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te brevi lezioni sullo stoicismo
filosofo come medico
Quali cose si possono controllare?
Il problema delle emozioni
Affrontare le avversità
l nostro posto nella Natura
Vita e morte
. La vita sociale
logo
ture di approfondimento
e e fonti
graziamenti
nco dei nomi e delle cose notevoli
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John Sellars

Sette brevi lezioni sullo stoicismo


Traduzione di Angelica Taglia
Prologo

E se qualcuno ci dicesse che molte delle sofferenze della nostra vita


dipendono semplicemente dal modo in cui pensiamo alle cose? Non intendo
le sofferenze fisiche, come il dolore o la fame, ma tutte le altre cose che
possono influenzare negativamente la vita di una persona: ansia, frustrazione,
paura, delusione, rabbia, insoddisfazione generale. E se qualcuno sostenesse
di poterci mostrare come evitare tutto questo? E se ci dicesse che queste cose
sono in realtà il prodotto di un modo sbagliato di guardare il mondo? E se poi
dovesse risultare che la capacità di evitare tutto questo è interamente nelle
nostre mani?
Tutte queste affermazioni sono presenti nelle opere dei tre grandi stoici
romani, Seneca, Epitteto e Marco Aurelio, che vissero nel I e nel II secolo d.
C. Seneca è ricordato per il suo ruolo di precettore dell’imperatore Nerone,
Epitteto era uno schiavo che ottenne la libertà e poi aprí una scuola filosofica,
mentre Marco Aurelio fu imperatore di Roma. Le loro vite non avrebbero
potuto essere piú diverse, tuttavia tutti e tre scelsero lo stoicismo come guida
per vivere bene.
Quando i nostri tre stoici romani scrivevano, lo stoicismo aveva già
diverse centinaia di anni di storia. Tutto era iniziato in Atene. Il fondatore
della scuola si chiamava Zenone ed era originario di Cizio, nell’isola di
Cipro. Era figlio di un mercante, e, secondo un racconto, aveva visitato Atene
poco prima del 300 a. C. per alcuni affari del padre. Giunto sul posto, era
venuto in contatto con i filosofi della città e aveva presto cominciato a
studiare con maestri di diverse scuole rivali. Anziché affidarsi a una di queste
correnti filosofiche, aveva deciso di diventare lui stesso insegnante iniziando
a fare lezione nella Stoà Poikíle , «portico dipinto» nel centro di Atene.
Intorno a lui si raccolse rapidamente un certo numero di seguaci, che presto
divennero noti come «stoici», coloro, cioè, che si radunavano nella Stoà
Poikíle . La scuola stoica si sviluppò con i successori di Zenone, Cleante e
Crisippo, entrambi venuti ad Atene dall’Asia Minore. Gli stoici di epoche
successive arrivavano anche da un Oriente piú lontano, come Diogene di
Babilonia. Le opere di questi primi stoici non sono sopravvissute oltre la fine
dell’antichità, superando la transizione dagli antichi rotoli di papiro ai
manoscritti medievali su pergamena, e ciò che sappiamo del loro pensiero si
deve alle citazioni e ai resoconti di autori piú tardi.
Dei nostri tre stoici romani, invece, ci restano importanti opere letterarie.
Nel caso di Seneca, abbiamo scritti che affrontano diversi argomenti
filosofici, una raccolta di lettere all’amico Lucilio e alcune tragedie. Di
Epitteto ci rimangono una serie di discorsi scritti dal suo allievo Arriano, che
si propone di riferire le lezioni tenute dal maestro, insieme a un breve
manuale che raccoglie alcuni punti essenziali di tali discorsi. Mentre per quel
che riguarda Marco Aurelio abbiamo qualcosa di piuttosto diverso: appunti
privati che registrano i suoi tentativi di misurarsi con alcune idee centrali
dello stoicismo e di metterle in pratica nella vita.
Le opere di questi tre stoici romani hanno ispirato i lettori di tutti i tempi,
grazie al modo in cui affrontano alcuni dei problemi quotidiani che si
pongono a chiunque cerchi di tracciare la propria rotta nella vita. Le loro
opere, sostanzialmente, trattano di come vivere: come capire il proprio posto
nel mondo, come tenere duro quando le cose non vanno bene, come
controllare le proprie emozioni, come comportarsi con gli altri, come vivere
una vita buona, degna di un essere umano dotato di ragione. Nelle lezioni che
seguono, esploreremo alcuni di questi temi in maniera piú approfondita.
Cominceremo con il considerare ciò che, secondo gli stoici, la loro filosofia
poteva offrire, cioè una terapia per la mente. Esploreremo ciò che possiamo e
non possiamo controllare, e come il modo in cui pensiamo alle cose possa a
volte generare emozioni dannose. Penseremo poi alle nostre relazioni con il
mondo esterno e al posto che vi occupiamo. E concluderemo concentrandoci
sulle nostre relazioni con le altre persone, che contribuiscono cosí tanto alle
gioie e alle tensioni della vita quotidiana. Come vedremo, l’immagine
comune dello stoico, isolato e impassibile, non rende giustizia alla ricchezza
di pensiero che troviamo nei tre stoici romani. Le loro opere sono classici
senza tempo, e per buone ragioni. Il consenso di cui godono non è diminuito
nel tempo e ancora oggi le nuove generazioni trovano utili insegnamenti nei
loro scritti.
Sette brevi lezioni sullo stoicismo
I.
Il filosofo come medico

Sul finire del I secolo d. C. un ex schiavo, originario dell’Asia Minore, di


cui non conosciamo nemmeno il vero nome, aprí una scuola di filosofia in
una nuova città sulla costa occidentale della Grecia. Ci era arrivato non
propriamente per sua scelta, essendo stato bandito da Roma, insieme a tutti
gli altri filosofi, dall’imperatore Domiziano, che considerava questi
intellettuali una potenziale minaccia per il suo governo. La città, Nicopoli,
era stata fondata circa un secolo prima da Augusto, e l’ex schiavo era
conosciuto con il nome di Epitteto, che in greco significa semplicemente
«acquistato». Negli anni in cui fu attiva, la scuola di Epitteto attrasse molti
allievi e illustri visitatori, tra cui l’imperatore Adriano, che era molto meglio
disposto verso i filosofi di quanto non fossero stati alcuni dei suoi
predecessori. Personalmente, Epitteto non scrisse nulla, ma uno dei suoi
allievi – un giovane uomo di nome Arriano, che, per parte sua, sarebbe poi
diventato uno storico importante – prese nota delle conversazioni nella scuola
e in seguito ne trasse le Diatribe . Nelle Diatribe Epitteto è molto chiaro
su quale sia il suo ruolo di filosofo. Il filosofo, dice, è un medico, e la scuola
del filosofo è un ospedale: un ospedale per le anime.
Definendo la filosofia in questi termini, Epitteto si rifaceva a una
tradizione filosofica consolidata in Grecia, che risaliva almeno a Socrate. Nei
primi dialoghi platonici, Socrate aveva sostenuto che il compito del filosofo è
prendersi cura dell’anima, proprio come il medico si prende cura del corpo di
una persona. Con «anima» non si deve intendere alcunché di immateriale,
immortale o sovrannaturale. Piuttosto, in questo contesto dovremmo
considerarla semplicemente come mente, pensieri e opinioni. L’obiettivo del
filosofo è analizzare e valutare le cose che si pensano, esaminandone
coerenza e forza di persuasione. Su questo punto quasi tutti i filosofi, antichi
o moderni, sarebbero d’accordo.
Per Socrate, e piú tardi per gli stoici, questa attenzione per il prendersi
cura dell’anima di una persona era ancora piú importante perché l’uno e gli
altri ritenevano che la condizione della nostra anima determini in ultima
analisi la qualità della nostra vita. Socrate, come è noto, rimproverava gli
Ateniesi suoi concittadini perché dedicavano molta attenzione al loro corpo e
ai loro averi, ma ben poca alla loro anima, a ciò che pensavano o credevano,
ai loro valori e caratteri. Socrate invece insisteva che la chiave per una vita
buona, felice, sta nel dedicarsi a questi ultimi, non ai primi. In un importante
ragionamento, poi ripreso dagli stoici, Socrate cercava di mostrare che cose
come una grande ricchezza sono, in un certo senso, prive di valore. Piú
precisamente, sosteneva che la ricchezza materiale è neutra in termini di
valore, perché può essere usata per scopi buoni o cattivi. Il denaro, di per sé,
non è né buono né cattivo. Il fatto che venga usato per scopi buoni o cattivi
dipende dal carattere della persona che lo possiede. Una persona virtuosa può
usarlo per fare cose buone, mentre un individuo non molto virtuoso potrebbe
usarlo per causare grandi mali.
Che cosa ci dice questo? Ci mostra che l’autentico valore, la fonte di ciò
che è buono o cattivo, risiede nel carattere della persona che ha il denaro,
non nel denaro in sé. Ci dice inoltre che prestare eccessiva attenzione al
nostro denaro o a ciò che possediamo trascurando la condizione del nostro
carattere è un grave errore. È compito del filosofo indurci a questa
consapevolezza, nonché supportarci mentre cerchiamo di curare la nostra
anima da qualsiasi malattia possa essere affetta.
Un esito possibile di questo modo di pensare sarebbe sostenere che
dobbiamo prestare attenzione solo alle condizioni della nostra anima e
diventare indifferenti alle cose come il successo terreno, il denaro o la
reputazione. In effetti, gli stoici chiamavano queste cose «indifferenti». Solo
un carattere eccellente, virtuoso, è autenticamente buono, sostenevano,
mentre solo il suo opposto, un carattere vizioso, è malvagio; qualsiasi altra
cosa è un semplice «indifferente». Dopo Socrate, ci furono alcuni filosofi che
pensavano precisamente questo. Erano i cinici, il piú noto dei quali è Diogene
di Sinope; di lui si diceva che avesse abitato, almeno per un po’, in una botte,
come un cane randagio. Diogene aspirava a raggiungere un carattere virtuoso,
eccellente, a discapito di tutto il resto, propugnando una vita austera,
semplice e in armonia con la Natura. Si raccontava che Diogene, vedendo un
bambino che beveva acqua dalle mani, avesse detto «un fanciullo mi ha dato
lezione di semplicità» e poi avesse gettato via una delle poche cose che
possedeva: una tazza.
Zenone, il primo stoico, fu per un certo tempo attratto dal modo di vivere
dei cinici, ma alla fine lo trovò insoddisfacente. Socrate aveva affermato che
il denaro poteva essere usato per scopi sia buoni sia cattivi, ma, se non si ha
denaro, non lo si può usare per fare qualcosa di buono. Come Aristotele
aveva osservato, alcune virtú – la generosità, ad esempio, o la magnificenza –
sembrano richiedere una certa quantità di ricchezza. Non solo, ma la marcata
avversione di Diogene per gli averi sembrava andare al di là
dell’affermazione che queste cose sono meri «indifferenti». Se il denaro è
davvero un indifferente, allora perché preoccuparsi se si è completamente in
miseria o disgustosamente ricchi? Diogene sembrava sostenere che sia
sempre meglio essere poveri piuttosto che ricchi. Si può osservare come
questo apprezzamento della povertà avrebbe lasciato il segno in una parte
della tradizione cristiana successiva.
Ma questo non era il punto di vista di Zenone. Diogene aveva detto che si
deve vivere una vita in armonia con la Natura. Zenone replicava che è
completamente naturale per noi aspirare alle cose che ci aiutano a
sopravvivere: cibo, ripari, cose che preservano la nostra salute o che
contribuiscono al nostro benessere fisico. Tutti noi facciamo cosí, e non c’è
ragione di sentirsi a disagio per questo. Tutti noi ricerchiamo la prosperità
materiale perché contribuisce ad assicurare la nostra sopravvivenza.
Nel linguaggio ordinario, potremmo dire che tutte queste cose che ci
giovano sono «buone», ma Zenone, sulla scorta di Socrate, voleva riservare il
termine «buono» per un carattere eccellente, virtuoso. Cosí aveva invece
affermato che tali cose hanno valore. Noi diamo valore al fatto di essere in
salute, facoltosi e rispettati, nondimeno nessuna di queste cose è «buona» nel
senso in cui è buono un carattere eccellente. Ciò condusse Zenone a chiamare
queste cose, nel suo linguaggio tecnico, «indifferenti preferibili». A parità di
altre condizioni, tutti noi preferiremmo essere ricchi piuttosto che poveri, in
salute piuttosto che malati, rispettati piuttosto che disprezzati. Certo che
preferiremmo. Chi non lo farebbe? Ma – e questo è un punto centrale –
poiché un carattere virtuoso è la sola cosa davvero buona, non dovremmo
mai compromettere il nostro carattere per la ricerca di simili cose. Né
dovremmo pensare che qualcuna di queste cose possa, di per sé, renderci
felici. Chi desidera il denaro non semplicemente per soddisfare le necessità di
sopravvivenza, ma perché pensa che gli porterà automaticamente una vita
buona, felice, commette un grave errore. Chi compromette la propria integrità
nella ricerca della fama o del denaro commette un errore ancora piú grave,
perché danneggia il proprio carattere, ovvero la sola cosa davvero buona, per
inseguire un mero «indifferente».
Queste sono alcune delle cose che Epitteto deve avere discusso nella sua
scuola di Nicopoli. I suoi allievi dovevano essere per lo piú giovani dell’élite
di Roma, in procinto di intraprendere carriere amministrative nell’Impero. La
speranza è che tali lezioni li abbiano resi migliori di quanto sarebbero
altrimenti stati.
Ma che cosa significa, precisamente, prendersi cura dell’anima di
qualcuno? Che cosa implica il fatto di avere un carattere eccellente? In
termini molto fuori moda significa essere virtuosi. In particolare, significa
essere saggi, giusti, coraggiosi e temperanti, le quattro virtú cardinali secondo
gli stoici. Questo significa avere un buon carattere ed essere un uomo buono.
Se a prima vista tutto questo parlare di virtú potrebbe suonare un po’
moralistico, è anche possibile tradurlo in termini piú descrittivi. Che
caratteristiche ha un uomo buono? Possiamo parlare di uomini buoni allo
stesso modo in cui parliamo di un buon tavolo o un buon coltello? Un buon
tavolo è un tavolo che risponde alla definizione di fornire una superficie
stabile; un buon coltello è un coltello che taglia bene. Se gli esseri umani
sono per natura animali sociali, collocati per nascita in famiglie e comunità,
allora un uomo buono sarà un uomo che ha un comportamento socievole.
Uno che non si comporti bene con gli altri, cioè che non abbia i tratti
caratteriali della giustizia, del coraggio e della temperanza, in qualche misura
non riuscirà a essere un uomo buono, e se non ci riuscisse per nulla
potremmo addirittura chiederci se sia davvero un uomo. «Questa persona è
un mostro», potremmo dire di qualcuno che ha commesso crimini efferati
contro gli altri.
Nessuno vuole questo. E infatti, gli stoici avevano anche fatto propria la
convinzione socratica che nessuno sceglie di essere vizioso o sgradevole.
Ciascuno ricerca ciò che pensa sia buono, anche se la sua idea di che cosa sia
buono o che cosa gli gioverà è irrimediabilmente distorta. Ecco di nuovo un
punto su cui interviene il filosofo. Il compito del filosofo, concepito come un
medico dell’anima, è condurci a esaminare le convinzioni radicate in noi su
ciò che pensiamo sia buono o cattivo, ciò che pensiamo ci servirà e ciò di cui
pensiamo di avere bisogno per poter godere di una vita buona, felice.
Secondo gli stoici, una vita buona, felice, è una vita in armonia con la
Natura. Ritorneremo su questa idea a piú riprese nelle prossime lezioni. Per
ora, possiamo dire che essa implica il pensiero che dovremmo vivere in
armonia con il mondo naturale esterno a noi (la Natura con la N maiuscola)
cosí come con la nostra natura umana. Ai nostri giorni siamo spesso indotti a
pensare che le persone siano per natura egoiste e competitive, sempre in cerca
del proprio tornaconto. Gli stoici hanno una visione abbastanza diversa, piú
ottimistica, della natura umana: pensano che, se lasciati a se stessi, gli uomini
crescendo diventino naturalmente degli adulti razionali, virtuosi. Noi siamo
per natura animali sociali ragionevoli e onesti. Certamente, molte cose
possono interferire e interrompere questo processo di sviluppo e, quando ciò
accade, ci troviamo a vivere una vita non in armonia con le nostre piú
profonde inclinazioni naturali. Quando ciò accade, diventiamo infelici.
È in simili circostanze che abbiamo bisogno del filosofo-medico, che può
offrire rimedi che ci permetteranno di tornare in carreggiata. Una delle cose
che speriamo tali rimedi possano fare è riconnetterci con il senso di ciò che
siamo in quanto esseri umani e di come potremmo vivere alla luce di tale
consapevolezza. Il primo passo in questa direzione è cominciare a prestare
attenzione alle condizioni della nostra anima, proprio come Socrate esortava
a fare, cioè alle nostre opinioni, ai nostri giudizi e ai nostri valori. La prima
lezione, quindi, è che possono certamente esserci aspetti esterni della nostra
vita che potremmo voler cambiare, ma nel frattempo dobbiamo prestare
anche la massima attenzione al modo in cui pensiamo alle cose.
II.
Quali cose si possono controllare?

Quali aspetti della nostra vita controlliamo veramente? Controlliamo se


ammalarci o no? Decidiamo se restare coinvolti in un incidente? Possiamo
impedire alle persone che amiamo di morire? Possiamo scegliere di chi ci
innamoriamo e chi si innamora di noi? Possiamo garantire il nostro successo
nel mondo? Che controllo esercitiamo veramente su una qualsiasi di queste
cose? Potremmo essere capaci di influenzarle in vari modi, ma possiamo
assicurare che avranno un esito positivo per noi? Domande come queste
erano di fondamentale importanza per gli stoici.
Il Manuale di Epitteto si apre con una spiegazione piuttosto scarna di quali
cose egli ritiene «dipendano da noi» e quali no. Le cose che possiamo
controllare, ossia le cose in nostro potere, includono i nostri giudizi, gli
impulsi e i desideri. Praticamente tutto il resto, suggerisce Epitteto, è
sostanzialmente fuori dal nostro controllo, inclusi il nostro corpo, i nostri
averi, la nostra reputazione e il nostro successo nel mondo. Egli prosegue
affermando che gran parte dell’infelicità umana si deve semplicemente a un
errore di classificazione, deriva cioè dal pensare di avere il controllo di cose
che in realtà non controlliamo.
Questa divisione sembra implicare una distinzione tra interno ed esterno:
possiamo controllare la nostra mente, ma non il mondo intorno a noi. Oppure
potremmo pensarla come una distinzione tra mentale e fisico: possiamo
controllare i nostri pensieri, ma non cose materiali come il nostro corpo o i
nostri averi. Nessuno di questi due modi di intenderla è però del tutto
corretto, anche se entrambi ne colgono qualcosa. Epitteto non dice che
controlliamo tutto ciò che è interno a noi o tutti i nostri pensieri. Piuttosto,
egli sostiene che abbiamo il controllo soltanto di un determinato tipo di
attività mentali. Per essere piú precisi, egli pensa che tutto ciò che davvero
controlliamo sono i nostri giudizi, insieme a quanto ne deriva. Noi non
abbiamo il completo controllo di ogni cosa nella nostra mente: non scegliamo
le sensazioni e i ricordi che abbiamo, e non possiamo accendere e spegnere le
nostre emozioni (ritorneremo sulle emozioni nella prossima lezione). No,
tutto ciò su cui abbiamo il completo controllo sono i nostri giudizi, vale a dire
quello che pensiamo sulle cose che ci capitano.
Ora, i nostri giudizi sono immensamente importanti perché, tra le altre
cose, determinano il modo in cui agiamo. Secondo l’espressione di Epitteto,
controllano i nostri desideri e i nostri impulsi. Possiamo vedere una cosa,
formulare il giudizio che sia una cosa buona, il quale suscita un desiderio, che
a sua volta ci spinge a ricercarla. A seconda di qual è la cosa in questione –
una carriera fantastica, una casa costosa – potrebbe essere una ricerca lunga e
difficile, portata avanti con costi elevati per noi e per gli altri. Ma l’intero
processo inizia con la semplice formulazione di un giudizio.
I giudizi sono dunque fondamentali, e noi li trascuriamo a nostro rischio,
ma spesso li formuliamo cosí rapidamente che non ci accorgiamo nemmeno
di farlo. Potremmo giudicare cosí rapidamente che una cosa è buona, e farlo
tanto spesso, da cominciare a pensare che la cosa in questione sia proprio
buona in se stessa. Ma nulla di esterno è intrinsecamente buono: è solo
materia in movimento. Solo un carattere virtuoso è autenticamente buono.
L’imperatore romano Marco Aurelio, che era un avido lettore di Epitteto,
cercava spesso di ricordare a se stesso questo punto fermandosi a pensare alla
natura fisica di cose apparentemente desiderabili prima di esprimere un
giudizio: un buon pasto è solo il corpo morto di un maiale o di un pesce.
Analogamente, l’accessorio costoso o l’auto di lusso sono solo un mucchio di
metallo e plastica. Il valore che queste cose sembrano avere è il valore che
noi attribuiamo loro con i nostri giudizi, e non qualcosa di intrinseco alle cose
stesse.
La buona notizia, secondo Epitteto, è che abbiamo il completo controllo
dei nostri giudizi, e con un po’ di riflessione ed esercizio possiamo
rapidamente superare la tendenza a giudicare le cose senza pensare. Se
possiamo farlo, se possiamo diventare padroni dei nostri giudizi, allora
avremo il completo controllo delle nostre vite. Decideremo che cosa è
importante per noi, che cosa desiderare e come agire. La nostra felicità sarà
completamente sotto il nostro controllo. In apparenza, Epitteto sembra dire
che non abbiamo il controllo su molte cose, ma in realtà sta dicendo che
abbiamo il controllo su tutto ciò che conta veramente per il nostro benessere.
Cosa ne è del resto, di ciò che secondo lui non controlliamo, tutta quella
roba che occupa cosí tanto la nostra attenzione: i nostri corpi, gli averi, la
reputazione e il successo mondano? Come abbiamo già visto, gli stoici
sostengono che nessuna di queste cose sia intrinsecamente buona. La
posizione di Epitteto su questo punto è leggermente diversa: anche se
pensiamo che esse siano buone, il fatto è che non ne abbiamo il controllo. Se
facciamo dipendere da una di queste cose la nostra felicità, essa sarà
estremamente esposta a forze esterne al nostro controllo. Che si tratti di una
relazione romantica, una specifica ambizione professionale, un possedimento
materiale o l’aspetto fisico, se la nostra idea di benessere dipende da una cosa
di questo genere, allora abbiamo effettivamente consegnato la nostra felicità
ai capricci di qualcosa o di qualcun altro. Questa non è una bella posizione in
cui trovarsi. Se pensiamo di avere il controllo di queste cose, ma la verità è
che non l’abbiamo, allora frustrazione e delusione sono quasi garantite.
Vale la pena di sottolineare, a questo proposito, come Epitteto non stia
suggerendo che dovremmo rinunciare al mondo esterno o rifiutarlo. Il
semplice fatto che non possiamo controllare una cosa non significa che
dovremmo ignorarla. Si tratta solo di sviluppare il corretto atteggiamento nei
suoi confronti. Nel seguito del Manuale , Epitteto propone di pensare alla
nostra vita come se fossimo attori in un dramma. Non abbiamo scelto la
nostra parte, non siamo noi a decidere che cosa capita e non possiamo
controllare quanto durerà. Piuttosto che scontrarci con tutte queste cose, che
sono fuori dal nostro controllo, il nostro compito è interpretare il ruolo che ci
è toccato nel modo migliore possibile.
È forse utile chiarire un po’ il concetto. Tutti noi ci troviamo a svolgere
piú ruoli. Alcuni possiamo sicuramente cambiarli, se vogliamo: nessuno
pensa che si debba restare vincolati a un mestiere avvilente o a una relazione
infelice. Ma ci sono altre cose connesse piú strettamente alla condizione
umana per le quali non c’è molto da fare. Nessuno di noi ha scelto
nazionalità, genere, età, colore della pelle o orientamento sessuale, eppure
tutte queste cose avranno un impatto significativo sulla forma delle nostre
vite.
È anche importante ricordare che, benché abbiamo il controllo delle nostre
azioni, non abbiamo il controllo dei loro esiti. Le cose non vanno sempre
come avremmo sperato o voluto. Talvolta ciò accade perché non abbiamo
agito nel modo migliore possibile, ma altrettanto spesso dipende da altri
fattori che si sottraggono al nostro controllo. Prima di Epitteto, lo stoico
Antipatro aveva tracciato un’analogia con il tiro con l’arco: anche un esperto
tiratore può a volte mancare il bersaglio perché il vento può deviare il corso
della sua freccia. Per questo, non c’è assolutamente niente che l’arciere possa
fare. Lo stesso accade in ambito medico: indipendentemente da quanto bravi
siano i dottori, talvolta fattori esterni al loro controllo fanno sí che non
riescano a salvare un paziente. Gli stoici pensano che tutta la vita sia cosí.
Possiamo sforzarci di fare del nostro meglio, ma non possiamo mai
controllare completamente il risultato. Se leghiamo la nostra felicità al
raggiungimento del risultato, corriamo il rischio di essere spesso delusi, ma
se il nostro obiettivo è semplicemente fare del nostro meglio, allora niente
può ostacolarci.
A proposito degli eventi del mondo esterno, incluso l’esito delle nostre
azioni, tutto ciò che possiamo fare davvero è seguire il flusso. Accettare ciò
che capita e assecondarlo anziché combatterlo. Nei suoi Ricordi , Marco
Aurelio piú volte rammenta a se stesso che la Natura è caratterizzata da un
processo di cambiamento continuo, nulla è stabile e non c’è nulla che si possa
fare per questo. Tutto quello che possiamo fare è accettare ciò che capita e
che non è sotto il nostro controllo, mentre concentriamo i nostri sforzi sulle
cose che invece lo sono.
Epitteto insiste particolarmente sull’opportunità di rivolgere l’attenzione
alle cose che sono sotto il nostro controllo. Dimenticare le cose che non
dipendono da noi e dirigere tutta la nostra attenzione sui nostri giudizi, che, a
loro volta, miglioreranno il nostro carattere, che è la sola cosa che ci
permetterà di ottenere ciò che Zenone chiamava il «facile corso della vita».
Ma bisogna essere vigili, perché, se si smette di prestare attenzione ai propri
giudizi anche solo per un attimo, si corre il rischio di ricadere in cattive
abitudini. Epitteto traccia un’analogia con il timoniere che conduce la nave:
Per capovolgere la barca, il timoniere non ha bisogno della stessa preparazione
necessaria a farla galleggiare: basta che governi un po’ contro vento, ed è perduto; e se
anche non lo vuole, basta che sia soprappensiero ed è perduto.

Se lasciamo calare la nostra attenzione, possiamo facilmente perdere tutti i


progressi che abbiamo fatto. Perciò dobbiamo introdurre momenti di
riflessione nella nostra vita quotidiana. Marco Aurelio descrive pratiche di
riflessione mattutina con cui si prepara al giorno che inizia, esaminando quali
sfide è probabile debba affrontare cosí da trovarsi in una posizione migliore
per superarle. Analogamente, Seneca delinea un processo di riflessione serale
in cui ripercorre la sua giornata, valutando che cosa ha fatto bene, dove la sua
attenzione può essere venuta meno e come potrebbe fare meglio il giorno
successivo. Epitteto si spinge ancora piú in là: come il timoniere che governa
la nave, anche noi dobbiamo restare concentrati in ogni singolo momento
della giornata, preparati a qualsiasi cosa possa accadere dopo. Dobbiamo
avere i nostri principî filosofici fondamentali sempre a portata di mano, cosí
da non ricadere in giudizi errati. Questa è filosofia come pratica quotidiana e
modo di vivere.
III.
Il problema delle emozioni

Arriano riferisce di un incontro tra Epitteto e un uomo in visita alla sua


scuola di Nicopoli, episodio utile a illustrare meglio il suo interesse per il
controllo. L’uomo chiede a Epitteto come può fare con suo fratello che è
adirato con lui. Che cosa può fare per l’ira di suo fratello? La risposta di
Epitteto, come sempre, è diretta: niente, non può farci niente. Non possiamo
controllare le emozioni degli altri, perché rientrano nella categoria delle cose
che non dipendono da noi. La sola persona che può fare qualcosa per l’ira del
fratello è il fratello stesso. Ma Epitteto non si ferma qui; egli sposta
l’attenzione a ciò che quell’uomo può controllare, cioè la propria reazione.
Egli è turbato dall’ira del fratello ed Epitteto suggerisce che questo è il vero
problema, ma anche che si tratta di qualcosa cui l’uomo stesso può rimediare.
Egli ha formulato un giudizio sull’ira del fratello, e questo giudizio ha
generato una sua emozione che lo ha turbato. Il problema immediato, quindi,
non riguarda il fratello, ma l’uomo che è venuto a lamentarsi.
Questa storiella illustra il modo in cui le emozioni, quelle degli altri come
le nostre, possono determinare e condizionare le nostre interazioni con le
persone intorno a noi. Nel linguaggio moderno il termine «stoico» ha assunto
il significato di impassibile e privo di emozioni e questo è solitamente
considerato un tratto negativo. Le emozioni, ai nostri giorni, sono piú spesso
considerate realtà positive che non il contrario: amore, compassione,
simpatia, empatia sono sicuramente tutte cose che nel mondo servirebbero in
maggiore quantità. Ma questa storia evidenzia altre emozioni, come ira,
risentimento o insofferenza, che non sono cosí apprezzabili. Quando gli stoici
antichi raccomandavano alle persone di evitare le emozioni, era in primo
luogo a queste emozioni negative che pensavano.
La concezione stoica delle emozioni è a un primo sguardo molto facile da
comprendere, ma numerose precisazioni importanti sono necessarie perché la
si possa afferrare pienamente. Il suo nucleo sta in questa semplice
affermazione: le nostre emozioni sono il prodotto dei giudizi che formuliamo.
Di conseguenza abbiamo il pieno controllo delle nostre emozioni e ne siamo
responsabili. Quell’uomo è turbato dall’ira di suo fratello a causa
dell’atteggiamento che egli stesso assume al riguardo. Se avesse considerato
le cose diversamente, non sarebbe rimasto turbato. Gli stoici affermano –
questo è un punto importante – non che dovremmo negare o reprimere le
nostre emozioni, ma che dovremmo cercare di evitare di lasciarle insorgere.
Un altro punto importante è che gli stoici non pensano che si possa
semplicemente schioccare le dita e rimuovere un’emozione. Non basta dire
«penserò a questa cosa in modo diverso» perché l’ira o l’afflizione spariscano
magicamente.
Per Crisippo avere un’emozione era paragonabile a correre troppo veloci.
Una volta che abbiamo acquisito una certa velocità, non possiamo
semplicemente fermarci. Il movimento è fuori controllo, ed essere preda di
un’emozione è una cosa molto simile. Quindi non possiamo semplicemente
spegnere a piacimento un’emozione indesiderata, ma ciò che possiamo fare è
cercare di evitare che la successiva prenda velocità fino al punto di diventare
incontrollabile.
Questo sembra chiaro nel caso dell’ira. Quando qualcuno è adirato,
veramente adirato, l’emozione prende il sopravvento e diventa impossibile
ragionare con lui. Chi lo sapeva fin troppo bene era Lucio Anneo Seneca.
Originario della Spagna, Seneca era diventato consigliere nella cerchia piú
ristretta della corte imperiale di Roma. Questa carriera gli richiedeva di
misurarsi sovente con persone in balia di emozioni distruttive, aggravate dal
fatto che alcune di loro (per esempio gli imperatori Caligola, Claudio e
Nerone) avevano letteralmente potere di vita e di morte su innumerevoli
individui, tra cui lo stesso Seneca. Caligola era stato cosí invidioso delle
capacità di Seneca da arrivare a un certo punto a ordinarne la morte, per poi
essere dissuaso da una sua amante in considerazione della cattiva salute di
Seneca.
Nel suo trattato L’ira Seneca descrive emozioni come l’ira e la gelosia in
termini di pazzia temporanea. Rifacendosi all’immagine di Crisippo del
correre cosí veloce da non potersi fermare, Seneca paragona l’essere in preda
all’ira al cadere dalla cima di un edificio e precipitare verso terra,
completamente fuori controllo. Una volta che prende il sopravvento, l’ira
compromette la mente intera. È da questa condizione completamente fuori
controllo che gli stoici mettono in guardia. Essere un po’ seccati, di quando in
quando, fa semplicemente parte della vita e non porta grossi danni. Essere
cosí adirati da non poter resistere all’impulso di colpire qualcuno è un’altra
cosa, e questo è ciò che gli stoici vogliono evitare.
Seneca insiste che non ci serve l’ira per rispondere ad atti commessi
contro di noi o i nostri cari. Per vendicarsi, è sempre meglio agire con calma
in base a un senso di lealtà, dovere o giustizia, piuttosto che in preda all’ira.
Seppure a volte possa sembrare che l’ira ci sproni, per esempio, a combattere
contro qualche grave ingiustizia, Seneca sostiene che sarebbe molto meglio
fare la stessa cosa sotto la guida delle virtú del coraggio e della giustizia.
L’ira, come tutte le emozioni, è il prodotto di un giudizio formulato nella
mente. Ciò significa che è qualcosa che possiamo controllare, o almeno che
potremo cercare di evitare in futuro. Ma una volta che un giudizio è stato
formulato, l’ira diventa subito qualcosa di tangibile e fisico. Seneca descrive
l’ira come una malattia del corpo accompagnata da gonfiore. Per qualunque
emozione possiamo probabilmente pensare a numerosi sintomi fisici:
accelerazione del battito, aumento della temperatura, palpitazioni,
sudorazione e cosí via. Una volta suscitati, non c’è niente che possiamo fare
per allontanarli tranne aspettare.
Diversamente dall’immagine diffusa, gli stoici non suggeriscono che le
persone possano o debbano diventare insensibili blocchi di pietra. Tutti gli
uomini proveranno quelli che Seneca descrive come i «primi movimenti».
Questi si verificano quando siamo toccati da qualche esperienza e potremmo
sentirci nervosi, scossi, eccitati o spaventati, potremmo persino piangere.
Tutte queste sono reazioni abbastanza naturali: sono risposte fisiologiche del
corpo, ma non emozioni nel senso stoico della parola. Uno che si sente offeso
e, sul momento, considera la vendetta, ma poi non agisce di conseguenza,
non è adirato, secondo Seneca, perché mantiene il controllo. Essere
momentaneamente spaventati da qualcosa, ma poi restare saldi non è
l’emozione della paura. Perché questi «primi movimenti» diventino
propriamente emozioni occorre che la mente giudichi che qualcosa di terribile
è successo e quindi agisca di conseguenza. Secondo le parole di Seneca non
c’è dubbio che «il timore provochi la fuga, l’ira l’attacco».
Ci sono quindi tre stadi in questo processo, suggerisce Seneca:
innanzitutto, un primo movimento involontario, che è una reazione
fisiologica naturale fuori dal nostro controllo; secondo, un giudizio in risposta
all’esperienza, che è sotto il nostro controllo; terzo, un’emozione che, una
volta generata, è fuori dal nostro controllo. Una volta che l’emozione c’è, non
possiamo fare piú nulla se non aspettare che si plachi.
Perché formuliamo i giudizi che generano queste emozioni dannose? Se si
pensa di aver subíto in qualche modo un’ingiuria da un’altra persona,
potrebbe sembrare perfettamente naturale arrabbiarsi con lei. Seneca afferma
che l’ira è normalmente il prodotto della percezione di un’ingiuria. Quindi la
cosa che deve essere messa in discussione è l’impressione che ci sia stata
un’ingiuria, che già contiene in sé un giudizio. Epitteto afferma:
Ricordati che quello che ti offende non è né colui che ti ingiuria, né colui che ti
colpisce, ma il tuo giudizio che ti fa pensare che queste persone ti oltraggiano. Perciò
quando qualcuno ti irrita, sappi che è il tuo giudizio di valore a irritarti.

Questo è il motivo, continua, per cui è importante non reagire in modo


impulsivo agli eventi. È essenziale fare una pausa, prendersi un momento per
riflettere su ciò che è appena successo, prima di formulare un giudizio al
riguardo. Se qualcuno ci muove delle critiche, dobbiamo fermarci a
considerare se ciò che dice sia vero o falso. Se è vero, allora ha messo in luce
una mancanza che possiamo ora affrontare. In questo caso, ci ha fatto un
favore. Se ciò che dice è falso, allora è in errore e l’unico a essere
danneggiato è lui. In entrambi i casi, noi non subiamo alcun danno dalle sue
osservazioni critiche. L’unico modo in cui le sue osservazioni potrebbero
causarci un danno reale e serio è se noi ci lasciassimo trascinare in uno stato
di ira.
Seneca ha concentrato la sua attenzione su emozioni negative e distruttive
tipo l’ira. Ma l’ira non è l’unica emozione che c’è. Sicuramente ci sono altre
emozioni non altrettanto distruttive, emozioni che sono in realtà
prevalentemente positive, senza le quali non vorremmo vivere. Una di queste
è sicuramente l’amore, sia l’amore che un genitore prova per i figli, sia
l’amore romantico tra due adulti. Gli stoici ci stanno forse suggerendo di
farne a meno?
Secondo gli stoici, l’amore di un genitore per i figli non è un’emozione
irrazionale che sarebbe meglio evitare; piuttosto, è un istinto naturale piú o
meno universale. Siamo per natura portati a prenderci cura di noi stessi,
perseguire le cose che ci servono per vivere ed evitare quelle che potrebbero
danneggiarci, il tutto in vista dell’autoconservazione. L’istinto di
autoconservazione si estende poi a coloro che ci sono vicini, in primo luogo
ai membri della nostra famiglia piú ristretta, ma idealmente a tutte le altre
persone. Quanto all’amore romantico, potremmo forse dire che una relazione
sana è basata sul desiderio naturale di compagnia e procreazione, mentre le
relazioni malsane si basano sulle emozioni negative della possessività e della
gelosia. Gli stoici non hanno davvero intenzione di trasformare le persone in
insensibili blocchi di pietra.
Cosí avremo ancora le consuete reazioni agli avvenimenti: salteremo,
indietreggeremo, saremo momentaneamente spaventati o imbarazzati,
grideremo, e avremo ancora strette relazioni affettive con coloro che ci sono
vicini. Ciò che non faremo, tuttavia, è sviluppare emozioni negative come ira,
risentimento, rancore, gelosia, ossessione, paura costante o attaccamento
eccessivo. Queste sono le cose che possono rovinare una vita e che gli stoici
pensano sia meglio evitare.
IV.
Affrontare le avversità

Talvolta accadono cose brutte. Fa parte della vita. Anche se siamo


preparati ad accogliere la lezione di Epitteto secondo cui molte di queste cose
sono semplicemente fuori dal nostro controllo, questo non basta ad attutire il
colpo. Potremmo davvero accettare di avere il completo controllo solo sui
nostri giudizi e in definitiva nessun controllo sul fatto di ammalarci nel fisico,
ma questo potrebbe non impedirci di pensare che la nostra malattia sia
qualcosa di veramente cattivo, una vera e propria avversità.
Per gli stoici romani la vita è piena di avversità, e uno dei compiti
principali della filosofia è aiutare le persone a destreggiarsi tra gli alti e i
bassi della vita. Nessuno lo sapeva meglio di Seneca, la cui vita era lontana
dall’ideale di calma e tranquillità a cui egli aspirava. Durante il tumultuoso I
secolo d. C. Seneca dovette affrontare la morte del figlio, l’esilio in Corsica
per quasi un decennio, il ritorno dall’esilio (ma solo a condizione che
assumesse il ruolo di precettore del giovane Nerone), l’incarico di consigliere
di Nerone, di cui non poteva liberarsi facilmente, la morte di un caro amico e,
come se non bastasse, l’ordine di suicidarsi. Sospettando che fosse parte di un
complotto contro di lui, Nerone aveva infatti chiesto la morte del suo vecchio
precettore. La moglie di Seneca volle condividere la sua sorte ed entrambi si
tagliarono le vene. Nessuno dei due morí rapidamente. La moglie, Paolina,
sopravvisse, mentre Seneca dovette ricorrere alla cicuta e, alla fine, a un
bagno a vapore per trovare la morte. Questa non fu certamente una tranquilla
«vita filosofica».
Seneca espose presto la sua idea di quale atteggiamento si debba avere nei
confronti delle avversità, molto prima della gran parte delle avversità appena
menzionate. La si può trovare nel suo trattato La provvidenza , che scrisse
quando aveva circa quarant’anni. Nerone era nato da poco e Seneca non era
ancora stato esiliato in Corsica. Ma è in quel periodo che suo padre morí e
che Seneca entrò in conflitto con l’imperatore Caligola, evitando la condanna
a morte solo grazie alla sua salute cagionevole, come abbiamo visto.
Malattia,
minaccia di morte, lutto; e le cose non avevano ancora iniziato ad andare
male. Seneca è talvolta descritto come un ipocrita privilegiato, un membro
dell’élite immensamente ricco che aveva la faccia tosta di lodare i benefici di
una vita semplice. Egli fu certamente fortunato in molti modi, con
opportunità che una larga maggioranza dei suoi contemporanei poteva
soltanto sognarsi, ma ebbe anche la sua parte di avversità e passò molto
tempo a riflettere sul modo in cui affrontarle.
Il suo trattato si concentra sul motivo per cui capitano cosí tanti guai agli
uomini. Seneca risponde a questa domanda da prospettive diverse. In primo
luogo, insiste che in realtà non accade mai nulla di male, dato che tutti gli
avvenimenti esterni non sono né buoni né cattivi in se stessi. Chi tiene a
mente questa idea e non si precipita a formulare giudizi avventati accetterà
semplicemente ciò che accade per quello che è, senza giudicare che sia
capitato qualcosa di terribile.
Tuttavia Seneca va oltre. Non solo egli pensa che dovremmo evitare di
considerare sventure apparenti come autentici mali, ma pensa anche che
dovremmo accoglierle come cose che ci possono giovare. L’uomo di valore,
dice, tratta tutte le avversità come un esercizio utile a rafforzarlo. Seneca
traccia un’analogia con il lottatore che trae beneficio dalla sfida con avversari
forti e che perderebbe le sue abilità se affrontasse sempre solo soggetti piú
deboli. Il lottatore arriva a mettere alla prova le sue capacità solo quando
affronta un vero avversario e un duro scontro serve anche da allenamento in
modo che egli possa sviluppare il proprio talento. L’avversità nella vita
funziona in modo simile: ci permette di mostrare le nostre virtú e le esercita
in modo che noi possiamo migliorare. Se riusciamo a rendercene conto,
accetteremo di buon grado l’avversità quando arriva.
Seneca delinea un’altra analogia, questa volta con i soldati, facendo
riferimento a un’ampia gamma di esempi storici famosi. Come un generale
impiegherà solo i suoi soldati migliori per le imprese piú difficili, cosí Dio
manderà le sfide piú dure solo agli individui piú valorosi. Incontrare le
avversità, quindi, è un segno distintivo di un carattere virtuoso.
All’opposto, una sorte eccessivamente buona è in realtà un male per noi.
Quando siamo messi veramente alla prova se non incontriamo mai alcuna
difficoltà? Come faremo a sviluppare le virtú della pazienza, del coraggio o
della resilienza se va sempre tutto bene? Non c’è peggior sorte, afferma
Seneca, del lusso e della ricchezza ininterrotti, che serviranno solo a renderci
pigri, compiaciuti, ingrati e insaziabili. Questa sí che è una vera disgrazia!
All’opposto, qualsiasi avversità la vita riverserà su di noi sarà sempre
un’opportunità per imparare qualcosa di noi stessi e migliorare il nostro
carattere.
A prima vista si può avere l’impressione che tutto ciò dipenda dal credere
in una divinità provvidenziale. Coloro che credono in una cosa del genere
possono magari ricavare qualcosa di utile dalle parole di Seneca. E coloro che
non ci credono? Quelle di Seneca sono solo parole vuote per chi non crede in
un Dio duro ma benevolo? Potremmo anche chiederci se Seneca stesso
credesse in un simile Dio. Egli scrisse il suo trattato sul finire del quarto
decennio dopo Cristo, molto prima che il cristianesimo si fosse veramente
affermato. Benché nel Medioevo circolasse un carteggio attribuito a Seneca e
san Paolo, non si ritiene piú che fosse autentico, ed è improbabile che Seneca
conoscesse in alcun modo la religione che stava iniziando a emergere. Cosí il
Dio di Seneca è il Dio degli stoici, che essi identificavano con il principio
razionale che anima le cose in Natura. Il loro Dio non è una persona ma
piuttosto un principio fisico che rende conto dell’ordine e dell’organizzazione
del mondo naturale (ritorneremo su questo punto nella prossima lezione).
Quando Seneca si riferisce alla «volontà di Dio», quindi, fa riferimento a
questo principio organizzatore, che gli stoici identificavano con il fato.
Secondo le parole di Cicerone, il fato degli stoici è il fato della fisica, non
della superstizione.
Con queste premesse, quanto alla lettera dobbiamo prendere la descrizione
senecana di un padre duro che ci mette alla prova? Potrebbe trattarsi solo di
un espediente retorico? Senza spingerci troppo in là sul tema delle
convinzioni teologiche di Seneca, c’è, a mio parere, un modo per intendere
ciò che egli dice sulle avversità che può funzionare a prescindere dalle
diverse convinzioni religiose. Che si creda in una divinità benevola, in un
ordine panteistico o nel caos atomico, dipende comunque da noi scegliere di
considerare un avvenimento come un disastro o come una opportunità.
Perdere il lavoro è una catastrofe o l’opportunità di fare qualcosa di nuovo?
Anche se, quando capita, una cosa del genere è indubbiamente una sfida e
nessuno si aspetta che ci si limiti a ignorarne le conseguenze pratiche, si deve
comunque scegliere se considerare questo evento come se fosse un colpo
terribile oppure come se fosse una sfida positiva. Questo dipende solo da noi.
Possiamo anche cogliere su questo punto una differenza di accenti tra Seneca
ed Epitteto. Mentre Seneca propone di pensare a mali apparenti come se in
realtà fossero beni (o almeno cose vantaggiose), Epitteto consiglia di prestare
poca attenzione a questi eventi, concentrandoci piuttosto direttamente sui
nostri giudizi.
Seneca conosceva fin troppo bene le avversità per averle incontrate nella
propria vita. Il suo tentativo di trarre qualcosa di positivo dalla sua esperienza
era solo uno dei modi per cercare di superare circostanze difficili. Come
scriveva a sua madre Elvia dall’esilio in Corsica «la continuità della sventura
ha un solo vantaggio: finisce con il rendere forti coloro che tormenta
sempre». Le parole che usa nel suo La provvidenza possono talvolta dare
l’impressione che egli apprezzasse la lotta, pronto a dare il benvenuto
all’attacco successivo per i benefici che avrebbe potuto trarne. Ma in una
delle sue lettere all’amico Lucilio usa un tono molto diverso:
Non sono d’accordo con quelli che si spingono in mezzo ai flutti e, apprezzando una
vita agitata, lottano ogni giorno strenuamente contro le difficoltà. Il saggio saprà
sopportare queste avversità, ma non ne andrà in cerca, e preferirà vivere in pace che in
guerra.

Nessuno che sia sano di mente se ne va in cerca delle avversità, anche se


strada facendo ci possono insegnare qualcosa di utile. Ma sviluppare la
capacità di fronteggiarle quando arrivano – e di sicuro arriveranno – può solo
avvantaggiarci. Esse colpiscono piú duramente, afferma Seneca nella lettera
alla madre, coloro che non se le aspettano, ma è molto piú facile sostenerle se
si è preparati. Questa idea è sviluppata in un’altra lettera consolatoria, questa
volta a Marcia, un’amica che combatteva con il lutto. Marcia aveva perso uno
dei figli circa tre anni prima, ma la sua sofferenza non si era realmente
placata. Il periodo naturale del lutto si era concluso e ora il suo dolore era
diventato un’abitudine mentale debilitante. Era tempo di intervenire.
La parte piú interessante della risposta che Seneca dà a questa situazione è
la sua spiegazione di quella che è talvolta chiamata «premeditazione» dei
mali futuri. Questa era una pratica raccomandata dagli stoici piú antichi, in
particolare da Crisippo. L’idea è che si dovrebbe riflettere su cose
potenzialmente cattive che potrebbero accadere, cosí da essere piú preparati a
superarle se accadessero davvero. Il problema di Marcia, suggerisce Seneca,
dipende in parte dal fatto che lei non aveva mai riflettuto adeguatamente sulla
possibilità della morte del figlio. Eppure tutti sappiamo che, dal momento
della nascita, ognuno è destinato a morire. Non si tratta di qualcosa che
semplicemente potrebbe accadere , è qualcosa che necessariamente accadrà .
Il lutto colpisce duramente le persone, dice Seneca, perché non se lo
aspettano. Vediamo e sentiamo della morte e delle disgrazie che colpiscono
gli altri ogni momento, specialmente in tempi di diffusione continua delle
notizie come i nostri, tuttavia raramente ci fermiamo a considerare come
potremmo reagire noi in simili circostanze. Seneca dice a Marcia, e a noi, una
serie di cose che forse preferiremmo non sentire: siamo tutti vulnerabili; i
nostri cari inevitabilmente moriranno, e potrebbero farlo in qualsiasi
momento; la prosperità e la sicurezza che abbiamo, per quanto grandi
possano essere, potrebbero venirci sottratte in qualsiasi momento da forze
esterne al nostro controllo; anche quando pensiamo che la situazione sia
davvero dura, è sempre possibile che peggiori ancora. Quanto saremmo
preparati ad affrontarla se la sorte si volgesse contro di noi? Reagiremmo con
la stessa calma e indifferenza con cui spesso ci comportiamo quando nei
notiziari vediamo cose simili che accadono a estranei, lontano da noi? In
questi casi tendiamo semplicemente a riconoscere che sofferenze del genere
sono parte integrante della vita, qualcosa di spiacevole ma inevitabile. È
facile prendere le cose «con filosofia» quando non capitano a noi o ai nostri
cari, ma cosa succede quando invece è il nostro turno?
È semplicemente illogico, dice Seneca, pensare, a proposito di qualche
evento negativo, «non credevo che sarebbe capitato a me», specialmente
quando uno sa che potrebbe capitare e l’ha visto capitare a molti altri. Perché
non a me? Nel caso del lutto, è ancora piú illogico, data l’inevitabilità della
morte per tutti i viventi. Deve arrivare a un certo punto, quindi perché non
ora? È irrazionale aspettarsi che la fortuna duri per sempre. Seneca pensa che
riflettere sulle avversità che potrebbero accadere e, insieme, su quelle che
dovranno prima o poi accadere possa servire ad attutire il colpo se o quando
esse ci colpiranno. Può ridurre il trauma e aiutarci a essere piú preparati a
sostenerlo. In effetti, ciò che Seneca ci sta consigliando è di prepararci per
qualsiasi eventualità, incluse quelle che preferiremmo non si verificassero e a
cui non vorremmo pensare. Semplicemente, non dovremmo dare per scontato
che tutto si risolva come speriamo e ci aspettiamo, perché è improbabile che
vada cosí. Questa è una lezione importante, anche se scomoda.
V.
Il nostro posto nella Natura

Se paragonata a quella di Seneca, la vita di Marco Aurelio fu


relativamente tranquilla. Benché suo padre fosse morto quando lui era molto
giovane, fu adottato nella famiglia imperiale quando era adolescente.
Divenne poi imperatore nel 161 d. C., un mese prima del suo quarantesimo
compleanno, e rimase in carica fino alla morte, nel 180. Il suo regno è
considerato da molti uno dei periodi migliori della storia imperiale romana,
anche se Marco Aurelio ne passò una parte consistente in guerra, ai margini
settentrionali dell’Impero, per consolidarne i confini. Fu verso la fine della
vita, durante la campagna in Germania, non lontano dall’attuale Vienna, che
Marco Aurelio scrisse degli appunti rivolti a se stesso nel tentativo di
esaminare le esperienze di ciascuna giornata e di prepararsi alla successiva.
Fin da quando furono stampati per la prima volta, nella seconda metà del
XVI secolo, I ricordi hanno attratto innumerevoli lettori, da Federico il
Grande a Bill Clinton. Ma a subirne il fascino non furono solo coloro che,
come Marco Aurelio, si sono trovati a portare il peso della leadership ai
livelli piú alti. Chiunque può prendere il suo libro e trarne ispirazione, come
quel giovane uomo che una volta mi ha scritto questo commento: «Ho 23
anni, la vita è dura e sconcertante, non so quale sia il mio scopo, I ricordi di
Marco Aurelio mi hanno aiutato molto». Egli è solo uno dei tanti che hanno
trovato in quest’opera una guida utile, se non addirittura una salvezza. Questo
dipende, credo, anche dal fatto che i lettori ritengono di potersi identificare
con Marco Aurelio, che dà l’impressione di essere anche troppo umano, alle
prese con il peso della vita quotidiana, le responsabilità del suo lavoro e le
occasioni sociali. Marco Aurelio sarà anche stato imperatore romano e si sarà
anche guadagnato, in seguito, la reputazione di saggio filosofo stoico, ma la
realtà che incontriamo nei Ricordi è semplicemente quella di un uomo di
mezz’età che fa del suo meglio per sostenere le sfide della vita.
Uno dei temi centrali che percorrono I ricordi è il fato. Questo ci riporta
alla preoccupazione di Epitteto per il controllo. Marco Aurelio aveva letto le
Diatribe quando era giovane e la loro influenza può essere colta in tutta la
sua opera. Ma mentre Epitteto rivolgeva la sua attenzione all’interiorità,
concentrandosi su ciò che possiamo controllare, Marco Aurelio guardava
all’esterno contemplando la vastità di ciò che non possiamo controllare. A
piú riprese Marco Aurelio medita sulla propria vita, considerata niente piú
che un istante nella vastità del tempo, e sul proprio corpo, una particella nella
vastità dell’universo:
Quale piccola parte dell’infinito, dell’immenso tempo è assegnata ad ognuno. Presto
sarà scomparsa in seno all’eternità. E quale parte della materia universale, quale dell’anima
universale; sopra quale piccola zolla della terra intera ti trascini.

Altrove Marco Aurelio immagina di guardare giú verso la terra da una


grande altezza – come avrebbero poi fatto gli astronauti – e di vedere quanto
sia minuscolo ciascun paese e quanto siano minuscole le grandi città. E le
persone che vivono in queste città, con vite piene di preoccupazioni e
interessi, anche loro non sono praticamente nulla se considerate da questa
prospettiva cosmica. Da questo punto di osservazione può sembrare che
l’universo non si curi di noi e non abbia motivo per farlo.
Questa non è propriamente l’ottica stoica. Gli stoici non pensavano che la
Natura fosse un’indifferente massa di materia in movimento. Come abbiamo
visto nella lezione precedente, nella visione di Seneca la Natura si trova sotto
il controllo di una divinità paternalistica. La posizione stoica ufficiale è che
c’è un principio razionale nella Natura, cui si deve il suo essere ordinata e
animata. Gli stoici lo chiamano «Dio» (Zeus), ma non è una persona, né
alcunché di sovrannaturale: semplicemente è la Natura. La Natura non è cieca
e caotica: è ordinata e bella, con i suoi ritmi e i suoi disegni. Non è composta
di materia inerte: è un singolo organismo vivente, di cui tutti siamo parte.
Se questo appare potenzialmente in contrasto con ciò che la scienza
moderna ci dice della Natura, potremmo cercare di tracciare un parallelismo
con quella che è nota come l’ipotesi Gaia, sviluppata da James Lovelock.
L’idea è che la vita sulla terra si comprenda meglio come un unico sistema
vivente, che include non solo, ovviamente, la materia organica, ma anche le
componenti inorganiche come le rocce e l’atmosfera. È un errore cercare di
comprendere isolatamente gli organismi come le piante e gli animali. Questa
biosfera unica, unificata, si autoregola agendo, per cosí dire, a proprio
vantaggio.
Lovelock la definisce come:
un’entità complessa comprendente la biosfera della Terra, l’atmosfera, gli oceani e il
suolo, l’insieme costituendo una retroazione (feedback ) o un sistema cibernetico che cerca
un ambiente fisico e chimico ottimale per la vita su questo pianeta.

Come tutte le teorie scientifiche, anche questa mira a offrire la migliore


spiegazione delle prove disponibili. Propone una qualche forma di principio
organizzativo all’interno della Natura che agisce a beneficio della vita. Esso
può essere spiegato in termini tecnici scientifici – un sistema cibernetico – o
presentato piú poeticamente come «Gaia». La visione stoica della Natura ha
molto in comune con questa teoria scientifica della seconda metà del XX
secolo, descritta anch’essa a volte in termini puramente fisici, a volte nel
linguaggio della teologia greca. Per gli stoici «Dio» e «Natura» sono solo due
nomi distinti per il medesimo, unico, organismo vivente, che comprende tutte
le cose.
La Natura stoica, concepita come un organismo intelligente, è governata
secondo il fato. Con «fato» gli stoici intendono semplicemente una catena di
cause. Il mondo naturale è governato da causa ed effetto e questo è ciò che la
fisica cerca di descrivere e capire. Per gli stoici come Marco Aurelio
accettare la realtà del fato – del determinismo causale – è essenziale. Non è
solo che alcune cose sono fuori dal nostro controllo, è che esse non
potrebbero essere altrimenti. Potremmo ammettere di non aver potuto
controllare l’esito di alcuni eventi essenziali, e al tempo stesso desiderare che
fossero andati in modo diverso. Ma gli stoici insisterebbero che non solo la
cosa non era sotto il nostro controllo, ma non avrebbe nemmeno potuto
andare in alcun altro modo, date le molteplici cause implicate in quel
momento.
Questo discorso potrebbe iniziare a suonare un po’ fatalistico: come
possiamo noi minuscole particelle di materia fare una cosa qualsiasi a
dispetto delle forze soverchianti che regolano il mondo? Sarebbe però
un’impressione sbagliata, perché gli stoici certamente non raccomandavano
una simile passività. Le nostre azioni possono fare e fanno la differenza. Esse
possono rientrare tra le cause che contribuiscono all’esito degli eventi.
Secondo una fonte antica, il fato opera attraverso di noi . Noi cooperiamo
con il fato e siamo parti del piú ampio mondo naturale che esso governa. Ma
questo non cambia il fatto che quando un evento si verifica, date le diverse
cause in gioco, l’esito non avrebbe potuto essere diverso. È inutile, pertanto,
desiderare per le cose un esito diverso da quello che hanno avuto.
Secondo le parole di Marco Aurelio:
L’uomo bene educato e modesto dice alla Natura che tutto dà e prende: – Dammi ciò
che vuoi, prendimi ciò che vuoi.
E lo dice non orgogliosamente, ma soltanto con docilità e simpatia verso di lei.

Per gli stoici, pensare al fato è un elemento fondamentale per portare


rimedio alle avversità, perché venire a patti con eventi spiacevoli significa in
parte anche accettare che essi dovevano accadere. Non appena capiamo che
qualcosa era inevitabile, vediamo che lamentarci è insensato, serve solo a
generare ulteriore sofferenza e non fa che rivelare l’incapacità di
comprendere il modo in cui funziona il mondo.
Questo atteggiamento che troviamo in Marco Aurelio sposta l’accento
rispetto a quanto abbiamo visto prima in Seneca. Mentre Seneca sottolineava
l’ordine provvidenziale della Natura, Marco Aurelio si concentra di piú
sull’inevitabilità degli eventi. In diversi passi dei Ricordi egli sembra
esprimere un atteggiamento agnostico rispetto alla possibilità che la Natura
sia un sistema razionale, provvidenziale, o sia piuttosto solo un accumulo
casuale di atomi che si urtano tra loro nel vuoto infinito. Marco Aurelio non
era un fisico e i suoi doveri di imperatore non dovevano lasciargli molto
tempo per approfondire personalmente il problema. In ogni caso, la sua
conclusione era che questo non aveva molta rilevanza ai fini pratici. Che la
Natura sia governata da una divinità provvidenziale, da un sistema di
feedback cibernetico o dal cieco fato, o sia semplicemente il prodotto casuale
di interazioni atomiche, il nostro atteggiamento dovrebbe essere sempre lo
stesso: accettare ciò che accade e reagire nel modo migliore possibile.
Detto ciò, altrove nei Ricordi , in passi scritti in giorni diversi, in
condizioni di umore diverse, e alla luce di avvenimenti diversi della sua vita,
Marco Aurelio sembra avere un punto di vista molto piú nitido:
La Natura universa si mosse alla creazione del mondo. Ora, tutto quanto avviene deve
essere conseguente a quella volontà, altrimenti sarebbero irragionevoli anche gli eventi piú
importanti, verso i quali lo spirito che domina il mondo dirige il suo impulso. In molte
contingenze, questa considerazione ti renderà piú tranquillo.

Che la Natura sia ordinata provvidenzialmente a nostro beneficio, come


affermava Seneca, oppure no, comprendere che c’è almeno un qualche tipo di
ordine e ragione per ciò che avviene, secondo Marco Aurelio, ci può aiutare
ad affrontare qualsiasi cosa ci accada. C’è sempre un qualche tipo di ragione
per ciò che accade, anche se è semplicemente la conseguenza inevitabile di
stati di cose preesistenti combinate secondo le leggi della fisica.
Ci sono altre caratteristiche del mondo fisico a cui Marco Aurelio pensa
che dovremmo fare molta attenzione nelle nostre vite quotidiane. Il passo
seguente merita di essere citato per esteso:
Procura di avere un metodo per contemplare come le cose si trasformano tutte le une
nelle altre, e attendi senza sosta a esercitarti in questa branca della filosofia, perché nulla
innalza l’animo maggiormente. Si spoglia del corpo chi, riflettendo che tra breve lascerà
tutte le cose terrene e gli uomini, si dedica interamente alla giustizia per quel che riguarda i
suoi atti, e alla natura universale per quel che accade altrove. Ciò che questo o quel tale
potranno dire o supporre di lui o fare contro di lui non entra nella sua mente, poiché si
appaga di queste due cose: fare equamente ciò che deve fare ora, e accogliere
amorosamente qualunque cosa ora gli succeda.

La lezione che ne emerge è che noi siamo soltanto parte della Natura,
soggetti alle sue forze superiori e inevitabilmente trasportati dai suoi
movimenti, e non saremo mai capaci di godere di una vita armoniosa finché
non lo comprenderemo pienamente.
VI.
Vita e morte

Nessuno di noi sa quando o come morirà, ma sappiamo che un giorno tutto


ciò che attualmente proviamo arriverà alla fine. Quanti di noi vivono la
propria vita pienamente consapevoli di questo? La maggior parte di noi
conosce storie di persone che hanno visto da vicino la morte o hanno ricevuto
diagnosi di malattie potenzialmente mortali, per poi uscirne con un nuovo e
piú intenso apprezzamento della vita e del tempo che resta. Per quelli di noi
che non sono passati attraverso una simile esperienza è facile dimenticare la
nostra mortalità e la quantità davvero limitata del tempo che ci resta.
Come abbiamo visto, Seneca era indubbiamente consapevole che la sua
vita poteva concludersi in qualsiasi momento, a causa della sua cattiva salute
o del cattivo umore di un imperatore. Ciò lo condusse a riflettere sul valore
del tempo e sul modo migliore di usarlo. In maniera forse sorprendente, egli
insisteva sul fatto che tutti noi abbiamo un tempo piú che sufficiente, a
prescindere da quanto lunga o breve si riveli la nostra vita; il problema è che
ne sprechiamo la maggior parte. Il pensiero che il tempo sia la cosa piú
preziosa che abbiamo può sembrare solo un’altra ovvietà, ma una volta di piú
dovremmo chiederci quanti di noi effettivamente vivono con questa idea ben
presente in mente.
Nel suo trattato La brevità della vita Seneca dice che, per lo piú, quando
siamo veramente pronti a iniziare a vivere, la nostra vita è pressoché passata.
Non è che la nostra vita sia troppo breve: il problema è che noi perdiamo
davvero tanto tempo. Rimandiamo, inseguiamo cose di poco o nessun valore,
vaghiamo senza scopo attraverso la vita privi di un reale obiettivo. Alcuni
aspirano ad avere successo cosí da essere abbastanza benestanti da poter
comprare oggetti di lusso che finiranno gettati tra i rifiuti molto prima che le
loro vite siano concluse. Cosí facendo essi perdono la maggior parte della
vita. Altri non aspirano a nulla, limitandosi a vagare attraverso i gesti della
routine quotidiana senza alcuna percezione del fatto che la cosa piú preziosa
che hanno, il tempo, sta fuggendo via. Alcune persone hanno una chiara idea
di ciò che vogliono fare, ma, paralizzate dalla paura del fallimento, indugiano
e rimandano e inventano scuse per spiegare perché non sia ora il momento di
agire. Tutti questi soggetti diversi, dice Seneca, non riescono a vivere.
È solo in rari momenti che la maggior parte delle persone si sente
veramente viva. Il grosso della vita non è altro che tempo che passa. Allora
qual è il rimedio? Cosa ci suggerisce di fare Seneca per prendere il controllo
della nostra vita e viverla pienamente?
Prima di tutto dovremmo smetterla di preoccuparci di ciò che pensano gli
altri. Non cercare di fare colpo su di loro; non cercare il loro favore per
assicurarci qualche beneficio. Troppe persone si preoccupano di ciò che gli
altri pensano di loro, ma prestano poca attenzione ai propri pensieri.
Sacrificano il proprio tempo agli altri, ma raramente risparmiano tempo per
se stesse. Però è assurdo, suggerisce Seneca, che qualcuno possa essere cosí
attento al proprio denaro e al patrimonio e invece regali con tanta prodigalità
il proprio tempo, ben piú prezioso.
È anche necessario tenere a mente la cruda realtà che dovremo morire. Il
nostro tempo non è illimitato. Una buona parte del tempo a nostra
disposizione è già passata. E non solo: non abbiamo nessuna idea di quanto
ce ne resti. Oggi potrebbe, infatti, essere il nostro ultimo giorno. Forse sarà
domani. Potremmo avere settimane, mesi, un paio di anni: la verità è che
nessuno di noi lo sa. È fin troppo facile pensare che arriveremo a ottanta o
novant’anni, ma forse non tutti ci arriveremo. Questa supposizione potrebbe
essere errata e, che lo sia o no, ci incoraggia a rinviare le cose a un futuro che
potrebbe non arrivare mai. Seneca schernisce le persone che rimandano tutti i
loro progetti e i loro sogni al momento in cui si metteranno a riposo.
Sappiamo davvero che arriveremo fino ad allora? E se ci arriviamo, siamo
sicuri che saremo in condizioni di salute abbastanza buone per fare ciò che
abbiamo rinviato per cosí tanto tempo, qualunque cosa sia? Ma anche se tutto
va bene, perché rinviare la vita finché la gran parte non è passata?
C’è anche la questione di quali scopi prefiggersi. Per molti, l’obiettivo è il
successo in qualche sua forma, che si tratti di ricchezza e fama, oppure
rispetto e onori, o carriera e cariche di prestigio. Tuttavia Seneca osserva che,
piuttosto spesso, quanti ottengono simili cose sono ben lungi dall’essere
soddisfatti, perché il successo porta con sé una serie di richieste e pressioni.
Costoro hanno ottenuto tutto ciò che hanno sempre desiderato, ma c’è una
cosa di cui ora sono a corto: il tempo, tempo per se stessi, per la pace e la
quiete, la libertà dagli impegni e il riposo.
Ma non sono solo le richieste a presentarsi insieme al successo. È fin
troppo facile vivere in una perenne condizione di distrazione, non
occupandoci mai pienamente di ciò che dovremmo fare, che davvero
vogliamo fare o anche della pura e semplice esperienza di essere vivi.
Continui rumori, interruzioni, notizie, mezzi di comunicazione, social media,
tutte queste cose possono richiedere attenzione al punto che diventa difficile
concentrarsi quanto basta per portare a termine qualsiasi cosa. Nelle parole di
Seneca: «Nulla tanto sfugge al controllo dell’uomo impegnato, quanto il
vivere». Egli è effettivamente occupato a far niente. Una volta che questa
abitudine si sviluppa, egli finisce in uno stato costante di irrequietezza,
incapace di rilassarsi o di concentrarsi su alcunché. Questo tipo di persone
diventa pienamente consapevole del valore della vita solo quando è ormai
quasi conclusa.
Se non ci dedichiamo a questi temi, argomenta Seneca, non importa
quanto a lungo durino le nostre vite. Anche se vivessimo mille anni,
avremmo buttato via la maggior parte del tempo. Il compito, quindi, non è
cercare di far durare la nostra vita il piú a lungo possibile, piuttosto
dovremmo semplicemente assicurarci di godere e usare a fondo ogni giorno
come viene, senza dimenticare che potrebbe anche essere l’ultimo.
Imparare a vivere bene è, paradossalmente, un compito che può richiedere
la vita intera. I saggi del passato, aggiunge Seneca, hanno smesso di cercare il
piacere, il denaro e il successo per poter concentrare l’attenzione su questo
unico compito. Anche se è possibile che non abbiano trovato una risposta
concorde al problema, Seneca insiste che conservare il proprio tempo e
dedicarlo a se stessi sia essenziale:
Ciascuno butta la vita a precipizio, poi si trova nauseato del presente e tormentato
dall’attesa del futuro. Ma colui che utilizza soltanto per sé ogni istante del suo tempo, che
organizza le sue giornate come se ciascuna valesse una vita, non desidera il domani e non
lo teme.

L’idea di vivere la propria vita come se ogni giorno fosse l’ultimo


potrebbe suonare un po’ morbosa; potrebbe anche sembrare che precluda la
pianificazione del futuro. Bisogna però sottolineare che ciò che Seneca
suggerisce non è cercare di pensare che questo sia veramente il nostro ultimo
giorno. Ci sta invece ricordando di considerare che potrebbe esserlo .
Semplicemente, non sappiamo quando tutto ciò finirà, questo è il problema.
Se noi sapessimo che ci resta solo un anno, potremmo almeno pianificare e
organizzare di conseguenza il nostro tempo, assicurandoci di non perderne
nemmeno un momento. Ma senza questo senso di urgenza, diventa fin troppo
facile sprecarlo tutto.
Che cosa dovremmo fare, secondo Seneca, una volta acquisiti questo
rinnovato senso del valore del tempo e la determinazione a dare priorità al
tempo per noi? Egli scarta subito i giochi e gli sport, cosí come l’attività,
molto diffusa in vacanza, che chiama «rosolarsi il corpo al sole». In verità,
egli attacca molte delle cose che oggi sono considerate «attività ricreative».
Al contrario, raccomanda la filosofia come l’attività piú bella e di maggior
valore, intendendola come pensare, imparare, dedicarsi a letture di storia e
letteratura, riflettere sul passato e sul presente. Questo è l’opposto del correre
su e giú alla ricerca del successo mondano, che, afferma, si ottiene «pagando
con la vita».
Il trattato di Seneca è una polemica contro quella che considerava la
superficialità della cultura del ceto relativamente benestante nella Roma del I
secolo. È sorprendente, e in qualche modo inquietante, quanto tutto questo sia
ancora attuale ai nostri giorni. Ci piace pensare che l’umanità sia andata
avanti, e sperabilmente migliorata, nel corso degli ultimi duemila anni, ma
Seneca ci mostra come molti dei problemi con cui gli uomini sono alle prese
oggi non siano diversi da quelli che preoccupavano gli abitanti della Roma
imperiale.
Circa cinquant’anni dopo questo scritto di Seneca, Epitteto rifletteva sulla
vita e la morte con i suoi allievi a Nicopoli. Nei resoconti di queste
conversazioni Epitteto descrive a piú riprese la vita come un dono, qualcosa
che ci è stato dato, ma allo stesso modo qualcosa che può esserci tolto. Non
appartiene a noi, ma al donatore, la Natura. Rivolgendosi a questo potere
superiore, afferma:
Ora vuoi che lasci la festa: me ne vado, molto riconoscente, perché mi hai giudicato
degno di prender parte alla festa con te.

La vita è un evento, come una festa o un ricevimento, e come tutti questi


eventi deve arrivare alla fine. Dipende da noi ringraziare l’ospite per il buon
tempo trascorso o lamentarci per il fatto che la festa non possa proseguire
ancora.
La nostra vita, quindi, è un dono, e un giorno dovremo restituirla. Lo
stesso vale per la vita dei nostri cari:
Non dire mai di una cosa: «L’ho perduta», ma «L’ho restituita». Tuo figlio è morto? È
stato restituito. Tua moglie è morta? È stata restituita.

Tutto ciò che abbiamo e che amiamo è semplicemente in prestito. Nulla


può essere tenuto per sempre, tra l’altro perché noi stessi non saremo qui per
sempre. C’è la tentazione di descrivere questo fatto come una tragica,
dolceamara verità sull’esistenza umana, ma Epitteto è molto piú diretto al
riguardo:
Se vuoi che i tuoi figli, tua moglie e i tuoi amici restino in vita a ogni costo, sei uno
stolto; infatti vuoi che ciò che non dipende da te dipenda da te e che le cose che ti sono
estranee siano tue.

In modo molto pragmatico Epitteto dice che la morte, nostra o di qualcun


altro, non è nulla di terribile, perché, se lo fosse, anche Socrate l’avrebbe
pensata cosí. Il fatto che personaggi celebri per la loro saggezza abbiano
affrontato la morte con serenità dovrebbe farci fermare a riflettere,
suggerisce. L’opinione che la morte sia qualcosa di terribile è semplicemente
il prodotto del nostro giudizio su di essa. Possiamo scegliere di concepirla in
modo diverso. In verità, Epitteto insiste che noi dovremmo concepirla in
modo diverso, poiché il giudizio che sia una cosa terribile si basa su un
errore. Il fatto in sé di essere vivi è un «indifferente», e, in ogni caso, una
delle cose che non dipendono da noi.
In tutto ciò, l’obiettivo di Epitteto è quello di ridimensionare la nostra
preoccupazione per la morte e di alleviare la nostra pena per la perdita dei
nostri cari. Ma, proprio come Seneca, egli vuole anche che noi apprezziamo
la vita che abbiamo. La nostra vita non ci appartiene, potrebbe esserci tolta in
qualsiasi momento, quindi godiamocela finché dura. Verso la fine del
Manuale , Epitteto paragona la vita ai Giochi olimpici: la gara è in questo
momento, non possiamo rinviarla piú a lungo, e tutto dipende da ciò che
ciascuno di noi farà proprio ora, in questo singolo giorno.
VII.
La vita sociale

Gran parte di ciò che abbiamo visto finora era incentrato su noi stessi:
egocentrico ed egoistico, potrebbe dire un critico. La distinzione di Epitteto
tra ciò che possiamo e non possiamo controllare sembra suggerire di voltare
le spalle al mondo esterno per concentrare l’attenzione sui nostri giudizi. In
un’immagine memorabile, Marco Aurelio descrive il ritiro nella propria
«cittadella interiore» al fine di sottrarsi al mondo esterno. È proprio questo
tipo di ritiro dal mondo, questo ignorare tutti gli altri per concentrarci solo sul
nostro benessere, che gli stoici suggeriscono?
Assolutamente no. Non siamo entità autonome, isolate: siamo parte della
Natura. Gli stoici sarebbero stati anche d’accordo con Aristotele, quando
diceva che gli esseri umani sono per natura animali sociali e politici. Siamo
nati in comunità: immediatamente nella nostra famiglia, ma anche nella
nostra comunità locale, nel nostro paese, e infine nella comunità dell’umanità
intera. Per di piú, il rivolgersi degli stoici verso l’interiorità è primariamente
finalizzato, come abbiamo visto, a coltivare i tratti di un carattere buono,
virtuoso, e a evitare emozioni dannose e antisociali, come l’ira. Ma è
essenziale che dopo ci rivolgiamo di nuovo verso l’esterno per svolgere il
nostro ruolo come membri effettivi delle varie comunità di cui
necessariamente facciamo parte.
In effetti, è Epitteto a porre maggiormente l’accento sul fatto che ciascuno
di noi ricopre piú ruoli sociali differenti. Alcuni di questi ruoli provengono
dalla Natura, suggerisce. Il ruolo di genitore non è costruito socialmente,
basta vedere il modo in cui gli animali si prendono cura della prole
esattamente come facciamo noi. Poi ci sono altri ruoli, leggermente diversi,
connessi alla posizione sociale che occupiamo o al lavoro che facciamo. Chi
svolge il ruolo di medico o di magistrato, per esempio, si assume una serie di
doveri e responsabilità connessi al suo ruolo, e si tende a giudicare piuttosto
duramente chi abusa o trascura questo tipo di posizioni importanti. Cosí, se
vogliamo vivere una vita buona, dobbiamo essere persone buone. Ciò
significa accettare la nostra natura di esseri razionali e sociali. Ma significa
anche vivere all’altezza dei diversi ruoli in cui ci troviamo e accettare le
responsabilità che comportano.
Epitteto fornisce un buon esempio di questo atteggiamento. Un uomo
piuttosto importante era andato a visitare la sua scuola a Nicopoli. Era un
magistrato e quindi si presume che fosse consapevole del tipo di doveri e
responsabilità che si associano a determinati ruoli. L’uomo era anche un
padre. Alla domanda sulla salute della sua famiglia aveva risposto che la
figlia era stata gravemente ammalata, al punto che lui non sopportava di stare
con lei e vederla in quella condizione. Cosí era scappato via. Epitteto lo
critica per due motivi: l’essere egoisticamente ossessionato dai propri
sentimenti mentre trascura quelli altrui, in particolare quelli della figlia, e
l’aver trascurato il proprio ruolo di padre. Epitteto mette inoltre in
discussione la coerenza del suo comportamento, perché sicuramente non
avrebbe voluto che tutti abbandonassero la figlia mentre era malata,
lasciandola da sola, e non avrebbe voluto che tutti lo abbandonassero se lui
fosse stato malato. Egli sostiene di essere fuggito a causa del suo amore di
padre, ma, in quanto padre, il suo amore per la figlia avrebbe dovuto farlo
restare. Egli non è riuscito a svolgere adeguatamente il proprio ruolo.
Al di là dei ruoli specifici, come quello di genitori, potremmo anche
pensare piú in generale al fatto di essere membri di una comunità molto piú
vasta di persone, e, nel senso piú ampio possibile, di essere semplicemente
membri del genere umano. Questa posizione implica qualche dovere o
responsabilità? Gli stoici pensano di sí. Abbiamo un dovere di cura nei
confronti di tutti gli altri esseri umani e sviluppando la nostra razionalità
arriveremo, secondo loro, a considerare noi stessi come membri di una
comunità unica, globale, di tutta l’umanità. Uno stoico del periodo imperiale,
leggermente meno conosciuto, Ierocle (sulla cui vita non sappiamo quasi
nulla), delineava nel suo trattato sull’etica stoica l’idea che ciascuno di noi è
al centro di una serie di cerchi sempre piú ampi di interesse, che cominciano
da noi stessi, poi contengono la nostra famiglia ristretta, poi la nostra
comunità locale e infine si concludono con il cerchio piú ampio che abbraccia
l’umanità intera. L’idea moderna di cosmopolitismo, quindi, ha origine con
gli stoici.
Vale la pena di osservare, però, che ciò non significa che dovremmo
dimenticare il nostro posto nella comunità locale. In un passo famoso, Seneca
afferma:
Cerchiamo di figurarci le due repubbliche: la grande, veramente di tutti, comprendente
dèi e uomini, e della quale non prendiamo in esame questo o quell’angolo, perché ne
segniamo i confini dove li segna il sole; l’altra, quella cui ci ha assegnato la sorte della
nostra nascita.

La cosa fondamentale, che merita di essere sottolineata, è che noi siamo


membri di entrambe le comunità, con responsabilità verso la nostra comunità
locale, ma anche con un dovere di interessarci a tutta l’umanità che trascende
costumi e leggi locali. Nel caso in cui le due prospettive entrino in conflitto,
la seconda deve prevalere, ma ciò non cancella l’importanza della prima.
In verità, a Roma il coinvolgimento degli stoici in politica aveva una lunga
tradizione. Nel I secolo d. C. Seneca era ben lungi dall’essere l’unico stoico a
entrare in conflitto con diversi imperatori, e, come lui, numerosi altri persero
la vita per volere di Nerone. Uno di loro era Elvidio Prisco, tribuno, pretore e
membro del Senato. Dopo aver studiato filosofia in gioventú, Elvidio, come
Seneca, era stato esiliato in piú di un’occasione, prima per i suoi legami
politici, poi per aver criticato il regime dei Flavi. Egli è ricordato in
particolare per essersi opposto all’imperatore Vespasiano, ed Epitteto
racconta questo scontro. Quando Elvidio vide che Vespasiano non rispettava
l’autorità del Senato, si rifiutò di cedere. Avvertito di tenersi in disparte,
Elvidio continuò a opporsi all’imperatore per difendere i propri diritti e, per
la verità, quelli di tutti i membri del Senato. Fu giustiziato per la sua
condotta.
Piuttosto che sottrarsi al suo ruolo di senatore o al suo dovere verso la
comunità, Elvidio era stato pronto a morire per difendere un principio
politico. In seguito, Marco Aurelio avrebbe considerato Elvidio, insieme ad
altri martiri stoici, come una delle persone che gli avevano insegnato la
concezione di una comunità in cui «le leggi fossero uguali per tutti e cosí i
diritti d’ogni individuo e la libertà di parola, e in cui esistesse un potere regio
che apprezzasse sopra tutto la libertà dei sudditi».
Oltre a pensare alla politica tradizionale e al modo in cui svolgere bene il
ruolo di imperatore, Marco Aurelio si era anche dedicato all’idea di una
comunità piú ampia che abbracciava tutta l’umanità. Tutti noi siamo parti di
una singola comunità, parti di un singolo organismo, come i rami di un
albero, aveva suggerito. Al fine di rimanere parti di questa comunità piú
ampia dobbiamo restare in buoni rapporti con tutti gli altri suoi membri:
Un ramo strappato dal ramo contiguo non può non trovarsi staccato anche dall’albero
intero, cosí come un individuo diviso da un altro si trova disgiunto dall’intera società
umana. Se non che il ramo vien strappato da mano altrui, l’uomo invece s’allontana egli
stesso dal suo prossimo con l’odio e il disprezzo, né sa che, nel medesimo tempo, egli si
disgiunge dall’organismo sociale intero.

Nessuno può essere felice se isolato e separato dalle altre persone: è


semplicemente contrario alla nostra natura di animali sociali.
Quanto abbiamo osservato fin qui suggerirebbe un impegno da parte degli
stoici per l’uguaglianza fra tutte le persone. Questo tema era stato trattato da
un altro stoico romano che non abbiamo ancora incontrato, Musonio Rufo,
originario dell’Etruria, che aveva tenuto lezioni di filosofia a Roma nel I
secolo d. C. Epitteto, che lo nomina diverse volte nelle sue Diatribe , aveva
seguito le sue lezioni. E anche alcuni oppositori stoici condannati a morte da
Nerone le avevano frequentate.
Come Seneca, anche Musonio soffrí a causa di piú imperatori, esiliato
come fu sia da Nerone sia da Vespasiano in occasioni diverse. Per un certo
tempo fu mandato in esilio nella brulla isola greca di Gyaros, dove non c’era
acqua finché lui stesso non scoprí una sorgente. Non era tuttavia privo di
compagnia, perché in breve i suoi ammiratori vi si recarono per incontrarlo.
Abbiamo resoconti di numerose sue lezioni, che, come nel caso di
Epitteto, erano state messe per iscritto da un allievo che lo ammirava. In una
di queste lezioni, Musonio viene interrogato sull’opportunità che le donne
studino filosofia. Egli risponde dicendo che le donne hanno esattamente la
stessa facoltà di ragionare degli uomini e la stessa inclinazione naturale per la
virtú. Egli suggerisce che le donne, proprio come gli uomini, possano trarre
beneficio dallo studio di quel genere di argomenti che abbiamo esaminato
nelle precedenti lezioni.
Anche se questa non sembra oggi un’idea particolarmente radicale, anzi
potrebbe apparire piuttosto paternalistica, vale la pena di ricordare che cose
come l’istruzione universale e il diritto di voto per le donne non hanno tanto
piú di cent’anni, eppure Musonio Rufo sosteneva almeno una qualche forma
di uguaglianza di genere circa duemila anni fa. Per gli stoici, quindi, le
persone sono persone, tutte uguali nella razionalità e nella propensione alla
virtú che le accomunano.
L’attenzione per la socialità e l’uguaglianza mette in discussione l’idea che
gli stoici fossero indifferenti alle altre persone. Ma, comunque, ciò non
significa che dovremmo essere circondati da altra gente tutto il tempo. In
effetti, Epitteto metteva in guardia dalla compagnia degli altri, specialmente
se uno sta cercando di attuare un cambiamento nella propria vita. È molto
difficile cercare di sottrarsi alle vecchie abitudini o a modelli di
comportamento negativi se siamo circondati da altre persone che ancora
vivono in quel modo. Secondo l’immagine di Epitteto, se ci strofiniamo
contro qualcuno sporco di fuliggine ci sporcheremo di fuliggine anche noi.
Epitteto si rivolgeva ai suoi allievi a Nicopoli che, come molti studenti
universitari di oggi, erano lontani da casa e a breve ci sarebbero tornati per le
vacanze. È opportuno che rivedano i loro vecchi compagni di scuola se
stanno cercando di liberarsi di alcuni aspetti del loro precedente tipo di vita?
Il rischio è che ricadano nelle vecchie abitudini, ritornando ai loro precedenti
modelli di comportamento per farsi accettare. Epitteto li invita a essere
estremamente cauti, raccomandando loro di evitare la compagnia degli altri
per quanto possibile, finché le nuove abitudini che vogliono sviluppare non
siano pienamente acquisite.
Ciò non deve tuttavia condurre all’isolamento. Ci sono persone con cui è
positivo passare il tempo: persone con buone abitudini, persone che seguono
il nostro stesso percorso, persone che capiscono e apprezzano ciò che stiamo
tentando di fare. Gli ex alcolisti possono trovare incoraggiamento nel loro
gruppo di sostegno, ma solo tentazioni tra i loro vecchi compagni di bevute.
Epitteto suggerisce che dovremmo considerare tutta la vita in questo modo e
che dovremmo valutare molto attentamente con chi passiamo il tempo, che
influenza può avere su di noi, come potremmo inconsapevolmente finire per
imitare ciò che costui pensa e fa.
Cosí, se stiamo cercando di sviluppare qualche buona abitudine per noi
nuova, può essere meglio evitare la compagnia di coloro la cui vita
rappresenta proprio tutto ciò che stiamo cercando di evitare. Cerchiamo
invece di passare il tempo con coloro di cui condividiamo o ammiriamo i
valori. Questa è una delle ragioni per cui i filosofi dell’antichità tendevano a
raccogliersi in scuole. Probabilmente essa sta anche alle spalle delle
tradizioni monastiche delle varie religioni del mondo. È il motivo per cui
nell’antichità gli aspiranti stoici si riunivano in luoghi come la scuola di
Epitteto, ed è il motivo per cui oggi coloro che vogliono attingere allo
stoicismo nella loro vita quotidiana sono spesso propensi a entrare in
contatto, di persona o online, con altri che cercano di fare lo stesso. Anche se
mette in guardia dal passare il tempo con la compagnia sbagliata, Epitteto dà
anche buone ragioni per cui imparare dagli stoici può riuscire meglio in una
dimensione sociale.
La nostra lezione conclusiva è che siamo per natura parti di molteplici
comunità, sia locali sia globali. Pensare a noi stessi come individui isolati che
possono ignorare la società non è altro che un errore. A Roma, gli stoici piú
convinti erano pronti a tenere testa ai tiranni pur di non venir meno ai propri
principî. Cosí facendo, essi incarnavano le virtú del coraggio e della giustizia.
Ben lungi dal raccomandare la passività politica, lo stoicismo ci incoraggia a
essere all’altezza dei piú alti standard di impegno politico.
Epilogo

Molte delle idee che abbiamo considerato sono ben riassunte in un passo
di Seneca, nella lettera consolatoria che inviò alla madre, triste per l’assenza
di quel figlio che era relegato in Corsica senza sapere quale sarebbe stato il
prossimo passo dell’imperatore Claudio contro di lui.
La natura ha fatto sí che non ci fosse bisogno di grandi mezzi per vivere bene: ciascuno
è in grado di rendersi felice. Le cose che ci vengono dal di fuori hanno poca importanza e
non influiscono gran che né in una direzione né nell’altra: il saggio non si lascia esaltare
dalla prosperità né abbattere dall’avversità. Si è sempre sforzato di contare soprattutto su se
stesso e di cercare in se stesso tutti i motivi della sua gioia.

Da allora, queste idee hanno avuto una vasta risonanza attraverso i secoli.
Seneca fu molto letto nel Medioevo, nel Rinascimento e ancora nel XVIII
secolo, in epoca illuministica. Il breve Manuale di Epitteto fu adattato per
fungere da guida ai monaci del primo Medioevo. I ricordi di Marco Aurelio
conobbero un grande successo nell’Inghilterra vittoriana e da allora sono
rimasti uno dei piú apprezzati libri di filosofia. Molte delle idee fondamentali
degli stoici che abbiamo esaminato hanno influenzato in modo rilevante lo
sviluppo di forme di terapia cognitivo-comportamentale nella metà del XX
secolo, come la REBT , Terapia razionale emotiva comportamentale.
Dal 2012 piú di 20 000 persone hanno preso parte a un esperimento
globale online per vedere se vivere come uno stoico per una settimana possa
incrementare il senso di benessere. Il risultato sembra dire di sí. Coloro che
hanno portato avanti l’esperimento per un mese hanno riscontrato benefici
ancora maggiori. Malgrado tutti gli stereotipi, il tratto del carattere che si
rafforza maggiormente per le persone che seguono la guida degli stoici è
l’entusiasmo, un senso di energia e gioia di vivere.
Possiamo tutti, spero, trarre beneficio dalla riflessione sui temi che gli
stoici hanno affrontato. Ma un autentico beneficio si ha, insisterebbero loro,
solo se queste idee entrano a far parte della nostra vita quotidiana. E qui
inizia il difficile.
Letture di approfondimento

Le opere dei tre stoici romani sono ampiamente disponibili in traduzione inglese. Tra queste, i
seguenti volumi sono disponibili presso Penguin Classics:

EPICTETUS , Discourses and Selected Writings , traduzione di R. Dobbin, 2008.


MARCUS AURELIUS , Meditations , traduzione di M. Hammond, 2006.
SENECA , Dialogues and Letters , traduzione di C. D. N. Costa, 1997.
SENECA , Letters from a Stoic , traduzione di R. Campbell, 1969.

I tre stoici sono presenti anche nella serie Penguin Great Ideas:

EPICTETUS , Of Human Freedom , traduzione di R. Dobbin, 2010.


MARCUS AURELIUS , Meditations , traduzione di M. Staniforth, 2004.
SENECA , On the Shortness of Life , traduzione di C. D. N. Costa, 2004.

I lettori che vogliono approfondire ulteriormente il pensiero di Seneca possono trovare tutte le sue
opere tradotte e annotate nella serie The Complete Works of Lucius Annaeus Seneca , University of
Chicago Press, 2010-17.

[Tra le numerose traduzioni in italiano si segnalano: Manuale di Epitteto , a cura di P. Hadot,


Einaudi, Torino 2006 (ed. or. Manuel d’Épictète , Librairie Générale Française, Paris 2000); MARCO
AURELIO , I ricordi , a cura di C. Carena, traduzione di F. Cazzamini-Mussi, Einaudi, Torino 2015 (1 a
ed. 1968); SENECA , Dialoghi morali , a cura di C. Carena, traduzione di G. Manca, Einaudi, Torino
a
2019 (1 ed. 1995). Per ulteriori letture, le opere complete di Epitteto e Seneca sono disponibili in:
a
EPITTETO , Tutte le opere , a cura di G. Reale e C. Cassanmagnago, Bompiani, Milano 2017 (1 ed.
2009); e SENECA , Tutte le opere , a cura di G. Reale, Bompiani, Milano 2013 (1 a ed. 2000); N.d.T. ].

Numerosi libri prestano attenzione al modo in cui oggi si potrebbe far uso delle idee stoiche; tra
questi, in ordine di pubblicazione:

W. IRVINE, A Guide to the Good Life , Oxford University Press, Oxford 2009.
D. ROBERTSON , Stoicism and the Art of Happiness , Hodder & Stoughton, London 2013.
R. HOLIDAY e S. HANSELMAN , The Daily Stoic . 366 Meditations on Wisdom, Perseverance, and the
Art of Living , Profile Books, London 2016.
M. PIGLIUCCI , How To Be a Stoic , Rider, London 2017 [trad. it. Come essere stoici. Riscoprire la
spiritualità dei classici per vivere una vita moderna , Garzanti, Milano 2017].

I lettori interessati a sapere di piú sugli stoici romani potrebbero leggere:

P. HADOT , La citadelle intérieure. Introduction aux Pensées de Marc Aurèle , Fayard, Paris 1992 [trad.
it. La cittadella interiore. Introduzione ai «Pensieri» di Marco Aurelio , Vita e Pensiero, Milano

2019 (1 a ed. 1996)].


A. A. LONG , Epictetus. A Stoic and Socratic Guide to Life , Oxford University Press, Oxford 2002.
E. WILSON , Seneca. A Life , Allen Lane, London 2015 [trad. it. Seneca. Biografia del grande filosofo
della classicità , Mondadori, Milano 2016].

I lettori che desiderano approfondire la conoscenza della filosofia stoica, specialmente per quanto
concerne i primi stoici ateniesi, potrebbero cominciare con:

B. INWOOD , Stoicism . A Very Short Introduction , Oxford University Press, Oxford 2018.
J. SELLARS , Stoicism (2006), Routledge, London - New York 2014.

Esistono numerosi siti web e altre risorse online dedicate allo stoicismo. Mi limito a citare
w w w . m o d e r n s t o i c i s m . c o m , opera del team che gestisce anche «Stoic Week», un esperimento
annuale che invita a vivere come gli stoici per una settimana, per vedere quale impatto ciò potrebbe avere
sul benessere personale, e «Stoicon», un incontro annuale di persone interessate ad attingere allo
stoicismo nella loro vita quotidiana.
Note e fonti

[Salvo diversa indicazione, le traduzioni italiane dei passi di Epitteto, Marco Aurelio e Seneca citati
nel testo sono tratte da: Manuale di Epitteto cit.; EPITTETO , Diatribe , in ID ., Tutte le opere cit.;
MARCO AURELIO , I ricordi cit.; e SENECA , Tutte le opere cit.; le traduzioni dei passi di altri autori
utilizzate sono indicate nelle note che seguono; laddove necessario, le traduzioni sono state modificate;
N.d.T. ].

I . Il filosofo come medico.

La scuola filosofica come un ospedale è descritta in EPITTETO , Diatribe 3, 23, 30. Socrate traccia
l’analogia tra il filosofo e il medico in PLATONE , Alcibiade 127e-130c, ed esorta le persone a prendersi
cura della propria anima in ID. , Apologia di Socrate 29d-30b. Egli sostiene che i beni esterni non
abbiano valore in sé in ID. , Eutidemo 278e-281e. Su Diogene di Sinope che vive in una botte e sceglie
la semplicità della vita, si veda DIOGENE LAERZIO 6, 23 e 6, 37 [trad. it. Vite dei filosofi , a cura di M.
Gigante, vol. I, Laterza, Roma-Bari 1998 (1a ed. 1962)]. ARISTOTELE, Etica Nicomachea 4, 1, riflette
sulla generosità. Il punto di vista di Zenone sui beni esterni si trova in DIOGENE LAERZIO 7, 102-7.

II . Quali cose si possono controllare?

La distinzione tra cose che sono in nostro potere e cose che non lo sono si trova in Manuale di
Epitteto 1. Una descrizione fisica degli oggetti si trova in MARCO AURELIO , I ricordi 6, 13. Sul fatto di
pensare a se stessi come attori in un’opera teatrale si veda Manuale di Epitteto 17. L’analogia di
Antipatro con il tiro con l’arco si trova in CICERONE , I termini estremi del bene e del male 3, 22.
MARCO AURELIO , I ricordi 2, 17, commenta il cambiamento universale. L’espressione di Zenone «il
facile corso della vita» si trova in DIOGENE LAERZIO 7, 88 [trad. it. cit.]. «Per capovolgere la barca, il
timoniere…» viene da EPITTETO , Diatribe 4, 3, 5. Per le riflessioni della sera e della mattina, si veda
MARCO AURELIO , I ricordi 2, 1; e SENECA , L’ira 3, 36, 1-3. EPITTETO , Diatribe 4, 12 insiste
sull’attenzione continua.

III . Il problema delle emozioni.


EPITTETO , Diatribe 1, 15, risponde all’uomo con il fratello adirato. La descrizione di Crisippo delle
emozioni improvvise è riferita in GALENO , Sulle dottrine di Ippocrate e Platone 4, 2, 15-18. L’odio di
Caligola per Seneca è attestato in DIONE CASSIO 59, 19. SENECA , L’ira 1, 1, 2, si riferisce alle
emozioni come temporanea pazzia. Per l’analogia con il precipitare a terra, si veda ibid. 1, 7, 4. Sui
primi movimenti, si veda ibid. 2, 2, 4 - 2, 3, 5. Per l’affermazione che «il timore provochi la fuga», si
veda ibid. 2, 3, 5. Il passo «Ricordati che quello che ti offende…» è tratto da Manuale di Epitteto 20.

IV . Affrontare le avversità.

La morte di Seneca per ordine di Nerone è raccontata da TACITO , Annali 15, 60-64. SENECA , La
provvidenza 2, 2, descrive le avversità come un esercizio; l’analogia con la lotta si trova ibid. 2, 3 e
quella con i soldati ibid. 4, 8. CICERONE , La divinazione 1, 126, fa riferimento al fato della fisica. «La
continuità della sventura» è in SENECA , Consolazione alla madre Elvia 2, 3. Il passo «Non sono
d’accordo» è tratto da ID., Lettere a Lucilio 28. Il commento sull’essere preparati alle avversità si trova
in ID. , Consolazione alla madre Elvia 5, 3. Seneca riflette sul prepararsi alle avversità future in ID. ,
Consolazione a Marcia 9, 1-2.

V. Il nostro posto nella Natura.

«Quale piccola parte…» è in MARCO AURELIO, I ricordi 12, 32. Per un esempio del suo punto di
vista dall’alto si veda ibid. 9, 30. L’ipotesi Gaia è esposta in J. LOVELOCK, Gaia. A New Look at Life on
Earth (1979), Oxford University Press, Oxford 2000 [trad. it. Gaia. Nuove idee sull’ecologia , Bollati
Boringhieri, Torino 2011 (1a ed. 1981), p. 24]. L’immagine del fato che opera attraverso di noi è tratta
da ALESSANDRO DI AFRODISIA , Il destino 181, 14. «L’uomo bene educato…» viene da MARCO
AURELIO , I ricordi 10, 14; ibid. 9, 39, ad esempio, contrappone la provvidenza agli atomi; mentre «La
Natura universa…» viene da ibid. 7, 75; e «Procura di avere un metodo…» da ibid. 10, 11.

VI . Vita e morte .

La citazione «Nulla tanto sfugge…» è tratta da SENECA , La brevità della vita 7, 3; «Ciascuno butta
la vita a precipizio» si trova ibid. 7, 8-9; e «pagando con la vita» ibid. 20, 1. La citazione «Ora vuoi che
lasci la festa» si trova in EPITTETO , Diatribe 3, 5, 10; «Non dire mai di una cosa» in Manuale di
Epitteto 11; e «Se vuoi che i tuoi figli…» ibid. 14.

VII . La vita sociale .

Sul ritiro nella «cittadella interiore» si veda MARCO AURELIO , I ricordi 8, 48. ARISTOTELE ,
Politica 1, 2, descrive gli uomini come animali politici. Il racconto dell’uomo con la figlia malata si
trova in EPITTETO , Diatribe 1, 11. I cerchi di Ierocle sono nominati in un frammento conservato da
STOBEO 4, 671,7 - 673,11. La citazione «Cerchiamo di figurarci le due repubbliche…» è tratta da
SENECA , L’ozio 4, 1. Elvidio Prisco è ricordato in EPITTETO , Diatribe 1, 2, 19-21. «Le leggi fossero
uguali per tutti» si trova in MARCO AURELIO , I ricordi 1, 14; e «Un ramo strappato dal ramo
contiguo…» ibid. 11, 8. L’esilio di Musonio Rufo è riferito da FILOSTRATO , Vita di Apollonio di Tiana
7, 16. MUSONIO , Diatribe 3 e 4, rivendica lo studio della filosofia per le donne. Il rischio di
accompagnarsi a persone con cattive abitudini è discusso in EPITTETO , Diatribe 3, 16 e 4, 2.

Epilogo.

Il passo «La natura ha fatto sí» è tratto da SENECA, Consolazione alla madre Elvia 5, 1. I lettori
interessati all’influenza successiva dello stoicismo possono consultare J. SELLARS, The Routledge
Handbook of the Stoic Tradition , Routledge, London - New York 2016.
Ringraziamenti.

Prima di tutto vorrei ringraziare Casiana Ionita per avermi suggerito di scrivere questo libro, nonché
per i suoi acuti commenti in corso d’opera e per il perfezionamento stilistico che ha apportato alla mia
stesura. Vorrei anche ringraziare i miei collaboratori del gruppo Modern Stoicism: Christopher Gill,
Donald Robertson, Tim LeBon e gli altri, del passato e di oggi. Probabilmente questo libro non sarebbe
venuto alla luce senza il lavoro che abbiamo fatto insieme negli ultimi anni e che continuiamo a fare.
Ultima, ma non per importanza, la dedica di questo libro a Dawn, sine qua non .
Elenco dei nomi e delle cose notevoli

udini.
iano, imperatore romano.
ore.
ma.
ipatro di Tarso.
ere, analogia dell’.
stotele.
iano.
a Minore.
ne.
gusto, imperatore romano.
oconservazione.

i (e mali).

igola, imperatore romano.


attere.
erone, Marco Tullio.
smo.
ro, isola.
adella interiore.
udio, imperatore romano.
ante.
nton, Bill (William Jefferson).
sica, isola.
mopolitismo.
sippo.
tianesimo.

aro.
.
gene di Babilonia.
gene di Sinope.
miziano, imperatore romano.
ne.

ia, madre di Seneca.


idio Prisco, Gaio.
ozioni.
tteto:
– Diatribe ;
– Manuale .

.
erico II di Hohenzollern, detto il Grande, re di Prussia.
cità.

a, ipotesi.
mania.
chi olimpici.
dizi.
aros, isola.

cle.
differenti».
differenti preferibili»

atore, analogia del.


elock, James.
ilio il Giovane, destinatario dell’epistolario di Seneca.
o.

rcia, amica di Seneca.


rco Aurelio, imperatore romano:
– I ricordi .
rte.
sonio Rufo, Gaio.

ura:
vivere in armonia con la –.
igazione, analogia della.
one, imperatore romano.
opoli.

lina, Pompea, moglie di Seneca.


lo di Tarso, santo.
ra.
tone.
ertà.
emeditazione» dei mali futuri.
mi movimenti.
spettiva cosmica.

essione, mattutina e serale.


so.
ma.
li.

ato romano.
eca, Lucio Anneo:
– La brevità della vita ;
– L’ira ;
– La provvidenza .
ialità.
rate.
gna.
à Poikíle («portico dipinto»).

po.

aglianza.

ore.
pasiano, imperatore romano.
ú (e vizio).

one di Cizio.
Il libro

E
SE QUALCUNO CI DICESSE CHE MOLTE SOFFERENZE DELLA NOSTRA VITA DIPENDONO DAL

modo in cui pensiamo alle cose? E se sostenesse di poterci mostrare come evitare
ansia, frustrazione, rabbia? E se risultasse che evitare tutto questo è interamente
nelle nostre mani?
Che cosa possiamo fare per reagire quando le cose non risultano essere come le
vorremmo? In questo libro illuminante e di grande incoraggiamento e sostegno per
ciascuno di noi, John Sellars esamina le lezioni di alcuni filosofi antichi per mostrarci
come essi possano essere una fonte di ispirazione nella nostra vita quotidiana. In sette
brevi lezioni Sellars ci spiega in che cosa consiste la filosofia stoica – in particolare,
nell’interpretazione di Seneca, Epitteto e Marco Aurelio – e in che modo queste idee
possono essere applicate (e sono già effettivamente applicate, ad esempio nel mondo
anglosassone) nella nostra vita quotidiana. Una filosofia antica dunque, che può tuttavia
avere un impatto forte sulla nostra esistenza.
L’autore

JOHN SELLARS è docente di Filosofia al Royal Holloway, University of London, ed


è membro del Wolfson College, Oxford. È autore tra l’altro di The Art of Living. The
Stoics on the Nature and Function of Philosophy (2003) ed è uno dei membri fondatori
di Modern Stoicism, il gruppo alle spalle di «Stoic Week», un evento globale con
cadenza annuale i cui partecipanti sono invitati a «vivere come gli stoici per una
settimana» per vedere in che modo la loro vita potrebbe migliorare.
Titolo originale Lessons in Stoicism
© 2019 John Sellars
The author has asserted his moral rights. All rights reserved
Original english language edition first published by Penguin Books Ltd, London
© 2021 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

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Ebook ISBN 9788858436936