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SANCTI AMBROSII EPISCOPI MEDIOLANENSIS

OPERA
18

ORATIONES FVNEBRES

recensuit Otto Faller

Mediolani Romae
Bibliotheca Ambrosiana Città N uova Editrice
M CM LXXXV
SANTAMBROGIO

Discorsi e Lettere /I
LE ORAZIONI FUNEBRI

introduzione, traduzione, note e indici


di
Gabriele Banterle

M ilano Roma
Biblioteca Ambrosiana Città N uova Editrice
1985
Questo volume è pubblicato con il contributo della Fondazione
S. Ambrogio per la Cultura Cristiana, sostenuta dal Dr. Ing. Aldo Bonacossa

© Biblioteca Ambrosiana, P.za Pio X I, 2 - 20123 Milano


Città Nuova Editrice, via degli Scipioni 265 - 00192 Roma
ISBN 88-311-9164-0
INTRODUZIONE

Le orazioni fu n eb ri di sa n t’Am brogio, nonostante la persisten­


za di vari asp etti teologico-pastorali com uni a gran parte delle sue
opere, presentano, co m ’è com prensibile, particolari caratteristiche
che conferiscono loro u n ’im portanza e u n significato che le distin­
guono tra tu tti gli scritti del Santo.
Esse, in fa tti, non solo costituiscono un docum ento di prim a
m ano p er la ricostruzione storica di avvenim enti dei quali il V e­
scovo m ilanese fu testim o ne validissim o o, addirittura, protago­
nista, ma, so p ra ttu tto , ci p erm etto n o di sondarne, attraverso la
sincerità della com m ozione, i sen tim en ti p iù riposti, e di com pren­
derne in m odo p iù autentico la psicologia che gli altri scritti ci
rivelano solo occasionalm ente.
Certo, le situazioni, che le orazioni rispecchiano, sono diverse.
Il p rim o dei due discorsi (o « libri ») dedicati al fratello è una
rievocazione che solo di rado esorbita dall’am bito degli affetti
fam iliari, attraverso i quali gli stessi avvenim enti esteriori ven­
gono interpretati; invece quello per Valentiniano II, benché per­
vaso da u n ’em ozione profonda p e r la tragica m o rte del giovane
im peratore, nello stesso tem po ci illum ina con chiarezza sulle cir­
costanze storiche e allude in m odo sufficientem ente scoperto alle
responsabilità del crim ine; infine il discorso p er Teodosio, più bre­
ve degli altri contrariam ente a quanto ci sarem m o aspettati, con­
siste essenzialm ente nell'esaltazione dell’ideale d ’un im peratore
cristiano.
Da q u esti cenni si può com prendere quali siano la natura e
l’interesse degli scritti co n tenuti in questo volum e e quale quadro
ci offrano, nel loro com plesso, di u n ’epoca cosi torm entata e tu ­
m ultuosa. Di ciascuno d i essi si dirà ora partitam ente.

De excessu fratris

S a n t’A m brogio dedica alla m em oria del fratello due discorsi,


che costituiscono u n ’unica opera, uno il giorno stesso della m orte,
il secondo nel settim o giorno successivo *. Q uesti sono i soli dati

1 Cf. De exc. ir., II, 2: E rgo quia dudum dies m o rtis in ter lacrim abiles
aspectus debu it anim um inclinare fraternum , qui totu m tenebat, nunc, quo­
niam die septim o ad sepulcrum redimus...
10 INTRODUZIONE

cronologici veram ente sicuri; la cronologia delle altre vicende della


sua vita dipende dalla ricostruzione degli storici ed è quindi fr u tto
di ipotesi p iù o m eno plausibili.
Va rilevato, a nzitutto, che l’unica fo n te che parli di Satiro
sono i no stri due discorsi; anche lo stesso Paolino, segretario e
biografo d i Am brogio, m antiene sul fratello del Santo u n assoluto
silenzio. Da tali discorsi apprendiam o che Satiro era p iù giovane
di M arcellina, m a p iù anziano di A m b ro g io 2, che aveva esercitato
con successo l'a vvo ca tu ra3 ed era stato governatore di una pro­
v in c ia 4, che, dopo l’elezione episcopale del fratello, lo aveva rag­
giunto a Milano, dove si era occupato specialm ente dell’am m ini­
strazione dei beni c o m u n i5; da ultim o, che verso la fine della vita
aveva co m piuto un viaggio nell’A frica settentrionale p er ottenere
da un tale Prospero la restituzione di una som m a dovutagli e frau-
d olentem ente tr a tte n u ta 6 e, al ritorno, dopo un viaggio ricco di
p e rip e zie7, si era am m alato ed era m o r to 8. Le stesse circostanze
del suo b a tte s im o 9 non sono definitivam ente chiarite, perché in
rapporto con un naufragio 10 che sem bra distin to da quello che lo
avrebbe colto al ritorno dall’Africa u .
N el testo del p rim o discorso non m ancano alcuni riferim en ­
ti alla m inaccia di u n ’invasione barbarica12 e si fa anche un nom e
che, appartenendo ad un illustre personaggio con il quale il de­
fu n to si era incontrato, sem brerebbe tale da consentire una deter­
m inazione cronologica abbastanza esatta. In realtà, se il prim o
accenno si riferisce alla ribellione dei Quadi e dei Sarm ati, com e
vogliono il P a la n q u e13 e il D u d d e n 14, siam o nell’anno 374-375 (Amm.,
X X IX , 6); se invece si m e tte in rapporto con l’invasione dei Goti,
guidati da Fritigerno, com e credono il F a ller15 e il P a re d i16, siam o
verso la fine dell’autunno del 377. Anche il Sim m aco, di cui si
parla com e viven te a I, 32, per i p rim i sarebbe L. Avianio S im m a ­
co, m o rto nel 376 17, p er i secondi dovrebbe essere identificato col

2 Cf. ibid., I, 54: Quis igitur non m iretu r uirum inter fratres duos, alte­
ram uirginem, alterum sacerdotem , aetate m edium...
3 Cf. ibid., I, 49: N am quid spectatam stipen diis forensibus eius facun­
diam loquar? Quam incredibili adm iratione in auditorio praefecturae subli­
m is em icuit. Vedi ibid., trad., nota 1.
4 Cf. ibid., I, 25.58 e relative note alla traduzione.
5 Cf. ibid., I, 20.40.62.
6 Cf. ibid., I, 24.
7 Cf. ibid., I, 17.26.50.
8 Cf. ibid., I, 27.
9 Cf. ibid., I, 48.
10 Cf. ibid., I, 43-44. Vedi nota 67 al par. 43.
11 Cf. ibid., I, 27.50. Vedi nota precedente.
12 Cf. ibid., I, 30-32.
13 J ean -R é m i P a la nq ue , Saint A m broise et l'E m pire rom ain, De Boccard,
Paris 1933, pp. 488-489.
14 F . H o m e s D u d d e n , The Life and Tim es of S t. A m brose, Clarendon Press,
Oxford 1935, I, p. 176, nota 2.
is S a n c t i A m b r o s ii Opera, ree. O. F aller S. I., CSEL LXXIII, pars VII,
Vindobonae MCMLV, Introd., pp. 86-87.
i6 A. P aredi, S. Am brogio e la sua età, Hoepli, Milano I9602, p. 239.
i? P alanque , op. cit., p p . 489-490; D u d d e n , op. cit., p . 177.
INTRODUZIONE 11

figlio Q. Aurelio Sim m aco, il fam oso oratore avversario di A m ­


brogio nella controversia p er l'altare della V ittoria nel senato
rom ano 18.
Di conseguenza, p er i p rim i il ritorno di Satiro a M ilano sa­
rebbe avvenuto nel gennaio del 375 19 e la m o rte nel febbraio suc­
cessivo; p er i secondi, rispettivam ente alla fine del gennaio del
378 e p rim a della fine del m ese se g u e n te 20. C om e si vede, è que­
stione di probabilità, non di certezza.
P ersonalm ente propendo p er la data del 378, oltre che per le
convincenti argom entazioni del Faller, anche perché da tu tto il
p rim o discorso si ricava chiaram ente l'im pressione che Satiro
sia rim asto accanto al fratello, divenuto vescovo dì M ilano nel
374, p er u n periodo non troppo breve, probabilm ente p er alcuni
anni, m entre, s'egli fo sse m o rto nel 375, ciò non sarebbe stato pos­
sìbile. In o ltre a I, 48 si dice che, ricevendo il battesim o, gratiam
et accepit d esid eratam et seru au it acceptam . Ora, l’essere rim asto
in grazia co stitu ireb b e un m otivo d ’elogio solo nel caso che il
fa tto riguardi, se non proprio un'intera vita, alm eno uno spazio di
tem po non trascurabile. È ben vero che ignoriam o quando Satiro
abbia ricevuto il battesim o, perché, com e s'è detto, non sappiam o
esattam ente con quale dei naufragi sofferti dobbiam o m etterlo in
rapporto; tuttavia, anche questa considerazione sarebbe p iu tto sto
a favore del 378 che del 375.
Per altre notizie, rinvio, p e r esem pio, all’utile articolo del
Palestra, pubblicato in occasione del X V I centenario della consa­
crazione episcopale di sa n t’A m b ro g io 21.
L'opera com prende, com e s'è detto, due discorsi o libri, che
presentano ciascuno un carattere m o lto diverso. I l p rim o è il vero
e proprio discorso com m em orativo — diciam o cosi — p er la m or­
te del fratello; il secondo è p iu tto sto un trattato sulla risurrezio­
ne. Q uesta differenza risulta anche dal m odo con cui, riferendosi
al contenuto n, A m brogio cita il proprio scritto: E t de re su rrec tio ­
ne quidem p lu rim a scrip tu ra ru m su n t testim onia, q u ae n o n p ra e ­
term isim us in libris Consolationis et R esu rre c tio n is23.
A questo p u n to si presenta un problem a che forse attualm en­
te non rivestirebbe u n ’eccessiva im portanza, se non coinvolgesse,
indirettam ente, la form azione culturale d ’Am brogio, d irettam en­
te, la questione delle sue fonti. A quale genere letterario appar­
tiene il De excessu fratris?

18 F aller , ed. cit., In trod., pp. 87-88; P aredi, op. cit., p. 235.
» P ala nque , op. cit., p. 492; D u d d e n , op. cit., p. 177.
20 F aller , ed. cit., In trod., p. 87 (vedi nelle pp. precedenti lo sviluppo
dell’argomentazione), P aredi, op. cit., p. 237.
21 A. P alestra , N ote al libro prim o « De excessu fra tris » d i S an t’A m bro­
gio, in « Ricerche storiche sulla Chiesa ambrosiana », IV, Archivio ambro­
siano, XXVII, Milano MCMLXXIV, pp. 25-52. A p. 39, però, è inesatta la tra­
duzione del passo del par. 44 citato in nota.
22 F aller, e d . c it ., In trod., p . 89.
23 Expl. ps. I, 51; cf. Avg. De pecc. orig., 41, 47, CSEL XLII, 205, 12:
...in opere quod scrip sit de resurrectione sanctus Am brosius.
12 INTRODUZIONE

I l R o z y n s k i24 ha considerato il p rim o discorso un λόγος· παρα­


μ υ θ η τικ ό ς , cioè una « consolatio », secondo la divisione del reto­
re greco M enandro di Laodicea, vissuto nel I I I secolo d.C .25. In o l­
tre ha riconosciuto in esso uno schem a analogo a quello della
C onsolatio ad M arciam di Seneca. Col R o zyn ski polem izza l’Al-
b e r s 26, che pensa p iu tto sto ad una μονψδία, cioè ad una « lauda­
tio », sem pre secondo gli insegnam enti di M enandro. Più guardin­
go, il C a rpaneto27 ritiene eccessivo risalire a schem i retorici trop­
po vincolanti, com e fanno invece i due autori precedentem ente
citati, so p ra ttu tto il prim o.
Converrà dunque esam inare b revem ente i m o tivi principali
svilupp a ti da A m brogio nel p rim o discorso De excessu fratris. A
parte qualche ripetizione e qualche « excursus » 28, consueti, del
resto, nelle sue opere, i concetti fondam entali possono essere iden­
tificati cosi: ragioni che giustificano il dolore per la m o rte di
Satiro; do ti e virtù del defunto; m o tivi di consolazione; desiderio
di raggiungerlo al p iù p resto in cielo. Tali m o tivi sono poi elabo­
rati, non senza u n ’evidente analogia con le do ttrin e stoiche assor­
bite principalm ente attraverso le opere di Cicerone e di Seneca,
com e dim ostrano i nu m erosi passi paralleli riportati, sulla scorta
del Faller, nelle note alla traduzione. N o n m ancano alcuni richia­
m i al Περί επιδεικτικώ ν del già citato M enandro, che tuttavia non
sem brano, com plessivam ente, determ inanti. T u tto som m ato, tenu­
to conto che i passi paralleli di Seneca appartengono tu tti alle
tre Consolationes, certo non ignote ad Am brogio; che inoltre nel
suo discorso egli dichiara apertam ente di essersi assunto il com ­
p ito di « consolare » 29, riterrei che il m odello, cui, più o m eno deli­
beratam ente, egli ha inteso uniform arsi, p otrebbe essere proprio
quello della « consolatio », che nella letteratura latina proponeva
num erosi ed illustri precedenti. N on c'è bisogno, d ’altra parte, di
aggiungere che i m o tivi — tradizionali in tale circostanza — accol­
ti da A m brogio nel suo discorso sono sostanzialm ente m otivi
« um ani », cioè senza specifica parentela col paganesim o, adatti
quindi ad una spontanea e convincente interpretazione cristiana.
Scrive il Favez.: « J ’ai dit... q u ’A m broise a fa it oeuvre nouvel-
le et j ’espère l'avoir prouvé. Placé en face d ’une très ancienne

24 F . R o z y n s k i , Die Leichenreden des hi. Am brosius, insbesondere auf ihr


V erhàltnis zur antiken R hetorik und den antiken T rostschriften untersucht,
Breslau 1910, pp. 18, 67, 70.
25 A . L e sk y , Storia, della letteratu ra greca, trad. it., Il Saggiatore, Milano
1962, III, pp. 1039 e 1093.
μ S. A m b r o s ii M ed io l a n e n sis E p isc o p i De o bitu S atyri fra tris Laudatio
funebris, denuo edidit..., D. Dr. P a u l u s B r u n o A lbers , Bonnae MCMXXI,
p. 7: « Ambrosius orationem hanc seu laudationem in fratris defuncti m e­
moriam ad rhetorum praecepta com posuisse nemo negare poterit »; p. 8:
« Nonne ergo oratio nostra ad genus μονωδίας pertinere uidetur? ».
27 G . M . C arpaneto , Le opere oratorie d i S. A m brogio, estr. da « Didaska-
leion », 1930, fase. I, pp. 59-61.
28 Per es., parr. 12-13.
29 Cf. De exc. fr., I, 14: Sed consolandi hodie, non tractandi partes
recepi; I, 77: D eest igitur consolandi uia...; II, 3: Vnde proposu im u s solari
nos com m uni usu.
INTRODUZIONE 13

tradition, il en a, il est vrai, su b i l’influence: il a accepté le cadre


général qu'elle lui presentali, il lui a m èm e em p ru n té bon nom-
bre de ses argum ents. Mais ces argum ents il les a pénétrés d ’esprit
chrétien, et su rto u t il a a jouté des consideratioris et des dévelop-
pem en ts inspirés u n iq u em ent de l’Évangile... Il est en O ccident le
créateur de la C onsolation chrétienne » 30.
Vale anche la pena di rilevare in questo discorso un aspetto
non com une di fro n te agli altri scritti am brosiani, aspetto che
naturalm ente trova la sua giustificazione nella particolare natura
dell'opera e nella circostanza p er cui venne com posta. In ten d o
parlare d ell’effusione sen tim entale che, perm eandola tutta, ci rive­
la i tenerissim i legam i di affetto che univano i due fratelli tra loro.
N on voglio, d ’altra parte, tacere che talune m anifestazioni affetti­
ve, alm eno p er la nostra sensibilità, possono sem brare eccessiva­
m en te patetiche, in quanto m etto n o a nudo sen tim en ti che, pro­
prio p er il loro carattere intim o, noi preferirem m o gelosam ente cu­
sto d iti n ell’animo.
I n Seneca — m a la situazione è notevolm ente diversa — pre­
vale lo sviluppo del ragionam ento senza particolari m ozioni di
affetto; in Gregorio di N azianzo — si veda, p er esem pio, l’orazione
per la m o rte del fratello Cesario, funzionario im periale, avvenuta
verso l’inizio d ell’anno 36931 — si am m ira lo straordinario equili­
brio che concilia le esigenze d ’una rievocazione che vuole essere
obiettiva e l’espressione dell’affetto fraterno. Il confronto risulta
tanto più valido quanto p iù sim ili sono le circostanze p er le quali
i due discorsi vennero pronunciati.
Carattere diverso presenta il secondo discorso che, tra l’altro,
deve avere su b ito anche, rispetto al prim o, una p iù am pia e im pe­
gnativa rielaborazione32. Poco sopra ho parlato di « trattato ». In
realtà, com e d im ostra il C arpaneto33, una prim a parte, che si esten­
de dal par. 4 al par. 49, ha i caratteri di una « consolatio », in
quanto illustra Vinevitabilità della m o rte (4-17) ed afferm a che
questa ci libera dagli affanni della nostra vita (18-49); tu tto il re­

30 CH. F a v e z , L'inspiration chrétienne dans les « Consolations » de Saint


Am broise, « Revue des études latines », V i l i (1930), p. 91 Cf. C a r p a n e to , op.
cit., pp. 67-68: « Infine nello studio retorico di Rozynski piace rilevare la
constatazione che i discorsi funebri di sant’Ambrogio, malgrado la loro
grande dipendenza dall’antichità, fanno più l'im pressione di orazioni fune­
bri cristiane, che non quelli di Gregorio Nazianzeno e di Gregorio di Nissa ».
Un ampio esame dedica ai due discorsi anche G. Madec (S aint A m broise et la
philosophie, Études augustiniennes, Paris 1974, pp. 27-36), giungendo ad ana­
loghe conclusioni. Particolarmente interessante, in parte anche sulla scorta
degli studi del Courcelle, è la sua ricerca sulle fonti, specie in rapporto a
Platone.
31 PG XXXV, 985-1044. Già n ell’esordio (I, 756 B) troviamo queste affermazio­
ni: Ούτε γάρ θ-ρηνήσομεν τον άπελθ-όντα πλέον fi καλώς εχει, οί γ ε μηδέ
τών &λλων τά τοια ΰτα αποδεχόμενα, οϋτε έπαινεσόμεθα πέρα τοΰ μέτρου
καί πρέποντος...
32 A questo proposito vedi F aller , ed. cit., Introd., pp. 88-89. Secondo il
Palanque (op. cit., p. 465), la rielaborazione sarebbe stata lieve.
33 Op. cit., pp. 69-76.
14 INTRODUZIONE

sto, però, cioè oltre otta nta paragrafi, tratta della risurrezione.
In o ltre il m odo d i procedere del ragionam ento è analogo in entram ­
be le parti; m anca so p ra ttu tto quell’elem ento affettivo che carat­
terizza in m aniera cosi p rep o ten te il p rim o discorso.
N o n m ancano invece, secondo un uso — o un d ife tto — di
Am brogio, le digressioni che il Carpaneto definisce « pareneti-
che » 34 Alcune si avvertono m eno, com e quella sulle esagerate m a­
nifestazioni di lu tto (7-17), p er tacere di altre m inori; alcune inve­
ce, com e quella su i patriarchi (95-101) e, soprattutto, quella sulle
trom be d ell’Apocalisse (105-115), p er l’argom ento, rispettivam en­
te, e p er l’eccessivo sviluppo, disturbano lo svolgim ento del pen­
siero e tolgono efficacia al procedere dell’argom entazione.
Quanto alle fo n ti dell’opera, rinvio alle num erose citazioni
riportate in n ota alla traduzione, con l'avvertenza che n o n sem ­
pre esse costituiscono la prova di una diretta derivazione. Come
nel p rim o libro, abbondano specialm ente quelle di Cicerone, V ir­
gilio e Seneca; troviam o inoltre riferim en ti al De resu rrectio n e
di Atenagora, alle H om iliae in Genesim di Origene e, rip etu ta m en ­
te, allusioni polem iche a Platone nei riguardi della m etem psicosi.

De obitu Valentiniani

Dopo la vitto ria su M assim o (388), Teodosio aveva provvedu­


to ad una nuova sistem azione politica dell'im pero. R iservata a sé
la direzione suprem a, aveva assegnato l’O riente al suo p rim o figlio
Arcadio, allora undicenne, l’Italia al secondo figlio Onorio, di ap­
pena cinque anni, e la Gallia a Valentiniano II, affidandone la
tutela al conte A rb o g a ste35. V alentiniano era nato nel 371: aveva
quindi diciassette anni. N ella prim avera del 392 il contrasto tra i
due scoppia violento. V alentiniano ritiene di potere e dovere assu­
m ere di fa tto le fu n zio n i im periali esercitate fino allora so tto il
controllo di A rb o g a ste36.
A partire da questo m o m en to il discorso di A m brogio De obitu
V alentiniani diventa per noi una fo n te appassionata e com m ossa,
m a non p e r q uesto m eno onesta e sincera, degli avvenim enti.
I barbari minacciavano l’Ita lia 11. Valentiniano avrebbe desi­
derato lasciare la Gallia, m a ne fu im pedito da Arbogaste su ordi­
ne di Teodosio. N el fra tte m p o s ’era diffusa la notizia che i Mila­
nesi avrebbero m andato A m brogio quale legato presso l’im perato­
re, p er invitarlo a ritornare in Ita lia 3S. La m issione non ebbe luogo,
perché fu sparsa ad arte la voce che Valentiniano stava p er giun-

34 Op. cit., p. 72.


35 Vedi A. P aredi, Am brogio, Graziano, Teodosio, estr. da « Antichità
altoadriatiche », XXII, Udine 1982, p. 28.
36 Scrive il Faller (ed. cit., In trod., p . 102): « Valentinianus... Arbogastis,
com itis potentissim i, custodiam in dies magis captiuitatem arbitratus... ».
37 Cf. De ob. Val., 2.4.
38 Cf. ibid., 23.
INTRODUZIONE 15

gere a M ila n o 39. L'im peratore allora scrive personalm ente ad A m ­


brogio perché si a ffretti a raggiungerlo, sia per conferirgli il bat­
tesim o sia p er fa rsi garante p er lui presso Arbogaste. N el fra t­
tem po i m o tivi di contrasto tra V alentiniano e il suo « tutore »
diventano di giorno in giorno p iù num erosi e v io le n ti40.
M entre Am brogio, p a rtito in tu tta fretta, stava superando le
Alpi, giunse inattesa la notizia della m orte dell’im p era to re41. Com e
appare da vari passaggi del discorso, A m brogio non m ostra di cre­
dere che V alentiniano si sia su icid a to 42, notizia che m irava sco­
pertam ente ad offenderne la m em oria.
Valentiniano fu strozzato la vigilia della P entecoste del 392,
cioè il 15 maggio, e il corpo fu sepolto a Vienne lo stesso giorno.
Ignoriam o quando venne traslato a Milano, dove rim ase insepolto
per due m e s i43. In quale data sia avvenuta la tum ulazione defini­
tiva, non sappiam o con certezza. Se, com e afferm a il Faller**, nel
discorso di Am brogio non v ’è traccia della ribellione di Eugenio,
iniziatasi il 22 agosto 39245, lo stesso discorso deve essere stato
pronunciato in una d o m e n ic a 46 p rim a di tale data, m a dopo il 15
lu g lio 47, allo scadere dei due m esi dal trasporto della salm a a
Milano.
Che il « genere » prevalente in quest'opera sia quello della
« consolatio », m i sem bra generalm ente a m m e ss o 48. Precedono il
Ο-ρηνος o lam ento fu n eb re (3-8), che coinvolge am ici e nem ici e
pone in particolare rilievo la partecipazione della Chiesa (5-8), I’έπα ι­
νος o elogio del d efu n to (9-39), nel quale si m e tto n o in evidenza
il suo im pegno n ell’em endare i pro p ri difetti, la sua opposizione
al paganesim o e il suo desiderio di ricevere il battesim o, il suo
tenero affetto p er le sorelle. Col par. 40 ha inizio la παραμ υθία
o « consolatio » vera e propria fSed a d u estram , sanctae filiae, con­
solationem reuertar...), nella quale si riprendono brevem ente talu­
ni m otivi (vedi, p er esem pio, par. 48) caratteristici di questo gene­
re di scritti, che abbiam o già incontrato nel De excessu fra tris, I.
Ma l'argom ento di m aggior rilievo, anche per il suo significato teo­
logico, riguarda la d o ttrina del « battesim o di desiderio », fo rm u ­
lata con estrem a chiarezza insiem e a quella del « battesim o di
sangue » nei parr. 51-53. Q uesta parte si conclude col par. 57.

3» Cf. ibid., 24-25.


40 Vedi F aller, ed. cit., Introd., p . 103.
« Cf. De ob. Val., 26.
42 Cf. ibid., 23.27.33.79. Sulle fonti storiche deH’avvenimento, vedi F aller ,
ed. cit., Introd., p. 104, nota 167.
« Cf. De ob. V a l, 49.
44 Ed. cit., Introd., p. 105.
4s Vedi però nota 57 al par. 57 del De ob. Val.
« Cf. De ob. Val., 30.
47 II Faller (ed. cit., In trod., p. 105) suppone che Arbogaste abbia inviato
al più presto il corpo dell’ucciso a Milano. Quindi i due mesi si sarebbero
compiuti tra il 15 luglio, term inus p o st quem puramente teorico, e il 22
agosto, term inus ante quem m olto probabile.
48 Vedi R o z y n s k i , op. cit., pp. 71-94; C arpaneto , op. cit., p. 54; F aller , ed.
cit., In trod., p. 106.
16 INTRODUZIONE

Dal par. 58 al par. 63, sulla scorta del C antico d ei C antici, si


fa l'elogio — che, specie p er il continuo riferim en to biblico, assu­
m e un significato che trascende la m aterialità dèli'elencazione —
delle singole m e m b ra del defunto: P rim o tam en singula m em bra
perspiciam . S i passa quindi dal corpo all’anima: nunc ad lo q u ar
anim am tu am dignam propheticis ornam entis, cioè all’illustra­
zione delle do ti m orali. Dal par. 71 al par. 77 si descrive l’incontro
col fratellastro Graziano*9, che lo introduce in cielo. A entram bi
A m brogio rivolge, concludendo il discorso, un saluto particolar­
m en te affettuoso, m en tre chiede a Dio di non essere separato da
loro dopo la sua m o r te 50 e p er essi invoca, a suo tem po, la ri­
surrezione.
In d u b b ia m en te il De o bitu V alentiniani, sotto l’aspetto arti­
stico, è la m igliore delle orazioni fu n eb ri di Am brogio. N on voglio
dire che essa sia senza difetti, specialm ente nei riguardi della
com posizione e d ell’ordine, che, com e s'è detto, costituiscono il
pu n to p iù debole del nostro Autore. Cosi, p er esem pio, nella par­
te che, alm eno secondo la classificazione accettata, sarebbe riser­
vata all’ έπαινος, cioè alla « laudatio », sono inseriti il racconto
della p rim a m issione m ancata e della seconda, in terro tta all'an­
nuncio della m o rte dell’im peratore (23-26), m e n tre poco dopo, al
par. 29, troviam o una ripresa del θρήνος, cui segue una digressione
sulla « ricchezza » e « povertà », rispettivam ente, del popolo ebreo
e del popolo cristiano.
Tuttavia, l’essere il d efu n to un im peratore rom ano — titolo
che, nonostante tu tto , evocava fa n ta sm i di grandezza e di gloria —,
le circostanze tragiche e fosche della sua m orte, la sua giovane
età, i legami a ffettivi che lo univano all'oratore e — perché n o ? —
l'angoscia, quasi p iù sim ile a un rim orso che a un rim pianto, di
non essere p o tu to intervenire in tem po, tu tti q u esti m o tivi con­
tribuiscono a infondere nelle parole un calore ed una passione
che sostanzialm ente riescono a svincolarsi dai m odelli retorici e
dai p recetti di scuola.
Anche senza com pilare una precisa statistica, il lettore potrà
rendersi conto che le risonanze degli autori classici sono assai
m eno num erose che nei p recedenti discorsi. Lo stesso am atissim o
Virgilio interviene quasi esclusivam ente nel corso dell'orazione
con l'eco co m m o ven te dei versi dedicati al giovane M a rcello 51 e
alla fine con quelli d estin ati ad esaltare la fedele am icizia e la
m o rte im m a tu ra d i Eurialo e N is o 52.
Il Faller ritiene che questo discorso sia sta to pubblicato ai
p rim i di settem b re, di fa tto senza ritocchi, con l’aggiunta, però,

49 Era figlio di Valentiniano I e della sua prima m oglie Severa ( D u d d e n ,


op. cit., I, p. 79), m entre Valentiniano II, con le sorelle, era figlio di Giustina
(ibid., I, 86). Fu assassinato a Lione il 25 agosto 383, a venticinque anni (ibid.,
I, pp. 220-221). Sulle circostanze deU’assassinio, vedi P aredi , Am brogio, Gra­
ziano..., cit., p. 28, nota 8.
so Cf. De ob. Val., 80: ab illis... quos in hac uita carissim os sensi.
51 Aen., VI, 883-886 (par. 56).
52 Ibid., IX, 446-447 (par. 78).
INTRODUZIONE 17

del prim o paragrafo che, specie p er l'uso di fo rm e com e s c r i b e r e ,


in s c r i b e n d o e particolarm ente del verbo s i g n a r e (« sten d ere» ,
« redigere »), oltre che per l'im postazione generale, sem bra p iu t­
tosto scritto che p ro n u n cia to 53. E ffettiva m en te questa osservazio­
ne appare fondata.

De obitu Theodosii

Teodosio m ori il 17 gennaio del 39554 e il discorso funebre


venne pronunciato da Am brogio quaranta giorni dopo, la dom e­
nica 25 febbraio, alla presenza del figlio O n o rio 5S.
E vid en tem en te, pronunciare l’elogio fu n eb re di un im peratore
com e Teodosio non era un im pegno di poco conto. Se in seguito
m o lti gli a ttribuirono l'epiteto di « Grande », anche subito dopo
la m orte non era difficile valutare la statura politica del defunto,
la cui scom parsa segnerà la definitiva spaccatura dell'im pero ro­
mano. Di tu tto questo sem bra rendersi conto Am brogio nel so­
lenne inizio della sua orazione. La stessa natura, con terrem oti,
nubifragi, inondazioni, nébbie im penetrabili più del consueto, è
sem brata anticipare l’annuncio della ferale notizia. Il R o z y n s k i56
vede in tu tto questo un inopportuno influsso delle fo n ti pagane;
ne dà invece una giustificazione in senso cristiano il C arpaneto57,
che m e tte il passo di Am brogio in rapporto con i segni prem oni­
tori della caduta di G erusalem m e e della fine del m ondo. S i sareb­
be addirittura ten ta ti di scorgere nel nostro passo un ricordo, fo r­
se inconscio, dei fen o m en i tellurici avvenuti alla m orte del Sal­
vatore.
Purtroppo, però, ciò che segue sem bra m al corrispondere a
cosi solenne inizio. La giustificazione delle onoranze fu n eb ri dopo
quaranta giorni, sull'esem pio biblico (3-4), nonostante il richiam o
ai patriarchi, no n giova certo alla tensione em otiva, m entre l’ac­
cenno alle u ltim e volontà dell’im peratore d efu n to (4-5), anche se
hanno un significato quale esortazione ai successori, lim itano nella
loro concretezza la visione com plessiva dell’opera di Teodosio.
Il discorso continua con un'esortazione ai soldati perché con­
servino nei riguardi dei figli la fedeltà dim ostrata verso il padre,
fedeltà che ha il suo fo n d am ento p iù saldo nelle convinzioni reli­
giose (6-11). I cinque paragrafi seguenti (12-16) sono un elogio del­
le virtù del d efu n to , in particolare della sua clem enza, con la

53 Ed. cit., In trod., p. 106 e nota 171. Anche il Palanque (op. cit., p. 465)
lo ritiene pubblicato « sans retouches ».
54 Cf. S ocr., H ist. Eccl., V, 26: Έ ν ύπατεία Ό λυμβρίου καί Προβίνου τη
έπτακαιδεκάτη τοΰ Ίανουαρίου μηνός = XVI Kal. Febr. Il Faller (ed. cit.,
Introd., p. 115) scrive « a. d. XV Kal. Febr. ». Deve trattarsi di una svista;
tra l ’altro, se cosi fosse, il conto dei quaranta giorni non tornerebbe.
55 Cf. De ob. Theod., 3.
56 Op. cit., pp. 98-99.
57 Op. cit., p p . 63-66.
18 INTRODUZIONE

quale com pensava l’im pulsività del carattere. Dal par. 17 al par.
38 lo svolgim ento del discorso ha la sua traccia nell’interpretazio­
ne del salm o 114: Dilexi, quoniam audiet dom inus uocem o ratio ­
nis m eae, salm o che agli occhi di A m brogio acquista un partico­
lare significato anche p er il valore sim bolico che viene attribuito
al suo num ero. T uttavia il partito, non solo retorico m a anche em o­
tivo, di maggiore efficacia è la continua ripresa del verbo dilexi,
posto in bocca p rim a a Teodosio, poi allo stesso Am brogio.
L ’am ore cristiano del d efunto è la spiegazione delle sue virtù,
so p ra ttu tto d ell’um iltà, che gli ha consentito di sottoporsi, lui,
l’im peratore, alla pubblica penitenza per la strage di Tessalonica;
è la forza che lo ha reso capace di superare tu tte le difficoltà e
tu tte le prove.
Segue un breve accenno ad alcuni avvenim enti storici: l’uc­
cisione d ell’im peratore Graziano, la vittoria su M assim o e, suc­
cessivam ente, su E ugenio e Arbogaste (39-40). Di Valentiniano I I
e della sua fine crudele non si parla. Certo, l’averlo affidato ad
Arbogaste costituiva p er Teodosio una responsabilità, se non m o ­
rale quanto m eno storica. E ra dunque preferibile un pietoso si­
lenzio.
O. Seeck (Geschichte des U nterganges, Stoccarda 1913,
p. 242) suppone invece che la m ancata m enzione di Valentiniano
dipenda dal fa tto che, a differenza di quanto appare dal discorso
funebre del 392, Am brogio successivam ente si sarebbe convinto della
realtà del suicidio del giovane im peratore. L ’ipotesi non m i sem bra
però cosi verosim ile com e afferm a l’autore.
I parr. 40-51 costituiscono un « excursus » che desta un certo
stupore anche in coloro che per lunga consuetudine sono avvezzi
alle digressioni di Am brogio. In tali paragrafi si narrano la ricer­
ca e la scoperta della croce di Cristo da parte di sa n t’Elena, m a­
dre di Costantino, e dell’uso fa tto da essa di due dei chiodi im pie­
gati per la crocifissione. Da un p u n to di vista com positivo, l’inser­
zione è del tu tto in o p p o rtu n a 58; m o lti anzi hanno supposto che
l’« excursus » sia stato aggiunto in una revisione su ccessiva 59. Io
tenderei ad escludere tale ipotesi, perché Am brogio, che non si

58 Vedi S c h a n z -H o s i u s , IV, 1, p. 352: « Auch diese Rede zeigt, dass es


Ambrosius nicht mòglich war, seine Gedanken zum einem festen Organismus
zu vereinen und kunsterlich zu formen ». È un giudizio severo, m a non privo
di qualche fondam ento. E prosegue: « Die Episode iiber die Auffunderung
des Kreuzes durch Helena die in gar keinem inneren Zusammenhang zum
Thema steht, ist eine fast umbegreifliche Geschmacklosigkeit [mancanza di
gusto] ».
59 Vedi D u d d e n , op. cit., II, p. 700, nota 11; F a v e z , L’épisode de Vinvention
de la croix dans l'Oraison funèbre de Théodose p a r S ain t A m broise, « Revue
des études latines », 10 (1932), p. 424. In proposito il Faller (ed. cit., pp.
116-117) non ha dubbi. La fine del discorso avrebbe dovuto comprendere i
parr. 33-40 e 52-56. Di parere diverso il Palanque (op. cit., p. 464). Si po­
trebbe osservare che, togliendo, come vuole il Faller, ben undici paragrafi
(41-51), l’intero discorso risulterebbe di quarantacinque paragrafi, poco più
della metà del De obitu Valentiniani, che lo stesso Faller ritiene accresciuto,
in sede di revisione, di un solo paragrafo.
INTRODUZIONB 19

preoccupava eccessivam ente d ’interrom pere la concatenazione lo­


gica dei suoi scritti, in questo caso aveva adeguati m o tivi per
agire cosi. S i trattava, insom m a, di rievocare l'origine dell’im pero
cristiano di cui Arcadio e Onorio sarebbero dovuti essere i con­
tinuatori su ll’esem pio del loro padre d e fu n to 60. L'inizio del par.
33: ...ut q u ad am serm onem m eum p ero ratio n e concludam non
m i pare determ inante, quando si considerino i procedim enti com ­
positivi e le digressioni del nostro Autore.
Con un nuovo accenno alla gloria celeste di Graziano e di
Teodosio (52-53) e al trasporto della salm a fino a C ostantinopoli,
cui Onorio non potrà partecipare, perché i suoi doveri d ’im pera­
tore lo trattengono a Milano, l’orazione si conclude (54-56).
S o tto l’aspetto letterario il De o b itu Theodosii si differenzia
dai precedenti discorsi, com e avverte il F aller61. Il R o zyn sk i pen­
sava ad un έγκώ μιον, secondo l'uso rom ano descritto da P o lib io 62.
Il Faller, che parla di « laudatio », non sem bra su posizioni m ol­
to diverse, anche se sottolinea il contenuto parenetico.
Personalm ente crederei che nel De o b itu Theodosii, più che
nel De excessu fra tris e nel De obitu V alentiniani, prevalgano l’esi­
genza pastorale e il richiam o alla situazione concreta creatasi con
la m orte del grande im peratore. Certo, noi ci sarem m o attesi
tu tt’altro discorso, o alm eno avrem m o desiderato che venissero
som m ariam ente ricordate le benem erenze di Teodosio nella re­
staurazione d i u n im pero che aveva attraversato m o m e n ti estrem a-
m en te critici fino a giungere quasi allo sfacelo. N on bisogna però
dim enticare che A m brogio era un vescovo e che in Teodosio vede­
va so p ra ttu tto u n cristiano. Di fro n te alla m orte l’unica grandez­
za che regge veram ente è quella della virtù, e questa appunto
l’oratore voleva celebrare nell'im peratore defunto.
Da un p u n to di vista storico-letterario il De obitu Theodosii
può lasciare in so d d isfa tti e delusi; da u n p u n to di vista cristiano
riprende con efficacia l ’a m m onim ento del salmo, scelto da Bos-
su et quale m o tivo ispiratore dell’orazione fu n eb re p e r E nrichetta
Maria, regina d ’Inghilterra: « E t nunc, reges, intelligite; erudim ini
qui iudicatis terram » (Sai 2, 10).

Il testo latino della p resente edizione è quello curato da O tto


Faller p er lo C SEL (L X X III); solo a De ob. Val., 19, ho ripristinato

60 II Favez (ibid., p. 428), che pure suppone, com e s ’è detto, che l ’epi­
sodio sia stato inserito nella successiva revisione, offre un argomento per
sostenere il contrario. L’episodio della croce sarebbe stato introdotto per
mostrare ad Arcadio ed Onorio che essi erano gli eredi di una venerabile
eredità di fede da Costantino in poi. Ma una sim ile considerazione doveva
essere ritenuta cosi essenziale da Ambrogio, da prospettarla subito agli eredi
di Teodosio, non da aggiungerla in seguito. Si veda, infatti, De ob. Theod.,
47: Principium itaque credentium im peratorum sanctum est, quod super
frenum.
61 Ed. cit., In trod., p. 116.
62 R o z y n s k i, op. cit., pp. 106-107, 110-112; C a r p a n e to , op. cit., p. 54. Polibio
accenna brevemente alle laudationes funebres a VI, 53, 2 e 54, 1.
20 INTRODUZIONE

la lezione tradizionale, dandone giustificazione in una nota alla


traduzione italiana. Del Faller ho accettato anche l’ortografia, sia
pure con qualche perplessità, ricordando quanto scrive D om B.
B o tte nella sua edizione del De s a c ra m e n tis63. P. Faller, infatti,
tende a ricostruire un'ortografia « am brosiana » sulla scorta di due
codici, il P arisinus 8907 del principio e il R auennas della fine del
V secolo
N o n ho però accolto, com e anche D om B otte, fo rm e quali
conpraehendo, rep raeh en d o e sim ili, preferendo quelle senza d it­
tongo.
Per ciò che riguarda la traduzione, ho seguito i m edesim i cri­
teri ad o tta ti nei preced en ti vo lu m i dell’Opera om nia, non senza
tener conto, però, del particolare « genere letterario » dei testi
tradotti.

63 A m b r o ise de M il a n , Des sacram ents, Des m ystères, Explicatiori du Sym -


bole, « Sources chrétiennes », Les Éditions du Cerf, Paris 19612, p. 44.
« CSEL LXXVIII, Introd., pp. 47 ss.
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SIGLE D EI CODICI CITATI
(De ob. Val.)

A A udom aropolitanus 72, sec. V III/IX .


P Parisinus bibl. nation. Lat. 1913, sec. IX.
C Parisinus bibl. nation. Lat. 1719, sec. XI.
D D unelm iensis bibl. cath ed r. B. II. 6, sec. XI.
E Parisinus bibl. n ation. Lat. 1729, sec. X II.

ALTRE ABBREVIAZIONI

PL = Migne, Patrologia Graeca, Paris.


PG = Migne, Patrologia Latina, Paris.
ThLL = Thesaurus linguae Latinae, Leipzig.
D e excessu fratris

Per la dipartita del fratello

Sull’esem pio del Faller, vengono contrassegnati da un asterisco i passi


della Sacra Scrittura che non corrispondono esattam ente al testo della
Vulgata.
LIBER PRIMVS

1. Deduxim us, fra tre s dilectissim i, h o stiam m eam , h o sti


incontam in atam , « h o stiam d eo placentem » a, dom n u m et fra tre m
m eum S atyrum . M em ineram esse m ortalem , n ec fefellit opinio,
sed superabundauit gratia'0. Ita q u e nihil habeo, q u o d q u e ra r, et
habeo, in qu o deo g ratias agam , quia sem p er optaui, u t, si q u ae
p ertu rb atio n es uel ecclesiam uel m e m anerent, in m e p o tiu s ac
m eam d eciderent dom um . Deo ig itu r g ratias, quia in hoc om nium
m etu, cu m om nia m o tib u s sin t suspecta b arb aricis, com m unem
m aero rem p riu a to dolore transegi, et in m e co n u ersu m est, qu id ­
qu id tim ebam us om nibus. A tque u tin am hic consum m atum sit, u t
dolor m eu s pu b lici doloris redem ptio sit! 2. N ihil q u id em habui,
fra tre s carissim i, in reb u s hum anis tan to fra tre p retio siu s, nihil
am abilius, nihil carius, sed p ra e sta n t p riu a tis publica. Ip siu s quo­
que si quis sen ten tiam sciscitaretur, m allet occidere p ro aliis
q u am sibi uiuere. P ro p tere a enim p ro om nibus secundum carnem
C hristus est m o rtu u s a, u t nos non solis nobis u iu ere discerem us.
3. Accedit illud, quod in g ratu s d iu in itati esse non possum . Lae­
tan d u m en im m agis est, quod talem fra tre m habuerim , q u am
dolendum , quod fra tre m am iserim ; illud enim m unus, hoc debitum
est. Itaq u e p erfu n ctu s sum , q u am d iu licuit, com m isso m ihi fe­
nore; qui d eposuit pignus, recepit. N ihil in te re st, u tru m abiures
d epositum an doleas re stitu tu m . In u tro q u e fidei am biguum ,
u itae p ericu lu m est. An si pecuniam neges, cu lp a est, si hostiam
neges, p ietas est, cum pecuniae fe n era to r inludi possit, n a tu ra e

1. ^ c f. Phil 4, 18.
b Rom 5, 20.
2. a Cf. 2 Cor 5, 15.
LIBRO PRIMO

1. A bbiam o p o rta to in q u esta chiesa, fratelli carissim i, la


tim a d a m e offerta, la v ittim a in contam inata, la « v ittim a gradita
a Dio », il m io signore e fratello S atiro. Sapevo che era m o rtale *,
e in ciò no n m i ingannai, m a la grazia di Dio fu sovrabbondante.
P er questo non ho m otivo di lam entarm i, anzi ho m otivo di rin ­
graziare Dio, p erch é ho sem pre desiderato che, se qualche tem ­
p esta dovesse m inacciare la C hiesa o la m ia persona, piom basse
p iu tto sto su m e e sulla m ia c a s a 2. Sia dunque ringraziato Dio
p erché nel generale tim o re di questi g io rn i3, quando tu tto è m otivo
di sospetto p e r le rivolte dei b arb ari, ho v is s u to 4 l'angoscia com u­
ne col m io p ersonale dolore e si è volto co n tro d i m e ciò che
tem evam o p e r tu tti. E voglia il cielo che in tale frangente si sia
o tten u to che il m io dolore valga a risc a tta re il dolore com une.
2. C ertam ente, fratelli carissim i, tr a i beni di q u esta te rra non ne
ho avuto n essu n o p iù prezioso, p iù am abile, p iù caro di u n tale
fratello; m a il p ubblico in teresse h a la precedenza su quello
privato. Anch'egli, se si chiedesse il suo p arere , p referireb b e
m o rire p e r gli altri che vivere p e r sé. P er questo, infatti, C risto
secondo la carn e è m o rto p e r tu tti, perché im parassim o a vivere
non solam ente p e r noi. 3. N on posso in o ltre essere ingrato con
Dio. Devo in fa tti ralleg rarm i di aver avuto u n sim ile fratello p iu t­
tosto che dolerm i di averlo p e r d u to 5: quello fu u n dono, questa
u n a necessità. P ertan to , finché m i è stato possibile, ho goduto i
fru tti del capitale che m i è stato affidato; chi m i aveva lasciato il
pegno, se l’è ripreso. N on c’è differenza tr a il negare di averlo
ricevuto e il dolersi di averlo re stitu ito ; in en tra m b i i casi la
lealtà è dubbia e la v ita è in pericolo. Forse, m en tre è u n a colpa
rifiutarsi di re stitu ire il denaro, sarà u n a prova di p ietà rifiutare
1 Cf. S en ., Ad Marc., 10, 5: m ors enim illi denuntiata nascenti est.
2 Cf. Liv., XLV, 41, 8: ...illud optaui, ut, cum ex sum m o retro uolui fo rtu ­
na consuesset, m utationem eius dom us m ea p o tiu s quam res publica sen tiret;
V a l . M a x ., V, 10, 2: ...precatus sum ut, si quid aduersi populo Romano im m i­
neret, totum in m eam dom um conuerteretur. Cf. Cic., Tuse., III, 28, 70.
3 Vedi Introduzione.
4 Cf. transigere uitam , annos, aeuum (F o r c e l l in i ).
s Cf. S e n ., Ad Pol., 10, 1: ...non iniuriam tib i factam quod talem fratrem
am isisti, sed beneficium datum quod tam diu tibi p ieta te eius u ti fruique
licuit·, 6: cogita iucundissim um esse quod habuisti; humanum quod perdidisti.
Cf. anche Cic., Tuse., I, 39, 93, e, inoltre, H ie r ., Ep., 60, 7: ...nec doleas quod
talem am iseris, sed gaudeas quod talem habueris (la lettera, però, è del 396:
vedi ed. « Les Belles Lettres », III, p. 223).
26 DE EXCESSV FRATRIS, I , 3 -5

au c to r et necessitudinis c re d ito r frau d ari n o n queat? Ita q u e quan­


to u b e rio r fenoris sum m a, tan to g ra tio r u su ra sortis. 4. Vnde
in g rati d e fra tre esse n on possum us, quia, quod n a tu ra e com m u­
nis fuit, red d id it, quod gratiae singularis est, m eru it. Quis enim
com m unem condicionem recuset? Quis doleat sibi p ro p riu m pi­
gnus erep tu m , cum ad solacium n o stri filium suum u nicum p ro
nobis p a te r tra d id e rit ad m ortem ? a. Quis exceptum se p u te t esse
debere a condicione m oriendi, qui non sit exceptus condicione
nascendi? M agnum p ietatis m ysterium , u t m ors corporis nec in
C hristo esse.t excepta, ac licet n atu ra e dom inus, carnis tam en,
q u am susceperat, legem non recusaret. E t m ihi necesse est m ori,
illi necesse no n fuit. An qui de seruo dicit: Si uolo eum $ic m anere,
donec uenio, quid ad te ? b non p o tu it ipse sic m anere, si uellet?
S ed p e rp e tu ita te u itae huius sibi p retiu m , m ihi sacrificium p erd i­
disset. Quo ig itu r m aius est solacium n o stri, q u am quod « se­
cundum carn em » c et C hristus est m o rtu u s? A ut c u r ego uehe-
m entiu s fleam fratrem , cum sciam illam m ori non p o tu isse pie­
tatem ?

5. C u r solus p ra e ceteris fleam, quem fletis om nes? Pri


tu m dolorem com m uni dolore digessi, p ra esertim cum m eae
lacrim ae nihil p ro sin t, u e stra e au tem lacrim ae fidem a d stru a n t,
consolationem ad ieran t. Fletis, diuites, et flendo p ro b a tis nihil
opitulari· rep o sitas diu itias ad salutem , cum pecuniae p re tio m ors
differri non q u eat e t p a ri u su diuitem inopem que dies suprem us
eripiat. Fletis, senes, quod in hoc lib eru m so rtem pauetis. E t ideo,
q uia u itam corporis p ro d u cere non potestis, in stitu ite liberos
non ad u su m corporis, sed ad u irtu tis officium. Fletis et iuuenes,
quod n atu ra e finis non sit m a tu rita s senectutis. F leu eru n t et p au ­
peres, et, quod m u lto est pretiosius m ultoque u b eriu s, lacrim is
suis eius delicta lau eru n t. Illae su n t lacrim ae redem ptrices, illi
gem itus, qui dolorem m o rtis abscondunt, ille dolor, qui perp etu ae
u b e rta te laetitiae u eteris sensum doloris obducat. Ita q u e licet

4. » Cf. Rom 8, 32.


b Io 21, 22*.
« Cf. Rom 1, 3.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 3-5 27

il sacrificio, considerando che, se può essere gabbato chi p re sta


denaro, no n p u ò essere in gannato chi h a c reato la n a tu ra ed è in
cred ito dei n o stri cari? 4. N on possiam o quindi m o strarc i ingra­
ti nel caso di n o stro fratello, p erch é h a re stitu ito ciò che ap p a r­
teneva alla n o s tra com une n a tu ra e h a m eritato ciò che è p ro p rio
di u n a grazia singolare. Chi, in fatti, p o tre b b e rifiu tare la condi­
zione che è com une a tu tti? Chi p o treb b e d o lersi che gli sia stata
ra p ita u n a p erso n a cara, dal m om ento che p e r n o stro conforto
il P adre h a consegnato alla m o rte p e r noi il suo unico Figlio? Chi
p o treb b e p en sare di d o v er essere dispensato dalla necessità di
m orire, se a tale necessità è soggetto p e r il fa tto di essere n a t o 6?
È u n grande m istero di b o n tà che la m o rte del corpo non sia sta­
ta esclusa nem m eno nel caso di C risto e che Egli, benché signore
della n atu ra , no n ab b ia rifiutato la legge della c a rn e che aveva
assunto. E m en tre p e r m e è necessario m orire, non lo sarebbe
stato p e r Lui. F orse Colui che dice del servo: S e voglio ch ’egli
rimanga, finché io venga, che te ne im porta?, non avrebbe potu to
an ch ’Egli rim an ere, se avesse voluto? Facendo p erò senza fine la
sua v ita terren a, avrebbe p e rd u to p e r sé il prem io, p e r m e il
sacrificio. C'è q u indi p e r noi m aggior conforto del fa tto che anche
Cristo è m o rto « secondo la carne »? O p erch é dovrei piangere
con eccessivo dolore m io fratello, sapendo che u n a b o n tà come
la sua n on è p o tu ta m o rire?
5. P erché io solo p iù di tu tti gli a ltri dovrei piangere colui
voi tu tti piangete? A ttraverso il dolore di tu tti ho rip a rtito il m io
personale dolore, specialm ente p erch é le m ie lacrim e non giovano
a nulla, le v o stre invece attestan o fedeltà, arrecano consolazione.
Voi piangete, o ricchi, e col v o stro p ian to d im o strate che le ric­
chezze m esse d a p a rte non giovano alla salvezza, visto ch e la
m orte non può essere differita sborsando denaro e il giorno su­
prem o con uguale in e v ita b ilità 7 s tra p p a alla v ita sia il ricco sia
il povero. Voi piangete, o vecchi, perché in questo defunto tre ­
pid ate p e r la so rte dei v o stri figli. E perciò, siccom e non potete
prolun g are la loro v ita fisic a 8, educateli non ai godim enti del
corpo, m a all'esercizio della virtù. Piangete anche voi che siete
giovani, p erch é il term in e n atu ra le della v ita non corrisponde alla
m atu ra vecchiaia. P iansero anche i poveri e — co n trib u to m olto
più vantaggioso e p iù ricco di fru tti — con le loro lacrim e lavaro­
no le sue colpe. Q ueste sono le lacrim e che redim ono, q u e sti sono
i gem iti che n on lasciano a p p a rire il dolore della m orte, questo
il dolore che o cculta la sofferenza dell'antico d o lo re 9 con l'abbon­
danza di u n a gioia senza fine. Perciò, sebbene si tr a tti di u n fune-

6 Come avverte il Faller (ed. cit., In trod., p. 97, nota 156) condicione
nascendi per uariatio è ablativo di causa
7 Propriamente usus significa qui « necessità »: vedi l'espressione usu
uenire.
* Cf. Verg., Aen., II, 637: abnegat excisa u itam producere Troia.
9 Ho conservato anche in italiano la ripetizione della parola « dolore »,
su cui intenzionalm ente insiste Ambrogio.
28 DE EXCESSV FRATRIS, I , 5 -8

p riu a tu m funus, tam en fletus est publicus. E t ideo non p o test


fletus esse d iu tu rn u s, qui u n iu erso ru m est adfectibus consecratus.
6. N am qu id te, m i fra te r am antissim e, fleam, qui m ihi
erep tu s es, u t esses om nium ? N on enim p erd id i u su m tui, sed
com m utaui, a n te co rp o re inseparabilis, n u n c in d iu id u u s adfectu;
m anes enim m ecum ac sem per m anebis. E t quidem cum uiueres
nobiscum , n u m q u am te p a tria erip u it m ihi, nec ipse m ihi um-
q u am p a tria m p raetu listi, et n u n c alteram p ra e stitisti; coepi enim
iam hic non esse peregrinus, ub i m elior m ei p o rtio est. N um quam
enim in m e to tu s fui, sed in altero n o stri p a rs m aio r am borum ,
u te rq u e au tem eram u s in C hristo, in q u o et sum m a u n iu ersitatis
e t p o rtio singulorum e s t a. H ic m ihi tu m u lu s genitali solo g ratior,
in quo n o n n atu rae, sed g ratiae m eae fru ctu s est; in isto enim cor­
pore, q u o d n u n c exanim um iaeet, p ra e sta n tio r u itae m eae functio,
q uia in hoc quoque, q u o d gero, co rp o re u b e rio r tu i portio. 7. At-
que u tin am u t m em oriae, u t gratiae, ita etiam u itae tu ae hoc,
q u id q u id est, q u o d spiram us, sp irare possem us, dim idium que
m eo ru m decederet tem porum , quod ad tu o ru m proficeret usum !
P a r enim erat, ut, quibus indiuisum sem per fu it p atrim o n iu m
facultatu m , n o n esset u itae tem pus diuisum , uel c e rte qui in d i­
stin cta sem p er hab u im u s uiuendi consortia, non h ab erem u s d istin ­
c ta m oriendi.

8. N unc uero, frater, q u o p ro g red iar quoue c o n u e rtar? B


bouem re q u irit seque non to tu m p u ta t et freq u en ti m ugitu p iu m
te s ta tu r adfectum , si fo rte defecerit, cum q u o ducere collo a ra tra
consueuit: ego te, fra te r, non req u iram ? Aut possim u m q u am
obliuisci tui, cum quo u itae huius sem p er a r a tra sustinui, labore
inferior, sed am ore coniunctior, non tam m ea u irtu te habilis quam

6. a Cf. Col 1, 18.19.


PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 5-8 29

rale privato, pubblico è il lutto. Non può quindi tro p p o p ro lu n g ar­


si il pian to che l'universale cordoglio h a reso sacro.
6. In fatti, p erch é dovrei piangerti, fratello m io dilettissim
visto che m i sei stato to lto cosi da diventare bene di tu tti? N on
sono stato p riv ato dei m iei ra p p o rti con te, m a li ho cam biati:
p rim a non ti separavi da m e con la tu a persona, o ra sei da m e
inseparabile p e r u n vincolo d'affetto; rim an i co n m e e vi rim ar­
ra i sem pre. Senza dubbio, quando vivevi con noi, la p a tria non ti
so ttrasse m ai a m e né tu m i anteponesti m ai la p atria. E d ora
m e ne hai d a ta u n 'a ltra : ho com inciato in fatti a n o n essere più
stran iero là dove risiede la m iglior p a rte di me. In fa tti non risie­
devo m ai com pletam ente d en tro di m e, m a la p a rte m aggiore di
en tram b i si trovava nell'altro, e ciascuno di noi risiedeva in Cri­
sto, il quale com prende in sé l'u m an ità i n t e r a 10 e 'la p a r te di
ciascuno. Q uesto tu m u lo 11 m i è p iù caro della te rra ch e m i h a
dato i natali, poiché in esso si tro v a il fru tto non della n atu ra,
m a della grazia che m i venne elargita; in questo corpo, infatti,
che o ra giace esanim e, sta l'a ttiv ità p iù nobile della m ia vita,
perché anche in questo m io corpo si trova la p a rte più ricca di
te. 7. E m agari potessim o sentirci r ip ie n i12, com e di q u e st’alito
della tu a m em o ria e della tu a gentilezza, q ualunque esso sia, che
avvertiam o in noi, cosi di quello della tu a vita, e se ne andasse la
m e tà d ei m iei anni p erch é tu potessi ap p ro fittarn e! S arebbe stato
giusto che p e r noi, che avevam o m antenuto sem pre indiviso il
patrim onio, no n fosse diviso il tem po della vita, o alm eno che
non fossim o sep a rati nella m orte, visto che avevam o avuto sem ­
pre un 'in sep arab ile c o m u n a n z a 13 di vita.
8. M a o ra, fratello, dove an d rò o a ch i m i rivolgerò? Il
cerca il bue e p en sa che gli m anchi qualcosa e m an ifesta col
frequen te m uggito il suo ten ero affetto, se p e r caso viene a m an­
care il com pagno con cui sotto il giogo e ra solito trasc in a re l'a ra ­
tro 14; ed io, fratello, no n dovrei cercarti? O p o trei m ai dim enti­
carm i di te con cu i h o so p p o rtato sem pre l'a ra tro di q u esta vita,
m eno re sisten te alla fatica, m a pro fo n d am en te congiunto a te
neH’am ore, non ta n to capace p e r le m ie qualità, q u a n to soppor­
tabile p e r la tu a pazienza, m en tre tu, sem pre sollecito nel tuo

10 II Coppa (Opere di S a n t ’A m brogio , XJTET, Torino 1969, p. 774, nota 16)


richiama Col 1, 18-19.
i* Tumulus è il letto funebre sul quale era adagiato il cadavere. Vedi
A. P alestra , N ote al libro prim o « De excessu fra tris » di S. Am brogio, in
«R icerche storiche sulla Chiesa am brosiana», IV (1973-1974), Archivio ambro­
siano, XXVII, Milano 1974, p. 29.
12 Sull’uso transitivo di spiro in senso translato cf. H or., Carm., IV,
13, 19: quae spirabat amores. Diversamente traduce il Coppa (op. cit.,
p. 775).
13 D istincta sottointende consortia con un oxym oron forse voluto.
14 Cf. V erg., Georg., I l i, 518: maerentem ... fraterna m orte iuuencum;
M e n . R h e t ., Περί έπιδεικτικών (Περί μονιρδίας), 319 (III, p. 436, 26-29 S pengel ):
έχέτω Si μ νήμ η ν καί ζώων άλογω ν, οϊον ούδέ ά λ ο γ α ζώ α, οϊον βοϋς ή ίππος
ή κύκνος ή χελιδώ ν, Ανέχεται χωριζόμενα ά λ λ ή λ ω ν, ά λ λ ’έπισημαίνει τη
φωνϋ δδυρόμενα.
30 DE EXCESSV FRATRIS, I , 8-11

tu a p a tie n tia tolerabilis, qui pio sem per sollicitus adfectu latu s
m eum tuo la te re saepiebas, ca rita te u t fra te r, cu ra u t p ater,
sollicitudine u t senior, re u ere n tia u t iunior? Ita in u n iu s necessi­
tudinis g rad u co n plurium m ihi necessitudinum officia pendebas,
u t in te non unum , sed p lu res am issos req u iram , in quo uno
ig n o rata adulatio, expressa pietas. N eque enim habebas, quod si­
m ulatio n e adderes, qui to tu m p ie ta te conprehenderas, u t nec
in crem en ta recip eres nec uicem expectares.

9. S ed quo, in m em or officii, m em or gratiae, inm odico dol


progred io r? R euocat apostolus et tam q u am frenos m aero ri in d u ­
cit dicens, sicu t n u p er audistis: N o lu m u s uos ignorare, fratres, de
dorm ientibus, u t non tristes sitis sicut et ceteri, qui sp em non
h a b e n ta. Date ueniam , fra tre s carissim i, neque enim om nes pos­
sum us dicere: Im ita to res m ei estote sicut et ego C h ristib, sed ad
im itand u m si au cto rem q uaeritis, habetis, quem p ossitis im itari.
N on om nes ad docendum idonei, u tin am om nes ad discendum
habiles! 10. N on grauem lacrim is contraxim us culpam , non om nis
infidelitatis a u t in firm itatis e st fletus. Alius n a tu ra e dolor, alia
est tris titia diffidentiae. E t p lu rim u m re fe rt desiderare, quod
habueris, et lugere, quod am iseris. N on solus d o lo r lacrim as habet,
h ab e t et laetitia lacrim as suas, et p ietas fletum excitat, et oratio
stra tu m rigat, et praecatio iuxta p ro p h e tic u m dictum lectulum
la u a t a. F eceru n t et fletum m agnum sui, cu m p a tria rc h a e sepeli­
r e n tu r b. L acrim ae ergo p ietatis indices, n o n inlices su n t doloris.
Lacrim aui ergo, fateor, etiam ego, sed lacrim a u it et dom inus c, ille
alienum , ego fratrem , ille in uno lacrim au it om nes, ego in om nibus
lacrim ab o te, fra te r. 11. Ille nostro, non suo in lacrim au it adfectu
— neque enim diuinitas lacrim as h ab et —, sed lacrim au it in eo,
qui tristis f u i t a, lacrim au it in eo, qui crucifixus est, qui m o rtu u s,
q u i sep ultus est, lacrim a u it in eo, de q u o hodie nobis insinuauit
p ro p h e ta dicens: « M ater Sion », dicet hom o, et hom o factus est
in ea, et ipse fu n d a u it eam altis s im u s b. In eo lacrim auit, quod

9. » 1 Thess 4, 13*.
b 1 Cor 11, 1.
10. » Cf. Ps 6, 7.
b Cf. Gen 5, 1.3.10.
c Cf. Io 11, 35.
11. a Cf. Mt 26, 38.
b Ps 86, 5*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 8-11 31

tenero affetto, col tuo fianco proteggevi il m io, am oroso come u n


fratello, p reo ccu p ato com e u n padre, prem u ro so com e u n anzia­
no, risp etto so com e u n giovane? Cosi, nel legam e di un'unica
parentela, tu m i rendevi i servigi di m olti p aren ti, tan to che io
rim piango in te la p e rd ita non d ’u n a sola, m a di p iù persone am a­
te, in te che solo ignoravi l’adulazione ed eri l'im m agine dell’affet­
to fratern o . N ulla, in fatti, avresti p o tu to aggiungere con la sim u­
lazione, p erch é tu tto avevi com preso nel tu o am ore, cosi d a non
p oterlo accrescere né d a atten d e rn e il contraccam bio.
9. Ma dove, im m em ore del m io dovere, m em ore della
bontà, m i lascio tra s p o rta re da u n dolore senza lim iti? Mi rich ia­
m a l ’Apostolo e, p e r cosi dire, pone u n freno al m io cordoglio
dicendo, com e avete u d ito o r ora: N on vogliamo, fratelli, che voi
restiate n ell’ignoranza su quelli che si sono addorm entati, affin­
ché non vi ra ttristiate com e quelli che non hanno speranza. P er­
donatem i, fratelli carissim i, perché non tu tti possiam o dire: Siate
m iei im ita to ri com e io lo sono di Cristo; m a se cercate u n m odel­
lo d a im itare, tale m odello non vi m anca. N on tu tti siam o in grado
di in s e g n a re 15: m agari fossim o tu tti capaci di im parare! 10. N on
abbiam o com m esso con le n o stre lacrim e u n a colpa grave: non
ogni p ian to è segno di in fedeltà e di debolezza. Una cosa è il
dolore che dipende da n a tu ra e u n ’a ltra la tristezza che deriva da
m ancanza di fede. E c’è u n a grandissim a d ifferen za16 tr a il rim ­
piangere ciò che avevi e il piangere ciò che hai p erd u to . Non è
solam ente il dolore a provocare le lacrim e, m a anche la gioia ne
provoca di sue p ro p rie, e l'affetto suscita il p ian to e la preghiera
bagna con esse il giaciglio e la supplica, secondo le parole del p ro ­
feta, lava con esse il lettuccio. Anche quando venivano seppelliti
i p atriarch i, i p a re n ti li piansero con grandi m anifestazioni di
lutto. Le lacrim e, dunque, sono u n segno di affetto, non uno stim o­
lo al dolore. H o p ian to anch'io, lo confesso; m a pianse anche il
Signore: Egli pianse u n estraneo, io u n fratello, Egli in u n a sola
person a pianse tu tti, io in t u t t i 17 piangerò te, fratei m io 18. 11. Egli
pianse p e r effetto della sensibilità n o stra, non della sua — infatti
la divinità ignora le lacrim e —, m a pianse in c o lu i19 che conobbe
la tristezza, in colui ch e fu crocifisso, che m ori, che fu sepolto,
pianse in colui cui oggi alludeva il p ro feta dicendo: « M adre Sion »,
dirà l'uom o, e l'uom o fu fa tto in e s sa 20 e l'A ltissim o stesso l'ha

>5 Cf. De off., I, 1, 4: docere uos coepi quod ipse non didici.
16 Qui refert dal significato di « importare » passa a quello di « essere
diverso ». Si potrebbe anche tradurre: « Ed ha una grandissima importanza
se tu rimpiangi, ecc. ». Cf. H or., Sat., I, 1, 49-51, dove i due sensi di refert
si sovrappongono.
17 Cioè: chiunque io pianga, penserò a te. Data la precisa simmetria,
non credo che in om nibus possa significare « fra tutti », come traduce il
Coppa (op. cit., p. 777).
18 Sul m otivo del « pianto », cf. De paen., II, 7, 54-58.
19 Cioè nella natura umana.
20 I Settanta, dai quali deriva il versetto citato da Ambrogio, hanno καί
άνθρωπος έγενή θ η έν αύτί). Per l ’obiettiva interpretazione del versetto stesso,
vedi Libro dei Salm i, a cura di G. C aste llin o , Marietti, Torino 1965, pp. 636-637.
32 DE EXCESSV FRATRIS, I , 1 1 -1 4

« m atre m » Sion dixit genitus in Iudaea, susceptus ex uirgine,


m atre m au tem secundum diu in itatem h ab ere non p o tu it, quia
au c to r est m atris. Ille « factus est » n o n diuina generatione, sed
hum ana, quia « hom o factus est », deus n atu s est. 12. Sic et alibi
habes: P uer natus est nobis, filius d a tu s est nobis*, in p u ero enim
nom en ae tatis, in filio p lenitudo d iu in ita tis b est. « F actus » ex
m atre, « n atu s » ex p atre, idem tam en et « n atu s e s t » et « datu s ».
N on diuersum , sed u n u m putes; unus enim dei filius et « n atu s »
ex p a tre et o rtu s ex uirgine d istan ti ordine, sed in u n o co n cu rrit
nom ine, sicut et p raesen s lectio docet, quia et hom o fa ctu s est in
ea, et ipse fu n d a u it eam altissim us, « hom o » u tiq u e corpore, « al-
tissim us » p o testate, etsi deus et hom o d iu ersitate n atu rae, idem
tam en, no n alte r in u tro q u e. Aliud ergo speciale n a tu ra e suae,
aliud com m une nobiscum , sed in u tro q u e u nus et u tru m q u e p er­
fectus. 13. N on ig itu r m iran d u m est, quia et do m in u m eum et
C hristum fe c it d e u s a. « Fecit » ergo Iesum , eum utique, qui ex
corpore nom en accepit, fecit eum , de quo etiam p a tria rc h a scribit
Dauid: « M ater S ion », dicet hom o, et hom o fa ctu s est in e a b.
Dissim ilis u tiq u e non d iuinitate, sed corpore, nec discretus a p a­
tre, sed exceptus in m unere, m anens in consortio p o testatis, se­
gregatus in m ysterio passionis.

14. P lu ra loci huius tra c ta tu s exposcit, quibus possim


ostendere au c to rita te m p atris, p ro p rie ta tem filii, trin ita tis totius
u nitatem . Sed consolandi hodie, non tra c ta n d i p arte s recepi, quam ­
quam abducere a m aero re anim um in ten tio n e trac tan d i consola­
tionis u sus sit. Sed tem p eran d u s m ihi m aero r quam alienandus
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 1 1 -1 4 33

resa salda. P ianse in lui perché, generato in Giudea, n ato da u n a


vergine, chiam ò Sion m adre; m a, secondo la divinità, non poteva
avere m adre, p e rc h é è il C reatore 'di sua m adre. Egli « fu fa tto »
non p e r la generazione divina, m a p e r quella um ana, perché
« quale uom o fu fa tto », m a q u ale Dio è nato. 12. Cosi anche
in u n altro p asso tu trovi: Ci è nato u n bam bino, ci è stato dato
un figlio: nella p aro la « bam bino » abbiam o il nom e che indica
l'età, nella p aro la « figlio » c’è la « pienezza della n a tu ra divina ».
« F atto » dalla m adre, « n ato » dal P adre, Egli, tu ttav ia, ad u n tem ­
po « è n a to » ed « è sta to dato ». Credilo non d istin to in due p e r­
sone, m a u n a sola persona. In fa tti è l'unico Figlio di Dio, « n ato »
dal P ad re e p a rto rito dalla V ergine in due ordini lontani tr a loro;
Egli p erò si identifica in u n solo nom e, com e insegna la lezione
odierna, p erch é e l'uom o fu fa tto in essa e l'A ltissim o stesso l'ha
resa salda, « uom o » q u an to al corpo, « Altissim o » qu an to alla
potenza, p u r essendo Dio e uom o p e r la diversità della n atu ra , e
tu tta v ia la m edesim a p ersona, non u n a p erso n a d iv ersa nell'uno
e n e ll'a ltro 21. Una cosa è d u n q u e ciò ch e è p ro p rio della su a na­
tu ra, u n ’a ltra ciò che h a in com une con noi, m a in en tra m b e le
n a tu re è unico e p e r fe tto 22. 13. Non bisogna dunque m eravi­
gliarsi che Dio lo abbia fa tto Signore e Cristo. Dio h a fa tto Gesù,
Colui ap p u n to che p re se il nom e dal corpo, h a fa tto Colui di cui
anche il p a tria rc a Davide scrive: M adre Sion, dirà l’uom o, e l’uo­
m o fu fa tto in essa. D issim ile dal P ad re senza dubbio, non p er
la divinità m a secondo il corpo, e non sep arato d a Lui m a a Lui
a sso c ia to 23 nei com piti, co stan tem en te p artecip e della sua poten­
za, sep arato da Lui nel m istero della passione.
14. La trattaz io n e di questo argom ento richiederebbe m
giore sviluppo p e r p o te r d im o strare l’a u to rità del P adre, la n a tu ra
p ro p ria del Figlio, l'u n ità della T rin ità intera. M a oggi m i sono
assu n to il com pito di consolare, non di ten ere u n a predica, quan­
tu n q u e sia co n su eto nei discorsi consolatori distogliere l’anim o
dal dolore m ed ian te l ’applicazione n ecessaria p e r seguire l ’espo­
sizione d i u n a rg o m e n to 24. Io p erò devo m itigare l ’afflizione piut-

21 C f. Sym bolum « Quicumque », 34 (D e n z in g e r - S c h o n m e t z e r , E nchiridion


sym bolorum , η . 7 6 ): qui licet deus s it et homo, non duo tam en, sed unus
e st Christus. S u l l a d i s c u s s a p a t e r n it à d e l Sym bolu m « Quicumque », v e d i
A ltaner , Patrologia, t r a d . it . , M a r i e t t i, T o r i n o 19777, p p . 286-287. C f. a n c h e
De fide, I , 14, 93 s s .
22 C f. Sym bolu m « Quicumque », 32: p erfectu s deus, p erfectu s homo-,
De fide, I I I , 8, 54: Aliud munus e terris, aliud m unus e caelo et utrum que
unus in utroque perfectu s et sine m utatione diuinitatis et sine humanae
im m inutione naturae. C o m e a v v e r t e i l C o p p a ( o p . cit., p . 77 8 , n o t a 2 9 ), l'a c -
c e n n o è d i r e t t o c o n t r o i L u c if e r ia n i, c h i a m a t i c o s i d a L u c if e r o d i C a g lia r i
(m . 3 7 0 /3 7 1 ), p r im a c a m p i o n e d e l l ’o r t o d o s s i a s u l l a l i n e a d i s a n t 'A t a n a s io ,
p o i, p e r l a s u a in t r a n s ig e n z a , p r o m o t o r e d i u n o s c i s m a c h e s i p r o lu n g ò s in
v e r s o l a fin e d e l I V s e c .; v e d i A ltaner , op. cit., p p . 379-380.
23 Q u i excipio h a i l s ig n if i c a t o f o n d a m e n t a l e d i « a c c o g l i e r e », n o n q u e ll o
d i « e s c lu d e r e ».
24 cf. S e n ., Ad Marc., 1, 6 : Omnia... surdas aures irrito e t uix ad breuem
occupationem proliciente solacio transeunt·, 8, 2: Quotiens aliud egeris, ani­
m us relaxabitur, i n o l t r e Ad Pol., 8, 1; P l v t . , Ad ux., 8.
34 DE EXCESSV FRATRIS, I , 1 4 -1 6

adfectus est, u t m u lcean tu r m agis desideria quam sopiantur. Non


lib et enim abire a fra tre longius et occupatione subduci, cum
u elu t com itan d i eius g ra tia hic serm o susceptus sit, u t d iu tiu s
sensu p ro se q u ar proficiscentem , et, quem oculis teneo, m ente
conplectar. In illo en im to tam oculorum aciem figere libet, cum
illo to tis an im o ru m officiis inm orari, illum to to b lan d itia ru m
am bire obsequio. Dum stu p e t anim us, nec am issum credo, qu em
adhuc cern o p raesentem , nec m o rtu u m puto, cuius ad h u c officia
non req u iro , quibus ego u itae m eae usum et sp iran d i om ne m u­
nus addixeram .

15. Quid enim re ferrem tan tae gratiae, tan to labori? E


te, frater, hered em feceram , tu m e heredem reliquisti, ego te
su p erstitem optabam , tu m e su p erstitem dim isisti. Ego p ro m une­
ribus tuis, u t conpensarem beneficia, u o ta referebam , nu n c et
u o ta perdidi, sed tam en tu a beneficia non am isi. Q uid agam m ei
successor h eredis? Quid agam m eae u itae superstes? Q uid agam
exsors huius quod capio lum inis? Quas grates, quae m u n era refe­
ram tibi? N ihil a m e p ra e te r lacrim as habes. Aut fo rta sse securus
m eriti tui quas solas su p erstites habeo lacrim as non requiris. Nam
etiam cu m ad h u c uiueres, flere prohibebas, m aerorem que m agis
n o stru m quam tu am m o rtem tibi esse testab a ris dolori. P rohibent
u lteriu s p ro d ire lacrim ae fletusque reuocant. P ro h ib en t etiam tui
gratia, ne, dum n o stra deflem us, d e tuis m eritis d esp e rare uidea-
m ur. 16. At certe tu nobis etiam m aeroris istius m inuisti acer­
b itatem : N on habeo, quod tim eam , qui tim ebam tibi. N on habeo,
quod m ihi iam m undus eripiat. E tsi sancta su p ersit so ro r in te­
g ritate uenerabilis, aequalis m oribus, non in p a r officiis, tibi tam en
am bo plus tim ebam us, in te u itae huius iu cu n d itatem repositam
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 1 4 -1 6 35

to sto che elim in are la sensibilità, cosi che il rim p ian to sia lenito
anziché cancellato d a ll’oblio del sonno. N on desidero, infatti,
accrescere la d istan za che m i sep ara da m io fratello e con le
occupazioni insensibilm ente allo n tan arm i da lui, dal m om ento
che m i sono deciso a p ro n u n ciare questo discorso quasi p e r r i ­
m anere in sua com pagnia, p e r seguirlo p iù a lungo con le mie
facoltà m en tre p arte , e co nservarne n ell’anim o l ’im m agine che
o ra percepisco con gli occhi. Voglio fissare in lui tu tta la potenza
del m io sguardo, tra tte n e rm i con lu i con tu tte le m anifestazioni
del m io affetto, circondarlo co n tu tto l'om aggio delle m ie carez­
ze. S to rd ito n ell’anim o qual sono, non cred o di averlo perduto,
p erché lo scorgo an co ra presente, né penso che sia m orto, perché
non sento an co ra la m ancanza di quelle m anifestazioni d ’a ffe tto 25
alle quali avevo consacrato tu tta la m ia v ita e ogni m io respiro.
15. Che cosa p o trei dare in cam bio di ta n te attenzioni,
ta n ta p re m u ra? Io avevo istitu ito te, fratello, m io erede, tu hai
lasciato erede me; io m i auguravo che fossi tu a sopravviverm i,
tu invece m i hai lasciato su p erstite. Io, in cam bio dei tuoi doni,
a m ia vo lta facevo voti di p o te r com pensare i tuoi benefici; ora
i m iei voti sono stati vani, m a io non h o p e rd u to i tuoi benefici.
Che debbo fare, essendo succeduto al m io erede? Che debbo fare,
essend o su p erstite alla m ia vita? Che debbo fare, essendo rim asto
privo di' q u esta luce che tu tta v ia vedo ancora? Quali ringraziam en­
ti, q u ali d o n i posso d a rti in cam bio? Da m e tu n o n ricevi' che
lacrim e. O forse, certo del tuo m erito, non desideri le lacrim e
che sole m i restano. In fatti, anche quando eri in vita, m i proibivi
di piangere e afferm avi che ti recava m aggior dolore la n o stra
sofferenza che la tu a m orte. Le lacrim e si rifiu ta n o 26 di sgorgare
più oltre, i lam enti rito rn an o in gola. Si rifiutano anche p e r u n
riguard o verso di te, perché, m en tre piangiam o la n o stra sven­
tu ra, non sem b ri che no n abbiam o fiducia nei tuoi m e r iti27. 16. Ma
tu certam en te h ai m itigato in noi l’acerb ità anche di questo no­
s tro dolore: non ho p iù nulla da tem ere, m en tre p rim a tem evo
p e r te. O rm ai no n ho p iù nulla che il m ondo p o ssa strapparm i.
Sebbene sopravviva la n o stra san ta s o re lla 28, degna di venerazio­
ne p e r la sua verginità, p ari a te nella condotta di vita, non infe­
rio re nelle prem u re, tu tta v ia en tram b i tem evam o m aggiorm ente
p e r te, in te consideravam o rip o sta la gioia di q u e sta vita. Erava-

25 Ritengo che gli officia, di cui si parla qui, siano le « affettuosità », le


reciproche « m anifestazioni di affetto », cui Ambrogio aveva dedicato la sua
vita. Diversamente il Coppa (op. cit., p. 779): « le sue attenzioni ».
26 L’uso dell’attivo (prohibent... reuocant) con valore riflessivo non è
raro nel tardo latino; cf. sotto coartauit. Vedi G. D evoto , S toria della lingua
di Roma, Cappelli, Bologna 1942, pp. 339-340; D . N orberg, Manuel pratiqu e du
latin médiéval, Picard, Paris 1968, pp. 160-161.
27 Per tutto il paragrafo cf. S e n ., A d Poi., 5, 1-3.
28 Marcellina, consacrata vergine il 6 gennaio 353 nella basilica di S.
Pietro. Il velo le f u im posto da Papa Liberio: vedi D u d d e n , op. cit., I, p. 3.
Il Paredi (S. Am brogio e la sua età, cit., p. 12) parla più in generale di
« celebrazione natalizia ».
36 DE EXCESSV FRATRIS, I , 1 6 -1 9

putabam u s. P ro p te r te u iu ere delectabat, p ro p te r te non pigebat


m ori; te enim am bo su p erstitem p raecab am u r, tib i nos superui-
u ere non iu uabat. Q uando non co a rtau it anim us, cum m etu s huius-
m odi titillare t? Quom odo co n stern ata m ens e ra t aegritudinis tuae
nuntio! 17. Vae m iserae opinioni! P utabam us red d itu m , q uem
uidem us dilatum ; tuis enim uo tis ap u d san ctu m m arty re m L auren­
tiu m in p etra tu m esse nu n c cognoscim us com m eatum . A tque uti-
n am non solum com m eatum , sed etiam prolixum u itae tem pus
rogasses! P o tu isti annos plurim os in p e tra re uiuendi, qui p o tu isti
com m eatum in p etra re ueniendi. E quidem tibi, om nipotens aetern e
deus, g ratias ago, quod u el haec nobis su p rem a solacia non nega­
sti, qu o d am antissim i fra tris ex Siculis A fricanisue regionibus exop­
ta tu m nobis re d itu m con tulisti; ita enim m atu re, p o stq u am uenit,
erep tu s est, quasi p ro p te r hoc solum u id e re tu r esse dilatus, u t ad
fra tre s red iret. 18. H abeo plane pignus m eum , q u o d nulla m ihi
p ereg rin atio iam po ssit auellere, habeo, quas conplectar reliquias,
habeo tum ulum , quem co rp o re tegam , habeo sepulchrum , su p er
quod iaceam : com m endabiliorem deo fu tu ru m esse m e credam ,
quod su p ra sancti co rporis ossa requiescam . V tinam sic p o tu is­
sem ad u ersu s m o rtem quoque tu am m eum co rp u s obicere! Si
gladiis p etitu s esses, m e p ro te potius subfigendum dedissem , si
exeuntem p o tu issem reu o care anim am , m eam p o tiu s obtulissem .
19. Nihil m ihi p ro fu it ultim os hausisse anhelitus, nihil flatus m eos
inspirasse m o rienti; p u tab am enim , quod a u t tu am m o rtem ipse
susciperem a u t m eam u itam in te ipse tran sfu n d erem . O infelicia
illa, sed tam en dulcia su prem a osculorum pignora! O am plexus
m iseri, in te r quos exanim um corpus obriguit, h alitu s suprem us
euanuit! S tringebam qu id em brachia, sed iam p erdideram , quem
tenebam , et extrem um sp iritu m ore relegebam , u t consortium
m o rtis h au rirem . Sed nescio quom odo uitalis ille m ihi halitus
factu s est et m aiorem g ratiam in ipsa m o rte redolebat. Atque
utinam , si tu am nequiui m eo sp iritu u itam producere, uel ultim i
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 1 6 -1 9 37

m o lieti di vivere p e r te, p e r te non c i dispiaceva di m orire;


e n tram b i pregavam o che tu ci fossi su p erstite, non ci recava pia­
cere sopravviverti. Provavam o u n a s tre tta in cuore, quando ci
torm en tav a u n a sim ile preoccupazione. C om 'era rim asto a b b a ttu ­
to l’anim o n o stro alla notizia della tu a m alattia! 17. Vane n o stre
aspettative! Pensavam o che ci saresti stato restitu ito , m en tre
vediam o che si tra tta v a di u n rin v io 29; in fa tti o ra sappiam o che
con le tue p reg h iere al santo m a rtire L o re n zo 30 avevi o tten u to
solo d i m e tte rti "in viaggio. M agari tu avessi o tten u to non so­
lo di m e tte rti in viaggio, m a anche di vivere a lungo! Tu che
hai p o tu to o tten ere di m e tte rti in viaggio p e r giungere qua,
avresti p o tu to o tten ere m oltissim i anni p e r vivere. In ogni caso
rendo grazie a Te, Dio onnipotente ed eterno, p erch é n o n ci hai
negato alm eno questo suprem o conforto, ci hai concesso cioè il
sospirato rito rn o del n o stro am atissim o fratello dalla Sicilia e
dall’Africa. Egli, in fatti, ci fu stra p p a to ap pena giunto, quasi che
solo p er questo la sua m o rte fosse sta ta differita, p erché potesse
rito rn a re dai fratelli. 18. C ertam ente ho qui l’oggetto del mio
am ore, che o rm ai nessu n viaggio m i p o treb b e strap p a re, ho qui
il suo corpo d a strin g ere fra le m ie braccia, ho qui il suo tum ulo
da co p rire con la m ia persona, ho il suo sepolcro sul quale abban­
donarm i: p o trei cred ere di essere in avvenire più g rad ito a Dio
p e r il fa tto di giacere sulle ossa di questo santo corpo. Oh, avessi
p o tu to ugualm ente o p p o rre il m io co rp o anche alla tu a m orte! Se
tu fossi stato assalito con le spade, m i sarei esposto ai colpi p er
proteggerti; se avessi p o tu to rich iam are la tu a anim a che usciva
dal corpo, avrei p iu tto sto offerto la m ia. 19. A nulla m i è giova­
to raccogliere i tu o i estrem i aneliti, a nulla infonderti, m entre
stavi m orendo, il m io re s p ir o 31: pensavo o di accogliere in m e
la tu a m o rte o di trasfo n d ere in te la m ia vita. 0 dolorosi e tu t­
tavia dolci, u ltim i ten eri baci! O vani abbracci tr a i quali il
corpo esanim e si irrigidì e svanì l’u ltim o tuo respiro! Stringevo,
si, le m ie 32 b raccia, m a orm ai avevo p e rd u to chi stavo a b b rac­
ciando e ne raccoglievo con la bocca l ’estrem o anelito, p e r aspi­
ra re la m o rte insiem e con lui. Ma, non so com e, quel suo ane­
lito è d ivenuto p e r m e ferm ento di vita, e p ersin o nella m orte
em anava u n fascino an co ra più grande. E m agari, visto che non
ho potu to p ro lu n g are la tu a v i t a 33 col m io respiro, si fosse al-

29 « Rinvio » della morte, non del ritorno. Vedi sotto esse dilatus. Frain­
tende il Palestra (op. cit., p. 38).
30 Cf. Exh. uirg., 3, 15: ...considera cui te m uneri p a te r tali nomine
designauerit, qui uocauit Laurentium.
31 Sull’uso romano di raccogliere l’ultim o respiro del morente con un
bacio, vedi P alestra , op. cit., p. 30. Cf. inoltre V erg., Aen., I V , 684-685: et,
extrem us si quis super halitus errat, / ore legam; Cic., Verr., V, 45, 118:
Quae nihil aliud orabat nisi u t filiorum suorum postrem u m sp iritu m ore
excipere liceret; S e n ., Ad Mare., 3 , 2: N on licuerat m atri u ltim a filii oscula
gratum que extrem i serm onem oris haurire.
32 In rapporto al successivo quem tenebam , sottintenderei m ea a brachia,
non eius, come preferisce il Coppa (op. cit., p. 781).
33 Cf. V erg ., Aen., I I , 637: abnegat excisa u itam producere Troia.
38 DE EXCESSV FRATRIS, I , 1 9 -2 2

anhelitus tu i u ig o r tran sfu n d i po tu isset in m eam m entem et illam


tu i anim i p u rita te m atq u e innocentiam n o ster sp ira re t adfectus!
H anc m ihi h ered itatem , fra te r carissim e, reliquisses, q u ae non
lacrim abili d o lo re p ercu tere t adfectum , sed m em orabili g ratia
com m en d aret heredem . 20. Quid ig itu r n u n c agam , cu m om n is
u itae istiu s suauitates, cu n c ta solacia, cuncta denique orn am en ta
am iserim ? Tu enim m ihi u nus eras dom i solacio, foris decori, tu,
inquam , in consiliis a rb ite r, c u rae particeps, d e p re c a to r sollici­
tudinis, d ep u lso r m aeroris, t u m eo ru m a d se rto r ac tu u m cogita-
tionum que defensor, tu p o strem o unus, in quo dom estica sollici­
tu d o resid eret, publica cu ra requiesceret. T esto r sanctam anim am
tu am m e in fab ricis ecclesiae id saepe u e ritu m esse, n e displice­
re m tibi. D enique u b i red isti, obiurgasti m oram , ita dom i forisque
e ru d ito r quidam et a rb ite r sacerdotis, u t do m estica cogitare non
sineres, p u b lica c u ra re censeres, u t non uerear, n e u id ear adro-
g an ter dicere; haec enim 'laudis tuae p o rtio est, quia sine offen­
sione u lla e t g u b ernasti fra tris dom um et com m endasti sacerdo­
tium .

21. Sentio equidem , quod repetendis officiis tuis recensen-


disque u irtu tib u s adficiatur anim us, sed tam en in ip sa m ei ad-
fectione requiesco atq u e hae m ihi recordationes, etsi dolorem
ren o u an t, tam en u o lu p tatem ad feru n t. An ego possum a u t non
cogitare de te au t um q u am sine lacrim is cogitare? E t p o tero um -
q uam a u t ta n ti non m em inisse fra tris a u t sine lacrim abili quadam
m em inisse gratia? Quid enim m ihi u m q u am iucundum , quod non
esset ex te p rofectum ? Quid, inquam , m ihi sine te a u t tib i u m ­
qu am sine m e u o lu p tati fu it? Quis non u su s nobis et p ro p e uisus
ipse som nusque com m unis? Quae d isc re ta u m q u am uoluntas?
Quod non com m une uestigium , u ere ut, cu m gradum tollerem , uel
tu m eum uel ego tu u m corpus u id ere m u r adtollere? 22. Quodsi
quando sine a ltero p ro d eu n d u m fuit, in tectu m latus pu tares,
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 1 9 -2 2 39

m eno p o tu to trasfo n d ere nel m io spirito il vigore del tuo ultim o


anelito e i n o stri sen tim enti spirassero la purezza e il candore
del tuo animo! Mi av resti lasciato cosi, fratello carissim o, u n ’ere­
dità che no n straziereb b e il m io anim o col dolore che provoca il
pianto, m a raccom anderebbe l ’erede col ricordo venerato della
tu a b o n tà 34. 20. Che farò, dunque, o ra ch e ho p e rd u to t u t t e 35 le
gioie, tu tte le consolazioni, in u n a parola, tu tte le riso rse di que­
sta vita? Tu solo eri p e r m e conforto in casa, onore in pubblico;
tu, ripeto, approvavi le m ie decisioni, condividevi le m ie inquie­
tudini, allontanavi le m ie angustie, cacciavi da m e la tristezza; tu
eri il sostegno delle m ie azioni, il difensore dei m iei pensieri, tu,
infine, eri il solo in cui le preoccupazioni dom estiche avessero
posa e trovassero sollievo le resp o n sab ilità pubbliche. Chiam o a
testim one la tu a san ta anim a che io nella costruzione delle chie­
se 36 spesso ho tem u to di non avere la tu a approvazione. T an t’è
vero che, al tuo rito rn o , m i rim p ro v erasti l’indugio, divenendo sia
in priv ato sia in pubblico, p e r cosi dire, il m aestro e il responsa­
bile delle decisioni del vescovo, a tal pu n to da non p erm e tte re
che io m i occupassi delle faccende private, in q u an to ritenevi che
dovessi atten d e re esclusivam ente ai doveri del m io m inistero.
Dicendo questo non tem o di a p p a rire presuntuoso: è u n m erito
che sp etta a te, perché, senza fa re to rto a nessuno, hai am m ini­
strato la casa di tuo fratello e reso più degno il suo m inistero
episcopale.
21. Mi rendo conto che nel rico rd are i servizi che m i hai
reso e nel p assare in rassegna le tue v irtù il m io anim o soffre;
m a tu tta v ia nella m ia stessa pena trovo sollievo, e questi ricordi,
anche se rinnovano il m io d o lo re 37, tu tta v ia m i fanno piacere.
P otrei forse non p en sare a te o pen sare a te senza pianto? P otrò
u n giorno o no n rico rd arm i di u n sim ile fratello o ricordarm ene
senza lacrim e d ’affetto? Quale gioia ho m ai provato che non m i
venisse da te? Quale p iacere ho m ai goduto senza di te o tu
senza di m e? Quale ab itu d ine non ci fu com une, non esclusi, sta­
rei p e r dire, la stessa v eg lia38 e il sonno? Q uando m ai la n o stra
volontà fu diversa? Q uando il n o stro p asso non p ro ced ette insie­
me, a tal p u n to che, davvero, nel m om ento in cui sollevavo il pie­
de, sem brava o ch e tu alzassi il m io corpo o io il tuo? 22. E se
talvolta eravam o c o stre tti a uscire di casa l ’uno senza l’altro,
avresti cred u to indifeso il n o stro fianco, avresti visto ra ttris ta to

34 II Coppa (op. cit., p. 781) traduce m em orabili gratia « con lo splendo­


re del dono ».
35 Omnis = om n es; vedi, subito dopo, cuncta.
36 Scrive il Palestra (op. cit., p. 33): « Prepara infine in questo tempo,
con l'aiuto di Satiro, i progetti e un piano amm inistrativo per la costru­
zione delle tre nuove basiliche e del battistero ». Cf. Ep., 77 (Maur. 22), 1, 13,
Marcellinae·. N am cum ego basilicam dedicassem , m u lti tam quam uno ore
interpellare coeperunt dicentes: « S icut R om anam basilicam dedices ».
37 Cf. Verg., Aen., II, 3: infandum... renouare dolorem .
38 Ho creduto di rendere uisus, propriam ente « vista », « sguardo », con
l’italiano « veglia », in contrapposizione con « sonno ».
40 DE EXCESSV FRATRIS, I , 2 2 -2 4

adfectu m u u ltu m cerneres, m aestum anim um iudicares. N on ad-


su eta gratia, non uigor solitus p raen iteb at, suspecta om nibus soli­
tu d o m etu m alicuius aegritudinis adferebat: ita nouum u id e b a tu r
om nibus nos diuidi. Ego certe fra te rn a e o b litu s absentiae quasi
p raesen tem reflexa saepius ceruice q uaerebam e t coram alloqui
atq u e asp icere u id eb ar m ihi, sed tam q u am suspensum collo iugum ,
ub i sp eratis excideram , tra h e re m e p u tab am , difficilis progredi,
uerecu n d u s u ideri, et re d ire dep ro p eran s, quod sine te p ro ced ere
n o n lib eret. 23. At u ero u b i am bobus p ro d e u n d u m fu it, non p lu ra
in itin e re u estig ia q u am u erb a, nec incessus qu am serm o creb rio r,
nec am bulandi cura, sed conloquendi gratia. V terque enim n o stru m
ex alteriu s o re p en d eb at, n on in te n to aspectu legere iter, sed m u­
tuos sollicitus excipere serm ones, h a u rire oculorum gratiam , spi­
ra re fratern a e im aginis uoluptatem . Q uam u irtu te s tu as tacitus
m ecum ipse m irab a r, q uam p laudebam m ihi, q u o d tali m e dom i­
nus fra tre don au erat, tam pudico, tam efficaci, ta m innocente, tam
sim plici, u t, cu m tu a m in nocentiam cogitarem , efficaciam despe­
rarem , cum efficaciam cernerem , innocentiam non putarem ! Sed
u tru m q u e m ira qu ad am u irtu te iungebas. 24. D enique ea, quae
am bo n eq uiueram us concludere, solus inplesti. P laudebat sibi, u t
audio, P rosper, quod sacerdotii m ei occasione re d d itu ru m se,
q uae ab stu lera t, n o n p u ta b a t, sed uehem entiorem tu am unius
efficaciam ex pertus est q u am duorum . Ita q u e soluit om nia, nec
m oderationi in g ratu s tu ae nec inludens pu d o ri, sed et m odestiae
g ratu s nec insolens efficaciae. Sed cui, fra te r, illa quaesisti? Nos
enim idem uolebam us lab o ru m tu o ru m esse praem ium , quod
docum entum erat: peregisti om nia, et ubi p erfu n ctu s om nibus
reu ertisti, tu solus nobis, q u i om nibus es p raeferendus, eriperis,
quasi ideo m o rtem distu leris, u t consum m ares p ietatis officium,
p alm am efficaciae rep o rtares.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 2 2 -2 4 41

il n o stro volto, av resti giudicato afflitto il n o stro anim o. N on ri­


splendeva la grazia co n su eta né la solita vivacità, e la n o stra
solitudine, che nessuno sapeva spiegare, faceva tem ere p e r l’as­
sente q u alch e m alattia. A ta l p u n to sem brava stran o a tu tti che
non fossim o insiem e. Io alm eno, dim enticando l'assenza del fra ­
tello, lo cercavo spesso girando la te sta com e se fosse p resen te e
m i sem brava di rivolgergli la p aro la e di vederm elo al fia n c o 39,
m a, qu an d o le m ie speranze venivano m eno, credevo 'di trasc in a re
u n giogo attaccato al m io collo procedendo a fatica, vergognoso
d'esser visto, sm anioso di to rn are, perché senza d i te non m i p ia­
ceva a n d a re avanti. 23. M a quando dovevam o u scire insiem e,
d u ra n te il p erco rso i p assi non erano p iù delle p aro le n é l'an d a­
tu ra era p iù affrettata del discorso, e non ci preoccupavam o di
cam m inare, m a godevam o di conversare. C iascuno di noi pendeva
dal lab b ro d ell’a l t r o 40, p reoccupato non di o sservare con occhio
a tte n to il c a m m in o 41, m a di ascoltare i reciproci discorsi, d i co­
gliere tu tto il fascino dello sguardo d ell'altro, di assap o rare il
piacere dell'im m agine fratern a. Q uanto am m iravo in silenzio den­
tro di m e le tu e virtù , q u an to m i com piacevo co n m e stesso p e r­
ché il Signore m i aveva fa tto dono di u n sim ile fratello, cosi vir­
tuoso, cosi abile, cosi re tto , cosi sincero che, quando pensavo
alla tu a re ttitu d in e, perdevo la fiducia nella tu a abilità, q uando
constatavo la tu a abilità, n o n potevo cred ere alla tu a re ttitu d in e!
Ma tu riuscivi a congiungere en tram b e queste doti co n u n a non
so quale am m irevole capacità. 24. P erciò d a solo sei stato cap a­
ce di p o rta re a b u o n term in e u n affare ch e in d u e non eravam o
sta ti in grado di concludere. A q u an to m i si riferisce, P ro sp e ro 42
si com piaceva d en tro di sé perché, in seguito alla m ia elevazione
all'episcopato, no n p ensava di re s titu ire ciò d i cui si era appro­
p riato ; m a dovette co n stata re che la tu a sola ab ilità era p iù effi­
cace di quella di noi due. Cosi saldò ogni pendenza, senza m o stra r­
si ingrato verso la tu a m oderazione e senza fa rsi gioco della tu a
delicatezza, m a dim o stran dosi g rato al tu o senso d i m isu ra e
privo di arrog an za davanti alla tu a abilità. M a p e r chi, fratello,
hai rich iesto quei beni? Noi, infatti, volevam o ch e la ricom pensa
delle tu e fatiche fosse p a ri a ciò ch e esse avevano obiettivam ente
ottenuto: risolvesti ogni questione, e, q u an d o sei rito rn a to dopo
aver adem piuto ogni incarico, ci vieni ra p ito tu solo, il m igliore
di tu tti, com e se avessi differito la m o rte p e r com piere il tuo
dovere di am o r fratern o , p e r rip o rta re la p alm a della tu a abilità.

39 II Coppa (op. cit., p. 783) traduce: « ...e m i pareva che m i guardassi


o m i rivolgessi la parola ». A m e non sembra che grammaticalmente tale
traduzione sia sostenibile.
40 Cf. Verg., Aen., IV, 79: pen detqu e iteru m narrantis ab ore.
ή Cf. ibid., IX, 392-393: e t uestigia retro / obseruata legit.
42 Su questa vicenda vedi l'Introduzione.
42 DE EXCESSV FRATRIS, I , 2 5 -2 9

25. Q uam nec ipsi nos, fra te r carissim e, saeculi huius de­
lectab an t honores, quod nos a nobis inuicem diuidebant! Quos
ideo ad ep ti sum us, non quia eorum fuit expetenda perceptio, sed
ne uilis dissim ulatio u id ere tu r. Aut fo rtasse ideo su n t trib u ti, ut,
quia m atu ro tu i o b itu n o strae fu tu ru s e ra t u o lu p tatis occasus,
sine nobis iam u iu ere discerem us. 26. E quidem praesagae m en­
tis agnosco form idinem , d um repeto saepe, quae scripserim . Reuo-
cabam te, fra te r, ne ipse A fricam p eteres ac potius aliquem desti­
nares. Tim ebam te co m m ittere uiae, fluctibus credere, et solito
m etus m aio r in cesserat anim um . Sed et peregrinationem explicui­
sti et rem o rd in asti et u eteri et sentinoso — u t audio — nauigio
iteru m te fluctibus credidisti. N am que dum celeritatem aucupa­
ris, cautelam p raeterm isisti, auidus n o strae gratiae, dissim ulans
periculi tui. 27. O fallax laetitia, o in certa h u m an aru m reru m
curricula! Ex Africa red d itum , ex m ari re stitu tu m , ex naufragio
seru atu m p u tab am u s iam nobis non posse eripi. Sed grauiora
n aufrag ia in te rris p ositi sustinem us; n am quem non p o tu e ru n t
naufrag ia ad m o rtem deducere strenuis n atatib u s eu itata, eius
m ors coepit nobis esse naufragio. Q uid enim su p erest suauitatis,
quibus tam praedulce decus, tam carum in his m undi tenebris
lum en extinctum est, in quo non n o strae solum fam iliae, sed
to tiu s p atria e decus occidit?

28. Habeo sane uobis, fra tre s dilectissim i, plebs sancta, m


m am gratiam , quod non alium m eum dolorem quam u e stru m p u ­
tatis, quod uobis accidisse hanc n o stri creditis solitudinem , quod
fletum to tius ciuitatis, aetatu m om nium , om nium ordinum noua
quadam p ietate defertis. Non enim m isericordiae p riu ata e dolor,
sed quoddam publicae officium e t m unus est gratiae, aut, si qua
uos m ei tan git m isericordia, quod talem fra tre m am iserim , habeo
fru ctu m uberem , habeo u e stri pignus adfectus. M allem fra tre m
uiuentem , sed tam en p ublicum officium in secundis rebus iucun-
dius est, in aduersis gratius. 29. N eque u ero m ihi m ediocre m e­
ritu m ta n ti u id e tu r officii. N eque enim otiose uel in actibus apo­
stoloru m T ab ith a m o rtu a flentes uiduae d e s c rib u n tu r3, uel in

29. « Cf. Act 9, 36.


PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 2 5 -2 9 43

25. Gli onori stessi di questo m ondo non ci procuravano


affatto soddisfazione, p erch é ci dividevano l ’uno dall’a l t r o 43. E noi
li abbiam o conseguiti non perché fosse desiderabile il lo ro rag­
giungim ento, m a p erch é il m o strarsen e in cu ran ti non apparisse
viltà. O forse ci sono stati conferiti perché, siccom e p e r la tu a
m o rte im m inente la n o stra gioia avrebbe conosciuto il tram o n ­
to, im parassim o o rm ai a vivere l’uno sep arato dall'altro. 26. Q uan­
to a me, quando spesso rievoco ciò che ti scrivevo, riconosco nelle
m ie lettere l'angoscia d ’u n anim o p re s a g o 44. Cercavo d i distoglier­
ti dicendoti di n on an d are in A frica o di scegliere p iu tto sto qual­
che altro. Avevo p a u ra di esp o rti ai pericoli del viaggio, di la­
sciarti in b alia d ei flutti, e u n tim ore p iù grave del solito aveva
assalito il m io anim o. M a tu su p erasti le difficoltà del viaggio e
sistem asti la questione e di bel nuovo ti affidasti ai flu tti su u n a
nave, a q u an to sen to , vecchia e m alandata. In fatti, siccom e t ’im ­
p o rtav a solo la ra p id ità del viaggio, tra sc u ra sti la prudenza, desi­
derando im paziente il n o stro affetto e fingendo d ’ignorare il tuo
pericolo. 27. 0 letizia ingannevole, o corso in certo delle vicende
um ane! Una volta rito rn a to daH’Africa, giunto a riva dal m are,
scam pato al n a u fra g io 45, pensavam o che tu non potessi p iù es­
serci rapito. M a ecco che sulla te rra dobbiam o affrontare più
rovinosi naufragi; in fa tti com inciò a farci n au frag are la m orte
di colui che non erano riu sciti a fa r p e rire i nau frag i cui era scam ­
p a to con poderose n u o tate. Quale gioia rim an e a coloro p e r i
quali si è spento u n cosi am abile v a n to 46, u n a luce cosi c a ra nel­
le ten eb re d i q u esto m ondo, con cui è p e rito l’onore non solo
della n o stra fam iglia, m a di tu tta la p atria?
28. C e rta m e n te 47, fratelli am atissim i, popolo santo, vi debbo
infinita riconoscenza, p erché considerate il m io dolore t u t t ’uno
col vostro, p erch é p en sate che sia toccata a voi q u esta n o stra
solitudine, p erch é con u n a p ietà senza preced en ti m i esibite il
p ian to d i tu tta la città, di tu tte le età, di tu tte le categorie di
cittadini. Non si tra tta , in fatti, di u n dolore dovuto alla com pas­
sione dei singoli, m a, p e r cosi dire, d i u n a dim ostrazione e di u n
trib u to d i p u b b lica benevolenza o, se qualche com passione p ro ­
vate p e r m e p erch é h o p erd u to u n tale fratello, in questo vostro
sentim en to ho u n a ricom pensa sovrabbondante, ho u n a prova del
vostro affetto. P referirei che m io fratello fosse vivo, m a tu ttav ia
la pub b lica p artecipazione è v eram ente a c cetta nella b u o n a fo r­
tuna, p artico larm en te g rad ita nelle avversità. 29. Né d ’a ltra p a rte
è di poco v alo re p e r m e il m erito di u n a tale dim ostrazione. Non
a caso, in fatti, negli Atti degli Apostoli si descrivono le vedove

43 Quando nel 370 Ambrogio venne a Milano, Satiro ebbe la carica di


governatore di un’altra provincia a noi ignota ( D u d d e n , op. cit., I, p. 61).
44 Cf. V erg., Aen., X, 843: praesaga m ali mens.
« Vedi nota 67 al par. 43.
46 Cf. V erg ., Aen., XI, 155: praedulce decus.
47 Cf. M e n . R h e t ., Περί επιδεικτικών (Περί μονωδίας), 318 (III, p. 436,
11 s . S pengel ).
44 DE EXCESSV FRATRIS, I , 2 9 -3 1

euangelio m o ta lacrim is uid u ae prosequens tu rb a funus adule­


scentis in d u c itu rb, cui re su rrec tio debebatur; illam tam en Tabi-
th am uiduae, h u n c to ta ciuitas fleuit. N on ergo dubium est u estris
lacrim is ap o sto lo ru m p atro cin iu m conparari, non, inquam , d u ­
bium est C hristum m isericordia m otum , cum uos flentes uideret.
E tsi nu n c no n tetigit lo c u lu m °, suscepit tam en com m endatum .
E tsi non ap p ellau it corporis uoce defunctum , diuinae tam en pote­
statis au c to rita te a cru ciatibus m o rtis et a « nequitiae spiritalis » d
incursionibus eius anim am liberauit. E tsi n o n resedit in loculo,
qui erat m o r tu u s e, tam en re q u ieu it in C hristo. E tsi non locutus
e st nobis, tam en ea, quae su p ra nos sunt, cernit, e t quae p o tio ra
su n t nobis, iam se u id ere laeta tu r. P er ea enim , quae in euangelio
legim us, « quae fu tu ra su n t » f intellegim us, et p raesen tiu m species
indicium fu tu ro ru m est. 30. N on opus fu it ei re su rrec tio tem ­
poralis, cui a e te rn a debetur.
Q uid enim in h an c m iseram et aerum nosissim am recid eret
labem atq u e in h an c flebilem u itam red iret, quem ra p tu m m agis
esse ex tam im m inentibus m alis urg en tib u sq u e periculis gaudere
debem us? N am si pacato saeculo bellisque cessantibus ra p tu m
E noc nem o d efle u ita, sed m agis p ro p h e ta laudauit, sicut de illo
sc rip tu ra dixit: R a p tu s est, ne m alitia m u ta ret cor e iu s b, qu an to
m agis nu n c iu re dicendum est, cum ad saeculi lubricum u itae
accedat am biguum : R a p tu s est, ne in m anus incideret b a rb a ro ­
rum , raptus est, ne to tiu s orbis excidia, m undi finem, p ro p in q u o ­
ru m fu n era, ciuium m ortes, p o strem o ne san ctaru m uirginum
a tq u e u id u aru m , quod om ni m o rte acerbius est, conluuionem
u ideret. 31. Ego u ero te, fra te r, cum u itae tu ae flore, tu m m ortis
com m oditate b eatu m a rb itro r. N on enim nobis erep tu s es, sed
periculis, n o n u itam am isisti, sed ingruentium ac erb itatu m for­
m idine caruisti. Nam qui eras sanctae m entis m isericordia in

b Cf. Lc 7, 12 ss.
c Lc 7, 14.
<· Cf. Eph 6, 12.
« Lc 7, 15.
£ Cf. Dan 8, 19.
30. » Cf. Gen 5, 22-24; Hebr 11, 5 (Eccli 44, 16).
b Sap 4, 11*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 2 9 -3 1 45

piangenti alla m o rte di T abita o nel Vangelo si ra p p resen ta la


folla che, com m ossa dal pianto di u n a vedova, segue il funerale
di u n giovanetto; m a T abita fu p ian ta dalle vedove, costui d al­
l'in tera città. N on è dubbio, dunque, che le v o stre lacrim e o tten ­
gano l'intercessione degli apostoli, non è dubbio, ripeto, che C ri­
sto sia stato in d o tto a com passione vedendovi piangere. Anche se
o ra no n h a toccato la bara, h a tu tta v ia accolto colui che gli è
sta to raccom andato. Anche se non h a chiam ato il defunto con
la voce del corpo, tu tta v ia con l ’a u to rità della potenza divina h a
lib erato la sua an im a dai to rm en ti della m o rte e dagli assalti degli
« spiriti del m ale ». Anche se colui che era m orto non si è m esso
a sedere sulla b ara, tu tta v ia vede ciò che sta so p ra di n o i48 e
orm ai si ralleg ra di contem plare le re altà che valgono p iù di
noi. P er mezzo di quello che leggiam o nel Vangelo com pren­
diam o « ciò che dovrà avvenire », e l’apparenza delle cose p resenti
è prova di quelle fu tu re. 30. Non aveva bisogno di u n a risu rre ­
zione nel tem po, perché gli è dovuta la risurrezione p er l’eternità.
A quale scopo, in fatti, dovrebbe ricadere in q u esta m isera e
travagliatissim a ignom inia e in q u esta lacrim evole vita, m en tre
dobbiam o p iu tto sto rallegrarci che sia stato so ttra tto a m ali cosi
m inacciosi e a pericoli cosi in c a lz a n ti49? In fatti, se nessuno
pianse E noc rap ito in cielo quando il m ondo era in pace e non
c'erano guerre, m a p iu tto sto il p ro fe ta lo lodò, com e disse di
l u i 50 la S c rittu ra: Fu rapito, perché la m alvagità non corrom pesse
il suo cuore, q u an to p iù adesso, quando ai pericoli del m ondo si
aggiunge l'incertezza della vita, dobbiam o dire a b u o n diritto:
Fu rapito p erch é n on cadesse nelle m ani dei b arb ari, fu rapito
p erché no n vedesse l'eccidio di tu tta la te rra , la fine del m ondo,
l'uccisione dei suoi cari, la m o rte dei cittadini, infine — p en a p iù
crudele d'ogni m o rte — la profanazione delle vergini consacrate
e delle v ed o v e51. 31. In verità, fratello, io ti stim o felice sia
perché sei m o rto nel fiore della tu a vita sia p e r il m om ento della
tu a m o r te 52. N on sei stato ra p ito a noi, m a ai p e ric o li53, non hai

Cf. M e n . R h e t ., Περί έπιδεικτικών (Περί παραμυθητικού), 283 (III,


p. 414, 15-20 S peng el ): εί δε ατύ χη μ α , τύχη ς τά π ίπ τειν ενθάδε, έξέφυγε τά
μιαρά τοΰ βίου, εΐτα δτι π είθομ αι τον μ ετα σ τά ντα τό ήλύσιον πεδίον οίκεΐν,
οπου ‘Ρ αδάμ ανθυς, οπου Μ ενέλεως, οπου παΐς 6 Πηλέως καί Θέτιδος, οπου
Μ έμνω ν καί τ ά χ α που μ ά λ λο ν μετά των θεών διαιτάται νΰν. περιπολεϊ
τον αιθέρα καί επισκοπεί τά τήδε; ( Περί επιταφίου ), 294 (III, ρ. 421,
16-17 S pengel ): π ολιτεύεται γάρ μετά τω ν θεώ ν, ή το Ή λύσιον εχει πεδίον.
49 Cf. Μ ε ν . R h e t ., Περί επιδεικτικών ( Περί παραμυθητικού ), 283 (III,
ρ. 414, 8-15 S p eng el ): ...καί οτι βελτίω ν έστί τ ά χ α ή μ ετάστασ ις τοΰ τηδε
βίου, ά π α λ λά ττου σ α πραγμάτω ν άδικων, π λεονεξίας, άδικου τύχης· οίον
γάρ τό πλεϊον το πράγμ ασιν άνθρω πίνοις συμπλέκεσθαι, νόσοις, φροντίσι.
Έ ρεϊς δε μ ετά ταϋτα, οτι εί μέν κέρδος τό βιοΰν, ίκανώς άπολέλαυκε, καί
λέξεις δ σύνοιδας περί αύτοϋ, ώ φθη μέν έν λόγοις εί ουτω τύχοι, έν πολιτείαις.
50 Veramente il passo della Sapienza si riferisce genericamente all’uomo
giusto.
si Cf. A m m , XXXI, 8, 6-8; 10, 4.
52 Cf. Cic., De orat., III, 3, 12: Ego uero, te, Crasse, cum uitae flore
tum m ortis opportu n itate diuino consilio et ornatum e t extinctum arbitror.
53 Cf. S all ., Iug., 14, 22-23: Iam iam, fra ter anim o m eo carissim e, quam-
46 DE EXCESSV FRATRIS, I , 3 1 -3 3

tuos, si nunc u rg eri Italiam tam p ro p in q u o ho ste cognosceres,


q u an tu m ingem isceres, q u am doleres in Alpium uallo sum m am
n o strae salutis consistere lignorum que concaedibus co n stru i m u­
ru m pudoris! Qua adflictione m aereres ta m ten u i ab hoste discri­
m ine tuos esse, ab hoste in p u ro atq u e crudeli, qui nec pudicitiae
p a rceret nec saluti! 32. Q uonam , inquam , haec m odo ferres, q u ae
nos p erp eti et fortasse, quod grauius est, spectare cogem ur: rapi
uirgines et auulsos a conplexu p aren tu m paruos liberos su p ra tela
iactari, in cestari sac rata deo c o rp o ra e t senilem u iduae m atu rio ris
u te ru m in usus desuetos onerum redire, non pignorum ? Q uonam ,
inquam , m odo ista to lerares, qu i etiam u ltim o sp iritu tu i iam for­
tasse oblitus et adh u c n o stri non in m em o r de cauenda incursione
b a rb a ro ru m nos saepius adm onebas, com m em orans non fru stra
te dixisse fugiendum , fo rtasse ideo, quod nos d e stitu i tu a m o rte
cernebas? Q uod no n in firm itate anim i, sed p ietate faciebas, etsi
infirm us p ro nobis, ta m e n firm us tibi, qui, cum a u iro nobili
reuocareris, Sym m acho, tu o paren te, quod a rd e re bello Italia
diceretu r, quod in periculum tenderes, quod in h o stem in cu rre­
res, resp o n d isti h anc ip sam tib i causam esse ueniendi, n e n o stro
deesses periculo, u t consortem te fra te rn i discrim inis exhiberes.

33. Felix ig itu r tam o p ortuno obitu, q uia non es in h u n c ser-


u atu s dolorem , certe felicior q u am sancta soror, quae tu o solacio
destitu ta , de suo p u d o re sollicita, duobus n u p e r b e a ta germ anis,
nu n c ex duobus fra trib u s aerum nosa, neque alteru m sequi p otest
neque alteru m derelinquere, cui tum illus h o sp itiu m tu u s et cor-
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 3 1 -3 3 47

p erd u to la vita, m a hai evitato il te rro re delle calam ità che ci


sovrastano. In fa tti, tu che eri u n 'a n im a san ta p e r la p ietà verso
i tuoi, se sapessi che o ra l'Ita lia è m inacciata da u n nem ico tan to
vicino, com e saresti afflitto, com e deploreresti che tu tta la n o stra
salvezza co nsista nel balu ardo delle Alpi e che con b arricate di
tro n c h i54 si co stru isca u n m u ro a difesa del n o stro onore. Come
saresti angosciato che i tuoi si trovino a cosi breve distanza dal
nem ico, da u n nem ico co rro tto e crudele che non risparm ierebbe
né la pudicizia n é la vita! 32. Com e sopporteresti, ripeto, questi
m ali che noi sarem o c o stre tti a subire e cui forse — cosa ancora
più acerba — sarem o obbligati ad assistere: vergini trascin ate
via, fanciulli stra p p a ti d alle braccia dei genitori e g ettati sulle
lance, co rp i co n sacrati a Dio contam inati dalla violenza, grem bi
senili di vedove avanti con gli anni, non più avvezzi alla m aternità,
co stre tti ad accogliere pesi, non fig li55? Come, ripeto, so p p o rteresti
queste sventure, tu che all’ultim o tuo respiro, di te forse già
dim entico, m a an co ra no n im m em ore di noi, ci am m onivi rip e tu ­
tam en te di g u ard arci daH’invasione dei b arb ari, facendo presente
di non aver detto senza ragione che bisognava fuggire, forse p er­
ché ci vedevi senza difesa in seguito alla tu a m orte? E ciò face­
vi non p e r debolezza d'anim o, m a p e r affetto, in ansia p e r noi,
m a senza alcun tim o re p e r te. In fatti, quando u n uom o nobile,
Sim m aco, tuo p a r e n te 56, cercava di distoglierti dal p artire , di­
cendo che correv a voce che l'Ita lia fosse in p re d a all’incendio
della guerra, che tu andavi incontro a u n pericolo, che saresti in­
cappato nel nem ico, risp o ndesti che p ro p rio questo era il m otivo
p e r rito rn are, quello cioè di non so ttra rti al n o stro pericolo e di
condividere il rischio dei tuoi fratelli.
33. Te felice, dunque, p e r u n a m o rte cosi tem pestiva, p er­
ché non sei sopravvissuto fino a soffrire questo to rm e n to 57; cer­
tam ente p iù felice della tu a san ta sorella che, priva del tuo con­
forto, p reo ccu p ata p e r la sua verginità, m en tre o r non è m olto
godeva dei suoi due fratelli, o ra è angosciata p er causa di en tra m ­
bi, perché non pu ò seguire l ’uno né abbandonare l’altro. La tu a

quam tibi im m aturo et unde m inim e decuit uita erepta est, tam en laetan­
dum m agis quam dolendum pu to casum tuum: non enim regnum, sed fugam,
exilium, egestatem e t om nis has quae m e prem u n t aerum nas cum anim a
am isisti.
54 Cf. Tac., Ann., I, 50: latera concaedibus m u n itu s; A m m ., XVI, 11, 8:
difficiles uias... concaedibus clausere; XVII, 10, 6: celsarum arborum obsisten-
te concaede.
55 Cf. S all ., Cat., 51, 9: rapi uirgines, diuelli liberos a parentum com ­
plexu, m atres fam iliarum p a ti quae uictoribus collubuisset...
56 Secondo il Faller (ed. cit., Introd., pp. 83-84) si tratta di Q. Aurelio
Simmaco, cioè dell'avversario di Ambrogio nella controversia per la statua
e l’altare della Vittoria nella curia romana. Di parere diverso il Palanque
(op. cit., p. 7, nota 43, e pp. 489-490) e il Dudden (op. cit., I, p. 176, nota 2),
che pensano a L. Avianio Simmaco, padre del precedente, morto nel 376.
Vedi Introduzione. Per il significato di parens nel senso di propinquus, cioè
di « parente », vedi, p. es.. De Abr., I, 3, 10: Frequenter indiuisa seruitia inter
parentes discordiam serunt.
57 Cf. V erg ., Aen., XI, 159: felix m orte tua neque in hunc sem a ta dolorem!
48 DE EXCESSV FRATRIS, I , 3 3 -3 7

poris tu i sep u lch ru m e s t dom us — a tq u e u tin am uel hoc tu tu m


diuersorium ! — cibus in fletibus, potus in lacrim is. C ibum etenim
d edisti nobis p a n em lacrim arum et p o tu m dedisti nobis in lacri­
m is in m e n su r a a a u t fo rta sse u ltra m ensuram . 34. N am q u id d e
m e loquar, cui neque m o ri licet, n e sororem relinquam , neque
u iu ere libet, ne a te reu ellar? Q uid enim m ihi sine te p o te st esse
iucundum , in quo om nis sem per fu it n o stra iu cunditas? Aut quid
d iu tiu s in h ac u ita degere iu u at atq u e in te rris m o rari, in quibus
tam d iu iucunde uixim us, q u am d iu sim ul uixim us? E tsi esset,
q uod hic delectare nos p o sset, sine te delectare non posset. E tsi
quando uoluissem us in p ense u itam pro d u cere, iam tam en sine
te esse nollem us. 35. H aec intolerabilia. Q uid enim tolerabile
sine ta n to u itae com ite, tan to lab o ru m m eo ru m officiorum que
consorte? C uius ego casum , quo esset tolerabilior, nec praem ed i­
ta ri potu i: ita p au e b at anim us de illo tale aliquid cogitare, non
quo condicionem ignorarem , sed quidam u o to ru m u su s sensum
com m unis fragilitatis obduxerat, u t d e illo nisi secunda om nia
cogitare nescirem . 36. D enique proxim e c u m graui quodam
— a tq u e u tin a m su p rem o — u rg e re r occasu, h o c solum dolebam ,
q uod n on ipse ad sid eres lectulo ac u o tiu u m m ihi cum san cta so­
ro re p a rtitu s officium m o rientis oculos digitis tuis clauderes. Q uid
o ptaueram , quid rependo? Quae u o ta deficiunt, quae m in isteria
succedunt? Aliud p raep arab am , aliud exhibere conpellor, n o n iam
ipse m in isteriu m funeris, sed m inister. O d u ra oculorum lum ina,
q uae p o tu istis fra tre m u id ere m orientem ! O inm ites e t asperae
m anus, quae clau sistis oculos, in quibus p lu s uidebam ! O d u rio r
ceruix, quae tam lugubre onus, consolabili licet obsequio, gestare
potuisti! 37. H aec tu, fra te r, m ihi iustius exhiberes, h ae c ego
a te expectabam , haec ego officia desiderabam . N unc u ero ipse
m eae u itae su perstes, quod sin e te solacium capiam , q u i solus
m aeren tem solari solebas, excitare laetitiam , m aestitu d in em p ro ­
p u lsare? Q ualem te nunc ego, fra te r, aspicio iam nulla m ihi u erb a
referentem , iam nu lla offerentem oscula! Q uam quam ita m u tu u s
sem per u triq u e n o stru m in sed erit am or, u t in te rio re p o tiu s foue-

33. a Ps 79, 6*.


PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 3 3 -3 7 49

b a ra le è rifugio, dim ora il sepolcro del tu o corpo — e m agari


alm eno questo fosse u n rip aro sicuro! —, cibo il pianto, bevanda
le lacrim e. Ci hai dato in fa tti pane di lacrim e e ci hai abbeverato
di lacrim e in m isura o fo rse oltre m isura. 34. Che dire d i m e che
non posso m o rire p er non abbandonare m ia sorella né desidero
v iv e re 58 p e r no n sep ararm i da te? Che cosa m i può riu scire p ia­
cevole senza di te, in cu i e ra p o sta sem pre ogni n o stra gioia? O
a che giova p ro lu n g are q u esta vita e re s ta re su q u esta te rra sulla
quale siam o v issuti gioiosam ente finché siam o vissuti insiem e?
Anche se ci fosse q u alcosa che quaggiù p otesse recarci diletto,
non p o treb b e recarci d iletto senza di te. Anche se u n tem po aves­
sim o desid erato ard en tem en te di p ro lu n g are la n o s tra v i t a 59,
orm ai no n vorrem m o vivere senza di te. 35. Q uesta sofferenza
è insopportabile. Che c ’è di sopportabile senza u n tale com pagno
di vita, u n tale socio delle m ie fa tic h e e dei m iei doveri? T anto
più che io no n ho p o tu to p re p a ra rm i alla sua m orte, perché
fosse m eno d o lo ro s a 60: a tal p u n to il m io anim o aveva p a u ra di
su p p o rre p e r lui u n a sim ile sorte, non p erch é ignorassi la sua
condizione, m a p erch é i desideri, che m i eran o abituali, avevano
otten eb rato in m e la coscienza della com une fragilità, sicché p er
lui non sapevo p en sare se non ogni bene. 36. P erciò poco fa,
essendo m inacciato da u n a grave — e m agari fosse s ta ta l'u lti­
ma! — m a la ttia 61, m i ram m aricavo solam ente ch e tu non stessi
vicino al m io letto e, dividendoti con la n o s tra san ta sorella il
com pito da m e desiderato, m i chiudessi con le tu e d ita gli occhi
al m om ento della m orte. Che cosa avevo desiderato, che cosa ti
do in cam bio? Q uali desideri non si attu an o , quali servizi p re n ­
dono il loro p osto? Una cosa predisponevo ed o ra sono co stre tto
a com pierne u n ’altra: non sono p iù io l ’oggetto del fu n e b re ser­
vizio, ben sì il m in istro . O cru d eli pupille ch e avete p o tu to veder
m o rire m io fratello! O m ani aspre e rozze che avete chiuso q u e­
gli occhi, co n cui vedevo p iù che con i miei! O spalle tro p p o insen­
sibili che avete p o tu to p o rta re u n peso cosi triste , sia p u re p e r
u n gesto di om aggio ch e m i diede consolazione! 37. P iù giusta­
m ente, fratello, tu m i av resti dovuto re n d ere q u esti onori, questi
m i attendevo d a te, q u esti desideravo. O ra invece io stesso, super­
stite alla m ia vita, q u ale co n fo rto o tte rrò senza di te ch e solo eri
solito co n so la rm i62 q u an d o ero afflitto, su scitare la m ia gioia,
cacciare la m ia tristezza? O rm ai non m i risp o n d i p iù con le tue
parole, o rm ai no n m i dai p iù i tuoi baci! Del re sto il nostro
scam bievole am o re e ra rad icato sem pre in ciascuno di noi in
m odo tale da essere alim entato d a u n sen tim en to in tim o piutto-

58 Cf. S all ., lu g., 14, 24: R une neque uiuere lu bet neque m ori licet sine
dedecore.
59 Cf. Verg., Aen., II, 637: abnegat excisa uitam producere Troia.
60 Cf. Cic., Tusc., I l i, 14, 29: Haec igitur p raem editatio futurorum maio-
rum lenit eorum aduentum , quae uenientia longe uideris.
il Vedi Dudden, op. cit., I, p. 114, nota 9.
62 N ota il sigm atism o, forse voluto: solus... solari solebas.
50 DE EXCESSV FRATRIS, I , 3 7 -4 1

r e tu r ad fectu quam forensi b lan d itia diuulgaretur; neque enim


aliorum q u aerebam us testim onium , qui ta n ta m n o stri gratiam te­
nebam us. Ita u irilis se u triq u e n o stru m germ an itatis sucus infu­
derat, u t non b lan d itiis p ro b a re am orem , sed conscia m ente p ieta­
tis in tern o am ore co n ten ti fucum b lan d itia ru m non re q u irere uide-
rem ur, quos et ipsa in am orem m u tu u m im ago form aret. Nescio
q u a enim expressione m entis, qua co rp o ris sim ilitudine alte r in
a ltero uidebam ur. 38. Quis te aspexit, qui non m e uisu m p u ta re t?
Q uotiens aliquos salutaui, qui, quoniam te p riu s consalutauerant,
se a m e iam diceren t salutatos! Q uanti tib i d ix eru n t aliquid, qui
se m ihi dixisse m em orarent! Quae m ihi hinc gaudia, q u an ta fre­
q u en ter o b o rta laetitia, quod eos e rra re in nobis cernerem ! Quam
g ratu s erro r, q uam iu cu nda prolapsio, quam religiosa fallacia,
q uam suauis calum nia! N eque enim de tuis e ra t aliquid a u t factis
a u t serm onibus, quod tim erem , qui m ihi tu a laeta b ar adscribi.
39. Tam en si uehem entius ten d eren t, quod se m ihi aliquid in ti­
m asse m em o raren t, respondebam ridens et gaudens: Videte, ne
fr a tri dixeritis! N am cum om nia nobis essen t n o stra com m unia,
indiuiduus spiritu s, indiuiduus adfectus, solum tam en com m une
non e ra t secretum am icorum , non quo conferendi periculum uere-
rem ur, sed tenendi seru arem us fidem. Sane si consilio pendenda
res esset, erat sem p er com m une consilium , non sem per com ­
m une secretum . N am etsi am ici alteri n o stru m dicerent, u t d icta
sua ad alteru m p eru en irent, tam en scio p leru m q u e conplacitum
ita fidem secreti esse seruatam , u t nec fra tri co m m itteretu r; e rat
enim fidele indicium et extraneo non esse p ro d itu m , quod non
esset cum fra tre conlatum .

40. His ig itu r tan tis ac talibus bonis in excessum quendam ,


fateor, m entis elatus su p erstitem m e tim ere desieram , quod illum
u ita crederem digniorem , et ideo excepi plagam , quam fe rre non
possum ; tolerab ilio ra enim tan ti doloris p ra em ed itata qu am inex­
p lo ra ta uulnera. Quis iam m aestum solabitur, quis adflictum le-
uabit, cum quo p articip ab o curas, quis m e ab istius m undi uindi-
cabit usu? Tu enim a c to r negotiorum , ce n so r seruulorum , arb i­
te r fra tru m , no n litis, sed p ietatis arb ite r. 41. N am si quando
aliquid cum san cta so rore m ihi conferendum fuit, u tra m elior
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 3 7 -4 1 51

sto che m an ifestato con pubbliche espansioni d ’affetto: non ce r­


cavam o la testim onianza altru i, noi ch e godevam o in tale m isu ra
del piacere di am arci. A ta l p u n to era p e n e tra to in en tram b i il
succo di u n a virile fra te rn ità , che non ci pareva di dover dim o­
stra re il n o stro am ore con le espansioni; m a, p e r la consapevo­
lezza del n o stro affetto, soddisfatti dell'am ore c h ’era in noi, non
credevam o necessario ric o rre re aH’esterio rità delle carezze, p er­
ché lo stesso n o stro asp etto ci disponeva all’am ore reciproco. Non
so p e r quale atteggiam ento dell’anim o, p e r quale som iglianza
fisica sem bravam o essere l'uno nell’altro. 38. Chi ti vedeva, e
non cred ev a d i aver visto m e? Q uante volte h o salu tato d elle p e r­
sone che, siccom e ti avevano salu tato poco prim a, dicevano che
io li avevo già salutati! Q uanti ti dissero qualcosa, convinti di
averlo d e tto a me! Perciò quale gioia, quale contentezza provavo
spesso p erch é vedevo che ci scam biavano l'uno p e r l’altro! Q ua­
le grad ito e r r o r e 63, quale piacevole equivoco, q u ale am oroso in­
ganno, q u ale dolce im broglio! Non nu triv o alcun tim ore a p ro ­
posito delle tu e azioni o delle tue parole; ero anzi contento che
m i venisse a ttrib u ito ciò ch e spettava a te. 39. T uttavia, se af­
ferm avano con tro p p a energia di rico rd are che m i avevano com u­
nicato u n a qualche notizia, rispondevo con u n a lieta risata: « B a­
date di non averlo detto a m io fratello! ». In fatti, p u r avendo
tu tto in com une ed essendo inseparabile il n o stro spirito, inse­
p arab ile il n o stro m odo d i sentire, l’u n ica cosa che non avevam o
in com une era il segreto dei n o stri am ici, non p erché tem essim o
com e cosa pericolosa d i m ettern e a p a rte l'altro , m a p e r m ante­
nere la p ro m essa di custodirlo. Senza dubbio, se bisognava discu­
tere u n a questione e quindi decidere, la decisione e ra sem pre
com une, no n sem pre com une il segreto. Anche se gli am ici face­
vano u n a confidenza ad u n o di noi, p erch é ciò che avevano detto
fosse rife rito all'altro , tu tta v ia so che p e r lo p iù si com piacevano
che l'im pegno del segreto fosse stato m an ten u to con ta n to scru­
polo da non essere com unicato nem m eno al fratello. E ra in fatti
u n a p ro v a sicu ra che non era sta to rivelato anche a u n estraneo
quello che no n fosse stato rife rito al fratello.
40. Orgoglioso dunque o ltre m isu ra — lo confesso —
ta n te e tali sue qualità, non tem evo p iù di sopravvivergli, p e r­
ché lo ritenevo p iù degno di vivere, e perciò ho ricev u to u n colpo
cui non m i so rassegnare. Le fe rite d i u n cosi grande dolore sono
più sopportabili, q u an d o sono attese, di quelle che sono im pre­
v is te 64. Chi o rm ai consolerà la m ia tristezza, chi allevierà la m ia
afflizione, con ch i condividerò le preoccupazioni, ch i m i lib ere rà
dai bisogni di q uesto m ondo? Tu tra tta v i i n o stri affari, controllavi
i n o stri servi, eri a rb itro tr a noi fratelli, a rb itro non delle n o stre
liti, m a del n o stro affetto fratern o . 41. In fatti, se talvolta su qual­
che argom ento d ovetti d iscutere con la n o stra san ta sorella qua-

63 Cf. Verg., Aen., X, 392: gratusque parentibus error.


μ Cf. sopra, par. 35 e Sen., Ad Helu., 5, 3.
52 DE EXCESSV FRATRIS, I , 4 1 -4 3

u id e re tu r sen ten tia, te iudicem sum ebam us, qui nulli laederes os.
A tque u triq u e satisfacere gestiens e t am andi adfectum tenebas et
censendi m odum , u t et u tru m q u e g ra tu m d im itteres et u triu sq u e
tib i gratiam uindicares. A ut si ipse aliquid disceptandum deferres,
quam g ra ta contentio tu a, quam sine felle ipsa indignatio, qu am
seruulis ip sis coercitio n on am ara, cum te fra trib u s m agis deferre
quam ex ad fectu diceres uindicare! N obis enim professio re p ressit
stu d ia coercendi, im m o tu, fra te r, ab om ni nos abducebas coerci­
tionis ad fectu, u in d icare pollicens et lenire desiderans.

42. N on m ediocris ig itu r p ru d e n tia e testim onium , quae ita


a sapien tib u s definitur: b o n o ru m p rim u m esse deum scire et ue-
ru m illud atq u e diuinum pia m ente u en erari, illam am abilem et
concupiscendam aetern ae p u lch ritu d in em u e rita tis to ta m entis
c a rita te diligere, secundum autem in proxim os a diuino illo atque
caelesti n a tu ra e d eriu are p ie ta te m 2. Quod etiam m u n d i sapientes
n o stris h au sere de legibus; neque enim d eriu are ista in hom inum
disciplinas nisi de caelesti illo diuinae legis fonte potuissent.
43. Quid ig itu r o b seru an tiam eius erga dei cultum praedicem ?
Qui p riu sq u am perfectio ribus esset in itia tu s m ysteriis, in n au fra­
gio co n stitu tu s, cum ea, qua u eh e retu r, nauis scopuloso inlisa
uado et u rg en tib u s h in c atq u e inde fluctibus solueretur, non m o r­
tem m etuens, sed ne u acuus m ysterii exiret e u ita, quos initiatos
esse cognouerat, ab his diuinum illud fidelium sacram en tu m popo­
scit, no n u t curiosos oculos in se re re t arcanis, sed u t fidei suae
c o n seq u eretu r auxilium . E tenim ligari fecit in o rario et o rarium
inuoluit in collo atq u e ita se deiecit in m are, non req u iren s de
nauis conpage reso lu ta tabulam , cui sup ern atan s iu u are tu r, quo-

42. a Cf. Mt 22, 37-39; Eccli 13, 18-19.


PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 4 1 -4 3 53

le decisione fosse m igliore, prendevam o te p e r giudice, sapendo


che no n av resti sco n ten tato n e s su n o 65. D esideroso com ’eri di fa r
piacere a d en tram b i, conservavi sia il sentim ento d ’affetto sia la
m oderazione neH 'esprim ere il tuo p arere , cosi da rim an d are sod­
disfatti en tram b i ed o tten ere la riconoscenza di tu tti e due.
O ppure, nel caso che fossi tu a p ro p o rre qualche argom ento di
discussione, q u a n t’era gradevole il tuo calore, com e p riv a di fiele
la stessa tu a indignazione; co m ’e ra senza asprezza anche la tu a
severità con i servi di casa, poiché dicevi di voler p iu tto sto com pia­
cere i tu o i fratelli che p u n ire p e r tu a inclinazione! Il n o stro m i­
nistero, in fatti, frenava la n o stra voglia di punire; anzi, fratello,
eri tu a distoglierci da ogni tendenza alla coercizione, p ro m ettendo
d ’interv en ire desideroso di placare il n o stro anim o.
42. Q uesta è u n a pro v a di non com une saggezza, che i sapienti
definiscono cosi: il p rim o bene consiste nel conoscere Dio e nel
venerare devotam ente qu ell’E ssere verace e divino, n ell’am are con
tu tto il tra sp o rto dell’anim o quell’am abile e desiderabile bellezza
dell’e tern a V erità; il secondo, nel fa r discendere d a quell’E ssere
divino e celeste sul p rossim o il n o stro am ore n atu rale. Anche i
sapienti di q u esto m ondo hanno ricavato tali principi dalle n o stre
leggi; n on avrebbero, in fatti, p o tu to applicarli all’educazione u m a­
n a senza attin g erli dalla fonte celeste della legge divina. 43. P er­
ché, dunque, dovrei esaltare il suo ossequio p e r il culto divino?
Egli, p rim a di essere stato iniziato ai m iste ri p iù p e r f e tti66, coin­
volto in u n n a u fra g io 67, quando la nave su cui viaggiava, sospinta
su u n bassofondo sem inato di sco g li68, stava p e r infrangersi sotto
l’im peto dei flutti che l’assalivano da ogni p arte , non p e r tim ore
della m o rte, m a p e r n on p a rtirse n e da q u esta v ita ignorando il
M istero, chiese in sistentem ente, a quelli che sapeva iniziati, quel
divino sacram ento dei fedeli. Egli non intendeva p en e trare con
occhio curioso nel M istero, m a o tten ere u n aiuto p e r la p ro p ria
fede. Lo fece in fa tti legare in u n fazzoletto, avvolse il fazzoletto
al collo e cosi si gettò in m are senza cercare u n a tavola divelta
dal fasciam e della nave, di cui servirsi p e r reggersi nuotando,
perché e ra rico rso solo alle arm i della fede. R itenendosi in tal

65 C f. T er ., Ad. 864: clem ens, placidus, nulli laedere os, adridere omnibus.
66 Espressione variam ente interpretata: vedi C oppa , op. cit., p. 792, nota 66.
67 Secondo il Coppa (ibid.), che rinvia al successivo par. 50, dovrebbe
trattarsi d i un naufragio diverso da quello del suo ultim o viaggio. Vedi inve­
ce D u d d e n , op. cit., I, pp. 178-179, e P aredi , S. A m brogio e la sua età, cit.,
pp. 235 e 238. Effettivam ente, quanto si dice nel paragrafo sopra citato
indurrebbe a supporre che Satiro sia incorso più volte in pericolose avven­
ture marittime. In tale paragrafo, infatti, si dice: quotiens p o st naufra­
gium... transfretauerit... peragrarit. Inoltre l’episodio descritto ai paragrafi
43-44 viene citato quale esem pio della pietà religiosa di Satiro senza essere
riferito esplicitam ente al viaggio di ritorno daH'Africa. D’altra parte, che
al ritorno dall’Africa sia avvenuto un naufragio, risulta chiaram ente dal
par. 27: E x Africa redditum , ex m ari restitu tu m , ex naufragio seruatum
putabam us iam nobis non posse eripi; a m eno che in questo passo gli
avvenimenti non siano elencati in ordine inverso e senza diretto rapporto
di prossim ità cronologica.
68 Cf. V erg ., Aeri., I, 112: inliditque uadis atque aggere cingit harenae.
54 DE EXCESSV FRATRIS, I , 4 3 -4 6

niam fidei solius arm a quaesierat. Itaq u e his se tectu m atq u e m u ­


n itu m satis credens alia auxilia non desiderauit.
44. Sim ul fo rtitu d in em eius sp ectare licet, q u i fatisce
rem igio no n quasi nau frag us tab u lam su m pserit, sed quasi fortis
ex se ipso adm iniculum suae u irtu tis adsum pserit. N ec deseruit
spes nec fefellit opinio; denique p rim u s seru atu s ex undis e t in
p o rtu m te rre n a e statio n is euectus praesulem suum , cu i se cred i­
derat, recognouit, statim q u e u b i etiam ceteros seruulos suos uel
ipse lib era u it uel lib erato s conperit, neglegens facu ltatu m nec
am issa d esid eran s d ei ecclesiam requisiuit, u t ageret gratias libe­
ra tu s e t m y steria a e te rn a cognosceret, p ro n u n tian s nullum re fe­
re n d a g ra tia m aius esse officium. Quodsi hom ini non re fe rre sim i­
le hom icidio iu dicatum est, non re fe rre deo q u an tu m crim e n est!

45. E st ergo p ru d en tis agnoscere se ipsum , et, quem adm o­


dum a sap ien tib u s definitum est, secundum n a tu ra m uiuere. Q uid
est enim tam secundum n a tu ra m quam re fe rre au cto ri gratiam ?
Aspice caelum hoc! N onne au cto ri re fe rt gratiam , cum u id etu r?
Caeli enim enarrant gloriam dei et opera eius adnuntiat firm a­
m e n tu m a. M are ipsum , cum sedatum atq u e tran q u illu m est, diui-
nae seren itatis te s ta tu r indicium , cum m o u etu r, indignatio su p er­
n a te rro ri est. N onne om nes dei gratiam iu re m iram u r, cum ad-
u ertim u s, quod insensibilis n a tu ra q u ad a m sensibili ra tio n e suos
fluctus co erceat et fines suos u n d a cognoscat? b. N am d e te rris q u id
loquar, q u ae diu in o oboedientes p ra ece p to am nibus sponte anim an­
tib u s p ab u lu m su b m in istra n t atq u e id, quod acceperint agri, ue-
lu t crescentibus u su ris m u ltip licatu m cum ulatum que re s titu u n t? c.
46. E rgo ille qui n a tu ra d u ce diuini ratio n em operis igneo m entis
uigore percep erat, sciuit prim o om nium seru ato ri suo gratiam
esse referendam . Sed quia re fe rre non p o te ra t, h ab e re p o tera t; est
enim huiuscem odi gratiae uis, u t et, cum re fe rtu r, h a b e a tu r et

45. a Ps 18, 2*.


*> Cf. Prou 8, 29.
c Cf. Gen 1, 11.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 4 3 4 6 55

m odo p ro te tto e difeso a sufficienza, pensò di n o n aver bisogno


d ’altri aiuti.
44. Nello stesso tem po è possibile am m irare la sua fortezza,
poiché, m en tre la nave si sfasciava, non afferrò da naufrago u n a
tavola, m a da fo rte o tten n e in se stesso il sostegno d ella sua vir­
tù. N on lo deluse la speranza né lo ingannò l ’aspettativa. Scam ­
p a to p e r p rim o dai flutti e sospinto in u n p o rto della terraferm a,
ripensò al p r o te tto r e 69 cui si era affidato e subito, quando ebbe
tra tto in salv o 70 egli stesso i suoi servi o seppe che erano stati
salvati, senza preo ccu p arsi dei suoi beni e senza rim piangere ciò
che aveva p erd u to , cercò la C hiesa di Dio p er ringraziarlo della
sua salvezza e conoscere gli etern i m isteri, dichiarando che nessun
dovere era p iù im p o rtan te di quello di m o strare la p ro p ria rico­
noscenza 71. Che se non essere riconoscente a u n uom o è stata
giudicata colpa sim ile all’om icidio, quale enorm e scelleratezza è
m ai non essere riconoscente a Dio!
45. È p ro p rio dunque dell’uom o saggio conoscere se s te s s o 72
e, com e è stato stabilito dai sapienti, vivere secondo n a tu r a 73.
Che co sa è, in fatti, cosi conform e a n a tu ra com e m o strarsi ricono­
scenti al C reatore? G uarda questo cielo! Q uando lo si contem ­
pla, non esprim e riconoscenza al suo C reatore? In fa tti i cieli nar­
rano la gloria di Dio e il firm am ento proclam a le sue opere. Il
m are stesso, q u an d ’è placido e tranquillo, fornisce u n a prova
della seren ità divina, q u an d ’è agitato, lo sdegno celeste ci infonde
terro re. Non am m iriam o tu tti la b o n tà di Dio, quando constatiam o
che la n a tu ra insensibile frena i suoi flutti e l ’onda conosce i p ro ­
p ri confini? Che dire della te rra che, obbediente al com ando divi­
no, spo ntaneam ente offre il cibo a tu tti gli esseri viventi e re sti­
tuisce, m o ltiplicato e accresciuto p e r cosi dire con in teressi cre­
scenti, il sem e che i cam pi hanno ric e v u to ? 74. 46. O r dunque,
colui che, so tto la guida della n atu ra , con l’ard en te v ig o re 75 dell’in­
telligenza aveva com preso il piano dell'opera divina, si rese conto
che an zitu tto doveva d im o strare riconoscenza a chi lo faceva
sopravvivere. Ma, visto che non poteva d im o strarla concretam en­
te, poteva conservarla d en tro di sé. Tale è in fatti la n a tu ra della
g ratitud in e, che, quando si dim ostra, si conserva e, conservandola,

69 Come osserva il Coppa (o p . cit., p. 793, nota 69), deve trattarsi del­
l ’Eucaristia che aveva portato con sé al mom ento del naufragio.
70 Per liberare = seruare, cf. T ert ., De paen., 7, 5: Plerique naufragio libe­
rati exinde repudium et naui et m ari dicunt.
71 Cf. Cic., De off., I, 15, 47: ...prim um illud est in officio u t ei plurim um
tribuam us, a quo plurim um diligamur.
72 Cf. Exam., VI, 6, 39: cognosce te ipsum , o homo, quod non, ut ferunt,
Apollinis Pythii, sed Solom onis sancti est.
73 Cf. Cic., De fin., V, 9, 26: ...dicim us om nibus anim alibus extrem um
esse secundum naturam uiuere. È fam osa m assim a stoica: vedi P o h l e n z ,
La Stoa, trad. it., La Nuova Italia, Firenze 1967, I, pp. 237 ss.
74 Cf. Cic., Cato M., 15, 51: ...terra, quae nunquam recusat im perium nec
unquam sine usura reddit quod accepit.
75 Cf. V erg ., A en., V I , 730: igneus est ollis uigor et caelestis origo. Da
un punto di vista formale, il colorito arcaico richiama Lucrezio.
56 DE EXCESSV FRATRIS, X, 4 6 4 9

h abendo re fera tu r. R eferebat ig itu r gratiam , d efere b at fidem. N am


qui ta n tu m m y sterii caelestis inuoluti in o rario praesid iu m fu isset
expertus, q u an tu m a rb itra b a tu r, si ore su m eret et to to pectoris
h a u rire t arcano! Q uam m aius p u ta b a t fu su m in u iscera, quod
ta n tu m sibi tectu m o rario profuisset! 47. S ed n o n ita auidus,
u t esset incautus; scim us enim plerosque au id itate studii p ra e te r­
m ittere cautionem . A duocauit ad se episcopum nec u llam u eram
p u ta u it n isi u erae fidei g ratiam p erco n tatu sq u e ex eo est, u tru m ­
n am cum episcopis catholicis, hoc est cum R om ana ecclesia conue-
n iret. E t fo rte a d id locorum in schism ate regionis illius ecclesia
erat; L ucifer enim se a n o stra tu n c tem p o ris com m unione diui-
serat. E t q u am q u am p ro fide exulasset et fidei suae reliquisset
heredes, non p u ta u it tam en fidem esse in schism ate; nam etsi
fidem erga deum ten eren t, tam en erga dei ecclesiam n o n ten eren t,
cuius p a tie b a n tu r u elu t quosdam a rtu s diuidi et m em b ra lacerari.
E tenim cum p ro p te r ecclesiam C hristus passus sit et C hristi co r­
pus ecclesia s i t a, non u id e tu r ab his exhiberi C hristo fides, a qui­
bus eu a cu atu r eius p a s s io b co rpusque d istrah itu r. 48. Itaq u e
quam uis gratiae fenus te n e re t et m etu eret ta n ti nom inis d e b ito r
nauigare, tam en eo tra n sire m aluit, ub i tu to posset exoluere; iudi-
cab at enim diuinae solutionem gratiae in adfectu ac fide esse.
Q uam quidem statim , u b i p rim u m copia lib erio r ecclesiae fuit,
inplere non d istu lit deique gratiam e t accepit d esid eratam et ser-
u a u it acceptam . N ihil ig itu r ea p ru d e n tia sapientius, q u ae diuina
e t hum an a secernit. 49. N am quid spectatam stipendiis forensi­
bus eius facundiam loquar? Q uam incredibili ad m iratio n e in
au d ito rio p raefectu rae sublim is em icuit! Sed m alo illa laudare,
quae p ercep tis m ysteriis dei duxit hum anis esse potiora.

47. » Cf. Eph 5, 23; Col 1, 24.


b Cf. 1 Cor 1, 17
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 4 6 4 9 57

si d im o s tra 76. S atiro dun q ue dim ostrava la sua riconoscenza, of­


friva l ’om aggio della p ro p ria fede. Chi aveva esp erim en tato u n a
cosi efficace protezione del M istero celeste avvolto in u n fazzo­
letto, com e doveva riten e rla efficace, se lo avesse ricevuto nella
sua bocca e accolto nél p ro fondo segreto del suo cuore! Q uanto
p iù po ten te doveva crederlo, u n a volta diffuso nelle sue viscere,
se ta n to gli aveva giovato, avvolto in u n fazzoletto! 47. M a non
era cosi pieno di desiderio da essere incauto; sappiam o che m olti
p e r tro p p o avido desiderio tra sc u ra n o la cautela. C hiam ò il ve­
scovo e, no n riten en d o v era alcuna benevolenza se non quella
derivante dalla vera fede, gli chiese se fosse in com unione con i
vescovi cattolici, cioè con la Chiesa rom ana. P er avventura, in quel
te m p o 77 la Chiesa d i quella regione era nello scism a, p erch é allo­
ra L u cife ro 78 si e ra sep arato dalla com unione con noi. E sebbe­
ne egli fosse an d ato in esilio p e r la fede e avesse lasciato eredi
della sua fe d e 79, m io fratello non riten n e che nello scism a ci fosse
la fede. In fatti, anche se conservavano la fede in Dio, non con­
servavano la fede nella Chiesa di Dio, della quale tolleravano che,
p e r cosi dire, venissero disgiunte le articolazioni e lacerate le
m em bra. In fatti, siccom e C risto h a p a tito p e r la C hiesa e la
Chiesa è il co rp o di C risto, n o n sem b ra che siano fedeli a C risto
costoro che rendono v ana la sua passione e n e straziano il corpo.
48. Perciò, sebbene possedesse il capitale della grazia e tem esse
di m ettersi in m are essendo d ebitore di u n a tale som m a, p referì
recarsi là dove p o tesse in p iena sicurezza saldare il suo debito.
R iteneva, in fatti, che il saldo del debito della grazia divina si
effettuasse con la sin cerità dei sentim enti e con la fede. E si
affrettò ad effettuarlo, non appena ebbe p iù lib era disponibilità
di u n a chiesa, e ricev ette la so sp irata grazia di Dio e, ricevutala,
la conservò in te g ra 80. N on c ’è in fa tti cosa p iù saggia di quella
pru d en za che distingue ciò che è divino d a ciò che è um ano.
49. P erché p a rla re della sua eloquenza d im o strata nell’esercizio
della professione forense? Q uale incredibile am m irazione lo cir­
condava quando, nella sala delle udienze d ella p r e f e ttu r a 81, ra g ­
giungeva lum inose altezze! P referisco però lodare quelle v irtù
che, dopo aver ricevuto i divini m isteri, egli riten n e superiori a
quelle um ane.
76 Cf. Cic., Pro Piane., 28, 68: gratiam autem e t qui refert, habet, e t qui
habet, in eo ipso quod habet, refert. H abere gratiam = « nutrire, conservare
riconoscenza », « essere riconoscente ».
77 Cf. S all ., Iug., 63, 6. A d id locorum è espresssione sallustiana equiva­
lente a ad id tem pus.
78 Vedi sopra, par. 12, nota 22.
79 Soggetto di exulasset e reliquisset è Lucifero; di non p u ta u it è invece
Satiro, che il Coppa (op. cit., p. 795) fa soggetto dei tre verbi.
Lucifero si era rifiutato di sottoscrivere la condanna di sant’Atanasio nel
sinodo di Milano (355) e, di conseguenza, era dovuto andare in esilio (A lta­
ner , op. cit., p. 379).
8° Quest'ultima espressione sembrerebbe dimostrare che Satiro rice­
vette il battesim o ad una certa distanza di tem po dalla sua morte. Vedi
sopra, par. 43, nota 67.
81 A Sirmio; vedi D u d d e n , op. cit., I, p. 58; P ala nque , op. cit., pp. 13 e 438.
58 DE EXCESSV FRATRIS, I , 5 0 -5 3

50. F o rtitu d in em quoque eius si qu-is plenius spectare uo


consideret, quotiens p o st naufragium inuicto quodam contem ptu
u itae huius m aria tra n s fre ta u e rit diffusasque regiones obeundo
p erag rarit, p o strem o q u o d hoc ipso tem pore periculum non refu ­
gerit, sed ad periculum u en e rit p atiens iniuriae, neglegens frigoris
a tq u e u tin am sollicitus cautionis, sed hoc ipso beatus, quod, dum
licuit uigore u ti corporis, inoffenso a d exequenda, quae uellet,
functu s iu u en tu tis officio u itam uixit, debilitatem ignorauit.

51. Qua u ero pro secu tione sim plicitatem eius edisseram ? E a
est enim quaedam m o ru m tem p eran tia m entisque sobrietas. Date,
quaeso, u eniam et p e rm ittite dolori meo, u t d e eo m ihi paulo
uberiu s liceat loqui, cum quo iam non conceditur conloqui. C erte
et uobis proficit, u t ad u e rtatis non fragilitate q u ad a m uos hoc
officium, sed iudicio detulisse, nec m isericordia m o rtis inpulsos,
sed u irtu tu m honorificentia prouocatos. A nim a enim benedicta
om nis s im p le x a. T an ta autem sim plicitas, u t conuersus in pue­
ru m sim p licitate illius aetatis innoxiae, p erfectae u irtu tis effigie
et quodam in nocentium m o ru m speculo reluceret. In tra u it ig itu r
in regnum caelorum , quoniam credidit dei uerbo, quoniam sicut
p u e r arte m rep p u lit a d u la n d ib, iniuriae dolorem clem enter absor­
b u it quam inclem entius uindicauit, qu erelae quam dolo p ro m ­
ptior, satisfactio n i facilis, difficilis am bitioni, sanctus pudori, u t
freq u en ter in eo superfluam m agis uerecundiam praed icares quam
necessariam quaereres. 52. Sed num quam superflua fu ndam enta
u irtu tis; p u d o r enim non reuocat, sed com m endat officium. Itaq u e
u elu t quadam uirginali u erecundia suffusus ora, cum u u ltu adfec-
tum pro d eret, si fo rte aliquam subito ueniens offendisset p aren ­
tem , ueluti depressus et q u asi dem ersus in terram , licet in ipso
nequaq u am dissim ilis coetu u iro ru m , ra ru s adtollere os, eleuare
oculos, re fe rre serm onem . Quod pudico qu o d am m entis pudore
faciebat, cum quo castim o nia quoque corporis congruebat. E tenim
in tem era ta sacri b ap tism atis dona seru au it, m undo corpore, pu­
rio r corde, non m inus ad u lterin i serm onis o b p ro b riu m quam cor­
poris perh o rrescen s, no n m inorem ra tu s p udicitiae reu eren tiam
deferendam in teg ritate u erb o ru m quam corporis castitate. 53. De-

51. a Prou 11, 25 (S e p t.).


b Cf. Mt 18, 3.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 5 0 -5 3 59

50. Se u no v o rrà esam inare p iù a fondo anche la sua for­


tezza, co n sid eri q u an te volte dopo il naufragio, com e se n u trisse
un coraggioso disprezzo p e r q u esta vita, attra v ersò il m are e p er­
corse n ei suoi viaggi estese re g io n i82; cosideri infine com e in
questo stesso tem p o non evitò il pericolo, m a lo affrontò tolle­
ra n d o i disagi, in cu ran te del freddo — e m agari si fosse d ato pena
di guardarsene! —, di questo solo felice, che, fin quando p otè
u sare le energie fisiche no n o stacolate neH’eseguire ciò ch e vole­
va, visse sostenendo gli incarichi di u n a p erso n a nel fiore degli
anni e ignorò la stanchezza.
51. Con quali elogi p arle rò della sua sem plicità? Q uesta vir­
tù consiste in u n a c e rta tem peranza nel m odo di vivere e in u n a
c e rta so b rietà dello spirito. P erdonate, vi prego, il m io dolore e
lasciate che si sfoghi, cosi che m i sia concesso di tra tte n e rm i a
p arla re u n p o ’ p iù diffusam ente d i quello con cui orm ai non m i è
più possibile in tra tte n e r m i83. C ertam en te giova anche a voi com ­
p ren d ere che avete reso queste onoranze non p e r u n eccesso di
sensibilità, m a a ragion veduta, e non già in d o tti dalla com m ise­
razione p e r la sua m orte, bensì invitati dall'onore dovuto alle sue
virtù. Ogni persona sem plice è u n ’anim a benedetta. La sua sem ­
plicità era cosi grande che, fa tto si fanciullo p e r la sem plicità
p ro p ria di q u ell'età innocente, risplendeva p e r l’im m agine di tuia
p e rfe tta virtù , qu asi specchio di v ita senza m acchia. È e n tra to dun­
que nel regno dei cieli p erch é h a cred u to alla p aro la di Dio, p er­
ché, com e u n fanciullo, h a rip u d iato l ’arte dell’adulazione, h a
trangugiato co n indulgenza il dolore di u n ’offesa anziché farne
v en d etta con rigore, p iù incline al lam ento che all’inganno, dispo­
sto alla soddisfazione, alieno d a ll’am bizione, estrem am en te sol­
lecito della riservatezza, cosi che spesso in lui avresti esaltato il
di più della verecondia anziché ricercarn e l ’indispensabile. 52. Ma
i fondam enti delle v irtù non sono m ai superflui; in fa tti il pudore
non lim ita m ai il dovere, m a lo raccom anda. Perciò con la faccia
soffusa quasi di u n a verecondia v e rg in a le 84, poiché rivelava nel
volto i suoi sentim enti, se p e r caso ad u n tra tto sulla sua stra d a
avesse in co n tra to u n a qualche parente, chinandosi, p e r cosi dire,
e quasi sprofondandosi fino a te rra — m a non si com portava di­
versam ente in com pagnia di uom ini — di rado sollevava la fac­
cia, alzava gli occhi, rispondeva a ciò che gli veniva detto. E
questo faceva p e r u n delicato p u d o re deH’anim o, con il quale si
accordava la ca stità del corpo. Conservò, infatti, incontam inati i
doni del santo battesim o , m ondo nel corpo, più p u ro nel cuore,
provando o rro re p e r l ’o n ta di u n discorso osceno non m eno che
p e r quella del corpo, convinto ch e si dovesse risp e tta re la pudi­
cizia tan to con l’o n està dei discorsi q u an to con la c a stità del co r­
po. 53. Amò quindi a ta l p u n to la ca stità, che non prese nem-

82 Vedi sopra, par. 43, nota 67.


u Ho cercato di conservare in italiano il rapporto loqui... colloqui.
84 C f. V erg ., Georg., I , 430: a t si uirgineum suffuderit ore ruborem ( d e t t o
d e lla lu n a ) .
60 DE EXCESSV FRATRIS, I , 5 3 -5 7

n ique in ta n tu m castim oniam dilexit, u t nec uxorem expeteret,


licet in eo non solum castitatis ad p eten tia fu erit, sed etiam pie­
tatis gratia. M iro au tem m odo e t coniugium dissim ulabat et iactan-
tiam declinabat. T an taq u e e ra t dissim ulatio, u t nobis quoque
u rgentib u s differre m agis consortium q uam refugere u id ere tu r.
H oc u n u m itaq u e fuit, quod nec fra trib u s crederet, non aliqua
cunctationis h aesitantia, sed u irtu tis uerecundia. 54. Quis ig itu r
non m ire tu r u iru m in te r fra tre s duos, alteram uirginem , alteru m
sacerdotem , aetate m edium , m agnanim itate n o n in p a re m ita in te r
duo m axim a m u n era p raestitisse, u t alteriu s m u n eris castitatem ,
alteriu s san ctitatem re ferret, non professionis uinculo, sed u ir­
tu tis officio? E rgo si libido a tq u e iracu n d ia reliq u o ru m u itio ru m
educatrices sunt, iu re ca stitatem atq u e clem entiam dixerim q u a s­
dam u irtu tu m paren tes, quam quam p ietas quoque u t om nium
p rin cip atu s bonorum , ita etiam sem inarium u irtu tu m e s t cetera­
rum . 55. N am d e p arsim o n ia qu id lo q u ar et q u ad am habendi
castitate? Is enim non q u ae rit aliena, qui sua seruat, nec inflatur
inm odico, qui co ntentus est proprio. N ihil ergo aliud nisi p ro ­
p riu m recu p erare uoluit, m agis n e fra u d a re tu r, quam u t d itare tu r.
N am eos, qui aliena q u aereren t, re cte « accipitres pecuniae » nom i­
n a b a t — quodsi radix m alorum o m n iu m auaritia est*, u tiq u e
u itia exuit, qui pecuniam non re q u irit —, (56.) non u m q u am
accuratio rib u s epulis a u t congestis ferculis delectatus, nisi cum
am icos rogaret, q u an tu m n a tu ra e satis esset, non q u an tu m uolup-
ta ti superesset, req uirens. E t c e rte e ra t non p a u p e r opibus, sed
tam en p a u p e r sp iritu , quoniam ipsorum est regnum ca e lo ru m a.
De istiu s b eatitu d in e neq uaquam u tiq u e d u b itare debem us, qui
neque u t opulens exultauit in diuitiis neque u t p a u p e r exiguum ,
quod h ab u it, iudicauit.

57. S uperest, u t ad conclusionem cardinalium u irtu tu m etiam


iu stitiae p arte s in eo debeam us ad u ertere. N am etsi cognatae sint
in te r se co n cretaeque u irtu tes, tam en singularum quaedam fo r­
m a et expressio d esid eratu r m axim eque iustitiae. E a enim sibi

55. * 1 Tim 6, 10*.


56. a Mt 5, 3.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 5 3 -5 7 61

m eno moglie, sebbene in lui ci fosse non solo l ’aspirazione alla


castità, m a anche l’am orevolezza dell'affetto p e r i suoi cari. E ra
am m irevole il m odo con cui eludeva il discorso del m atrim onio,
evitando nello stesso tem po di m en arn e vanto. E si com portava
cosi con ta n ta naturalezza, che anche a noi, che gli facevam o p re­
m u ra, sem brava ch ’egli volesse rita rd a re il m atrim onio p iu tto sto
che evitarlo. E q u esta fu la sola cosa che non confidò nem m eno
a noi fratelli, no n p e r l’esitazione di chi non sa decidersi, m a p e r
la m o d estia della sua v irtù. 54. Chi dunque non sarebbe am m i­
ra to che u n uom o, m ediano d ’e tà tr a due fratelli, l'u n a vergine,
l ’altro vescovo, n on in feriore a lo ro p e r grandezza d ’anim o, si sia
talm en te d istin to tra le loro due sublim i vocazioni d a rip ro d u rre
la c a stità dell’u n a e la venerabilità dell’altro non p e r il vincolo d i
u n voto, m a p e r l'obbligo derivante dalla v irtù ? Se la lu ssu ria e
l ’iracondia sono le m aestre di tu tti i vizi, a buon d iritto direi che
la c a s tità e la clem enza sono, in u n certo senso, le m ad ri delle
v irtù, p e r q u an to anche la p ie tà sia, com e la sovrana di tu tti
i beni, cosi anche il vivaio di tu tte le altre virtù. 55. P erché p a r­
lare della su a p arsim o n ia e, starei p e r dire, della sua c a stità nel
possedere? N on cerca in fatti i beni a ltru i chi custodisce i p ro p ri
né si gonfia di p ro p rie tà s m is u ra te 85 chi si accontenta di ciò che
gli app artien e. N on volle dunque recu p erare n ien te a ltro se non
il suo, p iù p e r non essere defrau d ato che p e r arricchire. Chiam ava,
in fatti, giustam en te « avvoltoi del denaro » 86 quelli che bram ano
i b eni a ltru i — e se l'avarizia è la radice di tu tti i mali, certam en­
te chi no n cerca il d en aro è privo di vizi. 56. N on am ò m ai b an ­
ch e tti tro p p o raffinati o tro p p o abbondanti, se non quando invi­
tava gli am ici, d esiderando quanto b astasse alla n atu ra , n o n q u an to
sovrabbondasse p e r il p ia c e re 87. C ertam ente non era povero di
mezzi, m a tu tta v ia povero di spirito, poiché di essi è il regno dei
cieli. Della sua b eatitu d in e non dobbiam o assolutam ente dubitare,
poiché non si sfrenò nella ricchezza com e u n ricco né, com e u n
povero, giudicò tro p p o poco ciò che aveva.
57. P er co m p letare le v irtù c a rd in a li88 dobbiam o ancora
sco n trare in lui ciò che com pete alla giustizia. In fatti, sebbene
le v irtù siano tr a loro affini e reciprocam ente c o n g iu n te 89, tu tta ­
via di ciascu n a di esse — e ciò vale so p ra ttu tto p e r la giustizia —

*5 C f. A p v l ., De Piat., I I , 4 , 227: altera ( c i o è l a d i s s o l u t e z z a ) im m odera­


tius fundendo patrim on ia prodigit facultates.
M Cf. P l a v t . , Pers., 409: Pecuniae accipiter auide atque inuide. Cf. anche
A p v l., De Piat., II, 9, 241: Hunc tale Plato lucricupidinem accipitrem pecuniae
nominauit. In realtà P laton e (R esp ., 552 C) paragona l ’u om o, che ha d issi­
p ato i propri beni, al fuco.
87 Cf. L iv., XXI, 4, 6: cibi potionisque desiderio naturali, non uoluntate
m odus finitus (d e tto d i A nnibaie).
88 C f. Cic., De off., I , 5, 15-17, e A m b r., De off., I I , 9, 49; Exp. ps. CXVIII,
11, 11; De par., 3, 14. C f. anche Q v i n t ., I l i , 7, 15. Sui rapporti tra S. A m brogio
e Apuleio, vedi P. C o u r c e l l e , Recherches sur les Confessions ùe S. Augustin,
D e B occard, P aris 19682, pp. 319-336.
89 Cf. De off., II, 8, 43; De par., 3, 22.
62 DE EXCESSV FRATRIS, I , 5 7 -6 1

p arcior, foris to ta est, et q uidquid habet, quadam inclem entia sui,


dum ra p itu r am ore com m uni, tra n sfu n d it in proxim os. 58. Sed
huius m ultiplex species, alia erga propinquos, alia erga uniuersos,
alia erga dei cu ltu m uel ad ium entum inopum . Ita q u e qualis in uni­
uersos fuerit, prouincialium , quibus p raefu it, stu d ia docent, qui
p aren tem m agis fuisse p ro p riu m quam iudicem lo q u eb an tu r, gra­
tu m piae necessitudinis arb itru m , constantem aequi iu ris d iscep ta­
torem . 59. In te r fra tre s autem qualis fuerit, licet om ne hom inum
genus b en iu o len tia co n p lecteretu r, indiuisum p atrim o n iu m do­
cet nec d istrib u ta au t delibata, sed re se ru a ta h ereditas. E tenim
p ietatem sibi causam negauit esse testandi. N am hoc quoque u lti­
m o serm one signauit, cum , quos dilexerat, com m endaret, sibi nec
uxoris a rb itriu m fuisse ducendae, n e a fra trib u s d iu elleretu r, nec
testam en ti faciendi u o lu n tatem , ne n o stru m in aliquo a rb itriu m
laederetu r. D enique et o ra tu s e t obsecratus a nobis nihil tam en
condendum p u tau it, non oblitus pauperum , sed ta n tu m obsecrans
esse trib u en d u m , q u an tu m nobis iu stu m u id eretu r. 60. Quo uno
satis et diuini tim o ris expressit indicium et h u m anae e d id it reli­
gionis exem plum . N am quod p au p erib u s contulit, deo detulit, quo­
niam , qui largitur pauperi, deo fe n e r a ta, et postulando, quod iu­
stu m est, non exiguum, sed to tu m reliquit. H aec enim sum m a
iu stitiae: u endere, quae habeas, et conferre p au p erib u s b; qui enim
dispersit, d ed it pauperibus, iustitia eius m anet in a e te r n u m c. Ergo
d ispen sato res nos, non heredes reliquit; n am hered itas successori
q u aeritu r, dispensatio p au p erib u s obligatur.

61. Vnde non inm erito quantus fuerit, hodie quoque


uocem lectoris paruuili sp iritu s sanctus expressit: Innocens m anibus
et m u n d o corde, qui non accepit in uanum anim am suam nec fecit
proxim o suo d o lu m a: haec generatio requirentium d e u m b. Hic
ergo et « in m o n tem dom ini ascendet » et « in tab ern acu lo h abi­
ta b it » c dei, quia ingressus sine m acula operatus est iustitiam ,
locutus est ueritatem , non decepit proxim um , nec pecuniam fene­
ratus est suam d, qui sem p er uo'luit recu p erare h ereditariam . Agno-

60. a Prou 19, 17*.


b Cf. M t 19, 21.
c Ps 111, 9*.
61. a Ps 23, 4*; 14, 3*.
b Ps 23, 6*.
c Cf. Ps 23, 3; 141.
■J Ps 14, 2-5*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I, 5 7 -6 1 63

si richiede, in u n certo senso, l ’im m agine e l’im p ro n ta 90. Questa,


assai p arsim o n io sa con se stessa, sta in teram en te al di fuori di
sé e, q u asi sp ie ta ta verso se stessa, lasciandosi trasc in a re dal­
l’am ore verso gli altri, riv e rsa sul prossim o tu tto ciò che possiede.
58. M a le sue specie sono m o lte p lic i91: c'è quella verso i p aren ­
ti, quella verso tu tti ind istintam ente, quella che rig u ard a il culto
di Dio o l'aiu to verso i poveri. O rbene, quale sia s ta ta la sua giu­
stizia verso tu tti gli uom ini, è d im o strato dalla sim p atia dei p ro ­
vinciali da lui g o v e rn a ti92, i q u ali dicevano che era stato p er loro
u n p ad re p iu tto sto che u n giudice, u n a rb itro gradito p e r il suo
tra tto benevolo, u n in te rp re te sicuro deH’im parzialità del diritto.
59. Come da lui sia s ta ta p ra tic a ta la giustizia tr a fratelli, p u r
com prendendo egli· n ella sua benevolenza tu tto il genere um ano,
è d im o strato dal p atrim o n io indiviso e dall’ered ità non d istrib u i­
ta o parzialm en te goduta, m a conservata in ta tta p e r noi. Disse,
infatti, che l'am o re fra te rn o non era p e r lui u n m otivo p er fa r
testam en to . In fa tti, nelle sue u ltim e parole, m en tre ci raccom an­
dava quelli ch e aveva am ato, ci spiegò che egli aveva deciso di
non p ren d ere nem m eno m oglie p e r non staccarsi dai fratelli e
che no n aveva voluto fa r testam en to p e r non recare alcun p re ­
giudizio alla n o s tra lib era volontà. T an t'è vero che, sebbene ripe­
tu tam en te scongiurato d a noi, non riten n e di m ettere da p a rte
qualcosa, non già dim enticando i poveri, m a pregandoci di asse­
gnare loro q u an to ci sem b rasse giusto. 60. Con qu esto solo m odo
di co m p o rta rsi diede a sufficienza sia u n a prova del suo tim o r di
Dio sia u n esem pio della sua delicatezza di coscienza nei ra p ­
p o rti con gli uom ini. In fatti, intese offrire a Dio ciò che aveva
assegnato ai poveri, poiché chi dona ai poveri, presta a Dio, e
chiedendo che si desse ciò che è giusto, lasciò non u n a p a rte scar­
sa, m a tu tto ciò che loro spettava. Q uesta è, infatti, l'essenza della
giustizia: vendere ciò che possiedi e darlo ai poveri; chi, in fatti,
ha dato generosam ente ai poveri, la sua giustizia rim ane in eterno.
Ci h a lasciati dun q u e am m in istrato ri, non eredi: l'ered ità vuole
u n successore, l ’am m inistrazione obbliga verso i poveri.
61. Perciò no n a to rto anche oggi lo S p irito Santo, p e r bo
del giovane letto re, h a in d icato quanto grandi fossero le sue vir­
tù: Chi ha m ani m o n d e e cuore puro, chi non ha rivolto alle
vanità la sua anim a e non ha ingannato il suo prossim o: questa
è la generazione di coloro che cercano Dio. Questi· dunque e « sa­
lirà sul m onte del S ignore » e « a b iterà nella ten d a » d i Dio, perché
entrando senza m acchia ha praticato la giustizia, ha detto la veri­
tà, non ha ingannato il suo p rossim o né ha prestato a interesse il
suo d e n a ro 93, p erch é volle recu p erare esclusivam ente quello ere-

9° Forma e t expressio, com e indica anche il quaedam, vanno intese in


senso traslato.
« Cf. De off., I, 27, 127.
w Ignoriamo di quale provincia si tratti; cf. sopra, par. 25, nota 43.
93 Come avverte il Coppa (op. cit., p. 801, nota 98), i salmi 23 e 14 erano
letti neH’ufRciatura funebre. Vedi anche P alestra , op. cit., p. 35.
64 DE EXCESSV FRATRIS, I , 6 1 -6 6

sco oraculum ; quod enim nulla o rd in au it dispositio, sp iritu s reue-


lauit. 62. Quid u e ro illu d recenseam , quod su p ra ip sam iu stitiam
p ietate progressus, cu m quaedam in cu b ato ri com m unium fru c ­
tu u m m ei contem platione m uneris p u tasset esse trib u en d a, lar­
gitatis m e iacta b at auctorem , p o rtio n is suae lu cru m a d com m u­
ne co n so rtiu m conferebat? 63. H aec et alia, q u ae m ihi tu n c era n t
u o lu p tati, m axim e nu n c recordationem doloris exasperant. M anent
tam en eru n tq u e sem per, nec tam q u am u m b ra p ra e te rie ru n t; ne­
que enim u irtu tis g ra tia cum corpore occidit, nec idem n a tu ra e
m erito ru m q u e finis, licet ipsius n a tu ra e usus non in a e te rn u m oc­
cidat, sed tem porali q u ad am uacatione requiescat.

64. Talibus ig itu r p erfu n ctu m u irtu tib u s, erep tu m pericu


desiderio m agis q uam am issione flebo. S uadet enim ip sa oportu-
n itas m o rtis, u t p ro seq u en dum m agis g ra tia quam dolendum p u ­
tem us. S crip tu m est enim in com m uni dolore p ro p riu m u ac are
debere; neque enim p ro p hetico serm one un i illi m ulieri, q u ae
figuratur, sed singulis d icitur, cu m ecclesiae d ic tu m u id etu r.
65. D icitur ergo et ad m e e t d icit s c rip tu ra caelestis: « H ocine
doces, sic in stitu is dei plebem ? An nescis, quia exem plum tuum
periculu m cetero ru m est? Nisi fo rte exauditum non esse te q u ere­
ris! P rim um istu d adrogantis est inpudentiae m ereri solum uelle,
q uod m ultis etiam sanctis negatum noueris, cum scias, quia non
est personarum acceptor d e u s a. N am etsi m isericors deus, tam en,
si sem per exau d iret om nes, non iam ex u o lu n tate libera, sed ex
quadam u elu t n ecessitate facere u id ere tu r. Deinde cum om nes
rogent, si exaudiret om nes, nem o ergo m o reretu r. P ro quantis
cottidie rogas! N um quid constitutio d e ib contem platione soluenda
e s t tu i? C ur ergo no n in p e tra tu m aliquando doles, quod non sem ­
p e r in p etra b ile esse cognoscis? 66. S tulte, in q u it, super om nes
m ulieres, nonne uides lu ctu m n o stru m et quae nobis contigerunt,
quoniam Sio n m a ter nostra o m n iu m in tristitia co n trista tu r et
hu m ilita te hum iliata est? Lugete ualidissim e et nunc, quoniam
om nes lugem us, et tristes este, quoniam om nes co n trista ti sum us!
T u enim contristaris in fratre. Interroga terram , et d icet tibi,
quoniam haec est, quae debeat lugere, tantorum su p erstes ger­
m inum . E t ex ipsa, inquit, initio om nes nati, et alii uenient, et

65. a Act 10, 34.


b Cf. Gen 3, 19; Hebr 9, 27.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 6 1 -6 6 65

d itato dai suoi. Riconosco qui la p aro la del Signore; lo S pirito h a


rivelato ciò che n essu n a n o rm a aveva p rescritto . 62. P erché do­
vrei rico rd are che, su perando con la su a p ie tà la stessa giustizia,
siccom e riten ev a che, in considerazione d el m io ufficio, si doves­
se d are qualcosa a uno che si e ra ap p ro p riato dei n o stri com uni
proventi, m i elogiava quale a u to re di quella generosità, assegnan­
do il p ro fitto dovuto alla sua p a rte al p atrim o n io com une? 63. Que­
sti ed altri fa tti ch e allo ra m i recavano piacere, o ra esacerbano
in som m o grado il ricordo del m io dolore. R im angono tu tta v ia
e rim arran n o sem p re e n on sono svaniti com e om bra. In fa tti il
favore di cu i gode la v irtù non m uore co n il corpo né la fine
dei m eriti coincide co n quella della n atu ra , sebbene il com m er­
cio con la n a tu ra no n venga m eno p e r sem pre, m a abbia u n a tre ­
gua, com e u n tem p o ran eo congedo.
64. Poiché h a esercitato cosi eccelse v irtù ed è sta to s
tra tto a cosi g ran d i pericoli, ne piangerò p iù la m ancanza che la
perd ita. La stessa o p p o rtu n ità della m o rte ci suggerisce p iu tto sto
di m o strarc i riconoscenti ch e addolorati. S ta scritto che nel co­
m une dolore quello p ersonale deve cessare; le p arole is p ira te 94,
in fatti, non sono rivolte a quella sola donna, che viene descritta,
m a a ciascuno di noi, poiché a p p a io n o 95 rivolte alla Chiesa. 65. Si
p a rla dunque anche a m e, e la S c rittu ra divina m i dice: « Questo
insegni, cosi istru isci il popolo di Dio? N on sai forse che il tuo
esem pio co stitu isce u n pericolo p e r gli altri? A m eno che p e r caso
tu non ti lam en ti di non essere stato esaudito. A nzitutto è segno
di p re su n tu o sa im pudenza voler essere il solo a m eritare quel che
sai negato anche a m olti santi, poiché b en sai che Dio non fa pre­
ferenza di persone. In fatti, qu an tu n q u e Dio sia m isericordioso,
se esaudisse sem pre tu tti, sem brerebbe agire non più p e r libera
volontà, m a p e r u n a specie di necessità. In secondo luogo, sicco­
m e tu tti pregano, se esaudisse tu tti, com e conseguenza non m ori­
rebbe nessuno. P er q u an te persone tu preghi ogni giorno! Forse
che il piano divino deve essere a lterato p e r ca u sa tua? P erché
dunque ti lam en ti di no n aver o tten u to talvolta ciò che b en sai
non può sem pre o tten ersi? 66. Stolto, dice lo sc ritto re s a c ro 96,
p iù di tu tte le donne, non vedi il nostro lu tto e quel che ci è
accaduto, e cioè che Sion, nostra madre, si rattrista per la tri­
stezza. di tu tti ed è stata sottoposta ad um iliazioni? Piangete tu tte
le vostre lacrim e anche ora, perché tu tti piangiam o, e siate tristi,
perché tu tti siam o rattristati! T u in fa tti ti ra ttristi p e r tu o fra te l­
lo. Interroga la terra, e ti dirà che è essa a dover piangere, super­
stite a tanti germogli. E da essa, dice, in principio tu tti sono nati,

94 Evidentem ente qui Ambrogio si riferisce al passo del libro di Esdra


citato al par. 66.
95 Non mancano nello stesso Cicerone esem pi di cum causale con l'in­
dicativo.
96 II passo appartiene al IV libro di Esdra, non accolto nel Canone tri-
dentino. Il terzo e il quarto libro di Esdra, con 1’Oratio Manassae, sono
talora citati da alcuni Padri. N el testo originale il vocativo è naturalmente
stulta.
66 DE EXCESSV FRATRIS, I , 6 6 -6 9

ecce paene om nes in p erd itionem am bulant, et in exterm in iu m -fit


m u ltitu d o eorum . E t quis ergo debet lugere m agis nisi quae tam
m agnam m u ltitu d in em perdidit, quam tu, qui pro uno doles? » a.
67. A bsorbeat ig itu r n o stru m do lo rem com m unis dolor et acerbi­
tatem p ro p rii m aero ris excludat! N on enim dolere debem us eos,
quos cern im u s lib erato s; neque enim otiose tam sanctas hoc
tem po re anim as corporeis uinculis rem iniscim ur absolutas. N am ­
que u elu t d iu in o iudicio tam graues uiduas ita uno tem p o re de­
functas uidem us, u t profectionis quidam u id e a tu r excessus, non
m o rtis occasus, ne u e teran a em eritis stipendiis p u d icitia dubium
diu seru ati p u d o ris incideret. Quos gem itus m ihi, quos dolores
tam acerb a excitat recordatio! E tsi m aero rib u s non uacabam ,
tam en in ipso dolore p riu ato, in ipso ta n to ru m am isso flore m e­
rito ru m com m unis quaed am n a tu ra e m e condicio so lab atu r de-
fixusque in un o dolor acerb itatem publici funeris dom esticae specie
p ietatis obduxerat. 68. R epeto ergo, sancta scrip tu ra , solacia tua;
iu u at enim tuis p raeceptis, tuis sententiis inm orari. Q uam facilius
est caelum et terram praeterire quam de lege u n u m apicem ca­
dere*'. Sed iam audiam us, quae scrip ta sunt: N unc, inquit, retine
apud tem e t ipsum dolorem tu u m et fo rtite r fer, qui tibi contigerunt,
casus! S i enim iustificaueris term in u m dei, et filium tu u m recipies
in tem pore et in m ulieribus conlaudaberish. Si hoc ad m ulierem ,
qu an to m agis ad sacerdotem ! Si de filio, non u tiq u e a b su rd u m
etiam de fra tru m am issione talia posse m em orari. Q uam quam si
m ihi fuisset filius, n um quam eum am plius dilexissem . N am sicut
in o bitu liberum effusi labores, suscepti fru stra dolores m aerorem
u id e n tu r augere, ita etiam in fra trib u s consuetudinis u su s atque
collegii acerb itatem doloris accendunt.

69. Sed ecce dicentem scrip tu ra m audio: N oli facere hu


serm onem , sed consenti persuaderi — qui enim casus Sion! —
et consolare p ro p ter dolorem H ierusalem ! V ides enim , quia sancta
nostra contam inata su n t et nom en, quod n o m in a tu m est super nos,
paene p ro fa n a tu m est et filii n o stri contum eliam passi su n t et sa­
cerdotes nostri succensi su n t et leuitae n o stri in captiuitate fu eru n t
et m ulieres nostrae contam inatae su n t et uirgines nostrae uim

66. * 4 Esdr 10, 6-11.


68. * Lc 16, 17.
» 4 Esdr 10, 15 s.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 6 6 -6 9 67

e altri verranno, ed ecco quasi tu tti vanno verso la perdizione e


la loro m o ltitu d in e è votata allo sterm inio. E chi d unque deve
piangere se non essa, che ha p erd u to una cosi grande m oltitudine,
invece di te, che ti affliggi per una sola persona? ». 67. Il com une
dolore d u nque asso rb a il n o stro ed escluda lo strazio del dolore
personale! N on dobbiam o affliggerci p e r coloro che vediam o orm ai
liberi; ricordiam o che non a caso nel tem po p resen te anim e cosi
sante fu ro n o sciolte dai vincoli del corpo. V ediam o che quasi
p e r u n giudizio divino vedove degne di ta n ta venerazione sono
m o rte co n tem p o ran eam en te — cosi che la loro scom parsa sem ­
b ra l'an d arsen e di chi p arte, n o n il tram o n to di chi m u o re 97 — ,
affinché u n a pudicizia v eteran a p e r u n lungo servizio onorevolm en­
te p r e s ta to 98 n o n fosse esposta al dubbio sul p ro p rio pudore cu­
stodito p e r tan to tem po. Quali gem iti, quale dolore su scita in m e
u n ricordo cosi acerbo! P u r non essendo privo di afflizioni, tu t­
tavia nel m io stesso dolore personale, nella stessa p erd ita del
fiore d i ta n ti m eriti, m i consolava la com une condizione d i n a tu ­
ra e il m io dolore, co n c en trato in u n a sola persona, aveva fatto
scom parire ai m iei occhi, con la giustificazione d ell’affetto fra te r­
no, la tristezza p e r il p ubblico lutto. 68. R icorro ancora, S crittu ­
ra santa, ai tu o i conforti; m i è di sollievo tra tte n e rm i sui tuoi
precetti, sulle tu e m assim e: Q uant’è p iù facile che passino il cielo
e la terra p iu tto sto che cada un solo apice della legge! Ma ascol­
tiam o an co ra ciò che sta scritto: Ora, dice il testo sacro, trattieni
dentro te stesso il tuo dolore e sopporta con coraggio le sventure
che ti hanno colpito! Se in fa tti riterrai giusto il term ine stabilito
da Dio, riavrai a suo tem po tuo figlio e sarai lodata fra le donne.
Se questo si dice ad u n a donna, qu an to p iù si d irà ad u n vesco­
vo! Se tali p arole possono essere dette di u n figlio, non è assu r­
do citarle anche a p ro p o sito della m o rte d 'un fratello. P er quan­
to, se io avessi avuto u n figlio, non avrei p o tu to am arlo di più.
Come, quando m uoiono dei figli, le fatiche g ettate al vento, le
pene so p p o rtate invano sem brano accrescere l ’angoscia, cosi,
anche nel caso di fratelli, l’affettuosa co n tin u ità dei ra p p o rti
rende p iù viva l'asprezza del dolore.
69. Ma ecco sento ch e la S c rittu ra dice: N on parlare c
m a lasciati persuadere — qual è in fa tti la sventura di Sion! — e
consolati p er il dolore d i G erusalem m e! T u vedi, infatti, che i
nostri luoghi santi sono sta ti contam inati e il nom e, che è stato
invocato sopra d i noi, è stato quasi profanato e i n o stri figli
hanno sopportato m a ltra tta m en ti e i nostri sacerdoti sono stati
arsi e i no stri leviti sono sta ti esiliati e le nostre donne sono state
offese e le n o stre vergini hanno subito violenza e i n o stri giusti

97 N elle espressioni profection is excessus e m o rtis occasus i due geni­


tivi sono di identità o inhaerentiae. Il Coppa, infatti, traduce sem plicem ente
« partenza » e « morte ». H o preferito tuttavia rendere la sovrabbondanza
della forma latina.
9* Cf. Cic., Cato M., 14, 49, dove però l'espressione em eritis stipendiis
è seguita da libidinis, am bitionis, ecc.
68 DE EXCESSV FRATRIS, I , 6 9 -7 2

passae su n t et iusti no stri rapti su n t et paruuli n o stri p ro d iti su n t


et iuuenes no stri seru ieru nt et fo rtes nostri inualidi fa c ti su n t et,
quod o m n iu m m aius, signaculum Sion, quoniam resignata est de
gloria sua nu n c et tradita est in m anibus eorum , qui nos oderunt.
T u ergo excute tuam m u lta m tristitia m et depone abs te m u ltitu ­
dinem dolorum , u t tibi repropitietur fo rtis et requiem faciat tibi
altissim us requietione d o lorum ! a.

70. C essabunt ig itu r lacrim ae; p aren d u m e st enim rem e


salutarib u s, quia debet aliquid in te r fidos et perfidos interesse.
F leant ergo, qui spem resu rrectio n is h ab ere non p o s s u n ta, qu am
non sen ten tia dei eripit, sed fidei inclem entia. In te rs it in te r C hristi
seruulos idolorum que cultores, u t illi fleant suos, quos in p erp e­
tu u m existim ant interisse, illi nullas h ab e an t la c rim a ru m ferias,
nullam tristitia e requiem consequantur, qui nullam p u ta n t requiem
m o rtu o ru m , nobis uero, quibus m ors non n atu rae, sed u itae istius
finis est, quoniam in m elius ip sa n a tu ra re p a ra tu r, fletus om nes
casus m o rtis abstergeat. 71. C erte si illi sibi aliqua solacia rep-
p ereru n t, qui finem sensus defectum que n a tu ra e m o rtem a rb itra ti
sunt, qu an to m agis nos, quibus m eliora p o st m o rtem praem ia
bo n o ru m fa cto ru m conscientia pollicetur! H abent gentiles solacia
sua, quia requiem m alo ru m om nium m o rtem existim ant, et, u t
u itae fru c tu carent, ita etiam caruisse se p u ta n t om ni sensu et
dolore poenarum , quas in h ac u ita graues et adsiduas sustinem us.
Nos uero, u t erectiores praem io, ita etiam p atien tio res solacio esse
debem us; n on enim am itti, sed p ra e m itti u id en tu r, quos non
ad su m p tu ra m ors, sed aetern itas re c e p tu ra est.

72. C essabunt ergo lacrim ae, aut, si cessare non p o te ru n t, in


com m unibus lam entis flebo te, fra te r, et sub d o lo re publico dom e­
sticos gem itus tegam . N am ce ssare qui p o teru n t, cum ad om nem
sonum nom inis tu i lacrim ae su b re p an t, uel cum usus ipse reco rd a­
tionem excitat, uel cum adfectus im aginem rep rae se n tat, uel cum
reco rd atio dolorem ren o u at? Q uando enim dees, qui ta n tis officiis

69. » 4 Esdr 10, 20-24.


70. 3 Cf. 1 Thess 4, 13.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 6 9 -7 2 69

sono sta ti rapiti e i no stri bam bini sono sta ti ve n d u ti e i nostri


giovani sono d iventati schiavi e quelli di noi che erano robusti
hanno p erd u to la loro forza e, m ale p iù grande di tu tti, Sion,
sigillo del Signore, è stata dissuggellata da gloriosa che era ed è
stata consegnata nelle m ani di coloro che ci odiano. T u dunque
scaccia la tua pro fo n d a tristezza e deponi la m o ltitu d in e dei tuoi
dolori, affinché il Forte ti ritorni propizio e l’A ltissim o ti dia ripo­
so ponendo fine ai tuoi dolori!
70. C esseranno d unque le lacrim e; bisogna in fa tti ad a tta
ai rim ed i salu tari, poiché ci deve essere u n a qualche differenza
tra fedeli e increduli. Piangano perciò quelli che non possono ave­
re la speranza della risurrezione, che viene loro to lta non dal
giudizio di Dio, m a d alla loro o stin ata resistenza alla fede. T ra
gli um ili servi di C risto e gli a d o rato ri degli idoli ci sia u n a tale
differenza: q u esti piangano i loro cari, convinti che siano m o rti
p e r sem pre, n o n abbiano treg u a alcuna alle lacrim e, non trovino
m ai pace alla lo ro afflizione, poiché pensano che i loro m o rti non
riposino in pace; a noi invece, p e r i quali la m o rte è la fine di
q u esta vita, non del n o stro essere, poiché esso rivive ad u n a vita
m igliore, il p ian to cancelli l ’ac erb ità della m o rte " . 71. C erta­
m ente, se tro v aro n o p e r sé qualche conforto coloro che riten n ero
la m o rte la fine della sensibilità e il v en ir m eno d ell’essere, quan­
to più lo do b b iam o tro v are noi, cui la consapevolezza del bene
com piuto p ro m e tte m igliori ricom pense dopo la m orte. I gen­
tili hanno co n fo rti ad a tti a loro, p erch é ritengono che la m o rte sia
la fine d ’ogni m ale e pensano che, com e m ancano dei vantaggi
della vita, cosi siano esenti anche d a ogni sensazione e dolore
delle gravi e continue sofferenze che dobbiam o so p p o rtare in
q u esta v i t a 100. Noi invece, com e dobbiam o essere p iù fiduciosi
p e r il p rem io che ci attende, cosi dobbiam o essere più tolleranti
p e r il con fo rto di cui disponiam o: è m anifesto che non sono p er­
duti, m a ci precedono quelli che non saran n o an n ien tati dalla
m orte, bensì accolti d all'etem ità.
72. C esseranno dunque le m ie lacrim e oppure, se non
tran n o cessare, ti piangerò, fratello, unendom i al p ian to com une
e nasconderò nel pub b lico lu tto i m iei lam enti privati. Come, in­
fatti, p o tran n o cessare, se, ogni volta ch e viene p ro n u n ciato il tuo
nom e, m i sfuggono le lacrim e e le stesse m ie abitudini suscitano
il tuo ricordo e l'affetto rievoca la tu a im m agine e il ricordo
rinnova il dolore? Q uando non sei p resente, se ta n te tu e atten-

99 C f. V erg ., Aen., X , 791.793: H ic m o rtis durae casum tuaque op tim a facta


/ silebo.
100 C f. S all ., Cat., 51, 20: in luctu atque m iseriis m ortem aerum narum
requiem , non cruciatum esse, eam cuncta m ortalium mala dissoluere, ultra
neque curae neque gaudio locum esse; S e n ., Ad Mare., 19, 5-6: M ors dolorum
om nium exsolutio e st et finis, ultra quem m ala n ostra non exeunt... Mors nec
bonum nec m alum est, e c c .; Ad Pol., 9 , 2: nam, si nullus defunctis sensus
superest, euasit om nia fra ter m eus uitae incom m oda... I n p o l e m i c a c o n t r o
g li e p ic u r e i {Tuse., I , 34, 82-84), C ic e r o n e a f f e r m a t r a l ’a lt r o : A m alis igitur
m ors abducit, non a bonis, uerum si quaerimus.
70 DE EXCESSV FRATRIS, I , 7 2 -7 4

re p rae se n taris? Ades, inquam , et sem per offeriis, et to to te anim o


ac m ente co nplector, aspicio, adloquor, osculor, conprehendo, uel
in ipsa quiete n o ctu rn a u el in luce clara, cum reu isere et solari d i­
gnaris m aerentem . D enique ipsae iam noctes, q u ae quasi m ole­
stio res u iu en te te u id eb an tu r, quod m u tu i conspectus copiam dene­
garent, ipse iam som nus, conloquiorum n o stro ru m dudum inter-
ru p to r inam abilis, dulcis esse iam coepit, q uia te m ihi re d d it. Non
ig itu r m iseri, sed beati, q u o ru m nec p ra esen tia deficit nec cu ra
m in u itu r et au g etu r g ratia; etenim som ni sim ilis im ago m o rtis.
73. Quodsi in quiete n o ctu rn a uinculis adhuc corporeis in h aeren tes
et quasi in ca rce raria religatae c la u stra m em b ro ru m p o ssu n t tam en
anim ae altio ra et d isc re ta perspicere, quanto m agis sp ectan t haec,
cum iam p u ro aeth erio q u e sensu nulla co rp o reae labis inpedim en-
ta p atiu n tu r! M eritoque m ihi conquerenti uergente quodam iam in
occasum die, q u o d no n reuiseres quiescentem , to tu s om ni tem ­
p o re indiuiduus ad fu isti, ita u t illo p erfu su s sopore m em brorum ,
cum ego uigilarem tibi, tu uiueres m ihi, dicerem ; « Quid e s t m ors,
fra te r? N am c e rte nullis a m e sep araris m om entis ». I ta enim ub i­
que p ra e s to eras, u t, q u am in istius u itae u su h ab ere n o stri copiam
nequibam us, n u n c nobis sem per et ubique p ra e sto sit. N am tunc
u tiq u e om nia p ra e sto esse non p o tera n t; neque enim com plexionis
n ostrae, conspectus et osculorum corporalium su au itates locis om ­
nibus et om nibus tem p o ribus subpetebant, anim orum im agines
sem p er nobiscum eran t, etiam qu an d o n o n eram u s una. Q uae ne
nunc quidem occid eru n t adsiduoque aduolant, q u o m aiore d esi­
derio, eo m aiore copia. 74. Teneo ig itu r te, fra te r, nec m ihi te au t
m ors a u t tem p u s auellet. Ipsae dulces lacrim ae sunt, ipsi fletus
iucundi, q u ibus re stin g u itu r a rd o r anim i et quasi relaxatus euapo-
ra t adfectus. N eque enim sine te esse possum au t tu i n o n m em i­
nisse u m q u am a u t m em inisse sine lacrim is. O am ari dies, q u i in-
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 7 2 -7 4 71

zioni non cessano di rievocarti? Sei accanto a m e, ripeto, e sem ­


p re m i stai davanti ed io con tu tto l ’anim o e con tu tta la m ente
ti abbraccio, ti contem plo, ti rivolgo la parola, ti bacio, ti tengo
s tre tto sia d u ra n te lo stesso riposo n o ttu rn o sia alla luce del
giorno, quando ti com piaci di venirm i a tro v are e di consolarm i
nel m io cordoglio. Di conseguenza, orm ai anche le n o tti, che,
quando eri in vita, m i sem bravano, vorrei dire, p iu tto sto sgrade­
voli perché ci im pedivano di vederci reciprocam ente, orm ai an­
che il sonno, che o r no n è m olto interrom peva spiacevolm ente i
n o stri colloqui, h an n o com inciato orm ai ad esserm i graditi, p e r­
ché ti restitu isco n o a me. N on sventurati, m a felici sono quelli di
cui non viene m eno la presenza né dim inuisce la p re m u ra e cresce
il ra p p o rto d'affetto; l'asp e tto della m orte, infatti, è sim ile a quel­
lo del sonno 101. 73. Che se d u ra n te il riposo n o ttu rn o le anim e,
ancora s tre tte nei vincoli del corpo e q u asi in catenate en tro la
prigione delle m em bra, riescono tu tta v ia a scorgere m ondi più
alti e ap p a rtati, q u an to più li contem plano quando orm ai p e r la
loro p u ra ed ete rn a s e n s ib ilità 102 non in co n tran o alcun ostacolo
nelle deficienze del c o rp o 103. M entre u n giorno, quando stava o r­
m ai p e r calare la sera, m i lam entavo a buon d iritto p erch é non
venivi a tro v arm i d u ra n te il riposo, p e r tu tto il tem po, in tera­
m ente a m ia disposizione, m i fosti accanto inseparabile, cosi che,
p u r im m erso nel to rp o re delle m em b ra — poiché p e r te io ero
sveglio e tu p e r m e eri vivo — , ti dissi: « Che è la m orte, fratello?
Tu in fatti non ti separi m ai d a m e ». E ri d a p p e rtu tto a m ia dispo­
sizione, in tal m odo che, m en tre in p assa to non potevam o avere
nei ra p p o rti di q u e sta v ita piena disponibilità di noi, o ra essa ci
è offerta sem pre e in ogni luogo. Allora, in fatti, non potevam o
certam en te d isp o rre di tu tto ciò che desideravam o; non in tu tti i
luoghi e in tu tti i m om enti potevam o godere della gioia di ab b rac­
ciarci, di vederci e di b aciarci sensibilm ente, p u r essendo sem ­
p re con noi l’im m agine delle n o stre anim e, anche quando non e ra ­
vam o insiem e. Tali im m agini nem m eno o ra sono svanite e si p re­
sentano a noi co n tin u am ente a volo, con tan to m aggiore frequen­
za quanto m aggiore è il desiderio. 74. Tu sei m io, fratello, né la
m o rte o il tem po p o tran n o s tra p p a rti a me. Le stesse lacrim e
sono dolci, lo stesso p ian to è piacevole, p erch é con essi si spegne
l ’ard o re dell'anim o e, com e rilassato, il sentim ento dim inuisce la
sua tensione. Io non posso vivere senza di te o di te non rico r­
darm i co n tin u am en te o no n rico rd arm en e senza pianto. O giorni

ιοί Cf. Cic., Cato M., 2 2 , 81: Iam uero u idetis nihil esse m o rti tam sim ile
quam somnum·, V erg., Aen., II, 369: e t plu rim a m o rtis imago; VI, 522: dulcis
e t alta quies placidaeque sim iliim a m orti.
102 c f . V e r g ., Aen., V I , 746-747: concretam exem it labem purum que relin­
qu it / aetherium sensum.
103 Si avverte u n a qu alch e rem in iscen za p laton ica. S u i rapporti tra S. Am­
b rogio e Platone, ved i C o u r c e ll e , op. cit., pp. 311-382. V edi in oltre, c o n parti­
colare riguardo p er il De exc. fratris, H . Ch . P u e c h e t P . H adod, Nouveaux
aspects du platonism e chez sain t Am broise, « V igiliae C hristianae », XIII,
1959, pp. 204-234.
72 DE EXCESSV FRATRIS, I , 7 4 -7 8

te rru p ta m copulam proditis! O flebiles noctes, quae tam bonum


consortem q u ietis et in d iu id u u m m ihi com item perdidistis! Q uas
ederetis cruces, nisi se offunderet im ago p ra esen tis, nisi uisiones
anim i re p rae se n tare n t, quem species co rp o ris denegaret! 75. Iam
iam , fra te r anim o m eo carissim e, q u am quam tu in m atu ro decesseris
obitu, b eatu s tam en, qui ista non sustines nec am issum fra tre m
m aerere conpelleris, quem absentem d iu fe rre n o n p o tera s, sed
re c u rsu celeri reuisebas. Quodsi tu n c solitudinis m eae taed ia repel­
lere, m aestitiam fratern a e m entis ableuare pro p erab as, quanto
nunc creb riu s adflictum anim um debes reuisere et ex te conceptum
p e r te lenire m aerorem !

76. Ac m ih i tam en d at aliquas officii usus inducias e t obse­


quii sacerdotalis in ten tio abducit anim um . S anctae u ero so ro ri quid
fiet, quae, licet diuino m etu p ietatem tem peret, ru rsu s tam en ipsum
p ietatis dolorem studio religionis accendit, s tra ta hum i et to tu m
grem io sui conplexa tum ulum , laborioso fessa incessu, tris tis ad­
fectu dies noctesque m aero rem in teg rat? N am licet fletum p leru m ­
que serm one su spendat, in o ratione renouat, et quam uis sc rip tu ra ­
ru m m em oria consolationes seren tib u s p ra e c u rra t, flendi tam en
desiderium p recan d i ad sid u itate conpensat, lacrim aru m u b e rta te m
tu n c praecipue, quando nem o in terru m p e re possit, in stau ran s. Ita
quod m iserearis, habes, quod reprehendas, non habes; flere enim
in oratio n e u irtu tis est. E t quam quam istu d fa m iliare uirgini-
bus, quibus m ollior sexus, te n e rio r adfectus, co n tu itu com m unis
fragilitatis in lacrim as etiam sine dom estici sensu doloris exube­
ra t, tam en, cum m aio r causa m aerendi est, finis m aeroris excludi­
tu r. 77. D eest ig itu r consolandi uia, quia su b p e tit excusandi gratia.
N eque enim possis prohibere, quod doceas, p ra e se rtim cum reli­
gionis a d s tru a t lacrim as, non doloris, et com m unis seriem deplo­
ra tio n is in m etu p u d o ris obtexat. C onsolare ergo, qui po tes adire
anim um , p en e trare m entem . C ernat te esse p raesentem , sen tiat non
esse defunctum , u t, cuius secura d e m erito, eius fu n cta solacio
discat p ro eo no n g ra u ite r dolere, qui se ad m o n u erit non dolendum .

78. Sed q u id ego dem oror, fra te r? Q uid expecto, u t n o stra


tecum co m m o riatu r et quasi co n sep eliatu r oratio? Licet ipsa spe­
cies et exanim is corporis fo rm a so letu r oculosque m anens g ra tia
et perm an en s figura dem ulceat, nihil, inquam , m oror: procedam us
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I , 7 4 -7 8 73

am ari, che m i fa te co m p rendere com e la n o s tra unione sia orm ar


in terro tta! O n o tti bag n ate di pianto, che avete irrep arab ilm en te
p e rd u to u n cosi b u o n com pagno del m io riposo e u n socio insepa­
rabile da me! Quali croci sareste p e r m e, se non m i si p resentasse
la su a im m agine, se le visioni del m io anim o non m e lo ponessero
dinanzi, q u an tu n q u e la v ista corporea non m e lo consenta! 75. Or­
m ai, fratello carissim o al m io cuore, sebbene tu sia m o rto im m a­
tu ram e n te 104, tu tta v ia sei felice, p erché n o n sopporti queste sof­
ferenze né sei c o stre tto a piangere il fra te llo perd u to , tu che non
ne potevi so p p o rtare a lungo l’assenza, m a andavi a tro v arlo recan­
doti sollecitam ente d a lui. E se allo ra ti affrettavi a cacciare la
noia della m ia so litudine e ad alleviare la tristezza dell’anim o fra ­
terno, q u an to p iù di freq u en te devi o ra v isitare il m io anim o
afflitto e con la tu a v en u ta lenire la p en a che d a te m i proviene!
76. T u ttav ia l’esercizio del m io m inistero m i concede q ual­
che re sp iro e l ’im pegno del servizio episcopale d istrae il m io ani­
mo. M a che cosa s a rà d ella n o stra san ta sorella la quale, sebbene
m itighi co l tim o r di Dio l ’affetto fra te rn o , accresce di bel nuovo
10 stesso d o lo re provocato dall’affetto co n l ’im pegno nelle pratich e
religiose e, d istesa p e r te rra , abbracciando col suo grem bo l’in­
te ro tum ulo, affran ta nel suo faticoso incedere, afflitta in cuore,
ogni giorno rinnova la su a angoscia? Q uantunque, infatti, in ter­
ro m p a il p ian to con le parole, lo rinnova n ella p reg h iera e, seb­
ben e col rico rd o delle S c rittu re prevenga q u a n ti ten tan o di' con­
fo rtarla, tu tta v ia co m p en sa il desiderio di piangere con l’assidui-
tà nelle orazioni, rip ren d en d o il suo p ian to dirotto, q uando nes­
suno la p u ò in terro m p e re. In ciò hai u n m otivo di com passione,
non di biasim o: piangere pregando è segno di virtù. E qu an tu n ­
que tale atteg g iam en to sia consueto alle vergini, nelle quali, quan­
do con sid eran o la frag ilità um ana, il sesso p iù ten ero ed il sen­
tim en to p iù delicato, p u r senza la p en a di u n dolore fam iliare,
scoppiano in p ianto, tu ttav ia, q uando p iù grave è il m otivo p e r
affliggersi, allo ra l'afflizione non h a più fine. 77. M anca dunque
la possib ilità di consolarla, perché grande è il g arb o con cui si
scusa. In fa tti n on potresti' im pedirglielo con i tuoi am m onim enti,
specialm ente p erch é essa afferm a che sono lacrim e isp irate non
dal dolore m a d a l sentim ento religioso, e con la preoccupazione
p e r il suo p u d o re giustifica l ’u n irsi al com une lam ento. C erca di
consolarla, tu ch e p uoi accedere al suo anim o e p e n e tra re nella
sua m ente. V eda che le sei accanto, com prenda che non sei m o r­
to, cosi che, so sten u ta dal co n fo rto d i colui del cui m erito è certa,
im p ari a n o n ad d o lo rarsi eccessivam ente p e r chi le h a insegnato
che no n bisogna ad d o lo ra rsi p e r lui.
78. M a perché, fratello, m i dilungo cosi? P erché asp e tto che
11 m io discorso m u o ia e, p e r cosi dire, sia seppellito con te? Seb­
bene il tu o solo sem biante e l ’asp etto del tu o co rp o esanim e m i
siano di consolazione e la dolcezza che an co ra sussiste nella tu a

104 C f. S a l l . , I n g ., 14, 22; v e d i s o p r a , p a r . 31, n o t a 53.


74 DE EXCESSV FRATRIS, I , 7 8 -8 0

ad tum ulum . Sed p riu s u ltim u m coram populo uale dico, pacem
praedico, osculum soluo. P raecede ad illam com m unem om nibus
et debitam , sed iam m ihi p rae ceteris desiderabilem dom um . P ara
hospitii consortium , e t q uem adm odum hic om nia nobis fuere com ­
m unia, ita illic quoque iu s diuiduum nesciam us. 79. Ne, quaeso,
cupientem tui diu deseras: p ro p e ran tem expecta, festin an tem adiu-
ua, et si d iu tiu s m o rari tibi uidebor, accerse. N eque enim um quam
prolixius afuim us a nobis, tu tam en solebas reuisere. N unc quo­
niam tu re d ire iam non potes, nos ad te ibim us. Aequum est, u t
officium rependam us, subeam us uicem . N um quam nobis fu it uitae
condicio d iscretior, sem per au t sanitas au t aegritudo com m unis, ut,
cum a lte r aegresceret, a lte r in cu rrere t, et cu m alte r reualesceret,
u te rq u e con su rg eret. Q uom odo ius n o stru m am isim us? E t nunc
co n so rtiu m aegritudinis fuit, quom odo m o rtis consortium non fuit?

80. Tibi nunc, om nipotens deus, innoxiam com m endo ani­


m am , tibi h o stiam m eam offero: cape pro p itiu s ac serenus fra te r­
n um m unus, sacrificium sacerdotis! H aec m ei iam libam ina p ra e ­
m itto, in hoc ad te pignore uenio, non pecuniae, sed u itae pignore.
Ne m e diutius resid ere facias ta n ti fenoris debitorem ! N on m e­
diocris est fra te rn i am oris u su ra nec uilis n a tu ra e sors, quam cu­
m u lan t increm en ta u irtu tis. Possum ferre, si cito cogar exsoluere.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I, 7 8 -8 0 75

figura sia u n a carezza p e r i m iei o c c h i105, n o n indugio p iù oltre:


andiam o al sepolcro. M a p rim a, alla p resen za del popolo, voglio
rivolgerti l'estrem o saluto, a u g u rarti la pace, offrirti il trib u to dei
m iei baci. P recedim i in quella dim ora che tu tti p e r d iritto ci
attende, m a che o rm ai p iù di ogni a ltra cosa io desidero. P reparaci
un'abitazione con te, e com e quaggiù abbiam o avuto tu tto in co­
m une, cosi anche lassù ci sia ignota ogni distinzione in ciò che
ci spetta. 79. N on lasciarm i a lungo, ti prego, nel tu o rim p ian ­
to: atten d im i, m en tre sono im paziente di raggiungerti, aiutam i,
m en tre m i affretto, e se ti sem b rerà che io ta rd i troppo, chiam a­
mi. Noi non siam o m ai stati lontani tro p p o a lungo l'uno dal­
l'altro , e ciononostante non m ancavi di venirm i a trovare. Ora,
siccom e non puoi rito rn a re tu, verrem o noi d a te. È giusto che
ricam biam o la tu a p re m u ra e su b en triam o al tuo posto. La n o stra
condizione di v ita non fu m ai tro p p o diversa, b u o n a salute o m a­
la ttia ci fu ro n o sem pre com uni, cosi che, q uando l'u n o era am ­
m alato, cadeva am m alato anche l'altro , e quando l'u n o rito rn av a
sano, ci alzavam o en tra m b i d al letto . Com e m ai abbiam o p erd u to
il n o stro d iritto ? Anche o ra siam o stati am m alati insiem e: com e
m ai non siam o m o rti insiem e?
80. Ora, Dio onnipotente, ti affido q u e st’anim a senza colpa, ti
offro q u e sta m ia v ittim a: accetta propizio e sereno il dono del
fratello, il sacrifìcio del vesco v o 106! Com incio orm ai col presen­
ta rti q u este offerte, vengo a te in q u esto p e g n o 107, pegno non del
m io den aro , m a d ella m ia vita. N on p erm e tte re che io rim anga
più a lungo d eb ito re di u n a som m a cosi elevata! N on è cosa da
poco l ’interesse p e r l'am o re fra te rn o , non è di scarso valore il
c a p ita le 108 d ella n a tu ra q uando si accresce co n le ren d ite della
v irtù. Posso fa r fro n te al m io im pegno, se sarò c o stre tto a re sti­
tuirlo p ro n tam en te.

i°5 Cf. M e n . R h e t ., Περί έπιδεικτικών ( Περί μονψδίας ), 318 (III, ρ. 436,


15-20 S p eng el ): Ε ΐτα διατυπώσεις τό είδος τοΰ σώματος, οίος ί)ν άποβεβλη-
κώς τό κάλλος, τό των παρειών έρύθημα, οΐα γ λ ώ τ τ α συνέσταλτα ι, οίος
ϋουλος έφαίνετο μ αρανθείς, οΐοι βόστρυχοι κόμης ούκέτι λοιπόν περίβλεπτοι,
όφ-9-αλμών δέ βολαί καί γ λ ή ν α ι κατακοιμη6·εϊσαι, βλεφάρων ϊλικ ες ούκέτι
Ηλικες, ά λ λ ά συμπεπτω κότα π ά ντα .
106 Cf. ibid. (Περί έπιταφίου), 295 (III, ρ. 422, 2-4 S peng el ) : . ..εΐτα ευχήν
πρός τω τέλει τοΰ λόγου θήσεις εύχόμενος αΰτοΐς παρά τω ν θ-εών ύπάρξαι
τά κ ά λλισ τα .
107 Cioè nella persona di Satiro.
108 Dato il linguaggio « finanziario » di tutto il passo, ritengo che sors
non possa qui significare che « capitale ». A sors è riferito il successivo quam.
Diversamente il Coppa (op. cit., p. 810).
LIBER SECVNDVS

1. S uperiore libro aliquid indulsim us desiderio, n e tam q u


feru en ti plagae a u sterio ra ad h ib ita m edicam enta ex asp eraren t m a­
gis quam len iren t dolorem . Sim ul quia fra tre m saepius adlocuti
sum us et oculis tenebam us, ab su rd u m non fu it relaxare p au lisp er
adfectu m n atu rae, qui lacrim is m agis p asc itu r, fletibus delinitur,
stu p o re defigitur. Mollis enim et ten era species est et fo rm a pie­
tatis, n il insolens am at, nil inm ite, nil durum . F erendo au tem p ro ­
b a tu r p atien tia quam resistendo. 2. E rgo q u ia dudum dies m ortis
in te r lacrim abiles aspectus d eb u it anim um inclinare fratern u m ,
qui to tu m tenebat, nunc, quoniam die septim o a d sepulcrum red i­
m us, qui dies sym bolum fu tu ra e quietis e s t 3, a fra tre p aululum
ad com m unem hu m an i generis cohortationem iu u at d eriu are m en­
tem in tentionem que tran sfu n d ere, ita u t neque to tis sensibus defi­
gam u r in fra tre , ne o b re p at adfectus, neque tan tae exules p ietatis
et gratiae eum , quem diligim us, deseram us et u ere ipsi nobis ta n ti
doloris augeam us in iu riam , si hodie nobis et in serm one m o riatu r.
3. Vnde proposuim us, fra tre s carissim i, solari nos com m uni u su
nec d u ru m p u tare , q u idquid uniuersos m aneret, et ideo m o rtem
non esse lugendam , p rim u m q uia com m unis sit e t cunctis debita,
deinde q u ia nos saeculi huius ab so lu at aerum nis, p o strem o quia
som ni specie, u b i ab istius mundi· labore requietum sit, uigor
nobis u iu acio r refu n d atu r. Quem enim non so letu r resu rrectio n is
gratia, quem non excludat m aerorem , si credas nihil p e rire m orte,
im m o ipsius celeritate fieri m ortis, plus p e rire ne p o ssit? E rit ergo,
fra tre s carissim i, u t in ad h o rtatio n e com m uni etiam fra tri n o stru m
pendam us ad fectu m nec ab eo longius deuiasse uideam ur, si p er

2. * Cf. Gen 2, 2-3; Leu 23, 3.


LIBRO SECONDO

1. N el lib ro p reced ente abbiam o fa tto qualche concessione


al rim p ian to , perché, p e r cosi dire, l’uso d i m edicine tro p p o ener­
giche su u n a piaga infiam m ata non inasprisse il dolore invece di
m itigarlo. Nello stesso tem po, siccom e m olto spesso abbiam o
rivolto la p aro la a n o stro fratello che avevam o davanti agli occhi,
non fu in o p p o rtu n o lasciare p e r u n p o ’ libero sfogo ai sentim enti
di n atu ra , che di preferen za si alim entano di lacrim e, si placano
col pianto, restan o irrig id iti p er lo sbigottim ento. Dolce, infatti,
e ten era è la p artic o la re n a tu ra dell’affetto p e r i p ro p ri cari: non
am a nulla di arro g an te, nulla di aspro, n u lla di rozzo. D’a ltra p a r­
te la pazienza si d im o stra col so p p o rtare p iu tto sto che con l’op­
porsi. 2. Poiché dunque, o r non è m olto, il giorno della m orte,
in mezzo a lacrim evoli visioni, non p otè non ren d ere vacillante il
m io anim o fratern o , dato che lo aveva in teram en te in sua balia,
o ra che to rn iam o al sepolcro nel settim o giorno — giorno che è
il sim bolo della pace fu tu ra — conviene distogliere u n poco la
m ente dal fratello e rivolgere l'atten zio n e ad eso rta re insiem e
tu tti gli uom ini, in m odo da non fissarci con tu tti i n o stri sensi
su di lui, p erch é il sentim ento non si insinui di soppiatto, e,
d ’a ltra p a rte , p riv i com e siam o di tan to affetto e d i ta n ta am ore­
volezza, no n ab b an d o n are chi ci è caro e, in realtà, accrescere a
noi stessi il to rm en to di cosi grande dolore, se oggi anche in que­
sto discorso egli dovesse m orire. 3. P er tale m otivo ci siam o p ro ­
posti, fratelli carissim i, di consolarci secondo la com une consue­
tudine e di non giudicare gravoso ciò che a tte n d e tu tti, e quindi
riteniam o che la m o rte non debba essere pianta, in p rim o luogo
p erch é è com une a tu tti e a tu tti dovuta, in secondo luogo perché
ci libera dalle pene di quaggiù, infine perché, con l ’apparenza del
sonno, quando si è o tten u to il riposo dai travagli di questo m on­
do, viene infuso nuovam ente in noi u n vigore più d u ra tu ro *. Chi
non consolerebbe la grazia della risurrezione, quale afflizione non
respingerebbe, se tu cred essi che nulla p erisce p e r effetto della
m orte, anzi, p ro p rio p e r la ra p id ità della m o rte stessa, accade che
non sia p iù possibile p erire? Cosi dunque, fratelli carissim i, rivol­
gendoci a tu tti, ren d erem o il n o stro trib u to d ’affetto anche a no­
stro fratello e no n sem b rerà che p e r vie trav erse ci allontaniam o

1 Vengono qui anticipati i m otivi che saranno svolti nel presente discorso.
78 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 3-6

resu rrectio n is spem et fu tu ra e gloriae su au itatem etiam in serm o­


ne nobis hodie reuiuescat.
4. O rd iam u r ig itu r ab eo, u t lugendum nobis n o stro ru m obi­
tu m non esse doceam us. Quid enim ab su rd iu s quam u t id, quod
scias om nibus esse p raescrip tu m , quasi speciale deplores? H oc est
anim um su p ra condicionem extollere, legem non recipere com ­
m unem , n a tu ra e con so rtiu m recusare, m ente c a m is in fla ria et car­
nis ipsius nescire m ensuram . Quid ab su rd iu s q u am nescire, qui sis,
adfectare, q u o d no n sis? A ut q u id im p ru d en tiu s: q u o d fu tu ru m
scias, id cu m acciderit, fe rre non posse? N a tu ra ip sa nos reu o cat et
ab huiuscem odi m aero rib u s quadam sui consolatione subducit. Quis
est enim tam grauis lu ctus a u t tam acerbus dolor, in quo non
in terd u m relax etu r anim us? H ab et hoc n atu ra , u t, qu am u is hom i­
nes in tristib u s reb u s sint, tam en — si m odo hom ines su n t — a
m aero re m entem p au lisp er abducant. 5. Fuisse etiam quidam
fe ru n tu r populi, qui o rtu s hom inum lugerent obitusque celeb ra­
ren t; nec in p ru d e n te r enim eos, qui in hoc u itae salum uenissent,
m aerendos p u tab an t, eos uero, qui ex istius m undi procellis et
fluctibus em ersissent, n on in iu sto gaudio prosequendos a r b itra ­
b an tu r. N os quoque ipsi natales dies defu n cto ru m obliuiscim ur
e t eum , quo obieru n t, diem celebri sollem nitate renouam us.

6. Non est ergo grauis subeundus m aero r secundum n a tu ­


ram , n e a u t excellentiorem aliquam n a tu ra e exceptionem nobis
adrogare u id eam u r a u t com m unem recusare. E ten im m ors aequa­
lis est om nibus, in d iscreta p auperibus, inexcepta diuitibus. E t
ideo, licet p e r u n iu s peccatum , in om nes tam en p e r tr a n s iu ita, ut,
quem generis non refugim us auctorem , non refugiam us et m o rtis
et sit nobis sicut p e r u n u m m ors, ita p e r u n u m etiam re su rrec tio
nec recusem us aerum nam , u t p eru en iam u s ad gratiam . V en it enim ,
u t legim us, C hristus saluum facere, quod p e r ie ra tb, sed u t non
solum uiuorum , sed etiam m o rtu o ru m d o m in e tu r c. Lapsus sum

4. a Cf. Coi 2, 18.


6. * Cf. Rom 5, 18.
b Lc 19, 10.
e Cf. Rom 14, 9.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 3 -6 79

da lui, se p e r la speranza della risurrezione e la gioia della gloria


fu tu ra anche in questo discorso oggi p e r noi rito rn e rà a vivere.
4. Com inciam o con l'insegnare che non dobbiam o piang
la m o rte dei n o stri cari. Che c’è di p iù assu rd o che lam entarsi,
quasi fosse riserv ato a te solo, di ciò che sai im posto a t u t t i 2?
Q uesto significa n u trire aspirazioni superiori alla tu a condizione,
non accettare la legge com une, rifiutare la com unanza di n atu ra,
gonfiarsi di u n a m en talità carn ale e ignorare 1 lim iti della carne
stessa. Che c’è di p iù assu rdo che non sapere chi sei e voler esse­
re ciò che no n sei? O che c’è di più dissennato del non p o te r soppor­
tare, quando è accaduto, quello che sapevi che sarebbe avvenuto?
La stessa n a tu ra ce ne distoglie e ci so ttra e a sim ili afflizioni con
u n a consolazione, p e r cosi dire, che essa stessa ci fornisce. Qual
è, in fatti, il lu tto cosi grave o il dolore cosi atro ce nel quale, di
tan to in tanto, l'anim o non abbia qualche sollievo? La n a tu ra ha
questo vantaggio, che cioè, q u an tu n q u e gli uom ini vivano nelle
afflizioni, tu tta v ia — p u rch é siano uom ini — riescono a disto­
gliere p e r qualche tem po il loro anim o dalla tristezza. 5. Si dice
che siano esistiti anche dei popoli che piangevano la nascita
degli uom ini, m en tre ne festeggiavano la m orte. R itenevano, in­
fa tti, non da sciocchi, che fossero da com piangere coloro che era­
no venuti nel m are tem pestoso di q u esta vita, e che invece quelli
che erano usciti dalle tem peste e dai flutti di questo m ondo do­
vessero g iustam ente ricevere un lieto con g ed o 3. Anche noi non
ricordiam o il giorno della nascita dei n o stri m orti, m en tre com ­
m em oriam o con grande solennità quello in cui hanno lasciato
questo m ondo.
6. D unque secondo n a tu ra non dobbiam o piegarci sotto un
grave dolore, p erch é non sem bri o che pretendiam o p er noi u n a
più em inente condizione di n a tu ra o che ricusiam o quella com u­
ne a tu tti. La m o rte è uguale p e r tu tti, senza differenza p e r i
poveri, senza eccezione p e r i ricchi. P er questo, sia p u re p e r la
colpa di u n solo uom o, si è estesa a tu tti, cosi che non possiam o
ricusare quale causa di essa colui che non rifiutiam o quale capo­
stip ite del genere um ano, e com e p e r colpa di uno solo ci attende
la m orte, cosi p e r m erito di uno solo ci atten d e la risurrezione e
non ricusiam o la sofferenza p er o tten ere la grazia. Venne, infatti,
come leggiamo nella S crittu ra, Cristo p er salvare ciò che era per­
duto, m a p er essere il Signore non solo dei vivi, m a anche dei

1 C f. S e n ., Ad Pol., 1, 4: ...et ideo m ihi uidetur rerum natura, quod gra-


uissim um fecerat, com m une fecisse, ut cru delitatem fa ti consolaretur aequa­
litas.
3 C f. H erod., V , 4: τον μεν γενόμενον oi προσήκοντες ολοφύρονται, οσα
μιν δει, έπείτε έγένετο, άνα π λή σ α ι κακά, άνηγεόμενοι τά άνθρω πήια π ά ντα
πάθ-εα, τον δ’ άπογενόμενον παίζοντές τε καί, ήδόμενοι γ ή κρύπτουσι, έπιλέ·
γοντες οσων κακών έξα π α λ λ α χ θ είς έστι έν πάστ) εύδαιμονίτ]; V al . M a x ., II,
6, 12: Thraciae uero illa natio m erito sib i sapientiae laudem uindicauerit,
quae natales hom inum flebiliter, exsequias cum hilaritate celebrat; P o m p .
M ela , II, 2, 3: Itaque lugentur apud quosdam puerperia natique deflentur,
funera contra festa sunt et ueluti sacra cantu lusuque celebrantur.
80 DE EXCHSSV FRATRIS, I I , 6-9

in Adam, de p arad iso eiectus in Adam, m o rtu u s in Adam: quem


reuocat, nisi m e in Adam inuenerit, u t in illo culpae obnoxium ,
m o rti debitum , ita in C h risto iustificatum ? Si ergo d eb itu m m o r­
tis est, solutio debet esse tolerabilis. Sed hic locus p o sterio rib u s
p artib u s reseru an d u s. 7. N unc p ro p o situ m est ad se rere m o rtem
grauiori n on debere esse m aerori, quod eum n a tu ra ip sa respuat.
Denique L yciorum fe ru n tu r esse praecepta, quae u iro s iubeant
m ulieru m u estem induere, si m aero ri indulgeant, quod m ollem et
effem inatum iu d icau erin t in uiro luctum . D eform e est enim eos,
qui p ro fide, p ro religione, p ro p atria , p ro aeq u itate iudicii a tq u e
intentione u irtu tis obuium m o rti debeant pectus offerre, m aerere
in alio grauius, quod in se, si ca u sa exegerit, expetendum sit. N am
quem adm odum potes in te non refugere, quod in p atien tiu s alii
doleas accidisse? Depone m aerorem , si potes, include, si non potes!
8. Aut abso rb en d u s om nis a u t p rem endus est dolor. C ur enim
m aestitiam tu am non ra tio potius quam dies leniat? N am q u o d
o b litte ra tu ra est tem p o ris series, m elius p ru d e n tia m itigabit. Quin
etiam hoc ipsum •inreligiosum p u to erga ipsorum m em oriam , quos
dolem us am issos, tu obliuisci eorum m alim us qu am consolatione
m ulceri a u t cu m h o rro re reminisci- quam m em inisse cum g ratia,
recordationem tim ere, q u o rum im ago esse d eb e at uo lu p tati, diffi­
dere p o tiu s q uam sp erare de m eritis d efu n cto ru m et poenae ad­
dictos quam in m o rtalita ti debitos, quos dilexeris, aestim are.

9. Sed dicis: « Quos diligebam us, am isim us ». — N onne haec


nobis cum ip so m u n d o elem entisque com m unia sunt, q uia ad
tem p u s c re d ita in p erp etu u m ten ere n o n possum us? G em it te rra
sub a ra tris, im b rib u s caeditur, tem p estate concutitur, strin g itu r
frigore, sole to rre tu r, u t fru c tu s annuos fe ta p a rtu ria t, et cum se
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 6 -9 81

m orti. Ho peccato in Adamo, sono stato cacciato dal p arad iso in


Adamo, sono m o rto in Adamo: chi rich iam erà a nuova vita, se non
m i tro v erà in Adamo, com e quello soggetto alla colpa e destinato
alla m orte, cosi giustificato in C risto 4? Se dunque c ’è il debito
della m orte, il suo pagam ento deve essere sopportabile. Ma q u e­
st'argo m en to sa rà riserv ato ai capitoli successivi. 7. O ra mi
sono p ro p o sto d i d im o strare che la m o rte non deve provocare
u n dolore tro p p o grave, p erch é la stessa n a tu ra lo respinge. P er­
ciò si dice ch e vi sia u n a legge dei Liei, la quale ord in a agli
uom ini di in d o ssare vesti fem m inili se eccedono nel dolore, in
qu an to giudicano m olle ed effem inato il lu tto in u n u o m o 5. È
indecoroso, in fatti, che quelli che devono offrire il lo ro p etto alla
m o rte p e r la fede, la religione, la p atria, la giustizia, la conquista
della v irtù piangano eccessivam ente in u n altro c iò 6 che si richie­
derebb e d a loro, se l'occasione lo esigesse. In fatti, com e p o tresti
non rifuggire nel caso tu o d a ciò che ti duoli sia accaduto ad u n
altro ? M etti da p a rte il dolore, se puoi, chiudilo d en tro di te, se
non puoi. 8. Il dolore deve essere in teram en te trangugiato oppu­
re nascosto. P erché dovrebbe essere il tem p o e n o n la ragione a
m itigare la tu a tris te z z a 7? La saggezza m itig h erà p iù efficacemen­
te ciò che sarà cancellato dal tra s c o rre re del tem po. Anzi riten ­
go irriv eren te verso la m em oria di quelli di cui piangiam o la p e r­
dita, ch e p referiam o d im enticarci di loro p iu tto sto che trovare
conforto, o p p u re rico rd arli con u n brivido di p a u ra anziché con
piacere, p av en tarn e il ricordo, m en tre la lo ro im m agine dovrebbe
recarci g io ia 8, n u trire diffidenza anziché speranza nei m e riti dei
trap a ssati e cred ere le persone care condannate ai to rm en ti p iu t­
to sto che d estin ate all’im m ortalità.
9. Tu p erò obietti: « A bbiam o p e rd u to le persone che a
vam o ». Q uesto fa tto non ci è forse com une col m ondo stesso e i
suoi elem enti, p erch é ci sono sta ti affidati p e r u n c e rto tem po, m a
non li possiam o ten ere p e r s e m p re 9? La te rra gem e al passare
dell’aratro , è flagellata dalle piogge, è percossa dalla grandine, è
s tre tta nella m o rsa del freddo, è ria rs a dal sole 10, perché, fecon­
data, p a rto risc a i fr u tti annuali, e, dopo essersi riv estita d i fiori

4 Cf. Ave., De pecc. orig., 41, 47: In eo opere quod scrip sit de resurrectio­
ne sanctus Am brosius: « Lapsus sum , inquit, ...iustificatum ».
s Cf. V a l. M a x ., II, 6 , 13: Quocirca recte Lycii, cum iis luctus incidit,
m uliebrem uestem induunt, u t d eform itate cultus com m oti m aturius stu l­
tu m proicere dolorem uelint. Cf. an ch e P l v t . , Cons. ad Apoll., 113 A, 5-9;
Cic., Tuse., I, 48, 116.
6 Cioè la m orte.
^ Cf. Cic., Ad A tt., XII, 10 ( S e n ., Ad Mare., 8, 1-3).
8 Cf. S e n ., A d Pol., 5, 2 : Ille enim indulgentiam tib i esse uult, torm ento
esse non uult.
9 Cf. S e n . A d Pol., 1, 1: ...si redigas ad condicionem naturae omnia
destruentis et unde edidit eodem reuocantis, caduca sunt; 10, 4: Rerum
natura illum tib i sicu t ceteris fratribu s fratres suos non m ancipio dedit,
sed com m odauit; Cic., Tuse., I, 39, 93: A t ea (la n atu ra) quidem d ed it usuram
uitae tam quam pecuniae nulla p ra estitu ta die. Quid est igitu r qu od querare,
si repetit, cum uolt? E a enim condicione acceperas.
10 Cf. Exam., III, 8, 35.
82 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 9 -1 3

u ario flore u estierit, ex u itur p ro p rio et sp o liatu r o rn atu . Q uantos


haec ra p to res habet! Nec fru ctu m suum q u e ritu r am issum , quem
ideo generauit, u t am itte ret, nec in p o steru m negat, quem sibi
m em init auferendum . 10. C aelum ipsum non sem per stellaru m
m icantiu m globis fulget et quasi quibusdam in sig n itu r coronis.
N on sem per o rtu lucis albescit, radiis solis ru tila t, sed adsiduis
uicibus ille quidam m undi u u ltu s gratissim us u m en ti noctium
caligat h o rro re. Quid g ratiu s luce, qu id sole iucundius? Quae
cottidie occidunt; tam en decessisse nobis haec non m oleste feri­
m us, quia re d ire p raesum im us. Doceris in his, quam in tuis debeas
exhibere p atien tiam . Si su p erio ra tibi occidunt nec dolori sunt,
cur, si occiderint hum ana, do lean tu r?

11. S it tam en p atiens dolor, sit in tristib u s m odus, qui


g itu r in secundis. An si in m oderate gaudere non conuenit, lugere
conuenit? Non enim m ediocre m alum est inm oderatio doloris au t
m etus m ortis. Q uantos ad laqueum inpulit, arm a u it ad gladium ,
u t in eo ipso am en tiam suam p ro d eren t, m o rtem non ferentes et
m o rtem ad petentes, et quod p ro m alo fugerent, p ro rem edio ad-
sciscerent! Qui quoniam consentaneum n atu ra e suae fe rre ac p e r­
p eti neq u iu eru n t, co n trariu m uoti incidunt, u t ab his in p erp etu u m
sep aren tu r, quos sequi d esiderauerint. Sed haec ra ra , quoniam
n a tu ra ipsa reuocat, etsi p ra ecip itet am entia.

12. Illud u ero frequens in m ulieribus, u t clam ores publicos


serant, quasi m etu an t, ne earum ig n o retu r aerum na, u t inluuiem
uestis adfectent, quasi in ea sit sensus dolendi, u t inpexum sor­
dibus inm adident caput, u t postrem o — quod plerisque in locis
uulgo fieri solet — discisso am ictu, diloricata u este secreti pudo­
ris nu d a p ro stitu a n t, quasi ipsum len o cin en tu r pudorem , q uia
pudoris sui praem ia p erd id eru n t. Sic procaces oculi p ro u o can tu r,
u t concupiscant, u t am are incipiant m em b ra n udata, quae si non
aspicerent, non am arent. Atque u tin am so rd id ata illa tegim enta
corporis no n speciem , sed m entem obnuberent! L atet pleru m q u e
sub tris ti am ictu m entis lasciuia e t deform is h o rro r u estis obtexi­
tu r, u t secreta p etu lan tiu m teg an tu r anim orum . 13. S atis pie
u iru m luget, quae seru at pudorem , non deserit fidem. H aec bene
defunctis officia p en d u n tu r, u t u iu an t in m entibus, in adfectibus
p erseueren t. Non am isit u irum , quae exhibet castitatem , non est
u id u ata coniugio, quae no n m u ta u it nom en m ariti. N ec tu perdi-
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 9 -1 3 83

variopinti, depone i p ro p ri ornam enti e ne viene spogliata. Quan­


ti pred o n i essa ha! E p p u re non piange la p e rd ita dei suoi fru tti,
che h a p ro d o tto ap p u n to p e r re sta rn e p riv a né li rifiuta in avve­
nire, anche se non dim entica che devono esserle so ttra tti. 10. An­
che il cielo no n sem pre risplende p e r le lucenti sfere delle stelle
ed è, p e r cosi dire, adorno di corone. Non sem pre biancheggia
p er il sorgere della luce, è d o ra to dai raggi del sole, m a con
assidu a vicenda q u el graditissim o volto del m ondo, diciam o cosi,
è o scu rato dall'um ido brivido delle n o tti. Che c’è di più gradito
della luce, di p iù lieto del sole? Essi ogni giorno tram ontano;
tu tta v ia no n ci affliggiamo che ci siano venuti a m ancare, perché
sappiam o in anticipo che en tram b i rito rn an o . Q uesta vicenda ti
insegna di quale pazienza tu debba d a r p ro v a nei fa tti che ti ri­
guardano. Se ciò che s ta sopra di te viene m eno senza re carti
dolore, perché, se le cose um ane periscono, sono oggetto di sof­
ferenza?
11. Il dolore sia paziente, nelle afflizioni si osservi la m isu­
ra che si esige nella b u o n a fo rtu n a. Se non è conveniente godere
senza m oderazione, forse è conveniente piangere cosi? N on è m ale
da poco la m ancanza di m isu ra nel dolore o il tim o re della m orte.
Q uanti il tim o re della m o rte spinse ad im piccarsi, a q u an ti pose
in m ano la spada, affinché in questo stesso a tto rivelassero la loro
pazzia, cercando la m o rte perché non la sopportavano e ad o ttan d o
quale rim edio q u ello che cercavano di evitare com e u n male!
P erché no n fu ro n o in grado di so p p o rtare pazientem ente la con­
dizione co n fo rm e alla n atu ra , essi incappano in quella co n tra ria
al loro desiderio, cosi d a essere divisi in etern o d a coloro che desi­
deravano seguire. Ma q u e sti eccessi sono ra ri, p erch é la stessa
n a tu ra trattien e, anche se la stoltezza spinge nel precipizio.
12. M a nelle donne capita spesso che levino in pubblico alti
clam ori, com e se tem essero che il loro dolore fosse ignorato;
quindi o sten tan o la sozzura delle vesti, q u asi ch e in essa consi­
stesse il sen tim en to di dolore, bagnano di sudicium e la te s ta non
più p ettin ata, infine — co sa che in m olti luoghi suole farsi com u­
nem ente — sq u arcian d o la sopravveste, strap p a n d o la veste, in
m odo osceno esibiscono nude le p a rti gelosam ente p ro te tte dal
pudore, q u asi facendone m ercato p erché hanno p e rd u to ciò che lo
ricom pensava. Cosi occhi procaci sono stuzzicati a d esiderare, a
m ettersi a d am are le m em b ra cosi denudate, m e n tre n o n le am e­
rebbero se no n le vedessero. E m agari quelle gram aglie velassero
non la fo rm a esterio re, m a l'anim o! Spesso sotto u n m an to di
lu tto si cela la dissolutezza dell’anim o e il rozzo tessu to d ’una
veste squallida viene avvolto alla perso n a solo p e r co p rire ciò
che sta n ell’in tim o di anim i sfro n tati. 13. Piange il m a rito con
sufficiente affetto e non viene m eno alla fedeltà la m oglie che
custodisce il p udore. Q ueste sono le m anifestazioni di affetto
che doverosam ente si trib u tan o ai d efu n ti: fa rli vivere nel p ro ­
p rio anim o, assicu rare loro u n am ore costante. Non h a p erd u to
il m arito la donna che d à prova della sua ca stità, non è p riv a dello
84 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 3 -1 7

disti heredem , q u ae adiuuas coheredem , sed p ro successore co r­


ru p tib iliu m m u tasti consortem inm ortalium . H abes, qui tib i re p ra e ­
sen tet heredem : solue p auperi, quod d eb e tu r heredi, u t non so­
lum m atern ae a u t p atria e senectutis, sed etiam u itae p ro p ria e sit
superstes. Plus successori tuo relinquis, si p o rtio eius non ad
luxum p raesen tiu m proficiat, sed ad p re tiu m fu tu ro ru m .

14. Sed desideram us am issos. Duo su n t enim , quae m ax


angunt: a u t desiderium eorum , quos am iserim us, sicut m eo exem ­
plo m etior, a u t quod eos u itae su au itate p riu ato s, ereptos labo­
ris sui fru ctib u s a rb itre m u r. T enera enim am oris est titillatio,
quae in p ro u isu m affectum excitat, u t sedandi m agis q uam exclu­
dendi doloris facultas re lin q u a tu r, sim ul q uia pium u id e tu r d esi­
derare, quod am iseris, et specie u irtu tis adolescit infirm itas.

15. Sed cu r tu p u tas p atien tio rem illam esse debere, q


dilectum ad pereg rin a dim iserit et m ilitiae g ra tia uel susceptae
ad m in istratio n is officio uel negotiandi u s u tra n sfre ta sse conpe-
re rit, quam te, quae non fo rtu ito a rb itrio d erelinqueris au t studio
pecuniae, sed lege n atu ra e? — Sed recu p eran d i tib i interclusa
spes! Quasi cuiquam c e rta redeundi! E t plerum que dubia plus
fatigant, ubi p ericuli m etu s integer, grauiusque est tim ere, ne acci­
derit, quam dolere, quod iam noueris accidisse; aliud enim sum ­
m am form idinis co aceruat, aliud finem expectat doloris. 16. An
dom inis ius est — quae non creau erin t — tra n sfe rre m ancipia, deo
non est? — « Sed non su b p etit expectare rem eantem ! ». S u b p etit
tam en p raecedentem sequi. E t certe breuis u itae usus nec illi
m u ltu m u id e tu r eripuisse, qui an te praecessit, nec te differre diu­
tius, qui rem anseris. 17. Quodsi desiderium tu u m m itigare non
possis, nonne tam en u id e tu r indignum p ro desiderii tu i studio
re ru m o rdinem uelle conuerti? A m antium a rd e n tio ra u tiq u e desi­
d eria su n t et tam en n ecessitatis co n tu itu te m p eran tu r; e t si do­
lent discedere, lugere tam en non solent, d estitu ti am are inpatien-
tius erubescunt. Ita p atien tia desiderii plus p ro b atu r.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 3 -1 7 85

sposo 11 quella che non h a cam biato il nom e del p ro p rio m arito.
E non h ai p e rd u to l'ered e tu che aiu ti il coerede, m a, al posto di
u n successore di beni co rru ttib ili, hai otten u to u n com partecipe
di beni im m o r ta liI2. N on ti m anca chi faccia p e r te la p a rte del­
l'erede: d a' al povero ciò che è dovuto all’erede, affinché egli pos­
sa sopravvivere no n solo alla vecchiaia di sua m ad re e di suo
padre, m a anche alla p ro p ria vita. Tu lasci di p iù al tu o successo­
re, se la sua p a rte no n serve al lusso dei beni p resen ti, m a
all'acquisto di quelli fu tu ri.
14. Ma sentiam o la m ancanza di chi abbiam o p erd u to . Due
sono, in fatti, i m otivi che m aggiorm ente ci angosciano: o il rim ­
pianto di coloro che abbiam o perd u to , com e posso giudicare dal
caso m io, o la convinzione che essi siano stati p riv a ti delle gioie
della vita, stra p p a ti ai fru tti delle loro fa tic h e 13. Quello dell’am o­
re è u n im pulso che su scita u n im provviso slancio d'affetto, cosi
che ti re sta la cap acità di m itigare p iu tto sto che di elim inare il
dolore, p erch é nello stesso tem po sem bra u n a tto di p ietà rim ­
piangere ciò che h ai p erd u to e la debolezza a u m en ta sotto appa­
renza di virtù.
15. M a p erch é tu credi ch e quella don n a che h a lasciato p a r­
tire lo sposo diletto alla volta di paesi stran ieri e sa con certezza
che ha p assato il m are o p er il servizio m ilitare o p e r il dovere
d 'una carica assu n ta o p e r le necessità del suo com m ercio debba
essere più capace di so p p o rtare di te che non sei s ta ta abban­
d onata p e r u n capriccio fo rtu ito o p e r b ra m a di denaro, m a p er
u n a legge di n atu ra ? « Ma ti è p reclu sa la speranza di riaverlo ».
Come se uno fosse certo di rito rn are! E p e r lo p iù l ’incertezza
logora m aggiorm ente, q u ando il tim o re di u n pericolo sussiste
nella sua interezza ed è più penoso tem ere che cap iti che non
l ’affliggersi p erch é sai già che è capitato: il prim o caso fa aum en­
ta re l'in ten sità della p au ra, il secondo atten d e la fine del dolore.
16. Forse, m en tre i p ad ro n i hanno il d iritto di tra sfe rire i loro
schiavi, che non hanno creato, non lo avrà Iddio? « Ma non c'è la
possibilità di a tten d e re il suo rito rn o ». C'è però quella di segui­
re chi ti h a preceduto. E, senza dubbio, la breve d u ra ta della no­
s tra vita non sem b ra aver so ttra tto m olto a colui che ti è andato
innanzi né av er fatto rita rd a re tro p p o te che sei rim asto. 17. Che
se tu non potessi m itigare il tuo rim pianto, non ti sem b ra scon­
veniente voler m u tare l'o rd in e della n a tu ra p e r l'in ten sità del tuo
rim pian to ? Senza dubbio il dolore del distacco nelle persone che
si am ano è m olto vivo, e tu tta v ia è m oderato dalla considerazio­
ne della necessità; e se soffrono a separarsi, tu tta v ia solitam ente
non piangono e, rim aste sole, si vergognano di am are con tro p p a
sofferenza. Cosi la sopportazione della p en a dovuta alla separa­
zione è m aggiorm ente lodata.

11 Coniugium = coniunx.
12 Cioè il povero, com ’è detto subito dopo.
13 Cf. Cic., Tuse., I, 34, 83: Illud angit uel potiu s excruciat: discessus ab
om nibus iis quae sunt bona in uita.
86 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 18-21

18. Quid autem de his loquar, qui defunctos p u ta n t uitae


su au itate p riu a ri? — N ulla p o te st esse iucunditas in te r has u itae
n o strae am aritu d in es au t dolores, quae uel ex co rp o ris ipsius infir­
m ita te uel extrin secu s accidentium incom m oditate generantur.
Anxii enim sem p er et ad ipsa laetio ru m u o ta suspensi quodam
fluctuam us incerto , sp eran tes dubia p ro certis, incom m oda p ro
secundis, caduca p ro solidis, nihil hab en tes p o testatis in arb itrio ,
firm itatis in uoto. At si aliquid c o n tra u o lu n tatem acciderit, p erd ito s
nos p u tam u s p lu sque ad u erso ru m dolore fran g im u r qu am secun­
dorum fru ctu p o tim u r. Q uibus ig itu r ca ren t bonis, qui m agis eri­
p iu n tu r incom m odis? 19. V alitudo, credo, bo n a p lu s ad iu u at quam
adfligit m ala, a u t opulentia p lu s delectat qu am egestas adficiat,
au t filiorum m agis am abilis g ratia q u am lugubris am issio, a u t
adulescentia iucu n d io r quam senectus tristio r, quam plerum que
suorum taed et u o to ru m et o p tati p aen itet, u t doleat in p etratu m ,
quod non in p e tra re m etu eb at. Exilia u ero e t c e te ra ru m p o en aru m
acerb itates quae p o test conpensare p a tria ? Q uae uo lu p tates? Q uae
etiam cum sunt, d eb ilita n tu r tam en a u t non u te n d i ad fectu aut
am itten d i m etu. 20. E sto tam en, m an eat inoffensus, inm unis
a doloribus, perp es in u o lu p tatib u s u itae c u rsu s hum anae: q u id
tam en com m odi consequi p o te st anim a in istiusm odi co rp o ris in­
clusa conpagibus et quib usdam m em b ro ru m angustiis co a rta ta ?
Si caro n o stra carcerem fugit, si d e te sta tu r om ne, quidquid eua-
gandi facu ltatem negat, q u ae u tiq u e p aru is u ltra se audiendi ui-
dendique ex cu rrere u id e tu r sensibus, q u an to m agis anim a n o stra
corporeu m istu d euadere gestit ergastulum , q u ae m o tu aerio li­
b e ra nescim us q u o u a d a t a u t u n d e u e n ia ta. 21. Scim us tam en,
quod c o rp o ri su p eru iu at, et e a iam depositis p ro p rii sensus re p a­
gulis expedita libero c e rn a t o btutu, quae an te sita in corpore non
u id eb at — q u o d exem plo d orm ientium possum us aestim are, quo­
ru m anim i u elu t sepulto quieti co rp o re ad altio ra se su b rig u n t et
re n u n tia n t co rp o ri — re ru m absentium uel etiam caelestium uisio-
nes. E rg o si m ors carn is et saeculi n o s ab so lu it aerum nis, u tiq u e
m alum n on est, quae lib ertatem re stitu it, excludit dolorem .

20. » Cf. Io 3, 8.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 18-21 87

18. Che dire poi di coloro che pensano che i defunti siano
privati delle gioie della vita? N on vi può essere gioia alcuna tra
queste am arezze e tra q u esti dolori della vita, provocati o dalle
m alattie del corpo stesso o dagli inconvenienti di ciò che capita
fuori di noi. S em pre ansiosi ed esitanti, persino nel d esiderare
quello che ci è m aggiorm ente gradito, ondeggiam o, p e r cosi dire,
nell’incertezza, sperando ciò che è d u b b io al posto d i ciò che è
sicuro, quello che ci è dannoso invece di quello ch e ci è favorevo­
le, ciò che è caduco a preferenza di ciò che è stabile, non avendo
alcun p o tere nelle decisioni, alcuna sicurezza nei desideri. Ma se
ci ca p ita qualcosa co n tro la n o stra volontà, ci crediam o p e rd u ti
e ci lasciam o a b b a tte re dal dolore della c o n tra rietà più di quanto
godiam o dei risu ltati a noi favorevoli. Di quali beni dunque sono
privi coloro che sono al rip aro dalle c o n tr a r ie tà 14? 19. La b u o ­
na salute, credo, giova di più di quanto non faccia trib o lare la
cattiva, o p p ure la ricchezza reca m aggior piacere di quanto non
sia m olesto il bisogno, o ppure è più am abile l ’am orevolezza dei
figli di quanto non sia lu ttu o sa la loro perd ita, o ppure la giovinez­
za è più lieta d i q u an to non sia triste la vecchiaia, che p e r lo più
è disg u stata delle p ro p rie aspirazioni e si p en te di ciò che h a desi­
derato, cosi da dolersi di aver o tten u to ciò che tem eva di non
ottenere. Quale p a tria può com pensare gli esili e l'asprezza di tu t­
te le altre pene? Quali piaceri? Anche quando non m ancano, de­
prim ono o con la disposizione d ’anim o che im pedisce di approfit­
tarn e o con il tim o re di perderli. 20. Sia pure; il corso della vita
u m an a non conosca ostacoli, rim anga esente da sofferenze, si svol­
ga costan tem en te in mezzo ai piaceri: quale vantaggio può tu tta ­
via conseguire l’an im a rin chiusa nella s tru ttu ra di u n sim ile cor­
po e com e ris tre tta n ell’angusto spazio delle m em bra? Se la no­
s tra carne fugge la prigione, se ab o rre tu tto ciò che le ostacola
la possibilità di a n d a re liberam ente, essa che senza dubbio sem bra
uscire fuori di sé m ediante le sensazioni lim itate dell’udito e della
vista, quanto p iù è sm aniosa di evadere da q u esta prigione corpo­
rea l ’anim a n o s tr a 15 che, libera nel suo m oto aereo, non sappiam o
dove vada e donde venga! 21. Sappiam o tu tta v ia che essa soprav­
vive al corpo e, o rm ai lasciate le b a rrie re della p ro p ria sensibilità,
senza im pacci vede con libero sguardo quelle re altà che prim a,
q u an d ’era nel corpo, non vedeva — cosa che possiam o valutare
riferendoci ai dorm ienti, il cui anim o, m en tre il corpo è come
sepolto nel sonno, si eleva verso più alti oggetti, svincolandosi dal
corpo stesso —, cioè visioni di esseri lo n tan i o a d d irittu ra celesti.
Dunque, se la m o rte ci lib era dalle tribolazioni della carne e del
m ondo, non è certam en te u n m ale, in quanto ci rende la lib ertà
e scaccia il dolore.

14 Cf. Cic., Tuse., I, 34, 83; Sen., Ad Poi., 9, 2. Cf., risp ettivam en te, par.
14, n ota 13, e I, 71, n o ta 160.
15 Cf. S e n ., Ad Poi., 9, 3: ...nunc anim us fratris mei, uelut ex diutino
carcere emissus, tandem sui iuris et arb itrii g e stit; cf. Ad Marc., 24, 5.
88 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 2 2 -2 6

22. H is ig itu r nobis adoriendus d isp u tan d i locus m o rtem m a­


lum no n esse, quia sit aeru m n aru m om nium m alo ru m perfugium ,
fida statio secu ritatis, p o rtu s quietis. N am quid in h ac u ita non
experim u r aduersi? Quas non procellas tem p estatesq u e p e rp e ti­
m u r? Quibus no n exagitam ur incom m odis? C uius p a rc itu r m e­
ritis? 23. S anctus p a tria rc h a Israh el profugus p atria , p aren tib u s,
dom um m u tau it ex ilio a, stu p ru m filiae, generi necem fle u itb, fa­
m em p e r tu litc, sep u ltu ram defunctus am isit; tra n s fe rri ossa sua,
ne uel m o rtu u s req uiesceret, o b s e c ra u itd. 24. S anctus Ioseph
odia fratru m , insidias in u id o ru m a, seru u lo ru m obsequia, m erca­
to ru m im peria, reginae p etulantiam , regis inscitiam , c a rce ris quo­
que est expertus a e ru m n a m b. 25. S anctus D auid filios am isit
duos, u n u m incestum , alteru m p a r ric id a m a. H os h abuisse pud o ris
est, doloris est perdidisse. A m isit et tertiu m , quem am ab at, par-
uulum . H unc uiu en tem adhuc fleuit, m o rtu u m n o n desiderauit.
Sic en im legim us, quod aegrotante p u ero d ep reca b atu r D auid d o ­
m inum p ro p u ero et ieiu nauit et in cilicio iacu it et ad stan tib u s
m aiorib u s n atu , u t excitarent eum de te rra , nec surgendum sibi
nec cenandum p u tau it. Vbi u ero d efu n ctu m p u eru m conperit, sur-
rexit de te rra , lau it ilico, un ctu s est, u estim en ta m u tau it, adora-
u it dom inum , cibum sum psit. C um haec m iran d a pu eris suis
u id ere n tu r, resp o n d it eis recte se in fan te u iu en te ieiunasse, plo­
rasse, q u ia iu re a rb itra b a tu r dom inum posse m isereri nec dubi­
tandum , quod u itam p o sset seru are uiuentis, qui p o sset uiuificare
defunctos. Ia m u ero o b ita m o rte quid ieiunaret, qui iam non pos­
set red u cere m o rtu u m exanim em que re u o c a re b? Ego, inquit, ibo
ad eum , ipse a u tem non reu ertetu r ad m e c. 26. O m axim um sola­
cium d esid eran tis, o u e ru m sapientis iudicium , o m iram p a tie n ­
tiam seruientis, u t nem o sibi ad u ersi aliquid accidisse indigne
fe ra t e t c o n tra m eritu m suum se q u e ra tu r adflictum ! Quis enim
tu es, qui de tu o m erito an te p ro n u n ties? C ur p raeu en ire desideras
cognitorem ? C u r eripis sen ten tiam iudicaturo? N ec sanctis istu d
p erm issu m est nec a sanctis inpune u m quam e st u su rp a tu m . D auid
se p ro p te re a flagellatum suo carm in e confitetur: E cce ipsi pecca­

l i . a Cf. Gen 28, 5.


b Cf. Gen 34, 1-30.
c Cf. Gen 42, 2.
d Cf. Gen 49,29 - 50,14.
24. a Cf. Gen 37, 4-11.18-24.
b Cf. Gen 37, 28-36; 39, 7-20.
25. a Cf. 2 Reg 13, 28-31; 18, 32-33.
» Cf. 2 Reg 12, 15-23.
c 2 Reg 12, 13.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 2 2 -2 6 89

22. Con tali considerazioni dobbiam o affrontare quell’argo­


m ento della discussione, secondo il quale la m o rte non è u n male,
perché è lo scam po da tu tte le tribolazioni e d a tu tti i m ali,
l ’approdo sicuro della tran q u illità, il p o rto della pace. In fatti, q u a­
li avversità non esperim entiam o in q u esta vita? Quali procelle
e tem p este n on sopportiam o? Da quali travagli n o n siam o to r­
m entati? Ai m e riti d i chi si h a riguardo? 23. Il san to p a tria rc a
Israele, profugo dalla su a p atria, dai suoi genitori, lasciò la sua
casa p e r l'esilio, pianse la violenza u s a ta a sua figlia, la m o rte del
genero, sop p o rtò la fam e e, u n a volta m orto, non ebbe sepoltura:
pregò ch e le sue o ssa fo ssero tr a s p o r ta te 16, p e r non rip o sare nem ­
m eno d a m o rto . 24. Il san to G iuseppe esperim ento l’odio dei fra­
telli, le insidie degli invidiosi, l ’ossequio p ro p rio dei servi, gli
ord in i dei m ercan ti, la spudoratezza della padrona, l ’in ettitu d in e
del p ad ro n e e p ersin o il to rm en to d el carcere. 25. Il san to Davide
p e rd ette due figli, u n o incestuoso 17, l ’a ltro f r a tric id a 18. Averli avu­
ti è m otivo di vergogna, averli p erd u ti, di dolore. Ne p e rd e tte un
terzo, an co ra bam bino, c h ’egli am ava. Q uando viveva ancora, lo
pianse; u n a volta m o rto , n o n lo rim p ia n s e 19. Leggiam o in fatti
che, m en tre il bim b o e ra am m alato, Davide pregava il Signore p er
lui e digiunava e giaceva avvolto nel cilicio e, q u an tu n q u e i figli
m aggiori gli stessero in to rn o p e r farlo alzare d a te rra , riten n e di
non dovere n é alzarsi né p re n d e re cibo. M a q u an d o sep p e che il
bam bino era m o rto , si levò da te rra , si lavò im m ediatam ente, si
profum ò, m utò vesti, adorò il Signore, prese cibo. Siccom e que­
sto m odo di com p o rtarsi sem brava stran o ai suoi figli, rispose che,
finché il bim b o e ra vivo, aveva fa tto bene a digiunare e a p ian­
gere, perché a b u o n d iritto pensava che il Signore avrebbe p o tu ­
to pro v arn e com passione, n é c ’era da d u b itare che potesse con­
servare la v ita di u n vivo, Lui che poteva re stitu ire la v ita ai
m orti. Ma o rm ai ch ’egli aveva in c o n tra to la m orte, a quale scopo
digiunare, dato che o rm ai non poteva risu scitare u n m o rto e ri­
chiam are in v ita un o che n e era privo? Io , disse, andrò da lui,
m a égli non ritornerà da me. 26. O co n fo rto grandissim o p e r chi
rim piange u n defunto, o giudizio veram ente degno di u n sapiente,
o stra o rd in a ria sopportazione di u n servo, non p ro te sta re se gli
è cap itata qualche sventura, e non lam en tarsi di essere stato col­
p ito ingiustam ente! Chi sei tu p e r sentenziare in anticipo sui tuoi
m eriti? P erché desideri p revenire l'in q u iren te? P erché so ttra i la
sentenza a chi deve giudicarti? N em m eno ai santi è perm esso agi­
re cosi e nem m eno i san ti h an n o fa tto qu esto senza conseguenze.
Davide confessa nel suo salm o di essere sta to flagellato p e r tale
colpa: Ecco, gli stessi peccatori e quelli che sovrabbondano o tten ­
gono le ricchezze p er sem pre. D unque senza ragione ho giudicato

16 Nella caverna che era nel campo di Efron l ’Ittita (Gen 49, 29).
17 Amnon, prim ogenito di Davide, che violentò la sorella Tamar (2 Re
13, 1-14). Fu ucciso da Assalonne.
18 Assalonne, di cui sono note le vicende e la tragica morte.
i» E il figlio avuto da Betsabea (2 Re 12, 15-23).
90 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 2 6 -2 9

tores et abundantes in saeculum ob tin u eru n t diuitias. Ergo sine


causa iustificaui cor m eum , laui inter innocentes m anus meas,
et fu i flagellatus tota die et index m eus in m a tu tin u m a. 27. P etru s
quoque quam uis plenus fide deuotionis, tam en, q uia nondum
conscius n o strae infirm itatis p raesu m p tiu e dixerat dom ino: Ani­
m a m m eam pro te p o n a m a, tem p tatio n em praesum ptionis, an te­
quam te rtio gallus c a n ta r e tb, in cu rrit, licet illa tem p tatio docu­
m en tu m fu e rit ad salutem , u t discam us non contem nere carnis
infirm itatem , ne contem nendo tem ptem ur. Si P etru s tem p tatu s
est, quis p raesu m at, quis a d s tru a t se n o n posse tem p tari? Atque
h au d dubie p ro nobis tem p tatu s est P etrus, u t in fo rtio re non
esset tem p tam en ti periculum , sed in illo discerem us, quem adm o­
dum in p ersecu tio n ib u s resistentes, etsi u ita e stu d io te m p ta re ­
m ur, tem p tatio n is tam en aculeum p atien tiae lacrim is uincerem us.
28. Idem tam en Dauid, ne quem fo rta ssis sc rip tu ra ru m tenacem mo-
u ea t facto ru m diuersitas, idem , inquam , D auid p arricid am m o r­
tu u m fleuit, qui non fleuerat innocentem . D enique cum p lo ra re t
et lugeret, dixit: Filius m eus Abessalon, filius m eus Abessalon,
quis dabit m ih i m o rtem pro te? a. Non solus ergo fletur Abessalon,
fletur p arricid a, fletur Amnon b. Non solum fletur incestus, sed etiam
u in d icatu r, alte r co n tem p tu regni, a lte r fra tris ex ilio c. F le tu r sce­
leratus, no n fletu r dilectus. Quae causa? Quae ratio? N on m edio­
cris ig itu r in p ru d e n tib u s deliberatio, sapientibus confirm atio;
m agna enim p ru d en tiae in ta n ta facto ru m d iu ersitate constantia,
u n a fides. E t illos m o rtu o s fleuit et flendum in fan tem m o rtu u m
non p u tau it; illos enim sibi perisse credebat, hu n c re su rre c tu ru m
sperabat.

29. Sed de resu rrectio n e posterius, nunc ad p ro p o sita reu


tam u r. Praem isim us enim etiam sanctos u iro s g rauia in hoc
m undo m u lta perpessos, sine suffragatione m erito ru m , cum ae­
ru m n a laborum . V nde reg ressu s ad se D auid in p o sterio rib u s di­
cit: M em ento, dom ine, quia puluis sum us; hom o, tam quam fae-
n u m dies illiu s a. E t alibi: H om o uanitati sim ilis factus est, dies
eius sicut u m bra p ra ete rie ru n tb. Quid enim nobis m iserius, qui
tam quam spoliati et n udi p ro icim u r in h an c u itam , c o rp o re fra­
gili, co rde lubrico, inbecillo anim o, anxii ad sollicitudines, desi­
diosi ad labores, p ro n i ad u oluptates?

26. a Ps 72, 12-14*.


27. a Io 13, 37.
b Cf. Io 18, 27; Mc 14, 72.
28. a 2 Reg 18,33*.
b Cf. 2 Reg 13, 31.
c Cf. 2 Reg 13, 34-38.
29. a Ps 102, 14s* .
b Ps 143, 4*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 2 6 -2 9 91

il m io cuore, ho lavato le m ie m ani tra gli innocenti e sono stato


flagellato p e r tu tto il giorno e l’accusa contro di m e fino al m a t­
tino 20. 27. Anche P ietro, benché pieno di devota lealtà, tuttavia,
siccom e non an co ra cosciente della n o stra debolezza aveva d etto
presu n tu o sam en te al Signore: Darò la m ia vita p er te, p rim a che
il gallo can tasse p e r la terza volta incappò nella tentazione dovuta
alla sua presunzione, anche se quella tentazione fu u n insegnam en­
to di salvezza, affinché im pariam o a non sottovalutare la fragilità
della carn e, p e r no n essere te n ta ti sottovalutandola. Se P ietro
fu ten tato , chi p o treb b e presum ere, chi p o treb b e afferm are di
non essere soggetto alla tentazione? E senza d u b b io P ietro fu
te n ta to a n o stro vantaggio, affinché, se in chi è veram ente fo rte
la tentazione non costituisce u n pericolo, in lui im parassim o
com e, resisten d o nelle persecuzioni, p u r essendo te n ta ti nell’a­
m ore p er la vita, potessim o vincere l'aculeo della tentazione con
le lacrim e della n o stra resistenza. 28. Anche Davide tu ttav ia
— perch é u n co m p o rtam en to cosi c o n tra d d itto rio non sconcerti
forse qualcuno attaccato alle S c rittu re —, anche Davide pianse u n
fra tric id a m o rto , m en tre non aveva p ian to u n innocente. Perciò,
m en tre gem eva e piangeva, esclam ò: Assalonne figlio m io, Assalon­
ne figlio mio, chi m i darà la m o rte p e r causa tua? iNon è p ianto
dunque il solo Assalonne, è p ian to il fra tric id a . È p ia n to Amnon.
N on solo è p ia n to l ’incestuoso, m a è anche vendicato l'u n o 21 col
disprezzo del regno, l’a l t r o 22 con l’esilio del fratello. È p ian to lo
scellerato, non è p ia n ta la c re a tu ra am ata. Qual è la causa? Quale
la ragione? P er gli uom ini p ru d e n ti non è da poco la ponderazio­
ne nel decidere, p e r i sapienti la sicurezza nel giudizio. G rande,
infatti, è la coerenza della saggezza in com portam enti cosi con­
tra d d itto ri, u n a la fede. Davide, m en tre pianse quei m orti, non
riten n e di dover pian g ere il bim bo defunto: egli pensava che quel­
li erano p erd u ti p e r lui, sp erava invece che questo sarebbe risorto.
29. Ma della risu rrezione parlerem o poi; o ra rito rn iam o
n o stro argom ento. A bbiam o prem esso, infatti, che anche gli uom i­
ni santi hanno so p p o rtato in q u esto m ondo m olti gravi patim en ­
ti, senza ch e si ten esse co n to dei loro m eriti, co n il to rm en to pro­
vocato dalle fatiche. Perciò, rito rn a to in se stesso, Davide succes­
sivam ente dice: Ricordati, Signore, che siam o polvere; l’uom o, il
suo giorno è com e fieno. E altrove: L ’uom o è stato reso sim ile ad
una vana apparenza, i suoi giorni sono passati com e u n ’ombra.
Che c ’è di p iù tris te p e r noi del fatto che, p e r cosi dire, spogliati
e nudi veniam o g e tta ti in questa vita, fragili di corpo, instabili di
cuore, deboli n ell’anim o, ansiosi di fro n te alle preoccupazioni,
pigri d i fro n te alle fatiche, inclini ai p ia c e ri23?

20 II passo non corrisponde né al testo ebraico né — esattam ente — ai


S ettan ta né alla Vulgata.
21 Assalonne.
22 Amnon.
23 Cf. Cic., De Rep., I l i, 1, 1, apud Avg., Contra Iui. Pelag., IV, 12, 60:
in libro tertio de Republica, idem Tullius hom inem d icit « non u t a m atre,
92 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 3 0 -3 3

30. N on nasci ig itu r longe optim um secundum sancti S


m onis sententiam . Ip su m enim etiam hi, qui sibi uisi su n t in
philosophia excellere, secuti sunt. N am ipse illis an terio r, n o stris
p o sterio r, ita in E cclesiaste locutus est: E t laudaui ego om nes
defunctos, qui iam m o rtu i sunt, m agis quam uiuentes, quicum ­
que u iu u n t usque adhuc. E t o p tim u s supra hos duos, qui no n d u m
natus est, qui non u id it hoc opus m alum , quod fa c tu m est sub
sole. E t uidi ego uniu ersum laborem et o m n em u irtu te m huius
operis, quia aem ulatio uiro ab altero eius. E t quidem hoc uanitas
et pra esu m p tio s p ir itu s a. 31. E t hoc quis dixit nisi ille, qui
sapientiam p o poscit e t in p etra u it, u t sciret dispositionem orbis
terrarum et u irtu te m elem entorum , anni cursus et stellarum dispo­
sitiones, no n ig n o raret naturas anim alium et iras colligeret be­
stiarum , u im u en to ru m et cogitationes h o m in u m a deprehende­
ret? Quem ig itu r non la tu e ru n t caelestia, quem adm odum late­
re n t m o rtalia? Qui cogitationem m ulieris inuestigauit infantem
uindican tis a lie n u m b, qui n a tu ra s anim alium , quas non accepe­
ra t, diuina tam en g ra tia ad sp ira n te c o g n o u it0, hic de suae condi­
cione n atu rae, q uam in se expertus est, e rra re a u t m en tiri p o tu it?
32. Sed non solus hoc sensit, etsi solus expressit. L egerat sanctum
dixisse Iob: Pereat dies illa, qua natus su m a, et cognouerat nasci
m alo ru m om nium esse p rin cip iu m et ideo diem , q u a n atu s est,
p erire o ptauit, u t to lle retu r origo incom m odorum , et o p tau it pe­
rire diem generationis suae, u t diem re su rrectio n is acciperet.
A udierat e tiam Salom on dixisse p atre m suum : N o tu m fac m ihi,
dom ine, finem m eu m et n u m e ru m dierum m eorum , quis est, u t
sciam , q uid d esit m ih ib. N ouerat enim D auid non posse hic, quod
perfectu m est, conprehendi et ideo ad ea, quae su n t fu tu ra , p ro ­
p erab at. N unc enim ex p a rte scim us et ex parte cognoscim us,
tunc au tem id, quod p erfec tu m est, p o te rit conprehendi, cum reue-
la ta facie nobis speculandae m aiestatis a e te m ita tisq u e diuinae
co ep erit relu cere non u m b ra, sed u erita s c. 33. Nem o tam en festi­
n a re t ad finem, nisi u itae istiu s fugeret incom m oditatem , e t ideo
etiam Dauid, q u are ad finem festinet, exposuit dicens: Ecce uete-
res po su isti dies m eos et habitudo m ea tam quam nihil ante te,

30. a Eccle 4, 2 4 (S e p t.).


31. a Cf. Sap 7, 7.17.19.20.
b Cf. 3 Reg 3, 16-27.
c Cf. Sap 7, 20.
32. a Iob 3, 3*.
b Ps 38, 5.
c Cf. 1 Cor 13, 9-12.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 3 0 -3 3 93

30. La cosa di g ran lunga m igliore sarebbe s ta ta non na


re, secondo il p a re re del santo Salom one. H anno seguito lui an­
che coloro che h an n o cred u to di em ergere nella filosofia24. Egli
infatti, che è an terio re ad essi, p o sterio re ai n o stri scritto ri, cosi
disse neH’E cclesiaste: E io ho proclam ato beati tu tti i defunti, che
orm ai sono m orti, p iù dei viventi, che sono ancora in vita. E d è
o ttim o al di sopra di queste due categorie chi non è ancora nato,
perché non ha visto queste opere malvagie com piute so tto il sole.
E ho ved u to che tu tta la fatica e tu tta l’abilità di queste opere
sonò invidia di u n uom o da parte di un altro. E davvero questo è
vanità e presunzione dello spirito. 31. E chi disse queste parole
se non colui che chiese la sapienza, e la ottenne, p e r conoscere
la stru ttu ra della terra e la potenza degli elem enti, il ciclo degli
anni e la posizione degli astri, p e r non ignorare la natura degli
animali, p e r com p ren d ere la ferocia delle fiere, la violenza dei
ve n ti e i pensieri degli u o m in i? A colui al quale non rim asero na­
scosti i fenom eni celesti, com e sarebbero p o tu ti rim an ere nascosti
gli avvenim enti u m ani? Colui che pen etrò il pensiero della donna
che rivendicava il bim b o di u n ’altra , che p e r ispirazione della
grazia divina conobbe la n a tu ra degli anim ali, che p u re non aveva
appreso, avrebbe p o tu to e rra re o m en tire sulla condizione della
p ro p ria n atu ra , ch e aveva esp erim en tata in se stesso? 32. M a non
solo co m prese tu tto questo, m a anche fu il solo a descriverlo.
Aveva letto che il san to Giobbe aveva afferm ato: Perisca quel
giorno in cui sono nato, e aveva com preso che il nascere era il
principio di tu tti i m ali e perciò si augurò che perisse il giorno in
cui e ra nato, p erch é fosse elim inata l ’origine delle disgrazie, e si
augurò che p erisse il giorno in cui era stato generato, p e r o tten ere
il giorno della risurrezione. Salom one aveva anche udito che suo
p ad re aveva chiesto: F am m i conoscere, Signore, quale sia la m ia
fine e il n um ero dei m iei giorni, affinché io sappia che cosa m i
manca. Davide, in fatti, sapeva ch e qui non si può co m p ren d ere ciò
che è perfetto , e perciò era im paziente di raggiungere i beni futuri.
O ra sappiam o in p arte, in parte conosciamo; m a allora si p o trà
com prendere ciò che è p erfetto , quando, rivelatosi alla n o stra con­
tem plazione l’asp e tto della m aestà ed e te rn ità divina, com incerà a
risplendere n on l ’om bra, m a la verità. 33. N essuno tu tta v ia avreb­
be fre tta d i giungere alla p ro p ria fine, se non volesse fuggire i
guai di q u esta vita, e p erciò anche Davide spiega perché era im pa­
ziente di giungere alla su a fine, dicendo: Ecco, hai resi orm ai vec­
chi i m iei giorni e la m ia esistenza è com e un nulla davanti a te,

sed u t a nouerca natura editu m in uitam , corpore nudo fragili et infirmo,


animo autem anxio ad m olestias, hum ili ad tim ores, m olli ad labores, prono
ad libidines, in quo tam en inesset tam quam obrutus quidam diuinus ignis
ingenii et m entis »; III, 1, 2 , apud L act., De opif., 3: et inerm en tam quam
e naufragio in huius uitae m iserias proici et expelli.
24 Cf. Cic., De cons., frg. 9, apud L act., Diu. inst., I l i , 19, 13: Cicero
in Consolatione: « N on nasci, inquit, longe o ptim u m nec in hos scopulos
incidere uitae; proxim u m autem , si natus sis, quam p rim u m m ori, tam quam
ex incendio effugere uiolentiam fortunae ». Cf. anche Tuse., I, 47 , 114.
94 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 3 3 -3 6

u eru m ta m en uniuersa uanitas om nis hom o u iu e n s a. Quid ig itu r


m o ram u r fugere u an itatem ? Aut quid nos delectat in hoc saeculo
uane co n tu rb ari, th en sau ru m p ecuniarum condere et ignorare, cui
congregem us h e re d i? b. P etam us am oueri a nobis p la g a s c, eripi
nos ex in sip ien ti saeculo, carere p eregrinatione d iu tu rn a d, ad illam
re d ire p a tria m et n atu ra lem dom um . In hac enim te rra aduenae
sum us atq u e p e re g rin ie; rem igrandum eo, u n d e descendim us,
am biendum et o b secrandum non p erfunctorie, sed obnixe, u t a
dolo et ab in iq u itate loquacium liberem ur*. E t ille, qui rem e­
dium no u erat, pro lo n g atu m tam en su u m ingem it incolatum et
cum p eccato rib u s et iniquis se h a b itare deplorat*. Q uid ego fa­
ciam, qui et p eccatum habeo et ignoro rem edium ? 34. H ierem ias
quoque quod g en eratus sit, et ipse d ep lo rat his uerb is dicens: H eu
m e ego, m ater, u t quid, m e p eperisti u irum causam d icentem iudi-
cii in o m n i terra? N o n p ro fu i neque p ro fu it m ih i quicquam , uir-
tus m ea d e fe c ita. Si ig itu r sancti u iri u itam fugiunt, q u o ru m uita,
etsi nobis utilis, sibi tam en inutilis aestim atu r, q u id nos facere
oportet, qui nec aliis pro d esse possum us et nobis u itam hanc quasi
fenebrem pecuniam u su ra rio quodam cum ulo grauescentem one­
ra ri in dies p eccato ru m aere sentim us? 35. C ottidie m o r io r a,
apostolus dicit, m elius q uam illi, q u i m editationem m o rtis p hilo­
sophiam esse dixerunt; illi enim stu d iu m p ra ed icaru n t, hic usum
ipsum m o rtis exercuit, et illi quidem p ro p te r se, P aulus autem
ipse p erfectu s m o rieb a tu r non p ro p te r suam , sed p ro p te r n o stram
infirm itatem . Quid au tem est m o rtis m editatio nisi quaedam cor­
poris et anim ae segregatio, quia m ors ipsa non aliud quam cor­
poris atq u e anim ae secessio definitur?

36. Sed hoc secundum com m unem opinionem , secundum


scrip tu ra s au tem trip licem esse m o rtem accipim us, unam , cum
m o rim u r peccato, deo u iu im u s a: b ea ta ig itu r m ors, q u a e culpae
refuga, dom ino ded ita a m o rtali nos separat, inm ortali n o s con­
secrat. Alia m o rs est u itae huius excessus, q u a m o rtu u s e st pa-

33. a Ps 38, 6.
» Cf. Ps 38, 7.
c Cf. Ps 38, 11.
d Cf. Ps 38, 13.
= Cf. Ps 38, 13 (Eph 2, 19).
f Cf. Ps 119, 1-3.
i Cf. Ps 119, 5.
34. a Ier 15, 10 (S e p t.).
35. a 1 Cor 15, 31.
36. a Cf. Rom 6, 10.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 3 3 -3 6 95

m a ogni uom o viven te non è che vanità. P erché dunque indugia­


m o a fuggire la vanità? O p erch é proviam o gusto in questo m on­
do a tu rb a rc i in u tilm ente, a m ettere in serbo u n teso ro di denaro
senza conoscere p e r quale erede lo am m assiam o? C hiediam o che
si allontanino da noi le pene, chiediam o di essere s o ttra tti a que­
sto m ondo sciocco, di evitare u n a lunga peregrinazione, di rito rn a ­
re a quella p a tria ch'è la n o stra n atu ra le dim ora. In q u esta te rra
siam o stran ieri e pellegrini; dobbiam o rito rn a re là donde siam o
discesi, dobbiam o darci da fa re e pregare, non superficialm ente
m a con ogni im pegno, p er essere lib erati dall'inganno e dalla m al­
vagità degli esseri loquaci. Anche colui che conosceva il rim edio
si lam enta che sia s ta ta p ro lu n g ata la sua perm anenza quaggiù e
piange p erch é deve ab itare con peccatori e malvagi. Che farò io
che ho in m e il peccato e ne ignoro il rim edio? 34. Anche Gere­
m ia, con qu este p arole si lam enta di essere stato generato: Ahim è,
m adre mia, perché m i hai partorito com e un uom o che si difende
in giudizio in tu tta la terra? 25. N on ho giovato né ha giovato a m e
cosa alcuna, la m ia virtù è venuta m eno. Se dunque vogliono fug­
gire la v ita gli uom ini santi, la cui vita, anche se u tile a noi, giu­
dicano in u tile p e r sé, che cosa dobbiam o fare noi che non pos­
siam o giovare agli altri e ci rendiam o conto che q u esta n o stra esi­
stenza, com e u n a som m a p restataci, aum entando, p er cosi dire,
p er il cum ulo degli interessi, si appesantisce di giorno in giorno
p er la passiv ità dei n o stri peccati? 35. Ogni giorno m uoio, dice
l’Apostolo, e lo dice m eglio di coloro che afferm arono che la filo­
sofia è p rep arazione alla m o r te 26. Q uesti raccom andarono la m e­
ditazione sulla m o rte, egli ne esercitò la p ra tic a stessa, gli uni nel
loro interesse, Paolo invece, essendo personalm ente p erfetto , m o­
riva non p e r la sua, m a p e r la n o s tra debolezza. M a ch e cos'è la
m editazione della m o rte se non u n a p p a rta rsi deH 'anim a dal cor­
p o 27, p erch é la m o rte stessa è definita non altrim en ti che u n a
separazione dell'anim a dal corpo?
36. M a qu esto secondo l'opinione com une; secondo le S c
ture, invece, ap p ren d iam o che la m o rte è di tre specie, u n a quan­
do m oriam o al peccato e viviam o p e r Dio: felice è d u n q u e que­
sta m o rte che, rifuggendo dalla colpa, tu tta rivolta a Dio, ci sepa­
ra da ciò che è m o rtale e ci co n sacra a ciò che è im m ortale. La
seconda m o rte è la p arten za da q u esta vita, p e r cui m o riro n o il

25 S etta n ta: άνδρα δ ικ α ζίμ εν ο ν κ α ί δια κρινόμενον π ά σ η τ ή γ η .


26 Cf. Cic., Tusc., I, 30, 74: Tota enim philosophorum uita m editatio m or­
tis est·, P lat., Phaed., 67E: ol όρθ-ώς φ ιλοσοφ οϋ ντες άποθ-νήσκειν μ ελ ετώ σ ιν;
H ie r o n ., Ερ., 60, 14: P latonis sententia est om nem sapienti uitam m editatio­
nem esse m ortis. Laudant hoc philosophi e t in caelum ferunt, sed m ulto
fortius A postolus: « Cotidie, inquit, m orior p er uestram gloriam ». La lettera
di san G irolam o è del 396 (« L e s B elles L ettres », III, p. 223). Cf. anche De
bono m ortis, 8, 32: patientiusque deficit qui praesu m pta m orte deficit, quam
qui inopinata·, in oltre G reg . N a z ., Oratio V II, 18 (PG 35, 778A): μ ά λ λ ο ν δέ
το ν ο λ ον βίον μ ε λ έ τ η ν λύ σ εω ς ένσ τη σ ά μ ενο ΐ.
27 Cf. Cic., T u s c ., I, 31, 75: Secernere autem a corpore anim um, nec quid­
quam aliud, est m ori discere; P l a t ., Phaed., 67D: Ούκοϋν τούτο γ ε θ ά ν α τ ο ς
Ο νομάζεται, λ ύ σ ις κ α ί χω ρισμός ψ υ χή ς ά πό σώ μα τος;
96 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 3 6 -4 0

tria rc h a A braham , p a tria rc h a Dauid, et sepulti su n t cum p atrib u s


suis, cum anim a nexu corporis lib eratu r. T ertia m ors est, d e qua
dictum est: D im itte m o rtu o s sepelire m ortuos s u o s h. E a m o rte
non solum caro, sed etiam anim a m o ritu r: Anim a enim , quae
peccat, ipsa m o r ie tu r c. M o ritu r enim dom ino, non n a tu ra e infir­
m itate, sed culpae. Sed haec m ors non p erfu n ctio huius est uitae,
sed lapsus erro ris. 37. V na ergo est m ors spiritalis, alia n atu ralis,
te rtia poenalis. Sed < n o n > , quae n atu ralis, eadem poenalis; non
enim p ro poena dom inus, sed p ro rem edio dedit m ortem . Deni­
que Adae p eccanti p ra escrip tu m est aliud p ro poena, aliud p ro
rem edio, p ro poena, cum dicitur: Q uoniam audisti uocem m ulieris
tuae et m anducasti de ligno, de quo praeceperam tibi, ab hoc solo
ne m anducares, m aledicta terra in operibus tuis, m anducabis
fr u c tu m eius o m nibus diebus uitae tuae. Spinas et tribulos ger­
m inabit tibi et edes p a b u lum agri, cum sudore uultus tui m andu­
cabis panem tuum , donec reuertaris in terram , ex qua ad su m p tu s
e s a. 38. H abes p o en aru m ferias, q uia ad u ersu m spinas saeculi
huius e t sollicitudines m u ndi u o lu p tatesq u e diuitiarum , quae tier-
bu m ex c lu d u n ta, po en am includunt, m ors p ro rem edio d a ta est
quasi finis m alorum . N on enim dixit: « Q uoniam au d isti uocem
m ulieris, re u erteris in te rra m ». H aec enim esset poenalis sententia,
quem adm odum est illa: M aledicta terra, spinas et tribulos ger­
m in a b it t i b i h. Sed dixit: M anducabis p anem tu u m in sudore, do­
nec reuertaris in terram. Vides m o rtem m agis m etam n o straru m
esse poenarum , q ua cu rsu s u itae huius inciditur.

39. E rgo m ors non solum m alum non est, sed etiam bonum
est. D enique p ro bono q u ae ritu r, sicut scrip tu m est: Q uaerent ho­
m ines m o rtem et non in uenient e a m a. Q uaerent enim illi, qui
d ictu ri su n t m o n tibus: cadite super nos, et collibus: operite n o s b.
Q uaeret etiam « anim a illa, quae peccat » c, q u ae ret diues ille posi­
tu s in inferno, qui u u lt digito Lazari re frig erari linguam s u a m d.
40. V idem us itaque, q u o d et m ors haec lucrum est et u ita poena
est. Vnde et Paulus ait: M ihi enim uiuere C hristus et m ori lu­
crum a. Quid est C hristus nisi m ors corporis, sp iritu s u itae? E t
ideo co m m o riam u r cum eo, u t uiuam us cum eo b. S it quidam cot-

b Mt 8, 22.
c Ez 18, 4*.
37. a Gen 3, 17-19*.
38. a Cf. Lc 8, 11-14.
b Gen 3, 17-18.
39. a Apoc 9, 6.
b Lc 23, 30.
c Cf. Ez 18, 4.
d Cf. Lc 16, 24.
40. a Phil 1, 21*.
b Cf. 2 Tim 2, 11.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 3 6 4 0 97

p a tria rc a Àbram o, il p a tria rc a Davide, e fu ro n o sepolti con i loro


pad ri, quando cioè l ’an im a si lib era dai vincoli del corpo. La te r­
za m o rte è quella di cu i fu detto: Lascia che i m o rti seppelliscano
i loro m orti. P er tale m o rte m uore non solo il corpo, m a anche
l'anim a: In fa tti l’anim a che pecca, sen z’altro morrà. M uore al
S ignore no n p e r la debolezza della n atu ra , m a p e r quella della
colpa. M a tale m o rte no n è il com pim ento di q u esta vita, bensì
la cad u ta p ro v o cata dal peccato. 37. L 'una dunque è u n a m orte
nell’am b ito dello sp irito , -l’a ltra è secondo n atu ra , la te rz a è puni­
tiva. M a la m o rte n atu ra le non è nello stesso tem po punitiva: il
Signore non ci h a d ato la m o rte com e pena, m a com e rim edio.
T an t’è v ero che a d A dam o peccatore u n a cosa fu im p o sta com e
pena, u n ’a ltra com e rim edio; com e p en a q u an d o si dice: Poiché
hai dato retta alla voce della tua donna e hai m angiato dell’albe­
ro, riguardo al quale ti avevo ordinato di non m angiarne, unico fra
tu tti, m a ledetto sia il suolo p er causa tua, ti nutrirai dei suoi pro­
d o tti tu tti i giorni della tua vita. E sso ti germ oglierà spine e cardi
e tu m angerai la pa stu ra del campo, col sudore della tua fro n te
m angerai il tuo pane, finché ritornerai alla terra dalla quale sei
stato tratto. 38. H ai u n a treg u a alle tu e pene, p erch é contro le
spine di q u esto m ondo e le preoccupazioni di quaggiù e i piaceri
delle ricchezze, ch e escludono la P arola e racchiudono in sé la
punizione, la m o rte è s ta ta d a ta com e rim edio, quasi fine dei
m ali. N on h a detto, in fatti: « Poiché hai ascoltato la voce della
donna, rito rn e ra i alla te rra ». Questa, sarebbe u n a sentenza pu n i­
tiva, co m 'è quella: Sia m aledetto il suolo, esso ti germ oglierà spine
e cardi; m a h a detto: M angerai il tuo pane col sudore, finché ri­
tornerai alla terra. Tu vedi che la m o rte è p iu tto sto il term ine
delle n o stre pene, che tro n ca il corso di q u esta vita.
39. D unque non solo la m o rte non è u n m ale, m a è anzi un
bene. Q uindi è rice rca ta com e u n bene, com e sta scritto: Gli uo­
m in i cercheranno la m o rte e non la troveranno. L a cerch eran n o
quelli che diran n o ai m onti: « C adete sopra di noi », e ai colli:
« C opriteci ». La cerch erà anche « l'anim a ch e pecca », la cercherà
quel ricco collocato n ell’inferno, che vuole che la sua lingua sia
rin fresca ta dal dito di Lazzaro. 40. V edranno d unque ch e q u esta
m o rte è u n guadagno e la v ita u n a sofferenza. Perciò anche Paolo
dice: Per m e in fa tti il vivere è Cristo e il m orire un guadagno.
Che è C risto se no n la m o rte del corpo, il soffio della vita? Perciò
m oriam o co n Lui p e r vivere con Lui. E sista in noi ogni giorno come
98 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 4 0 -4 3

tidian u s in nobis u su s ad fectusque m oriendi, u t p e r illam , quam


dixim us, segregationem a corporeis cu p id itatib u s anim a n o stra
se discat ex trah ere et tam quam in sublim i locata, quo terren ae
adire libidines et eam sibi glu tin are non possint, su scip iat m o rtis
im aginem , ne poenam m o rtis in cu rrat. R epugnat enim lex carnis
legi m entis et eam legi erro ris addicit, sicut apostolus reuelauit
dicens: V ideo enim legem c a m is m eae repugnantem legi m entis
m eae et ca ptiuantem m e in lege p e c c a tic. Om nes inpugnam ur,
om nes sentim us, sed n on om nes liberam ur. E t ideo infelix ego
h o m o d, nisi rem edium quaeram . 41. Sed quod rem edium ? Quis
m e liberabit de corpore m ortis? Gratia dei p er Ie su m C hristum
d o m in u m n o s tr u m a. H abem us m edicum , seq u am u r rem edium . Re­
m edium n o stru m C hristi g ra tia est, et co rp u s m o rtis corpus est
nostru m . E rgo p ereg rin em u r a corpore, ne p ereg rin em u r a C hri­
s t o 1’. E tsi in co rp o re sum us, tam en, quae su n t corporis, non se­
q u a m u r0 nec deseram us iu ra n atu rae, sed dona gratiae p raeo p te­
m us. D issolui enim et cu m C hristo esse m u lto m elius, perm anere
autem in carne magis necessarium p ro p ter u o s d. 42. Sed non
om nibus necessarium , dom ine Iesu, non m ihi, qu i nulli utilis
sum ; n am m ihi lu cru m est m o r ia, ne p lu ra peccem , lu cru m m ihi
est m ori, qui ipso libro, quo alios consolor, q u asi uehem entiore
m onito re ad d esiderium am issi fra tris inpellor, quoniam m e eius
non sinit obliuisci. N unc m agis am o et uehem entius desidero.
Desidero, cum loquor, desidero, cum relego, et ideo hoc potius
scriben d u m a rb itro r, ne quando ab eius recordatione diuellar.
Quod non c o n tra scrip tu ra s facio, sed cum scrip tu ris sentio, u t
p atien tiu s doleam , in p atientius desiderem .

43. P rae stitisti m ihi, fra te r, ne m o rtem tim erem , a tq u e uti-


n am m o ria tu r anim a m ea in anim a tua! Hoc enim sibi B alaam
p ro m axim o bono o p tat donatus sp iritu p ro p h etan d i: M oriatur
anim a m ea in anim is iu sto ru m et fiat sem en m eu m sicu t sem en
is to r u m a. E t u ere hoc secundum p ro p h e tia m o ptat; qui enim
u id e ra t o rtu m C hristi, u id it eiu s triu m p h alem m ortem , u id it in
eo p eren n em hom inum re su rre c tio n e m 13 et ideo m o ri non tim et
re su rrec tu ru s. N on m o ria tu r ergo anim a m ea in peccato neque
peccatu m in se recipiat, sed m o ria tu r in anim a iusti, u t eius reci­
p ia t aeq uitatem . D enique qu i m o ritu r in C hristo, fit eius gratiae
p articep s in lauacro.
c Rom 7, 23.
d Rom 7, 24.
41. a Rom 7, 24-25.
b Cf. 2 Cor 5, 6-8.
c Cf. 2 Cor 10,3.
<J Phil 1, 23-24*.
42. a Cf. Phil 1, 21.
43. a Num 23, 10 (S e p t.).
b Cf. Num 24, 17-19 (Sept.).
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 4043 99

una dim estichezza e u n a propensione verso la m orte, affinché p er


mezzo di qu ell’a p p a rtarsi, di cui abbiam o p arlato , dalle passioni
corporee la n o s tra an im a im p ari a tra ise n e fu o ri e, com e collo­
ca ta in u n luogo elevato dove non possono giungere le voglie te r­
rene e invischiarla a sé, assum a l ’ap parenza della m orte, p e r non
incapp are nella p en a della m orte. La legge della carne, infatti, si
oppone alla legge della m ente e la asservisce alla legge dell’e rro ­
re, com e h a rivelato l ’Apostolo dicendo: V edo in fa tti la legge della
m ia carne opporsi alla legge della m ia m en te e renderm i schiavo
della legge del peccato. T u tti siam o assaliti, tu tti sentiam o, m a
non tu tti siam o liberati. Perciò m e infelice, se non troverò il rim e­
dio. 41. M a qLiale rim edio? Chi m i libererà da questo corpo di
m orte? La grazia di Dio p er m ezzo di Gesù C risto nostro Signore.
A bbiam o il m edico, usiam o il rim edio. Il n o stro rim edio è la
grazia d i C risto e il corpo di m o rte è il n o stro corpo. Andiamo
dunque esuli dal co rp o p e r non an d are esuli da Cristo. P ur
essendo nel corpo, n on n e seguiam o le passioni e non trascuriam o
i d iritti di n atu ra , m a anteponiam o i doni della grazia. È m olto
m eglio essere sciolto dal corpo, m a rim anere in esso è più ne­
cessario p e r voi. 42. Ma non a tu tti è necessario, non a m e che
non sono u tile a nessuno. P er m e è u n guadagno m o rire p e r non
com m ettere p iù o ltre peccati, è u n guadagno p e r m e m orire,
p erché p ro p rio dal lib ro , col quale conforto gli altri, com e d a
u n consigliere tro p p o im petuoso sono indotto a rim piangere m io
fratello, p erch é non p e rm e tte che io m i dim entichi di lui. O ra lo
am o di p iù e lo am o con p iù ard en te desiderio. Lo bram o quan­
do parlo, lo b ra m o quan d o leggo; perciò ritengo di dover scrivere
p iu tto sto cosi p e r non essere u n giorno sep arato dal ricordo di
lui. E non faccio questo contro le S crittu re, m a con le S crittu re
n u tro q u esti sentim enti, cosi da piangere con m aggiore rassegna­
zione, da rim p ian g ere con più im paziente desiderio.
43. H ai fa tto si, fratello, che non tem essi la m orte, e m ag
la m ia anim a m orisse nella tu a anim a! Q uesta so rte desidera p er
sé quale p iù grande bene B alaam , dotato di sp irito profetico:
Muoia la m ia anim a nell'anim a dei g iu s ti28 e diventi il m io sem e
com e il loro sem e. E davvero desidera q u esta so rte in v irtù della
sua dote p ro fetica: chi aveva visto la nascita di C risto, vide la
sua m o rte trionfale, vide in Lui la perenne risurrezione degli
uom ini, e p erciò no n tem e di m o rire in a tte sa di risorgere. Non
m uoia d u nque la m ia anim a in peccato né accolga in sé peccato,
m a m uoia n ell’an im a del giusto p e r ricevere la sua stessa sorte.
Q uindi chi m u o re in C risto, diventa p artecip e della sua grazia nel
battesim o.

2* La Vulgata ha M oriatur anim a m ea m orte iustorum , reso dalla tradu­


zione della CEI con: « Possa io morire della morte dei giusti ». La citazio­
ne di Ambrogio riproduce il testo dei Settanta.
100 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 4 4 -4 8

44. N on ergo form idabilis m ors nec am ara egentibus


grau io r d iuitibus nec in iu sta senioribus nec ignaua fo rtib u s nec
p e rp e tu a fidelibus nec in p ro u isa sapientibus. Q uam m u lti enim
u itam solo m o rtis titu lo consecrarunt! Q uantos u iu ere p u d u it,
m ori p rofuit! M orte unius pleru m q u e accipim us m axim os populos
liberatos, m o rte im p erato ris fugatos exercitus hostium , quos uiuus
uincere nequiuisset. 45. M orte m arty ru m religio defensa, cum u­
la ta fides, ecclesia ro b o ra ta est. V icerunt m o rtu i, u icti persecu­
to res sunt. Ita q u e q u o ru m u itam nescim us, h o ru m m o rtem cele­
bram us. V nde et D auid p rophetice g lo riatu r in suae m entis exces­
su: Pretiosa, in quit, in conspectu dom ini m ors sanctorum e iu s a.
M ortem m alu it p ra e fe rre quam u itam . Ip sa m ors m a rty ru m p ra e ­
m ium u itae est. M orte etiam inim icorum odia so lu u n tu r. 46. Quid
p lu ra? Vnius m o rte m undus red em p tu s est. P otuit enim C hristus
non m ori, si noluisset, sed neque refugiendam m o rtem qu asi
ignauam p u ta u it neque m elius nos quam m oriendo seruasset.
Ita q u e m o rs eius u ita est om nium . M orte eius signam ur, m ortem
eius o ra n te s ad n u n tiam u s, m o rtem eius offerentes praedicam us.
M ors eius u icto ria est, m ors eius sacram en tu m est, m ors eius
an n u a sollem nitas m u n d i est. Q uid p ra e te re a de eius m o rte dica­
m us, cu m diuino pro b em us exemplo, q uia in m o rtalita te m m ors
sola q u aesiu it atq u e ip sa se m ors redem it? N on ig itu r m ae­
re n d a m ors, quae causa salutis est publicae, non fugienda m ors,
q uam dei filius no n dedignatus est, non refugit. N on resoluendus
ordo n atu rae; quod enim com m une est om nibus, exceptum in
singulis esse n o n p o test.

47. E t m o rs quidem in n a tu ra non fuit, sed conuersa in


n a tu ra m est; non enim a p rincipio deus m o rtem in stitu it, sed p ro
rem edio dedit. E t considerem us, ne u id e a tu r esse contrarium .
N am si b o n u m est m ors, cu r scrip tu m est, quia deus m o rtem non
fecit, sed m alitia h o m inum m ors in tro iu it in orbem te r r a r u m a?
Re u e ra enim m ors diuino operi necessaria n o n fuit, cum in p a ra ­
diso positis b o n o ru m om nium iugis successus adflueret, sed prae-
u aricatio n e d am n ata in lab o re d iu tu rn o gem ituque intolerando
u ita ho m inum coepit esse m iserabilis. D ebuit d a ri finis m alorum ,
u t m ors re stitu eret, quod u ita am iserat. In m o rtalitas enim oneri
p otius q uam u su i est, nisi ad sp ire t gratia. 48. E t si b en e discu-

45. a Ps 115, 15.


47. a Sap 1, 13; 2, 24.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 4 4 4 8 101

44. La m o rte dunque non è tem ibile, non è am a ra p e r i


veri né tro p p o dolorosa p e r i ricchi n é ingiusta p e r gli anziani né
vile p e r i coraggiosi né e tern a p e r i c red en ti né in attesa p e r i
saggi. Q u an ti resero san ta la loro v ita esclusivam ente con la loro
m orte! P er q u a n ti la v ita fu vergogna, la m o rte vantaggio! Sap­
piam o che spesso i p iù grandi popoli furono lib era ti p e r la m o rte
di uno solo, p e r la m o rte del generale furono volti in fuga eser­
citi nem ici che egli no n aveva p o tu to vincere da v iv o 29. 45. Dal­
la m o rte dei m a rtiri fu difesa la religione, a u m en ta ta la fede,
rinvigorita la Chiesa. V insero i m orti, i p ersecu to ri furono vinti.
Cosi celebriam o la m o rte di coloro di cui ignoriam o la vita. Perciò
anche Davide, p e r ispirazione divina, si gloria nel tra s p o rto del
suo anim o: Preziosa, dice, al cospetto del Signore la m orte dei
suoi santi. Volle d are la preferenza alla m o rte anziché alla vita.
La stessa m o rte dei m a rtiri è prem io della loro vita. In seguito
alla m o rte dei nem ici si dissolve l ’odio. 46. P erché dilungarsi?
Il m ondo fu re d en to dalla m o rte di Uno solo. C risto sarebbe
p o tu to non m o rire, se no n avesse voluto, m a riten n e di non evita­
re la m orte, che poteva a p p a rire ignobile, né, del resto, avrebbe
p o tu to salvarci p iù efficacem ente che m orendo. Cosi la su a m orte
è vita p er tu tti. Dalla sua m o rte siam o contrassegnati, la sua m or­
te annunciam o nelle n o stre preghiere, la sua m o rte esaltiam o nelle
n o stre offerte. La sua m o rte è v ittoria, la sua m o rte è sacram en­
to, la su a m o rte è annuale solennità p e r il m ondo. Che dire inol­
tre della su a m o rte, q u an do possiam o d im o strare con l'esem pio
divino che solo la m o rte o tten n e l ’im m o rtalità e la m o rte da sola
si risca ttò ? N on dev’essere dunque p ia n ta la m orte, perché è
causa di salvezza p e r tu tti, non dev'essere evitata, poiché non la
sdegnò, no n la evitò il Figlio di Dio. N on dev’essere d istru tto l ’o r­
dine di n atu ra : ciò che è com une a tu tti, non può subire eccezio­
ne nei singoli.
47. È b en vero che la m o rte non esisteva nella n atu ra ,
fu re sa re altà di n atu ra ; in fatti, Dio da principio non stabili la
m orte, m a la diede quale rim edio. R iflettiam o, p erch é non sem bri
che sia il co n trario . Se la m o rte è u n bene, p erch é sta scritto
che Dio non ha creato la m orte, m a p e r la m alvagità degli uom i­
ni la m o rte entrò nel m o n d o ? In re a ltà la m o rte non sarebbe sta ta
necessaria all’o p era divina, poiché coloro che erano stati collo­
cati nel p arad iso te rre s tre abbondavano del continuo succedersi
d ’ogni bene; m a, u n a vo lta con d an n ato il peccato, la v ita degli
uom ini com inciò ad essere m iserevole nell’in in te rro tta fatica e
nel p ian to insopportabile. Doveva essere stab ilita u n a fine dei
m ali, p erché la m o rte re stitu isse ciò che la vita aveva perduto.
L’im m o rtalità è u n peso, p iu tto sto che u n v an tag g io 30, senza l’in­
tervento della grazia. 48. E se tu esam inassi bene, vedresti che

25 Cf. Cic., Tusc., I, 48, 116. Si citano gli esem pi delle figlie di Erètteo,
di Codro, di Menèceo, di Ifigenia.
30 Cf. S all., /w g., 14, 4: cogor priu s oneri quam usui esse.
102 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 4 8 -5 0

tias, no n n a tu ra e m o rs is ta est, sed m alitiae; m an et enim n atu ra ,


m alitia m o ritu r. R esurgit, q u o d fuit, a tq u e u tin a m u t iam peccan­
d i liberum , ita u acu u m cu lpae prioris! S ed hoc ip su m indicio est
m o rtem no n esse n atu rae, q uia idem erim us, qu i fuim us. Ita q u e
au t p eccato ru m n o stro ru m supplicia pendem us a u t bene gesto­
ru m g ratiam consequem ur. R esurgit enim n a tu ra eadem iam
stipendiis m o rtis h o n o ratio r. D enique m o rtu i qu i in C hristo sunt,
resurgunt p rim i, deinde et nos, qu i uiuim us, inquit, sim u l cum
illis rapiem ur in nubibus obuiam C hristo in aera et ita sem per
cu m dom in o erim us a. Illi prim i, uiuentes au tem secundi, illi cum
Iesu, u iu en tes p e r Iesum , illis dulcior u ita p o st requiem , uiuen-
tibus etsi g rata conpendia, tam en ignota rem edia.

49. N ihil est igitur, quod in m o rte tim eam us, nihil, qu
debeam us dolere, si au t n atu ra e re p eten ti u ita, quae accepta est,
rep en d atu r, a u t p eten ti inpenda tu r officio, in quo religionis cultus
a u t u irtu tis u su s est. N eque enim quisquam sibi, u t sic m an eret,
optauit. Io h an n i p ro m issu m aestim atu m est, sed non est cred i­
tum . V erba tenem us, sen tentiam deriuam us: ipso in libro negat
sibi, quod no n m o reretu r, esse p ro m iss u m a, n e quem u an a spes
exem plo incesseret. Quod si id uelle spes insolens, q u a n to inso­
lentius, quod non p ra e te r m odum acciderit, u ltra m odum dolere?

50. Gentiles p leru m q u e se consolantur u iri uel de com m u


ta te aeru m n ae uel de iu re n a tu ra e uel de in m o rta lita te anim ae.
Q uibus u tin am serm o co n sta re t ac non m iseram anim am in u aria
p o rte n to ru m lu d ib ria form asque tran sfu n d eren t! Q uid ig itu r fa­
cere nos o p o rtet, q u o ru m stipendium re su rrec tio est? C uius gra­
tiam quoniam negare p lerique non possunt, fidem ab n u u n t. E t

48. a 1 Thess 4, 16-17.


49. * Cf. Io 21, 22 s.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 4 8 -5 0 103

q u esta non è la m o rte della n atu ra , m a quella della m alvagità: la


n a tu ra rim ane, m u o re la m alvagità. R isorge ciò che esisteva prim a,
e m agari risorgesse libero dalle colpe com m esse com ’è o rm ai inca­
pace di peccare! Ma questo stesso fa tto è u n a prova che la m o r­
te non rig u ard a la n atu ra , perché sarem o quei m edesim i che era­
vamo. P ertan to o subirem o la p en a dei n o stri p eccati o consegui­
rem o la ricom pensa del b ene com piuto. Risorge, infatti, la m ede­
sim a n atu ra , o rm ai p iù degna di- onore p erch é h a p agato il suo
trib u to alla m orte. Perciò ì m o rti, che sono in Cristo, risorgono
per prim i, poi anche noi che v iv ia m o 31, dice l ’Apostolo, insiem e
con essi sarem o rapiti tra le nu b i incontro a C risto nell’aria e
cosi sarem o sem p re col Signore. Quelli p e r prim i, p e r secondi i vi­
venti, quelli con Gesù, i viventi p e r mezzo di Gesù; quelli avran­
no u n a v ita p iù dolce dopo il riposo, i viventi godranno bensì
di grad iti benefici, m a dovranno so tto sta re a rim edi sco n o sc iu ti32.
49. N on c'è nulla, dunque, che dobbiam o tem ere nella m or­
te, nulla di cui dobbiam o dolerci, se alla n atu ra , ch e la reclam a,
viene resa la v ita ricevuta a suo tem po oppure se viene concessa
a chi la chiede m ed ian te l’adem pim ento del p ro p rio d o v e re 33, che
com prende il cu lto della religione e la p ra tic a della virtù. Nes­
suno in fa tti si augurò di rim an ere cosi. Si riten n e che ciò fosse
stato prom esso a Giovanni, m a la cosa non m eritò fede. Abbiam o
le parole, n e ricaviam o l'interpretazione. Nello stesso libro egli
afferm a che non gli fu p rom esso che non sarebbe m orto, perché
qualcuno no n concepisse, fondandosi su questo precedente, u n a
speranza in fo n d ata. Che se d esid erare u n a cosa sim ile è u n a spe­
ranza p resu n tu o sa, q u a n t’è più p re su n tu o so dolersi o ltre m isu ra
che non sia accaduta, su perando la m is u ra 34?
50. I gentili p e r lo p iù si consolano richiam andosi o alla
com unanza delle tribolazioni o al d iritto d i n a tu ra o all’im m or­
talità deH’a n im a 35. M agari i loro discorsi si reggessero e non
facessero trasm ig ra re la sv en tu ra ta anim a in varie form e inde­
corose, fru tto di fa n ta s ia 36. Che cosa dovrem m o fa re noi, la cui
ricom pensa è la risu rrezio n e? E poiché i più non possono negarne
l'attra ttiv a, rifiutano di credervi. P erciò diam one la dim ostrazio-

31 L'Apostolo parla della fine del m ondo, che potrebbe coglierlo ancora
in vita insiem e agli altri fedeli.
32 Non è facile dire quali siano gli ignota rem edia di cui parla qui Ambro­
gio. Dovrebbe trattarsi delle prove degli ultim i giorni.
33 Petenti... officio (dat.): viene qui personificato il dovere (officium),
che chiede, in nom e dei m eriti acquisiti, la vita eterna.
3* Ho cercato di rendere il gioco di parole p ra eter m odum ... ultra modum .
35 Cf. Μ ε ν . R h e t ., Περί επιδεικτικών (Περί παραμυθητικού), 282-283 (III, ρ.
414, 2-27 S pengel ): Καί φιλοσοφησαι δέ έπί τούτοις ούκ άπειρόκαλον κ αθό­
λου περί φύσεως άνθρω πίνης, οτι τό θειον κατέκρινε τω ν Ανθρωπίνων τόν
θ ά να τον, καί 8τι πέρας έστίν απασιν άνθρώ ποις τοΰ βίου è θ ά να τος, καί
8τι ήρωες καί θεών παΐδες ού διέφυγον... (2-6).
3« Cf. P lat., Phaed., 82Β: "Ο τι τ ο ύ το ις είκάς έ σ τ ιν εις τοιοΰτον π ά λ ιν
ά φ ικ ν εϊσ θ α ι π ο λ ιτ ικ ό ν κ α ί ήμερον γ έ ν ο ς , ή που μ ε λ ιτ τ ώ ν ή σφ ηκώ ν ή
μυρμήκω ν, ή κ α ί εις τ α ύ τ ό ν γ ε π ά λ ιν τό ά νθ ρ ώ π ινο ν γ έ ν ο ς κ α ί γ ίγ ν ε θ σ α ι
έ ξ α ύ τώ ν ά νδ ρ α ς μέτριους.
104 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 5 0 -5 4

ideo eam n on un o argum ento aliquo, sed p lu rib u s m odis, u t pos­


sum us, ad stru am u s.
51. E t quidem om nia a u t u su a u t ra tio n e a u t exem plo
eo, q u ia d eco ru m sit esse ea, ideo esse cred u n tu r. E t a d fidem
singula suffragantur: u sus, q uia m ouem ur, ratio, quia, quod m ouet,
u irtu tis alteriu s co n u en it aestim ari, exem plum , q u ia generauit
ager fruges e t ideo g en e ratu ru m esse praesum im us, decorum ,
quia, e t u b i fru c tu m n o n pu tam u s, decere tam en credim us, u t
u irtu tis o p era m inim e deseram us. 52. Singula ig itu r singulis ad-
stru u n tu r, trib u s tam en euidentius colligitur re su rrec tio n is fides,
q uibus om nia co n p reh en d u n tu r: ratione, u n iu ersitatis exem plo,
testim onio re i gestae, q u ia p lu rim i re su rrex e ru n t. R atio euidens,
quia, cum om nis u itae n o strae u su s in corporis anim aeque con­
sortio sit, re su rrec tio au tem a u t boni ac tu s p ra em iu m h ab e at a u t
poenam inprobi, necesse sit corpus resurgere, cuius actus expen­
d itu r. Q uom odo enim in iudicium u o ca b itu r an im a sine corpore,
cum d e suo et corporis contubernio ra tio p ra e sta n d a sit?

53. R esurrectio om nibus a d trib u ta est, sed ideo difficile cre­


d itu r, quia su p ra n o stru m m eritu m dei m unus est. P rim a ig itu r
re su rrec tio n is fides u sus est m undi re ru m q u e statu s om nium ,
generationum series, successionum uices, obitus o rtu sq u e signo­
rum , d iei et noctis occasus eorum que co ttid ie tam q u am red iu iu a
successio. T em peram enti quoque genitalis h u iu s a liter ra tio sub-
esse non posset, nisi um o ris ipsius, quo om nia te rre n a gen eran tu r,
q u an tu m d iu rn i solis aestu s excoqueret, ta n tu m ro re n o ctu rn o
dispositio d iu in a re p ara ret. N am quid de fru c tib u s loquar? Non­
ne tibi u id e n tu r occidere, cum decidunt, resurgere, c u m u irescu n t?
Q uod satu m est, resu rg it, resu rg it, quod m o rtu u m est, e t in ea­
dem genera, in easdem species re fo rm atu r. Hos te rra p rim u m
red d id it fru ctu s, in his p rim u m n a tu ra n o strae speciem re su r­
rectionis im itata est. 54. Q uid du b itas de c o rp o re corpus re s u r­
gere? G ranum seritu r, g ranum resu rg it, p o m um decidit, pom um
resurgit. Sed flore g ran u m in d u itu r folliculoque u e stitu r, et hoc
m ortale o p o rtet induere in m o rta lita tem et hoc corruptibile indue-
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 50-54 105

ne non con u n unico argom ento, m a p e r vie diverse, secondo la


n o stra possibilità.
51. In v erità tu tte le cose sono cred u te o sul fondam e
dell'esperienza o d ella ragione o di u n esem pio o p erché è con­
veniente che esistano. E i singoli argom enti contribuiscono alla
credibilità: l ’esperienza, p erch é ci m oviam o, la ragione, perché
la capacità di pro v o care il m oto dev’essere rite n u ta p ro p ria di
u n ’a ltra potenza, l ’esem pio, p erch é il cam po p ro d u ce le m essi e
perciò presu m iam o che le p ro d u rrà in avvenire, la convenienza,
perché, anche dove n o n pensiam o che vi sia u n risu ltato , tu ttav ia
crediam o conveniente no n ab b an d o n are affatto le opere della
virtù. 52. I singoli argom enti, dunque, ricevono conferm a l'uno
d all’altro ; tu tta v ia d a tre di essi si ricava co n m aggiore evidenza
la fede nella risurrezione, p erché li com prendono tu tti: la ragione,
l'esem pio universale, la testim onianza d ei fa tti, p erché m oltissim i
sono riso rti. L 'argom ento di ragione è m anifesto, perché, essendo
ogni im piego della n o stra v ita fo n d ato sull'unione del corpo e del­
l'an im a e, d 'a ltra p arte , im p o rtan d o la risu rrezio n e o il prem io
delle buone o p ere o il castigo delle cattive, il corpo deve necessa­
riam en te risorgere, visto ch e le su e azioni ricevono la ricom pensa
che si m eritan o . Come p o trà essere 'giudicata l'an im a senza il corpo
dal m o m en to che deve re n d ere conto della sua convivenza col
c o rp o 37?
53. La risu rrezio n e sp e tta a tu tti, m a p e r q u esto ad essa
crede con difficoltà, p erch é è u n dono di Dio su p erio re ai n o stri
m eriti. Il p rim o m otivo d i fede nella risurrezione co n siste nel­
l'esperienza del m ondo e n ella condizione di tu tte le cose, nella
serie delle generazioni, nelle vicende degli avvenim enti che si
succedono, nel declinare e nel sorgere degli astri, nel tram o n to
del giorno e della n o tte e nel loro quotidiano rivivere successivo.
In caso co n tra rio no n p o treb b e su b en tra re anche la regola di
questo eq u ilib rio fecondatore, se cioè l'o rd in e voluto d a Dio non
risarcisse con la ru g iad a n o ttu rn a la stessa um idità, dalla quale
sono g enerati tu tti gli esseri di q u esta terra, in m isu ra p a ri a
quella che il calo re del sole fa evaporare d u ra n te il giorno. Che
dirò dei p ro d o tti del suolo? N on ti sem brano tram o n tare, quan­
do avvizziscono, risorgere, q uando germ ogliano? Ciò ch e è stato
sem inato, risorge, riso rg e ciò che è m o rto e rip re n d e form a nella
stessa specie e nel m edesim o aspetto. La te rra h a p ro d o tto prim ie­
ram en te q u esti fru tti, in essi la n a tu ra p rim ieram en te h a rip ro d o t­
to l'im m agine della n o stra risu rre z io n e 38. 54. P erché d u b iti che
u n corp o riso rg a da u n corpo? V iene sem inato il grano, il grano
risorge; cad e u n fru tto , u n fru tto risorge. M a il grano si co p re di
fiori, si riveste d i bucce, e bisogna che questo n ostro corpo m or­
tale si rivesta d i im m o rta lità e che questo nostro corpo corrut­
tibile si rivesta d i incorruttibilità. Fiore della risu rrezio n e è l'im-

3? Cf. A th e n a g ., De resurr., 18-23 (PG VI, 1008 s s . ) .


38 Cf. C le m . Rom., E p„ I, 24 (p. 93 F u n k ) .
106 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 5 4 -5 6

re in c o rru p tio n e m a. Flos resu rrectio n is in m o rtalitas est, flos re­


surrectio n is in co rru p tio est. Quid ub eriu s quiete p erp etu a, quid
locupletius secu ritate d iu tu rn a? H ic est m ultiplex fru ctu s, cuius
p ro u e n tu p u llu lat fecundior hom inum n a tu ra p o st m ortem .
55. Sed m iraris, quem adm odum p u tre fa c ta solidentur, disper­
sa coeant, ab su m p ta re p a re n tu r. — Non m iraris, quem adm o­
dum sem ina u ap o re et co npressu te rra e soluta uiridescant? N am
u tiq u e etiam ipsa terren o coalitu p u tre fa c ta soluuntur, et cum
o b caecata et m o rtu a soli genitalis sucus an im au erit quodam ca­
lore uitali, sp iritu m quendam h erb ae u irid an tis exhalant. Deinde
p au latim ten eram spicae adulescentis ae ta tem culm o erig it et
uaginis qu ib u sd am n a tu ra tam q u am sedula m a te r includit, ne
p ubescen tem glacies a d u ra t asp era atq u e a nim io solis defendat
ardore. F rugem quoque ipsam adhuc quasi p rim is erum pentem
cunabulis, m ox ad ultam , ne pluuia decutiat, ne a u ra dispergat,
n e auium m in o ru m m orsus in terim at, uallo a rista ru m saepi­
re consueuit. 56. Quid ig itu r m iraris, si hom ines, quos acceperat,
te rra re stitu at, cum sem inim i corpora, quaecum que susceperit,
uiuificet, erigat, uestiat, m u n iat atq u e defendat? Desine ergo dubi­
tare, quod depositum generis hum ani te rra e fides re d d at, quae
com m en d ata sibi sem ina u su ra rio qu o d am fenore m u ltip licata
re stitu at. N am q uid de generibus arb o ru m loquar, quae « posito
re su rg u n t de sem ine » fru ctu sq u e resolutos red iu iu a fecu n d itate
re su sc ita n t et form ae u eteri atque im agini suae re d d u n t, m ultas-
que aetates quaedam arb o ru m co rp o ra re p a ra ta tra n s m ittu n t, u t
ipsa « d u ran d o u in can t saecula »? P u trescere uidem us acinum ,
u item resu rg ere; surculus in seritu r, a rb o r ren ascitu r. An de repa-

54. ■> 1 Cor 15, 53*.


PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 5 4 -5 6 107

m o rtalità, fiore della risu rrezione è l'in co rru ttib ilità. Che c ’è di
più fe rtile di u n a p ace perenne, che di p iù ricco d 'u n a sicurezza
senza fine? Q uesto è il fru tto m olteplice della cui abbondanza ger­
m oglia p iù fertile la n a tu ra degli uom ini dopo la m orte.
55. M a ti chiedi con m eraviglia com e ciò che si è disso
in putrefazione si consolidi, ciò che è an d ato disperso si riuni­
sca, ciò che è sta to d istru tto si ricostituisca. Non ti chiedi com e
i sem i dissolti dal calo re e d alla pressione del te rre n o germ oglino
verdeggianti? In fatti, indubbiam ente, an ch ’essi si dissolvono p u ­
tre fa tti nella s tre tta del te rre n o e, quando invisibili e m o rti il
succo g en erato re del suolo li h a anim ati, p e r cosi d ire, còl suo
calore vitale, em anano com e il re sp iro d el germ oglio verdeggian­
te. Poi, a poco a poco, la n a tu ra innalza su l gam bo la ten era età
della giovane spiga e, com e u n a m ad re p rem u ro sa, la racchiude
en tro certe m em b ran e m en tre si sviluppa, p erché il crudo ghiaccio
non la b ru ci e sia p ro te tta dall'eccessivo ard o re del sole. In o ltre
essa suole circo n d are con la cinta delle re ste anche la m esse, q u an ­
do ancora, p e r cosi d ire, balza fuori- dalla culla della sua infan­
zia, raggiungendo poco dopo il pieno sviluppo, p erch é la pioggia
non l ’ab b atta, il vento non la sparpagli, il m orso degli uccelli
non la d is tru g g a 39. 56. P erché ti m eravigli se la te rr a restituisce
gli uom ini che aveva ricevuto, dal m om ento ch e vivifica, fa c re ­
scere, riveste, protegge e difende qualu n q u e sem e inanim ato
abbia accolito in sé? Cessa, dunque, d i d u b itare ch e 'l'onestà della
te rra re stitu isca il dep o sito del genere um ano, essa ch e rende,
p e r cosi d ire co n u n in teresse u s u ra io 40, i sem i che le sono stati
affidati. In fatti, che devo dire delle specie degli alberi, che cre­
scono dal sem e p o sto in t e r r a 41 e con u n a rinnovata fecondità
ridanno v ita ai fr u tti decom posti e li restituiscono alla loro an ti­
ca fo rm a ed im m agine? Alcune s tru ttu re arb o ree rinnovandosi
vivono p e r m olte generazioni 42, e cosi con la loro resistenza vin­
cono i se c o li43. V ediam o an d are in putrefazione il chicco dell'uva,
m a riso rg ere la vite; si in n esta il m agliuolo, rivive l'albero. Forse
esiste u n a provvidenza divina p e r rid a re la v ita agli alberi e non
c'è invece n essu n a c u ra p e r gli uom ini? E Colui che non per-

M Cf. Crc., Cato M., 15, 51: quae cum grem io m ollito ac su bacto sparsum
sem en excepit, prim u m id occaecatum cohibet..., dein tepefactum uapore,
com pressu suo diffundit et elicit herbescentem ex eo uiriditatem , quae nixa
fibris stirpiu m sensim adolescit, culm o erecta genicolato uaginis iam quasi
pubescens includitur: ex quibus cum em ersit, fu n dit frugem spici ordine
structam , e t contra auium m inorum m orsus m unitur uallo aristarum . Cf.
anche 15, 53: nim ios solis defen dit ardores (d e tto d ell’u va p r o te tta dai p am ­
p in i) ed Exam., I l i , 8, 34.
40 Cf. Cic., Cato M., 15, 51: ...terra quae nunquam recusat im perium nec
unquam sine usura red d it quod accepit, sed alias minore, plerum que maiore
cum fenore.
41 Cf. V e r g ., Georg., II, 14: pars autem p o sito surgunt de semine.
42 In ten d o m u ltas aetates o g g e tto d i tra n sm ittu n t, n e l se n so di « supe­
rare », « vivere ». II p a sso è anacolutico, perch é il so g g etto n o n è più il
relativo quae, ch e vien e so stitu ito da arborum corpora.
43 Cf. V e r g ., Georg., II, 295: durando saecula uincit.
108 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 5 6 -5 9

ran d is arb o rib u s d iuina est p rouidentia, de hom inibus nulla cura?
E t qui ea, q uae ad u sus hom inum dedit, p e rire non passus est,
hom inem p e rire p atietu r, quem ad im aginem sui fecit*?
57. Sed in credibile tib i u id etu r, u t m o rtu i reuiuescant? I
piens, tu ipse quod s e m in a s a, non p riu s m o ritu r, u t uiuificetur?
S ere quem libet fru ctu m arentem : re su sc ita tu r. « Sed h ab et su­
cum! ». E t n o stru m corpus h ab e t sanguinem suum , h a b e t um o­
rem suum . H ic n o stri sucus est corporis. V nde illud quoque
explosum arb itro r, quod aren tem surculum quidam reuiuescere
negant idque ad p raeiu d icium carn is d eriu a re n itu n tu r. N on enim
caro arida, cu m caro om nis e lim o sit, lim us in um ore, u m o r e
terris. D enique m u lta gignentia quam uis iugi seren itate « hum i
arido haren o so q u e » n ascu n tu r, quoniam ip sa sibi te rra u m o rem
sufficit. N um ig itu r in h om inibus te rra degenerat, quae om nia
regenerare consueuit? Vnde claret non esse dubitandum , quod
secundum n a tu ra m m agis quam c o n tra n a tu ra m est; ex n a tu ra
est enim resu rg ere nascen tia om nia, co n tra n a tu ra m est in terire.

58. S eq u itu r illud, quod gentiles pleru m q u e p e rtu rb a t, q


m odo fieri possit, u t quos m are ab so rb u erit, ferae d ilacerau erin t,
bestiae deu o rau erin t, te rra re stitu a t. — Q uod ita dem um inue-
n ia tu r necesse est, u t no n de fide resurrectionis, sed de p a rte
d u b itetu r. E sto enim , u t lacerato ru m co rp o ra non resu rg an t, re­
su rg u n t ceteri, nec re su rrec tio d estru itu r, si condicio excipitur.
M iror tam en, cu r uel de his d u b itan d u m p u ten t, quasi non om nia,
quae ex terris sunt, in te rra m re d ean t et in te rra m re s o lu a n tu ra.
M are quoque ipsum , quaecum que co rp o ra h u m an a dem erserit,
uicinis expuit u n d a p leru m q u e litoribus. Quod ni ita esset, diffi­
cile, credo, deo fo ret d isp ersa conectere, dissip ata sociare, cui
m undu s o b tem p erat, m u ta o b seq u u n tu r elem enta, seru it n atu ra ,
quasi no n m aioris m iraculi sit lim um anim are qu am iungere!

59. Auis in regione Arabiae, cui nom en est Phoenix, rediu


suae carnis u m o re rep arab ilis, cum m o rtu a fu erit, reuiuescit: solos
non credim us hom ines resu scitari? Atqui hoc relatione cre b ra et
sc rip tu ra ru m a u c to rita te cognouim us, m em o ratam auem quin-

56. a Cf. Gen 1, 26-27.


57. a 1 Cor 15, 36.
58. a Cf. E ccle 3, 20.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 5 6 -5 9 109

m ise p erissero le creatu re che aveva m esso a disposizione del­


l'uom o, lascerà p e rire l ’uom o che aveva creato a sua im m agine?
57. M a ti sem b ra incredibile che i m o rti rito rn in o in vita?
S tolto, quel che sem in i tu stesso non m u o re p rim a p e r essere re ­
stitu ito alla vita? S em ina qualsiasi fru tto in aridito: rivive. « Ma
h a il succo ». Anche il n o stro corpo h a il p ro p rio sangue, la p ro ­
p ria linfa. Q uesto è il succo del n o stro corpo. Perciò ritengo in­
fo n d ata anche l ’argom entazione secondo la quale alcuni afferm ano
che il m agliuolo disseccato non rivive e quindi si sforzano di
tra rn e u n a conclusione a danno della n o s tra carne. La carne non
è arida, poiché ogni c a rn e h a origine dal fango, il fango si trova
nell'um id ità e l ’u m id ità proviene dalla te rra . Perciò m olti vegetali,
p e r q u an to si prolunghi il sereno, nascono in u n suolo um ido e
sab b io so 44, poiché la stessa te rra si som m inistra u m id ità suf­
ficien te45. Forse negli uom ini la te rr a è degenere, essa che tu tto
suole rig en erare? Donde risu lta chiaro com e non si debba dubi­
ta re che sia secondo n a tu ra p iu tto sto che co n tro n atu ra : è con­
form e a n a tu ra che tu tto ciò che nasce risorga, co n tro n a tu ra che
perisca.
58. C’è poi u n ’obiezione che spesso sconcerta i gentili, com e
cioè po ssa accadere che la te rra re stitu isca coloro che sono stati
inghio ttiti dal m are, sb ra n ati dalle fiere, divorati dalle b e lv e 46. Ma
q u esta obiezione h a inevitabilm ente l’unica efficacia di fa r dubi­
ta re non della fede nella risurrezione, m a di u n a p a rte di essa.
A m m ettiam o p ure, in fatti, che i corpi di quelli che sono sta ti sb ra­
n ati non risorgano, m a risorgono tu tti gli altri, né la risurrezione
è scred ita ta se u n a p artic o la re condizione ne è esclusa. Mi chiedo,
tuttavia, p erch é ritengano di n u trire un sim ile dubbio, quasi che
tu tte le cose, che provengono dalla te rra , non rito rn in o nella
te rra e nella te rra si dissolvano. Anche il m are sospinge p er lo
più con le sue onde sui lidi vicini qualunque corpo um ano abbia
som m erso. Se cosi non fosse, sarebbe difficile a Dio, credo, riu n ire
ciò che è disperso, raccogliere insiem e ciò ch e è sparpagliato, a
Dio, cu i obbedisce il m ondo, rendono ossequio i m u ti elem enti,
serve la n atu ra , com e se non fosse m otivo di m aggiore am m irazio­
n e info n d ere la v ita nel fango che m etterlo in sie m e 47!
59. Nel paese d ’A rabia u n uccello chiam ato fenice, che può
rin a sc e re 48 p e r l ’u m o re rinnovantesi della sua carne, u n a volta
m o rto rivive: e crediam o che solo gli uom ini n o n risuscitino?
O rbene da freq u en ti notizie e d all'au to rità delle S c rittu re 49 ab-

44 Cf. S a l l . , I u g ., 48, 3: q u a e h u m i a r i d o a t q u e h a r e n o s o g ig n u n tu r .
45 Cf. V e r g ., G e o r g ., I I , 423-424: i p s a s a t i s te l l u s , c u m d e n t e r e c l u d i t u r
u n c o , / s u f f i c i t u m o r e m e t g r a u id a s , c u m u o m e r e , f r u g e s .
46 Cf. A th e n a g ., D e r e s u r r . , 4-8 (PG VI, 981 ss.).
47 Cf. A th e n a g ., D e r e s u r r . , 3 (PG VI, 980B ss.). Il senso
deH’esclamazione
è evidentemente ironico. Il passo potrebbe però essere anche interpretato
come un’interrogazione retorica.
48 Cf. A v s ., I d y l l . , 32, 6: P h o e n ix , r e p a r a b i l i s a le s .
49 Cf. T e r t ., D e r e s u r r . c a r n i s , 13: D e u s e t i a m s c r i p t u r i s s u i s : « E t f lo ­
r e b i t » e n im , i n q u i t , « u e l u t p h o e n i x » ( P s 91, 1 3). È da notare, però, che
110 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 5 9 -6 0

gentoru m an n o ru m sp atia u itali usui h ab ere p ra e sc rip ta eam que,


cum sibi finem u itae adesse praesaga quadam n a tu ra e suae aesti­
m ation e cognouerit, thecam sibi de tu re et m y rra e t ceteris odo­
rib us ad o rn are conpletoque opere p a rite r ac tem p o re in tra re illo
a tq u e em ori. Ex cuius u m o re o riri uerm em p au latim q u e eu m in
auis eiusdem figuram concrescere u sum que fo rm ari, subnixam
quoque rem igio p en n a ru m ren o u atae u itae officia m u n ere p ietatis
ordiri; n am thecam illam , uel tu m u lu m corporis uel incunabu-
lum resu rg en tis, in qua deficiens occidit et occidens resu rrex it,
ex A ethiopia in Lycaoniam uehit. A tque ita resu rrectio n e auis
huius locorum incolae co npletum q uingentorum an n o ru m tem ­
pus intellegunt. E rgo isti aui quingentesim us re su rrectio n is an­
nus est, nobis m illesim us a, illi in hoc saeculo, nobis in consum ­
m ation e m undi. P lerique etiam o p in an tu r, quod auis haec rogum
sibi ipsa succendat et ru rsu s de fauillis suis et cineribus reuiuescat.

60. Sed fo rtasse n a tu ra d iscretio r fidei quoque discretion


u id e a tu r ad ferre: in originem p rincipium que hom inis p rocreandi
m ens n o stra redeat. V iri estis, fem inae estis; quae h u m an a sunt,
non ignoratis et, si qui ignoratis ex nihilo p u tan tes esse, q u o d
nascim ur, q uam ex p aru o q u an ti exsurgim us! E tsi non exprim i­
m us, intellegitis tam en, q u id uelim us uel p o tiu s qu id nolim us dice­
re. V nde hoc c a p u t et u u ltu s iste m irabilis, cuius artificem non
uidem us, opus uidem us, in u a ria officia u su sq u e fo rm a tu r? Vnde
fo rm a erectior, statu s excelsior, faciendi uis, sentiendi uiuacitas,
gradiendi facu ltas? Ig n o ta certe nobis su n t n a tu ra e organa, sed
n o ta m inisteria. E t tu sem en fuisti et tu u m co rp u s sem en est
re su rrec tu ri. Audi P aulum et disce, quia sem en est: S em in a tu r
in corruptione, surgit in incorruptione, sem in a tu r in ignobilitate,
surgit in gloria, sem in a tu r in infirm itate, surgit in uirtute, sem i­
natur corpus animale, surgit corpus spiritale a. E t tu ergo semi-

59. » Cf. Apoc 20, 5-6.


60. a 1 Cor 15, 42-44*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 5 9 -6 0 111

biam o ap p reso ch e l ’uccello rico rd ato so p ra h a fissato p e r la sua


esistenza lo spazio di cinquecento anni e che, quando si rende
conto, p e r u n a presag a valutazione p ro p ria della sua n atu ra , che
la fine d ella su a v ita è vicina, si p re p a ra u n involucro d'incenso, di
m irra e di a ltre essenze odorose e, u n a volta finiti l'o p era e insie­
m e il tem po stabilito, vi e n tra e m uore. Dal suo um o re nasce u n
verm e e, a poco a poco, si sviluppa assum endo l ’asp etto e le
ca ratteristich e del m edesim o u c c e llo 50. Questo, sostenuto anche
dell rem eggio delle ali, d à inizio alle funzioni della nuova vita con
u n a tto di pietà; in fatti, tra sp o rta quell'involucro o tum ulo del
suo co rp o o cu lla di lui risorgente, in cui spegnendosi m ori e
m orendo risorse, d all’E tiopia alla L icao n ia51. In tal m odo, in
seguito alla risu rrezio n e di questo uccello, gli a b itan ti dei luoghi
com prendono che si è com piuto il periodo di cinquecento anni.
D unque p er q u esto uccello l’anno d ella risurrezione è il cinque-
centesim o, p e r noi il m illesim o 52, p e r quello in questo m ondo, p er
noi alla fine del m ondo. M olti anche credono che questo uccello
si accenda da sé il rogo e quindi risusciti dalle sue ceneri ancor
c a ld e 53.
60. M a fo rse la n a tu ra m eglio indagata ap p o rtereb b e m
festam en te u n a p iù e sa tta conoscenza54 della fede. O ra la n o stra
m ente rito rn i all’origine p rim a della procreazione dell’uom o. Siete
uom ini, siete donne; no n ignorate gli avvenim enti che riguardano
il genere um ano, e se qualcuno di voi li ignora ritenendo di veni­
re dal nulla, p e r il fa tto di nascere d a quale m o d esta origine a
quale grandezza assurgiam o! Anche se non esprim iam o ch iara­
m ente il n o stro pensiero, com prendete tu tta v ia che co sa vogliamo
o p iu tto sto che cosa no n vogliam o dire. Donde è foggiata p e r i
vari com piti e usi q u esta n o stra te sta e questo m irab ile volto, di
cui non vediam o l’artefice, p u r vedendone l’o p e r a 55? Donde proven­
gono la fo rm a b ene eretta, il p o rtam e n to di grande nobiltà, la
vigoria n ell’agire, l ’a lac rità del sentire, la possibilità di cam m i­
n are? C ertam ente ci sono ignoti gli organi datici da n atu ra , m a
non a ltre tta n to le funzioni. Come tu sei stato sem e, cosi il tuo
corpo è sem e di chi risorgerà. Ascolta Paolo e im para: S i sem ina
nella corruzione, risorge n ell’incorruttibilità, si sem ina nell'oscu­
rità, risorge nella gloria, si sem ina nella debolezza, risorge nella
forza, si sem ina un corpo m ateriale, risorge un corpo spirituale.

phoenix (gr. φοΐνιξ) significa anche « palma », valore che il term ine assume
appunto nel salm o citato: lu stu s u t palm a florebit ( Vulg.). Il Faller (ed. cit.,
p. 281) fa anche l’ipotesi che Ambrogio abbia considerato l ’epistola di Cle­
mente Romano, sotto citata, equivalente alle Scritture,
so a . Clem. Rom., Ep., I, 25; Exam., V, 23, 79.
51 Regione dell’Asia Minore.
« Il Faller (ed. cit., p. 282) cita Ap 20, 5-6.
53 C f. L a c t ., De phoen., 86-92; C la v d ., Carm. min., 27.
m Qui discretio conserva il significato derivante dal verbo discernere nel
senso dell'italiano « distinguere », « discernere ».
55 La frase opus uidem us è aggiunta anacoluticamente alla relativa che
precede. Si potrebbe tradurre anche cosi: « m a l ’opera, si, che la vediam o ».
112 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 6 0 -6 3

n a ris u t cetera: q uid m iraris, si resurgis u t cetera? S ed illa c re ­


dis, q u ia uides, ista no n credis, quia n o n uides? B eati, qui non
uid eru n t et c re d id e ru n tb. 61. T am en an teq u am tem pus ueniat,
nec illa cred u n tu r; no n enim om ne tem p u s adcom m odum a d re ­
su scitan d a sem ina. Alio tritic u m sem inatur, alio n ascitu r; alio
uitis in seritu r, alio gem m antia sarm e n ta p ubescunt, lu x u riat p am ­
pinus, u u a fo rm atu r; alio p la n ta tu r olea, alio u elu t aluo grauis et
o n u sta p ro le b ac aru m fru ctu s sui u b e rta te curuescit. Ante u ero
quam suum cu iq u e tem p u s adueniat, fe tu ra re stric tio r e s t nec
generationis ae ta tem h ab e t in p o te sta te generandi ipsa, q u ae ge­
n erat: nu n c in form em situ, nu n c fe tu nudam , nu n c u iren te m flo­
ribus, nu n c aren tem ip sam om nium ce rn as p aren tem . Quae u tiq u e
u ellet om nibus se u e stire tem poribus nec u m q u am a u rea segetum
a u t u irid a n tia p ra to ru m in d u m en ta deponere, ip sa sui egens et
pro u e n tu u m suorum , q uae in alios tran sfu d erit, in d o ta ta conpen-
diis.

62. E rgo e t n o stram re su rrectio n em etsi non cred is fide, non


credis exem plo, u su es cred itu ru s. E t aliis quidem fru ctib u s, u t
uiti, oleae pom isque diuersis, anni aetas extrem a habilis m atu ­
randis: nobis quoque m u n d i consum m atio tam q u am ex trem us
anni finis adcom m odam resurgendi p ra e sc rib it aetatem . E t bene
in consum m atione m u n d i re su rre c tio m o rtu o ru m est, n e p o st
re su rrectio n em in hoc m alum nobis esse t saeculum recidendum .
Ideo enim C h ristu s e s t passus, u t nos ex hoc m alo saeculo libe­
ra re t, n e ite ru m nos hu ius saeculi tem p tam en ta su b ru e re n t et
obesset renasci, si ren ascerem u r ad culpam .
63. E t ratio n em ig itu r resu rrectio n is e t tem p u s tenem us, ra ­
tionem , q u ia in om nibus sibi fetibus aeque n a tu ra re sp o n d et nec
in sola h om inum successione degenerat, tem pus, quia om nia in
anni fine gen eran tu r. M undi tem p o ra annus u n u s est. E t qu id
m iru m est, si annus u n u s est, q uando dies u n a est? V na enim
die dom inus o p erario s conduxit ad u in eam dicens: Quid hic sta tis
tota die o tio si? a.

b Io 20, 29.
63. a Mt 20, 6.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 6 0 -6 3 1 13

Anche tu, dunque, sei sem inato com e tu tti gli altri esseri: p er­
ché ti m eravigli se risorgi com e loro? M a cred i questo degli uni,
perché vedi, non lo credi degli altri, p erché non vedi? B eati coloro
che non hanno visto ed hanno creduto. 61. T uttavia, p rim a che
venga la stagione, nem m eno d i quelli si crede; in fa tti, non ogni
stagione è a d a tta a risu scitare i sem i. In u n a si sem ina il grano,
in u n ’a ltra esso nasce; in u n a stagione si in n esta la vite, in u n ’a ltra
si sviluppano i tra lc i carichi di g e m m e 56, il pam pino è lussureg­
giante, si fo rm a il grappolo; in u n a stagione si colloca nel te rre ­
no l'olivo, in u n ’altra , com e ap p e san tita nel v e n tre 57 e carica del­
la p ro le delle bacche, la p ia n ta si curva p e r la stra o rd in a ria ab­
bondanza del p ro d o tto . Ma, p rim a ch e venga la stagione p e r ciascun
albero, la produzione è alquanto rid o tta né la p ia n ta stessa che
produce h a in suo p o tere di stab ilire il tem po d ella produzione.
Tu p o tresti vedere la stessa m ad re di tu tte le cose o ra deform e
p e r lo squallore, o ra p riv a di fru tti, o ra rigogliosa di fiori, o ra
riarsa. E ssa certam en te vorrebbe riv estirsi in tu tte le stagioni e
non d ep o rre mai· l’au reo am m anto delle m essi o quello verdeggian­
te dei p ra ti, di sé bisognosa essa stessa e dei suoi p ro d o tti, che
h a ceduto ad altri, rim an endo p riv a di ogni scorta.
62. Dunque, anche se non credi alla n o stra risurrezione p e r
fede, se no n vi cred i p e r gli esem pi, dovrai credervi p e r l ’espe­
rienza. Anche p e r f a r m a tu ra re gli a ltri p ro d o tti, com e, p e r esem ­
pio, quelli della vite, dell'olivo e di vari alberi, è ad a tto l ’ultim o
period o dell’anno; cosi, anche p e r noi, la fine del m ondo, quasi
estrem o term in e dell'anno, fissa l’età a d a tta p e r risorgere. E d è
o p p ortu n o che la risu rrezio n e dei m o rti avvenga alla fine del
m ondo, affinché dopo la risurrezione noi non dobbiam o ricadere
in questo m ondo m alvagio. C risto, infatti, p a ti p e r lib erarci da
q u esto m ondo m alvagio, p erch é non ci dessero lo sgam betto le
tentazioni di quaggiù e no n fosse u n danno rinascere, se rinasces­
sim o alla colpa.
63. C om prendiam o dunque la ragione e il tem po della risu r­
rezione; la ragione, p erch é in tu tti i suoi p ro d o tti la n a tu ra è
del p a ri co eren te con se stessa e non può essere degenere nella
sola successione um ana, il tem po, p erch é ogni fru tto viene p ro ­
d o tto alla fine dell’anno. Le stagioni del m ondo costituiscono u n
unico anno. E che c ’è di stran o se l’anno è unico, q u an d o il giorno
è unico? P er u n sol giorno il Signore assunse gli operai p e r la
sua vigna, dicendo: Perché ve ne state qui tu tto il giorno senza far
nulla? M.

56 Cf. Cic., Cato M., 15, 53: ex sistit tanquam ad articulos sarm entorum
ea quae gem m a dicitur.
57 L'immagine in latino è più esatta, perché olea è fem m inile. Ho cer­
cato di riprodurla, introducendo com e soggetto il fem m inile « pianta ».
58 Tutta l ’argomentazione appare forzata.
114 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 6 4 -6 7

64. Causae originum sem ina sunt. Sem en esse corpus hu


n um gentium d o c to r a d s e ru ita. E st ergo su b stan tia resurgendi,
qu ando est series sem inandi. Quodsi su b stan tia a u t causa non
esset, ard u u m qu isq u am p u ta re t deo, unde u ellet uel quem adm o­
dum uellet, hom ines regenerare, qui m undum ex nulla m ateria,
nulla su b stan tia esse iussit, et factus est? Caelum aspice, te rra m
intuere! V nde stellaru m ignes, unde orbis solis et radius, globus
lunae? Vnde m o n tiu m uertices, d u ra saxorum , nem orosa siluarum ?
Vnde uel diffusus a e r uel infusae uel superfusae aquae? Sed si
haec o m n ia deus fecit ex nihilo — ipse enim dixit et facta sunt,
ipse m andauit et creata s u n t b — , cu r m irem u r renasci posse,
quod fu erit, cu m uideam us n a tu m esse, q u o d non fuit?

65. Illu d m irum , quod, cum re su rrectio n em non creda


tam en ne genus p ereat hum anum , clem enti quadam benignitate
p ro sp iciu n t et ideo tra n sire ac dem igrare in co rp o ra dicunt ani­
m as, ne m un d u s in tere at. Sed quid sit difficilius, ipsi ad seran t,
tra n sire anim as an redire, sua re p etere an noua quaerere. 66. Sed
illi du b iten t, qui non d idicerunt, nos uero, qui legim us legem ,
p ro p h etas, apostolos, euangelium , d u b itare fas non est. Quis enim
du b itet, cu m legit: E t in tem pore illo saluabitur om nis pleb s tua,
quae scripta est in libro, et m u lti d o rm ien tiu m in terrae fo ssu in
adapertionem exurgent, hi in u ita m aeternam et hi in obprobrium
et con fu sio n em perpetuam . E t intellegentes sp len d eb u n t u t splen­
dor firm a m en ti et ex iu stis m u lti sicut stellae in sa ecu la a? Bene
itaque d o rm ientium dixit quietem , u t intellegas m o rtem non esse
p erpetu am , quae som ni uice in itu r ad tem pus e t ad tem pus exclu­
d itu r, m eliorem que pro fectum u itae eius o stendit, quae fu tu ra
p o st m o rtem est, quam eius, quae ante m o rtem m aero re ac dolo­
re tran sig itu r. S iquidem illa stellis co n p aratu r, haec aerum nae
addicitu r. 67. Nam q uid illa contexam , quae alio loco scrip ta
su n t: Suscitabis m e et confitebor tibi*? Quid etiam illud, quod
Iob sanctus u itae istius ex pertus iniurias et ad u ersa om nia patien-

64. a Cf. 1 Cor 15, 42-44.


*> Ps 32, 9 (148, 5)*.
66. a Dan 12, 1-3 (Sept.).
67. a Ps 117, 16.28 (?)*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 6 4 -6 7 115

64. I sem i sono la causa delle nascite. Il D ottore delle genti


afferm ò che il co rp o um an o è seme. È dunque m a teria di ris u rre ­
zione, d al m om ento ch e è mezzo p e r tra sm e tte re la sem inagione.
E se no n fosse m ateria o causa, si dovrebbe cred ere forse diffì­
cile p e r Dio fa r nascere gli uom ini donde volesse e com e volesse,
visto ch e h a o rd in ato ch e il m ondo esistesse senza bisogno di qual­
siasi m a te ria o sostanza, ed esso fu fatto ? G uarda il cielo, contem ­
p la la terra. Donde i fuochi degli astri, donde il disco del sole,
il raggio, il globo della luna? Donde le cim e dei m onti, la durezza
delle rupi, il folto dei boschi? Donde o l’aria diffusa o le acque
riv ersate sulla te rra e so p ra d i e s s a 59? Ma se Dio h a fa tto tu tto
questo dal nulla — Egli in fa tti p arlò e fu ro n o fatti, ordinò e fu ro ­
no c re a ti —, p erch é m eravigliarci che possa risorgere ciò che è
esistito, q u an d o vediam o ch ’è nato ciò che non esisteva?
65. È stra n o che, sebbene non credano alla risurrezione, tu t­
tavia, p erch é il genere um ano non perisca, se ne danno pensiero
con u n a certa indulgente benevolenza, e perciò afferm ano ch e le
anim e p assan o e trasm ig ran o nei corpi p erch é il m ondo non
fin isca60. M a dim o strin o essi che cosa sia p iù difficile, che le ani­
m e passino o p p u re che rito rn in o , che rip ren d an o i loro corpi
o ppure che ne cerchino di nuovi. 66. M a dubitino quelli che non
sono istru iti; a noi invece, che abbiam o letto la Legge, i p ro ­
feti, gli apostoli, il Vangelo, non è lecito dubitare. Chi p o treb b e
d u b itare q u an d o legge: E in quel tem po sarà salvato tu tto il tuo
popolo, che sta scritto nel libro, e m o lti che dorm ono in fosse
nella terra, risorgeranno alla luce, gli uni p er la vita eterna, gli
altri p er l'obbrobrio e la vergogna perpetua. E quelli che com ­
prendono, risplenderanno com e lo splendore del firm am ento e,
dei giusti, m o lti com e stelle p er s e m p r e 61? E sattam en te p a rlò del
riposo dei dorm ienti, affinché tu co m p ren d a che la m o rte n o n è
eterna, p erch é essa ci p ren d e tem poraneam ente, com e u n sonno,
e a tem po debito viene allo n tan ata e m o stra che è m igliore il
profitto della v ita che v errà dopo la m o rte d i quella v ita che, p ri­
m a della m o rte, si tra s c o rre nell’afflizione e n el dolore. Quella,
infatti, è p arag o n ata alle stelle, q u esta è aggiudicata quale schiava
alla sventura. 67. P erché dovrei citare le p arole ch e stanno sc rit­
te in u n a ltro passo: T u m i risusciterai e io ti renderò grazie?
P erché dovrei c ita re anche il p asso nel quale il santo G iobbe, che
aveva sp erim en tato le sofferenze di q u esta vita, superando tu tte
le avversità con la rassegnazione della sua virtù, si rip ro m ettev a
dalla risu rrezio n e la ricom pensa p e r i m ali del m om ento, dicendo:

59 Cf. Exam., II, 3, 9-11; III, 3, 12-16.


ω Cf. Plat., Phaed., 72C-D; 81E - 82B. Il Faller (ed. cit., p. 285) suppone
che questo accenno sia fo rte contra Porphyrium ; cf. Avg., De ciu. Dei, XXII,
27. Porfirio (234-iniz. IV sec.), scolaro e probabile successore d i Plotino,
fu un accanito avversario dei cristiani, contro i quali scrisse un'opera in
quindici libri, ora perduta.
él Le ultim e parole non corrispondono al testo dei S ettan ta, che ha
invece: καί οί κατισχύοντες τους λόγους μου ώσεί τ ά όίστρα τοϋ ούρανοΰ
είς τόν αιώ να τοϋ αίώνος.
116 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 6 7 -7 0

tia u irtu tis exsuperans conpensationem sibi m alorum p raesen tiu m


de re su rrec tio n e p ro m isit dicens: Suscitabis corpus m eu m hoc,
quod m u lta m ala passu m e s t b? E saias quoque resu rrectio n em
populis ad n u n tian s dom inici se n u n tiu m dixit esse responsi; sic
enim habes: Os enim do m ini lo cu tu m est et dicent die illa c. Quid
ig itu r os dom ini lo cutum sit populos esse dicturos, in p o sterio ri­
bus declaratu r, ubi scrip tu m est: P ropter tim o rem tu u m in utero
accepim us et p a rtu riu im u s sp iritu m salutis tuae, q u em e ffu d isti
su p er terram . Cadent, qui inhabitant terram , resurgent, qu i in
m o n u m e n tis sunt. R os enim , qui abs te, sanitas est illis, terra
uero im p io ru m peribit. Am bula, populus m eus, et intra in recessus
tuos, absconde te aliquantulum , donec transeat ira d o m in id.
68. Quam b en e recessus esse signauit tum ulos m o rtu o ru m , qui­
bus pauxillulum abscondim ur, u t in iudicium dei, quod p ro n o stris
sceleribus ius debitae indignationis adsum et, tolerabilius tra n sire
possim us! V iuit igitur, qui absconditur, et quiescit quasi e m edio
se su b trah en s et recedens, ne eum artio rib u s laqueis m u n d i huius
inuolu at aerum na, quibus rep o sitam resu rrectio n is esse laetitiam
san itatem q u e co rp o ru m so lu to ru m diuino ro re rep arab ilem cae­
lestia o racula p ropheticis uocibus pollicentur. E t bene ros signi­
ficatur, quo genitalia om nia te rra ru m sem ina su scitan tu r. Quid
ig itu r m irum , si fatiscentis quoque corporis n o stri cineres ac
fauillae pinguedine caelestis ro ris exuberant et accepto u m o re
u itali in conpagem suam m em b ro ru m n o stro ru m h ab itu s re fo r­
m an tu r?

69. Docet etiam sanctus Ezechiel p ro p h e ta et p lena exposi­


tione d escribit, quem adm odum arentibus uig o r ossibus refu n d a­
tu r, sensus red eat, m otus accedat neru isq u e red eu n tib u s conpago
corporis rigescat hum ani, quem adm odum nim is arid a re n atis ossa
uiscerib u s u estian tu r, u en aru m q u e h iatu s et sanguinis riuulus
extentae cutis uelam en o b d u c a ta. In ipsis, dum legim us p ro p h e ti­
cis serm onibus h u m an o ru m u id e tu r seges corporum re d iu iu a con­
surgere, atq u e ipsa sp atia diffusa cam porum nouis uideas pullu­
lare sem inibus. 70. Quod si u eteres sapientes satis h y d ri d en ti­
b us in regione T hebana in h o rru isse arm a to ru m segetem credide­
ru n t, cum u tiq u e alteriu s n a tu ra e sem ina certu m sit in n a tu ra m
u e rti alteram nequiuisse nec p a rtu m suis discordem fuisse sem i­
nibus, u t ex serp en te hom ines nasceren tu r, u t caro ex dentibus
gigneretur, q u an to m agis u tiq u e credendum est, quaecum que se-

» Iob 19, 26 (Sept.).


= Is 25, 8 (Sept.).
d Is. 26, 17-20 (Sept.).
69. » Cf. Ez 37, 1-10.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 6 7 -7 0 117

R isusciterai questo m io corpo che ha sopportato m o lti m a li? An­


che Isaia, annu n cian d o ai popoli la risurrezione, disse di essere
l ’araldo dell'oracolo d el Signore; in fatti trovi scritto cosi: In fa tti
la bocca del Signore ha parlato in quel giorno. Che cosa dunque
la bocca del Signore ab b ia annunciato che i popoli av rebbero d e t­
to, si spiega successivam ente, dove sta scritto : A causa del tim o­
re p er te abbiam o concepito e partorito lo spirito della tua sal­
vezza, che hai effuso sopra la terra. C adranno coloro che abitano
la terra, risorgeranno coloro che stanno nelle tom be. La rugiada
che da te proviene è salute p er loro, m a la terra degli em pi pe­
rirà. Procedi, popolo mio, ed entra nei tuoi rifugi, nasconditi per
un po', perché passi l’ira del Signore. 68. Con q u a n ta esattezza
chiam ò rifugi le tom be dei m orti, nelle quali restiam o nascosti
p e r brevissim o tem po, p e r p o te r affrontare in m odo più soppor­
tabile il giudizio di Dio, che si a ttrib u irà il d iritto della giusta
indignazione p e r le n o stre colpe! Chi si nasconde, vive e può
rip o sare com e so ttraen d o si alla m ischia e allontanandosene, affin­
ché la sv en tu ra n on lo avviluppi con gli stre tti lacci di questo
m ondo. La rivelazione celeste annunzia p e r bocca dei p ro feti che
a c o sto ro 62 è riserv ata la gioia della risurrezione e l ’in teg rità dei
corpi o rm ai lib eri riacq u istab ile m ediante la rugiada divina. E a
proposito si p a rla di rugiada, la quale fa sp u n tare tu tti i sem i
p roduttiv i della te rra . P erché m eravigliarsi se anche le ceneri del
n o stro corpo abbondano della dovizia della rugiada celeste e, dopo
averne ricevuto l ’u m id ità vivificante, la veste delle n o stre m em ­
b ra si rico stitu isce nella sua stru ttu ra ?
69. Anche il san to p ro feta Ezechiele insegna e descrive c
u n a co m pleta esposizione com e il vigore sia nuovam ente infuso
nelle ossa inarid ite, rito rn i la sensibilità, si aggiunga il m ovi­
m ento e, siccom e si rifo rm a la m uscolatura, rito rn i solida la
com pagine del corpo um ano; com e le ossa disseccate oltre m isu ra
si rivestano di nuove ca rn i e la fessura delle vene e il rivolo del
sangue avvolgano il velo della cute che li ricopre. Nelle stesse
p arole profetiche, m en tre leggiamo, sem bra si levi rediviva u n a
m esse di corpi um ani, e v edresti pu llu lare di nuovi sem i anche
l’am pia distesa della p ian u ra. 70. E se gli antichi sapienti credet­
tero che, nella regione di Tebe, dopo la sem ina dei denti del drago,
era sp u n tata, irta di lance, u n a m esse di a r m a ti63 — poiché indub­
b iam ente è assodato che i sem i di u n a n a tu ra non si erano p o tu ti
m u tare in u n a n a tu ra diversa né il p a rto e ra stato discorde dai
p ro p ri semi, cosi che nascessero uom ini dal serp en te e dai denti
si generasse carne —, qu an to più bisogna credere senza alcun dub-

62 Ritengo quibus concordanza ad sensum in plurale con ciò che precede.


63 II richiamo a Tebe m ostra che qui Ambrogio si riferisce alla leggen­
da di Cadmo, che sem inò i denti del drago, p opu li increm enta fu tu ri (Ov.,
Met., I li, 103; per l ’intero racconto vedi vv. 99-130). Però il testo latino di
Virgilio (Georg., II, 141: satis im m anis d en tibu s hydri), che sembra ripreso
qui, allude all’episodio di Giasone nella terra di Colchide, di cui a M et.,
VII, 104 ss.
118 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 7 0 -7 4

m in ata sint, in suam n a tu ra m resu rg ere nec a satione sua segetes


d iscrep are nec du ris m ollia nec m ollibus d u ra uiuescere nec in
sanguinem uen en a co n u erti, sed ca rn em d e c a m e , os de ossibus,
sanguinem de sanguine, u m orem de u m o re re p ara ri. P otestis ergo,
gentiles, refo rm atio n em negare n atu rae, qui m u tatio n em potestis
ad serere? P otestis non credere oraculis, non euangelio, non p ro ­
phetis, qui fabulis inanibus cred itis? 71. Sed iam ip su m audia­
m u s p ro p h etam ; sic en im ait: E t facta est su p er m e m anus dom i­
ni et ed u xit m e in sp iritu dom inus et p o su it m e in m edio cam po
et hic erat pleyMS ossibus hum anis. E t circu m d u xit m e p er gyrum
eorum et ecce m u lta ualde in facie cam pi, arida nim is. E t ait ad
m e: « Fili hom inis, si u iuent ossa ista? ». E t dixi: « Dom ine, tu
scis ». E t ait ad m e: « P rophetiza su p er ossa ista et dices illis:
"Ossa arida haec, audite uerb u m d o m in i!”. Haec d icit dom inus
ossibus istis: E cce ego induco in uos sp iritu m uitae et dabo in
uos neruos et adducam su per uos uiscera et extendam super uos
c u tem et dabo sp iritu m m eu m in uos et uiuetis et scietis, quod
ego su m d o m in u s ». E t p rophetaui sicu t m andauit m ihi. E t fac­
tu m est, c u m p ro phetarem haéc om nia, et ecce terrae m o tu s
m a g n u s a. 72. Vide nunc, quem adm odum et au d itu m in ossibus
et m o tu m p riu s o sten d at esse, quam u ita e sp iritu s re fu n d atu r.
N am e t su p ra ossa arid a iu b e n tu r audire, quasi sensum h ab e an t
audiendi, et hic accessisse eo ru m unum quodque ad suam conpa-
ginem p ro p h etico serm one signatur; sic enim habes: E t accede­
bant ossa, u n u m q u o d q u e ad suam conpaginem . E t uidi et ecce
su p er illa nerui et uiscera nascebantur et ascendebat su p er ea
cu tis desuper et sp iritu s in his non e r a ta. 73. M agna dom ini gra­
tia, quod fu tu ra e resu rrectio n is p ro p h e ta testis ad h ib etu r, u t nos
quoque ea illius oculis u iderem us. N eque enim om nes testes ad ­
hiberi p o tera n t, sed in u n o om nes testes sum us, q u ia nec in u iru m
san ctu m cad it m endacium nec in ta n tu m e rro r p ro p h etam . 74. Nec
m inus u erisim ile debet u ideri, quia iubente deo o ssa in suam con­
paginem refo rm an tu r, cum u tiq u e in n u m era habeam us exem pla,
q uibus n a tu ra re ru m caelestibus est obsecuta p raeceptis: u t te rra
p abulu m gignere iu b e re tu r et g ig n e re ta, u t ad u irg ae tactu m si­
tien tib u s populis p e tra u o m ere t aquam a tq u e aestu to rrid is m i­
seratio n e diuina u n d a re n t fluenta d u ra sa x o ru m b. V irga in ser­
p en tem u e r s a c q u id aliud indicauit nisi uolente d eo d e insensi-

71. a Ez 37, 1-7*.


72. a Ez 37, 7-8*.
74. a Cf. Gen 1, 11.
>> Cf. Num 20, 11.
c Cf. Ex 4, 3.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 7 0 -7 4 119

bio che, q u alu n q u e cosa sia sta ta sem inata, risorge riassum endo
la p ro p ria n a tu ra n é la m esse è diversa dalla p ro p ria sem inagione
né sostanze m olli si sviluppano d a quelle d u re né le dure d a
quelle m olli né il veleno si tra sfo rm a in carne, m a la carn e si
rinnova dalla carne, l ’osso dalle ossa, il sangue d al sangue, la
linfa dalla linfa. Potete, dunque, negare che u n a n a tu ra si rifo r­
m i, voi pagani che osate afferm are che essa si trasfo rm a? Voi
che cred ete a in fo n d ati racco n ti m itologici, p o tete non credere
alla rivelazione, al Vangelo, ai profeti? 71. M a è o ra che ascol­
tiam o lo stesso p ro feta; egli dice cosi: E sopra di m e si è stesa
la m ano del Signore e il Signore m i portò fu o ri in ispirito e m i
pose nel m ezzo d i una pianura e questa era piena di ossa umane.
E m i condusse in giro attraverso queste e vidi che erano m oltis­
sim e sulla superficie della pianura, del tu tto inaridite. E m i dis­
se: « Figlio dell'uom o, è possibile che queste ossa rivivano? ». E
io risposi: « Signore, tu lo sai ». E d egli a m e: « P rofetizza sopra
queste ossa e dirai loro: Ossa inaridite, che siete qui, udite la
parola del Signore! I l Signore dice cosi a queste ossa: Ecco, io
infondo in voi lo spirito della vita e m etterò su voi i nervi e
porterò sopra d i voi la carne e stenderò sopra di voi la pelle e
infonderò in voi il m io spirito e vivrete e saprete che io sono il
Signore! ». E p ro feta i com e m i aveva ordinato. E accadde, m en­
tre io profetavo tu tto questo, ed ecco un grande te rr e m o to 64.
72. Vedi o ra com e il p ro feta m o stri che p rim a che sia infuso
nuovam ente lo sp irito della vita, le ossa hanno u d ito e m ovim en­
to. In fa tti e, sopra, le ossa in arid ite sono invitate ad ascoltare,
com e se avessero il senso dell’udito, e qui le p arole del p ro feta
precisano che ciascun osso si uni al p ro p rio scheletro. È scritto,
in fatti, cosi: E si accostavano le ossa, ciascun osso al proprio
scheletro. E guardai, ed ecco sopra di esse nascevano i nervi e la
carne e sopra di q u esti si stendeva la pelle e in esse non c'era
lo spirito. Ti. È u n a grande grazia del Signore che sia stato
usato il p ro feta quale testim one della risurrezione fu tu ra, perché
anche noi vedessim o quegli avvenim enti attra v erso i suoi occhi.
Non potevam o, in fatti, essere u sa ti tu tti quali testim oni, m a in
lui solo tu tti siam o testim oni, perché in u n s a n t’uom o non si trova
m enzogna né e rro re in u n p ro feta cosi grande. 74. Né deve ap­
p arire m eno verosim ile che all'ordine del Signore le ossa si siano
riu n ite nel loro scheletro, dal m om ento che senza alcun dubbio
disponiam o di innum erevoli esem pi, nei quali la n a tu ra h a obbe­
dito al com ando divino. Cosi la te rra ricevette l ’ordine di fa r
sp u n tare l'erb a dei p ra ti e la fece sp u n tare, cosi la p ietra, al tocco
della verga, e ru ttò acqua p e r i popoli asse ta ti e la d u ra roccia
p e r effetto della divina m isericordia zam pillò in abbondanza p er
gli E brei arsi dalla calura. La verga m u ta ta in serpente che altro
indicò se non che, p e r volontà di Dio, da esseri insensibili pos-

m S e tta n ta : κ α ι έγένετο έν τώ έμέ προφ ητεϋσ αί κ α ί ίδοΰ σεισμός.


120 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 7 4 -7 6

bilibus sensibilia posse generari? An u ero incredibilius p u ta s quod


ossa, cu m iu b en tu r, accedunt, q u am quod re tro rsu m fluenta uer-
tu n tu r, m aria fugiunt? Sic enim p ro p h e ta te sta tu r: M are uid.it et
fugit, Io rdanis conuersus est r e tr o r s u m d. Nec su p er hoc am bigi
p o test, q u o d d u o ru m p o p u lo ru m alteriu s salute, alteriu s o b itu
eo n p ro b atu m est aq u a ru m cu rsu s stetisse fren ato s eosdem que
aliis circum fusos, aliis ad m o rtem refusos, u t alios m ergerent,
alios re s e ru a r e n te. Q uid in ipso euangelio? N onne tib i p ro b a u it
dom inus, q u o d u erb o u n d a m itescat, fu g e n tu r caeli nubila, cedant
flabra u en to ru m placidisque lito rib u s m u ta d eo fa m u le n tu r ele­
m e n ta 1? 75. Sed p erseq u am u r cetera, u t et, quem adm odum sp i­
r itu u itae an im en tu r d efuncti, su rg a n t iacentes, sepulcra rese­
re n tu r, possim us ad u ertere. E t ait ad m e: « Prophetiza, fili hom inis,
et dic spiritui: Haec dicit dom inus: A q u a ttu o r uentis caeli ueni,
spiritus, et insuffla in m o rtu o s istos et uiuant ». E t prophetaui,
sicu t m a n d a u it m ihi, et intra u it in eos sp iritu s uitae et uixerunt
e t steteru n t in p edibus su is congregatio n im is m ulta. E t locutus
est dom in u s ad m e dicens: « Fili hom inis, ossa haec om nis d o m u s
Israhel est. Ip s i enim dicunt: "Arida facta su n t ossa nostra, p eriit
spes nostra, in teriu im u s”. P ropter ea prophetiza et dic: Haec
d icit dom inus: Ecce ego aperio uobis m onum enta uestra et edu­
cam uos de m o n u m en tis uestris in terram Israhel et scietis, quod
ego su m dom inus, cu m aperiam sepulcra uestra et educam de
sepulcris p o p u lu m m eu m , et dabo sp iritu m m e u m in uobis et
u iu etis et p o n a m uos su per terram uestram et scietis, quod ego
su m do m in u s locutus, et faciam , dicit dom inus » a. 76. Aduerti-
m us, quem adm odum u italis sp iritu s com m ercia re su m a n tu r, co-
gnouim us, quem adm odum dehiscentibus tu m u lis m o rtu i susciten­
tu r. An u ero m iran d u m est iu ssu dom ini m o rtu o ru m sep u lcra
re serari, cum to ta suis term inis u n o to n itru o te rr a q u atiatu r, m are
suis exundet finibus idem que su aru m cu rsu s re fre n e t u n d aru m ?
D enique ille, qui credidit, q uia in m o m e n to oculi, in nouissim a
tuba et m o rtu i resurgent prim i, ra p ie tu r in n u bibus obuiam
C hristo in a e ra a, qui no n credidit, re lin q u e tu r et perfidia sua
su b d et se ipse sententiae.

d Ps 113, 3.
« Cf. Ex 14, 21-31.
f Cf. Mt 8, 26.
75. a Ez 37, 9-14*.
76. a 1 Cor 15, 52*; 1 Thess 4, 16-17.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 7 4 -7 6 121

sono essere gen erati esseri sensibili? F orse credi p iù incredibile


che delle ossa, ricevutone l'ordine, si uniscano tr a lo ro ch e il
prodigio p e r il quale le co rren ti dei fium i si volgono in d ie tro e
i m ari si danno alla fuga? C osi in fa tti a tte sta il p ro feta: II mare
vide e si d ette alla fuga, il Giordano si volse indietro. N é s i può
d u b itare d el fa tto ch e dalla salvezza, rispettivam ente, e d alla ro­
vina di due popoli fu d im o strato che il corso delle acque si era
arrestato , com e tra tte n u to d a briglie, e q u in d i e ra fluito atto rn o
agli un i e si e ra riv ersato sugli altri p e r fa rli p erire, cosi d a som ­
m ergere q u esti, d a risp arm ia re quelli. Che troviam o anche nel
Vangelo? N on ti h a d im o strato il Signore che, alla sua parola,
l ’on d a s i placa, friggono le n u b i d el cielo, p o sano le fo late d e i ven­
ti e sul lido tran q u illo i m u ti elem enti si so tto m etto n o a Dio?
75. M a occupiam oci delle altre questioni in m odo da p o te r anche
osservare com e i defu n ti siano anim ati dallo sp irito di vita, si
levino quelli che giacciono, i sepolcri si schiudano: E disse a m e:
«Profetizza, figlio dell'uom o, e d i’ allo spirito: Q uesto dice il
Signore: V ieni, o spirito, dai quattro ve n ti del cielo e infondi
il tuo soffio in q u esti m o rti ed essi rivivano ». E io p rofetai com e
m i aveva ordinato, ed entrò in essi lo sp irito e vissero e stettero
r itti sui loro pied i in una grandissim a m oltitudine. E il Signore
m i parlò dicendo: « Figlio dell’uom o, queste ossa sono tu tta la
casa d'Israele. E ssi in fa tti dicono: Le nostre ossa sono diventate
aride, è svanita la nostra speranza, siam o perduti. Perciò profe­
tizza e d i’: Q uesto dice il Signore: Ecco, io apro le vostre tom be
e vi condurrò fu o ri dalle vostre tom be fino alla terra d ’Israele e
saprete che io sono il Signore, quando aprirò i vo stri sepolcri e
farò uscire dai sepolcri il m io popolo, e infonderò in voi il m io
spirito e vivrete e vi porrò sulla vostra terra e saprete che io, il
Signore, ho parlato, e lo farò, dice il Signore ». 76. O sserviam o
com e siano rip re se le relazioni dello sp irito vivificante, sappiam o
com e allo spalan carsi delle tom be i m o rti siano rich ia m a ti in vita.
Forse dobbiam o m eravigliarci che, aH 'ordine del Signore, i se­
polcri dei m o rti si schiudano, m en tre la te rra in tera viene scossa
nei suoi confini d a u n unico tuono, il m are stra rip a dai suoi lim iti
e nello stesso tem p o tra ttie n e l’im peto dei suoi flutti? Perciò
colui che h a cred u to che in u n b atter d'occhio, al suono dell’ul­
tim a trom ba i m o r ti risorgeranno p er prim i, sarà ra p ito sulle nubi
incontro a C risto n ell’aria·, c h i non h a cred u to sarà abbandonato
e p e r la su a in cred u lità si so tto p o rrà da sé alla condanna.
122 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 7 7 -8 0

77. O stendit tibi etiam dom inus in euangelio — u t iam


exem pla u eniam us —, quem adm odum resurgas. N on enim un u m
Lazarum , sed fidem om nium suscitauit, quod tu si credas, cum
legis, m ens quoque tua, q uae m o rtu a fu e rat, in illo Lazaro reuiue-
scit. Quid enim sibi u u lt quod dom inus ad m o n u m en tu m accessit,
m agna uoce clam auit: Lazare, exi fo r a s a, nisi u t fu tu ra e re su r­
rectionis speciem p ra estare t, exem plum ederet? C ur uoce clam a­
u it, quasi sp iritu no n soleat o perari, quasi tacitu s n o n soleat
im perare? Sed u t illu d ostenderet, quod scrip tu m est, quoniam
in m o m en to oculi in nonissim a tuba et m o rtu i resurgent incor­
ru p ti b. T u b aru m enim strep itu s uocis m e n titu r elatio. E t clam auit:
Lazare, exi fo r a s !c. C u r etiam nom en ad d itu r, nisi fo rte ne alius
resu scitatu s p ro alio u id e re tu r a u t fo rtu ita m agis re su rrec tio quam
im p erata? 78. A udiuit ergo defunctus, et exiuit foras de m onu­
m ento, ligatus pedes et m anus institis, et facies eius orario colli­
gata erat*. C onprehende, si potes, quem adm odum clausis oculis
ite r c a rp at, u inctis pedibus gradum dirigat, inseparabili gressu,
separab ili progressu. M anebant uincula nec ten eb an t, teg eb an tu r
oculi, sed uidebant. V idebat denique, qui resu rg eb at, qui am bu­
labat, q u i d esereb at sepulcrum . V irtu te enim diuinae praecep­
tionis o p eran te n a tu ra suum non re q u ireb at officium et tam quam
in excessu p o sita non iam suo ordini, sed diuino n u tu i seruiebat.
R u m p eb an tu r p riu s m o rtis quam sep u ltu rae uincula, ag eb atu r
prius, q uam p a ra b a tu r incessus. 79. Si m iraris haec, disce, qui
im perau erit, u t m ira ri desinas: Iesus C hristus, dei u irtu s, uia, lux,
re su rre c tio m ortu o ru m . V irtus erexit iacentem , u ia gressum extu­
lit, lux fugauit teneb ras, re p a ra u it obtu tu m , re su rrec tio uiuendi
g ratiam refo rm au it. 80. F o rtasse m oueat, quod Iudaei lapidem
tollunt, Iu daei in stitas s o lu u n ta, n e fo rte et tu sollicitus sis, qu i
lapidem de m onum ento tu o tollant. Quasi u ero q u i sp iritu m re ­
fu n d ere p o terat, lapidem rem ouere non p o terat, a u t uincla ru m ­
p ere, qui u in ctu m fecerat am bulare, a u t deoperire faciem , qui
o p ertis oculis lum en in fu d erat, a u t findere p etra m , q u i p o te ra t
refo rm are n atu ram ! Sed u t uel oculis suis cred eren t, qui credere
m en te nolebant, rem o u en t lapidem , u id en t cadauer, faeto rem sen­
tiu n t, in stitas ru m p u n t. N on p o ssu n t negare defunctum , quem
asp iciu n t resurgentem . V ident signa m ortis et u ita e m unera. Quid

77. a Io 11, 43*.


b 1 Cor 15, 52*.
<= Io 11, 43*.
78. a Io 11, 44.
80. a Cf. Io 11, 41.44.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 7 7 -8 0 123

77. Anche il Signore nel Vangelo ti h a spiegato — p e r v


re orm ai agli esem pi — com e tu risorgerai. In fa tti egli non ha
risu scitato il solo Lazzaro, m a la fede d i tu tti, e se tu lo credi,
quando leggi, anche la tu a anim a, che e ra m o rta, rito rn a in vita
in q u el Lazzaro. A quale scopo il Signore si accostò alla tom ba,
gridò a gran voce: Lazzaro vieni fuori, se n o n p e r offrirci l'im m a­
gine della risu rrezio n e fu tu ra e proporcene u n esem pio? Perché
gridò a g ran voce, com e se non fosse solito agire m ediante lo spi­
rito e com andare senza a p rir bocca? M a agi cosi p e r m ostrare,
com e s ta scritto , che in un batter d ’occhio, al suono dell’ultim a
trom ba, i m o rti risorgeranno incorrotti. L’elevazione della voce
sim boleggia gli squilli delle trom be. E gridò: Lazzaro, vieni fu o ­
ri! P erché aggiunge anche il nom e, se non pro b ab ilm en te perché
uno non sem brasse risu scitato al posto di u n a ltro o la risu rre ­
zione non sem brasse dovuta a d u n a com binazione casuale p iu tto ­
sto che al suo ordine? 78. Udì il defunto e usci dalla tom ba,
legato con bende piedi e mani, e il suo volto era avvolto in un
fazzoletto. Cerca di capire, se ti riesce, com e possa m uoversi ad
occhi chiusi, avanzare d iritto co n i piedi legati, im pedito nel
passo, m a libero di v enire avanti. C’erano an co ra i legam i, m a
non lo tratten ev an o , gli occhi eran o coperti e tu tta v ia vedevano.
Vedeva dunque, poiché risorgeva, cam m inava, lasciava il sepol­
cro. Siccom e la n a tu ra operava in v irtù del com ando divino, non
ricercava il com pito assegnatole, m a, com e s o ttra tta alle sue
stesse leggi, no n serviva p iù al p ro p rio ordinam ento, m a al cen­
no divino. Venivano in fra n ti i legam i della m o rte p rim a di quelli
della sepoltura, si agiva p rim a di p re d isp o rre la p ossibilità di
cam m inare. 79. Se ti m eravigli di questo, p e r cessare di m era­
vigliarti ap p ren d i ch i ne h a d a to l ’ordine: Gesù C risto, potenza di
Dio, via, luce, risu rrezio n e dei m orti. La potenza sollevò chi gia­
ceva, la via fece m uovere il p a s s o 6S, la luce fugò le tenebre, re­
stitu ì la vista, la risu rrezio ne ridiede la gioia della vita. 80. For­
se p o treb b e im p ressio n are il fa tto che i Giudei tolgano la pietra,
sciolgano le bende; fanno cosi p e r c h é 66 anche tu p e r caso non ti
chieda p reo ccu p ato chi toglierà la p ie tra dalla tu a tom ba. Come
se chi poteva in fondere nuovam ente lo spirito, non potesse spo­
sta re la p ie tra o spezzare i legam i chi aveva fa tto cam m in are u n
uom o legato o sco p rire la faccia ch i aveva infuso la luce negli
occhi an co ra co p e rti o ro m p ere in due la p ie tra chi poteva re sti­
tu ire la n a tu ra alla fo rm a originaria! M a perché credessero alm e­
no ai loro occhi, essi che non volevano credere con il loro anim o,
spostano la p ietra , vedono il cadavere, sentono il fetore, rom pono
le b e n d e 67. N on possono negare che sia m o rto colui che vedono
risorgere. V edono le prove della m o rte e i doni della vita. Che

« cf. V erg., Aen., I I , 753: qua gressum extuleram .


66 La costruzione è brachilogica.
67 Cf. Exam., I , 7 , 27: N am suscitaturus Lazarum dom inus iussit, ut
Iudaei rem ouerent lapidem de sepulchro, u t m ortu u m uidentes p o stea resu-
scitatu m crederent.
124 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 8 0 -8 4

si, dum co n a n tu r, lab o re ipso em endantur? Q uid si, dum audiunt,


uel au rib u s suis cred u n t? Quid si, dum in tu en tu r, uel oculis co r­
rig u n tu r? Quid si, dum ru m p u n t uincula, m entes suas soluunt?
Q uid si, d um Lazarus exuitur, populus lib era tu r, dum Lazarum
ab ire p e rm ittu n t, ipsi a d dom inum re u e rtu n tu r? D enique m ulti,
qui u e n e ran t ad M ariam , uidentes, quae facta sunt, c r e d id e ru n tb.

81. Nec hoc solum exem plum edidit dom inus n o ste r Ies
sed alios quoque resu scitauit, u t nos uel exem plis u b erio rib u s
crederem u s. R esu scitau it adulescentem fletu u id u ae m a tris infle­
xus, quan d o accessit et tetigit loculum dicens: Adulescens, tibi
dico, surge! E t resedit, qui erat m ortuus, et coepit loqui*. S ta tim
audiuit, statim resed it, statim locutus est. Alia enim u irtu tis gra­
tia, alius o rd o n atu rae. 82. N am qu id de archi synagogae filia
loquar, in cuiu s o b itu flebant tu rb ae, tibicines p erso n ab an t? E te­
nim ad fidem m o rtis p o m pa funeris exhibetur. Q uam cito ad uo-
cem dom ini c o n u e rtitu r sp iritu s, rediuiuum corpus erigitur, cibus
su m itu r, u t u itae testim o n iu m c r e d e r e tu r2.

83. E t q u id m irem u r ad uocem dei refu n d i anim am , re d ire


ossibus uiscera, cum m em inerim us prophetici ta c tu corporis m o r­
tu u m s u s c ita u tm a? H elias o ra u it et d efu n ctu m su scitau it infan­
t e m b. P etru s in nom ine C hristi T abitham surgere a tq u e am b u ­
la re p ra ece p it et re d d ita m sibi pau p eres g ra tu la ti cre d id e ru n t
p ro a lim e n tis c. E t nos ad h u c p ro salute non credim us? Illi re su r­
rectionem alienam suis lacrim is red em eru n t, nos n o stram nec
C hristi credidim us passione? Qui cum e m itte ret sp iritu m , u t
o sten d eret p ro n o stra resu rrectio n e se m o rtu u m , seriem ipsam
resu rrectio n is exercuit; sim ul enim , u t clam ans iteru m uoce m a­
gna em isit spiritu m , et terra m ota est et petrae fissae su n t et
m on u m en ta aperta su n t et m u lta corpora sanctorum dorm ien­
tiu m resurrexerunt et exeuntes de m o n u m en to p o st resurrectio­
n em eius u enerunt in sanctam d u ita te m et m u ltis a p p a ru e ru n td.
84. Si haec lecta, sunt, cum e m itte ret spiritum , cu r incredibilia
p u tam u s, cum red ire co eperit ad iudicium , p ra esertim cum haec
re su rrec tio docum entum illius resu rrectio n is et fu tu ra e u e rita tis
exem plum sit? M inus au tem exem plum est quam u erita s. Quis igi­
t u r in dom ini passione m o num enta ap eru it, m an u m resu rg en tib u s
dedit, uiam , q ua ciu itatem sanctam p eteren t, d em o n strau it? Si
nem o fu it, fu it u tiq u e uis diuina, q u ae o p e ra re tu r in co rp o rib u s
m o rtu o ru m . H om inis tu quaeris auxilium , u b i o pus dei cernis?

b Cf. Io 11, 45.


81. a Lc 7, 14-15.
82. a Cf. Mt 9, 18-19.23-26; Lc. 8, 4142.49-56.
83. a Cf. 4 Reg 13, 21.
b Cf. 3 Reg 17, 20-22.
c Cf. Act 9, 3641.
d Mt 27, 50-53*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 8 0 -8 4 1 25

d ire se, m en tre si accingono a ll’opera, sono c o s tre tti a ricred ersi
dal loro stesso lavoro? C he dire se, m en tre ascoltano, p restan o
fede alm eno ai loro orecchi? Che d ire se, m en tre guardano, sono
richiam ati all'o rd in e alm eno dai lo ro occhi? Che dire se, m en tre
spezzano i legam i, sciolgono il loro anim o? C he dire se, m entre
Lazzaro è spogliato delle vesti funebri, il popolo è lib erato ; se,
m en tre lasciano an d are Lazzaro, essi rito rn an o al Signore? Cosi
m olti, che eran o an d a ti da M aria, vedendo l'accaduto credettero.
81. Il Signore n o stro Gesù non solo diede questo esem pio,
m a risu scitò anche altri, affinché noi credessim o alm eno in segui­
to a num ero se prove. C om m osso dal p ianto della m ad re vedova,
risuscitò u n giovane, q u ando si accostò e toccò il feretro dicendo:
G iovanetto, dico a te, alzati! E il m orto si levò a sedere e com inciò
a parlare. S ubito udì, su b ito si levò a sedere, subito parlò. A ltra
in fatti è la grazia concessa dalla potenza, altro l’ordine di n atu ­
ra. 82. P erché p a rla re della figlia dell'arcisinagogo, p e r la cui
m o rte piangevano le folle e i flautisti facevano echeggiare i loro
suoni? N ella convinzione, infatti, che fosse m o rta si esibisce la
pom pa funebre. Con quale ra p id ità alla voce del Signore lo spi­
rito rito rn a, il corpo si erge nuovam ente vivo, si p ren d e del cibo
perché si credesse a tale testim onianza di vita.
83. E p erché dovrem m o m eravigliarci che alla p aro la di
l’anim a sia nuovam ente infusa, rito rn i la carne alle ossa, quando
ci ricordiam o che al tocco del corpo del p ro feta u n m o rto fu
ris u s c ita to 68? E lia pregò e risuscitò il bim bo m orto. P ie tro nel
nom e di C risto ord in ò a T abita di levarsi in piedi e di cam m ina­
re, e i poveri pieni di gioia cred ettero che fosse sta ta loro resa,
poiché da essa erano n u triti. E noi non crediam o a n c o ra dopo aver
ricevuto la salvezza? E ssi con le loro lacrim e acquistarono la
risurrezio n e di u n ’a ltra persona; e noi non crediam o che la no­
s tra non sia s ta ta ac q u ista ta nem m eno con la passione di Cri­
sto? Egli, q u an d o stava spirando, p e r m o strare che e ra m orto
p er la n o stra risurrezione, m ise in atto i successivi m om enti della
risurrezione; in fa tti non appena, em esso nuovam ente un alto
grido, fu spirato, la terra fu scossa, le rocce si spaccarono, le
tom be si aprirono e m o lti corpi di santi risuscitarono e uscendo
dal sepolcro, d o p o la sua risurrezione, vennero nella città santa
e apparvero a m olti. 84. Se i fa tti che abbiam o le tto avvennero
q u an d ’egli spirò, no n dobbiam o riten erli inam m issibili quando ri­
to rn e rà p e r il giudizio, s o p ra ttu tto perché l’u n a risurrezione è la
prova d ell'altra e il saggio della fu tu ra verità. Chi nella passione
del Signore ap ri le tom be, aiutò quelli che risorgevano, indicò
loro la via p e r cui raggiungere la c ittà san ta? Se nessuno lo fece,
lo fece certam en te la p o tenza divina, tale da agire sui co rp i dei

M Si tratta del corpo del profeta Eliseo (4 Re 13, 21).


126 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 8 5 -8 8

85. Non egent h u m anis diuina m inisteriis. Caelum deus fieri iussit
et factu m est, te rra m creari s ta tu it et c re a ta e s t a. Q uis um eris
saxa conuexit, quis congessit inpensas, quis 'laboranti deo suam
operam m in istrau it? In m om ento haec fa cta sunt. Vis scire, qu am
b reu i? Dixit et fe c itb. Si dicto elem enta consurgunt, c u r d icto
m o rtu i non resu rg an t? Qui licet m o rtu i sunt, tam en aliquando
uixerunt, h ab u e ru n t sp iritu m sentiendi, h ab u e ru n t u ire s agendi,
plu rim u m q u e re fe rt capax anim i non fuisse e t exanim um rem an ­
sisse. D iabolus dicit: Dic lapidi huic, u t fiat p a n is c, co n fitetu r
iubente deo co nuerti posse natu ram . Tu non credis iu b en te deo
re fo rm ari posse n atu ram ?

86. De solis cu rsu caelique ratio n e philosophi d isp u tan t et


sunt, qui p u ta n t his esse credendum , cum , quid loq u an tu r, igno­
re n t. N eque enim caelum ascenderunt, axen dim ensi m undum
oculis p e rs c ru ta ti eunt, quia nullus eorum c u m deo in p rin cip io
fuit, nullus eorum de deo dixit: C um pararet caelum , cu m ipso
eram, et eram cu m eo conponens, ego eram, cui ad g a u d e b a ta. Si
ergo illis cred itu r, no n c re d itu r deo, qui ait: Q uem adm odum enim
caelum no u u m et terra noua, quae ego facio m anere coram me,
d ixit dom inus, sic sta b it nom en u estru m et sem en uestrum ; et
erit m en sis ex m ense et sabbatum ex sabbato ét ueniet o m nis caro
in conspectu meo, u t adorent in H ierusalem , d ixit do m in u s deus.
E t exibunt et u id eb u n t m em bra hom inum , qui praeuaricati su n t
in me. N am uerm is eorum non m o rietu r et ignis eorum non extin-
guetur et eru n t in aspectu uniuersae c a m is b? 87. Si te r r a reno-
u a tu r e t caelum , cu r dubitem us hom inem p o sse ren o u ari, p ro p te r
quem te rra facta uel caelum est? S i p ra e u a ric a to r s e ru a tu r ad
poenam , c u r iu stu s n o n p e rp e tu a tu r a d gloriam ? Si u e rm is non
m o ritu r peccatorum , qu em adm odum in te rib it caro iu sto ru m ? H aec
est enim re su rrec tio — sicut u erb i ipsius sonus e x p rim itu r — ut,
quod cecidit, hoc resu rg at, quod m o rtu u m fu erit, reuiuescat.
88. E t haec est series et cau sa iustitiae, u t quoniam corporis ani-
m ique com m unis est actus, q u ia anim us cogitauit, corpus effecit,
u tru m q u e in iudicium ueniat, u tru m q u e a u t poenae d e d a tu r au t
gloriae re seru etu r. N am p ropem odum ab su rd u m u id etu r, u t, cum
anim i legem lex c a m is inpugnet et m ens plerum que, q u o d odit,
hoc faciat, quando inhab itans in hom ine p eccatu m ca m is opera-

85. » Cf. Gen 1, 6-10.


b Cf. Ps 32, 9 (148, 5).
= Lc 4, 3*.
86. » Prou 8, 27.30 (Sept.).
b Is 66, 22-24 (Sept.).
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 8 4 -8 8 127

m orti. Tu cerchi l'aiu to dell’uom o dove vedi l'o p era di Dio? 85. Gli
in terv en ti divini no n hanno bisogno dell'aiuto degli uom ini. Dio
com andò che fosse fa tto il cielo, e fu fatto; stabili che fosse
creata la te rra , e fu creata. Chi p o rtò sulle spalle le p ietre, chi
raccolse il denaro, chi offri la p ro p ria o p era a Dio intento al suo
lavoro? T u tto ciò fu fa tto in u n istante. Vuoi sapere com ’era
breve? Disse e fece. Se ad u n a p aro la gli elem enti sorgono insie­
me, perch é ad u n a p aro la i m o rti n o n possono risorgere? E seb­
bene q u esti siano m orti, tu tta v ia u n giorno eran o vivi, avevano
ila capacità d i p ro v are sentim enti, avevano le forze p e r agire,
ed h a u n a g ran d issim a im portanza il fa tto ch e u n e s s e re 69 non
abbia posseduto u n 'a n im a e sia rim asto senza vita. Il diavolo dice:
Di' a questa p ietra di diventare pane. Riconosce che, all’ordine di
Dio, la n a tu ra p u ò trasfo rm arsi. Tu non cred i che, all’ordine di
Dio, la n a tu ra sia capace d i rito rn a re qual era?
86. I filosofi discutono del corso del sole e delle leggi cele
e vi sono di quelli ch e pensano che a costoro si debba p re s ta r
fede, m en tre non sanno che cosa dicono. In fa tti non sono m ai
saliti in cielo né, m isu ratone l’asse, hanno investigato il m ondo
con i loro occhi, p erch é nessuno di essi fu accanto a Dio in
principio, nessuno disse di Dio: Quando disponeva il cielo, io ero
con Lui, ed ero con Lui m e tten d o ordine, ero io q u e lla 70 di cui
si rallegrava. Se si crede a loro, non si crede a Dio che dice:
Come in fa tti un cielo nuovo e una nuova terra che io faccio durare
dinanzi a me, disse il Signore, cosi durerà il nom e vostro e il
vostro sem e; e ci sarà m ese dopo m ese e sabato dopo sabato e
ogni corpo verrà al m io cospetto, perché adorino in G erusalem ­
me, disse, il Signore Dio. E usciranno e vedranno le m em bra
degli uo m in i che hanno com m esso prevaricazione contro di me.
In fa tti il loro verm e non m orirà e il loro fuoco non si spegnerà
e saranno so tto gli occhi di tu tti gli u o m in i? 87. Se si rinnovano
la te r r a e il cielo, p erch é dubitano che possa rinnovarsi l’uom o
p e r il q uale il cielo e la te rra sono stati creati? Se il prevaricato-
re è destin ato alla pena, p erch é il giusto non può vivere p e r la
gloria etern a? Non m u o re il verm e dei peccatori, com e p o trà
p erire il co rp o dei giusti? In ciò consiste la risurrezione — com e
viene in dicato dal suono della p aro la stessa — : ciò che è caduto
si rialza, ciò che è m o rto rito rn a in vita. 88. Q uesto è il pro ce­
dim ento e il com pito della giustizia, che cioè, siccom e è com une
l’agire del corpo e d e ll’anim a, perché l’anim a ideò e il co rp o attuò,
en tram b i siano so tto p o sti a giudizio, en tram b i o siano abbando­
n ati alla p ena o riserv ati alla gloria. In fa tti ap p are assurdo, in
certo senso, che, siccom e la legge della carne si oppone a quella
dello sp irito e la m en te spesso com pie ciò che detesta, poiché agi­
sce il peccato d ella carn e che dim ora nell'uom o, sia sottoposta
alla punizione l'an im a che è accusata d 'u n a colpa a ltru i ed invece

69 II Faller (ed. cit., p. 296) sottointende aliquid.


™ Parla la Sapienza personificata.
128 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 8 8 -9 1

tu r, anim us su b d a tu r iniuriae, alienae reu s culpae, c a ro q u iete


p o tiatu r, a u c to r aerum nae, et solus a d te ra tu r, qui n o n solus erra-
uit, a u t solus gloriam re fera t, qui n o n solus gloriae m ilitauit.
89. Plena, ni fallor, et iu sta ratio. Sed ego ra tio n e m a C hr
non exigo. Si ra tio n e conuincor, fidem abnuo. C redidit Abraham
deo*. E t nos credam us, u t, qui sum us generis, etiam fidei sim us
heredes. « C re d id it» et Dauid, « p ro p te r q u o d lo cu tu s e s t » b; et
nos credam us, u t possim us loqui: scientes, quoniam , qu i suscita-
u it d o m in u m Iesu m , et nos cu m Ie su s u s c ita b itc. H oc enim pro­
m isit qui n u m q u a m m e n titu r deus d. H oc p ro m isit u e rita s in euan­
gelio suo dicens: H aec est a u tem uoluntas eius, qui m is it m e, u t
om ne, quod ded it m ihi, n on perd a m ex eo, sed resuscitem illud in
n o uissim o d ie e. N ec satis p u ta u it sem el dixisse, sed etiam repe­
tita expressione signauit; sic enim sequitur: H aec est enim uolun­
tas patris mei, qui m e m isit, u t om nis, qui u id et filium et credit in
eum , habeat u ita m aeternam . E t resuscitabo eum in nouissim o
d ie f. 90. Quis hoc dicit? V tique is, qui m o rtu u s p lu rim a defu n cto ­
ru m c o rp o ra s u s c ita u ita. Si deo non credim us, nec exem plo cre­
dim us? Non credim us, quod p ro m isit, quando etiam , quod non
pro m isit, effecit? Ip se au tem quam causam m oriendi habuisset,
nisi hab u isset et causam resurgendi? E ten im quoniam d eu s m ori
non p o tera t, m o ri non p o te ra t sapientia, resu rg ere au tem non
p o te ra t, quod m o rtu u m no n erat, a d su m itu r caro, q u ae m o ri possit,
u t, dum m o ritu r, quod solet, quod m o rtu u m fu e rat, hoc re su r­
geret. N eque enim p o te ra t esse nisi p e r hom inem re su rrec tio , quo­
n iam sicut per ho m in em m ors, ita et p er h o m in em resurrectio
m o rtu o ru m b. 91. E rgo re su rrex it hom o quoniam hom o m o rtu u s
est, resu scitatu s hom o, sed « resuscitans deus » a, tu n c « secun­
d u m ca rn em » hom o, nu n c « p e r om nia d eu s » b, « n u n c » enim
« secundum carnem iam non nouim us C h ristu m » c, sed ca m is
g ratiam tenem us, u t ip su m « p rim itia s quiescentium » d, ipsum
« prim ogenitum ex m o rtu is » e nouerim us. P rim itiae u tiq u e eiusdem
su n t generis a tq u e n atu rae, cuius et reliqui fructus, q u o ru m p ro
laetio re p ro u e n tu p rim itiu a deo m u n era d eferu n tu r, sacru m m u ­
n u s p ro om nibus et quasi re p a ra ta e quaedam libam ina natu rae.
P rim itiae ergo quiescentium C hristus. Sed u tru m su o ru m quie­
scentium , qui quasi m o rtis exsortes dulci qu o d am sopore tenean-

89. a Rom 4, 3 (Gai 3, 6).


b Cf. Ps 115, 1.
c 2 Cor 4, 14*.
d Tit 1, 2*.
e Io 6, 39*.
f Io 6, 40*.
90. a Cf. Mt 27, 52.
b 1 Cor 15, 21.
91. a Cf. Act 2, 32.
b Cf. Rom 9, 5.
c Cf. 2 Cor 5, 16.
a Cf. 1 Cor 15, 20.
e Cf. Col 1, 18.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 8 8 -9 1 129

la carne, responsabile d ella cad u ta, si goda la pace e sia to rm en ­


ta ta d a sola quella ch e sbagliò n o n d a sola o ottenga la gloria da
sola quella che non d a sala co m b attè p e r la g lo ria 71.
89. L a ragione, se n o n m ’inganno, è giusta e ineccepibile.
n o n p re te n d o la ragione d a C risto. Se m i lascio convincere dalla
ragione, ricu so la fede. A bram o credette a Dio. C rediam o anche
noi, p e r essere ered i della sua fede com e siam o eredi della sua
stiip e . « C redette » anche Davide « e p e r tale m otivo p arlò »;
crediam o anche noi, affinché possiam o p a rla re dicendo: sapendo
che chi risuscitò il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù.
Q uesto p rom ise Dio che m ai non m ente. Q uesto prom ise la V eri­
tà nel suo Vangelo dicendo: Ma questa è la volontà di Colui che
m i ha m andato, che nulla io perda di ciò che m i ha dato, m a le
risusciti n ell’u ltim o giorno. E non rite n n e sufficiente averlo d etto
u n a sola volta, m a lo conferm ò con u n a rip e tu ta afferm azione.
Cosi, in fatti, prosegue: Q uesta è in fa tti la volontà del Padre m io
che m i ha m andato, che ognuno che vede il Figlio e crede in Lui
abbia la vita eterna. E io lo risusciterò nell’u ltim o giorno. 90. Chi
dice q u este parole? C ertam ente Colui che, m orto, risuscitò m ol­
tissim i co rp i di d efu n ti. S e non crediam o a Dio, non cred iam o nem ­
m eno alla prova c h ’Egli ci diede? N on crediam o a ciò ch e h a
prom esso, dal m o m en to che fece anche quello che non aveva pro­
m e s so 72? Egli stesso quale m otivo avrebbe avuto p e r m orire, se
non avesse avuto anche u n m otivo p e r risorgere? In fatti, sicco­
m e Dio no n poteva m o rire, non po tev a m o rire la Sapienza e,
d ’a ltra p arte , non poteva risorgere ciò che non e ra m orto, viene
assu n to u n corpo che p o ssa m orire, affinché, m en tre m uore, com e
suole accadere, ciò che e ra m o rto risorgesse. Non poteva in fatti
esserci risu rrezio n e se no n p e r m ezzo di u n uom o, poiché, com e
per colpa di un uom o la m orte, cosi anche p e r m ezzo di un
uom o la risurrezione dei m orti. 91. D unque l'uom o è risorto,
perché l ’uom o è m o rto , è stato risu scitato com e uom o, m a « h a
risu scitato Se stesso com e Dio » 73, allo ra uom o « secondo la c a r­
ne », o ra « Dio in tu tto »; o ra in fatti « n o n conosciam o p iù C risto
secondo la c a rn e », m a abbiam o il dono della sua c a rn e p e r conosce­
re in Lui « le p rim izie di quelli ch e d orm ono », « il prim ogenito dei
m o rti ». Le prim izie certam en te sono dello stesso genere e della
stessa n a tu ra dei rim an e n ti fru tti; m a vengono offerte quale dono
a Dio in rin g raziam en to d i u n p ro d o tto p artic o la rm en te abbon­
dante, dono sacro p e r tu tti i benefici ricevuti e quasi libagione
p e r la n a tu ra rinnovellata. C risto dunque è prim izia di coloro
che dorm ono. M a dei suoi che dorm ono, i quali, com e esenti dalla
m orte, sono, p e r cosi d ire, im m ersi in u n dolce sonno, o di tu tti

71 Cf. Athenag., De resurr., 21 ss. (PG VI, 1013D).


72 Cioè di risuscitare i m orti al m om ento della sua morte.
73 Ho tradotto co si resuscitans Deus, perché m i pare che cosi esiga la
contrapposizione al resuscitatus hom o (attivo-passivo); però il testo di Atti
2, 32, citato dal Faller, dice: Hunc Jesum resu scitam i Deus. Si potrebbe
forse anche tradurre: « Chi lo risuscita è Dio », con riferim ento a ll’unità
di Dio.
130 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 9 1 -9 4

tu r, an om nium m o rtu o ru m ? — Sed sicut in A dam om nes m oriun­


tur, ita in Christo om nes u iu ifica n tu rf. Ita q u e sicut p rim itia e m o r­
tis in Adam, ita etiam p rim itiae resu rrectio n is in C hristo.
92. Om nes resu rgunt, sed nem o d esp eret neque iu stu s d o
com m une co n so rtiu m resurgendi, cum p raecipuum fru ctu m u irtu ­
tis expectet. Om nes quidem resurgunt, sed unusquisque, u t ait
apostolus, in suo o rd in e a. C om m unis est diuinae fru ctu s d e m e n ­
tiae, sed d istin ctu s ordo m eritorum . Dies om nibus lucet, sol om ­
nes populos fouet, p lu u ia possessiones om nium u b erio re im bre
fecundat. 93. Omnes nascim ur, om nes resurgim us, sed in u tro ­
que uel uiuendi uel reuiuiscendi g ra tia dispar, diuersa condicio.
I n m o m en to enim oculi, in nouissim a tuba et m o rtu i resurgent
incorrupti et nos in m u ta b im u r a. Quin etiam in ipsa m o rte q u ie­
scu n t alii, u iu u n t alii. B ona quies, sed u ita m elior. Denique Pau­
lus ad u itam excitat quiescentem dicens: Surge, qui dorm is, et
exurge a m o rtu is et inlum inabit tibi C hristus b. E rgo hic excitatur,
u t u iu at, u t sim ilis Pauli sit, u t p o ssit dicere: Quia nos, qui uiui-
m us, non praeueniem us eos, qui d o r m ie r u n tc. Non enim com ­
m unem h u n c uiuendi lo q u itu r u su m spirandique com m ercium ,
sed m eritu m resurgendi. N am cum dixisset: E t m ortui, qu i in
C hristo sunt, resurgunt prim i, subiecit: Deinde et nos, qui uiuim us,
sim u l cu m illis rapiem ur in n u bibus obuiam C hristo in a e ra A.
94. V tique m o rtu u s e st Paulus et passione uenerabili u itam cor­
poris cum in m o rtali gloria conm utauit. N on fefellit ergo, qui se
uiuentem scrip sit in nubibus obuiam C hristo esse rapiendum . Hoc
enim de E n o c h a legim us a u t H e lia b. Sed et tu rap ieris in spiritu.
Ecce cu rru s Heliae, ecce ignes, etsi non u id en tu r, p a ra n tu r, u t
iu stu s ascendat, innocens tra n sfe ra tu r. E t tu a u ita m ori nescit;
denique m ori apostoli n escierunt, un d e et dictum est: Am en, am en
dico uobis, m u lti ex his adstantibus non g ustabunt m o rtem , donec
uideant filium hom inis uenientem in regno s u o c. V iuit enim , qui
non habet, quod m o ria tu r in eo, qui non h ab e t ex Aegypto calcia-
m entum aliquod u t uinculum , sed exuit illu d d, p riu sq u am co rp o ­
ris huiu s dep o n at officium. N on solus itaq u e E noch uiuit, quia
n o n solus est ra p tu s, ra p itu r et P aulus « obuiam C hristo » e.

f 1 Cor 15, 22*.


92. a 1 Cor 15, 23*.
93. a 1 Cor 15, 52*.
b Eph 5, 14*.
c 1 Thess 4, 15.
d 1 Thess 4, 17*.
94. a Cf. Gen 5, 24.
b Cf. 4 Reg 2, 11.
c Mt 16, 28*.
d Cf. Ex 3, 5.
e Cf. 1 Thess 4, 17.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 9 1 -9 4 131

i m o rti? Ma, com e in A dam o tu tti m uoiono, cosi in Cristo tu tti


ritornano in vita. Perciò, com e in Adamo abbiam o le prim izie del­
la m orte, cosi in C risto abbiam o anche quelle della risurrezione.
92. T u tti risorgono, m a nessuno p e rd a la speranza né
giusto si dolga che tu tti partecip in o alla risurrezione, atten d en ­
dosi u n a p artic o la re ricom pensa p e r la sua virtù. T utti, è vero,
risorgono, m a ciascuno, com e dice l’Apostolo, nel proprio ordine.
È com une la rico m p en sa d ella clem enza divina, m a è distinto
l’ordine dei m eriti. Il giorno risplende p e r tu tti, il sole riscalda
tu tti i popoli, la pioggia feconda con ab b ondanti acquazzoni i
poderi di tu tti. 93. T u tti nasciam o, tu tti risorgiam o, m a in en­
tram b e le circo stan ze differenti è il dono del vivere e del rivivere,
diversa la condizione. I n u n batter d ’occhio, infatti, al suono del­
l'ultim a trom ba sia i m o rti risorgeranno incorrotti sia noi sarem o
m utati. Anzi, n ella ste ssa m o rte alcuni dorm ono, a ltri vivono.
B uono è il sonno, m a la v ita è m igliore. Perciò Paolo eso rta a
vivere chi dorm e, dicendo: Svegliati, tu che dorm i, e risorgi dai
m o rti e C risto ti illum inerà. Costui dunque è incitato a vivere, ad
essere del tu tto sim ile a Paolo, p e r p o te r dire: Perché noi che vi­
viamo, non avrem o alcun vantaggio su quelli che si sono addor­
m entati. Non p arla, in fatti, di questo com une uso del vivere e p ra ­
tica del resp irare, m a del m erito p e r risorgere. In fatti, dopo aver
detto: E i m o rti, che sono in Cristo, risorgono p er prim i, aggiun­
se: Poi anche noi, che siam o vivi, sarem o rapiti insiem e con loro
sulle n u b i incontro a C risto nell’aria. 94. C ertam ente Paolo è
m orto, e con u n m a rtirio degno di venerazione h a cam biato la
v ita del co rp o con u n a gloria im m ortale. N on si è sbagliato, lui
che aveva scritto ch e doveva essere rap ito ancora vivente sulle
n u b i in co n tro a C ris to 74. La stessa cosa, infatti, leggiam o di Enoc
e di Elia. Ma anche tu sarai ra p ito in ispirito. Ecco il ca rro di
Elia, ecco i fuochi: anche se non si vedono, sono p re p a ra ti perché
chi è giusto salga al cielo, chi è senza colpa cam bi dim ora. Anche
la tu a v ita ignora la m orte; quindi gli apostoli ignorarono la
m orte, e perciò fu detto: In verità, in verità vi dico, m olti di
questi che sono p resen ti non gusteranno la m orte, in attesa di ve­
dere il Figlio dell'uom o giungere nel suo regno. Vive, infatti, chi
non h a elem enti ch e in lui possano m orire, chi non h a u n sandalo
proveniente d all’E gitto com e leg am e75, m a se l’è tolto p rim a di
lasciare il co m p ito d i qu esto corpo. N on vive d u n q u e il solo Enoc,
che non fu il solo ad essere rapito; viene rap ito anche Paolo in­
co n tro a Cristo.

74 In realtà « P aolo fa l'ip otesi di u n a v en u ta p rossim a di C risto, alla


quale a n ch ’egli sarà p resen te »: CEI, p. 1214.
75 Cf. Orig., In Gen. hom., 8, 7 ( B a eh r e n s , p p. 81, 2 6 -8 2 , 1-5): M oyses,
cum uenisset ad locum quem o sten d it ei deus, non p e rm ittitu r adscendere,
sed ante ei dicitur: « Sotue corrigiam calciam enti de ped ib u s tu is ». Abra-
hae nihil horum dicitu r et Isaac, sed adscendunt nec calciam enta deponunt.
In quo illa fortassis est ratio quod M oyses, quamuis esset « magnus », tam en
de A egypto ueniebat et erant aliqua m orta lita tis uincula pedibu s eius innexa.
132 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 9 5 -9 6

95. V iuunt etiam p atriarch ae; neque enim a liter deus A


h am deus Isaac et d eu s Iaeob, nisi· m o rtu i uiu eren t, d ic e r e tu r2,
deus enim m o rtu o ru m non est, sed u iu e n tiu m b. V iuem us e t nos,
si gesta m oresque m aio ru m sequam ur. M iram ur p a tria rc h a ru m
praem ia, im item u r obsequia, praedicam us gratiam , seq u a m u r oboe­
dientiam , non escis in d u cti saeculi laqueos in c id a m u sc. A rripia­
m us o p o rtu n itatem tem poris, p ra escrip tu m legis, clem entiam uoca-
tionis, d esid eriu m passionis. E xierunt d e te rr a sua p a tria rc h a e ·1,
et nos exeam us p ro p o sito de corporis p o testate, nos exeam us p ro ­
posito, illi exilio. Sed exilium non p u ta ru n t, quod deuotio o b iret,
non necessitas im peraret. Illi te rra m solo m u taru n t, nos caelo
te rra m m u tem us, illi h ab itatione, nos spiritu. Illis inlum inatum
stellis caelum o sten d erit sa p ie n tia e, n o stri oculos co rd is inlumi-
net. Sic typus u e rita ti et u erita s c o n c u rrit typo. 96. A braham
p aratu s hospitibus, fidelis deo, inpiger m ysterio, p ro m p tu s officio
trin ita te m in typo uidit, h o sp italitatem religione eu m u lau it, tres
suscipiens, u n u m adorans, et p erso n aru m distinctione seru ata
u n u m tam en dom inum n om inabat, trib u s honorificentiam m une­
ris deferens et u n am significans p o te s ta te m 2. L oq u eb atu r enim in
eo non doctrina, sed gratia, et m elius cred eb at ille, q u o d non d id i­
cerat, quam nos, qui discim us. Nem o enim typum falsau erat ueri-
tatis e t ideo tres uidet, sed u n ita te m u en e ratu r. T res m ensuras
sim ilaginis pro m it, u n u m im m olat u itu lu m b, satis credens unum
esse sacrificium , triu m m unus, un am hostiam , triu m gratiam . N am
in q u a ttu o r re g ib u s c quis non intellegat, quod m aterialis elem enta
n a tu ra e p raefig u ratae dom inicae passionis indicio et om nia sibi
m u n d an a subiecerit? Fidelis in bello, abstem ius in trium pho, qui

95. 2 Cf. Lc 20, 37 (Ex 3, 6).


b Lc 20, 38*.
c Cf. Ex 32, 6.
d Cf. Gen 12, 1.4.
e Cf. Gen 15, 5.
96. 2 Cf. Gen 18, 1-5.
b Cf. Gen 18, 6-7.
c Cf. Gen 14, 1-15.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 9 5 -9 6 1 33

95. Sono vivi anche i p atriarch i; altrim en ti non sare


chiam ato Dio d i A bram o, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, se i m o r­
ti non fossero viventi: non è, in fatti, Dio dei m orti, m a dei vi­
venti. Vivrem o anche noi a condizione che seguiam o le opere e i
costum i dei n o stri p adri. Noi am m iriam o le ricom pense dei p a­
triarc h i: im itiam one la sottom issione; esaltiam o la grazia che
ricevettero: seguiam oli n ell’obbedienza, cerchiam o di non cadere
nei lacci del m ondo, a ttira ti dalle sue esche. Cogliamo l’o p p o rtu ­
n ità del m om ento, le norm e della legge, la benignità della chia­
m ata, il desiderio del m artirio . I p a tria rc h i uscirono dal loro paese:
usciam o anche noi con i n o stri pro p o siti dal p o tere del corpo,
noi con i n o stri propositi, quelli con l'esilio. M a non ritenevano
esilio ciò che veniva affrontato p e r devozione, non im posto p er
costrizione. E ssi m u taro n o u n a te rra con u n a ltro s u o lo 76, noi
dobbiam o cam biare la te rra con il cielo; essi m u taro n o residenza,
noi dobbiam o cam biare disposizione di spirito. Se a loro la Sa­
pienza h a m o strato il cielo illum inato dalle stelle, in noi illum ini
gli occhi del cuore. Cosi l'im m agine si in co n tra con la v erità e la
v erità con l’im m agine. 96. A bram o, disponibile agli ospiti, fedele
a Dio, sollecito delle re a ltà c e le s ti77, p ro n to al dovere, vide la T ri­
n ità in im m agine e avvalorò l ’o sp italità col religioso ossequio,
accogliendone Tre, m a ad orandone U n o 78, e, u n a volta m an ten u ta
la distinzione delle Persone, chiam ava tu tta v ia Signore uno solo,
a tu tti e tre ren d en d o l’onore dovuto alla loro funzione, m a vo­
lendo indicare u n a sola p o te n z a 79. P arlava in lui non la scienza,
m a la grazia, e credeva p iù efficacem ente lui ciò ch e non aveva
stu d iato d i noi ch e studiam o. N essuno, in fatti, aveva falsato l'im ­
m agine della verità, e p erciò ne vede Tre, m a ad o ra l'U nità. Trae
fuori tre m isu re di fior di farina, uccide u n vitello, ritenendo suffi­
ciente u n unico sacrificio quale offerta p e r tu tti e Tre, un'unica
v ittim a quale rin g raziam ento p e r tu tti e Tre. In fatti, chi non com ­
pren d ereb b e che nei q u a ttro r e 80 sottom ise in prefigurazione gli
elem enti dalla n a tu ra m ateriale aH’annuncio della passione del
Signore e a sé ogni bene m ondano? Fedele in guerra, sobrio nel
trionfo, poiché p referiv a arricch irsi non dei doni degli uom ini,

16 I Latini m ettevano in rapporto ex(s)ul con solum (Cjc., Paraci., 4, 2, 31);


cf. E rnout -M e il l e t , Dict. étym ., sub uoce.
77 Vedi L. F. P izzolato , La d ottrin a esegetica d i sa n t’A m brogio, Vita e
Pensiero, Milano 1978, p. 254.
78 Cf. O rig ., In Gen. hom., 4, 2 ( B a e h r e n s , p. 82, 20-21): Tribus occurrit
e t unum adorat et ad unum loqu itu r dicens: « Declina ad puerum tuum et
refrigera te sub arbore ».
79 L'interpretazione allegorica in senso trinitario dell’accoglienza fatta
da Abramo a Dio, accompagnato da due angeli, oltre a forzare il significato
del testo, si espone al rischio, in un certo senso, di collocare sullo stesso
piano i tre visitatori, in quanto li riferisce alle tre Persone della SS. Trinità,
proprio mentre si preoccupa di sottolineare la superiorità di uno di essi,
in quanto Dio.
eo i quattro re sono quelli di cui si parla a Gen 14, 1, sconfitti da
Àbramo per liberare Lot, suo parente. Anche qui l ’interpretazione alle­
gorica di Ambrogio perde ogni contatto con l ’obiettività del testo biblico.
134 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 9 6 -9 8

donis n on hom inum ditescere, sed dei m a lle td. 97. G enerare
posse filium senex c r e d ita, im m olare se p o sse filium p a te r iudica-
u it. Nec p a tris tre p id a u it adfectus, cum senis d ex teram p ietas
a d iu u aret; scieb at enim acceptiorem deo filium im m o latu m esse
qu am sanum . E rgo ad d u cit a d sacrificium « filium dilectissi­
m um » b, et q uem sero susceperat, cito obtulit, nec p a te rn i nom i­
n is adpellatione reuocauit, cum ille p a tre m uocaret, hic filiu m c.
C ara quidem n o m inum pignora, sed am abiliora praecepta. Itaq u e
licet co n p a te ren tu r corda, u o ta d u rab an t. D estrinxit su p er filium
gladium p a te rn a m an u et p a trio p ercu ssu s adfectu, ne p e rire t poe­
na, trep id au it, ne ictus e rra re t, d extra deficeret. S ensit p ietatis
adfectum , sed non om isit deuotionis negotium et p ro p e ra b a t obse­
quium , e tiam cum au d ire t oraculum . V nde nos quoque deum
om nibus, q u o s diligim us, p raeferam u s, p a tri, fra trib u s, m atri,
u t possit nobis seru are dilectos, sicut in A braham u b erio rem re­
m u n era to rem q uam m in istru m u id e m u s d. 98. O btulit q uidem
filium p ater, sed deus no n sanguine, sed p ie ta te placatur. O uem
p ro hom ine d em o n strau it in ligno, u t et filium p a tri re d d e re t nec
p e rire t h o stia sa c e rd o ti3. Ita q u e n ec A braham p arricid io c ru e n ­
ta tu s est nec deus sacrificio d efrau d atu s est. V idit p ro p h e ta nec
ad fectau it iactan tiam nec ten u it pertinaciam , ouem p ro hom ine
m u tau it. Quo m agis o sten d itu r, quam religiose o b tu lerit, quem
tam lib en ter recep erit. E t tu, si m unus tu u m offeras, non am ittis.
Sed au ari sum us. Deus unicum filium m o rti p ro nobis o b tu litb,

d Cf. Gen 14, 21-24.


97. » Cf. Gen 18, 10-14.
b Cf. Gen 22, 3.
c Cf. Gen 22, 7.
d Cf. Gen 22, 1-10.
98. * Cf. Gen 22, 11-13.
b Cf. Rom 8, 32.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 9 6 -9 8 135

m a di quelli di Dio. 97. P u r vecchio, cred e di p o ter generare u n


figlio, è convinto, lui p adre, d i p o te r sacrificare suo figlio. E
l ’affetto p a te rn o no n esitò, poiché la devozione aiutava la d estra
del vecchio: sapeva che sarebbe stato p iù gradito a Dio il figlio
sacrificato che incolum e. Conduce dunque al sacrificio « il figlio
am atissim o » ed offre p ro n tam e n te la c re a tu ra che aveva gene­
ra to tard i, né q u esta lo distoglie rivolgendosi a lui col nom e di
padre, poiché ap p u n to l'uno diceva « p ad re », l ’altro « figlio » 81.
Cari bensì gli esseri in d icati d a q u esti nom i, m a più c a ri gli ordini
ricevuti. Cosi, sebbene i cuori soffrissero insiem e, le loro volontà
resistevano. Levò sul figlio la spada con la sua m ano di p ad re e,
colpito dall'affetto p atern o, esitò tem endo di m o rire p e r l’ango­
scia, di fallire il colpo, di non reggere con la d e s tr a 82. S enti l ’af­
fe tto dovuto alla tenerezza p atem a , m a non tralasciò il com pito
im postogli dalla devozione, ed aveva fre tta di obbedire anche
q uand o u d ì la voce d ell’angelo. Perciò anche noi anteponiam o
Dio a tu tti quelli che am iam o, al padre, ai fratelli, alla m a d r e 83,
affinché possa conservarci i n o stri c a r i 84, com e nel caso di A bram o
vediam o p iù generoso il rim u n era to re che il servo. 98. Il padre,
è vero, offrì il figlio, m a Dio viene placato non dal sangue, m a dalla
devozione. Indicò in u n cespuglio u n a p eco ra al posto della
cre a tu ra um ana, sia p e r ren d ere il figlio al p ad re sia perché non
m ancasse u n a v ittim a al sacerdote. Così né A bram o fu insanguinato
da u n p arricid io né Dio fu defrau d ato del sacrificio. Il p rofeta
vide e non osten tò presunzione né m antenne u n atteggiam ento
ostinato, m a so stitu ì la p ecora all’uom o. Da questo ap p are m ag­
giorm ente con quale sentim ento religioso aveva offerto la c reatu ra
che accolse con ta n ta gioia q u an d o gli fu restitu ita . Anche tu, se
offri il tuo dono, non lo p e r d i8S. Ma noi siam o avari. Dio offri
alla m o rte p e r noi il suo unico F ig lio 86 e noi gli rifiutiam o i nostri.
81 Cf. De Abr., I, 8, 73; O r ig ., In Gen. hom., 8, 6 ( B a e h r e n s , p. 81, 11-16):
« D ixit », inquit, « Isaac ad Abraham pa trem suum: P ater ». E t haec in tem ­
po re a filio prolata tentationis est uox. Q uomodo enim pu tas im m olandus
filius per hanc uocem uiscera paterna con cu ssit? E t quam uis Abraham rigi­
d ior esset pro fide, red d it tam en etiam ipse affectionis uocem e t respondit:
« Quid est, fili? ».
« Cf. De Abr., I, 8, 67-68.
83 Ci sarem m o a ttesi ch e la m adre preced esse, n e ll’elencazion e, i fratelli.
Cf. in vece O r ig ., In Gen. hom., 8, 8 ( B a e h r e n s , p. 83, 6-9): ...sed nisi opera
fidei expleueris, nisi in om nibus praeceptis etiam difficilioribus parueris, nisi
sacrificium obtuleris et ostenderis quia nec pa trem nec m atrem nec filios
praeferas Deo, non agnosceris quia tim eas Deum...
84 Cf. De uirginib., I, 7, 32: Virgo dei donum est, m unus parentis, sacer­
dotiu m castitatis. Virgo m atris hostia est, cuius cottidia.no sacrificio uis
diuina placatur, II, 2, 16: haec parentes, haec redim at fratres.
ss C f. O r ig ., In Gen. hom., 8, 10 ( B a eh r e n s , p . 85, 25 ): S ic ergo quae ob tu ­
leris Deo, m ultiplicata recipies.
86 Cf. O r ig ., In Gen. hom., 8, 8 ( B a e h r e n s , p. 84, 6-11): Abraham m ortalem
filium non m oriturum ob tu lit Deo; Deus im m ortalem filium pro hom inibus
tra d id it m orti. Quid nos ad haec dicem us? Quid retrib u em u s D om in o pro
om n ib u s quae retrib u it nobis? Deus P ater p ro p ter nos proprio filio non
pepercit. Quis uestrum putas, au diet aliquando angeli uocem dicentis: N u nc
cogn ou i q u oniam tim es tu D eum , quia n o n p ep ercisti filio tu o uel filiae tuae
uel uxori...
136 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 9 8 -1 0 2

nos n o stro s negam us. V idit hoc A braham et agnouit m ysterium ,


salutem nobis in ligno fu tu ra m . N ec la tu it in uno eodem que sacri­
ficio aliu d esse, quod u id e re tu r offerri, aliud, q u o d p o ssit occidi.
99. Im ite m u r ergo A brahae deuotionem , im ite m u r Isa ac b o n ita­
tem , im ite m u r castim oniam . B onus p lan e e t p udicus uir, deu o tu s
deo, castu s uxori, q u i in iu riam n o n red d id it, excludentibus cessit,
p aeniten tes eosdem recep it nec p ro teru u s contum aciae nec d u ru s
gratiae. L itium fugitans, cum recederet, facilis ueniae, cu m reci­
peret, p ro fu sio r b o nitate, cum ignosceret. P eteb atu r societatis
consortium , adiunxit co nuiuium u o lu p ta tis a. 100. Im ite m u r etiam
in Iacob ty p u m C hristi, sit eius in nobis aliqua sim ilitudo facto­
rum . E rim u s consortes, si fuerim us im itatores. M atri oboediuit,
fra tri cessit, socero s e r u iu ita, m ercedem d e lucris, n o n d e gregis
diuisione q u a e s iu itb. N on a u a ra diuisio, u b i lu cra tiu a p ortio. Nec
illa otiosa significatio, scala de c a e lo c, quod p e r crucem C hristi
angelorum atq u e hom inum fu tu ra co n so rtia u id ere n tu r, cui o b stu ­
pefactu m esset f e m u r d, u t in fem ore suo agnosceret generationis
h eredem et o b stu p efactio fem oris passionem p ro p h e ta re t heredis.
101. V idem us ig itu r caelum p a te re u irtu ti nec hoc esse paucorum ;
M ulti en im u enient ab oriente et ab occidente et ab aquilone et
ab austro et recu m b en t in regno dei*, delectationem p erp etu ae
quietis sepultis an im o ru m m otibus exprim entes. S eq u am u r A bra­
ham m oribus, u t nos recip iat in grem ium suum et tam q u am La-
zarum suae h u m ilitatis h eredem p ro p riis circum fusum u irtu tib u s
p io fo u eat a m p le x u b. N on enim nos in grem io corporali, sed in
quodam b o n o ru m facto ru m am ictu sancti p a tria rch ae p ro b a ta
deo successio fouet. N olite, in q u it, seduci, deus non d e r id e tu r c

102. A duertim us, q u am graue sit sacrilegium resu rrectio n em


non credere; si enim non resurgim us, ergo C hristus gratis m or­
tu u s e s t a, ergo C hristus non r e su rre x itb. Si enim nobis n o n re su r­
rexit, u tiq u e no n resu rrex it, qui, sibi c u r resu rg eret, non habebat.

99. ^ Cf. Gen 26, 14-31.


100. a Cf. Gen 27, 5-14; 27,41 - 28, 5; 29, 18-20.
» Cf. Gen 30, 27-34.
c Cf. Gen 28, 12-15.
d Cf. Gen 32, 25-32.
101. a Lc 13, 29*; Mt 8, 11*.
>> Cf. Lc 16, 22.
<= Gai 2, 21*.
102. a Gai 2, 21*.
b 1 Cor 15, 13*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 9 8 -1 0 2 1 37

Vide questo A bram o e riconobbe il m istero, la salvezza che sa­


re b b e v en u ta p e r noi sulla croce. Né gli sfuggi ch e in u n solo e
m edesim o sacrificio a ltra e ra la v ittim a ch e m anifestam ente ve­
niva offerta e a ltra era q u ella ch e può esse re uccisa ®i. 99. Imi·)
tiam o, dunque, la devozione di A bram o, im itiam o la b o n tà di
Isacco, im itiam one la purezza dei costum i. Egli fu certam ente
u n uom o b uono e m origerato, devoto a Dio, fedele alla sposa,
che no n ricam b iò l ’offesa, si ritirò di fro n te a quelli ch e lo cac­
c ia v a n o 88 e li accolse quan do se ne erano p e n titi89, non arrogante
p e r l’ostinazione né sgraziato nel ren d ere favori. D esideroso d'evi­
ta re le contese q u ando se ne andò, facile al p erd o n o quando ac­
colse ch i lo aveva allontanato, generoso nella b o n tà al m om ento
di perdonare: gli veniva chiesto u n p atto d ’alleanza, egli aggiunse
il piacere del convito. 100. Im itiam o anche in G iacobbe la figura
di C risto e su ssista in noi u n a c e rta rassom iglianza delle sue
azioni. Ne sarem o com pagni, se n e sarem o im itato ri. O bbedì alla
m adre, no n si oppose al fratello , servi il suocero, chiese u n a ri­
com pensa p e r l’au m en to del gregge, non n e p re te se la div isio n e90.
N on è avida u n a divisione, quando consiste in u n a p a rte del gua­
dagno. E non è senza significato quella indicazione, la scala che
scendeva dal cielo, secondo la quale appariva che angeli e uom ini
sarebb ero stati associati m ediante la croce di C risto; e a lui fu
lussato il fe m o re 91, p erch é in esso riconoscesse l’ered e della sua
stirp e e la lussazione del fem ore p rean n u n ciasse la passione di
tale erede. 101. Noi vediam o d u n q u e che il cielo si spalanca
alla v irtù e che q u e sta so rte non è di pochi: M olti in fa tti verranno
dall’oriente e dall'occidente e da settentrione e da m ezzogiorno
e siederanno a m ensa nel regno di Dio, m anifestando il piacere
del riposo perp etu o , u n a v o lta soffocate le passioni. Im itiam o i
costum i di A bram o, p erché ci accolga nél suo grem bo e come
Lazzaro, erede della sua u m iltà circonfuso delle p ro p rie virtù,
ci' riscaldi tra le sue braccia. In fa tti la discendenza del santo p a­
triarca, g ra d ita a Dio, ci riscalda non nel grem bo del corpo, m a,
p e r cosi dire, in u n a veste di buone opere. N o n lasciatevi sedurre,
dice la S crittu ra; non ci si prende gioco di Dio.
102. N otiam o quale grave sacrilegio sia non cred ere alla
surrezione. Se in fatti no n risorgiam o, C risto dunque è m orto inu­
tilm ente, dunque C risto n on è risorto. Se non è riso rto p e r noi,
certam en te n o n è riso rto , p erch é n o n aveva m otivo d i riso rg ere

87 Cf. Orig., In Gen. hom., 8, 9 ( B a e h r e n s , pp. 84, 29 ss. - 85, 1): S ed quo­
m odo C hristo uterque conueniat et Isaac, qui non est iugulatus, et aries,
qui iugulatus est, operae p retiu m est noscere... Ideo ipse e t h ostia est et
pontifex. Secundum spiritu m nam que offert hostiam Patri, secundum carnem
ipse in altari crucis offertur.
se A bim elec lo aveva in vitato ad andarsene, tem en d on e la p oten za (Gen
26, 16).
89 V edi Gen 26, 26-30.
90 V eram ente sep p e p oi giocare d i astu zia a proprio beneficio. V edi Gen
30, 41-43.
91 G ram m aticalm ente il p eriod o n on si regge.
138 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 0 2 -1 0 5

R esurrex it in eo m undus, re su rrex it in eo caelum , re su rrex it in


eo terra; e rit enim caelum nouum et te rra n o u a c. Sibi au tem ubi
e ra t n ecessaria resu rrectio, quem m o rtis uincula non tenebant?
N am etsi secundum hom inem m o rtu u s, in ipsis tam en e ra t liber
infernis. 103. Vis scire, q uam liber? Factus su m sicu t hom o sine
adiutorio in ter m o rtu o s lib e r a. E t bene « lib er », qui se p o te ra t
suscitare, iuxta quod scrip tu m est: Soluite hoc tem plum , et in
triduo resuscitabo illu d b. E t bene « lib er », qui alios descenderat
red em p tu ru s. F actus e s t autem « sicut hom o », non specie utique,
sed u e rita te fo rm atu s, q u ia et hom o est, et quis cognoscit e u m ? c.
E ten im in sim ilitu d in e h o m in u m fa ctu s et specie inuentus ut
hom o, hum ilia u it sem etip sum , factus oboediens usque ad m or­
tem d, u t p er illam scilicet oboedientiam eius gloriam uiderem us,
gloriam quasi u n ig e n itie secundum san ctu m Iohannem . Ita enim
scrip tu rae figura seru atu r, u t et im igeniti gloria et p erfecti hom inis
n a tu ra seru etu r in Christo. 104. Ita q u e « ad iu to re » non eguit;
neque enim eguit, cum faceret m undum , u t egeret, cum redim e­
ret. Non legatus, non n untius, sed ipse dom inus saluum fecit eum :
Ip se d ixit et facta s u n t a. Ipse dom inus saluum fecit eum , ubique
ipse, quia p er ip su m o m n ia b. Quis au tem ad iu u aret eum , in quo
creata su n t o m nia et om nia in ipso c o n s t a n t i Quis ad iu u aret
eum , qui om nia « in m om ento » facit? E t in « nouissim a tu b a »
m o rtu o s s u s c ita td, non quia p rim a au t secunda non p o ssit au t
tertia, sed ordo seru atu r, non q u o difficultas sero uincenda, sed
legitim us n u m eru s u in dicandus sit.

105. Tem pus au tem a rb itro r de tu b a ru m specie dicere, quo­


niam serm o p ro p in q u at ad finem, u t n o stri quoque consum m an­
di eloquii tu b a signum sit. S eptem tu b as legim us in apocalypsi
Iohannis, quas septem sum psere a n g e li3. Vbi habes, quoniam
septim us angelus tu b a cecinit, et facta est uox m agna de caelo
dicens: F actum est regnum huius m u n d i dei et C hristi eius, et
regnabit in saecula sa ecu lo ru m b. T uba quidem et p ro uoce acci­
p itu r, quia habes, quoniam et ecce o stiu m apertum in caelo et

c Cf. Apoc 21, 1.


103. * Ps 87, 5.
b Io 2, 19*.
c Ier 17, 9 (Sept.).
i Phil 2, 7-8*.
e Io 1, 14.
104. a Ps 32, 9 (148, 5).
b Col 1, 16*.
c Col 1, 17.
d Cf. 1 Cor 15, 52.
105. a Cf. Apoc 8, 2.
b Apoc 11, 15*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 0 2 -1 0 5 1 39

p e r sé. In Lui è ris o rto il m ondo, in Lui è riso rto di cielo, in Lui
è ris o rta la te rra : vi sarà, in fatti, u n nuovo cielo e u n a nuova
terra. M a in ch e cosa era necessaria la risu rrezio n e p e r Lui che
i lacci della m o rte non tenevano avvinto? In fatti, sebbene fosse
m o rto in q u an to uom o, p ersino nelle viscere della te rra era li­
bero. 103. Vuoi sapere q u a n t’e ra libero? Sono divenuto com e
un uom o senza, aiuto libero tra i m o r ti92. E veram ente « lib e ro » ,
perché poteva risu scitare se stesso, secondo q u an to sta scritto:
D istruggete questo tem pio, e in tre giorni lo riedificherò. E vera­
m ente « lib ero », p erch é era disceso dal cielo p e r redim ere gli
altri. Divenne « com e uom o », avendone assu n to la n a tu ra non
già in apparenza, m a in realtà, p erché è uom o e chi lo conosce?
D ivenuto sim ile agli u om ini e apparso in fo rm a um ana, um iliò
se stesso facendosi obbediente sino alla m orte, affinché p e r mezzo
di quella obbedienza vedessim o la gloria com e di unigenito, com e
dice san Giovanni. L'im m agine offertaci dalla S c rittu ra è conser­
v ata in m odo tale ch e in C risto si conserva sia la gloria dell’Uni-
genito sia la n a tu ra del p e rfe tto uom o. 104. Perciò non ebbe bi­
sogno di uno che lo aiutasse; n o n n e eb b e bisogno q uando creava
il m ondo, cosi d a averne bisogno q u an d o lo riscattava. Non u n
am basciatore, no n u n m esso, m a lo stesso Signore lo salvò: Egli
disse, e fu ro n o fa tte. Lo salvò lo stesso Signore, Egli in ogni luo­
go, poiché tu tte le cose per m ezzo di Lui. M a chi p o treb b e aiu tare
Colui nel quale sono state c reate tu tte le cose e tu tte le cose sus­
sistono in L u i? Chi p o treb b e aiu tare Lui che tu tto fa « in u n ista n ­
te »? E « al suono dell'u ltim a tro m b a » risu scita i m orti, non p e r­
ché non p o ssa farlo al suono della p rim a o della seconda o della
terza, m a si osserv a l'ordine, non p erch é si d eb b a rita rd a re a
vincere la difficoltà, m a p erché deve essere rivendicato il giusto
n u m e ro 93.
105. Penso sia tem po di p a rla re delle varie specie di trom
poiché il discorso si avvicina alla fine, sicché la tro m b a è il se­
gnale che anche 'le n o stre p aro le devono essere concluse. Nel­
l’Apocalisse di G iovanni leggiam o di sette tro m b e p re se dagli an ­
geli. Ivi t u trovi che il settim o angelo suonò la tro m b a e si udì
u n a voce p o ssen te dal cielo che diceva: I l regno di questo m ondo
è diventato regno di Dio e del suo C risto e regnerà nei secoli dei
secoli. In v erità la p aro la « tro m b a » significa anche voce, perché
trovi: E d ecco una porta aperta nel cielo e la p rim a voce che

92 Cf. De fide, III, 4, 27-28: factu s est tam en inter m ortu os liber, et liber
sine adiutorio... L iber igitu r est, quia m o rtis uincula nesciuit: non captus
ab inferis, sed qui operatus s it in infernis; sine adiutorio est, quia neque
per nuntium neque p e r legatum, sed ipse p e r se dom inus satuum fecit popu­
lum suum. Q uom odo enim p o tu it adiutorium su i corporis quaerere susci­
tandi, qui alios suscitauit?
93 Cf. Cic., Verr., act. II, V, 22, 57: ...illum quasi legitim um numerum
(numero legale) consuetudinis non explere.
140 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 0 5 -1 0 7

uox prim a, quam audiui, sicut tubam loquentem m ecum et dicen­


tem : Ascende huc, et ostendam tibi, quae oportet fie r ic. Legim us
etiam : Canite in initio m ensis tu b a d, sed etiam alibi: Laudate
d o m in u m in sono tubae*. 106. E rgo quid sibi u elit tu b a ru m si­
gnificatio, om ni u irtu te debem us ad u ertere, n e quasi fabulam ani­
lite r accipientes periclitem ur, si indigna dogm ate sp iritali nec
conuenientia sc rip tu ra ru m em inentiae sentiam us. N am cum lege­
rim us bellum nobis esse non aduersus carnem et sanguinem , sed
aduersus spiritalia nequitiae, quae su n t in ca e le stib u sa, non car­
nalia u tiq u e arm a, sed fo rtia d e o h aestim are debem us. N on enim
satis est tu b am u id ere nec sonum eius audire, nisi p ro p rie ta tem
sonitus intellegas. E ten im si in certam uocem det tuba, quom odo
quis p a ra b it se ad bellum ? Vnde o p o rte t uocis tu b ae nos scire
u irtu tem , ne u id eam u r b arb ari, cum tubas huiusm odi a u t audi­
m us a u t loq u im u r. E t ideo cum loquim ur, orem us, u t eas nobis
sp iritu s sanctus in terp ra etetu r.

107. R equiram us ig itu r in scrip tu ris ueterib u s, quid de tu


ru m genere legerim us, conicientes eas sollem nitates, quae Iudaeis
lege p ra escrip tae sunt, superiorum esse u m b ram celeb ritatu m
caelestium que fe s to ru m a. H ic enim u m b ra, illic u eritas. P er u m ­
b ra m ad u erita te m p eru en ire n itam u r. Cuius figura etiam alibi
expressa est hoc m odo; habes enim , q uia locutus est dom inus ad
Moysen: Loquere filiis Israhel dicens: M ense septim o, una m ensis,
erit uobis requies in m em oriale tubarum , uocata sancta erit uobis.
Om ne opus seruile non facietis et accendetis holocaustum dom i­
no b. In N um eris au tem locutus est dom inus ad M oysen dicens:
Fac tibi duas tubas ductiles, argenteas facies eas, et erunt tibi ad
euocandam synagogam et prom onenda castra. E t tuba canes in
illis et colligetur om nis turba ad o stiu m tabernaculi testim onii.
S i autem in una tuba cecinerit, ad te uenient om nes principes et
duces Israhel et tuba canetis significationem et p ro m o u eb u n t ca­
stra et co n stitu en tu r ad orientem . E t tuba canetis significationem
secundam et p ro m o u eb u n t castra et co n stitu en tu r ad Libanum .

c Apoc 4, 1*.
d Ps 80, 4*.
e Ps 150, 5*.
106. a Cf. Eph 6, 12.
b Cf. 2 Cor 10, 4.
107. a Cf. Coi 2, 16-17.
b Leu 23, 24 (S e p t.)
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 0 5 -1 0 7 141

avevo udito com e una trom ba parlare con m e e dirm i: « Sali quas­
sù, e ti m ostrerò ciò che bisogna sia fa tto ». Leggiamo anche:
All’inizio del m ese suonate la trom ba, m a anche in u n a ltro passo:
Lodate il Signore col suono della trom ba. 106. D obbiam o dunque
fa re attenzione con tu tte le n o stre facoltà a ciò che significa il
segnale delle trom be, p e r non co rrere rischi dando ascolto, p e r
cosi dire, a favole com e le v ecch ierelle94, se accettassim o spiega­
zioni indegne di u n a d o ttrin a sp iritu ale e non convenienti all’ec­
cellenza delle S crittu re. In fatti, quando leggiam o che dobbiam o
com battere non contro la carne e il sangue, m a contro gli spiriti
del male, che abitano nelle regioni celesti, dobbiam o p en sare non
già ad arm i carnali, m a ad arm i p o ten ti in Dio. N on è sufficiente
vedere la tro m b a e u d irn e il suono, se n o n com prendi la n a tu ra
del suono. Se la tro m b a em etterà u n suono incerto, ch i si p re­
p a re rà alla guerra? Perciò bisogna che conosciam o il significato
del suono della tro m b a, p e r non ap p a rire b arb ari, quando ascol­
tiam o tro m b e di questo genere o ne parliam o. P er questo, quando
ne parliam o, preghiam o che lo S pirito Santo ce ne dia l ’in terp re­
tazione.
107. C erchiam o dunque nelle antiche S c rittu re ciò che
biam o letto dei generi di trom be, supponendo ch e le solennità
p re sc ritte dalla Legge ai Giudei siano l'o m b ra delle precedenti
celebrazioni e delle feste celesti. Là l’om bra, qui la verità. A ttra­
verso l'o m b ra sforziam oci di giungere alla verità. La sua im m agine
è sta ta espressa anche in u n altro p asso a questo m odo; leggi
in fatti che il Signore disse a Mosè: Parla ai figli d ’Israele dicen­
do: « N el settim o m ese, il p rim o del mese, voi riposerete per la
fe s ta 95 delle trom be, sarà p er voi una sacra a d u n a n za 96. N on fa­
rete alcuna opera servile e brucerete l’olocausto al Signore ». Nei
N um eri poi, il Signore parlò a Mosè dicendo: « F atti due trom be
metàlliche, le farai d ’argento e ti serviranno per radunare la co­
m u n ità e p er m uovere l’accam pam ento. E suonerai le trom be in
essi e si radunerà tu tto il popolo all’ingresso della tenda della te­
stim onianza. Ma al suono di una trom ba sola verranno a te tu tti
i principi e i capi d'Israele e con le trom be suonerete un segnale
e m uoveranno gli accam pam enti p o s ti97 ad oriente. E con la trom ­
ba suonerete un secondo segnale e m uoveranno gli accam pam enti
po sti presso il L ib a n o 9*. E con la trom ba suonerete un terzo se-

94 Cf. Cic., De nat. deor., I l i , 5, 12: nec fabellas aniles proferas·, III, 39,
92: Neque id dicitis su perstitiose atque aniliter...·, H or., Sat., II, 6 , 77-78:
garrit anilis / ...fabellas.
95 Propriamente «in ricordo », Settanta·, μνημό yuvov.
96 II uocata traduce con materiale esattezza il κ λη τή dei Settanta.
91 L’et con stitu entur non rende il gr. αί παρεμβάλλουσαι riferito a a i ita-
ρεμβολαί, perché propriam ente significa « saranno posti », « si troveranno ».
98 Come avverte il Faller (ed. cit., p. 309) Libanum è un errore di tradu­
zione dell’accusativo greco λ ίβ α (nomin. λίψ = N otus). Si dovrebbe quindi
tradurre « a mezzogiorno »; tuttavia, anche in rapporto a ciò che si dice ai
parr. 115 e 116, conviene conservare im mutato il testo di Ambrogio.
142 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 0 7 -1 0 8

E t tuba canetis significationem tertiam et p ro m o u eb u n t castra,


quae co n stitu en tu r ad mare. E t tuba canetis significationem quar­
ta m et p ro m o u eb u n t castra, quae co n stitu en tu r ad aquilonem .
Significationem tuba canent in p ro m o tu eorum . E t cum congrega­
b itis synagogam, tuba canite et non significationem . E t filii Aaron
sacerdotes tubis canent et erunt uobis legitim um aeternum in
progenies uestras. S i au tem exieritis in bellum in terram uestram
ad aduersarios, qui resistu n t uobis, et significabitis tu bis et remi-
niscem ini coram dom ino et liberationem habebitis a m ortuis
uestris. E t in diebus laetitiae uestrae et in diebus fe stis uestris
et in neom eniis u estris concinite tu b is et in holocaustis et sacri­
ficiis salutaribus uestris et erit uobis in com m em oratione uestra
coram dom ino, a it d o m in u s c.
108. Q uid igitur? Dies festos in p o tu et in epulis aestim
m us? S ed nem o nos in m anducando diiudicet; no u im u s enim , quia
lex spiritalis e s t a. N em o ergo nos iudicet in escis aliquibus au t in
p o tu aut in pa rte diei fe sti aut neom eniis aut sabbato, quae su n t
um bra fu tu ro ru m , corpus autem C h ristib. C orpus itaq u e C hristi
req u iram u s, quod nobis q u asi nouissim a tu b a uox d e caelo p a ­
te rn a m o n strau it, tunc, cu m dicebant Iudaei, q u ia to n itru u m fac­
tu m e s t c illi, corpus C hristi, quod iteru m tu b a nobis nouissim a
reuelab it, quoniam ipse d o m in u s in iussu archangeli et in tuba
dom ini descendet de caelo, et m ortui, qui in C hristo sunt, resur­
g u n t d; u b i enim corpus, illic et a q u ila ee, u b i C hristi co rp u s, ibi
u eritas. S ep tim a ig itu r tu b a hebdom adis requiem u id e tu r signifi­
care, quae no n solum in diebus e t annis e t p erio d is a e stim atu r
— und e et iu b ilaeu s sacratu s est n u m eru s — , sed etiam annum
septuagesim um co n p reh endit, q uando in H ierusalem regressus
est populus, qui septu ag in ta annis in ca p tiu ita te d u ra u itf. In cen­
tesim is quoque, etiam in m illesim i sacri o b seru atio n u m eri m inim e
p ra e te ritu r; neq u e enim otiose dixit: R eliqui m ih i sep tem m ilia
uirorum , qui non curuauerunt genua ante B a h a ls. E rgo u m b ra
fu tu ra e q uietis in diebus, m ensibus, annis, m undi ip siu s tem pore
figuratur, et ideo p e r M oysen m a n d a tu r filiis Israhel, u t septim o
m ense u n a m ensis singulis fiat requies in m em oriale tu b a ru m nec
seruile aliquod opus, sed deo sacrificium d e f e r a tu r 11, eo quod in
ipso fine hebdom adis quasi m undi sab b ato sp iritalia a nobis, non
carnalia o p era flagitentur. Quod enim carnale, seruile, q uia anim o
caro seruit, lib eru m innocentia facit, culpa uem aculum .

c N um 10, 1-10 (Sept.).


108. » Rom 7, 14*.
b Coi 2, 16-17*.
c Io 12, 29*.
d 1 Thess 4, 16*.
e Lc 17, 37*.
f Cf. 2 Chron 36, 21-23.
« 3 Reg 19, 18*.
h Cf. Leu 23, 24 (Sept.; cf. supra, II, 107).
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 0 7 -1 0 8 143

gnale e m uoveranno gli accam pam enti p o sti presso il mare. E con
la trom ba suonerete un quarto segnale e m uoveranno gli accam­
p am en ti p o sti a settentrione. Suoneranno con la trom ba un segna­
le al m o m en to d i levare gli accam pam enti. E quando radunerete
la com unità, suonate la trom ba e non un segnale. E i sacerdoti
figli di A ronne suoneranno le trom be e saranno per voi legge eter­
na per le vostre discendenze. Se poi uscite in guerra nel vostro
paese contro gli avversari, che si oppongono a voi, e darete se­
gnali con le tro m b e e vi ricorderete davanti a Dio e otterrete la
liberazione dai vo stri m o r ti" . E nei giorni della vostra grazia e
nei vo stri giorni festivi e nei vo stri plenilunii suonate le trom be
sia sui vo stri olocausti sia sui vo stri sacrifici p er la salvezza e sarà
per voi quale ricordo davanti a Dio, dice il Signore ».
108. Che dunque? F arem o consistere i giorni festivi in
posi e b an ch etti? M a n essuno ci giudichi p e r il m angiare. Sap­
piam o, infatti, che la legge è spirituale. N essuno dunque ci con­
danni per taluni cibi o p er la bevanda o per una parte del giorno
festivo o p er i p leniluni o per il sabato, che sono l'om bra degli
avvenim en ti fu tu ri, m a la realtà è il corpo di Cristo. C erchiam o
dunque il corpo di C risto, che, quasi u ltim a trom ba, ci h a m o­
stra to la voce del P ad re dal cielo, allora quando i Giudei dicevano
che p e r Lui era stato fa tto rim bom bare un tuono; il corpo di Cri­
sto, che l’u ltim a tro m b a ci rivelerà nuovam ente, perché lo stesso
Signore, all’ordine dell'arcangelo e allo squillo della trom ba del
Signore, discenderà dal cielo, e i m o rti che sono in Cristo risor­
gono; dove, in fatti, c’è il corpo, ivi anche le aquile. La settim a
trom ba, dunque, sem b ra significare il riposo del settim o giorno,
che non è valu tato solam ente in giorni, anni ed ere — perciò an­
che quello del giubileo è u n num ero consacrato 100 — , m a com ­
pren d e anche il settan tesim o anno, quando il popolo to rn ò a Ge­
rusalem m e, dopo aver resistito nella schiavitù p e r se tta n t’anni.
L’osservanza del n u m ero s a c r o 101 non viene tra sc u ra ta nem m eno
nei centesim i e nei m illesim i. La S c rittu ra non dice, infatti, senza
u n significato: H o lasciato per m e settem ila uom ini che non hanno
piegato le ginocchia davanti a Baal. D unque l ’o m b ra del riposo
fu tu ro è p refig u rata nei giorni, nei m esi, negli anni, nella d u ra ta
nel m ondo stesso, e perciò p er m ezzo di Mosè si o rd in a ai figli
d ’Israele che al settim o m ese, il prim o del m e s e m , ciascuno ri­
posi p e r la festa delle tro m b e e non si faccia alcun lavoro servile,
m a si offra u n sacrificio a Dio, perché p ro p rio alla fine della set­
tim ana, q u asi giorno festivo del m ondo, si richiedono a noi opere
sp irituali, non carnali. Ciò che è carnale è servile, p erch é la carne
serve l’anim a, la rende lib era con l'innocenza, schiava con la colpa.
99 I Settan ta hanno άπό τω ν εχθρών. Il Fallei (ed. cit., p. 309) suppone
che il testo esatto fosse άπό των νεκρών e cita T e r t . , De carne Chr., 2: M ortui
uocabuntur hostes fidei.
ìoo L’anno giubilare (Lev 25, 8-17; 29-31) corrisponderebbe al settim o di
sette anni sabbatici. A tale fatto credo si riferisca qui Ambrogio.
ιοί Vedi M e K e n z ie - M a g g io n i, Dizionario biblico, Cittadella, Assisi 19783,
p. 664.
102 Tale giorno è tuttora il Capodanno ebraico.
144 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 0 9 -1 1 1

109. O p o rtu it ig itu r p e r speculum e t in aenigm ate fieri s


ritalia. N u n c enim p e r sp eculum uidem us, tunc facie ad fa c ie m a,
nunc secu n d u m carnem m ilita m u s b, tu n c s p iritu uidebim us diui-
n a m ysteria. E t ideo u erae legis c h a rac te r in n o stris m o rib u s expri­
m atu r, qui in dei am bulam us im agine, quoniam legis u m b ra tra n ­
siliit, u m b ra Iud aeis c a rn a lib u s 0, im ago nobis, u e rita s re su rre c ­
tu ris. T ria enim haec secundum legem esse cognouim us, u m b ram ,
im aginem , u eritatem , u m b ram in lege, im aginem in euangelio, in
iudicio u eritatem . Sed C h risti om nia et in C hristo om nia, quem
n u n c secundum u erita te m u id ere n o n possum us, sed uidem us q u a­
si in qu ad am im agine fu tu ro ru m , q u o ru m u m b ra m in lege p ersp e­
xim us. E rgo C h ristu s no n u m b ra, sed im ago d e i d, non u ac u a im a­
go, sed u erita s. E t ideo p er M oysen le x e, q u ia u m b ra p e r hom i­
nem , figura p e r legem , p e r Iesu m ueritas. N eque enim u erita s
aliunde nisi ex u e rita te procederet. 110. Si quis ergo h an c im a­
ginem dei u id ere d esiderat, debet diligere deum , u t dilig atu r a
deo e t sit iam n o n seruus, sed am icus, qui m an d ata dei f e c e r ita,
u t p o ssit in tro ire in nubem , u b i e s t d e u s b. Ip se fa ciat sibi ra tio ­
n abiles tubas duas ductiles argento p r o b a to c, hoc est p retio so
u erb o conpositas et orn atas, quibus non ra u cu m increpans te r­
rib ili so n itu m u rm u r in te rstre p a t, sed sublim es gratiae deo con­
tin u a iubilatione fu n d an tu r. Talium enim tu b a ru m so n itu m o rtu i
su scitan tu r, no n c re p itu u tiq u e aeris, sed u erb o u e rita tis anim a­
ti. E t fo rtasse duae istae tu b ae sunt, p e r quas diuino sp iritu P au­
lus in crep au it dicens: Orabo spiritu, orabo et m ente; psallam spi­
ritu, psallam et m en te d; alteru m enim sine a lte ro neq u aq u am uide-
tu r eu ocationem h ab ere perfectam . 111. N ec tam en om nium est
u tra q u e canere tu b a nec om nium est u n iu ersa m colligere synago­
gam , sed solis sacerdotibus et m in istris dei canentibus praeroga-
tiu a is ta d efertu r, u t, quicum que au d ierit e t secutus eos fu e rit,
u b i est dei gloria, et a d tab ern acu lu m testim onii p ra e m a tu ra in ten ­
tione conuenerit, o p era p o ssit spectare diuina et legitim um illud
aete m u m q u e dom icilium in suae p o ste rita tis serie p ro m e r e ri3.
T unc enim b ellum conficitur, hostis fugatur, q u an d o sp iritu s gra-

109. 3 1 Cor 13, 12.


b Cf. 2 Cor 10, 3.
c Cf. Hebr 10, 1.
d 2 Cor 4, 4.
« Io 1, 17*.
110. a Cf. Io 15, 14-15.
b Cf. Ex 24, 15-16.
c Num 10, 1* (cf. supra, II, 107).
d 1 Cor 14, 15.
111. a Cf. Num 10, 8.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 0 9 -1 1 1 145

109. E ra d u nque o p p o rtu n o che fossero com piute opere


ritu ali in im m agine e in enigm a. Ora, infatti, vediam o com e in uno
specchio, allora a faccia a faccia, ora m ilitiam o secondo la carne,
allora in isp irito vedrem o i m iste ri divini. E perciò sia espresso
il c a ra tte re della vera legge nei costum i di noi che cam m iniam o
neirim m ag in e di Dio, poiché è trasc o rsa l ’o m b ra d ella Legge:
l ’o m b ra è p e r i Giudei, schiavi della carne, p e r noi l'im m agine, la
verità q u an d o risorgerem o. Sappiam o, in fatti, che secondo la Legge
vi sono q u e sti tre stadi: l'om bra, l’im m agine, la verità; l ’om bra
nella Legge, l’im m agine nel V an g elo 103, la v erità nel giudizio. Ma
tu tto è di C risto e tu tto è in Cristo, che o ra non possiam o vedere
nella verità, m a vediam o com e in un'im m agine degli avvenim enti
fu tu ri, dei quali ab b iam o visto l’om b ra nella Legge. D unque C risto
non è l ’om bra, m a l'im m agine di Dio, non u n a vu o ta im m agine,
m a la verità. E quindi, la Legge p er m ezzo di Mosè, perché l ’om ­
b ra p e r m ezzo d ell’uom o, la prefigurazione p e r m ezzo della Legge,
p e r mezzo di Gesù la verità. In fa tti la v erità non p u ò procedere
d a a ltra fo n te se n o n dalla v e r ità 104. 110. Se u n o dunque desi­
d era vedere q u esta im m agine di Dio, deve am arlo p e r essere da
Lui am ato e d essergli n o n p iù servo m a am ico, poiché h a eseguito
i suoi com andi, p e r p o te r e n tra re nella nube, dove Egli si trova.
Egli si fab b rich i due tro m be s p iritu a li105 m etalliche di argento
fino, cioè com poste ed o rn a te della P aro la p re z io sa 106, p e r mezzo
delle q u ali n o n p ro d u rre già co n roco stre p ito u n frag o ro so rim ­
bom bo dal suono te rrific a n te 107, m a effondere sublim i ringrazia­
m enti a Dio con in in te rro tta letizia. Al suono di ta li trom be i
m o rti risorgono, rian im ati non dallo strep ito del bronzo, m a dalla
p aro la di verità. E fo rse sono q u este le due tro m b e p e r mezzo
delle q u ali Paolo, m osso dallo S p irito divino, alzò la voce dicen­
do: Pregherò con lo spirito, m a pregherò anche con l’intelligenza,
canterò con lo spirito, m a canterò anche con l’intelligenza; l ’una
cosa senza l ’altra , in fatti, non sem b ra essere in alcun m odo u n a
preghiera p erfetta. 111. E tu tta v ia non è di tu tti suonare l’u n a
e l’a ltra tro m b a né è di tu tti raccogliere l’in te ra com unità, m a
qu esta prero g ativ a è concessa ai soli sacerdoti e m in istri di Dio,
che le suonano, affinché, chiunque li u d irà e seguirà dove è la
gloria di Dio e si raccoglierà presso la ten d a della testim onianza
con sollecito im pegno, p o ssa co n tem p lare le opere divine e m e­
rita re quella g iu sta ed etern a d im o ra nella successione della sua
p o sterità. Allora si vince la guerra, si m e tte in fuga il nem ico,
quando suonano la grazia dello sp irito e l ’attiv ità deH’intelligenza.

103 Subito dopo, però, si dice che Christus è non um bra, sed im ago Dei,
non uacua imago, sed ueritas.
104 Su questo paragrafo, vedi P i z z o l a t o , op. cit., pp. 79-80.
los Sul significato d i rationabiles, vedi P i z z o l a t o , op. cit., p . 150 e nota 279.
106 Evidentem ente le due trom be com poste della Parola preziosa devono
essere l ’Antico e il Nuovo Testamento.
107 Cf. V e r g ., Aen., IX, 503-504: A t tuba terribilem son itu m procul aere
canoro / increpuit; Ον., A rs, III, 289.
146 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 1 1 -1 1 5

tia concinit et m entis in d u stria. 112. S u n t et illae salutares tubae,


si corde credas et o re fatearis; corde enim creditur ad iustitìam ,
ore confessio fit ad s a lu te m a. H ac ig itu r gem ina tu b a a d illam
sanctam terram , resu rrectio n is scilicet gratiam , p eru en itu r. E t
ideo sem per tib i concinat, u t sem per audias dei uoces, sem p er te
angelorum p ro p h e ta ru m q u e oracula excitent atq u e com m oueant,
u t a d su p erio ra festines, (113.) in locum tabernaculi adm irabilis
usque ad d o m u m dei; in uoce exultationis et confessionis sonitus
e p u la n tisa. Non enim soli hostes h a ru m tu b a ru m so n itu uincun-
tu r, sed e t delectationes et dies festi e t neom eniae sine his esse
n o n p o s s u n tb. N em o enim potest, nisi diuini h a u ria t p rom issa
serm onis et re su ltan tib u s c re d a t oraculis, ex u ltare laetitia, dies
festos a u t neom enias agere, quibus se corporali g ra tia et saecu­
lari occupatione u ac u atu m C hristi rep leri luce desideret. S acri­
ficia quoque ip sa deo p ro b a ta esse non possunt, nisi confessio
uocis ad sp iret, quae sacerdotali oblatione ad obsecrandam dei gra­
tiam populos excitare consueuit. 114. Ita q u e sim us p raed icato res
dom ini et laudem us eum in uoce tu b a e a, non exigua de u irtu te eius
et u ilia sentientes, sed ea, quae p o ssin t au rem m entis inplere et
intim ae conscientiae p en e trare secretum , u t ea, q u ae c o rp o ri con-
ueniun t, d iu in itati non pu tem us ap tan d a nec diuinae m agnitudinem
p o testatis hum anis u irib u s m etiam ur, u t quaeram us, quom odo
quis re su rg at au t quali corpore u en iat a u t quem adm odum soluta
coeant, lapsa re p are n tu r; haec enim arb itrio dei sim ul u t sta tu u n ­
tu r, in p len tu r. Nec sensibilis tu b a ru m ex p ectatu r auditus, sed
inuisibilis p o ten tia m agnificentiae caelestis o p eratu r; deo enim
uelle p ro facto est. Nec resu rrectio n is req u iren d u s nisus, sed
fru ctu s nobis est expetendus. Quae procliuius ce leb rab itu r, si
exinaniti u itiis plenitudinem sp iritalis m ysterii consequam ur gra-
tiam qu e ren o u atam caro sum at a s p iritu et fulgorem lucis a e te r­
nae anim a m u tu e tu r a C hristo.

115. Sed non solum singulorum , u eru m etiam u n iu ersitatis


ista m y steria sunt. A duerte enim iuxta typum legis ord in em g ra­
tiae. Cum tu b a p rim a cecinerit, orientales congregat quasi p raeci­
puos et electos, cum secunda, subpares m eritis, qui secundum
L ibanum siti dereliq u erin t lu d ib ria nationum , cum tertia, eos, qui

112. a R om 10, 10.


113. a Ps 41, 5*.
b Cf. Num 10, 9-10.
114. a Cf. Ps 97, 6.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 1 1 -1 1 5 147

112. Sono an c h ’esse tro m b e di salvezza, se cred i nel cuore e p ro ­


fessi la tu a fede col labbro; col cuore, infatti, si crede p er la giu­
stizia, con la bocca si fa la professione di fede p er la salvezza.
M ediante q u esta duplice tro m b a si giunge a quella san ta te rra , cioè
alla grazia d ella risurrezione. E q u esta duplice tro m b a suoni sem ­
p re p e r te, p erch é sem pre tu possa ascoltare la voce di Dio e d
essere sem pre in citato e m osso dagli annunci degli angeli e dei
profeti, cosi d a a ffre tta rti verso ciò ch e sta ih alto, (113.) verso
il luogo della tenda m era vigliosa108 fino alla dim ora di Dio tra
grida di esultanza e d i confessione proprie di u n giorno di f e s t a 109.
N on solo i nem ici, in fatti, sono vinti dal suono di q u este trom be,
m a anche i piaceri e i giorni festivi e i noviluni non possono sus­
sistere senza di esse. N essuno, se non assorbe le pro m esse della
p aro la divina e no n crede alla voce della rivelazione, p u ò esultare
d i grazia e cele b rare i g iorni di fe sta e pleniluni, cosi d a desi­
d erare di essere riem p ito d ella luce d i C risto, lib ero dalle a ttr a t­
tive co rp o rali e dalle occupazioni m ondane. Gli stessi sacrifìci
non possono riu scire g rad iti a Dio, se non sono avvalorati dalla
professione fa tta a viva voce, la quale suole e so rta re i popoli ad
invocare la grazia di Dio m ediante l’oblazione del sacerdote. 114.
Perciò esaltiam o il Signore e lodiam olo col suono della trom ba,
non avendo della sua potenza u n ’id ea lim itata e m eschina, m a
tale da p o te r riem p ire l'orecchio dell’intelligenza e p en e trare il
segreto della coscienza interiore, cosi d a non cred ere ch e si deb­
bano app licare alla div in ità i c rite ri che si addicono al corpo e
da non m isu rare la grandezza del p o tere divino co n le forze um a­
ne, p e r cercare in che m odo u n o risorga o con q u ale corpo si
p resen ti o com e ciò che è dissolto si riunisca, ciò che è venuto
m eno sia re stitu ito nella condizione prim itiva; tu tto ciò, in fatti,
non ap p en a è stabilito, viene a ttu a to dal libero volere di Dio. E
non si a tte n d e la percezione sensibile del suono delle trom be, m a
agisce la potenza invisibile della m agnificenza celeste. P er Dio
volere equivale a fare. E non dobbiam o indagare l ’im pulso della
risurrezione, m a chiederne il fru tto . E ssa si co m p irà più agevol­
m ente, se, svuotati dei vizi, o tterre m o la pienezza del m iste ro spi­
ritu ale e se la carne p re n d e rà dallo sp irito la grazia rinnovata e
l’anim a a ttin g e rà 110 d a C risto il fulgore della luce etern a.
115. M a q u esti sono m iste ri che non rig u ard an o solo i sin
m a tu tti in d istin tam en te. Osserva, accanto all'im m agine fornita
dalla Legge, l ’o rd in e della grazia. Q uando suonerà la p rim a tro m ­
ba, ra d u n erà gli o rien tali com e p re m in e n ti ed eletti; q u an d o suo­
n e rà la seconda, q u elli quasi p a ri nei m eriti, che, p o sti p re sso il
L ib a n o 111, h an n o ab b an d o n ato la vergogna delle nazioni; q u an d o

108 π Castellino (Libro dei Salm i, Marietti, Torino 1965, p. 129) preferi­
sce riferire adm irabilis a Dio. I S etta n ta hanno σκηνής θαυμ αστή ς.
i» Cf. S etta n ta : ήχου έορτάζοντος. La Noua V ulgata ha in uoce exaltatio­
nis et confessionis m u ltitudin is festa celebrantis.
l i o Cf. De ob. Val., 64.
ni Vedi sopra, par. 107, nota 98. ,
148 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 1 5 -1 1 9

tam q u am in m ari exagitati istiu s freto m undi, saeculi huius flucti­


b u s u acillau erin t, cum q u arta, illos, qui d u ra m en tiu m nequaquam
satis p o tu e rin t eloquii sp iritalis m ollire p raecepto et ideo secun­
dum bo ream uo cati s u n t 3; boreas enim secundum Salom onem
d u ru s est u e n tu s b. 116. Itaq u e licet in m o m e n to a re su sc ite n tu r
om nes, om nes tam en m erito ru m ordine su scitan tu r. E t ideo prim i
resu rg u n t, qui m a tu ri deuotionis occursu e t quodam antelucano
fidei ex o rtu p ro d eu n tes solis aetern i radios receperunt. Q uod uel
de p atria rch is iuxta u eteris seriem testam en ti uel de apostolis
iuxta euangelium iu re m em orauerim . Secundi autem , qui ritu m
gentium relin q u en tes ab e rro re sacrilego tra n sie ru n t in ecclesiae
disciplinam . E t ideo illi p rim i ex p atrib u s, isti secundi ex gentibus;
ab illis enim lux fidei coepit, in istis u sq u e a d m undi occasum
suscepta d u rab it. T ertii su sc ita n tu r et q u arti, qui ab au stro et
ab aquilone sunt. His q u a ttu o r te rra distinguitur, his q u a ttu o r
annus in clu d itu r, his q u a ttu o r m undus inpletur, his q u a ttu o r eccle­
sia congregatur. Omnes enim , qui sacrosanctae ecclesiae copulati
diuini nom inis adpellatione censentur, praero g atiu am re su rrec­
tionis et delectationis aetern ae gratiam consequentur, quoniam
uenient ab oriente et occidente et ab aquilone et austro et recum ­
bent in regno d e ib. 117. N on enim exigua m un d u m suum C hristus
luce conplectitur, quandoquidem a su m m o caelo egressio eius et
occursus eius usque ad s u m m u m eius nec est, qui se abscondat a
calore e iu s a. Om nes enim benignus in lu stra t nec re fu ta re leuem ,
sed em endare uult, nec excludere d u ru m ecclesia, sed m ollire
desiderat. E t ideo eos in C anticis C anticorum ecclesia, in euan­
gelio C hristus in u ita t dicens: V enite ad m e om nes, qui laboratis
et onerati estis, et ego uos reficiam; tollite iugum m e u m su p er uos
et discite a me, quia m itis su m et hum ilis c o rd e h. 118. Ecclesiae
quoque uocem in u itan tis agnosce; dicit enim : Exsurge, aquilo, et
ueni, auster, perfla h o rtu m m e u m et defluant unguenta mea. De­
scendat fra ter m eus ad h o rtu m su u m et edat fru c tu m pom ifera­
ru m s u a r u m a. Sciens enim iam tu n c etiam h o ru m tib i fo rte
o p era fru ctu o sa, C hristo tuo fru ctu m de talibus pollicebare, quae
prim o te in cubiculum dixisti regis inductam diligens « u b e ra
su p er uin u m », cum diligentem am ares, latentem quaereres b, p e ri­
cula p ro religione contem neres. 119. Deinde a L ibano sponsa

115. a Cf. Num 10, 1-10 (cf. supra, II, 107).


b Cf. Eccli 43, 22.
116. a 1 Cor 15, 52.
b Lc 13, 29*.
117. 3 Ps 18, 7.
b Mt 11, 28-29*.
118. a Cant 4,16 - 5,1*.
b Cf. Cant 1, 1-3.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 1 5 -1 1 9 149

suonerà la terza, quelli che, com e sb a ttu ti dal m are, hanno vacil­
lato p e r i m aro si di questo m ondo e p e r i flu tti di q u esta vita;
q uand o su onerà la q u arta, quelli che non hanno p o tu to ram m ol­
lire abb astan za la durezza d ella loro m ente con l ’insegnam ento
della p aro la sp iritu ale e p erciò sono stati chiam ati dalla p a rte di
borea. B orea in fatti, secondo Salom one, è u n vento aspro. 116.
Perciò, q u an tu n q u e tu tti siano fa tti risorgere in u n istan te, tu tta ­
via sono risu scitati tu tti secondo l ’ordine dei m eriti. E perciò
risorgono p e r p rim i quelli che, giunti alla perfezione p e r essere
corsi innanzi nella devozione ed essersi fa tti, p e r cosi dire, avanti
con u n ’antelu can a n ascita della fede, hanno ricevuto i raggi del­
l’etern o sole. E questo p o trei dire a buon d iritto dei p atria rch i
secondo l’ordine del Vecchio T estam ento o degli apostoli secondo
il Vangelo. Ma su b ito dopo vengono quelli che, lasciando la reli­
gione dei gentili, dal sacrilego e rro re sono p assa ti alla disciplina
della Chiesa. E perciò quei p rim i provengono dai n o stri padri,
questi secondi d ai gentili; da quelli ebbe principio la luce della
fede, in q u esti la fede, da essi accolta, d u re rà sino al tram o n to
del m ondo. P er terzi e p e r q u a rti vengono risu scitati quelli che
provengono da m ezzogiorno e da settentrione. T ra q u este q u a ttro
categorie è divisa la terra, da queste, è racchiuso l ’a n n o u2, da
queste è riem p ito il m ondo, da queste è ra d u n a ta la Chiesa. In ­
fa tti tu tti quelli che, u n iti alla Chiesa sacrosanta, sono iscritti con
la denom inazione del nom e divino, o tterra n n o la prerogativa della
risurrezio n e e la grazia della felicità eterna, perché verranno da
oriente è da occidente e da settentrione e da m ezzogiorno e se­
deranno a m ensa nel regno di Dio. 117. C risto non abbraccia con
luce scarsa il m ondo che gli appartiene, perché Egli sorge da un
estrem o del cielo e la sua corsa giunge sino all’altro estrem o e
non c’è chi si sottragga al suo calore. Benevolo, illum ina tu tti e
non vuole respingere l ’incostante, bensì correggerlo, né desidera
cacciare dalla Chiesa chi è aspro, bensì addolcirlo. Perciò la Chie­
sa nel Cantico dei C antici e C risto nel Vangelo li invitano dicendo:
V enite a me, voi tu tti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ri­
storerò; p rendete su di voi il m io giogo e im parate da me, perché
sono m ite ed um ile di cuore. 118. Riconosci anche la voce della
Chiesa che t ’invita: Levati, aquilone, e vieni, austro, soffia nel m io
giardino e scorrano i m iei aromi. Discenda m io fratello nel suo
giardino e m angi il fr u tto delle sue piante fru ttifere. Sapendo in­
fa tti già allo ra che anche le opere di costoro p e r avventura sa­
reb b ero state fru ttu o se p e r te, prom ettevi al tu o C risto u n fru tto
d a costoro, poiché avevi detto, tu che am avi « le sue tenerezze
p iù del vino », di essere s ta ta p rim ieram en te in tro d o tta nella
stanza del re, dato che am avi chi ti am ava, cercavi ch i si nascon­
deva, disprezzavi i pericoli in difesa della religione. 119. Sei ri­
chiesta, poi, quale sposa proveniente dal Libano, p erch é tu venga,

112 L’espressione è oscura. Potrebbe forse significare che queste quattro


categorie vivono nel tempo in attesa deH’etem ità.
150 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 1 9 -1 2 4

rogaris, u t uenias, iudicio dom ini ad h u c to ta inreprehensibilis


to ta form onsa. Sic enim scrip tu m est: T ota es form onsa, proxim a
mea, et reprehensio non est in te a. 120. Ades huc a Libano, spon­
sa, ades huc a Libano a, p o stea ipsa iam nullos aquae lapsus, iam
nullos im p etu s descendentes a L ib a n o b p ertim escens, aquilonem
e t au stru m aduocans, p erflari cupiens h o rtu m tuum , u t in aliis
unguen ta defluant, in aliis m ultiplices fe cu n d itatis tu a e fru c tu s
offeras C h ris to c.
121. E t ideo beatus, qui cu sto d it uerba prophetiae huiu
quae nobis re su rrectio n em euidentioribus testim oniis reuelauit
dicens: E t uid i m o rtu o s m agnos et pusillos sta n tes ante sedem et
libros aperuerunt; et alius liber apertus est, qui est uitae, et iudi-
cati su n t m o rtu i de scrip tis in libris secu n d u m facta sua. E t dedit
m are m ortuos, qui in ipso erant, et in fern i dederunt m ortuos, qui
penes se erant*. Ne ergo dubites, quem adm odum re su rg an t, quos
inferi reu o m u n t, m are reddidit. 122. Accipe etiam , quando p ro ­
m itta tu r g ra tia fu tu ra iu storum : E t audiui, inquit, uocem m agnam
de caelo dicentem : E cce tabernaculum dei cum hom inibus et habi­
tabit cu m illis. E t ipsi populus eius eru n t et ipse deus cu m illis
erit illorum deus et delebit o m n em lacrim am de oculis eorum et
m ors non erit am plius neque luctus neque clam or neque dolor
ultra erit*.

123. C o n p ara nunc, si placet, a tq u e co n ten d e u itam h an c


cum illa u ita e t elige, si potes, p erp etu am co rp o ris u itam in la­
b o re aeru m n aq u e m iserabili ta n ta ru m conm utationum , u o to ru m
taedio, fastid io u o lu p tatu m . N onne si d eu s ista p e rp e tu a re uellet,
illa diligeres? N am si p e r se ipsa u ita fugienda est, u t sit m olestia­
ru m 'fuga, requies aeru m n aru m , q u a n to m agis ea requies expe­
tenda, cu i fu tu ra e resu rrectio n is u o lu p tas p e rp e tu a succedet, ub i
nulla crim in u m series, nu lla inlecebra delictorum ! 124. Q uis in
dolore tam p atien s, qui non m o rtem oret? Quis in in firm itate
tam constans, u t non o p tet m ori se p o tiu s quam debilem uiuere?
Quis in m aero re tam fo rtis, u t non desideret eo se uel m oriendo
defungi? Quod si ipsi nobis, dum uiuim us, displicem us, cum ui-
uendo finem p ra e stitu tu m esse norim us, q u an to am plius u ita e nos
taed e ret istiu s, si sine fine fu tu ro s nobis labores h u iu s co rp o ris
cernerem u s? Quis est igitur, qui se u e lit m o rtis exsortem ? Aut
q u id g rauius in m o rtalita te m iserabili? S i in hac uita, inquit, in
C hristo ta n tu m sperantes sum us, m iserabiliores su m u s om nibus
h o m in ib u s a, n o n q u o in C hristo sp erare sit m iserum , sed q u ia

119. a Cant 4, 7*.


120. a Cant 4, 8*.
b Cf. Cant 4, 15.
c Cf. Cant 4,16 - 5,1 (cf. supra, II, 118)
121. a Apoc 1, 3.
b Apoc 20, 12-13*.
122. a Apoc 21, 34*.
124. a 1 Cor 15, 19*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 1 9 -1 2 4 151

a giudizio del Signore an cora tu tta irreprensibile, tu tta bella. Cosi


in fatti sta scritto: Sei tu tta bella, am ica mia, e nessuna m acchia
è in te. 120. V ieni qua dal Libano, sposa mia, vieni qua dal Li­
bano, non tem endo p iù p e r te in seguito i corsi d'acqua, i tu rb in i
im petuosi che scendono dal Libano, invocando aquilone ed austro,
desiderando che soffino nel tu o giardino, affinché in a ltri scorrano
arom i, in altri tu possa offrire a C risto i m olteplici fru tti della
tu a fecondità.
121. E perciò beato chi custodisce le parole di questa profe
che con testim onianze assolutam ente evidenti ci h a rivelato la
risurrezio n e dicendo: E vidi m orti grandi e piccoli ritti davanti
al trono, e aprirono i libri; e fu aperto un altro libro, che è quello
della vita, e i m o rti fu rono giudicati a seconda delle loro azioni,
a norm a d i ciò che stava scritto nei libri. E il m are restitu i i
m orti, che erano in esso, e le viscere della terra restituirono i
m orti che racchiudevano. Il m are li h a re stitu iti p erch é tu non ti
chieda dubbioso com e risorgano quelli che le viscere della te rra
rigettano. 122. A scolta anche quando viene prom esso che ci sarà
la ricom pensa p e r i giusti. E ascoltai, dice la S crittu ra, una voce
possen te che diceva dal cielo: « Ecco la tenda di Dio con gli uom i­
ni e abiterà con loro. E d essi saranno il suo popolo e lo stesso
Dio-con-loro sarà il loro Dio e asciugherà ogni lacrim a dai loro
occhi e non vi sarà p iù la m orte né lu tto né lam ento, né vi sarà
p iù oltre dolore ».
123. P aragona ora, di grazia, e m etti a confronto q u esta
con quella e scegli, se puoi, u n a p e rp etu a vita del corpo nella fa­
tica e nella m iserevole tribolazione dovuta a cosi grandi rivolgi­
m enti, nel disgusto p er ciò che hai desiderato, nella nausea dei
piaceri. Forse, se Dio volesse ren d ere p erp etu e tu tte queste cose,
tu le am eresti? Se la v ita di p e r se stessa deve essere fuggita, p er
evitare le pene, p e r o tten ere il riposo dagli affanni, quanto più
deve essere ricercato quel riposo cui seguirà la gioia perenne della
risurrezio n e fu tu ra , dove non su ssisterà nessuna successione di
colpe, nessu n a a ttra ttiv a p e r i delitti! 124. Chi sa so p p o rtare il
dolore a tal p u n to d a no n invocare la m orte? Chi nella m alattia
h a ta n ta forza d ’anim o da non au g u rarsi di m o rire p iu tto sto che
vivere inferm o? C hi nel dolore d im ostra u n a tale resistenza da
non desid erare di lib erarsen e persin o a prezzo della m orte? Che
se noi, finché viviam o, siam o m alcontenti p erché sappiam o che
è stato p re sta b ilito u n term in e alla n o stra vita, qu an to p iù ci
rincrescereb be di q u esta vita, se vedessim o che sono senza fine
le fatiche di questo n o stro corpo? Chi dunque si v o rreb b e eso­
n erato dal m o rire? O che ci sarebbe di più oneroso di u n a im ­
m o rtalità degna d i com pianto? S e speriam o in C risto solo in
questa vita, dice l'Apostolo, siam o p iù disgraziati di tu tti gli uom i­
ni, non p erch é sia cosa m iserevole sp erare in C risto, m a perché
p er quelli che sp erano in Lui C risto h a p re p a ra to u n ’a ltra vita.
152 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 2 3 -1 2 7

C hristu s sp eran tib u s in se u ita m alteram p ra ep arau erit. H aec enim


peccato obnoxia, illa p raem io reseru ata. 124 b. Ipsos cu rsu s bre-
ues n o stra ru m ae ta tu m q u an tu m uidem us nobis ad fe rre fastidium !
P u er ad u lescentiam desiderat, adulescens annos sibi m aio ris m en­
titu r aetatis, iuuenis beneficio aeui florentis in g ratu s senilem hono­
rificentiam concupiscit. Ita om nibus ex n a tu ra u e n it uelle m u tari,
q uia eius nos, q u o d sum us, p aenitet. D enique e tia m ip sa p o st u su m
u o ta fastid io sunt, et q uae m ere ri optauim us, c u m m eruim us,
abdicam us. 125. V nde n o n in m erito sancti etiam u iri « p ro lo n ­
gatum in co latu m » a suum saepe doluerunt. D oluit Dauid, doluit
H ie re m ia sb, d o lu it H e lia s c. S apientibus c re d itu r e t hi, in q u ib u s
diuinu s sp iritu s lo q u eb atu r, ad m eliora p ro p e rab a n t. Si reliquo­
ru m iudicia sciscitem ur, u t cognoscam us om nes in u n am conue-
n ire sententiam , q u an ti m o rtem m aerori, q u an ti m o rtem form i­
dini p ra e tu le ru n t, iudicantes uidelicet grauiorem m etu m m o rtis
esse q u a m m ortem ! Adeo suis m alis m o rs n o n tim etu r, sed u itae
m iseriis an tefertu r, cum ex p etitu r m orientis exitus et e u ita tu r
form id o uiuentis.

126. Sed esto, h u ic u itae re su rrec tio p ra e fe ra tu r: qu id p h i­


losophi ip si genus p o st m o rtem aliquod re p p ere ru n t, quo nos u ti
m agis q u am resu rg ere delectabit? E t illi quidem , q u i d icu n t ani­
m as in m o rtales esse, non satis m ulcere m e p o ssunt, cum >pro
p a rte m e red im u n t. N am quae p o test esse gratia, u b i non to tu s
euasi, q uae u ita, si in m e opus dei occidat, q u ae dustitia, si n a tu ­
ra e finis m o rs sit e rra n ti iu sto u e com m unis, quae u erita s, u t,
« q uia ip sa se m oueat » et sem per m o u eatu r anim a, in m o rtalis
esse c re d a tu r — quod nobis in corpore com m une cum bestiis,
a n te co rpus, q uid g eratu r, in certu m — nec ex co n trariis co llig atu r
u eritas, se d d e stru a tu r? 127. An u ero illorum sen ten tia placet,
qu i n o stras anim as, u b i ex hoc c o rp o re em igrauerint, in co rp o ra
fe ra ru m u aria ru m q u e an im an tiu m tra n sire co nm em orant? At
c e rte h aec Circeis m ed icam entorum inlecebris conposita esse

125. ^ Cf. Ps 119, 5.


b Cf. Ier 20, 14-18.
c Cf. 3 Reg 19, 4.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 2 3 -1 2 7 1 53

Quella è soggetta al peccato, q u esta è riserv ata al prem io. 124 b.


Lo stesso breve corso d ella n o stra v ita q u a n to fastidio, vediam o,
ci reca! Il fanciullo d esidera l ’adolescenza, l ’adolescente si dà
l'a ria d i aver raggiunto la m aggiore età, il giovane, ingrato del
benefìcio dell'età fiorente, desidera l ’onore dovuto ai vecchi. Cosi,
p e r n atu ra , tu tti vogliam o m u ta re la n o stra condizione, poiché
ci spiace ciò che siam o. Infine, anche i n o stri stessi desideri, u n a
volta soddisfatti, ci recano noia e, dopo averle conseguite, rin u n ­
ciam o alle cose ch e abbiam o b ra m a to d i conseguire. 125. Perciò,
non a to rto , anche i san ti uom ini si dolsero d el lo ro « prolungato
soggiorno » quaggiù. Se ne dolse Davide, se ne dolse Gerem ia,
se ne dolse Elia. Si cred e ai sapienti, e q uesti, p er bocca dei quali
parlav a lo S p irito divino, si affrettavano verso u n a v ita m igliore.
Se chiedessim o il p a re re di tu tti gli altri, cosi d a conoscere che
tu tti la pensano allo stesso m odo, q u an ti p referiro n o la m o rte al
dolore, q u an ti la p referiro n o alla p au ra, giudicando evidentem en­
te che il tim o re della m o rte e ra p iù insopportabile della m o rte
stessa! A tal p u n to no n si tem e la m o rte p e r i m ali che p o rta con
sé, m a viene p re fe rita alle m iserie della vita, q uando si cerca la
fine di ch i m u o re e si evita la p a u ra di chi vive.
126. Sia p u re cosi, si p referisca la risurrezione a q u esta v
forse gli stessi filosofi h an n o scoperto, d o p o la m orte, u n a con­
dizione il cui godim ento ci rech erà m aggior piacere del risorgere?
Anche quelli che afferm ano che le anim e sono im m ortali, non
possono allettarm i a sufficienza, quando m i liberano solo in
p a r t e 113. In fatti, q u ale a ttra ttiv a vi può essere, q u an d o n o n m i
sono lib erato interam en te, quale vita, se in m e p erisc e l ’opera
di Dio, quale giustizia, se la m o rte, in q u a n to fine stab ilita d alla
n atu ra , è com une al colpevole e al giusto, quale v erità nel cre­
dere che l ’an im a sia im m ortale, perché h a il m o to in se stessa
e sem pre si m u o v e 114 — facoltà che, nel corpo, abbiam o in co­
m une con gli anim ali, m en tre non si sa che cosa avvenga p rim a
del corpo —, no n cogliendo al co n trario la verità, m a distrug­
gendola? 127. O invece soddisfa l’opinione di coloro ch e affer­
m an o che le n o stre anim e, u n a volta u scite dal corpo, passino
in quello di fiere e d i vari esseri a n im a ti? 115. Ma certam en te gli
stessi filosofi sogliono concludere nelle lo ro discussioni che queste
beffe dei poeti sono state a rc h ite tta te so tto l’azione d i m agiche
pozioni com e quelle d i Circe, e sostengono ch e non tan to coloro

»3 Cf. Cic., Cato M., 21,77 - 23, 85.


in Cf. Cic., De R ep., VI, 27: N am quod sem per m ouetur, aeternum est;
quod autem m otum adfert alicui quodque ipsu m agitatu r aliunde, quando
finem habet m otus, uiuendi finem habeat necesse est; Tuse., I , 23, 54: Cum
p a tea t igitur aeternum id esse quod se ipsum m oueat, quis est qui hanc
naturam anim is esse tribu tam neget?; Cato M., 21, 78: cum que sem per agi­
tetu r anim us nec principium m otu s habeat, quia se ipse moueat, ne finem
quidem habiturum esse m otus, quia num quam se ipse s it relicturus; Plat.,
Phaedr., 245 C: τό γ ά ρ α ύ το κ ίν η το ν ά θ ά ν α τ ο ν τό δ’ όίλλο κινούν καί. ύ π ’
ά λλ ο υ κ ινούμενον, π α ύ λ α ν £χον κ ινή σ εω ς, π α ϋ λ α ν ϊχ ε ι ζω ή ς.
»5 Cf. Plat., Phaed., 81Ε - 82Β.
154 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 2 7 -1 2 9

lu d ib ria p o etaru m ipsi philosophi disserere solent, nec tam illos,


qui perp essi is ta sim ulentur, quam sensus eorum , qui ista confin­
xerint, u elu t Circeo poculo fe ru n t in u a ria b estiaru m m o n stra
conuersos. Q uid enim tam sim ile prodigii quam hom ines credere
in h ab itu s fe raru m p o tu isse m u tari? Q uanto m aioris est p ro d i­
gii g u b ern atricem hom inis anim am ad u e rsam hum ano generi
b estiaru m suscipere n a tu ra m capacem que ratio n is ad inrationa-
bile anim al posse tra n sire quam corporis effigies esse m u tatas!
Vos ipsi haec d estru itis, qui docetis. N am m agicis in can ta ta carm i­
nibus p o rten to sae huius conuersionis genera trad id istis. 128. Lu­
d u n t haec poetae, rep rae h en d u n t philosophi, et q u ae p u ta n t ficta
de uiuentibus, haec a rb itra n tu r u e ra de m ortuis. Illi autem , qui
ista finxerunt, no n su am p ro b a re fabulam , sed philosophorum
e rro re s in rid ere u o lu eru n t, qui p u ta n t, quod illa anim a, quae m iti
hum ilique p ro p o sito iracundiam uincere, p atien tiam adsum ere,
cru o re ab stin ere consueuerat, eadem frem en ti m o tu leonis incen­
sa ira e inpatiens effrena rab ie sitire sanguinem caedem que p o ssit
expetere, et illa, q uae p o pulorum frem itu s uarios regali quodam
consilio tem p erab at et rationabili uoce m ulcebat, eadem se in te r
deuia atq u e d eserta ritu « lup o ru m » p a tia tu r « u lu lare », a u t quae
in iu sto sub onere gem ens duros a ra tri labores qu estu m iserabili
m ugiebat, eadem p o stea in figuram hom inis co n m u tata « leui cor­
n u a q u ae rat in fro n te », uel illa, quam p raep etes p riu s pennae
u sque a d alta caeli p e r sublim e aeris alaru m rem igiis euehebant,
eadem p o stea uolatu s iam non suos re q u ira t et se hu m ani doleat
corporis g rau itate pigrescere. 129. H inc fortasse et illum Icaru m
perdid istis, quod p ersu asionibus u estris inductus adulescens p riu s
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 2 7 -1 2 9 1 55

che si finge abbiano su b ito le n ote trasform azioni q u a n to le in­


telligenze d i coloro che le han n o inventate, com e p e r effetto di
u n filtro circeo, siano state m u ta te in varie fiere m o s tru o s e 116.
Che co sa in fa tti è tan to sim ile ad u n a m o stru o sità q u an to il
credere che degli uom ini abbiano p o tu to essere tra sfo rm a ti in
asp e tto d i fiere? Q uanto è più m ostruoso della trasform azione di
u n corpo che l'anim a, che è la g u id a 117 dell'uom o, p o ssa assum ere
la n a tu ra delle fiere, o p p osta a quella del genere um ano, e che
essa, capace com ’è di ragione, possa trasm ig ra re in u n anim ale
irragionevole! Voi stessi, ch e insegnate sim ili sciocchezze, le de­
m olite. In fa tti avete racco n tato che le varie specie di q u e sta m o­
stru o sa trasfo rm azio n e sono state provocate dall’effetto di for­
m ule m agiche. 128. I poeti scherzano su q uesti argom enti, i fi­
losofi esprim ono la loro riprovazione, e tu tta v ia credono vere nel
caso dei m o rti quelle trasform azioni che ritengono in v en tate nel
caso d ei vivi. M a quelli che concepirono tali finzioni, n o n vollero
d im o strare la v erità delle loro narrazioni fantastiche, ben sì farsi
beffa delle aberrazioni dei filosofi che pensano che q u e ll’anim a,
che e ra solita con m ite e m odesto proponim ento vincere l ’ira , sce­
gliere la pazienza, rifuggire dal sangue, p ro p rio quella, infiam m ata
dal fu ro re frem en te del leone, incapace di vincere l’ira, senza
freni nella sua rab b ia, p o ssa diventare a sse ta ta di sangue e b ra ­
m are la strage; e che quella, ch e con saggezza, stare i p er dire,
re g a le 118 m itigava i volubili fu ro ri dei popoli e li placava con la
voce della ragione, p ro p rio quella, in luoghi solitari e deserti,
si rassegni a u lu lare a guisa dei l u p i 119; o che quella giovenca,
che gem endo so tto u n ingiusto peso con m iserevole lam ento p ro ­
testava m uggendo co n tro le d u re fatiche d e ll’a ra tu ra , qu ella stessa,
m u ta ta successivam ente in figura um ana, « cerchi le c o m a sulla
liscia fro n te » 12°; e che l ’a la ta n atu ra , che le p en n e veloci col
rem eggio delle ali u n tem po sollevavano in alto nel cielo a ttra ­
verso gli eccelsi spazi dell'aria, quella stessa poi te n ti i voli non
p iù suoi e si dolga d ’im pigrire p e r il peso del c o rp o 121. 129. P er
q u esta ragione fo rse avete provocato la m o rte anche di quel-
l ’I c a r o 122, poiché il giovanetto, in d o tto dalle v o stre suggestioni,
aveva cred u to di essere sta to in precedenza u n uccello. P er que-

116 Cf. Verg., Aen., VII, 15-20: Hinc exaudiri gem itus iraeque leonum /
uincla recusantum et sera sub nocte rudentum , / saetigerique sues atque in
praesepibus ursi / saeuire ac form ae magnorum ululare luporum , / quos
hominum ex facie dea saeua p o ten tibu s herbis / induerat Circe in uultus
ac terga ferarum. Cf. anche Hom., k, 229 ss.; Ον., Met., XIV, 8 ss.
117 L'espressione ricorda, alm eno esteriormente, Γήγεμονικόν stoico.
ne Vedi sopra, par. 127: gubernatricem hom inis animam.
i» Cf. Verg., Aen., VII, 18.
120 cf. V e r g ., Bue., VI, 51: e t saepe in leui quaesisset co m u a fronte.
Allusione al m ito delle figlie di Preto, re d ’Argo, che si credevano m utate in
giovenche.
121 Buona parte del par. 128 è form ata da un unico periodo, di cui non è
consigliabile spezzare l’ampia struttura simmetrica.
ia Cf. Ov., Met., V ili, 223 ss.
156 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 2 9 -1 3 4

auem se fuisse fo rtasse crediderat. H inc etiam senes p lerique


decepti su n t, u t g raui in m o re re n tu r dolori, cygneis m ale creduli
fabulis, d um p u ta n t m odulis se m ulcendo flebilibus albentem
« m olli p lum a » m u tare canitiem .
130. H aec q u am incredibilia, qu am deform ia! Q uanto illud
conuenientius, u t credas secundum natu ram , cred as secundum
u su m fru ctu u m ceterorum , cred as secundum exem pla gestorum ,
oracula p ro p h e ta ru m C hristi caeleste prom issum ! Quid u ero p rae­
stantiu s, q uam u t o pus dei iudices non p e rire et secundum im a­
ginem et sim ilitudinem dei factos tra n sfe rri non posse in effigies
bestiaru m , cum u tiq u e ad sim ilitudinem dei non co rp o ris sit im a­
go, sed ratio ? N am quem adm odum hom o, cui subiecta su n t ani­
m an tiu m genera ceteraru m , in subiectum sibi anim al m eliore sui
p a rte dem igret? N on p a titu r hoc n atu ra , et si p a te re tu r n atu ra ,
non p a te re tu r gratia. 131. Sed u id ero qu id uos de uobis, gen­
tes, opinionis habeatis; neque enim m iru m debet uideri, quod
creditis uos in bestias posse m u tari, qui b estias adoratis. Ego
tam en m alim de u e stro m erito m elius iudicetis, u t non in te r coe­
tu s feraru m , sed in te r angelorum co n so rtia uos credatis futuros.

132. H abet anim us ex hoc iam u itae an frac tu et te rre n i


poris conluuione discedere et ad illa concilia su p ern a contende­
re, etsi san cto ru m sit p eru enire, laudem dicere deo — q uam c ith a ­
rizantes illos dicere p ro p h etica lectione conperim us a, q uia m agna
et m irabilia opera tua, dom ine deus om nipotens, iustae et uerae
uiae tuae, rex gentium . Quis non tim eb it et m agnificabit nom en
tuum , quia solus sanctus es, quia om nes gentes uenient et adora­
b u n t ante t e b —, u id ere quoque tuas, Iesu, n u p tia s c, in quibus
de terren is ad caelestia concinentibus om nium gaudiis sponsa de­
d u c itu r 11 — ad te enim om nis caro u e n ie te — iam non saeculo
obnoxia, sed sp iritu i copulata, u id ere thalam os o rn ato s byssino,
rosis, liliis et coronis. Sic enim cuius alteriu s o rn a n tu r nuptiae:
confessorum liu o re f, m arty ru m sanguine, liliis uirginum , coronis
etiam sacerdotum ? 133. H oc sibi p ra e ceteris D auid sanctus o pta­
u it, u t haec sp ec ta ret et cern eret; denique ait: V nam p etiu i a
dom ino, hanc requiram , u t inhabitem in dom o dom ini om nes dies
uitae m eae et uideam u o luptatem d o m in ia. 134. Iu u a t hoc cre-

132. a Cf. Apoc 14, 2.


b A poc 15, 3-4*.
« Cf. M t 22, 2.
d Cf. Cant 4, 8.
e Ps 64, 3.
f Cf. Is 53, 5.
133. a p s 26, 4*.
PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 2 9 -1 3 4 157

sta ragione anche m olti vecchi furono ingannati, cosi d a stru g ­


gersi in u n acerbo dolore, essi che m ale a p roposito avevano cre­
d uto alla leggenda d el cigno, m en tre si illudono d i m u ta re in « sof­
fice piu m a » la b ian ca canizie cullandosi con flebili c a n tile n e 123.
130. Q uanto indegni di fede, qu an to sconvenienti sono tali
racconti! Q u an t’è p iù conveniente p e r te cred ere secondo n atu ra,
credere secondo il godim ento di tu tti gli altri fru tti, credere se­
condo l'esem pio d ei fa tti avvenuti e le rivelazioni dei p ro feti alla
divina p ro m essa di Cristo! Ma che c’è di p iù nobile del riten ere
ch e l ’o p era di Dio non p erisca e che gli esseri fa tti a sua im m a­
gine e som iglianza non possano tra m u ta rsi in figure bestiali, poi­
ché certam en te no n l’asp etto del corpo, m a la ragione è a som i­
glianza di Dio? In fatti, com e l'uom o, cui sono soggette le specie
di tu tti gli a ltri esseri anim ati, p o treb b e tra sfe rirsi con la p ro p ria
p a rte m igliore in u n anim ale a lui soggetto? La n a tu ra non p er­
m ette u n a cosa sim ile, e se la p erm e tte sse la n atu ra , non la p e r­
m ettereb b e la grazia. 131. Ma vedrò u n 'a ltra volta quale opi­
nione voi, o gentili, abb iate di voi stessi; non deve, infatti, appa­
rire stran o che cred iate di potervi trasfo rm are in bestie, dato
che ad o rate le bestie. Io tu tta v ia p re ferirei che foste giudici m i­
gliori del v o stro m erito, cosi da credere che u n giorno vi trovere­
te non nei b ran ch i delle fiere, m a nelle schiere degli angeli.
132. L 'anim o deve o rm ai staccarsi da q u esta to rtu o sità della
v ita e dalla sozzura di u n corpo te r r e n o 124 e ten d ere a quella di­
vina assem blea, p e r q u an to sia riservato ai santi pervenire lassù,
d a r e 125 a Dio la lode — che, com e abbiam o ap p reso dal testo p ro ­
fetico, quelli in n alzarono accom pagnandosi con la cetra: Grandi
e m irabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente, giuste e
vere le tue vie, re delle genti. Chi non tem erà e non magnificherà
il tuo nom e, perché tu solo sei santo, perché tu tte le genti ver­
ranno e si prostreranno davanti a te —, vedere anche, Gesù, le
tue nozze, nelle quali la sposa è condotta dalla te rr a al cielo,
m en tre la gioia u n iversale s'effonde nel can to — a te, infatti,
verrà ogni carne — , no n p iù soggetta al m ondo, m a congiunta allo
S pirito, e vedere i talam i o rn a ti di bisso, di rose, di gigli, d i co­
rone. Di quale altro le nozze sono o rn a te cosi: delle lividure dei
confessori, del sangue dei m artiri, dei gigli delie vergini, delle
corone, inoltre, dei sacerdoti? 133. Il santo Davide desiderò più
di tu tti d i con tem p lare p erfettam en te q u e sta visione; perciò dice:
Una grazia ho chiesto al Signore, questa cercherò, di abitare nella
casa del Signore tu tti i giorni della m ia vita e di vedere la dol­
cezza del Signore. 134. È bello cred ere questo, è u n a gioia spe-

123 Sulla leggenda di Cicno, m utato in cigno per il dolore della m orte di
Fetonte, vedi V e rg ., Aen., X, 189-193; Ov., M et., II, 367 ss.
124 Cf. Cic., Cato M., 23, 84: O praeclarum diem , cum in illud diuinum
anim orum concilium coetum que proficiscar cum que ex hac turba e t collu-
uione discedam!
125 Grammaticalmente la mancanza della congiunzione e t colloca dicere
e il successivo uidere sullo stesso piano di peruenire, in dipendenza da
etsi sanctorum sit.
158 DE EXCESSV FRATRIS, I I , 1 3 4 -1 3 5

dere, sp erare d electat, c e rte non credidisse p o en a est, sp erasse


gratia. Q uod si in hoc erro, quia angelis m e p o s t m o rtem sociari
m alo q u am bestiis, lib en ter e rro neque u m q u am hac m e opinione,
dum uiuo, fra u d a ri p atiar.

135. Quid enim su p erest solacii m ihi, quam quod m e citius


ad te, fra te r, spero u e n tu ru m nec digressus tu i in te r nos longa
d iu o rtia fo re tuisq u e in tercessionibus m ihi hoc posse conferri, u t
citius desid eran tem tu i aduoces? Quis enim est, qui non sibi
debeat istu d o p tare p rae ceteris, u t co rru p tib ile hoc in d u a t incor­
ru p tela m et m o rtale hoc in d u a t in m o rta lita te m a, u t, qui nunc
m o rti corporis frag ilitate subcum bim us, su p ra n a tu ra m siti m o r­
tem iam tim ere nequeam us?

135. « Cf. 1 Cor 15, 53.


PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO, I I , 1 3 4 -1 3 5 159

rarlo, certo non è u n a p ena averlo creduto, è u n a grazia averlo


sperato. E se sbaglio nel p re fe rire di essere associato dopo la
m o rte agli angeli p iu tto sto che alle fiere, sono contento di sba­
gliare 126 e no n co n sen tirò m ai di essere p rivato d i q u esta con­
vinzione, finché io viva.
135. Q uale conforto, infatti, m i re sta o ltre alla speranza che
ti raggiungerò p resto , fratello, e non sarà lunga la separazione
p e r la tu a d ip a rtita e che questo p u ò esserm i concesso p e r le
tue intercessioni, che tu m i chiam i p resto , p erché sento viva­
m ente la tu a m ancanza? Chi c ’è che non debba au g u rarsi p iù di
tu tti i beni di riv estire q uesto corpo co rru ttib ile della in c o rru tti­
b ilità e di co p rire qu esto corpo m o rtale co n la veste deH’im m or-
talità? Cosi noi, ch e o ra p e r la fragilità del corpo siam o soggetti
alla m orte, u n a volta p o sti al di sopra della n atu ra , non po trem o
p iù averne tim ore.

i2ó Cf. Cic., Caio Ai., 23, 85: Quod si in hoc erro, qui anim os im m ortales
esse credam , libenter erro, nec m ihi hunc errorem quo delector, dum uiuo,
extorqueri uolo.
D e obitu Valentiniani
In morte di Valentiniano

Sull'esempio del Faller, vengono contrassegnati da un asterisco i passi


della Sacra Scrittura che non corrispondono esattam ente al testo della
Vulgata.
162 DE OBITV VALENTINIANI, 1-3

1. E tsi in crem en tu m doloris sit id, quod doleas, scrib


tam en q u o n iam pleru m q u e in eius, quem am issum dolem us, com­
m em o ratio n e requiescim us, eo quod in scribendo, dum in eum
m entem dirigim us in tentionem que defigimus, u id e tu r nobis in
serm one reuiuescere, signare aliquid de V alentiniani iunioris u l­
tim is cordi fuit, ne a u t o b litterasse silentio bene m eriti de nobis
pignoris m em oriam u id ere m u r atq u e in h o n o ratam reliquisse au t
refugisse incentiuum dolendi, cum doluisse p leru m q u e solarium
sit dolentis, sim ul cum de ipso a u t ad ipsum loquor, tam quam de
p ra esen te m ihi uel ad p raesentem serm o sit.

2. Quid ig itu r p rim u m defleam ? Quid p rim u m am ara c


questione deplorem ? C onuersi su n t dies nobis u o to ru m n o stro ­
ru m in la c rim a s a, siquidem V alentinianus nobis, sed non talis,
qualis sp erab atu r, aduenit. E t iste quidem uel m o rte sua prom is­
sum uoluit inplere, sed nobis acerbissim a e st facta eius, quae
exoptab atu r, p raesen tia. V tinam adhuc nobis abesset, u t sibi uiue-
ret! Sed ille no n passus, cum au d ire t Alpes Italiae h o ste in festari
b arb aro , m alu it p ericlitari se, si Gallias derelinqueret, quam n o stro
deesse periculo. M agnum crim en agnoscim us im p erato ris, q u o d
R om ano subuenire uolu it im perio! H aec cau sa m ortis, quae plena
laudis! Soluam us bono p rincipi stipendiarias lacrim as, q uia ille
nobis soluit etiam m o rtis suae stipendium .

3. Nec tam en flendi adm onitio necessaria. F lent om nes, flent


et ignoti, flent et tim entes, flent et inuiti, flent et b arb ari, flent
e t qui u id e b a n tu r inim ici. Q uantos iste de Galliis usque huc
to tiu s tra c tu s itin eris p o p ulorum egit gem itus! Om nes enim non

2. a Cf. 1 Mach 1, 41.


IN MORTE DI VALENTINIANO, 1-3 163

1. Q u an tu n q u e il m e ttere p e r iscritto le ragioni che ci fanno


soffrire co n trib u isca ad accrescere la n o stra sofferenza, tuttavia,
p erch é tro v iam o co nforto nel rico rd are colui di cui piangiam o
la perd ita, p e r il m otivo che nello scrivere, m en tre a lui rivolgia­
m o la n o stra m en te e in lui profondam ente fissiam o l’anim o nostro,
sem b ra c h ’egli riviva nelle n o stre parole, il cu o re m i h a sugge­
rito di sten d ere qualche n o ta sugli ultim i giorni di V alentinia­
no II, affinché no n sem brasse che o avevam o cancellato col si­
lenzio il rico rd o di u n a p erso n a am ata che ci aveva fa tto del
bene o rifuggivam o dal rin v erd ire il n o stro dolore. Del resto, le
stesse sofferenze p assate sono u n conforto p e r il m io dolore,
quando nello stesso tem po p arlo di lui e d a lui, com e se le m ie
p aro le rig u ard assero un o che m i s ta davanti e a lui fossero rivolte.
2. Che co sa dovrei piangere anzitutto? Che cosa dovrei anzi­
tu tto lam en tare con acerb o duolo? I giorni dei n o stri voti augu­
rali si sono m u ta ti in lacrim e, poiché V alentiniano è giunto a
noi, m a no n cosi co m ’e ra n o stra speranza. Egli h a voluto m an te­
nere la sua prom essa, sia p u re d a m orto, m a p e r noi è divenuta
dolorosissim a la sua p resenza tan to desiderata. M agari egli fosse
ancora lo n tan o da noi, p u rch é fosse vivo! M a egli non resistette,
sentendo che le Alpi d ’Italia eran o in festate d a u n nem ico b a r­
baro; p re ferì esp o rre al pericolo se stesso, se avesse lasciato le
Gallie, che v en ir m eno al n o stro pericolo. Riconosciam o che fu
u n a grave colpa p e r l'im p era to re quella di aver voluto recare
soccorso aH 'im pero rom ano! Q uesta fu la causa della sua m o rte ',
ed è v eram en te gloriosa! Paghiam o al b u o n p rin cip e il trib u to
delle n o stre lacrim e, poiché a noi egli h a pagato anche il trib u to
della sua m orte.
3. N on è n ecessario u n invito al pianto. Piangono tu tti, p ian ­
gono anche gli sconosciuti, piangono anche i tim orosi, piangono
anche quelli che n on v o rrebbero, piangono anche i b arb ari, pian­
gono anche quelli che sem bravano suoi avversari. Q uanti lam enti
da p a rte dei popoli h a suscitato il perco rso d ell'in tero viaggio
dalle Gallie sino a q u esta c i tt à ! 2. T u tti infatti, com e se si trat-

1 Vedi In troduzione e quanto viene detto successivam ente. Vedi, inoltre,


D udden, op. cit., II, pp. 415-416; P a r e d i , S. Am brogio e la sua età, cit., p. 488.
2 Cf. Verg., Aen., V I, 872-873: Quantos ille... cam pus aget gem itus. Si allude
al trasporto della salma dalla Gallia a Milano.
164 DE OBITV VALENTINIANI, 3 -6

tam q u am im p erato rem sibi, sed tam q u am p aren tem publicum


obisse dom estico fletu doloris inlacrim ant, suaque om nes fu n era
dolent. Am isim us enim im peratorem , in quo duo p a rite r acerb an t
dolorem , an n o ru m in m a tu ritas e t consiliorum senectus. In his
ergo fleo, sicut dixit p ro pheta: Oculi m ei caligauerunt a fletu,
quia elongauit a me, qui consolabatur me*. Oculi n o n solum cor­
poris, sed etiam m entis h eb e ta ti sunt, et q u adam caecitate om nis
sensus ob d u ctu s est, quoniam erep tu s est m ihi, qui co n u e rtit ani­
m am m eam et ad spem m axim am d e sum m a re ru m desperatione
reuocauit. 4. A udite, om nes populi, et uidete dolorem m eum .
V irgines m eae et iuuenes m ei abierunt in c a p tiu ita te m a, sed co­
gnito, quod de V alentiniani essent p artib u s, liberi re u erteru n t.
M ilitauit hostis b a rb a ru s im p era to ri adulescenti e t suae oblitus
u icto riae m em o r fu it im perialis reuerentiae. Laxauit sponte, quos
ceperat, excusans, quod ignorasset Italos. Nos adhuc m u ru m
Alpibus ad d ere parab am us: V alentiniani g ra tia non expectauit
A lpium uallum , fluenta am nium , aggeres niuium , sed Alpes et
fluuios superg ressa m u ro nos sui im perii protexit. V nde p ro p h e­
tici th ren i m ihi u ten d u m exordio u id etu r: Q uom odo m aeret Italia,
quae ab u n d ab at g au d iis?b. Plorans plorauit in nocte, et lacrimae
eius in m axillis eius, nec est, qui eam consoletur ab om nibus, qui
diligunt eam. Omnes, qui am ant illam, despexerunt e a m c. O m nis
populu s eius in g em e scen tesd. 5. E t q u ia de H ierusalem dictum
est, plorauit et n o stra H ierusalem , id est ecclesia, et plorauit in
nocte, quoniam , qui eam splendidiorem fide sua et deuotione
faciebat, occubuit. M erito ergo plorans plorauit et adhuc lacrimae
eius in m axillis eius. V b ertatem quidem fletuum solet u u ltu s u m e­
scentis declarare infusio, cum lacrim is genae ro ra n t, sed quia
scrip tu m est: Genae eius sicu t flalae arom atis gignentes unguenta­
ria, labia eius lilia distillantia m yrra m plenam a, m ystice ecclesiae
g ra tia deflentis accipitur, quae in obitu V alentiniani bonum dolo­
ris sui effundit u n g u en tu m et u itam eius p raedicando concelebrat.
Cui m o rs obesse no n p o tu it, eo quod odor praedicationis uniuer-
sorum ore celebrabilis faetorem om nem m o rtis aboleuit. 6. Flet

3. a Thren 1, 16 (Sept.).
4. a Thren 1, 18*.
b Cf. Thren 1, 1.
c Thren 1, 2*.
d Thren 1, 11 (Sept.).
5. a Cant 5, 13 (Sept.).
IN MORTE DI VALENTINIANO, 3 -6 1 65

tasse di u n loro caro, piangono che sia m o rto non il loro im pe­
rato re, m a il p a d re com une e tu tti sono ad d o lo rati p e r u n a m orte
che li tocca di p e r s o n a 3. A bbiam o perd u to , infatti, u n im p erato re,
p e r la cui m o rte due m otivi rendono ugualm ente acerbo il dolore,
l'im m a tu rità degli anni e la saggezza dei p ro p o siti degna di u n
vecchio. P er q uesto m otivo io piango, com e disse il profeta: I
m iei occhi si sono o tten ebrati p er il pianto, perché si è allonta­
nato da m e chi m i consolava. E non solo gli occhi del corpo, m a
anche quelli della m en te si sono indeboliti e ogni senso è stato
oscurato com e da u n a specie di cecità, poiché m i è sta to rapito
chi aveva o p erato u n m u tam en to nella m ia anim a e dalla più
p ro fo n d a disperazione l'aveva rich iam ata alla p iù grande spe­
ranza. 4. A scoltate, popoli tu tti, e vedete il m io dolore. Le m ie
vergini e i m ei giovani sono andati in schiavitù, m a, essendosi
saputo che eran o dalla p a rte di V alentiniano, rito rn a ro n o liberi.
Il nem ico b a rb a ro p re stò servizio agli ordini d ell'im p erato re ado­
lescente e, dim entico della p ro p ria vittoria, si ricordò dell’osse­
quio dovuto all'im p erato re s te s s o 4. R im ise in lib e rtà quelli che
aveva c a ttu ra to , scusandosi di non aver saputo che eran o italiani.
Noi ci p rep arav am o ad aggiungere u n m u ro alle Alpi: la benevo­
lenza di V alentiniano non attese il bastio n e delle Alpi, le correnti
dei fiumi, i terrap ien i fo rm ati dalla neve, m a, su p erati Alpi e
fiumi, ci p ro tesse col m u ro del suo im pero. Perciò sem bra o p p o r­
tu n o che io u si l'inizio del lam ento del profeta: P erché piange
l'Ita lia che aveva ta n ti m otivi di gioia? Piangendo, pianse la notte,
e le sue lacrim e sul suo volto, né c'è chi la consoli tra tu tti quelli
che la amano. T u tti quelli che la amano, l’hanno disprezzata. T u t­
to il suo popolo p ia n g en d o 5. 5. E poiché è stato d etto di G eru­
salem m e, pianse anche la n o s tra G erusalem m e, cioè la Chiesa, e
pianse la notte, poiché è m o rto chi la faceva più lum inosa con
la sua fede e la sua devozione. G iustam ente, dunque, piangendo
pianse e an co ra le sue lacrim e sulle sue guance. Le gocce che,
riversandosi, inum idiscono il volto sogliono d im o strare l ’abbon­
danza del p ianto, quando le guance sono stillanti di la c rim e 6;
m a, siccom e sta scritto: Le sue guance sono com e fiale di unguen­
to che producono va setti di profum o, le sue labbra sono gigli
che distillano m irra abbondante, m isticam ente si intende l'affetto
della C hiesa che piange, che p e r la m o rte di V alentiniano versa
il buon unguento del suo dolore e ne celebra con i suoi elogi
la vita. A lui la m o rte no n p otè nuocere, p erché il profum o della
sua esaltazione, degna di essere celeb rata senza eccezione dalla
bocca di tu tti, elim inò ogni fetore della m orte. 6. Piange dunque

3 Cosi intendo, in rapporto al contesto, sua funera, che potrebbe però


anche significare « la loro rovina ».
4 N on ab b iam o n o tiz ie su qu esto avvenim en to.
5 La citazione è com posita, perché riunisce Lam 1,2 e 1, 11. Spreuerunt
corrisponde all η θ έτη σ α ν dei S ettan ta = « comportarsicon perfidia ». Uinge-
m escentes riproduce la concordanza ad. sensum del gr. ó λαός... καταστενά-
ζοντες.
6 C f. L vcr ., I l i , 469: lacrim is rorantes ora genasque.
166 DE OBITV VALENTINIANI, 6-8

ig itu r ecclesia pignus suum , et lacrimae eius in m axillis eius. Q uid


sit m axilla, audi: Qui te percusserit in m axillam , praebe ei et
a lte r a m a, eo quod in dolore sit patiens, u t p a e n ite a t u erb eran tem .
P ercussa eras, ecclesia, in m axilla tua, cum am itte res G ratianum ,
p ra eb u isti et alteram , q u ando tib i V alentinianus erep tu s est. Me­
rito tib i non in u n a m axilla, sed in u tra q u e su n t lacrim ae, quia
pie germ anum u tru m q u e deploras. Ploras, igitur, ecclesia, et fletu
genae tu ae u elu t fluentibus q u ib u sd am stillicidiis p ietatis exun­
dant. Quae su n t istae genae ecclesiae, de q u ib u s et alibi ait scrip ­
tu ra : V t corium m alorum granatorum genae tu a e b? Istae su n t
genae, in quibus solet n itere uerecundia, p u lch ritu d o fulgere, in
quibus a u t flos iu u en tae a u t p erfectae ae ta tis insigne est. In obitu
ig itu r fidelium im p erato ru m quidam fidei p u d o r, quaedam eccle­
siae u erecu nd ia est, et in tam in m atu ra m o rte p io ru m p rin cip u m
om nis ecclesiae m aestio r p u lch ritu d o est. 7. P lo rat ecclesia in
sapien tib u s suis, qui su n t u elu t caput ecclesiae; oculi enim sapien­
tis in capite eius*. P lo rat in oculis, hoc est in suis fidelibus, quia
scrip tu m est: Oculi tui sicut colum bae extra ta citu rn ita tem tuam b,
eo quod et u id ean t sp irita lite r et n o u erin t ea, quae u id erin t, tace­
re m ysteria. P lo ra t in sacerdotibus suis, q u i su n t sicut genae
ecclesiae, in q u ib u s est « b a rb a A aron » c, hoc e s t b a rb a sacerdo­
talis, in quam de capite descendit unguentum . Isti sunt, in quibus
e s t p u lch ritu d o ecclesiae, in quibus flos eius gratior, in quibus
aetas p erfectio r: qui u elu t cortices m alorum p u n ico ru m d decorem
■foris p ra e fe ra n t ab stin en tia corporali, in tu s au tem com m issam
sibi plebem diuersae aetatis et sexus fo u e an t sapientia spiritali,
obiecti quidem saeculo ad iniurias, sed in te rn a m y steria diuiden-
tes. P lo rat in uirginibus suis, quae su n t sicut « lilia », et lilia
« m y rra plena » e, can d o rem in teg ritatis et m ortificatae corporalis
inlecebrae gloriam praeferentes. 8. In his ergo flet, sicut scrip tu m
est: Viae Sio n lugent, sacerdotes eius ingem escunt, uirgines eius
abductae, et ipsa indignatur intra se a.
E t in tra se quidem in dignatur, a d V alentinianum au tem dicit:
A dsum a m te et inducam te in d o m u m m atris m eae et in secretum
eius quae concepit me. P o tum tibi dabo a uino operosi u n g u e n tih,
hoc est m u lti operis, m u lti odoris unguento, a fluxu m alorum gra-

6. a Lc 6, 29*; cf. Thren 3, 30.


b Cant 6, 6*.
7. a Eccle 2, 14.
b Cant 4, 1 (Sept.).
c Cf. Ps 132, 2.
d Cf. Cant 6, 6; 4, 3.
e Cf. Cant 5, 13.
8. a Thren 7, 4 (Sept.).
b Cant 8, 2 (Sept.).
IN MORTE DI VALENTINIANO, 6-8 167

la Chiesa il suo caro figlio, e le sue lacrim e sulle sue guance. Che
cosa sia la guancia, ascolta: Se uno ti percuoterà su una guancia,
offrigli anche l'altra, p erché la Chiesa è paziente nel dolore, af­
finché chi l'h a colpita si p enta. E ri sta ta percossa, o Chiesa, sulla
tu a guancia, quando p erd esti G razian o 7, hai offerto anche l’altra,
quando ti fu ra p ito V alentiniano. G iustam ente, dunque, non su
u n a guancia sola, m a su en tram b e scorrono le lacrim e, perché
p iam ente tu piangi en tram b i i fratelli. Tu piangi, dunque, o Chie­
sa, e p e r il p ian to le tu e guance sono inondate com e da u n in in ­
te rro tto stillicidio provocato dall’affetto di m adre. Quali sono
queste guance della Chiesa, di cui anche in u n altro passo la S crit­
tu ra dice: Come corteccia di m elograni le tue guance? Q ueste sono
guance sulle quali suole risp len d ere la verecondia, rifulgere la
bellezza, sulla q u ali ap p are o il fiore della gioventù o l’im p ro n ta
dell'età p erfetta. N ella m o rte degli im p erato ri fedeli si riscontra,
p e r cosi dire, il p u d o re della fede, la verecondia della Chiesa, e
nella m o rte cosi im m a tu ra di q uesti principi devoti si ritro v a la
bellezza p ro fo n d am en te m esta di tu tta la Chiesa. 7. Piange la
Chiesa nei suoi sapienti che ne sono com e il capo; gli occhi, in­
fatti, del sapiente sul suo capo. Piange nei suoi occhi, cioè nei
suoi fedeli, p erch é sta scritto: I tuoi occhi com e quelli della co­
lom ba fu o ri del tuo silenzio, p erch é e vedono sp iritu alm en te e
sanno tacere i m isteri che hanno v e d u to 8. Piange nei suoi sacer­
doti, che sono com e le guance della Chiesa, che p o rtan o la « b arb a
d ’Aronne », cioè la b a rb a sacerdotale su cui dal capo discende
'l’unguento. Q uesti sono coloro in cui risiede la bellezza della
Chiesa, in cui risied e il suo fiore v eram ente gradito, in cui risiede
l'età davvero p erfetta. Essi, com e corteccia di m elograno, m o stra­
no estern am en te u n asp etto dignitoso o tten u to con l'astinenza
corporale, nel loro in tim o poi alim entano con la sapienza spi­
ritu ale il popolo loro affidato di e tà e sesso diversi, esp o sti bensì
alle offese del m ondo, m a in grado di dispensare i segreti m i­
steri. Piange nelle sue vergini che sono com e « gigli », e gigli « pie­
ni di m irra », offrendo lo splendore deH’in teg rità e la gloria di
aver m ortificato lo stim olo della carne. 8. In q uesti piange, com e
sta scritto: Le strade di S ion piangono, i suoi sacerdoti gem ono,
le m ie vergini sono po rta te via ed essa si cruccia dentro di sé.
E d en tro di sé si cruccia e dice a V alentiniano: Ti prenderò
con m e e ti introdurrò nella casa di m ia m adre, nell’appartam en­
to segreto di lei che m i ha concepito. T i darò da bere vino m isto
a unguento elaborato, cioè u n u nguento lavorato a lungo e di

? Ucciso a tradimento dal conte Androgazio a Lione il 25 agosto 383.


Vedi D u d d e n , op. cit., I , p p . 220-221; P aredi, Ambrogio, Graziano, Teodosio,
cit., p p . 27-28.
e Cf. Orig., In Cant. Exc. Proc., 4 (PG XIII, 202B): «Έ κτος τή ς σιωπή-
σεώς σου»- προστίθ-ησι τω τή ς σωφροσύνης έπαίνω τόν άπό τή ς σιωπής, έπι-
σταμένης τή ς νύμφης καιρούς λ α λ ιά ς ώραίας καί έπαινουμένης σιωπής. Cf.
anche De inst. uirg., 1, 4, dove si comm enta il versetto oculi tui, ecc.
168 DE OBITV VALENTINIANI, 8 -11

n a to r u m c m eorum , u t b ib a t uinum , q u o d laetificat cor hom inis d,


e t defluat in eum m alo ru m g ra n ato ru m fluxus, in qu ibus m u ltu s
e t diuersus est fru ctu s. S erm o enim m u lto ru m sensuum e t de
d iuersis sc rip tu ris abundans, serm o angelorum , serm o apostolorum
ac p ro p h e ta ru m , quos im o u elu t co rio ecclesia san cta conplectitur,
m alo ru m fluxus est g ran ato ru m .

9. V idens haec V alentinianus integrae p lena gratiae respon­


det: M isericordiae dom ini, quod non defecim us, quia non su n t
consum m a ta e m iserationes eius. R enouauit illas sicu t lux m atu-
t in a a. M ulti su n t gem itus m ei et c o r m eum defecit. Sors m ea
dom inus, dixi, ideo sustinebo eum . B onus est dom inus sustinen­
tibus eum , animae, quae quaerit eum . B o n u m est sperare in salu­
tare dom ini. B o n u m est uiro, cum porta u it iugum graue in iuuentu-
te sua: S ed e b it singulariter et silebit, quia tu lit iugum graue b. E t
ille quidem se su aru m u irtu tu m rem u n eratio n e solatur, eo quod
in iu u en tu te sua labores ab so rb u it, p ericu la m u lta to lerau it, iugum
m alu it graue em en d atio ris p ro p o siti q u a m m olle illud ac plenum
deliciarum u iu id a m en tis ceruice p o rtare. 10. B eatus plane, qui
uel in sen ectu te co rrex it errorem , beatu s, qui uel sub ictu m o rtis
anim um a u e rtit a uitiis. B eati enim , q uorum tecta su n t p e c c a ta a,
q uia scrip tu m est: Desine a m alo et fac bonum et inhabita in sae­
culum sa ec u lib. Q uicum que ergo desierit a peccatis et fu e rit ad
m eliora in quacum que co n u ersu s aetate, h ab e b it su p erio ru m in ­
dulgentiam peccatorum , q u ae fu e rit uel p ae n ite n ti confessus ad-
fectu uel corrigenti· au ersu s ingenio. Sed huic cum p lu rim is ueniae
societas em erendae; p lu rim i enim sunt, qui se a peccatis et a
lubrico iu u en tu tis in sen ectute reuocare p o tu eru n t, ra ru s autem ,
qui in iu u en tu te iugum graue seria so b rietate p o rtau e rit. Hoc est
illud iugum , de quo ait dom inus in euangelio: V enite ad m e
om nes, qui laboratis et onerati estis, et ego uos reficiam: tollite
iugum m eu m su per u o s c. Si quis ergo, anteq u am graui o n eretu r
peccato ru m sarcina, tu le rit iugum in iuuentute, singulariter sede­
bit, no n cum plu rim is conferendus, sed cum illo, qui p o te st dicere:
Q uoniam tu singulariter in spe co n stitu isti m e d. 11. Sed fo rte
dicas: Quom odo iugum graue dicit H ierem ias, cum in euangelio
dom inus dixerit: Iu g u m enim m eu m suaue est et onus m eu m leue

c Ibid.
d Ps 103, 15.
9. a Thren 3, 22-23.
b Thren 3, 24-28.
10. a Ps 31, 1.
b Ps 36, 27*.
c Mt 11, 28 s* .
d Ps 4, 10*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 8-1 1 169

intenso profum o, il succo dei m iei melograni, affinché egli beva


il vino ch e rallegra il cuore dell’uom o e scenda in lu i il succo
dei m elograni nei quali ci sono m olti e d istin ti fru tti. Il succo
del m elograno, in fatti, è la p aro la dai m olteplici significati offerta
in abbondanza dalle diverse S crittu re, la p aro la degli angeli, la
p aro la degli apostoli e dei pro feti, che la Chiesa abb raccia come
in un 'u n ica c o rte c c ia 9.
9. V alentiniano, vedendo q u este cose piene d ’in ta tta grazia,
risponde: È m isericordia del Signore che non siam o ve n u ti m e­
no, perché non è esaurita la sua com passione. L ’ha rinnovata,
com e fa la luce del m a ttino 10. M olti sono i m iei gem iti e il m io
cuore è venuto m eno. M ia parte è il Signore, ho detto; perciò
in Lui voglio sperare. B uono è il Signore con coloro che sperano
in Lui, con l ’anim a che lo cerca. B uona cosa è sperare nella sal­
vezza del Signore. B uona cosa è p e r l’uom o l’aver portato u n p e­
sante giogo nella sua giovinezza; sederà p er suo conto e resterà
silenzioso, perché ha p ortato u n giogo pesante. E qu ello alm eno
si consola p e r la ricom pensa delle sue virtù, p erch é nella sua
giovinezza h a so sten u to fatiche, h a so p p o rtato m olti pericoli, ha
p re ferito p o rta re con l'alacre collo dell'andmo il p esa n te giogo di
u n p ro p o sito irrep ren sib ile p iu tto sto ch e quello m orbido e pieno
di delizie. 10. È certam ente b ea to chi alm eno in vecchiaia h a
co rretto il suo erro re, b eato chi, sia p u re in p u n to di m orte, h a
distolto l ’anim o dai vizi. B eati, infatti, quelli dei quali sono stati
cancellati i peccati, poiché sta scritto: Cessa di fare il m ale e fa ’
il bene e abbi una casa p er sem pre. C hiunque cesserà di com ­
m ettere p eccati e si volgerà a sentim enti m igliori in qualsiasi
età, o tte rrà il p erdono dei p eccati com m essi che o avrà confes­
sato con anim o p en iten te o avrà d e te sta to col p ro p o sito d i correg­
gersene. M a costui, insiem e con m oltissim i, è p artecip e del p e r­
dono che deve essere m eritato; sono m oltissim i, infatti, quelli che
in vecchiaia riu sciro n o a staccarsi dai p eccati e dalle tentazioni
della giovinezza, è ra ro chi in gioventù abbia p o rta to con au stera
so b rietà u n grave giogo. Q uesto è il giogo di cui p a rla il Signore
nel Vangelo: V en ite a m e tu tti voi che siete affaticati e oppressi,
ed io vi ristorerò: p ren d ete il m io giogo sopra di voi. Se uno,
dunque, p rim a di caricarsi di u n a p esan te som a di peccati, p re n ­
d e rà il giogo in gioventù, sedérà p er suo conto e n o n d o v rà es­
sere m esso a co n fro n to con m oltissim i, m a con quello che può
dire: Poiché tu m i hai posto p er m io conto nella speranza. 11.
M a forse tu p o tre sti dire: « Come m ai G erem ia p a rla d i giogo
pesante, q u an d o nel Vangelo il Signore h a detto: I l m io giogo
è soave e il m io carico è leggero? ». A nzitutto ap p ren d i ch e il testo

9 II Faller (ed. cit.. p. 334) si chiede se il passo derivi dal C om m ento al


Cantico dei Cantici di Origene.
10 Secondo la Vulgata il passo è il seguente: M isericordiae Domini, quia
non sum us consum pti, quia non defecerunt m iserationes eius. N oui dilucu­
lo... (Noua Vulgata·. Nouae su n t om ni m ane). La traduzione della CEI è la
seguente: « Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la
sua compassione; esse sono rinnovate ogni m attina ».
170 DE OBITV VALENTINIANI, 1 1-13

e s t a? Ac p rim o disce, q uia G raecus « iugum » tantum m odo po­


suit b, no n ad d id it « graue ». Tam en et illud aduerte, quia, etsi ita
esset in th ren is, in euangelio « iugum suaue » dixerit et « onus
leue », non iugum leue. P otest enim graue iugum u erb i esse, sed
suaue: graue adulescenti, graue iuueni, cuius aetas est florulen­
tio r, u t nolit iugo u erb i subiciendam anim i p ra eb ere ceruicem .
P otest et graue u erb i iugum uideri p ro p te r o n era disciplinae, au ste­
rita te m correctionis, pondus ab stin en tiae restrictio n em q u e lasci-
uiae: suaue tam en est fru c tu gratiae, spe rem u n eratio n is aeternae,
p u rio ris conscientiae su auitate. Tam en iugum u erb i suaue dixit,
onus oboedientiae leue, quoniam ei, qui iugum u erb i p atie n ti cer-
uice susceperit, disciplinae onus graue esse non p o terit. 12. Qui
ergo tu le rit in iu u en tu te iugum , singulariter sedebit et s ile b ita,
reu elata sibi gaudens diuinae rem u n eratio n is a e te rn a m ysteria.
Aut certe silebit non opus habens excusatione peccati, quod m a­
tu ra confessione p raeu en it et p ro p e ra correctione deposuit. N on
enim d icetu r huic: Quae in iu u en tu te non congregasti, quom odo
inuenies in senectute? b. P otest au tem et sic intellegi, quoniam , qu i
cito p o rta u e rit iugum uerbi, hoc est a iuuentute, non se m iscebit
cum iuuenibus, sed sed ebit seorsum et silebit, donec plena se
perfectio n e u irtu tis eru d ia t et m agnam in d u at anim o patientiam ,
dabitque p erc u d en ti m axillam s u a m c, etiam caedis contem ptus
iniuriam , u t m an d atis o b seq u atu r caelestibus. 13. M agnum est
enim uel ab stin ere a uitiis iu u en tu tis uel ea in ipso iu u en tu tis
uestibu lo d erelinquere atq ue ad serio ra conuerti. L ubricae enim
et perplexae uiae su n t iuuentutis. D enique Salom on ait: Tria
m ih i inpossibilia intellegere et quartum , quod non cognosco: uesti-
gia aquilae uolantis et uias serpentis in petra et sem itas nauis
nauigantis et uias uiri in iu u e n tu te a. D auid autem ait: D elictum
iuuentu tis m eae et ignorantiae ne m e m in e ris b. Iuuenis enim non
solum frag ilitate lubricae aetatis p ro lab itu r, u eru m etiam igno­
ra n tia caelestium m an d ato ru m p leru m q u e delinquit: cito autem
m e re tu r ueniam , qui p ra e te n d it ignorantiam . P ropheta, itaque
dicit: D elicta iuu en tu tis meae et ignorantiae ne m e m in e r is c. Non
dicit: « D elicta senectutis m eae et scientiae ne m em ineris », sed
quasi p ro p h eta, qui cito co rrexerit et em en d au erit u itia iuuentutis,
aetatem ig n oran tiam q u e p raeten d it.

11. a Mt 11, 30.


b Cf. Thren 3, 27 (cf. supra, 9).
12. « Cf. Thren 3, 28.
>> Eccli 25, 5*.
c Cf. Thren 3, 30.
13. ^ Prou 30, 18-19*.
i> Ps 24, 7*.
c Ibid.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 1 1 -1 3 171

greco sciisse so ltan to « giogo », non aggiunse « p esan te » n . T ut­


tavia fa ’ attenzione che, anche se cosi fosse nelle Lam entazioni,
nel Vangelo il Signore h a d etto « giogo soave » e « carico legge­
ro », non giogo leggero. Il giogo della P arola, in fatti, può essere
pesante, m a soave: p esan te p e r l'adolescente, p esan te p e r il gio­
vane, la cui età è tu tta in fiore, sicché non vuole po rg ere il collo
deH’anim o p erch é sia sottoposto al giogo della Parola. Il giogo
della P aro la p u ò sem b rare p esan te anche p e r gli oneri della di­
sciplina, la severità della correzione, il peso deirastinenza, il
freno im posto alla v ita facile; tu tta v ia è soave p e r il fru tto della
grazia, la sp eranza del p rem io eterno, la dolcezza di u n a coscien­
za veram ente p u ra. T u ttavia chiam o soave il giogo della P arola,
leggero il peso dell’obbedienza, poiché p e r chi avrà assunto con
collo paziente il giogo della P arola, non p o trà essere gravoso il
peso della disciplina. 12. Chi dunque avrà p o rta to il giogo in
gioventù sederà p er suo conto e resterà silenzioso, lieto ch e gli
siano sta ti rivelati gli etern i m isteri della ricom pensa divina. O
alm eno starà silenzioso, non avendo bisogno di scusare i suoi
peccati che h a prev en u to con u n a tem pestiva confessione e ha
elim inato con u n a ra p id a correzione. A costui, in fatti, non si
dirà: Come troverai in vecchiaia ciò che non hai raccolto in gio­
ventù? Si può in ten d ere anche cosi, e cioè che colui che avrà
p o rta to p ro n tam e n te il giogo della P arola, cioè sino d alla giovi­
nezza, non si m escolerà con i giovani, m a sederà in disparte e
resterà silenzioso, finché non si istru isca con la com pleta p erfe­
zione della v irtù e non riv esta l’anim o di u n a grande pazienza,
e offrirà la sua guancia a chi lo percuote, d isp rezzan d o 12 l’offesa
della percossa p e r osservare i com andam enti celesti. 13. È di
grande im p o rtan za o asten ersi dai vizi d ella giovinezza o abban­
donarli no n app en a essa h a inizio e volgersi a u n a condotta più
seria. Le vie della giovinezza, infatti, sono sdrucciolevoli e to r­
tuose. Perciò Salom one dice: Tre cose p er m e sono im possibili a
com prendersi, e ce n ’è una quarta che non riesco a capire: le
tracce del volo dell’aquila, il percorso del serpente sulla roccia,
la rotta della nave in navigazione e le vie dell'uom o in gioventù.
Davide, a sua volta, dice: N o n ricordare la colpa della m ia gio­
vinezza e della m ia ignoranza. Il giovane, infatti, n o n solo cade
p e r l'arrendevolezza della sua età esposta alle tentazioni, m a an­
che pecca spesso p e r l ’ignoranza dei com andam enti celesti; m e­
rita, d ’a ltra p a rte , u n p ro n to perdono perché adduce a sua scusa
l’ignoranza. Il p ro fe ta p e rta n to dice: N o n ricordare le colpe della
m ia giovinezza e della m ia ignoranza. Non dice: « N on rico rd are
le colpe della m ia vecchiaia e della m ia conoscenza », m a, com e
si conveniva al p ro fe ta ch e p ro n tam e n te aveva c o rre tto ed em en­
dato i vizi della giovinezza, adduce a sua scusa l'e tà e l'ignoranza.

11 Ά γ α μ ό ν άνδρί οταν όίρη ζυγόν έν νεότητι αύτοϋ.


12 C ontem ptus è un part. perf. medio. Sull’uso deponente di questa forma
vedi ThLL, IV, 635, 85; vedi anche F a l l e r , ed. cit., Introd., p. 110, nota 178.
172 DE OBITV VALENTINIANI, 1 4 -1 8

14. V alentinianus quoque, etiam in delicto p ro p h etae sim i­


lis, ait: « D elicta adulescentiae m eae et ignorantiae m eae ne m e­
m ineris » a. Nec solum dixit, sed etiam ante correxit errorem , quam
disceret esse lapsum alicuius erro ris. Itaq u e dicit: « C orrectionem
iu u en tu tis m eae m em ineris ». E rr o r in p lu rib u s est, in paucis cor­
rectio. 15. E t q uid de aliis dicam , qui etiam ludo iu u en tu tis puta-
u e rit ab stinendum , resecandam ae ta tis laetitiam , seu eritatis p u ­
blicae d u ritiam m olliendam , len itatem senectutis in alienis annis
d eferendam ei, qui in p ericulum conuicti crim inis u o ca retu r?
F e re b a tu r p rim o ludis circensibus delectari: sic istu d ab stersit,
u t ne sollem nibus quidem p rin cip u m natalib u s uel im perialis
honoris g ra tia circenses p u ta re t celebrandos. A iebant aliqui fe ra­
ru m eum u enationibus occupari a tq u e ab actibus publicis in te n ­
tionem eius abduci: om nes feras u n o m om ento iu ssit interfici.
16. A udire in consistorio negotia et D anihelis s p ir itu a, in quibus
d u b ita re n t senes uel p ersonae alicuius co n tu itu d u ceren tu r, con­
g ruam u ero adulescentem uideres senilem fe rre sententiam . la c ta ­
b a n t inuidi, quod p ra em atu re p ra n d iu m p eteret: coepit ita fre ­
q u en tare ieiunium , u t p leru m q u e ipse in p ran su s conuiuium sol­
lem ne suis com itibus exhiberet, quo et religioni sacrae satisface­
re t et p rincipis h u m an itati. 17. Scenicae alicuius fo rm a ac deco­
re d ep erire R om ae adulescentes nobiles n u n tiab atu r: iu ssit eam
ad com itatum uenire. M issus p re tio d ep rau atu s sine m an d ati
effectu red it. A lterum m isit, ne uoluisse em endare u itia adule­
scentium et no n potuisse u id ere tu r. D atus est o b trec tan d i aliqui­
bus locus. D eductam tam en num quam a u t spectauit a u t uidit.
P ostea red ire p raecepit, u t et om nes cognoscerent irritu m eius
non esse m an d atu m et adulescentes doceret ab am ore m ulieris
tem perare, q uam ipse, qui p o te ra t h ab ere in potestate, despexerat.
E t haec fecit, cum adh u c non h a b e re t uxorem et tam en exhiberet
sui tam q u am uin ctu s coniugio castitatem . Quis tam dom inus serui
qu am ille sui corporis fu it? Quis tam aliorum a rb ite r quam ille
suae censor aetatis?

18. Quid de p ie ta te eius loquar, qui cum hom inem nob


o rtu m genere et locupleti prosapia, quae cito m ouere inuidiam
solent, regiae cu p iditatis accu sato r u rg e ret et praefectu s insiste­
re t, resp o n d it, u t nihil cru en tu m sanctis p ra e se rtim diebus sta tu e ­
re tu r? E t cum p o st aliquot dies accusatoris leg eretu r libellus,

14. » Cf. Ps 24, 7.


16. a Cf. D an 13, 45-64.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 1 4-18 173

14. Cosi V alentiniano, sim ile al p ro fe ta anche nella co


dice: « Non rico rd are le colpe della m ia adolescenza e della m ia
ignoranza ». E n o n lo disse soltanto, m a corresse anche il suo
cuore p rim a di ap p ren d ere che u n e rro re poteva diventare colpa.
Perciò dice: « R ico rd ati l'em endam ento della m ia giovinezza ».
M oltissim i sbagliano, pochi si correggono. 15. E che dire degli
altri suoi m eriti? Egli riteneva che colui che era esposto al pe­
ricolo d i u n 'accu sa no n infondata, dovesse astenersi anche dai
passatem p i della gioventù, rep rim ere la gioia sp en sierata dell’età,
addolcire la durezza della severità pubblica, tra sfe rire l ’indulgen­
za della vecchiaia alle a ltre età. Si diceva che d ap p rim a si diver­
tisse ai giochi del circo: si liberò di tale passione al pu n to che
nem m eno in occasione delle feste p e r il natalizio dei principi o
p e r on o rare l ’im p era to re pensava si dovessero celebrare i giochi
circensi. Alcuni dicevano che im piegava il suo tem po cacciando
le fiere e p e r q uesto il suo im pegno era distolto dai pubblici af­
fari: fece uccidere tu tte le fiere in u n solo m om ento. 16. Nel
concistoro 13 l’av resti veduto porgere l'orecchio ai pubblici affari
e con lo sp irito di u n Daniele esprim ere, lui giovane, u n p arere
obiettivo degno di u n vecchio in questioni su cui gli anziani erano
dubbiosi o si lasciavano guidare dalla com piacenza verso qualche
persona. Gli invidiosi andavano dicendo che voleva pran zare tro p ­
p o presto : com inciò a p ra tic a re il digiuno con ta n ta au sterità,
che spesso offriva ai suoi funzionari u n solenne ban ch etto p rim a
di aver toccato cibo, p e r soddisfare, ad u n tem po, ai p re cetti re­
ligiosi e alla co rtesia doverosa in u n principe. 17. Si diceva che
a R om a i giovani della n obiltà si struggevano p e r la bellezza e
l’eleganza di u n ’attrice : ordinò che venisse a corte. Il m esso, cor­
ro tto dal denaro, rito rn ò senza aver raggiunto lo scopo. Ne m andò
u n altro, p erch é no n sem brasse che aveva voluto correggere i
d ifetti dei giovani e non vi era riuscito. Questo fa tto diede ad
alcuni occasione di critica. Una volta p o rta ta a corte, non la
guardò né la vide m ai. Le com andò poi di to rn are a Rom a, perché
tu tti sapessero che il suo ordine non e ra stato senza effetto e
i giovani im p arassero a tra tte n e rs i dall'am ore di u n a donna che
egli, p u r p o ten d o la avere in suo potere, aveva disprezzato. E fece
questo quan d o non era ancora sposato, e tu tta v ia offriva con la
su a vita u n esem pio di castità, com e se fosse stato legato dal
m atrim onio. Chi fu cosi p ad ro n e di uno schiavo com e lui del suo
corpo? Chi fu giudice degli a ltri com e lui censore della sua vita?
18. Che dire d ella sua clem enza? Siccom e u n accusatore p
seguiva, incolpandolo di asp ira re al trono, u n uom o di nobile
stirp e e di fam iglia facoltosa — q u alità che sogliono suscitare
p ro n tam en te l’invidia — e il p re fe tto esitava, ordinò di non p ro ­
n unciare u n a sentenza di m orte, specie nei giorni s a n t iI4. E leg­
gendosi alcuni giorni dopo il libello d ’accusa, sentenziò che si

13 Oggi si direbbe « gab in etto im periale.».


14 Com e n o ta il Coppa (op. cit., p. 823, n ota 40), fo rse si tratta della
S ettim an a San ta e di qu ella su ccessiv a alla Pasqua.
174 DE OBITV VALENTINIANI, 1 8 -2 0

calum niam p ro n u n tiau it, accusatum libere, donec p raefectu s co­


gnosceret, o b seru are iussit. N eque an te a u t p o stea quisquam ta n ti
crim inis sub adulescente im p era to re fo rm id au it inuidiam . R isit
adulescens, quod ro b u sti m etu u n t im peratores. 19. M iserat p ro ­
p te r re cu p eran d a tem p lo rum iu ra sacerd o tio ru m p ro fa n a priuile-
gia, cu ltu s sacro ru m su o rum R om a legatos et, quod est grauius,
senatus nom ine n iteb an tu r. E t cum uniuersi, in consistorio qui
ad eran t, C hristiani p a rite r atq u e gentiles, d iceren t esse reddenda,
solus u elu t D a n ih e la excitato in se dei sp iritu arguebat perfidiae
C hristianos, gentilibus o b u iab at dicens: « Quod pius f r a te r [non]
eripuit, quom odo a m e p u ta tis esse reddendum , cum in eo et
religio laed a tu r et fra te r? » — a quo se nollet p ie ta te superari.
20. E t cum p atern o co n u en iretu r exemplo, quod sub p a tre suo ea
nullus ab stu lerat, resp o n d it: « P atrem m eum laudatis, q uia non
ab stu lit: nec ego abstuli. N um quid p a te r m eus red d id it, u t m e
d ebere red d ere p o stu letis? P ostrem o etiam si p a te r reddidisset,
fra te r ab stu lerat! Im itato rem in ea p a rte fra tris esse m e m allem .
Aut nu m q u id p a te r A ugustus fu it et fra te r non fuit? P a r u triq u e
d eb e tu r re u ere n tia et p a r u triu sq u e est c irc a rem publicam gra­
tia. V tru m q u e im itabor, u t et non reddam , quod et p a te r red d ere
non p o tu it, quia nullus ab stu lera t, et seruem , quod a fra tre est
constitu tu m . P ostulet p aren s R om a alia, quaecum que desiderat:

19. a Cf. D an 13, 45.


IN MORTE DI VALENTINIANO, 1 8 -2 0 17 5

tra tta v a di u n a calunnia e ordinò che l'accusato fosse posto in


lib ertà vigilata, in a ttesa che il p re fetto svolgesse l’inchiesta. E
nessuno, né p rim a n é dopo, so tto qu ell'im p erato re adolescente
dovette tem ere l ’accusa di u n a colpa tan to grave. Un giovane rise
di u n a m inaccia tem u ta d a im p erato ri nel vigore degli anni. 19.
R om a aveva inviato degli am basciatori p e r rivendicare i d iritti
dei tem pli, i privilegi profani dei collegi sacerdotali, l’esercizio
dei loro riti, e, cosa p iù grave, essi si facevano fo rti d ell'au to rità
del senato. E siccom e tu tti senza eccezione quelli che eran o p re­
senti in .quell’adunanza del concistoro, cristian i e pagani ind istin ­
tam ente, dicevano che quei d iritti dovevano essere rip ristin ati,
solo com e Daniele, risvegliato in sé lo S pirito di Dio, accusava
i cristian i di trad im en to e si opponeva ai gentili dicendo: « Come
p en sate che io debba rip ristin a re quei d iritti che la p ia anim a
di m io fratello [ n o n ] 15 tolse 16, offendendo in ciò sia la religione
sia m io fratello? », p erch é non voleva essere su p erato da lui nella
pietà. 20. E siccom e cercavano di m etterlo alle s t r e t t e 17 con
l'esem pio p atern o , dicendo che sotto suo p a d r e 18 nessuno aveva
abolito quei privilegi, rispose: « Voi lodate m io p ad re perché non
li h a tolti; m a nem m eno io ve li ho tolti. F orse m io p ad re ve li
h a restitu iti, e di conseguenza p re te n d ete che io debba restitu ir-
veli? Infine, anche se m io p ad re ve li avesse re stitu iti, m io fratello
ve li aveva tolti! P referirei p e r questo lato im itare m io fratello.
Forse m io p ad re era im p erato re e non e ra invece im p era to re mio
fratello? Ad en tra m b i si deve uguale risp etto e uguale è il favore
acquistato da en tra m b i nei riguardi dello Stato. Li im iterò tu tti
e due non restitu en d o ciò che m io p ad re non poteva restitu ire,
perché nessuno lo aveva tolto, e m antenendo ciò che è stato sta­
b ilito da m io fratello 19. R om a m adre faccia a ltre richieste, quali

15 S econ d o il F aller (ed. cit., p. 340) retinendum non , quia ex m ente


A m brosii p iu s frater n on erip u it uerum ius deorum cultoribus; cf. Ep. 72, 7
(Maur. 17): nullius iniuria est, cui deus om nipotens antefertur. Tale argo­
m entazion e, però, m i sem bra eccessivam en te so ttile, se n on add irittura cavil­
losa. Il fa tto , p oi, ch e il non si trovi n ei m ss. del gruppo con sid erato dal
Faller più autorevole (vedi In trod., p. 110), non p u ò ann ullare sen z’altro
l ’assen za del non nei cin q u e codd. A, P, C, D, E, tra i quali figurano i più
antichi. S i aggiun ga che il quod... non eripuit, se si in ten d e com e uerum
ius deorum cultoribus, m al si lega con il segu en te cum in eo religio laedatur.
16 Già p rob ab ilm en te n el 376 (P a r e d i, Am brogio, Graziano..., cit., p. 26)
Graziano aveva rifiutato il tito lo e le in segn e di Pontifex Maximus. Ma fu
so p rattu tto n e ll’autu nn o del 382 che vennero a d ottate m isu re decisive con­
tro il pagan esim o, e cioè la confisca dei b en i im m ob ili dei collegi sacerdo­
tali e la revoca delle esen zion i fiscali e dai con trib u ti da p a rte dello Stato,
di cui fino allora godevano. V eniva in oltre rim o sso dalla curia rom ana l ’alta­
re della V ittoria. V edi P a la n q u e , op. cit., pp. 117-120; D u d d e n , op. cit., I,
pp. 256-258.
17 V edi F o r c e l l i n i : « In re foren si conuenire aliquem e st in ius uocare
et in eum agere; et conueniri d icitu r qui in iu s uocatu r ». In a ltro sen so
« conuenire aliquem e st ad contrahendu m n egotiu m u e l ad aliu m aliquem
finem adire, u isere, colloqui: quo sen su occu rrit etiam conueniri p assiu e ».
18 V alentiniano I, m orto n el 375.
19 Cf. Ep., extr. collect. 10, 2-5 (Maur. 57), Eugenio im p era to ri: R etulerat
uir am plissim us Sym m achus, cum esset praefectus urbis, ad Valentinianum
176 DE OBITV VALENTINIANI, 2 0 -2 3

debeo ad fectu m p aren ti, sed m agis obsequium debeo salutis


au cto ri ».
21. Q uid d e am o re p rouincialium loquar, uel quo eos i
conplectebatur, uel qui ab his c o n su lto ri suo rep en d eb atu r, qui­
bus nihil u m q u am indici passu s est? « P ra e te rita », inquit, « non
q u eu n t soluere, no u a p o te ru n t sustinere? ». Hoc lau d an t prouin-
ciae Iulianum : et ille quidem ro b u sta aetate, iste in pro cessu a d u ­
lescentiae; ille p lu rim a re p p e rit et exhausit om nia, iste nihil
inuenit e t om nibus ab u n d auit. 22. A udiuit in T ransalpinis p a rti­
bus po situ s ad Italiae fines b a rb aro s adpropinquasse: sollicitus,
n e alieno ho ste suum regnum a d te m p ta re tu r, u en ire p ro p e ra b a t,
cupiens d im itte re G allicana otia e t pericula n o stra suscipere.

23. H aec m ihi cu m aliis com m unia. Illa p riu a ta , quod saepe
m e ad p ellab at ab sen tem e t a m e initian d u m se sacris m ysteriis
praefereb at. Quin etiam cum ru m o r quidam a d Vien n ensem p e r­
tu lisse t u rb em , q u o d in u itandi eius a d Italiam g ra tia eo pergerem ,
qu am g audebat, q uam g ra tu la b a tu r m e sibi o p tato adfore! M ora
ei aduen tu s m ei p rolixior u id eb atu r. A tque u tin am ad u en tu s ipsius
IN MORTE DI VALENTINIANO, 2 0 -2 3 1 77

che siano i suoi desideri: debbo affetto alla m adre, m a ancor più
debbo ossequio all’A utore d ella salvezza ».
21. Che d ire d ell'am o re dei provinciali, sia quello di cui egli
li circondava sia quello con cui essi ricam biavano illoro consi­
gliere, poiché no n perm ise m ai che a loro si im ponessero trib u ­
ti? « N on sono in grado, diceva, di pagare quelli vecchi: p o tra n ­
no sostenerne d i nuovi? ». P er tale m otivo le province lodano
G iu lian o 20; m a quello era nel pieno vigore dell’età, questo nello
sviluppo dell'adolescenza; quello aveva trovato m oltissim i mezzi
e li aveva co nsum ati tu tti: questo non trovò nulla ed ebbe ab­
bondanza di tu tto . 22. M entre si trovava nelle regioni tran sa l­
pine, fu in fo rm ato che i b a rb a ri si avvicinavano ai confini d ’Ita ­
lia. P reoccupato che il suo regno fosse assalito da u n nem ico stra ­
n ie ro 21, aveva fre tta di venire, non vedendo l’o ra di abbandonare
gli ozi di Gallia e di p ren d ere sopra d i sé i n o stri pericoli.
23. T u tto ciò ho in com une con gli altri. P ersonalm ente d
rico rd are che spesso m i faceva chiam are, q u a n d ’ero assente, e
preferiv a essere iniziato d a m e ai sacri m isteri. Anzi, siccom e u n a
diceria aveva diffuso a V ien n a22 la notizia ch e io m i recavo colà
p e r invitarlo a v en ire in I t a l i a 23, com e se ne rallegrava, com e si
com piaceva p en san d o che gli sarei stato vicino secondo i suoi d e ­
s id e ri24! Gli sem brava tro p p o lungo il m io rita rd o neH 'arrivare.
E m agari non si fosse diffusa p re m a tu ram en te nessuna notizia di

augustae m em oriae im peratorem iuniorem, u t tem plis, quae sublata fue­


rant, reddi iuberet. N e i q u a ttro paragrafi si fa la storia della controversia
dalla R elatio Sym m achi in p oi. Cf. anche Ep., 72, 16 s. (Maur. 17), Valentinia­
no imperatori·. Quid respondebis etiam patri, qui te m aiore dolore conueniet
dicens: « De me, fili, pessim e iudicasti, qui p u ta sti quod ego gentilibus con-
niuentiam praestitissem ; nem o ad m e d etu lit aram esse in illa R om ana cu­
ria »... Vnde cum id aduertas, im perator, Deo prim um , deinde p a tri et fratri
iniurias inrogari, si quid tale decernas, p e to u t id facias, quod saluti tuae
apud Deum intelligis profuturum .
2° È G iuliano l ’A p ostata, m orto il 2 giugn o 363. Cf. Α μ μ ., XXV, 4, 15:
Liberalitatis eius testim onia plurim a sunt et uerissim a, in ter quae indicta
sunt tributorum adm odum leuia, coronarium indultum , rem issa d ebita m ulta
diu tu rn itate congesta, aequata fisci iurgia cum priuatis, uectigalia d u ita tib u s
restitu ta cum fundis...
21 S econ d o il Coppa (ο ρ . cit., ρ. 825, n o ta 44), sareb b e u n ’a llu sion e evi­
d en te al « n em ico d o m estico » A rbogaste.
22 6 l ’attu ale V ienne, n el Delfìnato.
23 Cf. E p., 25, 2 (Maur. 53), Theodosio im p era to ri: Doleo enim, fateor,
dolore acerbo non solum quod im m atura aetate Valentinianus Augustus
decesserit, sed etiam quod inform atus fide ac tuis in stitu tis tantam deuotio-
nem erga deum n ostrum induerat atque tan to in m e incubuerat adfectu, ut,
quem ante persequebatur, nunc diligeret, quem ante u t aduersarium repel­
lebat, nunc u t parentem putaret. Quod ego non pro recordatione iniuriae
ueteris exprom psi, sed pro testim onio conuersionis. Illu d enim alienum, hoc
suum, quod a te infusum sibi ita tenuit, ut m atris (l'im p eratrice G iu stina)
persuasionem excluderet. Ille se a m e n u tritu m praeferebat, ille u t sedulum
pa trem desiderabat, ille sim ulato a quibusdam aduentus m ei nuntio inpa-
tien ter praestolabatur. Quin etiam illis ipsis pu blici doloris diebus, cum
sanctos et sum m os sacerdotes dom ini in tra Gallias haberet, u t a m e tam en
sacram entis baptism atis initiaretur, scribendum arbitratu s est; quod etsi
non rationabiliter, am abiliter tam en erga m e suum stu diu m testificatus est.
24 O ptato è abi. di optatum , i.
178 DE OBITV VALENTINIANI, 2 3 -2 6

nullus p raeu en isset nuntius! 24. Iam p ro m iseram m e p ro fectu ­


rum , respondens uel h o n o ratis peten tib u s uel praefecto, u t tra n ­
q u illitati Italiae co nsuleretur, m e, sicut superfluo ingerere non
possem p ro p te r uerecundiam , ita necessitatibus non defuturum .
C onfirm atum hoc erat. Ecce p o strid ie litterae de in stru en d is m an­
sionibus, inuectio o rn am en to ru m regalium aliaque huiusm odi,
quae ing ressu ru m ite r im p erato rem significarent. Q uibus rebus
ab ipsis, a quibus fu e ra t p o stu lata, in term issa legatio est. 25. Reus
m ihi u id eb ar sp eratae m eae praesen tiae nec inpletae: sed u tin am
u iu en ti tibi h u n c deberem reatum ! Excusarem , quod nulla tu a au­
dissem p ericula, nullas tuas accepissem litteras, quod non p o tu is­
sem p ro p riis anim alibus o ccurrere, etiam si ite r ingressus essem .
Itaq u e securus ueniae, dum dies subduco, aduentus tui ite r lego;
ecce re scrip tu m accipio, u t sine m o ra pergendum pu tarem , eo
quod uadem fidei tu ae h ab ere m e ap u d com item tu u m uelles. N um
re stiti? N um m o ratu s sum ? A dditur eo, u t p ro p e rare m ocius nec
a rb itra re r causam itin eris m ei synodum G allorum esse episcopo­
rum , p ro p te r q u o ru m freq uentes dissensiones creb ro excusaueram ,
sed u t ipse b ap tizaretu r. 26. In ipso egressu gestarum iam re ru m
indicia p o tu i cognoscere, sed p ro p e ran d i studio nihil ad u e rtere
poteram . Iam su p erab am Alpium iuga, et ecce n u n tiu s am arus
m ihi et om nibus de ta n ti m o rte im peratoris. Reflexi ite r et fletibus
m eis laui. Quibus ego uotis om nium proficiscebar; quo gem itu
om nium reu erteb ar! N on enim im p erato rem sibi, sed salutem
erep tam p u tab an t. Q uanto ipse angebar dolore! P rim u m quod
tan tu s princeps, quod dulce pignus m eum , quod ita m ei cupidis­
sim us occidisset. Quos ego aestu s eius illo biduo fuisse conperi,
quo litteris, quas ad m e m iserat, superuixit! V esperi p ro fectu s est
silentiarius, te rtio die m ane quaerebat, iam ne rem easset, iam ne
uenirem : ita sibi salutem quandam u e n tu ra m a rb itra b a tu r.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 2 3 -2 6 1 79

tale m io a r riv o 25! 24. Avevo già prom esso che sarei p artito , ri­
spondendo sia ai ragguardevoli personaggi che m i trasm ettev an o
la rich iesta sia al prefetto , che do, p erch é si provvedesse alla tra n ­
quillità d ell'Italia, com e non potevo in tro m etterm i senza una
necessità p e r u n doveroso riguardo, cosi non m i sarei s o ttra tto
in caso d i bisogno. Q uesto aveva ricevuto conferm a. E d ecco, il
giorno dopo giunge u n a lette ra che dà disposizioni p e r p re d isp o r­
re gli alloggi, arriv a l ’arred a m e n to im periale, si h an n o a ltri indizi
i quali lasciavano in ten d ere che l'im p erato re si sarebbe m esso
in viaggio. P er tali ragioni, da quegli stessi ch e l ’avevano richiesta,
fu sospesa la m ia m issione. 25. Mi sentivo colpevole di aver
fa tto sp erare la m ia p resenza e d i non essere andato: e m agari
dovessi ren d ere conto di q u esta m ia colpa a te ancora in vita!
A ddurrei a m ia scusa di non essere stato in fo rm ato d i nessun tuo
pericolo, di no n av e r ricevuto n essu n a tu a lettera, di non esserti
p o tu to venire in co n tro con cavalli di m ia p ro p rie tà , p u r essen­
dom i m esso in viaggio. Cosi, sicuro del perdono, m en tre calcolo
i giorni, seguo il p e rc o rs o 26 che doveva co n d u rti qua; ed ecco, rice­
vo un re scritto che io m i decidessi a raggiungerti senza indugio,
perché m i volevi g aran te della tu a bu o n a fede presso il tu o c o n te 27.
Non m i sono m osso? H o tard ato ? A ciò va aggiunto che p a rtii in
tu tta fretta , in tendendo che lo scopo del m io viaggio non fosse
il sinodo dei vescovi della Gallia, p e r i cui freq u en ti dissensi m i
ero spesso scusato, m a il suo battesim o. 26. Al m om ento stesso
della p arte n za avrei p o tu to conoscere degli indizi di ciò ch e era
avvenuto, m a, p e r il desiderio di affrettarm i, n o n ero in grado di
renderm en e conto. Stavo già superando la catena delle Alpi, ed
ecco la notizia, a m ara p er m e e p e r tu tti, della m o rte di u n si
grande im p erato re. In v ertii il cam m ino e lo bagnai del m io pianto.
In mezzo a q u ali auguri da p a rte d i tu tti m i ero m esso in viag­
gio, in mezzo a quale u n iversale p ia n to ritornavo! Pensavano che
fosse stato loro ra p ito n o n u n im peratore, m a la salvezza. Quan-
t'e ra grande il dolore che torm en tav a anche me! A nzitutto p e r­
ché era m o rto u n p rin cip e di tale virtù, u n a c re a tu ra cosi cara
p e r m e, p erch é era m o rto m en tre m i desiderava cosi ard en te­
m e n te 28. Quali erano stati i suoi affanni — lo seppi poi con cer­
tezza — in q u ei due giorni nei quali sopravvisse alla le tte ra che
m i aveva inviato! La sera e ra p a rtito il funzionario, e il m attin o del
terzo giorno chiedeva se fosse già di rito rn o , se già io fossi in
arrivo: a tal p u n to era convinto che p e r lui, in u n certo senso,
stesse arriv an d o la salvezza.

25 « Altra allusione alla vera causa della morte di Valentiniano » (C o p p a,


op. cit., p. 825, nota 45).
26 Cf. De exc. fr., I, 23 (V erg., Aen., IX, 392-393).
27 Arbogaste.
28 U ita cupidissim us è in stretto rapporto con occidisset. Vedi ciò che
segue subito dopo.
180 DE OBITV VALENTINIANI, 2 7 -3 0

27. O iuuenis optim e, u tin a m te u iu en tem inuenire potuiss


u tin am te dilatio aliq u a m eo re seru asse t aduentui! Nihil de aliqua
m ei u irtu te polliceor, nihil de ingenio atq u e p ru d en tia, sed q u an ta
ego cu ra in te r te et com item tuum , q u an ta sed u litate concordiam
et g ra tia m refudissem ! Qua m e ipsum p ro tu a obtulissem fide,
q u am in m e ipsum eos recepissem , quibus ille se tim ere dicebat!
C erte si com es non esset inflexus, tecum rem ansissem . P raesum e­
b am de te, quod ipse m e audires, si p ro te non esse a u d itu m uide-
res. 28. M ulta h abueram , quae tenerem ; nunc nihil habeo p ra e te r
lacrim as et fletus. C ottidie m ihi m aio r a d dolorem es, crescis ad
gem itum . Om nes q u an ti m e feceris, p ro te sta n tu r, om nes absen­
tiam m eam causam tu ae m o rtis adpellant. Sed non sum Helias,
non sum p ro p h eta, u t p o tu erim fu tu ra cognoscere. Sed sum
« uox clam an tis » a in gem itu, quo possim deflere p ra eterita. Q uid
enim habeo, quod m elius faciam , quam u t tib i lacrim as p ro tan to
tu o in m e adfectu rependam ? Ego te suscepi paru u lu m , cum lega­
tu s ad h o stem tu u m pergerem , ego m atern is tra d itu m m anibus
am plexus sum , ego tuus iteru m legatus rep etiu i Gallias, et m ihi
dulce illud officium fu it p ro salute tu a prim o, deinde p ro pace
a tq u e p ietate, q ua fratern a s reliquias postulabas, nondum p ro te
securus et iam p ro fra te rn a e sep u ltu rae honore sollicitus.

29. Sed re u e rta m u r ad th ren o s et ipsa doloris in g red iam u r


uiscera: Quid testabor, in quit, tibi aut quid adsim ilabo tibi, filia
H ierusalem ? Quis saluam faciet te et quis consolabitur te, uirgo
filia Sion? Quia m agna facta est super te contritio tua. Quis sana­
b it te ? a. Quis au tem m e consolabitur, a quo alii p e tu n t consola­
tionis officium? In p leu it m e am aritudine, inebriauit m e fe lle b.
V en trem m eu m d o le o Q, u t p rophetico u ta r eloquio, quoniam , quem
in euangelio eram g en eratu ru s d, am isi.
30. Sed ille non am isit gratiam , quam poposcit, qui m ihi in
serm one, quo u te b a r ad plebem , hodie resu rrex it. N am cum in
tra c ta tu m incidissem p ro p o sitae lectionis, quod populus p a u p e r a
benediceret d e u m b, q u aerere coepi, quis esset hic populus, et

28. « Cf. Io 1, 23.


29. » Thren 2, 13 (Sept.).
b Thren 3, 15 (Sept.).
c Ier 4, 19.
d Cf. 1 Cor 4, 15.
30. ^ Cf. Soph 3, 12.
b Cf. Ps 73, 21.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 2 7 -3 0 181

27. O giovane esem plare, m agari ti avessi p o tu to tro v are


ancora in vita, m agari u n qualche rita rd o ti avesse fa tto soprav­
vivere fino al m io arrivo! N ulla m i rip ro m etto da qualche m ia
capacità, nu lla d a l m io ingegno e dalla m ia prudenza; m a con
q u an ta p rem u ra, con q u an to zelo avrei cercato di rim e tte re con­
cordia e b u o n a arm o n ia tr a te e il conte! Con quale lealtà m i
sarei offerto g aran te della tu a buona fede, com e m i sarei addos­
sata la resp o n sab ilità di quelli di cui egli diceva di aver paura!
C ertam ente, se il conte no n si fosse piegato, sarei rim asto al tuo
fianco. Nei tuoi rig u ard ' ero convinto che m i avresti ascoltato,
se avessi visto che non ero stato ascoltato a tu o vantaggio.
28. Avevo m olte possib ilità da f a r valere; o ra non ho nulla,
fuorch é lacrim e e pianti. Ogni giorno tu sei p e r m e m aggior m o­
tivo d i dolore, cresci p e r i m iei gem iti. T u tti atte sta n o pubbli­
cam ente q u an to m i stim avi, tu tti dichiarano la m ia assenza causa
della tu a m orte. Ma io no n sono Elia, non sono u n profeta, cosi
da aver p o tu to conoscere gli avvenim enti fu tu ri. Sono invece « la
voce di chi g rid a » t r a i lam enti co n cui posso piangere ciò che
orm ai è avvenuto. Che cosa posso fare di m eglio che offrirti
lacrim e in cam bio deH’affetto si grande che avevi p e r m e? Io
m i sono in teressato di te an co ra bam bino, quando, q uale legato,
andavo dal tuo n e m ic o 29, io ti strin si tra le m ie braccia riceven­
doti dalle m ani d i tu a m adre, io, nuovam ente tuo legato, rito rn ai
in G a llia30, e m i fu ca ro quel com pito an zitu tto p e r la tu a sal­
vezza, in secondo luogo p e r la pace e p e r l'affetto con cui chie­
devi i re sti di tuo fratello: non eri an co ra sicuro della tu a sorte,
e già ti preoccupavi d ell’onore da ren d ere a tu o fratello con la
sepoltura.
29. Ma rito rn iam o ai lam enti e penetriam o nelle stesse visce­
re del dolore: Quale testim onianza ti darò o che cosa paragonerò
a te, figlia di G erusalem m e? Chi ti salverà e chi ti consolerà, ver­
gine figlia di Sion? Poiché grande è divenuta la tua rovina. Chi ti
guarirà? Chi consolerà m e cui gli a ltri chiedono di essere conso­
lati? M i riem pi di amarezza, m ’inebriò di fiele. Il m io ventre m i fa
soffrire, p e r u sare l ’espressione del p ro feta, poiché ho p erd u to
colui che stavo p e r g en erare nel Vangelo.
30. Ma non h a p erd u to la grazia che aveva chiesto in siste n te­
m ente, poiché nel discorso che ho rivolto al popolo, oggi p e r m e
egli è riso rto . In fatti, essendom i toccato di spiegare il testo p ro ­
posto, il quale diceva che il popolo dei poveri benediceva Dio,
com inciai a d o m an d are chi fosse questo popolo e a distinguere

m Allude alla sua m issione quale legato imperiale a Treviri presso Mas­
sim o nel 383, in autunno, forse in ottobre ( P a la nq ue , op. cit., p. 510; D u d -
d e n , op. cit., I, p. 223), verso la fine dell’anno, secondo il Paredi (Am brogio
e la sua età, cit., p. 295).
30 Si tratta della seconda m issione a Treviri nel 386, n ell’estate, secondo
il Palanque (op. cit., p. 516), in estate o in autunno, secondo il Dudden (op.
cit., I, pp. 345-350, spec. p. 345). Il Paredi (ibid., pp. 335 e 354) pensa all’au­
tunno del 384, e cosi il Faller (CSEL LXXXII, p. 207). Su tale m issione vedi
Ep., 30 (Maur. 24).
182 DE OBITV VALENTINIANI, 3 0 -3 4

distinguere, quod esset populus a lte r diues, alte r p au p er, diues


Iudaeo ru m , p a u p e r ecclesiae, diues ille eloquiis sibi creditis, iste
p au p e r alien a eloquia m u tu atu s. M erito p au p er, quia congregatus
a p au p e re est, illo uidelicet, qui p a u p e r fa ctu s est, cum diues
esset, u t nos eius in o p ia d itare m u r; exinaniuit enim se, u t om nes
rep leret. 31. Sed quom odo pau p er, q u i h ab e b at a e te rn ita tis diui-
tias et « p len itu d in em diu initatis » a? D enique in ca m e e ra t et dice­
b at: A m odo uidebitis filium hom inis sed en tem ad dexteram uir­
tu tis b. E t alibi ad P etru m dicit: T ibi dabo claues regni ca e lo ru m c.
H ic ergo p au p er, qui regnum caeleste donabat? Sed audi, quom odo
pauper: Tollite, in quit, iugum m e u m super uos, quia m itis su m et
hum ilis corde d. Ideo e t populus eius p a u p e r est, n o n indigentia,
quem diu ite illo populo u ideo ditiorem ; non solum enim oracula
p ro p h etaru m , sed etiam apostolorum m eru it diuino fu sa sp iritu
h ab ere p raecep ta. 32. N on ergo inopia pau p er, sed p a u p e r spiritu,
cui dictum est: B ea ti pauperes spiritu, ipsorum enim est regnum
c a e lo ru m a. V ere « b ea ti p auperes », qui acceperunt, quod diuites
non hab eb an t. Ex hoc nu m ero est ille p ropheticus pau p er, de quo
scrip tu m est: Is te pauper clam auit, et dom inus exaudiuit e u m b.
E x hoc populo ille, q u i ait: A rgentum et aurum non habeo, sed,
quod habeo, do tibi: in n om ine Ie su N azareni surge et a m b u la c.
Ille ergo p au p e r a u c to r populi p au p eris dicit: Deus, laudem m eam
ne tacueris, quoniam os peccatoris et os dolosi su p er m e aper­
tu m est. L ocuti su n t su per m e lingua dolosa et serm onibus odii
circum d ed eru n t m e et expugnauerunt m e gratis. Pro eo, u t m e
diligerent, detrahebant m ihi, ego au tem orabam d. B onum scutum
o ratio, quo om nia ad u ersarii ignita spicula re p e llu n tu re. O rab at
ergo dom inus Iesus, et eius im ita to r V alentinianus orabat. 33. Sed
fo rte d icatu r: « Q uid ei sua p ro fu it oratio? Ecce in p rim o u itae
occidit cu rsu ». — De c e le ritate m ortis, n o n de genere loquor;
non enim accusationis uoce u to r, sed doloris. — Sed etiam do­
m inus o ra b a t et crucifixus est; hoc enim orabat, u t « peccatum
m undi to lleret » a. Audiam us ergo, qu id o re t C hristi discipulus.
V tique quod m ag ister docuit. D ocuit autem , u t uigilem us et o re ­
m us, ne in g red iam u r in te m p ta tio n e m b, hoc est, n e incidam us in
peccatum . H aec est enim tem p tatio C hristiani, si in suae anim ae
periculu m p ro lab a tu r: m o rtem au tem tim e re non est p e rfe c tio n is c.
34. R ogare au tem quis debeat e t p ro inim icis suis, o ra re etiam

31. » Cf. Coi 2, 9.


» Mt 26, 64*.
' Mt 16, 19.
d Mt 11, 29.
32. 3 Mt 5, 3*.
b Ps 33, 7.
c Act 3, 6*.
d Ps 108, 14.
e Cf. Eph 6, 16.
33. » Cf. Io 1, 29.
b Cf. Mt 26, 41 (Mc 14, 38; Lc 22, 40.46).
c Cf. Mt 10, 28.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 3 0 -3 4 183

perché c’era u n popolo ricco e u n popolo povero, ricco quello


dei Giudei, povero quello della Chiesa, ricco il p rim o p e r le
p a ro le 31 che gli eran o state affidate, povero il secondo p erché ave­
va preso in p re stito le p arole affidate ad altri. A b u o n d iritto
povero, p erch é e ra stato ra d u n ato da u n povero, quello evidente­
m ente che si era fa tto povero, essendo ricco, perché noi ci arric­
chissim o con la sua povertà: si annientò, p e r riem pirci della sua
ricchezza. 31. Ma com e poteva essere povero Colui che aveva le
ricchezze dell’e tern ità e la pienezza della divin ità ? E ra ancora
nel corpo e tu tta v ia diceva: Tra poco vedrete il Figlio dell'uom o
sedere alla destra della Potenza. E altrove dice a P ietro: T i darò
le chiavi del regno dei cieli. Povero, dunque, costui che donava il
regno celeste? Ma ascolta in che senso egli era povero: Prendete,
dice, il m io giogo su di voi, perché sono m ite ed um ile di cuore.
P erciò anche il suo popolo è povero, non p e r il bisogno, poiché lo
vedo p iù ricco di quel ricco popolo; m eritò in fa tti di avere non
solo le rivelazioni dei profeti, m a anche gli insegnam enti degli
apostoli, d e tta ti p e r im p u lso dello S pirito Santo. 32. Non è dun­
que povero p e r indigenza, m a povero nello sp irito il popolo cui è
stato detto: B eati i poveri nello spirito, perché di essi è il regno
dei cieli. V eram ente « b eati i poveri », perché hanno ricevuto quel­
lo che i ricchi no n avevano. Di questo num ero è p a rte quel pove­
ro di cui p arla il p ro feta, a p roposito del quale sta scritto:
Q uesto povero alzò la voce e il Signore l'ha esaudito. Da questo
popolo proviene colui che dice: N on ho argento né oro, m a ti do
quello che ho: nel nom e di Gesù N azareno alzati e cam m ina. Quel
povero cap o stip ite di u n popolo povero dice: Dio, non tacere la
lode che ti rendo, poiché la bocca del peccatore e la bocca del­
l'im broglione si è spalancata sopra di me. H anno parlato di m e
con lingua m enzognera e m i hanno circondato con discorsi di
odio e m i hanno assalito senza m otivo. In cam bio di ciò che facevo
perché m i amassero, sparlavano di me, m a io pregavo. La p re ­
ghiera è uno scudo efficace che respinge tu tte le frecce infiam ­
m ate del nem ico. Pregava dunque il Signore Gesù e, im itandolo,
pregava V alentiniano. 33. Q ualcuno p erò p o treb b e dire: « Che
gli giovò la su a p reghiera? Ecco, egli è m o rto all’inizio della sua
vita ». In ten d o p a rla re della precocità della sua m orte, non della
m aniera in cui avvenne; non uso, infatti, parole di accusa, m a di
d o lo re 32. M a anche il Signore pregava, e fu crocifisso; pregava
p e r togliere il p eccato del m ondo. Ascoltiam o che cosa chiede il
discepolo di C risto. C ertam en te ciò che h a insegnato il M aestro.
Q uesti ci h a insegnato a vigilare e a pregare p e r n o n e n tra re in
tentazione, cioè p e r n o n cadere in peccato. Q uesta è in fatti la
tentazione del cristiano, se espone al pericolo la sua anim a;
tem ere la m orte, invece, non è prova di perfezione. 34. Ma si

31 L’Antico Testamento.
32 II Coppa (op. cit., p. 830) traduce de genere « ma non in generale ».
Per me, tutta la frase ha il valore di una preterizione, mediante la quale di
fatto si afferma quanto apparentemente si esclude.
184 DE OBITV VALENTINIANI, 3 4 -3 7

p ro p e rse q u e n tib u s a, sicut ipse dom inus o ra b a t dicens: Pater,


d im itte illis, non enim sciunt, quid fa c iu n tb. Vide clem entiam
m agnam : illi suum p e rse q u e b a n tu r auctorem , ipse ad u ersariis
etiam g rau ia p eccata donabat; qu in etiam ignorantiae uelam ine
excusabat adm issum dicens, q u ia nesciunt quid fa ciu n t, n am si
scirent, dom inum n on p e rse q u e re n tu r s u u m c, in cuius p o testate
ac iu re salutem suam esse a rb itra re n tu r. E t q u ia non sola C hristi
p ersecu to res eius era n t m o rte contenti, ad d eb an t m aledicta atq u e
conuicia, u t ait ipse: M aledicent ipsi, et tu benedices d. D ocuit nos,
quod tim ere m aled icta p erseq u en tiu m m inim e debeam us, cum
habeam us benedictionis auctorem , nec m ouere nos conuicia de­
beant, u b i p raesu l est, qui p o ssit au fe rre m aledicta.

35. Quid illud, quod m ori non tim u it? Im m o p ro om nib


se o b tu lit dicens, q u o d fru s tra innoxii in inuidiam u o caren tu r,
quod fru s tra p ro p te r se alii p eric litaren tu r, sibique po tiu s m o r­
tem o p tab at, ne ipse aliis causa m o rtis esset. H oc est illud euan­
gelicum dom ini in ipsa sui captione dicentis: S i m e quaeritis, sini­
te hos ire a. Occidit itaq u e p ro om nibus, q uos diligebat, p ro quo
am ici sui p a ru m p u tab an t, si om nes p eriren t.

36. A duertim us, quem circa am icos suos h a b u e rit anim u


considerem us, quem erga germ anas suas h a b u e rit adfectum . In
ipsis requiescebat, in ipsis consolabatur, in ipsis relax ab at an i­
m u m et fessa cu ris co rd a m ulcebat. R ogabat eas, u t, si quo p u e­
ritia e suae lapsu, si serm one aliquo offensae a fra tre u id ere n tu r,
ignoscerent, u en iam sibi a dom ino deo dep raecaren tu r. M anus,
c a p ita so ro rib u s oscu lab atur, inm em or im perii, m em o r germ ani­
tatis. E t q u a n to m agis aliis p o testatis iu re p ra e s ta re t, hoc se
m agis h u m ilem sororibus exhibebat. R ogabat, u t non m em inissent
iniuriae, m em inissent gratiae. 37. A cciderat, u t quoddam de earum
possessione au d ire t negotium ; tan tu s enim erat, u t etiam in causa
so ro ru m aequus fore a rb ite r a prou in cialib u s aestim aretu r, quod,
e ts i c irc a sanctas necessitudines suas c a rita te p ro p en d eret, tam en
pietatem su am iu stitia tem p eraret. A udiuit negotium non d e iure,
sed de possessione praed ii. H inc pietas p ro sororibus, inde 'mise­
rico rd iae p ro o ip h an o cau sa certab at, u t p ro eo ap u d ipsas inter-
u e n ire t sorores. R em isit ad iudicem publice negotium , n e a u t ius
a u t p ietatem laederet. P riu atim tam en , q u a n tu m ex p ro p o sito

34. a Cf. Mt 5, 44.


b Lc 23, 34.
c Cf. 1 Cor 2, 8.
d Ps 108, 28*.
35. a Io 18, 8*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 3 4 -3 7 1 85

dovrebbe p reg are anche p e r i p ro p ri nem ici, p reg are anche p e r


i persecu to ri, com e pregava anche il Signore dicendo: Padre, per­
dona loro, perché non sanno quello che fanno. Vedi la strao rd i­
n aria clem enza: essi p erseguitavano il loro C reatore, Egli p e r­
donava ai suoi nem ici peccati anche gravi; anzi giustificava la loro
azione con la scusa deH’ignoranza, dicendo: N on sanno quello che
fanno. Se l ’avessero saputo, non avrebbero p erseguitato il loro
Signore, poiché eran o p u r convinti che la loro salvezza era com­
pletam en te in suo p o tere. E siccom e i p ersecu to ri di C risto non
si accontentavano della sua m orte, aggiungevano im precazioni e
ingiurie, com e dice egli stesso: E ssi m alediranno e tu benedirai.
Ci h a insegnato che no n dobbiam o tem ere m inim am ente le m ale­
dizioni dei persecu to ri, poiché abbiam o con noi l'A utore delle
benedizioni, né lasciarci in tim o rire dalle ingiurie, quando c ’è il
difensore ch e p u ò an n u llare ogni m aledizione.
35. Che cosa dire del fa tto che non tem ette d i m orire? Anzi
egli si offri alla m o rte p e r tu tti, dicendo cosa inutile che degli
innocenti fossero esp o sti all’odio, che a ltri co rressero dei p eri­
coli p e r causa sua, e desiderava p iu tto sto la m o rte p e r sé, p e r non
essere causa di m o rte p e r altri. Q uesto è l’insegnam ento che il
Signore d à nel V angelo al m om ento stesso della sua c a ttu ra,
quando dice: S e cercate me, lasciate che questi se ne vadano. M ori
dunque p e r tu tti quelli che am ava, m en tre i suoi am ici pen sa­
vano che sareb b e s ta ta p oca cosa se tu t ti fossero m o rti p e r lui.
36. N otiam o quale anim o V alentiniano abbia avuto verso
i suoi am ici, consideriam o quale affetto a b b ia n u trito verso le
sue s o re lle 33. In loro tro v av a riposo, in loro consolazione, in loro
rilassava l ’anim o suo e risto rav a il suo cu o re oppresso dalle
preoccupazioni. Le pregava di perdonarlo, se fosse p a rso lo r o 34
di essere sta te offese dal fratello p e r qualche sbaglio della sua
giovinezza o d a q u alch e p arola, e di im p lo rare p e r lui il perdono
dal Signore Iddio. B aciava alle sorelle m ani e capo, dim entico
della su a dignità im periale, m em ore del loro vincolo fratern o . E
quanto p iù so vrastava gli a ltri in v irtù del suo potere, ta n to più
si m o strav a um ile con le sorelle. Le pregava di n o n rico rd are le
offese e di rico rd are invece il suo am ore. 37. E ra venuto a sape­
re di u n a co n tro v ersia relativ a a u n loro possedim ento; era, in­
fatti, cosi al di so p ra d ’ogni sospetto, che i provinciali erano
convinti ch e p ersin o in u n a causa delle sorelle sareb b e stato
giudice im parziale, poiché, anche se p e r l'affetto fra te rn o p ro p e n ­
deva p e r i sacri legam i del sangue, tu tta v ia la giustizia m oderava
il suo am ore. Seppe che la questione riguardava non il d iritto di
p ro p rietà, m a il possesso del fondo. Da u n a p a rte e ra in g ara p e r
le sorelle l’affetto fratern o , daH’a ltra , p e r l’orfano, u n m otivo
di m isericordia, sicché in terv en n e in suo favore p re sso le sorelle
stesse. Rinviò ufficialm ente al giudice la controversia, p e r non

33 Giusta, Grata e Galla, figlie di Valentiniano I e di Giustina.


3* La presenza del compì, di agente a fratre mi induce a sottintendere,
a uideretur, sibi.
186 DE OBITV VALENTINIANI, 3 7 -3 9

nobilium p u ellaru m ad u ertim us, pium sanctis sororibus in p ressit


adfectum , u t concedendi praed ii u o lu n tatem h ab eren t, indicium
darent. V ere dignae tan to fra tre germ anae, quae id, quod m a te r
sibi re liq u erat, m allen t de suo potius iu re laxare qu am fra tre m in
sua causa u erecundiam sustinere.

38. H aec e st uobis, sanctae anim ae, hered itas p re tio sio r fra ­
tern a e laudis et gloriae, his uos pius fra te r nobiliores et ditiores
reddid it, qui c a p u t u e stru m non gem m is o n erab at, sed osculis,
m anus u e stra s non tam regalibus am biebat insignibus, quam im ­
p erato rio ore lam bebat. In u estra e fru c tu praesen tiae om ne p o n e­
b a t solatium , u t nec ip sam nim ie d esid eraret uxorem . Ideo nuptias
differebat, q u ia p iu s eum u estra e gratiae p asc eb at adfectus. H aec
uobis desiderio am plius q uam dolori sint, u t fra te rn a gloria plus
reficiat m en tem quam dolor to rq u eat. P ascunt freq u en ter et la­
crim ae et m entem ab leuant, fletus re frig eran t pectus et m aestum
so lan tu r adfectum . 39. D urum quidem funus uidetis, sed stab at
e t san c ta M aria iuxta crucem filii et sp ectab at uirgo sui unigeniti
p a ssio n e m 3. S tan tem illam lego, flentem non lego. Vnde dixit ei
filius: M ulier, ecce filius tuus, et discipulo dixit: Ecce m a ter t u a b,
h ered itatem illi caritatis suae et gratiae derelinquens. In quo uobis,
p ia pignora, q uoniam fra tre m u e stru m seru are p ro p te r m ea pecca­
ta non m erui, ad fectu m p atern u m exhibere desidero. Illum in tu eo r
in uobis, illum teneo, illum p u to m ihi esse p raesentem , im m o
u tru m q u e germ anum , quos u elu t oculos m ihi effossos arb itro r.
Felicius episcopos p e rse q u u n tu r im p erato res quam diligunt. Q uan­
to m ihi b eatiu s M aximus m inabatur! In illius odio laus erat, in
h o ru m am ore supplicii feralis hereditas. V tinam , filii, p ro uobis
licuisset h u n c sp iritu m fundere! C onpendium doloris inueneram
et gloriosius m ihi fu e rat p ro ta n tis obire pignoribus.

39. acf. I o 19, 25.


» Cf. I o 19, 26-27.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 3 7 -3 9 187

offendere né il d iritto né l ’affetto fraterno. P rivatam ente, tu tta ­


via, p e r qu an to potem m o argom entare d alla decisione delle nobili
giovani, suscitò nelle sante sorelle u n tale sentim en to di pietà,
che esse decisero di concedere l’uso del fondo e ne lasciarono
intraved ere l’intenzione. V eram ente degne di u n fra te llo cosi esem ­
p lare q u este sorelle che preferiv an o rin u n ciare al loro d iritto
p iu tto sto che il fratello facesse un'eccezione alla sua delicatezza
nella loro causa!
38. Q uesta è p e r voi, anim e sante, u n ’ered ità davvero p re ­
ziosa della lode e della gloria fratern a, co n queste v irtù il vostro
pio fratello vi h a rese p iù nobili e p iù ricche, poiché n o n appe­
santiva il v ostro capo di gemme, m a di baci, circondava le vostre
m ani non tan to di insegne regali, quanto le toccava co n la sua
bocca im periale. Nel beneficio della v o stra presenza poneva ogni
suo conforto, cosi che non sentiva tro p p o persino la m ancanza di
un a sposa. Perciò differiva le nozze, poiché lo saziava il tenero
affetto della v o stra gentilezza. Q uesti ricordi siano p e r voi m otivo
di rim pianto, non d i dolore, cosi che la gloria fra te rn a rechi con­
fo rto all’anim o v o stro p iù di qu an to non lo to rm en ti il dolore.
Spesso anche le lacrim e sono alim ento e sollevano lo spirito, i
p ian ti danno refrig erio al cuore e recano conforto alla tristezza
dell’anim o. 39. È vero, voi assistete ad u n a m o rte acerba, tu tta v ia
san ta M aria stav a ritta p resso la croce del Figlio e la Vergine
contem plava il to rm en to del suo U nigenito35. Leggo ch e ella stava
ritta , no n leggo ch e piangesse. Perciò il Figlio le disse: Donna,
ecco tuo figlio, e al discepolo disse: Ecco tua m adre, lasciandogli
l’ered ità del suo am ore e del suo affetto. A questo proposito,
figlie m ie devote, poiché p e r i m iei p eccati non ho m eritato di
conservare in vita v o stro fratello, desidero offrirvi il m io affetto
di padre. In voi lo vedo, lo sento m io, cred o che m i stia dinanzi,
anzi che m i stiano dinanzi en tram b i i fratelli, che considero
com e occhi che m i fossero sta ti strap p ati. Gli im p e ra to ri hanno
m aggior successo quan d o perseguitano i vescovi che quando li
a m a n o 36. Quale m aggior soddisfazione m i arrecavano le m inacce
di M assim o 37! N ell'odio di costui c ’era p e r m e u n m otivo di glo­
ria, nell’am ore di q u elli l ’ered ità di u n supplizio funesto. M agari,
o figli, avessi p o tu to esalare p e r voi q u esta m ia anim a! Avrei tro ­
v ato u n m ezzo p e r abbreviare il m io d o lo re e sarebbe sta to p iù
glorioso p e r m e m o rire p e r c reatu re ta n to care.

35 Cf. Exp. eu. Lue., X, 132: S ed nec Maria m inor quam m atrem Christi
decebat fugientibus apostolis ante crucem sta b a t et piis spectabat oculis
■filii uulnera.
36 C om e ha v isto b en e ii F aller (ed. cit., In trod., p. 105), qui n o n si
tratta di M assim o e d i E ugenio, m a dei due fra telli G raziano e V alentiniano,
entram bi affezionati ad A m brogio, entram b i p eriti di m orte violen ta. V edi
anche C o ppa , op. cit., p. 833, n ota 78.
37 Cf. Ep., 30, 12 (Maur. 12), Valentiniano im peratori: P ostea cum uideret
m e abstinere ab episcopis, qui com m unicabant ei, uel qui aliquos, deuios
licet a fide, ad necem peteban t, com m otu s eis iu ssit m e sine m ora regredi.
Ego uero libenter, etsi m e plerique insidias euasurum non crederent, ingres­
sus sum iter.
188 DE OBITV VALENTINIANI, 4 0 -4 5

40. Sed ad u estram , sanctae filiae, consolationem re u ertar,


quam uis re ru m g estaru m acerb itas u im om nem consolationis
absorb eat. Quae si b reu is sit, nihil ad fert, quo m aestu m adfectum
dem ulceat, sin prolixior, longiorem a d fe rt adm onitionem doloris.
Quo enim p rolixior fueris, hoc m agis in consolando adficies
eum , quem consolari uelis, et diu tiu s m aero rem eius tenebis.
41. Non ig itu r u elu t penicillo quodam serm onis m ei u e stra s ab ste r­
gebo lacrim as; neque en im id facere uellem , etiam si possem — est
enim piis adfectibus quaedam etiam flendi u o lu p tas et p lerum ­
que grauis lacrim is eu ap o rat dolor — . Sed id postulo, ne uel infi­
xum pecto ri u e stro fra tre m duris gem itibus reuellatis uel auerta-
tis p lan ctib us uel requiescentem excitetis. Ille uobis m an eat in
corde, ille u iu a t in pectore, ille am plexibus piis h aereat, u t sole­
b at, ille fra te rn a oscula p rem at, ille sem per in oculis sit, sem per
in osculis, sem p er in adloquiis, sem per in m entibus, ille iam talis,
u t ei nihil tim eatis sicut ante. O bliuiscam ini eius aerum nam , tenea­
tis gratiam . Ille uobis auxiliaturus sp eretu r, ille noctibus praesul
ad sistat, illum a uobis iam nec som nus excludat. P ro p te r ipsum
delectet quies, u t uobis g ra tio r re u e rta tu r. In uobis est, filiae, u t
fra tre m uobis iam nem o p o ssit auferre.

42. Sed corpus eius ten ere desideratis, tu m u lu m circum fu­


sae tenetis. Ille tu m u lu s uobis fra tris h ab itatio sit, ille sit aula
p alatii, in quo c a ra uobis m em b ra requiescent.

43. Quodsi m e ad illum reuocatis dolorem , quod c ito exces­


sit e u ita, nec ego ab n u o in m atu ra obisse aetate, quem n o strae
u ita e tem p o rib u s fulcire cuperem us, u t de n o stris annis uiu eret,
qui fungi non p o tu it suis. 44. Sed quaero, u tru m aliquis sit p o st
m o rtem sensus an nullus. Si est, u iuit; im m o quia est, u ita iam
fru itu r aeterna. Quom odo enim non h ab e t sensum , cuius anim a
e t u iu it et uiget et re m eab it ad corpus e t faciet illud, cum refu sa
fu e rit, reuiuescere? C lam at apostolus: N o lu m u s a u tem uos igno­
rare, fratres, de dorm ientibus, u t non tristes sitis, sicu t et ceteri,
qu i sp em non habent. N a m si credim us, quod Iesus m o rtu u s est
et resurrexit, ita et deus illos, qui dorm ierunt, p e r Ie su m adducet
cu m ip s o a. M anet ergo eos u ita, quos m an et resu rrectio . 45. Q uod
si gentes, q uae spem resu rrectio n is non habent, hoc uno se con­
so lan tu r, quo dicant, quod nullus p o st m o rtem sensus sit defun­
cto ru m ac p e r hoc nullus re m an eat sensus doloris, q u an to m agis

4 4 . a 1 T h e s s 4 , 13-14*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 4 0 -4 5 18 9

40. M a cercherò nuovam ente di consolarvi, sante figliuole,


q u an tu n q u e l'a tro c ità dell'accaduto elim ini ogni possibilità d i con­
solazione. E ssa, se è breve, non offre alcun m ezzo p e r lenire la
m estizia dell’anim o; se invece si prolunga troppo, re n d e p iù insi­
stente il rico rd o doloroso. Q uanto più ti dilungherai, tan to più
affliggerai con il tu o discorso chi v o rresti consolare e ne p ro lu n ­
gherai la sofferenza. 41. N on asciugherò dunque le v o stre lacri­
m e, p e r cosi dire, con la spugna delle m ie parole; non v orrei farlo,
anche se lo p otessi — il tenero affetto trova, p e r cosi dire, u n pia­
cere nel p ianto e spesso u n grave dolore svapora con le la c rim e 38.
Ma io no n vi chiedo né di stra p p a re con crudeli gem iti vostro
fratello che p o rta te im p resso nel cuore né di allontanarlo con i
v o stri p ian ti o di tu rb a rlo nel suo riposo. R im anga nel v o stro cuo­
re, viva nel v o stro petto, non si stacchi dai v o stri ten eri abbracci,
com e faceva in vita, vi im p rim a i suoi baci fra te rn i, vi sia sem pre
negli occhi, nei baci, nei discorsi, nel pensiero, tale o rm ai che non
dobbiate tem ere nu lla p e r lui, com e invece avveniva u n tem po.
D im enticate la su a sventura, rico rd ate il suo affetto. Egli vi dia
la speranza del suo aiuto, nella n o tte vi assista con la sua p ro te ­
zione, nem m eno il sonno lo allontani da voi. P er causa sua vi sia
dolce il riposo, cosi che rito rn i a voi più gradito. D ipende da voi,
o figlie, che o rm ai nessuno possa strap p a rv i vostro fratello.
42. Ma voi desid erate ab b racciare il suo corpo, vi stringete
con le vo stre p ersone al suo tum ulo. Quel tum ulo sia p e r voi la
dim ora di v ostro fratello, sia esso il palazzo im periale dove ripo­
seranno quelle m em b ra a voi care.
43. Che se m i rich iam ate al dolore atroce provocato dalla sua
im provvisa p arten za d a q u esta vita, io non nego ch ’egli è m orto
im m atu ram en te, m en tre avrem m o desiderato m antenerlo vivo
con la d u ra ta della n o s tra vita, cosi ch'egli vivesse a spese dei
n o stri anni, visto che non h a p o tu to godere dei suoi. 44. Mi do­
m ando però se dopo la m o rte su ssista u n a qualche sensibilità
oppure n o 39. Se q u esta sussiste, l ’uom o vive, anzi, dato che esi­
ste, orm ai gode di u n a v ita eterna. Come p u ò essere privo di sen­
sibilità u n essere la cui anim a è viva ed è piena di vigore e rito r­
n e rà nel corpo e, quan d o sarà nuovam ente in fu sa in esso, lo farà
rivivere? L'Apostolo proclam a: N on vogliam o che voi rim aniate
nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono m orti, perché non
siate tristi com e quelli che non hanno speranza. In fa tti se credia­
m o che Cristo è m o rto e risorto, cosi Dio condurrà per m ezzo di
Gesù insiem e con lui anche quelli che sono m orti. La vita, d u n ­
que, atten d e coloro che atten d e la risurrezione. 45. Che se i
gentili, i qu ali non h an n o la speranza della risurrezione, si conso­
lano solam ente col dire che dopo la m o rte n o n sussiste alcuna
sensibilità nei d efu n ti e p e r tale m otivo non rim ane in loro alcu­
n a sensibilità al d o lo re 40, q u an to p iù dobbiam o tra r re consola­

le Cf. De exc. fr., I, 74.


39 Cf. S en ., Ad P o i, 9, 2-3; Cic., Tuse., I, 14, 82.
40 Cf. De exc. fr., I, 71.
190 DE OBITV VALENTINIANI, 4 5 -4 8

nos consolationem recip ere debem us, q uia m ors m etu en d a non
sit, eo quod finis sit peccatorum , u ita au tem d esp eran d a non sit,
quae resu rrectio n e re p a ra tu r? Iob quoque docet nec m o rtem ti­
m endam et p o tiu s o p tan d am piis dicens: V tin a m in inferno m e
custodires, absconderes me, donec m itig etu r ira tua et constituas
m ih i tem pus, in quo m e m o r sis m ei. S i enim m o rtu u s fu e rit hom o,
uiuet. C onsum m ans dies uitae m eae sustinebo, donec iteru m fiam.
T unc uocabis et ego tibi oboediam : opera a u tem m a n u u m tuarum
ne d esp icia sa.

46. E sto tam en, dolendum sit, quod p rim aeu a o b ierit aeta
g ratu lan d u m tam en, quod u irtu tu m stipendiis u eteran u s decesse­
rit. T an ta enim fu it em en datio u ita e eius in illo om nibus lubrico
adulescentiae tem pore, ta n ta laus m o ru m eius, u t om nem m em o­
riam doloris obducat. Quod enim obiit, fragilitatis est, q u o d talis
fuit, adm irationis. Q uam b e a ta fuisset res publica, si eum diutius
seru are potuisset! Sed q u ia u ita san cto ru m non hic in te rris est,
sed in caelo — iustis enim uiuere C hristus et m ori lucrum , q u ia
dissolui et cum C hristo esse m u lto m e liu s a — , dolendum est, quod
nobis cito ra p tu s sit, consolandum , quod ad m eliora tran sierit.
47. D enique D auid m o ritu ru m filium flebat, m o rtu u m non dole-
b at. Flebat, ne sibi erip eretu r, sed flere desiuit ereptum , quem
sciebat esse cum C h ris to a. E t u t scias u eru m esse, quod adsero:
incestu m Am non filium fleuit o c c isu m b, p arricid am Abessalon
doluit in tere m p tu m dicens: Filius m eus Abessalon, filius m eus
A b essa lo n c, innocentem filium non p u ta u it esse lu g e n d u m d, quia
illos sibi p erisse p ro scelere, hunc p ro innocentia cred id it esse
u icturu m .

48. N ihil ergo habetis, q u o d grauissim e doleatis in fra t


hom o n atu s est, hu m an ae fu it obnoxius fragilitati. N em o se red i­
m it a m o rte, non diues, non ipsi reges, im m o ipsi grauioribus su-
biacent. Iob dixit: N u m era ti anni dati su n t potenti, tim o r autem
eius in auribus eius; quando u id etu r pacem habere, tunc ueniet
eius e u e rsio a. Vobis quoque ipsis tam acerba incidisse p a tie n te r
fe rre debetis, quae uid etis uobis com m unia esse cum sanctis. E tiam
D auid am issis filiis d estitu tu s est. O ptasset illos tales obire, qualis
uobis fra te r erep tu s est. Ille crim ina doluit, non exitum filiorum .

45. a Iob 14, 13-15 (Sept.).


46. a Phil 1, 21-23*.
47. a Cf. 2 Reg 12, 16-23.
b Cf. 2 Reg 13, 32.36.
c 2 Reg 18, 33.
d Cf. 2 Reg 12, 19-23.
48. a Iob 15, 20-21 (Sept.).
IN MORTE DI VALENTINIANO, 4 5 4 8 191

zione noi d a l fa tto che la m o rte n o n dev'essere tem uta, in quanto


è la fine dei peccati, e non dobbiam o d isp erare della vita, che si
riac q u ista m ediante la risu rre z io n e 41? Anche Giobbe ci insegna
che la m o rte non dev'essere tem uta, m a p iu tto sto desiderata dal­
le persone pie, dove dice: Oh, se tu m i custodissi sotterra e m i
nascondessi -finché non si plachi il tuo sdegno e fissassi u n ter­
m ine entro il quale ricordarti di m e! Se in fa tti l'uom o m uore,
vivrà. C onsum ando i giorni della m ia vita, attenderò finché io
non riviva. Allora m i chiam erai ed io ti obbedirò: non disprezzare
le opere delle tue mani.
46. A m m ettiam o che ci si debba addolorare p erché è m orto
in e tà giovanile; dobbiam o tu tta v ia rallegrarci p erch é ci h a la­
sciati o rm ai veterano nel servizio delle v i r t ù 42. T an ta fu, in fatti, l’in­
teg rità della sua v ita nell'intero periodo dell'adolescenza, perico­
loso p e r tu tti, ta n ta fu la lode p e r i suoi costum i, da nascondere
ogni rico rd o di dolore. Che egli sia m orto, è u n a conseguenza
della frag ilità um ana, che sia stato cosi ricco di m eriti, è m otivo
di am m irazione. Q uanto sarebbe stato felice lo S tato, se l'avesse
p o tu to conservare p iù a lungo! Ma siccom e la vita dei san ti non
è qui sulla te rra m a in cielo — p e r i giusti, infatti, vivere è Cri­
sto e m orire un guadagno, perché è m olto m eglio essere sciolto
dal corpo ed essere con Cristo — , dobbiam o bensì affliggerci p er­
ché oi è stato ra p ito tro p p o presto, m a dobbiam o consolarci p e r­
ché è p assato a u n a v ita m igliore. 47. Perciò Davide piangeva il
figlio m en tre stav a p e r m orire, non lo piangeva u n a volta m orto.
Piangeva p e r tim o re che gli fosse tolto, m a cessò di piangerlo
quando gli fu tolto, p erch é sapeva che era con Cristo. E perché
tu sappia che è vero ciò che afferm o, egli pianse Am non, il figlio
incestuoso, quando venne ucciso, si afflisse p e r la m o rte del fra ­
tricid a A ssalonne dicendo: Figlio m io Assalonne, figlio m io Assa­
lonne, non cred ette invece di dover piangere il figlio innocente,
perché era convinto che quelli erano m o rti p er la loro colpa,
questo sareb b e vissuto p e r la sua in n o cen za43.
48. Non avete d u nque m otivo di affliggervi oltre m isu ra p
vostro fratello: e ra n ato uom o, era soggetto alla frag ilità u m a­
na. N essuno si risc a tta dalla m orte, non il ricco, n o n gli stessi
re, anzi q u esti soggiacciono a sventure p iù gravi. G iobbe disse:
Al p o ten te sono sta ti concessi anni contati e il suo tim ore è nei
suoi orecchi; quando sem bra c h ’egli viva in pace, allora verrà la
catastrofe. Dovete so p p o rtare pazientem ente che anche a voi sia
toccata u n a disgrazia cosi dolorosa, poiché vedete ch e l'avete in
com une con i santi. Anche Davide rim ase senza nessuno p e r la
p erd ita dei figli. Si sareb b e au g u rato che quelli fossero m o rti con
gli stessi m e riti con i quali vi è stato ra p ito v o stro fratello. Egli
pianse le colpe dei figli, n o n la loro m orte.
41 Cf. De exc. ir., II, 48.
« Cf. M e n . R h e t ., Περί επιδεικτικών (Περί παραμυθητικού), 282-283 (III,
pp. 413,15 - 414,27 S p eng el ). In realtà, solo l ’accenno alla m orte in età gio­
vanile (p. 413, 15-19) trova vera corrispondenza col nostro passo.
« Cf. De exc. fr., II, 28.
192 DE OBITV VALENTINIANI, 4 9 -5 1

49. Sed esto, fu e rit ingem iscendum . Quo u sq u e lu ctu s tem ­


p o ra p ro tra h a n tu r? D uorum m ensuum c u rricu la in fra te rn i fune­
ris co ttid ian o clausistis am plexu. Sola in scrip tu ris Ie p th a e filia
fletus sui tem p o ra p o stu lauit, cognito, quod p a te r eius p ro fectu ru s
ad p ro eliu m u o u erat, quia id re ru m p o titu s offerret dom ino, quod
sibi p rim u m o ccu rreret. P ost u icto riam re u e rte n ti o c c u rre ra t filia
g n ara p ietatis, ig n ara prom issi. V idit eam et ingem uit p a te r dicens:
H eu me, filia, in p ed isti me, in stim u lu m doloris facta es m ihi. Ego
uero aperui os m e u m de te ad d o m in u m et non potero auertere a.
Illa dixit ad eum : Pater, si in m e aperuisti os tuum , fa c m ih i ita,
u t exiit de ore t u o b. E t ite ru m dixit: Sine m e m ensibus duobus
et uadens flebo in m o n tib u s super uirginitatem m eam , ego et con-
pares amicae m e a e c. Ita q u e duobus exactis regressa m ensibus
sacrificii m unus im pleuit. Quae decreto populi Isra h el q u atern is
in anno diebus ab eiusdem plebis fem inis d e p lo ra b a tu rd. 50. Ad
deflendum ig itu r u irg in itatis suae florem duos sat esse m enses
Ie p th a e filia iudicauit, et ad h u c non u e n e ra t resu rrectio . E t hoc
spatio tem p o ris satis p u ta u it a paucis se esse defletam . V obiscum
om nes po p u li defleuerunt, om nes ingem uerunt prouinciae, et
adhuc p a ru a p u tatis u e s tri haec esse supplicia? S i fra tre m u estro
redim ere possetis exitio, n ollet tam en ille u e s tra adflictione resu ­
scitari, qui se m elius u iu ere c re d it in uobis, qui o p ta u it potius
se ipsu m m ori q uam u e stra m u id ere iniuriam , qui p ro uobis se
lib en ter fu it p a ra tu s offerre, qui ipso n o stri doloris die d ic itu r
h an c solam em isisse uocem : « Vae m iseris so ro rib u s m eis! ». Ita ­
que m agis u estra m d estitu tio n em quam su am m o rtem dolebat.

51. Sed audio uos dolere, quod non acceperit sacram e


baptism atis. Dicite m ihi: Q uid aliud in nobis est nisi uoluntas,
nisi petitio ? Atqui etiam d udum hoc u o ti habuit, u t, anteq u am in
Italiam uenisset, in itiaretu r, et proxim e b ap tiza ri se a m e uelle
significam i, et ideo p ra e ceteris causis m e acciendum p u tau it.

49. a lu d ie 11, 35 (Sept.).


b lu die 11, 36 (Sept.).
c lu die 11, 37 (Sept.).
a Cf. Iudic 11, 29-40.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 4 9 -5 1 193

49. M a am m ettiam o p u re che fosse doveroso m an ifestare


gem iti il p ro p rio dolore. Fino a quando si dovrebbe pro lu n g are il
tem po del lu tto ? P e r due m esi in teri vi siete stre tte ogni gior­
no in to rn o alla spoglia di vostro fra te llo 44. N elle S c rittu re la sola
figlia d i Jefte chiese u n p erio d o di tem po p e r piangere, dopo aver
sap u to che suo p ad re, sul p u n to di p a rtire p e r la guerra, aveva
prom esso d i o ffrire al Signore, se fosse stato vittorioso, ciò che
gli fosse venuto in co n tro p e r prim o. Al suo rito rn o , dopo la vit­
toria, gli e ra v en u ta in co n tro la figlia, conscia del suo affetto,
inconscia del v o to 45. Il p ad re la vide e alzò u n lam en to dicendo:
Ahim è, o figlia, m i hai preso in una rete, sei divenuta p er m e
fo n te d i dolore. Io ho dato al Signore la m ia parola su di te e
non potrò ritirarm i. E lla gli rispose: Padre, se hai dato la tua
parola p er me, fa ’ d i m e secondo quello che è uscito dalla tua
bocca. E quindi aggiunse: Lasciam i p e r due m esi, e vagando sui
m o n ti piangerò sulla m ia verginità, io insiem e alle m ie amiche.
R ito rn ata al com p iersi dei due m esi, soddisfece all’obbligo del sa­
crificio. E p e r decisione d el popolo d ’Israele q u a ttro giorni al­
l ’anno essa veniva co m p ianta dalle donne dello stesso popolo.
50. La figlia di Jefte giudicò sufficienti due m esi p e r piangere il
fiore d ella sua verginità, e non era ancora v en u ta la risurrezione.
E in tale spazio di tem po si accontentò d i essere s ta ta p ia n ta da
poche donne. Insiem e con voi h an n o p ia n to tu tti i popoli, hanno
levato lam enti tu tte le province, e p en sa te che sia ancora scarso
q uesto v o stro to rm en to ? Se vi fosse possibile risc a tta re vostro
fratello co n la v o stra m orte, egli non vo rreb b e essere richiam ato
in v ita a prezzo della v o stra afflizione, poiché c red e di vivere m e­
glio nelle v o stre persone. Egli p re ferì m o rire che vedervi esposte
ad offese, fu p ro n to a d offrirsi volentieri p e r voi; nel giorno stes­
so del n o stro dolore, a q u an to si dice, pronunciò solam ente que­
ste parole: « Povere le m ie sv en tu rate sorelle! ». Soffriva d i la­
sciarvi sole p iù ch e p e r la sua m orte.
51. M a sento che voi siete addolorate p erch é non h a r
v u to i s a c ra m e n ti46 del battesim o. Ditem i: che a ltro dipende da
noi se non l’intenzione, la rich iesta di riceverlo? O rbene, anche
poco fa aveva q u esto desiderio, di essere cioè iniziato p rim a di
venire in Italia, e m i espresse la volontà di essere b attezzato da
m e al p iù p re sto e p e r tale m otivo, a p referenza di ogni altro,
decise di farm i chiam are. Non h a dunque la grazia ch e h a desi­
derato, non h a la grazia che h a in sisten tem en te richiesto? E sic-

44 Non sappiamo esattam ente quando il corpo di Valentiniano, m orto il


15 maggio, sia stato trasportato a Milano. Vedi F aller , ed. cit., In tro d ., p. 105.
Il Palanque (op. cit., p. 544), senza sufficienti argomenti probatori, suppone
che la salma del defunto imperatore sia giunta a Milano dopo la fine di
giugno.
« Cf. De uirginit., 2, 5: cui in ipso uestib u lo filia m em o r pietatis, ignara
oblationis occurrit.
** Come spiega il Coppa (op. cit., p. 838, nota 93) si parla di sacram enta,
si usa cioè il plurale, perché insiem e al Battesim o si conferivano anche la
Cresima e l’Eucaristia.
194 DE OBITV VALENTINIANI, 5 1 -5 6

N on h ab et ergo gratiam , q uam desiderauit, non habet, qu am popo­


scit? E t quia poposcit, accepit, et u b i illud est: Iu s tu s quacum que
m o rte p ra euentus fuerit, anim a eius in requie erit*.
52. Solue igitur, p a te r sancte, m unus seruo tuo, quod Moy
quia in sp iritu uid it, accepit, quod Dauid, q uia ex reuelatione co-
gnouit, em eruit. Solue, inquam , seruo tu o V alentiniano m unus,
quod concupiuit, m unus, quod poposcit sanus, ro b u stu s, incolu­
m is. Si adfectus aegritudine distulisset, tam en non pen itu s a tu a
m iserico rd ia esset alienus, qui celeritate tem poris esset, non uolun-
tate, frau d atu s. Solue ergo seruo tu o m unus tu ae gratiae, quam
ille nu m q u am negauit, qui an te diem m o rtis tem p lo ru m priuilegia
denegauit his u rgentibus, quos re u ere ri posset. A dstabat u iro ru m
c ateru a gentilium , su pplicabat senatus. N on m etu eb a t hom inibus
displicere, u t tibi soli p laceret in C hristo. Qui h a b u it sp iritu m tuum ,
quom odo no n accepit g ratiam tuam ?

53. Aut si, quia sollem niter non su n t celeb rata m ysteria, hoc
m ouet, ergo nec m arty res, si catechum eni fuerint, coro n an tu r;
non enim co ro n an tu r, si non in itian tu r. Quodsi suo a b lu u n tu r san­
guine, et h u n c sua p ietas ab lu it et uoluntas.

54. Ne, quaeso, eum , dom ine, a fra tre seiungas, ne iugum hoc
piae g erm an itatis p atiaris abrum pi. Hic tu u s iam et tu o iudicio
uindicatu s p e ric lita tu r am plius G ratianus, si se p a re tu r a fratre,
si non m e re a tu r esse cum eo, p e r quem m eru it u indicari. Quas
ille nu n c m anus ad te, p ater, erigit! Quas p ro fra tre preces fundit!
Quo ei in h aeret amplexu! Q uem adm odum sibi eum non p a titu r
auelli! 55. Adest etiam p ater, qui m ilitiam sub Iuliano et trib u ­
n atu s honores fidei am o re contem psit. Dona p a tri filium, fra tri
germ anum suum , q u o ru m u tru m q u e im itatu s, alteru m fide, alte­
ru m deuotione p a rite r atque p ie ta te in tem p lo ru m priuilegiis
denegandis, quod p a tri defuerat, adiunxit, quod fra te r constituit,
custodiuit. E t huic adhuc intercessionem adscisco, cui re n u m e ra­
tionem praesum o. 56. « D ate m anibus » san cta m ysteria, pio re­
quiem eius po scam u s adfectu. D ate sacram en ta caelestia, « ani­
m am nepotis » n o stris oblationibus p ro seq u am u r. E xtollite, populi,

5 1 . a S a p 4 , 7*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 5 1 -5 6 195

com e l'h a richiesta, -l'ha ricevuta, anche secondo quel detto:


Q ualunque sia la m o rte che ha colto im m a tu ra m en te il giusto, la
sua anim a avrà riposo.
52. Concedi d u nque al tuo servo, P adre santo, il dono p ro ­
m esso, che M osè ric e v e tte 47, p erch é lo vide nello S pirito, che Davi­
de m eritò, p erché lo conobbe d a lla riv elazio n e48. Concedi, ripeto,
al tuo servo V alentiniano il dono ch ’egli desiderò, il dono ch’egli
insisten tem en te chiese q u an d 'era sano, robusto, incolum e. Anche
se, m alato, l ’avesse differito, tu tta v ia non sarebbe del tu tto esclu­
so dalla tu a m isericordia, poiché sarebbe stato d efrau d a to dalla
ra p id ità del tem po, no n dalla sua volontà. Concedi, dunque, al tuo
servo il dono della tu a grazia, che egli n o n rifiutò m ai, m en tre
prim a del giorno d ella m o rte rifiutò i privilegi dei tem pli, nono­
stan te le in sistenze di taluni, verso i quali avrebbe p o tu to di­
m o strarsi riguardoso. Gli stava davanti u n a tu rb a di pagani, il
senato si univa con le sue suppliche. Egli non aveva p a u ra di spia­
cere agli uom ini p e r piacere a te solo in Cristo. Colui che ebbe
il tu o S pirito, com e no n h a ricevuto la tu a grazia?
53. O ppure, se vi tu rb a il fatto che non furono celebrati
solennem ente i m isteri, allora nem m eno i m artiri, se erano cate­
cum eni, ricevono la corona; non sono coronati, infatti, se non
sono iniziati. Che se quelli sono b attezzati dal lo ro sangue, an­
ch ’egli è stato b attezzato dalla sua devozione e dalla sua volontà.
54. N on separarlo, Signore, te n e prego, dal fratello, non
p erm e tte re che sia spezzato questo giogo di affettuosa fra te rn i­
tà. A questo p u n to Graziano, che o rm ai è tuo ed è stato liberato
dal tuo giudizio, viene nuovam ente esposto al pericolo, se viene
separato dal fratello, se non m e rita d i stare con quello p e r il
q u a le 49 h a m e rita to d i essere liberato. Come egli o ra tende le
m ani verso di te, o Padre! Q uali preghiere effonde! Com e lo strin ­
ge fr a le sue braccia! Com e non si rassegna che gli sia strappato!
55. A ccanto a lui c ’è anche suo p ad re, che, sotto Giuliano, p er
am ore della fede sdegnò la ca rrie ra m ilitare e la carica di trib u ­
n o 50. Da’ il figlio al p ad re, il fratello al fratello. Im itan d o li en­
tram bi, l’uno nella fede, l’altro nella devozione p arim en ti e nella
p ietà col rifiu tare i privilegi dei tem pli, aggiunse ciò che era
m ancato al p adre, m an ten ne ciò che il fratello aveva s ta b ilito 51.
E chiedo che si in terced a ancora p e r lui che p resu m o goda già del
prem io. 56. D ate con le v o stre m a n i52 i santi m isteri, con devo­
to affetto preghiam o p e r il suo riposo. Date i sacram enti celesti
e con le n o stre offerte accom pagniam o l ’anim a del n o stro con-

47 Cf. De m yst., 3, 12.


48 Cf. ibid., 5, 26.
49 Non è ben chiaro, a m io giudizio, il significato del per quem , sia che
si intenda come com plem ento di mezzo (« per opera del quale » o sim ili)
sia che si interpreti come complemento di causa (« per causa del quale »,
« in vista del quale »).
50 Vedi C o ppa , op. cit., p. 839, nota 95.
51 Vedi sopra, par. 20.
52 Cf. Verg., Aen., VI, 883: m an ibu s date lilia plenis.
196 DE OBITV VALENTINIANI, 5 6 -5 8

m ecum m a n u s in sancta a, u t eo « saltem m u n ere » uicem eius m eri­


tis rependam us. Non ego floribus tu m u lu m eius aspergam , sed spi­
ritu m eius C hristi odore perfundam . S pargant alii « plenis lilia »
calathis, nobis C hristus est lilium . H oc reliquias eius sacrabo, hoc
eius com m endabo gratiam . N um quam ego p io ru m fra tru m sepa­
rab o nom ina, m e rita discernam . Scio, quod dom inum com m e­
m o ratio ista conciliet et copula ista delectet. 57. Nec p u te t ali­
quis m eritis eo ru m obitus ce leritate d etractu m . R ap tu s est et
Enoch, ne m alitia m u ta re t cor e iu s a, et Iosias X V III anno regni
sui ita dom ini pasch a celebrauit, u t om nes re tro principes deuo-
tione su p eraret, nec diutius fidei suae m eritis superuixit, im m o
quia plebi Iud aeae g raue inm inebat exitium , rex iu stu s a n te subla­
tu s e s t b. M etuo, ne et tu nobis aliqua n o stri offensione sis ra p tu s,
u t octauo decim o regni tui anno inm inentis m ali ac erb itatem quasi
iu stu s euaderes.

58. Sed iam cara m ihi co n p lectar u iscera et debito condam


sepulchro. P rius tam en singula m em b ra perspiciam . V alentinianus
m eus, iuuenis m eu s candidus et r u b e u s a habens in se im aginem
C hristi — talibus enim p ro se q u itu r ecclesia in C anticis C hristum ;
nec in iu riam p u tes: ch a rac te re dom ini in sc rib u n tu r et seruuli et
nom ine im p erato ris sig n an tu r m ilites. D enique et ip se dom inus
dicit: N olite tangere christos m e o s b, et: V os estis lux m u n d i°, et
Iacob dixit: lu da, te conlaudent fra tres t u i d. Ad filium lo q u eb atu r

56. a Ps 133, 2*.


57. a Cf. Gen 5, 21-24; Sap 4, 11.
b Cf. 4 Reg 23, 21-30.
58. a Cant 5, 10*.
b Ps 104, 15.
c Mt 5, 14.
“ Gen 49, 8*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 5 6 -5 8 197

g iu n to 53. Innalzate, o popoli, insiem e con m e, le m ani verso tl


tem pio, p e r ricam b iare i suoi m eriti alm eno con questo dono.
N on coprirò il suo tum ulo d i fiori, m a cospargerò il suo spirito
del pro fu m o di Cristo. A ltri spargano gigli con can estri ricolm i,
p e r noi il giglio è C risto. Con questo giglio consacrerò le sue spo­
glie, co n q uesto ne raccom anderò la sorte beata. N on separerò m ai
i nom i di q uesti devoti fratelli, non n e distinguerò m ai i m eriti.
So che q u esto com une ricordo ren d e propizio il Signore e que­
s t’accoppiam ento gli riesce gradito. 57. E nessuno pensi che la
m o rte im provvisa abbia so ttra tto qualcosa ai loro m eriti. Anche
E noc fu ra p ito in cielo, p erché la m alizia non ne corrom pesse il
c u o re 54 e Giosia nel diciottesim o anno del suo regno celebrò la
P asqua del Signore in m odo da superare tu tti i sovrani preceden­
ti, e tu tta v ia n o n sopravvisse più a lungo p e r i m eriti della sua
fede, anzi, siccom e u n a grave ro v in a sovrastava al popolo giudeo,
quel re giusto fu u c c is o 55 p rim a che ciò avv en isse56. Tem o che
anche tu sia stato ra p ito p e r qualche n o stra colpa, p e r scam pa­
re, in q u an to giusto, nel diciottesim o anno del tu o re g n o 57 all'atro ­
cità di u n m ale im m inente.
58. M a o rm ai abbraccerò quel corpo a m e caro e lo rip o
nel sepolcro che gli è dovuto. P rim a tu tta v ia ne p asserò in ra s­
segna le singole m e m b ra 58. Il m io V alentiniano, il m io giovane
candido e verm iglio, che rip ro d u ce in sé l ’im m agine d i Cristo
— con tali p aro le la Chiesa nel Cantico salu ta C risto; e non con­
sid erarla u n ’offesa: anche ai servi si im prim e il m archio del p a­
drone e i soldati sono contrassegnati col nom e deU’im peratore.
Del re sto anche il Signore dice: N on toccate i m iei u n ti e: Voi
siete la luce del m ondo, e G iacobbe disse: Giuda, ti lodino insie­
m e i tuoi fratelli. P arlava al figlio e, ispirato, alludeva al Signore.

53 Cf. V erg., Aen., VI, 884-886: a n im a m q u e n ep o tis / his sa ltem adcum u-


lem donis et fun g a r inani / m unere.
54 Cf. De exc. fr., II, 94.
55 Fu ucciso com battendo a Meghiddo contro Necao, re d ’Egitto, il
609 a.C., dopo trentun anni di regno (640-609).
56 Si allude evidentem ente alla conquista di Gerusalemme per opera di
Nabucodonosor nel 598, sotto il regno di Joachin, o a quella successiva e
definitiva del 587, sotto il regno di Sedecia.
57 Valentiniano II era stato proclam ato augusto il 22 novembre 375,
all'età di quattro anni. Il suo diciottesim o anno di regno — considerato in
evidente parallelo con quello di Giosia —, se si comprende l ’anno di parten­
za, cade dunque all’incirca nel 392, quando il 22 agosto Eugenio fu procla­
mato augusto da Arbogaste (vedi D udden, op. cit., II, p. 422). Si potrebbe
perciò vedere in questo passo u n ’allusione a tale avvenimento e quindi sup­
porre che questo periodo sia stato aggiunto in una successiva revisione.
Invece il Faller (ed. cit., In tro d ., p. 105) scrive: « ...neque ullum rebellionis
Eugenianae die 22 Augusti anno 392 factae uestigium in oratione nostra
inuenitur ».
58 Cf. Men. R het., Περί επιδεικτικών (Περί μονω δίας), 318 (III, p. 436,
15-21): Ε ίτα διατυπώσεις τό είδος του σώ ματος, οίος ή ν άποβεβληκώς τό
κ ά λλος, τό των παρειών έρύθ-ημα, οΐα γ λ ώ τ τ α συνεσταλτα ι, οίος ϊουλος
έφαίνετο μ αρανθείς, οϊοι βόστρυχοι κόμης ούκέτι λοιπόν περίβλεπτοι, όφ·
θα λμ ώ ν δέ βολαί καί γ λ ή ν α ι κατακοιμηθ-εΐσαι, βλεφάρων δέ ελικες ούκ­
έτι ελικες, α λ λ ά συμπεπτω κότα π ά ντα .
198 DE OBITV VALENTINIANI, 5 8 -6 4

et dom inum reu elabat. E t de Ioseph dixit: Filius m eus am pliatus,


filius m eu s am pliatus Io s e p h e, et C h ristu m significabat. 59. Licet
ergo et m ihi ch a rac te re dom ini signare seruulum — iuuenis m eus
candidus et rubeus electus de decem m ilib u s !a. E lectus est filius
m eus, cum p o st m o rtem p a tris p aru u lu s ad scisceretu r im perio.
Caput eius aurum cephaz, oculi eius sicut colum bae super abun­
dantiam a q u a r u m h. Ib i enim sedim us et fle u im u s c, dixerunt, qui
inde u en eru n t. 60. V en ter eius pyxis e b u rn e a a qui re cip ere t o ra­
cula scrip tu ra ru m , u t p o sset dicere: V en trem m eum d o leo b, sicut
dixit p ro p h eta; dicit enim haec, qui im ita to r est C hristi. 61. Genae
eius sicu t fialae a ro m a tisa, quibus C hristi influebat unguentum .
62. Labia eius sicut lilia stillantia m yrra plena. M anus eius torna­
tae, aureae, plenae th a r s is a, eo quod in u erb is eius iu stitia reful­
geret, in factis et operibus re n ite re t gratia: in quo et plenum u ir­
tu tis au c to rita tisq u e regalis esset adloquium nec inflexa aliquo
m o rtis te rro re co n stan tia et facto ru m p retio sa et em en d ata cor­
rectio; om nis enim bonus o p erariu s m anus C hristi est. 63. Fauces
eius dulcedines et to tu s d e sid e riu m a. Q uam dulcia enim om nia
iudicia eius u n iu erso ru m faucibus adhaeserunt! Q uanta g ratia
serm ones ipsius singuli recensentur! Q uem adm odum , fili, desi­
d eraris a populis! Mihi c e rte inpressisti, quae p ec to re teneo, uer-
b a illa p o strem a, quibus m e u adem tu u m fieri postulabas. Reli­
quisti ipse de m e testim onium iudicii gloriosi. Ego tib i fidem m eam
exhibere n o n p o tu i, q u am p arabam ; dixi tam en absens, et dicentem
m e fidem p ro te C hristus audiuit. T en etu r in caelo sponsio m ea,
etsi non te n e tu r in terris. O bligatus sum deo, etsi non p o tu i ho­
m inibus obligari.

64. Locutus sum de corpore tuo, n u n c ad lo q u ar anim am tuam


dignam p ro p h eticis ornam entis. Isdem ig itu r u ta r exordiis: Quae­
nam est haec prospiciens sicut diluculum , speciosa sicut luna,
electa sicu t so l? a. V ideor m ihi te u id ere fulgentem , u id eo r audire
dicentem : « D iluculum m ihi est p ater: nox te rre n a praecessit,
dies caelestis adpropinquauit » b. P rospicis ig itu r nos, san cta ani-

« Gen 49, 22*.


59. a Cant 5, 10*.
b Cant 5, 11.12*.
c Ps 136, 1.
60. a Cant 5, 14* (Sept.).
b Ier 4, 19.
61. a Cant5, 13 (Sept.).
62. a Cant 5, 13-14 (Sept.).
63. a Cant5, 16 (Sept.).
64. a Cant6, 9* (Sept. 6, 10).
b Cf. Rom 13, 12.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 5 8 -6 4 1 99

E di Giuseppe disse: Figlio m io am pliato, figlio m io am pliato,


G iuseppe, e in ten d ev a Cristo. 59. Posso an ch ’io d unque segnare
il servo col m archio del Signore — , il m io giovane candido e ver­
mìglio scelto tra diecimila. Fu scelto il m io figliuolo, quando, an­
cora b a m b in o 59, dopo la m o rte del p ad re fu assunto all’im pero.
Il suo capo oro p u r o 60, i suoi occhi com e colom be su abbondanza
d ’acque. Là sed em m o e piangem m o, com e dissero quelli che ri­
tornaro n o . 60. I l suo ventre un vasello d ’avorio, perché conte­
neva la rivelazione delle S crittu re cosi da p o te r dire: Il m io ventre
m i -fa soffrire, com e disse il p rofeta. P arla cosi chi è im itatore
di C ris to 61. 61. Le sue guance com e coppe di profum o, nelle
quali si riversava l’unguento d i C risto. 62. Le sue labbra com e
gigli stillanti pieni di m irra, le sue m ani tornite, ricoperte d'oro,
incastonate di gem m e di Tarsis, p erché nelle sue parole rifulgeva
la verità, nelle sue azioni e nelle sue opere splendeva la grazia:
in lui 'l’eloquio era pieno di v irtù e di a u to rità regale, la ferm ezza
non era p iegata da u n eventuale tim ore della m orte, l’em enda­
m ento degli e rro ri com m essi prezioso e irreprensibile. In fatti,
ogni buon operaio è m ano di C risto. 63. Dolcezza la sua gola, ed
egli è tu tto desiderio. Con quale dolcezza, in fatti, tu tti i suoi giu­
dizi vennero rip e tu ti dalla bocca d i tu tti 62! Con qu an to piacere
viene rico rd ato ognuno dei suoi discorsi! A qual punto, o figlio,
sei rim p ian to dai popoli! C ertam ente tu h ai im presso in m e quel­
le estrem e p arole che tengo racchiuse nel m io cuore, con le quali
insisten tem en te m i chiedevi di essere tuo m allevadore. H ai la­
sciato tu stesso sul m io conto la testim onianza di u n giudizio
lusinghiero. Io no n ho p o tu to p re s ta rti la m ia m alleveria, come
m i accingevo a fare; tu tta v ia la diedi a viva voce p u r d a lontano,
e m en tre la davo p er te, C risto m i udiva. In cielo la m ia garanzia è
valida, anche se n o n è valida in t e r r a 63. Sono im pegnato con Dio,
anche se non ho p o tu to im pegnarm i con gli uom ini.
64. H o p arla to del tu o corpo, o ra p arlerò della tu a anim
degna delle lodi di u n p rofeta. U serò lo stesso esordio: Chi è
costei che avanza com e l’aurora, bella com e la luna, fulgida com e
il sole? Mi sem b ra di v ed erti risplendere, m i sem b ra di sen tirti
dire: « L’alba p e r m e è il Padre: la n o tte te rre n a è avanzata, il
giorno celeste si è avvicinato ». Tu ci guardi dunque dall’alto, ani­
m a santa, com e volgendo lo sguardo a ciò che sta in basso. Sei

59 Nel 375 Valentiniano, com e s ’è detto sopra, aveva quattro anni.


60 Come avverte il Faller (ed. cit., p. 358) la parola cephaz è un frain­
tendimento del καί φ άζ dei Settanta, che rende l’ebraico pàz = oro puro
(Vulg. = aurum optim um ).
61 Secondo il Faller (ed. cit., p. 358) da questo punto in poi m olti con­
cetti dovrebbero essere derivati dal com m ento perduto di Origene sul Can­
tico dei Cantici.
w Ritengo eius genitivo soggettivo, come risulta anche da ciò che segue.
Il Coppa invece (op. cit., p. 842) lo considera oggettivo e traduce di con­
seguenza.
m Sul desiderio di ricevere il battesim o da parte di Valentiniano, vedi
sopra, parr. 52 e 53.
200 DE OBITV VALENTINIANI, 6 4 -6 8

m a, de loco su p erio re tam q u am in fe rio ra respiciens. E xisti de


tenebris istiu s saeculi, et « u t luna » resplendes, « u t sol » reful­
ges. E t b ene « u t lu n a », q uia e t ante, in u m b ra 'licet istiu s co r­
poris, refulgebas et te rra ru m ten eb ras inlum inabas e t n u n c lum en
a sole iu stitiae m u tu a ta claru m diem ducis. V idere ig itu r u id eo r
te tam q u am de corpore recedentem et re p u lsa noctis caligine sur-
gentem diluculo sicut solem, ad p ro p in q u an tem deo e t rapido
u olatu sicut aquilam , quae te rre n a sunt, relinquentem . 65. Con-
uertere, Solam itis, conuertere, conuertere et u idebim us in t é a.
C onuertere a d nos « pacifica », u t gloriam tu am sororibus tuis
m onstres et incip ian t se tuae quietis et gratiae secu ritate solari.
Sem el ta n tu m ad nos conuertere, u t te uideam us, e t ru rsu s con­
u e rte re atq u e ad H ierusalem illam ciu itatem s a n c to ru m b to ta in­
tention e festina. Aut certe, quia a d anim am piam C hristus hoc
dicit, iu b et illam p au lisp er co n u erti, u t nobis gloria eius ap p a rea t
e t requies fu tu ra cum sanctis, et p o stea p ra ecip it eam a d illud
supern u m san cto ru m festin are consortium . 66. Q uid uidebitis,
inquit, in Solam itide, quae uenit sicu t chori c a stro ru m a, h o c est
in ea, quae m u ltu m et ad u ersu m plu rim o s in co rp o re p ro eliata
est? E ten im p u g n au it ad u ersus extraneos hostes, p u g n au it ad u e r­
sus lubricas saeculi m u tationes, p u g n au it ad u ersu s corporis fra ­
gilitates, ad u ersu s m ultiplices passiones. A udiuit a dom ino: Con­
uertere, Solam itis. C onuersa est « ad pacem » sem el in saeculo,
conuersa est ite ra ta conm onitione ad g ratiam C hristi, et ideo
p u lch ra conuersio eius in saeculo, pu lch errim u s incessus eius et
uo latu s in caelum . 67. Vnde m e re tu r audire: Speciosi fa cti su n t
gressus tu i in calciam entis, filia A m in a d a b a, hoc est « filia p rin ­
cipis », speciosos enim p rocessus h ab u isti in corpore, tam quam
ca ld a m e n te eo usa, no n u t inuolucro, u t quasi su p erio r e t emi-
n entior, quo uelles, tu u m circ u m ferres sine u lla offensione uesti-
gium , uel ce rte sicut calciam entum illud exsolueres, sicut Moyses
fecit, cui d ictu m est: Solue calciam entum p ed u m tu o ru m b. 68. Di­
cit igitu r tib i n u n c p a te r Am inadab, ille « populi princeps »: Audi,

65. a Cant 6, 12* (Sept. 7, 1).


b Cf. Apoc. 21, 10.
66. a Cant 7, 1 (Sept.).
67. =» Cant 7, 1* (Sept. 7, 2).
b Ex 3, 5*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 6 4 -6 8 201

uscita dalle ten eb re di questo m ondo e risp len d i « com e la luna »,


sei fulgida « com e il sole ». E d esattam en te « com e la luna », p er­
ché anche prim a, sia p u re neH 'om bra di questo corpo, tu risplen­
devi e illum inavi le ten eb re d ella te rra ed ora, ricevendo la luce
del sole di giustizia, tra s c o rri u n giorno lum inoso M. Mi sem bra di
vederti com e u scire dal corpo e, re sp in ta l’o scu rità della notte,
sorgere a ll'au ro ra com e il sole, avvicinarti a Dio, lasciando com e
aquila con rap id o volo le cose di q u esta terra. 65. V olgiti Sulam -
m ita 65, volgiti, volgiti e ti am m irerem o. Volgiti a noi « pacifica »,
p e r m o strare la tu a gloria alle tu e sorelle, perché esse com incino
a consolarsi n ella certezza della tu a pace e della tu a beatitudine.
Volgiti so ltan to im a vo lta verso di noi, perché ti vediam o, e to m a
a v o ltarti e affrettati con tu tta la sollecitudine verso quella cit­
tà di san ti che è G erusalem m e. 0 alm eno, poiché C risto dice cosi
all'anim a pia, Egli le o rd in a di voltarsi p e r u n p o ’, perché ci
appaia la sua gloria e la pace d i cui g o d rà con i san ti, e poi le
com anda di affrettarsi verso quella celeste com unità dei santi.
66. Che cosa vedrete, dice, nella S ulam m ita che viene com e le
■file ordinate degli eserciti, cioè in colei ch e a lungo e contro m ol­
tissim i avversari h a lo tta to finché e ra nel corpo? H a com battuto
co n tro nem ici stran ieri, h a co m b attu to co n tro i pericolosi m u ta­
m enti del m ondo, h a c o m b attu to contro le debolezze della carne,
co n tro le passioni di v ario genere. H a sen tito il Signore che le
diceva: V olgiti S u lam m ita. Si è volta « verso la pace » u n a volta
nel m ondo, si è volta ad u n rinnovato richiam o alla grazia di
C risto, e p erciò bello è il suo volgersi nel m ondo, bellissim o il suo
procedere e il suo volare verso il cielo. 67. Perciò m e rita di sen­
tirsi 'dire: Sono a ttra en ti i tuoi piedi nei sandali, figlia di Am ina·
dab, cioè « figlia del p rin cip e » 66; hai fa tto m eravigliosi progressi
finché eri n el corpo, u san d one com e d i u n sa n d a lo 67, n o n com e di
u n rivestim ento, sicché, com e u n essere superiore che sovrasta
gli altri, senza ricevere alcun danno p o rta sti il tuo p asso dove
volevi, o alm eno te ne sciogliesti com e da u n sandalo, com e aveva
fa tto Mosè, cu i fu d etto : Sciogli i sandali dai tuoi p ie d i6e. 68. Ti
dice dunque o ra tu o p ad re A m inadab, quel « p rin cip e del popolo »:

« Cf. De exc. fr., II, 114.


65 Cioè di Su lam , lo ca lità della G alilea, chiam ata in an tico Su nam . S em ­
bra significare « pacifica »; c f. De Isaac, 8, 66. V edi F a ller , ed. cit., p . 560.
66 Per qu esta in terp retazion e del n o m e A m inadab, vedi De Isaac, 8, 65:
Aminadab, hoc est p a ter populi; O r jg ., In Cant. Exc. Proc., 6, fin. (PG X III,
211A): Ά μ ιν α δ ά β δέ οδτος è έν Ά ρ ιθ μ ο ΐς π α τ ή ρ του ιίρχοντος τ ή ς φ υλ ή ς
Ι ο ύ δ α Ν α α σ σ ώ ν, 8ς μ ε τ α λ α μ β ά ν ε τ α ι εις τ ό ν Χ ρισ τόν.
67 Cf. D e inst. uirg., 14, 87: Speciose p ro ced it anim a quae corpore uelut
calceam ento utitur, ut, quo uelit, suum p o ssit sine im pedim en to ullo cir­
cum ferre uestigium.
« Cf. O r ig ., In Gen. hom., 8, 7 ( B a e h e r e n s , p p . 81 fin. - 82, 1-5): M oyses,
cum uenisset ad locum quem o sten d it ei deus, non p e rm ittitu r adscendere,
sed ante ei dicitur: « Solue corrigiam calceam enti de pedibu s tuis ». Abrahae
nihil horum dicitur et Isaac, sed adscendunt nec calceam enta deponunt. In
quo illa fortassis e st ratio quod M oyses, quam uis esset « m agnus », tam en
de A egypto ueniebat et erant aliqua m orta lita tis uincula pedibu s eius innexa.
202 DE OBITV VALENTINIANI, 6 8 -7 1

filia, et uide, quoniam concupiuit rex speciem tu a m a. Speciosi


ergo fa cti su n t gressus tui in calciam entis, filia Am inadab. M oduli
fem o ru m tu o ru m sim iles to r q u ib u s b, hoc est consonans sibi in
om nibus factis tuis g ra tia atq u e m oderatio m agnorum aequauit
insignia triu m p h o ru m . D enique m oderatione tu a et tran q u illita te
pacifica nec Gallia ho stem sensit et Italia h o stem reppulit, qui
eius finibus inm inebat. T orques au tem insignia esse u icto riae du­
b ita ri non p o test, cum hi, qui in bello fo rtite r fecerint, to rq u ib u s
h o n o ren tu r. 69. V m b ilicus tuus crater tornatilis non deficiens
m ixto. V en ter tu u s aceruus tritici m u n itu s inter lilia. C eruix tua
sicu t turris eburnea. Oculi tui stagna in E s e b o n a. B onus « um bi­
licus » anim ae, u irtu tu m om nium capax sicut c r a te r ab ipso fidei
auctore to rn atu s. Sapientia enim in c ra te re m iscu it uinum su u m
dicens: Venite, edite panes m eos et bibite uinum , quod m iscui
u o b is b. E rgo um bilicus iste to rn atu s om ni decore u irtu tu m non
deficit m ixto. V enter quoque eius non solum iu stitiae u elu t fru ­
m en tario cibo rep leb atu r, sed etiam gratiae suauitate, quae florebat
u t lilium . Ceruix quoque eius candida et pura, iugo C hristi sponte
subiecta; cogitationes rationabiles, fidei odor, « circum cisionis
adtentio », o rn a tu s capitis gloriosus, quod non regalia diadem ata,
sed dom ini sanguinis insignia c o ro n a re n tc. 70. M erito tam quam
rex peccati u icto r et caelesti corona redim itus ascendit, cuius
anim ae dicit deus u erbum : Quid pulchra et suauis facta es, cari­
tas, in deliciis tu is ? a, p u lch ra p er u irtu tis decorem , suauis p e r
gratiam , p ro c era sicut palm a, quae u incentis est praem ium .

71. H uic ascendenti anim ae G ratianus fra te r o cc u rrit et con-


plexus eam dicit: Ego fra tri meo, et su p er m e conuersio e iu s a,
uel quod sibi eum cu p iat inhaerere, uel quod p ietate fra te rn a qua­
si aduocatus ad sistat, dicens conuersionem eius etiam suae gratiae

68. a Ps 44, 11-12*.


b Cant 7, 1* (S ept. 7, 2).
69. a Cant 7, 2.4* (Sept. 3.5).
b Prou 9, 1.2.5*.
c Cf. Cant 7, 4.5.
70. a Cant 7, 6* (Sept. 7, 7).
71. a Cant 7, 10* (Sept. 7, 11)
IN MORTE DI VALENTINIANO, 6 8 -7 1 203

Ascolta, figlia, e guarda che il re ha desiderato la tua bellezza.


A ttraenti, dunque, sono d iventati i tuoi p ied i nei sandali, figlia di
Am inadab. Le m isu re dei tuoi fianchi sono sim ili a collane, cioè
la tu a grazia e la tu a m oderazione arm oniosam ente eq u ilib rata in
tu tte le tu e azioni h a uguagliato le insegne di grandi trionfi·. P er­
ciò, p e r la tu a m oderazione e p e r la tu a seren ità am ica della pace
la Gallia n on subì il nem ico e l ’Italia respinse quello che ne
m inacciava i confini. N on si può d u b itare poi che la collana sia
il distintivo della v itto ria, d al m om ento che quelli che in guerra
si sono co m p o rtati valorosam ente, ricevono, q uale onorificenza,
u n a c o lla n a 69. 69. Il tu o om belico è un c ra te re 70 rotondo che
non m anca m ai di vino arom atizzato. Il tuo ventre è un m ucchio
di grano circondato di gigli. Il tuo collo è com e una torre d ’avo­
rio. I tuoi occhi com e i laghi di E se b o n 71. B uono è 1’« om belico »
deli’anim a, capace di tu tte le v irtù com e u n c ra te re to rn ito dallo
stesso A utore della fede. La Sapienza, infatti, nel c ra te re ha m e­
scolato il suo vino dicendo: V enite, m angiate i m iei pani e bevete
il vino che ho preparato p er voi. Dunque, q u e s t’om belico tornito
con ogni bellezza delle v irtù n o n m anca m ai di vino arom atizzato.
Anche il suo v en tre veniva riem pito non solo del cibo costituito,
p e r cosi dire, d al fru m e n to della giustizia, m a anche dalla soavità
della grazia, che fioriva com e giglio. Anche il suo collo e ra can­
dido e pu ro , so tto p o sto sp ontaneam ente al giogo d i C risto; in lui
v 'erano p en sieri s p iritu a li72, il profum o della fede, la « vigilanza
della circoncisione dell’anim o », u n glorioso o rn am en to del capo,
coronato non d a diadem i regali, m a dalle insegne del sangue del
S ig n o re73. 70. A b u o n d iritto , dunque, lascia la te rr a com e u n re
vincitore del peccato, cinto d ella co ro n a celeste, e alla sua anim a
Dio V erbo dice: Perché sei divenuta bella e soave, o am ore, nelle
tue delizie? 74, b ella della bellezza della virtù, soave p e r la b o n tà 75,
slanciata com e la palm a, che è il p rem io del vincitore.
71. A q u e st’anim a che sale al cielo si fa in co n tro il frate
G raziano e, abbracciandola, dice: Io sono p er m io fratello, e il
suo d esid erio 76 è rivolto a m e, o perché b ra m a che gli stia vicino
o perché con affetto fra te rn o lo assiste a guisa d i p atro n o , dicendo

69 Cf. Orig., I n Cant. Exc. Proc., 7 (PG XIII, 212A): περιτραχελίοις κα·
τεσκευασμένοις έν αρετή.
70 Comunemente si parla di « coppa ». Ma ciò che segue dim ostra che
Ambrogio pensa proprio ad un « cratere », grande vaso dove si mescolavano
vino e acqua prima di servire in tavola.
71 Città della Transgiordania, a venti km. circa a sud-est di Amman, oggi
HeSbàn.
72 Per il senso di rationalibus, vedi sopra. De exc. ir., II, nota 105.
73 Cf. Orig., In Cant. Exc. Proc., 7 (PG XIII, 212B-D): M oduli iem o ru m ,
um bilicus, collum , nasus, ubera.
74 Come risulta dal testo greco, è una domanda: Τί ώραιώθης καί τ£
ή δ ύνθ η ς, α γά π η , έν τρυφαΐς σου;
75 Cf. Orig., I n Cant. Exc. Proc., 7 (PG XIII, 213A): Ώ ς δέ αισχρά τις οΰσα
διά κακίαν ή νύμφη, μετέβαλεν εις άρετης ώ ραιότητα, ούτως, οΰσα πικρά,
γέγονεν ή δίστη τε αύτω γλυκεία .
76 I S e tta n ta hanno έπιστροφή, la Vulgata, conuersio, la N oua Vulgata,
appetitus·, si tratta, in realtà, di passione d'amore. Ambrogio, invece, attri-
204 DE OBITV VALENTINIANI, 7 1 -7 5

p raeferen d am . 72. V eni, inquit, fra ter m eus, exeam us in agrum,


requiescam us in castellis, diluculo surgam us in u in e a s a, hoc est:
u en isti eo, u b i d iu ersaru m u irtu tu m fru ctu s p ro singulorum m eri­
tis d eferu n tu r, u b i ab u n d a n t m erito ru m praem ia. E xeam us ergo
in agrum , in quo no n u acuus labor, sed fecundus p ro u en tu s est
gratiaru m . Quod in te rris sem inasti, hic m ete; quod ibi sparsisti,
hic collige. Aut certe ueni in illum agrum , qui est o d o r I a c o b b,
hoc est ueni in grem ium Iacob, u t sicut Lazarus p a u p e r in Abra-
hae s in u c, ita etiam tu in Iacob p a tria rc h a e tran q u illita te req u ie­
scas; sinus enim p a tria rc h a ru m recessus quidam est quietis ae te r­
nae. M erito ergo Iacob ager est fructuosus, sicut Isaac p a tria rc h a
testatu s est dicens: Ecce odor filii m ei tam quam odor agri pleni,
quem benedixit d o m in u s d. 73. R equiescam us, inquit, in castellis,
ostendens illic esse requiem tu tio rem , quae septo caelestis refu ­
gii m u n ita atq u e u allata non exagitetur saecularium incursibus
b estiaru m . 74. I n foribus, inquit, nostris om nes fe tu s arborum :
noua et uetera, fra ter m eus, seruaui tibi. Quis dabit te, fra te r,
fra tre m m ihi, lactantem ubera m atris meae? Inueniens te foris
osculabor te, adsum am te et inducam te in d o m u m m atris m eae
et in secretum eius, quae concepit me. P otum dabo tibi a uino
operosi unguenti, a fluxu m alorum granatorum m eorum . Laeua
eius sub caput m e u m et dextera eius conplectetur m e*. P ro m ittit
fra tri augustae m em oriae G ratianus p ra esto sibi fru ctu s diuersa­
ru m esse u irtu tu m ; fu it enim et ipse fidelis in dom ino, pius atq u e
m ansu etu s, p u ro corde. F uit etiam castus corpore, qui p ra e te r
coniugium nescierit fem inae alteriu s consuetudinem . 75. Ideo
« in fo rib u s » sedis suae h ab e t fru ctu s p arato s nec longe p eten ­
dos. Offert, quae seru au erit fra tri « noua et u e te ra », hoc est et
testam en ti u eteris et euangelii sacram enta, et dicit: « Quis dabit
te, fra te r, fra tre m m ihi lacta n te m u b e ra m a tris m eae? ». Hoc
est: non quicum que te, sed C hristus in lu m in au it g ra tia spiritali.
Ille te b ap tizauit, quia h u m an a tib i officia defuerunt. Plus adeptus
es, qui m in o ra te am isisse credebas. Quae su n t « u b era » ecclesiae
nisi sacram en ta b ap tism atis? E t bene ait « la c ta n te m » , quasi qui
bap tizatu s lactis niuei sucum r e q u ir a ta. Inueniens, inquit, te foris

72. a Cant 7, 11-12* (Sept. 7, 12-13).


b Cf. Gen 27, 27.
= Cf. Lc 16, 22.
d Gen 27, 27*.
74. a Cant 7,13 - 8,3* (Sept. 7,14 - 8, 3).
75. a Cf. 1 Pt 2, 2.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 7 1 -7 5 205

che il d e sid e rio 77 di lui dev’essere anteposto anche alla sua gra­
zia. 72. V ieni, dice, fratello mio, andiam o in campagna, dorm ia­
m o nei villaggi, leviam oci all’alba per andare nelle vigne, cioè:
sei venuto là dove vengono assegnati i fru tti delle diverse v irtù
secondo i m eriti di ciascuno, dove abbondano i p rem i p e r le buo­
n e azioni. A ndiam o, dunque, in campagna, dove il lavoro non è
senza risu ltato , m a c ’è u n abb o n d an te raccolto di grazie. M ieti
qui ciò che hai sem inato in te rra : raccogli qui ciò che h ai sparso
laggiù. 0 alm eno vieni in quel cam po che è il profum o di Gia­
cobbe, cioè vieni nel grem bo di Giacobbe, affinché, com e il po­
vero Lazzaro nel grem bo di Abram o, cosi anche tu p o ssa ripo­
sare nella pace del p a tria rc a Giacobbe. In fa tti il grem bo dei
p a tria rc h i è, p e r cosi dire, il rifugio della pace etern a. V eram en­
te dunque, G iacobbe è u n cam po ricco di fru tti, com e a tte sta il
p a tria rc a Isacco con qu este parole: Ecco l'odore di m io figlio
com e l’odore di un cam po rigoglioso che il Signore ha benedetto.
73. D orm iam o, dice, nei villaggi, m o stran d o che là v ’è u n riposo
più sicuro, perché, p ro te tto e circondato dalla recinzione del rifu ­
gio celeste, no n è tu rb a to dagli assalti delle fiere del m ondo.
74. Alle n o stre p o rte, dice, ci sono tu tti i fr u tti degli alberi: ne
ho conservato p er te, fratello m io, di freschi e di s e c c h in . O fra ­
tello, chi ti darà a m e quale fratello che succhiavi le m am m elle
di m ia madre? In co n tra n d o ti fu o ri di casa ti prenderò con m e e
ti farò entrare nella casa di m ia madre, nell’appartam ento segre­
to di lei che m i ha concepito. T i darò da bere del vino arom atico,
m isto ad unguento elaborato, il succo dei m ìei melograni. La sua
sinistra so tto il m io capo e la sua destra m i abbraccerà. G raziano
di augu sta m em o ria garan tisce al fratello di avere a disposizione
i fru tti di sv ariate v i r t ù 79; anch'egli, infatti, fu fedele al Signore,
pio, m ansueto, p u ro di cuore. Fu anche casto di corpo, perché,
ad eccezione d ell'u so coniugale, ignorò ogni ra p p o rto co n u n ’altra
donna. 75. P erciò alle p o rte della sua d im ora h a belli e p ro n ti
i fru tti e no n deve cercarli lontano. Offre « fru tti freschi e sec­
chi » che h a ten u to in serbo p e r il fratello, cioè i sacram enti del
Vecchio T estam ento e del Vangelo, e dice: Chi ti darà a m e quale
fratello che succhiavi le m am m elle di m ia madre? Cioè: non uno
qualsiasi, m a C risto ti h a illum inato con la grazia spirituale. Ti ha
battezzato Lui, p erch é ti è m ancato l’in terv en to um ano. H ai o tte­
n u to il più, m en tre pensavi di aver p e rd u to il m eno. Che cosa sono
le « m am m elle » della C hiesa se non i sacram en ti del battesi-

buisce m anifestam ente a conuersìo un significato spirituale. Usando il ter­


m ine « desiderio », ho cercato un possibile punto d ’incontro tra i due signi­
ficati.
77 Conservo anche qui, com e sopra nella traduzione di Cant 7, 10 (11), la
parola « desiderio ».
7« La punteggiatura è quella della V ulgata: In p o rtis n o stris om nia pom a:
noua et uetera, dilecte m i, seruaui tibi.
79 II sibi non può riferirsi che a G ratianus.
206 DE OBITV VALENTINIANI, 7 5 -7 8

osculabor te, hoc est ex tra corpus te rep erien s osculo m ysticae
pacis am plectar. « N e m o » te « sp ern et » b, nullus excludet, « in
p en etralia » te et arcan a ecclesiae « m a tris » inducam et in om nia
secreta m ysterii, u t bibas « poculum » gratiae spiritalis. 76. Am­
plexatus ig itu r fra tre m ducere coepit ad p ro p ria m m ansionem ,
et quia p ro officio ad u lte rio ra p ro cesserat, cum fra tre coepit
ascendere petens, u t sibi e t fra tri m aio r illic c a rita s augeatur, eo
quod u itia h u m an a defecerant, inuidia a tq u e iactantia, quae in
p lerisq u e solent fratern a e p ietatis iu ra uacuare. 77. V identes eos
uel angeli uel aliae anim ae q u ae ru n t ab his, quae u elu ti co m itatu
suo fra tre s hos e t officio deducebant, dicentes: Quae est haec, quae
ascendit candida in n iten s super fra tre m suum ?*. Nec nos quidem
du b itab am u s de m eritis V alentiniani, sed iam credam us uel testi­
m oniis angelorum , q u o d d e te rsa labe peocati ab lu tu s ascendit,
quem sua fides la u it et p etitio consecrauit. C redam us et sicut alii
habent, quia ascendit a deserto b, hoc est ex hoc arido e t inculto
loco ad illas florulentas delectationes, ubi cum fra tre coniunctus
aetern ae u itae fru itu r u o luptate. 78. « B eati am bo », « si quid »
m eae o rationes « u aleb u n t »: « nulla dies » uos silentio p ra e te ri­
b it, nu lla inh onoratos uos m ea tra n sib it oratio, nulla nox non
donatos aliq u a p raecu m m earu m contextione tra n sc u rre t, om ni­
bus uos oblationibus frequentabo. Q uis p ro h ib eb it innoxios nom i­
n are, quis u etab it, conm endationis prosecutione conplecti? Si
oblitu s fu ero te, sancta H ierusalem , hoc est sancta anim a, p ia et
« pacifica » germ anitas, obliuiscatur m e dextera mea, adhaereat
lingua m ea fa ucibus m eis, si non m em inero tui, si non m em inero
H ierusalem in principio laetitiae m eae a. Ip se m e citiu s q u am uos
obliuiscar, et si u m q u am serm o tacebit, lo q u e tu r adfectus, e t si
uox deficiet, n on deficiet gratia, quae m eis est infixa praecordiis.

b Cf. Cant 8, 1.
77. a Cant 8, 5 (Sept.).
b Cant 8, 5*.
78. » Ps 136, 5-6*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 7 5 -7 8 207

m o ? 80. E dice giustam ente « che succhiavi », com e se chi è b a t­


tezzato cercasse il succo del candido latte. Trovandoti, dice, fu o ri
di casa ti bacerò, cioè, trovandoti fuori del corpo ti abbraccerò
col bacio della m istica pace. « N essuno » ti « disprezzerà », nessu­
no ti caccerà, ti in tro d u rrò nelle « stanze a p p a rta te » e nei m i­
steri della « m a d re » Chiesa e in tu tti i segreti del m istero, affin­
ché tu beva alla « coppa » della grazia spirituale. 76. Dopo aver
abbracciato il fratello com inciò a condurlo alla p ro p ria dim ora,
e, siccom e p e r il senso del dovere e ra andato più in n a n z i81, com inciò
a salire con il fratello chiedendo che li a lui e al fratello venisse
an co r p iù accresciu ta la carità, poiché erano venuti m eno i di­
fe tti um ani, l ’invidia e la superbia, che in m olti sogliono distrug­
gere i d iritti della p ietà fratern a . 77. Al vederli, sia gli angeli
sia le a ltre anim e in terrogavano quelle che lui scortavano come
u n corteggio e in segno di onore, dicendo: Chi è costei che sale
splendente appoggiandosi a suo fratello? N em m eno noi c e rta ­
m ente dubitavam o dei m eriti di V alentiniano, m a orm ai dobbiam o
credere anche sulla testim onianza degli angeli, che, cancellata la
m acchia del peccato, ascende purificato, poiché la sua fede lo h a
lavato e la sua rich iesta lo h a consacrato. Dobbiam o credere,
anche sulla certezza degli altri, che è salito dal deserto 82, cioè da
questo luogo arid o e incolto a quelle fiorite b ea titu d in i dove, uni­
to al fratello, gode della felicità della vita eterna. 78. Felici en­
tram bi, se le m ie p arole avranno qualche valore: nessun g io rn o 83
p asserà senza che si p arli di voi, nessun m io discorso vi lascerà
senza onore, n essu n a n o tte tra sc o rre rà senza che io vi dedichi
qualche tra tto delle m ie preghiere, m i sen tirò vicino a voi ogni
volta che offrirò il sacrificio. Chi m i im p ed irà di nom inare delle
anim e sante, chi m i p ro ib irà di abbracciarle, rendendo loro l'om ag­
gio deH’intercessione? Se m i dim enticherò di te, santa G erusalem ­
m e, cioè an im a san ta, p ia e pacifica fratellanza, la m ia destra m i
dim entichi, la m ia lingua si attacchi al palato, se non m i ricorde­
rò di te, se non ricorderò G erusalem m e all'inizio della m ia gioia.
Mi dim enticherò di m e stesso p rim a che di voi, e se m ai la parola
tacerà, p arle rà l’affetto, e se v errà m eno la voce, non v e rrà m eno
la benevolenza che m i sta fissa in cuore.

M Cf. O r ig ., In Exod. hom., 2 , 3 ( B a e h r e n s , p . 158, 4-10): V idete quod


princeps huius m undi praecipit suis, u t infantes nostros rapiant et in flumen
proiciant, prim ae sta tim n atiu itati nostrorum insidiantes continuo, ut ubera
ecclesiae prim a contigerint, irruant, diripiant, persequantur, undis et flucti­
bus huius saeculi obruant. « V idete quid audiatis »; sapientia Dei per Solo-
m onem dicit: « In telligibiliter intellige, quae apponuntur tib i ». V ide sta tim
u t natus im m o renatus fueris, quid tib i im m inet.
81 L’esp ression e, che non è trop p o chiara, sem brerebbe riferirsi al p o sto
occu pato da Graziano in cielo.
*2 Cf. Exp. ps. C XV III, 14, 34: Ea, inquam , anim a m eritis ascendit alben­
tibus ex isto uitae huius, u t habent plerique, deserto ad illum florentem
sem per locum iucunditatis aeternae·, De sacr., IV, 2, 5.
83 Cf. V erg ., Aen., IX, 446-447: Fortunati am bo, si quid m ea carmina
possunt, / nulla dies um quam m em ori uos exim et aeuo. Q uesti versi si
riferiscon o a E urialo e N iso.
208 DE OBITV VALENTINIANI, 7 9 -8 0

79. Q uom odo ceciderunt p o te n te s !a. Q uom odo u terq u e super


illa B abylonis cecid eru n t flu m in a b! Q uom odo ra p id io ra u triu sq u e
u ita e fu e re cu rric u la q uam ipsius R hodani su n t fluenta! O m ihi,
G ratiane et V alentiniane, speciosi et carissim i, quam angusto u i­
tam fine clausistis, q u am proxim a uobis m o rtis fuere confinia,
q uam sep u lcra uicina! G ratiane, inquam , e t V alentiniane, in u estris
n om inibus ad h aerere iuu at, atq u e delectat in u e stri conm em ora-
tione req uiescere. O om nibus, G ratiane et V alentiniane, speciosi
e t carissim i, inseparabiles in u ita et in m o rte non estis s e p a ra tic.
N on uo s d iscreu it tu m ulus, quos n o n d iscernebat adfectus, non
causa m o rtis sep arau it, q u o s p ietas u n a iungebat. N on u irtu tu m
d istan tia d ispares fecit su p e r colum bas sim pliciores, su p er aquilas
leuiores, su p er agnos clem entiores, su p er uitu lo s innocentiores.
G ratiani sagitta non est reuersa r e tr o d, et V alentiniani iu stitia
« non fu it u acu a » e nec inanis auctoritas. Q uom odo sine pugna
ceciderunt p o te n te s !f. 79 'b. Doleo in te, fili G ratiane, « suauis
m ihi u ald e » a. P lu rim a d edisti tu ae p ie ta tis insignia. Tu m e in te r
tu a p ericu la req u ireb as, tu in tu is extrem is m e appellabas, m eum
de te p lu s dolebas dolorem . Doleo etiam in te, fili V alentiniane,
« speciosus m ihi u alde ». C eciderat am o r tu u s in m e sicut am or
pignoris. Tu p e r m e p u tab as eripi te periculis, tu m e non solum
u t p aren tem diligebas, sed u t red em p to rem tu i et lib erato rem spe­
rab as. Tu dicebas: « P u tasne uidebo p a tre m m eum ? ». Speciosa
de m e u o lu n tas tua, sed non efficax praesum ptio. Ei m ihi, u an a
spes in hom ine! Sed tu in sacerdote dom inum requirebas. Ei m ihi,
quod u o lu n tatem tu am n o n an te cognoui! Ei m ihi, q u o d non
clanculo a n te m isisti! E i m ihi, qualia am isi pignora! Q uom odo
ceciderunt p o ten tes et perierunt a r m a b concupiscenda!
80. Dom ine, quia n em o h ab et, q u o d alii p lu s d e fe ra t quam
quod sibi optat, n on m e ab illis p o s t m o rtem separes, q u o s in
h ac u ita carissim o s sensi. Domine, peto, u t ub i ego fuero, et illi
sin t m e c u m * : uel illic eo ru m p e rp e tu a copula fru a r, quia hic u ti
eo ru m d iu tu rn io re coniunctione n o n potui. Te quaeso, sum m e deus,
u t carissim os iuuenes m a tu ra re su rrec tio n e suscites et resuscites,
u t in m atu ru m hu n c u itae istius c u rsu m m a tu ra resuscitatione
conpenses.

79. a 2 Reg 1, 27*.


b Cf. Ps 136, 1.
c Cf. 2 Reg 1, 23.
d 2 Reg 1, 22* (cf. Ier 50, 9).
e Cf. 1 Cor 15, 10.
f 2 Reg 1, 27*.
79b. a Cf. 2 Reg 1, 26.
b 2 Reg 1, 27*.
80. a Io 17, 24*.
IN MORTE DI VALENTINIANO, 7 9 -8 0 209

79. Come sono caduti i p o ten ti! Com e en tram b i sono ca d u ti


sopra quei fiu m i dì B abilonia! Come il corso delle due vite è
stato p iù veloce di q u an to lo sono persino le c o rre n ti del Rodano!
Graziano e V alentiniano, p er m e degni di am m irazione e carissi­
m i, co n quale angusto term ine avete concluso la v o stra vita, quan­
to furono p ro ssim i p e r voi i lim iti della m orte, quanto vicini i
sepolcri! G raziano e V alentiniano, ripeto, è bello in dugiare sui
vostri nom i ed è u n a gioia tro v are rip o so nel vostro ricordo. G ra­
ziano e V alentiniano, oggetto d ’am m irazione, carissim i p e r tu tti,
inseparab ili in vita, anche in m o rte non siete stati divisi. La tom ­
b a n o n vi h a disgiunto com e non vi divideva l ’affetto, n o n vi h a
sep arato la causa della m orte, com e vi univa la -stessa p ie tà fra ­
terna. N essuna differenza d i v irtù vi h a reso diversi, poiché e ra ­
vate p iù sem plici delle colom be, più veloci delle aquile, più m iti
degli agnelli, p iù in n o cen ti dei vitelli. La freccia di G raziano non
è ritornata indietro, e la giustizia di V alentiniano « n o n fu vana »
né inefficace l ’au to rità. Come senza co m b attere sono caduti da eroi!
79 b. Sono addolorato p er te, G raziano figlio m io, a m e p ro fo n d a­
m ente c a r o 84. H ai d ato m oltissim e prove d ella tu a p ietà. Tu, in
mezzo ai tu oi pericoli, m i cercavi, n e i tuoi m o m en ti e stre m i m i
chiam avi, soffrivi m aggiorm ente pensando alla m ia sofferenza p e r
te. Sono addolorato anche p e r te, V alentiniano figlio m io, oggetto
p e r m e di p ro fo n d a am m irazione. Il tu o am ore si e ra rivolto a
m e com e q u ello di u n figlio. Tu eri convinto d i scam pare p e r m io
mezzo ai pericoli, tu no n solo m i am avi com e u n p adre, m a mi
speravi tu o salvatore e lib erato re. Tu dicevi: « Lo credi, vedrò m io
padre? ». La tu a volontà era lusinghiera nei m iei rig u ard i, m a non
efficace la tu a supposizione. Ahimè, vana speranza rip o sta in u n
uomo! M a tu nel vescovo cercavi il Signore. Ahimè, p erch é non
ho conosciuto p rim a la tu a volontà! Ahimè, perché n o n m i hai
m andato a ch iam are di nascosto! Ahimè, quali figli ho perduto!
Come sono ca d u ti gli eroi e sono andate p erd u te le arm i che do­
vevano essere desiderate!
80. Signore, poiché nessuno h a d a d are agli a ltri p iù d i quel­
lo ch e au g u ra a se stesso, non sep ararm i dopo la m o rte d a loro,
che in q u e sta v ita m i sono stati carissim i. Signore, ti chiedo che
dove sarò io anch’essi siano con me: ch e alm eno là io goda della
perenn e unione con loro, poiché qui non h o p o tu to u su fru ire
tro p p o a lungo della loro am icizia. Ti prego, som m o Iddio, di
risvegliare e di rich iam are in v ita q u esti carissim i giovani, fa­
cendoli a suo te m p o 85 risorgere, p e r com pensare cosi il co rso di
qu esta ^ t a tro n c a to p rim a del tem po.

84 Cf. N oua Vulgata: suauis n im is m ihi.


*5 M aturus qui equivale non a « sollecito », che teologicam ente non avreb­
be senso, bensì a « com piuto a suo tem po ». Il Forcellini spiega: « E st
enim m a tu ru s qui debito tem pore fit, nec citius nec tardius », « opportuno,
conveniente, fatto a suo tem po » e cita Tib., I, 1, 7: Ip s e seram teneras
m a tu ro tem pore uites e Cic., De diu., I, 18, 36: m a tu ra m m o rte m oppetere.
D e obitu Theodosii
In morte di Teodosio

Sull'esem pio d el Faller, vengono contrassegnati da un asterisco i passi


della Sacra Scrittura che non corrispondono esattam ente al testo della
Vulgata.
212 DE OBITV THEODOSII, 1-3

1. H oc nobis m otus te rra ru m graues, hoc iuges pluuiae m i­


n ab a n tu r, et u ltra solitum caligo ten eb ro sio r denuntiabat, quod
clem entissim us im p era to r Theodosius recessu ru s esset e terris.
Ip sa ig itu r excessum eius elem enta m aerebant: caelum tenebris
obductum , a e r p erp eti h o rren s caligine, te rra , quae q u atieb a tu r
m otibus, re p le b a tu r aq u aru m alluuionibus. Quidni m undus ipse
defleret eum prin cip em continuo esse rapiendum , p e r quem d u ra
m undi istiu s tem p erari solerent, cum crim inum poenas indulgen­
tia p raeu en iret?

2. E t ille quidem ab iit sibi regnum que non deposuit, sed


m u tau it, in tab ern acu la C h ris tia iu re p ietatis adscitus, in illam
H ierusalem su p e rn a m b, u b i nunc positus dicit: S icu t audiuim us,
ita et uidem us in d u ita te dom ini uirtu tu m , in d u ita te dei nostri,
qu am deus fu n d a u it in a e te r n u m c. Sed plurim os tam q u am p a­
tern o d estitu to s p raesidio dereliquit, ac potissim u m filios. Sed
non su n t destitu ti, quos p ietatis suae re liq u it heredes, non su n t
d estitu ti, quibus C hristi adquisiuit gratiam et exercitus fidem, cui
docum ento fu it deum fauere p ie ta ti u lto rem q u e esse perfidiae.

3. Eius ergo prin cipis et proxim e conclam auim us obitum


n u n c quadragesim am celebram us, ad sisten te sacris altarib u s Ho­
n o rio principe, quia, sicut sanctus Ioseph p a tri suo Iacob q u a­
d rag in ta diebus h u m ationis officia detulit, ita e t hic Theodosio
p a tri iu sta persoluit. E t quia alii te rtiu m diem et tricesim um ,
alii septim um et q uadragesim um ob seru are consuerunt, qu id doceat
lectio, considerem us. Defuncto, inquit, Iacob praecipit Ioseph pue-

2. a Cf. Ps 14, 1.
b Cf. Apoc 21, 10.
c Ps 47, 9*.
IN MORTE DI TEODOSIO, 1-3 213

1. Q uesta sciagura ci m inacciavano i disastrosi terrem o ti e


le piogge continue, q u esta sciagura ci preannunciava la nebbia
p iù fitta del solito: il clem entissim o im p era to re Teodosio stava
p e r lasciare q u esta te rra '. Gli stessi elem enti piangevano la sua
d ip artita: il cielo avvolto in u n a cappa tenebrosa, l’a ria m ossa
d al brivido di u n a peren n e caligine, la te rra scossa dai terrem o ti,
som m ersa dalle allu v io n i2. P erché il m ondo stesso non si sarebbe
dovuto dolere che inevitabilm ente gli venisse ra p ito ad u n tra tto
u n tale sovrano che soleva m itigare le asprezze di questo m ondo,
prevenendo con la sua clem enza la punizione dei delitti?
2. In v erità, egli se n ’è andato nel suo in teresse e non h a
rin unciato al regno, m a ne h a preso in cam bio u n altro , poiché
è stato assu n to nelle tende di C risto p er d iritto della sua devo­
zione, in quella G erusalem m e celeste dove se ne sta e dice:
Come abbiam o udito, cosi anche vediam o nella c ittà del Signore
degli eserciti, nella città del nostro Dio, che Dio ha fondato per
l’eternità. M a h a lasciato m oltissim i privi, p e r cosi dire, dell'ap­
poggio p atern o , e s o p ra ttu tto i suoi figli. Ma non ne sono privi
quelli che h a lasciato ered i della sua pietà, non ne sono privi quel­
li ai quali h a assicu rato la grazia di C risto e la fedeltà dell’eserci-
to, cui d ette la prova che Dio protegge chi gli è devoto e punisce
chi trad isce la fe d e 3.
3. Di u n tale principe, dunque, abbiam o p ian to o r non è
m olto la m o rte ed o ra n e celebriam o il q u arantesim o giorno, es­
sendo p resen te accan to ai santi a lta ri il p rincipe Onorio, poiché,
com e il santo G iuseppe trib u tò al p ad re suo G iacobbe i funebri
onori p er q u a ra n ta giorni, cosi an ch ’egli h a reso a suo p ad re Teo­
dosio le dovute esequie. E siccom e alcuni sono soliti celebrare il
tren ta treesim o giorno, a ltri il q u aran tasettesim o , consideriam o che
cosa ci insegna il sacro testo. M orto Giacobbe, dice, G iuseppe or-

1 Mori il 17 gennaio 395.


Chron., ad annum 394 (M o m m s e n , M G H , Script,
2 C f. M arcelljnvs C o m e s ,
ant., XI, p. 64, 6): Terrae m o tu a m en se S e p te m b rio in N o u e m b riu m continuo
im m in en te aliquantae E uropae regiones quassatae sunt.
3 Si potrebbe intendere perfidiae sia in senso religioso (C o ppa , op. cit.,
p. 854, nota 6) sia in senso civile. L’imperatore Eugenio, cristiano, aveva
bensì incoraggiato il culto pagano, m a era anche considerato un ribelle ed
era stato sconfitto ed ucciso presso Aquileia il 6 settem bre 394. La seconda
interpretazione sarebbe suggerita anche dalle parole C hristi... gratiam -
exercitus fidem che im m ediatam ente precedono.
214 DE OBITV THEODOSII, 3-5

ris sepultoribus, u t sepelirent eum . E t sepelierunt sepultores Isra­


hel. E t repleti su n t ei quadraginta dies; sic enim dinum erantur
dies sepulturae. E t luxit eum A egyptus septuaginta d ie b u s a. Haec
ergo sequenda sollem nitas, quam p ra e sc rib it lectio. Sed etiam in
D euteronom io scrip tu m est, quia p la n xeru n t filii Israhel M oysen
diebus triginta, et co n su m m ati su n t dies lu c tu s h. V traque ergo
o b seru atio h ab e t au cto ritatem , q u a necessarium p ietatis in p letu r
officium. 4. Bonus itaq u e Ioseph, qui form am pio m u n eri dedit,
quem am ab at p ater, cui dixit: A d iu u et te deus m eus et benedicat
te benedictione terrae habentis om nia, p ro p ter benedictionem
m am illarum et uuluae, benedictiones m a tris tuae, et p ro p ter bene­
diction em patris t u i a, pii p a tris suboles bona. C elebrat ergo et iste
quadragesim am p a tris Iacob, su b p lan tato ris illiu s b, e t nos cele­
b ra m u s Theodosii quadragesim am , qui sanctum im itatu s Iacob
su b p lan tau it perfidiam ty rannorum , qui abscondit sim ulacra gen­
tiu m — om nes enim cu ltu s idolorum fides eius abscondit, om nes
eo ru m caerim onias o b litte r a u itc —, q u i etiam his, qui in se pec-
caueran t, doluit, q uam d ederat, perisse indulgentiam e t ueniam
denegatam . Sed non n egabunt filii, quod don au it p a te r, n o n nega­
b u n t, etiam si quidam in te rtu rb a re conatus sit; neque enim pote­
ru n t negare, quod in com m une donauit, qui soluunt, quod sin­
gulis dedit.

5. N ihil gloriosius exitus ta n ti prin cip is h ab u it, qui om


iam filiis trad id isset, regnum , p o testatem , nom en Augusti, nihil,
inquam , speciosius ei in m o rte seru atu m est quam q u o d — inm a-
ne quantis! — pro m issa an n o n aru m exigendarum relaxatio dum

3. a Gen 50, 2-3 (S e p t.).


b Deut 34, 8*.
4. a Gen 49, 25-26 (Sept.).
b Cf. Gen 25, 25-26; 27, 36.
c Cf. Gen 31, 19-20.34; 35, 4.
IN MORTE DI TEODOSIO, 3-5 215

dinò ai servi a d d etti alla sepoltura di seppellirlo. E i seppellitori


seppellirono Israele. E p er lui furono com piuti quaranta giorni;
cosi, infatti, vengono calcolati i giorni per la sepoltura. E l’E gitto
lo pianse p er setta n ta giorni. Dev’essere dunque conservata la con­
suetudine p re sc ritta dalla S crittu ra. Ma nel D euteronom io sta
anche scritto che i figli d'Israele piansero M osè per trenta giorni
e furono co m p iu ti i giorni del lutto. Valgono dunque en tram b e le
norm e, m ediante le quali si soddisfa al necessario dovere della
pietà. 4. Cosi si com portò il b u o n Giuseppe, che stabili u n a rego­
la p e r il pietoso com pito, am ato com ’era da suo padre, che gli
aveva detto: T i aiuti il m io Dio e ti benedica con la benedizione
della terra che tu tto produce, per la benedizione delle m am m elle
e del grem bo, benedizione di tua madre, e p er la benedizione di
tuo padre·, b u o n a p role di u n p ad re devoto a Dio. Celebra, dun­
que, questi il quaran tesim o giorno del p ad re Giacobbe, di colui
che aveva sop p ian tato il fra te llo 4; cosi anche noi celebriam o il
quaran tesim o giorno della m o rte di Teodosio che, im itando il
santo Giacobbe, soppiantò l’em pietà dei tiran n i, che fece sparire
gli idoli dei gentili — la sua fede, in fatti, tolse di mezzo il culto
degli idoli, abolì tu tte le loro ce rim o n ie5 —, che si ram m aricò
in o ltre che fosse s ta ta vana l ’indulgenza da lui elargita a coloro
che si erano resi colpevoli nei suoi riguardi e re sp in to il suo
p e rd o n o 6. M a i figli non negheranno il perdono che il p ad re ha
concesso, non lo negheranno, anche se qualcuno h a ten tato di
suscitare torbidi; non p o tran n o negare ciò che h a concesso a
t u t t i 7, dal m om ento che m antengono valide le concessioni accor­
date ai singoli.
5. N ulla di pili glorioso ebbe la m o rte di u n cosi grande p
cipe, che aveva o rm ai trasm esso ai figli ogni sua cosa, il regno, il
potere, il titolo di a u g u s to 8; nulla, ripeto, di p iù splendido gli è
stato riserv ato in m o rte del m erito p e r cui, m en tre si attendeva la

4 Secondo un’etim ologia popolare, Giacobbe significherebbe « lo terrà per


il calcagno », con riferim ento a Gen 25, 26; più probabilmente significa « che
la Divinità protegga ». Vedi M e K e n z i e -M a g g io n i , Diz. bibl., cit., p. 401.
5 Teodosio con l ’editto di Costantinopoli dell'8 novembre 392 aveva proi­
bito anche le forme private del culto pagano, confermando, per le forme
pubbliche, le disposizioni di Graziano del 382 (C o ppa , op. cit., p. 855, nota
12; vedi anche D u d d e n , op. cit., I, p. 258; P a l a n q u e , op. cit., pp. 117 ss.; per
l ’editto del 392 vedi, rispettivamente, II, p. 410 e pp. 277 ss.). I vari testi
legislativi, dal 381 al 392, sono raccolti nel Cod. Theod., XVI, 10,7 - XVI, 10,12
(M o m m s e n , pp. 899-900).
II riferim ento a Giacobbe si spiega con le minacce di morte da lui pro­
nunciate contro chi nascondeva gli idoli sottratti a Labano (Gen 31, 32).
6 Come scrive il Coppa (o p . cit., p. 855, nota 13), Virio N icom aco Flavia­
no, l’animatore della riscossa pagana sotto Eugenio ed Arbogaste, si suicidò
prima della battaglia del Frigidus per un suo insuccesso militare. D i conse­
guenza l’amnistia concessa da Teodosio ai vinti per lui fu vana. Vedi anche
P a l a n q u e , op. cit., pp. 285-286; D u d d e n , op. cit., II, p. 429.
7 Per l’amnistia concessa a coloro che si erano in vario m odo compro­
m essi sotto il governo di Eugenio, vedi Cod. Theod., XV, 14, 11-12, anno 395
(M o m m s e n , pp. 830-831). Vedi anche D u d d e n , op. cit., II, p. 439.
8 Arcadio era stato creato augusto il 16 gennaio 383 ( D u d d e n , op. cit.,
216 DE OBITV THEODOSII, 5 -7

m o ra tu r, fa c ta est successio eius in d u lg en tiaru m hered itas, u t


ille, qui u o lu it inpedire, sibi odium fecerit, Theodosio tam en ta n ­
tae cum ulus g ratiae no n adem ptus sit. Nec inm erito; si enim pri-
u ato ru m u ltim ae u o lu n tates e t deficientum testam en ta h ab en t
p erp etem firm itatem , quom odo p o test ta n ti p rin cip is esse inri-
tu m testam en tu m ? G loriosius quoque in eo Theodosius, qui n o n
com m uni iu re testa tu s sit; de filiis enim nihil h ab e b at nouum ,
quod conderet, q u ib u s to tu m dederat, nisi u t eos p ra esen ti com ­
m en d aret p aren ti: de su b d itis sibi et com m issis te s ta ri debuit, u t
legata d im itteret, fidei com m issa signaret. P raecepit dari legem
indulgentiae, q uam scrip tam reliquit. Quid dignius, q uam u t te sta ­
m en tu m im p erato ris lex sit?

6. E rg o tan tu s im p e ra to r recessit a nobis, sed n o n to tu s


cessit; re liq u it enim nobis liberos suos, in quibus eum debem us
agnoscere et in q u ib u s eum et cernim us et tenem us. N ec m oueat
aetas! Fides m ilitu m im p era to ris p erfec ta aetas est; est enim p e r­
fecta aetas, u b i p erfec ta est u irtu s. R eciproca haec, quia et fides
im p erato ris m ilitu m u irtu s est. 7. R ecognoscitis nem pe, q uos
uobis Theodosii fides triu m p h o s adquisiuerit. Cum locorum angu­
stiis e t inpedim entis calonum agm en exercitus p au lo serius in
aciem d escenderet e t in eq u itare ho stis m o ra belli u id ere tu r, desi­
lu it equo p rin cep s et an te aciem solus p rogrediens ait: « Vbi est
IN MORTE DI TEODOSIO, 5 -7 217

prom essa sospensione della tassa sul fru m e n to 9, che avrebbe col­
p ito u n nu m ero enorm e di c itta d in i10, la sua successione com por­
tò l ’ered ità delle sue benevole concessioni, cosi che, ch i ten tò d ’im-
pedirle, si espose all'odio, m en tre Teodosio non ebbe a p erd ere
la sua p o p o larità, strao rd in a riam en te accresciuta in tale circo­
stanza. E no n senza ragione: se in fa tti le u ltim e volontà dei p ri­
vati e i testam en ti dei m o ribondi hanno u n a valid ità illim itata nel
tem po, com e p o treb b e essere senza valore il testam en to di u n p rin ­
cipe cosi illu stre? Teodosio h a o tten u to u n a gloria anche p iù
grande, p erch é no n h a fa tto testam ento secondo il d iritto com u­
ne: q u a n to ai figli, ai q u ali aveva già dato tu tto , n o n aveva da
riserv are n u lla d i nuovo, se n o n da raccom andarli a chi al p re ­
sente fa loro da p a d r e 11; q u a n to ai sudditi e ai popoli a lui affi­
dati, riten n e suo dovere d isporre che si abolissero i legati e si
regolassero i fid eco m m essi12. O rdinò che si prom ulgasse u n a leg­
ge di condono che aveva lasciato scritta. Che c’è di più degno del
fa tto che il testam en to di u n im p era to re diventi legge?
6. Un cosi gran d e im p era to re si è allontanato d a noi,
non si è allo n tan ato del tu tto . Ci h a lasciato i suoi figli, nei quali
dobbiam o riconoscerlo, lo vediam o e lo abbiam o presente. Non
ci faccia im pressione la loro e t à 13. La f e d e 14 dei soldati è u n 'e tà
p e rfe tta p e r u n im p erato re; c'è u n a p e rfe tta età, dove c'è u n a vir­
tù p erfetta. Le due cose sono reciproche, perché anche la fede
d ell’im p erato re è la v irtù dei soldati. 7. R icordate senza dubbio
quali trionfi vi ab b ia p ro c u rato la fede di Teodosio. Q uando p e r
l ’angustia dei luoghi e i bagagli dei p o rta to ri l’esercito in m arcia
discendeva u n p o ’ tro p p o len tam en te verso il cam po di b attag lia
e sem brava ch e il nem ico avanzasse a cavallo approfittando di
queU’indugio nell’attacco , il p rincipe balzò d a cavallo e, avan­
zando da solo davanti all'esercito schierato, esclam ò: « Dov'è il

II, p. 477, nota 1) ed aveva ricevuto la signoria nominale su ll’Oriente nel 388
( P a r e d i , A m brogio e la sua età, cit., p. 416); Onorio era stato nom inato augu­
sto il 10 gennaio 393 ( D u d d e n , op. cit., pp. 423 e 427).
9 C’è in proposito un editto (parziale) di Arcadio ed Onorio del 24 marzo
395 (Cod. Theod., XI, 28, 2, M o m m s e n , p. 617).
10 Vedi O xford L atin D ictionary: im m a n e q u a n tu s = « a tremendous
(enorme) degree of »; cf. A p v l ., Apoi., 28: Q uod q u id em m a trim o n iu m n o stru m
A em iliano h uic im m ane quanto angori quantaeque diuidiae fu it; A m m ., XV,
8, 15: im m ane quo q uantoque gaudio. Vedi anche ThLL, VII, I, 441.
11 Cioè Stilicone, sposo dal 384 di Serena, nipote di Teodosio, perché
figlio di suo fratello Onorio ( D u d d e n , op. cit., II, p. 478, nota 4). Sull’affida­
m ento di Arcadio e di Onorio a Stilicone, vedi ibid., II, pp. 438 e 477.
12 C f. Cod. Theod., IV, 4 , 2 , 23 g e n n a io 389 (M o m m s e n , p p . 169-170): n o n s i
a m m e t t o n o l a s c i t i a l l ’i m p e r a t o r e o a i p a r e n t i m e d i a n t e c o d i c i l l i o le t t e r e ,
m a s o l o p e r r e g o l a r e t e s t a m e n t o . C f. S y m m ., E p ., II, 13 (MGH, Scrip t, antiq.,
VI, 1, p . 46): V eru m haec sanctio de fid eco m m issis et codicillorum co m m o d is
ab o p tim o principe in aetern u m repudiatis ta n tu m claritudine egreditur
lucem superiorum , q u a n tu m augustius regenti sibi quam su b d itis m o d u m
ponere.
13 Onorio, nato il 9 settem bre 384, aveva undici anni; Arcadio, nato nel
377, circa diciotto.
14 Da ciò che segue nel paragrafo seguente risulta che qui fides ha un
significato religioso.
218 DE OBITV THEODOSII, 7 -1 0

Theodosii deus? ». Iam hoc C hristo proxim us loquebatur. Quis


enim p o sset hoc dicere, nisi qui C hristo se adhaerere cognosceret?
Quo dicto excitauit om nes, exem plo om nes arm au it, et iam certe
senior aetate, sed ualid u s fide.

8. Theodosii ergo fides fu it u e stra u ictoria: u e s tra fides f


ru m eius fo rtitu d o sit. Fides ergo auget aetatem . D enique nec
A braham , u t in sen ectu te g en eraret filium, considerauit a e ta te m 3,
nec Sara, u t p a r e r e tb. Nec m irum , si auget aetatem fides, cum
re p rae se n tet fu tu ra . Quid est enim fides nisi rerum earum , quae
sperantur, s u b s ta n tia c? Sic nos sc rip tu ra e docent. E rgo si sub­
stan tia eorum , quae sp eran tu r, fides est, qu an to m agis eorum ,
quae u id en tu r. B ona fides, de qua scrip tu m est: Iu s tu s a u tem ex
fide uiuit; quodsi su b tra xerit se, non placebit anim ae m e a e d.
9. Nos au tem non su b trah a m u s nos ad dispendium anim ae, sed
inhaeream u s fidei ad anim ae n o strae adquisitionem a, quoniam in
h ac fidei m ilitia « testim o nium consecuti su n t » b seniores n o stri
A braham , Isaac, Iacob et ideo h ered itatem nobis fidei reliquerunt.
Fidelis A braham , qui non ex operibus, sed ex fide iustificatus est,
quoniam deo c r e d id it0, Isaac, qui p e r fidem nec gladium fe ritu ri
p aren tis e x p a u itd, Iacob, qui p atern ae fidei uestigiis intentus, dum
ite r agit, angelorum u id it exercitum et uo cau it concilium d e ie.
10. Alibi quoque, id est in libris regnorum , H elisaeus e ra t in tra
S am ariam et subito eum circum fusus S yrorum obsedit exercitus.
V idit eos Giezi et ait ad dom inum suum : O dom ine, quid facie­
m u s ? E t d ix it H elisaeus pro p h eta: N oli tim ere, quoniam nobis-
cu m plures su n t quam cu m illis a. E t rogauit, u t ap e rire t dom i­
nus oculos Giezi. E t ap e rti su n t oculi eius, e t u id it plen u m m on­
tem equis et cu rrib u s in circu itu Helisaei. E t rogauit H elisaeus,
u t p e rc u te re t eos deus caecitate. E t percussi su n t et in tro ieru n t
in ciuitatem , quo in g red e ren tu r neq u aq u am u id e n te s b. A udistis
certe, m ilites, qui circum fusi estis, quia ub i perfidia, ibi caecitas
est. M erito ergo caecus e ra t exercitus infidelium . Vbi au tem fides,
ibi exercitus angelorum est. B ona itaq u e fides, quae freq u en ter
o p e ra tu r in m o rtu is. Denique ad u ersariu s et legiones suae cotti-

8. a Cf. Rom 4, 19-22.


b Cf. Hebr 11, 11 (Gen 7, 17).
c Hebr 11, 1*.
d Hebr 10, 38* (Rom 1, 17; Gai 3, 11; Hab 2, 4).
9. a Cf. Hebr 10, 39.
b Cf. Hebr. 11, 2.
c Cf. Gen 15, 6; Rom 4, 1-22.
d Cf. Gen 22, 6 ss.
e Cf. Gen 32, 1-2.
10. a 4 Reg 6, 15-16*.
b Cf. 4 Reg 6, 13-20.
IN MORTE DI TEODOSIO, 7 -1 0 219

Dio di Teodosio? » 15. P arlava cosi, orm ai vicino a C risto. Chi,


infatti, avrebbe p o tu to p ron u n ciare queste parole, se non chi
sapeva di essere u n ito a C risto? Con q u ella dom anda fu di spro­
ne a tu tti, co n il suo esem pio li rese p ro n ti a com battere. E ra
orm ai senza dubbio avanti negli a n n i 16, m a sem pre vigoroso nel­
la fede.
8. La fede di Teodosio fu d u n q u e la v o stra vittoria: la v o stra
fede sia la forza dei suoi figli. La fede, dunque, accresce l’età.
Perciò né A bram o ten n e conto dell’e tà p e r generare u n figlio nel­
la sua vecchiaia né S ara p e r p arto rirlo . E n o n deve stu p ire che
la fede accresca l ’età dal m om ento che fa vedere ciò che deve
avvenire. Che è in fa tti la fede se n o n sostanza di ciò che si spera?
Cosi ci insegnano le S crittu re. Se dunque la fede è sostanza di ciò
che si spera, q u an to p iù lo sarà d i ciò che si vede. È u n a gran
cosa la fede, di cui sta scritto: I l giusto vive di fede; m a se si tira
indietro, la sua anim a non si com piace in lui. 9. Noi però non
tiriam oci in dietro p e r la rovina della n o stra anim a, m a restiam o
attaccati alla fede p e r la sua salvezza, poiché in questo com bat­
tim ento p e r la fede i n o stri antichi, Abram o, Isacco, Giacobbe,
o ttennero « u n a b u o n a testim onianza » e perciò lasciarono a noi
l’ered ità della loro fede. F u fedele A bram o che fu giustificato non
p e r le opere, m a p e r la fede, p erch é cred ette a Dio; fu fedele
Isacco, che, p e r la sua fede, n o n tem ette nem m eno la spada del
p ad re che stav a p e r colpirlo; fu fedele Giacobbe, che, tu tto in­
teso a seguire le o rm e d ella fede p atem a , m en tre era in viaggio,
vide l ’esercito degli angeli e lo chiam ò assem blea di D io 17. 10. An­
che in un a ltro passo, cioè nel libro dei Re, Eliseo si trovava in
Sam aria, e, ad u n tra tto , l ’esercito dei Siri, c irc o n d ata la città, lo
bloccò d en tro . Li vide Giezi e disse al suo padrone: Padrone, che
fanno? Gli risp o se il p ro feta Eliseo: N on aver paura, perché quel­
li che sono dalla n o stra parte sono più num erosi di quelli che
sono dalla loro. E pregò che il Signore aprisse gli occhi a Giezi.
E i suoi occhi si ap riro n o e vide il m onte pieno di cavalli e di
c a rri tu tto in to rn o a Eliseo. E d Eliseo pregò Dio che li colpisse
di cecità. Ne furono colpiti ed en tra ro n o in c ittà senza vedere
affatto dove entravano. C ertam ente avete udito, o soldati, che m i
state in to rn o 18, che dove c’è l ’in cred u lità c ’è la cecità. B en a
ragione era cieco l ’esercito degli in fe d e li19. Dove c ’è invece la
fede, c'è l ’esercito degli angeli. B uona cosa è dunque la fede, che
spesso agisce anche sui m orti. Perciò il nem ico e le sue legioni

15 L’episodio si riferisce alla battaglia sul Frigidus del 394.


16 Teodosio aveva allora circa 48 anni.
17 Cf. Gen 32, 1-2: Iacob quoque abiit in itinere quo coeperat fu eru n tq u e
ei obuiam angeli Dei. Q uos cu m uidisset, ait: « Castra Dei su n t haec »; et
appellauit n om en loci illius M ahanaim , id est Castra. I S e tta n ta usano
παερμβολή.
18 Intendo circu m fu si estis in valore mediale. Il Coppa (op. cit., p. 859)
traduce: « che foste anche voi accerchiati ».
19 Eugenio aveva protetto i pagani. Sulla sconfitta di Eugenio vedi D u d ­
d e n , op. cit., II, p. 431.
220 DE OBITV THEODOSII, 1 0 -1 3

diana m arty ru m u irtu te to rq u en tu r. V nde arb itro r, quod fila cor­


d aru m cith arae ideo fides d ican tu r, quoniam et m o rtu a sonum
reddan t. 11. Quo m agis ac m agis enitendum est, ne in hoc uiuen-
di m u n ere siti sim us ingrati, sed pii pignoribus prin cip is sedu­
lum ac p a triu m inpendam us adfectum . S oluite filiis eius, quod
debetis p atri. Plus d eb etis defuncto qu am debuistis uiuenti. E tenim
si in liberis p riu a to ru m non sine graui scelere m inorum iu ra tem e­
ra n tu r, q u an to m agis in filiis im peratoris.

12. A d d atu r eo, cuius im p erato ris: im p erato ris pii, im pera­
to ris m isericordis, im p eratoris fidelis, de quo non m ediocre lo­
cu ta est sc rip tu ra dicens: M agnum et honorabile est hom o m ise­
ricors, inuenire a u tem u iru m fidelem difficile e s t a. Si m agnum
e st m isericordem a u t fidelem quem cum que hom inem inuenire,
q u an to m agis im p erato rem , quem p o testas ad ulciscendum inpel-
lit, sed reu o cat tam en ab ultione m iseratio! Q uid p ra estan tiu s
fide im p erato ris, quem non extollat potentia, su p erb ia non erigat,
sed pietas inclinet? De quo p raeclare Salom on inquit: Regis m in i­
tatio sim ilis rugitui leonis, sicut autem ros in herba, sic et hila­
ritas eius b. Q uantum ig itu r est deponere te rro re m potentiae, p rae­
fe rre su au itatem gratiae! 13. B eneficium se p u ta b a t accepisse
augustae m em oriae Theodosius, cum ro g a re tu r ignoscere, et tunc
p ro p io r e ra t ueniae, cum fuisset conm otio m aio r iracundiae. Prae-
rogatiu a ignoscendi e ra t indignatum fuisse et o p ta b a tu r in eo,
quod in aliis tim eb atu r, u t irasc ere tu r. H oc e ra t rem edium reo­
rum , quoniam , cum h ab e ret su p ra om nes p o testatem , quasi p a­
ren s expostulare m aleb at quam quasi iudex pu n ire. Saepe tre ­
m entes uidim us, quos o biurgabat, et conuictos sceleris, cum
desperassent, solutos crim ine. V incere enim uolebat, non plectere,
a eq u itatis iudex, non poenae arb ite r, qui num q u am ueniam confi­
te n ti negaret; a u t si q u id esset, quod occulta conscientia inuolue-

12. a Prou 20, 6 (Sept.).


b Prou 19, 12 (Sept.).
IN MORTE DI TEODOSIO, 10-13 221

sono to rm en tati ogni giorno dalla v irtù dei m a r tir i20. Perciò cre­
do che le m inugia delle corde della cetra siano chiam ate fides,
p erch é anche m o rte em ettono il s u o n o 21. 11. Perciò bisogna che
ci sforziam o sem pre più, finché d u ra il n o stro im pegno in q u esta
vita, di non essere in g rati, m a, devoti ai figli del principe, di tri­
b u ta re loro il n o stro affetto sollecito e p aterno. R endete ai figli
ciò che dovete al p adre. O ra che è m orto, gli dovete di più di
quello che gli dovevate da vivo. In fa tti non senza grave colpa si
calpestano i d iritti dei m inori nel caso di figli d i privati: quanto
p iù grave sarà la colpa nel caso dei figli di u n im peratore!
12. E di quale im peratore! Di u n im p erato re pio, di u n im ­
p erato re m isericordioso, di u n im p era to re fedele, di cui n o n pic­
colo elogio h a fa tto la S c rittu ra dicendo: Grande e onorevole cosa
è un uom o m isericordioso; m a è difficile trovare un uom o fedele.
Se è u n a g ran cosa tro v are u n uom o qualsiasi m isericordioso e
fedele, q u an to p iù u n im p eratore, che il p o tere spinge a pu n ire,
m en tre la com passione tra ttie n e dal condannare! Che c'è di più
nobile della p ro b ità di u n im p erato re che non sia esaltato dalla
potenza, gonfiato dalla superbia, m a reso arrendevole dalla pietà?
Di lui splendidam ente dice Salom one: La m inaccia del re è sim i­
le al ruggito del leone, m a cosi anche il suo buon um ore è com e
la rugiada sull'erba. Quale dote è dunque rin u n ciare al te rro re
della potenza e m o stra re invece la dolcezza della bontà! 13. Teo­
dosio di au g u sta m em oria riteneva di aver ricev u to u n beneficio
quando gli si chiedeva di perd o n are, ed e ra più disposto al p e r­
dono qu an to p iù gran d e era sta ta l ’irritazione p ro v o cata dal­
l'ira. Un m otivo a favore del perdono era quello di essersi sde­
g n a to 22, e in lui si desiderava ciò che si tem eva negli altri,
cioè ch e si adirasse. Q uesto e ra u n o scam po p e r i colpevoli, che
cioè, disponendo del p o tere suprem o, p referiva rim p ro v erare com e
un p ad re p iu tto sto che p u n ire com e u n giudice. Spesso abbiam o
visto trem are quelli ch e egli investiva co n i suoi rim proveri e,
quando avevano p e rd u to ogni speranza perché convinti di colpa,
tro v arsi assolti dall'accusa. Voleva vincere, non colpire, quale
giudice secondo equità, no n quale a rb itro della pena, tale da non
rifiutare m ai il p erdono a chi confessava la p ro p ria colpa; oppu­
re, se c ’era qualche colpa nasco sta avvolta nel segreto della co-

20 C f. Ep., 77, 16.21 (M aur. 2 2 ), Marcellinae so ro ri: ...m artyrum m erita,


quorum opera etiam daem ones confitentur... D icit diabolus: « Sic torqueatur,
quem adm odum ipse a m artyribu s torquebatur, qui S piritu s Sancti deitatem
negaret »; e x t r a c o l l e c t ., 2, 3 (Maur. 6 1 ), Theodosio im p era to ri: ...ut uidere-
m us nostro tem pore, quod in scripturarum lectione miram ur, tantam in proe­
lii diuini auxilii fuisse praesentiam , u t nulli uertices m on tiu m aduentus tui
cursum retardarent, non hostilia arm a im pedim entum aliquod afferrent.
21 Fides, is è u n p r e s t i t o g r e c o d a σ φ ί δ η ; v e d i B oisacq , Dict. etym ., s u b
κ ίθ α ρ ις .
Ep. e x t r a c o l l e c t ., 11, 4 (Maur. 5 1 ), Theodosio im peratori·. ...sed
22 C f.
habes naturae im petum , quem s i quis lenire uelit, cito uertes ad m iseri­
cordiam.
222 DE OBITV THEODOSII, 1 3 -1 6

ret, deo seruab at. H anc uocem eius hom ines am plius qu am poe­
n am tim ebant, quod ta n ta im p era to r ageret uerecundia, u t m allet
sibi hom ines religione q u am tim o re adstringere. 14. M axim um
philoso p h o ru m in p u n itatem fe ru n t dedisse h is facinoribus, q u ae
p e r iram com m issa forent, sed sc rip tu ra d iu m a m elius ait: Irasci­
m in i et nolite peccare a. M aluit peccatum recid ere quam excusare.
S atis est in indignatione laudem clem entiae re p p erire quam ira
in ultio n em excitari.

15. Quis ergo d u b itab it filiis eius ap u d dom inum m axim


praesid iu m fore? Dom ino fauente A rcadius im p era to r iam uali-
dus iu u en ta est, H onorius continuo p u lsa t adulescentiae fores,
p ro u e ctio r aetate quam Iosias. Ille enim d e stitu tu s p a tre orsus
im periu m u sq u e a d tricesim um et p rim u m an n u m regni sui p er­
duxit aetatem et p lacu it dom ino, quoniam p ra e ceteris regibus
Isra h el dom ini pasch a celeb rau it et cerim oniarum aboleuit erro ­
res a. Asa quoque ad h u c inualidus corporis robore, cu m regnandi
cu rricu la recepisset, q u ad rag in ta annis regnauit in H ierusalem .
Qui, cum A ethiopum infinita u rg e re tu r a tq u e innum erabili m u ltitu ­
dine, sp erau it in dom ino et in paucis se posse saluari. V tinam
tam fidelis p rocessu quam exordio! N am seru atu s in paucis et
u ictor, p o stea a Syris auxilia relicto dom ino p o stu lau it et m edi­
cos ad h ib u it ad ped u m dolorem ; accepto enim ta n to indicio diurni
fauoris auxiliatorem suum non debuit derelinquere, sed tenere.
Ideo ei nec m edici p ro fu e ru n t et quasi incredulus m o rtem inple-
u i t b. 16. Sed illorum p atres Abias et Amos am bo in fid elesa. Theo­
dosius u ero plenus tim o ris dei, plenus m isericordiae, speram us,

14. a Ps4,5.
15. a Cf.4Reg 22, 23.
bCf. 3 Reg 15, 9-24; 2Chron 14,2 - 16,14.
16. a Cf.3Reg 15, 3; 4 Reg 21,21.
IN MORTE DI TEODOSIO, 1 3-16 223

scien z a23, ne dem andava il giudizio a Dio. Gli uom ini tem evano più
di u n a pena questo suo m odo di g iu d ic a re 24, che cioè l’im p erato re
agisse con tan to rig u ard o da voler legare a sé le persone col sen­
tim ento religioso p iu tto sto che col tim ore. 14. Dicono che il più
grande filosofo ab b ia concesso l’im p u n ità alle colpe com m esse
sotto l ’im pulso d e ll'ira 25; m a la S c rittu ra divina dice meglio:
Adiratevi, m a non co m m ettete peccati. E ssa h a p referito elim i­
nare il peccato dalle rad ici p iu tto sto che scusarlo. È sufficiente
ottenere, n ell’ira, l ’elogio d ’essere clem enti p iu tto sto che dall’ira
essere in d o tti alla vendetta.
15. Chi d u n q u e d u b iterà che i suoi figli troveranno pre
il Signore la p iù grande protezione? Con l'aiu to di Dio l'im pera­
to re Arcadio è nel vigore della giovinezza, Onorio sta p e r b a tte re
alle p o rte deH’ad o lescen za26, p iù avanti negli anni di G io sia27.
Questi, in fatti, rim asto orfano di padre, dopo essere salito al tro ­
no, a differenza di tu tti gli altri re d 'Israele celebrò la P asqua
del Signore ed elim inò il culto degli id o li28. Anche Asa, avendo
iniziato il suo regno quando non era ancora ro b u sto nel fisico,
regnò in G erusalem m e p e r q u a ra n t’anni. Egli, essendo incalzato
d a u n esercito d i E tio p i d ’u n incalcolabile num ero, sperò nel
Signore di p o tersi salvare anche essendo in pochi. M agari fosse
stato cosi fedele nel seguito com e all’inizio! Salvatosi infatti, p u r
con poche forze e riu scito vincitore, abbandonato il Signore,
successivam ente chiese aiuto ai Siri e ricorse ai m edici p e r un
dolore ai piedi. D opo aver ricevuto u n a prova cosi convincente
del favore divino, no n avrebbe dovuto abbandonare chi l'aveva
aiutato, m a tenerselo caro. Perciò i m edici non gli giovarono e
m ori com e uno ch e avesse p e rd u to la fe d e 29. 16. M a i loro padri
Abia e Amos furono en tra m b i in fe d e li30. Speriam o invece che
Teodosio, pieno com e fu di tim o r di Dio e di m isericordia, pro-

23 Conscientia non può essere che nominativo; altrim enti la colpa segre­
ta sarebbe di Teodosio.
24 II Coppa (op. cit., p. 861) interpreta u ocem nel senso di « fa m a » . Ho
preferito intendere la parola come m odo di « esprimersi », di « pronunciarsi ».
25 Cf. P lat., Leges, IX, 7-9. Il Faller (ed. cit., p. 378), citando tale passo
osserva: « minime plenam im punitatem dat Plato: cf. in primis 866D - 867C »
e prosegue: « Ceterum ex hoc loco (ferunt) apparet Platonem ipsum ab
Ambrosio lectum non esse ». La parte più im portante del brano di Platone è
la seguente (867B): Διό χαλεπ οί διορίζειν οί τω θ-υμω πρα χθέντες φόνοι,
πότερον έκουσίως αυτούς ή τινα ς ώς ακουσίους νομο·9·ετητέον, βέλτιστον
μήν καί ά λ η θ έσ τα το ν εις εικόνα μέν άμφω ·9·εϊναι, τεμεϊν δέ αύτώ χωρίς
τχί έπιβουλη και άπροβουλί?ο, καί τοϊς μέν μετ’έπιβουλής τε καί όργη κτεί-
νασι τάς τιμωρίας χαλεπω τέρας, τοϊς δέ άπροβουλεύτως τε καί έξαίφνης
πραοτέρας νομοθετεϊν.
26 Vedi sopra, par. 6, nota 13.
27 Giosia, quando sali al trono, aveva otto anni (4 Re 22, 1).
28 Vedi De ob. Val., 57.
29 Fu re di Giuda dal 913 all'873. Su lui vedi 3 Re 15, 9-24; 2 Par 14,1 -
16,14. La Scrittura vede nel ricorso ai m edici, anziché a Dio, una mancanza
di fede: « Neppure nell’inferm ità egli ricercò il Signore, ricorrendo solo ai
medici ».
30 Cf. 3 Re 15, 3; 4 Re 21, 21. La V ulgata ha, rispettivam ente, le forme
indeclinabili A biam e A m on. Abia regnò dal 915 al 913, Amon dal 642 al 640.
224 DE OBITV THEODOSII, 1 6 -1 9

quod liberis suis ap u d C h ristum p ra esu l ad sistat, si dom inus p ro ­


p itiu s sit reb u s hum anis. B onum est m isericors h o m o b, qui, dum
aliis subuenit, sibi consulit et in alieno rem edio u u ln e ra su a cu rat.
Agnoscit enim se esse hom inem , qui n o u it ignoscere, e t u ias C hri­
sti seq u itu r, qui ca m e su scepta m alu it in hu n c m un d u m redem p­
to r u en ire q uam iu d e x c.

17. Vnde p u lch re p salm ista dixit: Dilexi, quoniam au


d om inu s uocem orationis meae*. In quo psalm o, dum legitur,
u elu t ip su m Theodosium loquentem audiuim us. « Dilexi » in q u it;
agnosco uocem piam , cu iu s testim o n ia uocis agnosco. E t u ere
dilexit, qui officia diligentis inpleuit, qui seru au it hostes, qu i dile-
x it inim icos, qui his, a quibus est ap p etitu s, ignouit, qui regni
adfectato res p erire non passus est. Non m ediocris, sed p erfecti in
lege uox ista est dicere: « Dilexi »; p lenitudo enim legis dilectio
e s t b. Sed qu id dilexerit, audiam us. Cum ta c e tu r genus dilectionis,
u tiq u e diuinae ca rita tis g ra tia significatur, q u a diligim us illud,
quod est su p er om nia desiderabilia d e sid e ra b ile c, de q u o scriptum
est: Diliges d o m in u m d eu m tu u m d. 18. E rgo discedens e te rris
p ia an im a et sancto rep leta sp iritu quasi in terro g an tib u s his, qui
sibi occu rreren t, cu m sese ad sublim ia et su p ern a subrigeret, dice­
b at: « Dilexi ». N ihil h oc plenius, nihil expressius. In terro g ab a n t
angeli uel archangeli: « Quid egisti in te rris? » — occultorum enim
solus co g n ito r d eu s a — ; dicebat: « Dilexi ». H oc est dicere: legem
in p le u ib, euangelium non p ra e te riu ic; hoc est dicere: m o rti m e
obtuli et to ta die aestim atu s sum sicut ouis o cc isio n isd et ideo
confido, quia neque m o rs neque uita neque angeli neque uirtutes
neque altitudo neque p ro fu n d u m neque creatura alia p o terit nos
separare a caritate dei, quae est in C hristo Ie su dom ino n o s tr o e.
19. H oc m an d atu m legis etiam in euangelio dom inus Iesus docet
esse seruandum , cum dicit ad P etrum : S im o n Iohannis, diligis
me? E t ille resp o n d it: T u scis, dom ine, quia diligo te. E t iteru m
dixit: S im o n Iohannis, diligis me? E t iteru m respondit: E tiam ,
dom ine, tu scis, quia diligo te. E t tertio in terro g a tu s ait: Domine,
o m nia tu scis, tu nosti, quia am o t e a. C onfirm auit itaq u e caritatem
trin a responsio uel aboleuit trin a e negationis errorem . E t hic
trin a m responsionem si q uaerim us, inuenim us: Dilexi, quoniam
a udiet dom inus uocem orationis m e a e h, dilexi, quoniam inclinauit

b Cf. Prou 11, 17.


c Cf. Io 3, 17; 12, 47.
17. * Ps 114, 1*.
b Rom 13, 10*.
c Cf. Prou 8, 11.
d Deut 6, 5 (Mt 22, 37).
18. « Cf. Dan 13, 42.
b Cf. Rom 13, 8.
c Cf. Deut 26, 13.
d Cf. Rom 8, 36.
e Rom 8, 38.
19. a Io 21, 15-17*.
b Ps 114, 1*.
IN MORTE DI TEODOSIO, 1 6 -1 9 225

tegga i suoi figli in tercedendo p e r loro p resso Cristo, p e r o tte­


n ere che il Signore sia propizio alle vicende um ane. B uona cosa
è u n uom o m isericordioso che, m en tre a iu ta gli altri, provvede a
se stesso e, m edicando gli altri, cu ra le p ro p rie ferite. Chi sa p e r­
donare, riconosce di essere uom o e segue l'esem pio d i C risto
che, assu n to u n corpo, p referì venire in questo m ondo redentore
p iu tto sto ch e giudice.
17. P erciò o p p o rtu n am e n te h a d e tto il salm ista: Ho am
il Signore poiché ascolterà la voce della m ia preghiera. D urante
la le ttu ra di questo salm o ci sem brava che a p a rla re fosse lo
stesso Teodosio. « H o am ato », dice. R iconosco la sua voce di cui
riconosco le afferm azioni. E h a veram ente am ato, p erch é h a adem ­
p iuto i doveri di uno che am a, h a risp arm ia to i nem ici, h a voluto
b ene agli avversari, h a p erd o n ato a coloro ch e gli avevano teso
insidie, non h a p erm esso che fossero uccisi coloro che aspiravano
al trono. È di u n uom o non m ediocre, m a p erfetto n ell’osservan­
za della Legge q u esta voce che può dire: « H o am ato ». In fa tti la
pienezza della Legge è l'amore. M a sentiam o che cosa h a am ato.
Q uando no n si p recisa di quale am ore si tra tti, si indica senza
d ubbio il dono deH 'am ore divino, m ediante il q uale am iam o ciò
che è desiderabile so p ra tu tte le cose desiderabili, d i cui sta
scritto : A m erai il Signore Dio tuo. 18. P artendo, dunque, da
q u esta te rra quell’an im a p ia e piena di S p irito Santo, a coloro
che le venivano in co n tro com e p e r interrogarla, m en tre si levava
in alto verso le regioni superne, rispondeva: « Ho am ato ». Non
c ’è nulla di p iù com pleto, n u lla di più significativo. Gli chiedeva­
no gli angeli e gli arcangeli: « Che cosa hai fa tto sulla te rra ? »
— solo Dio conosce i segreti del n o stro anim o —; rispondeva:
« Ho am ato ». Ciò equivale a dire: ho osservato la Legge, non ho
trasc u rato il Vangelo; ciò equivale a dire: m i sono offerto alla
m orte e p e r tu tto il giorno sono stato considerato com e la pecora
da sgozzare e p erciò confido che né m o rte né vita né angeli né
v irtù né altezza né p ro fo n d ità né alcun'altra creatura potrà sepa­
rarci dall’am ore d i Dio, che è in C risto nostro S ig n o re 31. 19. An­
che nel Vangelo il Signore Gesù insegna che questo com anda­
m ento deve essere osservato, quando dice a P ietro: Sim one, figlio
di Giovanni, m i a m i tu? E quello risponde: T u sai, Signore, che
ti amo. E di nuovo gli chiese: Sim one, figlio di Giovanni, m i am i
tu? E p e r la seconda v o lta rispose: Certo, Signore, tu sai che ti
amo. E in terro g ato u n a terza volta, rispose: Signore, tu sai tutto,
tu sai che ti amo. U na triplice risp o sta conferm ò d unque l ’am o­
re e cancellò la co lp a della triplice negazione. E se cerchiam o
qui u n a trip lic e risp o sta, troviam o: H o am ato il Signore, perché
ascolterà la voce della m ia preghiera; lo ho am ato, p erch é ha
rivolto il suo orecchio verso di m e, affinché nei m iei giorni io lo

C f. O r ig ., In Rom . fragm ., 8, 38 (C r a m e r , p. 156, 20-33).


226 DE OBITV THEODOSII, 1 9 -2 2

aurem suam m ihi, u t in diebus m eis inuocarem e u m c, dilexi, q u ia


tribulationem et dolorem inueni et p ro nom ine dei m ei pericula
in fe r n iA no n refugi, sed expectaui, u t co n p reh en d ere et inuenire
m e possent.
20. E t p u lch re ait: « Dilexi », q uia iam cu rsu m u itae hu
inpleuerat. Vnde et apostolus in passione iam positus ait: Certa­
m en bo n u m certaui, cu rsum consum m aui, fidem seruaui; quod
reliquum est, reposita est m ih i corona iu s titia e a. M agnus dom i­
nus, qui nobis dedit certam ina, quibus m ere atu r, qui u icerit, coro­
nari. Dilexi, inquit, confidens, quoniam audiet dom inus uocem
orationis m e a e b. 21. Dilexi, et ideo inclinauit aurem suam m ihi*,
u t iacentem erigeret, m o rtu u m resu scitaret. N on enim deus incli­
n a t au rem suam , u t au d iat co rp o raliter, sed u t condescendat no­
bis, quo nos au d ire d ig n etu r et infirm itates n o strae re le u are
su bstan tiae. In clin at se nobis, u t n o stra ad eum ascendat oratio.
Voce no n indiget, qui m isericordiam defert; neque enim uoce
indiguit, qui M oysen tacentem au d iu it et non loquentem , sed
interp ellan tem gem itibus in effa b ilib u sb ad se clam are d ic e b a tc.
N ouit deus et sanguinem audire, cui n u lla uox subest, lingua non
suppetit, sed accepit uocem sacrae titu lo passionis d. C lam auit in
m a rty rio e, clam auit in parricidio, quod p e rtu lit p ro sacrificio.
22. « Dilexi », in quit, et ideo diligens feci u o lu n tatem d o m in ia et
« inuocaui » b eum no n in paucis, sed in « om nibus diebus u itae
m eae » c. N am certis diebus inuocare, non om nibus fastidientis
est, non sp eran tis, et p ro u su adfluentium com m odorum m erce-
dem g ra tia ru m re ferre non p ro deuotionis adfectu. E t ideo Pau­
lus: In om nibus, in quit, gratias a g ite d. Q uando enim non habes,
quod deo d e b e a s e, a u t q u an d o sine dei m u n ere es, cui co ttid ie
uiuend i u sus a dom ino est? Quid enim habes, quod non accepi­
sti? E. E rgo q u ia sem p er accipis, sem per inuoca, et quia, quod
habes, a dom ino est, d eb itorem te sem per esse cognosce. Malo
tam en, u t quasi diligens q uam coactus debitum tuum soluas.

■= Ps 114, 2.
d Ps 114, 3.
20. a 2 Tim 4, 7-8.
*> Ps 114, 1*.
21. a Ps 114, 2.
b Rom 8, 26*.
c Cf. Ex 14, 13-15.
d Cf. Gen 4, 10.
e Cf. Apoc 6, 9-11.
22. a Cf. Mt 7, 21.
b Cf. Ps 114, 2.4.
c Cf. Ps 26, 4.
d 1 Thess 5, 18.
<= Cf. 1 Cor 4, 7.
t 1 Cor 4, 7.
IN MORTE DI TEODOSIO, 19-22 227

invocassi; lo ho am ato, p erch é ho incontrato tribolazione e dolo­


re e in d ifesa d el nom e del m io Dio non sono fuggito davanti alle
insidie d ell’inferno, m a ho atteso che p otessero so rp ren d erm i e
c attu rarm i.
20. E dice bene: « Ho am ato », perché orm ai aveva com pi
il corso di q u e sta vita. P erciò anche l'Apostolo, trovandosi già
p rossim o al m a r tir io 32, dice: H o com battuto la buona battaglia,
ho term inato la corsa, ho conservato la fede; quanto al resto,
m i attende la corona di giustizia. G rande è il Signore, che ci h a
offerto le battaglie, perché, ch i le vince, p ossa m e rita re la corona.
H o am ato, dice, fiducioso che il Signore ascolterà la voce della
m ia preghiera. 21. H o am ato, e perciò ha rivolto il suo orecchio
verso di m e p e r sollevare chi giaceva, p e r risu sc ita re u n m orto.
Dio, in fatti, no n porge il suo orecchio p e r ascoltare fisicam ente,
m a p e r ab b assarsi al n o stro livello e in tal m odo d eg n arsi di
d arci ascolto e re care sollievo alle debolezze della n o stra n atu ra.
Si piega verso di noi, p erché la n o stra p reg h iera salga verso di
Lui. N on h a bisogno di p aro le chi concede la su a m isericordia;
non ebbe, in fatti, bisogno d i p aro le chi ascoltò M osè silenzioso e
m uto, m a disse c h ’egli gridava verso d i Lui supplicandolo con ge­
m iti in en a rra b ili3Ì. Dio è in grado di ascoltare anche il sangue,
che no n h a voce, no n dispone di lingua, m a h a ricevuto la voce
p e r effetto della san ta passione. Il sangue h a g ridato nel m a rti­
rio, h a g rid ato nel fratricid io subito da Abele a guisa d i sacri­
ficio M. 22. « H o am ato », dice, e perciò h o fa tto scrupolosam ente
la volontà del Signore e l'ho « invocato » non in pochi, m a in tu tti
i giorni della m ia vita. In fa tti, p reg are in giorni determ inati, non
in tu tti, è di chi n e h a fastidio, non d i ch i spera, e cosi il ren ­
dere grazie a tito lo di ricom pensa p e r l'u tilità degli abbondanti
benefici ricevuti, n on p e r u n sentim ento d i devozione. E perciò
Paolo: I n tu tte le cose, dice, rendete grazie. Q uando hai qualcosa
che tu no n deb b a a Dio o quando sei p riv o dei suoi doni, se ogni
giorno il godim ento della vita ti è concesso dal Signore? Che hai,
infatti, che tu non abbia ricevuto? D unque, siccom e ricevi sem ­
pre, invocalo sem pre, e siccom e ciò che h ai ti viene d a l Signore,
riconosciti sem pre suo debitore. P referirei tu tta v ia ch e tu p a­
gassi il tuo d eb ito p e r am ore, non p e r forza.

32 Le lettere a T im oteo fu ron o sc r itte tra la fine d ella p rim a d eten zion e
di P aolo a R om a (63) e l ’in izio della secon d a (66-67).
μ Cf. O r ig ., In Exod. hom ., 5, 4 ( B a e h r e n s , p . 189, 10-20): S ed interim
clam at M oyses ad Dominum. Q uom odo cla m a t? N ulla eius uox clam oris
au ditu r et tam en d icit ad eum Deus: « Quid clam as ad m e? ». V elim scire
quom odo sancti sine uoce clam ant ad Dominum . A postolus docet, quia
« d ed it Deus S piritu m filii sui in cordibus n o stris clam antem “A bba pater" ».
E t addit: « Ipse S piritu s interpellat pro n obis gem itibu s inenarrabilibus ».
E t iterum : « Qui autem scru tatu r corda, sc it qu id desid eret S piritu s, quia
secundum Deum postu lat pro san ctis ». Sic ergo, in terpellante S p iritu sancto
apud Deum, p er silentium sanctorum clam or auditur.
3* Il Coppa (op. cit., p . 865) traduce « a ca u sa dei sacrificio », co n evi­
d en te riferim en to a G en 4, 3-5.
228 DE OBITV THEODOSII, 2 3 -2 6

23. Audis dicentem : « C ircum dederunt m e dolores m o r tis a,


ego tam en et in m o rtis dolore dom inum "dilexi". Pericula inferni
in u en eru n t m e b, n on tim en tem utique, sed am antem , sed sp eran ­
tem , quod nullae m e angustiae, n u lla persecutio, nulla pericula,
n ullus gladius sep a rat a C hristo » c. D enique uolens in u en it tribu­
lationem et dolorem d, sciens, q uia tribulatio patientiam operatur,
patientia probationem , probatio s p e m e. E tenim qu asi bonus athle­
ta quaesiuit certam ina, u t coronam inueniret, quam tam en non
suis uirib u s, sed dom ini auxilio n o u it sibi esse do n atam . N on
enim p o tu isset uincere, nisi eum , qui certan tes adiuuat, inuocasset.
24. M iser hom o congreditur, u t uincat, e t ipse in periculum
ru it, nisi dom ini nom en ad fu erit, nisi, cum u e re tu r, o ra u erit
dicens: O dom ine, libera anim am m e a m a. H inc illud apostoli-
cum : V ideo legem carnis m eae repugnantem legi m en tis meae
et captiuantem m e in legem peccati, quod est in m e m b ris meis.
In fe lix ego hom o! Quis m e liberabit de corpore m ortis h u iu s?
Gratia dei p er Ie su m C h ristum d o m in u m n o s tr u m b. 25. Ille uin-
cit, qui g ratiam dei sp erat, non qui « de sua u irtu te p ra esu m it » a.
C ur enim non p raesu m as gratiam , cum habeas p raesulem certa­
m inis m isericordem ? M isericors enim et iu stu s dom inus et deus
noster m is e r e tu r b. Bis m isericordiam posuit, sem el iu stitiam ; in
m edio iu stitia est gem ino septo inclusa m isericordiae; superabun-
d a n t en im peccata, su p erab u n d et ergo m ise ric o rd ia 0. A pud dom i­
n u m om nium u irtu tu m ab u n d a n tia est, quia dom inus u ir tu tu m d
est, neque tam en iu s titia sine m isericordia est neque sine m isera­
tione iustitia, q u ia scrip tu m est: N oli esse n im iu m iu s tu s e. Quod
su p ra m en su ram est, nocet; etsi bonum est, tam en tu non sustines.
M ensuram serua, u t secundum m en su ram re c ip ia s f. 26. N on in-
p ed it tam en iu stitia m isericordiam , quia m isericordia ipsa iu stitia

23. » Ps 114, 3.
b Ps 114, 3.
c Cf. Rom 8, 35.
d Ps 114, 3.
e Rom 5, 3-4.
24. a p s 114, 4.
» Rom 7, 23-25.
25. a Cf. Iud 16.
b Ps 114, 5*.
c Cf. Rom 5, 20.
d Ps 23, 10 et passim .
e Eccle 7, 17*.
f Cf. Mt 7, 2; Eph 4, 7.
IN MORTE DI TEODOSIO, 2 3 -2 6 229

23. Lo senti dire: « M i hanno circondato dolori di m orte,


m a io anche nel dolore della m o rte ho am ato il Signore. Le insi­
die dell'inferno m i hanno raggiunto, m en tre non avevo p au ra,
m a am avo, m a speravo ch e nessuna difficoltà, n essu n a persecu­
zione, nessu n pericolo, n essu n a spada sarebbe in grado di sepa­
ra rm i da C risto ». Quindi deliberatam ente h a trovato la tribo­
lazione e il dolore, sapendo che la tribolazione produce pazienza,
la pazienza virtù provata, la v irtù provata speranza. Come u n
buon atleta, h a affro n tato le g a r e 35 p e r o tten ere la corona, ben
sapendo tu tta v ia che q uesto è u n prem io che si raggiunge non
con le p ro p rie forze, m a con l’aiu to del Signore. N on avrebbe,
infatti, p o tu to vincere, se non avesse invocato Colui che aiu ta
quelli che affrontano la lo tta p e r vincere.
24. L'uom o, n ella sua m iseria, affronta l’avversario e si p re­
cipita d a sé nel pericolo, se non lo assistesse il nom e del Signo­
re; se, preso dallo spavento, non pregasse dicendo: Signore, libe­
ra la m ia anima. Di qui la confessione dell’Apostolo: Vedo la legge
della carne che contrasta con la legge della m ia m e n te e m i rende
schiavo della legge del peccato, che è nelle m ie m em bra. O m e
infelice! Chi m i libererà da questo corpo di m orte? La grazia di
Dio m ediante Gesù Cristo nostro Signore. 25. Vince colui che
sp era nella grazia del Signore, non colui che p re su m e della p ro ­
p ria virtù. P erché n on dovresti contare sulla grazia, dal m om ento
che nella g ara hai u n giudice pieno di com prensione? M isericor­
dioso, in fatti, e giusto è il Signore e il nostro Dio è pieno di
m isericordia. Due volte h a p arla to di m isericordia, u n a volta di
giustizia; la giustizia, nel mezzo, è chiusa d a u n d o p p io recinto
d i m isericordia. S ovrabbondano i peccati, sovrabbondi dunque
la m isericordia. Nel Signore c’è abbondanza di tu tte le virtù,
perché è il Signore delle virtù, e tu tta v ia la giustizia non è senza
la m isericordia né senza com passione la giustizia, p erch é sta
scritto : Non essere tro p p o giusto. Ciò che sorpassa la giusta m i­
sura, nuoce; anche se è u n bene, tu non lo s o p p o rti36. O sserva la
g iusta m isu ra p e r ricevere nella ste ssa m isura. 26. La giustizia
tu tta v ia non o staco la la m isericordia, perché anche la m isericor­
dia è giustizia. H a d istrib u ito con larghezza, ha dato ai poveri,

35 Paragone ispirato da san Paolo, frequente in Ambrogio: cf. E xam . VI,


1; E xp. eu. Lue., IV, 37; In t. Io b et Dau., II, 3, 7.
3« Cf. Orig., D e prine., II, 11, 7, 107 (K oetschau, p. 192, 3-14): S ic u t
e n im in hac nostra uita corporea p rim o in hoc ipsum , q u o d su m u s, corpo­
raliter crescim us, in p rim a aetate cibo ru m sufficien tia n o b is increm enta
praestante, postea uero quam crescendi ad m en su ra m su i fu e r it expleta
proceritas, u tim u r cibis iam no n u t crescam us, sed u t u iu a m u s et conserue-
m u r in uita p er escas: ita arb itro r et m e n te m etia m cu m iam u en erit ad
p erfectu m , uesci tam en et u ti p ropriis et co n p ete n tib u s cibis cu m ea m en su ­
ra cui neque deesse aliquid debeat n eque abundare. In o m n ib u s a u tem cibus
hic intellegendus e st theoria et in tellectu s dei habens m ensuras proprias et
con p etentes huic naturae, quae fa cta est e t creata; quas m en su ra s singulos
q uosque incipientium « uidere d eu m », id est intellegere per « p u rita te m cor­
d is » co n p etit obseruare. Cf. anche E p ., 1, 6 (Maur. 7): Iu s to est a u te m m e n ­
su ra sapientiae, quae s i supra m en su ra m sit, nocet, quia scrip tu m est: « N oli
esse m u ltu m sapiens ».
230 DE OBITV THEODOSII, 2 6 -2 8

est. D ispersit, ded it pauperibus, iustitia eius m anet in aeternum a.


N ouit enim iu stu s d eb ere se infirm ibus atq u e inopibus subuenire.
Vnde dom inus u eniens ad baptism um , u t nobis infirm antibus pec­
ca ta d o n aret, ait a d Iohannem : Sine m odo; sic enim decet nos
inplere om n em iu s titia m b. L iquet ig itu r iu stitiam esse m isericor­
diam et m iserico rd iam esse iustitiam . E te n im s i d e i nos m isericor­
dia non su sten tare t, quom odo in ipso exordio p aru u li uiuerem us,
cum effusi u te ro de calidis in frigida, de um idis in arid a piscium
m o re iactem ur, quos n aufragos in h an c u itam quidam n a tu ra e
fluctus expuerit? R atio deest, sed g ra tia diurna non deficit. Ipse
ergo « cu sto d it p aru u lo s » a u t certe eos, qui se p aruulos hum ili
confiten tu r adfectu.

27. B ona ig itu r hum ilitas, quae lib era t p ericlitantes, iac
tes erigit. N ouit eam ille, qui dixit: E cce su m ego; peccaui et ego
pastor m ale feci, et isti in hoc grege quid fecerunt? Fiat m anus
tua in m e a. Bene hoc dicit, qui regnum suum deo subiecit e t pae-
n iten tiam gessit et peccatum suum confessus ueniam p o stu lau it.
Ip se p e r h u m ilitatem p eru en it ad salutem . H um iliauit se C hristus,
u t om nes eleuaret. Ip se ad C hristi p eru en it requiem , qui hum ili­
ta te m fu e rit C hristi secutus. 28. E t ideo, q u ia hum ilem se p ra e ­
b u it Theodosius im p e ra to r et, u b i peccatum obrepsit, ueniam
postulau it, conuersa est anim a eius in requiem suam , sicut h ab e t
scrip tu ra, quae dicit: C onuertere, anim a mea, in requiem tuam ,
quia d o m in u s benefecit m i h i a. P ulchre dicit anim ae « co n u ertere »
quasi d iu tu rn o cu rsu u sq u e exercitae, u t a lab o re c o n u e rta tu r ad
requiem . C o n u ertitu r equus ad stabulum , u b i cu rsu m inpleuerit,
nauis ad p o rtu m , u b i a d stationem fidam a fluctuum m ole sub­
d ucitur. Sed q uid est, quod ait ad requiem tuam , nisi secundum
illud intellegas, q u o d ait dom inus Iesus: Venite, benedicti patris
m ei, hereditate possidete pa ra tu m uobis regnum a constitutione
m u n d ih? T am quam enim possessionem h ered itariam recipim us,
quae p ro m issa eu n t nobis; fidelis enim d e u s c, q u i sem el seruis

26. a Ps 111, 9*.


b Mt 3, 15.
= Cf. Ps 114, 6.
27. * 2 Reg 24, 17 (Sept.).
28. a p s 114, 7*.
b Mt 25, 34.*
c 1 Cor 1, 9 ei passim .
IN MORTE DI TEODOSIO, 2 6 -2 8 231

la sua giustizia dura in eterno. Il giusto sa che deve aiu tare i


d e b o li37 e i bisognosi. Perciò il Signore, andando al b attesim o p er
concedere il p erdono dei peccati a noi che eravam o privi di fo r­
za, dice a Giovanni: Lascia stare p er ora; conviene in fa tti che noi
adem piam o cosi ogni giustizia. È chiaro, dunque, che la giustizia
è m isericordia e la m isericordia giustizia. Se in fatti non ci soste­
nesse la m iserico rd ia di Dio, com e p o trem m o vivere, poveri pic­
coli, al m om ento stesso della n o stra nascita, quando espulsi dal
grem bo m atern o veniam o g ettati dal caldo al freddo, dall’um ido
a ll'a sc iu tto 38 a guisa di pesci che u n ’onda m isterio sa della n a tu ­
ra abb ia scagliato in q u esta vita? La ragione non ci soccorre, m a
la grazia divina no n viene m eno. Dio stesso, dunque, « protegge
i piccoli » o alm eno quelli che con sentim ento di u m iltà si rico­
noscono tali.
27. È u n a b ella v irtù l ’u m iltà, perché salva chi si tro v a
pericolo, solleva chi è a te rra . La conosce chi dice: Ecco, sono
io che ho peccato, sono io, il pastore, che ho agito in m odo ini­
quo; m a questi in questo gregge che cosa hanno fatto? La tua
m ano si levi contro di me. P arla con ragione in tal m odo chi sotto­
pose il suo regno a Dio, fece penitenza e, confessando il p ro p rio
peccato, chiese perdono. Egli con il suo a tto di u m iltà giunse
alla salvezza. C risto si um iliò p e r innalzare tu tti gli uom ini. Egli
giunse alla pace di C risto, p erch é aveva im itato l’u m iltà di Cri­
s t o 39. 28. P er tale m otivo, poiché l’im p erato re Teodosio si com ­
p o rtò con u m iltà e, quando si insinuò in lui il peccato, chiese p er­
d o n o 40, la sua an im a è to rn a ta al suo riposo, com e afferm a la
S crittu ra, dicendo: R itorna, anim a mia, al tuo riposo, perché il
Signore m i ha concesso i suoi benefici. O pportunam ente dice all’a-
nim a « rito rn a », com e a quella che si è affaticata senza tregua
in u n a lunga c o r s a 41, affinché dalla fatica rito rn i al riposo. Il
cavallo rito rn a alla stalla quando h a finito di correre, la nave ri­
to rn a al p o rto quando, rip aran d o in u n approdo sicuro, viene sot­
tr a tta agli enorm i cavalloni. M a quale significato hanno le p aro le
al tuo riposo, se n on le riferisci a ciò che dice il Signore Gesù:
V enite, o b en ed etti del Padre mio, ricevete in eredità il regno
preparato p er voi dalla creazione del m o n d o ? In fa tti riceviam o
com e in ered ità i b en i che ci sono sta ti prom essi. Fedele, in fatti,
37 Per in firm ib u s da infirm is, vedi In t. Io b et Dau., IV, 6, 22; E xp. eu.
Lue., II, 41; IV, 6; inoltre Opera om nia, 4, p. 177, nota 1.
m Cf. P hilo, De opif. m und i, 57, 161 (Cohn-Wendland, I, 56, 9-14): παρό
καί ά νακ λαίεται τό βρέφος άποκυηθ'έν, ά λ γ ή σ α ν ώς είκός τ -Q περιφύξει· έκ
γάρ 8-ερμοτάτου καί πυρωδεστάτου χωρίου τοΰ κατά τ ή ν μήτραν, φ πολύν
χρόνον ένδιητήφ η, προελθόν έξαπιναίω ς εις άέρα, ψυχρόν καί ά σ υνή θη
τόπον, έπλήχθ·η καί τη ς όδύνης καί τοΰ δυσχεραίνειν άλγεδόνι τ ά κ λα ύμα τα
δείγμα παρέσχεν έναργέστατον.
39 II Coppa (op. cit., ρ. 868) dà valore gnomico alla frase. Io intenderei
1’ipse riferito a Davide che, a n te littera m , aveva im itato l’um iltà di Cristo.
4° Chiaro riferim ento alla penitenza per la strage di Tessalonica del 390.
Vedi Palanque, op. cit., pp. 245-250, D udden, op. cit., II, pp. 388-391, che ridi­
mensionano i dati tradizionali. Sulla forma della penitenza, vedi, rispettiva­
mente, p. 247 e pp. 390-391; le conclusioni, però non sono del tutto concordi.
41 Cf. Verg., Georg., III, 529-530: a tq u e exercita cursu / flum ina.
232 DE OBITV THEODOSII 2 8 -3 0

suis p ra e p a ra ta no n su b trah it. Si fides n o stra m aneat, m an et et


sponsio.
29. Vide, o hom o, circa te gratiam C hristi: adhuc in te
q u ateris et in caelo possides! Ib i ergo sit cor tuum , u b i possessio
t u a a. H aec est requies, quae iu stis d ebetur, n eg a tu r indignis.
V nde ait dom inus: S ic u t iuraui in ira mea: si in tro ib u n t in requiem
m e a m b. Q ui enim non cognouerunt uias d o m in i', n o n ingrediun­
tu r in req u iem dom ini. Qui au tem « bonum certam en c e rtau it »
e t « cu rsu m consum m auit » d, ipsi dicitur: C onuertere in rèquiem
tu a m e. B ona req u ies p ra e te rire , quae m undi sunt, et in illis, quae
su p ra m u n d u m sunt, caelestium co n so rtiis requiescere secretorum .
H aec est requies, ad q u am p ro p h e ta p ro p e ra u it dicens: Quis dabit
m ih i pennas sicu t colum bae, et uolabo et req u iesca m ? f. H anc
sanctu s req u iem suam nouit, ad h an c requiem con u erten d u m
anim ae suae dicit. E ra t ergo anim a in re q u ie sua, a d quam d icit
esse redeundum . H aec est requies sab b ati m agni, u t unusquisque
san cto ru m su p ra m u n d i sensibilia sit in illo intellegibili secreto
to tu s in ten tu s atq u e ad h aerens d e o E. H aec e s t illa requies sabba­
ti, quo re q u ieu it deus ab om nibus operibus m undi istius h.

30. F eriatu s his saeculi cu ris T heodosius « e rep tu m » a esse


se gaudet et eleuans anim am suam a d illam p erp etu am dirigit
requiem p u lch re sibi co n su ltu m adserens, quod « erip u e rit a
m o rte anim am eius » b deus, qu am m o rtem freq u en ter in hoc sae­
culi istius lu b rico su stinebat, inquietus fluctibus peccatorum , eri­
p u e rit etiam « oculos eius a lacrim is » c. Fugit enim dolor et
tristitia et g em itu s d. E t alibi habem us: D elebit o m n em lacrim am
ab oculis eorum et m ors non erit am plius neque luctus neque clam or
neque d o lo r e. Si ergo m ors non erit, lapsum sen tire non p o terit
in illa req u ie co n stitu tu s, sed placebit deo in regione u iu o r u m f.
N on enim , u t hic hom o in uolutus est « m o rtis c o rp o re » g obnoxio
lapsibus atq u e delictis, ita et illic. Ideoque regio illa u iu o ru m est,
u b i anim a est, quae « ad im aginem et sim ilitudinem » h dei fa c ta

29. a Cf. Mt 6, 21.


b Ps 94, 11* (Hebr 4, 3).
c Cf. ibid.
d Cf. 2 Tim 4, 7.
e Ps 114, 7.
f Ps 54, 7.
s Cf. Ps 72, 28 et sim.
h Cf. Gen 2, 2.
30. a Cf. Ps 114, 8.
b Ibid.
c Ibid.
d Is 35, 10 et 51, 11 (Sept.).
e Apoc 21, 4*.
f Ps 114. 9
e Cf. Rom 7, 24.
h Cf. Gen 1, 26-27.
IN MORTE DI TEODOSIO, 2 8 -3 0 233

è Dio, che no n toglie ciò che u n a volta h a p re p ara to p e r i suoi


servi. Se la n o s tra fede p ersiste, p ersiste anche la prom essa.
29. G uarda, uom o, com e ti circonda la grazia di C risto: sei
ancora sb attu to tr a le avversità di questo m ondo, e già possiedi
in cielo! Là sia d u nque il tuo cuore, dove stan n o i tuoi possedi­
m enti. Q uesto è il rip o so 'dovuto ai giusti, negato agli ingiusti.
Perciò il Signore dice: C om e ho giurato nel m io sdegno, se m ai
en trera n n o 42 nel m io riposo. Coloro che non hanno conosciuto le
vie del Signore n o n e n tre ran n o nel riposo del Signore. A colui
invece che « h a co m b attu to la b u o n a b attag lia e h a te rm in a to la
corsa » si dice: R ito rn a nel tuo riposo. È riposo risto ra to re non
curare le cose del m ondo e cercare la pace in quelle che stanno
so p ra il m ondo, p arte cip an d o ai segreti celesti. Q uesto è il riposo
verso il quale si affrettava il p ro feta dicendo: Chi m i darà le
penne com e di colom ba e volerò e troverò riposo? Il san to cono­
sce questo suo rip o so e alla sua anim a dice che a tale riposo deve
fa re rito rn o . L’anim a, dunque, stava già nel su o riposo, al quale
dice che deve rito rn are. Q uesto è il riposo del grande sabato, che
cioè ciascuno dei santi, al di so p ra delle cose sensibili del m on­
do, sia tu tto riv o lto a q u el segreto sp iritu ale e in tim am e n te u nito
a Dio. Q uesto è il riposo del sabato, con il quale Dio si riposò d a
tu tte le opere p e r la creazione del m ondo.
30. A riposo d alle preoccupazioni di qu esto m ondo, Teodo­
sio è lieto di essere stato ad esse so ttra tto e, m en tre eleva la sua
anim a, la rivolge a q u ell’e tern a pace, afferm ando di av er avuto
u n a so rte invidiabile, p erché Dio « h a so ttra tto alla m o rte la sua
anim a », m o rte che spesso affrontava nei pericoli di questo m on­
do, senza tro v are tra n q u illità in mezzo ai flutti dei suoi peccati,
e h a lib erato « i suoi occhi dalle lacrim e ». Svanisce, infatti, dolo­
re, tristezza e pianto. E in u n altro luogo troviam o: Tergerà ogni
lacrim a dai loro occhi e non ci sarà più m orte né lu tto né pianto
né dolore. Se d u n q u e n on ci sarà p iù m orte, p o sto in qu ella pace
non p o trà p iù su b ire cad u te, m a p iace rà a Dio nella terra dei vi­
venti. In fa tti lassù l ’uom o non si tro v a avvolto com e quaggiù in
u n « corpo di m o rte » soggetto alle ca d u te e alle colpe. Perciò
quella è la te rra dei viventi, dove sta l ’anim a, che è sta ta creata
« ad im m agine e som iglianza » di Dio, non la c a rn e p lasm ata « con
la polvere del terren o » 43. Perciò la carne rito rn a te rra , m en tre

« Noua Vulgata: non introibu n t in requiem meam.


43 Cf. O rig ., De princ., I l i , 6 , 1 ( K o et sc ha u , p p . 280, 5 - 2 8 2 ,6 ) : Sed hoc
non tam ipsorum inuentum , quam ex diuinis libris ab eis adsum ptu m puto...
( p . 280, 5-6). Postea autem liberabitu r de seru itu te corruptionis, quando rece­
p e rit gloriam filii dei, e t deus fu erit om nia in om nibus ( p . 282, 5-6).
234 DE OBITV THEODOSII, 3 0 -3 6

est, non caro figurata « de lim o » *. Ideo caro in te rra m re u e rtitu r,


anim a ad requiem festin at supernam , cui dicitur: Conuertere, ani­
m a mea, in requiem tuam '. 31. In quam festin au it in tra re Theo­
dosius atq u e ingredi ciu itatem H ierusalem , de q u a dictum est:
E t reges terrae fere n t gloriam suam in illa m a. Illa est u e ra gloria,
quae ibi su m itu r, illud regnum beatissim um , quod ibi possidetur,
ad quod fe stin ab at apostolus dicens: AudemUs ergo et consentim us
magis peregrinari de corpore et adesse ad dom inum . E t ideo coni­
tim u r siue absentes siue praesentes placere i l li b. 32. Absolutus
ig itu r dubio certam in u m fru itu r n u n c augustae m em oriae Theo­
dosius luce p erp etu a, tran q u illita te diu tu rn a, et p ro his, quae in
hoc gessit corpore, rem u nerationis diuinae fru ctib u s g ratu latu r.
E rgo quia dilexit au gustae m em oriae Theodosius dom inum deum
suum , m eru it san cto ru m consortia.

33. E t ego — u t qu adam serm onem m eum p ero ratio n e con­


cludam — « dilexi » u iru m m isericordem , hum ilem in im perio,
corde p u ro et p ectore m ansueto p ra ed itu m , qualem dom inus am a­
re consueuit dicens: « S u p ra quem requiescam , nisi su p ra hum i­
lem atq u e m an su etu m ? » a. 34. « Dilexi » u irum , qui m agis argu­
entem quam ad u lan tem p ro b a ret. S tra u it om ne, quo u teb atu r,
insigne regium , defleuit in ecclesia publice peccatum suum , quod
ei alio ru m frau d e o b rep serat, gem itu et lacrim is o ra u it ueniam .
Quod p riu a ti erubescunt, non eru b u it im p erato r, publicam agere
paenitentiam , neque ullus p o stea dies fuit, q u o non illum doleret
errorem . Quid quod p raeclaram adeptus uictoriam , tam en, quia
hostes in acie s tra ti sunt, a b stin u it a consortio sacram entorum ,
donec dom ini circa se gratiam filiorum ex p eriretu r aduentu?
35. « Dilexi » u iru m , qui m e in suprem is suis ultim o sp iritu requi­
rebat. « Dilexi » u iru m , qui cum iam corpore solueretur, m agis de
sta tu ecclesiarum quam de suis periculis angebatur. « Dilexi »
ergo, fateor, et ideo dolorem m eum intim o u iscere dolui et proli­
xiore serm onis prosecutione solandum putaui. « Dilexi » et p ra e ­
sum o de dom ino, quod suscipiat uocem orationis m e a e a, qua
p ro seq u o r anim am piam .

36. C ircum dederunt m e dolores m ortis, pericula inferni inue-


n éru n t m e a; m u lto ru m enim p ericu la sunt, sed rem edia paucorum .
In om nibus sacerdos p eric litatu r, in om nibus reis angitur; quod

i Cf. Gen 2, 7.
i Ps 114, 7.
31. a Apoc 21, 24*.
» 2 Cor 5, 8-9*.
33. a Cf. Is 66, 2.
35. a p s 114, 1.
36. a Ps 114, 3.
IN MORTE DI TEODOSIO, 3 0 -3 6 235

alla pace etern a si affretta l ’anim a cui viene detto: Ritorna, anim a
mia, al tuo riposo. 31. In tale riposo fu sollecito ad e n tra re Teo­
dosio e a fa re il suo ingresso nella città di G erusalem m e, della
quale è stato detto: E i re della terra porteranno in essa la loro
gloria. La vera gloria è qu ella che si riceve colà, il reg n o p e rfe tta ­
m ente felice è quello che colà si possiede, quello verso il quale si
affrettava l'Apostolo dicendo: Siam o pieni di fiducia, dunque, e
preferiam o esulare dal corpo e vivere presso il Signore. E perciò
ci sforziam o, sia in esso sia fu o ri di esso, di essergli graditi.
32. Libero d u nque d al rischio delle lotte, Teodosio di augusta
m em oria gode o ra della luce p e rp etu a e del riposo senza fine e
si com piace dei fru tti della ricom pensa divina p e r ciò che h a
com piuto q u an d ’era in qu esto corpo. Siccom e Teodosio d i augu­
sta m em oria h a am ato il Signore Dio suo, h a m eritato di essere
p artecip e della società d ei santi.
33. A nch'io — p e r co ncludere il m io discorso co n u n a p ero ­
razione — « ho am ato » q u e s t’uom o m isericordioso, um ile p u r
n ell’esercizio d el p o te re im periale, d o ta to di u n cu o re p u ro e
di u n anim o m ite, quale il Signore suole am are, secondo le sue
parole: « S u ch i rip o serò se non su ch i è um ile e m ansueto? ».
34. « Ho am ato » q u e st’uom o che p referiv a chi lo rim proverava
a chi lo adulava. Depose ogni insegna regale, ch e solitam ente in­
dossava, pianse p u b b licam ente nella C hiesa il suo peccato, che
quasi a sua in sap u ta aveva com m esso, p erch é ingannato d a altri,
con lam enti e lacrim e invocò il p e rd o n o 44. Lui, l'im p erato re, non
si vergognò di quello di cui si vergognano i p riv ati cittadini, di
fare cioè u n a p u b b lica penitenza, e non passò giorno in seguito
in cui non piangesse il p ro p rio erro re. P erché rico rd are che, con­
seguita u n a splendida v itto r ia 45, tu tta v ia , siccom e in b attag lia si
era fa tta strag e dei nem ici, si asten n e d al p arte cip are ai sacra­
m enti, finché col rito rn o dei figli ebbe la prova d e ll’am icizia del
S ignore nei suoi rig u ard i? 35. « H o am ato » q u e st’uom o ch e nei
su p rem i m om enti co n l ’ultim o anelito chiedeva di me. « Ho am a­
to » q u e s t’uom o che, q u ando orm ai stava p e r sciogliersi dal cor­
po, si angustiava p iù p e r la condizióne delle C hiese che p e r la
sua m alattia. L’« ho am ato » dunque, lo confesso, e perciò ho
sofferto il m io d o lo re nel profondo del cuore e h o cre d u to di
doverlo co nsolare p ro lu n g ando alq u an to il m io discorso. L’« ho
am ato », e sono fiducioso che il Signore accolga la voce della mia
preghiera, con la q u ale accom pagno la sua anim a santa.
36. M i hanno circondato dolori di m orte, m i hanno raggi
to le insidie dell’in fern o ; i pericoli riguardano m olti, m a i rim e­
di solam ente pochi. Il vescovo co rre pericolo p e r tu tti, p e r tu t­
ti è angosciato. Egli so p p o rta n ella sua p erso n a le sofferenze degli
a ltri e, q u an d o sono lib era ti gli a ltri che versano in pericolo, an-

44 Su quest'episodio, vedi sopra, par. 28 e nota 40.


45 Deve trattarsi della vittoria sul fiume Frigidus contro Eugenio ed
Arbogaste; vedi sopra, par. 2, nota 3, e par. 4, nota 6.
236 DE OBITV THEODOSII, 3 6 -3 8

enim alii p a tiu n tu r, ipse sustinet, et iteru m lib e ra tu r ipse, cum


alii, qui te n e n tu r periculis, lib eran tu r. C onteror corde, q uia erep­
tu s est u ir, q u em uix possum us inuenire. Sed tam en tu solus,
dom ine, inuocandus es b, tu rogandus, u t eum in filiis repraesentes.
Tu, dom ine, custodiens etiam p a ru u lo sc in h ac h um ilitate, saluos
facito sperantes in t e d. Da requiem p erfectam seruo tu o Theo­
dosio, req u iem illam , q uam p ra e p a ra sti sanctis t u i s e. Illo conuer-
ta tu r an im a eius, un d e descendit, u b i m o rtis aculeum sen tire non
p o s s itf, u b i cognoscat m o rtem h an c non n a tu ra e finem esse, sed
culpae. Quod enim m o rtu u s est, peccato m o rtu u s e s t B u t iam
peccato locus esse no n possit. R esurget autem , u t p erfectio r reno-
u a to m u n ere u ita re p a re tu r. 37. « Dilexi » et ideo p ro se q u o r eum
u sq u e ad « regionem u iu o ru m » a nec deseram , donec fletu prae-
cibusque inducam u iru m , quo sua m e rita uocant, in m o n tem do­
m in i sa n ctu m b, u b i peren nis uita, ub i co rru p telae nulla contagio,
nullus gem itus, nullus d o lo r c, nulla co n so rtia m o rtu o ru m . V era
regio u iuentium , u b i m ortale hoc in d u et inm ortalitatem et cor­
ruptibile hoc in d u et in c o rru p tio n e m d. M agna « requies » e, quae
u o tu m in p leat diligentis, p u lch errim a prom issio.
Ideo et « centesim us q u a rtu s decim us » psalm us in scrib itu r;
denique su p ra in q u arto decim o psalm o perfectionem hom inis
accepim us f, sed illic fo rm a tu r, p erfectu s licet uir, sed adhuc pec­
c ato obnoxius, q u ia u iu it in saeculo: hic u e ra perfectio est, ubi
iam culpa cessauit, gratia p erp etu ae quietis adfulsit. 38. Ideo
« centesim us q u artu s decim us » psalm us, q uia re m u n eratio cari-

*> Cf. Ps 114, 4.


c Cf. Ps 114, 6.
d Ps 16, 7.
« Cf. Ps 114, 7.
f Cf. Ps 114, 8.
e Rom 6, 10*.
37. a Cf. Ps 114, 9.
>> Cf. Ps 2, 6; 3, 5; 14, 1.
c Cf. Is 35, 10.
d Cf. 1 Cor 15, 53.
= Cf. Ps 114, 7.
f Ps 14.
IN MORTE DI TEODOSIO, 3 6 -3 8 237

ch ’egli, a sua volta, è liberato. Mi struggo in cuore, perché ci è


stato tolto u n uom o che difficilm ente potrem m o trovare. M a tu t­
tavia tu solo, Signore, devi essere invocato, tu solo p regato di
rip ro d u rcen e la figura nei figli. Tu, o Signore, che custodisci anche
i piccoli nella loro debolezza, salva coloro che sperano in te.
Da' u n p erfetto riposo al tu o servo Teodosio, quel riposo che
hai p re p ara to p e r i tuoi servi. La sua anim a rito rn i là donde è
v e n u ta 46, in u n luogo dove non p o ssa sen tire il pungiglione della
m o r te 47, dove im p ari che q u esta n o stra m o rte non è la fine della
natu ra , m a della colpa. Ciò che è m orto, è m orto al peccato, cosi
che non c’è p iù po sto p e r il peccato. M a egli riso rg e rà p e r riac­
q uistare, con rin n o v ati com piti, u n a v ita più p erfetta. 37. L’« ho
am ato », e perciò lo accom pagno fino alla « te rra dei viventi »,
né lo ab b andonerò p rim a di averlo p o rta to col p ian to e con le
preghiere, dove lo chiam ano i suoi m eriti, su l m o n te santo di
Dio, dove la v ita è perenne, dove non c'è n essu n contagio d i cor­
ruzione, nessun p ianto, nessun dolore, nessuna com unanza con
i m orti. È la v era te rra dei viventi, dove questo corpo m ortale
v estirà l'im m o rta lità e questo corpo corruttibile v estirà l’incorrut­
tibilità. È il « vero » riposo, tale d a soddisfare il desiderio d i chi
am a, la p ro m essa p iù bella.
Perciò anche il salm o h a il num ero c e n to q u a tto rd ic i48; so­
p r a 49, nel salm o q u atto rd ici, abbiam o im p ara to che cos’è la p er­
fezione dell'uom o, m a in esso viene bensì am m aestrato l'uom o
p erfetto , m a an co ra soggetto al peccato, il quale vive nel m on­
do: qui, invece, c’è la v era perfezione, qui dove orm ai la colpa è
v en u ta m eno e la grazia della pace p e rp e tu a risplende lum inosa.
38. P er qu esto m otivo è il salm o « cen to q u atto rd ici », perché è la

L'espressione potrebbe far pensare ad una preesistenza delle anime.


In realtà Ambrogio vuol dire che l'anima di Teodosio ritornerà presso Dio,
dal quale, in quanto suo Creatore, ha avuto origine.
47 Cf. H ym n. « T e D eum »: deuicto m o rtis aculeo.
48 Cf. De A br., II, 9, 65: V nd e m y stic u m m agis req u ira m u s eo quod tetras
o m n ib us num eris apta sit, et radix quaedam decim ae ac fu n d a m e n tu m , heb­
dom a d is quoque m edia. La fonte è Philo, De Abr., 13 (C ohn-Wendland, IV,
p. 4, 7-11): Έ ν άριθμοϊς δέ ή τετράς τετίμ η τα ι παρά τε τοϊς άλλοις φιλί·
σόφοις, οσοι τάς άσωμάτους ούσίας καί νοητάς ήσπάσαντο, καί μ ά λ ισ τα
παρά Μωυσεΐ τώ πανσόφψ, 8ς σεμνύνων τον τέταρτον άρι·9·μόν φησιν οτι
«άγιός έστι καί αΐνετός». Sul significato del num ero cento, cf. Philo, De m u t.
nom ., 35, 189 (Cohn-Wendland, III, p. 188, 25 ss.).
Quanto Ambrogio dice del salm o centoquattordici si spiega non tanto
con le tre citazioni contenute nel par. 37, quanto col fatto che, a partire dal
par. 17, i versetti del salm o sono insistentem ente ripetuti. In particolare, la
prima parola del primo versetto, il verbo dilexi, applicata dapprima a Teo­
dosio, poi allo stesso Ambrogio, costituisce una specie di L e itm o tiv della
parte centrale dell’orazione, u n ’esaltazione dell’amore verso Dio e verso gli
uomini. Vedi, del resto, il primo periodo del par. 38. Il Castellino (op. cit.,
p. 422) commenta: « Solo questo e il salm o 18 s ’iniziano con il pensiero
dell’ "amore" a Dio com e riconoscenza per la grazia ricevuta ».
49 II Faller (ed. cit., p. 390) spiega: « scilicet in eodem libro Psalmorum »,
cioè il supra non può riferirsi che al posto occupato dal salm o 14 nel Libro
dei Salmi. Infatti solo nel par. 2 l’espressione in tabernacula C hristi può
ricordare l ’in tabernaculo tuo del salm o 14.
238 DE OBITV THEODOSII, 3 8 -3 9

tatis est. Vnde dom ini p asch a q u a rta decim a lu n a fo rm a m cele­


b rita tis accepit®, quoniam , qu i p asch a celebrat, d eb e t esse p e r­
fectus, debet am are dom inum Iesum b, qui diligens populum suum
p erfec ta ca rita te sese o b tu lit passioni. E t nos sic diligam us, u t,
si necesse fu erit, p ro dom ini nom ine m o rtem non fugiam us, nu l­
lum aestim em us dolorem , nihil m etuam us; p erfecta enim caritas
tim o rem expellit fo r a s 0. G rande n um eri m ysterium , quando p a te r
u nicum filium p ro nobis om nibus tr a d id itd, cum pleno lum inis
sui o rb e lim a fulgeret. Ita e s t enim ecclesia, q u ae pie p asch a
celeb rat dom ini n o stri Iesu C hristi: sicut luna perfecta in aeter-
n u m e m anet. Q uisquis b ene hic dom ini pascha celebrauerit, in
lum ine p erp etu o erit. Quis splendidius celeb rau it quam qui sacri­
legos rem o u it erro res, elu sit tem pla, sim ulacra destru x it? In hoc
lo sias rex su p erio rib u s an tela tu s e s t f.

39. M anet ergo in lu m in e a Theodosius et san cto ru m coeti­


bus glo riatu r. Illic nu n c conplectitur G ratianum iam sua u u ln era
non m aeren tem , quia in u enit ultorem ; qui licet indigna m o rte
p ra e re p tu s sit, requiem an im ae suae possidet. Illic b o n u s u te rq u e
et p ietatis in terp re s largus m isericordiae suae consortio delectan­
tu r. De quibus b ene dicitur: Dies diei eructat uerbum . C o n tra au­
tem M axim us et E ugenius in in fern o quasi nox nocti indicat scien-

38. * Cf. Ex 12, 6; Leu 23, 5.


b Cf. 1 Cor 16, 22.
c 1 Io 4, 18*.
d Cf. Io 3, 16; Rom 8, 32.
* Ps 88, 38.
» Cf. 4 Reg 23, 4-25.
39. a Cf. 1 Io 2, 10.
IN MORTE DI TEODOSIO, 3 8 -3 9 239

ricom pensa d ella carità. Perciò la celebrazione della P asqua del


Signore è sta ta fissata alla decim aquarta lu n a 50, poiché chi cele­
b ra la P asq u a deve essere p erfetto , deve am are il Signore Gesù
che, am ando il suo popolo con p erfetto am ore, si offri alla pas­
sione. Anche noi am iam o in m odo tale che, se fosse necessario,
non fuggiam o la m o rte, non consideriam o nessun dolore, non te­
m iam o nu lla al m ondo: la p erfetta carità caccia via il timore.
G rande è il m istero di questo num ero, poiché il P adre h a dato p er
tu tti noi il suo unico Figlio quando la luna risplendeva nella pie­
nezza d el suo disco lum inoso. Tale è in fatti la C hiesa che celebra
piam ente la P asq u a d i n o stro Signore Gesù C risto 51: com e luna
senza d ifetto rim an e in e te r n o 52. C hiunque celebrerà quaggiù come
si conviene la P asqua del Signore vivrà nella luce senza fine. Chi
l’h a celeb rata p iù splendidam ente d i colui che h a elim inato i
culti sacrileghi, h a chiuso i tem pli, h a d istru tto i sim ulacri degli
d è i53? In ciò il re Giosia fu an tep o sto a tu tti quelli che l'avevano
p re c e d u to 54.
39. Teodosio d u nque vive stabilm ente nella luce e si glo
dell'assem blea dei santi. Là o ra abbraccia G raziano che non si
duole più delle sue ferite, p erch é ha trovato u n v e n d ic a to re 55; e
sebbene egli ci sia stato im m atu ram en te strap p a to da u n a m orte
indegna, ora la sua anim a gode la pace. Lassù entram bi, uom ini
d o tati di b o n tà e generosi stru m en ti di clem enza, si rallegrano
che la loro m iserico rd ia li abbia riuniti. Di loro si dice a ragio­
ne: Il giorno al giorno ne trasm ette il messaggio. Al co n tra rio
M assim o ed Eugenio, nell'inferno, sono com e la n o tte che com u­
nica alla n o tte la conoscenza, insegnando col lo ro m iserevole

50 Come avverte il Coppa (op. cit., p. 873, nota 102), esattam ente è la
sera del giorno 14 del m ese lunare marzo-aprile (N isan), perché il plenilunio
cade il giorno 15. Cf. E p., extra collect., 13, 4 (M aur. 23), E piscopis per
A em iliam constitutis: N am etsi sc rip tu m sit quod Pascha d o m in i quarto
decim o die m ensis p rim i celebrari debeat et uere quartam decim am lunam
ad celebrandam dom inicae seriem passionis inquirere debeam us, tam en
ex hoc p o ssu m u s intellegere, quod ad h u iu sm o d i so llem n ita tem uel ecclesiae
p erfectio uel clarae fidei plen itu d o quaeratur.
51 Cf. ibid.
52 II v. 38 dei salmo 88 nella V ulgata suona cosi: et th ro n u s eius sicut
sol in conspectu m eo et sicu t luna p erfecta in aeternum . Da ciò si deduce
che perfecta in tale contesto non può essere riferito che a luna. Indiretta
conferma si ricava dalla N oua Vulgata, dove il testo è corretto cosi: et
sicu t luna firm us sta b it in aeternum . Del resto, chiarissimo è il testo greco:
καί ώ ς ή σελήνη κατηρτι,σμένη ε ί ς τόν αΙώνα. Per il significato di καταρτίζω
cf. salmo 73, 16: σύ κατηρτίσω φαΰσιν καί ή λιον. (N.V.: tu fa b rica tu s es
lum inaria et solem ). Ritengo quindi che Ambrogio abbia riferito perfecta
a luna, nel senso di « com piuta », cioè « piena », non a ecclesia. Il Coppa
invece (op. cit., p. 873) traduce: « essa [cioè la Chiesa] rimane stabile in eter­
no, come la luna ». Per il paragone Chiesa-luna cf. E xam ., IV, 8, 32-33.
53 Cf. Cod. Theod., II, 8, 18-21 (Mommsen, pp. 87-88). Questi editti trat­
tano delle ferie, con particolare riguardo per il riposo festivo, specie nel
periodo pasquale. Il primo è del 3 novembre 386, l ’ultim o del 27 m aggio 392.
54 Vedi sopra, par. 15.
55 Fu ucciso il 24 settem bre 383 a Lione per opera di M assimo, sconfitto
successivam ente da Teodosio e, a sua volta, ucciso. Cf. E xpl. ps. L X I, 17;
De ob. Val., 54 ss.
240 DE OBITV THEODOSII, 3 9 4 2

tia m b, docentes exemplo m iserabili, qu am d u ru m sit a rm a suis


p rin cip ib u s inrogare. De q uibus p u lch re dicitur: V idi inpium
superexa lta tu m et eleuatum super cedros Libani: et transiui et
ecce non e r a tc. T ran siu it enim pius de caligine saeculari ad
lum en aeternum , et « no n e r a t inpius » d, qui esse d esiu it iniquus.
40. N unc se augustae m em oriae Theodosius regnare cognoscit,
quando in regno e s t dom ini Iesu et co n sid erat tem plum e iu s 3.
N unc sibi rex est, quan d o recep it etiam filium G ratianum et Pul-
cheriam , dulcissim a sibi pignora, quos hic am iserat, quando ei
Flaceilla ad h aeret, fidelis anim a deo, q u an d o p a tre m sibi re d d i­
tu m g ra tu la tu r, q u ando C onstantino adhaeret. Cui licet b ap tism a­
tis g ra tia in ultim is co n stitu to om nia peccata dim iserit, tam en
q u o d p rim u s im p erato ru m cre d id it et p o st se h ered itatem fidei
p rin cip ib u s dereliquit, m agni m eriti locum re p p erit. Cuius tem ­
p o rib u s conpletum est p ro p h eticu m illud: In illo die erit, quod
su p er fre n u m equi, sa n ctu m dom ino o m n ip o te n tib. Quod illa
sanctae m em oriae Helena, m a te r eius, infuso sibi dei sp iritu re-
uelauit.

41. B eatus C onstantinus tali p aren te, quae im p era n ti f


diuini m un eris qu aesiu it auxilium , quo in te r proelia quoque tu tu s
ad sistere t e t pericu lu m non tim eret. M agna fem ina, quae m ulto
am plius inu en it quod im p erato ri co n ferret q u am quod ab im pe­
ra to re acciperet. Anxia m a te r p ro filio, cui regnum orbis R om ani
cesserat, fe stin au it H ierosolym am et sc ru ta ta est locum dom ini­
cae passionis. 42. S tab u lariam h an c p rim o fuisse ad se ru n t sic
cognitam C onstantio seniori, qui postea regnum adeptus est.
B ona stab u laria, quae tam diligenter praesepe dom ini requisiuit.
B ona stab u laria, quae stab u lariu m non ignorauit illum , qui u u ln era
cu rau it a latro n ib u s u u ln e ra tia. B ona stabularia, q u ae m aluit
ae stim ari sterco ra, u t C hristum lu c rifa c e re tb. Ideo illam C hristus

b Ps 18, 3.
c Ps 36, 35-36*.
d Cf. Prou 10, 25.
40. a Cf. Ps 26, 4.
b Zach 14, 20*.
42. a Cf. Lc 10, 34-35.
b Cf. Phil 3, 8.
IN MORTE DI TEODOSIO, 3 9 -4 2 241

esem pio quanto sia duro im pugnare le arm i contro i p ro p ri sovra­


ni. Di loro a ragione si può dire: H o visto l'em pio trionfare ed
ergersi più alto dei cedri del Libano; e sono passato, ed ecco non
c'era più. In fa tti l’uom o pio è p assa to dalla nebbia d el m ondo
a ll’etern a luce, m a l’em pio non c'era più, poiché, in q u an to ini­
quo, aveva cessato di e s is te re 56. 40. O ra Teodosio di augusta
m em oria sa di re g n are veram ente, poiché è nel regno del Signore
Gesù e ne co n tem p la il tem pio. O ra si sente veram ente re, poiché
h a riav u to il figlio G razian o 57 e P u lc h e ria 58, c reatu re a lui ca­
rissim e, che quaggiù aveva p erd u te; poiché si stringe a lu i Flac­
c illa 59, anim a fedele a Dio; poiché si rallegra che gli sia stato
re stitu ito il p a d r e 60, poiché non si sep ara da C ostantino. E seb­
bene a co stu i la grazia del b attesim o abbia rim esso tu tti i pecca­
ti solo in p u n to di m orte, tuttavia, siccom e fu il p rim o im peratore
a credere e lasciò dopo di sé ai suoi successori l'ered ità della
fede, o tten n e u n p o sto degno dell'm signe suo m erito. Ai suoi tem p i
si adem pì la n o ta profezia: I n quel giorno ciò che sta sopra il
m orso del cavallo sarà sacro al Signore o n n ip o te n te 61. Lo rivelò
sua m ad re E lena di san ta m em oria, illum inata dallo S p irito di Dio.
41. B eato fu C ostantino p e r u n a tale m adre, che volle a
cu rare al figlio im p era to re l'aiu to della protezione divina, perché
p otesse p ren d ere p a rte p ersin o alle battaglie in p iena sicurezza
senza tem ere i pericoli. G rande donna, ch e trovò m olto di p iù da
offrire all'im p erato re di quello che ricevette da lui! M adre in
ansia p e r di figliuolo, nelle cui m an i era ven u ta la sovranità del
m ondo rom ano, si recò fretto lo sa a G erusalem m e e cercò il
luogo d ella passio n e del Signore. 42. Dicono che d ap p rim a ella
fosse u n a locandiera, conosciuta p e r la sua professione da C ostan­
zo 1 62, divenuto poi im p eratore. B uona locandiera davvero, po i­
ché cercò con ta n ta diligenza la stalla dove era n ato il Signore.
B uona locandiera, p erch é n o n ignorò l ’albergatore che aveva
c u rato le piaghe d ell'uom o ferito dai briganti. B uona locandiera,
perché p re fe rì essere stim ata spazzatura p e r guadagnare C risto.
Perciò Cristo la elevò dal letam e all'im pero, conform e a quello

56 Cf. E xpl. ps. XXXVI, 78 e Opera om nia, 7, p. 247.


57 Deve trattarsi di un figlio m orto ancora bambino.
se Avuta dalla prima m oglie Flaccilla nel 379 e morta a sei anni nel 385.
59 Aelia Flaccilla Augusta, di origine spagnola, morta verso il 386.
60 Flavio Teodosio, generale di Valentiniano I, fatto decapitare a Carta­
gine nei primi m esi del regno di Graziano nel 376, per ragioni tuttora ignote.
L’interpretazione qui data da sant'Ambrogio è criticata da san Giro-
lam o (C om m . in Zach., 14, 20 [PL XXV, 1540A]): A u d iu i a q uodam rem sensu
q uidem pio dictam , sed ridiculam . Clauos dom inicae crucis, e quibus
C onstantinus augustus fren o s equo suo fecerat, sa n ctu m d o m in i appellari.
H oc u tru m ita accipiendum sit, lectoris p rudentiae relinquo.
Per la traduzione, cf. il testo dei S e tta n ta alla nota 67. « Sacro a Jahvè » era
una scritta riservata alla corona del som m o sacerdote.
62 Costanzo Cloro la prese con sé come concubina, lasciandola successi­
vamente per Teodora; cf. H ieron., Chron., ad annum 306 (H elm, p. 228):
C onstantius sexto decim o im perii anno d iem obiit in B rita n n ia Eboraci. P ost
qu em filius eius C onstantinus, ex concubina H elena procreatus, regnum
inuadit.
242 DE OBITV THEODOSII, 4 2 -4 6

de sterco re leu au it ad re g n u m c, secundum quod scrip tu m est,


quia su scita t de terra inopem et de stercore erigit pauperem d
43. V enit ergo H elena, coepit reu isere loca sancta, in fu
ei spiritu s, u t lignum crucis req u irere t. Accessit ad G olgotham
et ait: « Ecce locus pugnae, ub i est u icto ria? Q uaero uexillum
salutis et non inuenio. Ego, inquit, in regnis, et crux dom ini in
puluere? Ego in aureis, et in ru in is C hristi triu m p h u s? Ille adhuc
la te t et la te t palm a u itae aeternae? Quom odo m e red em p tam arb i­
tro r, si red em p tio ipsa no n cern itu r? 44. Video quid egeris, dia­
bole, u t gladius, quo p erem p tu s es, o b stru eretu r. Sed Isaac ob­
stru cto s ab alienigenis p uteos eru d era u it nec latere aquam passus
e st a. T o llatu r ig itu r ru ina, u t u ita ap p areat: p ro m a tu r gladius,
quo ueri Goliae c a p u t est a m p u tatu m b: a p e ria tu r hum us, u t salus
fu lg e a tc. Q uid egisti, diabole, u t absconderes lignum , nisi u t
iteru m u in cereris? V icit te M aria, quae genuit triu m p h ato rem ,
quae sine inm inutione u irg in itatis edidit eum , qui crucifixus uin-
ceret te e t m o rtu u s subiugaret. V inceris et hodie, u t m u lie r tuas
insidias d eprehendat. Illa quasi san cta dom inum gestauit, ego
crucem eius inuestigabo. Illa generatum docuit, ego resuscitatum .
Illa fecit, u t deus in te r hom ines u id ere tu r, ego ad n o stro ru m
rem ediu m peccato ru m diuinum de ruinis eleuabo uexillum ».

45. A perit itaque hum um , decu tit puluerem , tria p atib u la


confusa rep p erit, quae ru in a contexerat, inim icus absconderat.
Sed no n p o tu it o b litterari C hristi triu m p h u s. In certo haeret, hae­
re t u t m ulier, sed certam indaginem sp iritu s sanctus in sp irat, eo
q uod duo latro n es cum dom ino crucifixi f u e r in t3. Q uaerit ergo
m edium lignum . Sed p o te ra t fieri, u t p a tib u la in te r se ru in a con­
funderet, casus in u erteret. R edit ad euangelii lectionem , inuenit,
quia in m edio p atibulo titu lu s erat: Iesu s N azarenus, rex Iudaeo-
r u m b. H inc collecta est series u erita tis, titu lo crux p a tu it salu ta­
ris. H oc est, q u o d p eten tib u s Iudaeis respondit Pilatus: Quod
scripsi, s c r ip s ic, id est: non ea scripsi, quae uobis placerent, sed
q uae aetas fu tu ra cognosceret, non uobis scripsi, sed p o steritati;
propem o d u m dicens: H ab eat H elena, quod legat, unde crucem
dom ini recognoscat. 46. In u e n it ergo titu lu m , regem adorauit,
non lignum utique, quia hic gentilis est e rro r et u an itas im pio­
rum , sed ad o rau it illum , qui p ep en d it in ligno in scrip tu s in titu-

c Cf. 1 Reg 2, 8.
d Ps 112, 7*.
44. » Cf. Gen 26, 18.
» Cf. 1 Reg 17, 51.
c Cf. Is 45, 8.
45. » Cf. Mt 27, 38.
b Io 19, 19.
c I o 19, 22.
IN MORTE DI TEODOSIO, 4 2 -4 6 243

che sta scritto : Solleva dalla terra il bisognoso e dal letamaio


rialza il povero.
43. V enne d u nque Elena, com inciò a p assa re in rassegn
luoghi Scinti e dallo S p irito S anto ebbe l ’ispirazione d i c e rca re il
legno della croce. Si recò sul G olgota e disse: « Ecco il luogo
della battaglia: dov'è la v itto ria? Cerco il vessillo della salvezza e
non lo trovo. Io sono sul trono, disse, e la croce del Signore è
nella polvere? Io in m ezzo all'oro e il trio n fo di C risto tr a le
rovine? 44. Vedo ch e cosa h ai fa tto , o diavolo, p erch é fosse sep­
p ellita la sp a d a ch e ti h a a n n ie n ta to 63. M a Isacco svuotò i pozzi
o stru iti dagli s tra n ie ri e non p erm ise che l’acq u a re sta sse nasco­
sta. Si tolgano le m acerie p erch é appaia la vita; si rip o rti in luce
la spad a co n cui fu m ozzato il capo del vero Golia; si squarci la
te rra p erch é la salvezza rifulga. Che hai ottenuto, diavolo, nascon­
dendo il legno, se n o n di essere vinto u n a seconda volta? Ti h a
vinto M aria, ch e generò il trio n fato re, che senza pregiudizio del­
la sua v erg in ità diede alla luce Colui che, crocifisso, doveva vin­
certi e, m o rto , soggiogarti. S arai vinto anche oggi, cosi ch e im a
donna scopra le tu e insidie. Ella, p erch é santa, p o rtò nel suo
seno il Signore; io, invece, ne ricercherò la croce. E lla ci insegnò
che era nato, io d im o strerò che è risuscitato. E lla fece si che
ap p arisse Dio tr a gli uom ini, io, quale m edicina dei n o stri p ec­
cati, innalzerò dai ru d e ri il vessillo divino ».
45. Fa scavare il terren o , sgom bra il m ateriale, trova tre
tiboli alla rin fu sa che le m acerie avevano coperto e il Nemico
aveva nascosto. Ma il trio n fo di C risto non poteva essere dim en­
ticato. Nel d ubbio esita, esita perché donna; m a lo S p irito Santo
le suggerisce u n 'in d ag in e sicura, p erch é col Signore eran o stati
crocifissi due b riganti. Cerca d u n q u e la croce d i mezzo. M a p o te ­
va darsi che le m acerie avessero confuso i patiboli, che u n a ca­
d u ta ne avesse alte ra to l'ordine. R icorre al testo evangelico e
trova che sul p atibolo di m ezzo stava l'iscrizione: G esù Nazareno,
re dei Giudei. Di q u i si argom entò l'a u te n tic o succedersi degli
avvenim enti, m ediante l'iscrizione fu chiaro qual e ra la croce della
salvezza. Ciò spiega p erch é alle richieste dei Giudei Pilato rispo­
se: « Quello ch e ho scritto, ho scritto », cioè: non ho sc ritto cosi
p e r fa r p iacere a voi, m a p erch é ne avesse conoscenza l'e tà fu tu ­
ra, non h o sc ritto p e r voi, m a p e r i posteri; com e se avesse detto:
E lena p o ssa leggere u n testo dal quale riconoscere la croce del
Signore. 46. Trovò d u n q u e l'iscrizione, ad o rò il Re, n o n il legno,
n aturalm en te, p erch é qu esto è u n e rro re d ei pagani e u n a stol­
tezza degli em pi, m a ad o rò Colui che, n om inato nell'iscrizione,
e ra stato ap p eso su q u el legno, Colui ch e levò la sua voce com e

63 Come ci informa san Girolamo (Ep., 58, 3), su l Calvario Adriano aveva
costruito un tem pio di Venere: Ab Hadriani tem poribus usque a d im perium
C onstantini p er annos circiter centum octoginta in locum resurrectionis
sim ulacrum Iouis, in crucis rupe sta tu a ex m arm ore Veneris, a gentilibus
posita, colebatur, aestim an tibu s persecutionis auctoribus quod tollerent nobis
fidem resurrectionis et crucis, si loca sancta p er idola polluissent.
244 DE OBITV THEODOSII, 4 6 4 8

l o a, illum , qui sicu t scarabeus c la m a u itb, u t p ersecu to rib u s suis


p a te r peccata donaret. A uida m u lie r fe stin ab a t tangere rem edium
in m o rtalitatis, m etu eb at calcare sacram en tu m salutis. Laeto corde
et trep id a n te uestigio, q u id faceret, nesciebat; p e rte n d it tam en
ad cubile u eritatis. Lignum re fu lsit et g ra tia em icuit, u t, quia
iam fem inam u isita u e ra t C hristus in M aria, sp iritu s in H elena
u isitaret. D ocuit eam , quod m u lier ignorabat, et deduxit in uiam ,
quam m o rtalis scire non p o terat.

47. Q uaesiuit clauos, quibus crucifixus est dom inus, e t in­


uenit. D e im o Clauo fren u m fieri praecepit, de altero diadem a
intexuit; u n u m ad decorem , alteru m ad deuotionem u e rtit. Visi­
ta ta e s t M aria, u t E uam lib eraret, u is ita ta est H elena, u t redi­
m e re n tu r im p eratores. M isit itaq u e filio suo C onstantino diade­
m a gem m is insignitum , quas p re tio sio r ferro innexa crucis redem p­
tionis diuinae gem m a conecteret, m isit e t frenum . V troque usus
est C onstantinus e t fidem tran sm isit ad posteros reges. P rinci­
pium itaq u e cred en tiu m im p era to ru m sa n ctu m est, quod super
f r e n u m a: ex illo fides, u t persecutio cessaret, deuotio succederet.
48. S ap ien ter H elena, quae crucem in capite regum locauit, u t
C hristi crux in regibus ad o retu r. N on insolentia ista, sed pietas
est, cum d e fe rtu r sacrae redem ptioni. B onus itaq u e R om ani cla-

46. « Cf. Gai 3, 13.


b Cf. Hab 2, 11.
47. » Zach 14, 20.
IN MORTE DI TEODOSIO, 4 6 -4 8 245

uno sc a ra b e o 64, p erch é il P adre perdonasse quel peccato ai suoi


persecutori. Quella donna ardeva d a l desiderio di toccare il rim e­
dio dell’im m ortalità, m a tem eva di calpestare il sacram ento del­
la salvezza. L ieta in cuore, m a trep id a n te nei suoi passi, non
sapeva che cosa fare; raggiunse tu tta v ia la sede della verità. Il
legno rifulse e la grazia brillò, sicché, dato che C risto aveva già
visitato la donna in M aria, lo S p irito la visitò in Elena. Le inse­
gnò quello che u n a donna non poteva sapere e la condusse sulla
via che u n m ortale no n p o teva conoscere.
47. Cercò i chiodi con i quali e ra stato crocifisso il Sig
re, e li trovò. Da u n chiodo fece fa re u n m orso, u n a ltro fu inse­
rito in u n d ia d e m a 65; ne im piegò uno p e r ornam ento, u n altro p er
devozione. M aria fu v isitata p erch é liberasse Èva, E lena fu visi­
ta ta p erch é fossero salvati gli im p erato ri. M andò d u n q u e a suo
figlio C ostantino il diadem a tem p estato di gem m e, ten u te insiem e
dalla gem m a p iù preziosa della croce della divina redenzione, con­
nessa al f e r r o 66; gli m andò anche il m orso. C ostantino usò en­
tram b i gli oggetti e trasm ise la fede ai suoi successori. Il p rin ­
cipio degli im p erato ri cristiani è una cosa santa che sta sul m or­
so 61: da esso venne la fede, p erch é cessasse la persecuzione e ne
prendesse il p o sto la devozione. 48. Agi con saggezza Elena, che
h a posto la croce sulla testa dei re, affinché nei re sia ad o rata la
croce di C risto. Q uesta non è superbia, m a devozione, p erché si
rende om aggio alla redenzione santa. Prezioso è dunque u n tale
tim o n e 68 dell'im pero rom ano, che governa il m ondo in tero e

64 Lo strano paragone deriva da un errore dei S etta n ta , che ad Ab 2, 11,


hanno tradotto con κάνθαρος l’ebraico kà fls (legno, trave): καί κάνθαρος έκ
ξύλου φ θ έγξετα ι αυτά (V ulgata: et lig n u m quod in ter iuncturas aedificiorum
est respondebit; N oua Vulgata: e t trabes de contignatione («travatu ra») res­
p o n d eb it ei; CEI: « e dal tavolato risponderà la trave ». Vedi anche E xp.
eu. Lue., X, 113: clam auit quasi scarabaeus: deus, deus m eu s, ecc. e Opera
om nia, 12, p. 473, nota 113, nella quale il Coppa aggiorna sulla questione,
precisando che la fonte di Ambrogio non può essere stato Origene (In Hier.
hom ., 17, K lostermann, pp. 143-150), come suppone il Faller (ed. cit., p. 395),
perché in detta omelia « manca ogni accenno allo scarabeo ». Chiaramente
critico è san Girolamo (In Hab., I, 2, PL XXV, 1927-1298): quod licet pie p o ssit
intellegi, tam en quom odo cum uniuerso prophetiae c o n te x tu p o ssit aptari
non inuenio. S u n t nonnulli qui p u te n t can th a ru m de ligno lo q u en tem et ad
Saluatoris personam referri posse, quod im p iu m esse ex ordine ipso serm o­
nis apparet.
« Vedi Palanque, op. cit., pp. 380, 384-385, 464; Dudden, op. cit., I, p. 315,
nota 1.
66 Intenderei che le varie gemme ricoprivano una croce connessa al chio­
do inserito nel diadema. Tuttavia la descrizione dell’oggetto non può dirsi
particolarmente perspicua.
67 I S etta n ta hanno: Έ ν τη ήμερα εκείνη ϊσ τα ι το έιΰ τον χα λ ινό ν τοϋ
ίππου άγιον τω κυρίω, cioè « ciò che sta sul morso del cavallo, ecc. ». Diver­
so il testo della N oua Vulgata: In die illa erit su p er tintin n a b u la equorum :
« S a n c tu m D om ino ». Cf. sopra, par. 40, nota 61.
68 II Coppa (op. cit., p. 878, nota 126) rileva giustam ente che clauus signi­
fica anche « tim one » e cita Cic., Pro S ext., 20, clauum im p erii tenere. Tutta­
via l ’italiano « tim one » mal si adatta al successivo u estit. Ho cercato di
attenuare questa incom patibilità aggiungendo l’aggettivo « tale », che sugge­
risce l’idea di un paragone.
246 DE OBITV THEODOSII, 4 8 -5 1

u us im perii, qui to tu m regit orbem ac u e stit p rin cip u m frontem ,


u t sint p raed icato res, qui persecutores esse consueuerant. R ecte
in cap ite clauus, u t u b i sensus est, ibi praesidium . In u ertice
corona, in m an ib u s habena: corona de cruce, u t fides luceat, habena
quoque de cruce, u t p o testas reg at sitque iu sta m oderatio, non
in iu sta p raecep tio . H ab ean t hoc etiam principes C hristi sibi libe-
ra lita te concessum , u t ad im itationem dom ini d icatu r de im p era­
to re R om ano: P osuisti in capite eius coronam de lapide p r e tio s o a.

49. Ex illo g ra tu la tu r ecclesia, eru b escit Iudaeus, nec sol


erubescit, sed etiam to rq u e tu r, q u o d ipse sibi a u c to r confusionis
est. D um in su lta t C hristo, confessus est eum regem ; dum regem
Iu d aeo ru m a d p e lla u ita, sacrilegium suum q u i non credidit, confi­
te tu r. « Ecce, inq u iu n t, et crucifixim us Iesum , u t C h ristian i et
p o st m o rtem re su rg an t et m o rtu i regnent. Nos crucifixim us, q u em
reges ad o ran t; quem no n adoram us, ip si adorant. Ecce et clauus
in honore est, et q uem ad m o rtem inpressim us, rem edium salutis
est atq u e inuisibili quadam p o te sta te daem ones to rq u et. P u tab a­
m us nos uicisse, sed uictos fatem u r. Ite ru m C h ristu s re su rrex it
e t resu rrex isse eum p rin cipes agnouerunt. Ite ru m u iu it, qui n o n
u id etu r. N unc m aior nobis contentio, nu n c pugna ueh em en tio r
ad u ersu s eum . Cui regna fa m u lan tu r, cui seru it p o testas, illum
contem psim us. Quom odo regibus resistem us? F erro p ed u m eius
reges in clin a n tu r ». — Reges ad o ran t, et P hotiniani d iuinitatem
eius negant! C lauum crucis eius diadem ate suo p ra e fe ru n t im pe­
rato res, et A rriani p o testatem eius inm inuunt!

50. Sed quaero: Q uare sa n ctu m super fren u m , nisi u t im


ra to ru m insolentiam refren a ret, co n p rim eret licentiam ty ran n o ­
rum , qui quasi equi in libidines ad h in n iren t, q u o d 'liceret illis
ad u lteria in p u n e co m m ittere? Q uae N eronum , quae C aligularum
ceteroru m q u e p ro b ra co nperim us, quibus non fu it sanctum super
fren a m i 51. Q uid ergo aliud eg it H elenae operatio, u t fre n a
dirigeret, nisi u t om nibus im p erato rib u s sancto dicere sp iritu uide-
re tu r: « N olite fieri sicu t equus et m u lu s », sed in fren o et cam o
m axillas e o r u m a constrin g eret, qui se non agnoscerent reges, u t

48. * Ps 20, 4.
49. » Cf. Mt 27, 29.37.
51. » Ps 31, 9.
IN MORTE DI TEODOSIO, 4 8 -5 1 247

riveste la fro n te dei principi, affinché siano b an d ito ri della fede


quelli che solevano p e rs e g u ita rla 69. G iustam ente il tim one sta sul
capo, perché, dove h a sede l'intelligenza, ivi sia la tutela. Sul
capo la corona, nelle m ani le briglie: la corona è fo rm a ta dalla
croce, p erch é risp len d a la fede; anche le briglie sono form ate
dalla croce, affinché l'a u to rità governi u sando u n a giusta m odera­
zione, n o n u n ’im posizione ingiusta. Anche i p rin cip i p e r conces­
sione della generosità d i C risto ottengano che, ad im itazione del
Signore, si dica deH’im p erato re rom ano: H ai posto su l suo capo
una corona di p ietre preziose.
49. P er tale fatto la Chiesa si rallegra, si vergogna il Giudeo,
m a anche si to rm en ta, p erché egli stesso è la causa della p ro p ria
confusione. In su ltan d o C risto, in lui h a riconosciuto il re; chia­
m andolo re dei Giudei, h a confessato il p ro p rio sacrilegio p er
non aver c re d u to 70. « Ecco, dicono, siam o giunti al p u n to di cro­
cifiggere Gesù, p erch é i cristian i risorgano dopo la m o rte e i
m o rti regnino. Noi abbiam o crocifisso Colui che i re adorano;
essi adorano Colui che noi non adoriam o. Ecco, anche u n chiodo
è oggetto di onore, e quel chiodo che abbiam o p ian tato perché
fosse causa di m o rte, è rim edio di salvezza e col suo m isterioso
potere to rm en ta i dem oni. Pensavam o di aver vinto, m a ci con­
fessiam o vinti. C risto è riso rto p e r la seconda v o lta 71, e i p rin ­
cipi hanno riconosciuto la sua risurrezione. Vive nuovam ente,
sebbene invisibile. O ra la lo tta contro di Lui è p e r noi più diffi­
cile, p iù accan ito il com battim ento. Abbiam o disprezzato uno cui
si sotto m etto n o i regni, cui serve il potere. Come resisterem o ai
re? E i re si inchinano al chiodo dei suoi piedi ». I re lo adorano,
i F o tin ia n i72 negano la sua divinità! Gli im p era to ri m etto n o in
onore col loro diadem a il chiodo della sua croce, e gli A riani ne
riducono la potenza!
50. D om ando però: P er quale m otivo una cosa santa sul
m orso, se non p erch é frenasse l ’arroganza degli im p era to ri, re ­
prim esse la dissolutezza dei tiranni, che, com e cavalli, nitrivano
sm aniosi di piaceri, p erch é potevano im punem ente com m ettere
adulteri? Quali tu rp itu d in i conosciam o dei N eroni e dei Caligola
e di tu tti gli altri che non ebbero una cosa santa sul m orso.
51. Q uale altro risu lta to o tten n e l’intervento di E lena p er gui­
dare il m orso se no n quello che sem brasse d ire p e r divina ispira­
zione agli im p era to ri: N o n siate com e il cavallo e il m ulo e strin ­
gesse invece col m orso e la m useruola le loro m ascelle perché
governassero i loro sudditi, m en tre p rim a n o n si riconoscevano

69 Cf. Hjlar., In ps. 138, 27 (PL IX, 807A): dum persecu tores fiunt prae­
dicatores.
70 II Coppa (op. cit., p. 879) attribuisce alla proposizione relativa un
senso concessivo.
71 In seguito alla scoperta della croce.
72 Per Fotino, morto nel 376, Cristo non è che un uom o uguale agli altri,
salvo che per la sua nascita miracolosa e le sue virtù. Vedi O pera omnia,
1, p. 143, nota a Exam., I li, 7, 32.
248 DE OBITV THEODOSII, 5 1 -5 3

regerent sibi su bditos? P ro n a enim potestas in u itiu m fe reb a tu r


et m ore p ecudum uaga sese libidine polluebant, ig norabant deum .
R estrin x it eos crux dom ini et reuocauit a lapsu im pietatis, leu au it
oculos eorum , u t C hristum in caelo quaererent. E x uerunt se cam o
perfidiae, su scep eru n t frena deuotionis et fidei, secuti dicentem :
T ollite iugum m e u m su per uos; iugum enim m eu m suaue est et
onus m eu m leue e s t b. In d e reliqui principes C hristiani — p ra e te r
u n u m Iulianum , qui salutis suae reliq u it auctorem , dum philoso­
phiae se dedit e rro ri — inde G ratianus et Theodosius.

52. N on ergo m en tita est p ro p h e tia dicens: A m bulabunt re


in lum ine t u o a. « A m bulabunt » plane ac m axim e G ratianus et
Theodosius, p ra e ceteris « principes », n o n iam arm is m ilitum ,
sed m eritis suis tecti, non p u rp u re u m habitum , sed am ictum
in d u ti g lo ria e b. Qui cum hic d electaren tu r absolutione m ultorum ,
q u an to m agis illic pepercisse se p lu rib u s recensendo pietatis suae
reco rd atio n e m u lcen tu r. Qui nunc luce fru u n tu r candida, longe
m eliora illic, quam hic possidebant, hab itacu la consecuti dicentes:
O Israhel, quam magna est dom us tu a et quam ingens locus pos­
sessionis eius, m agnus et non habens fin e m !c. E t p erfu n cti m axi­
m is lab oribus in te r se co nferunt: B o n u m est uiro, cu m portauit
iugum graue a iuuentute, sedebit singulariter et silebit, quia por­
tauit iugum graue d. Qui enim iugum graue p o rta u it a iuuentute,
req u iescit p o stea; rem o tu s a tu rb a praecip u u m locum quietis suae
p ossidet dicens: Q uoniam tu singulariter in spe co n stitu isti m e e.
53. « P o rtau it iugum graue a iu u en tu te » sua Lazarus p au p er, ideo
sin g u lariter in sin u Abrahae re q u ie s c it3 diuinae testim onio lec­
tionis. « P o rtau it iugum g raue » Theodosius « a iu u en tu te », q u a n ­
do in sid ia b an tu r eius saluti, qui p a tre m eius triu m p h ato rem occi­
d erant. « P o rtau it iugum graue », q uando subiit p ietatis exilium,
quando infusis R om ano im perio b a rb a ris suscepit im perium .
« P o rtau it iugum g raue », u t tyrannos R om ano im perio dim oueret.
Sed quia hic in labore, ibi in requie.

b Mt 11, 29-30*.
52. » Is 60, 3 (Sept.).
b Cf. Eccli 50, 12; 6, 32.
c Bar 3, 24-25.
d Thren 3, 27-28*.
« Ps 4, 10.
53. a Cf. Lc 16, 23.
IN MORTE DI TEODOSIO, 5 1 -5 3 249

respon sab ilità di g o v e rn a n ti73? Il potere, infatti, si abbandonava


senza riteg n o al vizio e, com e bestie, i sovrani si contam inavano
in sfren ate lib id in i74 e ignoravano Dio. La croce del Signore li
frenò e li d isto lse dalle ca d u te dell'em pietà, fece lo ro alzare gli
occhi p erch é cercassero in cielo C risto. D eposero la m useruola
d ell’incredulità, accolsero il m orso della devozione e della fede,
seguendo Colui che dice: P rendete sopra di voi il m io giogo; il
m io giogo, infa tti, è dolce e il m io carico leggero. Perciò abbiam o
avuto gli a ltri p rin cip i cristian i — con l ’eccezione di Giuliano, che
lasciò l’A utore della su a salvezza, abbandonandosi all’inganno
della filosofia75 —, p erciò abbiam o avuto u n G raziano e u n Teo­
dosio.
52. N on h a d u n q ue m en tito la profezia quando h a detto
re cam m ineranno nella tua luce. « C am m ineranno » senza dubbio,
e so p ra ttu tto G raziano e Teodosio, « p rin cip i » più degli altri, non
già p ro te tti dalle arm i dei soldati, m a dai loro m eriti, rivestiti
non della veste d i p o ip o ra, m a d el m an to della gloria. Essi, che
p u r si com piacevano d i assolvere m olti accusati, qu an to più
godono lassù al rico rd o della loro indulgenza, p assando in rasse­
gna i m oltissim i, cui h an n o concesso il perdono. O ra godono di
u n a luce radiosa, avendo raggiunto lassù u n a dim ora d i gran
lunga m igliore di quella che possedevano quaggiù, e dicono: O
Israele, quanto è grande la tu a casa e quanto è sm isurato il luogo
del suo possedim ento, grande e senza fine! E avendo sostenuto
grandissim e fatiche, si dicono l ’u n l'altro : È una cosa buona per
un uom o, quando fin dalla giovinezza ha portato un pesante gio­
go: sederà p er suo conto e resterà in silenzio, perché ha portato
un pesante giogo. Chi h a p o rta to , in fatti, u n giogo p esan te fin
dalla giovinezza, poi rip o sa; lontano dalla folla, occupa il posto
della sua pace a lui riservato, dicendo: Perché tu m i hai fa tto
riposare separato dagli altri nella speranza. 53. « H a p o rta to un
pesante giogo fin d alla su a giovinezza » il povero Lazzaro, e perciò,
da solo, rip o sa nel seno di Abram o, secondo l ’attestazione della
S acra S crittu ra. P o rtò « u n giogo p esan te fin dalla giovinezza »
Teodosio, poiché q u elli che avevano ucciso suo p a d re v itto rio s o 76
insidiavano la sua vita. « P o rtò u n giogo p esan te », q u an d o sop­
p o rtò l ’esilio p e r devozione a su o p a d r e 77, quando, d o p o ch e i
b a rb a ri si erano riv ersati nel te rrito rio dell'im pero rom ano, egli
sali al trono. « P o rtò u n giogo p esan te » p e r allontanare i tira n n i
daH’im p ero ro m a n o 78. Ma poiché qui visse in mezzo ai travagli,
lassù gode la pace.
73 Ho cercato di rendere in italiano il rapporto reges - regerent.
74 Cf. S all., Cat. 1, 1: u elu ti pecora quae n a tura p rona a tque u en tri oboe­
d ientia fin xit.
75 Giuliano l ’Apostata fu un seguace convinto ed entusiasta del neo-
platonism o, che fece regola per la sua vita privata e per la sua azione di
governo.
w Vedi sopra, par. 40, nota 60.
77 Dopo la m orte del padre, Teodosio si era ritirato nei suoi possedim en­
ti a Cauca, nella Sierra Guadarrama.
78 Allusione a M assimo e ad Eugenio.
250 DE OBITV THEODOSII, 5 4 -5 6

54. Sed iam ueniam us ad augusti corporis transm issione


Fles, H onori, germ en augustum , et lacrim is pium testificaris ad­
fectum , quod in h o n o ru m adhuc h onore tum uli p atris corpus p er
sp atia m u lta tran sm ittis. Sed et p a tria rc h a Iacob p ro p te r popu­
lum liberandum , quem te tra fam es graui u rg eb at periculo, relicta
dom o senex ad p ereg rin a c o n te n d ita atq u e ibi defunctus ad sepul-
chrum p a triu m p e r aliq u o t dies filio prosequente deductus e s t b.
N ec derogatum est aliquid m eritis eius, sed m agis accessit ad
laudem , quod p ro suis caren s debitae dom us so rte quodam supre­
m i fun eris p ereg rin ab a tu r exilio.

55. Fles etiam , im p era to r auguste, quod non u sq u e Const


tinopolim reu eren d as reliquias ip se prosequeris. E adem tib i
causa nobiscum est: om nes iu sto dolore prosequim ur, om nes, si
fieri posset, d eductores tecum esse cuperem us. Sed Ioseph ad
finitim am accessit p ro u in c ia m a, hic m u lta in teriac en t regionum
d iuortia, hic m aria tra n sfre ta n d a sunt. N ec hoc quidem tib i labo­
riosum , nisi te ten eret res publica, qu am boni im peratores et p a re n ­
tibus e t filiis p ra etu leru n t. D enique ideo te im p era to rem p a te r fecit,
dom inus confirm auit, u t n o n soli m ilitares p a tri, sed om nibus
im perares.

56. N ec u ereare, ne inhonorae u id ean tu r, quocum que ac


serin t, reliquiae triu m p h ales. Non hoc sen tit Italia, q u ae olaros
sp ectau it triu m p h o s, q u ae a tyrannis iteru m lib e ra ta concele­
b ra t suae lib ertatis auctorem ; non hoc C onstantinopolis, q u ae
secundo ad uicto riam p rincipem m isit, quem , cum u ellet tenere,
n on potuit. E x pectabat quidem in re d itu eius trium ph ales sollem ­
n itates et titu lo s u icto riaru m , exspectabat to tiu s o rb is im p era to ­
rem stip atu m exercitu Gallicano et totius orbis subnixum uiribus.
Sed nu n c illi Theodosius p o ten tio r, nunc gloriosior red it, quem
angelorum c a te ru a deducit, quem san cto ru m tu rb a p ro seq u itu r.
B eata plane, quae p arad isi incolam suscipis et h ab itato re m super­
nae illius ciu itatis augusto sepulti corporis tenebis hospitio.

54. a Cf. Gen 42, 1 ss.; 45,18 - 46,7.


b Cf. Gen 50, 4-14.
55. a Cf. Gen 50, 13.
IN MORTE DI TEODOSIO, 5 4 -5 6 251

54. M a veniam o o rm ai ari tra sp o rto d ell'au g u sta salm a. Tu


piangi, Onorio, au g usto germ oglio, e con le tu e lacrim e a tte sti il
devoto affetto, p erch é tra s p o rti attra v erso m olti paesi il corpo di
tu o p ad re, an co ra privo dell'onore della se p o ltu ra 79. Ma anche il
p a tria rc a Giacobbe, p e r lib era re il popolo oppresso, con suo grave
pericolo, d a u n a terrib ile carestia, lasciando in e tà avanzata la sua
casa, si recò in u n paese straniero, ed essendo colà m orto, con
un viaggio di vari giorni fu p o rta to al sepolcro dei suoi padri,
sco rtato d al figlio. Con ciò non fu tolto nulla ai suoi m eriti, m a
anzi co n trib u ì m aggiorm ente alla sua gloria il fa tto che, privo
p e r am ore dei suoi del p ossesso di u n a dim ora ch e p u r gli era
dovuta, andava erran d o in u n a specie d'esilio delle estrem e ono­
ranze.
55. Tu piangi, augusto im peratore, anche p erch é non accom ­
pagni di p erso n a le v en erate spoglie fino a C ostantinopoli. Il
m otivo ti è com une co n noi: tu tti le accom pagniam o co n legitti­
m o dolore, tu tti, se fosse possibile, vorrem m o sco rtarle insiem e
con te. M a G iuseppe si e ra re cato nel paese vicino; nel n o stro
caso, invece, s'in terp o n e la d istanza d 'im m en si te rrito ri, nel n o stro
caso bisogna v arcare il m are. E nem m eno q u esta sareb b e im a
fatica p e r te, se non ti tenessero occupato i pubblici affari, che
i buoni im p era to ri h an n o an tep o sto sia ai genitori sia ai figli. Del
resto, tu o p a d re ti h a fa tto im p era to re e il Signore ti h a con­
ferm ato tale, p erch é tu n o n fossi so ltan to al servizio di tuo
padre, m a p erch é esercitassi la tu a a u to rità su tu tti.
56. E n on tem ere che, dovunque giungano, queste spoglie
trionfali sem brino senza onore. N on è q u esto il sentim ento del­
l’Italia che è s ta ta sp ettatrice dei suoi lum inosi trionfi, che, ripe­
tu tam en te lib era ta dai tiran n i, esalta unanim e l'a u to re della p ro ­
p ria lib ertà; n o n è qu esto il sen tim en to d i C ostantinopoli, che
p e r d u e volte inviò il p rincipe alla v itto r ia 80, m a, p u r volendolo
tratten e re, no n vi riu scì. E ssa attendeva, al suo rito rn o , le cele­
brazioni trio n fali e i tito li delle sue v ittorie, attendeva l'im p erato ­
re d i tu tto l'o rb e, circ o n d ato in fitta schiera dall'esercito della
Gallia e so sten u to dalle forze di tu tto il m ondo. M a o ra Teo­
dosio rito rn a a d essa p iù potente, rito rn a o ra p iù glorioso, p er­
ché lo sco rta la sch iera degli angeli, lo accom pagna la folla dei
santi. V eram ente b eata, tu che accogli u n cittad in o del p arad iso
e che n ell’au g u sta dim ora, dov'è sepolto il suo corpo, custodisci
u n ab itan te della città celeste.

w II corpo di Teodosio, trasportato a Costantinopoli, fu sepolto nella


Basilica degli Apostoli, che era usata quale mausoleo imperiale, 1*8 novem­
bre 395. Vedi Dudden, op. cit., II, p. 439.
so Evidentem ente nel 388 per la campagna contro M assimo (D udden, op.
cit., I, p. 353) e nel 394 per quella contro Eugenio (ibid., II, p. 428).
INDICI

(PER LA DIPARTITA DEL FRATELLO)


INDICE SCRITTURISTICO *

G en 4, 3: II, 74.
14, 21-31: II, 74.
1, 6-10: [I, 85. 24, 15-16: II, 10.
1, 11: I, 45. 32, 6: II, 95.
1, 26-27: II, 56.
2, 2-3: II, 2.
N vm
3, 17-18: II, 38.
3, 17-19: II, 37. 10, 1-10 (Sept.): II, 107.
3, 19: I, 65. 10, 1-10: II, 115.
5, 22-24: I, 30. 10, 8: II, 111.
5, 24: II 94. 10, 9-10: II, 113.
12, 1.4: II, 95. 20, 11: II, 74.
14, 1-15: II, 96. 23, 10 (Sept.): II, 43.
14, 21-24: II, 96. 24, 17-19 (Sept.): II, 43.
15, 5: II 95.
18, 1-5: II, 96. L ev
18, 6-7: II, 96.
18, 10-14: II, 97. 23 3· II 2
22, 1-10: II, 97. 23] 24 (Sept.) : II, 107.
22, 3: II 97. 23, 24 (Sept.): II, 108.
22, 7: II 97.
22, 11-13: II, 98. 2 R eg
26, 14-31: II, 99.
27, 5-14: II, 100. 12, 13: II, 25.
27,41 - 28,5: II, 100. 12, 15-23: II, 25.
28, 5: I, 23. 13, 28-31: II, 25.
28, 12-15: II, 100. 13, 31: II, 28.
29, 18-20: II, 100. 13, 34-38: II, 28.
30, 27-34: II, 100. 18, 32-33: II, 25.
32, 25-32: II, 100. 18, 33: II, 28.
34, 1-30: I, 23.
37, 4-11.18-24: II, 24. 3 R eg
37, 28-36: II, 24.
39, 7-20: II, 24. 3, 16-27: II, 31.
42, 2: II 23. 14, 20-22: II, 83.
49, 29 - 50, 14: II, 23 19, 4: II, 125.
50, 1.3.10: I, 10. 19, 18: II, 108.

Ex 4 R eg

3, 5: II, 94. 2, 11: II, 94.


3, 6: II, 95. 13, 21: II, 83.
* Il presente indice contiene le citazioni riportate in calce al testo latino.
Altrettanto si dica per gli indici scritturistici delle opere successive.
256 INDICE SCRITTURISTICO

2 C h ron E ccle

36, 21-23: II, 108. 3, 20: II, 58.


4, 24 (Sept.): II, 30.
IOB
C ant
3, 3: II, 32.
19, 26 (Sept.): II, 67. 1, 1-3: II, 118.
4, 7: II, 119.
4, 8: II, 120.
Ps 4, 8: II, 132.
4, 15: II, 120.
6, 7: I, 10. 4 .1 6 -5 ,1 : 11,118.
14, 1: I, 61. 4 .1 6 -5 ,1 : 11,120.
14, 2-5: I, 61.
14, 3: I, 61.
SAP
18, 2: I, 45.
18, 7: II, 117. 1, 13: II, 47.
23, 3: I, 61. 2, 24: II, 47.
23, 4: I, 61. 4, 11: I, 30.
23, 6: I, 61. 7, 7.17.19.20: II, 31.
26, 4: II, 133.
32, 9 (148, 5): II, 62.
32, 9 (148, 5): II, 85. E c c li
32, 9 (148, 5): II, 104. 13, 18-19: I, 42.
38, 5: II, 32. 43, 22: II, 115.
38, 6: II, 33. 44, 16: I, 30.
38, 7: II, 33.
38, 11: II, 33.
38, 13 II, 33. Is
41, 5: II, 113. 9, 6: I, 12.
64, 3: II, 132. 10, 1: II, 110.
72, 12-14: II, 20. 26, 17-20 (Sept.): II, 67.
79, 6: I, 33. 53, 5: II, 132.
80, 4: II, 105. 66, 22-24 (Sept.): II, 86.
86, 5: I, 13.
87, 5: II, 103.
97, 6: II, 114. I er
102, 14-15: II, 29. 15, 10 (Sept.): II, 34.
111, 9 I, 60. 17, 9 (Sept.): II, 103.
113, 3 II, 74. 20, 14-18: II, 125.
115, 1 II, 89.
115, 15: II, 45.
117, 16 (28?): II, 67. 4 E sdr
119, 1-3: II, 33.
10, 6-11: I, 66.
119, 5 II, 33.
119, 5 II, 125. 10, 15-16: I, 68.
143, 4 II, 29. 10, 20-24: I, 69.
150, 5 II, 105.
Ez

P rov 18, 4: II, 36.


18, 4: II, 39.
1, 25 (Sept.) : I, 51. 37, 1-7: II, 71.
8, 27.30 (Sept.): II, 86. 37, 1-10: II, 69.
8, 29: I, 45. 37, 7-8: II, 72.
19, 17: I, 60. 37, 9-14: II, 75.
INDICE SCRITTURISTICO 257

D an 13, 37 II, 27.


20, 29 II, 60.
8, 19: I, 29. 21, 22 I, 4.
12, 1-3 (Sept.): II, 66. 21, 22 ss.: 11,49.
Mt A ct
5, 3: I, 56. 2, 32: II, 91.
8, 11: II, 36. 2, 36: I, 13.
8, 26: II, 74. 9, 36: I, 29.
9, 18-19.23-26: II, 82. 9, 36-41: II, 83.
11, 28-29: II, 117. 16, 34: I, 65.
16, 28: II, 94.
18, 3: I, 51. R om
19, 21: I, 60.
20, 6: II, 63. 1, 3: I, 4.
22, 2: II, 132. 4, 3 (Gal 3, 6): II, 89
22, 37-39: I, 42. 5, 18: II, 6.
26, 30: I, 11. 5, 20: I, 1.
27, 50-53: II, 83. 6, 10: II, 36.
27, 52: II, 90. 7, 14: II, 108.
7, 23: II, 40.
7, 24: II, 40.
Me 7, 24-25: II, 41.
14, 72: II, 27. 8, 32: I, 4.
8, 32: II, 98.
9, 5: II, 91.
Lc 10, 10: II, 112.
4, 3: II, 85. 14, 9: II, 6.
7, 12 ss.: I, 29.
7, 14: I, 29. 1 COR
7, 14-15: II, 81. 1, 17: I, 47.
7, 15: I, 29. 11, 1: I, 9.
8, 11-14: II, 38. 13, 9-12: II, 32.
8, 41-42.49-56: II, 82 13, 12 II, 109.
9, 10: II, 6. 14, 15 II, 110.
13, 29 II, 101. 15, 13 II, 102.
13, 29 II, 116. 15, 19 II, 124.
16, 17 I, 68. 15, 20 II, 91.
16, 24 II, 39. 15, 21 II, 90.
17, 37 II, 108. 15, 22 II, 91.
20, 37 II, 95. 15, 23 II, 92.
20, 38 II, 95. 15, 31 II, 35.
23, 30 II, 39. 15, 36 II, 57.
15, 42-44: II, 64.
Io 15, 52 II, 76.
15, 52 II, 77.
1, 14: II, 103. 15, 52 II, 93.
1, 17: II, 109. 15, 52 II, 104.
2, 19: II, 103. 15, 52 II, 116.
6, 39: II, 89. 15, 53 II, 54.
11, 35 I, 10. 15, 53 II, 135.
11, 41.44: II, 80.
11, 43: II, 77. 2 Cor
11, 44: II, 78.
11, 45: II, 80. 4, 4: II, 109.
12, 29: II, 108. 4, 14: II, 89.
258 INDICE SCRITTURISTICO

5, 15 I, 2. 1 T h ess
5, 16 II, 91.
10, 3 II, 41. 4, 13 I, 9.
10, 3 II, 109. 4, 13 I, 70.
10, 4 II, 106. 4, 15 II, 93.
4, 16 II, 108.
4, 16-17: II, 48.
G al 4, 16-17: II, 76.
2, 21 II, 101. 4, 17 II, 93.
2, 21 II, 102. 4, 17 II, 94.

1 TlM
E ph
6, 10 I, 55.
2, 19 II, 33.
5, 14 II, 93. 2 Tim
5, 23 I, 47.
6, 12 I, 29. 2, 11 II, 40.
6, 12 II, 106.
T it

P h il 1, 2: II, 89.

1, 21 II, 40. H ebr


1, 21 II, 42.
1, 23-24: II, 41. 9, 27 I, 65.
2, 7-8: II, 103. 10, 1 II, 109.
4, 18 I, 1. 11, 5 I, 30.
A poc
C ol
1, 3: II, 121.
1, 16 II, 104. 4, 1: II, 105.
1, 17 II, 104. 8, 2: II, 105.
1, 18 II, 91. 9, 6: II, 39.
1, 18.19: I, 6. 11, 15: II, 105.
1, 24 I, 47. 14, 2 II, 132.
2, 9: I, 12. 20, 5-6: II, 59.
2, 16-17: II, 107. 20, 12-13: II, 121
2, 16-17: II, 108. 21, 1: II, 102.
2, 18 II, 4. 21, 3-4: II, 122.
INDICE DEGLI AUTORI CITATI*

A mbrosivs III, 3, 12-16: II, 64.


I li, 8, 34: II, 55.
De Abr. Ili, 8, 35: II, 9.
I, 3, 10: I, 32. V, 23, 79: II, 59.
I, 8, 67-68: II, 97. VI, 6, 39: I, 45.
I, 8, 73: II, 97.
Exh. uirg.
De fide
3, 15: I, 17.
I, 14, 93: I, 12.
Ili, 4, 27-28: II, 103. Exp. ps. CXVIII
Ili, 8, 54: I, 12.
11, 11: I, 57.
De ob. Val.
64: II, 114. A m m ia n v s M arcellinvs

De off.
Rerum gestarum II.
I, 27, 127: I, 58.
II, 8, 43: I, 57. XVI, 11, 8: I, 31.
II, 9, 49: I, 57. XVII, 10, 6: I, 31.
XXXI, 8, 6-8: I, 30.
De paen. XXXI, 10, 4: I, 30.
II, 7, 54-58: I, 10.

De par. A pvleivs
3, 14: I, 57.
3, 22: I, 57. De Platone
De uirginib. II, 4, 227: I, 55.
II, 9, 241: I, 55.
I, 7, 32: II, 97.
II, 2, 16: II, 97.
A thenagoras
Ep.
77, 1.13 {Maur. 22): I, 20. De resurr.

Exam. 3: II, 58.


4-8: II, 58.
I, 7, 27: II, 80. 18-23: II, 52.
II, 3, 9-11: II, 64. 21 ss.: II, 88.
* Comprende le citazioni contenute nel comm ento, escluse quelle bibli­
che. Altrettanto si dica per gli indici degli autori delle opere successive.
260 INDICE DEGLI AUTORI CITATI

A vgvstinvs De orat.
I li, 3, 12: I, 31.
Contra lui. Pelag.
IV, 12, 60: II, 29. De Rep.
III, 1, 1: II, 29.
De ciu. Dei VI, 27: II, 126.
XXII, 27: II, 65. Parad.
De pecc. orig. 4, 2, 31: II, 95.
41, 47: II, 6. Pro Piane.
28, 68: I, 46.
Avsonivs
Tusc.
Idyll. I, 23, 54: II, 126.
I, 30, 74: II, 35.
32, 6: II, 59. I, 31, 75: II, 35.
I, 34, 82-84: I, 71.
I, 34, 83: II, 14.
C icero I, 34, 83: II, 18.
I, 39, 93: II, 9.
Ad Att. I, 47, 114: II, 30.
I, 48, 116: II, 44.
XII, 10: II, 8. I li, 14, 29: I, 35.

Cato M.
Clavdianvs
14, 49: I, 67.
15, 51: II, 55. Carni, min.
15, 51: II, 56.
15, 53: II, 55. 27: II, 59.
15, 53: II, 61.
21, 78: II, 126.
22, 81: I, 72. Clem ens R omanvs
23, 84: II, 132.
23, 85: II, 134. Ep.
I, 24: II, 53.
De cons. frg.
I, 25: II, 59.
9: II, 30.

De fin. Gregorivs N az.

V, 9, 26: I, 45. Orat.


De nat. deor. VII, 18: II, 35.
I li, 5, 12: II, 106.
H erodotvs
De off.
Historiae
I, 1, 4: I, 9.
I, 5, 15-17: I, 57. V, 4: II, 5.
INDICE DEGLI AUTORI CITATI 261

H ieronimvs (Περί παραμυθητικού)


282-283 (III, ρ . 414, 2-27 S pengel):
Ep. II, 50.
283 (III, ρ. 414, 8-15 S pengel): I,
60, 14: II , 35.
30.
283 (III, ρ. 414, 15-20 S pengel): I,
H omervs 29.

Odyss. Origenes
X, 229: II, 127.
In Gen. hom.
4, 2: II, 96.
H orativs 8, 6: II, 97.
8, 7: II, 94.
Carm. 8, 8: II, 97.
IV , 13, 19: I, 7. 8, 8: II, 98.
8, 9: II, 98.
Sat. 8, 10: II, 98.

I, 1, 49: I, 10.
II, 6, 77-78: II, 106. O vidivs

Ars
L actantivs
III, 289: II, 110.
De op. Dei Met.
3: II, 29.
II, 367 ss.: II, 129
II I, 103: II , 70.
De phoen. V II, 104: II, 70.
86-92: II, 59. V i l i , 233 ss.: II , 129.
XIV, 8 ss.: II, 127.
Diu. inst.
I l i , 9, 13: II , 30. P lato

L iviv s Phaed.
67 D: II, 35.
Ab urbe cond. 67 E: II, 35.
72 C-D: II, 65.
XXI, 4, 6: I, 56.
81 E - 82 B: 1 1 ,6 5 .
XLV, 41, 8: I, 1.
81 E - 82 B: 1 1 ,1 2 7 .
82 B: II, 50.
M enander R hetor
P haedr.
Περί επιδεικτικών (Περί επιταφίου)
295 (III, ρ . 422, 2 4 S pengel): I, 80. 245 C: II, 126.

(Περί μονψδίας)
P lavtvs
318 (III, ρ. 436, 11 s. S pengel): I,
28
318 (III, ρ . 436, 15-20 S pengel): I,
Persa
78. 409: I, 55
262 INDICE DEGLI AUTORI CITATI

P lvtarchvs 9, 2: II, 18.


9, 3: II, 20.
A d u xor. 9, 2: II, 18.
10, 1: I, 3.
8: I, 14. 10, 4: I, 9.
C ons. a d A poll.
S ym b . « Qvicvmqve
113 A, 5-9: II, 7.

P omponivs M ela
32: I, 12.
34: I, 12.
C hor.
II, 2, 3: II, 5. T acitvs

Q vintilianvs A nn.
I, 50: I, 31.
I n s t. o ra t.
III, 7, 15: I, 57. T erentivs

S allvstivs
A d elp h .

C at. 864: I, 41.


51, 9: I, 32.
51, 20: I, 71. T ertvllianvs

lu g .
D e c a rn e Chr.
14, 4: II, 47.
2: II, 107.
14, 22: I, 75.
14, 22-23: I, 31.
D e p a en .
14, 24: I, 34.
63, 6: I, 47. 7, 5: I, 44.

S eneca D e re su rr.
13: II, 59.
A d H elu.
5, 3: I, 40. V alerivs M axim vs

A d M arc.
F aci, e t d ic t. m e m
1, 6: I, 14.
3, 2: I, 19. II, 6, 12: II, 5.
8, 1-3: II, 8. II, 6, 13: II, 7.
10, 5: I, 1.
19, 5-6: I, 71.
V ergilivs
A d Poi.
A en.
1, 1: II, 9.
1, 4: II, 4. I, 112: I, 43.
5, 1-3: I, 15. II, 3: I, 21.
5, 2: II, 8. II, 369: I, 72.
8, 1: I, 14. II, 637: I, 5.
9, 2: I, 71. II, 637: I, 19.
INDICE DEGLI AUTORI CITATI 263

II, 637: I, 34. X, 791: I, 70.


II, 753: II, 79. X, 843: I, 26.
IV, 79: I, 23. XI, 155: I, 27.
IV, 684-685: I, 19. XI, 159: I, 33.
VI, 522: I, 72.
VI, 730: I, 46. Bue.
VI, 746-747: I, 73. VI, 51: II, 128.
VII, 15-20: II, 127.
VII, 18: II, 128. Georg.
IX, 392-393: I, 23. I, 430: I, 52.
IX, 503-504: II, 110. II, 141: II, 70.
X, 189-193: II, 129. II, 295: II, 56.
X, 392: I, 38. III, 518: I, 8.
INDICE DEI NOMI*

Abramo : II, 36; 95; 96; 97; 98 (2); G erusalemm e : II, 108.
99; 101. G esù (Cristo): I, 10 (dominus)·,
Adamo: II, 6 (4); 37; 91. 13; II, 42; 48; 74 (dominus); 79
A frica: I, 17; 26; 27. (Iesus Christus); 81; 109; 132.
Al p i : I, 31. G iacobbe: II, 23 (Israele); 95; 100.
Αμ μ ο ν : II , 28. G iobbe: II, 32; 67.
Apocalisse : II, 105. G iovanni Εν.: II, 49; 103; 105.
A rabia: II , 59. G iudea : I, 11.
A ssalonne : II, 28. G iu d e i : II, 80 (2); 107; 108; 109.
G iuseppe E breo: II, 24.
B alaam : II, 43.
I caro: II, 129.
I sacco: II, 95.
Cantico dei Ca ntici : II, 117. I saia : II, 67.
Circei filtri : II, 127. I talia : I, 31; 32.
Cristo : I, 2; 4 (2); 6; 29 (2); 47
(3); 70; II, 6; 40; 41 (2); 43 (2); L azzaro: II, 39; 77 (2); 80 (2); 101.
46; 62; 83 (2); 89; 91 (2); 94; 100 L ibano : II, 115; 119; 120.
(2); 103; 108 (3); 109 (3); 113; 114; L icaonia: II, 59.
117 (2); 118; 120; 124 (2); 130. L ic i : II, 7.
L orenzo (S.): I, 17.
D avide : I, 13; II, 25 (2); 26; 28 L ucifero di Cagliari: I, 47.
(2); 29; 32; 33; 36; 37; 45; 89; 125;
133. M aria, sorella di L azzaro: II, 80.
M osè: II, 107; 108.
E cclesiaste: II, 30.
E gitto: II, 94. N u m e r i: II, 107.
E lia : II, 83; 94 (2); 125.
E noc: I, 30; II, 94 (2). P aolo: II, 35; 40; 40 (apostolus);
E tiopia : II, 59. 60; 64 (gentium doctor); 93 (2);
E zechiele : II, 69. 94 (2); 110.
P ietro: II, 27 (3); 83.
P rospero: I, 24.
Fenice : II, 59.
S alomone: II, 30; 32.
G erem ia : II, 34; 125. S atiro: I, 1.

* Sia in questo che negli altri indici analoghi i nom i sono elencati
nella forma italiana corrispondente a quella della Vulgata. N on sono com ­
presi i nom i contenuti nelle citazioni testuali; in taluni casi, invece, si è
registrato anche l’appellativo, specie se usato per antonom asia. Il numero
tra parentesi indica quante volte lo stesso nom e è ripetuto nel m edesim o
paragrafo.
INDICE DEI NOMI 265

S crittura sacra: I, 30; 65; 68; 76; Tabita : I, 29 (2); II, 83.
II, 36; 42 (2); 103; 106; 107. T ebe : II, 70 (regio Thebana).
S icilia : I, 17.
S im m aco : I, 32. V angelo: I, 29 (2); II, 66; 71; 74;
S ion : I, 11. 77; 89; 109; 117.
INDICE ANALITICO

Abramo : vede in typo il mistero della Trinità, II, 96; disposto a sacrifi­
care il figlio, 97-98; imitiamolo perché ci accolga nel suo grem­
bo, 101.
Affetto: intimo tra fratelli, non esibito in pubblico, I, 37; virile, 37.
A n im a : quali vantaggi ha di rimanere chiusa nel corpo?, II, 20; soprav­
vive al corpo, 21; metempsicosi ammessa dai gentili, 50; 65; 127;
ritenuta immortale perché fonte del proprio moto, 126.
B arbari: lo ro rib ellio n e, I, 1.

Cantico dei Cantici : commento di vari vv. del c. 4, II, 118-120.


Circe: leggenda assurda inventata dai poeti per beffarsi degli errori dei
filosofi, II, 127-128.
D avide : come si comportò alla m orte dei figli, II, 25.28; esalta la morte
dei santi, 45; si duole che la m orte tardi a venire, 125.
E ucaristia : in occasione di un naufragio Satiro chiede di poterla avere
con sé, I, 43.
F ratello: nulla di più prezioso di tanto fratello, I, 2; è maggiore la gioia
di averlo avuto che il dolore di averlo perduto, 3; riconoscenza per
i suoi meriti, 4; tutti lo piangono, 5; inseparabile da Ambrogio, 6.8;
si erano reciprocamente nominati eredi, 15; sua malattia, 16; suo
voto a san Lorenzo per il ritorno dal viaggio, 17; sua m orte dopo
il ritorno, 17; sostegno di Ambrogio, arbitro nelle decisioni, 20;
si assumeva gli affari domestici perché Ambrogio si dedicasse alle
funzioni episcopali, 20; sempre insieme, 21-22; apprezzato dallo
stesso debitore Prospero, 24; salvato dal naufragio (al ritorno dal­
l’Africa?), 27; per Ambrogio la sua m orte equivale a un naufra­
gio, 27; sconsigliato da Simmaco a tornare, 32; Ambrogio non ne
prevedeva la morte, 35; il loro affetto era intimo piuttosto che esi­
bito in pubblico, 37; confuso spesso con Ambrogio, 38; solo i segreti
affidati non erano comuni tra loro, 39; giudice degli eventuali pro­
blemi tra Ambrogio e Marcellina, 41; suo gradevole modo di discu­
tere, 41; come si comportava con i servi, 41; naufragio dal quale
scampa recando l'Eucaristia, 4344; desidera essere battezzato da
un vescovo non scismatico, 47-48; sua resistenza alle fatiche e ai
disagi, 50; sua semplicità, 51; sua verecondia, 52; sua castità, 53; suo
distacco dal denaro, 55-56; sua temperanza, 56; sua giustizia, 58;
non volle fare testamento, 59; non volle prendere moglie, 59; l’in­
tim ità dei rapporti rende più vivo il dolore della sua perdita, 68;
sempre presente ad Ambrogio, giorno e notte, 72-73; non si deve
pensare eccessivamente a lui né deve essere dimenticato, II, 2; ha
fatto si che Ambrogio non tem a la morte, 43; Ambrogio spera di
raggiungerlo presto, 135.
INDICE ANALITICO 267

deplora la propria nascita, II, 34; si duole che la morte


G e r e m ia :
tardi a venire, 125.
G e s ù : n a to d a u n a v ergin e, I, 11; c re a to re d i su a m ad re, 11; fa tto u o m o
n o n p er gen erazion e divin a, b e n sì u m an a, 11; b a m b in o p er l ’età,
q u ale F ig lio d i D io h a la p ien ezza d e lla d iv in ità , 12; d istin z io n e tra
c iò c h e è p ro p rio d ella su a n a tu ra d iv in a e c iò c h e h a in c o m u n e
c o n n o i, 12; p r e se il n o m e d a l corp o, 13; n o n se p a ra to d al Padre, 13.
G iacobbe: immagine di Cristo, II, 100; sue virtù, 100.
G iu s t iz ia : su e c a ra tteristich e , I, 57.

I ncontentabilità um a na : ognuno vorrebbe essere quello che non è, II,


124b.
I nsegnamento : n o n tu tti n e so n o cap aci, I, 9.
I sacco: d ev o n o e sse r n e im ita te la c a stità e la m itezza , II, 99.
I talia : minacciata d a presso dal nemico, I, 31; si diceva arsa dalla
guerra, 32.
Liei: condannano l’eccesso nel lutto, II, 7.
L ucifero di Cagliari: su o scism a , I, 47.

M etem psicosi : ammessa dai gentili, II, 50.65.127; miti pagani, 127-129;
l’uomo fatto ad immagine di Dio non può m utarsi in bestia, 130; non
è strano che vi credano i pagani, visto che adorano le bestie, 131.
M o rte : è la fine di questa vita, non del nostro essere, I, 70; i pagani
si consolano pensando che sia la fine d'ogni male, 71; non deve esse­
re pianta, II, 3; per quali ragioni, 3; essa è comune a tutti, 4; alcu­
ni popoli la festeggiano, 5; dovuta al peccato di un solo, 6; non deve
causare eccessivo dolore, 7; costumi dei Liei a questo riguardo, 7;
deve esserne nascosto il dolore, 8; la sorte dei m ortali si rispecchia
nelle vicende delle stagioni, 9; in quelle meteorologiche, 10; riprove­
vole un eccessivo dolore o timore per essa, 11; c’è chi si suicida per
timore della morte, 11; esagerate manifestazioni di dolore di fronte
alla m orte da parte delle donne, 12; la donna che non viene meno
alla fedeltà piange il m arito con sufficiente affetto, 13; rimpianto
per chi è morto, 14; obiezioni in proposito, 15; considerazioni per
quelli che pensano che i m orti siano privati dei piaceri della vita,
18; non è un male, se ci libera dalle sofferenze della carne e del
mondo, 21-22; desiderata dagli uomini santi, 34; filosofia come me­
ditazione della morte, 35; la m orte è di tre specie: quando moriamo
al peccato, quando lasciamo questa vita, quando « muore » l’ani­
ma, 36-37; non è pena, m a rimedio, 37.38; è un bene, 39-41; qualità
positive della morte, 44; quella di Cristo è vita per tutti, 46; non
esisteva nella natura, 47; non ne fu esentato Giovanni Ev., 49; come
se ne consolano i pagani, 50; non è perpetua, 66; invito a parago­
nare questa vita con quella che ci aspetta, 123; chi vorrebbe essere
privo della morte?, 124; Davide, Elia, Geremia si dolsero che tar­
dasse a venire, 125; molti la preferirono al timore per essa, 125.
N aufragio: al ritorno dall'Africa (?), I, 27; Satiro si salva da un nau­
fragio, 43-44; corre altri rischi dopo il naufragio, 50.
P aolo: e se r c itò la p ra tica d ella m o rte, II, 35.
P a t r ia r c h i : vivono, perché Dio è Dio dei viventi, II, 95; dobbiamo imi­
tarne le virtù, 95.
P azienza : si dim ostra più col sopportare che con l’opporsi, II, 1; più
si loda la sopportazione della pena causata dalla separazione, 17.
P ianto : universale per la m orte di Satiro, I, 5; non è grave colpa pian­
gere, 10; furono pianti i patriarchi, 10; pianse anche il Signore, 10;
268 INDICE ANALITICO

pianse come uomo, 11; Satiro non vuole essere pianto, 15; piangerlo
potrebbe sem brare disperare dei suoi meriti, 15; piangano quelli
che non hanno speranza nella risurrezione, 70.
P ietà : è il vivaio di tutte le virtù, I, 54.
P ietro: sua tentazione, II, 27.
P retesa d’essere esauditi : se Dio ascoltasse tutti, nessuno morirebbe,
I, 65.
P rudenza : sua definizione, I, 42; ricavata dalle Scritture, 42; ciò che è
proprio dell’uomo prudente, 45; somma quella che sa distinguere
le cose divine dalle umane, 48; mitiga meglio ciò che sarà cancel­
lato dal tempo, II, 8.
P ubblico interesse : è su p erio re a q u ello p riv a to , I, 2.

R iconoscenza: di Ambrogio a Dio per aver colpito lui risparmiando la


Chiesa, I, 1; per i m eriti del fratello, 4; per i benefici da lui rice­
vuti, 21; al popolo per la sua partecipazione al lutto, 28; di Satiro
a Dio per essere scampato al naufragio, 44; grave delitto non es­
sere riconoscenti a Dio, 44.
R isurrezione : per merito di un solo, II, 6; la fede in essa ricavata da
tre argomenti principali: la ragione, l’esempio universale, la testi­
monianza dei fatti, 52; argomenti tratti dalla natura, 53-57; come
possono risorgere i corpi dispersi, 58-62; leggenda della fenice, 59;
chi ci ha creato può farci risorgere, 64; affermata dagli scrittori
sacri, 67; visione di Ezechiele, 69-75; fatti miracolosi che la prean­
nunciano, 74; risurrezione di Lazzaro, 77-80; altre risurrezioni ope­
rate da Cristo, 81-82; risurrezione di Cristo, 84; se cielo e terra si
rinnovano, perché non può rinnovarsi l’uomo?, 87; in che consiste,
87; riguarda, per giustizia, corpo e anima, 88; è volontà del Padre,
89; Cristo, oltre a risuscitare persone morte, ha risuscitato se
stesso, 90; è stato risuscitato come uomo, è risorto come Dio, 91;
tu tti risorgono, m a ciascuno nel proprio ordine, 92.116; Enoc ed
Elia rapiti in cielo, 94; non credere alla risurrezione è grave sa­
crilegio, 102; se Cristo non è risorto per noi, non aveva motivo per
risorgere, 102; la verità è riservata a coloro che risorgeranno, 109;
si celebrerà più facilmente, se otterrem o la pienezza del mistero
spirituale, 114; ordine secondo il quale essa avverrà, 116.
S alomone: lo hanno seguito i più famosi filosofi, II, 30; chiede la sa­
pienza, 31; non sbaglia nel giudicare la condizione umana, 31.
S atiro: vedi « Fratello ».
S orella: sopravvive, I, 16; sue preoccupazioni per la minaccia dei bar­
bari, 33; Satiro era giudice degli eventuali problemi tra lei e Am­
brogio, 41; sua afflizione particolare, 76-77.
T rombe: le sette dell'Apocalisse, II, 105; loro significato, 106; loro uso
secondo i Numeri, 107; significato della settim a trom ba, 108; non
tu tti possono suonare le due trom be di cui parlano i Numeri, 111;
loro significato simbolico, 112.
U omo : sua condizione al momento della nascita, II, 29; pellegrino su
questa terra, 33.
V angelo: per mezzo di ciò che vi leggiamo comprendiamo le cose fu­
ture, I, 29; Cristo nel Vangelo invita a prendere il suo giogo, II, 117.
INDICI

(IN MORTE DI VALENTINIANO)


INDICE SCRITTURISTICO

G en 104, 15: 58.


108, 28: 34.
5, 21-24: 57. 132, 2: 7.
27, 27: 72. 133, 2: 56.
49, 8: 58. 136, 1: 79.
49, 22: 58. 136, 5-6: 78.
Ex
P rov
3, 5: 67.
9, 1.2.5: 69.
IVDIC
30, 18-19: 13.

11, 2940: 49. E ccle


11, 35 {S ep t.): 49.
11, 36 {S ep t.): 49. 2, 14: 7.
11, 37 (Sepi.): 49.
Cant
2 R eg
4, 1 (S ep t.): 7.
1, 22 (cf. Ier 50, 9): 79. 4, 3: 7.
1, 23: 79. 5, 10: 58.
1, 26: 79b. 5, 10: 59.
12, 16-23: 47. 5, 13 (S ep t.): 5.
13, 32.36: 47. 5, 13: 7.
18, 33: 47. 5, 13: 61.
5, 13-14 (S e p t.) : 62.
4 Reg 5, 14 (S ep t.): 60.
23, 21-30: 57. 5, 16 (S e p t.) : 63.
6, 6 : 6 .
6, 6: 7.
IOB
6, 9 (S e p t. 6, 10): 64.
14, 13-15 (S ep t.): 45. 6, 12 (S e p t. 7, 1): 65.
15, 20-21 (S ep t.): 48. 7, 1 (S ep t.): 66.
7, 1 (Sepi. 7, 2): 67.
Ps 7, 1 (S e p t. 7, 2): 68.
7, 2.4 (Sepf. 3.5): 69.
4, 10: 10. 7, 4.5: 69.
24, 7: 13. 7, 6 (S e p t. 7, 7): 70.
24, 7: 14. 7, 10 (S e p t. 7, 11): 71.
31, 1: 10. 7, 11-12 (S e p t. 12-13): 72.
36, 27: 10. 7, 13 - 8, 3 (Sepf. 7, 14 - 8, 3): 74.
44, 11-12: 68. 8, 1: 75.
73, 21: 30. 8, 2 (Sepf.): 8.
103, 15: 8. 8, 5: 77.
272 INDICE SCRITTURISTICO

S ap 16, 19: 31,


26, 64: 31.
4, 7: 51.
4, 11: 57. Mc
E ccli 14, 38: 33.
25, 5: 12. Lc
I er 6, 29 (cf. Thren 3, 30)· 6.
16, 22: 72.
4, 19: 29. 22, 40.46: 33.
4, 19: 60.
50, 9: 79. Io
T hren 1, 23: 28.
1, 29: 33.
1, 1: 4. 17, 24: 80.
1, 2: 4. 18, 8: 35.
1, 4 (Sepi.): 8. 19, 25: 39.
1, 11 (Sept.): 4. 19, 26-27: 39.
1, 16 (Sept.) : 3.
1, 18: 4. R om
2, 13: 29.
3, 15: 29. 13, 12: 64.
3, 22-23: 9.
3, 24-28: 9. 1 Cor
3, 27: 11. 2, 8: 34.
3, 28: 12. 15, 18: 79.
3, 30: 6.
3, 30: 12. 1 T hess
SOPH 4, 13-14: 44.
3, 12: 30. P h il

D an 1, 21.23: 46.
13, 45: 19. Col
13, 45-64: 19.
2,9: 31.
Mt
1 Ρτ
5, 14: 58.
5, 44: 34. 2, 2: 75.
10, 28: 33.
11, 28 s.: 10. Apoc
11, 29: 31.
11, 30: 11. 21, 10: 65.
INDICE DEGLI AUTORI CITATI

A m b r o s iv s A m m ia n v s M a rcellin v s

D e exc. ir . R e ru m g e s ta r u m II.

I, 23: 25. XXV, 4, 15: 21.


I, 71: 45.
I, 74: 41.
II, 28: 47. C icero
II, 48: 45.
II, 94: 57. D e diu in .
II, 114: 64.
I, 18, 36: 80.
D e in st. uirg.
T usc.
14, 87: 67.
I, 14, 82: 44.
D e Isa a c

8, 65: 67. L v c r etiv s

D e m y s t. D e rer. nat.
3, 12: 52. Ili, 469: 5.
5, 26: 52.

D e sacr. M enander R h etor

IV, 2, 5: 77.
Περί έπ ιδ εικ τικ ώ ν (Περί. μονω δ ία ς)
Ep. 318 (III, ρ. 436, 15-21 Spengel): 58.
25, 2 (Maur. 53): 23. (Περί π α ρ α μ υ θ η τικ ο ύ )
30 (M aur. 24): 28. 282-283 (III, ρ. 413, 15 - 414, 27
30, 12 (M aur. 24): 39. S pen g e l ): 46.
72, 7 (Mawr. 17): 19.
72, 16 s. (M aur. 17): 20.
extr. collect., 10, 2-5 (M aur. 57): 20. O rig e n e s

E x p . eu. Lue.
In C ant. E x c. P roc.
X, 132: 39.
4: 7.
E x p . p s. C X V II I 6 fin.: 67.
7: 68.
14, 34: 77. 7: 70.
274 INDICE DEGLI AUTORI CITATI

In Gen. hom. TlBV LLV S

8, 7: 67. Eleg.
I, 1, 7: 80.
In ExocL. hom.
2, 3: 75. V e r g il iv s

Aen.
S eneca VI, 872-873: 3.
VI, 883: 56.
Ad Pol. VI, 884-886: 56.
IX, 392-393: 25.
9, 2-3: 44. IX, 446-447: 78.
INDICE DEI NOMI

Àbramo: 72. I m p e r o ro m a n o : 2.
A lp i: 2; 4 (3); 26. I sacco : 72.
A m in a d a b : 68. I sr a ele : 49.
Am n o n : 47. I t a l ia : 2; 4; 22; 23; 51; 68.
A ssalonne : 47. I t a l ia n i : 4.

Cantico dei Cantici : 58. J efte: 49; 50.


C r i s t o : 33; 34; 47; 52; 56 (2); 58
(3); 60; 61; 62; 63; 65; 66; 69; 75. L azzaro : 72.

D a n ie le : 16; 19. M a r ia : 39.


D avide : 13; 47; 48; 52. M a s s im o : 39.
MosÈ: 52; 67.
E lia : 28.
E noc: 57. P a o lo : 44 ( apostolus ).
P ie t r o : 31.
G alli : 25.
G a llia : 2; 3; 28; 68. R odano : 79.
G erem ia : 11. R oma: 17; 19; 20.
G erusalemme : 5 (2); 65.
G e s ù : 32. S a lo m o n e : 13.
G iacobbe: 58; 72 (4). S crittu ra sacra : 8; 49.
G iobbe: 45; 48.
G iosia : 57. T e s t a m e n t o A n t ic o : 75
G iu d e i : 30. T r a n s a l p in e r e g io n i : 22.
G iudeo popolo: 57.
G iuliano : 21; 55. 1; 2 (2); 4; 5; 6; 8;
V a l e n t in ia n o :
G iuseppe E breo: 58. 9; 14; 32; 52; 58; 77; 79 (4); 79b.
G raziano : 6; 54; 71; 74; 79 (4); 79b. V angelo : 10; 11; 29; 75.
Greco testo: 11. V ie n n e : 23 (Viennensis urbs).
INDICE ANALITICO

Ambrogio: aveva promesso di recarsi a Vienne da Valentiniano, 24; ne


fu distolto dal falso annuncio della venuta deH'imperatore a Mila­
no, 24; giustifica il suo mancato viaggio, 25; riceve una lettera di
Valentiniano con cui lo invita a raggiungerlo con urgenza, 25; ri­
ceve la notizia della sua morte, 26; critiche a lui rivolte, 28; sue
giustificazioni, 28; parla della im m aturità della m orte di Valenti