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Nilo di Ancira

DISCORSO ASCETICO

Traduzione introduzione e note


a cura di Calogero Riggi

città nuova editrice


INTRODUZIONE

1. La biografia tradizionale faceva di Nilo un n


bile della capitale d ’Oriente, ufficiale della corte di
Teodosio, prefetto del pretorio e già padre di due figli,
il quale avrebbe rinunziato al mondo per abbracciare
la vita solitaria verso il 390. Sarebbe stato discepolo
degli asceti del Sinai, emuli degli angeli e lottatori con­
tro i demoni, fino a quando un’invasione del monastero
da parte di orde saracene non razziò quella cittadella
della vita ascetica, uccidendo e schiavizzando. Fra i pri­
gionieri vi sarebbe stato il figlio di Nilo, Teodulo; tra
gli scam pati al massacro lo stesso asceta padre, che si
mise alla ricerca d i lui finché non lo trovò ai confini
della Palestina, per tornare infine sull’asceterio del
Sinai.
Giorgio Monaco afferma che Nilo fu discepolo del
Crisostomo e contemporaneo di Proclo, Palladio, Marco
l’Erem ita e Isidoro d i Pelusio; e ciò pare confermato
dalle Epistole del nostro santo. Di fatto l’im peratore
Arcadio lo aveva invitato a pregare perché Dio liberas­
se Costantinopoli dai terrem oti e dai caldi torridi che
l’affliggevano; ma l’abate di Ancira con libertà di spi­
rito, m otivo dominante della sua prassi e teoria asce­
tica, gli rispose: « Come puoi chiedermi questo per Co­
stantinopoli, macchiatasi d i innumerevoli delitti e col­
pevole d i avere spudoratamente emanate leggi che m et­
tono al bando la colonna della Chiesa, la fiaccola della
6 Introduzione

verità, la trom ba di Cristo, il beatissimo vescovo Gio­


vanni? ».
Al medesimo Arcadio è rivolta pure VEp. 279 del
libro III, che mentre diplomaticamente scusa l’impe­
ratore come « malconsigliato da vescovi non sani di
mente », non cessa di esaltare la figura del grande esi­
liato dicendolo « il piti grande luminare della terra, pri­
mate di Bisanzio, assurdamente confinato ». Nilo chia­
ma criminale leggerezza quella dei suoi perfidi consi­
glieri, calunniatori dell'irreprensibile dottrina del Cri­
sostom o e grassatori della fede cattolica da lui inse­
gnata.
A distanza di 15 secoli la figura del Crisostomo uni­
ta a quella di Nilo testim onia la medesima esperienza
cristiana. Il santo di A ndra non è degno di stare ac­
canto a quello di Costantinopoli per la cultura e l'arte
oratoria, ma lo è forse per la com battività e l’anelito
pastorale. La cronologia di entram bi è m olto discussa.
Nilo comunque gli fu devoto e contemporaneo, simile
a lui come uomo di preghiera, maestro di vita radical­
mente cristiana, indulgente e m isericordioso verso i tra­
ditori del messaggio ascetico. Il Crisostomo mori il 407,
Nilo l'Asceta poco prim a del 430.
Entram bi partecipano agli ideali di fuga dal mondo,
e considerano la città condizionamento per la santità.
Di Giovanni sappiamo che a 18 anni l’abbandonò per
entrare nel cenobio e poi nell’eremo, dal 372 al 375;
Nilo è verosim ile che abbia lasciato il mondo per en­
trare nel monastero circa 15 anni dopo VAntiocheno,
verso il 390, come risulta dall’Ep. 1, 257; del prim o co­
nosciamo i luoghi che furono teatro della sua ascesi,
nel deserto di Siria vicino ad Antiochia, del secondo la
medesima lettera ci dice che si ritirò ad Ancira in Ga-
lazia. Era la città di Marcello, cosi intrepido difensore
della fede ortodossa contro gli ariani da dovere giustifi­
carsi per aver dato occasione di « aver proposto a m o’
Introduzione 7

di ricerca » l'opinione già professata da Sabellio di


Basilio, chiamato a sostituire Marcello dopo il suo esi­
lio del 336, sostenitore quindi del partito omeusiano,
che da ex medico trattò della purezza delle vergini con
particolari fisiologici che ci spiegano certe osservazioni
biopsicologiche del nostro Discorso ascetico.
A ndrà era rim asta fedele a Nicea, ad Atanasio e ad
Apollinare. Nell'Ep. 1, 257, infatti, Nilo parla con ri­
spetto di Apollinare, che stim a degno di ogni conside­
razione non solo per la sua eloquenza, ma anche per
la sua ascesi costantemente vissuta fino all'estrema
vecchiaia, benché infine « sedotto dal demonio, abbia
suscitato l’eresia che afferma l’assunzione della carne
e dell’anima celesti da parte del Figlio di Dio, e gli nega
assolutamente la presenza della mente, al posto della
quale sarebbe principio di vita la stessa divinità del
Verbo ».
L'Ancirano — cosi lo chiamano alcuni manoscritti —
dovette passare qualche tem po a Costantinopoli, dove
dal 398 sedeva sulla cattedra episcopale Giovanni d ’An­
tiochia. E li dovette conoscere gli intrighi di Teofilo
d ’Alessandria per avere il prim ato su tutto l’Oriente, e
quindi ammirare la tolleranza e benignità pastorale del
Crisostomo, il suo impegno per riformare il clero ambi­
zioso o infedele e gli asceteri semenzai di vane dìspute
e di com portam enti antitetici alla vocazione monastica.
Nilo ne difese l’operato contro i denigratori, vescovi
simoniaci e monaci girovaghi: « È assurdo — scrive a
Sostene — quello che apprendo da te, che Giovanni
l’uomo teoforo, vescovo di Costantinopoli, sia iroso e
sadico nel punire i peccatori, duro con quelli che non
si pentono, insensibili e fiacchi. È il caso che ti ricordi
come Giovanni B attista richiamasse quanti egli chia­
mava razza di vipere perché si comportavano come be­
stie velenose, ovvero come l’Apostolo per due volte chia­

i CSEL 65, 117-118.


8 Introduzione

mò insensati i Galati, insultandoli come tu pensi, e co­


me tu credi abbiano insultato i profeti? » 2.
Talora scrive delle estasi di cui il Crisostomo era
fatto degno nella celebrazione del santo sacrificioì; al­
tre volte ama ricordarne la dolcezza nel parlare4, la vita
imperturbabile e nel medesimo tem po infiammata di
carità verso i p o v e ri5. Dovette ammirarne soprattutto
lo spirito di comprensione nell’accogliere i Fratelli Lun­
ghi perseguitati da Teofilo per il loro origenismo, la
dolcezza nel sopportare le inimicizie persecutorie della
stessa im peratrice Eudossia e del suo m inistro onnipo­
tente Eutropio; potè forse consolarlo quando, esule in
Bitinta, in Cataonia e nel Ponto, subì le prove più ama­
re senza farsi vincere dall’angoscia. Lo ammirò come
modello di fortezza e impassibilità, fiducioso nella
Provvidenza senza teatrali atteggiamenti.

2. Il nome di Nilo, però, non compare negli ind


a noi pervenuti dei prefetti della città imperiale, tra i
quali lo pone Niceforo Callisto. Egli si senti chiamato
a diffondere lo spirito da Dio, a lui concesso come par­
ticolare carism a6. Visse fin dalla giovinezza in esich ia,
« vestito decorosamente, parlando con moderazione,
mangiando e bevendo lontano dal fracasso secondo il
bisogno, tacendo dinanzi agli anziani e in ascolto di­
nanzi ai più saggi, amando i coetanei e consigliando
amichevolmente gli inferiori, standosene lontano dai
cattivi, carnali o irrequieti..., con gli occhi per terra e
la mente al cielo, senza conversare con donne e senza
cercare liti, mai correndo dietro la dignità di maestro
o chinandosi dinanzi alle cariche umane..., poiché sti­

2 Ep. 1, 309.
3 Cf. Ep. 2, 294.
« Cf. Ep. 2, 293.
* Cf. Ep. 3, 13.
‘ Cf. Ep. 1, 18.
Introduzione 9

mava soltanto dovere l'eseguire i comandamenti di Dio,


per ricevere da lui in dono l’eterna retribuzione » 7.
L'autoritratto è fedele, e va tenuto costantemente
sotto gli occhi, quando leggiamo le regole del suo Di­
scorso a scetico. Fuggì egli per prim o i mali endemici
del secolo da cui ritrasse gli altri, e attraverso la esich ia
o tranquillità pervenne all’apatia o insensibilità grazio­
sa; senti il fascino della terra attraverso la libertà da­
gli affanni. Come è noto il termine ap atia secondo
l’ascesi cristiana non ha nulla dell'inumano disprezzo
per quanto è terreno, ma vuol dire trionfo pieno della
libertà dei figli di Dio, che si raggiunge attraverso un
cammino di rinnegamento dei sensi ('esichia = tran­
quillità dei sensi) e di rifiuto degli affanni propri del­
l’umana esistenza.
Nilo pertanto non giunse a certi eccessi che travi­
sarono nel monacheSimo le norme di perfezione cristia­
na da Cristo proclamate nel discorso della montagna,
e rimase sempre ancorato ad una visione totalizzante
dell'uomo. Basti pensare come sarebbero stonate nel
D iscorso ascetico alcune espressioni di altri m aestri non
in pari misura equilibrate. Seppe contemperare la con­
templazione con l'azione, conciliando la consacrazione
a Dio con la missione tra gli uomini. Quand’egli parla
di vita solitaria come porto sicuro dove rifugiarsi dai
rischi della gola, della lussuria, della vanagloria, ecc.,
intese additare altre realtà che si raggiungono con una
fuga in avanti, individuabili soltanto nella specola
divina che Diadoco chiama « la memoria del cuo­
re ». Di fatto, secondo Nilo, il m em ory-span dell’uomo
è cosi lim itato da offrire ospitalità solo al desi­
derio buono o all’impulso della voluttà. Una volta che
l’estensione è occupata dalla passione del desiderio o
del dolore, non vi è più recettività per Dio; viceversa,
se il m em ory-span si arricchisce della luce e dell’amore

i Ep. 3, 303.
10 Introduzione

del Cristo non v ’è più spazio per le passioni del corpo


e dello spirito, è impossibile sentire villanie e m altrat­
tamenti, tristezza o turbamento. Si raggiunge allora
nella solitudine quell'unione di Dio con l’anima, che
non può coesistere con unioni adulterine.
Non è bene invero che l’uomo sia solo *. Però
secondo la versione di Simmaco, ciò vuol dire che
Dio diede all'uomo la sua ca sa 9, come comunità
di perfezione, almeno secondo il modo di inten­
dere il termine monaco da parte degli autori sco­
perti a Qumràn (che è quello del medesimo Simmaco
e di alcuni autori di logia copti). Tale comunità è aper­
ta al monaco che entra nella camera nuziale, in vita
ascetica e mistica, nell'unità che non è affatto in anti­
tesi con la vita comunitaria, ma esige solo la solitudi­
ne interiore.
Nilo, da vero discepolo del Crisostomo, amò quindi
chiamare la vita monastica filosofia, dando al termine
un significato più pieno: quello di amore per la scienza
esperienziale di Dio, tale da occupare tutto il memory-
span. Allora la filosofia si esprime in vita unitaria, che
essendo unione con Dio è anche unione con la frater­
nità. L’autore dello pseudonilano discorso Al monaco
Eulogio riflette qui lo spirito dell’Ancirano. La terra
dell’anima — dice — irrigata dai due rivi dell’azione e
della contemplazione, diventa tutta spirituale, « alata »,
im mem ore dei beni inferiori. Se invece, egli aggiunge,
« l’azione diventa mortificante per le membra corpo­
ree, l’uomo diventa tutto fornicazione ed impurità, pas­
sione e malizia, trista concupiscenza » 10.
Per Nilo, i m om enti della filosofia sono due: quello
della purificazione in esichia, vincitrice di gola e forni­
cazione, di avarizia e ira, di malinconia ed accidia, di

8 Cf. Gen. 2, 18.


» Cf. Sai. 68, 7.
io C. 15.
Introduzione
11

vanità ed orgoglio; e quello della filosofia superiore che


contemplando in unione con Dio ha raggiunto /'apatia
che spegne il bruciore delle ferite u, elimina il fetore
dei p ecc a ti12 e persino l'attaccamento ad ogni bene ter­
reno 13, senza peraltro costituire una tappa definitiva in
cui sia perfettam ente attuata la sintesi definitiva. Il de­
serto fa risplendere nei nostri pensieri l'originaria bon­
tà del paradiso di Adamo, rendendoci « nudi da pas­
sioni, rivestiti di virtù che elevano al cielo » 14.
Si è talora visto in Nilo un ottim ism o pelagiano o
semipelagiano. Ma non si è forse sufficientemente no­
tato che egli, come Giovanni Crisostomo, si esalta da­
vanti all’utopia cristiana, senza misconoscere il m erito
della grazia u. L’ascetica dell’Ancirano si espande fidu­
ciosa e gioiosa tra le consolazioni che Dio non fa mai
mancare a quanti anche in tem pi calamitosi tendono
alla virtù tó.
Egli amò l’ascesi eremitica, forse sopravvalutando
talora il mom ento contemplativo. Ma ciò è piuttosto
dovuto all'impatto con tem pi d ’imborghesimento di
certi uomini di Chiesa. Perciò nelle sue opere torna a
dire spesso che è più utile pensare a se stessi che agli
altri; ma il suo pensiero in proposito è chiarito con al­
trettanta frequenza. L’eremo non si addice a tutti, ma
per tu tti è parimente indispensabile vivere la solitudine
interiore; per chi poi deve com battere più intensamente
le passioni, in mom enti più forti di lotta, egli dice parti­
colarmente raccomandabile « starsene in comunità con
i fratelli monaci » 17. L'azione sta alla contemplazione
come nell’ascia di Eliseo il legno, simboleggiante la

« Cf. Ep. 1, 104.


« Cf. Ep. 1, 156.
» Cf. Ep. 2, 66.
i« Ep. 2, 199.
« Cf. Ep. 1, 1.
« Cf. Ep. 1, 242.
« Ep. 3, 72.
12 Introduzione

croce, al ferro, figura della grazia divina. Nell’ora­


zione si compie il prodigio di estendere le nostre mani
sulla croce come Mosè sul monte figura di Cristo cro­
cifisso sul Golgota, mediatore tra il Padre e gli uomi­
ni 19. Ma « non a tu tti si conviene la medesima medici­
na, né è adatta per tu tti la medesima tavola; il medico
sceglierà lui a chi assegnare la cura » a.

3. Vigoroso nel correggere, Nilo seppe m ostra


dolce e comprensivo con i deboli, secondo lo stile evan­
gelico, ad imitazione di Cristo. Per questo avversò co­
me il Crisostomo il rigorismo novaziano ed esortò alla
compunzione con termini sim ili a quelli del grande
Antiocheno21. Poiché l’uomo spesso per debolezza tra­
disce la struttura armonica ed ordinata che Dio ha elar­
gita alla n atura22, e lasciando il paradiso dei puri pen­
sieri 23, invece di volare, striscia e deve ricorrere al dono
divino della m etanoia24. Quindi chi come Novaziano
desse l’ostracismo alla penitenza condannerebbe all’im­
penitenza madre d i disperazione s .
La comprensione umana di Nilo però non è per­
missivismo, tu tt’altro. Come il Crisostomo, m ette in
guardia dal credere che « quanto comandato sia facile
e leggero », dal « non volere faticare e vigilare », dal
« rovesciare i termini delle prescrizioni indiscriminata­
mente e con faciloneria ». Sta scritto che « bisogna en­
trare per la porta stretta »; in nome della serenità non
bisogna dimenticare « il precetto di percorrere la via
disagiata » *. Per VAncvra.no un discorso che pretenda
« Cf. Ep. 1, 86.
» Cf. Ep. 1, 14.
» Ep. 2, 110.
» Cf. Ep. 3, 11.
22 Cf. Ep. 1, 19.
» Cf. Ep. 2, 199.
» Cf. Ep. 3, 115.
» Cf. Ep. 2, 155.
26 Sulla compunzione, 1, 5-6.
Introduzione 13

di essere ascetico deve insegnare a dominare i propri


bisogni subordinandoli alla ragione e tenendo a vile il
piacere e il dolore; a soddisfare meno che sia possibile
gli im pulsi esercitandosi nella perfezione e nel conse­
guimento delle buone abitudini, secondo lo stile di vita
che esige il Vangelo consacrato dall’esperienza dei san­
ti. Egli invita a lottare seriamente e costantemente con­
tro gli spiriti di nequizia, ipostasi delle concupiscenze,
rinunziando ai beni di possesso e di uso, e persino alle
relazioni per sé buone con i propri familiari; richiede
uno sforzo metodico, di esercizio, in progressivo slan­
cio. La sua è ascetica positiva, del combattimento spi­
rituale. La guida spirituale è invitata ad un lavoro da
artista che richiede la materia non sorda alle inten­
zioni dell’arte, secondo l’accezione originaria del ter­
mine attestata da Omero ed Erodoto.
Ma Nilo non ha mai pretese di stile letterario. La ter­
minologia è quella consacrata dall’uso profano e cri­
stiano. Parla dell’ascesi sportiva che cerca di rendere il
corpo flessibile, obbediente e resistente ad ogni osta­
colo, ma solo per farne una propedeutica alla sapienza
che invita all’abnegazione e alla padronanza dello spi­
rituale sul materiale. Vuol formare degli aristocratici
dello spirito, ma non in senso messaliano, poiché non
propone uno stato superiore proprio ad una élite,
bensì la universale vocazione cristiana al colloquio
familiare con Dio, attraverso la contemplazione della
natura da Dio creata benigna, nello stile del nuovo
Adamo, Verbo personale del Padre, armonicamente
unito all’uomo totale con tutte le sue facoltà”.
Pertanto il suo Discorso ascetico, mentre consiglia di
volgere in rimedio gli estrem i delle passioni, non si in­
volve in un protrettico alla rinunzia per la rinunzia,
morbosamente ripiegata su se stessa, ma tende ad at­
tuare il discorso kerigmatico della libertà interiore con

27 Cf. De voluntaria paupertate, 44-45.


14 Introduzione

rigore profetico conversando con ogni creatura, anche


con quelle irragionevoli talora modello degli animali
ragionevoli. Questa tenerezza cosmica non è che un
riflesso del Creatore, amico ed amante della fraternità
universale liberamente accettata, ma soprattutto della
interiore liberatrice solitudine; in entrambe rivelato­
si modello di perfetta m aturità umana. Poiché il ro­
vesciamento dei valori operato dal Cristo, Maestro a
parole e a fatti, non implica un messaggio per uomini
schiavi (come denunziava Nietzsche), ma l’annunzio
della libertà dei figli di Dio.
Secondo Nilo, lo possono comprendere quelli la cui
mano destra con attivism o insensato non accechi l’oc­
chio destro della contemplazione. Egli vuole insegnare
l’arte di esercitare le proprie forze fisiche e spirituali
con sforzo metodico, secondo il simbolico linguaggio
della Bibbia che fa degli asceti dei com battenti e degli
atleti, e contemporaneamente secondo natura e filoso­
fia, senza riduzioni ciniche o stoiche. In senso religioso,
l'ascesi si identifica con la pietà.
4. La cristianizzazione del termine ascesi era avv
nuta già dai prim i anni dell’im patto del Messaggio con
la cultura pagana, da Clemente Alessandrino (ascesi
gnostica) ad Origene (ascesi perfetta); ma era divenuta
di dominio comune nell’uso monastico. Nilo l’assimilò
alla scuola del Crisostomo. Basti ricordare come egli
ricorda e interpreta il mistero delle vergini stolte che
« nel frenare i sensi avevano gareggiato con le potenze
del cielo, disprezzando il mondo, superando i potenti
bollori e saltando ogni ostacolo, sigillati nel corpo spic­
cando il volo dalla terra al cielo; ma quando già ave­
vano conquistato il privilegio della verginità..., si sen­
tirono dire: - Andate via da me, non vi conosco... Vedi
che la verginità è grande solo se unita come a sorella
all’elemosina » Lo stesso ripete Nilo: « Le cinque ver-
28 Om. 3, 3, Sulla penitenza.
Introduzione 15

gini dopo aver vinto il nemico con la verginità e con la


continenza, si fecero vincere dalla durezza, del cuore » 29.
Come per il Crisostomo, anche per Nilo il discorso
ascetico è pedagogia della libertà dalle passioni e dalle
m alversazioniM, dalle catene del peccato e dal tumulto
degli affari del m on do31, dalla tirannide della vanaglo­
ria e da ogni altra pazzia che ci rende sch iavi31. Come
il Crisostomo, intende per ascesi la liberazione soprat­
tutto dalla tirannide di Satana che tiene in sua balia
il gregge del Buon P astore31.
La vuole come lui espressione di rinunzia e di ora­
zione, entrambe sorelle della metanoia liberatrice dalle
catene del demonio M. Libertà per i Padri è capacità di
autodeterminazione per il bene e di « soggiogare il ri­
cordo del male mediante i buoni pensieri », di poter
vincere il demonio « servendo con diletto la bontà della
grazia ». Poiché « il nostro lìbero arbitrio non è del tut­
to legato al vincolo della grazia », bisogna « educare
l’uomo a progredire di affanno in affanno salendo la
scala che Dio m ostrò a Giacobbe », in modo che egli « si
levi in piena libertà nell’am bito dell’amore di Dio, spin­
to ormai senza im pedim enti » 3S.
Educazione alla libertà è tutto l’epistolario nilano, il
panegirico del connazionale Albiano, il trattato sul van­
taggio per i monaci di vivere lontano dalle città e nei
deserti, l’opuscolo sui maestri e gli scolari, l’opera che
tratta degli otto peccati capitali, gola e fornicazione,
avarizia e ira, malinconia e pigrizia, vanità e orgoglio.
Del resto alla medesima pedagogia della libertà egli
vede ispirata la Bibbia e soprattutto la storia sacra,

» Cf. infra, c. 73.


30 Cf. Sulla compunzione, 1, 3.
si Ibid., 2, 3.
32 Ibid., 1, 4.
33 Cf. Om. 1, 3, Sulla penitenza.
34 Cf. Om. 5, 1, ibid.
35 Cf. Diadoco, Centuria, 5, 82, 85, 92.
16 Introduzione

che legge esasperando le tendenze allegoristiche mo­


raleggianti. Libertà e rinunzia dell'anima naturalmente
cristiana sono gli assi portanti del trattato da noi pre­
sentato come farmaco contro la schiavitù delle pas­
sioni e contro il tedio di una vita vuota delle gioie vere.
Per Nilo questa è la filosofia dell’anima, secondo
l’interpretazione della Scrittura nel suo afflato mistico.
5. Il trattato, pubblicato a Venezia nel 1557 da Fra
cesco Gino, ristam pato nel 1575 a Parigi assieme alle
opere di Efrem, e riprodotto nella Biblioteca dei Padri,
è quello che noi oggi possiamo leggere nell’edizione del
Suarez utilizzata dal Migne nel tom o 79, 720-809. Fu
letto fin dall’antichità con som m o interesse, come ri­
sulta anche dalla versione siriaca. Il testo da noi segui­
to è quello del Migne.
È convenzionalmente diviso in tre parti. La prim a
espone le origini del messaggio ascetico nel monacheSi­
mo considerato la «vera filosofia» (1-20); la seconda
illustra i com piti dell’abate (21-41 ), e la terza si indiriz­
za più generalmente ai monaci (42-75). Come diceva
già il Tillemont e come ha argomentato K. Heussi, è da
considerare un tu tt’uno con il trattato De voluntaria
paupertate, in quanto questo non fa che stim olare alle
virtù contrarie ai vizi condannati nel Discorso ascetico.
Nilo visse tra la fine del IV secolo e gli inizi del V,
onorato ben presto come santo sia dagli orientali che
dagli occidentali. Nato nel 390 M, visse m olto tempo ad
Ancira in Galazia; secondo la critica più recente Ancira
sarebbe stata la sua città natale. Nonostante la sua spi­
ritualità inconfondibile, fin dal V secolo fu confuso con
Nilo il Sinaitico, cui sono attribuite le Narrationes
che parlano della strage dei monaci sul monte Sinai e
della prigionia di Teodulo suo figlio, e ben presto sotto
il suo nome, garanzia di dottrina ortodossa, si rifugia­
rono pure opere ascetiche di sapore evagriano.
« Cf. Ep. 1, 257.
Introduzione 17

Le opere autentiche sono: Discorso ascetico; La po­


vertà volontaria ( la cui versione italiana sta per essere
pubblicata in questa collana); Panegirico di Albiano: il
galata Albiano viene presentato come modello di vera
filosofia; Vantaggi della vita eremitica: elogio della
vita eremitica, considerata superiore rispetto a quella
cenobitica; Maestri e scolari: silloge di sentenze utili
ai m aestri di spirito; Gli otto spiriti del male: trattato
sui vizi capitali di cui parla anche Evagrio nel suo
Antirrhetikós: demoni della gola, dell’adulterio, del­
l’avarizia, dello scoraggiamento, dell'irritabilità, del
disgusto del proprio stato di monaco, della pigrizia e
dell’arroganza; Lettere: 1062 epistole o estratti di epi­
stole, edite per la prim a volta da Poussin a Parigi nel
1657 e poi dal Migne, PG 79, 81-581.
Nilo di Ancira

DISCORSO ASCETICO
Discorso ascetico
di Nilo, il nostro padre santo

1. Vita filosofica come testimonianza di libertà inte­


riore

Molti tra i Greci e non pochi tra i Giudei si sono da­


ti alla vita filosofica *, ma soltanto i discepoli di Cristo
vi si sono impegnati da veri filosofi. Soltanto ad essi
che lo seguono come Maestro, infatti, viene indicata
dalla stessa Sapienza la via che rende concretamente
possibile una professione del genere. Quanti invero vi
si cimentarono prima non fecero quasi che recitare una
scena d'un dramma, fregiandosi di una maschera che
male loro si adattava e assumendo un nome vano senza
operare da veri filosofi. Ostentavano, cioè, come filo­
sofi, mantello, barba e bastone, ma di fatto avevano
tanta cura del corpo e ne assecondavano le passioni
tiranne, si diportavano come schiavi del ventre e giu­
stificavano come naturali i piaceri di sotto il ventre, si
facevano vincere dall'ira e si lasciavano agitare dalla

1 La vita filosofica è quella dei monaci; cf. Giovanni Criso­


stomo, Il sacerdozio, traduzione introduzione e note a cura di
Antonio Quacquarelli, Città Nuova, Roma 1980, p. 29. Cf. infra,
c. 4. Altri termini usati da Nilo sono quelli che ne caratteriz­
zano gli aspetti più importanti: di vita semplice e monastica,
di anacoresi eremitica, di solitudine nel deserto, di autentica
fraternità nel cenobio sotto la guida di un archimandrita o ce­
nobita in un asceterio.
22 Nilo di Ancira

vanagloria, pronti peraltro a saltare avidamente come


cuccioli su splendide mense.
Ignoravano che essere filosofo significa soprattutto
essere libero, più che altro fuggendo la schiavitù delle
passioni. Questa rende l ’uomo oggetto venale, servo
perpetuo in casa propria. Se invero la vita è retta, la
condizione di servo non è forse di nocumento; ma la
schiavitù dei piaceri ha sempre disonorato e coperto
di ridicolo chi si fa tiranneggiare dalle passioni.

2. Filosofia come vita contem plativa in prospettiva del


prem io celeste

Tra costoro non è mancato chi, incurante assoluta-


mente della prassi, sembrava spiritualmente impegnato
nella vita filosofica, ma pretendeva con discorsi nebu­
losi lanciare proposte ipotetiche di cui non possono
darsi che spiegazioni arbitrarie, talora dicendo di cono­
scere la grandezza del cielo, le misure del sole e gli in­
flussi degli astri, tal altra mettendosi invece a fare di­
squisizioni teologiche in punti la cui vera comprensione
è irraggiungibile e quella congetturale è rischiosa, vi­
vendo una vita più turpe di quella dei porci che si ro­
tolano nel fango.
Se alcuni si diedero veramente all'ascesi2, si com­
portarono peggio in quanto la praticavano solo per
averne gloria e vanto. Compenso meschino e di minimo
pregio, per uno che si sobbarchi a tale travaglio! Osser­
vare invero il più assoluto silenzio, nutrirsi di erbe, co­
prirsi il corpo con logori stracci e vivere rinchiusi in
una botte passerebbe davvero ogni limite di insipienza
se non si attendesse dopo la morte nessuna gratifica­
zione. Sarebbe infatti come eliminare dalla vita il pre­
mio per la virtù, proporsi di lottare senza avere in pro­

2 Cf. lo pseudonilano Ad Eulogium monachum, 15.


Discorso ascetico 23

sp ettiva il m om en to d ella corona, com b attere senza


tregua per essere in fin e d efraudati del ricon oscim en to,
stare in u n ’arena ch e al d i là dei su dori n on p orta altri
f r u t t i3.

3. Vana la contemplazione presso Giudei e pagani

Questo stile di vita, l’hanno apprezzato tanti. Presso


i Giudei i discendenti di Gionadab4 reclutavano anzi
tra le persone che si raccoglievano attorno ad essi quan­
ti volessero vivere la stessa loro vita, introducendoli ad
identici costumi ascetici: di abitare sempre in celle, di
astenersi dal vino e da quanto porti a mollezza, di tene­
re un regime di vita frugale commisurato alle necessi­
tà del corpo, di dare molta importanza allo stato di sa­
nità morale, e soprattutto di stare sempre in contem­
plazione. Per quest'ultimo tratto presero il nome di
Iessei5, che li dice uomini familiari con la Parola, cioè

3 Cf. 1 Tim. 6, 12; 2 Tim. 4, 7; Giac. 1, 12; 1 Pt. 5, 4; 1 Cor.


9, 24; Fil. 3, 14; ecc. Nilo cita la Scrittura spesso contaminan­
done le espressioni, e quando cita un solo passo riduce o adat­
ta il testo sacro al suo insegnamento dottrinale o morale, sulla
scorta della tradizione esegetica; cf. Ep. 110: « Cosi noi credia­
mo e crediamo per averlo appreso dai santi Padri ».
4 Cf. Ger. 35. Gionadab, figlio di Recab, comandò ai suoi
seguaci di non bere vino e non costruire case, di non piantare
vigne ed abitare in tende come forestieri. Geremia profetò che
non sarebbe mai venuto a mancare « qualcuno che stesse alla
presenza di Dio » (37, 19).
5 Sono gli Esseni, di cui Fozio (cod. 104) dice che coltiva­
vano la vita contemplativa, mentre i Terapeuti coltivavano quel­
la attiva. Il tema ess- forse è da connettere all’ebraico hec-
(= consiglio); e il termine Iessei significherebbe « uomini del
Divin Consiglio », di cui si riscontra la notizia in certi testi di
Qumràn; cf. Dupont-Sommer, in « Evidences », 54 (1956), p. 22,
n. 6. Per Filone gli Esseni sono i « Terapeuti di Dio », fedeli
alle tradizioni ancestrali, alla povertà assoluta, alla castità per­
fetta (ma non celibataria), ad una vita eremitica di stile ceno-
24 Nilo di Ancira

per dirla più semplicemente, uomini che si proponeva­


no di essere filosofi, in quanto tendevano in ogni cosa
alla perfezione in modo che nessuna attività ostacolasse
la loro professione. Ma quale utilità trassero dalle lotte,
eliminando il Cristo arbitro degli agoni dai loro esercizi
atletici?
Di fatto videro sfumare la ricompensa per i loro
sforzi, perché avevano negato il Supremo Distributore
dei premi, e cosi avevano sbagliata la via per la vera vi­
ta e della vera filosofia. Essere filosofi infatti vuol dire
tendere alla perfezione dei costumi ed alla gloria della
vera conoscenza6.
Su ciò sbagliarono tanto i Giudei quanto i pagani7.
Gli uni e gli altri infatti rinnegarono la Saggezza discesa
dal cielo, perché cercarono di filosofare, ma senza il
Cristo solo rivelatore a fatti e a parole della vera filo­
sofia.

4. Cristo e gli apostoli modelli di vita filosofica

Egli per primo apri agli uomini questa via, additan­


done i puri ideali e portando sempre più in alto le ani­
me, al di sopra delle passioni corporee, fino al disprez­
zo della vita quando fosse richiesto dal suo piano sal­
vifico per gli uomini. Egli insegnò che chi davvero vuole

bitico; degni di essere chiamati santi, isolati, veggenti, opera­


tori di miracoli, silenziosi, pii, guaritori delle anime; cf. Quod
omnis probus liber sit.
6 Nilo, come in genere i Padri, parla di conoscenza come
di unione sperimentale con Dio. L’espressione di Nilo richiama
quella di 2 Cor. 4, 6 sulla conoscenza della gloria divina.
7 Nilo si rifà alla tradizione ascetica che sottolineava la
differenza fondamentale tra monacheSimo cristiano e mona­
cheSimo pagano, per esempio di certa religiosità misterica e
di certa spiritualità filosofica dei reclusi di Serapide, degli orfi-
co-pitagorici, degli stoico-cinici, ecc.
Discorso ascetico 25

scegliere la superiore filosofia8 deve rinnegare tutti i


piaceri che offre il mondo, durare fatica e dominare
completamente le sue passioni, tenere a vile il corpo
senza nemmeno tenere in conto la v ita 9, pronto anzi ad
offrirla se dovesse sacrificarla per testimoniare la virtù.
Tale condotta imitarono alla sua sequela i santi
apostoli fin dal momento in cui furono chiamati. Ri-
nunziarono al mondo e incuranti della patria, della fa­
miglia e di tutto ciò che possedevano abbracciarono
subito un altro genere di vita, un regime duro ed aspro;
superarono difficoltà d'ogni genere, oppressi, maltrat­
tati, scacciati, denudati e privati dello stesso necessario;
andarono incontro anche alla morte, in tutto imitando
il Maestro e lasciando al mondo l’esempio più sublime
di comportamento10.
I cristiani debbono conformare la loro vita a questo
modello, ma non tutti lo hanno voluto o potuto. Li han­
no imitati alcuni pochi, che hanno saputo emergere dai
marosi del mondo e sfuggire al tumulto delle città,
uscire dal turbine e abbracciare la solitudine. Soltanto
essi hanno riprodotta nella loro vita la virtù degli apo­
stoli, anteponendo al possesso la povertà indifesa, pre­
ferendo ai cibi ben conditi quelli non confezionati, ca­
paci di soddisfare cosi come sono le esigenze corporali
senza favorire l’insorgere delle passioni, disprezzando
come effeminatezza la cura di indumenti raffinati e non

8 La filosofia superiore è quella del momento contempla­


tivo, in cui l’anima contempla Dio rendendosi simile a lui,
spento ormai il bruciore delle ferite (Ep. 1, 104), cessato il fe­
tore dei peccati mortali (Ep. 1, 156), abbandonati sufficiente­
mente gli affetti terreni (Ep. 2, 66), e raggiunto il monte del­
l’impassibilità. Sono le due tappe dell’esichia e dell’apatia, ov­
vero della prassi e della teoria, della vita attiva e contempla­
tiva, dell'ascesi e della perfezione (mai stabile in questa vita,
cf. Ep. 2, 43. 83).
« Cf. Atti, 20, 24.
w> Cf. Ebr. 11, 37.
26 Nilo di Ancira

necessari. Essi hanno voluto usare abiti semplici e sen­


za ricercatezze perché disdegnavano il lusso eccedente
il bisogno del corpo, giudicando contrario alla filosofia
il trascurare il pensiero delle cose celesti per occuparsi
di quelle terrene, umiliando la mente a livello dell'istin­
to animalesco n. Al di là delle umane passioni hanno di
fatto ignorato il mondo, né v’è mai stato fra di loro chi
pretendesse di più o fosse defraudato del proprio, chi
sporgesse accusa o venisse incrim inato12.

5. Esemplare uguaglianza nello spirito apostolico

Ognuno infatti aveva come giudice incorruttibile la


propria coscienza: nessuno era ricco mentre l’altro ab­
bisognava di tutto, e nessuno era sfinito di fame mentre
l ’altro scoppiava di sazietà. Poiché coloro i quali aveva­
no di più facevano a gara per colmare il bisogno di
quanti avessero di meno; perciò regnava l'uguaglianza
nella giusta ripartizione: la volontaria comunione dei
benestanti con i bisognosi eliminava ogni disparità13.
In verità, non v'era un'uguaglianza nel senso pro­
prio del termine, poiché allora il fervore per la povertà
creava una certa disuguaglianza, simile a quella che
oggi provoca la mania di volere diventare sempre più
ricchi; ma scacciata l'invidia e proscritta la gelosia,
bandita la vanagloria e atterrata la superbia, ogni
causa di discordia veniva eliminata.
Quasi morti infatti alle passioni più torbide, erano
insensibili anche nel sogno ad immagini del genere al
punto da sembrare di non esserne suscettibili. Si può
quindi dire senz’altro che erano lampade risplendenti
tra le tenebre, stelle fisse che illuminavano la notte

» Cf. Rom. 1, 22-24.


12 Cf. Mt. 5, 39-42.
» Cf. Atti, 4, 32-35.
Discorso ascetico 27

oscura del mondo ed indicavano a tutti il porto sicuro,


facile ed inaccessibile alle tempeste: additavano il
modo di sfuggire incolumi agli scogli delle passioni.

6. Decadimento dell’ascesi originaria

Poco alla volta però quella formazione puntigliosa


secondo modelli di condotta ad immagine della vita
celeste andò degradandosi per negligenza di coloro
stessi che la riproducevano secondo le varie circostan­
ze. Si è giunti ormai all'estremo della dissomiglianza,
totalmente agli antipodi dell' archetipo. Procedendo
infatti in senso opposto, quelli che prima si erano cro­
cifissi al mondo rinnegandone la condotta e profes­
sando una vita superiore alla condizione umana, in
vita solitaria impassibile e in gara con le Potenze in­
corporee di cui emulavano la natura, ritornarono poi
indietro, retrocedendo alle occupazioni mondane, agli
affari riprovevoli, offuscando lo splendore di vita
austera precedentemente cosi ben condotta, e per via
della loro rilassatezza screditando ima classe di per­
sone degna di stima, già esaltata per la virtù di ciascun
membro.
Ormai continuiamo a tenere la mano sulla stiva
dell'aratro14 per salvare un simulacro di santità, ma
siamo refrattari a seguire la via del regno dei cieli,
rivolti all'indietro, presi dalla voglia di rischiare in
affari che avremmo dovuto dimenticare. Non c'è più
infatti tra di noi né impegno per ottenere dalla vita
quel che essa ci offre spontaneamente e a buon mer­
cato 15, né la dovuta stima per quella tranquillità che

» Cf. Le. 9, 62.


15 Cf. Ep. 2, 199: « Quando i nostri pensieri splendono se­
condo la loro naturale bontà, viviamo in paradiso, nudi da pas­
sioni, in orazione elevante alla virtù e al cielo; quando invece
si insinua in essi il male, veniamo scacciati dal paradiso di
28 Nilo di Ancira

è utile al distacco dalle antiche brutture16. Si tiene


conto piuttosto dei più svariati affari, inutili ai fini di
ciò che ci siamo sinceramente proposti di raggiungere;
si finisce col fare prevalere sul messaggio di salvezza
quello della materiale ambizione.
Mentre infatti il Signore non ha lasciato occasione
per mettere in guardia dalle terrene sollecitudini, anzi
ci ha ordinato di cercare solo il regno dei cieli, noi
senza darcene il minimo pensiero seguiamo la via op­
posta con preoccupazioni che sono in antitesi a quelle
comandateci dal Signore; ben lungi dal farci coinvol­
gere da lui, abbiamo posto la nostra speranza nelle
opere delle nostre mani. Eppure egli ha detto: « Guar­
date gli uccelli del cielo, che non seminano né mietono
né ammassano nei granai, cionondimeno il Padre ce­
leste li nutre » 17; e cosi continuava: « Osservate come
crescono i gigli del campo che né lavorano né filano » 18.
Egli ci ha poi proibito di portare sacco borsa e ba­
stone 19, e ci ha comandato di stare a queirinfallibile
promessa che fece ai discepoli quando li inviò a spar­
gere tra tutti gli uomini il seme del bene, cosi dicendo:
« L'operaio è degno del suo sostentamento » Eviden-

Dio e rivestiamo le tuniche di pelle... ». La natura è buona, sia­


mo noi che con i nostri peccati abbandoniamo la rettitudine ori­
ginaria. Si è quindi visto in Nilo del pelagianesimo o semipela-
gianesimo; ma egli, mentre si esalta davanti all'utopia di una
natura benigna e divina, riconosce l’umana fragilità e attribui­
sce il merito della santità alla grazia di Dio cui corrisponda
la volontà umana; cf. Ep. 1, 1.
16 Questo è il fine della filosofia inferiore, propedeutica a
quella superiore: tranquillità è l’esichia, cioè tregua alle brut­
ture del peccato e sospensione dagli affanni per le cose terrene
(1’amerimnia o libertà di affanni è talora considerata come con­
condizione per la hesychia o tranquillità); cf. Mt. 6, 25: «N on
affannatevi... ».
" Mt. 6, 26.
« Mt. 6, 28.
« Cf. Le. 10, 4.
20 Le. 10, 7.
Discorso ascetico 29

temente egli sapeva che più della nostra industria nel


provvedere al necessario ci assicura la sua promessa.

7. Ombre vane della vita ascetica d'un tempo

Eppure non rinunziamo ad acquistare terreni più


che ci sia possibile, a comprare mandrie di pecore,
bovini belli a vedersi e di gran mole, anche buoni per
arare, ed asini ben pasciuti: le pecore per averne lana
in abbondanza da lavorare secondo il bisogno; i buoi
da sottoporre al giogo per i lavori di preparazione della
campagna che ci dà il sostentamento per noi e per gli
altri animali; i somari per il trasporto di ciò che man­
ca alla nostra regione, ma è opportuno supplemento
per il necessario sostentamento e per l'incremento del
nostro benessere.
Esercitiamo poi le arti che ci procurano più gua­
dagni, ma non ci lasciano il benché minimo tempo per
ricordarci di Dio, e ci impegniamo in esse con la mas­
sima tensione di cui siamo capaci. Di ciò peraltro sia­
mo facili a dare la colpa — è naturale — o a chi si
cura fiaccamente della nostra direzione ovvero a noi
stessi per avere un tempo abbracciata tale professione;
ma in realtà senza dirlo esplicitamente facciamo ve­
dere di starci, e molto bene, con gli uomini del mondo,
di condividerne gli interessi negli affari, anzi di con­
sumarci più di loro tra le sollecitudini materiali. Sic­
ché dimostriamo a tutti, e lo facciamo credere, che per
noi la religione non è che un mezzo per speculare, e
la professione abbracciata un tempo per una vita se­
rena e gioiosa21 non è che una maschera di pietà con
21 L’ascetica del monaco d’Ancira si espande gioiosamente
tra le consolazioni che Dio non fa mancare « anche in tempi
tristi di molte calamità », cf. Ep. 1, 242. Ma il bios è sereno e
gioioso solo se vissuto nella virtù, enóretos (= in tensione di
virtù).
30 Nilo di Ancira

la quale evitare di compiere doveri sociali più pesanti,


un modo di spassarcela sfrenatamente, poiché non ab­
biamo altro scopo che di potere scatenarci negli im­
pulsi e nei capricci liberamente e senza remore o pu­
dori, offendendo cosi i più sprovveduti e talora anche
gli altolocati, in quanto fondiamo la tensione alla virtù
non su una vita umile e mansueta, ma su quel che è
di nostro arbitrio.
Perciò anche chi dovrebbe esserci più devoto ci
guarda come uomini unitisi per caso e senza scopo;
e chi vive nel mondo o con esso ha rapporto ci mette
alla berlina perché non meno assidui ai pubblici ri­
trovi e non più virtuosi degli altri in ogni comporta­
mento, uomini che non fanno che scansare ogni dove­
rosa fatica per l'acquisto della virtù: pretendendo di
distinguersi non per i costumi ma per l’abito, essi bra­
mano di conseguire la gloria che merità la virtù, paz­
zamente offrendo solo un'ombra della verità d'un
tempo.

8. Sepolcri imbiancati, non tem pli dello Spirito

Oggigiorno si veste questo abito santo senza previa


purificazione dell'anima dalle proprie macchie, e con
la continua memoria delle colpe passate e fors'anche
delle loro immagini più proterve in essa indelebilmente
impresse, senza avere conformato in modo soddisfa­
cente i costumi alla professione, senza neppure cono­
scere quale sia lo scopo della filosofia secondo Dio.
Eppure si levano altere le ciglia farisaicamente, e si
mena vanto dell'abito come se per esso si fosse rag­
giunta la perfezione. Si va in giro in tale arnese, senza
avere appreso l'arte che esso comporta. Se ne professa
invero la conoscenza, perché si fa mostra di un com­
portamento che esteriormente la rivela, ma di essa non
si è degustato il sapore neppure con le labbra. Il mo­
Discorso ascetico 31

naco allora si dimostra evidentemente non un porto


ma uno scoglio, non cella del santuario ma sepolcro
imbiancato, non pecora ma lupo, micidiale per chi si
fa ingannare dalle sue apparenze22.
Quando uomini siffatti si sottraggono ai rigori del
monastero che giudicano insopportabili, si danno al
bel tempo in città. Qui, costretti dalla necessità del
ventre, traggono in inganno il popolo piegando il collo,
assumendo un aspetto pio, dicendosi disposti a sop­
portare tutto per assecondare le esigenze del proprio
corpo. Il bisogno fisico è esigente quant'altro mai; esso
suggerisce la via per superare ogni ostacolo, special-
mente se interviene la pigrizia da tempo accarezzata.
Allora la suggestione pretestuosa si insinua più astu­
tamente.
Perciò assiepano come parassiti le porte dei ricchi
o li precedono di corsa nelle piazze come fanno gli
schiavi, allontanandone quelli che già stanno loro in­
torno e respingendo quelli che vanno loro incontro,
per rendere comunque loro facile il cammino. Tutto
in vista della buona tavola.
Ne sentono l’urgenza perché non hanno imparato
a dominare il piacere delle ghiottonerie né hanno vo­
luto portare secondo l'insegnamento di Mosè il chiodo
sotto la cintola per scavare allo scopo di coprire gli
escrem enti23. Se avessero cosi operato col chiodo,
avrebbero appreso che la gola è il termine di ogni cibo
ghiotto, e che quanto viene a soddisfare il bisogno del
corpo nasconde il brutto rischio di disdicevoli desideri.

9. Discredito a causa dei transfughi divenuti parassiti

Per questo viene bestemmiato il nome di Dio, e la


vita più degna d’essere desiderata è divenuta oggetto
22 Cf. Mt. 7, 15 (pecora-lupo); 23, 27 (sepolcri imbiancati).
23 Cf. Deut. 23, 14.
32 Nilo di Ancira

d’esecrazione. Le conquiste ottenute con la vita più


virtuosa sono cadute in discredito e vengono giudicate
fallaci; le città pullulano di girovaghi alla ventura e si
sentono oppresse dal loro peso; le case da loro asse­
diate restano disgustate dinanzi allo spettacolo che
essi danno quando sostano alle loro porte per chiedere
sfacciatamente ovvero in gran numero si installano
dentro. Essi simulano un po' di vergogna e, coprendo
con la maschera della finzione la loro ribalderia, de­
gna di ogni disistima, non se ne vanno infine che dopo
averle saccheggiate.
Perciò attirano il pubblico discredito su tutta la
vita monastica. Sicché finiscono con l’essere scacciati
come corruttori dalla città quelli che un tempo ne
erano i moderatori; messi al bando come maledetti
non meno dei lebbrosi e più dei ladroni, perché ci si
può affidare meglio agli scassinatori di pareti che a
questi transfughi della vita solitaria. Si pensa infatti
che sia più facile difendersi dalla ribalderia manifesta
che da una malafede coperta ed insidiatrice.
Di spirito religioso, invero, essi non ne hanno avuto
mai niente, neanche all'inizio. Sono entrati nella vita
monastica senza conoscere i vantaggi della solitudine ”,
sconsideratamente e forse spinti dal bisogno, pensando

24 La solitudine non comporta necessariamente l'eremiti-


smo, esso per i Padri esige la fuga nel deserto come anelito
concreto a servire Dio nell'austerità dell’isolamento interiore.
Per Nilo anzi il cenobitismo è preferibile; cf. Ep. 3, 72: « Chi
vive intento alla lotta deve piuttosto starsene in una comunità
monastica con dei fratelli ». Fraternità è per lui un termine tec­
nico equivalente ad anacoresi. Fratelli si chiamarono i cristiani
fin dalle origini, e dal IV secolo i monaci che si considerarono
nient'altro che cristiani impegnati a vivere la fraternità evan­
gelica (cf. Nisseno, Nazianzeno, Basilio, Pseudo Macario, Pal­
ladio, Evagrio, ecc.). I vantaggi di questa solitudine sono « l'es­
sere oggetto di oltraggi e di maltrattamenti senza mai tregua »,
poiché « a questo siamo destinati » (cf. Ep. 3, 27; 1 Tess. 3, 3),
ma per guadagnare beni superiori.
Discorso ascetico 33

di poterla mercanteggiare con la provvisione del ne­


cessario. Credo che per conseguire tale scopo più de­
centemente, possano con comportamento più umile
andare di porta in porta, e che questo potrebbe frut­
tare di più per dare loro il sostentamento necessario.
Ma essi non si contentano del necessario, anzi preten­
dono nutrire il loro corpo con cibi raffinati, con quelli
che usano coloro che vivono nel lusso, per questi in­
ventati dalla sfrenata cupidigia. Ed è difficile curare
questa malattia refrattaria ai rimedi!

10. Vita scandalosa, non apostolica

Ma come far comprendere i vantaggi dello stato


di salute a gente nata organicamente inferma e che
può dirsi cresciuta con la consunzione della malattia
fin dalle fasce, acquistando l'abito alle loro disfuzioni,
al punto da considerarle naturali? Essi tendono a peg­
giorare, infatti, per difetto costituzionale; e ogni di­
scorso per correggerli è veramente inutile. Per gente
siffatta ogni consiglio ottiene anzi l'effetto contrario,
specialmente se alla malattia della cupidigia si aggiun­
ge la prospettiva del lucro che l’alimenta. Allora la
passione chiude nella maniera più completa gli orec­
chi agli ammonimenti, sicché le esortazioni alla sag­
gezza non trovano una via di accesso allo spirito con­
quiso dalla lusinga pur vile del profitto.
Ma noi che abbiamo rinunziato al mondo, per de­
siderio di virtù — cosi crediamo — , rinnnegate le bra­
mosie del secolo e professata la sequela di Cristo,
come mai torneremo, carissimi, a farci frastornare ed
25 La guarigione di un vizio comporta che esso sia suscet­
tibile della correzione divina, cf. Ep. 3, 185, e la gola è ima
mania (Doroteo di Gaza, Dottrine diverse, 15, 2), secondo Nilo
una forma di pazzia caratterizzata dalla disintegrazione orga­
nica della personalità umana, cf. infra.
34 Nilo di Ancira

irretire dal mondo ritessendo a nostra rovina gli abiti


già eliminati dalla nostra vita? A che prò questa per­
versa volontà di trasgredire norme cui non è lecito
venir meno, attizzando nei più deboli gli impulsi al
malfare e facendoci per i più semplici via all'avarizia
con il nostro ardore per le cose futili?

11. Rinunzia di fatto, non a parole

Il Signore infatti ci ha comandato di curare26 e non


tormentare i deboli, di non mirare a gratificare noi
stessi, prima di curarci dell'utilità del prossim o27, fa­
cendoci pietra d'inciampo per tanta gente semplice col
seguire i nostri impulsi sconsiderati e col dare cosi
esempio di ambizione dei beni terreni28.
Ma perché poi tenere tanto conto della materia che,
come ci è stato insegnato29, dobbiamo avere a vile?
Vivendo protesi ai beni utili e di possesso, abbiamo
il cuore diviso da tante inutili sollecitudini, e questa
tensione mentre ci distoglie dall'attendere assiduamen­
te alle cose necessarie, ci inclina ad essere negligenti
nel procurarci i beni spirituali. Aprendosi al luccicare
dei beni mondami, tanti si aprono un grande baratro
che li inghiotte per giudicare le ricchezze la più grande
fortuna che si possa godere. Facendo professione di
vita filosofica, si vantano d'avere superato gli stimoli
del piacere, ma mostrano coi fatti che vi tendono più
di noi.
Non c'è davvero colpa che meriti tanto gli irrepa­
rabili supplizi quanto quella d'una cattiva condotta che
induca gli altri ad imitarci. La rovina di chi avrà emu-

“ Cf. Mt. 10, 8; Le. 9, 2; 10, 9; Rom. 15, 1.


27 Cf. Rom. 15, 3; 15, 1; 1 Cor. 10, 33.
“ Cf. Mt. 18, 6-9; Le. 8, 14.
» Cf. Mt. 10, 28; 1 Tim. 4, 8.
Discorso ascetico 35

lato il male costituirà una ulteriore responsabilità; chi


si sarà fatto maestro meriterà quindi un supplemento
di pena, una condanna che non sarà leggera perché
non ha evitato che altri ne imitassero la turpe con­
dotta. Chi però, ragionando saggiamente, giudicherà
tale il loro insegnamento, saprà certo fuggire tale vi­
tuperio.
Nessuno quindi mi voglia male per quanto vado
dicendo; ma corregga le storture che ne disonorano
il nome, per propria negligenza e per mancata vigi­
lanza di tutti; oppure rinunzi al nome che implica il
proposito fatto di vivere da filosofo. Secondo la filo­
sofia professata, avere qualcosa è possedere il super­
fluo. La professione filosofica infatti esige che ci ren­
diamo estranei anche al corpo, mediante la purezza
dell’anima. Ma chi anela a possedere e a godere dei
piaceri del mondo, pur fregiandosi del venerando no­
me di filosofo, perché magnifica a parole la vita filo­
sofica la cui professione con le sue opere contraddice?

12. Liti inutili e dannose

Non giudichiamo inoltre vergognoso che i cosiddetti


mondani, da noi valutati gente di seconda categoria,
ci rinfaccino di avere messo nel dimenticatoio i co-
mandamenti del Salvatore, e ci insegnino ad osservare
i precetti del Signore che noi trasgrediamo. Essi avreb­
bero dovuto imparare da noi!
Capita infatti che quando litighiamo siano proprio
essi a ricordarci che il servo del Signore non deve li­
tigare ma essere mansueto con tutti, e quando conten­
diamo per le ricchezze ed i possedimenti siano essi a
ricordarci le altre parole: « A chi vuol litigare con te
per toglierti la tunica tu cedi anche il mantello » Cosi

3» Mt. 5, 40.
36 Nilo di Ancira

dicendo, però, non ridono di noi e non si divertono


alle nostre spalle? Scherniscono la nostra condotta
trovandola in contraddizione con la nostra professione!
Se ci comportassimo come di dovere praticando l’in­
vito a non essere solleciti per i beni di fortuna31, non
ci sarebbe invero bisogno di litigare con chi ce ne con­
tende il p ossesso32. Quando uno ti ha fatto scomparire
il limite della vigna per appropriarsi della parte che
non gli appartiene, quando un secondo ti ha fatto in­
vadere il terreno dal suo bestiame, quando un altro
ti ha tagliato il corso d'acqua che scorre nel tuo giar­
dino, forse perciò devi montare in furia adirato peggio
d'un pazzo, perseguendoli tutti uno ad uno per otte­
nere la riparazione? Inchiodandoli ai tribunali, tu in­
chiodi la tua mente distogliendola dalla contemplazio­
ne delle vere realtà33. Che bisogno c'è di occupare cosi
la tua facoltà contemplativa, stravolgendola tra le pra­
tiche forensi che richiedono tanta astuzia e per otte­
nere un mucchio di futilità?
Perché poi reclamare proprietà che non apparten­
gono a noi ma ad un Altro? Perché farsi legare da
pesanti catene materiali e non ascoltare la voce di
colui che chiama gli uomini che cosi operano sventu­
rati?35. Poiché, come dice il Profeta, guai a chi rac-
Cf. Mt. 6, 25-34; Le. 12, 22.
“ Cf. 1 Cor. 6, 7.
« Cf. Fil. 4, 6.
34 Secondo il principio veterotestamentario, Dio è il vero
Signore che diede all’uomo il possesso, non la proprietà di
« ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni
albero in cui è il frutto, che produce seme » (Gen. 1, 29). Sua
soltanto la proprietà nei cieli e sulla terra, su cui egli quindi
s ’innalza sovrano assoluto, cf. 1 Cron. 29, 11-12. Il NT col « bea­
ti pauperes » non nega il messaggio dell'AT « beati possiden­
tes », ma il possedere non è l’avere: tutto quello che ci è stato
m esso a disposizione (tà hypàrchonta) è stato posto da Dio
quasi su una mensa comune, non per un esclusivo uso (chré-
mata) o acquisto (ktém ata).
« Cf. Le. 6, 24; 11, 42-44.
Discorso ascetico 37

coglie quel che non è suo! 36. Egli rende duro e pesante
il suo giogo, perché sarà presto perseguito, secondo
quanto sta scritto: « I nostri inseguitori furono più
veloci delle aquile » 37. E noi dovremo evidentemente
correre più lentamente di loro, appesantiti come siamo
dal carico degli affari mondani, divenendo cosi facile
preda dei nostri nemici. Che cosa dobbiamo fuggire,
ce lo dice Paolo: « Fuggite la fornicazione e l’ava­
rizia » 38. Non conseguirà il premio chi, dopo avere ini­
ziato speditamente la corsa non continuerà con lo
stesso slancio del primo m om ento39, poiché l’avversa­
rio che insegue ha i passi più spediti'10.

13. Fiducia in Dio, non nel mammona

La passione che ci rende inclini alle cose terrene


non solo ci è di grave ostacolo nel tendere alla virtù,
ma spesso è anche la causa della nostra perdizione sia
spirituale che materiale.
Pensiamo infatti all'Israelita N abot41. Che cosa lo
mandò in rovina? Una vigna che aveva perversamente
desiderata fu la causa della sua morte, e spinse il suo
confinante Acab ad assassinarlo. Cosa indusse metà di
due tribù a restare fuori della terra prom essa?42. Il
molto bestiame. E un gran numero di capi di bestiame
fece separare pure Lot da Abramo: dapprima aveva su­
scitato liti continue tra i pastori, in fine separò l’uno
dall’a ltro43. Se è vero quindi che i beni materiali pro-

« Cf. Ab. 2, 6.
* Lam. 4, 19.
3» Cf. 1 Cor. 6, 17; Ef. 5, 3.
39 Cf. 2 Tim. 2, 5.
« Cf. Prov. 6, 18.
« Cf. 1 Re, 21, 1-16.
« Cf. Gios. 22, 1 ss.
« Cf. Gen. 13, 1 ss.
38 Nilo di Ancira

vocano chi si faccia prendere dall'invidia persino ad


uccidere coloro che li possiedono, e che le proprietà
acquistate distraggono dal provvedere alle cose di mag­
giore importanza, causano divisioni tra i parenti e pro­
vocano inimicizie tra gli amici, perché mai per essi ci
allontaniamo dal servizio divino dandoci al servizio di
cose assolutamente futili? Gli averi non hanno a che
fare con la vita futura e non sono neanche molto utili
alla vita del corpo!
Siamo forse noi, infatti, gli autori della nostra vita
e di ciò che la porta a termine? È Dio che ad essa prov­
vede. Senza l'aiuto di Dio l’uomo non può che fallire
10 scopo di tutte le sue premure; senza le premure
dell'uomo, invece, Dio provvidente conduce ogni cosa
perfettamente al suo termine. Quale utilità trassero
dalla propria fatica gli uomini ai quali Dio rivolge que­
ste parole: « Molto avete seminato, ma poco avete rac­
colto; ed io lo disperdo dalle vostre case » 44? Al con­
trario, il necessario non mancò mai a quanti, senza darsi
altro pensiero, vivono secondo virtù. Gli israeliti si nu­
trirono per 40 anni nel deserto45 senza coltivare o uti­
lizzare comunque la terra, eppure non furono mai privi
di cibo. Non li nutrì il mare in modo miracoloso? Per
11 loro alimento esso eruttò fuori dell’ordinario una
matrice di quaglie! Non si squarciò l’arida roccia per
fornire loro un’abbondante fonte di acqua? Non fece
il cielo cadere la manna per fornire loro una pioggia
miracolosa, sorprendente? Per tutto quel tempo invec­
chiarono o si logorarono vesti e calzari? Ed essi se ne
servivano.
Quale terra infine coltivò E lia46per il suo nutrimento
mentre se ne stava lungo il torrente? Gli portarono il
nutrimento i corvi, e a Sarepta gli offri del pane lungo

« Ag. 1, 6-9.
« Cf. Es. 16-17; Deut. 8, 4; Num. 11, 31; Sap. 19, 9 ss.
« Cf. 1 Re, 17, 1 ss.
Discorso ascetico 39

il suo cammino una vedova, bisognosa del necessario,


che lo toglieva di bocca ai suoi figli. Dio cosi volle di­
mostrare che più della stessa natura deve valere la virtù.

14. Cristo provvede ai suoi amici

Questi interventi peraltro vanno oltre e non contro


l'ordine naturale: in tal senso si può vivere senza man­
giare, quando Dio lo voglia.
Come infatti avrebbe potuto E lia 47compiere un cam­
mino di 40 giorni con la forza di un solo pasto? Come
avrebbe potuto M osè48 restare per 80 giorni in colloquio
con Dio sul monte senza gustare cibo? Discese infatti
dopo 40 giorni, quando furente perché avevano co­
struito il vitello ad un tratto distrusse le tavole; poi
risali sul monte e di li ritornò al suo popolo dopo altri
40 giorni, in cui sul monte ricevette le seconde tavole.
Ragionando umanamente è forse possibile giustificare
queste sequenze miracolose? È difficile invero immagi­
nare come un corpo per natura soggetto alricambio,
ed esausto per non avere ingerito alimento che re­
staurasse gli spiriti vitali che giorno per giorno svapo­
rano, abbia potuto in quel caso resistere. La Parola
di Dio però scioglieva questa difficoltà, quando il Si­
gnore disse: « L’uomo non vive di solo pane, ma di
ogni parola che esce dalla bocca di Dio »
Non stravolgiamo, quindi, il senso della vita fatta
per il cielo, volgendola al basso tra le pesanti molestie
della materia. Perché noi, già nutriti di latte di cocco,
ci copriamo di sterco secondo quanto sta scritto in
qualcuna delle lamentazioni di Geremia?50. Nutrirsi
infatti di latte di cocco significa perseverare in pace
47 Cf. 1 Re, 19, 8.
48Cf. Es. 24, 18; 34, 1 ss.; Deut. 10, 1-2.
« Cf. Deut. 8, 3; Mt. 4, 4.
» Cf. Lam. 4, 5.
40 Nilo di Ancira

tra pensieri di luce e di fiamma; coprirsi invece di


sterco vuol dire decadere da quel comportamento ed
impegolarsi tra gli affari terreni.
Ma perché distogliere il nostro spirito dall’avere
fiducia e speranza in Dio, e fidare nel nostro braccio
per il sostentamento del corpo, ascrivendo alle nostre
mani ciò che dipende dalla provvidenza del Signore?
Non temiamo di ripetere ancor oggi l ’esperienza che
Giobbe giudicò peccaminosa, mettere le mani sulla
bocca in atto di baciare51, come se fossero le mani a
procurare il benessere? Essi lo dicono, ma ad essi ri­
batte con oscuro linguaggio, per simbolo, la Legge:
« Chi s’appoggia sulle mani per camminare è impuro,
e l’animale che ha molti piedi è anche impuro, ma
quello che incede su quattro è del tutto immondo » 52.
Cammina e s’appoggia sulle mani colui il quale pone
la speranza solo nelle sue mani; incede su quattro
piedi chi si piega e si immerge negli interessi materiali,
per essi perdendo completamente di vista quelli supe­
riori; cammina su molti piedi chi si lascia coinvolgere
dalle realtà sensibili.
Perciò il saggio autore dei Proverbi vuole l’uomo per­
fetto non con due ma con un solo piede che si muova
di rado per interessi corporei: « Metti di rado il tuo
piede — dice — in casa del tuo amico, si che egli non
si stanchi di te e non ti prenda in odio » 53. È amico
del Cristo chi lo prega di rado per le sue necessità cor­
porali54; scopo di siffatti amici è infatti quello cui si

si Cf. Giob. 31, 27.


52 Lev. 11, 20 (alati che camminano a quattro piedi), 27
(quadrupedi che camminano sulla pianta dei piedi), 29, 41-43
(abominio degli animali che strisciano e « camminano sul ven­
tre o con quattro piedi o con molti piedi »).
53 Prov. 25, 17.
54 Cf. M. Th. Disdier, in DTC, s.v. Nil l’ascète, 672: « Il
cammino mistico, del quale l’amor di Dio è l’odometro, è di­
stinto in tre tappe: l ’ascesi, la contemplazione naturale e la
teologia che si praticano in Egitto, al deserto e nella terra
Discorso ascetico 41

rifaceva il Salvatore dicendo ai suoi discepoli: « Voi


siete miei amici » 5S. Se però l'amico lo fa con trop­
pa insistenza e frequenza, si rende oggetto del suo
sdegno

15. Reggersi sulle gambe per balzare su da terra

A chi potrà rivolgersi quindi senza venire schifato


uno che sia tutto immerso negli affari che lo assillano,
se una buona volta non si scuote e non risorge per in­
traprendere la giusta via di vita? Ne è impedito dal
fatto che sui piedi non ha gambe che gli permettano
di sollevarsi da terra sui medesimi piedi. Il comporta­
mento, infatti, secondo natura delle facoltà di discer­
nere assomiglia a quello delle gambe quando si cur­
vano facendo convergere su di sé il peso del corpo;
si abbassano quasi fino a terra, per immediatamente
balzare in alto entrambe. Cosi le nostre facoltà razio­
nali si abbassano prima a livello dei bisogni corporali
per poi rapidamente elevarsi alle loro attività sottili
proprie del pensiero superiore. Tornano in alto senza
avere contratto inquinamento alcuno dalla materia.
Debbono invero drizzare le gambe non solo gli uo­
mini troppo dediti ai piaceri che giacciono sempre in
basso, ma anche le sante Potestà che non hanno affatto
bisogno per elevarsi di membra materiali e di piedi.

promessa, mediante le virtù del corpo, deU’anima e dello spi­


rito ». Più che di tripartizione, in Nilo vi è una distinzione in
due momenti, dove il posto dato aU'intelligenza pura non è ac­
centuato come in Evagrio. Comunque è vero che la preghiera
a Gesù va fatta soprattutto per le necessità spirituali.
55 Gv. 15, 14: « Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi
comando ». Per fare la sua volontà, bisogna pregare, perché lo
spirito è pronto ma la carne è debole, cf. Mt. 26, 41; Me. 14, 38.
56 Chi si svia nel cuore per andare dietro le cose corporali
pregando e insistendo troppo, mostra di non conoscere le vie
del Signore e ne suscita lo sdegno, cf. Ebr. 3, 7-11.
42 Nilo di Ancira

Quando il grande Ezechiele57 parla delle loro gambe


erette e dei loro piedi alati, penso alluda a questo, e
ne indichi la naturale fermezza di spirito e agilità di
mente.
Agli uomini però basti quel tanto di inclinazione
che permetta loro di attendere al lavoro materiale, per
poi scattare alle attività che più elevano l’anima, im­
parentata con le supreme Potestà e con esse facilmente
in colloquio, in alto dove si aggira, mentre il corpo
necessariamente è proteso secondo natura alla terra,
non però a strisciarvi teso ai piaceri. Sarebbe una cosa
immonda indegna dell'uomo dotato di conoscenza ra­
zionale.
Perciò non a caso la B ibbia58 dice all'uomo che cam­
mina a quattro piedi che è impuro; solo però nel caso
che cammini sempre su quattro, perché essa permette
che gli esseri corporei abbiano un tempo per assecon­
dare il corpo nelle sue esigenze. Cosi Gionata59 cam­
minò su quattro per combattere Naas l’Ammonita, e
lo vinse seguendo umilmente la naturale esigenza, in
quanto costretto ad adattare per un po’ il suo com­
portamento a quello di un serpente che striscia sul
petto: non per nulla Naas vuol dire serpente.
Egli realmente camminò a quattro piedi, e fu cosi

57 Cf. Ez. 1, 7: « Le loro gambe erano diritte e gli zoccoli


dei loro piedi... splendenti come lucido bronzo ». Il profeta
parla di quattro ali e di quattro mani sotto le rispettive ali,
unite l'una all’altra e spiegate verso l’alto, non di piedi alati.
58 Cf. Lev. 11, 27: « Considerate immondi tutti i quadru­
pedi che camminano sulla pianta dei piedi ».
59 Cf. 1 Sam. 11, 2: « Rispose Naas l’Ammonita ad essi
(= ai cittadini di Iabes, che si arrendevano): - A queste con­
dizioni mi alleerò con voi: possa io cavare a tutti voi l’occhio
destro ». L’episodio di Gionata, che saliva tra i varchi di due
sporgenze rocciose « aiutandosi con le mani e con i piedi », è
narrato poco dopo al c. 14, ma è attribuito all’attacco di Gio­
nata contro l’appostamento filisteo. La contaminazione dei due
episodi può essere di origine rabbinica.
Discorso ascetico 43

che potè vincere il suo nemico, per subito riprendere


la sua andatura eretta con molta facilità.

16. Vigilanti ma fiduciosi

E cos'altro ci insegna la storia di Iebute? “. Non fa


che metterci in guardia dalle sollecitudini per le cose
materiali e dall’affidare ai sensi la custodia su noi
stessi.
Sta scritto infatti che mentre questo re riposava
nella sua camera da letto, avendo messo a guardia
della porta la sua donna, irruppero quei di Racan
che trovarono costei che se ne stava sonnecchiante a
ripulire il grano; perciò poterono introdursi senza
farsene accorgere e uccidere Iebute che trovarono an­
che lui a dormire. Poiché quando prevalgono i bisogni
del corpo, dorm e61 ogni facoltà dello spirito e dell'ani­
ma, la percezione intellettiva e quella sensitiva. Il fatto
che la donna posta a custodia della porta s'era messa
a nettare il grano sta ad indicare che la percezione
intellettiva essa l'aveva impegnata, e non superficial­
mente, soltanto nell'occupazione materiale di nettare
il grano. E che qui la Scrittura non abbia inteso darci
un dato storico62 ma un insegnamento, è chiaro.

60 Cf. 2 Sam. 4, 1-7. Il nome di Iebute figlio di Saul è scritto


anche Memfìboste, Isboseth, Is-Baal. Quei di Racan sono lo stes­
so Racan (Recab) ed il fratello Baana. Non si tratta della sua
donna, ma di una donna portinaia della casa.
61 È essenziale per l’asceta essere sveglio, neptikos, in con­
tinua prospezione della mente verso i beni eterni, nella vigi­
lante veglia del cuore in tensione verso l'Altissimo (sublim issi­
m um ). L’esichia è tranquillità dell’anima sveglia, e l'apatia che
ne consegue è dinamismo appassionato dell'anima tranquilla
ma sovranamente sensibile agli appelli incessanti del Padre. Il
deserto è il luogo di questa concentrazione dello spirito.
62 L’esegesi biblica di Nilo è di sfondo alessandrino, fonda­
mentalmente letterale, storica; ma in funzione anagogica, spi-
44 Nilo di Ancira

Appare chiaro, se ci domandiamo come mai un re


abbia potuto mettere a guardia della sua porta una
donna. Non aveva a sua difesa un presidio di soldati?
Non c’era attorno a lui tutto un apparato militare?
Come mai era cosi sprovveduto di mezzi da dovere far
nettare il grano alla sua donna? Sono dei particolari
assurdi, che di solito si mescolano alla storia per si­
gnificare una verità. Qui si allude al nostro spirito che
si comporta in noi come quel re. Esso pone a guardia
della sua porta sensibile la percezione intellettiva, ma
in esso entrano di soppiatto facilmente subdoli nemici
che gli danno la morte, non appena la mente si affida
all'attività dei sensi, come la donna si mise a nettare
materialmente il grano.
Perciò il grande Abramo63 non affidò la custodia
della porta ad una donna. Conosceva invero le facili
deviazioni della percezione dei sensi, inclini a soffer­
marsi con diletto al livello delle realtà materiali e a
partecipare delle loro delizie, distraendo la mente con
evidente rischio. Alla porta stette seduto lui tenen­
dola spalancata al pensiero di Dio e chiudendola per
le sollecitudini mondane, perché darsi pena di tali fu­
tilità non è davvero utile alla nostra vita.

rituale, meno tipologica che ascetica. Egli non ha pretese di


originalità, ma invita i semplici ad una interpretazione più
profonda, fondata sul principio origeniano che la Scrittura non
può contenere dottrine meno pure, indegne di Dio, e pertanto
là dove appare qualcosa d’indegno della Parola, deve ricercar­
sene il significato nascosto. La storia è simbolica, e tutte le
figure sussistono allo scopo preciso di manifestare una verità
nascosta nellOmbra (mistero di cui il Cristo ha rivelato l’enig­
ma escatologico e gli elementi spirituali, ascetici).
63 Cf. Gen. 18, 8-9. Abramo stava in piedi alle Querce di
Mamre, e Sara nella tenda apparecchiava con le sue serve quan­
to occorreva, senza neppure guardare in faccia coloro per cui
apprestava il servizio, cf. Epifanio, L’ancora della fede, Città
Nuova, Roma 1977, p. 99.
Discorso ascetico 45

L’E cclesiaste64 non lamenta forse che ogni fatica


dell'uomo sia finalizzata alla bocca? E l’A postolo65 non
afferma forse che per il sostentamento di questa povera
carne basta avere di che mangiare e di che vestirsi?
Non vai la pena dunque andare incontro ad un’infinità
di affanni, per dirla con Salom one66, e disperdere al
vento i frutti delle nostre fatiche, impedendo all'anima
di godere dei beni divini per averla legata alle solleci­
tudini terrene quasi con catene, per esserci legati più
del giusto alle cure della carne. Nutrendola come un
nemico che ci fa la guerra in casa, il nostro combatti­
mento avrà un esito non incerto ma sicuramente ne­
gativo, perché l'anima subendo l'assalto da tante parti
e da forze superiori dovrà lamentare lo scacco, e il
combattimento non le potrà offrire certo corone ed
onori.
Quale allora il vantaggio del corpo, i cui bisogni
prendiamo a pretesto per tendere superando assurde
difficoltà ai piaceri che esso ci dà? Il bisogno assoluto
è quello del pane e dell'acqua; e di acqua le sorgenti
ne offrono in abbondanza; del pane ne hanno a pro­
fusione quanti forniti di mani possono procurarselo
con il lavoro, dandosi a quelle attività del corpo che
fanno al caso e che poco o punto ci distraggono.
Ma è il vestito che ci dà tanto pensiero? No, nean­
che questo se miriamo non alle mollezze di moda ma
al solo bisogno. Quali vestiti sottili come ragnatele,
infatti, che bisso porpora e seta indossava il primo
uomo, fornito dal Creatore d’una veste di pelle?67. Gli

64 Qo. 6, 7: « Tutta la fatica dell’uomo è per la bocca e la


sua brama non è mai sazia ».
« Cf. 1 Tim. 6, 9.
66 Cf. Sir. 5, 11: «N on ventilare a qualsiasi vento», nella
Volgata: « Ne ventiles te in omnem ventum ».
67 Cf. Gen. 3, 21. V’è qui un accenno all’utopia di un ritor­
no alla semplicità primitiva, della quale l’abito monacale po­
vero e trascurato era la testimonianza. Non mancò chi con
46 Nilo di Ancira

ordinò di nutrirsi di erbe, e con tale comandamento


pose un limite ai bisogni del corp o6S, cosi da quel mo­
mento eliminando la vergogna che l’uomo oggi chiama
civiltà. Colui che nutre gli uccelli del cielo continua a
nutrire quelli che operano con costante retto impegno;
colui che veste di tanto splendore i gigli del campo si
darà sempre cura di rivestire gli uom ini69. Insisto nel
dirlo, perché non è stato finora possibile convincere
di ciò gente che tanto si è allontanata da questa fede.
Se egli infatti è pregato concede il necessario a quelli
che vivono secondo virtù 70.

17. La virtù attira la provvidenza di Dio

Se infatti degli uomini barbari, come i Babilonesi


che conquistarono per diritto di guerra Gerusalemme,
ebbero riguardo per la virtù di Geremia71, e gli presta­
rono abbondantemente tutti i servigi materiali fornen­
dogli non solo provviste di cibo ma anche i vasi dove
era costume servirlo nei banchetti, come non avranno

grande fervore si spogliasse nudo per correre al monastero.


Nilo combatte l’esegesi origeniana delle tuniche di pelle, cf. Ep.
1, 189.
68 Al monaco Gelasio san Nilo scrive che sono tentazioni
del demonio i digiuni eccessivi, Ep. 3, 46, perché gli eccessi
sono sempre peccaminosi, Ep. 3, 47; d’altra parte, ilmonaco
può liberamente e senza ipocrisia prendere tutto quello che
la tavola comune offre, Ep. 3, 49. Al conte Filoromo dice che
non vanno biasimati gli asceti i quali per divina bontà possono
una volta tanto cibarsi lautamente, Ep. 1, 287; e al vescovo
Filone risponde che i cibi vanno presi secondo le necessità delle
persone e dei luoghi: « quelli che stanno bene mangino legu­
mi, quelli che stanno meno bene si confortino con verdure,
quelli che sono deboli o convalescenti si aiutino con misura
prendendo la carne », Ep. 2, 160.
«« Cf. Mt. 6, 28; Le. 12, 27-28.
70 Cf. Ep. 3, 36: l’orazione è onnipotente.
71 Cf. Ger. 40, 1-5.
Discorso ascetico 47

rispetto per una santa vita quanti della medesima stir­


pe, furono educati a purificare il loro spirito dal bar­
barismo 72 e a riconoscere come vero bene la virtù e lo
zelo, sin da fanciulli? Di fatto quanti tra di loro non
hanno potuto per naturale debolezza73 diventare asceti,
almeno onorano e ammirano la virtù e chi ad essa si
dedica.
Che cosa indusse la Sunamitide a fabbricare un al­
loggio per Eliseo, a fornirlo di un tavolo, di una sedia,
d'un letto e di un lume? Fu la virtù di quell'uomo74.
E che cosa piegò una vedova ad anteporre il servizio
del profeta al proprio bisogno mentre tutta la regione
era in preda alla fame? La santità di E lia7S. Se non
ne fosse rimasta completamente presa, non si sarebbe
privata di quanto per poco ancora poteva sostentare
la sua vita e quella dei figli per cederlo a lui. S’imma­
ginava imminente la morte, e tuttavia liberamente scel­
se di anticiparla per carità verso l'ospite.

18. Chi è virtuoso si rende credibile

Li rese cosi virtuosi la generosità con la quale re­


sistevano indomiti alle tribolazioni, il disprezzo che
sempre coltivarono per la vita terrena; perché datisi
alla sobrietà, in essa progredivano, e bisognosi di poco
giunsero a non sentire più, per cosi dire, bisogno di
nulla.

72 Qui nel senso di stato ancora non civilizzato; ma non è


assente la risonanza dell’accezione religiosa del termine.
73 Cf. Ep. 2, 110: « Non a tutti s’adatta la stessa medicina,
né a tutti si confà la medesima tavola: di fatti il medico asse­
gna agli uni un metodo di cura agli altri un altro ». Il mondo
è un ospedale.
7< Cf. 2 Re, 8 ss.
« Cf. 1 Re, 17, 10 ss.
48 Nilo di Ancira

Pervennero cosi quasi allo stato che è proprio delle


Potenze incorporee. E, benché non apparissero tali nel
corpo, né si distinguessero dagli altri, divennero più
potenti degli onnipotenti del mondo; dialogavano con
le teste coronate con la libertà di parola che esse non
avevano con i loro sudditi. In quali armi infatti
o in quale potenza fidò Elia quando disse ad Acaab:
« Israele non lo rovino io, ma piuttosto tu assieme alla
casa di tuo padre » 76? E in che modo anche Mosè,
opponendosi al Faraone, lo provocò alla lotta, senza
altro equipaggiamento che quello dell'ardimento? 77.
Glielo dava la virtù. Quando poi i due regni d'Israele
e di Giuda si fecero guerra aperta mettendo su i loro
eserciti, come mai Eliseo potè dire a Giezi: « Se non
fosse per il rispetto che sento per Giosafat, a te non
avrei neppur badato; te lo dico per la vita del Signore
delle Potenze al cui cospetto ora sto » 7e? Non aveva
quindi paura dell'esercito che il re aveva reclutato, né
timore del suo sdegno, facile ad accendersi, perché in
tempo di guerra era facile che egli si facesse prendere
dai moti irrazionali del furore: nella lotta la ragione
rimane sconvolta!
Il regno terreno infatti non è dappiù di quello della
virtù. Quale porpora infatti riuscì a dividere le acque
del fiume? Vi riuscì la melote di E lia 79. Quale diadema
potè dissipare le malattie? Ebbe questa potenza il su­
dario degli apostoli80. Un profeta da solo riusciva ad
alzare la voce per redarguire un re perché aveva tra­
sgredito la Legge, e questo in mezzo a tutto l'esercito.
La riprensione invero provocò il re all’ira, ed egli stese
la mano contro il profeta, ma non lo raggiunse, anzi
non potè neppure ritirare la mano rimasta paraliz-

» 1 Re, 18, 17-18.


77 Cf. Es. 5 ss.
7“ 2 Re, 3, 14.
79 Cf. 2 Re, 2, 8-14.
«ο Cf. Atti, 19, 12.
Discorso ascetico 49

zata81. Si era ingaggiata la lotta tra virtù e potere re­


gale; la virtù riuscì vittoriosa, piegando il nemico senza
che il profeta avesse altra arma per combattere che
la virtù, e la fede compì l’impresa senza che il lottatore
si cimentasse. Giudici della lotta fuorono gli ausiliari
del re, la cui mano si arrestò quasi a testimoniare che
aveva vinto la virtù.

19. Monaci scodinzolanti, non servi di Dio

Quelli che così operarono poterono farlo perché


vivevano secondo il proposito di curarsi soltanto del­
l’anima, a tal punto da eliminare le esigenze del corpo;
e il potere riuscire a non sentirle li poneva al di sopra
di tutti. Preferirono vivere incuranti della carne ed
estranei alla vita del corpo, piuttosto che tradire il
decoro della virtù, blandendo qualche ricco per sod­
disfare le necessità materiali.
Noi invece in stato di bisogno ci comportiamo come
cagnolini che scodinzolano per fare festa a chi loro
getti un osso spolpato o pezzettini di pane. Così ricor­
riamo ai ricchi, li chiamiamo benefattori e protettori
dei cristiani, senz’altro canonizzandoli come ricchi di
ogni virtù anche se sono forse gli ultimi mascalzoni,
per ottenere da loro quanto ci garba; a tal punto in­
curanti di quanto esige la condotta dei santi di cui ci
siamo proposti di emulare la virtù.
Una volta era andato da E liseo82 un condottiero
della Siria, Naaman. Gli aveva portato tanti doni, ma
che cosa fece il profeta? Forse che si mise a sua dispo­
sizione o gli corse incontro? Tutt’altro! Per mezzo del
suo unico servo gli fece sapere quanto era necessario
che egli facesse per ottenere lo scopo per cui sera

«i Cf. 1 Re, 13, 4.


82 Cf. 1 Re, 5, 1 ss.
50 Nilo di Ancira

messo in cammino, e non lo ammise neppure alla sua


presenza. Non voleva si pensasse che gli dava una cura
per compenso dei doni che aveva ricevuto da lui; lo
dico non perché ne traiamo una lezione di arroganza,
ma perché ne prendiamo un ammaestramento, cioè
l'insegnamento di non blandire, quando siamo nella
necessità materiale, quelli che ci vengono attorno per
offrirci cose che noi abbiamo professato di avere in
dispregio.
Ma per qual motivo alla fin fine perdiamo di vista
lo scopo della nostra santificazione, per occuparci di
agricoltura e di commercio? Non v’è cosa alcuna, per
importante che possa essere, che noi possiamo met­
tere in cima ai nostri pensieri al posto di Dio. Quanto
poco contino le nostre preoccupazioni per l'agricoltura,
potrete vederlo chiaramente se vorrete osservare che
l ’uomo si dà da fare per rompere le zolle e farvi ca­
dere la semente, ma che è Dio che le irriga con le piog­
ge che fa avvicendare sui seminati e provvede a far
penetrare le radici nelle molli cavità della terra; Dio
fa sorgere il sole che riscalda la terra e trae in alto le
piante, fa soffiare i venti in armonia con i periodi di
tempo, quando crescono e maturano i frutti: rende ven­
tilati i piani si da farli coprire di erbe, prima conce­
dendo soffi dolci in modo che i seminati non brucino
al fuoco dei venti caldi, poi mandando soffi impetuosi
che penetrando dentro le guaine ne maturano i semi
ancora lattei, infine fornendo il caldo opportuno alla
trebbiatura e i venti adatti alla spulatura. Qualcuna di
queste circostanze provvidenziali, invero, talora può
non verificarsi, ma è comunque evidente che l'umana
fatica non è affatto determinante e che a nulla approda
la nostra sollecitudine se non è confortata dal sigillo
di quel che Dio ci dona. Benché, però, per lo più non
venga a mancare nessuna di queste provvidenze che
portano a perfezione il frutto, può poi sopraggiungere
un violento acquazzone fuori stagione che manda quasi
Discorso ascetico 51

tutto alla malora, le spighe ancora in via di trebbia­


tura o il frumento già ammucchiato per tempo. Talora
poi accade che nello stesso granaio un verme o un in­
setto roda e rovini saccheggiando, per modo di dire,
la tavola imbandita.

20. Solitudine vera beatitudine

In che cosa e a che cosa ci giovano le sollecitudini, se


è Dio che governa reggendo il timone dei nostri affari,
avendoli tutti in mano per condurli dove egli dispone?
Nelle infermità però — lo riconosciamo — il corpo
ha bisogno di conforto; ma piuttosto che fare alcunché
di disdicevole alla professione fatta dico che è meglio
morire. Se poi Dio proprio vuole che continuiamo a vi­
vere, darà al nostro fisico tanta energia da sopportare
i guai dell'infermità con la forza necessaria perché pos­
siamo raccogliere le corone dei nostri generosi slanci,
ovvero penserà lui a sostenerci se siamo abbattuti; non
mancherà di pensare alla nostra salvezza, egli che è la
fonte della salvezza e della sapienza.
È bello, bellissimo davvero ritornare, miei cari, allo
stato di felicità delle origini, riprendere a vivere secon­
do lo stile dei tempi che furono, secondo che egli di­
spose da principio ed è pronto a concedere a quanti lo
vogliano — penso — disponibili alla fatica, che non
manca ma non è infruttuosa w. Essa sarà adeguatamen­
te confortata dalla gloria di quanti ci hanno preceduti e
dalla guida di quelli che li hanno seguiti. Non sarà un
guadagno di poco conto quello di coloro che hanno in­
trapresa la via di cui parliamo, e anche di coloro che
83 II monaco sente l ’anelito delle origini. Pacomio dettò le
sue lettere nella « lingua degli angeli ». Il Climaco disse il mo­
nastero « un cielo terrestre », cioè un paradiso terrestre dove
i consacrati prendono l’atteggiamento di Adamo innocente, nu­
trendosi di erbe e radici, ed errando nel deserto con le fiere.
52 Nilo di Ancira

se l’hanno abbandonata ne riprendono a vivere i santi


ideali, in un secondo momento recuperando quanto
prima avevano trascurato. Fuggiamo quindi la vita in
città o in paese, perché città e paesi accorrano a noi
con i loro abitanti.
Rifugiamoci di corsa nel deserto per attirarvi quelli
che ora ci scansano, se ancora v’è chi ama la solitudine
più d'ogni altra cosa. Leggiamo che alcuni, di cui sono
state scritte le lodi, lasciate le città e abitando nei diru­
pi diventarono come colombe che tubano M. Sta scritto
di Giovanni Battista che visse nel deserto e che a lui
accorrevano tutti coloro che abitavano in città, strin­
gendosi attorno a lui per ammirarne la cintura di pel­
le erano vestiti di indumenti di seta, avevano case ca­
riche d'oro, letti per dormire fregiati di pietre preziose,
ma preferirono le molestie della vita allo scoperto; sti­
marono più prezioso giacere sulla sabbia, e sopportabile
l'ascesi più straordinaria. La brama della virtù infatti
eliminò in quegli eroi il vigore delle sensazioni dolorose,
e il dono della contemplazione fu in essi cosi straordi­
nario che non fece loro sentire le m olestie di quella
vita dura.

21. Solitudine e direzione spirituale

Tanto la virtù è più pregevole della ricchezza, e la


vita in tranquillità più rispettabile di quella fastosa dei
ricchi. Quanti del resto a quei tempi erano ricchi ed or­
gogliosi di essere additati come tali, eppure non se ne

84 II De monachorum praestantia, PG 79, 1061-1094, loda la


vita monacale del deserto al confronto con quella tumultuosa
della città. I monaci di città sono chiamati colombe strepi­
tanti, facile preda del nemico; quelli del deserto sono chiamati
tortorelle tubanti, capaci di sfuggire per il loro som m esso mor­
morio ai rapaci (cc. 26-27).
»5 Cf. Mt. 3, 1 ss.
Discorso ascetico 53

parla più e sono caduti in dimenticanza; mentre le me­


raviglie allora sconosciute del monaco sono cantate an­
cora, e il ricordo dell'eremita è da tutti coltivato con
tanto amore. È infatti proprio della virtù che se ne
cantino i pregi e che di essi si faccia portavoce la fama.
Rinunciamo quindi all'allevamento del bestiame per
rivestirci dell’abito sereno dei pastoriw, abbandoniamo
il vile commercio e compriamo la perla preziosa87, la­
sciamo l’agricoltura la quale non ci dà che triboli e spi­
ne e facciamoci operai e custodi del paradiso88; but­
tiamo via tutto quello che abbiamo e abbracciamo la
vita in tranquillità, per smentire quanti ci rinfacciano
di andare in cerca dei beni terreni.
Non c’è infatti cosa che copra tanto di vergogna
quelli che ci insultano quanto il correggerli benigna­
mente, poiché la pieghevolezza di quelli che vengono
oltraggiati opera la conversione degli oltraggiatori. Ma
anche questo essere arrendevoli penso possa considerar­
si vergognoso89. È veramente ignominioso quello che
facciamo dando motivo a tutti di schernirci, come or
non è molto lo diede un tale che, ritiratosi a vita soli­
taria dopo avere appena appreso le regole che discipli­
nano l’ascesi, si fece subito maestro di quel che non ave­
va ancora bene imparato, di come bisogna pregare, di
come e quando bisogna agire90. Si m ise a camminare

8« Cf. Sir. 18, 13; Ez. 34, 5. 8. 12; Gv. 10, 2. 11. 14. L'antitesi
agricoltura-pastorizia forse rievoca Gen. 4, 2: « Abele era pasto­
re di greggi, Caino lavoratore della terra » (quindi le due città
di Dio e del diavolo).
87 Cf. Mt. 13, 46.
e» Cf. Cant. 1, 5; Sai. 79 (78), 1.
89 L’arrendevolezza per benevolenza non deve diventare las­
sismo.
90 Sull’orazione secondo Nilo, cf. Ep. 1, 114 (accostiamoci
a Cristo sempre vivo per intercedere a nostro favore); Ep. 1,
115 (l’interpellazione è da prendersi non nell'accezione giuridi­
ca, ma in quella soteriologica di mediazione del Figlio come
Uomo dei dolori e Dio crocifisso); Ep. 1, 165 (« non trascurare
54 Nilo di Ancira

seguito da un codazzo di discepoli, lui che aveva biso­


gno di insegnamenti, specialmente perché era convinto
della facilità della cosa! Non sapeva che il prendersi
cura delle anime invece è l'impresa più difficile. Biso­
gna prim a91 purificarsi dalle antiche macchie e poi con
molta attenzione imparare le varie dottrine che insegna­
no la formazione alla virtù. Come potrà quindi correg­
gere i costumi dei suoi soggetti, se egli non sa imma­
ginare nulla che vada al di là dell'esercizio fisico? Come
farà cambiare ritmo di vita a chi è dominato da perver­
se abitudini? Come verrà in aiuto a chi è combattuto
dalle passioni, se non sa proprio nulla del combatti­
mento spirituale? Come curerà le ferite che occorrono
nel combattimento, se egli giace ancora coperto di feri­
te e bisognoso lui stesso delle bende che gliele fascino?

22. Il mondo è un inferno

Per esercitare correttamente ogni arte occorre del


tempo, e molto, per l'addestramento; soltanto per eser­
citare l'arte delle arti si fa a meno del tirocinio.
Nessuno invero si avventura ad esercitare l'agricol­
tura senza averne acquistato esperienza, e nessuno si

ogni giorno, prima di iniziare ogni tuo lavoro, di entrare nella


casa d'orazione e di eseguire il tuo dovere di pregare»); Ep. 1,
86 (estendere le mani come Mosè in forma di croce); Ep. 3, 132
(pregare di domenica all’impiedi, gli altri giorni in ginocchio);
Ep. 3, 165 (invocare Cristo nelle tentazioni); Ep. 1, 311 (pregare
per i morti); Ep. 4, 61-62 (invocare i santi: queste due lettere
furono lette al II concilio di Nicea, del 787, contro gli iconocla­
sti). Contro l'accidia, cf. De voi. paup. 24.
91 Cf. Ad Eulogium, 15: « E degno di lode colui che associa
la vita attiva a quella contemplativa, per irrigare la terra del­
l ’anima con entrambe le sorgenti per dare frutti di virtù ». Ma
la prima tappa è l’ascesi per cui si abbandona l’Egitto, per
combattere i demoni, belve della nostra terra, i cinque sensi,
cf. Ep. 3, 181.
Discorso ascetico 55

mette a professare l’arte della medicina senza esservi


stato iniziato; questi va incontro a riprovazione per il
fatto che non può dare aiuto agli ammalati o provoca in
essi più gravi malattie, quello è oggetto di biasimo per­
ché di un terreno ottimo fa una landa squallida e steri­
le. Solo quando si tratta di onorare Dio come egli me­
rita, tutti non hanno timore di cimentarsi senza la guida
d’un maestro, come se fosse la cosa più facile di tutte.
Perciò i più hanno creduto facile la cosa più difficile,
quella che richiede la massima fatica, proprio la per­
fezione che Paolo92 dice di non avere ancora raggiunta.
Tanti ignorando di non sapere assicurano di cono­
scerla bene, con precisione ed in modo eccellente, fa­
cendo quindi cadere in discredito la vita solitaria. Quan­
ti l'abbracciano sono derisi da tutti! Ed invero chi po­
trebbe non ridere di uno che occupato fino a ieri in
una bettola a portare acqua, oggi si fa portare dai di­
scepoli in palma di mano com e maestro di virtù; ov­
vero di uno che lasciata la città e le sue nequizie sul
mattino, ritorna nei posti già abbandonati di sera, in­
cedendo per tutto il foro con alterigia attorniato da
una turba di discepoli?
Se si fosse convinti di quanto sia estremamente
oneroso invogliare altri alla vita di pietà, e si sa­
pesse come è scabroso il cammino di coloro che
veramente lo vogliono seguire, certamente non si
darebbe credito al comportamento di costoro, che su­
pera ogni attendibilità. Ma fino a quando si ignorerà il
peso che essa impone e si penserà solo alla gloria di
mettersi alla testa di altri? Precipitando nel loro bara­
tro, si rischierà di sbattervi la testa, anche se si crede
cosa da poco cadere nel fuoco che vi arde? Suscitano
davvero da una parte il riso di chi conosce la vita che
essi hanno menata fino a ieri, e dall’altra lo sdegno di
Dio per tanta loro impudenza.

« Cf. Fil. 3, 13.


56 Nilo di Ancira

23. Pedagogia farisaica

Se infatti E li93 per aver trascurato di correggere i


figli non fu risparmiato dall’ira di Dio, né in vista della
sua veneranda vecchiaia, né in considerazione della sua
antica intimità con lui, né per riguardo alla sua dignità
sacerdotale, in che modo oggi potranno sfuggire a ta­
le sdegno coloro che non hanno da accampare con Dio
motivi di fiducia per ciò che da gran tempo hanno ope­
rato, ignorando sia l'esperienza del peccato che la via
per correggerlo? Pongono mano a si difficile impresa
senza averne la pratica, per amore di gloria.
Per questo motivo il Signore denunziò i farisei che
si mettevano in mostra, con quelle parole: « Guai a
voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la
terra per fare un solo proselito, ed ottenutolo, lo ren­
dete figlio della Geenna il doppio di voi » 94. Rampo­
gnando cosi costoro, ammoni quanti si lasciassero an­
dare anche in seguito alla stessa condotta peccaminosa,
perché pensando a quei guai si guardassero bene dal
desiderare più del giusto per millantarsi davanti agli
uomini, applicando a se stessi più seriamente di come
non fanno quella minaccia.
Volgano quindi umilmente lo sguardo anche alla
condotta di Giobbe95, e si prendano come lui cura di
quelli che stanno loro soggetti; e se non sanno agire
come lui o non vogliono provvedere col medesimo impe­
gno, rinunzino alla loro dignità di capi. Se quello infatti
per conservare i suoi figli puri da peccato anche di pen­
siero, offriva ogni giorno sacrifici per essi, e si doman­
dava se per caso i suoi figli avessero « offeso Dio nel
loro cuore », come mai costoro neanche giudicano i
peccati manifesti, per il prestigio di essere capi di altri?

« Cf. 1 Sam. 2, 12 ss.


« Mt. 23, 15.
« Cf. Giob. 1, 1-2.
Discorso ascetico 57

Il motivo è che non riescono più a vedere con gli occhi


della mente, lasciandola in balia delle passioni nel pol­
verone della lotta; privi del lume della ragione, senza
essere riusciti ancora a dominare i propri impulsi, pre­
tendono curarne gli altri. Neppure li associano alla loro
lotta, facendoli partecipare sia al combattimento che
alla vittoria su se stessi.

24. Pedagogia di Giosuè

Bisogna infatti prima combattere le proprie passioni


e quindi esercitarsi a lungo nella temperanza, per pote­
re proporre agli altri il frutto della propria esperien­
za di lotta, richiamandone il ricordo al fine di rendere
edotti dei propri metodi atletici quelli cui vogliamo ren­
dere più facile la vittoria. Poiché di fatto alcuni, senza
avere conosciuto da altri i metodi che conducono alla
vittoria e combattendo allo scuro delle norme che re­
golano il conflitto, forse attraverso lunghi e duri espe­
rimenti, sono riusciti a dominare davvero le passioni,
pur non avendo individuato con precisione dentro di sé
le vie insidiose del nemico.
In figura, Giosuè di Nave ordinò all'esercito che
passava il Giordano di notte che estraessero dal fondo
delle pietre e ne facessero dopo averle tirate su dal fiu­
me una specie di monumento, su cui ordinò di passare
l'intonaco e di incidere una iscrizione la quale indicas­
se il modo con cui essi avevano passato il Giordano96.
Cosi egli ci insegna come bisogna fare emergere alla
luce i pensieri sommersi nel profondo della nostra vita
istintiva, comporli sapientemente in un insieme come
un monumento, e parteciparne agli altri, senza gelosia,
la conoscenza, perché sappia come tragittare il fiume
non solo chi si trovi a passare per caso, ma anche chiun-

96 Cf. Gios. 4, 1.
58 Nilo di Ancira

que voglia compire la medesima traversata, cosi faci­


litata dall’esperienza altrui; perché insomma l’esperien­
za degli uni sia di insegnamento agli altri.
Ma essi non ci badano, né prestano ascolto a quanto
loro si dica, credendo soltanto alle loro convinzioni,
ed imponendo ai fratelli di fare quanto salta loro in
testa, come se avessero comprato con danaro degli
schiavi. Fanno consistere tutta la loro gloria nell'ave­
re un gruppo sempre più folto cui stare a capo, in gara
con gli altri nell’incedere per le vie, con un comporta­
mento da trafficanti più che da maestri, tra seguaci sco­
dinzolanti, più numerosi di quanti non ne abbiano essi.

25. Prima fare e poi insegnare

Quando costoro, credendo di potersi imporre con


le parole, impongono dei fardelli che sono persino pe­
santi, e non si sobbarcano all’insegnamento dei fatti,
è evidente che si scoprono ambiziosi della dignità di sta­
re a capo, di volerla raggiungere allo scopo non di es­
sere utili al prossimo, ma di soddisfare i propri ca­
pricci.
Si compiacciano, se credono, di imparare da Abime-
lec come invogliare all'imitazione con i fatti e non con
le parole. Egli fece una catasta di legna e la trasportò
lui stesso, poi potè dire: « Fate anche voi quello che ave­
te visto fare a me » 91. E Gedeone potè comandare a tutti
gli altri di eseguire insieme a lui quanto proponeva di
fare dandone l’esempio, dicendo anche lui: « Fate anche
voi quel che mi vedrete fare ». Lo stesso fece l'Apostolo,
quando potè affermare: « Queste mie mani hanno prov­
veduto alle necessità mie e di quanti sono stati con
me » 98. Persino Gesù volle prima fare e poi insegnare ",
” Giud. 9, 48.
«e Atti, 20, 34.
» Cf. Atti, 1, 1.
Discorso ascetico 59

né mai indusse a credere al suo insegnamento senza le


opere, che credeva più credibili delle parole.
Davanti a tali modelli essi però chiudono gli occhi,
e continuano con arroganza ad imporre il da fare; ov­
vero, quando sembri abbiano ascoltato e appreso qual­
cosa, si comportano da pastori privi di esperienza come
quelli rimbrottati dal Profeta 10°, che portavano la spa­
da al braccio, e perciò accecavano l’occhio destro sul
braccio, spegnendo con la mano destra per folle tra­
scuratezza l’organo lucido della vista. Ora, il medesimo
danno subiscono quelli che fanno da maestri, crudeli
e inumani appena si sentono il potere punitivo nelle
mani, spegnendo facilmente l’organo della contempla­
zione che è il pensiero di destra; e la loro prassi priva
di contemplazione si guasta, in quanto prassi e contem­
plazione non sono legate dalla parte del fianco ma sul
braccio. Al fianco cingono la spada quelli che combat­
tono contro le proprie passioni usando come arma la
Parola di Dio; la legano al braccio quelli che sono sem­
pre pronti a punire i falli degli altri.

26. Il serpente e il rovo

In tal modo invero minacciò di cavare ad Israele


l'occhio destro della contemplazione Naas il Somani-
t a 101, il cui nome significa serpente, perché esso non lo
guidasse, in possesso della vista, a passare dal pensiero
di destra all’azione di destra. Poiché sapeva bene che
il passare all’azione dopo la contemplazione è incenti­
vo di grande progresso. Il fare dopo aver prima contem-

100 Cf. Zac. 11, 17, che parla del pastore stolto che « ha una
spada sopra il suo braccio e sul suo occhio destro », cui rivolge
la maledizione dicendo: « Tutto il suo occhio destro resti ac­
cecato ».
“ i Cf. 1 Re, 11, 1 ss.
60 Nilo di Ancira

piato con gli occhi acutissimi della gnosi non è invéro


causa di male.
Che invece ne traggano nocumento gli uomini fatui,
i quali senza alcun loro profitto interiore cercano di
stare a capo di altri, è evidente e lo dimostra l'esperien­
za. Nessuno, infatti, preferisce dopo aver gustato la
tranquillità e dopo aver cominciato a riposare nella
contemplazione, almeno in qualche misura, andare ad
incatenare la sua mente tra i pensieri delle cose terre­
ne, che lo distrarranno dalla gnosi e il più delle volte
lo distrarrebbero dalle sublimi vette in basso tra gli
affari terreni.
Ciò apparirà più chiaro dalle parole che Iotan ri­
volse ai Sichemiti, raccontando loro la famosa parabo­
la degli alberi che vennero ad ungere un re su di loro m.
Dissero alla vite: « Vieni tu, e regna su di noi ». Ma la
vite rispose: « Rinuncerò al mio frutto che è tanto buo­
no, glorificato da Dio e dagli uomini, e verrò a gover­
nare su degli alberi? ». Poi rinunziarono il fico per la
sua dolcezza, e l'olivo per la sua pinguedine. Infine ac­
cettò il rovo, pianta infruttuosa e spinosa, che non ave­
va pinguedine né per sé né per i sudditi sui quali ac­
cettava di regnare con tanto piacere.
La parabola invero non dice che ebbero bisogno di
un capo gli alberi d'un giardino, ma quelli d'un bosco.
Di fatto, a quel modo che rifiutarono di regnare sugli
alberi del bosco sia la vite che l'olivo e il fico, perché
preferivano godersi il proprio frutto anziché la dignità
del comando, cosi pure vi rinunziano gli uomini che
volgono fisso lo sguardo ai loro frutti di virtù, all'utile
che sentono doverne conseguire. Anche se tanti li for­
zano ad assumere un comando del genere, preferiscono
la loro utilità agli interessi degli altri.

1“ Cf. Giud. 9, 5 ss.


Discorso ascetico 61

27. Il governo per sé è infruttuoso

La maledizione lanciata dal rovo sugli alberi, secon­


do la parabola, cade parimenti sugli uomini che sono
immersi negli affari. Sta scritto infatti: « Se no, esca
un fuoco dal rovo e divori gli alberi del bosco, o si spri­
gioni dagli alberi e divori il rovo! » 103. Di fatto, sia quelli
che si pongono sotto il comando d’un maestro inesperto
sia pure quanti assumono la guida di discepoli indo­
lenti corrono necessariamente il rischio di avere con­
tratto un'intesa inutile, in quanto l’inesperienza del
maestro manda alla malora i discepoli e allo stesso
modo la negligenza dei discepoli rischia di rovinare il
maestro, soprattutto se questi diventano svogliati per
l'ignoranza di lui.
Al maestro, invero, non può sfuggire ogni mezzo per
correggere quanti sono venuti alla sua scuola, come ai
discepoli incombe il dovere di non far cadere nessuna
direttiva del maestro. È infatti grave e pericoloso, pa­
rimenti, per il discepolo, disobbedire e per il maestro
chiudere gli occhi dinanzi a chi manca. Non prendano la
scuola come motivo di rilassamento o di compiacimen­
to, perché qui si tratta della direzione delle anime che
è l’opera più difficile d’ogni altra.
Chi custodisce degli animali o mena al pascolo degli
armenti, non trova nel gregge alcuna resistenza, e ne ri­
conosce spesso la guida più facile; viceversa il pastore
di uomini ha la vita di governo più difficile, perché ha
da fare con caratteri diversi e con gente astuta nei suoi
ragionamenti. Chi si cimenta dunque in tale impresa
deve quasi ungersi come un lottatore per una gara dif­
ficile, disporsi a sopportare con grande pazienza i difet­
ti di ognuno e far un po’ di luce tra le tenebre dell’igno­
ranza con longanimità.

i"3 Giud. 9, 15.


62 Nilo di Ancira

28. Il maestro è posto sul candelabro

Perciò la vasca del tempio è trasportata da buoi e il


candelabro è costruito tutto stabile e tornito 104. Il can­
delabro invero sta a significare che colui il quale è pre­
posto per illuminare altri deve essere in ogni suo mem­
bro consolidato, non avere nulla di leggero e vano, e
avere eliminato come al tornio tutto il superfluo che
non giova in un modello di vita, irreprensibile agli oc­
chi di tutti; la vasca, però, sorretta dai buoi che non si
rifiutano a tutto quel che serve alla purificazione e
sopportano fino ai limiti della tolleranza i peggiori pesi
e immondizie, che mentre lava e rende monde le mani
non può non insudiciarsi pur essendo la vasca di puri­
ficazione, è figura di chi dovendo rendere pure le azio­
ni dei suoi discepoli non può non essere contagiato da
qualche loro macchia.
Chi parla infatti di passioni, anche allo scopo di
mondare altri da siffatte impurità, non è esente dal ri­
schio di macchiarsene mentre ne fa cenno nel parlare,
poiché per sua natura il ricordo stesso di cose turpi
macchia la mente. Anche se le immagini turpi non si
fissano con contorni e colori netti e precisi, tuttavia al­
meno in superficie contaminano il suo spirito, offuscan­
dolo con colori meno puri mentre ne fa anche solo un
cenno nel discorso. E chi è a capo deve esserne tanto
esperto da non ignorare nessun agguato del nemico,
per potere denunziare a quanti si sono messi nelle sue
mani i suoi subdoli attacchi, smascherandoli. Cosi egli
procurerà senza sforzo la vittoria sull'avversario con
il prevenire i suoi agguati, facendoli quindi riuscire vit­
toriosi nel combattimento. Ma un uomo siffatto è raro,
e non lo si trova facilmente.

Cf. Es. 25, 31 ss.


Discorso ascetico 63

29. Astuzia del Leviatano

Ne è testimone il grande Paolo, che del demonio


dice: « Non ne ignoriamo le macchinazioni » 105. Ma già
l'ammirabile Giobbe aveva domandato, messo in crisi
da tali macchinazioni: « Chi gli ha aperto sul davanti
il manto? E nella piega della sua corazza chi può pe­
netrare? Chi infine ha aperto le porte della sua boc­
ca? » 106.
Egli voleva dire press’a poco che il suo aspetto non
è manifesto perché nasconde la sua malvagità coprendo­
la con manti innumerevoli, eppure seduce con le sue ap­
parenze ingannevoli per procurare la rovina con i suoi
agguati insidiosi a quanti tende i suoi lacci; la sua pre­
senza si rivela con segni che Giobbe precisa per non es­
sere annoverato tra quelli che ne ignorano la natura,
ben conoscendone la mostruosità: gli occhi sono belli
come l’aurora, le viscere sono serpenti di bronzo. Con
queste parole vuole smascherarne la malvagità, dicendo
che attira a sé col fascino dello sguardo trasformandosi
in angelo di luce, ma dà la morte con le sue perverse
macchinazioni rivelandosi dentro fornito di serpenti
mortiferi per chi gli s'accosti.
Del pericolo di tali macchinazioni parla in enigma
uno dei Proverbi con quella espressione: « Chi taglia le­
gna trova pericolo in esse, se gli viene meno il ferro » 107.
Chi infatti separa la contemplazione dall’azione divide
cose unite — crediamo — per natura, e scegliendo una
delle due come veramente buona, considerandole en­
trambe assolutamente estranee tra di loro, rischia di di­
ventare pietra di scandalo; specie se egli perde il pieno
controllo della sua ragione, e i discepoli diano ascolto
a siffatti ragionamenti zoppicanti e malsicuri.

‘os 2 Cor. 2, 11.


1« Giob. 41, 4.
107 Qo. 10, 9-10.
64 Nilo di Anclra

30. Legno e ferro, croce e battesimo

Parimenti quel seguace di Eliseo che tagliava legna


al Giordano vide un pericolo nel fatto che gli era caduto
il ferro dell’ascia, ed esclamava rivolgendosi al mae­
stro: « Oh, mio signore, ma io l’avevo presa ad impre­
stito! » loe, parlando come uno che si mette a far da
maestro su una cosa di cui ha per caso sentito parlare,
non attingendo al suo tesoro109. Cosi non riusciva ad an­
dare sino alla fine, quasi sorpreso nel mezzo del suo di­
scorso in contraddizione e rischiando di dover confes­
sare la propria ignoranza.
Fu cosi allora che il grande Eliseo immerse nel fon­
do il legno e lo accostò al ferro che il discepolo aveva
lasciato cadere, indicando e spiegando agli ascoltatori
che cosa pensava significasse il ferro nascosto nel fon­
do. Ecco: del Giordano, e del battesimo di penitenza
che si sarebbe avverato con Giovanni li al Giordano, egli
non parlò in termini espliciti, ma volle piuttosto pre­
parare gli ascoltatori a guardare il fondo della benigni­
tà divina là nascosta, facendola emergere assieme col
ferro. È chiaro a noi cosa significhi il ferro emerso dal
fondo che riportò a galla il legno facendolo affiorare
di nuovo n0. Prima della croce infatti l’invito al batte­
simo non era fatto in termini espliciti; perciò chi voleva
parlarne poteva facilmente essere accusato di temera­
rietà. Il simbolo poi del legno al Giordano diventò
manifesto a tutti quando si compì il tempo, dopo l’av­
vento della croce.

108 2 Re, 6, 5.
K» Cf. Sai.' 39 (38), 7; Mt. 12, 35, ecc.
110 L’azione sta alla contemplazione come il legno al ferro
dell’ascia, noto simbolo della croce; chi vuol vivere il battesimo
nella vita religiosa, vuol dire Nilo, deve unire il legno dell’uma-
nità al ferro della divinità, operando e contemplando come fece
il Cristo.
Discorso ascetico 65

31. Spade e lance, non vom eri e falci

Ho parlato non per distogliere dalla direzione né


per impedire la guida ai novizi della vita religiosa, ma
per richiamare i formatori a conformarsi prima alla
grandezza del loro compito, rivestendosi dell’abito del­
la virtù necessaria; perché non pretendano raggiun­
gere il fine senza impegnarsi, pensando solo al piacere
di essere venerati dai discepoli e applauditi dai profani,
senza ben valutare il rischio sempre presente di trasfor­
mare, prima di una stabile pace, gli attrezzi di guerra
in strumenti agricolim.
È bello infatti formare gli altri, ma dopo avere per­
sonalmente assoggettate le passioni e avere eliminato
il bisogno delle armi di difesa contro gli assalti di guer­
ra; ma finché le passioni tiranneggiano e la guerra con­
tro i pensieri della carne sussiste, non bisogna stacca­
re le mani dalle armi, anzi si devono incessantemente
tenere su di esse perché chi ci tende agguati non colga
occasione dal nostro rilassamento per assalirci e te­
nerci in mano senza nemmeno spargimento di sangue.
Solo a chi, pur avendo ben combattuto per la virtù,
per estrema umiltà, creda di non avere ancora vinto si
rivolge l'esortazione biblica: « Forgiate le vostre spade
in vomeri e le vostre lance in falci » I12. Essa invita chi
si trova in queste condizioni a non perdere più tempo
col nemico già vinto e ad utilizzare le forze dello spi­
rito, disimpegnato dallo stato di guerra, nel formare
quanti ancora follemente gavazzano nel male.
Ma rimane sempre vero che a chi non ha ancora rag­
giunto tale stabilità, per mancata esperienza o per pro­
pria dissennatezza, eppure pone mano a imprese su­
periori alle sue forze, la Scrittura dice il contrario:
« Forgiate i vostri vomeri in spade, le vostre falci in
usberghi ».
i» Cf. Is. 2, 4.
112 Nilo interpreta il brano di Isaia come rivolto a Giuda
66 Nilo di Ancira

32. Sette anni per Rachele

Qual è l'utilità dell'agricoltura in tempo di guerra,


quando questa domini irrefrenabile sulla terra e quindi
non permetta di godere delle culture, anzi ne offra i
frutti ai nemici più che ai coltivatori? Perciò agli Israe­
liti che nel deserto combattevano ancora contro sva­
riate popolazioni non fu dato di occuparsi di agricoltu­
ra, forse perché non impedisse loro l'allenamento alla
guerra; ad essi invece fu consigliato di esercitarla quan­
do i nemici furono nelle loro mani, secondo quanto sta
scritto: « Quando sarete entrati nel paese della promes­
sa, piantatevi ogni sorta d'alberi da frutto » 113. Ciò equi­
valeva a dire: - Prima di esservi entrati, non piantate.
L'oggetto infatti del secondo comando era sottinteso nel
primo, è ovvio.
Prima infatti che raggiunga la perfezione, ciò che
piantiamo non è stabile, specialmente se quando vo­
gliamo piantare siamo ora qua ora là, ancora incostan­
ti nel nostro costume per gli alti e bassi nella nostra
vita di pietà più che per altro.
Bisogna partire dagli inizi anche nella vita ascetica.
Chi infatti trascura il momento che ad essa introduce,
facendosi attrarre da quello che gli va di più, dovrà poi
convincersi che bisogna procedere seguendo l'ordine
della successione. Cosi fece Giacobbe, che preso dalla
bellezza di Rachele, non fece caso al fatto che Lia ave­
va gli occhi malati, e d'altra parte non si sottrasse alla
fatica che gli costava conquistare tale splendore di vir­
tù 114; dovevano infatti compirsi i sette anni per Rachele.
Chi dunque voglia ben procedere nel cammino ascetico
deve non partire dalla fine, ma progredire dai primi
passi fino al raggiungimento della perfezione.
che sotto Ozia e Iotan sembrava aver raggiunto il vertice della
prosperità.
“3 Lev. 19, 23.
Cf. Gen. 29, 16 ss.
Discorso ascetico 67

33. Correggere secondo verità

Chi cosi fa, davvero otterrà quanto egli vuole, e po­


trà guidare i sudditi irreprensibilmente ai vertici della
virtù. Ma i più non vogliono affrontare nessuno sforzo
o comunque preoccuparsi di vivere, più o meno perfet­
tamente, la vita di pietà dalla quale a caso prendono il
nome. Danno a vedere di essere terribilmente dissenna­
ti, quando affrontano senza riflettere un pericolo del
genere. Non solo non si rifiutano di far da guida a
chiunque loro si rivolga, ma essi stessi vanno in giro
negli angiporti a spingere alla loro sequela chi incontra­
no, contro volontà, e promettono di provvedere loro
ogni cosa quasi contrattassero con salariati sul cibo
e sul vestito. Esaltati per l ’affare, bramano comparire
per le vie seguiti da una folla, condiscendenti con chi
li guida per mano, senza mai smentire il personaggio
di capo in ogni scena che recitano come in un dramma,
per non perdere il seguito di tanta gente servizievole; e
necessariamente debbono gratificarla spesso cedendo
ai loro piaceri e alle loro cupidigie. Cosi i cocchieri ta­
lora lasciano andare le redini libere nella corsa, facen­
dosi trascinare con pieno affidamento per anfratti e
precipizi, ma sbattendo da ogni parte contro ogni cosa
venga loro fra i piedi, perché nulla arresta e impedi­
sce quei moti disordinati.

34. Cristo maestro di ascesi

Ascoltino costoro il beato Ezechiele. Egli commisera


chi si fa complice di chiunque commette il male, for­
nendo esca alle sue voluttà e cosi accumulando sul suo
capo le maledizioni contro altri pronunziate.
Ecco che cosa egli dice: « Guai a quelle che cuciono
guanciali per appoggiarvi le mani e preparano veli per
teste di ogni grandezza, al fine di dare la caccia alle ani­
68 Nilo di Ancira

me per una manciata d'orzo e per un tozzo di pane » 11S.


Ed anche loro, pur chiedendo l'elemosina per procu­
rarsi il necessario sostentamento, prendono riposo su
coltri ordite di svariate stoffe, costituendo cosi un in­
sulto per quanti invece debbono pregare o profetare a
capo scoperto. Portano indumenti effeminati, dando
un aspetto femminile al loro fisico maschile per rovi­
nare le anime che non dovevano certo condurre alla
perdizione. Esse non avrebbero certo dovuto non pre­
stare ad essi ascolto come a loro tutori, ma con tutte
le loro forze conformarsi al vero Maestro, al Cristo.
Egli disse infatti ai suoi discepoli: « Voi però non fa­
tevi chiamare maestri » 116. E se mise in guardia Pietro,
Giovanni e tutto il coro degli apostoli, perché stessero
bene attenti a non tentare una cosa del genere, a cre­
dersi inetti per tanto grave impegno, chi potrà stimarsi
più di essi, aggiudicarsi una dignità ad essi interdetta?
O forse col dire di non chiamare nessuno maestro, vol­
le vietarne soltanto il nome?

35. Santi, ad immagine di Gesù Maestro

Può darsi però che qualcuno abbia già accettato di


porsi alla guida di tina o due persone, e sia tenuto a fa­
re loro da moderatore. In questo caso si esamini prima
scrupolosamente se è capace di fare da maestro di vir­
tù con le opere più che con le parole, si da poter pro­
porre la sua vita come modello ai discepoli, perché non
abbiano a contrarre dal conformarsi alla sua condotta
deformità di colpa o offuscamento di splendore nella
loro virtù; in secondo luogo sappia di dovere combatte­
re per sé non meno che per quelli di cui è a capo, poiché

iis Ez. 13, 18-19.


ii« Mt. 23, 8.
Discorso ascetico 69

dal momento che s’è presa la responsabilità della loro


salvezza deve renderne conto come di se stesso ni.
Di fatto i santi ebbero cura di portare i discepoli
ad un livello di virtù non inferiore al proprio e di mi­
gliorare lo stato precedente alla loro formazione. Cosi
l'apostolo P aolo118fece dello schiavo fuggitivo Onesi-
mo un martire, E lia 119 trasformò in profeta Eliseo che
arava la terra, M osè120 ornò di virtù Gesù (di Nave)
quasi meglio di tutti, ed E li121 potè additare in Samue­
le uno migliore anche di sé.
Vero è che fu il personale impegno a far loro acqui­
stare la virtù, ma furono i maestri la causa del loro
avanzamento, in quanto capaci di convertirli ad una vi­
ta sempre migliore ne riaccesero opportunamente il
lucignolo fumigante di desiderio rendendolo splenden­
te di luce, col farsi bocca di Dio, ministri della sua vo­
lontà per gli uomini. Avevano infatti dato ascolto a
quelle parole: « Sarai per me come la mia bocca, por­
tando un indegno a farsi giusto » 122.

36. Discepoli perversi

Quale debba essere il comportamento del maestro


Dio lo propose ad Ezechiele, insegnandogli tra chi sce­
gliere e come formare i discepoli: « Tu figlio dell'uomo,
dice infatti, prendi una tavoletta d’argilla e mettila di­
nanzi a te, disegnaci sopra una città, Gerusalemme » m.
Il maestro cioè lavora l’argilla fangosa per costruire
un tempio santo. La Scrittura dice bene: « Mettila di­
nanzi a te »; perché egli farà migliore il discepolo più
>17 Cf. Ebr. 13, 17.
«e Cf. Fil. 11.
i» Cf. 1 Re, 1, 17; 2 Re, 2, 7 ss.; 3, 11.
1» Cf. Gios. 1, 1; Es. 23, 13, ecc.
«i Cf. 1 Sam. 3, 18 ss.
1“ Cf. Ger. 1, 9; Is. 51, 16; Deut. 18, 18; Le. 1, 70, ecc.
123 Ez. 4, 1.
70 Nilo di Ancira

facilmente se vigilerà costantemente su di lui. Lo stare


sempre sotto i suoi sguardi, infatti, gliene terrà presen­
ti alla memoria i buoni esempi, imprimendogli nell'ani-
ma simili immagini, tranne che essa non si sia del tutto
indurita e sia divenuta refrattaria come quella di Giezi
e di Giuda m. Questi caddero, il primo nel furto e il se­
condo nel tradimento, proprio perché si sottrassero allo
sguardo del maestro; se fossero rimasti accanto a colui
che doveva correggerli, nessuno dei due avrebbe pec­
cato.
Che la negligenza dei discepoli costituisca un peri­
colo per il maestro, lo dicono le parole che seguono:
« Metti una teglia di ferro in mezzo a te e in mezzo alla
città, con un muro mediano tra te e la città » 12S. Infatti,
colui che si è costruita una città con l’argilla, se non
vuole che vengano accomunati alla pena altri negligenti,
deve ricordare le sanzioni, facili a dimenticare, in cui
incorrono quanti mancano ai doveri imposti da siffatta
condizione, perché esse costituiscano come una barrie­
ra che difenda l'innocente dal reo. Questo di fatto co­
mandò Dio ad Ezechiele con quelle parole: « Ti ho co­
stituito, o figlio dell’uomo, come sentinella per la casa
d'Israele; se tu quando vedi giungere la spada, non ti
opporrai e permetterai che uno degli Israeliti sia ferito
di spada, a te io chiederò conto della sua morte » 126.

37. Sotterrare gli idoli

Un muro del genere innalzò per sé Mosè, quando


rivolse agli Israeliti queste parole: « Bada bene di non
cercarti alleanze con quelli che hai allontanati da te
eliminandoli » 127.
™ Cf. 2 Re, 5, 20 ss.; Gv. 13, 21-30; Mt. 26, 21-25; Le. 22, 21 ss.
*25 Ez. 4, 3.
“ Ez. 33, 7-8.
127 Deut. 7, 2: « Quando il Signore tuo Dio le avrà m esse in
tuo potere e tu le avrai sconfìtte, tu le voterai allo sterminio ».
Discorso ascetico 71

Questo, infatti, suole) accadere a chi non si cura spi­


ritualmente, dopo aver óercato di sradicare le passioni.
Le immagini delle antiche fantasie rispuntano come
germi; se si dà loro spazio presto invadono il cuore. Le
passioni cui non si impedisce l’accesso tornano a pren­
dere dimora e a fare la lotta in chi pure le ha già vinte.
Perché alle passioni addomesticate capita come ai buoi
mansueti; essi sono stati accostumati a nutrirsi di fie­
no, ma se chi li ha ammansiti non se ne prende cura
tornano ad essere selvatici e riprendono la loro fero­
cia belluina. Perciò la Scrittura dice di non cercare l’al­
leanza dei nemici elim inati128, per dire che l’anima si
guardi dal farsi legare dall’antica malizia, tornando alle
abitudini di prima mentre cerca l’alleanza con le fan­
tasie.
Che ciò accada lo sapeva bene il grande Giacobbe129:
quanto è oggetto dei nostri sguardi e della nostra con­
tinua attenzione finisce con l’incidere nel pensiero dete­
riorandolo; quindi egli nascose in Sikem le immagini
che rappresentavano cosi bene gli dèi stranieri, cioè le
turpi fantasie. Fu allora come seppellire con gli idoli,
e non per breve tempo, ma fino al giorno d’oggi e cioè
fino a che il tempo dura, le passioni che tanto ci afflig­
gono nell’oggi del tempo presente che si coestende a tut­
ti i secoli. Le fece seppellire a Sikem che vuol dire bat­
taglia, per dire quale travaglio comportino le passioni.
Giuseppe130 quindi ricevette da Giacobbe Sikem come
possesso eletto e penoso impegno, quello di combattere
le passioni.

128 Deut. 7, 2: « Non farai con esse alleanza né farai loro


grazia ».
129 Cf. Gen. 31, 31 ss.
13° Cf. Gen. 49, 26 (benedizione di Giuseppe) e Gen. 33, 18 ss.
(Giacobbe compra un campo a Sikem, vi abita e lo trasmette
in eredità ai discendenti).
72 Nilo di Ancira

38. Non nascondere gli idoli

Giacobbe infatti dicendo ai suoi di prendere Sikem


con spada ed arco m, fa intendere che egli aveva domi­
nato le passioni, lottando e faticando per sotterrare gli
idoli in terra di Sikem.
Sembra invero alquanto antitetico dire « sotterrare
gli dèi a Sikem » e « nascondere gli idoli in un riposti­
glio », perciò si loda il fatto di averli sotterrati e si bia­
sima il nascondere un idolo in un ripostiglio. Quest’ul-
tima azione anzi, dalla Scrittura è posta tra quelle più
esecrate: « Maledetto — sta scritto — l'uomo che pone
un idolo in un luogo occulto » 132. Non è la stessa cosa
sotterrare e nascondere, poiché ciò che si seppellisce
sotto terra non si percepisce coi sensi e col tempo si
cancella anche dalla memoria, quello invece che è posto
in un luogo occulto forse sfugge agli altri ma non a chi
l’ha nascosto e posto continuamente sotto custodia;
portando sempre quella figura, di soppiatto ne rinnova
continuamente il ricordo.
Ogni pensiero turpe, invero, che si forma espresso
dalla mente, è una figurina occulta; perciò ci si vergo­
gna ad esporre apertamente tali pensieri. E se è poco
sicuro nascondere una figurina in un luogo occulto, è
più rischioso il seguire e il cercare le immagini già can­
cellate. Esse facilmente tornano ad insinuarsi nella
mente fino a rinnovare gli stimoli già soppressi; e fan­
no inclinare violentemente fino a terra come un piatto
della bilancia, colui che nasconde gli idoli. Cosi facile
a cedere è veramente l'abito virtuoso; per natura anche
troppo incline, se si trascura che essa pende piuttosto
verso il suo contrario.

Cf. Gen. 37, 12.


»2 Deut. 27, 15.
Discorso ascetico 73

39. Il serpente sem pre alle calcagna

A questo allude probabilmente la Scrittura, per fi­


gura, quando dice: « Il paese in cui entrerete è mute­
vole, essendo volubili le genti che lo popolano » 133.
Invero, appena raggiunta l'abitudine virtuosa, ci si
accorge che tendiamo al suo contrario e che non siamo
più virtuosi come prima, instabili perché fatti di terra.
Perciò la mente non deve fin dell'inizio dare adito a
fantasie nocive per natura alla sua attività razionale.
Non dobbiamo permettere che scenda già tra gli Egi­
ziani, perché non debba poi essere costretta a passare
tra gli A ssiri134. Se si arrende agli Egiziani suoi nemici
oscuri, cioè secondo il linguaggio simbolico ai pensieri
impuri, anche se non lo vorrà sarà trascinata ad agire
secondo gli impulsi folli delle passioni.
Perciò anche il Legislatore, per sbarrare la porta al
piacere, usando un'immagine, ordinava di guardare alla
testa del serpente135, perché anch'esso guarda al nostro
calcagno; e al suo sguardo si attribuisce una particola­
re potenza, con la quale può iniettarci il veleno della
sua bocca. A noi dunque l'impegno di calpestare il capo
del diletto dei sensi, schiacciato il quale invero la sua
violenza si attenua. Forse anche Sansone non sarebbe
riuscito a bruciare le messi dei nemici, se non avesse
stravolto le teste delle volpi legando loro le co d e 136.
Chi dunque è capace di guardarsi dall'insidia dei
pensieri cattivi fin dal primo istante, mettendosi in

133 Passo biblico nel contesto, forse a partire da Gen. 15,


15-19.
134 L’Assiria è il tipo dell’oppressione, cf. Os. 11, 5; Is. 52,
4; 11, 1; più perversa dell’Egitto che fu sua conquista (nel
671 a.C.) e meta di saccheggi (667, 663).
135 Risonanza di Gen. 3, 15; Is. 9, 14; Le. 10, 19.
136 Cf. Giud. 15, 4: « Sansone catturò trecento volpi, prese
delle fiaccole, legò coda a coda e m ise una fiaccola tra le due
code ».
74 Nilo di Ancira

guardia al primo allarme, saprà sventare e smascherare


le assurde macchinazioni dei pensieri, che si insinua­
no configurandosi anche come santi per raggiungere il
loro fine, confrontandone le estremità l’una con l’altra,
legando coda a coda e mettendo tra di esse una fiacco­
la per scoprirne l’infamia.

40. Confrontare gli estremi: il tedio tra vanagloria e


fornicazione

Per chiarire il mio discorso cercherò di renderlo più


intelligibile con due considerazioni, da cui trarre luce
e aver luce per rendere credibile il resto.
Anzitutto dirò che il pensiero di fornicazione trae
origine dalla vanagloria, la quale ha ima parvenza one­
sta ma è come il vestibolo dell’inferno, perché in essa
confluiscono le vie che là immettono. Essa maschera i
caratteri deleteri di quei pensieri che precipitano giù
nelle carceri dell’inferno chi ad essi acconsente, per un
assoluto affuscamento della ragione. La vanagloria in­
fatti talora propone il sacerdozio, tal altra una vita per­
fetta in solitudine; ora induce ad entrarvi tanti i quali
non pensano che al loro tornaconto, ora fa immaginare
quale buona fama procuri ciò che di essa si dice e in
essa si fa. Infine, quando ha pasciuto il pensiero di tali
fantasticaggini ed indotto a trascurare gravemente la
naturale sobrietà, ecco che suscita nella mente il ri­
cordo di un felice incontro con una santa donna di cui
essa sa dipingere i lineamenti, per poi stimolare la co­
scienza a commettere deliberatamente una brutta azio­
ne che la fa sprofondare nell’estrema vergogna.
Chi dunque vuole legare quelle code prenda anche
in questo caso gli estremi dei due pensieri: la dignità
che propone la vanagloria e l’indegnità che è la fornica­
zione; chi considera come lu n a si contrapponga all'al­
tra, pensi allora a comportarsi come fece Sansone.
Discorso ascetico 75

Il discorso vale anche per il pensiero di gola, che ha


come estremo quello di fornicazione; per quello di for­
nicazione, che ha come estremo quello del tedio; per
quello di tedio che ha come conseguenza lo scoramento.
È angoscioso infatti lasciarsi vincere da tali pensieri
dopo una precedente resipiscenza. Chi perciò li vuole
combattere, ne metta a confronto gli estremi, l’uno con
l'altro. Cosi non penserà solo alla soddisfazione che dà
il cibo ovvero al godimento che è collegato al piacere,
ma si renderà conto che l'estremo della prima e della
seconda è il tedio, quindi saprà legare coda a coda e
con tale metodo sarà capace di distruggere le messi del
nemico.

41. Educazione fisica ed ascetica: l’obbedienza

Se tanta scienza ed esperienza esige il combattimen­


to contro le passioni, di quanta perfezione non debbono
avere raggiunto il traguardo quanti si sono assunti il
compito di guidare dei sudditi per condurli saggiamen­
te al raggiungimento del premio proprio della celeste
vocazione! Per insegnare con saggezza, debbono sapere
a quali sbandamenti vanno incontro e a tutto ciò che
porta all’errore, si da potere indicare gli antidoti che
occorre usare per condurli alla vittoria, si che essi non
abbiano solo a tracciare dei segni per aria con le loro
dita, ma abbiano anche a vibrare dei colpi ben dati
nella lotta contro l'avversario. In un vero e proprio
combattimento, ognuno di essi dovrà infatti non agitare
invano le mani per aria, ma riuscire veramente ad eli­
minare l'avversario; perché questa lotta è più dura di
quella degli agoni ginnici. Qui infatti si piegano fisi­
camente i corpi degli atleti, che possono facilmente rad­
drizzarsi; li invece si abbattono le anime, che una volta
prostrate difficilmente si rialzano.
76 Nilo di Ancira

Se poi uno volesse edificare un tempio razionale a


Dio tutto grondante sangue, per la lotta ancora in atto
contro il mondo e le sue passioni, potrebbe sentirsi
dire: « Non mi costruirai un tempio, mentre ancora ver­
si sangue » 137. Può costruire un tempio a Dio chi è in
pace. Mosè 138 prese il tabernacolo e andò a drizzarlo
fuori dell'accampamento. Questo indica a chi fa da
maestro che deve starsene ben lontano dai tumulti
di guerra, tenere ben aliena dai conflitti cruenti la sua
vita e protendersi tutto ad attività pacifiche.
Quando però si siano trovati siffatti maestri, questi
hanno bisogno di discepoli che rinneghino se stessi e
la propria volontà, materia docile nelle mani dell’arti­
sta, corpi quasi inanimati in cui lo spirito possa di­
sporre quel che vuole, ed anime in cui il corpo non ope­
ri mai in senso contrario. Il maestro allora sarà come
artista che con la materia esprime la sua arte, e al quale
la materia non è mai di ostacolo perché egli attui il
suo progetto. Cosi il maestro opererà con i discepoli,
comunicando loro la disciplina della virtù, se li avrà
obbedienti e per nulla contestatori.

42. Nessuna contestazione

Mettere in discussione il piano del maestro, criticare


i suoi ordini, non è altro davvero che volere ostacolare
il proprio progresso139. Non è infatti senz'altro corri­
spondente a verità e a giustizia quel che appare vero
e giusto a chi deve ancora farne l’esperienza: in una ma­
niera, di arte, giudica il professionista e in un'altra il
novizio; l’uno infatti si regola secondo norme scienti­

is 1 Re, 5, 5.
«e Cf. 1 Cor. 22, 8. 10.
139 Cf. Prov. 25, 12; 21, 28; Deut. 17, 12. Comincia qui il di­
scorso ascetico più generale.
Discorso ascetico 77

fiche e l’altro secondo quel che gli pare conveniente.


Ma ciò che pare conveniente di rado colpisce nel segno
vero, e piuttosto si allontana dal giusto, per lo più
risultando in stretta affinità con l’errore.
Quale assurdità maggiore di quella d’un nocchiero
alla guida di una nave che sbanda, il quale richiamato
dai naviganti a correggere l'obliquità ordini loro di oc­
cupare tranquillamente il fianco invaso dall'acqua e di
abbandonare quello di sopra più percosso dal vento che
sconquassa tutto ciò per cui aveva fatto fare quel ca­
rico? Non sarebbe conveniente pensare in quei frangen­
ti a dare più peso al fianco superiore invece di far spar­
pagliare l'equipaggio sul fianco pericolante? Eppure
questo più che ai propri ragionamenti, dà retta al ca­
pitano, convinto com e che è giocoforza obbedire al
tecnico anche se poco credibile, perché ha nelle sue ma­
ni la salvezza propria.
Quelli quindi che affidano ad altri la propria salvéz­
za mettano da parte ciò che sembra conveniente, e non
antepongano i loro ragionamenti alla tecnica dell’esper­
to, giudicando la sua dottrina più degna di fede. Chia­
mati in primo luogo alla rinunzia, abbandonino tutto
senza accettuare cosa alcuna; e come deterrente pren­
dano l'esempio di Anania140 che aveva creduto di sot­
trarsi allo sguardo degli uomini, ma non sfuggi alla
condanna da parte di Dio per quanto aveva sottratto.

43. Prontezza nell’abbracciare la povertà

Chi fa completa dedizione di se stesso dia via anche


tutto quel che possiede, convinto che i beni da lui trat­
tenuti non possono non distrame continuamente il pen­
siero, e distogliendolo da quelli superiori romperanno
anche la perfetta comunione della fraternità.

140 Cf. Atti, 5, 1 ss.


78 Nilo di Ancira

Perciò lo Spirito Santo, per guidare alla verità quan­


ti si impegnano a vivere in qualunque condizione la pro­
pria scelta, ha ispirato gli scrittori sacri a presentare
gli esempi della vita dei sa n ti141.
Di E liseo 142, che rinunziò al mondo per seguire
l’esempio del maestro, sta scritto che « arava con i buoi
e ne aveva davanti dodici paia », poi « uccise le vacche,
ne fece cuocere la carne, servendosi degli attrezzi con
cui aravano i buoi ». Cosa significa questo modo di
esprimersi? Il suo fervore e la sua prontezza d'animo.
Non disse infatti: « Per fare ciò che debbo, venderò
queste paia di buoi e mi servirò del ricavato »; non pen­
sò all'utile maggiore che avrebbe potuto averne, ma alla
presenza del maestro tutto acceso da ardente zelo, si
liberò delle cose che gli stavano davanti agli occhi per­
ché le teneva a vile, come distraenti dal retto proposito.
Sapeva bene che il dilazionare spesso è causa di ripen­
samenti.
Il Signore, d’altra parte, non comandò al ricco, cui
proponeva la vita perfetta secondo Dio, di vendere tutto
quello che aveva e di darlo ai poveri, senza nulla riser­
vare per sé ? 143. Come l’avrebbe potuto fare se non sa­
peva che quanto si accantona e tutto quel che si possie­
de è causa di deviazione? 144.
Anche Mosè, stabilendo che quanti intendevano puri­
ficarsi si dedicassero per lungo tempo all’orazione, ag­
giunse che si radessero tutto il corp o145, come segno
della loro radicale rinunzia ai beni terreni ed anche ai
loro parenti. Per non essere mai disturbati dai ricordi
del passato, dobbiamo dimenticare ogni ricordo che
abbiamo dei rapporti di parentela.

Cf. Ep. 1, 108.


Cf. 1 Re, 19, 19.
Cf. Le. 18, 22.
144 Cf. il nostro studio, Lavoro e ricchezza nel Panarion di
Epifanio, in « Augustinianum », 17, 1977, 161-178.
MS Cf. Lev. 14, 8.
Discorso ascetico 79

44. Povertà radicale o abbandono sufficiente

Le vacche infatti, aggiogate al carro dell’arca146,


quasi dimentiche delle naturali relazioni di sangue non
si curavano dei loro vitelli chiusi lontani da esse, capa­
ci di procedere al termine loro assegnato senza che ve­
nissero sforzate e senza piegare a destra o a sinistra
nel loro tragitto, né manifestavano con muggiti il loro
affetto per la prole e il loro dolore per il distacco dai
figli; piegavano il collo a chi naturalmente le governa­
va, sotto il peso dell'arca ritmando il movimento dei
passi, senza deflettere dalla giusta direzione come vinte
da una istintiva devozione per l’arca santa che traspor­
tavano. Se esse cosi facevano, perché mai non debbono
fare altrettanto quanti vogliono sorreggere un'arca spi­
rituale? Lo debbono fare di più, per dimostrare che le
facoltà razionali, se ordinate, superano quelle istintive
dei bruti, al fine di non essere biasimati per attuare
con la ragione quello che gli animali fanno per istinto.
Probabilmente Giuseppe andò errando nel deserto
perché pretendeva conseguire la perfezione chiamando
per nome i suoi fratelli. A chi gli domandava quale
fosse la vera causa del suo andare errando faceva sa­
pere che egli era m osso dall’affetto per i familiari. In­
fatti diceva che essi erano andati a custodire il gregge;
se avesse saputo distinguere tra azione e azione, avreb­
be dovuto dire che essi erano andati a pascere, non a
custodire il gregge a Dotan, perché Dotan significa suf­
ficiente abbandono, non preoccupazione per le cose ter­
rene. Disse: « Certo di qua se ne sono andati, ho sentito
infatti che essi volevano andare a Dotan » 147. Ciò vuol
dire che chi va cosi vagabondando non potrà raggiun­
gere affatto la perfezione, in quanto non ha sufficiente-
mente abbandonati i legami affettivi con i consanguinei.

1« Cf. 1 Sam. 6, 1 ss.


Gen. 37, 17 ss.
80 Nilo di Ancira

45. Povertà, fino alla rinunzia della famiglia


Abbandonare Harran vuol dire abbandonare i sensi
o propriamente i suoi antri; uscire dalla valle di He-
bron significa lasciare le meschine attività. Chi abban­
dona Harran, Hebron e va errabondo per il deserto in
cerca della perfezione, se poi non emigra nella regione
dove vige l'abbandono sufficiente, non trae alcun van­
taggio dai precedenti travagli, per l’attaccamento ai fa­
miliari che è di ostacolo per il raggiungimento della
perfezione.
Anche il Signore148 propose il giusto abbandono dei
vincoli familiari, correggendo persino la Madre di Dio
Maria, che lo cercava tra i parenti; egli giudicava inde­
gno di lui chi amasse il padre e la madre più di lui. Per­
ciò a quanti hanno ripreso a seguire la via retta da poco
tempo, occorre consigliare di starsene tranquilli dopo
essersi liberati dal tumulto, e di non riacutizzare le
ferite inflitte dai sensi allo spirito con continue uscite,
per non aggiungere immagini peccaminose ad immagini
peccaminose; di badare cosi a qualsiasi costo ad elude­
re le nuove fantasie oltre al cancellare quelle antiche.
La pace è tanto faticosa, perché dopo aver fatto la
rinuncia ascetica si dia occasione alla memoria di tor­
nare a sollecitare l’impudicizia solo addormentata da
una moltitudine di affari che sopraffacendola ne impe­
divano l'esercizio. Solo col passare del tempo, infatti,
a furia di allontanare dalla mente i pensieri impuri
che l’assalgono, la memoria otterrà il beneficio della
pace. Chi abbraccia infatti la solitudine madre di filo­
sofia deve impedire tutto ciò che possa contribuire al­
l'impurità, se veramente vuole ripulirsi quasi con un
bagno spirituale e liberarsi da ogni morbo che l'infetti;
deve curare che il suo pensiero navighi in grande bo­
naccia, lungi dagli stimoli irrazionali ed anche dalla co­
munione con i parenti più intimi.
Cf. Le. 2, 49; M t. 10, 37.
Discorso ascetico 81

46. Non deflettere dalla rinuncia, tornando alle antiche


abitudini

Quando si ha la presunzione di confondersi con la


folla, è facile ricadere nelle reti stesse da cui si crede­
va essersi definitivamente liberati. Chi infatti è entrato
finalmente nella fascia delle virtù, se torna a compia­
cersi degli affari di prima, con suo danno prende gusto
a cose già deplorate e fuggite, ma di cui non ha sradi­
cato l'abitudine. Questa infatti ha scavato un solco, dal
quale c'è purtroppo da aspettarsi che rispuntino turpi
desideri e ricordi di malizie dimenticate, favoriti dalla
stessa tranquillità che è frutto di tanti travagli. La men­
te invero di chi s’è staccato da poco tempo dal male,
assomiglia al corpo appena convalescente dopo una lun­
ga malattia, cui basta una qualsiasi occasione per rica­
dere nell'infermità dalla quale non si è completamente
ristabilito, perché ancora non si è rimesso migliorando
nel pieno vigore delle sue forze. La tensione della men­
te, che in lui ora cresce e ora diminuisce, fa temere
giustamente un ritorno di fiamma che riaccenderà le
passioni, perché viene naturalmente esaltata dal fatto
che egli si è confuso con la folla.
Perciò Mosè ordinò a quanti non volessero cadere
vittime dello sterminio di chiudere e sbarrare le porte:
« Nessuno di voi — disse — esca dalla porta della sua
casa, perché lo sterminatore non abbia ad entrare e col­
pire » 149. Anche Geremia faceva, come sembra, la me­
desima ingiunzione, quando disse: « Non uscite per i
campi, e non camminate per le strade, perché tutt'intor­
no minacciano le spade » 15°.
È da veri generosi combattenti distinguersi nell'agi-
tarsi muovendo contro il nemico e sfuggendo illesi ai
suoi agguati; ma chi non fosse ancora atto alla lotta

1« Es. 12, 22.


i» Ger. 6, 25.
82 Nilo di Ancira

resti al sicuro in casa sua, cercando il massimo di si­


curezza in una vita pacifica, come Gesù di Nave, « il gio­
vane Gesù che da inserviente non si allontanava dall'in­
terno della tenda » 151, appunto perché cosciente della
lezione imparata dalla storia di A bele152, cioè del fatto
che quanti escono intempestivamente a lottare in cam­
po aperto finiscono uccisi o dai fratelli di sangue o da­
gli amici del cuore.

47. Non esporre al pericolo la castità

Insegnamenti non meno precisi ci dà la storia di


D ina153, che dice come sia proprio di una mente adole­
scenziale e femminile credersi capace di cimentarsi in
un’impresa superiore alle proprie forze per trovarsi
infine a mal partito.
Se costei infatti non avesse creduto di potersi cosi
facilmente investire del compito di ispezionare le cose
della regione — certo perché si giudicava capace e non
perché se ne voleva prendere l’uzzolo —, la sua anima
non sarebbe stata corrotta in età cosi tenera nella sua
facoltà di giudizio, sedotta da fantasmi di beni sensibili
e non ancora unita rettamente ad un pensiero virile.
Dio, ben sapendo che la passione, della presunzione di­
co, è di casa tra gli uomini, e volendo eliminarla dalle
nostre abitudini alle radici, disse al legislatore Mosè:
« Avvertite i figli d'Israele di andare cauti » 154; cioè di
non impegnarsi senza riflettere in lotte superiori alle
proprie forze, il che egli sa quanto è contrario alla
cautela.
Non bisogna quindi immischiarsi negli affari tu­
multuosi della città prima di avere acquistato perfet­

151 Es. 33, 11.


152 Cf. Gen. 4, 8 ss.
153 Cf. Gen. 24, 1 ss.
Cf. Lev. 15, 31.
Discorso ascetico 83

tamente l’abito della virtù. Bisogna anzi fuggire la città


più lontano che sia possibile, e stare spiritualmente
saldi anche evitando che i suoi rumori ci rimbombino
attorno alla mente. Non è, infatti, assolutamente utile
per chi ha lasciato gli affari per ritirarsi nella solitu­
dine il cercare di sapere quanto di lui si blateri o si
gridi, e lo stazionare alle porte della città, immerso in
attività già abbandonate, anzi sommerso in quella con­
fusione come L ot155.
Bisogna invece vivere appartati come il grande Mo-
sè, in modo che cessino sia le nostre attività sia i ru­
mori che ne susseguono, secondo sta scritto: « Quando
sarò uscito dalla città, allora potrò stendere le mani al
Signore, e cesserà ogni voce » 156.

48. Evitare le fantasie sollecitatrici in serenità

Allora vi sarà vera serenità, quando non solo cesse­


rà l’attività, ma anche ci darà tregua il suo ricordo, si
che possiamo vedere che sorta di immagini si sono im­
presse nella nostra mente, per riuscire a prenderle di
petto una ad una e ad eliminarle completamente dal
nostro spirito. Può però capitare che dopo di quelle ne
vengano altre, di altre forme, immagini che la fantasia
ingenera e di cui non è possibile cancellare subito i
fantasmi. Allora la mente è affollata da pensieri insi­
stenti, e si richiede uno sforzo maggiore per stroncare
le passioni, necessariamente, perché con il loro cresce­
re acquistano sempre forza maggiore e, come fiumi in
piena, sommergono la facoltà intuitiva dell'anima in
fantasie straripanti.
Cosi, infatti, coloro che vogliono vedere prosciugato
l'alveo di un fiume in cui stia nascosta qualche memo­

155 Cf. Gen. 19, 15 ss.


i» Es. 19, 12. 29.
84 Nilo di Ancira

ria, non vanno a cercare dei pompieri per far tirare su


l'acqua là dove credono sommerso quel che cercano,
perché l'acqua scorre e viene presto a colmare il vuoto
fatto nel letto del fiume; debbono invece arrestare in
alto la corrente per poter riuscire facilmente a vederne
il fondo, ed allora questo, svuotato d’acqua d'un tratto,
offrirà loro asciutto il terreno e farà riconoscere loro
gli oggetti desiderati. Alla stessa maniera diventa facile
evacuare le immagini sollecitatrici, se i sensi non conti­
nueranno a somministrarne dall'esterno; invece, se non
faranno che immettere cose sensibili come correnti
d'acqua, sarà non difficile ma persino impossibile pur­
gare la mente da siffatte immaginazioni.
Talora invero le passioni non ci disturberanno per
il continuo nostro affaccendarci in tanti affari, che non
permette ad esse di cogliere l'occasione per assalirci;
ma allora entreranno insinuandosi di soppiatto, e poi­
ché il tempo le irrobustisce, diventeranno sempre più
forti.

49. Sopprimere i ricordi fin dall'inizio

Le passioni sono come le spine. La terra non le fa


crescere in alto, se essa è continuamente calpestata,
perché i piedi che vi passano sopra impediscono alle
spine di svilupparsi all'esterno. La terra invece ne svi­
luppa le radici nel suo seno, estendendole ricche di umo­
re 157. Le spine quindi crescono celermente appena spun­
tate, col favore del tempo. Cosi le passioni non vengono
su alla luce, se ne sono impedite dal succedersi ininter­
rotto degli affari, ma col favore della quiete si robusti-
scono sempre di più, e se trascuriamo di combatterle
fin dagli inizi, irrompono con gran vigore per farci guer­
ra spietata e pericolosa.

«57 C f. M t. 13, 7; Le. 8, 7.


Discorso ascetico 85

Perciò anche il Profeta comandava di sterminare il


seme di Babilonia158, esortando ad eliminare le imma­
gini ancora riposte laddove i sensi le concentrano, e
ne consigliava lo sterminio, perché esse cadendo come
semi nel terreno della mente non abbiano a germinare
irrigate da piogge tanto abbondanti quanto dannose,
cioè da sollecitudini che si susseguono una dopo l’altra,
e infine non abbiano a portare molteplice frutto di ma­
lizia.
Un altro Profeta dice beato chi non attende che le
passioni abbiano raggiunto il loro colmo, ma le soppri­
me ancora attaccate alla mammella: « Beato — dice —
chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pie­
tra » 159. Ad un uomo tale allude forse il grande Giob­
be 160 cosi ragionando in cuor suo: nell'acqua il papiro
cresce — egli parla del giunco palustre — , ogni erba
del fiume fuori di esso inaridisce, e il formicaleone non
avendo cibo perisce. Il grande Giobbe nel formicaleone
sembra veda un uomo siffatto, di cui intende denunzia­
re la passione insidiosa con un termine composto che
indica la grande intrepidezza del leone e l'umilissima
parsimonia ed economia della formica. Di fatto molto
modesti sono gli inizi delle passioni; partono da fanta­
sie semplici che si insinuano di soppiatto come le for­
miche, ma infine raggiungono si grandi dimensioni da
non essere meno pericolose del leone nell’assaltare
chiunque loro capiti innanzi. Perciò il lottatore deve
combatterle quando si presentano in forme modeste
come quelle della formica, poi quando giungono ad
avere la forza del leone, diventano inespugnabili. Non
c’è scampo dinanzi alla loro forza!
Bisogna non fornire esca alle passioni. E il loro pa­
sto, come s’è detto spesso, sono le immagini che ven-

158 Cf. Is. 14, 22.


159 Cf. Sai. 137 (136), 9.
i« Cf. Giob. 8, 11-12.
86 Nilo di Ancira

gono attraverso i sensi e alimentano le passioni, for­


nendo una dopo l'altra in continua successione, ciascu­
na una propria forma come arma per vincere l'anima.

50. Armi di difesa

Perciò il Legislatore161 forni le porte del tempio di


reticolati, per dire che chi vuol custodire il tempio della
sua mente senza macchia deve operare come si faceva
prima che si entrasse nel santuario. Li non si permette­
va che si insinuasse alcunché d’impuro con porte reti­
colate, e qui non debbono entrare forme impure contro
le quali ci si debba difendere. Per chiudere l'ingresso
alle sensazioni dei cattivi pensieri che si affollano insi­
nuandosi l'uno dopo l'altro, bisogna intrecciare come
reticolati le minacce dei tormenti dopo il giudizio.
Fors'anche Ocozia162 crollò per esser caduto da un
cancello reticolato, cioè, secondo il linguaggio biblico,
per esser caduto in tempo di tentazione dalla medita­
zione delle pene che saranno sancite nel tempo della
retribuzione, ed essersi buttato a capofitto nei piaceri.
Quale crollo di malattia è più grave di questo? La ma­
lattia del corpo è un disordine anomalo nell'ordine de­
gli elementi, che cercando di predominare l'uno sugli
altri sconvolgono il ritmo della natura; la malattia del­
l'anima invece è un disordine per cui la retta ragione
viene vinta e piegata dalle pestifere passioni.
Un reticolato del genere intrecciò Salomone per di­
fendere la vista. Ecco che cosa disse a chi fosse capace
di sentirlo: « Quando i tuoi occhi vedono una bellezza
straniera, la tua mente formuli parole divergenti » 163.
Chiamò parole divergenti quelle che segnano una diver­

bi Cf. Es. 37, 1 ss.


Cf. 2 Re, 1, 2.
Prov. 13, 33.
Discorso ascetico 87

sione dal peccato al pensiero della futura retribuzione.


Chi infatti pensa ad essa, approfondendone opportuna­
mente il vero significato, fa divergere i suoi occhi da
ogni sguardo pericoloso.
Fu proprio Salomone a stabilire il significato di
quanto aveva detto, aggiungendo una spiegazione di
quel comportamento: « Ti sembrerà di essere a dor­
mire in alto mare, come un nocchiero tra i flutti » 1M.

51. Serenità biblica e strategia ascetica

Invero, anche se uno riuscisse, in tempo di guerra


contro gli sguardi sollecitanti, a farsi arbitro della si­
tuazione con l'arma delle minacce dei divini castighi,
come quel tale sbattuto dalle onde del mare dominava
a tal punto gli affronti degli eventi da non sentirne
neanche i colpi e da poter affermare: « Mi hanno col­
pito ma non mi sento male, mi hanno bastonato e non
me ne sono neppure accorto » 165, si può ciò avverare
nel caso di chiunque ripeta quelle parole?
La Scrittura dice che quelli lo colpivano ed egli
pensava a prendersi giuoco di loro; né sentiva davvero
i loro colpi perché erano come percosse di bambini,
né si voltava per sorprenderli nelle loro slealtà fin­
gendo di ignorarne la presenza, precisamente come
fece Davide. Allo stesso modo anche Davide disse di
non calcolare siffatti avversari. Sta scritto infatti:
« Non volli neppur conoscere il malvagio che si riti­
rava, e non sentii quando veniva o se n’andava » 166.
Ma non sapeva che c'è un rapporto comune tra le
sensazioni e le cose sensibili, e che tale comunione è
stretta e facilmente trae in inganno? Egli non ebbe

Prov. 23, 34.


Prov. 33, 35.
Sai. 101 (100), 3-4.
88 Nilo di Ancira

il sospetto del danno che da ciò deriva? Se però ci si


lascia trasportare dai sensi, nel tempo della deviazione,
come si potrà riconoscerne le insidie senza essere stati
educati a distinguerle?
Che ci sia di fatto una lotta dei sensi contro le cose
sensibili, e che queste finiscano con l'averla vinta sui
sensi ad essi imponendo lo scotto, lo dice chiaramente
la Scrittura quando parla della guerra degli Assiri con­
tro quei di Sodom a167. Proponendo invero la storia dei
quattro re del popolo assiro contro i cinque re del
popolo sodomita, prima comincia a parlare della loro
armonia e dei loro patti e sacrifici di pace presso il
mare salato, quindi parla di una schiavitù di dodici
anni, in seguito di una ribellione al tredicesimo anno,
infine di una guerra al quattordicesimo dei quattro
contro cinque che fecero schiavi.

52. Comportamento dei sensi dall'infanzia, a 12, 13,


14 anni

Questa la lettera, e la storia qui finisce. Ma noi da


questa traiamo un insegnamento utile per noi, che ci
dice come i sensi siano in guerra contro le cose sen­
sibili.
Dal momento della nascita fino a 12 anni, infatti,
ognuno di noi non distingue ancora con l’occhio puro
della mente e, senza che ne debba rispondere, assog­
getta i sensi al mondo sensibile facendolo spadroneg­
giare come tiranno; la vista è schiava delle cose che
si vedono, l'udito di quelle che si ascoltano, il gusto
di quelle che si assaporano, l’olfatto di quelle che si
odorano e il tatto di quelle il cui impatto si percepisce
come provocatore della stessa sensazione; ogni bam-

Cf. Gen. 14.


Discorso ascetico 89

bino, perché tale, non può distinguere o separare le


singole percezioni.
Quando la facoltà razionale comincia a maturare al­
quanto, egli comincia ad accorgersi di essere pregiu­
dicato per via dei sensi, e senz'altro concepisce l’idea
di ribellarsi e sfuggire a siffatta schiavitù. Quindi, se
la sua natura razionale riesce a irrobustirsi e a rin­
saldare la facoltà del discernimento, sfugge alla loro
amara tirannide e resta libero in tutto e per tutto; se
invece continua ad avere debole la sua capacità di
ragionamento, più di quanto aveva tentato di ottenere,
fa vedere ancora una volta di avere i suoi sensi vinti
e dominati dalla tirannide del mondo sensibile, schiavi,
per sempre e senza alcuna buona speranza, della ti­
rannide che patiscono.
Perciò infatti i cinque re, che secondo la storia sacra
furono vinti dagli altri quattro, vennero cacciati tra
i pozzi di bitume; per insegnarci cioè che coloro i quali
sono stati vinti dal mondo sensibile e come precipitati
con tutti i sensi, uno ad uno, in baratri o pozzi, si
volgono attorno alle cose sensibili che li circondano,
e non comprendono più null'altro che quanto vedono,
perché hanno il cuore legato alle cose terrene e non
godono di altro che delle cose di quaggiù, amandole
più di quelle spirituali.

53. Vera libertà e discernimento dei valori

Cosi anche uno che abbia sempre amato il suo pa­


drone, la moglie e i figli, se per tali relazioni terrene
rinunzia alla vera libertà, rimane servo per l’eternità.
Con l’orecchio perforato da ima lesina, non percepisce
allora la libera voce della ragione, per quel foro pra­
ticato nell’orecchio, ma resta sempre servo perché ama
le cose presenti.
90 Nilo di Ancira

A questo pure si riferisce la Legge168, che impose


di tagliare la mano alla donna che si era afferrata alle
pudenda dei due uomini in lotta tra di loro; perché
nel combattimento dei pensieri tra beni terreni e ce­
lesti essa non aveva fatto nessuna scelta, ma impul­
sivamente aveva afferrato gli strumenti della genera­
zione e della corruzione — cosi la Scrittura chiama
le parti generative fonti della vita — .
Senza una scelta perseverante, dunque, a nulla
giova l’aver rinunziato agli affari. Il tirarsi poi indietro,
il sottrarsi alla riflessione, è un voltarsi indietro e sim­
patizzare con le cose abbandonate; non è altro che di­
chiaratamente volere imitare la condotta della moglie
di L o t169, che voltatasi indietro rimase li, cambiata an­
cora in una stele di sale, come esempio per i disubbi­
dienti ed anche simbolo di coloro che, dopo essersi
ritirati nella solitudine per sempre, ritornano alle abi­
tudini d’una volta e agiscono trascinati dall'antica con­
suetudine.
Ma la Legge170 non vieta, a chi è entrato secondo
i riti prescritti nel tempio, di tornare dopo l'orazione
per la porta per cui era entrato? Non gli comanda di
uscire senza voltarsi e deviare dalla linea retta, di non
avere tentennamenti e di camminare diritto in ten­
sione verso la virtù, senza allentare il tono? Il ripie­
gare continuamente verso il luogo da cui eravamo
usciti ci strappa, infatti, alla nuova consuetudine e ci
trascina a quella già lasciata alle spalle; allenta l'im­
pulso ad andare avanti e provoca un’involuzione su
di noi stessi, per cui torniamo poco alla volta agli an­
tichi disordini.

«e Cf. Es. 21, 5-6 (schiavo affezionato); Deut. 25, 5-6 (la don­
na e i due uomini),
i» Cf. Gen. 19, 26.
170 Probabilmente commento rabbinico alla Legge.
Discorso ascetico 91

54. L'abitudine, seconda natura

È di una gravità straordinaria il fatto che l’abitu­


dine, una volta che ci abbia in suo potere, non ci per­
mette di tornare alla condizione virtuosa di prima.
L’abitudine infatti nasce dall’uso, e dall’abitudine si
forma come un'altra natura. Impresa difficile è poi
volere scacciare o mutare la natura m. Anche se si
riesce a farle prendere una nuova piega facendole vio­
lenza, ben presto essa torna al suo corso; seppure
scrolla i propri confini, non li oltrepassa del tutto, a
meno che non la faccia tornare indietro per la mede­
sima via un grave guaio che la spinga a ritornare dal­
l’uso consolidato alla condizione abbandonata.
Guarda infatti un’anima che asseconda le sue abi­
tudini. Essa siede tranquilla come inchiodata agli idoli
di informe materia, pur volendola condurre quasi per
mano la ragione a cose ben superiori; ma non potendo
ascendere con la ragione, come in mestruazione dice:
« Non posso alzarmi dinanzi a te, perché ho le regole
delle donne » m. Di fatto, l’anima che da molto tempo
ha smesso di occuparsi degli affari mondani, siede tran­
quilla sugli idoli che per sé sono informi, ma ricevono
la forma dall’attività umana. Non sono infatti prive di
forma la ricchezza, la fama e tutte le altre cose del
mondo? Esse non hanno alcuna forma precisa e di­
stinta, ma con arte seduttrice e imitatrice simulano la
verità, accogliendo ima per una e l'una dall’altra sem­
pre nuove forme. Le cambiamo noi, rivestendole di
forme, quando il pensiero umano plasma nuovi utili
modelli per oggetti inutili.

171 È una massima morale corrente, cf. Orazio, Ep. 1, 10, 24:
« Naturam expellas furca, tamen usque recurret ».
172 Gen. 31, 35.
92 Nilo di Ancira

55. Sedere, ma non sugli idoli

Noi infatti talora andiamo oltre i limiti di ciò che


serve per soddisfare alle nostre necessità fino a rag­
giungere i confini di un lusso assurdo, preparando cibi
con un'infinità di condimenti e imbastendo con tessuti
di vari colori i nostri vestiti. Ambiamo appagare le
nostre frivolezze e sensualità e, se richiamati, diamo
astutamente il nome di necessità alla nostra vanità,
ovviamente invano appellandoci ad essa per fare tanto
splendide spese, fabbricando delle scuse per dirle giu­
ste, mentre potevamo appagare con poco i nostri bi­
sogni.
Che altro facciamo allora se non fare a gara per ri­
vestire di forme materie informi? E l’anima siede tran­
quilla, come d etto173, su di esse, e ci sta bene, perché
il giudizio che da sé l’anima ne dà è saldamente in­
chiodato — ripetiamo — agli idoli delle cose di quag­
giù. Cosi l’anima non servendo alla verità, non riesce
ad elevarsi sulle sue ali, ma contagia con i suoi costumi
la natura come al contatto del flusso mestruale.
La Scrittura qui con l’espressione « siede tranquil­
lamente » intende sia l’inerzia nel fare il bene sia il
ricercare voluttuosamente i piaceri. Dell'inerzia parla
quando dice di quelli che « siedono nelle tenebre e nel­
l’ombra di morte, prigionieri della miseria, e dei ceppi
di ferro » 174, cioè senza possibilità di operare per via
delle tenebre e dei ceppi. L’amore ai piaceri è spiegato
dalla Scrittura quando essa parla di coloro che vol­
gendo il cuore all’Egitto dicevano tra di loro: « Ricor­
diamo quando eravamo seduti presso la pentola della
carne, mangiando carne a sazietà » 17S. Seduti presso
la pentola in realtà sono tutti coloro che sono bruciati
da un fuoco incessante di stimoli umorali, ma la madre

173 Ibid.
1« Cf. Sai. 107 (106), 10.
Discorso ascetico 93

della voluttuosità è la gola, che genera non solo l’amore


ai piaceri, bensì anche altre passioni.
Tutte le altre passioni, infatti, germinano dalla ra­
dice di una sola pianta, dalla gola. E ben presto i suoi
malefici germogli si fanno alberi giganteschi, alti fino
al cielo. Rampolli e germi della gola sono anche ava­
rizia ira e angoscia, perché è proprio del goloso essere
avido di soddisfare il desiderio che sempre lo brucia.
Non può appagarlo per mancanza di danaro, la quale
impedendogli di acquistare ne provoca necessariamen­
te l'irascibile. L'irascibile poi, in colui che non può
passare dal moto dell'anima all'azione disordinata,
fatalmente ha come conseguenza l'angoscia. Cammi­
nava sul petto e sul ventre176 per soddisfare i piaceri
finché ne aveva a disposizione la materia; poi a un
certo punto gli venne a mancare e cominciò non più
a camminare ma a strisciare sul petto sede dell'ira­
scibile. Gli amanti del piacere finiscono tutti così,
privati di essi si infuriano e poi cadono in preda al­
l'angoscia 177.

»75 Cf. Es. 16, 3.


176 È il contrario dell’apatia paradisiaca, dove il lupo e
l'agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come
un bue, mentre il serpente mangerà la polvere (Is. 65, 25), ov­
viamente camminando sul petto e sul ventre, epì tó stéthei sou
kai tè koilla, Gen. 3, 14.
177 È lo stato di afflizione, sfiducia, ansia, alienazione ap­
parentemente immotivata, per cui perduta l’attrattiva dei beni
eterni che dovrebbero essere lo scopo della vita nel tempo,
si riduce l'attività fisica e psichica, e si desidera qualcosa al
di fuori di sé e dall’ambiente. È il taedium vitae, il veternus,
che i Padri chiamarono demonio meridiano, ipostasi della fru­
strazione depressiva.
94 Nilo di Ancira

56. Spogliare dall’ira il petto e il braccio, dal piacere


le interiora e i piedi

Perciò il grande M osè178 prescrive che il sacerdote


porti il razionale sul petto, per farci capire attraverso
il linguaggio simbolico che dobbiamo prendere co­
scienza del bisogno che c'è di frenare con la ragione
i moti furiosi dell’irascibile. Razionale infatti dice di-
scernimento nel rendere ragione179.
Chi peraltro cerca di dominare con la ragione la
passione, non è arrivato al termine; Mosè che era per­
fetto riuscì a sopprimere del tutto l'irascibile, non per
avere portato il razionale, ma per avere eliminato l'ira­
scibile dal petto 18°, secondo quanto sta scritto: « Prese
il petto e lo spogliò come offerta davanti al Signore » 181.
Vi sono però altri che né sopprimono l'irascibile, né
dominano completamente questa passione con la ra­
gione, ma ne riescono vincitori a stento scoprendo as­
sieme al petto il braccio. Il braccio, infatti, è segno
della fatica e dell'operosità. Parimenti, camminare sul
ventre significa certissimamente tendere ai piaceri,
perché è forse il ventre causa del piacere; quando in­

178 Cf. Es. 16, 3.


179 Cf. Es. 28, 15-30. Il razionale o pettorale vien detto dalla
Volgata rationale iudicii, perché lo portava il sommo sacerdo­
te quando doveva giudicare di affari importanti e perché da
due pietre preziose collocate nel suo centro dalla parte del
cuore si traevano i responsi. Era attaccato ad un grem­
biule (efod) sostenuto da bretelle, cf. ibid., 28, 30: « Unirai al
razionale del giudizio gli Urim e i Tummin, e cosi saranno so­
pra il cuore di Aronne quando entra alla presenza del Signore;
Aronne porterà il giudizio degli Israeliti sopra il suo cuore alla
presenza del Signore per sempre».
180 Mosè fu considerato come modello di dolcezza. Perdo­
nò i congiunti che gli amareggiarono l’esistenza (Num. 12) e
il popolo incapace di superarsi offrendo se stesso a Dio per
salvarlo (Es. 32, 31), ecc.
“i Lev. 8, 29: « Prese il petto dell’ariete e lo agitò come
offerta rituale davanti al Signore ».
Discorso ascetico 95

fatti il ventre è pieno, diventano veementi anche gli


stimoli delle altre passioni, quando invece esso è vuoto
gli stimoli si fanno blandi e stanno più quieti.
Proprio qui sta la differenza tra il progrediente e
il perfetto. Mosè infatti, da perfetto, lavò le interiora
e i piedi della vittima, con ciò intendendo scacciare il
piacere del cibo, le interiora che significano il diletto
dei sensi, e i piedi che indicano l’ingresso e il progresso
nella virtù 182. Chi però è giunto nella fase in cui si
progredisce pensa ancora a lavare quel che c'è negli
organi intestinali, ma non lava tutte le interiora. Tra
« lavò » e « laveranno » 183 poi c'è una grande diffe­
renza, in quanto la prima forma indica un'azione non
più soggetta alla volontà, mentre la seconda ne indica
ima comandata per il futuro.

57. La sazietà del ventre è semenzaio di libidine

Mentre il perfetto, infatti, si muove nel cammino


della virtù in piena libertà aspirando alla pratica di
essa, il progrediente invece ha bisogno di esservi spinto
con esortazioni da colui che ne ha la guida. Bisogna
comunque stare molto attenti sia nello spogliare in­
teramente il petto sia nel lavare il ventre senza però
eliminarlo.
Il saggio infatti ha in sé la forza di rinnegare e
stroncare tutto l'irascibile, non può però amputare il
ventre. La natura invero lo costringe a prendere il cibo
necessario, anche se egli è l'uomo più temperante.
Quando invece l'anima non procede illuminata da un
182 Cf. Es. 29, 17: « Laverai le interiora e i piedi dell'arie­
te »; cf. Lev. 9, 14: « Lavò le interiora e i piedi (del vitello
immolato) ».
183 L’evento passato non è più soggetto alla libera volontà,
essendo ormai un fatto irreversibile. Nella Scrittura talora si
parla di un fatto di purificazione avvenuta, tal altra si denota
un modo di purificazione ventura.
96 Nilo di Ancira

retto e stabile proposito, si fa corrompere dai piaceri


animaleschi e perciò il ventre brucia, perché anche se
la cupidigia è stata accontentata e soddisfatta con i
piaceri del corpo, gli appetiti non si spengono mai.
Però quando il ventre si è cosi infiammato di desi­
derio, il membro virile si affloscia perché la mente
rimane come snervata sul momento per la generazione
e i fatti con essa connessi; perché quando il ventre si
gonfia di lauti cibi, la tensione spirituale si allenta nella
zona che la Legge con linguaggio figurato chiama della
coscia m. Eppure il voluttuoso cammina tutto sul ven­
tre e di li prende gli umori connessi al godimento del
piacere; e chi vuole iniziare una vita virtuosa, comincia
ad eliminare tutto il grasso del ventre, rinunziando ai
nutrimenti che lo fanno diventare pingue. Cosi il pro­
grediente dovrà solo lavare quello che c’è nelle inte­
riora, e il perfetto purgherà tutto il ventre espellendo
completamente tutto ciò che è di più, perché va oltre
il necessario per vivere18S.

58. Il capo cuoco di Babilonia demolisce le mura di


Gerusalemme

Nell’espressione: « Sul tuo petto e sul tuo ventre


camminerai » 186, il « camminerai » si aggiunge in ma­
niera non accessoria ai termini precedenti, perché la
voluttà denota uno stato non di stasi e di quiete, bensì
iM Cf. Gen. 24, 2; 32, 25. 32; Sir. 47, 21.
185 L’adipe è un di pili pericoloso, cf. Sai. 73 (72), 7: « Esce
l ’iniquità dal loro grasso ». L’adipe va offerto al Signore, cf.
Gen. 4, 4, perché fiorisca la virtù nella città di Dio ovvero di
Abele. In base a questo sacrificio Abele fu « dichiarato giusto »,
cf. Ebr. 11, 4.
186 Gen. 3, 14. I termini precedenti sono: « Perché tu hai
fatto questo »; e il « questo » si riferisce alla tentazione di gola
e fors'anche di lussuria, per cui peccò Adamo e peccano i suoi
discendenti, cf. 2 Cor. 5, 4 ss.
Discorso ascetico 97

di moto continuo disordinato. Ma la gola precede tali


moti ed ha una particolare parentela con quelli venerei.
Da qui la naturale denominazione di « sottostanti
al ventre » per le parti del corpo che sono organi del­
l'accoppiamento. Naturalmente essi si chiamano cosi
perché l'espressione denota la vicinanza delle parti del
corpo, o anche perché con essi si vuole indicare la
stretta parentela delle passioni. Quando infatti la pas­
sione venerea s’illanguidisce, l’impotenza è dovuta alle
privazioni della « parte soprastante »; se invece essa è
esuberante ed eccitata, lo è anche perché le sommi­
nistra l'energia quella parte. Ma la gola non solo l'ali­
menta e se ne prende cura come una nutrice, bensì è
anche capace di distruggere quanto di bene v’è nel­
l’uomo; perché una volta che abbia preso il predominio
ed esteso dovunque la sua tirannide, crollano e rovi­
nano naturalmente tutti i beni: temperanza, continen­
za, fortezza, sopportazione e tutte le altre virtù.
Questo dice Geremia col suo linguaggio simbolico,
quando parlò del « capo cuoco di Babilonia che demolì
tutte le mura intorno a Gerusalemme » 187. Infatti come
il capo cuoco fa di tutto per servire il ventre ed esco­
gita un'infinità di procedimenti per soddisfare i gusti,
così la gola mette in opera tutto per apprestare ciò che
aiuti a scacciare con gusto la fame. Ma la varietà dei
cibi non fa che abbattere ed atterrare la cittadella
della virtù.

187 Ger. 52, 14. I Settanta dicono archimàgeiros, capo cuoco.


La Bibbia di Gerusalemme traduce: « Tutto l’esercito dei Cal­
dei che era con il capo delle guardie demolì le mura di Geru­
salemme ». Il nome di questo capo è Nabuzardan. Egli espugnò
per fame Gerusalemme; donde il nome di capocuoco. Cf.
2 Re, 25, 12.
98 Nilo di Ancira

59. La mortificazione della gola come propedeutica


alla castità

I condimenti del cibo sono, infatti, strumenti di


guerra sterminatori della virtù più consolidata, mac­
chine che ne scuotono fondamenta pur stabili e fini­
scono con radere al suolo l'edificio. Come però una
tavola sontuosa è causa dello sterminio delle virtù,
cosi una parca mensa è capace di abbattere le rocche­
forti del male. Come il capo cuoco di Babilonia in­
fatti abbatté il muro di Gerusalemme, ossia della pace
dell’anima m, facendovi una breccia con l'arte dei con­
dimenti volta ad assecondare i piaceri della carne, cosi
gli Israeliti riuscirono ad abbattere le tende di Madian
solo apprestando su un piatto del pane d’orzo 189.
Invero una tavola imbandita sontuosamente ed ap­
prestata con sempre maggiore abbondanza scatena gli
stimoli della fornicazione, simboleggiati quindi dai Ma­
dianiti. Questi di fatto introdussero la fornicazione in
Israele, mettendo sulla cattiva strada un gran numero
di giovani; perciò la Scrittura parla delle tende dei
Madianiti e delle mura di Gerusalemme19C, insinuando
che è stabile solo quello che cinge la virtù d’una difesa,
fragile quello che è posto a sostegno del vizio: a forma
di tenda o parvenza facile a dissolversi non meno di
un fantasma.

188 Gerusalemme è « la casa del Signore », cf. Esd. 3, 1-13,


figura della città di Dio in cielo, cf. Gal. 4, 26; Ap. 3, 12. Il suo
nome è interpretato pacis visio, visione di quella pace senza
più sofferenze (= a-patia) profetata da Is. 66, 18 ss.
WS Cf. Giud. 7, 18.
i» Cf. Giud. 7, 18.
Discorso ascetico 99

60. Esem pi biblici: Elia ed Eliseo, Mosè e il Battista,


Gesù Cristo

Fu questa la ragione per cui i santi voltarono le


spalle alle città e schifarono le conversazioni con gli
uomini, ben sapendo che la convivenza con quelli cor­
rotti è molto più corruttrice della peste. Quindi, senza
prendere nulla, lasciarono i propri campi alle pecore
rinunziando a tutte le loro distrazioni.
Per questa ragione Elia abbandonò la Giudea per
andare ad abitare sul Carmelo, monte isolato, gremito
di bestie feroci e senz'altro conforto di cibo che quello
degli alberi, contento di soddisfare alle sue necessità
con i loro fru tti191.
Tenne il medesimo tenore di vita Eliseo, che dal
maestro ricevette in eredità, tra gli altri beni, quello
di prediligere i luoghi solitari192.
Anche Giovanni abitò nel deserto presso il Giorda­
no, nutrendosi di locuste e miele selvatico193 per di­
mostrare alle folle che non vale la pena guadagnarsi
la vita materiale, e per rinfacciare ad esse il peso delle
loro gozzoviglie.
Forse anche M osè194 parlò in termini generali di
siffatta legge a proposito della manna. Proclamando
agli Israeliti che dovevano raccoglierne ogni giorno
tanto quanto bastava per la giornata, prescrisse esat­
tamente che alla natura umana basta il vitto del giorno
e non confezionato. Giudicava conveniente alla con­
dizione di essere ragionevole contentarsi di quello che
capita e lasciare a Cristo di provvedere il resto, sti­
mando il preoccuparsi per il futuro, come tutti vedono,
una specie di diffidenza nella grazia di Dio, proprio

«i Cf. 1 Re, 18, 42.


152 Cf. 2 Re, 2, 25.
i» Cf. Mt. 3, 4 ss.
Cf. Es. 16, 14 ss.
100 Nilo di Ancira

come se non fosse lui a far piovere sugli uomini dovun­


que e sempre i suoi d o n i195.

61. Nel deserto la natura torna ad essere benigna

Per dirla in breve, tutti i sa n ti196 di cui il mondo


non era degno, lasciarono il mondo peregrinando per
luoghi deserti, per monti e spelonche o anfratti, privi
di tutto, afflitti e maltrattati, in fuga dalle consuete
malvagità degli uomini e dai soliti pervertimenti delle
città. Non vollero cosi farsi travolgere dalla loro or­
renda marea ovvero daH’impeto travolgente di una
fiumana gonfiata dalle piogge; e sfuggiti al turbinio
sconvolto delle folle, furono lieti di passare la vita tra
le fiere, giudicando il rischio di stare con esse meno
grave del danno di stare con gli uomini. Preferivano
fuggire dagli uomini come da nemici in agguato, e
trattavano con le fiere con piena confidenza come con
esseri amici, incapaci di fatto di insegnare il male e
in grado quasi di ammirare e venerare la virtù.
Cosi i leoni risparmiarono D aniele197, mentre gli
uomini avevano disegnato e a loro arbitrio decretato
di eliminarlo; i leoni si misero attorno per difenderlo
dall'esecuzione dell’ingiusta condanna. Mentre cosi gli
uomini pronunziarono un ingiusto verdetto, essi invece
emisero il giusto giudizio che liberava il condannato
contro giustizia. La virtù umana, che aveva suscitato le
gelosie e le sopraffazioni degli uomini, fu cosi oggetto
di rispetto ed onore da parte delle fiere che non hanno
davvero innato l'amore del progresso nella virtù.

Cf. Mt. 5, 45.


196 Cf. l’elenco dei santi dell’AT in Ebr. 11 e particolarmen­
te 11, 33-38: « torturati, andarono in giro coperti di pelle..., tri­
bolati e maltrattati, vaganti per i deserti, per monti e spelon­
che o anfratti, privi di tutto: di loro il mondo non era degno ».
Cf. Dan. 14, 23 ss.
Discorso ascetico 101

62. L’asino che portò la soma del Cristo, sim bolo di


libertà

Emuliamo le virtù dei santi, e liberandoci dalla


schiavitù delle cose terrene ribelliamoci alle loro im­
posizioni; poi corriamo dietro la libertà dell'asino la­
sciato libero dal Creatore nel deserto198, non soggetto
ad obbedire alla voce minacciosa dell'esattore e capace
di irridere al trambusto della città.
Ad esso forse finora abbiamo fatto portare un pe­
sante carico di perverse passioni; ma se cosi è stato,
è ora di sciogliere i legami che lo tenevano aggiogato
anche contro la volontà dei padroni, che tali non sono
per natura, ma per la consuetudine che ne ha venduto
loro il dominio. Ascoltiamo quelle parole: « Il Signore
ne ha bisogno » 199. Se le ascolteremo non in parte ma
nel loro pieno significato, non solo come voce e sem­
plice suono, ma in ciò che impongono, lo manderemo
libero senz'altro ad adornarsi delle vesti degli apostoli,
pronto a portare la soma del Verbo, ossia restituito
alla libertà di tornare neH’origmario pascolo del Verbo
alla ricerca del verde che egli ha voluto profondere
nelle sue parole sempreverdi, di tornare a cercarsi tutto
il verde che vuole tra le parole sempreverdi della Sacra
Scrittura seguendo le quali trova la guida per giungere
alla vita ineffabile, raccogliendone i frutti per alimen­
tarsi e goderne per sempre.
Occorre però domandarsi in che senso l'asino sel­
vatico che Dio lasciò libero nel deserto andasse a cer­
care ogni pianta verde proprio in una landa abbando­
nata e tra le piante salmastre; poiché i luoghi deserti
e coperti da vegetazione salmastra non sembrano af­
fatto idonei per la crescita dell'erba. Ma si può rispon­
dere forse che per chi sa cercare nelle parole rivelate

w Cf. Giob. 39, 5 ss.


Mt. 21, 3.
102 Nilo di Ancira

il senso spirituale, il deserto sta ad indicare l'esaurirsi


infine degli umori delle passioni.

63. Non com portarsi da bambini ma da persone


mature

Abbandoniamo gli affari terreni e volgiamo lo sguar­


do ai beni spirituali.
Fino a quando rimarremo a trastullarci come bam­
b in i200 senza impegnarci in pensieri virili? Fino a
quando continueremo ad agire più svogliati dei bam­
bini veri e propri, senza peraltro farci guidare da loro
nel progredire come si conviene a gente più adulta?
Essi, infatti, man mano che crescono cambiano pure i
loro comportamenti puerili; e smettono facilmente le
loro simpatie per le cose materiali, come le noci per
caso, dadi e palle che amano appassionatamente finché
non raggiungono l’età del pieno giudizio; fino ad allora
menano a vanto il procurarsi tali oggetti materiali che
costituiscono il divertimento dei bambini, ma crescen­
do e facendosi uomini li buttano via, e sostituiscono
i giocattoli con le cose serie di cui si prendono tanta
cura.
Noi invece restiamo bambini e continuiamo ad am­
mirare quello che è degno di fanciulli che si trastullano
o di gente che ama celiare, né vogliamo prenderci pen­
siero di preoccupazioni più gravi, con un modo di
ragionare degno di uomini maturi. Abdichiamo a que­
sto per darci pensiero degli affari terreni quasi giuo-
cando con le noci, oggetto di scherno da parte di chi
giudichi le cose dando ad ognuna il valore che natural­
mente hanno.

200 Cf. Mt. 4, 14: « Non siamo pili come fanciulli sballottati
dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina »;
cf. pure 1 Cor. 13, 11; Ef. 4, 14; Gal. 4, 3, ecc.
Discorso ascetico 103

A quel modo che è indecoroso vedere un uomo


maturo disteso per terra a disegnare sulla polvere
balocchi da bambini, cosi è indecoroso, e molto di più,
vedere della gente che si era veramente impegnata a
tendere alla gioia dei beni eterni rotolarsi tra la pol­
vere delle cose terrene, e disonorare il messaggio di
perfezione professato con una condotta indegna. Ne
sono probabilmente causa la precomprensione che
nulla valga più di ciò che si vede, il pregiudizio che
l ’eccellenza dei beni celesti non regga al confronto col
benessere della vita presente, il fatto che sono prigio­
nieri dei beni terreni ed hanno il cuore attaccato ad
essi, allucinati come sono dal loro falso bagliore.
Vero è che quando manchiamo di beni superiori,
diamo sempre più credito a quelli inferiori, prossimi
a quelli nella scala dei valori. Perciò non saremmo
anelanti continuamente ai beni presenti, se vivessimo
col pensiero che quelli futuri sono più alti.

64. Poveri per non naufragare, nudi per lottare

Cominciamo dunque una buona volta ad abbando­


nare i beni presenti; riteniamo che non hanno valore
né i beni di possesso, né quelli ritenuti utili. Tutto ciò
sommerge e affonda la ragione in fondo al mare; but­
tiamo giù le merci caricate sulla nave, perché tom i
un po’ a stare a galla; gettiamo via anche le cose utili
quando siamo sorpresi dalla tempesta, perché la mente
nocchiera ed i pensieri che navigano insieme ad essa
trovino scampo.
Di fatto, coloro che in mare durante la navigazione
sono sorpresi dalla tempesta, non tengono per nulla
conto delle loro mercanzie, e con le loro stesse mani
ne buttano a mare il carico, perché stimano gli averi
di secondaria importanza rispetto alla vita; purché la
104 Nilo di Ancira

nave non rischi di affondare per il sovraccarico, l'al­


leggeriscono di tante cose di cui facevano molto conto
buttandole in fondo al mare come le altre. Se cosi
fanno costoro, perché mai anche noi per la vita supe­
riore non disprezziamo quello che trascina l’anima
nell'abisso? Perché il timore di Dio non può tanto
quanto il timore del mare? Quelli per amore della vita
presente non fanno tanto caso alla perdita del carico
che debbono subire, e noi che affermiamo di lottare
per la vita eterna non abbiamo a vile l’andare incontro
agli eventi che possono occorrere, ma scegliamo di
perderci assieme al carico piuttosto che salvarci per­
dendolo.
Spogliamoci di tutto, quindi, ve ne prego, perché
il nemico è nudo. Forse che i lottatori combattono ve­
stiti? La norma atletica di fatto li manda allo stadio
nudi, ed essi vi entrano dopo aver lasciato fuori i ve­
stiti, sia col freddo che col caldo. Chi rifiutasse questa
nudità, rinunzierebbe anche alla lotta. Noi invece,
chiamati a combattere, e contro avversari molto più
veloci di quelli che lottano in senso vero e proprio
nelle gare, non solo non deponiamo i nostri indumenti
ma entriamo nell'agone con le spalle coperte da una
grande quantità di bagagli, a nostra rovina offrendo
agli avversari prese da tante parti.

65. Il casto Giuseppe sfuggi nudo alle insidie

Come invero potrà combattere contro gli spiriti di


nequizia chi contende per il possesso? Egli verrà facil­
mente colpito da ogni parte. E come potrà contendere
contro lo spirito di avarizia chi è assediato tutt'intomo
dalle sue ricchezze? In che modo potrà scattare di
corsa sui demoni spogli d'ogni sollecitudine chi è av­
volto da un’infinità di pensieri?
La Sacra Scrittura dice, infatti, che « in quel gior­
Discorso ascetico 105

no potrà inseguire chi sarà nudo » 201. E non è nudo


in questo senso chi si copre di sollecitudini per le cose
terrene come dentro vesti intessute variamente a filo
doppio; non è nudo chi è impedito nella corsa da
molteplici pensieri di beni utili o di posessso; non è
nudo chi si lascia prendere o facilmente prendere da
chi gli tende insidie.
Se il grande Giuseppe si fosse trovato nudo, l’Egi­
ziana non avrebbe trovato da dove afferrarlo; di
fatto quando gli disse: « Vieni a letto con me » m, la
Scrittura dice, l'afferrò per le vesti; le quali simboleg­
giano le cose materiali fonte del piacere che ci trascina
e ci fa schiavi; delle quali quindi chi contende il pos­
sesso in lotta contro chi gliele vuol togliere deve pur
disfarsi.
Cosi l'atleta della castità, quando si vide trascinare
con la violenza al piacere del commercio e dell'unione,
proprio per quel vestito con cui doveva coprire la sua
nudità, comprese che per sfuggire alla padrona che
aveva il potere di trattenerlo e costringerlo sarebbe
stato meglio per lui se fosse rimasto sempre nudo; e
quindi si dileguò abbandonando gli indumenti. Usci
all'aperto, fuggitivo per virtù, camminando nudo ad
imitazione del protoplasto nudo nel paradiso, avendo
avuto da Dio il particolare dono della nudità Adamo
la mantenne finché non abbisognò di indumenti a causa
della disubbidienza; stette infatti nudo come un atleta
nell'agone, finché combattè contro quello che lo con­
sigliava di disobbedire al comandamento di Dio; ma
giustamente si copri quando, sconfitto e messo fuori
combattimento, depose la nudità con l'abito atletico.

201 Per gli spiriti di nequizia, cf. Ef. 6, 12; per l’uomo co­
perto di armi che non scamperà nel giorno del Signore, cf.
Am. 2, 8. 14.
202 Gen. 39, 7.
203 La nudità originaria, per i Padri asceti, era coperta dalle
ali della grazia.
106 Nilo di Ancira

66. L’olio della santa libertà dagli affanni

Perciò l’autore dei Proverbi dice a chi ha unto il


lottatore di sottrargli, una volta partito, gli indu­
m en ti204. Fuori dello stadio, invero, era bene che egli
li usasse, come fanno giustamente tutti coloro che non
debbono lottare, quasi tenendo in serbo la forza ago­
nistica sotto le vesti che indossava; ma una volta uscito
per il combattimento, gli si dovevano sottrarre i vestiti
perché avesse a lottare nudo, e non solo nudo ma an­
che unto.
Se infatti la nudità rende inafferrabile il lottatore
da parte dell'avversario, l'olio fa in modo che egli
sfugga anche alla sua presa. Per questo i contendenti
cercano di spargere sugli avversari della terra, per po­
terli afferrare resi ruvidi alla presa, una volta che la
polvere abbia asciugato i corpi lisci per via dell'olio.
Ciò che li fa la polvere, lo fanno nella lotta spirituale
i negozi mondani; e quello che fa li l'olio, lo fa qui la
libertà dagli affanni. Come chi è unto si libera facil­
mente dalle strette — è il termine tecnico —, viceversa
se si asciuga con la polvere sfugge difficilmente alle
mani dell'awersario, cosi nel nostro caso chi ha con­
seguito pienamente la libertà da affanni è inafferrabile
da parte del diavolo, viceversa se si lascia prendere
dalle sollecitudini quasi dalla polvere che rende ruvido
il liscio della libertà da affanni difficilmente scampa
dalle mani del demonio.

67. Gigli di pura bellezza, alieni da trucchi meretrici

La libertà dagli affanni è ciò che annunzia l’anima


perfetta, il tribolarsi invece per le preoccupazioni è
il distintivo di quella malvagia.
204 Lev. 20, 16; 27, 13: « Prendigli gli indumenti (il mantel­
lo), perché è già partito ».
Discorso ascetico 107

La Scrittura parla dell'anima perfetta come di un


giglio in mezzo alle spine, cosi dicendo che essa è libera
dagli affanni anche se vive tra persone piene di solle­
citudini. Ed il giglio del Vangelo 205 significa pure l ’ani­
ma libera dagli affanni, perché non lavora né fila, ep­
pure è rivestito di gloria più di Salomone. Di quelli
invece che si danno molto pensiero per le cose del
corpo la Scrittura dice: « La vita dell'empio è tutta
presa dalle preoccupazioni »
È invero proprio empio applicarsi tutta una vita
e con sollecitudine alle cose materiali senza dimostrare
alcuna cura per i beni futuri, spendere tutto il tempo
per il corpo che poi non ha bisogno di tante cure senza
assegnarne neppure un po’ all'anima la quale pur ne
richiede tanto per progredire: per la sua perfezione
non basta tutta la vita. Seppure ci pare di riserbar­
gliene alquanto, glielo prestiamo fiaccamente e senza
impegno, facendoci ingannare dalle apparenze delle
cose visibili.
Capita cosi a noi di subire la sorte di quegli uomini
che per loro malanno si fanno irretire da certe donnine
davvero repellenti ma che difettando di bellezza auten­
tica ne inventano una contraffatta per intrappolare chi
le guarda, con i belletti che riescono ad escogitare
tentando di correggere le loro deformità. Vanità delle
cose presenti, invero, la quale una volta che ci abbia
in suo potere ci rende incapaci di vedere la bruttezza
della materia di cui sono fatte, giocati dall'affezione
che ad esse portiamo.

205 Cf. Cant. 2, 2: « Come un giglio tra i cardi, cosi la mia


amata tra le fanciulle »; Mt. 6, 28-29: « Osservate i gigli del
campo, che non lavorano né filano; eppure neanche Saio-
mone... ».
a* Prov. 11, 28.
108 Nilo di Ancira

68. La misura dell’avere è il bisogno

A causa di ciò non ci contentiamo del necessario,


ma usando dei beni fino alla sazietà, assassina della
vita, ci armiamo di averi d'ogni genere senza badare
che la misura dell'avere è il bisogno, e quanto eccede
il bisogno non è più bisogno ma diventa sregolatezza.
Come infatti per il corpo una tunica su misura non è
soltanto utile ma anche bella, mentre una sovrabbon­
dante in ogni sua parte, allungata fin sui piedi e senza
decoro strascinata per terra, è di impedimento all’azio­
ne; cosi l'avere oltre il bisogno materiale è di impedi­
mento alla virtù, e perciò biasimato da chi si renda
conto di ciò che è o non è naturale.
Non bisogna quindi badare a quelli che s'ingannano
circa le realtà sensibili, né seguire senza discernimento
i patiti per i beni terreni, negligenti per quelli dell'ani-
ma; perché questo sarebbe come far giudicare di colori
ai ciechi e di suoni musicali ai sordi. Neppure bisogna
affidare questo giudizio a chi manca dei criteri per
esprimerli, come se egli scegliesse di godere dei beni
presenti secondo ragione. A questi ciechi, privi davvero
degli occhi della mente, non spetta proprio il compito
di sentenziare se le cose sono per natura serie o indif­
ferenti, in quanto appunto mancano del criterio neces­
sario per giudicare.

69. La ragione, misura del bisogno

Uno di questi fu Acar figlio di Carmi 207. Egli con­


fessò di avere nascosto sotto terra, nella tenda della
sua vita, le cose che aveva rubate; e di aver li sotter­
rato più sotto l'argento. Cosi seppelliva la ragione sotto
gli ornati variopinti e luccicanti della materia, che

™ C f. Gios. 7, 18 ss.
Discorso ascetico 109

giudicava superiori alla ragione; e se ne allontanava,


come pare, tratto da essi in inganno a guisa di un
animale privo di ragione. Si arrese alle immagini vane
che lo seducevano, perché aveva detronizzato la ragione
degradandola dal soglio regale al ruolo di suddita o
piuttosto al banco dei rei. Se l'avesse lasciata salda­
mente assisa al suo posto altissimo di giudice, avrebbe
emesso un giusto e onesto verdetto, correggendo l’im­
pulso che era trascorso a falsi giudizi.
È bene quindi restare dentro i limiti del bisogno,
e non tendere con tutte le forze a passarli. Per poco
infatti che ci si lasci portare dalla cupidigia ai piaceri
della vita, non c’è più modo di arrestare la portata
della fiumana che avanza; perché non c’è limite per
quelle cose che eccedono il bisogno, e il desiderio è
davvero insaziabile, la frenesia non ha fine, come fiam­
ma che alimenta la cupidigia aggiungendovi esca, sem­
pre accrescendo il travaglio per cose siffatte.

70. Dal bisogno al superfluo è facile il passo

Quando infatti, passati i limiti del bisogno naturale,


si comincia ad andare avanti nella vita involta nella
materia, ecco che si vuole al pane aggiungere un gra­
devole companatico, all'acqua un vino dapprima ordi­
nario e poi del più squisito; non ci si rassegna a cam­
minare vestiti in maniera usuale, ma prima si com­
prano indumenti di lana e dei più distinti, proprio il
fiore della lana scelta, poi si passa da questi a tessuti
di lino e lana orditi come quei di lana, infine si pro­
curano abiti di seta anch'essi dapprima semplici e poi
ricamati con scene di guerra figure di animali e storie
di vario genere; si foggiano vasi di argento e ornati
d'oro per servire non solo nei conviti ma anche per
essere posti in gran numero ad uso degli animali e
accanto ai lettucci.
110 Nilo di Ancfra

Che bisogno c'è poi di parlare ancora della loro


ambizione fuor di posto? Poiché lo manifestano persino
nelle cose più spregevoli, credendo di dover fabbricare
i vasi per i bisogni corporali solo con questa materia,
facendo servire l'argento anche per tale servizio 208. La
voluttà infatti si estende fino a tal punto veramente
estremo, di dare dignità alle azioni più umili con sfarzo
materiale. Questo, c'è da dire, è contro natura.

71. Ragione ed istinto secondo natura

Vivere secondo natura, infatti, è il comandamento


che il Creatore ha dato sia agli uomini che agli animali.
Disse Dio all'uomo: « Ecco, io vi ho dato ogni erba del
campo; sarà il cibo per voi e per le fiere » 209.
Avendo dunque ricevuto in comune con gli animali
irragionevoli il cibo, come non giudicare giustamente
più irragionevole di essi chi lo perverte con invenzioni
di sregolatezze? Mentre le fiere almeno restano entro
i limiti della natura senza mai distoreere gli ordini
divini, gli uomini invece da lui onorati per via della
ragione, ci siamo completamente messi fuori dall'or­
dinamento originario della sua legge. Quali leccornie
infatti hanno i bruti? Quali e quante invece sono le
tecniche, di panettieri e cuochi di professione, per ser­
vire ai piaceri del tristo ventre! Quando gli animali
si nutrono di erbe, non amano l'originaria frugalità,
lieti di ciò che trovano, contenti per bere dell'acqua
di fonte, e servendosene di rado come loro capita?
Essi quindi usano meno dei piaceri del sesso, non
dando incentivo agli stimoli con alimentazione grassa

208 Antico motivo della letteratura critica nei riguardi dei


ricchi specialmente degli arricchiti provenienti da condizione
servile.
2<» Gen. 1, 29.
Discorso ascetico 111

né mai guardando alla differenza tra maschio e fem­


mina. Sentono infatti questa differenza una sola volta
all'anno, quando la legge di natura perché non si estin­
gua la specie trova loro la via dell’accoppiamento cosi
che simile fecondi simile; in altro tempo sono cosi
estranei dall'una e dall'altra parte, da perdere comple­
tamente la memoria di tale stimolo. Gli uomini invece
sentono brama insaziabile di piaceri venerei, e questa
alimentata dai cibi sontuosi germina e diffonde folli
stimoli, senza concedere tempo di tregua alla passione.

72. Evitare gli ambienti di uomini cupidi, vani, sem­


pre in agguato

Dato dunque che tanta è la rovina che si abbatte su


chi possiede, essendo la causa maligna stimolatrice di
tutte le passioni, eliminiamo la causa stessa se pen­
siamo veramente alla salute dell’anima.
Con la povertà curiamo la malattia della cupidigia,
e abbracciando la vita solitaria fuggiamo le folli
compagnie con uomini vani; poiché la convivenza con
i più frivoli è di danno e di perdizione per chi vive
serenamente in pace. Non può non ammalarsi infatti
chi vive in un'aria appestata, e cosi pure non può non
essere contagiato dalla superficialità perversa chi sta
in compagnia di uomini superficiali.
Che cosa invero possono avere in comune ancora
con il mondo gli asceti che ad esso hanno rinunziato?
Sta infatti scritto: « Nessuno invero, quando presta
servizio militare, s'intralcia nelle faccende della vita
comune, se vuol piacere a chi l'ha arruolato » 210. Ve­
ramente l'impegno negli affari civili impedisce gli eser­
cizi militari; non si potrà resistere nella guerra contro
gente esperta nel combattere, se non ci si sarà eser­

21» 2 Tim. 2, 4.
112 Nilo di Ancira

citati. E debbo dire la verità, noi invece combattiamo


piuttosto svogliati e senza energia, tanto da non resi­
stere al nemico neppure quando è caduto già nelle no­
stre mani, e restando in piedi cadiamo vittime delle
insidie di chi è steso a terra.
Questo subiamo da parte di un nemico già atter­
rato e che accostiamo boccheggiante, quasi come quelli
che per brama di ricchezza spogliando i morti dopo
la battaglia rimangono spesso vittime di una sorpresa
da parte di alcuni che benché giacenti sono ancora vivi,
venendo uccisi miserevolmente dopo aver cantato vit­
toria. Tutto per amore del turpe guadagno. Per brama
di ricchezze infatti s’erano messi a frugare i corpi dei
morti, ma s'erano imbattuti in quello di un semivivo
e mentre lo spogliavano ricevevano a sorpresa un colpo
ben assestato, cadendo cosi assurdamente e macchian­
do nel medesimo tempo la gloria della vittoria. Cosi
pure anche noi dopo aver combattuto il Barbaro con
la verginità e la continenza e quando già ci sembra
d'averlo vinto, andiamo a prendergli le vesti di cui si
ammanta perché sembrano onorevoli al mondo; cioè
aneliamo alla ricchezza e alla potenza, alla salute e alla
gloria, e mentre ci avviciniamo a lui bramosi di pren­
derci qualcosa di quel che possiede, non facciamo che
procurarci la morte come andando con i nostri piedi
al mattatoio.

73. Le vergini stolte perché rese im pietose dall'avarizia

Cosi andarono in rovina le cinque vergini dopo aver


vinto il nemico con la verginità e con la continenza211,
poiché si erano fatte vincere dalla durezza di cuore,
la quale prende origine dalla brama del danaro. Il ne­
mico giaceva già vinto e non poteva uccidere chi resi­

a i Cf. M t. 25, 1-13.


Discorso ascetico 113

steva in piedi, ma esse si buttarono da sé sulla sua


spada.
Non rivolgiamo dunque il nostro cuore a deside­
rare di possedere le cose che sono del diavolo, perché
non abbiamo a perdere l ’anima assieme a ciò che a
lui appartiene. Egli invero ancora non fa che provo­
carci perché le vogliamo prendere, e di fatto riesce a
convincere quelli che trova più disposti a dargli retta.
Se egli provocò persino il Signore, dicendogli: « Ti darò
tutto questo se tu ti prostrerai ad adorarmi » 2I2; e of­
friva beni terreni seducenti con apparente splendore
per tentare colui che di essi non aveva certo bisogno,
come non penserà di potere ingannare gli uomini di
cui fa facile preda, essendo essi inclini al godimento
delle cose sensibili?

74. Purificazione e contemplazione, due mom enti ben


distinti

Agli atleti della prima età, che fanno ancora eser­


cizi da fanciulli, si addice esercitare il corpo col movi­
mento continuo delle membra, a quelli invece dell'età
matura si addice curarsi del proprio vigore agonistico
con le unzioni che preparano ai sacri certami; alla
stessa maniera, ai principianti della vita devota sta
bene la cura di impedire l’attività delle passioni quando
si sentono gli stimoli connaturali al piacere e si è tra­
scinati senza volerlo ad abitudini meno buone, benché
essi desiderino dominarle, a quelli invece che hanno
definitivamente superato la fase della virtù pratica non
pensando ormai che a contemplare si addice la cu­
stodia più assoluta della mente perché anche inavver­
titamente qualche moto disordinato non spinga a qual­
cosa di meno perfetto o semplice.

212 M t. 4, 9.
114 Nilo di Ancira

Ai primi si addice moderare i movimenti del corpo,


ai secondi educare gli slanci dell'anima per raggiun­
gere soltanto la vita contemplativa tra i pensieri più
degni di Dio, senza farsi strappare alla meditazione
da nessuna immagine mondana, sempre in armonia con
la professione filosofica. Bisogna invero che tutte le
aspirazioni di chi segue la vita devota siano tanto pro­
tese all'oggetto del desiderio da non dare tempo alle
passioni di operare in lui provocando pensieri ostili
all'uomo. Se possono tanto, infatti, le singole passioni
in chi se ne sia fatto dominare da tenergli la mente
incatenata e sconvolta, perché mai non potranno altret­
tanto gli slanci per la virtù nel far dominare, nella
mente in quiete, i pensieri liberi da ogni altro moto?
Quale sensazione di oggetti esteriori potrà infatti avere
chi è in preda all'ira, se è tutto preso dall'immagine
che affligge la sua mente combattuta? Quale altra sen­
sazione potrebbe avere chi è in preda alla brama di
ricchezze, se è tutto preso dalle immagini dei beni ma­
teriali che lo attirano fisso al loro possesso?
Il dissoluto, infine, quando è in compagnia con
qualche persona spesso fa tacere ogni altra sensazione;
quando guarda le fattezze della persona desiderata sta
intento alla sua presenza dimentico degli astanti, fer­
mo e muto come una stele, né sa nulla di quel che gli
sta sotto gli occhi e di quel che si dice, ripiegato com'è
a fantasticare. Di un'anima siffatta forse la Scrittura
dice che si trova nel periodo delle m estruazioni213,
quando appartandosi lontano dalle sue sensazioni viene
a ridurre la propria attività, e per via delle turpi fan­
tasie che dominano non riesce a percepire assoluta-
mente nulla del mondo esteriore.

μ C f. Lev. 15, 25.


Discorso ascetico 115

75. L’anima innamorata di Dio ne canta le lodi, di­


mentica di sé

Se fatti del genere possono cosi soggiogare il pen­


siero da rendere inoperanti i sensi, a causa della pas­
sione amorosa, quanto più lo potrà l'amore della filo­
sofia, facendoci rinunziare anche agli stessi sensi oltre
che alle cose sensibili, e facendoci volare in alto con
la mente rapita nella contemplazione più intensa del
mondo intelligibile?
Come colui che subisce ferite o ustioni non ha
capacità recettiva per pensieri cattivi dominato com’è
dal dolore, cosi pure colui che è vittima di pensieri
cattivi non è capace di altra sensibilità che per la par­
ticolare passione che lo domina facendogliene espri­
mere i peculiari contrassegni: del piacere che non com­
porta affanni, della gioia che non ammette afflizioni,
del successo che non conosce frustrazioni. D'altra par­
te, l ’affanno non potrebbe mai dominare in lui si da
provocargli piacere, le afflizioni non potrebbero in lui
accompagnarsi al diletto, né le frustrazioni gli permet­
terebbero nel medesimo tempo le gioie del successo,
a quelle mescolate nel dominio. L'uomo infatti non è
capace di ritenere insieme passioni che non si possono
sommare implicandosi l'una con l'altra e convenendo
in uno stesso campo di amichevole partecipazione, es­
sendo incompatibilmente nemiche.
Perciò la purezza della virtù non sia mai offuscata
dai pensieri di cose terrene, né il nitore della contem­
plazione sia turbato da sollecitudini materiali, perché
l'immagine della filosofia vera, risplendente di bellezza
propria, non debba essere oltraggiata ancora dagli ar­
roganti; abbia a diventare oggetto non di vituperio
per imperizia di chi la ritrae nella vita, ma di encomio
se non da parte degli uomini da parte certo delle su-
116 Nilo di Ancira

perae Potestà e dello stesso Cristo Signore, del quale


cercarono la lode anche i san ti2M.
Cosi il grande Davide calpestò la gloria umana e
chiedendo per sé il buon nome a Dio, cantava: « Sei
tu la mia lode », « la mia anima si glorierà nel Si­
gnore » 21S. Gli uomini, infatti, invidiosi del bene, spesso
butteranno su di noi il discredito, ma la suprema corte
del cielo emetterà per le nostre azioni il vero verdetto
del premio, incorruttibile.
Operiamo dunque secondo il nostro dovere di ral­
legrare la corte celeste, con azioni che danno letizia.
Allietiamola sempre e non teniamo in alcun conto in­
vece gli uomini, che non hanno potere di ricompensare
assegnando a chi è ben vissuto il premio e a tutti gli
altri il castigo. Essi potranno denigrare per invidia o
per simpatia le nostre azioni virtuose, fabbricheranno
e lanceranno accuse calunniose contro la nostra vita,
peraltro approvata non solo da Dio ma anche dagli
uomini; ma la ricompensa dei beni eterni per quanti
saranno vissuti bene giungerà infine, al tempo appunto
dell’universale retribuzione, secondo la stessa Verità
cui è proprio il giudizio della nostra condotta di vita,
non secondo l'umana opinione.
Tali beni sia dato a tutti di ottenere per grazia e
misericordia del nostro Signore Gesù Cristo, assieme
al quale glorifichiamo il Padre e lo Spirito Santo, ora
e sempre e per gli infiniti, eterni secoli dei secoli. Amen.

Cf. Ep. 1, 188.


215 Sai. 34 (33), 3.
INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI

Abate: 16 Apollinare: 7
Abbandono sufficiente: 25, Apostoli: 24, 25, 68
79, 80 Apostolo: 7, ecc.
Abele: 53, 87, 96 Arbitrio: 15, 22, 30
Abimelec: 58 Arcadio: 5, 6
Abitudine: 13, 33, 34, 54, 71- Armi di difesa: 86-87
73, 80-83, 90, 91, 101, 113 Aronne: 94
Abnegazione: 13, ecc. Arroganza: 17, 50, 59
Abramo: 37, 44 Assiri: 73, 88
Acaab: 37, 48 Astuti contro l’Astuto: 63
Acar: 108 Atanasio: 7
Accidia: 10, 54, 67 Atletica dello spirito: 14, 23,
Adamo: 11, 13, 51, 96, 105 24, 75, 105, 113
Adulterio: 17 Avari impietosi: 112-113
Affanni: 26, 28, 29, 34, 36, 43- Avarizia: 10, 15, 17, 34, 37,
45, 50, 51, 106, 115 93, 104, 112
Albiano: 15, 17 Avere con misura: 108
Ambienti da fuggire: 111-112
Amerimnia (santa libertà da­ Baana: 43
gli affanni): 28, 106, 115 Babilonia: 46, 85, 96, 98
Amici di Cristo: 40 Barba filosofica: 21
Amor di Dio e disprezzo di Barbarismo: 47
sé: 115-116 Basilio di Ancira: 7
Amor di Dio è filosofia: 115 Basilio il Grande: 32
Anania: 77 Battesimo: 64
Ancira: 5, 6, 16 Battista: 7, 52, 64, 99
Antiochia: 6 Beatitudine dell’asceta: 51-
Antirretico: 17 52
Apatia (perfetta contempla­ Beni materiali: 10, 11, 13,
zione): 9, 11, 25-27, 43, 49, 25, 29, 34, 36, 39, 41, 50, 53,
52, 87, 93, 98, 106 60, 77-79, 82, 83, 101, 103,
118 Indice dei nomi e delle cose notevoli

105, 108, 113, 118; beni Calamità dei tempi: 11


spirituali: 32, 34, 38, 40, Candelabro, sul (i religio­
45, 93, 97, 102, 103, 107, si): 62
113, 115 Carmelo: 99
Bibbia (significato spiritua­ Castità: 23, 82, 98, ecc.
le dei simboli o tipi) : Cataonia: 8
drizzarsi sulle gambe: 41- Cielo: abitanti del: 5, 11,
43; estrarre dal profondo 12, 27, 53, 104, 116; po­
i massi per esporli: 57, 58; tenze del: 27, 115, 116;
parabola degli alberi che ricompensa del: 22, 24,
vennero ad ungere un re: 116; regno del: 27, 28, 48;
60; stabilità del candela­ lottare per il: 11, 13, 14,
bro e vasca sorretta dai 39, 45, 54, 57, 59, 62, 68,
buoi: 62; mostruosità del 71, 85, 92,113; beni del:
Leviatano: 63; il ferro del­ 11, 22, 26, 27, 32, 38, 40,
l'ascia caduta dal legno: 45, 93, 103, 107, 115
64; i sette anni per rag­ Cinici: 14
giungere Rachele o la teo­ Clausura: 81, 82
ria: 66; gli idoli sotterrati Clemente Alessandrino: 14
a Sikem: 72; l'ordine di Climaco: 51
guardare alla testa del ser­ Comunità fraterne: 11, 21,
pente: 73; Sansone che le­ 23, 30
gò le volpi coda a coda: Conoscenza come esperien­
73-74; i cinque re vinti da za dell'unione con Dio:
quattro tiranni: 89; con­ 24
tagio della donna che siede Contestazioni: 76, 77
sugli idoli: 92, 93; il pre­ Corpo: 13, 21, 23, 26, 31,
cetto di portare il razio­ 35, 42, ecc.
nale sul petto: 94, 95; il Correzione: 12, 54, 56, 67,
castigo di camminare sul 70, 77
petto e sul ventre: 96, 97; Costantinopoli: 5, 6, 7
il capo cuoco di Babilonia Credibili per santità di vi­
che demolì le mura di Ge­ ta: 47, 48
rusalemme: 97; il casto Crescita biopsicologica: 88,
Giuseppe che fuggì nudo: 89
105; chiave esegetica: 43- Crisostomo: 5-12, 14-16, 21
44, 101-102. Cristo maestro e modello:
Bisogno: 26, 31, 32, 36, 38, 24-26; 67-69; amico che
41, 43, 45-47, 49, 92, 96, provvede: 39-41; luce d’
99, 101, 108, 109, 113 amore: 9, 10, 24, 67-68;
Bisso: 45 giudice: 24
Bitinia: 8 Croce: 12, 27
Bontà originaria: 11, 28, 51
Daniele: 100
Caino: 53 Davide: 87, 116
Indice dei nomi e delle cose notevoli 119

Debolezze umane: 12 Evagrio: 17, 32, 41


Decadimento dal fervore Ezechiele: 42, 67, 69, 70
apostolico: 27-38
Demonio: 5, 7, 15, 17, 93, Familiari (rinunzia ai): 80
ecc. Fantasie: 83, 84
Desideri (buoni): 9; disdice­ Faraone: 48
voli: 31, 81 Felicità originaria: 51
Diadoco: 9 Fermezza: 42
Dina: 82 Fetore del male: 11, 25
Dio (fiducia in): 11, 28, 29, Fiducia in Dio: 37-41
37, 39, 40 Filone (vescovo): 44
Direttore spirituale: 29, 35, Filoromo (conte): 44
52, 53, 55, 61, 62, 65, 70, Filosofia o libertà contem­
76, 78 plativa: 10, 11, 16, 22, 24-
Discernimento: 12, 13, 41, 26, 28, 30, 80, 114, 115
89, 90, 94 Formicaleone: 85
Discredito, oggetti di: 31, 32, Fornicazione: 10, 15, 37, 74,
33 75
Disdier: 40 Fozio: 23
Doroteo: 33 Fratelli Lunghi: 8
Dotan: 79 Fraternità: 11, 21, 32, 77
Dupont-Sommer: 23 Frivolezza: 111
Frugalità: 110
Educazione fisica e ascetica: Fuga dal mondo: 6, 13, 25,
75, 76 51, 83, 100, 105
Efod: 94 Futilità: 34, 36, 38, 44, 92
Efrem: 16
Egitto: 40, 54, 92 Galati: 8
Egiziana: 105 Galazia: 6, 16
Egiziani: 73 Gedeone: 58
Eli: 56 Geenna: 56
Elia: 38, 39, 47, 48, 69, 99 Gelasio: 44
Eliseo: 11, 47-49, 64, 69, 78, Geremia: 39, 46, 81, 97
99 Gerusalemme: 46, 96-98
Epifanio: 44 Gesù-Giosuè: 82
Eremo: 11, 17, 23, 24, 52, ecc. Giacobbe: 15, 66, 71
Erodoto: 13 Giezi: 48, 70
Esichia: 8-10, 12, 25, 27-29, Gino: 16
43, 52, 53, 60, 75, 80, 83, 87, Giobbe: 40, 56, 63, 85
92 Gionadab: 23
Estremi (evitare i due): 74, Gionata: 42
75 Giordano: 57, 64, 99
Eudossia: 8 Giorgio Monaco: 5
Eulogio: 10 Giosafat: 48
Eutropio: 9 Giosuè: 57, 69
120 Indice dei nomi e delle cose notevoli

Giuda: 48, 65 Lassismo: 53


Giudea: 99 Latte di cocco (nutrimento
Giudei: 21-24 dei santi): 39
Giuseppe: 71, 79, 104, 105 Leccornie: 110
Gola (origine dei vizi): 9, Legami: 79, 101
10, 15, 17, 31, 33, 93, 96- Legno: 11, 12, 64
98 Leviatano: 63
Golgota: 12 Lia: 66
Libertà: 13-16, 21, 22, 48, 89,
Harran: 80 95, 101, 106, 109, 110
Hebron: 80 Libidine: 9, 27, 95, 96
Heussi: 16 Limite: 36
Lingua angelica: 51
Iabes: 42 Liti: 35-38
Idoli (= beni terreni): 71, Logia copti: 10
72, 92; (= abitudini): 91, Longanimità: 14, 61
92 Lot: 37, 83, 90
Iebute: 43 Lotta continua per il pre­
Iessei ( = Esseri, uomini mio: 11, 13, 22-24, 48, 49,
del Divin Consiglio): 23 54, 57, 65, 75, 76, 81-83,
Immagini (cattive): 13, 27, 87, 88, 90, 103, 104, 106
30, 62, 71, 80, 83, 85, 109, Lusso: 26, 33, 52, 92
114; (buone): 24, 115 Macario: 32
Impegno: 27, 29, 46, 103, Madian (Madianiti): 98
107 Maestri: 15, 17, 35, 58, 61,
Impulsi: 13, 31, 34, 57, 73, 64, 76
90, 109 Maestro: 14, 21, 35, 55, 62
Inferno terreno: 54, 55 Malizia (fanciulli per): 102-
Innamorato estatico: 114 103
Instabilità umana: 81 Mammona: 37
Intestino, il fomite della li­ Mamre: v. Querce di Mam-
bidine: 94 re
Ioatan: 60, 66 Mani (poggiare sulle): 40
Ira: 10, 15, 21, 48, 93-95, 114 Manna: 38, 99
Irritabilità: 17 Marcello d’Ancira: 6
Isaia: 65 Marco l'Eremita: 5
Is-Baal (= Isboset): 43 Maria SS.: 80
Isidoro di Pelusio: 5 Materia: 34, 41 (cf. beni
Israele: 48, 59, 70, 98 materiali)
Israeliti: 66, 70, 94, 98 Maturità umana: 102
Istinti (pulsioni modificabi­ Medicina: 12, 13, 16
li con la ragione): 110, Meditazione: 26, 42, 86
111; modificate di fatto Melanconia: 10, 15
nei primi asceti: 26, 27 Melote: 48
Indice dei nomi e delle cose notevoli 121

Memfiboste: 43 Nilo di Ancira: 5-8, 10-16, 21,


Memoria: 9, 30, 80 (cf. ri­ 24, 64, ecc.
cordo) Nilo del Sinai: 16
Memory-span: 9, 10, 115 Nisseno: 32
Metanoia: 12, 15 Nome di Dio: 31
Mestruazioni (flusso di fan­ Novaziano: 12
tasie conturbanti): 114; Novizi: 65, 76
impurità paralizzante: 91 Nudità, obiettivo in ordine
Misura: 23, 30, 33, 46, 74 al fine: 11, 27, 104, 105, 106
Modello e progetto di vita
filosofica: 24-26, 35 Obbedienza: 13, 75, 76;
Momenti di vita filosofica: « tanquam cadaver »: 76
prassi e teoria, purifica­ Occhio: 14, 42, 57, 59, 60, 71,
zione e contemplazione: 73, 88
113, 114 Occupazioni: 27
M onacheSimo: 9, 10, 24, 25, Ocozia: 86
27, 31, 68, 69, 91 Offuscamento della ragione:
Monaci indegni: 7, 10, 17, 74
29-32, 36, 49, 53, 58, 60, Olio (della santa amerim-
61, 67, 68 nia): 106
Mondo: 14, 15, 25-27, 30, 33, Ombre vane di vita filosofi­
34, 35, 54 ca: 29, 30
Morire, meglio che diserta­ Omero: 13
re: 51 Onesimo: 69
Mortificazione: 95, 98 Opinione: 116
Mosè: 31, 39, 48, 54, 69, 70, Orazio: 91
76, 78, 81, 82, 95, 99 Orazione: cf. preghiera
Moti disordinati: 96, 97, 113, Ordine: 66
114 Orfico-pitagorici: 24
Orgoglio: 11, 15
Naaman: 49 Origene: 8, 14
Naas: 42, 59 Ozia: 60, 66
Nabot: 37
Nabuzardan: 97 Pacomio: 51
Natura: 12-14, 27, 28, 100, Pagani: 24
110 Palestina: 5
Nave: 57 Palladio: 5, 32
Nazianzeno: 32 Paolo: 63, 69, ecc.
Necessità: 23, 29, 32, 40, 41, Parassitismo: 31
50 (cf. bisogno) Passioni: 10, 11, 13, 15, 16,
Negligenza: 27, 65, 70 21, 22, 24-27, 30, 37, 59, 65,
Negozi: 106 71-73, 75, 81, 86, 94, 95, 97,
Neptikós: 43 98, 101, 111, 115
Nicea: 7, 54 Pastore e padre: 12, 15, 59,
Niceforo Callisto: 8 61
122 Indice dei nomi e delle cose notevoli

Pedagogia (della verità nella Quaglie: 38


carità): 15, 56, 57 Querce di Mamre: 44
Pelagianesimo: 11, 28 Qumràn: 10, 23
Pensieri (delle cose terrene):
60, 105, 115; di morte: 44, Racan: 43
56, 65, 72-74, 83, 84, 86, 90, Rachele: 66
114,115; sommersi nel pro­ Radicalità: 35, 79, 80
fondo: 57, 83, 84; di destra Ragione (moderatrice): 13,
e di luce: 40, 41, 59, 77, 79, 94; turbamento della:
114; virili e degni di Dio: 48, 108, 109
44, 50, 82, 102, 114; diver­ Rasatura previa: 78
genti: 86, 87 Razionale: 94
Percezione: 43, 44 Realtà materiale: 44
Pericoli della castità: 82-86 Recab: 23, 43
Petto (sede dell’irascibile): Reclusi: 24
93 Reclute della vita filosofica:
Piaceri: 13, 25, 31, 34, 35, 67
41, 42, 45, 86, 92, 93, 96, Reggersi sulle gambe per
97, 109, 110 balzare come le Potenze
Piedi (sollevarli dalla terra angeliche: 41, 42
per posarli in casa del­ Responsabilità: 69
l’Amico): 40-42, 94, 95 Reti: 81
Pietà: 14 Retribuzione: 70, 116
Pietra d'inciampo: 34 Ricadute: 13, 75, 81
Pigrizia: 15, 17, 31 Ricchezze: 26, 31, 34, 35, 78,
Potenze incorporee: 41, 42, 104, 114
48 Ricercatezze: 26
Potere (ambizione di): 28 Ricordi: 15, 29, 52, 57, 62,
Poveri per non naufragare: 71, 72, 74, 80, 81, 83, 92
103, 104 Rilassatezza: 27
Povertà radicale: 36, 38, 77, Rinunzia: 13, 15, 25, 33, 77,
78, 93, 103, 104, 114 78, 80, 90
Preghiera: 13, 15, 27, 40, 41, Riparazione: 36
Riprensione: 48, 53
46, 53-55, 68, 70 Ritrovi: 30
Presunzione: 81, 82 Rovo: 59-61
Pretestuose suggestioni: 31
Principiis obsta: 73, 74, 85 Sabellio: 7
Proclo: 5 Sacerdozio: 74
Progredienti: 47, 66, 76, 95, Salomone: 45, 87, 107.
96, 100, 113 Salvezza: 24
Prontezza: 77-79 Samuele: 69
Prospettiva del premio: 22, Sanità spirituale: 6, 13, 23,
23 24, 25, 27, 32, 68, 69, 78
Prossimo: 34 Sansone: 73, 74
Indice dei nomi e delle cose notevoli 123

Sapienza: 21, 24 Sogno: 26


Sara: 44 Solco della consuetudine: 91
Saraceni: 5 Sole: 22
Sarefta: 38 Solidità nel bene: 62
Satana: 15 Solitudine: 10, 11, 14, 21, 25,
Saul: 43 27, 32, 51, 74, 80, 83, 99,
Sazietà: 26, 95, 108 ecc.
Scala di Giacobbe: 15 Soma liberante: 101
Scandalo: 33 Sonno: 43
Scassinatori di pareti: 32 Sostene: 7
Scelta perseverante: 90 Sostentamento necessario:
Scherno (oggetto di): 102 28, 29, 32, 39, 45, 66
Schiavi in vendita: 14-16, 22, Sotterrare gli idoli: 72
31, 87-89, 92, 101 Spade e lance per il combat­
Scogli: 27 timento spirituale: 65
Scoraggiamento: 17, 35 Speranza: 28, 39
Seduzioni (diaboliche) : 63 Spine: 53
Semipelagianesimo: 11 Spiriti di avarizia, di nequi­
Semplicità: 21 zia: 13, 17, 104
Sensi (custodia dei): 43, 88, Stimoli: 34, 72, 80, 92, 95, 98,
92 110, 111, 113
Sentinelle: 70 Stoici: 14, 24
Seppellire gli idoli: 71 Strategia ascetica: 77, 87
Sequela di Cristo: 25, 33, 68, Strisciare: 12, 42
69 Suarez: 16
Serapide: 24 Sunamitide: 47
Serietà: 15 Superbia: 26
Serpente: 42, 63, 73 Superfluo (anche l'avere
Sesso (secondo natura): 110, qualcosa): 35; è contro
111 natura: 108-110
Sforzo ascetico: 12-14, 22, 24, Supplizi irreparabili: 34
40, 51, 59, 80
Sguardi eccitanti: 87 Tabernacolo: 76
Significati spirituali della Tavola semplice: 31, 46, 47,
Scrittura: 101 51, 98
Sikem: 71, 72 Tavoletta di Gerusalemme:
Sikemiti: 60 69
Silenzio: 22 Teatralità monacale: 21
Simmaco: 10 Tedio della vita: 16, 74, 75
Sinai: 5, 16 Tempeste del mondo: 27
Siria: 6, 49 Tempio razionale: 76
Slanci dell’anima: 5, 13, 29, Tende: 23
30, 34, 90, 96, 114 Tenerezza cosmica: 14
Sobrietà: 47 Tentazioni dall'esterno: 83
Sodoma: 88 Teodulo: 5, 16
124 Indice dei nomi e delle cose notevoli

Teofilo: 7, 8 Veggenti: 24
Teologia e teoria: 22, 25 Venerei (piaceri): 97, 111
Terapeuti: 23 Venezia: 16
Testa del serpente: 73 Ventre (seminario di libidi­
Teste coronate: 48 ne): 21, 93, 95-97, 110
Testimonianza di· lode: 115, Vergini stolte: 14, 112
116 Verginità: 14, 15
Timore (di Dio): 104; delle Verifica dell’avere: 108, 109
pene: 86 Verità senza trucchi: 107
Tirannide: 15, 21, 22 Vescovi: 6, 7
Tirocinio ascetico: 54 Vestiti: 11, 22, 25, 26, 30, 38,
Tradizione: 23 45, 46, 51, 52, 65, 92, 101,
Tribunali: 26, 30 104, 105, 106, 109, 112
Tristezza: 10 Via (alla perfezione): 11, 13,
Tummin: 94 24, 25, 30, 55, 66, 74, 75,
Tumulto: 15, 25, 80, 101 78-80, 94-96, 103, 106, 107;
Tuniche di pelle: 28 del Signore: 12, 21, 41, 51
Turpitudine: 22 Vino: 23; vigna: 36, 37
Virtù: 11, 22, 25, 27, 30, 52,
Uccelli: 22, 46 ecc.
Uguaglianza sociale: 26 Vita ascetica (attiva e con­
Umiltà: 65, 77 templativa, prassi in esi-
Umori: 96, 102, ecc. chia e teoria in apatia): 25;
Unione mistica (con Dio e filosofica: 21,24,27,34,35;
col prossimo): 10, 11 in comunità: 10, 11; in so­
Uomini corrotti (convivenza litudine: 5, 9, 32, 55, 111;
con): 99 austera e mistica: 10, 13,
Uomo: 12, 13 23, 27, 114; desiderabile e
Urim: 94 onorevole, ineffabile, ma
Uscite frequenti: 80 disprezzata: 24, 25, 27, 30,
Uso: 91 31, 32, 33, 90, 101, 104, 115;
Utopia cristiana: 11, 28 da custodire con vigilan­
za: 12, 43, 69, 99
Valori (scala dei): 103; di­ Vizi: 15, 17
scernimento dei: 89, 90 Vocazione celeste (apostoli­
Vanagloria: 9, 11, 22, 26, 55, ca): 13, 33, 38, 44, 54, 75
56, 65, 74, ecc. Volo deU’anima: 12, 15, ecc.
Vasi spregevoli: 110 Volontà: 28 (cf. impegno)
INDICE SCRITTURISTICO

Antico 12, 22 : 81 Deuteronomio


Testamento 16, 3 : 93, 94
16, 14 ss. : 99 7, 2 : 70, 71
16, 17 : 38 8, 3 : 39
Genesi 21, 5-6 : 90 8, 4 : 38
23, 13 : 69 10, 1-2 : 39
1, 29 : 110 24, 18 : 39 17, 12 : 76
3, 14 : 93, 96 25, 5-6 : 90 18, 18 : 69
3, 15 : 73 25, 31 ss. : 62 23, 14 : 31
3, 21 : 45 28, 15-30 : 94 27, 15 : 72
4, 8 ss. : 82 29, 17 : 95
13, 1 ss. : 37 33, 11 : 82 Giosuè
14 : 88 34, 1 ss. : 39 1, 1 : 69
15, 15-19 : 73 37, 1 ss. : 86 4, 1 : 57
18, 8-9 : 44
19, 15 ss. : 83 Levitico 7, 18 ss. : 108
19, 26 : 90 22, 1 ss. : 37
8, 29 : 94
24, 1 ss. : 82 9, 14 : 95 Giudici
24, 2 : 96 11, 20.27.29.41-43
29, 16 ss. : 66 40 7, 18 : 98
31, 31 ss. : 71 11, 27 : 42 9, 5 ss. : 60
31, 35 : 91-92 14, 8 : 78 9, 15 : 61
32, 25.32 : 96 15, 25 : 114 9, 48 : 58
37, 12 : 72 15, 31 : 82 15, 4 : 73
37, 17 ss. : 79 19, 23 : 66
38, 18 ss. : 71 19, 12.29 : 83 1 Samuele
39, 7 : 105 20, 16 : 106
49, 26 : 71 27, 13 : 106 2, 12 ss. : 56
3, 18 ss. : 69
E so d o Numeri 6, 1 ss. : 79
11, 2 : 42
5 ss. : 48 11, 31 : 38 11, 27 : 42
126 Indice scritturistico

2 Samuele 79 (78), 1 : 53 6, 25 : 81
101 (100), 3-4 : 87 35 : 23
4, 1-7 : 43 107 (106), 10 : 92 37, 19 : 23
137 (136), 9 : 85 40, 1-5 : 46
1 Re 52, 4 : 97
1, 17 : 69 Proverbi
5, 1 ss. : 49 Lamentazioni
6, 18 : 37
5, 5 : 76 11, 28 : 107 4, 5 : 39
13, 4 : 49 13, 33 : 86 4, 19 : 37
17, 1 ss. : 38 21, 28 : 76
17, 10 ss. : 47 23, 34 : 87 Ezechiele
18, 17-18 : 48 25, 12 : 76 1, 7 : 42
18, 42 : 99 25, 17 : 40 4, 1 : 69
19, 8 : 39 33, 35 : 87 4, 3 : 70
19, 19 : 78 13, 18-19 : 68
21, 1-16 : 37 Qoèlet 33, 7-8 : 70
6, 7 : 45 34, 5.8.12 : 53
2 Re 10, 9-10 : 63 Daniele
1, 2 : 86 14, 33 ss. : 100
2, 7 ss. : 69 Cantico dei Cantici
2, 25 : 99 2, 2 : 107 Amos
3, 11 : 69 2, 8.14 : 104
3, 14 : 48
5, 20 ss. : 70 Sapienza Abacuc
6, 5 : 64 19, 9 ss. : 38 2, 6 : 37
8 ss. : 47
Siracide Aggeo
Esdra
5, 11 : 45 I, 5 : 53
3, 1-13 : 98 18, 13 : 53
47, 21 : 96 Zaccaria
Giobbe
Isaia II, 17 : 59
1, 1-2 : 56
8, 11-12 : 85 2, 4 : 65
31, 27 : 40 9, 14 : 73
39, 5 ss. : 101 14, 22 : 85 Nuovo
41, 4 : 63 51, 16 : 69 Testamento
66, 18 ss. : 98 Matteo
Salmi
Geremia 3, 1 ss. : 52
34 (33), 3 : 116 3, 4 ss. : 99
39 (38), 7 : 64 1, 9 : 69 4, 4 : 39
Indice scritturistico 127

4, 9 : 113 12, 27-28 : 46 Efesini


4, 14 : 102 18, 22 : 78
5, 39-42 : 26 22, 21 ss. : 70 5, 3 : 37
5, 40 : 35 6, 12 : 104
5, 45 : 100
6, 26 : 28 Giovanni Filippesi
6, 25-34 : 36 10, 2.11.14 : 53 3, 13 : 55
6, 28 : 28, 46 13, 21-30 : 70 3, 14 : 23
6, 28-29 : 107 15, 14 : 41 4, 6 : 36
7, 15 : 31 11 : 69
10, 8 : 34
10, 28 : 34 Atti degli Apostoli
10, 37 : 80 1 Timoteo
12, 35 : 64 Ì-Λ γ8 ~ 2, 4 : 111
13, 46 : 53 4, 32-35: 26 4,8:34
13, 7 : 84 5, 1 ss. : 77 6 9 · 45
18, 6-9 : 34 19,12:48 6! 12': 23
21, 3 : 101 20, 24 : 25
23, 8 : 68 20, 34 : 58 „ Λ
2 Timoteo
23, 15 : 56
23, 27 : 31 2, 5 : 37
25, 1-13 : 112
Romani 4, 7 : 23
26, 21-25 : 70 1, 22-24 : 26
15, 1 : 34 Ebrei
Luca 15, 3 : 34 3, 7-11 : 41
3, 17 : 69
2, 49 : 80 1 Corinti 11, 33-38 : 100
6, 24 : 36 11, 37 : 25
8, 7 : 84 6, 7 : 36 13, 17 : 69
8, 14 : 34 6, 17 : 36
9, 2 : 34 9, 24 : 23 Giacomo
9, 62 : 27 22, 8.10 : 76
10, 7 : 28 1, 12 : 23
10, 9 : 34 2 Corinti
10, 19 : 73 1 Pietro
11, 42-44 : 36 2, 11 : 63
12, 22 : 36 4, 6 : 24 5, 4 : 23
INDICE GENERALE

Introduzione............................................................. pag. 5

Nilo di Ancira - Discorso ascetico

Discorso ascetico di Nilo, il nostro padre


santo · ■ · ■ · · · · · » 21
1. Vita filosofica come testimonianza di
libertà i n t e r i o r e ............................. » 21
2. Filosofia come vita contemplativa
in prospettiva del premio celeste . » 22
3. Vana la contemplazione presso Giu­
dei e pagani .................................... » 23
4. Cristo e gli apostoli modelli di vita
f i l o s o f i c a ........................................... » 24
5. Esemplare uguaglianza nello spiri­
to a p o s t o l i c o .................................... » 26
6. Decadimento nell’ascesi originaria . » 27
7. Ombre vane della vita ascetica d'un
t e m p o .................................................. » 29
8. Sepolcri imbiancati, non templi del­
lo S p i r i t o ........................................... » 30
9. Discredito a causa dei transfughi
divenuti p a r a s s i t i ............................ » 31
10. Vita scandalosa, non apostolica » 33
11. Rinunzia di fatto, non a parole . » 34
12. Liti inutili e dannose . . . . » 35
130 Indice generale

13. Fiducia in Dio, non nel mammona pag. 37


14. Cristo provvede ai suoi amici . » 39
15. Reggersi sulle gambe per balzare
su da t e r r a ...........................................» 41
16. Vigilanti ma fiduciosi . . . . » 43
17. La virtù attira la provvidenza di Dio » 46
18. Chi è virtuoso si rende credibile . » 47
19. Monaci scodinzolanti, non servi di
D i o ................................................................ » 49
20. Solitudine vera beatitudine . . . » 51
21. Solitudine e direzione spirituale . » 52
22. Il mondo è un inferno . . . . » 54
23. Pedagogia fa risa ica ................................... » 56
24. Pedagogia di Giosuè . . . . » 57
25. Prima fare e poi insegnare » 58
26. Il serpente e il rovo . . . . » 59
27. Il governo per sé è infruttuoso . » 61
28. Il maestro è posto sul candelabro . » 62
29. Astuzia del Leviatano . . . . » 63
30. Legno e ferro, croce e battesimo . » 64
31. Spade e lance, non vomeri e falci . » 65
32. Sette anni per Rachele . . . » 66
33. Correggere secondo verità . . . » 67
34. Cristo maestro di ascesi . . . » 67
35. Santi, ad immagine di Gesù Maestro » 68
36. Discepoli p e r v e r s i................................... » 69
37. Sotterrare gli i d o l i ................................... » 70
38. Non nascondere gli idoli . . . » 72
39. Il serpente sempre alle calcagna . » 73
40. Confrontare gli estremi: il tedio tra
vanagloria e fornicazione . . . » 74
41. Educazione fisica ed ascetica: l’ob­
bedienza ..................................................» 75
42. Nessuna contestazione . . . . » 76
43. Prontezza nell’abbracciare la po­
vertà .........................................................» 77
Indice generale 131

44. Povertà radicale o abbandono suffi­


ciente .................................................. Pag. 79
45. Povertà, fino alla rinuncia della fa­
miglia .................................................. » 80
46. Non deflettere dalla rinuncia, tor­
nando alle antiche abitudini . » 81
47. Non esporre al pericolo la castità . » 82
48. Evitare le fantasie sollecitatrici in
se r e n ità .................................................. » 83
49. Sopprimere i ricordi fin dall'inizio . » 84
50. Armi di d i f e s a .................................... » 86
51. Serenità biblica e strategia ascetica » 87
52. Comportamento dei sensi dall’infan­
zia, a 12, 13, 14 anni . . . . » 88
53. Vera libertà e discernimento dei va­
lori ......................................................... » 89
54. L’abitudine, seconda natura » 91
55. Sedere, ma non sugli idoli . » 92
56. Spogliare dall’ira il petto e il brac­
cio, dal piacere le interiora e i piedi » 94
57. La sazietà del ventre è semenzaio di
lib id in e .................................................. » 95
58. Il capo cuoco di Babilonia demoli­
sce le mura di Gerusalemme . » 96
59. La mortificazione della gola come
propedeutica alla castità » 98
60. Esempi biblici: Elia ed Eliseo, Mosè
e il Battista, Gesù Cristo . » 99
61. Nel deserto la natura torna ad essere
b e n ig n a .................................................. » 100
62. L’asino che portò la soma del Cristo,
simbolo di lib e r t à ............................. » 101
63. Non comportarsi da bambini ma da
persone m a tu re.................................... » 102
64. Poveri per non naufragare, nudi per
lottare .................................................. » 103
132 Indice generale

65. Il casto Giuseppe sfuggi nudo alle


i n s i d i e ................................................. pag. 104
66. L'olio della santa libertà dagli af­
fanni .........................................................» 106
67. Gigli di pura bellezza, alieni da truc­
chi m e r e t r i c i .................................. » 106
68. La misura dell'avere è il bisogno . » 108
69. La ragione, misura del bisogno . . » 108
70. Dal bisogno al superfluo è facile il
p a s s o .................................................» 109
71. Razione ed istinto secondo natura . » 110
72. Evitare gli ambienti di uomini cupi­
di, vani, sempre in agguato . . » 111
73. Le vergini stolte perché rese impie­
tose dall’a v a r i z i a ........................... » 112
74. Purificazione e contemplazione, due
momenti ben distinti . . . . » 113
75. L'anima innamorata di Dio ne can­
ta le lodi, dimentica di sé . . . » 115

Indice dei nomi e delle cose notevoli . . » 117

Indice scritturistico 125