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© Copyright 2010
Pubblicato dal Comune di Leonforte - Settore Cultura
a cura di Angela ArAngio, giuseppe Litteri, Pasqualino PAPPALArdo

Stampato nel mese di Settembre 2010


Progetto grafico di nunzio Baja
realizzazione tipolitografia Arti grafiche Jesus - Leonforte
Via Quasimodo, 1 - 94013 Leonforte

Tutti i disegni, compreso quello di copertina, sono stati realizzati da Nella Laterra

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Comune di Leonforte
Settore Cultura

giovanna Maria

gLi otto PrinCiPi


di LeonForte

2010

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4
Questo settimo “Quaderno”, redatto dalla
prof.ssa giovanna Maria, e curato dal Set-
tore Cultura del nostro Comune che patro-
cina l’originale e apprezzata collana, oppor-
tunamente esce in questo anno 2010, in oc-
casione delle celebrazioni dedicate al quat-
trocentesimo della nascita della Città.
Si tratta infatti di un lavoro che presenta,
dopo un agile profilo introduttivo della no-
stra storia, una esposizione sistematica e ri-
gorosa delle vicende degli Otto principi di
Leonforte, e quindi dei fatti e degli eventi sa-
lienti legati alla loro personalità e al popolo.
il volumetto si fa leggere con grande inte-
resse, non solo per l’esposizione piana e co-
ordinata dei contenuti, ma anche per il rigore
storico, la ricchezza delle indicazioni biblio-
grafiche e l’importanza delle copiose note
che arricchiscono il testo legandolo a fatti e
a circostanze importanti che fanno precipuo
riferimento alla storia di Leonforte.
Penso di poter affermare che il lavoro com-
piuto da giovanna Maria colma una lacuna
fino ad oggi ancora presente, nonostante una
fertile produzione editoriale della nostra
Città che non aveva ancora approfondito con
uno studio compiuto questo importante
aspetto della nostra storia.

il Sindaco
Dott. Giuseppe Bonanno

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La narrazione sistematica e la interpreta-
zione critica delle vicende degne di memoria
della società umana nelle loro reciproche
connessioni rappresentano una occasione per
comprendere fino in fondo l’identità di un
popolo, grande o piccolo che sia.
Il quattrocentesimo della fondazione della
città di Leonforte ha offerto un ulteriore
slancio alla voglia della comunità leonfor-
tese di guardare al futuro partendo dal pas-
sato.
Risulta gradito il lavoro certosino della
prof.ssa Giovanna Maria a tutti coloro che
alla fonte della storia amano dissetare la sete
di conoscenza e di approfondimenti. Infatti,
l’aver focalizzato l’attenzione sui Principi di
Leonforte a partire da Nicolò Placido Bran-
ciforti, fondatore della nostra città, consente
di colmare alcune lacune narrative dell’ ar-
chivio storico della nostra comunità.
Il fascino di un’epoca assai lontana riaffiora
ad ogni pagina offrendo al lettore la ricostru-
zione di uno spaccato di sicilianità che of-
friva l’entroterra dell’Isola non avulso da un
contesto storico più ampio.
Il libro si inserisce a pieno titolo nella col-
lana dei Quaderni della Biblioteca del Set-
tore Cultura, contribuendo ad incentivarne il
valore e la certezza che la strada intrapresa
sia quella giusta.

L’Assessore alla Cultura


Uccio Muratore

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Sulle vicende e sull’opera dei Principi Bran-
ciforti di Leonforte, si avvertiva da tempo la
necessità di portare a compimento un’analisi
che coniugasse la rigorosità della ricerca sto-
rica con la leggerezza che solo una certa
aneddotica sbarazzina riesce a regalare.
E’ questo l’obiettivo che con l’uscita di que-
sto 7° “Quaderno“, il Settore Cultura, in sin-
tonia con il pensiero di Giovanna Maria, si
è voluto dare.
Ma questo lavoro è anche un’indagine in-
flessibile e smagata sugli esiti non sempre
rutilanti di un potere che spesso abbaglia e
seduce e, a volte, inganna e delude.
Luci e ombre, come nella vita di ciascuno;
ma senza per questo volere costruire pane-
girici ad ogni costo che favoleggiano di atti-
vità disinteressate e munifiche da parte di
potenti che maneggiavano uomini come fos-
sero lenzuola.
Allo stesso modo nessun tentativo di perse-
guire disegni scientifici di demolizione e di
disvelamento scandalistico.
Era però necessario scavare in profondità per
sapere e conoscere, perché la verità è sempre
necessaria.
E pazienza se qualche consolidata credenza
andrà in frantumi. Meglio un ripensamento
critico che non gli accecanti bagliori di luce
fatua. Senza vita.

Il Capo Settore
Dott. Giuseppe Litteri

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notA deLL’AutriCe

“… Spero di non essere biasimato dai miei cortesi lettori, tanto più che non
attribuisco a quest’umile lavoretto alcun valore e non spero da esso alcuna
gloria ... Se poi queste notizie potranno servire di incitamento ad altri più
competenti di me per riuscire nella compilazione di una storia completa, io
ne sarò assai lieto …” - new York 1923 - Mazzola giovanni.
Le parole scritte, certamente per eccesso di umiltà, dall’inestimabile storico
leonfortese giovanni Mazzola nella prefazione a Notizie storiche sulla ve-
tusta Tavaca e sulla moderna Leonforte - che ad oggi è l’unica storia siste-
matica e particolareggiata di Leonforte dalle origini fino ai primi anni del
‘900 – si attagliano, invece, perfettamente a questo mio lavoro che è fonda-
mentalmente la “ricucitura” delle poche notizie biografiche degli otto Prin-
cipi Branciforti di Leonforte, in gran parte già note, ma mai riunite in una
visione d’insieme e quindi poco fruibili per i non addetti.
nelle pagine che seguono - che acquisiscono un particolare significato in
quest’anno in cui ricorre il quarto centenario dell’inizio della fondazione di
Leonforte - la ricostruzione della storia locale e generale fino al 1852, co-
stituisce solamente lo sfondo per evidenziare la personalità degli otto Prin-
cipi Branciforti che impressero per 242 anni il loro possente marchio sulla
vita dei leonfortesi e che furono così ragguardevoli da avere il diritto di stare
in piedi alla presenza del re, ma ebbero anche la “normalità” delle piccole
miserie umane.
in consonanza con il carattere divulgativo ed aneddotico che mi sono pre-
fissa di dare alla narrazione, non ho voluto utilizzare le cupe foto degli sbia-
diti ritratti o degli usurati busti che sono riuscita a trovare di qualcuno dei
nostri Principi, né le risapute foto “paesane”, ma ho chiesto alla mia caris-
sima amica nella Laterra di abbozzare, con il suo inconfondibile tratto, una
“caricatura” per ogni Principe che ne introducesse la “scheda”, evidenzian-
done una qualche peculiarità e l’abbigliamento tipico dell’epoca. il risultato
mi pare assai gradevole perché la bravissima prof. Laterra è riuscita a trat-
teggiare efficacemente “ritratti” alquanto realistici, pur non essendo ogget-
tivamente reali, che ci permettono di immaginare anche il portamento del
personaggio.
A lei il mio grazie per avere impreziosito e reso originale la pubblicazione.
un doveroso pensiero di gratitudine va anche:
alla mia compianta Mamma, ai Familiari e agli Amici che mi hanno stimo-
8
lato a mettere per iscritto il frutto delle mie ricerche;
all’Amministrazione Comunale ed al Settore Cultura che hanno voluto e
curato la pubblicazione come “Quaderno” della Biblioteca celebrativo del
400° della fondazione di Leonforte;
agli eclettici enzo Barbera, Ciccio Buscemi, Pippo nigrelli e Lino Pappa-
lardo che, con le loro pregevoli pubblicazioni e come trainanti soci dell’uni-
versità Popolare, hanno accresciuto il mio amore per la storia paesana ed
avvantaggiato il mio lavoro;
al mio “maestro” di computer Pippo Lombardo che mi ha introdotto nel-
l’incredibile mondo di internet da cui ho potuto attingere moltissime pre-
ziose notizie e documentazioni.
La mia unica speranza è che questo “Quaderno” riesca a farsi leggere pia-
cevolmente e faccia passare il messaggio che gli avvenimenti della nostra
storia, apparentemente lontani e dispersi nel tempo, sono in realtà vicini e
utili se restano collegati dal robustissimo filo della memoria degli uomini.
Per il resto dico con Anton Cechov: «io ho fatto quello che ho potuto, fac-
ciano cose migliori coloro che le possono fare».

Giovanna Maria

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PreMeSSA

Celebrare i 400 anni dalla nascita di Leonforte, uno dei migliori esempi di
fondazione urbana del centro Sicilia, frutto della genialità e munificenza dei
Branciforti, significa inevitabilmente commemorare i 242 anni di protago-
nismo di questi potenti Principi, austeri tradizionalisti ma anche aperti pro-
gressisti.
essi non appartennero a quel gruppo feudale rinchiuso nell’orticello del pro-
prio privilegio, posto a far da guardia ad un popolo da tartassare e dominare,
ma furono parte autorevole di un’élite illuminata e sagace, responsabile, at-
traverso cariche prestigiose, del governo della Sicilia.
Le pagine introduttive che seguono, prima di entrare nel dettaglio delle otto
biografie, vogliono essere una visione d’insieme del Principato dei Branci-
forti a Leonforte, attraverso le risposte ai seguenti interrogativi:
cosa c’era nel nostro territorio, prima della fondazione di Leonforte?
come e perché avvenne questa fondazione?
quali furono i rapporti tra il Principe in carica e i Leonfortesi?
quando e perché finì il Principato?

öõ

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iL Feudo di tAVi

L
eonforte, paese “giovane” con una “piccola” storia di appena 400 anni,
fu fondato dal Barone di tavi nicolò Placido Branciforti intorno al 1610
nel territorio del proprio feudo, al centro della catena degli erei, sulle
pendici del monte tavi, oggi Cernigliere, e nei pressi del fiume Crisa1.
il nuovo paese non ebbe origine dal nulla perché il territorio dove sorse
Leonforte non fu mai disabitato e la sua storia fu a lungo legata alle vicende
del Castello di tavi, ‘u castiddazzu, un fortilizio probabilmente edificato
durante la dominazione Bizantina per difendersi dagli esattori siracusani e
poi rifortificato dagli Arabi per disporre un efficace controllo dell’impor-
tante vallata del Crisa e delle numerose sorgenti2.
in quell’inizio del 1600 l’eConoMiA degli abitanti del tenimento di
tavi, detti Tavacini o Tavasceni3, era correlata principalmente alla ric-
chezza d’acqua sorgiva e al fonte di tavi, punto nodale delle trazzere
regie che collegavano la Sicilia occidentale con quella orientale e noto
come oasi di ristoro per viandanti, mercanti e pastori e accessibile luogo
di commercio.
Sin dai tempi della dominazione araba, i contadini della zona raccoglie-
vano la copiosissima acqua delle diverse sorgenti nelle gebbie, la portavano
nei campi attraverso la saia e, sfruttando le caratteristiche del terreno, ne
utilizzavano una parte come forza motrice per i dieci Mulini costruiti lungo
la valle; il resto serviva per bagnare le coltivazioni, tramite una ruota idrau-
lica detta senia, con tazze in argilla ruotanti su due pulegge, con un movi-
mento di discesa che le riempiva d’acqua nel pozzo e di risalita che le
svuotava in superficie in una vasca.
L’economia agricola era fondata sulla coltivazione intensiva di grano,
sorgo, miglio, orzo e legumi, erano molto diffusi anche carrubi, noccioli,
piante da frutto, querce e faggi, ma, malgrado la fertilità del terreno, la pro-
duzione era modesta per l’uso di forme produttive arretrate 4.

1
il nome originario del fiume fu tavi, adorato come divinità fluviale dai Sicani e che i greci, poi, chiamarono
Chrysas che significa “aureo”, probabilmente, perché la sua antica statua era dorata. Sul suo corso, che si con-
giunge al dittaino per confluire, poi, nel Simeto, si estendeva l’antica città di tavaca esistita probabilmente fino
al 400 avanti Cristo.
2
nel 1061 la zona fu teatro della più sanguinosa battaglia dell’esercito normanno contro i saraceni ed alla fine
del 1200 ebbe un ruolo fondamentale nella guerra del Vespro, quando gli Angiò erano asserragliati a Sperlinga.
All’evento è certamente legato il toponimo vadduni di lu vespru.
3
Così sono chiamati gli abitanti di tavi, fornitori di grano, nel V decreto di entella, città della Valle del Belice,
inciso in lingua greca nel 262 a.C. su tavole di bronzo.
4
F. Campagna - Leonforte. Storia del territorio e sua importanza strategica, 2001.

11
nei pressi delle sorgenti affioravano grossi banchi di argilla che procu-
ravano la materia prima a li stazzuna5 dei canalara che rifornivano gli abi-
tanti del circondario e i mercanti di terraglie, tegole e mattoni.
La zona era molto frequentata anche per la molitura del grano nei mulini
ad acqua - molto apprezzati perché sempre funzionanti, grazie al profluvio
delle sorgenti - e per l’acquisto delle balate di salgemma6, estratto dalle stra-
tificazioni saline racchiuse tra le rocce argillose.
gli operai che attendevano a questi lavori vivevano in modo sparso lungo
il corso del fiume Crisa, attorno al Fonte di tavi, alla Favarotta7 e nei casali
del Castellaccio e del Salito.
Le abitazioni utilizzate non erano più le grotte (anticamente rifugio sta-
bile perchè esente da inondazioni o incendi), ma le casupole in pietra e
mattoni in malta d’argilla, posizionate a secco, anche se persistevano i
pagghiara (con la base in muratura, a secco, con le commessure tappate con
fango, e, sopra, con pali congiunti in forma conica per comporre l’ossatura
del tetto, coperto di paglia o frasche).
dal punto di vista SoCio-PoLitiCo, i tavacini, sebbene disseminati qua e
là, da sempre avevano avuto come punto unificante il luogo di culto, a par-
tire dai tempietti pagani di demetra e Kore e dall’imponente tempio di Crisa,
fino alle varie cappellette cristiane, alla maestosa chiesa di Sampieri del V
sec. e alla chiesetta della Madonna, edificata strategicamente vicino al fonte
di tavi dai normanni attorno al 1070.
dal 1570, proprio da questa Chiesetta i Carmelitani Scalzi di Assoro8
avevano diffuso, secondo il loro carisma, il culto a Maria SS. del Carmelo
e in un piccolo ospizio, grazie alle vicine sorgive di acqua detta “de’ ma-
lati”, alla maestria nella cura delle ferite e delle fratture e all’abilità nell’uti-
lizzo delle erbe terapeutiche, crearono un’infermeria per le esigenze
sanitarie di viandanti e residenti.
dal punto di vista AMMiniStrAtiVo, dopo la nascita del feudalesimo, il
tenimento di tavi, assegnato inizialmente alla soggezione del Vescovo di
Messina, era divenuto una Baronia, infeudata o venduta via via a una serie
di potenti uomini politici, fino a quando arrivò alla famiglia Branciforti tra-

5
Frammenti di terrecotte ritrovati lungo la valle del fiume Crisa testimoniano che la lavorazione della creta nel
nostro territorio risale a tempi molto remoti. L’ultimo stazzuni ha cessato la sua attività nel 1974.
6
dalla presenza di questo minerale deriva probabilmente il nome della contrada “Salitu”. L’ultima cava di sal-
gemma a Leonforte, sita in contrada gessi, smise la sua attività nei primi anni ’50 perché non più redditizia.
7
La Favarotta per gli arabi era un piccolissimo nucleo abitativo, sviluppatosi intorno ad una sorgente ingrottata.
8
il Feudo ecclesiasticamente dipendeva da Assoro che negli anni ebbe sempre dei religiosi, tra cui Agostiniani,
Basiliani, Benedettini, templari e Carmelitani Scalzi, che si avvicendarono nella cura religiosa dei tavacini.

12
mite la dote di Belladama Alagona che sposò nel 1487 nicolò Melchiorre,
trisavolo del fondatore di Leonforte.
La potente famiglia BrAnCiForti, di probabili origini francesi, legava
questo cognome alla vicenda di un proprio avo obizzo9, alfiere portaban-
diera nell’esercito di Carlo Magno, che, durante la guerra contro i Longo-
bardi (802) difese “come un leone”
l’orifiamma reale10, resistendo persino
all’amputazione delle mani. Come segno
di gratitudine, l’imperatore concesse alla
famiglia dell’eroico paladino la città di
Piacenza, il diritto di chiamarsi Bracci-
forti o Branciforti o Branciforte11 da bra-
chiis fortibus (dalle braccia forti) e di
fregiarsi dello stemma gentilizio composto
da un leone con una corona d’oro che so-
stiene con i moncherini l’orifiamma
spiegata e con a destra due zampette
mozze.
Sul finire del 1200 due fratelli Bran-
ciforti, al seguito del re Federico ii
Foto Romano d’Aragona, arrivarono in Sicilia, dove
diedero vita ad un’importante dinastia
che dopo otto generazioni vide la nascita del citato nicolò Melchiorre che
fu conte di Mazzarino e comprò Melilli, Augusta, raccuia e molti feudi,
tanto da essere considerato il più ricco barone della Sicilia, anche per ciò
che ebbe in dote dalla moglie Belladama Alagona, baronessa di tAVi.

9
Probabilmente obizzo non era il nome proprio dell’avo, ma l’appellativo con cui fu definito dopo il gesto eroico.
il nome obizzo, infatti, deriva dal latino obitius e significa “colui che si interpone, colui che affronta un pericolo
o si cimenta in un’impresa”.
10
gonfalone rosso cosparso di stelle e terminante con due punte, insegna del re di Francia.
11
il ramo siciliano si denominò Branciforti o Branciforte e le due forme per i nostri Principi sono usate indiffe-
rentemente in molti atti pubblici.

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dALLA BAroniA di tAVi AL PrinCiPAto di LeonForte

i
l feudo di tavi, da Belladama nel 1527 fu legato all’obbligo di trasmis-
sione ereditaria per primogenitura maschile a partire dal figlio Blasco
Branciforti da cui, di eredità in eredità, arrivò al nipote giuseppe che
dalla seconda moglie Agata Lanza ebbe nel 1593 un figlio maschio - a cui
fu dato il nome di niCoLò PLACido - il quale sin dal 1597, per eredità del
padre defunto, a soli quattro anni, divenne quinto conte di raccuia e settimo
barone di tavi.
Quando il giovanissimo Branciforti, appena uscito dalla tutela minorile,
con i suoi esperti visitò il feudo, restò stupito dalla posizione del luogo, dalla
fertilità della terra e dall’abbondanza di acqua. Per cui, ben consigliato, de-
cise di richiedere alla regia Curia la “licenza di popolare il feudo”, che gli
dava grossi vantaggi economici e soprattutto politici.
Sulla decisione del Branciforti avrà influito soprattutto l’aspirazione ad
un maggior prestigio sociale, perché l’impianto di un nuovo centro, con al-
meno 80 famiglie, gli dava la possibilità di avere un seggio con una rilevante
potestà di voto nel ramo Baronale del Parlamento e gli consentiva di potersi
fregiare dell’ambito titolo di “principe”, promesso dal re di Spagna a chi
fondava un nuovo insediamento urbano in una zona dedita alla coltivazione
di grano - molto necessario alla Spagna - purché facesse una cospicua do-
nazione alla corona.
Con questi scopi ben chiari, dunque, il quindicenne nicolò Placido Bran-
ciforti cominciò l’iter di fondazione12:
il 30 ottobre 1610, con privilegio viceregio, utilizzando le argille, le pietre
e i materiali gessosi del territorio stesso, cominciò la costruzione di 500 ca-
sette, per dare l’avvio alla campagna di popolamento del Feudo di tavi, of-
frendo a chi arrivava: la casa, occasioni di lavoro e di vita vantaggiose, la
moratoria dei debiti e la non perseguibilità dei delitti commessi nei paesi di
vecchia residenza. Contemporaneamente lo configurò come centro urbano,
iniziando la costruzione del Palazzo e della Chiesa Madre, simboli del po-
tere civile e religioso.
il 1 febbraio 1613 ottenne la definitiva concessione curiale di abitare e
fabbricare il feudo di tavi per farne un nuovo paese;
il 21 aprile 1614, grazie al rapido popolamento, ebbe dal re Filippo iii

12
tutte le date sono tratte dal carteggio dell’Archivio di Stato di Palermo relativo agli atti del Protonotaro del
regno.

15
il privilegio di denominare il paese LeonForte, in assonanza con il proprio
stemma gentilizio;
il 23 luglio 1622, per concessione di Filippo iV di Spagna, ne divenne
Principe e, grazie alla “donazione” al re di 4800 onze13, fu dichiarato fon-
datore del ramo nobiliare dei BrAnCiForti PrinCiPi di LeonForte che, in
242 anni di ininterrotto patronato, avrà la seguente successione:

nicolò Placido i........ dal 1610


giuseppe i ................... dal 1661
nicolò Placido ii ............. dal 1698
ercole.................................... dal 1728
giuseppe ii................................ dal 1780
nicolò Placido iii.......................... dal 1806
emanuele............................................ dal 1807
giuseppe iii............................................. dal 1809 al 1812 / 1859

13
La cifra è riportata dallo stesso Principe nel suo testamento ed equivale, grosso modo, a 240.000 euro.

16
PrinCiPe e PoPoLo di LeonForte

L
eonforte nacque e si sviluppò in quel periodo infausto in cui l’italia
era divisa in tanti staterelli sotto l’influenza dell’ingorda e vessatoria
Spagna che occupava direttamente Milano, il Mezzogiorno e le isole,
provocando ovunque degrado e gravi squilibri sociali.
il nuovo paese, territorialmente aggregato al Val di noto14, come tutta la
Sicilia, fu sempre sotto il giogo dello straniero che adoperava i propri domini
solo per spremere  denaro e trarre soldati per le sue guerre: sotto il fiscale
dominio spagnolo fino al 1713, in cui subentrò la fulminea ed evanescente
dominazione sabauda, sostituita nel 1720 dal giogo austriaco che applicò
un fiscalismo ancora più pesante di quello spagnolo e infine, dal 1734 fino
all’unità d’italia, dall’oppressione dei Borbone di Spagna che fu la più ter-
ribile e causò sanguinose rivolte popolari scatenate dal malgoverno regio e
dalle tante malversazioni dei feudatari che per lo più conducevano l’ammi-
nistrazione delle città all’insegna dell’inettitudine e della vessazione.
La rappresentazione classica della Sicilia borbonica, infatti, è quella di
una plebe di diseredati che dimorava per le strade o sotto i portici di edifici
religiosi e civili, in attesa degli “scarti” delle tavole dei nobili che gozzovi-
gliavano a tutte le ore ed organizzavano dispendiosissime feste.
La storia di Leonforte, invece, inizia con una diffusa agiatezza, promossa
dal diciassettenne nicolò Placido Branciforti, così sagace che, pur facendo
i propri interessi, seppe dare il giusto impulso al benessere degli oltre 1000
individui che aveva chiamato a popolare il nuovo paese.
in generale quello dei Branciforti - con una particolare eccellenza per il
fondatore e il quarto Principe - si può definire un buon governo per Leon-
forte che conobbe un notevole sviluppo, una particolare magnificenza ed
un certo benessere generale, nonostante le tante calamità che complicavano
la vita pubblica. infatti tutto il periodo brancifortiano fu attraversato da epi-
demie, carestie, terremoti, alluvioni e persino dalle incursioni dei briganti,
ma fortunatamente il Principe regnante di solito seppe assicurare tranquillità
e correttezza ai sudditi che ricambiavano con spontaneo rispetto e un’avve-
duta soggezione.
infatti, a ben leggere la nostra storia - nonostante il rapporto relazionale
tra il Principe, il ceto dominante e il popolo fosse regolato dalle consuetudini

14
“Val” sta per Vallo che era la denominazione delle unità amministrative in cui la Sicilia era divisa in epoca
arabo-normanna: Val di noto, Val di Mazara e Val demone ognuna governata da un reggente.

17
tipiche dello “spagnolismo” con un cerimoniale costruito sull’adulazione
del padrone e sulla mortificazione del subalterno - i rapporti sociali a Leon-
forte non furono quasi mai all’insegna né dell’avvilente servilismo del po-
polo né dell’altezzosità e dello spirito di sopraffazione del feudatario.
Anche i rapporti economici - regolati dalla stipula di contratti precisi, in-
dividuali e specifici tra il Principe, a cui apparteneva tutto, e chi abitava e
lavorava a Leonforte - non furono all’insegna della tirannia, anche se cer-
tamente oggi non li definiremmo “giusti” e tantomeno “democratici”.
una parte del feudo di tavi - compresa la cospicua area che dal principe
nicolò fu adibita alla coltivazione delle piante di gelso15 per farvi annidare
i bachi da seta, portati da raccuja - fu coltivata attraverso il MAnente, un
lavoratore agricolo che risiedeva nel terreno che coltivava, condividendo
parte degli utili con il Principe e prestando le AngArie16.
una consistente porzione delle terre fu, invece, frazionata in piccoli ap-
pezzamenti e data ai contadini in enFiteuSi, con la facoltà di godere degli
utili del fondo a condizione di coltivarlo e migliorarlo e di pagare una pre-
stazione annua in denaro o derrate, detta canone o censo enfiteutico.
Spesso i Branciforti (in particolare il Principe fondatore, il figlio giu-
seppe e il principe ercole) utilizzarono il contratto di “colonna a borgenza-
tico” con cui al coltivatore era anticipato l’intero capitale d’esercizio. in
generale i Principi furono generosi nelle varie difficoltà che i contadini in-
contravano nella conduzione delle attività o nelle malannate o nelle ricor-
renti epidemie, non solo di malattie che colpivano l’uomo, ma anche e
soprattutto di quelle che riguardavano gli animali le quali riducevano alla
fame chi utilizzava la terra esclusivamente per il pascolo.
Anche per i settori industriali e commerciali (mulini, trappeti, botteghe,
conceria, stazzuna, fabbriche di calci e di gesso, cave di pietra, fondaco,
posta dei cavalli ecc.) che da subito ebbero un grande impulso, furono sem-
pre previsti contratti di gabella e diritti di monopolio che si estesero ben
presto alle strutture fiscali, come la Balia Pubblica e la dogana17.
il ‘700 segnò un enorme progresso per Leonforte che fu considerato “ il
più florido paese del Val di noto” perché ebbe uno sviluppo industriale im-
ponente che poggiava sulla conceria di pelli, ma anche e soprattutto su una

15
Ancora oggi la contrada è denominata gelsi o meglio ‘e ciuzi.
16
una serie di servizi personali, da prestare senza diritto a retribuzione e l’obbligo di fornire la tavola del Principe
di pollame, uova, piccioni, ecc. al prezzo stabilito dal Signore.
17
tra i gabelloti della Balia Pubblica ci fu il nicosiano Francesco Catania padre di quel don. gregorio che finanziò
l’apertura a Leonforte delle Scuole Pie degli Scolopi che dal 1690 per 160 anni si occuparono dell’istruzione dei
giovani leonfortesi.

18
fabbrica e tintoria di panni e due gualcherie18, dotate di macchinari al-
l’avanguardia e personale altamente qualificato che incrementarono il com-
mercio e l’artigianato locale.
Ma il paese dei Branciforti poté godere anche di un significativo prestigio
sociale e politico che toccò l’apoteosi con il terzo Principe che, come vedremo,
nel 1714 ebbe l’onore di ospitare a Palazzo il re Vittorio Amedeo di Savoia.
nel tempo non mancarono, com’è ovvio, le ombre e i malcontenti, legati
all’imposizione di obbligazioni feudali mal digerite e che spesso riguarda-
vano il monopolio baronale sulla macina e sulla vendita al dettaglio e le
“angarie” eccessivamente vessatorie.
Certamente di grande rilievo sarà stato il malcontento per l’aumento re-
pentino del canone annuo che già nel 1628 ritroviamo pari ad una salma e
otto tumoli di frumento per ogni salma di terra concessa in enfiteusi 19, quasi
il doppio di quello iniziale. Ma il malcontento più serio di cui si ha notizia
esplose già dopo pochi anni dalla fondazione per la presunzione del Principe
nicolò Placido che, seguendo una tendenza del momento, pretese di rad-
doppiare la produzione di grano, forzando i ritmi di coltivazione, mentre la
saggezza contadina consigliava l’usuale rotazione.
il malcontento inizialmente fu sedato grazie al carisma di nicolò che riu-
scì a far leva sull’amor proprio del popolo, ma riesplose nel febbraio del
1647, allorché gli inevitabili esiti dello sfruttamento intensivo del terreno
si manifestarono in tutta la loro gravità dopo che in tutta la Sicilia piovve
tanto da far morire le sementi già messe a dimora e al diluvio seguì una
lunga siccità.
A complicare le cose ed a favorire la voglia di insubordinazione di alcuni
leonfortesi, c’erano le notizie che arrivavano attraverso i viandanti con gli
occhi ancora pieni della visione straordinaria e tentatrice di tutto un popolo
urlante, tumultuante, che a Palermo aveva costretto gli arroganti padroni a
chiudersi nei fortini e aveva fiaccato l’alterigia del Viceré.
Si sentiva che in qualche città erano state aperte le carceri e liberati i pri-
gionieri, in qualche altra erano stati bruciati gli archivi, in qualche altra ancora
il popolo aveva dichiarato abolite le tasse e ovunque erano all’ordine del
giorno le aggressioni ai Magistrati, gli incendi, i saccheggi, ma pure le im-
piccagioni dei ribelli.

18
Le gualcherie erano stabilimenti dove, con grandi magli azionati dalla forza idraulica, si batteva il panno che
attraverso la “follatura”, una sorta di infeltrimento, veniva reso impermeabile e morbido.
19
una salma di peso era equivalente a 2,5 quintali e un tumolo di peso corrispondeva a poco meno di 16 Kg.,
mentre la salma di superficie era equivalente a 17.500 m2 e un tumolo di superficie corrispondeva a 1.091 m2.

19
in generale, però, in paese ci fu solo qualche sporadico episodio di
protesta e poche intemperanze, subito sedate dalle forze dell’ordine e
poco emulate grazie alla scelta del Principe di aprire i suoi granai prima
di pronunziare le condanne. tuttavia il Branciforti dovette fare ricorso
all’affitto di terreni “nuovi” di un feudo della baronia Spedalotto nei
pressi di Aidone.
dai documenti si rileva che le cose degenerarono dopo l’immigrazione
di alcune facoltose famiglie, spinte dagli sgravi fiscali assicurati dal Bran-
ciforti. nella gestione del Feudo entrò allora la figura dell’arbitriante ga-
bellota, che prendeva in affitto dal Principe, dietro pagamento di una
consistente gabella, terre, greggi, attività ecc. che subaffittava a mezza-
dria ai contadini. Sappiamo che in genere “il sottopadrone diventa più
prepotente del padrone” e, infatti, a Leonforte spesso accaddero fatti spia-
cevoli di insofferenza popolare perché alcuni gabelloti, connotati da ar-
roganza, superbia e vanagloria, misero in campo angherie che oggi
definiremmo “mafiose” e si servirono dei diritti feudali per togliere al
contadino la parte più produttiva del proprio lavoro.
Questi soprusi si aggravarono sempre più perchè i Principi abitarono poco
a Leonforte. infatti, la strutturazione politica spagnola dei territori siciliani,
basata sulla fedeltà al sovrano, aveva creato una trama selettiva di assegna-
zione di prestigiosi incarichi ad un’elite molto ristretta e, dentro questa cerchia,
la potente famiglia dei Branciforti godeva di un ruolo primario. Quindi ognuno
dei nostri otto Principi, contemporaneamente al governo di Leonforte e delle
altre città amministrate, ricopriva anche parecchie cariche pubbliche di note-
vole spessore a Palermo e, quindi, tutti furono costretti a lunghi periodi di as-
senza, ed in più di un caso il Principe decise di fissare la propria dimora in
altra città amministrata o a Palermo perché attratto dalla vivace vita sociale
della capitale.
in questa situazione a Leonforte il Principe per periodi troppo lunghi la-
sciava a guida delle sue proprietà e dell’uniVerSità - come allora si definiva
ciò che oggi chiamiamo Comune - un SeCreto di sua fiducia che aveva
piena giurisdizione di governo e di riscossione di tributi o di censi e poteva
disporre delle entrate in denaro per l’esecuzione di opere di riparazione e ma-
nutenzione, assistito da un MAeStro notAro che teneva i registri.
dal 1630, però, il SeCreto perse parte del suo potere, divenendo solo un
esattore ed un supervisore dell’operato di quattro giurAti che sovrintendevano
all’amministrazione generale, all’annona, all’igiene e salute pubblica.
non sempre queste persone furono all’altezza del loro compito e spesso
20
per venalità vanificarono la generosità e la magnanimità dei Branciforti. La
cosa generava così tanto malumore, malgestito, e così tanti arresti e pubbliche
fustigazioni che diversi Principi di Leonforte, spesso, dovettero scegliere i
loro fiduciari tra gli esponenti del ceto ecclesiastico, probabilmente, non solo
per una presumibile maggiore onestà, ma anche perché, al possesso delle ne-
cessarie competenze giuridiche ed amministrative, univano un naturale ascen-
dente sul Popolo.
uno dei malumori più ricorrenti, naturalmente, riguardava l’amministra-
zione della giustizia.
in linea di massima, in campo civile, il Principe delegava ad un CAPitAno
di giuStiziA, un giudiCe e due FiSCALi (l’attuale Pubblico Ministero), sempre
assistiti dal Maestro notaro per la tenuta dei registri e il controllo degli atti.
Spesso la venalità rendeva questi “ufficiali giudicanti” corruttibili e quindi il
povero aveva sempre torto, le carceri del Palazzo non rimanevano mai vuote
e fioccavano le multe e le fustigazioni.
Le cose erano molto meno complicate in campo penale poiché con il Prin-
cipato era stato acquistato dal fondatore anche il “mero e misto impero”, il
diritto che faceva del Principe il governatore assoluto del territorio, dandogli
“giurisdizione civile e criminale e cognizione di tutte le cause, la facoltà di
potere creare gli officiali, la facoltà di carcerare, condannare, multare, ba-
stonare, tirare a pubblico vilipendio, tagliare orecchie e narici, detroncare
mani e membra e condannare a pena di morte con la forca, le pertiche e i
pali”. 
Sotto questo punto di vista, il nostro primo Principe, pur dovendo am-
ministrare una comunità abbastanza variegata, raccogliticcia e ardimen-
tosa20, probabilmente non ebbe la necessità di arrivare a sentenze gravi o
capitali, perché aveva l’ascendente del “padrone” e chi si stabiliva a Le-
onforte sapeva di dover sottostare a delle regole precise per vivere in
tranquillità e benessere e qualche pubblica fustigazione o amputazione21
rinfrescava la memoria.
Per quanto riguarda i successori, il governo della giustizia non fu né
vessatorio né tirannico, ma fu delegato quasi sempre al Capitano di giu-
stizia e sono documentati casi di cittadini che, esasperati dalla ricorrente

20
naturalmente i primi abitanti furono i “villani” del feudo di tavi e un’accozzaglia di nullatenenti accorsi dai
paesi vicini e, secondo una ricorrente aneddotica, anche qualche condannato per reati politici, contumace o al
termine dello sconto della pena. Solo in un secondo tempo si avrà un’immigrazione di ricchi spinti dagli sgravi
fiscali.
21
da fonte documentale indiretta riguardante Mascalucia, si evince l’amputazione di una mano per furto recidivo
ad un sellaio di Leonforte nel 1626.

21
ingiustizia delle sentenze, arrivarono a far ricorso alla Suprema Corte
reale.
un qualche motivo di frizione, probabilmente, si ebbe “per colpa” della
devozione alla Madonna del Carmelo.
Comprendendo l’importanza del collante devozionale, il Principe fon-
datore diede da subito dignità “ricettizia”22 alla Chiesetta della Madonna
allo scopo di utilizzarla con le funzioni di Parrocchia per la tenuta dei
registri di battesimi, matrimoni e sepolture, prescritti dal concilio di
trento e diede grande risalto alla celebrazione liturgica della festa della
Madonna del Carmelo che da oltre 100 anni i Carmelitani Scalzi di As-
soro vi celebravano il mercoledì in Albis (dopo Pasqua). e si colloca in
uno dei giorni della festa del 1625 il presunto MirACoLo con cui l’ac-
quasantiera si sarebbe prosciugata, lasciando all’asciutto una pietra23
che, intrisa della materia del bubbone della peste, dolosamente, da ne-
mici del Principe, vi sarebbe stata posta per diffondere l’epidemia.
in proposito elementi storici e costruzioni fantastiche si mischiano
insieme. di certo c’è che nel 1624 da Palermo partì un’epidemia di peste
bubbonica che sconvolse tutta la Sicilia, con un alto tasso di mortalità
anche a nicosia, Agira e Assoro, mentre Leonforte ne andò quasi im-
mune.
dappertutto le autorità civiche, per contenere il morbo, attuarono le
direttive di profilassi ed igiene date a Palermo nel 1575 dallo scienziato
gian Filippo ingrassia nativo di regalbuto. Ma poiché le epidemie erano
vissute dal popolo come castighi divini, più che alle prescrizioni sanita-
rie, ci si affidò a dio e ai Santi.
A Leonforte, l’evento miracoloso dell’immunità dalla peste, “a furor
di popolo” fu attribuito ‘a la Madunnuzza di lu Carminu, probabilmente
in divergenza, come emerge tra le righe delle annotazioni del mastro no-
taro Francesco La Marca ( 1632…), con i coniugi Branciforti che lo at-
tribuivano “anche” a San rocco24 a cui venne dedicata una Chiesa, posta
in direzione del Palazzo, in posizione dominante rispetto all’abitato del
tempo, fatta, secondo una relazione della regia gran Corte del 165125,
“per uso della liberatione delli populi dal contaggio”. non è da esclu-

22
Chiesa ricettizia era una chiesa eretta in ente morale sotto il patronato del governo della città e perciò svincolata
dalle autorizzazioni vescovili per la nomina dei sacerdoti officianti e per le funzioni pastorali o di culto.
23
La presunta pietra è ancora conservata in una nicchia sopra l’acquasantiera della Chiesa della Madonna.
24
il santo, tradizionalmente venerato come liberatore della peste, fu assai caro alla famiglia Branciforti che pro-
veniva da Piacenza, città dove verso la fine del 1300 rocco aveva esercitato il suo carisma di taumaturgo.
25
riportata dal Mazzola op. cit.

22
dere che nicolò Placido e la religiosissima moglie Caterina prefiguras-
sero san rocco come patrono di Leonforte26.
in ogni caso la storia ci dice che, né in occasione della peste né dopo,
si riuscì a suscitare nei leonfortesi la devozione per san rocco, proba-
bilmente perché la si volle “imporre” e diventò, quindi, l’occasione per
dimostrare ai Principi che c’erano campi dove la loro egemonia non do-
veva entrare. Significativa in tal senso è la dedica incisa sul prospetto
dell’antica Chiesa della Madonna restaurata nel 1785: «unicae patronae
huius civitatis» ( all’unica patrona di questa città).
tutti i Branciforti, comunque, seppero accattivarsi sempre i favori
delle masse, anche attraverso l’organizzazione di grandi feste che spe-
gnevano i malumori ed entusiasmavano gli animi.
Anche a Leonforte si riprodusse lo spirito barocco delle grandi e fre-
quenti cerimonie religiose e civili palermitane, dai caratteri accentuata-
mente spettacolari. i leonfortesi conobbero così - e se ne appropriarono
subito - il fasto scenografico e gli apparati sfarzosi con drappi e arazzi
nelle Chiese e nelle strade, le colorite e trionfali uscite dei Santi, il tri-
pudio di luci delle luminarie, i rombanti boati dei fuochi d’artificio e
tanto altro che ha sempre trovato “pignola” custodia nelle varie Confra-
ternite leonfortesi ed in particolare in quella del SS. Sacramento, istituita
dal Principe fondatore ed ancora oggi la più prestigiosa e numerosa.
A proposito di vita religiosa, dalle relazioni delle visite pastorali dei Ve-
scovi a Leonforte e dai registri parrocchiali si deduce che, sin dalla sua fon-
dazione, il paese ebbe una presenza cospicua di attivi e stimati sacerdoti,
sostenuti dalla generosità del Principe e da continui lasciti, legati e fondazioni
da parte di devoti benestanti. nonostante il generale basso livello culturale
dei Sacerdoti diocesani del tempo, Leonforte ebbe nel clero personalità di
spicco con ruoli civili, sociali ed anche politici e quindi in massima parte
con un tenore di vita tale da far dire «cu avi un figghiu parrinu avi un jar-
dinu».  un po’ in tutte le chiese di Leonforte sorsero Confratrie laicali e So-
cietà Pie che, come recitava l’antico Codice Canonico, erano: “Società, e
adunanza di persone divote stabilite in alcune chiese, o oratorii, per cele-
brare alcuni esercizi di religione, e di pietà, o per onorare particolarmente
un mistero, od un santo, non che per esercitare uffici caritatevoli.”

26
Così come avvenne: a Pietraperzia, città del suocero Principe Fabrizio, di cui il Santo è patrono dal 1635, al-
lorché fu ultimata la Chiesa che ne custodisce le Sacre reliquie; a Scordia, città di suo fratello Antonio Branciforte,
di cui il Santo è patrono dal 1628 e a Butera in cui san rocco fu proclamato patrono dal genero giuseppe nel
1683.

23
Cospicua è la documentazione che attesta la costante assistenza degli
infermi e dei poveri esercitata dai Confrati nell’era brancifortiana.
non abbiamo documenti specifici che raccontano lo stile di vita leon-
fortese dell’era brancifortiana, ma possiamo facilmente immaginare quel
che accadeva, se ci rifacciamo alla vita rappresentata nei grandiosi ro-
manzi storici: I Viceré di Federico de roberto ed Il Gattopardo di giu-
seppe tomasi di Lampedusa; mentre per capire il ruolo delle donne e il
divario tra i diversi “mondi” ci può aiutare la lettura de La lunga vita di
Marianna Ucrìa di dacia Maraini che così riassume il compito di una
femmina non monacata: “ Sposare, figliare, fare sposare le figlie, farle
figliare, e fare in modo che le figlie sposate facciano figliare le loro fi-
glie che a loro volta si sposino e figlino…”.
È documentata, invece, la grande animazione del Palazzo che, nei momenti
di presenza del Principe in paese, diventava sede strategica di tante attività
“raffinate”. nelle sue tante stanze27 non risiedevano solo la famiglia del Prin-
cipe, le dame di compagnia e la servitù, ma anche i MiniSteriALi ( contabili,
giurisperiti, confessori, bibliotecari, responsabili della milizia…) ed era il
luogo ufficiale della rappresentanza e dell’amministrazione della cosa pub-
blica.
in determinati periodi erano ospiti del Principe artisti e letterati che, sullo
stile della vita sociale aristocratica palermitana, coinvolgevano i residenti nel
Palazzo e gli abitanti eminenti del luogo in conversazioni dotte, esecuzioni di
musiche, lettura di componimenti letterari e poetici, ecc. un gran cerimoniere,
chiamato apposta da Palermo, si occupava dell’allestimento di rappresenta-
zioni teatrali, feste, giochi, giostre, tornei, cavalcate, passeggiate, cacce, ecc.
tutto questo, però, un bel giorno venne meno perché il Palazzo restò quasi
disabitato.
in realtà l’abitare a Leonforte era stato sempre un fatto transitorio per i
Branciforti e via via anche i loro interessi economici si erano ridimensionati,
ma la presenza divenne ancor più insignificante a partire dal regno di Carlo
iii di Borbone (1734-1759) e poi con il figlio Ferdinando (1759-1825), poiché,
seguendo i principi dell’illuminismo, si attuarono molte riforme per eliminare
alcuni privilegi e in tutti i centri feudali dell’isola nell’amministrazione pub-
blica si impose il Tribunale del Regio Patrimonio che controllava minuzio-
samente l’operato e le nomine fiduciarie dei Feudatari, decorati di titoli
pomposi, ma sempre meno significativi.
27
A lungo si è favoleggiato sul fatto che il nostro Castello avesse 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno, e
alcuni siti turistici ancora lo presentano con questa peculiarità che, però, non risponde assolutamente al vero.

24
Allo scopo di esercitare una specie di censura sugli atti del Secreto e
dei giurati, nell’amministrazione dell’università fu introdotta allora la
figura del SindACo28, affiancato da un ConSigLio CiViCo composto da:
Ecclesiastici, Ufficiali, Primarii (nobili per nascita), Civili (benestanti
non nobili), Mastri e Burgisi (artigiani e commercianti facoltosi).
Finché fu Principe di Leonforte ercole Branciforti, la cosa non ebbe con-
seguenze pratiche, mentre a partire dal figlio giuseppe le ripercussioni furono
serie e comportarono la rinunzia al controllo diretto delle proprietà e della
città che del resto ormai fruttavano sempre meno. Le rendite, che provenivano
principalmente dalle decime sul pascolo delle greggi, dai mulini e dai terraggi
demaniali, si erano notevolmente ridotte, anche perché durante il principato
di nicolò Placido ii molti beni e diritti erano passati ad alcuni appaltatori ed
uomini d’affare che nel tempo avevano saputo affermarsi ed arricchirsi con
abilità e scaltrezza.
gli ultimi quattro Principi Branciforti, in realtà, preferirono fare i “corti-
giani” e a Leonforte si ridussero a semplici proprietari terrieri, desiderosi di
mantenere intatti i privilegi senza fornire alla comunità un corrispettivo di
servizi.
Purtroppo il 1800 si aprì per Leonforte con complicati problemi successori
che aggravarono il grande travaglio economico e sociale che martoriava l’in-
tera isola, tartassata da dazi e balzelli. in paese tutto si complicò dal 1806, al-
lorchè morì ottantenne don giuseppe il quinto Principe e gli succedette il
figlio, il terzo nicolò Placido, che, però, gli sopravvisse solo un anno che, a
causa della mancanza di un figlio maschio, fu agitato da tante controversie
per la successione, legata all’anacronistica primogenitura maschile.
nel 1807, tra polemiche e ritorsioni, si insediò il settimo Principe di Leon-
forte nella persona del fratello emanuele o emmanuele che, già malato, morì
nel 1808, lasciando il principato all’unico figlio, il terzo giuseppe, ancora mi-
norenne, affidato alla tutela della madre Beatrice natale, una donna debole e
assolutamente disinteressata al paese che conosceva poco.
Ad aggravare il tutto, in quello stesso anno, per la cattiva manutenzione
dello scolo delle acque del Cernigliere, si ebbe a Leonforte una catastrofica
ALLuVione che, al pari o forse più di quella dei 1740, causò morti e immani
rovine che, misero in ginocchio l’agricoltura, il commercio e la vita quoti-
diana dei paesani.

28
La parola sindaco fu coniata dai greci nel 403 a.C. dopo la cacciata dei trenta tiranni ed è composta da σύν,
“con” e δίκη, “giustizia” ed era colui che patrocinava la causa pubblica, sindacando sull’operato degli ammini-
stratori.

25
A ciò si aggiungeva la situazione generale del regno di Sicilia retto da Fer-
dinando di Borbone, giudicato dal suo stesso precettore, il principe di san ni-
candro: “ignorante, incapace, ipocrita, gretto, perfino vizioso”, che, per
giunta, si lasciò dominare dall’arrogante moglie Maria Carolina d’Austria che
soleva vantarsi di “non voler lasciare ai sudditi che soltanto gli occhi per
piangere”.
Su suggerimento dell’avida moglie, il re, avendo grandissimi problemi di
risorse finanziarie, aumentò improvvisamente il prelievo fiscale, già ecces-
sivo, scatenando l’ira del Parlamento siciliano che da diversi secoli esercitava
la prerogativa esclusiva dell’imposizione dei tributi (tutelando - come in ogni
tempo! – se stessi e le classi facoltose).
Per di più, in molti auspicavano l’abolizione di quei vincoli feudali che
erano indispensabili all’economia contadina ma rappresentavano per il signore
solo un insieme di consuetudini onerose e di contratti poco remunerativi.
nel 1812 il re, uscito perdente dalla prova di forza con il Parlamento e
pressato dagli inglesi, fu costretto a firmare una CArtA CoStituzionALe29 che
trasformava in proprietà privata il possesso feudale e permetteva il fraziona-
mento della proprietà fondiaria, ABoLendo iL FeudALeSiMo ma con una pe-
sante particolarità, prevista nell’articolo Xi che così recitava: “Che non vi
saranno più feudi, e tutte le terre si possederanno in Sicilia come in allodii,
conservando però nelle rispettive famiglie l’ordine di successione, che attual-
mente si gode. Cesseranno ancora le giurisdizioni baronali; e quindi i baroni
saranno esenti da tutti i pesi, a cui finora sono stati soggetti per tali diritti feu-
dali. Si aboliranno le investiture, relevi, devoluzioni al fisco, ed ogni altro peso
inerente ai feudi, conservando però ogni famiglia i titoli e le onorificenze”.
in conseguenza di ciò, nel 1812 si concluse a Leonforte il governo dei
principi Branciforti. i Leonfortesi cessarono così di essere vassalli e diven-
tarono liberi cittadini, ma non se ne poterono rallegrare perché in virtù del ci-
tato articolo Xi, essendo decaduti i quattro giurati  che fino ad allora ne
avevano gestito la vita amministrativa sotto l’egida del Principe, Leonforte
subì l’amara conseguenza di rimanere fino al 1818 nelle mani di altrettanti
Magistrati “municipali”, assolutamente senza regole, il che diede via libera
a “soperchierie” che gettarono il paese nel caos più assoluto, confermando
l’assioma di Aristotele «Uno stato è governato meglio da un uomo ottimo che
da un’ottima legge».
29
nel 1816 la Costituzione venne rinnegata da Ferdinando a cui il Congresso di Vienna aveva reso la corona di
re delle due Sicilie che significò, dopo sette secoli, la soppressione della secolare indipendenza politica e am-
ministrativa e della singolarità istituzionale dell’isola.

26
nASCe iL CoMune di LeonForte
Prima di addentrarci a conoscere più da vicino cia-
scuno di questi otto Principi, guardandone vita,
morte, e … miracoli, è giusto accennare a quel che
accadde subito dopo la fine del Principato.

i
quattro Magistrati Municipali mantennero il governo della città fino a
che entrò in vigore la riForMA deLLA PuBBLiCA AMMiniStrAzione SiCi-
LiAnA che, con regio decreto dell’11 ottobre 1817, definì una nuova
suddivisione amministrativa del territorio siciliano in sette Valli o Province
(Palermo, Messina, Catania, Siracusa, girgenti, Caltanissetta e trapani),
governate da un Intendente, a loro volta ripartite in ventitre Distretti, capi-
tanati da un Sottointendente e composti da un certo
numero di Comuni e Sottocomuni, governati dai
Sindaci.
Leonforte fu assegnato alla provincia di Catania
e al distretto di nicosia e, avendo una popolazione
superiore ai 10.000 abitanti, fu “Comune capo-cir-
condario”, governato da trenta Decurioni, nominati
sulla base di liste di “eligibili”30, formate dai ricchi
proprietari terrieri e dai professionisti delle arti li-
berali.
Come prevedeva la legge, subito dopo l’insediamento, i decurioni pro-
posero all’intendente una terna di nomi per la designazione del Sindaco e
la scelta cadde sul ricco e blasonato don Salvatore Bonsignore Guli che ini-
ziò il suo mandato sul finire del 1818.
Sin dall’insediamento il Sindaco neoeletto, purtroppo … precursore as-
soluto di tutti i suoi successori fino ai nostri giorni …, dovette affrontare i
difficilissimi problemi legati al malgoverno dei Magistrati Municipali e ad
un Bilancio Comunale che poteva fare affidamento solo sui proventi giuri-
sdizionali, assegnati dall’intendente del Vallo di Catania e sulle minime
rendite fondiarie rese libere dai vincoli feudali, che erano assolutamente
inadeguati per affrontare non solo le spese obbligatorie che comprendevano
gli stipendi di impiegati, salariati, maestri e medici; la manutenzione delle
opere pubbliche; il servizio postale; le feste civili e religiose ecc, ma anche
tutta una serie di spese straordinarie, necessarie per il ripristino di strade

30
Come si vede da altre citazioni riportate, l’ortografia e la punteggiatura della lingua italiana ottocentesca se-
guono regole diverse dalle attuali, molto più vicine all’uso latino.

27
ed opere pubbliche, disastrate dopo l’alluvione e un terremoto che aggravò
la staticità di molti edifici, ma anche per i danni derivati da prolungati fe-
nomeni atmosferici che minarono i raccolti.
Per far cassa fu necessario perseguire il duplice nefasto obiettivo di di-
minuire le spese pubbliche e di incrementare le entrate, ricorrendo all’im-
posizione di balzelli e dazi che gravavano quasi tutti sul popolino che
manifestò la sua rabbia, scatenando appassionati tumulti, seguiti da nume-
rosi arresti che coinvolsero a più riprese anche alcune donne e molti giovani
che erano i meno disposti a pazientare e a tacere.
inoltre anche a Leonforte cominciarono i venti rivoluzionari che coin-
volsero pure il neo eletto Sindaco che dovette concludere il suo mandato
perché accusato e condannato come carbonaro.
Ma quella comunale è tutta un’altra pagina della nostra storia, ricostruita
con grande perizia dal prof. enzo Barbera nel suo libro I Sindaci di Leon-
forte, città fondata da Nicolò Placido Branciforti che di fatto è la prosecu-
zione della nostra storia amministrativa dalla riforma della Pubblica
Amministrazione siciliana del 1817 fino ai nostri giorni.

öõ

28
SCHede BiogrAFiCHe degLi otto PrinCiPi di LeonForte 31

“La vita di ciascuno è come una stoffa ricamata della quale si può osservare
il diritto, ma anche il rovescio: quest’ultimo non è così bello, ma più istrut-
tivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili”.
Arthur Schopenhauer

31
in tutte le schede, questo simbolo indica che ci si riferisce alla moglie del Principe.

29
Nicolò Placido Branciforti (1593 – 1661)
Fondatore di Leonforte

ebbe un carattere estremamente razionale, forte e brusco, una vivace intel-


ligenza e una formazione culturale vasta, ampliata grazie ai viaggi lungo
tutta l’europa.
S’impegnò molto per il nuovo paese che denominò Leonforte e che riuscì a
popolare con circa 1200 abitanti.
Alla sua morte gli succedette il figlio primogenito giuseppe.
30
niCoLò PLACido BrAnCiForti
(1610 – 1661)

n
icolò Placido, nacque nel 1593 da giuseppe dei Branciforti di raccuja,
anziano vedovo con una figlia, e dalla ventenne Agata Lanza dei Si-
gnori di trabia e Mussomeli32. ebbe un carattere estremamente razio-
nale, forte e brusco, una vivace intelligenza e una formazione culturale molto
solida e vasta, ampliata grazie ai tanti viaggi lungo tutta l’europa.
in un documento del fondo Sicilia dell’Archivio di Stato di torino che riporta
i nominativi di coloro che ebbero diritto a partecipare al Parlamento Siciliano
del 1639, leggiamo: «basterà solamente dire, che Giovenetto detto Sig.re D.
Nicolò Placido… si ha immortalato nel governo che ha fatto con molta gloria
di Dio, et honore di sua persona, casa, e famiglia, è stato ultimamente Vicario
generale per lo Regno e universalmente amato, e riverito da tutti33».
Alcune cronache familiari e le relazioni relative ai lavori fatti eseguire
per Leonforte, lo delineano come un uomo cauto ed eccessivamente guar-
dingo, soprattutto per quel che riguardava la tutela del patrimonio familiare.
Certamente su questo avranno avuto un peso notevole le vicende di cu-
pidigia familiare che segnarono la sua infanzia.
il padre morì nel 1596, quando nicolò aveva soli tre anni per cui, essendo
l’unico figlio maschio, lo nominò erede universale e successore.
La giovanissima madre Agata Lanza, da subito, fece istanza di riavere la
restituzione della sua considerevole dote, per convolare ad un nuovo matri-
monio con il cognato ercole Branciforte, duca di San giovanni, dal quale
ebbe altri sette figli34, a favore dei quali chiese e ottenne dalla regia gran
Corte una soggiogazione a carico dei beni familiari ereditati dal figlio ni-
colò Placido, innescando lunghe controversie patrimoniali.
Anche gli zii Beatrice Branciforti e Federico Spadafora, tutori del piccolo
nicolò, dopo il nuovo matrimonio della madre, nel presentargli nel 1613 il
libro dei conti relativi alla tutela esercitata, non risultarono esenti da scon-
certanti pasticci.

32
Agata era figlia di ottavio Lanza, fratello della tristemente famosa baronessa di Carini Laura Lanza, uccisa nel
1563 con l’amante Ludovico Vernagallo.
33
Lo stesso documento riporta gli obblighi di servizio militare del Principato di Leonforte, pari a 9 cavalli.
34
nel citato documento risultano essere: Ottavio e Luigi che abbracciarono la carriera ecclesiastica; Michele che
abbracciò la vita militare e morì da eroe; Antonio che fu Principe di Scordia; Isabella che sposò il marchese di
gibellina e morì in odore di santità; Dorotea che fu moglie del Principe di Valguarnera e Conte di Assoro; Pietro
che fu duca di San giovanni e morì a pochi giorni di distanza dal fratellastro Nicolò.

31
È naturale, quindi, che nicolò Placido fosse diffidente verso tutti e pro-
teso a tutelare i propri interessi ad ogni costo. Al riguardo il testamento della
sorella giovanna Flavia del 1629 rimarca con grande ambascia come le sue
idee, circa il proprio destino di vedova e quello dei figli, fossero state pre-
potentemente contrastate dai progetti avidi del fratello co-tutore. Anche al-
cune lettere del figlio giuseppe del 1658, evidenziano com’egli fosse
prepotente con chi non gli si sottometteva e insensibile verso le problema-
tiche dei familiari, se potevano riguardare fatti economici o questioni patri-
moniali o patti matrimoniali.
del resto in questa direzione era andata la logica familiare, allorché si
erano scelti come partner matrimoniali di nicolò Placido e di sua sorella
giovanna Flavia, all’atto della nascita, Caterina e giovanni Branciforte,
figli dello zio Fabrizio principe di Butera e la monacazione per Melchiora,
nata da un precedente matrimonio del padre. La stessa logica seguirà nicolò
che, essendo “gravato” di cinque figlie femmine, sin dalla nascita ne esclu-
derà tre dal circuito matrimoniale, monacandole, mentre per i due figli mag-
giori imporrà un doppio matrimonio con i figli di sua sorella35, per
assicurarsi, con poca spesa, che le rendite e l’eredità dei conti di Mazzarino
non convergessero verso qualche altra famiglia. invece nessuna parsimonia
manifestò il Principe nell’edificazione della “sua” Leonforte che configurò come
«una città pietrificata… già predeterminata fin nei particolari36» finalizzata
prevalentemente alla rappresentazione del proprio prestigio, ma pensata anche
per il benessere dei suoi abitanti e con le strutture idonee a promuoverne l’ele-
vazione morale e materiale.
nicolò Placido, dotato di grande carisma, d’indiscussa genialità, ma
anche libero da troppi scrupoli etici, ebbe un forte ascendente sulla gente
venuta a popolare Leonforte che guidò con mano ferma e pensiero illumi-
nato, accattivandosene la piena devozione, senza trascurare il proprio tor-
naconto, per 51 anni, anche se, già dal 1628, trasferì la proprietà di Leonforte
al figlio primogenito giuseppe, ma solo “nominalmente” perché riservò a
sé il titolo e la rappresentatività del Principato e, quindi, fino alla morte nel
1661 sarà nicolò a reggere le fila di tutto.
Come ho già detto, il Branciforti cominciò la fondazione di Leon-
forte, costruendo nel 1610 circa 500 casette sui costoni del monte Cer-
nigliere più vicini alle sorgenti d’acqua, secondo la diffusa struttura
35
Senza tener conto della contrarietà della sorella per il forte divario di età che c’era tra i promessi
sposi.
36
d. Ligresti - Sicilia moderna: le città e gli uomini, 1984, pagg. 93-94.

32
medioevale con le case radicate nella roccia, degradanti lungo le pendici.
Quando la nuova Leonforte, per la prosperità dei commerci, dei mulini
ristrutturati e delle fornaci degli stazzoni, crebbe a dismisura, si pose il pro-
blema del suo sviluppo urbano che poteva avvenire solo verso nord, il che
creava problemi di disarmonia che contrastavano con la mentalità del Prin-
cipe, aperto alle sollecitazioni urbanistiche del rinascimento.
nacque così in lui l’esigenza di rivolgersi ad architetti romani che apprez-
zava, per redigere un vero e proprio piano regolatore in cui, grazie al Pa-
lazzo, alla Scuderia, alla chiesa di San rocco, alla piazza Cavallerizza ed
alla Matrice, si creò un passetto di raccordo tra la città vecchia di conce-
zione medioevale e la città nuova di concezione rinascimentale che andava
dalla piazza Cavallerizza al Piano della Scuola, l’attuale piazza iV novem-
bre, attraverso l’imponente via del Cassero, interrotta, secondo criteri geo-
metrici precisi, dalla piazza rotonda e con un ortogonale ordito viario con
spazi programmati per abitazioni, monumenti e servizi.
il Branciforti, religiosissimo, non trascurò le esigenze spirituali della città
e, poiché non era più sufficiente l’opera saltuaria dei frati Carmelitani di
Assoro, chiese al vescovo di Catania37 Bonaventura Secusio di assegnare al
nuovo paese due sacerdoti diocesani per l’amministrazione dei Sacramenti,
probabilmente nel preesistente “angustum sacellum” citato nella lapide
della facciata della Matrice. Contemporaneamente fece progettare un Con-
vento, annesso alla chiesa della Madonna, restaurata ed ingrandita, e lo af-
fidò ai frati del terz’ordine di san Francesco.
iniziò, poi, la costruzione delle chiese di sant’Antonio di Padova, di san
rocco, del Monastero di santa Caterina, “antenato” del Collegio di Maria e
della parrocchia Matrice dedicata a san giovanni Battista. A nord dell’abi-
tato fece costruire, e affidò ai frati Cappuccini, una chiesa ed un convento
che elesse a dimora sepolcrale per la propria famiglia e la chiesetta rurale
di Santa teresa nei pressi dell’attuale Fontana del Conte.
Contemporaneamente il Principe volle far riprogettare il sud del paese,
il primitivo borgo di stile medioevale che fu arricchito di spazi ed angoli
verdi che valorizzavano la ricchezza d’acqua e riprendevano tradizioni mi-
tologiche ancora vive tra i residenti. Frutto di questa scelta furono la piazza
Sottana, la granfonte, il ninfeo e il giardino grande che chiudevano in un
cerchio ideale, in continuità con i luoghi del potere a nord, il paese “vec-

37
La diocesi di nicosia nascerà solo nel 1817 e fino ad allora Leonforte appartenne alla diocesi di
Catania.

33
chio” con fontane in mezzo ai fiori, giochi d’acqua, statue di marmo di fi-
gure allegoriche e mitologiche e significative epigrafi.
il sacerdote nicolò Serpetro, segretario personale del nostro Principe
Fondatore, riporta, a pag. 159 dell’opera scientifica Il mercato delle mara-
viglie della natura ovvero istoria naturale, pubblicata nel 1613, che durante
questi lavori furono ritrovate alcune masse fossili di una resina giallo ambra
detta succino, utilizzati dal Principe Branciforti per farne “dei vasetti assai
curiosi”.
nonostante questa frenetica attività, dal 1628, il Principe fu spesso as-
sente da Leonforte perché in quegli anni rafforzò la sua prestigiosa carriera
politica, per conto della corona spagnola. egli fu, infatti, Vicario generale
del Val di noto, più volte Pretore di Palermo, Strategoto di Messina ed altre
cariche impegnative, assimilabili alla funzione viceregia. Così come molto
impegnative erano le sue missioni diplomatiche che lo portarono a viaggiare
molto. inoltre il 15 ottobre del 1630 comprò dal re Filippo iV di Spagna e
iii di Sicilia la città di Carlentini che affidò all’amministrazione di orazio
Strozzi che era stato uno dei più efficienti Secreti di Leonforte. Appena tre
anni dopo, però, i cittadini di Carlentini, che non avevano mai visto il Bran-
ciforti, ottennero dal Viceré di potere riscattare la città, versando lo stesso
capitale di 12.425 onze al Branciforti che ne fu molto contrariato ed ingag-
giò una battaglia legale.
oltre a tutto ciò, egli fu un uomo di cultura raffinata ed anche un erudito
poeta, come attestano i versi che egli scrisse in onore del piacentino gio-
vanni Pietro de’ Crescenzi romani, autore del pregevole “Corona della
nobiltà d’Italia, overo Compendio dell’istorie delle famiglie illustri” in cui
esaltava, tra l’altro, la figura ed il carattere regale del nostro Fondatore38.
nicolò Placido fu pure collezionista di opere d’arte e instancabile mece-
nate di artisti, scienziati e letterati che resero anche il suo Palazzo di Leon-
forte Scuola di Scienze ed Arti liberali.
in proposito, con ogni probabilità, nel 1633, dentro il nostro Palazzo ar-
rivò anche l’acceso dibattito su galileo galilei, attraverso mons. ottavio
Branciforti, l’amato fratellastro che aveva sul nostro Principe un grande
ascendente affettivo e culturale.

38
i versi, conservati nella Biblioteca Comunale di Palermo - Manoscritti del sec. XVii (in 4° Sta nel vol. seg. 4
Qq B1) sono: - Strano Nocchier che al tenebroso fiume/ d’oblio, sforzate a remigar la penna./ Dov’è nave l’in-
gegno, ove d’antenna/ serve memoria a più sicuro lume. / Felice Voi che dove Huom non presume/ scampar nau-
fragio, il valor vostro accenna/ fedele il porto, ancor che irato impenna/ l’Eolo dei lustri le veloci piume/ non
già simili eroi la nave argiva/ portò da Grecia a conquistar l’aurate/ lane di Colco e l’incantata riva:/ qua veggo
io che sprezzando e Sirti, e scogli/ a corona immortal Voi ne guidate/ per gli oceani d’onor su i vostri figli.

34
Mons. ottavio, laureato in diritto canonico e teologia, godeva di tale pre-
stigio e stima per il suo alto profilo intellettuale, che dal cugino Papa urbano
Viii39 fu fatto rientrare dalla Spagna dove era Cappellano Confessore di re
Filippo iV e incaricato di far parte di una commissione di studio dell’opera di
galilei. Al completamento di quell’impegnativa indagine, nel 1634, a 33 anni,
fu ordinato vescovo di Cefalù e incaricato di presiedere due sessioni del Par-
lamento generale Siciliano (nel 1635 e nel 1636). dal 1637 fu arcivescovo
della diocesi di Catania e quindi anche della giovane Leonforte a cui dedicò
la sua prima Visita Pastorale. Proprio dalla relazione di questa “visita”40 ap-
prendiamo che, a meno di 30 anni dalla fondazione, a Leonforte la vita reli-
giosa dei suoi 2.370 abitanti era guidata da 11 sacerdoti, 4 Cappuccini e 7 frati
del terz’ordine di San Francesco. il Vescovo sottolinea con compiacimento
che a tutti era assicurato il generoso sostegno economico del Principe nicolò
che mostrava grande sollecitudine per dare lustro al paese, affrontando pa-
recchie spese ed enormi sacrifici per realizzare giardini ed opere d’arte di no-
tevole pregio e per costruire le strade, le piazza e le chiese.
L’Arcivescovo ottavio, facondo letterato e, sulla scia del padre ercole,
appassionato ideatore di giardini e di giochi d’acqua41, certamente fu illu-
minato consigliere del fratello nicolò nel progettare quello che il dott. Bu-
scemi chiama “lo scenario delle acque” e in particolare il giardino delle
ninfe che l’enciclopedia multimediale “gedea” accosta al monumentale
ninfeo di tivoli e il giardino grande, così grandioso e mirabile per la rarità
delle piante e i giochi d’acqua da fare scrivere in un manoscritto di fine ’700
al notaio42 Filippo La Marca che di fronte ad esso «ha vergogna ed arros-
sisce la deliziosa villa di Versailles43».
Frutto di questo pensiero condiviso tra i due fratelli sono certamente le
scritte di ottavio collocate sul prospetto della Fontana delle ninfe che, dopo
il recente restauro, sono tornate leggibili in tutta la loro pregnanza letteraria.
La monumentale Scuderia che poteva contenere oltre cento cavalli, te-
stimonia la grande passione del Principe nicolò per questi animali e dal suo

39
il Papa che il 10 luglio 1633 donò ai coniugi nicolò e Caterina Branciforti un piccolissimo e preziosissimo
quadro raffigurante La Fuga in Egitto attribuito a raffaello che fino al furto (?) avvenuto nel 1907 era dentro la
piccola grata sopra l’altare alle spalle del Mausoleo della Principessa ai Cappuccini.
40
A. Longhitano - Le relazioni “ad limina” nella diocesi di Catania in Sinaxis i, 1983.
41
g. giarrizzo, Il giardino come itinerario delle passioni: da un episodio inedito a Cammarata, in il giardino
come labirinto della storia, 1987.
42
dopo la rivoluzione Francese si ebbe ovunque un’organizzazione più qualificata del notariato e si preferì il
termine “notaio” a quello tradizionale di “notaro”.
43
F. Buscemi - Lo scenario delle acque nella Leonforte del ‘600, 2004.

35
testamento si deduce che egli riuscì a creare, mediante incroci tra razze ita-
liche e germaniche, una sua razza di cui andava fiero. e proprio il portale
bugnato di questo magnifico edificio è sovrastato da un’edicola con l’unica
effigie del Principe che ci è pervenuta.
intanto il 3 agosto 1634, mentre fervevano grandi lavori a Leonforte e
si iniziava la costruzione della chiesa di Sant’Antonio come Cappella Pa-
latina, morì la moglie del Principe, la cugina Caterina dei Bran-
ciforti di Pietraperzia che egli aveva sposato l’anno dopo l’inizio
della fondazione di Leonforte, il 25 novembre 1611.
dagli scritti di fra’ dionigi da Pietraperzia, appassionato storico locale
del XViii sec., apprendiamo che la pietrina Caterina, donna notevolmente
bella, pia e colta, fu una moglie infelice perché «il marito fu troppo mole-
sto», ma da sposa devota soffrì in silenzio e visse all’ombra del preponde-
rante marito al quale diede ben nove figli, di cui sette vivi. ogni gravidanza
rappresentava per l’infelice Caterina l’occasione per allontanarsi dal dispo-
tico marito e da Leonforte che era un caotico “cantiere”.
Presso la Matrice di Bagheria, originariamente Chiesa Palatina, è custo-
dita la culla di casa Branciforti, di legno dorato, a forma di conchiglia sor-
retta sul davanti dalle ali di un’aquila bicipite e nella parte posteriore da
puttini. il nostro Principe, infatti, essendo Cavaliere di San Giacomo, un
ordine “religioso” selezionatissimo concesso solo a pochi eletti di accertata
nobiltà personale e coniugale e di provata fede religiosa, si fregiava della
conchiglia44, a sigillo dell’avvenuto pellegrinaggio a Santiago de Compo-
stela, fatto insieme alla moglie Caterina, per ricevere dal re l’insegna del-
l’ordine: una croce rossa, caratterizzata dalla parte inferiore a forma di
spada. Caterina, donna paziente, religiosa e discreta, fu devotissima e molto
riguardosa nei confronti del marito che, certamente, la coinvolse per l’im-
pianto religioso e devozionale che diede al nuovo paese. dai testamenti e dagli
atti notarili traspare che egli ne assecondò le pratiche religiose ed il culto per
le reliquie dei Santi, molte delle quali sono ancora conservate, con l’accurata
documentazione di autenticità, in Matrice, la chiesa che Caterina volle grande,
degna di ammirazione e dedicata a San giovanni Battista come la chiesa di
Butera dove nella sua infanzia era nata la passione per le reliquie.
Per la moglie, a lungo malata dopo un viaggio in Spagna fatto con il marito
nell’estate del 1633, nicolò fece costruire ai Cappuccini il prestigioso monu-
mento funebre in marmo nero con l’epigrafe che, tra l’altro, dice: «… il marito
pose alla moglie amatissima che con lui visse per 23 anni ed educò l’illustre
44
La conchiglia era l’utensile del pellegrino perché adatta a fare da piatto, bicchiere, cucchiaio, catino ecc.

36
prole, morendo a Leonforte nel 43° anno ed 8 mesi di sua vita. Alla donna
fortissima nel disprezzo della morte imminente, tenacissima nella fede del
mondo celeste. Nell’anno della redenzione 1634».
La pianse tanto, …ma si consolò presto e, infatti, ebbe da due popolane
leonfortesi almeno altre due figlie femmine, Agata nel 1635 e Caterina nel
1637, mentre ebbe due figli maschi illegittimi, negli anni in cui la moglie
era ancora in vita45.
dal 1640 cominciano anni terribili per il nostro Principe perché in Sicilia
dilagavano le rivolte popolari e i sospetti del governo spagnolo si indiriz-
zavano persino sulla nobiltà più prestigiosa ed integerrima e sull’alto clero.
Anche nicolò Placido si trovò a dover difendere se stesso ed i suoi più stretti
familiari e collaboratori da pericolosissime accuse di congiure contro il go-
verno e per qualcuno anche di essere tra «quei gran signori che più affetta-
vano di far la corte al popolo46».
il Branciforti, dopo tante peripezie e qualche giorno di prigionia, riuscì
a dimostrare la propria innocenza e quella di quasi tutti i suoi familiari dalle
infamanti accuse e addirittura per ricompensa della dimostrata fedeltà, il re
lo investì dell’esigente responsabilità di Strategoto di Messina.
egli fu in grado di salvare persino il suo segretario personale, il citato
sacerdote nicolò Serpetro, nativo di raccuia che uno dei Contabili del Prin-
cipe, spinto forse da gelosia per la sua ingombrante presenza nei Palazzi di
Palermo e Leonforte, avendo scoperto alcune sue pratiche attribuibili ad
arte magica47, si era premurato di denunziare alla Santa inquisizione. L’ama-
rezza del Principe nicolò Placido fu enorme perché, a sua insaputa, tali ac-
cuse furono avallate da tre suoi servitori palermitani che testimoniarono
sulle invocazioni fatte dal Serpetro ai demoni per cinque ore, con formulari
tratti da appositi libri. Per di più due Canonici regolari della nostra Matrice
testimoniarono che egli avesse cattiva nomea nel Palazzo di Leonforte per-
chè conduceva vita scandalosa e non celebrava Messa, e giurarono di avergli
sentito sostenere in pubblico tesi a favore della mortalità dell’anima.
nonostante queste terribili accuse il Serpetro, processato dall’inquisi-
zione per superstizione, grazie alla sua incredibile abilità oratoria ed all’in-
fluenza del Principe e di suo fratello Pietro, fu condannato ad un pena

45
di un ragazzo, di nome Placido, che il Principe ebbe sempre molto caro, si vociferava che fosse stato conce-
pito con una delle contadine del feudo di tavi durante la costruzione delle prime case nel 1610.
46
A. Morreale - La vite e il leone. Storia della Bagaria, Palermo, 1998.
47
M. Leonardi, in Governo, Istituzioni, Inquisizione nella Sicilia spagnola – processi per magia e superstizione,
del 2005, racconta che il giovane prete aveva capacità mnemoniche sbalorditive che, all’epoca, suscitavano una
morbosa attenzione legata alla sospetta conoscenza di arti occulte.

37
mite e, qualche anno dopo, poté diventare Arciprete di ravanusa.
nulla poté fare, invece, nicolò Placido per il genero giovanni del Car-
retto, conte di racalmuto che nel 1649 fu coinvolto con altri nobili nella
cosiddetta “congiura dei Baroni” promossa dagli avvocati giovanni Pesce
e Antonio Lo giudice. il del Carretto era riuscito a sfuggire all’arresto, ma
ben presto venne tradito dal cugino/cognato giuseppe Branciforti, principe
di Mazzarino, che era uno dei congiurati, per cui come reo di alto tradimento
fu giustiziato a Palermo nel 1650. il nostro fondatore non potè aiutare ne-
anche l’amato fratello mons. ottavio che, entrato in forte contrasto con il
clero e una parte del popolo catanese, il 14 giugno 1646 morì di “crepa-
cuore” nel suo palazzo di Aci, dove si era ritirato per allontanarsi dal clima
avvelenato dell’arcivescovado48. grande preoccupazione gli diede anche il
fratellastro Pietro che, essendo, in quel momento burrascoso, Capitano di
giustizia di Palermo, fu il principale protagonista della difficile opera di me-
diazione tra il viceré, i nobili ed il popolo catanese inferocito.
nicolò Placido dovette intervenire con tutta la sua autorevolezza anche a
Leonforte dove il figlio giuseppe non riusciva a contenere alcune intemperanze
e i fermenti politici. in alcuni casi egli fu di un’esagerata intransigenza, in altri,
invece, lasciò correre perché così gli conveniva, come, per esempio, allorché
nel 1642 ricevette addirittura una “bolla di scomunica” da parte del Papa urbano
Viii per un gruppo di giovinastri che, durante una processione ad Assoro, ave-
vano rubato e portato a Leonforte la statua di sant’Antonio che, certamente,
non fu restituita e, anzi, la bravata impunemente divenne motivo di vanto per i
leonfortesi. Si infuriò, invece, e fu molto duro per i disordini e le agitazioni,
nate allorché nel 1647 i viandanti diffondevano eccitanti notizie sulle rivolte
popolari che stavano avvenendo in varie parti del regno e a Catania in partico-
lare. il Principe giuseppe dovette ricorrere al padre perché non riusciva a gestire
i pochi facinorosi che, elettrizzati dalla notizia che «li nobili chi fugge, chi si
nasconde e chi si sotterra al sentire suonare li tamburi»49, cominciavano a do-
mandare minacciosamente di levare le gabelle anche a Leonforte.
nicolò ripristinò senza difficoltà l’ordine pubblico, ma l’incapacità del prin-
cipe giuseppe a gestire la situazione locale, guastò del tutto i già difficili rapporti
con il padre, istigato dall’avido secondogenito Francesco che invidiava da sem-
pre al fratello i privilegi della primogenitura.
dal 1650 nicolò Placido dovette gestire anche il lento declino di raccuia che
nel 1630 aveva ceduto al figlio giuseppe e che, impoverita a causa della crisi del
48
il suo corpo riposa in un mausoleo eretto nel 1659 all’interno della Basilica Cattedrale di Acireale.
49
g. Longo - La rivoluzione in Catania (nel 1647-48), Catania, 1896.

38
commercio della seta siciliana, era stata investita da un forte calo demografico
che ebbe una grave ricaduta sull’economia agricola leonfortese, basata sul com-
mercio del grano con raccuia che diminuì di molto fino a cessare del tutto, susci-
tando nervosismi e subbugli. Ancora una volta il principe giuseppe dovette fare
ricorso all’intervento dell’influente padre che si adoperò con tutto il peso del suo
ascendente politico per trovare nuovi sbocchi commerciali nelle città carenti di
grano del Val demone che andava, grossomodo, da nicosia a Cefalù e alla pro-
vincia di Messina fino all’etna.
nel suo progetto economico rientrò l’acquisizione del dominio feudale su Santa
Lucia, l’odierna Mascalucia, punto strategico per il commercio «nelli Casali di
Catania50». nicolò, acquisito nel 1651 il titolo di duca di Santa Lucia, organizzò
una via alternativa di sviluppo commerciale per Leonforte che in poco tempo ne
incrementò notevolmente l’economia. naturalmente ciò contribuì a fare idolatrare
il Principe fondatore che in questa come in tante altre occasioni non mancò di am-
plificare il proprio operato per accattivarsi la benevolenza e la piena devozione
della popolazione leonfortese. Quest’enorme attaccamento e rispetto fu palpabile
nel settembre 1661 allorché nicolò Placido, all’età di 68 anni, morì e una massa
di leonfortesi ne vegliò la salma con gran compunzione per ventiquattro ore e lo
accompagnò fino all’ultima dimora.
Per i suoi solenni funerali si radunarono tutti i Branciforti dei cinque rami
imparentati, altissimi dignitari di corte e i notabili delle città amministrate
dal Principe. Le tre figlie monache Caterina/Placida, rosalia/Agata e Mar -
gherita/giuseppa51, come da testamento, rivestirono il padre con il fastoso mantello
dei Cavalieri di San giacomo della Spada, mentre il primogenito giuseppe si-
stemò nella bara l’arma e le insegne previste dall’ordine cavalleresco.
il “tabbuto di legno, foderato di piombo”, come da volontà testamentaria, fu
portato a spalla fino alla Chiesa del Convento dei Cappuccini e deposto nel mo-
numento funebre, voluto appositamente dal Principe sotterrato ai piedi dell’altare
maggiore, quasi invisibile, se non per l’artistica lastra in bronzo, opera dello scul-
tore Andrea romano52.
L’epigrafe, dettata dal Principe stesso nel 1656, dopo averne magnificato
l’opera a favore di Leonforte, così conclude: tutti si commuovono dinanzi alle
tombe, tu chiunque sia, anche se hai il cuore di pietra, ammira la virtù del grande
animo e compiangine la sorte.
50
Archivio Storico di enna- Atti del notaio Francesco La Marca, Leonforte.
51
il secondo è il nome assunto da monache.
52
un giallo aleggia sull’attuale reale presenza delle ossa del principe nel sepolcro che fu profanato più volte a
partire dal 1890, anno della sopraelevazione del pavimento della Chiesa e, a detta di qualcuno, forse anche svuotato
in tempi più recenti.

39
Giuseppe Branciforti (1613 -1698)
Secondo Principe di Leonforte

Amante del rischio e dell’avventura, ebbe un carattere focoso e generoso,


ma esageratamente tendente alla malinconia.
impiegò i suoi anni di governo della città, prevalentemente, per adempiere
la volontà del Principe fondatore di cui non ebbe né il carisma né l’autore-
volezza.
Fu stimato dai leonfortesi perché governò in modo corretto, con benignità
e generosità.
Morì senza eredi diretti e il Principato passò al nipote.
40
giuSePPe BrAnCiForti
(1661 – 1698)

g
iuseppe Branciforti nacque nel 1613 da nicolò Placido Branciforti,
Conte di raccuia e Barone di tavi, e da Caterina dei Branciforti
Principi di Butera la quale già l’anno prima aveva partorito la pic-
cola Agata che fu lasciata alle cure della nonna materna Caterina Barrese, a
Pietraperzia, raggiunta ad ogni gravidanza dalla mamma e dai fratellini che
si susseguivano a ritmo serrato.
il piccolo giuseppe, primogenito maschio e quindi erede legittimo, ri-
mase sempre con il padre e subì un’educazione rigida e bigotta che acuì il
carattere debole ereditato dalla madre e ciò, da subito, lo fece disprezzare
dall’energico genitore che, come gli ricorda il figlio stesso in una lettera53,
lo apostrofava spesso con epiteti offensivi e dopo la nascita del secondoge-
nito maschio Francesco, in tutto simile al padre nicolò, lo umiliava con
spiacevoli paragoni che il fratellino «non senza gran mortificatione consi-
dera, discorre e mi rinfaccia».
Ciò nonostante, egli fu molto legato al padre e cercò di compiacerlo in
tutto, perfino divenendone una specie di “assessore” con limitata autonomia,
dopo che nel 1628, quando giuseppe uscì dalla tutela minorile e fu celebrato
il matrimonio con la cugina Caterina, nicolò Placido gli trasferì la proprietà
di Leonforte. Questa cessione, in realtà fu solo “nominale” perché il padre
riservò a sé il titolo e la rappresentatività del Principato per cui solo nel
1661 il “Principino”, com’era chiamato giuseppe dai leonfortesi, divenne
“principe e possessore di tutto lo Stato di Leonforte” ed anche allora im-
piegò i suoi anni di governo della città quasi esclusivamente per adempiere
con precisione notarile alla volontà testamentaria del Principe fondatore.
il carattere del giovane Branciforti fu condizionato dalla forte personalità
del padre e del fratello Francesco che, come lamenta egli stesso in una lettera
alla sorella suor Placida54, era molto più apprezzato e favorito dal padre il
quale giudicava il suo primogenito un “inconcludente” e un “dilapidatore”
del patrimonio familiare.
in realtà il Principino fu più volte sommerso dai debiti ed inoltre fu
spesso coinvolto in attività temerarie che accrescevano la disistima del
padre.
53
in Archivio privato trabia di Palermo, serie i, busta 78.
54
g. Macri - Logiche del lignaggio e pratiche familiari.Una famiglia feudale siciliana fra ‘500 e ‘600 - in Sto-
ria Mediterranea, 2004.

41
La cosa toccò l’apice quando si lasciò compromettere nella rivolta pa-
lermitana del 1647, capeggiata da giuseppe d’Alesi55 contro il malgoverno
spagnolo e i privilegi di cui usufruivano le classi dominanti. il giovane Bran-
ciforti, probabilmente, fu presente al ferimento che provocò poi la morte il
25 agosto 1647 del pittore Pietro novelli che per Leonforte aveva dipinto,
attorno al 1640, il bellissimo quadro che troneggia sull’altare maggiore della
Chiesa dei Cappuccini. Lo zio Pietro Branciforti che era a cavallo insieme
al novelli al momento del ferimento, lo fece allontanare immediatamente
e, grazie al fatto che ricopriva la carica di Capitano di giustizia, riuscì ad
evitargli la conseguente accusa di congiura che in quel momento avrebbe
significato morte certa, come accadde al cognato giovanni del Carretto,
conte di racalmuto. Altri motivi di tensione nacquero intorno al 1652
quando, sulle orme del nonno paterno suo omonimo56, giuseppe s’impegnò,
con altri 24 cavalieri giostranti, nel rischioso torneo Cavalleresco dello Staf-
fermo di Palermo e fu più volte ferito gravemente. Proprio durante quest’en-
nesima avventura, tramite giovanni Bisso, uno dei suoi amici giostranti,
conobbe l’attività dell’Ordine di Santa Maria della Mercede di Palermo
che, per mezzo dell’omonima confraternita, lavorava in favore dei prigio-
nieri cristiani fatti schiavi dai turchi57. d’animo generoso e altruista, giu-
seppe appoggiò con copiose donazioni le iniziative della Confraternita e a
Leonforte decise di intitolare alla Madonna della Mercede l’Oratorio degli
Agonizzanti58, impegnando l’omonima Congregazione, oltre che a far ricevere
a tutti i moribondi, gli ultimi sacramenti, a raccogliere elemosine per riscattare
i cristiani, schiavi dei musulmani.
Per tutto quest’insieme di cose, diffidando di lui, nicolò Placido, tramite
disposizioni testamentarie59, non gli assegnò beni “liberi”, rese inalienabili
alcune pertinenze della “legittima”, disponendo che sarebbero dovuti rima-
nere in possesso «sempre di chi sarà Principe di Leonforte» e non lo nominò
esecutore testamentario, sottomettendolo così alla supervisione del fratello
Francesco che, assumendo per volontà del padre l’incarico di curare che
fossero esattamente seguite le sue ultime volontà, acquisiva un ruolo pre-
valente su ogni cosa.
55
A. Morreale, op. cit.
56
g. giarrizzo - Il cavaliere giostrante, 1998.
57
Si indicavano come “turchi” tutti i corsari musulmani che infierivano sulle coste italiane. in realtà quelli che
infestavano le coste siciliane venivano dal nord Africa.
58
L’oratorio fu trasformato nella Chiesa della Mercede verso il 1689 ad opera dei fratelli gussio.
59
nicolò Placido redasse ben cinque testamenti nel corso della sua vita, in cui cambiarono più volte le disposizioni
sui beni liberi e sulla nomina dell’erede universale. evidentemente la necessità di stendere sempre nuove versioni
del testamento nasceva dal continuo mutare dei rapporti fra il padre e i due figli maschi.

42
da ciò tutta una serie di lamentele e di suppliche rivolte al padre che,
però, non se ne curò per nulla e non esitò a favorire in mille modi il secon-
dogenito. tuttavia, il Principe giuseppe, anche se non ebbe un gran carisma
e risiedette saltuariamente a Leonforte, fu molto stimato dai paesani perché
governò in modo corretto, con benignità e soprattutto con assoluta genero-
sità verso qualunque iniziativa volta al bene del paese. È il caso, per esem-
pio, della nascita del Collegio delle Scuole Pie per l’istruzione maschile,
voluto da don gregorio Catania con un grosso impegno economico perso-
nale, ma anche con l’appoggio del Principe che, per favorire l’iniziativa,
assegnò ai religiosi in perpetuo l’equivalente di tre messe al giorno e dal
1684 fino al 1690, data della consegna della nuova Casa delle Scuole Pie60,
per iniziare in qualche modo le attività scolastiche, mise a disposizione dei
Padri Scolopi il piano adiacente alla Batia del Monastero Claustrale di
Santa Caterina, da lui aperto, seguendo le precise disposizioni paterne, nel
1667 con le Suore Carmelitano Scalze, alle quali assegnò una rendita ere-
ditaria di 120 onze l’anno, perché lo utilizzassero come Istituto di educa-
zione femminile.
La patologica insoddisfazione del Principino subì un ulteriore colpo al-
lorché a Palermo fu vittima di squallide trame di corte che gli fecero perdere
la parte più cospicua dell’eredità della cugina Margherita, principessa di
Pietraperzia e Butera, a vantaggio del cugino e cognato giuseppe da Maz-
zarino. L’amarezza del Principe fu ancora più grande per il fatto che gli
fosse stato preferito colui che era stato l’anima della “congiura dei nobili”
del 22 gennaio 1650, ordita per separare la Sicilia dalla dinastia di Spagna
e inoltre, per salvare la propria testa, non aveva esitato a tradire i suoi com-
plici tra cui il cognato giovanni del Carretto che fu giustiziato. il nostro
Principe, deluso per lo scarso valore dato alla sua fedeltà e amareggiato per
avere ottenuto solo Pietraperzia, si allontanò da ogni impegno politico, ri-
tirandosi nel 1658 non a Leonforte, come sarebbe stato più logico, ma in
sua nuova villa della “Bagaria”, in aperta campagna, ma ad un’ora di cavallo
da Palermo. La delusione ed il desiderio di morire traspaiono dalla lapide
apposta sul lato ovest dell’edificio: «Al mio re nel servir qual aspre e dure
fatiche non durai costante e forte? E sempre immerso in importanti cure,
delle stelle soffrii la varia sorte; fra le campagne alfin, solinghe e scure,
sovente miro la mia propria morte, mentre vedovo genitor per fato rio, qui
intanto piango e dico: O Corte a Dio».
60
Situata nell’attuale via F. Crispi, angolo con via Bellini. in questa sede gli Scolopi esercitarono il loro mini-
stero sino al 1866, anno della soppressione degli ordini religiosi. cfr: L. Calì - Le Scuole Pie a Leonforte, 1995.

43
La scritta, nota per il gioco fonetico conclusivo tra “a dio” e “addio”,
c’interessa per la frase vedovo genitor per fato rio che ci riporta ad un’altra
causa della malinconia del Principe perché si riferisce al suo recentissimo
lutto, il peggiore che un padre possa vivere e cioè la morte dell’unico figlio,
Baldassarre, nato con grosse difficoltà dopo la morte del primogenito, Mel-
chiorre, deceduto ad appena due anni.
in occasione di quel luttuoso evento, il principe giuseppe fece realizzare
nella chiesa dei Cappuccini di Leonforte un sotterraneo da adibire a cappella
funeraria per la sua famiglia. nella cripta, che ha subito parecchio degrado,
sono ancora visibili un altare in marmo locale incuneato nella parete, un
monumento funebre più piccolo per il figlio Melchiorre, morto nel 1635,
ed uno più grande che, per espressa volontà testamentaria, contiene le spo-
glie del figlio Baldassarre, morto nel 1658, della moglie Caterina, morta nel
1667 e dello stesso Principe, morto nel 1698.
La principessa Caterina era figlia di giovanni dei Branciforti
di Butera, Pietraperzia e Mazzarino, fratello della Caterina, mo-
glie del fondatore, e di giovanna Flavia, sorella di nicolò Placido. il ma-
trimonio tra i due cugini primi, figli di cugini primi, malgrado fosse stato
stabilito per pure mire ereditarie del nostro fondatore quando giuseppe era
in tenerissima età e lei quasi adolescente, fu un buon matrimonio perché
Caterina era una donna molto attiva, aveva la forza di carattere che mancava
al marito, ma non era prepotente, in pubblico sapeva stare al suo posto di
moglie61, era molto religiosa e attenta alle esigenze dei sudditi più sfortunati.
A lei si deve l’introduzione a Palazzo Branciforti dell’uso “palermitano”
delle posate (cucchiaio, forchetta a tre rebbi e coltello) assai poco diffuse
nei piccoli centri fino alla metà del ’700, così come l’uso del pentolame di
rame stagnato che favorì a Leonforte la nascita dell’arte del “quadararu”
che avrà una larghissima diffusione, specialmente sotto il quarto Principe,
di cui sono prova la piazzetta ancora detta ‘u chianu d’e quadarara e via
Pentolai.
Questa seconda Caterina certamente è la Principessa cui Leonforte deve
di più, non fosse altro che per l’istituzione di un Monte che confluì poi nei
beni del nostro ospedale, rendendolo economicamente autosufficiente fino
all’entrata in vigore della legge Mariotti del 1968.
in realtà la “seconda” principessa Caterina istituì, nel testamento del 15
luglio 1667, un Monte per il Maritaggio di figlie femmine legittime e natu-

61
g. Fiume - Madri. Storia di un ruolo sociale, 1995.

44
rali nate da legittimo matrimonio da padre della famiglia di una delle quat-
tro linee Branciforte apparentate, con vari legati a Mazzarino e Butera.
gli storici concordano nel dire che questo fu uno studiato modo “legale”
di sottrarre una parte dei propri beni all’eredità legittima dell’odiato nipote
nicolò Placido ii che alla morte del marito avrebbe ereditato il Principato
di Leonforte, non essendoci successori diretti.
nella stessa direzione di livore va il testamento del principe giuseppe
che cercò di favorire il più possibile le due sue sorelle sposate, Agata e
Maria, che nominò eredi universali delle rendite e delle quote di legittima
che spettavano a lui come erede della madre e della moglie. nel testamento
sono contenute, inoltre, alcune norme che avrebbero reso più difficoltosa,
in assenza di figli maschi, la trasmissione di questi beni alla discendenza
femminile del fratello Francesco ed il supremo sfregio sta nella disposizione
dell’istituzione di un Monte «per la monacazione delle figlie illegittime e
per addestrare all’esercizio delle armi o allo studio della giurisprudenza
qualche figlio naturale di uomini del casato».
tutto ciò chiaramente era la conseguenza della sgradevole situazione
creata da nicolò Placido con le sue sproporzionate predilezioni verso il se-
condogenito che evidentemente avevano segnato profondamente la vita di
giuseppe e della moglie Caterina che aveva sperimentato l’insensibilità del
suocero e del cognato quando nel 1655 il marito era stato sul punto di morire
e lei si era trovata a fronteggiare una situazione economica disastrosa, con
il patrimonio personale dello sposo in gran parte ipotecato, le rendite future
già impegnate ed i creditori non pagati che minacciavano il ricorso ad azioni
legali. in quella circostanza Caterina dovette umiliarsi a chiedere aiuto fuori
dalla stretta cerchia familiare perché nicolò Placido e il figlio Francesco
non solo non l’aiutarono, ma si allearono con suo fratello per impedirle con
mille cavilli di riscuotere la sua dote62.
A ciò si aggiunse nel 1658 il dolore immenso per la morte dell’unico fi-
glio ed un aggravarsi di una sua malattia del sangue che lentamente la con-
sumò fino alla morte, avvenuta nel 1667.
da una relazione della visita pastorale a Leonforte del Vescovo Miche-
langelo Bonadies il 13 gennaio 1669 apprendiamo che in suffragio della sua
anima, il marito istituì un legato per una Messa quotidiana da celebrare
nell’altare di Santa Caterina della Chiesa Badiale del Monastero, dove s’in-
sediarono le Monache Carmelitane Scalze proprio nel 1667, anno della
62
L’episodio si desume da un documento del Principe giuseppe del 31 Maggio 1658 intitolato “ricordi dati a
don nicolò Lipso secretario di nicolò Placido Branciforte” che si trova nell’Archivio Privato trabia di Palermo.

45
morte della Principessa che aveva collaborato moltissimo con il marito per
la realizzazione di quest’importantissima struttura educativa per le ragazze
di Leonforte.
il dolore per la fine di questa generosa e sfortunata Principessa fu gran-
dissimo sia per i cittadini sia per il principe giuseppe il quale si allontanò
definitivamente da Leonforte dopo un’ulteriore delusione che il 10 aprile
1669 lo privò della baronia di Mirto, riottenuta dalla famiglia Filingeri.
Purtroppo egli si lasciò prendere troppo dalle sue amarezze e trascurò
tanto Leonforte quanto Pietraperzia, lasciando tutto nelle mani di insaziabili
sanguisughe.
Avvenne così, per esempio, nel 1671, allorché si dovette far fronte ad
una gravissima CAreStiA che creò situazioni tragiche per i coloni più poveri
e il principe giuseppe era troppo occupato a Palermo dove ricopriva la ca-
rica di Vicario generale del Regno per l’annona frumentaria. La congiun-
tura a Leonforte poté essere fronteggiata solo perché fu presa in mano dal
clero locale che si preoccupò degli aiuti materiali necessari, colpevolizzò
pubblicamente i profittatori e ammansì gli animi delle vittime che si erano
dati a perpetrare ruberie e spietate brutalità.
il Principe giuseppe fece solo un breve sopralluogo a Leonforte e se ne
tornò a Palermo dove riprese il suo impegno politico al servizio della co-
rona, distinguendosi, tra l’altro, nella difesa della città durante la rivolta
messinese del 1674, per cui ricevette le più ambite onorificenze per meriti
particolari tra cui quelle di Cavaliere dell’Ordine d’Alcantara e Commen-
datore di Paraleda.
All’inizio di giugno 1682, per tre giorni, tutto il nostro paese fu coinvolto
in una colossale festa con rappresentazioni teatrali, giochi di strada, giostre,
tornei, ecc., voluta dal Principino per festeggiare il fatto che egli, divenuto
Supremo Prefetto della Cavalleria di Sicilia, era stato decorato dell’ordine
del toson d’oro, uno dei più prestigiosi in europa63.
il Principe giuseppe dovette tornare “precipitosamente” in paese in oc-
casione del catastrofico sisma dell’11 gennaio 169364 che a Leonforte lasciò
tanti senza casa e “disoccupati” per la fuga di parecchi animali, con gran-
dissimi disagi che, tutto sommato, furono poca cosa di fronte alle funeste
conseguenze in alcuni paesi vicini e nell’intera Sicilia orientale che pianse
almeno 60.000 morti.

63
i cavalieri dell'ordine godevano, tra l’altro, di una quasi totale immunità giudiziaria.
64
Con un'intensità pari a 7,4° della scala richter è stato in assoluto il terremoto più intenso mai registrato nel-
l'intero territorio italiano.

46
dopo un breve soggiorno a Leonforte per distribuire qualche sussidio e
nominare un nuovo Giurato per l’Igiene e Salute Pubblica nella persona
del barbiere-cerusico65 Vittorino Caccamo, il Principe, già vecchio e malato,
tornò a Palermo dove finì i suoi giorni sempre divorato dall’odio verso il
fratello secondogenito al cui figlio nicolò Placido ii era costretto a lasciare
anche il Principato di Leonforte, per suprema beffa della sorte che lo aveva
privato dei suoi due figli, e malgrado «asprissime et ereditarie inimicitie,
nonché freddezze et alteratione del sangue».
Morirà, all’età di 85 anni, nel giugno del 1698. il corpo, come da sua vo-
lontà, riposa a Leonforte nella Cappella sotterranea della Chiesa dei Cap-
puccini che, per una sorta di sortilegio che connota l’intera storia di questo
secondo Principe di Leonforte, spogliata del prezioso Crocifisso66 e di ogni
suppellettile, subì un lunghissimo periodo di degrado in cui divenne una
“discarica” di detriti e anonimi cadaveri che la resero inaccessibile fino al
1970, anno in cui se ne operò il recupero e si rese accessibile dalla Chiesa.

65
il barbiere-cerusico, oltre a fare la barba, era abilitato ad esercitare la bassa chirurgia, cavare i denti e salassare.
66
Sull’altare della Cappella il Principe aveva fatto collocare un prezioso Crocifisso con l’obbligo per i suoi eredi
e per i frati di mai levare et alienare e la stessa cosa impose per il trittico del giudizio universale del Beato An-
gelico. entrambi sono scomparsi dalla Chiesa … per mano nota.

47
Nicolò Placido II (1651 -1728)
Terzo Principe di Leonforte

Munifico e con molteplici interessi culturali, ebbe un carattere bizzarro, frivolo


e pienamente barocco nel gusto per il grandioso e lo scenografico e nello sfog-
gio di costosissimi lussi ed apparati.
durante il suo Principato, la situazione strutturale di Leonforte ebbe una battuta
d’arresto, perché fu raramente presente ed investì poco in ciò che non serviva
al suo gusto dell’apparire.
Morto senza eredi maschi, ebbe come successore per Leonforte il genero er-
cole, in quanto erede agnato del principe fondatore.
48
niCoLò PLACido ii
(1698 -1728)

n
icolò Placido junior nacque nel 1651 dal duca di Santa Lucia Fran-
cesco dei Branciforti di Leonforte e di raccuia e dalla sua giova-
nissima seconda moglie Caterina del Carretto dei Conti di
racalmuto, che era sua nipote in quanto figlia della sorella Maria. Quella
del piccolo nicolò fu una nascita attesa con ansia soprattutto dal nonno, di
cui portò il nome, perché la famiglia Branciforti, dove ci fu sempre sovrab-
bondanza di figlie femmine, essendo legata all’obbligo di trasmissione ere-
ditaria per primogenitura maschile, rischiava di estinguersi.
il piccolo nicolò Placido ricevette un’educazione accurata e una prepa-
razione multiforme per essere pronto a ricoprire i ruoli che lo attendevano
e difatti egli, unico e ultimo maschio dei Branciforti del ramo di raccuia-
Leonforte, ebbe tutti i domini dei Branciforti legati a primogenitura maschile
ed inoltre nel 1704 ereditò i beni di donna giulia Carafa, la cui famiglia si
estinse per mancanza assoluta d’eredi. Pertanto egli fu signore di Barra-
franca, Butera, Leonforte, Mazzarino, Militello, Pietraperzia, Raccuia e
Santa Lucia.
Certamente quest’enorme quantità di città da governare e i molteplici ed
impegnativi incarichi a Corte, dovettero far scadere la qualità del suo go-
verno perché egli fu saltuariamente presente in ognuna di esse e lasciò molto
campo libero ai Secreti ed ai loro uomini di fiducia.
e proprio per mitigare gli eccessi del Secreto e dei giurati, il Principe,
secondo l’uso di alcune città europee, fu tra i primi a sperimentare nell’am-
ministrazione dell’università delle sue terre quella che un trentennio dopo
sarebbe diventata la Riforma dell’Amministrazione Pubblica in Sicilia. ni-
colò introdusse, infatti, anzitempo nelle città da lui amministrate la figura
di controllo del Sindaco e del Consiglio Civico, composto dai più rappre-
sentativi ecclesiastici, nobili e civili, che dovevano essere convocati per
tasse, spese e regolamenti.
tutto sommato il suo dovette essere un buon governo a Leonforte - dove
amministrò per 31 anni - e ne è prova il grandissimo incremento della po-
polazione che, secondo il censimento del 1713, ammontava a 6.341 abitanti
nelle 1.702 case. tuttavia la situazione strutturale del paese con lui ebbe
una grossa battuta d’arresto perché investì poco nelle cose che non servivano
al proprio piacere o gusto dell’apparire ed, infatti, i monumenti, ancora in-
completi, come la Matrice, rimasero nello stato in cui li aveva lasciati il
49
secondo Principe e alcune strutture, come il Monastero di Santa Caterina e
la Chiesa di san rocco, subirono un devastante degrado per mancanza di
manutenzione.
nicolò Placido ii ebbe una personalità eclettica, ma un carattere
bizzarro, frivolo e pienamente barocco nel gusto per il grandioso
e lo scenografico e nello sfoggio di costosissimi lussi ed apparati e in ciò fu
molto assecondato dalla moglie Stefania Ventimiglia Pignatelli da geraci
che non gli diede il sospirato erede, ma ben cinque figlie femmine, educate
ad essere insuperabili protagoniste d’ogni evento mondano.
i coniugi Branciforti, perfetti rappresentanti dello spagnolismo barocco,
amavano stupire i paesani delle città governate con l’ostentazione di ric-
chezza e prestigio e anche con munifiche donazioni e banchetti che accat-
tivavano loro la devozione popolare, infervorata anche dell’enorme mole
d’opportunità lavorative al Palazzo.
Basti pensare che a Leonforte questo terzo Principe triplicò il personale
addetto al garage di famiglia cioè la scuderia e, oltre al maiuri, il cocchiere
maggiore, ai tanti cocchieri ordinari e cavalcanti e a numerosi sellai, stal-
lieri e valletti, assoldò un esercito sovrabbondante di coreografici giacchetti,
lacchè staffieri e soprattutto celeri che erano le staffette che correvano in-
nanzi alle carrozze per illuminarne la strada con le torce.
nicolò, quando si recava a Palermo per presiedere il Parlamento, in virtù
del suo essere principe di Butera che era il primo titolo del regno e capo
del braccio baronale, soleva portarsi al seguito centinaia di vassalli: genti-
luomini del suo seguito, ufficiali ed Amministratori dei suoi Stati e tutto il
corteggio di un grande di Spagna, con il complesso di servi e addetti ai vari
compiti.
ovviamente gli esborsi per sostenere tutto quest’apparato non gli con-
sentivano di affrontare spese grosse per le strutture ed i servizi dei paesi
amministrati, anche perché il suo era ancora il tempo della totale soggezione
baronale di tutti i comuni feudali dell’isola, senza alcun coinvolgimento del
tribunale del regio Patrimonio, come accadrà di lì a poco con la riforma
di Carlo iii del 1736.
il vertice fu toccato nei preparativi per il 23 dicembre 1714, allorché egli
ebbe il posto d’onore nel corteo riservato alla più alta nobiltà siciliana, in
occasione dell’incoronazione di Vittorio Amedeo II di Savoia, suocero di
Filippo V, quale re di Sicilia.
il nostro Principe, come tutti i Siciliani, era molto compiaciuto dal fatto
che, dopo quattro secoli, in virtù della pace di utrecht del 1713, la Sicilia
50
avesse un re che poneva la sua sede nell’isola, dando a tutti la speranza di
un avvenire migliore e perciò si spese moltissimo per dare al Savoia un’in-
dimenticabile accoglienza. Per l’occasione pensò, innanzi tutto, ad un
grande sfoggio di abiti perché, oltre al posto d’onore al corteo ed alla ceri-
monia religiosa, egli sarebbe stato il primo dei nobili accreditati (30 principi,
10 duchi, 14 marchesi ed un barone) a ripetere la formula del giuramento
di fedeltà ed omaggio del Parlamento e, finita la cerimonia, a Palazzo reale
Vittorio Amedeo avrebbe restituito a lui, in qualità di principe di Butera, lo
“Stendardo del regno”.
A Palermo il Principe presiedette la ristretta commissione che predispose
il cerimoniale del rito di incoronazione e diede il meglio di sé nell’organiz-
zazione dei fuochi d’artificio, cui reali, nobiltà, e magistratura, dopo la ce-
rimonia, avrebbero assistito dalle finestre di Palazzo reale.
Altrettanto attenta fu la preparazione personale dei sovrani e del loro ve-
stiario, seguita direttamente dalla nostra principessa Stefania che anche in
seguito rimase in grande confidenza con la regina e ne curò il look per i
suoi fastosi circoli trisettimanali.
La sontuosa cerimonia fu un successone, così come i Fuochi che così
sono descritti dallo storico prof. Alberico Lo Faso67:
«La macchina dei fuochi, alta circa 31 metri, presentava a sinistra il monte
Erice con il tempio della Venere Ericina, ai suoi piedi le barche dei pesca-
tori di corallo. A destra il monte di Enna, con il tempio di Cerere, che ri-
prendeva il mito di Demetra,… . La terza parte rappresentava l’Etna, con
le sue fucine e miniere. In corrispondenza delle cime dei monti tre giganti,
rappresentanti i tre capi della Sicilia, Peloro, Pachino e Lilibeo, sostene-
vano la cornice superiore. Tre grandi quadri univano le statue dei giganti.
Uno rappresentava l’accoglienza dei deputati del Regno, uno la Sicilia che
portava al re il suo stendardo e Palermo che gli presentava la corona, ed il
terzo l’incoronazione. Sulla cornice superiore tre statue, rappresentanti i
tre regni: Sicilia, Cipro e Gerusalemme, che a loro volta sostenevano una
grande corona sormontata dall’aquila di Palermo».
il principe nicolò Placido e la consorte dall’ottobre 1713 non si allonta-
narono più da Palermo, perché per loro era un’occasione troppo ghiotta l’an-
dare a Corte e l’accompagnare il re e la regina per la Messa domenicale o
per le passeggiate pomeridiane. e fu durante una di queste uscite, a metà
marzo, che al nostro Principe fu dato l’annuncio che era stato investito
dell’ordine della Santissima Annunziata e che tre delle sue cinque figlie
67 A. Lo Faso di Serradifalco - Palermo 1713, 2004.

51
erano state nominate “figlie d’onore della regina”. ovviamente il re non
aveva tenuto conto del feroce giudizio espresso dal suo informatore Andrea
Stabile nella relazione generale del regno di Sicilia “Il Prencipe di Butera
di poco spirito e minor capacità” 68.
in quell’occasione nicolò e la moglie Stefania invitarono il re Vittorio
Amedeo e la moglie Anna d’orleans, di cui conoscevano l’intenzione di vi-
sitare la Sicilia, a fermarsi a Leonforte.
il re acconsentì e nel mese d’aprile del 171469, provenendo da nicosia,
giunse in vista di Leonforte. in quell’occasione il nostro Principe ebbe modo
di dare il meglio del suo gusto per il grandioso e lo scenografico e poté fare
ampio sfoggio di sfarzi ed addobbi.
il Mazzola riprende il racconto dell’evento dal citato manoscritto del
dott. Paolo testa che così descrive i festeggiamenti:
«Da una porta del paese (detta un tempo «Porta Palermo)», sino al feudo
Bozzetta furono eretti diversi archi trionfali, intrecciati con foglie verdi di
bosco con varie iscrizioni, che decantavano le virtù del magnanimo Re. An-
darono all’incontro i magistrati, la corte capitanale, il Segreto baronale ed
il nostro principe Nicolo Placido Branciforti, terzo principe di Leonforte,
con tutta la sua cavalleria. Seguivano il Re, il principe Spinola, tesoriere
generale, i trombettieri, i due araldi d’arme, i maggiordomi, i due limosi-
nieri, i gentiluomini di camera, i primi scudieri del Re e della Regina. Pro-
cedevano le dame di corte, le persone di servizio ed in seguito la cavalleria
con 400 soldati e 40 lettighe, tirate da mule che portavano in testa un fiocco
d’oro. All’arrivo del Re in Leonforte, furono scaricati, in segno di giubilo,
tutti i pezzi di artigliera composti di dieci cannoni, che il principe Nicolo
Placido soleva tenere nel bastione del suo palazzo. Il popolo leonfortese
con festevoli grida continuamente acclamava il Re e la Regina i quali furono
alloggiati con tutta la loro real corte nel palazzo del surriferito principe
Branciforti. Nella camera destinata al Re ed alla Regina, sfarzosamente
addobbata, si leggeva la seguente quartina scritta a grandi caratteri d’oro:
“Dal Taurino emisfero ove dimora / Tra le glorie sue di raggi adorni / Quivi
giunse per far breve soggiorno / L’alpineo sole e la sua bella aurora” … E
chi contemplò allora quel superbo palazzo del principe Branciforti, tutto
illuminato da miriadi di lumi ed addobbato sfarzosamente sembrò scorgervi

68
A. Lo Faso di Serradifalco op. cit.
69
La data di maggio riportata dal Mazzola non è verosimile perché le date di riferimento certe e documentate
sono: il 18 aprile partenza da Palermo verso Catania e il 2 maggio arrivo a Messina. Per cui Leonforte può essere
stata visitata intorno al 25/26 aprile.

52
una dimora di fate. Ai sontuosi banchetti successero feste splendidissime,
dove brillarono trofei, bandiere, arazzi, bronzi dorati, preziosi quadri e rare
suppellettili. I viveri nella piazza e nelle botteghe erano abbondantissimi,
onde Leonforte si mostrò alla pari di una città doviziosa. Si videro passeg-
giare nel nostro corso principale le damigelle della Regina, di nazione Sa-
voiarda, di bellezze incantevoli, con capelli biondi accomodati alla
francese. Dopo tre giorni di breve dimora il Re Vittorio Amedeo partì , con
tutta la sua real corte e famiglia, per Messina, accompagnato fino alle porte
del paese, da una fiumana di popolo, che continuamente lo acclamava, e
dal nostro principe Nicolò Placido Branciforti con tutta la sua cavalleria».
e il dott. testa riporta anche la meraviglia del re nel visitare la bella e
maestosa Scuderia di piano Cavallerizza che all’imponenza dei box per 102
cavalli ed allo splendore delle decorazioni e degli specchi, aggiungeva la
maestosità degli arazzi70.
Purtroppo, poco dopo alle liete speranze seguirono grandi delusioni. il
re nel settembre di quello stesso anno tornava a nizza, lasciando per sempre
la Sicilia che aveva barattato con la Sardegna e spianando così la strada al
ritorno nell’isola della Spagna.
nicolò Placido ii, deluso ed amareggiato, si estraneò dalla vita politica
e si disinteressò ancor di più delle città amministrate. A Leonforte non è do-
cumentato un suo ritorno neanche nel 1720 in occasione di un evento che
mise in grande costernazione Clero e Amministratori, per la difficoltà di ge-
stire l’esplosione travolgente della superstizione popolare di fronte alla na-
scita di un bambino «avente forme irregolari e mostruose71».
il Principe chiuse i suoi giorni a Palermo nel 1728, mentre ovunque di-
vampava la rivolta antisabauda per la delusione d’aver visto partire il re
dall’isola, dopo aver chiamato alle più alte cariche dello Stato solo Piemon-
tesi e Savoiardi che furono assolutamente incuranti della mentalità isolana,
tanto che per tanti anni i contadini siciliani, davanti alla desolazione e mi-
seria, esclamavano: “Pari ca passau casa Savoia!”.
La moglie principessa Stefania che gli sopravvisse per oltre vent’anni,
abitò e morì a Palermo nel 1749, ma tornò spesso a Leonforte, ospite della
figlia Beatrice e del genero ercole che si affidavano a lei per l’organizza-
zione di eventi o cerimonie.

70
Purtroppo nulla sappiamo sulla fine di questi arazzi che c’erano già al tempo del principe fondatore che nel
suo testamento parla in particolare dei nove con scene della guerra di troia.
71
A. Mongitore - Della Sicilia ricercata nelle cose più memorabili , Palermo 1743.

53
Ercole Branciforti Naselli (1690 -1780)
Quarto Principe di Leonforte

Fu, dopo il fondatore, il più grande Principe di Leonforte che resse per 53
anni, adoperandosi per renderla più vivibile, per abbellirla con opere nuove
o restaurate e per incrementarne lo sviluppo economico con l’impianto d’in-
dustrie all’avanguardia per l’intera Sicilia.
Alla sua morte gli succedette il figlio giuseppe.
54
erCoLe BrAnCiForti nASeLLi
(1728 – 1780)

e
rcole Branciforti naselli - nato nel 1690 da giuseppe Branciforti,
principe di Scordia e da Anna Maria naselli dei principi d’Ara-
gona - nel 1728, morto senza eredi maschi nicolò Placido ii ed
estintosi con lui il ramo dei Branciforti di raccuia-Leonforte, s’insediò
quale quarto Principe di Leonforte, in quanto erede “agnato” - cioè in
linea maschile - del ramo collaterale dei Branciforti di Scordia.
il diritto di ercole alla successione era contestato dagli eredi di Agata
e giuseppe Branciforti di Mazzarino, ma il notaio Miceli di Palermo sta-
bilì che il suo diritto era preminente su quello degli altri, poiché, essendo
Leonforte trasmissibile solo per discendenza legittima maschile, le linee
femminili erano da escludere e, dunque, non essendoci fratelli “veri” del
fondatore nicolò Placido, si doveva risalire agli eredi dei fratelli di suo
padre e quindi ad ercole, nipote di Antonio Branciforti, primogenito del
fratello del conte giuseppe e fratellastro del fondatore.
Pertanto il 23 aprile 1727 fu sottoscritta la transazione di in-
vestitura quale successore di nicolò Placido ii su cui ricadde
il sospetto che avesse tramato perché le cose prendessero questa piega,
in quanto ercole era suo genero, avendone sposato la figlia Beatrice,
dalla quale aveva avuto nel 1725 il figlio giuseppe che assicurava la
successione.
ercole si dedicò molto a Leonforte, sebbene fosse già principe di Scor-
dia e ricoprisse a Palermo le impegnative cariche pubbliche di Maestro
Portulano del regno di Sicilia (che soprintendeva all’esportazione del
grano via mare), Intendente della Salute (che coordinava l’attività sani-
taria dello Stato) e Protomedico di Palermo (che concedeva l’abilita-
zione alla professione di medico e farmacista). inoltre spesso portava a
termine delle missioni diplomatiche per conto del fratello Cardinale An-
tonino, nunzio apostolico a Parigi e Venezia e legato pontificio a Bolo-
gna e urbino72.
dal momento dell’investitura nel 1727, sebbene non avesse ancora il
pieno possesso del nostro Principato e, invece, fosse già Principe di
Scordia dal 1721, ercole assecondò il desiderio della moglie Beatrice
di venire a vivere con il piccolo giuseppe a Leonforte sia perché molto
72
tutte le notizie sulle cariche provengono dal nobiliario Siciliano del sito di genealogia italiana del progetto
geneall.

55
più agevole per raggiungere Palermo e sia perché il loro Palazzo di Scor-
dia, a causa di cedimenti del terreno in uno dei cortili, vedeva un poco
piacevole andirivieni di murifabbri ed operai.
Fu questa la fortuna del nostro paese, poiché ercole se ne innamorò
e soprattutto ebbe un anno di tempo per conoscere “in incognito” i suoi
futuri sudditi e per constatare il degrado dei monumenti, alcuni invec-
chiati senza essere stati mai completati, altri rovinati, in parte perché
costruiti con materiali scadenti ed in parte perché era mancata una seria
manutenzione. in base alla constatazione dello stato delle cose, ercole,
uomo schietto e mordace, negli anni a venire, in più occasioni ed anche
nel suo testamento, contesterà l’esattezza
delle somme dichiarate dal Principe nicolò
per la fondazione strutturale di Leonforte
e lamenterà l’insufficiente cura manuten-
tiva dei suoi predecessori.
Pertanto, allorché nel 1728 ne divenne
Principe, decise di dedicare tempo e risorse
ad un ampio programma di riqualifica-
zione di Leonforte che diventò, in pratica,
progetto di rifondazione dopo la catastro-
fica alluvione del 1740 che devastò il
paese.
Per quanto riguarda le risorse, come ri-
corda nel suo testamento, essendo insuffi-
cienti le rendite feudali, il principe ercole attinse al proprio patrimonio
ed al finanziamento del tribunale del real Patrimonio, approfittando
della nuova normativa introdotta dal re Carlo iii di Borbone che nel
1734 riconquistò il regno di Sicilia, acclamato da un popolo deluso e ar-
rabbiato contro i Savoia.
in quell’occasione ercole si trasferì a Palermo e si fece apprezzare
molto dal nuovo re che, infatti, lo riconfermò Protomedico e lo nominò
Maestro Razionale del Tribunale del Real Patrimonio il che gli consentì
di collaborare alla stesura della riforma dell’amministrazione delle città
feudali che, anziché dal solo Signore, cominciarono a dipendere anche
dal tribunale del regio Patrimonio che sminuiva la soggezione feudale,
indiceva regolari censimenti della popolazione per meglio ripartire gli
oneri fiscali, ma consentiva anche, a determinate condizioni, di accedere
a finanziamenti statali per l’edilizia pubblica. Cosa che egli fece subito
56
per Leonforte e per Scordia. in pochi anni l’ascesa politica del nostro
Principe fu enorme: oltre che gentiluomo di Camera, deputato e So-
praintendente generale delle strade pubbliche del regno di Sicilia, egli
a Palermo fu più volte Pretore e Capitano di giustizia e quindi visse pre-
valentemente a Corte.
Malgrado ciò, ercole Branciforti fu, dopo il fondatore, il più grande Prin-
cipe di Leonforte che resse per 53 anni, adoperandosi innanzitutto per ren-
derla più vivibile e in tale direzione provvide a realizzare un’imponente
opera di canalizzazione delle acque sorgive che, dalle adiacenze della Fon-
tana di Maggio, furono convogliate verso tre fontane “pubbliche” dislocate
al Piano della Scuola, Piazza rotonda e piano Cavallerizza e una “privata”
nel giardino del Palazzo. Si dedicò contemporaneamente ad abbellire il
paese con opere nuove e con il restauro di strutture usurate, spesso rese più
funzionali ed armoniose.
un esempio del suo operato lo ritroviamo nel rifacimento della Piazza
rotonda con 16 botteghe sovrastate da 16 balconi balaustrati in pietra
intagliata uguali alla balaustra del cornicione che valorizzarono lo stra-
ordinario impianto originale, circolare a quattro cantoni, voluto dal Prin-
cipe fondatore.
di altrettanto buon gusto il completamento della Matrice, in cui fece ap-
portare modifiche «più rispondenti ad una estetica più fina» come dice il
Mazzola, dotandola di tante opere pittoriche e scultoriche tra cui l’attuale
statua della Madonna del Carmelo - che fece dichiarare nel 1771 patrona
di Leonforte - ed arricchendola con il pregevole organo di uno dei più
grandi “organari” del barocco italiano, il napoletano donato del Piano.
nelle immediate adiacenze della Chiesa, inoltre, favorì la costruzione del-
l’oratorio per l’Arciconfraternita del SS. Sacramento.
Contemporaneamente si dedicò allo sviluppo economico del paese con
sostanziosi interventi “regolamentati” sulle preesistenti strutture produttive
e soprattutto con l’impianto di industrie, all’avanguardia per l’intera Sicilia,
come la prodigiosa Fabbrica di panni con relativa Tintoria e quella delle
Gualchiere che rassodavano le tessiture, utilizzando l’acqua come forza mo-
trice. ripristinò la Conceria di pelli, costruita dal fondatore sulla collinetta
di San rocco ed ormai obsoleta e fatiscente, e nel 1757 la diede in enfiteusi
al barone giovanni Carella che divenne uno degli industriali emergenti di
Leonforte, grazie ai quali, oltre che come terra dei mulini, durante il quarto
principato si connotò come «paese altamente industriale73» con un note-
73
A. Buccaro - Architettura e urbanistica dell’età borbonica, napoli 2005.

57
vole sviluppo della sua popolazione che passò dalle 6.341 anime del
1713 a 9.032 nel 1760, mentre Castrogiovanni (l’odierna enna) ne con-
tava 9.750 e Catania 25.715.
ercole fu un Signore illuminato, sagace e dotato di incredibile senso
pratico e la cosa, per gli effetti positivi che aveva sui suoi domini, non
mancò di suscitare malevolenza tra i potentati siciliani e diede campo
libero alle maldicenze di chi non gli perdonava di essere diventato “il-
legittimamente” Principe di Leonforte. un esempio si può avere negli
eventi legati al brigantaggio.
nel 1763, quasi tutta la Sicilia fu colpita da una pesante siccità che
ebbe effetti devastanti sui raccolti, con l’aggravarsi della situazione di
bisogno del popolo minuto che provocò una rabbia immensa verso
l’egoismo dei padroni e sfociò nella costituzione di bande armate di fe-
rocissimi briganti.
Come è facile capire, questi malviventi ottennero il silenzio dei con-
tadini e del popolino perché, come riporta il Pitrè, derubavano e ricatta-
vano i padroni benestanti e i pezzi grossi, ma aiutavano i poveri, gli
orfani e le ragazze senza dote.
inspiegabilmente nel territorio di Leonforte, sebbene infeudata a un
illustre membro dei potentissimi Branciforti, altrove bersagliati, non si
ebbero molestie da parte delle masnade del bandito Testalonga di Pie-
traperzia che imperversava proprio nelle campagne tra Castrogiovanni
e regalbuto, vivendo di estorsioni e di furti di mandrie. in proposito
maliziosamente si diffuse la voce che il principe ercole Branciforti as-
sicurasse un tacito appoggio al bandito in cambio di “imprecisati” ser-
vigi a fini di potere o di vendetta74.
L’unica cosa certa è che il Principe fu molto abile nella gestione del
potere, tant’è che sotto il suo governo si ebbe un incremento dell’eco-
nomia che poggiava prima di tutto su un commercio agricolo ed artigia-
nale florido e sui mulini ad acqua che impegnavano tanta forza operaia
tutto l’anno, ma si vide, anche, la nascita di un ceto di industriali, pro-
fessionisti ed intellettuali che contribuì notevolmente all’innalzamento
del livello culturale e sociale del paese.
il Principe, infatti, collaborato e forse influenzato dalla moglie Beatrice,
cresciuta nell’ambiente frivolo della Corte, ma molto colta ed aperta alle
innovazioni illuministiche, da subito mostrò particolare attenzione per
l’istruzione e le attività culturali.
74
notizie tratte dal sito: www.brigantaggio.net

58
Si occupò dell’arricchimento e della qualificazione della Biblioteca del
Convento dei Cappuccini e pensò alla costruzione di un Collegio maschile
annesso alla Casa delle Scuole Pie degli Scolopi e di un Collegio di Maria
femminile nei locali dell’ex Monastero di Santa Caterina che affidò alle
Suore Collegine della Sacra Famiglia, individuate dalla suocera Stefania a
Palermo75.
tutto ciò è di estrema importanza perché, in un periodo in cui, nonostante
il diffondersi delle nuove idee illuministiche, in Sicilia l’istruzione restava pre-
rogativa dei maschi ricchi, la situazione scolastica leonfortese fu sicuramente
privilegiata per la presenza dei due istituti religiosi che si occupavano del-
l’istruzione maschile e femminile, anche gratuita e, quindi, aperta a tutti i ceti
sociali, e con aiuti economici per portare a scuola anche qualche figlio o figlia
di quei lavoratori subordinati che, dovendo fare i conti con bassi salari e tante
bocche da sfamare, erano costretti ad impegnare sin da piccoli i figli nei lavori
agricoli e domestici e, quindi, a ritenere la scuola un lusso - anche se gratuita
- perché sottraeva all’economia familiare il salario di parte della prole.
Le famiglie leonfortesi, opportunamente sensibilizzate, furono sol-
lecite nel mandare anche le figlie femmine ad istruirsi perché il Collegio
di Maria associava l’acquisizione delle abilità di base del leggere, scri-
vere e far di conto, ai lavori donneschi con la Scuola di Cucito e Ricamo,
una grossa opportunità, anche con prospettive lavorative, per le ragazze
di famiglie meno abbienti.
e verso i più indigenti e la categoria dei piccoli artigiani e contadini
che, dipendendo dal lavoro delle proprie braccia, cadevano velocemente
nella povertà, se impossibilitati a lavorare per cattiva salute o per eventi
calamitosi, i coniugi Branciforti furono molto generosi e disponibili, of-
frendo soccorsi in denaro o in natura, istituendo un Monte di Pietà che
dava prestiti con interessi bassi, per non far cadere i bisognosi nelle mani
degli usurai, e creando, tramite i Frati, le Suore e le Confraternite, una
rete pianificata di aiuto quotidiano all’indigente.
Questo sistema di solidarietà si mostrò estremamente utile dopo la
disastrosa inondAzione ALLuVionALe del 13 settembre 1740 che provocò
circa 200 morti, moltissimi feriti e tanta distruzione in campagna e in
città dove, come racconta, in Della Sicilia ricercata nelle cose più me-
morabili di Antonio Mongitore, il dott. Antonino Mazzocca76: «... nella
75
e proprio al completamento di questi lavori nel 1740, il Palazzo Branciforti accolse una nuova vita; infatti i
principi ercole e Beatrice ebbero la loro seconda figlia, Agata che sposerà nel 1761 Pietro Moncada dei principi
di Paternò e avrà due figli : Francesco e Sofia che sposerà il principe Alliata di Villafranca.
76
Medico, valente chirurgo e coltissimo scrittore, nato e vissuto a Leonforte a cavallo tra il XVii e il XViii sec.

59
parte inferiore e decliva … in un momento rovinò, diroccò anzi annientò
un intero e gran quartiere formando tre profondissime e larghe vora-
gini».
in quell’occasione il Principe, fortunatamente presente a Leonforte
con la famiglia, non solo organizzò i soccorsi, ma, accortamente, ottenne
per i leonfortesi dal re Carlo iii lo sgravio dei dazi per quattro anni. ri-
masto in paese, ercole iniziò immediatamente i lavori di una imponente
opera di “canalizzazione delle acque piovane” tramite delle grandi con-
dotte che convogliavano le acque in tre diverse direzioni. Comprendendo
l’importanza di tale opera, diede severe disposizioni al Secreto ed ai
giurati di far ispezionare e pulire annualmente le condotte e decretò che
il 13 settembre di ogni anno si sarebbe dovuto celebrare la commemo-
razione dei caduti.
Contemporaneamente, il generoso Principe si dedicò alla ricostru-
zione di ciò che era andato distrutto o danneggiato e alla costruzione
extra moenia nei pressi del Piano della Scuola del Convento-infermeria
da cui ebbe inizio la storia dell’attuale ospedale77.
Questo illuminato Principe certamente fu al passo con i tempi ed am-
modernò tutti i servizi pubblici a partire dalle Locande per estendere le
prestazioni di ricovero del Fondaco, costruito dal Principe fondatore
nelle adiacenze della Piazza Sottana, che non era più adeguato a rifocil-
lare i numerosi Corrieri di Posta, i Cocchieri ed i tanti viaggiatori. Con-
temporaneamente nel 1768 posizionò meglio, nei pressi dell’ex Batia, e
razionalizzò la Correria come stazione per la ricezione e lo smistamento
della posta. di questa Correria sappiamo poco, ma si può dedurre dalla
Storia delle Poste del Regno di Sicilia a cura di Poste italiane che a Le-
onforte c’era una delle “poste” per la scomposizione del percorso fra le
grandi città. Pertanto la nostra Correria avrà avuto una “buca” per la
corrispondenza locale e sarà stata guidata da un Postiere che smistava
ai Corrieri i plichi ricevuti come centro di passaggio e teneva a dispo-
sizione quelli dei residenti che venivano avvisati delle lettere in giacenza
con delle note esposte ogni dieci giorni.
Fu tanto l’amore per il nostro paese che il Principe ercole e la moglie
Beatrice, nonostante a Scordia nella Chiesa di Sant’Antonio ci fosse la
Cappella funeraria di famiglia, decisero di fare a Leonforte la loro Cap-
pella Sepolcrale e a tal fine si occuparono del ripristino strutturale della

77
F. Buscemi - Ospedali di Leonforte, 1994, pag. 13.

60
vetusta e spoglia Batia dell’ex Monastero che, restaurata ed ingrandita,
nel maggio 1741 fu riconsacrata come Chiesa di Santa Maria della Ca-
rità, in onore delle Suore, che ne sarebbero state custodi, le quali prove-
nivano dal Collegio di Santa Maria la Carità di Palermo.
nell’imponente Monumento Funebre dei Principi - che fu allogato
all’ingresso, in quella che è l’attuale sacrestia, e, secondo i ricordi degli
anziani, decorato con una certa conformità con la Cappella del SS. Sa-
cramento della Matrice - la prima ad esservi seppellita fu la principessa
Beatrice che morì a 62 anni il 21 marzo del 1761 a Palermo dove ormai
da tanti anni risiedeva stabilmente. il Principe le sopravviverà per circa
un ventennio, con presenze saltuarie a Leonforte che, purtroppo, non
mancò di dargli tante amarezze per la litigiosità, l’ingratitudine e l’in-
gordigia.
Per quanto riguarda la litigiosità, sappiamo che era molto diffusa tra
tutti i ceti sociali e le fasce d’età, tanto che qualche decennio dopo un
Sottointendente per l’ordine Pubblico del distretto di nicosia, che com-
prendeva Leonforte, scriverà «è noto a tutti che Leonforte abbonda di
attaccabrighe e di esaltati» e dalle relazioni di alcuni Vescovi emerge
una grande litigiosità anche all’interno del Clero e tra le Confraternite.
tutto ciò non poté non coinvolgere in qualche modo il Principe che
certamente fu trascinato nel lungo travagliato braccio di ferro contro
l’Arciprete Francesco drossaro a proposito della festa della Madonna
del Carmelo che, come una vera e propria guerra di religione, animò
tutto il paese, creando rivalità chiesastiche miserevoli che troveranno
soluzione solo dopo oltre un ventennio, con la decisione del Vescovo
mons. Salvatore Ventimiglia che il 17 settembre 1771 dichiarerà Maria
SS. del monte Carmelo “Patrona di Leonforte”, spostando la festa in
Matrice78.
Ma la polemica si riaccese perché il Vescovo aveva stabilito che la
festa fosse spostata dal tradizionale Mercoledì dopo Pasqua al 16 luglio,
giorno liturgico proprio, e non accolse la richiesta popolare di portarla
al 2 agosto, essendo luglio un periodo poco opportuno per i contadini
che, impegnati nella raccolta del grano, non potevano godersi la festa.
Si crearono, quindi, due opposte fazioni che non arrivarono ad un ac-
cordo, anzi ravvivarono la disputa all’arrivo nel 1779 della nuova statua
della Madonna con il Bambino e Simone Stock che il principe ercole

78
g. nigrelli - La festa della Madonna del Carmelo patrona di Leonforte, Leonforte, 1991.

61
con il Comitato Cittadino avevano fatto realizzare dallo scultore gaspare
Lo giudice di Lipari e che fu contestata dai tradizionalisti, legati all’ico-
nografia antica. Parecchi anni dopo Clero ed Amministratori troveranno
l’accordo sullo spostamento al 16 agosto che, per ironia della sorte, spo-
desterà della sua festa liturgica proprio quel San rocco che il Principe
fondatore prefigurava come patrono di Leonforte, ma il cui culto non
aveva mai appassionato la devozione popolare79.
Ma certamente l’amarezza più grande del principe ercole riguardò la
Panneria che con tanto entusiasmo aveva impiantato all’interno del Pa-
lazzo80 e attrezzato con sei telai per la lavorazione completa di panni di
lana neri e blu (cardatura all’olandese, filatura, tessitura e tintoria). Per
alcuni anni la fabbrica fu molto attiva, anche perché poté avvalersi del-
l’abilissimo tintore domenico Bonomolo «fornito delle necessarie co-
gnizioni, frutto di studio fatto in Firenze, ove spedito dall’amabile nostro
sovrano si perfezionò nell’arte81». Purtroppo, però, fu costretta a sospen-
dere l’attività a causa delle continue perdite di gestione, in parte causate
dalle difficoltà di mercato per panni di media finezza quali erano quelli
prodotti dal lanificio leonfortese, ma soprattutto perché vi si usava pa-
gare salari fissi indipendenti dalla produttività dei singoli lavoratori, il
che favorì il lassismo e non produsse l’impegno qualificato che era ne-
cessario.
in realtà il figlio giuseppe, destinato a succedergli, aveva un piano
per rilanciare l’importantissima industria, ma rimase inascoltato perché,
sebbene vecchio ed impossibilitato a muoversi da Palermo, il principe
ercole mantenne saldamente nelle sue mani il governo di Leonforte fino
alla morte, avvenuta, all’età di 91 anni, il 17 aprile del 1780 a Palermo.
Come da disposizione testamentaria, il suo corpo fu portato a Leon-
forte per essere seppellito accanto all’adorata moglie nella Chiesa del
Collegio di Maria, dopo gli onori resi per tre giorni da tutto il popolo
leonfortese, fortemente addolorato, e le onoranze funebri solenni cele-
brate in Matrice.
Purtroppo l’ingratitudine dei Leonfortesi lo colpì anche nella tomba,
infatti, il bellissimo, ma ingombrante, monumento sepolcrale, fu lasciato
deperire fino a che, con grande superficialità, per acquistare spazio fu
79
La prova più evidente è l’inesistenza del nome rocco o rocca sui nostri registri anagrafici.
80
in quei magazzini prospicienti la Villetta Comunale che per tanti anni furono utilizzati dal fioraio don Cruci
Parisi.
81
tutte le notizie sulla Panneria sono tratte da: M.A. Averna - Dissertazione economica-politica sul lanificio di
Sicilia in Saggi di dissertazioni dell'Accademia palermitana del Buon gusto, vol. ii, Palermo 1800.

62
distrutto del tutto in quel tristissimo periodo, a partire dalla metà degli
anni ’50, in cui nelle Chiese, nel Paese e nelle case private si fece scem-
pio di gran parte del nostro patrimonio storico, antropologico ed arti-
stico.
Per quanto riguarda i resti dei Principi ho raccolto due versioni con-
trastanti: un’anziana frequentatrice del Collegio ricorda che tutte le ossa
ritrovare nella sacrestia e sotto il pavimento82 furono messe in una cas-
setta e portate nell’ossario del Cimitero; una vecchia suora, invece, ri-
peteva spesso di avere avuto raccontato che esse furono racchiuse in
un’intercapedine creata dietro l’altare del Crocifisso. in ogni caso nes-
suno pensò a lasciarne traccia, perlomeno con una targa.
non si può che concordare con la riflessione del filosofo greco Ari-
stotele che amaramente constatava: «La gratitudine è un sentimento che
invecchia presto».

82
Probabilmente risalenti al tempo della Batia che prevedeva il “sotterramento” del cadavere delle monache.

63
Giuseppe Branciforti (1725 -1806)
Quinto Principe di Leonforte

il secondo giuseppe Branciforti, che resse Leonforte per 26 anni, fu amante


degli abiti galanti, della parrucca e dei languidi minuetti, ma anche studioso
appassionato di economia e filosofia.
A lui si deve la riapertura della panneria e due tintorie, per la fornitura men-
sile alle truppe reali di 400 canne di panno bianco.
Per il resto lasciò generalmente Leonforte nelle mani dei gabelloti. Alla sua
morte gli succedette il figlio nicolò Placido iii.
64
giuSePPe BrAnCiForti
(1780 -1806)

g
iuseppe Branciforti nacque a Palermo nel 1725 da ercole Branci-
forti, Signore di Scordia e da Beatrice dei Branciforti, signori di
Barrafranca, Butera, Leonforte, Mazzarino, Militello, Pietraperzia,
raccuia e Santa Lucia.
Come sappiamo, la nascita di un maschietto in casa Branciforti era un
momento di grande soddisfazione, perché la famiglia era sempre sul filo
dell’estinzione. Per questo motivo la nascita del piccolo giuseppe riaccese
le speranze del nonno nicolò Placido ii e gli diede la spinta per intrapren-
dere la battaglia ereditaria in favore del genero ercole per il Principato di
Leonforte.
il secondo giuseppe Branciforti83, più simile al nonno materno che al
padre, è descritto come un perfetto figlio del Settecento, amante degli abiti
galanti, del farsetto, della parrucca e dei languidi minuetti, ma anche stu-
dioso appassionato di economia e Filosofia, tanto da essere citato nel nobi-
liario siciliano come “cavaliere scienziato del corpo nobile di Palermo”.
nel 1749 sposò la ricchissima cugina Stefania Valguarnera, figlia
di Francesco Saverio, Principe di Valguarnera e conte di Assoro
e di Agata Branciforti (sorella della mamma Beatrice) e da lei ebbe quattro
figli: Agata che sarà principessa di Camporeale, Anna che sarà principessa
di trabia, nicolò Placido ed emmanuele che saranno entrambi principi di
Leonforte.
La festa di nozze di giuseppe e Stefania - con sfarzi degni di una casa
reale, pranzi pantagruelici con tantissime portate e sontuose feste danzanti
fatte di inchini e passi scivolati - fu magnificata da molti cronisti.
Sullo stesso stile eccessivo, comune alla nobiltà palermitana del tempo, si
svolse quasi tutta la vita dei coniugi Branciforti e dei loro figli, presi nel
vortice di continue feste e nel lusso più esagerato.
giuseppe era catturato anche dai suoi studi e grazie alle competenze
acquisite in campo economico, egli aveva sviluppato alcune idee innova-
tive per le industrie di famiglia e in particolare per la Panneria di Leon-
forte che incontrava difficoltà di mercato e di organizzazione, ma il
principe ercole non si convinse della bontà delle proposte del figlio e pre-
ferì chiudere il lanificio.
83
in molti documenti egli viene indicato come giuseppe iii perché considerano come giuseppe i il padre del
fondatore.

65
Le idee innovative del giovane Branciforti erano, invece, molto apprez-
zate nella cerchia degli intellettuali progressisti palermitani che si riuniva
intorno alla figura di isidoro Bianchi84, impegnati in dotte conversazioni
sulla possibilità di migliorare le condizioni spirituali e materiali della società
siciliana, liberandola dai vincoli della tradizione e della superstizione. È
anche documentata la partecipazione del Branciforti come redattore del
“Giornale dei Letterati”, organo di critica letteraria che spesso diventava
critica politica.
giuseppe accettò, invece, senza entusiasmo le cariche di governatore
della nobile Confraternita della Pace, di Amministratore del Monte di Pietà
e di Senatore che gli erano dovute in quanto Branciforti.
nel 1757 il principe ercole gli trasferì la titolarità del Principato di Scor-
dia che egli governerà per circa 50 anni, guadagnandosi la stima e la devo-
zione dei sudditi, come accadde anche per gli abitanti della Baronia di
giardinelli di Valguarnera che egli comprò nel 1768 e per i Leonfortesi che
lo ebbero come quinto Principe a partire dal 15 settembre 1780.
L’investitura per il nostro Principato fu quasi una seccatura per giuseppe
Branciforti perché essa avvenne in un momento di grandi e significative
trasformazioni del mondo feudale che lo inducevano a non muoversi da Pa-
lermo.
dopo una fuggevole ricognizione dei beni, delle proprietà e della città,
accompagnato dal sagace Secreto don giovanni Capra, egli si rese conto
che le sue rendite erano legate fondamentalmente alle decime sul pascolo
delle greggi e sui terraggi demaniali, ormai notevolmente ridotte. dovette
constatare, infatti, che il controllo dei Mulini e di molti beni e diritti, per la
superficialità di suo nonno e per l’eccessiva generosità di suo padre, grada-
tamente aveva consentito ad alcuni gabelloti abili e scaltri di arricchirsi a
danno del Principe.
Pertanto, delegate le responsabilità delle sue proprietà allo stesso don
giovanni Capra e vidimato l’insediamento di un nuovo Consiglio Civico,
composto praticamente dai rappresentanti dei nuovi arricchiti, nel 1781 se
ne tornò a Palermo per immergersi totalmente nel clima di generale rinno-
vamento attuato dal viceré domenico Caracciolo con il quale collaborò, in-
sieme al gruppo dei suoi amici intellettuali, prospettandogli ipotesi di
riorganizzazione dell’economia rurale e proposte di emancipazione sociale
e civile anche delle classi subalterne.

84
Benedettino camaldolese di origine lombarda, pubblicista, scrittore e animatore della cultura illuminista siciliana.

66
Ma le riforme e le proposte fecero infuriare i Feudatari più intolleranti e
conservatori, che erano anche i più potenti, ed iniziò, così, una guerra più o
meno sotterranea contro il Viceré ed i nobili “rivoluzionari” che lo assecon-
davano.
intanto si susseguirono una serie di calamità naturali e politiche che sca-
tenarono la rabbia popolare: nel 1783 ci fu il più tragico disastro del XViii
sec. il terremoto di Messina e reggio, con immani distruzioni e oltre 50.000
morti e quindi spese straordinarie che comportarono nuove tasse; nel 1784
ci fu la carestia di grano, non grave come le precedenti, ma comunque ge-
neratrice di disordini e animosità; si ebbe, inoltre, il fallimento del Banco
Pubblico e del Monte di Pietà che costituivano gran parte del sistema cre-
ditizio e finanziario del regno e molta gente fu rovinata.
Sul finire del 1785, quando i potentati, attenti solo al tornaconto perso-
nale e forti del malumore popolare, avevano cambiato strategia, scegliendo
di cavalcare le riforme del Caracciolo a proprio vantaggio, accadde l’im-
prevedibile partenza per napoli del Viceré, chiamato a ricoprire l’incarico
di Primo Ministro e la sua sostituzione in Sicilia con Francesco d’Aquino
principe di Caramanico.
il nostro Principe, forse per avere più libertà di presenza a Palermo, nel
luglio del 1786, con atto di donazione, passò il Principato di Scordia e la
Baronia di giardinelli al ventiseienne figlio primogenito nicolò Placido che
fece nominare anche deputato del regno, ma tenne la titolarità di Leonforte
che considerava un punto strategico per gli eventi nefasti che si potevano
prospettare per lui e per i suoi amici “rivoluzionari” senza più la protezione
del Caracciolo.
invece il nuovo Viceré, sulla scia del suo predecessore, decretò l’aboli-
zione nelle campagne della servitù della gleba, delle angherie e delle servitù
personali e si lasciò coinvolgere in quella ventata di modernità in campo
economico e commerciale che gli prospettava la nobiltà “illuminata”. Ciò
rese furiosi i Baroni più retrivi soprattutto allorché nel 1789 il Viceré pre-
dispose la riduzione drastica della partecipazione dei nobili nella deputa-
zione del regno, cioè nel governo dell’isola. Ciò determinò la sua condanna
ed, infatti, l’8 gennaio 1795 morì avvelenato.
Per quel che ci è dato capire, la “plebe” leonfortese percepì flebilmente
tutti questi fermenti e del resto in quel fine secolo la maggior parte del po-
polo e della borghesia ovunque era ancora indifferente ad ogni azione poli-
tica e solo una piccola parte della classe intellettuale era in sintonia con gli
illuministi, ma in senso più teorico che pratico.
67
Sappiamo, invece, che a Leonforte arrivarono forti e chiare le idee sca-
turite dalla rivoluzione Francese del 1789, specialmente dopo che il giurista
palermitano di Blasi, reo di congiura per il tentativo di un governo repub-
blicano, fu giustiziato a Palermo nel 179585.
i fermenti rivoluzionari a Leonforte non tardarono a farsi strada fra gli
studenti delle Scuole Pie degli Scolopi, più suscettibili di entusiasmo, anche
se dovettero passare ancora un po’ di anni, prima che la volontà rivoluzio-
naria esplodesse in tutto il suo vigore.
intanto, dopo la morte per ghigliottina dei reali di Francia, la politica del
re di napoli e Sicilia Ferdinando iV e della sua consorte Maria Carolina,
sorella della decapitata Maria Antonietta, assunse un chiaro carattere anti-
francese, fino ad arrivare ad entrare in guerra contro napoleone che inflisse
una sonora sconfitta alle truppe borboniche.
in conseguenza di ciò, nel 1798 il re Ferdinando perse il regno di napoli
per cui, scortato dalla flotta inglese, arrivò a Palermo per risiedervi con la
propria corte, accolto tra gli altri, dal nostro principe giuseppe Branciforti
che immediatamente capì che la necessità di approvvigionare di vestiario
le truppe impegnate in guerra, gli consentiva la riapertura della fabbrica di
panni di lana di Leonforte che, anche se chiusa, era ancora ben attrezzata.
La storia della riapertura della panneria è dettagliatamente descritta nella
documentazione custodita nell’Archivio privato trabia di Palermo.
Apprendiamo così che il quinto Principe di Leonforte, grazie alle sue ade-
renze ed alla nomina di gentiluomo di Camera del figlio nicolò Placido,
ottenne dal re un mutuo che gli servì per riattivare l’opificio - con sei telai
e due tintorie, posti sotto la direzione del bolognese mastro giovan Battista
Montanari – e ottenne l’appalto per la fornitura mensile alla deputazione
di 400 canne di panno bianco (800 m circa).
Alcuni dei documenti della busta 928 attestano che i panni di Leonforte
riuscivano «di ottima qualità nella tessitura e ne’ colori, imitando le terze
sorti d’Inghilterra e le seconde di Germania … può dirsi che la sudetta fab-
brica è più meglio vantaggiata dal tempo che dal fu illustre principe don
Ercole padre era stata eretta».
nella stessa busta ritroviamo altre carte coeve che riportano, invece, che
alla prova dei fatti, i panni forniti dalla Panneria di Leonforte all’esercito
si rivelarono prive delle caratteristiche di qualità e di peso prescritte dai con-
tratti di appalto.

85
La sua vicenda è narrata da Leonardo Sciascia nel libro - Il consiglio d’Egitto, del 1963.

68
A noi non è dato entrare nel merito delle due discordanti versioni, sap-
piamo solo che la Panneria, certamente riorganizzata e migliorata, lavorò
a pieno ritmo per tanti anni ancora e che, all’atto della morte del Principe
giuseppe nel 1806, aveva dieci telai tutti operativi ed era il fiore all’oc-
chiello dell’industria tessile siciliana.
naturalmente il benessere procurato dalla riapertura della fabbrica, se-
condo la logica del vecchio detto “a ccu mi duna pani ‘u chiamu papà”,
fece molto apprezzare questo quinto Principe che, per il resto, non fece gran-
ché per Leonforte che lasciò totalmente nelle mani dei gabelloti.
egli era troppo preso dagli eventi palermitani anche se il re Ferdinando
continuava a pensare al regno perduto e preferiva i napoletani, non solo per
il governo, ma anche per le passeggiate in città.
e, infatti, nel 1802 il Borbone senza ripensamenti lasciò Palermo per tor-
nare a napoli, da dove, dopo la battaglia di Austerlitz, fu cacciato da gio-
acchino Murat e quindi tornò in Sicilia che nel frattempo era divenuta una
base bellica dell’inghilterra in guerra contro i Francesi.
Con la consueta boria servile, alcuni nobili armarono a loro spese un
esercito di 9.000 uomini (forse anche per dimostrare al re che erano ancora
dei piccoli sovrani!), ma, ciononostante, si creò un clima tesissimo per cui
gli aristocratici “conservatori”, già gelosi delle loro prerogative, e quelli “il-
luminati”, ormai delusi e mortificati, furono costretti a servire un re sempre
più succube degli inglesi, un po’ alleati e un po’ invasori, ed una regina
sempre più spadroneggiante che pretendeva, per i suoi cortigiani napoletani,
“alberghi” a spese delle casse statali.
Prima di vedere gli esiti di questo sfacelo, il vecchio principe giuseppe,
ormai ottantenne, l’8 maggio 1806 moriva, doppiamente deluso tanto dal
comportamento del re che si serviva dei Siciliani solo per i tentativi di ri-
conquista di napoli e tanto dalla condotta di parenti e amici che, guidati dal
Principe di Butera, suocero del figlio nicolò Placido, mettevano in atto un
insolente servilismo, molto lontano dalla sua assoluta lealtà.
Le più eminenti personalità leonfortesi furono presenti ai solenni funerali
del Principe a Palermo, mentre a Leonforte, con grande partecipazione di
popolo, si svolsero in Matrice imponenti onoranze di suffragio e si osser-
varono tre giorni di rigoroso lutto cittadino.

69
Due Principi in due anni dal 1806 al 1808

Nicolò Placido III (1761 – 1807) Emanuele (1763 – 1808)


Sesto Principe di Leonforte Settimo Principe di Leonforte

due fratelli, figli di genitori longevi, cresciuti nel lusso e nella magnificenza
della corte borbonica in una Palermo eccentrica, favolosa e un po’ fuori del
tempo, dove i Branciforti erano ancora famiglia predominante, ma accomu-
nati da ravvicinata morte prematura che non consentì loro di essere per Le-
onforte una presenza significativa.
70
niCoLò PLACido iii eMAnueLe
(1806 -1807) (1807 – 1808)

i
n due anni, dalla morte dell’ottantunenne quinto Principe nel 1806, fino
al 1808, il Principato di Leonforte ebbe il susseguirsi di due fratelli Bran-
ciforti, segnati dal comune destino di una morte prematura e ravvicinata
che non consentì loro d’essere influenti per Leonforte.
nicolò Placido iii ed emanuele nacquero, rispettivamente nel 1761 e nel
1763, da giuseppe dei Branciforti di Scordia e Leonforte e da Stefania dei
Principi Valguarnera. La nascita di questi due maschietti fu molto attesa in
casa Branciforti, poiché la famiglia era a rischio estinzione e c’era in ballo il
Principato di Leonforte che doveva, per forza, trasmettersi per primogenitura
maschile. Come abbiamo già detto, i due ragazzi crebbero nel lusso e nel vor-
tice di continue feste in cui, come dice il Pitrè «ogni piacere ed ogni sfrena-
tezza erano consentiti86», anche se, già negli anni della loro giovinezza, era
operativo un decreto regio che condannava “moralmente” lo spagnolismo e
prevedeva la moderazione del lusso. dalla scarna documentazione esistente,
possiamo dedurre che i due fratelli erano assolutamente diversi per carattere
e per interessi.
NIcolò PlacIDo, amante di smoderatezze e gozzoviglie di ogni genere,
aveva la tempra e la passione politica dei Branciforti ed anche il suo presti-
gioso matrimonio celebrato nel 1784 con la ricca cugina Caterina dei Branci-
forti di Pietraperzia e Butera, fu di stampo brancifortiano perché gli assicurò
maritali nomine, alla morte del suocero ercole, l’acquisizione dei numerosi
titoli della moglie fra cui quello prestigiosissimo di principe di Butera.
EmaNuElE, invece, era gracile e afflitto dalle conseguenze del diabete mellito
che gli procurava ulcere pruriginose. in realtà di emanuele Branciforti si sa po-
chissimo, forse perché era preso unicamente dai suoi studi di poesia, filosofia,
storia e diritto. Anche il suo matrimonio, celebrato quando aveva già compiuto
40 anni, fu assolutamente anomalo per casa Branciforti. il giovane emanuele,
proprio a causa dei suoi interessi culturali, frequentava spesso nel quartiere della
Kalsa il palazzo del famoso poeta, filosofo e giurista tommaso natale, marchese
di Monterosato, con il quale collaborava per la traduzione in versi sciolti del-
l’iliade di omero e finì con lo sposarne la figlia maggiore Beatrice, anche lei ap-
passionata di poesia e filosofia.
Certamente emanuele avrà avuto un feeling particolare con il padre giuseppe,
86
g. Pitrè - Palermo nel settecento, 1920 .

71
essendo accomunati dalla passione culturale, ma le soddisfazioni maggiori
alla famiglia vennero dall’intraprentende primogenito nicolò Placido a cui
nel 1786 il padre, dopo avergli assicurato lo strategico incarico di deputato
Perpetuo del regno, fece atto di donazione del Principato di Scordia e della
Baronia giardinelli di Valguarnera, che egli amministrò “a distanza”, non mo-
vendosi da Palermo, anche perché già in tutti i comuni feudali dell’isola era
stata molto sminuita la soggezione baronale.
nel 1788 la moglie Caterina diede alla luce una femminuccia,
Stefania, e, poiché rimase figlia unica, cominciarono le grandi
manovre per aggirare l’anacronistico obbligo della primogenitura maschile
a cui era legato ancora il Principato di Leonforte.
i nonni Branciforti, giuseppe, Principe di Leonforte ed ercole, Principe di
Butera, consultarono fior di notai e giuristi che studiarono una strategia per
consentire a Stefania di subentrare in tutte le Signorie paterne e materne e per
scongiurare l’estinzione anche di questo ramo della famiglia Branciforti. Si
pensò ad un matrimonio con un nobile che poteva vantare un legame agnatizio
con il fondatore di Leonforte, ripercorrendo un po’ l’esperienza dei bisnonni
ercole e Beatrice. nei quattro rami imparentati dei Branciforti non c’erano più
eredi maschi né scapoli né vedovi, per cui si pensò alla famiglia di Agata Lanza,
la madre del fondatore, e quindi al valente giovane giuseppe Lanza di trabia,
studioso di storia siciliana e presidente dell’Accademia di scienze, lettere e arti.
È naturale chiedersi perché non si tenne conto di emanuele che aveva titolo
per sé e per gli eventuali figli di subentrare come erede legittimo in linea ma-
schile?! date e circostanze autorizzano l’ipotesi che emanuele, quarantenne,
cagionevole di salute e senza alcuna propensione per il matrimonio, non fosse
interessato all’attività governativa. Fatto sta che il Principe giuseppe, con l’ap-
poggio del potentissimo consuocero ercole, Principe di Butera, che aveva
grande influenza sulla regina Carolina, ottenne per il figlio nicolò Placido
l’ambito titolo di Gentiluomo di Camera del Re allo scopo di agevolargli l’iter
per ottenere un regio decreto che unificasse le due famiglie Lanza e Branciforti.
il re, spinto dalla moglie, al momento del matrimonio di Stefania e giuseppe,
celebrato fastosamente nel 1805, consentì che essi assumessero e trasmettes-
sero il nome di Lanza Branciforte di Trabia.
Mentre già l’iter burocratico era avviato, a sorpresa arrivò l’annun-
zio del matrimonio di emanuele con Beatrice natale che rimesco-
lava le carte. il matrimonio - poco gradito alla famiglia per il fatto
che il padre della sposa aveva avuto più volte fastidi con il tribunale dell’in-
quisizione - fu celebrato alla fine del 1805, pochi mesi prima della morte del
72
principe giuseppe e, quindi, coincise con la successione di niCoLò PLACido
nel Principato di Leonforte. Quando arrivò anche la nascita del piccolo giu-
seppe a cui spettava la trasmissione del nostro Principato, nicolò Placido e Ca-
terina, sapendo che la figlia Stefania avrebbe potuto ereditare Butera e tutte le
altre Signorie, ma non Leonforte, persero ogni interesse per il nostro paese.
Per cui, allorché nell’agosto del 1807, a 46 anni, nicolò Placido morì, si con-
statò che, quel solo anno di “regno”, egli e la moglie lo avevano passato ad
alienare dal nostro paese beni ed attività.
immediatamente prese possesso del Principato di Leonforte il fratello eMA-
nueLe, ma la cosa non fu semplice a causa delle tante alterazioni perpetrate
dal fratello che egli non fu disposto a sottoscrivere, suscitando il livore del-
l’avida nipote Stefania alla quale non bastava avere i Principati di Scordia, Bu-
tera e Pietraperzia e quello di trabia, terra feudale dei Lanza alle porte di
termini imerese, pretendeva anche di impossessarsi in qualche modo di Le-
onforte, avanzando una serie di rivendicazioni di proprietà tra cui quella della
panneria che era la cosa più appetibile. Si arrivò in tribunale e, purtroppo, la
sentenza di sequestro delle attrezzature del lanificio a beneficio dei coniugi
Lanza Branciforti, coincise con l’improvvisa morte - per l’infezione di una
piaga legata al diabete mellito di cui soffriva - del quarantacinquenne principe
emanuele, nel novembre del 1808.
Leonforte rimase senza tutela perché il successore giuseppe aveva appena
due anni, la madre tutrice Beatrice natale era del tutto inesperta e disinteressata
ed il Principe del Cassero Francesco Statelli, indicato dal moribondo come co-
tutore del figlio, non aveva accettato l’incarico per i suoi troppi impegni politici.
non ci fu, dunque, nessuno interessato a bloccare il trasferimento della pan-
neria nel castello di trabia87 che provocava un impoverimento notevole per
l’economia leonfortese. Fu questa solo la prima delle tante calamità che se-
gnarono il nostro ottavo Principato. intanto, alla notizia della morte del principe
emanuele, gli avidi e cavillosi giuseppe e Stefania Lanza Branciforti si rivol-
sero alla regia Segreteria ed al Supremo tribunale di giustizia, contestando
la tutela del piccolo giuseppe alla sola madre ed avanzando pretese patrimo-
niali. La difesa della Principessa Beatrice fu sostenuta dal giurisperito Antonio
Maria Spinotto88 che riuscì a rintuzzare le contestazioni, ma dovette cedere su
alcune questioni patrimoniali. e così nel febbraio 1809 giuseppe divenne l’ot-
tavo Principe di Leonforte sotto la tutela materna.

87
dalla documentazione dell’Archivio privato trabia di Palermo possiamo desumere che la fabbrica non fu ben
gestita tanto che funzionò solo sino al settembre 1811 quando fu disattivata.
88
Biblioteca Comunale di Palermo — Ms. del sec. XViii, in-fog. 8Qq H 142, n. 8.

73
Giuseppe Branciforti (1806 - ?)
Ottavo Principe di Leonforte

Con quest’ottavo principe, in seguito alla Carta Costituzionale del 1812,


Leonforte cessò di essere un Principato e si estinse la famiglia Branciforti
del ramo a cui apparteneva il fondatore nicolò Placido.
il 14 novembre 1852 si concluse anche il possesso dei beni immobili, diritti
e privilegi di patronato dei Branciforti che furono venduti a giovan Calo-
gero Li destri conte di Bonsignore.
74
giuSePPe BrAnCiForti
(1809 -1812)

g
iuseppe, nato nel 1806 da emanuele dei Branciforti di Leonforte e
da Beatrice natale dei Marchesi di Monterosato, nel febbraio del
1809, a poco meno di tre anni, a causa della prematura morte del
padre, nonostante le contestazioni della cugina Stefania, divenne l’ottavo
Principe di Leonforte sotto la tutela della madre.
il Principato del piccolo giuseppe e della principessa Beatrice cominciò
con il già citato trasferimento nel castello di trabia dei 10 telai e di tutte le
attrezzature della panneria che comportava anche la rovina di tutto l’indotto
che, dai tempi del principe ercole, era stato vitale per l’economia di tante
famiglie leonfortesi ed a poco valse il fatto che dieci nostre esperte filatrici
fossero state chiamate ad insegnare il mestiere alle ragazze trabiesi.
Ancora la popolazione era allibita per il torto subito, allorché il 22 ottobre
di quell’infausto 1809 si ebbe la terribile ALLuVione che fu catastrofica
anche a causa “del venir meno dell’annuale pulitura delle condotte delle
opere di canalizzazione delle acque piovane del Cernigliere”, a cui aveva
provveduto il principe ercole, dopo l’altra tragica alluvione del 1740.
Pertanto, la notte del 22 ottobre, per un fortissimo temporale, l’acqua del
Cernigliere non poté confluire nelle grandi condutture, ormai otturate, e si
riversò a valle e sull’abitato come un enorme fiume di fango e massi che in
una sola notte provocò 132 morti.
L’immane distruzione in paese e in campagna interruppe all’improvviso
tutte le possibilità di lavoro perché alberi, vigneti, giardini e coltivazioni fu-
rono spiantati dalla piena e trascinati per via fluviale fin sotto Paternò, i Mu-
lini in gran parte danneggiati per le frane e così pure le attività industriali,
artigianali e commerciali con strutture ed attrezzature rese inservibili.
L’evento è raccontato con toni accorati nell’opuscoletto Ai posteri abi-
tanti in Leonforte pubblicato nel 1836 dall’avv. Michele nicoletti Ferreri89
che descrive anche il dopo alluvione in cui molti furono costretti ad “emi-
grare” e tanti a sopravvivere tra gli stenti perché Leonforte si trovò in con-
dizioni di assoluto abbandono, senza patrocinio di nessuno, con un Principe
di soli tre anni e la madre-tutrice, arroccata a Palermo ed indisponibile verso
le responsabilità amministrative.
Quindi l’inizio di quest’ottavo Principato fu un’enorme delusione per i
89
un avvocato di Pietraperzia, trasferitosi a Leonforte in seguito al matrimonio. Fu un eminente politico, un eccellente
Sindaco e, da uomo di cultura, nel 1836 lanciò l’idea della fondazione dell’attuale Circolo di Compagnia.

75
leonfortesi, soprattutto per i più anziani che ricordavano ancora i racconti
sulla fattiva presenza e sul sostegno del principe ercole nell’altra alluvione.
oltretutto, con le strade ridotte ad impraticabili dirupi, solo qualche mese
dopo l’Arciprete ed i giurati, grazie alla disponibilità di don rosario Carella,
riuscirono a spedire una lettera alla principessa Beatrice che si limitò a pre-
gare l’indaffaratissimo principe del Cassero di rappresentare al re la triste
situazione di Leonforte, per sollecitarne un intervento economico. Purtroppo
per i grandissimi problemi finanziari del re Ferdinando, per le sue dispen-
diosissime attività belliche e lo sfarzo della Corte, si dispose a stento che il
tribunale del regio Patrimonio finanziasse il necessario ripristino del Ca-
nale di gronda, mentre per tutte le altre opere urgenti e indispensabili: «il
guasto che apparteneva al barone per rifarsi a di lui spese e quello che ap-
parteneva al pubblico a rifarsi a spese del regio Erario, lasciando il di più
a carico e disposizione degli abitanti»90. Praticamente re Ferdinando se ne
lavò le mani e così pure la Principessa, solo il principe Statelli si adoperò
tanto e riuscì a far rientrare nelle spese a carico del regio Patrimonio, l’ag-
giunta della tagghiata del Canale di gronda e di un bastiuni nel vallone sud,
opere idrauliche tecnicamente all’avanguardia, costruite dalla ditta zerbo
di Palermo.
Fortunatamente, alcuni sensibili “benestanti”, il clero, i confrati e le
suore, sebbene anch’essi privati di tante cose, aiutarono molte famiglie di-
sastrate e soprattutto si adoperarono per smuovere le sopite coscienze della
“cattolicissima” nobiltà terriera che, pur avendo subito danni dall’alluvione,
manteneva una certa solidità economica che difendeva a denti stretti, in
barba al precetto evangelico della carità.
A dispetto di tutto, dunque, tra gli stenti, senza programmazione e spesso
sotto le angherie dei gabelloti del Branciforti, si riprese a lavorare e rico-
minciò la ricostruzione del paese.
Ma nel 1812, quando i Leonfortesi non avevano ancora conosciuto il loro
principino giuseppe che compiva sei anni, arrivò la notizia lieta, ma al
tempo stesso frastornante, dell’abolizione dei diritti feudali che, grazie alla
CoStituzione, approvata dal Parlamento il 19 luglio 1812 e firmata malvo-
lentieri dal re Ferdinando il 10 agosto, decretava la Fine deL PrinCiPAto
anche a Leonforte.

90 g. Mazzola - op. cit., pag. 223.

76
iL PoSSeSSo FeudALe Si trASForMA in ProPrietà PriVAtA

A
Leonforte, come in tutta la Sicilia, in virtù dell’articolo Xi della
nuova Costituzione che dichiarava cessate le giurisdizioni baronali,
all’istante i vassalli diventarono liberi cittadini e l’amministrazione
della città passò a quattro Magistrati Municipali, in attesa dell’entrata in
vigore dei regolamenti sull’assetto della Pubblica Amministrazione.
in realtà chi ci guadagnò furono proprio i feudatari che persero si i diritti
feudali sulla giurisdizione amministrativa, ma divennero proprietari delle
terre demaniali e vennero esentati da ogni obbligo civico, dagli oneri fiscali
e da ogni altro peso inerente ai feudi, conservando titoli e onorificenze.
Quindi giuseppe Branciforti restò Principe di Leonforte, ma non ebbe
più gli oneri del Principato, il che ebbe conseguenze devastanti sulle classi
più deboli perché i quattro Magistrati Municipali governarono assoluta-
mente senza direttive e la prepotenza divenne regola di vita fino al 1818 al-
lorchè entrò in vigore la riForMA deLLA PuBBLiCA AMMiniStrAzione
SiCiLiAnA.
La Riforma assegnò Leonforte alla provincia di Catania e al distretto di
nicosia come “Comune capo-circondario”, governato da circa 30 Decu-
rioni, nominati sulla base di liste dei cosiddetti “eligibili”91, formate dai fa-
coltosi con una rendita annua di almeno 90 ducati e dai professionisti più
prestigiosi e presieduto dal sindaco Salvatore Bonsignore Guli, scelto dal-
l’intendente sulla base di una terna di nomi proposti dai decurioni. L’am-
ministrazione del Bonsignore, però, non cominciò sotto i migliori auspici
perché nel dicembre del 1819 il violento terremoto, che colpì gran parte
della Sicilia, in paese lesionò case ed alcuni edifici tra cui la Chiesa di
Sant’Antonio delle Scuole Pie e, poiché il Sindaco non seppe reperire i soldi
per il ripristino, suscitò i malumori di tutta la popolazione.
ufficialmente per seguire l’iter della Riforma a Leonforte, ma in realtà
per tutelare i suoi interessi nel riscatto di vincoli feudali e censi, la princi-
pessa Beatrice nominò come proprio procuratore generale il giovane giu-
reconsulto tommaso Bonelli, allievo prediletto del padre tommaso natale,
morto nel 1813.
Ma, allorché il Bonelli riferì che le proprietà dei Branciforti necessita-
vano di intraprendere contenziosi con i gabelloti e con il decurionato e so-

91
in tutti i documenti dell’epoca il termine, essendo mutuato dal latino eligere, si trova scritto con una sola g.

77
prattutto di un certo impegno economico per le necessarie ristrutturazioni,
la natale non fu disponibile a sborsare nulla per Leonforte.
intanto il nostro piccolo Principe cresceva in una Palermo in cui si pro-
pagava il malumore contro il re che si occupava solo di napoli, trascurando
ed umiliando la Sicilia. Così egli, che ebbe come amico d’infanzia Michele
Amari - che sarà un grandissimo patriota e fervente mazziniano - fu coin-
volto, a dispetto dell’autoritarismo della madre e del suo carattere debole,
nel malcontento antiborbonico che si configurò, grazie alla penetrazione
della Carboneria, nei moti popolari del 1820 che scatenarono la reazione
borbonica con aspre limitazioni alla libertà di associazione.
Anche a Leonforte, inizialmente molto fiaccamente come ovunque in Si-
cilia, ma poi con sempre maggiore vitalità, si prese parte ai movimenti ri-
voltosi di matrice carbonara che chiedevano una nuova Costituzione sul
modello spagnolo. in seguito al diffondersi di adunanze segrete antiborbo-
niche di un gruppo di giovanissimi studenti, il secondo Sindaco don gaetano
Vanadia (1821 - 1822), alla luce del regio decreto del 25 aprile 1821, do-
vette istituire la Guardia Civica che, per la verità, non riuscì a frenare la vo-
glia di contrastare lo strapotere dei Borboni e, anzi, continuarono ad essere
pianificate attività sovversive in pseudo assemblee religiose che vedevano
la partecipazione anche di una parte del clero.
nel 1828, per contrastare il monopolio dei Mulini, ormai in mano a gente
senza scrupoli, fu redatto un progetto per l’edificazione di un Mulino Co-
munale sotto la granfonte che, naturalmente trovò la ferma opposizione del
Bonelli, per conto del principe giuseppe che, sebbene ormai affrancato dalla
tutela minorile, lasciava tutto nelle mani della madre. Si arrivò in tribunale
dove si sostenne che la costruzione avrebbe alterato il corso delle acque ed
il percorso della strada verso i Mulini dei Branciforti e la causa dissanguò
le casse comunali, senza alcun risultato.
Qual era la situazione economica del nostro paese in quel momento pos-
siamo dedurlo dal Diario di John Henry Newman, famoso teologo anglicano
che, ammalatosi durante il suo viaggio in Sicilia, il 2 maggio 1833 dovette
fermarsi a Leonforte e questa sosta forzata di tre giorni si trasformò in una
tappa importante del suo pellegrinaggio interiore perché newman “qui” vide
nel più profondo della sua anima e “qui” ebbe la luce della conversione,
non tanto e non solo al cattolicesimo, ma soprattutto a quella vita autenti-
camente illuminata che lo porterà verso un cammino di santità che que-
st’anno sarà sancito ufficialmente con la sua beatificazione.
dal Diario di newman apprendiamo, intanto, che nella campagna attorno
78
a Leonforte i contadini vivevano in miserabili casupole ed erano poveris-
simi, ma buoni, religiosi, compassionevoli e molto generosi. Veniamo a sa-
pere, inoltre, che Leonforte era ancora crocevia di grosso transito e aveva
almeno due Locande nella zona della Piazza rotonda, una di seconda cate-
goria, molto dimessa sopra un Fondaco e l’altra di prima categoria, più con-
fortevole e signorile. Apprendiamo anche che «non vi erano botteghe, tanto
meno una farmacia»92, ma la gente teneva in casa tanti rimedi naturali che
erano, poi, i rimedi prescritti dal medico che lo visitò. dalla cronaca del suo
delirio capiamo, infine, che le vie attorno alla Locanda dei signori rimbom-
bavano del lamentoso borbottio dei mendicanti, mentre, per converso, la
Piazza e la via del Cassero echeggiavano della musica festosa di suonatori
girovaghi e del via vai di tante carrozze signorili. Quello, infatti, era il pe-
riodo dei forti contrasti sociali, figli del malgoverno borbonico, che a Leon-
forte erano acuiti dalla gestione del Sindaco giuseppe gussio, fortemente
condizionato da un decurionato di avidi borghesi che agivano esclusiva-
mente in funzione dei propri interessi.
il newman descrive, come ho detto, una confusione di voci in parte la-
mentose e monotone, in parte basse e bisbigliate che lo infastidivano parec-
chio nel suo stato febbrile. Certamente il vocio flebile, lamentoso e
monotono, è attribuibile a mendicanti e a gente che pregava. invece, le voci
basse e bisbigliate - visti i tempi, conoscendo la passione politica dei Leon-
fortesi in ogni tempo e circostanza e ripensando alla funzione sociale e po-
litica che da noi ha da sempre ‘a chiazza - poteva trattarsi proprio di
“bisbigliate” discussioni di piazza sugli argomenti “proibiti” addotti da al-
cuni giovani paesani, allievi del notissimo padre Antonio Cangemi del
terz’ordine di San Francesco, che, in quel clima di iniquità, diedero vita
ad una vivacissima sotterranea propaganda antiborbonica che eccitava gli
animi esasperati dei leonfortesi e dei loro vicini.
La situazione si aggravò nel 1835 quando la principessa Beatrice indusse
il figlio giuseppe, senza coinvolgere i decurioni ed il sindaco nicoletti Fer-
reri, a vendere ad un avido e spregiudicato commerciante ed armatore di
Canicattì, residente a Palermo, il neo barone Gabriele Chiaramonte Bordo-
naro, sei Mulini93 che divennero una sorta di continuo taglieggiamento in
danno dei leonfortesi più poveri.
Le intolleranze assunsero massima violenza nell’estate del 1837 quando,
92
Le pagine del diario che riguardano Leonforte, sono riportate negli Atti del Simposio del 13 maggio 1990,
stampati nel 1997 dal Comune di Leonforte, e nel 6° “Quaderno” della Biblioteca J.H. Newman - Sulla via di Le-
onforte la luce, entrambi a cura del Settore Cultura e di P. Pappalardo.
93
in atti del notaio Michele Maria tamaio di Palermo – rep. 17, atto del 10 gennaio 1835.
79
alla rabbia si sovrappose il terrore per il diffondersi di una pandemia di co-
lera che a Leonforte causò solo una decina di morti, ma innescò ugualmente
la caccia ai probabili “avvelenatori” che spargevano sostanze venefiche
nell’aria e nell’acqua. il diffuso sentimento antiborbonico costituì un terreno
propizio ad accogliere l’ipotesi fantasiosa che agissero «su disposizione del
Re Bomba» e ciò dirottò le ostilità dei popolani sul Sindaco Michele nico-
letti Ferreri, gli impiegati pubblici, i gendarmi, gli esattori delle imposte,
ecc. ne nacque una sommossa così violenta che per sedarla fu necessario
ricorrere alle specializzate forze dell’ordine di Messina. La repressione fu
severissima, ma ebbe il solo effetto di esagitare ancora di più gli animi e
costituire il terreno favorevole per la penetrazione della Carboneria e della
Massoneria.
in quello stesso periodo il principe giuseppe che non aveva mai mostrato
alcun interesse per Leonforte, cominciò ad essere presente a Palazzo proprio
a motivo della sua fede liberale antiborbonica ed al suo coinvolgimento ne
Il Giornale Patriottico di Palermo, fondato nel 1814 da giovanni Aceto, di
origine ennese, che gli aveva fatto conoscere uno dei più “forsennati” allievi
di padre Cangemi, gaetano graziano che, andato a Palermo per completare
i propri studi, si era legato di amicizia con il Crispi ed altri ardimentosi pro-
tagonisti di tanti atti di rivolta, volti a chiedere la Costituzione.
il Branciforti, che venne a Leonforte con sua moglie, la tedesca Carlotta
Kirchheim, rampolla di una nota famiglia di albergatori filona-
poleonici di Amburgo trapiantati a Parigi, inizialmente si scontrò
con l’ostilità popolare verso il “padrone”, l’inevitabile diffidenza dei suoi
arroganti e disonesti gabelloti e l’astio del decurionato e del Sindaco per
la vendita inaspettata dei sei Mulini e per la vertenza per la costruzione del
Mulino comunale, ma presto conobbe alcuni spiriti liberali, pronti alla ri-
volta, che gli chiesero di essere la loro guida.
il coordinamento dei Moti rivoluzionari allettava molto il giovane e così
accettò la proposta che gli fu rinnovata dal prete Alfonso Capra dopo l’ar-
resto di padre Cangemi, diego Franco e Benedetto Chisari, perché autori
di libretti propagandistici antiborbonici. Si costituì, così, un CoMitAto Per
L’indiPendenzA SiCiLiAnA in stretto contatto con l’ammiraglio ruggero Set-
timo che da Caltanissetta, dove risiedeva, stava organizzando la rivoluzione
d’indipendenza della Sicilia.
Malgrado questo clima agitato, dal punto di vista economico in paese le
cose cominciarono a migliorare e lentamente in un ventennio, con il contri-
buto fattivo dell’intera popolazione e con la disponibilità di pochissimi bor-
80
ghesi benestanti94, s’incrementò il lavoro agricolo e artigianale e si favorì il
potenziamento dell’attività estrattiva nella miniera di Faccialavata – ‘a sur-
fara – dove potevano lavorare un centinaio di zolfatai.
il segno della rinata economia si ebbe con la ripresa delle attività della
seicentesca Conceria di pelli, gestita in enfiteusi dal barone Carella e con
l’inaugurazione nel 1841 della Filanda, una moderna fabbrica di tessuti di
cotone, del barone giovanni grasso che diede lavoro a oltre un centinaio di
uomini e donne e funa delle più efficienti della Sicilia che « aveva il van-
taggio d’essere più prossima ai maggiori centri di smercio del filato»95.
nei momenti più gravi erano tornate utili anche le abilità nei lavori fem-
minili acquisite nel Collegio di Maria da tante ragazze che, grazie alle com-
messe ottenute tramite le Suore Collegine, con la loro operosità e creatività
si erano adoperate per arrotondare i magri bilanci familiari.
e che l’economia riprese ne troviamo una riprova nel resoconto del breve
soggiorno a Leonforte nel 1841 del francese Maria Luigi Andrea Claudio
di Marcellus che ci parla di una città operosa e feconda, di un’agricoltura
florida “moderna” ma rispettosa al tempo stesso delle tecniche tradizionali
e di un fiorente commercio di arance con «le province unite dell’America»,
malgrado la mancata riattivazione delle strade e l’oppressione del sistema
fiscale borbonico96.
intanto il sentimento antiborbonico si allargava sempre più e seguitavano
ad essere pianificate contenute attività sovversive da parte del Comitato
per l’indipendenza della Sicilia, composto dalle migliori intelligenze locali
orchestrate da giovan Calogero Li destri, conte di Bonsignore97.
Le prove più consistenti di patriottismo si ebbero nel 1847 quando, in
conseguenza del fatto che il graziano, in una serata di gala al teatro reale
di Palermo, aveva sventolato dal loggione una bandiera tricolore, simbolo
eminentemente rivoluzionario, ed era fuggito, si erano scatenate le indagini
della terribile polizia borbonica che puntarono su Leonforte, assillando e
soffocando tutta la popolazione.
Allorché nel settembre del 1847 si ebbero i primi sentori di moti rivolu-
zionari organizzati a Palermo da ruggero Settimo, Leonforte fu sollecita a
costituire un CoMitAto riVoLuzionArio sotto la presidenza del Principe

94
La gran parte della borghesia locale, invece, ne approfittò per sfruttare al massimo la cospicua manovalanza
a disposizione, senza reinvestire in paese.
95
orazio Cancila - Storia dell'industria in Sicilia, 1995.
96
g. nigrelli - Una giornata a Leonforte di un francese dell’800. in AA.VV. Premio Letterario Leonfortese 1988.
97
ricco possidente terriero che, avendo sposato l’unica figlia del conte Salvatore guli Bonsignore, acquisì il ti-
tolo di Conte di Bonsignore.

81
giuseppe che si trovò pronto, il 24 gennaio 1848, a far sventolare dal Pa-
lazzo la bandiera tricolore italiana con la scritta “Giovine Guardia di Leon-
forte” ricamata “clandestinamente” dalle Suore Collegine, su richiesta del
loro grande amico e benefattore il conte giovan Calogero Li destri Bonsi-
gnore che fu l’anima della rivolta e l’estensore della lettera di accompa-
gnamento dell’invio di 300 onze e un notevole quantitativo di munizioni
al Comitato generale del Vallo di Messina, che diceva tra l’altro:
«la Comune di Leonforte, appena seppesi che il grido di libertà erasi alzato
nella magnanima Palermo, rispose la prima dopo Trapani e Girgenti. I tre
colori, preparati fin dal 1° settembre, si spiegarono orgogliosi la mattina
del 24 gennaro»98.
indicativa del clima generale che si respirava a Leonforte e dello stato
d’animo del Principe giuseppe verso i Leonfortesi, è la lettera99 che egli
scrisse qualche giorno dopo all’amico ruggero Settimo, presidente del Co-
mitato generale rivoluzionario.
Leonforte lì 30 gennaro del 1848.
SIGNOR PRESIDENTE
In prosieguo al mio rapporto del 26 cadente, … sento ora io il bisogno
d’esternare al Comitato Generale vieppiù il vivo entusiasmo, la esultanza
la più brillante, la fermezza la più invitta, la sublime moderazione, e la re-
golarità la più coordinata, di cui è stato, ed è in ogni momento questo po-
polo animato….
1. Lionforte l’unico dei paesi di queste vicine Provincie, fu il primo che
sprezzò i timori, le perplessità, e le voci che correvano per ogni dove; Lion-
forte non provò la menoma paura alle combinate notizie, che lettere diffon-
devano da Catania sull’arrivo, e sull’aspettativa di numerose truppe;
Lionforte sprezzando le allarmanti voci, i pavidi consigli dei Comuni vicini,
in un atomo la mattina del 24 corrente ( giorno memorabile e glorioso per
Lionforte) accoglie con entusiasmo, che non ha pari, il vessillo della rige-
nerazione, l’adora, l’innalbera al pubblico, lo porta in trionfo in tutte le
strade del paese, e cantato l’inno Ambrosiano al Dìo proteggitore della li-
bertà Siciliana, lo lascia esposto alla pubblica gioja, e venerazione; ammi-
rabile si fu in questo giorno il mantenimento dell’ordine. Un sol gendarme
di fanteria spinto da quell’impeto imprudente, e scellerato, che soleva essere

98
e quella bandiera con su ricamato Giovine Guardia di Leonforte è esposta ancora oggi nel Museo del risorgi-
mento di napoli.
99
La lettera, pubblicata in Ruggero Settimo e la Sicilia - Documenti della insurrezione siciliana del 1848, è stata
cortesemente messa a mia disposizione dal dott. giovanni trovati dell’azienda Samperi.

82
uno dei caratteri infami della distrutta polizia, osò, tentò far resistenza alla
ìnalberazione del vessillo rigenerativo, e restò vittima dello entusiasmo po-
polare. Nel dipiù le cose furono perfettamente tranquille, e brillava soltanto
la gioja, ed il riso di tutti gli aspetti. Non si limitò qui il generoso cuore del
popolo. Piantata in questa la bandiera tricolore, Lionforte è andato ad inal-
berarla, coi tripudii, che non han pari, nei Comuni controscritti, ed i citta-
dini al margine meritano per questo affare gli applausi i più sentiti, mentre
essi altamente corrisposero al santo scopo, che forse poteva venire frastor-
nato sul momento.
Immediatamente venne costituito un Comitato di cittadini probi, ed onesti,
e … si è ripartito in tre comitati parziali; cioè, uno di guerra colle funzioni
di comitato centrale, il secondo d’amministrazione civile, e l’ ultimo di po-
lizia.
Ebbe la compiacenza il comitato destinare me da presidente anche in
tale Comitato parziario coi componenti, signor Conte Bonsignore vice
presidente, signor Ignazio Mazzocca, signor Giovanni Longo Sarda, si-
gnor Domenico Pandolfo, signor Francesco Chillè, signor Filippo Va-
nadia, signor Antonio Nicoletti, e padre Antonio Cangemi segretario.
Il secondo sull’ ammin. civile è composto dal presidente sig. Antonino
Capra, sig. Paolo Oglialoro, sig. Antonino Gennaro, sig. Giovanni
Longo Chillè, signor Giovan Battista Trovati, sig. Gaetano Mancuso,
sig. Giuseppe Rinaldi segretario.
L’ultimo venne costituito col presidente signor Gaetano Randazzo, si-
gnor Nicolò Borzi, signor Pietro Castro, signor Gaetano Oglialoro, il
comandante la forza signor Giuseppe Trifolino Branciforte, e signor
Carmelo Dulzetto segretario. È delle incombenze di questo Comitato
prevenire i reati, scuoprire le trame che forse potrebbero sorgere contro
l’ordine attuale dello cose.
… Inalberato il vessillo della rigenerazione, i gendarmi a cavallo de-
posero spontaneamente le armi, circostanza che suggellò la loro passata
condotta non mai odiosa ai cittadini. Non così fu il contegno dei gen-
darmi a piedi: caduto ucciso il gendarme di sopra espresso, così sola-
mente si arresero gli altri due che vi erano , e che avevano avuta la
temerità di resistere. Generoso sempre il popolo di Lionforte fa gli uni
e gli altri prigionieri, li tratta come fratelli, e trovansi in tal modo, in
cui staranno finché cotesto illustre Comitato Generale mi farà giungere
le sue determinazioni.
3. Giovami rassegnare al comitato Generale che il patrimonio comunale
83
di Lionforte viene costituito di poche onze di censi, e dazi civici, i quali
servono pel mantenimento dell’amministrazione comunale. Il dazio
regio sul macino dal dì dello insorgimento non è stato più esatto, ed il
Comitato non ha creduto opporsi mentre riguarda nella sua maggio-
ranza il popolo minuto. Così si è formato un popolo intero; così ne è
nata una mente sola; così un cuore solo, e un braccio solo è disposto a
battersi per la salvezza della Patria.
Prego quindi il comitato Generale ad ordinare l’occorrente, additando
i fondi da dove ritrarsi i mezzi per occorrere alle spese pel manteni-
mento della forza assoldata, per la munizione… nella intelligenza che
finora ha fatto fronte la generosità dei buoni cittadini.
… Lionforte, uniforme sempre a se stesso, lieto, giulivo, e fermo, rende
grazie ed inni di sempiterna laude all’invitto braccio di Palermo, che
solo direm così gloriosamente sostiene la causa comune; offre al Comi-
tato Generale cento giovani che son pronti marciare pel sostegno della
Patria, ed esporre le loro vite per Palermo laddove il bisogno lo richie-
derà, e spedisce il segretario del Comitato presidente Cangemi seria-
mente deputandolo porgitore del presente, onde venissero meglio
interpetrati i voti del Gomitato Generale e fossero ricevute norme in-
falllibili, e regolatrici.
Il presidente
Principe di Lionforti.
I Comuni soprannotati sono: Castrogiovanni,
Assaro, Nissoria, S. Filippo di Aggira, Regalbuto

da altre lettere apprendiamo che tra i primi atti presi dal Comitato
rivoluzionario vi furono la soppressione dei dazi, la vigilanza dell’an-
nona con l’obbligo ai ricchi proprietari della consegna di frumento in
esubero da distribuire ai più poveri, la riduzione dell’imposta sul ma-
cinato, ecc.
dalle lettere si percepisce l’orgoglio del Principe per gli studenti
universitari che, sotto la guida del giovanissimo sacerdote scolopio le-
onfortese Melchiorre galeotti, tenevano comizi in tutta l’isola per spin-
gere le popolazioni all’azione antiborbonica.
La Sicilia visse solo per sedici mesi come stato indipendente, perché
il 15 maggio del 1849 l’esercito borbonico riprese con la violenza il
pieno controllo dell’isola e per tanti eroici rivoluzionari e dissidenti,
circa duemila persone, si prospettò da subito il carcere duro o l’esilio
84
per cui chi poté, preferì rifugiarsi all’estero da uomo libero ed in uno
stato amico, come fecero ruggero Settimo, Mariano Stabile ecc.
Purtroppo, avendo notizia delle spietate repressioni a Messina e a
Catania, all’annuncio dell’arrivo a Leonforte delle truppe del generale
borbonico nunziante, molti “rivoluzionari” leonfortesi si allarmarono
e ritennero più conveniente rispolverare l’antica fedeltà ai Borboni,
costituendo con subdola ostentazione un anti-comitato presieduto dal
Sindaco barone Antonino Capra Corvaia che, però, fu costretto a soc-
combere in conseguenza dei tumulti scoppiati la notte del 15 aprile che
causarono la morte di quattro giovani patrioti. Forse anche per questa
delusione, ma soprattutto per l’urgenza di trasferirsi all’estero, senten-
dosi braccato dai Borbonici che lo avevano inserito nella lista dei tra-
ditori, nel 1852 giuseppe Branciforti, ottavo e ultimo Principe di
Leonforte, decise “fulmineamente” di fuggire a Parigi, assecondando,
così, anche il desiderio della moglie, la cui famiglia si era trasferita a
Parigi nel 1842, allorché un incendio aveva distrutto il loro più impor-
tante albergo nella parte antica di Amburgo dove 20.000 persone erano
rimaste senza tetto.
Per racimolare denaro, il Branciforti vendette quanto gli rimaneva
delle sue proprietà leonfortesi a Calogero Li destri conte di Bonsi-
gnore che era stato al suo fianco nell’iniziativa antiborbonica.
La prova che la sua non fu quella superficiale voglia di trasferirsi
a Parigi che traspare nel libro del Mazzola, ma fu, piuttosto, una fuga
precipitosa per sentore di condanna, la ritrovo nel fatto che egli è nella
lista dei rivoltosi graziati nel 1859 dal nuovo re delle due Sicilia Fran-
cesco ii.

Decreto di rimpatrio pe’ sudditi emigrati.


Francesco II, etc. — Volendo in occasione della Nostra Ascensione al
Trono far degni di Nostra Sovrana Indulgenza i Nostri sudditi che si tro-
vano allo straniero per la condotta da essi serbata nei politici sconvol-
gimenti degli anni 1848 e 1849; — Abbiamo risoluto di decretare e
decretiamo quanto segue:
Art. 1. — E’ permesso di poter rimpatriare ai nostri sudditi emigrati allo
straniero qui appresso indicati, cioè:
Paolo Amari, Giuseppe Arnoldi, Giuseppe Ayala, Diego Arancio, Pietro
Alella, Gregorio Amò, Luigi Basile sacerdote, Antonio Bruno, Michele
Bottari, Pietro Bongiorno, Antonino Bonconsiglio, Antonino Bonaccorsi,
85
Felice Bonaccorsi ingegniere, Giuseppe Branciforte principe di Leon-
forte, ….
Capodimonte, 16 giugno 1859.

Per cui se ci fu una grazia, ci sarà stata una condanna.


nulla sappiamo della sua vita a Parigi100 se non che vi morì in età
molto avanzata. essendo senza figli né fratelli, con lui si estinse il ramo
dei Branciforti principi di Leonforte.

100
Probabilmente si sarà ricongiunto con il suo amico Michele Amari che vi era stato esiliato nel 1843, a seguito
della pubblicazione della sua opera La Guerra del Vespro e poi vi era ritornato nel 1850 per divulgare le idee
mazziniane.

86
… MA LA StoriA ContinuA

e
ssendo giuseppe Branciforti senza figli, alla sua morte il titolo, che
ormai era solo il suggello della nobiltà avita, passò al primogenito
“maschio” dell’unica famiglia erede dei Branciforte di Leonforte e
cioè quella di giuseppe Lanza di trabia e Stefania Branciforti, figlia del
nostro sesto Principe, che, con decreto regio avevano ottenuto di trasmettere
ai loro eredi il cognome Lanza Branciforti.
L’ultimo erede maschio di questa famiglia fu Pietro Lanza Branciforti
(1862 – 1929) che ebbe il titolo di Principe di Leonforte e sposò giulia Flo-
rio. Quando rimase senza eredi maschi, essendo morti eroicamente durante
la i guerra Mondiale i figli ignazio e Manfredi, e, subito dopo, per malattia
il primogenito giuseppe, il Principe con decr. Min. del 20-11-1927 ottenne
che la figlia Sofia Lanza Branciforti di trabia, sposata con gian giacomo
Borghese, potesse ereditare il titolo di Principe di Leonforte.
Così, dalla morte del padre nel 1929, Sofia tenne il titolo per 55 anni, a
partire dal periodo del regime fascista in cui i titoli persero ogni privilegio,
tranne quello di avere ruoli e precedenze a Corte. in virtù di ciò, la princi-
pessa Sofia a roma fu dama di Palazzo della regina elena.
nel 1946, terminata la ii guerra Mondiale, l’italia divenne “repubblica”
e l’anno dopo si diede la Costituzione che nella disposizione transitoria n.
XiV prevedeva che i titoli esistenti prima del 28 ottobre 1922 (Marcia su
roma) potevano essere conservati, se aggiunti, come parte del nome di fa-
miglia, con specifica sentenza di cognomizzazione.
Così “Principe di Leonforte” diventò parte del cognome della Principessa
e dei suoi eredi.
Alla morte di Sofia, nel 1984, essendosi definitivamente estinte sia la fa-
miglia Branciforti che quella dei Lanza Branciforti di trabia, il titolo passò
al sessantenne figlio Alessandro Borghese.
in verità, c’era stata già contro l’eredità di Sofia una flebile rivendica-
zione del titolo da parte di raimondo101, figlio illegittimo del fratello giu-
seppe, adottato dai nonni dopo la morte prematura del padre, ma tutto finì
in un nulla di fatto. Pertanto dal 1984 Principe di Leonforte fu don Alessandro
Romano Borghese.
101
raimondo Lanza fu un personaggio notissimo negli anni ’50, fidanzato di Susanna Agnelli e poi marito del-
l’attrice olga Villi, presidente del Palermo calcio e inventore del calcio-mercato. Morì nel 1954, suicida per una
forte depressione. La sua morte violenta ispirò la canzone Vecchio frack di domenico Modugno.

87
Chi lo conosceva bene assicura che egli, fedelmente ancorato alle tradi-
zioni di famiglia, portò con orgoglio il titolo ed era documentato sulla storia
di Leonforte, anche se non era mai venuto in paese.
Alla sua morte avvenuta a roma il 2.07.1994, ne furono eredi la moglie
contessa Fabrizia dei conti Citterio e i quattro figli: Alessandra, famosa gior-
nalista e scrittrice, Francesca, sposata con il conte Alberto tasca d’Almerita
della dinastia siciliana del vino, Benedetta sposata con guido Briganti con
cui si occupa di Arte ed eventi culturali e Fabio Maria Giuseppe che attual-
mente è Principe di Leonforte.
il principe Fabio, nato a roma il 7.6.1965, è sposato dal 22.6.1996 con
giacaranda Caracciolo-Falk (giornalista) da cui ha avuto 2 figli Alessandro
(1997) e india (2002), ha lavorato alla “esso” e ora è responsabile dei mer-
cati internazionali di eneL.
da alcune interviste appare chiaro che l’attuale Principe di Leonforte
non ama parlare troppo dei suoi famosi avi e sostiene: «Invece di rimpian-
gere il passato, preferisco guardare avanti…».
e speriamo che anche i leonfortesi sappiamo sempre guardare avanti, ma
con una profonda gratitudine per tutto quello che dal nostro passato abbiamo
ricevuto e con la profonda voglia di custodire il patrimonio umano, spiri-
tuale, culturale, artistico, storico e linguistico accumulato nel corso di questi
quattro secoli. 
Mi piace chiudere questo mio lavoro offrendo alla riflessione di tutti l’au-
spicio di colui che è lo storico leonfortese per eccellenza, il prof. Calogero
Vitanza che nel 1914, in occasione della celebrazione del trecentesimo della
fondazione di Leonforte, pubblicò il libro Il Castrum Tabarum e suoi din-
torni che così si conclude:
«Gli è pertanto che sotto l’ impulso di un forte sentimento di gratitudine
ispirato dal sereno giudizio della storia, noi chiudiamo questi brevi appunti
con l’augurio che in quest’anno, in cui ricorre il terzo centenario dalla fon-
dazione di Leonforte, celebrandosi il natale della patria, si liberi dall’in-
grato oblio la nobile figura di Nicolò Placido Branciforti, la quale apparirà
ancora più bella e degna della comune riconoscenza, quando sorgeranno
uomini avventurosi e capaci di rivendicare una buona volta i diritti, che il
principe magnanimo sacrava alla sua Terra diletta».

öõ

88
Fonti BiBLiogrAFiCHe

Le documentazioni primarie del lavoro di ricerca sono state le informazioni in


forma digitale disponibili su Internet

Archivio di Stato di torino - Miscellanea Stellardi


Archivio privato trabia di Palermo
Biblioteca Comunale di Palermo — Manoscritti del sec. XVii - XViii
Archivio storico per la Sicilia orientale
Storia delle Poste del regno di Sicilia a cura di Poste italiane
www.brigantaggio.net
www.geneall.it
www.genealogia.it
www.iagi.info/genealogienobiliari
www.it.wikipedia.org
www.regione.sicilia.it/nobiliariosiciliano
www.socistara.it Vittorio Amedeo II - Un anno in Sicilia (ottobre 1713
Settembre 1714)
www.storiamediterranea.it
www.stmoderna.it

Anche i sottoelencati testi sono stati consultati in forma digitale tramite il sito
www.books.google.com

AA. VV. - Ruggero Settimo e la Sicilia. Documenti della insurrezione siciliana


del 1848,1848
M.A. Averna- Dissertazione economica-politica sul lanificio di Sicilia, 1800
L. Baglino - I manoscritti della Biblioteca comunale di Palermo, 1900
A. Buccaro - Architettura e urbanistica dell’età borbonica, 2005
o. Cancila - Alchimie finanziarie di una grande famiglia feudale, 2006
- Storia dell’industria in Sicilia,  1995 
g. P. de’ Crescenzi romani - La corona della nobiltà d’Italia, 1639
g. Fiume - Madri. Storia di un ruolo sociale, 1995
g. giarrizzo - Il giardino come labirinto della storia, 1987
- Il cavaliere giostrante, 1998
M. Leonardi - Governo, Istituzioni, Inquisizione nella Sicilia spagnola -
processi per magia e superstizione”, 2005.
d. Ligresti – Sicilia moderna: le città e gli uomini, 1984
A. Lo Faso di Serradifalco - Palermo 1713, 2004

89
A. Longhitano - Le relazioni “ad limina” nella diocesi di Catania
in Sinaxis i e ii, 1983, 84
g. Longo - La rivoluzione in Catania (nel 1647- 48), 1896
g. Macri - Logiche del lignaggio e pratiche familiari , 2004
A. Mongitore – Della Sicilia ricercata nelle cose più memorabili, 1743
A. Morreale - La vite e il leone. Storia della Bagaria, 1998.
g. Motta - Strategie familiari e alleanze matrimoniali in Sicilia nell’età della
transizione, 1983
F. Mugnos - Teatro genologico delle famiglie nobili titolate feudatarie ed antiche
nobili del fidelissimo Regno di Sicilia, 1647
g. nenci - Materiali e contributi per studiare gli otto decreti di Entella, 1982
g. Pitrè - Palermo nel settecento, 1920
A. romano - Successioni e difesa del patrimonio familiare nel Regno di Sicilia, 1992
n. Serpetro - Il mercato delle maraviglie della natura ovvero istoria naturale, 1613

Naturalmente il contributo più importante alla ricerca è venuto dalla lettura delle
opere dei nostri valenti studiosi di storia locale

e. Barbera - Leonforte sconosciuta e dimenticata, 2005


- Appunti di Storia Leonfortese, 2009
- I Sindaci di Leonforte, città fondata da Nicolò Placido Branciforti, 2010
C. Benintende - ricostruzione grafica della Tavola Genealogica delle famiglie
Branciforti, 1983, tratta da CorPuS geneALogiAe SiCiLiAe
F. Billotta - I mulini ad acqua a Leonforte, in “Quaderni della Biblioteca”, 2008
(a cura di g. Litteri)
F. Buscemi - Leonforte nelle storie delle sue piazze, 1984
- Ospedali di Leonforte, 1994
- Lo scenario delle acque nella Leonforte del ‘600, 2004
L. Calì - Le Scuole Pie a Leonforte, 1995
F. Campagna - Leonforte storia del territorio e sua importanza strategica, 2006
F. Campagna - g. Pontorno -‘U Castiddazzu fortezza bizantina nel territorio di
Leonforte, 1984
P. Favazza - Arciconfraternita SS. Sacramento Leonforte, 2008
g. gnolfo - Assoro madre di popoli, 1996
g. Litteri – P. Pappalardo – Newman incontra Leonforte – Atti del Simposio di
studi del 13.5.1990,1990
F.r. Mancuso - Le preesistenze insediative nel territorio di Leonforte, 1974
g. Mazzola - Notizie storiche sulla vetusta Tavaca e sulla moderna Leonforte, 1924
90
g. nigrelli - La festa della Madonna del Carmelo Patrona di Leonforte, 1991
- Una giornata a Leonforte di un francese dell’800 in Premio
Letterario, 1988
- Chiesa e Convento dei Cappuccini di Leonforte, 2004
- L’opera pia G.B. Falciglia nella storia religiosa e civile di
Leonforte, 2008
P. Pappalardo - Leonforte. Pagine della memoria, 2006
n. Pisciotta - I Branciforti, 2009
Settore Cultura - Comune di Leonforte - “Quaderni della Biblioteca”
- La Granfonte,2003 (a cura di P. Pappalardo)
- Il Palazzo Branciforti - La Scuderia, 2004 (a cura di P. Pappalardo)
- J. H. Newman - Sulla via di Leonforte la luce, 2009
(a cura di A. Arangio – g. Litteri – P. Pappalardo)
C. Vitanza - Il Castrum Tabarum e suoi dintorni , in Archivio storico per la
Sicilia orientale, 1914

91
92
indiCe

nota del Sindaco Giuseppe Bonanno………. ………………………………...…... pag. 5


nota dell’Assessore alla Cultura Salvatore Muratore…………………………...…… 6
nota del dirigente del Settore Cultura Giuseppe Litteri……………………………... 7
nota dell’Autrice Giovanna Maria……………………………………………….. 8
Premessa …………………………………………….............................................. 10

il Feudo di tavi………………………………………………………....……........ pag. 11


dalla baronia di tavi al principato di Leonforte………………...……………….. 15
Principe e Popolo di Leonforte………………………………………………….. 17
nasce il Comune di Leonforte…………………………………………………………. 27

gLi otto PrinCiPi BrAnCiForti di LeonForte


(Schede biografiche)

nicolò Placido i …………………………………………………………….......... pag. 30


giuseppe i…………..…………………………………………………………….. 40
nicolò Placido ii……..…………………………………………………………… 48
ercole …………………………………………………………………………….... 54
giuseppe ii………………………………………………………………………... 64
nicolò Placido iii ed emanuele ……………………………………………….. 70
giuseppe iii.........……………………………………………………………….. 74

il possesso feudale si trasforma in proprietà privata……………............................. pag. 77


Ma la storia continua… …………………………………………………………. 87
Fonti bibliografiche .……………………………………………………............. 89

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96