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R~TORICA

ED EDUCAZIONE DELLE
LITES NELL'ANTICA ROMA

Atti della VI Giornata ghisleriana di Filologia classica


(Pavia, 4-5 aprile 2006)

a cura di
Fabio Gasti e Elisa Romano

PAVIA
COLLEGIO GHISLIERI
2008.

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In copertina: Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina in Senato (1880).

La pubblicazione del presente volume stata possibile grazie al contributo


dell'Associazione Alunni del Collegio Ghislieri di Pavia
e dell'Universi~ degli Studi di Pavia

Ibis, Como - Pavia 2008


www.ibisedizioni.it
I edizione: settembre 2008
ISBN 978-88-7164-256-7

11

Premessa

13 ,Luigi Spina, Perch leggere i classici (e senza punto interrogativo). La retorica della

lettura degli autori greci e latini nell'insegnamento della retorica


29 Francesco Caparrotta, Il giovane Cicerone fra oratoria e retorica. Per un
inquadramento storico culturale del De inventione
77 Elvira Migliario, Cultura politica e scuole di retorica a Roma in et augustea
95 Laurent Perno t, Aspetti trascurati dell'educazione retorica nel II secolo d.C.: intorno

ai maestri di Marco Aurelio


'113 Lucia ;Pasetti, Filosofia e retorica di scuola nelle Declamazioni Maggiori pseu-

doquintilianee
149 Gabriella Moretti, Gerarchie del sapere: allegorie di Retorica, concorrenza fra le
arte s, polemihe contro la polymathia nel teatro tardoantico delle personificazioni
195 Luigi Pirovano, L'insegnamento dei progymnasmata' nell'opera di Emporio retore
237 Lucia Calboli Montefusco, Alcuino: un maestro di retorica dell'alto medioevo
251 Giuseppe Polimeni, Per spatium temporis et studii assiduitatem. Note su
gramatica e retorica nel medioevo volgare tra Bologna e Firenze

Lucia Pasetti

Filosofia e retorica di scuola nelle


Declamazioni Maggiori pseudoquintilianee

La thesis, tra retorica e filosofia


Da Platone in poi, il rapporto tra due discipline cardine dell'educazione antica - retorica e filosofia - si configura come una disputa interminabile, in 'cui allo
scontro aperto si alternano tentativi di conciliazi~ne. Una fase cruciale del conflitto fu quella che si scaten a met del II sec. . C., quando le diverse scuole
fIlosofiche sollev~ono una forte ondata polemica contro la retorica destabilizzandone da un lato lo statuto disciplinare (con l'argomentazione, gi platonica,
che la retorica non un'arte), e accusandola altres di aver invaso il campo della filosofia. Responsabile dell'irritazione dei filosofI, secondo diverse ricostruzioni della polemica, a partire da von Arnim 1, il crescente successo dei retori in
campo educativo, con il rischio che la retorica prendesse il sopravvento sulla
filosofia nella formazione della classe dirigente prima greca, poi romana. La
polemica si estese anche ai metodi e agli strumenti, focalizzandosi sull' esercizio
della thesis, che i filosofi rivendicavan come proprio, negandolo ai retori.
Dalla bibliografia sull' argomento 2, vale la pena di richiamare alcuni dati: gi
istituzionalizzata da Aristotele come strumento dialettico 3, la thesisviene acquisita alla retorica da Ermagora di Temno (met del II sec. a.C.), a cui sembra risalire quella distinzione tra la thesis o quaestio infinita, e hypothesis o quaestio finita
destinata. a permanere nella manualistica, da Cicerone a Lausberg 4. Come
1 Cf. von Arnim 1898, passim tutto il primo capitolo (4-114) e in particolare pp. 92-97;
Riposati 1955, pp. 671-681; Kennedy 1963, pp. 321-330, e i pi recenti Schenkeveld 1997,
pp. 197-202 e Brittain 2001, pp. 298-312.
2 Fondamentale rimane il saggio di Throm 1932; altri contributi su aspetti specifici verranno richiamati di volta in volta.
(',
3 Aristotele ne d una definizione in Top. 1,l,l04b., 19-23 (su cui cf. Throm 1932, p. 33s.).
4 Sulla definizione erma gore a cf. von Arnim 1898, pp. 93-97 e soprattutto Matthes
1959, pp. 121-143.

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noto, la differenza consiste nel diverso grado di astrazione: la thesis pone un problema slegato da circostanze e persone particolari (l'esempio classico : se ci si
debba sposare), che sono invece caratteristiche della hypothesis (se Catone debba sposarsi). Che i filosofi considerassero di loro esclusiva pertinenza le questioni astratte facilmente intuibile ed , tra l'altro, testimoniato dall'episodio
della disputa tra Ermagora.e Posidonio, riportato da Plutarco (Pomp. 42,10); in
quell'occasione il filosofo avrebbe dichiarato che il retore doveva rinunciare alle
theseis, e- uso le parole di Marrou 5 - contentarsi delle "ipotesi", cio di soggetti concreti trattanti un caso determinato, come sono i soggetti giudiziari.
Una simile imposizione, che comporta la. riduzione della retorica nell' angusto spazio delle aule giudiziarie, viene completamente rovesciata da Cicerone,
collettore di informazioni fondamentali per ricostruire la disputa tra retori e
filosofi (de or. 3, 52-147); impegnato nel tentativo di conciliare filosofia e retorica, egli sostiene, a pi riprese, la necessit per l'oratore di padroneggiare la
quaestio infinita. Cicerone rifiuta anzi la distinzione tra thesis e hypothesis, a suo
parere inscindibili (top. 79): nel trattare il caso particolare, infatti, l'oratore non
potr esimersi dall'affrontare il problema generale soggiacente, compito che
sapr assolvere grazie ad un'adeguata formazione filosofica 6. Sulla scia di Cicerone si pone Quintiliano, per cui le quaestiones philosopho convenientes-=-- cos egli
infatti definir le theseis- sono ugualmente un mezzo irrinunciabile per neutralizzare la grettezza del tecnicismo 7 . All'epoca di Quintiliano la thesis ha ormai
un suo spazio anche nei manuali di scuola, come i Progymnasmata di Teone 8 che
offrono all'allievo di retorica schemi utili alla trattazione delle questioni generali, comprese quelle che per la loro natura speculativa sono considerate di stretta
pertinenza dei filosofi, come la thesis se il mondo sia governato dalla provvidenza: anche il retore, dunque, viene incoraggiato a trattare simili problemi purch
lo faccia a partire dai luoghi comuni 9 . Dunque se sul versante filosofico la thesis costituisce uno strumento dialettico funzionale a proporre contenuti dottrinali, sviluppandosi in un vero e proprio genere di prosa affine alla diatriba 10, sul
5

Marrou 1966, 286; sull'episodio anche Brittain 2001, p. 310 e n. 27.


A questa convinzione Cicerone perviene in et matura, mentre nel giovanile De inventione (1,6,8) egli considerava la thesis di esclusiva pertinenza dei filosofi: per una sintesi della
posizione ciceroniana, Cf. Clark 1957, pp. 130-132.
7 Sulla posizione di Quintiliano in merito alle quaestiones infinitae, cf. Viano 1995, pp.
193-199.
.
8
Per la datazione, cf. Patillon 1997, p. XVI.
9
Cf. Theon 121, 6-15 al 8 8EWPllTLKaL [se. 8CJEL] [J.QOV Tol. <f>LOCJOcpOL ap[J.OTTOUCJLV, al o8v ~TTov YXELPELV &a. To1 PllTOpLKo1 8vvaTov :CJTLV rr
TWV rrp T rrpaKTLK 8CJEL T01TWV op[J.W[J.VOL.
10
Da cui si distingue per il maggior rigore argomentativo e per l'impiego di un stile pi
6

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versante retorico uno strumento funzionale all' amplificatio 11: un mezzo per
arricchire il discorso con l'immissione di materiali gi elaborati dalla filosofia.

Thesis e declamazione
Ma veniamo alla declamazione: noto che essa intrattiene con la thesis un
rapporto assai complesso, di cui tralascerei la controversa dimensione diacronica 12, per soffermarmi esclusivamente sulla sincronia. Su questo piano, la relazione tra thesis e declamazione stata efficacemente illustrata da Bonner, che ha
mostrato cme sia possibile individuare tracce di theseis filosofiche sia nelle suasoriae che nelle controversiae di Seneca padre 13. Quanto alla suasoria, il discorso di
genere deliberativo generalmente calato in una situazione storica, gi Quintiliano (4,4,25) aveva osservato come la si possa ricavare dalla thesis speculativa con
la semplice addizione di perso'naggi e circostanze particolari (ovvero, con la
diminuzione del grado di astrazione). Tra i numerosi esempi che Bonner ricava
dalla raccolta di Seneca padre si pu ricordare il titolo della suasoria prima: deliberat Alexander an Oceanum naviget che consentiva al declamatore di introdurre
la questione della natura dell'Oceano, connessa al problema etico del superamento dei limiti naturali 14.
Quanto alle controversiae, sempre Bonner-(p. 6) osserva the philosophical
thesis ... is immanent in certain types oflegal debates; ad esempio, nelle controversie che trattano di conflitti tra padre e figlio, spesso necessario porre la
domanda (attestata in contro 2,1,20): deve il figlio obbedire in ogni caso al
padre? facilmente ri~onducibile al dibattito filosofico sugli officia ben documentato da Aristotele a CiceFone. Dunque, se la controversia non ricalca esattamente, come la suasoria, la struttura della thesis, i declamatori fanno comunque

formale: cf. Schenkeveld 1997, p. 248.


11 Un dispositivo di amplificatio la teoria degli status: per l'applicazione alle theseis, cf.
Calboli Montefusco 1986, pp. 29-50.
12 Ossia la teoria che la declamazione possa costituire l'evoluzione dela thesis, come risulterebbe dalla problematica testimonianza di Seneca padre (contr. 1 praef 12), discussa da
Bonner (1969, ls.), Clarke 1951, e Fairweather 1981, pp. 115-119.
13 Cf. Bonner 1969, pp. 2-11.
14 Il titolo della suasoria congetturale, ma facilmente deducibile da Sen .. contr. 7,7,19: cf.
Edward 192~, p. 83 e Winterbotton 1974, p. 484 ad loc., che offrono riscontri per questo thema in mbito latino; per ulteriori riscontri, cf. F. Citti, La declamazione greca in Seneca il Vecchio (in corso di stampa); sul problema etico che la questione implica, cf. Anderson 1995, p.
86s e Berti 2007, p. 343s.

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ricorso, per amplificare il loro discorso, a luoghi comuni di derivazione filosofica riconducibili a theseis 15.
Del resto lo stesso Seneca padre documenta la prassi di inserire nel discorso
di parte tematiche di tipo etico, originariamente proprie della filosofia: si veda a
questo proposito contr.l praef 23 in cui viene illustrato il metodo di Porcio Latrone, uno dei declamatori preferiti da Seneca: solebat autem et hoc genere exercitationis

uti, ut <aliquo die> nihil praeter epiphonemata scriberet, aliquo die nihil praeter enthymemata, aliquo die nihil praeterhas translaticias quas proprie sententias dicimus, quae
nihil habent cumipsa controversia implicitum sed satis apte et alio transferuntur,. tamquam quae de fortuna, de crudelitate, de saeculo, de divitiis dicuntur; hoc genus sententiarum supellectilem vocabat, si esercitava anche in altro modo, un giorno scrivendo soltanto epifonemi, un altro entimemi, un altro ancora quelli che chiamiamo
propriamente 'concetti generali', perch non hanno un legame specifico con una
singola controversia ma s'adattano a temi diversi, come quelli stilla fortuna, sulla
crudelt, i tempi, la ricchezza; li chiamava tutti insieme 'il magazzino' (trad.
Zanon del Bo). Dati i temi di riferimento, mi sembra probabile che simili concetti (forse sarebbe meglio definirli luoghi comuni) potessero costituire un
patrimonio condiviso con la diatriba, il genere in cui sar maestro Seneca figlio.
Che alcuni declamatori coltivassero un particolare interesse per la filosofia,
esplicitamente ricordato da Seneca padre: l'esempio pi evidente Albucio 16,
ma anche Papirio Fabiano fu prima retore, quindi, convertito allo stoicismo,
maestro di Seneca figlio e, come osserva Pernot, la sua conversione dalla retorica alla filosofia non fu una rottura, ma un passaggio 17.
Del resto la contaminazione tra formazione retorica e filosofica traspare anche
dal consiglio dato da Seneca padre al figlio Mela, intenzionato ad avviarsi all'attivit speculativa, a non abbandonare la retorica (contr. 2 praef 3) Haec eo libentius,

Mela, fili carissime, reforo quia video animum tuum a civilibus officiis abhorrentem et ab
omni ambitu aversum hoc unum concupiscentem, nihil concupiscere. Tu eloquentiae tamen
studeas: facilis ab hac in omnes artes discursus est; instruit etiam quos non sibi exercet,
Mela, figlio mio carissimo, provo tanto maggior piacere a dirti queste cose perch

Cf. Bonner 1969, p. 8 .


Cf. Seno contro 1,3,8 (Cestius) impro<ba>bat Albucium, quod haec non tamquam particulas
incurrentes in quaestionem tractasset sed tamquam problemata philosophumena: quanto alla predilezione di Albucio per le tematiche filosofiche, cf. Bonner 1969, p. 8; ulteriore bibliografia
raccolta da Citti 2005, p. 194 n. 62.
17 Cf. Pernot 1993, p. 494: la 'conversion' de la rhtorique la philosophie est passage
et non rupture. Sull'attivit filosofica di Fabiano, la bibliografia raccolta da Casamento
2002, p. 118 e n. 9; si vedano inoltre Due 1976, p. 60s. e, per le ripercussioni degli interessi filosofici sullo stile, Citti 2005, p. 187 e n. 47.
15

. 16

116

vedo che 1'animo tuo, non attirato dalla vita politica e alieno da ogni ambizione,
una sola cosa brama: non aver brame. Ddicati tuttavia alI'eloquenza; da questa
s'apre ogni via a ogni altra arte; essa forma anche quelli cre non prepara per s 18.
Di un simile consiglio sembra aver approfittato il pi celebre figlio del retore, in cui l'influenza della declamazione stata pi volte rimarcata, in primo
luogo sul piano linguistico e formale, soprattutto nell'intento di evidenziare
l'influenza di Seneca padre 19 o di puntualizzare l'origine di certi tratti dello stile senecano 20. Ma anche nella struttura di alcuni scritti, come il De providentia, .
sono ben riconoscibili elementi retorici 21.
La parentela tra retorica e filosofia, dove per filosofia si intender soprattutto
la diatriba, o la filosofia popolare, non manca di trovare conferme nella letteratura declamatoria posteriore a Seneca padre. Mi sembra utile, a questo proposito,
prendere in esame le Declamazioni maggiori dello Pseudo-quintiliano. Come
noto, questa raccolta di controversiae rappresegta l'unico esempio, in mbito latino,
di declamazioni interament~ svolte 22, e consente pertanto di verificare, meglio
che negli excerpta forniti da Seneca padre, il procedimento di amplificatio con cui il
declamatore arricchisce il suo. discorso con materiale di provenienza filosofica.
Non mi risulta che la presenza di theseis o di topoi filosofici nel testo pseudoquintilianeo sia gi stata oggetto di studi specifici; certamente i numerosi lavori di analisi e commento dedicati in questi ultimi anni alle Declamazioni Maggiori forniscono un valido aiuto per l'identificazione delle quaestiones philosopho convenientes inserite nel tessuto testuale, come dei luoghi comuni ad esse riconducibili 23.

La quaestio de providentia nelle Declamazioni maggiori


Significativa in proposito, la tesi an providentia mundus regatur, documentata
da Quintiliano (3,5,6), che manifesta un particolare interesse per la quaestio 24,
18 Sull'interpretazione di questo passo, cf. Citti 2005, p. 188 e n. 49 per la cospicua
bibliografia su Seneca padre e Mela.
19 Cf. Rolland 1906 e Preisendanz 1908, pp. 68-112.
20 Cf. Traina 1987, pp. 25-27.
21 Sulla struttura retorica del De providentia, cf. Albettini 1923, p. 103; Abel 1967, p"
744s.; Grimal1986, pp. 531-548; Dionigi 1994, pp. 5404-5406 e 1997, pp. 46-48; Traina
2004,23; una sintesi in Lefvre 2000, pp. 56-59.
22 Per un'introduzione alla raccolta, cf. Stramaglia 2006, in particolare pp. 555-564.
23 Zinsmaier 1993 (VI); Stramaglia 1999 (Dee!. mai. VIII) e 2002 (XII); Homke 2002 (X,
XIV e XV); Brescia 2004 e Schneider 2005 (III); Krapinger 2005 (XIII). Cf. inoltre van MalMaeder 2004, per la ricezione di Seneca tragico nelle Declamazioni Maggiori (in parto 8 e 12).
24 Documentata nell'Institutio anche in 5,7,35; 7,2,2 e 12,2,28 e pi volte richiamata (cf.

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sviluppata schematicamente anche nel manuale di Teone 25; un esempio di


come potesse essere inserita nella struttura argomentativa di una declamazione
fornito gi da Seneca padre, che mostra come il declamatore ~estio impostasse la divisio di una controversia sulla questione an dii immortales rerum humana~um curam agant 26. L'interesse dei retori per il quesito trova riscontro
nell'intenso dibattito sull'rgomento condotto dallo stoicismo della prima et
imperiale 27: che i due versanti, filosofico e retorico, fossero tutt'altro che indipendenti, confermato tra l'altro dall'impostazione retorica del De providentia
senecano 28. Quanto all'attualit della quaestio, un'interessante testimonianza
viene dalla Declamazione minore 268, in cui un medico sintetizza con insofferente pragmatismo le diverse concezioni delle priricipali scuole filosofiche riguardo
agli dei 29: (11) iam vero quanta circa deos pugna! quidam nihil agi sine providentia

creduntj alii curam deorum intra sidera continentj quidam in totum deos sustuleruntj
quidam, dum hoc erubescunt, cura vacare utique dixerunt.
N elle Declamazioni maggiori un primo cenno alla tesi pu essere individuato in
9,16 (190,9-12 H.); nel discorso ~ a parlare un giovane che deve giustificare la
propria naturale avversione per l'attivit di gladiatore - la provvidenza divina
chiamata in causa, in alternativa al caso e alla necessitas (ossia il fato cieco) 30, come
possibile spiegazione per le attitudini innate negli individui: sive caelestis providen-

tia sive inrationabilis casus sive assignata siderum cursu nascentibus nobis necessitas multa varietate pectora nostra distinxit nec minus numerosas animorum qua m corporum dedit
formas; qui la stessa struttura disgiuntiva (sive ... sive ... sive) fa pensare alla formu-

Mastrorosa 1998, p. 42 n. 105); la Viano 1995, pp. 202-204 rileva la corrispondenza tra la
formulazione quintilianea e quella di Aezio Dox. 2,3 De Pl.
25 Cf. Theon 126s. (El 'TTpOVOOVal BEOL TOV K6af.1ou).
26 Cf. Seno contro 1,3,8 Cestius et illa subiunxit huic ultimae quaesti~ni: an dii immort{des rerum
humanarum curam agant. Etiamsi agunt, an singulorum agant. Si singulorum agunt, an huius egerint: il declamatore difende una donna condannata a morte e fortUnosamente scampata all' esecuzione sostenendo che la sua salvezza sia voluta dagli dei; l'esempio citato da Bonner
1969, p. 8.
27 Alla bibliografia raccolta da Mastrorosa 1998, p. 43 si possono aggiungere Traina
2004, Dionigi 1997, Traina 1999.
28 Cf. Dionigi 1997, p. 42.
29 La declamazione, riguardante la contesa tra le artes stata accuratamente studiata da
Mastrorosa 1998; per quanto riguarda 268,11, in cui si enunciano in successione le posizioni stoica, platonica, aristotelica, ateista ed epicurea, viene rilevata (p. 42s.) l'analogia con i
frammenti 47-48 G. dell'Hortensius di Cicerone.
30 La stessa distinzione compare in Seneca, epist. 16,5 philosophandum.est: sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine inpellit et iactat, philosophia nos tueri debet.

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lazione di theseis poste in alternativa 31. Uno sviluppo pi ampio compare poi nella IV declamazione, in cui il tema della provvidenza strettamente legato a quello della divinazione 32: nella controversia, dal titolo Mathematicus, un figlio, a cui
un astrologo ha predetto che uccider il padre, fa richiesta di morte volontaria per
prevenire il delitto, incontrando cos l'opposizione del genitore. Questi, infatti,
nel tentativo di minare la credibilit dell'astrologo, nega del tutto la predestinazione, ovvero, pur ammettendo l'esistenza della provvidenza, nega la possibilit
per l'uomo di conoscerne i piani: 13 (74,19-23 H.) sentit pater, quanta sit praedic-

ti sceleris inmanitas, et ideo temptat efficere, ut mathematicam artem non putetis, ac modo
contendit non esse fatum, et cuncta casu fortuitoque decurrere 33, modo, etiam ut providentia regantur, non posse tamen humana scientia deprehendi, il padre comprende quanto enorme sia la crudelt del delitto che stato predetto e perci tenta di far s che
voi non crediate all' astrologia e ora sostiene che il destino non esiste e che ogni
cosa procede a caso ~ accidentalmente, ora invece che, per quanto tutto sia governato dalla provvidenza, non possa per essere compreso dalla conoscenza umana. Viceversa il figlio sostiene l'esistenza della provvidenza proprio per dedurne
la possibilit di prevedere il destino umano, e, a sostegno della sua posizione,
spende uno degli argomenti pi sfruttati, ossia l'idea che la perfetta armonia del
cosmo non possa derivare dal caso: (75,3 -14) tasune tibi, pater, haec diversitas videtur incorp~~ unum dissentientibus solidata primordiis, ut summo vertice locatus igneus

vigor cuncta gravia calidi spiritus ardore suspenderet, profundus umor ad ima demersus,
unde cotidie superpositi caloris alimenta traherentur, terrenum pondus in medio quanto
superne spiritu, tanta penitus inanitate subnixum librata mole consideret, ut saeculorum
infinita series per adsiduas temporum vices sua lege festinet? quid haec fulgentium siderum

31 Come in decl. mai. 6,10s. (121,23-122,2 H.), in cui vengono contrapposte mortalit e
immortalit dell' anima: sive omnis in defunctis sensus perit, ... seu, cum ad infernas sedes anima
migravit, unus hic luce viduis honos, et suprema face, ut vates ferunt, petitam ulterioris ripae stationem
contingunt; secondo Zinsmaier 1993, p. 144 ad loc. si tratterebbe anche in questo caso di theseis: Moglicherweise gehen sie auf in der Rhetorikschule diskutierte 8O"EL zuriick. Un
esempio di contrapposizione tra visione fatalistica e provvidenzialistica si trova nel De otio
senecano (4,2) sedens (deus) opus suum spectet an tractet, in cui Seneca segue il clich retorico
delle8O"EL disgiuntive del genus cognitionis (Dionigi 1983, p. 216 ad loc.).
32 Ecco il thema (60,11- 61;3 H.): vir fortis optet praemium quod volet. qui causas <voluntariae> mortis in senatu non reddiderit, insepultus abiciatur. quidam de partu uxoris mathematicum
consuluit. is respondit virum fortem futurum, qui nasceretur, deinde parricidam. cum adolevisset qui
erat natus, bello patriae fortiter fecit. reddit causas voluntariae mortis. pater contradicit. Sulla funzione retorica del tema filosofico in questa declamazione, cf. van Mal-Maeder 2004a, p. 145.
33 Cf. Seno provo 5,6 scio omnia certa et in aeternum dieta lege decurrel'e: il verbo decurro ricorre in Seneca per indicare il fluire inarrestabile del tempo e del destino, cf. Viansino 1988,
I, p. 369.

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veneranda facies? quod quaedam vetut infixa ac cohaerentia perpetua semetqtie capta sede
conlucent, alia toto sparsa caeto vagos cursus certis emetiuntur erroribus, ista credis passim
fortuitoque disposita?, Ti sembra, padre, che per caso entit cos differenti si siano
consolidate in un solo corpo a partire da principi diversi, cos che il vigore del fuoco posto al vertice supremo del mondo tenesse in sospeso tutte le parti pesanti
co'n il calore del suo soffio caldo; cos che l'acqua profonda sia stata spinta gi in
basso, da dove ogni giorno tratto ci che alimenta il fuoco posto in alto; cos che
la massa della terra sia' collocata al centro,' poggiando, con la sua mole in equilibrio, tra l'aria e il vuoto: tanto estesa la prima in altezza, quanto l'altro in profondit; cos che l'infinita serie dei secoli possa correre veloce attraverso il continuo
avviceridarsi dei tempi, secondo la sua propria legge? E che dire dello spettacolo
delle stelle splendenti, che suscita venerazione? E che dire del fatto che alcune,
come se fossero state fissate e legate le une alle ale, risplendono per sempre nella loro sede, una volta che l'hanno occupata, mentre altre, sparse per tutto il cielo,
compiono percorsi erratici, ma secondo orbite determinate? Credi che queste cose
siano state disposte a caso e per accidente?,
La perfetta organizzazione dell'universo, e in particolare del cielo, un topos
contemplato anche dallo schema di Teone (127 Elrr18( aTL Tlv TOLauTTlV ETaLav TWV KaT TV opavv CPEpOjl~vwv jl'l im6 TLVO rrpovoLa
YEva8aL VOjlL(ELV, 'ELKi] KaL w ETUXEV, assurdo credere che il bell'ordine degli esseri che si muovono nel cielo non sia opera di una provvidenza,
ma sia fatto a caso e come capita), ricorre nelle trattazioni filosofiche della questione: ha ampio spazio nel De natura deorum di Cicerone, in Filone di Alessandria, in Epitteto, fino a Plotino e ai cristiani 34, presente anchein Seneca (prov.
1,2-4), che vi si sofferma brevemente prima di dedicarsi ad un aspetto del problema per lui pi interessante: l'esistenza del male 35. Peraltro, la cosmologia descritta dal declamatore sembra riconducibile, come quella senecana 36, al sistema stoi34 Una sintesi efficace in Traina 2004, pp. 7-20: l'argomento della laus mundi ha grande
peso nel II libro De natura deorum ciceroniano in cui vengono poste a confronto la tesi stoica (a favore della provvidenza) e guella epicurea (per cui gli dei sono indifferenti al destino
umano): cf. in particolare 37 e 95 (la perfezione del mondo rinvia all'esistenza degli dei), 43
(sulla regolarit degli astri); altri riscontri in Viansino 1988, I, p. 32l.
35 Come indica il sottotitolo del dialogo: qua re aliqua incommoda bonis viris accidant, cum
providentia sito che lo spostamento del problema dal piano escatologicq e cosmologico a quello etico sia la cifra specifica di Seneca, stato chiarito da Traina 2004, pp. 7 ss. Sulla sensibilit di Seneca per la bellezza del cosmo, cf. Mazzoli 1970, p. 41.
36 Cf. Seno provo 1,1-4: per i riferimenti alla cosmologia stoica, cf. Viansino 1988, I, pp.
321-325 ad loc.; Ramondetti 1999, pp. 117-119 ad loc., Stupazzini-Benedetti 1984, p. 145s.
ad loc. Il lungo passo senecano considerato un documento dell'influenza della retorica sul
filosofo: cf. Albertini 1923, p. 224.

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co dei quattro elementi, situati in sfere concentriche, con il fuoco nella sfera pi
esterna, e, a seguire, l'aria, l'acqua e la terra, posta al centro dell'universo 37. In
particolare, il riferimento all'acqua che alimenta il fuoco soprastante rinvia alla
dottrina dell'vaev~La(JL (l'evaporazione), gi presocratica, ma da pi parti
attribuita agli stoici 38. Allo stoicismo, per quanto non esclusivamente, del resto
riconducibile l'idea stessa di provvidenza, intesa come mente divina che organizza l'universo in funzione dell'uomo 39; un concetto che anche il declamatore
mostra di condividere, ponendo la divinit a capo dell' ordine cosmico illustrato
poco sopra: 14 (75,14s.H.) rogo, quid melius ratio fecisset? deus haec,deus,fabricator

operis immensi, ex illa rudi primaque caligine protracta posuit in vultum, digessi t in partes, Chiedo: che cosa di meglio avrebbe potuto fare la ragione? Un dio, un dio,
artefice di un'immensa opera, tratte fuori queste cose da quella -informe e primiriva oscurit, le rese visibili e le disloc in parti diverse. L'immagine del deus
fabricator operis immensi, di matrice platonica, ha avuto ampia circolazione 40 e
uno sviluppo lirico nel IV coro della Fedra senecana, poi ripreso da Boezio 41.

37
38

Una chiara decrizione in Hahm 1977, pp. 91 e 126, n.2 (con indicazione delle fonti).
Cf. Macr. Sat. 1,23,2 (= Cleanth. phys. 501, SVF I, 112 = Posid. 118 E.-K.) sicut et Posi-

donius et Cleanthes adfirmant, solis meatus a plaga quae usta dicitur non recedit, quia sub ipsa currit
Oceanus qui terram et ambit et dividit, omnium autem physicorum adsertione comtat calorem umore
nutriri. In realt la teoria era gi presocratica (cf. Heraclit. 22 B12 D.-K.) e nota ad Aristotele (Meter. 2,2, 354b33-355a15); in mbito latino, si vedano almeno Cic. nato deor. 2,40, che
la attribuisce a Cleante, (l'abbondante dossografia raccolta da Pease 1958, 637 ad loc.),
Sen., nat.3,26,1 (su cuiVottero 1989,436 ad loc.) e Plinio, nato 2,29. Non mancano riferimenti in poesia (ad es. Ov. met. 1,271 e Manil. 3,52s.); nelle Declamazioni maggiori il fenomeno richiamato pi volte: cf. Stramaglia 2002, pp. 166-168 (n. 241) ad dec!. mai. 12,22
(256,7 H.).
39 Dionigi 1994, p. 5407: Contrapposto al materialismo atomistico di Democrito e di
Epicuro ... e allineato con lo spiritualismo teleologico di Pitagora e Platone ... lo stoicismo
fondava sulla rrpovoLa divina la propria concezione cosmica e antropocentrica, e 1997, p.
42 e pp. 57-79, con puntuale indicazione delle fonti; si yeda inoltre Traina 2004, in particolare p. 9s.
40 Tv j.lV oV rroLllTlv Ka. rraTpa Tov8E TOV rraVT (<<il facitore e padre dell'universo) la definizione di Platone, Timeo 28c, da cui deriva tutta una serie di rielaborazioni latine, a partire dalla traduzione ciceroniana: la locuzione rielaborata pi volte da
Seneca (un elenco delle variazioni in Viansino 1988 1, p. 321 ad Seno prov.l,2 e infra) si veda
ad esempio il dispositor mundi di nato 5,18,5. Ilfabricator pseudoquintilianeo trova peraltro il
suo immediato antec~ndente in Quintiliano, inst. 2,16,2 ille princeps parem rerum fabricatorque
mundi; il termine torna quindi nel De Platone apuleiano (1,10) fabricator mundi deus e in
Macrobio, somn. 1,6,2 proprio -a proposito del Timeo platonico: Timaeus Platonis fabricatorem

. mundanae animae deum ... memoravit.


41 Cf. Phaedr. 960, igniferi rector OlymPi: nel coro Seneca poeta pone il drammatico inter-

121

Anche l'idea, centrale nella nostra controversia, che 1'ordine cosmico voluto
dalla provvidenza renda possibile la divinazione 42, sembra connessa allo stoicismo, che a partire dal primo secolo dell'impero generalmente considerato il
supporto teorico essenziale della divinazione: dibattito pro e contra la divinazione ridotto da Quintiliano ad un dibattito tra stoici ed epicurei sulla provvidenza (Neri) 43. A 'questo stesso orizzonte cultural appartiene il declamatore, che
dall' opera del deus fabricator deduce 14 (76,1-4 H.): inde est, quod quidquid nascitur, consociata numinis proprietate signatur et in totam aevi sui brevitatem conpositum
firmatumque sic accipit futura quasi vitam da qui consegue che tutto ci che nasce
reca impressa la caratteristica propria di un nume e, saldamente costituito per
tutta la sua breve esistenza, riceve il suo futuro cos come riceve la vita, per poi
fornire un sintetico resoconto delle origini e delle possibilit dell' astrologia. La
stretta relazione tra il momento della nascita e l'assegnazione di un destino interamente predeterminato espressione di un rigido determinismo astrale
(Neri, p. 1976) ampiamente documentato dalla tradizione poetica 44; Seneca lo
collega alla riflessione filosofica (si veda ad esempio provo 5,7 fata nos ducunt et
quantum cuique temporis restat prima nascentium hora disposuit), spesso in funzione
consolatoria 45. Un analogo fatalismo pu essere rintracciato nelle Declamazioni
maggiori: oltre che in 9,16, dove le qualit innate sono ricondotte all'influenza
degli astri (cf.supra), nella controversia VIII, Gemini languentes, in cui l'opposto
destino di due gemelli (uno desti~ato alla morte, l'altro alla salvezza), viene
spiegato in base alla posizione delle stelle, che, nel brevissimo spazio di tempo
intercorrente tra le due nascite, muta, condannando inesorabilmente uno dei

rogativo della presenza del male a una divinit che il suo sistema presentava come provvidenza (Traina 2003, 148); quanto a Boezio (cons. 1, m. 5,1) o stelliferi conditor orbis, cf. Traina 1991, p. 138s.
42 Per le fonti stoiche sulla divinazione, cf. Chrysipp.phys. 1187-1216, SVF II, 342-348;
allo stoicismo attinge anche Cicerone, div. 1,82; Seneca si occupa dell'argomento in nato
2,32: Neri 1986, pp. 2046-2051 e cf. Vottero 1989, p. 332s. ad loc.
43 Cf. Neri 1986, p. 1975 a proposito di Quint. inst. 5,7,35 his adicere si qui volet ea, quae
divina testimonia vocant, ex responsis, oraculis, ominibus, duplicem sciat esse eqrum tractatum: generalem alterum, in quo inter Stoicos et Epicuri sectam secutos pugna perpetua est, regatur ne providentia mundus, specialem alterum circa partis divinationis, ut quaeque in quaestionem cadet.
44 Fin da Omero (ad es. Il. 15,613 flopaq.l.ov ~flap), da cui Verg. Aen. 10,467 stat sua cuique dies; il motivo, carico di pathos, ben si presta al genere declamatorio: a Virgilio si rifa Seno
suas. 2,2 nulli natura in aeternum spiritum dedit, statque nascentibus in finem vitae dies, fisso per
coloro che nascono il giorno della fine (cf. Edward 1928, p. 103 e Winterbottom 1974, p.
510 ad loc.). Sul problema del determinismo in Seneca, cf. Mazzoli 1984, p. 962 S.
45 Traina 2004, p. 116 ad loc. rinvia a lvIare. 21,6 frustra vota ac studia sunt: habebit quisque
quantum il/i dies primus adscripsit; altri esempi in Viansino 1988, I, p. 369 ad loc.

122

due: 8,13 (163,18~25 H.) volvitur super nos haec caeli siderumque compago, et praecipiti per proclive decursu totius diei noctisque brevitatem emensus orientis occidentisque
cursus diversis siderum <intervallis> in primo statim ortu rotato se rursus axe consequitur. Hoc tu parum credis esse spatium, quod diversis pariter rebus impletur? quantum
inter illa transcurrentis horae momenta nascitur, peritI, Ecco, sopra di noi la compagine del cielo e degli astri compie la sua rivoluzione, e il corso che va da oriente
a occidente, dopo aver attraversato tutto il breve spazio di un giorno e di una
notte correndo gi a capofitto per la ripida inclinazione, con il sorgere delle prime luci, subito raggiunge se stesso, nonostante le mutate distanze dei pianeti
per effetto della rinnovata rotazione dell'asse celeste. Tu pensi che sia un piccolo intervallo, questo che occupato simultaneamente da movimenti cos diversi? 46 (trad. A. Stramaglia). Infine, in 12,22 (256,7 H.) la sequenza di sventure
che colpisce una citt, spingendo i cittadini al cannibalismo, attribuita all'influenza maligna di un grave sidus (cf. supra) ..
Un'ultima considerazione su questa thesis: come osserva Delarue a proposito
del De providentia senecano 47, la quaestio de providentia poteva svilupparsi in varie
direzioni, comprendendo l'organizzazione provvidenziale dell'universo, la creazione degli animali ad uSo dell'uomo, e la spiegazione dei mali che affliggono il
genere umano. Il primo di questi topoi trova riscontro anche nelle Declamazioni
Maggiori 6,11 (122,3-12 H.), in cui si spiega come la natura si prenda cura spontaneamente dei cadaveri, recuperandone i resti nel ciclo vitale, ovvero ispirando
agli uomini il culto della sepoltura: certe rerum natura ut in generandis alendisque

,hominibus quae necessaria erant, ex se ipsa prospexit, ita, cum rursus opus suum resolvit,
corpora nostra quam primum reducere ad principia festinatj ut desertis etiam locis circa
cadaver tracta imbribus terra concrescit, adgerunt pulverem venti, et liquefacta multa die
membra Paulatim humus bibit, etiamsi nullus operit. At ipsa longo tempore in terra m ossa
desidunt. Nobis vero adversus exanimes genuit non solum miserationem, quae cogitationi
nostrae subit, sed etiam religionem, di certo la natura, come nel far nascere e crescere gli uomini ha provveduto da s al necessario, cos, quando di nuovo annulla la
sua opera, si affretta a ridurre al pi presto i nostri corpi agli elementi originari; ad
esempio anche nei luoghi deserti attorno al cadavere si accumula la terra trascina-

46

Il testo, per cui accolgo la sistemazione e l'interpretazione di Stramaglia 1999, pp. 117-

119 ad loc., problematico. Anche sulla questione dell' oroscopo dei gemelli (diverso pur se
la nascita a brevissima distanza di tempo), si veda Stramaglia 1999, p. 119n. 72.
47 Cf. Delarue 1985, p. XII: il tema particolare trattato da Seneca (se c' la provvidenza,
perch esiste il male?) belongs to, and perhaps is onIy fully understood as a part of, a traditionaI and welI understood topos, Providentia, which regulary includes the providential
arrangement of the universe, the creation of animals for man's use, the marvelous adaptability of the human body, and an explanation of the evils that befall mankind.

123

ta dalle piogge, i venti ammucchiano la polvere e a poco a poco la terra assorbe le


membra disciolte col passare dei giorni, anche se nessuno le copre. Persino le ossa
dopo un lungo periodo di tempo si dissolvono in terra. In noi invece la natura ha
generato nei confronti dei defunti non solo, la piet che sovviene alla nostra intelligenza, ma anche il cultO. L'idea che la natura provveda da sola alla sepoltura
trova riscontro anche in un frammento dei carmina di Mecenate (fr. 8 M. = BI. nec
tumulum curo: sepelit natura relictos) riportato da Seneca in epist. 92,35, ad illustrare
l'atteggiamento del saggio, che non si cura di quale fine faranno i suoi resti mortali; la citazione preceduta dall' affermazione ne quis insepultus esset, rerum natura
prospexit: quem saevitia proiecerit, dies condet, la natura ha provveduto che nessuno
restasse insepolto: il tempo seppellir colui che la crudelt umana abbandona.
Allo stesso argomento ricorre - esprimendosi peraltro in modo simile 48 - il
declamatore, per cui la saevitia, la crudelt umana contrapposta alla pietas della
natura, incarnata dalla madre che rifiuta la sepoltura al figlio 49 ..
Quanto alla creazione degli animali a vantaggio dell'uomo, un topos recuperato anche da Cicerone (nat. deor. 2,37) nell'esposizione della teoria provvidenzialistica di Crisippo 50, vi si ravvisano riferimenti nella declamazione XIII, in
cui ha grande spazio l'elogio delle api, unica risorsa del povero che costituisce la
persona loquens nella controversia. Quid apibus invenit natura praestantius? (13, p.
267,16 H.) si chiede il declamatore 51, per poi affermare che, generando le api,
la natura non ha solo fornito all'uomo un valido aiuto (offerto da tutti gli altri
animali), ma addirittura un piacere (15, p. 282,20 H. nam ut cetera animalia

videtur mihi natura usibus nostris genuisse, haec etiam deliciis).

48 I due passi sono accomunati dal sintagma rerum natura prospexit, attestato solo in Seneca prima del declamatore, e dall'impiego di dies come sinonimo di aetas, tempus (cf. ThlL V/l,
1032,50-1033,13 s.v. dies); cf. Zinsmaier 1993, p. 144.
49 In termini pi generali il motivo della pietas della natura verso i defunti trova riscontro
nello schema di Teone 126 hL 1] CPl)(JL TWV o.wv IlUpTUp. KUT rrp6voLav TTClvTu
YEYEvf)a8m1i m.TllPLU EVEKU TWV v K6all4>, la natura dell'universo testimonia che
tutto stato fatto provvidenzialmente, in vista della salvezza degli esseri che sono al mondo.
50 Cic. nato deor. 2,37 scite enim Chrysippus (= Chrysipp. phys. 1153, SVF II, 332), ut clipei

causa involucrum vaginam autem gladii, sic praeter mundum cetera omnia aliorum causa esse generata, ut eas fruges atque fructus quos terra gignit animantium causa, animantes autem hominum, ut
ecum vehendi causa arandi bovem venandi et custodiendi canem. Ulteriori riscontri in Pease 1958,
p. 629 ad loc.
51 Krapinger 2005, p. 81 ad loc. rileva la stretta analogia con dec/. mai. 9,13 (186,25 H.)
quid in t'ebus humanis excogitarit natura praestantius amicitia, su cui infra; p. 126. Per questo e
altri topoi che sottintendono la concezione stoica della natura nella decl. XIII cf. Mantovani
2007, p. 372.

124

Amici e parenti (<<Declamazioni maggiori IX e XVI)


Un'altra thesis d cui possibile individuare le tracce nelle Declamazioni
maggiori quella se sia giusto anteporre gli amici ai parenti (sitne aequum amicos cognatis anteferre), documentata da Cicerone in parto or. 19,66 52. Che sia pro. prio Cicerone a menzionare la quaestio non risulter casuale, se si considera il
suo interesse per il tema dell' amicizia e In particolare per la teoria stoica dell' oikeiosis 53, secondo la quale l'uomo tende a passare dall'istintivo affetto per la prole, co~une a tutti gli animali, a un' affezione specifica per gli esseri razionali,
percepiti come propri simili 54. In linea con questa dottrina 55, Cicerone traccia,
nel Lelio (19) e nel De officis (1,50) una gerarchia dei rapporti umani posti in
ordine di crescente affinit, a partire dal legame con la patria 56, per passare al
vincolo di parentela, e quindi, all' amicizia, collocata al vertice della piramide per
il fatto di possedere come tratto distintivo e ineliminabile la benivolentia, quella
concordanza di volont (Pohlenz, p. 569) che accomuna gli uomini in quanto esseri razionali (Lael. 19 namque hoc praestat amicitia propinquitati quod ex propinquitate benivolentia tolli potest ex amicitia non p(Jtest; sublata enim benivolentia
amicitiae nomen tollitur, propinquitatis manet). La valorizzazione di tale componente razionalistica e volontaristica una peculiarit dello stoicismo che collide
con la tendenza, assai radicata nel pensiero antico, ad assegnare un valore primario al legame di pqrentela, considerato un modello per ogni tipo di solidariet
umana 57. La gerarchia stoica delle affinit introduce cos un elemento di rottura non solo con parte della tradizione filosofica, ma soprattutto con la mentalit
J

52 Nella sezione che tratta delle theseis: Cicerone classifica il problema tra le quaestiones
.cognitionis.
53 L' oikeiosis la forza che spinge ogni essere vivente a mantenere e a sviluppare la propria natura e, nel caso dell'uomo ad esplicare il proprio logos in una vita etico-spi'rituale
(Pohlenz 1967, p. 907). Per una sintesi della teoria, cf. anche Steinmetz 1967, p. 14s.

Pohlenz 1967, p. 232.


Che Cicerone recuperi la dottrina stoica generalmente riconosciuto: cf. Powell1990,
p. 88 ad Laet.'19.
56 La mentalit romana generalmente assegna all'amore per la patria un valore dominante: cf. Beltrami 1998, p. 175s.
57 Sulla pervasivit di questo concetto nel pensiero antico, cf. Fraisse 1974: dalla mentalit arcaica che equipara cpL,La e auyyvELa (pp. 40-43), al modello dell'amore genitoriale
nel Liside platonico (p. 129s.), al rilievo dato ai rapporti parentali nell'Etica Nicomachea (pp.
203-205) - in cui peraltro l'amico, definito un altro se stesso (9,1166a), acquisisce uno statuto assolutamente privilegiato - fino all'eclettismo di Plutarco, che vede nella cpL,la
un'ombra dell'amore fraterno (pp. 338-340). Quanto alla differenza tra la teoria stoica della OlKElWCJL e quella peripatetica della OlKELOT1W, cf. anche Steinmetz 1967, p. 14ss.
54

55

125

corrente, in particolare a Roma, dove il vincolo di sangue concorre in misura


assai rilevante alla definizione dell'identit individuale e dove il diritto fortemente orientato alla tutela dell'autorit paterna 58.
La contrapposizione degli amici ai parenti assume pertanto un carattere quasi paradossale, che la letteratura declamatoria non ha mancato di valorizzare.
Mentre lo scontro tra amici e cognati esemplificato da dispute per il diritto
all'eredit (ad esempio nelle declamazioni minori 308 e 361), quello tra amici e
parentes assume toni particolarmente drammatici, configurandosi come una
variante di quel conflitto tra padri e figli sucui sono incentrate molte controversie 59. In questa tipologia rientrano le declamazioni maggiori IX e XVI: nella IX
un giovane, in debito di riconoscenza con 1'amico che ha sacrificato la propria
vita per salvarlo dalla schiavit, deciso a restituire il favore, assumendosi l'impegno di mantenere il padre dell'amico, ma ostacolato nel suo proposito dal
suo stesso padre, che lo disconosce. N ella xvI, in cui si contrappongono madre
e figlio, quest'ultimo, prigioniero di un tiranno, stato temporaneamente liberato grazie all'intercessione di un amico, che si sostituito a lui nella prigionia
per dargli la possibilit di visitare la madre cieca; la madre fa appello alla legge
per trattenerlo con s, impedendogli di restituire la libert all'amico. Le due
declamazioni sono state recentemente sottoposte ad analisi da R. Raccanelli, che
ha evidenziato alla base di entrambe le controversie la contrapposizione tra due
beneficia di entit analoga: quello reso dall'amico - un vero e proprio servator, a
cui il figlio deve la vita e la libert ~ e quello elargito al figlio dai genitori, ch~ lo
hanno messo al mondo e allevato. Deciso a saldare il debito di gratitudine verso l'amico, il figlio, di cui le declamazioni riportano il punto di vista, si trova a
dover soppesare i beneficia, assumendo una posizione simile a quella espressa da
Seneca in ben. 3,35, per cui il dono della vita da parte dei genitori non pari a
quello di chi salva una vita gi adulta 60. L'avversario, d'altra parte, ha buon gioo a f~r valere i suoi diritti 'naturali', sanciti dalla legge 61 e facilmente difendi58 Molteplici i contributi di taglio antropologico in relazione ai temi dell'identit familiare e al ruolo dominante del padre nella societ romana: mi limito a ricordare Beltrami 1997,
pp. 7-11 O (l'appartenenza alla stirpe come tratto di identit) e il recente Marchese 2005, pp.
7-15 (sullo statuto delpater).
59 Ricca la bibliografia sul conflitto tra padri e figli nella declamazione: mi limito qui a
Thomas 1983, Sussman 1995; Lentano 1998, pp. 51-60; Gunderson 2003, pp. 59-89; Fantham 2004.
60 Per il confronto tra questo passo senecano e la declamazione IX, cf. Raccanelli 2000,
p.117.
61 Per quanto il rapporto tra le leggi citate dai declamatori e quelle realmente esistenti sia
assai discusso: abbondante la bibliografia sull' abdicatio (a quella raccolta da Raccanelli 2000,
p. 116 n. 29 aggiungerei ora Fantham 2004), mentre per la legge menzionata nel thema di

126

bili anche sul piano filosofico 62. Per scalfire le solide argomentazioni del parens,
il declamatore non pu che scendere sul suo stesso terreno 63, ricorrendo ad
argomentazioni in cui entra parimenti in gioco il concetto di natura. Se ne trova un esempio in 9,15 (189,22-190,1), allorch il figlio, per giustificare la sua
generosit verso una persona estranea alla sua famiglia, chiama in causa la
'parentela naturale' che accomuna tutti gli uomini, in quanto figli dello stesso
dio: ergo si alienum et ignotum, tamen, quae publica omnium mortalium quippe sub
uno parente naturae cognatio est, hominem cibo forte iuvissem, poena dignum videretur
servasse perituram animam et ignovisse rebus humanis et respectu communis omnium
sortis velut adorato numini stipem posuisse fortunae?, se mai avessi aiutato, con il
cibo, una persona estranea e sconosciuta - dato che tutti gli uomini, avendo
avuto origine comune da un unico genitore, sono per natura parenti - sembrerebbe forse degno di punizione l'aver salvato una vita sul punto di estinguersi e
l'aver avuto compassione per le vicende umane e, in considerazione della sorte
comune a tutti, l'aver fatto un offerta alla fortuna, come a una divinit che si
adora?. Se l'origine comune degli uomini era un concetto diffuso in diverse
scuole filosofiche, un vero e proprio topos, patrimonio ... di tutti gli uomini di
una certa cultura 64, l'espressione sub uno parente sembra rinviare pi specificamente a Seneca, ben. 3,28,2 unus omnium parens mundus est, in cui l'argomento
della nascita comune viene introdotto a sostegno dell'uguaglianza naturale degli
uomini, che solo la sorte distingue in nobili e schiavi 65.

dee/. mai. XVI, liberi parentes in calamitate ne deserant, cf. Zinsmaier 1993, p. 17 n.17.
62 Un'argomentazione di questo tipo individuabile, ad esempio, in Decl. Mai. 2,8 in cui
un figlio, impegnato a scaricare l'accusa di parricidio sulla matrigna, pone i vincoli biologici
sullo stesso piano delle leggi che governano il cosmo: quanto alios praestat affectus diligere vitae,
lucis auctorem! liberi ac parentis non alius mihi videtur affectus quam quo rerum natura, quo mundus
ipse constrictus est); l'idea che esista una diretta relazione tra l'ordine universale e l'ordine delle relazioni umane, tra cui anche quella tra genitori e figli, di matrice pitagorica: cf. Giamblico, De Pythagorica vita 229s., su cui Fraisse 1974, pp. 59-61.
63 La Raccanelli 2000, p. 117s. ne deduce la superiorit della posizione paterna nella
mentalit romana: un amico pu essere anteposto a un padre soltanto nel caso sia capace di
dimostrarsi pi 'padre' dello stesso padre naturale.
64 Cf. Richter 2000, p. 88 e nn.: il concetto, ben documentato, oltre che in mbito stoico, nell' epicureismo, era forse gi presente tra i presocratici.
65 Cf. in proposito Richter 2000, p. 90 (<<una comune origine giustifica un comune
modo di essere) a proposito di epist. 47,10 vis tu cogitare istum, quem servum tuum vocas, ex
isdem seminibus ortum eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori; il concetto ritorna
in epist. 44, 1 omnes, si ad origirzem primam revocantur, a dis sunt; altri passi, sia senecani che
degli stoici greci, in cui ribadita l'origine divina comune a tutti gli uomini, sono raccolti e
commentati da F. Citti, Stemma non inspicit. Lettura di Seno epist. 44 (in corso di stampa).

127

Anche in 9,13 (186,25-187,14) l natura viene indicata quale principio ordinatore del mondo che; in una prospettiva provvidenzialistica (vedi supra, n. 51),
suscita l'amicizia per favorire la creazione della societ umana: neque enim reperio,

quid in rebus humanis excogitarit natura praestantius amicitia, quid concordia contra
fortunam maius auxilium. nam primum praeter cetera animalia induit nostris pectoribus
quandam societatem, qua mutuo gaudere congressu, contrahere populos, condere urbes
edocuit,' et, cum mentibus nostris varios imposuerit motus, nullum profecto meliorem benivolentia tribuit affectum. quid enim foret humano genere felicius, si omnes esse possent
amici? non bella, seditio nes, latrocinia, lites ceteraque mala, quae hominibus ex se ipsis
nata sunt, fortunae accessissent. id quidem nimium deo visum est, at certe honestis convenire mentibus, fide m colere, amoris gratiam referre omnibus temporibus, omnibus gentibus praecipuum et quodammodo_ sacrum fuit. neque enim nisi optimis mentibus contingit,
ut aut sic amare sciant aut sic amari mereantur, In effetti non saprei trovare cosa la
natura abbia escogitato di pi vantaggioso, nella vita umana, dell'amicizia, quale
pi valido aiuto contro la sorte della solidariet. Infatti per prima cosa, essa ha
posto nel nostro cuore, diversamente da quello degli altri esseri viventi, una
socievolezza grazie alla quale ci ha insegnato a godere della reciproca compagnia,
a riunire le genti, a fondare le citt, e, pur avendo istillato nella nostra mente
diversi impulsi, non ci ha assegnato nessun sentimento migliore della benevolenza. Chi mai sarebbe pi felice del genere umano, se tutti potessero essere amici?
Alla sorte avversa non si sarebbero aggiunti i conflitti, le ribellioni, le rapine, le
liti e tutti gli altri mali che sono nati dagli uomini stessi. Di certo alla divinit
sembr eccessivo, ma comunque essere in accordo nelle intenzioni oneste, onorare la lealt, essere grati per l'amore, in ogni tempo, presso tutti i popoli, sempre stato importante e in qualche modo sacro. Infatti non capita, se non agli animi migliori, di saper amare in tal modo o di meritare un simile amore.
Il passo una concentrazione di luoghi comuni di derivazione filosofica, a
partire dell'idea che l'amicizia, innata nell'uomo, sia posta all'origine della vita
sociale: il concetto, richiamato da Cicerone per introdurre la teoria dell' oikeiosi!,
pur difficilmente riconducibile aduna precisa fonte filosofica 66, condiviso da
peripatetici e stoici e trova riscontro, anche sul piano lessicale, in alcuni passi
senecani 67. Altrettanto ben documentata l'idea che gli amici possano costitui-

66 Cf. supra, in particolare Lael. 19 sic enim mihi perspicere videor ita natos esse nos ut inter
omnes esset societas quaedam, maior autem, ut quisque proxume accederet e off. 1,12 eademque natura vi rationiJ hominem conciliat homini et ad orationis et ad vitae societatem; inoltre Powell1990,
p. 89s. ad Cic. Lae/. 19: The idea that human society is a consequenceof human nature ...
seems straightforward enough and hardly needs to be traced to a particular philosophical
source. It was held by both the Peripatetics and the Stoics.
67 Cf. Seno epist. 9,3 ut aliarum nobis rerum innata dulcedo est, sic amicitiae. Quomodo solitu-

128

re un fronte comune contro la sorte avversa, riconducibile a una concezione utilitaristica tipicamente epicurea e ripresa da Seneca, con le consuete oscillazioni
tra critica e adesione 68. Infine, di matrice stoica e ampiamente diffuso nella diatriba il concetto che solo ai migliori (optimis mentibus) sia possibile vivere adeguatamente l'amicizia 69.
La natura e l'amicizia sono invece nettamente contrapposte nella declamazione XVI: in 16,2 (320,15-22 H.) si perviene ad una decisa svalutazione del
legame biologico rispetto alla relazione amicale, scelta consapevolmente e liberamente: me si quis interroget, nullos affectus tantum nasci puto, et si quis omnia vera
ratione respiciat, quicquid liberos, parentes, fratres, propinquos invicem tenet, amicitia
est. Homines igitur, quos 70 cum maxime incredibilium rerum loquitur invidia 71, sumus
sine dubio non eiusdem pars animae, non eiusdem pondus uteri; sed quanto minus in
causis, tanto plus in affectu est, se qualcuno me lo chiedesse, non credo che nessun
affetto sia legato solo alla nascita, e se si considerasse ogni cosa con autentica
razionalit, tutto ci che lega reciprocamente figli, genitori, fratelli, parenti,
amicizia. Noi, gli uomini di cui soprattutto parla chi invidia le cose che non

dinis odium est et adpetitio societatis, quomodo hominem homini natura conciliat, sic inest huic quoque rei stimulus qui nos amicitiarum adpetentes faciat, su cui cf. Scarpat 1975, p. 226, per la corrispondenza anche lessicale con Cic. off. 1,12; e epist. 48,2 haec societas diligenter et sancte observata, quae nos homines hominibus miscet et iudicat aliquod esse commune ius generis humani, plurimum ad illam quoque de qua loquebar interiorem societatem amicitiae colendam proficit; omnia enim
cum amico communia habebit qui multa cum homine.
68 Sulla condivisione delle avversit, cf. Seno epist. 6,3; 48,2 e 78,2 (gli amici recano giovamento nella malattia); per la critica alla concezione utilitaristica di Epicuro cf. epist. 9,8-12,
e l'introduzione di Scarpat 1975, pp. 189-201. Del resto la condivisione individuata come
tratto distintivo dell'amicizia anche nella tradizione paremiografica: cf. Erasmo, Ad. 1 amicorum communia omnia; altri esempi in Tosi 1991,.p. 586 (n. 1305).
69 Cf. Oltramare 1926, p. 58 e p. 238, sulla pervasivit del topos in Seneca (ben. 7,12,2;
epist. 9,5; 19,11; 20,7; 35,1; 63,1; 81,12; 123,5).
_ 70 Oggetto di loquitur. per la costruzione di loquor con l'accusativo della persona che
costituisce l'oggetto del discorso, cf. ThlL VII/2 1664,55ss.; l'uso frequente nello Pseudoquint:iliano (cf. De Vico 1957, p. 30).
71 Ci si riferisce qui all'atteggiamento di chi non accorda credibilit a ci che suscita in lui
invidia: cf.l'epitafio di Pericle (Thuc. 2,35,2) o TE yp uvnow KQL .EVVOU ICPOQT)
TaX'
TL VOEEOTpW TTp i ~01J-ETQL TE KQL TTLaTQTm vOI_LlanE oT]-ova8m,
TE aTTnpo EaTLV i KQL TT-Eova(Ea8m, OL ep86vov, c'( TL imp T)V aiJTov
aLV K01JOL, l'ascoltatore consapevole e ben disposto sar portato a ritenere l'esposizione
manchevole rispetto a quanto egli conosce e si attende; chi invece non ha esperienza di virt vi coglier dell'esagerazione, mosso da invidia quando senta celebrare imprese che eccedono le sue capacit. Si veda inoltre infra nella declamazione 6, 326,3 H. (amicitia) quae

av

epu-

tamen pervenerat ad incredibilium fidem, nisi illa vos inpediretis.

129

vuoI credere, senza dubbio non siamo parte di una stessa vita, non siamo nati
dallo stesso ventre, ma quanto meno valgono le origini comuni, tanto pi forte l'affetto. L'irriducibilit delle r.e1azioni umane al puro istinto dato dal legame .
di sangue, a cU:i deve aggiungersi la razionalit, un concetto. gi epicureo 72,
presente, come si visto, nella teoria stoica dell' oikeiosis, che fa consistere tale
'surplus' nell' eunoia o bene.volentia (cf. supra). Il concetto ripreso da Valerio
Massimo, che cos introduce la sezione della sua opera dedicata alle amicizie
esemplari (4,7): contemplemur nunc amicitiae vinculum potens et praevalidum neque
ul/a ex parte sanguinis viribus inferius) hoc etiam certius et exploratius) quod il/ud
nascendi sors) fortuitum opus, hoc uni'us cuiusque solido iudicio inchoata voluntas contrahit. Nella declamazione XVI tale luogo comune compare al 6 (325,19-326,3),
in combinazione con quello, precedentemente esaminato, dell'amicizia all'origine della civilt: amicitia est, qua m mihi videtur natura excogitasse, ut coire invicem
possit totum hominum genus, quae ideo nondum circa se tenet omnes admirationes, quia
tota non contigit) quae tamen pervenerat ad incredibilium fidem, nisi il/a vos inpediretis; amicitia, plurium corporum unus animus, vicariae manus, fortior quam matris affectus, l'amicizia che credo sia stata inventata dalla natura perch tutto il genere
umano possa riunirsi assieme; l'amicizia, che per questo non suscita ancora
l'ammirazione di tutti: per il fatto che a me non tocca intera, mentre sarebbe
giunta a far credere l'incredibile, se voi non lo aveste impedito; l'amicizia: un'anima sola in pi corpi, le proprie mani prestate all' altro, un affetto pi forte di
quello materno. La superiorit dell'amicizia sul vincolo di sangue, nella fattispecie sull' amore materno, affermata perentoriamente nell' epifonema finale,
in cui il topos dell' amicizia come condivisione totale trova espressione attraverso
due immagini: quella, ampiamente diffusa in diversi generi letterari, dell' unus
animus 73 e quella, tipicamente declamatoria, delle vicariae manus 74.

Il suicidio (<<Declamazioni Maggiori IV e XVII)


Un ultimo esempio, utile ad illustrare il rapporto tra declamazione e filosofia, dato dal tema del suicidio.Pur non sintetizzato formalmente in una thesis,

Cf. Fraisse 1974, p. 312 e n. 16.


La condivisione dell'animo un topos assai diffuso: agli esempi raccolti da Raccanelli
2000, p. 119 n. 36, si potrebbero aggiungere alcuni riscontri senec::ani: Seno epist. 3,3; 6,3;
48,2. In latino il concetto sintetizzato dall'aggettivo unanimus, su cui Strati 2002.
74 Su vicariae manus, locuzione tipica delle declamazioni pseudoquintilianee, cf. Raccanelli 2000, pp. 108-110 e nn.; il legame di amicizia tale da indurre l'amico a divenire un
sostituto, quasi un doppio dell'altro.
72
73

130

il dilemma se sia lecito o no suicidarsi, ha un notevole rilievo nella letteratura


diatribica e, in mbito latino, costituisce un nodo della riflessione senecana.
Anche nella declamazione il problema di decidere se, come, e in quali circostanze darsi la morte ha un certo spazio: pensiamo a quella particolare tipologia di
controversia che va sotto il nome di rrpoaaYYEla, o autodenuncia del suiida,
in cui un individuo avanza al tribunale cittadino la richiesta di suicidarsi 75.
Molto diffuso nella declamazione greca - in cui spesso trattato in forma comica - il thema trova ampio riscontro anche sul versante latino, dove alla rrpoaayYEla corrisponde la richiesta di mors voluntaria. Quanto alla suasoria, un esempio interessante il thema storico documentato da Seneca padre (suas. VI): deliberat Cicero an Antonium deprecetur, in cui Cicerone deve scegliere tra la sottomissione ad Antonio e la morte cert,a, ossia una forma di suicidio 'politico' che lo
pone allivello dell' exemplum catoniano, del resto esplicitamente richiamato dai
declamatori 76. Che il tema implicasse una argomentazione dell'opportunit etica del suicidio, lo si pu agevolmente dedurre dalla divisio proposta dal declamatore Cestio suas. 6,1 O: mori tibi utile est, honestum est, necesse est, ut liber et inlibatae
dignitatis consummes vitam. Del resto, il gesto di Catone l'Uticense, ripetuto dal
Cicerone della suasoria, si presentava inevitabilmente carico di implicazioni filosofiche: esempio insuperato di virtus stoica 77, ripetutamente evocato dalla ricca letteratura sugli exitus illustrium virorum, un insieme di topoi sul tema della
morte nobile, che, ampiamente circolante in mbito retorico e diatribico, estende la sua influenza a diversi generi letterari, soprattutto alla storiografia. Nell'immaginario romano Catone corrisponde infatti al greco Socrate, gi paradigma della morte filosofica, soprattutto a partire dal racconto platonico del Pedone,
e ben noto alla letteratura declamatoria 78. La conferma della sostituzione viene
proprio dalla retorica di scuola, che, come nota Ronconi 79, provvede ad aggior75 Il presupposto dell'azione giudiziaria una legge (menzionata nel thema) che punisce
il suicida proibendone la sepoltura, se il permesso di morire non viene accordato dalla citt.
La fondatezza storica delle leges che regolano la morte volontaria nella declamazione e, al
solito, mo~to discussa: cf. Thalheim 1921, p. 1135, Russell 1983, p. 36; quanto al latino,
Bonner 1969, p. 101 ipotizza il recupero di un'antica legge romana, mentre van Booff 1990,

p. 168 e Gris 1982, p. 142s. e n. 77 ritengono si tratti di pura finzione. Un riepilogo della
questione ih Sussman 1994, p. 155 ad Calp. Flacc. 20.
76 Cf. suas. 6,10 utrum satius sit vivere eum Antonio an mori eum Catone, e Edward 1928, p.
138 ad loe.
77 Per la figura di Catone in Seneca, cf. Alexander 1946 e infra, n. 80.
78 I temi declamatori incentrati su Socrate sono schedati da Kohl 1915, p. 50s.; simili
temi sono particolarmente amati eia Libanio, che compone tra l'altro un'apologia (decl. 1
Foerster): cf. l'introduzione di Russell1996, p. 9.
79 Ronconi 1968, p. 208.

131

nare la suasoria se Socrate debba prendere moglie in se Catone debba prendere moglie.
Neppure le Declamazioni Maggiori si sottraggono alla fascinazione del suicidio
filsofico: un certo interesse presentano, sotto questo aspetto, le controversiae IV e
XVII. Nella controversia IV, a cui si gi accennato sopra a proposito della quaestio de providentia, un eroe di guerra avanza la richiesta di mors voluntaria per sottrarsi al destino che gli impone di assassinare il padre. Qui il paradigma della
morte nobile evocato dalla figura stessa del vir fortis, che, come Catone, co~pie
la scelta di suicidarsi con la spada, preoccupandosi anche per la buona riuscita del
suo exitus, come si desume dalla peroratio finale 80; inoltre, per il suo conflitto con
il padre, strenuo oppositore del suicidio, il personaggio echeggia l'Ercole senecano, impegnato in una analoga controversia con il patrigno Anfitrione in una scena non priva di implicazioni filosofiche 81. Il parallelo meriterebbe un adeguato
approfondimento, che ci condurrebbe per fuori strada. Pi ilteressante, ai
nostri fini, il fatto che il giovane, per giustificare la propria determinazione a
morire, ricorra ad -argomentazioni di carattere 'generale', valevoli a prescindere
dalle circostanze particolari a cui vincolata la causa. Si tratta della parte centrale del discorso a partire dal paragrafo 8 (69,18-70,4 H.): quid mihi amplius cum

corpore, quod oderunt oculi sui, cum quo cotidie properans anima rixatur? non sunt mea
membra, quae possim velut hostis alicuius lacerare, confodere. homini, qui semel renuntiavit rebushumanis, non redditur vita, sed tempus, et ipsa cupiditas ratioque pereundi hoc
ipso quo vetamur, adcrescit. felicior mehercules, qui moritur, antequam debeat, antequam
velit; paene sero renuntiat vitae quisquis sic ad exitum pervenit, ut hoc illum lacere nemo
miretur. ei tantum debet mors negari, de quo non sufficit hoc poenae genus, ut ipse se
potius occidat, Che cosa ho pi a che fare io con un corpo, che gli stessi occhi
detestano, contro il quale ogni giorno lotta questa mia anima, che si affretta verso la morte? Non sono mie queste membra, tanto che potrei lacerarle e trafigger80 Cf. dee!. mai. 4,23 (84,9 H.) vir fortis, commendo vobis exitum meum. si non continuo letale
vulnus inpressero, si non cum sanguine totam animam properans ictus egesserit, adiuvate dexteram,
deprimite telum et ante omnia detinete patrem. Anche la preoccupazione di non essere salvato in
extremis (soprattutto dal padre) potrebbe alludere al suicidio di Catone, che, ricucito dai medi-

ci dopo un primo tentativo di suicidio, sarebbe stato costretto a riaprirsi da solo le ferite per
morire; su questo particolare insiste S~neca: epist. 24,8 quo obligato a medicis cum minus sangui-

nis haberet, minus virium, animi idem, iam non tantum Caesari sed sibi iratus nudas in vulnus manus
egit et generosum illum contemptoremque omnis potentiae spiritum non emisit, sed eiecit ed epist. 7 O,19.
81 Cf. Rerc. fur. 1240-1340: mentre in Euripide (EF 1214-1414) l'amico Teseo a distogliere l'eroe dai suoi propositi suicidi, Seneca assegna questo ruolo al vecchio Anfitrione, che,
diversamente dal pater della controversia, riesce nel suo intento. La scena senecana va confrontata con epist. 78,2 in cui il filosofo dichiara di aver desistito dal suicidio per amore dell'anziano padre (cf. Biondi 1984, pp. 37-39 e 2001, pp. 17-34).

132

le come se appartenessero a un nemico. Ad un uomo che ha rinunciato una volta per tutte al mondo, non viene restituita la vita, ma il tempo, e il desiderio stesso e la determinazione a morire aumentano proprio per il fatto che ci vietato
farlo. Pi fortunato, davvero, chi muore prima di doverlo fare, prima di volerlo;
rinuncia quasi tardi alla vita chiunque giunge alla morte in modo tale che nessuno si meraviglia che lo faccia. La morte deve essere negata solo a colui per cui
non si ritenga sufficiente questo genere di pena: ossia che sia lui stesso ad uccidersi. Dopo aver dato voce al tormento interiore del figlio, il discorso si sposta
sul piano generale (homini ... quisquis ... is ... de quo): per chi ormai rassegnato
alla morte, la vita perde ogni attrattiva, riducendosi a un semplice periodo di
tempo. La contrapposizione tra vita, in sen'so enfatico (<<vita che vale la pena
vivere), e tempus, con valore puramente quantitativo, tipica di Seneca, e la si
ritrova, concentrata nella breve misura di una sententia, in brev. 2,2 'exigua pars est
vitae, qua vivimus'. ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est 82, 'piccola
la parte della vita che viviamo'. S: tutto lo spazio rimanente non vita, ma
tempo. Un'altra corrispondenza con Seneca pu essere individuata, sul piano
formale, nella locuzione renuntiavit rebus humanis, variata in renuntiat vitae, e presente, in un contesto analogo, in dee!. mai 17,4 (335,17 H.) 83: Seneca in tranq.
3,7 ha si ... et generi humano renuntiamus 84.
Ancora pi significativa, sul piano dell' argomentazione, la lunga tirata che
occupa quasi tutto il 9s. (70,16-72,4) possum igitur, P. c., publica quadam voce
generis humani respondere quaerentibus causas mortis interrogatus, at ego difficilius redderem vitae: quid iuvat, o misera mortalitas, animam per tot annos, etiam, si natura
patiatur, per infinita temporum spatia tristissimo corporis retinere complexu? si cuncta
gaudia nostra, si voluptates et quaecumque ex hac universitate mundi vel sollicitant
aspectu, vel blandiuntur usu, diligenter excutias, tota vita hominis unus est dies. humiles
prorsus abiectaeque mentes, quas non implent haec eadem semperque redeuntia. at qui
honestis operatus artibus sciat, quis finis bonorum, quae vera felicitas, numquam sibi
videbitur praematura morte periturus, et lucis causas ad animum mentemque referentium neminem cotidie vita non satiat. relaturum nunc me putatis, quanto plura sint in
hac aevi brevitate fugienda, comparaturum gaudiis) prosperis metus, calamitates? illa,

82 Per la struttura della sententia senecanae per il valore enfatico di vita, cf. Traina 1973;
p.5 ad loc.; loci similes in Ramondetti 1999, p. 720. Sull'opposizione tra valore quantitativo e
qualitativo del tempo cf. inoltre Dionigi 1995, p. 17s.
83 Cf. infra, p. 16.
84 Il contesto diverso: non si tratta di suicidio, ma di rinuncia dalla vita sociale. Il verbo renuntio, nel senso dell'italiano rinunciare, sembra attestato per la prima volta proprio in
Seneca (cf. Traina 1996, p. 16 ad brev. 7,4); ricorre poi con una certa frequenza nel latino di
et argentea (OLD 1616).

133

illa aestimemus, propter quae fatigamus votis deos, propter quae brevem querimur aetatemo nempe sunt vanitas, cupido, luxuria, libido. non pudet propter haec ferre debilitates, luctus, spatia morborum, et, cum liceat evadere, malie pati? finge tibi velut ipsam
proclamare naturam: receptus es in hoc pulcherrimum mundi rermque consortium et
per succedentium vices in ordinem mortalitatis natus bona nostra vidisti; admitte posteros, cede venientibus. nescis, te quanto diutius vixeris, tanto magis impatientem perire?
quantumlibet pro rogen tur tempora, iungantur aetates, quandoque tamen non potest non
exitu perire miseri, qui moritur invitus. miraris, .quod suprema mea ipse praecipitem?
numquid enim non hoc agunt singuli dies? omnis nos hora per tacitos fallentesque cursus
adplicat fato, et in hac turpissima perpetuitatis cogitatione districti per exigua festinantis
aevi momenta praemorimur. faciamus potius de fine remedium, de necessitate solacium;
exeamus sponte, consilio, pieni securitatis, gratias agentes. solus vixit, quoad voluit, qui
mori mavult, dunque, giudici, se interrogato, posso rispondere a chi mi chiede
le ragioni del suicidio con la voce, per cos dire, comune a tutto il genere umano; pi difficilmente, invece, potrei rendere ragione della mia vita: a che serve,
o miseri mortali, trattenere la vita nel tristissimo abbraccio del corpo per tanti
anni, anzi, se la natura lo concedesse, per spazi di tempo illimitati? Se esaminassi con cura. tutte le nostre gioie, i piaceri e quanto, di questo mondo nel suo_
complesso, ci seduce con la sua vista e ci attrae con la consuetudine che abbiamo di esso, tutta la vita dell'uomo si riduce a un solo giorno. Sono meschini e
davvero spregevoli gli animi che queste cose, che pure si ripetono sempre uguali, non riescono a saziare. Ma chi conosca gli effetti delle discipline liberali ossia sappia quale sia il sommo bene, quale la vera felicit - non penser mai di
morire di morte prematura, e tra chi ben considera le cause della vita non c'
nessuno che ogni giorno la vita non sazi. Credete forse che ora mi appresti a dire
quanto pi numerose sino in questa breve vita le cose da evitare, confrontando
le gioie e le fortune con. i timori e le disgrazie? Consideriamo invece proprio
quelle cose per cui sfiniamo gli dei con le nostre preghiere, quelle cose per cui ci
lamentiamo della brevit della vita. Evidentemente si tratta di leggerezza, brama, vizio, capriccio. Non ci vergognamo a sopportare, per queste ragioni, infermit, pianti, lunghe malattie e a preferire la sofferenza, quando potremmo
venirne fuori? Immagina che la natura in persona ti rimproveri a gran voce: "sei
stato accolto in questa splendida compagine del cosmo e della vita e, nato nella
schiera. dei mortali, con l'avvicendarsi delle generazioni, hai visto ' nostri beni;
dunque lascia entrare chi viene dopo, cedi il posto a chi arriv'. Non sai, che
quanto pi a lungo hai vissuto, tanto pi sarai insofferente della morte? Si allunghino pure i tempi quanto si vuole, si aggiungano anni: chi muore senza volerlo non pu non fare una morte infelice. Ti stupisci che io stesso acceleri la mia
fine? Ma non fa forse lo stesso ogni singolo giorno? Ogni ora ci avvicina alla
morte con la sua tacita e ingannevole corsa e presi dalla vergognosa illusione di

134

vivere in eterno, moriamo prima del tempo nei brevi momenti in cui il tempo
passa veloce. Piuttosto, consideriamo la morte una soluzione; la necessit, un
sollievo. Andiamocene spontaneamente, per una nostra decisione, in tutta tranquillit, ringraziando. vissuto finch ha voluto solo chi preferisce morire.
Il declamatore accumula e intreccia qui diversi motivi assai diffusi nella tradizione diatribica e segnatamente in Seneca:
1) la critica a chi non sa staccarsi dalla vita, soprattutto se vecchio: evidente
nell'apostrofe di piglio diatribico alla misera mortalitas, che aspira vanamente a
un'esistenza senza fine (quid ... iuvat?), e quindi ribadita nella breve proposopea
della Natura, che richiama l'uomo alla necessit di adeguarsi all'ordine del mondo, cedendo ad altri il proprio posto (admitte posteros, cede venientibus). La prosopopea, figura molto cara alla diatriba, richiama immediatamente alla memoria la
rampogna della Natura all'uomo pauroso della morte in Lucrezio 3,931-977 85 ;
ma l'eccessivo attaccamento alla vita criticato anche da Orazio (sat. 1,1,117), e
da Seneca, ad esempio in brev. 11,1 denique vis scire quam non diu vivant? vide quam
cupiant diu vivere. Decrepiti senes paucorum annorum accessionem votis mendicant:
minores natu se ipsos esse fingunt; mendacio sibi blandiuntur et tam libenter se fallunt
quam si una fata decipiant 86.
2) la concezione qualitativa del tempo, gi individuata in 4,8. Interessante,
sotto questo profilo il sintagma: si cuncta gaudia nostra ... diligenter excutias, tota
vita hominis unus est dies: se si esamina con attenzione il tempo consumato in
vani piaceri, le esperienze significative si potrebbero ridurre a un solo giorno di
vita vera. A Seneca rinvia l'impiego del concreto excutio, perquisisco, ad indicare l'esame approfondito delle esperienze vissute, che conduce inesorabilmente alla constatazione di aver vissuto poco, proprio come in brev. 7,2, allorch il
filosofo invita a passare in rassegna le attivit degli occupati, gli affaccendati in
mille impegni diversi: omnia istorum tempora excute, aspice quam diu computent,
quam diu insidientur, quam diu timeant, quam diu colant, quam diu colantur 87; e
poco pi avanti ribadisce (7,7) dispunge, inquam, et recense vitae tuae dies: videbis
paucos admodum et reiculos aput te resedisse. Analoga la conclusione del declamato-

85 Su cui cf. Giancotti 1960, p. 8'6s. e Kenney 1971, p. 212 ad loc., con un ricapitolazione delle fonti: punto di partenz la prosopopea delle Leggi in Platone (Crit. 50a), poi quella della Povert in Bione (7-8 H. = 17 K.); tra gli esempi latini, vale la pena di menzionare
Seno epist. 22,15 in cui la Natura invita gli uomini ad abbandonare la vita nella stessa condizione di purezza morale in cui vi sono entrati (quales intrastis exite): cf. Laudizi 2003, p. 62s.
ad loc.
86 Cf. Williams 2003, p. 184 ad loc., per il motivo dei senes cf>L.6(WOL, gi aristotelico (cf.
ad es. Rhet. 1389 32s.), e presente anche in Cicerone (sen. 28) e in Lucrezio (3, 955ss.).
87 Cf. Traina 1996, p. 15 ad brev. 7,2.

135

re che, sfruttando l'effetto dell'antitesi (tota ... unus), quantifica la vita realmente vissuta dall'uomo in una sola giornata (unus ... dies), con un'immagine che
sembra recuperare, rovesciandone i termini, il giudizio di Posidonio riportato da
Seneca in epist. 78,28 (= A239 V = 179 E.-K.) nam, ut Posidonius ait, unus dies

hominum eruditorum plus patet quam inperitis longissima aetas 88.


. 3) il tema della mors opportuna, prerogativa del saggio che sa scegliere il
momento giusto per abbandonare dignitosamente l'esistenza 89. Il riferimento
alla saggezza filosofica diviene esplicito nella declamazione attraverso il confronto tra le abiectae mentes e coloro che, nutriti di honestae artes, sono consapevoli della ripetitivit della vita e capaci di saziarsene. Sono qui riconoscibili due
motivi ben noti alla diatriba: l'idea che la vita proponga situazioni sempre uguali (eadem semper redeuntia), e la conseguente saziet percepita dal saggio (neminem
cotidie vita non satiat); li troviamo in combinazione nella gi citata prosopopea
lucreziana - rispettivamente in 3,947 (eadem tamen omnia restant) e 3,960 (satur
ac plenus) 90 - ma pure, ancora una volta, nel De brevitate senecano (7,9) quid

enim est quod iam ulta hora novae voluptatis possit adferre? omnia nota, omnia ad satietatem percepta sunto de cetero fortuna ut volet ordinet: vita iam in tuto est. Huic adici
potest, detrahi nihil, et adici sic quemadmodum saturo iam ac pIeno aliquid cibi quod
nec desiderat et capit 91. All' atteggiamento del saggio, il declamatore contrappone
il vano lamento per la brevit della vita (brevem querimur aetatem) 92, derivante
da un morboso e vergognoso attaccamento ai piaceri (vanitas, cupido, luxuria,
libido), che induce a sopportare inutilmente il dolore, quando sarebbe pi dignitoso abbandonare la vita (non pudet ... cum liceat evadere, malte pati?). Anche al
tema della mors opportuna associato un lessico tipicamente senecano: ne un
esempio l'impiego dei verbi evadere e exire (exeamus sponte l'esortazione finale
del declamatore) per indicare l'atto di abbandonare serenamente la vita 93.

88 Cf. Kidd 1988, p. 656s. ad loc. Crisippo (eth. 54,4 SVF III, 14): alla base c' sempre la
convinzione che la qualit di un'esperienza sia indipendente dalla sua durata.
89 Il tema peculiare dello stoicismo senecano: cf. Vegetti 1989, p. 295s. e Traina 2004,
p. 27 n. 88 (da vedere anche per la bibliografia) lo stoicismo ammetteva come soluzione
estrema il suicidio, ma non ne faceva un problema come Seneca.
90 Su entrambi i passi si veda Dionigi 1990, p. 316s. ad loc.: la metafora della vita come
banchetto di origine. epicurea; mentre il tema della ripetitivit della vita trova un' analogia
nell'Ecclesiaste (1,9).
91 Il rapporto tra questo passo senecano e Lucrezio colto da Traina 1996, p. 18 ad loc.
92 Motivo ricorrente nel De brevitate, introdotto nell' incipit (1,1) maior pars mortalium,
Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aevi gignamzn; quod haec tam velociter,
tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vita e
apparatu vita destituat. cf. Traina 1996, p. 1 ad loc.
93 Cf. Seno brev. 11,1 [decrepiti senes] quemadmodum paventes moriuntur, non tamquam exeant

136

4) l'idea che ogni giorno conduca pi vicino alla morte: il motivo senecano del cotidie mori - per cui la vita si configura come un cammino che, giorno
dopo giorno, conduce inesorabilmente alla morte - qui piegato a sostenere le
ragioni del suicida: miraris, quod suprema mea ipse praecipitem? numquid enim non

hoc agunt singuli dies? omnis nos hora per tacitos fallentesque cursus adplicat fato, et in
hac turpissima perpetuitatis cogitatione districti per exigua festinantis aevi momenta
praemorimur(71,18ss. H.). Tra i tanti loci senecani che elaborano questo tema 94,
risuonano forse pi chiaramente nel nostro passo epist. 26,4 non enim subito
impulsi ac prostrati sumus: carpimur, singuli dies aliquando subtrahunt viribus e epist.
104,12 omnis dies, omnis hora te mutat; infine, l'idea che una vita non adeguatamente vissuta equivalga a una morte anticipata (praemorimur) segna il finale del
De brevitate (20,5) 95.
Dunque, per giustificare la mors voluntaria il declamatore attinge a piene
mani dalla tradizione diatribica, attribuendo al suo vir fortis un atteggiamento di
fronte al suicidio analogo a quello del sapiens stoico.
Un' operazione simile messa in atto anche nella declamazione XVII, che
pure, per tanti aspetti, presenta una situazione rovesciata rispetto alla IV: al
posto del vir fortis compare qui un giovane su cui grava il sospetto del parricidio.
Il figlio, sorpreso in una stanza appartata nell' atto di preparare una pozione,
nega che il veleno sia destinato al padre, sostenendo di averlo preparato per suicidarsi 96. Il suicidio pertanto non il fine, ma la giustificazione con cui l'accusato motiva il possesso del veleno e cerca di ribattere l'accusa di parricidio 97.
Come osserva Seneca padre a proposito di questo tema declamatorio, il primo
problema che si pone a chi adotti questa linea difensiva la necessit di giustificare la scelta del veleno come strumento per il suicidio (contr. 7,3,7 illa prima

vulgaris in eiusmodi controversiis et pertrita quaestio, an venenum habere in mortem


de vita sed tamquam extrahantur, su cui Grimall966, p. 48; cf. anche supra, n. 86. Significativa anche la contrapposizione di evadere e pati, che compare anche in Seno Polyb. 9,2 nam si
nul/us defunpis sensus superest, evasit omnia frater meus vitae incommoda et in eum resiitutus est
locum, in quo fuerat antequam nasceretur, et expers omnis mali nihil timet, nhil cupit, nihil patitur.
94 Un riepilogo con bibliografia in Laudizi 2003, p. 141s. ad Seno epist. 24,19s.
95 Cf. Traina 1996, p. 45s. ad loc.
96 Cf. dee/o mai. 17 (thema) filium ter abdicare voluit pater, victus. invenit quodam tempore in
secreta domus parte medicamen tu m terentem. interrogavit, quid esset, cui parasset. il/e dixit venenum
et se mori <vel/e>. iussit pater bibere. il/e efiudit medicamentum. accusatur a patre parricidi.
97 Si tratta di un color. lo stesso adottato per trattare questo thema da Porcio Latrone, il
quale fa dire al figlio (Sen. contr. 7,3,7): 'mori volui taedio abdicationum et infelicitatis adsiduae,
cum in hoc tantum sordes ponerem ut cum maiore tormento positas resumerem et absolutio mihi uni
non finis esset periculi sed initium'.

137

suam lieeat): in effetti, il veleno, nel mondo della declamazione (e anche nella
realt storica della Roma imperiale), soprattutto uno strumento di omicidio,
tanto pi all'interno delle mura domestiche 98. Un importante appiglio tuttavia fornito al declamatore proprio dalla tradizione filosofica, su cui l'esempio
socratico esercita una profonda fascinazione, ispirando, assieme a Catone (cf.
supra), la letteratura sugli exitus stoici 99. In particolare la narratio, in cui il figlio
racconta come i preparativi per il suicidio siano stati bruscamente interrotti dall'intervento paterno, sembra evidenziare un tentativo di acquisizione, se pur in
forma degradata e talora rovesciata, della topica peculiare della 'morte stoica'.
Mi limiter a fornire qualche esempio 100 a partire da 17,4 (335,5-336,3 H.):
erat in domo nostra loeus, in quem seeedebam semper reus, in quem revertebar absolutus,
querelis meis laerimisque iam eonscius. in hune, non tamquam eustodiae patris inponerem, (nam quid posset inveniri, quo non me eaptantis aliquid deprehendere cura sequeretur?) sed sieut solent, qui mori volunt pudore, non ira, ab omnibus, qua e videbantur
avoeatura, seeessi. nam nee plaeuerat exitus genus querulum, tumultuosum aut quod
faceret invidiamo sed quid mihi teeum est, integritatis nimia simplieitas? non putat se
posse deprehendi, quisquis venenum parat ipse poturus. totus oeulis animoque conversus
haerebam miser in opere moriendi, nee dissimulo, cum quadam cunctatione, cum mora,
sicuti bonae eonscientiae lenta mors, nec praeeipiti per suprema trepidatione festinant,
quos hoc solum, quod sui miserentur, oecidit. abiit per tacitas conquestiones mens in .obitus contemplatione posita, et hausurus potionem, qua renuntiarem rebus humanis, totam
apud se reputabat animus innocentiam suam, cum pater secretum, quod per inpatientiam pereuntis impleveram, quantum credo, lacrimis meis gemituque perductus, intravit,
N ella nostra casa c'era una stanza in cui mi ritiravo sempre quando ero sotto
accusa, in cui tornavo dopo essere stato assolto, una stanza che conosceva i miei
lamenti e le mie lacrime. Qui mi ritirai, non per ingannare la vigilanza di mio
padre (che posto si sarebbe potuto trovare dove lui non mi seguisse con lo zelo
di chi cerca di scoprire qualcosa?) ma, come fanno di solito quelli che vogliono
morire con riservatezza, non con rabbia, mi volli allontanare da quanto sembra-

98 Il ricorso al veleno per l'omicidio , secondo Bonner 1969, p. 35s., uno di quei temi
che mettono in luce la congruenza delle controversie con la realt sociale della Roma tardorepubblicana e imperiale. Tra l'altro a Roma la Lex Cornelia de veneficis (citata da Cicerone in'
Cluent. 48) vietava di preparare, vendere e comprare veleno: cf. Bonner 1969, p. 111s. e n. 2.
Sul veneficium tra letteratura e realt storica, cf. anche Laudizi 1986, pp. 65-111.
99 Lo dimostra la presenza della cicuta nel racconto tacitiano della morte di Seneca, vuoi
che il ricorso al veleno sia stato introdotto dallo storico, come ritiene Ronconi (1968, p.
206), vuoi che che sia stata effettivamente una scelta del filosofo, maestro di ars moriendi e
quindi condannato alla morte socratica (Traina 2000, p. 6).
100 Un'analisi del passo in Pasetti 2007, p. 187 ss.

138

va potermi richiamare indietro. Infatti non mi era parsa opportuna una morte di
genere lamentoso, chiassoso o che suscitasse critiche. Cosa debbo fare con te,
eccessiva ingenuit della mia innocenza? Chiunque si prepari il veleno con l'intenzione di berlo, non pensa di poter essere colto sul fatto. lo, infelice, me ne
stavo tutto concentrato con gli occhi e con il cuore sull'atto del suicidio e, non
lo nego, con qualche esitazione, con qualche indugio, come lenta la morte della buona coscienza, e come non si affrettano con ansiosa precipitazione negli
ultimi istanti coloro che questo soltanto ha ucciso: l'aver compassione di se stessi. La mia mente se ne and tra silenziosi lamenti, assorta nella contemplazione
della morte, mentre stavo per bere la pozione con cui rinunciavo al mondo, il
mio animo ripensava alla sua totale innocenza, quando mio padre, a quanto credo richiamato dalle mie lacrime e dal mio pianto, entr nella stanza che avevo
riempito di lamenti per la mia incapacit di controllarmi in punto di morte.
Si possono facilmente individuare in questo passo alcuni elementi tipici dell'exitus stoico:
1) la ricerca di un luogo appartato in cui compiere il gesto estremo. Il giovane della declamazione sceglie di vivere le sue ultime ore nella stanza in cui gi
in passato era solito ritirarsi per dare sfogo alla sofferenza per le sue traversie
processuali (erat in domo nostra locus, in quem secedebam semper reus, in quem revertebar absolutus, querelis meis lacrimisque iam conscius) 101: anche i suicidi stoici si
compiono nello spazio raccolto del cubiculum, come si ricava dai resoconti senecani della morte di Cremuzio Cordo (Marc. 22,6 in cubiculum se ... contulit) e di
Marcellino (epist. 77,9 in ipso cubiculo poni tabernaculum iussit). La ricerca della
solitudine risponde da un lato allo scopo di consumare il suicidio lontano da
occhi indiscreti, dall'altro all'esigenza di prepararsi spiritualmente alla morte,
come si evince dalla narrazione tacitiana della morte di Pisone (ann. 16,59) pau-

lulum in publico versatus, post domi secretus animum adversum suprema firmabat.
Significativa a questo proposito la scelta del verbo secedere (secedebam ... secessi),
che 1'usus senecano carica di implicazioni filosofiche: il distacco dalla folla, che
introduce l' individ uo all' attivit speculativa 102.
2} la ricerca di una morte tranquilla e non precipitosa: il giovane rifiuta una
morte chiassosa, che possa suscitare critiche (nec placuerat exitus genus querulum,
tumultuosum aut quod faceret invidiam), e rifugge dal gesto impetuoso (haerebam

miser in opere moriendi, nec' dissimulo, cum quadam cu nctatio ne, cum mora, sicuti
101 il topos dellocus conscius, generalmente legato al tema amoroso: cf. ad es. Meleagro, P
5,8 N lEpl KUl MXVE, CJuvLCJTopa ovnva a..ov / OPKOL, .' lJfJ.a, El.6fJ.E8'
fJ.cj:>6TEPOL; numerosi esempi latini sono reperibili in ThlL VI 371,49ss. (s.v. conscius).
102 Per questo valore del verbo in Seneca, cf. Dionigi 1983, p. 163 e Traina 1987, pp. 20
e 174.

139

bonae conscientiae lenta mors, nec praecipiti per suprema trepidatione festinant, quos hoc
solum, quod sui miserentur, occidit), stigmatizzato anche dal filosofo in epist. 24,24
etiam cum ratio suadet finire se, non temere nec cum procursu capiendus est inpetus; il
contesto .la condanna della libido moriendi, la smania di liberarsi della propria
esistenza da cui il saggio deve restare immune mantenendo anche di fronte alla
mOrte un atteggimento equilibrato (vir fortis ac sapiens non fugere debet e vita,sed
exire). Contrapposto alla morte precipitosa, l'indugio del figlio - di per s
sospetto - appare cos in una luce positiva e viene associato alla bona conscientia,
espressione che in questo contesto indica l'assenza di senso di colpa 103.
3) il tentativo di controllo sulle proprie passioni nel momento fatale, ossia
quell'atteggiamento fermo e coraggioso tipico del sapiens di fronte alla morte che
ha il suo archetipo nel Fedone platonico 104 e che Seneca descrive con il termine
patientia 105. Questo motivo nella declamazione si presenta rovesciato: giunto il
momento cruciale del suicidio, il figlio abbandona la compostezza e si lascia travolgere dall' impatientia (secretum, quod per inpatientiam pereuntis impleveram)
cedendo a rumorose manifestazioni di dolore che attirano nella stanza il pater
(lacrimis gemitisque perductus ... intravit). Impatientia , come il suo antonimo
patientia, termine ricorrente in Seneca (e pi tardi nei cristiani) e ben documentato anche nel lessico declamatorio, in cui occorre nell' accezione senecana di
incapacit di sopportare 106.
Un'analisi pi estesa e accurata della declamazione XVII rivelerebbe altri elementi che documentano la rielaborazione di temi e concetti riconducibili al suicidio filosofico, nei termini in cui viene concepito dalla tradizione diatribica 107.
Soprattutto, si potrebbero addurre altri esempi in cui la declamazione presenta
evidenti punti di contatto, concettuali e stilistici, con Seneca; sulla base dei dati
fin qui prodotti non mi sembra si possa escludere neppure la possibilit di una
influenza pi diretta dell' opera senecana sul testo pseudoquintilianeo, ipotesi
che andrebbe peraltro verificata alla luce di ulteriori riscontri.
103 Una simile associazione si riscontra anch in decl. mai. 4,7 (67,19s. H.) decuit innocentiae amore pereuntem tranquillitas magna pereundi.
104 Cf. Plat. Phaed. 117b Ka. o a~wv Ka. I-lcla '(EW, cL 'EXKpaTE, o8v Tp-

O"a o8 8Lacp8dpa OUTE TOl! XPwl-laTo OUTE TOl! rrpoO"wrrou L'imperturbabilit di


fronte alla morte un topos in mbito diatribico, cf. Oltramare 1926, 52.
105 Cf. Dionigi, 2003,414: la patientia conosce il suo apice nella decisione del suicidio.
106 Ne ho contate 22 occorrenze in questo senso. Significativamente impatientia occorre
anche nel racconto taciti ano della morte di Seneca (ann. 15,63) in cui il filosofo allontana la
moglie, proprio per evitare di essere sopraffatto dall' impatientia: saevisque cruciatibus de/mus,

ne dolore suo animum uxoris infringeret atque ipse visendo eius tormenta ad impatientiam delaberetur, suadet in aliud cubiculum abscedere.
107

Rinvio per questo a Pasetti, 2007.

140

Conclusioni
In generale, per quanto co~cerne i temi affrontati in questo lavoro (la provvidenza, l'amicizia, il suicidio), mi sembra evidente che le declamazioni pseudoquintilianee documentino la rielaborazione, pur ad un livello generalmente basso e senza troppe preoccupazioni di coerenza, di motivi e luoghi comuni ben
noti alla letteratura filosofica e, in particolare, diatribica. Dalle argomentazioni di
carattere generale sfruttate dal declamatore si comprende come 1'esercizio della
thesis potesse effettivamente risultare proficuo per la costituzione di un repertorio concettuale (le sententiae translaticiae di Porcio Latrone) da integrare nel discorso di parte, favorendo quel passaggio dal particolare al generale tanto raccomandato da Cicerone e Quintiliano. Sul piano linguistico si osserva (tenendo
conto dei limiti formali della letteratura declamatoria) una singolare congruenza
con la lingua e lo stile di Seneca, che si fa pi stringente in rapporto a temi caratteristici della riflessione senecana, al punto che si sarebbe tentati di inserire le
declamazioni pseudoquintilianee nella lunga storia del Fortleben senecano.
Senonch, valutare l'influenza di Seneca sulla declamazione pseudoquintilianea
non semplice, a causa del debito che lo stesso stile senecano paga al genere
declamatorio, evidente dal confronto con l'opera di Seneca padre. Le declamazioni pseudoquintilianee possono comunque documentare la pervasivit di questo stile, vero territorio comune a retorica e a filosofia.

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