruita tutta la Chiesa nella sua altezza, non è mai scossa, per
quanto grande sia la mole del tempio che la sovrasta. La saldezza di quella fede, lodata nel principe degli apostoli, è
perpetua; e come resta per sempre ciò che Pietro credette in Cristo, così resta per sempre ciò che Cristo stabilì in
Pietro. Infatti come è stato annunciato nella lettura del Vangelo, avendo il Signore interrogato i discepoli che cosa
essi lo ritenessero, tra le disparate opinioni dei molti, rispose il beato Pietro dicendo: "Tu sei il Cristo, Figlio del
Dio vivo". Il Signore disse: "Beato sei tu, Simone Bar-Iona, perché non la carne e il sangue te lo hanno rivelato, ma
il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte
degli inferi non prevarranno contro di essa, e a te darò le chiavi del regno dei cieli. E tutto ciò che avrai legato sulla
terra, sarà legato anche nei cieli; e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra, sarà sciolto anche nei cieli (Mt 16,16ss).

Resta per sempre, dunque, questa disposizione della Verità; e Pietro, perseverando nella saldezza di pietra
assegnatagli, non ha più abbandonato il timone della Chiesa. Egli infatti fu preposto a tutti gli altri, e così, quando
vien detto «pietra», quando vien nominato «fondamento», quando vien costituito «portiere del regno dei cieli»,
quando vien preposto come «arbitro del legare e dello sciogliere» i cui giudizi rimarranno stabili anche nei cieli, ci
è dato conoscere quale sia la sua unione con Cristo attraverso il mistero di questi appellativi. Ed ora compie con
maggior pienezza e potenza gli incarichi affidatigli, ed eseguisce in tutti i particolari gli uffici e gli impegni, in
colui e con colui dal quale fu glorificato. Se, dunque, da noi si fa qualche azione retta o si prende qualche decisione
giusta, se con le suppliche quotidiane otteniamo qualcosa dalla misericordia di Dio, è per la sua opera e per i suoi
meriti: nella sua sede vive la sua potestà, vi eccelle la sua autorità.

Ciò fu ottenuto, dilettissimi, da quella gloriosa affermazione che, ispirata da Dio Padre al suo cuore apostolico,
trascese ogni incertezza delle opinioni umane e ricevette la fermezza di pietra che non sarà mai scossa da nessun
attacco. In tutta la Chiesa infatti «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo», dice ogni giorno Pietro, e ogni lingua che
loda il Signore viene formata dal magistero di questa voce.
Leone Magno, Serm. 3, 1-4

3. Successione apostolica e tradizione della Chiesa

Così dunque, la tradizione degli apostoli, che è stata manifestata nel mondo intero, può essere colta in tutta la
Chiesa da quanti vogliono vedere la verità. E potremmo enumerare i vescovi che furono stabiliti dagli apostoli nelle
Chiese, e i loro successori fino a noi. Ora, essi non hanno insegnato né conosciuto niente che somigli alle fantasie
deliranti di costoro. Se tuttavia gli apostoli avessero conosciuto dei misteri segreti che avrebbero insegnato ai
«perfetti», a parte e all‟insaputa degli altri, certamente avrebbero trasmesso questi misteri anzitutto a coloro a cui
affidavano le Chiese stesse. Poiché volevano che fossero assolutamente perfetti e in tutto irreprensibili coloro che
essi lasciavano come successori e ai quali trasmettevano la loro propria missione di insegnamento: se questi uomini
assolvevano correttamente il loro compito, era un grande vantaggio, mentre, se dovevano fallire, sarebbe stata la
peggiore disgrazia.

Ma poiché sarebbe troppo lungo, in un‟opera come questa, enumerare le successioni di tutte le Chiese,
prenderemo soltanto una di esse, la Chiesa massima e più antica e conosciuta di tutte, che i due gloriosissimi
apostoli Pietro e Paolo fondarono e stabilirono a Roma, mostrando che la tradizione che essa ha degli apostoli e la
fede che annuncia agli uomini sono giunte fino a noi per successione episcopale...; con questa Chiesa infatti, a
motivo della sua origine più eccellente, deve accordarsi tutta la Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo - lei in cui
sempre è stata conservata, a beneficio di questi che sono dovunque, la tradizione che viene dagli apostoli.

Pertanto, dopo aver fondato e edificato la Chiesa, i beati apostoli rimisero a Lino la carica dell‟episcopato; è
questo Lino che Paolo nomina nelle lettere a Timoteo. A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire
dagli apostoli, l‟episcopato tocca a Clemente. Egli aveva visto gli stessi apostoli e aveva avuto rapporti con loro: la
predicazione di quelli risuonava ancora ai suoi orecchi e la loro tradizione era ancora davanti ai suoi occhi.
D‟altronde, non era il solo, perché in quell‟epoca erano ancora vivi molti che erano stati istruiti dagli apostoli. Sotto
questo Clemente, dunque, sorse un grave dissenso tra i fratelli di Corinto; la Chiesa di Roma indirizzò allora ai
Corinzi una lettera importantissima per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare loro la tradizione
che aveva appena ricevuto dagli apostoli... A questo Clemente succede Evaristo; a Evaristo, Alessandro, poi, sesto
a partire dagli apostoli, è costituito Sisto dopo di lui, Telesforo, che rese gloriosa testimonianza; quindi Igino;
quindi Pio; dopo di lui, Aniceto; essendo succeduto Sotero ad Aniceto, ora è Eleuterio che, al dodicesimo posto a
partire dagli apostoli, detiene la funzione dell‟episcopato. Ecco per quale sequenza e quale successione la tradizione
esistente nella Chiesa a partire dagli apostoli e la predicazione della verità sono giunte fino a noi. Ed è questa una
prova molto completa che è una e identica a se stessa questa fede vivificante che, dagli apostoli fino ad ora, si è
conservata e trasmessa nella verità.

Ireneo di Lione, Adv. Haer. 3, 2

4. L‟unità della Chiesa


Il Signore dice a Pietro: "Io ti dico: tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte
dell‟inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: ciò che tu legherai sulla terra,
sarà legato anche in cielo, e cio che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche in cielo (Mt 16,18s). Su uno solo
egli edifica la Chiesa, quantunque a tutti gli apostoli, dopo la sua risurrezione, abbia donato uguali poteri dicendo:
"Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo! A chi rimetterete i peccati, saranno
rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti" (Jn 20,21-23). Tuttavia, per manifestare l‟unità, costituì una cattedra
sola, e dispose con la sua parola autoritativa che il principio di questa unità derivasse da uno solo. Quello che era
Pietro, certo, lo erano anche gli altri apostoli: egualmente partecipi all‟onore e al potere; ma l‟esordio procede
dall‟unità, affinché la fede di Cristo si dimostri unica. E a quest‟unica Chiesa di Cristo allude lo Spirito Santo nel
Cantico dei Cantici quando, nella persona del Signore, dice: "Unica è la colomba mia, la perfetta mia, unica di sua
madre, la prediletta della sua genitrice" (Ct 6,9). Chi non conserva quest‟unità della Chiesa, crede forse di
conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, confida forse di essere nella Chiesa? Eppure è anche il beato
apostolo Paolo che lo insegna, e svela il sacro mistero dell‟unità dicendo: "Un solo corpo e un solo spirito, una sola
speranza della vostra vocazione un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio (Ep 4,4-6).

Cipriano di Cartagine, De Eccl. unitate, 4-5

XXII Domenica

62 Letture:

+Jr 20,7-9

Rm 12,1-2

+Mt 16,21-27

1. Seguire Gesù è opera libera di amore

Nel Vangelo di Giovanni si legge: "Se il chicco di grano cadendo in terra non muore, resta solo; ma se muore
dà grande frutto" (Jn 12,24). Qui, trattando con maggior ricchezza di argomenti questa verità, Gesù aggiunge che
non solo lui stesso deve morire, ma che pure i suoi discepoli debbono essere pronti a patire e a morire. Vi sono -
egli fa capire - talmente tanti vantaggi in queste passeggere sofferenze che sarebbe un danno e una disgrazia per voi
il non voler morire; mentre sarebbe un bene e una grazia se foste disposti al supremo sacrificio. Ma ciò è reso
manifesto con evidenza dalle parole che seguono: per ora Cristo tratta solo una parte di tale verità. Notate come non
mette costrizioni nelle sue parole. Non dice, ad esempio: Sia che lo vogliate, sia che non lo vogliate, è necessario
che affrontiate gravi sofferenze. Dice soltanto: "Chi vuol venire dietro a me..." (Mt 16,24), cioè: Io non costringo
né obbligo alcuno a seguirmi, ma lascio ciascuno padrone della propria scelta; perciò dico «chi vuole». Io infatti vi
invito ai beni, non vi chiamo ai mali e alle pene, né al castigo e al supplizio, perché io debba costringervi. La stessa
natura di questo bene ha forza sufficiente per trascinarvi. Parlando in tal modo il Signore li attira ancor più
fortemente. Chi usa violenza, invece, chi costringe con la forza, finisce spesso con l‟allontanare. Al contrario, chi
lascia alla volontà dell‟ascoltatore la libertà di accettare o di respingere una cosa, l‟attira a sé più sicuramente. Il
rispetto e l‟ossequio della libertà è più forte della violenza. Ecco perché Gesù dice qui: «Chi vuole». I beni che
offro - egli fa intendere - sono così grandi ed eccezionali, che dovreste correre spontaneamente verso di essi. Se
qualcuno vi offrisse dell‟oro e vi mettesse davanti un tesoro, non userebbe certo violenza nel proporvi di accettarlo.
Ebbene, se andiamo verso quei doni senza esser spinti da nessuna costrizione, tanto più spontaneamente dovremmo
correre ai beni del cielo. Se, da sola, la natura di questi beni non vi convince ad accorrere per ottenerli, vuol dire
che siete indegni di riceverli: e qualora li riceviate ugualmente, non sarete in grado di apprezzarne a fondo il valore.
Ecco perché Cristo non costringe, ma con indulgenza ci esorta. Siccome Gesù nota che i discepoli sussurrano tra di
loro, sono turbati per le sue parole, aggiunge: Non occorre agitarsi così. Se non siete convinti che quanto vi
propongo, qualora si compia non solo in me, ma anche in voi, sia causa di infiniti beni, io non vi forzo, né vi
costringo, ma chiamo soltanto chi vuol seguirmi. E non crediate che «seguirmi» significhi ciò che voi avete fatto
sinora, accompagnandomi nelle mie peregrinazioni. È necessario che voi sopportiate molte fatiche, innumerevoli
pericoli, se volete davvero venire dietro a me. Tu, o Pietro, che mi hai riconosciuto Figlio di Dio, non devi certo
pretendere di ottenere la corona soltanto perché hai fatto questa professione di fede, né devi credere che essa sia
sufficiente per assicurarti la salvezza, e che tu puoi vivere d‟ora in avanti tranquillamente come se già avessi
compiuto tutto. Io potrei sicuramente, in quanto sono Figlio di Dio, esimerti dal subire sciagure e prevenire tutti i
pericoli cui sarai esposto, ma non voglio farlo nel tuo stesso interesse, perché tu possa portare qualcosa di tuo,
contribuendo alla tua salvezza e procurandoti così maggior gloria. Se qualcuno di coloro che presiedono ai giochi
olimpici ha un amico atleta, non vorrà certo proclamarlo vincitore solo per pura grazia e amicizia, ma piuttosto per i
suoi sforzi personali: e proprio per questo motivo si comporterà così, in quanto è suo amico e gli vuol bene. Nello
stesso modo agisce Cristo: quanto più ama un‟anima, tanto più vuole che essa contribuisca con le sue forze alla
propria gloria e non solo che l‟ottenga grazie al suo aiuto.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 55, 1

2. Il ritorno sulla via della giustizia

Voi sapete, fratelli, che il nostro pellegrinaggio in questa carne, su questo mondo, è breve e dura pochi giorni;
la promessa di Cristo, invece, è grande, meravigliosa, come grande e meraviglioso è il riposo nella vita eterna. Che
cos‟altro dovremo compiere, allora, per conseguire questi beni, se non perseverare a vivere nella santità e nella
giustizia, tenendo ben presente che tutti i valori riconosciuti tali da parte di questo mondo sono estranei a noi
cristiani? Poiché è quando desideriamo possedere tali beni che disertiamo la via della giustizia.

Ammonisce, infatti, il Signore: "Nessuno può servire due padroni" (Mt 6,24 Lc 16,13). Se noi, pertanto,
avremo la pretesa di servire sia Dio che Mammona, ne riceveremo un grave danno: "Che cosa giova", infatti,
"guadagnare tutto il mondo, se, poi, si perde la propria anima?" (Mt 16,26 Mc 8,36 Lc 9,25).

Pseudo Clemente, Sec. Epist. ad Corinth. 5

3. Libertà dal mondo nella solitudine


Assomiglio a quelli che, per la poca abitudine a navigare, sul mare si sentono male e son presi dalla nausea:
non sopportando la grandezza della nave col suo forte rollio, trasbordano su un canotto o una scialuppa, ma anche
ivi soffrono il mal di mare, perché la nausea e la bile viaggia con loro. Tale è dunque la nostra situazione. Portiamo
con noi i nostri mali interni e ovunque siamo tribolati allo stesso modo.

Ecco dunque ciò che si deve fare e come ci è possibile seguire le orme di colui che ci è guida alla salvezza:
"Se qualcuno vuol venire dietro a me", dice, "rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24).

Basilio di Cesarea, Epist. 2, 1

4. L‟invito di Gesù è per tutti

Guarda dunque a questa uscita, o discepolo, e che la tua sia come quella, e non tardare a rispondere alla voce
vivente di Cristo che ti ha chiamato. Là, egli chiamava solo Abramo: qui, nel suo Vangelo, egli chiama e invita ad
uscire dietro di lui tutti quelli che lo vogliono; ha infatti fatto sentire un appello generale a tutti gli uomini quando
ha detto: "Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24); e mentre là
non ha scelto che Abramo, qui, invita tutti a divenire simili ad Abramo.

Filosseno di Mabbug, Hom. 4, 76

5. Ciò che è veramente essenziale

Ecco perché tutto è pieno di confusione, di disordine e di turbamento: perché si trascura l‟anima, si dimentica
ciò che è necessario e fondamentale, per occuparsi con grande sollecitudine di ciò che è secondario e disprezzabile.
Non sai che il più grande favore che puoi fare a tuo figlio è di conservarlo immune dall‟impurità della
fornicazione? Nessuna cosa infatti è così preziosa quanto l‟anima. "Che giova all‟uomo" - dice Cristo -"guadagnare
il mondo intero, se poi perde l‟anima?" (Mt 16,26). Ma l‟amore delle ricchezze ha pervertito e sovvertito tutto:
come un tiranno s‟impossessa della cittadella così l‟avarizia occupa l‟anima degli uomini e vi bandisce il giusto
timor di Dio. Ecco perché trascuriamo la nostra salvezza e quella dei nostri figli, avendo come unica
preoccupazione quella di arricchire sempre più.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 59, 7


6. La via regale della croce

1) A molti sembrano assai dure queste parole: «Sacrifica te stesso, prendi la tua croce e segui Gesù» (Mt
16,24). Ma saranno assai più aspre queste estreme parole: "Andate lontano da me, voi maledetti, nel fuoco eterno!"
(Mt 25,41).

Quelli che adesso ascoltano e praticano le parole circa la croce, allora (al giudizio finale) non temeranno di
sentirsi gridare quelle altre parole di eterna dannazione.

Quando il Signore verrà all‟ultimo giudizio, "allora comparirà nel cielo il segno del figlio dell‟uomo (la
croce)" (Mt 24,30).

Allora tutti i servi della Croce, che in questa vita imitarono il Crocifisso, si avvicineranno a Cristo giudice con
grande fiducia.

2) Perché dunque hai tanta paura di accostarti alla croce, per mezzo della quale si va al regno?

Nella croce vi è la salvezza, nella croce la vita, nella croce la protezione dai nemici. Attraverso la croce viene
infusa nell‟anima la celeste soavità, vien data la robustezza alla mente, gaudio allo spirito. Nella croce vi è il
compendio delle virtù, nella croce la perfezione della santità. Non vi è salvezza per l‟anima, né speranza di vita
eterna se non nella croce.

Prendi su dunque la tua croce e segui Gesù; e andrai alla vita eterna.

Ti ha preceduto Lui portando la sua croce, ed è morto Lui prima in croce, affinché anche tu porti la tua croce e
muoia volentieri sulla croce; ché se lo imiterai morendo come Lui, lo imiterai anche vivendo parimenti con Lui. E
se gli sarai stato compagno nella pena, lo sarai anche nella gloria.

3) Tutto dunque si riduce alla croce e al morire sulla croce e per giungere alla vita e alla vera pace interna non
vi è altra via che quella della santa croce e della quotidiana mortificazione.

Va‟ pure dove vuoi, cerca pure quello che ti pare, ma non troverai lassù una via più alta e quaggiù una via più
sicura che la via della croce.

Disponi pure e comanda che tutto sia fatto secondo la tua volontà e il tuo parere, ma non potrai che fare questa
constatazione: bisogna sempre soffrire qualche cosa o per amore o per forza: vedi dunque che sempre troverai la
croce. Difatti: ora dovrai patire qualche dolore nelle membra, ora dovrai subire qualche tribolazione di spirito
nell‟anima.

4) Talvolta ti sentirai oppresso per l‟abbandono di Dio; talvolta sarai tormentato dal prossimo, e, quel che è
più, spesso tu stesso sarai di fastidio a te.

E non potrai sollevarti un po‟ o liberarti dal male con qualche rimedio o con qualche conforto, ma ti toccherà
sopportare finché a Dio piacerà; poiché Dio vuole che tu impari a soffrire il dolore senza consolazione e che tu ti
sottometta a lui senza riserva e che soffrendo tu diventi più umile.

Nessuno partecipa con tanto cordoglio alla passione di Gesù, se non colui a cui sarà toccato di patire qualche
cosa di simile a lui.

La croce dunque è sempre pronta e ti aspetta dappertutto. Per quanto tu scappi via non potrai mai sfuggirle;
anche perché, dovunque tu vada, per lo meno porterai appresso te e sempre troverai te stesso. Guarda pure in alto,
guarda pure in basso, guarda pure fuori, guarda pure dentro... in ogni punto troverai sempre la croce. Ed è
necessario che dappertutto tu porti pazienza se vuoi mantenere in te la pace e meritare l‟immortale corona.

5) Ma se tu la porti volentieri, la croce porterà te; e ti condurrà alla desiderata meta, ove, cioè, non c‟è più da
soffrire, anche se questo non sarà certo quaggiù.

Se invece tu la porti con ripugnanza, la troverai più pesante e aggraverai di più la tua pena, mentre poi non
risolvi niente, perché già, tanto, non puoi fare a meno di portarla. Se poi getti via una croce, ne troverai senza
dubbio un‟altra, e forse più gravosa.

6) Come puoi tu pensare di poter sfuggire a ciò che nessun uomo ha mai potuto evitare? Chi mai ci fu tra i
Santi nel mondo che abbia vissuto senza croce?

Nemmeno Nostro Signore Gesù Cristo, in tutto il tempo in cui visse sulla terra, fu mai un‟ora sola senza croce
e dolore. "Era necessario" - dice - "che il Cristo patisse tutto questo e risorgesse dai morti per entrare così nella sua
gloria" (Lc 24,26 Lc 24,46).

E allora come puoi tu pensare di cercare una via diversa da quella che è la via maestra, cioè la via della santa
croce?

7) L‟intera vita di Cristo non fu che croce e martirio... e tu cerchi per te ozio e piacere?
T‟inganni, t‟inganni, se cerchi qualcos‟altro all‟infuori del patire dolori: perché l‟intera nostra vita mortale è
piena di sofferenze e limitata tutt‟intorno da una fila di croci. E quanto più in alto uno avrà progredito nella vita
dello spirito, tanto più pesanti croci troverà, perché quanto più cresce in lui l‟amore verso Dio, tanto più penoso gli
riuscirà l‟esilio quaggiù.

8) Costui peraltro, anche se afflitto da tanti lati, non è del tutto privo di sollievo di qualche consolazione:
perché, dal sopportare la sua croce, sente che gli viene un accrescimento di merito grandissimo; infatti siccome egli
si sottopone alla croce con amore, tutta l‟acerbità della pena gli si converte in fiducia di consolazione divina. E
quanto più la carne viene straziata dai dolori, tanto più lo spirito si corrobora per l‟interna grazia.

Anzi talvolta si è talmente confortati nello stato di tribolazione e contrarietà causate dal desiderio della
conformità con la croce di Cristo, che non si vorrebbe più vivere senza dolori e avversità, perché si è convinti di
essere tanto più graditi a Dio quanto più numerose e dolorose pene si saranno tollerate per suo amore. Certamente
però una cosa simile non è virtù umana, ma è la grazia di Cristo che tali meraviglie opera nella debole carne,
conducendola al punto di farle accettare ed amare col fervore dello spirito, ciò che, naturalmente, sempre aborre e
fugge.

9) Non è certo secondo natura portare la croce, amare la croce, castigare e ridurre in schiavitù il proprio corpo,
fuggire gli onori, ricevere contumelie serenamente, disprezzare se stesso e desiderare di essere disprezzato,
sopportare tranquillamente le cose più avverse e dannose e non desiderare nessuna prosperità in questo mondo.

Se tu riguardi solo a te stesso, vedi subito che con le sole tue forze, non saresti capace di nessuna di queste
cose; ma se confidi in Dio, ti sarà data dal cielo la forza; e il mondo e la carne ti diverranno soggetti. Non solo, ma
non temerai nemmeno il demonio, il tuo nemico, se sarai armato di fede e segnato col segno della croce di Cristo.

10) Mettiti dunque come uno scudiero fedele e coraggioso a portare virilmente la croce del tuo Signore,
crocifisso per tuo amore. Sii pronto ad affrontare molte avversità e molte angustie in questa misera vita: perché
dappertutto così sarà per te; e così troveresti in realtà, dovunque tu volessi fuggire.

È necessario che sia così; e non c‟è altro rimedio per liberarsi dalla tribolazione, dai mali, dai dolori, che
sopportarli. Bevi dunque con amore il calice del Signore se vuoi essere suo amico e se desideri aver parte con lui.
Quanto alle consolazioni, affidale a Dio; ne disponga lui come più gli piacerà.

Tu, dal canto tuo, disponiti a sopportare le sofferenze e figurati che siano grandissime gioie; perché "le
sofferenze del tempo presente non possono essere paragonate alla gloria futura" (Rm 8,18) che dobbiamo meritarci,
anche se un solo uomo li dovesse patire tutti!

11) Quando sarai giunto a questo punto, che cioè il soffrire ti sembrerà dolce e gustoso per amore di Cristo,
allora puoi star sicuro che hai raggiunto la perfezione, perché hai già trovato il paradiso in terra.
Ma finché il patire ti riuscirà odioso e cercherai di fuggirlo, sarai sempre oppresso dal male; e il patimento ti
seguirà dovunque tu fugga.

12) Se al contrario ti decidi a vivere come devi, cioè a patire e a morire, tosto tutto andrà meglio per te e
troverai la pace.

Ricordati che, anche se tu fossi stato rapito fino al terzo cielo come Paolo, non saresti certo per questo
assicurato dal patire! Gesù infatti disse a riguardo di lui: "Io gli mostrerò quante pene dovrà soffrire per il mio
nome" (Ac 9,16).

Se dunque vuoi amare Gesù e servirlo in perpetuo sappi che devi soffrire.

13) Ma del resto, magari tu fossi degno di patire qualche cosa per il nome di Gesù! Quale grande gloria
sarebbe per te, quanta letizia per tutti i santi di Dio, e, anche, quale mirabile esempio per il prossimo!

Infatti tutti ammirano la forza nel sostenere i dolori, anche se poi sono pochi quelli che vogliono farlo. A
ragione poi dovresti soffrire qualche piccola cosa per amore di Cristo, dal momento che tanta gente soffre cose più
penose per il mondo.

14) Sii persuaso che tu devi vivere come chi sta per morire; e che quanto più uno muore a se stesso, tanto più
comincia a vivere per Dio. Nessuno è atto a comprendere le cose di Dio, se non si sarà sottoposto a tollerare per
Cristo le avversità. Nulla vi è di più gradito a Dio, nulla vi è di più salutare per te in questo mondo, che patire
volentieri per Cristo.

E se ti fosse lasciata libertà di scelta, ti converrebbe piuttosto desiderare di soffrire contrarietà per amore di
Cristo, che esser deliziato da tante consolazioni; perché, così, saresti più simile a Cristo e più conforme ai santi;
infatti il nostro merito e la perfezione del nostro stato non consiste nell‟avere molte soavi consolazioni, ma
piuttosto nel saper sostenere i grandi dolori e le avversità.

15) E, a onor del vero, se per la salvezza dell‟umanità ci fosse stato qualche metodo migliore e più utile che il
soffrire, certamente Cristo ce lo avrebbe insegnato con la parola e con l‟esempio! Ma invece Egli ai discepoli che lo
seguivano e a tutti quelli che desiderano seguirlo, non dà altra esortazione, ben chiara, che quella di portare la
croce: "Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua" (Lc 9,23)

Dopo aver dunque letto attentamente e meditato tutte queste cose, ecco qual è la conclusione: "Si entra nel
regno di Dio solo attraverso molte tribolazioni" (Ac 14,21).

Imitat. Christi, II, 12, 1-15


XXIII Domenica

63 Letture:

+Ez 33,7-9

Rm 13,8-10

+Mt 18,15-20

1. La correzione fraterna

"Se tuo fratello ha mancato contro di te, riprendilo fra te e lui solo" (Mt 18,15). Perché quel riprendilo? Perché
ti rincresce che ha mancato contro di te? Non sia mai. Se fai ciò per amore di te, nulla fai. Se lo fai per amore di lui,
fai cosa ottima. Dunque presta attenzione alle parole in sé, per capire per quale dei due amori tu devi far ciò, se di
te o di lui. "Se ti avrà ascoltato, dice, avrai conquistato tuo fratello (Mt )." Dunque, agisci per lui, al fine di
conquistarlo. Se agendo lo conquisterai, se tu non avessi agito egli si sarebbe perduto. Perché dunque la maggior
parte degli uomini disprezzano codesti peccati, dicendo: Cosa ho fatto di grande? Ho peccato contro l‟uomo. Non
disprezzare. Hai peccato contro l‟uomo: vuoi conoscere perché peccando contro l‟uomo ti sei perduto? Se colui
contro il quale hai peccato, ti avesse ripreso fra te e lui solo, e tu gli avessi dato ascolto, egli ti avrebbe conquistato.
Che vuol dire ti avrebbe conquistato, se non che si sarebbe perduto se non avesse cercato di conquistarti? Infatti, se
non stavi per perderti, in che modo ti avrebbe conquistato? Dunque, nessuno disprezzi, quando pecca contro il
fratello. Dice infatti in un certo passo l‟Apostolo: "Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza
debole, voi peccate contro Cristo" (1Co 8,12): questo perché tutti siamo stati fatti membra di Cristo. Come puoi
dire di non peccare contro Cristo, se pecchi contro un membro di Cristo?...

"Se tuo fratello ha mancato contro di te, riprendilo fra te e lui solo". Se lo avrai trascurato, tu sei peggiore. Egli
ti arrecò ingiuria, e ciò facendo inferse a se stesso una grave ferita: tu disprezzi la ferita di tuo fratello? Tu lo vedi
perire, od anche che si è già perduto, e lo trascuri? Sei peggiore tu nel tacere che non lui nell‟ingiuriare. Perciò,
quando qualcuno pecca contro di noi, cerchiamo di avere grande cura, non per noi; infatti è cosa gloriosa
dimenticare le ingiurie: ma tu dimentica la tua ingiuria, non la ferita di tuo fratello. Quindi, "riprendilo fra te e lui
solo", con l‟intenzione di correggerlo, vincendo ogni pudore. Infatti, preso da forte vergogna, egli comincia a
difendere il suo peccato, e tu rendi peggiore colui che volevi correggere. "Riprendilo", perciò, "fra te e lui solo. Se
ti avrà ascoltato, avrai conquistato tuo fratello": perché sarebbe perduto, se tu non lo facessi. "Se però non ti avrà
ascoltato", cioè, se avrà difeso il suo peccato quasi fosse un‟ingiuria fattagli, "prendi con te due o tre testimoni,
perché tutto si risolva sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non avrà ascoltato neppure costoro, riferisci la cosa
alla Chiesa: se non avrà ascoltato neppure la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano" (Mt 18,16-17).
Non annoverarlo più nel numero dei tuoi fratelli. E tuttavia, ciò non significa che si debba trascurare la sua
salvezza. Infatti, questi stessi pagani e gentili noi non li annoveriamo nel numero dei fratelli; e nondimeno sempre
cerchiamo la loro salvezza. Questo, quindi, abbiamo udito dal Signore che così ammoniva, prendendosi tanta cura,
di modo che avessimo sempre presente: "In verità vi dico, che tutto ciò che avrete legato sulla terra, sarà legato
anche in cielo; e tutto ciò che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo" (Mt 18,18). Hai cominciato a
ritenere tuo fratello come un pubblicano, legalo sulla terra: ma, attento, legalo da giusto. Infatti, la giustizia rompe
gli ingiusti legami. Quando, per contro, tu lo hai corretto e ti sei messo d‟accordo con tuo fratello, tu lo hai sciolto
sulla terra. Quando lo avrai sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo. Molto tu accordi, non a te, ma a lui;
infatti, molto egli ha nociuto, non a te, ma a se stesso.

Agostino, Sermo 82, 4 e 7

2. Amare il prossimo per Cristo

"Dove due o tre sono uniti nel mio nome, ivi sono io in mezzo ad essi" (Mt 18,20). Orbene non vi sono forse
due o tre uniti nel nome suo? Vi sono, sì; ma raramente. Gesù infatti non parla semplicemente di unione materiale,
né ricerca solo questo, ma anche e soprattutto, come già vi ho detto, le altre virtù insieme a ciò; inoltre esige questo
con molto rigore. È come se dicesse: Se qualcuno mi tiene come fondamento e causa principale della sua amicizia
per il prossimo, io sarò con lui a condizione che egli abbia anche le altre virtù. Vediamo invece al giorno d‟oggi che
la maggior parte degli uomini hanno altre, diverse motivazioni alle loro amicizie. Ecco: un uomo ama perché è
amato; un altro perché è onorato; un altro ancora perché qualcuno gli è stato utile in qualche affare o per altro
analogo motivo. Ma è difficile trovare qualcuno che per Cristo ami il suo prossimo autenticamente, come si deve
amare. Generalmente gli uomini si uniscono fra di loro per interessi terreni. Non così amava Paolo: egli amava per
Cristo; il motivo del suo amore era Cristo. Per questo, anche se non era riamato come egli amava, il suo amore non
veniva meno, poiché aveva gettato in profondità la forte radice dell‟amore. Ma purtroppo, oggi, non si ama più in
questa maniera. Se si esamina ogni caso, si troverà che generalmente l‟amicizia ha una causa ben diversa
dall‟amore di Cristo. E se mi fosse consentito di fare tale indagine presso una grande moltitudine di persone, io vi
dimostrerei che la maggior parte degli uomini sono uniti tra loro per motivi inerenti alle necessità della vita terrena.
E quanto dico risulta evidente considerando anche le cause che provocano l‟inimicizia, l‟odio. Dato che gli uomini
si cercano per motivi passeggeri, la loro amicizia non è ardente né costante. Un cenno di disprezzo o una parola
aspra, una minima perdita di denaro, un sentimento di invidia, un desiderio di vanagloria e qualunque altro simile
incidente basta per rompere l‟amicizia. Il fatto è che essa non ha una radice spirituale; niente di terreno e di
materiale potrebbe infatti spezzare un vincolo spirituale, non lo si potrebbe vincere né distruggere. Né le calunnie,
né i pericoli, né la morte o altro possono infrangerlo, né strapparlo dall‟anima dell‟uomo. Colui che ama per Cristo,
anche se dovesse patire infiniti dolori, mirando alla causa del suo amore, non cesserà mai di amare; chi invece ama
per essere amato, smette di amare non appena soffre qualche amarezza. Colui che si è legato con l‟amore di Cristo,
non desisterà mai dall‟amare. Perciò anche Paolo afferma: "La carità non viene mai meno" (1Co 13,8).

Che cosa vuoi replicare? Che l‟altro ha risposto con disprezzo e ingiurie ai tuoi servizi e al tuo rispetto? che
dopo essere stato beneficato ha tentato di toglierti la vita? Ma se tu ami per Cristo, tutto ciò ti spinge ad amare di
più. Ciò che per gli altri distrugge l‟amore, per noi produce e rafforza l‟amore. Mi chiedi come questo può
accadere? Anzitutto perché colui che è ingrato e per te causa di ricompensa, in secondo luogo, perché costui ha
bisogno di maggior aiuto, di intensa sollecitudine e cura. :E dunque chiaro che chi ama così, non guarda né ricerca
nell‟altro la nobiltà, la patria, le ricchezze e neppure l‟amore per sé, né altre simili cose, ma anche se è odiato,
insultato, minacciato di morte, egli continua ad amare, poiché gli basta, quale motivo d‟amore, Cristo: e guardando
a lui sta fermo, saldo, immutabile.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 60, 3


3. Nella Chiesa ci si consola a vicenda

Se uno giunge in piazza e vi trova anche un solo amico, tutta la sua tristezza sparisce. Ma noi non andiamo in
piazza, bensì in chiesa: vi incontriamo non uno solo, ma molti amici, ci uniamo a molti fratelli, a molti padri. Non
dovremmo dunque allontanare ogni nostro scoraggiamento e riempirci di letizia? Non solo per il numero delle
persone che vi si radunano la riunione in chiesa è migliore degli incontri sulla piazza, ma anche per gli argomenti
che vi si trattano. Vedo infatti come quelli che perdono il tempo in piazza e vi si siedono in circolo parlano spesso
di cose inutili, fanno discorsi frivoli e si intrattengono su argomenti per nulla convenienti. Anzi, c‟è l‟abitudine di
indagare e investigare con gran cura gli affari degli altri. Quanto sia incerto e pericoloso abbandonarsi a tali
discorsi, oppure ascoltarli e lasciarsene influenzare, e quanto spesso questi convegni abbiano fatto sorgere dissidi
nelle famiglie, non intendo trattarlo qui. Tutti senz‟altro concorderanno che quei discorsi sono inutili, frivoli e
mondani, ed anche che non è facile far entrare una parola spirituale in simili riunioni.

Ma qui in chiesa non è così, anzi precisamente l‟opposto. Ogni discorso inutile è bandito ed ogni
insegnamento spirituale ha il suo posto. Parliamo della nostra anima e dei beni che interessano l‟anima, della
corona che c‟è riposta nel cielo, della rettitudine nella vita, della bontà di Dio, e della sua provvidenza per tutto il
mondo e ancora di tutte le cose che ci riguardano, il motivo per cui siamo stati creati e la sorte che ci aspettiamo
quando ce ne partiamo da quaggiù, e la situazione che verrà per noi decisa. A queste riunioni non solo noi
prendiamo parte, ma anche i profeti e gli apostoli; anzi, il fatto più grande è che il Signore di noi tutti, Gesù, sta in
mezzo a noi. Egli stesso ha detto: "Dove due o tre sono raccolti nel mio nome, ivi sono io in mezzo a loro (Mt
18,20). Ma se Cristo è presente dove sono radunati due o tre, quanto più sarà in mezzo a noi quando tanti uomini,
tante donne, tanti padri sono insieme con gli apostoli e i profeti. Per questo anche noi parliamo con tanto coraggio,
nella certezza del suo aiuto.

Crisostomo Giovanni, In Genes. 5

4. La preghiera deve essere comunitaria

Il Dottore della pace e il Maestro dell‟unità non vuole che la preghiera si faccia individualmente e in privato,
nel senso che chi prega preghi solo per sé.

Non diciamo: Padre mio, che sei nei cieli; e neppure: dammi oggi il mio pane quotidiano; e ciascuno non
domanda che gli sia rimesso solo il suo debito; né prega solo per sé affinché non sia indotto in tentazione e sia
liberato dal male.

La nostra preghiera è pubblica e comune: e quando noi preghiamo, preghiamo non per uno solo, ma per tutto
quanto il popolo: e ciò perché noi, tutto intero il popolo, siamo uno.
Il Dio della pace e il Maestro della concordia, che ha insegnato l‟unità, vuole che uno preghi per tutti, così
come in uno egli portò tutti.

Proprio questa legge della preghiera osservarono i tre fanciulli gettati nella fornace ardente: essi pregarono in
piena consonanza, spiritualmente uniti in un cuor solo. Ce lo testimonia la divina Scrittura, la quale, indicandoci
come essi pregavano, ci dà il modello da imitare noi nelle nostre preghiere affinché possiamo essere come quelli.
"Allora" - sta scritto - "loro tre, come con una sola voce, cantavano un inno e benedicevano Iddio" (Da 3,51). Essi
pregavano come con una sola voce, e tuttavia Cristo non aveva ancora insegnato loro a pregare! Ebbene, la loro
preghiera fu efficace, poté essere esaudita, perché una preghiera pacifica, semplice e spirituale attira la benevolenza
di Dio.

Così vediamo che pregarono anche gli apostoli, riuniti coi discepoli, dopo l‟ascensione del Signore. "E tutti" -
sta scritto - "perseveravano unanimi nella preghiera, con le donne, e Maria la madre di Gesù, e con i fratelli di lui"
(Ac 1,14). Persevera vano unanimi nella preghiera, testimoniando in tal modo, in questa loro preghiera, e l‟assiduità
e il loro amore scambievole: ché Dio, il quale fa abitare nella stessa casa coloro che sono una sola anima (Ps 67,7),
non ammette nella divina ed eterna dimora se non quelli che pregano essendo un‟anima sola.

Cipriano di Cartagine, De orat. dom. 8

5. La Chiesa è adunata nel nome di Gesù

Già tre riuniti nel Tuo nome formano la Chiesa. Conserva dunque le migliaia di adunati nella Tua casa, che
prima hanno eretto nel loro cuore una chiesa e poi l‟hanno portata nel tem pio edificato nel Tuo nome! Che la
chiesa interiore sia magnifica come lo è l‟esteriore ! Abita nella chiesa interiore e conserva l‟esteriore, poiché sia il
cuore che l‟edificio sono consacrati nel Tuo nome!

Balaj, Madrase per la chiesa di Aleppo

XXIV Domenica

64 Letture:

+Si 27,30 28,9


Rm 14,7-9

+Mt 18,21-35

1. I vantaggi del perdono ai nemici

Questa parabola cerca di ottenere due cose: che noi riconosciamo e condanniamo i nostri peccati, e che
perdoniamo quelli degli altri. E il condannare è in funzione del perdonare, affinché cioè il perdonare diventi più
facile. Colui infatti che riconosce i propri peccati, sarà più disposto a perdonare al proprio fratello. E non solo a
perdonare con la bocca, ma di cuore. Altrimenti noi rivolgeremo la spada contro noi stessi. Che male può farti il tuo
nemico che possa essere paragonato a quello che tu fai a te stesso, accendendo la tua ira e attirando contro di te la
sentenza di condanna da parte di Dio? Se infatti tu sei vigilante e vivi filosoficamente, tutto il male ricadrà sulla
testa di chi ti offende e sarà lui a pagare il malfatto; ma se ti ostini nella tua indignazione e nel risentimento, allora
sarai tu stesso a riportare il danno: non quello che ti procurerà l‟offesa del nemico, ma quello che ti deriverà dal tuo
rancore. Non dire che t‟insultò e che ti calunniò e ti fece mille mali, quanti più oltraggi tu enumeri, tanto più
dimostri che egli è tuo benefattore. Egli infatti ti ha dato modo di espiare i tuoi peccati. Quanto più infatti egli ti ha
offeso tanto più è diventato per te causa di perdono. Infatti se noi vogliamo, nessuno potrà danneggiarci; anzi i
nostri stessi nemici saranno per noi causa di bene immenso. Ma perché parlo soltanto degli uomini? C‟è qualcosa di
più perverso del demonio? Eppure anche lui può essere per noi occasione di grande gloria, come lo dimostra
Giobbe. Se dunque il diavolo può essere per te occasione di ricompensa, perché temi un uomo, tuo nemico?
Considera infatti quanto tu guadagni sopportando con mansuetudine gli attacchi dei tuoi nemici. Il primo e più
grande vantaggio è il perdono dei tuoi peccati. In secondo luogo tu acquisti costanza e pazienza e inoltre mitezza e
misericordia: infatti chi non sa adirarsi contro coloro che l‟offendono, tanto più sarà mite verso gli amici. Infine,
sradicheremo per sempre da noi l‟ira: e non vi è bene pari a questo. Chi infatti è libero dall‟ira, evidentemente sarà
libero dalla tristezza di cui l‟ira è fonte e non consumerà la sua vita in vani affanni e dolori. Chi non s‟adira né odia,
non sa neppure essere triste, ma godrà di gioia e di beni infiniti. Odiando infatti gli altri, noi puniamo noi stessi; e,
al contrario, benefichiamo noi stessi, amando. Oltre a tutto questo, tu sarai rispettato persino dai tuoi nemici, anche
se essi sono demoni; anzi, con questo tuo atteggiamento non avrai più neppure un nemico. Infine, ciò che vale più
di tutto ed è prima di tutto: tu ti guadagnerai la benevolenza di Dio; se hai peccato, otterrai il perdono; e se hai
praticato il bene, aggiungerai nuovi motivi di fiducia e di speranza.

Sforziamoci dunque di non odiare nessuno, affinché Dio ci ami. Anche se noi siamo debitori di mille talenti,
egli avrà misericordia di noi e ci perdonerà. Ma tu dici che sei stato offeso dal tuo nemico . Ebbene, abbi
compassione di lui e non odiarlo; compiangilo vivamente, non disprezzarlo. Infatti, non sei stato tu ad offendere
Dio, ma lui; tu, invece, hai acquistato gloria se hai sopportato con pazienza il suo odio. Ricorda che Cristo, quando
stava per essere crocifisso, si rallegrò per sè e pianse per i suoi crocifissori. Tale deve essere la nostra disposizione
d‟animo; e quanto più noi siamo offesi, tanto più dobbiamo piangere per coloro che ci offendono. A noi
provengono molti beni da questo fatto mentre a loro accade tutto il contrario. Costui - tu replichi - mi ha oltraggiato
e schiaffeggiato dinanzi a tutti. E io ti dico che egli si è disonorato davanti a tutti ed ha aperto la bocca di mille
accusatori; per te invece ha intrecciato più grandi e splendide corone e ha aumentato il numero degli araldi della tua
pazienza. Ma egli mi ha insultato davanti agli altri - tu obietti ancora. E che è questo, quando Dio solo sarà il tuo
giudice e non coloro che hanno inteso quelle calunnie? Per sé, infatti, ha aggiunto nuovo motivo di castigo,
cosicché egli dovrà render conto non solo dei propri atti, ma anche delle parole che pronunciò contro di te. Se ti ha
accusato presso gli uomini, egli però si è screditato davanti a Dio. Se poi queste considerazioni non ti bastano,
pensa che anche il tuo Dio è stato calunniato non solo da Satana, ma anche dagli uomini e da quelli che amava
sopra tutti.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 61, 5


2. Il perdono dato è misura della misericordia che otterremo

"E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" (Mt 6,12). O ineffabile clemenza di
Dio! Non solo ci ha dato un modello di preghiera e ha stabilito una regola di vita che ci rende a lui accetti, non solo
- attraverso la formula insegnataci con la quale ci prescrive di pregarlo sempre - strappa via le radici dell‟ira e della
tristezza, ma offre a chi prega un‟occasione e apre una via a fare su di noi un giudizio indulgente e misericordioso;
egli ci dà in certo modo la possibilità di addolcire noi stessi la nostra sentenza, di forzarlo al perdono delle nostre
colpe con l‟esempio della nostra indulgenza, poiché gli diciamo: "Perdona a noi, come noi perdoniamo agli altri".

Pertanto, fidando in questa preghiera, domanderà perdono con certezza di essere esaudito chiunque si sarà
dimostrato remissivo verso i suoi debitori. Verso i suoi debitori, non verso quelli del Signore. Si nota infatti in
molti una cosa ancora peggiore: le ingiurie fatte a Dio, per quanto gravissime, ci trovano dolci e pieni di clemenza;
ma quando si tratta di offese anche minime fatte a noi, esigiamo una riparazione con severità inesorabile. È certo
però che chiunque non avrà perdonato di cuore i torti ricevuti dal fratello, con questa preghiera otterrà per sè non
l‟indulgenza ma la condanna poiché chiederà lui stesso un giudizio più severo dicendo: "Perdonami come io ho
perdonato". Se sarà trattato secondo la sua domanda, che altro gli potrà toccare se non di venir punito, a suo
esempio, con una collera implacabile e una sentenza senza remissione? Se dunque vogliamo essere giudicati
benignamente, anche noi dobbiamo mostrarci benigni verso coloro che ci hanno arrecato qualche offesa. Infatti ci
sarà perdonato nella misura in cui avremo perdonato loro, qualunque cattiveria ci abbiano fatto.

Molti tremano a questo pensiero, e quando in chiesa questa preghiera è cantata in coro da tutto il popolo
lasciano passare queste parole senza dirle, per paura di condannarsi con la loro stessa bocca, invece di giustificarsi;
e non s‟accorgono che queste sono sottigliezze vane, con cui cercano invano di coprirsi agli occhi del Giudice di
tutti, il quale ha voluto mostrare in anticipo, a coloro che lo pregano, in che modo li giudicherà. È perché non vuole
che lo troviamo severo e inesorabile, lui che ci ha rivelato la regola dei suoi giudizi, affinché noi così giudichiamo i
nostri fratelli, qualora abbiano commesso qualcosa contro di noi "poiché il giudizio sarà senza misericordia per
colui che non ha usato misericordia" (Jc 2,13).

Cassiano Giovanni, Collationes, 9, 22

3. Nell‟orazione stringiamo un patto con Dio

"Perdono da dare al fratello per poterlo ricevere da Dio". Se dunque, chiunque tu sia, rivolgi il tuo pensiero a
Cristo, e desideri ricevere quello che egli ti ha promesso, non essere pigro nel fare quel che egli ha ordinato. Cosa
infatti ha promesso? La vita eterna. E cosa ha ordinato? Di perdonare il fratello. Come se ti dicesse: Tu, uomo, da‟
il perdono all‟uomo affinché io, Dio, ti possa perdonare... Intendo dire, non vuoi tu dunque ricevere dal tuo Signore
quanto ti è ordinato di dare al tuo fratello? Dimmi se non vuoi, e non vuoi dare. Cos‟è questo, se non che tu
disconosci chi lo domanda, mentre chiedi di essere ignorato? Oppure se non hai di che essere ignorato, oso dire,
non voler essere ignorato. Per quanto non avrei dovuto dire una cosa simile, anche se non hai di che essere
ignorato, ignora.

"Sull‟esempio di Dio, si devono condonare i debiti". Forse sei sul punto di dirmi: Ma io non sono Dio, sono un
uomo peccatore. Grazie a Dio, poiché ti è dato di confessare la tua realtà di peccato. Perciò ignora affinché ti sia
rimessa. Peraltro siamo esortati ad imitare lo stesso Signore nostro Dio. Anzitutto, lo stesso Dio Cristo, del quale
l‟apostolo Pietro ha detto: "Cristo ha patito per noi, lasciandovi l‟esempio, perché ne seguiate le orme; egli che non
commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca" (1P 2,21-22). E in ogni caso, egli che non aveva peccato è
morto per i nostri peccati ed ha effuso il suo sangue per la remissione dei peccati. Accettò per noi ciò che non
doveva, perché fossimo liberati dal delitto. Egli non doveva morire e noi non dovevamo vivere. Perché? Perché
eravamo peccatori. Né a lui era dovuta la morte, né a noi la vita: ciò che non gli era dovuto, egli lo accettò; ciò che
a noi non era dovuto, egli lo dette. Ma poiché si tratta della remissione dei peccati, affinché non pensiate di imitare
Cristo da voi, ascoltate l‟Apostolo che dice: "Donando voi stessi, così come Dio si dette a voi in Cristo" (Col 3,13).
"Siate dunque imitatori di Dio" (Ep 5,1). Sono parole dell‟Apostolo, non mie. È certamente presuntuoso imitare
Dio? Ascolta l‟Apostolo: "Siate imitatori di Dio, come figli carissimi (Ep )". Sei detto figlio: se respingi
l‟imitazione, perché cerchi l‟eredità?

"Il peccatore compatisca chi pecca". Questo potrei dire se tu non avessi in te ombra di peccato, qualora tu
desideri essere confortato. Ma, in ogni caso, chiunque tu sia, sei un uomo; anche se giusto, sei un uomo; anche se
laico, monaco chierico, vescovo o apostolo, sei sempre un uomo. Ascolta la voce dell‟apostolo: Se dicessimo di
non avere peccato, inganneremmo noi stessi. Egli, l‟evangelista Giovanni, colui che Cristo Signore prediligeva fra
gli altri, che riposava sul suo petto, proprio lui dice: "Se dicessimo": non ha detto: Se diceste di non aver peccato,
bensì: "Se dicessimo di non aver peccato, inganneremmo noi stessi, e la verità non è in noi" (1Jn 1,8). Si congiunse
alla colpa, per esser congiunto anche al perdono. "Se dicessimo": osservate chi dice: "Se dicessimo di non avere
peccato, inganneremmo noi stessi, e la verità non è in noi. Se invece avremo confessato i nostri peccati, colui che è
fedele e giusto, rimetterà i nostri peccati e ci purificherà da ogni iniquità (1Jn 1,8-9) .

Come ci purificherà? Ignorando, non quasi non trovando di che punire, bensì trovando di che perdonare.
Perciò, se abbiamo peccato, fratelli, comprendiamo chi chiede venia. Non coviamo nel nostro cuore inimicizia
verso gli altri. Infatti, le inimicizie covate dentro viziano ancor più il nostro cuore.

"Nell‟orazione si chiede a Dio il perdono con il patto di donarlo agli altri". Voglio quindi che tu sia
comprensivo, perché ti so alla ricerca di perdono. Ti si prega, disconosci; ti si prega e pregherai a tua volta; ti si
prega, disconosci; pregherai per essere disconosciuto.

Agostino, Sermo 114, 2-5

XXV Domenica

65 Letture:
+Is 55,6-9

Ph 1,20-27a

+Mt 20,1-16a

1. Le ore della divina chiamata

L‟operaio, dunque, (che fu chiamato) al mattino, all‟ora terza, sesta e nona, indica quell‟antico popolo ebraico
che fin dagli inizi del mondo, nei suoi eletti, si studiò di onorare Dio con retta fede, come se non cessasse di faticare
nel coltivare la vigna. All‟undicesima ora sono chiamati i pagani, ai quali anche è chiesto: "Perché ve ne state qui
tutto il giorno oziosi?" (Mt 20,6). Essi, infatti, per così lungo tempo non si erano curati di lavorare per la loro vita,
come se stessero in ozio tutto il giorno. Ma pensate, fratelli carissimi, cosa risposero alla domanda: Gli risposero:
"Perché nessuno ci ha presi" (Mt 20,7). Nessun patriarca, nessun profeta era stato mandato loro. E cosa significa:
«Nessuno ci ha presi a lavorare», se non questo: «Nessuno ci ha predicato le vie della vita»? Cosa dunque diremo a
nostra scusa, quando abbiamo omesso di fare il bene noi che fin dal grembo della madre siamo venuti alla fede, che
fin dalla culla abbiamo udito le parole di vita, che insieme al latte carnale abbiamo attinto il liquore della
predicazione celeste al seno della santa Chiesa?

Possiamo anche distinguere le diverse ore in relazione ad ogni uomo, secondo i diversi momenti delle sue età.
Così il mattino è la puerizia del nostro intelletto. L‟ora terza può indicare l‟adolescenza, perché quando cresce il
calore dell‟età è come se il sole salisse in alto. L‟ora sesta è la gioventù, perché come il sole sembra fermarsi nel
mezzo (del cielo), in essa viene raggiunto il pieno vigore. L‟ora nona raffigura la maturità, nella quale il sole
comincia a declinare, perché in questa età comincia a venir meno il calore della gioventù. L‟undicesima ora è
quella età che viene detta decrepita, cioè la vecchiaia... Siccome poi uno chiamato alla vita santa durante la
puerizia, un altro nell‟adolescenza, un altro nella gioventù, un altro nella vecchiaia, un altro ancora nell‟età
decrepita, ecco che gli operai sono chiamati alla vigna in ore diverse. Osservate pertanto i vostri costumi, fratelli
carissimi, e vedete se siete già operai di Dio. Ciascuno esamini le sue opere e consideri se sta faticando nella vigna
del Signore. Chi infatti in questa vita cerca le cose sue, non è ancora giunto alla vigna del Signore. Lavorano invece
per lui coloro che pensano non ai propri guadagni, ma a quelli del Signore, e che per lo zelo della carità si dedicano
ad opere pie, si adoperano a conquistar anime, si affrettano a condurre con sé anche gli altri alla vita. Chi invece
vive per sé e si pasce dei piaceri della sua carne, è giustamente accusato di essere ozioso, perché non aspira al frutto
dell‟opera divina.

Chi poi ha trascurato fino a tarda età di vivere per Dio, è come se fosse stato in ozio fino all‟undicesima ora.
Per cui, giustamente, vien detto a coloro che sono rimasti indolenti fino all‟undicesima ora: "Perché ve ne state qui
tutto il giorno oziosi"? È lo stesso che dire: «Anche se non avete voluto vivere per Dio nella puerizia e nella
giovinezza, ravvedetevi almeno nell‟ultima età, e, sia pure in ritardo, quando ormai non c‟è più molto da faticare,
venite alla via della vita». Anche questi chiama il padrone di casa, e il più delle volte essi sono ricompensati prima,
perché uscendo prima dal corpo, vanno al regno prima di quelli che sembravano essere stati chiamati fin dalla
puerizia. Non giunse forse all‟undicesima ora il buon ladrone? Se non giunse a quell‟ora per l‟età, vi giunse certo
quanto alla sofferenza, egli che riconobbe Dio mentre era in croce e spirò quasi mentre faceva tale professione. Il
padrone di casa cominciò così la distribuzione della paga dall‟ultimo, perché condusse al riposo del paradiso il
ladrone prima di Pietro. Quanti patriarchi vissero prima della Legge, quanti sotto la Legge, e tuttavia coloro che
furono chiamati alla venuta del Signore giunsero senza alcun indugio al regno dei cieli!...
Ma è terribile ciò che segue a queste (parole): "Molti sono chiamati, ma pochi eletti" (Mt 26,16), perché molti
vengono alla fede, pochi giungono al regno dei cieli. Ecco infatti in quanti siamo convenuti alla festa di oggi e
riempiamo le mura di questa chiesa; e tuttavia chissà quanto pochi sono quelli che sono annoverati nel gregge degli
eletti di Dio! Ecco infatti la voce di tutti grida: «Cristo!», ma la vita di tutti non grida altrettanto. I più seguono Dio
a parole, lo fuggono con la condotta pratica di vita...

Di questi tali, fratelli carissimi, ne vedete molti nella Chiesa, ma non dovete né imitarli e neppure disperare
(della loro salvezza). Noi vediamo infatti quello che è oggi ciascuno, ma non sappiamo che cosa potrà diventare
domani. Molte volte anche chi sembra venire dopo di noi ci precede con l‟agilità delle buone opere, e a stento
seguiamo quello che oggi crediamo di precedere. Certamente, mentre Stefano moriva per la fede, Saulo custodiva
le vesti di coloro che lo lapidavano. Egli dunque lapidò con le mani di tutti, perché rese tutti più spediti nel
lapidare; e tuttavia con le sue fatiche precedette nella santa Chiesa quello stesso che con le sue persecuzioni aveva
reso martire. Ci sono dunque due cose alle quali dobbiamo seriamente pensare. Siccome infatti "molti sono
chiamati, ma pochi eletti", per prima cosa nessuno deve minimamente presumere di se stesso, perché anche se è già
stato chiamato alla fede non sa se è degno del regno eterno. La seconda cosa è che nessuno osi disperare del
prossimo, che forse ha visto giacere nei vizi, perché ignora le ricchezze della misericordia divina.

Gregorio Magno, Hom. XIX, 1-3.5-6

2. I chiamati e gli eletti

Che nessuno di voi, carissimi, si creda in sicurezza sotto il pretesto che è battezzato, poiché alla stregua di
coloro che corrono negli stadi dei quali non tutti ricevono il "bravium", cioè il premio della vittoria, ma solo colui
che è arrivato primo nella corsa, così non sono salvati tutti coloro che hanno la fede, bensì solamente coloro che
perseverano nelle buone opere cui hanno posto mano. E come colui che lotta contro un altro «si astiene da tutto»,
così anche voi dovete astenervi da tutti i vizi, per poter vincere il diavolo, vostro avversario. Uomini infelici
servono un re terreno con il pericolo della propria vita e passano per enormi difficoltà in vista di un risultato quanto
mai effimero e presto scomparso; perché non servite invece il re del cielo per ottenere la felicità del Regno? E visto
che per la fede il Signore vi ha già chiamati nella sua vigna, cioè nell‟unità della santa Chiesa, vivete, comportatevi
in modo tale che, grazie alla divina liberalità, voi possiate ricevere il denaro, cioè la felicità del regno celeste.

Che nessuno disperi a causa della grandezza dei suoi peccati, e non dica: Numerosi sono i peccati nei quali ho
perseverato fino alla vecchiaia e all‟estrema vecchiaia, non potrà più ormai ottenere il perdono, soprattutto per il
fatto che sono i peccati che mi hanno lasciato e non io che li ho rigettati. Che costui non disperi affatto della
misericordia divina, poiché alcuni sono chiamati nella vigna di Dio alla prima ora, altri alla terza, altri alla sesta,
altri alla nona, altri alla undicesima, come dire che gli uni sono portati al servizio di Dio nell‟infanzia, altri
nell‟adolescenza, altri nella giovinezza, altri nella vecchiaia, altri nell‟estrema vecchiaia.

E, come nessuno, quale che sia la sua età, deve disperare se vuole convertirsi a Dio, così nessuno deve credersi
nella sicurezza solo in forza della propria fede, ma deve piuttosto temere quanto è detto: "Molti sono chiamati, ma
pochi sono eletti" (Mt 20,16). Che noi siamo chiamati per la fede, lo sappiamo; ma se siamo eletti, lo ignoriamo.
Ciascuno deve quindi essere tanto più umile in quanto ignora se è eletto.
Che Dio onnipotente vi accordi di non essere nel numero di coloro che a piedi traversarono il Mar Rosso,
mangiarono la manna nel deserto, bevettero la bevanda spirituale, e tuttavia perirono a causa delle mormorazioni
fatte nel deserto, bensì nel numero di coloro che entrarono nella terra promessa e ottennero, lavorando fedelmente
nella vigna della Chiesa di ricevere il denaro della felicità eterna, di modo che con il Cristo vostro capo voi
possiate, voi sue membra, regnare per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Anonimo IX sec., Hom. 4, 4-7

3. La chiamata è per tutti e alla prima ora

A quale scopo, dunque, è stata composta questa parabola, e che fine vuol conseguire? Essa mira a incoraggiare
gli uomini che si sono convertiti e hanno cambiato vita in età avanzata, e a evitare che si ritengano inferiori. Questa
è la ragione per cui il Signore presenta altri che mal sopportano il fatto che costoro ottengano quei doni; non tanto
per mostrare che quelli siano realmente rosi e consumati dall‟invidia. Dio ci liberi da tale pensiero; quelli vengono
introdotti solo per farci comprendere che gli ultimi arrivati godono di tale onore, che può anche causare invidia. La
stessa cosa facciamo anche noi molte volte, quando diciamo ad esempio: Il tale mi ha rimproverato d‟averti fatto
tale onore. Con ciò noi non vogliamo dire che realmente siamo stati rimproverati, né pensiamo di screditare
quell‟altro, ma vogliamo dimostrare la grandezza del dono che abbiamo fatto all‟amico.

Ma voi ora mi domanderete perché il padrone non fa venire gli operai tutti insieme a lavorare nella vigna. Per
quanto dipende dal padrone, egli li ha chiamati tutti insieme, alla stessa ora; però non tutti hanno obbedito subito, e
ciò per le diverse disposizioni dei chiamati. Per questo alcuni sono chiamati di buon mattino, altri all‟ora terza, altri
alla sesta, alla nona, fino all‟undicesima ora, ciascuno nel momento in cui è pronto ad ascoltare la sua chiamata. La
stessa cosa dichiara anche Paolo dicendo: "Quando è piaciuto a Dio, che mi ha separato dal ventre di mia madre"
(Ga 1,15). E quando a Dio è piaciuto? Quando Paolo era pronto ad obbedirgli. Il Signore avrebbe certo desiderato
chiamarlo fin dall‟inizio della sua vita, ma sapendo che allora Paolo non avrebbe ceduto, ha atteso a chiamarlo nel
momento in cui sarebbe stato disposto. Per questo, chiamerà il ladrone all‟ultimo momento, ché altrimenti costui
non avrebbe risposto alla chiamata. Paolo non gli avrebbe risposto prima, e molto meno, gli avrebbe obbedito il
ladrone.

Orbene, se gli operai dicono qui che nessuno li ha presi a soldo, non bisogna pretendere, come già vi dissi, di
esaminare e di spiegare ogni minimo dettaglio nelle parabole. E non dimentichiamo che non è il padrone a dire
queste parole, ma gli operai dell‟ultima ora: il padrone non li rimprovera per non turbarli, e per indurli a lavorare
anch‟essi nella vigna. Infatti, che egli abbia l‟intenzione di chiamarli tutti dal principio lo dimostra la parabola
stessa, quando dice che il padrone di casa uscì la mattina di buon‟ora ad assoldare operai.

Da ogni parte, quindi, risulta evidente che la parabola è indirizzata sia a coloro che dalla prima età, sia a quelli
che in età avanzata e più tardi si danno alla virtù. Ai primi, perché non si insuperbiscano né insultino coloro che
vengono all‟undicesima ora; agli ultimi, perché sappiano che possono, in breve tempo, recuperare tutto. Siccome,
infatti, il Signore aveva in precedenza parlato di fervore e di zelo, di rinuncia delle ricchezze, di disprezzo di tutto
ciò che si possiede - il che richiede grande sforzo e un ardore giovanile - per accendere negli ascoltatori la fiamma
dell‟amore e dar tono alla loro volontà, dimostra ora che pure quelli che sono giunti tardi possono ricevere la
ricompensa di tutta la giornata. Tuttavia, non dice esplicitamente questo, per timore che questi si insuperbiscano e
siano negligenti e trascurati; mostra invece che tutto è opera della sua bontà e, grazie ad essa, costoro non saranno
trascurati, ma riceveranno anch‟essi beni ineffabili. Questo è lo scopo principale che Cristo si prefigge nella
presente parabola.

Né meravigliatevi se il Signore aggiunge che "saranno primi gli ultimi e ultimi i primi e molti saranno i
chiamati e pochi gli eletti" (Mt 20,16). Egli non afferma ciò deducendolo dalla parabola, ma vuole far comprendere
che come è successo questo succederà anche quello. Perché qui i primi non sono diventati ultimi ma tutti hanno
ottenuto, al di là di quanto potevano aspettarsi e sperare, la stessa ricompensa. Orbene, come è accaduto questo
contro ogni speranza e aspettativa e gli ultimi furono messi alla pari coi primi, così accadrà un fatto ancor più
grande e straordinario, vale a dire che gli ultimi saranno i primi e i primi saranno dopo di essi.

Crisostomo Giovanni, In Matth. 64, 3 s.

XXVI Domenica

66 Letture:

+Ez 18,25-28

Ph 2,1-11

+Mt 21,28-32

1. La parabola dei due figli

Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; e andato dal primo, gli disse. «Figlio, va‟ a lavorare oggi nella
vigna». Rispose: «Non voglio»; però poi, pentitosi, andò. E rivolto al secondo, gli disse lo stesso. Quegli rispose:
«Vado, Signore»; ma non andò. Quale dei due ha fatto la volontà del Padre? «Il primo», risposero. E Gesù
soggiunse..." (Mt 21,28-31). Questi due figli, di cui si parla anche nella parabola di Luca, sono uno onesto, l‟altro
disonesto; di essi parla anche il profeta Zaccaria con le parole: "Presi con me due verghe: una la chiamai onestà,
l‟altra la chiamai frusta, e pascolai il gregge" (Za 11,7). Al primo, che è il popolo dei gentili, viene detto, facendogli
conoscere la legge naturale: «Va‟ a lavorare nella mia vigna», cioè non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te
(Tb 4,16). Ma egli, in tono superbo, risponde: «Non voglio». Ma poi, all‟avvento del Salvatore, fatta penitenza, va
a lavorare nella vigna del Signore e con la fatica cancella la superbia della sua risposta. Il secondo figlio è il popolo
dei Giudei, che rispose a Mosè: "Faremo quanto ci ordinerà il Signore" (Ex 24,3), ma non andò nella vigna, perché,
ucciso il figlio del padrone di casa, credette di essere divenuto l‟erede. Altri però non credono che la parabola sia
diretta ai Giudei e ai gentili, ma semplicemente ai peccatori e ai giusti: ma lo stesso Signore, con quel che aggiunge
dopo, la spiega.
"In verità vi dico che i pubblicani e le meretrici vi precederanno nel regno di Dio" (Mt 21,31). Sta di fatto che
coloro che con le loro cattive opere si erano rifiutati di servire Dio, hanno accettato poi da Giovanni il battesimo di
penitenza; invece i farisei, che davano a vedere di preferire la giustizia e si vantavano di osservare la legge di Dio,
disprezzando il battesimo di Giovanni, non rispettarono i precetti di Dio. Per questo egli dice:

"Perché Giovanni è venuto a voi nella via della giustizia, e non gli avete creduto ma i pubblicani e le meretrici
gli hanno creduto; e voi, nemmeno dopo aver veduto queste cose, vi siete pentiti per credere a lui" (Mt 21,32). La
versione secondo cui alla domanda del Signore: «Quale dei due fece la volontà del padre?» essi abbiano risposto
«l‟ultimo», non si trova negli antichi codici, ove leggiamo che la risposta è «il primo», non «l‟ultimo»; così i
Giudei si condannano col loro stesso giudizio. Se però volessimo leggere «l‟ultimo», il significato sarebbe
ugualmente chiaro. I Giudei capiscono la verità, ma tergiversano e non vogliono manifestare il loro intimo
pensiero; così, a proposito del battesimo di Giovanni, pur sapendo che veniva dal cielo, si rifiutarono di
riconoscerlo.

Girolamo, In Matth. 21, 29-31

2. I due figli

"Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli" (Mt 21,28). Egli chiamò i suoi «figli», per incitarli al lavoro.
"D‟accordo, Signore", disse l‟uno. Il padre l‟ha chiamato: Figlio mio, ma lui ha risposto chiamandolo: "Signore";
non lo ha chiamato: Padre, e non ha adempiuto la sua parola. "Quale dei due ha fatto la volontà del padre suo"?
Essi giudicarono con rettitudine e "dissero: Il secondo" (Mt 21,31). Egli non disse: Quale vi sembra? - infatti il
primo aveva detto: "Ci vado" - bensì: "Quale ha fatto la volontà del padre suo? Ecco perché i pubblicani e le
prostitute vi precederanno nel regno dei cieli (Mt )", poiché voi avete promesso a parole, ma essi corrono più veloci
di voi. "Giovanni è venuto a voi nella via della Giustizia" (Mt 21,32), non ha trattenuto per sé l‟onore del suo
Signore, ma, allorché si riteneva che egli fosse il Cristo, egli ha detto: "Io non sono degno di sciogliere i lacci dei
suoi sandali" (Lc 3,16).

Efrem, Diatessaron, XVI, 18

3. La gioia di Dio per il peccatore pentito

"Così, io vi dico, vi sarà in cielo una gioia maggiore per un solo peccatore che si pente, che non per
novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza" (Lc 15,7). Dobbiamo considerare, fratelli, perché il
Signore affermi che c‟è più gioia in cielo per i peccatori che si convertono che non per i giusti che rimangono tali.
Noi sappiamo per esperienza quotidiana, che il più delle volte quelli che non si sentono oppressi dal peso dei
peccati stanno sì saldi sulla via della giustizia, non commettono nulla d‟illecito, ma non anelano ansiosamente alla
patria celeste e tanto più facilmente usano delle cose lecite quanto più ricordano di non aver commesso nulla
d‟illecito. Essi per lo più rimangono pigri nel fare il bene straordinario, proprio perché sono sicuri di non aver
commesso colpe più gravi. Al contrario, quelli che si ricordano di aver compiuto qualcosa d‟illecito, presi dal
dolore, si accendono di amor di Dio, si esercitano nelle virtù sublimi, cercano le difficoltà del santo combattimento,
lasciano tutte le cose del mondo, fuggono gli onori, si rallegrano delle offese ricevute, bruciano di desiderio,
anelano alla patria celeste; e poiché sanno di essersi allontanati da Dio, cercano di riparare le colpe del passato con
le opere del presente. Pertanto, c‟è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che non per un giusto che
resta tale, perché anche il condottiero in battaglia ama di più quel soldato che, tornato indietro dopo essere fuggito,
incalza fortemente il nemico, che non quello che non ha mai voltato le spalle ma non si è mai comportato
valorosamente. Anche l‟agricoltore ama di più quel campo che dopo le spine produce frutti abbondanti, di un altro
che non produsse mai spine, ma non produce neppure una messe fertile.

Ma a questo punto bisogna che si sappia che ci sono molti giusti, nella cui vita c‟è soltanto gioia, così che non
si può chiedere loro alcuna penitenza per i peccati. Molti, infatti, sono consapevoli di non aver commesso alcun
male, e tuttavia si esercitano con tanto ardore a mortificarsi come se fossero ridotti alle strette da tutti i peccati.
Tutto rifiutano, anche le cose lecite, si accingono con elevatezza d‟animo a disprezzare il mondo, non vogliono che
siano loro lecite quelle cose che piacciono, si privano anche dei beni concessi, disprezzano le cose visibili, ardono
per quelle invisibili, godono nei lamenti, in ogni cosa si umiliano; e come alcuni piangono i peccati di opere, così
fanno anch‟essi per quelli di pensiero. Come dunque chiamerò costoro, se non giusti e penitenti, essi che si
umiliano con penitenza del peccato di pensiero e perseverano sempre retti nelle loro azioni? Da questo bisogna
capire quanta gioia dà a Dio quando un giusto umilmente piange, dal fatto che egli gode in cielo quando un ingiusto
condanna con la penitenza il male che ha commesso.

Gregorio Magno, Hom. 34, 4-5

4. È solo questo il tempo della conversione

Il tempo per guadagnare la vita eterna Dio lo assegnò agli uomini solo in questa vita, nella quale volle che ci
fosse anche una fruttuosa penitenza. Pertanto, la fruttuosa penitenza è qui, perché qui l‟uomo, deposta la malizia,
può vivere bene, e, mutato il volere, mutare insieme i meriti e le opere e nel timor di Dio compiere le cose che
piacciono a Dio. E chi non avrà fatto ciò in questa vita, subirà di certo la pena delle sue colpe nel secolo avvenire,
ma non troverà indulgenza al cospetto di Dio; poiché sebbene lì ci sarà lo stimolo della penitenza, mancherà la
correzione della volontà. Da questi infatti viene talmente biasimata la loro colpa, che in nessun modo da essi può
essere amata o desiderata la giustizia. Infatti, la loro volontà sarà tale, da aver sempre in sé il supplizio della propria
malvagità, e da non poter mai ricevere un desiderio di bontà. Poiché come coloro che con Cristo regneranno, non
avranno in sé alcun residuo di cattiva volontà, così coloro che saranno condannati al supplizio del fuoco eterno col
diavolo e i suoi angeli, come non avranno più alcun refrigerio, così non potranno in alcun modo avere una buona
volontà. E come ai coeredi di Cristo sarà concessa la perfezione della grazia per l‟eterna gloria, così a coloro che
partecipano della stessa sorte del diavolo, la stessa malizia aumenterà la pena; allorché cacciati nelle tenebre
esteriori, non saranno illuminati da nessuna luce interiore della verità.

Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petr. 38


5. La fede che giustifica e le opere buone

Il solerte operaio riceve a testa alta la mercede del suo lavoro, mentre quello pigro ed indolente non osa
guardare in volto il suo datore di lavoro. Noi, pertanto, dobbiamo essere zelanti e premurosi nell‟adempimento del
bene, giacché è Dio ad elargirci ogni cosa. Il Signore ha, infatti, detto: "Ecco il Signore Iddio che viene con la sua
ricompensa e la sua retribuzione lo precede" (Is 40,10): "Egli accorderà a ciascuno secondo le opere che questo
compie" (Pr 24,12). Con tali parole, perciò, egli ci esorta non soltanto a credere in lui con tutto il nostro cuore, ma a
tenere altresì lontani da noi la passività ed il disinteresse nei confronti del bene. Poniamo nel Signore il nostro
vanto ed ogni nostra sicurezza! Mostriamoci docili alla sua volontà, considerando che tutta la schiera dei suoi
angeli, che gli sta intorno, si conforma costantemente alla sua volontà. La Scrittura, infatti, dice: "Diecimila miriadi
lo attorniavano e mille migliaia lo servivano" (Da 7,10), "gridando: Santo, Santo, Santo, il Signore Dio degli
eserciti, tutta la creazione è piena della sua gloria" (Is 6,3). Anche noi, perciò, concordemente e tutti uniti in un
cuore solo, innalziamo a lui, con insistenza, ad una sola voce, il nostro grido, affinché egli ci elargisca quei gloriosi
e grandi doni che ci ha promesso. Sta, infatti, scritto: "Quel che occhio mai non vide, né orecchio mai udì, né mai
cuore d‟uomo ha potuto gustare, questo Dio ha preparato per coloro che lo amano (1Co 2,9 Is 64,4 Is 65,16).

Clemente di Roma, Ad Corinth. 32-34

XXVII Domenica

67 Letture:

+Is 5,1-7

Ph 4,6-9

+Mt 21,33-43

1. Parabola dei vignaioli omicidi

"Un uomo piantò una vigna" (Lc 20,9). Parecchi deducono diversi significati dal nome della vigna, ma è
evidente che Isaia ha ricordato come la vigna del Signore di Sabaoth sia la casa d‟Israele (Is 5,7). Chi altro mai, se
non Dio, ha creato questa vigna? È dunque Lui che la diede in affitto e partì per andare lontano, non nel senso che il
Signore si sia trasferito da un luogo all‟altro, dato che Egli è sempre dappertutto, ma perché è più vicino a chi lo
ama, ma sta lontano da chi lo trascura. Egli fu assente per lunghe stagioni, per evitare che la riscossione sembrasse
prematura. Quanto più longanime la benevolenza, tanto più inescusabile la ostinatezza.

Per cui, secondo Matteo, giustamente trovi che "la circondò anche di una siepe" (Mt 21,33 Is 5,2), cioè la
recinse munendola della protezione divina, affinché non fosse facilmente esposta agli assalti delle belve spirituali.
E al tempo dei frutti mandò i suoi poveri servi. È giusto che abbia indicato il tempo dei frutti, non il raccolto,
infatti dai Giudei non si ebbe alcun frutto, questa vigna non ha dato alcun raccolto, poiché di essa il Signore dice:
"Attendevo che producesse uve, ma essa diede spine" (Is 5,2). Perciò i torchi traboccarono non di vino che rallegra,
non di mosto spirituale, ma del sangue rosseggiante dei profeti. Del resto Geremia fu gettato in una cisterna (Jr
38,6), di questa specie erano ormai i torchi dei Giudei, pieni non di vino ma di melma. E sebbene, come sembra,
questa sia un‟allusione generale ai profeti, tuttavia il passo ci permette di pensare che si tratti di quel ben noto
Nabot (cf. 1R 21,1-14), il quale fu lapidato: sebbene di lui non ci sia stata tramandata nessuna parola profetica, ci è
stata però tramandata la sua storia profetica, poiché prennunziò col proprio sangue che molti sarebbero stati i
martiri a favore di questa vigna. E chi è colui che viene colpito al capo? È certamente Isaia, a cui una sega poté più
facilmente tagliare in due le membra del corpo che non far vacillare la fede, o sminuir la costanza, o troncare il
vigore dell‟anima.

E ciò avvenne perché, quando ormai aveva designato tanti altri estranei, che i Giudei cacciarono senza onore e
senza risultati, non essendo riusciti a cavarne nulla, per ultimo mandò anche il Figlio unigenito, e quei perfidi,
mossi dalla bramosia di eliminarlo perché era l‟erede, l‟uccisero (cf. Lc 20,13ss) crocifiggendolo, lo respinsero
rinnegandolo.

Quante cose, e quanto importanti, in così brevi tratti! Anzitutto questo: che la bontà è una dote di natura, e il
più delle volte si fida di chi non lo merita; inoltre, che Cristo è venuto come estremo rimedio delle perversità;
infine, che chi rinnega l‟Erede, dispera del Creatore. E Cristo (He 1,2) è al tempo stesso erede e testatore; erede,
perché sopravvive alla propria morte e raccoglie nei progressi che facciamo direi come i frutti ereditari dei
testamenti, ch‟Egli stesso ha stabilito.

È però opportuno che faccia domande agli interlocutori, affinché emettano da sé stessi la sentenza della
propria condanna. E afferma che alla fine giungerà il padrone della vigna (Lc 20,16), perché nel Figlio è anche
presente la maestà del Padre, o anche perché negli ultimi tempi, più da vicino influirà dolcemente sugli affetti
umani. Quindi coloro pronunciano contro sé stessi la sentenza, affermando che i cattivi devono andare in rovina e
la vigna passare ad altri coloni ("ibid."). Consideriamo allora chi siano i coloni, e che cosa sia la vigna.

La vigna prefigura noi: il popolo di Dio, stabilito sulla radice della vite eterna (Jn 15,1-6), sovrasta la terra e
formando l‟ornamento del suolo meschino, ora comincia a far sbocciare fiori splendenti come gemme, ora si riveste
dei verdi germogli che l‟avvolgono, ora accoglie su di sé un mite giogo (Mt 11,29), quando è ormai cresciuto
estendendo i suoi bracci ben cresciuti come tralci di una vite feconda. Il vignaiolo è senza alcun dubbio il Padre (Jn
15,1) onnipotente, la vite è Cristo, e noi siamo i tralci (Jn 15,5): ma se non portiamo frutto in Cristo veniamo recisi
(Jn 15,2) dalla falce del coltivatore eterno. Perciò è esatto che il popolo sia chiamato la vigna di Cristo, sia perché
sulla sua fronte vien posto come ornamento il segno della croce, sia perché si raccoglie il suo frutto durante l‟ultima
stagione dell‟anno, sia perché allo stesso modo che avviene per tutti i filari della vigna, così nella Chiesa di Dio
uguale è la misura, e non vi è alcuna differenza tra poveri e ricchi, tra umili e potenti, tra schiavi e padroni (Col
3,25; Ep 6,8). Come la vite si sposa agli alberi, così il corpo si congiunge all‟anima, e anche l‟anima al corpo.
Come il vigneto sta ritto quand‟è legato insieme, e, se viene potato, non s‟impoverisce ma diventa più rigoglioso,
così la santa plebe quand‟è legata è resa libera, quand‟è umiliata si innalza, quand‟è recisa riceve la corona. E,
persino, come il tenero virgulto staccato dall‟antico albero viene innestato nella fecondità di una nuova radice, così
questo popolo santo, quando ha rimarginato i tagli dell‟antico virgulto, si sviluppa perché è tenuto al sicuro dentro
quel legno della croce come nel grembo di una madre affettuosa; e lo Spirito Santo, come se discendesse giù nelle
buche profonde del terreno, riversandosi nel carcere di questo corpo, lava via il fetidume con la corrente dell‟acqua
che salva, e solleva le abitudini delle nostre membra all‟altezza della disciplina celeste.
Questa è la vigna che il premuroso vignaiolo è solito zappare aggiogare insieme, potare; egli, sgombrando i
pesanti mucchi di terra, ora espone al sole cocente, ora fa intridere alla pioggia le miserie nascoste del nostro corpo,
e suole sbarazzare dagli sterpi il terreno coltivabile per evitare che le gemme siano guaste dai rovi, o l‟ombra del
fogliame lussureggiante sia troppo densa o lo sfoggio infecondo delle parole, aduggiando le virtù, impedisca che la
caratteristica della sua natura giunga a maturazione. Ma guardiamoci bene dal temere qualsiasi danno a questa
vigna, che il custode sempre desto del Salvatore ha circondato col muro della vita eterna contro tutte le lusinghe
della malizia mondana.

Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot (cf. 1R 21,13)
ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore. È bensì vero che colui,
senza farsi atterrire dalle minacce di un re, non soffocò la costanza con la paura né, allettato da ricchissime
ricompense, barattò il suo sentimento religioso ma, opponendosi al desiderio del tiranno, perché l‟erba della malva
non si seminasse nei suoi orticelli al posto delle viti recise, contenne col proprio sangue, non potendo fare altro, le
fiamme preparate per le proprie viti; ma egli difendeva pur sempre una vigna (cf. 1R 21,2) materiale; invece tu per
noi sei stata piantata per l‟eternità con lo sterminio di tanti martiri, e la croce degli apostoli, emulando la passione
del Signore, ti ha diffusa fino ai confini del mondo.

Ambrogio, In Luc. 9, 23-30.33

2. Il prezzo della nostra redenzione

Il Creatore dell‟universo e Dio invisibile, egli stesso fece scendere dal cielo tra gli uomini, la sua Verità, la sua
Parola santa e incomprensibile, e la stabilì nei loro cuori. E lo fece non mandando - come si poteva pensare -
qualche suo servo, o angelo, o principe preposto al governo sulla terra, o all‟amministrazione in cielo, ma
mandando lo stesso Artefice e Fattore di tutte le cose, per cui creò i cieli e chiuse il mare nelle sue sponde e le cui
leggi misteriose sono fedelmente custodite da tutti gli elementi. Da lui, infatti, ebbe il sole la misura del suo corso
quotidiano, a lui obbediscono la luna - quando splende nella notte - e le stelle - quando le fanno corteo nel suo
viaggio, - da lui tutto fu stabilito, disposto, ordinato: il cielo e gli esseri celesti, la terra e le creature terrestri, il mare
e gli animali marini, il fuoco, l‟aria, l‟abisso, quello che sta in alto, quello che è nel profondo e quello che sta nel
mezzo (1Co 15,27-28 Ep 1,22 Ph 3,21 He 2,8). Costui Iddio mandò!

Qualcuno potrebbe pensare: lo inviò per tiranneggiare o spaventare o colpire gli uomini. No davvero! Lo inviò
con mitezza e con bontà come un re manda suo figlio (Mt 21,37); lo inviò come Dio e come uomo fra gli uomini; e
fece questo per salvare, per persuadere, non per violentare; a Dio non conviene la violenza! Lo inviò per chiamare,
non per castigare, lo inviò per amare, non per giudicare. Lo invierà, sì, un giorno, a giudicare: e chi potrà allora
sostenere la sua presenza? (Ml 3,2).

Epist. ad Diogn. 7

3. Dio non ha bisogno dell‟uomo


Neppure all‟inizio avvenne che Dio modellasse Adamo perché avesse bisogno dell‟uomo, bensì per avere
qualcuno in cui posare i suoi benefici. Poiché non solo prima di Adamo, ma prima di tutta la creazione, il Verbo
glorificava il Padre, rimanendo in lui ed era glorificato dal Padre, come egli stesso dice: "Padre, glorificami con
quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse" (Jn 17,5). E non fu neppure perché avesse bisogno
del nostro servizio che egli ordinò di seguirlo, bensì per procurare a noi stessi la salvezza. Infatti, seguire il Signore
significa aver parte alla salvezza, così come seguire la luce è prender parte alla luce. Quando gli uomini sono nella
luce, non sono essi che illuminano la luce e la fanno risplendere, ma sono illuminati e resi splendenti da essa: lungi
dall‟apportarle alcunché, beneficiano della luce e ne sono illuminati. Così avviene del servizio verso Dio: esso non
apporta nulla a Dio, perché Dio non ha bisogno del servizio degli uomini; ma, a coloro che lo servono, Dio procura
la vita, l‟incorruttibilità e la gloria eterna. Egli accorda i suoi benefici a coloro che lo servono, perché lo servono, e
a quelli che lo seguono, perché lo seguono; ma egli non riceve da loro nessun beneficio, poiché egli è perfetto e
senza necessità. Se Dio sollecita il servizio degli uomini, è per poter, egli che è buono e misericordioso, accordare i
propri benefici a coloro che perseverano nel suo servizio. Infatti, come Dio non ha bisogno di nulla, del pari l‟uomo
ha bisogno della comunione di Dio. Infatti la gloria dell‟uomo sta nel perseverare nel servizio di Dio. Ecco perché
il Signore diceva ai suoi discepoli: "Non siete voi che avete scelto me, ma io che ho scelto voi" (Jn 15,16),
indicando con ciò che non erano essi che lo glorificavano seguendolo, bensì che, per aver seguito il Figlio di Dio,
erano essi glorificati da lui. E ancora: "Voglio che là, dove sono io, siano anch‟essi, perché vedano la mia gloria"
(Jn 17,24): nessuna vanteria in questo, ma volontà di render partecipi i discepoli della sua gloria. È di essi che
parlava il profeta Isaia: "Dall‟oriente adunerò la tua posterità e dall‟occidente ti raccoglierò. Dirò all‟aquilone:
Restituiscili! e al vento di mezzogiorno: Non trattenerli! Aduna i miei figli dai paesi lontani e le mie figlie dalle
estremità della terra quelli che portano il mio nome, poiché è per la mia gloria che ho preparato, che ho modellato e
ho fatto" (Is 43,5-7). E tutto questo perché: "là dov‟è il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi" (Mt 24,28),
partecipando alla gloria del Signore che li ha modellati e preparati precisamente perché, stando con lui, partecipino
della sua gloria.

Ireneo di Lione, Adv. Haer. IV, 14, 1

XXVIII Domenica

68 Letture:

+Is 25,6-10a

Ph 4,12-14 4,19-20

+Mt 22,1-14

1. Gli inviti di Dio

"Il regno dei cieli è simile a un re che fece le nozze per suo figlio" (Mt 22,2)...
Dio Padre fece le nozze per Dio Figlio quando lo congiunse alla natura umana nel grembo della Vergine...
Mandò dunque i suoi servi perché invitassero gli amici a queste nozze. Li mandò una volta, e li mandò di nuovo
perché fece diventare predicatori dell‟incarnazione del Signore prima i profeti, poi gli apostoli. Due volte, dunque,
mandò i servi a invitare, infatti, per mezzo dei profeti disse che ci sarebbe stata l‟incarnazione dell‟Unigenito, e poi
per mezzo degli apostoli disse che essa era avvenuta. Ma siccome quelli che erano stati invitati per primi al
banchetto di nozze non vollero venire, nel secondo invito si dice: Ecco, ho preparato il mio pranzo, i miei buoi e i
miei animali ingrassati sono stati macellati, e tutto è pronto (Mt 22,4)...

E (il Vangelo) continua: "Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari"
(Mt 22,5). Andare nel proprio campo è darsi smodatamente alle fatiche terrene; andare ai propri affari è cercare con
ogni cura guadagni mondani. Poiché chi è intento alle fatiche terrene e chi è dedito alle azioni di questo mondo
finge di non pensare al mistero dell‟incarnazione del Signore e di non vivere secondo esso, si rifiuta di venire alle
nozze del re come uno che va al campo o agli affari. Spesso anche - e ciò è più grave - alcuni non solo respingono
la grazia di colui che chiama, ma la perseguitano. Per questo (il Vangelo) soggiunge: "Altri presero i suoi servi, li
insultarono e li uccisero. Allora il re, venendo a sapere queste cose, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e
dede alle fiamme la loro città (Mt 22,6-7). Uccise gli assassini, perché fece perire i persecutori. Diede alle fiamme
la loro città, perché nella fiamma dell‟eterna geenna è tormentata non solo la loro anima, ma anche la carne nella
quale abitarono...

Ma questi che vede disprezzato il suo invito, non vedrà deserte le nozze del figlio suo. Egli manda a chiamare
altri, perché anche se la parola di Dio fatica a trovare accoglienza presso alcuni, tuttavia troverà dove riposare. Per
questo (il Vangelo) soggiunge "Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano
degni; andate ora alle uscite delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze" (Mt 22,8-9). Se nella
Sacra Scrittura intendiamo «strade» come «opere», comprendiamo che «uscite delle strade» significano «mancanza
di opere», poiché molte volte giungono facilmente a Dio coloro che non godono i favori della fortuna nelle opere
terrene. E prosegue: Usciti nelle strade, i servi raccolsero quanti ne trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze
si riempì di commensali (Mt 22,10).

Ecco che con la stessa qualità dei commensali è detto chiaramente che in queste nozze del re è raffigurata la
Chiesa del tempo presente, nella quale si riuniscono insieme ai buoni anche i cattivi. Essa è composta da figli
diversi; tutti infatti li genera alla fede, ma non tutti, con un cambiamento di vita, li conduce alla libertà della grazia
spirituale, per l‟impedimento posto dal peccato. Finché viviamo quaggiù, è necessario che ce ne andiamo mescolati
per la via del secolo presente. Saremo separati quando saremo giunti. I soli buoni, infatti, saranno in cielo, e i soli
cattivi saranno all‟inferno. Ora questa vita che è posta fra il cielo e l‟inferno, per il fatto che è in posizione
intermedia riceve cittadini da entrambe le parti; tuttavia quelli che ora la santa Chiesa riceve promiscuamente, alla
fine del mondo li dividerà. Se dunque siete buoni, mentre restate in questa vita, sopportate pazientemente i cattivi.
Infatti chi non sopporta i cattivi, attesta a se stesso di non essere buono a motivo della sua impazienza...

Ma poiché, o fratelli, con la grazia di Dio, siete già entrati nella sala del convito nuziale, cioè nella santa
Chiesa, guardate bene che, entrando, il re non abbia a rimproverare nulla nell‟abito dell‟anima vostra. Infatti
bisogna pensare con un grande batticuore a ciò che segue subito dopo: "Il re entrò per vedere i commensali, e vide
là un tale che non indossava l‟abito nuziale" (Mt 22,11). Quale pensiamo, fratelli carissimi, che sia il significato
della veste nuziale? Se diciamo che la veste nuziale significa il battesimo o la fede, chi mai è andato a queste nozze
senza il battesimo e la fede? È escluso infatti chi ancora non ha la fede. Cosa dunque dobbiamo intendere per la
veste nuziale, se non la carità? Entra alle nozze, ma senza la veste nuziale, chi facendo parte della santa Chiesa ha
la fede, ma non ha la carità. Giustamente si dice che la carità è la veste nuziale, perché il nostro Redentore era
vestito di essa quando venne alle nozze per congiungere a sé la Chiesa. Fu per solo amore di Dio che il suo
Unigenito unì a sé le anime degli eletti. Per questo Giovanni dice: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il
suo Figlio unigenito per noi" (Jn 3,16). Pertanto, Colui che venne agli uomini per la carità, ci svela che questa
stessa carità è la veste nuziale. Ognuno di voi che vive nella Chiesa e crede in Dio, è già entrato al banchetto
nuziale; ma è venuto senza la veste nuziale se non custodisce la grazia della carità...

Chiunque, essendo commensale alle nozze, non ha questa (veste), sia pieno di ansia e di paura quando,
all‟arrivo del re, verrà gettato fuori. Ecco infatti come vien detto: "Il re entrò per vedere i commensali e vide là un
tale che non indossava l‟abito nuziale". Noi, fratelli carissimi, siamo quelli che sono commensali alle nozze del
Verbo, avendo già la fede della Chiesa, nutrendoci al banchetto della Sacra Scrittura e godendo che la Chiesa sia
unita con Dio. Considerate, vi prego, se siete venuti a queste nozze con la veste nuziale, esaminate attentamente i
vostri pensieri. Soppesate i vostri cuori nei particolari, se non avete odio contro nessuno, se nessuna invidia vi
infiamma contro la felicità altrui, se non vi studiate di danneggiare nessuno con occulta malizia.

Ecco che il re entra nella sala delle nozze e osserva la veste del nostro cuore, e a chi non trova rivestito di
carità subito dice adirato: "Amico, come hai potuto entrare qui senz‟abito nuziale?" (Mt 22,12). È cosa degna di
nota, fratelli carissimi, il fatto che chiama costui amico e tuttavia lo condanna, come se lo chiamasse amico e
nemico allo stesso tempo: amico per la fede, nemico nelle opere. "Ed egli ammutolì (Mt 22,12)", cioè - e non se ne
può parlare senza dolore - nell‟ultimo severo giudizio verrà a mancare ogni possibilità di scusa, perché Colui che
rimprovera dall‟esterno sarà anche voce della coscienza che accusa l‟anima dall‟interno...

Coloro pertanto che ora si lasciano spontaneamente legare dal vizio, allora saranno controvoglia legati dai
tormenti. È giusto poi dire che saranno gettati nelle tenebre esteriori. Noi chiamiamo tenebra interiore la cecità del
cuore, e (chiamiamo) invece tenebra esteriore la notte eterna della dannazione. Ogni dannato dunque non viene
mandato nelle tenebre interiori ma in quelle esteriori, poiché è gettato controvoglia nella notte della dannazione
colui che volontariamente cade nella cecità del cuore. Si dice anche che là sarà pianto e stridor di denti, sì che
stridano là i denti di coloro che qui godevano nella voracità, e piangano là gli occhi di coloro che qui si davano a
concupiscenze illecite; e così saranno sottoposte a tormenti tutte quelle membra che qui servirono a qualche vizio.

Subito dopo che è stato espulso costui, nel quale è raffigurata tutta la schiera dei malvagi, viene una sentenza
generale, che dice: "Molti sono chiamati, ma pochi eletti" (Mt 20,16). È tremendo, fratelli carissimi, ciò che
abbiamo ascoltato! Ecco che noi, chiamati per mezzo della fede, siamo già venuti alle nozze del re celeste,
crediamo e professiamo il mistero della sua incarnazione, ci nutriamo con il cibo del Verbo divino, ma il re deve
ancora venire a giudicare. Sappiamo che siamo stati chiamati: non sappiamo però se saremo eletti. Sicché è
necessario che tanto più ciascuno di noi si abbassi nell‟umiltà in quanto non sa se sarà eletto. Alcuni infatti
nemmeno iniziano a fare il bene, altri non perseverano affatto nel bene che avevano iniziato a fare. Uno è stato
visto condurre quasi tutta la vita nel peccato, ma verso la fine di essa si converte dal suo peccato attraverso i
lamenti di una rigorosa penitenza; un altro sembra condurre già una vita da eletto, e tuttavia verso la fine della sua
esistenza gli capita di cadere nella nequizia dell‟errore. Uno comincia bene e finisce meglio; un altro si dà alle male
azioni fin da piccolo e finisce nelle medesime dopo essere diventato sempre peggiore. Tanto più ciascuno deve
temere con sollecitudine, quanto più ignora ciò che lo aspetta, poiché - bisogna dirlo spesso e non dimenticarselo
mai - "molti sono chiamati, ma pochi eletti".

Gregorio Magno, Hom. 38, 3.5-7.9.11-14


2. La veste nuziale

"Ed entrato il re a vedere i commensali, scorse un uomo che non era in abito da nozze e gli disse: «Amico,
come sei entrato qua, senza avere l‟abito da nozze?». Costui ammutolì" (Mt 22,11-12). Gl‟invitati alle nozze,
raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi più diversi, avevano riempito la sala del banchetto
reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella
sua fede (come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno), trovò uno che
non indossava l‟abito nuziale. In quest‟uno son compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La
veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi
sono l‟abito dell‟uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato
senza l‟abito di nozze, cioè l‟abito dell‟uomo celeste, e indosserà invece l‟abito macchiato, ossia l‟abito dell‟uomo
vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: «Amico, come sei entrato?». Lo chiama amico
perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha
contaminato la purezza delle nozze. «Costui ammutolì», dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile
pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro
peccato.

"Allora il re disse ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti»"
(Mt 22,13). L‟esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, son tutte cose che stanno a dimostrare la
verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall‟operare il male e dal
correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridor di denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti .

Girolamo, In Matth. III, 22, 8-11

XXIX Domenica

69 Letture:

+Is 45,1 45,4-6

1Th 1,1-5b

+Mt 22,15-21

1. Il tributo a Cesare

"Di chi è l‟immagine e l‟iscrizione?" (Lc 20,24). In questo passo Egli c‟insegna che dobbiamo essere cauti nel
respingere le accuse degli eretici oppure dei Giudei. In un altro punto ha detto: "Siate astuti come i serpenti".
Questo, diversi lo interpretano così: poiché la croce di Cristo fu preannunciata nel serpente levato in alto, affinché
venisse distrutto il veleno serpigno degli spiriti del male, parrebbe che si debba essere accorti come il Cristo, e
semplici come lo Spirito. Ecco dunque chi è il serpente che tiene sempre protetto il capo, ed evita così le ferite
mortali. Quando i Giudei gli chiedevano se avesse ricevuto dal Cielo la sua autorità, Egli rispose: "Il battesimo di
Giovanni di dov‟era, dal Cielo o dagli uomini?" (Mt 20,4). E lo scopo era che essi, non osando negare che era dal
Cielo, si convincessero da soli della propria demenza nel negare che Colui che lo dava era dal Cielo. Egli chiede un
didramma e domanda di chi è l‟effigie: infatti diversa è l‟effigie di Dio, diversa l‟effigie del mondo. Per questo
anche colui ci ammonisce: "E come abbiamo portato l‟immagine dell‟uomo terreno, così portiamo l‟immagine
dell‟uomo celeste" (1Co 15,49).

Cristo non ha l‟immagine di Cesare, perché Egli è "l‟immagine di Dio". Pietro non ha l‟immagine di Cesare,
perché ha detto: Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito" (Mt 19,27). Non si trova l‟immagine di Cesare in
Giacomo o in Giovanni, perché sono i figli del tuono, ma essa si trova nel mare, dove vi sono sulle acque quei
mostri dalle teste fracassate, e lo stesso mostro principale, col capo mozzo, vien dato come cibo ai popoli degli
Etiopi. Ma se non aveva l‟immagine di Cesare, perché mai ha pagato il tributo? Non l‟ha pagato del suo, ma ha
restituito al mondo ciò che apparteneva al mondo. E se anche tu non vuoi esser tributario di Cesare, non possedere
le proprietà del mondo. Però hai le ricchezze: e allora sei tributario di Cesare. Se non vuoi esser assolutamente
debitore del re della terra, abbandona ogni tua cosa e segui Cristo.

E giustamente Egli ordina di dare prima a Cesare ciò che è di Cesare, perché nessuno può appartenere al
Signore, se prima non ha rinunziato al mondo. Tutti, certo, rinunziamo a parole, ma non rinunziamo col cuore;
infatti, quando riceviamo i sacramenti, facciamo la rinunzia. Che pesante responsabilità è promettere a Dio, e poi
non soddisfare il debito! "È meglio non fare voti", sta scritto, "piuttosto che farne e non mantenerli" (Qo 5,4).
L‟obbligo della fede è più forte di quello pecuniario. Rendi quanto hai promesso, finché sei in questo corpo, prima
che giunga l‟esecutore "e questi ti getti in prigione. In verità ti dico che non ne uscirai prima di aver pagato fino
all‟ultimo spicciolo";(Lc 12,58; Mt 5,25s).

Ambrogio, Exp. Ev. sec. Luc. 9, 34-36

2. Preghiera per i governanti

Dona concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terra come la desti ai padri nostri quando ti invocavano
santamente nella fede e nella verità (1Tm 2,7). Rendici sottomessi al tuo nome onnipotente e pieno di virtù e a
quelli che ci comandano e ci guidano sulla terra.

Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magnifica e ineffabile forza perché noi conoscendo la
gloria e l‟onore loro dati ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore, sanità, pace,
concordia e costanza per esercitare al sicuro la sovranità data da te.

Tu, Signore, re celeste dei secoli concedi ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra.
Signore, porta a buon fine il loro volere secondo ciò che è buono e gradito alla tua presenza per esercitare con pietà
nella pace e nella dolcezza il potere che tu hai loro dato e ti trovino misericordioso.
Te, il solo capace di compiere questi beni ed altri più grandi per noi ringraziamo per mezzo del gran Sacerdote
e protettore delle anime nostre Gesù Cristo per il quale ora a te sia la gloria e la magnificenza e di generazione in
generazione e nei secoli dei secoli. Amen.

Clemente di Roma, Ad Corinth. 60, 4 - 61, 3

3. L‟adorazione si deve a Dio solo

Onorerò l‟imperatore: non lo adorerò, ma per lui pregherò. Solo il Dio reale, il Dio vero adorerò, sapendo che
da lui l‟imperatore è stato fatto. Certo mi chiederai: perché non adori l‟imperatore? Perché non è stato fatto per
essere adorato, ma per essere onorato con l‟ossequio delle leggi: non è infatti un Dio, ma un uomo costituito da Dio
non ad essere adorato, ma a fungere da giusto giudice. In un certo senso gli è stata affidata da Dio
l‟amministrazione; ed egli stesso non vuole che chi a lui è subordinato si chiami imperatore: imperatore è il nome
suo e a nessun altro è lecito chiamarsi così. Egualmente anche l‟adorazione è unicamente di Dio. Dunque, o uomo,
sei davvero in errore: onora l‟imperatore amandolo, ubbidendogli, pregando per lui: facendo così, farai il volere di
Dio. Dice infatti la legge divina: "O figlio, onora Dio e l‟imperatore, e non essere disubbidiente né all‟uno né
all‟altro. Subito infatti puniscono i loro nemici" (Pr 24,21s).

Teofilo di Antiochia, Ad Auct. 1, 11

4. Dio va messo al primo posto

Noi ci sforziamo d‟essere i primi a pagare tasse e tributi ai vostri funzionari, dovunque; e così da lui ci fu
insegnato. In quel tempo, difatti, presentatisi a lui certuni, gli domandarono se si dovessero i tributi a Cesare. Egli
rispose "Ditemi: di chi reca l‟immagine la moneta?" Quelli risposero: "Di Cesare". Ed egli: "Date dunque a Cesare
ciò ch‟è di Cesare; a Dio ciò ch‟è di Dio" (Mt 22,21). Perciò l‟adorazione la prestiamo a Dio solo; quanto al resto di
buon grado serviamo voi, riconoscendovi imperatori e capi degli uomini, e pregando Dio che accanto all‟autorità
imperiale si riscontri in voi anche un sano discernimento. Che se, pur pregando per voi e mettendo ogni cosa alla
luce, ci disprezzerete, sappiate che non saremo noi a riportarne danno, dacché crediamo, anzi siamo convinti, che
ciascuno sconterà la pena del fuoco eterno secondo le azioni e renderà conto in proporzione delle facoltà ricevute
da Dio, secondo il monito di Cristo: "Da colui al quale Dio più diede, più anche si esigerà" (Lc 12,48).

Giustino, I Apol. 17

5. L‟esempio di Daniele
Pertanto, "quando Daniele venne a conoscenza dello scritto", accortosi che si trattava di un complotto contro
di lui, tuttavia non ebbe paura, non si spaventò, perché era pronto ad andare in pasto alle fiere piuttosto che
sottomettersi al decreto del re. Egli si ricordava dell‟esempio che gli avevano dato i tre fanciulli. Poiché non
avevano voluto prostrarsi davanti alla statua del re, essi erano stati salvati dalla fornace ardente. Rientrato a casa
sua, aprì le finestre "del piano superiore, in direzione di Gerusalemme, e tre volte al giorno si inginocchiava e
pregava continuando a far penitenza, come faceva prima".

Bisogna contemplare la pietà del beato Daniele. Benché sembrasse molto occupato dagli affari del re,
nondimeno si applicava alla preghiera quotidiana, rendendo "a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di
Dio" (Mt 22,21). Forse mi si potrà dire: E che? Egli non poteva, di giorno, pregare Dio nel profondo del cuore, e, di
notte, raccogliersi nascostamente in casa sua, come voleva, senza correre pericolo? Sì. Ma lui non voleva. Se infatti
avesse agito così, i ministri e i satrapi avrebbero potuto dire: Che vale il suo timor di Dio, dal momento che ha
paura dell‟editto del re e si sottomette ai suoi ordini? Ed erano pronti a portare contro di lui un motivo di accusa: il
rimprovero di infedeltà. Questo lo fa l‟ipocrisia: non così il timore e la fede in Dio. E fu perché non diede ai suoi
avversari pretesto alla maldicenza: "Perché chiunque è sottomesso a un uomo, è suo schiavo" (2P 2,19).

In effetti, coloro che credono in Dio non sanno che farsene della dissimulazione, e non devono temere coloro
che sono costituiti in autorità, se non commettono il male. Ma se vengono costretti, a causa della loro fede in Dio,
ad agire diversamente, preferiscono morire spontaneamente piuttosto che fare ciò che è loro ordinato. E quando
l‟Apostolo dice che bisogna sottomettersi ad ogni "autorità costituita" (Rm 13,1), non allude a questo caso. Egli
non domanda che rinneghiamo la nostra fede, né i comandamenti divini per eseguire gli ordini degli uomini, ma al
contrario che, per deferenza verso l‟autorità, non commettiamo alcun delitto, in modo da non essere castigati come
malfattori. Ecco perché aggiunge: L‟autorità è al servizio di Dio, contro coloro che fanno il male. "Vuoi non aver
da temere l‟autorità? Fa‟ il bene e ne riceverai lode. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la
spada" (1P 2,14 2,20). Dunque l‟Apostolo raccomanda, in tal modo, di sottomettersi a una esistenza santa e pia in
questo mondo, e di avere davanti agli occhi il pericolo della spada. Anche gli apostoli, nonostante l‟opposizione dei
principi e degli scribi, continuavano tuttavia a predicare la parola e a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (Ac
4,18-20). Ecco perché i principi si infuriarono contro di loro e li chiusero in prigione. "Ma durante la notte un
angelo li condusse fuori e disse: Andate e predicate queste parole di vita (Ac 5,19 Ac 5,20).

Nemmeno lui, Daniele, nonostante il divieto di pregare, si sottomise all‟editto del re, non volendo mettere la
gloria di Dio al di sotto di quella degli uomini. Infatti quando si muore per Dio, ci si può rallegrare di aver ottenuto
così la vita eterna. E quando si soffre per Dio e si vive quaggiù nella purezza e nel timore, non bisogna dare il
minimo pretesto di accusa a coloro che lo cercano, perché così essi saranno ancor più coperti di confusione.

Così i ministri cercavano contro Daniele un pretesto e non ne trovavano, perché egli era fedele. E se alcuni ci
obbligassero a non adorare Dio e a non pregare, minacciandoci di morte, sarebbe più dolce per noi morire piuttosto
che eseguire i loro ordini. "Chi", infatti, "ci separerà dall‟amore di Dio? Forse la tribolazione, l‟angoscia, la
persecuzione, la fame, il pericolo, la spada"? (Rm 8,35). Ecco perché il beato Daniele, che aveva preferito il timor
di Dio e si era offerto alla morte, fu salvato dai leoni grazie all‟angelo. Se egli avesse tenuto conto dell‟editto, se
fosse rimasto tranquillo per trenta giorni, la sua fede in Dio non avrebbe più avuto la sua purezza. "Nessuno può
servire a due padroni" (Mt 6,24). Sempre l‟arte del diavolo s‟ingegna di perseguitare, opprimere, abbattere i santi
per impedire loro di levare, nelle loro orazioni, "le mani sante" (1Tm 2,8) verso Dio. Egli infatti sa bene che la
preghiera dei santi dà al mondo la pace e ai malvagi il castigo. Allo stesso modo, "quando", nel deserto, "Mosè
alzava le mani, Israele era più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek" (Ex 17,11). È quanto
ancor oggi ci capita: quando cessiamo di pregare, l‟Avversario ha la meglio su noi, e quando ci aggrappiamo alla
preghiera, la forza e la potenza del Maligno restano senza effetto.
Ippolito di Roma, In Daniel. 3, 21-24

XXX Domenica

70 Letture:

+Ex 22,20-26

1Th 1,5-10

+Mt 22,34-40

1. Dio ci domanda il cuore

Bene, fratelli miei, interrogate voi stessi, scuotete le celle interiori: osservate, e vedete bene se avete un po‟ di
carità, e quel tanto che avrete trovato accrescete. Fate attenzione ad un tale tesoro, perché siate ricchi dentro.
Certamente, le altre cose che hanno un grande valore, vengono definite «care»; e non invano. Esaminate la
consuetudine del vostro linguaggio: questa cosa è più cara di quella. Che vuol dire è più cara, se non che è più
preziosa? Se si dice più cara, cos‟è più prezioso; cos‟è più caro della carità stessa, fratelli miei? Qual è, riteniamo, il
suo valore? Da dove deriva il suo valore? Il valore del frumento: il tuo danaro, il valore di un fondo: il tuo argento;
il valore di una gemma: il tuo oro; il valore della carità sei tu stesso. Tu chiedi peraltro di sapere come possedere il
fondo, la gemma, il frumento; come comprare e tenere presso di te il fondo. Ma se vuoi avere la carità, cerca te e
trova te. Hai paura infatti di darti per non consumarti? Anzi, se non ti doni, ti perdi. La stessa carità parla per bocca
della Sapienza, e ti dice qualcosa perché non ti spaventi quanto vien detto: Dona te stesso. Se uno infatti ti vuol
vendere un fondo, ti dirà: Dammi il tuo oro; e chi ti vuol vendere qualcos‟altro: Dammi il tuo danaro, o dammi il
tuo argento. Ascolta ciò che ti dice la carità per bocca della Sapienza: "Dammi il tuo cuore, figlio mio" (Pr 23,26).
«Dammi», dice: cosa? «Il tuo cuore, figlio mio». Era male quando era da te, quando ti apparteneva: infatti eri
portato alle futilità ed agli amori lascivi e perniciosi. Toglilo di là. Dove lo porti? Dammi, egli dice, il tuo cuore.
Sia per me, e non si perda per te. Osserva, infatti, cosa ti dice, allorché vuole rimettere in te qualcosa, perché tu ami
soprattutto te stesso: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua
mente" (Mt 23,37 Dt 6,5). Cosa rimane del tuo cuore, per amare te stesso? Cosa della tua anima? E cosa della tua
mente? Con tutto, egli dice. Tutto te stesso esige, colui che ti ha fatto.

Però, non esser triste quasi non ti resti nulla di che rallegrarti in te stesso. "Gioisca Israele", non in sè, "bensì
in colui che lo ha fatto" (Ps 149,2)

"Il prossimo quanto deve essere amato?" Risponderei e direi: Se nulla mi rimasto, come mi amerò; poiché mi
si ordina di amare con tutto il cuore, con tutta l‟anima, con tutta la mente colui che mi ha fatto, in che modo mi si
ordina il secondo precetto di amare il prossimo come me stesso? Il che è più che il dire di amare il prossimo con
tutto il cuore, con tutta l‟anima e con tutta la mente. In che modo? "Ama il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,37
Mt 22,39). Dio con tutto me stesso: il prossimo come me. Come me, così te? Vuoi sentire come ti ami? Per questo
ti ami, poiché ami Dio con tutto te stesso. Ritieni infatti di avanzare con Dio, perché ami Dio? E poiché ami Dio, si
aggiunga qualcosa a Dio? E se non ami, avrai di meno? Quando ami, tu progredisci: lì tu sarai dove non perirai. Ma
mi risponderai e dirai: Quando infatti non mi sono amato? Non ti amavi affatto, quando non amavi Dio che ti ha
fatto. Anzi quando ti odiavi credevi di amarti. "Chi infatti ama l‟iniquità, odia la sua anima" (Ps 10,6).

Agostino, Sermo 34, 7-8

2. I due amori: Dio e il mondo

Vi sono due amori, dai quali derivano tutti i desideri, e questi sono così diversi per qualità, in quanto si
distinguono per cause. L‟anima razionale, infatti, che non può essere priva di amore, o ama Dio o ama il mondo.
Nell‟amore di Dio nulla è eccessivo, nell‟amore del mondo, invece, tutto è dannoso. Per questo è necessario essere
inseparabilmente attaccati ai beni eterni, e usare in maniera transitoria di quelli temporali, di modo che, per noi che
siamo pellegrini e ci affrettiamo per tornare in patria, qualunque cosa ci tocchi delle fortune di questo mondo sia
viatico per il viaggio e non attrattiva per il soggiorno. Per questo, il beato Apostolo così afferma: "Il tempo è breve.
Rimane che quelli che hanno moglie vivano come se non l‟avessero, quelli che piangono come se non piangessero,
quelli che godono come se non godessero, quelli che comprano come se non possedessero, e quelli che usano di
questo mondo come se non ne usassero: perché passa la scena di questo mondo (1Co 7,29-31). Ma ciò che piace
per aspetto, abbondanza, varietà, non viene facilmente evitato, a meno di non amare, nella stessa bellezza delle cose
visibili, il Creatore piuttosto che la creatura. Quando infatti egli dice: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" (Mc 12,30), vuole che mai ci sciogliamo dai vincoli del suo
amore. E quando con questo precetto del prossimo (cf. Mc 12,31ss) congiunge strettamente la carità, ci prescrive
l‟imitazione della sua bontà, affinché amiamo ciò che egli ama, e ci occupiamo di ciò di cui egli si occupa. Sebbene
infatti siamo "il campo di Dio e l‟edificio di Dio" (1Co 3,9), e "ne chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio
che fa crescere" (1Co 3,7), tuttavia esige in tutto il servizio del nostro ministero, e vuole che siamo dispensatori dei
suoi doni, affinché colui che porta "l‟immagine di Dio" (Gn 1,27), faccia la sua volontà. Per questo nella preghiera
del Signore diciamo in maniera sacrosanta: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"
(Mt 6,10). Con tali parole cos‟altro domandiamo, se non che Dio assoggetti chi non ha ancora assoggettato a sé, e,
come [lo sono] in cielo gli angeli, così faccia ministri della sua volontà anche gli uomini sulla terra? Chiedendo
dunque ciò, amiamo Dio e amiamo anche il prossimo, e in noi c‟è non un amore diverso, ma unico, dal momento
che desideriamo sia che il servo serva, sia che il padrone comandi.

Questo affetto dunque, o carissimi, dal quale escluso l‟amore terreno, si rafforza con la consuetudine delle
buone opere, poiché è necessario che la coscienza si rallegri nelle azioni rette, e volentieri ascolti ciò che gode di
aver fatto. Si sceglie di fare digiuno, si custodisce la castità, si moltiplicano le elemosine, si prega incessantemente,
ed ecco che il desiderio dei singoli diventa il voto di tutti. La fatica alimenta la pazienza, la mitezza spegne l‟ira, la
benevolenza si mette sotto i piedi l‟invidia, le cupidigie umane sono uccise dai santi desideri, l‟avarizia è scacciata
dalla generosità, e le ricchezze che costituiscono un peso diventano strumenti di virtù.

Leone Magno, Tractatus, 90, 3-4


3. Dio promette se stesso a chi lo ama

In effetti, non una qualsiasi cosa ti promette Dio, cioè qualcosa che non sia Dio stesso. Insomma, Dio non
potrebbe saziarmi, se non promettendomi Dio stesso.

Cos‟è l‟intera terra? Cosa l‟intero mare? O l‟intero cielo? Cosa sono tutti gli astri? O il sole? Cosa la luna?
Cosa le schiere stesse degli angeli? Più di tutti costoro, ho sete del Creatore: di lui stesso ho fame, di lui ho sete a
lui dico: "Poiché presso di te è la fonte della vita" (Ps 35,10). È lui che mi dice: "Io sono il pane disceso dal cielo"
(Jn 6,41).

Brami dunque ed abbia sete il mio peregrinare, perch‚ si sazi la mia presenza. Il mondo gioisce di molte cose,
belle, forti, varie: più bello è però colui che le ha fatte; più forte e luminoso è colui che le ha fatte; più soave è colui
che le ha fatte. "Mi sazierò, quando si manifesterà la tua gloria" (Ps 16,15). Se perciò è in voi quella fede che opera
per mezzo dell‟amore, già vi annoverate tra i predestinati, tra i chiamati, tra i giustificati: quindi cresca in voi. La
fede infatti che opera per mezzo dell‟amore, non può sussistere senza la speranza. Ma quando saremo arrivati,
allora sarà ancora con te la fede? Ci sarà forse detto: Credi? No, assolutamente. Allora, lo vedremo, lo
contempleremo.

Agostino, Sermo 158, 7

XXXI Domenica

71

Letture:

+Ml 1,14; 2,2 2,8-10

1Th 2,7-9 2,13

+Mt 23,1-12

1. L‟essenziale della Legge

In effetti, la tradizione dei loro anziani, che essi ostentavano di osservare al pari di una legge, era contraria alla
Legge di Mosè. Motivo per cui Is dice: "I tuoi tavernieri mescolano il vino con l‟acqua" (Is 1,2) per mostrare che
all‟austero precetto di Dio gli anziani mescolano una tradizione acquosa, cioè aggiungono una legge adulterata e
contraria alla Legge. È quanto il Signore ha chiaramente evidenziato, dicendo loro: "Perché trasgredite i
comandamenti di Dio per la vostra tradizione?" (Mt 15,3). Non contenti di violare la Legge di Dio con la loro
trasgressione mescolando il vino con l‟acqua, hanno contrapposto ad essa la loro legge, che a tutt‟oggi vien detta
legge farisaica. Vi sopprimono alcune cose, ne aggiungono delle altre, ne interpretano altre ancora a loro modo:
così ne usano in particolare i loro dottori. Volendo difendere queste tradizioni, non si sono sottomessi alla Legge di
Dio che li orientava verso la venuta di Cristo, e sono arrivati persino a rimproverare al Signore di operare
guarigioni in giorno di sabato, il che, come abbiamo già detto, la Legge non vietava, dal momento che anch‟essa
guariva in certo modo, facendo circoncidere l‟uomo in quel giorno; tuttavia non riproveravano nulla a s‚ stessi,
quando, per la loro tradizione e per la legge farisaica anzidetta, trasgredivano il comandamento di Dio e non
possedevano l‟essenziale della Legge, cioè l‟amore verso Dio.

Quell‟amore è in effetti il primo e più grande comandamento, e il secondo è l‟amore verso il prossimo: lo ha
insegnato il Signore, dicendo che tutta la Legge e i profeti si ricollegano a questi comandamenti (Mt 22,37-40). E
lui stesso non ha portato altro comandamento più grande di questo, ma ha rinnovato quello stesso comandamento
ingiungendo ai suoi discepoli di amare Dio con tutto il cuore e il loro prossimo come sé stessi. Se fosse disceso da
un altro Padre, mai egli avrebbe fatto uso del primo e più grande comandamento della Legge: si sarebbe sforzato in
tutte le maniere di apportarne uno più grande secondo un Padre perfetto e a non fare uso di quello che aveva dato
l‟Autore della Legge. Perciò, Paolo dice che la carità è il compimento della Legge (Rm 13,10); essendo abolito
tutto il resto, restano solo la fede, la speranza e la carità, ma la più grande di tutte è la carità (1Co 13,13); senza la
carità verso Dio, né la conoscenza ha alcuna utilità, né la comprensione dei misteri, né la fede, né la profezia, ma
tutto è vano e superfluo senza la carità (1Co 13,2); la carità rende l‟uomo perfetto, e colui che ama è perfetto, nel
secolo presente e in quello futuro: infatti mai cesseremo di amare Dio, ma, più lo contempleremo, più lo ameremo.

Così dunque, visto che nella Legge come nel Vangelo il primo e più grande comandamento è lo stesso, cioè
amare il Signore Dio con tutto il cuore, e il secondo del pari, cioè amare il prossimo come se stessi, è acquisita la
prova che vi è un solo e medesimo Legislatore. I comandamenti essenziali della vita, per il fatto che sono gli stessi
in un verso e nell‟altro, manifestano effettivamente lo stesso Signore: infatti, se ha impartito comandi particolari
adatti all‟una o all‟altra alleanza, per quanto attiene a comandamenti universali e più importanti, senza i quali non
vi può essere salvezza, sono gli stessi da lui proposti da una parte e dall‟altra.

Chi non avrebbe confuso il Signore, quando affermava, insegnando alla folla e ai discepoli, nei termini
seguenti, che la Legge non veniva da un altro Dio: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei:
osservate dunque e fate tutto ciò che essi vi dicono, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno;
legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini, ma loro non vogliono muoverli neppure con
un dito (Mt 23,2-1)? Egli non condannava perciò la legge di Mosè, dal momento che li invitava ad osservarla
fintanto che sussistesse Gerusalemme: ma erano essi che egli biasimava, perché, pur proclamando le parole della
Legge, erano vuoti d‟amore e, per questo, violatori della Legge rispetto a Dio e al prossimo. Come dice Isaia:
"Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me, è invano che mi rendono culto, mentre
insegnano dottrine e comandamenti di uomini" (Is 29,13). Non è la Legge di Mosè che egli chiama «comandamenti
di uomini», bensì le tradizioni dei loro anziani, inventate di sana pianta, per difendere i quali essi rigettavano la
Legge di Dio e, come conseguenza non si sottomettevano neppure al suo Verbo. È quanto Paolo sottolinea a loro
proposito: "Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di
Dio: infatti, il termine della Legge è Cristo, per la giustificazione di ogni credente" (Rm 10,3-1). Come Cristo
sarebbe il termine della Legge, se non ne fosse stato anche il principio? Infatti, colui che ha portato a termine è
anche colui che ha realizzato il principio. È lui che diceva a Mosè: "Ho visto l‟afflizione del mio popolo in Egitto, e
sono disceso per liberarlo" (Ex 3,7-8). Fin dal principio, infatti, era solito salire e scendere per la salvezza degli
afflitti.

Ireneo di Lione, Adv. Haer. IV, 12, 1-4


2. La suprema sventura

Guai a noi, sventurati, se abbiamo ereditato i vizi dei farisei!

Girolamo, In Matth. IV, 23, 5-7

3. Necessità delle opere

E poiché sono pochi quelli che trovano la via stretta, egli espone l‟inganno di quelli che fanno finta di cercarla:
"Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore" (Mt 7,15), ecc. Bisogna notare che le parole
adulatrici e la finta dolcezza devono essere giudicate dai frutti delle azioni, di modo che non ci aspettiamo da
qualcuno che sia così come si dipinge a parole, ma come si comporta a fatti, perch‚ molti uomini hanno la rabbia
del lupo nascosta sotto una veste di pecora. Così, siccome le spine non producono uva e i rovi non [ producono ]
fichi, siccome gli alberi cattivi non portano frutti mangerecci,egli ci insegna che presso tali uomini non c‟è più
posto per la realizzazione di un‟opera buona e che, perciò, è dai suoi frutti che bisogna riconoscere ciascuno. Non si
ottiene, infatti, il regno dei cieli soltanto a forza di parole, e non sarà chi avrà detto "Signore, Signore" (Mt 7,21) ad
aver parte con lui. Che merito c‟è, infatti, nel dire al Signore: "Signore?" Forse che non ci sarà il Signore, se noi
non lo nominiamo? Quale dovere sacro c‟è nel chiamare un nome, dal momento che è piuttosto l‟obbedienza alla
volontà di Dio, e non il fatto di chiamare il suo nome, che farà trovare la via del regno dei cieli?

"Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome?" (Mt 7,22), ecc.
Egli condanna ora l‟inganno degli pseudoprofeti e le simulazioni degli ipocriti, che trovano nella potenza della
parola di che attribuirsi una gloria nella profezia della dottrina, nel cacciare i demoni e in siffatte azioni miracolose,
e da ciò promettono a se stessi il regno dei cieli - come se veramente ciò che dicono e ciò che fanno fosse proprio di
loro e non fosse invece la virtù di Dio quando è invocata, a compiere tutto -, mentre è la lettura che dà la scienza
della dottrina ed è il nome di Cristo che provoca la cacciata dei demoni; dobbiamo dunque meritare a nostre spese
questa eternità beata, e intraprendere qualcosa da noi stessi per volere il bene, evitare ogni male, obbedire di tutto
cuore ai precetti celesti e adempiere tutti questi doveri per essere conosciuti da Dio e far ciò che egli desidera,
piuttosto che gloriarci di ciò che sta in suo potere, lui che respinge e scarta coloro che per le opere inique non hanno
potuto conoscerlo.

Ilario di Poitiers, In Matth. 6, 4-5

XXXII Domenica
72

Letture:

+Sg 6,12-16

1Th 4,13-18

+Mt 25,1-13

1. Le dieci vergini

"Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini" (Mt 25,1), e il seguito. È dopo le affermazioni precedenti
che si può comprendere anche la ragion d‟essere di questo brano. Esso si riferisce interamente al gran giorno del
Signore, in cui i segreti dei pensieri degli uomini saranno rivelati (1Co 3,13) dall‟indagine del giudizio divino e in
cui la fede verace nel Dio che si attende avrà la soddisfazione di una speranza non incerta. Infatti, nella
contrapposizione delle cinque sagge e delle cinque stolte, è definita in maniera lampante la divisione di credenti e
increduli, a esempio della quale Mosè aveva ricevuto i dieci comandamenti consegnati su due tavole (cf. Ex 32,15).
Difatti, era necessario che essi fossero consegnati interamente su due tavole, e la doppia pagina, spartendo tra la
destra e la sinistra ciò che era proprio di esse, contrassegnava la divisione dei buoni e dei cattivi, sebbene essi
fossero riuniti sotto uno stesso testamento.

Lo sposo e la sposa sono Dio nostro Signore in un corpo, poiché la carne è per lo Spirito una sposa, come lo
Spirito è uno sposo per la carne. Quando, alla fine, la tromba suona la sveglia, si va incontro allo sposo soltanto,
perché i due erano ormai uno, per il fatto che l‟umiltà della carne aveva attinto una gloria spirituale. Ma dopo una
prima tappa, noi, adempiendo i doveri di questa vita, ci prepariamo ad andare incontro alla risurrezione dai morti.
Le lampade sono la luce delle anime risplendenti che il sacramento del Battesimo ha fatto brillare. L‟olio (Mt 25,3)
è il frutto delle opere buone. I piccoli vasi (Mt 25,4) sono i corpi umani, nelle cui viscere dev‟essere riposto il
tesoro di una coscienza retta. I venditori (Mt 25,9) sono coloro che, avendo bisogno della pietà dei credenti, danno
in cambio la mercanzia che è loro richiesta, cioè che stanchi della loro miseria, ci vendono la coscienza di una
buona azione. È essa che alimenta a profusione una luce inestinguibile e che occorre comprare e riporre mediante i
frutti della misericordia. Le nozze (Mt 25,10) sono l‟assunzione dell‟immortalità e l‟unione della corruzione e
dell‟incorruttibilità secondo un‟alleanza inaudita. Il ritardo dello sposo (Mt 25,5) è il tempo della penitenza. Il
sonno di quelle che attendono è il riposo dei credenti e la morte temporale di tutto il mondo al tempo della
penitenza. Il grido in mezzo alla notte (Mt 25,6) è, in mezzo all‟ignoranza generale, il suono della tromba che
precede la venuta del Signore (1Th 4,16) e che sveglia tutti perché si esca incontro allo sposo. Le lampade che
vengono prese (Mt 25,7) sono il ritorno delle anime nei corpi e la loro luce è la coscienza risplendente di una buona
azione, coscienza che è racchiusa nei piccoli vasi dei corpi.

Le vergini sagge sono le anime che, cogliendo il momento favorevole in cui sono nei corpi per fare delle opere
buone, si sono preparate per presentarsi per prime alla venuta del Signore. Le stolte sono le anime che, rilassate e
negligenti, si sono curate solo delle cose presenti e, dimentiche delle promesse di Dio, non sono arrivate fino alla
speranza della risurrezione. E poiché le vergini stolte non possono andare incontro con le loro lampade spente,
domandano in prestito alle sagge dell‟olio (Mt 25,8). Ma quelle risposero che non potevano darne loro, perché forse
non ce ne sarebbe stato abbastanza per tutte (Mt 25,9), il che vuol dire che nessuno deve appoggiarsi sulle opere e
sui meriti altrui, perché è necessario che ognuno compri olio per la propria lampada. Le sagge le invitano a tornare
indietro a comprarne, qualora obbedendo sia pure in ritardo alle prescrizioni di Dio, esse si rendano degne
d‟incontrare lo sposo con le loro lampade accese. Ma mentre esse indugiavano, entrò lo sposo e, insieme a lui, le
sagge velate e munite della loro lampada tutta pronta entrano alle nozze (Mt 25,10), cioè penetrano nella gloria
celeste appena giunto il Signore nel suo splendore. E poiché non hanno più tempo per pentirsi, le stolte accorrono,
chiedono che si apra loro la porta (Mt 25,11). Al che lo sposo risponde loro: "Non vi conosco" (Mt 25,12). Esse,
infatti, non erano state là per compiere il loro dovere verso colui che arrivava, non si erano presentate all‟appello
del suono della tromba, non si erano aggiunte al corteo di quelle che entravano, ma, per il loro ritardo e il loro
comportamento indegno, avevano lasciato passare l‟ora di entrare alle nozze.

Ilario di Poitiers, In Matth. 27, 3-5

2. Vigilanza nella preghiera

E tu dunque, o anima, una del popolo, una della folla.... certamente una delle vergini, tu che illumini la grazia
del corpo con lo splendore interiore..., tu, dico, nel tuo letto, anche di notte apparecchiata, medita sempre Cristo e la
sua venuta sia in ogni momento desiderata.

Se ti sembra che tardi, levati. Sembra tardare quando dormi a lungo; sembra tardare quando non sei intenta
alla preghiera; sembra tardare quando non fai sentire la tua voce che salmeggia. Avendo dedicato a Cristo le
primizie delle tue veglie, sacrifica a Cristo le primizie delle tue azioni... Chiedi dunque che lo Spirito Santo ti ispiri,
che soffi sopra il tuo letto e accresca il profumo della pia mente e della grazia spirituale. Ti risponderà: "Io dormo,
ma il mio cuore veglia" (Ct 5,2)...

Aperta così la porta, [Cristo] entra; infatti non può mancare lui che ha promesso di entrare. Abbraccia dunque
colui che hai cercato, accostati a lui, e sarai illuminata: trattienilo, pregalo di non andarsene presto, supplicalo di
non lasciarti; poiché il Verbo di Dio corre, non lo si prende con la superbia, non lo si trattiene con la negligenza. La
tua anima vada incontro alla sua parola, e segui le orme dei celesti detti; infatti passa presto.

Cosa dice infine quella? "L‟ho cercato, ma non l‟ho trovato; l‟ho chiamato, ma non mi ha dato ascolto" (Ct
5,6). Non pensare a dispiacerti, tu che hai chiamato, pregato, aperto, per il fatto che se n‟è andato così presto,
spesso egli lascia che noi siamo tentati. Cosa risponde infine nel Vangelo alle folle che lo pregano di non
allontanarsi? "Bisogna che io annunzi la parola di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato" (Lc
4,43). Ma anche se ti sembra che egli se ne sia andato, esci fuori, indaga di nuovo (Ct 5,7)...

Chi dunque se non la santa Chiesa deve insegnarti come possedere Cristo? Anzi già lo ha spiegato, se
comprendi ciò che leggi: "Da poco", dice, "le avevo oltrepassate" [le guardie], "quando trovai l‟amato del mio
cuore: lo strinsi, e non lo lascerò" (Ct 3,4). Da quali cose dunque Cristo è trattenuto? Non dai lacci dell‟ingiustizia,
non dai nodi delle funi; ma dai vincoli della carità, è stretto dai lacci del cuore ed è trattenuto dall‟affetto
dell‟anima. Se vuoi trattenere Cristo anche tu, cerca incessantemente, non aver paura della sofferenza; spesso infatti
Cristo lo si trova meglio in mezzo ai dolori del corpo, in mezzo alle stesse mani dei persecutori. "Da poco", dice,
"le avevo oltrepassate". Quando infatti nel breve spazio di un momento sei sfuggita alle mani dei persecutori e non
hai ceduto al dominio del mondo, Cristo ti si farà incontro e non permetterà che tu sia tentata oltre.
Colei che così cerca Cristo e così lo trova, può dire: "Lo strinsi, e non lo lascerò; finché non l‟abbia condotto
in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice (Ct )". Qual è la casa di tua madre e la stanza di lei, se non
l‟intimo tuo? Custodisci questa casa, dopo averne nettato l‟interno; affinché essendo pura e immune dalle macchie
di una coscienza adulterina, tale spirituale dimora si levi verso il sacerdozio santo sul saldo fondamento della pietra
angolare, e lo Spirito Santo abiti in essa. Colei che così cerca Cristo e così lo prega, non sarà abbandonata da lui,
che anzi di frequente tornerà a farle visita; infatti egli è con noi fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

Ambrogio, De virginit. 12, 68 s.74 s.; 13, 77 s.

3. Parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13)

Io non sono divenuto saggio in due punti,

Come lo erano divenute le cinque vergini sagge;

Il bene facile con il difficile

Io non l‟ho acquistato.

Ma son divenuto l‟ultimo degli insensati

Non conservando l‟olio per la lampada:

La misericordia con la verginità,

O meglio ancora, l‟Unzione della Fontana sacra,

Che, nella notte finale ove non si può più lavorare,

Non mi son più vendute a prezzo di denaro;

Ecco perché le porte della Sala di Nozze, del pari

Restan chiuse per me, neghittoso.

Ma quaggiù, finché in un corpo io resto,

Tu, mio Sposo, ascolta l‟anima mia sposa;

Invece di quell‟ultimo clamore,

Fin d‟ora grido con voce supplichevole:

«Aprimi la tua porta celeste

Introducimi nella camera nuziale di lassù,


Rendimi degno del tuo bacio santo,

Dell‟abbraccio tuo puro e immacolato.

Che io possa non udir la voce

Che risponda di non riconoscermi,

Ma la fiaccola spenta riaccenda

Del mio spirito, a me cieco, grazie alla tua luce!».

Nerses Snorhali, Jesus, 688-693

XXXIII Domenica

73 Letture:

+Pr 31,10-13 31,19-20 31,30-31

1Th 5,1-6

+Mt 25,14-30

1. La simbologia dei talenti

Sarà infatti come d‟un uomo il quale, stando per fare un lungo viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i
suoi beni. A uno diede cinque talenti, all‟altro due, e a un altro uno solo: a ciascuno secondo la sua capacità" (Mt
25,14-15). Non v‟è dubbio che quest‟uomo, questo padrone di casa, è Cristo stesso, il quale, mentre s‟appresta
vittorioso ad ascendere al Padre dopo la Risurrezione, chiamati a sé gli apostoli, affida loro la dottrina evangelica,
dando a uno più e a un altro meno, non perché vuol essere con uno più generoso e con l‟altro più parco, ma perché
tiene conto delle forze di ciascuno (l‟Apostolo dice qualcosa di simile quando afferma di aver nutrito col latte
coloro che non erano ancora in grado di nutrirsi con cibi solidi) (1Co 3,2). Infatti poi con uguale gioia ha accolto
colui che di cinque talenti, trafficandoli, ne ha fatto dieci e colui che di due ne ha fatto quattro, considerando non
l‟entità del guadagno, ma la volontà di ben fare. Nei cinque, come nei due e nell‟unico talento, scorgiamo le diverse
grazie che a ciascuno vengono date. Oppure si può vedere, nel primo che ne riceve cinque, i cinque sensi, nel
secondo che ne ha due, l‟intelligenza e le opere, e nel terzo che ne ha uno solo, la ragione, che distingue gli uomini
dalle bestie.

"Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti, se ne andò a negoziarli e ne guadagnò altri cinque" (Mt 25,16).
Ricevuti cioè i cinque sensi terreni, li raddoppiò acquisendo per mezzo delle cose create la conoscenza delle cose
celesti, la conoscenza del Creatore: risalendo dalle cose corporee a quelle spirituali, dalle visibili alle invisibili,
dalle contingenti alle eterne.

"Come pure quello che aveva ricevuto due talenti ne guadagnò altri due (Mt 25,17). Anche costui, le verità che
con le sue forze aveva appreso dalla Legge le raddoppiò nella conoscenza del Vangelo. O si può intendere che,
attraverso la scienza e le opere della vita terrena, comprese le caratteristiche ideali della futura beatitudine.

"Ma colui che ne aveva ricevuto uno solo, andò a scavare una buca nella terra e vi nascose il denaro del suo
padrone" (Mt 25,18). Il servo malvagio, dominato dalle opere terrene e dai piaceri del mondo, trascurò e macchiò i
precetti di Dio. Un altro evangelista dice che questo servo tenne la sua moneta legata in una pezzuola (Lc 19,20),
cioè, vivendo nella mollezza e nelle delizie, rese inefficiente l‟insegnamento del padrone di casa.

"Ora, dopo molto tempo, ritornò il padrone di quei servi e li chiamò a render conto. Venuto dunque colui che
aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque dicendo: «Signore, tu mi desti cinque talenti; ecco, io ne ho
guadagnati altri cinque»" (Mt 25,19-20). Molto tempo c‟è tra l‟Ascensione del Salvatore e la sua seconda venuta.
Ora, se gli apostoli stessi dovranno render conto e risorgeranno col timore del giudizio, che dobbiamo mai far noi?

"E il padrone gli disse «Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: entra
nella gioia del tuo Signore». Si presentò poi l‟altro che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, tu mi desti due
talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». Il suo padrone gli disse: «Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel
poco, ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo Signore» (Mt 25,21-23) . Ambedue i servi, e quello che di
cinque talenti ne ha fatto dieci e quello che di due ne ha fatto quattro, ricevono identiche lodi dal padrone di casa. E
dobbiamo rilevare che tutto quanto possediamo in questa vita, anche se può sembrare grande e abbondante, è
sempre poco e piccolo a confronto dei beni futuri. «Entra - dice il padrone - nella gioia del tuo Signore»: cioè ricevi
quel che occhio mai vide, né orecchio mai udì, né mai cuore d‟uomo ha potuto gustare (1Co 2,9). Che cosa mai di
più grande può essere donato al servo fedele, se non di vivere insieme col proprio signore e contemplare la gioia di
lui?

"Presentatosi infine quello che aveva ricevuto un solo talento, disse: «Signore, so che tu sei un uomo duro, che
mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo
talento sotto terra; ecco, prendi quello che ti appartiene» (Mt 25,24-25). Quanto sta scritto nel salmo: A cercare
scuse per i peccati (Ps 141,4), si applica anche a questo servo, il quale alla pigrizia e negligenza, ha aggiunto anche
la colpa della superbia. Egli che non avrebbe dovuto fare altro che confessare la sua infingardaggine e supplicare il
padrone di casa, al contrario lo calunnia, e sostiene di aver agito con prudenza non avendo cercato alcun guadagno
per timore di perdere il capitale.

"Il suo padrone gli rispose: «Servo malvagio e infingardo, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e che
raccolgo dove non ho sparso; potevi dunque mettere il mio denaro in mano ai banchieri, e al ritorno io avrei ritirato
il mio con l‟interesse. Toglietegli perciò il talento e datelo a colui che ne ha dieci» (Mt 25,26-28). Quanto credeva
di aver detto in sua difesa, si muta invece in condanna. E il servo è chiamato malvagio, perché ha calunniato il
padrone; è detto pigro, perché non ha voluto raddoppiare il talento: perciò è condannato prima come superbo e poi
come negligente. Se - dice in sostanza il Signore - sapevi che io son duro e crudele e che desidero le cose altrui,
tanto che mieto dove non ho seminato, perché questo pensiero non ti ha istillato timore tanto da farti capire che io ti
avrei richiesto puntualmente ciò che era mio, e da spingerti a dare ai banchieri il denaro e l‟argento che ti avevo
affidato? L‟una e l‟altra cosa significa infatti la parola greca arghyrion. Sta scritto: "La parola del Signore è parola
pura, argento affinato nel fuoco, temprato nella terra, purificato sette volte" (Ps 12,7). Il denaro e l‟argento sono la
predicazione del Vangelo e la parola divina, che deve essere data ai banchieri e agli usurai, cioè o agli altri dottori
(come fecero gli apostoli, ordinando in ogni provincia presbiteri e vescovi), oppure a tutti i credenti, che possono
raddoppiarla e restituirla con l‟interesse, in quanto compiono con le opere ciò che hanno appreso dalla parola. A
questo servo viene pertanto tolto il talento e viene dato a quello che ne ha fatto dieci affinché comprendiamo che -
sebbene uguale sia la gioia del Signore per la fatica di ciascuno dei due, cioè di quello che ha raddoppiato i cinque
talenti e di quello che ne ha raddoppiato due - maggiore è il premio che si deve a colui che più ha trafficato col
denaro del padrone. Per questo l‟Apostolo dice: "Onora i presbiteri, quelli che sono veramente presbiteri, e
soprattutto coloro che s‟affaticano nella parola di Dio (1Tm 5,17). E da quanto osa dire il servo malvagio: «Mieti
dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso», comprendiamo che il Signore accetta anche la vita onesta
dei pagani e dei filosofi, e che in un modo accoglie coloro che hanno agito giustamente e in un altro coloro che
hanno agito ingiustamente, e che infine, paragonandoli con quelli che hanno seguito la legge naturale, vengono
condannati coloro che violano la legge scritta.

"Poiché a chi ha, sarà dato e sarà nell‟abbondanza, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere"
(Mt 25,29). Molti, pur essendo per natura sapienti e avendo un ingegno acuto, se però sono stati negligenti e con la
pigrizia hanno corrotto la loro naturale ricchezza, a confronto di chi invece è un poco più tardo, ma con il lavoro e
l‟industria ha compensato i minori doni che ha ricevuto, perderanno i loro beni di natura e vedranno che il premio
loro promesso sarà dato agli altri. Possiamo capire queste parole anche così: chi ha fede ed è animato da buona
volontà nel Signore, riceverà dal giusto Giudice, anche se per la sua fragilità umana avrà accumulato minor numero
di opere buone. Chi invece non avrà avuto fede, perderà anche le altre virtù che credeva di possedere per natura.
Efficacemente dice che a costui «sarà tolto anche quello che crede di avere». Infatti, anche tutto ciò che non
appartiene alla fede in Cristo, non deve essere attribuito a chi male ne ha usato, ma a colui che ha dato anche al
cattivo servo i beni naturali.

"E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridor di denti" (Mt 25,30). Il Signore è la
luce; chi è gettato fuori, lontano da lui, manca della vera luce.

Girolamo, In Matth. IV, 22, 14-30

2. Parabola dei talenti

Son stato simile al cattivo servo

Che nulla ha tratto dai talenti confidatigli;

Anzi l‟ho persino superato,

Perché ho perduto il dono della grazia.

Non ho fatto raddoppiare il tuo talento,

Né quadruplicare i due, né decuplicare i cinque,


Per cui regno completamente

Sulle dieci cittadelle del sensibile.

Ma ho sotterrato l‟unico (talento),

Nel velame dei vizi ravvolgendolo;

Non ho posto il tuo denaro in banca,

Per darti modo di averne l‟interesse,

(Non ho portato) cioè la parola del Comandamento

Alle orecchie dell‟essere pensante,

Che son la banca spirituale

Della sapienza del Pane di Vita.

Ecco perché io mi spetto

D‟esser punito e gettato nelle tenebre,

Finché Tu venga a richiedere il talento,

Che m‟hai concesso alla Fontana sacra.

Ma a Te, Salvatore della mia anima,

Piangendo, voglio rivolgere queste parole:

«Poiché m‟è dato ancor di fare il bene,

Dammi la grazia di piacerTi per suo mezzo».

Ascolterò così la (sentenza) gioiosa

Come il servo fedele:

«Entra nella casa celeste

Nella gioia del tuo Signore!».

Nerses Snorhali, Jesus, 694-700

XXXIV Domenica: Solennità di Cristo Re


74 Letture:

+Ez 34,11-12 34,15-17

1Co 15,20-26 15,28

+Mt 25,31-46

1. Nell‟amore dei poveri costruiamo il nostro eterno futuro

"Io ho avuto fame, ho avuto sete, ero forestiero e nudo, e infermo e carcerato" (Mt 25,35). "Ogni volta che
avete fatto queste cose a uno solo di questi (miei fratelli), l‟avete fatto a me" (v. 40). Per cui, "venite", dice,
"benedetti del Padre mio" (v. 34). Che cosa impariamo da queste cose? Che la benedizione e il più grande bene
sono riposti nello zelo e nell‟osservanza dei precetti; la maledizione e il massimo dei mali derivano dall‟accidia e
dal disprezzo dei comandamenti. Abbracciamo allora la prima e fuggiamo questa seconda, finché ci è possibile,
affinché delle due noi possiamo avere quella che desideriamo. Infatti, in quello a cui con grande alacrità d‟animo ci
saremo inclinati, noi saremo stabiliti. Per la qual cosa, il Signore della benedizione, che parimenti accetterà da noi
ciò che per sollecitudine e per dovere avremo fatto nei confronti dei poveri, come fatto a lui, rendiamocelo
benevolo e costringiamolo almeno in questo tempo in cui a noi, mentre viviamo, è data la grande possibilità di
osservare il comandamento; e sono molti che mancano del necessario, molti che sono carenti nello stesso corpo,
logorati e consumati dalla stessa violenza del male. Cosicché, noi in questa cosa, cioè, per dirla più ampiamente,
poniamo più cura e diligenza nel curare coloro che sono colpiti da gravissimo morbo, per conseguire quel
magnifico premio promesso... (Cosa dirò forse degli angeli) quando lo stesso Signore degli angeli, lo stesso re della
celeste beatitudine si è fatto uomo per te, e queste sordide e abiette spoglie della carne cinse a sé, unitamente
all‟anima che di esse era rivestita, affinché col suo contatto egli curasse le tue infermità? Tu invece, che sei della
stessa natura di chi è ammalato, fuggi uomini di quel genere. Non ti piaccia, fratello, te ne prego, far tuo il cattivo
proposito. Considera chi sei, e di chi ti interessi: uomo (sei) soprattutto, tra gli uomini, che nulla hai di proprio in te
e nulla di estraneo alla natura comune. Non compromettere le cose future. Mentre infatti condanni la passione
grande nel corpo altrui, pronunci una incerta sentenza di tutta la natura. Di quella natura, poi, anche tu sei partecipe,
come tutti gli altri. Per la quale cosa, si decida come di cosa comune...

Che cosa dobbiamo fare, perché non sembri che noi pecchiamo contro la legge di natura? È sufficiente che
deploriamo le loro passioni e che con la preghiera togliamo via la malattia e ci commuoviamo al suo stesso ricordo?
O non si richiede che, con dei fatti mostriamo verso di essi la misericordia e la benevolenza? È proprio così. Infatti,
il rapporto che sussiste tra le cose vere e le pitture appena abbozzate, è quello che c‟è tra le parole separate dalle
opere. Dice infatti il Signore che la salvezza non sta nelle parole, ma nel compiere le opere della salvezza. Per cui,
quello che c‟è comandato per causa di essi, occorre che noi lo facciamo per lui... "Via, lontano da me, nel fuoco
eterno: perch‚ ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli, non l‟avete fatto a me" (Mt 25,41
Mt 25,45).

Se infatti pensassero di conseguire tali cose in quel modo, non arriverebbero mai a subire quella sentenza,
allontanando da sé coloro che soffrono, né stimerebbero contagio per la nostra vita l‟impegno per gli sventurati. Per
cui, se consideriamo che colui che promise è fedele, ottemperiamo ai suoi comandi, senza dei quali non possiamo
essere degni delle sue promesse. Il forestiero, il nudo, l‟affamato, il malato, il carcerato, e tutto quello che ricorda il
Vangelo, in questo misero ti viene posto dinanzi. Egli va errabondo e nudo e infermo, e a causa della povertà che
consegue alla malattia, manca del necessario. Chi infatti non ha a casa di che sostentarsi, né d‟altronde può
guadagnare col lavoro, questi manca delle cose che le necessità della vita esigono. Per tale motivo, quindi, è
schiavo perché legato dai vincoli della malattia. Pertanto, in ciò avrai adempiuto l‟essenziale di tutti i
comandamenti, e lo stesso Signore di tutte le cose, per quello che gli avrai prestato con benignità, avrai legato e
obbligato a te (Pr 19,17). Perché dunque fai assegnamento su ciò che è la rovina della tua vita? Colui, infatti, che
non vuole avere amico il Signore di tutte le cose, è a se stesso grandemente nemico. A quel modo, infatti, che viene
realizzata l‟osservanza dei comandamenti, viene liberato dalla crudeltà (del supplizio eterno) "Prendete" (dice) "il
mio giogo su di voi" (Mt 11,29). Chiama giogo l‟osservanza dei comandamenti, obbediamo a colui che comanda.

Facciamoci giumento di Cristo, rivestendo i vincoli della carità. Non rifiutiamo questo giogo, non
scuotiamolo, esso è soave e lieve. A chi si sottomette, non opprime il collo, ma lo accarezza. "Seminiamo in
benedizione", dice l‟Apostolo, "perché possiamo anche mietere nelle benedizioni" (2Co 9,6). Da un tale seme
germinerà una spiga dai molti grani. Ampia è la messe dei comandamenti, sublimi sono le stirpi della benedizione.
Vuoi capire a quale altezza si libra il rigoglio di tale progenie? Esse toccano gli stessi vertici del cielo. Tutto ciò che
infatti in esse avrai portato, lo troverai al sicuro nei tesori del cielo. Non diffidare delle cose dette, non ritenere che
sia da disprezzare la loro amicizia. Le loro mani certamente sono mutilate, ma non inidonee a recare aiuto. I piedi
sono divenuti inutili, ma non vietano di correre a Dio. Vien meno la luce degli occhi, ma con l‟anima scelgono quei
beni che l‟acutezza della vista non può fissare... Non c‟è infatti chi non sappia, chi non consideri eccellente il
premio prima nascosto che viene conferito umanamente e benignamente nelle altrui sventure. Poiché infatti le
umane cose signoreggia l‟una e medesima natura. E a nessuno è data certezza che a lui in perpetuo le cose saranno
prospere e favorevoli. In tutta la vita, occorre ricordare quel precetto evangelico secondo il quale quanto vogliamo
che gli uomini facciano a noi, noi lo facciamo loro. Perciò, finché puoi navigare tranquillamente, stendi la mano a
colui che ha fatto naufragio; comune è il mare, comune la tempesta, comune il perturbamento dei flutti gli scogli
che si nascondono sotto le onde, le sirti, gli inciampi, e tutte infine quelle molestie che alla navigazione di questa
vita incutono un uguale timore a tutti i naviganti.

Mentre sei integro, mentre con sicurezza attraversi il mare di questa vita, non trascurare inumanamente colui
la cui nave andò a urtare. Chi può garantire, qui, che avrai sempre una felice navigazione? Non sei ancora
pervenuto al porto della quiete (Ps 106,19). Non sei ancora stabilito fuori dal pericolo dei flutti. La vita non ti ha
ancora collocato in luogo sicuro. Nel mare della vita sei ancora esposto alla tempesta. Quale ti mostrerai verso il
naufrago, tali verso di te troverai coloro che insieme navigano.

Gregorio di Nissa, Oratio II: De pauper. amandis

2. L‟amore a Cristo nei poveri

Niente infatti ha l‟uomo di così divino, quanto il meritare bene dagli altri: sebbene quello (Dio) conferisca
maggiori benefici, e questo (l‟uomo) minori, l‟uno e l‟altro, io credo, in ragione delle proprie forze. Quegli formò
l‟uomo, e di nuovo lo raccoglie una volta che si sia dissolto: tu non disprezzare il caduto. Egli ne ha avuto
compassione nelle cose di ben altro peso, quando a lui dette, oltre al resto, la Legge, i profeti e ancor prima la legge
naturale non scritta, censore delle cose che vengono fatte, riprendendo, ammonendo, castigando; infine, donando se
stesso per la redenzione del mondo...

Colui che naviga, è vicino al naufragio, e lo è tanto di più, quanto più naviga con audacia; e chi coltiva il
corpo, è più vicino ai mali del corpo, tanto di più, quanto più cammina altezzoso, e non si accorge di coloro che
giacciono davanti a lui. Mentre viaggi col vento favorevole, porgi aiuto a colui che fa naufragio: mentre sei sano e
ricco, soccorri chi è ridotto male. Non aspettare di apprendere per diretta esperienza quanto male sia l‟inumanità, e
quale bene mettere a disposizione dei poveri le proprie sostanze. Non voler far esperienza di Dio che stende la
mano contro coloro che alzano il collo, e passano oltre (senza curarsi) dei poveri. Nelle disgrazie altrui impara
questo, a chi ha bisogno da‟ qualcosa: non è poco infatti per chi manca di tutto, anzi neppure allo stesso Dio è
impari considerare le rispettive forze. Che tu abbia al posto della più grande dignità la sollecitudine dell‟animo: se
non hai nulla, versa lacrime. Grande sollievo è la compassione per chi ha l‟animo colpito da grande calamità. . .

O tu ritieni che la benevolenza non sia per te necessaria ma libera? che sia consiglio, anziché norma? Anche
questo in sommo grado vorrei e stimerei, ma mi spaventa quella mano sinistra, e i capri, e gli anatemi lanciati da
chi li ha collocati lì; non perché saccheggiarono i templi, o commisero adulterio, o fecero altra cosa di quelle vietate
con sanzione, ma perché non si curarono minimamente di Cristo nei poveri.

Di conseguenza, se ritenete di dovermi ascoltare in qualcosa, servi di Cristo, e fratelli, e coeredi, visitiamo
Cristo, tutto il tempo che ci è possibile, curiamo Cristo, nutriamo Cristo, vestiamo Cristo, riuniamo Cristo,
onoriamo Cristo, non solo alla mensa, come qualcuno, né con gli unguenti, come Maria, né soltanto al sepolcro,
come Giuseppe d‟Arimatea, né con le cose che riguardano la sepoltura, come quel Nicodemo che amava Cristo solo
a metà, né infine con l‟oro, l‟incenso e la mirra come i Magi prima ancora di tutti coloro che abbiamo nominato, ma
poiché da tutti il Signore esige la misericordia e non il sacrificio, e la cui misericordia supera le migliaia di pingui
agnelli, e questa portiamogli attraverso i poveri prostrati a terra in questo giorno, affinché quando saremo usciti di
qui, essi ci ricevano nei tabernacoli eterni nello stesso Cristo Signore nostro, a cui è la gloria nei secoli. Amen.

Gregorio Nazianzeno, Oratio XIV de pauper. amore, 27 s., 39 s.

3. Quanto avete fatto ad uno dei più piccoli...

Avevamo una libera intelligenza per capire che in ogni povero era Cristo affamato che veniva nutrito, o
dissetato quando ardeva dalla sete, o ricoverato quand‟era forestiero, o vestito allorché era nudo, o visitato mentre
era malato, o consolato con la nostra parola quand‟era in carcere. Ma le parole che seguono: "Quanto avete fatto a
uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l‟avete fatto a me" (Mt 25,40), non mi sembra siano rivolte genericamente
a tutti i poveri, ma a coloro che sono poveri in spirito, a coloro ai quali, indicandoli con la mano, ha detto: "Ecco,
mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio" (Mc 3,34-35 Lc 8,21).

Girolamo, In Matth. IV, 22, 40

Anno B
I DOMENICA DI AVVENTO

75 Letture:

+Is 63,16-17 64,1 64,3-8

+1Co 1,3-9

+Mc 13,33-37

1. La vigilanza cristiana

"State attenti! Vegliate e pregate, perché non sapete quando verrà il momento" (Mc 13,33-34).

«È come un uomo che, partito per un lungo viaggio, ha lasciato la sua casa e ha conferito ai suoi servi
l‟autorità di compiere le diverse mansioni, e ordini al guardiano di vigilare. Chiaramente rivela il perché delle
parole: «Riguardo poi a quel giorno o a quell‟ora nessuno sa nulla, né gli angeli che sono in cielo, né il Figlio, ma
solo il Padre". Non giova agli apostoli saperlo affinché, stando nell‟incertezza, credano con assidua attesa che stia
sempre per venire quel giorno di cui ignorano il momento dell‟arrivo. Inoltre non ha detto "noi non sappiamo" in
quale ora verrà il Signore, ma "voi non sapete" (Mt 24,42). Coll‟esempio del padrone di casa spiega con maggiore
chiarezza perché taccia sul giorno della fine. Questo è quanto dice:

"Vigilate dunque; non sapete infatti quando viene il padrone di casa, se di sera, se a mezzanotte, se al canto del
gallo, se di mattina; questo affinché, venendo all‟improvviso, non vi trovi a dormire (Mc 13,35-36).

«L‟uomo - che è partito per un viaggio e ha lasciato la sua casa, - non v‟è dubbio che sia Cristo, il quale,
ascendendo vittorioso al Padre dopo la risurrezione, ha abbandonato col suo corpo la Chiesa, che tuttavia mai è
abbandonata dalla sua divina presenza poiché egli rimane in lei per tutti i giorni fino alla fine dei secoli. Il luogo
proprio della carne è infatti la terra, ed essa viene guidata come in un paese straniero quando è condotta e alloggiata
in cielo dal nostro Redentore» (Mt 28,20).

Egli ha dato ai suoi servi l‟autorità per ogni mansione, in quanto ha donato ai suoi fedeli, con la grazia
concessa dello Spirito Santo, la facoltà di compiere opere buone. Ha ordinato poi al guardiano di vegliare, in quanto
ha stabilito che incombe alla categoria dei pastori e delle guide spirituali di prendersi cura con abile impegno della
Chiesa loro affidata.

"Ciò che dico a voi, lo dico a tutti: Vigilate!" (Mc 13,37).


Non solo agli apostoli e ai loro successori, che sono le guide della Chiesa, ma anche a tutti noi ha ordinato di
vigilare. Ha ordinato a tutti noi con insistenza di custodire le porte dei nostri cuori, per evitare che in essi irrompa
l‟antico nemico con le sue malvagie suggestioni. Ed affinché il Signore, venendo, non ci trovi addormentati,
dobbiamo tutti stare assiduamente in guardia. Ciascuno infatti renderà a Dio ragione di se stesso.

«Ma veglia chi tiene aperti gli occhi dello spirito per guardare la vera luce; veglia chi conserva bene operando
ciò in cui crede; veglia chi respinge da sé le tenebre del torpore e della negligenza. Per questo Paolo dice: Vegliate
giusti e non peccate; e aggiunge È ormai il momento di destarci dal sonno» (1Co 15,34 Rm 13,11).

Beda il Venerabile, In Evang. Marc., 4, 13, 33-37

2. Ascoltare vigilanti la parola di Dio

Veglia, quindi, in questa notte, tanto il mondo ostile, quanto il mondo riconciliato. Questo, veglia per lodare,
liberato, il proprio medico; quello, condannato, per abbandonarsi alla bestemmia. Veglia questo, fervido e luminoso
nei pii pensieri; quello digrignando i denti e struggendosi per la rabbia. Finalmente, a questo la carità, a quello
l‟iniquità; a questo il cristiano vigore, a quello il diabolico livore, mai permetterebbero di dormire in questa
solennità.

Persino dai nostri incoscienti nemici, veniamo dunque ammoniti circa il modo di vegliare per noi, se, a nostro
vantaggio, vegliano financo coloro che ci invidiano.

Questa notte, nondimeno, di tutti coloro che in alcun modo sono segnati nel nome di Cristo, tanti per dolore,
molti per pudore, alcuni, poi, che, avvicinandosi alla fede, già più non dormono per timore di Dio. In diversi modi
li eccita invero questa solennità.

Come dunque deve vegliare, nella gioia, l‟amico di Cristo, allorché veglia, nel dolore, persino il nemico?
Quanto conveniente, per chi è entrato a far parte di questa grande casa, è il vegliare in questa sua grande festività,
allorché già veglia chi si dispone ad entrarvi!

Vegliamo, dunque, e preghiamo, per solennizzare dentro e fuori questa vigilia. Dio ci parli nelle sue letture; a
Dio parliamo nelle nostre orazioni. Se ascoltiamo obbedienti le sue parole, in noi abita colui che preghiamo.

Agostino, Sermo 219, passim


3. Il giudizio di Dio è alle porte

Se un uomo ti indicasse sulla terra un luogo sicurissimo per custodire il tuo tesoro, non esiteresti a seguirlo
anche se ti conducesse in un deserto, e là tu deporresti questo tesoro con piena tranquillità. Ebbene, non gli uomini,
ma Dio stesso ti offre questa sicurezza, non in un deserto, ma in cielo; eppure tu non vuoi ascoltarlo. Quand‟anche i
tuoi beni fossero qui in terra completamente al sicuro, non per questo cesseresti di vivere nell‟inquietudine. Potresti
infatti non perdere le tue ricchezze, ma non riusciresti certo a liberarti dalla preoccupazione e dal timore di
perderle. Ma quando saranno custodite lassù, non avrai niente da temere. E non solo il tuo oro sarà perfettamente al
sicuro, ma darà frutti. Il tuo denaro sarà cosi, nello stesso tempo, un tesoro e una semente. Anzi, sarà qualcosa di
più ancora. La semente non dura sempre: mentre il tuo oro, così moltiplicato, durerà eternamente. Il tesoro che tu
sotterri quaggiù non germoglia né fruttifica; mentre, se lo depositi in cielo, produce frutti che non periranno mai.

Se ora vieni a dirmi che occorre aspettare molto tempo, se lamenti il fatto che la ricompensa che riceverai non
ti giungerà subito, ebbene io posso ben mostrarti e dirti quali sono i vantaggi che otterrai già in questo mondo se
depositerai in cielo le tue ricchezze. Ma, senza soffermarmi su questo, mi sforzerò di convincerti dell‟inutilità e
della falsità del pretesto che adduci, servendomi proprio delle condizioni in cui viviamo in terra.

Quante cose, infatti, tu cerchi di procurarti in questa vita, senza aver mai la possibilità di goderne! Se qualcuno
ti accusasse per questo motivo, gli risponderesti che ti consideri sufficientemente consolato delle tue fatiche,
pensando ai figli e ai nipoti. Se, nella più avanzata vecchiaia, ti metti a costruire splendidi palazzi, che spesso la
morte ti impedisce di terminare, se pianti alberi che daranno frutti solo molti anni dopo la tua morte, se acquisti
poderi e un‟eredità di cui diverrai proprietario solo dopo molto tempo, se, insomma, ti procuri altri simili beni di
cui non potrai mai godere i frutti: ebbene, tutto questo lo fai per te, oppure per coloro che saranno vivi dopo di te?
Non è dunque una completa follia non turbarsi in questi casi per il trascorrere del tempo quando esso è la causa che
ci priverà della ricompensa delle nostre fatiche, e d‟altra parte scoraggiarci e intorpidirci quando si tratta del cielo,
per un rinvio che però servirà ad aumentare il tuo guadagno senza che i tuoi beni passino in mano d‟altri e servirà a
farti godere personalmente tutti i doni che ricevi?

Pensa, inoltre, che questo rinvio non è affatto così lungo. Il giudizio di Dio è alle porte e non siamo certi che la
fine di tutte le cose non venga nell‟epoca in cui viviamo; non possiamo essere sicuri che non giunga tra poco il
terribile giorno in cui vedremo quel tribunale così temibile e severo. Numerosi segni si sono già compiuti: il
Vangelo è già stato annunziato a quasi tutta la terra, e le guerre, i terremoti, le carestie sono arrivati: quel giorno,
perciò, non può essere molto lontano. Tu dici di non vedere questi segni: ebbene, proprio questa tua incredulità è il
segno più grande. Nessuno, al tempo di Noè, vide segni premonitori del diluvio, che portò la morte in tutto il
mondo: mentre gli uomini non pensavano che a divertirsi, a banchettare, a sposarsi e a fare tutte le cose che erano
soliti compiere, di colpo furono sorpresi da quella spaventosa inondazione, che fece giustizia di tutti i peccati. La
stessa cosa accadde agli abitanti di Sodoma: mentre vivevano tra le delizie e non avevano il minimo sospetto di
quanto stava per capitare loro, proprio in quel momento furono arsi vivi dai fulmini infocati che piombarono su
loro.

Ricordandoci di questi esempi, teniamoci sempre pronti a partire da questa vita. Anche se il giorno della fine
comune non fosse così prossimo, il giorno della morte di ciascuno di noi, vecchi e giovani, è sempre alle porte. In
quel momento non sarà più possibile andare a comprar l‟olio per accendere le nostre lampade e, nonostante le
nostre preghiere, non potremo ottenere il perdono, anche se intercedessero per noi Abramo o Noè, Giobbe o
Daniele (cf. Mt 25,1ss). Finché, dunque, ci resta un po‟ di tempo, dobbiamo usare in anticipo e copiosamente la
facoltà di parlare e di chiedere grazie, dobbiamo procurarci olio abbondante e mettere tutto in deposito in cielo. Se
faremo così, nel momento opportuno e quando ne avremo estremo bisogno, ritroveremo e potremo godere di tutti i
beni; per la grazia e la misericordia di nostro Signore Gesù Cristo.

Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 20, 5 s.

II DOMENICA DI AVVENTO

76 Letture:

+Is 40,1-5 40,9-11

+2P 3,8-14

+Mc 1,1-8

1. Il Verbo di Dio accolto dal cuore umano

Un tempo "la parola di Dio veniva rivolta a Geremia, figlio di Elchia, membro della famiglia sacerdotale" (Jr
1,1), all‟epoca di questo o di quell‟altro re di Giuda; mentre ora «a Giovanni figlio di Zaccaria che si rivolge la
parola di Dio», quella parola che non era mai stata rivolta ai profeti «nel deserto». Ma siccome «i figli della donna
abbandonata» avrebbero dovuto abbracciare la fede «in numero maggiore dei figli della donna sposata» (Ga 4,27 Is
54,1), è per questa ragione che «la parola di Dio fu rivolta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto».

Osserva nello stesso tempo che il significato è più forte se si intende «deserto» nel senso spirituale, e non in
quello letterale puro e semplice. Infatti colui che predica «nel deserto» spreca la sua voce invano, in quanto non c‟è
nessuno che lo sente parlare. Il precursore di Cristo, "la voce di colui che grida nel deserto", predica dunque nel
deserto dell‟anima che non ha pace. E non solo allora, ma anche oggi "è una lampada ardente e brillante" (Jn 5,35),
che viene per prima "e annunzia il battesimo della penitenza per la remissione dei peccati". Poi viene "la luce vera"
(Jn 1,9), quando la lampada stessa dice: "è necessario che egli cresca e io diminuisca" (Jn 3,30). La parola di Dio è
proferita dunque "nel deserto, e si diffonde in tutta la regione circostante il Giordano". Quali altri luoghi avrebbe
dovuto infatti percorrere il Battista, se non i dintorni del Giordano, per spingere al lavacro dell‟acqua tutti coloro
che volevano fare penitenza?...

Troviamo nel profeta Isaia il passo dell‟Antico Testamento or ora citato: "Voce di colui che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Is 40,3). Il Signore vuol trovare in voi una strada per poter
entrare nelle vostre anime e compiere il suo viaggio: preparate dunque per lui la strada di cui sta scritto:
«raddrizzate i suoi sentieri». «Voce di colui che grida nel deserto». C‟è dunque una voce che grida: "Preparate la
via". Dapprima infatti è la voce che giunge alle orecchie; poi, dopo la voce, o meglio insieme con la voce, è la
parola che penetra nell‟udito. È in questo senso che Giovanni ha annunziato il Cristo.

Vediamo dunque ciò che annunzia la voce a proposito della parola. Essa dice: «Preparate la via al Signore».
Quale strada dobbiamo noi preparare al Signore? Si tratta di una strada materiale? La parola di Dio può forse
seguire una simile strada? O non bisogna invece preparare al Signore una via interiore, e disporre nel nostro cuore
delle strade dritte e spianate? È attraverso questa via che è entrato il Verbo di Dio, che prende il suo posto nel cuore
umano capace di accoglierlo.

Grande è il cuore dell‟uomo, spazioso, capace, sempreché sia puro. Vuoi conoscere la sua grandezza e la sua
ampiezza? Osserva l‟estensione delle conoscenze divine che esso contiene. È esso che dice: "Egli mi ha dato una
vera conoscenza di ciò che è; egli mi ha fatto conoscere la struttura del mondo, le proprietà degli elementi, l‟inizio,
la fine e lo svolgersi dei tempi, il cambiamento delle stagioni, la successione dei mesi, il ciclo degli anni, la
posizione degli astri, la natura degli animali, la furia delle belve, la violenza degli spiriti e i pensieri degli uomini, le
varietà degli alberi e la potenza delle radici" (Sg 7,17-20). Vedi dunque che non è affatto piccolo il cuore dell‟uomo
che abbraccia tutte queste cose. Devi intendere questa grandezza, non secondo le sue dimensioni fisiche, ma
secondo la potenza del suo pensiero, che è capace di abbracciare la conoscenza di tante verità.

Ma per portare gli uomini semplici a riconoscere la grandezza del cuore umano, prenderò qualche esempio
dalla vita di tutti i giorni. Per quanto numerose siano le città che abbiamo visitato, noi le conserviamo tutte nel
nostro spirito; le loro caratteristiche, la posizione delle piazze, delle mura, degli edifici restano nel nostro cuore.
Conserviamo la strada che abbiamo percorso, disegnata e tracciata nella nostra memoria; serbiamo, chiuso nel
nostro silenzioso pensiero, il mare che abbiamo attraversato. Come vi ho detto, non è piccolo il cuore dell‟uomo se
può contenere tanto. E se non è piccolo, dato che contiene tante cose, si può benissimo in esso preparare il
cammino del Signore, e tracciare un dritto sentiero in modo che il Verbo e la Sapienza di Dio possano entrarvi.

Preparate una strada al Signore osservando una condotta onesta, spianate i sentieri con opere degne, in modo
che il Verbo di Dio cammini in voi senza incontrare ostacoli e vi dia la conoscenza dei suoi misteri e del suo
avvento, egli "cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen" (1P 4,11).

Origene, Evang. Luc., 21, 2, 2-7

2. Raddrizzare i sentieri dell‟anima

Frattanto ascoltiamo tuttavia ciò che ci grida la voce del Verbo affinché un giorno possiamo progredire dalla
voce al Verbo stesso: "Preparate la via del Signore", dice, "raddrizzate i suoi sentieri" (Mc 1,3 Is 40,3). Prepara la
via colui che corregge la sua vita; raddrizza il sentiero chi mena un genere di vita più stretto. Chiaramente una vita
corretta è la via dritta attraverso la quale il Signore potrà venire a noi, lui che in ciò ci previene. Giacché‚ è il
Signore che dirige i passi dell‟uomo (Ps 37,23); per questo fatto, la sua via gli piace talmente che la prende
volentieri per venire all‟uomo e al cui fianco camminare costantemente. Se lui che è la via, verità e vita (Jn 14,6)
non prepara lui stesso il suo avvento verso di noi è impensabile poter correggere la nostra via secondo la regola
della verità e tantomeno quindi poterla indirizzare verso la vita eterna. Invero, come un giovane potrà correggere la
sua via se non custodendo le parole (Ps 119,9) e seguendo le orme di Colui che si è fatto egli stesso via per la quale
andremo a lui? O Signore, possano le mie vie essere dirette in modo da custodire le tue vie (Ps 119,5); acciocché io
custodisca, a causa delle parole delle tue labbra, anche le vie dure! Sebbene esse appaiano dure alla carne, la quale
è inferma, appaiono soavi e belle allo spirito, se è pronto. Le sue vie, dice la Scrittura, sono deliziose e tutti i suoi
sentieri sono pacifici (Pr 3,17). E le vie della Sapienza non solo sono pacificate, ma pacifiche; poiché quando il
Signore si compiace della via seguita da un uomo, riconcila a sé anche i suoi nemici (Pr 16,7). Se Israele, dice il
Signore, avesse camminato per le mie vie, avrei annientato i suoi nemici e avrei portato la mia mano contro i suoi
vessatori (Ps 81,15). Perché infatti l‟afflizione e l‟infelicità sono sulle loro vie, se non perché essi hanno
misconosciuto la via della pace? (Ps 14,3).

Guerric d‟Igny, Sermo IV de Adv.

3. Il battesimo di Giovanni e quello di Gesù

Il battesimo annunziato da Giovanni già allora sollevò una disputa proposta dallo stesso Signore ai farisei: se
fosse un battesimo celeste oppure terreno, ma sul quale essi non valsero a dare una risposta, poiché non poterono né
capire, né credere, noi invece, per quanto siamo di poca fede, ed abbiamo poca intelligenza: possiamo giudicare che
quel battesimo fosse divino, in verità, tuttavia, per comando e non per potere, poiché leggiamo che Giovanni fu
inviato dal Signore per questo ministero, pur essendo uomo secondo la condizione di tutti gli altri.

Niente, pertanto, di celeste amministrava, ma in luogo dei celesti amministrava, essendo, cioè, preposto alla
penitenza, che è nella volontà dell‟uomo. Infine, i dottori della legge e i farisei, che non vollero credere, non vollero
nemmeno entrare nello spirito di penitenza.

Che se la penitenza è cosa umana è necessario anche che il battesimo sia stato di quella stessa condizione:
oppure darebbe anche lo Spirito Santo e la remissione dei peccati se fosse stato celeste. Ma né i peccati rimette n‚
perdona all‟anima, se non Dio.

Anche lo stesso Signore disse che non sarebbe disceso lo Spirito se egli stesso non ritornava al Padre. Così il
discepolo [Giovanni] non potrebbe amministrare [il Battesimo] poiché il Signore non lo conferiva ancora.

Inoltre, negli "Atti degli Apostoli" troviamo che poiché avevano il battesimo di Giovanni non avevano
ricevuto lo Spirito Santo che neppure conoscevano.

Dunque, non era celeste, ciò che non conferiva doni celesti, e quello che di celeste era presente in Giovanni,
come lo spirito di profezia, dopo il conferimento sul Signore di tutto lo Spirito, venne meno fino a tal punto, che
colui che aveva annunziato alla folla [nel Giordano], colui che aveva indicato che veniva, in seguito, se fosse egli
stesso, avrebbe cercato di saperlo. Si trattava, infatti, di un battesimo di penitenza come preparazione della
remissione e della santificazione che sarebbero venute col Cristo. Infatti, ciò che leggiamo: "Predicava un
battesimo di penitenza per la remissione dei peccati" (Mt 11,10) era annunciato per la futura remissione, perché la
penitenza precede, la remissione segue, e questo significa preparare la via, chi, invero, prepara non perfeziona egli
stesso ciò, ma lo dà da perfezionare agli altri. Egli stesso proclama che non sono suoi i doni celesti ma del Cristo,
quando dice: Chi ha origine dalla terra, parla di cose terrene, chi viene dall‟alto è superiore a tutti (Is 3,31)
parimenti battezzarsi solo nella penitenza, [è sapere] che verrà qualcuno fra non molto che battezzerà nello spirito e
nel fuoco, poiché la vera e duratura fede sarà battezzata nell‟acqua per la salvezza, ma la fede simulata e debole è
battezzata neI fuoco per il giudizio.

Tertulliano, De Baptismo, 10, 1-7

III DOMENICA DI AVVENTO

77 Letture:

+Is 61,1-2 61,10-11

+1Th 5,16-24

+Jn 1,6-8 1,19-28

1. Giovanni la voce, Cristo il Verbo

Jn è la voce, ma il Signore "da principio era il Verbo" (Jn 1,1). Giovanni una voce per un tempo, Cristo il
Verbo fin dal principio, eterno. Porta via l‟idea, che vale più una parola? Se non si capisce niente, la parola diventa
inutile strepito. La parola senza un‟idea batte l‟aria, non alimenta il cuore. E anche mentre alimentiamo il cuore,
guardiamo l‟ordine delle cose. Se penso a ciò che devo dire, c‟è già l‟idea nel mio cuore; ma se voglio parlare con
te, mi metto a pensare se sia anche nel tuo cuore, ciò che è già nel mio. Mentre cerco come possa giungere a te e
fissarsi nel tuo cuore l‟idea ch‟è già nel mio, formo la parola e, formata la parola, parlo a te: il suono della parola
porta a te l‟intelligenza dell‟idea; è il suono che passa da me a te, l‟idea invece, che ti è stata portata dalla parola, è
già nel tuo cuore e non se n‟è andata dal mio. Il suono, dunque, portata l‟idea in te, non ti par che ti dica: "Bisogna
che lui cresca e che io venga diminuito?" Il suono della parola fece il suo ufficio e scomparve, come se dicesse:
"Questa mia gioia è completa" (Jn 3,30). Afferriamo l‟idea, assimiliamo l‟idea per non perderla più. Vuoi vedere la
parola che passa e la divinità permanente del Verbo? Dov‟è ora il Battesimo di Giovanni? Fece il suo ufficio e
passò. Il Battesimo di Cristo ora è in voga. Crediamo tutti in Cristo, speriamo d‟essere salvi in lui: questo disse la
parola. Ma poiché è difficile distinguere tra parola e idea, lo stesso Giovanni fu creduto Cristo. La parola fu ritenuta
idea, ma la parola si dichiarò parola, per non ledere l‟idea. "Non sono", disse, "Cristo, né Elia, né profeta". Gli fu
risposto: "Chi sei, dunque, tu? Io sono", disse, "voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore" (Jn
1,20-23). "Voce di uno che grida nel deserto": voce di uno che rompe il silenzio. "Preparate la via del Signore":
come se volesse dire: Io vado rimbombando per introdurlo nei cuori, ma non troverò un cuore nel quale egli si
degni di entrare, se non preparate la via. Che vuol dire: "Preparate la via", se non supplicate convenientemente? che
cosa, se non pensate umilmente? Prendete da lui esempio d‟umiltà. Viene ritenuto il Cristo, dichiara di non essere
ciò che è ritenuto, né si avvantaggia per il suo prestigio dell‟errore altrui. Se dicesse: Io sono il Cristo, quanto
facilmente sarebbe creduto, se, prima ancora che lo dicesse, già lo era ritenuto! Non lo disse Si ridimensionò, si
distinse, si umiliò. Capì dove era la sua salvezza: capì ch‟egli era una lucerna ed ebbe paura di essere spento dal
vento della superbia...

Gli occhi deboli hanno paura della luce del giorno, ma possono sopportare quella di una lucerna. Perciò la luce
del giorno mandò innanzi la lucerna. Ma mandò la lucerna nel cuore dei fedeli, per confondere i cuori degli
infedeli. "Ho preparato", dice, "la lucerna al mio Cristo": Giovanni araldo del Salvatore, precursore del giudice che
deve venire, l‟amico dello sposo.

Agostino, Sermo, 293, 3 s.

2. La via al Signore va preparata in continuazione

"Preparate la via del Signore" (Is 40,3 Mc 1,3). La via del Signore che ci si ordina di preparare, o fratelli,
camminando la si prepara, preparandola, si cammina. E quand‟anche aveste molto progredito in essa, vi resta
sempre nondimeno da prepararla perché, dal punto in cui siete arrivati possiate avanzare, protesi verso ciò che sta
oltre. Così, risultando in ogni singolo stadio preparata la via per il suo avvento, il Signore vi verrà incontro sempre
nuovo, in qualche modo, e più grande di prima. È quindi con ragione che il giusto elevava questa preghiera:
"Indicami, o Signore, la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine" (Ps 118,33). E forse è stata definita "vita
eterna" perché, pur avendo la Provvidenza previsto per ciascuno una via e fissato ad essa un termine, nondimeno
non si dà alcun termine alla natura della bontà verso cui si tende. Per cui, il saggio e solerte viaggiatore, quando
sarà giunto alla meta, non farà che ricominciare, poiché dimenticando ciò che si lascia alle spalle (Ph 3,13), dirà a
se stesso ogni giorno: "Comincio adesso" (Ps 76,11). Si lancia come un gigante che nulla teme per percorrere la via
dei comandamenti di Dio; da autentico Idutun (cf. 1Cr 16,42), egli supera facilmente nell‟ardore della sua corsa i
pigri che si fermano per via. E pur se arrivato all‟ultima ora del giorno, egli ha attinto la perfezione in poco tempo,
percorrendo peraltro un lungo cammino (Sg 4,13); fattosi svelto, da ultimo che era, fu tra i primi ad essere
coronato.

Guerric d‟Igny, Sermo V, de Adventu, 1

3. L‟amico dello Sposo

Spesso avete sentito dire, e ne siete quindi perfettamente a conoscenza, che Giovanni Battista quanto più
eccelleva tra i nati di donna, e quanto più era umile di fronte al Signore, tanto più meritò d‟essere l‟amico dello
Sposo. Fu pieno di zelo per lo Sposo, non per sé; non cercò la gloria sua ma quella del suo giudice, che egli
precedeva come un araldo.
Così, mentre gli antichi profeti avevano avuto il privilegio di preannunciare gli avvenimenti futuri riguardanti
il Cristo, a Giovanni toccò il privilegio di indicarlo direttamente. Infatti, come Cristo era sconosciuto a quelli che
non avevano creduto ai profeti prima ch‟egli venisse, così era sconosciuto a quelli in mezzo ai quali, venuto, era
presente. Perché la prima volta egli è venuto in umiltà, e nascostamente; e tanto più nascosto quanto più umile.

Ma i popoli, disprezzando nella loro superbia l‟umiltà di Dio, crocifissero il loro Salvatore e ne fecero, così, il
loro giudice.

Agostino, Comment. in Ioan., 4, 1

4. La voce...

La voce è quella di Giovanni, la parola però che passa per quella voce è Nostro Signore. La voce li ha destati,
la voce ha gridato e li ha radunati, e il Verbo ha distribuito loro i suoi doni.

Efrem, Diatessaron, 3, 15

IV DOMENICA DI AVVENTO

78 Letture:

+2S 7,1-5 7,8-12 7,14 7,16

+Rm 16,25-27

+Lc 1,26-38

1. Dio ha ordinato al «sì» di Maria il disegno della salvezza

Hai sentito [o Maria] che concepirai e partorirai un figlio; hai sentito che ciò avverrà senza concorso di uomo,
bensì per opera dello Spirito Santo. L‟angelo aspetta la risposta: è ormai tempo che a Dio faccia ritorno colui che
egli ha inviato.
Anche noi aspettiamo, o Signora, la parola di misericordia, noi cui pesa miserevolmente la sentenza di
condanna.

Ecco che ti si offre il prezzo della nostra salvezza; se acconsenti, saremo liberati sul momento.

Nel Verbo eterno di Dio tutti siamo stati creati, ed ecco che moriamo; nella tua breve risposta siamo destinati
ad essere ricreati, sì da esser richiamati alla vita. È ciò che ti chiede supplichevole, o pia Vergine, il fedele Adamo,
esule dal paradiso con la sua progenie; è ciò che ti chiedono Abramo e David. Lo sollecitano del pari gli altri santi
Padri, o meglio i tuoi padri, che pure popolano la regione dell‟ombra di morte. Lo attende tutto il mondo, prostrato
ai tuoi ginocchi. E non a torto, dal momento che dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, il riscatto degli
schiavi, la liberazione dei condannati, e per finire, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutta la tua stirpe.

Da‟ in fretta, o Vergine, la tua risposta. Pronuncia, o Signora, la parola che la terra, gli inferi e i cieli
aspettano.

Lo stesso Re e Signore di tutti, tanto desidera il tuo cenno di risposta, quanto ha bramato il tuo splendore:
risposta in cui, certamente, ha stabilito di salvare il mondo. E a chi piacesti nel silenzio, ora maggiormente piacerai
per la parola, quando ti chiamerà dal cielo: «O bella tra tutte le donne, fammi udire la tua voce!».

Se tu dunque gli fai sentire la tua voce, egli ti farà vedere la nostra salvezza.

Non è forse questo che chiedevi, che gemevi, che giorno e notte, pregando, sospiravi? Che dunque? Sei tu
colei cui tutto questo è stato promesso, o dobbiamo aspettarne un‟altra? Sì, sei proprio tu, e non un‟altra. Tu, voglio
dire, la promessa, tu la attesa, tu la desiderata, dalla quale il santo padre tuo Giacobbe, già vicino a morire, sperava
la vita eterna, quando diceva: "Aspetterò la tua salvezza, o Signore" (Gn 49,18). Colei, nella quale e per la quale,
finalmente, lo stesso Dio e nostro Re dispose prima dei secoli di operare la nostra salvezza.

Speri forse da un‟altra ciò che è offerto a te? Aspetti attraverso un‟altra ciò che tosto verrà operato per tuo
tramite, purché tu esprima l‟assenso, pronunci la tua risposta?

Rispondi perciò al più presto all‟angelo, o meglio al Signore tramite l‟angelo.

Pronuncia la parola, e accogli la Parola; proferisci la tua, e concepirai la divina; emetti la transeunte, e
abbraccia l‟eterna!

Perché indugi? Perché trepidi? Credi, confida, e accetta!

L‟umiltà assuma l‟audacia e fiducia la verecondia. Mai come ora si conviene che la verginale semplicità
dimentichi la prudenza.

Solo in questo caso non temere, o Vergine prudente, la presunzione; infatti, anche se è gradita la verecondia
nel silenzio, è ora tuttavia più necessaria la pietà nella parola.

Apri, o Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra alla confessione, il grembo al Creatore.
Ecco, il desiderato di tutte le genti è fuori e bussa alla porta. O se, per il tuo indugiare, dovesse egli passare
oltre; dolente, tu cominceresti di nuovo a cercare colui che la tua anima ama!

Alzati, corri, apri. Alzati per fede; corri per devozione; apri per confessione.

"Eccomi", rispose, "sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38).

Bernardo di Chiarav., Oratio IV de B.M.V., 8 s.

2. La grandezza di questo giorno di festa

Questo giorno di festa che stiamo ora celebrando, supera ogni gloria, in quanto contiene la solennità della
Vergine che tutte sovrasta in prestigio; in esso invero ella ha ricevuto lo stesso Verbo Dio, quando egli volle; lui
che ella stessa contiene al di là di ogni angustia di spazio.

A lei, l‟arcangelo Gabriele, con ammirazione, disse prima di tutto: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è
con te; ecco concepirai e darai alla luce un figlio, e lo chiamerai Emanuele" (Lc 1,28 Lc 1,50).

Fausto annunzio quello di Gabriele che segnò il repentino inizio di letizia. Mentre, infatti, la prima vergine per
la sentenza di condanna finiva nelle angustie inflitte a lei a seguito della trasgressione e da lei derivarono molti
gemiti: ogni donna per causa sua, fu costituita nel dolore ed ogni parto, per lei, provava l‟afflizione; la seconda
vergine, per la denominazione angelica, respinse ogni miseria del sesso femminile, chiuse ogni fonte di tristezza
che suole esser compagna delle partorienti, e dissipò ogni nube di disperazione che si addensava sulla donna in
parto; e inoltre, fece brillare tra gli oppressi la luce di letizia.

Ascoltando da Gabriele le parole: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te", ella non accolse il saluto
con animo tranquillo; anzi, appena ebbe ascoltata quella voce e, per quella voce l‟arcangelo Gabriele che le
annunciava che avrebbe partorito, rimase turbata nei propri pensieri; era verosimilmente portata a respingere quelle
affermazioni di Gabriele, introdottosi inaspettatamente in casa, magari dicendogli: «Tutto ciò oggi in te mi appare
strano, e non tiene conto della pubblica opinione. E poi: Con qual diritto hai osato introdurti sconsideratamente da
una vergine non sposata e pronunciare parole incredibili? Dici, infatti, che partorirò un figlio senza il seme; hai
detto che concepirò senza che siano avvenute le nozze; che il mio grembo darà frutto senza la coabitazione e la
convivenza con un uomo. Chi vide mai, chi, esperto sulla fertilità dei campi, ha mai sentito dire che un campo
incolto abbia prodotto la spiga, o che un terreno non piantato abbia dato l‟uva, il vino senza vite, o il fiume senza la
sorgente da cui proviene? Un discorso del genere, sicuramente, nessuno lo ha mai ascoltato dagli inizi dei secoli,
né, tanto meno avrà potuto vedere che si sia verificato. Per qual motivo e con quale garanzia per me dovrò prestarti
fede?».

Cosa rispose Gabriele a lei che esitava?


«Dissi ciò che ho appreso, pronuncio ciò che ho sentito: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la
sua ombra la potenza dell‟Altissimo. Colui che nascerà da te sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35);
come colui dal quale è e al quale tende ogni creatura, come Creatore e Artefice di tutti, come Padre dei secoli, come
generatore del tempo, come costruttore di tutti, come più antico dei cieli, come artefice degli angeli e formatore
dell‟umanità, e di quelli, per finire, che, per altri motivi, sarebbero periti. Oltre questo non posso farti sapere altro.
Infatti, non ho, o Vergine, un mandato per dirti con quale diritto su ogni singolo punto: bensì che io sia ministro di
quelle cose che rendono fausto per te il mio annuncio.

Ammira dunque insieme a me il mistero e accogli la buona novella senza dubitare».

Lei, in verità, rispose: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38).

Noi, perciò, informati della natività del Signore dai discorsi dell‟arcangelo Gabriele, ci incamminiamo dietro
alla sua progenie. Io, come lui e al di là della presente disquisizione, conosco la divina potenza di quel parto e
dichiaro: dai Magi abbiamo appreso (cf. Mt 2,1ss), poi siamo stati istruiti a venerare religiosamente quella cosa.
Infatti, coloro che cercavano il bambino, con la guida della stella, non dissero a quelli che interrogavano: Come
avviene il concepimento divino? Come si spiega un utero senza il seme? Come un parto incorrotto? Come permane
vergine la madre dopo il parto? Come soggiace al tempo colui che è prima del tempo? Come fa ad esistere nel
tempo chi è prima dei secoli? Come poté l‟utero contenere colui che è incontenibile? Come colui che è incorporeo,
senza cambiamento, si fece carne? Come Dio Verbo, annientando se stesso nell‟utero della Vergine (Ph 2,6 Ph 2,7),
da insigne e glorioso fattosi uguale a servo, da quello in modo ineffabile si è incarnato? Come ciò che è perfetto
poté farsi bambino? Come poté succhiare il latte colui che nutre? Come colui che copre e abbraccia l‟universo, poté
essere preso tra le braccia? Come il Padre del secolo venturo si fece bambino? Come fa ad essere in alto e in basso?
Come viene avvolto in panni, colui che è l‟auriga dei carri dei Cherubini? Come giace in una greppia, colui che è
nel seno del Padre? Come è costretto in fasce, colui che conduce i prigionieri con fortezza? (Ps 67,7).

E molte altre cose che aborrisco riferire.

Esichio di Gerusalemme, Sermo IV, de sancta Maria Deipara

3. Contemplazione di Maria

Ripiena dunque della scienza del Signore, come le acque del mare quando straripano, ella è rapita fuori di sé e,
elevato in alto lo spirito, si fissa nella più alta contemplazione. Si stupisce, la vergine, d‟esser divenuta madre; e si
stupisce, lieta, di essere la madre di Dio. Comprende che in sé sono realizzati le promesse dei patriarchi, gli oracoli
dei profeti, i desideri degli antichi Padri, che avevano annunciato che il Cristo sarebbe nato da una vergine e che,
con tutti i loro voti, attendevano la sua nascita.

Vede a sé affidato il Figlio di Dio, e si rallegra che la salvezza del mondo le sia stata affidata. Ode il Signore
parlare dentro di sé e dirle: Ecco ti ho scelta tra tutte le creature, e ti ho benedetta tra tutte le donne (Lc 1,28). Ecco
a te ho affidato mio Figlio, ho inviato a te il mio Unico. Non temere di allattare colui che hai generato e di educare
colui che hai partorito; riconoscilo non solo come Signore, ma anche come Figlio. Egli è mio Figlio, egli è tuo
Figlio: mio Figlio per la divinità, tuo Figlio per l‟umanità che ha assunto.

E allora, con quale tenerezza e cura, con quale umiltà e rispetto, con quale amore e devozione ella ha
adempiuto a tutto ciò, agli uomini è sconosciuto, a Dio è noto, lui che scruta i reni e i cuori (Pr 16,2); a Dio che
soppesa gli spiriti.

Amedeo di Losanna, Hom. 4, 259-279

DOMENICA DOPO NATALE: SANTA FAMIGLIA

80 Letture:

+Si 3,3-7 3,14-17a

+Col 3,12-21

+Lc 2,22-40

1. Simeone è mosso dallo Spirito

Dobbiamo cercare un motivo degno del dono di Dio per spiegare come "Simeone, uomo santo e gradito a
Dio", - così è scritto nel Vangelo, - "aspettando la consolazione di Israele, ottenne dallo Spirito Santo
l‟assicurazione che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore" (Lc 2,25-26). Che gli giovò vedere
Cristo? Gli fu forse soltanto promesso di vederlo, senza ritrarne alcun vantaggio, oppure tutto questo nasconde
qualche dono degno di Dio, che il beato Simeone si era meritato e ricevette? "Una donna toccò l‟orlo dell‟abito di
Gesù e fu risanata" (Lc 8,44). Se costei ha ricevuto un così grande dono per aver toccato l‟estrema parte del suo
abito, che cosa dobbiamo pensare sia accaduto a Simeone, "che accolse tra le sue braccia" il fanciullo e, tenendolo
tra le braccia, gioiva e si allietava, rendendosi conto di portare il fanciullo che era venuto per liberare i prigionieri?
Lui stesso stava per essere liberato dai vincoli del corpo, ed egli sapeva che nessuno poteva far uscire gli uomini
dalla prigione del corpo, con la speranza della vita futura, se non colui che teneva in braccio.

Per questo dice, rivolgendosi a lui: "Ora, Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace" (Lc 2,29); infatti
fin che io non sostenevo Cristo, finché le mie braccia non lo sollevavano, ero prigioniero e non potevo liberarmi dai
miei vincoli. Dobbiamo intendere queste parole come se fossero non soltanto di Simeone, ma di tutto il genere
umano. Se uno esce dal mondo, se è liberato dal carcere e dalla dimora dei prigionieri per andare a regnare, prenda
tra le sue mani Gesù, lo circondi con le sue braccia, lo tenga tutto stretto al suo petto e allora potrà andare esultante
di gioia là dove desidera.
Considerate quante cose erano state preordinate in anticipo perché Simeone meritasse di tenere in braccio il
Figlio di Dio. Dapprima aveva ricevuto l‟assicurazione dallo Spirito Santo «che non sarebbe morto prima di aver
visto il Cristo del Signore».

Non era poi venuto al tempio né per caso né semplicemente ma venne al tempio mosso dallo Spirito di Dio:
"infatti tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio sono figli di Dio" (Rm 8,14). Lo Spirito Santo lo condusse
dunque al tempio. Anche tu, se vuoi tenere in braccio Gesù e stringerlo tra le mani, se vuoi esser degno di essere
liberato dalla prigione, dedica ogni tuo sforzo per essere condotto dallo Spirito e venire al tempio di Dio. Ecco, ora
tu stai nel tempio del Signore Gesù, cioè nella sua Chiesa; questo è il tempio costruito di "pietre vive" (1P 2,5). Ma
tu stai nel tempio del Signore quando la tua vita e i tuoi costumi sono quanto mai degni del nome che designa la
Chiesa.

Se verrai al tempio mosso dallo Spirito, troverai il fanciullo Gesù, lo solleverai nelle tue braccia e dirai: "Ora,
Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola" (Lc 2,29). Osserva nello stesso tempo che
la pace si aggiunge allo scioglimento e alla liberazione. Non dice infatti Simeone: io voglio morire, ma aggiunge
voglio morire «in pace». Anche al beato Abramo fu promessa la stessa cosa: "Quanto a te, andrai dai tuoi padri in
pace, dopo aver vissuto in una felice vecchiaia" (Gn 15,15). Chi è che muore in pace, se non colui che possiede "la
pace di Dio, pace che va al di là di ogni intelligenza e custodisce il cuore" (Ph 4,7) di chi la possiede? Chi se ne va
da questo secolo in pace, se non colui che comprende che "Dio era in Cristo per riconciliare con sé il mondo" (2Co
5,19), colui che non nutre inimicizia e rancore verso Dio, ma ha conseguito in sé, con le buone opere, la pienezza
della pace e della concordia, e se ne va quindi in pace per raggiungere i santi padri, verso i quali se n‟è andato
anche Abramo?

Ma perché parlo dei patriarchi? Si tratta di raggiungere lo stesso capo e Signore dei patriarchi, Gesù, di cui è
detto: "Meglio è morire ed essere con Cristo" (Ph 1,23). Possiede Gesù colui che osa dire: "Vivo, non più io, ma
vive Cristo in me" (Ga 2,20). Affinché dunque anche noi, qui presenti nel tempio, tenendo in braccio il Figlio di
Dio e serrandolo tra le nostre mani, siamo degni di essere liberati e di partire verso una migliore vita, preghiamo
Dio onnipotente, preghiamo lo stesso fanciullo Gesù, con il quale noi desideriamo parlare tenendolo in braccio,
Gesù "cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen" (1P 4,11).

Origene, In Evang. Luc., 15, 1-5

2. Simeone figura di chi aspetta il Signore

"Ed ecco a Gerusalemme c‟era un uomo di nome Simeone uomo giusto e timorato, che aspettava la
consolazione d‟Israele" (Lc 2,25). Non soltanto dagli angeli e dai profeti, dai pastori e dai genitori, ma anche dai
vecchi e dai giusti riceve testimonianza la nascita del Signore. Tutte le età, l‟uno e l‟altro sesso e gli eventi
miracolosi rendono testimonianza: una vergine partorisce, una donna sterile ha un figlio, un muto parla, Elisabetta
profetizza, il mago adora, il bambino chiuso nel seno materno salta per la gioia, una vedova rende grazie, un giusto
è in attesa.
Era davvero un giusto, perché egli non attendeva nel suo interesse ma in quello del popolo. Per suo conto egli
desiderava essere sciolto dai legami di questo corpo fragile; ma attendeva di vedere il Messia promesso: ben
sapeva, infatti, che sarebbero stati «beati gli occhi» che lo avrebbero visto (Lc 10,23).

"Ora" - disse - "lascia andare il tuo servo" (Lc 2,29). Vedi questo giusto, stretto quasi nel carcere del corpo,
che desidera sciogliersene per cominciare a essere con Cristo, perché "sciogliersi ed essere con Cristo è molto
meglio" (Ph 1,23). Ma colui che vuole essere liberato, venga a Gerusalemme, venga al tempio, attenda l‟Unto del
Signore, riceva nelle sue mani il Verbo di Dio e lo stringa fra le braccia della sua fede. Allora sarà liberato, e non
vedrà più la morte, egli che ha visto la vita.

Vedi quale eccezionale abbondanza di grazia diffonde su tutti la nascita del Signore, e come la profezia è
negata agli increduli, ma non ai giusti (1Co 14,22). Ecco che anche Simeone profetizza che il Signore Gesù Cristo è
venuto per la rovina e per la risurrezione di molti, per fare tra i giusti e gli ingiusti la divisione secondo i meriti, e
per darci, come giudice vero e equo, sia le pene sia i premi, a seconda delle nostre azioni.

Ambrogio, Exp. in Luc., 2, 58-60

3. I dolori di Maria

Questa donna ripiena di grazie che superano ogni misura naturale, i dolori, che non conobbe nel parto, li subì
al tempo della passione, sentendosi lacerare tutta dal materno affetto e sentendosi trafitta come da spade, quando
vedeva venir ucciso, come uno scellerato, colui ch‟essa aveva conosciuto ch‟era Dio, quando lo generò. Così
dev‟essere compresa la profezia: "La spada del dolore ti trafiggerà l‟anima (Lc 2,35). Però la letizia della
risurrezione, che cantava la divinità di colui ch‟era morto nella carne, assorbì tutto il dolore.

Giovanni Damasceno, De fide orthod., 4, 14

DOMENICA DOPO L‟EPIFANIA: BATTESIMO DEL SIGNORE

84 Letture:

+Is 42,1-4 42,6-7

+Ac 10,34-38

+Mt 3,13-17
1. Il Figlio prediletto

"Viene dopo di me uno che è più forte di me, e io non sono degno di prostrarmi per sciogliergli la correggia
dei calzari" (Mc 1,7). Siamo di fronte a una grande prova di umiltà: è come se avesse dichiarato di non essere
degno di essere servo del Signore...

"Io vi battezzo con acqua" (Mc 1,8), cioè sono solamente un servo: egli è il creatore e il Signore: Io vi offro
l‟acqua, sono una creatura e vi offro una cosa creata: egli che non è stato creato, vi porge una cosa increata. Io vi
battezzo con acqua, cioè vi offro una cosa visibile; egli invece vi offre l‟invisibile. Io che sono visibile, vi do
l‟acqua visibile; egli che è invisibile, vi dà lo Spirito invisibile.

"E accadde che in quei giorni venne Gesù da Nazaret della Galilea" (Mc 1,9). Osservate il collegamento e il
significato delle parole. L‟evangelista non dice, venne Cristo, e neppure venne il Figlio di Dio, ma venne Gesù.
Qualcuno potrebbe chiedere: perché non ha detto che venne Cristo? Parlo secondo la carne: evidentemente Dio è da
sempre santo e non ha bisogno di santificazione, ma ora parliamo di Cristo secondo la carne. Allora non era stato
ancora battezzato e non era stato ancora unto dallo Spirito Santo. Nessuno si scandalizzi: parlo secondo la carne,
parlo secondo la forma del servo che egli aveva assunto, cioè parlo di Colui che venne al battesimo quasi fosse un
peccatore. Così dicendo non intendo affatto dividere il Cristo, come se una persona fosse il Cristo, un‟altra Gesù e
un‟altra il Figlio di Dio: ma intendo dire che, pur essendo uno solo e essendo sempre lo stesso, apparve però a noi
diverso a seconda dei diversi momenti.

«Gesù da Nazareth della Galilea», dice Marco. Considerate il mistero. Dapprima accorsero da Giovanni
Battista la Giudea e gli abitanti di Gerusalemme: nostro Signore che dette inizio al battesimo del Vangelo e mutò in
sacramenti del Vangelo i sacramenti della legge, non venne dalla Giudea né da Gerusalemme, ma dalla Galilea
delle genti. Gesù viene infatti da Nazareth, villaggio della Galilea. Nazara significa fiore: cioè il fiore, che è Gesù,
viene dal fiore.

"E fu battezzato da Giovanni nel Giordano" (Mc 1,9). È un grande atto di misericordia: si fa battezzare come
un peccatore colui che non aveva commesso alcun peccato. Nel battesimo del Signore tutti i peccati vengono
rimessi: ma, in un certo senso, il battesimo del Signore precede la vera remissione dei peccati che ha luogo nel
sangue di Cristo, nel mistero della Trinità.

"E subito, risalendo dall‟acqua, vide i cieli aperti" (Mc 1,10). Tutto quanto è stato scritto, è stato scritto per
noi: prima di ricevere il battesimo abbiamo gli occhi chiusi e non vediamo il cielo. "E vide lo Spirito come
colomba, discendere e fermarsi su di lui. E una voce venne dal cielo: «Tu sei il mio dilettissimo Figlio, in cui io mi
compiaccio»" (Mc 1,10-11). Gesù Cristo è battezzato da Giovanni, lo Spirito Santo discende sotto forma di
colomba e il Padre dai cieli rende la sua testimonianza. Guarda o Ariano, guarda o eretico: anche nel battesimo di
Gesù c‟è il mistero della Trinità. Gesù è battezzato, lo Spirito discende come colomba, e il Padre parla dal cielo.

«Vide i cieli aperti», scrive Marco. Così, dicendo «vide» mostra che gli altri non videro: non tutti infatti
vedono i cieli aperti. Che dice infatti Ezechiele all‟inizio del suo libro (Ez 1,2)? «E accadde - dice - che mentre
stavo seduto lungo il fiume Cabar in mezzo ai deportati, vidi i cieli aprirsi «. Io vidi, dice: quindi gli altri non
vedevano. E non si creda che i cieli si aprano così, materialmente e semplicemente: noi stessi che qui sediamo,
vediamo i cieli aperti o chiusi a seconda dei nostri meriti. La fede piena vede i cieli aperti, la fede esitante li vede
chiusi.

Girolamo, Comment. in Marc., l

2. Ecco l‟Agnello di Dio

Cristo, concluso il discorso sui segni rivolto ai suoi discepoli disse loro: «Andiamo sul fiume Giordano». E
s‟incamminarono insieme con lui e giunsero in Betania che si trova tra Gerusalemme e il Giordano e passarono la
notte in casa di Lazzaro.

Sul far del giorno, Nostro Signore disse ai discepoli: «Andiamo insieme sul Giordano. Lì sentiremo una voce
che grida nel deserto per appianare le mie vie (Is 40,3); lì vedrete una fiaccola ardente che splende di vivida luce.
Dunque, andiamo verso la luce che risplende sul deserto, andiamo a vedere la stella luminosa. In verità vi dico: solo
Giovanni battezza, e mai donna generò un uomo più perfetto di lui; le sue opere si possono paragonare a quelle del
profeta Elia. Ecco, oggi abbatterò lo scellerato, ridurrò il suo potere, e lui stesso sprofonderà nell‟abisso delle
acque. Oggi si adempiranno le profezie. Oggi il mare vedendomi si ritirerà. Oggi sarà annientato il potere di satana.
Oggi il mondo comincerà a risplendere. Oggi sarà rigenerato il santo Adamo, oggi sarà cancellato il peccato di Eva,
madre del genere umano. Oggi saprete veramente chi sono io. Oggi vi farò sentire la voce del Padre, oggi sarete
testimoni della potenza dello Spirito Santo. Oggi vi si manifesterà la natura della Santissima Trinità. Oggi i monti e
i deserti esulteranno, come gioiscono gli agnelli. Oggi la gioia invaderà tutti i popoli ed essi la porteranno nelle loro
mani. Oggi Giovanni, figlio di una donna sterile, mi vedrà e la sua anima esulterà. Oggi si commuoverà il cuore di
ogni povero. Oggi sorgerà il sole per quelli che sono simili a me e dimorano negli inferi. Oggi si apriranno le porte
del cielo. Oggi i primi saranno gli ultimi, e gli ultimi i primi. Oggi saprete chi sono io e da dove vengo. Oggi
sentirete la voce del Padre e la Sua testimonianza su di me e sulla mia origine dal Padre. Oggi il Giordano e tutti i
fiumi si rallegreranno. Oggi il cielo e la terra grideranno, le acque amare diventeranno dolci, e coloro che hanno
sete gusteranno una dolce acqua. Oggi rinnoverò ciò che creai. Oggi il sole sette volte emanerà la sua luce. Questo
è il giorno del Signore di cui hanno parlato i Profeti».

Quando finì di parlare eravamo giunti sul Giordano. E quando Giovanni vide Gesù gridò a gran voce: «"Ecco
l‟agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo" (Jn 1,29). Questi è il Figlio Unigenito che è venuto per
la nostra salvezza. Questi è il Re dei re annunziato dal profeta Zaccaria. È questi certamente il Figlio Unigenito
dell‟eterno Dio...».

Dunque Gesù scese spogliatosi delle vesti e si fermò in mezzo al fiume. C‟era lì molta gente che Giovanni
battezzava. E Gesù disse a Giovanni: «Fa‟ quello che ti ho ordinato».

E Giovanni gli si avvicinò profondamente turbato e impose le mani sul capo di Nostro Signore. E quando
volse gli occhi verso il cielo, lo vide aprirsi e lo Spirito Santo scendere sul capo di Cristo come una colomba che
aleggiando si fermò sul capo di Nostro Signore. E sentì una voce che gridava dal cielo: «Questi è il Figlio mio
prediletto, nel quale mi sono compiaciuto; questi è il Figlio mio prediletto di cui gioisco; questi è il Figlio mio
diletto per mezzo del quale creai il cielo e la terra; questi è il Figlio mio generato prima dei secoli e dei tempi;
questi è il Figlio mio che mai sarà separato da me; questi è il Figlio mio che è veramente la mia immagine».

Evangelium apocryphum Iohan., 33, 4-6.12

3. Lo Spirito e il Battesimo

Cristo fu battezzato per noi quando riempì il nostro Battesimo di luce, di vita e di santità e quando divenne la
via per la quale lo Spirito viene su di noi, poiché lo Spirito venne su di lui così come sulle primizie del nostro
genere umano, per passare in seguito anche su quelli che appartengono allo stesso genere, una volta divenuti
perfetti attraverso il Battesimo.

Severo di Antiochia, Sermo, 84

I DOMENICA DI QUARESIMA

85 Letture:

+Gn 9,8-15

+1P 3,18-22

+Mc 1,12-15

1. Gesù e lo Spirito Santo

"E subito lo Spirito lo spinse nel deserto" (Mc 1,12). È lo Spirito che era disceso sotto forma di colomba.
«Vide - dice Marco - i cieli aperti e lo Spirito come colomba discendere e fermarsi su di lui». Considerate quanto
dice: fermarsi, cioè restare con lui, non sostare e poi andarsene. Giovanni stesso dice in un altro Vangelo: "E chi mi
ha mandato mi ha detto: - Colui sul quale vedrai discendere e fermarsi lo Spirito Santo" (Jn 1,33). Lo Spirito Santo
discese su Cristo e si fermò su di lui: quando invece discende sugli uomini non sempre si ferma. Infatti nel libro di
Ezechiele, che raffigura in immagine il Salvatore (nessun altro profeta, e mi riferisco ai maggiori, viene chiamato
«Figlio dell‟uomo», come Ezechiele), si legge: "La parola del Signore fu diretta a Ezechiele profeta" (Ez 1,3).
Qualcuno dirà: - Perché tanto spesso citi il profeta? Perché lo Spirito Santo discendeva sul profeta, ma di nuovo se
ne allontanava. Quando si dice che «la parola del Signore fu diretta» si intende chiaramente che lo Spirito Santo di
nuovo tornava dopo essersene andato. Quando siamo colti dall‟ira, quando offendiamo qualcuno, quando siamo
presi da tristezza mortale, quando i nostri pensieri sono prigionieri della carne, crediamo forse che lo Spirito Santo
rimanga in noi? Possiamo forse sperare che lo Spirito Santo sia in noi quando odiamo il nostro fratello, o quando
meditiamo qualche ingiustizia? Dobbiamo invece sapere che, quando ci applichiamo ai buoni pensieri o alle buone
opere, allora abita in noi lo Spirito Santo: ma quando al contrario siamo colti da un pensiero malvagio, è segno che
lo Spirito Santo ci ha abbandonato. Per questa ragione, a proposito del Salvatore sta scritto: «Colui sul quale vedrai
discendere e fermarsi lo Spirito Santo, quegli è...».

«E subito lo Spirito lo spinse nel deserto». È lo Spirito Santo che spinge nel deserto i monaci che vivono con i
loro parenti, se tale Spirito è sceso e si è fermato su di loro. È lo Spirito Santo che li spinge a uscire dalla casa e li
conduce nella solitudine. Lo Spirito Santo non abita volentieri laddove c‟è folla e ci sono discussioni e risse: lo
Spirito Santo ha la sua dimora nella solitudine. Per questo il nostro Signore e Salvatore, quando voleva pregare,
"solo" - dice Luca -, "si ritirava sul monte e ivi pregava tutta la notte" (Lc 6,12). Di giorno stava con i discepoli, di
notte dedicava la sua preghiera al Padre per noi. Perché ho detto tutto questo? Perché parecchi fratelli sono soliti
dire: - Se resterò nel convento, non potrò pregare da solo. Forse che nostro Signore mandava via i discepoli? No,
egli stava sempre con i discepoli, ma quando voleva pregare più intensamente si ritirava da solo. Anche noi, se
vogliamo pregare più intensamente di quanto facciamo assieme ad altri, abbiamo a nostra disposizione la cella,
abbiamo i campi, abbiamo il deserto. Possiamo fruire della compagnia e delle virtù dei fratelli, ma possiamo anche
godere della solitudine...

"Dopo la cattura di Giovanni ritornò Gesù in Galilea" (Mc 1,14). Il racconto è noto, e appare chiaro agli
ascoltatori, anche senza la nostra spiegazione. Preghiamo però colui che ha la chiave di David, colui che apre e
nessuno chiude, che chiude e nessuno apre (Ap 3,7), affinché ci apra la recondita via del Vangelo, ed anche noi si
possa dire insieme a David: "Mostrati ai miei occhi, e io contemplerò le bellezze della tua legge" (Ps 118,18). Alle
folle il Signore parlava in parabole, e parlava esteriormente. Non parlava nell‟intimo, cioè nello spirito; parlava con
il linguaggio esteriore, secondo la lettera. Preghiamo noi il Signore, affinché ci introduca nei suoi misteri, ci faccia
entrare nel suo segreto abitacolo, e possiamo anche noi dire, insieme con la sposa del Cantico dei Cantici: "Il re mi
ha introdotto nel suo ricettacolo" (Ct 1,3). L‟apostolo dice che un velo fu posto sugli occhi di Mosè (2Co 3,13). Io
dico che non soltanto nella legge, ma anche nel Vangelo c‟è un velo sugli occhi di chi non sa. Il giudeo lo ascoltò,
ma non lo capì: per lui c‟era un velo sul Vangelo. I gentili ascoltano, ascoltano gli eretici, ma anche per loro c‟è il
velo. Abbandoniamo la lettera insieme ai giudei, e seguiamo lo spirito con Gesù: e non perché dobbiamo
condannare la lettera del Vangelo (tutto ciò che fu scritto s‟è avverato), ma per poter salire gradualmente verso le
cose più elevate.

«Dopo la cattura di Giovanni, ritornò Gesù in Galilea». Domenica scorsa dicemmo che Giovanni è la legge,
mentre Gesù è il Vangelo. Giovanni infatti dice: "Viene dopo di me uno che è più forte di me, e io non sono degno,
abbassandomi, di sciogliergli la correggia dei calzari". E altrove: "Egli deve crescere, io scemare" (Jn 3,30). Il
paragone tra Giovanni e Gesù, è il paragone tra la legge e il Vangelo. Dice ancora Giovanni: "Io battezzo con
acqua" (ecco la legge), mentre "egli vi battezzerà nello Spirito Santo" (Mc 1,8): questo è il Vangelo. Dunque Gesù
torna, perché Giovanni è stato chiuso in carcere. La legge è rinchiusa, non ha più la passata libertà: ma dalla legge
noi passiamo al Vangelo. State attenti a quanto dice Marco: «Dopo la cattura di Giovanni ritornò Gesù in Galilea».
Non andò in Giudea né a Gerusalemme, ma nella Galilea dei gentili. Gesù torna, insomma, in Galilea: Galilea nella
nostra lingua traduce il greco Katakyliste. Perché prima dell‟avvento del Salvatore non vi era in quella regione
niente di elevato, ma, anzi, ogni cosa precipitava in basso: dilagava la lussuria, l‟abiezione, l‟impudicizia e gli
uomini erano preda dei vizi e dei piaceri bestiali.
"Predicando la buona novella del regno di Dio" (Mc 1,14). Per quanto io mi ricordo, non ho mai sentito
parlare del regno dei cieli nella legge, nei profeti, nei salmi, ma soltanto nel Vangelo. È infatti dopo l‟avvento di
colui che ha detto: "E il regno di Dio è tra voi" (Lc 17,21), che il regno di Dio è aperto per noi. Gesù venne dunque
predicando la buona novella del regno di Dio. "Dai giorni di Giovanni Battista il regno dei cieli è oggetto di
violenza, e i violenti se ne fanno padroni" (Mt 11,12): prima dell‟avvento del Salvatore e prima della luce del
Vangelo, prima che Cristo aprisse al ladrone la porta del paradiso, tutte le anime dei santi erano condotte
all‟inferno. Dice Giacobbe: "Piangendo e gemendo discenderò all‟inferno" (Gn 37,35). Chi non va all‟inferno, se
Abramo è all‟inferno? (Lc 16,22). Nella legge, Abramo è condotto all‟inferno: nel Vangelo, il ladrone va in
paradiso. Noi non disprezziamo Abramo, nel cui seno tutti desidereremmo riposare: ma ad Abramo preferiamo
Cristo, alla legge preferiamo il Vangelo. Leggiamo che, dopo la risurrezione di Cristo, molti santi apparvero nella
città santa. Il nostro Signore e Salvatore ha predicato in terra e ha predicato all‟inferno: e quando è morto, è disceso
all‟inferno per liberare le anime che laggiù erano prigioniere.

"Predicando la buona novella del regno di Dio e dicendo: È compiuto" il tempo della legge, viene il principio
del Vangelo, "si avvicina il regno di Dio" (Mc 1,14-15). Non disse: è già venuto il regno di Dio; ma disse che il
regno si avvicinava. E cioè: Prima che io soffra la passione, prima che io versi il mio sangue, non si aprirà il regno
di Dio; per questo, esso ora si avvicina, ma non è qui perché ancora non ho sofferto la passione.

"Pentitevi e credete alla buona novella" (Mc 1,15): non credete più alla legge, ma al Vangelo, o, meglio,
credete al Vangelo per mezzo della legge, così come sta scritto: "Dalla fede alla fede" (Rm 1,17). La fede nella
legge rafforza la fede nel Vangelo.

Girolamo, Comment. in Marc., 1-2

2. La malizia non deriva dalla natura, ma dalla volontà

"E non lasciarci cadere in tentazione, ma liberaci dal male" (Mt 6,13). "Perché tuo è il regno, la potenza, e la
gloria per i secoli dei secoli. Amen. Qui Gesù ci fa comprendere chiaramente la nostra bassezza e reprime la nostra
presunzione, insegnandoci che se non dobbiamo fuggire i combattimenti, non dobbiamo tuttavia gettarci da noi
stessi in preda alle tentazioni. Sarà così per noi più splendida la vittoria e per il diavolo più vergognosa la sconfitta.
Quando siamo trascinati alla lotta, dobbiamo resistere con tutta la nostra fermezza e con tutto il nostro vigore; ma
quando non siamo chiamati alla battaglia, dobbiamo tenerci in riposo, attendere il momento dello scontro,
mostrando insieme umiltà e coraggio. Dicendo «liberaci dal male», intende: liberaci dal diavolo: ad un tempo, ci
spinge a combattere contro lo spirito del male una guerra senza tregua, e dimostra che nessuno è malvagio per
natura. La malizia non deriva dalla natura, ma dalla volontà. Chiama il diavolo «il male», a causa della sua grande
malizia: egli infatti, senza aver ricevuto da noi la minima ingiuria, ci fa una guerra senza quartiere; ebbene, il
Signore ci invita a pregare, non dicendo liberaci dai malvagi, ma «liberaci dal male», per farci intendere che non
dobbiamo nutrire del malanimo verso il prossimo anche quando costui ci fa del male, ma dobbiamo rivolgere il
nostro odio verso il diavolo, quale causa di tutti i mali. Dopo averci preparato al combattimento, ricordandoci la
presenza di questo temibile nemico e aver eliminato in noi ogni pigrizia, toma a incoraggiarci e risolleva il nostro
spirito, mostrando chi è il re che comanda e facendoci intendere che egli è più potente di tutti: «Perché tuo è il
regno, la potenza, la gloria». Se il regno appartiene a Dio, non dobbiamo avere nessun timore, poiché nessuno sarà
mai capace di resistergli, nessuno potrà mai togliergli il supremo potere. Quando dice «tuo è il regno», ci fa capire
che anche il nemico che ci aggredisce è sottoposto a Dio e, se ci fa la guerra, è perché Dio lo permette. Egli infatti è
uno dei suoi servi, anche se di quelli malvagi e reprobi, e non potrebbe aggredire nessun uomo, se non ne avesse
ricevuto prima il permesso da Dio. Quand‟anche voi foste mille volte più deboli di quanto siete, sarebbe giusto aver
piena fiducia, in quanto avete un re tanto potente, un re che può fare facilmente per voi tutto quanto vuole.

Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 19, 6

II DOMENICA DI QUARESIMA

86 Letture:

+Gn 22,1-2 22,9a Gn 22,10-13 22,15-18

+Rm 8,31-34

+Mc 9,1-9

1. La Trasfigurazione, manifestazione del «Figlio diletto»

Per gli apostoli, che invero avevano bisogno di essere rafforzati nella fede e di essere iniziati alla conoscenza
di ogni cosa, da quel miracolo scaturisce un altro insegnamento. In effetti, Mosè ed Elia, ossia la Legge e i Profeti,
apparvero intrattenendosi con il Signore: ciò affinché si compisse perfettamente, attraverso la presenza di cinque
persone, quanto è scritto: "Ogni parola è certa, se pronunciata in presenza di due o tre testimoni" (Dt 19,15 Mt
18,16). Per proclamarla, la duplice tromba dell‟Antico e del Nuovo Testamento risuona in pieno accordo e tutto ciò
che serviva a darle testimonianza nei tempi antichi si ricongiunge con l‟insegnamento del Vangelo! Le pagine
dell‟una e dell‟altra Alleanza, infatti, si confermano vicendevolmente, e colui che gli antichi simboli avevano
promesso sotto il velo dei misteri, lo sfolgorio della sua gloria presente lo mostra manifesto e certo: si è che - come
afferma san Giovanni -: "La legge fu data da Mosè, ma la grazia e la verità ci sono venute da Gesù Cristo" (Jn
1,17), nel quale si sono compiuti tanto le promesse delle figure profetiche, tanto il significato dei precetti della
Legge; infatti, con la sua presenza, egli insegna la verità della profezia, e, con la sua grazia, rende possibile la
pratica dei comandamenti.

Animato dalla rivelazione dei misteri e preso dal disprezzo e dal disgusto delle terrene cose, l‟apostolo Pietro
era come rapito in estasi nel desiderio di quelle eterne, e, ripieno del gaudio di tutta quella visione, desiderava
abitare con Gesù là dove la di lui gloria si era manifestata, costituendo la sua gioia. Ecco perché disse: "Signore, è
bello per noi stare qui; se vuoi, facciamo qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia" (Mt 17,4). Ma il
Signore non rispose a tale suggerimento, certo non per mostrare che quel desiderio era cattivo, bensì per significare
che era fuori posto, non potendo il mondo essere salvato senza la morte di Cristo; così, l‟esempio del Signore
invitava la fede dei credenti a capire che, senza alcun dubbio nei confronti della felicità promessa, dobbiamo
nondimeno, in mezzo alle prove di questa vita, chiedere la pazienza prima della gloria; la felicità del Regno non
può, infatti, precedere il tempo della sofferenza.

Ed ecco che, mentre ancora parlava, una nube luminosa li avvolse e una voce dalla nube diceva: "Questi è il
mio Figlio diletto in cui mi sono compiaciuto, ascoltatelo" (Mt 17,5). Il Padre, senza alcun dubbio era presente nel
Figlio e, in quella luce che il Signore aveva misuratamente mostrato ai discepoli, l‟essenza di colui che genera non
era separata dall‟Unigenito generato, ma, per evidenziare la proprietà di ciascuna persona, la voce uscita dalla nube
annunciò il Padre alle orecchie, così come lo splendore diffuso dal corpo rivelò il Figlio agli occhi. All‟udire la
voce, i discepoli caddero bocconi, molto spaventati, tremando non solo davanti alla maestà del Padre, ma anche
davanti a quella del Figlio: per un moto di più profonda intelligenza, infatti, essi compresero che unica era la
Divinità di entrambi, e poiché non vi era esitazione nella fede non vi fu discrezione nel timore. Quella divina
testimonianza fu dunque ampia e molteplice e il potere delle parole fece capire più del suono della voce. Infatti,
quando il Padre dice: "Questi è il mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo", non si doveva
forse intendere chiaramente: "Questi è il mio Figlio", per il quale essere da me e essere con me è una realtà che
sfugge al tempo? Infatti, né Colui che genera è anteriore al Generato, né il Generato è posteriore a Colui che lo
genera. "Questi è il mio Figlio", che da me non separa la divinità, non divide la potenza, non distingue l‟eternità.
Questi è il mio Figlio, non adottivo, ma proprio; non creato d‟altronde, ma da me generato; non di natura diversa e
reso a me simile, ma della mia stessa essenza e nato uguale a me. "Questi è il mio Figlio per mezzo del quale tutto è
stato fatto e senza il quale nulla è stato fatto" (Jn 1,3), il quale, tutto ciò che io faccio egli del pari lo compie (Jn
5,19) e quanto io opero, egli opera con me senza differenza. Nel Padre infatti è il Figlio e nel Figlio il Padre (Jn
10,38), e la nostra unità mai si separa. E quantunque io che genero sia altro da colui che ho generato, non vi è
tuttavia permesso avere a suo riguardo opinione diversa da quella che vi è possibile avere di me. "Questi è il mio
Figlio", che non considerò bottino di rapina l‟uguaglianza che ha con me (Ph 2,6), né se ne appropriò usurpandola;
ma, pur restando nella condizione della sua gloria, egli, per portare a termine il disegno di restaurazione del genere
umano, umiliò fino alla condizione di servo l‟immutabile Divinità.

Quegli, dunque, in cui ripongo tutta la mia compiacenza, e il cui insegnamento mi manifesta, la cui umiltà mi
glorifica, ascoltatelo senza esitazione; egli, infatti, è verità e vita (Jn 14,6); egli è mia potenza e mia sapienza (1Co
1,24). "Ascoltatelo", lui che i misteri della Legge hanno annunciato, che la voce dei profeti ha cantato.
"Ascoltatelo", lui che ha riscattato il mondo con il suo sangue, che ha incatenato il diavolo e gli ha rapito le spoglie
(Mt 12,29), che ha lacerato il chirografo del debito (Col 2,14) e il patto della prevaricazione. "Ascoltatelo", lui che
apre la via del cielo e, con il supplizio della croce, vi prepara la scalinata per salire al Regno. Perché avete paura di
essere riscattati? Perché temete di essere sciolti dalle vostre catene? Avvenga pure ciò che, come anch‟io lo voglio,
Cristo vuole. Buttate via il timore carnale e armatevi della costanza che la fede ispira; è indegno di voi, infatti,
temere nella Passione del Salvatore ciò che per suo aiuto, non temerete nella vostra morte.

Queste cose, o carissimi, non furono dette soltanto per utilità di coloro che le intesero con le proprie orecchie;
bensì, nella persona dei tre apostoli, è tutta la Chiesa che apprende ciò che essi videro con i loro occhi e
percepirono con le loro orecchie. Si rafforzi dunque la fede di tutti secondo la predicazione del santo Vangelo, e
nessuno arrossisca della croce di Cristo, per la quale il mondo è stato riscattato. Di conseguenza, nessuno abbia
paura di soffrire per la giustizia (1P 3,14), né dubiti di ricevere la ricompensa promessa, poiché è attraverso la
fatica che si accede al riposo, e alla vita attraverso la morte. Egli, infatti, si è presa in carico tutta la debolezza
propria alla nostra bassezza; egli, nel quale, se rimaniamo (Jn 15,9) nella di lui confessione e nel suo amore, siamo
vincitori di ciò che egli ha vinto e riceveremo ciò che egli ha promesso.

Si tratti allora di praticare i comandamenti o si tratti di sopportare le avversità della vita, la voce del Padre che
si è fatta udire deve sempre risuonare alle nostre orecchie: "Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono
compiaciuto, ascoltatelo"; lui che vive e regna con il Padre e con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

Leone Magno, Sermo 38, 4-8


2. La Trasfigurazione, purificazione della Chiesa

Abbiamo sentito, mentre si leggeva il Vangelo, il racconto della grande visione nella quale il Signore si
mostrò a tre discepoli, Pietro Jc e Giovanni. "Il suo volto splendeva come il sole" - questo vuol significare lo
splendore del Vangelo. "Le sue vesti divennero bianche come neve" - e questo sta a dire la purificazione della
Chiesa, della quale il Profeta disse: "Anche se i vostri peccati saranno rossi come la porpora, li farò bianchi come la
neve" (Is 1,18). Elia e Mosè parlavano con lui, poiché la grazia del Vangelo riceve testimonianza della Legge e dai
Profeti. Per Mosè s‟intende la Legge, per Elia s‟intendono i Profeti. Pietro suggerì che si facessero tre tende; una
per Mosè, una per Elia, una per Cristo. Gli piaceva la solitudine del monte; lo annoiava il tumulto delle cose
umane. Ma perché voleva fare tre tende? Non sapeva che Legge, Profeti e Vangelo provengono dalla stessa
origine? Difatti fu corretto dalla nube. "Mentre diceva questo una nube lucente li avvolse". Così la nube fece una
sola tenda, perché tu ne volevi tre? E una voce dalla nube disse: "Questo è il mio figlio diletto; ascoltatelo" (Mt
17,1-8). Elia parla, ma "ascoltate questo". Parla Mosè, "ma ascoltate questo". Parlano i Profeti, parla la Legge, ma
"ascoltate questo", voce della Legge e lingua dei Profeti. Era lui che parlava in loro, poi parlò da se stesso, quando
si degnò di farsi vedere. "Ascoltate questo"; ascoltiamolo. Quando parlava il Vangelo, sappiate ch‟era la voce della
nube; di là è giunta fino a noi. Sentiamo lui; facciamo ciò che ci dice, speriamo quanto ci promette.

Agostino, Sermo 791

III DOMENICA DI QUARESIMA

87 Letture:

+Ex 20,1-17

+1Co 1,22-25

+Jn 2,13-25

1. Perché Gesù caccia i venditori dal tempio

"Ed essendo prossima la Pasqua dei giudei, Gesù salì a Gerusalemme". L‟evangelista racconta poi un altro
fatto, così come se lo ricordava: "E trovò nel tempio venditori di buoi, di pecore e di colombe, e cambiavalute
seduti al banco, e fatta una sferza di funicelle li cacciò tutti dal tempio con le pecore ed i buoi; e sparpagliò la
moneta dei cambisti e rovesciò i loro banchi. E ai venditori di colombe intimò: «Portate via di qui queste cose e non
fate della casa del Padre mio una casa di traffico» (Jn 2,13-16).

Che cosa abbiamo ascoltato, fratelli? Quel tempio era ancora una figura, e purtuttavia da esso il Signore cacciò
tutti coloro che eran venuti a fare i loro interessi, come a un mercato. Che cosa vendevano costoro? Le vittime di
cui gli uomini avevano bisogno per i sacrifici di quel tempo. Sapete bene che i sacrifici rituali dati a quel popolo, e
per la sua mentalità carnale e per il suo cuore ancora di pietra, erano tali che lo trattenessero dal precipitare
nell‟idolatria; e nel tempio questo popolo immolava i suoi sacrifici, buoi, pecore e colombe. Lo sapete bene, perché
lo avete letto. Non era, quindi, un gran peccato vendere nel tempio ciò che si acquistava per essere offerto nel
tempio stesso; eppure, Gesù li cacciò. Che avrebbe fatto, il Signore, qualora avesse trovato nel tempio degli
ubriachi, se cacciò coloro che vendevano ciò che era lecito e non era contro giustizia (infatti, è lecito vendere ciò
che è lecito comprare), e se non tollerò che la casa della preghiera si trasformasse in un mercato? Se la casa di Dio
non deve diventare un mercato, può diventare una taverna?...

Chi sono, poi, quelli che nel tempio vendono i buoi? Cerchiamo di capire nella figura il mistero racchiuso in
questo fatto. Chi sono quelli che vendono le pecore e le colombe? Sono coloro che nella Chiesa cercano i loro
interessi e non quelli di Cristo (Ph 2,21).

Quelli che non vogliono essere redenti, considerano ogni cosa come roba d‟acquisto: non vogliono essere
acquistati, quel che vogliono è vendere. Eppure, niente di meglio, per loro, che essere redenti dal sangue di Cristo e
giungere così alla pace di Cristo. Del resto, a che serve acquistare, in questo mondo, beni temporali e transitori,
siano il denaro siano i piaceri del ventre e della gola siano gli onori della lode umana? Che altro sono, tutte queste
cose, se non fumo e vento? e passano tutte, corrono via. Guai a chi si sarà attaccato alle cose che passano, perché
insieme passerà anche lui. Non sono, tutte queste cose, un fiume precipite che corre al mare? Guai a chi vi cade
dentro, perché sarà trascinato nel mare. Insomma, dobbiamo trattenere i nostri affetti da simili concupiscenze.

Agostino, Comment. in Ioan., 10, 4.6

2. La Chiesa tempio della Trinità

L‟esatto ordine della professione di fede voleva che dopo la Trinità venisse la Chiesa, come la casa segue colui
che vi abita, il tempio segue Dio e la città il suo fondatore. E la Chiesa qui va presa nella sua interezza, non solo
quella parte, che è pellegrina sulla terra e loda il nome del Signore da oriente a occidente (Ps 112,3) e, uscita di
schiavitù, canta un cantico nuovo, ma anche quella parte che, da quando è stata fondata, in cielo, ha sempre aderito
a Dio e non ha sperimentato alcun male. Questa è la Chiesa dei santi Angeli ed è quella che assiste l‟altra parte, che
è ancora pellegrina; l‟una e l‟altra saranno una sola nella felicità eterna ma già ora sono unite dal vincolo della
carità, tanto più che l‟una e l‟altra servono lo stesso e solo Dio. Perciò né tutta né alcuna sua parte vuol essere
venerata al posto di Dio, né Dio vuole essere possesso esclusivo di nessuno, che appartiene al tempio di Dio,
tempio che viene edificato di dèi, che son fatti da Dio increato. Perciò se lo Spirito Santo fosse una creatura e non il
Creatore, certo sarebbe una creatura ragionevole, perché questa è la più eccellente creatura. E quindi nel simbolo
della fede non sarebbe posto prima della Chiesa, perché anch‟esso appartiene alla Chiesa, relativamente a quella
parte che è in cielo. Né avrebbe un tempio, sarebbe lui stesso un tempio. Invece ha un tempio, quello di cui dice
l‟Apostolo: "Non sapete che i vostri corpi son tempio dello Spirito Santo, che è in voi, che voi avete da Dio?" E
ancora: "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?" (1Co 6,19 1Co 6,15). Come, dunque, non è Dio, se
ha un tempio? o forse è inferiore a Cristo, il cui tempio ha delle membra? Né si può dire che una cosa sia il suo
tempio e un‟altra cosa sia il tempio di Dio, poiché lo stesso Apostolo dice: "Non sapete che siete tempio di Dio" e
per provarlo aggiunge: "E lo Spirito di Dio abita in voi?" (1Co 3,16). Dio, dunque, abita nel suo tempio, non solo lo
Spirito Santo, ma anche il Padre e il Figlio, il quale dice anche del suo corpo, per mezzo del quale è stato fatto capo
della Chiesa, che è negli uomini, "perché sia lui a tenere il primato di tutte le cose" (Col 1,18): "Distruggete questo
tempio e in tre giorni lo rifarò" (Jn 2,19). Dunque il tempio di Dio, cioè di tutta la somma Trinità, è la santa Chiesa,
naturalmente tutta intera, quella del cielo e quella della terra.

Agostino, Enchirid., 56, 15

3. L‟uomo nella sua totalità è formato di corpo, anima e Spirito

Dio sarà glorificato nella sua creatura, conformata e modellata sul proprio Figlio, poiché per le mani del Padre
- che sono il Figlio e lo Spirito - l‟uomo nella sua interezza, e non in una sua parte sola, diventa simile a Dio.
L‟anima e lo Spirito costituiscono una parte dell‟uomo, e non tutto l‟uomo l‟uomo perfetto infatti risulta dalla
compenetrazione e dall‟unione dell‟anima, che accoglie lo Spirito del Padre, con la carne, creata anch‟essa ad
immagine di Dio... La carne strutturata, da sola, non è l‟uomo completo, ma solo il corpo dell‟uomo, cioè una parte
dell‟uomo. Ma neppure l‟anima da sola costituisce tutto l‟uomo: è l‟anima dell‟uomo, cioè una sua parte. E neppure
lo Spirito è l‟uomo: si tratta appunto dello Spirito, non di tutto l‟uomo. Solo la fusione, l‟unione e l‟integrazione di
questi elementi costituisce l‟uomo perfetto.

Per questo l‟Apostolo, spiegando il suo pensiero, parlò dell‟uomo redento, perfetto e spirituale, con queste
parole, nella prima lettera ai Tessalonicesi: "Il Dio della pace santifichi voi e vi renda perfetti, serbando intatti e
senza biasimo il vostro Spirito, l‟anima e il corpo, per la venuta del Signore Gesù Cristo" (1Th 5,23). Che motivo
aveva di augurare la perfetta conservazione, per la venuta del Signore, appunto dell‟anima, del corpo e dello
Spirito, se non avesse saputo che l‟intima unione di questi tre elementi altro non è che la loro salvezza? E perfetti
sono appunto coloro che presentano questi tre elementi uniti, senza meritare rimprovero alcuno. Perfetti sono
quindi quelli che hanno costantemente in sé lo Spirito, e custodiscono, evitando ogni biasimo, l‟anima e il corpo,
conservando la fede in Dio e osservando la giustizia verso il prossimo.

Perciò l‟Apostolo ci dice anche che la creatura è tempio di Dio: "Non sapete che siete tempio di Dio e che lo
Spirito di Dio abita in voi? Chi profana il tempio di Dio sarà da lui sterminato: il tempio di Dio, che siete voi, è
santo" (1Co 3,16s). Evidentemente chiama tempio di Dio il corpo, in cui abita lo Spirito. Anche il Signore dice di
se stesso: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò" (Jn 2,19). E non solo come templi, ma come
templi di Cristo designa egli i nostri corpi, dicendo ai Corinti: "Non sapete che i vostri corpi sono membra di
Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di meretrice?" (1Co 6,15)... Per questo ha detto:
"Chi profana il tempio di Dio sarà sterminato da Dio" (1Co 3,17). È dunque certamente una bestemmia dire che il
tempio di Dio in cui abita lo Spirito del Padre, che le membra di Cristo non possono sperare redenzione alcuna, ma
andranno senz‟altro in perdizione. Che poi i nostri corpi risusciteranno non per la loro natura, ma per la potenza di
Dio, egli lo dice ai Corinti: "Il corpo non è per la fornicazione, ma per il Signore, e il Signore per il corpo. Dio ha
risuscitato il Signore e risusciterà noi pure con la sua potenza" (1Co 6,13s) .

Ireneo di Lione, Adv. haer., 5, 6

IV DOMENICA DI QUARESIMA
88 Letture:

+2Ch 36,14-16 36,19-23

+Ep 2,4-10

+Jn 3,14-21

1. Il serpente di rame, simbolo di Cristo

La strada traversa nuovamente il deserto, e il popolo, nella disperazione dei beni promessi, è esausto per la
sete. E Mosè fa di nuovo scaturire per lui l‟acqua nel deserto dalla Roccia. Questo termine ci dice cos‟è, sul piano
spirituale, il sacramento della penitenza. Difatti, coloro che, dopo aver gustato dalla Roccia, si sono sviati verso il
ventre, la carne e i piaceri degli Egiziani, sono condannati alla fame e vengono privati dei beni di cui godevano. Ma
è data loro la possibilità di ritrovare con il pentimento la Roccia che avevano abbandonato e di riaprire per loro il
rivolo d‟acqua, per dissetarsi alla sorgente...

Però il popolo non ha ancora imparato a seguire le tracce della grandezza di Mosè. È ancora attratto dai
desideri servili e inclinato alle voluttà egiziane. La storia dimostra con ciò che la natura umana è portata a questa
passione più che ad altre, accessibile com‟è alla malattia per mille aspetti. Ecco perché, alla stregua di un medico
che con la sua arte impedisce alla malattia di progredire, Mosè non lascia che il male domini gli uomini fino alla
morte. E siccome i loro desideri sregolati suscitavano dei serpenti il cui morso inoculava un veleno mortale in
coloro che ne restavano vittime, il grande Legislatore rese vano il potere dei serpenti veri con un serpente in effigie.
Sarà però il caso di chiarire l‟enigma. Vi è un solo antidoto contro le cattive infezioni ed è la purezza trasmessa alle
nostre anime dal mistero della religione. Ora, l‟elemento principale contenuto nel mistero della fede è appunto il
guardare verso la Passione di colui che ha accettato di soffrire per noi. E Passione vuol dire croce. Così, chi guarda
verso di lei, come indica la Scrittura, resta illeso dal veleno del desiderio. Rivolgersi verso la croce vuol dire
rendere tutta la propria vita morta al mondo e crocifissa (Ga 6,14), tanto da essere invulnerabile ad ogni peccato;
vuol dire, come afferma il Profeta, inchiodare la propria carne con il timore di Dio (Ps 118,120). Ora, il chiodo che
trattiene la carne è la continenza. Poiché quindi il desiderio disordinato fa uscire dalla terra serpenti mortali - e ogni
germoglio della concupiscenza cattiva è un serpente -, a motivo di ciò, la Legge ci indica colui che si manifesta sul
legno. Si tratta, in questo caso, non del serpente, ma dell‟immagine del serpente, secondo la parola del beato Paolo:
"A somiglianza della carne di peccato" (Rm 8,3). E colui che si rivolge al peccato, riveste la natura del serpente.
Ma l‟uomo viene liberato dal peccato da colui che ha preso su di se la forma del peccato, che si è fatto simile a noi
che ci eravamo rivolti verso la forma del serpente; per causa sua la morte che consegue al morso è fermata, però i
serpenti stessi non vengono distrutti. Infatti, coloro che guardano alla Croce non sono più soggetti alla morte
nefasta dei peccati, ma la concupiscenza che agisce nella loro carne (Ga 5,17) contro lo Spirito non è interamente
distrutta. E, in effetti, i morsi del desiderio si fanno spesso sentire anche tra i fedeli; ma l‟uomo che guarda a colui
che è stato elevato sul legno, respinge la passione, dissolvendo il veleno con il timore del comandamento, quasi si
trattasse di una medicina.

Che il simbolo del serpente innalzato nel deserto sia simbolo del mistero della croce, la parola stessa del
Signore lo insegna chiaramente, quando dice: "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia
innalzato il Figlio dell‟uomo" (Jn 3,14).
Gregorio di Nissa, Vita Moysis, nn. 269-277

2. Dio ama infinitamente il mondo

Abramo aveva molti servitori; perché Dio non gli dice di sacrificare uno di loro? Perché l‟amore di Abramo
non si sarebbe rivelato attraverso un servitore; occorreva per questo il suo stesso figlio (Gn 22,1-18). Parimenti
c‟erano molti servitori di Dio, ma egli non mostrò il suo amore verso le creature tramite nessuno di loro, bensì
tramite il proprio Figlio, grazie al quale fu proclamato il suo amore per noi: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il
suo Figlio unigenito" (Jn 3,16).

Efrem, Diatessaron, 21, 7

3. Dalla bontà di Dio dipende il nostro vivere

È oltremodo giusto che noi inneggiamo a lui, perché il nostro essere e il nostro vivere non sono in nostro
potere né dipendono da noi, ma dal suo favore e dalla sua bontà. Dobbiamo dunque cantare a questo Dio, che è ed è
sempre stato, le grandezze che gli competono e si addicono alla lode della sua maestà, cioè: che egli è eterno, che è
onnipotente, che è immenso, che è creatore del mondo e suo salvatore, che ha avuto per gli uomini tale amore da
offrire persino il Figlio suo per la salvezza del mondo, come dice egli stesso nel Vangelo: "Dio ha tanto amato il
mondo, che ha dato il suo Figliolo unigenito, affinché chiunque in lui crede non perisca, ma abbia la vita eterna"
(Jn 3,16).

Cromazio di Aquileia, Sermo, 33, 1

4. Cristo ha illuminato le nostre tenebre

È veramente cosa buona e giusta renderti grazie, Signore santo, eterno Padre, Dio onnipotente, per Gesù
Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.

Egli, con l‟illuminazione della sua fede, dissipò le tenebre del mondo e costituì figli della luce coloro che
giacevano nelle tenebre, sotto la giusta condanna della legge.
Egli venne come giudizio sul mondo, sicché i non vedenti vedessero e i vedenti divenissero ciechi; in tal
modo, coloro che confessavano in sé le tenebre degli errori, percepivano la luce eterna, per mezzo della quale
rimuovere le tenebre dei delitti. E quelli che, arroganti, credevano di avere in sé per proprio merito la luce della
giustizia, meritatamente in sé stessi si oscureranno.

Quelli che si innalzano nella propria superbia e confidano nella propria giustizia, non ricercano il medico per
essere sanati.

Per lo stesso Gesù che affermò di essere la porta che fa accedere al Padre, fa‟ che essi possano entrarvi. E
poiché credettero a torto di poter essere elevati per merito, rimasero nonostante tutto nella loro cecità.

Ecco perché noi, veniamo a te umili, Padre santo; senza presumere dei nostri meriti, apriamo la nostra ferita
davanti al tuo altare, confessiamo le tenebre dei nostri errori; apriamo i recessi della nostra coscienza.

Ti preghiamo di poter trovare la medicina per la ferita, la luce eterna per le tenebre, la purezza dell‟innocenza
per la coscienza. Vogliamo, infatti, con tutte le energie, discernere il tuo volto, ma ne siamo impediti dalla cecità
della tenebra consueta. Siamo avidi di guardare i cieli, ma non ne abbiamo le possibilità finché restiamo accecati
dalle tenebre dei peccati; e tantomeno imitiamo con una santa vita coloro che per l‟eccellenza della vita hanno
ricevuto il nome del cielo.

Vieni, dunque, Gesù, in aiuto di noi che ti preghiamo nel tuo tempio e prenditi cura in questo giorno di coloro
che, in vista del bene, tu hai voluto che non osservassero il sabato.

Ecco, apriamo le nostre ferite davanti alla gloria del tuo nome: tu applica la medicina sulle nostre infermità.
Soccorrici, come hai promesso di fare con chi ti prega, noi, che tu hai tratto dal nulla.

Prepara un collirio e tocca gli occhi del cuore e del corpo, affinché non ricadiamo, ciechi, nelle tenebre dei
soliti errori.

Ecco, bagniamo con le lacrime i tuoi piedi; non respingerci umiliati. O buon Gesù, fa‟ che non abbandoniamo
le tue orme, tu che umile venisti sulla terra. Ascolta ora la nostra comune preghiera e, svellendo la cecità dei nostri
crimini, fa‟ che possiamo vedere giubilanti la gloria del tuo volto, nella beatitudine dell‟eterna pace.

Sacramentario Mozarabico, Praefatio


V DOMENICA DI QUARESIMA

89 Letture:

+Jr 31,31-34

+He 5,7-9

+Jn 12,20-33

1. Amore e croce

Il Signore ci esorta poi a seguire gli esempi che egli ci offre della sua passione: Chi ama la propria anima, la
perderà (Jn 12,25).

Queste parole si possono intendere in due modi: «Chi ama, perderà», cioè: se ami, non esitare a perdere, se
desideri avere la vita in Cristo, non temere la morte per Cristo. E nel secondo modo: «Chi ama l‟anima sua, la
perderà», cioè: non amare in questa vita, se non vuoi perderti nella vita eterna. Questa seconda interpretazione ci
sembra più conforme al senso del brano evangelico che leggiamo. Il seguito infatti dice: "E chi odia la propria
anima in questo mondo, la serberà per la vita eterna"("ibid."). Quindi, la frase di prima: «Chi ama», sottintende: in
questo mondo; cosi come poi dice: «Chi invece odia in questo mondo», la conserverà per la vita eterna.

Grande e mirabile verità, nell‟uomo c‟è un amore per la sua anima che la perde, e un odio che la salva. Se hai
amato smodatamente, hai odiato; se hai odiato gli eccessi, allora hai amato. Felici coloro che hanno odiato la loro
anima salvandola, e non l‟hanno perduta per averla amata troppo. Ma guardati bene dal farti venire l‟idea di
ucciderti da te stesso, avendo inteso che devi odiare in questo mondo la tua anima. Così intendono certi uomini
perversi e male ispirati, crudeli e scellerati omicidi di sé stessi, che cercano la morte gettandosi nel fuoco,
annegandosi in mare o precipitandosi da una vetta. Non è questo che insegna Cristo. Quando il diavolo gli suggerì
di gettarsi nel precipizio, egli rispose: "Torna indietro, Satana; sta scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo" (Mt 4,7).
E nello stesso senso disse a Pietro, per fargli intendere con quale morte egli avrebbe glorificato Dio: "Quando eri
più giovane, ti cingevi da te stesso e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, un altro ti cingerà e di condurrà
dove tu non vuoi" (Jn 21,18-19). Parole queste che chiaramente ci indicano che non da sé ma da altri, deve essere
ucciso colui che segue Cristo. Quando dunque un uomo si trova nell‟alternativa, e deve scegliere tra infrangere un
comandamento divino, oppure abbandonare questa vita perché il persecutore gli minaccia la morte, ebbene egli
scelga la morte per amore di Dio, piuttosto che la vita offendendo Dio; così avrà giustamente odiato la sua anima in
questo mondo per salvarla per la vita eterna.

Agostino, Comment. in Ioan., 51, 10

2. Cristo ci ha fatto dono della sua vittoria


Qual sacrificio fu mai più sacro di quello che il vero Pontefice posa sull‟altare della croce immolando su di lei
la propria carne? Benché, invero, la morte di molti santi sia stata preziosa agli occhi del Signore (Ps 115,15), mai
tuttavia l‟uccisione di un innocente ebbe come causa la propiziazione del mondo. I giusti hanno ricevuto la propria
corona di gloria, non ne hanno donate, la forza d‟animo dei fedeli ha prodotto esempi di pazienza, non doni di
giustizia. La loro morte rimase propria a ciascuno di loro e nessuno con il proprio transito acquistò il debito di un
altro; nostro Signore, invece, unico tra i figli degli uomini, è stato il solo in cui tutti sono stati crocifissi, tutti sono
morti, tutti sono stati sepolti, tutti del pari sono risuscitati; ed è di loro che egli stesso diceva: "Quando sarò levato
in alto attirerò tutto a me" (Jn 12,32). In effetti, la vera fede che giustifica gli empi (Rm 4,5) e crea i giusti (Ep 2,10
Ep 4,24), attratta a colui che condivide la sua natura, acquista in lui la salvezza, in lui nel quale essa si è ritrovata
innocente; e poiché "non vi è che un unico mediatore tra Dio e gli uomini, l‟uomo Cristo Gesù (1Tm 2,5) è per la
comunione con la sua stirpe che l‟uomo ha ritrovato la pace con Dio; può così, in tutta libertà, gloriarsi (1Co 3,21
Ph 3,3 2Co 10,17) della potenza di colui che, nella infermità della nostra carne, ha affrontato un nemico superbo e
ha fatto dono della sua vittoria a coloro nel cui corpo egli ha trionfato.

Leone Magno, Sermo, 51, 3

3. Tutto attirerò a me

"E io, quando sarò levato in alto da terra, tutto attirerò a me" (Jn 12,32).

Cos‟è questo «tutto», se non tutto ciò da cui il diavolo è stato cacciato fuori? Egli non ha detto: tutti, ma
«tutto», perché la fede non è di tutti (2Th 3,2). Questa parola non si riferisce quindi alla totalità degli uomini, ma
alla integrità della creatura: spirito, anima e corpo; cioè, quel che ci fa intendere, quel che ci fa vivere, quel che ci
fa visibili e sensibili. In altre parole, colui che ha detto: "non un capello del vostro capo andrà perduto" (Lc 21,18),
tutto attira a sé.

Se invece vogliamo interpretare «tutto» come riferito agli stessi uomini, allora si deve intendere che con quella
parola si indicano tutti i predestinati alla salvezza. In questo senso il Signore dice che di tutti questi nessuno perirà,
come prima aveva detto parlando delle sue pecore. Oppure egli ha voluto intendere tutte le specie di uomini, di tutte
le lingue, di tutte le età, senza distinzione di grado o di onori, di ingegno o di talento, di professione o di arte, al di
là di qualsiasi altra distinzione che, al di fuori del peccato, possa esser fatta tra gli uomini, dai più illustri ai più
umili, dal re sino al mendico: «Tutto» - egli dice - «attirerò a me», in quanto io sono il loro capo ed essi le mie
membra.

Agostino, Comment. in Ioann., 52, 11

4. La morte del Signore è la nostra somma gloria


Per conseguenza, ebbe con noi con una vicendevole partecipazione una meravigliosa relazione; era nostro,
quello per cui è morto, suo sarà quello, per cui possiamo vivere. In effetti, egli diede la vita, che assunse da noi e
per la quale morì, e dette la stessa vita, poiché egli era il Creatore; ma prese quella vita per la quale con Lui e per
Lui saremo vittoriosi, non per opera nostra. E per questo, per quanto riguarda la vita nostra, per la quale siamo
uomini, morì non per sé ma per noi; infatti, la natura di Lui, per la quale è Dio, non può morire completamente. Ma
per quanto riguarda la natura umana di lui, che egli, come Dio, creò, è morto anche in essa: poiché anche la carne
egli creò nella quale egli è morto.

Non soltanto, quindi, non dobbiamo arrossire della morte del Signore, nostro Dio, ma ci dobbiamo
grandemente confidare in essa e aver motivo di somma gloria: accettando infatti, la morte da noi, che egli trovò in
noi, sposò nel modo più fedele la vita che ci avrebbe dato, che noi non possiamo avere da noi. In effetti, colui che ci
amò tanto, che ciò che meritammo col peccato, egli, senza peccato, patì per noi peccatori, come colui che giustifica
non ci darà ciò con giustizia? Come non ci restituirà, i premi dei santi, colui che promette con verità, colui che,
innocente, sopportò la pena dei colpevoli?

Confessiamo, dunque, fratelli, coraggiosamente, ed anche professiamo: Cristo è stato crocifisso per noi: non vi
spaventate ma siate nella gioia; proclamiamolo non con vergogna ma con gioia. Osservò così il Cristo l‟apostolo
Paolo e raccomandò tale titolo di gloria.

Ed egli, avendo molti titoli, grandi e divini, che egli ricordasse del Cristo, non disse di gloriarsi delle
meraviglie del Cristo, poiché, essendo anche uomo, come siamo noi, ebbe il dominio nel mondo; ma disse: Per me
di non altro voglio gloriarmi, che della croce del Nostro Signore Gesù Cristo (Ga 6,14).

Agostino, Sermo Guelf., 3, 1-2

DOMENICA DI PASSIONE O DELLE PALME

90 Letture:

+Is 50,4-7

+Ph 2,6-11

+Mc 14,1; 15,47

1. La donna di Betania, esempio per i battezzati


Leggiamo più avanti in questa stessa lezione del Vangelo: "Stando egli a Betania in casa di Simone il
lebbroso, e mentre era a tavola, venne una donna con un vasetto di alabastro di profumo di nardo puro" (Mc 14,3).
Questa donna interessa in modo speciale voi, che state per ricevere il battesimo. Essa ha rotto il suo vasetto,
affinché Cristo faccia di voi tanti cristi, cioè unti. Ecco infatti quanto sta scritto nel Cantico dei Cantici: "Un
profumo olezzante è il tuo nome, per questo ti hanno desiderato le donzelle; corriamo dietro a te, nell‟odore del tuo
profumo" (Ct 1,2). Finché il profumo era rinchiuso e non si diffondeva, finché Dio era conosciuto soltanto in
Giudea e soltanto in Israele era grande il suo nome (Ps 75,2), le donzelle non seguivano Gesù. Ma quando il suo
profumo si diffonde in tutta la terra, le giovani anime dei credenti seguono il Salvatore.

«Stando egli a Betania in casa di Simone il lebbroso». Nella nostra lingua, Betania significa casa
dell‟obbedienza. E perché la dimora di Simone il lebbroso è in Betania, cioè nella casa dell‟obbedienza? E che cosa
faceva il Signore nella casa del lebbroso? Ma egli era venuto nella casa del lebbroso per purificarlo. È detto
lebbroso, non perché lo è ancora, ma perché lo è stato. Era lebbroso prima di ricevere il Signore: ma dopo aver
ricevuto il Signore, dopo che il vasetto di unguento è stato aperto, la lebbra è scacciata. Egli mantiene il nome che
aveva prima, per ricordare il miracolo del Salvatore. Per lo stesso motivo anche gli apostoli conservano i loro
vecchi nomi, perché sia manifesto il potere di chi li chiamò e li fece diventare apostoli: per questo Matteo, che era
stato pubblicano e divenne poi apostolo, vien chiamato pubblicano anche dopo essere divenuto apostolo; non
perché era ancora pubblicano, ma perché da pubblicano fu trasformato in apostolo. Resta insomma il nome antico
perché sia manifesto il potere del Signore: così anche Simone è chiamato con l‟antico nome di lebbroso per
ricordare che è stato guarito dal Signore.

«Venne una donna con un vasetto di alabastro di profumo». I farisei e gli scribi stanno nel tempio, e non
hanno il profumo: questa donna è fuori del tempio e porta il profumo, porta il nardo, un vasetto di nardo con cui è
confezionato il suo profumo. Anche voi fedeli, che siete chiamati, siete come un profumo di nardo. La Chiesa,
raccolta tra tutte le genti, offre infatti ai Salvatore i suoi doni, cioè la fede dei credenti. Essa rompe il vasetto di
alabastro, affinché tutti ricevano il profumo, si rompe il vasetto, che prima in Giudea era tenuto rigorosamente
chiuso. Si apre il vasetto, ripeto: come il chicco di grano non fa frutti se non è sepolto e marcisce in terra, così se
non viene aperto il vasetto di alabastro, non potremo essere unti (Jn 12,24).

"E glielo versò sul capo" (Mc 14,3). Questa donna che rompe il vasetto di alabastro e versa il profumo sul suo
capo, non è la stessa donna, di cui si parla in un altro Vangelo, che lavò i piedi del Signore (Lc 7,37). Quella, che
era una prostituta e una peccatrice, abbraccia soltanto i piedi; questa, quasi santa gli abbraccia il capo. Quella, come
prostituta, bagna con le sue lacrime i piedi del Salvatore e li asciuga con i capelli: sembra che lavi con le lacrime i
piedi del Signore, ma in realtà lava i suoi peccati. I sacerdoti e i farisei non baciano il Signore; invece questa donna
gli bacia i piedi. Fate anche voi così, voi che state per ricevere il battesimo, poiché tutti siamo sotto il peccato e
"nessuno è senza peccato, anche se la sua vita è durata un solo giorno" (Jb 14,4) "e contro i suoi angeli - ciascuno -
oppone qualcosa di perverso (Jb )". Fate anche voi così: dapprima abbracciate i piedi del Salvatore, lavateli con le
lacrime asciugateli con i capelli, e quando avrete fatto questo, innalzatevi alla sua testa.

Girolamo, Comment. in Marc., 10

2. Ad imitazione di Cristo, immoliamo noi stessi a Dio in sacrificio di lode


Saremo partecipi della Pasqua, ora ancora in figura, sia pure più chiaramente che nell‟antica legge (la Pasqua
legale: oso dire una figura di un‟altra figura, giuoco d‟ombre); ma un giorno, quando il Verbo berrà con noi il
calice nuovo nel regno del Padre, parteciperemo più perfettamente e con vista più chiara, perché allora il Verbo
mostrerà ciò che ora ci ha fatto vedere meno pienamente. Quale sia quella bevanda e visione noi possiamo farne
parola, ma lui deve dar la dottrina e insegnarla ai discepoli. La dottrina, infatti, è cibo di quello stesso che ci
alimenta. Suvvia, facciamoci partecipi della legge, ma in senso evangelico, non letterale, in un senso perfetto ed
eterno. Prendiamo per capitale non la terrena Gerusalemme, ma la città celeste; non quella, dico, che è percorsa da
eserciti, ma quella che è lodata dagli angeli. Sacrifichiamo non vitelli né agnelli che mostrano corna e unghie, cose
ormai senza senso; ma immoliamo a Dio, insieme ai cori celesti un sacrificio di lode. Attraversiamo il primo velo,
accostiamoci al secondo, guardiamo nel "Sancta sanctorum" e, dirò di più, immoliamo noi stessi a Dio;
immoliamoci ogni giorno, immoliamo tutti i nostri movimenti. Accettiamo tutto per amore del Verbo, imitiamo
attraverso le nostre passioni la Passione col nostro sangue onoriamo il Sangue, saliamo con decisione la croce. I
chiodi son dolci, anche se molto acerbi. È meglio soffrir con Cristo, che accompagnarsi agli altri nel piacere.

Se sei Simone Cireneo, prendi la croce e segui il Maestro. Se, come il ladro, sei appeso alla croce, da uomo
onesto, riconosci Dio: se lui per te e per i tuoi peccati è stato aggregato agli empi, tu, per lui, fatti giusto. Adora
colui che è stato per tua colpa sospeso a un legno; e, se tu stai appeso, ricava un vantaggio dalla tua malvagità,
compra la salvezza con la morte, entra in Paradiso con Gesù, per capire da quale altezza eri caduto. Contempla
quelle bellezze; lascia che il mormoratore muoia fuori con la sua bestemmia. Se sei Giuseppe d‟Arimatea, chiedi il
corpo a chi lo crocifisse, fai tuo il corpo che ha espiato i peccati del mondo. Se sei Nicodemo, quel notturno
ammiratore di Dio, ungilo con funebri unguenti. Se sei una Maria, o altra Maria, o Salome, o Giovanna versa
lagrime alla prima luce. Fa‟ in modo da poter vedere la tomba scoperchiata, o forse gli angeli, o perfino lo stesso
Gesù. Di‟ qualche cosa, sta‟ a sentire. Se dirà: - "Non mi toccare" tieniti lontana. Adora il Verbo, ma non piangere.
Egli sa da chi dev‟essere visto per primo. Celebra le primizie della risurrezione; va‟ incontro ad Eva, che cadde per
prima e per prima vide Cristo e avvertì i discepoli. Imita Pietro o Giovanni, corri al sepolcro, insieme e a gara, in
onesta emulazione. Se sarai primo, vinci in amore, non piegarti, guardando da fuori; entra. Se, come Tommaso
sarai lontano dal gruppo dei discepoli che videro il Risorto, dopo che l‟avrai visto anche tu, non rifiutar la tua fede.

Gregorio Nazianzeno, Oratio XLV, in Pascha, 23-25

3. Omelia per la Domenica delle Palme

Salendo nostro Signore Gesù Cristo verso Gerusalemme, sei giorni prima della sua Passione, una folla
numerosa, che si era adunata a Gerusalemme per celebrare la Pasqua secondo il precetto di Mosè, gli corse incontro
portando rami di palme (Jn 12,12-13), per proclamare con quel mezzo la sua vittoria, quasi si trattasse di un re
terreno del popolo d‟Israele. Per un costume antico, infatti, si suole donare una palma ai vincitori. Alcuni peraltro,
in quella stessa folla, spezzavano rami d‟albero (Mt 21,8), soprattutto di ulivo, accadendo la cosa nei pressi del
monte degli Ulivi, e li portavano dove occorreva, per stendere un tappeto sulla via del Signore che si avvicinava.
Da qui deriva l‟usanza della festa di portare in mano in questo giorno, cantando, rami di palma o d‟ulivo, e di
denominare detta festa «Rami di palma» o «Rami d‟ulivo».
Non è però privo di profondo significato il fatto di portare i rami di questi alberi. L‟ulivo, in effetti, che
contiene nel suo frutto di che curare dolori e fatiche, rappresenta le opere di misericordia - e misericordia in greco
si dice appunto "oleos".

Quanto alla palma, il suo tronco è rugoso, ma vanta al suo termine, cioè alla sua cima, una bellissima
acconciatura, mostrando così che dobbiamo elevarci passando per le asprezze di questa vita fino agli splendori della
patria celeste. Ecco perché anche David, il profeta salmista, canta a proposito del giusto: "Il giusto fiorirà come
palma" (Ps 91,13). Teniamo perciò in mano i rami d‟ulivo, mostrando nei nostri atti la misericordia. Prendiamo
anche rami di palma, in modo da attendere, come premio della misericordia, non terrene consolazioni, ma la
bellezza della patria di lassù, dove ci precede Cristo nostro Signore egli che è, secondo l‟affermazione
dell‟Apostolo, "il termine della legge, perché sia giustificato chiunque crede" (Rm 10,4).

Non trascuriamo poi il versetto del salmo che la folla cantava, applicandolo al Signore: Osanna nell‟alto dei
cieli, benedetto colui che viene nel nome del Signore, osanna nell‟alto dei cieli (Mt 21,9). La venuta del Signore
nella carne fu, in effetti, causa di salveza non solo per gli uomini sulla terra, ma anche per gli angeli in cielo,
poiché, mentre gli uomini sono salvati sulla terra, il numero degli angeli, diminuito con la caduta del diavolo, è
completato in cielo. "Osanna nell‟alto lei cieli" significa quindi: Salvaci, tu che sei anche la salvezza nei cieli. E
perché chiedevano tale salvezza con molta devozione, ripeterono quelle parole e dissero per la seconda volta:
Osanna nell‟alto dei cieli.

Che Cristo benedetto, Signore [nostro] vi accordi dunque di pervenire a quella salvezza, lui che viene nel
nome di Dio Padre, con il quale vive e regna, Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Anonimo IX sec., Sermo XI, in Ramis palmarum, 1-3

I DOMENICA DI PASQUA

94 Letture:

+Ac 10,34a. +Ac 10,37-43

+Col 3,1-4

+Mt 28,1-10

1. Siamo come Cristo!


Ieri s‟immolava l‟agnello e le porte venivano dipinte col sangue e tutto l‟Egitto pianse i suoi primogeniti, ma
noi restammo immuni, il sangue sulle porte ci salvò. Oggi lasciamo l‟Egitto, il suo Faraone e i suoi feroci prefetti;
lasciamo la fabbrica dei mattoni e nessuno ci può impedire di celebrare la festa della nostra liberazione, e
celebriamo "non nel vecchio fermento della malizia, ma negli azzimi della sincerità e della verità", poiché non
portiamo con noi niente dell‟empietà dell‟Egitto.

Ieri ero levato in croce con Cristo, oggi son glorificato con lui; ieri morivo con lui, oggi rivivo; ieri venivo
seppellito con lui, oggi risorgo. Offriamo, dunque, qualcosa a colui che per noi morì ed è risorto. Forse voi pensate
a oro, argento, tessuti, pietre lucide e preziose, tutta roba fragile e mutevole della terra, la maggior parte della quale
Š in possesso di un qualche schiavo delle cose terrene e di un qualche principe del mondo. Offriamo, invece, noi
stessi; questo è il possesso più prezioso per Iddio e il più degno di lui. Diamo all‟immagine ciò che conviene
all‟immagine, riconosciamo la nostra dignità, onoriamo il modello, comprendiamo la forza del mistero e il motivo
per cui Cristo Š morto.

Siamo come Cristo, perch‚ Cristo s‟è fatto come noi. Facciamoci dèi per lui, perché lui per noi s‟è fatto uomo.
Prese qualche cosa d‟inferiore, per darci qualche cosa di superiore. Si fece povero, perché diventassimo ricchi della
sua povertà. Prese la condizione di schiavo, perché noi fossimo liberati. Scese, perch‚ noi salissimo. Fu tentato,
perch‚ noi vincessimo. Fu vilipeso, per coprirci di gloria. Morì per dar salute a noi. Salì al cielo, per trarre con sè
quelli che giacevano nella caduta del peccato. Ciascuno dia tutto; tutto a colui che diede tutto se stesso come prezzo
del nostro riscatto; ma nessuno darà mai tanto, quanto darebbe se desse se stesso con l‟esatta comprensione di
questo mistero: farsi tutto per colui che s‟è fatto tutto per noi.

Gregorio Nazianzeno, Oratio I, in Pascha, 3-5

2. La Pasqua, onore della Trinità

È la Pasqua del Signore, Pasqua e ancora Pasqua in onore della Trinità. È per noi la festa delle feste e la
solennità delle solennità, tanto più grande di tutte le altre, non solo di quelle inventate dagli uomini, ma anche di
quelle che onorano Cristo tanto più grande, quanto il sole supera tutte le stelle. Fu certo splendida ieri la
processione della veste candida e delle luci (che facemmo tutti d‟ogni condizione, illuminando la notte con un gran
fuoco), celebrando quella gran luce, che, illuminando il mondo intero con la bellezza delle sue stelle, attraversa il
cielo, o Š luce soprannaturale, sia negli angeli, che dopo Dio è la prima lucida natura (da Dio, infatti, gli angeli
prendono splendore), sia nella stessa Trinità, dalla quale nasce ogni luce. Ma la festa di oggi è più bella e più
nobile. Quella di ieri era l‟alba della grande luce della risurrezione, quasi un assaggio. Oggi celebriamo proprio la
risurrezione, non nella speranza ma nella realtà, nell‟atto che richiama l‟attenzione di tutto il mondo. Doni ognuno
qualche cosa in questa circostanza, un piccolo o un grande dono, purché sia spirituale, gradito a Dio, proporzionato
alle forze di ciascuno. Neanche gli angeli, infatti, potrebbero offrire un dono adeguato; dico i primi, intelligenti e
puri spettatori e testimoni della gloria superna; se pure a questi è concessa una lode assoluta di Dio. Noi ci
metteremo le più belle parole che abbiamo e le più scelte; tanto più che vogliamo benedire il Verbo per il bene da
lui fatto a esseri dotati d‟intelligenza.
Gregorio Nazianzeno, Oratio II, in Pascha, 45, 2

3. Festa di Pasqua, festa della salvezza

Il vero riposo del Sabato, che fu benedetto da Dio, nel quale Dio si riposò dalla sua fatica, dopo aver spezzato
la potenza della morte del mondo, sta per finire e se ne va la grazia ch‟esso offrì agli occhi, alle orecchie, al cuore
attraverso tutte le cose che vedemmo, udimmo e ci riempirono di gioia. Dinanzi agli occhi durante la notte
tenemmo delle lampade, che ricordavano la colonna di fuoco. Le parole che sentimmo tutta la notte negli inni, nei
salmi, nei canti, scorrendo come un fiume di gioia, ci riempirono di ottima speranza. Il cuore poi, per tutto ciò che
si vedeva e si sentiva, aveva la sensazione di una letizia ineffabile, mentre attraverso le cose che si vedono, era
quasi condotto per mano a colui che non si vede. I beni di questo riposo, infatti, che sono garanzia di quelli cui
siamo destinati, sono un‟immagine di quei beni, che nessun occhio mai vide nè orecchio udì nè cuore umano mai
assaporò. Poiché dunque questa notte luminosa, mettendo insieme la luce delle lampade con quella dei raggi del
sole nascente, ha fatto un lunghissimo giorno continuo, senza nessuna interruzione di tenebre, cerchiamo di capire
la profezia che dice: "Questo è il giorno che ha fatto il Signore". Nel quale ciò che ci si propone di fare non è cosa
grave né difficile, ma gaudio, letizia, esultanza, poiché la Scrittura dice: "Esultiamo e godiamo in esso" (Ps 117,24).
O raro comando! O legge dolcissima! Chi non vorrà obbedire senza indugio e senza dilazioni a un tale ordine? Anzi
chi non riterrà un danno anche una piccola dilazione? La letizia e ciò che vien comandato e la tristezza si muta in
gioia, perché la condanna inflittaci per il peccato è stata abolita.

Questa è la parola sapiente, la dimenticanza e abolizione dei mali nel giorno della festa. Questo giorno ci ha
portato la dimenticanza della sentenza pronunziata contro di noi; rettifico, non dimenticanza, abolizione. Ha
distrutto, infatti, e raso ogni ricordo della primitiva condanna. Allora il parto era nel dolore ora si nasce senza
dolori. Allora nascemmo carne da carne, ora ciò che nasce è spirito da spirito. Allora eravamo figli degli uomini;
ora siamo figli di Dio. Allora dal cielo fummo relegati sulla terra; ora colui che è celeste, ha fatto anche noi celesti.
Allora attraverso il peccato regnava la morte; ora invece la giustizia, attraverso la vita, ha preso il comando. Allora
uno solo diede libero ingresso alla morte; adesso uno solo ha introdotto la vita. Allora a causa della morte uscimmo
dalla vita; ora la morte è distrutta dalla vita. Allora per la vergogna ci nascondemmo sotto un fico, ora ci
avviciniamo con gloria al legno della vita. Allora per la disobbedienza fummo cacciati dal paradiso; ora attraverso
la fede siamo introdotti nel paradiso. Ancora una volta ci è posta la scelta dell‟albero della vita. Un‟altra volta la
sorgente del paradiso distribuita in quattro fiumi evangelici irriga tutta la faccia della Chiesa, in modo che anche i
solchi delle nostre anime possano essere irrigati e si moltiplichino i semi della virtù. Che cosa faremo allora? Che
altro se non imitare i monti del Profeta? "I monti esultarono come cervi e i colli come agnelli" (Ps 113,4). Venite,
dunque, e benediciamo Dio che ha spezzato le forze del nemico e sulla rovina dell‟avversario ha innalzato per noi il
grande trofeo della croce. Evviva, è l‟acclamazione festosa dei vincitori contro i vinti. Poiché, dunque, è stato
sbaragliato l‟esercito nemico e lo stesso suo comandante è caduto, è stato distrutto e annientato, diciamo che Dio è
un signore grande e un gran re sopra tutta la terra, che ha colmato il ciclo della sua benevolenza e ci ha condotti a
questa danza dello spirito per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, al quale sia gloria in tutti i secoli. Amen.

Gregorio di Nissa, Oratio IV, in Pascha

4. Omelia per la santa Risurrezione del nostro Salvatore


Il pio coro delle donne amiche di Dio custodiva un legame d‟amore con il sepolcro del Maestro, esse
attendevano di veder risplendere di bel nuovo la Vita che sarebbe uscita da un "sepolcro tagliato nella roccia" (Lc
23,53). A queste donne in lacrime (Jn 20,11 20,13 20,15), due angeli luminosi (Jn 20,12 cf. Jn 20,12; Lc 24,4) e
abbaglianti come lampi di luce (Lc 24,4), davano il lieto annuncio. Con il loro aspetto radioso e sorridente,
mostravano che la Gioia del mondo era risuscitata, e rimproveravano le donne di pensare a torto che la Vita (Jn
11,25 cf. Jn 11,25; 14,6) potesse essere ancora nascosta nel sepolcro e di cercare colui che è vivo in mezzo ai morti
(Lc 24,5). Muovevano loro dei rimproveri e gridavano verso di loro: «"Perché cercate tra i morti colui che è vivo?"
(Lc 24,5). Fino a quando rimarrete così nell‟errore, a piangere? Fino a quando riterrete morto colui che è vivo e
dispensatore di vita? La Luce (Jn 8,12 cf. Jn 8,12; 1,4) è risorta, come aveva predetto, al terzo giorno (Mt 27,63). Il
sepolcro non ricopre più colui che aveva ricoperto la terra con il cielo (Gn 1,6-8). Egli non è più avvolto dalle fasce
(Lc 2,7-12); egli che con una sola parola ha sciolto i lacci della morte (Jn 11,43-44). Andate via gioiose, correte ad
annunciare agli apostoli la buona novella della Risurrezione». Queste donne dunque, portate per il loro sesso al
pessimismo e tuttora affezionate, per l‟amore che portavano a Dio, eccole consolate da un messaggio tanto
importante, trasmesso loro da angeli, e bastante a rasserenarle dal loro sconforto. Peraltro, oggi, i pastori della
grazia annunciano la buona novella alle chiese del Crocifisso sparse su tutta la terra, servendosi delle parole sacre
di Paolo, con le quali anch‟io, a mia volta, grido a voi nella letizia: "Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli
che si sono addormentati nella morte" (1Co 15,20). A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Dal beato Giovanni, vescovo di Beirut, per la Risurrezione del nostro Salvatore.

Jn da Beirut, Hom. in Pascha

II DOMENICA DI PASQUA

96 Letture:

+Ac 4,32-35

+1Jn 5,1-6

+Jn 20,19-31

1. Lo Spirito Santo e la remissione dei peccati

Disse loro [Gesù]: "La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch‟io mando voi" (Jn 20,21). Il che
vuol dire: Come il Padre, che è Dio, ha mandato me, che sono Dio, così anch‟io, in quanto uomo, mando voi,
uomini. Il Padre ha inviato il Figlio allorché ha deciso che egli si incarnasse per la redenzione del genere umano. Il
Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo tuttavia, pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il
Figlio invia gli apostoli che si è scelto; li manda non alle gioie del mondo, bensì verso le sofferenze di ogni genere,
così come egli stesso era stato inviato. Il Figlio è amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli,
del pari, sono amati da Cristo Signore, e nondimeno vengono da lui mandati nel mondo a soffrire. Perciò è detto:
"Come il Padre ha mandato me, anch‟io mando voi". Come dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale
sono amato dal Padre, anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in mezzo agli
scandali dei persecutori.

Per altro, la formula "essere inviato" può anche essere intesa in rapporto alla natura divina. È detto, in effetti,
che il Figlio è mandato dal Padre, in quanto è da lui generato. E di ciò è prova il fatto che anche dello Spirito Santo,
uguale in tutto al Padre e al Figlio, e che tuttavia non si è mai incarnato, è detto che è stato inviato dal Figlio, nel
passo di Giovanni: "Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre" (Jn 15,26). Se però l‟essere inviato
fosse sinonimo semplicemente di incarnarsi, in nessun modo si potrebbe dire che lo Spirito Santo è stato mandato,
perché mai si è incarnato. Invece la sua missione [dello Spirito Santo] è la sua stessa processione, per la quale egli
procede dal Padre e dal Figlio Per cui, come è detto che lo Spirito Santo è mandato, in quanto procede, così è
conseguente affermare che il Figlio è mandato in quanto è generato.

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