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Diadoco

CENTO CONSIDERAZIONI
SULLA FEDE
Traduzione introduzione e note
a cura di Vincenzo Messana

città nuova editrice


INTRODUZIONE

Vita e scritti di Diadoco - La figura del vescovo di


Fotica attraverso la dottrina dei « Cento capitoli ■

1. Autore della nostra centuria fu certamente


doco, vescovo di Fotica in Epiro. Ciò risulta non sol­
tanto dal preambolo alla stessa opera ascetica ma an­
che dalla Biblioteca di Fozio ( cod. 201 ), che parla pure
del « vescovo di Fotica di nome Diadoco » (cod. 231 )
aggiungendo che egli fu avversario del monofisismo.
Congetturabili le date di nascita e di morte del
Nostro (4007-474?). E ’ probabile che egli abbia re­
datto o almeno firmato una lettera dei vescovi epiroti
all'imperatore Leone I (Mansi); che sia stato mae­
stro spirituale di Pomero (autore di un trattato sulla
vita contemplativa) e di Eugenio, futuro vescovo di
Cartagine. Terminus ante quem della sua morte è si­
curamente il 486, data in cui Vittore di Vita lo nomina
nel prologo alla sua Storia della persecuzione dei Van­
dali. Giustamente il Tillemont identifica l’autore dei
Cento capitoli col Diadoco di cui fa le lodi Vittore
di Vita.
N ull’altro di certo sappiamo sulla sua vita, e poco
possiamo persino dire della città di cui egli fu vescovo.
8 Introduzione

Di Fotica infatti non resta più niente. Secondo


Procopio, distrutta da terremoti e inondazioni, sareb­
be stata ricostruita da Giustiniano l. Poi sarebbe sta­
ta di nuovo abbattuta all’epoca delle invasioni slave.
Si fini cosi col perderla di vista, tanto che gli storici
per lungo tempo non seppero darne con precisione la
posizione geografica. Da alcuni è stata identificata con
Velia a nord di Ioannina. L’errore, originato soprat­
tutto dall’interpretazione della Descriptio di Giorgio
Cipriota, fu ripetuto finché dall’epirota Panagiotides
non furono scoperte due iscrizioni, una latina nel 1890
e l’altra greca nel 1906, che chiaramente collocano
Fotica in Tesprozia, a sud di Velia e a nord di Paramy-
thia (Aìdonat), precisamente nella località chiamata
Liboni o Limboni, non lontana dal canale di Corfù.
2. La spiccata figura di Diadoco ci è nota p
soprattutto attraverso le opere che ci sono rim aste2,
e che tutta la tradizione è quasi unanime nel mettere
sotto il suo nome:
1) Discorso sull'ascensione di Nostro Signore
Gesù Cristo (difesa delle due nature del Cristo), PG
65, 1141-1148; É. des Places, pp. 164-168.
2) Visione (dialogo con san Giovanni Battista sul­
la conoscenza per visione beatifica), É. des Places,
pp. 169-179.
3) Cento considerazioni sulla conoscenza della fe­
de * (lett. Cento capitoli gnostici,). J.E. Weis-Liebersdorf
Lipsia 1912; É. des Places, pp. 84-163 (una preceden­
1 Procopio, Sugli edifici di Giustiniano, 4, 1.
2 Cf. Diadoque de Foticé, Oeuvres spirituelles - Introduc-
tion, texte critique, traduction et notes de É. des Places, coll.
« Sources chrétiennes », 5 ter, Parigi 1966, pp. 68-81.
* Titolo leggermente ritoccato per il presente volume
[N.d.E.].
Introduzione 9

te edizione di K. Popov, Kiev 1903, si fonda soprattutto


sul cod. M = Mosqu. Synod. gr. 184).
4) La Catechesi non è riportata da tutti i co
sotto il nome di Diadoco; edita per là prima volta nel
1952, si trova ora in des Places, op. cit., pp. 180-183.
A. Wenger in « Revue des études byzantines », 1952,
10, 141 scrive che la teoria della conoscenza di Dio
quale è proposta dall’autore della Catechesi in forma
di domande e risposte ha piuttosto l’impronta di Si­
meone il Nuovo Teologo (cui m olti manoscritti l’at­
tribuiscono) che quella di Diadoco; sarebbe inoltre
« enunciata in formule che preannunziano il Palamas ».
Ma si potrebbe trattare di elementi diadochei assimila­
ti dalla mistica seriore.

3. Alcune notizie biografiche possiamo desum


come sopra accennato dagli scritti diadochei. Quelle
autobiografiche interne ai Cento capitoli gnostici (il
titolo originale da me tradotto Cento considerazioni
sulla conoscenza della fede) sono velate da un senso
umano e cristiano di umile pudore, che m i sembra tro­
vi la sua espressione più significativa in certe afferma­
zioni attribuite ad un personaggio non bene identificato
ma che potrebbe essere individuato nello stesso Diado­
co, che si nasconde sotto l’anonimato. Quando egli nel
c. 13 parla di uno che ama tanto Dio eppure si cruccia
di non amarlo abbastanza, probabilmente, secondo i
critici, allude a se stesso. Forse anche parla di sé quan­
do nel c. 91 dice di aver sentito da un tale espressioni
rivelatrici di un sommo desiderio di conoscenza e
di bruciante amore di Dio che gli fa bramare la mor­
te per gioire infine dell’unione celeste con lui. Qui,
poi, sembra accennare anche a contrasti interni alla
sua chiesa o alla comunità religiosa, a maltrattamenti
10 Introduzione

subiti per amore del Signore, perché forse ebbe degli


amici infedeli che lo tradirono e dovette subire delle
ingiustizie ('ibidj.
La fama del santo epirota fu grande in oriente
soprattutto per quanto riguarda la teoria del discer­
nimento degli spiriti (26-40) 3 e l’invocazione del
nome di Gesù (59; 61): assieme ad Evagrio Poli­
tico, il vescovo di Fotica fu maestro della spiritualità
orientale e i ricordi degli scritti diadochei sovrab­
bondano nell’opera di Massimo il Confessore. Dal­
l’oriente l’influsso passò nella teologia e nella filosofia
russa. In occidente il testo dei Cento capitoli è sta­
to conosciuto nella traduzione latina del Turrianus
(1570); ma soltanto nel X X secolo la figura e l’ope­
ra di Diadoco hanno suscitato profondi interessi nel­
la spiritualità occidentale.
Gli scritti del nostro autore non ci dicono nulla
sulla sua patria d ’origine che però probabilmente fu
lo stesso Epiro, punto d ’incontro di due culture: di
quella greca e orientale e di quella romana e occiden­
tale. Fin da giovinetto dovette essere formato ad una
scuola letteraria di tale cultura composita, ma pre­
valentemente greca, finissima. Lo stile delle sue ope­
re infatti risente della purezza attica e della retorica
asiana. Nei suoi scritti si rivela inoltre epigono di
quell’episcopato epirota che aveva partecipato alle lot­
te ariane e semiariane nel primo cinquantennio del
IV secolo (ne troviamo rappresentanti sia al concilio
di Nicea che a quello di Sardica) e che nel V secolo
dovette essere agitato dalle battaglie teologiche del pe-
lagianesimo e semipelagianesimo, da quelle che sfo­

3 I numeri tra parentesi si riferiscono ai capitoli delle


Cento considerazioni.
Introduzione 11

ciarono negli anatematismi di Cirillo (Efeso 431 ) e


nelle definizioni antimonofisite (Calcedonia 451 ), a
quelle che riguardarono contemporaneamente l'auto­
nomia dell'oriente nei riguardi dell’occidente e le in­
sufficienze dell’eresia messaliana. Questa riteneva che
per colpa del peccato di Adamo ogni persona ha con­
naturale alla sua anima il demonio che il battesimo
non cancella ma soltanto la preghiera può esorcizzare.
Per quel che concerne la partecipazione attiva di
Diadoco alle lotte di Calcedonia ricorderemo che Fo-
zio — come già accennato — lo nomina fra i Padri
di quel concilio, e che di fatto nella seconda parte del
Discorso sull'ascensione di N. S. G. C. egli si dimostra
assertore dichiarato delle due nature nell’unica per­
sona del Cristo. Quanto ai suoi interventi contro l’ere­
sia messaliana basti qui ricordare che tutto il tratta­
to ascetico dei Cento capitoli sembra particolarmente
rivolto contro di essa e che la dodicesima risposta del­
la Visione pare sìa data alla sesta proposizione mes­
saliana citata da Timoteo di Costantinopoli.
L ’Epiro soprattutto dal V secolo in poi dovette
avere contatti anche con la Gallia e l’Africa: perciò
Diadoco potè partecipare alle lotte teologiche sulla
grazia, connesse strettamente con quelle riguardanti
il modello ascetico, forse pure direttamente. Potè quin­
di comunicare la sua dottrina spirituale a Vittore di
Vita anche se non andò in Africa, prigioniero dei Van­
dali o per altro motivo. Non è invero improbabile che
Diadoco sia stato fatto prigioniero dalla flotta di Gen­
serico in uno di quegli assalti vandalici di cui parla
Procopio4; ma la cultura ascetico-teologica del Nostro
4 Procopio, Sulla guerra Vandalica, 1, 5, 22; cf. H.I. Mar­
rou, Diadoque de Photiké et Victor de Vita, in « Revue des
études anciennes », 1943, 45, pp. 225-232.
12 Introduzione

potè essere influenzata ed influenzare l’ambiente afri­


cano a prescindere da tale ipotetico evento.

4. La sua figura di uomo e di cristiano emerge


tutti i Cento capitoli. L ’esposizione è sempre viva di
ricordi personali, in quanto i precetti di vita spiritua­
le rivelano un preciso tipo di umanesimo cristiano per­
sonalmente vissuto, eroicamente ascetico, ma ricco
di comprensione.
Perciò anche quando il mite vescovo di Fotica
parla della collera compagna di lussuria (99) con
un'insistenza che ci sorprende, si rifa ad una tematica
sviluppata in senso cristiano. Riprendendo un'inter­
pretazione della Bibbia che vedeva incarnate le con­
cupiscenze in ipostasi demoniache, anche Diadoco
parla di spirito e di passione come di due sussistenti
che spingono o alla collera o alla libidine. Ma l’insi­
stenza del santo di Fotica nel condannare la collera
è dovuta al fatto che la collera è negazione della ca­
rità.
Quanto alla castità, il Nostro ne parla spesso in
termini platonici e stoici come dì saggezza; ma tra­
spare in tutto il trattato la sua aderenza al biblico
modello di castità per l’unione con Dio (52; 57; pream­
bolo; ecc.).
Diadoco vede soprattutto nell'uomo l’artefice re­
sponsabile del peccato. Mi sembra che la demonolo­
gia giudeo-cristiana o gnosticizzante in lui si attenui
al punto da costituire soltanto il ricordo di un luogo
comune dell'ascetica antica. Per l'autore dei Cento
capitoli come già per i pensatori e poeti classici paga­
ni la spinta al male è data soprattutto dall'insicurez­
za. Chi nella vita non riesce a superare l’instabilità
del contingente perché non ancorato ad una fede vis­
Introduzione 13

suta è ineluttabilmente vittim a della noia, per cui


passa insoddisfatto da un luogo all'altro vanamente
cercando di mutar condizione, e il monaco afflitto in
pieno meriggio dalla tetra noia della cella è tentato
di lasciare l’ascesi per la vita del secolo.
I Cento capitoli costituiscono quindi delle rifles­
sioni di vita spirituale per illuminare l’uomo angoscia­
to dall’ambiguità esistenziale (che ha i suoi vertici
nella noia), in modo che il demonio meridiano sia fu ­
gato dalla luce della Parola, e la tetra accidia dia luo­
go alla pura gioia.

5. Le Cento considerazioni sulla conoscenza d


fede possono infatti offrire al lettore moderno degli
spunti di meditazione di una attualità sorprendente.
Perché proprio cento? Come si sa gli antichi, pri­
ma della scoperta delle cifre arabe, contavano con la
flessione delle dita. Per indicare da 1 a 99 si servivano
della mano sinistra, da 100 in poi della destra. Il
numero 100 era rappresentato sulla destra con l’in­
dice e il pollice che formavano un cerchietto, la per­
fezione. Era il 100 che si dava ai martiri per la coro­
na del martirio. Il genere letterario di quest'opera di
Diadoco era quello comune delle sentenze. Centuria-
tore prima del nostro autore, forse iniziatore del ge­
nere tra i cristiani, era stato Evagrio Pontico. Ma non
considerò solo il 100. Infatti la sua opera che ha pure
per titolo Capitoli gnostici è una raccolta di 600 sen­
tenze divise in 6 libri di cento ciascuno.
Scopo pratico di una raccolta di cento sentenze,
né più né meno, potè forse essere quello di impedire
delle interpolazioni che facilmente avrebbero potuto
fare i copisti per illuminare le volute oscurità dei
testi mistici. Ma questo numero fu soprattutto ado­
14 Introduzione

perato allo scopo di simboleggiare la santità cui i


trattati ascetici volevano iniziare e di cui il cento come
abbiamo già detto significava la perfezione. Perciò i
capitoli sono detti da Diadoco gnostici; in quanto la
gnosi o scienza cristiana è soprattutto esperienza re­
ligiosa, dottrina di fede vissuta. La gnosi ortodossa
anzi costituì per l'autentica spiritualità cristiana un
tu tt’uno inscindibile di fede speranza e carità dina­
micamente protese ai vertici della santità. Né la per­
fezione cui viene esortato il lettore (con sintesi dot­
trinale stringata e densissima) è qui presentata quale
privativa del monacheSimo. Non si nega che l’autore
dei Cento capitoli abbia scritto per l'utilità di persone
consacrate. Cosi pensa il des Places. Ma altri fanno
osservare che il nome stesso di monaco o asceta, la
terminologia cenobitica e anacoretica sono in Dia­
doco rari o inesistenti. Quelli che potrebbero sembra­
re e talora di fatto sono degli accenni alla vita consa­
crata non rivelano uno scopo di rivolgersi specifica-
mente all’ambiente monacale. La psicologia delle con­
siderazioni diadochee riflette il suo convincimento che
tutto il popolo cristiano è chiamato senza distinzione
alla vita apostolica nel senso antico del termine. Se
ogni cristiano è tenuto a dare la testimonianza del
sangue, a maggior ragione è tenuto a dare quella del­
la perfezione e della santità. Il cristiano non può non
realizzare in sé l’uomo totale.

6. Nel suo sistema teocentrico l’antropologia


vescovo di Fotica risulta equilibrata. Il suo concetto
di abnegazione è ispirato al Vangelo.
La pratica della mortificazione cristiana non ha
per Diadoco valore in sé e per sé come se l’astenersi
dal cibo e dal vestito o l’infierire contro i sensi inte­
Introduzione 15

riori ed esteriori avessero altra funzionalità che quel­


la di alimentare la vita. L’uomo non può odiare la
sua carne (Ef. 5, 29), ma deve far uso del proprio
corpo in santità e rispetto (1 Tess. 4, 4) per sovrab­
bondare di gioia. Il Nostro non esorta alla rinunzia e
alla mortificazione come a virtù da amare in sé e per
sé, ma le propone a tutti i veri seguaci della croce di
Cristo perché esse introducono alla conoscenza della
fede quaggiù, e alla contemplazione nella gloria del
cielo. Del resto anche le regole di Basilio, come è
noto, non sembrano rivolte soltanto a coloro che pra­
ticavano la vita monastica. La dottrina dei Cento ca­
pitoli è un modello di vita evangelica al quale tutti
si possono adeguare con l'umiltà e la carità.
La figura del vescovo di Fotica si presenta at­
traverso tale dottrina umanamente e cristianamente
ottimistica. L’uomo è la realizzazione in atto del pro­
getto divino, alla cui perfezione egli deve collaborare
progredendo di tappa in tappa fino al grado di somi­
glianza cui da Dio è chiamato.
Diadoco dà il giusto posto alla grazia, ma insi­
ste in maniera sorprendente sul potere della volontà
e della libertà umana. Il santo della gioia è assertore
ottim ista della libertà. Per lui in definitiva dipende
dall'uomo raggiungere i vertici della vita spirituale, poi­
ché Dio non fa mai mancare la grazia a chi vuole do­
minare le sue passioni, del corpo e dello spirito. Gli
inizi del combattimento sono duri, e l'atleta non giun­
ge alla virtù senza sofferenze e prove, ma la vittoria
è certa quando si sappiano discemere i beni apparen­
ti da quelli veri, le consolazioni vere da quelle false,
le desolazioni educative da quelle punitive, l'eroismo
in umiltà del martire da quello vanaglorioso del mon­
16 Introduzione

dano: quaggiù illuminazione e tenebre sono in per­


petua alternativa.
Diadoco tace degli apporti della vita sacramen­
taria all’atleta cristiano perché ritiene i sacramenti
il presupposto e la base dell’essere cristiano.
Il vescovo di Fotica vede nell’episcopato e nel sa­
cerdozio gerarchico il sacramento dell'ordine istituito
dal Cristo e riconosce nella teologia la predicazione
ecclesiale. Ma teologia per lui ha il preciso significato
di familiarità con la parola di Dio.
Le Cento considerazioni sulla conoscenza della
fede costituiscono una singolare espressione della teo­
logia come ministero della Parola; ma egli non si in­
teressa tanto alla catechesi o al dogma, quanto ai pre­
cetti di vita che scaturiscono dal contatto del nostro
spirito con lo Spirito Santo.

1. Di tale teologia la presente traduzione vu


trasmettere l’eco, di cui nei secoli passati è stato ri­
sonante soprattutto l’oriente. Ce ne fanno fede i codi­
ci che qui riporto, secondo che li ha utilizzati l’edi­
zione del des Places. Egli si è fondato sui manoscritti
N (Grottaferrata), A (Vienna), H (Gerusalemme), B
(Monaco), S (Modena), T (Atene), G, V (Vaticano),
a, b, c, F (Parigi); la maggior parte di essi sono stati
collazionati da lui per la prima volta. Il codice P (Pat-
mos 189, saec. X I) non è stato collazionato dal dot­
tissimo filologo perché gli è stato impossibile foto­
grafarlo interamente. Quanto al codice M (Mosqu.
Synod. gr. 184, a. 899), il des Places ha tenuto conto
dell’edizione del Popov che tale codice aveva colia­
zionato.
Ho seguito per la mia traduzione la sua edizione
critica, coll. « Sources chrétiennes », 5 ter. Fino ad
Introduzione 17

oggi non m i consta siano state fatte versioni in lin­


gua italiana. Invece abbiamo, come già detto avanti,
una limpida versione latina dell’umanista F. Torres,
l'altra russa di K. Popov e infine quella francese di
É. des Places. Traducendo dall’edizione critica del des
Places, ho utilizzato per quanto mi era possibile l’in­
terpretazione dello stesso, confrontandola con quel­
la del Turrianus, PG 65, 1167-1212, dalla quale la tra­
duzione francese raramente si discosta.
La teologia del nostro autore, scritta in uno stile
conciso e spesso troppo serrato, può risultare ostica
per il lettore non attento. Ho cercato perciò quanto
più ho potuto di rendere accessibile il testo: non se­
guendo il metodo della cosiddetta traduzione lette­
rale, che talora finisce col fare più oscuro il testo già
oscuro, ma non allontanandomi mai dalla lettera se
non per tradurre le espressioni linguistiche greche
in forme adeguate al linguaggio e alla mentalità mo­
derna. Infatti ho reso il titolo stesso Cento capitoli
gnostici, che avrebbe indotto, per il termine gnostici,
in ambiguità il lettore dei nostri giorni, con Cento
considerazioni sulla conoscenza della fede.

8. La centuria del vescovo di Fotica è un li


che vuol comunicare l’esperienza di un vero creden­
te, di colui che possiede la fede facendone il fonda­
mento e il presupposto della vita.
Diadoco che è quasi al vertice di una tradizione
ascetica svolge la tematica della conoscenza della
fedei non in quanto ne voglia dare oggettivamente le
ragioni catechetiche o teologiche, ma in quanto rias­
sume ed evidenzia le modificazioni che il dono della
fede rivelata produce nella psiche e nella vita della
18 Introduzione

creatura. Offre quindi un test del vero cristiano, per


un pio esercizio della mente e per il progresso della
vita cristiana. Lo gnostico ortodosso si distingue dal
credente comune perché conosce Dio e tenta di ripro­
durne la somiglianza; conosce non soltanto con l'in­
telletto ma anche mediante l’esperienza interiore che
si riverbera all'esteriore, dono dello Spirito che fa
progredire sino alla libertà dalle passioni.
Il manuale ascetico in tal senso è un trattato sul­
la conoscenza della fede. La fede è pensiero su Dio
non offuscato dalle passioni al m om ento iniziale e
durante la tappa della pratica che vince ogni insuffi­
cienza umana, per trascinare infine l’anima alla per­
fezione (gnosi) e alla familiarità con Dio (teologia).
Il misterioso contatto Dio-uomo, vitalmente espe-
rienziale più che intellettuale, si rivela però anche nel­
la facoltà conoscitiva orientata all'adorazione dell’As­
soluto attraverso il riconoscimento umile della pro­
pria miseria. Bisogna per prima cosa conoscere sé
stessi per poi conoscere Dio. Per via di questa presa
di coscienza procederemo dalla consapevolezza di noi
come incapaci di produrre il pensiero su Dio all’espe­
rienza vissuta dello stesso Dio in quanto centro della
vita. La consapevolezza di Diadoco non ha nulla del­
l'autocoscienza gnostica perché essa porta l'uomo non
a credersi particella di Dio imprigionata nella materia,
ma a giudicarsi inconsistente per sé ed in sé e debi­
tore soltanto di Dio.

9. Le Cento considerazioni sulla conoscenza


la fede si articolano in cinque grandi sezioni. Prece­
de un preambolo formato da dieci definizioni che co­
stituiscono un decalogo di norme fondamentali per
Introduzione 19

individuare i segni autentici della perfezione cristia­


na considerata come vero e proprio progetto di vita
umana secondo gli orizzonti tracciati dalla Parola ri­
velata.
Per prospettare una vita evangelica, l’Autore de­
linea dapprima un profilo di ascetica fondata su basi
antropologiche (1-23). Nella seconda sezione pone l'ac­
cento sulla necessità del combattimento spirituale cui
la divina economia chiama gli uomini protagonisti del
loro eterno destino, individuandone i m om enti più
importanti (24-40). Rifacendosi quindi agli ideali uma­
ni e cristiani, Diadoco nella terza sezione tratta delle
virtù basilari dell’uomo ad immagine e somiglianza
secondo la tradizione ascetica vigente negli ambienti
ispirati al proposito di vita apostolica (41-66). Egli
poi fa alcune precisazioni sulle caratteristiche dell’a­
zione virtuosa come frutto di sinergismo divino-umano
evidenziando nella quarta sezione contro gli estremi­
sm i messaliani e pelagiani i veri rapporti fra natura
e grazia (67-94). Infine in una sezione più breve ma
di particolare spessore e densità conclude con un
appello alla costante conversione del cuore, ponendo
l’umiltà metafisica a fondamento dell’antropologia e
della teologia, dell’ascetica e della mistica, della virtù
e della santità, di ogni altro dono di natura e di
grazia (95-100).
Diadoco vede l’uomo al vertice della creazione,
secondo la concezione di estetica teologica che i Padri
avevano colto fin dagli inizi dalla Bibbia e che si
maturerà nella teologia cosmica di Massimo il Con­
fessore. L’uomo totale si realizza per la gloria di Dio
nell’unione con lui in modo che lo spirito non ignori
il corpo e il corpo si spiritualizzi.
20 Introduzione

Il richiamo escatologico chiude in maniera signi­


ficativa le Cento considerazioni sulla conoscenza del­
la fede riecheggiando ed integrando quanto l’Autore
stesso aveva già detto dapprincipio a proposito del
decimo progetto del decalogo preliminare sulla tra­
sformazione totale e finale.
Diadoco

CENTO CONSIDERAZIONI
SULLA FEDE
CENTO CAPITOLI GNOSTICI
DI DIADOCO VESCOVO DI FOTICA IN EPIRO

< Premessa: Decalogo dell'» utopia » umana per viverla


nell’orizzonte cristiano >

Prima definizione. La fede: pensare a Dio senza


le passioni.
Seconda definizione. La speranza: astrarsi della
niente neH’amore dei beni che ci attendono.
Terza definizione. La pazienza: tenere sempre ri­
volto lo sguardo della mente, senza spostarlo mai,
verso l’Invisibile come se fosse visibile.
Quarta definizione. Il distacco dalle ricchezze:
non volerne il possesso con quello stesso impegno con
cui gli altri vogliono possederle.
Quinta definizione. La scienza: ignorare sé stessi
vivendo di Dio.
Sesta definizione. L’umiltà: dimenticarsi sempre
del bene operato.
Settima definizione. La mansuetudine: la somma
cura a non lasciarsi trascinare dalla collera.
Ottava definizione. La castità: sentirsi sempre in­
timamente uniti a Dio.
Nona definizione. La carità: crescere nell’amore
del prossimo che pur ci fa violenza.
24 Diadoco

Decima definizione. La trasformazione totale: con­


siderare la morte non triste ma lieta nel godimento
di Dio.
Spunti di discernimento spirituale di Diadoco
vescovo di Fotica in Epiro. - Per via di quale scienza
dovremo raggiungere la perfezione che il Signore, no­
stra guida, ci ha additata perché ognuno di noi fac­
cia fruttificare il seme della parola secondo l'esempio
della parabola del Redentore.
I. ANTROPOLOGIA E TEOLOGIA (1-23)

1. L’unione con Dio e il senso spirituale

La fede la speranza la carità, o fratelli, siano di


guida ad ogni contemplazione spirituale, ma princi­
palmente la c a rità 1. Le prime due ci insegnano a
disprezzare i beni visibili; la carità, invece, unisce
l’anima alle virtù divine raggiungendo l’Invisibile at­
traverso il senso spirituale.

2. Bontà, assoluta in Dio e relativa neH'uomo

Solo Dio è buono per natura. Ma anche l’uomo


per la condotta morale diventa buono grazie al bene
per essenza trasformandosi in ciò che egli non è quan­
do l’anima, sollecita del bene, si fissi in Dio nella mi­
sura in cui si impegnano le sue capacità operative.
Sta scritto infatti: « Siate buoni e misericordiosi come
il Padre vostro che è nei cieli » 2.

1 Cf. 1 Cor. 13, 13.


2 Le. 6, 36; cf. Mt. 5, 48.
26 Diadoco

3. Il male non è una sostanza

Non v'è cosa cattiva per natura e nessuno è cat­


tivo per natura, perché Dio nulla ha creato di catti­
vo. Ma quando per gli appetiti del cuore si dà forma
a quel che sostanzialmente non è, allora comincia a
sussistere quel male che vuole colui che lo compie.
Bisogna quindi sempre per la sollecitudine del ricor­
do di Dio non cedere all’istinto del male. La natura
del bene infatti è più potente dell'istinto del male, per
il fatto che il bene esiste, mentre il male non esiste se
non soltanto quando viene commesso.

4. Si è simili a Dio quando si agisce per la sua gloria

Tutti gli uomini siamo ad immagine di Dio; ma


l’essere a sua somiglianza è solo di coloro che con
grande amore hanno asservito la loro libertà a Dio.
Quando infatti non siamo più nostri ma di Dio, allo­
ra siamo simili a colui che ci ha trasform ati in sé
per amore. Ma tale m eta nessuno raggiungerà, se
non indurrà la propria anima a non lasciarsi muove­
re dalla povera gloria del mondo.

5. Educazione della volontà

La libertà è la facoltà volitiva dell'anima razio­


nale, per cui questa senza indugio si determina per
un dato oggetto voluto. Induciamo quindi l'anima a
determinarsi senza indugio soltanto per il bene, per
soggiogare sempre il ricordo del male mediante i buo­
ni pensieri.
I. - Cento considerazioni, 6-8 27

6. Zelo per la giustizia

E ’ luce di vera scienza il saper distinguere con


sicurezza il bene dal male. Allora infatti la via della
giustizia, che innalza appunto lo spirito verso il sole
della giustizia, lo introduce nello splendore sconfinato
della scienza in quanto ormai alla ricerca pienamente
libera dell'amore. Bisogna quindi, con animo sgom­
bro dall’ira, salvare la giustizia da chi osa fare ad
essa violenza. Lo zelo della pietà canta vittoria per
ammonire, non per odiare.

7. La luce della Parola illumina il cuore

La parola che procede dallo Spirito appaga piena­


mente il senso dello spirito, poiché essa procede da
Dio con la forza operativa dell'amore. Del resto anche
il nostro spirito riposa senza difficoltà muovendosi
in familiarità con la parola di Dio. Esso infatti non
soffre di privazione alcuna che produce affanno, poi­
ché in ogni contemplazione esso si dilata tanto quanto
lo vuole l'attività del suo amore. E' bene dunque aspet­
tare sempre, con una fede che trae la sua forza dal­
l’amore, la luce che illumina le parole. Non c'è infatti
niente di più povero di un pensiero che indaghi sulle
cose divine ponendosi al di fuori di Dio.

8. Silenzio e contemplazione

Non bisogna dedicarsi alla contemplazione spiri­


tuale senza illuminazione, né tanto m eno mettersi a
parlare quando si è ricchi della luce che lo Spirito
28 Diadoco

Santo nella sua benignità riversa su di noi. Se infatti


la sua privazione produce ignoranza, d’altra parte Tes­
serne arricchiti non ci perm ette di parlare. E ’ allora
infatti che l'anima, ebbra d'amore divino, vuole con
il silenzio deliziarsi della gloria del Signore.
Bisogna quindi osservare un giusto mezzo nel no­
stro modo di agire quando veniamo a parlare di Dio.
E' questa m isura infatti che dà uno stile nel dare lode
a Dio, mentre la ricchezza delTilluminazione nutre la
fede di chi per fede parla, perché sia colui che inse­
gna a gustare per prim o i frutti della scienza nell’amo­
re. Sta scritto infatti: « All'agricoltore che lavora duro
spetta per primo di prendere la sua parte dei frutti » 3.

9. I due doni divini della scienza e della sapienza

Sia la saggezza che la scienza sono doni dell'uni­


co e solo Spirito Santo come tu tti i doni divini e, come
ogni dono, esercitano una propria attività. Perciò l’Apo­
stolo attesta che « a uno è concessa la saggezza; a
un altro invece la scienza secondo lo stesso Spiri­
to » 4. Infatti la scienza mediante l'esperienza congiun­
ge l'uomo a Dio, senza spingere perciò l'anima a par­
lare degli oggetti percepiti. Per questo anche alcuni
di coloro che si dedicano alla filosofia nella vita soli­
taria vengono illuminati da tale scienza nel senso spi­
rituale, senza venire mai a svelare ciò che Dio rivela.
La saggezza invece, quando essa venga concessa con
la scienza assieme al timore — il che si verifica di
rado — agisce evidentemente alla stessa maniera del­

3 2 Tim. 2, 6.
« 1 Cor. 12, 8.
I. - Cento considerazioni, 9-11 29

la scienza; poiché di solito questa illumina con l’azio­


ne, quella con la parola. Ma la preghiera ci dà la scien­
za, e la ottiene la piena tranquillità dello spirito alieno
da sollecitudini. L’umile meditazione delle parole di
Dio ci dà invece la saggezza, e soprattutto la grazia di
Dio ce la elargisce.

10. Sapienza ed amore della Parola

Quando la parte irascibile dell'anima è sconvolta


dalle passioni, bisogna sapere che è opportuno il
silenzio. Quando invece ci si accorge che quell'agita­
zione o per la preghiera o per l'elemosina va m utan­
dosi in tranquillità, allora ci si lasci trasportare dal­
l’amore delle divine parole assicurando le ali dello
spirito con il vincolo dell'umiltà. Se infatti uno non
tiene in nessun conto se stesso, non può parlare della
grandezza di Dio.

11. Annunzio ed ascolto secondo la vera saggezza

Il discorso spirituale mantiene sempre l'anima


sgombra da vanagloria. Esso infatti, percependo la
luce, ne irradia il benessere a tutte le parti dell'anima
e non le fa sentire bisogno di apprezzamento da parte
degli uomini. Per questo esso anche preserva sempre
il pensiero da tali chimere, in quanto distaccandolo
da esse lo protende tutto all'amore di Dio.
Il discorso secondo la saggezza del mondo, inve­
ce, non fa che provocare l’uomo alla bram a di gloria;
poiché infatti non può procurare il benessere dell’espe­
rienza del senso spirituale, esso offre a coloro che lo
30 Diadoco

praticano la soddisfazione delle lodi, in quanto fin­


zione di uomini vanagloriosi.
Sapremo cogliere dunque senza errare la parola
divina, se in silenzio senza sollecitudini consacreremo
le ore in cui non si parla al fervido ricordo di Dio.

12. Il disprezzo di sé stessi è propedeutica alla carità

Non può amare Dio chi ama se stesso; ma ama


Dio chi a se stesso preferisce la « sovrabbondante
ricchezza » 5 dell'amore divino. Un uomo siffatto per­
ciò non cerca mai la sua gloria, m a quella di Dio.
Perché chi preferisce il proprio io cerca la gloria di
se stesso; chi invece preferisce Dio ama la gloria di
colui che lo ha creato. E' infatti proprio di un'anima
sensibile al fascino di Dio e di lui innam orata il cer­
care sempre la gloria di Dio in tutti i comandamenti
che osserva, nonché il godere della sua umiliazione,
per il fatto che a Dio spetta la gloria per la Sua gran­
dezza, all'uomo invece l’umiliazione per la quale pos­
sa entrare in intimo rapporto con Dio. Se ci compor­
teremo cosi, anche noi incessantemente con san Gio­
vanni Battista godremo della gloria del Signore co­
minciando a far nostro il suo grido: « Egli deve cre­
scere, ed io invece diminuire » 6.

5 Ef. 2, 7.
« Gv. 3, 30.
I. - Cento considerazioni, 13-14 31

13. Un esempio di umiltà e di carità

So di uno che ama tanto Dio, eppure si lamenta


di non amarlo come egli vuole, al punto che la sua
anima non cessa mai di struggersi in un’ardente pas­
sione tale da fargli glorificare Dio in se stesso e quasi
annullare se stesso. Egli non riconosce di valere qual­
cosa, neppure allorquando nei discorsi ne tessono
l’elogio. Infatti, bruciato da bram a di umiliazione,
non tiene in nessun conto la sua dignità, ma si dedi­
ca al servizio divino secondo il rito sacerdotale e
decisamente impegnato ad amare Dio occulta il ricor­
do della propria dignità nel profondo dell'amore di
Dio, ivi soffocando in ispirito di umiltà ogni gloria che
ne potrebbe trarre. Vuole in ogni occasione presentar­
si al giudizio della sua mente come un servo inutile,
per la bram a di abbassamento ritenendosi quasi estra­
neo alla sua dignità.
Cosi facendo, anche noi dobbiamo fuggire ogni
onore e gloria per la « sovrabbondante ricchezza » 7
dell’amore del Signore che tanto ci ha amato.

14. Verso la perfezione

« Chi ama Dio » col senso del cuore, « questi è


da lui conosciuto » 8; perché in tanto si abita nell’amo­
re di Dio in quanto si accoglie nel senso dell'anima
l’amore di Dio. Perciò da questo momento egli viene
a trovarsi come immerso in una bram a ardente del­
l’illuminazione della scienza fino a provare la pre­
cisa sensazione delle proprie ossa, pur senza coscien-

i Ef. 2, 7.
« 1 Cor. 8, 3.
32 Diadoco

za di se stesso, ma interamente trasform ato dall'amore


divino. Costui è presente ed assente al mondo. Infat­
ti, mentre abita nel proprio corpo, se ne distacca per
via dell'amore in quanto l’anima muove incessante­
mente verso Dio. Con il cuore che ormai si consuma
al fuoco dell’amore aderisce a Dio per una forza irre­
sistibile di desiderio, una volta fuori dalle voglie del­
l’io per l’amore di Dio. « Infatti, se noi siamo stati
fuori di senno — sta scritto — era per Dio; se siamo
assennati è per voi » 9.

15. Amore umano e carità divina

Quando si comincia a sentire in abbondanza la


carità di Dio, allora si comincia col senso spirituale
ad osservare anche la carità verso il prossimo. Que­
sta è infatti la carità di cui parlano tutte le Scritture.
Perché l’amore secondo la carne si dissolve troppo fa­
cilmente non appena ci si trovi di fronte a motivi anche
futili. Esso infatti non è legato dal senso spirituale.
Per via di tale senso dunque, anche se qualche irri­
tazione viene a molestare l’anima posseduta da Dio,
questa non spezza il legame della carità, perché riac­
cendendosi al bene col fervore dell’amore di Dio vie­
ne ricondotta con maggiore celerità e con grande gio­
ia all'amore del prossimo, pure se da esso gravemen­
te offesa o ingiuriata. Nella dolcezza di Dio, infatti,
l’anima perde totalmente l’amaro del dissapore.

9 2 Cor. 5, 13.
I. - Cento considerazioni, 16 33

16. Il timore di Dio è di stimolo alla purificazione

Nessuno può amare Dio col senso del cuore sen­


za prim a temere Dio con tutto il cuore; perché è l’ani­
ma purificata e quasi ammorbidita dall’azione del ti­
more che giunge a rendere in sé operante l’amore. Ma
non si può assolutamente, come detto, giungere al
tim or di Dio se non ci si pone al di fuori di ogni sol­
lecitudine del mondo. Quando infatti lo spirito è in
gran serenità e piena libertà da affanni, allora il timor
di Dio viene a travagliarlo perché lo vuol purificare
con il senso profondo da tutto lo spessore di terra
che lo copre, per portarlo cosi al grande amore della
bontà di Dio.
Sicché il timore, proprio di coloro che ancora
si purificano, si accompagna ad un amore mediocre.
L’amore perfetto, invece, è proprio di coloro che sono
già purificati, nei quali non v’è più timore. Sta scrit­
to infatti: « L’amore perfetto caccia via il timore » 10.
L’uno e l’altro si trovano soltanto nei giusti che sotto
l’azione dello Spirito Santo praticano le virtù. E ’ per
questo che in un luogo della Sacra Scrittura è detto:
« Temete il Signore, voi tutti che siete a lui consacra­
ti » 11; e in un altro: « Amate il Signore, voi tutti che
siete i suoi santi » a, affinché impariamo con chiarez­
za che nei giusti che si vanno purificando il timore
si accompagna, come detto, ad un amore mediocre.
In coloro che sono purificati, invece, c’è l’amore per­
fetto: in essi non c’è più pensiero di timore alcuno,
ma un incendio senza fine e un'adesione dell'anima a
Dio grazie all'azione dello Spirito Santo, secondo quan-

i° 1 Gv. 4,18.
» Sai. 33, 10.
12 Sai. 30, 24.
34 Diadoco

to sta scritto: « A te aderisce l'anima mia e la tua


destra mi sorregge » I3.

17. Il timore di Dio come terapeutica dell'anima

Le ferite che ledono il corpo, quando sono per


cosi dire non pulite e trascurate, non sentono il far­
maco che viene ad esse applicato dai medici; ma se
sono disinfettate sentono l’azione del farmaco, segnan­
do quindi progressi verso una rapida guarigione. Allo
stesso modo anche l’anima, finché è trascurata e tu t­
ta coperta dalla lebbra delle passioni, non può sen­
tire il tim or di Dio pur sotto le incessanti minacce
del terribile e potente tribunale di Dio. Ma appena ha
iniziato a purificarsi con tutto l’impegno, allora l’ani­
ma sente il tim or di Dio come un farmaco che dà la
vita, proprio perché esso quasi la brucia con le mi­
nacce che operano cauterizzandola fino a renderla
impassibile. A mano a mano quindi che si purifica
essa procede verso la purificazione perfetta, approssi­
mandosi all’amore tanto quanto si allontana dal ti­
more, per giungere cosi all’amore perfetto in cui non
c’è — come detto — timore, ma una totale impassi­
bilità che opera per la gloria di Dio. Nostro supremo
e perfetto vanto sia dunque prim a il tim or di Dio,
poi « l’amore, pieno compimento della legge » 14 di per­
fezione in Cristo.

« Sai. 62, 9.
14 Rom. 13, 10.
I. - Cento considerazioni, 18-20 35

18. L’impedimento delle sollecitudini terrene

Un’anima che non è distaccata dalle sollecitudini


del mondo non potrà né am are Dio autenticamente né
detestare il diavolo adeguatamente, una volta che è
fasciata come da un velo pesante: l'affanno della
vita. Di conseguenza lo spirito di parecchi uomini
non può prendere in considerazione il proprio tribu­
nale per stimare con infallibilità gli elementi del giu­
dizio. Per tutti questi motivi, dunque, è utile ritirarsi
dal mondo.

19. L’anima pura

Caratteristiche di un'anim a pura sono una parola


senza invidia, imo zelo senza malizia, un amore inces­
sante del « Signore della gloria » 15. Allora anche lo
spirito mette a punto le bilance personali, presentan­
dosi davanti alla propria ragione come davanti a un
tribunale integerrimo.

20. Fede operosa

Una fede senza opere e le opere senza fede saran­


no biasimate allo stesso modo. Il fedele invero deve of­
frire al Signore una fede che mostri le azioni compiu­
t e 16. Infatti la fede del nostro padre Àbramo non gli
sarebbe stata ascritta a giustizia se egli non avesse
offerto il figlio come frutto della sua fe d e 17.

« 1 Cor. 2, 8.
« Cf. Tit. 2, 10.
« Cf. Gen. 22, 1 ss.
36 Diadoco

21. La forza che porta al cielo

Colui che ama Dio non può non credere auten­


ticamente si da compiere santamente le opere della
fede. Chi invece crede soltanto e non vive anche nella
carità, non ha neppure quella fede che sembra avere.
Crede con una certa leggerezza di spirito, come chi
non opera sotto il « peso della gloria » 18 della carità.
Cosi dunque, « la fede operante per mezzo della cari­
tà » 19 è il vertice di tutte le virtù.

22. Non scrutare il mistero

Quando lo si scruta, il fondo della fede ribolle;


quando invece lo si contempla con atteggiamento di
semplicità, esso tom a ad essere calmo. Come acqua
che fa dimenticare i mali, la profondità della fede
non tollera di essere contemplata da curiosi ragio­
namenti. Orsù, navighiamo sulle sue acque con sem­
plicità di pensiero, per giungere cosi al porto della
volontà di D io20.

23. La conversione del cuore deve essere continua

Nessuno può vivere autenticamente nell'amore


o nella fede se non si fa accusatore di se stesso.
Quando infatti la nostra coscienza si turba rimprove­
rando se stessa, allora lo spirito non si abbandona
più a sentire in sé la fragranza dei beni sopramon­

« 2 C o r. 4, 17.
» G al. 5, 6.
» C f. Sai. 106, 30.
I. - Cento considerazioni, 23 37

dani, ma subito rimane diviso fra le incertezze. Da


una parte si muove in tensione fervida secondo la
precedente sua esperienza di fede, dall'altra non può
più coglierla col senso del cuore per le vie dell'amo­
re, perché — come detto — la coscienza lo rimprovera
con i suoi rimorsi. Solo quando ci saremo purificati
con più fervido impegno, realizzeremo il nostro desi­
derio con una maggiore esperienza in Dio.
II. MOMENTI E PROTAGONISTI
DEL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (24-40)

24. Il corpo e lo spirito

Come i sensi del corpo ci spingono con violenza


verso le cose che ci appaiono belle, cosi il senso dello
spirito è solito condurci verso i beni invisibili quan­
do ha gustato la bontà divina21. Ogni singola cosa,
infatti, aspira in tutti i modi a ciò che le è affine:
l’anima, in quanto incorporea, ai beni celesti; il cor­
po, in quanto fango, al nutrim ento terreno. Giunge­
remo perciò senza sbagliare ad una esperienza del
senso immateriale se con le nostre fatiche andiamo
eliminando la materia.

25. Mortificazione è liberazione

L’opera stessa della nostra santa scienza ci inse­


gna che uno solo è il senso naturale dell'anima, divi­
so poi in due tendenze di comportamento a causa
della disobbedienza di Adamo22; ma che ve n e un

21 Cf. Sai. 33, 9.


22 Cf. Gen. 3, 4 ss.
40 Diadoco

altro, semplice, che le proviene dallo Spirito Santo:


nessun altro uomo può conoscerlo se noii chi si la­
scia prendere dal fascino del distacco volontario dai
beni terreni per la speranza nei beni futuri, e non
estenua con la continenza ogni appetito dei sensi del
corpo. Perché soltanto in un uomo siffatto lo spirito
si muove gagliardamente per la libertà dagli affanni
e può sentire ineffabilmente la bontà divina; è allora
che lo spirito viene a trasm ettere al corpo la sua gio­
ia in proporzione ai suoi progressi compiuti, esul­
tando in misura sconfinata per la carità della sua con­
fessione23. Sta scritto infatti: « In lui ha sperato il
mio cuore e sono stato soccorso, ed è rifiorita la mia
carne, e con tu tta la mia volontà lo confesserò » 2\
La gioia che allora inonda veramente l’anima e il
corpo è il ricordo infallibile di una vita incorruttibile.

26. L’uomo non deve lasciarsi turbare dalle suggestioni

Chi si trova nella lotta deve sempre mantenere


la mente serena, perché lo spirito discernendo i pen­
sieri fluttuanti in essa sappia deporre negli scrigni
della memoria quelli buoni che Dio le manda, e scacci
via dalle pieghe naturali in cui trovano ricetto quelli
cattivi che il demonio le suggerisce. E infatti, quando
il mare è calmo, i pescatori spingono lo sguardo fino
a cogliere i movimenti delle sue profondità, tanto che
non sfugge loro quasi nessuno degli esseri viventi
che attraversano i sentieri di laggiù. Ma quando è
agitato dai venti il mare nasconde, per il terrificante

a Cf. Sai. 41, 5.


* Sai. 27, 7.
II. - Cento considerazioni, 26-27 41

sconvolgimento delle acque, ciò che appunto si com­


piace di far vedere nel sorriso della sua serenità; e
vediamo quindi che allora è vana l'arte di coloro che
escogitano astuti espedienti per la pesca. Proprio que­
sto viene a fare lo spirito contemplativo, specialmen­
te quando il profondo dell'anima è sconvolto da un ’ira
ingiusta.

27. La coscienza del peccato e la compunzione

Pochi riescono a conoscere esattam ente tutte le


loro cadute. Ci riescono coloro il cui spirito non si
sottrae mai al ricordo di Dio.
Come infatti gli occhi del nostro corpo quando
sono sani possono vedere ogni cosa, anche le più pic­
cole zanzare e moscerini che volano per l'aria, ma
quando sono offuscati da qualcosa che li intorbidi o
da certi umori hanno difficoltà a distinguere i corpi
di gran mole che stanno loro dinanzi, e non vedono
affatto col senso della vista quelli di piccole dimen­
sioni; cosi anche l'anima, se si impegna, acuendo il
suo sguardo, ad attenuare la cecità che l'amore per
il mondo provoca in lei, considera come troppo gran­
di anche le sue cadute più leggere e non cessa di of­
frire a Dio lacrime su lacrime mentre gli rende molte
grazie. Sta scritto infatti: « I giusti confesseranno il
tuo nome » 25.
Se l'anima invece permane nel suo comportamen­
to mondano, ostinandosi ad uccidere e a commettere
azioni degne dell'estremo castigo, non le sente che de­
bolmente. Tanto meno potrà rendersi conto della por­

zs Sai. 139, 14.


42 Diadoco

tata delle altre cadute, alcune delle quali addirittura


considera spesso come vere e proprie azioni perfette;
disgraziatamente, perciò, non si vergogna di pren­
derne calorose difese.

28. L’uomo dimora della Spirito Santo

Purificare lo sguardo dell’anima è opera soltanto


dello Spirito Santo; se infatti non entra il forte a
spogliare il la d ro 26, la preda non sarà mai recupera­
ta. Dobbiamo dunque cooperare con ogni mezzo, e
specialmente con la pace dell'anima, a che lo Spirito
Santo abiti in noi nella quiete, per avere la lampada
della scienza continuamente accesa in noi. Infatti, se
essa brilla senza interruzione nei tesori dell’anima,
tutti quegli assalti aspri e tenebrosi dei demoni non
soltanto sono chiari allo spirito, ma anche perdono
molto del loro vigore perché denunciati alla luce san­
ta e gloriosa dello Spirito. Per tale motivo l'Aposto­
lo dice: « Non spegnete lo Spirito » 27, cioè: Non ra t­
tristate con cattive azioni e cattivi pensieri la bontà
dello Spirito Santo, per non essere privati di quella
luce che difende. Non che l’Essere eterno e vivifican­
te si possa estinguere; quando si dice che noi lo rat­
tristiam o significa che egli si allontana da noi nel
senso che lascia il nostro spirito nell'oscurità senza
la luce della conoscenza.

« C f. M t. 12, 29.
27 1 Tess. 5, 19.
II. - Cento considerazioni, 29-30 43

29. Lo Spirito di unione rende uno il cuore diviso

Uno solo, come d e tto 28, è il senso naturale del­


l'anima (sia chiaro una volta per tutte che i cinque
sensi si distinguono secondo le facoltà dei nostri or­
gani corporei), ce lo insegna lo Spirito Santo di Dio
misericordioso verso gli uomini. Ma tale senso è divi­
so per la rovina procurata allo spirito dalla disob­
bedienza perpetrata con moto volontario dell'anima
stessa. Perciò essa da un lato segue il concupiscibile,
per cui sentiamo con piacere le attrattive del mondo;
dall'altro invece gode spesso dei m oti della ragione
e deH'intelletto, per cui il nostro spirito aspira a cor­
rere verso le bellezze del cielo, quando usiamo sag­
gezza.
Se dunque contraiamo l'abitudine di disprezzare
i beni di questo mondo, potremo unire anche l'im­
pulso dell’anima verso le cose della terra alla sua
inclinazione per la vita razionale, grazie all'azione uni­
ficatrice dello Spirito Santo che cosi ha disposto per
noi. Qualora infatti la sua divinità non illumina effi­
cacemente i tesori del nostro cuore, non potremo gu­
stare il bene con il senso indiviso quale attitudine to­
talizzante in noi.

30. Dal senso intellettivo procede il discernimento del


bene

Per senso intellettivo si intende un gusto preciso


di ciò che si disceme. Infatti allo stesso modo in cui
mediante il nostro senso corporeo del gusto, quando
godiamo buona salute, discemiamo senza errore le

» Cf. c. 25.
44 Diadoco

cose buone dalle cattive e ci indirizziamo verso quelle


che ci fanno bene, cosi anche il nostro spirito, quan­
do comincia a muoversi sanamente in piena libertà
da affanni, può sentire abbondantemente la consola­
zione divina senza mai farsi prendere da quella op­
posta. Come il corpo, infatti, per gustare le dolcezze
della terra possiede l’infallibile esperienza del senso,
cosi anche la mente, quando esulta al di sopra dei
consigli della carne, può gustare senza errore la con­
solazione dello Spirito Santo (« Gustate — dice infat­
ti la Scrittura — e vedete che buono è il Signore » 29)
e conservare intatto per effetto dell'amore il ricordo
del gusto, per cui distinguiamo con sicurezza ciò che
più importa, secondo che dice san Paolo: « E per que­
sto prego: che il vostro amore più e più ancora abbon­
di in conoscenza e in pienezza di senso, perché pos­
siate distinguere ciò che più im porta » 30.

31. Il ricordo del nome di Gesù sconfigge l’ingannatore

Quando il nostro spirito comincia a sentire la


consolazione dello Spirito Santo, allora anche Satana
consola l'anima quasi con un senso di falsa dolcez­
za che intervalli il riposo notturno, quando cioè si
cede ad un sonno leggerissimo solo per un breve istan­
te. Se allora l'ingannatore si accorge che lo spirito
si attacca al santo nome del Signore Gesù con un
intenso fervido ricordo, e che si serve di questo san­
to e glorioso nome a m o’ di arm a contro le sue misti­
ficazioni, recede dall’insidia e da quel momento com-

» Sai. 33, 9.
30 Fil. 1, 9-10.
II. - Cento considerazioni, 31-32 45

batte l'anima in una guerra aperta. Di conseguenza,


riconoscendo esattamente le mistificazioni del mali­
gno, lo spirito progredisce sempre più nell’esperien­
za del giudizio.

32. L’anima sgomina l’avversario rifugiandosi nel ricor­


do di Dio

La buona consolazione nasce quando il corpo è


sveglio o sta per essere colto da un sonno apparen­
te, allorché in un fervido ricordo di Dio si aderisce
al suo amore. La consolazione ingannatrice, invece,
nasce sempre quando l’atleta, avendo un debole ri­
cordo di Dio, cade in quel sonno leggero di cui ho
p a rla to 31. La prim a infatti, giacché viene da Dio, evi­
dentemente vuole sollecitare all’amore le anime di
coloro che combattono le battaglie della santità in
una grande effusione dell'anima; l’altra, poiché è
solita soffiare sull’anima con un vento ingannatore,
cerca di strappare durante il sonno vero e proprio del
corpo l'esperienza del senso allo spirito che conser­
va vivo il ricordo di Dio.
Se dunque il nemico si accorge, come ho detto,
che lo spirito si ricorda costantemente del Signore
Gesù, allora lo spirito dissolve quell'atmosfera di ap­
parente dolcezza delTavversario, ed esultante muove
all’attacco contro di lui avendo come seconda arma,
dopo la grazia, il vanto che gli viene dall’esperienza.
46 Diadoco

33. Unione con Dio e amplesso col demonio

Talora accade che l'anima si accenda d’amor di


Dio per un moto che sicuramente la fa tendere ver­
so di lui e che perciò non è frutto di fantasia. Essa
allora quasi trascina con sé anche il corpo fino alle
profondità di quell'amore ineffabile, sia che colui
il quale è sotto l’influsso della grazia divina stia sve­
glio, sia che egli cada in quella parvenza di sonno
di cui abbiamo parlato; in tale condizione l'anima
non pensa a nient'altro che a quello verso cui si
muove: si sappia bene che allora si è sotto l’azione
dello Spirito Santo. Infatti tutta deliziata da quella
dolcezza indicibile a nient'altro può allora pensare,
perché gode di una gioia incrollabile.
Ma altre volte accade che lo spirito, pur sotto
l'influsso della grazia divina, concepisca un dubbio
qualsiasi o un pensiero impuro. Anche se esso allora
si è servito del santo nome per difendersi dal mali­
gno — non però unicamente per amore di Dio —,
si comprenda bene che allora sotto l'apparenza di
quella gioiosa consolazione vi è l'ingannatore; tale
gioia, del tutto confusa e scomposta, è propria del
nemico che vuole fare dell’anima un'adultera. Quan­
do infatti egli si accorge che lo spirito è decisamente
fiero dell’esperienza del suo senso, allora suggestio­
na l’anima — come già detto — con certe consolazio­
ni solo apparentemente buone, perché essa prostrata
da quella vana e morbida dolcezza si accoppi con l’in­
gannatore senza rendersene conto.
Questi sono i segni di riconoscimento dello Spi­
rito veritiero e dello spirito ingannatore.
E' certamente impossibile sia gustare col senso
spirituale la divina bontà, sia sperimentare sensibil­
II. - Cento considerazioni, 33-35 47

mente l'amarezza dei demoni, se non ci si convince


pienamente che la grazia ha stabilito la sua dimora
nei profondi recessi dello spirito, e che gli spiriti
maligni stazionano sempre vigili per attaccare da ogni
parte il cuore; la qual cosa giammai i demoni vogliono
sia creduta dagli uomini, temendo che lo spirito, avu­
tane esatta conoscenza, si armi contro di essi del ri­
cordo di Dio.

34. L’uomo è fragile nella volontà, ma lo Spirito Santo


lo irrobustisce

Una cosa è l'amore con cui l’anima ama natural­


mente Dio, un’altra è la carità che le vien donata dal­
lo Spirito Santo.
L'uno infatti, quando lo vogliamo, è suscitato dal­
la nostra volontà secondo che comporta la sua natu­
ra; in quanto esso dagli spiriti maligni ci viene strap­
pato persino con facilità allorché non stiamo tenace­
mente saldi nella nostra determinazione.
L’altra, invece, infiamma a tal punto l’anima al­
l’amore di Dio che tutte le sue parti aderiscono allo­
ra, ineffabilmente, alla dolcezza del divino desiderio
secondo un comportamento di semplicità vicina a
quella di Dio. La mente, quando viene per cosi dire
fecondata dall’azione dello Spirito, esulta come sor­
gente zampillante di amore e di gioia.

35. L’unzione dello Spirito Santo placa l’anima in lotta

Come il mare sconvolto dalla burrasca si placa


per legge di natura versandovisi olio sopra, perché il
suo grasso è un unguento che la vince sulla tempesta,
48 Diadoco

cosi anche la nostra anima soavemente si rasserena


se su di lei si riversa l'unguento benefico dello Spi­
rito Santo. Con gioia infatti essa si lascia vincere (se­
condo quanto dice il santo profeta: « Ma sottomet­
titi a Dio, anima mia » 32) da quella bontà impassibile
ed ineffabile che si stende come un'om bra su di essa33.
Per questo dunque, quante che siano allora le istiga­
zioni con cui i demoni muovono contro l’anima, essa
si conserva non solo immune da irritazioni ma anche
riboccante di ogni gioia.
In tale stato entra o rimane chi incessantemente
placa la sua anima col soave tim or di Dio. Agli atleti
infatti il timore del Signore Gesù conferisce una spe­
cie di purità, quella che proviene dal « timore del Si­
gnore sempre puro nei secoli dei secoli » M.

36. La fede ci dona il senso del gusto, non la visione


beatifica

Nessuno, sentendo parlare di senso dello spirito,


speri che la gloria di Dio gli si manifesti in modo
visibile. Noi diciamo infatti che all'anima purificata
viene elargito un ineffabile senso del gusto della divi­
na consolazione, non che le appare qualcosa d'invisi­
bile, poiché per ora, come dice san Paolo, « cammi­
niamo al lume della fede e non della visione » 35.
Se quindi qualcuno di noi quaggiù combattenti
vede o una luce o una figura incandescente, non le
accolga assolutamente quale visione. Si tratta infatti

32 Sai. 61, 6.
33 Cf. Le. 1, 35.
3* Sai. 18, 10.
35 2 Cor. 5, 7.
II. - Cento considerazioni, 36-37 49

di una chiara mistificazione del nemico: molti che


ne hanno fatto dolorosamente la prova hanno trali­
gnato per ignoranza dalla via della verità. Ma noi
sappiamo che fino a quando abbiamo dimora in que­
sto corpo corruttibile « viviamo esuli dalle dimore di
Dio » incapaci cioè di vedere con gli occhi lui o
qualcosa delle sue celestiali meraviglie.

37. Il combattimento spirituale del giusto non ha tregua

I sogni che si presentano all'anima nell’amore di


Dio sono rivelatori infallibili di un’anima sana. Per­
ciò non v’è trasmutazione da una figura all’altra, da
una che atterrisce il senso ad un’altra che ora è giu­
liva, ora è repentinamente cupa; ma le figure si ap­
pressano all'anima con ogni amabilità riempiendola
di ogni delizia spirituale. Conseguentemente anche
dopo il risveglio del corpo l’anima cerca con un gran
desiderio la gioia del sogno.
Quando appaiono invece i demoni le cose sono
del tutto diverse: essi infatti non solo non compa­
iono sempre con le medesime sembianze, ma mo­
strano ben presto una forma terribile dopo averne
assunta una serena. La tattica dei demoni infatti, che
è contraria al loro antico malvolere ed è usata sol­
tanto allo scopo di attuare le loro insidie, non può
resistere molto a lungo, quantunque essi facciano
correre grosse parole con minacce, assumendo spes­
so aspetto di soldati e talora assordando l’anima con
le loro grida. Di conseguenza quando è puro l’intel­
letto li riconosce e sembra quasi svegliare il corpo

36 2 Cor. 5, 6.
50 Diadoco

che nel sonno se li raffigura; e gli capita anche di


gioire per aver potuto riconoscere la loro insidia.
Perciò anche durante il sogno molto spesso suscita
in loro ima grande ira.
Tuttavia accade che anche i sogni buoni non in­
fondano all'anima gioia, ma le provochino dolce tri­
stezza e lacrime senza amarezza; questo avviene
quando si progredisce nella grande umiltà.

38. Non credere ai sogni, che non sempre vengono da


Dio

Abbiamo voluto parlare della distinzione fra sogni


buoni e cattivi, sulla base di quanto udito da coloro
che ne hanno fatto l’esperienza; ma secondo noi biso­
gna assolutamente astenersi per grande virtù dal cre­
dere a sogno alcuno. Perché i sogni il più delle volte
non sono altro che o vane immagini di vaghi pensie­
ri, o ancora — come dicevo37 — illusioni diaboliche.
Quand’anche dalla bontà divina ci fosse inviata
una visione e noi non l'accettassimo, l'amatissimo
nostro Signore Gesù non si adirerebbe per questo.
Egli sa che agiamo cosi per il timore delle insidie
diaboliche. La suddetta distinzione infatti è inec­
cepibile, ma succede che l'anima divenuta inavverti­
tamente preda dell'immondo (da tale rischio, a mio
giudizio, nessuno si trova immune) smarrisca la via
dell'esatto discernimento e creda, quasi fossero buo­
ni, a quei sogni che buoni non sono.

37 Cf. c. 37.
II. - Cento considerazioni, 39-40 51

39. Il servo fedele talora deve rischiare di non ricono­


scere e non onorare il suo signore

Poniamo il caso, per esempio, che un servo sia


stato chiamato di notte dal padrone giunto dopo un
lungo viaggio a casa, e che tale domestico si sia asso­
lutamente rifiutato di aprirgli le porte, per timore
di essere tratto in inganno dalla somiglianza della voce
e di dover consegnare i beni affidatigli dal padrone.
Fattosi giorno, il suo padrone non solo non si adira
con lui, ma anzi lo reputa degno di molte lodi per
aver diffidato persino della voce del padrone non
volendo fargli perdere alcuno dei suoi beni.

40. Le insidie del falso angelo di luce dinanzi allo


specchio deN’anima

Non va messo in dubbio che l’intelletto, una vol­


ta che comincia a divenire l'obietto persistente del­
l’illuminazione divina, si fa tutto splendido si da
vedere abbondantemente in sé la sua luce. Diciamo
infatti che questo avviene dal momento che la poten­
za dell’anima abbia preso il dominio sulle passioni.
Ma san Paolo chiaramente ci insegna che quanto le
appare in forma di luce o di fuoco è insidia del nemi­
co che « si trasform a in angelo di luce » 38; non biso­
gna quindi intraprendere la vita ascetica nella speran­
za che Satana non trovi più l’anima suscettibile di
devastazione e saccheggio. La nostra speranza invece
è quella soltanto di giungere con il senso del cuore
tutto ripieno delle certezze di Dio ad amare lui, cioè

μ 2 Cor. 11, 14.


52 Diadoco

ad «am are Dio con tutto il cuore con tutta l'anima


e con tutta la mente » 39. Chi giunge a tal punto mos­
so dalla grazia divina si distacca dal mondo, pur
continuando a vivere nel mondo.

» Le. 10, 27.


III. LE VIRTÙ’ DELL’UOMO
SECONDO IL PROGETTO EVANGELICO (41-66)

41. L'obbedienza primo gradino della perfezione cri­


stiana

Fra tutte le virtù propedeutiche (alla carità) l'ob­


bedienza costituisce il bene primario. Intanto, rimuo­
ve la presunzione e genera in noi l'umiltà; poi, anche
vien ad essere una porta che introduce all'amore di
Dio per coloro che si sottomettono con arrendevolez­
za. Per averla rifiutata, Adamo precipitò nel Tartaro;
per essersene innamorato, il Signore obbedì al Padre
suo fino alla croce e alla morte — senza essere per
questo in nulla inferiore alla maestà patem a — se­
condo il piano della divina economia perché, proscio­
gliendo l'um anità dall’imputazione di disobbedienza,
con la propria obbedienza riconducesse alla vita bea­
ta ed eterna gli uomini vissuti in obbedienza40. So­
prattu tto di questa dunque deve aver cura chi affron­
ta la lotta contro la presunzione del diavolo; essa in­
fatti ci indicherà senza inganno tutti i sentieri delle
virtù lungo la via del progresso.

« Cf. Fil. 2, 6-8.


54 Diadoco

42. La continenza come autodominio

Il dominio di sé è denominatore comune di tutte


le virtù; chi cerca dunque il dominio di sé deve « do­
minarsi in tutto » 41. Come infatti l’amputazione di
una parte qualunque del corpo umano, pur di esigue
dimensioni, deturpa tutto l’uomo, anche se quel che
viene a mancare alla sua figura è ben poca cosa, cosi
pure chi trascura una sola virtù rovina — come fa a
non saperlo? — tutta la bellezza dell'autodominio.
Bisogna dunque avere a cuore non solo le virtù
che riguardano il corpo, ma anche quelle che possono
purificare l’uomo interiore. Che vantaggio otterrà per
esempio chi ha conservato vergine il corpo, se si è
lasciato sedurre l'anima dal demonio della disobbe­
dienza? Ovvero, come potrà essere incoronato42 chi
si è astenuto dall’ingordigia e da ogni appetito del
corpo ma non ha avuto cura di reprimere la presun­
zione e la bram a di gloria, né ha tollerato una breve
afflizione, dal momento che la divina bilancia darà in
ricompensa secondo i m eriti la luce della giustizia a
coloro che avranno praticato le opere della giustizia
in ispirito di umiltà?

43. L’atleta si astenga dagli appetiti malvagi, non dagli


alimenti creati da Dio

Gli atleti devono disprezzare tutti gli appetiti irra­


zionali fino ad acquistare un odio abituale contro di
essi. Quanto ai cibi, deve essere osservata la tempe­
ranza senza però arrivare mai al punto di averne al-

« 1 Cor. 9, 25.
« Cf. 1 C or. 9, 25.
III. - Cento considerazioni, 43-45 55

cuno in dispregio, atteggiamento che sarebbe dav­


vero esecrabile e assolutamente diabolico. Non dob­
biamo astenercene infatti come da cose cattive, non
sia mai; ma affinché, distaccandoci dai cibi abbon­
danti e squisiti, freniamo convenientemente le parti
infiammabili della carne, e possiamo distribuire ai
poveri il superfluo provvedendo loro del sufficiente43.
Questo è un segno di carità genuina.

44. La temperanza nel vitto ci fa gustare le cose celesti

Quando prendiamo i cibi che ci vengono serviti


o quel che ci viene offerto da bere rendendone grazie
a Dio, certamente non facciamo cosa in alcun modo
contrastante con la regola della scienza, secondo cui
infatti « tutte le cose sono molto buone » M. Ma pren­
dere gusto ad astenersi dagli alimenti saporiti ed ab­
bondanti sta assolutamente alla base del discernimen­
to e ci fa progredire nella perfezione. Non potremo
poi prendere gusto a disprezzare le dolcezze della vita
presente, se non gusteremo la dolcezza di Dio con il
senso tutto ripieno delle sue certezze.

45. La moderazione condizione per una sana e corretta


alimentazione

Come il corpo, quando è appesantito da abbon­


danza di cibi, rende lo spirito debole e torpido, cosi,
quando è estenuato da esagerata astinenza, finisce col

« Cf. 2 Cor. 8, 14; 1 Tim. 6, 8; ecc.


« Gen. 1, 31.
56 Diadoco

produrre una certa qual tristezza e riluttanza verso


la Parola nella parte contemplativa dell’anima.
Bisogna dunque, oltre ai moti del corpo, saper
regolare anche i cibi, perché quando esso gode buo­
na salute venga debitamente mortificato, e quando
accusa debolezza venga moderatamente satollato. L'a­
tleta infatti non deve avere un corpo debole, ma quan­
to meno la possibilità di sostenere la lotta, perché
anche dalle fatiche del corpo l'anima sia debitamente
purificata.

46. Tregua nell'astinenza per progredire in umiltà e


carità

Quando la vanagloria ci fa tanto gonfiare, a no­


stro danno, trovando nella venuta di alcuni fratelli o
di altri ospiti il motivo di malvagiamente esibirsi, è
buona norm a permetterci una tregua nella dieta ordi­
naria. Lasceremo cosi infatti il demonio scornato nel­
la sua impresa, distrutto e più amaramente contrista­
to. Adempiremo anche con pieno discernimento il
comandamento dell'amore; custodiremo pure nel se­
greto con condiscendenza e senza ostentazione il mi­
stero della nostra astinenza.

47. Il digiuno strumento di perfezione

Il digiuno per sé può essere oggetto di vanto, ma


non nei confronti di Dio; perché esso è una specie di
strumento che armonizza chi lo vuole nella tempe­
ranza.
Bisogna dunque che coloro i quali si danno alla
pratica atletica della pietà non se ne insuperbiscano,
III. - Cento considerazioni, 47-49 57

ma pensino soltanto a realizzare in sé con la fede in


Dio il fine comune a tutti noi. Neppure i periti di
qualsivoglia arte, infatti, si vantano mai di essere riu­
sciti ad attuare i loro progetti dandone il merito agli
strumenti, ma ciascuno di essi attende che il pro­
getto si sia realizzato per m ostrare con tale realiz­
zazione la propria abilità tecnica.

48. Intemperanza nel bere e cattivi pensieri

Come la terra irrigata in giusta m isura fa cre­


scere il seme che vi si getta senza erbacce si che pos­
sa rendere il massimo, ma inzuppata da piogge ecces­
sive fin quasi all’ebrezza produce soltanto spine e
triboli, cosi se usiamo moderatamente del vino an­
che la terra del cuore fa germinare i suoi semi secon­
do natura senza impuri germogli si che fa sviluppare
ben rigogliosi e prom ettenti di frutti i semi sparsi su
di essa dallo Spirito Santo; ma rammollita dal bere
smodato produce pensieri d'ogni sorta davvero para­
gonabili a spine e triboli.

49. La sobrietà nel bere vince gli stimoli della lussuria

Quando la nostra mente nuota quasi tra le onde


del bere smodato non solo tiene fisso lo sguardo vo­
luttuoso sui fantasmi foggiati dai demoni durante il
sonno, ma anche si infiamma di passione per belle
immagini foggiate dalla sua fantasia di cui si inna­
mora come se le avesse davanti agli occhi. Allorché
infatti gli organi genitali sono in calore per i bollori
del vino, è assolutamente inevitabile che lo spirito si
rappresenti un'om bra voluttuosa della passione.
58 Diadoco

Dobbiamo dunque evitare i danni dell'intempe­


ranza attenendoci alla norma della moderazione; la
mente infatti rim arrà del tutto libera dai rischi della
fantasia e, quel che più importa, dalla mollezza solo
se si sarà abituata a non acconsentire al piacere che
consegue alle immagini peccaminose.

50. Bevande eccitanti, dannose al corpo e all’anima

Tutte le bevande confezionate dette dagli esperti


di tali ritrovati aperitivi (naturalm ente perché apro­
no la via allo stomaco si che possa ricevere cibi in
abbondanza) non debbono essere ricercate da coloro
che vogliono dominare le parti eccitabili del corpo;
perché non solo sono dannose per loro propria natu­
ra al corpo dell'atleta, ma anche stimolano troppo
per la loro sofisticata composizione l'anima coscien­
te di essere dimora di Dio. Forse che alla natura del
vino infatti manca qualcosa perché la sua genuina
robustezza debba essere degradata conciandolo con
diversi ingredienti?45.

51. L’aceto e l’issopo della mortificazione

Nostro Signore Gesù Cristo che è maestro per


gli uomini di santità di vita si è fatto dissetare con
aceto, durante la sua passione46, dagli esecutori degli
ordini diabolici, per lasciarci — credo — un chiaro
esempio di come disporci ai santi combattimenti. Per-

« Cf. 1 Tirn. 5, 23; Ef. 5, 18.


« Gv. 19, 28-29.
III. - Cento considerazioni, 51-52 59

ché coloro che combattono contro il peccato non devo­


no — egli dice — fare uso di bevande o cibi che acca­
rezzino il palato, ma piuttosto sopportare con fer­
mezza l'am aro della battaglia. E alla spugna dell'infa­
mia si aggiunga anche l’issopo ”, perché il nostro com­
portamento nel purificarci si conformi perfettamente
al modello; in quanto se i combattimenti non posso­
no non accompagnarsi all'asperità, la purificazione
non può non accompagnarsi alla perfezione.

52. I bagni e le nudità

Nessuno potrebbe dire peccaminoso o contrario


a natura frequentare i bagni; e tuttavia io dico che
l'astenersene è anche segno di animo forte e di som­
m a temperanza. Il bagno infatti da una parte non
rende il nostro corpo effeminato o dedito alla voluttà,
dall'altra non ci conduce al richiamo dell'ingloriosa
nudità di Adamo, si da indurre noi come lui a rico­
prirci con quelle foglie a motivo della vergogna —
motivo pretestuoso e secondario48 —, proprio noi
che ormai siamo assolutamente scampati alla perdi­
zione e alla m orte e dobbiamo quindi far brillare in
unità indivisa lo splendore della temperanza nella
santità del nostro corpo.

« Cf. Sai. 50, 9.


48 II primo e più vero motivo del nascondersi di Adamo ed
Èva fu il peccato. Cf. Gen. 2, 25; 3, 11.
60 Diadoco

53. L’arte del Medico Divino

Niente impedisce che in tempo di m alattia si


chiamino dei medici. Infatti i farmaci son sempre
esistiti da quando gli uomini cominciarono ad espe-
rim entarne la virtù curativa di ciò facendo un'arte;
tuttavia si dovrebbe riporre la speranza della guari­
gione non in quelli, ma nel nostro vero Salvatore e
Medico, Gesù Cristo.
Queste cose le dico per coloro che vivono nei
cenobi o nelle città il santo proposito della continen­
za, in quanto essi di fatto non riescono a mantenere
sempre viva la fede nella c a rità 49 quando sono distol­
ti dalla continenza a causa di certe circostanze, e par­
ticolarmente perché io desidero che essi non cadano
nella vanagloria e nella tentazione del diavolo50 che
inducono alcuni di loro a vantarsi pubblicamente di
non aver bisogno di medici.
Ma se si osserva santamente la vita anacoretica
in luoghi deserti — tra due o tre fratelli della stessa
vocazione ascetica — si ricorra nella fede all'unico
Signore che cura ogni nostra m alattia ed ogni nostra
inferm ità51, quali che siano le sofferenze in cui si
incorra. Nella solitudine col Signore infatti si ha con­
forto bastevole per ogni malattia. Di conseguenza ad
un uomo che vive in tal modo non manca mai l'oc­
casione di ravvivare la fede, dal momento che soprat­
tutto non trova la possibilità di ostentare la virtù del­
la pazienza, avvezzo ormai alla solitudine come ad una
bella tenda; non per nulla sta scritto che « il Si­
gnore accoglie nella sua casa i solitari » 52.
« Gal. 5, 6.
» 1 Tim. 3, 6.
si Mt. 4, 23.
» Sai. 67, 7.
III. - Cento considerazioni, 54-55 61

54. Sapere accettare le malattie e la morte

Bisogna sapere che quando ci irritiam o per i


malesseri fisici che ci colgono è la nostra anima che
reagisce, perché ancora assoggettata agli appetiti del
corpo. Se essa rimpiange il benessere materiale, non
vuole neppure recedere dai beni della vita. Ecco quin­
di il motivo per cui considera le malattie come grave
impedimento a godere delle attrattive della vita. Solo
se accetta rendendone grazie le afflizioni delle malat­
tie rivela di non essere lontana dai confini dell'im-
passibilitàS3; e quindi anche attende con gioia la mor­
te, in quanto inizio di una vita più vera.

55. Fortezza nel seguire la stretta via che introduce


al cielo

L'anima non desidererà separarsi dal corpo se


non avrà raggiunto totale indifferenza anche per l'aria
che respiriamo. Tutti i sensi del corpo, infatti, si
oppongono alla fede; perché quelli riguardano la vita
presente, mentre questa prom ette soltanto le dovizie
dei beni futuri. Val la pena, dunque, che l’atleta non
volga mai l’animo ad alberi dai bei polloni o dalle
fitte ombre, a fonti dalle belle acque o a prati dai
vari colori, a case sfarzose o a soggiorni gentilizi,
e neppure che nutra eventuali pensieri di pubblici ono­
ri, ma che faccia uso del necessario rendendone grazie
e consideri la vita come un cammino per terra stra­
niera, priva di ogni affetto carnale.
Cosi solo infatti, per lo stretto sentiero della no-

» Cf. Me. 12, 34.


62 Diadoco

stra riflessione di fed e54, ci volgeremo totalmente a


rintracciare la via eterna.

56. Èva esempio d’intemperanza, Giobbe modello di


continenza

Che la vista il gusto e tutti gli altri sensi fac­


ciano svanire la memoria del cuore, quando ne usia­
mo oltre misura, ce lo insegna per prim a Èva. Fin­
ché infatti ella non osservò con voluttà l'albero proi­
bito, tenne sempre vivo nella memoria il precetto di­
vino. Per questo era come protetta ancora dalle ali
del divino amore, ignara quindi della sua nudità. Ma
dopo che ella con compiacimento ebbe fissato lo sguar­
do sulla pianta, e dietro la veemente spinta del suo
desiderio ne prese, e infine dietro il travolgente im­
pulso della sua voluttà ne gustò il frutto, subito si
compiacque pure dell’unione carnale, perché ormai
nuda restò avvinghiata alle spire della passione. Allo­
ra si diede tutta in braccio al suo appetito, in balia
dei godimenti passeggeri, coinvolgendo nel suo pec­
cato anche Adamo con quel frutto dolce a vedersi55.
Da quel momento lo spirito umano a malapena può
ricordarsi di Dio e dei suoi comandamenti.
Guardando dunque sempre nel fondo del nostro
cuore con un ricordo incessante di Dio, dobbiamo vi­
vere come ciechi in questo mondo ingannatore. Poi­
ché infatti è proprio di una filosofia veramente spiri­
tuale vigilare si che siano sempre mozze le ali del
desiderio delle cose visibili, come ci insegna anche

« Cf. Mt. 7, 14.


55 II tratto è ispirato a Gen. 3, 6-7.
III. - Cento considerazioni, 56-58 63

Giobbe che ben ne fece l’esperienza: « Se il mio cuo­


re — dice — segui i miei occhi... » 56. Cosi permane
la nota ideale del perfetto continente.

57. La custodia del cuore

Chi abita sempre nel suo cuore emigra assoluta-


mente dai fascini del m ondoπ. « Camminando » in­
fatti « secondo lo Spirito » 58 non potrà più osservare
la legge degli appetiti della carne, poiché ormai egli
si muove nel fortilizio delle virtù; virtù da lui rite­
nute particolarmente come guardiane della piazza­
forte della castità. Per esse pure le macchinazioni dei
demoni contro di lui infine risulteranno inefficaci,
benché le frecce dell’amore volgare giungano per cosi
dire fino alle feritoie della natura.

58. L’accidia come alienazione dai carismi divini e dai


beni terreni

Quando l’anima nostra si sente libera dal fascino


delle cose terrene, è invasa allora da uno spirito d’ac­
cidia che si insinua, da una parte, non consentendole
di dedicarsi con piacere al ministero della parola e
non lasciandole l’acuto desiderio dei beni futuri; dal­
l’altra, facendole svalutare eccessivamente questa vita
fugace come se essa non comportasse degne opere
di virtù e facendole spregiare la scienza stessa o per­
ché già concessa a molti altri o perché non promette
di insegnarci ciò che è perfetto.

» Giob. 31, 7.
57 Cf. 2 Cor. 5, 8.
» Gal. 5, 25.
64 Diadoco

A tale passione fonte di tiepidezza e di torpore


sfuggiremo, se imporremo al nostro pensiero dei
limiti ben stretti si che esso possa guardare a Dio,
di lui soltanto coltivando il ricordo. Solo cosi lo spi­
rito ritornerà al suo antico fervore, recedendo dall’im-
barazzo irrazionale.

59. L’abito della carità

La mente che si precluda ogni via di dissipazio­


ne nel ricordo di Dio, allora esige assolutamente una
nostra attività, tale da assecondare pienamente il suo
bisogno di operare. Perché essa possa completamen­
te m ettere in atto il proposito della sua vocazione,
bisogna che ripeta: « Signore Gesù ». Sta scritto infat­
ti che « nessuno dice: " Gesù è Signore ”, se non per
ispirazione dello Spirito Santo » 59. Questa breve invo­
cazione, però, sia oggetto della contemplazione dello
spirito negli intimi suoi tesori in ogni tempo, senza
che si lasci andare a fantasie di sorta.
Solo quanti infatti meditano incessantemente nel
profondo del loro cuore questo santo e glorioso nome
potranno anche vedere finalmente la luce del loro
spirito; perché il nome di Gesù assimilato con ogni
cura dal nostro pensiero infiamma adeguatamente il
senso spirituale si da bruciare ogni sozzura che de­
turpi lo specchio dell'anima. Infatti, « il nostro Dio
è un fuoco divoratore » w.
Ne consegue, ormai, che il Signore sollecita l'ani­
ma ad un grande amore per la sua gloria. Perché il
suo nome glorioso e oltremodo desiderabile, median-

» 1 Cor. 12, 3.
60 Deut. 4, 24.
III. - Cento considerazioni, 59-60 65

te il ricordo dello spirito nel fervore del cuore, a


lungo andare ci fa radicare nell’abito della carità si
da amare la bontà di Gesù senza più impedimento di
sorta. Questa infatti è la perla di gran pregio che si
può acquistare vendendo tutti i propri beni, e alla
cui scoperta si prova una gioia ineffabile61.

60. Dio ci purifica con le tribolazioni

Altra è la gioia iniziale, altra è quella perfetta.


La prim a infatti non è priva di immagini sensibili, la
seconda invece prende vigore dall'umiltà; m a fra le
due stanno l'afflizione che piace a D io62 e il pianto
non provocato da dolore. Infatti « all'abbondanza del­
la saggezza segue l'abbondanza della perfezione », e
« per chi progredisce in perfezione crescono pure le
afflizioni » tì.
Per questo motivo, dunque, l'anima non può non
essere chiamata al combattimento se non ve la intro­
duce prim a la gioia, ma non può in seguito non esse­
re sottoposta dallo Spirito Santo di verità alle prove
e alla verifica circa i peccati commessi e le vanità di
cui ancora vive. Sta scritto infatti: « Tu sei solito
educare l'uomo ammonendolo per le sue iniquità con
delle prove fino a liquefare e struggere la sua anima
come una ragnatela » M; finché l'anima non sia richia­
mata da Dio mediante il crogiuolo delle sue prove, si
da ricevere vigore per vivere la gioia libera da im­
magini sensibili nel fervido ricordo di Dio.

« Cf. Mt. 13, 46.


“ Cf. 2 Cor. 7, 10.
* Eccle. 1, 18.
« Sai. 38, 12.
66 Diadoco

61. Tipi di preghiera nell’aridità spirituale

Quando l'anima è turbata dall’ira, o intorbidita


dall'ubriachezza, ovvero oppressa da grave scoramen­
to, la mente non può restar salda nel ricordo del Signo­
re Gesù, per quanto le si faccia violenza. Infatti, tut­
ta ottenebrata dall'impeto delle passioni, essa si fa
completamente estranea al proprio senso; e il suo
desiderio quindi di mantenere sempre costante il rit­
mo della meditazione — dato che la memoria intel­
lettiva si fa arida per l'imperversare delle passio­
ni — non trova dove lasciare la propria impronta.
Quando essa invece è libera da tali passioni, ben­
ché l'oggetto del desiderio le sia stato sottratto mo­
mentaneamente dall'oblio, subito la mente tornando
alla propria attività con fervore riprende a seguire tale
oggetto bram ato e salutare. Allora infatti l'anima ha
la grazia divina stessa che l'aiuta a rimanere assorta
nel meditare e neH’invocare: « Signore Gesù », come
farebbe una madre che insegni al suo bimbo e con lui
sia assorta nel ripetere la parola « papà », fino a con­
durlo da qualunque altro modo infantile di comuni­
care all'abitudine di chiamare il suo papà a chiare sil­
labe, anche nel sonno.
Perciò afferma l'Apostolo: « E similmente anche
lo Spirito viene in soccorso alla nostra debolezza,
poiché noi non sappiamo né che cosa si ha da chiede­
re nella preghiera, né come convenga chiederlo; ma
lo Spirito in persona intercede per noi con gemiti
inesprimibili » 6S. Poiché infatti noi siamo bambini
rispetto alla perfetta virtù della preghiera, abbiamo
assolutamente bisogno dell'aiuto dello Spirito affinché,

« Rom. 8, 26.
III. - Cento considerazioni, 61-62 67

essendo ormai tutti i nostri pensieri dominati e addol­


citi dall’ineffabile sua soavità, veniamo allontanati
da ogni altro comportamento e mossi al ricordo e
all’amore del nostro Dio e Padre. Per questo gridiamo
in lui come dice ancora san Paolo quando con giusta
cadenza ci insegna ad invocare incessantemente Dio
Padre: « Abba, padre » 66.

62 . Il fuoco della collera buona

La collera, più delle altre passioni, suole turbare


e sconvolgere l'anima; eppure vi sono anche circo­
stanze in cui la collera può esserle di somma utilità.
Allorché infatti nei confronti degli empi e di quelli
che si comportano con sfrenata violenza ce ne servia­
mo senza scomporci per salvarli o svergognarli, non
facciamo che procurarle un aumento di mitezza, per­
ché cosi non solo indubbiamente concorriamo all’attua­
zione del divino disegno di giustizia e di bontà, ma adi­
randoci contro il peccato profondamente spesso pure
virilizziamo quanto di effeminato vi sia in essa. Né va
messo in dubbio il fatto che, quando abbattuti da
grande scoramento fremiamo in ispirito contro il de­
monio della corruzione, noi ne disprezziamo le van­
terie di morte. Per insegnarci questo il Signore, che
per due volte in ispirito fremette e si turbò davanti
all’Ade, pur facendo senza turbam ento con la sola
volontà tutto quanto voleva, restituì l'anima di Laz­
zaro al suo corpo67, cosi che mi sembra che il nostro
Dio e Creatore volle fornire alla nostra natura la col­

66 Rom. 8, 15.
67 Gv. 11, 33 ss.
68 Diadoco

lera temperata più che altro come arma. Se Èva l’avesse


usata contro il serpente68, non sarebbe stata sopraf­
fatta da quella voluttà che la rese soggetta a passione.
Perciò mi pare che chi fa uso con temperanza
della collera per zelo religioso, sulla bilancia delle re­
tribuzioni sarà trovato certamente di tem pra più pre­
gevole di chi non va assolutamente in collera per tor­
pore di spirito; evidentemente infatti in costui l’au­
riga della mente umana è privo di allenamento, men­
tre il primo sempre fra le lotte, portato dai cavalli
della virtù in mezzo allo schieramento dei demoni,
esercita col tim or di Dio la quadriga della continen­
za. Questo è il carro d'Israele di cui leggiamo nella
Scrittura a proposito dell'assunzione di quel singolare
uomo che fu Elia, poiché evidentemente delle quat­
tro virtù Iddio parlò espressamente per prim a ai Giu­
dei. Proprio per questo motivo fu sollevato su un
carro di fuoco un cosi grande allievo della sapienza,
che mi sembra abbia utilizzato, nella sua temperan­
za, le proprie virtù come cavalli quando fu rapito
dallo Spirito in un turbine di fuoco69.

63. Pregare per chi ci fa del male

Chi, partecipe della santa scienza, ha gustato la


dolcezza di Dio, non deve difendersi in giudizio, né
citare qualcuno in giudizio, anche se gli si fossero tol­
ti gli abiti di dosso. Infatti la giustizia delle autorità
di questo mondo è totalmente inferiore alla giusti­
zia di Dio, anzi non vale nulla al confronto con la
giustizia divina.

68 Gen. 3, 2 ss.
» 2 Re, 2, 11.
III. - Cento considerazioni, 63-64 69

Invero, che differenza ci sarebbe tra quelli che


sono nutriti da Dio e gli uomini di questo mondo se
il diritto di questi non fosse evidentemente imperfet­
to rispetto alla giustizia di quelli (tanto che si parla
da un lato di diritto umano, dall'altro di giustizia
divina)? Cosi dunque si spiega che il nostro Signore
Gesù « oltraggiato non restituiva l'oltraggio, m altrat­
tato non minacciava » 70, e che sopportò in silenzio
che lo si spogliasse della veste e che per di più — di­
co — pregava il Padre per la salvezza dei m alfatto ri71.
Gli uomini di questo mondo invece non la fini­
scono di contendere in giudizio se non recuperano una
buona volta, con usura per giunta, i beni per i quali
fanno causa, specialmente quando a titolo di risar­
cimento ci guadagnino gli interessi, sicché il loro di­
ritto diventa spesso principio di grande ingiustizia.

64. Recuperare non per sé la refurtiva, ma a Dio


il ladro

Ho sentito dire da certe pie persone che non bi­


sogna perm ettere ai prim i venuti di portarci via quel­
lo che abbiamo per il nostro sostentamento o per il
sollievo dei poveri — soprattutto se un gesto simile
lo subiamo da parte di cristiani — per non diventare
col nostro comportamento rassegnato fautori di pec­
cato per coloro i quali ci fanno torto. Ma ciò non
significa altro che voler cercare con assurda motiva­
zione al di sopra di se stesso le proprie cose72. Se in­
fatti, tralasciando di pregare e di occuparmi del mio

™ 1 Pt. 2, 23.
71 Cf. Le. 23, 34 ss.; ecc.
72 Cf. Atti, 20, 24.
70 Diadoco

cuore, comincerò poco alla volta a sporgere querele


contro quelli che vogliono molestarmi e a frequentare
gli atri dei tribunali, è chiaro che considero i beni
rivendicati con azione legale di pregio superiore alla
mia salvezza, per non dire anche allo stesso divino
precetto di salvezza.
In che modo infatti potrei seguire integralmente
il precetto evangelico che mi ordina: « A chi prende il
tuo non domandar restituzione » 71, se non sopportas­
si con gioia, secondo la parola dell'Apostolo, che mi
spoglino dei beni che possiedo74, dal momento che chi
abbia chiamato in giudizio colui che gli ha fatto so­
verchierie e ne abbia ricavato quanto ha voluto, cosi
non lo libera dal peccato? Poiché i tribunali corrut­
tibili non possono limitare il giudizio incorruttibile
di Dio; l'accusato infatti soddisfa a leggi corruttibili
che sono esattamente quelle stesse di fronte alle quali
gli tocca difendere la sua causa.
Sicché è bene sopportare la violenza di coloro che
vogliono farci torto e di pregare per essi perché col
pentimento, non già con la restituzione di ciò che ci
hanno preso, siano assolti dalla colpa di appropria­
zione indebita. Questo infatti vuole la giustizia del Si­
gnore, che noi recuperiamo non quel che ci è stato
tolto per soverchieria, ma il ladro completamente li­
berato dal peccato mediante il pentimento.

65. L’umiltà come distacco dai beni terreni

E ’ assai conveniente e sotto ogni aspetto giove­


vole che appena abbiamo scorto la via della pietà
« Le. 6, 30.
74 2 Cor. 11, 20.
III. - Cento considerazioni, 65-66 71

vendiamo subito tutti i nostri beni, ne distribuiamo


gli utili ricavati secondo il precetto del Signore75, e
non disobbediamo al precetto della salvezza con la scu­
sa di voler osservare punto per punto i comandamen­
ti. Da questo comportamento infatti ci verrà prim a di
tutto la bella libertà da affanni, e conseguentemente
poi la povertà che non tende insidie, quella povertà
cioè che si solleva al di sopra di ogni ingiustizia e
di ogni contesa, per il fatto che non abbiamo più il
ceppo che attizza il fuoco dell’avidità. Ma ci riscalde­
rà allora, più delle altre virtù, l'umiltà, che ci farà
riposare — quasi fossimo realmente nudi — sul suo
proprio seno, come una m adre riscalda il suo piccino
stringendoselo fra le proprie braccia, quando nella sua
semplicità infantile egli ha gettato chissà dove gli
indumenti che si è tolti di dosso, più felice nella sua
grande innocenza di stare in assoluta nudità che in
un bel vestito fantasia. Sta scritto infatti: « Il Signore
custodisce i semplici; mi sono umiliato ed egli mi
ha salvato » 16.

66. Gioia del dare e coscienza del proprio nulla

E ’ « in proporzione a ciò che abbiamo », certamen­


te, che il Signore ci chiederà ragione deH'elemosina,
« non in proporzione a ciò che non abbiamo » 77. Se
dunque ciò che avevo da dare in tanti anni lo distri­
buisco in poco tempo, come si deve, per timor di
Dio, di che cosa io che non ho niente sarò ancora
accusato? Ma si dirà: « E da chi saranno soccorsi

« Mt. 19, 21; Me. 10, 21; Le. 18, 22.


t* Sai. 114, 6.
77 2 Cor. 8, 12.
72 Diadoco

in appresso i poveri abituatisi poco alla volta ad es­


sere sostentati dalle nostre modeste sostanze? ».
Im pari costui a non insultare cosi Dio per dissimu­
lare la propria avarizia. Dio infatti non mancherà di
provvedere come sempre alla sua creatu ra78; perché
prim a che questa o quella persona fossero state sti­
molate a far l'elemosina, i poveri non mancavano
né di nutrim ento né di che coprirsi. E' bene dunque,
in ossequio alla scienza, rigettare in retto spirito di
servizio l'assurda presunzione che deriva dalla ric­
chezza detestando i propri appetiti — questo signi­
fica detestare la propria anim a79 — si da non aver
più la soddisfazione di distribuire i nostri averi e di
annientare cosi assolutamente la nostra anima perché
convinti di non fare alcun bene. Finché infatti, direi,
abbondiamo di averi, proviamo una grande gioia nel
distribuirli — se veramente il bene esercita su di noi
qualche attrattiva — felici al pensiero di obbedire al
precetto divino. Ma dopo che abbiamo esaurito ogni
nostro avere subentra in noi una vaga tristezza e
depressione all'idea di non far nulla di conforme a
giustizia. Allora l'anima in grande umiliazione si ri­
piega su se stessa per cercare di ottenere dalla perse­
veranza nella preghiera, dalla pazienza e dall'umiltà
quanto non può acquistare giorno per giorno con l'e­
lemosina. Sta scritto infatti: « L'indigente e il povero
loderanno il tuo nome. Signore » M. Dio infatti non
appresta ad alcuno il carisma della teologia se egli
non se lo appresta da sé fino a spogliarsi di ogni suo
avere per la gloria del Vangelo di Dio, allo scopo di

™ Cf. Mt. 6, 25-34; Le. 12, 22-34.


™ Le. 14, 26.
«o Sai. 73, 21.
III. - Cento considerazioni, 66 73

annunziare in povertà cara a Dio la ricchezza del regno


divino. Questo infatti significa chiaramente l'espres­
sione del Salmista che dice: « Appresti i tuoi beni al­
l’indigente », e aggiunge: « Il Signore darà la parola
a quelli che con gran forza annunziano il Vangelo » 81.

« Sai. 67, 11-12.


IV. INTERPRETAZIONE DEI RAPPORTI
FRA NATURA E GRAZIA (67-94)

67. Primo germoglio della grazia è la teologia, la fa­


miliarità con la parola di Dio

Tutti i doni del nostro Dio sono molto buoni e


procurano ogni bene, ma nessuno infiamma e muove
tanto il nostro cuore all'amore della sua bontà quanto
la familiarità con la parola di Dio.
Essendo infatti il primo germoglio della grazia
divina, a sua volta concede all'anima dei doni, primi
in assoluto. Al principio infatti essa ci dispone a di­
sprezzare con gioia ogni affezione alla vita, al pensie­
ro che abbiamo come ineffabile ricchezza sostitutiva
dei piaceri caduchi le parole di Dio. Poi illumina il
nostro spirito con il fuoco trasform atore facendolo
pure, con ciò, socio degli spiriti che servono il Signore.
Dunque, miei cari, quanti siamo stati (da Dio)
cosi p rep arati82, veramente desideriamo questa splen­
dida virtù della contemplazione che ci rende liberi da
ogni affanno, e nel fulgore di una luce ineffabile nutre
lo spirito delle parole di Dio, una volta che essa, per

K Cf. Ap. 21, 2.


76 Diadoco

dirla in breve, ha collegato la parola di Dio con la


parola dell'anima per mezzo dei santi profeti. La me­
diazione divina vuol armonizzare anche fra gli uomini
— o meraviglia! — le voci osannanti alla potenza di
Dio.

68. Dio si svela attraverso la parola biblica

Il nostro intelletto molte volte trova difficoltà


nell’orazione per il fatto che l'empito della preghiera
vien troppo represso e coartato. Si dà invece con
gioia alla fam iliarità con la parola di Dio poiché la
contemplazione delle parole divine dilata e libera lo
spirito.
Per non dare allora via libera alla sua voglia di
parlare molto, o anche per non lasciarlo esaltare nel­
la gioia oltre misura, attendiamo per lo più all'orazio­
ne, alla salmodia, alla lettura delle Sacre Scritture,
senza trascurare ovviamente le speculazioni dei dotti,
la cui fede si riconosce attraverso le loro parole. Fa­
cendo questo, infatti, non disporremo lo spirito a
mescolare i suoi discorsi con le parole della grazia,
né gli permetteremo che, distratto dall'eccesso di gioia
e dalla loquacità, si faccia trascinare dalla vanagloria;
anzi lo custodiremo allontanando nel tempo della
contemplazione ogni fantasia e faremo di tutto perché
quasi ogni pensiero che sgorghi dalla meditazione
sia per esso fonte di lacrime.
Quando infatti nei momenti di quiete si dà tregua e
soprattutto per effetto della preghiera è pervaso da
dolcezza, non soltanto viene a superare le anzidette
difficoltà, ma sempre più si rinnova per slanciarsi
prontam ente e senza fatica alla divina contemplazio­
IV. - Cento considerazioni, 68-69 77

ne, e per conseguenza pure progredisce in grande


um iltà nel discernimento alla luce di Dio.
Se non che bisogna sapere che c'è una preghiera
al di sopra di ogni dilatazione; ma essa appartiene
a quei soli che sono da Dio ricolmi della Sua grazia
nel loro senso di pienezza.

69. I misteri dell’anima

La grazia dapprincipio suole illuminare della sua


luce l'anima nel suo senso profondo; ma nel corso
delle lotte, in un modo che ci è sconosciuto, essa opera
spesso i suoi misteri nell’anima familiare con la paro­
la di Dio, per immetterci allora gioiosi, chiamati dal­
l’ignoranza alla conoscenza, sulla traccia della con­
templazione delle parole divine mantenendo però tra
le lotte la nostra scienza immune da vanagloria.
Dobbiamo dunque moderatamente affliggerci di
sentirci talora abbandonati per meglio umiliarci e
subordinarci alla gloria del Signore, e d ’altra parte
dobbiamo opportunamente gioire quando siamo for­
niti delle ali della buona speranza. Come infatti l’ecces­
siva afflizione dispone l’anima a mancare di speranza e
di fede, cosi pure l'eccessiva gioia la sollecita a pecca­
re di presunzione. Parlo di coloro che sono ancora allo
stato d'infanzia, quando infatti si passa dall'illumina­
zione all’abbandono attraverso l’esperienza delle prove,
e dall’afflizione alla gioia attraverso la speranza. Sta
scritto infatti: « Con ansia ho atteso il Signore ed
egli si è chinato su di me » 83; ed ancora: « Quando

83 Sai. 39, 2.
7S Diadoco

sono molte le angosce nel mio cuore, le tue consola­


zioni rallegrano la mia anima » M.

70. Dissipazioni e meditazione

Come le porte dei bagni, se aperte continuamente,


fanno presto disperdere all’esterno il calore che c'è
all’interno, cosi anche le parole, quando l'anima cede
alla voglia di parlare molto anche se di cose del tutto
buone, dissipano il suo ricordo per il varco della
voce. Privatasi infine cosi delle idee che dovrebbe op­
portunamente utilizzare, essa non fa che sciorinare
con chiunque le capiti una vera e propria accozzaglia,
direi, di vani pensieri, dal momento che non ha più
lo Spirito Santo che preservi appunto la mente dalle
fantasie.
Il bene infatti rifugge sempre dalle molte parole,
refrattario com e ad ogni farragine o fantasticheria.
Buona quindi è la quiete del silenzio a tempo oppor­
tuno, vera e propria madre dei pensieri più saggi.

71. Solo il giusto illuminato da Dio ne percepisce gli


ineffabili segreti

La parola stessa della scienza85 ci insegna che


quando l'anima comincia ad essere familiare con la
parola di Dio viene im portunata da molte passioni,
soprattutto dalla collera e dall'odio. Prova questa
sensazione non tanto perché i demoni provochino
tali passioni, quanto per il suo procedere. Infatti

84 Sai. 93, 19.


85 Per tale espressione cf. soprattutto 1 Cor. 12, 8.
IV. - Cento consi derazioni, 71-72 79

finché l’anima si lascia sviare dalle proposte del mon­


do, p u r accorgendosi che in molti casi il diritto viene
ad essere da certuni calpestato, essa rimane inerte
senza per nulla sconvolgersi perché, rivolta ai propri
appetiti, trascura il diritto di Dio.
Ma non appena comincia a dominare le sue pas­
sioni, essa non sopporta nemmeno in sogno di vedere
violato il diritto perché ormai disprezza le cose pre­
senti e ama Iddio. Si adira anzi contro gli operatori
di male e non si dà pace finché non veda ristabilita
la giustizia, piamente in giusta misura, da coloro che
le hanno fatto violenza. L’anima quindi da una parte
odia gli ingiusti e dall’altra predilige i giusti per tale
discernimento, dato che il suo sguardo non le viene
per nulla precluso dal velo corporeo — dico — ridot­
to dalla continenza a sottilissima trama.
Piuttosto che odiare gli ingiusti dovremo pian­
gere sulla loro insensibilità. Infatti, pur se costoro
sono degni di odio, la ragione non vuole che l’anima,
amica di Dio, sia invasa dall’odio, dato che, sino a
quando nell’anima è presente l’odio, non può operare
la gnosi.

72. Teologia e gnosi

Il teologo che ha l’anima penetrata e infiammata


dalle parole divine perviene dopo varie vicende alle
ampie distese dell’impassibilità. Sta scritto infatti:
« Le parole del Signore sono parole pure, argento sag­
giato al fuoco, purgato dalla ganga » M.
Vero è che lo gnostico reso forte dalla sua pro-

« Sai. 11, 7.
80 Diadoco

vata esperienza si pone al di sopra delle passioni, ma


anche il teologo gusta l’esperienza gnostica, benché
con atteggiamento più umile: lo gnostico del resto,
seppure dell’anima possiede ormai infallibile la facol­
tà di discernimento, raggiunge il gusto proprio della
virtù della contemplazione poco alla volta. Non acca­
de infatti che uno abbia in retaggio in perfetta misu­
ra i due carismi, affinché con l'am m irazione reciproca
di ciò in cui uno è superiore all'altro sovrabbondi in
essi l'um iltà unita a fervore di santità. Per questo
l'Apostolo dice: « A uno, infatti, per opera dello Spi­
rito, sono concesse parole di sapienza; a un altro,
secondo lo stesso Spirito, parole di scienza » e7.

73. Orazione vocale e mentale

Quando l'anima è lussureggiante dei suoi frutti


naturali, intona a voce più alta le salmodie e dà la
preferenza all’orazione vocale. Quando invece è sotto
l’azione dello Spirito Santo, tu tta presa da soave ab­
bandono, canta e prega nel segreto del cuore.
Alla prim a disposizione tiene dietro un’esultanza
che si esprime in immagini sensibili; alla seconda un
pianto interiore allo spirito e poi una gioia del cuore
avida di silenzio, perché il ricordo di Dio — se tiene
a bada la voce — rimane fervido e dispone comple­
tamente il cuore ad esprimersi in pensieri soffusi di
lacrime e di dolcezza. Sicché si possono davvero
vedere i semi della preghiera seminati in lacrime nel­
la terra del cuore, sperando nella gioia della m esse88.

«7 1 Cor. 12, 8.
88 Cf. Sai. 125, 5.
IV. - Cento considerazioni, 73-74 81

Ma quando siamo oppressi da grande scoraggia­


mento, dobbiamo intonare le salmodie a voce un po’
più alta, accordando i toni dell'anima alla gioia della
speranza, finché quella greve nebbia non sia stata dis­
solta dai soffi del canto.

74. La sapienza è mossa perennemente dallo Spirito


Santo

Quando l'anima raggiunge la conoscenza di se


stessa, fruttifica anche da sé e genera un fervore caro
a Dio. Infatti, non essendo sconvolta dagli affanni del
mondo, genera un desiderio di pace alla ricerca ap­
punto in una certa misura del Dio della pace; ma essa
ne è presto distolta sia perché il ricordo di Dio vien
tradito dai sensi, sia perché la natura esaurisce trop­
po presto le sue scarse risorse.
Per ciò i savi della Grecia non possedettero di
fatto debitamente quella saggezza che credevano di
raggiungere mediante la continenza, perché il loro
spirito non era sotto l'azione dell'eterna Sapienza
verace in tutto.
Invece il fervore che lo Spirito Santo infonde nel
cuore in un primo momento è tutto nella pace più
stabile, e sollecita ogni parte dell'anima alla brama
di raggiungere Dio senza mai oltrepassare nel suo im­
peto i limiti del cuore; attraverso il cuore, in un se­
condo momento, esso sempre più comunica a tutto
l'uomo il dolce anelito ad un amore ed una gioia
senza fine.
Bisogna riconoscere il primo (momento) per
giungere al secondo; perché se l'amore naturale è
segno che la natura ha una certa sanità per la conti­
82 Diadoco

nenza, esso peraltro non può mai come l’amore spiri­


tuale migliorare lo spirito fino all'impassibilità.

75. Lo Spirito Santo dissipa gli errori

L'aria che ci circonda rimane pura se sulla ter­


ra spira il vento del nord perché questo per sua
natura è sottile e rasserena il cielo; essa diventa inve­
ce tu tta fosca, direi, se spira il vento del sud perché
questo, addensatore di nebbie, per una certa affinità
naturale trasporta le nuvole dalle sue regioni d’ori­
gine su tu tta la terra.
Cosi avviene anche all’anima. Quando è sotto
l’azione del soffio dello Spirito Santo di verità non
si trova assolutamente contaminata dalle nebbie de­
moniache, mentre quando è violentemente agitata
dal soffio dello spirito ingannatore si copre total­
mente delle nuvole del peccato.
Bisogna dunque sempre con tutte le forze rivolge­
re i nostri propositi all'aura vivificatrice e purifica­
trice dello Spirito Santo — cioè verso il vento che il
profeta Ezechiele vide venire dal nord in una luce
di scienza89 — perché la parte contemplativa della
nostra anima rimanga sempre quanto più possibile
serena. Solo cosi potremo darci senza errore alla con­
templazione delle parole divine, vedendo in un'atm o­
sfera di luce i suoi splendori90: questa, infatti, è la
luce della vera scienza.

ss Ez. 1, 4.
» Cf. Sai. 35, 10.
IV. - Cento considerazioni, 76 83

76. Assurda l'interpretazione messaliana del rapporto


tra grazia e peccato

E ’ congettura di alcuni che la grazia e il pecca­


to, cioè lo Spirito di verità e lo spirito di errore, stia­
no contemporaneamente nascosti nel profondo del­
l'anima dopo il battesimo. Ne parlano perciò come
di due persone di cui lu n a induce lo spirito al bene
e l’altra immediatamente al male opposto.
Ma io, in base alle Sacre Scritture e al mio stesso
senso spirituale, penso che prim a del santo battesi­
mo la grazia spinge dall'esterno l’anima al bene, e
Satana si acquatta nelle sue profondità tentando di
sbarrare tutte le vie d’accesso dello spirito alla par­
te destra; mentre invece dal momento in cui veniamo
rigenerati il demonio si colloca all'esterno, e la gra­
zia aH'interno. Di qui vediamo che, come prim a era
l'errore a dominare sull'anima, cosi dopo il battesimo
è la verità a dominare su di essa.
Ciononostante Satana esercita la sua azione sul­
l'anima allo stesso modo di prim a e, quel che è peggio,
di continuo; non perché egli coesista con la grazia
— non sia mai! — ma perché ottenebra quasi lo spi­
rito attraverso gli umori del corpo con il fascino del­
la voluttà al di là della sfera della ragione. Ciò avvie­
ne per permissione divina, perché l'uomo passando
attraverso la tempesta e il fuoco della prova perven­
ga, se lo vuole, al godimento del bene. Sta scritto
infatti: « Passammo per fuoco e per acqua, ma poi
ci traesti a refrigerio » 91.

« Sai. 65, 12.


84 Diadoco

77. Gli sviluppi della grazia del battesimo

La grazia, come ho detto, dal momento preciso


in cui riceviamo il battesimo, si nasconde in fondo
allo spirito dissimulando la sua presenza allo stesso
senso spirituale. Ma dopo che si comincia, con fermo
proposito, ad amare Dio, allora la grazia in modo
ineffabile tram ite il senso spirituale comunica all’ani­
ma in qualche misura i suoi beni.
Da questo momento in poi chi vuole totalmente
assicurarsi il possesso di quanto ha trovato arriva
a bram are di vendere con grande gioia tutti i suoi
beni per il vero e proprio possesso di quel campo in
cui ha trovato nascosto il tesoro della v ita 92.
Quando infatti ci si è completamente distaccati
dalle ricchezze di questo mondo, allora si trova l'an­
golo dove si è nascosta la grazia di Dio. Perché il
dono divino palesa la propria bontà allo spirito se­
condo il grado di progresso dell'anima. Anzi il Signo­
re allora perm ette che l’anima venga m olestata di più
dai demoni per insegnarle, come conviene, a saper
discernere il bene dal male e per renderla più umile,
proprio perché la turpitudine dei pensieri diabolici
suscita in essa, quando si purifica, una grande ver­
gogna.

78. L’immagine divina deH’anima riflette il suo fulgore

E ’ l’anima, con il suo movimento spirituale, che


ci fa ad immagine di Dio; il corpo infatti è per essa
come una casa. Perciò, dopo che a causa della tra-

« Mt. 13, 44.


IV. - Cento considerazioni, 78 85

sgressione di Adamo non solo nell’anima si sono of­


fuscati per tale macchia i tratti dell'impronta divina,
m a anche nel corpo si è diffusa la corruzione, per
l'anim a e per il corpo il santo Verbo di Dio si è fatto
uomo perché, rimanendo Dio, ci elargisse l'acqua del­
la salvezza mediante il suo battesimo di rigenera­
zione. Siamo rigenerati per mezzo dell'acqua grazie
all'opera dello Spirito Santo e Vivificante, purificati
quindi in quell'istante nell'anima e nel corpo, se ci si
accosta a Dio a lui ordinandoci in modo totale: poi­
ché quando lo Spirito Santo fissa in noi la sua dimo­
ra m ette in fuga il peccato.
Non è infatti possibile che, essendo una e sem­
plice l'im pronta divina dell’anima, sussistano in essa
— come ritengono alcuni — due persone. Poiché, ade­
rendo ormai la grazia divina ai tratti dell'immagi-
ne — a garanzia della somiglianza futura — in unione
d'amore infinito, dove può trovare posto la persona
del maligno, dato soprattutto che « non c'è nulla in
comune fra la luce e le tenebre » 93? Noi dunque, im­
pegnati nella corsa dei santi agoni94, crediamo che
con il bagno dell'incorruttibilità il serpente multifor­
me viene scacciato dai tesori dello spirito.
Ma non interroghiamoci meravigliati per qual mo­
tivo dopo il battesimo abbiamo ancora pensieri cat­
tivi insieme con quelli buoni. Il bagno di santità, in­
fatti, ci cancella la macchia del peccato, ma non cam­
bia ora la duplice disponibilità del nostro volere, né
impedisce ai demoni di farci la guerra o di rivolger­
ci parole ingannatrici. Abbiamo a conservare intatto
con la potenza di Dio prendendo le armi della giu-

» 2 Cor. 6, 14.
* Cf. E br. 12, 1.
86 Diadoco

stizia quanto non abbiamo saputo custodire da uo­


mini carnali95.

79. Il demonio tenta di far prigioniero l'uomo

Satana, come ho detto, per via del santo batte­


simo viene scacciato dall’anima, ma per i motivi
sopra riferiti può agire su di essa attraverso il cor­
po. La grazia di Dio infatti abita nelle profondità del­
l’anima, cioè nello spirito, perché non si manifesta ai
demoni « la gloria della figlia del re che — come sta
scritto — è interiore » 96.
Perciò è proprio dal profondo del cuore che
quando con fervore ci ricordiamo di Dio noi sentia­
mo sgorgare, per cosi dire, la bram a del divino. Ma
allora gli spiriti maligni assalgono i sensi del corpo.
Standosene accovacciati nella carne, loro facile pre­
d a 97, per essa agiscono sull’anima di coloro che sono
ancora « bimbi » 98. Cosi quindi accade, come dice
l’Apostolo, che mentre il nostro spirito si diletta
sempre della legge spirituale i sensi della carne si
facciano trascinare per la facile via del piacere ".
Per conseguenza quando si progredisce nella gnosi, la
grazia, attraverso il senso dello spirito, fa gioire di
un’esultanza ineffabile anche il corpo. Ma i demoni,
specialmente quando ci vedono correre negligenti
nello stadio della santità, fanno violenza — assassi-

» Cf. 1 Cor. 2, 14-15.


so Sai. 44, 14.
* Cf. Mt. 26, 41.
98 1 Pt. 2, 2.
99 Rom. 7, 22-23.
IV. - Cento considerazioni, 79-80 87

ni! — attraverso i sensi del corpo all’anima e la


chiamano a fare quel che non vuole 10°.

80. Luce e tenebre

Alcuni sostengono che siano compresenti nel cuo­


re del credente la grazia e il peccato come due per­
sone, in base all'espressione dell’Evangelista: « E la
luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno
rattenuta » 101. Pretendono confermare il loro errore
ammettendo che lo splendore divino non potrà mai
assolutamente convivere con il maligno che la conta­
minerebbe, quale che sia nell'anima la vicinanza di
cui parla l’Apostolo tra luce divina e tenebre de­
moniache m.
Ora, è la parola stessa del Vangelo a convincerli
che il loro pensiero è deviante da quello della Sacra
Scrittura. Di fatto il Verbo di Dio, Luce Vera, si è
degnato di apparire nella carne alle sue creature, per
infinita benignità accendendo in noi la luce della sua
santa scienza; ma l'orgoglioso pensiero del mondo
non ha preso quanto da Dio disposto, cioè non lo rico­
nobbe, poiché l'orgoglio della carne è nemico di Dio 1W:
questo il senso che il Teologo (evangelista) ha voluto
dare a quella sua espressione. Ispirato egli aggiunge
dopo poche parole: « La luce vera che illumina — cioè
guida e vivifica — ogni uomo stava per venire nel
mondo. Egli era nel mondo, e il mondo per mezzo di
lui fu fatto, e il mondo non lo ha riconosciuto. E'

100 Cf. Rom. 7, 19 ss.


■oi Gv. 1, 5.
1“ 2 Cor. 6, 14.
i® Rom. 8, 7.
88 Diadoco

venuto nella sua casa e i suoi non lo hanno tenuto


tra loro. A quanti, però, lo hanno trattenuto con sé,
ha dato il potere di diventar figli di Dio, a quelli che
credono nel suo nome » 104.
Il sapientissimo Paolo, interpretando l'espressio­
ne « non l'hanno preso », cosi si esprime: « Non che
io abbia già ottenuta o raggiunta ormai la luce per­
fetta; ma la perseguo per vedere di poterla rattenere,
perché anch’io sono stato rattenuto da Cristo Gesù » 1β5.
Sicché non è Satana secondo l'Evangelista che
non ha potuto rattenere la vera luce, in quanto egli fin
dall’origine è estraneo alla luce, che certo non brilla
in lui, m a sono stigmatizzati quegli uomini che pur
avendo sentito parlare delle opere potenti e mirabili
del Figlio di Dio non vogliono però accostarsi alla
luce della sua conoscenza, perché il loro cuore è otte­
nebrato 106.

81. La meditazione dei novissimi

La parola della scienza ci insegna che vi sono


come due specie di spiriti cattivi. Di essi infatti alcu­
ni sono più sottili ed altri più materiali; i più sottili
quindi fanno guerra all'anima; è costume degli altri
ridurre in schiavitù la carne con sollecitazioni lascive.
Per cui i demoni che combattono contro l'anima e quel­
li che combattono contro il corpo hanno sempre un
comportamento opposto fra di loro, benché a detri­
mento degli uomini mantengano un eguale proposito.

“* Gv. 1, 9-12.
Fil. 3, 12.
Cf. Rom. 1, 20-21; Ef. 4, 18; Rom. 11, 10; Sai. 68, 24;
Sai. 138, 12.
IV. - Cento considerazioni, 81 89

Perciò quando la grazia non è venuta ancora ad


abitare nell'uomo, essi si appiattano proprio come
serpenti nelle profondità del cuore, e non consentono
assolutamente all'anima di fissare lo sguardo sul bene
cui essa tende. Quando invece la grazia è venuta a
nascondersi nello spirito, essi circolano ormai in ogni
parte del cuore come fosche nuvole prendendo forme
di passioni peccaminose o di svariate fantasticaggini,
per distrarre appunto lo spirito dal ricordo di Dio e
strapparlo al suo rapporto con la grazia. Perciò quan­
do i demoni che molestano l’anima accendono in noi
gli impulsi naturali delle passioni, specialmente la
superbia madre di tutti i vizi, siamo soliti abbattere
soprattutto l'alterigia — che ci fa vanamente cerca­
re la gloria — meditando sulla dissoluzione del nostro
corpo.
Bisogna operare cosi anche quando i demoni
che combattono contro il corpo macchinano per far
ribollire nel nostro cuore turpi appetiti. Soltanto in­
fatti la suddetta meditazione, col ricordo di Dio, può
rendere impotente ogni genere di spiriti maligni. Ma
se, in conseguenza di questa meditazione, i demoni
che attaccano l’anima ci suggeriscono un disprezzo
smodato per la natura umana perché essa, in quanto
corporea, non avrebbe alcun valore (a tale suggestione
infatti essi indulgono quando li si vuol torm entare
con siffatta considerazione107), meditiamo allora sul
regno dei cieli alla cui dignità e gloria siamo chiamati,
e non trascuriamo di rammentarci del tremendo e
misterioso giudizio che ci attende, perché il primo
ci risollevi dallo scoraggiamento, e il secondo reprima
l'inclinazione del nostro cuore.

iw Cf. Le. 8, 28.


90 Diadoco

82. L'agguato della carne

Il Signore ci insegna nei Vangeli108 che quando


al suo ritorno Satana trova spazzata e vuota la sua
casa — cioè il cuore infecondo — allora prende con
sé altri sette spiriti, entra in quel cuore e vi si acquat­
ta, rendendo la condizione finale dell'uomo peggiore
della prima. Di conseguenza bisogna rendersi conto
del fatto che fino a quando lo Spirito Santo è in noi,
Satana non può entrare nelle profondità dell'anima e
stabilirvisi.
Ma il senso di detta similitudine ci è dato chia­
ramente anche da san Paolo il quale, servendosi per
insegnare tale dottrina dell'immagine della disciplina
agonistica, cosi si esprime: « Mi diletto infatti, seguen­
do l'uomo interiore, della legge di Dio; ma vedo nelle
mie membra un'altra legge in conflitto con la legge del
mio spirito, che mi tiene prigioniero della legge del
peccato esistente nelle mie membra » 109; e sviluppan­
do poi la dottrina di perfezione dice: « Nessuna con­
danna dunque pesa più ora su quelli che sono in Cri­
sto Gesù; infatti la legge dello Spirito che dà la vita
mi ha liberato dalla legge del peccato e della mor­
te » no. E anche altrove, per insegnarci ancora una
volta che Satana partendo dal corpo fa la guerra
all'anima partecipe dello Spirito Santo, dice: « Te­
nete dunque la verità per cintura, la giustizia per
corazza, e calzate i piedi per essere pronti ad annun­
ziare il Vangelo della pace, assumendo inoltre lo scu­
do della fede, con cui smorzare tutte le frecce infuo-

io* Mt. 12, 4445.


i» Rom. 7, 22-23.
no Rom. 8, 1-2.
IV. - Cento considerazioni, 82 91

cate del maligno. Prendete altresì l’elmo della sal­


vezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio » 111.
Una cosa è la cattività, un’altra cosa è la lotta;
poiché l'una significa essere condotto in terra stra­
niera con la forza, l'altra indica un combattimento
in cui si controbilanciano le forze. Per questo insom­
ma l’Apostolo dice che il diavolo attacca le anime che
portano Cristo anche con frecce infuocate. Perché chi
non è superiore al suo avversario non fa che usare
frecce contro di lui, per potere con dardi alati colpi­
re come una fiera il nemico che combatte di lontano.
Così anche Satana, dal momento che non può, per la
presenza della grazia, annidarsi come prim a nello spi­
rito dell'atleta, svolazza quindi sui suoi umori e si
annida nel corpo per adescare l’anima con le facili
attrattive di esso m.
Perciò bisogna con discrezione estenuare il cor­
po, perché lo spirito non abbia a cedere ai suoi umori
e a scivolare per la facile via del piacere. Dobbiamo
infatti aderire alle parole dell’Apostolo il quale dice
che lo spirito degli atleti, sotto l’azione della luce di­
vina, « si diletta della legge di Dio » 113, « rendendosene
schiavo » 1M. Ma la carne troppo arrendevole e per la
sua facile attrattiva si concede agli spiriti maligni;
perciò talora si lascia trascinare schiava della loro
malizia.
Appare quindi assolutamente chiaro che lo spi­
rito non è dimora comune di Dio e del diavolo; poi­
ché, come potrei « col mio spirito servire la legge di

ni Ef. 6, 14-17.
ii2 Cf. Mt. 26, 41.
in Rom. 7, 22.
in Rom. 14, 18; cf. 1 Cor. 9, 27.
92 Diadoco

Dio e con la carne la legge del peccato » 115, se il mio


spirito non si ergesse in piena libertà a combattere i
demoni servendo con diletto la bontà della grazia,
mentre il corpo troppo arrendevole si dà al fascino
della voluttà non riducibile alla sfera della ragione?
Il fatto è, come ho detto, che agli spiriti maligni e
menzogneri è consentito annidarsi negli atleti, nella
loro carne dice l'Apostolo: « So infatti che il bene
non dimora in me, vale a dire nella mia carne » I16.
Per conseguenza pure in coloro che a metà, direi, del
combattimento si ergono contro il peccato. Ecco in­
fatti cosa dice l’Apostolo che non vuol risalire a una
personale esperienza: i demoni mentre lottano con­
tro lo spirito con le sollecitazioni lascive cercano pure
di rilassare a poco a poco la carne trascinandola per
la facile via del piacere, una volta che è loro giusta­
mente consentito di trattenersi nelle profondità del
corpo (anche in coloro che lottano intensamente con­
tro il peccato, in quanto il libero arbitrio dell'uomo
è sempre alla prova).
Se uno potesse, durante questa vita, m orire di
travagli, egli sarebbe allora tutto un'abitazione dello
Spirito Santo, risorto prim a di morire. Come avvenne
proprio a san Paolo e a quanti con perfetto impegno
hanno combattuto e combattono contro il peccato.

83. Il peccato è frutto bastardo dello spirito

E' anche il cuore che genera sia i pensieri buoni,


sia quelli che buoni non sono; m a non perché esso
produca per sua natura concetti non buoni, che pro-
us Rom. 7, 25.
no Rom. 7, 18.
IV. - Cento consi de razi ora, 83 93

vengono invece dal ricordo del male una sola volta


commesso per via del primo inganno, ricordo dive­
nuto ormai quasi abituale. Il cuore però concepisce
la maggior parte dei suoi pensieri cattivi per commi­
stione col veleno demoniaco. Noi tuttavia li sentiamo
come provenire tu tti dal cuore: ecco perché alcuni
hanno congetturato che nello spirito coesisterebbe con
la grazia anche il peccato.
Adducono come argomento il fatto che anche il
Signore avrebbe detto a tal proposito: « Ciò che esce
dalla bocca proviene dal cuore, e questo è quel che
contamina l'uomo. Dal cuore, difatti, provengono
pensieri cattivi, adultèri » 1I7, ecc. Ma costoro non san­
no che il nostro spirito, in quanto possiede una capa­
cità di percezione sottilissima, fa propria — direi —
tram ite il corpo l’azione dei pensieri suggeritigli dagli
spiriti maligni, quando la facile attrattiva della carne
vieppiù trascina l'anima ad essa per via di commistio­
ne, in un modo che sfugge alla nostra intelligenza,
perché la carne ama sempre smodatamente farsi ade­
scare da ingannevoli lusinghe118.
Pertanto sembrano provenire dal cuore anche i
pensieri che di fatto sono seminati nell’anima dai de­
moni; del resto li facciamo effettivamente nostri quan­
do ce ne compiacciamo volontariamente. E ’ questo
che il Signore biasima, come dimostrano le stesse
parole divine dell’espressione sopra riferita. Infatti
chi si compiace dei pensieri suggeritigli dalla malizia
di Satana e ne incide, cioè, il ricordo nel proprio
cuore, ovviamente li genera in ultima analisi dalla
propria mente.

i” Mt. 15, 18-19.


»« Cf. Mt. 26, 41.
94 Diadoco

84. Non possono coabitare nell’anima in grazia il demo­


nio e Dio

Il Signore dice nei Vangeli119 che il forte non


può essere mandato via dalla propria casa, tranne che
uno più forte di lui, dopo averlo legato e spogliato,
non lo scacci fuori.
Come dunque può colui che è stato sbattuto fuo­
ri tanto ignominiosamente rientrare e vivere nuova­
mente con il vero padrone, che se ne sta a riposare
nella sua casa come gli piace? Ad un re, infatti, che
ha già sconfitto un principe suo avversario, non pas­
serà per la testa di spartire con lui la reggia. Piutto­
sto lo farà subito strangolare, ovvero lo consegnerà
legato ai propri soldati per una lunga tortura e una
morte miserabile.

85. Cinque tappe nel progresso di natura e grazia

Chi ritiene che lo Spirito Santo e il diavolo abi­


tino insieme nel nostro spirito per il fatto che abbia­
mo pensieri buoni ed insieme cattivi, sappia che que­
sto capita perché non abbiamo ancora « gustato e
veduto che buono è il Signore » 12°. Dapprima infatti,
come già detto sopra i2\ nei battezzati la grazia na­
sconde la sua presenza in attesa che l'anima unisca
ad essa il suo proposito.
Ma dopo che l’uomo si è completamente conver­
tito al Signore, allora la grazia — per via di un senso
ineffabile — manifesta la propria presenza al cuore

Mt. 12, 29.


•Μ Sai. 33, 9.
«a Cf. c. 77.
IV. - Cento considerazioni, 85 95

e quindi attende il movimento dell'anima, lasciando


frattanto che le frecce del demonio giungano pure
fino alle profondità del senso dell'anima, perché essa
cosi tenda alla ricerca di Dio con proposito più fervi­
do ed umile disposizione.
In seguito, se l'uomo comincia a progredire con
l'osservanza dei comandamenti e con l'invocazione
incessante del Signore Gesù, allora il fuoco della gra­
zia divina si diffonde anche ai sensi esteriori del cuo­
re, bruciando cosi in pienezza di perfezione le zizza­
nie che crescono nella terra dell'uom om. Dopo le
macchinazioni dei demoni giungono cosi a colpire,
direi, lontano dal loro bersaglio, sfiorando ormai a
mala pena la parte emotiva dell’anima.
Quando infine l'uomo si sarà cinto nel combat­
timento di tutte le virtù e soprattutto della perfetta
p o v ertà123, solo allora la grazia adornerà tu tta la sua
natura della luce di un senso spirituale più profondo,
infiammandone infine la tensione di amore divino.
Appunto per questo allora si spegneranno le saette
demoniache, prim a di raggiungere il senso del corpo.
La brezza dello Spirito Santo, muovendo il cuore ver­
so aure di pace, spegne le frecce del demonio incen­
diario mentre esse volano ancora per l'a ria 124.
Vero è però che talora Dio abbandona alla mali­
zia dei demoni anche chi ha raggiunto questo grado,
lasciando allora il suo spirito senza luce. E' sua vo­
lontà che il nostro libero arbitrio non sia del tutto
legato al vincolo della grazia, sia perché il peccato
non è stato mai debellato se non dopo lotte, sia per­

122 Cf. al c. 48 l'espressione « terra del cuore ».


123 Cf. 1 Pt. 5, 5.
i» Cf. Ef. 6, 16.
96 Diadoco

ché l’uomo deve sempre progredire nell’esperienza


spirituale. Infatti ciò che riteniamo perfetto nell'uo­
mo, in quanto viene educato, è ancora imperfetto di
fronte alla ricchezza di Dio che ci educa con amore
premuroso, anche se si fosse salita, progredendo di
affanno in affanno, l’intera scala che Dio mostrò a
Giacobbe12S.

86. Satana non può abitare nello spirito umano assieme


con Dio

Il Signore stesso dice che « Satana è precipitato


dal cielo come folgore » m, perché questo essere abiet­
to non spingesse lo sguardo sulla dimora degli angeli
santi. Come dunque egli, che non è ritenuto degno del­
la comunità dei buoni servitori127, può abitare nella
dimora dello spirito umano assieme con Dio? Obiet­
teranno che ciò si verifica allorché Dio si ritira, né
sapranno dire di più.
Semmai si tratterà della desolazione educativa
che per nulla priva l'anima della luce di Dio. Avviene
soltanto che la grazia, come già detto nasconde
spesso la sua presenza allo spirito per sollecitare, per
cosi dire, l’anima con l'amarezza provocata dai demo­
ni, perché questa nel timore più assoluto e nell’umil­
tà più piena cerca allora il soccorso di Dio, e poco
alla volta riconosce la malizia del suo nemico.
La grazia si comporta come una madre che re­
spinge per un po’ dalle sue braccia il proprio bam­

125 Cf. Gen. 28, 12.


i“ Le. 10, 18.
™ Cf. Ebr. 1, 14; ecc.
12» Cf. cc. 77 e 85.
IV. - Cento considerazioni, 86-87 97

bino indocile alla regolamentazione delle poppate,


e gli fa paura prospettandogli le cose che lo circon­
dano come uomini repellenti o bestie feroci di qual­
siasi forma, perché egli con grande timore pur tra le
lacrime ritorni al seno materno.
Ma la desolazione che nasce per il fatto che Dio
si è ritirato pone in balia dei demoni, quasi in cate­
ne, l’anima che non possiede Dio perché non lo vuole.
« Noi però non siamo figli che abbandonano il Pa­
dre » 129. Non sia mai! Crediamo invece di essere vera­
mente nati dalla grazia di Dio, nutriti dal suo latte
pur tra brevi desolazioni e frequenti consolazioni, per
raggiungere infine per sua bontà l'uomo perfetto sulla
m isura della sua e tà 130.

87. La desolazione, educativa e punitiva

La desolazione educativa arreca aH’anima una pro­


fonda afflizione, umiliazione e adeguata disperazione
di sé, per condurre all'um iltà quella parte di essa che
è avida di gloria ma facile ad abbattersi. Infonde quin­
di subito nel cuore insieme al timore di Dio una con­
trizione che si esprime in lacrime e un'immensa bra­
ma di santo silenzio.
La desolazione invece che nasce per il fatto che
Dio si è ritirato lascia l'anima completamente in balia
della disperazione e della mancanza di fede, dell’ira
e dell'orgoglio.
Bisogna dunque che, comprendendo l'esperienza
di entram be le desolazioni, andiamo a Dio secondo

™ Ebr. 10, 39.


i» Ef. 4, 13.
98 Diadoco

che comporta ciascuna di esse. Nel caso della prim a


desolazione, infatti, dobbiamo presentargli non solo
un atteggiamento di discolpa, ma anche quello di gra­
titudine, per il fatto che egli col sospendere le sue
consolazioni non fa che moderare gli smodati aneliti
della nostra volontà, per insegnarci, come un buon
padre, la differenza tra virtù e vizio. Nel secondo caso
gli presenteremo l'incessante confessione dei nostri
peccati, delle lacrime senza fine e una vita più riti­
rata, per potere cosi, con l’aggiunta degli affanni,
costringere infine Dio a volgere come prim a lo sguar­
do al nostro cuore.
Peraltro bisogna sapere che quando la battaglia
fra l'anima e Satana — mi riferisco alla desolazione
educativa — si svolge a mo' d'un vero e proprio con­
fronto la grazia, come già d e tto 131, si occulta ma non
cessa di operare insieme con l'anima venendo in suo
soccorso, impercettibilmente perché vuol dimostrare
ai nemici dell'anima che la vittoria è solo sua.

88. Due comportamenti etici diversamente orientati

Consideriamo uno che nella stagione invernale


stando all'aria aperta si volga tutto ad oriente, sul far
del giorno. Davanti non vi sarebbe parte del suo corpo
non riscaldata dal sole, mentre di dietro non vi sareb­
be parte alcuna che assorba il benché minimo calo­
re, perché il sole non starebbe sulla sua testa.
Allo stesso modo anche quelli che sono agli inizi
della vita spirituale hanno il cuore solo in parte ri­
scaldato dalla grazia divina. Per questo il loro intel­

ai Cf. c. 86.
IV. - Cento considerazioni, 88 99

letto incomincia a portare frutti spirituali, m entre la


parte visibile del cuore rimane nei pensieri della car­
ne, poiché tutto il cuore non è ancora rischiarato in
un senso profondo dalla grazia divina. Per non aver
capito ciò alcuni hanno creduto che nello spirito di
quelli che combattono vi sono due elementi antagoni­
sti. Cosi accade che nel contempo l ’anima abbia pen­
sieri buoni e cattivi come nel paragone l’uomo sotto
la stessa azione solare sente il freddo e il caldo. In­
fatti, fin da quando la nostra mente è caduta nella
condizione della duplice scienza, è costretta da allo­
ra, anche se non lo vuole, a portare nello stesso istan­
te pensieri sia buoni che cattivi; soprattutto in colo­
ro che hanno raggiunto le sottigliezze del discerni­
mento. Come infatti essa si appresta a pensare al
bene, ecco che subito si ricorda del male; poiché, in
seguito alla disobbedienza di Adamo, la mente del­
l’uomo si è come divisa in due atteggiamenti di pen­
siero.
Se dunque cominciamo con fervido zelo a osser­
vare i comandamenti di Dio, la grazia, illuminando
ormai tutte le nostre facoltà percettive per via di
un profondo senso spirituale, diventa fuoco distrut­
tore dei nostri pensieri malvagi, e penetrando il no­
stro cuore con una pace di inalterabile amicizia ci
prepara a pensare secondo lo spirito e non secondo
la carne. Questo accade assai di continuo a coloro
che si avvicinano alla perfezione e che hanno nel
cuore un incessante ricordo del Signore Gesù.
100 Diadoco

89. La grazia divina e i colori della somiglianza

Con il battesimo di rigenerazione la grazia divi­


na ci trasm ette due beni, di cui l'uno supera infini­
tamente l'altro. Invero ci elargisce subito il primo,
quando con la stessa acqua del lavacro, cancellando
ogni nostra macchia di peccatom, rinnova lo splen­
dore dell'immagine divina in ogni tratto della nostra
anima; per elargirci poi il secondo che è quello della
somiglianza attende la nostra cooperazione.
Quando dunque l'intelletto comincia in un senso
profondo a gustare la bontà dello Spirito Santo, dob­
biamo comprendere allora che la grazia comincia a
dipingere nell'immagine la rassomiglianza. Con la
medesima tecnica con cui, infatti, i pittori in un primo
momento disegnano lo schizzo d'una figura umana
con un solo colore, e poi stendendo poco alla volta
tinta su tinta con varia intensità di accordi rendono
l'aspetto del modello fino alle sfumature dei capelli,
anche la grazia di Dio in un primo momento median­
te il battesimo armonizza le linee dell'immagine se­
condo il modello dell'uomo quale fu creato all'inizio.
Quando poi essa ci vede tutti protesi al propo­
sito di raggiungere lo splendore della somiglianza ed
eretti nudi ed intrepidi là dove essa opera, allora non
fa che stendere in accordo di toni virtù su virtù, e
« di decoro in decoro » 133 sublima le fattezze dell'ani­
ma fino a formare in essa i caratteri della somiglianza.
Ne segue quindi che il senso spirituale ci avverte
chiaramente che andiamo conformandoci alla somi­
glianza; ma della somiglianza perfetta avremo cono-

!» Cf. Ef. 5, 27.


>33 1 C o r. 15, 57.
IV. - Cento considerazioni, 89-90 101

scenza con l'illuminazione. L’intelletto, infatti, pro­


gredendo quasi per gradi ma con ritmo ineffabile si
fa ricettacolo di tutte le virtù attraverso il senso spi­
rituale, m a nessuno può fare acquisto dell'amore spi­
rituale se non è illuminato dallo Spirito Santo in to­
tale pienezza. Poiché, fino a quando lo spirito non
avrà perfettamente assunto grazie alla luce divina i
caratteri della somiglianza, potrà avere quasi tutte
le altre virtù, ma resterà ancora privo dell’amore per­
fetto. Di fatto lo spirito porta i segni della somiglian­
za della divina carità solo quando si è reso simile a
Dio nella virtù, ovviamente entro i limiti in cui è
permesso all'uomo rendersi simile a lui.
Come invero nei ritratti tutti gli effetti cromatici
conferiti ai lineamenti dell’immagine dall'accordo dei
colori rendono finanche nel sorriso la somiglianza del
modello, cosi anche in chi riceve i colori dalla gra­
zia, divina pittrice, per essere a somiglianza di Dio,
la luce di carità conferita ai colori rivela che l'im­
magine ha raggiunto la bellezza integrale della somi­
glianza. Nessun'altra virtù infatti, tranne la carità,
può procurare all'anima l’impassibilità, perché sol­
tanto « l'amore è il pieno compimento della legge »
Per conseguenza è il gusto dell’amore che rinnova di
giorno in giorno il nostro uomo interiore, ed è la
perfezione dell'amore che lo realizza pienamente.

90. La dolcezza del gusto

Agli inizi del progresso, se fervidamente ci inna­


moriamo della perfezione divina, lo Spirito Santo fa

134 Rom. 13, 10.


102 Diadoco

gustare aH’anima la dolcezza di Dio con il senso tutto


ripieno delle Sue certezze, perché la mente possa ave­
re un’esatta conoscenza del premio perfetto degli
affanni per amor di Dio.
Ma poi lo Spirito Santo nasconde frequentemente
la grande ricchezza di tale dono vivificante, affinché
noi, anche se pratichiamo tutte le altre virtù, ci con­
sideriamo assolutamente delle nullità per il fatto che
non abbiamo ancora acquistato l'abito dell’amore di­
vino. Perciò allora il demonio dell’odio molesta di più
le anime degli atleti, tanto che giunge a spingere al­
l’odio anche i loro amici più intimi, fino al punto che
essi quasi portano nel bacio l'azione micidiale del­
l'odio 135.
Da questo momento l’anima soffre di più, perché
possiede il ricordo dell’amore spirituale, ma non può
coglierlo col senso spirituale in quanto non ha ancora
affrontato le prove che rendono l’uomo assolutamen­
te perfetto. Finché non le ha affrontate deve farsi vio­
lenza nel coltivare tale ricordo, per potere arrivare a
gustarlo col senso tutto ripieno delle certezze di Dio.
Di fatto nessuno, finché vive in questa carne, può
raggiungere la perfezione di tale ricordo; lo possono
soltanto i santi che siano pervenuti alla confessione
perfetta fino al martirio, giacché chi ha ottenuto tale
privilegio si trasform a completamente e non sente più
neppure il naturale stimolo di nutrirsi. Infatti, chi
si nutre dell’amore divino, che appetito avrà dei beni
del mondo? Per questo il sapientissimo Paolo, sommo
vaso di scienza, annunziandoci quel che aveva attinto
in pienezza, cioè la gioia che godranno i santi più gran­

135 Evidente l’allusione a Giuda traditore del Maestro.


IV. - Cento considerazioni, 90-91 103

d i 136, cosi si esprime: « Il regno di Dio non è né cibo


né bevanda, ma giustizia pace gioia nello Spirito San­
to » I37, tutte cose che sono frutto dell’amore perfetto.
In questo modo dunque coloro che progredisco­
no nella perfezione quaggiù possono gustarne inin­
terrottam ente, ma nessuno potrà averne il perfetto
possesso se non quando « ciò che è mortale sia assor­
bito dalla vita » 1M.

91. L’esperienza dell’amore presuppone ma supera


quella della fede

Un tale, risoluto ed insaziabile nella pratica di


am are il Signore, cosi mi parlava: « Bramavo la scien­
z a 139 dell'amor di Dio e la Sua bontà me l’ha conces­
so; ed io ne ho sentito l’azione nel profondo senso
dello spirito ripieno delle Sue certezze, tanto da desi­
derare allora in cuor mio con gioia ed amore ineffa­
bile di uscire dal corpo e andare al Signore; al punto
di quasi perdere la coscienza di questa nostra vita
effimera ».
Orbene, colui che ha fatto l’esperienza di questo
amore, quand’anche subisse per l’ennesima volta in­
giustizia o pena da parte di qualcuno — accade infat­
ti che vi sia qualcuno che faccia cosa del genere all'i­
nizio della vita ascetica — certamente non si adire­
rebbe contro di lui, ma rim arrebbe attaccato, quasi
anima con anima, a chi gli ha inferto ingiustizia o
pena.
13é Cioè dei santi che hanno raggiunto il terzo cielo perché
superiori in virtù agli altri (lett. « i primi giusti »).
Rom. 14, 17.
13* 2 Cor. 5, 4. Cf. 1 Cor. 15, 54; Is. 25, 8.
139 Cf. Sap. 7, 15 e passim.
104 Diadoco

Egli si accende soltanto contro chi osteggia i


poveri e — secondo l'espressione della Scrittura —
« dice insolenze contro Dio » 140, ovvero vive comunque
in modo perverso. Giacché colui che ormai ama Dio
molto più di se stesso, o meglio che non ama più se
stesso m a Dio solo, non rivendica più il suo onore,
ma vuole soltanto che sia onorata la giustizia di chi
ha onorato Dio per lodarlo in eterno. E non lo fa
più rinnovando quasi un breve atto della volontà, ma
come per l'abitudine che ha ormai acquistato di tale
disposizione grazie alla grande esperienza dell’amore
divino.
Inoltre bisogna sapere che chi è mosso in tal
modo da Dio all'amore si innalza pure, nel momento
di siffatta mozione, al di sopra della fede, perché
quando egli giunge ai vertici dell'amore possiede or­
mai col senso del cuore Colui che prim a onorava per
fede. Questo appunto ci predica a chiare note l'Apo­
stolo santo quando dice: « Al presente rimangono
quindi queste tre virtù, la fede la speranza la carità;
ma tra di esse la più grande è la carità » 141.
Chi infatti possiede Dio — come già detto — con
la preziosa virtù della carità allora è molto più gran­
de di quanto non lo sarebbe con la virtù della fede
tutto immerso nel desiderio di lui.

92. Il contatto dello spirito con la Parola illuminatrice

L’opera della santa scienza a m età ci prepara af­


flizioni non lievi quando, per l’oltraggio commesso

140 Sai. 74, 6.


»« 1 Cor. 13, 13.
IV. - Cento considerazioni, 92 105

contro qualcuno in un momento di irritazione, lo


abbiamo reso nostro nemico. Per questo essa non
cessa mai di pungolare la nostra coscienza, fino a che
con molte scuse non riportiamo l’offeso alle sue di­
sposizioni di prima.
Ma il suo pungolo tanto acerbo — anche quando
si tratta del fatto che si adiri a torto contro di noi
un uomo che vive secondo il mondo — ci fa stare in
pensiero per essere divenuti di scandalo142 proprio
per uno di quelli che parlano alla maniera di questo
secolo)43. Di conseguenza allora anche lo spirito di­
venta incapace di perfetta contemplazione, in quanto
la parola della scienza, che è fatta tutta di carità, non
perm ette al pensiero di aprirsi alla comprensione del­
le parole divine meditate, se prim a non abbiamo ricu­
perato all’amore anche colui che si è senza ragione
adirato con noi.
Se costui, però, non accetta questo nostro gesto
e continua a persistere nel non voler familiarizzare
con noi, allora la santa scienza ci spinge ad osserva­
re il precetto della carità nell’intimo del cuore cre­
scendo nelle nostre buone disposizioni affettive, mai
venute meno come effusioni dell'anima, associandovi
l'immagine del suo volto. Infatti chi vuol possedere
la scienza di Dio — dice la Scrittura — deve tener
fisso nella propria mente senza pensieri di ira anche
il volto di coloro che si sono adirati con noi indebi­
tamente.
Arrivato a questo punto lo spirito non solo si
muoverà con sicurezza nella teologia, ma in piena
libertà si leverà pure nell'ambito dell’amore di Dio,

142 Cf. Rom. 14, 13 ss.


i« Cf. 1 Cor. 2, 6.
106 Diadoco

spinto ormai senza impedimenti come dal secondo al


primo grado.

93. L’aiuto della grazia divina

A quelli che cominciano ad amare la pietà la via


della virtù sembra troppo scabrosa e impraticabile,
non perché sia veramente tale, ma perché la natura
umana subito, fin dal seno materno, è per ogni verso
proclive ai piaceri. A quelli invece che hanno la forza
di andare oltre la metà della via, essa si presenta tu tta
liscia e agevole.
Infatti, sottomesse alle buone abitudini con l'eser­
cizio del bene, le cattive scompaiono assieme al ri­
cordo dei piaceri più contrari alla ragione, e d'allora
in poi l’anima percorre con diletto tutti i sentieri della
virtù. Perciò il Signore, volendo indurci alla via della
salvezza, dice: « Quanto è stretta ed angusta la via
che conduce al Regno, e pochi quelli che la intrapren­
dono » 144. E a quelli che vogliono con fermo propo­
sito camminare per la via dell'osservanza dei suoi
santi comandamenti dice: « Il mio giogo infatti è
dolce, e il mio carico leggero » 145.
Bisogna dunque agli inizi della lotta m ettere in
pratica i santi comandamenti del Signore con volontà
com battiva146, affinché il buon Dio guardando al no­
stro impegno operoso ci mandi dall'alto quella vo­
lontà pronta che ci renda docilmente disponibili ad
operare da servitori dei suoi gloriosi voleri. Perché a
questa condizione « il Signore concede la pronta vo­

Mt. 7, 14.
Mt. 11, 30.
Cf. Mt. 11, 12.
IV. - Cento considerazioni 93-94 107

lontà » 147 che ci faccia praticare il bene incessante­


mente e, direi, con grande gioia. Allora, infatti, senti­
remo realmente che « è Dio che suscita in noi e il
volere e l'operare, per l'esecuzione del suo benepla­
cito » 14e.

94. La testimonianza dell'ascesi equivale alla testi­


monianza del sangue

A quel modo in cui la cera non può ricevere l'im­


pronta del sigillo se non è riscaldata tanto da diven­
ta r molle, cosi l'uomo non può far posto al sigillo
della virtù di Dio se non è provato da affanni e debo­
lezze. Perciò il Signore disse a san Paolo: « Ti basta
la mia grazia, perché la mia potenza si m ostra appie­
no nella debolezza » 14#. E l'Apostolo si gloriava dicen­
do: « Molto volentieri, perciò, preferisco gloriarmi del­
le mie debolezze, affinché la potenza del Cristo collo­
chi in me la sua dimora » 1S0. Ma sta scritto pure nei
Proverbi: « Il Signore corregge chi ama e castiga il
figlio più caro » 151.
L'Apostolo qui chiama debolezza il ripiegare di
fronte agli attacchi dei nemici della Croce (tali assalti
incessantemente dovettero subire lui e tutti i santi che
vissero in quel tempo, perché non si esaltassero —
come egli stesso dice — « a motivo della straordinaria
grandezza delle rivelazioni » 152; essi invero custodi­
rono santamente il dono di Dio persistendo sempre

Prov. 8, 35.
Fil. 2, 13.
i« 2 Cor. 12, 9.
i» Ibid.
«si Prov. 3, 12.
‘52 2 Cor. 12, 7.
108 Diadoco

più, grazie alla loro umiltà, nello stato di tensione


alla vita perfetta in mezzo a tanti disprezzi); noi in­
vece ora chiamiamo debolezze i cattivi pensieri e i
malesseri fisici.
A quei tempi, infatti, i santi che lottavano contro
il peccato, dal momento che vennero fisicamente espo­
sti a colpi m ortali e ad altri diversi tormenti, m ostra­
rono con ciò stesso di essere molto al di sopra delle
passioni umane che son frutto del peccato. Ai nostri
tempi, invece, proprio perché grazie al Signore nelle
Chiese « la pace è in misura sempre più abbondan­
te » 1B, gli atleti della fede non possono che essere
provati nel corpo da continui malesseri e nell’anima
da cattivi pensieri. Ciò sia detto soprattutto di quelli
in cui la scienza opera per via del senso spirituale tu t­
to ripieno delle certezze di Dio, perché stiano lontani
da ogni vanagloria e dissipazioni, e grazie al loro stato
di profonda umiltà — come ho detto — possano rice­
vere nel loro cuore il sigillo dello splendore divino,
secondo le parole del Santo che dice: « E' stata segna­
ta su di noi la luce del tuo volto, Signore » 154.
Bisogna dunque sottom ettersi alla volontà del
Signore, rendendogli grazie perché allora ci saran­
no ascritti a secondo m artirio sia l’imperversare delle
malattie ostinate che le lotte contro i pensieri diabo­
lici. Colui, infatti, che allora per bocca degli empi ma­
gistrati diceva di rinnegare il Cristo e di cercare gli
onori del mondo, ancor oggi da se medesimo dice
incessantemente ai servi di Dio le stesse cose. Colui
che allora tram ite i m inistri dei progetti diabolici
tormentava i corpi dei santi e infliggeva gli estremi

153 i pt. l, 2.
iw Sai. 4, 7.
IV. - Cento considerazioni, 94 109

oltraggi a si nobili maestri, ancor oggi lo stesso ad­


dossa ai confessori della santa fede ogni sorta di
sofferenze con tanti oltraggi e dileggi, specialmente
quando essi vengono in soccorso con tutte le loro for­
ze ai poveri sofferenti, per la gloria del Signore.
Dobbiamo perciò con ferma pazienza sostenere
dì fronte a Dio il martirio, ovvero la testimonianza,
della nostra coscienza, secondo quanto sta scritto:
« Con pazienza attesi il Signore ed egli si chinò su
di me » 155.

155 Sai. 39, 2.


V. L’UMILTÀ’ METAFISICA FONDAMENTO
DELLA CONVERSIONE DEL CUORE (95-100)

95. L’umiltà progredisce nella misura in cui si rag­


giunge la perfezione

L'umiltà è cosa difficile da acquisire; essa infatti


è grande nella misura in cui se ne raggiunge la per­
fezione solo dopo tanti travagli. Ma di fatto è pre­
sente in coloro che posseggono la santa scienza, in
due modi.
Uno è proprio dell'atleta della fede cristiana
quando a m età della sua esperienza spirituale ha dei
sentimenti più umili o a causa delle infermità fisiche,
o per via di quegli odi che suole subire chi osserva la
giustizia da parte di coloro che gli sono nemici quan­
do meno lo dovrebbero, ovvero a motivo dei cattivi
pensieri. Un altro è proprio di chi è stato già illumi­
nato dalla grazia divina nel senso dello spirito tutto
ripieno delle certezze di Dio quando infine la sua ani­
ma possiede l’um iltà come una seconda natura. Infat­
ti « l’anima ripiena di pinguedine » 156 per divina bon­
tà, non può più levarsi in superba vanagloria, nean-

Sai. 62, 6; cf. Ger. 31, 14.


112 Diadoco

che per aver osservato incessantemente 1 divini co-


mandamenti; anzi piuttosto si giudica più bassa di
ogni altra creatura, in quanto partecipe della benigni­
tà di Dio.
La prim a um iltà comporta spesso afflizioni e sco­
raggiamenti, la seconda, gioia ben moderata da pru­
dente riserbo; perciò hanno lu n a quelli che — come
ho detto — stanno in mezzo alle lotte, ricevono l’al­
tra quelli che sono prossimi alla perfezione. Quindi
la prim a è spesso oggetto di scherno da parte di chi
gode dei successi del mondo; alla seconda invece pos­
sono venire offerti tutti i regni della te r r a 1S7: essa,
però, né si esalta, né sente minimamente i terribili
dardi del peccato, perché essendo tutta spirituale
ignora del tutto la gloria terrena.
L’atleta però non può assolutamente fare a meno
di giungere alla seconda senza passare per la prima;
perché la grazia non può concederci la grande ric­
chezza della seconda se non dopo avere reso flessi­
bile per mezzo della prim a la nostra volontà col sot­
toporla a sofferenze educative per libera adesione e
non per costrizione.

96. Per la conversione dal peccato le opere e il


silenzio

Quelli che si danno ai piaceri della vita presente


passano dal pensiero tentatore alla caduta nel pecca­
to, perché per sconsiderata decisione non bramano
altro che tradurre ogni passione dell'animo o in di­
scorsi iniqui o in opere empie. Quelli invece che intra­

157 C f. M t. 4, 8.
V. - Cento considerazioni, 96 113

prendono la pratica della vita perfetta passano dalle


cadute nel peccato ai pensieri cattivi o a certi discorsi
malvagi o dannosi.
Infatti, se i demoni vedono che tali uomini con­
sentono e si compiacciono di schernire di intratte­
nersi su discorsi oziosi e fuor di luogo di ridere smo­
datamente di adirarsi eccessivamente o di ricercare
la gloria vana e insulsa, allora di comune accordo si
armano contro di essi. Prendono invero soprattutto
spunto ad esercitare la loro malvagità dalla bram a di
gloria, e passando per essa come attraverso una fine­
stra nel buio balzano sulle anime e le saccheggiano.
Chi dunque vuol vivere arricchendosi di virtù
non deve né aspirare alla gloria, né cercare la compa­
gnia di molti, né andare sempre in giro, né schernire
chicchessia — anche se chi è oggetto di scherno lo
merita —, né fare molti discorsi benché sia capace
di farli tutti bene. Infatti le molte parole, distraendo
troppo lo spirito, non soltanto lo rendono inerte nella
vita spirituale, ma anche lo danno in mano al demo­
nio dell’accidia il quale, fiaccandolo con tuia noia
sconfinata, lo consegna al demonio della tristezza, e
poi a quello dell'ira.
Bisogna dunque che lo spirito attenda sempre alla
pratica dei santi comandamenti e ad un ricordo pro­
fondo del Signore della gloria. Dice infatti la Scrittura:
« A chi obbedisce ai comandamenti non capita di fare
discorso malvagio » 15S, cioè non capiterà di volgersi
a pensieri o parole cattive.

158 Eccle. 8, 5.
114 Diadoco

97. Dobbiamo convertirci con l’umile contrizione del


cuore e il fervido ricordo del Signore Gesù

Quando il cuore è colpito con suo bruciante do­


lore dai dardi dei demoni, in modo tale però che chi
ne sia bersaglio ritiene di sopportare facilmente i
colpi delle frecce, l'anima detesta fortemente le pas­
sioni in quanto è all'inizio della purificazione. Se in­
fatti essa non provasse gran dolore della turpitudine
dei suoi peccati non potrebbe poi abbondantemente
gioire dei benefici della giustificazione.
Colui il quale dunque vuol purificare il proprio
cuore lo infiammi continuamente con il ricordo del
Signore Gesù, e faccia di ciò solo il suo pensiero e la
sua pratica costante. Chi infatti vuol disfarsi del suo
marciume non deve talora pregare e talaltra no, ma
restare sempre in orazione con spirito vigile anche
se sta fuori dalle case della preghiera159.
A quel modo in cui infatti chi vuol purificare del­
l'oro, se lascia anche per un attimo smorzare il fuoco
del crogiuolo, fa solidificare nuovamente l'elemento
che vuol purificare, cosi anche chi talora si ricorda di
Dio e talaltra no interrompendo la preghiera perde
tutto ciò che credeva di avere acquistato con essa.
E' proprio di un uomo amante della virtù distrug­
gere continuamente con il ricordo di Dio ciò che di
terreno ha nel cuore, perché cosi — venendo a poco
a poco consumato il male dal fuoco del ricordo del
bene — l'anima ritorni al suo fulgore naturale per­
fettamente e con ima gloria più grande.

1» Cf. Mt. 21, 13; Is. 56, 7; Ger. 7, 11.


V. - Cento considerazioni, 98-99 115

98. L'impassibilità non è superbo atteggiamento dello


spirito ma umile purità di cuore

L'impassibilità non consiste nel non essere com­


battuti dai demoni, « perché allora dovremmo — come
dice l'Apostolo — uscire dal mondo » lé0, ma nel re­
stare im battuti quando siamo da essi combattuti.
Infatti, i guerrieri muniti di arm ature di ferro
sono bersagliati dai dardi degli avversari, sentono il
fischio del dardeggiare, ed anzi riescono a distingue­
re quasi una per una le frecce scagliate contro di loro,
ma non ne rimangono feriti grazie alla solidità degli
strum enti di guerra che indossano.
Essi, invero, devono la loro im battibilità alle ar­
m ature di ferro da cui sono difesi nel combattimento,
mentre noi sgomineremo le schiere tenebrose dei dia­
voli, muniti di tutto punto dell'arm atura della santa
luce e dell' « elmo della salvezza » 161 con tutte le ope­
re buone. Infatti essere puri non vuol dire soltanto
astenersi completamente dal male, ma operare per il
bene debellando il male con tutte le nostre forze.

99. Anche raggiunta l’impassibilità dobbiamo umilmen­


te attenderci gli attacchi della gelosia e della sen­
sualità

Quando l'uomo di Dio ha vinto quasi tutte le pas­


sioni, rimangono a combattere contro di lui due demo­
ni che vanno all'assalto, l'uno dell'anima che spinge
dal grande amore di Dio ad uno zelo tanto fuor di
luogo da renderla gelosa di chiunque piaccia a Dio

i® 1 Cor. 5, 10.
Ef. 6, 17.
116 Diadoco

come lei, l’altro del corpo che eccita alle brame del­
l’unione carnale, riaccendendo in esso quasi un fuoco
violento di passione. Questo accade al corpo anzitutto
per impulso naturale — qui si tra tta del piacere pro­
prio della natura che vuole la procreazione dei figli e
che perciò facilmente cede162 —, e poi anche per per­
missione divina. Infatti quando il Signore vede un
atleta nella piena m aturità di tutte le virtù permette
talora che egli venga contaminato da siffatto demo­
nio perché da sé si giudichi più vile di tutti gli uomi­
ni del mondo.
Senza dubbio la perfezione è seguita e talora an­
che preceduta dalla molestia delle passioni proprio
perché, sia che le passioni precedano sia che le pas­
sioni seguano, l'anima si riveli in un certo senso a se
stessa v ile ed inutile 1S3, per alto che sia il livello di
perfezione raggiunto.
Per sentire quindi incessante l'azione dello Spi­
rito Santo ed essere, con l'aiuto del Signore, vincitori
anche di dette passioni dovremo combattere il pri­
mo demonio con molta um iltà e carità, ed il secon­
do con la temperanza e la dolcezza, e con il pensiero
profondo della morte.

100. La sincera confessione del cuore e l’umile con­


fessione della bocca ci liberano dal giudizio di
condanna e ci aprono le porte del cielo

Quanti possediamo la santa scienza dovremo ren­


dere conto anche di ogni involontario pensiero vano.
Dice infatti Giobbe, e giustamente: « Hai notato an­

162 Seguo qui la lezione ettoménes del cod. T.


Cf. Le. 17, 10.
V. - Cento considerazioni, 100 117

che le mie trasgressioni involontarie » 164. Perché non


si può commettere caduta involontaria o volontaria
senza venir meno al ricordo di Dio e trasgredire i
suoi santi comandamenti.
Dobbiamo dunque quanto prim a rendere al Si­
gnore la sentita confessione anche delle cadute invo­
lontarie, quelle cioè che commettiamo nella pratica
delle norme consuete (perché non è possibile essere
uomini e non avere le umane debolezze), finché la
nostra coscienza non abbia trovato nelle lacrime d’amo­
re la certezza che esse le sono state perdonate. Sta
scritto infatti: « Se confessiamo i nostri peccati, egli
è tanto fedele e giusto da rimetterceli e purificarci
da ogni iniquità » 16S.
Dobbiamo inoltre custodire incessantemente il
senso della confessione166, perché la nostra coscienza
non si inganni credendo sufficiente la confessione a
Dio. Di fatto il giudizio di Dio è molto più esigente
della nostra coscienza, anche se con tutta certezza
non ci si sente colpevoli di nulla, come ci insegna
pieno di saggezza Paolo col dire: « Anzi, io non giudi­
co neppure me stesso, poiché, anche se ho coscienza
di non essere colpevole di nulla, non per questo sono
giustificato; chi mi guidica è solo il Signore » 167.
Invero se non confesseremo come si deve anche
tali cadute, al momento del trapasso scopriremo in noi
una cieca paura. Ma noi che amiamo il Signore dob­
biamo pregare per trovarci allora liberi da ogni timo-
164 Giob. 14, 17; cf. Giob. 4, 18.
1 Gv. 1, 9.
166 Cioè il senso spirituale per cui lo Spirito Santo ci fa
sentire il bisogno di confessare (esteriormente) i nostri pec­
cati, perché non si esaurisce il dovere della conversione con
un puro e semplice rapporto personale con Dio.
l Cor. 4, 3-4.
118 Diadoco

re; perché chi sarà trovato allora nel timore non pas­
serà liberamente davanti ai principi del Tartaro, che
hanno appunto come avvocata della loro nequizia la
stessa paura dell’anima.
L’anima invece che al momento della morte splen­
derà di divina carità volerà con gli angeli della pace
al di sopra di tutte le schiere delle tenebre. Perché
essa si è levata alto come sulle ali dell’amore spiri­
tuale e sempre quindi con la « pienezza della legge che
è l’amore » 16e. Perciò anche « nella parusia del Signo­
re » 169 quelli che avranno lasciato il mondo con tale
fiducia saranno « rapiti » 170 insieme a tutti i santi.
Ma quelli che al momento della morte anche per
poco avranno avuto motivo di paura saranno lasciati
tra la massa di tutti gli altri uomini in quanto re­
steranno sotto giudizio, perché provati dal fuoco del
giudizio171 ricevano da Gesù Cristo Dio di bontà e
nostro re la sorte ad essi dovuta secondo le loro
azioni: perché egli è il Dio di giustizia; ed è sua,
ma destinata a noi che l’amiamo, la ricchezza del suo
santo reg n o172 nei secoli dei secoli. Amen.
Considerazioni ascetiche di san Diadoco vescovo
della città di Fotica nell'Epiro illirico,73. Cento capi­
toli. Duemila trecento rig h e 174.

»« Rom. 13, 10.


i® 1 Tess. 4, 15.
™ 1 Tess. 4, 17.
«1 Cf. 1 Pt. 1, 7.
172 Cf. Sai. 35, 9.
IT3 Cf. la medesima espressione nel preambolo, alla fine.
Circa l'inesatta precisazione « illirico », cf. É. des Places, op.
cit., p. 163, η. 1.
m I greci chiamavano stichi le nostre righe che erano
unità di misura per il prezzo da pagare al copista. Noi remu­
neriamo il dattilografo per battute; gli antichi, invece, per
righe.
INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI

Abitudine: 43, 65, 102, 104, 63, 66-67, 78-79, 93, 108,
106 ecc.), di grazia e peccato
Abramo: 35 (58, 66, 75, 77, 83-84, 94,
Accidia: 63, 113 96, 98, 100, ecc.); specchio
Ade: 67 e profondità della: 41-42,
Affanni ed amarezze: 27, 29, 64, 83, 86, 90; purificazio­
32, 35, 39, 47, 54, 56, 59, 61, ne, umiltà e contemplazio­
65, 77, 81, 83, 92, 96-98, ne della: 28, 30-35, 42, 50,
102, 104, 107, 112 56, 72, 82-85, 111, 114, 116,
Africa: 11 ecc.; sanità della: 49; am­
Ai'donat: 8 biguità della: 39, 41, 43-46,
Amicizia con Dio: 79, 99 77, 82-86, 90-91, 97, 99, ecc.;
Amore, di Dio: 26-33, 35-36, dinamica della: 25, 31-34,
44-47, 51, 53, 62, 67, 75, 81, 3940, 44-48, 50-51, 61, 77,
84-85, 95-96, 102-105, 115; 79-80, 84, 88-89, 9445, 98,
del prossimo: 23, 32; spiri­ 102, 106, ecc.; sua dimora
tuale: 23, 37, 82, 101-102, nel corpo: 84
118; carnale: 32, 41,63, 81; Appetiti: 32, 40, 54, 61-63, 72,
comandamento dello: 56; 76-79, 89, 102, ecc.
perfezione dello: 34, 101- Arianesimo: 10
104; recupero allo: 105 Ascesi ed atletica dello spi­
Angeli: 96, 118 rito: 45, 48, 51, 54, 56, 58,
Anima, razionale: 26; irasci­ 61, 91-92, 102, 108-109, 111-
bile: 29; concupiscibile: 112, 116, ecc.
43; cieca: 41; conoscitrice Astinenza: 55-56
di sé: 81; emotiva: 95; Avarizia: 72
senso della: 31, 39, 43, 49, Avidità: 71, ecc.
66, 77, 95; memoria della:
78; sede di impulsi e incli­ Basilio: 15
nazioni, passioni e appetiti Battesimo: 83-86, 100
(31, 34-35, 43, 50-51, 54, 61, Bene: 27, 32, 53, 78, 83-84,
120 Indice dei nomi e delle cose notevoli

88, 99; natura del: 25-26; 64, 75-77, 80, 82, 105
godim ento del: 43, 83; e- Continenza: 40, 54, 60, 63,
sercizio del: 23, 72, 106- 79, 81; quadriga della: 68
107, 115 Contrizione: 97
Beni, di grazia e di gloria: Corfù: 8
23, 36, 39-40, 43, 49, 61, 63, Corpo: 32, 34, 4546, ecc.;
75, 84, 100; terreni: 25, 40, verginità e santità del: 54,
43, 61, 65, 69-71, 84, 102 59; fatiche e salute del:
Brama, spirituale: 31-32, 37, 56, 91; gioia del: 40, 86;
49, 63, 66, 81, 86, 97, 103; purificazione del: 85; dei
delle cose visibili: 62, 116 santi: 108; dimora dell’a-
nima: 84; sensi del: 31, 39-
Calcedonia: 11 41, 43, 46, 49, 61-62, 81, 86,
Carismi: 28, 72, 75, 80, 84 95; appetiti del: 54-55, 59,
Carità: 23, 25, 32, 36, 40, 47, 61, 88-89, 92, 116, ecc.;
53, 55, 60, 65, 101, 104-105, umori e parti eccitabili
116, 118 del: 57-58, 83, 91; interm e­
Carne: 87, 102; consigli del­ diario del demonio: 86, 90,
la: 44, 99; parti infiamma­ 93; corruzione e dissolu­
bili della: 55; appetiti del­ zione del: 49, 85, 89
la: 63, 88, 91-93; preda de­ Coscienza: 31, 36-37, 105, 109,
gli spiriti maligni: 86, ecc. 117
Castità: 23; fortilizio della: Cuore: 32, ecc.; senso del:
63 31, 33, 37, 51, 104; profon­
Cattività: 91 do, intim o del: 43, 62, 64,
Cirillo Alessandrino: 11 80, 86, 88, 105; memoria
Collera: 23, 67-68, 78 del: 62; fervore, gioia del:
Comandamenti: 30, 62, 71, 65, 80-81; purificazione del:
95, 99, 106, 112-113, 117 114; terra del: 57, 80, 95;
Combattimento: 40, 45, 53, infecondità del: 90; appe­
56, 58-59, 65, 68, 77, 88, 91- titi del: 26
92, 95, 98, 106,108,112, 115
Comportamenti cristiani: 36,
39, 41, 43, 47, 59, 67, 69-71, Demonio, insidie del: 35, 40,
ecc. 42, 44-51, ecc.; della disob­
Confessione: 40, 98, 102, 117 bedienza: 54; della corru­
Confessori: 109 zione: 67; dell’odio: 102;
Conoscenza, gnosi, perfezio­ dell’accidia: 113; della tri­
ne e scienza: 23-24, 27-29, stezza: 113; dell’ira: 113;
31, 33-34, 39-40, 42, 47, 55, della gelosia: 115; della
59, 63, 65, 68, 72, 77-80, 82, sensualità: 116
86-88, 90, 95, 99-105, 108, Depressione: 72
111-112, 116 Desolazione: 96-98
Consolazione: 4446, 48, 97 Diadoco: 24, 118
Contemplazione: 25, 27, 41, Dinamica della virtù: 23-24,
Indice dei nomi e delle cose notevoli 121

30, 33, 37, 46-47, 49-50, 77- F o z io : 7, 11


78, ecc.
Dio: 23-24, ecc.; bontà di: Gallia: 11
25, 28, 33, 39-40, 46, 48, 50, Genserico: 11
67, 75, 97, 103, 111-112; Gesù: 34, 48, 50, 53, ecc.; in­
diritto di: 79; giudizio di: vocazione del nome di: 46,
70, 89, 117-118; potenza di: 64, 66, 95; ricordo di: 44-
76, 85; soccorso di: 96; 45, 66, 99, 113-114
tribunale di: 34; della pa­ Giacobbe: 96
ce: 81; uomo di: 115; cf. le Giobbe: 63, 116
voci amicizia, amore, eco­ Gioia: 32, 40, 46-50, 61, 65,
nomia d., giustizia, me­ 70, 72, 75-77, 80-81, 84, 102-
moria, parola, Spirito, vo­ 103, 107, 112, 114
lontà Giorgio Cipriota: 8
Discernimento: 24, 40-52, 55- Giovanni Battista: 8, 30
56, 77, 79-80, 84, 91, 99 Giuda Iscariota: 102
Disperazione: 77, 97-98 Giudei: 68
Dissipazione: 64, 108, ecc. Giusti, santi e santità: 33,
Distacco: 23, 40, 84 45, 58-59, 79-80, 85-86, 102,
Economia divina: 42, 48, 53, 107-108, 118
65, 67, 72, 83-84, 92, 100, Giustificazione: 114
116 Giustiniano: 8
Efeso: 11 Giustizia: 27, 35, 54, 67-70,
Elemosina: 29, 71-72 72, 79, 85-86, 104, 111, 118
Elia: 68 Gloria com e estetica teolo­
Epiro: 7, 10-11, 23-24, 118 gica: 28, 30-31, 34, 48, 64,
Escatologia: 24, 41, 61, 68, 72, 77, 89, 104, 109, 113-114
89, 92, 102-103, 116-118 Grazia: 29, 45-47, 52, 66, 75-
Esperienza: 28-29, 37, 39, 44- 77, 83-89, 91-101, 111-112
46, 50, 63, 77, 79-80, 96-97, Grecia: 81
103-104, 111 Gusto: 43-44, 48, 55, 68, 80,
Eugenio di Cartagine: 7 100-103
Èva: 59, 62, 68
Evagrio Pontico: 10, 13 Ignoranza: 28, 49, 77
Ezechiele: 82 Illuminazione: 27, 31, 43, 51,
75, 77, 99, 101, 111
Fantasia: 29, 46, 57-58, 64-65, Immagine e somiglianza:
76, 78, 89 26, 84-85, 100-101
Fede: 23, 25, 27-28, 35-37, 57, Immagini peccaminose: 58,
60-61, 76-77, 97, 104, 108, 106, ecc.
111 Impassibilità: 34, 61, 79, 82,
Fervore: 30, 32, 37, 44-45, 64- 101, 115
66, 80-81, 86, 95, 99, 101 Impegno ascetico: 34, 37, 41,
Fotica: 7-8, 10, 12, 14-17, 23- ecc.
24, 118 Incorruttibilità: 85
122 Indice dei nomi e delle cose notevoli

Indifferenza: 61 intellettiva: 65-66; del be­


Infermità e sofferenze edu­ ne: 114; del male: 26, 93;
cative: 60-61, 107-109, 111- dei piaceri: 106; cf. le voci
112 anima, cuore, Gesù
Ingiustizia: 69, 71, 79, 103 Mente, sinonimo di spirito:
Intelletto, sinonimo di spi­ 23, 40, 44, 47, 57-58, 64, 66,
rito: 43, 49, 51, 76, 98-101 68, 78, 93, 99, 102, 105; giu­
Intemperanza: 54, 57-58, 66 dizio della: 31; bilance
Invidia: 35 personali: 35
Ioannina: 8 Messaliani: 11, 19, 83-101,
Ira: 27, 41, 50, 66, 97, 105, ecc.
113 Misericordia: 43
Irritazione: 32, 48, 61, 105 Misura: 28, 56-58, 76-77, 97-
Istinti, passioni: 23, 26, 29, 98
34, 57, 62, 66, 68, 78-80, 89, Mondo, distacco dal: 32, 52,
108, 112, 114-116 118 sollecitudini del: 33,
35; fascino e inganno del:
Lacrime: 41, 50, 65, 76, 79- 43, 62-63, 79
80, 97-98, 117 Monofìsismo, definizioni an­
Lazzaro: 67 tim.: 7, 11
Leone I imperatore: 7 Morte: 24, 53, 59, 61, 67, 94,
Libertà, di spirito: 26, 92, 116-118
95, 105; dagli affanni: 33, Mortificazione: 56, 58, ecc.
40, 44, 71, 75
Liboni, Limboni: 8 Natura, per sé buona: 26-27;
Luce e tenebre: 26-27, 29, 42, debole: 63, 67, 81-82, 89,
48, 51, 54, 64, 75, 77, 82, 106, 116
87-88, 91, 95-96, 101, 113, Nicea: 10
115, 118 Noia: 113
Nudità di Adamo disobbe­
Male: 26-27, 36, 79, 83-84, 99, diente: 39, 43, 53, 59, 62,
114-115 85, 99
Mansi G.D.: 7
Mansuetudine: 23, 67 Obbedienza: 53
Marrou H.I.: 11 Odio: 27, 54, 78-79, 102, 111
Martirio: 102, 108-109 Orazione, preghiera: 29, 66,
Massimo il Confessore: 10, 70, 72, 76-77, 80, 114
19 Orgoglio: 87, 97
Meditazione: 29, 64, 66, 76,
89 Pace: 29, 33, 42, 81, 95, 99,
Memoria (ricordo), di Dio: 118
26, 30, 41, 45, 47, 62, 64-65, Palamas G.: 9
67, 80-81, 86, 89, 114, 117; Panagiotides: 8
dell’amore spirituale: 102; Paolo apostolo: 44, 48, 51,
del gusto spirituale: 44; 67, 88, 90, 92, 102, 107, 117
Indice dei nomi e delle cose 'notevoli 123

Paramythia: 8 Rim orso: 37


Parola, di Dio: 24, 27, 29-30,
56, 75-77, 79, 82, 93, 105; Sapienza (saggezza): 28-29,
dell'uomo: 27, 76, 113; del 43, 68, 81
demonio: 49, 85 Sardica: 10
Passione di Cristo: 58 Scrittura: 32-33, ecc.
Paura: 117-118 Semplicità: 36, 47, 71
Pazienza: 23, 60, 72, 109 Senso dello spirito: 25, 27-
Peccato: 41-42, 59, 62, ecc. 29, 32-33, 39, 43, 45-46, 48,
Pelagianesimo: 10, 19 55, 64, 77, 83-84, 86, 94-95,
Pensieri, buoni: 26, 40, 78, 99-103, 108, 111; cf. le voci
85, 92, 94, 99; cattivi: 40, anima, corpo, cuore
42, 85, 92-94, 99, 108, 111- Silenzio: 28-30, 69, 78, 80, 97
113; impuri: 46; spine e Simeone il Nuovo Teologo:
triboli: 57; della carne: 9
99; diabolici: 84, 108; ed Sollecitudini: 29-30, 33, 35
opere: 35-36, 42, 54, 63, 79, Sonno, sogni e visioni: 44-
112, 114 46, 48-52, 57, 79
Pietà: 27, 56, 70, 106 Speranza: 23, 25, 40, 51, 60,
Places É. des: 8-9, 14, 16-17, 77, 81
118 Spirito, di Dio: 27-28, 33,
Pomero G.: 7 40, 42-44, 46-48, ecc.; del­
Popov Κ.: 9, 16-17 l'uomo: 27, 29, 33, 35-36,
Povertà: 27-28, 55, 69, 71-73, 40-47, ecc.; del male: 46-
95, 104, 109 47, 82, 86, 88, 90-93
Presunzione: 53-54, 72, 77, Superbia e vanagloria: 26,
79 29-31, 54, 56, 60, 76-77, 89,
Procopio: 8, 11 108, 111-113
Progressi del cristiano: 40,
45, 50, 53, 55, 77-78, 84, 86, Tartaro: 53, 118
95-96, 101, 103, ecc. Temperanza: 54, 56-57, 59,
Proposito: 47, 82, 84, 88, 94- 68, 116
95, 100, 106 Teologia: 27, 72, 75-80, 105
Purificazione: 33-34, 37, 42, Tesprozia: 8
48-49, 59, 84, 114-115 Tiepidezza: 64, 68
Quiete: 42, 76, 78 Tillemont L.S. Le Nain de:
7
Ragione: 35, 43, 79, 83, 92, Timore: 28, 33-34, 48, 50-51,
106 68, 71, 96-97, 117-118
Regno: 73, 89, 118 Timoteo di Costantinopoli:
Rendimento di grazie: 41, 11
55, 61, 98, 108 Torres (Turrianus) F.: 10,
Ricchezze, spirituali: 28, 73, 17
75, 96, 102, 112, 118; mate­ Trasformazione: 24, 32, 75,
riali: 23, 72, 84 102
124 dei nomi e delle cose notevoli

Tristezza: 50, 56, 72, 113 tica:60; anacoretica: 28,


60; di grazia: 40, 58, 98,
Umiltà: 23, 29, 30-31, 50, 53- 108, 113; di gloria: 53; fu­
54, 65, 71-72, 77, 80, 84, 95- gacità della: 35, 61, 63, 75,
97, 108, 111-112, 116 103; piaceri della: 44, 55,
Uomo: 26, 28-29, 35, ecc. 112
Vittore di Vita: 7, 11
Volontà, di Dio: 36, 67, 95,
Vandali: 11 106, 108; dell'uomo : 40,
Velia: 8 47, 85, 93, 97-99, 104, 106,
Vento, del nord: 82; del 112
sud: 82 Voluttà: 59, 62, 68, 83, 92
Violenze: 23, 27, 39, 67, 70,
79, 86 Weis-Liebersdorf J.E.: 8
Virtù: 33, 36, ecc. Wenger A.: 9
Vita, ascetica o filosofica:
28, 51, 62, 98, 103; cenobi­ Zelo: 27, 35, 68, 99, 115
INDICE SCRITTURISTICO

Antico 33, 10 : 33 Sapienza


Testamento 35, 9 : 118 7, 15 : 103
35, 10 : 82
38, 12 : 65 Isaia
Genesi 39, 2 : 77, 109 25, 8 : 103
1, 31 : 55 41, 5 : 40 56, 7 : 114
2, 25 : 59 44, 14 : 86
3, 2 ss. : 68 50, 9 : 59 Geremia
3, 4 ss. : 39 61, 6 : 48 7, 11 : 114
3, 6-7 : 62 62, 6 : 111 31, 14 : 111
3, 11 : 59 62, 9 : 34
22, 1 ss. : 35 65, 12 : 83 Ezechiele
28, 12 : 96 67, 7 : 60 1, 4 : 82
Deuteronomio 67, 11-12 : 73
68, 24 : 88
4, 24 : 64 73, 21 : 72
2 Re 74, 6 : 104 Nuovo
2 , 11 : 68 93, 19 : 78 Testamento
106, 30 : 36
Giobbe 114, 6 : 71
4, 18 : 117 125, 5 : 80 Matteo
14, 17 : 117 138, 12 : 88 4, 8 : 112
31, 7 : 63 139, 14 : 41 4, 23 : 60
5, 48 : 25
Salmi Proverbi 6, 25-34 : 72
4, 7 : 108 3, 12 : 107 7, 14 : 62, 106
11, 7 : 79 8, 35 : 107 11, 12 : 106
18, 10 : 48 11, 30 : 106
27, 7 : 40 Ecclesiaste 12, 29 : 42, 94
30, 24 : 33 1, 18 : 65 12, 44-45 : 90
33, 9 : 39, 44, 94 8, 5 : 113 13, 44 : 84
126 Indice scritturistico

13, 46 : 65 13, 10 : 34, 101, 5, 27 : 100


15, 18-19 : 93 118 6, 14-17 : 91
19, 21 : 71 14, 13ss. : 105 6, 16 : 95
21, 13 : 114 14, 17 : 103 6, 17 : 115
26, 41 :86, 91, 93 14, 18 : 91
Filippesi
Marco 1 Corinti 1, 9-10 : 44
10, 21 : 71 2, 6 : 105 2, 6-8 : 53
12, 34 : 61 2, 8 : 35 2, 13 : 107
2, 14-15 : 86 3, 12 : 88
Luca 4, 3-4 : 117
1, 35 : 48 5, 10 : 115 1 Tessalonicesi
6, 30 : 70 8, 3 : 31 4, 15 : 118
6, 36 : 25 9, 25 : 54 4, 17 : 118
8, 28 : 89 9, 27 : 91 5, 19 : 42
10, 18 : 96 12, 3 : 64
10, 27 : 52 12, 8 : 28, 78, 80 1 Timoteo
12, 22-34 : 72 13, 13 : 25, 104 3, 6 : 60
14, 26 : 72 15, 54 : 103 5, 23 : 58
17, 10 : 116 15, 57 : 100 6, 8 : 55
18, 22 : 71 2 Corinti
23, 34 ss. : 69 2 Timoteo
4, 17 : 36
5, 4 : 103
2, 6 : 28
Giovanni
1, 5 : 87 5, 6 : 49 Tito
I, 9-12 : 87 5, 7 : 48 2, 10 : 35
3, 30 : 30 5, 8 : 63
11, 33 ss. : 67 5, 13 : 32 Ebrei
19, 28-29 : 58 6, 14 : 85, 87 1, 14 : 96
7, 10 : 65 10, 39 : 97
Atti degli Apostoli 8, 12 : 71 12, 1 : 85
20, 24 : 69 8, 14 : 55
11, 14 : 51 1 Pietro
Romani 11, 20 : 70
12, 7 : 107 1, 2 : 108
1, 20-21 : 88 1, 7 : 118
12, 9 : 107
7, 18 : 92 2, 2 : 86
7, 19 ss. : 86 Galati 2, 23 : 69
7, 22 : 91 5, 6 : 36, 60 5, 5 : 95
7, 22-23 : 86, 90 5, 25 : 63
7, 25 : 92 1 Giovanni
8, 1-2 : 90 Efesini 1, 9 : 117
8, 7 : 87 2, 7 : 30, 31 4, 18 : 33
8, 15 : 67 4, 13 : 97
8, 26 : 66 4, 18 : 88 Apocalisse
II, 10 : 88 5, 18 : 58 21, 2 : 75
INDICE GENERALE

I n tr o d u z io n e ...........................................................pag. 7
Vita e scritti di Diadoco - La figura del vescovo
di Fotica attraverso la dottrina dei « Cento
capitoli » .............................................................» 7
Cento capitoli gnostici di Diadoco vescovo di Fo­
tica in E p i r o .......................................................» 23
Premessa: <Decalogo dell’ « utopia » umana
per viverla nell’orizzonte cristiano >. . . » 23
I. Antropologia e teologia (1-23).............................. » 25
1. L’unione con Dio e il senso spirituale » 25
2. Bontà, assoluta in Dio e relativa nell’uomo » 25
3. Il male non è una sostanza.............................. » 26
4. Si è simili a Dio quando si agisce per la
sua g l o r i a ...................................................... » 26
5. Educazione della v o lo n tà.............................. » 26
6. Zelo per la g iu s tiz ia .................................... » 27
7. La luce della Parola illuminail cuore » 27
8. Silenzio e contemplazione.............................. » 27
9. I due doni divini della scienza e della sa­
pienza .............................................................» 28
10. Sapienza ed amore della Parola. . . » 29
11. Annunzio ed ascolto secondo la vera sag­
gezza .............................................................» 29
12. Il disprezzo di sé stessi è propedeutica alla
c a r i t à ............................................................ » 30
128 Indice generale

13. Un esempio di umiltà e di carità . . . pag. 31


14. Verso la perfezione.......................................... » 31
15. Amore umano e carità divina . . . » 32
16. Il timore di Dio è di stimolo alla purifi­
cazione .............................................................» 33
17. Il timore di Dio come terapeutica del­
l'anima .............................................................» 34
18. L'impedimento delle sollecitudini terrene . » 35
19. L’anima p u r a ................................................ » 35
20. Fede o p e r o s a ................................................ » 35
21. La forza che porta al cielo.............................. » 36
22. Non scrutare il m i s t e r o .............................. » 36
23. La conversione del cuore deve essere con­
tinua .............................................................» 36
II. Momenti e protagonisti del combattimento
spirituale (24-40).......................................... » 39
24. Il corpo e lo s p i r i t o .............................. » 39
25. Mortificazione è liberazione . . . » 39
26. L’uomo non deve lasciarsi turbare dalle
suggestioni................................................ » 40
27. La coscienza del peccato e la compunzione » 41
28. L’uomo dimora dello SpiritoSanto » 42
29. Lo Spirito di unione rende uno il cuore
d i v i s o ...................................................... » 43
30. Dal senso intellettivo procede il discerni­
mento del b e n e .................................... » 43
31. Il ricordo del nome di Gesù sconfigge l’in­
gannatore ...................................................... » 44
32. L’anima sgomina l’avversario rifugiandosi
nel ricordo di D io .................................... » 45
33. Unione con Dio e amplesso col demonio . » 46
34. L'uomo è fragile nella volontà, ma lo Spi­
rito Santo lo irrobustisce........................» 47
35. L'unzione dello Spirito Santo placa l’ani­
ma in lo tta ................................................ » 47
36. La fede ci dona il senso del gusto, non
la visione beatifica....................................» 48
37. Il combattimento spirituale del giusto non
ha t r e g u a ................................................ » 49
Indice generale 129

38. Non credere ai sogni, che non sempre ven­


gono da D io .................................................... pag. 50
39. Il servo fedele talora deve rischiare di
non riconoscere e non onorare il suo si­
gnore .............................................................» 51
40. Le insidie del falso angelo di luce dinanzi
allo specchio dell’a n i m a .............................. » 51
III. Le virtù dell’uomo secondo il progetto evan­
gelico (4 1-66)...................................................... » 53
41. L’obbedienza primo gradino della perfe­
zione c ristia n a ................................................ » 53
42. La continenza come autodominio . . . » 53
43. L’atleta si astenga dagli appetiti malvagi,
non dagli alimenti creati da Dio . . . » 54
44. La temperanza nel vitto ci fa gustare le
cose celesti...................................................... » 55
45. La moderazione condizione per una sana e
corretta alimentazione.................................... » 55
46. Tregua nell'astinenza per progredire in
umiltà e c a rità ................................................ » 56
47. Il digiuno strumento di perfezione » 56
48. Intemperanza nel bere e cattivi pensieri . » 57
49. La sobrietà nel bere vince gli stimoli della
lu ssu ria ............................................................ » 57
50. Bevande eccitanti, dannose al corpo e al­
l'anima .............................................................» 58
51. L’aceto e l’issopo della mortificazione . » 58
52. I bagni e le n u d ità .......................................... » 59
53. L’arte del Medico D iv in o .............................. » 60
54. Sapere accettare le malattie e la morte . » 61
55. Fortezza nel seguire la stretta via che in­
troduce al cielo................................................ » 61
56. Èva esempio d’intemperanza, Giobbe mo­
dello di continenza.......................................... » 62
57. La custodia del c u o re .................................... » 63
58. L’accidia come alienazione dai carismi di­
vini e dai beni te rre n i.................................... » 63
59. L’abito della c a rità .......................................... » 64
60. Dio ci purifica con le tribolazioni . . . » 65
61. Tipi di preghiera nell’aridità spirituale . » 66
130 Indice generale

62. Il fuoco della collera buona . . . . pag. 67


63. Pregare per chi ci fa delmale . . . » 68
64. Recuperare non per sé la refurtiva, ma
a Dio il l a d r o ..........................................» 69
65. L’umiltà comedistacco daibeni terreni . » 70
66. Gioia del dare e coscienza del proprio
n u l l a ...................................................... » 71
IV. Interpretazione dei rapporti fra natura e gra­
zia (67-94)...................................................... » 75
67. Primo germoglio della grazia è la teologia,
la familiarità con la parola di Dio . . . » 75
68. Dio si svela attraverso la parola biblica . » 76
69. I misteri d e ll'a n im a .................................... » 77
70. Dissipazioni e meditazione.............................. » 78
71. Solo il giusto illuminato da Dio ne per­
cepisce gli ineffabili segreti . . . . » 78
72. Teologia e g n o s i .......................................... » 79
73. Orazione vocale e m entale.............................. » 80
74. La sapienza è mossa perennemente dallo
Spirito S a n t o ................................................ » 81
75. Lo Spirito Santo dissipa gli errori . . . » 82
76. Assurda l'interpretazione messaliana del
rapporto tra grazia e peccato . . . » 83
77. Gli sviluppi della grazia del battesimo . » 84
78. L'immagine divina dell'anima riflette il suo
fu lg o re .............................................................» 84
79. Il demonio tenta di far prigioniero l'uomo » 86
80. Luce e ten eb re................................................ » 87
81. La meditazione dei novissimi . . . » 88
82. L'agguato della c a r n e .................................... » 90
83. Il peccato è frutto bastardo dello spirito » 92
84. Non possono coabitare nell'anima in gra­
zia il demonio e D i o .................................... » 94
85. Cinque tappe nel progresso di natura e
g r a z i a .............................................................» 94
86. Satana non può abitare nello spirito uma­
no assieme con D io.......................................... » 96
87. La desolazione, educativa e punitiva » 97
88. Due comportamenti etici diversamente
o r i e n t a t i .......................................................» 98
Indice generale 131

89. La grazia divina e i colori della somiglianza pag. 100


90. La dolcezza del g u s to .................................... » 101
91. L’esperienza dell’amore presuppone ma su­
pera quella della fe d e .................................... » 103
92. Il contatto dello spirito con la Parola il­
luminatrice ...................................................... » 104
93. L’aiuto della grazia divina.............................. » 106
94. La testimonianza dell'ascesi equivale alla
testimonianza del s a n g u e .............................. » 107
V. L’umiltà metafisica fondamento della conver­
sione del cuore (9 5 -1 0 0 ).................................... » 111
95. L’umiltà progredisce nella misura in cui si
raggiunge la perfezione.................................... » 111
96. Per la conversione dal peccato le opere e
il s ile n z io ...................................................... » 112
97. Dobbiamo convertirci con l’umile contri­
zione del cuore e il fervido ricordo del Si­
gnore G e sù ...................................................... » 114
98. L’impassibilità non è superbo atteggiamen­
to dello spirito ma umile purità di cuore » 115
99. Anche raggiunta l’impassibilità dobbiamo
umilmente attenderci gli attacchi della ge­
losia e della sensualità.................................... » 115
100. La sincera confessione del cuore e l’umi­
le confessione della bocca ci liberano dal
giudizio di condanna e ci aprono le porte
del c i e l o ...................................................... » 116