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SANTAMBROGIO

Opere esegetiche II/II


ABRAMO

introduzione, traduzione, note e indici


di
Franco Gori

Milano Roma
Biblioteca Ambrosiana Città Nuova Editrice
1984
INTRODUZIONE

Cenni generali

N el De A braham A m brogio offre di sé u n ’im m agine forse più


com pleta che in qualsiasi altra singola opera. T rattando di un
m edesim o soggetto, egli m ostra la sua ben nota inclinazione alla
predicazione m orale e dà prova delle sue doti di grande esegeta
detta Sacra Scrittura.
Sull'autenticità non esiste alcun dubbio. I due libri del De
A braham certam ente sono com presi da Cassiodoro fra i sette cono­
sciuti con il titolo De p atria rch is 1 e degli stessi si fa esplìcita m en­
zione nel De Io s e p h 2.
Come p er la m aggior parte delle altre opere am brosiane, il
problem a della datazione rim ane insoluto e fra gli studiosi sem ­
bra essersi diffusa in proposito una certa rassegnazione. In effetti
la ricerca di p u n ti di riferim ento esterni è stata finora infruttuosa
e il tentativo d i utilizzare gli elem enti offerti dalla lettura del­
l’opera non ha dato risu ltati precisi, anche perché si è scontrato
con l’incertezza che circonda quasi tu tta la produzione del Vesco­
vo milanese. In Abr. I I 1, 1 3 si rinvia a De p arad iso 2, 11, la cut
com posizione risale al periodo im m ediatam ente successivo all'ele­
zione episcopale e perciò è situata nel 375 o, al più tardi, nel 377.
I l riferim en to di Abr. / 5, 3 3 4 a De excessu fra tris I I 96 potrebbe
m eglio precisare il term ine p o st quem se fo ssim o certi che l’ora­
zione fu n eb re è stata pronunciata, o p iu tto sto redatta, nel feb ­
braio del 378, m a n em m eno questa data è s ic u r a 5. Scartata l'ipo­

1 C ass., inst. diu. litt. 1 (ed. Mynors): item sanctus Ambrosius de patriar­
chis septem libros edidit.
2 Ioseph 1, 1 (CSEL XXXII/2, p. 73, 5-9): de quibus [se. Abraham, Isaac,
lacob] cum frequens tractatus fuerit, hodie sancti Ioseph historia occurrit...
iustum est igitur ut, cum in Abraham didiceritis impigram fidei deuotionem...
3 Maxime cum iam in Adam intellectus profundioris exordia degustari-
mus.
4 Ambrogio accenna rapidam ente all’interpretazione trinitaria di Gen 18, 2
e subito aggiunge: haec alibi plenius.
5 La datazione più tarda (378) di exc. fr. è proposta da O. F aller , S. Am ­
brosii Opera, pars VII, Vindobonae 1955 (CSEL LXXIII) p. 88* ed è condivisa da
A. P aredi, Sant'Ambrogio e la sua età, Milano I9602, pp. 531 e 540; cf. anche
M. I h m , Studia Ambrosiana, in « Jahrbucher fiir class. Philol. », Suppl., 17
(1889), p. 37. Per il febbraio 375 si è espresso, invece, J.-R. P alanque , Saint
Ambroise et l'empire romain, Paris 1933, pp. 488493; cf. anche F .H . D udden ,
The Life and Times of St. Ambrose, II, Oxford 1935, p. 711.
10 INTRODUZIONE

tesi dei M aurini che, senza alcun plausibile fondam ento, hanno
suggerito Vanno 3876, gli stu d io si m oderni inclinano ad accettare
l’opinione di J.-R. Palanque che, p u r consapevole della m ancanza
d i solidi argom enti, indica p er la com posizione del De A braham
gli anni 382-3837. L ’uso sistem atico di Filone (nel secondo libro)
e l’influsso di concezioni filosofiche stoiche fanno ritenere che l’ope­
ra sia da accostare ai p rim i scritti eseg etici8.
Quanto all'argom ento, il secondo libro appare a prim a vista
com e u n duplicato del prim o, m a per quanto riguarda il m etodo
esegetico, il con ten u to dottrinale, i destinatari e probabilm ente,
com e vedrem o, anche la fonte, i due libri sono prófondam ente
diversi.

Il p rim o libro

Il prim o è co stitu ito da s e r m o n i9 che, se pure hanno subito


qualche ritocco al m o m en to della pubblicazione 10, m ostrano chia­
ram ente i segni dell’esposizione orale rivolta ai ca te c u m e n i11. Ha
per soggetto la vita di Abram o, dalla vocazione alla m orte. L ’im po­
stazione rispecchia la personale inclinazione del V escovo m ila­
nese per l’a ttività pastorale ed è determ inata dall'opportunità peda­
gogica di offrire un m odello di vita cristiana ai candidati al batte­

6 I . K ellner , Der heilige Ambrosius als Erklàrer des alteri Testamentes,


Ratisbonae 1893, p. 98, indica il periodo pasquale dello stesso anno; cf. anche
W . W ilbrand , Zur Chronologie einiger Schriften des heil. Ambrosius, in
« Historisches Jahrbuch der Gòrres-Gesellschaft », 41 (1921), p. 6 (tra il 387
e il 389); per lo stesso periodo si pronuncia K. S c h en k l , CSEL XXXII/1, p. XII.
7 J.-R. P alanque , Saint Ambroise..., pp. 509 s.: la mancanza nell’opera di
allusioni a difficoltà e problem i del momento (frequenti negli altri trattati)
induce a pensare a un periodo di tranquillità nell’im pero, come quello im­
m ediatam ente precedente la m orte di Graziano avvenuta nel 383.
8 La distinzione in due periodi della produzione am brosiana è di E. D ass -
m a n n , Die Fròmmigkeit des Kirchenvater Ambrosius von Mailand, Miinster
(Westfalen) 1965, trad. it., a cui mi riferisco: La sobria ebbrezza dello spirito,
Varese 1975, pp. 21 s. Lo studioso indica tre fattori che caratterizzano il
passaggio dagli scritti giovanili a quelli più tardi: « l’apertura di Ambrogio
a Origene, la scoperta del Cantico dei Cantici e il confronto con il neopla­
tonismo » (ibid.); a proposito del De Abraham scrive: «Aspetti formali e
contenutistici rim andano chiaram ente al prim o periodo » (ibid., p. 28). Biso­
gna però osservare che il quadro delineato dal Dassmann è, forse, eccessi­
vamente schematico. In particolare si dubita che Abr. I dipenda da Filone
(si veda più oltre). Per la cronologia si veda anche F.H. D udden , The Life...,
p. 682.
9 Data la sua notevole estensione è difficile che il libro sia Costituito da
un unico sermone. J.-R. P alanque, Saint Ambroise..., p. 440, pensa che le
prediche siano almeno due e individua l’inizio della seconda nella frase
iniziale del § 32: Diximus de Abrahae deuotione ac de fide, de prudentia
iustitia charitate castimonia: nunc de hospitalitate dicamus.
10 È evidentemente u n ’aggiunta redazionale l’espressione iniziale: Abra­
ham libri huius titulus est (I 1, 1).
11 Cf. I 4, 23: quoniam cum his sermo est qui ad gratiam baptismatis
nomen dederunt; I 4, 25: sed et uos moneo, uiri, maxime qui ad gratiam
baptismatis tenditis; I 9, 89: fortasse audientes haec, filiae, quae ad gratiam
dom ini tenditis.
INTRODUZIONE 11

sim o l2. L ’esegesi, perciò, si m antiene costantem ente e volutam en­


te sul piano m orale e parenetico e l’esposizione vuol essere sem pli­
ce. Il co m m en to di Gen 12, 1 - 25, 8 è pressoché sistem atico: dei
versetti non citati alcuni sono riferiti sinteticam ente, altri sono
richiam ati p er allusione, i pochi trascurati sono quelli che m eno
si adattavano all'orientam ento preannunciato e giustificato nel
proem io l3. A m brogio prende a esem pio la R epubblica di Platone
e la Ciropedia d i Sen o fo n te — ai quali però non risparm ia osser­
vazioni polem iche — p er spiegare che egli intende delineare, se­
guendo l’insegnam ento della Sacra Scrittura, l’ideale cristiano, una
sorta di « Ciropedia » cristiana per i suoi discepoli. A bram o è con­
siderato nel suo interiore dinam ism o di uom o devoto a Dio. Il
term ine di riferim en to del progresso spirituale del patriarca è il
suo peregrinare terreno. Dal paganesim o e dalla superstizione dei
Caldei avanza, in un cam m ino faticoso m a continuo, verso Dio.
Le tappe di questo viaggio di perfezione sono le virtù I4. La deuotio,
intesa com e obbediente e fiduciosa adesione a Dio, è la v irtù fon­
dam entale che caratterizza fo rtem en te la personalità di Abram o 15.
Egli ne dà prova nelVeseguire prontam ente il com andam ento di
Dio quando gli viene ordinato di abbandonare la sua terra e la casa
paterna. Perciò anticipa coi fa tti la m assim a dei sette sapienti:
étou tì’ey (« segui Dio » ) 16. Il viaggio in E gitto e il com portam ento
del patriarca in quella terra dom inata dal vizio sono altri esem pi
di d e v o zio n e17. In stretta connessione con la prim a delle virtù
sono la f e d e 18 (A bram o credette che Cristo si sarebbe incarnato
nella sua discendenza) e l’o b b ed ien za 19 (A bram o era disposto a
sacrificare il figlio Isacco per obbedire a Dio). Altre virtù — e
fra queste alcune che p o trem m o definire sociali — sono: la sag­
gezza di A bram o nella spartizione del p a trim o n io 20, il suo disin­
teresse e la sua abnegazione nel soccorrere e liberare dalla schia­
vitù il nipote L o th 21, l’o sp ita lità 22. L ’insegnam ento m orale tiene
conto delle abitudini degli uditori, perciò il co m m ento si arric­

12 S u l l a c a te c h e s i m o r a l e a i c a te c u m e n i s i v e d a n o V. M o n a c h in o , S . Ambro­
gio e la cura pastorale a Milano nel secolo IV , M ila n o 1973, p p . 63-68;
B . P a ro d i, La catechesi di Sant’Ambrogio. Studio di pedagogia pastorale,
G e n o v a 1957, p p . 98-109: « P o s s ia m o q u i n d i s e r v ir c i d i q u e s t o lib ro p e r
c o n o s c e r e l a t r a m a d e l p e n s i e r o f o r m a ti v o - d i d a t tic o , s u c u i A m b r o g io sv o l­
g e v a a b i t u a l m e n t e la s u a c a te c h e s i m o r a le » (ibid., p . 100).
13 Cf. I 1, 1-2.
14 Cf. I 3, 10: primas igitur sibi partes iusto ordine uindicauit deuotio.
Videamus et ceterarum uirtutum gratia; I 5, 32 (l.c. alla nota 9).
15 Cf. I 2, 3: ea enim uirtus [se. deuotio] ordine prima est, quae est fun­
dam entum ceterarum; Ioseph 1, 1: cum in Abraham didiceritis impigram
fidei deuotionem...
i« Cf. I 2, 4.
17 Cf. I 2, 6-9.
i» Cf. I 3,20 - 4,31.
i» Cf. I 8, 66-79.
20 Cf. I 3, 11-14 (ibid., 11: ipsa quoque cuiusmodi esse debeat diuisio
patriarcha edocet).
21 Cf. I 3, 15-19.
22 Cf. I 5, 32.
12 INTRODUZIONE

chisce di riferim en ti alla vita concreta, di pratiche e, a volte, m inu­


te esem plificazioni in fo rm a dialogica23.
In particolare rilievo, sem pre in Abr. I, sono poste le virtù
che riguardano la vita m atrim oniale. L ’uditorio doveva essere for­
m ato p er lo più da giovani, considerato che diversi paragrafi con­
tengono una vera e propria catechesi preparatoria al m a trim o n io 24.
A m brogio vede nella decadente morale della fine del I V secolo, da
cui era inform ata la m entalità com une, un ostacolo da affrontare
con grande vigore p er stabilire nella coscienza dei catecum eni net­
ti confini fra lecito e illecito, specialm ente in tem a di vita m atri­
moniale. Al vuoto m orale si accom pagnava in quel periódo di tran­
sizione u n certo disorientam ento dovuto alla contraddizione fra
la perm issività della norm ativa giuridica pagana e la dottrina m o­
rale cristiana che gradualm ente accresceva la sua influenza. L ’at­
teggiam ento del nostro A utore di fro n te al diritto m atrim oniale e
fam iliare rom ano è analogo, com e vedrem o, a quello che egli assu­
m e verso la filosofia pagana: si avvale di quanto ritiene conciliabi­
le con la visione m orale cristiana, respinge o corregge ciò che è
contrario. L ’adulterio e il concubinato sono i vizi più frequente­
m ente b o lla ti25. Il divorzio è assim ilato all’adulterio, m a è giudica­
to d elitto ancor più g ra v e26. È significativo il fa tto che diversi sono
i passi del De A braham inseriti nel D ecretum G ra tia n i27.

Il secondo libro

Il soggetto del secondo libro è ancora la vita di Abram o, dalla


vocazione alla prom essa del figlio Isacco (Gen 12,1 - 17,21). Sono
om essi l’episodio della cacciata di Agar e della nascita di Ism aele
e qualche altro versetto. Fin dalle prim e b a ttu te A m brogio indica
chiaram ente quale sarà l’im postazione del secondo tr a tta to M. Lo

23 Cf. I 5, 41: Abraham stabat et tu prim am accubitationis partem occu­


pas; I 7, 63: le donne sono esortate ad allattare i propri figli.
24 Cf. I 2, 6: le qualità della sposa; I 9, 84: condizioni per un buon
matrimonio; I 9, 91: consigli per il fidanzamento.
25 Cf. 1 2, 7: condanna del concubinato; I 2, 8: anche certi animali osser­
vano la fedeltà nell'accoppiamento; I 3, 19: dal concubinato nascono figli
che non possono ereditare; I 4, 23: l’adulterio di chi è ancora pagano è
scusabile, m a inammissibile per chi è stato catechizzato e divenuto cristiano;
I 4, 25: contro la m entalità e il costume del tempo, tollerati dal diritto rom a­
no, Ambrogio afferma che m arito e moglie, allo stesso modo, sono tenuti ad
osservare la fedeltà e la castità matrimoniale; I 7, 59: aduertimus adulterium
diuino iudicio m orte puniri; l’adulterio — dell’uomo come della donna —,
il divorzio, ogni unione fra uomo e donna al di fuori del m atrim onio legit­
tim o sono delitti contro il ius coniugii, sono grave peccato contro Dio;
I 7, 65: con straordinaria fermezza sono difesi l’unità del m atrim onio e i
diritti dei figli legittimi (cf. anche I 4, 26).
26 Cf. I 7, 59: non licet tibi uxore uiuente uxorem ducere. Nam et aliam
quaerere, cum habeas tuam, crimen est adulterii hoc grauius...
27 Sugli excerpta di Ambrogio nel Decretum Gratiani si veda J. G au -
d em et , L’apport de la patristique latine au Décret de Gratien en matière de
mariage, in « S tudia Gratiana », 2 (1954), pp. 48-71.
» Cf. II 1, 1.
INTRODUZIONE 13

scopo del proem io non è solo quello di m ettere sull'avviso il letto­


re del nuovo orientam ento, m a anche quello di sostenere una cer­
ta continuità e unità del tutto. Ma il satto è evidente. È m essa da
parte la trattazione m oralis sim plex per referre a d altio ra sensum .
Ciò significa non solo esegesi allegorica, m a più frequente e am pio
inserim ento d i tem atiche filosofiche. Abram o, da m odello di quel­
le virtù che ogni cristiano deve quotidianam ente praticare, diven­
ta sim bolo della m ens, cioè della parte razionale dell'uom o. Dicia­
m o su b ito che non si tratta, evidentem ente, di un orientam ento
razionalistico e n em m en o di acritica assunzione della term inologia
filosofica greca. Certi term ini: m ens (voù'J, rationalibilis/inra-
tionabilis (Xoyixòq/akoyoq ecc., sono, alm eno in parte, svuotati
del loro significato originario corrispondente a pure categorie filo­
sofiche e arricchiti d i connotazioni sem antiche proprie del pensie­
ro neotestam entario e p a tristic o N. Cosi la polisem ia della parola,
che non è am biguità, fu nge da cerniera, ove filosofia e pensiero cri­
stiano si incontrano e nello stesso tem po si distinguono o, com e
spesso accade, si respingono M. Come m ens prende il posto della
nozione paolina di spiritu s, che pure Am brogio dim ostra di cono­
scere, cosi il concetto — o è più esatto parlare di espressione ver­
bale? — d i u ir sapiens (aoyòq) sostituisce quello di u ir perfec­
tus fàvfjp-céXeioq), assai p iù com une nella tradizione cristiana an-
tic a 31. D unque l'uscita di A bram o da Charra e il suo peregrinare
di regione in regione significano progressivo distacco dall’irrazio­
nalità, cioè dal corpo dai sensi dalle passioni, e ascesa verso la
perfezione rappresentata dalla sapienza. Ma non tu tto il libro è
facilm ente riconducibile a queste linee di fondo, che sostengono
una certa unità di pensiero fino, grosso m odo, al paragrafo 44.
In seguito Am brogio prosegue in m odo più discontinuo. Ciò è do­

29 Cf. W. S e ib e l , Fleisch und Geist beim heiligen Ambrosius, Miinchen 1958,


p. 30, nota 121: « Zum Verstandnis der Begriffe "rationabile” und "inrationa-
bile” muss beachtet werden, dass es sich um keine rein philosophisch zu ver-
stehende Begriffe handelt. Sie sind im m er a u c h religiòs gemeint. "Ratio­
nabile” besagt daher nicht n u r die verniinftige Anlage der Seele, sondem
auch die durch Christus erlangte wahre Heilserkenntnis im Glauben, und
"inrationabile” hat im m er auch einen Bezug auf die siindige Seele, die die
wahre, im Glauben gegriindete Erkenntnisfàhigkeit eingebiisst hat ».
30 Perciò l’equivalenza mens = spiritus, che qualche studioso sembra
supporre, è una semplificazione di comodo da evitare, a meno che non ci si
riferisca a luoghi precisi ove Ambrogio con m ens intende la mens spiritalis;
S . S tenger , Das Fròmmigkeitsbild des hi. Ambrosius nach seìnen Schriften
De Abraham, De Isaac und De bono m ortis, Inaugural-Dissertation, Tiibingen
1947, usa di solito la parola « Geist », presumibilmente perché la lingua
tedesca non gli offriva altra possibilità, ma avrebbe fatto bene a dedicare
qualche considerazione al problema, come puntualm ente fa W. S e ib e l , Fleisch
und Geist..., p. 176, nota 131: « Ambrosius unterscheidet klar zwischen "m ens”
und "spiritus"... daher sind beide Worte schlecht genau ins Deutsche zu
iibersetzen. Beide miissten m it "Geist" wiedergegeben werden, obwohl sie
verschiedenes bedeuten ».
31 Sull'uso di àvVip TÉXeiog si vedano, per il N.T., A. S chm oller , Hand-
konkordanz zum griechischen Neuen Testam ent, S tuttgart 19732, s. u. TÉXeiog
e, p er la patristica, G.W.H. Lampe, A Patristic Greek Lexicon, Oxford 1961,
s. u. TéXeioj.
14 INTRODUZIONE

vuto all'influsso del m o d e llo 32 che il nostro A utore segue, alm eno
esteriorm ente, in m odo pedissequo. Ma, se in Filone la fra m m en ta ­
rietà aveva una giustificazione net genere letterario delle quaestio­
nes, in A m brogio appare m eno sopportabile. La lettura è resa ancor
più faticosa da alcune difficoltà e oscurità del testo. In più di un
luogo p er com prendere lo sviluppo incerto ed ellittico dei pensieri
di Am brogio bisogna ricorrere al corrispondente passo di Filone.
Sem bra, dunque, inverosim ile che anche Abr. I I sia form ato da
s e r m o n i33, p u r supponendo che siano sta ti pronunciati di fronte
a un pubblico più preparato. S i dovrebbe pensare che l'eventuale
rielaborazione dell’esposizione orale in vista della pubblicazione
sia stata cosi radicale da non lasciare indizi dell’originale carat­
tere oratorio. D iversam ente da Abr. I, non vi è alcun riferim ento
all’uditorio. Del resto che Abr. I I sia di non facile lettura è dim o­
strato anche dalla tradizione m anoscritta, che è povera per entram ­
bi i libri, m a ancor più ristretta per il secondo M.
Sono num erosi i passi della Genesi ai quali è applicata la du­
plice interpretazione: quella m orale nel prim o libro, quella alle­
gorica o m istica nel se c o n d o 3S. Scegliam o com e esem pio Gen 13, 8 s.
In I 3, 10 la decisione di A bram o di separarsi da L oth è giudicata,
so tto il profilo um ano, com e una scelta opportuna e perciò è propo­
sta agli uditori con quel giudizioso tono pedagogico caratteristico
della predicazione am brosiana, com e p u n to di riferim en to p er la
loro condotta ( nonne m elius est em igrare cum g ra tia q u am coha­
b ita re cum d isco rd ia?). In I I 6, 32 it centro di interesse non è la
vita, m a la natura d ell’uom o: l’interpretazione diventa filosofica.
Abram o e L o th rappresentano rispettivam ente la razionalità e
l’irrazionalità, due elem enti co stitu tivi dell’uom o, m a anche anta­
gonisti fra loro ("sic et m ens bona a praecipiti et dem erso inratio-

32 Le Quaestiones in Genesim di Filone, di cui si parlerà più oltre.


33 È l’opinione di K. S c h e n k l, CSEL XXXII/1, p. XXVI; cf. anche G. M a-
d e c , Saint Ambroise et la philosophie, Paris 1974, p. 55, nota 176, m entre J.-R.
P a la n q u e , Saint Ambroise..., p. 44, ritiene che Abr. II sia un trattato : « Aucu-
ne indication de style parlé ne vient interrom pre cette dissertation parti-
culièrem ent abstruse, encomblée de discussions étymologiques, remplie de
citations grecques que l'auteur ne traduit pas imm édiatement ». Penso che
l’osservazione di H. S av o n , Saint Ambroise devant l’exégèse de Philon le
Juif, I, Paris 1977, p. 9, riferita in generale ai tra tta ti esegetici di Ambrogio,
valga a maggior ragione per Abr. II: « On saisirait mieux l'unité qui se
cache derrière cette diversité quelque peu paradoxale si l’on pouvait entre-
voir par quelles démarches et dans quelle intention ont été créées ces
oeuvres souvent déconcertantes et pour lesquelles nous avons parfois du
mal à imaginer un public ». Per Abr. II cosi si esprim e A. D e Vivo, Nota ad
Ambrogio, « De Abraham » I, 2, 4, in Ambrosius Episcopus. Atti del Con­
gresso intem azionale di studi ambrosiani..., Milano 1976, p. 242: « Il pubbli­
co non è più l’eterogenea com unità dei fedeli che accorre in chiesa, m a pre­
sumibilmente quella minoranza, culturalm ente qualificata, cui è lim itata la
circolazione dei testi scritti ».
* Cf. K. S c h en k l , CSEL XXXII/1, p. LXVII.
35 II metodo esegetico largam ente dominante nel secondo libro è quello
allegorico in senso ampio, già applicato da Filone; l’interpretazione mistica
— cioè lettura del testo sacro in rapporto al m istero di Cristo, alla Chie­
sa e alle grandi verità della fede — è meno frequente.
INTRODUZIONE 15

nabilium lapsu secern at se ac separet,). La separazione di A bram o


da L oth significa, dunque, che l’uom o razionale e spirituale si libe­
ra dall’attrattiva delle cose sensibili e m a teria li36.

Le fonti

Il p rim o libro del De A braham , dovendosi adeguare alle e


genze della catechesi m oralis e t sim p le x 37, è certam ente il più
am brosiano dei due. E sso si distingue dal secondo anche p e r quan­
to riguarda la fonte. O vviam ente la p rim a ipotesi da controllare
è quella di un'influenza di Filone. Il grande com m entatore ales­
sandrino dei libri del Pentateuco, già letto e am piam ente utilizzato
da Am brogio nei p recedenti scritti, non poteva non lasciare trac­
ce di sé in questo co m m ento della Genesi. Ma — questo è il p u n ­
to — è possibile identificare una precisa opera di Filone com e m o­
dello di Abr. I? La ricerca di un preciso m odello è m etodologica­
m ente giustificata dal m odo di procedere di Am brogio nell’utiliz­
zazione delle fonti. Come più volte è stato osservato, negli scritti
esegetici e particolarm ente in quelli filoniani il nostro A utore sce­
glie di volta in volta un unico e ben preciso m odello per seguirlo
sistem aticam ente com e canovaccio38 da m odificare e adattare alle
proprie finalità. Quando i trattati di Filone utilizzati sono più di

w Passi come questo (cf. anche II 8, 46; 8, 51;) possono fa r credere che
l'ideale proposto da Ambrogio sia quello di una netta separazione fra ratio­
nabile e inrationabile. Si pone dunque il problem a di tracce dualistiche in
Ambrogio? Non è possibile affrontare questo argomento lim itando l’indagi­
ne al De Abraham, perciò rinvio allo studio specifico di W. S e ib e l , Fleisch
und Geist...; alcune indicazioni si possono trarre anche da E. D a ssm a n n , La
sobria ebbrezza..., pp. 30-36 e 65-68; per il De Abraham si veda S . S tenger ,
Dos Frómmigkeitsbild..., pp. 23 ss. Qui basterà ricordare che non sempre
Ambrogio descrive il dissidio fra parte razionale e irrazionale come u n ’an­
titesi incomponibile. Frequentem ente egli indica qual è l’esito della lotta fra
i due antagonisti: la m ente saggia domina e governa il corpo i sensi le
passioni (cf. II 5, 19-20: m erito diues quia regebat sensus inrationabiles;
II 10, 77; II 11, 79); Cristo ha operato perché il cristiano possa com porre
questo naturale contrasto in un ordine armonico (II 6, 27-28). Particolarmen­
te illum inante è l’espressione che troviamo nel meno filosofico Abr. I (4, 26):
iam enim non ex parte, sed totus homo saluatur in corpore, saluatur in
anima. La divergenza fra i diversi passi — che non può essere negata —
dipende forse dalla mancanza di organicità in quest’opera e anche dal­
l’influenza della fonte che non è uniform em ente continua e che Ambrogio
non sempre filtra con attenzione alla coerenza del proprio testo. D’altra
p arte la separazione da tu tto ciò che è terreno è, a volte, volutamente sot­
tolineata per esprim ere con più efficacia il sacrifìcio che esige lo slancio
ascetico della m ens verso la perfezione e la sfera dello spirito (cf. II 8, 56).
37 Cf. I 1, 1.
38 È il cosiddetto « Einquellensistem »: cf. H. L e w y , Neue Philontexte in
der Vberarbeitung des Ambrosius. M it einem Anhang: Neu gefundene grie-
chische Philonfragmente, Sitzungsberichte der Preussischen Akademie der
Wissenschaften, philos.-historische Klasse, Berlin 1932, pp. 25 s.; E. L u c c h e s i ,
L ’usage de Philon dans l'oeuvre exégétique de saint Ambroise. Une « Quellen-
forschung » relative aux commentaires d'Ambroise sur la Genèse..., Leiden
1977, p. 53.
16 INTRODUZIONE

u n o 39, lo sono consecutivam ente: non si costata mai, cioè, sovrap­


posizione o m escolanza d i m odelli diversi. Ora nell’apparato del­
l’edizione di K. S ch e n kl troviam o una ventina di riferim en ti a
Filone. Al riguardo si deve osservare che sono troppo pochi, con­
siderata l’am piezza d i Abr. I, che rinviano a luoghi diversi di più
trattati, che la m aggior parte dei riferim enti riguarda l’interpre­
tazione dei n o m i eb ra ici40. La certezza di q uesti rinvìi è, del resto,
posta in dubbio dallo stesso editore, cui non è sfuggita la tendenza
di Filone a ripetersi freq u en tem en te nei diversi tr a tta ti41. H.
L e w y 42 ha creduto d i identificare la fo n te di Abr. I nelle Q uaes­
tiones in Genesim d i Filone; precisam ente: Abr. 1 1 , 1 -A , 22 dipen­
derebbe da una parte p erd uta delle Q u aestio n es43 situata origina­
riam ente fra i libri I I e II I, che sono conservati in una versione
armena**, m en tre i paragrafi successivi (da 23 in poi) corrispon­
derebbero ai libri I I I e I V delle stesse Q uaestiones armene. A
questa convinzione il L ew y è stato probabilm ente indotto dalla
considerazione che Abr. I I dipende senza alcun dubbio da quaest.
in Gen. e che Abr. I e Abr. I l hanno, com e si è detto, m o lti passi
paralleli. Ma è la notevole diversità di m e to d o esegetico — inter­
pretazione dei n o m i a parte — che rende problem atica la suppo­
sizione di una m edesim a fonte; né il co ntenuto nel suo insiem e
può essere assim ilato al pensiero di F ilo n e45. La tesi non può
essere a cc o lta 46, anche perché le tracce d i quaest. in Gen. III-IV in

39 Come nel caso di De Cain et Abel; cf. E. L u c c h e s i , L’usage de Philon...,


pp. 31 ss.
40 Si è anche pensato che Ambrogio per l'interpretazione dei nomi abbia
usato un onomastico fra i tanti che circolavano in quel tempo; cf. P . W end -
land , II, p. XIII, in L. C oh n - P . W endland , Philonis Alexandrini opera quae
supersunt, I-VII, Berolini 1896-1930; W. W ilbrand , Die Deutungen des bibli-
schen Eigennamen beim hi. Ambrosius, in « Biblische Zeitschrift », 10 (1912),
pp. 337-350; F. W u t z , Onomastica sacra. Untersuchungen zum « Liber inter­
pretationis nom inum Hebraicorum » des hl. Hieronymus, TU 41, 1-2, Leipzig
1914-1915; L.F. P izzolato , La dottrina esegetica di sant'Ambrogio, Milano
1978, p. 278.
41 Cf. K . S c h en k l , CSEL XXXII/1, p. XV, nota 1: cum Philo saepius binis
uel etiam pluribus locis easdem res tractauerit, nonnum quam sane dubitari
potest quem locum re uera respexerit. Pertanto ai riferim enti dello Schenkl
se ne possono aggiungere altri. L'incertezza non annulla, tuttavia, la loro
validità, nel senso che essi dim ostrano che certe corrispondenze fra Abr. I
e Filone non possono essere casuali. Ciò che non si può dedurre è la dipen­
denza diretta.
42 H. L e w y , Neue Philontexte..., pp. 23 ss .
43 Le quaestiones perdute riguardavano Gen 10,10 - 15,6; Abr. I inizia il
commento da Gen 12, 1.
44 J.B. A u c h er , Philonis Judaei paralipomena Armena, libri uidelicet
quattuor in Genesim, libri duo in Exodum etc. opera hactenus inedita ex
Armena uersione etc. nunc prim um in Latinum fideliter translata per...,
Venetiis 1826.
45 Per esempio, la rappresentazione di Abramo nella sua um ana fragilità
non trova rispondenza nelle opere deH’Alessandrino; cf. I 2, 5: uide quomodo
promisso tam quam frequenti inualidum adhuc inform et; I 3, 12: in principio
et ipse im perfectior; I 4, 22: non superioris cuiusdam naturae ac substantia
fu it Abraham, sed unus e numero et fragilitate uniuersorum hominum.
46 Cf. E. L u c c h e s i , L ’usage de Philon..., p. 47, nota 4. Bisogna però rico­
noscere al Lewy il m erito di aver indicato la parte perduta di quaest. in Gen.
come fonte di Abr. II 1,1 - 8, 48 ( = Gen 12,1 - 15,6).
INTRODUZIONE 17

Abr. I 4, 23 ss. sono, rare e ben lungi dal dim ostrare una dipenden­
za diretta. Se scorriam o l'apparato di K. Schenkl, troviam o che i
riferim en ti a quaest. in Gen. III-IV non sono più num erosi né
significativi d i quelli ad altre singole opere di F ilo n e47. R ecente­
m ente gli uni e gli altri sono sta ti rim essi in discussione da E.
L u cch e si48. Allo stato attuale delle ricerche il problem a della fo n te
di Abr. I non può essere considerato definitivam ente risolto. M eri­
ta tuttavia a tten ta considerazione la tesi difesa nel già ricordato
lavoro d i E. L u cch e si49. A m brogio avrebbe seguito non Filone, ma
una fo n te interm edia: te cosiddette Omelie m istiche di Origene.
Una fo n te cristiana, quindi, com e sem bra richiedere il tenore del­
l’esegesi di Abr. I. P urtroppo le Omelie m istiche sono perdute e
l’ipotesi d ifficilm ente potrà trovare una sicura c o n fe rm a 50. I n ogni
caso alla luce di questo studio acquistano maggiore rilevanza i
riferim en ti a Origene suggeriti da H. L ew y* \ che li considerava
solo com e u tili tracce p er risalire alle Q uaestiones di Filone.
Il secondo libro del De A braham è chiaram ente filoniano, non
solo p er il carattere dell’esegesi m a anche per la stru ttu ra della
com posizione. In altre parole rispecchia nel m etodo, nel contenuto
e nell'ordine interno le quaest. in Gen. di Filone. A m brogio pren­
de in considerazione Gen 12-17, m en tre nella versione arm ena di
quaest. in Gen. m anca il co m m ento di Gen 10, 10 - 15, 6, perché,
com e è stato detto, è perduto. Perciò il parallelism o può essere
controllato solo a partire dal co m m en to di Gen 15, 7, corrispon­
dente p er A m brogio a Abr. I I 8, 49, p er Filone a quaest. in Gen.
I l i 1. È interessante notare che Abr. I I term ina con la fine del
I I I libro delle Q u aestio n es52. Am brogio lo segue quasi sistem atica-
m ente, p er lunghi tra tti lo parafrasa, a volte lo traduce letteral­
m ente. I l fa tto , però, che egli o m etta interam ente quaest. in Gen.
I l i 21-43 e p iù oltre qualche altra quaestio, e che all’interno di
questioni prese a m odello trascuri alcune riflessioni che dovevano
apparirgli stravaganti e ne m odifichi altre, è già un prim o indizio

*1 Nelle note di questa edizione ho riportato tu tti i riferim enti del­


l’apparato di K. Schenkl e, ove ho creduto opportuno, li ho integrati con
altri; tali rinvii, come ho già detto, sono giustificati, m a non si intende con
essi provare la dipendenza di Abr. I da questo o quel trattato di Filone.
48 E. L u c c h e s i , L'usage de Philon..., pp. 59-62: « On rem arquera des
contacts surprenants avec Philon en mème temps que des divergences inex-
plicables, si Ambroise avait eu véritablem ent sous les yeux tels écrits du
juif alexandrin » (p. 60). In nota ai singoli luoghi riferirò le osservazioni del
Lucchesi.
E. L u c c h e s i , L ’usage de Philon..., pp. 53-80.
50 Da registrare le obiezioni — m a appena accennate — alla tesi del
Lucchesi di H. S avon, Saint Ambroise..., II, p. 15, nota 40, dove, tuttavia,
non si fa alcun riferim ento a Abr. I.
51 H . L e w y , Neue Philontexte..., p . 29.
52 N o n è , p e r c i ò , c o n v i n c e n te K . S c h en k l ( C S E L XXXII/1, p . XXVIII)
q u a n d o p e n s a c h e Abr. II s i a r i m a s t o in c o m p le to ; a n z i, l a p a r t i c o l a r e c o n ­
c is io n e d e g li u l t i m i p a r a g r a f i , o v e i r i f e r i m e n t i a l t e s t o b ib li c o s i s u c c e d o n o
r a p i d a m e n t e , s e m b r a p r e a n n u n c i a r e l a c o n c lu s io n e , c h e h a a n c h e u n a s o r t a
d i c la u s o la n e l l ’a c c e n n o e s c a to lo g ic o a l iudicii ignis.
18 INTRODUZIONE

di una certa a u to n o m ia 53. K. S ch e n kt 54( a proposito detta prim a


parte di Abr. I I (cioè i paragrafi 1 - 48), osserva soltanto che A m ­
brogio ha a ttin to da diversi tra tta ti di Filone, particolarm ente da
m igr. Abr. Oggi la tesi secondo cui Am brogio disponeva del testo
integrale in lingua g rec a 55 delle quaest. in Gen. può contare su
solidi a rg o m e n tiM. A m brogio è perciò considerato un im portante
testim one delle Q uaestiones perdute.

L’esegesi ✓
Il p resente lavoro, essendo lim ita to al solo I>e A braham , non
può addentrarsi nel vasto tem a dell’erm eneutica am brosiana, che
richiederebbe di considerare tu tta la produzione esegetica del
Vescovo m ila n ese51. T uttavia l'esam e anche succinto del contenuto
di q u est’opera potrà fo rnire elem enti utili non solo per com por­
re il quadro generale del pensiero di Am brogio, m a anche per
definire le linee della sua esegesi. I n particolare, u n ’attenta
considerazione del secondo libro ci porterà a individuare alcuni
caratteri di fo n d o che lo ricollegano al p rim o e a riconoscere an­
che la sostanziale autonom ia di A m brogio dal proprio modello.
Cosi si attenuerà quel senso di ripulsa che suscita ad un prim o
sguardo q uesto testo diseguale e, a volte, sfrenatam ente allegorico.
A bram o è rappresentato com e un profeta che ha la visione
del m istero di Cristo e della C hiesa58: il progresso della m en te ver­
so la sapienza è concom itante alla progressiva rivelazione dei fu ­

53 Sull’argomento si tornerà più oltre. Sarà poi il confronto fra il testo


am brosiano e i passi di Filone riportati in nota a offrire, di volta in volta,
gli elementi per valutare dipendenza e autonomia.
54 CSEL XXXII/1, p. XXVII.
55 Che Ambrogio leggesse quaest. in Gen. in lingua originale lo attestano
alcuni indiscutibili riferim enti al testo greco di Filone. Si deve quindi esclu­
dere che Ambrogio abbia usato l'antica versione latina delle Quaestiones,
che si pensa fosse già in circolazione verso la fine del IV secolo; cf. F.C.
C onybeare, Philo about thè contemplative Life, Oxford 1895, pp. 144-145 e
F. P e t it , L’ancienne version latine des « Questions sur la Genèse » de Philon
d'Alexandrie, I, T U 113, Berlin 1973, pp. 12 e 85.
56 C f. H. L e w y , Neue Philontexte..., pp. 23-59. Questo interessante studio
m ira a rintracciare nell’opera di Ambrogio le im pronte delle quaestiones
perdute; a tale scopo si serve delle concordanze del De Abraham con i fram ­
menti greci di tali quaestiones e con altri autori antichi debitori di Filone:
O r ig e n e (hom . in Gen. e i fragm. ex comm. in Gen.), T e o d o re to (quaest. in
Gen.), C i r i l l o (Glaphira). Recentemente E. L u c c h e s i, L ’usage de Philon...,
pp. 42-46, ha elencato una serie di ragioni per dim ostrare che la lacuna delle
Quaestiones filoniane, relativa a Gen 10,10 - 15,6 — della quale non vi è
indizio nella versione arm ena — non è dovuta a Filone e che Ambrogio,
disponendo di un m anoscritto che risaliva a una tradizione migliore rispetto
a quella da cui dipende il testo armeno, ha potuto utilizzare le quaestiones
perdute.
57 Esistono su questo argomento numerosi e im portanti studi; mi limito
qui a segnalare il più recente approfondito lavoro di L .F . P izzolato , La
dottrina esegetica...
58 Cf. II 8, 48.52.60; 11, 96.
INTRODUZIONE 19

turi m isteri della red en zio n e59; la m eta del suo cam m ino di per­
fezione è al di là degli o rizzonti veterotestam entari. Uno dei carat­
teri co m u n i ai due libri è, dunque, l'incessante ricerca di sintesi
fra l’esegesi dei versetti della Genesi e il N uovo Testam ento. Che
tale preoccupazione do m ini i pensieri di Am brogio è dim ostrato
dalla frequenza delle citazioni dal N uovo Testam ento. Pur di ren­
derle possibili il n o stro A utore non esita a sollecitare il testo del-
VA.T. com e del N .T . 60. Bisogna tuttavia osservare che il grado di
arm onizzazione fra i due T estam enti è diverso nei due libri. In
Abr. I le citazioni dal N.T. trovano una più facile integrazione nel
com m ento. Ciò è d o vu to principalm ente alla interpretazione tipo­
logica che nel prim o libro è largam ente preferita a quella alle­
gorica. In Abr. I l, invece, l’interpretazione veterotestam entaria,
fo rtem en te condizionata dall'allegorism o di Filone, trova conclusio­
n i m eno ovvie nelle citazioni del N.T. Sappiam o che nel periodo
patristico non era ben chiara, su l piano concettuale, la distinzione
fra allegoria e tipologia, m a ciò non ci può im pedire di costatare,
in concreto, che i due libri sono diversam ente caratterizzati da
questi due tipi d ’eseg esi61. T enuto conto di queste ultim e precisa­
zioni, si può ritenere che in tu tto il De A braham l'allegoria — o,
secondo i luoghi, la tipologia — non soltanto p erm e tte al nostro
esegeta « de diversifier son enseignem ent et de m ultiplier les con-
sidérations édifìants » 62, m a ha anche la grande funzione che ha
avuto fin dal suo p rim o apparire in am bito cristiano, di m etodo
atto a rendere intelligibile l’unitario disegno salvifico celato nelle
S c r ittu r e 63. Fin dalle origini la Chiesa considerò l’A.T. un libro

59 Cf. II 3, 11: uolebat [se. Abraham] ergo cognoscendorum mysteriorum


iam lumen accipere.
60 Lo spunto per collegare A.T. e N.T. può essere del tu tto occasionale,
costituito solo da un term ine o da u n ’espressione incidentale, che Ambro­
gio non si preoccupa di valutare nel loro significato contestuale e letterale;
cf. I 5, 39: è l’ambivalenza della parola puer che consente il richiamo a
Mt 18, 3; I 6, 55: l’espressione di Mt 16, 23 (uade retro me) è fraintesa e non
è verosimile che Ambrogio non fosse consapevole del suo vero significato;
I 8, 71: anche l'asina di Gen 22, 5 è figura tipica, cosi pure l’ariete impiglia­
to con le corna nel cespuglio (I 8, 77); 1 9 , 11: l’episodio della Sam aritana
subisce notevoli adattam enti. In II 3, 11 il riferim ento alla nascita di
Cristo è dovuto alla confusione fra Bethel e B ethlem ; inoltre — nello
stesso paragrafo — è del tutto improbabile che Ambrogio abbia compreso,
o potuto comprendere, il significato letterale dell’espressione di Gen 12, 8:
iuxta mare Aggae ab oriente, che pure arricchisce di significati allegorici e
mistici in connessione con 1 Cor 3, 16 (si veda la mia nota ad loc.).
61 In I 4, 28 Ambrogio giustifica Àbramo, che ha generato un figlio dalla
schiava, appoggiandosi all’interpretazione paolina di Gal 4, 21-24. Si tratta
certam ente di interpretazione tipologica, anche se Ambrogio, come del resto
Paolo, parla di allegoria.
62 P. de L abriolle, Saint Ambroise, Paris 1908, p. 175.
63 Questo ritengo vero a prescindere dai motivi contingenti che hanno
spinto Ambrogio a scegliere questo metodo. E. D a ssm a n n , La sobria ebbrez­
za..., p. 63, riprendendo u n ’opinione espressa da I. K ellner , Der heilige Am ­
brosius..., pp. 8-11 e 73 s., pensa che Ambrogio, divenuto vescovo da poco,
si sia rivolto a Filone non in seguito ad una scelta m editata, m a spinto
dalla necessità d ’insegnare e di avere un modello per le sue prediche, e che
abbia preferito l’A.T. perché gli offriva una grande quantità di esempi utili
alla predicazione e perché lo riteneva più facile. Tutto ciò non è contesta-
20 INTRODUZIONE

che conteneva, velate, verità cristiane. La necessità di m etterle in


luce p er difendere la continuità e l’unità fra A.T. e N.T. spianò la
strada all’interpretazione tipologica e allegoricaM. La Chiesa vinse
la grande battaglia in difesa dell’A.T., contro le dottrine dualisti­
che di M arcione e delle varie fo rm e di gnosticism o, m a VA.T. anco­
ra alla fine del I V secolo rappresentava una lettura non priva di
ostacoli anche p er la cerchia di neofiti p iù c o lti65 e trovava rin­
novata opposizione nei M anichei, p e r i quali era un p rodotto del
dem onio. Per sostenere i p rim i e com battere i secondi, A m brogio
si accinge a svelarne i m isteri. Prendendo a m odello Filone, solo
apparentem ente salta la orm ai plurisecolare tradizione esegetica
della Chiesa. In sostanza utilizza stru m e n ti già recepiti, con vari
adattam enti, dagli in terp reti cristiani dell’O riente e anche, sia
p u r con più cauto e parsim onioso ricorso all’allegoria, dell’Occi-
dente. A m brogio segue Filone, m a il risultato non è una pura
ripetizione del modello. L ’allegorizzazione filoniana è un passag­
gio oltre il quale l’interpretazione perviene a conclusioni cristiane.
Gli spazi nei quali era rim asta circoscritta l’opera di Filone — An­
tico T estam ento e filosofia ellenistica — sono troppo angusti per
il nostro Autore. I l suo scopo è quello di esporre la sapienza cri­
stiana 66.
Ma non urgeva solo il com pito di colm are il divario fra A.T.
e N.T.; l’esegesi d i Filone offriva ad Am brogio, vescovo di una
città divenuta im p o rta n te centro di cultura, num erosi sp u n ti per
confrontare uno dei testi fondam entali del cristianesim o con il
pensiero filosofico: q uesto aspetto è da tenere ben presente nella
lettura d i Abr. II, p resu m ib ilm en te d iretto a cristiani di livello
culturale più elevato. L'allegoria rendeva più accessibili linguag­
gio e concetti biblici dell’A.T. a chi apparteneva ad un m ondo
culturale p rofondam ente d iv e r so 61: in prim o luogo ad Am brogio
stesso.

bile, ma, almeno per quanto riguarda il De Abraham, bisogna riconoscere


che Ambrogio dà prova di una conoscenza assai profonda della Sacra Scrit­
tura. Lo dim ostrano le numerose citazioni e allusioni ai vari libri dell’A.T.
e del N.T., soprattutto la piena padronanza dell’interpretazione tipologica,
che, evidentemente, non può aver m utuato da Filone.
64 L’allegoria si diffuse so prattutto in Oriente, ove trovò un ambiente
ben predisposto dalla cultura ellenistica fortem ente influenzata dalla filoso­
fìa platonica, che con la teoria della conoscenza insegnava che il mondo
delle cose visibili rinvia al mondo delle forme invisibili ed eterne.
65 E probabile che l’impressione negativa che ebbe Agostino al suo primo
approccio con la Sacra Scrittura sia stata determ inata dalla lettura del-
l’A.T. Lo stesso Ambrogio parla di asperitas litterae in ueteri testamento
(exp. ps. C X V III 16, 28: CSEL XXXII, p. 367, 3).
66 Si vedano in proposito le buone osservazioni di S . S tenger , Das Fróm-
migkeitsbild..., pp. 27-33 e G. C e r ia n i , La spiritualità di S. Ambrogio, in
Sant'Ambrogio nel X V I centenario della nascita, Milano 1940, pp. 168 s.
61 L’efficacia di questo metodo fu decisiva per Agostino, che ricor
come Ambrogio ripetesse spesso l’espressione paolina: littera occidit, spiri­
tus uiuificat: cf. conf. VI 3, 4; 4, 6. Se per la composizione del De Abraham
si accettasse come buona la data del 387 proposta dai Maurini — ma, come
si è detto, senza validi fondamenti —, si potrebbe pensare che Agostino,
avendo ricevuto il battesim o proprio in quell'anno, si riferisca ai sermoni
che ora sono contenuti in quest’opera.
INTRODUZIONE 21

La filosofia

A bbiam o ora toccato un argom ento che richiederebbe una


trattazione a parte: la presenza di idee filosofiche negli scritti di
Ambrogio. Per il De A braham la questione assum e una im portanza
assai rilevante in quanto la com ponente filosofica è particolarm en­
te c o sta n te 66. La freq u en za dei riferim en ti alla filosofìa p ro fa n a 69
ha una duplice spiegazione. Inn a n zi tu tto Am brogio trova nel suo
m odetlo una grande quantità di sp u n ti filosofici. L ’applicazione di
categorie filosofiche all’esegesi biblica e la ricerca di p u n ti d'incon­
tro fra S crittu ra e filosofia greca sono caratteristiche di Filone
(analogam ente si pu ò dire di Origene, se lo riteniam o fo n te di
Abr. I). I n secondo luogo l’interesse intellettuale e anche l’im pe­
gno pastorale inducevano A m brogio a prendere in considerazione,
com e abbiam o appena detto, l’am biente culturale del suo tem po,
nel quale gli o rien ta m en ti fondam entali della filosofia antica eser­
citavano, attraverso la rielaborazione neoplatonica e tardostoica,
una fo rte influenza; anche per questo m otivo, m olte delle rifles­
sioni filosofiche di Filone gli dovevano apparire degne di a tten ­
zione. Tuttavia su l m odo di concepire i rapporti fra filosofia e
S crittu ra troviam o in Am brogio, se non originalità in senso asso­
luto, alm eno un netto distacco dalla sua fonte. La critica delle
concezioni filosofiche assum e in più luoghi del De A braham il tono
di un'autentica avversione p er i filosofi, di cui invano cercherem m o
tracce n ell’esegeta giudeo di Alessandria. Un’eccessiva indulgenza
verso la loro d o ttrina può m ettere in om bra, secondo il nostro
Autore, quella della Sacra Scrittura, che è di gran lunga superio­
re perché divina. La do ttrina dei filosofi è teorica finzione, quella
della B ibbia è concretam ente testim oniata nella vita dei suoi per­
sonagg i10. N eppure Origene è risparm iato da u n ’aspra critica per
aver condiviso la concezione platonica sull'arm onia delle sfere

68 Un repertorio completo di testi filosofici tra tti dalle opere di Ambro­


gio si trova in G. M adec, Saint Ambroise..., pp. 349-398: per il De Abraham
i passi ivi registrati sono 19 (4 per Abr. I e 15 per Abr. II); solo gli
excerpta dal De officiis sono più numerosi. È d ’obbligo il rinvio a que­
sto volume per un esame sistematico dei rapporti fra Ambrogio e pensiero
filosofico pagano; si vedano anche: W . W ilb ra n d , Ambrosius und Plato, in
« Ròmische Q uartalschrift », 25 (1911), pp. 42*-49*; S . V a n n i R o v ig h i, Le idee
filosofiche di Sant'Ambrogio, in Sant'Ambrogio nel X V I centenario della
nascita..., pp. 235-258; S. S te n g e r , D o s Fròmmigkeitsbild... (per Abr. I e II
cf. pp. 1-62); W . S e ib e l, Fleisch und Geist..., passim; E. D a s s m a n n , La sobria
ebbrezza..., pp. 46-62; B. M a es, La loi naturelle selon Ambroise de Milan,
Roma 1967, passim ; H. S a v o n , Saint Ambroise... (per Abr. II si veda voi. I,
pp. 141-195).
69 Da precisare che Ambrogio considera fra i rappresentanti della sapien­
za pagana non solo i filosofi, m a anche i poeti come Omero (cf. II 10, 68),
Euripide (cf. I 9, 91) e Virgilio (cf. I 9, 82; II 1, 3).
70 Cf. I 1, 2; 2, 3: denique minus est quod ille [se. Xenophon] finxit
quam quod iste [se. Abraham] gessit maiorque ambitioso eloquentiae men­
dacio simplex ueritatis fides; I 2, 4: facto praeuenit Abraham dicta sapien-
tum; II 6, 29: sed illa tria superiora [sc. praecepta] in Abrahae non sermo­
nibus nudis, sed ueris operibus agnoscimus.
22 INTRODUZIONE

c e le s ti71. Filone non è m ai nom inato, m a la polem ica nei suoi con­
fro n ti appare evidente quando possiam o riscontrare che Am brogio
leggeva nella sua fo n te le riflessioni che respinge; più spesso è
im plicita, quando sono om esse o trasform ate le idee dell’Ales-
sa n d rin o 72.
Le riserve espresse sulla filosofia sono riconducibili — io
credo — ad una polem ica di tipo apologetico. Am brogio fa sua
un'opinione già so sten u ta da A ristobulo d i Alessandria e dallo
stesso Filone, p o i largam ente diffusa fr a gli apologisti, secondo la
quale, q uanto d i buono e di vero la filosofia contiene sarebbe stato
a ttin to dall’A.T. 73. La m otivazione di tale convinzione è quella
stessa fo rn ita dai suoi p iù antichi sostenitori: A bram o e lo stesso
autore della Genesi, Mosè, precedono cronologicam ente gli autori
p a g a n i74.
All’atteggiam ento m arcatam ente p essim ista verso la filosofia
si accompagna una scarsa propensione ad approfondire le idee filo­
sofiche, che it n o stro A utore trae non dalla lettura diretta dei
filosofi, ma, p er lo più, da F ilo n e75. Più precisam ente, alla fedeltà
verbale delle im pronte non fa riscontro u n ’a tten ta considerazione
del contesto originario filo n ia n o 16 né del contesto in cui i con­
c e tti filosofici sono inseriti da A m brogio in quantità m a ssiccia 77,
tanto che — ripeto — si am algam ano faticosam ente con la fitta
tram a delle citazioni e allusioni scritturistiche. D obbiam o pren­
dere atto che Am brogio utilizza Filone, m a non può essere consi­
derato un suo seguace, so p ra ttu tto respinge il sincretism o nel
quale l'A lessandrino fondeva S crittu ra e filosofìa. L ’obiettivo per­
seguito dal nostro A utore resta l'esaltazione della sapienza biblica,
anche a spese di quella pagana. Egli vuole avvertire l’uditore o il
lettore che le d o ttrin e filosofiche solo in parte, e non facilm ente,
possono arm onizzarsi con la Sacra Scrittura, nulla possono aggiun­
gerle. N ella descrizione del cam m ino della m ens verso la p erfe­
zione possiam o cogliere sporadiche tracce dell’idealism o plato­
nico e ancor più evidente è l ’influenza dell’etica stoica, tuttavia

71 Cf. II 8, 54.
72 In proposito si veda L’interessante confronto fra i passi paralleli del
De Abraham e delle quaest. in Gen. in S . S tenger , Das Frómmigkeitsbild...,
pp. 45-47; in tem a di cosmologia cf. H. S avon , Saint Ambroise..., I, pp. 141-195.
73 La cosiddetta « teoria delle im pronte », presente in quasi tu tte le
opere ambrosiane, è ripetuta con una frequenza im pressionante nel De
Abraham: ai passi segnalati da G. M adec, Saint Ambroise..., p. 93, nota 398,
si aggiungano II 7, 37; 8, 54: in quest’ultimo paragrafo la teoria è invocata
due volte.
Sull’argomento c f. P. H e in is c h , Der Einfluss Philos auf die alteste christ-
liche Exegese, in « Alttest. Abh. », 1 (1908), p p . 31 ss.; J. D a n ié lo u , Message
évangelique et culture hellénistique aux I I e et I I I e siècle, Tournai 1961;
trad. it., Messaggio evangelico e cultura ellenistica, Bologna 1975, p p . 51-127.
74 Cf. I 2, 4; II 10, 70.
75 C f. G . M adec, Saint Ambroise..., p. 60.
16 Cf. ibid., p. 175; E. L u c c h e s i , L ’usage de Philon..., p. 93.
77 Cf. E. D a ssm a n n , La sobria ebbrezza..., p. 47, nota 13, che respinge
l’opinione di S . S tenger , Das Frómmigkeitsbild..., p. 41, secondo il quale
la filosofìa avrebbe, nel De Abraham, un ruolo complementare rispetto
all’impiego delle citazioni scritturistiche.
INTRODUZIONE 23

l’ascesi di A bram o è ben più fo rtem en te connessa con l’esercizio


delle virtù e con la grazia. N on vanno quindi trascurati in Abr. I I
i suggerim enti morali, gli sp u n ti parenetici, che sono più consi­
s te n ti nella seconda parte del libro e privilegiano, com e nel prim o
libro, i tem i della castità e della vita m atrim oniale. Anche se spo­
radici e sfum ati, essi sono indizi di una certa continuità fra pri­
m o e secondo libro e attestano che allegorism o e filosofìa non con­
traddicono l’interesse di A m brogio per la prassi cristiana.

Questa edizione

In questa edizione si ripropone, m a criticam ente riletto ed


em endato, il testo stabilito da K. Sch en kl (CSEL X X X I I / 1, 1897,
pp. 499-638). S e si eccettua una breve nota di A. V accarin , non
esistono stu d i p iù recenti di critica testuale sul De Abraham . Il
testo co stitu ito dallo S ch en kl non è privo di d ife tti e una nuova
recensione della tradizione m anoscritta, che si avvalga dei più
recenti progressi della critica del testo, potrà portare qualche ul­
teriore m iglioram ento. Per il prim o libro le indicazioni che lo
S ch en kl fornisce nella prefazione e i dati, p u r m inuziosi, contenu­
ti nel suo apparato non p erm ettono di stabilire con sicurezza uno
stem m a codicum . Qui basterà avvertire che la costituzione del
testo di Abr. I si basa principalm ente, m a non esclusivam ente, su
P (P arisinus lat. 12137); ad esso si aggiunge A ('Augiensis 213),
che è testim one m eno valido m a indipendente da P. R esta poi da
chiarire la posizione d i D ('Duacensis 213J che è portatore di un
testo contam inato fra i due ram i della tradizione: l’apparato dello
Sch en kl non consente un giudizio più preciso. Per Abr. II, che non
è contenuto in A né negli altri codici da questo derivati, la tra­
dizione è ancor più sem plice: l’unico testim one utile per la costi­
tuzione del testo è P, perché anche D — contrariam ente a quanto
si può evincere dalla prefazione dello S c h e n k l79 — risulta essere,
sem pre relativam ente al secondo libro, descriptus. D escripti sono
anche i rim anenti codici elencati dallo Schenkl, che contengono
tu tta l’opera o solo il p rim o libro.
La presente edizione si avvale, per la p rim a volta, anche di
testim onianze della tradizione indiretta. Particolarm ente impor-

Locus Ambrosii De Abramo 2, I l emendatus, in « Biblica », 3 (1922),


pp. 449 s.
79 In praef. p. LXXI lo Schenkl afferma che D non exiguam nobis in ré
critica administranda adfert utilitatem. Questo giudizio, che non fa distin­
zione fra prim o e secondo libro, non trova conferma nei dati contenuti
nell’apparato dello stesso Schenkl. Per il prim o libro non si verifica mai il
caso che una particolare lezione di D sia accolta contro la testimonianza sia
di P che di A. Per il secondo libro esistono pochi e non significativi casi
in cui lo Schenkl segue D contro P; per es., II 9, 64, linea 24: canis add. I>,
ma si tra tta di un'ovvia integrazione, attribuibile al dotto copista di D, in
una espressione che è parafrasi di Sap 4, 8 s.; II 9, 66, linea 3: l’aggiunta di
factus ad opera di D si basa su Gen 15, 12.
24 INTRODUZIONE

ta n ti so tto l’aspetto filologico, oltre che storico, sono le citazioni


di Abr. I nel De in stitu tio n e laicali di Giona vescovo d'Orléans dal-
t'818 all'844 ca. (PL 106, 121-278). Dello stesso periodo, dunque, o
forse anteriori al codice P, e in più di un luogo si sono dim ostrate
valide p er risolvere problem i testuali (per fare un solo esem pio,
sem bra proprio buona la lezione m a tu re qu id in I 4, 33, dove il
testo tràdito dai m ss. è chiaram ente corrotto e le congetture degli
editori risultano, ora, non felici). I M aurini conoscevano tali cita­
zioni (cf. PL 14, 437-438), m a non né hanno avvertito l’im portanza
testim oniale. N o n m olto diversam ente si è com portato lo S chenkl
che nel suo a p p a ratu s fontium rinvia, p u r con qualche om issione,
ai passi del De in stitu tio n e laicali, ma a scopo, pare, esclusivam en­
te erudito, trascurandone la collazione. M olto m eno interessanti per
la costituzione del testo si sono rivelati gli excerpta, sem pre da
Abr. I, nel D ecretum G ratiani, le cui lezioni (solo raram ente le
ho segnalate n ell’apparato) sono in stretta connessione con quel
ram o della tradizione diretta rappresentato da A.
Le novità — rispetto all’edizione viennese — da m e introdotte
nel testo latino (elencate più oltre nella « N o ta al testo la tin o » )
sono segnalate nell'apparato e, ove necessario, giustificate nelle
note. L ’ortografia e la punteggiatura hanno subito pochi cam bia­
m enti. In due luoghi non ho p o tu to evitare di correggere la pa-
ragrafazione tradizionale: nel prim o caso ho anticipato l'inizio
di I 2, 4, che gli editori, com preso lo Schenkl, hanno sem pre posto
ne! bel m ezzo d i una citazione biblica! (non avendola identificata
con esattezza); nel secondo caso, interpretando diversam ente il
passo, ho spostato d i poco l'inizio di l ì 7, 44. N ell'apparato cri­
tico m i sono lim ita to a fornire le lezioni dei m ss. im portanti
— traendole dall’apparato dello Sch en kl — in quei luoghi ove
la tradizione m anoscritta appare incerta.
Anche per l’apparato delle fo n ti bibliche m i sono servito dei
riferim en ti co n ten u ti n ell’edizione del CSEL, m a correggendoli e
integrandoli in più luoghi.
Finora non esisteva una traduzione integrale dell’opera: quel­
la parziale (passi scelti) di D. G o rcem è scarsam ente fedele, spesso
del tu tto erronea. A vverto che nella traduzione delle citazioni bi­
bliche ho tenuto conto non solo del significato obiettivo, m a anche
di quello loro a ttrib u ito da Am brogio, ove il suo com m ento sugge­
riva una particolare interpretazione.

*» Saint Ambroise. Traités sur l'Ancien Testament, N am ur 1967, pp. 23-117.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Die Frómmigkeit des Kirchenvaters Ambrosius von Mai-
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Ambrosius von Mailand vom Verhàltnis der beiden Testamente,
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26 BIBLIOGRAFIA

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pus. Atti del Congresso internazionale di studi ambrosiani..., II,
Milano 1976, pp. 233-242.
SIGLE DEI C O D IC I1

1) Codici che contengono l’intera opera:


P Parisinus 12137, sec. IX.
T Trecensis 550, inizio sec. XI.
T* Trecensis 284, sec. XII.
D Duacensis 226, sec. XII.
N Nouariensis 20, sec. XIII.
B Brugensis 101, sec. XIII.
M Parisinus 1728, sec. XV.

2) Codici che contengono solo il primo libro:


A Augiensis 213, ora Caroliruhensis, sec. X
R Remensis 352, sec. XII.

TRADIZIONE INDIRETTA

Ion. Aur. = I onas A v r e l ia n e n sis , De institutione laicali (PL 106, 121-278).


Decr. Gr. = Decretum Gratiani (ed. E. F riedeberg, Leipzig 1879, rist. Graz
1959).

ALTRE ABBREVIAZIONI

CCL = Corpus Christianorum , series Latina, Turnhout.


CSEL = Corpus scriptorum ecclesiasticorum Latinorum, Wien.
GCS = Die griechischen christlichen Schriftsteller der ersten Jahr-
hunderte, Berlin.
PG = Migne, Patrologia Graeca, Paris.
PL = Migne, Patrologia Latina, Paris.
SCh = Sources chrétiennes, Paris.
SVF = Stoicorum ueterum fragmenta, Leipzig.
ThlL = Thesaurus linguae Latinae, Leipzig.
TU = Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristli-
chen Literatur, Berlin.

1 Sono elencati solo i codici le cui sigle compaiono nell’apparato. I d


sono tratti dall'edizione di K. S c h en k l (CSEL XXXII/1, p. 500).
NOTA AL TESTO LATINO

Elenchiamo le principali varianti di questo testo rispetto a quello


edito da K. Schenkl (CSEL XXXII/1); i riferimenti sono a libro, paragrafo
e linea della presente edizione:
I 5, 12 Bethlem] Bethel Sch.
I 22, 3 uult] uult esse Sch.
I 25, 6 ea] eam Sch.
I 27, 15 qui non erat probaui, seclusit Sch.
I 32, 2 castimonia] parsimonia Sch.
I 33, 8 m ature quid] m aturaris quod Sch.
I 35, 12 est seclusi, probauti Sch.
I 35, 15 pauit omisi, probauit Sch.
I 71, 4 in hoc enim] hoc etenim Sch.
I 77, 7 exaltauit] exaltabit Sch.
I 94, 6 cupientibus] cupienti Sch.
II 6, 18 sensus is sit] sensum <inlecebr>is Sch.
II 6, 20 in cauernas corporis et se] non intra cauernas corporeas se
sed Sch.
II 7, 4 eligentes] éligentis Sch.
II 11, 14 Aggae] f aggee Sch.
II 18, 19 offundens] offendens Sch.
II 22, 21 inter] intra Sch.
II 42, 3 passione] passionem Sch.
II 45, 14 subrepere] subripere Sch.
II 47, 2 erit] < m ulta > erit Sch.
II 47, 18 iudicans] iudicans dignum fore Sch.
II 48, 21 reputatum est ei addidi
II 62, 3 ecce seclusi post Fischer
II 62, 33 terreni] interni Sch.
II 63, 23 deficiat uis animae < non> deficiat] deficiat ueteris animae
[deficiat] Sch.
II 64, 2 sed probaui, seclusit Sch.
II 66, 14 quia laboribus [quia] scripsi, [quia] laboribus quia Sch.
II 71, 4 post patres lacunam falso indicauit Sch.
II 81, 6 nutum ] nidum Sch.
De Abraham
Abramo
LIBER PRIMVS

1. 1. A braham libri huius titu lu s est, quoniam p e r ordin


huius quoque p atria rch ae g esta co n sid erare anim um subiit. De
quo nobis m oralis p rim o e rit tra c ta tu s et sim plex. N am si altiore
disputatio n e processus q u idam et fo rm a u irtu tis et quaedam spe­
cies ex prim atur, tam en forensia quoque actu u m eius uestigia
spectare u irtu tis pro fectu s est. E tenim si ea quae n a tu ra ad
uictu m g en erau it h o m inum n o n unius, sed gem inae a u t etiam
ub erio ris g ratiae sunt, q u an to m agis ea quibus ep u la n tu r anim i
LIBRO PRIMO

Proemio

1 .1 . Il tito lo d i q u esto lib ro è A bram o, perché abbiam o pen­


sato di p re n d ere o rd in a ta m e n te 1 in considerazione le azioni anche
di q u esto p a tria rc a , s u c u i 2 la trattaz io n e d ap p rim a s a rà m orale e
sem p lice3. Se, in fatti, ap p ro fo n d en d o 4 la discussione, si possono
esprim ere il p ro g resso e la fo rm a id e a le 5 della virtù, tu tta v ia anche
solo osservare le o rm e e ste rio ri delle azioni di A bram o è m otivo
di progresso p e r la v irtù . In fatti, se i fru tti ch e la n a tu ra produce
p e r il so sten tam en to d.egli uom ini non offrono u n solo beneficio,
m a d u e o anche più, q u an to p iù è giusto riten e re che ciò di cui

1 Per ordirtem va riferito non già alla successione cronologica dei vari
trattati che Ambrogio dedica ai patriarchi, ma ai gesta di Abramo che l’ese-
geta vuole considerare nel pieno rispetto dello sviluppo narrativo nel testo
biblico. Perciò ordo e gesta sono da intendere come categorie dell’esegesi
ambrosiana attinenti al senso letterale-storico; cf. L.F. P iz zo la to , La dot­
trina esegetica di sant’Ambrogio, Milano 1978, pp. 234 s.
2 Cf. ibid., p. 235, dove il luogo è stato interpretato con una diversa sfuma­
tura.
3 Simplex e moralis per sé indicano due stadi diversi dell'esegesi: quello
storico-letterale e quello, appunto, morale; ma in Ambrogio a volte le due
interpretazioni si fondono, perché i gesta del patriarca contengono di per
sé un’indicazione morale; cf. ibid., p. 235: « forse perché si tratta di storia
di un patriarca, è già portatrice di senso moralis ».
* Altiore disputatione: il termine di paragone è moralis tractatus (
nota precedente) e si allude al tenore più elevato del secondo libro del
De Abraham (cf. infra, II 1, 1). Si potrebbe essere tentati di vedere schema­
ticamente in altior il terzo momento dell’esegesi, quello mistico, ma altior
in Ambrogio non esprime una ben determinata categoria dell’esegesi. Nelle
opere più strettamente dipendenti da Filone — e Abr. II è una di queste — il
sensus altior è connesso con l’interpretazione allegorica dell’Alessandrino:
indica, cioè, il superamento, grazie appunto aU'allegoria, di un livello infe­
riore dell'esegesi verso uno più elevato, che può essere quello mistico­
spirituale, ma anche quello morale. Potremo allora avere un senso moralis
simplex e un senso moralis altior. Del resto l’interpretazione propriamente
mistica, nel secondo libro del De Abraham, è presente, ma certo non è
dominante. Giustamente L.F. P iz zo la to , La dottrina esegetica..., p. 243,
osserva che il sensus altior è « mezzo per omogeneizzare un testo fisicistico
a realtà intellettuali, per renderne possibile e agevole lo sfruttamento nella
direzione dei sensi sovraletterali ».
5 Forma e species esprimono un unico concetto, quello dell’ eI8o$ pla
nico: cf. Ave., diuer. quaest. 46, 1: ideas igitur latine possumus uel formas
uel species dicere; M a r. Vict., Arr. IV 5: has (se. uniuersalium uniuersales
exsistentias substantiasque) Plato ideas uocat, cunctarum in exsistentibus
specierum species principales.
32 DE ABRAHAM, I, 1, 1 - 2 , 3

n o n angusti, sed ab u n d an tio ris usus et m ultiplicis cibi esse aesti­


m ari conuenit.
2. N on m ediocre au tem a u t otiosum negotium . E tenim cum
dom inus deus n o ste r h u n c locupleti benedictionis suae dote dona-
u erit, u t eius g ra tia p ro u o caret ceteros, in stitu tio corrigeret, Moy­
ses q u o q u e im itan d u m nobis descripserit, u t corda hom inum in
u itiu m lab en tia huius u iri c o n tu itu u elu t quodam te rre n o b u sto
resu scitaret, non p erfu n cto riu m debet uideri, si nos quoque
scrupulosius eius u iri uersem us uestigia. N am si sapientes m undi
huius, id est et P lato ipse princeps philosophorum n o n u eram ali­
quam , sed fictam et ad u m b ra tam sib i eam q u am legirrfus uoXi-ceiav
p ro p o su it perseq u en d am , u t d o ceret qualem rem publicam esse
o p o rteret, atq u e ita quam nec au d ierat nec u id e ra t in aliqua u rb e
describendam p u tau it, u t ii quibus hoc m unus est quem adm odum
rem publicam reg eren t in stitu i possent, et si condiscipulus Plato­
nis X enophon ille S ocraticus fictis et ipse rebus p erso n am uoluit
inform are sapientis in eo libro quem Kupou n aiS eiav scribit, ut ex
intim o philosophiae sin u regis iusti e t sapientis disciplina proce­
deret, q u an to m agis nos non conpositam figuram sapientis uiri,
sed expressam u irtu te m e t diuino in stitu ta m m agisterio recensere
intentiu s et u ias eius d eb em us persequi, q u em Moyses ita descrip­
sit, u t re tro quodam m odo se ip se respiceret.

2. 3. M agnus plane u ir et m u lta ru m u irtu tu m clarus insigni­


bus, q uem u o tis suis p h ilosophia non p o tu e rit aequare. D enique
m inus est quod ille finxit qu am quod iste gessit m aiorque am bi­
tioso eloquentiae m endacio sim plex u e rita tis fides. Itaq u e cuius-

2, 8. et Schenkl ut codd.
3, 3. ille] illa A.
ABRAMO, I, 1 ,1 - 2 ,3 33

si n u tro n o le anim e è di u tilità non lim itata, m a sovrabbondante,


ed è c ib o 6 che offre u n n u trim en to d i varia specie.
2. Allora non è u n im pegno di poco conto o inutile. In fa
se il Signore Dio n o stro gli h a dato in dono la ricchezza della sua
benedizione, affinché il favore concessogli fosse stim olo p e r gli
altri, l'insegnam ento rivoltogli correzione, e anche Mosè ce lo
h a p resen tato com e esem pio da im itare p er fa r sì che i cuori degli
uom ini che cadono nel vizio, contem plando q u e st’uom o, riso r­
gessero com e da u n sepolcro, non deve sem brare cosa trascurabile
se anche noi seguiam o con scrupolosa attenzione le o rm e di que­
s t’uom o. In fatti, se i sap ienti di questo m ondo, cioè lo stesso p rin ­
cipe dei filosofi, Platone, si è proposto d i descrivere non u n o stato
reale, m a quello concepito dalla sua im m aginazione in quell’opera
in tito lata R ep u b b lica 1, p er illu stra re quale dev’essere lo stato, e
in tal guisa h a riten u to di descriverlo senza avere saputo né costa­
tato che esistesse in alcuna città, affinché potessero essere edotti
sul m odo di governarlo coloro che hanno questo ufficio, e se il
com pagno di scuola di Platone, Senofonte, discepolo di Socrate,
anch’egli sulla b ase di fa tti im m aginari, h a voluto delineare la
figura del sapiente nel libro in tito lato C iropediag, p er spiegare
com e l'educazione di un re giusto e saggio debba derivare dal pro­
fondo della filosofia, q u an to più noi dobbiam o esam inare con gran­
de attenzione non l’im m agine fittizia di u n uom o sapiente, m a la
v irtù reale e fo n d ata sull'insegnam ento divino, e seguire la strad a
di colui che Mosè h a d escritto volgendo, p er cosi dire, lo sguardo
d ietro di sé.
2. 3. A bram o fu certam ente u n uom o grande e illustre
le num erose v irtù che lo distinsero, u n uom o che la filosofia non
h a p o tu to uguagliare n ep p u re con le p ro p rie aspirazioni. Insom -
ma, ciò che q u e g li1 h a im m aginato è m inor cosa risp etto a ciò

6 Sul tem a Scrittura-cibo cf. L.F. P izzolato , La dottrina esegetica..., pp. 27 ss.
7 Altro riferim ento alla Repubblica di Platone in off. I 12, 43. G. M adec,
Saint Ambroise et la philosophie, Paris 1974, p. I li, segnala che entram bi i
passi dipendono dal De republica di Cicerone, il quale ripetutam ente sot­
tolinea come la repubblica da lui descritta sia reale, m entre quella di Plato­
ne è fittizia (ibid., pp. 55-56). La dipendenza è evidenziata da alcune corrispon­
denze letterali; cf. Cic., rep. II 1, 2: facilius autem quod est propositum,
consequar, si nostram rem publicam uobis, et nascentem et crescentem et
adultam et iam firmam atque robustam ostendero, quam si m ihi aliquam,
u t apud Platonem Socrates, ipse finxero (la costruzione mihi... finxero ci
suggerisce di unire, nel nostro passo, sibi a fictam et adumbratam, non a
proposuit); II 11, 21-22: nam princeps ille... aream sibi sum psit, in qua
d uita tem exstrueret arbitratu suo... ut, quae ipse reperias, tribuere aliis
malis, quam, u t facit apud Platonem Socrates, ipse fìngere; II 30, 52: ego
autem... non in umbra et imagine duitatis, sed in amplissima republica
enitar...
8 Cf. Cic., ad Quint. fr. I 8, 23: Cyrus ille a Xenophonte non ad
historiae fidem scriptust, sed ad effigiem iusti imperii.

1 Ille: è da riferire a Senofonte. H. L e w y , Neue Philontexte in d


Vberarbeitung des Ambrosius, Sitzungsberichte der Preussischen Akademie
der Wissenschaften, phil.-hist. Kl., Berlin 1932, p. 30, 14, preferisce illa, ma
si tra tta di una tectio facilior che appartiene a codici meno autorevoli.
34 DE ABRAHAM, I, 2, 3-4

m odi fu erit in eo u iro deu o tio considerem us. E a enim u irtu s ordine
p rim a est, quae e s t fu n d am entum ceteraru m , m eritoque hanc ab
eo prim am exegit deu s dicens: E xi de terra tua et de cognatione
tua et de d o m o patris t u i 3. S atis fu erat dixisse de terra tua. Ibi
e ra t exire de cognatione, exire de p a te rn a dom o, sed ideo singula
addidit, u t eius ad fectu m p ro b a ret, ne fo rte au t in p ru d en te m cepis­
se u id e re tu r a u t frau s aliq ua m andatis p a ra re tu r caelestibus. Sed
sicut coaceru an d a fu e ru n t praecepta, ne quid lateret, ita etiam
propon en d a p raem ia, ne fo rte d esp e rare t.

4. T em p tatu r u t fortis, in c ita tu r u t fidelis, p ro u o c atu r


iustus m erito q u e exiuit q uem adm odum locutus est illi dom inus
et exiuit cu m eo L o th h. H oc est quod in te r septem sapientum
dicta c e le b ratu r eitou frew, id e s t « sequere deu m ». F acto prae-

a Gen 12, 1.
•> Gen 12, 4.

3, 7. exegit] exigit P a.c.


ABRAMO, I, 2, 3 4 35

che questi h a com piuto e la sem plice v erità dei fa tti su p era l’orgo­
gliosa falsità d ell'elo q u en za2. C onsideriam o o ra quale fu la devo­
zione di q u e st’uom o. In fa tti q u esta virtù, che è a fo n d a m e n to 3
di tu tte le altre, è la p r im a 4 e giustam ente Dio h a voluto d a lui
q u esta p e r prim a, q u ando disse: E sci dalla tua terra e dalla tua
parentela e dalla casa d i tuo padre. S arebbe stato sufficiente che
avesse d etto : dalla tua terra. Vi era com preso l ’uscire dalla p aren ­
tela e l’uscire dalla casa p a te m a , m a precisò i singoli p u n ti p e r m et­
tere alla p ro v a i suoi sentim enti, p erché non sem brasse, p e r caso,
che avesse circu ito uno sprovveduto o che i p re cetti celesti nascon­
dessero qualche inganno. Ma, com e era necessario elencare i p re­
cetti, affinché nu lla re sta sse nascosto, cosi bisognava p ro m ettere la
ricom pensa, p e r evitare che, eventualm ente, si sco rag g iasse5.
4. Viene m esso alla prova com e u n uom o forte, incoraggi
com e un uom o fedele, sollecitato com e u n uom o giusto, e perciò
partì, secondo la parola del Signore e con lui parti Loth. È ciò che
si proclam a nelle m assim e dei sette sapienti: £tiou •frey 6, cioè
2 Per q u anto riguarda la p olem ica con tro le finzioni della filosofia p oli­
tica greca e con tro la fa lsità d e ll’eloquenza, il L e w y , ib id ., p. 30, ritien e m olto
probabile la dipendenza da un cap itolo in trod u ttivo della parte perduta di
qu aest. in Gen. di F ilone, m a i riferim enti p aralleli ch e egli ind ica ( u it. M os.
I 1 s.; II 12 s.) lascian o m olti dubbi. Del resto i libri con servati delle qu aest.
in Gen. non han no proem i c o si solen n i, anzi F ilone su ole iniziare il com ­
m en to ex a b ru p to .
3 Cf. P h ilo , decal. 52: àpx'f) 5’ àpio-tri róv-cwv p iv tw v 8 vtw v deóg, àp etw v
5 ’ e ù c ip e ia . A br. 60: èjceìvo? (’A(3paà[i) toCvuv eùcefìeCas, àpeTfjs Tfjg àvwTà-cu
xai. p.£fiaTT]g, ^TfiXwxrij yevóh evos... In sp ec. leg. IV 147 1’ EÙaiflEia è detta
PaffiXl? tw v àp etaiv, in uit. M os. I 146 [aafrriiJUXTOJV t ò xA X X w tov x a i wcpeXi-
liW T O r t O V .
4 Con ord in e p rim a A m brogio si riferisce alla su ccession e delle virtù,
quale risulta dal raccon to bib lico; cf. infra, I 3, 10: p rim a s ig itu r s ib i p a rte s
iu sto o rd in e u in dicau it d e u o tio . V id ea m u s e t c etera ru m u irtu tu m gratiam .
5 I p ra e m ia p rom essi d a D io per incoraggiare Àbram o son o qu elli de­
scritti in Gen 12, 2-3, cui A m brogio allu de senza citare.
Avverto ch e in q u esto lu ogo ho eccezion alm en te corretto la paragrafazione
tradizionale, perché gravem ente erronea; n essu n ed itore ha m ai ricon osciu to
com e citazion e di Gen 12, 4 l'esp ression e e x iu it q u e m a d m o d u m lo cu tu s e st
illi d o m in u s, e c o si lo Schenk l, segu en d o i su oi predecessori, ha p o sto un pun­
to ferm o d op o d o m in u s e con e t e xiu it ha in iziato il § 4, con quali conseguenze
sulla con n ession e del te sto ognu no può intendere.
6 La m assim a dei se tte sap ien ti è am piam ente docum entata negli scrit­
tori antichi (cf. G. Madec, S a in t A m b ro ise ..., p. 105, n ota 41). In p rop osito
è da ricordare l ’osservazion e di K. S ch en k l (CSEL XXXII/1, p. XXVI): ex
gnom ologia, in qu a s e p te m sa p ie n tiu m d ic ta e n arrata eran t, h a u sit illu d
suou ■9-eu>... qu o d a p u d S to b a e u m I I I 80 (I 173 H ) in cap ite, qu od ZwffiaSou
tw v èicxa ffocpwv vitofrTjxai in sc rib itu r, p rim u m locu m o b tin e t (cf. Stob., flor.
III 173; H ense, p. 125, 5). G. Madec, ib id ., rinvia a P h ilo , m igr. 131: -céXoj
ouv èffTì x a x à tò v UpwTaTov Mmuotìv t ò sratrS m freai, ùc, x a i èv èxépoig qnjffiv
èniffco xupiou toO 9-eoO cou uopeOffiQ (D eut 13, 4), e so tto lin ea che lo ste sso
testo di D eut è cita to da A m brogio nel p a sso p arallelo di II 2, 5. Da segnalare
altri luoghi sim ili in P h ilo , m igr. 128 e Abr. 60. D ebitore a F ilone potrebbe
essere l ’in teressan te p asso di Clem . A l., stro m . II 15 (GCS 2, p. 150): TaÙTifl
izX tov ènaivETÒs ó ’A (ìpaà[i, o t l «Éitopeu-S-ri x a d à u e p iX à ’K tia'ev aÙTtò è
xópios». ’EvceOìHv àpuffànevóg xt,£ -cwv icap, ''EXX'r](n ffocpwv "tò «snou ik w »

H. S av o n , S a in t A m b ro ise d e va n t l ’exégèse de P hilon le Juif, Paris 1977


pp. 296-299, offre illu m in an ti considerazioni sul problem a della fon te dei
due passi am brosiani (m a egli si riferisce particolarm ente a II 2, 5). In
36 DE ABRAHAM, I, 2, 4

uenit A braham d ieta sap ien tu m et secutus dom inum exiuit de


te rra sua. Sed quia an tea te rra ei fu e ra t alia, hoc est regio Chal­
daeorum , d e q ua exiuit T h ara p a te r A brahae e t in C h arram demi-
g r a u itc, et q u ia secum eduxit nepotem suum , cui d ictu m fuerat:
E x i de cognatione tua, considerem us ne fo rte hoc sit exire de te rra
sua, d e huius terrae, h oc e s t de co rp o ris n o stri q u adam com m ora­
tione egredi, d e q ua exiuit Paulus, qui dixit: N o stra au tem conuer-
satio in caelis e s t d, et de inlecebris et delectatio n ib u s co rp o ra­
libus, quas u elu t cognatas anim ae n o strae dixit, q u am conpati
necesse est co rp o ri, donec eius conligata uinculo adhaeret. Ergo
exire de con u ersatio n e te rre n a et saecularibus oblectam entis et
superio ris u itae m o ribus atq u e actibus debem us, u t non solum
loca, sed etiam nos ipsos miutemus. Si cupim us ad h aerere C hristo,
deseram us co rru p tib ilia. S u n t au tem co rru p tib ilia in nobis caro
delectatio uox, obnoxia passionibus corporalibus. P er uocem autem
passiones intellegim us. Vnde quoniam anim a n o stra Sip-eprig est,
hoc est b ip ertita, e t rationabile habens et inrationabile, quod
d iu id itu r p e r carn em et d electationis corporalis inlecebras cete-

<-• Gen 11, 31.


d Phil 3, 20.

4, 5. exiuit om. P (fo rt.).


6. religio P.
ABRAMO, I, 2, 4 37

« segui Dio ». A bram o coi fa tti anticipò le m assim e dei sapienti


e, seguendo il Signore, usci dalla sua terra. M a poiché la su a te rra
precedentem ente era u n 'a ltra , cioè la regione dei Caldei, dalla
quale usci T hara, p a d re di A bram o, che m igrò a C harra, e poiché
Abram o p o rtò co n sé suo nipote, p u r essendogli stato d etto:
E sci dalla tua parentela, esa m in iam o 7 se p er caso « u scire dalla
sua te rra » non significhi uscire d a q u esta te rra , cioè dalla dim ora
del n o stro corpo, dalla quale usci Paolo, che h a detto: La nostra
patria è nei cieli, e d alle lusinghe e dai piaceri del corpo, ohe
— h a d etto — sono com e congiunti d ella n o stra anim a, la quale
inevitabilm ente soffre insiem e al c o r p o 8, finché rim ane a questo
strettam en te legata. Perciò dobbiam o uscire dal m odo di vivere
terreno, dai piaceri m ondani, dalle abitudini e d alle azioni della
vita p a s s a ta 9, in m odo che cam biam o non soltanto i luoghi, m a
noi s te s s i10. Se desideriam o unirci a C risto, lasciam o le cose co r­
ru ttib ili. E in noi le cose co rru ttib ili, soggette alle passioni del
corpo, sono la carn e, il piacere, la voce n. N ella voce intendiam o
le passioni. Perciò, poiché la n o stra anim a è Si^Epifig l2, cioè divisa
in due p arti, co m posta dell’elem ento razionale e dell’elem ento
irrazionale, di cu i fanno p a rte la carne, le lusinghe del piacere

breve, il Savon non esclude l’influenza di Filone, m a la ritiene insufficiente;


pensa perciò ad un'ascendenza indiretta rappresentata da Clemente Alessan­
drino e a una mediazione di Origene. Dobbiamo tuttavia ricordare che
Ambrogio poteva disporre con tu tta probabilità di una quaestio di Filone
su Gen 12, 4 per noi perduta.
Sull’identità dei sette sapienti non c’è unanim ità presso gli antichi.
Secondo l’enumerazione di Platone (Prot. 343a) essi sono Talete, Biante,
Pittaco, Solone, Cleobulo, Misone e Chilone, m a cf. anche Diog. L. I 13.
7 È stato giustam ente detto (cf. L.F. P izzolato , La Scrittura fondam ento
del m etodo esegetico di Sant’Ambrogio, in Ambrosius Episcopus. Atti del
Convegno internazionale di studi am brosiani, I, Milano 1976, p. 395) che
Ambrogio tende a spiegare la Scrittura con la Scrittura. Si noti come in
questo caso l'interpretazione letterale di Gen 12, 1 viene scartata a favore
di quella morale, perché u rta contro due obiezioni desumibili dallo stesso
testo biblico.
8 Cf. T ert ., an. 5: anima com patitur corpori.
9 Si riferisce al modo di vivere pagano.
10 H. S avon, Saint Ambroise..., II, p . 133, n o t a 412, s e g n a la exp. eu. Lue.
V 16 (C S E L XXXII/4, p . 185, 5 s s .) : sequitur mystica euocatio publicani, quem
sequi iubet non corporis gressu, sed m entis adfectu e S e n ., ep. 28, 1: animum
debes mutare, non caelum-, cf. infra, II 3, 9: ubi uero ad aliam demigrauit
non regionem, sed ueram religionem paratam humilitati...
11 Certam ente la sequenza caro delectatio uox richiama P h il o , migr. 2
(... (TÙixttToj, ai<7ì>T|<7EtoS, Xòyou toò x a x à itpotpopàv); ma nel prosieguo del­
l'esposizione la dipendenza si dim ostra superficiale e quindi incerta:
Ambrogio parla di uox come di un tram ite delle passioni, Filone vede nel
« verbo » umano il luogo in cui l'intelletto si m anifesta e dispone le idee
concepite. Si veda tuttavia infra, II 1, 2-3, dove il passo di migr. 2 è richia­
m ato più direttam ente.
12 SiixEpfis : cf. Philo, congr. 26: tt)£ Y<*p 5i(iepo0g ùirapxouffirjj
x al tò ixèv Xoywcòv tò 8è ftXoYov èxoù<rri£. Aet., plac. IV 4,1, in H. Diels, Doxo-
graphi Graeci, Berlin 1879, pp. 389 s.): IIuè-aYépa; nXàxwv x a x à jiiv tò v àvw-
t ì t w Xóyov Si,(Jt,Epf) xif|v iWx'fiv, tò l^ v yàp Xoyixòv tò 8è ÀXoyov xaT à
5è tò TCpoffExà? x al àxpipè; Tpiiupr). Tò y<*P SXoyov Siaipoùmv e£? t e tò 3-um*
xòv x a i tò Èm-9,u(AT)Tixóv. Tert., an. 14, 2; ibid., 16, 1: diuiditur autem (se.
anima) in partes, nunc in duas a Platone, nunc in tres a Zenone...
38 DE ABRAHAM, I, 2, 4-6

rasque passiones co rporis, q u i iustus est u ir rationabile anim ae


suae ab in ratio n ab ili disiungere debet ac segregare. Hoc est enim
exire de C h arra tam q u am de cauernis quibusdam et cuniculis
latibulisque egredi; latere en im crim inosae conscientiae est. E t nos
igitur sequentes A braham exeam us de latibulis. Si enim filii Abra-
hae sum us, o p era A brahae faciam us, u t luceant o p era n o stra co­
ram d eo et co ram h o m in ib u se. Iu stu s d ic it o pera sua re g if, pec­
ca to r se ipsum occultat, sicut Adam occultare se cupiebat*, sed
latere no n p o terat. P aru it itaque m andato A braham nec ulla legi­
tu r m o ra interuenisse.

5. Egressus pera m b u lauit usque ad S y c h e m h, quod in ter­


p retatio n e L atina d icitu r u m eru s uel ceruix, p e r quae executio-
nem p ra escrip ti operis intellegim us, siquidem et in fra habem us
scriptum ; S u b p o su it u m eru m su u m ad laborandum Vnde p er
figuram locorum id expressum aduertim us, quod deuotionem suam
sanctus A braham non solum studio, sed etiam efficacia p ro b a u erit
fructuosa, qua ad q u ercu m u sq u e peruenerit. Quo loci a p p a ru it illi
dom inus et dixit: S em in i tuo dabo terram h a n c 1. Vide quom odo
prom isso tam q u am freq u enti inualidum ad h u c inform et atque
in stitu a t et ipse m em o r sui to tu m deo deputet, nihil sibi uindicet.
Ideo et aram aedificauit deo, qui apparuit ei, et recessit inde in
m o n tem contra o rien tem B eth lem m, surgentem adhuc sibi solem
cupiens iu stitiae u id ere ". Ideoque non in uallibus, sed in m onte
tabern acu lu m sibi locauit, quia deus m ontium est et non uallium °.

6. E t inuocauit nom en d o m in ip. Vbi B ethel id est dom us dei


ibi et ara, ubi a ra ibi inuocatio dei. Non inm eritoque processus
tantos hab u it, quia d eu m sp erab at sibi auxilio fore. E xercetur
ath leta dom ini et d u ra tu r aduersis. In d ese rtu m abiit: fam es inci­
dit, in Aegyptum d e s c e n d itq. C onpererat in Aegypto lasciuiam
iuuenum esse, luxuriam , petu lan tem cupiditatem , u o lu p tatu m in-

Mt S, 16.
f Ps 44 (45), 2.
* Gen 3, 8.
h Gen 12, 6.
* Gen 49, 15.
i Gen 12, 7.
m Gen 12, 7 s.
" Mal 3, 20 (4, 2).
« 2 Reg 21 (20), 23.28.
p Gen 12, 8.
<i Gen 12, 9 s.

4, 23. inrationabilese P (se exp. et -li corr. P2) inrationabili se D.


5, 7. loci P a.c. loco P p.c. cet.
12. bethlem P Bethel P2 Schenkl.
14. uallium] collium P.
6, 4. d u ratu r A iuratu r P probatur P p.c.
ABRAMO, I, 2, 4-6 39

corporale e le altre passioni del corpo, l'uom o giusto deve scin­


dere e sep arare l ’elem ento razionale della sua anim a d a quello
irra z io n a le 13. Ecco che cosa significa u scire d a C harra, uscire
come da caverne, d a cunicoli e d a n a sc o n d ig li14. In fa tti nascon­
dersi è indice di coscienza colpevole. Usciamo d u n q u e anche noi
dai nascondigli, seguendo Abram o. Se in fatti siam o figli di À bra­
mo, facciam o le opere di Abram o, affinché le n o stre opere ri­
splendano d av an ti a Dio e davanti agli uom ini. Il giusto palesa
le sue opere al re, il peccatore si occulta, com e Adamo deside­
rava occultarsi, m a non poteva rim an ere nascosto. A bram o obbe­
dì d un q u e al com andam ento di Dio e non risu lta che siano so­
pravvenuti indugi.
5. M essosi in cam m ino, attraversò la regione fino a Sichem ,
che tra d o tto significa « òm ero » o « cervice » 15. In tale significato
vediam o l ’attuazione dell’o pera p re scritta, dato che più o ltre tro ­
viamo: Piegò il suo òm ero per lavorare. Si com prende allora che
attrav erso la sim bologia dei luoghi si vuole significare che il santo
Abram o no n solo con lo zelo, m a anche con i risu ltati h a dato
prova della sua devozione, grazie alla quale è giunto fino alla q u er­
cia. Là gli apparve il Signore e gli disse: Darò questa terra alla
tua discendenza. Si noti com e la prom essa, in qu an to più volte
rip e tu ta l6, istru isca e educhi. A bram o ancora d e b o le n, m entre
questi consapevole della p ro p ria debolezza, ascrive tu tto a Dio,
nulla rivendica a sé. Perciò edificò anche un altare a Dio che gli
era apparso e di là si ritirò sulla m ontagna a oriente di B eth ­
lem l8, desideroso di vedere il sole della giustizia che ancora
doveva sorgere 19. E perciò pose la sua tenda non nelle valli, m a
sul m onte, p erché Dio è Dio dei m onti, non delle valli.
6. E invocò il nom e del Signore. Dove è B ethel, cioè la casa
di Dio, li è anche l’altare, dove è l’altare, li è anche l’invocazione
di Dio. N on a caso faceva si grandi progressi: sperava nell’aiuto
di Dio. L’atleta del Signore si esercita e si fortifica nelle avversità.
Andò nel deserto: venne la carestia, discese in Egitto. Aveva sapu­
to che in E gitto erano diffuse dissolutezze dei giovani, lussuria,

13 Cf. Isaac 1, 1 (CSEL XXXII/1, p. 642, 5): sapientis enim est segrega
se a uoluptatibus carnis, eleuare animam atque a corpore abducere.
i* Cf. P h il o , migr. 187-188.
15 Cf. ibid. 221; m ut. nom. 193.
Cf. Gen 12, 2 e poi 13, 14-17; 15, 1J18; 17, 2-8.15; 18, 10; 21, 12; 22, 17-19.
17 Abramo è più volte presentato come uno che, aU'inizio del suo cam­
mino spirituale, era ancora incapace di avviarsi decisamente verso la virtù,
imperfetto (cf. infra, I 3, 12), fragile come qualsiasi altro uomo (infra,
I 4, 22). Il presupposto dell'esegesi am brosiana, che prim a di Cristo non
poteva esserci perfezione (infra, II 2, 6), trova la sua applicazione in queste
considerazioni, m entre il personaggio, descritto nel suo lento e faticoso
progredire, acquista un aspetto più realistico, um anam ente più vicino a
coloro cui è proposto come esempio.
18 L’edizione di K. Schenkl presenta Bethel-, ho corretto in base alle
indicazioni del suo apparato e tenendo presente la confusione in Ambrogio
fra Bethel e Bethlem (cf. infra, II 3, 11, nota 10).
19 Intendo surgentem con valore di participio futuro; cf. infra, II 3, 11:
prophetabat (se. Abraham ) uenturum iustitiae solem.
40 DE ABRAHAM, I, 2, 6-7

tem peran tiam . A duertebat in te r huiusm odi uiros in tu tam uxoris


pudicitiam fore sibique coniugis puch ritu d in em periculo futuram :
m onuit uxorem , u t sororem se d ic e r e tr. Quo d o cetu r non m agno­
p ere decorem q u aeren d u m coniugis, qui u iro plerum que necem
gignere solet. Non enim tam p u lch ritu d o m ulieris quam u irtu s eius
e t g rau itas delectat u iru m . Qui suauitatem q u ae rit coniugii non
superio rem censu am biat, quam necessitates non ten ean t m aritales,
non m onilibus o rnatam , sed m oribus. Offendit plerum que uirum ,
si se u x o r nobiliorem n o u erit. H aec proxim a superbiae sunt. S ara
non facu ltatib u s ditior, non genere splendidior erat. Ideo uirum
inparem non p u tab at, ideo quasi parem g ra tia diligebat, ideo non
censu est reten ta, non p aren tib u s, non propinquis, sed u iru m pro­
p riu m quacum que p erg eret sequebatur. E x tern a adiit, sororem
se eius adseru it, co n ten ta si ita necesse esset se periclitari pudore
quam u iru m salute e t u t tu e re tu r m aritu m m en tita est germ ani­
tatem , ne in sidiatores pu d oris eius tam quam aem ulum et uindicem
uxoris necarent. D enique sim ul u t u id e ru n t illam Aegyptii, adm i­
ra ti quod speciosa esset ualde induxerunt illam ad regem suum
e t cum A braham bene egerunt tam quam fra tre m eius quae pla­
cuisset regi h o n o ra n te s s.

7. Adflixit autem dom inus Pharao adflictationibus magnis


saeuis et d o m u m eius p ro p ter Saram uxorem Abrahae ‘. M agnum
est testim onium docum entum que ca stitatis tuendae locus ita h o r­
tatoriu s, u t unusq u isq u e se castum praebeat, alienum non adfectet
torum nec latendi spe a u t faciendi in p u n itate alienam uxorem
incessat, non in cu ria au t stu ltitia p ro u o c etu r m ariti au t longiore
absentia. Adest praesu l coniugii deus, quem nihil lateat, nullus
euadat, nem o in rideat. Vicem absentis m ariti tuetur, seruat excu­
bias, im m o sine excubiis d eprehendit reum , antequam faciat quod
p arau erit: in anim is singulorum , in m entibus u n iuersorum crim en
agnoscit. E tsi m aritu m ad u lte r fefelleris, non fallis deum : etsi
m aritu m euaseris, etsi iudicem fori luseris, non euadis iudicem
totius m undi. Ille grauius u lciscitu r iniuriam inopis, contum elias
in p ru d en tis m ariti; m aio r est enim in iu ria auctorem quam custo­
dem thalam i sp retu m et non consideratum .

'• Gen 12, 13.


s Gen 12, 14 s,
i Gen 12, 17.

6, 9. docetur PJ (ex docet).


22. emolumentum indicem P.
26. honorantes P2 (ex honorantis).
7, 1. farao P pharao CM (cf. Sept.: tòv 4>apau) faraonem T pharaonem D (in
ras.) cet.
8. tueatur P.
ABRAMO, I, 2, 6-7 41

cupidigia im pudente, passioni sfrenate. Com prendeva che fra uom i­


ni di tal genere il p u d o re della m oglie sarebbe stato indifeso e la
sua bellezza sarebbe s ta ta p e r lui u n pericolo: disse allora alla
moglie di d ich iararsi su a sorella. Con ciò si insegna che nella m o­
glie non si deve ta n to cercare la bellezza, che solitam ente provoca
la m orte del m arito. In fatti, non tan to la bellezza della moglie
quanto la sua v irtù e la sua serietà rendono lieto il m arito. Chi
desidera la felicità del m atrim onio cerchi non u n a donna più fa­
coltosa che non è ten u ta a freno dagli obblighi coniugali, non o r­
nata di gioielli, m a di buoni costum i. La moglie, che sa di essere
di rango più elevato, generalm ente um ilia il m arito. Queste cose
hanno s tre tto ra p p o rto con la superbia. S ara non era più ricca
di sostanze, non era più nobile di origine. Perciò non riteneva il
m arito inferiore; dun q u e lo am ava com e uno di uguale dignità,
dunque non fu tra tte n u ta dalla ricchezza, non dai genitori, non
dai parenti, m a seguiva suo m arito ovunque andasse. Si recò in
u n paese stran iero , si dichiarò sua sorella, disposta, se fosse stato
necessario, a m ettere in pericolo il p ro p rio pudore p iu tto sto che
l'incolum ità del m arito, e p er salvaguardare il m arito m enti,
dicendosi sua sorella, nel tim ore che coloro che avessero insidiato
il suo p udore lo uccidessero com e rivale e vendicatore della m o­
glie. Gli Egiziani, ap p unto, appena la videro, colpiti dalla sua non
com une bellezza, la p re sen taro n o al loro re e tra tta ro n o A bram o
con risp etto , onorandolo com e fratello di colei che era piaciuta
al re.
7. Ma il Signore pu n ì il faraone e la sua casa con grand
terribili castighi a m otivo di Sara m oglie di Abramo. G rande testi­
m onianza e dim ostrazione di com e si deve custodire la castità è
questo passo che eso rta ognuno a m o strarsi casto, a non b ra m a re
il letto altru i e a non insidiare la m oglie d ’altri, contando sulla
speranza di non essere scoperto o sull’im punità del fatto, a non
lasciarsi ten tare dalla trascuratezza o dalla stoltezza del m arito o
da u n a sua pro lu n g ata assenza. È presente Dio, difensore del m a­
trim onio, al quale nulla re sta nascosto, nessuno sfugge, del quale
nessuno può p re n d ersi gioco. Egli assum e il com pito del m arito
assente, m antiene le sentinelle, anzi senza sentinelle sorprende il
reo prim a che attu i ciò che ha m editato: nell’anim o dei singoli,
nella m ente di tu tti riconosce la colpa. O adultero, anche se hai
ingannato il m arito, non inganni Dio, anche se sei sfuggito al
m arito, anche se ti sei preso gioco del giudice del tribunale, non
sfuggi al giudice del m ondo intero. Q uesti vendica con più seve­
rità l'ingiuria fa tta al debole, le offese a u n m arito im prudente.
Infatti, più grande è l'ingiuria quando si disprezza e non si tiene
in considerazione l'au to re p iu tto sto che il custode del m atrim onio.
42 DE ABRAHAM, I, 2, 8

8. Ipse quoque P harao licet rex A egyptiorum , quem et in


lentia regalis su p in aret p o ten tiae et Aegypti lasciuia atque luxuries
a stud io castitatis abduceret, uocauit A braham et arg u it eum di­
cens: Quid hoc fecisti m ihi? Quare non d ixisti quia uxor tua est,
sed d ixisti m ih i quia soror m ea est? et sum pseram eam m ihi uxo­
rem. E t nunc ecce m u lier tua ante te u. E tsi n a tu ra ferus ac b a r­
barus, tam en significat etiam externis ac b arb aris e rro rib u s esse
curam pu d o ris et ad u lterii etiam sibi crim en cauendum . Qui p rae­
tendit ignorantiam condem nat intem perantiam . Nec m irum si
b a rb a ru s ius n o u it n atu rae: m u ta anim antia, quae nullis te n e n tu r
legibus, su n t tam en aliqua, quae non solum parib u s suis copulae
seru en t fidem, u eru m etiam coitus unius castitatem custodiant.
Ita m aior lex n atu ra e quam legum praescrip tio est. Non m irum
ergo si et iste Aegyptius rex deum tim uit, qui hom inem non tim e­
bat, et poenam soluit adulterii, qui nullis te n e b a tu r reus legibus,
statim q u e, ubi alienam esse agnouit uxorem , non solum m arito
reddidit, ueru m etiam prosecutores dedit, qui deducerent eum ,
ne quis de populo b a rb a ro inrogaret uiolentiam uel peculio uiri
uel uxoris pudori.

u Gen 12, 18 s.
ABRAMO, I, 2, 8 43

8. Lo stesso faraone anche se re dell'E gitto — lui che da


p arte l’arroganza del p o tere regale rendeva insensibile, d all'altra
la lussu ria sfre n ata dell'E gitto distoglieva dalla p ra tic a della ca­
stità — chiam ò A bram o e lo rim proverò dicendogli: Perché m i
hai fa tto questo? Perché non m i hai detto che è tua moglie, ma
m i hai detto: « È mia sorella », e cosi io l'ho presa in moglie? Ora
ecco a te tua moglie. Anche se di indole rozzo e b arb aro , tu tta ­
via m o stra che anche le false religioni stran iere e b a rb a re si
preoccupano della pudicizia e che an ch ’esse si guardano dalla
colpa dell'adulterio. Chi adduce com e giustificazione l’ignoran­
za, condanna l’intem peranza. Né fa m eraviglia che un b a rb a ro
conosca la legge n a tu ra le 20: fra le bestie, che non sono soggette
ad alcuna legge, ve ne sono alcune che non solo conservano
nell’accoppiam ento fedeltà ai loro com pagni, m a a d d irittu ra os­
servano la ca stità di u n solo ra p p o rto s e ssu a le 21. P ertan to la legge
della n a tu ra è su p erio re alla prescrizione delle leggi p o sitiv e 22.
N essuna m eraviglia, perciò, se anche questo re egiziano ebbe
tim ore di Dio, lui che non tem eva l’uom o, e volle rip arare la colpa
di adulterio, lui che non era soggetto a nessuna legge, e subito,
appena si accorse che S ara era la m oglie di un altro, non solo la
restitu i al m arito, m a gli m ise a disposizione degli accom pagna­
tori che lo guidassero fuori del paese, affinché nessuno di quel
popolo b a rb a ro facesse violenza al peculio dell'uom o o alla pudi­
cizia della moglie.

20 Il precetto della castità fa parte della legge naturale (cf. exam. V 7,


19, CSEL XXXII/1, p. 155, 1: gratte est adulterium, naturae iniuria est; ibid.,
155, 5-6: naturae adulterium est). Ciò risulta ancor più chiaramente, se — come
ha fatto B. M aes , La loi naturélle selon Ambroise de Milan, Roma 1967, pp.
193-194 — colleghiamo fra loro due passi del De uiduis, 17, 72: ubi praecep­
tum est, ibi lex est: ubi consilium, ibi gratia est. Praeceptum, ut ad naturam
reuocet: consilium, ut ad gratiam prouocet e 13, 75: praeceptum enim casti­
tatis est, consilium integritatis.
21 Che l'istinto naturale degli animali sia equiparato alla legge natu­
rale che ispira la condotta morale dell’uomo, non deve lasciare perplessi.
Ambrogio non è certam ente il solo autore cristiano antico che risente
deU’influenza di questo aspetto della dottrina stoica: istinto e ragione sono
le due forze infallibili della natura che conservano l’ordine del cosmo. Ma,
per Ambrogio, l’arm onia fra istinto e legge naturale ha il suo fondamento
nella comune origine dalla volontà di Dio (cf. per es., exam. V 9, 62, CSEL
XXXII/1, p. 188, 7: turturibus deus hunc infudit adfectum ). Cosi si spiega
perché il nostro Autore frequentem ente attinga, per l’esemplificazione, al
mondo degli animali. Altri esempi, che nell’opinione del tempo erano con­
siderati « scientifici », possiamo trovare in exam. V 19, 62 (CSEL XXXII/1,
p. 187, 15 ss.): la tortora rifiuta le seconde nozze, dunque: discite, mulieres,
quanta sit uiduitatis gratia...; ibid., V 21, 67 (p. 190, 1 ss.): le api non si
accoppiano fra loro, m a raccolgono la prole da foglie e erbe con la bocca;
ibid., V 20, 64 (p. 188, 16 ss.): anche gli avvoltoi generano sine ullo mascu­
lorum... semine et sine coniunctione.
22 La legge naturale è più efficace della legge positiva per il suo carat­
tere universale: influenza anche la condotta del faraone, determ ina persino
il com portam ento degli animali (cf. nota prec.).
44 DE ABRAHAM, I, 2, 9 - 3, 11

9. P ulcherrim us et hic locus ad incitandum stu d iu m deuo


nis, quod is qui deum seq u itu r tu tu s semiper est. E t ideo deum
p raeferre debem us om nibus, nec p atria e co ntuitus nec paren tu m
filiorum que g ra tia nec uxoris contem platio nos reuocare debet ab
executione p raecep to ru m caelestium , q uia deus om nia nobis illa
larg itu r et potens est seru are quae donat. Itaq u e m agnum exem ­
plum deuotionis A brahae quod cum uxore speciosa descendit in
Aegyptum. E ra t quidem iu sto uiro cu ra coniugalis pudicitiae, sed
m aius erat stu d iu m m atu ra n d ae deuotionis, ne praetulisse custo­
diam to ri m an d atis u id e re tu r caelestibus. Ita q u e quoniam p ro p te r
deum contem psit om nia, recepit a deo m u ltip licata om nia. Sed
prim um deus pudicitiae trib u it rem unerationem , quam gratam
sciebat coniugi; n am quia studio obeundi caelestis oraculi uxorem
quoque in periculum d eduxerat pudoris, etiam castim onium coniu-
gii defendit.

3. 10. P rim as ig itu r sibi p arte s iusto ordine uindicauit de


tio. V ideam us et ceteraru m u irtu tu m gratiam . M ulcebatur sanctus
A braham nepotis praesen tia, cui p a triu m adfectum exhibebat. Inci­
dit rixa in te r seruulos nepotis et p a t r u i a. A duertit p ru d e n tio r ser-
u ulo ru m dissensionibus d om inorum concordiam solui solere, am-
p u tau it fim briam discordiae, ne contagium serperet. Tolerabilius
etenim p u tau it, u t copula se q u e stra re tu r quam g ratia dirim eretur.
Quod te facere o p o rtet, si fo rte huiusm odi aliquid incideris, u t
sem inarium dissensionis auferas. N eque enim tu fo rtio r quam A bra­
ham . Ille declinanda censuit, non despicienda seruulorum iurgia.
E t si tu fo rtio r, caue ne a lte r infirm ior, qui aurem praeb eat ser­
uulorum su su rris. F req u e n te r indiuisa seru itia in te r p aren tes dis­
cordiam seru n t. Diuide potius, u t m aneat am icitia; indiuisa dom us
duos non sustinet. N onne m elius est em igrare cum g ratia quam
cohabitare cum ' discordia?

11. Ip sa quoque cuiusm odi esse debeat diuisio p atria r


edocet. F irm io r d iuidat, infirm ior legat, ne hab eat quod q u eratu r.
E lectioni suae non p o terit calum niari. Non residebit occasio resi­
liendi cui d a tu r eligendi optio nec diuisor g rau atu r; nam quo
p ru d e n tio r eo cautior, u t nec in diuisione c irc u m sc rib atu r nec in
electione frau d etu r.

a Gen 13, 7 s.

9, 7. Abrahae om. P.
12. gratam (ex gratum ) P gratiam A.
ABRAMO, I, 2, 9 - 3, 11 45

9. M eraviglioso anche questo passo p er stim olare lo zelo


la devozione: chi segue Dio è sem pre al sicuro. Perciò sem pre
dobbiam o a n tep o rre Dio ad ogni cosa: né la considerazione del­
la p atria, né l’am o re dei genitori e dei figli, né l’am m irazione p er
la m oglie ci deve distogliere dalla p ra tic a dei divini p recetti, p er­
ché Dio ci dona tu tte qu este cose ed h a il p o tere di conservare
ciò che dona. È d u nque u n grande esem pio di devozione quello
di A bram o che scende in E gitto insiem e con la sua bella moglie.
C ertam ente q uesto uom o giusto aveva cu ra della pudicizia coniu­
gale, m a m aggiore preoccupazione aveva di essere p erfettam ente
fedele a Dio e di non sem brare d ’essersi preoccupato più della
difesa del suo d iritto sulla m oglie che dei precetti divini. Perciò,
poiché p er am ore di Dio disprezzo ogni cosa, riottenne d a Dio
ogni cosa m o ltip lic a ta 23. Ma innanzi tu tto Dio gli diede la ricom ­
pensa della pudicizia, che sapeva g ra d ita alla moglie; in fatti, poi­
ché p er lo zelo di atten d e re alla p aro la divina A bram o aveva m es­
so in pericolo p ersin o il p u d o re della moglie, Dio tutelò la ca­
stità del suo m atrim onio.
3. 10. G iustam ente, dunque, la devozione h a rivendicato a
il prim o posto. C onsideriam o o ra anche l’ornam ento delle altre
virtù. Il santo A bram o godeva della presenza del nipote, al quale
dim ostrava p atern o affetto. A ccadde u n a lite fra i servi del nipote
e quelli dello zio. Da uom o veram ente saggio avvertiva che le
discordie fra i servi spesso guastano la concordia fra i padroni:
tagliò il laccio della discordia, affinché il contagio non si diffondes­
se. R itenne in fatti p referibile che avesse term ine l'unione piutto­
sto che fosse in fra n ta la buona arm onia. È ciò che devi fare tu,
qualora ti venissi a tro v are in u n a sim ile situazione, p er elim inare
u n focolaio di discordia. In fa tti tu non sei più fo rte di Abramo.
Egli riten n e di dover evitare le contese dei servi, non d i trasc u ­
rarle. Se tu sei abb astan za forte, b ad a che l'altro non sia più
debole e p resti orecchio alle m aldicenze dei servi. Spesso la
servitù in com une sem ina discordia fra parenti. È m eglio divi­
dere, p e r conservare l’am icizia; non è possibile ab itare in due
u n a casa di p ro p rie tà com une. Non è m eglio separarsi in buona
arm onia che ab itare insiem e in discordia?
11. Il p a tria rc a spiega anche com e deve essere fa tta la d
sione. Il p iù fo rte divida, il più debole scelga, perché non abbia
a lam entarsi. N on tro v erà d a rid ire sulla sua scelta. N on avrà
m otivo di rip en sam en to colui al quale è d ata la facoltà di sce­
gliere, e chi divide è libero d a responsabilità; in fatti questi, quan­
to più è saggio, tan to p iù è g aran tito e cosi non è condizionato
nella spartizione né fro d ato nella scelta.

23 Allusione a Mt 19, 27-29; Me 10, 28-30; Le 18, 28-31.


46 DE ABRAHAM, I, 3, 12-13

12. D iuisit A braham , quia non capiebat illos inquit terra


s im u lb, q u ia nim ium d iu ites erant. Saeculare uitium , u t diuites
te rra non capiat; nil enim satis est diuitum cupiditati. Q uanto
d itio r quis fu erit tan to au idior ad possidendum est. E xtendere agri
term inos cupit, uicinum excludere. N um quid eiusm odi A braham ?
Minime, quam uis in principio et ipse inperfectior. V nde enim
p erfectio an te ad u en tu m C hristi? nondum u en e rat qui diceret:
S i uis p erfectu s esse, uade uende om nia tua et da pauperibus et
ueni sequere m e c. Tam en u t m inim e au aru s electionem offert,
u t iustu s dissensionem am p u tat. N on sit inquit rixa inter m e et
te et inter pastores m eos et pastores tuos, quia hom ines fratres
nos sum us. N onne ecce tota terra ante te? Discede a me: si tu
in sinistram , ego in dextra m uel si tu in dextram , ego in sinistram d.

13. E t leuauit oculos L oth et elegit inriguam regionem inquit


Iordanis, quia tota inrigabatur et erat sicut paradisus d e ie. Ple­
rum que possessiones o b u eniunt h ered itariae aliae utiliores, aliae
am oeniores. Non u tiq u e in portiones secandae sunt; nam incipit
m inui singularum m eritum . Sed si non q u ean t p artes de utilioribus
conuenire, co n feran tu r am oenae utilioribus. D iuersa hom inum
ingenia sunt; alios utilia, alios am oena delectant. Infirm ior am oe­
niora eligit, u tilio ra fastidit. Vilicus nonnum quam utilis est uel
a c to r agri: co n fertu r u rbano. Si insipiens sit elector, a u t cocum
eligit a u t uocalem , quem u enustioris gratiae p u tat, re fu ta t u ti­
liorem . P lerum que etiam ubi fru ctu s non inpares sunt, pruden-
tio r am oeniora declinat. Cito inuidiam m ouent, cito in se excitant
m entem auari. Hic tam en nihil dixit sc rip tu ra de eo quod alia pars
utilior, alia am oenior fuerit, ne studio A braham cepisse oculos
adulescentis u id eretu r. Am oenam p arte m descripsit, non addidit
utiliorem . Necesse erat u t de to ta regione duas p arte s faceret.
Deinde p raesentia, non ab sentia diuidebat. Vna regio capere u tru m ­
que non p o terat. Quod p o tu it sum m ae esse iustitiae, electionem
obtulit.

b Gen 13, 6.
c Mt 19, 21.
d Gen 13, 8 s.
« Gen 13, 10.

12, 4. extendere] ostendere P a.c.


6. perfectior P.
12. tota] tua P.
13, 4. portiones Schenkl portione codd.
— secandae P2 secundae PA.
ABRAMO, I, 3, 12-13 47

12. A bram o fece la spartizione, perché il territorio — è


detto — non bastava a contenerli insiem e, perché eran o troppo
ricchi. È u n vizio del m ondo che la te rra non basti ai ricchi;
niente sazia la b ra m a dei ricchi. Q uanto più uno è ricco tan to più
è avido di possesso. D esidera estendere i confini del cam po, cac­
ciare il vicino. A bram o h a fa tto forse lo stesso? No, assoluta-
m ente, anche se anch'egli all’inizio e ra alquanto im perfetto. Don­
de poteva venire, in fatti, la perfezione p rim a della v enuta di
Cristo? Non e ra a n c o ra venuto Colui che avrebbe detto: S e vuoi
essere perfetto, va', vendi tu tti i tuoi beni e dalli ai poveri e vieni
dietro di me. T uttavia, com e tu tt’a ltro che avaro, offre la scelta,
com e giusto elim ina il co n trasto . N on vi sia — dice — discordia
fra m e e te, e fra i m iei pastori e i tuoi, perché noi siam o uom ini
fratelli. N on sta forse tu tto il paese davanti a te? Separati da me:
se tu vai a sinistra, io vado a destra, se tu a destra, io a sinistra.
13. E L o th levò lo sguardo e scelse — è d e tto — la regione
irrigua del Giordano, perché era tu tta irrigata ed era com e il pa­
radiso d i Dio. G eneralm ente le p ro p rie tà si ottengono p er ere­
dità, alcune sono p iù utili, elitre più am ene. C ertam ente non biso­
gna frazionarle, perché d im inuirebbe il pregio d i ciascuna di esse.
Ma se le p arti non possono accordarsi sulle p ro p rie tà più utili,
si m ettan o a co n fro n to quelle am ene con le più utili. Le inclina­
zioni degli uom ini sono diverse: alcuni gradiscono le cose utili,
a ltri le am ene. Chi è p iù debole sceglie le cose p iù am ene e disde­
gna le p iù utili. Un fatto re, o u n sovrintendente d i cam pagna, a
volte è utile. Viene m esso a confronto con u n ab itan te di città. Se
chi deve scegliere è poco saggio, sceglierà o u n cuoco o u n can­
tante, che ritien e ab b ia doti più piacevoli, e rifiuta chi è più
utile. G eneralm ente, anche a p a rità di vantaggi, chi è più p ru ­
dente rifiuta le cose più am ene, perché queste subito suscitano
invidia, su b ito a ttira n o l’attenzione d e ll’avido. Ma in questo caso
la S c rittu ra non dice n u lla sul fatto che u n a p a rte era più u tile
e l’a ltra p iù am ena, p erché non sem brasse che A bram o aveva
adescato gli occhi del giovane. Descrive la p arte am ena, m a non
p arla della più utile. Doveva necessariam ente dividere in d u e p a rti
tu tta la regione. E poi sp artiv a ciò ch e c ’era, non ciò che non c ’era.
Una sola regione no n b astav a a contenere en tram b i. A llora egli,
quale soluzione som m am ente giusta nel lim iti del possibile, offri
a Loth la scelta.
48 DE ABRAHAM, I, 3, 14-15

14. Loth am oenam e le g itf, quae cito praedonum oculos incur­


rit. Hinc bellum in te r re g e s E, ad u e rsario ru m uictoria, incolarum
captiuitas. Itaq u e etiam Loth infirm ioris consilii p retiu m luit, non
te rra ru m infecunditate, sed am oenitatis inuidia deceptus, u t etiam
ipse captiuus ab d u ceretu r, quoniam u itio seruilis nequitiae a
potiore deflexerat et p a rte m flagitiosissim orum elegerat; Sodom a
enim luxuria atq u e lasciuia est. Ideoque declinatio L atina in terp re­
tatione d ic itu r Loth, quod is u itia eligit qui a u irtu te declinat et
ab aeq u itate deflectit.

15. Quo conperto A braham n u m erauit seruolos suos uerna-


c u lo s h et cum trecen tis decem et octo u iris adeptus uictoriam
liberau it nepotem . P ro b a tu r diuisionis adfectus, quando sic am a­
b a t nepotem , u t p ro eo nec belli declinaret periculum . Quid est
n u m e ra u it? Hoc est elegit. V nde et illud non solum ad scientiam
dei re fertu r, sed etiam ad g ratiam iu sto ru m , quod in euangelio
dixit d o m inus Iesus: et capilli uestri om nes num erati su n t '. Co-
gnouit enim do m inus qui su n t ipsius *, eos autem qui non sunt
ipsius non d ig n atu r cognoscere. N um erauit au tem trecentos decem
et octo m, u t scias non q u an titatem num eri, sed m eritu m electionis
expressum . Eos enim asciuit quos dignos in nu m ero iudicauit
fidelium , qui in dom ini n o stri Iesu C hristi passionem crederent.
Trecentos enim T G raeca litte ra significat, decem e t octo autem
sum m a IH Iesu exprim it nom en. Fidei ergo m erito A braham uicit,
non populoso exercitu. D enique eos quibus quinque regum arm a
cesserunt cum paucis egressus u em aeu lis triu m p h au it

f Gen 13, 11.


s Gen 14, 1 ss.
h Gen 14, 14.
i Lc 12, 7.
i 2 Tim 2, 19.
™ Gen 14, 14.
» Gen 14, 8.15.

15, 3. nepotem om. P.


7. post capilli add. capitis NR.
14. IH Iesu Schenkl Ihù P IH A.
ABRAMO, I, 3, 14-15 49

14. Loth scelse la p a rte am ena ch e subito colpi gli occhi dei
predoni. Di qui la g u erra fra i re, la v itto ria dei nem ici, la p ri­
gionia degli ab itan ti. Perciò anche L oth pagò il prezzo della deci­
sione p iù debole, in g an n ato non dall’infecondità delle terre, m a
dalla b ra m a dell’am enità, tan to che an c h ’egli fu condotto prigio­
niero, poiché p e r colpa dell'iniquità, che ren d e schiavi, si era
allontanato dalla p arte m igliore e aveva scelto quella dei più
dissoluti; in fatti S odom a è lu ssu ria e im pudicizia ‘. Cosi Loth
significa « deviazione », poiché chi sceglie i vizi è colui che devia
dalla v irtù e ab b an d o n a l'equità.
15. Q uando A bram o seppe questo, contò i suoi servi nati in
casa e con trecen to d icio tto uom ini, avendo o tten u to v ittoria, liberò
il nipote. Con ciò si d im o stra che la separazione e ra avvenuta in
amicizia, dal m om ento che A bram o am ava tan to il nipote da
affrontare p er lui p ersin o il pericolo della guerra. Che cosa
significa co n tò ? Significa scelse. Perciò anche quello che Gesù
ha d etto nel Vangelo n on è rife rito solo alla scienza di Dio, m a
anche alla grazia dei giusti: anche i vo stri capelli sono tu tti con­
iati. In fatti il Signore conosce coloro che gli appartengono, colo­
ro che no n gli ap p artengono non si degna di conoscerli. Abram o
ha con tato dunque trecen todiciotto uom ini, perché tu com prenda
che con ciò non è espressa la q u a n tità num erica, m a il valore
della lo ro elezione. H a scelto, in fatti, quelli che h a indicati degni
di ap p a rten ere al nu m ero dei fedeli che avrebbero cred u to nella
passione del Signore n o stro Gesù C risto. In fa tti la lette ra T in
greco significa trecen to e la som m a IH — dieci più otto — esp ri­
me il nom e di G e sù 2. D unque A bram o vinse grazie alla fede, non
per la forza di u n esercito num eroso. Dunque, con pochi servi
nati in casa sconfisse coloro che avevano vinto gli eserciti di
cinque re.
1 Cf. P h il o , migr. 148.
2 II valore simbolico dei num eri, attraverso le lettere dell’alfabeto che
li indicavano, trovava non raram ente applicazione nelle scuole rabbiniche
e fra gli autori cristiani antichi. Sulla simbologia di T (tau) si vedano
H. R ahn er , Antenna crucis., V : Das m ystische Tau, in « Zeitschr. fiir kath.
Theologie », 75 (1953), pp. 385-410; Id., L'ecclesiologia dei Padri. Sim boli della
Chiesa, trad. it., Roma 1971, pp. 691-736; J. R iv iè r e , «Trois cent dix-huit ».
Un cas de symbolism e arithm étique chez saint Ambroise, in « Rech. de
Théol. Anc. et Méd. », 6 (1934), pp. 352-355.
Notevolmente vicino al nostro è il passo di Barn., 9, 8: « Infatti dice:
Abramo circoncise diciotto e trecento uom ini della sua casa. Qual è la
conoscenza che gli fu concessa? Riflettete: dice prim a diciotto, e poi a
parte dice trecento. Diciotto si scrive I (dieci) H (otto): ecco Gesù. E poi­
ché la croce, indicata nel T (trecento), avrebbe com portato la grazia, dice
anche trecento » (trad. di F. S corza Barcellona, Torino 1975). H i p p ., in Cant.
II 31 (G. Garitte, Louvain 1965), a proposito dell’unzione di Betania (cf. Me
14, 5; Io 12, 4 s.) attribuisce significato profetico ai 300 denari che secondo
le parole di Giuda erano il prezzo dell’unguento: nella lettera T, che espri­
me graficamente il num ero 300, vedeva l’annuncio della passione di Cristo.
Similmente Ambrogio (exp. eu. Lue. VI 30, CSEL XXXII/4, p. 244, 9) sullo
stesso passo evangelico: trecentorum autem aera crucis insigne declarant;
cf. anche Ioseph 3, 14 (CSEL XXXII/2, 82, 4 s.); Spir. Sanet. I 5 (CSEL LXXIX,
p. 17, 48 ss.:); nd. I 3 e 121 (CSEL LXXVIII, p. 5, 16 ss. e p. 51, 22). Per il
procedimento inverso — cioè simbolismo delle lettere basato sul loro valore
numerico — cf. Ps.-Tert., haer. 50 (PL 2, 88 A).
50 DE ABRAHAM, I, 3, 16-17

16. Sed qui u in cit non debet adrogare sibi uictoriam , sed
deferre deo. Hoc A braham docet, qui triu m p h o hum ilior factus
est, non superbior. Sacrificium denique obtulit, decim as dedit;
ideoque eum et M elchisedech, qui in terp re tatio n e L atina d ic itu r
rex iustitiae, rex pacis, benedixit; erat enim sacerdos su m m i dei °.
Qui est rex iustitiae, sacerdos dei nisi cui dicitur: Tu es sacerdos
in aeternum secu n d u m ordinem M elchisedech p, hoc est dei filius,
sacerdos p atris, q u i sui corporis sacrificio p atre m n o stris repro-
p itia u it delictis?

17. Q uantum au tem illud quod de p ra ed a uictoriae nihil uoluit


contingere nec o b latu m sum ere! q. M inuit enim fru ctu m triu m p h i
m ercedis susceptio et beneficii adim it gratiam . P lurim um enim
re fert u tru m pecuniae a n gloriae dim icaueris: a lte r m ercennarii
loco d u citu r, a lte r dignus h a b e tu r co n seru ato ris gloriae. Iu re sanc­
tus d e p raed a u su rp a re aliquid uel oblatum recusat, ne dicat qui
dedit q u ia « ego diuitem feci eum »; hoc solum satis sibi esse testifi­
c a tu r quod p astu i p ro elian tiu m iuuenum p ro fe c iss e tr. D icet aliquis:
cum ipse uicerit, quom odo dicit ad regem S odom orum : « Nihil
sum am abs te », < et > hoc cum p ra ed a u tiq u e in p o testate uictoris
fuerit? Docet m ilitarem disciplinam , u t regi se ru e n tu r om nia. Sane
iis qui secum fu issent in ad iu m en tu m fortasse sociati p arte m
em olum enti trib u en d am ad se rit tam q u am m ercedem laboris.

» Gen 14, 18 s.; H ebr 7, 2.


p Ps 109 (110), 4.
« Gen 14, 22 s.
r Gen 14, 24.

17, 8. dicat Decr. Gr. c. 23, q. 5, c. 25.


10. et add. Schenkl.
11. reges P regibus P2.
ABRAMO, I, 3, 16-17 51

16. M a chi vince non deve rivendicare a sé la v ittoria, deve


invece a ttrib u irla a Dio. Q uesto è l’insegnam ento di Abram o, che
fu reso più um ile dal trionfo, non più superbo. In fa tti offri u n
sacrifìcio e diede le decim e; perciò lo benedisse anche Melchise-
dech, ch e tra d o tto significa re di giustizia, re di p a c e 3. In fa tti era
sacerdote del Dio altissim o. Chi è re di giustizia, sacerdote di Dio,
se non Colui al q u ale è d etto : Tu sei sacerdote in eterno secondo
l’ordine di M elchisedech, cioè il Figlio di Dio, sacerdote del Padre,
il quale col sacrifìcio del suo co rp o h a o tten u to indulgenza presso
il P adre p er i n o stri d e litti? 4.
17. Q uanto è notevole, poi, che non abbia voluto toccare nul­
la della p red a o tten u ta con la vitto ria, né p re n d ere ciò che gli
veniva offerto! Ricevere la ricom pensa, in fatti, dim inuisce il
fru tto d ella v itto ria ed elim ina il pregio dell’opera buona. In fa t­
ti, h a grande im portanza sapere se si è co m b attu to p er denaro o
p er gloria; nel p rim o caso il co m battente è considerato m erce­
nario, nel secondo è riten u to degno della gloria di salvatore. Giu­
stam ente il santo p a tria rc a rifiuta di ap p ro p riarsi d i qualcosa del­
la preda, anche se gli viene offerta, affinché colui che h a dato
non dica: « Io l ’ho reso ricco »; dichiara che gli b asta solo ciò
che era servito p er il v itto dei giovani com battenti. Qualcuno dirà:
dato che h a vinto, perché dice al re di Sodom a: « Non prenderò
nulla da te », se certam en te la pred a apparteneva al vincitore?
Abram o dà un insegnam ento circa la disciplina m ilita re 5: tu tto
deve essere lasciato al re. N atu ralm en te afferm a che a quanti si
fossero eventualm ente u n iti a lui p e r aiu tarlo doveva essere data
una p arte d i profitto, com e ricom pensa p er il loro lavoro.

3 Cf. P h il o , leg. I l i 25.


4 In II 11, 85 (infra) Ambrogio rinvia a questo passo e osserva: de
Melchisedech in tractatu morali plene diximus, in quo et m ysterium nequa­
quam praeteritum ac praeterm issum est. E. L u c c h e s i , L'usage de Philon dans
l'oeuvre exégétique de saint Ambroise, Leiden 1977, p. 83, nota 5, osservan­
do che l’esposizione in questo luogo del prim o libro non è cosi ampia
come Ambrogio sem brerebbe attestare, si chiede: « N’aurait-on pas de ce
fait mème expurgé ou altéré une bonne partie du texte? L’interprétation
bizarre qu’Ambroise tenait d ’Origène n ’aurait-elle pas peu-ètre à l’origine
de cette manipulation? ». L’interpretazione bizzarra, che Ambrogio avrebbe
derivato dalle omelie mistiche di Origene (ibid., p. 70, nota 4), potrebbe
essere — secondo il Lucchesi — quella riferita da H ie r ., epist. 73, 2 (CSEL
LV, p. 14, 8 ss.): Origene — dice Gerolamo — vedeva in Melchisedech un
angelo. Non vedo quale fondamento abbia l'ipotesi di una manipolazione,
soprattutto se si considera che piene è da riferire molto probabilm ente non
aH'ampiezza della spiegazione, ma al livello dell’interpretazione, su cui insi­
ste la parola mysterium . Ambrogio, cioè, intende l’interpretazione mistica
che questo passo, anche se brevemente, contiene.
5 Ambrogio, meno rigoroso di Tertulliano e Lattanzio, am m ette la liceità
della guerra (cf. J.-R. Palanque, Saint Ambroise et l’empire romain, Paris
1933, pp. 332-334), se si tra tta di difesa o di ritorsione contro nemici accaniti.
La guerra è allora considerata « fortezza anim ata da giustizia » (cf. off. I 27,
129; I 29, 139 s., PL 16, 66 B e 68 D - 69 A). A tal proposito egli conserva una
certa ammirazione per le virtù degli antichi romani, m a nello stesso tempo
corregge alcuni eccessi, dettando delle regole che debbono essere osservate
in guerra. Qui è respinta la consuetudine che riconosceva al vincitore il
diritto di preda. La dottrina sulla guerra giusta è sviluppata da Agostino (cf.
52 DE ABRAHAM, I, 3, 18-19

18. Ideoque q uoniam sibi m ercedem ab hom ine non quaesi-


uit, a deo accepit, sicut legim us scrip tu m q uia p o st haec uerba
fa ctu m est d om ini u erb u m ad A braham in uisu dicens: N oli tim e­
re Abraham , ego protegam te. M erces tua m u lta erit u a ld e s. Non
est serus ad re m u n eran d u m dom inus et cito p ro m ittit et m ulta
largitu r, ne infirm os anim os p e r dilationem aliquam subeat pae-
n iten tia contem psisse p raesen tia, et u elu t q u adam u su ra ria largi­
tate conpensat, u t u b erio ra re s titu a t ei qui captus non fu erit obla­
tione praesentium .

19. Ab ipso quoque d om ino m ercedem quam p o stu let consi­


derem us. N on diuitias u t a u a ru s exposcit, non longaeuitatem istius
u itae u t m eticulosus m o rtis, non potentiam , sed dignum q u ae rit sui
heredem laboris. Q uid m ih i in q u it dabis? Ego autem d im itto r sine
filiis 1 et infra: Quia m ih i non dedisti sem en, uernaculus m eu s
heres m ihi e r i t u. D iscant ergo hom ines coniugia non spernere nec
sibi sociare inpares, ne huiusm odi suscipiant liberos, quos heredes
habere non possint, u t uel tran sfu n d en d ae h ered itatis contem pla­
tione, si nullo co n tu itu p u d o ris m ou en tu r, digno stu d ean t m atri­
monio.

» Gen 15, 1.
1 Gen 15, 2 s.
“ Gen 15, 3.
/•

a b ra m o , r, 3, 18-19 53

18. Perciò, poiché n o n chiese a uom o ricom pensa, la rice­


vette da Dio, com e leggiam o scritto: Dopo queste parole il Si­
gnore parlò ad A bram o in visione dicendo: N on tem ere, Abram o,
io ti proteggerò. La tua ricom pensa sarà grandissim a. Il Signore
non è lento a ricom pensare: è p ro n to a p ro m ettere e d o n a con
abbondanza, affinché p e r qualche rita rd o non su b en tri negli ani­
mi deboli il p en tim en to di aver disprezzato le cose presenti, e
ricom pensa, p er cosi dire, con larghezza d i interessi, restitu en d o
con grande abbondanza a colui che non è stato sedotto dalle cose
di questo m ondò che gli venivano offerte.
19. C onsideriam o an che quale ricom pensa chiede al Signo­
re. Non chiede le ricchezze, com e u n avaro, non u n a lunga d u ra ta
di questa vita, com e u n o che tem e la m orte, non il potere, m a
dom anda u n erede degno della sua opera. Che cosa — dice — m i
darai? Io m e ne vado senza figli', e p iù oltre: Poiché non m i hai
dato discendenza, uno schiavo nato in casa sarà il m io erede.
Im p arin o dunque gli uom ini a non disprezzare il m atrim onio e
a non u n irsi con persone di condizione in fe rio re 6, p e r non avere
dei figli sim ili, che no n possono essere loro e r e d i7; anche in vista
dell’ered ità da trasm ettere, se non sono m ossi d a alcun riguardo
p er il decoro, desiderino u n degno m a trim o n io 8.

J. C osters , Le droit des gens chez saint Augustin, V: La guerre, in « Rev.


de droit intern. et de législ. comparée », 19 [1933], pp. 534 ss.; R. R egout ,
La doctrine de la guerre juste de saint Augustin à nos jours d'après les théo-
logiens et les canonistes catholiques, Paris 1935). Questo passo è citato da T o m ­
m aso d’Aq u in o , Sum m a th. 2, 2, q. 66, a. 8, 1, che avendo letto decet in luogo
di docet, ne dà u n ’interpretazione assai curiosa: sed praedam accipere ab hosti­
bus licitum est; dicit enim Ambrosius, in libro De Patriarchis: « cum praeda
fuerit in potestate uictoris, decet militarem disciplinam ut regi seruentur
omnia », scilicet ad distribuendum . Ergo rapina in aliquo casu est licita.
6 La Chiesa aveva p rogressivam en te atten u ato la sum m a diuisio fra
liberi e schiavi, m a, pur avendo am m esso la legittim ità del m atrim on io fra
servi (P .S. Leicht, Il matrim onio del servo, in « S critti in on ore di C. Fer­
rini », I, M ilano 1947, pp. 305-316), m antenn e la norm a della legislazione
pagana che vietava il m atrim on io fra liberi e schiavi; le costitu zion i costan ­
tiniane del 314, 319, 326, 331 (Cod. Theod. 4, 12, 1; 4, 1, 6; 12, 1, 6; 4, 12, 2)
prevedevano gravissim e san zioni. La d ecision e di papa C allisto di approvare
tali un ioni fra cristian i restò iso la ta (H ipp ., haer. 9, 12; cf. J. Q uasten, Patro-
logy, I, U trecht 1950, trad. it., T orin o 1975, I, pp. 457-459; J. Gaudemet, La
décision de Calliste en matière de mariage, in « S tu di in onore di U.E. Pao­
li », F irenze 1955, pp. 333-344). N elle Sanctiones et Decreta del con cilio di
N icea si dice: seruorum et seruarum coniugia non licent Christianis nisi
post manumissionem, qua facta contrahant iure matrimoniali et libere, dote
assignata, secundum consuetudinem illius regionis (J.D. M ansi , Sacrorum
conciliorum noua et amplissima collectio, II, Firenze 1759, 1037). Seppure
tale canone può essere in realtà p osteriore al co n cilio di N icea, tuttavia
non è falso (cf. Orestano, La struttura giuridica del m atrimonio romano, in
« B oll. dell'Ist. di d iritto rom . », 48 [1941], p. 117). Sul m atrim on io religioso
n ei prim i secoli del cristia n esim o si veda anche P. Allard, Les esclaves
chrétiens depuis les premiers tem ps de l’église jusqu'à la fin de la domi-
nation romaine en occident, P aris 19001, pp. 271-299; A. M anaricua, E l m atri­
monio de los esclavos, R om a 1940, pp. 73-191; V. M o n a c h in o , S. Ambrogio
e la cura pastorale a Milano nel secolo IV , M ilano 1973, pp. 193-197.
7 Cf. infra, I 7, 65 e nota 16.
8 Digno... matrimonio: l’esp ression e richiam a alla m en te i con cetti di
iustae nuptiae e di honor m atrim onii che p er il d iritto rom ano d istin guevano
54 DE ABRAHAM, I, 3, 20-21

20. Sed si A brahae sen ten tia ad corrigendum m inus profi


accipe oraculum dei h uiusm odi condem nantis hereditatem . N on
erit inq u it heres tu u s hic, sed alter qui exierit de te, ille erit heres
tu u s v. Q uem dicit alteru m ? P eperit enim e t Agar filium Ism ahel,
sed non ipsum dicit, sed dicit sanctum Isaac. E t ideo addidit: qui
exierit ex te; ille enim u ere exiuit ex A braham , qui legitim o coniu­
gio p ro creatu s est. Sed p er Isa ac legitim um filium illum u eru m
legitim um p ossum us intellegere dom inum Iesum , q u em in p rin ­
cipio euangelii secundum M atthaeum A brahae filium leg im u sz, qui
u eru m se A brahae gessit heredem , au c to ris inlum inans successio­
nem , p e r quem A braham respexit in caelum et splehdorem suae
p o steritatis agnouit non m inus in lu strem q u am stellaru m caelestium
fulget c la r ita s a. S icut stella enim a stella differt in claritate, ita
et resurrectio m o rtu o ru m b apostolus dixit, eo quod, resu rrectio n is
suae donans consortia, hom ines, quos m ors solebat te rris abscon­
dere, regni caelestis fecit esse participes.

21. Quom odo autem A brahae propago diffusa est nisi p e r fide
hereditatem , p er q uam caelo conparam ur, conferim ur angelis, ae­
q u am u r stellis? Ideo ait: Sic erit sem en tuum . E t credidit inquit
A braham d e o c. Quid cred id it? C hristum sibi p er susceptionem co r­
poris heredem fu tu ru m . Vt scias quia hoc credidit, dom inus ait:
Abraham diem m eu m uidit et gauisus e s t d. Ideo reputatum est
illi ad iu s titia m e, quia ratio n em non quaesiuit, sed prom ptissim a
fide cred id it. B onum est u t rationem p ra eu en iat fides, ne tam ­
quam ab hom ine ita a dom ino deo n o stro ratio n em u id eam u r exi­
gere. E tenim q uam indignum u t hum anis testim oniis d e alio cre­
dam us, dei oraculis de se non credam us! Im ite m u r ergo A braham ,
u t heredes sim us te rra e p e r iu stitiam fidei, p er quam ille m undi
heres factus est.

' Gen 15, 4.


* Mt 1, 1.
<> Gen 15, 5.
b 1 Cor 15, 41 s.
c Gen 15, 5 s.
J Io 8, 56.
Gen 15, 6.

20, 10. uerum P2 uirum P uero A.


13. ita A om. P sic P7.
21, 1-2. fidei (fidei PJ fide P) hereditatem P fidem hereditate A.
2. per quam om. P.
ABRAMO, I, 3, 20-21 55

20. M a se le p aro le di À bram o non bastan o a correggere, si


consideri la p aro la di Dio che condanna tale m odo di trasm ettere
l'eredità: N on sarà questo — dice — il tu o erede, m a l'altro che
uscirà da te, quello sarà il tuo erede. Qual è l’altro di cui parla?
In fa tti anche Agar p a rto rì u n figlio, Ism aele, m a non p a rla di lui,
parla invece del san to Isacco. Perciò h a aggiunto: che uscirà da
te. In fa tti è veram ente uscito da A bram o colui che è nato da un
m atrim onio legittim o. Ma in Isacco, figlio legittim o, possiam o
vedere Colui che è il vero figlio legittim o, il Signore G esù, di cui
neU’inizio del Vangèlo secondo M atteo leggiam o che è figlio di
Abramo, il quale fu il vero erede di A b ram o 9, rendendo illustre
la discendenza del progenitore, p er il quale Abram o guardò in
cielo e com prese che lo splendore della sua p o sterità non sarebbe
stato m eno lum inoso del fulgore delle stelle del cielo. Come una
stella in fa tti differisce in lum inosità da u n ’altra stella, cosi è
anche p er la risurrezione dei m o rti — dice l’Apostolo —, perché il
Signore associando alla sua risurrezione gli uom ini, che la m orte
soleva nascondere so tto terra, li h a fatti partecipi del regno
celeste.
21. E com e si è diffusa la discendenza di A bram o se non a t­
traverso l'ered ità che si trasm ette in v irtù della fede, p er la quale
siam o assim ilati al cielo, p aragonati agli angeli, uguagliati alle
stelle? Perciò dice: Cosi sarà la tua discendenza. E A bram o — è
d etto — credette a Dio. Cosa cred ette? Che C risto m ediante l’in ­
carnazione sarebbe diventato suo erede. Affinché si sappia che
proprio q uesto credette, il Signore dice: A bram o ha veduto il
m io giorno ed ha gioito. Perciò gli è stato attribuito a giustizia,
perché non cercò la spiegazione razionale, m a credette p ro n tissi­
m am ente. È b u o n a cosa che la fede preceda la spiegazione razio­
nale, affinché non sem bri che noi esigiam o dal Signore Dio n o stro
la spiegazione com e da un uom o 10. In fatti quanto è biasim evole
che noi crediam o a testim onianze um ane riguardo ad altri e non
crediam o alla p aro la di Dio riguardo a Se stesso. Im itiam o dun­
que Abramo, affinché m ediante la giustizia che deriva dalla fede,
p er la quale egli ered itò il m ondo, noi ereditiam o la te rra ".

il m atrimonio legittimo dal concubinato (cf. E. A lbertario, Studi di diritto


romano, I, Milano 1933, pp. 197 ss.).
9 Ambrogio conosce il valore giuridico delle genealogie ebraiche; quella
del Vangelo di Matteo, stabilendo la discendenza legittima di Gesù da Àbra­
mo, oltre a garantire la trasm issione della promessa ricevuta da questi,
fonda anche il nesso tipologico che collega Isacco, figlio legittimo ed erede,
a Gesù che eredita e realizza la promessa.
10 Cf. exc. fratr. II 89: ego rationem a Christo non exigo. Si ratione
conuincor, fidem abnuo. Credidit Abraham deo, et nos credamus, ut qui
sum us generis, etiam fidei sum us heredes.
11 Sulle orme dell'interpretazione neotestam entaria (cf. Gal 3, 6-9; Rom 4)
Abramo è presentato come tipo dei credenti, la sua fede come esempio
per il cristiano. In arm onia con tale interpretazione Ambrogio m ette in cor­
relazione l’eredità del mondo (cf. Eccli 44, 21), ottenuta da Abramo, con
l’eredità della « te rra » che riceverà il cristiano: il possedere la te rra ha
già nei Salmi e nei profeti significato escatologico: cf. Sai 36 (37), 9; Is 57, 13;
60, 21; 65, 9.
56 DE ABRAHAM, I, 4, 22-23

4. 22. Sed fo rtasse dicat aliquis: « Quom odo A braham no


im itandum proponis, cu m de ancilla susceperit filium? », aut: « Quid
sibi hoc uult, u t tan tu s u ir huic e rro ri fu erit obnoxius, cuius
ta n ta o p era m iram u r? ». E t ideo ne quodam m ore nauigantium
locum hunc, quem p leriq u e u adosum p u tan t, declinasse uideam ur,
rationem eius explanare cordi est. N on abnuo quod A braham de
ancilla su sceperit filium, u t cognoscas quoniam non superioris
cuiusdam n atu ra e ac su b stan tiae fu it A braham , sed u n u s e num ero
et frag ilitate u n iu erso ru m hom inum . D enique et de regione Chal­
daeoru m u ocatus est, quos su p erstitio n i uanae intentos m agis quam
ceteros esse accepim us. E t ideo m aiorem inuenit gratiam apud
deum , quia superio rib u s ren u n tia u it, ad p rio ra se extendit, u t se­
q u e re tu r deum . P ropositus est enim ad im itandum tibi, u t et tu
ad u ertas quod, si peccatis renunties, possis m ereri dom ini m iseri­
cordiam .

23. M ouere tam en aliquos p otest quod iam cum deo loque
tu r e t ad ancillam intro iuit, sicut scrip tu m est quia dixit Sara
ad Abraham : Ecce conclusit m e dom inus ut non pariam. Intra
ergo ad ancillam m eam , u t filios facias ex illa a. E t ita factum est.
Sed considerem us p rim u m quia A braham ante legem Moysi et
ante euangelium fuit: n o ndum in terd ictu m ad u lteriu m uidebatur.
Poena crim inis ex tem pore legis est, quae crim en inhibuit, nec
ante legem ulla est rei dam natio, sed ex lege. E rgo non in legem
com m isit A braham , sed legem praeuenit. Deus in paradiso b, licet
coniugium lau d au erat, non ad u lteriu m d am nauerat. Non u u lt enim
m ortem p e c c a to ris c et ideo quod praem ii est pollicetur, quod poe­
nae non exigit. M auult enim m itib u s prouocare quam te rre re sae-
uioribus. E t tu peccasti, cum gentilis esses: habes excusationem .
V enisti ad ecclesiam , au disti legem: non a d u ltera b isd: iam excu­
sationem delicti non habes. Tam en quoniam cum his m ihi serm o
est qui ad g ratiam b ap tism atis nom en dederunt, si qui tan tu m
crim en fecit, sciat sibi ueniam tribuendam , sed quasi ei qui
crim en com m iserit, in reliquum tam en abstinendum nouerit. De­
nique illi ad u lterae, quam in euangelio o b tu leru n t scribae Phari-
saeorum , ignouit quidem dom inus superiora, sed ait: Vade et
am odo uide ne p e c c e se. Quod cum illi dicit, tibi dicit. Fecisti gen-

a Gen 16, 2.
b Gen 2, 18.
« Ez 33, 11.
d Ex 20, 13.
<= Io 8, 11.

22, 3. hoc uult Ion. Aur I76D (cf. infra I 6,59; II 5,20).
6. cordis P a.c.
23, 9. licet om. Decr. Gr. c. 32, q. 4, c. 3.
10. laudauerit AD Ion. Aur. 111A (fort.).
ABRAMO, I, 4, 22-23 57

4. 22. Ma forse qualcuno potrebbe dire: « Come puoi p


porci di im itare A bram o se h a avuto u n figlio d a u n a schiava? ».
O ppure: « Che cosa significa che u n uom o tan to grande si sia
esposto a questo erro re, lui, di cui am m iriam o opere tan to gran­
di? ». O r dunque, p erch é non sem bri che alla m aniera dei navi­
ganti abbiam o evitato quésto punto, che i più ritengono pieno
di secche, desid eriam o d arne spiegazione. N on nego che A bram o
abbia avuto un figlio d a u n a schiava, perché si sappia che Abra­
m o non ebbe u n a n a tu ra ed u n a sostanza in certo m odo superiore
alla nostra, m a era un o dei tan ti e condivideva la fragilità di
tu tti gli uom ini. In fa tti fu anche chiam ato dalla regione dei Cal­
dei, che, sappiam o, più d i tu tti gli a ltri popoli erano dediti agli
e rro ri della superstizione. A ppunto perciò trovò più grazia p res­
so Dio, perché rinunciò al p ro p rio passato 1 e si pro tese verso il
fu tu ro p e r seguire Dio. Perciò è stato proposto alla tu a im ita­
zione, affinché anche tu com prenda che, se rinunzi ai peccati,
puoi m eritare la m iserico rdia del Signore.
23. T u ttav ia alcuni possono rim anere colpiti dal fa tto
A bram o si accostò alla schiava quando già parlava con Dio, com e
è scritto: Sara disse ad Abram o: Ecco il Signore m i ha im pedito
di partorire. Accostati dunque alla mia schiava, affinché tu abbia
dei figli da lei. E cosi avvenne. Ma consideriam o innanzi tu tto che
Abram o visse p rim a della Legge di Mosè e p rim a del Vangelo: si
credeva che l’ad u lterio non fosse ancora proibito. La punizione
per questo d elitto inizia dal tem po della Legge, che lo vietò;
nessuna condanna in pro posito p rim a della Legge, m a a p a rtire
dalla Legge. Perciò A bram o non h a violato la Legge, avendo egli
preceduto la Legge. Dio nel paradiso, anche se aveva lodato il
m atrim onio, non aveva co ndannato l'adulterio. In fa tti non vuole
la m orte del peccatore e perciò p ro m ette il prem io senza esigere
la pena. In fatti preferisce stim olare con mitezza, p iu tto sto che incu­
tere te rro re con severità. Se anche tu hai peccato, quando eri
pagano, hai una scusa, m a dopo che sei venuto nella Chiesa e hai
ascoltato la Legge — non farai adulterio —, non hai più la scusa
per la tu a colpa. T uttavia, poiché il mio discorso è rivolto a
coloro che si sono iscritti p er ricevere la grazia del battesim o, se
qualcuno ha com m esso u n a colpa cosi grave, sappia che gli sarà
perdonata, m a com e a colui che h a com m esso u n a colpa; sap­
pia però che p er l’avvenire dovrà astenersene. In fatti a quell’adul­
tera, di cui si p arla nel Vangelo, che gli scribi dei Farisei presen­
tarono al Signore, il Signore perdonò i peccati precedenti, m a
disse: Va' e d'ora innanzi guarda di non peccare. Dicendo ciò a
lei, lo dice a te. Hai com m esso adulterio da pagano, lo hai com-

1 Superior è usato da Ambrogio con diversi significati. In questo ca


più che riferirsi a quanto detto sopra, cioè alla superstitio nana dei Caldei,
penso che significhi « passato » — la vita di Àbramo prim a della chiamata
di Dio, che pure era caratterizzata da false superstizioni — cf., per es.,
supra, I 2, 4 (superioris uitae m oribus) e infra, I 4, 23 in fine (ignouit qui­
dem dominus superiora).
58 DE ABRAHAM, I, 4, 23-25

tilis ad u lteriu m , fecisti catechum enus: ignoscitur tibi, re m ittitu r


p er baptism um , u ade et post haec uide ne pecces. H abes unam
A brahae defensionem .
24. Secunda illa est, quod non ard o re aliquo uagae succ
sus libidinis, non p etu lan tis form ae cap tu s decore ancillae contu­
bernio coniugalem p o sth ab u it torum , sed studio quaerendae poste­
ritatis et propagandae subolis. Adhuc post diluuium ra rita s erat
generis hum ani: erat etiam religioni, ne quis non reddidisse debi­
tum u id e re tu r natu rae. Denique et Loth sancti filiae h an c causam
quaerendae p o steritatis h a b u e ru n tf, ne genus deficeret hum anum .
E t ideo publici m uneris g ra tia p riu ata m culpam praetexuit. Nec
otiosum est quod uxor a u c to r facti inducitur, u t excusetur m ari­
tus, ne uago ra p tu s erro re cred atu r, sim ul u t d iscan t m ulieres
diligere uiro s nec ag itari u an a suspicione pelicatus aut inuidere
priuignis, si ipsae liberos non susceperint. Vxori bonae cordi erat
excusare ap u d u iru m sterilita tem suam et, ne causa esset uiro
quod is liberos non h ab eret, suadet u t in tra re t ad ancillam . Hoc
fecit Lia, hoc Rachel postea. Disce, m ulier, zelum deponere, qui
saepe m ulieres in fu ro rem incitat.

25. Sed et uos m oneo, uiri, m axim e qui ad gratiam dom


tenditis, non com m isceri ad u lterin o corpori — qui enim se m ere­
trici iungit u n u m corpus e s t e — nec dare hanc occasionem diuor-
tii m ulieribus. Nemo sibi b la n d ia tu r de legibus hom inum . Omne
stu p ru m ad u lteriu m est, nec u iro licet quod m ulieri non licet.
Eadem a uiro quae ab uxore d eb etu r castim onia. Q uicquid in ea
quae non sit legitim a uxor com m issum fu erit adulterii d am n atu r

r Gen 19, 31 ss.


« 1 Cor 6, 16.

24, 3. quaerendae om. Ion. Aur. 177A.


5. religionis A p.c., D p.c., Ion. Aur. /77A.
5-6. uideretur debitum Ion. Aur. /77A.
25, 2. commisceri] coniungi Ion. Aur. 177A.
3. iungit] coniungit Ion. Aur. 177B (fo rt.).
6. ea P Ion Aur. 177B eam AD Schenkl.
ABRAMO, I, 4, 23-25 59

m esso da catecum eno: ti è perdonato, rim esso m ediante il b a tte ­


simo, va’ e, in seguito, g u ard a di non peccare. Ecco la p rim a dife­
sa di Abramo.
24. La seconda è questa: non perché infiam m ato d all’ard o re
di una sfren ata passione, non perché vinto dall'avvenenza di fa t­
tezze provocanti, A bram o p referì al letto coniugale la re la zio n e2
con la schiava, m a p er il desiderio di p ro c u rarsi u n a p o sterità e
di p erp etu are la discendenza. Dopo il diluvio il genere um ano
era an co ra n u m ericam ente scarso: e ra anche u n obbligo m orale
che nessuno rifiutasse di ren d ere alla n a tu ra il dovuto. Perciò
anche le figlie del san to Loth furono m osse da questo m otivo, di
procurarsi u na p o sterità affinché il genere um ano non si estin­
guesse. D unque il m erito di aver com piuto u n dovere verso la col­
lettività scusò la colpa individuale. E non è senza significato che
la moglie sia p re sen tata com e consigliera del fatto: ciò per discol­
pare il m arito, p e r non fa r cred ere che egli era stato preso da
folle trav iam en to e nello stesso tem po affinché le donne im parino
ad am are i m ariti, a non lasciarsi to rm en tare da vani sospetti di
concubinato e a non d etestare i figliastri, nel caso che esse non
abbiano avuto figli. Quella brav a m oglie desiderava farsi perdo­
nare dal m arito la p ro p ria sterilità e, volendo evitare che p er
causa sua il m arito non potesse avere figli, lo persuade ad acco­
starsi alla schiava. In seguito Lia e Rachele h an n o fa tto la stessa
cosa. Im p ara, o donna, a m ettere da p a rte la gelosia, che spesso
spinge le donne alla follia.
25. M a io am m onisco anche voi, uom ini, so p ra ttu tto voi che
aspirate alla grazia del S ig n o re 3, a non unirvi con u n corpo adul­
tero — in fatti chi si unisce ad una m eretrice è con lei un solo
corpo — e a non offrire cosi occasione di divorzio alle donne.
Nessuno si lasci illudere dalle leggi um ane. Ogni rap p o rto illegitti­
m o 4 è adulterio. Né è lecito all’uom o ciò che non è lecito alla
donna. La stessa ca stità deve essere o sservata dall’uom o com e
dalla donna. Q ualsiasi ra p p o rto con una donna che non sia la
legittim a moglie, è con d annato quale reato d 'a d u lte rio 5. D unque

2 Contubernium è il concubinato fra schiavi, non contemplato m a tol­


lerato dal diritto romano.
3 Si riferisce al battesim o, che gli uditori, catecumeni, si apprestavano
a ricevere.
4 Stuprum è da intendersi in senso lato: ogni relazione carnale al di
fuori del m atrimonio legittimo. La parola trova esplicazione nella seguente
espressione di Ambrogio: quidquid in eam...
5 II passo è notevole perché indica le linee per una profonda revisione
della mentalità corrente fondata sul diritto romano. Ambrogio afferma che
marito e moglie hanno gli stessi obblighi di fedeltà coniugale (cf. infra, II 11,
78) ed estende il concetto di adulterio ad ogni rapporto extraconiugale. L a
legislazione rom ana puniva come adulterio la relazione della donna spo­
sata con qualsiasi uomo che non fosse suo marito, ma non la relazione
di un uomo sposato con una o più donne non m aritate; cf. Q v in t ., inst. VII 3,
10 e L act., inst. VI 23, 24 che già respingeva il concetto romano di adulterio:
non enim, sicut iuris publici ratio est, sola mulier adultera est, quae habet
alium, maritus autem etiam si plures habeat, a crimine adulterii solutus est,
sed diuina lex ita duos in matrim onium , quod est in corpus unum, pari
iure coniungit, ut adulter habeatur quisquis compagem corporis in diuersa
60 DE ABRAHAM, I, 4, 25-26

crim ine. Ergo ad u e rtistis quid debeatis cauere, ne quis sacram en­
ti se indignum praebeat.
26. Accipite etiam illud, quia huiusm odi in tem p era n tia so
caritatem coniugii, superb as ancillas facit, iracundas m atronas,
discordes coniuges, concubinas procaces, inuerencundos m aritos.
Sim ul u t de dom ino conceperit ancilla, sp ern it dom inam suam
tam quam d itio r p artu , dom ina se despici dolet, m aritu m aucto­
rem in iu riaru m su aru m arguit. D enique S ara ipsa m arito ancillae
suae p o testatem d ed erat et postea dicit ad eum : Iniuriam accipio
ego ex te. Dedi iam ancillam m eam in sin u m tuum . V bi autem
uidit esse conceptum , spreta su m inquit coram ab ea. Iudicet
deus in ter m e et te h. Q uantus dolor, quam grauis qu erela sit fe­
m inaru m lectione exponitur. Da inp ro u id u m et leuem m aritum ,
qui m origerari nesciat, et d iu o rtii causas exhibet. Sed A braham ,
u ir m o d eratu s et prudens, ecce inquit ancilla tua in m anibus tuis:
utere ea quom odo tibi placuerit '. M aluit enim uxorem tenere quam
fam ulam . Nec hoc tam en plene rem edium . Accipit p o testatem irata
uxor et inm o d eratiu s u ltione p erm issa u titu r. Quodsi S ara m odera­
tionem non tenuit, quae tenebit? Ideoque scrip tu m est: E t adflixit
eam Sara, et fu g it a facie eius '. Duo su n t quae com prehendit
scrip tu ra, u t et dom inae grauem indignationem exprim eret et
ancillae tu m o rem ac superbiam . Q uod adflixit eam Sara, ad ira­
cundiam adfligentis re fe rtu r: quod Agar fugit, contum eliam serui-
li p atien tia non ferebat, quae sibi erilis contubernii uindicabat fasti­
gium. In d ig n ata est iniuriam , quae in d u erat insolentiam . Denique
in terro g an ti angelo quo ire t respondit: A facie Sarae dom inae meae
ego fu g io m. E t hoc tu m o ris inm odici, u t p riu s nom en S arae dice-

h Gen 16, 5.
' Gen 16, 6.
i Ibid.
m Gen 16, 8.

25, 8-9. sacramentis AD Ion. Aur. 177B.


26, 3. coniuges] contumaces Ion. Aur. I77B.
ABRAMO, I, 4, 25-26 61

avete cap ito ciò che dovete tem ere p e r non essere indegni del sa­
cram ento 6.
26. S appiate anche che u n a sim ile intem peranza disso
l’am ore coniugale, rende superbe le schiave, irascibili le m atrone,
discordi i coniugi, insolenti le concubine, im pudenti i m ariti.
Appena la schiava h a co ncepito d al padrone, disprezza la sua
padron a in q u an to si ritien e privilegiata dal p arto , la p ad ro n a
soffre p e r essere d isprezzata e accusa il m arito d ’essere l'origine
delle offese ricevute. In fa tti S ara stessa, che aveva d ato al m arito
il p otere sulla sua schiava, poi gli dice: Io ho ricevuto da te in­
giuria. Io ho m esso la m ia schiava nel tuo grem bo. Ma dopo esser­
si accorta d i aver concepito, sono sta ta disprezzata apertam ente
— dice — da lei. Sia giudice Dio fra m e e te. Q uanto grande sia
il dolore delle donne e q u an to penoso il loro lam ento, è d e tto nel
testo sacro. Si d ia il caso di u n m arito im previdente e frivolo che
non sap p ia co n tro llarsi ed ecco che offre m otivo di divorzio. Ma
Abramo, uom o m o d erato e saggio, dice: Ecco la tua schiava è in
tuo potere: fanne ciò che vuoi. P referì in fa tti ten ere la m oglie
p iu tto sto che la serva. M a ciò non b astò com e rim edio. La m oglie
ad ira ta si im padronisce della schiava e senza alcuna m oderazione
com pie la v en d etta ch e le è s ta ta concessa. Se non h a avuto m o­
derazione Sara, chi m ai l ’a v r à ? 7. Perciò troviam o scritto : Sara la
m altrattò e quella fuggi dalla sua presenza. Due cose dice la S crit­
tura: esprim e il p rofondo sdegno della p ad ro n a e la rab b ia e
l’orgoglio della schiava. D icendo ch e S a ra la m altrattò , m ette in
evidenza l’ira di colei che la m altrattav a; dicendo che Agar fuggì,
m ostra che non so p p o rtav a l'um iliazione con la pazienza di u n a
serva colei che rivendicava a sé la posizione di prestigio d i concu­
bina del padrone. Si ad irò p e r l'ingiuria arrecatale colei che aveva
assunto atteggiam enti insolenti. P ertan to all’angelo, che le chiede­
va dove andasse, rispose: Fuggo dalla presenza di Sara m ia pa­
drona. Anche qu este parole esprim ono rab b ia sm odata: prim a

distraxerit. La parità, circa la fedeltà coniugale, della donna e dell’uomo


era stata, dunque, già affermata, ma non era penetrata nei costumi se Ago­
stino trovava urgente insistere suU’argomento: cf. Ave., coniug. ad. II 8, 7;
serm. 132, 2; 224, 3; 260; 392, 5 e anche Hiek., epist. 87. Su questo argomento
si veda P. A llard, Les esclaves.., pp. 279-282.
L’adulterio, dopo la promulgazione della lex Iulia, de adulteriis coercendis
(18 a.C.), era considerato delitto pubblico e severamente punito con l’esi­
lio nelle isole e la confisca del patrimonio. Costantino, sotto l’influenza delle
idee cristiane, inasprì la legislazione, decretando per tale reato la pena di
morte — ma Agostino afferma che il cristiano non può volere la m orte del­
l’adultero (coniug. ad. II 15) — conferm ata poi da Teodosio (Cod. Theod.
9, 40, 1) e da Giustiniano (C. /. 9, 47, 16). L'antica nozione di adulterio
tuttavia non subi trasform azione sul piano giuridico. Il rescritto dell’impe­
ratore Caracalla, che introduceva qualche novità al riguardo (cf. Avg., coniug.
ad. II 8, 7), dovette restare senza conseguenze.
6 Si parla del sacram ento del battesimo. In I 4, 23 (supra), in un con*
testo molto simile, leggiamo: cum his m ihi sermo est qui ad gratiam baptis­
matis nomen dederunt.
7 II commento, che non perde mai l'aggancio con l’uditorio, contiene,
fra una citazione e l'altra, u n ’inflessione più direttam ente e concretamen­
te rivolta ai presenti; qui Ambrogio si avvale dell’interrogazione.
62 DE ABRAHAM, I , 4, 26-27

ret, po stea dom inam significaret. Illud ad iniuriam praem issum ,


hoc ad expressionem p ersonae additum . Non placuit angelo ancil­
lae insolentia, et ideo dixit illi angelus: R euertere ad dom inam
tu a m n. V tique non latu isset angelum , si ui suppliciorum u icta
fugisset, e t m agis rep reh endisset u erb era n tis saeuitiam quam fu­
gientis discessionem ; sed u t o stenderet quia tam q u am superba
fugiebat, ne subiecta esset dom inae, addidit: et hum ilia te sub
m anibus eius°. Opto ig itu r u t hoc u itiu m nullus incidat; sed si
quis inciderit, d iscat ancillam suam hum iliare uxori suae, ne dum
uult ancillam suam u in d icare excludat uxorem .

27. Ergo A braham et u nus de populo gentili e ra t et ca


p o steritatis in tro iera t ad ancillam quod uxor eius sterilitatem
suam o b u m b rare cupiens a u c to r eius facti fu e rat uiro. E t tam en
non otiosum est quod p o st hoc deus statim , quia alia eius m erita
p ro b a ret uel huius facti paenitentiam , d ix it illi: Ego su m deus
tuus. E m erere in conspectu m eo et esto sine querela p, quasi adhuc
non plene em eruisset, qui d esp eraret sterilis p a rtu m uxoris et de
ancilla p o steritatem qu aereret. E sto inquit sine querela, hoc est
inreprehensibilis, u t de te uxor non q u e ra tu r nec quisquam tua
facta rep reh en d at. M utat ei nom en litte ra addita, u t de Abram
u o cetu r A braham q, hoc est de p a tre uano, sicut h ab et L atina in­
terp retatio , u o ca retu r p a te r sublim is, p a te r electus uel de p atre
fieret p a te r fili. V anus erat, cum deum nesciret: electus factus est,
posteaq u am agnouit deum . P ater erat, cum de ancilla prolem habe­
ret, sed p a te r fili non erat, q uia non e ra t ei filius qui non e ra t legi-

n Gen 16, 9.
« Ibid.
p Gen 17, 1.
q Gen 17, 5.

26, 33. in hoc P p.c.


27, 4. deus om. P.
15. qui non erat seclusit Schenkl.
ABRAMO, I , 4, 26-27 63

dice il nom e di S ara, poi la chiam a p a d r o n a 8. P rem ette il nom e


per disprezzo, poi aggiunge il titolo che qualifica la persona. Al­
l’angelo n o n piacque l’insolenza della schiava, perciò l'angelo le
disse: R itorna dalla tua padrona. Se fosse fuggita perché sopraf­
fatta dalla violenza dei m a ltrattam en ti, ciò non sarebbe rim asto
nascosto all’angelo, che avrebbe rim p ro v erato la cru d eltà d i colei
che m a ltrattav a p iu tto sto che l’allo n tan arsi di colei che fuggiva.
Ma p er m o strare che q u esta fuggiva p e r orgoglio, p e r non so tto sta­
re alla padrona, aggiunse: e um iliati so tto le sue mani. Mi auguro
dunque che nessuno cada in questo e r r o r e 9. Ma se qualcuno vi
fosse caduto, im pari ad u m iliare la sua schiava di fro n te alla pro­
pria moglie, p er evitare che volendo proteggere la sua schiava
non allo n tani la moglie.
27. A bram o dunque e ra u n uom o che proveniva d a u n a po
lazione pagana e p e r avere u n a discendenza si e ra accostato alla
schiava p erch é sua moglie, desiderando nascondere la p ro p ria ste ­
rilità, aveva suggerito questo co m portam ento al m arito. E tu tta ­
via non è senza ragione che dopo questo fa tto Dio, perché apprez­
zava sia gli altri m eriti di A bram o che il suo p en tim en to p e r que­
sta azione, gli ab b ia subito detto: Io sono il tuo Dio. Fa' d ’essere
a m e gradito e sii esente da lam entela, com e se an co ra non fosse
stato pienam ente g rad ito a Dio colui che n o n aveva p iù speranza
che la m oglie sterile p o tesse p a rto rire e che cercava d i avere
dalla schiava la discendenza. S ii esente — dice — da lam entela,
cioè irre p re n s ib ile I0: che tu a m oglie n o n a b b ia a lam en tarsi d i
te, né alcuno rip re n d a le tu e azioni. Gli m u ta il nom e, aggiungen­
do u n a l e tte r a 11: d a A bram è chiam ato A braham , cioè d a p ad re
inutile — q u esta è l’in terp retazione del nom e —, è chiam ato p ad re
sublim e, p a d re eletto, o p p u re (colui che) d a p a d re diventa p ad re
di u n fig lio l2. E ra m u tile p erch é non conosceva Dio: fu scelto

8 Evidentemente era segno di disprezzo che una schiava, per indicare


la padrona, usasse il nome proprio non preceduto dal titolo di domina.
9 Cioè l’errore del concubinato.
10 Sine querela è una locuzione che Ambrogio intende giustamente in
senso passivo, in quanto traduce, qui come in altri passi della S crittura, il
term ine &iieimcto£: cf. Eccli 8, 10; Le 1, 6; Fil 3, 6; M ar. Vicr., in Phil. 2, 15
(ed. Gori, p. 340) spiega: « u t sitis sine querela ». Graecus ait: u t sitis sine
culpatione, id est ut querela de uobis non sit.
11 In realtà non una, m a due lettere sono aggiunte nel cambiamento di
nome di Abramo (AbramìAbraham). Anche su questa incongruenza E. Luc­
chesi, L'usage de Philon..., p. 66, si basa p er supporre una fonte greca per
il prim o libro del De Abraham (cf. introd. p. 10). L'osservazione di Ambro­
gio, infatti, si ad a tta bene alla trasform azione di ’Afìpdbil in ’A3paà|X. Ma,
bisogna osservare, non si può escludere che Ambrogio leggesse nel suo
testo latino della Genesi Abraam e che egli stesso scrivesse questo nome
senza h (cf. ibid., nota 5).
12 L’interpretazione del doppio nome di Abramo (Abram/Abraham) non
concorda con quella data da Filone in diversi luoghi: m ut. nom. 66: ’AfJpàp
Y&p £p(j.i)VEÓETai liETÉupog icaffip, ’Af)pa&|* Sé icarfip èxXextòj
(cf. leg. III 83; Cher. 4 e 7; gig. 62; Abr. 82; quaest. in Gen. I l i 43, A ucher, p.
238). Nell’Alessandrino iiEtétopog è riferito al prim o nome, in Ambrogio il cor­
rispondente pater sublim is è, invece, riferito al secondo. Inoltre, di pater uamis
non c'è traccia in Filone, ma, come osserva L ucchesi, L ’usage de Philon...,
64 DE ABRAHAM, I , 4, 27-28

tim o susceptus coniugio. P eperit S ara, et factus est p a te r fili. Cir­


cum cidi iu b e tu r r accep tu ru s ueri sem inis hereditatem . N onne eui-
d e n te r circum cisio carnis praecep tu m est castim oniae, u t aliquis
resecet libidinem carnis et indom itas luxu ac lasciuia refren et
cu piditates? E tenim circum cisionis uocabulo id p ra escrib itu r, u t
om nis in p u ritatis fe to r a b sterg eatu r et a u fe ra tu r incentiuum libi­
dinis. D uabus usi sum us defensionibus.

28. T ertia quoque est, quam nobis apostoli Pauli trib u it a


toritas, qui ait: « Illa quae gessit A braham , u t de ancilla suscipe­
re t subolem , in figuram fa cta et secundum allegoriam dicta ».
Allegoria est, cum aliud g e ritu r et aliud figuratur, sicut etiam ipse
apostolus docet dicens: S u b lege uolentes esse legem non legistis?
S crip tu m est enim quod. A braham duos filios habuerit, unum
de an cilla . et u n u m de libera. S ed is quidem qui de ancilla
secundum carnem natus est, qui autem de libera p er prom is­
sionem . Quae su n t p er allegoriam dicta; nam haec su n t duo
testam enta, u num q u id em a m o n te Sina in seru itu tem generans,
quod est A g a rs. Duos populos ostendens de A brahae generatione
m anare, u n u m Iu d aeo ru m , qui legis syllabis seruiat, eo quod de
ancilla in seru itu tem u id e a tu r esse generatus, alteru m C hristia­
num , q u i ad rem issionem peccatorum caelestis gratiae libertatem
acceperit '. Quod ergo p u tas esse* peccatum ad u ertis esse m yste­
rium , quo ea quae p o sterio rib u s era n t fu tu ra tem poribus reuela-
b an tu r. D enique addidit: V os autem , fratres, secundum Isaac
prom issionis filii estis u. E t « ideo » in q u it « nolite q u aerere opera
legis », quoniam non iu stificatur hom o ex operibus legis nisi per
fidem Ie su C hristi et u t scias quia C hristianis dicit: E t nos in
C hristum Ie su m credidim us, u t iustificem ur ex fide C hristi et non

r Gen 17, 10 s.
» Gai 4, 21-24.
* Gal 4, 26.
“ Gal 4, 28.
ABRAMO, I , 4, 27-28 65

dopo ch e conobbe Dio. E ra p adre, avendo avuto p ro le d a lla schia­


va, m a non e ra p ad re d i u n figlio, p erché n o n e r a suo figlio
quello che no n e ra n a to d a u n m atrim o n io legittim o. Q uando S ara
p arto rì, egli divenne p ad re di u n figlio. Gli viene o rd in ato d i c ir­
concidersi q u ando s ta p e r ricevere l’ered ità d ella v era discendenza.
La circoncisione della carne non indica forse ch iaram ente il p re ­
cetto d ella c a stità ch e p rescrive d i elim inare le passioni della
carne e d i fre n a re i d esid eri che la lu ssu ria sfre n ata ren d e indo­
m iti? In fa tti col term in e « circoncisione » si indica che deve essere
tolto ogni feto re d 'im p u rità e d elim inato lo stim olo delle pas­
sioni u . Ci siam o avvalsi di d u e argom entazioni in d ifesa di Abram o.
28. Ve n ’è anche u n a terza che ci è offerta dall’a u to rità d
l’apostolo Paolo, il quale dice: « Ciò ch e h a fa tto A bram o, che si
è p ro c u rato p role d alla schiava, è sta to fa tto in figura ed è stato
d etto in senso allegorico ». Si h a allegoria q u an d o si com pie u n a
cosa p e r significarne u n ’a l t r a 14, com e anche l’Apostolo insegna
quando dice: V oi che volete stare so tto la Legge non avete letto
la Legge? È sta to scritto in fa tti che A bram o ebbe due figli, uno
dalla schiava e u n o dalla libera. Ma quello avu to dalla schiava è
nato secondo la carne, quello invece avuto dalla libera è nato in
virtù della prom essa. Q ueste cose sono state espresse in senso alle­
gorico. In fa tti q u esti sono i due testam enti: il p rim o proviene dal
m onte Sinai, che genera p e r la schiavitù, ed è Agar. Con ciò
m o stra ch e dalla generazione di A bram o discendono d u e popoli,
il p rim o è quello dei G iudei, ch e è schiavo della le tte ra della Leg­
ge, in q u an to si ritien e che sia stato generato d a lla sc h ia v a 15 p e r
la schiavitù, il secondo è il popolo cristiano, ch e h a ricevuto la
lib ertà d ella grazia celeste p e r la rem issione dei peccati. D unque
ciò ch e re p u ti essere u n peccato, tu com prendi c h e è u n m istero,
m ediante il quale si rivelava ciò che sarebbe accaduto in fu tu ro .
Perciò l'Apostolo aggiunge: Ora voi, fratelli, siete figli della pro­
m essa alla m aniera d i Isacco. « Perciò — dice — non cercate le
opere d ella Legge » perché l’uom o non è giustificato dalle opere
della Legge, m a solo m ediante la fede in C risto Gesù. E p erch é
si sap p ia che p arla ai cristiani, dice: Anche noi abbiam o creduto
in Cristo Gesù, p er essere giustificati dalla fede in C risto e non
dalle opere della Legge. C om prendiam o d u n q u e che ciò che acca-

p. 60, nota 2, potrebbe essere stato facilmente dedotto dal contesto biblico;
o forse bisogna supporre che Ambrogio abbia utilizzato in questo prim o
libro qualche lessico onomastico allora diffuso; cf. P. L a g a r d e , Onomastica
sacra, Hildesheim 1966 (rist.), p. 185, 88 ’Appa&ix iraffip n<XTif)p vitoù
(ex onomast. Vatic.). Analogo problem a si pone per il nome di Sara;
c f. infra, I 4, 31.
•3 Incentiuum libidinis: cf. Ave., nupt. et conc. 34, 39.
14 Per la definizione di allegoria cf. C ic ., orat. 94; de orat. 166; Q v in t.,
inst. V ili 6, 44; IX 2, 46.92.
15 Seppure storicam ente discendente dal figlio di Sara, il popolo ebreo,
in quanto schiavo della Legge, è prefigurato — secondo l’interpretazione alle­
gorica dei fatti narrati nella Genesi — nel figlio della schiava. In questo
senso intendiam o l ’espressione: « appare che sia stato generato dalla
schiava ».
66 DE ABRAHAM, I , 4, 28-29

ex operibus legis''. Agnoscim us ergo quoniam haec quae in figura


contingebant illis z crim ini non eran t, nobis autem eru n t, si ad
correptionem n o stram scrip ta cauere nolim us, sed m agis id aga­
m us, u t cum sim us liberae filiia, quae est Sara, ne legis laqueis
seruiam us, cum A braham liberam ten u erit, ancillam eiecerit.

29. Quo lo c ib plerosque m oueri scio. Si enim bona est


cum cisio, hodieque ten eri deb u it: si inutilis, m andari non debuit,
pra esertim diuino oraculo. Sed cum apostolus dixerit Paulus quia
Abraham signum accepit circu m cisio n isc, u tiq u e signum non ipsa
res, sed alteriu s est rei, hoc est non u eritas, sed indicium u eritatis.
Denique ipse exposuit et expressit dicens: Signum accepit circum ­
cisionis signaculum iustitiae et fidei*. V nde non incongrue intel­
legim us quia circum cisio corporalis signum circum cisionis est
spiritalis. E rgo signum m ansit, donec u en ire t ueritas. Aduenit dom i­
nus Iesus, qui ait: Ego su m uia et ueritas et u ita e, quia non p a r­
tem exiguam corporis in signo, sed to tu m circum cidit hom inem
in u eritate; signum d etraxit, u erita te m induxit, quia posteaquam
uenit quod p erfectu m est, quod ex p a rte e ra t euacuatum est, et
ideo cessauit circum cisio p artis, ubi re fu lsit circum cisio uniuersi-
tatis. Iam enim n on ex p a rte , sed to tu s hom o salu atu r in corpore,
salu atu r in anim a. S crip tum est enim : Qui u u lt p o st m e uenire
abneget se ip su m et tollat crucem suam et sequatur m e f. H aec
est perfectio circum cisionis, quia p e r corporis oblationem redi­
m itu r anim a, de qua ipse dom inus ait: Qui perdiderit anim am
suam p ro p ter m e inueniet e a m i .

v Gai 2, 16.
z 1 Cor 10, 11.
a Ibid.
» Gen 17, 10 s. .23.
' Rom 4, 11.
4 Ibid.
« Io 14, 6.
t Mt 16, 24.
• Lc 9, 24.
ABRAMO, I , 4, 28-29 67

deva loro in figura n o n poteva essere im p u ta to a colpa, m a a noi


sarà im p u ta to se no n farem o attenzione a ciò che è stato scritto
p er n o stra correzione. P iuttosto, essendo noi figli della libera,
che é Stura, facciam o in m odo d i non essere prigionieri dei lacci
della Legge, dato che A bram o h a tra tte n u to la libera ed h a allon­
tan ato la schiava.
29. So che qu esto p u n to del testo suscita in m olti perpl
sità l6. In fa tti se la circoncisione è b u o n a cosa, la si doveva con­
servare an ch e al presen te; se è inutile non doveva essere p re scrit­
ta, so p ra ttu tto d alla d iv in a parola. M a poiché l'Apostolo h a det­
to: A bram o ha ricevuto il segno della circoncisione, certam ente
il segno no n è la re a ltà stessa, m a indica u n ’a ltra realtà: non è
cioè la v erità m a l’indicazione d ella verità. In fa tti egli stesso lo
spiega esp licitam ente q u an do dice: H a ricevuto il segno della cir­
concisione quale sigillo d i giustizia e di fede. Perciò non è fuori
luogo in ten d ere che la circoncisione co rp o rale è segno d ella cir­
concisione s p iritu a le 17. Perciò il segno è rim asto finché non fosse
venuta la verità. V enne il Signore Gesù che dice: Io sono la via,
la verità e la vita, p erch é non h a circonciso in segno u n a piccola
p arte d el corpo, m a l’in te ro uom o nella verità. H a abolito il se­
gno, h a in tro d o tto la v erità, perché u n a volta venuto ciò che è
perfetto, ciò che e ra parziale è stato abolito, e p e rta n to cessò la
circoncisione di u n a p arte, quando risp len d ette la circoncisione
del tu tto . N on p iù in p arte , m a l'in tero uom o è salvato in corpo
e anim a. È scritto infatti: Chi vuol venire dietro d i m e rinneghi
se stesso, prenda la sua croce e m i segua. Q uesta è la p e rfe tta cir­
concisione, poiché m ediante il sacrificio del corpo l'an im a è
redenta, della quale lo stesso Signore dice: Chi avrà perduto la
sua anim a 18 per me, la troverà.

16 Inizia un excursus sul valore e significato della circoncisione (cf. infra,


II 11, 78). L’argomento è trattato con efficace lucidità sulla scia di un pen­
siero tradizionale c h e prende avvio dall’A.T. Per il N.T., oltre ai passi rife­
riti da Ambrogio, ricordiamo so lo Col 2, 11 s., che presenta la « circoncisio­
ne di Cristo » come s p o lia z io n e di tutto ciò che è carnale. Nella polemica
contro il giudeo-cristianesimo dei prim i secoli, l’interpretazione spirituale
della circoncisione ricorre come un Leitmotiv. Basti ricordare l’epistola di
B arn., 9; I vst ., dial. 41, 4 e 43, 2; T e r t ., ad ux. 1, 23.
17 Cf. I ren., haer. IV 16, 1: secundum carnem circumcisio circumcisionem
significat spiritalem.
18 II riferim ento a Lc 9, 24 può sem brare non del tutto pertinente, in
quanto anima traduce iJrtJX'ti * ch e nel contesto evangelico significa « vita ».
Ma proprio questa costatazione ci suggerisce che qui, come nella frase pre­
cedente (per corporis oblationem redim itur anima), dobbiamo cercare non
un dualismo corpo-anima di tipo platonico, ma la concezione sopra espressa
(cf. I 2, 4) di anima come unità com posta dell’elemento razionale (spirito)
e dell’elemento irrazionale (i sensi). In altre parole, sarà bene applicare qui
l’osservazione di B. M aes, La loi naturelle..., p. 39, che rileva la corrispon­
denza fra anima e uomo, adducendo exam. VI 7, 42 (CSEL XXXII/1, p. 237,
1 s.): sed audi et istud, quia anima nomine hominis nuncupatur. È tale cor­
rispondenza, più biblica che filosofica, che ci aiuta a comprendere il passo
in questione.
68 DE ABRAHAM, I , 4, 30-31

30. S u p erest illa nunc quaestionis portio, u tru m debue


pars p raem itti, cum esset u e n tu ra p erfectio. Q ui locus facilis ad
diluendum est, si considerem us q u ib u s p a rs m an d ata sit, quibus
se ru a ta perfectio. P ars enim m a n d ata est secundum legem populo
Iudaeo ru m , illi d u ra ceru ice h, illi infirm o, illi qui deum suum non
cognouit ‘. C um ergo p a rte m non p o tu e rit sustinere, quom odo
perfectionem seru are p o tu isset? Vti si p u eru lu m litteris inbuas,
a singulis litte ra ru m elem entis incohandum est tibi, u t a singulis
apicibus ad syllabas, a syllabis eum p e r ordinem ad nom ina ora-
tionem que deducas, nec p o test m are qu isq u am nauigare in trep i­
dus nisi qui cinte in flum inibus nauigauerit. D enique si quid au t
conficiendi itin eris a u t leuandi oneris p u ero uelis prouectiorique
m andare, nu m q u id aequanda o n era su n t a u t aequandus labor?
Ita ig itu r noueris his perfectionem circum cisionis esse seruatam
qui a C hristo in stitu ti u alid io rib u s idonei u id ere n tu r, u t et fideles
p ro b a re n tu r, q u o ru m m u ltitu d o in n u m era crucem to lleret < e t >
suam p ro C hristo anim am deuoueret, et increduli non possent
resistere, q u i in to tiu s co rp o ris inm olatione quaeri salutem p u ta ­
ren t, qui exiguum circum cisionis suae sanguinem salu tarem arb i­
tra re n tu r.

31. C onsiderandum au tem quod in p raep u tio positum uocauit


deus, in p raep u tio adhuc m an en ti legitim i fili p rom issa est here­
ditas ', u t non Iu d aeo ru m tan tu m m o d o patrem , u t ipsi adserunt,
sed om nium cred en tiu m auctorem p e r fidem credas. S ara quoque
ante circum cisionem u iri in unius litterae adiectione m non m edio­
cri re n u m eratio n e ben ed icitur, u t p rin cip atu m u irtu tis et gratiae
haberet. De qua nationes et reges gentium spondet futuros, u t in

h Ex 33, 3.5 (34, 9).


i Os 5, 4.
i Gen 17, 16.
•n Gen 17, 15.
ABRAMO, I , 4, 30-31 69

30. R esta o ra da esam inare la seconda p a rte dell’o b iezio n e19:


se ciò che e ra parziale doveva essere anticipato, dal m om ento che
sarebbe v en uta la perfezione. Q uesto p u n to può essere facilm ente
risolto, se facciam o attenzione a chi e ra p re sc ritto ciò che era
parziale, a ch i e ra serb ata la perfezione. Ciò che era parziale è
stato p re scritto al p opolo dei Giudei in base alla Legge: popolo
di d u ra cervice, popolo debole, popolo che non h a conosciuto il
suo Dio. Perciò, se no n h a p o tu to so p p o rtare ciò che e ra parzia­
le, com e avrebbe p o tu to conservare la perfezione? Allo stesso
m odo, se insegni a scrivere ad u n fanciullo, devi iniziare d ai sin ­
goli elem enti d ella scrittu ra , in m odo che, p arten d o d alla form a
delle singole lettere, lo p o ssa co n d u rre alle sillabe e dalle sillabe
gradualm ente ai nom i e al discorso. P arim enti non può navigare
con sicurezza p er m are se non chi p rim a h a navigato sui fiumi.
Inoltre, se in ten d i d are u n in carico ad u n fanciullo e a u n adulto,
nel com piere u n viaggio o nel sollevare un peso, forse che i pesi
o la fatica dovranno essere assegnati in uguale m isura? C om prendi
allora che la perfezione della circoncisione è sta ta serb ata p er
coloro che, essendo fo rm ati d a C risto, eran o rite n u ti p ro n ti p er
im pegni p iù gravosi. Cosi i cred en ti, prendendo in strag ran d e m ol­
titudin e la croce e sacrificando la loro anim a p er C ris to 20, avreb­
bero d ato prova della loro fedeltà e gli increduli, sia quelli che
pensavano che la salvezza era d a cercare nel sacrificio d ell’intero
corpo sia quelli che riten evano salvifiche le poche gocce di san­
gue d ella loro circoncisione, non avrebbero p o tu to resistere alla
prova.
31. B isogna poi co n siderare che A bram o era incirconciso
quando Dio lo chiam ò, ed era an co ra incirconciso quando gli fu
prom esso u n figlio legittim o com e erede. Perciò si deve credere
che egli no n è p ad re esclusivam ente dei Giudei, com e q uesti af­
ferm ano, m a pro g en ito re secondo la fede di tu tti i credenti.
Anche S ara con l ’aggiunta di u n a l e tte r a 21 al suo nom e, prim a
della circoncisione del m arito, non ricevette la benedizione di
u n piccolo d o n o 22, tan to che ottenne il p rim ato della v irtù e della

19 Si riferisce alla seconda parte dell'obiezione sollevata sopra a pro­


posito della circoncisione (cf. I 4, 29 in init.): si inutilis, mandari non debuit.
20 Parafrasi della citazione di Le 9, 24: cf. supra, § 29 in fine.
21 Secondo la versione dei S ettanta il nome di Edtpa con l’aggiunta di
una p fu m utato in £dppa: per il testo ebraico, invece, il nome originale
era Sarai, poi cambiato in Sarah. La discrepanza si ripresenta fra la Vetus
Latina — derivata dai S ettanta e seguita da Ambrogio — e la Vulgata. Quale
significato abbia il cambiamento del nome di Sara, sarà detto più ampia­
m ente in II 11, 85.
22 Come a proposito del doppio nome Abram/Abraham (cf. supra, I 4, 27
e nota 12), notiamo qui una certa discrepanza nell’interpretazione del doppio
nome Sara/Sarra fra Ambrogio e Filone; cf. P h il o , m ut. nom. 77 s.: èptXT]VEu-
etou Z A p a n è v à p /T ) n o u , E à p p a 5è fip x o u ffa tò i j ì v °&v itpÓTepov E ÌS ix fjs c ó li-
Ambrogio attribuisce non a Sara
(ìoXov àpE T Ìis èffT ì, tò 5 ’uffTEpov y e v ix t ì S.
ma a Sarra il significato di principatus ( àpxV) ). E. L ucchese , L ’usage de Phi­
lon..., p. 61, che — ricordiam o — suppone per questo primo libro del De Abra­
ham una fonte interm edia fra Filone e Ambrogio, non è propenso ad accettare
l’ipotesi che il Vescovo milanese segua una vaga reminiscenza del passo
70 DE ABRAHAM, I , 4,31 - 5,32

ipsa typus no n synagogae, sed ecclesiae c o n stitu ere tu r. Q uod autem


prom isso ex ea filio risit " A braham non in cred u litatis, sed exulta-
tionis indicium fu it. 'Denique p rocidit in fa c ie m 0 — qui ad o rau it
cred id it — e t adiecit: S i m ih i c e n tu m a n norum nascetur et si Sarra
annonem nonaginta pariet. E t dixit: Ism ahel hic uiuat in conspectu
t u o p. N on est incred u lu s in p ro m issis n ec au a ru s in uotis. Hoc
est: « N on d u b ito q u o d facias, u t e t ce n tu m an n o ru m seni dones
filium et n a tu ra e a u c to r n a tu ra e m étas relaxes. B eatus cu i ista
do n an tu r, sed tam en e tia m hic Ism ahel, quem habeo de uem acula,
si u iu a t in co n sp ectu tuo, ab u n d a t m ihi g ra tia ». D enique dom i­
nu s e t p ro b a u it eius ad fectu m et p etitio n em non ab n u it e t sua
prom issa firm auit.

5. 32. Dixim us de A brahae deuotione ac de fide, de p ru d


tia iu stitia ca rita te castim onia: nunc etiam de h o sp italita te dica­
m us. E st enim non m ediocris ea u irtu s. V nde et apostolus princi­
p alite r eam in episcopo esse o p o rtere gem inae scriptionis d o c u ita
au cto ritate, u t p ra e sto sit aduenientibus et o cc u rra t obuiam et
itin e ra exploret e t a d sit non q u ae ren tib u s et ra p ia t praetergre-
dientes. Ante o stiu m sed eb at A braham , sedebat m e rid ie b. Q uando
alii requiescebant, iste h o sp itu m explorabat aduentus. M erito illi
deus ad q u ercu m a p p a ru it M am brae, q u ia fru ctu m hosp italitatis
studiosissim e req u ireb at.

" Gen 17, 17.


« Ibid.
p Gen 17, 17 s.

^ 1 Tim 3, 2; Tit 1, 8.
b Gen 18, 1.

31, .15. naturae Maurini et naturae AD nec m aturae P.


32, 2. castimonia Lewy 29,4 parsim onia codd. Schenkl.
ABRAMO, I , 4,31 - 5,32 71

grazia. Dio p ro m ette che d a lei avranno origine nazioni e re di


popoli, affinché in lei fosse ra p p re se n ta ta la figura non della Sina­
goga m a della Chiesa. Il fatto poi che A bram o rise p e r la p ro ­
m essa di avere u n figlio d a lei, non fu espressione di incredulità
m a di gioia. In fa tti si prostrò con la faccia a terra — se adorò,
credette — e aggiunse: Mi nascerà un figlio a cento anni e Sara
partorirà a novant'anni? E disse: Q uesto Ism aele viva di fronte
a te. Non è incredulo rig u ardo alle prom esse né avaro negli auspi­
ci. Cioè: « Non d u b ito che darai un figlio a un vecchio di cento
anni e che, com e au to re della n atu ra , dilazionerai i term ini posti
dalla n atu ra. B eato colui al quale questo è donato; p u r tu ttav ia
sarò ricolm o di grazia, se anche questo Ism aele che ho ricevuto
dalla schiava n a ta in casa, vivrà di fro n te a te ». E cosi il Signo­
re approvò il suo sentim ento, non rifiutò la richiesta e conferm ò
le p ro p rie prom esse.
5. 32. Abbiam o p a rla to della devozione e della fede di Ab
mo, della sua prudenza, giustizia, carità, castità. P arliam o ora
dell'ospitalità. In fatti non è u n a v irtù di poca im portanza. P er­
ciò anche l’Apostolo ha insegnato co n l’a u to rità di due suoi scrit­
ti che qu esta v irtù innanzi tu tto deve avere u n vescovo, il quelle
deve essere p ro n to ad accogliere chi arriva, andargli incontro, scru­
ta re le strad e, avvicinare chi non dom anda e tra tte n e re chi vuol
passare oltre '. A bram o sedeva davanti alla po rta, a mezzogiorno.
Quando gli altri riposavano, egli osservava se arrivavano degli ospi­
ti. Non a caso Dio gli apparve presso la quercia di M am bre: egli
infatti cercava con grande zelo il beneficio dell’ospitalità.

filoniano senza preoccuparsi della esattezza verbale. Ma, si deve notare, la


differenza fra i due interpreti non è tanto verbale, quanto di impostazione
concettuale: m entre in Filone si intravede la precisione scientifica dell'inter­
pretazione etimologica, Ambrogio sposta l’accento sui concetti di virtù e di
grazia che ben si inseriscono nello sviluppo del suo pensiero. Da questo
punto di vista la divergenza sull’interpretazione del nome di Sarra fra
Ambrogio e Filone non è rilevante. Potrebbe solo dim ostrare che Ambrogio
adatta al corso delle proprie riflessioni i suggerimenti che gli vengono da
una lettura imm ediata o da una reminiscenza sorvolando sulla esattezza
dell'etimo di Sarra. In II 11, 85 l’interpretazione di Sara/Sarra riproduce
fedelmente quella di Filone, ma sappiamo che nel secondo libro la dipen­
denza da Filone è ben più sistem atica e diretta.

1 L’insistenza sulla virtù dell’ospitalità e il riferim ento alle due e


stole paoline non sono casuali. Nel Basso Im pero diversi fattori, fra cui le
crescenti imposizioni fiscali, aggravano la crisi economica e diffondono
— soprattutto in Occidente — la m iseria fra le popolazioni. Il Vescovo
sente l'urgenza di m obilitare le coscienze cristiane e di promuovere egli
stesso i soccorsi; cf. exam. V 16, 54 (CSEL XXXII/1, p. 181); exp. eu. Lue. VI
65-68 e VII 195 (CSEL XXXII/4, pp. 258 e 371); off. II 21, 103 (PL 16, 131);
epist. 19, 6 e 63, 105 (PL 16, 1026 e 1270).
72 DE ABRAHAM, I , 5, 33-34

33. E t respiciens inquit oculis uid.it, et ecce tres uiri stab


super illum . E t cu m uidisset illos, cucurrit obuiam illis c. Vide
prim o fidei m ysterium . Deus illi ad p aru it, et tres aspexit. Cui deus
refulget trin ita te m uidet. Non sine filio p atre m suscipit nec sine
sancto sp iritu filium confitetur. H aec alibi plenius, nunc m oralis
persequ en d i p ro p o situ m est loci. Non otiosus sedet, qui longe
aspicit. Nec aspexisse co ntentus cu c u rrit obuiam . F estinauit oc­
cu rrere , quia non satis est recte facere, nisi etiam m atu re quid
facias. F estin an ter m an d u care pascha lex iu b e td; uberiores enim
fru ctu s h ab et celerata deuotio. Disce ergo quam inpiger esse de­
beas, u t possis p raeu en ire hospitem , ne quis p raeu en iat et te boni
m uneris d efrau d et copia.

34. B ona est hospitalitas, h ab et m ercedem suam . P rim


hum an ae gratiae, deinde quod m aius est rem uneratio nis diuinae.
Om nes in hoc incolatu hospites sum us; ad tem pus enim h ab itan ­
di habem us hospitium : em igram us propere. Caueam us, ne si nos
du ri au t neglegentes in recipiendis fuerim us hospitibus, etiam
nobis p o st u itae ipsius cursum san cto ru m hospitia denegentur.
Vnde in euangelio salu ato r dicit: Facite uobis am icos de iniquo
m am ona, qui uos recipiant in aeterna tabernacula s u a e. Deinde
etiam in hoc corpore sitis plerum que o b o ritu r peregrinandi neces­
sitas. Quod ergo aliis negaueris, id in te ipse decernes et quod
aliis detuleris, eo te facies dignum uideri. Si om nes eam sententiam

<•' Gen 18, 2.


d Ex 12, 11.
>-■Lc 16, 9.

33, 8. m ature quid Ion. Aur. 232A m aturare quod codd. m aturaris Henricus
Schenkl.
34, 2. maius] magis Ion. Aur. 232A.
6. ipsius Ion. Aur. 232A istius PAD Schenkl.
ABRAMO, X, 5, 33-34 73

33. E volgendo lo sguardo — è d etto — vide, ed ecco tre


uom ini stavano in piedi davanti a lui. E, appena li vide, corse
loro incontro. O sserva in p rim o luogo il m istero della fede: gli
apparve Dio ed egli vide tre p e rs o n e 2. Colui al quale Dio si m ani­
festa vede la T rin ità 3: non accoglie il Padre senza il Figlio né
professa il Figlio senza lo S p irito Santo. Di ciò ho tra tta to più
p ro fo n d am en te4 altrove. O ra intendo occuparm i del senso m orale
di questo passo. N on siede in ozio chi guarda lontano. E non
contento d i aver g u ard ato corse incontro. Si affretta a co rrere
incontro, p erch é non b asta fare bene u n a cosa, se non la si fa
con prontezza. La Legge o rd in a d i m angiare la pasq u a in fretta.
In fatti p iù ricchi sono i fru tti d i u n a devozione sollecita. Com­
prendi perciò q u an to devi essere pronto, affinché tu possa preve­
nire l’ospite e nessuno lo prevenga e sottragga a te la possibilità
di com piere u n a b u o n a azione.
34. Cosa b u o n a è l’o spitalità: essa h a la sua ricom pensa.
Innanzi tu tto la ricom pensa della g ratitu d in e um ana, poi — ciò
che è più im p o rtan te — quella del prem io divino. In q u esta ab ita­
zione terren a siam o tu tti ospiti; vi troviam o in fatti dim ora tem ­
poraneam ente: ce ne p artia m o in fretta. S tiam o a tte n ti che a
noi pure, se siam o stati scortesi o tra sc u ra ti nell’accogliere gli
ospiti, non sia negata, al term ine della v i t a 5, la dim ora dei san­
ti. Perciò il S alvatore dice nel Vangelo: Fatevi con l’iniquo denaro
degli am ici che vi accolgano nei loro eterni padiglioni. In o ltre
anche m en tre siam o in qu esto corpo spesso sorge la necessità di
viaggiare. Perciò quello che avrai negato agli altri, tu lo deciderai
contro di te, e ti d im o strerai degno di quello che avrai offerto
agli altri. Se tu tti decidessero di non accogliere gli ospiti, dove

2 K. S chenkl (CSEL XXXII/1, p. 527 e praef., pp. XXVII s.) rinvia a P hilo,
quaest. in Gen. IV 2, ma — come osserva E. Lucchesi, L'usage de Philcm...,
p. 62 — la corrispondenza è troppo labile per poter sostenere la tesi di una
diretta dipendenza.
3 L’affermazione della dottrina nicena è all’origine dell’interpretazione
trinitaria della teofania di Mambre, che tuttavia non elimina completamente
l’esegesi tradizionale che vedeva nei tre personaggi, apparsi ad Àbramo,
Cristo e due angeli. In questo prim o libro del De Abraham le due interpre­
tazioni coesistono (cf. infra, §§ 35 e 36). Si veda in proposito H. S avon ,
Saint Ambroise..., pp. 129-135: l’esegesi am brosiana dell’episodio di Mambre
è messa a confronto con quella di Filone e della tradizione cristiana, i
Altre opere di Ambrogio contengono riferim enti a Gen 18, 2: cf. fid. I
13, 80, 10 s. (CSEL LXXVIII, p. 35); II 8, 72, 108 s. (p. 82); exc. fratr. II 96,
1-6 (CSEL LXIII, p. 302); Spir. Sanet. II 4, 28-31 (CSEL LXXIX, pp. 87 s.).
4 Con plenius Ambrogio, qui e altrove, intende l'interpretazione mistica
(cf. L.F. P izzolato, La dottrina esegetica..., pp. 260 s.). Alibi rinvia a un luogo
preciso di u n ’opera precedente: pensiam o con K. S chenkl (CSEL XXXII/1,
p. 527) a exc. fratr., II 96, 1 ss. (CSEL LXXIII, p. 302), m a cf. anche Cain et
Ab. I 8, 30 (CSEL XXXII/1, p. 365); L.F. P izzolato, ibid., p. 260, interpreta
genericamente « ad altro m om ento ».
5 Ho preferito uitae ipsius della tradizione indiretta, perché, al confronto,
la lezione uitae istius sa di banalizzazione. Né è da ritenere eccessivo il rilievo
dato da ipsius alla parola uitae, se si considera che nel latino tardo questo
dim ostrativo tende a perdere il valore di particella rafforzativa per assum ere
una funzione simile a quella dell’articolo.
74 DE ABRAHAM, I , 5, 34-36

non suscipiendi hospites seq u an tu r, ubi e rit requies peregrinan-


tibus? R elictis ig itu r hum anis habitaculis captabim us secessus
ferarum , b estiaru m cubilia.
35. Sed p auperiem p raetendis? Non opes a te hospes req
rit sed gratiam , non o rn a tu m conuiuium sed cibum obuium . M elior
est inquit hospitalitas cum holeribus ad am icitiam et gratiam
quam si uitulos occidas ad praesaepia cum inim icitiis f. H aec gra­
ta hom inibus, accepta deo. Vnde dom inus Iesus in euangelio eum
quicum que ded erit hospiti potum aquae frigidae caelestium adse-
r i t g p raem io ru m non exortem futurum . Denique Iacob oues ada-
q u au it R a c h e lh et g ratiam repperit, uxorem adqiiisiuit. Deinde
qui scis an deum suscipias, cum hospitem putas? A braham dum
peregrin an tib u s d efert hospitium , deu m atq u e angelos eius hospi­
tio suscepit. Q uam uis et, cum hospitem suscipis, suscipias deum ,
sicut scrip tu m [e st] in euangelio legis dicente dom ino Iesu: H ospes
eram, et collegistis me. Quod enim uni horum m in im o ru m fecistis
m ihi fecistis ‘ Vnius h orae hospitio u id u a illa quae suscepit He-
liam 1 et exiguo cibo p erp etu u m toto tem pore fam is inuenit ali­
m entum et m ercedem accepit m irabilem , u t non de hydria fa rin a
deficeret. H e lisa e u sm quoque defuncti pigneris resuscitatione do­
n ata soluit hospitii pensionem .

36. Non sola tam en facilitas susceptionis, sed etiam sedul


suscipientis et adfectus q u aeritu r. V trum que te A braham doceat.
C u currit obuiam , rogauit p rio r dicens: Domine, si inueni gratiam
ante te, ne praeterieris seruum tuum . S u m a tu r aqua et lauentur
pedes uestri et refrigerate sub arbore. E t sum am panem , et m an­
ducate et postea transietis pro p ter quod declinastis ad seruum
uestru m ". T res u id it et unum dom inum adpellauit, ipsius solius
se seruum fatetu r. Deinde conuersus ad duos quos m inistros arb i­
tra b a tu r etiam ip sis deferre gestit obsequium iam non iure debito
seruitu tis o b strictu s, sed blando sed ulitatis nom ine usuque fam u­
latus.

f Prou 15, 17.


? Mt 10, 42.
h Gen 29, 10.
i Mt 25, 35.40.
1 3 Reg 17, 9 ss.
m 4 Reg 4, 8 ss.
n Gen 18, 3-5.

35, 1. pauperem P.
9. qui PA a.c. quid cet.
12. est eras. P, om. cet., probau.it Schenkl, seclusi.
14. quae add. supra P, eras. D.
15. ante perpetuum add. pauit NRB Schenkl.
ABRAMO, I , 5, 34-36 75

trovereb b ero riposo coloro che sono in viaggio? Allora non ci re­
sterà che lasciare da p a rte le abitazioni degli uom ini p er cercare
i nascondigli delle belve, le tane degli anim ali selvaggi.
35. Adduci la tu a povertà com e scusa? L'ospite non ti chiede
ricchezze, m a benevola accoglienza, non u n ban ch etto sontuoso,
m a il cibo o rd in a rio 6. Meglio — è d etto — l’ospitalità con legum i
offerti con am icizia e benevolenza che uccidere vitelli nella stalla
con inimicizia. Q uesta è l'o sp italità gradita agli uom ini e accetta
a Dio. Perciò il Signore Gesù a tte sta nel Vangelo che chiunque
avrà dato da b ere acqua fresca ad un ospite non sarà privo del
prem io eterno. E in fatti Giacobbe p er aver abbeverato il gregge
di Rachele, trovò benevola accoglienza e si procurò u n a moglie.
E poi, sei forse certo che, m en tre credi di accogliere u n ospite,
non accogli Dio? A bram o nell’offrire ospitalità a dei viandanti
accolse nella sua d im o ra Dio e i suoi angeli. In ogni caso, quan­
do accogli un ospite, accogli Dio, com e trovi scritto nel Vangelo,
dove il Signore Gesù dice: E ro ospite e m i avete accolto. In fatti
quello che avete fa tto a uno di questi piccoli, l’avete fa tto a m e 1.
Quella vedova che accolse Elia, p er l ’ospitalità di u n a sola ora
e p e r u n a piccolissim a porzione di cibo trovò u n alim ento che
non si esau rì p er tu tto il tem po della carestia, ottenendo com e
m irabile ricom pensa che nella giara non venisse m eno la farina.
Anche Eliseo pagò il debito dell’ospitalità risuscitando u n figlio8
m orto.
36. In o ltre non si richiede soltanto p ro n ta accoglienza, m a
anche p re m u ra e affabilità da p a rte di chi riceve. Ti insegni Abra­
m o l'u n a e l ’a ltra cosa. Corse incontro agli ospiti, p er prim o sup­
plicò dicendo: Signore, se ho trovato grazia presso di te non
passare oltre senza ferm a rti dal tuo servo. S i prenda dell'acqua e
si lavino i vostri piedi; e rinfrescatevi sotto l’albero. Io prenderò
del pane; m angiate e poi andrete oltre. Per questo siete passati
dal vostro servo. Abram o, p u r avendo veduto tre uom ini, h a chia­
m ato signore un o s o lta n to 9, d i lui solo si dichiara servo. Poi,
rivoltosi agli altri due, che riteneva servitori si fa p re m u ra d ’es­
sere ossequioso anche con loro, non p er u n preciso obbligo di
servile sudditanza, m a a titolo di squisita cortesia e p er la con­
suetudine di p re sta re servizio.

6 Cf. epist. 19, 6 (PL 16, 1026): non enim a te munera exiguntur ditia, sed
officia uoluntaria, plena pacis et conuenientis concordiae.
7 I numerosi riferim enti ad altri passi dell’A.T. e del Vangelo atte­
stano la consapevolezza che l’ospitalità è radicata nell’intero contesto bibli­
co. L'esegeta arricchisce in progressione il tema, che trae spunto da Gen 18,
1-2, sulla traccia di nuove citazioni fino ad enuclearne il senso cristiano alla
luce del Vangelo. L’ospitalità è necessità vitale per chi si m ette in viaggio,
per il cristiano è form a di carità.
8 Pignus è usato spesso da Ambrogio con il significato di figlio. È un
esempio di ricercatezza linguistica che si esprim e nella preferenza di term i­
ni con polivalente carica semantica.
9 Cf. Orig., hom. in Gen. IV 2 (SCh 7 bis): tribus occurrit et unum adorat.
76 DE ABRAHAM, I , 5, 37-39

37. E t festin a u it A braham in tabernaculum ad Sarràm


d ixit ei: Festina et consperge tres m ensuras sim ilaginis et fac sub­
cinericia °. Bonus m aritu s exortem religiosi m uneris esse non
p a titu r uxorem nec au are sibi to tu m m unus u su rp at. R ecte igitur
e t p ietatis et uerecundiae causa seru atu r. Q uod p ietatis est u u lt
esse com m une, q u o d p u d o ris est integrum m an et S arrae. Ante
tabernacu lu m u ir h o spitum explorat aduentus, in tra tabernaculum
S arra tu e tu r fem inae u erecundiam et o p era m uliebria tu to exercet
pudore. Foris m aritu s in u itat, in tu s S arra ad o rn at conuiuium . Nec
solum ipse festin at A braham , sed etiam festinandum dicit uxori,
sociam deuotionis ostendens nec fide disparem .

38. Consperge in q u it tres m ensuras sim ilaginis et fac subci


ricia. Graece èyxpuqna d icu n tu r, hoc e s t abscondita, eo quod la­
tere deb eat om ne m y sterium et quasi operiri fido silentio, ne p ro fa­
nis tem ere diuu lg etu r au ribus. Hoc p a sc itu r m aiestas diuina, hunc
ep u latu r adfectum qui p arcu s loquendi sit nec sacra in m edium
ferat. B reu iter au tem fidei m ysterium docet S arra unius sim ilaginis
tres m en su ras faciens, quae typum ecclesiae habet, cui d icitu r:
Laetare, sterilis quae non paris, erum pe et exclama quae non par­
turis p. H aec est enim quae intim o fidem sp iritu fouet, eiusdem
diu in itatis adserens trin ita tem , pari quadam m en su ra atq u e reue-
re n tia p atre m filium que et san ctu m sp iritu m adorans et m aiestatis
u n itate concelebrans, p erso n aru m p ro p rie ta te distinguens: hac
deuotionem tu am fidei ad sertio n e consperge.

39. M ulier sim ilaginem offerat, hoc est in terio ra spirita


fru m en ti uel grani illius, de quo dictum est, quod nisi in terram
ceciderit, nullum fru ctu m a d f e r a tq. V nde et p rim a u id it M aria
dom inicae resu rrectio n is m ysterium et festin au it non passim
om nibus, sed soli P etro et Iohanni in tim are sacrae salutis nun­
tiu m 1-. V ir , c u rra t ad boues s, su m at u itu lu m et sacram entum do-

» Gen 18, 6.
p Is 54, 1.
i Lc 8, 8.
r IO 20, 1 S .
* Gen 18, 7.
37, 7. aduentum Ion. Aur. 17&C.
38, 2. graeca P.
5. et om. P.
ABRAMO, I , 5, 37-39 77

37. E A bram o corse nella tenda da Sarà e le disse: Presto,


im pasta tre m isure di fior di farina e fanne delle focacce. Un buon
m arito non p erm e tte che la m oglie non p re n d a p a rte al pio uffi­
cio 10 rivendicandolo egoisticam ente tu tto p e r sé. G iustam ente, dun­
que, sono risp ettate le esigenze e della pietà e del pudore. Quan­
to alla p ietà A bram o vuole che essa sia com une a tu tti, p er quan­
to rig u ard a il p u dore esso è in teram en te riserv ato a Sara. Da­
vanti alla ten d a l’uom o osserva con attenzione se arrivano degli
ospiti, d en tro la ten d a S ara custodisce il p udore di donna e,
senza pericolo p er la sua pudicizia, atten d e alle opere fem m inili.
Fuori il m arito riceve gli ospiti, den tro S ara p re p ara il pasto. E
À bram o non so ltan to è sollecito egli stesso, m a invita anche la
m oglie a essere sollecita, m ostrando cosi che ella p artecip a alla
sua p ietà ed è uguale nella fede.
38. Im p a sta — dice — tre m isure di fior di farina e fanne
delle focacce. In greco sono d ette lyxpxxpia, cioè cose nascoste,
p e r indicare che ogni m istero deve rim anere n a sc o sto 11 e com e
coperto da inviolabile silenzio, affinché non sia svelato sconside­
ratam en te a orecchi profani. Di questo silenzio si n u tre la m ae­
stà divina, di qu esto in terio re atteggiam ento si alim enta colui
che è sobrio nel p arla re ed evita di divulgare il sacro n. E nel fare
di u n a sola farin a tre m isure, S ara illu stra brevem ente il m iste­
ro della fede, lei che è prefigurazione della Chiesa a cui sono ri­
volte le parole: Gioisci, o sterile che non partorisci, esulta e gri­
da di gioia tu che non soffri le doglie del parto. È la Chiesa
in fatti che custodisce la fede nell’intim o dello spirito quando
professa la trin ità della m edesim a divinità, quando ad o ra in uguale
m isura e con uguale venerazione il Padre, il Figlio e lo S pirito
Santo e li celebra insiem e nell'unica m aestà, distinguendo se­
condo ciò che è p ro p rio di ciascuna persona: im pasta la tu a
pietà con q u esta professione di fede.
39. La donna offra fior di farina, cioè la p a rte m igliore del
fru m en to sp iritu ale o di quel granello di cui si dice che, se non
cadrà in terra, non p o rte rà alcun fru tto . Ecco perché M aria fu
la p rim a testim one del m istero della risurrezione del Signore e si
affrettò a dare l’annuncio della divina salvezza non a chiunque
incontrasse, m a solo a P ietro e Giovanni. L’uom o co rra presso
i buoi, p ren d a u n vitello e, anim ato d a zelante p rem u ra, non
in to rp id ito da oziosa pigrizia, accolga il sacram ento della passio-

i° Muneris... munus: il termine, qui come sopra (§ 33 in fine), sembra


riflettere il significato neotestam entario di Siaxovia.
11 Cf. P hilo, sacr. 60.
« Similmente in Cain et Ab. I 9, 35 (CSEL XXXII/1, p. 369, 15 ss.): est
etiam ilta commendandae orationis et uoti disciplina, ut non diuutgemus
orationem, sed abscondita teneamus mysteria, sicut tenuit Abraham, qui
subcinericias fecit. Nello stesso passo Ambrogio vede negli èy^pucpia il fer­
mento (= m ysteriorum doctrina) che la donna del Vangelo (Le 13, 21) m ette
in tre misure di farina.
78 DE ABRAHAM, I , 5, 39-40

m inicae passionis festin ato inpiger studio, non lento otio rem is­
sus accipiat, tra d a t illud p u e r o l, qui innocentiam tenerae seruet
aetatis, dolum n e s c ia tu, fe rire non n ouerit, in co rru p ti corporis
custod iat castim onium . De quo ait dom inus Iesus: N isi conuersi
fueritis et efficiamini sicut p u er iste, non intrabitis in regnum cae­
lorum v. H uic pu ero et sim ilibus eius etiam sanctus Dauid diuinae
laudationis d isp en sat officium dicens: Laudate, pueri, d o m in u m 7.

40. Nec illud otiosum quod cu c u rrit ad boues, tenerum u


lum e t b onum sum psit et cum lacte adposuit. D enique in Eixodo,
cum p asch a dom ini declararet, ait Moyses: Agnus sine macula,
m undus, consum m atus, anniculus, m asculus erit uobis; ab ouibus
et haedis sum etis. E t occidetis inquit illum tota m u ltitu d o syna­
gogae ad u e s p e r u m a. Vnde et hic m eridies esse d escribitur, quan­
do ab A braham dom ino o ffertu r hospitium . Sed ad cenam uitu lu s

t Ibid.
“ Is 53, 9 ( = 1 Pt 2, 22).
v Mt 18, 3.
* Ps 112 (113), 1.
a Ex 12, 5 s.
ABRAMO, I , 5, 3 9 4 0 79

ne del S ignore 13 e lo tra sm e tta al fanciullo 14, che conserva l’in n o ­


cenza p ro p ria della ten era età, non conosce inganno, non sa col­
pire e custodisce in c o rro tta la ca stità del suo corpo. R iferendosi
a u n tale fanciullo, il Signore Gesù dice: Se non vi convertirete e
non diventerete com e questo fanciullo, non entrerete nel regno
dei cieli. A qu esto ragazzo e a q u an ti gli assom igliano anche il
santo Davide assegna il servizio della lode divina, q uando dice:
Lodate, fa n c iu lli15, il Signore.
40. E non è senza significato 16 il fa tto ch e A bram o co rse
buoi, prese un vitello tenero e buono e lo servi con del latte.
N ell’E sodo in fatti Mosè, nel p roclam are la p asqua del Signore,
disse: P rendete un agnello senza macchia, puro, perfetto, di un
anno, maschio. Lo prenderete fra le pecore e le capre. E al tra­
m onto del sóle — dice — tu tta l'assem blea della com unità lo im ­
molerà. Cosi anche qui: si p recisa che è m ezzogiorno quando
A bram o d à al Signore ospitalità. M a è p e r c e n a 17 ch e si im m ola

13 Si è pensato, a proposito di questo luogo, ad u n ’equivalenza fra


sacramentum e typus (cf. J . H u h n , Die Bedeutung des Wortes sacramentum
bei dem Kirchenvater Ambrosius, Fulda 1928, pp. 75-80). A mio avviso,
invece, il testo lascia si intendere che uitulus è typus della passione di
Cristo, m a con sacramentum si esprim e non la prefigurazione veterotesta­
m entaria della passione, ma la sua vera sacram entalità neotestam entaria.
Perciò fra uitulus (= typus) e sacramentum vedrei non equivalenza, m a il
nesso che unisce prefigurazione e realtà; allora sacramentum equivale a
mysterium, al m ysterium della dominica passio.
14 Con tradat illud puero si allude a Gen 18, 7. Da questo riferim ento pren­
de spunto una riflessione che può apparire curiosa, in quanto presuppone
che in puer Ambrogio abbia inteso il significato proprio («fanciullo»), non
in senso fisico, riguardo all’età, m a in senso morale, riguardo alle qualità
peculiari della pueritia. Nel testo biblico, invece, puer significa « servo »,
e Ambrogio conosceva quest’uso traslato del term ine (cf. infra, I 9, 82, dove
però è espressa u n ’opinione singolare: che Virgilio abbia derivato tale uso
da dotti e sapienti o addirittura dai testi della Scrittura). Evidentemente qui
il nostro Autore si occupa meno del contesto, preferendo rivolgere la sua
attenzione a una parola che, intesa nel suo ampio significato originario, gli
consente d ’evocare un noto tem a neotestam entario (Mt 18, 3) e gli offre
favorevole occasione per u n ’esortazione morale. Del resto l’interpretazione
non è del tu tto infondata, se si pensa che i due significati di puer, per un
latino, dovevano essere assai contigui, in quanto la condizione giuridica del
servo nella dom us e nella società era equiparata a quella del minorenne; è
anche da tener presente che per Ambrogio la pueritia, essendo la prim a delle
quattro età dell’uomo, copre il prim o ventennio: cf. infra, II 9, 65 (quattuor
quoque aetates sunt hominis: pueritia adulescentia iuuentus m aturitas) e nota
relativa. Poco più oltre è proposto un analogo sviluppo di pensiero (cf. infra,
I 6, 44).
15 Ho tradotto pueri con « fanciulli » e non con « servi » in arm onia con
il pensiero sopra sviluppato da Ambrogio (cf. nota precedente).
i® Il concetto che nella S crittura nulla è superfluo ritorna spesso in
Ambrogio e più volte in questa stessa opera. Sulla tradizione di questo
motivo nella storia dell’esegesi si vedano i riferim enti in L.F. P izzolato , La
dottrina esegetica..., p. 281, nota 126.
17 Lo sforzo di far coincidere i dati cronologici dei due avvenime
sacrificali h a come scopo ultimo, pur non detto esplicitamente, quello di
sottolineare gli elementi comuni con il sacrificio di Cristo, anch’esso avve­
nuto verso sera. L’antica esegesi considerava molto im portante questa indi­
cazione cronologica per l’interpretazione tipologica di Es 12, 1 ss. Cf. Hipp.,
hom. pasc. 23 (N autin, SCh 27): « L’agnello è imm olato verso sera: l'agnello
sacro è infatti messo a m orte al tram onto del sole ».
80 DE ABRAHAM, I , 5,40 - 6,44

in m o latu r et cum lacte m a n d u c a tu rb, hoc e st non cum sanguine,


sed cum fidei p u n ta te . B onus uitulus, u tp o te qui peccata dilueret:
tener, quia non d u ra c e ru ic e ', sed m olli iugum legis agnouit, c ru ­
cis patib u lu m non recu sau it. E t m erito tener, de cuius ca p ite et
pedibus et in tern is nihil relictu m e s t d et os non co n tritu m est ab
e o e, sed totus ep u lan tiu m cibo cessit. Talem nobis legis figurauit
u m b r a f, talem u eritas euangelii dem onstrauit.

41. M anducauerunt in q u it illi, A braham autem stabat sub


arbore e. A duertim us h u m ilitatis officium com m endaci hum anitate.
A braham stab at, et tu p rim am accubitationis p a rte m o c c u p a sh.
D enique ea h u m ilitas in u enit gratiam , u t p ro m itte re tu r ei filius.

42. D ixit autem ad illum : V b i est Sarra uxor tua? Qui respon­
d it et dixit: E cce in tabernaculo '. N um quid ignorabat dom inus, qui
in p o sterio rib u s S odom orum fu tu ra excidia denuntiat, ubi S arra
esset? Non ignorabat, sed docere nos uoluit, qu an tu s p u d o r esse
debeat fem inarum , ne procaci occursu hospitum in se oculos
inflectant, salua u erecu n d ia m in isteriu m suum exerceant. Abra­
ham quoque au rib u s tu is ingerit in tab ern acu lo S arram degere,
u t discas q u id ab uxore exigas. P rouectiore aetate iam S a rra iuue-
nalem cu sto d it u erecundiam : ideo dom inus spopondit ei filium.
D efecerant inq u it Sarrae fieri m u lieb ria '. Non otiose ad d itu m , ne
p u tares fem ineae adh u c fuisse possibilitatis, u t p areret.

43. R isit a u tem S a r r a m. Q uod indicium fu tu ri m agis quam


incredu litatis arb itra to . R isit enim , licet adhuc q u id rid e re t < igno­
ra re t > , q u o d p u b licam esset in Isaac p a ritu ra laetitiam . Ideo ne-
gauit se risisse, quia ignorauit: ideo risit, quia p rophetauit.

6. 44. E xurgentes autem uiri conspexerunt in faciem So


m ae et G om orrae a. S icut u isita tio dom ini tim entibus exhibetur,
ita etiam inpiis poena peccati re p o n itu r. A braham deducebat hospi-

•> Gen 18, 8.


C Ex 32, 9.
d Ex 12, 9 s.
e Io 19, 36 (= Ex 12, 46; Ps 33 [34], 21).
f H ebr 10, 1.
e Gen 18, 8.
h Lc 14, 8.
i Gen 18, 9.
i Gen 18, 11.
m Gen 18, 12.

* Gen 18, 16.

41, 2. hum anitate Schenkl hum anitatem ed. Bodl. hum ilitate P hum ilitatem AD.
43, 2-3. ignoraret add. T*, prob. Schenkl, om. cet., ante quid add. nesciens AD.
ABRAMO, I , 5 ,4 0 - 6 ,4 4 81

il vitello e lo si m angia con del latte, cioè non con il sangue m a


con la purezza della fede. Un b u o n vitello, dal m om ento che
doveva lavare i peccati. T enero perché h a accolto il giogo della
Legge non con u n collo ribelle, m a docile non h a rifiutato il
p atibolo d ella croce 18. E non senza ragione tenero, d al m om ento
che nulla fu sc a rta to della sua testa, dei suoi piedi e delle sue
in terio ra, né gli fu spezzato alcun osso, m a in te ra m e n te si è
lasciato m angiare d ai convitati. Cosi la Legge ce lo h a ra p p re­
sen tato in figura, cosi il Vangelo ce lo h a m o strato nella re a ltà w.
41. Quelli — è d e tto — mangiarono, m entre A bram o stava in
piedi so tto l’albero. N otiam o che l’esercizio dell’u m iltà è racco­
m andato d alla cortesia. A bram o stava in piedi, tu invece occupi
il p rim o posto a m ensa. Perciò l’u m iltà di A bram o fu gradita, p er
essa gli è stato p rom esso u n figlio.
42. Poi gli disse: D ov’è Sara, tua moglie? Egli rispose e dis­
se: È là nella tenda. F orse che il Signore, che in seguito p re an n u n ­
cia il fu tu ro sterm in io degli ab itan ti di Sodom a, non sapeva
dov’e ra S ara? Lo sapeva, m a h a voluto insegnare a n o i quale
grande p u d o re debbano avere le donne, onde evitino di a ttira re su
di sé gli sguardi degli o spiti andando loro incontro in atteggia­
m ento im pudente, e atten d an o ai loro com piti salvaguardando la
m odestia. A bram o stesso ti suggerisce che S ara trasc o rre il suo
tem po nella tenda, p erch é tu sappia che cosa devi esigere da tu a
moglie. In età o rm ai assai avanzata, S ara conserva la m odestia
p ro p ria di u n a giovane: perciò il Signore le prom ise u n figlio.
E ra cessato — è d etto — di avvenire a Sara ciò che avviene alle
donne. La precisazione è im p o rtan te, affinché non si cred a che
la donna avesse an co ra la possibilità di p arto rire.
43. E Sara rise. Ciò va inteso com e segno del fu tu ro even­
to, non com e segno d i in credulità. In fa tti rise, anche se non ne
conosceva an co ra il m otivo, perché avrebbe p a rto rito Isacco p e r
la g io ia 20 d i tu tti. Negò di aver riso perché l'ignorava, rise p er­
ché profetava.
6. 44. Poi gli uo m ini si alzarono e rivolsero lo sguardo
direzione di S odom a e Gomorra. Come la visita del Signore è
concessa a coloro ch e lo tem ono, cosi la punizione del peccato è
riserv ata agli em pi. A bram o accom pagnava gli ospiti, alla corte-

18 II passo, com posto di frasi scarne, oscillanti fra reale e metaforic


non si lascia facilmente penetrare. Il « giogo » nell’A.T., m a anche nel N.T.,
è spesso simbolo della sottomissione alla Legge giudaica. Ma qui « legge »
ha un significato più ampio, che supera quello dell’ebraico tórah, e com­
prende l'intera economia della salvezza, nella quale si integrano antica e
nuova legge (sull’estensione di lex si veda A. V ecchi, Appunti sulla termino­
logia esegetica di S. Ambrogio, in « Studi e m ateriali di Storia delle reli­
gioni », 38 [1967], p. 657). Dunque Cristo, prendendo la croce, si è sottomes­
so al giogo della legge: ha accettato, cioè, di realizzare su di sé quanto era
stato preannunciato nelle figure della « legge » stessa. Le figure, che Am­
brogio sovrappone e fonde insieme, sono il vitello di Gen 18, 7 e l’agnello
pasquale di Es 12, 5 ss.
» Il senso di ueritas euangelii si precisa in relazione a quello di legis
umbra.
2° Cf. Philo, leg. III 87.
82 DE ABRAHAM, I , 6, 4 4 4 7

t e s b, ad h u m an itatis g ratiam addebat obsequia. Nam Sodom itae


p ro p ietatis officiis augebant im pietatis flagitia.

45. N on celabo inquit A braham puerum m eu m quae ego fa­


ciam c. Senilis ae tatis u tiq u e A braham in superioribus scrip tu ra
significauit, quia n o naginta et nouem p rocessisset annos: quom o­
do hun c pu eru m dicit? Sed cum inm em orem senectutis, explora­
torem indefessum , c u rsu inpigrum , standi patientissim um , dedu­
cendi studiosissim um ex p resserit, nonne conuenire nom en pueri
u id e tu r officiis? M erito p u e r d ic itu r qui senile nesciebat fastidium ,
p u eritiae innocentiam et obsequium deferebat. D atup itaque iusto
benedictionis g ra tia et p o steritatis hereditas, offensa autem pec­
catoru m exponitur.

46. Clamor inquit S odom orum et G om orrae inpletus e s t d.


M agna dom ini p atien tia, u t non statim peccatorem puniat, sed
diu differat expectans correctionem , nec com m oueatur ad ulciscen­
dum , nisi p eccato r m en su ram excedat. Vnde et dom inus Iesus in
euangelio ad Iudaeos ait: In p lete m ensuram pa tru u m u e s tr o ru m e.

47. D escendam itaque, ut uideam secundum clam orem illo­


rum uenientem ad me, si consum m abuntur: sin autem , u t sc ia m f.
Non ignorabat dom inus p eccata Sodom orum , sed p ro p te r te in stru ­
endum u erb a huiusm odi loquebatur, u t tu propius scru teris eorum
com m issa, in quos u in d icandum a rb itra ris. Descendam inquit ut

>» Ibid.
= Gen 18, 17.
i Gen 18, 20.
« Mt 23, 32.
* Gen 18, 21.
ABRAMO, I , 6, 44-47 83

sia aggiungeva risp ètto . In fa tti gli ab itan ti di Sodom a, invece di


atten d ere ai doveri della pietà, accrescevano la tu rp itu d in e del­
l'em pietà.
45. N on nasconderò — è d e tto — ad Abramo, m io fanciullo ',
ciò che farò. La S c rittu ra h a precisato sopra che A bram o era
vecchio, poiché e ra giu n to all’età di novantanove anni: perché
allora lo chiam a fanciullo? Ma poiché ce lo p resen ta com e dim en­
tico della p ro p ria e tà senile, esp lo rato re instancabile, p ro n to a
correre, assai resisten te nello stare in piedi, m olto zelante nell’ac-
c o m p ag n a re2 non sem b ra forse convenire a questi com piti l ’ap­
pellativo di fanciullo? G iustam ente è chiam ato fanciullo lui che non
avvertiva il peso della vecchiaia e rivelava l’innocenza e il risp et­
to p ro p ri della giovane età. Al giusto, dunque, sono concessi il
favore della benedizione e l’ered ità della discendenza, m entre l ’ol­
traggio dei p eccatori è svelato.
46. Il clam ore — è d etto — degli abitanti di Sodom a e Go­
m o r ra 3 è giunto al colmo. La pazienza del Signore è grande:
egli non punisce su b ito il peccatore, m a rinvia a lungo la punizio­
ne in a tte sa che si corregga, né si decide alla vendetta se il pec­
catore non so rp assa la m isura. Perciò anche il Signore Gesù dice
nel Vangelo ai Giudei: Colmate la m isura dei vostri padri.
47. Scenderò d u nque per vedere se i peccati saranno portati
al c o lm o 4 secondo il loro g r id o 5 che giunge fino a me. S e non
è cosi, lo voglio sapere. Il Signore non ignorava i peccati degli
ab itan ti di Sodom a. T uttavia diceva queste parole p e r istru irti,
affinché tu osservi più da vicino i m isfatti di coloro che intendi
punire. Scenderò — dice — per vedere, cioè: anche tu preoccupati

1 Avrei dovuto tradurre « servo », ma si veda, di seguito, il commento


di Ambrogio e quanto ho osservato a proposito di tradat illud puero (supra,
I 5, 39, nota 13).
2 II « correre », lo « stare in piedi », 1’« accompagnare » si riferiscono al
com portam ento virtuoso di Abramo riguardo agli ospiti (cf. supra, I 5,
33.41.44).
3 L’espressione clamor Sodom orum et Gomorrae non è, di per sé, chiara.
Essa rappresenta una fedele traduzione del testo greco ' dei Settanta e iden­
tica la si ritrova nella Vulgata. Le moderne traduzioni dall’originale hanno:
« il grido contro Sodoma e Gomorra », cioè il grido della natura violata che
invoca giustizia contro le due città. Ambrogio più oltre (cf. § 47) dim ostra
di aver inteso rettam ente: sono le colpe commesse dagli abitanti di Sodoma
e Gomorra che diventano grido a Dio per invocarne vendetta.
4 Consumm abuntur: si tra tta di una lezione pressoché esclusiva di Am­
brogio — in H ilar. P ict., trin. 9, 63 (PL 10, 331C) la si ritrova come uaria
lectio di consum m antur — conferm ata in fid. V 17, 214 (CSEL LXXIII, p.
297). In nessuno dei due luoghi emergono precisi chiarim enti dal commento
di Ambrogio, tuttavia non sem bra vi siano dubbi che il soggetto di consum­
m abuntur siano i peccata del precedente versetto (Gen 18, 20; cf. Vetus Latina,
Genesis, ad loc.) non citato dal nostro Autore; di questi peccata, infatti, si fa
cenno di seguito nel commento (peccata Sodom orum ). Cosi hanno inteso
H ilar. P ict., synod. 85 (PL 10, 537B) e R vf ., Orig. hom. in Gen. 4, 6 (SCh
7 bis, p. 156), che nel loro testo biblico hanno consummantur. Quanto alla
forma verbale di futuro, nonostante che proprio sotto tale aspetto la lezione
sia singolare e non trovi rispondenza nei Settanta ( ouvTeXouvTai ), ho cer­
cato di renderne conto nella traduzione.
5 Per clamorem illorum si veda supra, nota 3.
84 DE ABRAHAM, I , 6 , 47-50

uideam , hoc est: etiam tu descendere cura, descende indaginis stu ­


dio, ne q uid sit q u o d fallat a u t la te a t absentem , u t oculis facinus
deprehendas. E m inus p ositi m u lta nescire possunt. Quem clam o­
rem au tem ait nisi fo rte q uia ei quem nihil latet clam ant om nia,
clam are u id e n tu r singulorum crim in a? D enique ad Cain dicitur:
Sanguis fra tris tu i ad m e clam at «, hoc est non latet, sed clam at
p arricid iu m tuum . Itaq u e u e lu t e x c ita tu r deus flagitiorum n o stro ­
ru m clam oribus, u t aliquando uin d icet qui lib en ter ignoscit.

48. D enique p eten ti A brahae, ne sim ul p erd ere t iustos tam ­


q uam iniquos, e t in terro g an ti: S i fu erin t quinquaginta iusti in
d u ita te , perdes illos? respondit: N o n perdam in q u it d u ita te m , si
fu erin t in illa quinquaginta iusti, et to tu m locum seruabo h. E t sic
p e r ordinem in terro g atio n um et responsionum uicem , etiam si de­
cem iustos inu en erit in ciuitate, tam en p ro p te r pau co ru m iusti-
tiam in p u n itatem toti populo p ro m ittit. V nde discim us qu an tu s
m urus sit p a tria e u ir iu stus, quem adm odum non debeam us inui-
dere u iris sanctis nec tem ere derogare; illo ru m etenim nos fides
seruat, illorum iu stitia ab excidio defendit. Sodom a quoque si
h abuisset uiro s decem iustos, p o tu it non perire.

49. Quid sibi au tem u u lt quod ipsi qui ad A braham sim ul


cum dom ino ‘ u en e ran t Sodom am p e tie ru n t uiri, nisi u t aceruare-
tu r crim en eorum , si quos iustus h o n o ra u era t his m aiori sacrile­
gio im pii uim c o n a ren tu r inferre? N am quod uiros dixit, euidens
ratio, quia speciem p ra efe reb an t uirorum .

50. Sodom am u espere u e n e ra n t ', m eridie ad A braham m, quia


iusto refulget angelorum p raesentia, inpiis ten eb ras ad fert. Tam en
p o test re ferri etiam ad tem pus dom inicae passionis quod uespe­
re u e n e ra n t ad eum , qui a S odom itanis contagionibus e ra t et totius
u rb is excidio liberandus. V espere erat, an teq u am C hristus ueniret,
quia to tu s erat m undus in tenebris. V espere e ra t om nibus, quos
inm anium delictorum sq u alo r tenebrosus urgebat. V enit dom inus
Iesus, red em it sanguine suo m undum , lucem ad tu lit. V enerunt
autem angeli duo in S odom am ad uesperam n. Vbi g ra tia largienda
est, C hristus adest: ubi exercenda seueritas, soli ad su n t m inistri,
deest Iesus.

* Gen 4, 10.
h Gen 18, 23-26.
i Gen 18, 22.
i Gen 19, 1.
m Gen 18, 2.
n Gen 19, 1.
47, 6. descendere cura om. P.
ABRAMO, I , 6, 47-50 85

di scendere, scendi p e r indagare atten tam en te, p e r evitare che


qualcosa sfugga o re sti nascosto a te se sei lontano, p e r vedere
con i tuoi occhi il m isfatto. Coloro ch e stan n o in lontananza pos­
sono ignorare m olte cose. In che senso, poi, p a rla di grido, se
non perché, com e ogni cosa g rida verso Colui a cui n u lla re sta
nascosto, i d elitti dei singoli sem brano gridare? In fa tti a Caino è
detto: Il sangue di tuo fratello grida a me, cioè il tu o fratricid io
non re sta nascosto, m a grida. Perciò l'attenzione di Dio è come
richiam ata dalle g rid a dei n o stri m isfatti; e cosi, Lui che perdona
volentieri, a volte punisce.
48. Q uindi, ad A bram o che gli chiede di non sopprim ere i
giusti insiem e ai m alvagi e gli rivolge la dom anda: S e vi saranno
nella città cinquanta giusti, li sopprim erai?, risponde: N on di­
struggerò — dice — la città, se vi saranno cinquanta giusti, e la
risparm ierò per intero. E cosi attra v erso il susseguirsi di dom ande
e risposte: se tro v erà anche dieci giusti nella città, p ro m ette l’im ­
p u n ità a tu tto il popolo grazie alla re ttitu d in e di pochi. Da ciò
com prendiam o quale p o ten te b alu ard o sia p e r la p a tria u n uom o
g iu s to 6, com e non dobbiam o essere gelosi degli uom ini santi, né
criticarli tem erariam en te. In fa tti la loro fede ci salva, la loro re t­
titudin e ci p reserva dalla distruzione. P ersino Sodom a, se avesse
avuto dieci uom ini giusti, avrebbe p o tu to salvarsi.
49. Che cosa significa che quegli stessi uom ini che eran o ve­
n u ti da A bram o insiem e con il Signore si recarono a Sodom a, se
non che si era accresciuto il m isfatto degli ab itan ti di questa città,
dal m om ento che verso coloro che il giusto A bram o aveva onorato,
gli em pi con gesto an c o r più sacrilego tentavano di u sare violen­
za? In fatti se il testo p arla di uom ini, evidentem ente è perché ave­
vano l’asp etto di uom ini.
50. A Sodom a essi giunsero di sera, da A bram o a mezzogior­
no: ciò perché la presenza degli angeli risplende al giusto, agli
em pi invece p o rta le tenebre. Ma può anche riferirsi al tem po del­
la passione del Signore ch e essi siano giunti a sera d a colui che
doveva essere lib erato dal contagio di Sodom a e dalla rovina del­
l ’in tera città. E ra sera, p rim a che C risto venisse, perché tu tto il
m ondo era avvolto nelle tenebre. E ra sera p er tu tti quelli che lo
squallore tenebroso di im m ani delitti opprim eva. Venne il Si­
gnore Gesù, redense il m ondo col suo sangue, p o rtò la luce. E i
due angeli giunsero a S o dom a la sera. Dove bisogna d istrib u ire
la grazia, è p resen te C risto; dove bisogna applicare la severità,
sono p resen ti solo i m inistri, è assente Gesù.

6 Cf. P h ilo , migr. 121 e 124.


86 DE ABRAHAM, I , 6, 51-53

51. Sedebat L oth ad portam °. E m en d au eran t L oth sanct


ad u ersa cap tiu itatis et sollicitiorem fecerant. Itaq u e processu aeta­
tis d id icerat im itari p aren tem . Ad p o rta m itaque sedebat, u t exci­
p e re t aduenientes. Denique exsurrexit obuiam illis ». P erfectio r cu­
c u rrit obuiam , iste exsurrexit et adorauit in faciem in terra et
dixit: Ecce, dom ini, declinate in d o m u m pueri u e s tr iq. E t coegit
illos d iu ertere, qui d iceb an t: I n platea m a n e b im u s r. C om m endatur
hic iu sti san ctitas et angelorum gratia. Illi nolebant aduentum
suum hospiti grauiorem uideri: ille qui in te r quos h a b ita re t scie­
b a t tam en dom um suam offerebat periculis, quibus au fe rre t ho­
spites. C erte quo tard iu s adquiescebant, diutius tem p tan d o ple­
nius pro b ab an t.

52. V iri a u tem d u ita tis S odom orum circum dederunt dom
ab infante usque ad senem , totus populus p a r ite r s. P ra e stru itu r
iudicii diuini aequitas, ne fo rte quis diceret: Quid peccauerunt
p ueri, u t om nes excidio in u oluerentur? Ita nullus illic iustus, nullus
innocens fuit. Audi scrip tu ra m testificantem q u ia circum dederunt
d o m u m ab in fa n te usque ad senem totus populus pariter. N ulla
aetas e ra t culpae inm unis — ideo nullus inm unis exitio fuit —
e t q u i p o ssib ilitatem p erp etran d i crim inis non h ab u it h ab u it ad-
fectum . Effetae u ires senum , sed m ens plena libidinis. Offerebat
sanctu s L o th filiarum p u d o re m 1. N am etsi illa quoque flagitiosa
in p u ritas erat, tam en m inus e ra t secundum n a tu ra m coire quam
aduersu s n a tu ra m delinquere. P raefereb at dom us suae uerecun-
diae hospitalem g ratiam etiam ap u d b a rb a ra s gentes inuiolabilem .
D enique illic quoque inoffensa hospitalitas est, ubi nec germ anitas
satis tu ta est.

53. P ercu sseru n t au tem illos caecitate angeli, u t ostium


m us, quod ap erire cupiebant, non re p p e rire n tu. Hic quidem m ira­
bilis angelorum d e c la ra tu r potestas, u t offusa inpuris caecitate
non re p p e rire n tu r d o m u s ostia. Sed etiam illud o sten d itu r quia
caeca est om nis libido et ante se non uidet. Sim ul quod hospitum
reu o catu s est m anibus Loth sanctus in d o m u m ’', d em o n stratu r

<* Ibid.
p Ibid.
<i Gen 19, 1 s.
r Gen 19, 2.
s Gen 19, 4.
t Gen 19, 8.
u Gen 19, 11.
' Gen 19, 10.
53, 6. est om. P.
ABRAMO, I , 6, 51-53 87

51. L oth sedeva presso la porta. Le avversità in co n trate du­


ra n te la prigionia avevano p u rific a to 7 il santo Loth e lo avevano
reso più so llecito 8. Cosi col p ro g red ire dell’età aveva im p arato a
im itare lo zio. Perciò sedeva presso la p o rta p er accogliere quelli
che arrivavano. In fatti si alzò andando loro incontro. Abram o, che
era più p erfetto , era corso loro in c o n tro 9, questi si alzò, adorò con
la faccia a terra e disse: Ecco, signori, entrate nella casa del vostro
servo. E indusse costoro, che dicevano: R im arrem o in piazza, a
en trare. Qui si loda la san tità dell'uom o giusto e la cortesia degli
angeli. Essi non volevano che il loro arrivo sem brasse troppo mo­
lesto p er il loro ospite: egli, p u r sapendo in mezzo a quale gente
abitava, esponeva tu tta v ia la sua casa ai pericoli, dai quali
voleva salvaguardare gli ospiti. C erto, qu an to p iù ritard av an o ad
acconsentire, tan to p iù a lungo, saggiandone le intenzioni- lo m et­
tevano più sicu ram en te alla prova.
52. Allora gli abitanti della città di Sodom a circondarono
la casa, dai bam bini ai vecchi, tu tto il popolo senza distinzione.
Con ciò si p reco stitu isce la prova dell’equità del giudizio di Dio,
affinché nessuno possa dire: « Quale peccato hanno com m esso i
fanciulli, tan to da essere tu tti coinvolti nello sterm inio? ». Dunque
non vi era alcun giusto, alcun innocente. Si ascolti che cosa a tte ­
sta la S crittu ra: Circondarono la casa, dai bam bini ai vecchi, tu tto
il popolo senza distinzione. N essuna età era im m une da colpa
— perciò nessuno fu p reserv ato dallo sterm inio — e chi non aveva
la cap acità di com m ettere la colpa, ne aveva il desiderio. E sau­
rite erano le forze dei vecchi, m a la loro im m aginazione era piena
di libidine. Il san to Loth offri le figlie, disposto a sacrificarne il
pudore. In fatti, p u r essendo anche q u esta u n a tu rp e im purità,
tu ttav ia era m eno grave accoppiarsi secondo n a tu ra p iu tto sto che
peccare co n tro di essa. Loth preferiva salvaguardare il favore del­
l’ospitalità, co n sid erata inviolabile anche presso le popolazioni
b arbare, p iu tto sto che l'o n o rab ilità della p ro p ria casa. In fatti
l’ospitalità è inviolabile anche là dove nem m eno il legame di pa­
ren tela garan tisce abbastanza.
53. Gli angeli allo ra li resero ciechi, perché non potessero
trovare la p o rta della casa che volevano aprire. Qui si m anifesta
la m irabile potenza degli angeli, che accecarono gli im puri affin­
ché non po tessero tro v are la p o rta della casa. Ma si m o stra anche
che l’im pudicizia è cieca e non vede davanti a sé. Q uanto al fatto
che il san to Loth fu tira to d en tro casa dalle m ani degli ospiti,

7 In I 3, 13-14 Ambrogio, commentando la scelta di terre belle a veder­


si, ma non utili, fatta da Loth, ha insistito sulla debole e im m atura perso­
nalità di questi e dedotto anche una sua inclinazione al vizio.
8 La sollecitudine caratterizza l’ospitalità di Àbramo (cf. supra, § 33).
9 Cf. ancora supra, § 33.
88 DE ABRAHAM, I , 6, 53-55

im m em or periculi, fidei m em or non eripuisse se periculo, sed ob tu ­


lisse.
54. P o n itu r p ietatis locus, quod m an ifestata sibi p e r ange
to tiu s regionis euersione et generos h ab ere Loth sanctus in d u citu r
et m onere eos u t fu g e re n tz, sim ul ne deserendo eos nec adm onen­
do m inus pius u id e re tu r circa filiarum m arito s uel erro ris earum
causa ipsi adsig n aretu r, quae d estitu ta e u irili consortio concubi­
tum in eb riati expetissent p a t r i s a. N on ergo indefensum scrip tu ra
u iru m san ctu m relin q u it et trad id isse m aritis filias et m onuisse
generos in d u c itu rb. Sed u isum illis quod d e rid e re t eos: et tam en
adhuc m o ra b a tu r Loth, u t p ersu ad ere t generis suis, et paene non
esset p ro fectu s, u t eu ad eret, nisi u rgentibus angelis et tenentibus
m anus eius egredi coactus esset.

55. Non ergo profectus, sed eductus est et m andatum acce


ne resp iceret re tro nec re sisteret in to ta regione illa, sed in m on­
tem a s c e n d e re tc. Hoc cum illi d icitu r, om nibus dicitur. Si uis
ergo e t tu euadere, ne respicias retro , sed ante te. Aspice ubi
C hristus est, qui dicat tibi: Vade retro m e d, sicut P etro dixit:
Vade retro me, u t C hristum seq u eretu r, C hristum uideret. R etro
Sodom a est plena flagitii, re tro G om orra uitiis scatens, crim inum
regio. N e tetigeritis in q u it apostolus, ne adtam inaueritis, ne gusta-
ueritis quae su n t om nia ad c o rru p te la m e. Fuge ergo Sodom am ,
relinque ocius, desere elem enta huius m undi, ne te inm inentia
inuoluant pericula: non resistas fugiens nec in to ta u itio ru m regio­
ne rem oreris. Qui non respexit euasit: quae respexit non potuit
e u a d e re f.

* Gen 19, 14.


a Gen 19, 31 ss.
b Gen 19, 14 ss.
c Gen 19, 17.
d Mt 16, 23.
e Col 2, 21 s.
f Gen 19, 26.
55, 10. ocius gomorram NR (fort.).
ABRAMO, I , 6, 53-55 89

ciò m o stra che egli, in cu ran te del rischio e saldo nella fede, non
aveva cercato di evitare il pericolo, m a l’aveva affrontato.
54. La S c rittu ra espone u n esem pio di pietà: il s a n to Loth,
al quale gli angeli avevano prean n u n ciato la devastazione di tu tta
la regione, è p resen tato com e uno che ha i generi e li avverte p er­
ché fuggano, e ciò p e r evitare sia che egli, abbandonandoli e non
avvertendoli, si m o stri poco affettuoso verso i m ariti delle figlie,
sia che gli si attrib u isc a la resp o n sab ilità del peccato delle figlie,
le quali, perché p rivate della com pagnia dei loro uom ini, cerca­
rono l’unione carnale con il p ad re ubriaco. La S crittu ra, dunque,
non lascia senza giustificazione il santo Loth, presentandolo come
uno che h a m aritato le p ro p rie figlie ed h a avvertito i g e n e ril0. Ma
questi p ensarono che egli si prendesse gioco di loro; ciò nono­
stante Loth insisteva an co ra p er convincere i generi, e quasi non
sarebbe p a rtito p e r salvarsi, se gli angeli sollecitandolo e tenen­
dolo p e r m ano n on lo avessero co stretto ad andarsene.
55. D unque non p a rti di sua iniziativa, m a fu condotto via
e ricevette l’ordine di non g u ard are in d ietro né di ferm arsi in
alcun luogo di quella regione, m a di salire sul m onte. Ciò che è
detto a Loth è detto a t u t ti " . Se dunque anche tu vuoi fuggire,
non g u ard are in d ietro, m a davanti a te. G uarda là dove è C risto che
ti dice: V ieni dietro di me, com e disse a P ietro: V ieni dietro di
me, perché lo seguisse e lo vedesse 12. D ietro c ’è Sodom a, piena
di tu rp itu d in e, c ’è G om orra b ru lica n te di vizi, te rra d i delitti.
N on toccate — dice l’A postolo — , non prendete, non gustate que­
ste cose che sono tu tte destinate alla corruzione. Perciò fuggi
Sodom a, lasciala subito, abbandona gli elem enti di questo m ondo,
se vuoi che i pericoli im m inenti non ti travolgano; fuggendo non
ferm arti e non so stare in alcuna p a rte della te rra dei vizi. Chi
non guardò in dietro si salvò, colei che guardò in d ietro non potè
salvarsi.

10 La Scrittura, anche quando narra, non è semplice registrazione di


fatti, m a obbedisce al disegno predisposto dall’Autore, cioè da Dio, il quale
ha anche il potere di guidare secondo la sua intenzione le azioni umane.
Particolarm ente in questo paragrafo, che riguarda il com portam ento di
Loth sul punto di fuggire da Sodoma, l'esegesi am brosiana illumina, al di là
delle azioni del personaggio, la loro finalità che trascende la consapevolez­
za dell'uomo. M aritando le figlie e invitando i generi a fuggire con lui dalla
città, Loth pone inconsapevolmente, ma non casualmente secondo Ambro­
gio, le premesse per essere scagionato da ogni responsabilità, sia pure re­
mota, per i fatti incestuosi nei quali poi sarà coinvolto.
11 Sull’operatività e attualità della Sacra Scrittura si veda L.F. P izzolato,
La Sacra Scrittura fondamento..., pp. 398 s.
12 Mt 16, 23 trova u n ’interpretazione assai caratteristica. L’espressione
di biasimo — da intendersi nella sua completezza: « Via da me, Satana » —
che Gesù rivolge a Pietro, acquista, purgata dell’appellativo Satana, un senso
positivo ed esortativo: « Seguimi ». Parim enti in exp. ps. C X V III 14, 10
(CSEL LXII, p. 304, 17 ss.): « uade retro post me ». Ostendit illi lucernam
quam deberet sequi, « post me » dicens.
90 DE ABRAHAM, I , 6, 56-57

56. E x cu san tu r autem filiae sancti Loth, q u ia p u ta u e ru n t n


uicinae regionis, sed to tiu s orbis fuisse illud excidium , se solas
cum p a tre su p erstites populis om nibus rem ansisse. E t ideo ne
genus deficeret hom inum , p atern u m petisse concubitum , u t sem en
generationis hum anae de p a tre suo re s u sc ita re n tg. Non ergo libi­
dinis u itiu m fuit, sed generationis rem edium , quod non p u to cri­
m inis duci loco. Nam et E u a h de uiro adsum pta, su p ra cuius
costam aedificata est m u lier os d e ossibus eius et caro de carne
eius, tam en p ro p te r seriem successionis hum anae u iro m ixta est.
S u b d u citu r tam en huic adm isso conscientia u iri iusti; inebriatus
uino q uid g ereret nesciebat. V nde non m irum si puellas decepit
opinio, quae p u ta re n t to tius populos orbis perisse. Non eadem
esset Loth sancti excusatio, qui au d ierat ab angelis locum illum ,
non to tu m m u ndum esse p eritu ru m .

57. Sane discim us uitan d am ebrietatem , p e r quam crim


cauere non possum us. N am quae sobrii cauem us p e r ebrietatem
ignorantes com m ittim us. P arum est quod ea inflam m at libidinem ,
accendit cu p id itates corporis; ipsam quoque m entem su b ru it et

e Gen 19, 31 ss.


h Gen 2, 22 s.
ABRAMO, t , 6, 56-57 91

56. Q uanto alle figlie del santo Loth, esse sono scusate, p er­
ché pensavano che quella distruzione avesse coinvolto non solo
la regióne circostante, m a tu tta la te rra , che esse di tu tti i popoli
fossero le sole su p erstiti insiem e con il padre. E perciò, tem en­
do che il genere um ano si estinguesse, avevano cercato l’unione
carnale con il padre, p er suscitare dal loro p ad re la discendenza
del genere um ano. Non fu, dunque, u n vizio di libidine, m a un
rim edio p er p ro creare; il che non credo possa essere giudicato
come un d e litto ,3. In fa tti anche Èva fu tra tta dall’uom o, dalla
costola del quale fu fo rm ata la donna, osso delle sue ossa e ca r­
ne della sua carne; epp u re si è u n ita carnalm ente all’uom o p er
dare inizio alla successione della discendenza um ana. Ciò nondi­
m eno in questo m isfatto non c’è la coscienza di q u e st’uom o giu­
sto. U briaco di vino non sapeva quello che faceva. Perciò nes­
suna m eraviglia se le figlie furono tra tte in erro re dalla convin­
zione che i popoli di tu tta la te rra fossero periti. Loth non
avrebbe la stessa scusa, poiché aveva u dito dagli angeli che sa­
rebbe an d ato in rovina quel determ in ato luogo, m a non il m on­
do intero.
57. Q uesto ci insegna chiaram ente che dobbiam o evitare
l'ubriachezza, che non ci p erm ette di guardarci dai d e litti14. In ­
fatti quando siam o sobri evitiam o quelle azioni che com m ettiam o
quando l’ubriachezza ci rende incoscienti. E ssa non solo infiam ­
m a la libidine, accende i piaceri della carne, m a fa vacillare anche

13 K. S chenkl (CSEL XXXII/1, p. 339) rinvia a P hilo, quaest. in Gen.


IV 56 (A ucher, p. 291): aggressum interim propositum ad morem spectans
matrimonii, iniquum est, et nouarum rerum molitio enormis; ueniam tamen
habere uidetur. Quoniam putant uirgines istae ob ignorantiam rerum exter­
narum, combustas cum uidissent duitates illas una cum abitantibus, quasi
uero uniuersum genus hum anum consum ptum fuisse, neque ullum alicubi man­
sisse praeter se tres. Ideo prouidam prudentiam reputantes, ne prorsus
desolata reperiatur terra, et deperdatur genus humanum, aggressae sunt
praesumptionem audacissimam ad superandam rem (uel per rem) intole­
rabilem atque haesitationem. Ma questo passo di Filone è anche citato da
L. D outreleau (SCh 7 bis, p. 172, nota 1) a proposito di Orig., hom. in Gen.
V 4, che spiega assai similmente i motivi che hanno indotto le figlie di Loth
all'incesto. Lo stesso D outreleau m ostra (ibid., p. 168, nota 1) che gli argo­
menti addotti dagli autori cristiani antichi, greci e latini, per scusare le figlie
di Loth, sono, con sfum ature diverse, gli stessi. Il passo di Ambrogio trova
anche un riscontro quasi speculare in I ren., haer. IV 31, 2: illae quidem
filiae secundum sim plicitatem et innocentiam putantes uniuersos homines
periisse, quemadm odum Sodomitas, et in uniuersam terram iracundiam Dei
superuenisse, dicebant haec. Quapropter et ipsae excusabiles sunt, arbi­
trantes se solas relictas cum patre suo ad conseruationem generis humani,
et propter hoc circumueniebant patrem.
14 La temperanza è virtù molto im portante perché ha il potere di frenare
le passioni e di eliminare la causa dei vizi: cibus parsimoniae, potus absti­
nentiae docet uitia nescire, qui docet causas nescire uitiorum (De uirginibus
I 53, Cazzaniga, p. 28). L’ubriachezza, al contrario, come incentivo alia libi­
dine, è riprovata in più luoghi con u n ’insistenza che si avvale degli stessi
termini, oltre che dei medesimi concetti: pascitur libido conuiuiis, nutritur
deliciis, uino accenditur, ebrietate flammatur... caueamus tamen et huius
abundantiam uini, ubi caro inebriatur, mens titubat, animus uacillat, cor
fluctuat (paenit. I 14, 76, CSEL LXXIII); incendunt enim pariter duo, uinum et
adulescentia (De uirginibus III 5, Cazzaniga, p. 59). L’uso dei vocaboli accen-
92 DE ABRAHAM, I , 6 ,5 7 - 7 ,5 9

anim um capit, sensum extorquet. N esciunt q u id lo q u an tu r qui


nim io uino indulgent, iacent sepulti. Ideoque si qua p e r uinum
deliquerint, ap u d sapientes iudices uenia quidem fa cta donantur,
sed leu itatis n o ta n tu r auctores. Q uanta ipsa deform itas, u t soluan-
tu r uires, incessus uacillet!

58. M ulti se fo rtes p u tan t: nu m fortiores quam Loth, n


continentiores quam Noe? N on u tique u itia p a tria rc h a ru m scrip tu ­
ra exposuit, quos uictos u ino legim us, sed u t tu disceres quid caue-
res. Ille nud u s iacuit, iste filiarum p a tu it erro ri. E t Noe iustus
deceptus est, q u ia uini uis adhuc ig norabatur: sed in illo in stru c­
tu s es, ne tu ignorares. L o th filiabus se c re d id it et p e r senectutem
m adidam uino solutus com m isit incestum ignorans: tu sic bibe, ne
capiaris. In s tru a n t te p a tria rch ae non solum docentes, sed etiam
erran tes. Ideo ite ra tu m exem plum e s t ebrietatis, u t confirm etur
m agisterium cautionis.

7. 59. Denique iteru m S arrae te m p ta tu r pudicitia, u t exiga


om nium . N am et A b im elecha in uxorem sibi eam su m p serat et
dixit ei in nocte deus: Ecce tu m orieris p ro p ter m ulierem b. Aduer-
tim us ad u lteriu m diuino iudicio m o rte puniri. Ideoque addidit:

a Gen 20, 2.
>> Gen 20, 3.
58, 7. solutus est P a.c., A.
ABRAMO, I , 6 ,5 7 - 7 ,5 9 93

lo sp irito e seduce la volontà, priva della capacità di intendere.


Coloro che si danno al tro p p o vino non sanno quello che dico­
no IS, giacciono com e sepoliti '6. E perciò, quelli che a causa del
vino h an n o com m esso qualche crim ine, sono tra tta ti con indul­
genza e p erd o n ati dai giudici sa g g i17, m a sono bollati perché
responsabili di leggerezza. Q uanto è disonorevole anche l’aspetto
esteriore, p er la p erd ita delle forze, p e r l’incertezza dei p a s s iie!
58. Molti si credono forti: m a sono forse più forti di Lo
più continenti di Noè? Lo scopo della S c rittu ra non e ra certam en­
te quello di m ettere a nudo i vizi dei p atriarch i, che — com e si
legge — si lasciarono vincere dal vino, m a quello di insegnare ciò
che si deve evitare. Quello giacque a te rra nudo, questi involon­
tariam ente rese possibile il peccato delle figlie. Anche il giusto
Noè fu tra tto in erro re, perché non conosceva ancora la forza
del vino 19: m a la su a esperienza ti istru isce e ti rende consapevo­
le. Loth si fidò delle p ro p rie figlie e, fiaccato dalla vecchiaia e
dall'abbondante vino, com m ise inconsapevolm ente incesto: tu
bevi fino al lim ite che non diventi vizio. Im p ara dai p atria rch i non
solo q u ando insegnano, m a anche quando sb ag lian o 20. L’esem pio
dell'ubriachezza è sta to rip etu to p er rib ad ire l'insegnam ento c ir­
ca la necessità di stare in guardia.
7. 59. In fa tti la pudicizia di S ara è m essa alla prova d
volte, affinché si p re te n d a che tu tti siano pudichi. In fatti anche
Abimelech se l'era p re sa in m oglie e Dio di notte gli disse: Ecco
tu m orirai a m otivo della donna. Cosi im pariam o che l'adulterio,
per giudizio di Dio, è punito con la m orte. E infatti h a aggiunto:

dere, flammare, incendere ha un preciso fondamento, direi, scientifico — rela­


tivamente alle conoscenze fisiologiche del nostro Autore —, che è illustrato
in Hel. 16, 58 (CSEL XXXII/2, p. 446): haec (se. ebrietas) sensus hom inum mutat
et formas, per hanc fiunt equi adhinnientes, siquidem naturali uapore cor­
poris calidi et praeter naturam uini calore flam m ati cohibere se nequeunt
et in bestiales libidines excitantur.
>5 Nesciunt quid loquantur: cf. Hel. 13, 50 (CSEL XXXII/2, p. 441, 5):
nesciunt m ente quid lingua proferant.
is Cf. V erg., Aen. II 265 e VI 424.
17 L’ubriachezza libera il colpevole dalle conseguenze penali. Il fonda­
mento giuridico di tale affermazione è detto appena sopra: l’ubriaco non ha
la capacità di intendere e di volere. Il diritto rom ano nel valutare la responsa­
bilità penale di un reato considerava l’intenzione di chi lo commetteva (cf.
digest. 48, 8, 13 s., dove sono riportati i rescritti di Adriano); ma Agostino
precisa, riferendosi anch’egli all’incesto di Loth: quapropter culpandus est
quidem, non tamen quantum ille incestus, sed quantum illa m eretur ebrietas
(Faust. 22, 44).
18 Sempre a proposito dell’ubriachezza cf. Hel. 10, 35 (CSEL XXXII/2,
p. 432, 3): plerumque enim turbatiore incessu proditur m otus animorum.
19 In un altro contesto l’episodio di Noè, coltivatore della vite e poi
ebbro e nudo, è allegoricamente visto come anticipazione, in figura, del
mistero di Cristo redentore: la vite coltivata da Noè è simbolo della sapien­
za (Cristo) e la sua nudità è accostata a quella di Cristo crocifisso (expl. ps.
X X X IX 6, CSEL LXIV, pp. 216 s.).
20 II santo non cessa di essere fonte di insegnamento quando pecca. Il
suo errore anzi è provvidenziale: cf. apoi. Dauid I 2, 7 (CSEL XXXII/2, p. 303):
...prouidentia dom ini sanctis obrepisse delieta.
94 DE ABRAHAM, I , 7, 59

H aec autem co m m o ra tu r cum u ir o c. H ab et quidem om nis uiri


m ulierisque concubitus nulla legitim i m atrim onii so rte celebratus
suam culpam . Discite enim qui ad g ratiam b ap tism atis tenditis
uelut qu id am fidei can d idati co ntinentiae disciplinam sobriam .
Nulli licet scire m ulierem p ra e te r uxorem . Ideoque coniugii tibi
ius d a tu m est, ne in laqueum incidas et cum aliena m uliere
delinquas. V inctus es uxori, noli qu aerere solutionem , quia non
licet tibi uxore u iuente uxorem ducere. N am et aliam quaerere,
cum habeas tuam , crim en est ad u lterii hoc grauius, quod putas
peccato tu o au c to rita te m lege quaerendam . T olerabilior est, si
ABRAMO, I , 7 , 59 95

Essa ha un m arito. Ogni unione di uom o e donna, che non sia ra ti­
ficata in alcun m odo com e m atrim onio legittim o, è peccato. Allora,
voi che asp ira te al battesim o, com e candidati alla fede, apprende­
te la severa regola della continenza. A nessuno è lecito avere ra p ­
p orti se s s u a li1 co n u n a donna che non sia sua m o g lie2. Perciò ti
è sta ta d a ta la legge del m a trim o n io 3, affinché non cada nel lac­
cio, peccando con u n a donna d 'altri. Se sei legato a u n a moglie,
non cercare di lib erarti, p erché non ti è lecito p ren d ere u n ’altra
moglie, m en tre è viva la tua. In fa tti cercare u n 'a ltra moglie, quan­
do hai la tu a, è peccato d ’ad u lterio tan to più grave perché cerchi
di legittim are il tuo peccato rico rren d o alla legge4. È più tolle-

1 Scire: la fam iliarità con la Scrittura induce Ambrogio ad assumere


certi term ini nel loro speciale significato biblico.
2 Nulli licet...: è un aforisma che sintetizza la norm a costantiniana
(C. I. 26, 1): nemini licentia concedatur constante matrimonio concubinam
penes se habere. Ma doveva essere rim asta largamente inapplicata, se, in
seguito, si insiste tanto — non solo da parte di Ambrogio — sulla condanna
del concubinato; cf. Ave., serm. 224, 2: uelis nolis, illa quae praeter uxorem
tecum dormit... m eretrix est: habes uxorem tuam legitimam et alia tecum
dormit; quaecumque illa est, iam dixi, m eretrix est... sed dicis: ancilla mea
concubina mea est, num quid ad uxorem alienam uado? An non licet mihi
in domo mea jacere quod uolo? Dico tibi, non licet.
3 Per capire che cosa si debba intendere con ius coniugii bisogna consi­
derare tu tto il seguito del paragrafo. Intanto il concetto è spiegato dal­
l'espressione che ne indica la finalità, di salvaguardare l’uomo dal peccato
di adulterio (ne in laqueum incidas et cum aliena muliere delinquas: si noti
che dal punto di vista sintattico le due proposizioni sono solo apparente­
mente coordinate, in realtà la seconda esprim e un concetto subordinato ed
esplicativo della prim a). Ma adulterio non è solo il peccato commesso con
donna d ’altri, è adultero anche l’uomo (lo stesso si dica della donna: cf.
supra, I 4, 25: eadem a uiro quae ab uxore debetur castimonia) che contrae
nuovo matrimonio, vivente la legittima moglie; anzi, tale adulterio è ancor
più grave proprio perché si cerca di legittimarlo invocando la legge umana
(con peccato tuo auctoritatem lege quaerendam si allude evidentemente al
diritto romano, permissivo in fatto di dissolubilità del matrim onio e dal
quale Ambrogio prende chiaram ente le distanze in I 4, 25: nemo sibi blan­
diatur de legibus hom inum ). Vi è poi u n ’osservazione che estende l’am bito
del ius coniugii: esso non è esplicitato solo dalla regola che vieta l’adulterio
nei sensi già chiariti, per esso è adulterio anche ogni form a di unione fra
uomo e donna al di fuori del m atrim onio legittimam ente contratto. Questo
credo si debba intendere nell’espressione nec hoc solum adulterium... sed
omne quod non habet potestatem coniugii; cf. anche supra, I 4, 25: (omne
stuprum adulterium est... quicquid in eam quae non sit legitima uxor com­
m issum fuerit adulterii dam natur crimine). Non sembri singolare tale am­
pliamento del concetto di adulterium; il fatto è che Ambrogio dà al term ine
il significato di « alterazione » del ius coniugii, che, dunque, è sinteticam ente
ben form ulato nell’assioma da cui prende avvio la riflessione del nostro auto­
re: nulli licet scire mulierem praeter uxorem (cf. infra, II 11, 78: ...praeter
coniugium nec uiro liceat nec feminae misceri alteri). Resta da chiedersi di
che genere sia il ius coniugii. Da quanto è detto in fondo al paragrafo si può
dedurre che esso fa parte della legge divina (si qui fecerit, peccare eum in
deum, cuius legem uiolet). Ciò non è incoerente con quanto abbiamo letto
supra, in I 2, 8 (cf. anche exam. V 7, 18, CSEL XXXII/1, p. 155, 1 e 5-6), dove
si afferma che l’adulterio è violazione della legge di natura, perché nella
visione del nostro Autore legge naturale e legge divina trovano un punto di
unità nella loro unica fonte che è Dio.
4 Non diversamente, e con la stessa punta polemica verso la legislazione
romana, si esprim e Ave., serm. 392, 2: non uobis licet habere uxores, quorum
priores m ariti uiuunt: nec uobis, feminae, habere uiros licet quorum priores
96 DE ABRAHAM, I , 7, 59-60

lateat, culpa quam si culpae u su rp e tu r au cto ritas; nec hoc solum


e st a d u lteriu m cum aliena peccare coniuge, sed om ne quod non
h ab e t p o testatem coniugii. Tam en locus iste docet grauius crim en
esse, ubi celebrati coniugii iu ra te m e ra n tu r e t uxorius p u d o r sol-
u itu r. Ideoque cum p ra e te n d e re t Abim elech quod uxorem alienam
esse ig norauerit, q uam so ro rem esse u ir ipse suam dixerit, respon­
dit ei deus: E t ego cognoui quia puro corde fecisti hoc et peperci
tibi, u t non peccares in me. P ropter hoc non su m passus te tan­
gere eam d. Cognoscim us u elu t p raesulem custodem que esse coniu­
gii deum , qui no n p a tia tu r alienum to ru m pollui, et si qui fecerit,
peccare eum in deum , cuius legem uiolet, g ra tia m soluat. E t ideo
q uia in deum peccat, sacram enti caelestis a m ittit consortium .

60. F o rtasse te m oueat q u a ra tio n e P harao quaestionibus


om nipotenti deo g ra u ite r adflictus s i t e, u t su p ra legim us, cum
et ipse ig n o rau erit uxorem esse A brahae S arram , q uam sororem
au d ierat, Abim elech a u tem nullam poenam exceperit. V erum Ae­
gypti regem no ris ducem fuisse uitiorum , q u i quo plus h ab u erit
licentiae eo plus flagitii co m m iserit, A bim elech au tem eo fidelis
aestim atu s est deo, u t m e ru e rit audire: E t ego cognoui quia puro
corde fecisti hoc, rex n on adflictionis, u t Aegyptius, sed m unitio­
nis, q u o d G e ra ru m f, quibus p ra e e ra t, docet in terp re tatio . Non
est ergo d u b iu m ceteris operibus eius indignationem dom ini esse

<• Gen 20, 4-6.


« Gen 12, 17.
f Gen 26, 1.
ABRAMO, I , 7, 59-60 97

rabile il peccato che re sta nascosto di quello a cui si vuol riven­


dicare legittim azione. E d è ad u lterio non solo il peccato che si
com m ette con u n a donna d ’altri, m a anche ogni ra p p o rto che
non ab b ia validità di m atrim onio. T uttavia qui si insegna che è
peccato p iù grave q u ando sono violati i d iritti del m atrim onio
co n tratto ed è offeso il p udore della moglie. Perciò, essendosi
Abimelech giustificato col dire che non sapeva che S ara e ra mo­
glie di un altro — in fatti A bram o stesso aveva detto che era sua
sorella — Dio gli rispose: Anch'io so che hai fa tto questo con cuo­
re puro e ti ho usato m isericordia, perché non peccassi contro di
me. Perciò non ho perm esso che tu la toccassi. Sappiam o che
Dio è p ro te tto re e c u s to d e 5 del m atrim onio, cosi che non sop­
p o rta che sia violato il letto a ltru i e se qualcuno lo viola, pecca
contro Dio, perché infrange la sua legge, fa cessare la sua grazia.
E perciò, peccando co n tro Dio, p erd e la partecipazione al sacra­
m ento c e le s te 6.
60. Forse ti chiedi, perplesso, perché il faraone è stato d u
m ente colpito con to rm e n ti7 d a Dio onnipotente, com e abbiam o
letto sopra, sebbene anch'egli ignorasse che S ara era m oglie di
Abramo, avendo u d ito che era sua sorella, m en tre Abimelech
non fu in alcun m odo p u n ito 8. Ma si sa che il re d ’E gitto e ra il
principe dei v iz i9, il quale q u an to più poteva tan to più com m etteva
nefandezze. Abim elech invece e ra riten u to tan to fedele a Dio che
m eritò di sen tirsi dire: Anch'io so che tu hai fa tto questo con
cuore puro, non e ra re di afflizione com e il re egiziano, m a di
p ro tez io n el0, com e si deduce dal significato di G erar, di cui era
re. D unque non c'è d u b b io che grazie alle altre sue opere il Signo­
re ritrasse la sua indignazione, Lui che è a rb itro della coscienza

uxores uiuunt. Adulterina sunt ista coniugia, non iure fori, sed iure coeli. Nec
eam feminam, quae per repudium discessit a marito, licet uobis ducere uiuo
marito... et uobis, feminae, nec ìllos uiros a quibus per repudium discesserunt
uxores eorum, maritos habere conceditur: non licet: adulteria sunt, non
coniugia.
5 Cf. supra, I 2, 7, dove però Dio è detto praesul e auctor, il m arito custos.
6 II sacramentum cadeste è l’Eucaristia. Diamo i riferim enti di altri luoghi
ove l’espressione ha questo significato: sacr. I 2, 6 (CSEL LXXIII, p. 18, 21);
IV 2, 7 (p. 48, 22); 4, 19 (p. 54, 56); V 2, 5 (p. 61, 6); 3, 14 (p. 63, 19); 4, 25
(p. 69, 75 s.).
7 Quaestionibus prende ora il posto di adflictationibus, lezione del testo
biblico di Gen 12, 17 già citato supra, in I 2, 7. La variazione non sembra
casuale: quaestionibus, per Gen 12, 17, è attestato anche dal Liber iubitaeorum
13, 6 (H. R onsch, Leipzig 1874) e rappresenta un calco del testo greco dei
Settanta è-caffuolg; è probabile perciò che Ambrogio lo usi come una uaria
lectio che egli trovava attestata.
8 Non molto dissimile è il confronto fra il faraone e Abimelech in Orig.,
hom. in Gen. VI 2 (SCh 7 bis): uoluit tamen aliquando et Pharao accipere
Sarram sed non « in corde m undo » uoluit... propterea ergo Scriptura refert
quia « adflixit Dominus Pharaonem afflictionibus magnis et pessimis »... quia
puro corde uoluit suscipere uirtutem , idcirco Deus eum sanat orante prò
ipso Abraham.
» Cf. P h il o , leg. I l i 38.
10 È Filone (congr. 83) che interpreta E gitto come « afflizione »(itatì-
p iv AKyuhto; ffùnfìoXòv èffri) e attribuisce a Gerar il significato — per altro
incerto — di « protezione » (quaest. in Gen. IV 176, Aucher, p. 380).
98 DE ABRAHAM, X, 7, 60-64

reuocatam , qui uere in terio ris est a rb ite r conscientiae et anim i


ac m entis in terp res. Denique non u t P h arao ille conuentus a Moyse
recusau it et sp reu it m an d atu m dei nec obsequium distulit, sed
statim u o cauit A braham , uxorem suam ei reddidit, p retio se ipse
m ultau it, quod u id isset alienam , dotem p udoris exsoluit.

61. Hinc quoque colligi p o test Abim elech regem clem enti
m eruisse, quod A braham p ro eo rogauit et in p etrau it. P eperit enim
uxor eius et ancilla illius, quas ante concluserat dom inus p ro p te r
S arram uxorem A b ra h a e B. Quod aeque ad oeconom iam p ertin et,
u t S arrae p a rtu s dei d o n atu s prom issione etiam hoc fu lcire tu r
testim onio, cum ad u e rtas dei offensione et fecundas steriliscere
et ru rsu s dom ini u o lu n tate steriles fecundari iuxta quod scriptum
est: N onne sterilem et pa rientem ego feci? dicit dom inus h. Quam-
uis ad synagogae illud et ecclesiae m ysterium dictum accipiatur,
quia et synagoga p a rtu s h abere desiit, quae successionis frau d ata
est p o steritate, et congregatio nationum , quae sterilis erat, cum
deum ignoraret, p a rtu s co eperit aeternos habere. V nde et lectum
est: Laetare, sterilis quae non paris, erum pe et exclam a quae non
parturis, quoniam p lures filii desertae magis quam eius quae habet
uirum

62. G enitus est autem Abrahae filius Isaac, cum esset anno­
rum cen tu m '. E t tu si p erfectu s fueris, habebis p o steritatem lae­
titiae et exultationis h ered itatem . D ixit et Sarra: R isu m m ih i fecit
dom inus; q u icum que a u tem audierit congratulabitur m i h i m. Non
u tique hoc de hac generatione intellegitur, quae casibus plerisque
obnoxia est, u t in terd u m m elius fu e rit non generasse, sed de ge­
neratione, q u a unusq u isq u e p ec cato r agens paenitentiam , cum redi­
m itu r a m orte, angelis solet exhibere laetitiam ".

63. E t d ixit Sarra: Quis adnun tia b it Abrahae quoniam lactat


infantem S a rra ? 0. M oralis locus. P ro u o can tu r fem inae m em inisse
dignitatis suae et lactare filios suos. H aec enim m atris gratia, hic
honos, q uo se p ro p riis co m m endent u iris. D enique eos plus am a­
re filios solent, quos ipsae m a tre s lacta u erin t u b erib u s suis.

64. Fecit a u tem A braham cenam m agnam , quando ablactatus


est Isaac filius eius p. Non m ediocre istu d nec u sitatu m . N on enim
quia a n u tricis lacte su b d u ctus est p u er, m agnum conuiuium exhi-
s Gen 20, 17 s.
h Is 66, 9.
i Is 54, 1.
i Gen 21, 5.
m Gen 21, 6.
■> Lc 15, 10.
» Gen 21, 7.
p Gen 21, 8.
ABRAMO, I , 7, 60-64 99

interio re e conoscitore d ell'anim o e della m e n te n . In fa tti n o n si


com portò com e il farao n e, che avvertito d a M osè rifiutò e di­
sprezzò le disposizioni d i Dio, né asp e ttò a d obbedire, m a su b ito
chiam ò Abram o, gli re stitu i la m oglie e im pose a se stesso u n a
p ena p ecu n iaria p e r av er veduto u n a donna d ’altri, pagando il
risarcim en to d ’o n o r e 12.
61. A n c h e13 d a q u esto p asso ris u lta che, se il re Abim elech
m eritò u n tra tta m e n to d i p artic o la re clem enza, ciò avvenne p e r­
ché A bram o pregò p e r lui e fu esaudito. In fa tti sua m oglie e la
schiava p arto riro n o , dopo ch e il Signore le aveva rese sterili a
m otivo di S ara, m oglie di A bram o. Ciò fa p a rte ugualm ente del
disegno divino: il fa tto che il p a rto d i S ara prom esso d a Dio e ra
conferm ato anche d a q u esta prova, cioè d alla costatazione che
l’offesa a Dio ren d e sterili anche le donne feconde e di nuovo p e r
volontà del Signore le sterili diventano feconde, secondo q u a n to è
scritto: N o n sono fo rse io che faccio la donna sterile e colei che
partorisce? — dice il Signore. T u ttav ia q u esta espressione è da
intend ersi com e rife rita a l m iste ro d ella Sinagoga e della Chiesa;
in fatti la Sinagoga h a cessato d i p a rto rire , essendole s ta ta to lta la
co n tin u ità della discendenza, e l’insiem e delle nazioni, che eran o
sterili q u an d o no n conoscevano Dio, h a com inciato a d avere u n a
discendenza eterna. P erciò abbiam o letto: Gioisci, o sterile che
non partorisci, esulta e grida di gioia tu che non hai figli, perché
più nu m ero si saranno i figli di colei che è abbandonata che di
cotei che ha m arito.
62. Allora, quando A bram o aveva cento anni, gli nacque il
figlio Isacco. Anche tu, se sarai p erfetto , avrai u n a discendenza
di letizia e u n ’ered ità di gioia. Sara allora disse: I l Signore m i ha
dato il sorriso; ora chiunque udrà, si congratulerà con me. Eviden­
tem ente ciò non è rife rito alla generazione carnale, che è soggetta
a tan te vicende, a tal p u n to che talvolta sarebbe sta to p re feri­
bile non aver generato, m a di quella generazione p e r la quale ogni
peccatore che fa penitenza, quando è red en to da m orte, esp rim e
la sua gioia agli angeli.
63. E Sara disse: Chi annunzierà ad A bram o che Sara allatta
un bam bino? M. Q uesto passo h a significato m orale. Le donne sono
esortate ad allattare i p ro p ri figli, tenendo p resen te la p ro p ria
dignità. Q uesta in fatti è u n a grazia della m adre, u n onore, p er
il quale si rendono g rad ite ai p ro p ri m ariti. In fa tti le m ad ri so­
gliono am are di più quei figli che hanno allattato al p ro p rio seno.
64. Allora A bram o fece un grande banchetto, quando il figlio
Isacco fu svezzato. Non è u n fa tto trasc u rab ile né consueto. In fa t­
ti A bram o im bandì u n grande ban ch etto non perché al bam bino

1* Per m ens si veda oltre II 1, 1 e n. 4.


12 Dotem pudoris sem bra parafrasi di Gen 20, 16: tinifiv toij itpoffómou
(Settanta). Il confronto con il testo della Vetus Latina non è possibile, perché
l’antica versione latina della Genesi in questo punto è lacunosa.
13 Àbramo (cf. supra, I 6, 48) aveva già interceduto presso Dio per ottene­
re la salvezza della città di Sodoma.
1+ Nel testo ebraico il senso di questo versetto differisce notevolmente.
100 DE ABRAHAM, I , 7, 64-65

b u it A braham , sed quia id oneus h ab itu s est Isaac fo rtio ris gratiae
cibo et u irtu tis alim ento, non ad h u c u t C orinthius q lacte potandus,
sed epulis solidioribus m an d ato ru m caelestium m entis suae fir­
m ans lacertos.

65. P ro sp eritatem cito seq u itu r inuidia. P ep ererat S arra, ab


ta u e ra t filium: V id it ancillae filiu m lu d en tem cum filio suo Isaac
et d ixit ad Abraham : Eice ancillam et filium eius; non enim heres
erit filius ancillae cu m filio m eo Is a a c T. D urum e ra t hoc uisum
Abrahae, u t eiceret filium suum , licet eum quem susceperat ex
u e rn a c u la s. E t tu noli m iscere te ancillae, ne suscipias ex illa
filium et u x o r tu a non p a tia tu r coheredem illum filio suo fieri;
uides enim solui hinc g ratiam m atrim onii. C erte si incidisti et
habes filium, eice ancillam et filium eius; m elius est enim u t ancilla
quam u x o r reced at et filius ancillae quam legitim us eiciatur. Quod-
si dub itaueris, si co n tem pseris uxoris tu ae sententiam et d u ru m
tibi uisu m fuerit, d icit tib i deus quod dixit Abrahae. Quod enim
illi dixit tibi d icit et om nibus dicit: N on sit du ru m ante te de puero
et de ancilla. O m nia quaecum que tibi d ixit Sarra, audi uocem eius,
quoniam in Isaac uocabitur tibi sem en ‘. N usquam alibi dixit:
« Audi uocem uxoris tu ae » nisi hic, id est: « Fecisti uxori tu ae iniu-
riam et non m itigasti ad fectum eius, suscepisti ex ancilla filium
et non h o n o rasti uxoris filium. N um quid p o test in ancillae filio
sem en tu u m uocari? N on utique; in legitim o filio u era successio
est. Sed uereris, quia filius tuus est, ne fo rte eiectus in tere at atque
occidat. N on ei d eerit m ea g ra tia ». Om nes alit deus noster, sufful­
cit uniuersos et iustos et iniustos. D enique et p lu it su p er iustos
et iniustos u. S icut fecit A braham , et tu facito. Eice ancillam , u t
secura u x o r et inoffensa m aneat dom i. Eice ancillae filium, u t non
habeat h ered itatis co n so rtium qui non h ab et originis priuilegium .

<11 Cor 3, 2.
r Gen 21, 9 s.
» Gen 21, 11.
t Gen 21, 12.
u Mt 5, 45.
ABRAMO, I , 7, 64-65 101

fu tolto il latte della nutrice, m a perché fu riten u to capace di


assim ilare u n cibo p iù ricco di grazia e u n alim ento di virtù: non
doveva essere p iù n u trito con latte, com e u n Corinzio, m a doveva
consolidare le energie della su a m ente con il cibo più sostanzioso
dei p re cetti d iv in i1S.
65. S ubito l ’invidia segue la felicità. S ara aveva p a rto r
e svezzato il figlio: Ella vide il figlio della schiava che giocava con
il proprio figlio Isacco, e disse ad Àbram o: Caccia la schiava e
suo figlio, perché il figlio della schiava non deve essere erede in­
siem e a m io figlio Isacco. S em brava d u ro ad A bram o dover cac­
ciare il p ro p rio figlio, anche se si tra tta v a di quello avuto d alla
schiava. Anche tu no n u n irti alla schiava, onde evitare di avere
da lei u n figlio che tu a m oglie non tolleri che divenga erede insie­
me al figlio suo; ne deriva — com e puoi co statare — la fine della
grazia del m atrim onio. Certo, se sei caduto n ell'erro re e hai un
figlio, caccia la schiava e suo figlio; in fatti è meglio che se ne
vada la schiava p iu tto sto che la moglie, e che sia cacciato il
figlio della schiava p iu tto sto che quello legittim o. Se sarai inde­
ciso, se disprezzerai l’opinione di tu a m oglie e ti sem b rerà duro
il provvedim ento, Dio rivolgerà a te le stesse parole rivolte ad
Abramo. In fa tti ciò che disse a lui lo dice a te e lo dice a tu tti:
N on ti dispiaccia per il fanciullo e la schiava. I n tu tto ciò che
ti ha detto Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco sarà susci­
tata a te una discendenza. In nessun altro luogo della S c rittu ra
Dio h a detto: « A scolta la voce di tua m oglie », se non qui; il che
significa: « H ai fa tto in giuria a tu a m oglie e non hai placato il
suo risentim ento, hai avuto u n figlio dalla schiava e non hai ono­
ra to il figlio di tu a moglie. Forse che la tu a discendenza può
essere su scitata nel figlio della schiava? C ertam ente no! L’au ten ­
tica successione sta nel figlio legittim o. M a tu ti preoccupi, dal
m om ento che è tu o figlio, che, u n a volta cacciato, non perisca?
Non gli m an ch erà il m io favore ». Il n o stro Dio n u tre tu tti, so­
sten ta tu tti, sia i giusti che gli ingiusti. In fa tti piove sui giusti e
sugli ingiusti. Come fece Abram o, così fa ’ anche tu. Caccia la schia­
va, affinché resti in casa tu a moglie, tran q u illa e risp ettata. Cac­
cia il figlio della schiava, affinché non abbia p a rte all’eredità
colui che non ha il privilegio della n a s c ita 16.

15 Cf. Orig., hom. in Gen. VII 2, 4 (SCh 7 bis).


16 Non si può leggere questa ultim a parte del § 65 senza restare colpiti
dalla determinazione con cui Ambrogio si schiera a difesa sia della moglie che
della prole legittima. Il racconto biblico è accolto come un esemplare di
immediato valore pedagogico: le parole che Dio rivolge ad Àbramo riguardo
alla schiava e a suo figlio acquistano forza di precetto universale, la cui appli­
cazione prescinde dalla casistica delle situazioni; e come l’intervento della
provvidenza di Dio in favore di Ismaele sciolse lo scrupolo di Abramo, cosi
esso solleva, anche al presente, il padre naturale dal considerare i suoi doveri
verso il figlio illegittimo. Questa impostazione pensiamo possa essere compresa
solo tenendo ben presente che il Vescovo sentiva come prim aria la necessità
di riform are radicalm ente m entalità e costumi pagani circa il valore della
famiglia e della castità coniugale nei catecumeni che si apprestavano a ricevere
il battesim o. La concezione cristiana, in tem a di m oralità familiare, aveva
già trovato drastica applicazione sul piano legislativo per opera di Costantino,
102 DE ABRAHAM, I , 8, 66-67

8. 66 E t fa c tu m est p o st haec uerba, deus tem p ta u it Ab


h a m a. A liter deus tem p tat, a lite r diabolus. D iabolus te m p ta t u t
su b ru a t, deus tem p ta t u t coronet. D enique p ro b a to s sibi tem ptat.
V nde e t D auid dicit: Proba m e, deus, et tem p ta m e b. S anctum
A braham p ro b a u it a n te et sic tem p tau it, ne si an te te m p ta re t quam
p ro b asset g rau aret. P ro b au it eum , cu m exire d e C h arra iussit, et
oboedientem rep p erit. P ro bauit, cum fidei titu lo fretu s lib erau it
nepotem , cum de p ra e d a nihil adtigit, cum p rom isit seni filium
— et cum ipse esset ce n tu m annorum , q u am u is S arrae genitalia
co n sid eraret em o rtu a c, tam en cred id it nec h ae sita u it fide, qui
p o sset h aesitare ratio n e a u t sterilita tis a u t senectuti» — , p ro b a u it
eum ho sp itii sedulitate. P ro b atu m ig itu r quasi fo rtio rem tem p tan ­
dum p u ta u it m aioribus e t q u ib u sd am im periis d u rio rib u s. E t hic
quidem exem plo d o cem ur q uia u e ris p ro b a tu r quis, te m p ta tu r
au tem conpositis et fictis. N on enim uolebat deus inm olari a p a tre
filium, nec inpleri hoc m u nus uolebat, qui ouem p ro filio im m o­
landam o ptulit, sed te m p tab at adfectum p atris, si dei p raecep ta
p ra e fe rre t filio nec p atern ae p ietatis contem platione uim deuo­
tionis inflecteret.

67. E t d ixit ad eum : Abraham , A braham ! d. R epetitione nom i­


nis m entem excitat, u t esset p aratio r. D enique resp o n d it ille:
Ecce ego. E t dixit: Accipe filium tu u m am a n tissim u m quem dile-
x isti Isaac et uade in terram excelsam et offeres m ihi illum holo­
ca u stu m in uno m o n tiu m , quem tibi d ix e r o e. Non sin it otiosum
esse adfectum p atris. A principio eum stim u lat et pungit pietatis
aculeis et fili nom en ad d it ad nom en necessitudinis e t uim am oris.
N on satis p u ta u it dixisse filium , adiunxit am antissim um quem
dilexisti Is a a c 1. Quid est quod ait: quem dilexisti et non dixit:
q u em diligis? Possum us quidem u ti ad defensionem scrip tu rae
diuinae quia p ra e te rita p leru m q u e p o n it p ro u e n tu ris uel praesen­
tibus, u t in euangelio habes: H ic est filius m eus dilectissim us, in
quo c o n p la cu ig, cum u tiq ue sem per in filio p laceat p ater. E t in
psalm o habes: D ixit dom inus dom ino meo: Sede a dextris m eis h,
cum sem p er sedeat. Possum us tam en e t a m a n tissim u m ad p rae­
sens accipere et q uem dilexisti ad id, u t non recenti quodam
inpulsu am oris, sed inolito diu et p ro b a to am ore significaret dilec-

» Ps 138 (139), 23.


b Gen 12, 1 ss.
c Gen 14, 16.22; 15, 4 ss.; 18, 1 ss.
d Gen 22, 1.
e Gen 22, 1 s.
f Gen 22, 2.
* Mt 3, 17.
h Ps 109 (110), 1.
ABRAMO, I , 8, 66-67 103

8. 66. E dopo queste parole avvenne che Dio tentò Abram


La tentazione di Dio è diversa da quella del diavolo. Il diavolo
ten ta p er ab b attere, Dio te n ta p er coronare. In fa tti te n ta quelli
che h a m esso alla prova. P erciò anche Davide dice: M e ttim i alla
prova, o Dio, e tentam i. P rim a m ise alla p ro v a il santo Abram o
e poi lo tentò, p er evitare di opprim erlo, tentandolo p rim a di aver­
lo m esso alla prova. Lo m ise alla prova, quando gli ordinò di uscire
da C harra, e lo trovò obbediente. Lo m ise alla prova quando
Abram o liberò il nipote confidando nella forza della fede, quando
non prese nulla d ella p re d a d i guerra, q uando prom ise ad Abram o,
orm ai vecchio, u n figlio — in fa tti avendo egli cento anni, p u r
considerando che gli organi di riproduzione di S ara erano orm ai
inariditi, tu tta v ia cred ette e grazie alla fede non ebbe dubbi,
anche se ne poteva avere a m otivo della sterilità e della vecchiezza
della m oglie —. Mise alla prova la sua sollecitudine p e r l'ospitalità.
Cosi p ro v ato riten n e che A bram o fosse più p ro n to a sopportare
ordini più im pegnativi e pesanti. E d a questo esem pio ap p ren ­
diam o che la prova è ra p p re se n ta ta da difficoltà reali, la tentazione
invece da difficoltà create a bella po sta e fittizie. In fatti Dio non
voleva che il p ad re sacrificasse il figlio né che com pisse questa
offerta, dal m om ento che p ro cu rò u n a pecora da im m olare al po­
sto del figlio, m a ten tav a A bram o nel suo affetto di p ad re p er
accertare se anteponesse al figlio i p recetti di Dio e dim inuisse
il vigore della su a devozione in considerazione del suo am ore
di padre.
67. E gli disse: Abram o, Abram o! R ipetendo il nom e risveg
la sua m ente, perché fosse più p ro n ta. In fa tti egli risponde:
E ccom i! E Dio gli disse: Prendi il tuo dilettissim o figlio che hai
amato, Isacco, e vai in un luogo elevato e offrilo a m e com e olo­
causto sul m onte che io ti indicherò. Non p erm e tte che l’affetto
p atern o sia lasciato da p arte. Fin daH’inizio lo stim ola e lo solle­
cita con il pungolo della p ietà e all’appellativo che indica il lega­
m e di p aren tela aggiunge il nom e p ro p rio del figlio e la forza
dell’am ore. Non gli è b astato aver d etto figlio, h a aggiunto il di­
lettissim o che hai am ato, Isacco. P erché h a detto, che hai am ato
e non h a detto, « che am i »? Possiam o certam ente intendere, p er
giustificare il testo della S c rittu ra divina, che spesso essa usa
il p assa to p er in dicare il fu tu ro o il presente, com e nel Vangelo
si trova: Q uesto è il m io figlio dilettissim o, nel quale m i sono
com piaciuto, anche se evidentem ente il P adre si com piace sem ­
p re nel Figlio. E nel salm o si legge: Disse il Signore al m io
Signore, siedi alla m ia destra, anche se sem pre siede. Possiam o
anche rife rire d ilettissim o al p resen te é che hai am ato intenderlo
nel senso che no n era am ato com e p e r u n recente im pulso d ’am o­
re, m a con un am ore da lungo tem po rad icato e consolidato. Infat-

che nel 336 vietava ogni genere di elargizione in favore della concubina e dei
liberi naturales, imponeva loro la restituzione di quanto avessero ricevuto
ai figli legittimi e ai parenti prossimi, oppure, in assenza di questi, di devol­
vere tu tto al fisco (Cod. Theod. 4, 6, 2 s.). Su questo paragrafo cf. A. M anari-
cua , El matrimonio..., pp. 142 ss.
104 DE ABRAHAM, I , 8, 67-69

tum . Quod enim ad tem pus au g e tu r ad tem pus reso lu itu r, quod
au tem diu a u t sem p er p lacu it cito aboleri non potest. P otest et
illud non ab su rd u m u ideri, quia m o ritu ro s plus diligim us; hoc est:
quem an te dilexisti, quasi iam diligat im m olandum . Nec otiose
ad d it nom en sancti Isaac, id est eum quem suscepisti in senectu­
te, suscepisti de uxore unicum , suscepisti tam q u am fidei tuae p ra e­
m ium , rem u n eratio n em op erum tu o ru m , suscepisti ex prom issione
dei, non coniugis fecunditate, ex qua alium sp erare non possis.
Offeres m ih i holocaustum , sed p riu s uade in terram excelsam '.
In te rp o n itu r spatium , ne p raecip itari subito u id e a tu r adfectus, u t
illa dilatione o p re p at p ietatis gratia, desiderium p atris. Adiecit:
in uno m o n tiu m , quem tibi dixero '. E t hic sim iliter u t, dum ascen­
dit senex, in frin g eretu r inpetus, lassaret dextera, deficeret intentio,
dum q u aereret m ontem discere, dedisceret ad p aratu m .

68. Exurgens au tem non solum sequenti die, sed etiam d


culo, u t adtulisse nox m oras studio festinantis p atris u id eretu r,
stra u it asinam suam et su m p sit secum duos pueros et Isaac filium
su u m et concidit ligna in holocaustum m. D ocem ur p a ra ta om nia ad
sacrificium deferre; discim us etiam ap p a ratu m sacrificii, m iniste­
rii m unus ipsi nobis uindicare, non delegare aliis. Senex A braham
et diues pecoris atq u e ab undans seru itio ru m non quaesiuit com i­
tatu s sui agm ina: ipse quoque ligna concidit et obsequia m aiora
u irib u s suis non in term isit.

69. V enit a u tem ad locum quem d ixit illi deus die terti
E t cum duobus ipse te rtiu s proficiscitur hostiam suam ducens et
die tertio ad locum sacrificii uenit. S alu taris hic num erus et con-

i Gen 22, 2.
i Ibid.
m Gen 22, 3.
" Ibid.

67, 28. patris om. P.


ABRAMO, I , 8, 67-69 105

ti ciò che sorge in breve tem po, in breve si estingue; invece ciò che
è stato am ato p e r lungo tem po o sem pre, non può essere subito
m esso da p arte. È anche possibile che si debba in ten d ere che si
suole am are m aggiorm ente quelli che stanno p e r m orire; cioè:
« che p rim a hai am ato », com e se orm ai lo am asse in q u an to vit­
tim a che doveva essere im m olata. Né senza ragione h a aggiunto il
nom e del san to Isacco, cioè: quello che hai avuto nella vecchiaia,
che hai avuto dalla m oglie com e figlio unico, che hai avuto com e
prem io della tu a fede, com e ricom pensa delle tu e opere, che
hai avuto dalla p ro m essa di Dio, non dalla fecondità di tua
moglie, da cui non puoi sp erare di averne u n altro. Offrilo a m e
com e olocausto, m a p rim a vai in un luogo elevato. È interp o sto
un intervallo affinché non sem bri che l ’affetto venga m eno ad un
tratto , affinché in quel frattem p o su b en trin o la pietà e il dolore
del padre. Ha aggiunto, sul m onte che io ti indicherò. Lo stesso
anche qui: affinché, m en tre il vecchio saliva, il suo slancio si affie­
volisse, la sua d e stra si stancasse, la volontà venisse m eno, e,
m entre cercava di conoscere quale fosse il m onte, si dim enticasse
di ciò che doveva p rep arare.
68. Levandosi, dunque, non solo il giorno seguente, m a anche
all'alba — onde ap p are ch e la n o tte aveva com portato un ritard o
p er lo zelo im paziente del p ad re 1 — sellò la sua asina e prese
con sé d ue servitori e il figlio Isacco e tagliò la legna per l'otor
causto. Q uesto ci insegna che dobbiam o p re p ara re e p o rtare
tu tto il necessario p er il sacrificio; im pariam o anche a riservare
a noi stessi la p rep arazione del sacrificio e il com pito del m ini­
stero, a non delegarlo ad a l t r i 2. A bram o, sebbene vecchio, ricco
di g re g g i3 e provvisto di m olti servitori, non volle avere con sé
il suo num eroso seguito: anzi egli stesso tagliò la legna e non si
esonerò d a com piti su p eriori alle p ro p rie forze.
69. E il terzo giorno giunse al luogo che Dio gli indicò. E, ac­
com pagnato da due servitori, egli stesso, terzo, p arte po rtan d o la
sua v ittim a e giunge il terzo giorno al luogo del sacrificio. Que­
sto è un n um ero di salvezza e conviene a quelli che devono com-

1 Per com prendere a fondo la frase ut adtulisse... uideretur si tenga pre­


sente il diverso atteggiamento dei due protagonisti della vicenda. Da una
parte Dio che, dopo aver ordinato il sacrificio, ne ritard a in diversi modi
l'attuazione, dall'altra Abramo che desidera eseguire con celerità il comando
di Dio. Con ciò la riflessione di Ambrogio segue due direzioni: risponde al­
l’obiezione di chi si chiede come Dio possa aver ordinato il sacrificio di Isac­
co, m ostrando che in realtà Dio non voleva l’immolazione, anzi la ritardava,
e ripresenta ancora una volta Àbramo come esempio di queila virtù che è
ritenuta la più im portante, la deuotio (cf. supra, I 2, 3). Perciò Ambrogio
vede nella notte una pausa che, m entre favorisce l’intenzione divina di fre­
nare Io zelo di Abramo, provoca in questi il ram m arico di aver subito un
ritardo; Àbramo infatti si leva presto per recuperare il tempo perduto.
2 Sono riproposte le stesse osservazioni di Cain et Ab. I 8, 29 (CSEL
XXXII/1, p. 364, 11 ss.), sempre a proposito di Gen 22, 3: prim o aduerte im m o­
laturi studium m aturum atque festinum , ut mora expectationis non esset...,
deinde u t sterneret asinam suam, obsequium omne ipse susciperet et sacrificio
necessaria praepararet.
3 Cf. Verg., ecl. 6, 20.
106 DE ABRAHAM, I , 8, 69-71

ueniens sacrificaturis. D enique et in po sterio rib u s Moyses dicit


ad P harao regem Aegypti: V iam triu m dierum ibim us et im m ola­
b im us dom ino deo nostro, sicut dixit n o b is 0. E t recte te rtio cele­
b ra tu r die trin ita tis sacrificium .
70. E t respiciens A braham oculis u idit locum a longe p. Solli­
cite ex plorat qui p ro p e rat inplere. Q uam uis senilem celeraret stu­
dio gradum , tam en serum hoc p u tan s praeced eb at oculis. V igebant
singulorum officia m em b ro rum , licet senilia m em b ra non possent
uigere. Solet h eb etari uisus senum , u t etiam p ro p in q u a non facile
conspiciant. Hic non solum u id it locum , sed etiam longe positus
aspexit.

71. Nec d u b itau it uidisse, sed ait pueris suis: S edete hic cum
asina, ego a u tem et p u er pertransibim us usque illuc et, cum ado-
rauerim us, ad uos r e u e r te m u rq. M erito typus in asina, quia et
u erita s in pullo asinae. In hoc enim an im an te figuratur populus
gentilium an te oneri subiectus, nunc C hristo subditus. Isaac ergo
C hristi p assu ri est typus. V enit in asina, u t cred itu ru s nationum
populus significaretur. Ideoque dom inus, cum ad subeundam pro
nobis passionem uen iret, pullum asinae soluit, quem ipse conse­
d it r etiam m item atq u e m an su etu m iam C hristo sua terga creden­
tem . Quod autem ait: Ego et p u er pertransibim us uiam dem o n strat
quod non deficeret in tan to a p p a ra tu p ater, non cederet filius, au t
quia p e rtra n sire n t p ietatis rem edio ta n ti facinoris au steritatem .
Addidit: ad uos reuertem ur. P ro p h etau it q u o d ignorabat. Ipse solus
disponebat red ire im m olato filio, sed dom inus p er os eius locutus

0 Ex 8, 27.
p Gen 22, 4.
1 Gen 22, 5.
r Mt 21, 5.7; Io 12, 14 s. (Zach 9, 9).

71, 2. puer P infans AD (fort.).


4. in hoc enim AD hoc etenim P (h in ras. P2, et exp. P2).
ABRAMO, I , 8, 69-71 107

piere u n sacrificio. In fa tti più o ltre Mosè dice al faraone, re


d ’Egitto: C am m inerem o p er tre giorni e sacrificherem o al Signore
Dio, com e Egli ci ha detto. Allora giustam ente il sacrificio della
T rinità è celebrato il terzo g io rn o 4.
70. E A bram o levando gli occhi vide da lontano il luogo. Con
sollecitudine esplora colui che è sollecito a eseguire. P u r affret­
tando con zelo il suo passo di uom o v ec ch io 5, tuttavia, ritenendo
che questo fosse lento, andava innanzi con lo sguardo. Le funzioni
delle singole m em b ra erano in piena attività, anche se queste,
considerata l’età, non potevano essere vigorose. La vista dei vec­
chi di solito si indebolisce, tan to d a non p o ter distinguere facil­
m ente nem m eno le cose vicine. A bram o non solo vide il luogo, m a
lo scorse d a lontano.
71. Né dubitò di averlo veduto, m a disse ai suoi servi:
Ferm atevi qui con l'asina, m en tre io e il fanciullo andrem o oltre
fin lassù e, dopo aver adorato, ritornerem o a voi. G iustam ente
l’asina è tipo, poiché anche la verità è nel pu led ro d e ll'a s in a 6. In
questo anim ale, in fatti, è prefigurato il popolo dei gentili u n tem ­
po sottoposto al carico, o ra sottom esso a C risto. Isacco, dunque,
è il tipo di C risto che si avvia alla passione. G iu n se7 su di
un ’asina p er sim boleggiare il popolo delle nazioni che avrebbe
creduto. E perciò il Signore, quando venne a so tto m ettersi p e r noi
alla passione, sciolse il pu ledro di u n ’asina e si sedette su questo
anim ale che m ite e m an su eto offriva a C risto il suo dorso. Dicen­
do poi: Io e il fanciullo andrem o oltre, m o stra che il p ad re non
veniva m eno in u n cosi g ran d e sforzo di preparazione, ch e il figlio
non soccom beva, o p p u re che superavano l’am arezza di u n ’azione
tan to crudele con l’aiu to della pietà. Aggiunse: R itornerem o a voi.
Profetizzò ciò che ignorava. Egli aveva in m ente di to rn are solo,
dopo av er im m olato il figlio, m a il Signore p e r bocca sua mani-

4 L’improvviso riferim ento alla T rinità può apparire problematico; un’


dicazione p er coglierne il significato ci viene da Cain et Ab. I 8, 30 (CSEL
XXXII/1, pp. 364 s.). Per Ambrogio il m istero della T rinità è annunciato già
nell’A.T. e i sacrifici ivi n arrati sono oblazioni fatte alla Trinità. Tale opinione
poggia sul simbolismo del num ero tre connesso con il racconto di alcune
azioni sacrificali dell’A.T., e precisam ente: il sacrifìcio di Isacco (Abramo
giunge sul luogo del sacrificio dopo tre giorni di cammino), il sacrificio di
Es 3, 18 (Mosè chiede di condurre il popolo ebreo nel deserto, a tre giorni
di cammino, per sacrificare); anche la focaccia cotta sotto la cenere (Gen
18, 6) — preparata con tre m isure di farina, destinata ai tre ospiti di
Abramo — è un’offerta in cui si annuncia la T rinità (cf. ancora supra, I 4, 33;
I 5, 38; infra, II 9, 66; Cain et Ab. I 8, 30, CSEL XXXII/1, p. 365; exc. fratr.
II 96, CSEL LXXIII, p. 302).
s Cf. V erg., Aen. IV 641.
6 Si fa riferim ento a Cristo (ueritas) che entra a Gerusalemme sul pule­
dro dell'asina (cf. Mt 21, 5; Gv 12, 14 = Zac 9, 9). Poco più oltre il riferim ento
sarà più esplicito.
7 Venit è riferito a Isacco. Anche se dal testo biblico non appare che
Isacco sia giunto sul luogo del sacrificio cavalcando l’asina. Ambrogio suppo­
ne anche questo particolare p er rendere più imm ediata la relazione tipolo­
gica fra Isacco e Cristo.
108 DE ABRAHAM, I , 8 , 71-74

est quod p raep arab at. C aptiose autem lo q u eb atu r cum seruulis,
ne cognito negotio au t in p ed iret aliquis a u t gem itu o b strep eret
a u t fletu.
72. Accepit a u tem ligna holocausti et inposuit Isaac filio suo,
accepit et ignem ipse in m anu et m a ch a era m s. C onsecratur sacris
hostia m inisteriis et co m m en d atu r fu tu ra . Quae p ietatis h o stia pii
ante m inisterii u ec tu ra est. Ligna Isaac sibi uexit, C hristus sibi
patibulum p o rta u it crucis A braham co m itab atu r lilium , p a te r
C hristum . Nec Isaac solus nec Iesus solus. Denique solus < a i t > :
E t non su m solus, quia pa ter m ecum e s t u.

73. Dixit autem Isaac ad Abraham patrem su u m dicens: Pater.


Qui dixit: Quid uis, fili? v. P u lsa tu r p ietatis uocabulis p a triu s ad-
fectus et fluctibus qu ib u sd am hinc atq u e inde tu n d itu r. Filius uocat
patrem , p a te r dicit: fili, u t ipso u erb o ru m sono recognoscat p ater
quam inpossibile est u t fe rire possit cuius se u ulneri subicere o pta­
ret. Haec nom ina u itae solent o p erari gratiam , non m inisterium
necis: haec u ocabula incitare ad pietatem , non ad m ortem solent.

74. A ddidit Isaac dicens: Ecce ligna, ubi est ouis in ho


ca u stu m ? 1. E t hic p ro p h e ta t serm one, non scientia; ouis enim
a deo ad sacrificium p a ra b a tu r. R espondit denique sim iliter Abra­
ham : Deus p ro uidebit sibi ouem in holocaustum , fili*. Inflexibilis
a stud io deuotionis m in ister uocare filium freq u en ter non tim et.
Ita erat in ten tio n is solid itate fu n d a tu s et hoc se m eliorem p atre m
p u tab at, hoc sibi in perenne m an su ru m iudicabat filium, si eum
im m olaret deo. N on solum au tem hoc p ro p h e ta u it quod statim
accidit, quia deus p ro u id it sibi hostiam p ro Isaac et red d id it p a tri
filium, u eru m illud m agis, quod non haec h ostia diuinae esset
dispositionis: alia esset hostia, quam deus sibi p a ra re t, u t m unda­
re t orb em terraru m ; illa om nibus esset acceptior, p ro p te r quam
m ulti p a tre s offerrent filios suos et sep arari in hoc saeculo a filiis
n o n tim eren t. Cotidie offerunt p atres filios suos, u t m o ria n tu r in

s Gen 22, 6.
t Io 19, 17.
“ Io 16, 32.
v Gen 22, 7.
z Ibid.
» Gen 22, 8.

72, 6. solus ait Schenkl solus P ait solum me relinquetis AD.


74, 6. patrem om. P.
ABRAMO, I , 8, 71-74 109

festò ciò che p reparava. Non diceva ai servi tu tta la v e r ità 8, p er


evitare che, u n a volta svelato ciò che stava p e r accadere, qualcu­
no facesse opposizione o facesse clam ore con gem iti o pianti.
72. Prese poi la legna per l'olocausto e la caricò sul figlio
suo Isacco; egli stesso prese in m ano anche il fuoco e la spada.
Con i sacri m in isteri si consacra la vittim a e si annuncia quella
futura. Q uesta v ittim a di pietà tra s p o rta p rim a il pio m in is te ro 9.
Isacco si p o rtò la legna. C risto si p o rtò il patibolo della croce.
Abram o accom pagnava il figlio, il P adre accom pagnava Cristo.
Non era solo Isacco, no n e ra solo Gesù. In fatti, rim asto solo,
disse, e non sono solo, perché il Padre è con me.
73. Allora Isacco disse ad A bram o suo padre: Padre. Q uesti
disse: Che vuoi, figlio? L’affetto p atern o è toccato con parole di
tenerezza, scosso da u n a p a rte e d a ll'a ltra com e d a flutti. Il figlio
chiam a il padre, il p ad re risponde: F ig lio 10; attrav erso il suono
stesso delle parole il p ad re am m ette q u an to sia im possibile colpi­
re colui dal quale p referireb b e p iu tto sto ricevere il colpo. Questi
appellativi solitam ente favoriscono la grazia della vita, non u n
m inistero di m orte: queste parole di solito esortano alla pietà,
non alla m orte.
74. Isacco aggiunse: Ecco la legna, dov'è la pecora per l’olo­
causto? E anche qui dice parole profetiche senza esserne consa­
pevole. Dio in fatti p rep arav a u n a pecora p e r l’olocausto. In fa tti
Abram o risponde allo stesso m o d o 1!: Dio si procurerà una pecora
per l'olocausto, o figlio. M inistro inflessibile nello zelo della devo­
zione non tem e di rivolgersi frequentem ente al figlio. T anto egli
e ra ferm o nel suo in ten dim ento e si riteneva p ad re m igliore,
credeva che avrebbe conservato p e r sem pre suo figlio, p ro p rio se
lo avesse im m olato a Dio. In o ltre non profetizzò soltanto ciò che
subito accadde, giacché Dio si p ro cu rò u n ’a ltra v ittim a invece di
Isacco e re stitu ì il figlio al padre, m a profetizzò so p ra ttu tto che
non e ra q u esta la v ittim a nel disegno di Dio: u n 'a ltra e ra la vit­
tim a che Dio p rep arav a p er Sé p e r purificare il m ondo. Quella
sarebb e s ta ta p iù g ra d ita di tu tte ; p e r essa m olti p ad ri avrebbero
offerto i loro figli e no n avrebbero avuto tim ore di separarsi in
questo m ondo d a loro. Ogni giorno i p adri offrono i loro figli,

* Nel trad u rre captiose ho seguito l’osservazione dei Maurini (cf. PL 14,
469, nota 59), che ritengo valida. Non pare infatti che si possa sostenere che
captiose abbia un senso negativo, se si considera l’impegno di Ambrogio nel
difendere in ogni caso il com portam ento del suo protagonista.
* Penso che sacris ministeriis sia da riferire agli elementi, indicati nel
lemma, che costituiscono la fase preparatoria del rito sacrificale e sui quali
si fonda la relazione tipologica fra sacrifìcio di Isacco e sacrificio di Cristo.
Similmente ritengo che l’espressione pii ante m inisterii stia ad indicare gli
strum enti che dovevano servire al sacrificio; concretamente: la legna (portata
da Isacco), la croce (portata da Cristo). La parola ministerium , dunque, dal
significato di servizio per la preparazione e l'attuazione del sacrifìcio (cf.
supra, § 68), passa ora a significare le cose concrete che servono per il sacri­
ficio. In questo senso Isacco (ma anche Cristo) è uectura del pio ministero.
10 Cf. Orig., hom. in Gen. V i l i 6, 12-17 (SCh 7 b is).
H Similiter-, anche Àbramo profetizzava inconsapevolmente.
110 DE ABRAHAM, I , 8, 74-77

C hristo et con sep elian tu r in dom ino b. Q uanti p atre s occisis m arty­
rio filiis laetiores ab eo ru m tum ulo reu erteru n t!

75. V enit A braham ad locum sacrificio p ra ed estin atu m et


aedificauit ibi aram et inposuit lig n a 0. Q uanta m olim ina im m o­
latu ri, ne ra p tu s subito a d im m olandum aestim aretu r! E t conli-
gatis m anibus et pedibus Isaac filii sui inposuit eu m in aram
supra lig n a d. N ectit filio m anibus suis uincula p ater, ne in refu­
giendo filius et ui ignis excitus peccatum in cu rreret.

76. E t d ixit angelus: Abraham , A b ra h a m e. T enuit quodam ­


m odo m anum eius diuina uox et ictum u ib ran tis occupauit dexte­
rae. N on sem el uocauit, ne a u t non plene au d ire t a u t fo rtu itam
uocem p u tare t. Sic reuocauit, quem adm odum im perauit. R epetiuit
uocem tam q u am u eritu s n e p ra e u e n ire tu r studio deuotionis et una
uox inp etu m ferientis reu o care non posset. N on inicias m anum in
puerum neque feceris ei quicquam ; nunc enim cognoui quia tim es
d eum tu u m et non pep ercisti filio tuo dilectissim o p ro p ter m e f.
Hoc est dicere: « A dfectum tu u m ego inquisiui, non factu m exegi.
Tem ptaui m entem tuam , si etiam filio tu o dilectissim o non parce­
re s p ro p te r me. N on aufero quod ipse donaui nec heredem inuideo,
quem larg itu s sum no n h abenti ». Nec otiose hic quoque ei dilec­
tissim um filium dixit, u t illud quod su p ra dixit quem d ile x istig
ita dictum osten d eret, ne aestim ares quod iam diligere desisset.

77. E t respiciens A braham uidit, et ecce aries unus haerens


in u irg u lto h. Q ua ra tio n e arietem ? Quasi p ra estan tem u tiq u e gre­
gi. Qua ratio n e suspensum ? Vt ad u e rtere s h ostiam illam non esse
terren am . Q ua causa cornibus suspensum , nisi quod carnem suam
u irtu te su p eriore a te rris leu aret? Iu x ta quod scrip tu m est: Cuius
princip iu m su per um eros eius Q uis u tiq u e significatur nisi ille
d e quo dictum est: E xaltauit cornu populi sui '? C ornu n o stru m

b Rom 6, 4 (Coi 2, 12).


c Gen 22, 9.
d Ibid.
<= Gen 22, 11.
f Gen 22, 12.
e Gen 22, 2.
h Gen 22, 13.
i Is 9, 5 (9, 6).
i Ps 148, 14.

75, 5. in om. AD.


77, 7. exaltauit codd. exaltabit Schenkl.
ABRAMO, I , 8, 74-77 111

affinché m uoiano in C risto e siano sepolti insiem e con il Signore.


Quanti p adri, dopo che i loro figli ebbero subito il m artirio , to r­
narono più felici dalla loro tom ba!
75. A bram o giunse al luogo p restab ilito p e r il sacrificio e vi
edificò un altare e vi pose sopra la legna. Q uante fatiche com pie
colui che si ap p resta a sacrificare, affinché non si creda che il
sacrificio sia fru tto di decisione im p ro v v isa 12! E dopo aver legato
le m ani ed i pied i di Isacco, suo figlio, lo pose su ll’altare sopra la
legna. Il p ad re lega il figlio con le p ro p rie m ani, p e r ev itare che
questi ritraen d o si e agitandosi so tto l'azione del fuoco n o n com ­
m ettesse peccato.
76. E l'angelo disse: Abram o, Abram o! La voce divina tra t­
tenne, in certo m odo, la sua m ano e a rre stò il colpo che la d estra
stava p e r vibrare. N on chiam ò u n a sola volta, tem endo che non
udisse ch iaram en te o che pensasse ad u n a voce casuale. Dio lo
tra tte n n e così com e aveva d ato l'ordine. Chiam ò due volte, com e
se tem esse che fosse an ticip ato dallo zelo della devozione e non
potesse, chiam ando u n a sola volta, tra tte n e re l’im peto di colui
che stava p e r colpire. N o n stendere la m ano contro il ragazzo e
non fargli alcun male, perché ora so che tem i il tuo Dio e per
m e non hai risparm iato il tuo figlio dilettissim o. Come se dicesse:
« H o voluto conoscere il tuo anim o, n o n ho p reteso l’esecuzione.
H o m esso alla prova il tu o p ro p o sito p e r conoscere se p e r m e
eri disposto anche a non risp arm ia re il tu o figlio dilettissim o. Non
tolgo quello che io stesso ti ho donato, non guardo di m alanim o
l ’erede ch e h o d ato a chi n o n l’aveva ». E non a caso anche qui
gli h a p a rla to d el figlio d ilettissim o; con ciò si vuol d im o strare
che la preced en te espressione — che hai am ato — è sta ta d e tta
affinché no n si credesse che orm ai aveva cessato di am are.
77. Allora Abram o, alzando gli occhi, vide che c'era un ariete
im pigliato in un cespuglio. P erché u n ariete? P erché è quello che
nel gregge prim eggia. P erché sospeso? P erché si com prendesse
che quella n on e ra u n a vittim a terren a. P erché è sospeso p er
le c o m a 13, se non p erch é avrebbe sollevato la sua carne da te rra
con u n a forza superiore, com e sta scritto: La sua potenza è sulle
sue spalle? A chi si allude se non a Colui di cui è stato detto:
H a esaltato la forza dèi suo p o p o lo 14? La n o stra forza è C risto,

12 Similmente supra, § 67: interponitur spatium, ne praecipitari subito


uideatur adfectus.
13 Suspensum cornibus: l’espressione si spiega tenendo presente il testo
completo di Gen 22, 13, che nel lemma è riferito in modo incompleto (o forse
è intervenuto qualche accidente nella tradizione manoscritta?). Suspensum
può essere inteso come semplice variazione di haerens, e quindi non è da
ritenere citazione, m a certam ente Ambrogio leggeva nel suo testo biblico la
parola com ibus, unanim em ente attestata nella Vetus Latina; cf. anche epist.
8, 3 (PL 16, 951B): ostendit deus arietem pendentem com ibus.
14 L’applicazione dell'interpretazione tipologica prosegue oltre la figura
di Isacco; Ambrogio non è l’unico fra gli antichi esegeti a sostenere che anche
nel sacrificio dell’ariete è prefigurata la passione di Cristo: cf. Orig., hom.
in Gen. 8, 9: et aries hic nihilominus form am Christi gerere uidetur; Avg., ciu.
Dei XVI 32; enarr. in ps. 30, 2, 9: ipse aries Christum significauit. Quid est
enim haerere com ibus, nisi quodam modo crucifigi?
112 DE ABRAHAM, I , 8 ,7 7 - 9 ,8 0

C hristus est, qui p ra e stitit om nibus, sicut legim us: Speciosus


form a prae filiis h o m in u m m, solus eleuatus e t exaltatus a terris,
quem adm odum ipse nos docet, cum loquitur: Ego non su m de
hoc m undo, ego de supernis su m H unc u id it A braham in isto
sacrificio, hu iu s passionem aspexit. E t ideo ipse ait dom inus de
eo: A braham diem m eu m u idit et gauisus est°.
78. Vnde ait scrip tu ra: Vocauit A braham nom en loci illius
« dom inus u id it », u t hodie dicant: « In m o n te dom inus adparuit » p,
hoc e st quod a d p a ru e rit A brahae reuelans fu tu ra m sui passionem
corporis, qua m u n d u m redem it, d em onstrans etiam genus passio­
nis, cum suspensum ostendit. V irgultum illud p atib u lu m crucis, et
in hoc ligno p raestan tissim u s d u cto r gregis exaltatus om nia traxit
ad se Q, u t ab om n ib u s cognosceretur. Vnde et ipse ait: Cum exal-
taueritis filium hom inis, tunc cognoscetis quia ego su m r.

79. H inc q u o q u e p ro m eru it deu m A braham . D enique haec


est te rtia benedictio. T res enim p lenarias accepit benedictiones,
u n am p o st u icto riam q u a lib erau it n e p o te m s, quando o cc u rrit illi
M elchisedech1, q u an d o d ix it ei deus: R espice in caelum et enum era
stellas, si poteris. Sic erit sem en tuum . E t credidit A braham deo,
et rep u ta tu m est ei ad iu s titia m u; aliam , quando A braham iussus
est n om in ari et signaculum accepit circum cisionis v: tertiam , quan­
do dilectissim um filium suum holocaustum d eo non d u b itau it
o ffe rre 2. H aec iteru m benedictio p ra e stitit superioribus. In illis
enim pro p ag atio n em sem inis A brahae p ro m isit fu tu ram , in hac
a u te m ait: E t benedicentur in sem ine tuo om nes gentes terrae,
quoniam audisti uocem m e a m a. E t nos ergo audiam us uocem dei
n o stri et oboediam us p raecep tis eius, si uolum us ap u d eum inue-
n ire gratiam .

9. 80. Locus qui seq u itu r h ab e t m o rtem uxoris, fletum m


ti, sep u ltu rae officium, q uibus m aritalis adfectus p ro b a tu r. E t
surrexit in q u it A braham a m o r tu o a, u t non diu tiu s inhaeream us
m ortuis, sed q u an tu m satis e st officii deferam us. F estinauit autem
p ro loco sepulchri A braham p re tiu m soluere, cum gratis d a r e tu r b,

m Ps 44 (45), 3.
n Io 8, 23.
o Io 8, 56.
p Gen 22, 14.
« Io 12, 32.
r Io 8, 28.
s Gen 14, 16.
‘ Gen 14, 18.
u Gen 15, 5 s.
v Gen 17, 5.10 ss.
* Gen 22, 2.
» Gen 22, 18.

» Gen 23, 3.
» Gen 23, 9.11.
ABRAMO, I , 8 ,7 7 - 9 ,8 0 113

che prim eggia su tu tti, com e leggiamo: Sei il più bello dei figli
degli uom ini, il solo elevato ed innalzato d a te rra , com e egli ci
insegna, quan d o dice: Io non sono di questo m ondo, io sono dal­
l'alto. Lui h a v isto A bram o in questo sacrificio, h a contem plato
la sua passione. E perciò lo stesso Signore dice di lui: Abram o
vide il m io giorno e gioì.
78. Perciò la S c rittu ra dice: A bram o denom inò quel luogo
« il Signore vide », affinché oggi si possa dire: « il Signore apparve
sul m o n te », apparve cioè a d A bram o p e r rivelargli la fu tu ra pas­
sione del suo corpo, m ediante la quale h a re d en to il m ondo, e
rivelò anche il genere della passione, m ostrandoglielo sospeso.
Quel cespuglio sim boleggia il patibolo della croce, e, innalzato
su questo legno, lo stra o rd in a rio p asto re del gregge h a a ttra tto
ogni cosa a Sé p e r essere conosciuto d a tu tti. Perciò Egli stesso
disse: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uom o, allora cono­
scerete che sono io.
79. Anche p e r qu esto A bram o guadagnò il favore di Dio.
Questa, ap punto, è la terza benedizione. In fa tti ricevette tre bene­
dizioni generali; la p rim a dopo la v itto ria con cui liberò il nipote,
q uando gli venne in co n tro M elchisedech, q uando Dio gli disse:
Guarda in cielo e conta le stelle, se puoi. Cosi num erosa sarà la
tua discendenza. E A bram o credette a Dio e gli fu reputato a
giustizia. L a seconda, q u ando gli fu o rd in ato di fa rsi chiam are
A braham e ricevette il sigillo della circoncisione; la terza, quando
non esitò a offrire a Dio in olocausto il figlio suo dilettissim o.
Q uesta benedizione su però an co ra quelle precedenti. In fa tti con
le preced en ti Dio p rom ise ad A bram o la diffusione della discen­
denza, in q u esta invece disse: E nella tua discendenza saranno
benedette tu tte le genti della terra, perché hai ascoltato la mia
voce. Anche noi, dunque, ascoltiam o la voce del n o stro Dio e
obbediam o ai suoi p re cetti, se vogliam o tro v are grazia presso
di Lui.
9. 80. Il passo successivo n a r ra la m o rte della moglie
p ian to del m arito e il doveroso com pito della sepoltura; con tu tto
questo è d im o strato l ’affetto m a rita le l. E A bram o si allontanò
— è d etto — dal cadavere-, ciò vuol significare che non dobbiam o
re sta re p e r lungo tem po vicino ai m orti, m a dedicare loro quan­
to è strettam en te dovuto. A bram o si affrettò a pagare il prezzo

• È questa u n ’osservazione di carattere più giuridico che morale. P


Ambrogio — e per il diritto m atrim oniale cristiano che andava affermandosi —
l’elemento prevalente e determ inante nel m atrim onio è quello spirituale: il
maritalis affectus (cf. G . V iolardo, Appunti sul ' diritto matrimoniale in S.
Ambrogio, in Sant'Ambrogio nel X V I centenario della nascita, Milano 1940,
pp. 498 s.).
114 DE ABRAHAM, I , 9, 80-84

u t non alienis locis, sed n o stris potius exaedificem us tum ulos p a­


ren tu m uel proxim orum ; saepe enim cum alienationibus posses­
sionum uenales fiunt q u ae in isdem locis sep u ltu rae sunt. Hoc
au tem ideo A braham fecit, q uia nondum e ra n t huiusm odi dei tem ­
pla, in quibus fidelium dom ino reliquiae condantur.

81. S en u erat A b ra h a m 0. Ita q u e quod boni est p atris, debuit


uxorem pro uid ere filio, sed p ro p te r oraculum dei non -p o terat
red ire eo, un d e e rat iussus exire. H a b itab a t au tem i n te rra Cha-
nanaeorum , ex quo genere legitim am successionem sibi quaerere
fu g ie b a td.
82. E t uocauit p u eru m seniorem dom us suae et dixit e i e ut
ire t in C harram et de proxim is suis uxorem p e te re t iuniori dom ino
suo. Disce hinc quod etiam senioris ae tatis seruuli p ueri d ican tu r
a dom inis uel a quib u sq u e potioribus. Vnde et quidam p o eta hoc
sequendum p u tau it, siue in eorum u su qui sibi docti e t sapientes
u id e n tu r ipse hoc re p p erit siue de n o stris ipse tra n stu lit siue
tra n sla tu m inuenit:
Pascite u t ante boues, pueri, s u m m ittite tauros.
In d e et pueros dicim us, q uando e t seruulos significam us, non
aetatem exprim entes, sed condicionem .

83. A duerte nu n c u irtu te s boni p a tris fam ilias et considera


p rim u m q u o d m unus et cui m andet, u t et tu ita in stitu as seruulos
u t liberis tu is p a te rn u m adfectum deferant, officia exsequantur.
In u en tu s e s t de seruulis, senior tam en, qui a d uxorem prouiden-
dam dom ino iu n io ri elig eretu r et, co n strictu s u t iu ra re t, m itteret
m an u m sub fem u r dom ini s u i f. P er fe m u r generationem intelle­
gim us. G eneratio au tem A brahae C hristus est. Vnde e t apostolus
Abrahae dictae su n t in q u it prom issiones et sem ini eius. N on dicit:
et sem in ib u s tam q u a m in m ultis, sed sicut in uno: sem ini tuo,
quod est C hristus «, o stendens p e r ipsum san ctu m nobis sacram en­
tum , p e r ip su m tu tu m auxilium fore.

84. C onstrinxit au tem eum , ne de sem ine C hananaeorum uxo­


rem arcessiret dom ino suo, q u o ru m generis au c to r p a tre m non
h o n o ra u e ra th et ideo m aledictionis h ered itatem tran sm isit in suos,

c Gen 24, 1 ss.


d Gen 24, 3.
e Gen 24, 2.
f Gen 24, 9.
« Gai 3, 16.
h Gen 9, 22-24.

83, 5. iuraret et AD..


ABRAMO, I , 9, 80-84 115

p er il terren o ove e ra situ ato il sepolcro, sebbene gli venisse


offerto gratu itam en te; con ciò si vuol dire che dobbiam o edificare
le tom be dei p aren ti e dei n o stri cari, non in località che ap p a r­
tengono ad altri, m a di n o stra appartenenza. Spesso in fatti acca­
de che, q u ando si alienano dei possedim enti, diventano oggetto
di vendita anche le tom be che vi si trovano. Abram o cosi fece,
perché no n vi eran o an co ra dei tem pli dedicati a Dio nei quali
seppellire le spoglie dei fedeli al Signore.
81. A bram o e ra o rm ai vecchio. Perciò, da buon padre, doveva
p ro cu rare al figlio u n a moglie, m a, a m otivo della p aro la di Dio,
non poteva to rn are in quella regione dalla quale Dio gli aveva
com andato di uscire. Egli abitava nel paese dei Cananei, razza
dalla quale non voleva ch e gli venisse legittim a discendenza.
82. Allora chiam ò un servo, l’anziano della casa e gli d is s e 2
di an d are a C h arra e di cercare fra la sua p aren tela u n a m oglie
p er il suo giovane padrone. Da questa espressione si com prende
che anche i servi di e tà più avanzata sono chiam ati pueri dai
padroni e da q u a n ti sono su p erio ri ad essi. Perciò anche u n poeta
h a cred u to di dover im itare questo uso, sia che egli lo abbia tro ­
vato presso coloro che si ritengono d o tti e sapienti, sia che l’ab­
bia tra d o tto o l’abbia tro v ato già tra d o tto dai n o stri autori:
Pascolate i buoi com e prim a, o fanciulli, allevate i to r i3.
Di qui diciam o fanciulli anche quando vogliam o intendere i servi,
non in riferim en to all’età, m a alla condizione4.
83. F a’ o ra atten zio n e alle v irtù del buon p ad re di fam iglia e
considera innanzi tu tto quale com pito egli affida e a chi lo affi­
da, affinché anche tu insegni ai servi a tra tta re con affetto p a te r­
no i tuoi figli e a eseguire i com piti loro affidati. F ra i servi è
stato scelto — m a il più anziano — quello che doveva provvedere
u n a moglie al giovane p ad ro n e e gli fu im posto di g iurare m etten ­
do la m ano so tto la coscia del suo padrone. La coscia significa
generazio n e5; o ra la generazione di A bram o è C risto. Perciò
anche l’Apostolo dice: Le prom esse sono state fa tte ad A bram o
« e al suo discendente ». N on dice: « e ai suoi discendenti », com e
se si trattasse di m olti, m a di uno solo parla: « al tuo discenden­
te », cioè Cristo, m o stran d o cosi che, p er suo tram ite, santo
sarebbe stato p e r noi il sacram ento e sicuro il suo aiuto.
84. A bram o lo im pegnò a non co n d u rre al suo padrone u n a
m oglie dalla razza cananea, il cui p ro g e n ito re 6 non aveva ono­
ra to il p ad re e perciò trasm ise l’ered ità della m aledizione ai di­

2 Lo Schenkl esclude dalla citazione di Gen 24, 2 le parole et dixit ei, che
invece ne fanno parte, come attesta l’edizione della Vetus Latina, Genesis
(ad loc.).
3 V erg., ecl. 1, 45.
4 Si tra tta della condizione giuridica dei servi, equiparata a quella dei
pueri.
5 Cf. P hilo, quaest. in Gen. IV 86 (A ucher, p. 311).
6 Secondo la tradizione biblica i Cananei discendevano da Cam, figlio di
Noè (Gen 9, 25-27 e 10, 15-20).
116 DE ABRAHAM, I , 9, 84-85

u t cognoscam us fidem et quandam h ered itatem de auctoris p ro ­


sapia in iis req u iren d am quos nobis uolum us adiungere; cum sancto
enim sanctus eris et cu m peruerso peruerteris ‘. Si hoc in aliis,
qu an to m agis in coniugio, ub i u n a caro, u nus sp iritu s est! Quo­
m odo au tem p o test congruere caritas si discrep at fides? E t ideo
caue, C hristiane, gentili a u t Iudaeo filiam tuam tradere. Caue,
inquam , gentilem a u t Iu d aeam atque alienigenam , hoc est haere­
ticam et om nem alienam a fide tu a uxorem arcessas tibi. P rim a
coniugii fides ca stitatis g ra tia est. Si idola colat, q u o ru m p raed i­
c a n tu r ad u lteria, si C hristum neget, qui p ra ece p to r et rem u n era­
to r est pudicitiae, quom odo p o test diligere pudicitiam ? E tiam si
C h ristiana sit, non est satis nisi am bo in itiati sitis sacram ento
baptism atis. Sim ul ad o rationem uobis surgendum est et coniunc-
tis precibus obsecran d u s deus. Accedit aliud insigne castim oniae,
si cred as a tuo deo tibi quod so rtitu s es coniugium datum . Vnde
et Solom on ait: A deo in q uit praeparatur u x o r 1. Non possunt hoc
dispares fide credere, u t ab eo quem non colit p u te t sibi conubii
in p ertitam gratiam . R atio docet, sed am plius exem pla conm onent.
Saepe inlecebra m u lieb ris decepit etiam fortiores m arito s et a reli­
gione fecit discedere m. Vel am ori consule uel e rro rem caue. P ri­
m um in coniugio religio q u ae ritu r. Ideo A braham proxim am quae-
siuit d a re filio suo.

85. E t tu proxim am quaere. Qui est proxim us? Qui je


inquit m isericordiam ". In euangelio hoc dicit dom inus Iesus. E t
tu proxim am sem inis A brahae req u ire et pro p in q u am proxim i tui.
Sem en A brahae C hristus est, ipse est proxim us om nium , qui super

i 2 Reg 22, 26 s,
i Prou 19, 14.
m 3 Reg 11, 4.
n Lc 10, 37.
ABRAMO, I, 9, 84-85 117

scendenti. Con ciò si vuole insegnare a noi che dobbiam o esam i­


nare la fede e, in certo m odo, l’e red ità del pro g en ito re in coloro
che vogliam o associare a noi. In fa tti con chi è santo sarai santo,
con chi è perverso diventerai perverso. Se ciò è vero in altre
situazioni, qu an to p iù lo è nel m atrim onio, dove c ’è u n a sola
carne e u n solo spirito! Com e l'am ore p o trà trovare co rrisponden­
za, se la fede è in co n tra sto ? E perciò guardati, o cristiano, dal
concedere tu a figlia a u n pagano o a u n giudeo. G uardati, ripeto,
dal p ro c u ra rti u n a m oglie pagana o giudea e stran iera, cioè ere­
tica, e qualunque donna estra n ea alla tu a fe d e 7. La p rim a garan­
zia del m atrim o n io è la grazia della ca stità. Se u n a donna ad o ra
gli idoli, dei quali si esaltano pubblicam ente gli ad u lterii, se nega
C risto che è p re cetto re e re m u n e rato re della pudicizia, com e
p o trà am are la pudicizia? Se anche fosse cristiana, non è sufficien­
te, a m eno che en tram b i non siate iniziati al sacram ento del b a t­
tesim o. Insiem e dovete levarvi p e r pregare e, pregando insiem e,
dovete su p plicare Dio. A ciò si aggiunge u n ’a ltra caratteristica
della castità: il credere, cioè, che il m atrim onio che hai ricevuto,
ti è stato d ato da Dio. In fa tti Salom one dice: Da Dio è preparata
la moglie. Due p ersone che non hanno la m edesim a fede non pos­
sono credere ciò: n on è possibile, cioè, che u n o cred a che la
grazia del m atrim o n io gli è s ta ta elarg ita d a colui c h e non rico­
nosce com e Dio. Q uesto insegna la ragione, m a an c o r p iù gli
esem pi m ettono in guardia. Spesso le lusinghe della m oglie sedu­
cono anche i m ariti più v irtuosi e li allontanano dalla religione.
Abbi rig u ard o p e r l’am o re e g u ard ati d all'erro re. Nel m atrim o ­
nio è s o p ra ttu tto n ecessaria la religione*. Perciò A bram o cercò
di d a re a suo figlio u n a m oglie che gli fosse prossim a.
85. Anche tu cerca u n a m oglie prossim a. Chi è prossim
Colui — è d etto — che ha usato m isericordia. Q uesto dice il Si­
gnore Gesù nel Vangelo. Anche tu cerca u n a m oglie ch e sia p ros­
sim a alla discendenza di A bram o e congiunta a Colui che è tuo
prossim o. C risto è la discendenza di A b ra m o 9, Egli è prossim o
di tu tti. Egli che elargì la m isericordia a tu tti, cancellando il pec-

7 Cf. epist. 19, 7 (PL 16, 1026A); exp. eu. Lue. V i l i 2 (CSEL XXXII/4,
392); exp. ps. C X V III 20, 48 (CSEL LXII, p. 468). Sull’impedimento m atrim o­
niale della disparitas fidei cf. V . Monachino, S. Ambrogio..., pp. 190-193; J. Gau-
demet, L'église dans l'empire..., pp. 525 s.; G. V iolardo, Appunti..., pp. 492-498.
Ambrogio segue la tendenza rigida degli africani: cf. T ert., u x . 2, 5 ss.; Cypr.,
laps. 6; testim . adu. Iud. 3, 62. Meno severe sono le disposizioni del Cotte.
Arel., can. 11 (M ansi II, 463). Particolare rigore era riservato ai m atrim oni fra
cristiani e Giudei, non solo da parte della Chiesa, m a anche da p arte della
legislazione civile orm ai influenzata dal cristianesimo. Costantino II vietò nel
339 il m atrim onio fra cristiani e Giudei sotto pena di m orte (Cod. Theod. 16,
8, 6; cf. anche la costituzione di Teodosio del 388, ibid., 2, 3, 7).
« Cioè la medesima fede è il prim o degli elementi che si richiedono nel
matrimonio. Osserva in proposito G. V iolardo, Appunti..., p. 493: « La parità
della fede nei contraenti non è già presa in considerazione come conseguen­
za del m atrim onio (sistem a rom ano) e né soltanto come impedimento che si
opponga alla validità o liceità... m a è invece prem essa al m atrimonio, un
elemento che pervade la stessa essenza del m atrim onio ».
9 Cf. Gal 3, 16 e supra, I 3, 20.
118 DE ABRAHAM, I , 9, 85-87

om nes fecit m isericordiam tollens peccatum m u n d i0. Disce quid


in u x o re q u ae ratu r. N on au ru m , non arg en tu m q u ae siu it A braham ,
non possessiones, sed g ra tia m bonae indolis.
86. D einde in terro g a tu s, si nollet u en ire filia, u tru m n a m
filium dom ini sui d u ceret, adtende tib i in q u it ne reuoces filium
m e u m illo. D om inus deus caeli et deus terrae accepit m e de dom o
patris m e i et de terra, in qua natus sum , qui locutus est m ih i et
iurauit dicens: T ib i dabo terram hanc et sem in i tuo; ipse m itte t
angelum s u u m ante te, et accipies uxorem filio m eo inde. S i nolue­
rit tecu m uenire m u lier in terram hanc, p u ru s eris a iuram ento
hoc*. Quo proficiat hoc considera diligentius. Non licet tibi alie­
nigenam accipere. Sane si C hristianam se faciat, et laudem habe­
bis ex ea. Quodsi recu sau erit C hristiana fieri, studium n u p tiaru m
< n e te > deflectat a fide, in stru it lectio. A braham sequentem de­
duci adm onuit, resid en tem non expeti nec eo filium suum pergere.
S ane dom ini sui, qui se ab incolatu terrae, in qua h ab itab a t, abdu­
xerat, non d efu tu ram m isericordiam , u t p ra e ire t studio petitoris
et puellae in clin aret anim um . Quasi p ro p h e ta hoc dixit in causa
fili et q u asi m oralis d o cto r d o cu it sp erare in dom ino, qui iuuare
dig n etu r increm en ta fidei quaerentem .

87. E t surgens p u er p ro fectu s est in M esopotam iam q, e t iu


u o ti seriem , quod proficiscens u o u erat seruulus, occurrit ei Rebec-
ca habens hydriam su p er um erum , uirgo speciosa ualde, quam
uir non cognouerat. D escendit autem ad fo n te m et inpleuit hydriam ,
d ed it p u ero bibere, adaquauit om nes cam elos e iu s 1. V nde et p u e r
A brahae accepit inau res au reas singularum d racm aru m et duas
u irias ded it in m anus eius — decem au reo ru m pondus earu m —
e t q uaesiu it a b ea si locus esset hospitio et cuius esset filia s. Sim ­
plicitas quidem m o ralis ex p rim itu r, quod nullus fu e rit uel in
coniugii p etitio n e am b itio ni locus, sed dom inus p raesu l coniugii
p etitio n em in p leuerit. Tam en spectare licet ecclesiae m ysteria. Vbi
in u e n itu r ecclesia nisi in M esopotam ia? Ib i q u ae ritu r, inde arces­
situ r, u b i duobus s tip a tu r flum inibus, lauacro gratiae et fletu pae-
nitentiae. E ten im nisi peccata p ro p ria defleueris, nisi g ra tia m b ap ­
tism atis acceperis, non tib i a d q u iritu r ecclesiae fides et quaedam

° Io 1, 29.
p Gen 24, 5-8.
<• Gen 24, 10.
r Gen 24, 15 s.
s Gen 24, 22 s.

86, 11. ne te add. Schenkl.


12. expetit Schenkl (error typ. uidetur).
ABRAMO, I , 9, 85-87 119

cato del m ondo. C om prendi ciò che si deve cercare nella moglie.
A bram o no n cercò l’oro, non l’argento, n o n i possedim enti, m a
la grazia delle b u o n e disposizioni n atu rali.
86. Poi, avendogli il servo ch iesto se, n el caso che la giova­
ne d o n n a n on volesse seguirlo, dovesse co n d u rre là il figlio del
suo padrone, rispose: Guarda di non ricondurre là m io figlio. Il
Signore, Dio del cielo e della terra, m i ha preso dalla casa di
m io padre e dalla terra nella quale sono nato. Egli m i ha parlato
ed ha giurato dicendo: Darò questa terra a te e alla tua discen­
denza; egli m anderà il suo angelo davanti a te, e tu prenderai di
là la m oglie p er m io figlio. S e la donna non vorrà venire con te in
questa terra, sarai libero da questo giuram ento. Si consideri con
m olta attenzione a che m iri questo. N on ti è lecito p re n d ere in
m oglie u n a stran iera. C ertam ente, se d iventerà cristiana, te ne
v errà onore. Se rifiu terà di d iventare cristiana, il desiderio di
sp o sarti no n deve allo n tan arti d alla fede: qu esto è l’insegnam ento
del passo. A bram o ord in ò al servo di co n d u rre la donna se fosse
voluta venire, di no n in sistere se fosse voluta re sta re, e non volle
che su o figlio andasse là. C ertam en te non gli sarebbe m an cata la
m iserico rd ia del suo Signore, che lo aveva tra tto dal paese nel
quale abitava: Egli avrebbe prevenuto il d esid erio dell’asp iran te
e avrebbe ben disposto l ’anim o della fanciulla. A bram o com e pro­
feta disse qu este cose rig u ard o a suo figlio e com e m aestro di
m orale insegnò a sp erare nel Signore, che si degna di aiu tare chi
cerca di au m en tare la p ro p ria fede.
87. Allora il servo levandosi p a rti p er la M esopotam ia e, se­
condo l’ordine dei desideri che aveva espresso in p reg h iera al
m om ento della p arte n za l0, gli venne incontro Rebecca con u n ’anfo­
ra sulle spalle, una vergine m olto bella che nessun uom o aveva
conosciuta. Ella scese alla fo n te e riem pi l ’anfora, diede da bere
al servo e abbeverò tu tti i suoi c a m m e lli11. Poi il servo di Abra­
m o, a sua volta, prese dei pendenti d ’oro del valore di u n a dracm a
ciascuno e pose nelle sue m ani due braccialetti del peso di dieci
aurei e le dom andò se c ’era un p o sto ove trovare o sp italità e
di chi era figlia. Con ciò si insegna la v irtù m orale della sem plicità,
nel senso che anche la rich iesta di m atrim onio fu fa tta senza alcuna
concessione ai m aneggi, m a fu il Signore, custode del m atrim onio,
a esau d ire la richiesta. È possibile, però, intravedervi i m isteri
della Chiesa. Dove si tro v a la Chiesa, se non in M esopotam ia? Li
bisogna cercarla, di li la si fa venire, dove è circondata d a due
fiumi, d all’acq u a purificatrice della grazia battesim ale e dal
pianto della penitenza. In fatti, se non piangerai i tuoi peccati, se
non riceverai la grazia del battesim o, non ti sarà concessa la fede
della Chiesa e, in certo qual m odo, l’unione m atrim oniale con

10 La preghiera del servo (Gen 24, 14) nella quale si immagina lo svolger­
si degli avvenimenti, come poi si verificheranno, è fatta non al momento
della partenza, m a all’arrivo in Mesopotamia.
11 Si tra tta di una rapida sintesi di Gen 24, 15-20.
120 DE ABRAHAM, I , 9, 87-89

coniugalis copula. M uniunt eam Tigris, hoc est p rudentia, et E u­


p h rates, hoc est iu stitia et inlum inatio fructuosa, a b arb aris sepa­
ra n te s gentibus.
88. Virgo au tem speciosa ualde •, cuius decorem nulla con-
ru m p it aetas. Speciosa ualde, quia speciosus ualde et ille prae
filiis h o m in u m u qui eam adquisiuit sibi. Quam uir non cagnoue-
r a t v; nulli enim e ra t u iro copula eius, sed soli C hristo debita.
H ydriam habens su per u m e r u m z, quia lau at actu s om nium : et
quia ex congregatione gentium co n sta t quae suos lauit, ideo legis
quia descendit ad fo n tem et im pleuit hydriam et a s c e n d ita. Sa­
m aritan a illa uen it ad fontem , sicut in euangelio scrip tu m e s t b,
sed non descendit — pu teus ei u id eb atu r — nec inpleuit hydriam .
Denique ait: H ydriam non h a b e o 0. Non hab eb at unde actus suos
lauaret. H aec sola descendit, sola cognouit fontem uerum , hoc
est non aquae fontem , sed u itae aeternae, cui dixit Dauid: Quo­
niam apud te fo n s uitae, in lum ine tuo uidebim us lum en d. Ideoque
habuit quod d aret sitientibus, quia credidit; nam quae non cre­
debat ait fonti huic u d e n ti sibi p o tu m dare: Vnde m ih i habes
dare aquam u iu a m ? e. H aec autem h ab u it unde non solum pu eru m
sed etiam cam elos satiaret, quae non solum iustos rigare consue-
uit, sed etiam iniustos r e p le r e f. Ideo accepit inaures aureas et
uirias, quas m isit A braham , quasi m erito ru m suorum praem ia.

89. F ortasse audientes haec, filiae, q u ae ad gratiam dom ini


tenditis, et uos prouocem ini, u t habeatis in au res et uirias, et dica­
tis: « Quom odo pro h ib es hoc, episcope, u t habeam us quod Rebec-
ca accep it p ro m u n ere et h o rta ris u t sim iles sim us R ebeccae? ».
Sed no n has in au res R ebecca h ab e b at e t u irias, quae lites in
ecclesia serere solent, q uae la b u n tu r freq u en ter: alias inaures
habebat, quas u tin am uos h abeatis, alias u irias. In a u res Rebeccae
pii au d itu s insignia et u iriae R ebeccae o rn a m e n ta factorum sunt.

‘ Gen 24, 16.


u Ps 44 (45), 3.
v Gen 24, 16.
* Gen 24, 15.
a Gen 24, 16.
b Io 4, 7.
c Io 4, 11.
<i Ps 35 (36), 10.
e Io 4, 11.
f Mt 5, 45.
ABRAMO, I, 9, 87-89 121

e s s a 12. La proteggono il Tigri, cioè la prudenza, e l’E u frate, cioè


la giustizia e l'illum inazione fe c o n d a 13, che la separano dalle
nazioni b arb are.
88. Una vergine m olto bella: la cui bellezza nessuna età può
alterare. M olto bella, p erché è il più bello dei figli degli uom ini
colui che l'h a p re sa in sposa. Che uom o non aveva conosciuta. A
nessun uom o in fatti doveva unirsi, m a solo a Cristo. Con u n ’anfora
sulla spalla, p erché lava le azioni di tu tti; e poiché la Chiesa, che
lava i suoi m em bri, è co m posta dall’aggregazione di popoli paga­
ni, perciò si legge che scese alla fonte, riem pi l’anfora e risali.
La S am aritan a — com e è s c ritto nel Vangelo — andò alla fonte,
m a non scese — a lei sem brava u n pozzo 14 — né riem pi l’anfora.
In fa tti disse: N on ho l’anfora. Non aveva con che lavare le sue
azioni. Costei sola esce, sola conobbe la v era fonte, cioè non
u na fonte d ’acqua, m a quella della vita eterna, a cui Davide disse:
Poiché presso di te è la fo n te della vita, nella tua luce vedrem o la
luce. Perciò ebbe di che d are a coloro che avevano sete, perché
credette; in fatti colei che non credeva disse a q u esta fonte che
le voleva d are da bere: Donde m i puoi dare l'acqua viva? Costei
invece aveva con che dissetare non solo il servo m a anche i cam ­
melli, lei che era solita irro ra re non solo i giusti m a anche gli
in g iu s ti15. Cosi p rese i pendenti d ’oro e i braccialetti, inviati da
Àbram o com e p rem i p e r i suoi m eriti.
89. Forse n ell’asco ltare queste cose, o figlie che asp ira te alla
grazia del S ig n o re 16, anche voi vi sen tirete stim olate ad avere
pendenti e braccialetti e d irete: « P erché ci proibisci, o vescovo,
di avere ciò che Rebecca prese in dono, se ci esorti ad essere sim i­
li a Rebecca? ». M a R ebecca non aveva questi pendenti e b ra c ­
cialetti che, poiché spesso cadono, solitam ente fanno sorgere liti
nella C h ie sa 17: ella aveva altri p endenti — e volesse Dio che li
aveste anche voi — , aveva altri b raccialetti. I pendenti di Rebecca
sono i distintivi del suo pio u dito e i braccialetti gli ornam enti

12 Fra il Tigri e l’E ufrate è stata trovata la sposa per Isacco; misticamen
col battesim o e con la penitenza si trova la Chiesa, sposa del cristiano.
» Cf. P hilo, leg. I 69 e 72.
•4 La fonte è simbolo del battesimo, per il quale i Padri usano spesso
l’immagine della luce; il pozzo è tu tt’altro, è luogo di tenebra.
Con l'episodio del Vangelo (Gv 4, 7 ss.) Ambrogio vuole sostenere e giu­
stificare l'interpretazione di Gen 24, 15 e, utilizzando la figura della Sama­
ritana, esaltare per antitesi quella di Rebecca. È ragionevole pensare che
l’operazione nel suo insieme abbia sortito l’effetto desiderato nell’uditorio,
m a non si può non rilevarne la forzatura. Il testo evangelico subisce ad atta­
mento anche nel contenuto: infatti in Gv 4, 11 non è la Sam aritana che è
priva dell'anfora, m a il suo interlocutore, Gesù.
15 Cf. O rig., in Matth. 20: tortuositas camelorum, id est actuum peruer-
sorum.
16 Riferimento al battesim o; cf. supra, I 4, 23 e 25; 7, 59.
17 Cf. De uirginitate 68 (Cazzaniga, p. 31): monile pretiosum aut nobilia
coruscantium gem m arum serta..., quorum dispendiis saepe lis m ouetur in
ecclesia, pax fugatur. Le liti ovviamente sorgevano fra chi aveva perduto i
preziosi e chi era sospettato di averli ritrovati.
122 DE ABRAHAM, J, 9, 89-91

H as inaures habebat, quae non g ra u are n t aurem , sed dem ulcerent,


has uirias, quae m anus non m ateriali auro o n eraren t, sed spiri­
tali actu leuarent. Ideo et fra tri et p aren tib u s in hoc placuit
ornatu*. E t tu sum e inaures, quas tibi A braham dereliquit,
sum e quas tran sm isit uirias. Audi u erb a dom ini dei tui, sicut ipse
audiebat: exsequere iussa, sicut ille p ro p e rau it inplere.

90. P u lcherrim us au tem locus ad instru en d o s quibus aliquid


in iu n g itu rh. Q uod non p riu s m anducauit p u e r A brahae adposi-
tu m sibi panem q uam m an d atu m dom ini sui exsequeretur. Quo
in p etra to u asa au rea et argentea et u estem dedit R ebeccae '. Vbi
sponsata est ecclesia, accepit uasa au rea et argentea, in quibus
esset th en sau ru s fidei; su n t etenim uasa in honorem , su n t et in
contum eliam . Quae sint u asa audi: H abem us thensaurum in uasis
fictilibus '. C orpora n o stra u asa fictilia sunt, fides n o stra thensau­
ru s est. E t fo rtasse iam etiam ipsa co rp o ra quae th en sau ru m h a­
b ent au rea sunt, quia p lena su n t prudentiae, et argentea sunt,
quia u id e n tu r m an d ati caelestis adloquiis refulgere. H o n o ran tu r
autem et p aren tes m u n e rib u s m.

91. C onsulitur puella non de sponsalibus — illa enim iudi-


cium expectat p aren tu m ; non est enim uirginalis pudoris eligere
m aritu m — , sed iam d esponsata u iro de profectionis consulitur
die ". Nec inm erito dilationem non adtulit; iure etenim p ro p erare
debuit ad m aritu m . Vnde illud E uripideon, quod m ira n tu r pleri-
que, unde tran slatu m sit m anifestum est. Ait enim in persona
m ulieris, quae tam en m aritu m uolebat relinquere et ad alias pete­
b a tu r nuptias:
N u p ,( p e u p ,a T w v < p iv t ù v > È jJ ió jv è p ià g
[xépip,vav è^ei' toO to yàp oùx & t t ’ è[Jtóv,
hoc est:
Sponsalium qu id em m eorum pater m eus
curam subibit; hoc enim non est m eum .

« Gen 24, 18 ss.


h Gen 24, 33 ss.
■ Gen 24, 53 s.
i 2 Cor 4, 7.
m Gen 24, 53.
n Gen 24, 50 s.

91, 9. Graeca ualde corrupta in codd. [ièv iw v add. ex Euripide Erasmus


t o u t o usque è ( l 6 v scripsit Schenkl interpretationem latinam, quam
Ambrosius adiecit, secutus xoùx èjjiòv xpiveiv TaSe Euripides.
ABRAMO, I, 9, 89-91 123

delle a z io n i18. E lla aveva q uesti pendenti che non appesantivano


gli orecchi, m a li accarezzavano, aveva questi b raccialetti che non
gravavano di o ro m ateriale la m ano, m a la alleggerivano con
azioni spirituali. Perciò, cosi ornata, piacque al fratello e ai
genitori. Anche tu pren d i i pendenti che ti h a lasciato Abram o,
prendi i b raccialetti che egli ti h a trasm esso. Ascolta le parole
del Signore tuo Dio, com e egli le ascoltava: esegui i suoi com an­
di com e egli si affrettava a com pierli.
90. Q uesto passo, inoltre, si a d a tta p erfettam en te p er istru ire
coloro ai quali si affida qualche m issione: il servo di A bram o non
m angiò il pane che gli e ra stato posto innanzi, p rim a di aver
eseguito il com pito affidatogli dal suo padrone. O ttenuto il suo
scopo, donò a R ebecca vasi d'oro e d ’argento e u n a veste. La
Chiesa, dopo essersi sposata, h a ricevuto vasi d ’o ro e d ’argento
che contenevano il teso ro della fede. Vi sono in fatti vasi d ’onore
e vasi d'ingiuria. Ascolta che cosa sono i vasi: Abbiam o un tesoro
in vasi d ’argilla. I n o stri corpi sono vasi d ’argilla, la n o stra fede
è il tesoro. E forse anche i n o stri corpi, che contengono il tesoro,
sono d'oro, p erch é pieni di prudenza, e sono d ’argento, perché ri­
splendono delle parole del volere divino. Anche i genitori sono
o norati dai doni.
91. La fanciulla è sen tita non riguardo al fidanzam ento —
q u an to a ciò atten d e il p arere dei genitori; in fatti non è conve­
niente p er il p u dore d ’u n a vergine scegliersi il m arito —, m a o r­
m ai prom essa all’uom o è sen tita sul giorno della partenza. E
non senza ragione evita ogni dilazione; era giusto in fatti ch e do­
vesse subito raggiungere il m arito. Allora ap p are chiaram ente d ’on­
de sia tra tto quel fam oso passo di E uripide, che su scita am m ira­
zione in m olti. P er bocca di u n personaggio fem m inile, che però
voleva ab b an d o n are il m arito e si apprestava a nuove nozze, dice
infatti:
Del m io fidanzam ento si occuperà m io padre;
q uesto in fa tti è un com pito che non spetta a m e ,9.

*8 E. L ucchesi, L ’usage de Philon..., pp. 82 s., esamina la corrispondenza


di questo luogo am brosiano con le riflessioni allegoriche di Eustazio d ’Antio-
chia (engastr. 21, PG 18, 655C), che sarebbero tratte dalle Omelie m istiche e
non da Orig., hom. in Gen. X 4: uult enim (Rebecca) aurea in auribus uerba
suscipere, et aureas actus in manibus habere. Lo studioso segnala anche (ibid.,
83, nota 3) il luogo parallelo di Isaac 3, 7 (CSEL XXXII/1, p. 346, 18-20): uenie-
bat (Rebecca) magna secum ornamenta aurium et manuum ferens, eo quod
auditur et operibus emineat ecclesiae pulchritudo.
w E vrip., Andr. 987 s. Bucheler ha riconosciuto nella traduzione latina due
senari giambici, che attribuisce ad Ambrogio stesso, nonostante la difficoltà
di dover intendere bisillabica la parola m eorum nel prim o verso. Cf. F. B uche­
ler, Coniectanea, in « Rhein. Mus. », 41 (1886), p. 4, poi in Kleine Schriften,
III, Leipzig-Berlin 1930, pp. 85 s. da cui cito: sic in transcribendo disposui, ut
appareret uersus Am brosium reddidisse uersibus, et eis qui Senecae ac tragi­
corum artem imitarentur. V itium quidem inest in uersu priore quem claudere
poeta sic debuit « m eorum actor meus », sed ipsius Ambrosii culpa fieri id
potuisse arbitror ex ancipiti pronuntiationis uolgaris sono.
124 DE ABRAHAM, I , 9, 91-93

E rgo quod et ipsi philosophi m irati su n t seruate, uirgines. Sed


etiam , m ulieres, si qua am isso cito m arito adulescentula laqueum
infirm itatis suae tim et incidere et si u u lt nubere, n u b at tan tu m
in dom ino °, u t electionem m ariti p aren tib u s deferat, ne adpetentiae
ae stim etu r procacioris, si ipsa de nu p tiis suis electionem sibi uin-
dicet. E x p etita m agis debet uideri a u iro quam ipsa u iru m expe­
tisse. V erecundiam p ra e m itta t, anteq u am n ubat, quod ipsum coniu-
gium plus com m endet uerecundia. Sed illi u e rb a im itan tu r, opera
im itari non queunt. !

92. Inesse quoque in eo p raeclaru m ecclesiae m ysterium li­


quet, eo quod nem o au sus sit eam an te C hristum uocare; soli enim
C hristo haec e ra t u o can d aru m n ationum re p o sita praerogatiua.
V ocata au tem non fecit m oram et ideo acceptior dom ino, quia
populus Iu d aeo ru m , qui e ra t ad cenam uocatus p, non fuit dignus
uenire, congregatio au tem gentium , sim ul u t arcessiri se uidit,
o c c u rritq.

93. Denique scias non sine m ysterio esse < q u o d > , cum
u eh e retu r cam elo, uen ieb at ad sponsum , eo quod populus natio­
n u m beluina qu ad am h o rrid u s m erito ru m deform itate, qui for­
m ae suae nullum h ab e ret decorem , fidem esset atque consensum
ecclesiae recep tu ru s. Nec illud otiosum quod, cum u en ire t Rebecca,
u id it Isaac d eam bulantem et, cum in terro g asset quis esset, cognito
quod ipse esset, cu i d u ce retu r uxor, descendit et caput obnubere
suum c o e p itr docens u erecundiam n u p tiis p ra eire debere. Inde
enim et n u p tiae dictae, quod pudoris g ra tia puellae obnuberent.
D iscite ergo, uirgines, quem adm odum seru etis uerecundiam nec
intecto capite pro d eatis an te extraneos, cum R ebecca iam despon­
sa ta designatum m aritu m o p erto capite p u ta u e rit uidendum .

° 1 Cor 7, 9.
p Lc 14, 16.
<t Gen 24, 61.63.
r Gen 24, 63 ss.

93, 1. quod Schenkl.


ABRAMO, I , 9, 91-93 125

Dunque, o vergini, seguite ciò che h a suscitato am m irazione p er­


fino nei filosofi20. M a anche voi, o d o n n e sposate, se qualcuna ancor
giovane, avendo p re sto p e rd u to il m arito , tem e di essere p re sto
tra tta in inganno d alla p ro p ria debolezza e vuole sposarsi, si sposi
solo nel Signore, affidando la scelta del m arito ai genitori, perché
non sem bri an im ata d a desiderio sfacciato, rivendicando a sé la
scelta rig u ard o alle p ro p rie nozze. Deve ap p a rire che essa è desi­
d erata d a ll’uom o, p iu tto sto che sia essa stessa a desid erare l’u o ­
mo. Faccia p reced ere la m odestia alle n o zze21, perché la riserva­
tezza ren d e p iù raccom andabile il m atrim onio. Ma i filosofi pos­
sono im itare le parole, no n le opere.
92. In o ltre in q u esto episodio è evidentem ente racchiuso il
sublim e m istero della Chiesa, in q u an to nessuno p rim a di C risto
osò ch iam arla; solo a C risto e ra riserv ata la prerogativa di chia­
m are le nazioni. E u n a volta ch iam a ta non frappose indugi e
perciò fu p iù accetta al Signore, p erché il popolo dei Giudei, che
era stato ch iam a to alla cena, non fu degno di andare: la com unità
delle nazioni invece, ap p ena si vide invitata, accorse.
93. Perciò sap p i che non è senza significato reco n d ito l’avere
Rebecca raggiunto lo sposo su di u n cam m ello, nel senso che il
popolo delle nazioni, q u an to ai m eriti incolto e rozzo, quasi fosse
un anim ale selvaggio, senza alcuna grazia nell’aspetto, avrebbe
ricevuto la fede e il c o n se n so 22 della Chiesa. E non è senza signi­
ficato che Rebecca, giungendo, vide Isacco che passeggiava e, aven­
do chiesto chi fosse, conosciuto che e ra quello al quale e ra desti­
n ata in moglie, discese e com inciò a velarsi il capo, insegnando
cosi che la m odestia deve p recedere le nozze. P er questo in fatti
sono d ette nozze, p erch é le fanciulle si velano p e r p u d o re 23. Im ­
p arate dunque, o vergini, a c u ra re la m odestia e n o n a m o strarv i
agli estran ei con il capo scoperto, dal m om ento che Rebecca, p u r
essendo orm ai prom essa, riten n e di dover in co n trare a capo
coperto il m arito che le e ra stato destinato.

m Philosophi: intendiam o in senso lato i rappresentanti della sapienza


pagana (cf. supra, I 1, 2: sapientes m undi huius), compresi i poeti.
21 Cf. infra, § 93: uerecundiam nuptiis praeire debere.
22 Consensum: il term ine è in arm onia con il simbolismo nuziale che per­
vade questo paragrafo: Rebecca, sposa, è figura dei popoli, la cui adesione
alla Chiesa è espressa nell'immagine di un avvenimento nuziale.
23 La consuetudine presso i rom ani di coprire il capo della sposa con il
velo (flam m eum : cf. Lvcan., 2, 361) aveva origini antiche: lo attesterebbe, ap­
punto, la derivazione di nuptiae — term ine in uso in epoca precristiana — da
(ob)nubere; in proposito cf. F est., uerb. sign., M uller, p. 170: nuptias dictas
esse ait... Aelius et Cincius, quia flammeo caput nubentis obuoluatur, quod
anitqui obnubere uocarint. I filologi moderni non escludono che tale etimo­
logia sia esatta: cf. A. Walde - J.B. H ofmann, Lateinisches etymologisches
Wòrterbuch, II, Heidelberg 1972 (rist.), s.u. nuptiae; A. E rnout -A . Meillet,
Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris 19674, s. u. nuptiae. La
Chiesa ha conservato l’uso del velo come ricordo del velo con cui si copri
Rebecca (T ert., uirg. uel. 11, 3; A mbr ., exhort. uirg. 34). Per Isidoro di Sivi­
glia il velo è simbolo della sottomissione della donna al m arito (eccl. off. 2 , 19).
126 DE ABRAHAM, I , 9, 94

94. Quis ille est seruulus, qui p ro u id it has n u p tias? Vnus u


que de apostolis et ille m axim e q u i ait: Viri fratres, uos scitis
quia a diebus a n tiquis in nobis deus elegit ex ore m eo audire
nationes u erbum eu a n g eliis uel ille q u i d o c to r appellatus est gen­
tium ipsi enim cu m leguntur, [a u t Iohannes euangelista] adqui-
ru n t C hristo anim am , quae c re d a t quae an te non cred id it, et cu­
pientibus C hristum u id ere serm onibus d e m o n stra n t suis. Itaque
A braham celebratis fili n u p tiis longaeua ae ta te et bona senectute
conpleuit d ie s u. i

s Act 15, 7.
1 1 Tim 2, 7.
“ Gen 25, 8.
94, 5. aut Iohannes euangelista seclusit Schenkl.
6. cupientibus] cupienti P (corr. ex -tes) prob. dubitanter Schenkl.
8. fili om. P.
ABRAMO, I , 9, 94 127

94. Chi è quel servo ch e h a p ro c u ra to queste nozze (de


Chiesa)? Q ualcuno degli apostoli, principalm ente q u e llo 24 ch e h a
detto: Fratelli, voi sapete che fin dai p rim i giorni Dio ha scelto
fra noi che dalla m ia bocca le nazioni ascoltassero la parola del-
l’evangelo o anche q u e llo 25 che è stato ch iam ato d o tto re delle
genti. E ssi in fatti, q u an d o sono letti, guadagnano a C risto l’ani­
m a che cred e ciò ch e p rim a non credeva, e a chi d esid era vedere
Cristo, lo m o stran o con le lo ro parole. Poi A bram o, dopo aver
celebrato le nozze del figlio, fini i suoi giorni in e tà m olto avan­
zata e al term in e di u n a felice vecchiaia.

34 Pietro.
25 Paolo.
LIBER SECVNDVS

1. 1. M oralem quidem locum p ersecu ti sum us q u a potuim


intellectus sim plicitate, u t qu i legunt m o ru m sibi possint h au rire
m agisteria: sed < sicut > quia ex u tra q u e p a rte acies acu ta est
gladii, ex u tra q u e p a rte proeliaris, sim iliter u erb u m dei, quod est
acutius om ni gladio a c u tis sim o a p en etran s u sq u e ad diuisionem
anim ae, q u ocum que co n u erteris, p a ra tu m inuenis et oportunum ,
u t anim am legentis p e rtra n se a t ad reu elan d a p ro p h eticaru m scrip­
tu ra ru m aenigm ata. Vnde non a b su rd u m re o r re fe rre ad altiora
sensum et p e r h isto riam d iu e rsa ru m p e rso n aru m u irtu tis form ae
quendam p rocessum explicare, m axim e cum iam in Adam intel­
lectus p ro fu n d io ris ex o rd ia degustarim us. A dam etenim m entem
dixim us, E u am sensum esse significauim us, serp en tis specie de-

a Hebr 4, 12.

1, 3. sicut Schenkl.
11. degustarim us Schenkl degustarem us P.
LIBRO SECONDO

Proemio

1. 1. A bbiam o seguito fin qui il genere m orale, spiegando


la m assim a sem plicità possibile, affinché coloro che leggono pos­
sano assim ilare gli insegnam enti che rig u ard an o il co m portam en­
to; m a com e la sp ad a è affilata d a en tra m b i i lati e, com bat­
tendo, la si può u sa re n ell’u n o o n ell'a ltro verso, cosi la p aro la
di Dio, che è p iù tagliente d i ogni sp ad a affilatissim a e p en e tra
fino alla divisione d e l l 'a n i m a d a qualsiasi p a rte la giri, la trovi
p ro n ta e a d a tta a p e n e tra re l’an im a di chi legge p e r rivelare i
m isteri delle S c rittu re p rofetiche. Perciò penso che non sia as­
su rd o ap p ro fo n d ire l’in terp retazio n e e attra v e rso la sto ria dei
diversi personaggi illu stra re il progresso della v irtù id e a le 2, so­
p ra ttu tto dopo che in Adam o abbiam o iniziato a g u stare u n a com ­
prensione più p ro fo n d a 3. A bbiam o in fa tti d etto che A dam o è la
m e n te 4, abbiam o in d icato in È va i sensi e so tto l’asp e tto del ser-

1 Nel proemio del prim o libro la fecondità della parola di Dio è para­
gonata a un cibo abbondante e ricco di nutrim ento. In questo proemio è
usata l'immagine paolina della spada a doppio taglio p er esprìm ere il potere
e la polivalenza di quella stessa parola; cf. Cain et Ab. I 8, 32 (CSEL XXXII/1,
p. 367, 6-9): ualidum enim et acutum et om ni gladio acutius est, penetrans
usque ad diuisionem animae...; expl. ps. X X X II I 12 (CSEL LXIV, p. 193, i s.):
uerbum dei ex omni parte acutum est uelut gladium, qui ex tribus acutus est
partibus. Sulle immagini applicate alla S crittura cf. L.F. P izzolato, La dottri­
na esegetica..., pp. 27 ss., particolarm ente pp. 39-40.
2 È ripresa u n ’espressione del proemio del prim o libro (I 1, 1).
3 Cf. par. 2, 11 (CSEL XXXII/1, p. 271) e anche 15, 73 (ibid., p. 331).
* II concetto di m ens si ricollega a ciò che i filosofi greci (i platonici
particolare) chiamavano voùs (cf. par. 2, 11, CSEL XXXII/1, p. 271): l’intelli­
genza spirituale o anche la parte superiore dell’anim a che aderisce alla sfera
degli esseri intelligibili. Ambrogio rifiuta — contro i filosofi — di identificarla
con la sostanza divina, tuttavia afferma: supra caelum euolat (se. mens)...
trinitati adhaeret (infra, II 8, 87).
La considerazione che i pensieri di Ambrogio riguardo a m ens non sono
ispirati a interessi puram ente filosofici (cf. S. S tenger, Dos Frómmigkeitsbild...,
p. 6), m a rispondono a esigenze pastorali e, comunque, hanno sem pre come
punto di riferim ento la spiritualità cristiana, poteva indurm i a trad u rre
< spirito », m a questa interpretazione avrebbe trovato difficoltà ad adattarsi
in molti dei passi ove il term ine ricorre. Infatti, seppure m ens è u n elemento
costitutivo dell’uomo (cf. infra, II 1, 2), e non una sua facoltà, fin quando è
unita al corpo non può essere identificata con lo spirito, dal m om ento che
subisce l'inganno dei sensi e del piacere sensibile. Solo dopo aver vinto le
lusinghe del corpo e raggiunta la m eta del suo cammino di perfezione verso
Dio, essa diventa spirituale (cf. infra, I I 7, 41).
130 DE ABRAHAM, I I , 1, 1-2

lectationem expressim us. Sed ibi de sum m a b eatitu d in e et qua­


dam n atu rali u irtu tu m am oenitate p e r circum scriptionem sensus
et delectationis inlecebram deflexus ad culpam est, hic autem pro­
fectum m entis speculari d atu r. Hoc enim legislator prouide egit,
u t quem adm odum lapsum m entis d em onstrauit, u t illas erro ris
cauerem us sem itas, ita etiam processum m entis et quendam supe­
rio rem re d itu m significaret, u t quem adm odum in fra cta m ens re­
form are se possit cognoscerem us. P u rg au erat enim te rra m dom i­
n us diluuii infusione, lau erat hum anae conluuionem fragilitatis,
sed non satis e ra t ad u irtu tis profectum , nisi et in stru e re tu r
hom o quem adm odum se regeret et g u b ern aret *** A braham m en­
tis loco inducitur. D enique et A braham tran situ s dicitur. Ergo u t
m ens, quae in Adam to tam se delectationi et inlecebris co rp o ra­
libus d ederat, in form am u irtu tis speciem que tran sire t, u ir sapiens
nobis ad im itan d u m p ro p o situ s est. D enique A braham secundum
H ebraeos, secundum Latinos p a te r dictus est, eo quod m ens p a ­
tern a quadam au c to rita te censione sollicitudine to tu m gubernet
hom inem .

2. H aec ergo m ens e ra t in C harra, hoc e st in cauem is ob


xia u ariis passionibus. Ideoque d icitu r ei: E xi de terra tu a b, hoc
est de co rp o re tuo. E xiuit de hac te rra ille cuius conuersatio in
caelis e s t c. E t de cognatione in q u it t u a d. C ognati su n t anim ae
n o strae co rporis sensus. D iu id itu r enim in d u o anim a n o stra, in
id quod ratio n ab ile et in id quod est inrationabile. In eo autem

» Gen 12, 1.
<= Phil 3, 20.
<« Gen 12, 1.

1, 22. et Schenkl ut codd.


23. lacunam indicatiti Schenkl.
ABRAMO, I I , 1, 1-2 131

pente il piacere. Ma' là si descriveva com e l’uom o dallo stato di


som m a b eatitu d in e e, p er cosi dire, n atu ra le a ttra ttiv a nell’eser­
cizio delle v irtù, ingannato dai sensi e sedotto dal piacere, sia
scivolato nella colpa; qui invece ci è d ato di osservare il pro­
gresso della m ente. Il legislatore in fatti è stato tan to provvido
che, com e ci h a m o strato la caduta della m ente, affinché evitas­
sim o i sentieri del peccato, ci h a anche indicato il progresso della
m ente e il suo rito rn o , in u n certo senso, alla condizione prece­
dente, affinché potessim o conoscere com e la m ente che si è cor­
ro tta, può riacq u istare la sua fo rm a id e a le 5. Il Signore infatti
aveva purificato la te rra con il diluvio, aveva lavato la sozzura
dell’u m an a fragilità, m a questo non era sufficiente p er il pro­
gresso della virtù ; bisognava anche istru ire l’uom o a reggersi e
governarsi *** A bram o ra p p resen ta la m ente. In fa tti Abram o
significa p assag g io 6. Perciò, affinché la m ente, che in Adamo si
era lasciata an d are al piacere e alle attra ttiv e corporali, si vol­
gesse verso la fo rm a ideale della v ir t ù 7, ci è stato proposto un
uom o sa p ie n te 8 com e esem pio da im itare. In fatti A bram o in
ebraico significa p a d r e 9, nel senso che la m ente, con l’au to rità, il
giudizio e la sollecitudine di un padre, governa l’uom o intero 10.
2. Dunque q u esta m ente era in C harra, cioè in caverne, s
g etta alle diverse passioni Perciò le si dice: E sci dalla tua terra,
cioè dal tuo c o r p o n. Da q u esta te rra usci colui la cui p atria
è nei c ie li13. E dalla tua parentela '4. I sensi del corpo sono con­
giunti della n o stra anim a. In fa tti la n o stra anim a si divide in
due p arti: la p a rte razionale e la p a rte irrazionale 1S. La p arte ir-
5 R eform are: nel senso indicato poco oltre (in questo paragrafo) dal­
l'espressione: in fo rm a m u irtu tis speciem que transiret.
6 T ransitus traduce — in modo improprio, come osserva H. Savon, Saint
A m broise..., I, p. 206 — rcepdmis (il suo corrispondente in lingua ebraica è
« Ebreo »). Per questa interpretazione K. S ch en k l (CSEL XXXII/1, p. 565, 10,
app. fo n tiu m ) rinvia a Philo, migr. 20: itEpàTT)? yàp ò 'E|3paio; épp,rive\ÌExai
dove, però, non si fa riferim ento ad Abramo. È preferibile perciò ritenere
— con il Savon ( ib id .) — che Ambrogio alluda a Gen 14, 13 (Settanta) dove il
nome di Abramo è accompagnato dall’appellativo è itepÓTi};.
7 Cf. supra, I 1, 1.
8 Cf. P h ilo , quaest. in Gen. I li 43 (Aucher, p. 215).
9 C f. P h i l o , m ut. nom . 71: w g y l v 'E |3 p a ìo i e fo o ie v &v, ’A3pai?c[X, 5’&v
"E X V nvES, n a - c é p a èxX exTÒ v T)X°ùs. quaest. 'Jn Gen. I l i 43 ( A u c h e r , p . 215);
m igr. 3; Cher. 4.
i° Àbramo incarna l’ideale del sapiente che l’esercizio delle virtù porta a
dominare le passioni e a governare'la propria vita. Tale concezione è un
topos della dottrina stoica; cf. Cic., fin. bon. I l i 75-76. La similitudine, che
collega il uir sapiens al p a ter che esercita l'autorità, trova corrispondenza e
sviluppo nella definizione, più oltre data, della sapienza: sapientia o m n iu m
m a ter est et ipsa orbem terrarum possidet.
11 C f. P h i l o , m igr. 188.
12 Cf. ibid., 9; quod det. pot. ins. 159.
13 Cf. supra, I 2, 4.
14 C f. P h i l o , m igr. 3 e 10.
15 Cf. I 2, 4. La distinzione suggerisce una concezione antropologica ter­
naria com prendente corpo, anima e spirito, cf. Cain et Ab. II 1, 6 (CSEL
XXXII/1, p. 381); N oe 11, 38 (ibid., p. 436). Su questa tripartizione antropolo­
gica in connessione con la tripartizione dei sensi esegetici, cf. P izzolato, La
d o ttrin a esegetica..., p. 224.
132 DE ABRAHAM, I I , 1, 2 4

quod est in ratio n ab ile sensus sunt; ergo cognati su n t p a rtis ratio ­
nabilis, hoc est m entis. E t de do m o tua inquit e x ie. Dom us m entis
p ro latiu u m u erb u m est. S icut enim p a te r fam ilias h a b ita t in dom o
sua et in p o testate h ab e t quem adm odum reg at dom um suam ita
etiam m ens in serm onibus n o stris h a b ita t et g u b ern at u e rb a n o stra
e t uis eius ac d isciplina in serm one elucet. Vt bonus p a te r fam i­
lias a prim o u estibulo dom us a e stim a tu r ita etiam de serm onibus
n o stris m ens n o stra p erp en d itu r. D enique etiam m odulis uocis
p ulsat et reuocat.

3. Ergo qui u u lt perfectam p urgationem consequj diiunga


ab his trib u s, a corpore a sensibus corporalibus a uoce, in quibus
su n t om nes co rporis passiones et circum scriptiones sensuum , qui­
bus decipim ur et inludim ur. In nullo enim h o ru m triu m bonum ;
nec in carne, quam uis E p icuri schola, plerique etiam uoluptarii
d isru m p a n tu r laudantes co rp o ris delectationem , neque enim in
sensibus, qui saepe lu d u n tu r, neque in sono uocis, quae falsis ani­
m am pleru m q u e dem ulcet cantibus, est p erfectum bonum ; haec
enim co rru p tib ilia, q u o d au tem uere bonum hoc incorruptibile.
M anifesta autem fides. M ortuo etenim hom ine caro co rru m p itu r,
sensus p ereu n t, uox a m ittitu r; rem an et m ens inm ortalis incorpo­
ream u itam recipiens. Vnde in alteram te rra m u o c a tu r plenam
beatitu d in e, u b i non falsa p ro u eris sicut in hac uita, sed uiuam
re ru m cern at substan tiam , eo quod excussa co rp o ris et sensuum
et uocis nebulosa quadam im agine co rru p tib ilem caliginem depo­
n at et reu elata facie u itae beatae g ratiam lu s tre t obtutu.

4. Benedicam in q u it te et faciam te in gentem m a g n a m f.


In m o rtalitatem spondet, cum genus p ro m ittit — genus enim in-
m ortale u id e tu r esse, personae m ortales su n t singulorum , u t hom i­
num , u t equorum , u t apum , de quibus ait quidam :

“ Ibid.
<Gen 12, 2.

3, 5. uoluptarii T uoluntarii cet.


8. cantibus est om. P.
16. uitae TD proibitae (b ex u) P.
— gratia P.
ABRAMO, I I , 1, 2-4 133

razionale co m prende i sensi; perciò essi sono congiunti della p a r­


te razionale, cioè alla m ente. E sci dalla tua casa, è detto. La
casa della m ente è la p aro la p r o f e r ita 16. In fa tti com e il p ad re
di fam iglia ab ita nella su a casa ed è in suo p o tere il m odo di
governarla, cosi anche la m ente a b ita nei n o stri discorsi e gover­
na le n o stre p a r o le 17 e la sua forza e il suo insegnam ento si
esprim ono attra v erso la parola. Come il buon p ad re di fam iglia
viene giudicato d all’ingresso della sua casa, cosi anche la n o stra
m ente è v alu tata in base ai n o stri discorsi. In fatti anche con la
m odulazione della voce essa influisce e chiam a.
3. Perciò chi vuol raggiungere la p e rfe tta purificazione si
allontani da queste tre cose: dal corpo, dai sensi e dalla voce,
nelle quali risiedono tu tte le passioni del corpo e le seduzioni dei
sensi, dai quali siam o tra tti in e rro re e ingannati. In nessuna
di queste tre cose c ’è il bene, non nella carne, sebbene la
scuola di E picuro 18 e anche m olti filosofi del piacere si affannino
a lodare il piacere del corpo, n o n nei sensi, che spesso sono tra t­
ti in inganno, e nem m eno nel suono della voce si trova il bene
perfetto, dal m om ento che spesso alletta l'anim a con canti ingan­
nevoli; qu este cose in fatti sono co rru ttib ili, il vero bene invece
è in co rru ttib ile. E q u esta è u n a certezza e v id e n te 19. Dopo la
m o rte in fatti la carn e si corrom pe, i sensi periscono, la voce si
perde: re sta la m ente im m ortale che accoglie la v ita incorporea.
Allora l ’uom o è chiam ato nell’a ltra te rra che è piena di felicità,
ove può co ntem p lare non le cose false, com e se fossero vere
— com e succede in q u esta vita — m a la sostanza vivente delle
cose, poiché d irad atasi quella c e rta o m b ra nebulosa form ata
dal corpo, dai sensi e dalla voce, si libera del velo co rru ttib ile e,
a faccia a faccia, contem pla lo splendore della vita beata.
4. Ti benedirò — dice — e farò di te una grande nazione. Dio
prom etten d o la d iscen d en za20 assicu ra l’im m o rtalità — infatti si
ritie n e 21 che il genere sia im m ortale, m en tre m ortali sono i sin­
goli individui, uom ini, cavalli, api, a proposito delle quali u n
poeta dice:

16 Prolatiuum uerbum : corrisponde al Xòyoc, itp o ip o p ix ó j , che secondo gli


Stoici estrinseca nella parola la ragione presente nell'uomo (il Xòyos èvSidt-
■fretos); cf. SVF I I , p. 43, 18 ( = S ex t. E m p ., adu. math. V ili 275): cpewìv 8 t i
(iv& pcoTio; o ù x t t ù u p o tp o p ix w XÓYip Siaq>épei i w v à X ó y u v ^<ówv... à X X à t w i v
S ia fté T tp . Ibid., p . 43, 30 ( = scol. Hesiod. Theog. v. 266): TI p i ; Si 6 itpocpopixòs
X óyog à i t è t o C etpa) tò X éy w . Cf. anche P h il o , migr. 12; uit. Mos. I I 127;
quaest. in Gen. I l i 43 (A ucher, p. 214).
17 A ltr o e le m e n to s to ic o , -cò ifiYeixovixóv : la r a g io n e c h e g o v e r n a l ’u o m o ;
c f. SVF I I 228, 13 s. ( = A lex . A p h r ., de anima): 8 t i Sè xa i tò X o fiffT ix o v [xò-
p iov TTjg 't 'u / i i s , 8 x ai, IS iw s t)YE(J.ovixòv x a X e Ì T a i. Ibid., p . 227, 24 s. ( = A et .,
plac.): oi Z t o ix o ì < pam v e l v a i t t )? à v o r ta T o v n é p o ; tò T)Ye[xovixòv.
Cf. il p a s s o p a r a l l e l o d i Noe 11, 38 (CSEL X X X II/1, p p . 436 s .) e P h il o , opif. 30.
18 È r i p r o d o t t o il tr a d i z i o n a l e e s o m m a r i o g iu d iz io s u ll a s c u o la d i E p i­
c u r o ; c f. G. M adec, Saint Ambroise..., p p . 138 s.
19 M anifesta fides: c f. infra, I I 3, 10.
20 È d iffic ile r i s p e t t a r e in t r a d u z i o n e il n e s s o f r a la c ita z io n e b i b l ic a e
il s e g u e n te s v ilu p p o , c h e n e l t e s t o l a ti n o p o g g ia s u l l ’i d e n t i t à d i e tim o lo g ia
e a f fin ità d i s ig n if ic a to d i gens e genus.
21 C f. infra, I I 11, 84.
134 DE ABRAHAM, I I , 1 ,4 - 2 ,6

at genus inm ortale m anet —,


tam en m ulto illud m elius, quod gentem m agnam dixit ecclesiae
perp etu am p o steritatem et generationem illam supernam , quae
u ere m agna est, u t *** p eccato m oriam ur, deo re n a sc im u re.
2. 5. E t exiit Abraham , q u em adm odum locutus est illi
m inus a. Hinc fe ru n t gentiles septem sapientum sententiam : Se­
quere d eu m quasi in u en tu m suum , cum longe an terio r, non dico
A braham , sed etiam Moyses fuerit, p er quem lex d ata est dicens:
Post d o m in u m d eu m tu u m a m b u la b isb. E xiuit ergo A braham , in
quo non tam perfectio eius quam anim ae eius deuotjo et m entis
libertas exiuit de co rp o ris uinculis, d e inlecebris delectationis.
D enique sic habes: E xiu it Abraham , q uem adm odum locutus est
illi d e u s c. S u p ra habes exi dixisse dom inum , in quo ap ertu m im­
p erium iubentis expressum , hic habes: quem adm od um locutus
est illi deus. Quasi confabulationis quidam affectus conprehendi-
tu r; om nia enim fecit quae sta tu ta sunt. Ante factu m ig itu r deus
dicit q u asi obnoxio, p o st factu m lo q u itu r quasi am ico; am icus
est enim deo qui facit quae im p era ta sunt. Vnde et in euangelio
suo dicit dom inus Iesus: Vos am ici m ei estis, si feceritis quae ego
praecipio uobis. Ia m non dico uos s e r u o s d. Sed, u t dixi, processus
u iri sapientis pro p o situ s nobis a d im itan d u m scriptus est ad expe­
rim entum , non perfectio. Adhuc enim re fo rm at se m ens in Abra­
ham , quae in hom ine prim o lapsa est, et ideo p e r gradus et incre­
m enta se colligit.

6. Vnde et addidit: et abiit cum eo L o th e, hoc est declina


Id enim nom inis significat in terp re tatio , eo quod u t u iantes inco­
gnitam carp en tes uiam sem itis aliquibus saepe falluntur, u t a
directo deflectant tram ite, et tam en, si pru d en tes sunt, non de-
uiant, sed cu n ctabundi licet regionis ipsius co n tu itu uiam colli­
gunt, ita et A braham n u tab u n d u s quidem tam en tram item ueri
sequebatur. D ucebatur plerum que falsa specie bonorum , sed non
penitus inclin ab atu r; p erfecti est enim non deflectere, p ru d en tis
non penitus declinare. Solus autem ille num quam deflexit, d e quo
scrip tu m est: E cce uirgo in utero accipiet et pariet filium et uoca-
b itis nom en eius E m m anuhel: b u tyru m et m ei m anducabit, prius­
quam sciat aut proferat mala, eliget bonum , quoniam priusquam

s Rom 6, 10 s.

a Gen 12, 4.
b Deut 13, 4.
<•' Gen 12, 1.
<1 Io 15, 14 s.
« Gen 12, 4.

4, 8. lacunam indicauit Schenkl.


5, 6. profectio P.
ABRAMO, I I , 1 ,4 - 2 ,6 135

m a il loro genere resta im m o r ta le 22 —,


m a è m olto meglio pen sare che con grande nazione abbia inteso
l’etern a discendenza della Chiesa e la generazione celeste, che è
veram ente grande ***.
2. 5. E A bram o usci, com e il Signore gli disse. Di qu
tra tta la m assim a dei sette sapienti: Segui Dio ', che i pagani p re­
sentano com e fosse u n a loro invenzione, m entre di gran lunga
anterio re fu, non solo Abram o, m a anche M o sè2, p er mezzo del
quale fu data la Legge che dice: C am m inerai seguendo il Signore
Dio tuo. A bram o dunque usci. Con lui usci dai vincoli del corpo
e dalle attra ttiv e del piacere non tan to la sua p erfez io n e3, quanto
la sua anim a devota e la m ente libera. Perciò si legge: A bram o
usci, com e Dio gli disse. S opra si legge che il Signore disse: Esci;
cosi si esprim eva un esplicito ordine del Signore. Qui si trova,
com e Dio gli disse, con ciò si esprim e la disposizione d ’anim o
d ’un colloquio. In fa tti A bram o esegui tu tto ciò che gli era stato
o rdinato. Dunque, p rim a del fa tto Dio gli p arla com e a u n servo,
dopo il fatto si rivolge a lui com e a un am ico. In fa tti è am ico di
Dio colui che esegue quello che gli è stato com andato. Perciò il
Signore Gesù dice nel suo Vangelo: Voi siete m iei amici, se farete
ciò che io vi com ando. N on vi chiam o più servi. Ma — com e ho
detto — il progresso di q u e st’uom o sapiente, che ci è sta to pro­
posto perché lo im itassim o, è stato d escritto com e esem pio p ra ­
tico: non è la perfezione. In A bram o la m ente, che nel prim o
uom o era caduta, sta recuperando la form a p rim itiv a 4, e cosi
p er graduali p ro g re s s i5 si riprende.
6. Perciò è stato aggiunto, e con lui parti Loth, cioè la «
viazione » 6. Questo in fatti è il significato del nom e di Loth, nel
senso che, com e i v iandanti che prendono una stra d a sconosciuta
spesso erran o in o ltran d o si in qualche sentiero e cosi si scostano
dal re tto cam m ino, e tu ttavia, se sono pru d en ti, non deviano,
m a, p u r con esitazione, osservando i luoghi circostanti, rip ren ­
dono la via, allo stesso m odo A bram o, sebbene incerto, tu ttav ia
seguiva la strad a della verità. Spesso era a ttra tto dall’inganne­
vole apparenza dei beni fittizi, m a senza deviare com pletam ente.
In fatti è p ro p rio di chi è p erfetto non scostarsi d alla giusta via,
è p ro p rio di chi è p ru d en te non deviare com pletam ente. L’unico
che non si scostò dal re tto cam m ino è Colui del quale sta scritto:
Ecco una vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiam erete
col nom e di E m m anuele, mangerà burro e miele; prim a che co-

22 Verg., georg. IV 208.

1 Cf. supra, I 2, 4, nota 5.


2 £ ripresentata la teoria secondo cui la sapienza pagana avrebbe attinto
dalla Sacra Scrittura.
3 Perché il distacco dal corpo e dai sensi è solo l’inizio del cammino verso
la perfezione (cf. infra, in questo paragrafo).
4 Cf. P hilo, migr. 148.
5 Cf. II 6, 26: per incrementa et gradus.
6 Cf. P hilo, migr. 148.
136 DE ABRAHAM, I I , 2, 6-7

sciat p u er bonum a u t m alum , non credit malitiae, ut eligat quod


bonum e s t f. Hoc A braham facere non p o terat, u t p riu s bona eli­
geret q uam m ala sciret, sed p raeceptis in h aereb at caelestibus, ne
declinaret a uero. Ideo etiam et LXX et V annorum d e s c rib itu r8
exisse de C harran, quod septuagensim o perfecto rem issionis num e­
ro sensus is sit qui po ssit inflecti. D electationes enim h o ru m sen­
suum faciunt, u t non sem p er e re c ta sit n o stra m ens, sed aliquando
se inflectat, u t in cauernas corporis et se in tra latib u la u oluptatis
abscondat.
7. Tam en etiam in his cuniculis positus ita euasit, u t su
re t uxorem suam et nepotem et om nem anim am quam cum que
p ossed erat in C h a rra n h. P rudentes enim et continentes u irtu tis
a tq u e anim ae possessores su n t decorem m orum m ansuetorum eli­
gentes. Qui au tem am ato res corporis su n t delectationibus eius
in retiu n tu r, quia inratio n abilium in corporis h abitudine om nis
u irtu s est, ratio n ab iliu m autem in u irtu tib u s anim ae ac discipli-

f Is 7, 14-16.
e Gen 12, 4.
h Gen 12, 5.

6, 13. credit Schenkl credet codd.


18. sensum his P sensus his sit P2 (h exp.) D sensum < in le ce b r> is Schenkl
qui post inflecti signum interrogationis posuit sensus < additu > s sit
Wendland.
20. post u t add. non P2 Schenkl.
— in P a.c. infra P2 intra N Schenkl.
— corporis P (i ex a) cet., corporeas Schenkl (fort.).
— et se scripsi sed se P se sed Schenkl.
7, 4-5. eligentes codd. eligentis Schenkl.
ABRAMO, I I , 2, 6-7 137

nosca o faccia il male, sceglierà il bene, poiché il fanciullo, prim a


che conosca il bene o il male, rifiuta la malvagità p er scegliere
il bene. A bram o non poteva scegliere il bene p rim a di conoscere
il male, m a aderiva ai p recetti celesti p e r non deviare dalla ve­
rità. P er q u esta ragione si dice che egli usci d a C harra a settan-
tacinque (70 + 5) anni, in quanto, p u r essendo stato com piuto il
num ero settan ta della re m issio n e 7, il senso è tale che può incli­
n a r s i8. In fatti i piaceri dei sensi fanno si che la n o stra m ente
non sia sem pre eretta, m a che a volte si pieghi, p er rifugiarsi
nelle cavità del corpo e d en tro le tane del p ia c e re 9.
7. Ma Abram o, p u r trovandosi in tali luoghi sotterran
usci, pren d en d o su a moglie, il nipote e ogni (anim a) v iv e n te 10
che possedeva in C harra. In fa tti i p ru d e n ti e i tem p eran ti, che
scelgono la dignità di u n a vita m ansueta, sono possessori della
virtù e dell’anim a. Coloro invece che am ano il corpo sono se­
dotti dai suoi piaceri, p erché il valore degli uom ini che sono
irrazionali consiste nelle a ttitu d in i del corpo, m entre il valore
di quelli che sono razionali consiste nelle v irtù dell’anim a e
nelle regole m orali. Perciò è stato scritto che Abram o possedeva

7 Cf. ibid., 198: dicoXetnei 6è è-cwv yeY°vùs uév*ce x a t è(35o|J,iQXOvTa' è 5è


àpi 3-jj.òg oi-cog alo-fririTrij x at voiyrrjs, Ttpeo’PuTépas -re x at vew-répaj, 5è
tpfrapTris x at àcpìHpxou UEfrópio? tpùffew; è<ru. Il collegamento del numero 70
con la remissione dei peccati si fonda probabilm ente su Mt 18, 21, m a non
necessariamente; si veda infatti Orig., sei. in ler. 29 (PG 13, 578B): k-KfiàWz-
•cai Sé Ti? àp,apTàvwv, xélv j-iifj ùu’àv&puMtwv èx(3Xr){Hi. Aei 8è aOxòv
Sjw YEfovévai toO àp.eXeiv toù olxoSop-EÌv oixCav x a t cpuTEÙEiv 7tapa-
SEtffou;' TaOxa yàp [j,T] itoiùv, (xt|5è itXEpwffaj tòv ffunPoXixòv àpi-9-nòv
-cwv è-cwv èpSoixVixovxa, aappa-cou àvauaùtretog Svta, oùx èitàvEim xoivwvt)-
ffiov -xfi èxxXiQo-toc, pìvei 5è xa-caSESixairpiivos Elvai Trjg 'IepoutraXVip..
In Ioseph 3, 14 (CSEL XXXII/2, p. 82, 8 s.) il remissionis num erus è 25, che
indica l’anno giubilare. In exp. eu. Lue. V ili 23 la remissione dei peccati è
messa in relazione con il simbolismo del num ero 7: si veda in proposito
quanto osserva C. Coppa in questa collezione, voi. 12, p. 301, nota 1.
8 Le due congetture, con cui si è cercato di sanare questo luogo hanno
scarsa attendibilità. Quella dello Schenkl non sem bra avere un senso com­
patibile con il contesto. Quella proposta da P. Wendland, Philonis Alexandrini
opera quae supersunt, II, Berlin 1897, p. 307, nota ad l. 11, preferita da H.
Lewy , Neue Philontexte..., p. 34, 6, nota 2, è troppo innovatrice rispetto ai dati
della tradizione. Preferisco perciò riproporre il testo dei Maurini, p u r con­
sapevole che la lezione sensus is sit è in realtà una emendazione di P2 e non
elimina del tu tto l’oscurità del passo. Credo tuttavia di poter affermare che
perfecto non debba essere riferito a septuagesimo numero come un attributo
che esprim a la perfezione del num ero 70 — questa è l’interpretazione sug­
gerita dai Maurini (cf. PL 14, 481, n. 84) e richiesta dalla congettura del
Wendland — ma come form a verbale (ablativo assoluto) che indica che
Abramo, avendo superato i 70 anni, ha già compiuto il num ero che simbo­
leggia la remissione dei peccati. Questa interpretazione è in sintonia con il
passo di Orig., sei. in ler. 29 cit. in nota precedente ( nXEpdxra; ).
9 Mi sono scostato dal testo dello Schenkl, che non mi pare offra un
senso attendibile. Del resto il criterio qui seguito si ispira ad una maggiore
considerazione per le attestazioni di P, che ritengo essere l’unico valido testi­
mone di Abr. II (cf. introd., p. 23): rispetto al testo di P, l’unica correzione
da me introdotta è quella di sed in et, che può avere una plausibile spiegazio­
ne paleografica.
10 Anim am : evidentemente il testo biblico (Gen 12, 6) allude ai servitori
di Abramo, ma Ambrogio intende il term ine nel senso più consono alla pro­
pria interpretazione allegorica, cioè « anima ».
138 DE ABRAHAM, I I , 2,7 - 3,9

nis. P ro p terea scrip tu m est quia possidebat anim am suam tam ­


quam liberam regens et nulli se ru itu ti obnoxiam . Hoc ergo habet
in ten tio doctoris, eo quod etiam in illis diuerticulis et an fracti­
bus co n stitu tu s uel adhuc aeui recentioris uel nondum perfectio­
ris disciplinae uel loci p aten tis ad u itia h ab itau it non ita inflexus
ad culpam , u t dem igrare non posset. D enique m entem suam ab
illa lubrica possessione defendit et tran stu lit.
3. 8. E t peram bulauit inquit Abraham usque ad loqum
chem ad quercum a lta m a. N onne u id e n tu r haec superflua, nisi
rationem requiras, cum et altitudinem quercus non p raeterm ise­
rit? Sed ubi ratio est, nihil superfluum . Sychem enim uel um erus
uel ceruix significatur, quod est laboris et exercitationis indicium .
Vnde et Iacob u ir ex ercitatus filio suo Ioseph eam praecipuam
d e d itb. Ergo quia neque sine dote n a tu ra e exercitatio ipsa p e r se
perfectionem co nferre p o test et n atu ra e g ra tia d estitu itu r, si desit
exercitatio — est enim ingeniosi adm iniculum diligentia —, indu­
c itu r is uir, ad cuius im itationem form aris, ad n atu ra e gratiam
adiuncta exercitatione ita fu n d a tio r et excelsior factus, u t usque
ad quercum altam p ertran siret. Quae a rb o r u t alta ita etiam ro­
b u sta indicio est non facile anim am sancti A brahae saeculi huius
procellis esse cu ru atam , sed m ansisse sublim em , u t se a terrenis
inquisitionibus ad altitu d inem diuinae cognitionis eleuaret. Deni­
que continuo ap p aru it illi deus.

9. N usquam superius habes quod uisus esset illi d e u s c. V


liquet eo referendum quia, quam diu C haldaeus fuit, hoc est non
solum in regione, sed etiam in opinione C haldaeorum , non p o tera t
deum uidere, quem in tra m undum q uaerebat. Chaldaei enim m un­
dum superiorem deum d icunt u t etiam s *** ticarum dom us et

a Gen 12, 6.
» Gen 48, 22.
c Gen 12, 7.

8, 2. haec Schenkl et P esse P2 cet.


9, 5. sticarum (siticarum T) codd., excidisse s< o lem et lunam stellarum que
fixarum et erra > ticarum suspicatur Schenkl.
ABRAMO, I I , 2 ,7 - 3 ,9 139

la sua anim a, conservandola lib era e im m une d a qualsiasi schia­


vitù. Q uesto, dunque, vuol essere l’insegnam ento del m aestro:
p u r trovandosi nei to rtu o si viottoli d i u n ’epoca an co ra agli inìzi,
di u n a n o rm a m orale no n an co ra p erfetta, di u n luogo esposto
ai vizi, vi dim orò senza piegarsi talm en te al peccato d a non
potern e u scir fuori. Anzi difende la su a m ente dal pericolo di
tale schiavitù e la p o rta altrove.
3. 8. E A bram o — si dice — attraversò la regione fino
località d i Sichem , presso la quercia alta. Non sem b ra forse su­
perfluo, a m eno che no n se ne ricerchi la ragione, il fa tto che
non h a om esso di n o tare l’altezza della quercia? Ma, quando c’è
una ragione, nulla è superfluo. In fa tti Sichem significa « òm ero »
o « cervice » ', il che indica fatica ed esercizio. Perciò Giacobbe,
uom o esercitato, diede a suo figlio G iuseppe q u esta eccellente
località. Perciò, poiché senza u n dono di n a tu ra l’esercizio da
solo non può d are la perfezione e, se m anca l ’esercizio, il dono
di n a tu ra è inefficace — in fatti la diligenza è di sostegno a chi
è dotato —, viene p resen tato questo uom o, sull’esem pio del quale
devi fo rm arti, che, unendo al dono di n a tu ra l’esercizio, e ra di­
ventato ta n to solido ed e le v a to 2 da a ttra v e rsa re la regione fino
all’alta quercia. Q uesto albero, nella sua altezza e robustezza,
indica (allegoricam ente) che l’anim a del san to A bram o non po­
teva essere facilm ente piegata dalle tem peste di questo m ondo,
m a rim aneva elevata p er innalzarsi dalla ricerca delle cose te r­
rene verso la su b lim ità della conoscenza divina. P e rta n to Dio
gli apparve im m ediatam ente.
9. In nessun luogo precedente è detto che Dio gli è ap p
s o 3. Perciò è chiaro che bisogna considerare che, finché Abram o
era Caldeo — no n solo, cioè, ab itav a la regione dei Caldei, m a
condivideva anche le lo ro credenze — non poteva contem plare
Dio, perché lo cercava fra i confini del m ondo. I Caldei infatti
afferm ano che il m o n d o è u n dio su p e rio re 4, cosi p u re il sole e
la luna e le dim ore delle stelle fisse ed e r r a n ti5, ed afferm ano

1 Cf. P h ilo , mut. notti. 193; migr. 221.


2 Fundatior et excelsior: sono aggettivi che attribuiscono ad Abramo le
qualità proprie della quercia.
3 Cf. P h ilo , quod det. pot. ins. 159.
4 L’espressione superiorem deum — come m ostra H. Savon, Saint Ambroi­
se..., I, p. 175 — evoca il icpù-rog ìl-E^g, di cui Filone parla più volte a
proposito delle credenze dei Caldei: P h ilo , migr. 181: p.T)TE yàp xòv x6ff|x0v
irfjTE t t | v t o O x ó f f u o u ' W x ^ v tò v lupw tov e I v o u ì t e ò v n t ] 5 è T o ù g &<rtépag T àg
Xope t a g a Ù T w v T à upEfffiÙTaTa t w v f f u n P a i v ò v T i o v àv& pw itoig a f r i a . Ibid., 1 9 4 .
Cf. anche quis rer. diu. 97; quaest. in Gen. I l i 1 (A ucher, p. 167). Da notare,
inoltre che, m entre l’apparato di K. Schenkl non contiene alcun riferimento,
lo stesso Savon (ibid., pp. 174-178) pone a confronto questo paragrafo 9 (pre­
cisam ente da Chaldaei enim mundum fino a deum uidit) con P h ilo , Abr. 69-70
e vi trova num erose corrispondenze letterali; i due testi apparterrebbero ad
una stessa tradizione esegetica, che Ambrogio tuttavia corregge e ad atta secon­
do le proprie convinzioni ed esigenze.
5 Nel trad urre questo passo corrotto ho seguito quanto suggerito, in
form a dubitativa, da K. Schenkl nell'apparato, anche se l’integrazione pro­
posta non dà una spiegazione, paleograficamente plausibile, della corruttela.
140 DE ABRAHAM, I I , 3, 9-10

stellaru m cu rsu ferri ad se ru n t ea quae te rre n a su n t et quodam


coerceri uinculo. Vnde et deos stellas appellauerunt, eo quod eas
dom inatum q uendam h abere supernum credant, quia quaedam
stellis ad te rre n a conpassio est. O portuit au tem eos aestim are quia
qui c o n p a titu r non etiam im p erato riu m ius nec dom inatum quasi
deus po ssit h ab ere in ea quorum aegrescit conpassione, cum sit
et ipse m o rtalis et co rru p tibilis. M undus quoque cum sit factus,
utique ipse deus non est, sed o p erato r conditorque eius. Ergo
quam diu m ens C haldaeicis e rro rib u s inflectitur, non u id et deum ,
quem in his q u ae rit quae u id en tu r, non in his quae non uidentur.
Quae au tem u id e n tu r tem p o ralia sunt; n am quae non u id en tu r
aeterna. Sed non tem p o ralis deus; non ig itu r uidetur. Non ergo
m ens ea u id et deum , quae disciplinam C haldaeorum sequitur.
Vnde nec A braham p rim u m uidebat. Quom odo au tem p o tera t
u idere eum su p ra quem alteru m esse a rb itra b a tu r? Vbi u ero ad
aliam dem igrauit non regionem , sed u eram religionem p aratam
hum ilitati — hoc enim significat C hanaan —, tunc deum uidere
coepit et eum cognoscere esse deum , cuius inuisibili u irtu te aduer-
tit om nia regi et gubernari. Hoc ergo sc rip tu ra docet, quia A braham
stellaru m o b seruatione dem igrans deum uidit.

10. C onfirm atio testim onii adiungitur, q uia in loco aram


m ino aedificauit e i d, qui sibi ap p aru it. In p ressu s est enim typus
iste ualidus in anim a eius et m anifesta fides u eritatis; suppetit
enim g rato u iro m em oria, ingrato in rep it obliuio. Illi haeren t a
quibus ad iu u atu r, isti la b u n tu r om nia quae co n feru n tu r. S tatu it
autem aram , sed non sacrificauit. Posset m ouere, nisi m em inisses
processus m enti huic scrip tu ra e serie seruari. E t ideo spectabat
a deo genus discere sacrificandi. A duertebat enim inrationabilis
anim an tis et m u tae pecudis sacrificium dignam diuino cu ltu hos­
tiam non uideri. N ondum in Isaac typum cognouerat passionis

« Ibid.
9, 10. qui Schenkl quod P2 (add. supra) cet.
ABHAMO, I I , 3, 9-10 141

che gli esseri terren i sono guidati e com e vincolati dal corso delle
stelle. Perciò hanno ch iam ato dèi le stelle, in q u an to ritengono
che ab b ian o un certo dom inio so p ra di noi, perché le stelle hanno
come u n a com unanza di affezioni con le cose terrene. M a avreb­
bero dovuto ren d ersi conto che chi h a u n a com unanza di affe­
zioni, non può avere il p o tere di com andare e di dom inare, com e
se fosse un dio, quelle cose con le quali ha u n a com unanza di
affezioni che lo rende inferm o, perché an ch ’egli è m o rtale e cor­
ruttibile. Né il m ondo, poiché è stato fatto, può essere dio, m a
Colui che lo h a creato e fondato è Dio. Perciò, finché la m ente
è sviata dagli e rro ri dei Caldei, non può vedere Dio, perché lo
cerca nelle cose visibili, non in quelle invisibili. Ma le cose visi­
bili sono tem porali, etern e sono quelle invisibili. O ra Dio non è
tem porale, perciò non è visibile. D unque non può vedere Dio
la m ente che segue la d o ttrin a dei Caldei. Ecco perché nem m eno
À bram o lo vedeva all'inizio. E com e poteva vederlo, se credeva
che so p ra di Lui vi era u n altro d io 6? Q uando però passò non
tan to in u n ’a ltra regione, m a alla vera relig io n e7, p ro n ta all'um il­
tà 8 — questo in fatti è il significato di C hanaan —, allora com inciò
a vedere Dio e a conoscere che è Dio Colui dalla cui potenza
invisibile com prese che tu tto è re tto e governato. Questo è dunque
l ’insegnam ento della S crittu ra: A bram o vide Dio dopo aver ab­
bando n ato l’osservazione delle stelle.
10. Si aggiunge com e conferm a e com e testim onianza che
ficò in quel luogo u n a ltare al Signore che gli era apparso. In ­
fa tti la sua im m agine gli si im presse fortem ente nell’anim a e la
certezza di questo fa tto è ev id e n te 9; in fatti all’uom o riconoscente
non m anca la m em oria, nell’ingrato si insinua la dim enticanza.
A quello rim angono im pressi coloro che lo aiutano, a questo
scivolano via tu tti i benefici ricevuti. Pose l'altare, m a non sa­
crificò. Ciò p o treb b e su scitare m eraviglia, se non tenessim o p re­
sente che il seguito della S c rittu ra riserva a q u esta m ente dei
progressi. E perciò atten deva di conoscere da Dio quale genere
di sacrificio avrebbe dovuto fare. Intuiva in fatti che il sacrificio
di u n anim ale irrazionale e di bestiam e senza p arola non poteva
essere u n ’offerta degna del culto divino. Non aveva an co ra rico ­
nosciuto in Isacco il tipo della fu tu ra passione; M elchisedech

6 Alterum: riferito al dio dei Caldei, che, pur materializzato e identificato


con gli astri, era ritenuto da Abramo sommo dio. La frase dal punto di
vista logico è slegata dal precedente ragionamento sulla atem poralità e
invisibilità di Dio, già portato a conclusione, né trova continuità in ciò che
segue.
7 Concetto espresso precedentemente in questo paragrafo (non solum in
regione, sed etiam in opinione Chaldeorum), ora ripetuto con gioco di parole
(regionem... religionem).
8 L’um iltà è la virtù di chi progredisce verso la verità e la perfezione, il
suo contrario è la iactantia di coloro che si lasciano a ttra rre dalle cose
sensibili (cf. infra, II 6, 33).
9 L’espressione m anifesta fides ricorre anche supra, II 1, 3. Fides ha il
significato di « certezza »; l’aggiunta di ueritatis dà maggior vigore all’insie­
me (cf. anche supra, I 2, 3).
142 DE ABRAHAM, I I , 3, 10-11

futurae, nondum M elchisedech d ed erat ei benedictionis gratiam ,


ut ista cognosceret.
11. R ecessit inquit inde in m o n tem contra o rientem B e th
Increm en tu m deuotionis m ontis significat em inentia, cuius ascen­
sio indicium est u b erio ris processus. C ontra orientem ideo, q u ia
p ro p h e ta b at u e n tu ru m iu stitiae s o le m f, quod illic sapientia p arare t
sibi dom um g et inde p e r uirginem suum p raed estin are t exortum .
V olebat ergo cognoscendorum m y sterio ru m iam lum en i accipere.
Sicut enim sole m undus ita sapientiae splendore to ta m ens inlumi-
n abitu r. M eritoque p o su it contra orientem B ethlem . Dom us enim
dei d ic itu r B ethlem , in q u a n atu s est C hristus. V nde a it p e r
p rophetam deus: E t tu, B ethlem , non es m inim a inter principes
Iuda; ex te en im exiet princeps, qui regat p o pulum m eum h. Non
dixit co n tra B ethlem , sed tab ern acu lu m ipsum B ethlem appella-

« Gen 12, 8.
f Mal 3, 20 (4, 2).
* Prou 9, 1.
h Mich 5, 2.
ABRAMO, I I , 3, 10-11 143

non gli aveva an co ra d ato la grazia della benedizione che gli


avrebbe perm esso di conoscere queste cose.
11. S i ritirò — è d etto — da li sul m onte a oriente di Beth
L’altezza del m onte significa l'accrescim ento della devozione; sa­
lire il m onte è indizio di grande progresso. A oriente, dunque,
perché cosi profetizzava che sarebbe venuto il sole di giustizia,
perché ivi la sapienza si p reparava la casa e predestinava la sua
nascita d a u n a vergine. Voleva fin d ’allora ricevere la luce dei
m isteri che sareb b ero stati svelati. In fatti, com e il m ondo è il­
lum inato d al sole, cosi la m ente sarà to talm en te illum inata dalla
luce della sapienza. G iu stam ente è detto: a oriente di B eth lem l0.
In fa tti B ethlem , nella quale è n a to C risto, significa casa di Dio.
Perciò Dio dice p e r bocca del profeta: E tu, B ethlem , non sei
la più piccola fra i principi di Giuda; da te in fa tti sorgerà il
principe che reggerà il m io popolo. Non h a detto: « di fronte a
B ethlem », m a h a chiam ato B ethlem la tenda stessa "; la Chie-

10 Questa citazione dim ostra la confusione fra Bethel e Bethlem. Penso,


perciò, che non sia del tutto infondato il sospetto che anche nella precedente
citazione di Gen 12, 8a (indico cosi la prim a parte del v.) si debba leggere
Bethlem invece di Bethel, come sopra in I 2, 5, ove ricorre la stessa citazione.
Tuttavia, mancando nell’apparato di K. Schenkl qualsiasi indicazione, ho rite­
nuto più prudente non correggere. É difficile decidere se tale scambio di nomi
sia dovuto a una pia fraus di Ambrogio — come pensa H. L ewy , Neue
Philontexte..., p. 39, nota 9 — o sia invece involontario. Stando ai dati della
tradizione m anoscritta, desumibili dall’apparato dello Schenkl — m a sulla loro
affidabilità bisogna essere cauti, essendo le due parole pressoché omografe —
troviamo attestato nei diversi luoghi (in questo paragrafo come anche supra,
I 2, 5 e 6; infra, II 5, 21; lac. II 7, 32, CSEL XXXII/2, p. 50, 22 ss.; exp. ps.
C X V III 6, 12, CSEL LXII, p. 114, 8 s.) ora Bethel, ora Bethlem. È più probabile,
perciò, che Ambrogio abbia inconsapevolmente supposto l’esistenza di una sola
località indifferentemente denom inata Bethel o Bethlem-, cosi si può spiegare
che l'uno e l’altro nome si alternino anche a distanza di poche linee. Comun­
que, anche se la tradizione m anoscritta può aver alterato, in qualche caso,
i dati originari, i testi sopra citati dim ostrano che la confusione è da attri­
buire ad Ambrogio, innanzi tu tto perché egli, sia ove noi troviamo attestato
Bethel sia ove leggiamo Bethlem , aveva in m ente la città natale di Gesù,
in secondo luogo perché alla confusione dei nomi si accompagna quella dei
loro significati: m entre in lac. e in exp. ps. C X V III a Bethel/B ethlem è a ttri­
buito il significato proprio di Bethlem (domus panis), nei passi del De Abra­
ham, forse per la dipendenza da Filone, l'interpretazione è sempre quella di
Bethel (dom us dei).
11 A cominciare da non dixit Ambrogio passa a com mentare Gen 12, 8b
(parte centrale del v.) senza citarlo. Non sem brano esservi indizi per pensare
che sia caduto per aplografia, anche se la m ancata citazione rende meno per­
spicuo il commento del nostro Autore. Per meglio comprenderlo, sarà utile,
dunque, tenere presente il testo biblico che Ambrogio com menta. La seguente
ricostruzione di Gen. 12, 8b si basa sugli elementi fom iti dallo stesso Am­
brogio in questo paragrafo e, in mancanza di questi, su altri desunti dall’edi­
zione della Vetus Latina (Genesis, ad loc.), che distinguerò con parentesi
uncinate e che sono da considerare con la dovuta cautela: < et statuit (uel
locauit) ibi> tabernaculum < suum > Bethlem iuxta mare Aggae ab oriente
(per B ethel/B ethlem , cf. nota prec.). Intendiam o ora il com mento di Am­
brogio: poiché Bethlem è priva di preposizione (contra, come sopra in Gen
12, 8a), è da considerare denominazione di tabernaculum. Per quanto strava­
gante possa sem brare questa interpretazione, ritengo che Ambrogio non
avesse scelta. Egli unisce B ethlem a tabernaculum e non a quel che segue
nel testo biblico — ponendo una pausa prim a di Bethlem — non solo per-
144 DE ABRAHAM, I I , 3, 11

u it; ecclesia enim iu sto ru m est tabernaculum . Iam illa quis non
m ire tu r m ysteria, quod B éth lem iuxta mare, Aggae ab oriente '?
E tenim uel anim a, quae m e re tu r tem p lu m dei appellari, uel
ecclesia tu n d itu r saecularium c u ra ru m fluctibus, sed non su b ru i­
tu r; caeditur, sed non lab efactatu r; com m otiones fluctuum et insur-
rectiones passionum co rp oralium facilis p rem ere ac m itigare.
S pectat aliorum n au frag ia ipsa inm unis et exsors periculi, p a ra ta
sem p er u t inlucescat sibi C hristus atque eius inlum inatione ipcun-
ditatem a d q u ira t sibi. S icut enim oculi p a sc u n tu r p rim o diei lum i­
ne, ita etiam m ens n o s tra inuentis a litu r sapientiae et quibusdam
eius radiis u id e tu r splendescere. Visibilis enim solis- radiis te r­
rae u ap o ran tu r, inuisibiles au tem rad ii cordis n o stri p en e tran t
in terio res recessus.

i Gen 12, 8.

11, 14 Aggae scripsi aggee P, cruce signauit Schenkl, < e t> Aggae uel
Aggae < e s t> Voccari (cf. quae ad loc. notaui).
ABRAMO, II, 3, 11 145

sa, infatti, è la ten d a dei giusti. E chi non sarà colpito dal m istero
del testo sacro: B eth lem vicino al mare, Agge a o r ie n te 12? In­
fa tti l ’anim a, che g iustam ente è ch iam ata tem pio di D ìo 13, o
la Chiesa, è b a ttu ta dai flutti degli affanni m ondani, m a non
è travolta; è colpita, m a non cade, senza difficoltà contiene e
m odera gli scuotim enti dei flu tti e gli assalti delle passioni del
corpo. O sserva i nau frag i degli altri, m en tre lei è im m une, esente
da pericolo, sem pre p ro n ta a essere illum inata da C risto e a
ricevere con la sua luce la gioia. In fatti, com e gli occhi si n u tro n o
della p rim a luce del giorno, cosi anche la n o stra m ente si ali­
m enta delle scoperte della sapienza e, p e r cosi dire, sem b ra ri­
splendere dei suoi raggi. In fa tti le te rre evaporano so tto l’azione
dei raggi del sole visibile, i raggi invisibili invece p en etran o negli
intim i recessi del n o stro cuore.

ché suggestionato dalla forte carica simbolica e m istica insita nell’associazio-


ne tabemaculum-Bethlem, m a anche perché doveva sembrargli che soltanto
in questo modo la strana e oscura espressione iuxta mare Aggae ab oriente
(vedremo in nota seg. che il testo biblico di Ambrogio in questo punto era
corrotto) poteva avere un qualche plausibile significato in connessione con
l’insieme. Ritengo questa una spiegazione probabile, anche se Ambrogio non
si preoccupa di dire quale possa essere il significato letterale di detta espres­
sione.
12 A. Vaccari, L ocus Ambrosii de Abrahamo 2, 11 emendatus, in « Biblica »,
3 (1922), pp. 449-450, ha creduto di poter facilmente sanare questo luogo, che
nell’edizione di K. Schenkl è segnato con la crux. Il noto biblista osserva
innanzi tu tto che Ambrogio aveva sotto gli occhi Gen 12, 8 (più precisam ente
la parte centrale di tale v., che io indico con 8b), quindi riferisce il relativo
testo dei Settanta: èv Baifl-ifiX xttTà 6-àXeKTffav xa£ A y y a l x ax ’ àv afo X a; (ma
nell’ed. di J.W. Wevers, Gòttingen 1974, è omesso àv) e anche il corrispondente
luogo della Vetus Latina attestato da F vlg. R vsp ., Fab. SI e 34 (CCL 91A, p. 826
e p. 837): Bethel secundum mare Agge contra orientem. Basandosi su questi
elementi il Vaccari suggerisce di leggere questo luogo cosi: Bethel iuxta mare
< et> Aggae ab oriente, oppure: Bethel iuxta mare aggae (sic!) < e s f > ab
oriente. La prim a soluzione è fondata sul testo dei Settanta, la seconda tiene
conto della mancanza di et in Fulgenzio, m a presenta l’aggiunta di est.
Bisogna riconoscere al Vaccari il m erito di aver indicato la via p er fare
luce sul passo, m a nelle sue conclusioni egli si è lasciato più influenzare dalla
versione dei S ettanta che guidare dal testo di Fulgenzio, che acquista parti­
colare valore, se si considera che Fulgenzio è l'unico testim one — oltre Am­
brogio — di questo luogo della V etus Latina. Ora la duplice testim onianza di
Fulgenzio conferma che Ambrogio leggeva Gen 12, 8b senza et, concorda
cioè — tenuto conto delle varianti secundum e contra in Fulgenzio e della
lezione aggee di P in Ambrogio — con il testo tràdito ambrosiano: iuxta mare
Aggae ab oriente. Questa espressione è, dunque, una citazione biblica, che è
introdotta da quod dichiarativo ( = St i con il discorso diretto). Se è citazione,
viene meno anche la ragione per integrare est, perché non è presente in
Fulgenzio e nemmeno nei Settanta. Concludendo: il luogo, che K. Schenkl
giudica desperatus e che il Vaccari vuole em endare, è da considerare non
corrotto; corrotto (o mal tradotto dal greco) era il testo biblico che Ambro­
gio aveva sotto gli occhi. Che il nostro esegeta abbia citato e tra tta to un
testo simile, senza porsi alcun problem a, non deve meravigliare eccessivamen­
te: la sua esegesi, soprattutto in questo secondo libro, tiene in scarsa consi­
derazione il senso letterale. È perciò arduo stabilire quale significato Am­
brogio abbia attribuito a questa espressione biblica: al riguardo la m ia tra ­
duzione vuole essere solo un'ipotesi che tiene presente l’intero testo di Gen 12,
8b, quale ho cercato di ricostruire in nota prec.
13 Cf. P hilo, somn. I 149. Schenkl rinvia, invece, a 1 Cor 3, 16.
146 I® ABRAHAM, XI, 3, 12 - 4, 14

12. Iteru m aedificauit aram et inuocauit in nom ine dom i


Processus fidei in dom ini inuocatione significauit. Hoc adiecit
superioribus.

4. 13. E t abiit A braham et dem oratus est in d e s e rto a. T


p ro b a tu r m ens, quando in quodam deserto est, ubi nulla cupidi­
tatu m lasciuia, nulla ab u n d a n tia pecuniae, nullus sum ptus luxu­
riae. V tinam in hoc deserto esse possim d estitu tu s ab om ni incen-
tiuo cu p iditatum , derelictus ab om ni delinquendi studio, expolia­
tus iactan tiae tum ore! Sed quia nos uel deus tem p tari p a titu r uel
te m p ta to r incu rsat, cum sibi u id e tu r in deserto m en s esse quieta
ab om ni te rre n a ru m u o lu p tatu m adpetentia, in Aegyptum inpel-
litur, ubi conpungi possit. S tim ulus enim m entis caro n o stra est
et passiones eius co n p u nctiones sunt nostrae. Ip sa est Aegyptus
nostra, hoc est caro nostra, ipsa est adflictio. In hanc descendit
m ens no stra, quando cogitat quae ca rn alia sunt, tunc autem ascen­
dit, quando inuisibilia d esiderat. Ideo et A braham d icitu r descen­
disse in Aegyptum b, u t adfligeretur. P a titu r hoc m ens n o stra: in ter­
dum sep arat se a corpore, secernit u t singulariter agat, incorpo­
ralibus in ten d ere atq u e ad haerere cupiens, in terd u m p ro p te r con-
ligationem anim ae et co rporis in q u in atu r ad carnales uoluptates,
quibus infirm a su b icitu r, fo rtio r non ten etu r. Adflictiones igitur
fo rti u iro coronae su n t, inualido infirm itates. V nde et ille non
tim ebat adflictationes, quibus p ro b a re tu r m erito, qu i dicit: N am
et cum uenissem us in M acedoniam , nullam requiem habuit caro
nostra, sed in om nibus su m u s adflictati: foris pugnae, intus ti­
m ores c.

14. Sed u t descenderet in Aegyptum fam is co e g itd. E xo r


enim saeua m entis fam is, q u an d o ad p e te n tia ca m is huius exun­
dat, u t expetat ea quae saluti ad u ersa sunt. R edigunt enim nos
in angustias corporis, cum alieni cu p id itas in rep it, lu xuria suaui-
ta ti est, cordi iactan tia. T em p tam u r om nes. In flectitu r etiam so­
b riu s anim us, descendit in Aegyptum, hoc est in adflictionem cor­
poris. Sic tam en descendit, u t quasi aduena ad tem pus incolere,

i Ibid.

» Gen 12, 9.
b Gen 12, 10.
c 2 Cor 7, 5.
d Gen 12, 10.

13, 6. nos uel deus Schenkl nos deus uel P uel deus nos cet.
ABRAMO, I I , 3, 12 - 4, 14 147

12. Di nuovo edificò u n altare e invocò il nom e del Signo


Con l’invocazione del Signore h a voluto significare il progresso
della fede. Q uesto h a aggiunto a q u an to aveva d etto precedente-
m ente 14.
4. 13. Poi A bram o se ne andò e dim orò nel deserto. All
la m ente è m essa alla prova, q uando si ritro v a com e nel deserto,
dove sono del tu tto assen ti la dissolutezza delle passioni, l’ab­
bondanza del denaro, i mezzi della lussuria. Potessi trovarm i in
questo deserto, p riv ato di ogni stim olo di passioni, abbandonato
da ogni desiderio peccam inoso, spogliato della presunzione della
vanità! Ma, sia perché Dio p erm ette che noi siam o ten tati sia
perché il ten tato re sfe rra i suoi attacchi, la m ente, che nel de­
serto si vede im m une da ogni desiderio di piaceri terreni, è
spinta in E gitto p e r essere pungolata. In fa tti il pungolo della
m ente è la n o stra carne e le sue passioni sono le n o stre punture.
Ecco il n o stro Egitto, cioè la n o stra carne ', ecco la n o stra affli­
zione. Qui discende la n o stra m ente, quando pensa alle cose car­
nali, allo ra invece sale quando anela alle invisibili. Perciò si
dice che anche A bram o discese in E gitto p er essere afflitto. Ecco
che cosa accade alla n o stra m ente: a volte si separa e si distingue
dal corpo p er agire autonom am ente, presa dal desiderio di rivol­
gersi e u n irsi alle cose incorporee; a volte a causa dei legami
che uniscono an im a e corpo si contam ina con i piaceri c a rn a li2,
ai quali, se debole, si so ttom ette, se valida, sa resistere. Le affli­
zioni, dunque, sono corone p e r l’uom o forte, p er il debole sono
inferm ità. Perciò nem m eno l’Apostolo tem eva le afflizioni, a ttra ­
verso le quali era giustam ente provato, lui che dice: In fa tti, quan­
do siam o ven u ti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto un
m om en to di pace, m a abbiam o su b ito ogni genere di sofferenze:
fu o ri le lotte, dentro i tim ori.
14. Ma fu la fam e che lo costrinse a scendere in Egi
Sorge in fatti la terrib ile fam e della m ente, quando i desideri
della n o stra carne strarip an o , e cosi la m ente reclam a ciò che è
contrario alla su a salvezza. Siam o in fatti spinti nelle stretto ie
del corpo, quando si insinua la cupidigia dei beni altru i, la lus­
su ria diventa piacevole, nel cuore c ’è la superbia. T utti siam o
tentati. Anche l’anim o tem p eran te si piega, discende in E gitto,
cioè n ell’afflizione del corpo. M a vi discende p e r abitarvi tem ­
poraneam ente com e stran iero, non p er stabilirvisi com e c itta d in o 3.

14 Con hoc adiecit superioribus Ambrogio sottolinea che, m entre preced


temente (Gen 12, 7) Abramo si era lim itato a costruire un altare, ora nel­
l’edificazione del secondo altare aggiunge l’invocazione. In questo consiste il
processus fidei.

' Cf. Philo, leg. II 59 e 77.


2 Per inquinari ad un solo esempio è registrato nel ThlL (VII 1, 1814, 2 s.):
Itala, Leu. 18, 20 (Codex Monacensis, Ave., quaest. in hept. 3, 65): inquinari
ad eam (se. ad uxorem proximi). Si tratta di un calco sul greco èxinav&f)-
vai upÒ£ aÙT-QV.
3 H. Lewy , Neue Philontexte..., p. 40, nota 6, segnala un interessante frag.
in Gen. di Oricene (ed. C.H.E. Lommatzsch , V ili, p. 68): ’A ppàn où xa-cwxa
AifuitTov, àXXà TtapwxEi.
148 DE ABRAHAM, I I , 4 , 14-16

non qu asi ciuis p o ssid ere u id eatu r. Iu stu s enim dixit: A duena su m
in terra hac e t alibi: H eu m e quod incolatus m eus prolongatus e s t e.
15. D escensus au tem A braham in Aegyptum , hoc e st a d fe
e t b a rb aro s m ores, qui u irtu ti d e fe rre nescirent, n e n o ceren t p er
inuidiam , dixit Sarae, ne se uxorem eius diceret, sed sororem
a p p e lla re tf. E t h in c gran de sobriae m entis m ysterium , cui cito
inuidetur. E t ideo u t inuidiam re p rim a t, hum iliorem se p ra estare
debet. N on sibi p rin cip a tu m su p er om nes uindicet, n o n sibi soli
sapien tiam qu asi p raecip u am adroget. H aec est qu am sibi Solo-
m on uxorem ad q u isiu it «; u x o r enim p raecipue est u n i debita.
Itaq u e om nes cu p iu n t tali se copula dignos u id eri é t dolent sibi
aliquem p ra efe rri, qui ta n ta solus p o tia tu r p ulchritu dine. S oror
au tem quodam uel iu re g erm an itatis uel nom ine plerisque socia­
tu r. E t ideo u eru m am ato rem suum integrum ab in iu ria reseru at.

16. Vnde uidentes eam Aegyptii, qui non possent discern


nec u irtu tis form am cognoscere, uulgari aestim an tes iudicio indu­
x eru n t a d ty ran n u m h, hoc est a d m entem superbam , quae pondus
sapientiae no n s u stin u it et ideo ad ilictata est. E tenim cum ani­
m am in p ro b am u irtu tis in tra u e rit serm o, re d arg u it eam culpae
erro risq u e p u d o re adficit et prolapsionis to rq u e t dolore. N am que
dum in qu ad am sum us delinquendi libidine, nebulis quibusdam
insipientiae m ens o b d u c itu r e t fum o qu o d am in iq u itatis oculi eius
caligant, ne u id eat eo ru m quae concupiscit deform itatem , sed cum
om nis n eb u la tra n sie rit et sapientiae splendor refu lserit, grauia
to rm en ta ex e rce n tu r in q uodam m ale conscii secretario. Itaq u e
grau io r n o stra m ens iudex est conscientiae re a tu et iudicio paeni-
tentiae. Quodsi uel aeg ra p e r cu lp am uel inualida p e r infirm itatem
non p o tu e rit fe rre ac p erp eti u irtu tis praesentiam , d im ittit eam
atque a se relegat nec p a titu r eam uolui in se et ad h aerere cogi­
tatio n ib u s suis. E t u t infirm iores oculi lucem refugiunt, ita m ens
inualida sap ien tiae fulgorem non su stin e t. Tales e ra n t Geraseno-
rum , qui ro g ab an t u t tra n s ire t de finibus eorum dom inus Iesus '.

<•■Ps 118 (119), 19; 119 (120), 5.


f Gen 12, 11 ss.
* Sap. 8, 25.
h Gen 12, 15.
! M t 8, 34.

15, 10. qui Schenkl quis codd.


ABRAMO, I I , 4, 14-16 149

Disse in fatti il giusto: Sono straniero in questa terra, e altrove:


Ahim è, la m ia perm anenza si è prolungata.
15. U na volta disceso in E gitto, cioè in u n paese di costum i
rozzi e b arb ari, che e ra incapace di ren d ere onore alla virtù,
Àbramo, p er evitare ch e gli facessero del m ale p e r invidia, disse
a S ara di non p re sen tarsi com e moglie, m a di dichiararsi sua
sorella. Ecco il grande m iste ro della m ente tem perante, che su­
bito d iv en ta oggetto d i invidia, e p e r fren arla deve m o strarsi
ancor più um ile. N on rivendichi a sé il dom inio su tu tti gli altri,
non p re te n d a p er sé sola la sapienza com e u n privilegio. È questa
che Salom one prese in sposa. La sposa infatti ap p artien e esclu­
sivam ente a un o solo. E cosi tu tti desiderano m o strarsi degni di
un tale m atrim onio e si dolgono che qualche a ltro sia a loro
p referito e o ttenga p er sé solo u n a si grande bellezza. La sorella
invece si può associare a m olti o p e r fratellanza in senso s tre tto
o a titolo di fratellan za in senso l a to 4. E cosi preserva da offese
colui che la am a veram ente.
16. Perciò, quando la videro, gli Egiziani, che non sapevano
distinguere né riconoscere la fo rm a della virtù, la giudicarono
con criteri volgari e la p resen taro n o al re, cioè alla m ente super­
ba, che non sopportò il peso della sapienza e perciò fu colpita
da afflizione. In fatti, q u ando la p arola della v irtù p en e tra nel­
l'anim a m alvagia, la rende consapevole della colpa, la fa vergo­
gnare del suo peccato e la to rm en ta di dolore p er la sua caduta.
In fatti, finché proviam o un ce rto gusto nel peccare, la m ente è
com e avvolta dalle nebbie dell'insipienza e i suoi occhi sono
accecati dal fum o dell’iniquità, cosicché non vede la b ru ttu ra di
ciò che bram a. Ma, q u ando ogni nebbia scom pare e risplende
la luce della sapienza, gravi to rm en ti si fanno sentire nell’intim o
di chi è consapevole della c o lp a 5. Allora la m ente è giudice più
severo nel v alutare la colpa della coscienza e nel decidere sulla
penitenza. Se poi, sofferente p e r il peccato o d eb ilitata dall’in fer­
m ità, non h a p o tu to so p p o rtare e to llerare la presenza della
virtù, la caccia e la allo n tana d a sé e non p erm ette che essa si
agiti nel suo intim o e sia inseparabile dai suoi pensieri. E come
gli occhi m alati rifuggono dalla luce, cosi la m ente debilitata
non so p p o rta il fulgore della sapienza. In tale condizione erano
gli occhi dei G eraseni, che supplicarono Gesù di allontanarsi dai
loro confini.

4 Non c’è dubbio che Ambrogio, commentando Gen 12, 13, rielabori e adatti
quanto Philo, quaest. in Gen. IV 60 (A u c h er , p. 294) osserva a proposito di
una simile situazione n arrata in Gen 20, 2 (Abimelech prende con sé Sara,
moglie di Àbramo, ritenendo che fosse sua sorella): generosus animus uirtutem
sororem nominat, non uxorem, ut non solus praeses uideatur uelut uxoris
sapientiae, sed sororem eam asserens, dem onstret com m unionem esse eius
zelum atque desiderium apud omnes qui genuini fidelesque studiosi sunt pro­
bitatis optimae. Similmente Orig., hom. in Gen. VI 1 (SCh 7 bis): ...uirtutem
non u t uxorem intra graemium concludamus, sed ut sororem etiam aliis uolen-
tibus copulemus. Ad hos denique qui perfecti sunt dicet sermo diuinus: « Dic
sapientiam sororem tuam esse » (Prov 7, 4).
5 Male conscii: cf. infra, II 5, 22: bene conscia.
150 DE ABRAHAM, I I , 4, 17-18

17. Denique et iste rex Aegypti ait ad A braham : Q uid


fecisti m ihi? Quare non d ixisti m ih i quia uxor tua est, sed dixisti
quia soror tua est? E t sum pseram eam m ih i uxorem . E t nunc
ecce m u lier tua ante te, accipe et recurre hinc In d u cam u s ani­
m o intem p eran tem aliquem , qui in tu itu s ca stita tis g ratiam et quo­
dam eius cap tu s d eco re sequendam p u tet, deinde pedisequas eius
nesciens, quibus co m itata incedit et stip ata aduenit, sobrietatem
scilicet e t m odestiam ac uerecundiam , parsim oniam cibi/ fugam
lasciuiae p ro cacitatis petulantiae, cautionem seriam , sollicitam
custodiam , su b ito au t eb rie tatis succensus calore a u t ipsius ca m is
aestu a u t occursu form ae decentioris nequaquam se-' ten eat nec
legi ca m is repugnet. N onne dicit: « P utaui rem faciliorem ca sti­
m oniam sequi: su p ra u m eros m eos, su p ra uires m eas est. R arus
cui ista iu n gantur. Vale castitas, recede, recede de finibus sensuum
m eorum . R ecu rre cito eo unde uenisti. Non sustineo praesentiam
tuam , adfligor grau ib u s quaestionibus, dum tenendam te arb i­
tro r, quam ten ere non possum ».

18. C onuersus deinde ad aliquem m onitorem sui, qui stu ­


d u erit in eius m entem inducere adsuetudinem castim oniae alle­
gans non ard u am fore nec inpossibilem , sed pluribus sociam ,
finitim am studiosis, conuenientem u o lu n tariis « qu id hoc » inquit
« fecisti m ihi? q u are non dixisti m ihi quia uxor tu a est? » — hoc
est, quae non perfu n cto rie, sed legitim o te n e a tu r coniugio, m axi­
m am secum u eh at dotem , quae inuehat grauia onera m atrim onii
et du rae faenus coniunctionis —, « sed dixisti sororem , nullis
ad stricta m legibus et n atu ra e sociam , non iu re aliquo dotalis cen­
sus su p erb am ac potentem . Itaq u e inp ru d en s onerum eius copu­
landam m ihi eam et retin en d am putaueram . Sed intellexi quod
pondus sit in ea et sarcina. Ecce m ulierem tuam , id est ecce p e r­
suasio tu a an te te, accipe et recurre. Nolo an te m e sit, nolo in
m eis cogitationibus. Tolle te hinc cum tuis consiliis, cum tua
adm onitione, cito tolle, cito recurre: m oras tu as non fero, adflic-
tiones su n t m ihi: satis est quod an te deceptus sum ». E t m isit
alum nos suos, q uibus u ag a tu r plerum que m ens intem perantior,

1 Gen 12, 18 s.
ABRAMO, ir , 4, 17-18 151

17. In fa tti anche questo re d ’E gitto disse ad Abram o: Che


cosa m i hai fatto? Perché non m i hai d etto che è tua moglie, ma
m i h a i detto che è tua sorella? E cosi m e la sono presa in moglie.
Ora ecco a te tua moglie, prendila e vattene via in fretta. Im m a­
giniam oci un in tem p eran te che, co ntem plata la grazia della casti­
tà e a ttra tto dalla su a bellezza, pensi di doverla seguire, m a poi,
non conoscendo le ancelle che la accom pagnano quando avanza
e l’atto rn ian o quando sopraggiunge, cioè tem peranza, m odestia,
pudore, frugalità nel cibo, fuga dalla dissolutezza, dalla sfron­
tatezza, dalla insolenza, rigorosa prudenza, a tte n ta vigilanza, im ­
provvisam ente infiam m ato o dal calore deH’ubriachezza o dal­
l’ard o re della carne o d alla vista di u n a bellezza m olto at­
traente, non può tratte n e rsi né resistere alla legge della carne.
Non d irà forse: « Credevo che seguire la ca stità fosse più facile:
essa su p era la m ia cap acità di sopportare, supera le mie forze.
Si trova ra ram en te uno che possegga tu tte queste virtù. Addio,
castità, vattene, v attene lontano dai confini dei m iei sensi. Torna
subito di corsa donde sei venuta. Non sopporto la tu a presenza,
sono to rm en tato da gravi difficoltà, pensando di tra tte n e rti, m en­
tre non ne sono in grado ».
18. E rivolto a colui che lo h a consigliato, che h a cercato di
in tro d u rre nella sua m ente l’abitudine alla castità, dicendo che
non sarebbe sta ta una v irtù difficile, né im possibile, m a com pa­
gna di m olti, am ica di coloro che si dedicano agli studi, racco­
m andabile a coloro che p restan o volontariam ente servizio milir
tare, dice: « P erché mi hai fatto questo? Perché non mi hai detto
che è tu a m oglie? » — cioè quella che è u n ita non da un legame
superficiale, m a da legittim o m atrim onio, che p o rta con sé una
d o te 6 ricchissim a, recando i gravi pesi del m atrim onio e il pro­
vento di u n a unione gravosa —, « m a l’hai chiam ata sorella, non
vincolata da alcuna legge e com pagna naturale, non superba e
dom inatrice in v irtù di un d iritto fondato sul valore della dote.
E cosi senza v alu tarn e la gravosità avevo pensato di unirm i a
lei e di tratten e rla. Ma ho capito quale pesante fardello l’accom ­
pagna. Ecco tu a moglie, cioè ecco a te la tu a p e rsu a sio n e 7, pren ­
dila e vattene in fretta. Non voglio che rim anga davanti a me, nei
miei pensieri. V attene di qui con i tuoi consigli, con la tu a esor­
tazione, v attene subito, to rn a subito in d ietro di corsa: non sop­
p o rto i tuoi indugi, sono in mezzo ai guai: mi b asta essere stato
già ingannato ». E m andò i suoi c o lla b o ra to ri8, p er opera dei

6 La dote, in senso metaforico riferito alla castità, sono le numerose


virtù che le fanno corona (cf. paragrafo prec.).
7 Persuasio: in senso attivo.
8 Come la castità ha le sue pedisequae (cf. paragrafo prec.), cosi l’intem­
perante ha i suoi alumni-, i vizi di seguito elencati. È im portante notare che
con m isit alumnos suos si allude al testo biblico (cf. Vetus Latina, Genesis, ad
loc.: la citazione di questo luogo di Ambrogio è stata aggiunta nei « Nach-
tràge und Berichtigungen », p. 352), agli uomini che per ordine del faraone
accompagnarono Abramo fuori dall'Egitto (Gen 12, 20). È infatti in riferi­
m ento al testo biblico che è possibile spiegare l'improvviso ritorno al per­
fetto nel verbo m isit. Come leggesse Ambrogio Gen 12, 20 non è facile dire,
152 DE ABRAHAM, I I , 4, 18 - 5, 20

uoluens anim o cogitationes luxuriae am bitionis au a ritia e et diuer-


sas inlecebras offundens, u t elim inarent ac longe propellerent
castim oniam , ne recu rsu m faceret in eos fines, quibus fu e rat expul­
sa, quo secura iam et a rb itrii serioris lib era in peccatis suis re d ar­
gui non refo rm id aret.

5. 19. Discessit itaque A braham inde habens secum uxore


suam S a ra m a, hoc est principalem , non seruientem . Ideo et dicitur
illi: A udi Sarram uxorem tuam b. Quae enim seru itio delictorum
se exsuit p rin cip atu m habet, non seruitutem . Mens ergo ualidior
principalem u irtu te m secum habet, hoc est in p eritan tem corporis
sensibus, non oboedientem , quae de Aegypto secum om nia retulit,
nihil ibi disciplinarum su aru m am isit, non colorata est intem peran­
tia, insolentia, flagitiorum inm odestia, non expoliata est am ictu
sedulae so b rietatis, non exuta uestim ento pudoris.

20. E ra t diues u a ld e c, u tp o te cui nihil bonorum deerat, q


non alieni e rat adpetens, quia nullius indigebat, quod suum dici
uellet. Hoc est enim esse diuitem , h ab ere quod satis uoluntati
sit; m ensuram enim frugalitas habet, census non habet, cuius
m odus in arb itrio q u aeren tis est. E ra t au tem diues pecoribus, a r­
gento et auro. Quid sibi hoc u u lt? N on m ihi u id e n tu r in hom ine
iusto saeculares diuitiae laudari. Vnde in pecoribus corporales

a Gen 13, 1.
b Gen 21, 12.
c Gen 13, 2.

18, 19. offundens scripsi (an effundens scribendum?) offendens' codd. Schenkl.
ABRAMO, I I , 4, 18 - 5, 20 153

quali la m ente in tem p eran te sm arrisce il re tto cam m ino, m edi­


tando pensieri di lu ssu ria, di am bizione, di avarizia e spargendo
le diverse seduzioni, p er ca cciar fuori e spingere lontano la ca­
stità, affinché n on facesse rito rn o d en tro quei confini dai quali
era sta ta allontanata, e affinché la m ente, tran q u illa e non più
soggetta a un giudizio severo, non tem esse di essere rim proverata
p er i p ro p ri peccati.
5. 19. D unque A bram o se ne andò, p o rtan d o con sé sua m
glie S ara ' che significa sovrana, non serva. Perciò è d etto ad
Abram o: Ascolta tua m oglie Sara. In fa tti colei che si libera dalla
schiavitù dei peccati o ttien e la sovranità, non la servitù. Perciò
u n a m ente sald a possiede la v irtù so v ra n a 2, che dom ina, cioè,
sui sensi del c o r p o 3, che non è sottom essa, che h a rip o rta to ogni
cosa con sé dall'E gitto, no n vi h a lasciato alcuna delle norm e che
regolano la sua vita, non è riv estita di intem peranza, di insolenza,
di vergognosa im m odestia, non è spoglia del velo della saggezza
prem urosa, non è p riv a della veste del pudore.
20. E ra m olto ricco, com e è n atu rale p e r chi non m anc
di nulla, egli che n on era desideroso dei beni altru i, perché nulla
gli m ancava che desiderasse considerare s u o 4. E ssere ricchi in­
fa tti significa avere ciò che b asta a soddisfare i p ro p ri desideri;
infatti la fru g alità h a u n a m isura, la ricchezza ne è p r iv a 5: la
sua m isu ra è arb itra ria m e n te decisa d a chi cerca di avere. E ra
ricco di bestiam e, d ’arg en to e d ’oro. Che significa questo? Non
m i p are che si vogliano lodare in un uom o giusto le ricchezze
del m ondo. Perciò nel b estiam e intendo i sensi del corpo, perché

ma il testo di questo v., quale è attestato dal ms. 101 (= palins. in cod. lat.
1, Bibl. Naz., Napoli; in pratica l’unico testim one di questo v.) è illuminante:
et mandauit Pharao uiris prò Abram ut deducerent eum... (cf. Vetus Latina,
Genesis, ad loc.).

1 Per l’interpretazione di Sara cf. infra, l i 11, 85 e i relativi riferimenti


a Filone in nota 25.
2 Principalem ha valore predicativo, il suo significato è precisato da impe­
ritantem e non oboedientem, che danno alla uirtus — virtù in senso generale
ma non astratto — il dinamico rilievo del personaggio che la incarna (cf.
Orig., hom. in Gen. VI 1, SCh 7 bis: puto ergo Sarram, quae interpretatur
princeps uel principatus habens, form am tenere àpETfjg ). La stessa espressione
— principalis uirtus — ricorre anche in De uirginibus I 10 (C azzaniga, p. 6),
ma li è riferita alla verginità e significa « virtù di prim aria importanza » (cf.
V. Monachino, S. Ambrogio..., p. 203).
3 Sulla sovranità della m ente sui sensi cf. infra, II 10, 77; Noe 9, 30 (CSEL
XXXII/1, p. 432, 21 ss.): cohibe ergo et tu omnes inrationabiles passiones tuas
omnesque sensus tuos m enti subice animique imperiis adsuesce; ibid., 11, 38
(p. 437, 3 ss.) m ens enim sobria passiones omnes cohibet, sensus gubernat;
ibid., 24, 87 (p. 475, 10 s.): dom inatur igitur (sc. iustus) terrenis om nibus pas­
sionibus, sed etiam sensibus corporalibus.
* La ricchezza del sapiente non è possesso di beni. Il possesso accende
la bram a insaziabile di altri beni (cf. Nab. 2, 4, CSEL XXXII/2, p. 471, 5 ss.).
Il sapiente non m anca di nulla e non desidera l’altrui, perché si accon­
tenta di usare i beni che la natura gli m ette a disposizione. Questi concetti
ricorrono frequentem ente negli scritti di Ambrogio; cf. infra, II 7, 37 e 38;
Nab. 1, 2 (CSEL XXXII/2, p. 469, 18 ss.).
5 Cf. Nab. 2, 5 (CSEL XXXII/2, p. 472, 1): census abundans nequit au
pectus explere.
154 DE ABRAHAM, I I , 5, 20-21

sensus intellego, quia et ipsi inrationabiles sunt, in argento ser­


m onem , in au ro m entem . M erito diues e ra t A braham , quia regebat
sensus inrationabiles. D enique et dom uit et m ansuetos fecit, u t fie­
ren t rationabiles. H ab eb at serm onem fidei colore splendidum , p u r­
gatum *1 sp iritalis g ratia disciplinae, h ab e b at m entem plenam p ru ­
dentiae. E t ideo au ro c o n p a ra tu r m ens bona quia sicut au ru m ce­
teris p ra e sta t m etallis ita m ens bona in hom ine ceteris potior
est hum anae su b stan tiae portionibus. In trib u s igitur census sa­
pientis, in sensu serm one m ente. G radus quidam p er ordinem
factus est, sicut etiam in apostolo legim us: M anet autem fides spes
caritas, tria haec; m aior autem his est ca rita se. E t "mens ig itu r
m aior est, quia ipsa est quae m o litf spiritale frum entum , u t p u r­
gationem sensum serm onum que p ro ferat. S e ru a tu r ubique persona
sapientis uiri.

21. Denique eo in d u citu r redisse A braham , hoc est in Bethe


unde in Aegyptum descenderat, u t agnoscam us quod etiam iusti
in dom o dei positi et uerb o dei intenti te m p ta n tu r quidem saecu­
larib u s adflictationibus, sed non alien a n tu r a dom o dei et a custodia
praecep to ru m caelestium . Suis contentos esse finibus, non extolli
d iu itiaru m copiis, rebus secundum g ratiam u o lu p tatu m fluentibus,
hoc esse m entis optim ae, m ed itari sem p er principium et finem,
eo procedere et inde egredi, hoc esse bonum . B onum au tem sapien­
tia est; nem o enim bonus nisi u nus d e u s h. Ab eo procedim us
creati p e r ipsum , ad eum reu ertim u r, quia cum C hristo esse m u lto
m e liu s '. E t u t scias q u ia b onum est congruere p rincipium et finem,
ipse ait bonus dom inus Iesus: Ego su m A et £1, principium et
finis

« Ps 11 (12), 7.
« 1 Cor 13, 13.
r Mt 24, 41.
* Gen 13, 3.
h Lc 18, 19.
i Phil 1, 23.
1 Apoc 1, 8.
ABRAMO, I I , 5, 20-21 155

anch’essi sono irrazionali, nell’argento la parola, nell’oro la m ente.


G iustam ente A bram o era ricco, perché governava i sensi irrazio­
nali. In fa tti li h a sottom essi e resi docili, affinché potessero di­
v entare ra z io n a li6. La sua p arola era splendidam ente o rn a ta di
fede, purificata dalla grazia della disciplina spirituale; la sua
m ente era piena di p ru d e n z a 7. E perciò la m ente buona è p a ra ­
gonata all'oro, perché com e l'oro è p iù prezioso degli altri m e­
talli, cosi la m ente b u o n a è la p a rte m igliore fra le altre che
costituiscono la sostanza dell’uom o. D unque in queste tre cose
consiste la ricchezza del sapiente: nella sensazione, nella parola,
nella m ente. Il loro ordine stabilisce u n a gradazione, com e si
legge anche n ell’Apostolo: Restano, quindi, queste tre cose: fede
speranza carità; m a la maggiore di queste è la carità. D unque
anche la m ente è la m aggiore, perché essa è quella che m acina
il fru m en to sp iritu ale p e r purificare i sensi e la parola. Sem pre
è p re serv ata la p ersona dell'uom o s a p ie n te 8.
21. Perciò si dice che A bram o tornò là — cioè a B ethel
da dove era disceso in E gitto, p er farci com prendere che anche
i giusti, che si trovano nella casa di D io 9 e sono atten ti alla sua
parola, sono ten tati dalle afflizioni del m ondo, m a non si allon­
tanano dalla casa di Dio e dall’osservanza dei p recetti celesti.
Ecco ciò che si addice ad u n a m ente o ttim a: essere co n ten ta dei
p ro p ri lim iti, non insup erbirsi p er l’abbondanza delle ricchezze,
p er le cose che procedono con soddisfazione dei piaceri. P ensare
sem pre al principio e alla fine, tendere là e di l à 10 p artire: que­
sto è ciò che è buono; e ciò che è buono è sapienza. In fatti nes­
suno è buono se non Dio soltanto. Da Lui veniam o, essendo stati
creati da Lui, a Lui torniam o, perché è m olto m eglio essere con
Cristo. E perché si sappia che è cosa buona che principio e fine
coincidano, il Signore Gesù, che è buono, h a detto: Io sono l'A
e I' f i , il principio e la fine.

6 Non è radicalm ente negativa l’opinione di Ambrogio sui sensi: pur essen­
do inrationabiles, possono diventare rationabiles. Altrove è detto che sono
cognati... partis rationabilis (se. animae)-, cf. supra, I 1, 2.
7 II riferim ento alla prudenza è ovvio, dato che altrove (cf. par. 3, 15,
CSEL XXXII/1, p. 274, 3) Ambrogio vede nell'oro proprio questa virtù.
8 Si allude a Mt 24, 41 e Le 17, 35. Nel discorso escatologico Gesù dice che,
delle due donne che macinano alla stessa mola, una sarà presa l’altra lascia­
la. È la seconda che, per Ambrogio, significa m isticam ente la mente che macina
il frum ento spirituale. Confrontiamo questo passo con exp. eu. Lue. V ili 48
(CSEL XXXII/4, p. 414, 8 ss.): at uero sancta ecclesia uel anima nullis maculata
contagiis delictorum, quae tale triticum molit, quod solis aeterni calore sit
torridum... bonam similaginem de penetralibus hom inum deo offerens sacri­
ficii sui libamenta conmendat. Appare evidente il passaggio da u n ’imposta­
zione fondamentalmente filosofica ad un’esposizione che, anche nell'uso della
terminologia, si caratterizza come più spiccatam ente cristiana. Vbique: non
in relazione ai luoghi, m a alle diverse situazioni in cui si trova il sapiente;
qui concretamente il riferim ento è ad Abramo e alla donna di Le 17, 35.
9 « Casa di Dio » è il significato di Bethel (cf. supra, II 3, 11, nota 10).
10 Gli avverbi eo e inde letteralm ente sono riferiti a Bethel (inizio e fine
del viaggio di Abramo), allegoricamente a Dio, che è l'inizio e la fine della
vita deU’uomo. L’etimo di Bethel (= casa di Dio) sostiene il passaggio dal
piano fisico a quello mistico.
156 DE ABRAHAM, I I , 5, 22

22. M ens ig itu r n o stra cum ipsb sem per sit, ab eius tem p
ab eius uerb o n um quam recedat. S em per in lectione scrip tu ra­
ru m sit, m editationibus, o ratio n ib u s u t serm o eius qui est sem per
o p e re tu r in nobis et u t cotidie procedentes in ecclesiam uel do­
m esticis incubantes o ratio n ib u s ab ipso incipim us et in ipso desi­
nim us, ita to tiu s hic dies u itae n o strae et cursus diei abs e < o >
sum at p rin cip iu m et ipsi desinat; sicut enim a principio uitae
credere et in itiari deo salus est, ita et p erseu era n tia usque neces­
saria est. E st au tem m entis optim ae diligentia, u t uerbo dei inten­
ta nihil faciat inrationabile, un d e tris titia subeat, u t iugiter actuum
suorum bene conscia laetitiam bonae seru et conscientiae. Quod
enim bonum , hoc sine tim ore e t sine tris titia est, id est securitatis
plenum et gratiae; possessio enim iusti g ra tu m esse deo, insipien-
tum au tem nullus g ratus. Ideo Esaias « ad p ro p in q u an te bono »
a it fug iet dolor et tristitia et gem itus m. Iohannes quoque in Apo­
calypsi et ipse in q u it deus cum illis erit et delebit om nem lacri­
m am de oculis eorum , et m ors non erit am plius neque luctus
neque clam or neque dolor ulterius ". In resu rrectio n e enim iusto-
ru m laetitia iugis e rit et g ratia, cu m illud bonum coeperit esse
cum sanctis suis, q u ando requiescent in sinu A brahae ° in eius
p ositi tabernaculo, quod in ter dom um uel serm onem dèi et gra­
tiam fixum est. Significans innocentiam fidelium gratias agere
au cto ri suo, qui non h ab en t unde eos p aen iteat in hoc m undo fuisse.

171Is 35, 10.


n Apoc 21, 3 s.
« Lc 16, 22.

22, 6. abs < e > o Schenkl ab se P.


21. inter codd. intra Schenkl.
ABRAMO, I I , 5, 22 157

22. La n o stra m ente, dunque, sia sem pre con Lui, non
allontani m ai dal suo tem pio, dalla sua parola. Sia sem pre in­
ten ta alla le ttu ra delle S crittu re, alla m editazione, alla preghiera,
affinché la sua parola, che è eterna, operi in noi. E com e ogni
giorno, an d an d o in chiesa o dediti alla preghiera dom estica, ini­
ziam o da Lui e finiam o in Lui, cosi questo tem po dell’in tera n o stra
vita e anche il corso della g iornata inizi da Lui e in Lui te r m in i11;
in fatti, com e è salvezza l'essere iniziati alla fede in Dio fin dal­
l’inizio della vita, cosi è anche sem pre necessaria la perseveranza.
In o ltre si addice ad u na m ente o ttim a la diligenza, affinché, de­
dicandosi alla p arola di Dio, nulla faccia di irrazionale e perciò
si insinui la tristezza, affinché, sem pre consapevole della b o n tà 12
delle sue azioni, conservi la letizia della buona coscienza. In fatti
ciò che è buono non è accom pagnato né d a tim ore né da tristez­
za, è pieno cioè di sicurezza e di grazia; è u n bene del giusto
essere g rad ito a Dio, nessun insipiente è invece gradito ,3. Perciò
Isaia dice: Q uando viene il bene, fuggiam o dolore, tristezza e la­
m ento. Anche Giovanni nell'Apocalisse dice: Dio stesso sarà con
loro e asciugherà ogni lacrim a dai loro occhi e non vi sarà più
m orte, né lutto, né clamore, né dolore. In fatti nella risurrezione
dei giusti la letizia e la grazia du reran n o p er sem pre, dal m om en­
to che quel bene 14 com incerà a essere con i suoi santi, quando
questi rip o seran n o nel seno di Abram o, d en tro la sua tenda che
è p ian tata fra la casa o p arola di Dio e la grazia 15 p er significare
che l'innocenza dei fedeli rende grazie al suo A utore, perché essi
non hanno di che p en tirsi p e r essere stati in questo m ondo.

» Cf. V erg., ecl. 8, 11.


12 Bene conscia: cf. supra, II 4, 16: male conscii.
13 Gratum esse deo: l’espressione, ricollegandosi alla precedente parola
gratiae, ci aiuta a circoscriverne il significato — si sa che non è sempre agevole
intendere il significato di gratia in Ambrogio, dal momento che egli usa que­
sto term ine in tu tti i molteplici sensi del lessico classico e cristiano, e non
sempre univocamente. Ma resta un dubbio: gratum significa « gradito » o
« grato »? L’incertezza si riflette ovviamente sul valore di gratia (« gradimen­
to » o « gratitudine »?). Il contesto — considerando il brano che inizia con est
autem m entis optimae e term ina con la fine del § 22 — ci dà qualche indica­
zione per precisare il senso di gratia. Nella prim a parte del brano possiamo
schematicamente individuare questo sviluppo: la mente, che è intenta alla
parola di Dio, evita il male (...nihil faciat inrationabile), perciò conserva la
letizia e la gratia: il term ine gratia si precisa in rapporto a laetitia e in
opposizione a tristitia, che è la conseguenza del peccato. La seconda parte,
riguardante i giusti dopo la risurrezione, presenta una certa analogia con la
prima: la parola gratia compare due volte, prim a in connessione con letizia
(laetitia iugis erit et gratia), poi con la parola di Dio (inter... sermonem dei
et gratiam) e soprattutto con Vinnocentia (assenza del peccato). Perciò mi
pare di poter concludere che esiste una certa com plem entarità semantica fra
laetitia e gratia e che entram be presuppongono la presenza del bonum, che
è Dio, e l'assenza del male. Da queste considerazioni ho tenuto distinta
l’espressione gratias agere, perché si tra tta di una locuzione stereotipa, in cui
la parola (gratiae) è usata al plurale. (In questa nota mi sono stati utili i sug­
gerimenti comunicatimi da G. Banterle).
14 Che in illud bonum si debba intendere Dio lo si desume dalle due pre­
cedenti citazioni da Isaia e Apocalisse.
15 Per chiarire questo passo — anche per com prendere meglio tu tta l’espo­
sizione dei paragrafi 21 e 22 — bisogna, in prim o luogo, osservare che Ambro-
158 DE ABRAHAM, I I , 5 ,2 3 - 6 ,2 5

23. F actis itaque sim plicibus A brahae m agnarum institutio­


nu m docum enta explicantur. M erito diues, qui etiam disputationes
philosophorum diuites facit, qu i de eius actu p raecep ta form arent
sua. Eius ergo diuitias sc rip tu ra expresserat.

24. S u p ererat cognoscere u tru m n a m Loth quoque nepos eius


et ipse u tp o te eiusdem successionis diues fuerit, sed scrip tu ra
eum pecoris tan tu m ab u n d an tem adserit. Denique sic habet: E t
Loth, qui am bulabat cum Abraham , erant oues et boues et taber­
na cu la p. Non h ab eb at argentum , q uia nondum iustus; etenim
argentum ig nitum lingua iu s tiq. Non h ab e b at aurum , quod habebat
ille qui u id it C hristi posteriora, de quo scrip tu m est: E t posteriora
eius in specie a u r i1. V idit illum A braham , sicut testatu s est do­
m inus dicens: Abraham diem m eu m uidit et gauisus est*. E t ideo
au ri speciem h ab ere m eru it et possidere.

6. 25. N unc illud nequaquam p ra etere u n d u m arb itro r, qu


u id e tu r etiam doctiores m ouisse, q u a ratio n e sic scrip tu m sit: E t
Loth, qui am bulabat cum A b ra h a m a, quasi esset a lte r Loth, qui
non am b u lab at cum eo, secundum quod accepim us. E t p u ta n t
plerique non solui quaestionem . E rgo u t illis satisfaciam us e t a

p Gen 13, 5.
i Prou 10, 20.
r Ps 67 (68), 14.
» Io 8, 56.

a Gen 13, 5.
24, 5. non habebat argentum T* non ulla auri habebat argentum P, lacunam
suspicatur Schenkl.
ABRAMO, I I , 5 ,2 3 - 6 , 25 159

23. Cosi attra v erso i sem plici fa tti della vita di A bram o
sono spiegate e d im o strate le grandi d o ttrin e. G iustam ente era
ricco colui che arricchisce anche le disquisizioni dei filosofi, che
hanno d eriv ato i loro insegnam enti dalla sua condotta. La S crit­
tura, dunque, aveva m o stra to le ricchezze di Abramo.
24. R esta d a sapere se anche Loth, suo nipote, era ricco
in q u an to ap p arten en te alla m edesim a discendenza; m a la S crit­
tu ra dice solo che abbondava di bestiam e. In fatti cosi si esprim e:
Anche Loth, che accom pagnava Abram o, possedeva pecore, buoi
e tende. Non aveva argento, perché non era an co ra giusto; in fatti
la lingua del giusto è com e l’argento purificato dal fuoco. Non
aveva l’o ro che possedeva colui che vide la discendenza di Cristo,
di cui sta scritto : E la sua d iscen d e n za 16 risplende com e l’oro.
À bram o lo vide, com e h a a tte sta to il Signore che dice: Abram o
vide il m io giorno e gioì. E perciò m eritò di risplendere d ’oro e
di possederne.
6. 25. Non credo affatto di dovere o ra sorvolare su u n a q
stione che h a m esso in im barazzo i più d o tti; p e r qual ragione,
cioè, è stato scritto , anche Loth, che accompagnava Abram o, qua­
si fosse un altro il Loth che, com e sappiam o, non lo accom pa­
gnava '. M olti pensano che il problem a non può essere risolto.
Perciò, assecondando co storo e re sta n d o fedeli al m etodo della
S c rittu ra 2, diciam o che si tra tta di u n solo personaggio che

gio aveva sotto gli occhi Gen 13, 3, nel quale doveva leggere: ubi fuerat taber­
naculum eius prius inter Bethel et inter Aggae (cf. Vetus Latina, Genesis, ad
loc.) Ricordiamo che Bethel significa dom us dei. Quanto poi all'equivalenza fra
domus dei e sermo dei — fondamentale per seguire i ragionamenti sviluppati
nei due paragrafi — essa si spiega considerando che la « casa di Dio » è il
luogo dove si legge e si ascolta la parola di Dio (cf. questo paragrafo in init.).
B. F is c h e r , Vetus Latina, Genesis, p. 552, indica anche una corrispondenza fra
gratiam e Aggae (o Ai). In effetti il confronto fra il testo di Ambrogio e quello
biblico, sopra riferito, induce a supporre l’esistenza di una tale relazione. Ma
se la corrispondenza fra dom us dei e Bethel è evidente, non altrettan to quella
fra Aggae e gratia. Non mi risulta, infatti, che ad Aggae (o Ai) sia mai stato
attribuito il significato di gratia o qualcosa di simile.
K. Schenkl, in luogo di inter, ha congetturato intra, m a bene h a fatto B.
F isch e r {ibid.) a restituire inter in base al testo biblico della Vetus Latina.
16 La traduzione di Ps 67, 14 tiene conto della singolare interpretazio
di Ambrogio.

1 L’osservazione è notevole, sia perché questo è uno dei rari casi in cui
il nostro Autore si occupa di un problem a storico-letterale, sia perché dimo­
stra che anche l’antica esegesi aveva notato l'eterogeneità degli episodi riguar­
danti la figura di Loth e trovava difficile attribuirli ad una sola persona (cf.
J.L. M c K e n z ie . Dizionario biblico, trad. it., Assisi 1973, s. u. Loth).
2 Con regula scripturae intendiamo, in generale, non tanto l’insegnamen­
to, m a i criteri che guidano l’insegnamento del testo sacro, che, una volta
individuati, consentono di interpretarlo; cf. T ert ., Marc. I l i 17, 5 (CCL 1, p.
531): oportet < e t> actum eius (se. Christi) ad scripturarum regulam reco­
gnosci, duplici, nisi fallor, operatione distinctum : praedicationis et uirtutis.
Per Ambrogio si tra tta più precisam ente del metodo attraverso il quale la
Scrittura esprim e con la narrazione dei fatti verità più profonde: l’altior sen­
sus, di cui si parla nel proemio di questo secondo libro. Ambrogio si appresta,
infatti, seguendo questa regula, a svelare il significato allegorico dei contra­
stanti atteggiamenti che compongono la figura di Loth.
160 DE ABRAHAM, I I , 6 , 25-26

regula scrip tu ra e no n recedam us, u n am personam dicim us, duo


negotia, quod in uno eodem que u iro d u ae res significentur. N um e­
ro u n u s est, nom ine duplex. D eclinatio enim d icitu r Loth, sicut
h abet L atina in terp re tatio , declinat au tem quis et bonum et m a­
lum . C um ergo Loth d eclinaret m alum , hoc est erro rem flagitium
crim en, iu n g eb atu r p atru o : cum declinaret bonum , hoc est iustum
innocentem san ctu m religiosum , so ciab atu r flagitio. Bene ergo
dixit: E t Loth, qui am bulabat cum A braham , q uia adhuc non ele­
gerat Sodom am , non h a b ita b a t cum flagitiorum auctoribus; postea
enim h ab itare coepit in Sodom is. Ideoque quasi a se ipso m utatus
uelut a lte r accipitur, non solum a iusto uiro, sed a se ipso
desciscens.

26. D enique q u ia studio iam deflecti coeperat a p atru o , n


capiebat eos te r r a b; nulla enim spatia p o ssu n t satis esse discordi­
bus. Q uietis et pacificis etiam angusta ab u n d an t, dissonis m oribus
etiam sp atiosa a rta n tu r. E t quia a principio dixi m entem hic for­
m ari hom inis, quae a p rincipio < n o n > p erfec ta fu erat, sed p er
increm enta et g radus quo sdam proficit, ideo ait: non capiebat eos
terra, hoc est u n a an im a m otus diuersos non recipiebat n atu ra lite r
sibi repugnantes. P o test tam en fieri u t in terd u m non om nia in uno
eodem que p erfec ta sint, possit tam en aliqui u itia sua o perire uel
m otus suos tem p erare, si a u t p lu ra bona sint, quibus pauciora
u itia op eriat, au t re p en tin am com m otionem consilio m atu rio re
inflectat. V erum si ex u tra q u e p a rte p lu ra co n c u rra n t dissona ac
repugnantia, h ab itatio d iscrep an tiu m u irtu tu m ac passionum in
u n a anim a so lu atu r necesse est. F igurate ergo anim am secundum
physiologos te rra m appellauit. N am et Solom on ait: T am quam
agricultura hom o in p ru d e n sc quae si fecunda sit opim is segetum
fructib u s, abscondere p o test spinas: sin u ero spinae co ncurrant
aristis, secandi nu lla est copia.

» Gen 13, 6.
c Prou 24, 30.

26, 5. non Schenkl im perfecta M Maurini.


ABRAMO, II, 6, 25-26 161

riveste due ruoli: in u n m edesim o uom o sono significate due


c o se 3. N um ericam ente è u n o solo, v irtualm ente sono due. In ­
fatti Loth, secondo l’in terp retazio n e latina, significa declinatio
(deviazione); m a si può deviare dal bene e dal m ale. Dunque,
quando L oth deviava dal m ale, cioè dal peccato, dalla tu rp itu ­
dine, dal crim ine, si univa allo zio: quando deviava dal bene,
cioè d a ciò che è giusto, innocente, santo, sacro, si univa alla
turpitu d in e. G iustam ente perciò è detto: anche Loth, che accom ­
pagnava Abram o, perché ancora non aveva scelto Sodom a, non
abitava in com pagnia di coloro che com m ettono tu rp itu d in i;
in seguito, in fatti, andò ad ab itare a Sodom a. E cosi, quasi di­
venuto diverso da se stesso, si crede che sia u n altro, uno, cioè,
che si sep ara non solo d a ll’uom o giusto, m a anche da se stesso.
26. In fatti, poiché già aveva volutam ente iniziato a devi
dallo zio, la terra non bastava a contenerli; in fatti non c ’è spazio
che p o ssa b a sta re a co lo ro che sono discordi. Ai m an su eti e ai
pacifici sono più che sufficienti anche gli spazi ristre tti. P er
coloro che sono di costum i discordi anche gli spazi am pi si re ­
stringono. E poiché fin daH’inizio ho d e tto 4 che qui si form a la
m ente dell’uom o che non e ra p e rfe tta fin d a principio, m a pro­
gredisce p e r g raduali in crem enti, perciò dice la terra non ba­
stava a contenerli, cioè u n a sola anim a non poteva contenere
inclinazioni diverse, p e r n a tu ra in contraddizione fra loro. C erta­
m ente può accadere che in u n a m edesim a persona non tu tto sia
perfetto, tu tta v ia un o può coprire i suoi vizi o m o d erare i suoi
istinti, nel caso che siano più num erose le buone inclinazioni con
cui co p rire i vizi in m in o r num ero o se sm orza con più m editata
riflessione u n rep en tin o m oto istintivo. Ma se m olte inclinazioni
discordi e opposte fra loro m uovono da en tram b e le p a rti le
une co n tro le altre, allo ra è inevitabile ch e la coabitazione, in
u n a stessa anim a, di v irtù e passioni in co n tra sto fra loro si sciol­
ga. Allora in senso allegorico, com e fanno i fisiologi5, h a chiam ato
te rra l’anim a. In fa tti anche Salom one dice: L ’uom o stolto è
com e un cam po coltivato, che, se produce copiose m essi, può
nascondere le spine, se invece le spine si m escolano alle spighe,
allora no n vi sarà alcuna possibilità di sep arare le u n e dalle altre.

3 Cf. Philo, migr. 148.


4 La gradualità del cammino di perfezione ha rilevante im portanza ai fini
pedagogici; perciò Ambrogio la richiama più volte. Qui si riferisce a II 2, 5
(supra).
5 I phisiologi, secondo l’uso che di questo term ine fanno gli antichi autori
da Aristotele in poi, sono quei filosofi, in particolare i presocratici, che vole­
vano spiegare i fenomeni della n atu ra attraverso l’osservazione empirica e
risalendo alla sostanza m ateriale delle cose. In seguito furono detti fisiologi
anche coloro che vedevano un nesso allegorico fra miti e fenomeni naturali.
Per Filone i fisiologi sono semplicemente gli allegorici; cf. H. Leisegang, Philo
voti Alexandria. Die Werke in deutschen Vbersetzung, IV, herausg. von I.
H einemann , Breslau 1923, p. 6, nota 2.
162 DE ABRAHAM, I I , 6 , 27

27. Qui ig itu r p asto re s sin t e t q u o ru m an im antium e t q


rix a in te r p asto re s A brahae et in te r p asto re s L oth d considerem us.
P asto res su n t m ag istri gregum uel diligentes et sobrii, [uel] non
sinentes ag roru m cu lta o b teri pedis uestigio atq u e ad u ri dentibus,
uel neglegentes e t rem issi, qu i non reuocent pecus suum , quo
herb o sa e t no n fru ctu o sa p asc an tu r, sed libere u agari p e r uarios
agri fru ctu s sin an t. Isto ru m ergo p asto ru m sollers cu sto d ia neces­
saria est, ne fo rte a d s c rib a tu r diligentibus quod euenit neglegen­
tiu m incuria. S ed q u ia n o n serm o d e uisibilibus, ideo cuius pecoris
pastores sin t p riu s considerem us. P asto res hos definire possum us.
Pastores in q u it iu m en to ru m e, iu m en ta au tem sensus corporis inra-
tionabiles significare accepim us. Q ui su n t ergo pasto res sensuum
nisi praecep to res et quasi qu id am recto res et duces eo ru m uel
m onitores alicuius serm onis uel m entis n o strae cogitationes? Qui
si pasto ralis disciplinae gnari ac tenaces sunt, non p e rm ittu n t lon­
gius sensuum gregem uagari e t inutilibus a u t noxiis inhaerere
pabulis, sed p ro u id o d u c tu reuocant et frenos rationis adm ouent
atq u e o b sistu n t ren iten tib u s. M ali au tem praecep to res uel inutiles
disceptationes p e rm ittu n t eos im petu suo fe rri et in p ra e ru p tu m
ac periculum ru e re et c u lta obterere, fru ctu o sa depasci, u t si qui
su n t in eadem anim a u irtu tis huc u sq u e fru ctu s, eos quoque
dissipent. H inc ergo cogitationum n o stra ru m discordia. C um caro
repugn at adu ersu s spiritu m , sp iritu s ad u ersu s c a rn e m f, non m edio­
cris pugna est, q u an d o ipse apostolus, u as electionis dom inicae,
dicit: V ideo legem carnis m eae repugnantem legi m e n tis m eae et
captiuantem m e in lege peccati, quod est in m em b ris m eis g. S edare
h an c pugnam ipse n eq u ierat e t ideo ad C hristum confugit dicens:
In felix ego hom o, quis m e liberabit de corpore m o rtis h u iu s? h
hoc est, n e d electatio n ib u s c a m is adhaeream . Q uis ig itu r est qu i
m e his so lu at uinculis e t lib eru m societ deo sensusque ad sobrie­
tatem m agis anim ae d eto rq u e at qu am a d co rp o ris tem ulentiam ?
S ed q u ia in te r hom ines ta n tu m non p o tu it re cto rem inuenire,

d Gen 13, 7.
« Ibid.
t Gai 5, 17.
* Act 9, 15; Rom 7, 23.
h Rom 7, 24.
27, 3. uel deleuit Gelemus, seclusit Schenkl.
12. significare Schenkl significari codd.
17. ductu Schenkl ductore P.
— uocant P a.c.
21. huc usque Schenkl huiusce P.
29. delectationibus M Schenkl delectationis P.
ABRAMO, I I , 6, 27 163

27. C onsideriam o o ra ch i sono i pastori, di quali esseri


v e n ti6 sono p a sto ri e di che genere sia la lite so rta fra i p asto ri
di À bram o e quelli d i Loth. I p a sto ri sono coloro che si p re n ­
dono c u ra del bestiam e, o diligenti e saggi che non perm ettono
che gli anim ali schiaccino con i piedi le colture dei cam pi e le
danneggino con i denti, oppure negligenti e indolenti che non
richiam ano il loro bestiam e, affinché pascoli su cam pi d ’erba
e non su quelli a fru tto , m a lasciano che vaghi liberam ente fra
i vari fru tti del cam po. D unque la vigilanza di questi p asto ri
deve essere atten ta, affinché non avvenga che si a ttrib u isca ai
diligenti ciò che succede p er la trascu ratezza dei negligenti. Ma
poiché qui non si p arla delle cose visibili, perciò consideriam o
innanzi tu tto di che genere di bestiam e sono pastori. Possiam o
dare u n a definizione di q uesti pastori. Pastori di gium enti, è
detto. I gium enti, com e abbiam o v is to 7, significano i sensi irra ­
zionali del corpo. Chi sono dunque i p asto ri dei sensi, se non i
loro m aestri e, in u n certo senso, i loro reggitori e guide, cioè i
m oderato ri di u n certo m odo di p arla re o i pensieri della n o stra
m e n te 8? Se essi sono esp erti e costanti nell’esercizio pastorale,
non p erm etto n o che il gregge dei sensi e rri lontano e si ferm i
su pascoli inutili o dannosi, m a con u n a saggia guida li richia­
m ano e u sano i freni della ragione e si oppongono ai ribelli.
Invece i cattivi p re cetto ri o le inutili discussioni lasciano che
essi siano tra sp o rta ti dalla p ro p ria im pulsività e co rran o verso
il precipizio e il pericolo e calpestino le coltivazioni, pascolino
su terren i a fru tto , ta n to che, se al p resen te vi sono ancora in
quella m edesim a anim a dei fru tti di virtù, distruggono anche
questi. Di qui sorge la discordia dei n o stri pensieri. Non è una
lo tta di poco conto quella della carne co n tro lo spirito e dello
sp irito co n tro la carne, dal m om ento che lo stesso Apostolo, vaso
d ’elezione del Signore, dice: Sen to che la legge della m ia carne
lotta contro la legge della mia m ente e m i tiene prigioniero della
legge del peccato che è nelle m ie m em bra. Egli stesso non era
in grado di fa r cessare q u esta lo tta e perciò si rifugia in Cristo,
dicendo: Sono un uom o sventurato, chi m i libererà da questo
corpo di m orte?, p e r non essere, cioè, più legato ai piaceri della
carne. Chi d u n q u e m i scioglierà da queste caten e e, u n a volta
libero, m i u n irà a Dio e dirigerà i sensi verso la sobrietà del­
l’anim a p iu tto sto che all’ebbrezza tu m u ltu o sa del corpo? Ma
poiché non h a p o tu to tro vare fra gli uom ini u n a guida cosi ca-

6 La parola animans, essendo polisemantica, esprim e bene il doppio rife­


rim ento che è nella mente di Ambrogio: letteralm ente, al bestiame di Àbramo
e di Loth e, in allegoria, ai sensi dell'uomo.
7 Cf. supra, II 5, 20: in pecoribus corporales sensus intellego.
8 Praeceptores, rectores, duces esprimono il significato allegorico di
pastores, che però è com pletamente svelato solo in uel monitores... uel... Perciò
dobbiamo intendere: i m aestri, i reggitori, le guide dei sensi sono i modera­
tori della parola, cioè i pensieri della nostra mente. Ricompaiono in questo
passo i tre elementi che costituiscono l’uomo sapiente — i sensi, la parola, la
mente — in una gradazione ascendente che pone la mente come sovrana e
m oderatrice dei prim i due (cf. supra, II 5, 20).
164 DE ABRAHAM, I I , 6, 27-28

conuersus ad deum gratia in q u it dei p er Ie su m C hristum dom i­


n u m '. Si fo rtio r suis se no n co m m isit u irib u s, quo co rpus m ortis
euaderet, sed auxilium q u ae siu it a C hristo, qu id nos facere opor­
te t infirm iores? H anc p ugnam grauem esse cognouit A braham et
ideo in p rin cip io cauendam p u tau it; sapienti enim pacis est stu ­
dium , in p ru d en ti am ica iurgia.

28. N on sit in q u it rixa inter m e et in ter te et inter pasto


m eos et inter pastores tuos, quia hom ines fratres nos su m u s '.
P atru u m legim us A braham et L oth eius nepotem : quom odo eum
fra tre m appellat? Sed a d u e rte q u ia ca u sas concordiae sapiens
adhibet. Vnde praem isit: hom ines sum us. O m nes au tem hom ines
unius n atu ra e p a rtu s su n t in tra eius concepti u iscera et u n o foti
atq ue effusi u tero. Vnde nobis iure quodam germ an itatis uelut
fra tre s co n ectim u r ab u n o p a tre conditi et u n a m atre tam quam
u terin i fra tre s editi. E t ideo cu m sim us ratio n ab ilis n atu ra e subo­
les, tam q u am u terin i nos diligere debem us am ore m utuo, non
inpugnare ac persequi. M ulto au tem ueriu s ad u n am anim am re­
fe rtu r, cuius ratio n ab ile cognatos habet, u t su p ra dixim us, sensus
inrationabilis, quod autem rationabile u irtu tu m h ab et copulam .
Vnde fra te rn a qu ad am sibi c o p u lan tu r necessitudine u itia uir-
tutesqu e hom inis, q u ia illa carnalia, istae rationabilis anim ae sunt,
caro au tem atq u e anim a u elu t quadam lege so cian tu r coniugii, ex
quibus hom o co n stat. H om o ig itu r uelut portiones suas foederare
d eb e t atq u e ad pacem cogere. Sed quia nem o erat tan tu s qui car­
nem u inceret, ideo uen it pax nostra, qui fecit utraque u num et
m edium parietem maceriae soluens, inim icitias, in carne sua legem
m andatorum edictis euacuans, u t duos conderet in sem e t ipso,
in uno nouo hom ine faciens pacem , u t reconciliaret utrosque in
uno corpore deo per crucem , interficiens inim icitias in sem et
ipso m. R ecte ig itu r se u t hom inem infelicem dixit apostolus ", qui
tan tu m bellum in tra se p a te re tu r, quod non possit restinguere.
Denique cum de u n a p o rtiu n cu la passionum , hoc est iracundia
diceret, Solom on m elior est in q u it sapiens forti, qui autem ira-

' Rom 7, 25.


> Gen 13, 8.
m Eph 2, 14 s.
n Rom 7, 24.
ABRAMO, I I , 6, 27-28 165

pace, rivolto a Dio dice: La grazia di Dio per m ezzo di Gesù


C risto Signore. Se lui ch e era più fo rte non si è affidato alle sue
forze p e r lib erarsi dal corpo della m orte, m a h a chiesto aiuto
a Cristo, che cosa dovrem o fare noi che siam o più deboli? À bra­
m o h a conosciuto l’asprezza di q u esta lo tta e perciò h a riten u to
di dovere su b ito sta re in guardia; in fatti il sapiente desidera la
pace, lo stolto am a le contese.
28. N o n vi sia — dice —■ lite fra m e e te, e fra i m iei
stori e i tuoi pastori, perché siam o uom ini fratelli. A bbiam o visto
che A bram o è zio e Loth suo nipote: perché lo chiam a fratello?
Ma osserva che il sap iente invoca le ragioni della concordia.
Perciò h a prem esso: siam o uom ini. T u tti gli uom ini sono figli
di u n ’unica n atu ra , concepiti nel suo ventre, n u triti e dati alla
luce d a u n unico u tero. Perciò siam o u n iti tra di noi da u n vin­
colo di p arentela, com e fratelli, generati da un solo p adre e p a r­
to riti da u n a sola m adre, com e fratelli u terin i. E quindi, essendo
prole di u n a n a tu ra razionale, dobbiam o am arci di reciproco
am ore com e fratelli uterini, non com batterci e perseguitarci.
Ma m olto più p ro p ria m e n te si riferisce all’anim a che è una, la
cui p a rte razionale è congiunta, com e abbiam o d etto sopra, ai
sensi d ella p a rte irra z io n a le 9, m a in q u an to p a rte razionale è
u n ita alle virtù. Perciò i vizi e le v irtù dell’uom o sono u n iti da
vincolo di fratern ità. In fa tti i vizi sono carnali, le v irtù sono
deH’anim a razionale, m a la carn e e l’anim a, che costituiscono
l’uom o, sono com e u n iti da u n p atto co n iu g ale10. L’uom o, dun­
que, deve concludere u n a so rta di p a tto fra le p a rti che lo com ­
pongono e costringerle alla pace. Ma poiché nessuno aveva tan to
potere da vincere la carne, perciò venne la nostra pace, colui
che ha fa tto di due una sola cosa e ha abbattuto il m uro divi­
sorio, l'inimicizia, abolendo nella sua carne la legge.dei precetti
con i suoi com andam enti, per form are in se stesso dei due un
solo uom o nuovo e fare la pace, per riconciliare entram bi in un
solo corpo con Dio per m ezzo della croce, distruggendo in se
stesso l’inimicizia. G iustam ente, quindi, l ’Apostolo si è definito
uom o infelice, p erch é so pportava d en tro di sé u n a si grande
g u erra senza p o terla spegnere. In fa tti Salom one, parlando solo
di u n a piccola p a rte delle passioni, cioè dell’irascibilità, dice:
Il sapiente è m igliore del fo rte, e colui che tiene a freno l'irasci-

» Cf. supra, II 1, 2: ergo cognati (se. sensus) partis rationabilis.


i° La costruzione del periodo, dal punto di vista logico, appare alquanto
imbrogliata. Ciò dipende dal fatto che il ragionamento parte da u n ’afferma­
zione che ne dovrebbe essere la conclusione, m a che è posta all’inizio perché è,
a sua volta, deduzione di una precedente riflessione. La libera interpretazione
che S. S tenger, Das Frómmigkeitsbild..., p. 8, offre di questo passo, non mi
sem bra condivisibile: egli interpreta quia con « sebbene » (« obwol ») e autem
con « q u in d i» («dah er» ). E possibile, invece, estrapolando e rovesciando
l’ordine delle idee, riordinare il ragionamento in form a sillogistica come se­
gue: « La carne e l’anima, essendo elementi che compongono la n atu ra del­
l’uomo, sono unite come da un patto coniugale / [ora] i vizi sono carnali, le
virtù sono dell’anima razionale / [dunque] i vizi e le virtù dell’uomo sono
uniti da vincolo di fraternità ». Cosi possiamo capire, nell’ordine inverso
seguito da Ambrogio, la logicità dei nessi) quia e autem.
166 DE ABRAHAM, I I , 6, 28-30

cundiam con tin et m elior est quam qui u rb em capit °. B eatu s igitur
qui hoc b ellum eu aserit et iam non ad uena atq u e peregrinus, sed
ciuis san cto ru m et dom esticus d e i p, quem in te rris po situ m te r­
re n a non q u atian t.
29. H unc affectum seru are cu p ieb at sanctus A braham . Itaq
u t u ir pacificus p rim o ait: N o n sit rixa in ter m e et te q. Deinde ait:
et inter pastores m eos et inter pastores tu o s r. T ertium posuit:
Ecce in q u it tota terra ante t e s, hoc est: si non p o te st conuenire,
cedo om nibus; to tu m cape, si d e loco a u t possessione dissensio
est. Q uod si m o ribus non conuenit, discede a m e. Q uanta ante
praem isit, ne co g eretu r discedere! Sed etiam hoc u ictu tis ac di­
sciplinae est. Dixit enim an te nos u ir ex philosophiae p ro fectu s
disciplina q u a ttu o r haec u iro bono inesse: u t elab o ret p rim u m u t
om nes sibi am icos faciat: secundum esse u t, si non p o test am icos
facere, c e rte nec inim icos: tertiu m u t, si nec istu d subpetit, hac
sen ten tia discedat: si quis au tem cedentem p erseq u atu r, uindicet
se u t p o test. Sed illa tria su p erio ra in A brahae non serm onibus
nudis, sed u eris operib u s agnoscim us.

30. Q u artu m au tem non ita est, quando etiam circa ced
tem seru au it ad fectu m p aren tis, u t eum non solum non perseque­
re tu r, sed etiam ca p tu m e ru e re t ac lib eraret. D enique apostolus
cum tria illa doceat, q u artu m praeceptis suis soluit, quod addi­
d e ra t philosophia. Ait enim , cum pacificum dei populum infor­
m are uellet: S i fieri potest, quod ex uobis est, cu m om nibus hom i­
nibus pacem habentes *, deinde si hoc non p o test, certe nec discor­
dias nec inim icitias. Ideoque addidit: N on uos uindicantes, caris­
sim i'1, in quo et q u a rtu m illud excluditur. V indicare nos nequa­
quam uelim us, sed date in q u it locum ir a e v. H abes et tertiu m , u t

° Prou 16, 32.


p Eph 2, 19.
q Gen 13, 8.
r Ibid.
» Gen 13, 9.
1 Rom 12, 18.
“ Rom 12, 19.
v Ibid.

29, 11. hac Schenkl haec P.


ABRAMO, I I , 6, 28-30 167

bilità è m igliore di chi conquista una città. B eato dunque colui


che scam pa a q u esta guerra, e non più 11 stran iero e pellegrino,
m a co n cittad in o dei santi e m em bro della casa di Dio, che p u r
trovandosi sulla te rra , non è scosso dalle cose terrene.
29. Q uesta è la disposizione d ’anim o che il san to Abram o
desiderava conservare. E cosi', com e uom o pacifico, innanzi tu tto
dice: N o n vi sia lite fra m e e te. Poi dice: e fra i m iei pastori
e i tuoi pastori. In terzo luogo: E cco — dice — tu tto il paese
davanti a te. Cioè: se non è possibile u n accordo, rinuncio a
tu tto ; pren d i tu tto , se il dissenso rig u ard a il luogo o il possesso.
Se invece è sulla co n d o tta che non è possibile u n accordo, se­
p arati d a me. Q uante cose h a prem esso, perché non fosse co­
s tre tto a separarsi! Ma anche questo fa p a rte dell'insegnam ento
della v irtù. H a detto in fatti p rim a di noi u n u o m o 12 progredito
nella d o ttrin a filosofica che l’uom o buono segue queste q u a ttro
regole. Prim o: cerca di farsi tu tti am ici. Secondo: se non può
farsi am ici, alm eno cerca di non farsi nem ici. Terzo: se viene
m eno anche q u esta possibilità, se ne vada con q u esta intenzione.
Se, poi, qualcuno lo perseguita, sebbene se ne vada, si vendichi
com e può. Ma i tre atteggiam enti di cui s’è detto sono risco n tra­
bili no n sem plicem ente nei discorsi di Abram o, m a nelle sue
azioni concrete.
30. Non è cosi invece della q u a rta regola, dal m om ento che
A bram o conservò affetto p atern o anche nei confronti di colui
che se ne andava 13, tan to che non solo non lo perseguitò, anzi,
allorché Loth venne c a ttu rato , lo rin tracciò e lo liberò. In fatti
l’Apostolo, m en tre insegna le p rim e tre regole, esclude con i
suoi insegnam enti la q u arta , che la filosofia aveva aggiunta. In ­
fatti, p er istru ire il pacifico popolo di Dio, dice: Se è possibile,
per quanto sta in voi, siate in pace con tu tti gli uom ini; se poi
ciò non è possibile, evitate alm eno le discordie e le inimicizie.
E perciò aggiunge: senza vendicarvi, o carissim i, escludendo cosi
la q u a rta regola. E vitiam o in qualsiasi m odo di vendicarci, ma
— dice — lasciate posto all’ira. E d ecco la terza regola: vattene

11 Questo luogo è assai interessante perché Ambrogio, adattando al pro­


prio contesto Ef 2, 19, ci attesta abbastanza chiaram ente che egli leggeva
et iam in tale versetto, m entre secondo l'edizione della Vetus Latina di
Beuron (Epistula ad Ephesios, herausg. von H.J. F rede, Freiburg 1962-1964,
ad loc.), dove la testim onianza di Ambrogio non è registrata, non esisterebbe,
nella tradizione diretta e indiretta dell’antica versione latina di Ef 2, 19, alcuna
attestazione di et iam. Questa lezione trova ora sicura conferma in M ar. V ict.,
in Eph. 2, 19, ed. F. Gori, Torino 1981, p. 94, 1 e 3. Il passo di Mario Vitto­
rino è registrato nell’edizione della Vetus Latina, ma, purtroppo, vi si legge
solo iam, perché il Frede poteva consultare il testo dei com mentari di Vit­
torino solo nell'edizione di A. Mai (Roma 1828 = PL 8), in cui è omesso et,
che inspiegabilmente è omesso, senza alcuna segnalazione in apparato, anche
nella più recente edizione curata da A. Locher (Leipzig 1972).
12 II nome di questo filosofo resta sconosciuto: cf. K. S chenkl, CSEL
XXXII/1, p. XXVIIII e G. Madec, Saint Ambroise..., p. 57, nota 186.
13 Le quattro regole di condotta della filosofia pagana non sono perfetta­
m ente applicabili, come si vede, al caso di Àbramo. Infatti nella terza e
quarta regola colui che « si separa » e che « se ne va » è il uir bonus, mentre
nella fattispecie non è Àbramo, come ci si attenderebbe, m a Loth.
168 DE ABRAHAM, I I , 6 , 30-31

discedas m agis et uin d ictam deo com m ittas quam tibi exigas
q uam quam et hoc secundum legem m agis dictum uideri uoluit;
nam secundum euangelium su p ra habes: B enedicite eos qui uos
p e r se q u u n tu r a. H abes haec praecep ta ad T im otheum in secunda
epistula. P ropter quam causam in q u it adm oneo te, ut resuscites
gratiam dei, quae est in te per inpositionem m anum m earum . N on
enim ded it nobis deus sp iritu m tim oris, sed u irtu tis et dilectionis
et so b rie ta tisb. E t iteru m : Tu autem , fili carissim e, fo rtitu d in em
cape in g ra tia c. H abes ergo p rim ae praecep tu m sententiae, u t erga
om nes g ratiam locet, deinde si non p otest praeceptis suis om nes
ad quirere, caueat ne uerb is aliquos exasperet, hoc est -ne inim icos
faciat. Vnde ait infra: Haec com m oneo testificans coram deo, noli
uerbis contendere; in nihil utile est nisi ad subuersionem audien­
tium d. S eruum au tem dom ini non o p o rte t litigare, sed m ansue­
tum esse ad om nes. P ulchre p o st pauca subiecit et causam p raesti­
tit, quam philosophia non uidit. Cum m odestia inquit docentem
qui resistunt, ne quando deus det illis paenitentiam ad cognoscen­
dam u e r ita te m e. T ertiu m quoque illud, u t discedam us ab eis cum
quibus nobis conuenire no n potest, habes additum , cum praecepit
u t lo q u atu r quae decent sanam doctrinam f, deinde pugnas legis
declinet, hoc est p rim u m g ratiam sem inet, deinde nullum litigando
au ertat, tertiu m u t haereticum hom inem p o st unam correptionem
deuitet, quia subuersus est qui eiusm odi est et delinquit, cum
sit a sem et ipso dam natus 8. Q uam argute suo iudicio dam natum
nostrae ultioni su b tra h it quasi indignum in quem uindicetur!
D auid au tem eu id en ter studium uindictae am ouet dicens: Si
reddidi retribuentibus m ihi m a la h.

31. Ergo m ens uiri sapientis eiusdem anim ae uel lapsus


inrationabiles m otus stu d et corrigere sibique adiungere. P otest
enim fieri u t quae in terd u m displicent em en d en tu r cum gratia.
Effusio patrim o n ii si recid atu r, h ab e t liberalitatem sine dispendio.
V erecundia in terd u m rem issior est; si confirm etur, h ab e t et pudo­
ris g ratiam et pro p o siti constantiam . C om m otio si tem p eretu r,
indignationis h o rro rem deponit, adsum it laudem uigoris. Quod si
em endare non p o test, non exasperet intem perantiam . D eprehendit
ard o rem qui libidinis: coniugio coerceat, ne, dum q u a e ritu r conti-

* Ibid.
a Mt 5, 44.
b 2 Tim 1, 6 s.
c 2 Tim 2, 1.
‘i 2 Tim 2, 14.
<= 2 Tim 2, 25.
f Tit 3, 9.
e Tit 3, 10 s.
h Ps 7, 5.

31, 9. qui Schenkl, spatium trium litterarum in P.


ABRAMO, I I , 6, 30-31 169

e rim etti a Dio la v endetta p iu tto sto ch e esigerla p e r te, sebbene


dicendo questo si sia voluto rife rire p iu tto sto alla Legge; in fatti,
secondo il Vangelo, s o p r a 14 si deve intendere: B enedite coloro
che vi perseguitano. N ella seconda epistola a T im oteo si leggono
questi precetti: Perciò — dice — ti ricordo di ravvivare la grazia
di Dio che è in te per l'im posizione delle mani. Dìo in fa tti non
ci ha dato uno spirito di tim ore, m a di fortezza, di am ore e di
sobrietà. E ancora: Tu dunque, figlio carissim o, fortificati nella
grazia. Ecco, dunque, l ’insegnam ento della p rim a m assim a, che
gli suggerisce di stab ilire l'am icizia con tu tti, se poi non gli è
possibile co nq u istare tu tti con i suoi insegnam enti, eviti di esa­
sp erare qualcuno con le parole, cioè di farsi dei nem ici. Perciò
dice più avanti: Q ueste cose ricordo e dichiaro davanti a Dio,
di non lasciarti andare a dispute di parole, a nulla utili se non
alla rovina degli ascoltatori. Il servo del Signore non deve liti­
gare, m a deve essere m ansueto con tu tti. E gregiam ente poco ol­
tre h a aggiunto e m o strato la ragione che la filosofia non h a in­
dividuato. M aestro tollerante — dice — con gli avversari, nel
caso che Dio conceda loro di convertirsi per conoscere la verità.
Trovi anche aggiunta la terza regola — che ci separiam o cioè
da coloro con i quali non possiam o accordarci — quando dice
(a Tim oteo) che deve p arla re in m odo conveniente alla sana dot­
trina, evitare poi le disp ute in to rn o alla Legge, che cioè deve
innanzi tu tto sem inare la grazia, poi non respingere nessuno li­
tigando; terzo, eviti l'eretico dopo averlo am m onito una volta,
perché un tale individuo è perverso e pecca, ed è già condannato
da se stesso. Con q u an to acum e so ttrae alla n o stra ven d etta colui
che è con d an n ato p er suo stesso giudizio, quasi fosse persona
indegna di u n a punizione! E Davide chiaram ente allontana il
desiderio di v en d etta dicendo: se ho ricam biato a coloro che a
loro volta m i hanno fa tto del male.
31. Perciò la m ente dell’uom o sapiente cerca di farsi am
correggendoli, gli e rro ri e i m oti irrazionali della sua anim a.
Può in fatti accadere che ciò che talvolta è sgradevole, sia em en­
dato con la benevolenza. Se si pone fine alla dissipazione del pa­
trim onio, si h a lib eralità senza spreco. La m odestia talo ra è
tro p p o tim ida; se le si fa coraggio, conserva l’a ttra ttiv a del p u ­
dore e la costanza del proposito. L’eccitazione, quando è m ode­
rata, p erde l’asprezza dello sdegno, acquista il pregio del vigore.
E se la m ente n on può correggere tu tto ciò, eviti alm eno l’ecces­
so. Chi scopre in sé il fuoco della libidine lo freni con il m a tri­
m onio, p e r evitare che, m en tre si tende alla continenza, si insinui

14 Si riferisce alla citazione di Rom 12, 18.


170 DE ABRAHAM, I I , 6 , 31-33

nentia, o b rep at inpudicitia. Ideoque bonus m agister dico inquit


non nu p tis et uiduis: bonum est illis, si sic m aneant sicut et ego.
Q uod si se non continent, nubant; m elius est enim nubere quam
uri '. S unt aliquae m ulieres in m atu ro d e stitu ta e m arito ru m obitu
et se continere non queunt: Volo in q u it iuniores nubere, filios
procreare, m atres fam ilias esse, nullam occasionem dare aduersa-
r io 1. Q uod si aliquas deliciae delectant et luxuriari in C hristo
uolunt, u id u itatis affectantes gloriam , g rau itatem autem non custo­
dientes, eas deu itan d as iudicat, u t habes scriptum : A dulescentior es
autem uiduas deuita m.

32. R ecte ig itu r A braham cum bona uenia uoluit nepotem


d im ittere, quem deflectentem a se ten ere non p o terat. Sic et m ens
bona a p raeeip iti et dem erso inrationabilium lapsus secernat se
ac separet. S i tu in q u it in sinistram , ego in dextram uel si tu in
dextram , ego in sinistram ", hoc est quae tibi in dextera sunt
m ihi in sin istra su n t et quae tibi in sin istra m ihi in d extera sunt.
Viro enim in p ru d en ti in dex tera sunt quae su n t corporis. Ea
p ra efe rt, ea co n stitu it in m eliorem partem , diuitias quoque et
honores p raep o n it, at u ero im m o rtalitatis adipiscendae gratiam in
sin istra h abet, quae sapienti ad dexteram est; longitudo enim
u itae in dextera eiu s°. O m nesque anim ae u irtu te s insipiens u ir
in sinistram eicit, p ru d en s autem u ir has sibi ad dexteram locat,
q uae au tem co rporis ad sinistram .

33. E t leuauit in q u it L oth oculos et aspexit om nem regionem


Io rd a n is p. D eflectentibus a uero am ica iactan tia est. Denique u t
A braham hum ilius, qui electionem optulit, ita Loth insolentius,
qui electionem u su rp a u it — u irtu s se hum iliat, extollit autem se
iniquitas — , qui se d ebuit com m ittere m atu rio ri, u t esset tu tio r,
denique eligere nesciuit. N am prim o leuauit oculos et regionem
conspexit, hoc est illam rem , quae non esset p rim a ordine, sed
tertia, hoc est nouissim a. P rim a su n t enim quae sunt anim ae
bona, secunda quae corporis, id est salus u irtu s p u lch ritu d o for­
m ae gratia, te rtia su n t quae accidunt, hoc est diuitiae p o testates
p a tria am ici gloria. Regio ig itu r tertio loco p o n itu r; est enim res
habitationis.

i 1 Cor 7, 8 s.
i 1 Tim 5, 14.
1 Tim 5, 11.
" Gen 13, 9.
° Prou 3, 16.
p Gen 13, 10.
a b ra m o , ir, 6, 31-33 171

l ’im pudicizia. Perciò il b u o n m aestro dice: Parlo ai celibi e alle


vedove: è bene per essi, se rim angono com e sono io. Se non
sanno essere continenti, si sposino; è meglio in fa tti sposarsi che
bruciare. Vi sono delle donne rim aste vedove p er la m orte p re­
m atu ra dei m ariti, che non sono in grado di m antenersi conti­
nenti: Voglio — dice — che le giovani si m aritino, abbiano figli,
siano m adri di fam iglia, che non diano alcuna occasione all'av­
versario. Se alcune sono allettate dai piaceri e vogliono darsi ai
godim enti in Cristo, e, m en tre ostentano l’onore della vedovanza,
non bad an o alla serietà, l’Apostolo giudica che devono essere
evitate. S ta scritto in fatti: Evita, però, le vedove più giovani.
32. G iustam ente d u nque A bram o volle con benevola indul­
genza congedare il nipote, che, perché deviava da lui, non poteva
tratten e re. Cosi anche la m ente v irtu o sa si allontani e si separi
dalla cad u ta delle cose irrazionali, che cadono a precipizio e af­
fondano. Se tu vai a sinistra — dice — , io vado a destra o, se
tu vai a destra, io vado a sinistra. Cioè: le cose che tu hai a
d estra, p er me sono a sin istra e quelle che tu hai a sinistra,
p er m e sono a d estra. P er l'uom o stolto a d estra stanno le cose
del corpo. Q ueste preferisce, queste colloca dalla p a rte m igliore,
antepone anche le ricchezze e gli onori; h a invece a sin istra la
grazia deH’im m o rtalità che egli conseguirà, grazia che p er il sa­
piente sta a destra. In fa tti la lunghezza della sua v ita è alla sua
destra. Lo stolto m ette a sin istra tu tte le v irtù dell’anim a. L'uom o
p ru d en te invece le colloca alla sua d estra, e pone a sin istra le
cose del corpo.
33. E L oth — dice — alzò gli occhi e vide tu tta la regione
del Giordano. La iattan za è am ica di coloro che deviano dalla
verità. In fatti, com e A bram o fu um ile, offrendo la scelta, cosi
Loth fu insolente, ap p ro fittando del d iritto di scelta — la virtù
si um ilia, l’in iq u ità invece m o n ta in superbia — , lui che si sa­
rebbe dovuto affidare ad uno più saggio p e r essere al sicuro;
infatti non seppe scegliere. Innanzi tu tto alzò gli occhi e guardò
la regione, cioè quella cosa che non e ra la p rim a nell'ordine dei
valori, m a la terza, cioè l’ultim a. Al prim o posto in fatti sono i
beni d ell’anim a, al secondo posto sono quelli del corpo, cioè la
salute, il valore, la bellezza, la grazia dell’aspetto; al terzo sono
i beni e s te r io r i15, cioè le ricchezze, i poteri, la p atria, gli am ici,
la gloria. La regione dunque è collocata al terzo posto; è in fatti
il luogo ove si abita.

•s L a s t e s s a r i p a r t i z i o n e d e i b e n i è r i p r e s e n t a t a p iù o l t r e ( I I 10, 68), d o v e ,
a p r o p o s i t o d e i bona quae accidunt, A m b r o g io p r e c is a : quae Graeci èxTÓg
dixerunt (c f. n o t a ad loc.). A n c h e s e è p i ù o v v io p e n s a r e a d u n a d i r e t t a d ip e n ­
d e n z a d a P h i l o , quaest. in Gen. I l i , 16 ( A u c h e r , p . 188), c o m e s u g g e r is c e G.
M adec, Saint Ambroise..., p . 60, n o t a 200, n o n p o s s i a m o o m e t t e r e d i s e g n a la r e
A r i s t ., rhet. I 5, 1360 b 21 ss . ( R o s s ) xò.% t o 0 ( r tty ia to s à p E i à ? (o lo v ù y i e i a v ,
xdtXXo£, ..)... o u t u y à p &v aÙ T apxéff-ca-cóg < t i j > eì't], d ù ità p x o i o ù t w
■cà t ’ èv aÙ Tw x a t f à èxT Ò j A y a 9 A ... 'éaxi 8’ èv aÙ Tw n è v t à n e p ì ^ux'i'iv x a l
l à èv o iltu a n , ’é fyì 6è EÙYÉVEia x a t <pQ.oi x a l x a l tih t]...
P e r q u a n t o r i g u a r d a l ’in c o e r e n z a d e l g iu d iz io s o s t a n z ia l m e n t e p o s itiv o
q u i e s p r e s s o s u i bona corporis r i s p e t t o a d a l t r e e s p r e s s io n i n e t t a m e n t e p e s s i-
172 DE ABRAHAM, I I , 6 , 34-36

34. V idit ergo regionem , quae inrigabatur, priusquam eue


ret deus S odom am et G om orram , sicut paradisus dei et terra
Aegypti, usque d u m uenias in Z o th o p a q. In quo nisi diligenter
intendas, n u m quid in eo e rrasse eum dicere potes, quod elegit
uicina Io rd an is et ea quae in rig ab a n tu r sicu t p aradisus dei? Non
utique secundum litteram , sed cum et Io rd an is descensio dicatur.
D escendit enim qui d ese ru it u irtu tis consortium et speciem elegit,
non ueritatem . P aradisus enim perfectae b eatitu d in is am oenitas
est uel anim ae fru ctu o sae fundam enta, in q u a sapientiae sint,
iustitiae ceteraru m q u e u irtu tu m p lantaria, te rra autem Aegypti
corporalem su b stan tiam significat, cuius p la n ta ria surft sensus et
passiones corporis. Sicut ergo u irec ta u irtu tu m fontem habent
C hristum et sp iritalis u b erta tem gratiae, quo exuberent, ita intem ­
p eran tia fons quidam est passionum corporalium , quo a lan tu r
superflua.

35. Pulchre au tem ait scrip tu ra: elegit sibi L o th r, hoc


declinatio, quia p o su it deus an te nos bonum et m alum , u t u nus­
quisque eligat quod uelit. Non eligam us ergo quod specie u id etu r
iucundius, sed quod u e rita te p ra estat, ne cum sit nobis trib u ta
o ptio u t seq u am u r p o tio ra, leuem us oculos inlecti falso am oenita­
tis decore, u eritatem au tem n atu ra e uelut deflexis o b tu tib u s obum ­
brem us.

36. Quod au tem hom ines in Sodom is saeui eran t et peccato­


res in conspectu do m in i u a ld e s, non m ediocris hic est oeconom ia,
u t ad u ertas m item deum graui peccatorum m oueri acerb itate ad
ulciscendum nec < in > m erito non potuisse exorare A braham So­
dom itanis ueniam , quia su p ra m odum flagitiosi erant. Plerique
su n t quo nequiores eo tectiores, qui hom inum su b terfu g iu n t inda­
ginem , ubi res sine a rb itro g e ru n tu r a u t falso testim onio iustus

q Ibid.
r Gen 13, 11.
* Gen 13, 13.

36, 4. immerito Maurini merito codd.


ABRAMO, I I , 6 , 34-36 173

34. Vide d u nque la regione, la quale, prim a che Dio distrug­


gesse S o dom a e Gomorra, era irrigata fin verso Zotopa, com e
il paradiso d i Dio e la terra d ’E gitto 16. Se non si fa bene atten ­
zione al senso di questo passo, si p o trà forse dire che h a sbagliato
a scegliere le te rre che erano vicine al G iordano e che erano
irrig ate com e il p arad iso di Dio? E videntem ente no, se si inten­
de letteralm en te; si, invece, considerando che a n c h e 17 il Gior­
dano significa discesa. In fa tti discende chi h a abbandonato l’unio­
ne con la v irtù e h a scelto l'apparenza, non la verità. Il p a ra ­
diso in fatti è la delizia della p e rfe tta b eatitudine o il terreno
dell'anim a che dà m olti fru tti, nella quale si trovano le piante
della sapienza, della giustizia e delle altre v i r t ù 18, m en tre la
te rra d 'E g itto significa la sostanza del corpo, le cui piante sono
i sensi e le passioni del corpo 19. Come, dunque, i luoghi verdeg­
gianti delle v irtù h an n o C risto com e fonte e possiedono la ferti­
lità della grazia spirituale, da cui ricevono grande vigore, cosi
l'intem p eran za è com e u n a fonte di passioni corporali, che ali­
m en ta la vegetazione inutile.
35. O ttim am ente dice poi la S crittu ra: L oth scelse, cioè la
deviazione. In fatti Dio h a posto di fro n te a noi il bene e il male,
perché ciascuno scelga ciò ch e vuole. Non scegliamo, dunque,
ciò che all’apparenza sem b ra più piacevole, m a ciò che è real­
m ente m igliore, perché non accada che, avendo avuto la possi­
bilità di scelta p e r seguire ciò che è preferibile, alziam o gli occhi
e siam o allettati d alla falsa bellezza di ciò che è attra en te, m en­
tre lasciam o n ell’o m b ra la verità della n atu ra , com e chi volge
altrove lo sguardo.
36. Il fatto, poi, che si dica che gli uom ini di Sodom a erano
malvagi e m olto peccatori davanti al Signore non è legato a un
provvidenziale disegno di poco conto e lo scopo è quello di fa r
capire che l’a sp ra durezza dei peccatori spinge Dio, che pure
è m ite, a farne vendetta, e la ragione p e r cui A bram o non potè
im plorare clem enza p e r gli uom ini di Sodom a è che essi erano
m alvagi oltre ogni m isura. Sono m olti quelli ch e quanto più
sono m alvagi tan to p iù sono al sicuro, quelli che sfuggono all’in­
vestigazione degli uom ini, quando si fanno le cose senza testi­
m oni o quando con falsa testim onianza si raggira il giusto; m a

mistiche circa il corpo e la carne, cf. S. Stenger, Das Fròmmigkeitsbild..., p. 14.


L'incoerenza è riscontrabile anche solo confrontando questo passo con quanto
è detto a proposito del corpo nel paragrafo precedente e in quello seguente,
dove l’opposizione di anim a e corpo è espressa nell’antitesi paradisus dei /
terra Aegypti. Evidentemente Ambrogio, parlando qui della triplice ripartizio­
ne dei beni, trascrive Filone senza preoccuparsi della coerenza interna del
proprio testo.
i* Zothopa deriva da un errore di lettura di chi ha trascritto in latino il
term ine greco dei S ettanta ZOrOPA. Con ogni probabilità, perciò, l’errore
era presente nel m anoscritto della Genesi usato da Ambrogio (K. Schenk l,
app. ad loc.).
■7 Si allude all’analogo significato di Loth: deviazione.
18 Cf. P h i l o , opif. 153.
is Id., leg. II 59; sacr. 48; migr. 76 s.
174 DE ABRAHAM, I I , 6, 36 - 7, 38

circum u en itur, m anet tam en ante deum iustus, etiam si condem ­


n e tu r ab hom inibus, quia deus non iudiciorum exitus nec cum
intextis nequitiae com m entis negotia, sed nudam sp ectat negotio­
ru m natu ram . In exam ine autem hom inum falsae opinionis e rro r
plerum que obducit ùim u erita tis. M anebat ap u d deum Susanna
pudica ualde, etiam cum d am n aretu r adulterio, q uia deus non
adsertio n ib u s falsorum testium facti exam inabat fidem, sed inti­
m ae conscientiam m entis interrogabat.

7. 37. S eq u itu r locus, quo eu id en te r docem ur q u an tu m m


superfluis portio n is in rationabilis exhaustis proficiat; et quan­
tu m u itia uitiis ad iu n cta m ali adferant. Non enim otiose scrip tu ra
posuit: E t d ixit deus ad Abraham , po stq u a m recessit L oth ab
illo: Respice oculis tuis et uide a loco, in quo nunc tu es, ad
africum et aquilonem et orientem et mare, quia om nem terram
quantu m uides, tibi dabo eam et sem ini tuo in a e te r n u m a. Hinc
tam qu am a fonte h au se ru n t Stoici philosophi dogm atis sui sen­
ten tiam om nia sapien tis esse. O riens enim et occidens et septen­
trio et m eridies p o rtio n es su n t u n iu ersitatis: his enim to tu s orbis
includ itu r. H aec cum p ro m ittit deus d a tu ru m se A brahae, quid
aliud d ec la rat nisi sapienti et fideli p ra esto om nia, deesse nihil?
Vnde et Solom on in P ro uerbiis ait: E ius qui fidelis sit to tu s m u n ­
dus diuitiarum e s t b. Q uanto p rio r Solom on quam Zenon Stoico­
ru m m ag ister atq u e a u c to r sectae ipsius! Q uanto p rio r quam ipse
p a te r philosophiae P lato uel eius in u en to r nom inis Pythagoras!
Quis au tem fidelis nisi sapiens? S tu ltu s enim sicut luna im m u ta ­
tur c, sapiens autem im m obilis fide perm anet.

38. Sed fo rte dicas: Quom odo sapientis to tu s m undus e


Quoniam ipsa n a tu ra d at illi so rtem om nium , etiam si nihil ipse
possideat. Dom ina est enim e t possessor om nium sapientia, quae
sua p u te t n atu ra e m unera, quoniam in u su m hom inum d ata sunt,
nec ullis indiget, etiam si d esin t ei ad uictu m necessaria. N am que
u t m usicus organa a u t m edicus m edicam enta a u t naupegus quae
ad nauis in stru m en tu m necessaria sunt, etiam si quando non habeat.

a Gen 13, 14 s.
b Prou 17, 6a.
c Eccli 27, 11.

37, 2. exaucta P a.c.


ABRAMO, I I , 6,36 - 7,38 175

di fron te a Dio q u esti rim an e giusto anche se è condannato dagli


uom ini, perché Dio non g u ard a l’esito dei processi, né le azioni
giudiziarie istru ite con inique m acchinazioni, m a osserva i p ro ­
cedim enti nella loro n u d a realtà. N elle indagini degli uom ini,
invece, l’e rro re di u n a falsa opinione soffoca m olto spesso la forza
della verità. S usanna conservava di fro n te a Dio tu tta la sua pudici­
zia, sebbene fosse co n d an nata p er adulterio, perché Dio non ac­
certava la verità del fatto in base alle afferm azioni dei falsi te­
stim oni, m a esam inava la coscienza in te rio re della m ente.
7. 37. Segue u n passo che chiaram ente ci insegna qua
l’anim a progredisca, u n a volta elim inate le su p erflu ità della p arte
irrazionale, e qu an to m ale producano i vizi che si assom m ano ai
vizi. N on senza ragione la S c rittu ra si è cosi espressa: E Dio
disse ad Abram o, dopo che L oth si era separato da lui: Alza gli
occhi e dal luogo ove ora tu sei guarda verso Settentrione e M ez­
zogiorno, verso O riente e Occidente, perché io darò a te e alla
tua discendenza p er sem p re tu tta la terra che tu vedi. Di qui,
com e da u n a fonte a ttin se ro i filosofi stoici la m assim a della
loro d o ttrin a, che tu tto ap p artien e al sapiente ’. In fatti l’O riente
e l’Occidente, il S etten trione e il M ezzogiorno sono p a rti del
tu tto , in esse è co m p reso l’universo. Dio, p ro m etten d o d i dare
queste cose ad A bram o, che cosa d ich iara se n o n che l’uom o
sapiente e fedele possiede tu tto , di nulla m anca? In fa tti anche
Salom one dice nei Proverbi: Chi è fedele possiede ogni ricchez­
z a 2. Q uanto fu an terio re Salom one a Zenone, m aestro e fondatore
della scuola stoica! Q uanto an terio re allo stesso Platone, p ad re
della filosofia, e anche a P itagora, che p er prim o h a escogitato
il term in e filosofia3! M a chi è fedele se non il sapiente? In fatti
lo stolto m u ta com e la luna, il sapiente invece rim ane saldo nella
fede.
38. Ma forse dirai: com e è possibile che il sapiente posse
tu tto il m ondo? P erché la stessa n a tu ra gli dà in so rte tu tte le
cose, anche se egli nulla possiede. In fa tti la sapienza è sovrana
e p ad ro n a di tu tto , essa che ritien e com e p ro p ri i doni di n atu ra,
perché sono stati concessi in uso agli uom ini; né sente il bisogno
di alcuna c o s a 4, anche se le m ancano i mezzi necessari al sosten­
tam ento. In fa tti com e il m usico talo ra non h a gli stru m en ti m u­
sicali o il m edico n o n h a le m edicine o il c o stru tto re di navi
non h a le cose necessarie p e r equipaggiare la nave, tu tta v ia co-

1 Stob., flor. II 200 (W achsm uth, p. 100, 7): x a f r ò X o u 5è - t o i j ( l è v < n t o u 8 a t o ;


n à v ta ùnàpxeiv. Diog. L., V II 125: -ctóv aocpwv Sè ità v ta elvau Cic.,
acad. II 44, 136: ...sapientes solos reges solos diuites solos formosos; omnia
quae ubique essent sapientis esse; Sen., b en f. VII, 3, 2; 6, 3; 8, 1.
2 Prov 17, 6a è u n ’aggiunta dei Settanta.
3 Lo Schenkl rinvia a Cic., disp. Tusc. 5, 10, m a si vedano anche le testi-
monienza di Plutarco e Stobeo in H. D ie ls , Doxographi Graeci..., p. 280, 8.
* Nec ullis indiget: cf. II 5, 20; ch e il sap ien te sia lib ero dai b iso g n
co n c etto tip icam en te sto ic o , corollario della d ottrin a sto ica ch e definisce il
sa p ien te re e signore del m ondo: cf. Cic., parad. 6; Hor., sat. I 3, 124 ss.;
S e x t. Emp., adu. math. XI 170; A lex. Aphr., top. 147, 13; C lean th es, ap.\ Stob.,
V 124 (H ense, p . 778).
176 DE ABRAHAM, I I , 7, 3840

hab et tam en eo ipso quo possit his u ti, etiam si ad tem pus usus
eorum non su p p etat: q u an to m agis sapiens suum iudicat quidquid
natu ra e est, qui u iu it secundum naturam ! Non enim a m ittit ius
suum qui m em init se ad im aginem dei factum et ad hom ines
a dom ino deo dictum : Crescite et m ultiplicam ini, et replete terram
et dom inam ini in eam, et im perate piscibus m aris et uolatilibus
caeli et o m n ib u s pecoribus et o m n i terrae et om nibus serpentibus,
qu i repunt su per te r r a m d et n o u it q uia sapientia om nium m ater
est et ipsa o rb em te rra ru m possidet. D enique S o lo m o n e, qui
sapientiam poposcit e t accepit a dom ino deo nostro, ipse inquit
m ihi dedit h o ru m quae su n t scientiam ueram , u t sciam dispositio­
nem orbis terrarum et u irtu te m elem entorum , initium et consum ­
m ation em et m ed ieta tem o m n iu m rerum et diuisiones tem porum
et anni cursus et stellarum dispositiones, naturas anim alium et
iras bestiarum , u im u en to ru m et cogitationes hom inum , differen­
tias herbarum et u irtu tes radicum et quaecum que su n t abscondita
et in p ro u isa !. Sed haec nulli nisi p erfecto suppetunt.

39. D enique A braham quam diu ad h a ere b at ei Loth, hoc est


deflexio m orum , so rtem h o ru m non acceperat. Vbi u ero deflexionis
quodam am biguo atq u e an frac tu absolutus rectas u irtu tu m sem i­
tas continuis anim ae suae gressibus coepit carpere, in om nem
te rra m p o ssessor m ittitu r atq u e d icitu r ei: Surge et peram bula
terram in longitudinem et latitudinem , quia tibi dabo illam et
sem ini tuo in a e te r n u m g. Ergo qui sapientiam m eru e rit et non
fu e rit ancillae filius, n on p eccati seru u s nec successioni carnis
obnoxius, sed liberae, hoc est S arrae illius non seruientis, sed
princip an tis, bonae stirp is, bonae indolis, perfectae titu lo u irtu tis
h ered itatem ad q u ire t u n iu ersitatis. D icitur ergo A brahae: Surge.
N on co rp o ralem ad su rrectio n em significat, sed spiritalem , hoc
est: Surge qui d o r m is h, surge a terren is, surge a corporalibus,
relinque terren a, caelum aspice et exsurge a m o rtu is hoc est
ab opinionibus uan is et d isp u tatio n ib u s C haldaeorum . In tu ere
m undum , in tu ere etiam illum qui p o test to tu m d o n are m undum .
In possessionem , in q u it, tibi d ab o m undum , q uem deum ante
credebas.

40. Peram bula terram in longitudinem eius et latitudinem .


V tique in tra m o m en tu m te rra m istam P ersaru m interclusam im ­
periis, ab In d iae quoque lito rib u s u sq u e ad H erculis u t aiu n t
colum nas uel B rittan n iae extrem a confinia non p o tu it p eram b u ­
lare. E t p o tu it qu asi indeuotus uideri, q u i caelesti oraculo non
<• Gen 1, 28.
e 3 Reg 3, 9 ss.
i Sap 7, 17-21.
« Gen 13, 17.
h E ph 5, 14.
* Ibid.

39, 4. in add. supra P*.


a b ra m o , ir, 7, 38-40 177

sto ro hanno queste cose p e r il fatto stesso che possono usarle,


anche se tem p o ran eam en te non le hanno a disposizione: quanto
più il sapiente ritien e suo tu tto ciò che ap p artien e alla n atu ra,
lui che vive secondo n a t u r a 5! Non perde il p ro p rio d iritto colui
che rico rd a di essere stato fa tto a im m agine di Dio e che il
Signore Dio h a d etto agli uom ini: Crescete e m oltiplicatevi e
riem pite la terra e dom inatela, e com andate ai pesci del mare
e agli uccelli del cielo e a tu tto il bestiam e e a tu tta la terra e
a tu tti i serpenti che strisciano sulla terra, e sa che la sapienza
è m ad re di tu tte le cose e possiede l ’universo. In fa tti Salom one,
che chiese e o tten n e dal Signore Dio nostro la sapienza, dice:
Egli m i ha dato la vera scienza delle cose che esistono, p er co­
noscere l'ordinam ento dell’universo e la forza degli elem enti,
l ’inizio, la fine e il m ezzo di tu tte le cose, la divisione delle sta­
gioni, i cicli dell’anno e la posizione delle stelle, la natura degli
anim ali e la ferocia delle bestie, la forza dei ven ti e i pensieri
degli uom ini, la varietà delle erbe e le proprietà delle radici e
ogni cosa nascosta e im prevista. Ma nessuno, se non il perfetto,
possiede queste cose.
39. In fa tti A bram o, finché aveva con sé Loth, cioè il travia­
m ento dei costum i, non aveva avuto p a rte di queste conoscenze.
Q uando però, lib erato si dalla am biguità e dalla to rtu o sità del tra ­
viam ento, la sua anim a com inciò a p erco rre re senza ferm arsi i
d iritti sentieri delle v irtù , allora com e possessore viene m andato
in tu tto il m ondo e gli si dice: Sorgi e percorri la terra in lunghez­
za e larghezza, perché io la darò a te e alla tua discendenza per
sem pre. Perciò ch i h a m eritato la sapienza e non è figlio della
schiava — cioè non è schiavo del peccato né soggetto alla succes­
sione della carne — m a della libera, cioè di q u e lla 6 S ara che
non è serva m a sovrana, nobile p e r le sue origini e le sue qualità
natu rali, grazie alla p e rfe tta v irtù ac q u isterà l’ered ità universale.
Perciò si dice ad Abram o: Sorgi. Non si riferisce al sorgere del
corpo m a dello spirito, cioè: Sorgi, tu che dorm i, sorgi dalle real­
tà terren e, sorgi d alla re altà del corpo, lascia le cose terrene,
g u ard a il cielo e risorgi dai m orti, cioè dalle vane credenze e dalle
disquisizioni d ei Caldei. O sserva il m ondo, osserva anche Colui che
p u ò don are il m ondo in tero. Ti d a rò in possesso — dice — il m on­
do, che tu p rim a credevi fosse Dio.
40. Percorri la terra nella sua lunghezza e larghezza. C erta­
m ente sul m om ento non p otè p erco rre re q u esta te rra , d elim itata
dai dom ini dei P ersiani, che si esten d e dalle coste dell’in d ia fino
a quelle che sono chiam ate le colonne d ’Èrcole e fino agli estrem i
confini della B ritan n ia. S arebbe anche p o tu to sem b rare uom o
senza devozione, che no n aveva o b bedito all'oracolo celeste, se

5 Ancora u n ’im pronta stoica; cf. P h ilo , migr. 128: -coùxo Sé è f f t ì t ò 7capà
T o ìg p ie n a 9 i X o o ,o<pV|o,a t f f v fcS ó jjiE v o v t é X o j , t ó à x o X o u ftu ; T f j ( p i i a e i £ i j v .
#
Diog. L. V II 87: Si6n:ep itpwTog ò Z tivojv év t ù Ils p t &v3ip(!tfiou (ptaecog TéXoj
elite t ò òiioXoYouiJLévM;, 8nep è i t t I x a x ’ à p e ffjv £ijv.
6 Illius: è un rinvio a II 5, 19 (supra): Saram, hoc est principalem.
178 DE ABRAHAM, I I , 7, 4041

oboedisset, si obeundae huius te rra e m an d atu m accepisset, sed


cum sit eius deuotio p ro b a ta , quia a d quercum tantum m odo Mam-
brae tra n s tu le ra t tab ern aculum u tiq u e terram , hoc e s t u irtu tem
possum us perfectam intellegere, quae bonos fru ctu s d aret e t fe­
cundas inuentiones cogitationum que p rim itias, m erito ru m uinde-
m iam , frum ento, u ino e t oleo re p le ret in terio rem dom um , terram
resurrectio n is, q uam p ro m isit p atrib u s n o stris fluentem lac et
m e lm, su au itatem uitae, iu cu n d itatis gratiam , splendorem gloriae,
cuius prim u s heres factus est prim ogenitus a m o rtu is" dei filius
dom inus Iesus. E t ideo non « sem inibus » dixit, sed « sem ini » °,
u t illum d eclararet qui hanc h ered itatem hum ano generi prim us
adquireret.

41. Cognouim us bonae m entis profectum , quae in u itio lu


cae deflexionis exurgens q uaesiuit statim praem iu m sapientiae,
h ered itatem iustitiae. Q u antum autem noceant leu itati u itia ad-
iuncta docet seq u en tiu m series lectionum . N am illi q u a ttu o r reges,
qui de q uinque regibus triu m p h au eru n t et ab d u x eru n t equitatum
to tu m Sodom orum , cep erunt etiam Loth filium fra tris A brahae et
d isc e s s e ru n tp. Q uinque reges quinque sensus corporis n o stri sunt,
uisus o d o ratu s g u statu s tactu s auditus: q u a ttu o r reges inlecebrae
corporales atq u e m u ndanae sunt, quoniam et caro hom inis et
m undus e q u a ttu o r c o n sta t elem entis. M erito reges dicuntur, quia
hab et suum cu lp a dom inatum , h ab et regnum grande. Vnde apo­
stolus ait: N on regnet peccatum in uestro m ortali corpore q. Sen­
sus ig itu r n o stri facile co rporalibus delectationibus et saeculari­
bus cedunt et qu ad am eo rum p o te sta te capiuntur. C orporales enim
delectationes et inlecebras saeculi huius non u in cit nisi m ens,
quae fu erit spiritalis, ad h aerens deo et se to tam a terren is sepa­
rans: deflexio om nis his ca p itu r. Vnde Iohannes ait: Vae habitan­
tib u s in terra! r. N on u tiq u e om nes hom ines conprehendit, qui tunc
cu rsu m u itae hu iu s co n fecerint — su n t enim e t in te rris positi
quorum co n u ersatio in caelis est —, sed eos quos terren ae conuer-
sationis s affectus ac hu iu s saeculi u icerit gratia. E rgo non h ab ita­
tores, sed accolae sum us te rra e huius. Accola enim tem poralis
d iu erso rii spem gerit, h a b ita to r au tem spem om nem a tq u e usum
illic suae locare u id e tu r substantiae, ubi h ab itan d u m p u tau erit.
Itaq u e qui e s t te rra e accola h a b ita to r caeli est, qui au tem h ab ita­
to r te rra e po ssesso r est m ortis.

i Gen 18, 1.
m Ex 3, 17.
" Col 1, 18 (Apoc 1, 5).
« Gai 3, 16.
p Gen 14, 8-12.
<i Rom 6, 12.
r Apoc 8, 13.
* Phil 3, 20.

41, 19. confecerint Schenkl conficerent codd.


ABRAMO, I I , 7, 4041 179

avesse ricevuto l'o rd in e di p e rc o rre re q u esta terra; m a poiché la


sua p ietà è p ro v ata e poiché aveva trasferito la sua ten d a solo
fino alla q u ercia di M am bre, certam en te possiam o intendere la
te rra , cioè la v irtù p erfetta, capace d i d a re i fru tti buoni, p ro ­
d u zio n i7 ab b o n d an ti e le prim izie dei pensieri, il raccolto dei
m eriti, di riem p ire d i fru m ento, di vino e di olio la casa interiore;
intendiam o la te rra della risurrezione, che Dio h a p ro m esso ai
n o stri p ad ri, dove sco rro n o la tte e m iele: la dolcezza della vita,
la grazia d ella felicità, lo splendore della gloria, di cu i divenne
p rim o ered e il p rim ogenito dai m orti, il Signore Gesù, Figlio di
Dio. E perciò non h a d etto « alle discendenze », m a « alla discen­
denza », p e r in d icare Colui che p e r prim o avrebbe m eritato al
genere um an o q u esta eredità.
41. A bbiam o conosciuto il progresso della b u o n a m ente,
quale, trovandosi nel vizio del pericoloso traviam ento, si è alzata
p er cercare su b ito il p rem io della sapienza, l’ered ità della giustizia.
Q uanto poi siano dannosi i vizi che si aggiungono alla leggerezza
è spiegato dalla successione dei passi che seguono. In fa tti quei
q u a ttro re che sconfissero i cinque re e fecero prigioniera tu tta la
cavalleria di Sodom a, p resero anche Loth, figlio del fratello di
Abram o e se ne andarono. I cinque re sono i cinque sensi del
n o stro corpo: la vista, l’odorato, il gusto, il tatto , l ’udito. I
q u a ttro re sono le seduzioni del co rp o e del m ondo, poiché
sia la carne dell'uom o che il m ondo sono com posti d a q u a t­
tro e le m e n ti8. G iustam ente sono d e tti re, perché il peccato h a
la sua sovranità, h a il suo grande re g n o 9. Perciò l’Apostolo
dice: N on regni il peccato nel vostro corpo m ortale. D unque
i n o stri sensi facilm ente si piegano ai piaceri del co rp o e del
m ondo e sono com e assoggettati al loro dom inio. In fa tti i pia­
ceri del corpo e le a ttra ttiv e di questo m ondo sono vinti solo da
un a m ente spirituale, u n ita a Dio e totalm ente sep a rata dalle cose
terrene: ogni trav iam en to è assoggettato a queste attrattiv e. Dice
infatti Giovanni: Guai agli abitanti sulla terra! C ertam ente non
si è riferito a tu tti gli uom ini che allora avevano com piuto il
corso di q u esta v ita — vi sono in fatti anche quelli che, p u r tro ­
vandosi sulla terra, hanno la loro cittad in an za nei cieli —, m a a
quelli che eran o stati vinti daH’attaccam ento della cittadinanza
te rre n a e d a ll’a ttra ttiv a di questo m ondo. Perciò non siam o abi­
ta to ri di q u e sta terra, m a pellegrini. Il pellegrino in fatti sp era in
u n alloggio tem poraneo, il residente invece sem bra rip o rre ogni
speranza e u su fru ire dei suoi beni là dove ha creduto di dover
abitare. Perciò chi è pellegrino in te rra è ab itato re del cielo; chi
invece è ab itato re della te rra è possessore della m orte.
7 Inuentiones: cf. infra, II 10, 77.
8 II richiamo alla fìsica antica media il passaggio al significato allegorico.
9 Come la m ente e la sapienza (cf. supra, II 5, 19-20), anche il peccato ha
un regno su cui esercita il dominio (più oltre, in II 9, 62, si parla anche del
dominio del diavolo). Tuttavia, nel descrivere la lotta che si accende nel­
l’uomo fra le due tendenze, Ambrogio non m ette mai in dubbio la sovrana
potenza di Dio, che determ ina la vittoria dello spirito sulle passioni (vedi
più oltre in questo paragrafo, e infra, II 9, 62).
180 DE ABRAHAM, I I , 7, 42-43

42. N u m era u it A braham trecentos decem et octo uernacu-


los suos *** usque Choba, quae est ad dextram D amasci ‘. E t nu­
m erus uitalis est. In ipso en im uita, si cred am u s in passione in
nom ine dom ini Iesu. N am haec e st nom inis in te rp re ta tio huius
quod dixim us Choba, id est u ita. Ip sa e t ad d ex teram Damasci
esse p u lch re d icitu r; agni enim ad dexteram , haedi au tem a d si­
n is tr a m 11. Scit ex ercitata m ens quos ad p ro eliu m consum m andum
ad h ib eat sibi, quibus arm is in stru a t, quibus d u c a t uexillis. Non
aq u ilaru m p ra e fe rt im agines nec dracones, sed in cru ce C hristi et
Iesu nom ine p ro g re d itu r ad proelium , hoc signo fortis, hoc uexillo
fidelis. M erito ergo m ens exercitata, quae recepit u eram sapien­
tiam iusti uiri. Iu stitia au tem sollers co rrep tio n is est et arguen­
do reuocat peccatores, strin g it passionum im petus.

43. Ideo dicit sc rip tu ra q u ia reuocauit o m n em equitatum


S o d o m o r u m v, hoc e st h abenas tenuit, fren a ratio n is inposuit,
reuocau it culpam , sta tu it erro rem . E quus enim sta re nescit, uelox
ad im petum , ceruicem exaltans suam , hinniens ad libidinem .
Quid tam sim ile peccati? F ern et enim p rim o cu lp a im p etu et
om nem recti cogitationem p ra eu en it m o tuque in m atu ro exilit,
u t eam difficile ra tio reu o care possit. F e rtu r in praeceps et ascen­
sorem suum p ro icit in m a r e z istu d huius saeculi ceruice tum ida
recusans iugum correptionis. E st specialis quaedam fo rm a libidi­
nis, quae uocem m u tet hom inis, u erb a am antis c o rru m p a t suisque
se p ro d a t serm onibus. D enique ad lu d a m dicit p e r H ierem iam
dom inus deus: N u n c u id eb itu r ignom inia tua et adulterium et
hinnitu s et alienatio fornicationis tuae supra c o lle s a. H unc iustus

1 Gen 14, 14 s.
“ Mt 25, 33.
'■ Gen 14, 16.
* Ex 15, 1.21.
a Ier 13, 26 s.

42, 8. adhibeat Schenkl adhiberet P.


43, 11. prodat Gelenius probat codd.
ABRAMO, I I , 7, 42-43 181

42. A bram o contò trecentodiciotto suoi servi nati in casa ***


fino a Choba che è situata a destra di Damasco. Anche il num ero è
vitale. In fa tti in q u el n u m ero c ’è la vita, se crediam o nella passio­
ne in nom e del Signore Gesù. In fa tti q u esta è l’interpretazione del
nom e suddetto, Choba, cioè « v ita ». G iustam ente è anche detto
che Choba è situ ata a d e stra di Damasco. Gli agnelli infatti stan ­
no a d estra, i ca p ri invece a sinistra. La m ente esercitata sa quali
soldati scegliere p e r p o rta re a term in e la battaglia, d i quali arm i
fornirli, con quali insegne guidarli. N on p o rta innanzi figure di
aquile né draghi, m a va in b attag lia con la croce di C risto e nel
nom e d i Gesù, fo rte di q u esto segno, fedele p er questo v e ssillo ,0..
A buon d iritto si può definire ese rcitata la m ente che h a accolto
la vera sapienza deU’uom o giusto. E la giustizia è sollecita nel
correggere e, m en tre rim provera, richiam a i peccatori, argina gli
assalti delle passioni.
43. Perciò la S c rittu ra dice: R iportò indietro tu tta la caval­
leria di Sodom a. Cioè afferrò le briglie, im pose i freni della ragio­
ne n, richiam ò la colpa, giudicò l’erro re. In fa tti il cavallo non può
stare ferm o, è veloce nello slancio, alza con su p erb ia la sua
testa, n itrisce al richiam o della libidine n. Che cosa è cosi sim ile
al peccato? La colpa 13 in fa tti si accende al p rim o im pulso delle
passioni, previene ogni pensiero di chi è re tto e balza fuori con
m ovim ento im provviso, cosicché difficilm ente la ra g io n e 14 può
richiam arla. Con la te sta su p erb am en te eretta, rifiutando il giogo
della correzione, si lancia a capofitto e getta colui che la cavalca
nel m are di questo m ondo. Vi è u n a p artico lare form a di libidine
che trasfo rm a la voce d ell’uom o, degrada le parole dell’am ante e
si m anifesta attrav erso i suoi discorsi. In fatti il Signore Dio dice
a G iuda p e r bocca di G erem ia: Ora si vedrà la tua vergogna, il
tuo adulterio e il tuo n itrito e la tua prostituzione sui luoghi eie-

10 K. S ch en k l (app. ad loc.) osserva: « respicere uidetur celebratum illud:


in hoc signo uinces ». Con più sicurezza si può affermare che in questo
paragrafo i richiami alla passione e alla croce sono da ricollegare al simboli­
smo del num ero 318, spiegato a proposito dello stesso v. di Gen, in I 3, 15
(supra).
11 Frena rationis: il com pito della ragione è quello di controllare le pas­
sioni e i sensi; cf. supra, 6, 27 (frenos rationis).
12 Hinnio è più volte usato nel latino cristiano per dare cruda rappresen­
tazione della passione carnale; cf. Vulg., Ier. 5, 8: unusquisque ad uxorem
proximi sui hinniebat; ibid., 13, 27 (citato più oltre in questo par.); H ier., adu.
lou. 50.
>3 Culpa: S. Stenger, Das Frómmigkeitsbild..., pp. 13 s., osserva giustamen­
te che per ben com prendere il passo bisognerebbe sostituire libido a culpa.
La metonimia ha come effetto quello di accomunare la culpa agli elementi
della sfera del corpo (la carne, i sensi, i piaceri, le passioni, ecc.) che formano
lo schieram ento opposto alla mens. In II 6, 27 (supra) riflessioni molto simili
a quelle svolte in questo paragrafo (vi si ritrovano letteralm ente i term ini:
reuocare, frena rationis, impetus) sono applicate ai sensi.
14 Ratio: non equivale esattam ente a mens. Entram bi i term ini indica
la parte superiore dell’anima, m a ratio la esprim e nella sua purezza e liber­
tà dai condizionamenti del corpo, mens invece quasi sempre esprim e la razio­
nalità convivente con il corpo e i sensi (cf. supra, II 1, 2).
182 DE ABRAHAM, I I , 7,43 - 8,46

reduxit equ itatu m , m ores quoque d eclin an tis co n u ertit e t ad


se uocauit, u t im itato res sui fierent q u i deflexerant, q u ia sensus
no stri ad disciplinam m entis re cu rru n t.

44. S u b stan tiam quoque r e c e p itb. Non p atrim o n iu m utiq


significat, sed u italem anim ae su b stan tiam , in q u a sit pretio su s
census, non stipula, non faenum , in q u a sit fidelis alloquii splendor,
in q u a n o strae census su b sista t spei. H aec est enim u e ra n o stra
su b stan tia, q u ae e s t sap ientiae d iu es copiis, haec in m ortalis
substan tia; co rp o ris au tem uel accidentium diu rn u s m agis quam
d iu tu rn u s usus. V nde qu idam recte non p u ta n t p atrim o n ii dici
substan tiam ; non enim sub sistim us in eo, cu m et illis q uibus desit
pecunia u itae tam en non d esit substantia.

.
8 45. De M elchisedech in tra c ta tu m orali plene dixim us,
quo et m ysterium nequaquam p ra e te ritu m ac p ra eterm issu m est,
hoc loco au tem satis e st illud solum adm onere, quod m ens plena
p ru d en tiae iu stitiaeq u e d eu o tio r sit erga dei cu ltu m et decim as
iuxta te rra e gignentia in fru ctib u s iuxta altio rem p ru d e n tia m in
eo soluat, u t p erfectionem om nem sensuum atq u e operum suorum
deo deferat, nihil sibi adroget, quae se regere non p otest, < n isi>
diuino fauore fu lta sit. D enique ubi se uicisse p u tat, te m p ta tu r
atq u e incessitur. Hoc exprim it et docet lectio, quia sem per aduer-
sum passiones co rporis m ens n o stra tam q u am in excubiis debet
p raeten d ere. Quid enim est quod ait: R ex in q u it S odom orum
exiuit Abrahae obuiam et dixit: Da m ih i hom ines, equos autem
sum e t i b i a, nisi quod p o st has luxuriae u icto rias u is qu aed am libi­
dinis p o test ratio n ab ili m enti subrepere, u t infu n d at ei inratio­
nabiles passiones?

46. Sed perfectae m entis est nihil de terren is, nihil de c


poralib u s inlecebris adsum ere, ab stin ere a terrenis. Ideo A braham
dicit: N ihil su m a m ab o m nibus tu i s b. Q uasi contagium declinat
intem p eran tiae, quasi labem refugit corporalium sensum , delec­
tationes m undanas reicit q uaerens q u ae su p ra m undum sunt. Hoc
est extendere m anus ad d o m in u m 0; m anus o p eraria u irtu s ani­
m ae est. H anc non ad terren ae arb o ris pom um , sed ad dom inum

» Gen 14, 16.

* Gen 14, 17.21.


b Gen 14, 23.
c Gen 14, 22.

43, 16. recurrunt, substantiam ... aliter interpunxit Schenkl.


44, 1. recepit ed. Rom. recipit codd.
6. accedentium P (fort.).
45, 7. nisi Schenkl.
14. subrepere Stenger 21 subripere codd.
46, 4. sensuum P p.c.
5. m undanas Schenkl mundans P.
ABRAMO, II, 7 ,4 3 - 8 ,4 6 183

v a t iI5. Il giusto h a rico n d o tto questo genere di cavalleria, h a


convertito e rich iam ato a sé anche la c o n d o tta d i chi aveva deviato,
affinché i trav iati diventassero suoi im itatori, in qu an to i n o stri
sensi to rn an o a seguire la disciplina d ella m ente.
44. R ecuperò anche i beni. C ertam ente non si vuole indic
il patrim onio, m a i beni vitali dell’anim a, nella quale vi sia la
ricchezza che h a valore, no n la paglia, non il fieno, vi sia lo splen­
dore delle parole veritiere, la ricchezza della n o stra speranza.
Questi in fatti sono i n o stri veri beni, cioè la sapienza che abbonda
di ricchezze; questi sono i beni che non periscono. L’u tilità del
corpo e dei beni e s te r n il6, invece, è di breve, non di lunga d u ra­
ta. Perciò alcuni g iustam ente ritengono che non si può p arlare
di sostanza del p atrim onio; in fatti noi non sussistiam o in esso, p er­
ché nem m eno a coloro che sono privi di ricchezza m anca la so­
stanza.
8. 45. Di M elchisedech abbiam o p arla to in m odo profon
nel tra tta to m orale ', nel quale non è stato tra sc u ra to o tra la ­
sciato il m istero relativo a tale personaggio; qui è sufficiente ri­
co rd are solo questo: che la m ente piena di prudenza e di giu­
stizia è p iù devota nel culto di Dio e paga le decim e dei p ro d o tti
della te rra con i fru tti di u n a superiore p ru d e n z a 2, nel senso che
attrib u isce a Dio tu tta la perfezione dei sensi e delle sue opere,
nulla rivendica a sé, perché non può reggersi se non è sostenuta
dalla grazia divina. In fatti, proprio quando pensa di aver vinto, è
te n ta ta e attaccata. Q uesto esprim e e insegna la S crittu ra: la
n o stra m ente, quasi fosse di sentinella, deve sem pre fare la guar­
dia co n tro le passioni del corpo. In fa tti che cosa significa quello
che è detto: Il re di Sodom a usci incontro ad Abram o e gli disse:
Lasciam i gli uom ini, prendi invece i cavalli, se non che dopo tali
vittorie sulla lu ssu ria può in sin u arsi nella m ente razionale com e
una forza della libidine che vi diffonde le passioni irrazionali?
46. Ma è p ro p rio della m ente p e rfe tta non accettare nu
delle cose terren e, nulla che ap p arten g a alle seduzioni corporali,
asten ersi dalle cose terren e. Perciò Abram o dice: N ulla prenderò
da tu tto ciò che è tuo. E vita l’intem peranza com e u n contagio,
rifugge d a i sensi del corpo com e da u n a sozzura, respinge i pia­
ceri m ondani, cercando le cose celesti. Ecco che cosa significa
alzare le m ani al Signore; la m ano che fa il b e n e 3 è la v irtù del­
l’anim a. Alza la m ano non verso il fru tto dell’albero te rre stre , m a
al Signore, che ha fa tto — è detto — il cielo e la terra, cioè la

>5 Ambrogio, come osserva K. S c h e n k l (app. ad loc.), ha erroneamente


diviso il testo biblico: supra colles non fa parte della frase precedente, m a di
quella che, nel testo biblico, segue.
16 Accidens non esprim e il concetto filosofico di ffunPepTixój ( = « accid
te »), m a quello simile di èxTÓg: cf. infra, II 10, 68 e nota 4.

1 Cf. supra, I 3, 16 e nota 4.


2 Per il significato di altior cf. supra, I 1, 1, nota 4.
3 Per il significato di operaria cf. A. B la is e - H. C hirat, Dictionnaire Latin-
Frangais des auteurs chrétiens, Strasbourg 1954, s.uu. operaria e -rius.
184 DE ABRAHAM, I I , 8 , 46-47

extendit, qui fecit in q u it caelum et terram d, hoc est intellegibilem


et uisibilem su b stan tiam ; intellegibilis enim u sia caelum est, uisi-
bilis uel sensibilis su b stan tia te rra est. E rgo significat quod uirtu-
tem anim ae suae ad su p erio ra extendat, u t ex illa intellegibili
su b stan tia th eoreticae u itae in d u at altitudinem , spectans non illa
quae u id en tu r, sed quae non u id en tu r, hoc est non terren a, non
corporalia, non p raesentia, sed incorporalia a e te rn a caelestia, de
ista au tem uisibili su b stan tia operato riae atque ciuilis disciplinae
capessat gratiam .

47. S ubtexuit his oraculum dom ini dicentis: -Noli time


Abraham; ego protegam te. M erces tua erit ualde*. Q uaero, cur
p o st belli euentum ? S pondendae m ercedis locus nunc erat. M inus
enim m irabile faceret, si secutus prom issum dei esset hostem
adorsus. V ictoriae securus p ro cesserat ad triu m p h u m m agis inui-
tatu s quam p ro m p tu s ad gloriam uel ad ulciscendum p ietatis do­
lorem p aratu s. P ropositum piae m entis m ercedem non expetit, sed
p ro m ercede h ab et boni facti conscientiam et iusti operis effectum.
Angustae m entes in u ite n tu r prom issis, e rig a n tu r sp eratis m erce­
dibus: bo n a m ens, quae sine responsi caelestis syngrapha certam en
arrip u it, gem inae laudis fru ctu m a d q u irit sibi, u t et confidentis-
sim ae fo rtitu d in is et plenissim ae deuotionis g ratiam locet. Quod
de san cto A braham aestim ari conuenit, quia et d iu in u m fauorem
non despicere iustis duxit doloribus et hostem p ercu lit despectu
periculi, quod gloriose sibi p ro ultione p ietatis subeundum pu tau it.
Dei quoque in eo p ra e d ic a tu r iustitia, qui rem unerationem piis
m entibus non ex n ecessitate prom issi, sed ex aeq u itatis suae con­
tem platione larg itu r iudicans quod hi qui m ilitan t sine aliqua
m ercedis hum anae re m u n eratio n e re p o situ m h ab e an t praem ium
in eius b o n itate, cui deuouendas suas anim as aestim auerint, sim ul
quia adoreis bellicis ex u su ipsius u icto riae au t hom inum gratia
p aratu m est p raem ium , p ietatis au tem et parsim oniae, p u ritatis
ceteraru m q u e uelu t p riu a ta ru m u irtu tu m a deo soluitur. Quae
m anifesta su n t hom inibus ipsi rem u n e ran tu r, non om nia autem

d Ibid.
■= Gen 15, 1.

47, 2. m ulta erit ed. Rom. Schenkl.


14. despicere Schenkl despici se P.
18. post iudicans add. dignum fore P2 Schenkl.
ABRAMO, I I , 8, 46-47 185

sostanza intellegibile e quella visibile; in fa tti il cielo è sostanza


intellegibile, la te rra è sostanza visibile e sensibile. Perciò la S crit­
tu ra vuol indicare che À bram o eleva la v irtù della sua anim a alle
cose celesti, affinché da quella sostanza intellegibile raggiunga la
sublim ità della v ita contem plativa, rivolgendo la sua attenzione
non alle cose che si vedono, m a a quelle che non si vedono, cioè
non alle cose terren e, non a quelle corporali, non a quelle presen­
ti, m a a quelle im m ateriali eterne celesti, e da q u esta sostanza
visibile tende al pregio di u n a co n d o tta operosa e civile.
47. L’oracolo del Signore soggiunge queste parole: N on
m ere, Abram o, io ti proteggerò. La tua ricom pensa sarà assai
g ra n d e4. Perché, dom ando, q u esta dichiarazione è fa tta dopo il
successo della guerra? Q uesto e ra il m om ento di p ro m ettere la
ricom pensa. Abram o, in fatti, avrebbe fa tto cosa m eno degna di
am m irazione se avesse assalito il nem ico seguendo la prom essa
di Dio. Sicuro della v itto ria sarebbe a n d a to 5 incontro al trionfo,
chiam ato più che p ro n to alla gloria e p re p ara to a vendicare l’affet­
to f e rito 6. La m ente pia non reclam a u n a ricom pensa p e r ciò
che si propone di fare, m a considera com e ricom pensa la coscien­
za della buona azione e la riu scita dell’o p era giusta. Le m enti m e­
schine siano sollecitate da prom esse, siano incoraggiate dalla
speranza d i ricom pensa. La m ente buona, che h a ingaggiato la
b attaglia senza la garanzia di u n responso celeste, coglie il fru t­
to d i u n a duplice gloria, in qu an to m ette a p a rtito il m erito di u n
intrepid o coraggio e di assoluta devozione. Q uesto bisogna apprez­
zare nel san to Abram o, perché non pensò di disprezzare il favore
divino a m otivo del giusto dolore e b a tté il nem ico con disprezzo
del pericolo, riten en d o che affrontarlo p e r vendicare l’offesa fa tta
al suo affetto fosse m otivo di gloria. In q u esta vicenda è anche
esaltata la giustizia di Dio, che alle m enti pie dà la ricom pensa
non perché obbligato dalla prom essa, m a in considerazione della
sua equità, p erch é ritien e che coloro che com battono senza alcuna
ricom pensa u m an a debbano avere il prem io rip o sto nella bo n tà
di Colui al quale hanno voluto consacrare le loro vite: e, nello
stesso tem po, che ai m eriti acq u istati in g u erra è riservato un
p rem io derivante dai vantaggi o tten u ti con la v itto ria o dal favore
degli uom ini, invece il prem io p e r la pietà e la sobrietà, p er la
p u rità e le altre v irtù in certo qual m odo private è dato da D io 7.
Le azioni che sono pubblicam ente note agli uom ini, essi stessi le

4 Gli editori che hanno aggiunto multa si sono basati su I 3, 18 (supra),


dove ritroviam o la citazione di Gen 15, 1. Ma B. F isch er, Vetus Latina,
Genesis, ad loc. si m ostra incerto sulla necessità di questa integrazione.
Paleograficamente, infatti, non si vede la ragione dell’aplografìa né l'assenza
di multa nuoce al senso, essendo non infrequente nel latino cristiano l'uso
deH’avverbio (ualde) in luogo dell’aggettivo.
5 Faceret... processerat: anom alia nell’uso dei tempi e dei modi verbali; ci
saremmo attesi fecisset... processisset.
6 Si riferisce alla cattura di Loth; per liberare suo nipote Àbramo inseguì
e sconfisse i quattro re autori della razzia.
7 Priuata uirtus è da intendere in opposizione sia alla virtù militare, cui
si allude poco sopra, che al seguente manifesta.
186 DE ABRAHAM, I I , 8, 47-49

m anifesta, sed alia m anifesta, alia in certa et m axim e occulta cor­


dis. Vnde et ille ait: Incerta et occulta cordis m anifestasti m ih if,
quorum sp ec ta to r et sc ru ta to r deus e s t g. Non ergo m agnam mer-
cedem p ro m isisset A brahae, nisi p u ram anim am ab om ni delic­
torum contagione iudicauisset.

48. S anctae tam en et propheticae m enti m aior cu ra p o steri­


tatis p erp etu ae est; p a rtu s enim sapientiae et fidei h ereditatem
desiderat. Ideo ait: Q uid m ih i dabis? Ego autem d im itto r sine
filiis h. Ecclesiae subolem desiderabat, eam successionem petebat
quae non esset seruilis, sed libera, non secundum carnem sed
secundum g ratiam . Ideoque huiusm odi responsum diuinum resul-
tau it, quo edoctus audiuit: R espice in caelum et num era stellas,
si potes num erare. E t dixit: Sic erit sem en tuum . E t credidit Abra­
ham deo et rep u ta tu m est ei ad iustitiam Q uid credidit? Hoc est
non solum m ultitu d in em populorum in C hristum credentium , sed
etiam caelestis gratiae splendorem et resurrectionem uitae inm or-
talis suboli ecclesiae deferendam . Quid e st autem quod ait: E duxit
autem eum fo r a s m? T am quam foras ed u c itu r propheta, u t exeat
foris corporis et angustias carnis operientis ac sp iritu s sancti
infusionem et u elu t qu an dam descensionem uideat. O portet nos
quoque exire ex his diuorsorii n o stri angustiis, m undare anim ae
n o strae locum ab om ni in quinam ento, p roicere sordes m aliuolen-
tiae, si uolum us sp iritu m recip ere sapientiae, quia in maliuolam
anim am non in tra b it sa p ie n tia ". C redidit autem A braham non
auri, non argenti inlectus testim onio, sed quia corde credidit
< rep u ta tu m est ei> ad iu s titia m 0. In quo p ro b a tu m est eius
m eritum , in eo p erso lu tu m est praem ium .

49. Denique statim fidei eius testim onium dom inus dedit
dicens: Ego su m deus tuus, qui eduxi te de regione Chaldaeorum,
u t darem tibi terram hanc, ut heres esses eius p. E t quia deposue­
ra t stu d iu m C haldaeorum , q u ae rit A braham : Q uom odo inquit
intellegam quia heres eius e ro ? q. Hoc est: iam diuinationes m ago­
ru m repudiaui; doce m e quom odo sciam m e fu tu ru m te rra e eius
heredem . Q ui q u ae rit quom odo sciat non d u b ita t m anifestante
deo cognoscere se posse, sed form am u u lt adquirendae cognitionis

r Ps 50 (51), 8.
* Ps 7, 10.
h Gen 15, 2.
' Gai 4, 22 ss.
i Gen 15, 5 s.
m Gen 15, 5.
n Sap 1, 4.
° Rom 10, 10.
p Gen 15, 7.
<i Gen 15, 8.
48, 21. reputatum est illi (ei pro illi ego, ut supra) add. Lewy 59.
ABRAMO, I I , 8, 47-49 187

ricom pensano; m a non tu tte le cose sono pubblicam ente note:


alcune son note, altre non sono ben conosciute, del tu tto segrete
sono quelle del cuore. Perciò anche il salm ista dice: M i hai m ani­
festato le cose incerte e segrete del cuore, che Dio osserva e scru­
ta. Perciò non avrebbe prom esso u n a grande ricom pensa ad Abra­
mo, se non lo avesse giudicato anim a p u ra da ogni contagio pec­
cam inoso.
48. Ma la m ente san ta e profetica si cu ra di più della poste­
rità eterna; d esidera in fatti la prole della sapienza e l ’ered ità
della fede. Perciò dice: Che cosa m i darai, m entre io m e ne vado
senza figli? D esiderava la discendenza della Chiesa, chiedeva u n a
progenie non servile m a libera, non secondo la carne, m a secondo
la grazia. Perciò risuonò questo responso divino, nell'udire il quale
fu istru ito : Guarda nel cielo e conta le stelle, se sei capace di
contarle. E disse: Cosi sarà la tua discendenza. E A bram o credette
a Dio e gli fu a ttrib u ito a giustizia. Che cosa credette? Che si deve
attrib u ire alla discendenza della Chiesa non soltanto la m oltitudine
dei popoli che credono in C risto, m a anche lo splendore della
grazia celeste e la risu rrezione alla vita im m ortale. Che cosa signi­
fica, poi, l ’espressione: e lo condusse fu o ri? Il p ro feta è com e con­
d o tto fuori, in m odo che esca fuori dal corpo e veda le angustie
della carne che ci riv e s te 8 e veda l’infusione, com e u n a so rta di
discesa, dello S p irito Santo. D obbiam o anche noi u scire dalle an­
gustie di qu esto n o stro abitacolo, dobbiam o purificare d a ogni
im pudicizia il luogo dove dim ora la n o stra anim a, g e tta r fuori la
sozzura della m alvagità, se vogliam o accogliere lo spirito della
sapienza, perché la sapienza non entrerà in un'anim a malvagia.
A bram o ha cred u to non perché allettato da u n a p ro m e s sa 9 di
o ro e di argento, m a, p erché h a creduto di cuore, gli è stato
a ttribu ito a giustizia. M entre è stato riconosciuto il suo m erito,
gli è stato attrib u ito il prem io.
49. In fa tti il Signore subito h a d ato testim onianza alla sua
fede dicendo: Io sono il tuo Dio, che ti ho condotto fuori dalla
regione dei Caldei p er darti questa terra, affinché tu l’avessi in
eredità. E Abram o, avendo m esso da p a rte lo zèlo p e r la scienza
dei Caldei, dom anda: Come potrò capire che l'avrò in eredità?
Cioè: o rm ai ho rip u d iato le divinazioni dei m aghi; m ostram i
com e posso conoscere che l’avrò in eredità. Chi dom anda com e
possa conoscere non d u b ita — essendo Dio che rivela — di p o ter
conoscere, m a vuol ren d ersi conto del genere di conoscenza che
deve acquisire. In fa tti anche nel Vangelo M aria, avendo udito

8 Carnis operientis è genitivo soggettivo. Sono la carne e il corpo che


angustiano la mente: cf. supra, II 4, 13-14.
9 Non mi sem bra possibile in questo contesto tradurre letteralm ente testi­
monio; ma la m ia traduzione (« promessa ») è facilmente riconducibile al con­
cetto biblico di testim onium , perché il term ine, nell’ipotesi assurda (l’espres­
sione è negativa) prospettata da Ambrogio, esprim e una promessa, che, in
quanto fatta da Dio, sarebbe certezza e, dunque, « testimonianza ».
188 DE ABRAHAM, I I , 8, 49-50

aduertere. N am et in euangelio M aria cum audisset ab angelo


quod uirgo p a ritu ra esset filium, respondit: Q uom odo fiet istud,
quoniam u irum non cognoui? r. E t iu re respondit, hoc est: cum id
quod n a tu ra est non su p p etat, quia non solet p arere quae u iro non
fu e rat copulata, qu aero quom odo p ra e te r in s titu ta n atu ra e pos­
sim uirgo generare.
50. D ixit autem illi dom inus deus: S u m e m ihi uitu lu m
m u m et capram trim am et arietem trim u m et tu rtu re m et colum ­
bam s. P rae te rirem h uiusm odi in terp re tatio n e m sacrificii, nisi qui­
busdam scru p u lu m hinc nasci ad u erterem eo quod aruspicinae
quaedam scribi u id e a tu r sollem nitas, quod p o st inm olationem diui-
sa su n t an im an tia et c o n tra faciem alte ru tru m posita et consedit
illis A braham ‘. Sed si uim interrogationis praem issae et futurae
responsionis considerem us, ad u e rtere poterim us spei n o strae et
fidei conuenire huius sacrificii disciplinam . V itulus enim arato riu m
anim al est ded itu m te rre n o labori. C ap ra ad aq u a ru m sim ilitudi­
nem p e r aenigm ata figuratur, eo quod <KJj graece T t a p à t ò à ia v eiv
nom en acceperit ab eo quod est im p etu ferri. Sic en im c u rrit
sicut et aqua: possum us uel de fluuiorum sono, c u rsu uel m aris
uiolentis aestim are fluctibus. Aeri au tem c o n p a ra tu r aries, quia
om nibus an im an tib u s utilius hoc anim al generi esse hum ano rep-

r Lc 1, 34.
s Gen 15, 9.
<■Gen 15, 10 s.
ABRAMO, I I , 8, 49-50 189

dall'angelo che da vergine avrebbe p a rto rito un figlio, rispose:


Come avverrà questo, poiché non ho conosciuto uomo? E giusta­
m ente rispose, cioè: poiché qu esto non è possibile secondo n atu ra,
dato che solitam ente colei che non si sia u n ita a u n uom o non
può p arto rire, dom ando com e p o trò al di fuori delle leggi n atu ­
rali p a rto rire rim anendo vergine.
50. Allora gli disse il Signore Dio: P rendim i un vitello
tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora
e una colomba. T ralascerei l’interpretazione di questo sacrificio,
se non avvertissi che alcuni trovano in qu esto passo m otivo di
turbam en to , in q u an to p are che vi si descriva qualcosa di sim ile
ai riti d ell’arte aru sp icin a 10, poiché gli anim ali, dopo l'im m olazio­
ne, furono divisi e p o sti l'uno di fro n te all’a l t r o 11 e A bram o si
sedette accanto a d essi. Ma, se consideriam o il valore della do­
m anda che precede e della risp o sta che segue, po trem o com pren­
dere che il ritu ale di q uesto sacrificio si addice alla n o stra speran­
za e alla n o stra fede. In fa tti il vitello è un anim ale a r a to r io 12
dedito al lavoro della terra. La cap ra rap p resen ta, secondo l'in­
terpretazione allegorica, qualcosa di sim ile all’acqua, poiché il
sostantivo greco deriva da à ia cmv I3, che significa « lasciarsi
tra sp o rta re dall'im peto ». In fatti la c a p ra co rre com e l'acqua:
possiam o p ensare sia al ru m o ro so corso dei fiumi che alla vio­
lenza dei flutti del m are. L 'ariete invece è assim ilato all'aria, p er­
ché si co stata che è il più u tile al genere um ano fra tu tti gli ani-

■o Cf. Philo, quaest. in Gen. I l i 3 (A ucher, pp. 169 s.): non tamen ignoro,
quod huiusm odi omnia ansam praebent hom inibus inaniter criminantibus ut
sacris libris detrahant. Nunc itaque nihil aliud dicunt nisi immolationem
delineari ac indicari per diuisionem animalium inquisitionemque uiscerum...
Ambrogio nel sottolineare che alcuni trovano motivo di scandalo nell’epi­
sodio di Gen 15, 7-11, perché vi vedono descritto un rito d’aruspicina, vuole
non solo riproporre l'analoga questione affrontata da Filone, m a anche dare
una risposta ad un problem a attuale nel suo tempo. L’aruspicina era ancora
diffusa alla fine del IV secolo e c’era chi voleva difenderla appellandosi al rito
compiuto da Abramo: si veda quanto osserva e documenta H. S avon , Saint
Ambroise..., I, pp. 141-143.
11 Non mi sem bra possibile intendere diversamente, sebbene il testo di
Gen 9, 10 (anche nella versione Vetus Latina) dica che la m età di ogni ani­
male fu posta di fronte alla m età corrispondente.
12 Cf. P hilo , quaest. in Gen. I l i 3 (A ucher, pp. 170 s.): atqui praelaudd-
torum anim antium naturae fam iliaritatem gerunt cum uniuersi partibus.
Terrae bos, ut arator et agricola. E t aquae capra (Graece et Armenice, « aex »,
uel « ajz »J animal agens et im petum faciens (ab&yoì, àdcffio-.J, quoniam impe­
tuosa est aqua; et testes sunt flum inum cursus, et latitudinis maris exten­
siones, et ipsum mare fluxu laborans. Aeri autem aries, ut ualde uiolentus et
uiuax; unde et animal anim antibus uniuersis utilior hominibus aries, qui et
indum entum eis praestat. Propter itaque has rationes, ut puto, foeminas
illas primas sum ere monet, capram et uaccam, quoniam ambo ista elementa,
terra et aqua, materialia sunt, ac fere foeminae; tertium uero masculum, arie­
tem, quia aer siue uentus quasi masculus est redditus.
13 Ilap à t6 ...: espressione abbastanza usuale per indicare la derivazione di
una parola; in H.G. L id d e l-R . S cott, A Greek-English Lexicon, Oxford 1968’,
s.u. nctpà sono registrati diversi esempi. Ambrogio, tuttavia, più spesso usa
àltò t o 0 . . . come nel paragrafo seguente a proposito dì SduaXiv. L’etimologia
è tra tta da Filone; cf. paragrafo precedente e anche P h ilo , quis rer. diu. her.
126: «Xà(ÌE [ioi» x al ttjv #fcou<rav afo&Tiaiv..., « a lfa » .
190 DE ABRAHAM, II, 8, 50-51

p eritu r, q uandoquidem et u estis u su m nobis exhibet, siciit aer


huius sp iritu s u italem nobis m in is tra t su bstantiam . Vnde et hunc
ordinem factu m p u to , u t p riu s diceret: S u m e m ih i u itu lu m et
capram et te rtio loco diceret arietem , eo q u o d p rim a illa, hoc est
u itu la et c a p ra te rris e t m ari m aterialib u s c o m p aren tu r elem entis
et q u ia fem inea d ican tu r, a t u ero aries m asculum quoddam ani­
m al sit, uehem ens n a tu ra et uiolentum co m ib u s. S im iliter autem
aeris huius sp iritu s u italis est, u t m asculus a u c to r et cau sa gignen­
tium m ouens te rra ru m g enitalia et u elu t q uadam se m iscens co­
pula. Aliud ergo a d terram , aliu d a d m are, aliu d a d uitalem aerem
m ystice fig u ratu r h o ru m triu m an im an tiu m genus.

51. H aec trad itio n atu ra lis est. S ed etiam m oralis concu
et sup p etit. In om nibus enim hom inibus caro, sensus e t uerbum
est. C aro n o stra u itu la est: lab o ra t u t serat, lab o ra t u t colligat,
lab o ra t u t p ariat; in num eris fa tig a tu r laboribus. V nde e t graeci
SdjxaXiv d ix eru n t u itu lam à m toO ScqjicwóMivou aÙTiqv eo quod
d o m etu r iniuriis. M asculorum boum labores a r a tro et iugo fungitur,
fem ineos p a rtu re p ra e se n ta t ac m ulto ubere. C aro q u o q u e n o stra
u itae istiu s su b iu g atu r necessitatibus, c re b ris q u a titu r doloribus
e t m u lta ru m aeru m n aru m quodam c u ru a ta p a rtu senescit. Iam
illud quis ignorat, quod u eh em en tio r sit u irtu s anim ae, cui uelut
ABRAMO, I I , 8, 50-51 191

mali, d a l m om ento che ci è u tile anche p e r vestirci, com e l’aria


ci p ro c u ra la sostanza vitale che respiriam o 14. Perciò penso che
(nell’elencare gli anim ali) abbia seguito questo ordine — cioè, dap­
prim a è detto: P rendim i u n vitello e una capra e in terzo luogo è
nom inato l’arie te — perché i prim i due, cioè la v ite lla 15 e la
capra, sono assim ilati alla te rra e al m are, che sono elem enti
m ateriali, e perché sono espressi al fem m inile, m entre l ’arie te è
un anim ale m aschio, im petuoso p er n a tu ra e violento con le
corna. S im ilm ente il soffio dell’a ria che resp iriam o è fonte di
vita, com e u n m aschio che, stim olando le capacità generative della
te rra e quasi accoppiandosi con essa, produce la vegetazione.
D unque q u esti tre anim ali, nel loro g e n e re 16, ra p p resen tan o m i­
sticam ente il p rim o la te rra , il secondo il m are, il terzo l’a ria fonte
di vita.
51. Q uesta è l’interpretazione n a tu r a le 17, m a ad essa
accorda e si aggiunge quella m o ra le 18. Ogni uom o infatti è costi­
tuito dalla carn e, dai sensi e dalla parola. La n o stra carne è ra p ­
p re sen tata dalla vitella: essa fatica p e r sem inare, fatica p e r rac­
cogliere, fatica p e r p arto rire; è so tto p o sta a innum erevoli fati­
che. Perciò i Greci han n o chiam ato la vitella Sàp,aXtv da SajiaffS-f]-
v a i aÙTTiv (= essere dom ata), perché essa è d o m ata con m a ltra t­
tam enti. Con l’a r a tro e il giogo com pie i lavori dei buoi m aschi, con
il p a rto e il la tte ab b o n d an te delle sue m am m elle com pie quelli
fem m inili. Anche la n o s tra c a rn e è so tto p o sta alle necessità di
q u esta vita, è scossa da freq u en ti sofferenze e invecchia, o p p ressa
com e dal p a rto di n u m erosi affanni. O rbene, ch i ignora che è
più fo rte la potenza dell’anim a, a cui d u ra n te q u esta vita la

14 II significato resta sostanzialm ente invariato se facciamo dipendere


huius spiritus da aer invece che da uitalem substantiam.
15 II passaggio da uitulus a uitula è premessa necessaria per giustificare
quanto segue. Anche Filone doveva avere nel testo biblico S&ixaXiv, come
i Settanta, dato che anche per lui erano femminili i term ini che indicavano i
primi due animali: cf. quaest. in Gen. I l i 3, cit. sopra, in nota 12.
16 Nei cinque animali di Gen 15, 9, anche se non è detto esplicitamente,
Ambrogio distingue, come il suo modello, due generi: gli animali terrestri e i
volatili (cf. infra, §§ 55 e 56).
17 H. S avon , Saint Ambroise..., I, pp. 144 s., osserva che questo è uno dei
rari casi in cui Ambrogio si sofferma sull’interpretazione « naturale »; ordina­
riam ente questo stadio dell’esegesi allegorica è omesso per far posto alla
doctrina moralis e mystica. Ben più am pia e articolata è l’interpretazione fisica
dei cinque animali in P h il o , quaest. in Gen. III 3 (A u c h er , pp. 171 s.). Ambro­
gio, om ettendo l’interpretazione fisica della colomba e della tortora, manife­
sta non solo la sua disaffezione per questo prim o livello di interpretazione,
ma anche una divergenza dall'interpretazione filoniana, come appare evidente
nell'interpretazione morale che segue (cf. nota seguente).
18 Cf. P h il o , quaest. in Gen. I l i 3 (A u c h e r , pp. 173 s.): naturalis itaque
apprime ratio huiusmodi erit. Moralis autem proprie sic se habet. Vnicuique
nostri insunt haec, caro, sensus, ratio. Cum itaque corporalis substantia fami­
liaritatem praefert uitula; quoniam subigitur et obtemperat caro nostra, atque
iungit se ministerio uitae; natura quoque foemina est secundum materiam,
pati ac affici potius sapiens, quam agere. Sensuum uero communitati cohae­
ret similitudo caprae, uel quia singula sensibilia feruntur ad proprium sensum,
uel quod ex imaginatione rerum per sensum acceptarum fit impetus motusque
animae.
192 DE ABRAHAM, I I , 8 , 51-52

n u p ta ad h a ere t in istiu s u itae c u rsu corporalis su b stan tia? Sensus


au tem n o stri c a p ra ru m m odo u e lu t saltu quodam exiliunt et
p a sc u n tu r p ra eru p tio rib u s, im p etu s ui com m otiones ipsi excitan­
tes anim ae e t co n cu tien tes eam . Ad om nem occasionem praesto
su n t uel o ccu rsu fem ineae p u lch ritu d in is uel odore suauitatis
alicuius, a u d itu p a rite r e t ta c tu m o u e n tu r uelociter, q uibus etiam
anim ae inflectunt co n stan tiam et u elu t a n a tu ra sui alienant eam.
V nde e t p leriq u e <x<popp/r)v d ictam p u ta n t, q u ia im petus dici­
tu r, eo q u o d ex quodam im p e tu sensuum inflexionis a tq u e alie­
nationis n o strae causa n ascatu r. Fem inei au tem sexus speciem
h ab et u t etiam sensus n o stri; nam et alcfrriiTEig graece dicuntur
fem ineo uocabulo. E ffetarum m odo an im an tu m cito uacuantur,
ub i p a rtu s suae generationis delectationisque effuderint, et iterum
excitatis cu p id itatib u s nouos re fe ru n t im petus.

52. In ariete u ero u erb i ac serm onis n o stri h a b e tu r sim


tudo, quod sit uehem ens, sicut et serm o n o ster efficax operationis
e t q u aed am o rn a tu s n o stri et tegm inis causa sit. Aries p e r usum
u estium o rd in e q uodam gregem ducens, sicut ordo q u id am uitae
ususqu e n o stri uerb o explicatur. A rb itro r au tem quod illud uer-
ABRAMO, I I , 8, 51-52 193

sostanza co rporale è congiunta com e u n a sposa? I n o stri sensi


invece, alla m an iera delle capre, lasciano d ’u n balzo, p e r cosi dire,
le p ra te rie e pascolano sui dirupi, provocando eccitazioni nella
stessa anim a e scuotendola con forza im petuosa. Colgono p ro n ta­
m ente ogni occasione, sono im provvisam ente eccitati dalla vista
di u n a bellezza fem m inile e d all’aro m a d i u n p ro fu m o soave, com e
pu re d all’u d ito e dal tatto , p e r m ezzo dei quali essi piegano p er­
sino la costanza dell'an im a e la distolgono dalla sua n atu ra . P er­
ciò m olti pensano che si dica à<popp/ir)v p erch é òpp/r]19 significa
im peto, in q u an to d all'im peto dei sensi deriva la causa del n o stro
cedim ento e della alienazione. La capra, poi, è di sesso fem m i­
nile, com e anche i n o stri s e n s i20; in fatti in greco i sensi sono
detti aìo"ihf)<7 Eig, con p aro la fem m inile. Alla m an iera degli anim ali
sfiniti dal p arto , p erdono le forze, appena hanno em esso il pro­
dotto della loro generazione e del loro piacere, e, u n a volta riac­
cese le passioni, rip ren d o n o nuovo im pulso.
52. L 'ariete invece ra p p re se n ta la n o stra p aro la e il n o s
discorso, perché è im petuoso, com e anche il n o stro discorso agi­
sce efficacemente e in u n certo senso ci ad o rn a e ci riveste. L’arie­
te, ch e guida il gregge in u n certo o rd in e 21 p er soddisfare il biso­
gno d i vesti, tro v a la sua spiegazione nella parola, com e u n
certo o rd in e della v ita e dei n o stri bisogni (trova spiegazione
nella p a r o la )22. Ma penso che dobbiam o p iu tto sto intendere quel-

19 ’Aepop^v... è p u t ì : Ambrogio prosegue sulla traccia di P h i l o , quaest. in


Gen. I l i 3. Purtroppo la versione arm ena non è chiara in questo punto. Cosi
traduce Aucher (p. 174): hoc autem imprimis sequitur inflexio, uel alienatio,
nonnullis dicta occasio, id est impetus omnis generis. R. M a rc u s , Philo, Suppi.
I: Questions and answers on Genesis, London-Cambridge (Mass.) 1953 (coli.
Loeb), p. 183, nota h, commenta: « It is not ciear w hether Philo here contrasts
òpuf) w ith à c p o p iJ iT ) , as thè Stoics sometimes did, or considers à<popprf) as a
special kind of éppnfi ». Nel passo di Ambrogio fra i due concetti non c’è
contrasto, anzi il prim o (AcpopiiY) = alienazione dell’anima dalla ragione) è
conseguenza del secondo ( èp(J.V| = impeto dei sensi) e di tale connessione
logica se ne suppone la spiegazione etimologica, &<popilT) = ànó-èp[J.T|. Per
dt(po(J.f) si veda l’index di SVF, s.u.
20 Cf. par. 2, 11 (CSEL XXXII/1, p. 271, 11 s.): in figura mulieris sensum
animi mentisque constituens.
21 L’ariete che guida il gregge, oppure la costellazione dell’ariete che
guida gli astri, è topos letterario diffuso nell’antichità; si vedano i riferi­
menti in H. S avon, Saint Ambroise..., II, p. 67, nota 41.
22 P h il o , quaest. in Gen. I l i 3 (A u c h er , p. 174): uerbo (aut rationi) uero
cognatus aries est; primum quia mas est; secundo quia operarius est; et ter­
tio, quia mundi et firmamenti est causa: puta, aries per uestimentum, ratio (uel
uerbum) autem in ordine uitae. Già S . S tenger , Das Frómmigkeitsbild..., p. 47,
nota 1, a proposito dell’ultim a parte di questo testo (quia mundi...) aveva
espresso dei dubbi sulla traduzione arm ena. Una spiegazione, che ritengo
convincente, è data da E. L u c c h e s i , L’usage de Philon..., p. 102, sulla base del
confronto con il corrispondente passo am brosiano: « uehemens se rapporte
naturellem ent à mas (àvSpeìog?), efficax operationis à operarius (èvepfàs) et
omatus, malgré les apparences, à mundi (xóffiiog). Car le m ot peut avoir
en soi cette doublé acception. Mais, décidément, on ne voit pas comment
tegminis pourrait ètre le correspondent de firmamenti, choses aussi hétéro-
gènes. L’énigme pourtant se clarifie aussitót que l’on essaie de faire une rétro-
version. Il semble en effet à peu près sùr que l'arm enien a lu crTEpéio[xa
ce qui’Ambroise lisait cxpuina ». Il testo dim ostra chiaram ente — prosegue il
Lucchesi — che la corruttela si è verificata nel ram o della tradizione da cui
194 DE ABRAHAM, I I , 8, 52

b u m m agis intellegere debeam us, quod est u erb u m dei, cu m quo


aries iste h ab e re u id e a tu r non m ediocrem cognationem , quod
u erb u m nos u ero tegm ine sui u estiu it uelleris et in dom o in tro ­
ducit aetern ae salu tis qui se p ro nobis im m olandum obtulit, qui
tam qu a m ouis ad uictim am du ctu s est et sicut aries coram ton-
d ente sine uoce sic non aperuit os su u m u. E x q u o ord in em quen-
dam su b stan tiae h ab em u s et sacrae redem ptionis, q u o d p e r ipsum
co n d iti ac red em p ti sum us. D uplex ig itu r ca u sa p e r uerb u m , n atu ­
ralis e t m oralis: n a tu ra lis q u ia condidit, m oralis q u ia redem it.
Philosophia quoque gem inam speciem sui co n stitu it in uerbo, natu-
ABRAMO, ir, 8, 52 195

la p aro la che è il V erbo di Dio, con il quale questo ariete è con­


giunto in m odo no n tra s c u ra b ile 23, p erch é questo V erbo ci h a rive­
stiti con il vero m an to del suo vello e ci in tro d u ce nella casa della
salvezza etern a, L u i24 che si è offerto p e r essere sacrificato p e r
noi. Lui che com e una pecora è stato condotto al sacrificio e com e
u n ariete senza voce davanti al tosatore non ha aperto la sua
bocca. In ciò vediam o u n ’o rd in a ta disposizione della sostanza e
della san ta redenzione, p erché p er mezzo di Lui siam o stati crea­
ti e redenti. D unque attra v erso il V erbo si esplica u n a duplice
azione, n atu rale e m o ra le 25: n atu ra le perché h a creato, m orale p er­
ché h a redento. Anche la filosofia h a posto nel V erbo il fondam en­
to del p ro p rio duplice asp etto, n atu ra le e m orale — in fatti l’aspet-

dipende la traduzione armena: l’erronea lezione aiEpéioixa ha condizionato la


scelta del significato di x6op.o£ (mundus); Ambrogio perciò ci attesta la forma
autentica del testo di Filone (ibid., p. 103). È da segnalare, tuttavia, che H.
S avon , Saint Ambroise..., I, pp. 147 s. non m anifesta dubbi sull'espressione
mundi et firmamenti est causa e ne dà una spiegazione. A proposito del signi­
ficato di questo difficile passo di Ambrogio S . S tenger , Das Frdmmigkeitsbild...,
p. 47, nota 2, cosi si esprime: « Der Sinn scheint zu sein: Durch unsere Rede
wirken wir nach aussen, und durch unsere Worte geben w ir geachtet (Bedeu-
tung der Rhetorik fiir Ambrosius!). Der Widder leitet die Herde dadurch, dass
e r durch sein Fell... als ihr Fiihrer erkenntbar ist. Ebenso w ird unsere Stel-
lung im Leben durch unsere Redgabe bestim m t ». Ho esitato prim a di rifiu­
tare questa interpretazione, da cui pare non scostarsi H. S avon , Saint Am­
broise..., I, p. 147, che om ettendo l’espressione cruciale per usum uestium,
traduce: « Le bélier guide le troupeau selon un certain ordre, de mème un
certain ordre de notre vie et de notre conduite est exposé p ar la parole ».
Infine ho accolto il suggerimento di G. Banterle, che mi fa notare che la
stru ttu ra della frase (da aries a explicatur) è fortem ente connessa, sia perché
il vero soggetto di explicatur è aries, sia anche perché usus nostri riprende
per usum uestium. Inoltre, interpretando in senso finale l’espressione per
usum uestium, si evidenzia anche il parallelismo fra l’ariete, che governa il
gregge per fornire all’uomo le vesti, e Cristo che ricopre il cristiano col suo
manto.
23 Se confrontiamo il passo am brosiano con quello di Filone (cit. in nota
precedente) notiamo che Ambrogio trae dal suo modello l’affermazione inizia­
le, m a si distingue nella spiegazione, schiettam ente cristologica.
24 Qui: il riferim ento non è più a uerbum ma a Cristo. Per l'ariete come
figura di Cristo cf. supra, I 8, 77.
25 Cf. P h ilo , quaest. in Gen. I l i 3 (A ucher, p. 174): rationis uero duplex
est species, una ex natura qua res persoluuntur sensibilis mundi; altera autem
earum, quae incorporales species appellantur, quibus sane persoluuntur res
mundi intelligibilis. La differenza fra il te sto d i A m brogio e q u ello di F ilone
non deve far sosp ettare u n a fon te diversa. In p rop osito G. Madec, Saint
Ambroise..., p. 58, g iu stam en te osserva: « Je ne m e trom p e pas en su pp osant
q u ’A m broise a sciem m en t su b stitu é au "m onde in tellig ib le” don t parlait P hilon,
la fon ction m orale, c ’est-a-dire réd em p trice du V erbe »; p iù e sp licito è H.
Savon, Saint Ambroise..., I, p. 148, ch e vede nella diversificazione una reazione
con tro il m od ello filoniano: in definitiva un rifiuto della tradizione d ’ispira­
zion e platonica, a cui A m brogio so stitu isce l ’in teresse p er l ’opera redentrice
del Logos. P erciò non m i sem bra ben fon d ata l ’opin ion e di L.F. P izzo la to , La
dottrina..., p. 189 e n ota 124, che a ccosta q u esto p a sso di Abr. II a epist. 2, 5
(CSEL LXXXII/1, p . 17) e rinvia per entram b i a P h ilo , quis rer. diu. her., pp.
184-185 (m a alle pp. 184 s. e n ota 107 am m etteva l ’influenza di quaest. in Gen.
III 3 [qu i sopra c it.] su q u esto m ed esim o p a sso d i Abr. II); egli osserva che
n e ll’u so am b rosian o di moralis vi sarebbe u n significato p iù an tico, filoniano,
e ch e « in qu esta valenza più antica la moralis servireb be qu asi da sapienza
rationalis ».
196 DE ABRAHAM, I I , 8, 52-54

ralem e t m oralem — ratio n ab ilis enim u triu sq u e p o rtio est —,


n atu ra lem secundum m u ndi creationem , qu am u erb o adsignat,
m oralem secundum iu stitiam et aeq u alitatem uiuendi, cuius u ita
et ra tio d e uerbo.
53. Qua ca u sa cum dies octo co n p leren tu r ex M ariae uirg
p artu , tu le ru n t d o m inum n o stru m Iesu m in H ierusalem , u t offer­
re n t dom ino secundum legem e t u t d a re n t h o stiam p a r tu rtu ru m
a u t d u o s p u llo s c o lu m b a ru m v, eo q u o d in co lu m b a spiritalis
g ra tia sit, in tu rtu re in co rru p ta e generationis n a tu ra uel inm acu­
lati co rp o ris castim onia. M erito ergo ad sacrificium sum i iuben-
t u r p o st arietem tu r tu r e t colum ba, u t u e rb o ad h aerere intellegas
in co rru p ta m castim o n iam e t sp iritalem gratiam . E t hoc ipso qui­
dem qu o d aues p o su it intellegere possum us caelestium m erito ru m
uolatus. S u n t enim u o lucres caeli, q u ae u en ian t e t h ab iten t in
ram is eius arb o ris, q uae d e g ra n o sinapis su rre x erit, cu i regnum
c o n p a ra tu r c a e lo ru m 1. E t Ezechihel ap e rto s sibi caelos dicit et
uidisse in te r alia etiam ro ta m u n am su p e r te rra m coniunctam
anim alibus q u a ttu o r 3. E t in fra audiebam in q u it uocem alarum
eorum , sicu t uocem aquarum m u lta ru m et sicut uocem idonei et
cum irent, u t u ox uerbi, sicut uocem castrorum b.

54. Vnde q u id am a d libros philosophiae d iriu a ru n t eo qu


ipsum caelum u o lucris sim ile sit. D enique P lato cu rru m uolu-
crem dixit esse caelu m ex eo quod p ro p h e ta dixerat: C um irent
animalia, ibant et rotae coniunctae illis, et cu m eleuarent se ani­
malia a terra, eleuabantur ro ta e c. Sed p ro p h e ta non caelum ipsum

V Lc 2, 21-24; Mt 3, 16.
* Mt 13, 31 s.
a Ez 1, 15.
b Ez 1, 24.
c Ez 1, 21.
ABRAMO, I I , 8, 52-54 197

to razionale è p a rte di e n tra m b i26 — : essa è n atu rale rig u ard o alla
creazione del m ondo, che attrib u isce al V erbo, è m orale riguardo
alla giustizia e aU 'im m utabilità della v ita 27, perché tra e dal Verbo
la n o rm a d i tale vita.
53. Perciò, essendo trasc o rsi o tto giorni dal p a rto di M aria
vergine, p o rtaro n o il Signore n o stro Gesù a G erusalem m e, p er
p resen tarlo al Signore secondo le prescrizioni della Legge e p e r
offrire in sacrificio u n paio di to rto re o due piccole colom be, in
quanto nella colom ba è sim boleggiata la grazia sp irituale, nella
to rto ra la n a tu ra della generazione in c o rro tta e la ca stità del
corpo in contam inato. P er q u esta ragione, dunque, si ord in a di
sacrificare, dopo l’ariete, u n a to rto ra e u n a colom ba p e r signi­
ficare che dal V erbo sono inseparabili la ca stità in co rro tta e la
grazia spiritu ale. Q uanto al fa tto che À bram o pose sull’altare
gli uccelli, possiam o vedervi il volo dei m eriti celesti. Sono in­
fa tti gli uccelli del cielo che vanno ad ab itare sui ram i di quel­
l’albero che è n ato dal grano di senape, al quale è paragonato
il regno dei cieli. Anche Ezechiele dice che gli si ap riro n o i cieli
e fra le altre cose vide sulla te rra anche u n a ru o ta, accanto a
q u a ttro anim ali. E più avanti: Udivo — dice — il suono delle loro
ali, com e il suono di una grande quantità di acque e com e la voce
del Potente e, quando procedevano, sem brava quasi il suono del­
la parola, com e il fragore di un accam pam ento.
54. Perciò alcuni h an n o accolto nei loro libri di filosofia
l’idea che il cielo è sim ile a u n uccello. In fatti P latone h a detto
che il cielo è un c a rro a la to 28, ispirandosi a ciò che il p rofeta
aveva detto: Quando gli anim ali procedevano, procedevano in­
siem e ad essi anche le ruote e quando gli anim ali si elevavano
da terra, si elevavano le ruote. Il p ro feta tu tta v ia non h a detto

26 Cf. P h il o , quaest. in Gen. I l i 3, sopra cit. in nota 25.


27 In aequalitas uiuendi è riconoscibile un aspetto dell'etica stoica: cf.
S e n ., epist. 31, 8; 120, 19; dial. 5, 41, 3.
28 K. Schenkl (CSEL XXXII/1, app. ad loc.) identifica questo riferim ento
a Platone con Phaedr. 246 e: è [lèv 5if) fiÌY«S T)Ye(j.ùv èv oùpavù Zeug, èXaiivwv
itTt]VÒv &p]jia, « p ù to ; uopEUETai... Fondandosi su questo passo e anche su
Isaac 8, 65 (CSEL XXXII/1, pp. 687-689) Schenkl esprim e la convinzione (cf.
ibid., XXVIII) che Ambrogio abbia letto il dialogo di Platone, p u r rilevando
che il nostro Autore ha trasform ato in una quadriga la biga di Phaedr. Parten­
do da questa differenza W. W ilbrand , Ambrosius und Plato, in « Romische
Quartalschrift », 25 (1911), pp. 46*-47*, sostiene che Ambrogio ha conosciuto il
Fedro non direttam ente, m a attraverso Origene che lo utilizza nella prim a
delle Omelie su Ezechiele. Contro l’opinione dello Schenkl si pone anche
un’altra considerazione: Ambrogio rim provera a Platone di aver detto che il
cielo è un carro alato: ciò non trova rispondenza nel testo del Fedro.
Mentre rimane aperta la questione, se Ambrogio abbia letto o no il
Fedro di Platone (cf. in proposito anche P. C ou rcelle, Nouveaux aspects du
platonisme chez saint Ambroise, in « Revue des études latines », 34 [1956], pp.
226-232, articolo ripreso in Recherches sur les Confessions de saint Augustin,
Paris 19682, pp. 312-319; G. Madec, Saint Ambroise..., pp. 121 s.), per quanto
concerne il nostro testo, si può ritenere — con H. S a v o n , Saint Ambroise..., I,
p. 151 — sufficiente il rinvio a P h ilo , quaest. in Gen. I l i 3.(A u ch er, p. 172):
ut ait Socraticus Plato, currum uolucrem esse conuenit caelo propter uelocissi-
mam circumactionem, quippe quod uel ipsos uolucres superat uelocitate in
cursu suo.
198 DE ABRAHAM, I I , 8, 54

auem dixit, sed aues esse in caelo. D enique e t D auid ait: Caeli
enarrant gloriam d ei d, h o c e s t p o testates caelestes uel, cu m specta­
tu r p u lc h ru m elem entum , p ra e d ic a tu r o p erato r. A nim am autem
d escrib it p ro p h e ta , cu iu s su n t m o tu s q u a ttu o r u elu t equi, Xoyi-
c t i x ò v fruiuxòv èrofrup.ii'Cixòv Siopaxixóv. H aec am m alia q u attu o r,
id est hom o Xoyixóv, leo ìHiittXÓv, u itu lu s éTO.d'Uivntixóv, aquila
SiopaTixóv- Id e o ra tio p raem issa est, u t re liq u a ra tio n e m sequantur.
Ideo c u m hom ine a d ex tris e s t leo, id est: cum ra tio n e com m otio
a d ex tris est. Is ta an im alia q u an d o eleu a n tu r, e leu a n tu r etiam
rotae. R otae a u te m u ita est su p e r te rra m , q u a uiuim us. Si anim ae
n o strae m o tu s q u a ttu o r eleu an tu r, ele u a tu r e t u ita n o stra . Ideo-
que ad d id it: Q uoniam sp iritu s in q u it uitae erat in r o tis e. Anima
ergo m agis c u rru s est, q u ae a it in C anticis canticorum : P osuisti
m e currus A m in a d a b f, h oc est dei n o stri. Non ergo philosophiae

d Ps 18 (19), 2.
« Ez 1, 20.
f Cant 6, 11.

54, 7-8. spectatur ed. Amerb. expectatur codd.


16. eleuanur ed. Amerb. eleuentur codd.
ABRAMO, II, 8, 54 199

che il cielo stesso è u n uccello, m a che gli uccelli sono nel cielo.
In fatti anche Davide dice: I cieli narrano la gloria di Dio; si allu­
de, cioè, alle p o testà celesti o, se si considera la bellezza dell’ele­
m ento celeste, si rende om aggio al C reatore. Ma il p ro feta vuol
descrivere l’anim a, i cui m ovim enti sono q u a ttro com e i cavalli:
la razionalità, la passionalità, il desiderio, il d iscern im e n to 29. I
q u a ttro anim ali significano queste cose, cioè: l'uom o indica la
razionalità, il leone la passionalità, il vitello il desiderio, l ’aquila
il discernim ento. D unque la ragione è m essa al prim o posto, cosi
che le altre facoltà vengano dopo la ragione. Perciò il leone è
posto alla d estra insiem e all’uom o, cioè: la passione sta alla
d estra insiem e alla ragione. Q uando questi anim ali si elevano, si
elevano anche le ruote. Le ruote, poi, sono la vita sulla te rra , p er
la quale noi viviamo. Se i q u a ttro m ovim enti della n o stra anim a
si elevano, si eleva anche la n o stra vita. Perciò la S c rittu ra ha
aggiunto: Poiché lo spirito della vita era nelle ruote. Perciò il
ca rro è p iu tto sto assim ilabile all'anim a, che nel Cantico dei can­
tici dice: M i hai reso com e i carri di Am inadab w, cioè del n ostro
Dio. D unque la descrizione del p ro feta non concorda con la tra ­
dizione filosofica. In fa tti il p ro feta dice di aver udito la voce delle

29 Secondo una ben nota tradizione filosofica che risale a Platone (cf.
resp. IV 436a s.) gli elementi che compongono l’anima sono tre. L'apparato
di K . Schenkl dà i seguenti riferim enti: P h il o , leg. I l i 115 (Tpi[JlEpfi ffU[Xpé-
(3t}xe T'fjv fitiwv e I v o u x a t £ x e i v HÉpoj piv XoriOTixiv, SeÙTEpov Sè tì-upi-
xóv, T p ito v 6è èmfruiitiTixóv); ibid., I 70; H. D ie l s , Doxographi Graeci..., pp.
389 s. È però del tu tto improbabile che Ambrogio dipenda da questa tradizio­
ne, avendo egli aggiunto un quarto elemento o movimento dell’anima: il
Siopaxixóv. Analogo interrogativo pone De uirginitate 113-115 (C azzaniga , pp.
52 s.) dove Ambrogio, in riferim ento a Ez 1, 3 e 1, 10-11, elenca i quattro ele­
menti e li interpreta con le quattro virtù cardinali: nam in omni sapienti uiro
prudentes Graeciae esse memorauerunt logisticon, thymeticon, epithymeticon,
dioraticon: Latini uero prudentiam, fortitudinem, temperantiam atque iusti­
tiam. Anche nel presente testo di Abr. II si parla delle quattro virtù cardinali,
sia pure non direttam ente collegate con i quattro moti dell’anima (cf. infra,
in questo paragrafo). Diversi studiosi hanno cercato di dare una spiegazio­
ne di Siopaxixòv introdotto da Ambrogio. W. W ilbrand , Ambrosius und
Pialo..., p. 47*, ritiene che fonte di Ambrogio sia Origene che più volte espri­
me con S iopati x é v una facoltà dell’anima. W . S e ib e l , Fleisch un Geist..., p.
35, nota 145, si lim ita a riproporre i riferim enti dello Schenkl e a rinviare al
passo, sopra citato, del De uirginitate. Si veda anche G. M adec, Saint Ambroi­
se..., pp. 121-129.
Una trattazione approfondita della questione è ora offerta da H. Savon,
Saint Ambroise..., pp. 154-159. Pur senza poter indicare una fonte precisa, lo
studioso giunge a form ulare l’ipotesi che la divisione dell’anima in quattro
elementi sia l’esito di un intreccio, avvenuto in un contesto dossografico, della
bipartizione cara ai platonici ( X o y i x ó v , alff9-T)-cix6v) con la tripartizione, che,
come abbiamo detto, risale a Platone. In altre parole, il Savon, appoggiandosi
all’uso che Ambrogio fa di Siopa-cixóv nel seguente § 57, sostiene l’equivalen­
za fra alffJbiTixóv e 6i.opaxi.x6v.
30 Per l’immagine del carro, come m etafora dell’anim a (cf. anche Isaac
8, 65, CSEL XXXII/1, p. 687, 23; De uirginitate 94, C azzaniga , p. 44) si ripropone
il problem a della fonte: Ambrogio ha attinto direttam ente da P lat., Phaedr.
246e, oppure questa im pronta platonica gli giunge tram ite il Commentario al
Cantico dei cantici di Origene (parzialmente conservato negli Excerpta Proco-
piana: PG 13; per questo passo cf. col. 211A)? Si veda in proposito G. M adec,
Saint Ambroise..., pp. 121-124 e 129, nota 203.
200 DE ABRAHAM, I I , 8, 54-55

traditio n i descrip tio co n c u rrit prophetica. D enique uocem alarum


audisse se dicit p ro p h eta. Istae alae u irtu te s sunt, quae m axim o
e t duplici plausu p ru d en tiae fo rtitu d in is tem p eran tiae iustitiae
suauem decorem , u itae cantilenam resu ltan t. 'Plato autem dulces
quosdam sonitus sid eru m m u tu au it sphaerae caelestis generari
conuersione, fam am m agis et pom pam quam u erita te m secutus.
N am licet Origenes quoque noster, hoc est ecclesiastico u ir officio
deditus, p lan etaru m stellarum quandam inenarrabilem m otu ar-
m oniam esse suauissim i illius soni caelestis ad serat, tam en etiam
ipsum p lu rim u m indulgere philosophorum trad itio n i pleraque
eius scrip ta testan tu r. Quod eo scripsi, u t et ab aruspicinae et a
philosophiae trad itio n e sacrificii istius in terp retatio n em secerne­
rem . V elint alii d o ctrin am p ro b a re suam , ego iuxta apostolum
tim idus m alo q uam doctus uideri, qui ait: V idete ne quis uos
depraedetur p er philosophiam et inanem seductionem secundum
traditionem hom inum , secundum elem en tu m huius m undi et non
secundum C h r is tu m 8.

55. Quod autem ait: D iuisit A braham corpora et consedit ill


ne quis extispicium p u tet, aruspicina u erb a esse non nego — sic
enim audio — , sed diuisionem corporum q u adrupedum cum lec­
tio factam a d stru a t, non factam auium , u tiq u e si inspectio fuisset
istorum , etiam auium facta esset diuisio, u t fieret inspectio. Quid
si fidei n o strae hoc conuenit? E t ideo quod su p ra aruspicinam
uerbi nobis d at trad itio requiram us. Dixim us su p ra quia in uitula

* Coi 2, 8.
h Gen 15, 10 s.
ABRAMO, I I , 8, 54-55 201

ali. Queste ali sono le v irtù che con duplice fortissim o b a ttito
fanno risu o n are la soave bellezza della prudenza, della fortezza,
della tem peranza, della giustizia e l’arm onia della vita. Platone
invece h a m u tu ato l'opinione che c e rti dolci suoni sono generati
dalla rotazione della sfera c e le ste 31, seguendo più la pom posità
deiropin io n e co rren te che la verità. In fatti, se è vero che anche
il n o stro O rig en e32, u n uom o dedito all'esercizio dei doveri eccle­
siastici, asserisce che p e r il m ovim ento delle stelle e rra n ti si
form a u n a inen arrab ile arm onia fa tta del soavissim o suono cele­
ste di quel m ovim ento, tu ttav ia m olti suoi scritti atte sta n o che
anch’egli è assai indulgente verso la tradizione dei filosofi. Ho
sc ritto questo p e r distinguere l’in terp retazio n e del sacrificio di
À bram o dalla tradizione d ell’aru sp icin a e d a quella della filosofia.
Sostengano p u re gli altri la loro d o ttrin a, io preferisco ap p a rire
tim orato p iu tto sto che dotto, seguendo ciò che l’Apostolo dice:
B adate che qualcuno non faccia di voi una preda m ediante la
vana seduzione della filosofia ispirata alla tradizione degli uòm i­
ni, secondo gli elem enti di questo m ondo e non secondo Cristo.
55. Q uanto, poi, all’espressione: A bram o divise i corpi d
am m ali e si sedette d i fro n te a loro, affinché nessuno creda che si
tra tti dell’ispezione delle viscere, non nego che il linguaggio sia
quello degli aru sp ici — cosi in fatti sento dire — , m a poiché il
passo della S c rittu ra asserisce che è sta ta fa tta la divisione dei
corpi dei q uadrupedi, non però degli uccelli, bisogna allora am ­
m ettere che, se si fosse tra tta to di ispezione dei quadrupedi, si
sarebbe dovuta fare anche la divisione degli uccelli, perché si
potesse fare l’ispezione. Che c’è di stran o se ciò si accorda con
la n o stra fede? P ro p rio p er questo occupiam oci di quello che
l'interp retazio n e ci offre al di là di ciò che, stando alle parole,
può sem b rare aruspicina. S opra abbiam o d etto che nella vitella

31 L’opinione che la filosofìa profana abbia attinto ai testi sacri è cosi


sicura in Ambrogio da indurlo a credere che l’arm onia delle sfere celesti in
Platone sia frutto di un travisam ento della Scrittura. Sulla questione, se
Ambrogio abbia letto o meno le opere di Platone, cf. G. Madec, Saint Ambroi­
se..., pp. 109-132. Su questo passo cf. anche ibid., pp. 58-59 e 114, dove l’Au-
tore m ostra con chiarezza che la fonte non è Plat., Tim. 36e ss. o 40a,
a cui rinvia K. Schenkl (CSEL XXXII/1, app. ad loc.), m a Philo, quaest. in
Gen. I li 3 (Aucher, p. 172): cantatores uero sunt praemorati (sic!) aues, sub
aenigmate indicante propheta eam, quae in caelo est perfectam musicam, ex
motu stellarum harmonice coaptatam. Sull'armonia delle sfere celesti Ambro­
gio si diffonde maggiormente in exam. II 2, 6-7 (CSEL XXXII/1, pp. 45 s.),
dove però — come osserva K. Schenkl (ibid., p. XIV) — si ispira a Cic., resp.
VI 17-18 e a Basil., hexaem. I l i 3 (SCh 26 bis, p. 200). Un’atten ta analisi di
queste linee di Abr. II si trova in H. S avon , Saint Ambroise..., I, pp. 162-168.
32 L’opinione più comune è che Ambrogio evochi un passo del perduto
Hexaemeron di Origene. Ove l'esegeta alessandrino avrebbe assecondato la
teoria, comunemente ritenuta pitagorica, sull'arm onia delle sfere celesti; cf. K.
S c h e n k l, C S E L XXXII/1, p. XIV; P. C o u r c e lle , Nouveaux aspects..., p. 234, nota
5; I d ., Recherches..., p. 347, n. 2; M. F u h r m a n n , Macrobius und Ambrosius, in
« Philologus », 107 (1963), p. 306; H. S a v o n , Saint Ambroise..., II, p. 78, nota 195.
Ma G . M adec, Saint Ambroise..., p. 124, che trova u n ’eco di questa polemica
antiorigeniana anche in Isaac 7, 6 ( C S E L XXXII/1, p. 686, 21 - 687, 3), ritiene
che potrebbe trattarsi di un riferim ento al Commentario al Cantico dei canti­
ci, al passo perduto su Cant 6, 9.
202 DE ABRAHAM, I I , 8, 55-56

terram accipim us, in cap ra aquam , in ariete aerem . Quod ipso


nom ine colligitur, quod trim a ad sacrificium sum i iu b en tu r, quia
te rra ipsa in te r tres d iu id itu r species sui — a u t enim continens aut
insula au t p aeninsula est — , aq u a ipsa in tria, quia a u t m are est
a u t fluuii au t lacus; nam fontes au t p u tei p riu a ta negotia nequa­
q uam digna diuisione generali et publica; p u tei latent, fontes aliis
originem p ra estan t. Aer quoque h ab et diuisiones tem porum ueris
aestatis hiberni. E t haec m u n d an a diuisio est. Quo hoc proficiat?
V t cognoscam us deum esse h o ru m auctorem m oderatorem que
om nium , qui om nibus o rdinem rebus dederit et ea diuisione
distinxerit, u t his colligas posse tibi deum conferre quae pie
p ostulas et quae spondet inplere.

56. Itaq u e A braham , quia p ro m itte n ti dom ino te rra e her


tatem resp o n d erat: V nde cognoscam quia heres ero terrae huius? *,
p e r illas species h o stiaru m in fo rm atu r, u t c re d a t deum esse supra
m undum , qui u n iu ersa quae m undi su n t p ro u id a distinctione diui-
serit, sed ea quae su n t diuisa resolui postea, ea au tem quae non
sunt diuisa — aues enim , hoc est tu rtu re m et colum bam non
diuisit — n um quam resolui. Fides enim m anet integra, quae colum ­
b ae m ore in sublim e su b rig itu r, lu stra n s su p ern a e t spiritalibus
alaru m rem igiis caelum circum uolans. T u rtu ri quoque m ens illa
co n fertu r, quae auis usu istius secretis a litu r, intellegibilem illam
e t indiuisam quaerens trin ita tis su b stan tiam , refugiens plebem
q uandam c reatu ra ru m et corporeae se non conm iscens congrega­
tioni atque ab om ni passionum labe secernens. H oc sacrificium de
te poscitur. Qui tales offert hostias, fidem e t castim oniam m entis,
sim plicitatis gratiam , caritatis et pacis affectum , ipse se beatae
illius te rra e agnoscit heredem , sicut etiam dom inus ap e rtiu s in
euangelio d eclarau it dicens: B eati pacifici, quia ipsi possidebunt
terram '.

i Gen 15, 8.
i Mt 5, 4.
ABRAMO, I I , 8, 55-56 203

intendiam o la te rra , nella c a p ra l’acqua, nell’arie te l’aria. Q uesto


si deduce p e r il fa tto stesso che si o rd in a ch e siano scelti p e r
il sacrificio anim ali di « tre anni »; in fatti la te rra si divide in
tre specie — può essere o continente o isola o penisola —, anche
l'acqu a si distingue in tre specie, perché può essere o m are o
fiumi o laghi; in fatti le fonti o i pozzi, in quanto p ro p rie tà p ri­
vate, non possono essere com presi in u n a distinzione generale e
di com une interesse; i pozzi sono nascosti, le fonti danno origine
ad altro . Anche l’a ria si distingue secondo le stagioni: prim avera
estate in v e rn o 33. Q uesta è u n a divisione m o n d a n a 34. A che cosa
è utile? Affinché conosciam o che Dio è il creatore e reggitore di
tu tte queste cose, Lui che h a d ato ordine a tu tte le cose e le ha
distinte secondo tale divisione, affinché grazie a d esse tu com ­
p re n d a che Dio ti può d are ciò che piam ente chiedi e può adem ­
piere ciò che p ro m ette.
56. E cosi Abram o, poiché al Signore che gli prom ett
l'ered ità della te rra aveva risposto: Come conoscerò che sarò
erede di questa terra?, attrav erso quelle specie di vittim e è in­
d otto a credere che Dio è al di sopra del m ondo, Lui che ha
diviso secondo u n a provvidenziale distinzione tu tto ciò che ap p a r­
tiene al m ondo, m a le cose che sono divise, in seguito scom paiono,
quelle invece che non sono divise — in fatti non h a diviso gli
uccelli, cioè la to rto ra e la colom ba — non scom paiono mai. La
fede in fatti rim ane integra, com e colom ba si eleva verso le
altezze, p en e tra le re altà celesti e vola atto rn o al cielo con le ali
spirituali. Anche alla to rto ra è parag o n ata la m ente, che, com ’è
consuetudine di q u est’uccello, si n u tre di cose segrete, cerca la
sostanza intellegibile e indivisa della T rinità, rifugge, p e r cosi
d ire dalla m assa delle creatu re, evita di m escolarsi con l’aggre­
gato co rp o reo e si tiene lontano da ogni so rta di passioni vergo­
gnose. Q uesto è il sacrificio che ti si chiede. Chi offre com e vittim e
la fede e la castità della m ente, l’orn am en to della sem plicità, il
desiderio della c a rità e della pace, questi conoscerà di essere ere­
de della te rra beata, com e anche il Signore m olto chiaram ente
ha dich iarato nel Vangelo q uando h a detto: B eati i pacifici perché
possederanno la terra.

33 A m brogio segue q u asi letteralm en te F ilone, m a o m ette di sp iegare per­


ché le stagioni p o sso n o essere r id otte a tre (an alogam en te infra, § 58); P h il o ,
quaest. in Gen. I l i 3 (A u cher , p. 173): ratio uero, ob quam singula animantia
trium sint annorum numerorumque, iam antea reddita quidem fuit, nunc
tamen dicendum est sub altera specie mysterii. Quoniam uisum est unum ­
quodque eorum, quae sunt post lunam, ut terra, aqua, et aer, trino gaudere
ordine. Nam terrae diuisiones sunt, arida uastissima, insulae, et peninsulae;
aquae autem mare, flumina, et stagna; aeris uero ambo aequinoctia, uernale et
autumnale, pro uno habentur, aequalem enim habent horam noctis ac diei,
et pariter nec calida, nec frigida sunt aequinoctia: quibus adde conuersicmes
aestiuam, et brumalem; nam per istos tres circulos fertur sol in tempestates
aestiuam, hiemalem, et aequinoctialem.
34 C f. P h il o , quaest. in Gen. III 3 (A u c h er , pp. 173 s.), già cit. in n ota 18:
naturalis itaque apprime ratio huiusm odi erit.
204 DE ABRAHAM, I I , 8, 57-58

57. Accipe aliam diuisionem . C aro quoque n o stra ipsa


ordinatione diuisa h ab et m em b ra om nia. Duo oculi sunt, binae
aures, duae genae, nares diuisae, dentium gem inatus ordo. V bera
scapulae m anus la te ra fem ora genua pedes c ru ra nonne bina om ­
nia, u t subnixa gem inatis subsidiis om nia n o stra u id e a n tu r offi­
cia? Anim a etiam diuisionem su aru m p a titu r portionum . Nam
Siopaxixóv, hoc est su p erio ra quasi oculi q uidam co n trarii ratio­
nabile est et inrationabile. R ationabile ipsum d iu id itu r circa m en­
tem et serm onem , sensibile eius in au d itu m et uisum , quibus
uitae huius cu m u latu r gratia. N am odor et gustus uitalis usus
u id e n tu r necessarium p raeb ere m inisterium . N ares iugi flatu
aspiratio n em recipiendo u italem continuato quodam substantiam
hom inis cibo p ascunt, g u stus au tem p o tu epulisque generatur,
q u in tu s u ero sensus, hoc est tactu s u elu t adm ixtus est illis
q u attu o r. O dor et gustus quaedam m agis alim enta su n t corporis,
quibus carnis huius m ilitia subsistit, uisus uero et auditus
m entem ad iuu an t. H aec su n t diuisiones, quae secundum carnem
n o stram anim am que a sum m o o p erato re diuisae sunt.

58. Vnde o p o rtet nos colligere quia etiam m undus iste u


p e r m em b ra quaedam gem ina et tam quam àvTMtpóffwiia d istribu­
tu s est, te rra in m ontes e t in cam pos, u t su n t p a rte s n o stri
corporis elatiores aliae, aliae planiores. E m inent scapulae et
ABRAMO, I I , 8 , 57-58 205

57. Si consideri u n 'a ltra divisione. Anche la n o stra c a r n e 35


ha tu tte le m em b ra divise secondo la disposizione di Dio. Gli occhi
sono due, due gli orecchi, due le guance, divise sono le narici,
due sono le file dei denti. Le m am m elle le scapole le m ani i
fianchi le cosce i ginocchi i piedi gli stinchi non sono forse
tu tti doppi, di m odo che ogni n o stra funzione sia sostenuta da
un duplice ausilio? Anche l’anim a è divisa in parti. In fa tti il
discernim ento, cioè la p a rte superiore dell’anim a, si divide in
razionale e irrazionale, com e due occhi posti l ’uno di fro n te al­
l ’altro, la stessa p a rte razionale si divide in m ente e in parola; la
facoltà sensitiva d ell’an im a si divide in udito e vista, grazie ai
quali l’a ttra ttiv a di q u esta v ita raggiunge il suo culm ine. In fa tti
l’odorato e il gusto svolgono u n a funzione necessaria p er i biso­
gni vitali. Le narici, resp iran d o senza interruzione l’alito vitale,
n u tro n o con u n a so rta di alim entazione in in te rro tta la sostanza
dell’uom o; il gusto invece è su scitato dalle bevande e dai cibi; il
quinto senso poi, cioè il tatto , è com e m escolato ai q u a ttro prece­
denti. L’o d orato e il gusto sono com e degli alim enti del corpo, sui
quali si sostene l’a ttiv ità di q u esta carne; la vista poi e l ’udito
aiu tan o la m ente. Sono queste le divisioni che sono state fatte
dal som m o C reatore rig u ard o alla n o stra carn e e alla n o stra
a n im a 36.
58. Da tu tto q uesto dobbiam o concludere che anche questo
m ondo è diviso com e in m em bra doppie e quasi poste l’u n a di
fro n te all’altra; la te rra è divisa in m onti e in pianure, come le
p arti del n o stro corpo sono più elevate le une, più piane le altre.
Sono p ro m in en ti le scapole, le p a rti superiori dei piedi e delle

35 Ibid., I l i 5 (A u c h er , pp. 175-178): est et corporis uel carnis structura


secundum totam suam facturam huiusmodi: fratres enim sunt partes, ut
diuisae uero contra se inuicem sunt, sed procliues, ac m utuo se spectantes
propter naturalem cooperationem, uiuifico conditore prae utilitate illud sic
diuidente, ut apponatur altera (pars) cum altera, atque iterum sim ul ad neces­
sarium ministerium m utuo seruiant sibi inuicem. V t directe uisum per
m edium narium disiungens in ambos oculos, utrum que ad utrum que uerten-
do... itidem auditus diuiditur in duas aures... odoratus autem in binas nares
diuisus est... sic quoque manus... non aliter se habent et pedes... nec solum-
modo gressus et tibiae uerum etiam crura, et scapulae, et coxae, et ubera,
partesque dextera et sinistra, simillimo modo diuisa indicant... nec solum
partes corporis... sed etiam animae. Quoniam uero huius superiores sectiones
duae sicut totidem plateae sunt, rationalis nempe, et irrationalis, partes utrius-
que sectionis habent propriam diuisionem: ut rationalis in m entem , et in
uerbum prolatiuum; sensibilis autem in quatuor sensus: nam quintus tactus
com m unis quatuor illis est. Quorum duo, quibus uidemus, et audimus, philoso­
phi sunt, ita ut per illos bene uidere acquiritur in nobis; reliqui non-philoso-
phi, odoratus, et gustus, seruiles sunt, ad solum uiuendum facti: odoratus
enim per olfactionem plura continet se se excipientia, et continuam spiratio­
nem tam quam continuum cibum uiuentium: et gustus per cibum et potum
iuuat. Itaque odoratus et gustus mortale hoc corpus sustinent, uisus autem
et auditus im m ortali m enti utilitati praestant.
36 Ibid. (p. 178): sciendum tamen est, quod etiam partes m undi bipertitae
sunt, et contra se inuicem constitutae. Terra in situm m ontanum et campe­
strem. Aqua in dulcem et salsam: dulcem puta eam, quam ministrant fontes
et amnes, salsam uero marinam. Sicut et aer in hiemem et aestatem, itidem
in uer et autum num .
206 DE ABRAHAM, I I , 8 , 58-59

pedum su p erio ra uel m anuum , latera au tem et in ferio ra ceruicis


uelut ualles trita et concaua. Quod et de uola m anus intellegere
licet; nam in ipso calcaneo pedis em inere alia, m edia autem
sinuata esse quis d u b itat? Aqua in m ari salsa, diilcis in flum ine
uel in fontibus. E st a e r hiberno frigidus, ueris m ensibus tem ­
peratu s, calidus aestate. E rgo ista diuisit o p erato r, m entem autem
nostram , quae m odo auium u irtu tu m d iu ersa ru m et uigoris sui
uecta rem igiis su p ra caelum euolat, non diuisit, quia trin itati
ad h aeret diuidenti om nia, soli indiuisae. Vnde philosophi supe­
riorem m undi huius su b stantiam , quam a e th e ra uocant, non ex
cetero ru m elem entorum u o lu n t adm ixtione c o n sta re ,' sed splen­
didam et m u lto refulgentem lum ine, quae non te rra e sordidum
nec aq u aru m u m id u m nec aeris nebulosum nec ignis ipsius
rutilum quicquam recipiat, ex q u in ta q u adam usia esse ad seru n t
et uelut uolucrem m u n d i istius m entem uelociorem puriorem que
esse ceteris p artib u s. N am aliae m ixtae sibi et concretae sunt.
Nos autem nihil m aterialis conpositionis inm une atque alienum
putam us p ra e te r illam solam uenerandae trin ita tis substantiam ,
quae uere p u ra ac sim plex sincerae inperm ixtaeque n atu ra e est,
quam uis aliqui p u ta n t de illa q u in ta usia lucem esse clariorem ,
de qua dixerit Dauid quod deus sit circum datus lucem sicut
u e s tim e n tu m m et apostolus scrip serit de ipso om nipotente deo
quod solus habeat inm o rta litatem et lucem h a b itet inaccessibilem

59. Q ua ratio n e au tem dixerit quod aues descenderint su


d iuisa co rp o ra u itu la e 0, caprae atq u e arie tis non facile repperio
nisi q u o d om nia terren a, m aritim a a tq u e ip sa ae ria plena su n t

m ps 103 (104), 2.
n 1 Tim 6, 16.
®Gen 15, 11.
ABRAMO, I I , 8 , 58-59 207

m ani, i fianchi invece e le p a rti che stan n o al di so tto del collo


assom igliano a valli scavate e concave. Lo stesso si dica della
palm a della m ano. E chi può d u b itare che anche nel tallone del
piede alcune p a rti sono p rom inenti, m en tre le p a rti interm edie
sono sinuose? L’acq u a del m are è salata, quella dei fiumi o delle
sorgenti è dolce. L’aria è fred d a in inverno, tem p erata nei m esi
prim averili, calda in estate. D unque il C reatore h a diviso queste
cose, m a non h a diviso la n o s tra m ente, che alla m an iera degli
uccelli, so sp in ta dalle ali delle diverse v irtù e del p ro p rio vigore,
vola al di so p ra del cielo, perché essa si unisce alla T rinità, che
divide tu tto , ch e sola re sta indivisa. P er questo i filosofi sosten­
gono che la sostanza su p eriore di qu esto m ondo, che chiam ano
etere, non è co stitu ita d a m escolanza degli altri elem enti, m a
afferm ano che, splendente e raggiante di in ten sa luce, del tu tto
p u ra d alla sporcizia déla te rra , d ell'u m id ità dell’acqua della
nebbia dell’a ria e anche della vam pa del fuoco, è co stitu ita da
u n a so rta di q u in ta e sse n z a 37 e che, quasi fosse la m ente alata
di qu esto m ondo, è più veloce e più p u ra delle a ltre p arti. In fatti
le a ltre sono m escolate e com posite. Noi in v ece38 crediam o che
nulla sia im m une ed esente d a m ateriale com posizione, eccetto
la sola sostanza della ad orabile T rin ità che, v eram ente p u ra e
sem plice, è c o stitu ita d a u n a n a tu ra schietta e incontam inata,
anche se alcuni p en san o che quella q u in ta s o sta n z a 39 sia u n a luce
più splendente, della quale Davide h a d etto che Dio è circondato
dalla luce com e da una veste e l’Apostolo h a scritto dello stesso
onnipotente Dio che è il solo a possedere l’im m ortalità e ad abi­
tare la luce inaccessibile.
59. P er quale ragione, poi, si sia detto che gli uccelli so
scesi so p ra i co rp i divisi della vitella, della c a p ra e dell’a r ie te 40
non saprei facilm ente im m aginarlo, se n o n perché tu tte le cose

Ibid., I l i 6 (p. 178): adumbrat quintam et periodicam naturam, ex qua


maiores perfectum dicunt caelum. Quatuor enim elementa mixturae sunt
potius quam elementa (cf. anche I d ., quis rer. diu. her. 283: nén/reTr)... o tio la
xuxXoepopTjTixifi ). Il passo è notevole perché m ostra la libertà di Ambrogio di
fronte al suo modello: alla « quintessenza » egli oppone il concetto cristiano
della Trinità. La mens nostra è indivisibile, e quindi eterna, non perché essa
è assimilabile alla mens mundi istius (l’etere), m a in quanto è congiunta alla
Trinità. Un ampio esame di questo passo che rileva connessioni con la con­
cezione di Filone e della filosofìa antica, m a soprattutto m ette in luce le
motivazioni della polemica di Ambrogio contro i filosofi, è com piuta da H.
S avon, Saint Ambroise..., I, pp. 178-195. Una polemica simile verso i filosofi, che
hanno concepito la quinta sostanza, si trova in exam. I 6, 23-24 ( C S E L XXXII/1,
pp. 21-23), dove fra l’altro si legge: sed non ista opinio propheticae potuit
obuiare sententiae quam diuina quoque domini Iesu Christi maiestas dei nostri
in euangelio comprobauit (p. 22, 4 ss.).
38 Come ha suggerito G . M adec, Saint Ambroise..., p. 60, nota 197, ho ret­
tificato la punteggiatura di Schenkl, che prim a di nos autem pone solo una
virgola.
39 Si riferisce all’etere; cf. supra, in questo paragrafo.
40 P h il o , quaest. in Gen. I l i 7 (A u c her , p. 179): quid est descenderuntque
attes in corpora diuisa? Quandoquidem diuisa illa symbolice tria animantia,
uitula, capra, et aries, signa sunt, ut diximus, terrae, aquae, et aries... for­
tassis itaque designat per uolatum auium super sectiones, monens inimico­
rum inuasionem... ob cibum et crapulam super diuisa sane corpora aues
208 DE ABRAHAM, I I , 8, 59-60

insidiaru m ac p e rtu rb atio n u m . V id en tu r enim aues istae cibi


causa descendisse su p ra co rp o ra. N a tu ra lite r autem uiolentiores
potioresque u irib u s su p e r infirm iores in ru u n t et quasi m ortuis
corp o rib u s in cu m b u n t ex inprouiso freq u en tiu s in ru en tes, uel
quod u eriu s p u to, q u ia princeps m undi huius e t uolucres caeli,
sp iritaliu m neq u itiae p, q uae su n t in caelestibus, eos qui m undana
sollicitudine cu raq u e diuisi su n t graui m o tu incessant et u elu t
cad au era m o rtu o ru m d ilacerent d e n te aspero. De his enim dictum
est: R elinque m o rtu o s sepelire m o rtu o s suos*, quia su n t de regno
diaboli, qui in se ip su m diuisus e s t r. Qui au tem su n t de regno
dei, qu ibus d ic it Iesus: R egnum dei intra uos e s t s, h i non sunt
diuisi, quia ad h a ere n t deo, quoniam qui adhaeret m eretrici unum
corpus est; eru n t enim , inquit, duo in c a m e una. .Qui autem
adhaeret dom ino u nus sp iritu s e s t 1. Is ti ergo n o n su n t m o rtu a
corpora, u t uolucres caeli com ed an t e o s u, sed su n t sp iritu s; facit
enim deus angelos suos s p ir itu s v. D enique su p ra colum bam e t
tu rtu re m non descenderunt, quia d iuisae istae aues non erant;
non su n t enim d iu isi iusti, q uibus d ic itu r u t sint sim plices sicut
c o lu m b a e z. Ideoque D auid dicit quia et passer inuenit sibi d o m u m
et tu rtu r n id u m sibi u b i reponat pullos s u o s a. H aec spectabat
A braham , haec p ro fu n d o et sp iritali co n sid erab at intuitu.

60. Ideoque scrip tu m est: C onsedit illis A braham b, n o n qu


aruspicinae, sed qu asi caelestis reuelationis in te rp re s signa diuinae
operatio n is explorans. M ens enim d ire c ta a d C hristi g ratiam
u id eb at h u n c m u n d u m p lenum esse in iq u itatis, quae u elu t e
sum m o caeli u o lare t e t o p p rim ere t infim os terrae, pudicitiam
au tem fidem sin ceritatem nullis esse obnoxias passionibus, auari-
tiam u e ro e t sollicitudines saeculi, q u ib u s suffocantur qui h ab en t

p Eph 6, 12.
« Lc 9, 60.
«■Lc 11, 18.
s Lc 17, 21.
* 1 Cor 6, 16 s.
« Mt 13, 4.
v Ps 104 (105), 4; H ebr 1, 7.
z Mt 10, 16.
“ Ps 133 (134), 4.
b Gen 15, 11.

59, 16. duo add. D.


ABRAMO, I I , 8, 59-60 209

che sono della terra, del m are e anche dell'aria sono piene di
insidie e di tu rb am en ti. In fa tti ap p are che questi uccelli sono
scesi so p ra i corpi in cerca d i cibo. E d è n atu rale che i più vio­
lenti e più d o tati di forza si avventino sui più deboli e, attaccando
aH’im provviso in g ran num ero, si gettino com e su co rp i m orti,
oppure — ciò che ritengo più vero — perché il principe di questo
m ondo e gli uccelli del cielo, cioè le perv ersità degli esseri spiri­
tuali che si trovano nei cieli, aggrediscono violentem ente coloro
che sono divisi dalle angustie e dalle preoccupazioni m ondane e,
quasi fossero cadaveri, li sbranano con la forza dei loro denti.
Di essi in fatti è detto: Lascia che i m o rti seppelliscano i loro morti-,
perciò app arten g o n o al regno del diavolo, che è diviso in se stesso.
Coloro invece che app artengono al regno di Dio — ai quali Gesù
dice: Il regno d i Dio è dentro di voi — questi non sono divisi,
perché sono u n iti a Dio; in fa tti chi si unisce a una m eretrice fo r­
m a con lei un solo corpo; « saranno » in fa tti — è d etto — « due in
una sola carne ». Chi invece è unito al Signore fo rm a con Lui
un solo spirito. C ostoro dunque non sono dei corpi m orti, d estina­
ti ad essere divorati dagli uccelli del cielo, m a sono spiriti; in­
fa tti Dio fa dei suoi angeli degli spiriti. Perciò non scesero sopra
la colom ba e la to rto ra, p erché questi uccelli non erano stati di­
visi; no n sono in fatti divisi i giusti, dei quali si dice che sono
sem plici com e colom be. E perciò Davide dice: Anche il passero ha
trovato una casa e la tortora ha trovato un nido ove deporre i
suoi piccoli. A q u este cose faceva attenzione Abram o, queste cose
considerava con pro fo n d o sguardo spirituale.
60. E perciò è sta to scritto: Abram o si sed ette di fronte
loro, no n com e u n a ru s p ic e 41, m a com e u n in te rp re te della rive­
lazione celeste che scru ta i segni d ella azione divina. In fa tti la
m ente, ch e tendeva alla grazia di C risto, vedeva che questo m on­
do è pieno di iniquità, la q uale volava giù dalla som m ità del cielo
e opprim eva i p iù spregevoli della te rra ; e vedeva che la pudicizia,
la fede, la sin cerità no n sono soggette ad alcuna passione, m en­
tre l ’avarizia e le preoccupazioni del m ondo, da cui sono soffo­
cati co lo ro che han n o la b ra m a delle ricchezze, sono lacerate e

uidentur uolare: natura nim irum ualidiores super imbelles tam quam super
corpora m ortua irruunt, plerum que ex improuiso inuadentes. At super turtu­
rem et columbam non euolant, quoniam im m unes a cupiditatibus, infrauda-
biles sunt caelestes.
41 Ibid., III 8 (p. 180): qui im m olationem putant designari rebus pr
sentibus, dixerint, quod uelut in synagoga sedens uir probus, uiscera perscru­
tantur... nos tamen M oysi adhaerentes, placitumque magistri m anifeste noscen­
tes, quippe qui ab om ni specie sophistica uel pronostica uultum auertens, Deo
soli credebat, dicamus, cum ipsis nunc congregatis auibus superuolantibus
introduxisse iustum uirtute praeditum, non aliud parabolice demonstrans, nisi
quia iniuriam auiditatem que impediat, et rixis bellisque infensissim us sit,
constantiam atque pacem amans: ipse enim ueraciter pacis custos est. Quo­
niam per malos nec una ciuitas acquieuit in tranquillitate, sed immobiles
factae sunt, cum unus uel alter hom o uirtute praeditus extitit, cuius uirtus
ciuiles morbos sanat, dante Deo uirtutis studiosis ad honorem bonos mores;
nec eis solummodo, sed illis quoque, qui (uel quibus) appropinquat ad uti­
litatem parandam.
210 DE ABRAHAM, I I , 8,60 - 9,61

u o luptates diu itiaru m , d ilacerari ac d iu id ic. V nde e t diuitiae


dictae su n t cu rae e t cogitationes m u n d i huius, quod m entem
diu id an t a tq u e in d iu ersu m scin d an t et in p arte s tra h a n t nec
sin an t eam in co rru p ta m esse et integram . V ir ergo pacificae m entis
consid eb at et co n sid erab at q u aten u s pro h ib ere com m inus posset
e a m ala, q u ae h o m inibus in u eh u n tu r; m ens enim ' sapientis ac
iusti uiri m ed eri stu d e t hum anis casibus et p ro h ib ere ac resecare
anim aru m n o stra ru m labores.

9. 61. D enique q u am hoc A braham sp iritali et prophet


affectu fecerit sequentia docent. N am solis occasu exeessus cecidit
supra < A braham > : et ecce tim o r m agnus tenebrosus incubuit
super illu m a. Excessus p ro p h etis fieri solet, sicut habes prophe­
tam dixisse: Ego dixi in excessu m eo: O m nis hom o m e n d a x h.
Excedit enim m ens p ro p h etae u elu t fines quosdam hum anae
pruden tiae, qu ando re p le tu r deo, et a n te euacu at se cogitationibus
et disceptationibus saeculi huius, u t ad u en ien ti gratiae spiritali
p u ra m se et exinanitam p raeb eat, su p eru en iat in eam spiritus
sanctus m agna se ui infundens, ita u t m ens hom inis subito
tu rb e tu r. D enique angelus u en it a d M ariam , et cu m sedulitate
e t g ra tia u en erat: et tam en M aria m o ta est in in tro itu eius. Vnde
ait angelus ad eam : N e tim eas, Maria; inuenisti en im gratiam
apud deum . E t ecce concipies in utero et paries filiu m c. Cogno­
scim us ergo quia q u an d o u en it g ra tia d ei su p e r p ropheticam
m entem , su b ito in ru it e t inde incubuisse et decidisse super
p ro p h e ta m sp iritu m san c tu m legim us, q uia excessum p a titu r et
tu rb a tu r et tim et e t q u ib u sd am ignorantiae e t in p ru d en tiae te­
nebris offunditur, sicu t e t in Actibus apostolorum leg im u sd
q u ia circu m fu lsit su p e r S aulum < lu x > de caelo, et cecidit et

= Mt 13, 22.

» Gen 15, 12.


»> Ps 115 (116), 2.
c Le 1, 30 s.
<» Act 9, 3.

61, 3. Abraham Schenkt.


17. prophetam Schenkl prophetas codd.
20. lux Henricus Schenkl.
ABRAMO, I I , 8 ,6 0 - 9 ,6 1 211

divise. Perciò anche le ricchezze sono considerate com e preoccu­


pazioni e pensieri di q u esto m ondo, perché dividono la m ente, la
strap p an o in diverse direzioni e la trascin an o da u n a p a rte e
d a ira ltra e non p erm etto n o che re sti in co rro tta ed integra. Dun­
que l'uom o, la cu i m en te e ra serena, sedeva e considerava com e
p o ter im pedire, affrontandoli, i m ali ch e investono gli uom ini;
in fatti la m en te dell’uom o sapiente e giusto si preoccupa di p o r­
tare sollievo alle u m an e sventure, dì im p ed ire e di p o rre fine agli
affanni delle n o stre a n im e 42.
9. 61. In fa tti con quali disposizioni sp iritu ali e profetic
Abram o ab b ia com piuto il sacrifìcio è d etto in ciò che segue.
In fatti al tra m o n to del sole u n ’e s ta s i1 cadde su Abram o: ed ecco
un grande tim ore tenebroso venne sopra di luì. L'estasi suole veri­
ficarsi nei profeti. Cosi in fa tti trovi d etto dal profeta: Io ho detto
nella m ia estasi: Ogni u om o è bugiardo. In fa tti la m ente del
profeta, q u an d o è rip ien a di Dio, valica i confini, p e r cosi dire,
dell’u m an a saggezza, p rim a si svuota dei pensieri e delle discus­
sioni di questo m ondo, affinché si p ossa p re sen tare p u ra e svuo­
ta ta alla grazia sp iritu ale che viene, affinché lo S p irito Santo
venga e p en etri in essa con ta n ta forza da tu rb a re im m ediata­
m ente la m ente dell’uom o. In fatti, quando l’angelo venne d a M aria,
sebbene si fosse p re sen tato a lei con p re m u ra e cortesia, tu ttav ia
M aria fu tu rb a ta al suo arrivo. Perciò l’angelo le disse: N on tem e­
re, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. E d ecco concepi­
rai e partorirai un figlio. Sappiam o, dunque, che quando la grazia
di Dio scende sulla m ente di u n profeta, su b ito vi p e n e tra e p e r­
ciò leggiam o che lo S p irito S anto si è posato ed è disceso sul
profeta; in fatti è p reso da estasi, è tu rb ato , h a p a u ra ed è o tte­
neb rato da u n a so rta di ignoranza e inconsapevolezza; allo stesso
m odo negli Atti degli Apostoli leggiam o che u n a luce dal cielo

42 II contenuto di questo paragrafo si presta facilmente ad una lettu


in chiave stoica. Tuttavia il concetto deiràn àfreiaè integrato nell’ultim o perio­
do dalla considerazione che l’uomo sapiente si preoccupa di arginare il male
e della salvezza altrui. Per quanto riguarda le indicazioni che questo luogo
offre in relazione all’esperienza m istica e alla visione profetica di Abramo, si
veda S. S tenger , Das Frdmmigkeitsbild..., pp. 32 s.

1 La lezione excessus si distanzia notevolmente dalla tradizione del


Vetus Latina che presenta pauor (cf. Genesis, ad toc.). H ie r ., quaest. Hebr. in
Gen. 15, 12 (CCL 72, p. 20) trascrive gxfftacis dal testo dei Settanta. Senza
voler escludere che anche Ambrogio abbia controllato i Settanta, preferisco
pensare che egli abbia in questo caso tradotto il testo della corrispondente
quaestio di Filone (quaest. in Gen. I l i 9: A u c h e r , p. 181): quid est, sub occasu
solis ecstasis cecidit super Abraham et ecce horror magnus tenebrosus incidit
ei? È proprio sul concetto dell’estasi che Ambrogio, al seguito dell’Alessandrino,
sviluppa il suo commento. Cf. ibid.: nam ecstasis, ut ipsa uox euidenter monet,
nihil est aliud quam abscessus mentis extra se exeuntis. Prophetica uero gens
amat id pati; quum enim diuinatur, et diuinis imbuitur intellectus, non ultra
in se existit, quoniam diuinum spiritum intus recipiens cohabitare facit: immo
potius, ut ipse dixit, « cadit super eum » (spiritus), quoniam non lente super-
uenit, sed repente irruit. Si noti tuttavia come nell’insieme Ambrogio valichi
in senso cristiano e neotestam entario i limiti dell’esegesi filoniana.
212 DE ABRAHAM, I I , 9 , 61-62

h o rro re anim i tu rb a tu s e s t e t au d iu it uocem d e caelo dicentem :


Saule, Sauté, q u id m e p ersequeris?*. D esinit enim u id ere saecu­
la ria q u i in cip it a u d ire diuina. V nde et tim o rem A brahae et
ten eb ras m irari no n debes, qu asi p ra e te r u irtu te m a u t m eritum
eius acciderint, cu m p ro p h e ta ru m co n su etu d in i congruere aduer-
tas q u an d o adiuncta, u t cognoscant fu tu ra.

62. C ontinuo au tem dictu m habes a d eum : Sciendo sc


quoniam peregrinum erit sem en tu u m in terra non sua, et
seruitio o p p rim en tu r e t nocebunt eis e t hum iliabunt eos [ecce]
annos q u a d rin g en to sf. M erito tenebrosus h o rro r m agnus factus
est, q u ia m agna o racu la d efere b an tu r, cum d e populo saeculorum
d a b a tu r praecep tu m . Q uom odo tam facile ca p ere istu d m ens
hu m an a p o tera t, m axim e quae ad m onebatur, u t in h ac peregri­
n a re tu r ferra? N on en im tam quae fu tu ra e ra n t d e c la rab a n tu r
quam p ra e sc rib e b a n tu r q uae facienda nobis forent. N am pere­
grinum in q u it erit sem en tu u m , siue quia om nes hom ines peregrini
esse debeam us in h ac te rr a — om nium etenim p a te r est A braham
— siue quia u e ru m sem en A brahae p ere g rin e tu r in hoc m undo;
illud enim u eru m sem en est, de quo d ictu m est: I n Isaac erit
sem en tu u m B. D enique qui se A brahae h eredem agnosceret ait:
Aduena ego su m in terra hac et peregrinus sicut om nes patres
m e ih. Qui enim p ereg rin u s hic fu e rit ciuis in caelo est, qui autem
in hac te rra om nem anim ae suae su b stan tiam constituendam
p u tau erit h ered itatem q u e huius te rra e ad q u iren d am sibi exul-
tau erit a dei regno e x c lu d e tu r'. V nde apostolus a d fideles uiros
e t ciues H ierusalem illius, q u ae in caelo est, e t ecclesiae filios
dicit: E rgo iam non estis aduenae atque peregrini, sed estis
ciues sa n cto ru m et dom estici d e i N on ergo haec te rra n o stra
est, de qua p o test prin ceps m u n d i istius dicere ostendens regna
om nia orbis terrae: T ib i dabo p o testa tem hanc, si procidens
adoraueris m e m: e ru n t tu a om nia quae sibi alieni u in d ican t et
seruitio o p p rim u n t populum dei, u t seruis eius nocere et hum iliare
co n e n tu r sanctos dei. D enique ipse filius dei nihil sibi ex hoc
m undo uin d ican d u m p u tau it, unde ait: V en it huius m u n d i prin­
ceps et in m e inueniet n ih il". D iuersi ergo dom ini in seru itu te

« Act 9, 4.
f Gen 15, 13.
* Gen 21, 12.
h Ps 38 (39), 13.
i H ebr 12, 22.
' Eph 2, 19.
"> Mt 4, 8 s.
" Io 14, 30.

62, 3. ecce exp. Fischer (Vetus Latina, Genesis, ad toc.).


ABRAMO, I I , 9, 61-62 213

brillò su Saulo, cosi egli cadde e fu tu rb a to neH’anim o dalla pau­


ra e udì u n a voce dal cielo che diceva: Sauto, Sauto, perché m i
perseguiti? C essa in fa tti di vedere le cose m ondane colui ch e ini­
zia ad asco ltare quelle divine. Perciò non devi m eravigliarti della
p au ra di A bram o e delle ten eb re (che lo hanno avvolto), com e se
tu tto fosse accaduto n o n o stan te la sua v irtù e il suo m erito. Que­
sti fenom eni, com e si pu ò costatare, sono consueti nei p rofeti,
dal m om ento che si verificano in essi affinché conoscano il futuro.
62. S ubito dopo trovi che gli si d ic e 2: Sappi che i t
discendenti saranno pellegrini in terra straniera e saranno ridotti
in schiavitù, m a ltra tta ti e um iliati p er quattrocento a n n i3. Non
senza ragione calò la ten eb ra d ’u n profondo te rro re dal m om ento
che si annunciavano gran di profezie, con le quali si davano su
questo popolo disposizioni p e r u n avvenire di secoli. Come poteva
u n a m ente u m an a co m prendere tan to facilm ente q u este cose,
so p ra ttu tto quella m ente alla quale si ordinava di p eregrinare su
q u esta te rra ? In fatti non tan to eran o svelati gli avvenim enti fu tu ­
ri, quan to p iu tto sto si voleva prescrivere ciò che noi avrem m o
dovuto fare. In fa tti dice: I tuoi discendenti saranno pellegrini,
sia perché noi tu tti uom ini siam o necessariam ente pellegrini in
qu esta te rra — A bram o in fatti è il p ad re di tu tti —, sia perché il
vero sem e di A bram o è pellegrino in questo m ondo; il vero sem e
in fatti è quello di cui è stato detto: In Isacco avrai la tua discen­
denza. P ertan to chi si riconosceva erede di A bram o disse: Io sono
straniero in questa terra e pellegrino com e tu tti i m iei antenati.
In fa tti chi è stato pellegrino su q u esta terra, è cittadino nel cielo,
chi invece h a riten u to di stab ilire su questa te rra ogni sostanza
della su a anim a ed è sta to felice di o tten ere in ered ità q uesta ter­
ra, sarà escluso dal regno di Dio. Perciò l’Apostolo, rivolto agli
uom ini fedeli e cittad in i di quella G erusalem m e che è nel cielo
e ai figli della Chiesa, dice: N on siete più stranieri né pellegrini,
m a siete cittadini dei santi e m e m b ri della casa di Dio. D unque
qu esta non è la n o stra terra, di cui il principe di questo m ondo,
m ostran d o tu tti i regni del m ondo, può dire: Q uesto ti darò in
potere, se p ro stra to m i adorerai. S aranno tu e tu tte quelle cose
che rivendicano a sé gli stran ieri, i quali riducono in schiavitù
il popolo di Dio, p e r cercare di recare offesa ai servi di Dio e di
um iliare i suoi santi. P ertan to lo stesso Figlio di Dio non riten ­
ne di rivendicare a sé cosa alcuna da questo m ondo, perciò dice:
Viene il principe d i questo m ondo e in m e non troverà nulla.

2 Individuiamo in questa espressione una tenue traccia di P h il o , quaest.


in Gen. I l i 10 (A u c h er , p . 181): optime illud, « dictum est ad eum », notatum
fuit, ma nel seguito del paragrafo Ambrogio procede autonomam ente: rie­
labora in senso cristiano il pensiero dell'Alessandrino. Mentre Filone afferma
che l ’um anità è straniera sulla terra, perché omnia... quae sub caelo sunt, Dei
sunt possessio (p. 182), Ambrogio introduce il concetto paolino della cittadi­
nanza celeste. Altro elemento am brosiano è l’identificazione nel diavolo e nei
suoi angeli dei nemici dell’uomo.
3 B. F is c h e r , Vetus Latina, Genesis, ad loc., espunge ecce come errore
paleografico di trascrizione del. num ero CCCC.
214 DE ABRAHAM, IX, 9, 62-63

nos uo lu n t tenere: in cessit diabolus, in festan t angeli eius, passiones


m otusq u e co rporis u elu t dom estici atq u e in testin i hostes inquie­
tan t. Foris pugnae, in tu s tim ores °, foris pugnae, in tu s cupiditates.
Aliena e s t enim terren i corporis su b stan tia p u rita ti cordis et
ideo in p u g n at uel certe repugnat. B ellum ergo cotidianum est
et in tra c a s tra eadem graue proelium , donec deus m isericors
diabolum atq u e eius m in istro s iudicet, passiones restin g u at ac
subiciat m enti sedulae, exquirat anim as n o stras de om nibus
offensionis et p ericu li n o s tri auctoribus, qui ait: Sanguinem
anim arum uestra ru m exquiram de m anibus o m n iu m bestiarum p.
E t Iohannes u id it et dixit q u ia m ors et in fern u s m issi su n t in
stagnum ig n is q.

63. Itaq u e ex ib u nt iusti, u t nihil de suo d im ittan t in te


hac, ne spolia eo ru m re sid a n t ap u d incolas e t possessores istius
terrae. Qui etiam sic ab ib u n t de te rra Aegypti ista, u t uasa, quae
su m p seru n t a b Aegyptiis m u tu a uel aurea, inquit, uel a rg e n te a r,
quibus ad tem pus u te re n tu r, secum a u fera n t et dep raed en tu r
Aegyptios. H aec u asa acceperunt u o lu n tate dom ini et secum ea
auferen t, quia resu rrectio n is filii sunt, quibus d icitu r: N on peribit
capillus de capite u e s tr o s. V asa haec Aegyptii dederunt, quae
de te rra adflictionis ad su m p ta sunt, et su n t alia aurea, alia argen­
tea, qu ia om nis c re a tu ra dei bona* et m axim e hom inis in terris
p raestan tissim a, q u am h o n o rau it deus, u t in sp irare t in faciem
eius sp iritu m u itae et om nibus praeficeret anim antibus. Haec
illa su n t uasa, de quibus dicit apostolus: H abem us thensaurum
in uasis fic tilib u s u. H aec est uestis Aegyptiorum , qua u estitu r
anim a nostra, u t locupletior hinc reced at et quo hic uehem enter
lab o rab at lib eretu r. N on solum enim om nis c re a tu ra ingem escit
et p a r tu r it v, sed etiam nos, donec u en iat redem ptio corporis
nostri. H abet dom inus curam operis sui, h ab et n atu ra e prom ptae
in plerisque ad ratio n em ac beniuolentiam . N eque enim excidi

» 2 Cor 7, 5.
p Gen 9, 5.
<i Apoc 20, 14.
r Ex 12, 35 s.
s Lc 21, 18.
* Gen 2, 7.
“ 2 Cor 4, 7.
v Rom 8, 22.

62, 33. terreni Stenger 53,1 interni codd. Schenkl.


ABRAMO, I I , 9, 62-63 215


D unque diversi p ad ro n i vogliono tenerci in sch ia v itù 4: il diavolo
assale, i suoi angeli to rm entano, le passioni e i m oti del corpo
com e nem ici dom estici e in testin i diffondono turbam ento. Fuori
le lotte den tro i tim ori, fuori le lotte, d en tro le bram e. In fa tti la
sostanza del corpo terren o è nem ica della purezza del cuore e
perciò assale o alm eno resiste. È u n a g u erra quotidiana e anche
d en tro gli accam pam enti si svolge u n a d u ra battaglia, finché
Dio m isericordioso non giudicherà il diavolo e i suoi m inistri,
non estinguerà le passioni e le so tto m etterà alla m ente zelante,
finché non toglierà le n o stre anim e a tu tti coloro che sono p er noi
causa di offesa e di pericolo, lui che dice: Chiederò conto ad ogni
bestia del sangue delle vostre anim e. Anche Giovanni vide e disse:
La m orte e l’inferno sono stati g ettati nel lago di fuoco.
63. E cosi i giusti se ne an d ran n o p e r non lasciare nulla
q u esta te rra di ciò che ap p artien e ad e s s i5, affinché le loro spo­
glie non restin o presso gli ab itan ti e i possessori di q u esta terra.
Essi inoltre se ne an d ran n o da q u esta te rra d ’E gitto depredando
gli Egiziani e p o rtan d o con sé quei vasi — è detto — d ’oro e
d ’argen to p resi a p re stito dagli Egiziani p e r u sarli tem poranea­
m ente. P resero questi vasi p e r volere del Signore e li p o rtaro n o
con sé, perché essi sono figli della risurrezione, ai quali è detto:
N em m en o un capello del vostro capo andrà perduto. Gli Egiziani
diedero questi vasi, che furono presi dalla te rra deH’afflizione:
alcuni sono d'oro, altri d ’argento, perché ogni cre a tu ra di Dio è
buona e specialm ente l'uom o è sulla te rra la cre a tu ra più nobile,
che Dio h a onorato, tan to che soffiò nel suo viso l ’alito di vita e
lo pose a capo di tu tti gli esseri viventi. Q uesti sono i vasi di cui
p arla l’Apostolo: A bbiam o un tesoro in vasi d ’argilla. Q uesta è
la veste degli Egiziani di cui si riveste la n o stra anim a, perché
possa allo n tan arsi più ricca da q u esta te rra e liberarsi da ciò che
le provocava gravi sofferenze. In fatti, non solo ogni creatu ra
soffre le doglie del p arto, m a anche noi, finché non v errà la reden­
zione del n o stro corpo. Il Signore h a cu ra della sua opera, ha
cura della n a tu ra che p er lo più è incline alla ragione e alla

* P h ilo , quaest. in Gen. I l i 10 (Aucher, p. 182): ...seruus est morta


quisque in genere, nemo autem liber reperitur, sed. habet dominos plurimos,
qui uexant et affligunt, tum extra, tum intus in se. Extra hiemem frigore
afficientem, aestatem aestu comburentem, fam em , sitim, m ultasque alias
calamitates. Intus autem uoluptates, concupiscentias, moerores, timores...
sapientis anima dum desuper ab aethere in mortalem adueniens ingrediatur,
et sem inetur in campo corporis, ueraciter peregrinatur in terra non sua:
quandoquidem terrena corporis natura ab intellectu puro prorsus aliena est,
et subigens illum deorsum in seruitutem , om nem afflictionem illi fert: donec
saluator captiuitatem uitiorum gentem in iudicium adducens condemnet; sic
enim in libertatem deinceps redditur. Su qu esto passo, e precisam en te su l­
l ’esp ression e terrena corporis natura, si fon d a la correzione terreni di S.
Stenger, Das Frómmigkeitsbild..., p. 53, n ota 1.
5 T roviam o qui so lo qualche traccia di P hilo, quaest. in Gen. III
(A ucher, p. 183): absoluitur mens ex malo collega corpore, egrediens atque
translatus non solum libere, uerum etiam cum substantia; ita u t nihil boni
aut utilis relinquat apud hostes suos.
216 DE ABRAHAM, II, 9, 63-64

et p erire p a tim u r arb o res, q u aru m circa p rim o s fru ctu s nóbis
fe tu ra p ro ru m p it, si p o sterio re ae ta te eas a u t u en tu s decutiat
a u t sol a d u ra t, u t < i n > sufficienda e t su b m in istra n d a u irtu te
siccitatibus deficiat uis anim ae, < n o n > deficiat su b stan tia, sed
m elioribus au ris differim us exam inandas. E t ideo deus noster
bonae u o lu n tatis re m u n e rato r etiam prim ae fetu rae atque indolis
contem plationem habens om ne colligi p a titu r anim ae n o strae pa­
trim on iu m ac re seru ari fu tu ri ad u en tu s p ro b a tu ru s tem perie.

64. M em or itaq u e sui m uneris, quod in m o rtale esse uo


aequis, sed si culpa no n ob rep isset et grauis, quae fecit u t
non expediret d iu u iuere, a it ad A braham : T u autem ibis ad
parentes tu os cu m pace, n u tritu s in sen ectu te b o n a 1. P a titu r
nos discedere ex h oc saeculo, u t secessione anim ae hoc corpus
re so lu a tu r in te rra m su am et fiat finis peccati, deinde p e r re­
su rrectio n em re fo rm e tu r d iu in ae lib eralitatis gratia. Ideoque dicit
a d A braham : T u ibis ad patres tuos. N onnulli p u ta u e ru n t p atres
esse elem enta, ex q uibus co n stat caro n o stra, dum uiuim us, et

* Gen 15, 15.


63, 22. in add. Schenkl.
23. deficiat uis animae < n o n > deficiat Stenger 54 deficiat uestris animae
deficiat P deficiat ueteris animae [deficiat] Schenkl deficiat uis
animae, deficiat Henricus Schenkl.
64, 2. sed seclusit Schenkl.
ABRAMO, I I , 9, 63-64 217

b enevolenza6. In fa tti non sopportiam o che gli alberi, la cui vege­


tazione p ro ro m p e al tem po dei p rim i fru tti, siano recisi e p eri­
scano se, in seguito, il vento li scuote o il calore del sole
li brucia, cosi che p e r effetto della siccità vien loro m eno la
forza vitale nel rinnovare e nel fo rn ire la loro qualità, non vien
m eno la s o sta n z a 7, m a attendiam o di riesam inarli in u n a stagione
m ig lio re8. Allo stesso m odo il n o stro Dio, che ricom pensa la buo­
na volontà e tiene in considerazione anche i p rim i fru tti e la
disposizione d ’anim o, p erm e tte che il patrim onio della n o stra
anim a sia accum ulato e conservato con l’in ten to di esam inarlo
al tem po della sua fu tu ra venuta.
64. Perciò, m em ore del dono deH’im m o rtalità che volle
servare ai giusti, m a se il peccato non si fosse insinuato, e u n grave
peccato che fece si che non fosse conveniente vivere a lungo, d is­
se ad Abram o: Quanto a te, te ne andrai in pace presso i tuoi pa­
dri, conservato in una felice vecchiaia. P erm ette che noi ce ne
andiam o da questo m ondo, affinché con la separazione déll’anim a
questo corpo si decom ponga ridiventando te rra e il peccato abbia
fine e poi p er la risu rrezione sia ristab ilita la grazia della divina
lib e ra lità 9. Perciò dice ad Abram o: Te ne andrai presso i tuoi
padri. Alcuni hanno p ensato che i p ad ri sono gli e le m e n ti10 di

6 C f. ibid.\ quoniam ferax quidem est omnis anima rationalis: uerum


qui se putat onustum ac uirtute praeditum in consilio suo, nequit seruare fruc­
tum suum ad finem; id enim decet probum hominem, consequi ultro meditata,
sicut etiam eis congruum sapientiae consilium (A u c h er , ibid., p . 183, n o t a 1
e R . M arcus , Philo, S u p p i. I: Questions..., p . 194, n o t a j , n o t a n o l ’o s c u r i t à
d e lla v e r s io n e a r m e n a ) . Quoniam sicut arbores quaedam etsi feraces sunt in
prima germinatione fructuum , nutrire tamen non ualent; ita ut ob minimas
causas totus fructus ante maturationem discutiatur: sim iliter inconstantium
animae m ulta ad fertilitatem iuuantia sentiunt, integra tamen seruare ea
nesciunt ante perfectionem, quae uirtutis studiosum decet, ut tamquam pro­
priam possessionem colligat. A m b r o g io , p u r c o n s e r v a n d o q u a lc h e t r a c c i a d e l
s u o m o d e llo , s v ilu p p a u n s u o o r d i n e d i id e e e r i s u l t a a n c h e — n o n o s t a n te le
c o r r u t t e l e d e l t e s to — p i ù l im p id o ( c f. S . S tenger , Das Frómmigkeitsbild...,
P. 54).
7 H o a c c o lto l ’i n t e g r a z io n e non d i S . S tenger , ibid., a n c h e p e r c h é e s s a
m i s e m b r a c o n f e r m a ta p i ù o l t r e in II 11, 86 (cadunt ante deum omnia et
m utantur et transeunt, sola illa im m utabilis stat semper substantia).
8 S i n o t i l ’in t r e c c i o d i e l e m e n ti m e t a f o r i c i e r e a li.
? P h il o , quaest. in Gen. I l i 11 (A u c h er , p . 184): m anifeste incorruptibi­
litatem animae subindicat, transferentis se ex habitaculo mortalis corporis,
et redeuntis uelut in m etropolim patriae, unde prim um huc demigrauit.
Quandoquidem defuncto dicere, « ibis ad patres tuos », quid est aliud, nisi
alteram uitam proponere absque corpore, quatenus animae soli sapientis con-
uenit uiuere? F ilo n e p a r l a s o lo d e ll ’i m m o r t a l i t à d e ll ’a n i m a , p e r d i p i ù c o m e
p r e r o g a ti v a r i s e r v a t a a l l 'a n i m a d e l s a p i e n t e ; A m b r o g io a g g iu n g e la r i s u r r e ­
z io n e e l 'i m m o r t a l i t à d e l c o r p o , e p r e s e n t a la m o r t e c o m e u n e v e n to p r o v v i­
d e n z ia le c h e l i b e r a l ’u o m o d a l p e c c a to .
10 Ibid.: patres autem Abrahae non genitores suos, auosque et maio
inducens ait... sed uisum est patres assignare, ut m ultorum est sententia,
elementa uniuersa, in qua resolutio fit dissoluti. Mihi autem uidetur designare
incorporeas substantias atque diuini m undi abitatores, quos alibi angelos
appellare consueuit. Porro non frustra dicit sequentia, in pace nutritum eum
esse, et in pulchra senectute. Malus enim ac prauus in pugna nutritur, et uiuit,
et decedit in senectute pessima; probus autem in utraque uita, in illa quae
cum corpore, pacem colit, est que solus fortissim us (uirtuosissimus); quatis
218 DE ABRAHAM, I I , 9, 64-65

in q u ae resoluim ur. Sed nos qui m em inim us m atre m nobis èsse


H ierusalem , quae su rsu m est, quae est libera, quae est m ater
om nium n o strorum a, sicut apostolus dicit, illos adserim us patres
q u i uitae et m erito et o rdine praecesseru n t. E ra t illic Abel pia
uictim a, e ra t pius et sanctus Enoch, e ra t Noe: ad eos prom it­
titu r A brahae tran situ s. T ra n sit enim qui de hac u ita recedens
ad u itam d em ig rat alteram , qu am u iu it m ens sapientis et iusti
uiri, qui n u tritu r in pace; n am insipiens in bello n u tritu r et in
discordiis, iu stu s in sen ectute bona uiuit. Non dixit « longa »,
sed b o n a h, quia iustu s bene senescit, iniu sto ru m au tem nemo,
quam uis ceruis uiuacibus d iu tu rn io rem u itam uixerit. N am diu
uiuere com m une sapientibus atque insipientibus est, bene autem
uiuere speciale sapientis est, cuius senectus uenerabilis, et aetas
senectu tis uita inmaculata, non diuturna in q u it neque num ero
annorum c o m p u ta ta c nec capillis canis in capite, sed sensibus.
Ille ergo bene senescit qui bene senserit.

65. Q u a rta 'a u tem generatione r e u e rte n tu r d. H istoria quid


u id e tu r de Iudaeis conuenire, qui in Aegyptum tra n sie ru n t et de
Aegypto exierunt. Q uadringenti enim anni e t trig in ta exacti illic
anni eorum sunt, sed non om nes centenos et qu o t excurrunt
annos uix eru n t, sicut Moyses au t Iesus N a u e e, u t q u arta e gene­
rationis tem pus conueniat. Vnde m ysticum aliquid m agis re­
quiram u s, eo q u o d te tra s om nibus n u m eris a p ta sit et radix
quaedam decim ae ac fu n dam entum , hebdom adis quoque m edia.
Denique nonagesim us tertiu s psalm us sc rib itu r q u a rta sabbati,
eo quod hic n u m eru s m edius sit p rio ru m sequentium que; tres
enim p raeced u n t eum : prim us secundus te rtiu s et tres sequuntur:
q u in tu s sextus septim us. Qui hunc psalm um canit uelut aptis
num eris u itam istiu s m undi tran sig it quasi tetragonus et stabilis
atque perfectus. In q u a ttu o r libris plenum euangelium atque
perfectu m est. Q u a ttu o r a n im a lia f m ystica sunt, m undi quoque
istius q u a ttu o r p artes, ex q u ib u s congregati filii ecclesiae regnum
C hristi sacratissim u m p ro p a g aru n t uenientes ab oriente atque

“ Gai 4. 26.
» Gen 15, 15.
c Sap 4, 8 s.
* Gen 15, 16.
Deut 34, 7; Ios 24, 30.
f Ez 10, 14.

64, 24. canis add. D.


ABRAMO, I I , 9, 64-65 219

cui è com posta la n o stra carne finché viviam o e nei quali ci de­
com poniam o. Ma noi, che ram m en tiam o che la n o stra m ad re è
la G erusalem m e celeste, che è libera, che è m adre di noi tu tti,
com e dice l’Apostolo, asseriam o che i p ad ri sono quelli che ci
hanno p reced u ti sia p e r i m eriti della loro vita che p e r età. F ra
quelli era Abele, v ittim a p er la sua pietà, era il pio e santo Enoch,
era Noè: ad A bram o si p ro m ette di p assa re p e r raggiungerli.
In fatti com pie u n passaggio colui che lasciando q u esta vita si
trasferisce n ell’a ltra vita, che è vissuta dalla m ente dell'uom o
sapiente e giusto, che si conserva nella pace; in fatti lo sto lto si
conserva nella g u erra e nelle discordie, il giusto vive in u n a felice
vecchiaia. Non h a d etto « lunga », m a felice, perché il giusto in­
vecchia felicem ente ", fra gli ingiusti invece nessuno (invecchia
felicem ente), anche se av rà vissuto u n a vita p iù lunga dei c e rv i12
longevi. In fatti vivere a lungo è cosa com une ai sapienti e agli
stolti, vivere bene invece è u n a pecu liarità del sapiente, la cui
vecchiaia è venerabile, e l'età della vecchiaia è una vita senza
macchia, non longeva — è d etto — né si m isura dal num ero degli
anni né dai capelli bianchi in capo, m a dai sentim enti. D unque
invecchia felicem ente colui che h a avuto buoni sentim enti.
65. Alla quarta generazione torneranno. Q uesto racco
sem bra rife rirsi evidentem ente ai Giudei che si tra sfe riro n o in
E gitto e poi ne uscirono. Gli anni che vi trasc o rsero sono quat-
tro cen to tren ta, m a non tu tti vissero cento anni e più, com e Mosè
0 Giosuè, di m odo che il tem po della q u a rta generazione co rri­
sponda (a q u a ttro c e n to tre n ta anni). Perciò cerchiam o piu tto sto
un senso m istico. In fatti il num ero q u a ttro si a d a tta bene a tu tti
1 num eri ed è in un certo senso la radice e il fondam ento del
decim o n u m e ro 13; ra p p re se n ta anche il punto in term ed io del
num ero sette. In fa tti il salm o novantatreesim o è intitolato « q u ar­
to giorno della settim an a » perché questo nu m ero è in term ed io fra
i prim i tre e i seguenti. In fa tti tre lo precedono: il p rim o, il se­
condo, il terzo, e tre lo seguono: il quinto, il sesto, il settim o.
Chi can ta q u esto salm o tra sc o rre la vita di questo m ondo, p er
cosi dire, secondo n u m eri opp o rtu n am en te disposti, com e te tra ­
gono stabile e p erfetto. Il V angelo com pleto e p erfetto è form ato
da q u a ttro libri. Q u a ttro sono gli anim ali m istici, anche le p a rti
di questo m ondo sono q u attro , dalle quali si sono ra d u n ati i
figli della Chiesa che vengono d a O riente e da Occidente, d a Set-

nemo insipientium reperitur, etsi elephante longaeuior sit. Quare diligenter


dixit, ibis ad patres tuos, nutritus non in prouecta senectute sed « in pulchra
senectute »: nam in prolixam uitam extenduntur et plures insipientium, sed
in bonam uirtuteque praeditam ille solus, qui sapientiae cupidus est. Con non­
nulli Ambrogio allude a Filone, m a per prenderne decisamente le distanze.
11 Cf. I d., quis rer. diu. her. 290.
12 Al posto dei cervi nella versione arm ena di quaest. in Gen. (cf. il passo
cit. in nota 10) troviamo l’elefante. E. L u c c h e s i , L’usage de Philon..., p. 103,
osserva che m entre Ambrogio leggeva nel testo greco di Filone gXcKpog, l’arm e­
no doveva leggere ÉXé<pag: le due parole sono quasi omografe.
13 Cf. K. S taehle , Die Zahlenm ystik bei Philo von Alexandreia, Leipzig-
Berlin 1927, pp. 26-31.
220 DE ABRAHAM, I I , 9, 65-66

occidente, sep ten trio n e ac m eridie. Q u a d ru p ertito ig itu r latere


san cta su rre x it ecclesia. Decas quoque ex isto num ero adsurgit.
Si enim conectas ab uno u sque q u attu o r, hoc m odo decim am
facies. C onputa unum , adde illi duo: fiunt tres. Adde trib u s tres:
fìunt sex. E t ad sex adde q u attu o r: fiunt decem . T etras igitur
decim am inplet, decas n u m eru m om nem conplectitur. Q uattuor
quoque aetates su n t hom inis: p u e ritia adulescentia iuuentus m a­
tu ritas. P au latim ad su rg it et fu n d a tu r sapientia. Ita q u e sum m a
p ru d e n tia e q u a rto ae ta tu m ordine uenit. M eritoque etsi quis
an te sub rege Aegypti fuit, m atu rio ris tam en ae ta te consilii exit
de p o testate eius et legem sibi agnoscit sequendam , Tunc fit ei
u itae istiu s m are peruium . Sim ilis ra tio est his quae gignuntur
solo. Vbi sem en sp arsu m fuerit, hum o so lu itu r et prim o p ro ru m p it
in radicem , deinde g erm inat, fo rm a tu r fru ctu s et p o stea m a­
turescit. A rbores quoque ipsae prim um fru ctu m ferunt, deinde
ipse adolescit fructus, accessu tem poris m u ta t colorem , q u arto
ordine consum m atur, hoc est nouissim o. Ita ergo et nos in hac
te rra ad flic tio n isg fugiam us lateres form are, sed gem itu et la­
crim is prouocem us dom ini m isericordiam , u t m itta t nobis Moysen
et Aaron, hoc est legem et sacerdotem , sed illum u erum sacerdotem
et sacerdotum principem , qui licet in te r hom ines u e r s a re tu rh
d iceb atu r ecce sp iritu s ante faciem nostram C hristus dom inus ',
et lib eret nos de te rra Aegypti, u t dom ini pascha c e le b rem u sj,
feram u s etiam fru ctu m fidei ab ipsa p u eritia, augeam us in adu­
lescentia, colorem us in iu u en tu te, conpleam us in senectute. Iam
enim securis a d radices a rb o ru m p o sita est u t qui facit fructum
ferat. A dultam etiam m atu ra m q u e segetem n o stram m essor
inueniat, u t m atu ro s fru ctu s in apothecis recondat, ne inm aturos
hiem ps dep reh en d at, u en tu s d ecutiat, p lu u ia co rru m p at.

66. Ego tam en a rb itro r significari m agis in te r aduent


dom ini p rio rem et secundum , qui fu tu ru s e s t iudicii dies, tem pus
m edium . Ideo enim et a d solis occasum u iro huiusm odi factus
est p a u o r m agnus ™, quia occidente iam m undo fu tu ru m sacri­

li Ez 1, 14.
•> Ps 109 (110), 4; H ebr 5, 6.10; 7, 17.21.24.26.
* Thren 4, 20.
) Ex 12, 3 ss.
' Mt 3, 10; Lc 3, 9.
m Gen 15, 12.

66, 3. factus add. D.


a b r a m o , ir, 9, 65-66 221

ten trio n e e da Mezzogiorno, p e r diffondere il regno santissim o di


C risto. La san ta Chiesa dunque è so rta con q u a ttro lati. Anche la
decade d eriv a da questo num ero. Se in fatti assom m i i num eri da
uno a q u a ttro avrai il num ero dieci. C onta uno, aggiungi due:
fanno tre; al tre aggiungi tre: fanno sei; al sei aggiungi q u attro :
fanno dieci. Il q u a ttro dunque realizza il decim o num ero, la
decade com prende ogni num ero. Q u attro sono anche le età del­
l’uom o, fanciullezza, adolescenza, virilità, m a tu r ità 14. A poco a
poco sorge e si consolida la sapienza. Perciò la pienezza della sag­
gezza giunge, considerando le età, al q u a rto posto. P er questa ra ­
gione anche se uno è stato soggetto in precedenza al re d'E gitto IS,
tu tta v ia con l’età d ella m a tu rità si libera del suo p otere e rico­
nosce com e suo dovere seguire la Legge. Allora gli si apre il m are
di questa v i t a 16. S im ilm ente avviene p e r le cose p ro d o tte dalla
terra. Dopo che il sem e è stato sparso, si dissolve nel terreno e
d apprim a p ro ro m p e in radice, poi germ ina, si form a il fru tto che
poi m atu ra. Anche gli alb eri p rim a fanno il fru tto , poi il fru tto
cresce, col tra sc o rre re del tem po cam bia colore, nella q u a rta fase,
cioè nell'ultim a, giunge a m aturazione. Perciò anche noi rifuggia­
m o dal fare m atto n i in q u esta te rra di afflizione, m a con gem iti e
lacrim e invochiam o la m isericordia del Signore, affinché ci m an­
di Mosè e Aronne, cioè la Legge e il sacerdote, m a il vero sacer­
dote e principe dei sacerdoti, del quale, sebbene vivesse fra gli
uom ini, si diceva: Ecco lo spirito di fro n te a noi, Cristo Signore 17,
e ci liberi dalla te rra d'E gitto, affinché possiam o celebrare la
P asqua del Signore, p o rtiam o anche fin dalla fanciullezza il
fru tto della fede, lo facciam o crescere nell’adolescenza, gli diam o
colore nella virilità, lo p o rtiam o a m aturazione nella vecchiaia.
In fatti la scure è sta ta già p o sta alla radice degli alberi: chi
fa i fru tti li p orti. E il m ietitore trovi la n o stra m esse cresciuta e
m atura, in m odo che p o ssa rip o rre i fru tti m atu ri nei magazzini,
affinché la cattiva stagione non li so rp ren d a im m aturi, il vento
non li faccia cadere, la pioggia non li rovini.
66. Io penso però che si alluda p iu tto sto al tem po interm
dio, fra la p rim a v en u ta del Signore e la seconda, che sarà il
giorno del giudizio. E perciò al tram o n to quest'uom o fu preso da
grande tim ore, perché, essendo orm ai questo m ondo alla fine,

14 Ambrogio, come osserva B. L òfstedt , Zeno Veronensis. Tractatus, Tur-


nhout 1971 (C C L ), Einleitung, pp. lll*s., segue la divisione in quattro periodi
(di 20 anni ciascuno) dell’età dell’uomo: cf. C ic ., Cato 33; H or., ars 158 ss.;
O v., met. 15, 199 ss.; S e n ., epist. 121, 16; Z eno V er ., tract. I 38, 5 ss. Meno
diffusa era la distinzione in cinque periodi (di 15 anni ciascuno): cf. V arrò
apud C e n s ., 14, 2; S erv ., Aen. 2, 295. Bisogna però notare che Ambrogio aveva
presente anche la distinzione in cinque periodi, perché altrove (cf. infra, 11, 81)
parla anche di infamia, che, ove compare nelle attestazioni qui sopra indicate,
precede, non sostituisce la pueritia. Con maturitas, poi, il nostro Autore inten­
de quella che gli autori antichi più comunemente chiamavano senectus: cf.
infra, in questo paragrafo.
15 Ricordiamo che il re d ’Egitto è simbolo dell’insipienza: cf. supra, II
4, 16.
16 Si allude alla traversata del Mar Rosso: Es 14, 21 ss.
'7 Lam 4, 20.
222 DE ABRAHAM, I I , 9, 66-67

fìcium d e c la ra b a tu rn, quo m undus red im eretu r, fides esset hostia,


quae non d iu id ere tu r a filiis A brahae — nam qui eam diuidunt
non su n t A brahae filii. Fides c o n p a ra tu r regno caelorum ; simile
est enim regnum caelorum grano sinapis et sim ile regnum caelo­
rum n eg o tia n ti0, qui em it agrum et in u en it in eo m arg aritam
p re tio s a m p. R egnum caelorum indiuisum est, q uia regnum tri­
n itatis u n u m est. Ideo p erp etu u m a tq u e aete rn u m , quia indiui­
sum ; om ne enim reg n u m diuisum facile d e s tru e tu r4 — hostia
fo ret etiam p u d icitia trin ita ti d icata p o st illu d sacrificium uitulae
q u ia lab o rib u s [q u ia] sacerdotalis u ictim a, caprae au tem quia
p ro peccatis hostia, arietis q u ia p ro om ni m undo et p ro ipsis
aeriis uel caelestibus: n on solum p ro hom inibus nec solum pro
agnis, sed etiam p ro haedis, quos peccatricis generationis faetore
exuit, testificatu r o racu lu m fu tu ro s adhuc in te rr a adflictionis
A brahae filios, u t in hoc agone m u lto ru m et grauium certam inum
se p ro b en t et ita cum m u lta superlectili au reo ru m et argenteorum
u a s o ru m r spoliis opim is exeant e t re u e rta n tu r anim ae atque
exeant p retio sa possidentes co rp o ra u irtu tu m d iu ersaru m et
praecipue castim oniae passionum th en sau ro repleta, sum pturae
etiam C h risti iudicio de diabolo et eius m in istris ceterisque qui
sibi uo lu eru n t nocere u in dictam . T unc e rit p a u o r m agnus etiam
iustorum ; nem o enim sine peccato. Om nes h ab e b u n t quod tim eant,
quia inpleta peccata eru n t, u t cum su p erab u n d au e rit peccatum ,
su p erab u n d et g r a tia s.

67. Ite r u m cu m iam sol esset ad occasum , fla m m a facta


est. E t ecce fornax fum ig a bunda et lam pades ignis, quae pertran-
sieru n t p er m edia diuisa illa*. E tiam si qui d u b ita re t de superio­
rib us, confirm arent sequentia, q uando flam m am factam a d occa­
sum legim us, q u ae in lu m in aret u esp e rtin a m u n d i tem p o ra et
fulgeret in ten eb ris, re u elare t latentia. D enique co n tin u o u isa est
fornax fum igabunda, cuius sim ilitudine u id e tu r exprim i u ita

" Mt 27, 45.


« Mt 13, 31.
p Mt 13, 45.
i Lc 11, 17.
r Ex 12, 35.
s Rom 5, 20.
t Gen 15, 17.

67, 3. dubitaret Schenkl dubitaretur codd.


ABRAMO, I I , 9, 66-67 223

veniva rivelato il sacrificio fu tu ro , grazie al quale il m ondo sareb­


be stato redento, la fede sarebbe sta ta la vittim a che non sareb­
be s ta ta divisa d ai figli di A bram o — in fatti coloro che la divi­
dono no n sono figli di Abram o. La fede è p aragonata al regno dei
cieli; in fatti il regno dei cieli è sim ile a un granello di senape,
inoltre il regno dei cieli è sim ile a un m ercante che com pra u n
cam po e vi trova u n a p erla preziosa. Il regno dei cieli è indiviso,
perché un o solo è il regno della T rinità. E d è stabile ed eterno
perché indiviso; in fatti ogni regno diviso an d rà facilm ente in
rovina —. Anche la pudicizia sarebbe s ta ta u n ’offerta alla T rin ità 18,
p refigu rata in quel sacrificio della vitella perché, p e r le fatiche 19
che com porta, la pudicizia è u n a v ittim a sacerdotale; della ca­
pra, p erch é la pudicizia è u n ’offerta espiatrice p e r i p e c c a ti20;
dell’ariete, p erché essa è un'offerta p e r tu tto il m ondo e anche
p er gli esseri deH’a ria e del c ie lo 21; non solo p er gli uom ini né
soltanto p e r gli agnelli, m a anche p e r i capri, ch e la pudicizia
libera dal fetore della generazione peccam inosa, l’oracolo a ttesta
che i figli di Abram o staran n o an co ra n ella te rra dell’affliziOne,
affinché in q u esta lo tta di num erose e d u re battaglie diano prova
di sé e cosi le anim e con u n a gran q u a n tità di vasi d ’oro e d ’a r­
gento, cariche di ricco b o ttino, escano e facciano rito rn o , ed esca­
no possedendo i corpi preziosi delle diverse v irtù e so p ra ttu tto
ripieni del teso ro che è la ca stità dei desideri, prendendosi anche
vendetta, p e r il giudizio di C risto, sul diavolo e sui suoi m inistri
e sugli altri che h an n o voluto fa re loro del m ale. Allora anche i
giusti av ranno u n a grande paura; nessuno in fatti è senza peccato.
T u tti avranno di che tem ere, perché i peccati saranno al colmo,
affinché, essendo so v rabbondante il peccato, sovrabbondi la grazia.
67. Quando il sole di nuovo già era al tram onto, sorse u
fiamma. E d ecco una fornace fu m a n te e fiaccole ardenti passare
in m ezzo a quelle parti divise. Se anche qualcuno avesse dei
dubbi su ciò che è stato detto sopra, ciò che segue lo conferm a,
dal m om ento che leggiam o che al calare del sole sorse u n a
fiam m a che illum inava il m ondo al tram onto, splendeva nelle tene­
b re e rivelava ciò che era nascosto. In fa tti, subito dopo, com parve
u n a fornace fu m an te che p a re sim boleggiare la vita u m a n a 22 coin-

18 II riferim ento alla Trinità è qui giustificato dal simbolismo dei


animali del sacrificio di Àbramo. Tale sacrificio è anche m istica prefigurazio­
ne del sacrifìcio della virtù cristiana della pudicizia; m a su questo punto
l’esposizione di Ambrogio non è certo limpida.
i? Laboribus: il term ine esprim e la ragione del nesso simbolico fra le
fatiche della vitella e quelle della pudicizia. Rispetto alla precedente allego-
rizzazione di II 8, 51 (caro nostra uitula est... innumeris fatigatur laboribus),
l’interpretazione procede ora ben oltre in senso mistico.
20 Cf. supra, ibid..: sensus autem nostri caprarum modo...
21 Cf. supra, II 8, 50: aeri autem conparatur aries; P h il o , gig. 8: g o r i v oOv
Ava^xaiov x aì tò v àépa TtETiVnpù&ou. Cic., Tim. 10, 35: erant autem ani-
mpntum genera quattuor, quorum unum diuinum atque caeleste, alterum...
22 P h il o , quaest. in Gen. I l i 15 (A u c h er , p p . 186 s.): clibano fumanti simi­
lia facta sunt omnia sublunaria... humana uita similis est clibano fumanti
eoquod non habeat ignem purum, et lumen nitidum, sed fumum multiplicem
224 DE ABRAHAM, I I , 9,67 - 10,68

h u m an a in p licata in iq u itatib u s saeculi istius a tq u e inuoluta, non


habens u e ri fulgoris claritu d in em e t splendorem sinceri ignis.
In tu s quasi fornax ae stu a t diuersis cu p id itatib u s et quibusdam
desiderio ru m an h elat ignibus, foris u elu t quodam fum o adtexitur,
n e u id e a t u e rita tis faciem . O b u m b ra n tu r itaq u e e t o b d u cu n tu r
quadam caligine oculi anim ae, u t co n fu n d atu r globo quodam fu­
m igantis n ubiculae m en tis aspectus, ne p u ra possit spectare ne­
gotia, donec caelestes lam padas dirigat Iesus dom inus, hoc est
fulgorem suae gloriae, quando non indigebunt in q u it luce lucernae
et lum ine solis, quoniam ipse dom inus erit lux o m n ib u s u et ipse
inlum inabit om nia m undi istius, quorum su p ra cognita est diuisio,
nunc m an ifestata in lum ine, < u t > non p e r speculum in aenigm ate
nec in parte, sed faciem a d fa c ie m v u erita tis soliditas atque illud
quod p erfectu m est po ssit uideri.

10. 68. Post haec secutum est oraculum dei dicentis: Sem
tuo dabo terram hanc a flu m in e A egypti usque ad flu m e n m agnum
E u p h r a te n a. Qui fu tu ra m gloriam d em o n strau e rat d eb u it etiam
conferenda u irtu tu m m erita polliceri; ipse enim et ad iu to r la-
b o ra n tu m et re m u n e rato r est innocentium . Aegyptus hic non
regionis nom en, sed flum inis est. Sic enim u eteres N ilum uoca-
bant, siue quod ipse regioni nom en dedisset siue d e regionis
accepisset uocabulo. D enique e t p o eta G raecus testificatu r ita
esse dicens:

Syr)sa. 8’ èv Alv'in'cip TO-cajjito véag

A ngustum au tem et uile est u t p u tem u s quod caelestibus signis


te rre n a spoponderit. Itaq u e considerem us ne fo rte perfectam
beatitu d in em et co n su m m ationem b o n o ru m m erito ru m prom iserit.
P erfecta enim b eatitu d o ex trib u s istis u id e tu r subsistere, corporis
atq u e anim ae et accidentibus bonis, quae G raeci èxTÓg dixerunt,

u Apoc 22, 5.
v 1 Cor 13, 12.

» Gen 15, 18.


67, 19. ut Schenkl.
ABRAMO, II, 9,67 - 10,68 225

volta e avviluppata nelle in iq u ità di questo m ondo, p riva della


lucentezza del v ero fulgore e dello splendore dell’au ten tico fuoco.
Dentro, com e u n a fornace, avvam pa p e r le diverse passioni e spira
com e fiam m e di desideri, fuori è avvolta da u n a s o rta d i fum o,
affinché non possa vedere l ’asp etto della verità. Cosi gli occhi del­
l’anim a sono offuscati e coperti d a u n a so rta di nebbia e lo
sguardo della m ente è confuso com e d a u n globo .form ato d a u n a
nuvoletta di fum o, p erché essa non possa vedere ch iaram ente le
cose, finché il Signore Gesù n o n invii le fiam m e celesti, cioè il
fulgore della su a gloria, quando non avranno bisogno — è d etto —
della luce della lam pada e della luce del sole, perché lo stesso
Signore sarà luce p er tu tti ed Egli stesso illum inerà tu tte le
cose di q uesto m ondo, quelle di cui so p ra si è conosciuta la divi­
sio n e 23, che o ra sono svelate nella luce, affinché possiam o vedere
l’in te ra v erità e ciò che è p erfetto non com e in u n o specchio, in
u n ’om bra, né parzialm ente, m a a faccia a faccia.
10. 68. Dopo di ciò è seguito l’oracolo di Dio che dice: A
tua discendenza darò questa terra dal fium e d ’E g itto 1 fino al
grande fium e E ufrate. Colui ch e aveva dato u n a dim ostrazione
della gloria fu tu ra doveva anche p ro m ettere d i riconoscere i
m eriti delle virtù; Egli in fatti è il sostegno di coloro che si affa­
ticano e rim u n era to re degli innocenti. E gitto qui n o n è il nom e
della regione, m a del fiume. Cosi in fatti gli antichi chiam avano il
N ilo 2, sia che il fium e avesse dato il nom e alla regione sia che
l’avesse preso dalla denom inazione della regione. In fa tti anche
il poeta greco a tte sta che è cosi, q uando dice:

Ancorai nel fium e E g itto le ben m anovrabili n a v i3.

È m eschino e b an ale cred ere che Dio con segni celesti abbia pro­
m esso beni terreni. Perciò consideriam o se p e r caso non abbia
prom esso la b eatitu d in e p e rfe tta e la pienezza dei buoni m eriti.
In fa tti la p e rfe tta b eatitu d in e è fo rm a ta da q u esti tre beni: da
quelli del corpo, deH 'anim a e dai beni esterni, che i Greci hanno

per -flammam obscurius fumantem, quae caliginem ac tenebras facit, atque


obscurationem non corporis, sed animae, ita ut non liceat huic nitide cernere;
donec redemptor Deus caelestes oriri faciat lampades.
23 Supra: il riferim ento è alle divisioni della te rra del m are dell'ar
simboleggiate dai corpi divisi della vitella della capra dell'ariete: cf. supra,
II 8, 55.

1 Volendo tener conto della interpretazione data nel commento, dovrem­


mo trad u rre « dal fiume Egitto », m a forse Ambrogio nel commento è più
attento al testo di Filone (cf. nota seguente) che alla sua versione latina del
testo biblico.
2 P hilo, quaest. in Gen. I l i 16 (A ucher, p. 187): nam antiquitus homono-
mice cum regione fluuius quoque Aegyptus appellabatur: quod testatur et
poeta dicens: « State in fluuio Aegypto naues ex utraque parte transfretantes »
(H om ., Odyss. XIV 258: la v ersion e arm en a si sc o sta dal te sto greco attesta to
da A m brogio).
3 H o m ., Odyss. XIV 258; àn.tpieXCco'aj è variam ente interpretato.
226 DE ABRAHAM, I I , 1 0 , 6 8

u t sit co rporis castim onia p a tie n tia uel tem perantia, sit anim ae
p ru d e n tia atq u e iu stitia. Aegyptus ig itu r flum en co rp o ralia u idetur
significare, u n d e et G e o n b d ictu s est ipse fluuius, q u ia de te rra
figuratus est hom o, E u p h ra te s au tem quae su n t anim ae, eo quod
fons sit iu stitia c e te ra ru m u irtu tu m , quae u irtu te s alias inlum inet.
P ru d en tia enim sine iu stitia nocet, fo rtitu d o quoque, nisi eam
iu stitia tem peret, in to lerabilis insolentia est fu ro ri quam rationi
p ropior, dom inationi q u am lib e rta ti, sobrietas e t tem p eran tia
p riu a ta b o n a su n t n ec u lli usui, n isi iu s ta e rg a d eu m reu eren tia
e t fideli m en te p ietatem colas: iu stitia sola est, q u ae u irtu tes
om nes co n p lec titu r e t co n m endat om nes. A ccidentia q uoque sunt
negotiationes e t m e rc atu rae u el ag ricu ltu rae, co n p eten tia quaestus
lab o ru m o p eru m q u e ru raliu m . S u n t etiam co rp o ris accidentia
salu b ritas e t co n m o d itas ualitudinis, decus, fortitudo, quae ex
tem pore accid u n t e t c u m ae ta te m u ta n tu r.

>> G e n 2, 13.
ABRAMO, I I , 1 0 , 6 8 227

chiam ato èxxóg4: i beni del corpo sono la castità, la pazienza e


la tem peranza, quelli deH’anim a sono la prudenza e la giustizia.
I l fiume E g itto è d u nque sim bolo delle cose c o rp o ra li5, p e r cui
lo stesso fium e è ch iam ato anche G eo n e6, p erch é dalla te rra è
stato fo rm ato l’uom o. L 'E u frate sim boleggia, invece, ciò che ap ­
p artien e all’anim a, in q u an to la giustizia è fonte di tu tte le altre
virtù, essa che illum ina le altre v i r t ù 7. La prudenza in fatti senza
la giustizia è dannosa; anche la fortezza, se non è te m p erata dalla
giustizia è insolenza intollerabile, p iù affine al fu ro re che alla
ragione, alla sopraffazione ch e alla libertà; la so b rietà e la tem pe­
ranza sono dei beni che restan o confinati nella vita p riv ata e di
nessuna u tilità, se con l ’ossequio dovuto a Dio e con m ente
fedele non si coltiva la pietà: la giustizia è la sola che com prende
tu tte le v irtù e a tu tte dà valore. Sono beni esterio ri anche gli
affari, i com m erci e le colture dei cam pi che servono convenien­
tem ente p er o tten ere pro fitti dalle fatiche e dai lavori a g ric o li8.
Sono p u re beni esterio ri del corpo il benessere e la b u o n a salute,
la bellezza, la forza, che si aggiungono col tem po e m utano con
l'età.

* Cf. supra, II 6, 33. Il term ine accidens non esprime la ben nota categ
ria filosofica di « accidente», il cui corrispondente greco è o tjij.(3 e ( 3 t|X Ó c ;, m a il
concetto di ì x t ó j che Ambrogio leggeva nel suo modello; cf. P h i l o , quaest. in
Gen. III 16 ( A u c h e r , pp. 187 s.): ad mentem uero felicitatem annuit, quae est
perfecta plenitudo triplicium bonorum, spiritalium nempe, corporalium, et
externorum; cf. A r i s t . , eth. Nic. I 8, 1098b, 12 ss.: VEVEP,T](JÌVU>V 5 if] t w v à y a -
fl’ó i v x p ix fi» x a ì, tw v [Jièv X E ^ o p ié v io v t w v 5 è ire p l < p u x r |V x al f f w n a ...
Id., poi. VII 1, 1323a, 24 ss.: AXtqS-wj yàp itp ò s YE [ x i a v S ia ip e c u v oùSeì; àpicpt,-
& v d>£ o ù , T p i w v o ù o x S v [ « p i S w v , t w v t e è x t ò j oco d t w v è v t ù
H a n x a t è v T f j i p u x f i , r o i v T a T a ù T a ù i t à p / e i v t o ì ? [ x a x a p t o i j xprj. D i e l s ,
tw v
Doxographi Graeci..., p. 570, 26 ss.; SVF III, pp. 23 s.
5 P hilo, quaest. in Gen. III 16 (A ucher, p. 188): Aegyptus (se. flumen)
itaque symbolum est corporalium externorumque bonorum.
6 Geon: è il secondo fiume dell’Eden (Gen 2, 13); Ambrogio con gli anti­
chi esegeti, che avevano nozioni geografiche approssimative, lo identificava
con il Nilo (cf. par. 3, 14, CSEL XXXII/1, p. 273, 8 s.: Geon autem Nilus, qui
circuit terram Aegypti uel Aethiopiam). Per gli interpreti moderni non è il
Nilo, ma, forse, il Nilo della Nubia. L’espressione quia de terra figuratus est
homo rivela che Ambrogio supponeva in Geon l’etimo ytÌ (= terra): cf.
par. 3, 16 (CSEL XXXII/1, p. 275, 16 s.): quia significat nomen hoc quendam
terrae hiatum.
7 Cf. P hilo, quaest. in Gen. I l i 16 (A ucher, p. 188): Euphrates autem spi­
ritualium, quibus solis uera laetitia constat, fontem habens sapientiam una
cum cunctis uirtutibus. A m brogio ha iustitia invece di sapientia. Ciò significa
ch e il n ostro A utore leggeva nel te sto di F ilone SixttiOffuvri, il traduttore
arm eno invece crwtppoffùvr). E. Lucchesi, L’usage de Philon..., p. 104, dim ostra,
su lla base di luoghi paralleli, ch e la lezione bu ona è la prim a: cf. P hilo, leg.
I 72; quaest. in Gen. I 12: iustitiae autem (signum) Euphrates e I 13: Euphra­
tem uero ut symbolum iustitiae; cf. A mbr., par. 3, 18 (CSEL XXXII/1, p. 277,
7 ss.).
8 P hilo, quaest. in Gen. I l i 16 (A ucher, p. 188): in ultimis enim occurrunt
res animae, quibus aegre appropinquare succedit uobis, postquam tamen
transitum fuerit per corporales et externas, ut sanitatem, sensuum integri­
tatem, pulchritudinem, et roborem; quae in iuuentute solita fuerunt profici­
scere, crescere, et acquiri: sim iliter et illa quae ad lucrum faciendum, nego-
tiationemque pertinent, ut nauarchia, agricultura, et commercia.
228 DE ABRAHAM, I I , 10, 69-71

69. Non m ediocrem h an c trip licem g ratiam putes. H àbes


enim p erfectionem p erfectam in euangelio. N am cu m d icit do­
m inus Iesus legis p erito illi: Diliges d o m in u m t u u m c, anim ae
iu stitiam m an d at tenendam . E ten im si h o n o ra ri p aren tes iustum
est, q u an to m agis p a re n ti o m n iu m d eferri d eb et honorificentia!
R ursus cu m dicit: N o n occides, non adulterium , non fu r tu m
facies, no n fa lsu m testim o n iu m d ic e s d, u irtu te s corporis seruan-
d as adm onet. In p o sterio rib u s u e ro dicens: N em o est qu i relinquat
d o m u m a u t p a ren tes a u t u xorem a u t filios p ro p ter regnum dei
et non recipiat sep ties ta n tu m in hoc tem pore, in saeculo uenturo
u ita m aeternam p o s s id e b it* nonne in crem en tu m b o n o ru m acci­
d en tiu m cum anim ae co rporisque re m u n eratio n e p ro m ittit?
70. H aec q u ae sim plicibus u erb is s c rip tu ra sac ra exprim it
m agno q uodam c o tu rn o A ristoteles e t P erip ate tici p erso n an t atque
extollunt, 'Pythagoricum q u o q u e dogm a esse testifican tu r sui.
Sed quis illorum ae q u au it A braham tem pore, quis a u c to rita te et
sapien tia d eum , cuius oraculo A braham trip licis h u iu s gratiae
m unus agnoscit?

71. D a n tu r au tem ei tam q u am in disciplinam alienigenae


nationes. V t m ens aeq u i ob seru an tissim a recid at uitia, em endet
e rra ta . M agis tam en euidens ecclesiae d e c la ra tu r m ysterium , quia
p e r apostolos eius, q u i su n t Istrahelitae, quorum patres et ex
quibus p a trib u s C h ristu s secundum c a rn e m f su b lege factus est,
congreganda ecclesia fo ret cre d itu ris populis nationum . Q uos non
otiose decem num ero sig n ificau itE, se d u t o sten d eret q uia illi
ante perfidi, u b i m en su ram im pietatis in p le ss e n th, pro fecto essent
fidei a d e p tu ri coronam .

c Mt 22, 37.
d Mt 19, 18.
« Lc 18, 29 s.
f Rom 9, 4 s.
s Gen 15, 19 s.
h Mt 23, 32.

71, 4. post patres lacunam falso indicauit Schenkl qui Pauli uerba non agnouit.
V

a b ra m o , ii, 10, 69-71 229

69. Q uesta trip lice grazia non è d a co n sid erare insignificante.


In fa tti la som m a perfezione si trova nel Vangelo. In fatti, quando
il Signore Gesù dice a quel d o tto re della legge: A m a il Signore tuo,
com anda di conservare la giustizia dell'anim a. Se è giusto onora­
re i genitori, q u an to p iù si deve trib u ta re onore al P adre di
tu tti! Ancora, q u ando si dice: N on uccidere, non com m ettere adul­
terio, non rubare, no n dire falsa testim onianza, si e s o rta a conser­
vare la v irtù del corpo. E in seguito, quando si dice: N on c’è
nessuno che lasci la casa o i genitori o la m oglie o i figli p er il
regno di Dio e non riceva sette volte tanto in questo tem po e nel
tem p o fu tu ro la vita eterna, non si p ro m ette forse l ’aum ento dei
beni esterio ri con la ricom pensa dell'anim a e del corpo?
70. Q ueste stesse v erità, espresse d alla S acra S c rittu ra con
sem plici parole, A ristotele e i perip atetici con grande pom pa
proclam ano a g ran voce ed esaltano; i pitagorici asseriscono che
q u esta è anche d o ttrin a p ita g o ric a 9. M a chi di loro, quanto ad
antichità, uguagliò A bram o, chi, q u an to ad a u to rità e sapienza,
uguagliò Dio, p er la cu i rivelazione A bram o conosce il dono di
q u esta trip lice grazia?
71. Gli sono affidate popolazioni straniere, com e se le doves­
se educare, affinché la m ente scrupolosissim a del giusto recida
i loro vizi, corregga gli erro ri. Ma p iu tto s to 10 è illu stra to co n chia­
rezza il m istero della Chiesa, in quanto attrav erso i suoi aposto­
li, che sono Israeliti, ai quali appartengono i patriarchi e dai quali
patriarchi C risto è nato secondo la carne sotto la Legge, la Chiesa
avrebbe dovuto essere co stitu ita com e insiem e di popoli pagani
avviati a d iv en tare credenti, che non senza m otivo h a indicato col
num ero d ie c iu , m a p e r m o strare che questi, p rim a perfidi, quando
avessero colm ato la m isu ra dell'em pietà, certam ente avrebbero
o tten u to la co ro n a della fede.

9 Ibid.-. ut laude celebrant eam nonnulli eorum, qui posthac, philosophi


extitere, Aristoteles cum Peripateticis: dicitur tam quod etiam Pythagorica est
talis legislatio (cf. anche gli altri riferim enti qui sopra in nota 4). Ambrogio
trascrive Filone m a si distingue dal suo modello per l'atteggiamento dispre­
giativo verso la sapienza pagana. Numerosi sono i passi segnalati da G.
M adec, Saint Ambroise..., p. 95, nota 417, ove i filosofi sono rim proverati di
preoccuparsi più degli artificiosi ornam enti letterari che della semplice veri­
tà: supra, II 8, 54; exam. V 24, 86 (CSEL XXXII/1, p. 20$), 20); Noe 8, 26 (p.
430, 5); exp. eu. Lue., prol. 1 (CSEL XXXII/4, p. 3, 5 s.); II 53 <p. 71, 1-3); V 70
(p. 209, 19-21); VII 66 (p. 310, 8 ss.); V III 13 (p. 397, 22 ss.); off. I 9, 29 (PL 16,
32B); I 21, 94 (52A); I 25, 116 (57BC); II 9, 49 (116B); Incarn. 9, 89 (CSEL
LXXIX, p. 268, 7 ss.); epist. 18, 2 (PL 16, 972BC).
10 Penso che magis sia da considerare avverbio a sé stante nel senso di
potius; più volte è usato con questo significato per indicare il passaggio da
un piano di interpretazione allegorica ad uno più elevato o mistico (cf. supra,
II 52: arbitror autem quod illud uerbum magis intellegere debeamus, quod est
uerbum dei; II 9, 66: ego tamen arbitror significare magis aduentum domini
priorem et secundum). Escluderei perciò che possa essere unito con euidens
a formare u n ’unica espressione avverbiale («più evidentemente»),
11 I popoli indicati in Gen 15, 19 sono undici, ma Ambrogio segue Filone
(cf. quaest. in Gen. I li 17, A ucher, p. 188) che omette gli Evei.
230 DE ABRAHAM, I I , 10, 72-73

72. Denique seq u itu r quia S ara uxor A brahae sterilis fu era
E ra t au tem ei ancilla Aegyptia, cui nom en Agar, quod ad ecclesiam
p ertin e re in ea expositione, qu am d e m oralibus scripsim us, apo-
stolicis docuim us exem plis. E cclesia enim sterilis u id e tu r in
h oc saeculo, q u ia no n saecularia p a r tu r it nec praesentia, sed
fu tu ra , h o c e s t n o n ea q u ae u id e n tu r, sed q u ae n o n uidentur.
H uius ancilla est synagoga uel om nis haeresis, quae seruos, non
liberos creat. Id eoque Agar d ic itu r h ab itatio . E ten im tem poralis
spem fo u et, n o n p erp etu ae possessionis g ratiam tenet. Ita q u e ne
insolens p a rtu co rp o reo fiat ancilla eiu s e t ius sibi ecclesiae
uindicet, d icitu r ibi: E ice ancillam et filium eius; non enim heres
erit filius ancillae cu m filio m eo Isaac

73. Sed etiam in singulis S a rra est e t in singulis Agar. S a


u irtu s u e ra est, u e ra sapientia. Agar a u tem est u e rsu tia tam ­
q u am ancilla p erfectio ris u irtu tis; alia enim sapientia spiritalis,
alia sap ien tia h u iu s m undi. Ideo e tiam Aegyptia scrib itu r, quia
philosophica eru d itio a b u n d a u it in Aegypto. D enique e t Moyses
eruditus erat in o m n i sapientia A e g y p tio ru m 1, sed abiecit eam
praeferen s Aegypti th en sau ris o b p ro b riu m p ro C hristi n o m in e m.

i Gen 16, 1.
J Gen 21, 10.
* Act 7, 22.
m Hebr 11, 26.

72, 7. omnis Schenkl omnes codd.


ABRAMO, I I , 10, 72-73 231

72. In fa tti è detto poi che S ara, m oglie di Abram o, p rim a era
sterile; m a aveva u n a schiava egiziana di nom e Agar. Che ciò sia
rife rito alla Chiesa, lo abbiam o m o strato con citazioni tra tte dal-
l ’Apostolo in quella esposizione 12 in cui abbiam o scritto di argo­
m enti m orali. La C hiesa in fatti ap p are sterile in questo m ondo,
perché non p arto risce cose m ondane né presenti, m a future, cioè
non quelle visibili, m a quelle in v isib ili13. La schiava della Chiesa
è la sinagoga e ogni eresia che p arto risce servi, non uom ini libe­
ri. Perciò Agar è d e tta abitazione 14. In fa tti alim enta la speranza
di un possesso tem porale, non h a la grazia del possesso eterno.
Perciò, affinché la schiava non diventi insolente a m otivo del
p arto corporeo e rivendichi a sé il d iritto della Chiesa, è detto
in quel passo: Caccia la schiava e suo figlio; il figlio della schiava
non sarà erede insiem e al m io figlio Isacco.
73. Ma S ara è anche nelle singole persone e cosi p u re Agar:
S ara è la vera v irtù, la vera sapienza; Agar invece è la furbizia,
al servizio di u n a v irtù più p erfetta; in fatti u n a cosa è la sapien­
za spirituale, u n ’a ltra la sapienza di questo m ondo. Perciò sta
scritto anche che Agar era egiziana, perché l ’erudizione filosofica
era assai v asta in E gitto 15. In fa tti anche Mosè era erudito in ogni
sapienza degli Egiziani, m a la ripudiò, preferendo ai tesori d ’E­
gitto il disprezzo p er il nom e di C risto l6. In fatti se avesse giu-

12 Cf. supra, I 4, 28, dove ricorrono diverse citazioni dalle epistole di san
Paolo; mi sem bra quindi evidente che apostolicis si riferisca a Paolo. Del resto
soprattutto negli scrittori cristiani del IV secolo con apostolus si soleva
indicare Paolo e con apostolica le sue parole (cf. A. B laise -H . Chirat, Diction-
rtaire..., s. uu.).
13 L’antitesi visibile/invisibile, variam ente espressa nelle opposizioni te rra /
cielo, corpo/spirito, irrazionalità/razionalità, è da ricollegare con una più
profonda, ontologica antitesi — sempre sottesa nell’esegesi am brosiana —
fra sostanza visibile o materiale e sostanza intelligibile o spirituale (cf. supra,
II 3, 9; 8, 46; altri significativi passi sono citati da S. S tenger, Das Frómmig­
keitsbild..., pp. 26 s.).
14 Cf. Philo, quaest. in Gen. I li 19 (A ucher, p. 190): Agar interpretatur
peregrinatio ( = napoixr|ffi£ nel testo originale); sacr. 43: -f] [Jièv "Ayap izapol-
xrjffis; leg. I l i 244; congr. erud. grat. 20.
15 Ibid.-. haec (se. Sara) autem est perfectioris naturae; natione Aegyptia
nimis naturaliter: nam studium encyclicae disciplinae diligit copiam scientiae,
et copiosa scientia tamquam ministra est uirtutis. Quoniam complexus scien­
tiarum artiumque seruit ei, qui scit proficere acquisitione eius ad acquirendam
uirtutem. Virtus enim habitaculum habet animam, complexus autem scientia­
rum, et artium eget corporeis instrumentis. Si noterà facilmente che, m entre
Filone valuta positivamente la funzione delle scienze umane al servizio della
virtù, Ambrogio pone in contraddizione la sapientia spiritalis e la sapientia
huius mundi; cf. anche Philo, congr. erud. grat. 11-18.
16 II passo lascia chiaram ente intendere l’atteggiamento di Ambrogio verso
la sapienza pagana. G. M adec, Saint Ambroise..., p. 186, osserva: « Il reste
q u ’en tout état de cause la philosophie ne saurait soutenir la comparaison avec
la sagesse des ancètres du christianism e ». Eppure Ambrogio ripete spesso che
Mosè, l’uomo sapiente per eccellenza, era istruito nella sapienza egiziana. Lo
stesso M adec (p. 187, nota 54) ha segnalato la citazione di Atti, 7, 22: x at èirai-
Seu-ÌHq Mwufffj? Tzàcf) aocpia ALyutctiwv e indicato altri passi paralleli: exam.
I 2, 6 (CSEL XXXII/1, p. 5i 6 ss.); VI 2, 8 (p. 208, 19 ss.); off. I 26, 123 (PL 16,
60A); par. 3, 22 (CSEL XXXII/1, p. 279, 13); expl. ps. XLVII 21 (CSEL LXIV,
p. 359, 15).
232 DE ABRAHAM, IX, 10, 73-75

N am si illam iu dicasset alicuius m om enti esse sapientiam , non


u tiq u e dixisset: Precor, dom ine, non su m dignus ante hesternam et
nudiustertia n a m d iem neque ex quo coepisti loqui seruo tuo;
gracili enim collo et tardiori lingua ego su m " . D enique quasi ine­
ru d ito re sp o n d etu r ei q u o d e ru d ire tu r a dom ino: Ego aperiam os
tu u m et in stru a m te quod debeas loqui °.

74. M ysterium au tem p raeclaru m quod lex non satis ple


u t p ersu ad ere t populis et gentes uocaret, uel q uia clausa foret
u sque a d C hristi ad uentum , qui exponens nobis p ro p h etica ora­
cula et p ro feren s lectionis ueteris testim onia u elu ti quoddam os
legis aperu it, u t fidei clam or in to tu m p eru en iret orbem . V nde et
m ystice ait S ara: C onclusit m e dom inus u t non pariam. In tra ergo
ad ancillam m eam et filium facies ex illa p, u t agnoscas in p rae­
destinatio n e fuisse sem per ecclesiam dei et p a ra ta m fidei fecun­
d itatem , q u ando iu b eret dom inus, p ro ru m p ere, sed uoluntate
dom ini ce rto re seru ata m tem pori. Denique scrip tu m est: Tem pore
accepto exaudiui te et in die salutis adiuui te q. A duertim us itaque
quod fe stin ab at ecclesiae fides, sed conclusa erat eius fecunditas.
Quo uerb o d em o n stratu r quoniam exspectabat p a rtu s sui tem po­
ra, q u ia quod conclusum est a p e riri solet. Q ua ratio n e conclusa
fu e rit docet te apostolus dicens: C onclusit enim deus om nia in
incredulitate, u t o m nibus m isereatur'', u t non uolentis neque cur­
rentis, sed m iserantis d e i s esset g ratia, n e te ipsum iustificares,
sed om nia trib u ere s deo, qui te uocauit. N em o ergo pigrescat et
excusationem p ra e te n d a t desidiae suae, quo serius c re d a t quia
scriptu m e s t non uolentis esse neque currentis; consideret enim
q u id ad d itu m sit: sed m iserantis in q u it dei. Talem te ergo praebe
bonis studiis e t p ro m p ta fide, u t d eu s tu i m ise re a tu r e t uocet te,
sicut u o cau it ecclesiam dicens: Palam fa ctu s su m non quaerentibus
me, apparui iis qui de m e non interrogabant

75. E t recte p raem issa su n t inferiora, u t m eliora sequer


tu r. P ep erit ancilla seruos, u t eos ecclesia liberos faceret et de
seru itu te populos a d lib ertatem uocaret, de culpa ad innocentiam ,

n Ex 4, 10.
0 Ex 4, 12.
i> Gen 16, 2.
1 Is 49, 8.
r Rom 11, 32.
s Rom 9, 16.
« Is 65, 1.
ABRAMO, I I , 10, 73-75 233

dicato quella sapienza dì qualche im portanza, certam en te non


avrebbe detto: Ti prego, Signore, io non sono degno: e questo da
ieri e dall'altro ieri e anche da quando hai com inciato a rivolgere
la parola al tuo servo, perché io sono debole e im pacciato di
lingua. In fatti, com e a uno non istru ito , gli si risponde che sarà
istru ito dal Signore: Io aprirò la tua bocca e ti suggerirò che cosa
devi dire.
74. È u n m istero insigne, in verità, che la Legge non fosse
giunta a ta n ta pienezza da convincere i popoli e chiam are le gen­
ti 17, e anche che fosse im p edita fino alla ven u ta di Cristo, il quale
rivelandoci le profezie ed esponendo le testim onianze dell'Antico
Testam ento, ap ri in u n certo senso la bocca della Legge, affinché
il grido della Legge giungesse in tu tto il m ondo. Perciò anche in
senso m istico S ara disse: Il Signore m i ha im pedito di partorire.
Accostati dunque alla m ia schiava e cosi avrai un figlio da lei,
affinché si sappia che la Chiesa di Dio è sem pre sta ta nella p re­
destinazione e che la fecondità della fede era p ro n ta ad effondersi,
quando il Signore lo avesse com andato, m a p er volontà del Signore
è sta ta riserv ata p er un tem po determ inato. Perciò è stato scritto:
A tem po dovuto ti ho esaudito e .al tem po della salvezza ti ho
soccorso. Cosi com prendiam o che la fede della C hiesa aveva fre t­
ta di m an ifestarsi, m a la sua fecondità era im pedita. Q ueste parole
dim ostran o che la Chiesa attendeva il tem po del parto , perché ciò
che è im pedito suole essere a p e r to 18. P erché fosse im pedita lo
spiega l’Apostolo quando dice: Dio in fa tti ha rinchiuso ogni cosa
nell’incredulità, per concedere a tu tti m isericordia, in m odo che
la grazia fosse opera non di chi vuole né di chi corre, m a di Dio
misericordioso, perché non ti giustifichi da te stesso, m a a ttrib u i­
sca tu tto a Dio che ti h a chiam ato. N essuno dunque sia pigro e
adduca a scusa della p ro p ria negligenza nel ta rd a re a credere che
sta scritto che non dipende da chi vuole né da chi corre; consi­
deri in fatti ciò che è sta to aggiunto: m a di Dio m isericordioso. P er
buona applicazione e fede p ro n ta m ostrati, dunque, tale che Dio
abbia m isericordia di te e ti chiam i, com e h a chiam ato la Chiesa,
quando ha detto: M i sono m anifestato a coloro che non m i cerca­
vano, m i sono m o strato a coloro che non chiedevano di me.
75. E giustam ente hanno avuto precedenza le cose m eno no­
bili, perché seguissero quelle m igliori. La schiava h a p a rto rito
servi, affinché la C hiesa li rendesse liberi e chiam asse i popoli

La frase praeferens Aegypti thensauris obprobrium pro Christi nomine è


derivata da E b r 11, 26 (nell'ed. di K. Schenkl manca il riferimento). Il v. è
citato in expl. ps. XLIII 63 (CSEL LXIV, p. 306, 15 ss.); cf. anche off. II 4,
13 (PL 16, 114); par. 3, 22 (CSEL XXXII/1, p. 279, 13 ss.); Cain et Ab. II 4, 14
(CSEL XXXII/1, p. 391, 1 s.).
17 L’insufficienza della Legge (= Antico Testamento) è tem a costante nel­
l’esegesi am brosiana. Cf. exp. eu. Lue. V 21 (CSEL XXXII/4, p. 187, 15 s.):
iustitia enim legis sine Christo uana est, quia plenitudo legis Christus est-,
exp. ps. CXVIII 14, 9 (CSEL LXII, p. 303, 8 s.): et fortasse secundum legem
lucerna est uerbum dei, secundum euangelium lux magna est..
18 P hilo, quaest. in Gen. I l i 20 (A ucher, p. 191): optime tamen scriptum
est: « conclusit me »; nam quod clausum est, aperiri solet tempore opportuno.
234 DE ABRAHAM, I I , 10, 75-76

de offensa ad gratiam . Singulorum quoque hom inum si spectes


ordinem , non om nes a p erfectis inchoauerunt, nec ap u d omnes
tem pore p rim a est, sed m erito a n tiq u io r perfecta u irtu s. P ruden­
tis ig itu r m entis est considerare, quam diu im perfecta e s t anim a.
Quae su n t secum deliberet, u t uel in po sterio rib u s se exerceat
u irtu tu m disciplinis, donec exercitii u su ualescat; dum u ero se
e rro ris inuolucris exuerit et ab om ni enodauerit offensione con­
sum m atam sui p u rgationem exhibens, tu n c suo n ita tu r ordine
m agnos p a rtu s edere.

76. P raeterea d icitu r A brahae: E sto sine reprehensione u,


d a b a tu r sp iritu s sapientae sanctus, bene m obilis, inm aculatus.
O portet ig itu r u iri sapientis anim am die noctuque in exercitio
iugi specula p raeten d ere, n u m q u am som no indulgentem , perpetuis
uigiliis in ten tam deo ad conprehensionem reru m earum quae sunt
et singularum cau saru m cognitionem . Sed etiam fu tu ro ru m in ter­
p res sap ien tia est; scit praeterita et de fu tu ris aestim at, scit uer-
sutia serm o n u m et solutiones argum entorum , signa et m onstra scit
antequam fiant et euentus tem p o ru m et sa ec u lo ru m v. Non potest
ig itu r bonus atq u e perfectus non esse qui hanc adquisierit, quia
et om nem h ab et u irtu tem et im ago b o n itatis est. Vnde e t saeculi
istius sophistae trax e ru n t definitionem sapientis huiusm odi, quod
sapiens u ir bonus dicendi p e ritu s sit.

u Gen 17, 1.
v Sap 8, 8.
ABRAMO, I I , 10, 75-76 235

dalla schiavitù alla libertà, dalla colpa all’innocenza, d al peccato


alla grazia. Se anche si g u ard a lo svolgersi creila, v ita dei singoli
uom ini, (si vedrà che) non tu tti hanno com inciato dalle cose p er­
fette, né p er tu tti la v irtù p e rfe tta viene cronologicam ente p e r
prim a, tu ttav ia precede q u an to a valore. D unque la m ente saggia de­
ve considerare il tem po d u ra n te il quale l ’anim a è im perfetta. Pon­
deri le cap acità p resen ti e si eserciti anche nelle discipline infe­
rio ri che rig u ard an o le v irtù, finché non diventi fo rte nel p ra ti­
carle 19; q u ando poi si sarà sbarazzata degli inviluppi d ell'erro re
e si sarà lib erata da ogni peccato, m ostrandosi p erfettam en te p u ri­
ficata, allo ra cerch erà secondo il suo rango di dare alla luce u n a
grande prole.
76. In o ltre è d etto ad Abram o: S ii senza biasim o, cui
dato lo sp irito della sapienza, santo, m irabilm ente agile, im m aco­
lato. B isogna dunque che l’anim a del sap ien te sia giorno e notte
in esercizio, in posizione continua di g u a rd ia 20; che m ai si abban­
doni al sonno, m a che in continua veglia sia rivolta a Dio p e r com ­
p re n d ere le cose che esistono e conoscere le cause di c ia sc u n a 21.
Ma la sapienza è anche l ’in te rp re te delle cose future; conosce le
cose del passato e valuta quelle dell'avvenire, conosce gli artifizi
del linguaggio e le soluzioni degli enigm i; essa conosce i segni
e i prodigi e anche gli avvenim enti che si verificano nel corso del
tem po e dei secoli, p rim a che accadano. D unque colui che l’ha
o tten u ta non può non essere buono e perfetto, poiché possiede ogni
v irtù ed è l ’im m agine della b o n tà 22. Da questo i sofisti di questo
m ondo hanno desunto q u esta definizione del sapiente: il sapiente
è u n uom o buono esp erto nel p a r la r e 23.

19 È difficile com prendere queste riflessioni, se non si legge il corrispon­


dente passo di Filone. La difficoltà sorge dal fatto che Ambrogio segue da
vicino il suo modello, m a evita il tono e anche la terminologia filosofica del-
l’Alessandrino, difficilmente riconducibili alla impostazione cristiana a cui il
nostro Autore vuole ricollegarsi. Nell’espressione in posterioribus... disciplinis
dobbiamo vedere le scienze « encicliche », simboleggiate da Agar, che secondo
l'Alessandrino appartengono a un rango inferiore rispetto a quello delle virtù,
m a sono ad esse propedeutiche: questa considerazione diventa più sfum ata e
vaga in Ambrogio; cf. P hilo, quaest. in Gen. I l i 20 (A ucher, p. 191): illis qui
nequeunt ex uirtute parere pulchra ac laude digna opera, conuenit mediam
sequi disciplinam; atque ut ita dixerim, ex encyclicis pueros creare sibi, copia
enim scientiae ut cos est mentis rationisque; Cher. 3 e 6: "Ayap T) (xÉffT) x al
èyxùxXios naiSeia.
20 Cf. supra, II 8, 46: mens nostra tamquam in excubiis debet praetendere.
21 P hilo, quaest. in Gen. III 43 (A ucher, p. 213): nam intellectio est
sapientia diuinarum humanarumque rerum, et rationum earum (cf. congr.
erud. grat. 79: crotpta 5è èmorfjijwi x a l av&pwiuvwv x a l t ù v toutw v
a ltlu v ) , necesse enim est animum tot et tantarum rerum perceptiuum, ocu­
lum esse omnino, et sine somno perficere uitam suam in mundo peruigilanter;
atque lumine umbram nesciente ac lucis speciem praeferente circumduci ut
fulmine coruscante, magistro ac duce usum Deo ad comprehensionem scientiae
entium ad reddendasque rationes.
22 Cf. ibid., I li 40 (p. 40).
23 Cf. Cato, ad fil. frag. 14 (H. Jordan, p. 80); Qvint ., XII 1, 1.
236 DE ABRAHAM, I I , 10, 77

77. R edeam us nu nc a d donum dei, quo nihil plenius. Q


enim m elius sapientia, q u id peius u an itate, q u id d eterius super­
stitione? Ideo tam q u am ei cu i p ro m isera t plenitudinem perfectio­
nis ait: A ugebo te ualde et ponam te in gentes, et reges de te
e r u n ty q u ia eius q u i fidelis est to tu s m u n d u s diuitiarum e s t 1, et
augetu r, non m in u itu r u t s tu ltu s a. P o n itu r in gentes Abraham ,
hoc e st fides eius ad gentes tra n s fe rtu r et reges saeculi, qui credi­
d e ru n t et se su b iciu n t dom ino Iesu, cui dicitur: T ibi offerent
reges m u n e ra b. Nec illud ab surdum , q u ia ex genere A brahae non
solum reges e ru n t dignitate, u eru m e tiam illi reges, qui peccato
non seru ian t, nec u in cat eos m alitia su p ra quos regnum m ors
non h a b e a tc. M entis quoque bonae cognouim us regias esse et
principes inuentiones, q u ae sicut A braham m ediocris quidem ge­
n eratio n is p ro u en tu s no n h ab et, sed ab u n d a t regalibus. Cui d a ta
est te rra in possessionem o m n e m d, u t d o m in e tu r corpori nec sit
cap tiu a u o lu p tatu m carn alium , sed quasi fam u latu debito obnoxia
caro m en ti seru iat. S ecundum p erso n am au tem A brahae euidens
m ysterium ecclesiae, q uae to tu m o rb em fidei h ered itate possedit,
bene p a te r electus soni dicitur, p a te r fidei, p a te r piae confessionis.

y Gen 17, 6.
2 Prou 17, 6a.
a Eccli 19, 23.
b Ps 67 (68), 30.
c Sap 7, 30.
d Gen 17, 8.
ABRAMO, I I , 10, 77 237

77. T orniam o o ra al dono di Dio di cui nulla è più perfe


Che cosa, in fatti, è m igliore della sapienza, che cosa peggiore del­
la v a n ità 24, che cosa p iù degradante della superstizione? Perciò,
com e a colui cui aveva prom esso la pienezza della perfezione, dice:
T i farò crescere m olto e ti porrò fra i popoli e da te discenderanno
re, poiché colui che è fe d e le 25 possiede le ricchezze del m ondo
intero e crescerà, non d im inuirà com e lo stolto. A bram o è posto
fra le genti, cioè la sua fede è trasm essa ai popoli e ai re del
m ondo che hanno cred u to e si sono sottom essi al Signore Gesù, al
quale è detto: I re ti offriranno doni. Né è assurdo, perché dalla
stirp e di A bram o u sciran n o non solo re p er dignità, m a anche re
tali d a non essere soggetti al peccato, non essere vinti dalla m al­
vagità, p erch é no n sottom essi al p otere della m orte. Abbiam o
v is to 26 che anche le sco p erte della b u o n a m ente sono regali e so­
vrane dal m om ento che, com e Abram o, essa non genera p rodotti
m ediocri, m a ab b o n d a di p ro d o tti re g a li27. A lei è d ata la te rra
in pieno possesso, cosicché dom ini sul corpo, e non sia schiava
dei piaceri carn ali, m a la carne sia d ebitam ente sottom essa al ser­
vizio della m e n te 28. Ma nella figura di A bram o è palese il m istero
della Chiesa, ch e attra v erso l’ered ità della fede possiede il m ondo
intero; giustam ente è d etto p adre eletto del s u o n o 29, p ad re della
fede, p ad re della pia confessione.

24 Ambrogio prende le distanze dalla corrispondente quaestio filoniana


che contiene espressioni e concezioni filosofiche diffìcilmente assimilabili in
questo punto dell’esposizione, ove egli si appresta a delineare la figura del
sapiente come uomo di fede. Tuttavia qualche traccia è individuabile: cf.
P hilo , quaest. in Gen. I l i 43 (A ucher, p. 215): at sapiens omnino probatus
est ut bonus. Num ergo adhuc irrideamus donum, quo nihil aliud perfectius
reperiri possit? Quid enim malitia, turpius, aut uirtute melius?
25 Qui fidelis — opposto a stultus — equivale a sapiens; cf. supra, II 7, 37:
quid aliud declarat nisi sapienti et fideli praesto omnia, deesse nihil?... quis
autem fidelis nisi sapiens? Sull’uso di fides e fidelis e sulla connessione di que­
sti concetti con il modello filoniano, si veda S. S tenger, Das Frdmmigkeits-
bild..., pp. 34-37. Lo Schenkl non segnala la citazione di Prov 17, 6a; la frase
non compare nella Vulgata, m a è attestata nei Settanta: toù mffToO oXog é
xóffnos tw v XpTiixàTWV. Ambrogio cita più volte questo versetto intendendolo
come l’anticipazione di una massima stoica. Cf. supra, II 7, 37: la citazione
è notata, anche perché è lo stesso Ambrogio a rivelarne la provenienza; Nab.
12, 50, CSEL XXXII/2, p. 496, 3 s.: la citazione non è rilevata, m entre è regi­
strata nell’edizione di questa medesima opera curata da M. M cGuire , Washin­
gton 1927; ep. extra coll. 14, 86, CSEL LXXXII/3, p. 281: la citazione è passata
inosservata ancora una volta.
26 II tem a della sovranità della m ente sui sensi e sulle passioni, insieme a
quello del suo universale possesso, ricorre più volte: cf. supra, I 4, 31 (prin­
cipatum uirtutis); II 5, 19 (principatum habet); II 5, 20 (Abraham... regebat
sensus inrationabiles); II 7, 38 (domina est enim et possessor omnium sa­
pientia).
27 Cf. P hilo, quaest. in Gen. I l i 44 (A ucher, p. 216): illud demum, « reges
ex te fiant », iterum nimis rite dicitur; omnia enim, quae sapientiae sunt,
proles principis ac ducis secundum naturam.
28 Ibid., III 45 (p. 217): benefaciens ergo ei Pater, donat ei terrenorum
uniuersorum principatum in aeternam, ut ipse ait, possessionem, ne domine-
tur umquam a corpore, sed semper princeps et rector sit, seruum ac pedisse-
quam illud acquirens.
29 Ibid., III 43 (p. 213): Abraham interpretatur « pater electae echus »;
leggermente diversa la traduzione di R. M arcus, Philo, Supplement I: Que-
238 DE ABRAHAM, I I , 11, 78

11. 78. E t quia a d perfectu m u ocatur, o raculum perfectio


accipit. C ircum cidatis in q u it om ne m asculinum u estru m et cir­
cum cidatis carnem u e s tr a m a; p erfec ta au tem circum cisio spirita­
lis est. D enique et lectio hoc docet, cum dicit: C ircum cidite duri­
tiam cordis u e s tr ib. E t hic p lerique sic accipiunt, u t sit: Circum ­
cidite om ne m asculinum uestrum , hoc est m entem uestram ; nihil
est enim m ente ualidius. Deinde q uia m asculinum etiam sanctum
dicitur: O m nis m asculus adaperiens uuluam sanctus dom ino uoca-
b itu r c. Quid au tem m ente sanctius, quae d a t b o n aru m sem ina
cogitationum , quibus ap e rit uuluam anim ae conclusam pariendi
sterilitate, u t possit illas inuisibiles generationes edere, u tero illo
uidelicet spiritali, de quo dicit E saias: In utero accepim us et
parturiu im u s sp iritu m s a lu tis d? C ircum cisio ergo cordis intelle­
gibilis, circum cisio etiam carn is m a n d a tu r sensibilis: illa in ueri-
tate, ista in signaculo. G em ina itaq u e circum cisio, quia et anim i
et corporis q u a e ritu r ab stinentia. D enique Aegyptii q u a rto decim o
anno circum cidunt m ares et fem inae ap u d eos eodem anno cir­
cum cidi fe ru n tu r, quod ab eo uidelicet anno incipiat flagrare pas­
sio m otus uirilis et fem in arum m e n stru a su m an t exordia. Legis
autem la to r aetern ae signaculum circum cisionis carnalis in solis
m aribu s exigit, eo quod ad adm ixtionis usum u ir m uliere uehe-
m en tio r sit, et ideo ipsius im petum infringere uoluit circum cisio­
nis signaculo, uel quia u iri licito se e rra re c re d u n t, si solo se
a b stin ean t adulterio, m eretricios au tem usus tam q u am n atu ra e
legi su p p etere p u ta n t, cum p ra e te r coniugium nec u iro liceat nec
fem inae m isceri alteri. A ltiore au tem in te rp re ta tio n e illud pan­
d itu r, q u o d si m ens p u rg a ta e t circum cisa sit, exsuta superfluis

» Gen 17, 10 s.
>> Deut 10, 16.
« Ex 13, 2.
d Is 26, 18.

78, 9. semina Costerius semita codd. sementa Henricus Schenkl.


ABRAMO, I I , 11, 78 239

11. 78. E poiché è chiam ato a ciò che è p erfetto , gli vi


rivelato il com andam ento della perfezione. C irconciderete — è
détto — ogni vostro m aschio e circonciderete la vostra carne; m a
circoncisione p e rfe tta è quella spirituale. Q uesto in fatti insegna
anche la S crittu ra, quando dice: Circoncidete la durezza del vo­
stro cuore. Anche in q uesto caso m olti intendono com e se fosse:
Circoncidete ogni vostro m aschio, cioè la v o stra m ente; nulla
in fatti è più valido della m ente. In o ltre, poiché il m aschio è
anche santo, è detto: Ogni m aschio che apre la vulva sarà chia­
m ato santo p er il Signore. Ma che cosa è più santo della m ente,
che produce i sem i dei buoni pensieri, con cui ap re la vulva del­
l’anim a che e ra chiusa p e r la sterilità che le im pediva di p a rto ­
rire, affinché possa d are alla luce le generazioni invisibili, gene­
randole evidentem ente con l'u tero spirituale, di cui Isa ia dice:
N ell'utero abbiam o accolto e abbiam o partorito lo spirito di sal­
vezza? D unque è co m an d ata la circoncisione intellegibile del cuo­
re e anche la circoncisione sensibile della carne: quella nella
verità, q u esta com e segno. La circoncisione, dunque, è duplice p er­
ché richiede la m ortificazione dell’anim o e del corpo Gli Egi­
ziani 2, infatti, circoncidono i m aschi al q uattordicesim o anno e
si dice che anche le donne siano circoncise nel m edesim o anno,
perché in qu ell’anno si accende la passione della v irilità e inizia­
no i m estru i delle donne. M a il prom ulgatore della Legge etern a
esige il segno della circoncisione carnale solo nei m aschi, poiché
nel rap p o rto sessuale l’uom o è più im petuoso della donna e perciò
h a voluto spezzare la su a im petuosità con il segno della circonci­
sione, anche p erché gli uom ini ritengono lecito il loro erro re, p u r­
ché evitino solam ente l ’ad ulterio, e sono convinti che la p ra tic a
della p rostituzione sia conform e alla legge di n atu ra , m en tre né
all'uom o né alla donna è lecito, al di fuori del m atrim onio, u n irsi
ad u n a l t r o 3. Ma secondo l ’in terp retazio n e più p ro fo n d a 4 si vuol
spiegare che la m ente, u n a volta purificata e circoncisa, lib era dai
stions..., p. 236: « Abraham is translated as elect father of sound »; cf. m ut.
nom. 66 e Cher. 7.
1 P hilo, quest, in Gen. I l i 46 (A ucher, p. 217): duplicem uideo circum­
cisionem, unam masculi, alteram carnis; quae carnis est, per genitalia est:
quae uero masculi, ut m ihi uidetur, per cogitationem. Quoniam propius mas in
nobis intellectus est... id ergo designauit per circumcisionem secundam, lege
statuta dicens, circumcidite duritiam cordis uestri, duras uidelicet ac rebelles
cogitationes, et ambitionem, quibus recisis ac separatis, libera reddatur pars
principalis.
2 Ibid., III 47 (pp. 217 s.): prim um enim Aegypti per consuetudinem regio­
nis anno aetatis decimoquarto, quando mas incipit seminis usum gerere, et
fem ina sanguinis eruptionem sentire, tam sponsum, quam sponsam circumci­
dunt. Dominicus autem legislator super mares solum constituit circumcisio­
nem m ultis de causis; quarum prima est, quod mas ueneream sentit uoluptatem
ac optat m atrim onium magis, quam femina: quam ob rem iure omissa femina,
uiri compescuit im petum superfluum sub signo circumcisionis.
3 Cf. supra, I 4, 25.
^ P h il o , quaest. in Gen. III 47 (A u c h er , p. 218): caeterum posthac illud
quoque notandum, quod uisu praeditus in nobis intellectus est; huius super-
uacanea germina necesse est abscindere; germina uero superflua sunt inanes
opiniones, quaeque secundum illas aguntur.
240 DE ABRAHAM, I I , 11, 78-79

u o lu p tatib u s et cogitationibus re strin g it anim am ad sui castim o­


niam p u risq u e sensibus infusam b o n o ru m facit p a rtu u m genera­
tricem .
79. O ctauo au tem die circum cidi p u eru m lex iu b e te, m yst
u tiq u e praecepto, q u ia ipse est re su rrectio n is dies; dom inica enim
die re su rrex it dom inus Iesus. E rgo si dies resu rrectio n is circum ­
cisos nos et exutos in u en iat delictorum superfluis, ab om ni ablu­
tos sorde, m undos a uitiis corporalibus, si h in c m undus exieris,
m undus resurges. C ircum cide ig itu r te non carne, sed u itio c a r­
nali et circum cide tu u m non solum uem acu lu m , sed etiam pretio
em ptum . S i ad singula referas, u em ac u li su n t n atu rales m otus,
p retio em pti, ra tio n e et d o ctrin a adquisiti. E gent au tem illi et hi
tam q u am u irg u lta p u rg atio n e et incisione luxuriae, ne euagentur
u t sterilia sarm e n ta et o b u m b ren t in u tilia fructuosis, uel u t q u ae­
dam om ni u itio d isten ta u itis incassum lab o rat, ita cauendum ne
etiam n o stra m ens p lu rib u s occupata n o n solum bonos non gene­
re t p artu s, sed etiam in utilibus p lerisq u e degeneret, sim ul u t
< u e lu t> u itis p u ta ta non facile siluescat, d isso lu atu r cito, sed
p o steritati re seru etu r. N am et ingeniosi m u lta p ariu n t q u ae u tile
e st circu m cid ere et qui d o ctrin a m diligentia adsecuti su n t u idere
in se d eb en t inscientiam . M ysterii au tem ra tio dilucida. V ernaculi
enim Iudaei, p re tio em p ti gentes sunt, qui cred id eru n t, q u ia p retio
sanguinis C h risti red em p ta e c clesiaf. E rgo et Iu d aeu s e t G raecus
quicum que cred id erit deb et scire se circum cidere a peccatis, u t
p o ssit saluus fieri. E t dom esticus e t alienigena e t iu stu s et pecca­
to r circ u m cid atu r rem issione peccatorum , u t peccatum n o n ope­
r e tu r am plius, q u ia nem o ascendit in regnum caelorum nisi p e r
sacram en tu m b a p tis m a tis g. Nec p ro d e rit sup erio ris iu stitia tem ­
poris, si in fine u itae iu stitiam d ereliq u erit. Ideo P aulus ait: Pretio

<=Leu 12, 3.
* 1 Cor 6, 20.
« Io 3, 13.

79, 12. uitis Schenkl multis codd.


15. uelut Schenkl.
ABRAMO, I I , 11, 78-79 241

desideri e dai pensieri non le c iti5 vincola l'anim a alla p ro p ria


ca stità e, avendole infuso la purezza dei sensi, la rende capace
di generare b u o n a prole.
79. La legge o rd in a d i circoncidere il fanciullo all’ott
g io rn o 6: si tra tta ev identem ente di u n p recetto m istico, perché
p ro p rio questo è il giorno della risurrezione; in fatti il Signore
Gesù è riso rto la dom enica. Perciò se il giorno della risurrezione
ci tro v erà circoncisi e liberi dagli eccessi dei delitti, purificati da
ogni sozzura, m ondi dai vizi del corpo, se da qui te ne sarai
a n d ato m ondo, riso rg erai m ondo. C irconciditi dunque non nella
carne m a nel vizio della carne e circoncidi non solo il tuo schiavo
n ato in casa, m a anche quello com prato. Se si considerano singo­
larm ente, i n ati in casa sono i m oti n a tu r a li7, i com prati sono
quelli guadagnati m ediante ragione e d o ttrin a. O ra quelli e questi
necessitano, com e fossero piante, di u n a p o ta tu ra e di un taglio
della lussuria, affinché no n si propaghino com e sterili sarm enti e
i ram i inutili non facciano o m b ra a quelli fru ttife ri, o com e una
vite carica di ogni difetto si affatica inutilm ente, cosi dobbiam o
evitare ch e anche la n o stra m ente, p re sa da m olte occupazioni,
non solo non generi buoni prodotti, m a, degenerando, p ro d u c a cose
inutili in g ran q u an tità; nello stesso tem po dobbiam o aver cura
che {la m ente) com e u n a vite p o tata non facilm ente inselvatichi­
sca, né rap id am en te si corrom pa, m a si conservi p er la posterità.
In fa tti anche coloro che sono d o tati di u n ingegno partoriscono
m olte cose che è b ene circoncidere e anche quelli che con il loro
im pegno sono diventati d o tti debbono co statare in se stessi l ’igno­
ranza. Ma il senso del m istero è chiaro. In fa tti i n ati in casa sono
i Giudei, i com p rati sono i popoli che hanno creduto, perché la
Chiesa è sta ta ris c a tta ta a prezzo del sangue di C risto. Perciò
chiunque a b b ia creduto, sia giudeo che greco, deve essere in
grado di circoncidersi dai peccati p er p o te r essere salvo. Il fam i­
liare e lo stran iero , il giusto e il p eccatore devono essere circon­
cisi m ediante la rem issione dei peccati, affinché il peccato non
agisca oltre, perché n essuno sale al regno dei cieli se non a ttra ­
verso il sacram ento del b attesim o. Né la giustizia precedente gio­
verà a chi avrà ab b an d o n ato la giustizia al term ine della vita. Per­
ciò Paolo dice: S iete sta ti com prati a caro prezzo; non vogliate

5 Per com prendere pienamente il significato di superfluus, cf. ibid., I l i 48


(p. 221): circumcisio itaque pellis sym bolum esse dicitur, quasi uero oporteat
superfluas excessiuasque abscindere cupiditates (cf. spec. leg. I 9: ... nepi-crris
èx-cop/fiv x a i TtXeova^oiioTQj ■f]5ovrig) continentiae religionis studendo: nam que­
m adm odum ad generationem superflua est pellis praeputii, unaque nociua ob
m orbum ignis in ea ardentis, sic etiam copia cupiditatis tam superuacanea
est, quam perniciosa: superuacanea quia non est necessaria...
6 Sul misticismo dei numeri, e particolarm ente sul valore dell’ogdoade,
cf. L.F. P izzolato , La dottrina esegetica..., pp. 279-281.
i P h il o , quaest. in Gen. III 50 (A u c h e r , p. 225): ad m entem uero, uern
culae indoles sunt, quae natura ipsa mouentur; et emptitiae, quae uerbo et
doctrina in melius uerti possunt. Vtraque istarum opus habet, ut plantarum
more purgetur et putetur, ad propriae ac fructiferae « partis » constantiam:
fertiles enim m ulta pariunt superflua propter fertilitatem, quae abscidi
expedit; qui uero edocentur a doctoribus, inscientiam amputant.
242 DE ABRAHAM, I I , 11, 79-82

em p ti estis; nolite fieri serui h o m in u m h. S u n t enim co n tra ria, quia


seruitu s peccato c o n tra h itu r et p re tio peccatum rem ittitu r.

80. H aec ig itu r sim plici expositione ab u n d are ad intellectum


opinam ur. Ideoque non cybos geom etriae nec tetragonum num e­
ru m philosophiae nec confessionem u t aiu n t P ythagoricam nec
sem per uirgines u t ap p ellant ebdom adis num eros c u ra discutim us
inani nec m u ndum rad io form am us nec caelum in puluere quae­
rim us nec in tra angustos abacos orbem concludim us, sed uera
aperim us m ysteria, u n am salutem esse C hristi resurrectionem . Con-
p lan tem u r ergo sim ilitudini m o rtis eius ‘, u t m eream u r re su rrec­
tionis consortium . E t u etu s hom o n o ste r sim ul sit confixus cruci
u t corpus peccati d estru a tu r.

81. Egregie au tem in fan tiae in prim is uagitibus circum cidi


m ares lex iubet, etiam uernaculos, quia sicut ab in fan tia peccatum
ita ab infan tia circum cisio. N ullum tem pus u acuum debet esse
tutelae, q u ia n ullum est culpae uacuum . E t infans reuocandus a
peccato est, ne idolatriae p o llu atu r contagio et ne ad o rare adsue-
scat idolum et exosculari sim ulacrum , p aren tis uiolare nutum , pie­
tatem laedere. Sim ul ne q u isquam infletur, quod sibi iustus uidea-
tu r, aetatis m atu rio ris pro cessu A braham circum cidi iubetur. Nec
senex ergo proselytus nec infans uernaculus excipitur, quia omnis
aetas peccato obnoxia et ideo om nis aetas sacram ento idonea.

82. E t erit in q u it testa m en tu m m eum in carne u e s tr a m. F


sitan re fe ra tu r hoc loco: « Quom odo spiritalem dicis circum cisio­
nem , cum o raculum d icat: E rit testam en tu m circum cisionis in

h 1 Cor 7, 23.
' Rom 6, 5.
1 Rom 6, 6.
m Gen 17, 13.

81, 6. nutum scripsi ni tu P nidum P3 Schenkl.


ABRAMO, I I , 11, 79-82 243

diventare schiavi degli uom ini. Sono due espressioni antitetiche,


perché la schiavitù si co n trae col peccato e il peccato si rim ette
a prezzo.
80. Pensiam o dun q u e ch e queste cose espresse con sem pli­
c ità siano p iù ch e sufficienti p e r com prendere. Perciò noi non
discutiam o co n vana p re m u ra dei cubi della geom etria né del
n u m ero q u ad rato della filosofìa8 né della cosi d e tta o m ologia9
pitagorica né dei n u m eri dell’ebdom ade d etti sem p re v erg in i10 né
disegniam o il m ondo con la b a c c h e tta 11 né studiam o il cielo nella
polvere né racchiudiam o l’universo in anguste ta v o le tte 12, m a
sveliam o i veri m isteri, che cioè l ’unica salvezza è la risurrezione
di C risto. U niam oci dunque intim am ente a Lui nella som iglianza
della sua m o rte p e r m eritare di p arte cip are alla risurrezione. E
il n o stro vecchio uom o sia inchiodato insiem e con C risto alla
croce, affinché sia d is tru tto il corpo del peccato.
81. O ttim am ente, allora, la Legge prescrive che i m aschi,
com presi gli schiavi n ati in casa, siano circoncisi al m om ento dei
p rim i vagiti dell'infanzia, perché, com e fin dall’infanzia h a ini­
zio il peccato, cosi d all’infanzia inizia la circoncisione. N essuna
e tà deve essere p riv a di protezione, dal m om ento che nessuna
età è esente da colpa. Anche il bam bino deve essere liberato dal
peccato, in m odo che no n sia contagiato dall’id o latria e non si
abitui ad ad o rare gli idoli e a baciare le loro im m agini, a tr a ­
sgredire la volontà p a te rn a , a offendere la pietà. E anche perché
nessuno, ritenendosi giusto, insuperbisca, si o rd in a ad A bram o di
circoncidersi in età avanzata. D unque non è escluso né il vecchio
stran iero né il bim bo n a to in casa, perché ogni età è soggetta al
peccato e perciò ogni età è idonea a ricevere il sacram ento.
82. E la m ia alleanza — è detto — si stabilirà nella vostra
carne. Forse qui si p o treb b e o b iettare: « P erché p arli di circo n ­
cisione sp iritu ale, m en tre la p aro la divina dice: L’alleanza della

8 Troviamo qui tracce di P h il o , ibid., I l i 49 (p. 223), ma, in sostanza,


Ambrogio rifugge da quella che doveva sembrargli una stravagante applica­
zione alla Scrittura della dottrina pitagorica sui numeri.
9 Con confessionem Ambrogio vuole esprim ere, senza forse averlo ben
compreso, il concetto pitagorico di « omologia » (cf. P h il o , ibid.), della com­
plem entarità, cioè dei num eri dispari e pari, compresi nell’ogdoade, a
form are il num ero 36 (cf. G. Madec, Saint Ambroise..., p. 107, nota 56, il quale
segnala anche l’inesattezza del ThlL, s. u. confessio, col. 190, 11, che, nel
registrare questo passo am brosiano, interpreta confessio come theorema).
10 II numero sette è detto « semprevergine », perché non genera né è
generato: è l’unico che non sia m ultiplo e nemmeno sottom ultiplo di un
altro numero compreso nella decade. Cf. P h il o , quaest. in Gen. I l i 49 (A u c h e r ,
p. 223): cognatum est (se. octo?) semper uirginis septem ; opif. 99-100: |j,6-
vog... ò èitxà ovi-ce yevvàv néqjuxev ouxe YEVvaff&eu. Si’ f]v aì-uav oì [lèv ftXXoi
(piÀóaotpoi tò v àpi-9-iJ.òv toùtov è|op,oio0ffi à[xV|Topi Nixrj x al nap-9-èv(p, •ftv
èx tt)s tou Alò; XEtpaXfis àva<pavrjvai Xóyo? ^XEt,. leg. I, 15; uit. Mos. II 210;
decal. 102; spec. leg. II 56.
11 V erg., Aen. VI 849 s.: caetique meatus / describent radio; cf. anche exam.
V 24, 86 (CSEL XXXII/1, p. 200, 14 s.): describentes radio mundum.
12 L'abacus era una tavoletta, cosparsa di polvere verde di vetro (puluis),
su cui gli antichi m atem atici tracciavano con una bacchetta (radius) i dise­
gni per le dimostrazioni geometriche.
244 DE ABRAHAM, I I , 11, 82-83

carne uestra, quasi u ero anim ae solius et non passionum corporis


exigatur tem p eran tia? ». N am e t u isu s e t au d itu s et odoris et
gustus et tactu s et uocis ipsius q u a e ritu r q u a e d a m . castim onia,
quia et uisus p ro cacio r h ab e t crim en, et ideo scrip tu m est: N oli
intendere fallaci m ulieri neque capiaris oculis neque abripiaris
palpebris n, et in ip so au d itu crim e n est, si seducat te m eretrix et
m u lto blan d im en to serm onis et laqueis lab io ru m suorum te alli­
get, et in ipso ta c tu crim en est, ideoque tib i d icitur: N e m u ltu s
fu eris ad alienam neque continueris am plexibus non tu a m °, et in
uoce cu lp a est; laqueus enim fo rtissim u s est hom ini sua labia et
a b d u c itu r a labiis sui oris p. E t m ei ip su m noli m u ltu n l edere, ne
uom as. O p o rtet ergo u t om nium sensuum ac u ta sit m oderatio, ne
a u t im petus in u itiu m tra h a t a u t nim ietas laed at a u t m o ra offen­
sioni sit.

83. N on otiose au tem n ec superflue p lerique hoc qui seq


tu r loco m o u eri u id en tu r, 'eo q u o d ita d ix erit dom inus quoniam
qui non fu e rit circum cisus m asculus et non circum ciderit carnem
praeputii su i octauo die, in terib it anim a illa d e'g en e re suo, quia
testa m en tu m m e u m in te r r u p itQ. G raue enim p u ta tu r quod infanti
octo d ieru m neglegentia p a re n tu m frau d i esset fu tu ra , ita u t inte­
rire t anim a eius, cum ip sa le x r etiam hom icidae, q u i tam en non
u o lu n tariu m facinus necandi hom inis inpleuerit, ciu itates prae­
scripserit, ad quas confugiendo m e re a tu r sanguinis inpunitatem .
Quom odo ergo au t illic ra tio h a b e tu r fo rtu itae necis a u t hic ratio
infantiae non h ab etu r, in q u a crim en non p o tu it esse a u t dissim u-

n Prou 5, 3; 6, 25.
° Prou 5, 20.
p Prou 25, 27.
q Gen 17, 14.
r Num 35, 9-29.

83, 2. eo Schenkl et P.
ABRAMO, I I , 11, 82-83 245

circoncisione si stabilirà nella vostra carne, com e se si esigesse


la tem peranza dell’an im a soltanto e n o n anche delle passioni del
corpo? » 13. In fa tti si richiede anche u n a so rta di c a stità d ella vista,
dell'udito, dell'o d o rato , del gusto, del ta tto e d ella stessa voce,
perché anche lo sguardo tro p p o sfacciato è peccam inoso, e perciò
sta scritto: N o n prestare attenzione alla donna ingannevole e non
fa rti sedurre dai suoi occhi né am m aliare dalle sue palpebre;'
anche n ell'u dito c'è il peccato, nel caso che la m eretrice ti seduca
e ti avvinca co n l'in sisten te lusinga delle parole e con i lacci delle
sue labbra; anche nel ta tto c’è il peccato, e perciò ti si dice: N on
frequentare la donna straniera e non unirti nell'am plesso alla
donna non tua; anche nella voce c ’è colpa: infatti le la b b ra sono
p e r l ’uom o u n laccio fo rtissim o ed egli è sviato dalle sue labbra.
E non m angiare nem m eno tro p p o m iele, p e r non vom itare. È
necessaria dunque u n a severa m oderazione di tu tti i sensi, affin­
ché l’im p etu o sità no n conduca al vizio o l’eccesso non danneggi
o l’indugio non sia di pregiudizio.
83. N on senza ragione né eccessivam ente m olti sono
b ati dal passo che segue, poiché il Signore h a detto 14: Il m aschio
che non sarà stato circonciso e non avrà circonciso la carne del
proprio prepuzio all'ottavo giorno, quell'anim a sarà elim inata dal
suo popolo perché ha violato la m ia alleanza. In fa tti è conside­
ra ta una cosa grave che la negligenza dei genitori potesse recar
danno a u n bim bo di o tto giorni a tal pu n to che la sua anim a
perisse, m en tre la stessa Legge anche all’om icida — ch e avesse
p erò com m esso in v olontariam ente il d elitto di om icidio — indica­
va in quali c ittà fuggire p e r o tten ere la non pun ib ilità del sangue
versato l5. Come è possibile dunque che là si tenga conto dell’in-
» Cf. P hilo, quaest. in Gen. I l i 51 (A ucher, p. 226): uult non solum
prodesse hom ini uirtute ornato; sed una cum anima super corpus etiam
processe uerbum diuinum, tam quam medicus eius factus. Cui curae sit cir­
cumcidere excessus uisus et auditus, gustusque et odoratus et tactus, necnon
instrum entum uocis edendae, atque genitalium im petus redundantes noci-
uosque.
14 Da notare che quoniam non fa parte dei testo biblico (cf. Vetus Latina,
Genesis, ad loc.), come ha ritenuto K. S c h e n k l (CSEL XXXII/1, p. 634, 3), m a
è grecismo ( = o t t i ) con cui Ambrogio introduce, in questo caso, il discorso
diretto.
15 P hilo , quaest. in Gen. I l i 52 (A ucher, pp. 226 s.): de nullo inuoluntario
reum declarat lex, quum et illi, qui inuoluntariam perpetrauerit occisionem,
ueniam facit, d uitatibus distinctis, in quas fugiat ad inueniendam securita­
tem... octauo igitur die post natiuitatem puer si non circumcidetur, quid
ipse peccabit, ut poenam m ortis quoque luere teneatur? Dixerint itaque
aliqui, form am edicti annuere parentes ipsos, illos enim putant despexisse
mandatum legis. Alii uero, nim ium excessum aiunt usurpans super infantes,
u t uidetur, imposuit, ut adulti dissoluentes legem irreuocabili modo subician-
tur poenae seuerissimae. Littera haec dicit. Ad m entem uero, masculus in
nobis apprime intellectus est: hunc in octauo iubet circumcidi propter ratio­
nem antea redditam, non quod aliam partem, sed carnem praeputii, symbolice
notans eas quae in carne postea fiunt uoluptates et impetus. Quare et rationem
legitimam inducit, monens, quod intellectus, qui non sit circumcisus expur-
gatusque ex carne, cam isque uitiis, corrumpetur, et nequeat saluari. Quod
autem non de homine est sermo, sed de intellectu sanitatem recipiente, in
sequentibus dicit, « corrum petur anima illa », non corpus humanum, aut homo,
sed anima et mens... ab incorruptibilitate in corruptionem fertur prauus.
246 DE ABRAHAM, I I , 11, 83-84

lationis a u t u o lu n tatis, nisi fo rte p u te n t aliqui q uia in m orte fili


g rauius p u n iu n tu r p aren tes? Sed in iu stu m p u ta tu r u t colpa nocen-
tu m in fe ra tu r poen a innocenti u el p ro p te r poenam nocentis inno­
cens p u n ia tu r a u t fiat con sors supplicii qui d isp ar est m erito. Vnde
aliqui p u ta n t quod de p aren te d icat exterm inando, quod eius in­
te re a t anim a, non p aru u li. Sed ualde am biguum est, licet suffra­
g etu r huic ad sertio n i q u o d ait: quia testa m en tu m m eu m interru­
pit. Ita q u e hoc a d intellegentem m agis qu am a d infantem refe­
ren d u m u id etu r. Alii g rau io ra p aren tib u s uel silentio m initantem
p u ta n t d o m inum deum , quo plus tim ean t m aiores, quando nec
in fan ti p arcitu r.

84. M ihi autem satis liquido p a te t dictum de uniuscuiusq


m ente. Diximus enim m asculi nom ine m entem significari, quod
sit ualidus m entis u ig o r e t anim am in sui copulam tra h a t sitque
uehem en tio r tam q u am sexu p o tio r et uirili ualiditate. E rgo haec
ra tio est, q u o d om nis m ens, quae non fu e rit circum cisa a super­
fluis corporalibus et p u rg a ta sollem ni m unere, 'u t exsuat se pas­
sionum uitiis, in terib it. N on caro , inquit, in terib it, non hom o, sed
anim a illa in terib it, q u ia p o tu it salua fieri, si h ab u isset purgatio­
nem , n u d a au tem p raesid ii e t incircum cisi cordis conluuione infir­
m io r salutem generis sui seru are non p o tu it. O m ne au tem genus
u id e tu r inm ortale. Vt hom o genus est, u t ullus species est, hom o
sem per d icitur, ullus non sem per, im m o non deficit ullus. Deficit
qui fidem no n h abet. P ersona deficit unius, condicio uel nom en
hom inum non deficit. Ex d iu tu rn o ig itu r et innoxio in id quod
ABRAMO, I I , 11, 83-84 247

volontarietà dell’uccisione, m en tre qui n o n si tiene conto dell’in­


fanzia, nella quale non poteva esservi colpa di negligenza né ca­
p ac ità di volere? O forse si crede che con la m o rte del figlio i
genitori siano p u n iti p iù severam ente? M a è rite n u ta cosa ingiu­
sta che p er colpa di m alfatto ri la pena sia inflitta all’innocente
o p p u re che sia associato al supplizio chi non h a la stessa re­
sponsabilità. Perciò alcuni pensano che (la S crittu ra) dica che
deve essere elim inato il genitore, che deve p erire la sua anim a, non
quella del bam bino. Ma l’incertezza è grande, anche se questa
opinione è suffragata dall'espressione: perché ha violato la mia
alleanza. Questo d u nque sem bra rife rirsi a chi è consapevole
p iu tto sto che al fanciullo. Altri ritengono che il Signore Dio
anche col silenzio m inacci i genitori di castighi assai gravi, affinché
il tim ore degli ad u lti sia più grande, visto che non si h a p ietà
neppu re p e r u n bim bo.
84. M a a m e sem bra abbastanza evidente che si p arla de
m ente di ognuno. Abbiam o detto 16 in fatti che con la p aro la « m a­
schio » si indica la m ente, che grande è il vigore della m ente e
che q u esta a ttra e l ’anim a all’unione con se stessa e che è più
im petuosa, come se il suo sesso e la sua virilità fossero più ga­
gliardi. Q uesta dunque è la ragione p er la quale ogni m ente che
non è s ta ta circoncisa dagli eccessi del corpo e non è sta ta p u ri­
ficata con solenne rito, p e r essere lib era ta dai vizi delle passioni,
perirà. P erirà non la carne — è detto — non l’uom o, m a p erirà
l’anim a, perché avrebbe p otuto salvarsi se fosse stata purificata;
m a, p riv a di difesa e assai debole p er l ’im m ondezza del cuore
incirconciso, non potè conservare la salvezza p ro p ria del suo
g e n e re 17. Ma si ritien e che ogni genere sia im m o rta le 18. L’uo­
m o in qu anto tale è genere, in qu an to singolo è s p e c ie 19; si
p arla sem pre di uom o, non sem pre di singolo, m a certo il singolo
non cessa di esistere. Cessa di esistere chi non h a fede. (In que­
sto caso) cessa di esistere l’in d iv id u a lità 20 del singolo, non cessa
di esistere la condizione o l’essenza degli uom ini. D unque dalla

16 Cf. supra, II 11, 78.


17 Intendiamo: l'uomo, considerato non come individuo ma come genus,
è imperituro; la singola anima, invece, non purificata e incirconcisa, è con­
dannata alla perdizione.
is Verg., georg. IV 208, cf. supra, II 1, 4.
19 I Maurini hanno osservato (cf. PL 14, 521, nota 57) che species è usato
in senso im proprio per indicare l'individualità del singolo. In realtà bisogna
tener presente i presupposti filosofici su cui si muove la riflessione ambrosiana.
Il genus è 1’« universale »: ciò che in senso aristotelico è la form a o la sostan­
za delle cose; la species è tutto ciò che hic et nunc partecipa della sostanza
dell'universale: in questo senso anche il singolo individuo è detto species.
Ciò premesso, si può ritenere che in questo luogo Ambrogio esprim a l’opinio­
ne che l’im m ortalità sia una qualità metafisica che appartiene al genus. L’indi­
viduo (species), che viene nel mondo e nel tempo — e perciò si trova soggetto
alle passioni dei sensi e al peccato — può conservare l’im m ortalità propria
del suo genus solo attraverso la circoncisione spirituale, cioè attraverso la
fede e la remissione dei peccati.
20 II term ine persona esprime l’individualità, anche se non esclusivamen­
te dell’uomo; cf. supra, II 1, 4: personae mortales sunt singulorum, ut
hominum, ut equorum...
248 DE ABRAHAM, I I , 11, 84-85

tem porale est et noxium p ec cato r d educitur, qu i m entis suae


ad scrib ere debet infan tiae quod in cau tu s fu it et in tem perans uel
rem issionem p eccato ru m n o n adquisiuit. N isi quis renatus fu erit
ex aqua et sp iritu sancto, non p o test introire in regnum d e is. Vti-
que nullum excepit, no n infantem , non aliqua p ra eu en tu m neces­
sitate: h ab e an t tam en illam o p e rta m p o en aru m inm unitatem , ne­
scio an h ab e an t regni honorem .

85. S arae quoque u n a a d d itu r littera*, hoc est R, u t uoca


tu r S arra. Quod u tiq u e p a r est u t in sup erio rib u s non unius adiec-
tione p en sari litterae. N on enim m unus deo est u n a littera, sed
u irtu s litterae, q u ae ex p rim it m u n eris diuini gratiam . S ara enim
d ic itu r àpx'i] è^rr), hoc est p o testas m ea uel p rin cip a tu s m eus ***
initium uel regis *** S a rra au tem d ic itu r graece òtpxouaa, latine
« quae reg at ». Illa m o rtalis, ista inm ortalis: illa specialis, ista
generalis. E st nam que in m e p ru d en tia, in m e castim onia, in m e
u irtu s, in m e iu stitia, m e solum re g u n t et m ihi d o m in an tu r et
su n t m ortales; m o rien te enim m e sa lu u n tu r et m o riu n tu r etiam
illa. Q uae au tem p ru d e n tia g en eraliter dicitur, quae castim onia,
quae fo rtitu d o ceteraeque u irtu te s principales, sed generaliter

s Io 3, 5.
t Gen 17, 15.

85, 5-6. lacunas indicauit Schenkl, qui sic restituendum esse hunc locum in
apparatu coniecit: <Apxili enim graece est u el> initium uel regis
< potestas > .
ABRAMO, I I , 11, 84-85 249

condizione durevole e inn ocente il peccatore è co n d o tto alla tem ­


p o ralità e alla colpevolezza, e deve a ttrib u ire aH’infanzia della sua
m ente T essere stato im p ru d en te e in tem p eran te, il non aver rice­
vuto la rem issione dei peccati. Se uno non sarà rinato dall'acqua e
dallo S p irito Santo, non può entrare nel regno di Dio. Non h a
eccettu ato nessuno, nem m éno il bim bo, nem m eno colui che è
sta to in qualche m odo im pedito: se p u re costoro avranno quella
m isterio sa im m u n ità dalle pene, non so se avranno la gloria del
re g n o 21.
85. A n ch e22 a S ara è aggiunta u n a lettera, cioè R, cosi
essere ch iam ata S arra. E sattam en te com e s o p ra 23, non si vuole
dare u n a ricom pensa con l’aggiunta di u n a lettera. Dio in fatti
non considera dono u n a lettera , m a il valore della le tte ra che
esprim e la grazia del dono divino. S ara in fatti significa à p x r ) ènT),
cioè « m io p o tere » o p p u re « m io p rim ato ». In fa tti la parola
greca àpxV) significa « inizio » o « p otere del re » 24. S arra invece
significa in greco a p x o u c a , cioè « colei che governa » 2S. Quella
m ortale, q u esta im m ortale: quella ap p artien e alla specie, questa
al g e n e re 26. In fa tti in m e c ’è la prudenza, in m e la castità, in
m e la v irtù, in m e la giustizia, esclusivam ente m e g o v ern an o 27 e
su di m e dom inano e sono m ortali; in fatti quando io m uoio an-
c h ’esse periscono e m uoiono. M a la prudenza in senso generale,
la ca stità, la fortezza e le altre v irtù so v ra n e 28 — m a sovrane in

21 Allusione alla dottrina pelagiana, secondo la quale i bam bini nascono


senza peccato e non hanno bisogno del battesim o per entrare nella vita eter­
na. P ur senza condannarla apertam ente, Ambrogio si m ostra scettico sulla
validità di questa tesi. Del resto cf. supra, II 11, 79: nemo ascendit in regnum
caelorum nisi per sacram entum baptismatis.
22 Anche ad Àbramo era stato cambiato nome; cf. supra, I 4, 27.
23 Cf. nota precedente.
24 La traduzione di questo passo lacunoso si avvale della congettura sug­
gerita da K. Schenkl (app. ad loc.).
25 P hilo, quaest. in Gen. I l i 53 (A ucher, pp. 228 s.): quoniam per unum
« r » uocata « Sara » interpretatur « principatus m eus »; duo autem (« rr »,
Sarra) princeps (mulier): quo ergo distinguantur haec a se inuicem, attenda­
m us liceat. In me sapientia (siue prudentia), integritas (siue temperantia),
iustitia et fortitudo, principatum usurpant in me solum et mortales sunt:
proindeque moriente me moriuntur. Haec autem sapientia, ipsa est ipse prin­
ceps, et ipsa iustitia princeps ipse, et unaquaeque uirtutum non est principalis
mea, sed ipsa est domina reginaque, im m ortalis monarchia ac regnum. Videns
dono magnitudinem? Permutans conuertit partem in totum , speciem in genus,
corruptibile in incorruptum. Haec autem omnia prius dispensantur propter
futuram natiuitatem laetitiae cunctis gaudiis perfectioris, cuius nomen est
Isaac; I d., m ut. nom. 78: lo tp a [xèv àpx^ nou, Xàppa 8è ftpxouaa. Tò p iv °0v
itpÓTEpov etS ixfis ffiiiiJioXov àpetTjj i c m , -cò S’uctep ov y e v ix r ij. Cher. 3.5.41;
congr. erud. grat. 2; Abr. 99.
26 Queste riflessioni sono evidentemente m utuate da Filone (cf. nota prec.),
ma si ricollegano anche alle considerazioni sviluppate nel paragrafo prece­
dente suH’im m ortalità del genus e sulla corruttibilità della species (cf. supra,
nota 19).
27 Me solum regunt: perché qui si parla delle virtù speciales, proprie del
singolo individuo (species: cf. supra, nota 19), che perciò periscono quando
il singolo muore.
28 II significato di principalis va precisato in relazione all’interpretazione
di Sarra (tìp/ouca: cf. supra, in questo paragrafo). Cosi anche supra, in II 5, 19
(principalem uirtutem ) e II 7, 39 (Sarrae... non seruientis, sed principantis).
250 DE ABRAHAM, I I , 11, 85-87

principales et reginae quaedam inm ortales, in his p o testas est,


inm ortale illu d principale, sicut est regina ecclesia, quae non m e
unum , sed u n iuersos regit. E rgo speciem in genus, p a rte m in uni-
u ersitatem , c o rru p tib ilitatem in in co rru p tib ilita tem conuersam
uidem us, quae om nia ecclesiae conuenire ce rtu m est; non enim
specialis haec, sed generalis ratio est nec p artis, sed u n iu ersitatis
salus. Ideoque his praecedentibus cum unum quem que p ru d en tia
sua ad hanc principalem e t diffusam p e r om nes salutem deduxe­
rit, in q ua fons sapientiae iustitiaeque est, re q u iritu r generatio et
ille perfectae p a rtu s iu cu n ditatis, cuius nom en Isaac; nulla enim
m elior u o luptas q uam em endatae g ra tia conscientiae. 'H in c Epi­
cu rei trax e ru n t sum m um bonum u o lu p tatem esse, sed eam cor­
poris m agis inquinam ento quam sobrietate m entis aestim auerunt.

86. Quid est autem quod ait cecidit in faciem A braham et


r i s it u? E t hic re u ere n tia significatur, quod tim u it deum uelut
libero risu laedere, quam uis risus laetitiam declararet u iri iusti,
q u i tan tis g ra tu la b a tu r prom issis. Non enim d u b itan tis hic risus,
sed credentis fuit. Sim ul quia cad u n t ante deum om nia et m utan­
tu r et tran se u n t, sola illa inm utabilis s ta t sem per su b stan tia. Aut
fortasse et in hoc m ysterio p ro p h e ta u it A braham dom inum Iesum ,
quod p er susceptionem dom inici corporis et re su rrectio n em tan ti
conplenda oraculi g ratia foret. A dorat ig itu r non elem entum ter­
rae, de quo d ictum est: E t adorate scabellum eius, quoniam san­
ctu m v. Vbi enim corpus, ibi et a q u ila e 2, quae ad o rau eru n t uersan-
tem in corpore.

87. E t d ixit inq u it in corde suo: si cen tu m annorum nascetur


et si Sarra nonaginta annorum p a r ie ta. G raecus m edie posuit
-cfi Siavoia, u t possim us aestim are quia cordi suo dixerit quasi
alte rn a n ti secum : « si centenario n asc etu r et nonagenaria p arie t »,

u Gen 17, 17.


v Ps 98 (99), 5.
z Mt 24, 28; Lc 17, 37.
a Gen 17, 17.
ABRAMO, I I , 11, 85-87 251

senso generale e regine im m ortali — queste hanno il potere, l'im ­


m o rtalità sovrana; sim ilm ente la C hiesa è regina, la quale non
governa m e soltanto, m a tu tti. Perciò vediam o m u tata la specie
in genere, la p arte nel tu tto , la c o rru ttib ilità n ell'incorruttibilità:
tu tto ciò, è certo, si addice alla Chiesa; in fatti non è u n ’organiz­
zazione speciale m a generale, né salvezza della p arte m a del
tu tto . P ertan to date le p recedenti considerazioni, d a l m om ento
che (la Chiesa) h a co n d o tto ciascuno con la sua saggezza a q u e­
sta salvezza sovrana e a tu tti estesa, nella quale si trova la fonte
della sapienza e della giustizia, si richiede la generazione e quel
p arto di p e rfe tta felicità che h a nom e Is a c c o 29. N on v’è in fatti
piacere m igliore della grazia di u n a coscienza purificata. Di qui
gli E p ic u re i30 hanno d ed o tto l’opinione che il piacere è il som m o
bene, m a essi l’apprezzano più in relazione all’im m ondezza del
corpo che alla saggezza della m ente.
86. Che significa, poi, l’espressione: Abram o cadde con la
faccia a terra e rise i Qui è espresso u n tim oroso rispetto, perché
A bram o ebbe tim ore di offendere Dio ridendo sfrontatam ente, seb­
bene il suo rid ere m anifestasse la gioia dell’uom o giusto che si
rallegra p er cosi strao rd in a rie prom esse. Non era infatti il sor­
riso di chi dubitava, m a di chi credeva. Insiem e (l’espressione
significa) che di fro n te a Dio tu tto cade, tu tto m u ta e passa, solo
la sostanza divina re sta sem pre im m u ta b ile 31. O forse anche in
questo m istero A bram o h a prean n u n ciato il Signore Gesù, nel
senso che con l ’incarnazione e la risurrezione si sarebbe com piuta
la grazia di u n a cosi grande profezia. Abram o dunque non ad o ra­
va l’elem ento della te rra , di cui è stato detto: e adorate il suo
sgabello perché è santo. In fa tti dove è il corpo, là sono anche le
aquile che hanno ad o rato colui che stava nel corpo.
87. E disse — è d etto — in cuor suo: N a scerà 32 (u n figlio)
a cento anni e Sara partorirà a novant’anni? Nel testo greco è
detto in m odo in determ inato: alla m e n te 33, cosicché possiam o rite ­
n ere che A bram o ab b ia d etto al suo cuore, com e se qu esto discu­
te s s e 34 con lui: « N ascerà (un figlio) ad u n centenario e p a rto rirà
un a nonagenaria? », cioè: è trasco rso il tem po della fertilità; m a

29 Cf. P h ilo , leg. I l i 219: ’la a à jt tyévvTìeev è xópiog- a ù x ò ; yàp itaTTip t ffTì
t ?I$ -ceX eiag (piiffew?, oTceipwv èv T a l? x a i yevvw v tò eùS ai|A oveIv.
30 Cf. supra, II 1, 3.
31 Cf. P hilo, quaest. in Gen. I l i 55 (A ucher, p. 230): ...Deus solus constan­
ter stat: qui uero sub generatione creationis sunt, omnes sub commutatione
periodi cadunt.
32 L eggerm ente diverso il te sto di qu esto v. in I 4, 31 (supra): si m ihi cen­
tum annorum.
33 T fj S ia v o ia è in d eterm in ato, perché è d ativo n on precisato da alcuna
preposizione; in traduzione ovviam en te non è p o ssib ile rispettare tale ind e­
term inatezza. N ei S e ttan ta n oi leggiam o Èv Tfl 5 1,avota.
34 Già i M aurini e p oi K. Sch en k l han no segnalato l ’a llu sion e a V erc.,
Aen. IV 287: haec alternanti potior sententia uisa est ; m a, m entre in qu esto
verso con alternanti si esp rim e l ’incertezza del p ensiero di Enea, che ond eg­
gia fra diversi pareri, nel n ostro testo si vuole dare l ’id ea di un dialogo fra
Abram o e il su o cuore (cf. A. B laise -H . Chirat, Dictionnaire..., s. u. alterno).
252 DE ABRAHAM, I I , 11, 87-89

hoc est: aetas gen eran d i p ra e te riit; < a t > deo om nia possibilia e t
ideo facile etiam istu d , u t senibus reu o cet iu u en tu tis annos, uires
refu n d at, sterilib u s d e t fecunditatem .
88. N ec illud p ra etereu n d u m , q u o d p ro m issa sibi generatione
legitim a re sp o n d it A braham deo: Ism a h el uiuat hic in conspectu
t u o b. Iu s ti e s t etiam p ro p eccato rib u s in teru e n ire, e t ideo uel hoc
c re d a n t Iudaei, q u ia e t p ro ipsis in teru e n it, si tam en cred an t. Hoc
est en im u iu ere in co n spectu dei, digna dei u erb o negotia gerere;
oculi enim d o m in i su p er iustos «

89. Vnde et dom inus ait: E tiam . E cce Sarra u x o r 'tu a pariet
tibi filium . De Ism a h el au tem exaudiui te d. E tia m cu m dicit, con­
firm at prom issa; co n firm atiuum etenim u erb u m est. E t ideo prius
generationem ecclesiae confirm at fu tu ra m , u t u eru m cognosceret
p ro p h e ta quod d e Ism ah el audisse se dixit deus, pro uidens quia
caecitas Istra h el ex p a rte h ab e ret contingere, donec plenitudo gen­
tiu m in tra re t et sic om nis Istra h e l saluus fie re te. Itaq u e sicut te­
stam en ta hom inum p riu s h eredem feru n t, p o stea legatum expri­
m unt, m elioribus h ered itatem , inferioribus legata, ita in dom ini

b Gen 17, 18.


« Ps 33 (34), 16.
«i Gen 17, 19 s.
« Rom 11, 25 s.
87, 5. < a t > Schenkl.
ABRAMO, I I , 11, 87-89 253

a Dio tu tto è possibile e quindi gli è facile anche re stitu ire ai


vecchi gli an n i della giovinezza, infondere di nuovo le forze, dare
fecondità alle s te rili35.
88. Né bisogna tra sc u ra re che Abram o, dopo ch e gli era
sta ta pro m essa la discendenza legittim a, rispose a Dio: Q u e sto 36
Ism aele viva di fro n te a te. È dovere del giusto in tercedere anche
p er i peccato ri e perciò i Giudei cred an o alm eno che A bram o ha
interced u to anche p e r essi, se p u re lo credono. Q uesto infatti
significa vivere di fro n te a Dio, com piere azioni degne della paro­
la d i D io 37; in fatti gli occhi del Signore sono sopra i giusti.
89. Perciò il Signore disse: Certam ente. Ecco tua moglie
Sara ti partorirà un figlio. Quanto a Ism aele ti ho esaudito. Di­
cendo certam ente co nferm a la p ro m e s s a 38; in fatti è u n a parola
che h a valore conferm ativo. E perciò in prim o luogo conferm a che
ci sarà la generazione della Chiesa, affinché il p rofeta riconoscesse
com e vero ciò che Dio h a detto, che aveva ascoltato, cioè, la
rich iesta che rig u ard av a Ism aele; in fatti (Abram o) prevedeva che
si sarebbe verificata la cecità di u n a p arte di Israele, finché l'in­
siem e di tu tti i popoli fosse en tra to e cosi tu tto Israele fosse sal­
v o 39. E perciò, com e i testam enti degli uom ini pongono in prim o
luogo l’e re d e 40, poi indicano il legato, a coloro che sono ten u ti in
m aggior considerazione è concessa l'eredità, a coloro che godono
m inor considerazione sono d estin ati i legati, cosi nel testam ento

ss P hilo, quaest. in Gen. I l i 56 (A ucher, p. 230): dicit: ecce corpus nostrum


prouectum est, et transgressum aetatem generationis; Deo tamen omnia pos­
sibilia sunt, ita ut senectutem quoque in iuuentutem demutet, et carentes
semine fructuque in fructificationem generationis perducat.
36 Hic è dimostrativo: cf. supra, I 4, 31: Ismael hic uiuat; i S ettanta hanno:
’IiTtittifiX oOto
37 P hilo , quaest. in Gen. III 57 (A ucher, p. 233): uita enim est ista diuino
conspectui condigna uerbum effectum esse.
3* Sul lavoro grammaticale e lessicale che accompagna l'esegesi di Ambro­
gio si veda L.F. P izzolato, La dottrina esegetica..., pp. 273 s., ove si rinvia anche
a questo passo; in verità qui Ambrogio sem bra aver presente u n ’analoga
osservazione di P hilo , quaest. in Gen. I l i 58 (A ucher, p. 233), il cui testo,
purtroppo, è alquanto incerto (cf. R. M arcus, Philo, Supplement I: Questions...,
pp. 260 s.).
39 II passo risulterà più perspicuo se consideriamo che i pensieri qui
espressi presuppongono l’interpretazione allegorica contenuta in I 4, 28
(supra). Secondo quanto si legge in quel luogo, Ambrogio, attingendo espli­
citam ente a Gal 4, 22-31, vede nel figlio della schiava (Ismaele) la figura del
popolo ebreo schiavo della Legge, nel figlio della libera (Isacco) quella del
popolo cristiano. Ora, sempre sulla scia del pensiero di Paolo (Rom 11, 25 s.),
Ambrogio sviluppa e completa l’interpretazione del prim o libro: Dio pro­
m ette innanzi tutto la nascita di Isacco (allegoricamente, prom ette innanzi
tutto la Chiesa); Abramo, dotato di visione profetica, vede nella realizza­
zione di questa prim a promessa la condizione perché possa avverarsi anche
la seconda, che riguarda il destino di Ismaele (allegoricamente, il destino
di quella parte di Israele che ha rifiutato la salvezza). Abramo, cioè, ha
previsto ciò che è detto in Rom 11, 25 s.: quando tu tti gli altri popoli saran­
no entrati nella Chiesa, anche Ismaele sarà salvato.
*<* P h il o , quaest. in Gen. I l i 60 (A u c h er , pp. 234 s.): quemadmodum in
hominum testamentis quidam inscribuntur haeredes, et aliqui donis digni
adscribuntur, quae ab haeredibus accipiunt; sic et in diuino testamento
haeres inscribitur ille, qui ex natura probus est discipulus Dei.
254 DE ABRAHAM, I I , 11, 89-93

testam ento, un d e et nos hunc m orem accepim us, heres scrib itu r
n a tu ra bonus, nobilis, legitim o creatus coniugio, legato do n atu r
inferior.

90. P ro m ittitu r au tem generatio sequenti a n n o f, u t aduertas


quam generationem p o lliceatu r dom inus, hoc est non illam u teri
corporalis S arrae, sed istum p a rtu m ecclesiae, qu i esset futurus.
D enique et in fra ait: R eu ertar ad te in fu tu r u m et erit Sarrae
filius g. In quo u tru m q u e possum us accipere, e t h u n c conuentum
ecclesiae et fidelium resu rrectionem .

91. T ertio decim o quoque anno quod circ u m cid itu r Ism a h e lh,
ra tio euidens, q u ia is q u i incipere h a b e t u ti cognitione fem inae,
a n te deb et recid ere in se ard o rem libidinis, u t a superfluis absti­
n eat com m ixtionibus, coniunctioni ta n tu m se legitim ae reseruet.

92. M entem quoque sapientis hospitalem esse decet, u t etiam


aliis in p e rtia t sui g ratiam e t p ru d e n tia e suae fru ctu m aliis quoque
diu id at atq u e ita bonis e p u le tu r doctrinae cibis epulum que eius
exhibeat d esiderantibus;

93. tu m p ra e te re a n esciat nisi secundum n a tu ra m uiuere, in


cuius in stitu to et o rd in e dei lex est, nulli se tran su e rsaria e cupidi­
tati m iscere n o u erit, solius sapientiae p ra e o p te t copulam , m andatis
dei saeculi istius gloriam e t q u andam p ra esen tis laudis hered itatem
p ra efe rre nesciat atq u e u t altarib u s dom ini suas im m olet u tilitates,
ita iudicii ignem non excipiat neque reform idet, sed m agis etiam u t
alios erip iat elaboret.

f Gen 17, 21.


* Gen 18, 10.
h Gen 17, 25.
ABRAMO, I I , 11, 89-93 '255

del Signore. Di qui anche noi abbiam o tra tto le n o stre consuetu­
dini: si chiam a erede chi è di buona stirpe, nobile, nato da un
m atrim onio legittim o; chi gode m in o r considerazione è benefi­
cato attra v erso il legato.
90. La generazione è prom essa p er l’anno seg u e n te41, affin­
ché si com prenda quale generazione p ro m ette il Signore, cioè non
quella dell’u tero co rp o rale di Sara, m a il p a rto della C hiesa che
sarebbe dovuto avvenire. In fa tti più oltre si dice: Tornerò in
seguito da te e Sara avrà un figlio. In questo luogo possiam o
intend ere sia la p resen te co m u n ità della Chiesa sia la risurrezione
dei fedeli.
91. Anche il fa tto che Ism aele sia circonciso al tredicesim o
anno h a u n a sua evidente ragione, perché chi incom incia a p ra ­
ticare i ra p p o rti s e ssu a li42 deve recidere in sé l’ard o re della libi­
dine, in m odo che si astenga dalle unioni ille c ite 43 e si lim iti sol­
tan to all’unione legittim a.
92. È anche giusto che la m ente del sapiente sia ospitale,
affinché partecip i ad altri i doni di cu i gode e divida con altri il
fru tto della sua sap ien z a44 e cosi p u re si n u tra dei buoni cibi
della d o ttrin a e faccia p a rte del suo ban ch etto a coloro che lo de­
siderano;
93. inoltre, che n on sappia vivere altrim en ti che secondo
n atu ra, sulla cui istituzione e sul cui ordinam ento si fonda la
legge di Dio, eviti di co n tam inarsi con qualsiasi desiderio c o n tra­
rio (alla n atu ra ), b ra m i so p ra ttu tto di u n irsi alla sola sapienza,
eviti di an tep o rre la gloria di questo m ondo e l ’ered ità della lode
del tem po p resen te ai p re cetti di Dio e, com e im m ola i p ro p ri
in teressi sugli altari del Signore, cosi non subisca il fuoco del
giudizio né lo tem a, m a p iu tto sto si sforzi anche di so ttrarv i gli
altri.

41 Ibid. (p. 235): uerum sapientissime dictum est, in anno altero parere
Issaeum, quoniam non praesentis temporibus est ista uitae genitura, sed
alterius magni et sacri, quaeque diuina gaudet abundantia nimia, nulloque
modo similis gentibus est.
42 Cognitio: in senso biblico (cf. supra, I 7, 59: scire mulierem).
« Superfluus è usato in u n ’accezione singolare: è un aggettivò che, poi­
ché è atto a esprim ere in senso proprio la superfluità della pelle che è
recisa con la circoncisione m ateriale, è anche usato da Ambrogio per
indicare la superfluità e anzi l’iniquità dei vizi che la circoncisione spirituale
toglie via dall’uomo. Tale uso di superfluus ricalca quello filoniano di
uepiT T Ó s e tù . E ovài^w v: cf. supra, II 11, 78 e la nota 5; cf. anche P h il o , quaest.
in Gen. III 61 (A u c h er , p. 236): tertio docet eum, qui m atrim onium exciturus
est, omnino prius circumcidere concupiscentias, corripiens lasciuos et effe­
minatos, u t qui superfluas coerceant commixturas, quae non propter genera­
tionem puerorum, sed ob incontinentes cupiditates fiebant.
44 Cf. ibid., 62 (p. 236): sapiens tam utilis est, quam humanus, qui non
cognatos solos ac uicinos, sed etiam alienigenas et alienae sectae homines
saluat, et inuitat ad se, ex propriis bonis partem eis donans.
INDICI
INDICE SCRITTURISTICO

G f .n 13, 14 s.: II, 6, 37.


13, 17: II, 7, 39.
1, 28: II, 7, 38. 14, 1 ss.: I, 3, 14.
2, 7: II, 9, 63. 14, 8: I, 3, 15.
2, 13: II, 10, 68. 14, 8-12: II, 7, 41.
2, 18: I, 4, 23. 14, 14: I, 3, 15 (bis).
2, 22 s.: I, 6, 56. 14, 14 s.: 11,7,42.
3, 8: I, 2, 4. 14, 15: I, 3, 15.
4, 10: I, 6, 47. 14, 16: I, 8, 66.79; II, 7, 43 (bis).
9, 5: II, 9, 62. 14, 17: II, 8, 45.
9, 22-24: I, 9, 84. 14, 18: I, 8, 79.
11, 31: I, 2, 4. 14, 18 s.: I, 3, 16.
12, 1: I, 2, 3; II, 1, 2 (ter)-, II, 2, 5. 14, 21: II, 8, 45.
12, 1 ss.: I, 8, 66. 14, 22: I, 8, 66; II, 8, 46 (bis).
12, 2: II, 1, 4. 14, 22 s.: I, 3, 17.
12, 4: I, 2, 4; II, 2, 5; II, 2, 6 (bis). 14, 23: II, 8, 46.
12, 5: II, 2, 7. 14, 24: I, 3, 17.
12, 6: I, 2, 5; II, 3, 8. 15, 1: I, 3, 18; II, 8, 47.
12, 7: I, 2, 5; II, 3, 9.10. 15, 2: II, 8, 48.
12, 7 s.: I, 2, 5. 15, 2 s.: 1,3,19.
12, 8: I, 2, 6; II, 3, 11 (ter). 15, 3: I, 3, 19.
12, 9: II, 4, 13. 15, 4: I, 3, 20.
12, 9 s.: 1 ,2 ,6 . 15, 4 ss.: I, 8, 66.
12, 10: II, 4, 13.14.
12, 11 ss.: II, 4, 15. 15, 5: I, 3, 20; II, 8, 48.
12, 13: I, 2, 6. 15, 5 s.: I, 3, 21; I, 8, 79; II, 8, 48.
12, 14 s.: I, 2, 6. 15, 6: I, 3, 21.
12, 15: II, 4, 16. 15, 7: II, 8, 49.
12, 17: I, 2, 7; I, 7, 60. 15, 8: II, 8, 49.56.
12, 18: II, 6, 30. 15, 9: II, 8, 50.
12, 18 s.: I, 2, 8; II, 4, 17. 15, 10 s.: II, 8, 50.55.
13, 1: II, 5, 19. 15, 11: II, 8, 59.60.
13, 2: II, 5, 20. 15, 12: II, 8, 61; II, 9, 66.
13, 3: II, 5, 21. 15, 13: II, 9, 62.
13, 5: II, 5, 24; II, 6, 25. 15, 15: II, 9, 64 (bis).
13, 6: I, 3, 12; II, 6, 26 (bis). 15, 16: II, 9, 65.
13, 7: II, 6, 27 (bis). 15, 17: II, 9, 67.
13, 7 s.: 1 ,3,10. 15, 18: II, 10, 68.
13, 8: II, 6, 28.29 (bis). 15, 19 s.: 11,9,71.
13, 8 s.: 1 ,3,12. 16, 1: II, 10, 72.
13, 9: II, 6, 29.32. 16, 2: I, 4, 23; II, 10, 74.
13, 10: I, 3, 13; II, 6, 33 (bis). 16, 5: I, 4, 26.
13, 11: I, 3, 14; II, 6, 35. 16, 6: I, 4, 26 (bis).
13, 13: II, 6, 36. 16, 8: I, 4, 26 (bis).
260 IND ICE SCRITTURISTICO

16, 9: I, 4, 26. 21, 10: II, 10, 72.


17, 1: I, 4, 27; II, 10, 76 21, 11: I, 7, 65.
17, 5; I, 4, 27; I, 8, 79. 21,12: I, 7, 65; II, 5, 19; II, 9, 62.
17, 6: II, 10, 77. 22, 1: I, 8, 66.67.
17, 8: II, 10, 77. 22, 1 s.: I, 8, 67.
17, 10 s.: I, 4, 27.29; II, 22, 2: I, 8, 67 (feis).76.79.
17, 10 ss.: 1,8,79. 22, 3: I, 8, 68.69.
17, 13 II, 11, 82. 22, 4: I, 8, 70.
17, 14 II, 11, 83. 22, 5: I, 8, 71.
17, 15 I, 4, 31; II, 11, 22, 6: I, 8, 72.
17, 16 I, 4, 31. 22, 7: I, 8, 73.74.
17, 17 I, 4, 31 (bis); II 22, 8: I, 8, 74.
17, 17 s.: 1 ,4,31. 22, 9: I, 8, 75 (feù).
17, 18 II, 11, 88. 22, 11: I, 8, 76.
17, 19 s.: 11,11,89. 22, 12: I, 8, 76.
17, 21 II, 11, 90. 22, 13: I, 8, 77.
17, 23 I, 4, 29. 22, 14: I, 8, 78.
17, 25 II, 11, 91. 22, 18: I, 8, 79.
18, 1; I, 5, 32; II, 7, 40. 23, 3: I, 9, 80.
18, 1 ss.; I, 8, 66. 23, 9: I, 9, 80.
18, 2: I, 5, 33; I, 6, 50. 23, 11: I, 9, 80.
18, 3-5: I, 5, 35. 24, 1 ss.: 1,-9, 81.
18, 6: I, 5, 37.38. 24, 3: I, 9, 81.
18, 7: I, 5, 39 (bis). 24, 2: I, 9, 82.
18, 8: I, 5, 40.41. 24, 5-8: I, 9, 86.
18, 9: I, 5, 42. 24, 9: I, 9, 83.
18, 10 II, 11, 90. 24, 10: I, 9, 87.
18, 11 I, 5, 42. 24, 15: I, 9, 87; I, 9, 88.
18, 12 I, 5, 43. 24, 16: I, 9, 88 (fer).
18, 16 I, 6, 44 (bis). 24, 18 ss.: I, 9, 89.
18, 17 I, 6, 45. 24, 22 s.: I, 9, 87.
18, 20 I, 6, 46. 24, 33 ss.: I, 9, 90.
18, 21 I, 6, 47.
24, 50 s.: I, 9, 91.
18, 22 I, 6, 49.
24, 53: I, 9, 90.
18, 23-26; I, 6, 48.
24, 53 s.: I, 9, 90.
19, 1: I, 6, 50 (bis) .51 (b
24, 61: I, 9, 92.
19, 1 s.: I, 6, 51.
19, 2: I, 6, 51. 24, 63: I, 9, 92.
24, 63 ss.: I, 9, 93.
19, 4: I, 6, 52. 25, 8: I, 9, 94.
19, 8: I, 6, 52. 26, 1: I, 6, 60.
19, 10: I, 6, 53. 29, 10: I, 5, 35.
19, 11: I, 6, 53. 48, 22: II, 3, 8.
19, 14: I, 6, 54. 49, 15; I, 2, 5.
19, 14 ss.: I, 6, 54.
19, 17: I, 6, 55.
19, 26: I, 6, 55. Ex
19, 31 ss.: I, 4, 24; I, 6, 54.56. 3, 17: II, 7, 40.
20, 2: I, 7, 59. 4, 10: II, 10, 73.
20, 4-6: I, 7, 59. 4, 12: II, 10, 73.
20, 17 s.: 1 ,7,61. 8, 27: I, 8, 69.
21, 5: I, 7, 62. 12, 3 ss.: II, 9, 65.
21, 6: I, 7, 62. 12, 5 s.: I, 5, 40.
21, 7: I, 7, 63. 12, 9 s.: I, 5, 33; I, 5, 40.
21, 8: I, 7, 64. 12, 35: II, 9, 66.
21, 9 s.: 1 ,7,65. 12, 35 s.: II, 9, 63.
INDICE SCRITTURISTICO 261

12, 46: I, 5, 40. 67 (68), 14: II, 5, 24.


13, 2: II, 11, 78. 67 (68), 30: II, 10, 77.
15, 1: II, 7, 43. 98 (99), 5: II, 11, 86.
15, 21: II, 7, 43. 103 (104), 2: II, 8, 5?.
20, 13: I, 4, 23. 104 (105), 4: II, 8, 59.
32, 9: I, 5, 40. 109(110), 1: 1,8,67.
33, 3: I, 4, 30. 109(110), 4: I, 3, 16; II, 9, 65.
33, 5: I, 4, 30. 112(113), 1: 1,5,39.
34, 9: I, 4, 30. 115 (116), 2: II, 9, 61.
118(119), 19: 11,4,14.
L ev
119 (120), 5: II, 4, 14.
133 (134), 4: II, 8, 59.
12, 3: II, 11, 79. 138 (139), 23: I, 8, 66.
148, 14: I, 8, 77.
N vm
P ro v
35, 9-29: II, 11, 83.
3, 16: II, 6, 32.
D evt 5, 3: II, 11, 82.
5, 20: II, 11, 82.
10, 16: II, 11, 78. 6, 25: II, 11, 82.
13, 4: II, 2, 5.
34, 7: II, 9, 65. 9, 1: II, 3, 11.
10, 20: II, 5, 24.
15, 17: I, 5, 35.
Ios 16, 32: II, 6, 28.
24, 30: II, 9, 65. 17, 6a: II, 7, 37; I, 10, 77.
19, 14: I, 9, 84.
2 R eg
24, 30: II, 6, 26.
25, 27: II, 11, 82.
22, 26 s.: I, 9, 84.
C ant
3 R eg
6, 11: II, 8, 54.
3, 9 ss.: 11,7,38.
11, 4: I, 9, 84.
SAP
17, 9 ss.: 1,5,35.
21 (20), 28: I, 2, 5. 1, 4: II, 8, 48.
4, 8 s.: II, 9, 64.
4 R eg 7, 17-21: II, 7, 38.
4, 8 ss.: I, 5, 35. 7, 30: II, 10, 77.
8, 8: II, 10, 76.
8, 25: II, 4, 15.
Ps
7, 5: II, 6, 30. E ccli
7, 10: II, 8, 47.
11 (12), 17: II, 5, 20. 19, 23: II, 10, 77.
18 (19), 2: II, 8, 54. 27, 11: II, 7, 37.
33 (34), 16: II, 11, 87.
33 (34), 21: 1 ,5,40. Is
35 (36), 10: I, 9, 88.
38 (39), 13: II, 9, 62. 7, 14-16: II, 2, 6.
44 (45), 2: I, 2, 4. 9, 5 (9, 6): I, 8, 77
44 (45), 3: I, 8, 77; I, 9, 88. 26, 18: II, 11, 77.
50 (51), 8: 11,8,47. 35, 10: II, 5, 22.
262 IN D IC E SCRITTURISTICO

49, 8 II, 10, 74. 13, 4: II, 8, 59.


53, 7 II, 8, 52. 13, 22 II, 8, 60.
53, 9 I, 5, 39. 13, 31 II, 9, 66.
54, 1 I, 5, 38; I, 7, 61. 13, 31 s.: II, 8, 53.
61, 1 II, 10, 74. 13, 45 II, 9, 66.
66, 9 I, 7, 61. 16, 23 I, 6, 55.
16, 24 I, 4, 29.
I er
18, 3: I, 5, 39.
19, 19 II, 10, 69.
13, 26 s.: II, 7. 43. 19, 21 I, 3, 12.
21, 5: I, 8, 71.
21, 7: I, 8, 71.
T hren
22, 37 II, 10, 69.
4, 20 II, 9, 65. 23, 32 I, 6, 46; II, 10, 71.
24, 28 II, 11, 86.
24, 41 II, 5, 20.
Ez
25, 35 I, 5, 35.
1, 14 II, 9, 65. 25, 40 I, 5, 35.
1, 15 II, 8, 53. 25, 53 II, 7, 42.
1, 20 II, 8, 54. 27, 45 II, 9, 66.
1, 21 II, 8, 54.
1, 24 II, 8, 53. r
10, 14: II, 9, 65. Lc
33, 11: I, 4, 23. 1, 30 s.: II, 9, 61.
1, 34: II, 8, 49.
Os 2, 21-24: II, 8, 53.
3, 9: II, 9, 65.
5, 4: I, 4, 30. 8, 8: I, 5, 39.
9, 24: I, 4, 29.
M ic h 9, 60: II, 8, 59.
10, 37 I, 9, 85.
5, 2: II, 3, 11.
11, 17 II, 9, 66.
11, 18 II, 8, 59.
Z ach 12, 7: I, 3, 15.
9, 9: I, 8, 71. 17, 21 II, 8, 59.
14, 8: I, 5, 41.
14, 16 I, 9, 92.
M al 15, 10 I, 7, 62.
3, 20 (4, 2): I. 2. 5: II. 3. 11. 16, 9: I, 5, 34.
16, 22 II, 5, 22.
17, 32 II, 11, 86.
Mt
18, 19 II, 5, 21.
1, 1: I, 3, 20. 18, 29 II, 9, 69.
3, 10 II, 9, 65. 21, 18 II, 9, 63.
3, 16 II, 8, 53.
3, 17: I, 8, 67. Io
4, 8 s.: II, 9, 62.
5, 4: II, 8, 56. 1, 29: I, 9, 85.
5, 16: I, 2, 4. 3, 5: II, 11, 84.
5, 44: II, 6, 30. 3, 13: II, 11, 79.
5, 45: I, 7, 65. 4, 7: I, 9, 88.
8, 34: II, 4, 16. 4, 11: I, 9, 88 (bis).
10, 16: II, 8, 59. 8, 11: I, 4, 23.
10, 42: I, 5, 45. 8, 23: I, 8, 77.
IND ICE SCRITTURISTICO 263

8, 28: I, 8, 78. 2 C or
8, 56: I, 3, 21; I, 8, 77; II, 5, 24.
12, 14 s.: I, 8, 71. 4, 7: I, 9, 90; II, 9, 63.
12, 32: I, 8, 78. 7, 5: II, 4, 13; II, 9, 62.
14, 6: I, 4, 29.
G al
14, 30: II, 9, 62.
15, 14 s.: 11,2,5. 2, 16: I, 4, 28.
16, 32: I, 8, 72. 3, 16: I, 9, 83; II, 7, 10.
19, 17: I, 8, 72. 4, 21-24: I, 4, 28.
19, 36: I, 5, 40. 4, 22 ss.: II, 8, 48.
20, 1 s.: I, 5, 39. 4, 26: I, 4, 28; II, 9, 64.
4, 28: I, 4, 28.
A ct
E ph
7, 22: II, 10, 73.
9, 3: II, 9, 61. 2, 14 s.: II, 6, 28.
2, 19: II, 6, 28; II, 9, 62.
9, 4: II, 9, 61.
5, 14: II, 7, 39 (bis).
9, 15: II, 6, 27. 6, 12: II, 8, 59.
15, 7: I, 9, 94.
P h il
R om 1, 23: II, 5, 21.
3, 20: I, 2, 4; II, 1, 2; II, 7, 41
4, 11: I, 4, 29 (bis).
5, 20: II, 9, 66.
6, 4: I, 8, 74. C ol
6, 5: II, 11, 80. 1, 18: II, 7, 40.
6, 6: II, 11, 80. 2, 8: II, 8, 54.
6, 10 s.: 11,1,4. 2, 12: I, 8, 74.
6, 12: II, 7, 41. 2, 21: I, 6, 55.
7, 23: II, 6, 27.
7, 24: II, 6, 27.28. 1 T im
7, 25: II, 6, 27.
8, 22: II, 9, 63. 2, 7: I, 9, 94.
9, 5: II, 10, 71. 3, 2: I, 5, 32.
9, 16: II, 10, 74. 5, 11: II, 6, 31.
10, 10: II, 8, 48. 5, 14: II, 6, 31.
11, 25 s.: 11,11,89. 6, 16: II, 8, 58.
11, 32: II, 10, 74.
12, 19: II, 6, 30 (ter). 2 T im

1, 6s.: 11,6,30.
2, 1: II, 6, 30.
1 C or
2, 14: II, 6, 30.
3, 2: I, 7, 64. 2, 19: I, 3, 15.
6, 16: I, 4, 25. 2, 25: II, 6, 30.
6, 16 s.: II, 8, 59.
T it
6, 20: II, 11, 79.
7, 8 s.: 11,6,31. 1, 8: I, 5, 32.
7, 9: I, 9, 91. 3, 9: II, 6, 30.
7, 23: II, 11, 79. 3, 10 s.: 11,6,30.
10, 11: I, 4, 28 (bis).
13, 12: II, 9, 67. H eb r
13, 13: II, 5, 20.
15, 41 s.: I, 3, 20. 1, 7: II, 8, 59.
264 IND ICE SCRITTURISTICO

4, 12: II, 1, 1. 1 P etr


5, 6: II, 9, 65. 2, 22: I, 5, 39.
5, 10: II, 9, 65.
7, 2: I, 3, 16.
7, 17: II, 9, 65. A poc
7, 21: II, 9, 65. 1, 5: II, 7, 40.
7, 24: II, 9, 65. 1, 8: II, 5, 21.
7, 26: II, 9, 65. 8, 13: II, 7, 41.
10, 1: I, 5, 40. 20, 14: II, 9, 62.
11, 26: II, 10, 73. 21, 3 s.: II, 5, 22.
12, 22: II, 9, 62. 22, 5: II, 9, 67.
INDICE DEGLI AUTORI ANTICHI *

A e t iv s V, 24, 86: 229, 243.


VI, 2, 8: 23/.
Placita VI, 7, 42: 67.
IV, 4, 1: 37. De excessu fratris
II, 89: 55.
A le x a n d e r A p h r . II, 96 : 9, 73, /07.
Commentarii in Aristotelis topica Exhortatio uirginitatis
147: 175. 34: 725.
Explanatio X II Psalmorum
A m b r o s iv s XXXIX, 6: 93.
De apologia Dauid XLIII, 63: 233.
XLVII, 21: 231.
I, 2, 7: 93.
Expositio Euang. sec. Lucam
De Cain et Abel
prol. 1: 229.
I, 8, 29: 105. II, 53: 229.
I, 8, 30: 107. V, 21: 233.
I, 8, 32: 129. V, 70: 229.
I, 9, 35: 77. VI, 30: 49.
II, 1, 6: 131. VI, 65-68: 71.
II, 4, 14: 233. VII, 66: 229.
Epistulae VII, 195: 71.
VIII, 2: 117.
14, 86: 237. VIII, 13: 229.
18, 2: 229. VIII, 23: 137.
19, 6: 71, 76. VIII, 48: 150.
19, 7: 117.
63, 105: 71. Expositio Psalmi C X VIII
6, 12: 143.
Exameron
14, 9: 233.
I, 2, 6: 231. 14, 10: 89.
I, 6, 23 s.: 207. 20, 48: 117.
II, 2, 6-7: 201.
V, 9, 62: 43 De fide
V, 19, 62: 43. I, 3: 49.
V, 20, 64: 43. I, 13, 80: 73.
V, 21, 67: 43. I, 18, 121: 49.
V, 7, 18: 95 II, 8, 72: 73.
V, 16, 54: 7/. V, 17, 214: 83.

* Per gli autori citati nel tèsto di Ambrogio si rinvia a libro, capitolo
paragrafo (in tondo), per gli autori citati neH’introduzione e nelle note si
rimanda alla pagina (in corsivo).
266 IND ICE DEGLI AUTORI A N TICH I

De Helia et ieiunio De uiduis


10, 35: 93. 13, 75: 43.
13, 50: 93. 17, 72: 43.
16, 58: 93.
De uirginibus
De lacob I, 10: 153.
11, 7, 32: 143. I, 53: 91.
III, 5: 91.
De Incarnationis dominicae sacra­
mento De uirginitate
9, 86: 229. 68: 121 .
94: 199.
De Ioseph 113-115: 199.
1, 1: 9.
3, 14: 49, 137.
A r is t o t e l e s
De Isaac
Ethica Nicomachea
1, 1: 39.
8, 65: 197, 199, 201. I, 8, 1098b: 227.

De Nabuthae Politica
1, 2: 153. VII, 1, 1322a: 227.
2, 4: 153. Rhetorica
2, 5: 153. I, 5, 1360b: 171.
12, 50: 237.
De Noe A v g v s t in v s
8, 26: 229. De adulterinis coniugiis
9, 30: 153.
11, 38: 131, 133, 153. II, 8, 7: 61.
24, 87: 153. II, 15: 61.
De officiis ministrorum De ciuitate Dei
I, 9, 29: 229. XVI, 32: 111.
I, 21, 94: 229. De diuersis quaestionibus
I, 25, 116: 229.
I, 26, 123: 231. 46, 1: 31.
I, 27, 129: 51. Enarrationes in Psalmos
I, 29, 139 s.: 51.
30, 2, 9: 111.
II, 4, 13: 233.
II, 9, 49: 229. Contra Faustum
II, 21, 103: 71. 22, 44: 93.
De paenitentia De nuptiis et concupiscentia
1, 14, 76: 91. 34, 39: 65.
De paradiso Quaestiones in Heptateucum
2, 11: 9, 129, 193. 3, 65: 147.
3, 4: 227.
3, 15: 155. Sermones
3, 18: 227. 224, 2: 95.
3, 22: 23/, 233. 392, 2: 95.
15, 73: 129.
De Spiritu Sancto B ar nab a s

I, 5: 49. 9: <57.
II, 4: 73. 9, 8: 49.
IN D IC E DEGLI AUTORI A N TIC H I 267

B a s il iv s C a e s. CODEX THEODOSIANVS
2, 3, 7: 117.
Hexaemeron 4, 1, 6: 53.
III, 3: 201. 4, 6, 2 s.: 103.
4, 12, 1: 53.
C a s s io d o r v s 4, 12, 2: 53.
9, 40, 1: 61.
De institutione diuinarum littera­ 12, 1, 6: 53.
rum 16, 8, 6: 117.
1: 9.
C y p r ia n v s
C ato M a io r
De lapsis
Ad filium 6: 117.
jr. 14: 235.
Testimonia aduersus ludaeos
C ic e r o 2, 62: 117.
Academica
DIGESTVM
II, 44, 136: 175.
48, 8, 13 s.: 93.
Cato Maior
33: 221. D io g e n e s L a e r t iv s

Orator I, 13: 37.


94: 65. VII, 87: 177.
VII, 125: 175.
Paradoxa S to ic o r u m
6: 175. E v r ip id e s

Ad Quintum fratrem Andromacha


I, 8, 23: 33. 987 s.: I, 9, 91.
De republica
II, 1, 2: 33. E v s t a t iv s A n t io c h e n v s
II, 11, 21-22: 33. De engastrimyto contra Origenem
II, 30, 52: 33.
VI, 17-18: 201. 21: 123.

Timaeus F estvs
10, 35: 223.
ed. Miiller, p. 170: 125.
Tusculanae disputationes
5, 10: 175. F v l c e n t iv s R v s p .

C leanthes Ad Fabianum
31: 145.
ap. STOB. 34: 145.
C l e m e n s A l e x a n d r in v s H lE R O N Y M V S
Stromata Aduersus Iouinianum
11, 15: 35. 50: 181.
CODEX IV ST IN IA N V S Quaestiones Hebraicae in Genesim
26, 1: 95. 15, 12: 211.
268 IND ICE DEGLI AUTORI A N TIC H I

HlLARIVS PlCTAVIENSIS LIB E R IVBILAEO RVM


13, 6: 97.
De synodis
85: 83.
L vcanvs
De Trinitate 2, 361: 125.
9, 63: 83.
M a r iv s V ic t o r in v s
H ip p o l y t v s
Aduersus Arrium
Fragmentum in Canticum IV, 5: 31.
II, 31: 49.
Commentarius in Epistulam ad
Homiliae pascales Ephesios
23: 79. 2, 19: 167.
Refutatio omnium haeresium Commentarius in Epistulam ad
9, 12: 53. Philippenses
2, 15: 63.
H om ervs

Odyssea O r ig e n e s
XIV, 258: 225. Commentariorum series in Mat­
thaeum
H o r a t iv s 20: 121.

Ars poetica Commentarius in Canticum


158 ss.: 221. fr. PG 13, 211 A: 199.
[in Cant. 6, 9?]: 201.
Satirae
1, 3: 175. Fragmentum in Genesim: 147.
Homiliae in Genesim
I renaeys IV, 2: 75.
IV, 4: 81.
Aduersus Hàet^ses
V I, 1: 149, 153.
IV, 16, 1: 67. VI, 2: 97.
IV, 31, 2: 91. V II, 2, 4: 101.
V III, 9: 111.
I s id o r v s H is p a l e n s is X , 4: 123.
De ecclesiasticis officiis Selecta in Ieremiam
2, 19: 125. 29: 137

I v s t in v s (M a r t y r ) OVIDIVS

Dialogus cum Tryphone Metamorphoses


41, 4: 67. 15, 199 ss.: 221.
43, 2: 67.
P h i l o A l e x a n d r in v s
L a c t a n t iv s
De Abrahamo
Diurnarum institutionum libri 60: 35.
VI, 23, 24: 59. 69-70: 139.
IN D IC E DEGLI AUTORI A N TIC H I 269

82: 63. De mutatione nominum


99: 249. 66: 63, 237.
71: /3/.
De Cherubini 77 s.: <59.
3: 235,249. 78: 249.
5: 249. 193: /39.
6: 235. 30: /33.
4: 63. 99-100: 243.
7: 63, 237. 153: /73.
41: 249.
Quaestiones in Genesim
De congressu eruditionis et gratiae I, 12: 227.
2: 249. I, 13: 227.
11-18: 231. III, 1: 139.
20: 237. III, 3: 189, 191, 193, 195, 197,
26: 37. 203.
79: 235. III, 5: 205.
83: 97. III, 6: 207.
III, 7: 207.
De decalogo III, 8: 209.
III, 9: 211.
52: 35. III, 10: 213, 215, 217.
102: 243. III, 11: 217.
De gigantìbus III, 15: 223.
III. 16: 171, 225, 227.
8: 223. III. 17: 229.
62: <53. III, 19: 231.
III, 20: 233, 235.
Legum allegoriae III, 40: 235.
I, 69: 121, 227. III, 43: 63, 125, 133, 235, 237.
I, 72: /2/. III, 44: 237.
II, 59: /47, /73. III, 45: 237.
II, 77: /47. III, 46: 239.
III, 25: 49. III, 47: 239, 241.
I li, 38: 97. III, 49: 243.
Ili, 83: 63. III, 50: 241.
I li, 115: /99. III, 51: 245.
I li, 219: 25/. III, 52: 245.
111,244: 231. III, 53: 249.
III, 55: 251.
De migratione Abrahami III, 56: 253.
2: 37. III, 57: 253.
12: 133. III, 60: 253, 255.
20: /3/. III, 61: 255.
76 s.: 173. III, 62: 255.
121: 85. IV, 2: 73.
IV, 56: 91.
124: 85. IV, 60: 149.
128: 32, /77. IV, 86: 115.
148: 49, /35, /6/. IV, 170: 97.
181: /39.
187-188: 39. Quis rerum diuinarum heres sit
188: /3/. 97: 139.
194: 139. 184-185: /95.
198: 137. 283: 207.
221: /39. 290: 219.
270 IND ICE DEGLI AUTORI A NTICHI

Quod deterius potiori insidiari VII, 6, 3: 175.


soleat VII, 8, 1: 175.
159: 139. Dialogorum libri X II
De sacrificiis Abelis et Caini 5, 41, 3: 197.
48: 173. Epistulae
60: 77.
31, 8: 197.
43: 231.
120, 19: 197.
De somniis 121, 16: 221.
I, 149: 145.
S e r v iv s
De specialibus legibus
I, 9: 241. Commentarius in Vergilii Aeneida
II, 56: 243. 2, 295: 221.
II, 147: 35.
S extvs E m p ir ic v s
De uita Mosis
I, 1 s.: 35. Aduersus mathematicos
II, 12 s.: 35. XI, 170: 175.
II, 127: 133.
II, 210: 243.
S to bev s

P lato Florilegium
II, 200: 175.
Phaedrus III, 173: 35.
246e: 197, 199.
STOICORVM VETERVM FRAGMENTA (ed.
Protagoras
Arnini)
343a: 37.
II, p. 43, 18: 133.
Timaeus II, p. 43, 30: 133.
36e ss.: 201. II, p. 228, 13 s.: 133.
40a: 201. II, p. 227, 24 s.: 133.
III, p. 23 s.: 227.
Respublica
IV, 436a s.: 199. T e r t v l l ia n v s
De anima
Q v in t i l ia n v s
5: 37.
Institutio oratoria 14, 2: 37.
VII, 3, 10: 56. 16, 1: 37.
VIII, 6, 44: 65. Aduersus Marcionem
IX, 2, 46: 65. III, 17, 5: 159.
IX, 2, 92: 65.
XII, 1, 1: 235. Ad uxorem
1, 23: 67.
R v f in v s A q v il e ie n s is 2, 5 ss.: 117.
Origenis in Genesim homiliae De uirginibus uelandis
4, 6: 83. 11, 3: 125.

S en e c a ( P se v d o -) T e r t v l l ia n v s

De beneficiis Aduersus omnes haereses


VII, 3, 2: 175. 50: 49.
IND ICE DEGLI AUTORI A N TICH I

V arro Eclogae
1, 45: I, 9, 82.
ap. c e n s. 14, 2: 221. 6, 20: 105.
8, 11: 157.
V e r g il iv s
Georgicon libri
IV, 208: 135, 247.
Aeneis
Z en o n V e r o n e n s is
II, 265: 93.
IV, 287: 251. Tractatus
VI, 424: 93. I, 38, 5 ss.: 221.
INDICE D E I NOMI *

A dam o: II, 1, 1. D a n ié lo u J.: 22.


A d r ia n o ( i m p e r a t o r e ) : 9 3 . D a s s m a n n E .: 10,15,19, 21, 22.
A g o s tin o : 20. D i e l s H .: 175,199, 227.
A l b e r t a r i o E.: 53. D o u t r e l e a u L,: 91.
A l l a r d P.: 53, 61. D u d d e n E H .: 9 , 10.
A r i s t o b u l o : 22.
A r i s t o t e l e : II, 9 , 7 0 . E g i t t o : I, 2, 6.8.9; I, 7, 60; II, 4,
A r o n n e : II, 9, 6 6 . 13.14.15; II, 5, 21; II, 6, 34; II, 9,
A u c h e r J .B .: 16, 217. 63.65; II, 10, 73; U, 151.
E p ic u r o : II, 1, 3.
B a n t e r l e G.: 157, 195. E r n o u t A.: 125.
B i a n t e : 37. È v a : II, 1, 1.
B l a i s e A.: 183, 231, 251. E z e c h i e l e : II, 8, 53.
B r i t a n n i a : II, 7, 40.
B o c h e l e r E: 123. F a l l e r O .: 9.
F i l o n e d ’A le s s a n d r i a : 9 , 14,15,16,
C a ld e i : I, 2, 4; I, 4, 2 2 ; II, 7, 39; 17, 18,19, 20, 21, 22, 31, 37.
II, 8, 49; U, 57, 141. F i s c h e r B .: 159,185,213.
C allisto ( p a p a ) : 5 3 . F r e d e H.J.: 167.
Cam: 115. F u h r m a n n M.: 201.
C a n a n e i: 115.
C a r a c a l l a ( i m p e r a t o r e ) : 61. G a u d e m e t J.: 12, 53,117.
C e r ia n i G.: 20. G e o n e : II, 10, 68.
C h i l o n e : 37. G e r o la m o : 51.
C h i r a t H.: 183, 231, 251. G e r u s a le m m e : II, 8, 53; II, 9, 62,
C i r i l l o d ’A le s s a n d r i a : 18. 64.
C l e o b u l o : 37. G io n a d ’O r l é a n s : 24.
C o h n L.: 16. G io s u è : II, 9, 65.
C o n y b e a r e F.C.: 18. G io v a n n i: I, 5, 39.
C op p a C .: 137. G iu d a : 49.
C o s t a n t i n o : 61,101. G o r c e D .: 24.
C o s t a n t i n o II: 117. G r a z ia n o (Decretum Gratiani):
C o s t e r s J.: 53. 12, 24.
C o u r c e l l e P.: 197, 201. G r a z ia n o ( i m p e r a t o r e ) : 10.

* Per i nomi contenuti nel testo di Ambrogio si rinvia a libro, capito


e paragrafo (in tondo); per quelli contenuti nell’introduzione e nelle note
si rim anda alla pagina (in corsivo). Non sono elencati i nomi del testo
biblico commentato da Ambrogio.
INDICE DEI NOMI 273

H e in is c h P.: 2 2 . P a l a n q u e J.-R .: 9 , 10,14, 51.


H o fm a n n J.B.: 125. P a o l o ( a p o s t o l o ) : I, 2, 4; II,9, 61;
H u h n J.: 7 9 . II, 11, 79; 127.
P a r e d i A.: 9.
I h m M .: 9. P a r o d i B.: 11.
I n d ia : II, 7, 4 0 . P e r i p a te t ic i : II, 9, 70.
P e r s ia n i: II, 7, 4.
P e t i t E: 18.
K e l l n e r I.: 10,19.
P i e t r o ( a p o s t o l o ) : I, 5, 39; 127.
P i t a g o r a : II, 1, 37; II, 9, 70; II, 11,
L a b r i o l l e (d e ) P.: 19. 79.
L agarde P.: 6 5 . P i t t a c o : 37.
L am p e G .W .H .: 13.
16, 18, 31, 33, 37,
P iz z o l a to L.F.:
L a tt a n z io : 51. 73, 79, 89, 129, 131, 195, 241,
L e i c h t P.S.: 53. 253.
L e is e g a n g H .: 161. P l a t o n e : 1 ,1, 2; II, 7, 37; II, 8, 54;
L e w y H.: 15,16,17,18, 33, 35,137, 11.
143,147.
L ia : I, 4, 24.
189.
L i d d e l H .G .: Q u a s t e n J.: 53.
221.
L ó f s t e d t B.:
15,16,17,18, 22, 51,
L u c c h e s i E.: R a h n e r H.: 49.
63, 69, 73,123,193, 219, 227. R e g o u t R .: 53.
R i v i è r e J.: 49.
M a d e c G .: 14, 21, 22, 33, 35, 133,
167,171,195, 201, 207, 219, 231, S a lo m o n e : II, 7, 37.38.
243. S a v o n H.: 14,17, 21, 22, 33, 35, 73,
M a e s B.: 21, 43, 67. 131, 139, 189,191, 193,195, 197,
M a n a r ic u a A.: 53, 103. 199, 201, 207.
M a n ic h e i: 20. S c h e n k l K.: 10,14, 16, 17, 18, 23,
M a n s iw J.D .: 53. 24, 35, 73, 91,115,131,143,145,
M ar RosSo: 221. 159,167,181,183,197, 201, 207,
M a r c io n e : 20. 245, 249.
M a r c u s : 193, 217, 237, 253. S c h m o l l e r A.: 13.
M aria (V e r g in e ): II, 8, 4 9 .5 3 ; II, S c o t t R .: 189.
9, 61. S e i b e l W.: 13,15, 21,199.
M c G u i r e M .: 237. S e n o f o n t e : I, 1, 2; 11.
M c K e n z ie J.L .: 157. S o l o n e : 37.
M e i l l e t A.: 125. S t a e h l e K.: 219.
M is o n e : 37. S t e n g e r S .: 13,15, 20, 21, 22,129,
M o n a c h in o V.: 11, 53,117,153. 165, 173, 181, 193, 195, 211, 217,
M o s è : I, 1, 2; I, 7, 6 0 ; II, 2, 5; II, 231, 237.
9 , 6 5 ; II , 10, 73.
T a l e t e : 37.
N ic e a ( c o n c i l i o d i ) : 53. T e o d o r e t o d i C i r o : 18.
N i l o : II, 10, 68. T e r t u l l i a n o : 51.
Noè: 113. T o m m aso d ’A q u in o : 53.

O r ig e n e : II, 8, 5 4 ; 10, 17, 18, 21, V a c c a r i A.: 23,145.


37, 51, 201. V a n n i R o v ig h i S .: 21.
274 INDICE DEI NOMI

V e c c h i A.: 81. W e n d la n d W .: 16, 137.


V i o l a r d o G.: 113,117, W i l b r a n d W .: 10,16, 21,197,199.
Vivo (d e ) A.: 14. W u tz F.: 16.

W a l d e A.: 125. Z e n o n e d i C iz io : II, 7, 37.


INDICE ANALITICO

I, 2,8; I, 4,25; I, 7, 59; I, 9, 84; II, 66, 36; II, 11, 78; l’a. non era
A d u l t e r io :
proibito prim a di Mosè, I, 4, 23.
Allegoria: definizione dell’a., I, 4, 28.
Altare: II, 3, 10.
A n i m a : I, 2, 4; I, 4, 30; II, 1, 1.2.3; II, 2, 5.7; II, 3, 8.10; II, 6, 2627.28.31;
II, 7, 39.44; II, 8, 46.47.48.51; II, 9, 61.62.63.64.66; II, 10, 68.69.75; II, 11,
78.82.84; l’a. è composta di due parti, I, 2, 4; salvezza dell’a. insieme
al corpo, I, 4, 29; l’a. tempio di Dio, II, 3, 11; unione di a. e corpo,
II, 4, 13.16; i beni dell’a., II, 6, 33.34; i quattro moti dell’a., II, 8, 54.
Aruspicina: II, 8, 50.54.55.60.
Atleta: I, 2, 6.
Battesimo: I, 4, 23; I, 7, 59; I, 9, 84.87; II, 11, 79.
Caritas: I, 4, 26; I, 5, 32; I, 8, 84.
Carne: I, 9, 84; II, 1, 3; II, 4, 17; II, 6, 27.28; II, 7, 39; II, 8, 48.51; la c. è
corruttibile, I, 2, 4; libidine della c., I, 4, 27.
C astità: I, 2, 7.8; I, 2, 9; I, 4, 25.27; I, 5, 32; I, 5, 39; I, 9, 84; II, 4, 17;
II, 8, 53; II, 8, 56; II, 10, 68; II, 11, 78.85; c. degli animali, I, 2, 8.
Catecumeno: I, 4, 23.
Chiesa: I, 5, 38; I, 6, 61; II, 1, 4; II, 3, 11; II, 8, 48; II, 9, 62.65; II, 10,
71.72.74.75.77; II, 11, 79.85.90; Sara tipo della c., I, 4, 31.
Circoncisione: I, 4, 27; II, 11, 81; c. corporale e c. spirituale, I, 4, 29;
c. perfetta (spirituale), I, 4, 30.31; II, 11, 78, 79.82.84.
Concubinato: I, 4, 24.26; I, 7, 59.
Confessio Pytagorica: II, 11, 81.
Corpo: I, 2, 4; I, 4, 29; I, 5, 39; I, 9. 90; II, 1, 2.3; II, 2, 5; II, 2, 6; II, 4,
13.14; II, 5, 19; II, 6, 27.32; II, 8 45.48.53.57.58; II, 9, 62.64; II, 10,
68.69.77; II, 11, 80.82.85.86; c. di Cristo, I, 3, 21; salvezza del c., I, 4,
29; sacrificio del c., I, 3, 16; la virtù degli irrazionali è nel c., II, 2, 7;
i beni del c., II, 6, 33.34; II, 7, 44.
Corporalis: I, 2, 4; II, 1, 1; II, 5, 20; II, 6, 34; II, 7, 39; II, 7, 41.46; II, 11,
79.90; circoncisione c., I, 4, 29.
C o s c ie n z a : I, 2, 4; I, 6, 56; I, 7, 60; II, 5, 22; II, 6, 36; II, 8, 47; II, 11, 85.
Cristo: I, 2, 4; I, 6, 50; I, 8, 77; I, 9, 85.88; II, 6, 34; II, 8, 60; II, 10, 71.
73.74; II, 11, 79; II, 11, 80.
D ia v o l o : I, 8 , 66.
Diluvio: I, 4, 24; II, 1, 1.
Diritto naturale: I, 2, 8.
D is c o r d ia : I, 3, 10.
Divorzio: I, 4, 25.26.
Domenica: II, 11, 79.
E loquenza: è menzognera, I, 2, 3.
276 IND ICE ANALITICO

Fede: I, 3, 20; I, 4, 31.32; I, 5, 3237.38.40; I, 7, 68; I, 8, 84; I, 8, 86; II, 5,20;


II, 8, 48.49.50.55.56; II, 9, 66; II, 10, 71.74.77; la f. rende forti, I, 3, 15;
disparità di f. nel matrimonio, I, 8, 84; il progresso della f., II, 3, 12.
Fedeltà: f. degli animali nell’accoppiamento, I, 2, 8; f. coniugale, I, 2, 7;
I, 9, 84.
Fidelis: I, 2, 4; I, 4, 30; I 7, 60; II, 7, 37; II, 10, 68; II, 11, 90.
F iglio (senso trinitario): I, 5, 33.38.
F i l o s o f i : I, 1, 2; f. stoici, II, 7, 37; II, 8, 54.58.
Filosofia: I, 1, 2; I, 2, 3; I, 9, 91; II, 6, 29.30; II, 7, 37; II, 8, 52.54; II, 11, 79.
Gentilis (= pagano): I, 4, 23.27; I, 9, 84.
Geometria: II, 11, 79.
Giustizia: I, 3, 13; I, 5, 32; I, 6, 48; I, 9, 87; g. della fede, I, 3, 21.
Gratia: I, 1, 1.2; I, 2, 6.9; I, 3, 10.13.17; I, 4, 24; I, 4, 28; I, 4, 31; I, 5, 35.41;
I, 6, 44.45.50.51.52; I, 7, 59.63.64; I, 7, 65; I, 8, 79; I, 9, 84.85.87.89;
II, 1, 3; II, 3, 10; II, 4, 17; II, 5, 20.21.22; II, 6, 30.31.32; II, 7, 40;
II, 7, 41; II, 8, 46.48.53.57.60; II, 9, 61.64; II, 10, 69.70.72.74.75; II, 11,
85.86.92; g. dèi Battesimo, I, 4, 23; I, 7, 59; I, 8, 87; g. del matrimonio,
I, 7, 65; I, 9, 84.
I mmortalità: II, 1, 4; II, 8, 48.
I ncesto: I, 6, 58.
Inlecebra: I, 2, 4; II, 1, 1; II, 2, 5; II, 4, 19; II, 7, 41; II, 8, 45.
Inrationabile: II, 1, 2; II, 5, 22; II, 6, 32; II, 8, 45; II, 8, 57; Vi. è una parte
dell’anima, I, 2, 4.
Inrationabilis: II, 2, 7; II, 5, 20; II, 6, 28.31; II, 7, 37.
I ntellegibile: II, 8, 56.
Lascivia: I, 2, 8.
m o s a ic a : I, 4, 23; II, 10, 74.
L eg g e
n a t u r a l e : I, 2, 8; II, 11, 78.
L eg g e
p o s i t i v a : I, 2, 8; proibisce l’adulterio, I, 4, 23.
L eg g e
u m a n a : I, 4, 25; I, 7, 59.
L eg g e

M a r t ir io : I,
8, 74.
I, 4, 23.24; I, 9, 84.87.91.93; II, 4, 18; II, 6, 28; II, 11, 78;
M a t r im o n io :
m. legittimo, I, 4, 27; m. illegittimo, I, 7, 59; m. celebrato, I, 7, 59;
Dio custode del m., I, 7, 59; gioia del m. I, 7, 65; m. mistico, I, 9, 92.
Mens: I, 7, 60; II, 1, 1.2; II, 2, 5; II, 2, 6.7; II, 3, 10.11; II, 3, 13.14;
II, 4, 15.16; II, 5, 20.21.22; II, 6, 26.31.32.36; II, 7, 37; II, 7, 41.43.44.45.
46.47.48.54.56.58.60; II, 9, 61.62.63.64; II, 10, 68.71.75; II, 11, 78.79.83.85;
II, 11, 92; la m. che ha la visione di Dio, II, 3, 9.
Moralis: esegesi m., I, 1, 1; I, 5, 33; I, 7, 63; I, 9, 86.87; II, 1, 1; II, 8, 45.
51.52; II, 10, 72.
Mysterium: I, 4, 28; II, 4, 15; II, 8, 45; II, 10, 74; II, 11, 79; m. della fede,
I, 5, 33.38; m. della risurrezione, I, 5, 39; m. della Chiesa, I, 7, 61;
I, 9, 87.91; II, 10, 71.77; Abramo conosceva i m. futuri, II, 3, 11.
N atura: I, 1 1; I, 4, 22; II, 8, 49.50.51.53; debito di n. (procreazione), I,
4, 24; l’autore della n., I, 4, 31; peccato contro n., I, 6, 52; la n. del­
l’uomo, II, 6, 28.35.36; i doni di n., II, 7, 38; n. della Trinità, II, 8, 58;
legge di n., II, 11, 78.
O s p it a l it à : I, 5, 32.33.34.35.36.37.
Padre (senso trinitario): I, 5, 33.38.
Paradiso: II, 6, 34.
Pasqua: P. ebraica, I, 5, 33; P. del Signore, I, 5, 40; II, 9, 66.
Passioni: I, 2, 4; II, 6, 28.34; II, 8, 45.60; II, 11, 78.82.84.
IN D IC E ANALITICO 277

P atriarca : I, 1, 1; I, 3, 11.
P ec c a to : I, 4, 28; I, 5, 40; I, 7, 59; I, 9, 75; II, 1, 4; II, 4, 19; II, 7, 39;
II, 9, 64.66; II, 11, 79.80; p. d’adulterio, I, 4, 23.26; p. contro natura,
I, 6, 52.
P e n it e n z a : I, 4, 27; I, 9, 87; II, 4, 16.
Persona: I, 1, 2; II, 11, 84.
Pietas: I, 5, 37; I, 6, 44; I, 8, 66.67; I, 8, 71.72; II, 11, 81.
P r u d e n z a : pr. di Àbramo, I, 3, 11.13; I, 5, 32; I, 8, 87.90.
Pudicitia: I, 2, 6.9; I, 7, 59; I, 9, 84.
Pwdor: I, 2, 6.8.9; I, 5, 37.41; I, 7, 59.60; I, 9, 91; II, 5, 19; II, 6, 31.
R a g io n e : r. e fede, I, 3, 21.
Rationabile: II, 1, 2; II, 6, 28; II, 8, 57; è parte dell’a., I, 2, 4.
Rationabilis: II, 2, 7; II, 5, 20; II, 6, 28; II, 7, 45; II, 8, 52.
R eligione : d is p a r it à d i r. n e l m a t r im o n io , I, 8, 84.
R e m i s s i o n e (dei peccati): I, 4, 28.
R e p u b b l ic a (di Platone): I, 1, 2.
R i c c h e z z a : II, 8, 60; r. del sapiente, II, 5, 20.23; II, 6, 32.33.
R is u r r e z i o n e : II, 11, 79.80.86.90.
R ivela zion e : I, 4, 28.

S acram ento: = battesimo, I, 4, 25; I, 8, 84; s. della passione di Cristo,


I, 5, 39.
S a c r i f ic io : I, 9, 68.69.74; s. del corpo di Cristo, I, 3, 16.
S a l v e z z a : I, 4, 30; s. di tutto l’uomo (corpo e anima), I, 4, 29.
S a p i e n t e : I, 1, 2; II, 1, 1; II, 6, 31; II,
7, 37.38; II, 8, 60; II, 9, 64; i sette
sapienti, I, 2, 4; la ricchezza del s., II, 5, 20; definizione del s., II,
10, 76.
S a p ie n z a : II, 4, 16; II, 6, 34; II, 7, 38.39; II, 7, 41.44; II, 8, 48; II, 9, 70;
II, 10, 73.76.77; II, 11, 85; II, 11, 93.
S ara: m o g lie id e a le , I, 2, 6.
S e n s i : II, 1, 1.2.3; II, 4, 17; II, 5, 20; II, 6, 27.28; II, 6, 34; II, 7, 41.43;
11, 8, 45.46.51; II, 11, 78; II, 11, 82.87.
S inagoga: II, 10, 72.
S ocratico: I, 1, 2.
S o stanza : I, 4, 22; II, 1, 3; II, 7, 41; II, 8, 57.58; II, 9, 63; II, 11, 86;
s. umana, II, 5, 20; s. dell’anima, II, 7, 44; s. intellegibile, II, 8, 46.
50.51.52; s. della Trinità, II, 8, 56.
S p i r i t o : I, 5, 38; I, 9, 84; II, 6, 27; II, 8, 48; II, 9, 63; = alito, II, 8, 50.53.
S p i r i t o S a n t o : I, 5, 33.38; II, 9, 61.
S p i r i t u a l e : I, 5, 39; I, 9, 89; II, 5, 20; II, 7, 39; II, 7, 41; II, 8, 59.60;
II, 9, 61; circoncisione sp., I, 4, 29; II, 11, 78.
I, 5, 33.36.38; I, 8, 69; II, 8, 56.58; II, 9, 66.
T r in it à :
Typus: I, 4, 31; I, 5, 38; I, 8, 71.
U b r ia c h e z z a : I, 5, 57; II, 4, 17.
U m il t à : II, 3, 9.

V e r g in e (Maria): II, 3, 11; II, 8, 49.53.


V e r i t à , (della Sacra Scrittura): I, 2, 3.
V i r t ù : I, 1, 1; I, 1, 2; I, 2, 3; I, 3, 10; II,
1, 1; II, 4, 15; II, 5, 19; II, 6, 27.
28.29.34; II, 7, 39.40; II, 8, 46.47; II, 9, 61; II, 10, 68.69.75.76; II, 11, 85;
prim ato della v., I, 4, 31; i possessori della v., II, 2, 7; la v. degli
irrazionali e la v. dei razionali, II, 2, 7; le quattro v. morali, II, 8, 54.
V itium : I, 1, 2; I, 3, 14; I, 6, 55.56.58; II, 2, 7; II, 6, 28; II, 11, 79.84.
INDICE GENERALE

Introduzione
Cenni g e n e r a l i ............................. . . . . pag. 9
II prim o l i b r o ............................. . . . . » 10
Il secondo libro . . . . . . . » 12
Le f o n t i .................................... . . . . » 15
L 'e s e g e s i .................................... . . . . » 18
La filo so fia.................................... . . . . » 21
Q uesta edizione . . . . . . . . » 23
Bibliografia essenziale . . . . » 25
Sigle e abbreviazioni . » 27
N ota al testo latino . . » 28

De A braham - Abram o

Libro prim o . . . . . » 31
Libro secondo . . » 129

Indici

Indice scrittu ristico . . . . . . » 259


Indice degli au tori antichi . » 265
Indice dei nom i . » 272
Indice analitico . . » 275