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LO STILE DI SENECA E LO STILE DI TACITO

nota per i maturandi del liceo classico "Montale" di San Don di Piave

Latino "aureo", latino "argenteo" e "barocco imperiale"

Il latino dei primi secoli dell`eta`imperiale viene di solito definito "argenteo", in opposizione a quello delle eta` tardo-repubblicana ed augustea, che prende il nome di "aureo". In questa definizione e`implicito un giudizio che antepone il latino di Cicerone, Catullo, Orazio,Virgilio o Livio a quello di Seneca, Tacito, Plinio etc. Nell'immaginazione di chi senta questi aggettivi si insinua fatalmente l`idea che il latino classico brilli di uno splendore piu`intenso e goda di un valore intrinseco piu` grande; il latino imperiale, invece,beneficerebbe di una luce riflessa e sarebbe notevole piu`per l`opera di cesello e il virtuosismo degli artisti che lo lavorarono che per qualita`naturali . Si tratta ovviamente di un pregiudizio, ma non privo di un suo fondo di verita`. E`un pregiudizio perche' basato sulla convinzione (una convinzione che nelle scuole risale addirittura al grammatico Remnio Palemone, dell`eta`di Nerone) che la cultura latina abbia toccato negli anni di Augusto un vertice ineguagliabile. Non e` privo di un suo fondo di verita` perche' certamente si coglie nelle pagine di molti degli scrittori dell`eta` imperiale una dose notevole di virtuosismo. "Virtuosismo" significa grande abilita` tecnica e continua volonta`di sorprendere; ma ogni virtuosismo difficilmente si sottrae al rischio di sembrare insincero, artefatto. Cosi`e`del latino argenteo, cui, proprio per la presenza in esso di una continua ricerca del nuovo, di una costante volonta`di stupire e di una buona dose di artificiosita` e` stato anche attribuito il nome di "barocco imperiale".

2 Seneca e l'Asianesimo
Gli antichi ovviamente non potevano parlare, a proposito di Seneca, di "stile barocco"; essi avrebbero piu` semplicemente collocato lo scrittore di Cordova entro l`Asianesimo. E`questo un indirizzo stilistico della prosa che si diffuse a partire dal III secolo a.C.nelle scuole di retorica dell`Asia minore. Lo sviluppo dell`Asianesimo coincide con un naturale allontanarsi dall`equilibrio e dalla simmetria dello stile dei grandi prosatori attici (Lisia,Isocrate) e, piu`che il frutto di un consapevole programma, fu un aspetto della generale orientalizzazione che la cultura greca subi` quando si impose, con le conquiste di Alessandro, in tutto l`Est del mondo allora conosciuto. Percio`,anche quando si parla di Asianesimo, non ci si riferisce a un indirizzo con regole ben precise,ma piuttosto a una diffusa tendenza al nuovo, una tendenza che dette origine a due tipi di stile, ugualmente "asiani": quello fondato su enormi strutture sintattiche asimmetriche, pompose, in cui le frasi si generano una dall`altra quasi per gemmazione; e quello in cui le proposizioni sono brevi, nervose, piene di un significato concentrato. Seneca -non c`e`dubbio- appartiene a questo secondo indirizzo e vi si colloca egli stesso, quando, riferendosi allo stile del suo amico (ed imitatore) Lucilio, il destinatario delle famose "Epistole morali", osserva che la prosa di questi "Plus significat quam loquitur" ("Contiene piu` significato di quello che esprime a prima vista").

3 Caratteri e strumenti dello stile di Seneca


Seneca e`uno scrittore che tende a "spiazzare" il suo lettore. Egli ama parlare di cose del tutto familiari, ma scegliendo un punto di vista non familiare.E` una sua specialita`far vedere l`insolito nel consueto, come e` una sua specialita`illuminare di seguito lo stesso oggetto o lo stesso pensiero da molti punti di vista diversi. Un lettore poco attento puo` anche trarne l`impressione che il filosofo si ripeta continuamente, ma il lettore scaltro (e buon conoscitore del lessico latino) riesce a cogliere in quelle ripetizioni apparenti sia il progressivo arricchimento dell`immagine che il filosofo disegna per gradi,sia il segreto meccanismo della transizione da un pensiero ad un altro. Questa si presenta di frequente al modo di quella che il grande critico Leo Spitzer chiamo` "transizione dissimulata", fondata cioe` sulla suggestione creata improvvisamente e quasi per caso da una certa parola, capace di schiudere entro un orizzonte la visione di altri orizzonti.

Certo Seneca deve a se stesso, come tutti noi, il proprio stile. Eppure non dobbiamo dimenticare i debiti che egli contrasse, oltre che nei confronti dell`Asianesimo, con la diatriba stoico-cinica, piena di domande e sentenze incalzanti,e con le esercitazioni delle scuole retoriche, caratterizzate dagli argomenti pittoreschi, trattati con la piu`vasta gamma di "sententiae"e"colores". Lo studio piu` importante sullo stile di Seneca e` certo il libro di Alfonso Trana "Lo stile drammatico del filosofo Seneca". Varra` percio` la pena di ricordarne i punti base. Traina dice che Seneca e`stato il creatore del linguaggio occidentale dell`interiorita`, cosa non da poco se si pensa che sul colloquio dell`uomo con se stesso e sulla ricerca all`interno di se stessi si fondera`poi buona parte del`insegnamento morale cristiano,che pervade ancor oggi quasi ogni nostra presa di posizione o giudizio sulla vita. Per esprimere questa insaziabile esigenza di interiorita` Seneca adopera -dice Traina- due grandi metafore: quella dell`interiorita`come "possesso" e quella dell`interiorita`come "rifugio". Sono due metafore che vivono nella sua prosa a tutti i livelli, lessicale e sintattico, e che danno vita a modi di esprimersi (tecnicamente si chiamano "stilmi") del tutto particolari. Se l`interiorita` e` un possesso, allora e` normale che sia espressa con il linguaggio di chi dei possessi si occupa: gli uomini di legge e gli investitori di denaro: ecco allora che la frase di Seneca si riempie di immagini come il famoso "Vindica te tibi" ("Rivendica a te stesso il possesso di te stesso"), o di formule che dovevano essere tipiche dei cambiavalute, dei finanzieri, e forse degli usurai: "Sei tu la tua vera ricchezza dice Seneca - e devi amministrarti bene, lucrare interessi da te stesso, non prestarti agli altri a basso prezzo,non svenderti, etc." D`altra parte, se l`interiorita` e` un rifugio, e` naturale che la sua conquista sia indicata con i termini che si usano per designare chi si ritira, si rinchiude, si nasconde: ecco percio` espressioni frequentissime come "Recedere in se ipsum, redire in se, revocare, reducere, respicere", e altri infiniti composti con la particella -re-, tipica di chi torna indietro o si guarda alle spalle. La forza espressiva di queste immagini e`intensificata da quello che potremmo definire lo stilema senecano per eccellenza:l`accumulazione dei pronomi riflessivi (Vindicare se sibi,Se sibi comparare, Spectare se sibi relictum), utile a a rendere l`idea di un anima che e`chiamata continuamente a specchiarsi in se stessa; e che, mentre ha rapporti precari col mondo che la circonda, puo` contare su di un vincolo infrangibile che la tiene unita a se stessa. Ma -e`sempre l`analisi di Traina che seguiamo- Seneca non e` solo un uomo che riflette: egli e` un moralista, cioe` uno che predica ai suoi simili e che vuol smascherarne la sostanziale follia. Per far questo ha bisogno di espressioni forti, ad effetto, che facciano sentire anche alle anime sorde la fragilita` e l`instabilita` di tutto cio` cui quotidianamente si dedicano.Stilema adatto allo scopo e`innanzitutto l`uso assoluto del participio futuro, che porta con se` il senso inquietante della destinazione fatale: "Perituri ("Stanno in piedi si`le citta`, ma il loro spectamus peritura; Inter peritura vivimus; Urbes casurae stant destino e` di crollare prima o poi"). Va ricordato poi l`uso veramente largo che il filosofo fa della litote, la figura che consiste nell`affermare una certa cosa negandone il contrario. La litote che Seneca predilige e`quella dei pronomi, che gli permette di sostituire al generico "omnes" il piu` energico "nemo non"("Non c`e`nessuno che non") ,a "omnibus" "nullis non"("non ci sono uomini a cui non...")etc. Un modulo espressivo che deve a Seneca la propria fortuna e` l`impiego di "et" nel senso di anche, prima del filosofo di Cordova usato quasi solo con i pronomi personali. Di questo tipo di "et" Seneca si serve soprattutto per fare continue confutazioni delle tesi del suo immaginario interlocutore (spesso chiamato in causa, com`e` nella tradizione della diatriba stoico-cinica). Cosi`,ad esempio,Seneca condanna la vanita`dei giudizi dati sulle persone in base ad elementi esteriori:"Valet; et leones; Formonsus est:et pavones; Velox est:et equi". Non va dimenticato, quando si parla di questo lato "predicatorio" e intensasamente retorico dello stile di Seneca, il suo grande amore per le ripetizioni ingegnose, vuoi nella forma delle figure etimologiche e del poliptoto, vuoi in quella dell`anafora. Sono proprio di Seneca alcune delle anafore piu` estese e piu` martellanti della letteratura latina. Altri mezzi espressivi cui Seneca ricorre con frequenza sono:
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La perifrasi Non est quod (o non est quare)+ congiuntivo, per esprimere l`imperativo negativo.
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L`uso di tamquam, quasi, ut o simili, unite a dei participi, per dire "come se" :"Quis umquam res suas quasi perituras aspexit?"; e` un uso molto vicino a quello della causale soggettiva in greco L`impiego in serie di "Immo" per correggere le affermazioni dell`immaginario interlocutore: "Servi sunt: Immo homines.Servi sunt:Immo contubernales.....Servi sunt: Immo humiles amici..". La sostituzione di una protasi di periodo ipotetico con un imperativo; Anche questo e` uno stilema di probabile discendenza diatribica:"Iube istos homines ad nomen citari...:videbis....'

Per finire varra`la pena di ricordare che lo stile di Seneca e` uno fra i piu` intensamente metaforici; e che le fonti delle metafore che lo animano sono soprattutto le attivita`quotidiane dell`uomo: della presenza in lui dell`immagine dell`uomo di legge e dell`uomo d`affari abbiamo parlato; ma affollano le sue pagine anche le metafore militari e navali, quelle tratte dalla ceramistica, dall`agricoltura etc. Tutte queste metafore hanno un orientamento comune, nel senso che tendono a descrivere i lineamenti del sapiente come quelli di un uomo sempre sulla difensiva, resitente ai colpi e impassibile di fronte alle difficolta`. Il ritratto di un individuo che speri di conquistare e dominare l`ambiente che lo circonda e`invece abbastanza estraneo alla mentalita` e alla immaginazione di Seneca, come a quelle di ogni stoico che si rispetti; eroe dotato di "robur" (resistenza, forza passiva) assai piu` che di "vis" (forza diretta verso l'esterno)..

4 Tacito : il fractum dicendi genus


Grande avvocato e grande storico, Tacito fu anche un grande retore. Del resto gi Cicerone aveva definito la Storiografia come opus oratorium maxime. In Tacito, come in Seneca, L'Asianesimo romano raggiunge il suo culmine: alle concentrate sententiae del filosofo di Cordoba, che isolano un pensiero di carattere generale, lo storico dell'impero sostituisce serie di frasi spesso altrettanto brevi, ma pi incalzanti, quasi taglienti. Se l'intento di Seneca quello di illuminare progressivamente lo stesso oggetto da pi punti di vista, Tacito sembra dominato dalla volont di non dar tregua a chi legge, di costringerlo a vedere nell'urto degli elementi sintattici gli scontri di cui la realt storica costituita. Quando questa implacabilit giunge al massimo, com' nei primi tredici libri degli Annales, essa d luogo ad una concentrazione del discorso che rende Tacito un autore veramente "difficile". In realt mentre Seneca si esprime in tutte le opere pi o meno allo stesso modo,Tacito giunge a questo stile concentrato e spezzato, il fractum dicendi genus attraverso delle tappe abbastanza riconoscibili: partendo dalla simmetria del modello ciceroniano-quintilianeo che ben visibile nel Dialogus de oratoribus, la sua voce acquista gi nella Germania e nell'Agricola quella brevitas (concisione) e quella asimmetria (inconcinnitas) che non abbandoner pi: a questi due caratteri fondamentali le Historiae aggiungeranno solennit ,ampiezza di respiro,metafore ardite; gli Annales, il gusto per il forte chiaroscuro e il tono inconfondibilmente cupo, ora indignato, ora sarcastico, ora quasi disperato. In tutte le opere comunque Tacito si esprime con autorit e si potrebbe dire che egli parli sempre e comunque ex cathedra. Quali i suoi modelli stilistici? Sallustio e Livio prima di tutto, ma poi probabilmente anche gli storiografi ellenistici dell'indirizzo tragico ed anche i poeti, Virgilio e anche Lucano, al cui epos tragico sulle guerre civili Tacito non di rado si ispira, soprattutto nel lessico. La lingua di Tacito ha , oltre che un colorito poetico, un sapore arcaico e nelle parole e nei costrutti, ma va detto che questa da sempre una caratteristica di tutta la storiografia romana, esclusi l'atticista Cesare e pochi altri Scendiamo ora nei particolari: la lingua di Tacito vuol apparire prima di tutto asimmetrica. Al raggiungimento di questa inconcinnitas concorrono sia la brevitas che la variatio. La brevitas raggiunta prima di tutto con le ellissi: soppressione sistematica della copula, dei verbi di "dire" e di "sentire", di sostantivi come annus,dies,uxor,filius ecc., di pronomi, di avverbi, di particelle come magis,potius,eo,utrum,ne ecc.. Alle ellissi si aggiungono gli asindeti (coordinazioni e subordinazioni prive delle congiunzioni), gli ablativi assoluti senza soggetto, gli ablativi assoluti con aggettivi neutri, i moltissimi gerundivi (tipico il dativo, con valore finale, molto espressivo, di tono ufficiale ed arcaico) La variatio la sistematica rottura dei paralleismi. Il pi tipico esempio di variatio quello che spezza una coppia di aggettivi in un aggettivo+un complemento: nobis artus et angustus labor > nobis in arto et angustus labor. Ne esistono per infinite forme, dovute al cambiamento delle persone e dei tempi dei verbi,

III

alla coordinazione di attivi e passivi,all'unione di astratti e concreti, all'accostamento di due causali una col congiunticvo e una con l'indicativo,di due finali una col participio futuro e una con ut, di una protasi di un certo tipo con un'apodosi inattesa, ecc. Al suo culmine il gusto tacitiano per la variatio sfocia in veri e propri anacoluti (mutamenti improvvisi del soggetto). Tacito, per finire, un maestro nell'uso di due costrutti tipici della storiografia romana: l'infinito storico ( o narrativo) e l'oratio obliqua. Pochi storici hanno un aspetto tanto solennemente "romano" quanto Tacito, eppure il suo stile non appare privo di grecismi: uno dei pi tipici la causale soggettiva introdotta da quasi o tamquam, che ricorda la costruzione greca con Z- e il participio.

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