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il male di vivere: la malattia dell'uomo del Novecento e la sua "cura"

L’Urlo di munch La scoperta più sconvolgente del Novecento letterario è stata quella del
male di vivere. Gli autori dell’Ottocento imputavano la sconfitta dei loro
eroi alla storia. Era la storia, gli avvenimenti, la fortuna a condizionare
la vita dei personaggi. L’uomo del Novecento ha perso questa fede della
possibilità (nel male e nel bene) che qualcosa di esterno a lui, che sia un
Dio, la Natura o la stessa storia, possa condizionare la sua esistenza.
Sembra che l’idealismo ottocentesco, con il suo Io creatore anche della
Natura, sia diventato veramente l’Assoluto. La scoperta dell’inconscio
freudiano non ha fatto che aumentare la certezza che è l’individuo a
creare la sua storia. Ecco quindi che il male, non è più esterno all’uomo,
ma parte dell’esistenza, è un male di vivere o come diceva Svevo il
vivere stesso è una malattia. Analizzando gli autori di fine Ottocento e
del primo Novecento, per comprendere i passi lenti ma inesorabili che la
Letteratura ha fatto per scoprire questo male ontologico. 
Gli eroi di Verga sono dei vinti. Lo scrittore ha analizzato (o meglio avrebbe voluto) ogni settore della
società, ed ha concluso che c’è una legge inesorabile: la lotta per la vita. È una legge sia esterna
all’uomo, sia interna. È una legge della Natura. Prendiamo Gesualdo come esempio. Lui era un mastro,
adesso è diventato un signore da quando ha sposato una nobildonna. Ma è un perdente, perché ha
smarrito le proprie radici popolari, ma nel contempo non ha potuto conquistare quelle di un ceto
superiore. Ma di chi è la colpa? Gesualdo è un lavoratore, un uomo che con il suo sudore è riuscito ad
arricchirsi. Ha conquistato, quindi, la sua prima meta. Ma non gli basta. Vuole cambiare anche stato
sociale, entrare a far parte di quella categoria di persone che la sua condizione di origine non gli avrebbe
mai permesso di raggiungere. Approfitta quindi degli eventi. Spregiudicato, sposa una nobildonna in
miseria che aspetta un figlio non suo. Ecco, adesso ha raggiunto la sua ultima meta: è un don, un nobile.
Ma alla fine della sua vita, si accorge di essere un vinto, un escluso sia dalla classe sociale di
provenienza che lo vede estraneo ad essa, sia da quella nobiliare, perché era un mastro e sempre lo sarà.
Anche per la sua stessa famiglia resterà un escluso e morirà solo. È uno sconfitto, ma è uno sconfitto
dalla storia. La sua ambizione non gli ha roso l’anima, egli fino alla fine rimane forte, lucido,
consapevole. È un morente, ma con ancora tutta la sua forza morale

D’Annunzio riprendere gli eroi di Verga e li trasporta nella fascia sociale più alta. Sembra, a prima
vista, che anch’essi debbano subire le stesse leggi della Natura, condizionati dall’ambiente in cui
vivono. Ma questo solo a prima vista. Andrea, non è un escluso, è bene inserito nella società. Non ha
bisogno di lavorare, è un nobile, si dedica all’arte, anzi vorrebbe fare della sua vita proprio un’opera
d’arte. Ma alla fine anche lui perde. Perché? Certo non si è scontrato con un mondo che cambia e lui
non è riuscito ad adattarsi, non è stato sopraffatto dalla legge inesorabile del più forte. Viene
abbandonato, sì, ma questo abbandono non porta a nessun cambiamento. Il perché lo dice lo stesso
D’Annunzio: egli è un uomo dal carattere debole. Il motto paterno, habere, non haberi nel suo io è
ribaltato. Egli, a ben vedere, è vittima solo di sé stesso, di quel male di vivere che a poco a poco si
affaccia e si insinua nell’animo degli uomini del Novecento. Allora, conscio della propria sconfitta,
D’Annunzio cambia prospettiva e crea il superuomo. Sembra all’apparenza un vincente, ma a ben
vedere il male di vivere dell’esteta viene transumato tutto nel nuovo eroe. La malattia che era un
esclusiva di Andrea da cui le donne amate dal protagonista erano riuscite a fuggire, contagia, al
contrario, le donne del superuomo. Egli le soggioga, le trasforma, le svuota di quella emancipazione che
la donna del Novecento stava lentamente conquistando. Il superuomo è un malato perché, come l’esteta,
crea un mondo virtuale entro cui vivere. Ma la sua malattia è più profonda e più pericolosa, perché ha il
fascino del vincitore, del poeta vate il quale indica la nuova via. Però il D’Annunzio-superuomo è più
cosciente. Egli sa che nel mondo reale sarà sempre un escluso, un incapace. Allora crea il suo campo di
battaglia nel quale egli è vincitore pur rimanendo vittima: ma la pineta, il suo Abruzzo cantato
nell’Alcyone, non sono mondi reali anche se lo sembrano apparentemente. La lode al Creatore di San
Francesco si trasforma in lode alla Natura di un uomo malato; la pioggia che bagna i corpi è solo un
pretesto attraverso il quale il gioco analogico delle parole trasforma la donna in donna-natura. La sua
malattia gli impedisce di esprime i suoi sentimenti e la sua passione nella normalità dell’esistenza, per
cui egli ieri, nel mondo artefatto e virtuale della pianta, si può illudere. Ma fuori di essa la metamorfosi
scompare, la trasformazione panica si dissolve e ritorna esteta, sconfitto solo dalla sua incapacità di
vivere realmente.

Pascoli capovolge D’Annunzio, ma la malattia ormai è parte integrante dell’uomo. Anche il poeta del
fanciullino non riesce a vivere pienamente e la sua sconfitta sembra una conseguenza delle tragedie che
egli dovette subire fin da piccolo. Potremmo, quindi, incolpare la storia. Ma il poeta è consapevole che
il mondo nasce per ognuno che nasce al mondo, quindi non è la storia che travolge l’uomo, ma essa è
travolta, perché  creata dall’interiorità dell’individuo. Il poeta è rimasto un fanciullino nell’anima, non è
mai cresciuto, e ora anziano si sente come un’ape tardiva. Vede il mondo vivere, gioire, ma non sa
partecipare a questa festa che è la vita. Se il mondo cresce e crea nuove e più mature esigenze, la sua
crescita rimane ferma, e l’amore dei due cugini mostra in pieno questa malattia. La normalità
dell’esperienza amorosa non viene compresa ed anche l’atto naturale del concepimento viene percepito
come una violenza. Egli non è mai cresciuto, ed è consapevole di questo; così anch’egli, come il
superuomo, prova a creare un mondo virtuale, il nido-famiglia, dove tutte le cose sono ancora piccole e
umili. Dove lo stupore è l’unico sentimento che può sconvolgere, dove può guardare ancora la cugina,
che non è ancora cresciuta, negli occhi, senza provare turbamento.

Pirandello smonta le “cure” che D’Annunzio e Pascoli avevano proposto per sfuggire da questo male di
vivere. Il mondo dell’esteta non viene neanche preso in considerazione, il superuomo viene negato e il
nido-famiglia di Pascoli è il primo luogo in cui questa malattia si manifesta. Pirandello propone in un
primo tempo la fuga dal reale. Ma anche questa “cura” non risolve il problema. L’eroe pirandelliano,
sfuggendo dalle maschere che la società gli ha imposto e finanche lui stesso si è messo, finisce per
costruire un altro mondo virtuale. È un’irrealtà del proprio io, dove la maschera viene abbandonata, ma
dove l’individuo non acquista una nuova identità, e si percepisce un nessuno. La cura, a ben vedere, non
è altro che un’accettazione dell’ultima maschera che ci viene posta, e quindi una negazione dell’io, che
risulta frammentato e quindi incoerente. Nell’ultima fase Pirandello propone l’immersione
dell’individuo nel flusso perenne. Una sorta di uscita da sé per sfuggire da questa malattia. Ma la cura
non è quella giusta, perché Gengè, il protagonista di Uno nessuno e centomila, per poter guarire e
vivere appieno la sua esistenza, dovrà rinnegare la sua vita precedente e vivere al di fuori di sé, per non
sentire più il dolore dell’incoerenza del proprio io: per "guarire" dovrà rinunciare a sé e al mondo.

La cura trovata da Svevo sembra la più banale, ma a ben vedere è anche la più difficile e la più ricca di
risvolti filosofici, pragmatici e storici. Nei suoi primi due romanzi, Svevo riprende l’eroe dannunziano,
l’esteta, e lo cala nell’ambiente banale della borghesia. Dell’esteta dannunziano, in realtà, non gli
restano che due cose: il carattere debole e la propensione per l’arte. L’eroe è il vero inetto, colui che ha
iniziato a vivere, ma poi, dopo le prime difficoltà, si è adagiato nelle sue vittorie ed ha smesso di
combattere. La risoluzione è scontata: la morte o una vecchiaia precoce. Con La coscienza di Zeno le
cose cambiano profondamente. Zeno è indubbiamente un inetto, ma al contrario dei primi due eroi
sveviani, è ricco di famiglia e la sua unica preoccupazione non è quella di affermarsi per cambiare la sua
situazione sociale, ma è quella più vera: trovare una propria identità. L’uomo del Novecento,
diversamente della situazione che vivevano i loro padri, non doveva combattere contro la storia per
cambiare la sua situazione sociale. Il borghese deve solo lavorare, al resto ci penserà lo Stato. Quindi la
sua lotta non è contro la società come con Verga, contro la storia, come gli eroi del primo ottocento. La
battaglia è contro sé stesso. Ma in questa battaglia, anche se vittorioso, sarà sempre sconfitto. Per poter
vincere deve abbandonare qualcosa di sé. Non la sua Casa, non la sua donna, non la sua dignità sociale
come avevano fatto gli eroi pirandelliani, ma la sua inettitudine. Dovrà fare finalmente delle scelte e
portarle a termine. Rischiare anche la sconfitta. Habere, non haberi (possedere, non essere posseduto), il
motto del padre dell’Andrea dannunziano, dovrà diventare il motto della sua nuova esistenza. La
malattia non scompare, è sempre presente, Zeno ne è cosciente. Essa, però, non gli impedisce più di
vivere, ma, al contrario, è proprio essa la vita. La malattia ora è accettata perché è compresa, ed è
compresa perché, per la prima volta, l’uomo senza qualità vuole realmente vivere, ricominciando ad
essere padrone della storia. Potrà diventare, quindi, l'uomo più malato di altri, che raggiunge il centro
del mondo nella deflagrazione finale, o semplicemente un Zeno, un abbozzo di uomo futuro.