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L.U.M.S.A.

ANNO ACCADEMICO 2015-2016

CORSO DI TEOLOGIA-SACRA SCRITTURA


Prof. Pezzoli don Gianluca

I PARTE

Dispense ad uso esclusivo degli studenti

LE DOMANDE DI DIO E DEGLI UOMINI

1 In lotta con l'angelo

23

Durante quella notte egli [Giacobbe] si alz, prese le


due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e
pass il guado dello Iabbok. 24Li prese, fece loro
passare il torrente e port di l anche tutti i suoi averi.
25
Giacobbe rimase solo e un uomo lott con lui fino allo
spuntare dell'aurora. 26Vedendo che non riusciva a
vincerlo, lo colp all'articolazione del femore e
l'articolazione del femore di Giacobbe si slog, mentre
continuava a lottare con lui. 27Quello disse: "Lasciami
andare, perch spuntata l'aurora". Giacobbe rispose:
"Non ti lascer, se non mi avrai benedetto!". 28Gli
domand: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe".
29
Riprese: "Non ti chiamerai pi Giacobbe, ma Israele,
perch hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai
vinto!". 30Giacobbe allora gli chiese: "Svelami il tuo
nome". Gli rispose: "Perch mi chiedi il nome?". E qui lo
benedisse. 31Allora Giacobbe chiam quel luogo
Penul: "Davvero - disse - ho visto Dio faccia a faccia,
eppure la mia vita rimasta salva". 32Spuntava il sole,
quando Giacobbe pass Penul e zoppicava all'anca.

3
33

Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il


nervo sciatico, che sopra l'articolazione del femore,
perch quell'uomo aveva colpito l'articolazione del
femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

La lotta notturna di Giacobbe con l'angelo (Gen 32,23-33) pu


essere letta come una metafora dell'insonne ricerca biblica (e non solo
biblica) di Dio: Dio che cerca l'uomo e l'uomo che cerca Dio. Una
ricerca mai conclusa, quasi una lotta nella quale non sembrano
esserci n vinti n vincitori. La metafora della lotta dice molto bene la
tensione che sta al fondo di ogni rapporto dell'uomo con il divino: una
tensione che non va elusa o negata, ma accolta e vissuta. Si tratta di
una narrazione certamente complessa, nella quale elementi diversi
sono stati inseriti nel corso del tempo: Attorno ad essa hanno
edificato, come attorno a una vecchia casa, molte generazioni. Ma
questa lunga gestazione non ha impedito al racconto di avere una sua
sostanziale unit e una sua particolare densit, tanto da assumere
una significazione tipica, quasi una parabola di ci che Israele ha
sempre sperimentato nella sua ricerca di Dio.
Due sono i tratti del racconto che meritano di essere maggiormente
evidenziati. Il primo che la lotta si protrae a lungo fino al sorgere
dell'aurora, e l'esito rimane incerto sino alla fine, quando il
misterioso personaggio tocca l'anca di Giacobbe, che resta slogata. La
tensione fra le due ricerche l'uomo che cerca Dio e Dio che cerca
l'uomo sembra non placarsi mai. E difatti e questo il secondo

tratto le due ricerche obbediscono a due logiche differenti. Quando


Giacobbe avverte di essere di fronte a un essere divino gli domanda il
nome. In questa domanda del nome, una delle pi pressanti
domande umane, racchiusa tutta l'indigenza, ma anche tutto
l'ardire, dell'uomo di fronte a Dio. Il primo impulso dell'uomo di
afferrare Dio e vincolarlo a s. Ma Dio non risponde a questa
domanda, non lascia che il suo mistero e la sua libert siano violati.
E non di meno non perch costretto, ma di libera iniziativa
benedice Giacobbe.

Il percorso

Lo scopo di queste pagine non di suggerire alcune regole per un


primo approccio corretto alla Bibbia, n di sviluppare un tema che si
ritiene panoramico, ma semplicemente di indicare un sentiero, che mi
auguro suggestivo, in grado di farci intravedere, sia pure con pochi
scorci, lo spessore teologico ed esistenziale del discorso biblico e la
sua novit. Per questo non ho privilegiato un tema, ma una tensione.
L'uomo biblico un uomo proteso, e anche Dio: Dio proteso verso
l'uomo e l'uomo ansiosamente proteso verso Dio. Ma fra le due
ricerche, come si visto nella lotta di Giacobbe con l'angelo, si

inserisce una tensione. Di qui le molte domande che l'uomo pone a


Dio e Dio all'uomo.
Ne anticipo alcune. L'uomo interroga Dio su come conduce la
storia: Se il Signore con noi, perch ci capitato tutto questo? (Gdc
6,13);

Perch

mi

fai

vedere

l'iniquit

resti

spettatore

dell'oppressione? (Ab 1,3); Fino a quando, Signore? (Ap 6,10). Tra


queste domande dell'uomo a Dio va collocata anche la domanda di
Ges al Padre: Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato? (Mc
15,34). Ma ci sono anche le domande che Dio pone all'uomo,
interrogandolo sulla sua posizione di fronte a Lui e di fronte al
fratello: Adamo, dove sei? (Gen 3,9); Dov' tuo fratello Abele? (Gen
4,9). Leggere la Bibbia attraverso le sue molte domande senza
dubbio un percorso fra i pi suggestivi.

Singolarit e universalit

Ma le domande bibliche vanno collocate nel pi ampio contesto


umano e culturale che le ha accompagnate. Solo cos ci si accorge che
sono domande caratterizzate da una sorprendente originalit e, al
tempo stesso, domande aperte, universali, specchio dei problemi di
ogni uomo. Singolarit e universalit costituiscono un'altra tensione,

che non si pu disattendere, se veramente si vuole cogliere


l'esperienza biblica nel suo spessore.
Nonostante la singolarit della sua fede o proprio per questo
l'uomo della Bibbia condivide "sempre" sino in fondo l'inquietudine di
ogni altro uomo: la solitudine, l'angoscia e la paura, la tentazione di
non pi sperare, il senso dell'abbandono, la domanda del "perch".
Questa profonda solidariet umana la ragione che rende possibile a
ogni uomo, credente e non credente, di ritrovare se stesso nelle grandi
pagine bibliche, mai per senza un "di pi" che non cessa di
sorprendere e inquietare. Senza questo di pi l'esperienza biblica non
avrebbe nulla da dire. E senza la sua profonda solidariet con l'uomo
essa sarebbe estranea. Tener conto di questa tensione , dunque, una
regola ermeneutica importante. Purtroppo per in queste pagine non
possiamo svilupparla compiutamente, ma solo introdurla con pochi
cenni, a modo di esempio. In ogni caso utile, se non addirittura
necessario, almeno un breve giro d'orizzonte sul mondo culturale che
circonda la Bibbia.

L'inutile ricerca

Il poema di Ghilgamesh la narrazione di una ricerca, ostinata


quanto inutile, di una via duscita alla sorte comune dell'uomo. Si pu

supporre che i poemi di Ghilgamesh si tratta, infatti, di un insieme


di poemi avessero gi una forma scritta nei primi secoli del secondo
millennio a.C., poi continuamente riediti, cos da accompagnare e
nutrire tutta la civilt ugaritica, babilonese e assira. La vicenda
raccontata molto complicata e persino tortuosa, ma per quanto ci
interessa pu essere riassunta in pochi tratti.
Ghilgamesh nel pieno del successo, ricco di audacia, e nulla lo
spaventa, nemmeno la morte. come se la vita non gli facesse
problema, tutto proteso nel sogno di fare ci che nessuno ha mai
fatto: Innalzer il mio nome dove si scrivono i nomi degli uomini
famosi, e l dove non stato scritto ancora il nome di nessun uomo
elever un monumento agli di. Naturalmente consapevole della
caducit della vita, ma convinto che nella vita si possano compiere
imprese la cui memoria vince lo scorrere del tempo. Ma tutto cambia
quando, lungo il viaggio, Ghilgamesh vede l'amico Enkidu morire di
febbre: una morte senza gloria, una morte semplicemente comune. Di
fronte all'amico morto, Ghilgamesh comprende la propria morte: Da
quando lui se n' andato, la mia vita pi nulla. E cos il suo modo
di vedere la vita si capovolge, come si capovolge la sua ricerca: non
pi quella di un nome glorioso, ma di una vita che duri.
Ghilgamesh si pone allora in cammino e va alla ricerca dell'unico
uomo Utnapistim, il "Lontano" del quale si diceva che avesse
raggiunto l'immortalit, pronto ad affrontare ogni fatica pur di
conoscere il suo segreto. Un viaggio lungo, interminabile, sempre
uguale a se stesso quasi fosse fermo, fra tenebre fitte. E quando

finalmente irrompe nel sole, Ghilgamesh si sente dire: Non troverai


mai la vita che stai cercando! E anche la fanciulla che lo ospita nella
sua osteria, stanco e disperato, gli ricorda l'inutilit del suo viaggio:
Dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli di
crearono l'uomo, gli diedero in destino la morte... Quanto a te,
Ghilgamesh, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e
giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano pulite le tue
vesti, nell'acqua lavati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano:
poich questo il destino dell'uomo. Giunto, dopo aver attraversato
l'oceano, da Utnapistim, Ghilgamesh riesce, dopo molta insistenza, a
farsi rivelare il segreto: C' una pianta che cresce sott'acqua, ha
spine come il rovo, come la rosa; ferir le tue mani, ma se riuscirai a
prenderla, allora nelle tue mani ci sar ci che rid all'uomo la
giovent perduta. Ghilgamesh riesce a prendere la pianta ed felice.
Ma la storia non finisce qui. Sulla strada del ritorno, stanco e
assetato, Ghilgamesh vede un pozzo di acqua fresca e vi si immerge.
Ma nel profondo dello stagno giaceva un serpente, e il serpente sent
la dolcezza del fiore. Esso usc dall'acqua e lo gherm.
a questo punto che sentiamo la domanda pi angosciante,
perch non pi semplicemente la domanda sul senso della vita, ma
precisamente una domanda sul senso di una vita faticosamente spesa
nel cercare una risposta. la domanda dell'uomo che si tutto
consumato nella ricerca di una risposta, e quando credeva di averla
trovata gli si subito rotta fra le mani: per questo che ho faticato
con le mie mani, per questo che ho spremuto il sangue del mio

cuore? Avevo trovato un segno e l'ho perso. Lasciamo la barca sulla


riva e andiamo. Tutto inutile? Ghilgamesh e sembra essere questo
l'unico frutto della sua fatica quando ritorn, su una pietra l'intera
storia incise. La possibilit di ricordare a tutte le future generazioni
la storia di una fatica inutile, questo il frutto, il solo, dell'impresa di
Ghilgamesh. Non la memoria di una vita eroica ed esaltante, come
Ghilgamesh all'inizio pensava. Nemmeno la memoria di un uomo
generoso, che ha faticato per risolvere il problema della vita a
vantaggio di tutti. Semplicemente la memoria di una fatica inutile, da
non ripetere.

Come le foglie

La poesia greca, al di l di una trasparenza apparentemente


luminosa e serena, in realt spesso una poesia triste e angosciata,
perch all'uomo greco non concesso alcuno spazio per sperare. In
una poesia molto celebre, il poeta Mimnermo paragona gli uomini alle
foglie che nel tempo fiorito della primavera nascono e ai raggi del sole
rapide crescono... Ma le nere dee ci stanno sempre a fianco, l'una con
il segno della grave vecchiaia e l'altra della morte. Fulmineo precipita
il frutto di giovinezza, come la luce d'un giorno sulla terra. Una visione dell'uomo totalmente chiusa alla speranza, dunque. La ragione
che il mondo dei Greci un sistema chiuso, in cui il nuovo non solo
non pu, ma non deve irrompere, pena il tracollo del sistema stesso.

10

In questa concezione non c' posto per la speranza, ma soltanto per


la necessit, o per l'illusione. Il sentire comune dell'uomo greco
fortemente segnato dal fatalismo. Chiuso in un ordine inflessibile,
dove tutto necessario, l'uomo greco pu solo scegliere tra la rabbia
impotente e la rassegnazione o l'illusione. Egli sa bene che la morte
come la vecchiaia e la malattia naturale, ma questo non toglie
nulla alla sua tragicit. Essa pu avere un senso nell'ordine
complessivo del cosmo, ma ci che importa che costringe l'uomo a
scomparire. Dolore, malattia e morte sono una necessit razionale,
ma la necessit non spiega nulla. Nella vita dell'uomo greco non
mancano, certo, n la gioia, n la bellezza, n la bont. Ma anche il
godimento di queste cose turbato dalla lucida e vigile consapevolezza
che la bellezza, la molta bellezza che pur accompagna il nostro vivere,
effimera. Cos anche ogni godimento perturbato dal pensiero della
caducit.
Stante questa visione del mondo, all'uomo greco non si danno che
tre possibilit: illudersi, oppure affrontare il destino sfidandolo,
oppure cercare di porsi coraggiosamente e dignitosamente in
armonia con esso. La terza soluzione tendenzialmente quella del
filosofo. Il saggio, dir Seneca, colui che sa vivere senza speranza e
senza paura. La prima soluzione invece quella dell'uomo comune,
dell'uomo che cerca in eterno di riempire d'acqua un'anfora rotta, pur
di sopravvivere e non scomparire. l'uomo che caparbiamente si
illude, ma che non pu illudersi sempre. Presto o tardi, in un modo o
nell'altro, la vita lo costringe a porsi davanti all'amara verit.

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La seconda possibilit elencata affrontare il destino sfidandolo


quella dell'uomo tragico. L'uomo fa parte di un ciclo, che ordine
e stabilit, un ciclo necessario e persino razionale. Morte e dolore ne
fanno parte, sono naturali. Non vanno, perci, giustificati, n bisogna
cercare un colpevole a cui imputarli. Vanno solo affrontati. Il mondo
cos, e basta. L'uomo dovrebbe, dunque, imparare a convivere con la
necessit, perch pi pretende violarla pi ne soffre. Ma una
posizione che il tragico rifiuta. L'uomo tragico l'uomo che si ribella
al destino, pronto a pagarne le conseguenze. Cade sconfitto, ma
almeno ha gridato e rivendicato, sia pure per un attimo, la propria
libert e dignit.

Con parole di lieto augurio bisogna morire

Ma a fronte dell'uomo greco, amaro e desolato, che abbiamo


descritto, sta la pagina luminosa e serena in cui Platone racconta la
morte di Socrate: Ed egli (Socrate) la prese con vera letizia, o
Ecrecate; e non ebbe un tremito e non mut colore e non torse una
linea del volto... Tutto d'un fiato, senza dar segno di disgusto,
piacevolmente, vuot la tazza sino in fondo. Senza dubbio il pensiero
di Platone uno dei vertici del pensiero umano. Si direbbe che
dopo tanta inquieta e angosciante ricerca l'uomo greco abbia finalmente trovato la risposta alla propria domanda: una risposta
piena, anche se molto diversa, come si vedr, da quella biblica.

12

Socrate muore con letizia, e parla della morte, della sua e di quella
degli altri, con sublime serenit. Secondo il racconto di Platone
tutto immerso in un'atmosfera di grande e nobile serenit, e tuttavia
non privo di mestizia Socrate conclude una vita compiuta. Il grande
maestro ha terminato la sua navigazione, avendo raggiunto la verit
che ha cercato per tutta la vita: la certezza, cio, che la realt
profonda dell'uomo non muore. Morendo serenamente, con pacatezza,
Socrate vive la verit che ha raggiunto e insegnato per tutta la vita.
Per lui la morte si totalmente capovolta: non pi nemica, ma amica,
perch lo libera dal corpo che sente come una casa straniera. Per il
pensiero platonico l'uomo pu essere colpito nel corpo, e tuttavia
restare intatto nel suo vero io. L'uomo pu trovare in se stesso, nella
propria ragione, la forza di morire.
Ma si comprende, a questo punto, che anche Platone resta
nonostante tutto un figlio della Grecia, quantunque la sua riflessione
il suo modo, cio, di guardare l'uomo e il mondo sembri cos
lontano dallo spirito tragico e, pi in generale, da quell'assenza di
vera speranza che ci sembrata caratterizzare l'animo dei Greci.
Come l'uomo greco, Platone ha cercato in se stesso, nella natura
dell'uomo e con la forza della propria ragione, la risposta. Anche la
sua "navigazione" non uscita dal cerchio. Per Platone la ricerca della
verit di Dio e dell'uomo non pu avvenire che dentro se stessi.
La conoscenza della verit che poi la conoscenza del destino
dell'uomo si identifica con la vera conoscenza di s. E vera

13

conoscenza quella che sa farsi tanto profonda da raggiungere quella


parte di s che un frammento della divinit.
Platone trova un fondamento alla speranza, pagando per il prezzo
di una divisione e di una negazione. La presenza del divino non
coestensiva all'uomo, ma soltanto alla sua parte pi nobile, che
l'anima. Perci non l'uomo salvato, ma soltanto il suo principio
interiore: questa la divisione. Platone ha raggiunto la libert di
fronte alla morte, ma a prezzo di mutarne il senso: la morte non
quella che all'uomo appare. La realt dietro le apparenze: questa la
negazione. Platone supera le strettoie del mondo negando il mondo. Il
prezzo alto.

La domanda dell'uomo biblico

tempo di passare al mondo biblico: non subito, per, cercando la


risposta, bens ancora risentendo la domanda. Nel mondo greco
che si tratti della concezione tragica o platonica o altro la
spiegazione cercata nell'uomo e cos nel mondo assiro o babilonese.
Nella Bibbia invece il baricentro spostato al di fuori. Da un lato, la
Bibbia espone l'uomo pi di Platone: l'uomo intero, non soltanto il suo
corpo, esposto sul nulla. D'altro canto, per, la Bibbia pu giocare
una carta che Platone non ha: la fede in un Dio vivo e fedele. Ma
questo non significa che non ci sia pi spazio per la domanda che,

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anzi, sembra farsi ancora pi complessa e radicale: non soltanto,


infatti, una domanda sull'uomo, ma su Dio.
Anche per la Bibbia il dolore e la morte sono realt normali,
inscritte nella natura dell'uomo che corpo e quindi caduco,
frammentario e mortale. Come pu essere diversamente? E tuttavia il
dolore e la morte sono sperimentati come realt drammatiche e
contraddittorie. Anzitutto, perch mettono in pericolo la totalit
dell'uomo, e non solo la parte inferiore di esso. All'interno delle
concezioni dualistiche possibile guardare al corpo, e quindi al dolore
e alla morte, con un certo distacco. Il corpo pu essere martoriato e
dissolversi, ma il vero io al riparo, intatto. Nella concezione unitaria
della Bibbia questo non possibile. Ci che tocca il corpo, tocca
l'intera persona. Per risolvere il problema della precariet, l'uomo
biblico non pu aggirare l'ostacolo, ma solo affidarsi alla potenza e
alla fedelt di Dio.
Ma proprio la fedelt di Dio che il dolore e la morte sembrano
smentire. Non soltanto infatti la malattia e la morte rivelano
drammaticamente, spingendo le cose al caso limite, la contraddizione
interna alla struttura dell'uomo, contraddizione che sembra ridurlo a
un non senso, quasi un essere sbagliato: da una parte la caducit e la
frammentariet, dall'altra una incoercibile esigenza di unit, globalit
e durata. L'uomo incompiuto e muore incompiuto. Ma dolore e
morte sembrano anche porre una contraddizione in Dio stesso. Da un
lato un Dio che offre la vita e parla di amore, dall'altro il dolore e la
morte che sembrano smentirlo. Per tutto questo, come dicevo, il

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dramma dell'uomo biblico insieme antropologico e teologico.


L'interrogativo non soltanto chi l'uomo?, ma anche chi Dio?.

II. VERO CHE NON DOVETE MANGIARE DI ALCUN ALBERO DEL


GIARDINO? (Gen 3,1)

Il serpente era il pi astuto di tutti gli animali selvatici


che Dio aveva fatto e disse alla donna: " vero che Dio
ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del
giardino"?". 2Rispose la donna al serpente: "Dei frutti
degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3ma
del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio
ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete
toccare, altrimenti morirete"". 4Ma il serpente disse alla
donna: "Non morirete affatto! 5Anzi, Dio sa che il
giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri
occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male".
6
Allora la donna vide che l'albero era buono da
mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per
acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangi,
poi ne diede anche al marito, che era con lei, e
anch'egli ne mangi. 7Allora si aprirono gli occhi di tutti
e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie
di fico e se ne fecero cinture.
8
Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che
passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e
l'uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del
Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9Ma il
Signore Dio chiam l'uomo e gli disse: "Dove sei?".
10
Rispose: "Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto
paura, perch sono nudo, e mi sono nascosto".

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4,1

Adamo conobbe Eva sua moglie, che concep e


partor Caino e disse: "Ho acquistato un uomo grazie al
Signore". 2Poi partor ancora Abele, suo fratello. Ora
Abele era pastore di greggi, mentre Caino era
lavoratore del suolo.3Trascorso del tempo, Caino
present frutti del suolo come offerta al Signore,
4
mentre Abele present a sua volta primogeniti del suo
gregge e il loro grasso. Il Signore grad Abele e la sua
offerta, 5ma non grad Caino e la sua offerta. Caino ne
fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 6Il Signore
disse allora a Caino: "Perch sei irritato e perch
abbattuto il tuo volto? 7Se agisci bene, non dovresti
forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato
accovacciato alla tua porta; verso di te il suo istinto,
e tu lo dominerai".
8
Caino parl al fratello Abele. Mentre erano in
campagna, Caino alz la mano contro il fratello Abele
e lo uccise. 9Allora il Signore disse a Caino: "Dov'
Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono
forse io il custode di mio fratello?". 10Riprese: "Che hai
fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal
suolo! 11Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha
aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello
dalla tua mano. 12Quando lavorerai il suolo, esso non
ti dar pi i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai
sulla terra". 13Disse Caino al Signore: "Troppo grande
la mia colpa per ottenere perdono. 14Ecco, tu mi scacci
oggi da questo suolo e dovr nascondermi lontano da
te; io sar ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque
mi incontrer mi uccider". 15Ma il Signore gli disse:
"Ebbene, chiunque uccider Caino subir la vendetta
sette volte!". Il Signore impose a Caino un segno,
perch nessuno, incontrandolo, lo colpisse. 16Caino si
allontan dal Signore e abit nella regione di Nod, a
oriente di Eden.

17

La prima domanda rivolta da Dio all'uomo : Adamo, dove sei?


(Gen 3,9). La domanda suppone che l'uomo si sia nascosto, tentando
di sottrarsi alla presenza di Dio. Adamo ha rotto la prima e
fondamentale solidariet. E la seconda domanda rivolta da Dio
all'uomo : Dov' Abele, tuo fratello? (Gen 4,9). Caino risponde: Non
lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?. L'uomo vuole scuotersi
di dosso anche la seconda solidariet, come ha fatto con la prima. Dio
suppone che l'uomo si preoccupi del fratello, e invece l'uomo vuole
vivere per s, estraneo al fratello. Ovviamente questa pagina biblica
non

riguarda

soltanto

la

famiglia,

ma

l'umanit

intera,

significativamente descritta nei termini della fraternit. E mostra da


subito il contrasto tra il disegno di Dio e il disegno dell'uomo. Mostra
anche che si rompe la seconda solidariet ogni qualvolta si rompe la
prima. Ma rivela pure che Dio non rompe mai la "sua" solidariet, e
questa la vera ragione che non permette alla storia, in nessun caso,
di incepparsi definitivamente: Dio, infatti, protegge Caino (Gen 4,15).
Ma le due domande poste da Dio all'uomo sono precedute dalla
domanda del serpente (Gen 3,1), che d voce alla prima, radicale e
perenne domanda posta dall'uomo a Dio: perch la legge? Perch un
progetto gi stabilito? Non spetta all'uomo progettare se stesso? la
domanda della tentazione, quella che veramente sradica l'uomo dalle
sue fondamentali relazioni: con Dio, col fratello, con il mondo e con se
stesso.
Con la sua domanda il serpente insinua nel cuore dell'uomo che
Dio ha intenzioni di gelosia, che un Dio invidioso dell'uomo, un Dio

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dal quale difendersi. questa una concezione antichissima e


universalmente diffusa, che per gi l'antica pagina biblica ha
compreso con molta lucidit essere il peccato per eccellenza, la radice
di ogni altro: una concezione distorta che porta l'uomo, come logica
conseguenza, al tentativo di sottrarsi al progetto di Dio per fare di se
stesso la misura del bene e del male: decidere da s, non in
obbedienza. Ma proprio questo "farsi Dio" che crea nell'uomo il
disordine e nella storia la contraddizione. Allontanandosi da un
progetto per il quale fu pensato, l'uomo si aliena. Un pensiero, questo,
che percorre la Bibbia dall'inizio alla fine.
Nel racconto di Gen 2-3 si possono leggere fra le righe alcune
domande: perch l'uomo e la donna sono cos attratti l'uno verso
l'altra? (Gen 2,24); perch il serpente striscia e l'avversione fra l'uomo
e il serpente cos subdola e implacabile? (Gen 3,14); perch la donna
tradita e avvilita proprio nella maternit e nel suo attaccamento
all'uomo? (Gen 3,16); perch l'uomo smentito nel suo lavoro e nel
dominio sul mondo che pure gli appartiene? (Gen 3,17-18); perch la
morte?
Non si fatica ad accorgersi che dietro questi interrogativi alcuni
dei quali molto lontani dalla nostra sensibilit c' in realt una sola
domanda

fondamentale:

come

si

spiega

l'esistenza

dell'uomo,

esistenza lacerata e carica di contraddizioni? una domanda che


appartiene all'uomo universale, ma che le pagine bibliche collocano
dentro un'esperienza religiosa particolare, la quale non soltanto
incammina verso una soluzione originale, ma che ancor prima

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trasforma l'interrogativo in modo originale: se Dio fedele e in favore


dell'uomo (e questo certo), perch la contraddizione? Perch
l'ingiustizia sembra dominare nel mondo? Perch la morte? La
domanda sull'uomo diventa immediatamente una domanda su Dio.
L'uomo biblico vive una lacerazione religiosa, oltre che umana: da
una parte la fede in un Dio liberatore, dall'altra un'esperienza storica
che sembra smentirla. Di fronte alle molteplici contraddizioni che
segnano la storia umana non bisogna incolpare Dio, dicono le nostre
pagine: la colpa dell'uomo. Il male ha un'origine storica, nella
libert: non teologica. Non sfugga l'importanza di una simile risposta,
che non ha solo una valenza teologica (mettere cio in salvo la bont
di Dio), ma anche una valenza antropologica, inducendo l'uomo a
considerarsi responsabile della sua storia e a non scaricare altrove la
responsabilit. Molto diversa la risposta dei miti, per i quali invece
la lacerazione che contraddistingue l'esistenza dell'uomo caso o
destino, non responsabilit. La cosa veramente sorprendente che
posto di fronte allo scontro tra la fede nel Dio vivente e le molte
contraddizioni dell'esistenza Israele abbia scelto di mettere
"anzitutto" al sicuro la bont e la fedelt di Dio. Difendendo Dio,
Israele ha difeso l'uomo, mettendo al sicuro il fondamento del senso
stesso della vita. Avesse concluso, come nei miti, che Dio invidioso
dell'uomo, o capriccioso, Israele si sarebbe privato dell'unico punto
d'appoggio che pu tener viva la speranza in ogni situazione: la
certezza, cio, che Dio buono e che il suo amore sempre fedele:
misterioso, ma fedele.

20

III. ABRAMO, MOS ED ELIA

Leggiamo di seguito le domande di tre grandi figure dell'Antico


Testamento (Abramo, Mos ed Elia) che segnano, e in qualche modo
riassumono, tre tappe diverse del cammino di Israele. Figure
differenti, epoche differenti, ma non differenti le domande.

1 Davvero sterminerai il giusto con l'empio?

Si pu dire che la storia d'Israele inizi con Abramo. Molti secoli pi


tardi in Israele si dir ancora di lui semplicemente nostro padre
Abramo. Padre non soltanto perch fondatore del popolo, diciamo in
senso genealogico, ma anche, e soprattutto, in senso religioso, padre
nella fede. Abramo colui che indic a Israele il modello di vita a cui
attenersi davanti a Dio. Nelle pagine bibliche che ne parlano
l'esperienza individuale di Abramo si dilata e assume dimensioni

21

comunitarie: diventa lo specchio in cui la fede d'Israele deve


continuamente confrontarsi e riconoscersi.
Nelle pagine della Genesi che raccontano di Abramo (Gen 12-25)
sono confluite tradizioni antichissime. Occorre precisare che queste
pagine sono il frutto di una lunga recitazione orale prima e di
molteplici riletture e riedizioni poi. La stesura finale sembra risalire
all'epoca dell'esilio babilonese (VI sec. a.C.), e il suo scopo di trovare
una risposta agli interrogativi che la tragedia dell'esilio poneva alla
fede del popolo. Se Dio ha promesso a Israele una patria, perch ora
disperso in terra straniera? Dio fedele alle sue promesse oppure no?
Che significa credere? per rispondere a questi interrogativi, che
vanno al cuore della fede, che Israele ha continuamente raccontato e
rimeditato l'antica storia di Abramo.
La storia di Abramo si apre con il racconto della chiamata, un testo
brevissimo, di eccezionale densit teologica (Gen 12,1-4). Il Signore
disse ad Abramo: cos Dio si inserisce improvvisamente nella vita di
Abramo e la spezza in due: la sua parola nel contempo ordine (parti
dalla tua terra... verso una terra che io ti mostrer) e una promessa
(far di te un grande popolo, ti benedir, render grande il tuo
nome), ed esige da parte dell'uomo obbedienza e fiducia. Abramo
chiamato a un cambiamento di esistenza, a lasciare il presente gi
noto (la casa, la terra) per incamminarsi verso un futuro la cui
garanzia unicamente la promessa del Signore.
Ma l'esistenza nella fede continuamente messa alla prova. Anche
da questo punto di vista, la vita di Abramo lo specchio dell'intera

22

esperienza di Israele. Gli anni passano, i figli non vengono, la


promessa di Dio, per la quale Abramo ha lasciato tutto, sembra
sempre pi allontanarsi. Si direbbe che Dio non ha fretta di
mantenere la sua promessa. Suggestivo e commovente il racconto
del colloquio notturno fra Abramo e il Signore, che si legge in Gen
15,3-6: Abramo rispose al Signore: "Mio Signore Dio, che cosa mi
darai? Io me ne vado senza figli". Allora il Signore lo condusse fuori
dalla tenda e gli disse: "Guarda il cielo e conta le stelle, se ti riesce". E
soggiunse: "Cos sar la tua progenie". Abramo ebbe fede nel Signore.
L'intero significato della storia di Abramo racchiuso in queste
semplici parole: Ebbe fede nel Signore.
Ma la pagina pi impressionante della storia di Abramo un'altra:
il racconto del sacrificio di Isacco (Gen 22).

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli


disse: "Abramo!". Rispose: "Eccomi!". 2Riprese: "Prendi
tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel
territorio di Mria e offrilo in olocausto su di un monte
che io ti indicher".
3
Abramo si alz di buon mattino, sell l'asino, prese
con s due servi e il figlio Isacco, spacc la legna per
l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli
aveva indicato. 4Il terzo giorno Abramo alz gli occhi e
da lontano vide quel luogo. 5Allora Abramo disse ai
suoi servi: "Fermatevi qui con l'asino; io e il ragazzo
andremo fin lass, ci prostreremo e poi ritorneremo da
voi". 6Abramo prese la legna dell'olocausto e la caric
sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi
proseguirono tutti e due insieme. 7Isacco si rivolse al

23

padre Abramo e disse: "Padre mio!". Rispose: "Eccomi,


figlio mio". Riprese: "Ecco qui il fuoco e la legna, ma
dov' l'agnello per l'olocausto?". 8Abramo rispose: "Dio
stesso si provveder l'agnello per l'olocausto, figlio
mio!". Proseguirono tutti e due insieme.
9
Cos arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui
Abramo costru l'altare, colloc la legna, leg suo figlio
Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna. 10Poi
Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare
suo figlio. 11Ma l'angelo del Signore lo chiam dal cielo
e gli disse: "Abramo, Abramo!". Rispose: "Eccomi!".
12
L'angelo disse: "Non stendere la mano contro il
ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e
non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito". 13Allora
Abramo alz gli occhi e vide un ariete, impigliato con le
corna in un cespuglio. Abramo and a prendere l'ariete
e lo offr in olocausto invece del figlio. 14Abramo
chiam quel luogo "Il Signore vede"; perci oggi si dice:
"Sul monte il Signore si fa vedere".
15
L'angelo del Signore chiam dal cielo Abramo per la
seconda volta 16e disse: "Giuro per me stesso, oracolo
del Signore: perch tu hai fatto questo e non hai
risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, 17io ti colmer di
benedizioni e render molto numerosa la tua
discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia
che sul lido del mare; la tua discendenza si
impadronir delle citt dei nemici. 18Si diranno
benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della
terra, perch tu hai obbedito alla mia voce".
Non soltanto Dio sembra non affrettarsi a mantenere la promessa,
ma addirittura sembra smentirla. Ha promesso ad Abramo una
numerosa discendenza, ora gli chiede l'unico figlio. un Dio
misterioso. La sua salvezza oltre gli schemi dell'uomo, le sue vie non
sono le nostre. questa la lezione che Israele deve continuamente

24

meditare. Israele ricordi che in simili situazioni (per esempio


nell'esilio), nelle quali Dio pare contraddirsi (ha promesso ad Abramo
una discendenza, e gli chiede l'unico figlio; ha promesso al popolo una
patria, e ora lo disperde in terra straniera), si tratta di prove grazie
alle quali il Signore tempra la fede.
Dopo la domanda sulla promessa, suscitata dal ritardo del suo
compimento, troviamo nella esperienza di Abramo anche la domanda
sulla storia (Gen 18,16-33).

16

Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare


Sdoma dall'alto, mentre Abramo li accompagnava per
congedarli. 17Il Signore diceva: "Devo io tenere nascosto
ad Abramo quello che sto per fare, 18mentre Abramo
dovr diventare una nazione grande e potente e in lui
si diranno benedette tutte le nazioni della terra?
19
Infatti io l'ho scelto, perch egli obblighi i suoi figli e
la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del
Signore e ad agire con giustizia e diritto, perch il
Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso".
20
Disse allora il Signore: "Il grido di Sdoma e Gomorra
troppo grande e il loro peccato molto grave. 21Voglio
scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male
di cui giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!".
22
Quegli uomini partirono di l e andarono verso
Sdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza
del Signore. 23Abramo gli si avvicin e gli disse:
"Davvero sterminerai il giusto con l'empio? 24Forse vi
sono cinquanta giusti nella citt: davvero li vuoi
sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per
riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?
25
Lontano da te il far morire il giusto con l'empio, cos
che il giusto sia trattato come l'empio; lontano da te!

25

Forse il giudice di tutta la terra non praticher la


giustizia?". 26Rispose il Signore: "Se a Sdoma trover
cinquanta giusti nell'ambito della citt, per riguardo a
loro perdoner a tutto quel luogo". 27Abramo riprese e
disse: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che
sono polvere e cenere: 28forse ai cinquanta giusti ne
mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai
tutta la citt?". Rispose: "Non la distrugger, se ve ne
trover quarantacinque". 29Abramo riprese ancora a
parlargli e disse: "Forse l se ne troveranno quaranta".
Rispose: "Non lo far, per riguardo a quei quaranta".
30
Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora:
forse l se ne troveranno trenta". Rispose: "Non lo far,
se ve ne trover trenta". 31Riprese: "Vedi come ardisco
parlare al mio Signore! Forse l se ne troveranno
venti". Rispose: "Non la distrugger per riguardo a quei
venti". 32Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo
ancora una volta sola: forse l se ne troveranno dieci".
Rispose: "Non la distrugger per riguardo a quei dieci".
33
Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se
ne and e Abramo ritorn alla sua abitazione.

Dio decide di informare Abramo su quanto sta per fare contro


Sodoma e Gomorra (Gen 18,18). Una informazione che suscita in
Abramo un problema, che subito pone a Dio: Davvero sterminerai il
giusto con l'empio? (Gen 18,23). una domanda seria, che va alla
radice della storia. Si chiede infatti al Signore con quale criterio
intenda guidare la storia: per punire la malvagit dei cattivi Egli
pronto a coinvolgere nel castigo anche i giusti, o invece l'onest dei
giusti, anche se pochi, ha per Dio pi peso della malvagit di molti?
Domanda inquietante, cui nessuno, credente o no, pu sfuggire:

26

troppe volte gli eventi della storia sembrano non fare alcuna
distinzione tra giusti e peccatori, colpevoli e innocenti.

2 Mi diranno: qual il suo nome?

Il libro dell'Esodo racconta la dura schiavit di Israele in Egitto, poi


l'intervento di Dio e la lotta contro il Faraone, il passaggio attraverso il
Mar Rosso, e infine la lunga peregrinazione del popolo nel deserto. In
questi racconti per altro ampiamente ripresi anche nel libro dei
Numeri e nel Deuteronomio le domande sono numerose: di Mos,
del popolo e di Dio. Ma noi le riconduciamo a due tipi fondamentali: la
domanda su Dio: Qual il tuo nome?, e la domanda sul senso della
sua presenza della sua azione: Perch ci hai fatto salire dall'Egitto?.
Le due direzioni mostrano che la domanda non suscitata soltanto
dalla schiavit, ma anche dalla libert. N soltanto dalla promessa,
ma anche dal compimento. E difatti l'uomo si interroga non soltanto
quando cerca Dio, ma anche quando lo ha trovato e si accorge che
diverso da come pensava.
La domanda di Giacobbe: Dimmi il tuo nome, rimasta senza
risposta (Gen 32,30). La domanda di Mos invece identica nel
contenuto, anche se diversa nella formulazione: Mi diranno: qual il
suo nome? e io che cosa risponder loro? ha avuto risposta: Io
sono colui che sono (Es 3,13-14). Con questo nome misterioso Dio
dichiara di essere "Colui che presente", presente in mezzo al suo

27

popolo, presente per salvarlo: una presenza concreta e attiva. Ma


nella enigmatica espressione: Io sono Colui che sono, si avverte
anche una reticenza, quasi Dio non volesse rivelare all'uomo il suo
nome. E cos il nome dice la presenza di Dio (e questa la grande
certezza di Israele), senza per nulla togliere alla sua invisibilit e alla
sua libert. Sar proprio il cammino della liberazione immagine
dell'intero cammino di Israele che si incaricher di mostrarlo. Dio
con il popolo, ma non nelle mani del popolo. Dio che conduce il
popolo, non il popolo che conduce Dio. sempre il cammino, cio la
storia, che concretamente mostra in che modo e in che senso da
intendere la presenza di Dio. Dio la intende in un modo e l'uomo la
vorrebbe in un altro. E questo lo spazio in cui continua a riproporsi la
lotta di Giacobbe con l'angelo.
In una pagina altamente suggestiva si legge che anche Mos chiese
a Dio una presenza pi intima, pi chiara: Mostrami la tua gloria. E
Dio risponde: Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo potrai
vedere. E, ritornando sul tema del nome, cos Dio lo precisa:
Signore, davanti a te. A chi vorr fare grazia far grazia, e di chi vorr
avere misericordia avr misericordia (Es 33,18-33). Signore, davanti
a te, ecco il nome di Dio: un nome che dice una presenza salvifica
(grazia e misericordia sono, infatti, i tratti che la segnalano), ma
che al tempo stesso proclama la sua sovrana libert: a chi vorr. La
grazia e la misericordia non sono diritto, ma libero dono.
Dal capitolo 16 in poi il libro dell'Esodo racconta la lunga marcia
nel deserto, un'esperienza che rappresent per Israele un momento di

28

particolare lucidit. Il cammino verso la libert lo spazio privilegiato


della tentazione, come mostra l'episodio di Massa e Merba (Es 17,17).

Tutta la comunit degli Israeliti lev le tende dal


deserto di Sin, camminando di tappa in tappa,
secondo l'ordine del Signore, e si accamp a Refidm.
Ma non c'era acqua da bere per il popolo. 2Il popolo
protest contro Mos: "Dateci acqua da bere!". Mos
disse loro: "Perch protestate con me? Perch mettete
alla prova il Signore?". 3In quel luogo il popolo soffriva
la sete per mancanza di acqua; il popolo mormor
contro Mos e disse: "Perch ci hai fatto salire
dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il
nostro bestiame?". 4Allora Mos grid al Signore,
dicendo: "Che cosa far io per questo popolo? Ancora
un poco e mi lapideranno!". 5Il Signore disse a Mos:
"Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani
d'Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai
percosso il Nilo, e va'! 6Ecco, io star davanti a te l
sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne
uscir acqua e il popolo berr". Mos fece cos, sotto gli
occhi degli anziani d'Israele. 7E chiam quel luogo
Massa e Merba, a causa della protesta degli Israeliti e
perch misero alla prova il Signore, dicendo: "Il Signore
in mezzo a noi s o no?".

Privo di acqua per s e per il bestiame, il popolo protesta e


pretende: Dateci acqua. Non prega (come far invece Mos), non
chiede, ma pretende e reclama, come chi ritiene di poter accampare
diritti. Poi dalla protesta passa alla "mormorazione": Perch ci hai
fatto salire dall'Egitto?. Mormorare significa mettere in dubbio la

29

validit di ci che Dio ha fatto, la validit dell'impresa iniziata. Valeva


la pena di liberarsi dall'Egitto per poi trovarsi in quella situazione
precaria? Di fronte alla fatica della libert nasce la nostalgia della
schiavit. E infine, dopo la protesta e la mormorazione, si mette in
dubbio la stessa presenza del Signore: Il Signore in mezzo a noi s o
no?. Non in discussione qualcosa, ma tutto.
L'interrogativo degli Ebrei a Merba lo si ritrova anche in altri passi
della Bibbia, e sembra essere, paradossalmente, il compagno
inseparabile del popolo. Riemerge in ogni difficolt. Eppure le prove
della presenza di Dio ci sono, e numerose. Il popolo ha visto il
miracolo del Mar Rosso e ha gi sperimentato il dono della manna,
ma basta un nuovo imprevisto perch rimetta tutto in discussione.

3 Fino a quando salterete da una parte all'altra?

Alla morte di Salomone (931 a.C.) il regno va in rovina. Israele si


divide in due stati, spesso nemici tra loro. Al nord si sviluppa il regno
d'Israele, con Samaria capitale; durer poco pi di due secoli (932-

30

722 a.C.). Al sud il regno di Giuda, la cui capitale Gerusalemme,


resta

in

mano

alla

dinastia

di

Davide;

resister

per

altri

centoquaranta anni circa, fino al 587 a.C.


Gli studiosi si chiedono se l'idolatria sia una contaminazione
tipica dell'epoca dei regni divisi, magari con qualche anticipazione nei
secoli precedenti, ovvero se la fede in JHWH come unico Dio non sia
invece la lenta e faticosa conquista proprio di questo periodo della
storia

del

popolo

ebraico.

Qualunque

sia la

risposta

tale

interrogativo, questi secoli sono dominati dalla figura dei profeti, che
dedicano la loro vita a JHWH e alla sua parola: araldi di Dio, del suo
patto e delle sue radicali esigenze, nonch difensori dell'uomo
oppresso dalle crescenti ingiustizie di una societ in sviluppo. Essi
insegnano a Israele come riconoscere la presenza e l'azione di Dio
negli avvenimenti antichi e contemporanei, perch si senta e viva
come popolo di Dio, responsabile di una missione universale. La loro
voce risuona autorevole e vigorosa nella letteratura biblica.
Elia la prima grande figura profetica sorta nella met del
secolo IX nel regno del Nord, in un momento delicatissimo per la
sopravvivenza della fede di Israele. Non ci stata tramandata una
raccolta delle sue parole, ma semplicemente alcuni episodi della sua
vita. Il problema pi grave del regno di Israele del tempo cio la
conservazione della propria tradizione religiosa nei confronti del
sincretismo cananeo anche il tema essenziale di Elia. La
coesistenza, o il compromesso, fra le due civilt e le due religioni era
un punto fermo della politica del re, una condizione indispensabile

31

per stipulare vantaggiosi accordi con le citt fenicie e, anche, per


mantenere all'interno dello Stato una pacifica coesistenza con la
minoranza cananea. Una politica favorita, inoltre, dal fatto che la
regina Gezabele era una principessa di Tiro. Elia l'altra voce, la voce
del dissenso religioso e politico insieme che rivendica l'unica
signoria del Signore. Una voce che contrasta la politica del re e crea
tensioni fra i sudditi: Sei tu colui che manda in rovina Israele? (1 Re
18,17). La radicalit del conflitto la cui posta in gioco chiara sia
agli occhi del re che del profeta, ma non avvertita dal popolo in tutta
la sua ampiezza trova la sua massima espressione nel racconto
della sfida sul monte Carmelo (1 Re 18,20-40).

20

Acab convoc tutti gli Israeliti e radun i profeti sul


monte Carmelo. 21Elia si accost a tutto il popolo e
disse: "Fino a quando salterete da una parte all'altra?
Se il Signore Dio, seguitelo! Se invece lo Baal,
seguite lui!". Il popolo non gli rispose nulla. 22Elia disse
ancora al popolo: "Io sono rimasto solo, come profeta
del Signore, mentre i profeti di Baal sono
quattrocentocinquanta. 23Ci vengano dati due
giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo
pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io
preparer l'altro giovenco e lo porr sulla legna senza
appiccarvi il fuoco. 24Invocherete il nome del vostro dio
e io invocher il nome del Signore. Il dio che risponder
col fuoco Dio!". Tutto il popolo rispose: "La proposta
buona!".
25
Elia disse ai profeti di Baal: "Sceglietevi il giovenco e
fate voi per primi, perch voi siete pi numerosi.
Invocate il nome del vostro dio, ma senza appiccare il
fuoco". 26Quelli presero il giovenco che spettava loro, lo

32

prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino


fino a mezzogiorno, gridando: "Baal, rispondici!". Ma
non vi fu voce, n chi rispondesse. Quelli continuavano
a saltellare da una parte all'altra intorno all'altare che
avevano eretto. 27Venuto mezzogiorno, Elia cominci a
beffarsi di loro dicendo: "Gridate a gran voce, perch
un dio! occupato, in affari o in viaggio; forse
dorme, ma si sveglier". 28Gridarono a gran voce e si
fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e
lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. 29Passato il
mezzogiorno, quelli ancora agirono da profeti fino al
momento dell'offerta del sacrificio, ma non vi fu n
voce n risposta n un segno d'attenzione.
30
Elia disse a tutto il popolo: "Avvicinatevi a me!". Tutto
il popolo si avvicin a lui e ripar l'altare del Signore
che era stato demolito. 31Elia prese dodici pietre,
secondo il numero delle trib dei figli di Giacobbe, al
quale era stata rivolta questa parola del Signore:
"Israele sar il tuo nome". 32Con le pietre eresse un
altare nel nome del Signore; scav intorno all'altare un
canaletto, della capacit di circa due sea di seme.
33
Dispose la legna, squart il giovenco e lo pose sulla
legna. 34Quindi disse: "Riempite quattro anfore d'acqua
e versatele sull'olocausto e sulla legna!". Ed essi lo
fecero. Egli disse: "Fatelo di nuovo!". Ed essi ripeterono
il gesto. Disse ancora: "Fatelo per la terza volta!". Lo
fecero per la terza volta. 35L'acqua scorreva intorno
all'altare; anche il canaletto si riemp d'acqua. 36Al
momento dell'offerta del sacrificio si avvicin il profeta
Elia e disse: "Signore, Dio di Abramo, di Isacco e
d'Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che
io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla
tua parola. 37Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo
popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti
il loro cuore!". 38Cadde il fuoco del Signore e consum
l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando
l'acqua del canaletto. 39A tal vista, tutto il popolo cadde

33

con la faccia a terra e disse: "Il Signore Dio! Il


Signore Dio!". 40Elia disse loro: "Afferrate i profeti di
Baal; non ne scappi neppure uno!". Li afferrarono. Elia
li fece scendere al torrente Kison, ove li ammazz.

sul monte Carmelo che, di fronte al popolo incuriosito, il profeta


lancia il suo ultimatum: Fino a quando salterete da una parte
all'altra? Se il Signore Dio, seguitelo! Se invece lo Baal, seguite
lui!. Il popolo non gli rispose neppure una parola (1 Re 18,20). Il
silenzio stupito del popolo mostra fino a che punto la coesistenza fra i
due culti fosse un fatto pacificamente accettato. La radicale
alternativa del profeta non neppure capita. Solo dopo aver
constatato l'impotenza dei profeti di Baal, che invocarono inutilmente
il loro dio dal mattino alla sera, sotto la sferzante ironia di Elia; e
soltanto dopo aver constatato, al contrario, che la parola di Elia
efficace, il popolo esclama: Il Signore Dio, il Signore Dio.

IV. LA DOMANDA DEGLI ESILIATI E DEI RIMPATRIATI

In tutto l'arco dell'esperienza religiosa di Israele le domande di


Dio all'uomo e dell'uomo a Dio non sono mai mancate. Ma c' un
momento della storia di Israele in cui sembrano addensarsi e farsi, se
possibile, ancora pi radicali. il tempo dell'esilio di Babilonia. Dio
ha garantito al popolo una terra, un re e un tempio. Ma ora il popolo

34

in esilio, in terra straniera, senza re e senza tempio. Come


continuare a credere che la Parola di Dio fedele?
Per

illustrare

questo

momento

cruciale

ed

emblematico

dell'itinerario della fede biblica, ecco tre esempi non certo gli unici
e neppure, forse, i pi significativi desunti dall'esperienza di
Geremia e dalla seconda e terza parte del libro di Isaia.

1 Mi hai sedotto, Signore


I profeti sono le punte dell'esperienza di fede di Israele, e nelle loro
parole si intrecciano la domanda e la risposta. Nella loro personale
esperienza di fede rivive in modo esemplare, e si illumina,
l'esperienza del popolo.
Soprattutto Geremia si presta ad essere letto in questa chiave. Egli
vive profondamente il dramma della caduta di Gerusalemme e, al
tempo stesso, il dramma della sua personale vocazione. Su questa
intendo attirare l'attenzione. La crisi personale di Geremia come lo
specchio ingrandito, pi luminoso, della crisi dell'intera nazione. La
parola che interpella il profeta non , come poi in Giobbe, l'esistenza,
ma la parola della chiamata. Non l'ingiustizia della vita a
provocarlo, ma la contraddizione cui va incontro chi pone la sua

35

fiducia nella Parola. In discussione non il Dio creatore, ma il Dio


salvatore, il Dio che elegge, che dice di essere fedele. Il percorso del
profeta lineare e lo possiamo riassumere brevemente in tre tappe.
La prima il momento della vocazione, allorch il profeta si sentito
dire: Io sono con te per proteggerti (Ger 1,8). A questa parola
Geremia ha creduto e vi si totalmente affidato.
Ma dopo la vocazione ed la seconda tappa tutto sembra
contraddire la garanzia che Dio gli ha assicurato. A motivo della
parola che annuncia e delle posizioni che costretto a prendere,
Geremia diventato oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese
(Ger 15,10). Nessuna meraviglia se in questa situazione sorprendiamo
il profeta a interrogarsi sulla sua vocazione e a lamentarsi con il suo
Dio: Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre... Sono
diventato oggetto di scherno ogni giorno, ognuno si fa beffe di me...
(Ger 20,7ss). la preghiera di un uomo che ha messo in gioco tutto
se stesso, che si fidato e ora si trova smentito, che vorrebbe che
almeno Dio fosse dalla sua parte. Ma a volte anche Dio sembra da
un'altra parte.
Gli avversari lo deridono: Dov' la parola del Signore? Si compia
una buona volta! (Ger 17,15). Di fronte a queste derisioni Geremia
solo e impotente, disarmato. Perch Dio non interviene? Il profeta ha
creduto alla promessa udita nel momento della vocazione: Io sono
con te per proteggerti (Ger 1,8). Ma ora Dio sembra non essere di
parola. Alla luce di questa dura esperienza comprendiamo la forte
espressione del profeta: Tu sei diventato per me un torrente infido,

36

dalle acque incostanti! (Ger 15,18b). Ci sono torrenti che al tempo


delle piogge invernali sono gonfi di acqua, ma poi nell'estate si
disseccano. Non ci si pu fidare di loro: nel momento del caldo e della
sete ti abbandonano (Gb 6,15-20). Cos sembra essere al profeta la
promessa di Dio. In risposta al lamento di Geremia: Tu sei un
torrente infido, Dio invita il suo profeta a convertirsi: Se tu ritornassi
a me... (Ger 15,18-19). Non Dio che venuto meno alla sua
promessa, ma il profeta che se l'era immaginata diversa. l'uomo
che deve cambiare, non Dio. La promessa di Dio differente da come
l'uomo la immagina e, soprattutto, da come spesso la programma.
questa la terza tappa dell'itinerario di Geremia, la grande svolta a cui
Dio ha tentato di condurre il suo popolo, ma inutilmente. Vuole che vi
giunga almeno il suo profeta. Cos Geremia invitato a una
conversione teologica, nel modo di pensare Dio, e non soltanto a una
conversione morale.
Ma Geremia non tutto qui. L'uomo di Dio sperimenta la crisi e al
tempo stesso, con altrettanta forza, la gioia e la sicurezza. Geremia
discute con il suo Dio e vorrebbe smettere tutto: Pensavo: non mi
ricorder di Lui, non parler pi in suo nome (Ger 20,9a). Ma poi
scopre nel profondo di se stesso un amore alla Parola che nessuna
smentita riesce a distruggere: Ma nel mio cuore c'era un fuoco
ardente... Mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo (Ger 20,9b). E
riprende la sua strada. Nelle confessioni di Geremia non c' soltanto il
lamento, ma anche le confidenze della gioia, della fede, della speranza
ritrovata: Tu invece, Signore, mi conosci, mi vedi, scruti il mio cuore

37

e sai che con te (Ger 12,23); Quando mi si presentarono le tue


parole io le divorai: la tua parola fu per me una meraviglia, una gioia
nel cuore (Ger 15,16); La mia speranza sei tu (Ger 17,14). Come
tutti i profeti e come sempre Israele, Geremia sperimenta nel profondo
pur nella sofferenza, nell'abbandono e nel rifiuto il miracolo di
una speranza indistruttibile e di una inspiegabile fedelt.

Si dimentica forse una donna del suo bambino?

Il libro che va sotto il nome del profeta Isaia in realt un libro


composito, con scritti di epoche diverse. I capitoli che vanno dal 40 al
55 sono da attribuire a uno sconosciuto profeta vissuto al tempo
dell'esilio di Babilonia. un discepolo spirituale dell'antico Isaia, di
cui riprende il pensiero adattandolo alla nuova situazione. Nel 597
a.C. Gerusalemme conquistata una prima volta e i suoi maggiorenti
vengono deportati a Babilonia: i quadri politici, militari ed economici.
Nel 586 Gerusalemme conquistata una seconda volta, saccheggiata
e distrutta, e la popolazione deportata in massa. Scoraggiamento,
ansia per il proprio futuro, dubbi sulla fedelt di Dio sono, in simili
situazioni, la tentazione pi facile. Dio ci ha forse abbandonato? Dio
non pi fedele alle sue promesse? questo infatti che pensa il
popolo in esilio: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha
dimenticato (Is 49,14).

38

A questa comunit scoraggiata il profeta ricorda tre cose semplici


ed essenziali, che costituiscono il fondamento della fede di sempre. La
prima che la Parola di Dio solida come la roccia: L'erba secca, il
fiore appassisce, ma la Parola di Dio rimane in eterno (Is 40,8). Le
potenze idolatriche sembrano prevalere, ma la loro vittoria effimera.
La seconda che la Parola di Dio efficace, produce sempre ci che
promette, anche se per vie impensate. come la pioggia: scende dal
cielo e non vi risale senza prima aver fecondato la terra (Is 55,10-11).
La terza che l'amore di Dio non abbandona mai. Ai suoi compatrioti
sfiduciati il profeta dice di guardare le stelle e di imparare a fidarsi
della potenza di Dio che le ha create: Levate in alto i vostri occhi e
guardate: chi ha creato le stelle? (Is 40,26). E poi, con un'immagine
ancora pi suggestiva, li invita a pensare all'amore di una madre per
il suo bambino: dimentica forse una donna il suo bambino? Ebbene,
anche se una madre si dimenticasse del suo bimbo, io non mi
dimenticher mai di te (Is 49,15).

Dove sono, Signore, la tua tenerezza e la tua misericordia?

Nella terza parte del libro di Isaia si legge una sorta di salmo di
lamentazione che inizia, come tante altre preghiere del genere, con la
domanda dell'abbandono: Dove sono, Signore, il tuo zelo e la tua
potenza, la tua tenerezza e la tua misericordia? (Is 63,15-64,7).

39

Dove sono il tuo zelo e la tua potenza,


il fremito delle tue viscere
e la tua misericordia?
Non forzarti all'insensibilit,
16
perch tu sei nostro padre,
poich Abramo non ci riconosce
e Israele non si ricorda di noi.
Tu, Signore, sei nostro padre,
da sempre ti chiami nostro redentore.
17
Perch, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie
e lasci indurire il nostro cuore, cos che non ti tema?
Ritorna per amore dei tuoi servi,
per amore delle trib, tua eredit.
18
Perch gli empi hanno calpestato il tuo santuario,
i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo?
19
Siamo diventati da tempo
gente su cui non comandi pi,
su cui il tuo nome non stato mai invocato.
Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
Davanti a te sussulterebbero i monti,
1
come il fuoco incendia le stoppie
e fa bollire l'acqua,
perch si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici,
e le genti tremino davanti a te.
2
Quando tu compivi cose terribili che non
attendevamo,
tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti.
3
Mai si ud parlare da tempi lontani,
orecchio non ha sentito,
occhio non ha visto
che un Dio, fuori di te,
abbia fatto tanto per chi confida in lui.
4
Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la
giustizia
e si ricordano delle tue vie.

40

Ecco, tu sei adirato perch abbiamo peccato


contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.
5
Siamo divenuti tutti come una cosa impura,
e come panno immondo sono tutti i nostri atti di
giustizia;
tutti siamo avvizziti come foglie,
le nostre iniquit ci hanno portato via come il vento.
6
Nessuno invocava il tuo nome,
nessuno si risvegliava per stringersi a te;
perch tu avevi nascosto da noi il tuo volto,
ci avevi messo in bala della nostra iniquit.
7
Ma, Signore, tu sei nostro padre;
noi siamo argilla e tu colui che ci plasma,
tutti noi siamo opera delle tue mani.

L'orizzonte non pi quello dell'esilio, ma quello della comunit


dopo il ritorno. Passati i primi entusiasmi, i rimpatriati sono in preda
alla sfiducia e alle lotte intestine, e ci sono difficolt di ordine morale e
religioso. Gerusalemme senza tempio. I capi sono inetti e incapaci.
Di fronte a questa situazione l'animo dei credenti toccato dallo
smarrimento e dal dubbio: perch, Signore? la solita domanda che
riaffiora ogni qualvolta non si riesce a mettere d'accordo la fede in un
Dio buono e giusto da una parte, e il suo modo di agire dall'altra. Dio
ha in pugno la storia, ma poi sembra abbandonarla in balia della
malvagit. come se tu non fossi pi il nostro Signore, dice il
profeta.
Dio tace e sembra lontano, ma proprio nel momento in cui il
dubbio pi forte e la disperazione pi grande si affaccia vittoriosa

41

sul dubbio e la disperazione la certezza che Dio Padre. E cos


dubbi e sfiducia si dissolvono. L'affermazione nostro Padre sei tu
compare tre volte nel nostro salmo e ne costituisce l'ossatura, il
motivo che fa passare la comunit dalla sfiducia alla speranza.
un'affermazione assai rara nell'Antico Testamento, e paradossalmente
compare qui in una preghiera che lamento e dubbio: Ma, Signore,
tu sei nostro Padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma (Is
64,7).

V. LA DOMANDA DI GIOBBE E DI QOELET

1 Non forse faticosa la vita dell'uomo sulla terra?

Non si pu continuare il nostro percorso attraverso le pagine


bibliche senza dare un posto privilegiato al libro di Giobbe e poi a
quello di Qoelet.
La sofferenza ingiusta e inspiegabile, che Giobbe sperimenta
innocente lo induce a riflettere sul senso della vita, che gli appare
faticosa e tormentata, fuggevole, perennemente in cerca di una pace
che non trova: Ho sperato mesi tranquilli e mi sono toccate notti
penose (Gb 7,1-7). Giobbe il portavoce dell'uomo universale, la
parabola dell'uomo che si scontra con il mistero dell'esistenza: Non
forse faticosa la vita dell'uomo sulla terra?. C' per un tratto che

42

imprime subito alla riflessione di Giobbe una dimensione religiosa,


che gi la distanzia da molte analoghe riflessioni: egli parla della sua
sofferenza davanti a Dio e il suo lamento si trasforma in preghiera: I
miei giorni sono stati pi veloci della spola e sono terminati per
mancanza di filo. Ricordati che la mia vita un soffio.
La sua esistenza di dolore diventa per Giobbe una domanda che
esige risposta, una domanda che egli sa bene a chi rivolgere, perch la
situazione che egli vive e lo interpella viene da Dio, non dalle cose, n
dalla necessit. Giobbe sa a chi rivolgersi e chi contestare. Di
conseguenza il suo vero interrogativo non riguarda l'uomo, ma Dio:
chi Dio? Come si comporta verso l'uomo? Domande, queste, che
sorgono da uno scontro fra due certezze: da una parte la certezza che
Dio giusto, dall'altra l'esperienza della sofferenza innocente.
Il libro di Giobbe si apre con una prima risposta: Il Signore ha
dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore (Gb 1,21).
Giobbe una statua di fede. Non cerca di penetrare le intenzioni di
Dio che lo fa soffrire. Gli basta sapere che le sue sofferenze vengono
da Lui e di Lui si fida. Ha perduto i figli, i beni, la sua stessa salute,
ma l'attaccamento al suo Dio non viene meno: Sia benedetto il nome
del Signore. Risposta "edificante", bella senza dubbio, ma non vera.
infatti la risposta a una parola che non ha veramente attraversato
l'uomo. E difatti questa soltanto la risposta del Giobbe dei primi due
capitoli.
C' poi una seconda risposta, quella degli amici. A loro il dolore di
Giobbe non fa problema, perch loro "gi sanno". La sofferenza

43

"sempre" la conseguenza di una colpa. Dio giusto e non pu


permettere che l'uomo soffra senza colpa. Ognuno ha ci che si
merita. Questi amici ripetono lezioni imparate, cose scontate, luoghi
comuni. Non cercano di capire, essi hanno gi le risposte. Sono
preoccupati di difendere una dottrina, non di condividere il problema
di Giobbe. Sono preoccupati di Dio, non dell'uomo. Subito, troppo in
fretta, dalla parte di Dio contro l'uomo! Si legga, come esempio, il
discorso di Elifaz (cc. 4-5). Per difendere la loro tesi gli amici si
appellano alla tradizione (Ricordati) e all'esperienza, ma quella
astratta ( cos). Giustamente Giobbe liquida il loro molto parlare
con una risposta tagliente: Sentenze di cenere, difese di argilla (Gb
13,12-13). Retorica religiosa.
C' una terza risposta, quella di Giobbe: risposta lacerata,
apparentemente

contraddittoria,

ma

profondamente

vera.

Una

risposta che si conclude nel silenzio, perch di fronte al mistero di Dio


non c' pi posto per la parola. Nei discorsi di Giobbe gli interrogativi
si susseguono concitati: perch la sofferenza contro un innocente?
Come Dio pu ancora dirsi giusto? Perch si accanisce contro un
uomo? Giobbe sperimenta Dio quasi come il nemico: Tu sei duro
avversario e con la forza delle tue mani mi perseguiti (Gb 30,21) e lo
supplica: Lasciami! (Gb 7,16.19; 14,6). Si direbbe una preghiera alla
rovescia. Di solito l'orante dice a Dio: Affrettati. Giobbe dice:
Lasciami. Giobbe tenta in tutti i modi di capire. Forse che Dio lo ha
dimenticato o si stancato di lui? (Gb 7,20). Forse che Dio
cambiato?

(Gb

30,21).

Sentimenti

contraddittori

si

alternano

44

nell'animo di Giobbe. Ora sembra lasciarsi andare rassegnato e


stanco (Gb 29,4). Ora tenta di far ragionare Dio (Gb 10,8). Ora
ironizza

con

infinita

amarezza

(Gb

7,20).

Assume,

persino,

atteggiamenti di sfida (Gb 10,2). Ma il lettore attento si accorge che al


fondo di tutto c' un filo ostinato e costante: la fiducia in Dio: Sei tu
la mia garanzia presso di te (Gb 17,3). questa la ricerca di Giobbe:
una ricerca a cui non permesso sottrarsi o rifugiarsi in costruzioni
teologiche astratte e rassicuranti, ma che costretta ad accettare la
sfida dei fatti. Giobbe si pone alla ricerca di Dio non partendo dalle
formule create dalla tradizione, ma dal suo mondo concreto pieno di
dolore.
Quando

finalmente

Dio,

ripetutamente

chiamato

in

causa,

interviene, non d risposte, ma pone, a sua volta, domande. Ma sono


le domande giuste, domande che inducono Giobbe ad accorgersi che
nel mondo sono numerose le tracce della potenza, della sapienza e
dell'amore di Dio. Certo queste tracce non risolvono il mistero. Per
sono sufficienti a mostrare che possiamo fidarci di Dio. Non resta
dunque che vivere in un fiducioso abbandono. E cos alla fine, dopo
molto discutere e dopo aver caparbiamente demolito gli schemi con
cui si cercava di razionalizzare il mistero (la sofferenza sempre legata
al peccato; la sofferenza serve a purificare il giusto), Giobbe si erge di
nuovo come il credente che tace di fronte al mistero di Dio e della vita:
Mi tappo la bocca con la mano (Gb 40,4). Giobbe non parla pi e si
fida di Dio, come all'inizio del libro. Ma quanto cammino fra i due
momenti! La distanza fra ci che gli uomini pensano di Dio e quello

45

che Egli veramente : Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi
ti vedono (Gb 42,5).
Il libro di Giobbe non dissolve il mistero di Dio e della vita (come
sarebbe possibile?), ma suggerisce come andargli incontro, nel pi
fiducioso abbandono. questa la speranza biblica, che non illusione
come per l'uomo greco, ma fiducia e attesa. La fiducia poggia
sull'alleanza ostinata di Dio, l'attesa sulla sua promessa.

2 L'occhio non si sazia di guardare

Qoelet un libro di rara profondit, e la sua lettura dell'esistenza


sorprendentemente lucida. La sua certamente la riflessione di un
credente. Sa che Dio a dare e a togliere. Sa che occorre pregare, ma
intelligentemente sottolinea: bene che la preghiera sia di "poche
parole", non invadente, senza alcuna pretesa di annullare la distanza
fra Dio e l'uomo: Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore
non si affretti a proferire parola davanti a Dio, perch Dio in cielo e
tu sei sulla terra: perci le tue parole siano sobrie... (Qo 5,1). Tuttavia
la riflessione di Qoelet non sembra, almeno esplicitamente, fatta
davanti a Dio. Giobbe ha chiamato in causa Dio direttamente. Qoelet
conosce Dio, ma non gli rimprovera nulla. C' una seconda differenza
rispetto a Giobbe: la riflessione di Qoelet non parte anzitutto dal
dolore. Per l'uomo della tragedia greca e anche per Giobbe s. Qoelet,

46

invece, mette in discussione le cose che diremmo positive, riuscite.


Qoelet smitizza la vita riuscita.
Vanit delle vanit, tutto vanit. Che senso ha tutta la fatica
dell'uomo sulla terra? (Qo 1,2-3): con questa domanda inizia il
piccolo libro del "predicatore", in ebraico qohlet. Strano modo di
introdurre una riflessione: precede la risposta (tutto vanit) e
segue la domanda (che senso ha la fatica dell'uomo?). Non una
domanda

teoretica,

direttamente

teologica,

ma

concreta

antropologica: se esista e quale, un vero bene per l'uomo, un bene che


giustifichi la sua fatica di vivere. La risposta no. Tutto ci che l'uomo
fa e raggiunge, il suo lavoro, il suo perenne agitarsi, le sue ricerche, le
sue costruzioni, la sua stessa voglia di vivere, tutto vanit (in
ebraico hevel), parola che apre (Qo 1,2) e chiude (Qo 12,8) il libro e
che lungo il discorso compare pi di venti volte. Hevel parola che
pu significare molte cose, ma tutte hanno attinenza all'immagine del
soffio, della nebbia, del fumo, dell'inconsistenza: qualcosa che magari
da lontano ti incanta, ma quando l'hai fra le mani ti delude. Tale la
vita dell'uomo, comunque essa sia, sana o malata, infelice o
apparentemente felice: una realt ingannevole, caduca e assurda.
L'affermazione drastica e provocatoria, e ci attendiamo una
dimostrazione.
Ma, prima, un passo indietro. Il libro del predicatore fra gli scritti
pi recenti dell'Antico Testamento, composto probabilmente sul finire
del III secolo a.C. o all'inizio del II. un libro inafferrabile e per i
credenti sconcertante, prova ne sia che il Nuovo Testamento non lo

47

cita

neppure.

Di

questo

predicatore

non

conosciamo

nulla.

Possediamo soltanto il suo piccolo libro, che ce lo rivela spirito lucido


e disincantato, ma anche problematico, complesso e sfuggente. Si
direbbe un uomo dalle molte anime. Ma di questa complessit non
meravigliamoci pi di tanto. Non lo spirito di Qoelet che
contraddittorio, bens l'esistenza dell'uomo che, appunto, egli si sforza
di decifrare. Tensione e contraddizione fanno parte dell'esistenza.
Qoelet un uomo che vive una crisi e una transizione, e come tale
va compreso. Il suo un discorso di rottura: demolisce con molta
efficacia le ingenue speranze di Israele speranze religiose, ma
sempre terrestri e quindi inevitabilmente caduche ma non ancora
in grado di offrire prospettive nuove. Il suo un discorso lucido, ma
incompiuto. E tuttavia un discorso da continuamente risentire, non
soltanto perch rappresenta una tappa fondamentale dello sviluppo
della rivelazione, ma anche e soprattutto perch l'inquietudine
che suscita e gli interrogativi che pone sono quelli dell'uomo di
sempre, e le ingenue speranze che demolisce possono ancora illudere.
Ritorniamo al nocciolo del problema. Qoelet osserva la vita la
sua e quella degli altri e conclude che tutto vanit, fatica
sprecata. I motivi? Molti, ma qui ne elenchiamo solo alcuni. Per
esempio, lo stridente contrasto fra la precariet dell'uomo e il
permanere della natura: Una generazione va e una generazione viene,
invece la terra sta sempre ferma (Qo 1,4). Tutti dicono che l'uomo
pi importante delle cose, e tuttavia l'uomo scompare mentre le cose
restano. E poi se appena si guarda oltre le apparenze ci si

48

accorge che l'uomo dentro un cerchio, nel quale si dibatte impotente


senza capirne la ragione: Il sole sorge, il sole tramonta e ritorna al
punto di partenza... Ci che stato ci che sar, ci che stato fatto
ci che si far (Qo 1,5-9).
Tutto si muove, ma in realt tutto resta uguale. Tutto ritorna al
punto di partenza, come il movimento del sole, del vento e dell'acqua
dei fiumi. L'affannarsi dell'uomo (il suo cuore non riposa nemmeno
di notte) un girare su se stesso (Qo 2,29), un fare e un disfare,
senza mai pervenire a un approdo definitivo. Il mondo nuovo che
l'uomo si sforza di costruire sfugge continuamente alle sue mani (Qo
1,10), e cos ogni generazione ricomincia da capo e ritorna a sognare.
Qoelet sta probabilmente pensando alla speranza dei profeti e la
contesta. E una speranza religiosa e affascinante, ma pur sempre
terrestre, chiusa dentro quest'esistenza mondana. Ma allora come si
pu veramente parlare di novit? Sempre ci sar il limite della morte,
l'occhio dell'uomo continuer a non saziarsi di vedere e l'orecchio di
ascoltare (Qo 1,8b), e alla ricerca dell'uomo continuer a sfuggire il
senso dell'insieme (Qo 3,11). Alla fine ed su questo che il pensiero
di Qoelet si sofferma pi a lungo l'esistenza umana vanit
soprattutto perch urta contro il limite invalicabile della morte, che
colpisce ogni uomo e ne annulla lo sforzo (Qo 3,18-22). La morte
sottrae l'uomo a tutte quelle realizzazioni che faticosamente si
costruito, e la stessa sorte riservata allo stolto e al saggio
disconosce l'innegabile superiorit della saggezza e costituisce una

49

vera e propria beffa nei confronti del saggio che tanto ha faticato per
sottrarsi alla stupidit.
Molti sono dunque i motivi per i quali la fatica di vivere appare
all'uomo senza senso. L'uomo un desiderio aperto, infinito, e la
realt dell'esistenza quella che : inferiore. Ma allora ecco la
domanda che non si pu eludere perch Dio ha costruito l'uomo
cos, squilibrato, con un'esigenza di infinito e di permanenza che poi
resta insoddisfatta? La domanda mette in questione Dio. Ma una
domanda che Qoelet esplicitamente non pone. E tuttavia nella sua
risposta in qualche modo Dio in causa. Una risposta modesta, ma
pur sempre grandemente religiosa: Dio agisce cos, perch l'uomo
abbia timore di Lui (Qo 3,4). Risposta semplice, quasi evasiva, si
direbbe

sproporzionata

all'ampiezza

della

domanda,

tuttavia

essenziale. Temere Dio significa essere consapevoli dei propri limiti.


Significa anche avere fiducia in Lui nonostante tutto? Forse. Certo
significa accettare il mistero della vita senza ingenui palliativi e inutili
affanni: Nei giorni felici sii contento, nei giorni di sofferenza rifletti:
gli uni gli altri vengono da Dio (Qo 7,14). Significa anche accettare e
gustare le gioie, piccole e grandi, di cui la vita pur sempre ricca:
sono un dono di Dio (Qo 2,24; 9,7-8).
Per comprendere questa riflessione di Qoelet sulla vita e sull'uomo
occorre ricordare che egli vede l'esistenza come i suoi contemporanei,
cio senza la chiarezza di una positiva esistenza ultraterrena. a
questo punto che si inserisce l'intuizione semplice e fondamentale,
senza la quale tutta la speranza biblica sarebbe irrimediabilmente

50

crollata del libro della Sapienza: Dio ha creato l'uomo per


l'immortalit (Sap 2,23). Non possibile che Dio abbandoni il giusto
nella morte, non pensabile che Egli metta sullo stesso piano il bene
e il male, il valore e il non valore: Dio fedele e non ha creato l'uomo
con una sete di vita per poi deluderlo. La potenza di Dio far risorgere
i morti. questa la grande speranza a cui la ricerca di Israele alla fine
approda.

Una

speranza

completamente

religiosa:

non

poggia

sull'uomo, sui suoi elementi costitutivi, ma unicamente sulla fedelt


di Dio e sulla sua potenza creatrice.

VI. IL SIGNORE HA MIRABILMENTE TRIONFATO

Nel

nostro

percorso

attraverso

l'Antico

Testamento

abbiamo

privilegiato le domande. Ma nell'animo profondamente religioso


dell'uomo biblico non ci sono soltanto le domande, bens anche con
altrettanta forza e contemporaneamente la fiducia e la certezza, la
lode esultante, la ripetuta esperienza che "Dio con noi". Nel salterio,
per fare un esempio, molte sono le preghiere della lode, nelle quali la
fede nel Dio creatore, provvidente e liberatore, si esprime senza
l'ombra di una reticenza. Sono preghiere che manifestano una fede
solida, ancorata alle sue certezze: Dio il creatore che ha fatto bene
l'uomo e ogni cosa (Sal 8 e 104), veglia sempre sui suoi fedeli (Sal 33 e
92), si prende cura del suo gregge (Sal 23), difende il suo popolo (Sal

51

27), retribuisce secondo giustizia (Sal 77), manifesta costantemente il


suo amore agli uomini (Sal 103).
La sorpresa, per, che anche le preghiere della supplica e del
lamento nelle quali si ripropongono le domande di sempre: Perch?
Fino a quando? Perch, Signore, stai a guardare? normalmente non
si concludono con il grido dell'uomo abbandonato, ma con il
ringraziamento. Si ringrazia ancor prima di aver ottenuto (Sal 140,14;
22,25ss). Questo significa che, al di l del dubbio e dell'angoscia,
nell'animo dell'uomo biblico prevale la fiducia.
Un esempio di lode che merita di essere privilegiato il "canto del
mare" (di Es 15,1-18). Un testo da evidenziare per pi motivi: per la
sua

particolare

riconosciuta

ricchezza,

antichit

per

la

perch,

sua

struttura,

infine,

lo

si

per
pu

la

sua

leggere

confrontandolo con la narrazione del capitolo 14, nel quale l'evento


raccontato, mentre nel c. 15 il medesimo evento "pregato".
1

Il Signore disse a Mos: 2"Comanda agli Israeliti che


tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirt, tra
Migdol e il mare, davanti a Baal-Sefn; di fronte a quel
luogo vi accamperete presso il mare. 3Il faraone
penser degli Israeliti: "Vanno errando nella regione; il
deserto li ha bloccati!". 4Io render ostinato il cuore del
faraone, ed egli li inseguir; io dimostrer la mia gloria
contro il faraone e tutto il suo esercito, cos gli Egiziani
sapranno che io sono il Signore!". Ed essi fecero cos.
5
Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era
fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si
rivolse contro il popolo. Dissero: "Che cosa abbiamo
fatto, lasciando che Israele si sottraesse al nostro
servizio?". 6Attacc allora il cocchio e prese con s i

52

suoi soldati. 7Prese seicento carri scelti e tutti i carri


d'Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. 8Il
Signore rese ostinato il cuore del faraone, re d'Egitto, il
quale insegu gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a
mano alzata. 9Gli Egiziani li inseguirono e li
raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il
mare; tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri
e il suo esercito erano presso Pi-Achirt, davanti a
Baal-Sefn.10Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti
alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani marciavano dietro
di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e
gridarono al Signore. 11E dissero a Mos: " forse
perch non c'erano sepolcri in Egitto che ci hai portati
a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci
fuori dall'Egitto? 12Non ti dicevamo in Egitto: "Lasciaci
stare e serviremo gli Egiziani, perch meglio per noi
servire l'Egitto che morire nel deserto"?". 13Mos
rispose: "Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la
salvezza del Signore, il quale oggi agir per voi; perch
gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai
pi! 14Il Signore combatter per voi, e voi starete
tranquilli".
15
Il Signore disse a Mos: "Perch gridi verso di me?
Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. 16Tu
intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e
dividilo, perch gli Israeliti entrino nel mare
all'asciutto. 17Ecco, io rendo ostinato il cuore degli
Egiziani, cos che entrino dietro di loro e io dimostri la
mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi
carri e sui suoi cavalieri. 18Gli Egiziani sapranno che io
sono il Signore, quando dimostrer la mia gloria contro
il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri".
19
L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento
d'Israele, cambi posto e pass indietro. Anche la
colonna di nube si mosse e dal davanti pass dietro.
20
And a porsi tra l'accampamento degli Egiziani e
quello d'Israele. La nube era tenebrosa per gli uni,

53

mentre per gli altri illuminava la notte; cos gli uni non
poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.
21
Allora Mos stese la mano sul mare. E il Signore
durante tutta la notte risospinse il mare con un forte
vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si
divisero. 22Gli Israeliti entrarono nel mare sull'asciutto,
mentre le acque erano per loro un muro a destra e a
sinistra. 23Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del
faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro
di loro in mezzo al mare.
24
Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di
fuoco e di nube, gett uno sguardo sul campo degli
Egiziani e lo mise in rotta. 25Fren le ruote dei loro
carri, cos che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli
Egiziani dissero: "Fuggiamo di fronte a Israele, perch
il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!".
26
Il Signore disse a Mos: "Stendi la mano sul mare: le
acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro
cavalieri". 27Mos stese la mano sul mare e il mare, sul
far del mattino, torn al suo livello consueto, mentre gli
Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li
travolse cos in mezzo al mare. 28Le acque ritornarono
e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l'esercito del
faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele:
non ne scamp neppure uno. 29Invece gli Israeliti
avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare,
mentre le acque erano per loro un muro a destra e a
sinistra.
30
In quel giorno il Signore salv Israele dalla mano
degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla
riva del mare; 31Israele vide la mano potente con la
quale il Signore aveva agito contro l'Egitto, e il popolo
temette il Signore e credette in lui e in Mos suo servo.
1

Allora Mos e gli Israeliti cantarono questo canto al


Signore e dissero:

54

"Voglio cantare al Signore,


perch ha mirabilmente trionfato:
cavallo e cavaliere
ha gettato nel mare.
2

Mia forza e mio canto il Signore,


egli stato la mia salvezza.
il mio Dio: lo voglio lodare,
il Dio di mio padre: lo voglio esaltare!
3

Il Signore un guerriero,
Signore il suo nome.
4

I carri del faraone e il suo esercito


li ha scagliati nel mare;
i suoi combattenti scelti
furono sommersi nel Mar Rosso.
5
Gli abissi li ricoprirono,
sprofondarono come pietra.
6

La tua destra, Signore,


gloriosa per la potenza,
la tua destra, Signore,
annienta il nemico;
7

con sublime maest


abbatti i tuoi avversari,
scateni il tuo furore,
che li divora come paglia.
8

Al soffio della tua ira


si accumularono le acque,
si alzarono le onde come un argine,
si rappresero gli abissi nel fondo del mare.
9

Il nemico aveva detto:


"Inseguir, raggiunger,

55

spartir il bottino,
se ne sazier la mia brama;
sfoderer la spada,
li conquister la mia mano!".
10

Soffiasti con il tuo alito:


li ricopr il mare,
sprofondarono come piombo
in acque profonde.
11

Chi come te fra gli di, Signore?


Chi come te, maestoso in santit,
terribile nelle imprese,
autore di prodigi?
12

Stendesti la destra:
li inghiott la terra.
13

Guidasti con il tuo amore


questo popolo che hai riscattato,
lo conducesti con la tua potenza
alla tua santa dimora.
14

Udirono i popoli: sono atterriti.


L'angoscia afferr gli abitanti della Filistea.
15
Allora si sono spaventati i capi di Edom,
il pnico prende i potenti di Moab;
hanno tremato tutti gli abitanti di Canaan.
16

Pimbino su di loro
paura e terrore;
per la potenza del tuo braccio
restino muti come pietra,
finch sia passato il tuo popolo, Signore,
finch sia passato questo tuo popolo,
che ti sei acquistato.

56
17

Tu lo fai entrare e lo pianti


sul monte della tua eredit,
luogo che per tua dimora,
Signore, hai preparato,
santuario che le tue mani,
Signore, hanno fondato.
18

Il Signore regni
in eterno e per sempre!".
19

Quando i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi


cavalieri furono entrati nel mare, il Signore fece tornare
sopra di essi le acque del mare, mentre gli Israeliti
avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare.
20
Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese
in mano un tamburello: dietro a lei uscirono le donne
con i tamburelli e con danze. 21Maria inton per loro il
ritornello:
"Cantate al Signore,
perch ha mirabilmente trionfato:
cavallo e cavaliere
ha gettato nel mare!".

La narrazione (c. 14), proprio perch racconta l'evento nel suo


sviluppo storico, evidenzia il divario fra la promessa di Dio
(Dimostrer la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito: Es
14,4) e la realt che Israele ha sotto gli occhi (Gli Israeliti alzarono gli
occhi e videro che gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro: Es
14,10). Per questo la narrazione fa spazio al dubbio e all'incredulit,
agli interrogativi dell'uomo di fronte alla potenza di Dio che pare
smentirsi: Non c'erano sepolcri in Egitto per portarci a morire nel

57

deserto? (Es 14,11). Il cantico invece, che sostanzialmente una


preghiera di lode, rinarra l'evento a partire dal suo momento finale,
conclusivo, dopo che la potenza di Dio ha "impensabilmente"
trionfato: Israele vide la mano potente... e il popolo temette il Signore
e credette (Es 14,31).
La lode la risposta a un evento di Dio giunto alla conclusione, a
una parola di Dio che ha dispiegato per intero la sua corsa e il suo
senso. La lode appartiene di per s al momento finale, non al
"frattempo" che continua ad essere il tempo della contraddizione e
quindi della domanda. Tuttavia anche nel "frattempo" c' spazio per la
lode, perch la Parola di Dio, nella fede, "sicura" gi prima di essere
giunta al termine della sua corsa. Il credente certo della conclusione
ancor prima che questa si manifesti. Nel "frattempo" lo spazio della
lode resta la fede, non ancora se non per qualche fugace
anticipazione l'esperienza.
Il cantico di Es 15 rinarra l'evento infatti un canto che si snoda
alternando il coro narrativo a quello laudativo ma lo rinarra, come
gi si detto, comprendendolo dalla sua conclusione. Questo
permette alla lode di essere non solo una risposta gioiosa all'azione di
Dio, ma una risposta "penetrante". Infatti la chiave pi panoramica
per comprendere una storia la sua conclusione. questa la ragione
per cui la lode, specialmente liturgica, non solo il momento del
ringraziamento e della gioia, diciamo il momento in cui si pregusta la
pienezza, ma anche il momento della comprensione della storia che
si ha alle spalle e che si sta vivendo. Nella risposta della lode l'evento

58

del Mar Rosso si dilata nel tempo e nello spazio. Il singolo e storico
avvenimento si apre su prospettive universali. Questo perch la
lettura di fede, che la lode esprime, ha saputo scorgere nell'evento del
passaggio del mare un modulo che rappresenta una sorta di costante
dell'agire di Dio, quindi una chiave che aiuta a comprendere il proprio
presente e tutti gli altri gesti di Dio nella storia. Se il canto di Es 15
stato recitato di generazione in generazione, e ancora oggi lo si recita,
non semplicemente per fare memoria, ma per comprendere il
"frattempo" nel quale ancora ci troviamo.

Che cos' l'uomo?

Se mi si chiedesse di indicare un testo che pi di ogni altro possa


aiutarci a cogliere la profonda anima religiosa di Israele, non esiterei
a suggerire il Salmo 8:
2

O Signore, Signore nostro,


quanto mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
3

con la bocca di bambini e di lattanti:


hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
4

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,


la luna e le stelle che tu hai fissato,
5

che cosa mai l'uomo perch di lui ti ricordi,


il figlio dell'uomo, perch te ne curi?

59

Davvero l'hai fatto poco meno di un dio,


di gloria e di onore lo hai coronato.
7

Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,


tutto hai posto sotto i suoi piedi:
8

tutte le greggi e gli armenti


e anche le bestie della campagna,
9

gli uccelli del cielo e i pesci del mare,


ogni essere che percorre le vie dei mari.
10

O Signore, Signore nostro,


quanto mirabile il tuo nome su tutta la terra!
O Signore, Signore nostro, quanto mirabile il tuo nome su tutta la
terra!: con questa proclamazione il salmo si apre (v. 2) e si chiude (v.
10). La grandezza di Dio un punto fermo. Da qualsiasi angolatura lo
guardi, all'inizio o alla fine, Dio sempre grande. Per l'uomo diverso.
Se lo confronti con la immensit dei cieli, ti chiedi: Che cosa mai
l'uomo? (v. 5). La domanda che il salmista si pone sostanzialmente
la stessa di Qoelet. Ma diversamente dal Qoelet il salmista non si
accontenta di guardare l'uomo in se stesso o in rapporto al mondo,
ma in rapporto a Dio, che di lui si ricorda e di lui si prende cura (v.
5). E allora tutto cambia, e la risposta di gioia-stupore: Davvero
lhai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato (v.
6).
Intelligentemente il salmista non pone la domanda sull'uomo a se
stesso, o agli altri uomini, ma a Dio. una domanda a cui solo Dio

60

pu rispondere. Per il salmo la grandezza dell'uomo tutta racchiusa


nella "memoria" di Dio e nella sua "cura" amorevole, come gi lascia
capire il modo stesso di porre la domanda: Che cosa l'uomo perch
te ne ricordi, il Figlio dell'uomo perch te ne curi?. Fuori da questo
spazio l'uomo perde consistenza e resta un enigma.

VII. LA NOVIT DI GES CRISTO

La letteratura del Nuovo Testamento non ha l'ampiezza e la variet


delle articolazioni dell'Antico, n almeno apparentemente la
drammaticit e l'insistenza delle sue domande. E questo non soltanto
perch il Nuovo Testamento racchiuso in uno spazio di tempo molto
ristretto, ma soprattutto perch tutto assorto nello stupore dell'evento
di Ges Cristo. L'intuizione portante del Nuovo Testamento che gli
conferisce unit pur nella variet delle voci che Ges di Nazaret
(parole, vita e persona) il luogo in cui Dio ha pienamente mostrato,
in modo convincente e definitivo, la sua verit, e nella sua verit
quella dell'uomo e della storia.
Sinteticamente un antico brano poetico cristiano, probabilmente
liturgico (Col 1,15-20), ha definito il Cristo immagine del Dio
invisibile. In questa lapidaria affermazione racchiusa tutta la fede
del Nuovo Testamento. Ges l'icona visibile del Dio invisibile.
L'invisibilit di Dio si dissolta nell'apparizione storica di Ges di

61

Nazaret. Giustamente i vangeli, raccontando la storia di Ges, sono


persuasi di narrare la storia della "manifestazione" di Dio fra noi.
E questo perch la storia di Ges di Nazaret la storia del Figlio di
Dio, non semplicemente la storia di un uomo giusto o di un profeta.
Fosse stata semplicemente la storia di un uomo giusto, ci avrebbe
soltanto insegnato, sia pure in modo esemplare, come l'uomo debba
stare davanti a Dio. Ma questa una cosa che gi si sapeva. Essendo
invece il Figlio di Dio, la storia di Ges ci rivela come Dio si pone
davanti all'uomo. questo lo spazio della sorpresa di fronte alla quale
l'uomo del Nuovo Testamento non cessa di stupirsi.

1 Lo spazio della domanda

E tuttavia anche l'evento di Ges Cristo che pure pretende


essere il "compimento" delle attese e, dunque, la risposta non ha
annullato

lo

spazio

della

domanda,

ma

allargato,

di

certo

approfondito. Almeno in tre direzioni. La prima nei confronti della


storia la grande storia dell'umanit come la piccola storia di
ciascuno che anche dopo la venuta di Ges troppo spesso sembra
continuare ad annullare la forza del gesto di Dio. come se
continuasse a riproporsi la domanda gi tanto spesso sentita lungo
l'Antico Testamento, ma con uno sconcerto, se possibile, ancora
maggiore. Il compimento non doveva cambiare il mondo e gli uomini
una volta per tutte? Non doveva realizzare la piena signoria di Dio

62

tanto sognata? E invece tutto sembra continuare come prima. La


solenne parola dell'Apocalisse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose (Ap
21,5) pare, come sempre, una promessa pi che una constatazione,
un futuro pi che un compimento.
La seconda direzione nei confronti dello stesso evento di Ges
Cristo, ricco di tensioni: Figlio di Dio e uomo, Messia e crocifisso,
servo e Signore, la potenza dei miracoli e la debolezza della croce, il
Regno arrivato e nel contempo da attendere. Di qui la domanda
costantemente presente, esplicita o sottesa, in tutte le tradizioni
neotestamentarie: chi Ges?
La terza direzione infine che sta alla radice delle altre due la
"novit" di Ges. Un gruppo di uomini ha abbandonato tutto per
seguirlo nella sua vita itinerante (Mc 1,16-20); le folle lo hanno
dapprima accolto entusiasticamente, ma poi lo hanno abbandonato
deluse; le autorit lo hanno osteggiato sino alla condanna. Le ragioni
di questo molteplice e contraddittorio comportamento? Molte, ma
forse la radice di tutte va cercata nella "novit" di Ges: la novit della
sua pretesa, del modo di svolgere la propria missione, del suo parlare
di Dio.
Nessuno ha potuto sottrarsi alla forza della novit di Ges, o per
accoglierla o per rifiutarla. Gi di fronte ai suoi primi gesti e alle sue
prime parole, la folla ne ha subito avvertito la forza: Una dottrina
nuova insegnata con autorit (Mc 11,27). E lo stupore della novit si

continuamente

riprodotto

nell'esperienza

dei

primi

cristiani:

63

alleanza

"nuova",

comandamento

"nuovo",

vita

"nuova",

uomo

"nuovo", queste alcune fra le espressioni pi significative.


Ci che sorprende anzitutto il volto di Dio rivelato da Ges:
dunque si tratta di una novit non solo morale, n solo messianica,
ma

propriamente

teologica.

Nuova

la

radice,

non

solo

le

conseguenze. Nuovo non un aspetto o l'altro, ma il compimento


stesso: "compimento" dice la profonda continuit con le attese
dell'Antico Testamento e "nuovo" dice il modo inatteso di compierle.
L'evento di Ges un compimento "oltre" le attese, non deducibile
dalle attese. Tutto questo rende inevitabile la domanda: Sei tu che
devi venire o dobbiamo aspettarne un altro? (Mt 11,3). Giustamente
Ges ha fatto notare che si tratta di una novit che non si pu
versare nelle vecchie botti, n si pu utilizzare per rattoppare un
vecchio vestito (Mc 2,21-22). una novit tanto profonda da costituire
per gli uni la ragione della sua accoglienza e per altri la ragione del
suo rifiuto.

2 Chi dite che io sia?

Per rispondere alla domanda chi Ges? il Nuovo Testamento ha


trovato alcune categorie gi in uso: Messia, Figlio dell'uomo, Figlio di
Dio. Ma sono tutte categorie del tempo dell'attesa, non gi del
compimento. Esprimono la speranza, ma non sono in grado n a

64

una a una n tutte insieme di esprimere la novit di Ges. Occorre


ricomprenderle.
Emblematico l'episodio di Cesarea di Filippo (Mc 8,27-33), da
leggere insieme al racconto della trasfigurazione (Mc 9,2-8).

27

Poi Ges part con i suoi discepoli verso i villaggi


intorno a Cesara di Filippo, e per la strada
interrogava i suoi discepoli dicendo: "La gente, chi dice
che io sia?". 28Ed essi gli risposero: "Giovanni il
Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti". 29Ed
egli domandava loro: "Ma voi, chi dite che io sia?".
Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". 30E ordin loro
severamente di non parlare di lui ad alcuno.
31
E cominci a insegnare loro che il Figlio dell'uomo
doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani,
dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e,
dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso
apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a
rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi
discepoli, rimprover Pietro e disse: "Va' dietro a me,
Satana! Perch tu non pensi secondo Dio, ma secondo
gli uomini".

Sei giorni dopo, Ges prese con s Pietro, Giacomo e


Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte,
loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti
divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio
sulla terra potrebbe renderle cos bianche. 4E apparve
loro Elia con Mos e conversavano con Ges.
5
Prendendo la parola, Pietro disse a Ges: "Rabb,
bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per
te, una per Mos e una per Elia". 6Non sapeva infatti
che cosa dire, perch erano spaventati. 7Venne una

65

nube che li copr con la sua ombra e dalla nube usc


una voce: "Questi il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!".
8
E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro
pi nessuno, se non Ges solo, con loro.

Ges stesso pone la domanda che ha fatto da filo conduttore


all'intera narrazione evangelica: La gente chi dice che io sia? E voi chi
dite che io sia?. Personaggi differenti compaiono sulla scena per
rispondere: la gente, i discepoli, Ges, la voce celeste. E anche le
risposte sono differenti: un profeta, il Messia, il Figlio dell'uomo
incamminato verso la croce, il Figlio diletto da ascoltare.
L'intento dell'evangelista, che qui ha radunato i molti pareri su
Ges, non era di scegliere un titolo o l'altro, ma di sottolineare che
necessario "ricomprenderli" tutti. Non si pu esprimere, il significato
di Cristo ricorrendo semplicemente a schemi interpretativi gi noti.
Non si pu rinchiudere Ges entro un sapere gi dato. E questo vale
non soltanto per la inadeguata e confusa risposta della gente (un
profeta), ma anche per il titolo "Messia" e per lo stesso titolo di
"Figlio", due titoli, infatti, che Ges non vuole vengano subito
divulgati (Mc 8,30; 9,9), perch manca ancora la chiave, o il criterio
ermeneutico, per comprenderli nella loro inattesa novit. Come
mostra lo scontro tra Ges e Pietro, il criterio ermeneutico la croce,
spartiacque che fa la differenza fra l'antico e il nuovo, fra il modo in
cui l'uomo (e lo stesso Israele) immaginava il compimento dell'attesa e
il modo in cui Dio l'ha effettivamente compiuta. Ges risponde a
Pietro duramente, perch la posta in gioco molto alta. Per dire che

66

Ges Dio e Figlio possono bastare i miracoli, ma per comprendere i


tratti sorprendenti del suo essere Messia e Figlio occorre guardare la
croce. Per questo Ges ha aspettato la passione per proclamare
pubblicamente la sua messianit (Mc 14,62), e di morire sulla croce
per venire riconosciuto Figlio di Dio (Mc 15,39).

3 Ges, una "lieta notizia"

Vangelo, lieta notizia, forse la parola pi panoramica purch


se ne ritrovi lo spessore originario per osservare il centro del Nuovo
Testamento. Vangelo , infatti, parola che sempre, e in modo diretto,
dice un riferimento a Ges Cristo: a volte al complesso del suo evento
e del suo significato per noi, a volte ad aspetti pi particolari, ma
sempre evidenziando quella novit che gioiosa sorpresa per alcuni e
scandalo per gli altri. Vangelo, inoltre, parola che esprime molto
bene l'esperienza dei primi cristiani: la vivacit dell'attesa e la gioia
incontenibile dell'inaspettato compimento. Vangelo , infine, una
parola che riassume il cammino che ha condotto alla piena
comprensione di Ges Cristo. Non un cammino che qui ora
possiamo descrivere, neppure per cenni. Ma voglio almeno ricordare i
suoi due passaggi essenziali: Ges ha annunciato la lieta notizia del
Regno, ma poi si compreso che la lieta notizia Lui stesso; vangelo
l'evento storico di Ges, ma poi si compreso che vangelo l'evento
storico di Ges predicato e attualizzato ora nella Chiesa.

67

L'evangelista Marco inizia il suo racconto con un'annotazione che


possiamo parafrasare cos: Inizio della lieta notizia che consiste nel
fatto che Ges Messia, il Figlio di Dio (Mc 1,1). Nel prologo del suo
Vangelo, Giovanni esprime l'evento lieto, di cui occorre dare a tutti
notizia, in un modo ancora pi lapidario: E la Parola si fatta carne
(Gv 1,14). La Parola di Dio entrata nella relativit dell'uomo,
facendola propria e riscattandola. Srx la natura umana nella sua
caducit, nella sua storicit e nella sua mondanit. Ges di Nazaret
la manifestazione di una solidariet di Dio che non solo ama l'uomo
fedelmente e se ne prende cura, ma si fa uomo.
Gi il profeta della consolazione aveva gridato a un popolo in esilio,
seduto e rassegnato, una lieta notizia che, come una sferzata, doveva
scuoterlo e rimetterlo in cammino: Ogni carne come l'erba, e tutta
la sua potenza come un fiore del prato... Secca l'erba, il fiore
appassisce, ma la Parola del nostro Dio dura per sempre. Veramente il
popolo come l'erba! (Is 40,6-8). L'uomo schiavo della precariet e i
suoi sforzi e i suoi sogni ci ha detto Qoelet sono un inutile girare
in tondo (Qo 1,5-7). Ma la precariet dell'uomo dice il profeta
vinta dalla solidit della Parola di Dio. questa la prima e
fondamentale lieta notizia, che in Ges di Nazaret ha trovato la sua
massima manifestazione: non pi, come nel pensiero del profeta, da
una parte la caducit dell'uomo e dall'altra la solidit della Parola che
gli d speranza, ma la stessa Parola si fatta carne. La caducit
dell'uomo entrata nel mondo di Dio, definitivamente sottratta alla
morte e al non senso.

68

Ma la lieta notizia non soltanto racchiusa nel farsi uomo del Figlio
di Dio, bens anche nelle storiche modalit della sua esistenza, che in
nessun modo, perci, devono essere dimenticate. Lieta notizia il
fatto che il Figlio di Dio ha assunto la precisa forma storica di Ges di
Nazaret: un uomo che apparteneva al numero dei poveri, ha cercato i
poveri e i peccatori, ed stato rifiutato come loro. Lieta notizia
l'identit tra il Figlio glorioso e Ges di Nazaret, il Crocifisso e il
Risorto. Se il Figlio si fosse manifestato nelle forme splendide
dell'imperatore, non sarebbe stata un'assoluta novit, bens una
prevedibile modalit del tutto conforme alla logica mondana. E non
sarebbe stata una lieta notizia per i poveri e gli emarginati, che
avrebbero detto, del tutto delusi: anche Dio da quella parte! Invece
Ges di Nazaret ha fatto sua la sorte dei pi umili fra gli uomini,
rovesciando in tal modo le logiche umane e manifestando un volto di
Dio inatteso.
Ges la lieta notizia del perdono. Egli ha dato una sorprendente
definizione di se stesso: Non sono i sani che hanno bisogno del
medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i
peccatori (Mc 2,17). L'accoglienza dei peccatori rappresenta uno dei
tratti fondamentali della novit del vangelo. Tanto vero che proprio
su questo punto preciso Ges ha messo in gioco la sua credibilit,
disposto a suscitare e ad affrontare qualsiasi opposizione. E questo
perch Ges vuole essere la trascrizione storica e visibile del volto di
Dio, che anzitutto un volto di misericordia. L'accoglienza dei
peccatori non soltanto un gesto di salvezza in loro favore, ma ancor

69

prima, e pi profondamente, un gesto di rivelazione. La festa di Ges


per la compagnia dei peccatori il riflesso di una gioia celeste, una
gioia di Dio, che anche gli uomini sono invitati a condividere.
Il significato profondo del suo accogliere i peccatori spiegato da
Ges stesso nelle tre parabole della misericordia (Lc 15), tre parabole
che sono un vero e proprio vangelo nel vangelo.

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori


per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano
dicendo: "Costui accoglie i peccatori e mangia con
loro". 3Ed egli disse loro questa parabola:
4
"Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non
lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di
quella perduta, finch non la trova? 5Quando l'ha
trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a
casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro:
"Rallegratevi con me, perch ho trovato la mia pecora,
quella che si era perduta". 7Io vi dico: cos vi sar gioia
nel cielo per un solo peccatore che si converte, pi che
per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di
conversione.
8
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde
una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca
accuratamente finch non la trova? 9E dopo averla
trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice:
"Rallegratevi con me, perch ho trovato la moneta che
avevo perduto". 10Cos, io vi dico, vi gioia davanti agli
angeli di Dio per un solo peccatore che si converte".
11
Disse ancora: "Un uomo aveva due figli. 12Il pi
giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la
parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra
loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio pi
giovane, raccolte tutte le sue cose, part per un paese

70

lontano e l sperper il suo patrimonio vivendo in


modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto,
sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed
egli cominci a trovarsi nel bisogno. 15Allora and a
mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella
regione, che lo mand nei suoi campi a pascolare i
porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si
nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora
ritorn in s e disse: "Quanti salariati di mio padre
hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
18
Mi alzer, andr da mio padre e gli dir: Padre, ho
peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono pi
degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno
dei tuoi salariati". 20Si alz e torn da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe
compassione, gli corse incontro, gli si gett al collo e lo
baci. 21Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il
Cielo e davanti a te; non sono pi degno di essere
chiamato tuo figlio". 22Ma il padre disse ai servi:
"Presto, portate qui il vestito pi bello e fateglielo
indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai
piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa, 24perch questo mio figlio
era morto ed tornato in vita, era perduto ed stato
ritrovato". E cominciarono a far festa.
25
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno,
quando fu vicino a casa, ud la musica e le danze;
26
chiam uno dei servi e gli domand che cosa fosse
tutto questo. 27Quello gli rispose: "Tuo fratello qui e
tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perch
lo ha riavuto sano e salvo". 28Egli si indign, e non
voleva entrare. Suo padre allora usc a supplicarlo.
29
Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da
tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando,
e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i
miei amici. 30Ma ora che tornato questo tuo figlio, il
quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per

71

lui hai ammazzato il vitello grasso". 31Gli rispose il


padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ci che
mio tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi,
perch questo tuo fratello era morto ed tornato in
vita, era perduto ed stato ritrovato"".

Nella parabola della pecora e della moneta (Lc 15,4-10) il punto


sottolineato la gioia di Dio per la conversione del peccatore: Cos, vi
dico, ci sar pi gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. L'attenzione si
concentra sulla gioia di Dio per la conversione del peccatore, non
sull'azione del peccatore che si converte. Si racconta ci che prova
Dio, non ci che il peccatore deve fare.
Strano modo di parlare della conversione. La conversione del
peccatore vista dalla parte di Dio. Dio davanti all'uomo, non l'uomo
davanti a Dio: questo ci che alla parabola importa. La novit della
rivelazione di Ges riguarda, in primo luogo, il comportamento di Dio
( un Dio che cerca i peccatori e gioisce per averli ritrovati), non
anzitutto le modalit della conversione dell'uomo. Ges invita a
guardare le cose da un punto di vista diverso da quello che ci
abituale: non dalla parte del peccatore, ma dalla parte di Dio. da
questa parte che si scorge la lieta notizia.
Da qualsiasi angolatura si guardi la "parabola del prodigo", ci si
accorge che al centro c' sempre la figura del padre: lui davanti ai due
figli e i due figli davanti a lui. Le due vicende quella del figlio
minore come quella del figlio maggiore si scontrano con la novit

72

della sua paternit. Fuori metafora, il punto su cui la parabola si


concentra come Dio si pone di fronte ai due figli il peccatore e il
giusto e come i due figli si pongono davanti a Lui. In ambedue i casi c' un netto contrasto. E qui sta la lieta notizia, una notizia che
sorprende e tutto capovolge. Il figlio minore non conosce suo padre,
n quando si allontana da lui, n quando ritorna. convinto di aver
perso l'amore del padre e che debba di nuovo meritarselo. E
invece il padre non ha mai smesso di amarlo. Quando il figlio gli
chiede perdono e promette di servirlo, non lo lascia neppure parlare. Il
suo amore prima del pentimento, il perdono precede la conversione!
Il padre completamente diverso da come il figlio pensava.
A sua volta il figlio maggiore non riesce a vedere la situazione con
gli occhi del padre. Rifiuta di partecipare alla festa per il fratello
perduto e ritrovato, ritenendola ingiusta, addirittura un torto fatto
alla sua obbedienza e al suo lavoro, come se al padre queste cose non
interessassero. La gioiosa accoglienza riservata al fratello minore gli
d l'amara sensazione che la sua fatica sia del tutto sprecata: Ti
servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu
non mi hai mai dato un capretto per far festa coni miei amici. Se il
peccatore trattato in quel modo, a che serve essere giusti? a
questo punto che si scorge quanto sia diverso l'atteggiamento del
padre da quello del figlio. Questi si arrabbia con il padre e non vuole
entrare in casa; invece il padre non si adira con lui, ma esce, gli va
incontro, lo prega e lo chiama figlio mio. Il padre cerca di far
comprendere a questo suo figlio fedele da sempre in casa e tuttavia

73

cos lontano da lui tre cose: che non gli stato tolto nulla di ci che
gli spetta (ci che mio anche tuo); che lui ha potuto sempre
godere della tranquilla sicurezza di stare col padre (tu sei sempre con
me); e che il figlio ritornato non un estraneo, ma un fratello (tuo
fratello).
Croce e lieta notizia sembrerebbero due realt del tutto opposte.
Invece sono unite, purch si comprenda la croce in tutta la sua verit.
Paradossalmente la croce il luogo pi denso, del tutto inaspettato,
della lieta notizia. Certo se si riduce la croce al "prezzo" che il Figlio ha
pagato al Padre per riparare i peccati dell'uomo, finendo di
conseguenza con insinuare l'idea di un Dio "giusto al modo degli
uomini"... allora difficilmente si potr parlare della croce come di una
lieta notizia. Ma la croce, proprio a partire dal suo aspetto di
riparazione sostitutiva, evidenzia (questo il punto!) la solidariet di
Dio nei nostri confronti. Con noi Dio si comportato come il parente
che si prende personalmente a carico la sorte del fratello. Il punto di
vista corretto per osservare la croce di Ges non , anzitutto, quello
della giustizia divina che deve essere soddisfatta, ma quello di un Dio
che disponibile a soddisfarla per noi. Osservata da questo lato, la
croce la rivelazione massima e inaudita della solidariet di Dio nei
confronti dell'uomo.
La croce lieta notizia perch in essa Ges ha risposto alla
domanda che ci ha accompagnato nella nostra lettura biblica
dall'inizio alla fine, e che da sempre accompagna la storia dell'uomo.
Ma ha risposto a modo suo. Ha risposto riproponendo la domanda. Ai

74

piedi della croce tutti deridono il Crocifisso. Il contrasto fra le


precedenti pretese avanzate da Ges e la sua evidente incapacit di
scendere ora dalla croce fa ridere. Fa ridere la sua pretesa di essere
Messia. L'unica prova che renderebbe credibili le sue pretese di
salvare se stesso. E di fatti questa la sfida che lanciano contro di
Lui: Salva te stesso (Mc 15,29-32). Ma Ges non accetta la sfida,
perch non vuole identificarsi con il loro schema messianico, neppure
per rendersi credibile. Nel rimanere di Ges sulla croce tutti i presenti
non vedono il dono di s, ma l'impotenza, come esplicitamente dicono
i sacerdoti: Non pu salvare se stesso (Mc 15,31). Non pensano che
Ges possa essere un Messia che non scende dalla croce per amore.
Invece sta proprio qui nel dono di s, nel non salvare se stesso
la verit di Ges, trasparenza della verit di Dio. Il Figlio di Dio
rimasto sulla croce perch non ha voluto aggirare lo scandalo che
accompagna la vita dell'uomo e il corso della storia. Vi si invece
addentrato pi di ogni altro, facendo propria l'impotenza dell'amore
che sembra metterne in discussione la verit. Se l'amore la verit di
Dio, perch troppe volte lo si sperimenta sconfitto e improduttivo? Di
questo

scandalo

la

croce

l'immagine

ingigantita,

non

la

cancellazione. Ma anche il superamento, purch si comprenda che


Ges ha salvato gli altri proprio non salvando se stesso, e che ha
risposto alla domanda condividendola. Rimanendo fermo e silenzioso
sulla croce, Ges ha condiviso l'esperienza pi dolorosa dell'uomo, al
quale troppe volte sembra che la via di Dio non mantenga ci che
promette. Con la sua croce il Figlio di Dio si inserito nel centro della

75

contraddizione, nel punto pi delicato, ma anche il pi vero,


dell'uomo e del suo cammino.
Ma proprio a partire da qui, da questo centro, Ges ha tutto
illuminato. Ha illuminato le sconfitte rivivendole. Ha risposto alla
domanda

riproponendola:

Dio

mio,

Dio

mio,

perch

mi

hai

abbandonato? (Mc 15,34). Cristo si posto l dove Dio e l'uomo


sembrano contraddirsi la verit rifiutata, l'amore sconfitto, la
libert subito tradita, Dio assente trasformando la contraddizione
in possibilit di riscatto, dicendoci che l'amore pu essere rifiutato ma
non vinto, e mostrandoci che il silenzio di Dio che tanto ha turbato
l'uomo biblico non assenza o impotenza, ma un diverso parlare.
Quale notizia pi bella di questa?
Lieta notizia la risurrezione, che non il rinnegamento della
croce, ma l"altra faccia" che ne mostra la verit. Per questo l'angelo
della risurrezione attira volutamente l'attenzione sul Crocifisso:
Ges, il crocifisso, risorto (Mc 16,6). Mantenere ferma l'identit fra
il Crocifisso e il Risorto essenziale. Perch la croce non
semplicemente l'icona di un martire qualsiasi, che rimasto fedele a
Dio sino a dare la vita per lui, ma l'icona di un martire con un volto
preciso: il volto di Ges di Nazaret. Cio il volto di un uomo che ha
predicato un Dio "diverso" e ha creduto di onorarlo con una prassi di
vita diversa, per molti scandalosa. Questa diversit stata la ragione
della sua condanna a morte, ma Lui ha sostenuto che era, al
contrario, la trascrizione pi fedele del volto di Dio e della sua

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volont. La risurrezione la prova che in "quella diversit" Dio si


riconosciuto.
La risurrezione poi la rivelazione che, se si vuole introdurre nella
nostra precariet la forza che vince l morte, occorre introdurvi la
logica del dono di s, che la logica di Dio. l'amore che vince la
morte. "il crocifisso" che risorto. Spesso si riduce la risurrezione
di Ges alla vittoria della vita sulla morte. vero, ed una lieta
notizia. Ma lo specifico cristiano pi in profondit. La risurrezione di
Ges il segno che il "dono di s; vince la morte: quel dono di s che
pare sprecato, inutile, incapace di fare storia: proprio questa
"debolezza" la debolezza dell'amore vince la morte. Cos la
risurrezione lieta notizia due volte, perch proclama che la morte
vinta e perch proclama che a vincere la morte l'amore.
Si visto che anche l'uomo del Nuovo Testamento un uomo
dibattuto. Da un lato, egli certo che il Signore gi venuto e che la
sua morte e la sua risurrezione costituiscono il fatto centrale e
risolutore della storia. Ma dall'altro, constata che anche dopo la
morte e risurrezione del Signore la storia sembra continuare come
prima: ancora l'ingiustizia, la sopraffazione, la dimenticanza di Dio, il
peccato. La speranza sembra continuamente delusa.
Racconta un'antica storia ebraica che, un giorno, alcuni discepoli
riferirono al loro vecchio maestro di avere incontrato lungo la strada
alcune persone che sostenevano che il Messia fosse gi venuto. Il
maestro non rispose, ma apr la finestra e guard sulla strada, poi si
gir e scosse il capo. Se il Messia fosse davvero venuto, il mondo

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sarebbe necessariamente diverso! Il Vangelo conosce questa domanda


e risponde raccontando le parabole del seme. Il discepolo invitato a
vivere una feconda tensione, spezzando la quale non comprenderebbe
pi se stesso n la storia: il compimento e l'attesa, la pienezza del
tempo e una storia che tuttora incompiuta. La grande svolta
avvenuta e Dio fra noi, ma il suo Regno deposto nella nostra storia
come

un

seme.

Il

Regno

cresce

"necessariamente",

come

necessariamente si apre alla vita un seme deposto nella terra, un


seme carico di avvenire.
Ancora pi significativa, se possibile, la parabola del grano e della
zizzania. Dietro la meraviglia dei servi nel constatare la presenza della
zizzania nel campo, non difficile scoprire l'antico problema dello
scandalo teologico che nasce di fronte alla constatazione che Dio
sembra indifferente al male. Il Regno di Dio presentandosi in Ges
non solo sembra non aver smentito la constatazione gi rilevata
dall'Antico Testamento (Dio alle volte pare distratto di fronte al male),
ma l'ha resa ancora pi scandalosa, quasi accettandola. In realt,
dice la parabola, Dio non distratto: il Regno una realt gi
presente, e il male gi vinto alla radice, ma il tempo della Chiesa
ancora il tempo della croce. Il Regno presente: i segni che mostrano
la sua presenza sono la gioia della risurrezione e della vita nuova, a
volte anche la potenza dei miracoli, sempre lo splendore del Crocifisso.

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4 Chi degno di aprire il libro?

Mi piace terminare questo nostro cammino attraverso la Bibbia con


una pagina di singolare bellezza, ricca di speranza, una grande lieta
notizia contenuta nell'Apocalisse di Giovanni (Ap 5,1-14).

E vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul


trono, un libro scritto sul lato interno e su quello
esterno, sigillato con sette sigilli. 2Vidi un angelo forte
che proclamava a gran voce: "Chi degno di aprire il
libro e scioglierne i sigilli?". 3Ma nessuno n in cielo, n
in terra, n sotto terra, era in grado di aprire il libro e
di guardarlo. 4Io piangevo molto, perch non fu trovato
nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo.
5
Uno degli anziani mi disse: "Non piangere; ha vinto il
leone della trib di Giuda, il Germoglio di Davide, e
aprir il libro e i suoi sette sigilli".
6
Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro
esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi,
come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali
sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra.
7
Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che
sedeva sul trono. 8E quando l'ebbe preso, i quattro
esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono
davanti all'Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe
d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi,
9
e cantavano un canto nuovo:
"Tu sei degno di prendere il libro

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e di aprirne i sigilli,
perch sei stato immolato
e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue,
uomini di ogni trib, lingua, popolo e nazione,
10
e hai fatto di loro, per il nostro Dio,
un regno e sacerdoti,
e regneranno sopra la terra".
11

E vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e


agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era
miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12e dicevano a
gran voce:
"L'Agnello, che stato immolato,
degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione".
13

Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e


nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che
dicevano:
"A Colui che siede sul trono e all'Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli".
14

E i quattro esseri viventi dicevano: "Amen". E gli


anziani si prostrarono in adorazione.

Il profeta vede un agnello nel contempo ritto e ucciso: il Cristo


morto e risorto. La visione si apre con la presentazione di un libro
chiuso con sette sigilli: Vidi nella destra di Colui che sedeva sul trono
un libro scritto dentro e fuori, sigillato con sette sigilli, e un angelo
possente, gridava: Chi degno di aprire il libro e di scioglierne i

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sigilli?. Poi la constatazione che nessuno n in cielo, n in terra,


n sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Di qui il
pianto del profeta, perch nessuno era stato trovato degno di aprire il
libro e leggerlo. Ma poi l'affermazione sorprendente e gioiosa che il
Cristo morto e risorto in grado di aprire il libro e di leggerlo.
Il segreto di questa pagina dell'Apocalisse e perch no?
dell'intera Bibbia, tutto racchiuso nella rapida successione delle
sequenze che abbiamo descritto. Nessuno in grado di aprire il libro,
cio di cogliere nella confusione delle vicende umane la direzione e il
senso vero delle cose. Di qui l'angoscia, lo smarrimento dell'uomo. Ma
ora non pi cos, afferma l'Apocalisse. Con la sua morte e
risurrezione Cristo ha rotto i sigilli e il libro si aperto. L'uomo
abbandonato a se stesso si smarrisce, ma nel Cristo morto e risorto
ritrova la sua verit.
Ma in che cosa consiste il mistero che la storia racchiude nel
proprio seno e che soltanto chi illuminato da Cristo sa riconoscere?
qui che appare tutta la fede della comunit dell'Apocalisse. La
chiave per leggere la storia e prevederne il corso la vicenda storica di
Ges. Non dunque una rivelazione nuova, non un particolare segreto,
ma una memoria disponibile per tutti. Solo osservando la vicenda di
morte e risurrezione che Ges ha vissuto l'uomo comprende come
vanno le cose in profondit. Comprende che il disegno di Dio sempre
combattuto, che addirittura c' un tempo in cui le forze del male
sembrano prevalere (la croce); ma comprende anche che l'ultima
parola la risurrezione. La via di Dio crocifissa, ma non vinta.

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