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Pelagio

EPISTOLA
A DEMETRIADE
Introduzione, traduzione e note
a cura di Donato Ogliari

C ittà Nuova
INTRODUZIONE

Nella storia del pensiero cristiano, e sotto il profilo propriamen­


te dottrinale, Pelagio è considerato come uno dei più grandi eresiar-
chi della Chiesa d’Occidente. L’insegnamento che, a torto o a ragio­
ne, si rifà a lui - il cosiddetto pelagianesimo - è stato infatti descrit­
to come una «grande eresia (...) che, esagerando la portata delle for­
ze del libero arbitrio, arrivava a negare la necessità della grazia, la
trasmissione del peccato originale, la distinzione tra l’ordine natura­
le e quello soprannaturale» 1.
Oggi gli studiosi, più che di «eresia pelagiana», preferiscono
parlare di «controversia pelagiana», ritenendo che questa espressio­
ne metta meglio in risalto quel che il pelagianesimo intendeva esse­
re - ossia un movimento di pensiero e di ascesi che rispondeva al bi­
sogno di molti di condurre una vita autenticamente cristiana - e i e ra­
gioni del suo successo, soprattutto tra le classi colte e aristocratiche.
Il linguaggio più pacato e costruttivo impiegato negli ultimi de­
cenni dall’indagine storico-teologica a proposito del fenomeno pela-
giano è sicuramente il risultato di ciò che uno dei massimi studiosi
di Pelagio, Georges de Plinval, si augurava agli inizi degli anni set­
tanta del secolo appena trascorso: non una riabilitazione illusoria di
Pelagio, ma la presa d’atto di quella parte di verità, generalmente
presente in ogni errore, che «enrobait sa doctrine»2.

1 R. H edde - E. Amann, Pélagianisme, in D ictionnairede Tkéologie Ca-


tholique, voi. X II/1, 675-715, qui 675.
2 «Le moment ne serait-il pas venu d’interroger Pélage et, sans prétendre
à une réhabilitation illusoire, de remettre à jour la part de vérité qu’enrobait sa
doctrine?» (G. de Plinval, Lheure est-elle venne de redécouvrir Pélage?, in «Re-
vue des Etudes Augustiniennes» 19 [1973], pp. 158-162, qui p. 158). Per una
buona rassegna dei passi compiuti in questa direzione, cf., ad esempio, M. Lam-
6 Introduzione

In realtà, gli studi sul pelagianesimo condotti negli ultimi de­


cenni hanno via via sfumato le posizioni di Pelagio e dei suoi segua­
ci, e in parte le hanno anche rettificate, grazie a un approccio che non
si poneva più esclusivamente su un piano dogmatico o “ideologico”,
ma che, nel frattempo, era divenuto più sensibile anche a un’indagi­
ne storico-critica. Ciò ha senza dubbio contribuito sia a recuperare lo
slancio originario che ha dato vita al pelagianesimo sia a meglio con­
testualizzare il pensiero di questo movimento ascetico-religioso sullo
sfondo degli eventi che hanno caratterizzato l’evoluzione della dot­
trina cristiana all’inizio del V secolo, così come essa prendeva forma
nella pars occidentalis dell’impero romano.
I! intento del presente lavoro è modesto. Più che offrire nuove ac­
quisizioni o nuove piste di indagine, esso intende porsi all’interno di
quella linea di ricerca sopra accennata per offrire al pubblico italiano
- attraverso la traduzione di un’opera di sicura attribuzione pelagia-
na, ep istu la ad Demetriadem - la possibilità di cogliere uno spacca­
to vivido e penetrante del pensiero di Pelagio. In esso ci inoltreremo
dopo aver messo in luce la figura e la personalità di Pelagio e il ruolo
ricoperto dai circoli aristocratici romani nella diffusione del suo pen­
siero e del movimento pelagiano che da esso ha preso avvio. La ver­
sione italiana Jé’/Z'Epistula ad Demetriadem sarà, inoltre, preceduta
da uno schizzo biografico della giovane vergine aristocratica, Amnia
Demetriade, e da una sintesi dell’insegnamento contenuto nella lette­
ra a lei indirizzata da Pelagio. Chiuderanno il saggio introduttivo una
breve annotazione sui punti più controversi della dottrina pelagiana e
un accenno allo stile e alla ricezione dell’epistola in oggetto.

1. P e l a g i o e il p e l a g ia n e s im o

Il termine “pelagianesimo”, divenuto un nom commode, è sta­


to introdotto dagli eresiologi per indicare, nel pensiero di Pelagio e

berigts, Le mal et le péché. Pélage: la réhabilitation d ’un hérétique, in J. Pirotte -


E. Louchez (edd.), Deux mille ans d ’histoire de l’Église. Bilan et perspectives his-
toriographiqu.es, «Revue d ’Histoire Ecdésiastique» 95/3 (2000), pp. 97-111.
Introduzione 1

dei suoi adepti, quegli aspetti controversi che sono divenuti oggetto di
condanne ufficiali. Se è difficile sbarazzarsi di un termine il cui uso si
è ormai consolidato lungo i secoli, sarebbe comunque improprio rite­
nere che il pelagianesimo rappresenti una “scuola” dal programma
monolitico. Infatti, grazie alle ricerche storico-patristiche del X X se­
colo, che hanno messo in luce la complessa situazione storica nella
quale il pelagianesimo era venuto delineandosi, esso ha potuto final­
mente essere rivisitato non tanto (o non soprattutto) come «scuola di
pensiero» quanto piuttosto come un «movimento etico-religioso» 3.
Studi di notevole profondità, a cominciare da quelli pionieristi­
ci di Souter 4 e di G. de Plinval5, hanno preparato il solco per ulte­
riori e sempre più solidi contributi 6, che hanno finito col mettere in

3 Cf. F.G. Nuvolone - A. Solignac, Pélage et Pélagianisme, in Dictionnaire


de spiritualité, voi. Χ Ώ /2 ,2889-2942, qui 2889; M. Lamberigts, Recent Research
into Pelagianism with Particular Emphasis on thè Role of]ulian ofAeclanum, in
«Augustiniana» 52 (2002), pp. 175-198, qui p. 198; Id., Il Pelagianesimo: da mo­
vimento etico-religioso ad eresia, e viceversa, in «Concilium» 39 (3/2003/), pp.
53-64.
4 Cf. A. Souter, Pelagius’ Expositions o f Thirteen Epistles o f St. Paul
(Texts and Studies, 9-1-3), Cambridge 1922, 1926, 1931.
5 Cf. G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa riforme. Étude d'histoi-
re littéraire et religieuse, Lausanne 1943.
6 Pur con prospettive ed esiti diversi, si pensi ai seguenti studi: T. Bohlin,
Die Theologie des Pelagius und ihre Genesis (Acta Universitatis Upsaliensis, 9),
Upsala 1957; S. Prete, Pelagio e il Pelagianesimo, Brescia 1961; G. Greshake,
Gnade als konkrete Freiheit. Etne Untersuchung zur Gnadenlehre des Pelagius,
Mainz 1972; O. Wermelinger, Rom und Pelagius. Die theologische Position der
rómiscbe Bischófe im pelagianischen Streit in den ]ahren 411-432 (Papste und
Papsttum, 7) Stuttgart 1975; C. Garcia-Sanchez, Pelagius and Christian Initia­
tioni A Study in Historical Theology, Washington 1978; J.B. Valero, Las hases
antropológicas de Pelagio en su tratado de las Expositiones, Madrid 1980; F.G.
Nuvolone - A. Solignac, Pélage et Pélagianisme, cit.; G. Bonner, Pelagius/Pela-
gianischer Streit, in Teologische Realenzyklopàdie 26/1996, pp. 176-185. Per
uno status quaestionis della Pelagiusforschung, cf. O. Wermelinger, Neuere For-
schungskontroversen um Augustinus und Pelagius, in C. Mayer - K.H. Chelius
(edd.), Internationales Symposion iiher den Stand der Augustinus-Forschung.
Vom 12. Bis 16. A prii 1987 im Schlofi Rauischholzhausen der Justus-Liebig-Uni-
versitàt Giefien (Cassiciacum, 39/1), Wiirzburg 1989, pp. 191-198; M. Lambe­
rigts, Le mal et le péché, cit.
8 Introduzione

evidenza in maniera sempre più obiettiva e precisa il formarsi del pe­


lagianesimo come un “movimento” che, in quanto tale, non è ridu­
cibile al solo Pelagio, anche se, ovviamente, il ruolo fondazionale da
lui rivestito nel processo formativo di tale movimento non può esse­
re trascurato.
Le ricerche sul pelagianesimo condotte nel X X secolo si sono
mosse soprattutto su un duplice fronte. Da una parte si faceva senti­
re in maniera sempre più urgente la necessità di “disincagliare” il
pensiero pelagiano dalle ricostruzioni (non sempre imparziali) ope­
rate da coloro che il pelagianesimo avevano combattuto con determi­
nazione 7. Dall’altra si avvertiva il bisogno di moltiplicare gli sforzi
per giungere a distinguere il più chiaramente possibile tra ciò che co­
stituiva l’effettivo pensiero di Pelagio e ciò che era invece il prodot­
to dei suoi sostenitori; a distinguere cioè —come è stato scritto - tra
ciò che è pelagisch e ciò che è pelagianisch 8.
Benché definitive e circostanziate informazioni sull’esatta
estensione dell’area di influenza pelagiana non siano ancora in no­
stro possesso, e benché dunque non sia facile risalire con certezza al­
la paternità di alcune opere che continuano a rimanere di dubbia at­
tribuzione, è pur tuttavia possibile, oggi, riconoscere e delimitare con
maggior precisione il pensiero di alcuni scrittori dell’area pelagiana.
Ciò consente di rispettare le accentuazioni dei singoli autori senza
cadere nella tentazione di considerare il corpus pelagianum come
qualcosa di sistematicamente uniforme, come, invece, il termine on-

1 Poteva cosi succedere che lo stesso Pelagio non si riconoscesse nelle ri-
costruzioni del suo pensiero fatte dai suoi avversari (cf. M. Lamberigts, Le
m al et lepéché, cit., p. 108).
8 Cf. G. Greshake, Gnade als konkrete Freiheit, cit., p. 27, n. 3. Ci pare
troppo riduttivo il giudizio di Tibiletti, quando afferma che bisogna «accon­
tentarsi di parlare di pensiero pelagiano» (C. Tibiletti, Teologia pelagiana su
celibato/m atrim onio, in «Augustinianum» 27 [1987], pp. 487-507, qui p.
487). E invece pienamente condivisibile la metodologia assunta da Nuvolone,
il quale presenta il pensiero pelagiano attraverso gli «scrittori pelagiani» (F.G.
Nuvolone, Pélage et pélagiantsme. I. Les écrivains, in Dictionnaire de spiritua-
lité X II/2, 2890-2923), anche se lo stesso autore tiene a precisare che l’inven­
tario da lui proposto rimane «limité et bien arbitraire» (ibid., 2923).
Introduzione 9

nicomprensivo “pelagiani” - già impiegato da Girolamo nel 415 nel


suo Dialogus adversus Pelagianos, e poi utilizzato da Orosio, Ago­
stino e altri - lascia intendere.
Per quanto riguarda il primo tentativo - quello cioè di recupe­
rare il pensiero autentico di Pelagio e dei suoi sostenitori disincro­
standolo da ciò che gli avversari hanno fatto loro dire, talvolta al di
là delle loro reali intenzioni -, l’imputato numero uno rimane Ago­
stino di Ippona, il quale, più di altri, ha affrontato e combattuto
frontalmente e tenacemente la dottrina pelagiana. Il fatto, poi, che
ampie sezioni delle opere di Pelagio ci siano giunte attraverso gli
scritti del vescovo di Ippona che le confutavano, spiega l’influsso che
il giudizio di quest’ultimo ha esercitato sulla ricezione del pensiero
pelagiano da parte delle generazioni successive 9. Alcuni giudizi rigi­
di e stereotipati hanno la loro radice proprio qui, nell’interpretazio­
ne agostiniana ben presto impostasi nella Chiesa d’Occidente.
Vi sono, inoltre, ulteriori fattori che rendono difficile circoscri­
vere e definire con chiarezza il movimento pelagiano. Tra essi sono
da annoverare /'anonimia, e in qualche caso la pseudoepigrafia, a
cui è andato soggetto un certo numero di scritti. Già Girolamo ave­
va di che lamentarsi perché, a suo dire, Pelagio e i suoi seguaci face­
vano circolare i loro scritti sotto l’anonimato di idee e di persone al
fine di evitare opposizioni frontali o eventuali ritorsioni10.
A rallentare il cammino di ricostruzione del pensiero e del mo­
vimento pelagiano hanno anche contribuito fattori quali la mancan­
za di dati attendibili e completi sulla personalità dello stesso Pelagio,
o il vuoto considerevole rappresentato dall’inspiegabile scomparsa
J<?//JEpistula Tractoria di Zosimo, la quale ci avrebbe senz’altro aiu­
tato a definire in maniera più puntuale i dati attorno ai quali si era
sviluppata la controversia pelagiana.
Infine, benché grazie agli studi di critica testuale e di compara­
zione il numero degli scritti di Pelagio ritenuti come autentici sia

9 Cf. O. Wermelinger, Neuere Forschungskontroversen um Augustinus


und Pelagius, cit., pp. 216-217. Per alcuni esempi concreti, cf. anche M. Lam-
berigts, Le mal et le péché, cit., pp. lOlss.
10 Cf. Girolamo, Dialogus adversus Pelagianos III, 14, 16, CCL 80, 120.
10 Introduzione

stato notevolmente ridotto negli ultimi decenni n, bisogna utilizza­


re con molta circospezione anche quelli a cui si attribuisce la sua pa­
ternità u, in particolare i frammenti di diverse sue opere pervenuti­
ci attraverso gli scritti degli avversari, spesso sotto una luce defor­
mante e monocolore, o comunque non imparziale e tendenzialmen­
te pregiudiziale. A ciò va aggiunto quel procedimento artificiale con­
sistente nell’estrapolare dal loro contesto alcuni passi delle opere pe-
lagiane per farne un tutt’uno omogeneo e sistematico da attaccare e
demolire 13. E il caso, ad esempio, del dossier presentato a Cartagi­
ne, contro Celestio, da Paolino di Milano; o di quello che Orosio,
Lazzaro e Eros avevano presentato a Diospoli contro Pelagio; o, an­
cora, di quello allegato «//'Epistula Tractoria di Zosimo e che Wer­
melinger è riuscito a ricostruire nei suoi punti salienti14. Lo stesso
Agostino, che pure era solito reagire sulla base di una documenta­
zione sicura di cui riusciva a venire in possesso, nella conclusione del
suo De gestis Pelagli tenta una sistematizzazione dogmatica di quel­
le che, ai suoi occhi, apparivano come le caratteristiche di fondo del­

11 Cf. l’elenco e le relative osservazioni della Clavis Patrum Latinorum,


editio tertia aucta et emendata, Steenbrugge-Turnhout 1995, nn. 728-759,
ρρ. 250-259. Per le diverse attribuzioni, cf.: O. Wermelinger, Neuere For-
schungskontroversen um Augustinus und Pelagius, cit., pp. 192-193, 215; F.G.
N uvolone, Pélage et pélagianisme, I. Les écrivains, cit., coll. 2915-2917; A.
Kessler, Reichtumskritik und Pelagianismus. D ie pelagianische Diatribe de divi­
tiis: Situierung, Lesetext, Ubersetzung, Kommentar (Paradosis, 43), Freiburg
Schweiz 1999, pp. 8ss.; 136-144.
12 C’è unanimità nell’attribuire con sicurezza a Pelagio le Expositiones
XIII epistularum Pauli, ì’Epistula ad Demetriadem, il Libellus fid ei e una serie
di frammenti, soprattutto quelli relativi al De natura e al De libero arbitrio, an­
che se di questi ultimi l’attribuzione non è del tutto senza problemi. A m oti­
vo della non unanimità circa l’attribuzione di altri scritti a Pelagio, per quel­
le opere di non sicura attribuzione, nelle note a piè di pagina aggiungeremo,
dopo il nome, un punto interrogativo tra parentesi quadre [?].
13 «Augustin s’est occupé en d ’autres mots de rassembler en une synthè-
se dogmatique une littérature pélagienne cependant très variée, le tout pour
ensuite pouvoir la réfuter» (M. Lamberigts, Le mal et le péché, cit., p. 106).
14 O. Wermelinger, Das Pelagiusdossier in der Tractoria des Zosimus, in
«Freiburger Zeitschrift fur Philosophie und Theologie» 26 (1979), pp. 336-368.
Introduzione 11

la dottrina di Pelagio13, sintesi che il vescovo di Ippona estenderà a


una più ampia produzione pelagiana, e non del solo Pelagio, allo
scopo di presentare «un’immagine coerente del pensiero eterodosso
pelagiano» 16.

1.1 Pelagio: la vita e le opere

Di Pelagio non esiste una Vita redatta da qualche suo discepolo


o ammiratore, né lo stesso interessato pensò mai di affidare ai suoi
scritti qualche riferimento alla sua persona e alla sua vita. Per ironia
della sorte, tutto quel che sappiamo di lui - che è poco - lo dobbia­
mo soprattutto agli scritti di coloro che si opposero duramente al suo
insegnamento e al movimento che da lui prese avvio. Benché occor­
ra accostarsi con prudenza a queste fonti, in quanto le informazioni
ivi contenute si rivelano non di rado portatrici di interpretazioni pre­
giudiziali e distorte, esse rappresentano tuttavia l’unica fonte di co­
noscenza su Pelagio giunta fino a noi. E dunque grazie a questa pur
scarsa documentazione che ci è possibile delineare, anche se non in
maniera esaustiva come sarebbe auspicabile, la figura e l’attività di
Pelagio.
Soprannominato Brito11, Britannus18 o Britannicus 19, Pelagio
nacque in Britannia20 tra il 350 e il 354, probabilmente da funzio­

15 Cf. Agostino, De gestis Pelagii 35, 61-65, CSEL 42, 116-121.


16 M. Lamberigts, Il Pelagianesimo: da movimento etico-religioso ad ere­
sia, e viceversa, cit., p. 53. Cf. anche O. Wermelinger, Rom und Pelagius, cit.,
pp. 216, 278-282.
17 Così, ad esempio, lo chiama Agostino per distinguerlo da un altro P e­
lagio (cf. Agostino, Ep. 186,1, CSEL 57, 45).
18 Mario Mercatore, Commonitorium adversum haeresim Pelagii, in Acta
conciliorum oecumenicorum I, V, 1, p. 5.
19 Orosio, Liber apologeticus contra Pelagianos 12, 3, CSEL 5, 620.
20 E non in Irlanda come lascia intendere Girolamo che chiama Pelagio
Scottus o Scotticus (Girolamo, In Hieremiam prophetam Prol. 4, e III, 1, CCL
74, 2 e 120). Tali appellativi, infatti, non vanno considerati come un’indica­
zione della provenienza di Pelagio, quanto piuttosto come degli epiteti ingiù-
12 Introduzione

nari romani ivi residenti. Non si sa nulla del periodo di vita prece­
dente il suo arrivo a Roma, dove giunse dopo il 380 21, né si sa qual­
cosa di come abbia esattamente trascorso i primi anni del suo sog­
giorno romano. È come se Pelagio fosse uscito dall’oscurità o —il che
non è molto dissimile nella sostanza - come se egli avesse voluto
mantenere nell’ombra quel periodo della sua vita. Forse è a lui che
Girolamo allude quando in una lettera a Donnione, scritta verso il
394 22, parla di un tale che aveva aderito al cristianesimo dopo aver
esercitato l’avvocatura, nella quale aveva acquisito le necessarie abi­
lità oratorie e dialettiche. Secondo de Plinval, le critiche che nelle
sue opere Pelagio rivolge ai giudici disonesti appoggerebbero indiret­
tamente questa ipotesi, in quanto rivelerebbero una conoscenza di
prima mano dell’ambiente forense 23.
Sempre secondo Girolamo, Pelagio doveva essere un autodidat­
ta per quanto riguarda la sua formazione cristiana, ed è altamente
probabile che abbia letto almeno alcuni degli autori cristiani più in vi­
sta ai suoi tempi, anche se ci risulta molto strano che egli non abbia

riosi, cosa per nulla rara sulla bocca e sotto la penna del focoso Dalmata! D el
resto è sua anche la descrizione che dipinge Pelagio come un gigante obeso
(«grandis et... corpulens»: ibid. Ili, 1), sciocco e pieno di polenta («stolidissi­
mus et... pultibus praegravatus [il britannico porridgel]»: ibid. Prol. 4).
21 Cf. E. TeSelle, Pelagius, Pelagianism, in A.D. Fitzgerald (ed.), Augu­
stine through thè Ages. A n Encyclopedia, Grand Rapids (MI) - Cambridge
(UK) 1999, pp. 633-640, qui p. 633.
22 Cf. Girolamo, Ep. 50, 2, CSEL 54, 389-390. Se la persona innomina­
ta contro cui Girolamo si scaglia in questa lettera fosse proprio Pelagio, allo­
ra bisognerebbe far risalire al 393 circa l’inizio dell’incontro-scontro tra i
due. D i questo parere sono G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa rifor­
m e, cit., pp. 50-55; R.F. Evans, Pelagius: Inquiries and Reappraisals, N ew
York 1968, pp. 26-42. D i parere contrario è Y.-M. Duval, Pélage est-il le cen-
seur inconnu de /'Adversus Iovinianum à Rome en 393? Ou: Du 'portrait-ro-
bot’ de l’bérétique chez S. ]éróme, in «Revue d ’Histoire Ecclésiastique» 75
(1980), pp. 525-557.
23 Cf. G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., pp. 65-68.
Cf. anche l’accenno al carattere artificioso degli argomenti: «fucato [...] argu­
mentorum colore» (Pelagio, Ep. ad Demetriadem 4, PL 30, 19).
Introduzione 13

avvertito una certa consonanza con alcuni di essi e non si sia in qual­
che modo lasciato influenzare da loro nell’elaborazione del suo inse­
gnamento. Parrebbe perciò più logico ritenere che Pelagio abbia pos­
seduto una conoscenza limitata ad alcuni autori cristiani più noti. Co­
me ipotizza C. Pietri, «forse conobbe gli scritti di Cipriano e, tra i con­
temporanei, Ambrogio e l’anonimo scrittore detto Ambrosiaster» 24.
Sulla scorta di queste scarne informazioni riguardanti Pelagio al­
la vigilia del V secolo, un aspetto emerge con chiarezza: la sua non co­
mune statura morale, che non gli sarà contestata neppure da Agosti­
no, il suo futuro e più tenace avversario 25. Verso la fine del IV seco­
lo, infatti, la sua fama di servus D ei26 si era già diffusa nell’Urbe e
oltre. In un’epoca in cui la Chiesa aveva prodotto grandi personalità
ecclesiastiche, Pelagio si distingueva per essere un cristiano laico che,
agli occhi di coloro che lo frequentavano, appariva soprattutto come
un austero asceta 27 e un apprezzato consigliere spirituale. In questi

24 C. Pietri, Le difficoltà del nuovo sistema (395-431). La prima eresia del­


l’Occidente: Pelagio e il rifiuto del rigorismo, in J.-M. Mayeur et alii (edd.), Sto­
ria del Cristianesimo. Religione-Politica-Cultura·, ed. it. a cura di G. Alberigo,
2. La nascita di una cristianità (250-430), Roma 2000, pp. 429-452, qui p. 430.
Cf. anche G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., pp. 72-97;
130-135.
25 Almeno fino al 415 Agostino si era unito al coro di coloro che loda­
vano lo zelante impegno ascetico di Pelagio, la cui fama era giunta anche in
Africa. Cf. Agostino, D e gestis Pelagli 22, 46, CSEL 42, 100.
26 Lo stesso Agostino, in una lettera a Paolino di Nola, gli ricorda le re­
lazioni amicali che egli, Paolino, aveva intrattenuto con il noto asceta, da lui
considerato un servus D ei (Ep. 186, 1, CSEL 57, 45).
27 II termine, “asceta” è più corretto di quello di monachus (impiegato,
ad esempio, in Mario Mercatore, Commonitorium adversum haeresim Pelagii
et Caelestii, ACO 1/5, 5), in quanto riflette in maniera più precisa lo status di
Pelagio che, appunto, non era membro di nessuna comunità monastica, ma
conduceva, da laico, una vita cristiana di forte impronta ascetica. Cf. G. Je-
nal, Italia ascetica atque monastica. Das Asketen-und Monchtum in Italien von
den Anfàngen bis zu rZ eit der Langoharden [ca. 150/250-604] (Monographien
zur Geschichte des Mittelalters, Band 39, 1), Stuttgart 1995, pp. 68 e 69. A n­
che per Grossi, Pelagio conduceva una «vita laica più che cenobitica» (V.
Grossi, Avversari e amici di Agostino, in A. D i Berardino [ed .], Patrologia, III.
14 Introduzione

ambiti la sua reputazione aveva travalicato i confini di Roma e del­


l’Italia. Soprattutto - aspetto, questo, non insignificante - il suo inse­
gnamento esercitava un grande influsso sulle famiglie aristocratiche,
i cui membri vivevano l’assunzione delle esigenze più radicali del cri­
stianesimo come un coronamento delle più genuine virtù morali del­
l’antica Roma. In particolare, il rigorismo evangelico sine glossa pro­
pugnato da Pelagio non mancava di affascinare gli animi sensibili del­
la gioventù, istintivamente incline a perseguire grandi idealità. Par­
lando di Timasio e Giacomo, due antichi discepoli di Pelagio, in una
lettera scritta a Giovanni, vescovo di Gerusalemme, Agostino cifa in­
travedere di che pasta erano fatti quei giovani che rimanevano incan­
tati dalla predicazione dell’austero asceta bretone: «Giovani di fam i­
glie assai distinte e istruiti nelle discipline umanistiche che, spinti dal­
le sue esortazioni, hanno abbandonato quel che potevano sperare nel
mondo e si sono consacrati al servizio di Dio» 28.
Laffiatamento di Pelagio con gli ambienti aristocratici fu certa­
mente una delle cause della forte animosità che Girolamo proverà
nei suoi confronti. Quest’ultimo - estremamente suscettibile e carat-
terialmente incline all’ira e al risentimento - avrebbe mal digerito il
fatto che, pressoché in concomitanza con la sua partenza da Roma
per l’Oriente, avvenuta attorno al 384/385, Pelagio, giunto da poco
in città, avesse finito con l’assumere il ruolo che in precedenza era
stato suo, quello cioè di direttore di coscienza presso quegli stessi cir­
coli aristocratici che Girolamo aveva personalmente incoraggiato e
seguito. Possiamo ben immaginare l’effetto che la notizia del succes­
so riscosso a Roma da Pelagio deve aver provocato nell’animo di Gi­
rolamo, il quale non gli lesinò il suo sarcasmo29. Vi era poi una se­
conda ragione che metterà ulteriormente allo scoperto le corde della
permalosità di Girolamo verso l’asceta bretone. Si trattava dell’ardi­
re con cui, ai suoi occhi, Pelagio aveva osato intervenire nella con-

D al Concilio di Nicea [325] al Concilio d i Calcedonia [451], I Padri latini, To­


rino 1978, pp. 437-475, qui p. 439).
28 Agostino, Ep. 179, 2, CSEL 44, 692.
29 Cf. Girolamo, Ep. 50, 2, CSEL 54, 389. Sulla rivalità tra Girolamo e
Pelagio, cf. anche O. Wermelinger, Rom und Pelagius, cit., pp. 46-56.
Introduzione 15

troversia che egli, dalla Palestina, stava portando avanti contro Gio­
vinianoì0, intervento che rifletteva una posizione equidistante31.
Nel periodo trascorso a Roma e conclusosi bruscamente con
l’invasione dei goti nell’agosto del 410, oltre ad aver ricoperto il ruo­
lo di direttore di coscienze, Pelagio deve avere attivamente contri­
buito anche a dibattiti di carattere dogmatico, come lascerebbero in­
tendere - se appartengono alla sua penna - quei pochi frammenti su­
perstiti del trattato De fide Trinitatis32, trattato che Gennadio defi­
nì necessario, cioè ortodosso33. Sembra fuor di dubbio che nelle sue
elaborazioni dogmatiche Pelagio sia stato influenzato dalle opere di
Origene, tradotte in latino da Rufino di Aquileia attorno al 39734.
Anche se coinvolto in discussioni teologiche, l’interesse predo­
minante di Pelagio continuava ad essere però di natura ascetico-mo-
rale, come attestano le sue Expositiones XIII epistularum Pauli35.

30 Tracce delle tesi sviluppate da Gioviniano, e condannate nel 390-392


da papa Siricio e da Ambrogio di Milano, sono rinvenibili in Girolamo (Adver­
sus lovinianum, PL 23, coll. 211-338) e in Agostino (De bono coniugali, CSEL
41,185-231 passim-, De sancta virginitate, CSEL 41,233-302 passim), che, al pa­
ri di Pelagio, non condividerà gli estremismi a cui era giunto Girolamo.
31 Malgrado il rigore della sua ascesi, Pelagio disapprovava la tesi di
Gioviniano che, in nome dell’efficacia battesimale che accomuna tutti i cre­
denti, aveva negato ogni intrinseco valore alle pratiche della castità e del di­
giuno, e neppure condivideva l’oltranzismo di Girolamo che, al fine di esal­
tare la pratica del celibato, aveva finito col condannare l’istituto stesso del
matrimonio. Cf. C. Pietri, Roma Christiana, Recherches sur l’Église de Rome,
son organisation, sa politique, son idéologie de M iltiade à Sixte (311-440), I,
Roma 1976, pp. 450-451. Cf. anche J. Gribomont, Gioviniano, in Dizionario
degli Istituti di perfezione 4/1977, 1300-1301.
32 Cf. PL, Suppi. 1,1544-1560.
33 Cf. Gennadio, D e viris illustribus 63 (Texte und Untersuchungen
14/1, p. 77).
34 La versione latina del De principiis di Origene vide la luce già nel 398,
mentre alcune omelie di Adamanzio e il Commento al Cantico dei Cantici e il
Commento alla Lettera di Paolo ai Romani apparvero verso il 404-406. Cf. T.
Breyfogle, Rufinus, Tiranius, in A.D. Fitzgerald (ed.), Augustine through thè
Ages, cit., pp. 737-739.
35 Cf. l’edizione di A. Souter, Cambridge 1922, 1926, 1931 (TaS IX /1-
3), ripresa in PL, Suppi. 1, 1110-1374; H.J. Frede, Ein neuer Paulustext und
16 Introduzione

Composto probabilmente tra il 405 e il 409, questo commento alle


lettere paoline potrebbe rappresentare - assieme all’altro scritto a lui
attribuibile, /'Eclogarum liber36 - il frutto dell’insegnamento che
Pelagio aveva impartito nei circoli aristocratici romani. Benché nel
comporre questo commento avesse già dei modelli a cui ispirarsi-ad
esempio, Origene, Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuestia in
Oriente, e I’Ambrosiaster in Occidente -, Pelagio risulta per buona
parte un commentatore originale37. Ciò è dovuto in particolare al­
l’enfasi che egli pone sugli aspetti di natura ascetico-morale che, tra
gli insegnamenti paolini, erano quelli che maggiormente attiravano
la sua attenzione e che più si confacevano al suo rigoroso ideale di
vita cristiana. Nelle Expositiones XIII epistularum Pauli è perciò
già rintracciabile il nucleo centrale della sua dottrina, quello che ve­
de nell’uomo un essere capace - in virtù della sua libera volontà -
non solo di aspirare alla salvezza ma anche di operare fattivamente
e con decisione per conseguirla.
Un influsso notevole su Pelagio in questo senso fu senz’altro
esercitato da Rufino il Siro, uno scrittore orientale comparso sulla
scena romana sul finire del IV secolo, sotto il pontificato di Anasta­
sio (ca. 309-401). Se l’estensione precisa di questo influsso non va
esagerata, pare comunque certo che Rufino il Siro abbia dotato Pela­
gio e il suo entourage (soprattutto Celestio) di un’articolazione con­
cettuale rigorosa, in grado di consolidarne il pensiero su tematiche
quali la non-trasmissione del peccato originale e la primitiva inno­
cenza dei bambini™.

Komm entar (Vetus Latina, Aus der Geschichte der lateinischen Bibel, 7-8),
Fribourg 1973-1974, 2 voli.; T. de Bruyn, Pelagius’ Commentary on St. Paul’s
Epistle to thè Romans, Oxford 1993.
36 Frammenti in Girolamo, Dialogus adversus Pelagianos I, 25-32, CCL
80, 32-40. Il primo tentativo di raccolta di questi frammenti, da parte di J.
Garnier, si trova in PL 48, 594-596.
37 Cf. G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., pp. 121-166.
38 «Lo scrittore orientale offrì a Pelagio, e soprattutto a Celestio, la te­
stimonianza di una tradizione vicina alla loro, ma dotata di un’articolazione
concettuale più rigorosa» (C. Pietri, Le difficoltà del nuovo sistema, cit., p.
431). Secondo Marrou, inoltre, Rufino fornì a Pelagio e a Celestio la dogma-
Introduzione 17

Con il sacco di Roma del 410, Pelagio si rifugiò in Africa e, do­


po un breve soggiorno a Cartagine - dove Agostino ebbe l’occasione
di scorgerlo da lontano, senza tuttavia aver avuto modo di parlar­
gli 39 -, proseguì per Gerusalemme. Lì, nel 415, fu accusato di ete­
rodossia da Orosio e da altri esuli che si trovavano a Gerusalemme,
ma fu strenuamente difeso dal vescovo della città, Giovanni, col qua­
le Pelagio intratteneva rapporti amicali40 grazie a una condivisa po­
sizione sulla questione origenista.
Sul finire dello stesso anno, il 415, Pelagio venne nuovamente
accusato, questa volta da due vescovi della Gallia, Eros di Arles e
Lazzaro di Aix, che, espulsi dalle loro sedi, erano stati esiliati in Pa­
lestina. Essi appoggiavano le loro accuse su sei proposizioni estrapo­
late ^//'Eclogarum liber e concernenti la nozione di impeccantia,
ossia la possibilità che l’uomo possa vivere senza peccare. Ciò sareb­
be reso possibile dalle potenzialità insite nel libero arbitrio, espres­
sione massima della bontà della creazione dell’uomo, fatto a imma­
gine e somiglianza di Dio, e della sua conseguente capacità di acco­
gliere e mettere pienamente in pratica i comandamenti divini.
A l Concilio palestinese di Diospoli del 20 dicembre 415 Pelagio
spiegò in senso ortodosso quelle proposizioni sulla grazia e il libero
arbitrio che erano divenute oggetto di accusa, e le anatematizzò ne­
gandone la paternità 41. In quella circostanza, poi, operò una distin­
zione tra la possibilità “teoretica” i/f?//Jimpeccantia - che può essere
postulata - e la sua effettiva realizzazione, che potrebbe anche non

tica ottimista di cui la loro teologia morale aveva bisogno. Cf. H.-I. Marrou,
Les attaches orientales du Pélagianisme, in Patristique et Humanisme (Patristi­
ca sorbonensia, 9), Paris 1976, pp. 331-344, qui p. 343. Cf. anche O. Werme-
linger, Rom und Pelagius, cit., p. 11. Non sembra doversi accettare l ’afferma­
zione di Mario Mercatore, che fa di Rufino il Siro colui che per primo intro­
dusse l’eresia che poi sarebbe stata fatta propria dai pelagiani (cf. Mario Mer­
catore, Commonitorium adversum haeresim Pelagli et Caelestii, ACO 1/5 ,5 ).
39 Cf. Agostino, De gestis Pelagii 22, 46, CSEL 42, 100.
40 Sulla conferenza di Gerusalemme presieduta dal vescovo Giovanni,
cf. Orosio, Liber apologeticus 3, CSEL 5, 606-607.
41 Cf. Agostino, De gestis Pelagli 12, 27-28; 19, 43; 3 3 ,5 8 , CSEL 42, 80-
82; 98-99; 112-114.
18 Introduzione

verificarsi mai nelle creature umane. Infine - e non è da escludere


che lo abbia fatto seguendo una tattica ben precisa - Pelagio prese ri­
solutamente le distanze da alcuni insegnamenti di Celestio 42 il qua­
le era già stato denunciato come eretico a un sinodo episcopale tenu­
tosi a Cartagine nel 411. Il motivo di questa sua condanna risiedeva
nell’aver predicato contro la teoria del tradux peccati (la trasmissio­
ne biologica, per via sessuale, del peccato originale) e la conseguen­
te necessità di conferire il battesimo ai bambini appena nati.
A Diospoli, a prova dell’integrità della sua fede, Pelagio aveva
presentato all’assemblea episcopale le lettere inviategli da alcuni ve­
scovi. Tra di esse vi era anche un biglietto ricevuto da Agostino attor­
no al 410, nel quale il vescovo di Ippona lo ringraziava per le notizie
fattegli pervenire. Anche se in questo biglietto Agostino lo chiamava
«signore dilettissimo e desideratissimo fratello» 4Ì, la brevità dello
scritto (poche righe), la genericità del suo contenuto e i titoli abitua­
li e di cortesia impiegati dal vescovo di Ippona nei confronti di Pela­
gio non potevano certo fungere da supporto alle sue idee sulla grazia
e il libero arbitrio. Giustamente Agostino si risentì del fatto che il
suo nome (assieme a quello di altri vescovi) fosse stato maldestra­
mente usato da Pelagio per difendersi dalle accuse di eterodossia 44.
Pelagio fu assolto dal consesso di vescovi palestinesi riuniti a
Diospoli45. Non contento, però, di esserne uscito indenne, scrisse
una Chartula defensionis - che fu recapitata ad Agostino da un cer­
to Caro, un cittadino di Ippona che era diacono in Oriente - e il De
libero arbitrio 46. Una volta avuta tra mano questa documentazione,
unitamente alle informazioni ricevute da Orosio al suo rientro a

42 Secondo Wermelinger, il Concilio di Diospoli si soffermò essenzial­


mente sulla possibilità dell’impeccantia, più che sulle questioni di fondo del
peccato originale e del battesimo dei fanciulli, argomenti sui quali aveva in­
vece insistito Celestio (cf. O. Wermelinger, Rom und Pelagius, cit., pp. 82-87).
43 Agostino, Ep. 146, CSEL 44, 274.
44 Cf. Agostino, D e gestis Pelagii 29, 53, CSEL 42, 106.
45 Cf. ibid. 21, 45 e 3 4 ,5 9 , CSEL 42, 99-100; 114-115.
46 Frammenti di quest’opera giunti fino a noi si trovano in Agostino, De
gratia Christi, CSEL 42 passim; raccolti da J. Garnier (PL 48, 611-613) e da
A. Hamman (PL, Suppi. 1, 1539-1543).
Introduzione 19

Cartagine, al Dialogus adversus Pelagianos, inviatogli da Girola­


mo, e a una copia degli Atti del Concilio di Diospoli, probabilmente
ottenuti grazie all’interessamento di Cirillo d’Alessandria 47, Agosti­
no si mise subito al lavoro. In quel materiale il vescovo di Ippona
trovò immediata conferma ai seri dubbi che nutriva sulle procedure
del Concilio di Diospoli e sul credito ingiustificato concesso a Pela­
gio, e reagì senza indugi.
Per evitare che la questione sfociasse in una dura contrapposi­
zione tra la Chiesa orientale e quella romana da una parte, e quella
africana dall’altra, Agostino riuscì a mobilitare tutti i vescovi del­
l’Africa. Fu così che, sotto il suo impulso, nel 416 furono convocati
due concili provinciali, rispettivamente a Cartagine (con 69 vescovi)
e a Milevi (con 61 vescovi). A differenza di quanto avvenuto in Pa­
lestina, i due concili africani condannarono sia Pelagio che il suo di­
scepolo Celestio. Tre lettere furono inviate a papa Innocenzo I, due
da parte dei partecipanti ai rispettivi concili4S, e un’altra, più lunga
e dettagliata, inviata separatamente da cinque vescovi legati da
un’intima amicizia e da una comune visione: Agostino, Aurelio, A li­
pio, Evodio e Possidio49. Inutile dire che gli ultimi quattro gravita­

47 Cf. Agostino, Ep. 4*, 2 (ed. Divjak), CSEL 88, 26.


48 Per quanto riguarda i partecipanti al Concilio di Cartagine, cf. 1’Ep.
175 (tra le lettere agostiniane), CSEL 44, 652-662; per quelli presenti a M ile­
vi, cf. l ’Ep. 176 (tra le lettere agostiniane), CSEL 44, 662-668.
49 Cf. 1’Ep. 177 (tra le lettere agostiniane) CSEL 44, 668-688. Agostino
si premurerà di mettere al corrente della nuova eresia anche i vescovi Ilario
(cf. Ep. 178, CSEL 44, 689-691) e Paolino di Nola (cf. Ep. 186, CSEL 57, 45-
80), e di scrivere a Giovanni, vescovo di Gerusalemme, per metterlo in guar­
dia contro gli errori della dottrina pelagiana (cf. Ep. 179, CSEL 44, 691-697).
A Giovanni, Agostino invierà anche una copia del De natura di Pelagio, assie­
me alla sua confutazione, 0 D e natura et gratia (la prima opera antipelagiana
del vescovo di Ippona), affinché si possa rendere conto personalmente del ca­
rattere eretico di quelle tesi pelagiane che Giovanni dava l’impressione di aval­
lare. Per quanto riguarda la stesura del D e natura di Pelagio, essa andrebbe p o­
sta attorno al 405/406: cf. Y.-M. Duval, La date du “De natura" de Félage: les
premières étapes de la controverse sur la nature de la grace, in «Revue des Etu-
des Augustiniennes» 36 (1990) 257-283, pp. 270-274; 282-283. Probabilmen­
te, l’opera fu scritta da Pelagio in seguito a una violenta reazione da lui avu-
20 Introduzione

vano nell’orbita di quel formidabile pensatore che era Agostino. Sen­


za mezzi termini, queste lettere additavano in Pelagio e Celestio gli
autori di un «funestissimo errore» 50, di «un’eresia assolutamente
empia e meritevole d’essere colpita di anatema» 51, causa di «uno
scandalo così oneroso per lui e così pernicioso per la Chiesa» 52. Il
contenuto delle lettere metteva quindi allo scoperto i punti contesta­
ti, quali una scorretta comprensione della grazia, della natura uma­
na e del libero arbitrio, e insisteva sulla necessità del battesimo dei
bambini a motivo della trasmissione del peccato originale attraverso
l’unione sessuale (tradux peccati). Infine, i mittenti invitavano cal­
damente Innocenzo I a condannare e bloccare la diffusione di quegli
insegnamenti che mettevano a repentaglio alcune verità fondamen­
tali della dottrina della Chiesa.
Nella speranza di veder confermate le loro condanne, i vescovi
africani non disdegnarono di ricorrere alle armi della retorica. Infat­
ti, la lettera dei cinque vescovi amici capeggiati da Agostino, dopo
aver esposto le ragioni dell’invio, terminava con una captatio bene­
volentiae ricamata sulla metafora dei “rigagnoli”: «Noi non preten­
diamo con ciò di ingrossare la sovrabbondante sorgente della tua
scienza riversandovi il rigagnolo di quella nostra ma, nella dolorosa
prova di questo frangente, (...) desideriamo solo sapere se anche il
nostro rigagnolo, per quanto esiguo, scaturisce dalla medesima sor­

ta, alla presenza di un vescovo (Paolino di Nola?), alla lettura del seguente
passo delle Confessiones di Agostino: «D a’ ciò che comandi e comanda ciò
che vuoi {Da quod iubes et tube quod vis)» (Agostino, Confessiones 10, 31, 45,
CCL 27,179). Agostino aveva ricevuto una copia del D e natura di Pelagio tra­
mite due ex discepoli di quest’ultimo, i già menzionati Timasio e Giacomo
che, dubitando della corretta impostazione teologica dell’insegnamento del
loro antico maestro, se ne erano staccati e si erano rivolti ad Agostino per ot­
tenere delucidazioni in merito.
50 Lettera dei vescovi del Concilio d i M ilevi, in Agostino, Ep. 176, 4,
CSEL 44, 667.
51 Lettera dei vescovi del Concilio d i Cartagine, in Agostino, Ep. 175, 1,
CSEL 44, 654.
52 Aurelio, Alipio, Agostino, Evodio e Possidio, Ep. 177, 15 (tra quelle
agostiniane), CSEL 44, 684.
Introduzione 21

gente dalla quale sgorga anche il tuo così abbondante» 53. E anche se
in seguito Innocenzo si impossessò di questa metafora e la utilizzò
per sottolineare la speciale auctoritas della sede romana - vista co­
me la fonte dalla quale la suprema autorità fluisce verso le altre
Chiese 54 -, i vescovi africani non se ne ebbero più di tanto a male.
In fondo quel che a loro importava era che il vescovo di Roma si
schierasse apertamente dalla loro parte contro gli insegnamenti pela-
giani. Eloquenti, in proposito, le parole pronunciate da Agostino in
un sermone tenuto a Cartagine nel settembre del 417: «A proposito
di questa causa, sono già stati inviati alla Sede apostolica gli A tti dei
due concili; ne abbiamo avuto di ritorno anche i rescritti. La causa è
finita: voglia il cielo che una buona volta finisca anche l’errore» 55.
In realtà, dopo aver consultato il suo presbyterium, Innocenzo
aveva risposto alle tre lettere provenienti dall’Africa confermando la
condanna emessa dall’episcopato africano e scomunicando a sua vol­
ta Pelagio e Celestio, pur auspicandosi un loro ravvedimento. O lfat­
to, però, più che le questioni teologiche, e segnatamente quella ri­
guardante il peccato originale e la sua trasmissione, a Innocenzo pre­
meva sia salvare la pratica ecclesiale del battesimo dei bambini, a cui
annetteva un valore salvifico, sia salvaguardare la necessità della pre­
ghiera al fine di ottenere la gratia quotidiana 56. Non confermò, in­
fatti, la teoria del tradux peccati57.

53 Ibid. 177, 19, CSEL 44, 688.


54 Innocenzo I, Ep. 29 (181 tra quelle agostiniane) CSEL 44, 702-704.
55 Agostino, Sermo 131, X , 10, PL 38, 734. N on è superfluo ricordare
che l’accenno all 'auctoritas della Sede apostolica romana va letto nel contesto
al quale Agostino faceva esplicito riferimento. Ai suoi occhi, infatti, nella de­
finizione della dottrina cristiana l’autorità romana non godeva di una centra­
lità assoluta, ma era bilanciata dall’autorità dei concili. Cf., ad esempio, Ago­
stino, Contra lulianum III, 1, 5, PL 44, 704.
56 Innocenzo I, Ep. 31 (183, 5, tra quelle agostiniane), CSEL 44, 730.
57 Cf. Innocenzo I, Epp. 2 9 ,3 0 e 3 1 (181, 182 e 183 tra quelle agostinia­
ne), CSEL 44, 701-730. Benché non fosse prevenuto circa le discussioni sul
peccato originale in rapporto alle questioni della grazia e del libero arbitrio,
Innocenzo finì per allinearsi con i vescovi africani, spinto da opportunismi di
politica ecclesiastica più che da ragioni teologiche. Cf.: M. Lamberigts, Inno-
22 Introduzione

Di fronte alla duplice condanna africana e romana, Pelagio rea­


gì inviando a sua volta a Innocenzo I una missiva, ignorando che nel
frattempo questi era morto. Alla lettera, con la quale Pelagio si la­
mentava di coloro che volevano infamarlo58, aggiunse anche un Li­
bellus fidei59. Il successore di Innocenzo I, Zosimo, un presbitero
«di origine certamente non romana» 60, convocò Pelagio e Celestio
nella basilica di San Clemente a Roma e dopo aver ascoltato la let­
tura del loro Libellus fidei61 li ritenne conformi all’ortodossia. Zosi­
mo si era soprattutto preoccupato dei vizi di forma in quanto riteneva
- e in questo era sincero o forse, come arguisce Pietri, ingenuo62 - che
vi fossero stati degli errori procedurali sia a Diospoli, dove ci si era
fidati delle accuse avanzate da Eros e Lazzaro, due vescovi che erano
stati scomunicati e allontanati dalle loro province ecclesiastiche, e sia
a Cartagine e a Milevi, dove si era proceduto contro Celestio e Pela­
gio in loro assenza. Così, mentre nel caso di Celestio Zosimo avvisò
l’episcopato africano della sospensione del suo giudizio in attesa che
testimoni e documenti più circostanziati giungessero a Roma 63,
nel caso di Pelagio notificò loro che egli era stato interamente scagio-

cent I, in A.D. Fitzgerald, Augustine tbrough thè Ages, cit., pp. 451-452; O.
Wermelinger, Rom u n d Pelagius, cit., pp. 124-133.
58 Pelagio, Ep. ad Innocentium, in Agostino, D e gratta Christi et de pec­
cato originali I, 30, 32, CSEL 42,1 5 0 . Altri frammenti in ihid. 1 ,3 1 ,3 3 , CSEL
42, 151; I, 35, 38, CSEL 42, 154; I, 41, 45, CSEL 42, 158; II, 19, 21, CSEL
42, 181.
59 Cf. P L 4 5 , 1716-1718.
60 B. Studer, Zosimo papa, in Nuovo dizionario patristico e d i antichità cri­
stiane, III, Genova-Milano 20082, 5713-5714, 5713. Duchesne definisce Zo­
simo natione graecus (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis. Texte, introduction
et commentaire, I, Paris 1955, p. 225). L’origine greca spiegherebbe l’attitu­
dine di Zosimo nei confronti di tutto l’affaire pelagiano, attitudine che riflet­
teva la preoccupazione di rimanere fedele alla teologia orientale che gli era fa­
miliare, e il disagio di fronte all’antropologia piuttosto pessimistica di Agosti­
no, che la Chiesa africana sembrava aver fatto sua.
61 Anche Celestio ne aveva redatto uno. Cf. Celestio, Libellus fid ei Zosi­
mo papae oblatus, PL 48, 497-505.
62 C. Pietri, Le difficoltà del nuovo sistema, cit., p. 441.
63 Zosimo, Ep. 2 (Magnum pondus [Coll. Avellana 45]), CSEL 35/1, 99ss.
Introduzione 23

natoM. Pur con modalità diverse, dunque, Zosimo considerava inno­


centi sia Pelagio che Celestio, da lui prosciolti dall’accusa di eresia e
dalle sentenze di condanna emesse a loro carico, e nel frattempo
esortava i vescovi africani a riappacificarsi con loro e a ristabilire la
concordia nella Chiesa.
La grande delusione causata nella pars Africana dalla notizia
della riabilitazione di Pelagio e Celestio non disarmò affatto gli sfor­
zi dell’episcopato di quella Chiesa. A l contrario, ebbe come risultato
un intensificarsi di iniziative, e non più solamente presso il vescovo
di Roma —al quale si rimproverava di aver ritrattato le decisioni del
suo predecessore Innocenzo I tramutando la condanna di Pelagio e
Celestio in una loro assoluzione 65 - ma anche presso la corte impe­
riale di Ravenna. E questa, soprattutto, risulterà essere la carta vin­
cente di Agostino e dei suoi colleghi africani.
Nello stesso tempo la Chiesa in Africa fu mobilitata anche al
suo interno con l’indizione di due concili, entrambi tenuti a Carta­
gine a poco tempo di distanza l’uno dall’altro. Il primo, chiamato
Concilium Africanum, ebbe luogo nel novembre del 417, mentre il
secondo, denominato Concilium plenarium, fu celebrato il 1° mag­
gio 418. Quest’ultimo, in nove canoni (o otto, a seconda del modo
di suddividerli)^, ribadì le decisioni prese nel precedente concilio, il
cui Volumen era già stato inviato a Roma tramite il diacono Marcel­
lino. Le tesi pelagiane venivano condannate attraverso la positiva
reiterazione di quelle proposizioni che Pelagio e i suoi seguaci avreb­

64 Id., Ep. 3 (Postquam a nobis [Coll. Avellana 467), CSEL 35/1, 103ss.
65 II vescovo Aurelio di Cartagine, ad esempio, rimproverò duramente e
senza convenevoli papa Zosimo meravigliandosi che si fosse lasciato inganna­
re dai sotterfugi di Celestio, e chiedendogli espressamente di ritornare sui
suoi passi. Purtroppo la lettera di Aurelio a Zosimo è andata perduta, ma il
suo tenore ci è conservato in qualche accenno fatto dallo stesso Zosimo (cf.
Zosimo, Ep. 12 [Coll. Avellana 507, CSEL 35/1, 115ss.). Non deve meravi­
gliare la libertà con cui ci si poneva di fronte al vescovo di Roma, dato che la
dottrina del primato romano - così come l’intendiamo noi oggi - non era an­
cora stata sviluppata appieno.
66 Cf. Concilium Carthaginense A. 418, in Concilia Africae A. 345 -A . 525,
CCL 149,67-73.
24 Introduzione

bero combattuto: can. 1: la mortalità di Adamo fu causata dal pecca­


to originale; can. 2; il peccato di Adamo è trasmesso in eredità a ogni
uomo che viene al mondo, ragion per cui anche i bambini condivi­
dono la stessa colpevolezza del loro progenitore; can. 3: non esiste un
luogo di beatitudine eterna per i bambini non battezzati; can. 4: la
grazia è necessaria non solamente per la remissione dei peccati, ma
anche per la loro prevenzione; can. 5: la grazia non aiuta solo a di­
scernere ciò che è buono e ciò che è cattivo, ma rende l’uomo capace
di compiere il bene; can. 6: la grazia non può essere ridotta a un me­
ro aiuto esterno offerto al libero arbitrio; can. 7: nessuno può preten­
dere di essere senza peccato né deve considerarsi peccatore in base a
una presunta umiltà; cann. 8 e 9: le parole del Padre nostro: «Ri­
metti a noi i nostri debiti» non vanno applicate solo agli altri, ma
debbono essere rivolte al Signore anche per se stessi in tutta verità.
Pressoché in contemporanea con il Concilio plenario di Carta­
gine del 1° maggio 418, anche l’imperatore Onorio aveva emesso, in
data 30 aprile, un rescritto nel quale condannava il movimento pe-
lagiano come superstitio e comminava le pene della praescriptio per
coloro che non ricusavano le posizioni giudicate eretiche 61. Come ri­
sultante di questa azione - che si direbbe davvero concertata a tavo­
lino - papa Zosimo si trovò isolato e fu costretto a cedere, messo de
facto alle strette dalla cooperazione della Chiesa africana con la cor­
te imperiale di Ravenna e dal loro sincronico intervento 6S. Infatti,
se fu certamente il rescritto imperiale la causa immediata che fece ri­
tornare Zosimo sui suoi passi, l’intervento dell’imperatore va co­
munque ricondotto - oltre che a ovvie ragioni di sicurezza sociale —
alle sollecitazioni delle “lobbies” dei vescovi africani presso la corte
ravennate. Del resto il loro stretto contatto con quest’ultima non era
un mistero e ora risultava opportuno al fine di ottenere la ratifica
delle condanne espresse dai concili africani del 416 e avallate da pa­

67 Cf. Onorio (e Teodosio), Sacrum rescriptum, PL 45, 1726-1728.


68 «Questa coalizione fece capitolare Zosimo» (C. Pietri, Roma christia-
na, cit., II, p. 1230). Circa la posizione di Zosimo, orientale di formazione,
durante la controversia pelagiana, cf. O. Wermelinger, Rom und Pelagius, cit.,
pp. 134-164.
Introduzione 25

pa Innocenzo I 69. In conseguenza di tutto ciò, nel luglio del 418 Zo­
simo inviò alle principali sedi episcopali dell’Occidente e dell’Orien­
te la cosiddetta Epistula Tractoria70, nella quale, dopo aver rievoca­
to brevemente la storia della controversia pelagiana, riaffermava la
dottrina della grazia adiuvante e preveniente, la trasmissione del pec­
cato originale (di cui lasciava però aperta l’interpretazione) e la neces­
sità del battesimo per i bambini. Inoltre ribadiva la condanna commi­
nata dal suo predecessore Innocenzo I a Pelagio e a Celestio, chieden­
do ai confratelli nell’episcopato di sottoscriverne la scomunica.
La mancanza di documentazione rende impossibile conoscere
con esattezza quale fu l’influsso che il rescritto dell’imperatore Ono­
rio e le decisioni del Concilio cartaginese del 418 ebbero sulla stesu­
ra dell’Epistula Tractoria, anche se è probabile che essa sia stata di­
rettamente ispirata dai pronunciamenti dell’episcopato africano71.
In ogni caso, come ha mostrato Floéri, vi sono sufficienti ragioni per
asserire che Zosimo non capitolò del tutto di fronte all’enorme pres­
sione provocata dall’intervento pressoché contemporaneo dell’impe­
ratore e della Chiesa africana. Infatti, benché Zosimo si fosse avvici­
nato alle posizioni africane e avesse ribadito la posizione agostinia­
na della necessità della grazia non solo per ogni atto ma anche per
ogni pensiero, il contenuto dell’Epistula Tractoria non era, di fatto,

69 Cf. J.P. Bums, Augustine’s Role in thè Imperiai Action against Pelagius,
in «Journal of Theological Studies», n.s., 30 (1979), pp. 67-83, qui pp. 77-83.
70 Così chiamata in Mario Mercatore, Commonitorium super nomine
Caelestii 3, 1, ACO 1/5, 68. Per i pochi frammenti dell’Ep. Tractoria giunti fi­
no a noi, cf.: Agostino, Ep. 190, 6, 23, CSEL 57, 159; Prospero d’Aquitania,
De gratia D ei et libero arbitrio contra Collatorem 5, PL 51, 228; Celestino I,
Ep. ad Galliarum Episcopos V ili, 9, PL 45, 1758; O. Wermelinger, Rom und
Pelagius, cit., pp. 307-308. Per un’analisi del contenuto dell’epistola, cf.: ibid.,
pp. 209-218; C. Pietri, Roma Christiana, cit., II, pp. 1237-1244.
71 Secondo Amann essa s’ispirava al Concilio plenario di Cartagine. Cf.
É. Amann, Zosime, in DTC 15 (1950), 3708-3716, qui3714. Per Munier il fat­
to che 1'Epistula Tractoria dovette essere imposta significa che essa rappresen­
tava un punto di vista non facilmente condivisibile da tutto l ’episcopato e che
poteva essere l’espressione dell’allineamento di Zosimo con la teologia africa­
na. Cf. C. Munier, Zosime (1), in Dictionnaire de spiritualité 16 (1994), 1651-
1658, qui 1655.
26 Introduzione

del tutto allineato con i nove canoni antipelagiani del Concilio car­
taginese del 418, almeno per quanto riguarda l’interpretazione del
peccato originale 72. Già il fatto di aver evitato l’uso dell’espressione
«peccato originale», preferendo parlare - sulla scia del linguaggio
paolino - del chirografo o debito contratto da Adamo, ci fa pensare
che Zosimo abbia voluto evitare «le questioni delicate dell’antropo­
logia agostiniana sulla natura umana dopo il peccato, come anche il
complesso problema della dannazione dei fanciulli morti senza bat­
tesimo. Il pontefice si pose deliberatamente nella prospettiva tradi­
zionale di una teologia della salvezza» 73.
Uepiscopato africano non fece molto caso a queste ambiguità.
Dopo tutto, Agostino e i suoi colleghi avevano ottenuto quello che
avevano insistentemente chiesto, e cioè la condanna del pelagianesi­
mo, condanna che, generalmente parlando, sortì l’effetto desiderato,
anche se vi furono diciannove vescovi - tra cui Giuliano, vescovo di
Belano, che si rivelerà un brillante polemista nel confronto-scontro
con Agostino - che si rifiutarono di sottoscrivere /'Epistula Tracto­
ria74. Ciò - come vedremo più avanti - costerà la condanna anche a
Giuliano e a quei vescovi che lo seguiranno fino in fondo.

72 Interessante la prova fornita da Floèri che ha messo a confronto un


frammento dell 'Epistula Tractoria riguardante il peccato originale con il corri­
spondente secondo canone del Concilium plenarium di Cartagine del 418.
Mentre in quest’ultimo si parla di un peccato presente negli infanti e che deve
essere espiato (expietur) attraverso il battesimo, 1'Epistula Tractoria di Zosimo
parla sì degli infanti che, venendo al mondo, sono schiavi del peccato, ma solo
nel senso che essi hanno ereditato la morte fisica e spirituale e non nel senso di
un coinvolgimento ontologico nello stesso peccato originale. Secondo Floéri,
rimangono dunque delle divergenze significative che provano che papa Zosi­
mo è rimasto reticente fino alla fine nei confronti della dottrina africana sul tra-
ducianesimo. Cf. F. Floèri, Le pape Zosime et la doctrine augustinienne du pé-
ché originel, in Augustinus Magister, II, Paris 1955, pp. 755-761. Cf. anche O.
Wermelinger, Rom u n d Pelagius, cit., p. 174, n. 187; G. Bonner, Pelagianism re-
considered, in Studia patristica 27, Leuven 1993, pp. 239-240.
73 C. Pietri, Le difficoltà del nuovo sistema, cit., p. 442.
74 Cf. Agostino, Contra lulianum I, 4, 13, PL 44, 648. L’esplicita insod­
disfazione espressa da alcuni vescovi, in particolare da Giuliano di Eclano, sa­
rebbe una chiara indicazione che il documento pontificio non richiedeva so-
Introduzione 27

La sorte di Pelagio e Celestio, i protagonisti e gli imputati princi-


pali delle vicende finora narrate, non fu meno drammatica. Alla fine
del 418 Celestio fu esiliato ad almeno cento miglia di distanza da Ro­
ma 75, e questo non fu che l’inizio di un susseguirsi di peripezie che por­
teranno a un suo definitivo ostracismo. Pelagio, dal canto suo, dopo es­
sere stato allontanato dalla Palestina, dove era rimasto durante gli an­
ni della controversia, trovò temporaneamente rifugio ad Antiochia.
Anche da lì, però, fu nuovamente allontanato al tempo del patriarca
Teodoto, attorno al 420-42176. Da allora se ne persero le tracce e Pe­
lagio fu inghiottito dal più assoluto silenzio. Porse trovò rifugio in
qualche monastero dell’Egitto11, dove morì presumibilmente prima
del 431. Infatti, al Concilio di Efeso di quell’anno, mentre le opinioni
di Celestio furono condannate, stranamente non sifece alcuna menzio­
ne di Pelagio, il che fa supporre che egli fosse morto prima dell’inizio
del Concilio efesino, proprio come Agostino, suo acerrimo avversario.

1.2 I circoli pelagiani e la diffusione del pelagianesimo

A provocare la diffusione del pelagianesimo contribuì in primo


luogo l’azione di alcuni propagatori appartenenti ai circoli aristocra­
tici romani o in stretta relazione con essi, come Ctesifonte che pare
fosse il destinatario Je/Z'Epistula 7 de divina lege, scritto nel quale
Pelagio lo definisce dilectissimus parens 78. 'Uinsegnamento rigori-

lamente la condanna degli errori di Pelagio e di Celestio, ma anche l’accetta­


zione di alcune proposizioni favorevoli alla dottrina africana in materia di
peccato originale. Cf. C. Munier, Zosime, cit., col. 1655.
75 Cf. Costanzo (imperatore), Ep. 19 (Coll. Quesnelliana), PL 56,499-500.
76 Cf. Mario Mercatore, Commonitorium super nomine Caelestii, ACO
1/5, 69.
77 Cf. G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit, pp. 328-
332; J. Ferguson, Pelagius. A Historical and Theological Study, Cambridge
1956, p. 114; T. de Bruyn, Pelagius’ Commentar^ on St. Paul’s Epistle to thè
Romans, cit., p. 25.
78 Pelagio [?], Ep. 1 de divina lege (Pseudo-Girolamo) 9, PL 30,114. Cf.
Ctesiphon, in C. e L. Pietri (edd.), Prosopographie chrétienne du Bas-Empire,
28 Introduzione

stico di Pelagio trovava un terreno fertile e ricettivo in questi circo­


li, senza dubbio per via della morale ambiziosa da lui propugnata e
nella quale i membri dell’aristocrazia ravvisavano quei forti valori
capaa di ravvivare e mantenere alto il profilo di una classe elitaria
che continuava a sentirsi investita di una missione civile79 Come ha
ben sottolineato Salamito, l’insegnamento di Pelagio sulla perfezio­
ne si raccordava molto bene con l’ideale di "eccellenza” tradizional­
mente perseguito dalla classe aristocratica e si coniugava altrettanto
bene con quel concetto di “esemplarità” che trovava nell’elevazione
sociale di un è.lite il suo sfondo naturale 80.1 principi etici e le esigen­
ze di uno stile di vita coerente, predicati dall’asceta bretone, trovaro­
no dunque un terreno ideale nella classe aristocratica e non tardaro­
no a farsi breccia nell’animo dei clarissimi81. E l’osmosi era tale che,
a sua volta, anche l’influenza esercitata dalle famiglie aristocratiche

2. Prosopographie de l’italie chrétienne (313-604), 1, Roma 1999, pp. 509-510,


qui p. 510.
79 Cf. G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., pp. 210-
211; C. Pietri, Le difficoltà del nuovo sistema (395-431), cit., p. 453.
80 Cf. J.-M. Salamito, Excellence chrétienne et valeurs aristocratiques: la
morale de Pélage dans son contexte ecclésial et social, in G. Freyburger - L.
Pernot (edd.), Du Héros Pai'en au Saint Chrétien, Paris 1997, pp. 149-150; cf.
anche Id., Les virtuoses et la multitude. Aspects sociaux de la controverse entre
Augustin et les pélagiens, Grenoble 2005; P. Brown, Religion and Society in
thè Age o f Saint Augustine, London 1972, pp. 183-226; tr. it., Religione e so­
cietà nell’età d i Sant’Agostino (Biblioteca di Cultura Storica, 127), Torino
1975, pp. 183-226. Sulle relazioni intrattenute da Pelagio con l ’aristocrazia
romana ed extraromana, cf. G. Jenal, Italia ascetica atque monastica, cit., pp.
69-71. Per uno sguardo sul formarsi dell’aristocrazia cristiana nell’impero ro­
mano d’Occidente, cf. M.R. Salzman, The Making o f a Christian Aristocracy.
Social and Religious Change in thè western Roman Empire, Cambridge (MA)-
London 2002.
81 N on si deve però pensare che i clarissimi fossero gli unici ad accoglie­
re e mettere in pratica gli insegnamenti di Pelagio. Benché la documentazio­
ne storica si dimostri insufficiente al riguardo, è più che probabile che tra i
suoi uditori e discepoli vi fossero anche dei cristiani che, pur non appartenen­
do alla classe aristocratica, univano una buona formazione intellettuale al de­
siderio di un’esistenza virtuosa. E ciò bastava per renderli parte di un 'élite re­
ligiosa alla quale potevano pervenire grazie ai loro sforzi.
Introduzione 29

romane sulla vita teologica della città fin ì col divenire - come ba af­
fermato Brown —una «constant feature», almeno fino al VI secolo 82.
Di sicuro sul palmarès dei rapporti aristocratici di Pelagio van­
no posti quelli intrattenuti con la famiglia dei Caeionii, rapporti re­
si possibili dall’amicizia che Pelagio coltivava con Albina e la figlia
Melania la Giovane, andata in sposa a Valerio Piniano. Saranno pro­
prio costoro a mettere in atto un ultimo tentativo - andato a vuoto -
di riconciliare Agostino con Pelagio, insistendo affinché quest’ulti­
mo rinnegasse gli errori per i quali era stato condannato al Concilio
di Cartagine del 418 83. Che ci fossero dei legami tra Pelagio e la
gens Caeionia lo si deduce anche dagli strali che Girolamo lanciò
contro Melania la Grande (suocera di Albina e nonna di Melania la
Giovane), definendola come «colei che, col suo nome che dice nero,
dà una conferma della tenebra della sua perfidia» 84. Questa invetti­
va fu causata dall’appoggio che Melania la Grande aveva dato dap­
prima a Evagrio Pontico e Rufino d’Aquileia, ardenti origenisti, e
ora ai pelagiani che, agli occhi di Girolamo, ne erano gli epigoni.
È risaputo che Pelagio intrattenesse rapporti anche con Paolino,
vescovo di Nola, che era imparentato con Melania la Grande e la sua
famiglia. Fu presso di lui, nella sua biblioteca, che potè leggere le ope­
re antimanichee del vescovo di Ippona 85. Pelagio ebbe modo di incon­
trare Paolino anche durante gli anni del suo soggiorno a Roma, dove
il vescovo di Nola si recava almeno una volta all’anno per venerare le
tombe degli Apostoli. Anzi, è probabile che il loro primo incontro sia
avvenuto subito dopo la conversione di Paolino alla vita ascetica
(394ca), quando questi non era ancora vescovo di Nola. E comunque
fu in una di queste occasioni che Paolino (se di lui si tratta) riferì a Pe­

82 Cf. P. Brown, The Patroni o f Pelagius: thè Roman Aristocracy hetween


East and West, in Id., Religion and Society in thè A ge o f St. Augustine, London
1972, pp. 208-226; tr. it., I protettori d i Pelagio: l ’aristocrazia romana tra
Oriente e Occidente, in Religione e società nell’età diSant’Agostino cit., pp. 197-
214, qui pp. 197ss.
83 Cf. Agostino, De gratta Christi et de peccato originali I, 1, 1-2, CSEL
42, 125.
84 Cf. Girolamo, Ep. 133, 3, CSEL 56, 246.
85 Cf. P. Brown, The Patrons o f Pelagius, cit., pp. 211-212.
30 Introduzione

lagio quelle parole di Agostino che tanto lo scandalizzarono: «Da


quod iubes et iube quod vis - Da' ciò che comandi e comanda ciò che
vuoi» 86. Anche se non dovette necessitare della sua protezione, Pela­
gio deve aver comunque trovato in Paolino lo strumento per rendere
sempre più stretti i suoi legami con i Caeionii. Non va dimenticato, in
proposito, che uno dei discepoli di Pelagio, Timasio, faceva parte del­
la domus di Albina, Valerio Piniano e Melania la Giovane 87, e che
Pelagio stesso aveva intrattenuto relazioni amicali con loro già anni
prima che essi incontrassero Agostino in Africa.
Da tutto questo possiamo arguire che Paolino non solo non
avesse alcuna intenzione di ostacolare il movimento pelagiano, che
si era fatto un nome di tutto rispetto nella cerchia aristocratica, ma
che egli stesso dovette nutrire una certa simpatia e non poca ammi­
razione per l’insegnamento di Pelagio. Ciò, naturalmente, non sfug­
gì all'occhio indagatore di Agostino 88 Quest’ultimo, infatti, si af­
frettò a scrivere al vescovo di Nola per metterlo in guardia dagli ec­
cessi eterodossi di Pelagio e per puntualizzare il corretto rapporto tra
natura e grazia che, ai suoi occhi, le idee dell’asceta bretone avrebbe­
ro scalzato 89.
Non bisogna poi dimenticare, come sopra accennato, che Paoli­
no intratteneva rapporti amicali anche con la famiglia di Giuliano di
Eclano, esponente di spicco del movimento pelagiano. Così come va
ricordato che Paolino aveva sostenuto Rufino di Aquileia nella con­
troversia sull’origenismo, che lo aveva visto contrapposto all’antico
amico Girolamo. E siccome anche Pelagio non sfuggirà agli assalti
verbali di Girolamo, è lecito dedurre che sia lui che i suoi seguaci ab­
biano trovato una certa condiscendenza nel vescovo di Nola.

86 Agostino, Confessiones 10, 31, 45, CCL 27, 179. Cf. Id., D e dono per­
severantiae 20, 53, PL 45, 1026. Cf. P. CourceUe, Recherches sur les Confes-
sions de saint Augustin, Paris 19682, p. 580.
87 Cf. Agostino, Ep. 126, 6 (ad Albina), CSEL 4 4 ,1 2 .
88 Cf. Agostino, Ep. 186, 1, CSEL 57, 45. Cf. P Brown, Augustine o f
Hippo, cit., p. 386; P. CourceUe, Recherches sur les Confessions de saint Augu­
stin, cit., pp. 590-595.
89 Cf. Agostino, D e gratia Christi et de peccato originali I, 35, 38, CSEL
42, 154.
Introduzione 31

I rapporti con la gens Anicia sono ovviamente testimoniati dal­


l’epistola di Pelagio a Demetriade, anche se, contrariamente all’opi­
nione del de Plinval90, riteniamo che i legami di Pelagio con questo
nobile casato non debbano essere troppo enfatizzati91. È più proba­
bile che, trattandosi di una delle famiglie aristocratiche cristiane più in
vista e una delle più ricche (se non la più ricca) dell’impero 92 la ricer­
ca di tali legami si imponesse da sé. Infatti, per 'chiunque desiderasse
essere introdotto nei circoli aristocratici romani, gli Anicii rappresen­
tavano un imprescindibile punto di riferimento e i tentativi di stabili­
re contatti con essi erano de rigueur 93. Anche Agostino e Girolamo,
ad esempio, intrattenevano rapporti con membri della gens Anicia. Se
Girolamo, al pari di Pelagio, aveva indirizzato una lettera alla giova­
ne Demetriade in occasione della sua velatio 94, Agostino aveva già al
suo attivo rapporti epistolari con Italica (vedova di uno dei figli di Pe­
tronio Probo) 95, e con Proba e Giuliana 96, rispettivamente nonna e
madre di Demetriade 97. In ogni caso, il fatto che Pelagio abbia godu­
to di una speciale protezione da parte degli Anicii, è probabilmente
dovuto ai legami esistenti tra questi ultimi e Kufino di Aquileia e gli
origenisti, con i quali il pensiero di Pelagio aveva molto in comune 98.

90 Cf. G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa riforme, cit., pp. 214-216.
91 Per le buone relazioni di Pelagio con gli Anicii, cf. P. Laurence, Pro­
ba, Juliana et Démétrias. Le christianisme des fem m es de la gens Anicia dans la
prem ière m o itié du Ve siècle, in «Revue des Etudes A ugustiniennes» 48
(2002), pp. 131-163, qui pp. 154-155.
92 II palazzo degli Anicii a Roma era una delle meraviglie della città. Cf.
Ep. Secundini Manichaei ad sanctum Augustinum, CSEL 25/2, 895.
93 Cf. P. Brown, The Patrons o f Pelagius, cit., p. 208, n. 3.
94 Cf. Girolamo, Ep. 130, CSEL 56/1, 3,175-201.
95 Cf. Italica 1, in C. e L. Pietri (edd.), Prosopographie chrétienne du Bas-
Empire, 2/1, cit., pp. 1162-1163, qui p. 1162.
96 Cf. Anicia Faltonia Proba 2, in ibid., 2, Rome 2000, pp. 1831-1833;
Anicia Iuliana 3, in ibid., 1, cit., pp. 1169-1171.
97 Cf. Agostino, Epp. 92 e 99 (a Italica), CSEL 34, 436-444; 533-535; Ep.
130 e 131 (a Proba), CSEL 44,40-79; Ep. 188 (a Giuliana) CSEL 57,119-130.
98 Circa i legami tra gli Anicii e il clan degli origenisti, cf. P. Laurence,
Proba, Juliana et Démétrias, cit., pp. 138-139.
32 Introduzione

Secondo de Plinval, Pelagio deve avere pure ottenuto un supporto f i ­


nanziario da un membro non facilmente identificabile di questa
gens 99
Infine, secondo le notizie tramandateci da Gennadio, anche Sul­
picio Severo, discepolo e biografo di Martino di Tours, avrebbe avuto
rapporti con il movimento pelagiano. Esponente di quella aristocra­
zia gallo-romana che si era convertita all’evangelismo radicale e al­
l’ascetismo monastico di stampo “martiniano”, Sulpicio aveva tra­
sformato la sua proprietà di Primuiiacum in un ritiro ascetico 10°.
Pare che in tarda età si sia lasciato attrarre dalle dottrine pelagiane,
ma che, ravvedutosi, si sia imposto una vecchiaia penitente e silen­
ziosa fino alla m orte101.

2 . L a E p is t o l a a D e m e t r ia d e

2.1 Amnia Demetriade102

Nata alla fine del IV secolo103 e discendente della gens Anicia,


una delle famiglie più aristocratiche e facoltose dell’impero romano,
ma anche una delle più riverite nella cristianità a motivo del fatto
che in essa avvennero le prime conversioni al cristianesimo da parte
di membri dell’aristocrazia romana m , Amnia Demetriade era figlia

99 G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., p. 215.


100 Cf. 1’Ep. 22 inviatagli dall’amico Paolino di Nola (CSEL 29, 154-156).
101 Cf. Gennadio, D e viris illustribus 19 (Texte und Untersuchungen
14/1, p. 69).
102 Cf. O. Wermelinger, Demetrias, in Augustinus Lexikon 2 (1996), pp.
289-290; C. e L. Pietri (edd.), Demetrias Amnia, in Prosopographie chrétienne
du Bas-Empire, 2/1, cit., pp. 544-547; G. Jenal, Italia ascetica atque monastica,
cit., pp. 111-118.
103 Al tempo di papa Anastasio I (399-401), Demetriade è definita par­
vula (cf. Girolamo, Ep. 130, 16, CSEL 56, 196).
104 Secondo Prudenzio, Sesto Anicio Petronio Probo fu il primo che, con
la sua conversione, aggiunse prestigio alla Roma cristiana. Cf. Prudentius,
Contra Symmachum 1, w . 552-553, CCL 126, 204. Secondo Laurence, biso-
Introduzione 33

di Anicia Giuliana 105 e di Anicio Ermogeniano Olibrio 10é. Que­


st’ultimo aveva ricoperto la carica di console nel 395 ed era figlio di
Sesto Claudio Petronio Probo107 - che, a sua volta, era stato conso­
le nel 371 - e di Anicia Faltonia Proba108 già vedova al tempo del
sacco di Roma, nel 4 1 0 109.
Attirata dall’esempio della madre Giuliana e della nonna Pro­
ba, Demetriade condusse fin dalla fanciullezza una vita semplice, al­
l’insegna della sobrietà e del distacco dall’opulenza e dagli ornamen­
ti propri del suo stato sociale, come testimonia Girolamo, al quale
queste notizie erano state fornite da donne di alto rango che frequenta­
vano la casa degli Anici n0. Dopo il sacco di Roma da parte dei goti di
Alarico, nel 410 ni, Demetriade, assieme alla sua famiglia e a un

gnerebbe però essere guardinghi nell’assumere sic et simpliciter che i primi a


convertirsi al cristianesimo siano stati i membri del casato di sesso maschile: cf.
P. Laurence, Proba, ]uliana etDémétrias, cit., p. 136. N on si deve dimenticare,
infatti, che Faltonia Vetitia Proba, la bisnonna di Demetriade da parte di pa­
dre (cf. Faltonia Vetitia Proba, in C. e L. Pietri [edd.], Prosopographie chrétien­
ne du Bas-Empire, 2/2, cit., p. 1831), aveva già composto un carmen sacrum, il
Cento vergilianus de laudibus Christi (cf. Proba, Cento, CSEL 16/1, 568-609).
105 Cf. Anicia luliana 3, cit., pp. 1169-1171.
106 Anche i due fratelli di Olibrio, Anicio Probino e Anicio Petronio
Probo, erano divenuti consoli rispettivamente nel 395 e nel 406. Lo stesso
nonno materno di Demetriade, Anicio Auchenio Basso, lo diverrà nel 408.
Cf. lo Stemma Aniciorum in A. Chastagnol, Les Fastes de la Préfecture de Ro­
me au Bas-Empire, Paris 1962, p. 291. Pelagio ne è ovviamente a conoscenza:
«Pur ammettendo che alcuni membri maschi del tuo casato abbiano ricoper­
to in m odo memorabile la carica di consoli, e che i Fasti consolari abbiano ri­
portato di frequente i nomi della vostra illustre famiglia» (Pelagio, Ep. ad D e­
metriadem 14).
107 Cf. Sex(tus) Claudius Petronius Probus 3, in C. e L. Pietri (edd.), Pro­
sopographie chrétienne du Bas-Empire, 2/1 , cit., pp. 1840-1841.
108 Cf. Anicia Faltonia Proba 2, in ibid., pp. 1831-1833. Cf. Agostino,
Ep. 130,30, CSEL 44, 76.
109 Girolamo, Ep. 130, 3, CSEL 56, 177.
no Ibid. 130, 4, CSEL 5 6 ,1 7 8 .
111 Cf. P. Courcelle, Histoire littéraire des grandes invasions germaniques,
Paris 19643, pp. 48-67. Circa le conseguenze del sacco di Roma per la gens
Anicia, cf. anche P. Laurence, Proba, ]uliana et Démétrias, cit., pp. 142-146.
34 Introduzione

gruppo di vergini e vedove, prese la via dell’esilio, sostando dappri­


ma sulle coste della Gallia e poi in Africa, dove gli Anici avevano va­
sti possedimenti. Dopo essere stato forzato a cedere al corrotto Em ­
ettano, comes d’Africa112 una parte considerevole dei propri beni, il
gruppo si stabilì a Cartagine113.
Continuando a condurre vita ascetica assieme alla madre Giu­
liana, alla nonna Proba e alle altre donne sanctae et nobiles facenti
parte della domuncula che aveva trovato riparo sul suolo africano,
Demetriade si oppose a un progetto di matrimonio che era stato de­
ciso per lei e - incoraggiata dal vescovo Agostino che aveva avuto
modo di incontrare a Cartagine114 - riesce a convincere la madre e
la nonna ad appoggiare il suo desiderio di consacrarsi al Signore, co­
sa che, secondo Girolamo, avvenne senza difficoltà 115. Demetriade
riuscì anche a ottenere che le spese previste per il suo matrimonio
fossero trasformate in doni ed elemosine per i poveri e i bisognosi.
La velatio di Demetriade fu celebrata nel 413, sempre in Africa, e fu
presieduta da Aurelio, vescovo di Cartagine116.
Nel 414 117, in risposta a un’esplicita richiesta o “comando” di
Giuliana118 e quando la domuncula degli Anici era probabilmente
già ritornata a Roma 119 Pelagio invierà a Demetriade una lettera,
/"Epistula ad Demetriadem appunto, che è un vero e proprio tratta-
tello sulla condotta di vita che una vergine dovrebbe seguire.

112 Cf. Girolamo, Ep. 130, 7, CSEL 56, 185.


113 D opo aver capeggiato una ribellione contro l’imperatore Onorio,
Eracliano fu giustiziato a Cartagine nel 413. Cf. A. Mandouze et alii (edd.),
Heraclianus, in Prosopographie chrétienne du Bas-Empire, 1, cit., pp. 552-553.
114 In una lettera successivamente inviata a Giuliana, Agostino menzio­
nerà l’influsso da lui esercitato sulla decisione di Demetriade: cf. Agostino,
Ep. 188, 1, 1, CSEL 5 7 ,1 2 0 .
115 Cf. Girolamo, Ep. 130, 6, CSEL 56, 181.
116 Cf. ibid. 130, 2, CSEL 56, 176.
117 N el 415 YEpistula ad Demetriadem di Pelagio era già citata in Oro­
sio, Liber apologeticus contra Pelagianos 29, 1, CSEL 5, 652.
118 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 1.
119 Cf. ibid. 23, dove Pelagio parla della vita che Demetriade conduce in
città e dove sembra alludere a Roma.
Introduzione 35

In quello stesso anno Demetriade riceverà un’altra lettera, que­


sta volta da parte Girolamo, e inviata anch’essa su richiesta pressan­
te della madre Giuliana120. È probabile che l’insistenza con cui que­
st’ultima aveva chiesto a Girolamo di scrivere una lettera alla figlia
Demetriade fosse il risultato della pressione esercitata da Agostino
sulla famiglia dell’illustre vergine. Diversamente, risulterebbe diffi­
cile comprendere il perché della decisione di richiedere una consu­
lenza spirituale a Girolamo, dal momento che - com’era risaputo -
le sue relazioni con gli Anici si erano guastate da quando essi aveva­
no appoggiato il suo avversario Rufino durante la controversia ori-
genista 121. Ci pare perciò del tutto plausibile l’opinione, sostenuta
da Dunphy, che sia stato Agostino a convincere Proba, la nonna di
Demetriade, a rivolgere una simile richiesta a Girolamo, dopo che il
vescovo di Ippona aveva saputo di un’analoga richiesta fatta a Pela­
gio 122. Girolamo approfitterà dell’occasione non solo per lodare la
consacrazione verginale di Demetriade e offrirle alcune istruzioni
circa il suo nuovo stato 12}, ma anche per metterla in guardia dai ri­
schi di una nuova eresia, l’origenismo, che lo Stridonense vedeva dis­
simulato sotto le spoglie del pelagianesimo124.

120 Cf. Girolamo, Ep. 130,1, CSEL 5 6 ,1 7 6 .


121 Sarebbe riconducibile a questo stato di cose il poco entusiasmo con
cui Girolamo rispose alla richiesta di Giuliana. Cf. P. Laurence, Proba, Julia­
na et Démétrias, cit., p. 153. Cf., in proposito, anche W. Dunphy, Saint Jero­
me and thè Gens Anicia [Ep. 130 to Demetrias], in Studia patristica 18/4, Ka-
lamazoo-Louvain 1990, pp. 139-145.
122 Secondo W. Dunphy, fu probabilmente Agostino che si adoperò per
convincere Proba a dimenticare i vecchi rancori e a invitare Girolamo a scrive­
re a Demetriade per controbilanciare la lettera di Pelagio: cf. ib id , pp. 144-145.
123 Le istruzioni offerte da Girolamo a Demetriade ricalcano quelle tipi­
che di una vergine consacrata, come la lettura assidua delle Scritture, la pra­
tica moderata del digiuno, l’austerità di vita, l’obbedienza, la castità, un’equi­
librata suddivisione del tempo da dedicare alle cose spirituali e a quelle ma­
teriali (cf. Girolamo, Ep. 130, 7-14 passim, CSEL 56, 185-195).
124 N el collegare l’origenismo al pelagianesimo Girolamo esorta D em e­
triade ad attenersi saldamente alla fede, così come quest’ultima era stata
espressa da Innocenzo I, grande oppositore di Pelagio (cf. ibid., 130, 16,
CSEL 56, 196).
36 Introduzione

Agostino, dal canto suo, nel 413/414 si era limitato a inviare


una brevissima lettera a Giuliana e a Proba per congratularsi della
scelta compiuta da Demetriade di consacrarsi al Signore e per ringra­
ziarle del dono (apophoretum) inviatogli in occasione della velatio
della giovinetta 125. Lo stesso Agostino, in una lettera del 417/418,
scritta assieme all’amico Alipio e indirizzata a Giuliana, madre di
Demetriade, non mancherà di additare i pericoli provenienti dall’in­
segnamento di Pelagio, così come esso traspariva dalla lettera che
l’asceta bretone aveva indirizzato a Demetriade126 e che, benché ano­
nima, Agostino e Alipio attribuivano senza esitazione a Pelagio 127.
Agostino sarà ancora più esplicito e circostanziato nel De gratia
Christi et de peccato originali, redatto poco dopo la lettera inviata
a Giuliana e nel quale il vescovo di Ippona riporta diverse citazioni
desunte dalla lettera di Pelagio a Demetriade128.
Va infine ricordato che, dopo la condanna del pelagianesimo
avvenuta nel 418, e molto probabilmente dopo la morte della
nonna Proba avvenuta prima del 432, Demetriade sarà destinata­
ria di un’altra lettera che va sotto il titolo di Tractatus de humili­
tate e che è stata attribuita a Prospero di A quitania129. Come atte­
sta il titolo, si tratta da un lato di una denuncia contro l’ispirazio­
ne orgogliosa che soggiace all’ascesi propugnata da Pelagio e dal­
l’altro di un’esortazione a vivere con umiltà la propria consacrazio­
ne verginale.

125 Agostino, Ep. 150, CSEL 44, 380-382. La velationis apophoretum


(ibid., p. 382) era un regalo che veniva consegnato agli invitati a tavola, il gior:
no della velatio.
126 Cf. Agostino e Alipio, Ep. 188, 2 e passim, CSEL 57, 122 e passim.
Cf. D . Ogliari, A n Anti-Pelagian caueat. Augustine’s Ep. 188 to Juliana, in
«Augustiniana» 54 (2004), pp. 203-222.
127 Cf. Agostino e Alipio, Ep. 188, 6 e 12, CSEL 57, 123-124 e 128-129.
Cf. anche Agostino, De gratia Christi et de peccato originali I, 37, 40, CSEL
42, 155.
128 Cf. supra, n. 83 e n. 89.
129 Pseudo-Prospero d ’Aquitania, Epistula ad Demetriadem seu tractatus
de humilitate, PL 55, 161- 180.
Introduzione 37

Non si conosce la data precisa della morte di Demetriade. Si può


solo presumere che sia avvenuta tra il 440 e il 4 6 1 13°.

2.2 Le linee portanti dell’Epistula ad Demetriadem

Uno dei massimi studiosi di Pelagio ha definito /'Epistula ad


Demetriadem «uno dei gioielli della letteratura cristiana» 131 e «il
più celebre e il meglio strutturato dei trattati di Pelagio», oltre che
«un manifesto della sua filosofia» 132. In effetti, anche da una prima
e pur superficiale lettura dello scritto si ricava l’impressione di tro­
varsi di fronte a un testo intriso di saggezza, una saggezza che tra­
duce in parole uno stile di vita al quale l’autore ha concretamente
aderito e che non è disgiungibile da quei capisaldi del suo pensiero
che tale stile di vita sostengono e nutrono. In altre parole, dall’epi­
stola indirizzata alla vergine Demetriade traspare da un lato l’espe­
rienza ascetica maturata e vissuta da Pelagio, e dall’altro la capaci­
tà di quest’ultimo di trasmettere un resoconto completo e coerente
delle motivazioni portanti che avvalorano religiosamente tale espe­
rienza 133.
Non va dimenticato che la finalità di questa epistola è di natu­
ra pedagogica. La tensione ascetica che la pervade e i numerosi e po­
sitivi richiami psicologici in essa contenuti mirano a persuadere e a
trascinare la volontà. Più che dare spazio alle speculazioni e alle
complicazioni di un discorso teologico, a Pelagio interessava mettere
in luce una dottrina morale e ascetica che aiutasse a vivere il più ge­
nuinamente possibile la fede cristiana. Del resto /'Epistula ad De­
metriadem intende proporre alla vergine una “regola” (institutio) da

130 Cf. C. e L. Pietri (edd.), Demetrias Amnia, cit., pp. 544-547, qui p. 544.
131 G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., p. 245.
132 G. de Plinval, Essai sur le style et la langue de Pélage, Fribourg en
Suisse 1947, p. 35.
133 Cf. B.R. Rees, The Letters o f Pelagius and his Followers, Woodbridge
1991, p. 32.
38 Introduzione

seguire nel suo itinerario ascetico. È una vera e propria istruzione


morale, un “protrettico” nel quale Pelagio insiste con energia sia sul­
la teoria che sulla prassi134.

1) Il ruolo della Sacra Scrittura

Non è superfluo ricordare quanto fosse fondamentale per Pela­


gio l’apporto della Sacra Scrittura, al fine di mantenere unite in un
tutto armonico la teoria e la prassi, le parole e le opere. Come per
tutti gli scrittori cristiani, essa costituisce anche per lui il costante
punto di riferimento. Se /"Epistula ad Demetriadem abbonda di ri­
ferimenti scritturistici è perché Pelagio era convinto che solo cono­
scendo e comprendendo la volontà di Dio sarebbe stato possibile
metterla in pratica. In altre parole, se la prassi è ciò che - ultima­
mente - conta agli occhi del Signore in ordine di merito, in ordine di
tempo è tuttavia necessario che si colmi il vuoto provocato dall'igno­
ranza delle Scritture, perché solo conoscendo quel che esse comanda­
no sarà possibile metterlo in pratica 135. D i qui l’importanza della
lectio divina come luogo nel quale Demetriade deve rispecchiare la
propria vita per uniformarla sempre più alla volontà di Dio mutua­
ta dalle parole della Scrittura136.

2) Il naturae bonum e il libero arbitrio

Di fronte all’ideale della verginità abbracciato da Demetriade,


Pelagio insiste sulle risorse innate e congenite della natura umana.
Esse rappresentano di per sé una garanzia di riuscita della consacra­
zione di Demetriade. Il fatto che l’espressione naturae bonum ritor­
ni a più riprese nei primi capitoli Je/Z’Epistula ad Demetriadem137
esprime l’importanza che Pelagio attribuisce a questo concetto che,
di fatto, costituisce un principio fondamentale della sua dottrina.

134 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 9.


»3 Cf. ibid.
136 Cf. ibid. 23.
137 Cf. ibid. 2, 4, 8, 17.
Introduzione 39

Sullo sfondo di una visione antropologica ottimistica, basata sul da­


to scritturistico che definisce l’uomo come un essere creato «a imma­
gine e somiglianza di Dio» (cf. Gn 1, 26s.) 138, la bontà della natura
umana e la conseguente capacità dell’essere umano di raggiungere la
perfezione attraverso l’esercizio del libero arbitrio costituiscono il
presupposto al comando divino di tendere alla santità139.
Il naturae bonum fa dunque e innanzitutto riferimento a Dio
creatore, «il quale ha fatto bene, anzi molto bene, tutte le cose che
sono del mondo e nel mondo», e in particolare «l’uomo, in vista del
quale, come si sa, ha creato tutte le altre cose! E nel decidere di far­
lo a sua immagine e somiglianza, mostra - ancor prima di crearlo -
in quale modo intende crearlo» 140. La bontà della natura si manife­
sta poi nella testimonianza della coscienza, al cui giudizio nessun uo­
mo può sfuggire141, ed è dimostrata esternamente da quelle virtù di
cui hanno dato prova anche alcuni filosofi pagani dell’antichità. Se,
infatti, essi sono stati in grado di vivere castamente e generosamen­
te, di disprezzare gli onori del mondo e di perseguire la giustizia, si­
gnifica che le virtù di cui si rivestivano erano il frutto del naturae
bonum142. Inoltre, la conferma di questa bontà congenita nell’uomo
proviene anche dalla testimonianza dei giusti dell’Antico Testamen­
to, come Abele, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe143 e Giobbe144
i quali, pur non essendo ancora illuminati dalla legge rivelata, han­
no tuttavia praticato la giustizia con l’ausilio del bene naturale insi­
to nell’uomo. Questo bene fungeva da legge e bastava per la santi­
tà 145. È solo in seguito, quando la freschezza della bontà della natu­
ra è stata offuscata dalla consuetudine al peccato, abbrutita dai vizi

138 Sull’antropologia di Pelagio, cf. G. Greshake, Gnade als Konkrete


Freiheit, cit., pp. 54-81.
139 Cf. Pelagio [?], De possibilitate non peccandi4, 2, PL, Suppi. 1, 1461
(cf. Lv 11, 44).
140 Pelagio, Ep. ad Oemetriadem 2.
MI Cf. ibid. 4.
142 Cf. ibid. 3.
143 Cf. ibid. 5.
144 Cf. ibid. 6.
M5 Cf. ibid. 8.
40 Introduzione

e dalla conuzione dell’ignoranza, che Dio ha introdotto «la lima del-


la legge (limam legis,), perché, in virtù della sua frequente ammoni­
zione, la natura fosse tirata a pulimento e potesse tornare allo splen­
dore che le è proprio» 146.
E evidente che, partendo da un approccio positivamente “natu­
ralista”, Pelagio insiste sulla bontà della natura umana e sulla gra­
zia insita in essa, più che sulla grazia della redenzione apportata da
Cristo. Quest’ultima, pur costituendo un aiuto in più offerto ai cri­
stiani, non sembra avere ai suoi occhi un valore assoluto, ma piut­
tosto un valore di “restaurazione” o “potenziamento” 147. Ne conse­
gue che le conquiste che Demetriade riuscirà a ottenere sul piano
delle virtù e dell’ascesi spirituale non dipenderanno da interventi
esterni e neppure - in ultima analisi - dalla grazia redentrice del
Cristo, ma unicamente da se stessa 148, dalla bontà della natura
umana e dall’altra bontà che da questa scaturisce, quella del libero
arbitrio, con il quale Dio dona all’uomo la facoltà di essere ciò che
vuole essere e di scegliere liberamente il bene o il m ale149.
Per quanto concerne l’esercizio del libero arbitrio, esso è fo n ­
dato su un concetto analogo a quello di naturae bonum, che Pelagio
descrive come «una certa naturale santità (naturalis quaedam san­
ctitas) che, come presidiando la cittadella della mente, esercita il
suo giudizio sia sul male che sul bene» 15°. Questa naturale santità
produce, a seconda della scelta operata, effetti contrastanti: vergo­
gna, timore e senso di colpa nel caso di un’azione malvagia; gioia,
costanza e senso di sicurezza nel caso di un bene compiuto 151. Sul
versante più propriamente psicologico - come diremmo nel linguag­
gio odierno - si tratta del ruolo esercitato dalla coscienza, la quale,
fungendo da “tribunale domestico", rende testimonianza di quel­
l’orientamento o disposizione fondamentale verso il bene, presente

w ib id .
147 Ibid. 3. Cf. anche ibid. 8.
148 Cf. ibid. 10.
149 Cf. ibid. 3.
15°Ib id . 4.
151 Cf. ibid.
Introduzione 41

naturaliter nella creatura razionale. Questa inclinazione originale


verso il bene è come una legge interiore (domestica lexj 152 che
guida l’essere umano nelle sue scelte, così che egli non si trova
meramente in medio, in una posizione neutrale di fronte al bino­
mio bene-male, ma, se lo vuole, è in grado - grazie a quella natura­
le “percezione” di fondo di cui è detentore - di imprimere alla pro­
pria volontà e al corso delle proprie azioni una direzione volta al
bene. La possibilità di fare il male, dunque, non mette in questione
il bonum conditionis 153, ma, al contrario, lo invera, per così dire,
svestendolo da qualsiasi determinismo 154.
Pelagio, dunque, non difende la bontà della natura umana
negando semplicisticamente l’esistenza del male. Anche se non ne
spiega l’origine, egli ne sottolinea tuttavia il carattere “volontario”.
Il male, come il bene, non è mai il risultato di una costrizione eser­
citata sulla volontà. E, anzi, in virtù di quest’ultima che la natura
umana, la cui fondamentale bontà è comune a tutti (eadem natu­
ra), ha in sé la possibilità di inclinarsi non solo verso il bene, ma
anche verso il male. Ciò che fa la differenza e che sta alla base del­
l’uno o dell’altro risultato è la volontà dei singoli che può, appun­
to, essere orientata diversamente (dispar voluntas) 155.
Pelagio illustra questa disparità di orientamento con tre esem­
p i tratti dalla Sacra Scrittura: quello di Adamo ed Enoch, l’uno cac­
ciato dal paradiso terrestre, l’altro rapito al cielo; quello di Caino e
Abele, e quello di Giacobbe ed Esaù. I meriti o i demeriti di costo­
ro sono dovuti unicamente al libero arbitrio e alla responsabilità
della volontà: «Benché nella stessa natura vi siano meriti diversi,
bisogna convincersi che la responsabilità risiede solamente nella
volontà» 156.

152 Ibid.
153 Ibid. 3.
154 c f .ibid.
155 Ibid. 8.
156 Cf. ibid.
42 Introduzione

3) La verginità come impegno ascetico e metafora della Chiesa

Dalfondamentale principio dell’innata bontà della natura uma­


na, dalla quale deriva la sufficienza della volontà e del libero arbi­
trio, scaturisce l’ideale della verginità con tutto il suo carattere rigo­
ristico e personalistico. Come abbiamo già detto, /'Epistula ad De­
metriadem è un trattato di natura pedagogica e dunque anche di
fronte al tema della verginità, anziché indulgere al panegirico, Pela­
gio preferisce elogiare la natura umana e le sue possibilità. Infatti, la
scelta di consacrare la propria vita al Signore comporta la capacità di
assumersene le conseguenze e di seguire con determinazione linee
ben precise di comportamento, una "regola”, appunto 157.
A l di là dell’ineludibile rigore e impegno personali, la consacra­
zione verginale di Demetriade non è volta esclusivamente - come
potrebbe sembrare - a un perfezionismo morale individualistico. A l
contrario, essa è vissuta in stretta relazione con l’identità e il ruolo
della Chiesa stessa. La consacrazione verginale è cioè chiamata a ri­
flettere intimamente il volto della Chiesa per la quale Cristo ha da­
to se stesso, al fine di farsela comparire davanti «tutta gloriosa, sen­
za macchia né ruga (...), ma santa e immacolata» (Ef 5, 21). Sullo
sfondo dell’impegno battesimale richiesto a ogni cristiano, la chiara
allusione a questa citazione paolina, nell’epistola a Demetriade 158
sottolinea con vigore come ciò che si attende da tutti i cristiani si esi­
ge massimamente e senza sconti da chi ha scelto di professare la con­
sacrazione verginale.
Alla luce del concetto di giustizia, così come Pelagio lo propugna­
va, anche la verginità consacrata - intesa come rinuncia a ciò che è co­
munque permesso dalla lex christiana - non ha altro fine che quello
di rendere più radicale l’adesione della propria vita a quei precetti di­
vini che, sostanzialmente, accomunano tutti i credenti in Cristo. In al­
tre parole, è la giustizia proveniente dall’obbedienza ai comandamen­
ti del Signore che avvalora e rende possibili opere supererogatorie co­

157 C f. ibid. 1.
158 Cf. ibid. 24.
Introduzione 43

me la consacrazione verginale, la quale, rappresentando l’adesione a


un “consiglio divino”facoltativo, non esclude ma anzi corrobora l’os­
servanza dei “comandamenti” imposti a tutti i cristiani 159
Stando così le cose, quegli irrigidimenti che, ad esempio, traspa­
iono «<?//;Epistula de castitate - attribuita a Pelagio 160, ma proba­
bilmente appartenente a quei circoli che a lui si ispiravano e che ave­
vano esagerato in senso monastico i suoi insegnamenti morali asse­
gnando un valore pressoché assoluto alla verginità 161 - non rispec­
chiano l’equilibrata posizione mantenuta da Pelagio in materia di
matrimonio e verginità/celibato162.
Con il suo stato, la vergine consacrata funge, per così dire, da tè-
te du pont in una Chiesa che, attraverso la testimonianza di tutti i
battezzati - ossia di coloro che sono stati segnati dall’esperienza del­
la conversione —, è chiamata a rapportarsi al mondo e al paganesimo
in maniera discontinua, testimoniando cioè concretamente la decisi­
va rottura con la mentalità di cui questi ultimi sono portatori163.
Significativo, in proposito, è il gioco di parole tra conversio e
conversatio 164, al quale Pelagio ricorre per mettere in risalto quel
“di più” che, sullo sfondo della rigenerazione battesimale, è richiesto
a chi s’impegna a perseguire una vita di totale consacrazione al Si­
gnore. Anche se il termine conversatio ha in sé un significato neu­
tro, in quanto indica un “modo di vivere”, quando è accostato al ter­

159 Cf. ibid. 10.


160 In un suo recente lavoro, A. Cerretini propende per la paternità di
Pelagio, anche se - dopo aver messo in luce alcune somiglianze tra Expositio­
nes XIII epistularum Pauli e YEpistula de castitate - ella stessa riconosce: «N oi
non siamo in grado di dire chi ha veramente scritto YEpistula de castitate, ma
chi ha redatto questa esortazione conosceva molto bene la dottrina di Pelagio
in ogni suo aspetto» (A. Cerretini [ed.], Pelagio, Lettera sulla castità, Brescia
2007, p. 29).
161 Cf. S. Prete, Pelagio e il Pelagianesimo, cit., p. 75.
162 Cf. C. Tibiletti, Teologia pelagiana su celibato/matrimonio, cit., passim.
163 Cf. P. Brown, Pelagius and His Supporters: A im s and Environment, in
Id., Religion and Society in thè Age o f Saint Augustine, cit., pp. 183-207; tr. it.,
cit., pp. 173-196, qui p. 184.
164 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 1 e 14.
44 Introduzione

mine conversio, acquista un significato preciso e pregnante, quello


appunto di una vita interamente consacrata al Signore e che brucia
dinanzi a Lui come un olocausto165.

4) Il concetto secolare di nobilitas e la sua trasposizione spirituale

Il tema della nobilitas, ossia il fatto che il rango aristocratico


non fosse in contrapposizione col messaggio cristiano, non è estraneo
all’ideale ascetico-monastico, anche se talora la concezione tradizio­
nale della nobiltà entrava in competizione con la nobiltà spirituale,
considerata superiore perché derivante dal Vangelo. Così, ad esem­
pio, Paolino di Nola - appartenente egli pure a una famiglia aristo­
cratica - scrive che Melania la Grande, pur «nobile a motivo dei suoi
avi consoli, si è mostrata ancor più nobile per il disprezzo della no­
biltà di stirpe» 166. Similmente, Pammachio, nobile secondo i criteri
tradizionali, aveva ricevuto una nobiltà ancor più grande dopo aver
abbracciato l’ascetismo monastico 167. Anche Girolamo descrive
Pammachio come la gloria della gens Furia168, come «il più cristia­
no di tutti i nobili e il più nobile di tutti i cristiani» 169, lui che ora,
«grande tra i grandi, guida tra le guide, è il comandante in capo di
tutti i monaci» 170. Lo stesso Stridonense, scrivendo all’aristocratico
Giuliano, così si esprimeva: «Tu sei di nobili natali, ed essi [Paolino
di Nola e Pammachio] pure lo sono, ma in Cristo essi sono ancora
più nobili» 171. E della nobile Paola che lo aveva seguito a Betlem­
me, scrive: «Di casato nobile, ella fu molto più nobile per la santi­
tà» m . Anche nell’epigramma funebre di Sesto Claudio Petronio
Probo, nonno paterno di Demetriade, morto attorno al 388 d.C., si

165 Cf. ibid. 1.


166 Paolino di Nola, Ep. 29, 6, CSEL 29, 315.
167 Cf. Paolino di Nola, Ep. 1 3 ,1 5 , CSEL 29, 96-97.
168 Cf. Girolamo, Ep. 66, 6, CSEL 54, 654.
169 Girolamo, Ep. 57, 12, CSEL 5 4 ,5 2 4 .
170 Girolamo, Ep. 66, 4, CSEL 54, 651.
m Girolamo, Ep. 118, 5, CSEL 5 5 ,4 4 1 .
172 Girolamo, Ep. 108, 1, CSEL 55, 336.
Introduzione 45

sottolinea che il suo vero onore e la sua vera nobiltà consistono nel-
l’aver aderito a Cristo 173. Infine, Prudenzio, un contemporaneo di
Girolamo, descrive la differenza tra la nobiltà pagana e quella cri­
stiana, mettendo sulla bocca del martire Romano le seguenti parole:
«Lontano da me il pensare che siano il sangue dei miei genitori e la
legge del senato a rendermi nobile; è il nobile insegnamento di Cri­
sto a rendere gli uomini nobili» 174.
Anche nel caso della vergine Demetriade, questa opposizione è
ripresa da Innocenzo I nella lettera inviata a Giuliana175, ed è altre­
sì presente nelle lettere inviate rispettivamente a Giuliana da Ago­
stino 176 e a Demetriade da Pelagio e Girolamo. Sicuramente, questi
ultimi non disdegnarono il fatto che la giovinetta appartenesse a una
delle famiglie aristocratiche più in vista di Roma e, anzi, il prestigio
sociale di cui ella godeva e le grandi fortune patrimoniali di cui po­
teva disporre non avranno mancato di suscitare un ancor più vivo in­
teresse nei suoi confronti. Però, al di là della politesse mondaine e
di una certa amplificatio panegiristica con la quale essi non si sot­
trassero dal lodare il prestigio derivante dal rango sociale di Deme­
triade 177, sia Pelagio che Girolamo non si astennero neppure dal ri­
levare l’eccellenza del nuovo stato di vita che ella aveva liberamente
abbracciato, sottolineando la superiorità della nobiltà spirituale - so­
prattutto se accompagnata dalla consacrazione verginale - rispetto a
quella secolare178.

173 Transcendis senior donatus munere Christi: / hic est verus honos, haec
tua nobilitas (Inscriptiones Latinae Christianae veteres 63 [CE 1347] B, 4ss.).
174 Prudenzio, Peristephanon 10, 123-125, CSEL 126, 334.
175 Cf. Innocenzo I, Ep. 15, PL 20, 518-519 passim.
176 Cf. Agostino, Ep. 150, CSEL 44, 381.
177 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 1; Girolamo, Ep. 130, 1, CSEL 56,
175-176.
178 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 1. Cf. anche Pelagio [?], A d Celan-
tiam 21 [tra le Epistole di Girolamo], CSEL 56, 347, dove Pelagio mette in
evidenza il contrasto tra la nobiltà cristiana, basata sulle virtù evangeliche, e
quella basata esclusivamente sulla nascita e sulle ricchezze. Cf. anche Girola­
mo, Ep. 130, 6, CSEL 56, 181.
46 introduzione

Più chiaramente di Girolamo, però, Pelagio mantiene in stret­


to rapporto metaforico le due nobiltà, quella sociale, del casato, e
quella spirituale, derivante dal nuovo stato di vita assunto da Deme­
triade. Ella deve, cioè, inoltrarsi nella via della santità senza dimen­
ticarsi della sua nobiltà secolare, trasferendo cioè nell’anima la di­
gnità e l’onore del suo casato179 Questo transfert d’excellence - co­
me lo definisce Salamito180 - non implica dunque una rottura con la
dignità e l’onore di un’estrazione sociale aristocratica, bensì uno spo­
stamento di questi ultimi su un piano prettamente ascetico-spiritua-
le, nel quale l’onore e la dignità derivanti dalla nobiltà di sangue
raggiungono il massimo splendore nell’onore e nella dignità della
consacrazione verginale1S1.
Benché vari membri della gens Anicia avessero contribuito al
prestigio del proprio casato ricoprendo la carica di consoli, ora tocca
alla vergine Demetriade, con la sua consacrazione verginale, portare
all’apice la gloria della sua famiglia incorporando il concetto secola­
re di nobilitas (al quale i suoi avi erano associati in virtù dei nobili
natali e delle alte cariche pubbliche che avevano ricoperto) all’inter­
no di una cornice cristiana alla cui spiritualità viene ora riconosciu­
to un livello superiore182. La logica ascetica contenuta «^/'Epistula
ad Demetriadem fa sì che il ceto aristocratico al quale Demetriade

179 Cf. P elagio, Ep. ad D em etriadem 22. Cf. B. N àf, Senatorisches


Standesbewusstsein in spàtrómischer Zeit, Fribourg en Suisse 1995, p. 114.
180J.-M . Salamito, Excellence chrétienne et valeurs aristocratiques,
cit., p. 151.
181 Pelagio, Ep. ad Demetriadem 14. Anche Agostino, nella lettera indi­
rizzata a Giuliana, definisce incomparabiliter gloriosius poter annoverare nel­
la propria famiglia feminas virgines piuttosto che viros consules (cf. Agostino,
Ep. 150, CSEL 44, 381).
182 Secondo Markus, questa trasposizione avviene all’interno di un più
ampio processo di assorbimento di valori “secolari” operato dalla Chiesa al­
l’interno di un ambito valoriale “sacrale”: cf. R. Markus, The End o f Ancient
Christianity, Cambridge 1990, pp. 1-18; 213-229. Cf. anche M.R. Salzman,
Competing Claims to ‘Nobilitas’ in thè Western empire o f thè Fourth and Fifth
Centuries, in «Journal of Early Christian Studies» 9[3] (2001), pp. 369-385;
Id., The Making o f a Christian Aristocracy, cit., pp. 214-218.
Introduzione 47

appartiene sia subordinato alla sua nuova condizione di vergine con­


sacrata 183. In altre parole, la versione cristiana di nobilitas, pur evi­
tando di giungere a una rottura con la logica della tradizione dina­
stica 184 entra in competizione con la versione pagana o secolare, la
quale, anche se esercita ancora un notevole influsso sulle categorie
culturali del tempo, deve rassegnarsi a occupare una posizione secon­
daria e relativa rispetto alla concezione cristiana e spirituale di nobi­
litas che, nel V secolo, si imporrà sempre più decisamente185.

5) Honor/'dignitas e spectaculum

In conseguenza della trasposizione semantica di nobilitas dal­


l’ambito sociale e profano a quello ecclesiale e sacrale, Pelagio appli­
ca all’ambito religioso il vocabolario normalmente utilizzato per de­
scrivere il prestigio sociale, ossia termini come “onore” (honor, de­
cus) e “dignità” (dignitas) 186. Trasponendo nella vita cristiana, e in
particolar modo nella vita consacrata, le nozioni di honor e dignitas,
Pelagio non compie un’operazione esclusivamente letteraria, ma tra­
duce in parole il suo zelo nel condurre i membri della nobiltà a tra­
sferire all’ambito religioso quella sete di eccellenza e di prestigio del­
la quale si nutrivano in ambito secolare.

183 Cf. A.S. Jacobs, Writing Oemetrias: Ascetic Logic in Ancient Christia-
nity, in «Church History - Studies in Christianity and Culture» 69 (2000), pp.
719-748, qui p. 735.
184 Cf. J.-M. Salamito, Excellence chrétienne et valeurs aristocratiques,
cit., p. 152.
185 Cf., ad esempio, quello che Ilario d ’Arles scrive a proposito di O no­
rato, anch’egli di nobili origini, divenuto monaco e in seguito vescovo di Ar-
les: «Siamo tutti uno in Cristo, e l’elevatezza della nobiltà è rintracciabile tra
i figli di Dio. La nostra gloria non può essere accresciuta dalla dignità della
nostra famiglia umana se non rinunciandovi. Nessuno in cielo sarà più glorio­
so di colui che ha ripudiato la sua stirpe e sceglie di essere considerato solo
come un discendente di Cristo» (Ilario d ’Arles, Sermo de vita S. Honorati 4,
1, SC 235, p. 76).
186 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 19. Cf. anche ibid. 3.
48 Introduzione

Non disgiunto dall’onore e dalla dignità è il concetto di specta­


culum. Pur sviluppato in contrapposizione ai passati trionfi terreni
della gens Anicia, esso è strettamente connesso al motivo encomiasti­
co della fama che procede dalla posizione sociale e dalla liberalità che
tale posizione consente di esercitare. Utilizzando il concetto di spe­
ctaculum, Pelagio dimostra di voler considerare la consacrazione ver­
ginale di Demetriade in una visione che continua a rimanere «senza
dubbio aristocratica» 187. In altre parole, avendo a cuore la visibilità
della consacrazione di Demetriade, Pelagio opera anche in questo am­
bito quel transfert d’excellence di cui abbiamo già parlato.
Analogamente al concetto di nobilitas, ritradotto in una nuova
“logica sociale” nella quale la posizione e l’onore sono trasformati e
riletti alla luce di un elitismo cristiano188, Pelagio rivalorizza il con­
cetto di spectaculum, tanto caro al mondo aristocratico, trasponen­
dolo nel linguaggio del messaggio cristiano. Distanziandosi aperta­
mente dal concetto di fuga mundi che aveva caratterizzato il movi­
mento monastico del deserto, Pelagio si dice convinto che la consa­
crazione verginale di Demetriade non deve rimanere nascosta agli
occhi degli uomini, ma, al contrario, deve diventare uno spectacu­
lum al quale - data la sua visibilità e intelligibilità - possa assistere
il mondo intero189 Come dunque la fama dei suoi avi era mantenu­
ta viva non solo grazie ai nobili natali e alle importanti cariche rico­
perte, ma anche grazie all’evergetismo, ossia alla munificenza con
cui soddisfacevano ai desideri dei propri concittadini, così la vita di
Demetriade non dovrà cessare di essere uno spectaculum, ossia di
rendere visibile al mondo (e a Dio stesso, che in questo caso funge
da spettatore!) la virtù cristiana della carità, affinché attraverso di
essa continui a risplendere la fama del casato.

187 F.E. Consolino, Fra Pelagio e Claudiano: l’elogio degli Anicii nell’epi­
stola di Girolamo a Demetriade, in Hestiasis. Studi d i tarda antichità offerti a
Salvatore Calderone, III, Messina 1987, pp. 65-83, qui p. 78.
188 Cf. A.S. Jacobs, Writing Demetrias, cit., pp. 727-728 e 734.
189 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 14.
Introduzione 49

6) La virtù dell’umiltà

Quando, a metà del V secolo, Valeriano di Cimiez scriveva che


«la superbia è il vizio che accompagna la mancanza di valore (vilitas)
ed è un indice della bassezza di origini (ignobilitas)» e che «la nobil­
tà d’animo (nobilitas mentis) non sa lodare se stessa» 190, voleva
mettere in rilievo quella che, secondo lui, costituiva la vera caratte­
ristica di un animo nobile: l’umiltà. Così facendo, egli ribaltava la
concezione tradizionale secondo cui la nobiltà si manifestava attra­
verso un comportamento superbo e orgoglioso, dal quale si evinceva
lo stato sociale di appartenenza.
Anche Pelagio si adopera per ritradune il sentimento d’orgo­
glio, tipico di chi appartiene a un lignaggio aristocratico, in un’“am-
bizione religiosa” eticamente motivata. Certamente, in ambito ari­
stocratico, il passaggio da una nobiltà vissuta come superiorità socia­
le alla virtù cristiana dell’umiltà come caratteristica dell’animo no­
bile non era per niente scontato. La virtù dell’umiltà, infatti, era del
tutto estranea all’universo mentale romano, e anzi il suo richiamo
poteva facilmente dare adito alla parodia, per cui aU’umiltà veniva­
no equiparati atteggiamenti affettati e ridicoli che nulla avevano a
che fare con l’insegnamento evangelico. Quest’ultimo - come sotto-
linea lo stesso Pelagio - invita invece a imitare l’abbassamento umi­
liante e sofferto di Cristo e pone il criterio della vera umiltà nella ca­
pacità di sopportare gli oltraggi191.
Se da una parte, dunque, la virtù dell’umiltà, cristianamente
intesa, aveva finito col sovvertire la gerarchia dei valori sociali, dal­
l’altra correva il rischio di essere vissuta attraverso l’assunzione di
simulazioni stereotipe finalizzate al riconoscimento collettivo del­
l’umiltà come un valore sociale192. L’umiltà cristiana, invece, passa
attraverso un “di più” che tocca il credente nelle corde più sensibili

190 Valeriano di Cimiez, Homilia 14, 3, PL 52, 736.


191 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 20. Cf. anche Id., Expositiones XIII
epistularum Pauli (in Rom 1, 1), PL, Suppi. 1, 1113.
192 Cf. J.-M. Salamito, Excellence chrétienne et valeurs aristocratiques,
cit., p. 142.
50 Introduzione

della sua psiche e della sua relazionalità. Similmente, commentan­


do 1 Tm 5, 10 - passo nel quale l’apostolo Paolo pone alcune con­
dizioni (come aver praticato l’ospitalità o aver lavato i piedi ai san­
ti) all’iscrizione di una vedova nell’apposito catalogo —, Pelagio af­
ferma che il distintivo del cristiano non consiste solo nel comportar­
si con humanitas, ma anche con humilitas, grazie alla quale egli
imita il Signore Gesù nel suo abbassamento: «Non solo deve posse­
dere i tratti dell’umanità, ma anche quelli deU’umiltà. Non basta
cioè che accolga qualcuno nell’ospizio, ma occorre anche che lavi i
piedi degli ospiti con le sue mani» 193. Demetriade dovrà dunque ac­
curatamente evitare la falsa umiltà e dovrà assumere i suoi doveri
nello sforzo costante (labor durus) e perseverante di chi anela sola­
mente alla ricompensa eterna, poiché niente sembra troppo penoso
o troppo lungo quando quello che si fa è illuminato dal pensiero di
conseguire la gloria eterna194

2.3 «Toujours dame nature» ? 195. Le incongruenze di un umanesimo


morale

Se alla luce del depositum fidei della Chiesa è difficile imma­


ginare una “riabilitazione” di Pelagio e del pelagianesimo, a motivo
di alcune implicazioni teologiche insormontabili, è però nondimeno
doveroso riconoscere l’intenzione di fondo del pensiero pelagiano, e
cioè la “visione riabilitante” dell’originale e intrinseca bontà della

193 Pelagio, Expositiones XIII epistularum Pauli [in I ad Tim 5,10], PL,
Suppi. 1, 1354.
194 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 30. E chiaro che l’insistenza pelagia­
na sulla libera autodeterminazione dell’uomo risulta comprensibile solo sullo
sfondo di una “meritocrazia religiosa” che rimanda ai praemia, ossia alle pene
o alle ricompense eterne elargite da un D io giudice e rimuneratore (cf. ibid. 17).
195 M. Gonsette, Les directeurs spirituels de Démétriade: Épisode de la
lutte anti-pélagienne, in «Nouvelle Revue Théologique» 60 (1933), pp. 783-
801, qui p. 791. Queste parole che abbiamo posto in forma interrogativa, so­
no in realtà una perentoria esclamazione dell’autore, Gonsette, di fronte a un
naturalismo esagerato e onnicomprensivo.
Introduzione 51

natura umana che, benché deturpata dal peccato di Adamo, non è


andata del tutto perduta. Per Pelagio il naturae bonum e la conse­
guente libera autodeterminazione dell’uomo non devono essere in­
tesi come realtà che oppongono quest’ultimo a Dio, bensì come do­
ni sgorgati dalle mani del Creatore che ha voluto l’uomo a sua im­
magine e somiglianza. In tal modo Pelagio intendeva anche far da
contrappeso alla dottrina agostiniana della grazia, la cui assoluta
necessità in ogni ambito della fede e del vivere cristiano appariva al­
l’asceta bretone come depauperante la libertà dell’uomo.
Sta di fatto però che la visione di Pelagio è troppo ottimistica e
con la sua insistenza sulle possibilità di cui l’uomo gode naturalmen­
te finisce col diventare «un’àpologìà dell’umanesimo morale» 196, di
un umanesimo cioè che sarebbe in grado, con le sole sue connatura­
te capacità (posse), di perseguire e portare a pienezza le virtù uma­
ne. Alla luce di un umanesimo così concepito, il cristianesimo, e in
esso la centralità del Cristo e della redenzione da lui apportata, non
costituirebbe altro che «la superstruttura di un edificio spirituale le
cui fondazioni si trovano in realtà nella natura» 197. Se così fosse,
non potremmo allora che sottoscrivere pienamente il giudizio che
Agostino, scrivendo a Paolino di Nola, aveva formulato circa i pela-
giani. Egli li considerava sì di buon ingegno, ma molto somiglianti
ai filosofi di questo mondo che si sforzano di convincersi e di convin­
cere che è possibile pervenire alla beata vita con i soli sforzi della
propria volontà 198. In tal caso, il pelagianesimo si configurerebbe
non solo come «apologia dell’umanesimo morale», ma anche come
«apologia dello sforzo e della privazione» 199, dove la preoccupazio­
ne che sorregge tale sforzo e tale privazione assume contorni contrat­
tuali più che spirituali, volti cioè più al perseguimento di una giusti­
zia meritocratica che non alla perfezione dell’amore 200.

196 G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., p. 250.


197 Ibid., p. 251.
198 Agostino, Ep. 186, 37, CSEL 57, 76-77.
199 S. Lancel, Saint Augustin, Paris 1999, p. 485.
200 Cf. B.R. Rees, The Letters o f Pelagius and his Followers, cit., p. 8.
«Pelagio - scrive de Plinval - non è un mistico (...). Il culto di obbedienza, la
52 Introduzione

Lo stesso rigorismo ascetico che - pur combinato con la mode­


razione e il rifiuto di ogni eccesso 201 - Pelagio consiglia a tutti i cri­
stiani indistintamente, in virtù di un’unica morale per tutti e di
un’unica perfezione alla quale tutti devono tendere, si rivela esso pu­
re uno strumento contraddittorio in quanto finisce col generare —pur
senza averlo voluto intenzionalmente - due categorie di cristiani,
quella minoritaria o elitaria (costituita soprattutto dalle classi aristo­
cratiche), in grado di ottemperare alle esigenze di una coerente vita
cristiana, e quella maggioritaria o di massa, tagliata fuori da uno
standard morale troppo elevato e intransigente 202.

2.4 Lo stile J<?//"Epistula ad Demetriadem 203

Nell’insegnamento indirizzato a Demetriade balza subito all’oc­


chio come Pelagio non perda mai di vista lo scopo dello scritto, quel­
lo cioè di incoraggiare in maniera efficace e pratica la scelta compiu­
ta dalla giovane vergine. Altre preoccupazioni, anche sul piano pro­
priamente letterario, risultano secondarie rispetto a questa finalità

pietà fredda e corretta di cui [Pelagio] circonda Gesù è come il bianco len­
zuolo in cui Giuseppe d ’Arimatea avvolse il corpo di Cristo» (G. de Plinval,
Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., p. 157). Se questi giudizi ci paiono
eccessivi, ci pare altresì ingiusto definire la perfezione morale alla quale ten­
deva la spiritualità pelagiana come un «icy puritanism» (P. Brown, Pelagius
and His Supporters. A im s and Environments, cit., p. 194).
201 Cf., ad esempio, l’esortazione rivolta a Demetriade: «La moderazio­
ne è raccomandabile in ogni cosa, ed è sempre encomiabile il senso della m i­
sura. Il corpo non va spezzato, ma controllato» (Pelagio, Ep. ad Demetria­
dem 21).
202 N on è comunque da escludere - come asserisce Salamito - che la
soppressione del pensiero pelagiano abbia anche portato ad accogliere l ’idea
di «una Chiesa di massa, intesa come casa di convalescenza o scuola per i pec­
catori - comunità immensa la cui totale purificazione non può avvenire che
alla fine dei tempi» (J.-M. Salamito, Excellence chrétienne et valeurs aristocra­
tiques, cit., pp. 156-157).
203 Cf. G. de Plinval, Essai sur le style et la langue de Pélage, cit.
Introduzione 53

principale che guida la mano dell’asceta bretone. Certo, nello scritto


non mancano reminiscenze classiche 204 ma a una «littérature de dé-
clamation» 205, fatta di accumulo di citazioni erudite, Pelagio prefe­
risce un procedimento chiaro, sicuro e robusto, scevro da digressioni
ridondanti che potrebbero far perdere incisività al pensiero che si
propone di inculcare nella mente della lettrice. Ciò che esprime mag­
giormente il suo talento letterario - come afferma de Plinval - sono
semmai la preoccupazione del gusto, dell’ordine e della misura, e la
scelta felice delle immagini e dei term ini206.
A l di là di ciò, il latino di Pelagio rimane un latino classicheg­
giante. Egli evita accuratamente sia l’uso di termini popolari che di
arcaismi, e non indulge a quei neologismi, magari un po’ leziosi, che
stavano prendendo piede nei testi cristiani a lui coevi e che non si
confanno «//'elegantia robusta e senza fronzoli - anche se non per
questo priva di una certa elaborazione - nella quale Pelagio ha rac­
chiuso l’essenza del suo pensiero.
Rees concorda con de Plinval riguardo alla correttezza e alla so­
brietà del latino di Pelagio e alla chiarezza del suo stile, anche se ri­
tiene che alla bravura nell’accostare e spiegare ipassi della Sacra Scrit­
tura non corrisponda l’abilità nel districarsi tra le varie speculazioni
di carattere filosofico o psicologico 207, il che è comunque comprensi­
bile in un insegnamento volto prevalentemente al pragmatismo.

204 Si raffrontino, ad esempio: «Vacuus viator et nudus non timet latro­


nis insidias» (Ep. ad Demetriadem 25) e: «Cantabit vacuus coram latrone via­
tor» (Giovenale, Satirae XIII, 195); «omni domui planctus, et aequalis fuit
per cunctos pavor (...). Eadem omnibus imago mortis» (Pelagio, Ep. ad D e­
metriadem 28) e: «Ubique luctus, ubique pavor et plurima mortis imago»
(Virgilio, Aeneis II, 369); «dum adhuc mobilis est aetas, et animus duci faci­
lis» (Pelagio, Ep. ad Demetriadem 13) e: «Dum faciles animi iuvenum, dum
mobilis aetas» (Virgilio, Georgica III, 65).
205 G. de Plinval, Essai sur le style et la langue de Pélage, cit., p. 23.
206 Ibid., p. 39.
207 Cf. B.R. Rees, The Letters o f Pelagius and bis Followers, cit., p. 20.
54 Introduzione

2.5 La ricezione dell’Epistula ad Demetriadem

Benché Agostino non avesse avuto dubbi circa l’attribuzione


i/<?//JEpistula ad Demetriadem a Pelagio e benché, nel 418, ne aves­
se discusso alcuni punti controversi nel De gratia Christi et de pec­
cato originali208, nel quale ricorda come lo stesso Pelagio avesse fat­
to cenno allo scritto a Demetriade in una lettera inviata a papa In­
nocenzo2^ , e nonostante che già nel 415 Orosio avesse attribuito a
Pelagio la paternità della lettera in questione 210, per ironia della sor­
te /'Epistula ad Demetriadem continuerà per molto tempo a essere
attribuita a Girolamo, acerrimo nemico dell’asceta bretone e dei suoi
adepti, e ad essere inserita nel corpus dei suoi scritti.
Qualche secolo dopo, però, Beda il Venerabile osservava acuta­
mente: «Questo libro alcuni di noi, pur leggendo con diligenza, cre­
dono avventatamente che sia del santo e cattolico dottore Girolamo,
senza riconoscere che sia la soavità dell’eloquenza lusingatrice sia la
stravaganza dell’eresia ingannatrice provano chiaramente che questo
opuscolo non appartiene a lui» 2U. Agli occhi di Beda, infatti, il pur
eccellente insegnamento contenuto «^//'Epistula ad Demetriadem
era guastato dall’incapacità del suo autore di riconoscere la necessità
della grazia, la quale veniva messa in second’ordine rispetto alle po­
tenzialità del libero arbitrio e della volontà umana.
Nonostante ciò, nel X IX secolo /'Epistula ad Demetriadem con­
tinuerà ancora a comparire tra gli scripta suppositiva di Girolamo,
nel voi. X X X del Patrologiae cursus completus, Series latina di Jac­
ques-Paul Migne 212. Tuttavia, nell’introduzione, dopo aver citato le
parole di Beda il Venerabile e dopo aver ammesso che in alcuni mano­
scritti l’epistola figura come attribuita a Giuliano di Eclano (come ri­

208 Cf. Agostino, De gratia Christi et de peccato originali I, 22,23; 27,28;


37, 40 - 38, 42; 40, 44, CSEL 42, 142; 143; 155-156; 157-158.
209 Cf. ibid., I, 22, 23, CSEL 42, 142.
210 Cf. Orosio, Liber apologeticus 29, CSEL 5, 652.
211 Beda il Venerabile, In Cantica Canticorum, CCL 119B, 175.
212 Cf. Pseudo-Girolamo, Ep. 1, PL 30, 15-45 (riprende l’edizione di
Vallarsi, XI, 1-26).
Introduzione 55

teneva Beda) o a Celestio, il curatore propende per la paternità pela-


giana dell’epistola 213 appoggiandosi soprattutto alle informazioni re­
peribili nel De gratia Christi et de peccato originali di Agostino, scrit­
to nel quale, come già accennato, tra le diverse opere che Pelagio stes­
so, scrivendo a papa Innocenzo, aveva elencato come sue, il vescovo di
Ippona ricorda anche la lettera inviata a Demetriade dall’Oriente214.
In ogni caso, il fatto che /'Epistula ad Demetriadem sia stata
attribuita a Girolamo, e addirittura allo stesso Agostino 215, la dice
lunga sulla grande considerazione nella quale tale scritto era tenuto.
I l attribuzione a Girolamo e ad Agostino, autori di sicura ortodossia
e tra i più autorevoli della Chiesa d’Occidente, ne avrebbe senz'altro
favorito la diffusione. Solo quando venne con sempre maggior insi­
stenza attribuita a Pelagio, la fortunata accoglienza Je/Z'Epistula ad
Demetriadem subì un crollo improvviso, e da quel momento essa fu
considerata un’epistola «non evangelica», «non paolina» 216 e «non
cattolica» 217.
D<?//'Epistula ad Demetriadem esistono a tutt’oggi traduzioni in
tedesco 218 e in inglese 219 risalenti all’ultimo ventennio del X X seco­
lo. In italiano esistono - inficiate dall’attribuzione pseudo-geronimia-
na - una traduzione volgare del X V secolo 220 e una del X IX secolo221.

2*3 Cf. PL 3 0 ,1 5 .
214 Cf. Agostino, D e gratia Christi et de peccato originali I, 37, 40, CSEL
42, 155.
215 Cf. Pseudo-Agostino, Ep. 17, PL 33, 1099-1120 (riprende l’edizione
di Agostino dei Maurini, II, App., 5-18).
216Cf. G. de Plinval, Pélage, ses écrits, sa vie et sa réforme, cit., pp. 245-251.
217 Cf. J.H. Newman, Historical Sketches, II (Demetrias, pp. 163-184),
London-New York-Bombay 1899, p. 180.
218 W. Geerlings - G. Greshake (edd.), Quellen geistlichen Lebens: Die
Zeit der Vàter, Mainz 1980; tr. ted. dell 'Epistula ad Demetriadem: pp. 141-178.
219 B.R. Rees, The Letters o f Pelagius and his Followers, cit., p. 20.
220 Cf. Vita epistole de sancto Hieronymo ulgare, per maestro Lorenzo di
Rossi da Valenza, Ferrara 1497, f. 71ra-84ra.
221 Cf. D ei fondam enti della vita spirituale: epistola attribuita a san Giro­
lamo, volgarizzata da Maestro Zanobi; testo di lingua per la prima volta mes­
so a stampa da Bruto Fabricatore, Napoli 1863.
56 Introduzione

La seguente traduzione è stata fatta sul testo latino riportato in


Pseudo-Girolamo, Ep. 1 ad Demetriadem, PL 30, 15-45.

* * *

Desidero esprimere il mio più vivo ringraziamento al prof.


Claudio Moreschini per aver accolto questo lavoro nella Collana di
Testi Patristici da lui diretta, e desidero altresì esternare la mia pro­
fonda gratitudine alla prof ssa Margherita Maria D ’Aprile per la di­
sponibilità e la pazienza con cui ha riletto il testo e, soprattutto, per
l’acribia con cui ha rivisto la traduzione italiana ife//'Epistula ad
Demetriadem.
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Pelagio
EPISTOLA A DEMETRIADE
EPISTOLA A DEMETRIADE

1. Se confidando in egual modo nella profondità dell’ing


e nella vastità della scienza, mi ritenessi in grado di portare facil­
mente a termine questo impegno che mi è stato affidato, dello scri­
vere, non mi assumerei in ogni caso un così oneroso compito sen­
za provare un grande timore per la difficoltà che esso comporta.
Tuttavia bisogna scrivere a Demetriade, vergine di Cristo, vergine
nobile e ricca, che - e ciò conta ancor di più - , infiammata dalla
fede, disprezza la nobiltà e le ricchezze. Pertanto, a motivo cioè
dell’ammirazione per la sua insigne virtù, come per tutti è facile lo­
darla, così è altrettanto difficile per me istruirla. A chi potrebbero,
infatti, mancare parole per celebrare il merito di una giovane che,
nata nella più alta classe sociale, allevata nel massimo lusso e nelle
delizie, e come stretta dalle forti catene di così tanti e vari alletta­
menti di questa vita, d’improvviso se ne è liberata e simultanea­
mente ha trasformato le doti del corpo mediante la virtù dello spi­
rito? Di colei che con la spada della fede, ossia con la propria vo­
lontà, ha reciso il fiore di una vita incipiente e, crocifiggendo la
propria carne insieme con Cristo, si è consacrata a Dio quale vitti­
ma viva e santa e che, per amore della verginità, ha disprezzato la
prospettiva di dare una posterità alla sua nobile stirpe? Una via fa­
cile e in discesa per affrontare il nostro discorso sarebbe quella di
lasciare che sia la stessa ricchezza dell’argomento a infiammare il
nostro dire. Tuttavia giudichiamo più pertinente percorrere un’al­
tra strada, poiché è nelle nostre intenzioni scrivere una regola per
la vergine, e non tanto fare un encomio o passare in rassegna le vir­
tù da lei già acquisite, quanto piuttosto delineare quelle che le ri­
mangono ancora da acquisire, né celebrare la sua vita passata,
quanto piuttosto organizzare il tempo che le resta ancora da vive-
66 Pelagio

re. Ciò è comunque molto difficile da realizzarsi quando si tratta


di una persona nella quale vi è un così grande desiderio di appren­
dere e una così grande brama di perfezione che qualsiasi insegna­
mento, per quanto ammirabile, riuscirebbe a mala pena adeguato.
Ella, infatti - e giustamente - , ricorda quali ricchezze e onori del
mondo abbia rigettato, a quali piaceri abbia rinunciato e, infine,
quali allettamenti della vita presente abbia disprezzato. Per questo
motivo ella è insoddisfatta del genere di vita comune e mediocre,
e per il fatto che la sua vita stessa potrebbe effettivamente svilirsi
nella comunanza con i più, esige qualcosa di nuovo e inusitato per
sé: cerca con insistenza ciò che è, per così dire, straordinario e sin­
golare. Ella desidera che il suo stile di vita non sia meno mirabile
di quanto lo sia stata la sua conversione. Se nel mondo era nobile,
ora anela a essere ancor più nobile presso D io x, e come aveva di­
sprezzato i pregi materiali, così ora ricerca ciò che è prezioso nel­
la condotta morale. Quale fiume d’ingegno riuscirà mai ad appa­
gare l’ardore di una mente così devota e una così grande sete di
perfezione? E poi quale vigore oratorio, quale facondia potrebbe
mai esprimere con le sole parole quanto questa vergine è pronta a
realizzare con le opere? Sia dunque concessa venia a noi che, per
ornare il tempio del Signore, offriamo un dono proporzionato al­
le nostre forze. Né temiamo di esporci deliberatamente ai morsi
dell’invidia scrivendo con avventatezza a una vergine di cotanta
nobiltà. Scriviamo, infatti, su richiesta - anzi su comando - della
santa madre di lei, che ci ha sollecitato in questo tramite una let­
tera pervenutaci d’oltremare e che lo ha preteso con amorevole
desiderio. Ella ci rivela molto apertamente con quale diligenza e
cura abbia piantato il seme celeste nella sua figliola, mentre ora
con altrettanta sollecitudine desidera che esso sia coltivato da al­
tri. Lontani, dunque, da ogni forma di temerarietà e liberi da qual­
siasi ambizione, vogliamo impegnarci nell’opera propostaci, senza
diffidare - a motivo della nostra pochezza - delle nostre capacità,

1 Sulla contrapposizione tra la «nobiltà dei natali» e la «nobiltà spiritua­


le» derivante dalla consacrazione verginale, cf. Ep. ad Demetriadem 11 e 22.
Cf. qui, Introduzione, pp. 44-47.
Epistola a Demetriade, 1-2 67

che crediamo assistite sia dalla fede della madre che dal merito
della figlia.

2. Ogni volta che debbo parlare a proposito di una dire


morale e della condotta di una vita dedicata alla ricerca della san­
tità, è mia consuetudine mettere dapprima in evidenza le potenzia­
lità e la qualità della natura umana, e successivamente mostrare ciò
che quest’ultima è in grado di conseguire, e in base a quello inci­
tare l’animo dell’ascoltatore alle varie specie di virtù, affinché non
risulti inutile Tesservi chiamati qualora uno le ritenesse fuori della
sua portata. In nessun modo, infatti, siamo capaci di intraprende­
re la via delle virtù se non accompagnati dalla speranza che ci fa
da guida, giacché ogni sforzo intrapreso nel cercare qualcosa è va­
nificato quando non si spera di poterlo conseguire. Come ho già
fatto in altri miei opuscoli, anche qui intendo mantenere lo stesso
modo di procedere nell’esortazione,: ritenendo che soprattutto qui
si debba osservarlo: che cioè, quanto più perfetta è la vita che si
intende perseguire, in maniera tanto più piena sia espressa la bon­
tà della natura, affinché l’animo che ricerca la virtù non sia tanto
più indolente e pigro quanto meno si ritiene in grado di raggiun­
gerla, ignorando di avere già in sé la capacità di cui invece si cre­
de privo. Bisogna sempre richiamare l’attenzione su ciò che si de­
sidera mettere in pratica, e tutto ciò che di buono rientra nelle ca­
pacità naturali dev’essere chiarito, giacché dev’essere attuato tutto
ciò che viene comprovato come praticabile. Siano dunque posti
questi principi fin dall’inizio come fondamenta di una vita santa e
spirituale, affinché la vergine riconosca le sue forze, quelle forze
che sarà appunto in grado di impiegare bene quando si sarà resa
conto di possederle in se stessa. I migliori incitamenti per l’animo
si danno quando a qualcuno viene inculcato che può effettivamen­
te realizzare quello che desidera. Infatti, anche in guerra l’esorta­
zione che sortisce il massimo effetto e che ha la più profonda au­
torevolezza è proprio quella che rammenta al combattente le for­
ze di cui effettivamente dispone. Devi perciò misurare la bontà
della natura umana facendo innanzitutto riferimento al suo Crea­
tore, vale a dire a Dio, il quale ha fatto bene, anzi molto bene, tut­
68 Pelagio

te le cose che sono del mondo e nel mondo. Considera dunque


quanto superiore abbia creato l’uomo, in vista del quale, come si
sa, ha creato tutte le altre cose! E decidendo di farlo a sua imma­
gine e somiglianza, mostra - ancor prima di crearlo - in quale mo­
do intende crearlo. In seguito, sottomettendogli tutte le bestie af­
finché le dominasse - benché esse fossero state create molto più
vigorose dell’uomo, almeno per quanto riguarda la mole, l’ampiez­
za della forza e i denti che fungono da armi - , dichiara quanto più
perfettamente l’uomo stesso sia stato creato, e volle che egli com­
prendesse anche da questo la dignità della sua natura, meraviglian­
dosi cioè del fatto che le bestie, benché più forti di lui, gli fossero
state sottomesse. Neppure lo abbandonò nudo e senza riparo, né
lo espose, debole, ai vari pericoli. Infatti, creato esteriormente in­
difeso, lo dotò interiormente di più validi mezzi di difesa, vale a di­
re di ragione e di prudenza, affinché con l’intelletto e il vigore del­
la mente - grazie ai quali si distingueva tra gli altri esseri viventi -
potesse, lui solo, conoscere il creatore di tutte le cose e servire Dio
con i mezzi con cui dominava sugli altri esseri. Tuttavia il Signore
volle che l’uomo operasse la giustizia volontariamente e non sotto
costrizione, e per questo lo lasciò in balia del suo proprio volerea.
Pose davanti a lui la vita e la morte, il bene e il male, e gli sarà da­
to ciò che a lui sarà piaciuto di scegliere. Perciò leggiamo nel libro
del Deuteronomio: Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la be­
nedizione e la maledizione; scegliti dunque la vita, perché tu viva b.

3. A questo proposito bisogna aver cura che non abbia a


mentarti quella nota difficoltà nella quale la gente ignorante avven­
tatamente inciampa: il ritenere cioè che l’uomo non sia stato, in ve­
rità, creato buono, dato che è in grado di compiere il male, senza es­
sere vincolato dall’impulso stesso della natura a un’inderogabile ne­
cessità di compiere esclusivamente il bene. Infatti, se rifletti con at­
tenzione e spingi la tua mente a una comprensione più profonda
(della questione), ti apparirà chiaramente che lo stato dell’uomo è,

a Sir 15, 14. b D t 30, 19.


Epistola a Demetriade, 2-3 69

di fatto, migliore e superiore, per lo stesso motivo per cui lo si ritie­


ne inferiore. Infatti, è nella sua capacità di scegliere tra due vie, cioè
in questa libertà di scegliere l’una o l’altra alternativa, che si fonda la
bellezza dell’anima razionale. Qui, dico, risiede tutto l’onore della
nostra natura: da ciò deriva la sua dignità, in questo alla fin fine con­
siste il merito di tutti gli uomini migliori ed è da qui che deriva il pre­
mio. Né potrebbe esserci, nel modo più assoluto, alcun merito in co­
lui che persevera nel bene, se egli non fosse stato anche in grado di
scegliere il male2. Di fatto, Dio, dotando l’uomo della possibilità di
scegliere entrambe le alternative - volendo cioè che alla creatura ra­
zionale fosse concessa la prerogativa di scegliere il bene volontaria­
mente, ossia il potere del libero arbitrio - , fece sì che fosse peculia­
rità dell’uomo quella di essere ciò che vuole essere, affinché, capace
di bene e di male per sua stessa natura, indirizzasse liberamente la
sua volontà o verso l’uno o verso l’altro. E d’altra parte, in nessun al­
tro modo poteva volontariamente compiere il bene se non perché
era una creatura in grado di compiere anche il male. L’eccellente
Creatore ha dunque voluto che noi avessimo la capacità di compie­
re entrambe le cose, ma ne praticassimo una sola, cioè il bene, che
consiste appunto in ciò che Egli ha comandato. Ci ha dato, infatti,
la facoltà di fare il male solo perché facessimo la Sua volontà eserci­
tando la nostra. Stando così le cose, il fatto stesso che possiamo com­
piere anche il male è in sé qualcosa di buono. Buono - dico - in
quanto rende più meritoria la scelta del bene, scelta che può così es­
sere compiuta volontariamente e in maniera indipendente, non sot­
toposta cioè alla necessità, ma libera nella decisione. Ci è senza dub­
bio consentito scegliere, rifiutare, approvare e respingere. Non c’è
dunque altro motivo per cui la creatura razionale è più elevata delle
altre se non per il fatto che, mentre tutte le altre sono padrone sola­
mente di operare il bene legato alla condizione che è loro propria, e
che deriva dalla necessità, essa sola, la creatura razionale, è padrona
di operare il bene che deriva dalla libera volontà. Ma molti, empia­
mente non meno che per ignoranza, quando si investiga sullo stato

2 E uno degli argomenti favoriti da Pelagio a supporto del libero arbitrio.


70 Pelagio

dell’uomo asseriscono, quasi rimproverando l’opera del Signore - e


ho vergogna perfino a riferirlo -, che l’uomo avrebbe dovuto essere
creato in modo tale da non essere radicalmente in grado di compie­
re il male. In tal modo, il vaso di argilla dice a colui che lo ha pla­
smato: Perché mi hai fatto così? c. E queste persone insensate, men­
tre dissimulano la propria incapacità di gestire bene il fatto di esse­
re state create, preferirebbero essere state fatte diversamente, con la
conseguenza che, non volendo emendare la propria vita, si direbbe
che esigano emendata la propria natura. La bontà di quest’ultima è
tanto universalmente insita in tutti, che talvolta si rende manifesta e
si svela anche nelle genti pagane, benché esse non rivolgano nessun
culto a Dio. Infatti, di quanti filosofi pagani abbiamo sentito o letto,
o addirittura constatato di persona, l’essere casti, tolleranti, modesti,
generosi, disinteressati, benigni, sprezzanti degli onori e dei piaceri
del mondo, e amanti della giustizia non meno che della conoscenza?
Per la qual cosa mi chiedo: come possono queste qualità essere gra­
dite a persone che non conoscono Dio? Da dove dunque vengono a
loro questi pregi, se non dalla bontà della natura? E quando vedia­
mo queste virtù presenti o tutte in una sola persona o separatamen­
te nei singoli individui, poiché unica è la natura di tutti, le persone a
vicenda mostrano col loro esempio che in tutti possono esservi le
qualità che si ritrovano o tutte in tutti o, prese separatamente, nei
singoli individui. Perciò, se anche senza Dio alcune persone sono ca­
paci di mostrare con quale perfezione siano state da Lui create, con­
sidera ciò che i cristiani sono in grado di fare, loro la cui natura e la
cui vita sono potenziate al meglio grazie a Cristo, loro che sono as­
sistiti anche dall’aiuto della grazia divina.

4. Orsù dunque, veniamo ai segreti della nostra anima3:


scuno si esamini con maggior attenzione. Interroghiamoci, in pro­
posito, circa i nostri pensieri. Sia la stessa buona coscienza a pro-

c Rm 9 ,2 0 .

3 Circa l ’importanza che Pelagio annette alla coscienza e al giudizio da


essa prodotto, cf. Pelagio [?], Ep. ad Celantiam 14 [tra le Epistole di
Epistola a Demetriade, 3-4 71

nunciare un giudizio sulla bontà della nostra natura. Lasciamoci


istruire dall’insegnamento dell’animo che ci è familiare e non im­
pariamo le virtù della mente da nessun’altra fonte che non sia la
mente stessa. Perché - mi chiedo - ogni volta che commettiamo
un peccato, o arrossiamo o abbiamo timore, e mostriamo di sen­
tirci in colpa per quello che abbiamo commesso, ora col rossore
del viso ora col suo pallore? E perché, con animo trepidante, fac­
ciamo di tutto per evitare di avere testimoni anche per le più pic­
cole mancanze, e sentiamo rimorso nella coscienza? E perché, al
contrario, ogni volta che compiamo il bene siamo lieti, risoluti, in­
trepidi? E perché, se esso rimane occulto, desideriamo e vogliamo
che se ne venga a conoscenza, se non perché la stessa natura ren­
de testimonianza a se stessa, e svela la sua propria bontà, nel fatto
stesso che le dispiace il male e, fiduciosa solamente quando opera
il bene, mostra l’unica cosa che le si addica? Per questo accade fre­
quentemente che, anche se un omicida rimane occulto, i rimorsi
della coscienza infieriscono contro l’autore del delitto e la punizio­
ne, inflitta in segreto dalla mente, perseguita il colpevole anche se
egli si nasconde4. Non esiste luogo in cui vi sia impunità per chi
commette una colpa, dal momento che il reato stesso rappresenta
la sua punizione. Ecco perché, al contrario, l’innocente, anche
quando si trova tra i tormenti, gode della sicurezza della coscien­
za e, benché tema la punizione, si gloria della propria innocenza.
Infatti - e lo affermo senza esitazione - c’è nel nostro animo una
certa naturale santità che, come presidiando la cittadella della
mente, esercita il suo giudizio sia sul male che sul bene; e come ap­
poggia le azioni oneste e giuste così condanna quelle perverse e,
grazie a una legge che - per così dire - le è familiare, giudica di­
versamente queste differenti azioni in base alia testimonianza del­
la coscienza. Né certamente inganna con un’abile trovata o con il

Girolamo], CSEL 56, 341. Cf. anche Id. [?], Liber de vita christiana 14, PL
40,1044-1045.
4 II concetto della punizione che, nel segreto della coscienza, perseguita
il colpevole anche quando la colpa rimane nascosta si ritrova anche in Id. [?],
Ep. ad Celantiam 14 [tra le Epistole di Girolamo], CSEL 56, 341.
72 Pelagio

carattere artificioso degli argomenti, ma piuttosto ci denuncia o ci


difende in base alle intenzioni stesse, i testimoni sicuramente più
leali e incorruttibili. L’Apostolo richiama questa legge quando, scri­
vendo ai Romani, attesta che essa è insita in tutti gli uomini, come
se fosse stata scritta sulle tavole del cuore: Quando i pagani - dice - ,
che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur
non avendo una legge di tal genere, sono legge a se stessi; essi dimo­
strano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta
dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamen­
ti, che ora li accusano ora li difendono d. Tutti praticarono questa
legge, tutti coloro che - come ricorda la Sacra Scrittura - hanno
vissuto santamente dai tempi di Adamo fino a Mosè e sono piaciu­
ti a Dio. Alcuni di loro dovrebbero starti dinnanzi come esempio,
affinché tu possa più facilmente comprendere quanto grande sia la
bontà della natura umana, dopo aver sperimentato tu stessa come
essa possa insegnare la giustizia al posto della legge.

5. Abele fu il primo a seguire questa come maestra5 e si


così benemerito agli occhi del Signore che, quando gli offriva un
sacrificio, questo era così accetto a Dio da suscitare l’invidia del
fratelloe. Lo stesso Signore, ricordando questo giusto nel suo Van­
gelo f, ne espose brevemente la perfezione. Infatti, ogni forma di
virtù è compresa sotto l’unico nome di giustizia. Leggiamo anche
che il beato Enoch piacque talmente a Dio che questi lo rapì di
mezzo agli uomini e, grazie alla perfezione da lui raggiunta nel
mondo, lo trasferì da questa abitazione terrena s. E poi si afferma
che Noè è stato giusto e perfetto tra gli uomini della sua genera­
zione h, e la sua santità è ancor più ammirevole per il fatto che,
quando oramai tutto il mondo si allontanava dalla giustizia, egli fu

d R m 2 ,14-15. e C f.G n 2 4 . f C f.M t2 3 ,3 . g C f.G n 5 ,2 4 .


h Cf. Gn 6, 9.

5 Sul m olo dei progenitori, dei Patriarchi e dei loro discendenti, cf. Id. [?],
Liber de vita christiana 7, PL 40, 1037.
Epistola a Demetriade, 4-5 73

l’unico a essere trovato giusto. E non cercò un esempio di santità


in altri, ma lo offrì egli stesso. E di fatto fu il solo tra gli uomini
che, al momento in cui il diluvio stava per abbattersi su tutta la ter­
ra, meritò di sentirsi dire: Entra nell’arca tu e la tua famiglia, per­
ché ti ho visto giusto davanti a me in questa generazione >. Inoltre,
davanti a Dio è stimato giusto colui che è santo nel corpo e nel
cuore. Lo si dice di Melchisedek, sacerdote di Dio ), il cui merito
può essere facilmente ravvisato in questo: egli prefigurò il sacra­
mento del Signore che sarebbe stato istituito molto tempo dopo, e
nel sacrificio del pane e del vino espresse il mistero del corpo e del
sangue, mentre nella figura del suo sacerdozio prefigurò quello del
Cristo, al quale il Padre dice: Tu sei sacerdote per sempre al modo
di Melchisedek k. E poi anche nel benedire Abramo, principe dei
Patriarchi, colui che per la circoncisione è padre dei giudei e per
la fede padre di tutti i popoli, mostra distintamente la figura di co­
lui che, grazie alla sua fede, ha donato la benedizione sia ai giudei
che ai pagani. E anche Lot ha seguito la virtù del santo Noè e non
ha abbandonato la giustizia, anche quando si è venuto a trovare tra
innumerevoli esempi di peccatori. E come l’esempio di tutto il
mondo non ebbe la meglio su di lui, così, in tutta quella regione
peccatrice nella quale egli abitava, mantenne la santità contro i vi­
zi della moltitudine. Costui infatti - come dice il beato Pietro - era
giusto nel suo modo di vedere e udirel. Posto in mezzo ai malvagi,
distoglieva lo sguardo e gli orecchi dai loro peccati, e come quello
(Noè) fu strappato al diluvio, così questi lo fu all’incendio. E a che
titolo ricorderò Abramo, l’amico di Dio, e Isacco e Giacobbe? Co­
me essi abbiano perfettamente adempiuto la volontà del Signore,
lo si può giudicare anche dal fatto che Egli, quale segno speciale
di familiarità e distinzione, volle essere chiamato loro Dio. Egli
disse infatti: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di
Giacobbe (...). Questo è il mio nome sempiterno che sarà ricordato
di generazione in generazione m. Giuseppe, fedele servo del Signo­

i Gn 7, 1. i Cf. Gn 14, 18. k Sai 109, 4. 1 2 Pt 2, 8.


m Es 3,6.15.
74 Pelagio

re fin dalla sua fanciullezza, viene presentato come ancor più giu­
sto e perfetto grazie alle tribolazioni: dapprima fu venduto agli
ismaeliti come schiavo dai suoi fratellin, ai quali, come aveva visto
in sogno, toccava adorarlo. Successivamente fu venduto dagli
ismaeliti a un padrone egiziano. Pur tuttavia egli mantenne quella
dignità d’animo propria di chi è nato libero e col suo esempio in­
segnò sia agli schiavi che ai liberi che, nel peccato, a nessuno è di
ostacolo la condizione nella quale si trova, mentre lo può essere
l’intenzione. A questo punto ti prego, o vergine, di fermarti un at­
timo e di considerare attentamente l’animo casto di Giuseppe. Il
giovane è concupito dalla sua padrona, ma non si lascia eccitare al­
la concupiscenza: lei chiede e lui fugge. Colei che per le altre cose
era solita comandare, in questo unico caso blandisce e supplica.
Ma l’amore di Dio non è vinto dall’amore della donna. Né la gio­
vane età smuove l’animo casto, né l’autorità dell’amante. Respinta
più volte, la padrona tende al giovane insidie più scoperte. In se­
greto e senza che vi fossero testimoni, la spudorata lo ghermisce
con le mani e lo esorta al peccato con parole ancora più sfacciate.
Ma neppure in tale frangente Giuseppe è sopraffatto, anzi, come
prima aveva fatto con le parole, così ora risponde ai fatti con i fat­
ti. Perciò colui che, richiesto molte volte, aveva rifiutato, ora, af­
ferrato, sfugge alla presa, e ancor prima che fosse proclamata quel­
la parola evangelica: Chiunque guarda una donna per desiderarla,
ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore °, egli, benché pro­
vocato non solo dall’aspetto della donna, ma anche dall’esser qua­
si abbracciato da lei, non la concupì. Fin qui hai ammirato la for­
za della sua castità; ora considera la sua generosità. Prima che il
profeta dicesse: Nessuno ricordi la malvagità del suo prossimo p ,
Giuseppe rispose all’odio con la carità; e quando vide i suoi fratel­
li - no, anzi i nemici nei quali si erano trasformati i suoi fratelli -
e volle farsi riconoscere da essi, dimostrò il sentimento dell’amore
invece del dolore: Li baciava uno per uno q e, con un pianto dirot­
to, bagnava il collo dei suoi fratelli sbigottiti, lavando via il loro

n Cf. Gn 3 7 ,2 8 . ° M t 5 ,2 8 . P L v l9 ,1 8 . q G n 4 5 , 15.
Epistola a Demetriade, 5-6 75

odio con le lacrime dell’amore. E continuò ad amarli sempre con


affetto fraterno sia quando il padre era ancora in vita sia dopo la
morte di lui. Non ricordò più la fossa nella quale era stato gettato
a morire, né pensò più che era stato venduto dai suoi fratelli, ma
«ripagò il male col bene»r e adempì al precetto apostolico, pur es­
sendo ancora sotto la legge della natura.

6. E che cosa dirò del beato Giobbe, quel famosissimo a


di Dio che - dopo che i suoi beni furono completamente distrutti
e i suoi figli e le sue figlie incontrarono improvvisamente una mor­
te comune ^ dovette da ultimo scontrarsi fisicamente contro il dia­
volo s? Tutto ciò che possedeva esteriormente gli veniva tolto, e le
doti esteriori svanivano all’improvviso affinché splendessero mag­
giormente quelle sue proprie, quelle interiori. E come se addirit­
tura venga spogliato di tutti i suoi indumenti affinché possa - nel­
la sua nudità di atleta e con maggior forza e gagliardìa - trionfare
sul nemico e debellare colui sul quale aveva già prevalso soppor­
tando le proprie perdite, tollerandone nuovamente i supplizi. Sul
conto di costui tale è la testimonianza resa dallo stesso Signore:
Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sul­
la terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male '. E una
testimonianza del tutto meritata, poiché - come dice lo stesso
Giobbe - egli temeva sempre il Signore come l’incombere di flut­
ti minacciosi e avvertiva il peso della sua presenza; neppure occa­
sionalmente osava trascurare colui che egli credeva sempre pre­
sente, e diceva: M i sento sicuro; in tutta la mia vita, infatti, non c’è
nulla che il mio cuore m i rimproveri u. E ancor prima che il Signo­
re avesse comandato di amare i propri nemici, Giobbe poteva af­
fermare: Ho forse gioito della disgrazia del mio nemico? Ho forse
detto: «Gli sta bene?» v. E non era ancora risuonato quel detto
evangelico: Da’ a tutti coloro che ti domandano w, ed egli già dice­
va: «Forse che ho lasciato uscire un povero dalla mia porta a ma-

r C f.R m l2 , 17. s Cf. Gb 1, 2. ‘ G b l,8 ;2 ,3 . u G b 2 7 ,6 .


v Gb 31, 29. w Le 6, 30.
76 Pelagio

ni vuote?» x. E quando ancora non poteva leggere l’ammonimen­


to dell’Apostolo: Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed
equo y, egli si appellava con fiducia al Signore: «Se ho nuociuto al­
lo schiavo, se ho offeso la schiava, tu conosci ogni cosa, o Signo­
re» z. E ancor prima che lo stesso Apostolo raccomandasse ai ric­
chi di non inorgoglirsi e di non riporre la speranza nell’incertezza
delle ricchezze aa, egli, nel gestire le proprie, dimostrò di avere i
suoi tesori altrove: Non riponevo - disse - la mia fiducia nelle ric­
chezze o nelle pietre prezioseab. E di questo diede prova non solo
con le parole, ma con le sue stesse azioni; egli che, nel perdere ogni
cosa, non si doleva, ma anzi diceva a ogni singola perdita: Il Signo­
re ha dato, il Signore ha tolto. Come è piaciuto al Signore, così è av­
venuto. Sia benedetto per sempre il nome del Signore. Nudo uscii dal
seno di mia madre; che nudo io vi ritorniac. Infatti, quando perdia­
mo qualcosa ci rendiamo conto dell’attaccamento provato verso
ciò che si possedeva e il dolore per la perdita subita rivela il desi­
derio di continuare a usufruirne. Ma se uno non ha provato que­
sta bramosia al momento della privazione, come si può dire che la
provasse possedendo ciò che ha poi perduto? Che uomo intriso di
spirito evangelico fu Giobbe, ancor prima che il Vangelo fosse an­
nunziato! E che uomo apostolico fu, ancor prima che i precetti de­
gli Apostoli fossero predicati! Che degno discepolo degli aposto­
li, egli che - svelando le nascoste risorse della natura e mettendo­
le davanti agli occhi di tutti, mostra con il proprio esempio quello
che tutti saremmo in grado di fare. Ci ha insegnato, infatti, quan­
to sia grande quel tesoro che abbiamo nell’anima e che possedia­
mo senza farne uso. E poiché non vogliamo manifestarlo, preferia­
mo credere di non possederlo.

7. Oltre alle molte cose che abbiamo detto a proposito d


natura, ne abbiamo anche mostrato e comprovato la bontà attra­
verso gli esempi dei santi. E perché non si pensi che l’iniquità di

x Cf. G b 31, 31-32. y Col 4 ,1 . z Cf. G b 3 1 , 13. aa 1 Tm


6 ,1 7 . ab Gb 31, 24. “ G b l,2 1 .
Epistola a Demetriade, 6-8 77

alcuni sia da addebitare alla natura decaduta, ricorrerò alle testi­


monianze della Scrittura, le quali, ovunque, attribuiscono ai pec­
catori la responsabilità della volontà, senza addurre come scusa il
condizionamento della natura. Nel libro della Genesi leggiamo: «I
fratelli Simeone e Levi hanno compiuto le loro iniquità per volon­
tà propria»ad. E il Signore ha parlato così rivolgendosi a Gerusa­
lemme: «Poiché hanno abbandonato la mia via, che avevo loro po­
sto innanzi, e non hanno ascoltato la mia voce, ma hanno seguito
la volontà del proprio cuore malvagio»ae. E di nuovo lo stesso pro­
feta: Avete peccato contro Dio, non avete ascoltato la sua voce e non
avete voluto camminare nei suoi comandamenti, nelle sue leggi e nei
suoi decretiaf. Il Signore ha parlato anche attraverso il profeta Isa­
ia: Se vorrete e m i ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se
non vorrete e non m i ascolterete, vi annienterà la spada ae. E anco­
ra: Tutti voi soccomberete alla morte, perché vi ho chiamato e non
avete ascoltato, ho parlato e non ve ne siete dati pensiero. Avete fat­
to ciò che è male ai miei occhi e avete scelto ciò che non volevoah. Il
Signore stesso, nel Vangelo afferma: Gerusalemme, Gerusalemme,
che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati; quante volte
avrei voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pul­
cini sotto le ali, e non hai voluto!ai. Dove riscontriamo sia il volere
che il non volere, sia lo scegliere che il rifiutare, lì s’intende che
non ci si riferisce alla forza della natura, ma alla libertà della vo­
lontà. I libri di entrambi i Testamenti sono pieni di simili testimo­
nianze, nelle quali sia tutto il bene che tutto il male che uno com­
pie sono sempre descritti come frutto della volontà. Tralasciamo
ora queste testimonianze per brevità, ma soprattutto perché sap­
piamo che, dedita come sei alla lettura delle Scritture, puoi abbe­
verarti, e con maggior abbondanza, alla sorgente stessa.

8. Tuttavia, non sosteniamo la bontà della natura al punt


affermare che essa non può compiere il male - di fatto invece pro-

ad Cf. Gn 4 9 ,5ss. aeCf. G e r 9 ,12-13. afG e r 4 4 ,2 3 . as ls


1,19. ah Is 65, 12. aiMt 23, 37.
78 Pelagio

fessiamo apertamente che essa è senza dubbio capace sia di bene


che di male - , ma vogliamo semplicemente impedire che le si fac­
cia il torto di credere che siamo obbligati a compiere il male a mo­
tivo di un vizio insito nella natura, dato che il bene o il male non
li compiamo senza l’intervento della volontà. Siamo sempre liberi,
infatti, di compiere l’uno o l’altro, visto che entrambi sono alla no­
stra portata. E d’altra parte, a che cosa è dovuto il fatto che alcu­
ni giudicheranno e altri saranno giudicati, se non perché nella stes­
sa natura vi è una volontà orientata diversamente e, pur essendo
tutti in grado di fare la stessa cosa, in realtà facciamo cose diver­
se? Perciò, affinché la questione venga chiarita in maniera incon­
trovertibile, è bene addurre alcuni esempi. Adamo viene cacciato
dal paradiso, mentre Enoch viene rapito dal mondo. In entrambi
Dio mostra la libertà dell’arbitrio. Come, infatti, colui che aveva
commesso il peccato avrebbe potuto piacere a Dio, così colui che
a Lui piacque avrebbe potuto commettere il peccato. Infatti, l’uno
non avrebbe meritato di essere punito dal Dio giusto né l’altro di
essere eletto, se entrambi non fossero stati in grado di scegliere
l’una e l’altra cosa. È sotto questo aspetto che dobbiamo conside­
rare i fratelli Caino e Abele e i gemelli Giacobbe ed Esaù. Infatti,
benché nella stessa natura vi siano meriti diversi, bisogna convin­
cersi che la responsabilità risiede solamente nella volontà. Noè il
giusto biasimò il mondo distrutto a causa del peccato che vi regna­
va e la santità di Lot giudicò i peccati degli abitanti di Sodoma. Il
fatto poi che quei primi uomini vissero per un così grande nume­
ro di anni senza il freno della legge non è un argomento da poco
in favore del riconoscimento della bontà della natura; non però
perché si pensi che per un certo tempo Dio non si sia preso cura
della sua creatura, ma piuttosto perché Egli sapeva di aver creato
la natura umana in tal modo che, anche senza l’ausilio della legge,
agli uomini sarebbe bastata da sola per praticare la giustizia. In
fondo, fino a quando potè dispiegare la propria attività una natu­
ra ancora fresca di creazione, e la lunga consuetudine al peccato
non aveva ancora ricoperto, come di caligine, la ragione umana, la
natura fu lasciata libera dalla soggezione alla legge. Quando però
questa natura si abbrutì per i troppi vizi e si corruppe a causa del­
Epistola a Demetriade, 8 79

la ruggine dell’ignoranza, il Signore adoperò la lima della legge


perché, in virtù della sua frequente ammonizione, la natura fosse
tirata a pulimento e potesse tornare allo splendore che le è pro­
prio. Non vi è, infatti, nessun’altra ragione per cui riesce difficile
compiere il bene se non l’inveterata consuetudine dei vizi, che ci
ha contaminato a poco a poco a cominciare dalla fanciullezza fino
a corromperci col passare degli anni, e che anche dopo ci tiene le­
gati a sé come suoi schiavi e debitori, tanto che sembra avere in
qualche modo la stessa forza della natura. Tutto quel tempo nel
quale siamo stati istruiti con superficialità - nel quale cioè siamo
stati istruiti nei vizi, perfino studiandoci di essere malvagi e arri­
vando a ritenere, sotto gli incitamenti della dissolutezza, l’inno­
cenza come stoltezza - , tutto quel tempo, dicevamo, ora ci fa resi­
stenza e ci si rivolta contro. Infatti, quella vècchia abitudine attac­
ca la nuova volontà e, ignoranti come siamo a motivo dell’inerzia
e delle dissolutezze, ci chiediamo, meravigliati, come mai, a noi
che non abbiamo contratto alcuna abitudine a compiere il bene,
giacché per tanto tempo abbiamo appreso a compiere solo il ma­
le, si prospetti la santità come se provenisse da altrove. Bastino
dunque questi argomenti addotti a proposito della bontà della na­
tura, in quanto ne abbiamo già parlato in un’altra nostra opera 6.
Qui abbiamo dovuto riprenderli, anche se rapidamente, per pre­
pararti e spianarti la via della perfetta giustizia, e far sì che tu pos­
sa corrervi tanto più speditamente, sapendo ormai che in essa non
vi è nulla di duro o inaccessibile. Infatti, se anche prima della leg­
ge - come abbiamo già detto - e molto prima della venuta del Si­
gnore, Salvatore nostro, di alcuni uomini si dice che abbiano vissu­
to nella giustizia e nella santità, quanto più deve credersi che - do­
po il fulgore della sua venuta - ciò sia divenuto possibile per noi
che, istruiti dalla grazia di Cristo e rinati ad un’umanità migliore,
lavati e purificati nel suo sangue e, sul suo esempio, spronati alla
giustizia perfetta, non solo dovremmo essere migliori di coloro che

6 Si tratta del D e natura, scritto attorno al 405. Frammenti di esso sono


giunti a noi in Agostino, De natura et gratia, CSEL 60, 231-299 passim.
80 Pelagio

vissero prima della legge, ma anche di coloro che vissero sotto la


legge, perché dice l’Apostolo: II peccato infatti non dominerà più
su di voi, poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia ai.

9. Poiché - come credo - di queste cose abbiamo già par


abbastanza, iniziamo ora a formare la vergine perfetta, la quale
con la santità dei propri costumi testimonia di essere illuminata si­
multaneamente dalla bontà della natura e da quella della grazia.
Che la prima preoccupazione e il primo interesse di una vergine
siano dunque conoscere la volontà del suo Signore e indagare di­
ligentemente quello che gli piaccia e quello che gli dispiaccia, af­
finché - come dice l’Apostolo - possa rendere a Dio un «culto spi­
rituale» ak e possa ordinare il corso intero della propria vita secon­
do il volere di Lui. E infatti impossibile piacere a Lui senza sape­
re che cosa gli piaccia7; tant’è che lo si può addirittura offendere
pur desiderando obbedirgli, se non si è prima appreso in che mo­
do gli si debba obbedire. E come è vero che è più importante fare
la volontà del Signore che conoscerla, è altrettanto vero che viene
prima il conoscere che il fare. Fare la sua volontà ha infatti la pre­
cedenza in ordine di merito, ma conoscerla ha la precedenza in or­
dine di tempo. Per questo il profeta dice: «E tu, Israele, non voler
ignorare» E il beato Paolo scrive: Se qualcuno non lo riconosce,
neppure lui sarà riconosciuto e, similmente, altrove dice: Non
siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di
Dio an. L’inizio dell’obbedienza è voler conoscere quel che viene
comandato, e apprendere quel che devi fare è parte dell’atto di ob­
bedienza. Sappi perciò che nelle Sacre Scritture - grazie alle qua­
li solamente potrai essere in grado di comprendere appieno la vo­
lontà di Dio - alcune cose sono proibite, altre sono concesse e al­
tre ancora proposte. Sono proibite le cose cattive, mentre sono co-

a)R m 6 ,1 4 . akCf. Rm 12,1. ^ C f.L v 4 ,1 3 . am 1 Cor 14,


38. anE f5 , 17.

7 Cf. Pelagio [?], Ep. 7 de divina lege (Pseudo-Girolamo) 4, PL 30, 109.


Epistola a Demetriade, 8-9 81

mandate quelle buone: le cose indifferenti sono concesse mentre


quelle perfette sono proposte. Tutti i peccati sono delimitati da
quelle due categorie che abbiamo citato in precedenza; infatti il
comando di Dio è presente in entrambe, dato che a colui che co­
manda spetta non solo proibire, ma anche comandare 8. La giusti­
zia, infatti, è ingiunta a tutti in generale, come il Salvatore, breve­
mente ma esaurientemente, ha espresso nel Vangelo là dove dice:
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a
loroao. Ciò significa che non dobbiamo arrecare nulla di male agli
altri, ma procurare loro tutto ciò che è buono, poiché noi stessi de­
sideriamo che anche gli altri si attengano a entrambe queste in­
giunzioni quando si rapportano a noi. Questo comandamento, in­
fatti, vincola tutti egualmente in pari grado, né è lecito ad alcuno,
nella maniera più assoluta, trasgredire ciò che a tutti è comandato.
Infatti, sia fare ciò che è proibito sia non fare ciò che è comanda­
to, è un segno di aperto disprezzo nei confronti di Dio. Le altre
due (categorie) che seguono, delle quali l’una è concessa e l’altra
proposta, sono demandate alla nostra facoltà o di avvalerci con
minore onore di quelle permesse o di respingere, al fine di una
maggior ricompensa, anche quelle che ci sono consentite. Certa­
mente il matrimonio è consentito, così come l’uso del vino e delle
carni, ma l’astinenza da tutte queste cose viene proposta da un più
perfetto consiglio 9. La liceità di sposarsi conferisce bellezza mag­
giore all’onore della verginità e l’indulgenza nei confronti dei cibi
illumina ancor di più il merito dell’astinenza. Tu, o vergine, hai di­
sdegnato il matrimonio quando ancora ti era lecito, prima cioè che
tu scegliessi di disprezzarlo. Infiammata dall’amore di una più ele-

aoMt 7, 12.

8 L’idea di un duplice comandamento promanante dalla giustizia è pre­


sente anche in Pelagio [?], Ep. ad Celantiam 5 [tra le Epistole di Girolamo],
CSEL 56, 333; Id. [?], Ep. ad Claudiam de virginitate 6 [tra le Epistole di
Sulpicio Severo], CSEL 1, 230-231.
9 Cf. Pelagio [?], Ep. ad Celantiam 5 [tra le Epistole di Girolamo],
CSEL 56, 333.
82 Pelagio

vata ricompensa, hai votato a Dio la tua verginità non perché ti fos­
se comandato, ma per il merito connesso; e così, su consiglio del­
l’Apostolo, hai fatto tua una norma più estesa. Entrata nel campo
del combattimento, non hai dato tanto peso alla fatica del cammi­
no, quanto al premio della vittoria10. Avevi letto, credo, quell’enco­
mio evangelico sulla castità perpetua, e ti aveva infiammato a con­
servare la verginità quella parola del Signore stesso che elogiò, a tal
proposito, l’opinione di Pietro per la stessa grandezza e difficoltà
della cosa e che, promettendo il regno dei cieli agli eunuchi per
scelta, dice: Chi può comprendere, comprenda aP. Perciò non coman­
do un impegno così grande, né lo impongo, ma lo propongo. E
neppure obbligo qualcuno ad assumersi un tale impegno, ma lo in­
vito. E benché sembri essere riferito soltanto agli uomini, tuttavia
non è detto solo per loro, in quanto un’eguale ricompensa della
verginità è promessa a entrambi i sessi. Anche l’Apostolo, a propo­
sito delle vergini, dice di non aver ricevuto nessun comando dal Si­
gnore, e si limita a dare un consiglioa<!11. Dice, infatti: Dal momen­
to che cercate una prova che Cristo parla in m e ar.

10. Giacché dunque hai seguito il consiglio della perfezio


sei ormai avviata alla beatitudine insita in questo speciale impe­
gno, osserva anche il comandamento generale. L’ho già detto, e
ora lo ripeto nuovamente. Per quanto riguarda la giustizia, abbia­
mo tutti l’identico dovere: che si tratti di una vergine, di una ve­
dova o di una maritata, e che lo stato di vita sia eccelso o medio o
infimo, tutti indistintamente sono tenuti a mettere in pratica i co-
mandamenti. Non è sciolto dalla legge colui che si proponga di
compiere più di quello che la legge stabilisce. Che, anzi, nessuno
deve evitare le cose illecite più di chi rigetta anche quelle che gli
erano permesse. E nessuno si impegna a osservare i comandamen-

aPM t 19, 12. aqCf. 1 C o r7 ,2 5 . ar2 Cor 13,3.

10 Pelagio [?], Ep. ad. Claudiam de virginitate 4 [tra le Epistole di


Sulpicio Severo], CSEL 1, 228.
11 Cf. ibid., CSEL 1, 229.
Epistola a Demetriade, 9-10 83

ti come chi si eleva al di sopra dei comandamenti stessi per amore


della perfezione, e mentre stabilisce di fare più di quello che è co­
mandato, mostra che gli è stato comandato meno di quello che sa­
rà in grado di fare. Perciò colui che dimostra apertamente di esse­
re in grado di prestare un’obbedienza tale che gli consente di
ascoltare di buon grado anche il consiglio divino, come potrà non
ascoltare anche il comandamento? Nel primo caso, infatti, si trat­
ta di una scelta, nel secondo, invece, di una necessità. E a propo­
sito della verginità è detto: Chi può capire, capiscaas. Mentre della
giustizia non è detto: «Chi può fare, faccia», ma: Ogni albero che
non produce frutti buoni verrà tagliato e gettato nel fuocoat. Ti pre­
go di considerare quanto effettivamente il comando sia diverso dal
consiglio. Mentre quest’ultimo eccettua alcuni, il primo si rivolge
a tutti indistintamente. Nell’un caso Dio prospetta il premio, nel­
l’altro la punizione. Là ti invita a fare qualcosa, qui ti minaccia se
verrai meno. Distinguendo dunque queste cose facendo uso al
massimo grado della tua capacità razionale, considera attentamen­
te quello che offri e ciò a cui sei tenuta. E siccome sei tenuta a en­
trambe —e cioè sia alla tua verginità, che hai già offerto volontaria­
mente a Dio, sia alla giustizia da Lui comandata - , cerca di attener­
ti a entrambe integralmente. A Dio piace quel servo che compie
qualche opera supererogatoria senza tralasciare di portare a compi­
mento i suoi comandi. A Lui piace chi non compie una cosa al po­
sto di un’altra e le compie entrambe senza mutare l’oggetto del co­
mando, ma portando così a un grado più elevato la sua obbediente
sottomissione. Non ti ingannino gli esempi di quelle donne che,
compiacendosi di se stesse per la sola castità, rigettano la volontà di
Dio per seguire la propria e che vogliono offrire il bene della casti­
tà perpetua non nella rettitudine ma al posto della rettitudine. O
ancora, non ti ingannino gli esempi di coloro che considerano la
verginità un salvacondotto per i peccati e che, a titolo di ricompen­
sa, chiedono l’impunità; o che, in preda a una demenza ancor più
impudente, credono di essersi guadagnate la corona e di dover es-

as Mt 19, 12. atMt 3, 10; Le 3, 9.


84 Pelagio

sere preferite ad altre nel regno dei cieli, loro che, con la trasgres­
sione dei comandamenti, se ne sono precluse l’accesso. Non chiun­
que m i dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che
fa la volontà del Padre mio che è nei cieliau. Si ricordino, dunque,
che le vergini stolte saranno allontanate dalla porta dello sposo;
questa è la risposta che sarà data loro: Non vi conosco!av 12. Saran­
no unite alla sorte di coloro dei quali il Signore dice: Molti in quel
giorno m i diranno: «Signore, Signore, non abbiamo noi cacàato de­
moni nel tuo nome e compiuto molti prodigi nel tuo nome?». Io pe­
rò dichiarerò loro: «In verità vi dico: Non vi conosco; allontanatevi da
me, voi tutti operatori di iniquità»aw. In realtà, è di gran lunga diver­
sa la via che devi intraprendere tu che, dopo aver calpestato l’amo­
re per il mondo e considerando senza posa i diritti di Dio, vuoi di­
mostrarti vergine come dice l’Apostolo e, santa nel corpo e nello
spiritoax, attendi la venuta del Signore, tu che continuamente versi
l’olio delle sante opere nella lampada della tua anima e, unita alle
vergini sapienti, ti prepari a incontrare lo sposo. Devi evitare la stra­
da larga, di continuo percorsa dal corteo della moltitudine che si in­
cammina verso la morte. Bisogna continuare a seguire il tracciato
della via stretta che conduce alla vita eterna e che pochi riescono a
trovare13. Tu hai già deposto gli impedimenti più gravosi e fin dal
primo istante della tua conversione hai superato tutto ciò che ritar­
da il cammino della vita spirituale o che te ne distoglie. Hai disprez­
zato i piaceri della vita matrimoniale, la preoccupazione della poste­
rità, l’allettamento esercitato dai piaceri, l’ostentazione del mondo,
la brama delle ricchezze, e con l’apostolo Paolo puoi dire: Il mondo
è stato per me crocifisso, come io per il mondo *y. Quale perfezione si
deve attendere da chi ha iniziato in tal maniera? Mostrami anche

auM t7 ,2 1 . avM t 2 5 ,12. aw Mt 7,2 2 -2 3 . aliCf. lC o r 7 ,


34. av Gal 6, 14.

12 Cf. lo stesso impiego di questa citazione in Girolamo, Ep. 130, 11 [a


Demetriade], CSEL 56, 191.
13 Per una più accurata descrizione delle «due vie», cf. Pelagio [?], Ep.
ad Celantiam 10 [tra le Epistole di Girolamo], CSEL 56, 337.
Epistola a Demetriade, 10-11 85

nel resto questa virtù, ossia la stessa disposizione d’animo, e, con


la medesima forza con la quale hai respinto le occasioni dei vizi,
respingi ora i vizi stessi. La verginità sia ornata dalla santità dei co­
stumi e la perfezione accompagni il perfetto cammino della vita.
Certamente, se ti fosse piaciuta la vita del mondo, ti saresti data da
fare affinché nessuno ti potesse superare in fatto di ricchezze, di
ornamenti esteriori, di magnificenza e di considerazione; poiché
però una diversa inclinazione richiede una vita diversa, fa’ in mo­
do che nessuno ti sorpassi nello spendere bene la vita, nessuno ti
superi nella santità dei costumi o prevalga su di te nell’esercizio
delle virtù. E per quanto riguarda tutte le gioie di cui abbiamo già
detto sopra, non dipendeva da te che tu superassi tutti e nessuno
ti superasse. Tutto ciò, infatti, dipende da fattori esterni e quanto
ci si attende da un’altra fonte rimane sempre qualcosa di estraneo.
Sono davvero tue, invece, quelle cose che sono in tuo potere e che
non provengono dall’esterno, ma hanno origine nel tuo stesso cuo­
re. Le gioie, infatti, che provengono dall’esterno, non è detto che
le trovi chiunque le ricerca, né chi le ha trovate ha la certezza di
poterle possedere per sempre, poiché il caso, come le concede, co­
sì può anche toglierle. Queste altre, invece, le trova chiunque le
cerca, e chi le ha trovate non teme che gli siano mai tolte. I soli ve­
ri beni, infatti, sono quelli che mai troviamo o perdiamo se non
per nostro volere.

11. Tu, perciò, hai anche, e soprattutto a questo propo


una prerogativa per cui ti si può considerare, a buon diritto, al di
sopra degli altri. Infatti, la nobiltà dei natali14 e la ricchezza s’in­
tende che appartengono ai tuoi e non a te. Per quanto riguarda, in­
vece, le ricchezze spirituali, nessuno potrà conferirtele all’infuori
di te stessa. E tu sei a buon diritto degna di lode e, a ragione, sei
degna di preferenze su tutti gli altri, proprio a motivo di queste
qualità che non potrebbero essere in te se non provenissero da te

14 Cf. Pelagio, Ep. ad Demetriadem 1 e 22. Cf. qui, Introduzione, pp. 44-
47 .
86 Pelagio

stessa15. Quella spirituale è forse l’unica vita che non contempli


la lotta per il progresso, e nella quale ognuno debba semplice-
mente perseverare sulla via che ha intrapreso senza che, spinto da
un desiderio di crescita, si sforzi di tendere a mete più alte? E da­
to che in tutti i loro interessi mondani gli uomini non sono mai
soddisfatti del progresso compiuto, basterà solo nel nostro caso
avere iniziato? Gli è che verso le realtà terrene abbiamo un tra­
sporto appassionato, mentre per quelle celesti avviene l’esatto
contrario. Infatti, dimostriamo una grande sollecitudine per le
piccole cose e una vera apatia di fronte alle grandi. E davvero ver­
gognoso pensare a quanto entusiasmo ci sia per le cose del mon­
do e con quanta alacrità gli sforzi umani vengano quotidianamen­
te dispiegati per il conseguimento di risultati sempre maggiori.
L’entusiasmo per le lettere, ad esempio, non si spegne affatto in
nessun momento della vita; al contrario, questo stesso entusiasmo
- per usare un aforisma di un autore profano - s’infiamma ancor
di più col passare degli anni. L’amore per le ricchezze è insaziabi­
le e la smania degli onori non conosce limiti. Le cose destinate a
finire subito sono ricercate senza posa. Con una certa pigra con­
discendenza trascuriamo la sapienza divina, le ricchezze celesti e
gli onori immortali, mentre, per quanto concerne le ricchezze spi­
rituali, o non ce ne occupiamo affatto o, per poco che ne abbia­
mo gustato, immediatamente crediamo di esserne sazi. Ben altri­
menti la divina Sapienza ci invita al suo banchetto: Quanti si nu­
trono di me avranno ancora fame, e quanti bevono di me avranno
ancora seteaz. Nessuno può saziarsi di un tale banchetto né mai
patire la nausea per sazietà. Quanto più uno vi si sarà servito, tan­
to più grande sarà la sua disposizione a cibarsene. Infatti, il Signo­
re, che nel Vangelo ha affermato: Beati quelli che hanno fam e e se-

az Sir 24 ,2 0 .

15 Nella lettera inviata a Giuliana, madre di Demetriade, Agostino cite­


rà per esteso questa frase per esprimere tutta la sua riprovazione nei confron­
ti di affermazioni che gli apparivano come un’evidente negazione della grazia
(cf. Agostino, Ep. 188, 2, 4, CSEL 5 7 ,1 2 2 ).
Epistola a Demetriade, 11-12 87

te di giustizia perché saranno saziati ba, vuole che abbiamo sempre


fame e sete di giustizia affinché un giorno, come ricompensa, pos­
siamo esserne saziati.

12. Occorre ponderare la forza di queste parole e deside


la giustizia come si desiderano il cibo o la bevanda quando si ha
fame o sete. E ciò deve dirsi in generale per tutti coloro che ane­
lano alle promesse della vita eterna. Ma a te tocca ora considera­
re quanto tu debba eccellere nell’animo, tu che, desiderando una
ricompensa maggiore, ti sei proposta di fare più di quanto alle al­
tre tocca fare. Nel definire la vergine di Cristo, l’Apostolo la col­
loca molto distante dalla maritata e, in base alle diverse preoccu­
pazioni, distingue il merito della nubile da quello della sposata: La
donna non sposata - dice - , come la vergine, si preoccupa delle co­
se del Signore, come possa piacere a Dio ed essere santa nel corpo e
nello spirito. La donna sposata, invece, si preoccupa delle cose del
mondo e come possa piacere al marito bb. Colei che è santa nel cor­
po e nello spirito non compie nulla di male né con le membra né
con la mente 16. E comunque, non è solo per quanto riguarda la
castità che si può compiere il male, ma anche in ogni ambito con­
cernente la giustizia. Sebbene, infatti, ella sia vergine nel corpo e
nello spirito e ciò nonostante pecchi con le mani oppure con gli
occhi o con gli orecchi o con la lingua, in che modo potrà essere
detta santa nel corpo? Inoltre, se è avvelenata dall’odio o dall’in­
vidia o dall’avarizia o dall’ira, in che modo possiede la santità di
spirito? E se la donna sposata, che con tenero zelo si preoccupa
del proprio matrimonio, come cioè possa piacere al marito bc, e di
quanto lasciare ai figli, e che perciò, presa dalle varie preoccupa­
zioni del mondo, più raramente si sofferma a considerare la volon­
tà di Dio, pur tuttavia non può addurre scuse per le proprie man-

ba Mt 5, 6. bb 1 Cor 7, 34. bcIbid.

16 Cf. Pelagio [?], Ep. ad Claudiam de virginitate 9 [tra le Epistole di


Sulpicio Severo], CSEL 1,.579-584 (membra = corpo; mens = spirito).
88 Pelagio

canze, che cosa mai farà una vergine che, sciolta da tutti gli impe­
dimenti di questo mondo, e perciò libera, è entrata, per così dire,
nella scuola della castità17?

13. Se dunque vuoi eguagliare con i tuoi costumi la gran


za del tuo proposito ed essere unita a Dio in ogni cosa, se vuoi ren­
dere per te ancor più leggero e soave il soave e leggero giogo di
Cristo bd, dedicati ora in massimo grado al pensiero della vita bea­
ta. Applicati adesso affinché un ardore sempre nuovo ravvivi il tuo
fervore di neofita e inculchi più facilmente, fin dalla tua ancor te­
nera età, la pratica di una condotta santa e irreprensibile. Il tuo
proposito iniziale persisterà e il resto della tua vita si svilupperà se­
condo la regola che ti sarai data fin dagli inizi. La fine deve già es­
sere prospettata nell’inizio. Sforzati di essere già fin d’ora quale
brami di poter giungere all’ultimo giorno. La consuetudine è quel­
la che nutre sia i vizi che le virtù, ed è efficace ài massimo in colo­
ro con i quali è cresciuta insieme, fin dall’inizio della loro esisten­
za. I primi anni, infatti, sono i migliori ai fini di un’educazione mo­
rale, perché sono gli anni che hanno in sé un che di duttile e mal­
leabile che può essere facilmente plasmato e condotto all’arbitrio
di chi lo vuole18. E d’altra parte, in pressoché tutte le cose, in ciò
che è tenero viene più facilmente impressa una determinata abitu­
dine. Così, ad esempio, è facile che i teneri alberelli dalle radici an­
cora poco robuste, finché sono docili a ogni tocco, vengano flessi

bd Cf. Mt 11,30.

17 La schola castitatis, nel presente contesto, non indica tanto l’applica­


zione finalizzata a far propria questa determinata realtà, quanto piuttosto la
condizione di quella libertà che permette alla giovane consacrata di persegui­
re il suo cammino di perfezione. Per una diversa accezione del termine scho­
la, cf. infra, Ep. ad Demetriadem 21 e 23.
18 La convinzione di Pelagio che l’essere umano è malleabile lungo tutto
l’arco della propria esistenza, e soprattutto nel periodo dell’infanzia e della
giovinezza, richiama l’ottimismo, talora audace, espresso in proposito da
Giovanni Crisostomo. Cf. Giovanni Crisostomo, La vanagloria e l’educazione
dei figli, SC 188.
Epistola a Demetriade, 12-14 89

in qualsiasi direzione, e quelli che per loro natura si curvano trop­


po, sono altresì prontamente corretti dall’intervento dell’agricol­
tore. Lo stesso vale per gli animali che, finché sono piccoli e in te­
nera età, sono domabili senza alcuno sforzo, e quanto più pronta­
mente sono disabituati dal desiderio di vagare liberamente, tanto
più facilmente si abituano a sottoporre il collo al giogo e la bocca
al morso. La stessa passione per le lettere è inculcata con minor fa­
tica nelle menti ancora docili e ciò che viene impresso prima nella
mente suole poi aderire più profondamente alle facoltà. Questo
stesso principio conserva la sua piena validità soprattutto quando
si tratta di condurre una vita integerrima: quando l’età è ancora
malleabile e la mente facile a essere guidata, occorre esercitare
l’abitudine al bene19 e corroborarla con l’assidua meditazione. La
mente deve trovare così la propria occupazione nei pensieri più
elevati e la pratica di una condotta irreprensibile dev’essere incul­
cata più profondamente. Allora sì che la mente può davvero
ascendere alle vette della perfezione e fruire del vantaggio di una
lunga consuetudine, in vista della capacità di vivere bene. E si me­
raviglierà con se stessa delle virtù conseguite e in certo modo riter­
rà innato in sé ciò che ha appreso.

14. Considera, ti prego, quale santità attendono da te sia


madre che tua nonna: credono che con te sia sorto come un nuo­
vo e luminoso astro nel loro casato e ora hanno convogliato su di
te sola tutte le attenzioni del loro animo e seguono entusiastica­
mente, con favore e con particolare predilezione, il cammino nel
quale hai scelto di inoltrarti. E poiché loro stesse ti hanno educa­
to nell’onestà dei costumi fin dalla tua più tenera fanciullezza, ora
bramano di essere da te sorpassate, giudicando la tua superiorità
un vanto per loro. La loro straordinaria fiducia in Dio si è rivelata
soprattutto nel momento in cui dichiarasti le tue intenzioni, allor­
ché tutto era già stato predisposto per le tue nozze. Appena appre­

19 La stessa insistenza riguardo ai benefici derivanti dalla consuetudo è


riscontrabile in Pelagio [?], Ep. ad Celantiam 10 [tra le Epistole di Girolamo],
CSEL 56, 337.
90 Pelagio

sero che era tutt’altro ciò che desideravi, subito, con mirabile
prontezza, diedero il loro assenso e ti incoraggiarono a perseguire
ciò che avevi scelto. E questa tua decisione, non priva, data la tua
giovane età, di un certo senso di trepidazione, fu confermata dal­
l’autorevolezza del loro assenso. Così il tuo proposito divenne an­
che il loro e, benché avessero visto molti loro familiari occupare le
più alte cariche, in nessun caso furono così allietate come di fron­
te alla scelta da te operata, poiché in nessun altro onore avevano
scorto qualche cosa di così grande e illustre. Tu sola, dunque, hai
aggiunto al tuo casato un onore che non aveva posseduto in pas­
sato lungo tutto l’arco della sua lunga storia. E pur ammettendo
che alcuni membri maschi del tuo casato abbiano ricoperto in mo­
do memorabile la carica di consoli, e che i fasti consolari abbiano
riportato di frequente i nomi della vostra illustre famiglia, tuttavia
niente ha mai dato alla prosapia più lustro di questo onore che ti
appartiene, che è stato inserito non in un registro materiale, ma nel
libro della memoria immortale di Dio. Mentre, infatti, i tuoi avi
hanno raccolto dappertutto clamorosi applausi - dato che il popo­
lo, soddisfatto, ha testimoniato con la mirabile unanimità del suo
acclamare i loro insigni meriti consolari - , la gloria del tuo onore
è tuttavia di gran lunga maggiore, poiché è stata causa di gioia nel
cielo e motivo di letizia tra gli angeli. Non sono le meretrici ad ar­
ricchirsi per mezzo tuo, ma sono piuttosto le vergini di Cristo a es­
sere sostentate; né sono l’auriga e colui che nell’arena lotta con le
belve a essere arricchiti, ma sono i poveri di Cristo a essere nutri­
ti per mezzo tuo. Durante il consolato dei tuoi antenati, province
di tutto il mondo - alle quali, benché lontanissime tra loro, si
estende il potere del vostro casato - inviarono belve esotiche e ani­
mali sconosciuti a bagnare il suolo della crudele arena col sangue
loro o con quello degli uomini. A te, invece, sono inviate tutte le
migliori tra le vergini20 affinché tu le offra a Dio quale dono pre­

20 A differenza del generico virgines Christi di qualche riga sopra, le ele­


ctae quaeque virgines («le migliori tra le vergini») sono probabilmente quelle
che appartengono alla domus di Demetriade e che ora entrano in un rapporto
diverso con lei, vissuto cioè non più secondo un rapporto di servitù, ma - a imi-
Epistola a Demetriade, 14-15 91

ziosissimo e le stimoli con il tuo esempio ad abbracciare la castità


perpetua per porsi al servizio non tuo, ma di Dio, insieme con te.
La nobiltà della tua decisione si è già diffusa ovunque come una
magnifica notizia e il mondo intero ha esultato all’udire della tua
consacrazione, a tal punto che, quello che fino ad ora gli uomini
avevano potuto a stento credere per la grande gioia, adesso sem­
bra che lo abbiano desiderato da sempre. Messi in aspettativa da
questi esordi e altrettanto dal profumo della tua fama, non so qua­
le mirabile novità tutti desiderano sentire al tuo riguardo. Coloro
poi che hanno riconosciuto l’eroismo nella tua scelta, ora attendo­
no di vedere il medesimo eroismo nella tua vita di consacrazione.
Renditi conto che ora le bocche e gli occhi di tutti sono rivolti ver­
so di te e che tutto il mondo si è fermato come in attesa, convenu­
to ad assistere allo spettacolo della tua vita. Fa’ attenzione, perciò,
che molti animi non rimangano delusi per causa tua, né trovino in
te meno di quel che da te si aspettano. Ma perché mai, in verità,
mi trattengo con te a parlare di altre persone, coinvolgendo le lo­
ro attese in questa esortazione che ti rivolgo? Lo stesso Signore
Dio, che regge l’universo, insieme con le schiere degli angeli assi­
ste al tuo combattimento; per te, che combatti contro il diavolo,
egli prepara la corona della vita eterna e costituisce questa ricom­
pensa celeste come incitamento alla vittoria. Vedi, dunque, quale
animo e quale risolutezza tu debba manifestare in un simile spet­
tacolo e misura, poi, l’importanza del combattimento dalla digni­
tà di coloro che ti osservano.

15. Nella lotta che stai per intraprendere, sia dunque qu


la tua principale preoccupazione e questo l’equipaggiamento di
cui soprattutto dotarti, vincere cioè definitivamente con la virtù
una guerra di sterminio e impegnarti con giuramento verso tutti i
precetti di Dio contro le milizie del diavolo; non semplicemente

fazione della sua consacrazione - alla luce di quel comune denominatore che è
la sequela del Cristo. Viene spontaneo pensare alle comunità di vergini costi­
tuitesi in modo analogo attorno a Paola e a Eustochio, sia a Roma che a
Betlemme. Un accenno è riscontrabile in Girolamo, Ep. 22, 29, CSEL 54,187.
92 Pelagio

sfuggendo le cose proibite, ma anche eseguendo quelle comandate.


Non basta, infatti, che tu non compia nulla di male, se poi trascuri
di fare il bene. Infatti, la legge di Dio è distinta in due categorie di
comandamenti: da una parte proibisce di compiere il male, dall’al­
tra comanda di fare il bene, vietando ogni trasgressione sia nell’uno
che nell’altro caso21. Non è solamente il servo che ha compiuto co­
se proibite a disprezzare il Signore, ma anche colui che non ha ese­
guito quelle comandate. Abbiamo già citato poc’anzi quella frase:
Ogni albero che non produce frutti buoni, verrà tagliato e gettato nel
fuoco be. Per il fatto di non essere carichi di frutti cattivi, dobbiamo
forse lusingarci, noi che saremo giudicati degni di condanna se non
produrremo frutti buonibf? Secondo il significato di queste parole,
il Padre reciderà ogni tralcio che non porta frutto nel Figlio. E co­
lui che nasconde in un fazzoletto il talento ricevuto è condannato
dal Signore come servo inutile e fannullone b®. E infatti reato puni­
bile non solo averne lasciato diminuire il valore, ma anche non aver­
lo fatto fruttare. Non credere che ci siano comandamenti che pos­
sano essere giudicati trascurabili perché meno gravosi di altri, poi­
ché sia quelli più importanti che quelli meno rilevanti sono stati tut­
ti comandati da Dio. Il disprezzo di qualunque precetto è un’offe­
sa a colui che l’ha istituito. Per questo il beato Paolo dichiara, a no­
stro ammaestramento: Fate tutto senza mormorazione e senza incer­
tezze, perché siate irreprensibili e semplici come figli di Dio, immaco­
lati in mezzo a una generazione ribelle e perversa, in mezzo alla qua­
le splendete come astri nel mondo bh.

16. Fermiamoci un poco qui, o vergine, e prendiamo in


siderazione, attraverso le singole parole dell’Apostolo, quelle per­
le preziose delle quali deve adornarsi la sposa di Cristo. «Fate tut­
to», disse. Ciò significa che non dobbiamo scegliere - come dipen-

be Mt 7, 19. bf Cf. Gv 15, 2. be Cf. Mt 25, 30. bh Fil 2,


14-15.

21 Stesso concetto in Pelagio [?], Ep. ad Celantiam 5 [tra le Epistole di


Girolamo], CSEL 56, 333-334.
Epistola a Demetriade, 15-16 93

desse dal nostro arbitrio - di seguire solo alcuni comandamenti di


Dio, ma dobbiamo sforzarci di portarli tutti a compimento, senza
eccezioni. Né tanto meno dobbiamo giudicare con sufficienza al­
cuni suoi precetti, come se fossero piccole prestazioni, insignifi­
canti e di poco conto; al contrario, in ogni comandamento dobbia­
mo scorgere la grandezza di colui che li ha emanati22. D ’altra par­
te, nessun comandamento di Dio ci apparirebbe trascurabile se so­
lo pensassimo a chi ne è l’autore, «senza mormorazione e senza in­
certezze». Capita di vedere padroni spregevoli e ignobili venir
trattati apertamente con poca stima dai loro servi, i quali sogliono
resistere davanti a loro, anche quando si tratta delle più piccole ri­
chieste. Ora, ciò non è possibile nel caso in cui si abbia a che fare
con nobili personaggi: infatti, quanto più i padroni sono potenti,
tanto più i servi sono inclini a obbedire, e quando le richieste so­
no più difficili da eseguire, più volentieri se le sentono rivolgere.
Senza dubbio, di fronte al potere del re sono tutti sempre così
pronti e disposti a obbedire che addirittura desiderano di ricevere
ordini. E non solo sono convinti che si vedranno riconoscere il
merito di aver obbedito a ciò che viene loro comandato, ma come
fosse già una benemerenza il fatto di aver ricevuto un ordine, così
- in proporzione alla dignità di colui che lo impartisce - il compi­
to richiesto viene eseguito come se fosse di per sé un riconosci­
mento. A noi, addirittura Dio stesso, eterna e ineffabile maestà e
inestimabile potenza, manda le Sacre Scritture e le sue mirabili di­
sposizioni messe per iscritto. Eppure, non le accogliamo pronta­
mente, con gioia e venerazione, né tanto meno valutiamo come
grande riconoscimento il comando rivoltoci da così grande e illu­
stre potestà, tanto più che non si mira al vantaggio di colui che co­
manda, ma all’interesse di chi obbedisce. Al contrario, con animo
infastidito e restio, con l’attitudine dei servi superbi e inetti, gri­
diamo in faccia al Signore, dicendo: «E duro, è arduo, non riuscia­
mo! Siamo uomini, avviluppati nella fragilità della nostra carne».

22 Cf. ibid. 6, CSEL 56, 334; Pelagio, Ep. 1 de divina lege (Pseudo-
Girolamo) 5, PL 30, 110.
94 Pelagio

Che cieca follia! Che profana temerarietà! Accusiamo Dio di una


duplice sconsideratezza, dato che gli attribuiamo il difetto di non
conoscere né quel che ha fatto né quel che ha comandato; come
se, dimentico della fragilità dell’uomo, di cui egli stesso è Creato­
re, gli avesse imposto precetti che non sia in grado di adempiere.
Nello stesso tempo (o orrore!) ascriviamo l’iniquità al Giusto e la
crudeltà al Buono, dapprima lamentandoci di Dio per aver co­
mandato qualche cosa di impossibile, e poi credendo che egli ab­
bia destinato l’uomo a essere dannato a causa della colpa che non
gli è possibile evitare. In tal modo sembrerebbe (ed è sacrilegio an­
che il semplice sospettarlo) che Dio si sia prefisso non tanto di sal­
varci quanto piuttosto di castigarci. Per questo l’Apostolo, sapen­
do che niente di impossibile è stato comandato dal Signore della
giustizia e della maestà, cerca di estirpare da noi il vizio della mor­
morazione che, infatti, suole comunque nascere o quando ciò che
viene comandato è iniquo o quando chi comanda è una persona
poco degna. Perché dunque tergiversare inutilmente e opporre co­
me obiezione la fragilità della nostra natura a colui che ci imparti­
sce i comandi? Nessuno conosce la misura delle nostre forze me­
glio di colui che ce le ha date, né vi è qualcuno che possa compren­
dere quello che siamo in grado di fare meglio di colui che ci ha do­
tato appunto di questa capacità. Colui che è giusto non ha voluto
certamente comandare qualcosa di impossibile né, tanto meno,
colui che è buono si prefisse di condannare l’uomo per il male che
non ha potuto evitare.

17. In riferimento alla perfezione dei costumi, l’Apostolo


continua dicendo: Perché siate irreprensibili e semplicibi. Potrebbe
bastare questa sola qualifica, che tra l’altro è richiesta da Dio an­
che per l’elezione di un vescovo. Infatti, quanto è prudente e san­
ta quella vita che non incorre in nulla di biasimevole! Chi dunque
può essere più santo di chi, mantenendosi nella virtù di una vera
semplicità, non promette mai qualche cosa col cuore per poi

bi Fil 2,15.
Epistola a Demetriade, 16-17 95

smentirlo con la bocca e con il volto? Come figli di Dio immacola­


ti bi. Non vi è esortazione più efficace di quella con cui la divina
Scrittura ci chiama «figli di Dio». Chi, infatti, non arrossirebbe e
non avrebbe timore di compiere qualche cosa di indegno di un si­
mile padre, tanto da trasformarsi in «schiavo del peccato» pur
chiamandosi «figlio di Dio»? Per questo Paolo aggiunge: Affinché
siamo immacolati bk; perché non si addice che nei figli di Dio (il
quale è la fonte stessa della giustizia) si riscontri macchia di pecca­
to. In mezzo a una generazione perversa e degenere bl, ossia: per
quanto immensa sia la moltitudine dei peccatori che vi circonda e
innumerevoli gli esempi di vizi, voi dovete, tuttavia, essere conti­
nuamente memori della vostra origine celeste, affinché, pur viven­
do tra i malvagi, possiate comunque vincere ogni forma di male.
Nella quale risplendete - dice - come astri nel mondo bm. E anche
nel Vangelo leggiamo: Allora i giusti splenderanno come il sole nel
regno del Padre loro bn. La vita è equiparata alla ricompensa, così
che coloro ai quali, in futuro, sarà dato di risplendere come il so­
le, possano quaggiù, similmente, risplendere già dello splendore
della giustizia e illuminare già la cecità degli increduli con la san­
tità delle loro opere. Qui dobbiamo applicare quel significato che
lo stesso Apostolo esprime istruendo i Corinzi: Altro è lo splendo­
re del sole, altro lo splendore della luna, altro lo splendore delle stel­
le: ogni stella, infatti, differisce da un’altra nello splendore. Così an­
che la risurrezione dei m ortibo. Nel regno dei cieli vi sono diverse
dimore, stabilite a seconda dei meriti dei singoli individui, dal mo­
mento che una diversità di opere porta a una diversità di ricom­
pense e nella misura in cui uno avrà brillato qui in santità brillerà
anche là nella gloria. Perciò, orienta l’acuta intenzione dello spiri­
to verso una completa perfezione dei tuoi costumi e preparati a
condurre una vita celestiale, al fine di ottenere la ricompensa cele­
ste. La santità di una vergine risplenda dunque per tutti come una
stella luminosissima e mostri, con la singolarità del suo genere di

b) Ibid. bk Ibid. bl Ibid. bm Ibid. bn Mt 13, 43.


bo 1 Cor 15,41-42.
96 Pelagio

vita, la grandezza del premio futuro. Senza dubbio, il progresso


nel bene ti è più facile, in quanto l’animo non è trattenuto dalla
consuetudine del male. Né temiamo che i vizi ti distolgano dalle
virtù o che i semi maligni del diavolo soffochino la semente di Cri­
sto. Del resto, se anche coloro che, da lungo tempo adusi al pec­
cato, hanno in qualche modo sepolto la propria naturale bontà
possono rinnovarsi attraverso la penitenza e così - una volta mu­
tato il loro stile di vita - cancellare la vecchia consuetudine con
quella nuova e passare dalla schiera dei malvagi a quella dei mi­
gliori, tanto più tu puoi vincere quelle abitudini dalle quali non sei
mai stata vinta; tu, per la quale i vizi non sono tanto qualche cosa
da eliminare quanto da tenere a distanza! E senza dubbio più fa­
cile non prendere certe cattive abitudini, che abbandonarle una
volta che le si è fatte proprie.

18. E poi esse non sono identificabili col piacere a tal p


che debbano preferirsi alle virtù, dato che l’attrattiva del piacere
non si trova in tutti i vizi e che, anzi, quelli che sembrano i più at­
traenti sono, di fatto, respinti dalla maggior parte delle persone.
Tra tutti i vizi, infatti, due sono soprattutto quelli che ingannano
gli uomini con la voluttà che arrecano, e cioè la gola e la sensuali­
tà, che sono molto più difficili da abbandonare poiché è più pia­
cevole goderne. E tuttavia, questi vizi, così dannosi e pericolosi
per l’attrattiva che suscitano, li abbiamo visti calpestare da tante
persone che, vergini, perseverarono nella più totale astinenza per
tutta la loro vita. Per non parlare poi di coloro che, dopo essersi
per lungo tempo dati alle delizie e alla pratica inveterata della sen­
sualità, si sono votati alla castità e alla temperanza, mutando en­
trambi i vizi nelle loro opposte e corrispettive virtù. La faccenda
poi è del tutto diversa per altri vizi; infatti, benché non procurino
alcun piacere, ma, al contrario, molta amarezza, per cui dovrebbe
risultare ben più agevole evitarli, di fatto troverai raramente chi se
ne astenga. Che tipo di piacere, ti chiedo, può procurare l’invidia
all’invidioso, che il livore stesso distrugge come con artigli nel se­
greto della coscienza, trasformando la felicità dell’altro in un tor­
mento per lui? E quale ricompensa potrà mai ricevere dall’odio, se
Epistola a Demetriade, 17-18 97

non orribili tenebre per l’anima e orrore per la mente confusa, co­
lui che, sempre triste nel volto e nell’animo, tortura se stesso col
desiderio di nuocere ad altri? E che cosa mai può apportare l’ira
all’iracondo che, tormentato dai più feroci stimoli della coscienza,
resta privo a tal punto del senno e della ragione da essere ritenuto
impazzito quando va in collera? Similmente, se li passi in rassegna
uno per uno, ti accorgerai che i tormenti dell’anima sono tanti
quanti sono i vizi e che sicuramente possono essere vinti con mag­
gior facilità in quanto non posseggono alcuna attrattiva con cui
poterci sedurre. E quanto è più difficile e arduo - e mi astengo dal
menzionare la difficoltà della castità - astenersi dal vino e dalle
carni e anche dallo stesso olio per condire e, in assenza di essi,
prendere appena un po’ di cibo di povera qualità ogni due e tal­
volta anche ogni tre giorni! O quanto è difficile e arduo rinuncia­
re al ristoro di un bagno quando le membra sono indebolite dai di­
giuni e dalle veglie, negando cioè le cure necessarie al corpo e fa­
re - sto per dire - violenza alla natura! Applica una simile genero­
sità d’animo anche al resto e vedrai di che cosa non sarai capace.
Ma noi, a motivo di un certo attaccamento al peccato (che vergo­
gna!), se in alcune cose mostriamo una qualche naturale energia,
in altre siamo del tutto neghittosi e, noi che pure - per amore del­
le virtù - avevamo disprezzato le voluttà corporali, ci ritroviamo a
sobbarcarci di nuovo i tormenti per amore dei vizi. E per di più ci
arrendiamo a questi nostri mali con tanto abbandono da ritenere
che non sia più possibile rinunziare ad essi. Mi chiedo dunque:
che progetto di vita è mai questo? Intraprendo con sicurezza cose
difficili e che richiedono molta fatica, mentre credo che cose più
facili siano irrealizzabili. Riesco a vincere grandi cimenti, mentre
mi lascio vincere in quelli piccoli. Instancabile, sono in grado di
superare cime altissime e scoscese, ma poi vengo meno quando si
giunge al piano. Rifuggo volentieri da ciò che mi diletta e non vo­
glio evitare quel che mi procura tormento. Queste sono le reazio­
ni di coloro che, disprezzando la volontà di Dio, aspirano sola­
mente a quello che procura loro più facilmente la lode, a quello
che più velocemente ottiene notorietà. In questo modo, però, essi
trascurano i benefici morali che sono meno appariscenti. Tu, inve­
98 Pelagio

ce, che hai calpestato il mondo con le sue concupiscenze - allo


scopo, una volta rinunziato ad esso, di fartene come un gradino
per mezzo del quale salire al cielo - , non tornare a cercare nuova­
mente la gloria del mondo. Cerca di piacere solo a Lui, al quale
spesso dispiace ciò che piace agli uomini, Lui che un giorno giu­
dicherà gli stessi giudizi degli uomini. La tua astinenza e il tuo di­
giuno sono ancor più graditi a Dio in quanto sono offerti con l’ac­
compagnamento della santità dei tuoi costumi, così che queste pie
pratiche, che in altri sono facciate dietro le quali nascondere i pro­
pri vizi, in te siano ornamenti delle virtù.

19. Considera, ti prego, quella stessa dignità con la qual


stata onorata presso Dio e, in virtù del battesimo, sei rinata come
figlia di Dio; e, ancora, grazie alla tua consacrazione verginale ti
awii a essere una sposa di Cristo. Che il tuo onore ti stimoli a es­
sere sollecita nei confronti del tuo proposito sotto entrambi gli
aspetti. E non dev’esserci posto per la negligenza là dove i beni
che devono essere custoditi sono così splendidi. Più una veste è
preziosa, più viene custodita dalle macchie con una diligenza pie­
na di cautele. Una gemma acquistata con molto oro è conservata
con maggior cura e, in generale, gli oggetti di valore sono custodi­
ti con maggiore attenzione. Da ciò deriva anche che tu, se deside­
ri custodirti bene, devi sempre considerare un pregio quell’onore
che ti deriva. Infatti, quanto minore è l’autostima che uno ha di sé,
tanto maggiore è la trascuratezza con cui gestisce la sua vita. Non
per altro motivo, nelle Sacre Scritture, ci viene dato così di fre­
quente il nome di «figli di Dio», se non perché è detto tramite il
profeta: Dice il Signore onnipotente: Io vi sarò in luogo di padre e
voi di figli e figlie bP. E mentre l’Apostolo esorta: Siate imitatori di
Dio, quali figli carissimi bq, il beato Giovanni dice: Carissimi, noi
fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora ri­
velato. Sappiamo, infatti, che quando sarà apparso, noi saremo simi­
li a lui, perché lo vedremo così come egli è, affinché, chiunque abbia

bP 2 Sam 7, 14. bqE f 5 ,1 .


Epistola a Demetriade, 18-19 99

questa speranza in lui, santifichi se stesso come anche egli è santo br.
Egli vuole rammentarci frequentemente la dignità della dottrina
celeste che ci è stata donata e rendere nostro vanto il pudore di
peccare. Per questo lo stesso Signore, quando ci chiama alla per­
fetta benevolenza, dice: Amate i vostri nemici e fate del bene a co­
loro che vi odiano bs. E: Pregate per i vostri persecutori e per coloro
che vi calunniano, perché siate figli del Padre vostro celeste bt. Non
c’è cosa che renda gli uomini così degni d’amore agli occhi di Dio
quanto l’affetto spirituale e la bontà. Quest’ultima, poi, dev’essere
così grande in un cristiano da fluire in abbondanza anche nei con­
fronti dei malvagi. Si imiti dunque la benevolenza di Dio, che fa
sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra
i giusti e sopra gli ingiustibu. Al di sopra di tutto, però, sia cosa re­
mota che tu nuoccia a qualcuno, anche solo a parole, che anzi,
possa tu applicarti in tutti i modi possibili a giovare, senza rende­
re male per male, ma ripagando il male col bene, come dice l’Apo­
stolo bv. Nessuna maldicenza esca mai dalla bocca di una vergine.
Di persone vili che cercano lode per sé a scapito altrui ce n’è a suf­
ficienza. Credono di crearsi merito per il discredito che gettano su­
gli altri e siccome non sono in grado di incontrare il favore altrui per
effetto dei meriti propri, si danno da fare a trovarlo nel confronto
con quelli che sono peggiori di loro. Abbiamo detto troppo poco
dicendo che non devi denigrare chicchessia: neppure devi dare cre­
dito al detrattore. Questo vizio, che fa apparire spregevole l’altro
agli occhi della gente, è molto grave. Fuggi, dunque, la calunnia,
non meno con gli orecchi che con la lingua. Ricordati di quello che
dice la Scrittura: «Non sarai consenziente con coloro che denigra­
no il loro prossimo, e non ti caricherai di peccato a motivo di que­
sto» bw. E altrove: «Recingi i tuoi orecchi con siepe spinosa, e non
ascoltare la lingua malefica» bx. Infatti, colui che ascolta, se distoglie
gli orecchi, irrigidisce il volto ed evita di incontrare lo sguardo di
chi parla, manifestando così il suo dissenso, costui è il vero accusa-

br 1 Gv 3, 2-3. bs Le 6, 27. b tM t5 ,4 4 -4 5 . buM t5 ,4 5 .


bvCf. Rm 12,17.21. bw Cf. Lv 19, 16.17. bx Cf. Sir 28, 24ss.
100 Pelagio

tore che, in tal modo, pur tacendo, rinfaccia al denigratore la sua


vera natura, sì che impari a non dire volentieri ciò che - come ha
notato - non si ascolta di buon animo. Occorre, dunque, che tu
ponga una prudente custodia alla tua bocca. Non vi è, infatti, nien­
te in noi con cui possiamo peccare più facilmente che con la lingua.
Ecco perché san Giacomo asserisce che colui che non manca nel
parlare, è un uomo perfetto bv. E la Scrittura dice: «La morte e la vi­
ta sono nelle mani della lingua» bz. Che la tua lingua, perciò, non co­
nosca il mentire, il maledire e il giurare. Poiché anche la bocca che
mente uccide l’anima, come ci ricorda l’Apostolo: Coloro che male­
dicono, non erediteranno il regno di D ioca. E per quanto concerne il
giurare, Cristo stesso lo ha proibito quando ha detto: Ma io vi dico:
non giurate affattocb; e di nuovo: Sia invece il vostro parlare sì, sì; no,
no; il di più viene dal malignocc. E l’Apostolo, tagliando corto sui
peccati commessi con la bocca, dice: Nessuna parola cattiva esca dal­
la vostra bocca; ma piuttosto quelle buone, che possano servire per la
necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltanocd. Che il par­
lare di una vergine sia, perciò, prudente e umile, e avvenga di rado;
e si faccia apprezzare più per il riserbo che per l’eloquenza. Che tut­
ti ammirino, quando taci, il tuo ritegno e, quando parli, la tua pru­
denza. Il tuo parlare sia sempre mite e tranquillo. Lo adorni la dol­
cezza mista alla gravità e la sapienza mista al riserbo. Il criterio nel
parlare e nel tacere sia sicuro e ponderato, e si esplichi, al momen­
to opportuno, con squisito senso delle circostanze. E non sia mai,
nella maniera più assoluta, che la bocca di una vergine parli in mo­
do tale che sarebbe stato meglio che fosse stata zitta. Essa deve par­
lare con grande precauzione, cercando di evitare non solo la paro­
la malvagia, ma anche quella oziosa.

20. Sia sempre presente in te, al massimo grado, la conos


za e la comprensione nel distinguere i vizi e le virtù che, pur op­
posti fra loro, sono talora legati da una tale somiglianza che si fa

by G c 3, 2. bzCf. Sap 1, 11. ca 1 Cor 6, 10. cbM t5 , 34.


cc Mt 5 ,3 7 . cd E f 4, 29.
Epistola a Demetriade, 19-20 101

fatica a distinguerli con chiarezza. Quanti, infatti, scambiano la su­


perbia per libertà, considerano l’adulazione come umiltà, abbrac­
ciano la malizia invece della prudenza e chiamano la stoltezza sem­
plicità e, ingannati da una fallace e perniciosissima somiglianza, si
gloriano dei vizi anziché gloriarsi delle virtù! E benché tu debba
allenarti a distinguere tutte queste differenze con assoluta cogni­
zione di causa, e benché, nel praticare tutte le virtù, ciascuna cioè
secondo la propria fisionomia, non debba assolutamente mai stac­
carti da esse, tuttavia devi, al di sopra di tutto, rifuggire dalla falsa
umiltà e praticare assiduamente quella vera, che Cristo ci ha inse­
gnato e nella quale non vi sia ombra di superbia. Molti, infatti, in­
seguono soltanto nella sua parvenza questa virtù, ma ben pochi nel­
la sua verità23. E troppo facile indossare una veste dimessa, saluta­
re con molta umiltà, baciare le mani e le ginocchia, esibire - col ca­
po rivolto verso terra e gli occhi abbassati - un atteggiamento sot­
tomesso e mansueto, proferire parole mutile con voce pacata e
sommessa, sospirare spesso e proclamarsi miseri e peccatori a ogni
parola, e poi - magari offesi da una parola senza importanza - inar­
care subito le sopracciglia, drizzare il collo e, d’improvviso, mutare
il delicato tono della voce in un grido furioso. Ben altra è l’umiltà
che ci ha insegnato il Cristo, che ci esorta a imitare il suo esempio,
dicendo: Imparate da me che sono mite e umile di cuore ce, egli che,
quando veniva «oltraggiato, non rispondeva con oltraggi, e sof­
frendo non minacciava vendetta»cf. Questa, ancora, è l’umiltà che
il beato Pietro vuole persuaderci a seguire quando dice: Siate mi­
sericordiosi e umili, senza rendere male per male, né ingiuria per in­
giuria Qe. Siano escluse le finzioni verbali, cessino i gesti enfatici,
teatrali, e la parola sia, in ogni occasione, pacata. La sopportazio­
ne dei torti rivela il vero umile. Nell’animo tuo non ci sia mai spa­
zio per alcun vizio. Niente in te di superbo, di arrogante, di sprez­
zante. Presso Dio non vi è nulla di più sublime dell’umiltà. Egli

ceMt 11,29. cfCf. 1 P t 2 ,2 3 . cs i P t 3 , 9 .

23 Cf. Pelagio, [?], Ep. A d Celantiam 5, CSEL 56, 346.


102 Pelagio

stesso dice attraverso il profeta: Su chi volgerò lo sguardo, se non


sull’umile, su chi ha lo spirito pacifico, e su chi teme la mia
parola?ch. E non permettere mai che il tuo animo si surriscaldi
d’ira, perché quest’ultima è un semenzaio di odio. Sia il solo timo­
re di Dio ad albergare nella tua mente, di modo che tu non ardi­
sca cedere assolutamente all’indignazione e possa vincere l’ira con
il timore. Il beato Apostolo, nell’intento di purificare la nostra ani­
ma e prepararla a diventare abitazione di Dio, ci esorta con ener­
gia: «Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldi­
cenza con ogni sorta di malignità»ci.

21. Guardati dagli adulatori come da nemici24. Le loro p


le sono untuose più dell’olio, ma in realtà sono come frecce. Cor­
rompono le anime superficiali con false lodi e infliggono le loro fe­
rite impercettibili alle menti credule. Questo vizio è così cresciuto
ai nostri giorni da aver raggiunto il suo limite massimo e da non
poter più estendersi oltre. All’apprendimento e all’esercizio del-
l’ingannare25 ci siamo dedicati tutti, a tal punto da ritenerlo un do­
vere di cortesia. Così, ciò che noi stessi riceviamo volentieri dagli
altri lo offriamo loro a nostra volta come fosse un servizio dovuto
e, nella speranza di essere lodati, preveniamo con le nostre lodi co­
loro dai quali desideriamo riceverne. Spesso di fronte alle parole
degli adulatori opponiamo resistenza, ma dentro di noi le appro­
viamo, e reputiamo di aver ricevuto il massimo beneficio se siamo
stati magnificati con lodi magari false. E così non ci valutiamo per
quello che veramente siamo, ma in base a quello che appariamo
agli occhi altrui. L’abuso è talmente invalso che, senza più curarci
della fondatezza del merito, ci preoccupiamo solo dell’altrui opi-

chIs6 6 , 2. ciCf. E f4 , 31.

24 Cf.ibid. 17, CSEL 56, 344.


25 A differenza di Ep. ad Demetriadem 12, qui il termine schola
(“apprendimento”), immediatamente seguito dal termine studium (“eserci­
zio, applicazione”), si riferisce ironicamente allo sforzo con cui talora ci si
applica all’adulazione a tal punto da confonderla con un dovere di cortesia.
Epistola a Demetriade, 20-21 103

nione, e chiediamo testimonianza per la nostra vita, non alla nostra


coscienza, ma alla nostra reputazione. Beata quella mente che rie­
sce a vincere questo vizio in modo radicale e che né talvolta indul­
ge all’adulazione né crede mai all’adulatore, e che non solo non in­
ganna l’altro, ma non si lascia essa stessa ingannare, non facendo
mai un così grave male all’altro e, in pari tempo, non permettendo
che glielo si faccia. Non ci sia, dunque, alcuna finzione in te, né al­
cuna affettazione. Fa’ conto che l’intimo del tuo cuore - che, cer­
tamente, è sempre sotto lo sguardo di Dio - sia sempre sotto gli
occhi di tutti. Non permetterti di avere in cuor tuo una cosa e di
manifestarne un’altra. Ciò che è vergognoso a dirsi, lo sia anche al
solo pensarlo. Quanto al resto, è ormai noto a tutti e di comune
dominio quanto sia utile e necessaria al tuo proposito di consacra­
zione la virtù del digiuno e dell’astinenza, soprattutto in questi an­
ni in cui più facilmente il corpo è preda delle passioni. L’astinen­
za dal vino e dalle carni è lodata dall’Apostolo. Tutto ciò che ha il
potere di stimolare l’istinto e di fomentare la concupiscenza de­
v’essere fuggito per amore della castità. Pur tuttavia non desideria­
mo che tu, oppressa dalla grande fatica che questo comporta, sia
talmente gravata da soccombere subito sotto il suo stesso peso. Ve
ne sono molti, infatti, che, non possedendo, per effetto del troppo
entusiasmo, un’esatta idea delle proprie forze, sono improvvisa­
mente caduti e hanno ottenuto il risultato di ammalarsi prima che
quello di conseguire la santità legata al loro proposito di consacra­
zione. La moderazione è raccomandabile in ogni cosa, ed è sem­
pre encomiabile il senso della misura. Il corpo non va spezzato, ma
controllato. Le pratiche ascetiche siano dunque moderate e siano
compiuti nella semplicità e con ogni umiltà della mente i digiuni,
che indeboliscono il corpo, senza che l’animo si insuperbisca e
senza che un’occasione di umiltà finisca invece col generare l’or­
goglio e dalla virtù nascano i vizi. «Io - dice il salmista - quando
essi mi molestavano, indossavo il cilicio e affliggevo la mia anima
col digiuno» ci. La povertà nel vestire, la sobrietà del cibo e la spos-

ci Cf. Sai 3 5 ,1 3 .
104 Pelagio

satezza dovuta ai digiuni devono estinguere la superbia e non ali­


mentarla. Chi accetterebbe che l’efficacia di un medicamento arri­
vi a ulcerare la pelle, e lederebbe le parti sane con il rimedio per
curare quelle malate? E quale speranza di salvezza resterà, se que­
ste medicine dell’anima si rivelano essere dei veleni?

22. Le tue opere di misericordia giustifichino la fatica de


digiuno e la tua astinenza sia più accetta a Dio come causa di nu­
trimento per i poveri. Il Signore parla per bocca del profeta: Mise­
ricordia io voglio, e non sacrificiock. E nel Vangelo di Cristo leggia­
mo le seguenti parole: Beati i misericordiosi, perché troveranno mi­
sericordia cl. Ma ti chiedo che, al tuo posto, siano tua nonna e tua
madre ad assumere questo compito. Siano esse a fare le tue veci in
questo e ad innalzare verso il cielo il tuo tesoro. Sia dunque loro
compito quello di nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, visitare gli
infermi, offrire un tetto ai pellegrini e, nella speranza del premio
eterno, prestare a Cristo nella persona dei poveri. Cristo stesso, in­
fatti, disse: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di que­
sti miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a m e cm. Tu poi, soprattutto
mentre il tuo animo va maturando nella scelta di consacrazione
che hai fatto, devi astenerti da ogni altra occupazione e dedicarti a
perfezionare i tuoi costumi con ogni cura e ogni zelo. A ciò devi
applicarti tenendo completamente occupata la tua mente, in mo­
do tale da non sentirti né ricca né padrona. E ricordati della tua
nobiltà 26 al solo fine di competere con la grandezza della tua fa­
miglia mediante l’esempio della santità dei tuoi costumi. Perciò,
con la nobiltà che passa, progredisci verso una nobiltà più nobile
per meriti spirituali; ti sia cioè vanto ben maggiore quella nobiltà
che rende figli di Dio e coeredi di Cristo cn. Se volgi sempre lo
sguardo a questo tipo di nobiltà, fiduciosa di trovarvi una felicità
maggiore, allora smetti di gloriarti di ciò che ti dà di meno. Tutta

ck Os 6, 6. cl Mt 5, 7. cm Mt 25, 40. cn Cf. Rm 8, 16-17.

26 Cf. Ep. ad Oemetriadem 1 e 11. Cf. qui, Introduzione, pp. 44-46.


Epistola a Demetriade, 21-23 105

la dignità del tuo famoso casato e l’illustre onore del sangue degli
Anici siano trasferiti nella tua anima. Sia famoso, illustre, nobile e
si ritenga capace di vivere in coerenza con la sua nobiltà, colui che
disdegna di essere asservito ai vizi e di lasciarsi vincere da essi, per­
ché uno è schiavo di chi l’ha vinto co 27. Che cosa c’è, infatti, di più
indegno di questa schiavitù dell’animo? Che cosa di più turpe di
quando in esso domina l’odio o regna l’invidia? O di quando è
posseduto dall’avarizia o è tenuto prigioniero dall’ira, o quando al­
tri vizi lo rivendicano in proprietà? Non c’è motivo di inorgoglirsi
della nobiltà delle proprie origini, quando si sia schiavi nella parte
migliore di sé. E molto più disdicevole essere schiavi nella mente
che non nel corpo. Ritengo superfluo, poi, ammonirti di uscire di
casa per poco tempo e di rado e, visto che te lo avrà certamente
già insegnato fin dall’infanzia anche un senso mondano dell’ono­
re, comprenderai senza difficoltà che è ancor più necessario, in
questa vita che hai scelto, custodire quella solitudine che ad essa si
addice in sommo grado. Ti consiglio, perciò, di stabilire un limite
molto fermo anche alle visite che ricevi nella tua camera: non sia­
no troppe, né quotidiane, perché non sembrino porgerti, più che
l’ossequio, un motivo di dissipazione.

23. Benché tu debba consacrare tutto il tempo della tua


alXopus Dei e benché sia conveniente che ogni ora sia segnata da
un progresso spirituale, dal momento che devi meditare la legge
del Signore giorno e notte cp , occorre tuttavia stabilire un determi­
nato numero di ore nelle quali tu possa dedicarti più pienamente
a Dio e che ti inducano - come se ti trovassi sotto il dettato di una
legge - a concentrarti il più possibile con la mente. Sarebbe me-

C02 P t 2 , 19. cp C£ Sai 1 ,2 .

27 Cf. Pelagio [?], Ep. ad Celantiam 21 [tra le Epistole di Girolamo],


CSEL 56, 347. Anche qui Pelagio mette in evidenza il contrasto tra la nobil­
tà cristiana, basata sulle virtù evangeliche, e quella basata esclusivamente su
la nascita e le ricchezze. Cf. n. 50.
106 Pelagio

glio dedicare a questa applicazione il tempo del mattino, ossia la


parte migliore della giornata, e lasciare che, giornalmente, fino al­
l’ora terza 28, l’anima si eserciti nel combattimento celeste, come
nell’aula di allenamento di una palestra spirituale29. In queste ore,
ogni giorno, prega nella parte più interna della tua casa, con la
porta della tua camera ben chiusa c<5. Anche se in città, creati un
clima di solitudine e, lontana per un poco dal consorzio umano,
unisciti più strettamente a Dio. E quando poi sarai ritornata al co­
spetto dei tuoi, mostra loro il frutto della lettura e della preghiera.
Infatti, nel tuo ritiro non devi fare altro se non nutrire la tua ani­
ma con le parole divine. E saziala pure con questo cibo più nu­
triente, quanto basta per l’intera giornata. Leggi le Sacre Scritture
in modo tale da ricordarti sempre che esse sono parole di Dio, il
quale non comanda solamente che la sua legge sia conosciuta, ma
anche che sia messa in pratica. Non vi è alcun vantaggio, infatti,
nell’aver appreso le cose da fare senza poi compierle concretamen­
te. Trarrai, invece, il massimo vantaggio dalla lettura delle Scrittu­
re se ti rivolgerai ad esse come a uno specchio nel quale l’anima
possa rispecchiarsi e correggere tutto ciò che è brutto o perfezio­
nare tutto ciò che è bello30. La preghiera interrompa di frequente
la tua lettura e questa gradita alternanza nel tuo devoto intratteni-

C(i Cf. Mt 6, 6.

28 A proposito delle prime ore del mattino, considerate come il tempo


migliore della giornata da dedicare alla lettura delle Sacre Scritture e alla pre­
ghiera, de Vogiié suggerisce di rintracciarne l ’origine nelle catechesi mattuti­
ne in uso a Gerusalemme nel tempo quaresimale. Su di esse ci informa la pel­
legrina Egeria: per tre ore, dall’ora prima alla terza, il vescovo istruiva i can­
didati al battesimo, soprattutto attraverso la lettura e il commento delle Sacre
Scritture (cf. Egeria, Itinerarium 46, 3, PL, Suppi. 1, 1090).
29 II termine studium (“applicazione”) qui impiegato assume il significa­
to di “combattimento”.
30 Cf. Pelagio [?], Ep. ad Celantiam 15 [tra le Epistole di Girolamo],
CSEL 56, 341. Anche lì Pelagio usa la stessa immagine dello specchio, a sup­
porto di un’applicazione scritturistica, ossia il testo di M t 7,12 citato prece­
dentemente (cf. ibid. 14, CSEL 56, 341).
Epistola a Demetriade, 23-24 107

mento abbia lo scopo di continuare a infervorare la tua anima nel


processo di adesione a Dio. In un momento sia la serie degli even­
ti che costituiscono la storia della salvezza a istruirti, in un altro ti
diletti il santo cantico di Davide; ora sia la Sapienza di Salomone
ad ammaestrarti, ora siano le invettive dei profeti a incitarti al ti­
more di Dio; ora gli Evangelisti e gli Apostoli, perfezionamento
dell’antico messaggio, ti uniscano a Cristo nella santità dei costu­
mi. Imprimi profondamente nella memoria quegli atteggiamenti
che devi far tuoi e conservali nella continua meditazione. Rifletti
poi di frequente su quelli che devono essere portati a perfezione,
così che questo zelo per le realtà divine e questa formazione spiri­
tuale ornino a un tempo sia i tuoi costumi di vergine che il tuo
pensiero, e ti trasmettano insieme la santità e la sapienza. Dice, in­
fatti, la Scrittura: «Coloro che cercano Dio, troveranno la sapien­
za con la giustizia»cr. La stessa lettura sia fatta, però, con modera­
zione e il limite sia imposto per deliberata risoluzione e non a cau­
sa della stanchezza31. Infatti, come i digiuni fatti senza moderazio­
ne, il desiderio eccessivo dell’astinenza e le veglie sproporzionate
e disordinate mettono in evidenza la mancanza di moderazione, e
anzi con l’eccesso fanno sì che in seguito queste pratiche non pos­
sano eseguirsi equilibratamente; così uno sconsiderato entusiasmo
per la lettura può divenire censurabile e una pratica che per sé è
lodevole se fatta a suo tempo finisce col prestare il fianco al biasi­
mo se portata avanti con zelo indiscreto.

24. Bisogna dire, benché brevemente e in maniera succi


che generalmente là dove in qualche modo si eccede nel praticare
cose buone si cade nel vizio. Il tenore con cui si conduce una vita

crCf. Mt 6 ,3 3 .

31 Questo invito alla moderazione nell’accostare le Sacre Scritture con­


trasta con l ’appello che Pelagio rivolge a un neofita esortandolo ad applicar­
si senza sosta alla preghiera e alla salmodia, come se non avesse altra incom­
benza che quella di pregare e leggere. Cf. Pelagio [?], Liber de vita christiana
15, PL 40, 1045-1046.
108 Pelagio

perfetta è una grande cosa, davvero grande, lo ripeto, e dipende da


un’applicazione costante. Inoltre, è proprio di una sapienza consu­
mata sapere quale obiettivo si intenda raggiungere e in che modo
occorra farlo, mostrando prudenza in ogni azione e senza compie­
re nulla di cui ci si potrebbe in seguito pentire. Nello spazio di
un’ora, le situazioni possono mutare. Perciò, digiunare, darsi al­
l’astinenza, salmodiare e vegliare, più che applicazione richiedono
volontà. Qualsiasi cosa si intraprenda, non appena la si sia voluta, si
è già arrivati a conseguirla. E, senza dubbio, coloro che staccando­
si dal mondo abbracciano la vita consacrata nel pieno delle loro for­
ze fisiche sono in grado di assumersi più agevolmente questo impe­
gno. Cambiare concretamente il proprio modo di comportarsi, for­
mare in sé le singole virtù dell’animo e portarle alla loro piena
espressione è il frutto di una costante applicazione e di una lunga
consuetudine. Ecco perché in molti invecchiamo perseverando nel
proposito, ma senza aver effettuato quelle conquiste spirituali per
amore delle quali abbiamo abbracciato questa scelta. Ma la tua con­
dotta di vita deve avere in sé qualcosa di nuovo: una mirabile digni­
tà, pazienza, mansuetudine, pietà. Ciò che è più santo e perfetto, ciò
che può far crescere il tuo merito agli occhi di Dio e renderti più
grande in cielo è l’ideale che devi sempre perseguire e abbracciare.
Niente dev’essere più bello di una sposa di Cristo. Quanto più
grande è colui al quale bisogna piacere, tanto è maggiore lo sforzo
per piacergli. Le vergini che vivono nel mondo e che si preparano
alle nozze, e che, preferendo seguire la concessione ammessa dal­
l’Apostolo più che il suo consiglio, abbracciano il rimedio all’incon­
tinenza piuttosto che la ricompensa per la continenza, costoro, dun­
que, al fine di piacere ai loro sposi e innamorarli sempre più, si pre­
occupano con grande cura di rendersi eleganti e affidano la natura­
le bellezza del corpo all’arte della cosmesi. Questa è per esse la prin­
cipale preoccupazione quotidiana: dipingersi il viso con belletti di
colore appropriato, intrecciare i capelli con nastri d’oro, acconcia­
re il capo con perle splendenti, mettere orecchini che valgono un
intero patrimonio, ornare le braccia con bracciali e i fianchi con cin­
ture, e lasciar pendere dal collo sul petto gemme incastonate nel­
l’oro. Non minore ornamento richiede da te il tuo sposo: Egli che
Epistola a Demetriade, 24 109

col lavacro dell’acqua salutare ha reso pura, senza ruga e senza mac­
chia cs la Chiesa intera, desidera che essa divenga ogni giorno sem­
pre più bella, di modo che, mondata dai vizi e dai peccati una vol­
ta per tutte, possa essere sempre adorna dello splendore delle vir­
tù 32. E se Cristo richiede ciò a tutta la Chiesa, la quale ha al suo in­
terno sia donne vedove sia donne sposate, quanto a maggior ragio­
ne credi che Egli lo esiga da una vergine, la quale sembra essere sta­
ta scelta, come un fiore ancora più straordinario, dal bellissimo ap­
parato ornamentale della Chiesa! Fa’ tuo, dunque, tutto quell’orna­
mento grazie al quale puoi piacere a Cristo. Credi pure che il tuo
volto è sufficientemente bello per Dio se non ti interessa di appari­
re bella davanti agli uomini. A ornamento del capo conserva quello
che hai acquisito col sacro crisma, quando ti fu imposto quasi un
diadema di unzione regale, come espressione del mistero del regno
dei cieli. Le parole di Dio sono il miglior ornamento per i tuoi orec­
chi: ad esse sole deve essere rivolto l’udito delle vergini, ed esse so­
le debbono essere anteposte alle pietre più preziose. Per quanto ri­
guarda tutte le membra, siano accuratamente ornate con le opere di
santità, e tutta la bellezza dell’animo verginale risplenda del varie­
gato fulgore delle virtù a guisa di un monile tempestato di gem­
me 33. Allora il Re desidererà davvero la tua bellezza e ti dirà: Tutta
bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchiact. Questi ornamenti di
cui ho parlato saranno, poi, anche la tua più sicura protezione.
Queste stesse qualità che ti adornano per Dio possano anche fun­
gere da armi contro il diavolo34, il quale, a volte, entra nell’anima
per tramite di un qualsiasi lieve difetto. E se i bastioni delle virtù

cs Cf. E f 5, 26-27. ct Ct 4, 7.

32 Un simile paragone tra colei che è sposata nel secolo e colei che è spo­
sata con Cristo, si trova in Pelagio [?], Epistula ad Claudiam de virginitate 12
[tra le Epistole di Sulpicio Severo], CSEL 1, 241-242.
33 U n’argomentazione simile in ibid. 10, CSEL 1, 237-238.
34 Le stesse realtà spirituali che fanno da ornamento a Demetriade fun­
gono - sub contrario - anche da armi contro il diavolo. Cf. Girolamo, Ep. 22,
26, CSEL 54, 181-182.
110 Pelagio

non resistono, ci scaccia dal nostro posto di combattimento e, su­


bito, da nemico diventa nostro padrone. E per questo che la Scrit­
tura ci esorta dicendo: Se l’ira d’un potente montasse contro di te,
non lasciare il tuo postocu.

25. Dal momento iniziale in cui ti sei consacrata al Sign


con la professione della verginità, l’odio del nemico contro di te si
è accresciuto. Egli, che considera i guadagni altrui come un danno
per se stesso, considera sottratto a sé tutto quello che si duole di
vederti destinata a possedere. Ti conviene avere grande vigilanza e
attenzione e quanto più ricca hai iniziato a diventare presso Dio,
tanto più sollecitamente ti tocca guardarti dal nemico. Un vian­
dante a mani vuote e vestito sommariamente non teme le insidie
del brigante. Il povero dorme sicuro dai ladri notturni, anche se
non chiude le porte, mentre le ricchezze inducono sempre nel ric­
co il sospetto di prossime incursioni ladresche e così finiscono col
togliergli il sonno per l’incessante preoccupazione. Perciò, anche
la tua ricchezza, il tuo celeste tesoro, richiede questa protezione e
questa sorveglianza. Quanto più sei ricca tanto più devi essere vi­
gilante. Infatti, chi più possiede più deve temere di perdere quel­
lo che possiede. Il creatore dell’invidia non cessa di invidiare. E
colui che una volta per tutte fu scacciato da Dio si tortura con
un’invidia ancor più grande, quanto più onorato vede qualcuno
presso Dio. Colui che ha invidiato a Èva il paradiso terrestre, a
quanto maggior ragione invidierà a te il regno dei cieli! Dapper­
tutto - credimi - egli «va in giro cercando di divorarti», come di­
ce l’apostolo Pietrocv. Egli assale come un leone ruggente oppure
osserva ogni cosa con l’occhio astuto del nemico ed esplora ogni
possibile maniera di penetrare nella tua anima, osservando se per
caso ci sia un punto debole o più indifeso attraverso il quale poter
fare irruzione. Già ora fruga dappertutto e sondando bene ogni
singolo punto cerca il luogo nel quale possa infliggere una ferita.
Tu devi perciò guardarti con sollecitudine dalle sue insidie, giac-

cu Q o 10, 4. cvCf. 1 Pt 5, 8.
Epistola a Demetriade, 24-25 111

ché, come Paolo, non ti trovi sprovveduta di fronte alle sue astu­
ziecw. E quando l’Apostolo descrive i terribili poteri e le. facoltà del
diavolo, ci esorta nondimeno a combattere e ci mostra la potenza
del nemico proprio per far crescere la vigilanza nei soldati. Egli,
infatti, non vuole che ci dimostriamo paurosi, ma pronti alla bat­
taglia. Inoltre, non ci consiglia la fuga, ma ci fornisce le armi: Pren­
dete perciò - dice - l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel
giorno del pericolo e restare in piedi dopo aver superato tutte le pro­
ve cx. E subito, consegnandoci i singoli pezzi dell’equipaggiamen­
to necessario per il combattimento spirituale, aggiunge: State dun­
que ben saldi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza del­
la giustizia e coi piedi calzati pronti alla propagazione del vangelo
della pace, tenendo sempre in mano lo scudo della fede, con il quale
spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo
della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio, con ogni
sorta di preghiere e suppliche cv. E poiché in questa battaglia è pos­
sibile anche per le donne trionfare, prendi queste armi che Paolo
ha elencato e con un simile comandante che ti incoraggia aspetta­
ti con certezza la vittoria. Infatti, se possiedi tutto questo equipag­
giamento procederai sicura nel combattimento spirituale senza
aver paura di fronte al diavolo e a tutto il suo esercito. Mille ca­
dranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma non ti si avvici­
neranno cz. Anche il beato Giacomo - quel soldato veterano di Cri­
sto - con altrettanta autorevolezza ci promette la vittoria in questo
scontro. Dice infatti: Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al dia­
volo, ed egli fuggirà da voi da. Egli ci mostra in che modo dobbia­
mo resistere al diavolo, se cioè siamo davvero sottomessi a Dio, co­
sì che, facendo la sua volontà, possiamo anche meritare la grazia
divina e resistere più facilmente, con l’aiuto dello Spirito Santo, al­
lo spirito del male. Il diavolo, tuttavia, non combatte contro di noi
in uno scontro campale, né ci affronta a viso aperto, ma vince con
l’inganno e con la frode, usando contro di noi la nostra stessa vo-

cwC f.2 C o r 2 , 11. “ Ef 6, 13. ^ E f 6, 14-18. cz Sai 91, 7.


da Gc 4, 7.
112 Pelagio

lontà. L’avversario, infatti, acquista forza attraverso il nostro con­


senso e - come si suol dire - ci taglia la gola con la nostra stessa
spada. Ma è un debole nemico quello che non riesce a sopraffare
se non chi acconsente a essere sconfitto. Si allontani dunque sen­
za esitazioni, da noi e dal nostro animo, ogni sentimento di dispe­
razione e di paura dei nemici; non aiutiamoli, ma, al contrario,
sconfiggiamoli. Costoro ci danno perfino consigli, ma sta a noi ac­
cogliere o respingere quello che ci suggeriscono; infatti ci fanno
del male non imponendo ma consigliando e non estorcono il con­
senso ma lo chiedono con suadente insistenza. Ecco perché anche
ad Anania viene detto: Perché Satana ha così tentato il tuo cuore che
tu hai mentito allo Spirito Santo? db. Certamente l’Apostolo non
avrebbe mai imputato questo ad Anania se il diavolo avesse agito
senza il consenso della sua volontà. La stessa Èva fu condannata
dal Signore precisamente perché fu vinta da colui che ella, in real­
tà, era in grado di vincere. Colei che fu vinta non avrebbe infatti
meritato di essere punita dal Signore se non avesse avuto ella stes­
sa la capacità di vincere35.

26. La prima astuzia di questo tristo nemico, la sua più p


da scaltrezza, la pienezza della sua abilità nell’ingannare consiste
nello spossare, attraverso l’immaginazione, le anime inesperte e
nel suscitare la depressione - talvolta attraverso il loro stesso stile
di vita - in quelle menti che hanno da poco abbracciato la vita
consacrata, di modo che l’animo, rendendosi conto di quanto dif­
ficili siano gli inizi, possa essere facilmente distolto dal persevera­
re. Perciò il diavolo è solito ispirare alla mente pensieri così sordi-

db At 5, 3.

35 Questa argomentazione presume che il libero arbitrio sia in grado di


scegliere tra il bene e il male. Si noti, inoltre, l ’uso di verbi “giudiziari”:
«Certamente l’Apostolo non avrebbe mai imputato (imputaret) questo ad
Anania (...). La stessa Èva fu condannata (condemnatur) dal Signore (...).
Colei che fu vinta non avrebbe infatti meritato (meruisset) di essere punita
(iniustitiae punirì) dal Signore».
Epistola a Demetriade, 25-26 113

di ed empi che colui che è tentato, ritenendo colpa sua quel che
gli passa per la mente, arriva a credere di possedere uno spirito im­
mondo e di non essere all’altezza del suo proposito e di avere avu­
to un’anima molto più pura quando ancora amava le cose del
mondo. L’astutissimo nemico, infatti, vuole suscitare in coloro che
invidia il terrore di questa scelta suggerendo di disperare della san­
tità, così che, anche se non riesce a farli recedere dal loro proposi­
to, riesce però di sicuro a impedire loro - oppressi dalla tristezza
come sono - qualsiasi progresso. Ecco perché, al di sopra di tutto,
devi applicarti con amore allo studio delle Sacre Scritture, lascian­
do che la tua anima sia illuminata dalle parole divine e, di fronte
all’abbagliante parola di Dio, siano disperse le tenebre del diavo­
lo. Quest’ultimo, infatti, fugge subito dall’anima illuminata dalla
parola divina, che si intrattiene sempre in pensieri celesti e nella
quale la parola di Dio - di cui lo spirito malvagio è incapace di
sopportare la potenza - è costantemente presente. E per questo
motivo che il beato Apostolo, tra i pezzi che compongono l’arma­
tura per il combattimento spirituale, ha paragonato la parola di
Dio a una spada dc. Il migliore e più sicuro espediente è che l’ani­
mo, attraverso un controllo sempre attento e vigilante, si abitui a
discernere i propri pensieri, in modo da approvare o disapprova­
re subito, al suo primo affacciarsi, ciò che passa per la mente, e si
abitui a nutrire i buoni pensieri e a distruggere immediatamente
quelli cattivi. Lì, infatti, si trova sia la sorgente del bene sia l’origi­
ne del male, poiché l’inizio di ogni grande mancanza nel cuore è il
pensiero, il quale dipinge, per così dire, sul cuore come in un qua­
dro ogni singola azione prima ancora che si compia. Infatti, sia che
si tratti di un’azione sia che si tratti di una parola, viene prima con­
trollata per poterla dire o fare, e grazie a una ponderata riflessio­
ne si decide ciò che si farà. Tu stessa ti accorgi di quanto sia breve
il lasso di tempo che talvolta intercorre tra il pensare qualcosa e il
portare a compimento quel che si è pensato. Nella maniera più as­
soluta, mai viene fatto qualcosa o dalla lingua o dalla mano o da

dcCf. E f6 , 17.
114 Pelagio

qualche altro membro, senza l’ingiunzione previa dei pensieri. Per


questo il Signore, nel Vangelo, dice: «Dal cuore, infatti, provengo­
no i propositi malvagi, l’adulterio, la fornicazione, gli omicidi, i
furti, le false testimonianze, l’avarizia, la malvagità, la frode, l’im­
pudicizia, l’invidia, la bestemmia, la superbia, la stoltezza. Queste
sono le cose che rendono immondo l’uomo» dd. Tutta la tua solle­
citudine e la tua diligenza siano concentrate nella vigilanza. So­
prattutto, bisogna che tu controlli bene dove solitamente nasce il
peccato, e al primo affacciarsi della tentazione devi subito contra­
starla ed eliminare il male prima che esso si accresca. Non bisogna
perciò attendere che ingrandisca ciò che dev’essere temuto fin dal
suo apparire e che si sconfigge più facilmente quanto più imme­
diatamente ci si oppone ad esso. Perciò esclama la Scrittura divi­
na: Con ogni cura vigila sul cuore, perché da esso sgorga la vita de.

27. Bisogna comunque distinguere tra quei pensieri ai qu


volontà manifesta il proprio favore e che fa propri con affetto, e
quelli che, come ombra insignificante, sorpassano in volo la men­
te mostrandosi soltanto in quel momento passeggero - i greci li
chiamano τύπους (impressioni)36 - , e certamente occorre distin­
guere anche quei pensieri che offrono ispirazioni negative all’ani­
mo, il quale, però, le trova ripugnanti e vi si oppone. Anche la
mente, con un oscuro terrore, li contrasta opponendovi resistenza,
e, una volta espulsi, torna a gioire, così come si rattrista dopo aver-

dd Cf. Mt 15, 19-20. de Prv 4, 23.

36 II termine τ ύ π ο ς, letteralmente “colpo”, “impronta”, può essere reso


anche con “impressione”, “immagine” e, per metonimia, «impressione men­
tale» (cf. τ ύ π ο ς, in G.W.H. Lampe, A Patristic Greek Lexicon, Oxford 19764,
pp. 1418-1420, qui p. 1418). N el contesto in cui lo usa Pelagio, il termine va
compreso secondo quest’ultimo senso. Per qualche esempio nella letteratura
patristica greca, cf. Gregorio Taumaturgo, In Origenem oràtio panegyrica II,
8, SC 148, p. 98; Basilio di Cesarea, Homiliae in hexaemeron III, 2 (Die
Griechischen christlichen Schriftsteller der ersten drei ]ahahunderte, n.s. 2),
Berlin 1997, pp. 39-40.
Epistola a Demetriade, 26-27 115

li accolti. A quei pensieri che si mostrano alla mente in modo po­


co rilevante e si affacciano fuggevolmente non soggiace, nella ma­
niera più assoluta, alcun peccato, né si verifica alcuna lotta nei lo­
ro confronti. Ma in quei pensieri con i quali l’anima lotta per qual­
che tempo e ai quali la volontà si oppone si assiste a un combatti­
mento condotto da pari a pari. Infatti, o acconsentiamo ad essi e
siamo vinti, o siamo noi a sdegnarli e a rigettarli, conseguendo in
questo modo una vittoria sul campo. Il peccato, dunque, è sola­
mente nel pensiero, che ha dato alla suggestione il consenso della
mente che, carezzevolmente, favorisce la cattiva ispirazione che
porta con sé, e che smania di manifestarsi nell’azione. Questo ge­
nere di pensieri, anche se per qualche motivo è impedito nell’at-
tuarsi, e dunque non appaga la volontà che vi soggiace, è nondi­
meno condannato da Dio per atto criminale, come appunto leg­
giamo nel Vangelo: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha
già commesso adulterio con lei nel suo cuore df. Presso Dio, al qua­
le è nota ogni cosa ancor prima che avvenga, la completa volontà
di compiere qualcosa è giudicata come l’attuazione stessa del fat­
to. Per la qual cosa (come vedi, ripeto sovente quel che vorrei che
tu facessi sempre) devi meditare le Sacre Scritture senza posa,
riempire di esse la tua mente e, togliendo il posto ai cattivi pensie­
ri, ricolmare il tuo animo di sentimenti celesti. Mostra, dunque,
quanto tu ami Dio con l’amare la sua legge. Perciò dice la Scrittu­
ra: Coloro che temono il Signore, cercheranno di conoscere il suo vo­
lere; e coloro che lo amano si sazieranno della sua legge d«. Consape­
vole allora di quanto la sapienza ti aiuti ad amarlo e di quanto ti
sia di aiuto interiore la legge divina, potrai cantare con gioia al Si­
gnore, assieme a Davide: Conservo nel cuore le tue parole per non
offenderti con il peccato dh. L’animo, infatti, ha bisogno di essere
continuamente incitato con stimoli spirituali e di rinnovarsi quoti­
dianamente con maggior fervore. L’assiduità nella preghiera, l’illu­
minazione che ti proviene dalla lettura, la sollecitudine per le ve­
glie, questi sono i suoi incentivi sia di giorno sia di notte. Niente

df Mt 5, 28. ds Sir 2, 16 [19]. dh Sai 118 [119], 11.


116 Pelagio

più dell’ozio è deleterio per la tua scelta di vita: esso non solo non
consegue nuovi risultati, ma spreca anche quelli conseguiti. E tipi­
co di una vita santa gioire del proprio progresso mentre cresce in
esso; nell’inazione si intorpidisce e cessa del tutto. La mente de­
v’essere rinnovata quotidianamente con nuovi incrementi di virtù
e questo nostro cammino di vita dev’essere misurato non in base a
quello che è stato già percorso, ma in base a quello che ancora ri­
mane da fare. Finché siamo in questo corpo, non dobbiamo mai
credere di essere già arrivati alla perfezione: così infatti ci si arriva
più facilmente. Finché tendiamo con forza verso ciò che ci sta da­
vanti, non scivoliamo indietro. Ma quando cominceremo a non
muoverci, in realtà siamo già andati giù, così che il nostro non è
più un avanzare ma un tornare alle posizioni precedenti. Cessi
ogni ignavia e l’inutile sicurezza basata sulle fatiche compiute in
passato. Se non vogliamo regredire, dobbiamo correre. Il beato
Apostolo, che viveva giorno per giorno per Dio e si curava sempre
di quello che doveva ancora fare e non di quello che aveva già fat­
to, diceva: Fratelli, io non ritengo di avere afferrato nulla. Questo
soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, punto al­
la meta cercando di raggiungere il premio che Dio chiama a ricevere
in cielo Se il beato Paolo, vaso di elezione, che era talmente ri­
vestito di Cristo da dire: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive
in me d), se pure lui, dunque, non cessava mai di spingersi oltre, di
crescere e progredire, che cosa dobbiamo fare noi per i quali è au­
spicabile che al termine del nostro cammino veniamo equiparati
con l’inizio di quello di Paolo37? Imita dunque colui che disse: Fa­
tevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo * Dimentica tutto il
passato e ogni giorno considera di dover incominciare da capo,
senza accusare il giorno trascorso invece del giorno presente, nel
quale devi darti da fare per servire Dio. Custodirai al meglio ciò

diF il3 , 13-14. di Gal 2, 20. dkCf. 1 Cor 4 ,1 6 ; Fil 3, 17.

37 Cf. Gregorio di Nissa, Vita Moysis Pref. 5-10; II, 225-236, in SC l ter,
pp. 48-50; 262-268.
Epistola a Demetriade, 27-28 117

che hai ricercato se non cesserai mai di cercare38. I risultati rag­


giunti, infatti, subiranno una diminuzione se cesserai di conseguir­
ne di nuovi.

28. Potresti dire: «La fatica è troppo grande!». Ma pensa


che ti è stato promesso: ogni impegno che ci si assume diventa leg­
gero se ci si ferma a considerare la sua ricompensa e la speranza
del premio diventa conforto della fatica39. Così il tenace contadi­
no si rallegra al pensiero di aver solcato con la forza del vomere il
campo non arato da lungo tempo e le zolle rese più fertili dal ripo­
so, ed è straordinariamente felice nel commisurare, in base alla dif­
ficoltà del suo lavoro, la sua speranza di ottenere un raccolto attra­
verso la fatica. Allo stesso modo, l’avido commerciante non teme
il mare e anzi osa fissare senza batter ciglio i flutti spumeggianti e
la furia dei venti. E così, in preda a ogni fatica e pericolo, mentre
pensa solo al guadagno, dimentica del pari la spossatezza e la pau­
ra. Considera, ti prego, la grandezza della tua ricompensa, ammes­
so che sia possibile valutare ciò che è immenso. Dopo che l’anima
ha lasciato il corpo ormai morto, dopo lo sfacelo della carne, do­
po la polvere e la cenere, la vergine dovrà rinnovarsi in uno stato
migliore. Il corpo che è stato consegnato alla terra sarà elevato al
cielo e il tuo essere mortale dovrà trasformarsi con l’onore dell’im­
mortalità. Dopo, ti sarà concessa la compagnia degli angeli, perché
tu riceva il regno dei cieli e dimori sempre con Cristo. Che cosa

38 L’accentuato moralismo che percorre pressoché interamente la lette­


ra, tramite l’insistenza su ciò che occorre fare per ottemperare alla legge divi­
na, trova qui un improvviso slancio in avanti che sembra alludere a un dina­
mismo spirituale senza limitazioni di sorta.
39 Sulla grandezza dell’impegno faticoso della vergine e la ricompensa
che l’attende, cf. Pelagio [?], Epistula ad Claudiam de virginitate 2, CSEL 1
[tra le Epistole di Sulpicio Severo], 226-227. Cf. anche: «Arduo è il cammi­
no della castità, ma grandi sono le ricompense» (Id. [?], Ep. ad Celantiam 31
[tra le Epistole di Girolamo], CSEL 56, 355). Sulla stessa linea si muove
Girolamo quando scrive alla vergine Eustochio (Girolamo, Ep. 22, 38, CSEL
54, 204).
118 Pelagio

renderai al Signore per tutto quello che ti ha dato Λ? Che cosa po­
trai ancora ritenere arduo, con un simile rimuneratore che ha in
serbo così eccelsi premi? Del resto, come ci ricorda il beato Apo­
stolo: «Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente
non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata
in noi» d™. Che cosa, dunque, nel breve tempo della nostra vita,
possiamo fare o sopportare di adeguato, destinato com’è ad otte­
nere in ricompensa l’immortalità?

29. È per questa ragione che lo stesso Apostolo dice: Inf


il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione in questo
mondo, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria dn. Che
gli onori dunque siano respinti e le ricchezze disdegnate. La nostra
vita stessa sia disprezzata per amore del martirio. Tutte queste co­
se, infatti, se anche non fossero sacrificate in vista del premio eter­
no, sarebbero in ogni caso destinate, prima o poi, a perire. Anche
questo pèrdono coloro che bramano di possederlo stabilmente40.
E quanti ne ricordiamo di coloro che erano insigniti dei massimi
onori e ricchezze e che, improvvisamente, sono precipitati da
quell’altissima posizione di potere; costoro, che, gonfi d’orgoglio,
ritenevano di essere diversi dagli altri uomini, ci hanno insegnato,
con il modo con cui sono finiti, che cosa fossero realmente. Difat­
ti, che cosa c’è di duraturo in questo mondo? Che cosa di sicuro?
Che cosa che non sia breve, incerto e soggetto al caso? Che tipo di
bene è ciò che hai paura di perdere, o che temi ti venga portato via
o che sai di dover lasciare? Infatti, anche se non avvenisse mai il
caso che ti sia strappato, certamente devi perderlo al momento del­
la morte. E se anche la nostra vita dovesse estendersi per mille an­
ni e potessimo giungere all’ultimo giorno della nostra esistenza nel
quotidiano godimento dei piaceri, di quale natura - ti chiedo - po-

^ Cf. Sai 116, 12. <*“ Cf. Rm 8 ,1 8 . <^2 Cor 4, 17.

40 Sul carattere transeunte ed effimero di questo mondo, cf. Pelagio [?],


Ep. 7 de divina lege (Pseudo-Girolamo) 8, PL 30, 114.
Epistola a Demetriade, 28-30 119

trà mai essere questo tempo così lungo se poi alla fine anch’esso
viene distrutto? E quale profitto in quel piacere che, una volta ces­
sato, sembra non esserci mai stato? Suvvia, passa mentalmente in
rassegna il tempo della tua vita già trascorso. Non ti sembrerà che
il passato sia come un’ombra e che, qualunque cosa vi si scorga,
sia incerta e offuscata, a guisa di un sogno evanescente? Questa
stessa sensazione può averla anche un vecchio decrepito, il quale
può dire con il Profeta: I miei giorni come ombra sono declinati, e
io come erba sono inaridito do.

30. Ma se possiamo fare una tale affermazione anche qu


mondo, dove questa vita, benché breve, è pur tuttavia - poiché è
presente - assai stimata, che cosa mai diremo nel mondo futuro
quando, in virtù di una più forte presenza dell’eternità, tutto ciò
che è passato non conta più nulla? Ripensa diligentemente a que­
ste considerazioni e, disprezzando la brevità di questa vita nella
contemplazione dell’eternità, rigetta con forza d’animo anche
maggiore il tuo stesso disprezzo del mondo e preparati bene
esclusivamente per quel giorno nel quale la gloria del mondo è
destinata a finire. Quel giorno, lo ripeto, che il Salvatore ha para­
gonato al diluvio jp e che, giungendo furtivamente - come dice
l’Apostolo dq - , sorprenderà molti che si sono lasciati ingannare
da fallaci sicurezze. Descrivendo questo giorno, il beato Pietro di­
ce: Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli rapida­
mente passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveran­
no. Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali
dobbiamo essere noi, nella santità della condotta e nelle opere di
pietà, attendendo e affrettando la venuta del Signore Dio, quando i
cieli ardenti si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderan­
no? dr. E accaduto di recente, come tu stessa hai udito, che Roma,
la dominatrice del mondo, ha tremato, oppressa da un lugubre
spavento, al suono della stridula tromba e al clamore delle urla

do Sai 101, 12. dP Cf. Mt 24, 39. d<iCf. 1 Ts 5 ,2 . dr2 P t


3, 10-11.
120 Pelagio

dei goti. Dov’era allora l’ordine della nobiltà?. Dov’erano coloro


che ne occupano i gradi più distinti e sicuri? Tutto fu gettato nel­
la confusione e dominato dalla paura; in ogni casa si piangeva e
un uguale terrore aveva afferrato tutti41. Il servo e il nobile erano
una cosa sola. Tutti vedevano la stessa morte in faccia, con la dif­
ferenza che a temerla di più erano quelli per i quali la vita era sta­
ta più piacevole. Se siamo così timorosi della mano umana di un
nemico mortale, che cosa faremo quando la tromba comincerà a
tuonare dal cielo con un squillo spaventevole e quando il mondo
intero rimbomberà tutto insieme alla voce dell’arcangelo, più
squillante di qualsiasi tromba? Che cosa faremo quando vedremo
urtarsi sopra di noi non armi fatte da mano d’uomo, bensì il tu­
multo delle stesse potenze celesti, come dice il Profeta: Quando il
Signore verrà per fare di tutta la terra un deserto e per sterminare i

41 II sacco di Roma dell’agosto del 410 ad opera dei goti guidati da Ala­
rico, suscitò un’impressione profonda negli animi più sensibili e colti. Il fatto
che la città eterna, la domina orbis, che era rimasta imprendibile e inviolata
per un millennio, era ora messa a ferro e fuoco da orde barbariche, non solo
rivelò la ormai evidente vulnerabilità dei confini dell’impero romano, ma mi­
se anche a nudo le incognite sul futuro stesso della civiltà romana che rischia­
va di scomparire sotto la pressione delle popolazioni barbariche. Girolamo
può essere considerato portavoce di coloro che nel sacco di Roma vedevano
compromessa la sua vocazione civilizzatrice nel mondo: «Che cosa vi sarà di
salvo, se Roma perisce? (Q uid salvum est, si Roma perit?)» (Girolamo, Ep.
123, 16, CSEL 56, 94). Benché non meno sconcertato di Girolamo, Agostino
sposterà tuttavia l’accento dalla reazione emotiva e psicologica a quella di ca­
rattere soprannaturale e teologico. Infatti, nel De d vita te Dei, rispondendo al­
le accuse dei pagani che attribuivano il sacco di Roma all’abbandono delle di­
vinità protettrici della città, Agostino non solo si esibirà in una difesa a vasto
raggio del cristianesimo, ma farà anche una lettura metastorica e metapoliti­
ca dei disastrosi avvenimenti dell’agosto del 410. Va comunque ricordato che
la distruzione causata dai goti durante il saccheggio di Roma - durato solo tre
giorni - fu parziale. N on va, infatti, dimenticato che Alarico era un cristiano
ariano e aveva dato ordine che si risparmiassero il più possibile le vite uma­
ne. Se quindi ci fu distruzione e morte, non vi fu certamente alcun massacro.
La stessa Demetriade, con la sua famiglia, potè lasciare Roma incolume dopo
il sacco della città.
Epistola a Demetriade, 30 121

peccatorids? Quale terrore, quale caligine e quali tenebre arrecherà


allora quel giorno a noi quando ci avrà trovati impreparati, benché
ammoniti così tante volte? Allora - dice - piangeranno su se stesse
tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra
le nubi del cielo con grande potenza e gloria dt. Allora cominceranno a
dire ai monti: Cadete su di noi! E ai colli: Copriteci! [E alle rocce:
Apritevi per noi!] du 42. Queste cose avvengano per coloro che, pri­
gionieri delle molte preoccupazioni di questo mondo, non pensano
mai alla sua fine. Tu, invece, che mediti notte e giorno sulla venuta
del Cristo; tu che, data la purezza della tua coscienza, devi bramare
la presenza del Signore e attendi la fine del mondo come il tempo
stabilito per la tua ricompensa; tu dunque riceverai dal cielo un’oc­
casione di gaudio e non di paura. Allora, infatti, ti unirai ai cori dei
santi e, accompagnata dalle sante vergini, volerai in alto verso lo
sposo, dicendo: «Ho trovato colui che la mia anima ha cercato» dv.
E non temerai più di essere separata da lui per qualche tempo, poi­
ché nel medesimo istante deve esserti data sia la gloria dell’immor­
talità che lo splendore dell’incorruttibilità, e sarai sempre con Cri­
sto, come dice l’Apostolo: Perché il Signore stesso, a un ordine, a una
voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cie­
lo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i super­
stiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al
Signore nell’aria, e così saremo sempre con Cristo dw. Sia questa la tua
costante preoccupazione e il tuo ininterrotto impegno; siano sempre
questi i pensieri che devono essere presenti nel cuore di una vergi­
ne. La fatica di ogni giorno sia orientata verso di essi, in essi sia af­
fidato di notte il tuo sonno, e per essi la tua anima si risvegli nuova­
mente al mattino. In realtà, nessuno sforzo deve sembrare troppo
pesante e nessun tempo deve sembrare troppo lungo, quando a tal
prezzo si consegue la gloria dell’eternità.

ds Is 13, 9. dt Mt 24, 30; cf. Dn 7, 13-14. du Le 23, 30; cf. Os


1 0 ,8 . dvCf. C t 3 , 4 . dw 1 Ts 4, 16-17.

42 Una simile e vivida descrizione della venuta del Signore si trova in


Pelagio [?], Ep. 1 de divina lege (Pseudo-Girolamo)7, PL 30, 112-113.
INDICI
INDICE SCRITTURISTICO

A n t ic o T e s t a m e n t o Giobbe
1, 2: 75
Genesi 1, 8: 75
1, 26s.: 39 1,21:76
5, 24: 72 2, 3: 75
6, 9: 72 27, 6: 75
7, 1: 73 31, 13:76
14, 18: 73 31,24: 76
24: 72 31,29: 75
37, 28: 74 31,31-32: 76
45, 15: 74
49, 5: 77 Salmi
Esodo 1, 2: 105
35, 13: 103
3,6.15:73
91,7: 111
Levitico 109, 4: 73
101, 12: 119
4, 13: 80
109, 4: 73
11, 44: 39
116,12:118
19, 16.17: 99
19, 18: 74 118 [119], 11: 115

Deuteronomio Proverbi
30, 19: 68 4,23: 114

2 Samuele Qoelet
7, 14: 98 10,4: 110
126 Indice scritturistico

Cantico dei Cantici Nuovo T estam ento

3,4: 121
4, 7: 109 Matteo

Sapienza 3, 10: 83
5 ,6
1, 11: 100 5, 7: 104
5,28: 74, 115
Siracide 5, 34: 100
2, 16 [19]: 115 5,37: 100
15, 14: 68 5, 44-45: 99
24, 20: 86 5, 45: 99
28, 24ss.: 99 6, 6: 106
6, 33: 107
7, 12: 81
7, 19: 92
1, 19: 77
13,9: 121 7, 21: 84
65, 12: 77 7, 22-23: 84
66, 2 : 102 11,29: 101
11,30: 88
Geremia 13, 43: 95
15, 19-20: 114
9, 12-13: 77 19, 12: 82, 83
44, 23: 77 23,3:72
23,37: 77
Daniele 24, 30: 121
7, 13-14: 119 24,39: 119
25, 12: 84
Osea 25, 30: 92
25, 40: 104
6, 6: 104
10 , 8 : 121
Luca
6, 27: 99
6, 30: 75
23,30: 121
Indice scritturistico 127

Giovanni 4, 29: 100


15, 2: 92 5 , 1: 98
5, 17: 80
A tti degli Apostoli 5, 26-27: 109
5, 27: 42
5,3:112 6, 13: 111
Romani 6, 14-18: 111
6, 17: 113
2, 14-15: 72
6, 14: 80 Filippesi
8, 16-17: 104
8, 18: 118 2, 14-15: 92
9, 20: 70 2, 15: 94
12, 1: 80 3, 13-14: 116
12, 17: 75 3, 17: 116
12, 17.21: 99
Colossesi
1 Corinti 4, 1:76
4, 16: 116
6, 10: 100 1 Tessalonicesi
7, 25: 82 4, 16-17: 121
7, 34: 84, 87
5,2: 119
14, 38: 80
15, 41-42: 95
1 Timoteo
2 Corinti 5, 10: 50
2 , 11 : 111 6, 17: 76
4, 17: 118
13,3:82 Giacomo
3,2: 100
Galati 4,7: 111
2,20: 116
6, 14: 84 1 Pietro
2,23: 101
Efesini 3,9: 101
4,21: 102 5,8: 110
128 Indice scritturistico

2 Pietro 1 Giovanni
2, 8: 73 3, 2-3: 99
2, 19: 105
3, 10-11: 119
INDICE DEGLI AUTORI ANTICHI

Agostino: 9, 10, 13, 18, 19, 20, Ep. 92: 3 In


21, 22n, 23, 26, 27, 30, 31, Ep. 99: 3 In
3 4 ,35,36, 45,51, 120n Ep. 126 6: 30n
Confessiones 10, 31,45: 20n, Ep. 130 3 In; 130,30: 33n
30n Ep. 131 3 In
Contra Iulianum
Ep. 146 18n
I, 4, 13: 26η; III, l,5 :2 1 n
Ep. 150 36n,45n, 46n
De bono coniugali·. 15n
De civitate Dei: 120n Ep. 175 19n; 175, 1: 20n
De dono perseverantiae 20, Ep. 176 19n; 176, 4: 20n
5 3 :30n Ep. 177 19n; 177, 15: 20n;
De gestis Pelagii, 10: 12, 27- 177 19: 21n
28: 17η; 19, 43: 17η; 21, 45: Ep. 178 19n
18η; 22, 46: 13η, 17η; 29, Ep. 179 19n;1 7 9 ,2 :14n
53: 18η; 33, 58: 17η; 34,59: Ep. 186 19n; 186, 1: lln ,
18η; 35, 61-65: 11 13n 30n; 186, 37: 51n
De gratta Christi et de pecca­ Ep. 188 3 In; 188, 1: 34n;
to originali·. 36, 54, 55: I, 1,
188 2: 36n, 86n
1-2: 29η; I, 22, 23: 54η; I,
Ep. 190 6, 23: 25n
27,28: 54n; 1 ,3 0 ,32:22η; I,
31, 33: 22η; I, 35, 38: 22n, Sermo 131, X, 10: 2 In
30η; 1,37,40:55η; 1,37,40-
38, 42: 36η, 54η; I, 40, 44: Beda il Venerabile: 54, 55
54η; I, 41, 45: 22η; II, 19, In Cantica Canticorum·. 54n
21: 22n
De natura et gratia·. 19n, 79n Basilio di Cesarea:
De sancta virginitate·. 15η Homiliae in hexaemeron III,
Ep. 4*, 2: 19η 2 : 114n
130 Indice degli autori antichi

Celestino I: In Hieremiam prophetam


Ep. ad Galliarum Episcopos Prol. 4, e III, 1: lln , 12n
V ili, 9: 25n Ep. 22, 26: 109n; 22, 29:
91n;22, 38: 117n
Celestio: 10, 16, 18, 19, 20, 21, Ep. 50, 2: 12n, 14n
22, 23, 23n ,25,27,55 Ep. 57,12: 44n
Libellus fidei Zosimo papae Ep. 66, 4: 44n; 66, 6: 44n
oblatus: 22η Ep. 108, 1: 44n
Ep. 118,5:44n
Costanzo (imperatore): Ep. 123, 16: 120n
Ep. 19: 27n Ep. 130: 3 In, 45n; 130, 1:
35n; 130, 2: 34n; 130,3:
Egeria: 33n; 130, 4: 33n; 130, 6:
Itinerarium 46, 3: 106n 34n, 45n; 130, 7: 34n;
130, 7-14: 35n; 130, 11:
Faltonia Vetitia Proba: 84n; 130, 16: 32n, 35n
Cento uergilianus de laudi- Ep. 133,3:29n
bus Christi: 33n
Gregorio di Nissa:
Gennadio: 32 Vita Moysis Pref. 5-10:116n
De viris illustribus 19: 32n Π, 225-236: 116n
6 3 :15n
Gregorio Taumaturgo:
Giovanni Crisostomo: 16 In Origenem oratio panegyri­
La vanagloria e l’educazione ca Π, 8: 114η
dei figli: 88n
Ilario d’Arles:
Giovenale: Sermo de vita S. Honorati 4,
Satirae XIII, 195: 53n 1: 47n

Girolamo: 12, 14, 15n, 19, 29, Innocenzo I: 19, 20,21, 22, 23,
30, 31, 33, 34, 35, 44, 45, 2 5 ,4 5 ,5 4 ,5 5
46,54,55 Ep. 15: 45n
Adversus louinianum: 15n Ep. 29: 2 In
Dialogus adversus Pelagia- Ep. 30: 2 In
nos: 9, 9n, 16n, 19 Ep. 31: 21n
Indice degli autori antichi 131

Inscriptiones Latinae Christia­ De libero arbitrio (frammen­


nae veteres 63: 45η ti): 10η ,18
Denatura (frammenti): 10η,
Lorenzo di Rossi da Valenza: 19n, 20n, 79n
Vita epistole de sancto Hie­ De possibilitate non peccan­
ronymo ulgare·. 55n di 4, 2: 39n
Mario Mercatore: Eclogarum liber: 16,17
Commonitorium adversum Epistula ad Celantiam 5 :81n,
haeresim Pelagii et Caelestii: 92n; 6:93n; 10:85n, 89n; 14:
70n, 7 In, 107n; 15: 106n;
l l n , 13η, 17η
17: 102n; 20: 102n; 21: 45n,
Commonitorium super no­
105n; 31: 117n
mine Caelestii 3 ,1 : 25n, 27n
Ep. ad Claudiam de virgini­
Onorio (e Teodosio), imperatori: tate 2: 117n; 4: 82n; 6: 81n;
Sacrum rescriptum: 24n 9: 87n; 10: 109n; 12: 109n
Epistula ad Demetriadem
Origene: 15, 16 (nell’Introduzione) 1: 34n,
De principiis: 15n 42n, 43n, 44n, 45n; 2: 38n,
Commento al Cantico dei 39n; 3: 39n, 40n, 41n; 4:
Cantici: 15n 12n, 38n, 39n, 40n, 41n; 5:
Commento alla Lettera di 39n; 6: 39n; 8: 38n, 39n,
Paolo ai Romani: 15n 40n, 41n; 9: 38n; 10: 40n,
43n; 13: 53n; 14: 33n, 43n,
Orosio: 9, 10, 17, 18, 54 46n, 48n; 17: 38n, 50n; 19:
Liber apologeticus contra Pe- 47n; 20: 49n; 21: 52n; 22:
lagianos 3: 17n; 12: lln ; 29: 46n; 23: 34n, 38n; 24: 42n;
34n,54n 25: 53n; 28:53n; 30:50n
Paolino di Nola: 13n, 19n, 20n, Ep. ad Innocentium: 22n
2 9 ,3 0 ,4 4 ,5 1 Epistula de castitate·. 4 3 ,43n
Ep. 13, 15: 44n Ep. 7 (de divina lege), 7, 4:
Ep. 22: 32n 80n; 7, 5: 93n; 7,7: 121n; 7,
Ep. 29, 6: 44n 8: 118n; 7, 9: 27,27n
Expositiones X III epistula­
Pelagio: rum Pauli, 10η, 1 5 ,1 6 ,43η
Chartula defensionis: 18 [in I ad Tim 5, 10]: 50n
De fide Trinitatis (frammen­ [in Rom 1, 1]: 49n
ti): 15 Libellus fidei: 10η, 22
132 Indice degli autori antichi

Liber de vita christiana 1: Secondino:


72n; 14: 71 n ;15: 107n Ep. Secundini Manichaei ad
sanctum Augustinum·. 3 In
Prospero d’Aquitania:
De gratia Dei et libero arbi­ Valeriano di Cimiez: 49
trio contra Collatorem 5: Homilia 14, 3: 49n
25η
Virgilio:
Prudenzio: 45 Georgica III, 65: 53n
Contra Symmachum 1: 32η Aeneis II, 369: 53n
Peristephanon 10, 123-125:
45η Zosimo: 22, 22n, 23, 23n, 24,
24n ,25, 25n, 26, 26n
Pseudo-Prospero d’Aquitania: Epistula Tractoria·. 9, 10, 25,
36 25η
Epistula ad Demetriadem Ep. 2 (Magnum pondus): 22η
seu tractatus de humilitate: Ep. 3 (Postquam a nobis)·.
36η 23n
Ep. 12: 23n
INDICE DEGLI AUTORI MODERNI

Alberigo G.: 13n Frede H.J.: 15n


Amann E.: 5, 5n, 25n Freyburger G.: 28n

Bohlin T.: 7n Garcia-Sanchez C.: 7n


Bonner G.: 7n, 26n Gamier J.: 16n, 18n
Breyfogle T.: 15n Geerlings W.: 55n
Brown P.: 28n, 29, 29n, 30n, Gonsette M.: 50n
3 In, 43n, 52n Greshake G.: 7n, 8n, 39n, 55n
Bruyn (de) T.: 16n, 27n Gribomont J.: 15n
Burns J.P.: 25n Grossi V.: 13n

Cerretini A.: 43n Hamman A.: 18n


Chastagnol A.: 33n Hedde R.: 5
Chelius K.H.: 7n
Consolino RE.: 48n Jacobs A.S.: 47n, 48n
Courcelle P.: 30n, 33n Jenal G.: 13n, 28n, 32n

Di Berardino A.: 13n Kessler A.: 10η


D ’Aprile M.M.: 56
DivjakJ.: 19n Lamberigts M.: 5n, 7n, 8n, 9n,
Dunphy W.: 35, 35n 10η, lln , 21n,
Duschesne L.: 22n Lampe G.W.H.: 114n
Duval Y.-M.: 12n, 19n Lancel S.: 5 In
Laurence R: 3 In, 33n, 35n
Evans R.F.: 12n Louchez E.: 6n

Ferguson J.: 27n Maestro Zanobi: 55n


Fitzgerald A.D.: 12n, 15n, 22n Mandouze A.: 34n
Floéri F.: 25, 26n Markus R.: 46n
134 Indice degli autori moderni

Marrou H.-I.: 16n, 17n 32, 32n, 37n, 51n, 52n, 53,
Mayer C.: 7n 53n,55n
MayeurJ.-M.: 13n Prete S.: 7n, 43n
Moreschini C.: 56
Munier C.: 25n, 27n Rees B.R.: 37n,51n, 53n, 55n

Nàf B.: 46n Salamito J.-M.: 28, 28n, 46,


Newman J. H.: 55n 46n,47n, 49n, 52n
Nuvolone F. G.: 7n, 8n, 10η Salzman M.R.: 28n, 46n
Solignac A.: 7n
Ogliari D.: 36n Souter A.: 7 , 7n, 15n
Studer B.: 22n
Pemot L.: 28n
Pietri C.: 13, 13n, 15n, 16n, TeSelle E.: 12n
22n, 24n, 25n, 26n, 27n, Tibiletti C.: 8n, 43n
28n, 3 In, 32n, 33n, 37n
Pietri L.: 27n, 3 In, 32n, 33n, Valero J.B.: 7n
37n
Pirotte J.: 6n Wermelinger Ο.: 7n, 9n, 10η,
Plinval G. (de): 5, 7, 7n, 12, l ln , 14n, 17n, 18n, 22n,
12n, 16n,27n,28n, 31,3 In, 24n,25n,26n, 32n
INDICE DEI NOMI, DEI LUOGHI
E DELLE COSE NOTEVOLI

Abele: 39, 41, 72, 78 Basilio di Cesarea: 114


Abramo: 39, 73 Beda il Venerabile: 54
Adamo: 2 6 ,4 1 ,5 1 ,7 2 , 78 Betlemme: 44, 92n
Adulazione: 102
Caino: 41, 78
Alarico: 33, 120n
Calunnia/detrazione: 99s.
Albina: 29, 30
Caro: 18
Alipio: 19, 20n, 36
Cartagine: 17, 18, 19, 21, 34
Ambrogio: 13, 15n Cipriano: 13
Ambrosiaster: 13, 16 Cirillo d’Alessandria: 19
Anania: 112, 112n Comando e consiglio: 81ss.
Anastasio I (papa): 16, 32n Combattimento spirituale: 111,
Anicia Faltonia Proba: 31, 33, 115
34, 35, 36 Concilio di Cartagine: 19, 19n,
Anicia Giuliana: 31, 33, 34, 20n,2 2 ,2 3 ,23n, 2 4 ,26n, 29
34 n ,35, 36, 45, 46n Concilio di Diospoli: 10, 17,
Anicio Auchenio Basso: 33n 18, 19, 22
Anicio Ermogeniano Olibrio: Concilio di Efeso: 27
33n Concilio di Milevi: 19, 19n,
Anicio Petronio Probo: 33n 20n ,22
Consuetudine (al bene e/o al
Anicio Probino: 33n
peccato): 78s., 88s., 89n,
Antiochia: 27
96s., 108
Astinenza/digiuno: 97s., 103s.,
Conversio/conversatio-. 43 s.
107s. Ctesifonte: 27
Aurelio (vescovo di Cartagine):
19, 20n, 2 3 n ,34 Decus: 47
Autostima: 98 Depressione/tristezza: 112s.
136 Indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli

Diavolo: llOss. Giuliano: 44


Dignitas·. 47, 98 Giuseppe (patriarca): 39, 73s.
Dispar voluntas·. 41 Giustizia: 72s., 78, 79, 82s., 87,
Disprezzo e gloria del mondo: 95, 107
119 Gola: 96
Donnione: 12 Gratia quotidiana: 21
Grazia: 24s., 25, 30, 40,51,54,
Egeria: 106 70, 80
Enoch: 41, 72, 78
Honor: 47, 90, 98, 105, 118
Eracliano, comes d’Africa: 34,
34n Ignoranza: 79
Eros di Arles: 10, 17, 22 Impeccantia: 17, 18n
Esaù: 41, 78 Intento pedagogico dell’Ep. A d
Eustochio: 91n Demetriadem: 37s., 42, 65
Èva: 110, 112, 112n Invidia: 96, 105, 110
Evagrio Pontico: 29 Ira: 102, 105
Evodio: 19, 20n Isacco: 39, 73
Italica: 31
Fine del mondo: 120s.
Fragilità umana: 94 Lazzaro di Aix: 10, 17, 22
Fuga mundi·. 48 Lectio divina!meditazione delle
Scritture: 38, 105ss., 113,
Gens Anicia/Anicii·. 31, 32, 33, 115
34, 35, 46,48, 105 Legge: 78s.
Libero arbitrio: 40s., 51, 54,
Gens Caeionia/Caeionii·. 29, 30
6978, 112n
Gens Furia/Furii: 44
Lot: 73, 78
Gerusalemme: 17
Giacobbe: 39, 41, 73, 78 Marcellino (diacono): 23
Giacomo (ex discepolo di Pela­ Martino di Tours: 32
gio): 14,20n Melania junior: 29, 30
Giobbe: 75 Melania senior: 29, 44
Giovanni (vescovo di Gerusa­ Melchisedek: 73
lemme): 14, 17, 17n, 19n Menzogna: 100
Gioviniano: 14n, 15, 15n Misura/moderazione: 103, 107
Giuliano di Eclano: 26, 26n, Mormorazione: 94
30, 54 Mosè: 72
Indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli 137

Naturae bonum·. 38-41, 50s., 67 Possidio: 19, 20n


- e coscienza/legge interiore: Preghiera: 106ss., 115
39, 40s., 70, 72 Primuliacum: 32
- e Dio: 39, 67, 69 Prudenza: 108
- e giusti dell’AT: 39, 72, 76,
79s. Ravenna: 23, 24
- e libero arbitrio: 40s., 69 Ricompensa futura: 95s., 117s.,
- e naturalis sanctitas·. 40, 71 121
- e pagani: 70, 79s. Roma: 12,22,23, 27,29, 34
Nobilitas (materiale e spiritua­ Rufino di Aquileia: 15, 29, 30,
le): 44ss., 65, 85s„ 104s. 31,35
Noè: 72, 73, 78 Rufino il Siro: 16

Odio: 96 Sacco di Roma: 17, 33, 119s.,


Onorio (imperatore): 24, 24n, 120n
2 5 ,34n Sensualità: 96
Opus dei: 105 Sesto Anicio Petronio Probo:
Ozio: 116 32n
Sesto Claudio Petronio Probo:
Pammachio: 44 33,44
Paola: 44, 91n Siricio (papa): 15n
Paolino di Milano: 10 Sodoma: 78
Pelagianesimo Solitudine: 105s.
- anonimia: 9 Spectaculum: 48, 91
- corpus pelagianum·. 8 Sulpicio Severo: 32
- influsso sull’aristocrazia: 14,
27ss., 44ss. Teodoro di Mopsuestia: 16
- movimento ascetico-religio- Teodosio (imperatore): 24n
so: 6, 7-8 Teodoto: 27
- pelagisch-pelagianisch: 8 Timasio: 14, 20n, 30
- pseudoepigrafia: 9 Traducianesimo: 26n
- rigorismo ascetico/morale: Tradux peccati: 18, 20, 21
14, 27, 52 T«poi/impressione: 114, 114n
Pensieri (positivi e/o negativi):
114s. Umiltà: 49s., lO ls, 103
138 Indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli

Valerio Piniano: 29, 30 Vigilanza: 110, 113s.


Verginità/castità: 42ss., 81ss., Virtù: 39, 67, 70, 85, 89, 97,
85, 87s., 90, 96, 98, 103, 109, 116
108s., 110 Vita beata: 88
- e chiesa : 42 Volontà: 41, 51, 54, 65, 68s.,
- e giustizia: 42s., 82s. 77s., 85, 108, 112, 115
INDICE GENERALE

I n t r o d u z i o n e ..................................................................... pag. 5
1. Pelagio e il pelagianesimo............................................... » 6
1.1 Pelagio: la vita e le opere......................................... » 11
1 .2 I circoli pelagiani e la diffusione del pelagianesimo » 27
2 . La Epistola a D em etriade............................................... » 32
2 .1 Amnia D em etriade.................................................. » 32
2.2 Le linee portanti dell’Epistula ad Demetriadem . » 37
2 .3 «Toujours dame nature»? Le incongruenze di un
umanesimo m o ra le......................................................... » 50
2.4 Lo stile i/e//’Epistula ad D em etriadem » 52
2.5 La ricezione Je/Z'Epistula ad Demetriadem . . . » 54

B i b l i o g r a f i a .................................................................................................. » 57

P e l a g io
EPISTOLA A DEMETRIADE

E p is t o l a a D e m e t r i a d e .................................................. » 65

INDICI
In d ic e s c r i t t u r i s t i c o ............................................................................. » 125

I n d ic e d e g l i a u t o r i a n t i c h i ........................................................... » 129

I n d ic e d e g l i a u t o r i m o d e r n i ....................................................... » 133

I n d ic e d e i n o m i, d e i l u o g h i e d e l l e c o se n o t e v o l i » 135