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n.

11 Dallo stoicismo Seneca riprende i temi della razionalit universale che nella natura e in Dio, della felicit del saggio che segue la ragione, del cosmopolitismo che affratella gli uomini e infine del saggio autosufficiente e libero. Ma tra il saggio e la moltitudine degli stolti c' un abisso che rende difficile ogni progresso della vita civile e morale. Da questa concezione pessimistica si salva solo il ruolo della filosofia come ultima salvezza. La filosofia come pedagogia dell'uomo a se stesso incentrata su i nobili ideali della libert interiore che d felicit e come educazione del genere umano, a cui Seneca si rivolge con le sue epistole filosofiche. Tra i vari temi trattati, pur con le inevitabili oscillazioni del suo pensiero non sistematico, emergono quelli dedicati alla felicit, al dolore, alla vecchiaia, alla morte ed in particolare quello dedicato alla schiavit che egli ritiene sia una istituzione priva di ogni base giuridica, naturale e razionale. Per questo gli schiavi vanno trattati come tutti gli altri esseri umani. Ma in fondo la vera schiavit quella che assoggetta gli uomini alle passioni e ai vizi. Tutti noi siamo schiavi spiritualmente e solo la filosofia pu liberarci. Cos anche per le differenze sociali: " Che significa cavaliere, liberto, schiavo. Sono parole nate dall'ingiustizia. Da ogni angolo della terra lecito slanciarsi verso il cielo. " (Epistole, 31). Il suicidio infine l'ultima scelta libera quando i contrasti tra la libert del filosofo e l'irrazionalit della vita siano insanabili. n.12 Nella trilogia, dedicata a Sereno (De constantia sapientis, De otio, De tranquillitate animi) si chiarisce il rapporto fra la vita attiva e la contemplazione filosofica prendendo a modello la perfetta condotta del sapiente, tramite cui Seneca vuole dimostrare la praticabilit delletica. Sereno non il saggio, ma il proficens, ossia luomo impegnato nella vita attiva e che, nello stesso tempo, vuole realizzare il proprio perfezionamento morale. Nel De constantia infatti Seneca. vuole dimostrare limperturbabilit del saggio anche in campo politico pratico fornendo come esempio di questa condotta Catone, che si mostr impassibile alle guerre civili e si sent, non sconfitto, ma coerente con i suoi principi nonostante non avesse lappoggio della comunit. Ma nel De tranquillitate animi, la fiducia nella possibilit di svolgere un'attivit pubblica in accordo con i principi etici, viene meno. Infatti si dimostra come affrontando i compiti politici per la comunit, ci si scopre debole agli attacchi esterni, peccando cos di costanza. Quindi se mancano delle certezze a chi si pone sulla strada della saggezza, come si realizza una buona politica? Come preservare lequilibrio interiore e la saggezza dai cambiamenti della vita? Seneca consiglia una condotta flessibile, cio in grado di adeguarsi alle circostanze, di tener testa alla fortuna senza perdere la calma interiore. Cos come gli stoici avevano esortato il saggio a usare la propria razionalit per distinguere le situazione in cui era bene impegnarsi in vita pubblica e altre in cui era meglio ritirarsi a vita privata; Seneca riprende la lezione per fornire un elenco di situazione in cui il cambiamento di ruolo non mancanza di coerenza ma lunico modo per essere utili alla comunit n.13 Sviluppate in sette libri, le Naturales quaestiones furono composte nell'ultima parte della vita di Seneca. L'edizione a noi giunta non integrale e differisce quasi sicuramente dall'edizione originale per ordine e composizione. Interessante il fatto che, per molti versi, Seneca appare ben poco stoico e pi vicino a considerazioni di tipo platonico, anche se egli non rinnegher il suo stoicismo. Principi "platonici" possono essere ritrovati soprattutto nella prefazione al primo libro, nella quale si avverte un forte contrasto tra anima e corpo (visto come prigione dell'anima) e dalla caratterizzazione trascendentale di Dio privo di corporeit e non immanente. Questi, principalmente, sono gli argomenti su cui Seneca si sofferma: 1. libro: I fuochi - Gli specchi 2. libro: Lampi e folgori 3. libro: Le acque terrestri (completo) 4. libro: il Nilo - Neve, pioggia, grandine 5. libro: I venti 6. libro: I terremoti 7. libro: Le comete Innanzitutto per comprendere appieno il testo necessario capire che lo scopo che Seneca si prefigge, non quello di raccogliere ordinatamente ogni conoscenza dell'epoca (cosa che invece possiamo intendere almeno in parte nel Naturalis historia di Plinio il vecchio) bens quello di liberare l'uomo dalla paura e dalla superstizione intorno ai fenomeni naturali, compiendo cos una operazione simile a quella di Lucrezio nel suo De rerum natura (seppur con le dovute differenze ed eccezioni). Affrontando il testo, troviamo fin dal primo libro una chiara presa di posizione di Seneca nella quale si scopre l'intento primo dell'opera: permettere all'uomo, una volta scevro dalle false credenze che avvolgono la natura, di ascendere ad una dimensione pi divina. Di particolare importanza sono il paragrafo 8-9: Hoc est illud punctum quod tot gentes ferro et igne dividitur? O quam ridiculi sunt mortalium termini! (" tutto qui quel punto [la Terra, ndt] che viene diviso col ferro e col fuoco fra tante popolazioni? Oh quanto ridicoli sono i confini posti dagli uomini!"), nel quale l'anima libera oramai dalla sua fisicit, comprende l'inutilit degli affanni, dell'avidit e delle guerre. Spesso quest'opera viene tacciata di poca scientificit, tuttavia viene da domandarsi se di scientificit si possa propriamente parlare: anche se per certi versi Seneca mostra alcuni atteggiamenti "scientifici", quali l'osservazione diretta, la riflessione razionale posteriore ad essa e la discussione di eventuali altre teorie, per Seneca la conoscenza solo un mezzo per elevarsi sino a Dio; molto spesso, inoltre, l'autore divaga in argomentazioni e questioni di tipo morale o religioso e non sono rare le parti propriamente "filosofiche".

n.14 Il tema del tempo in Seneca molto importante ed ha una valenza piuttosto rilevante, fondamentalmente nellidea delleterna fuga del tempo stesso. Seneca non assurge ad una sistemazione filosofica, come invece faranno poi altri dopo di lui come SantAgostino ed Heideger. Tuttavia le sue riflessioni risentono molto dellinfluenza forte del momento in cui esse nascono, quando vi la rapida perdita dei valori morali tradizionali, e da cui si perde di vista lo scorrere del tempo. Per Seneca bisogna abbandonare le futilit del quotidiano che, come dice nellincipit del De Brevitate Vitae e poi nella prima delle Epistule Morales ad Lucilium, che apre la raccolta, se cotidie mori, ovvero moriamo ogni giorno, pertanto non dobbiao perdere il nostro tempo. Nel De Brevitate Vitae, dedicato a Pompeo Paolino, molto ben affrontato questo tema, ed al suo destinatario egli consiglia di fermarsi e dedicarsi a se stesso. Seneca non vuole dimostrare, come invece potrebbe erroneamente sembrare dal titolo antifrastico della sua opera, la previt della vita, ma al ontrario la lunghezza di una vita ben vissuta. Luomo portato naturalmente alla classica suddivisione in passato, presente e futuro, dimensioni che tuttavia non riesce a dominare. Infatti egli fugge e nega il passato, vive con angoscia il presente, sprecandolo in attesa del futuro. Quindi soltanto praticando un esercizio continuo si pu aspirare ad avere un rapporto costruttivo con il tempo. Lopera dunque si risolve ad essere un trattato programmatico sulla saggezza. n.15 Per Seneca la coscienza, cio la conoscenza del bene e del male, il giudice interiore e infallibile dell'uomo; inoltre egli scopre e d un'autonomia alla volont che agisce indipendentemente dalla conoscenza del bene e del male, in quanto l'uomo peccatore per sua natura. Ci lo porta in contrasto con il pensiero stoico e greco, che concretizza nella figura del saggio il simbolo della possibilit per l'uomo di raggiungere la perfezione. Per Seneca, invece, la figura del saggio solo ideale, un valore deontologico. La virt il vero valore e la vera nobilt dell'uomo. Per lo stoicismo la ragione umana il momento della ragione cosmica che non pu essere compresa da un giudice singolo e mortale. Seneca segue la legge cosmica universale tradizionale del pensiero stoico della parit dei diritti e della solidariet umana. "La schiavit - egli scrive - non esiste nella natura umana, come non esiste la nobilt: queste condizioni sono dovute o all'ingiustizia o alla fortuna". Per Seneca la filosofia la via per il sommo bene, essa "splende per tutti"; la sua una ricerca di vita autentica perch la sua filosofia si vive intimamente come intimamente l'uomo vive il rapporto con Dio; una ricerca del principio universale, di quel Dio che pure all'uomo non estraneo. Il suicidio visto da Seneca come scelta privilegiata rispetto all'asservimento alle passioni, visto quindi come liberazione e annullamento da ci che imprigiona l'uomo: "L'uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, deve uscirne; e soprattutto egli eviter quella passione troppo comune, la libidine della morte." Ecco cosa evoca Seneca ad un uomo distante secoli: che l dove il pensiero umano comincia a distaccarsi da una coscienza ancora naturale, o meglio non elaborata, comincia pure a brillare nel regno delle idee il concetto del bene e del male, ossia la ricerca della virt. La nuova coscienza comport che l'uomo potesse scegliersi il proprio destino e porsi in una condizione privilegiata rispetto alle sue stesse passioni, alle sue stesse pulsioni e quindi al suo istinto. L'uomo stoico crea un ordine per riaversi dall'indeterminazione caotica del proprio esistere; ancora ignaro del lungo processo a cui pure partecipa; ma proprio il suo atteggiamento di autentica e rigorosa ricerca ci che permette all'uomo di oggi di riconoscerlo ancora vivo ed attuale. n.16 Al centro d tutte le tragedie di Seneca troviamo la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni, non dominate dalla ragione, e delle conseguenze catastrofiche che ne derivano. Il significato pedagogico e morale s'individua dunque nell'intenzione di proporre esempi paradigmatici dello scontro nell'animo umano di impulsi contrastanti, positivi e negativi. Da un lato vi la ragione, di cui si fanno spesso portavoce personaggi secondari che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi; dallaltra vi il furor, cio l'impulso irrazionale, la passione (amore, odio, gelosia, ambizione e sete di potere, ira, rancore), presentata, in accordo con la dottrina morale stoica, come manifestazione di pazzia in quanto sconvolge l'animo umano e lo travolge irrimediabilmente. In questa lotta tra furor e razionalit, lo spazio dato al furor, al versante oscuro,alla malvagit e alla colpa, senza dubbio preponderante e va ben oltre i condizionamene e le esigenze imposti dal genere tragico. L'interesse per la psicologia delle passioni, che pu apparire quasi morboso, sembra talora far dimenticare al poeta le esigenze filosofico-morali. Inoltre caratteristica delle tragedie senecane l'accentuazone delle tinte pi fosche e cupe,degli aspetti pi sinistri, dei particolari pi atroci, macabri, raccapriccianti. In poche parole Seneca enfatizza il pathos e dimostra la forza devastante della passione indice di disintegrazione della personalit interiore. I personaggi vengono analizzati in profondit:di essi vengono messi in risalto i contrasti interiori,le esasperazioni, il furor regni,la morte della ragione, la bestialit umana. In realt la visione pessimistica, l'accentuazione degli elementi cupi e la forte intensificazione patetica, appaiono funzionali a quel valore di esemplarit negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi dei filosofo;sono mezzi di cui l'autore si serve per raggiungere pi efficacemente il suo principale obiettivo, consistente nell'ammaestramento morale. Del resto il pathos caricato, l'enfasi e il gusto per i particolari orridi e raccapriccianti eran gi present nel tragici latini arcaici, e trovavano piena corrispondenza nel gusto dei tempi di Seneca.

n.17 Prima fase: Seneca dichiara che contemplatio e actio sono entrambe necessarie, cos come la versione politica di questo binomio (otium e negotium). 58 d.C. circa, De tranquillitate animi: scegliendo tra otium e negotium si devono considerare le attitudini personali, ma in linea di principio si privilegia il negotium; esso pu essere affiancato all'otium per circostanze avverse, ma queste non saranno mai tali da impedire completamente l'attivit politica. Seconda fase: difficolt con Nerone --> Seneca cerca di giustificare la necessit dell'otium. Vuole licenziarsi ma Nerone non lo lascia andare (considerando le dimissioni un atto d'accusa nei suoi confronti). 62 d.C. circa, De otio: il negotium giova alla res publica minor, l'otium alla maior. Rompe con la tradizione romana secondo cui uomo=civis E' una soluzione epicurea (vivi nascosto) n.18 In uno dei suoi pi importanti passi, Seneca affronta il problema della schiavit, offrendoci unidea in perfetta sintonia con lo Stoicismo. Il filosofo, condanna il rapporto che fino ad adesso tra padroni e schiavi era intercosso, nel quale vi era una subordinazione, sia dal punto di vista psicologico che fisico, totale del servo al padrone. In antitesi a ci, ed in linea con i dettami della filosofia stoica, Seneca sostiene luguaglianza tra liberi e schiavi dal punto di vista del diritto naturale, affermando che ogni uomo nasce dallo stesso seme, gode dello stesso cielo e vive, respira e muore nello stesso modo. Dunque, alla luce di ci, il padrone deve vivere con il suo servo clementer et comiter, dandogli la possibilit di parlare, di occupare posti di importanza e anche di esercitare la giustizia, in quanto ogni uomo deve considerare che lunica differenza che pu intercorrere tra due uomini di diversa condizione data dalla fortuna che assegna ad ognuno un determinato destino. Sin dai tempi pi antichi, la schiavit stato uno dei temi pi affrontati dagli intellettuali e dai filosofi del mondo greco e romano. La schiavit nel mondo antico era totalmente accettata, in quanto considerata un fenomeno naturale. Ad esempio, per Aristotele alcuni uomini differiscono da altri: gli uni sono destinati a comandare, gli altri ad obbedire. Egli giunge ad affermare che gli schiavi sono adatti alla fatiche, e ad essere comandati. Lo stesso pensiero viene ripreso dai sofisti che affermavano che la schiavit esisteva per legge, per convenzione. Spostandoci sul fronte latino Catone che nel De Agri Coltura affronta il problema della schiavit, affermando che gli schiavi non hanno unanima, e sono solo un instrumentum parlante per creare guadagno e capitale. Una riflessione sulla condizione di servi ci viene offerta anche da Plauto nell Amphitruo, in cui, appunto, il servo Sosia medita sulla durezza della condizione servile e sul comportamento insensibile del suo padrone. Sia il brano del De beneficiis sia lEpistola 47, sono due brani che affrontano un medesimo tema: luguaglianza fra tutti gli uomini e la parit, sotto questo aspetto, fra schiavo e padrone. In entrambi i testi, infatti, si ribadisce lo ius naturale di ogni individuo, in quanto gli uomini sono uguali perch il cielo il comune padre di tutti. In entrambi i brani, per, Seneca non propone una riforma che cercasse di abolire la schiavit n tanto meno che modificasse lo stato di cose preesistenti. Infatti lideale delluguaglianza tra gli uomini rimane solo un ideale e non un progetto di trasformazione sociale. Ancora, dunque, non ci sono le condizioni che possono portare ad una abolizione della schiavit, in quanto gli schiavi sono una voce importante nella economia della storia di Roma; basti pensare che in Russia labolizione della schiavit avvenne nel 1861. n.1 Ogni ingiuria segna una menomazione di colui che ne subisce lattacco, e nessuno pu ricevere una ingiuria, senza uscirne danneggiato in qualche modo, o nella dignit, o nella persona, o nei beni esterni. Il saggio per non pu perdere nulla: ha riposto tutto dentro se stesso, non ha affidato nulla alla fortuna, conserva i suoi beni al sicuro, contento della virt, che non ha bisogno dellaiuto del caso e che, perci, non pu n crescere, n diminuire; di fatto, tutto ci che stato sviluppato fino al sommo grado, non ha la possibilit di crescita, e la sorte non pu togliere se non quello che ha dato: ma essa non d la virt, dunque nemmeno la pu togliere, perch la virt libera, inviolabile, immutabile, inconcussa e cos temprata contro le disgrazie, che non si lascia piegare n, tanto meno, vincere: osserva con occhio imperturbato il prepararsi di eventi terribili, ma nulla cambia del suo volto, dure o favorevoli che siano le esperienze che le si prospettano. [5] Dunque, il saggio non perder nulla di cui debba sentire la perdita; suo unico possesso la virt, ma da essa non potr mai venire escluso: di tutto il resto, usa in precario: e chi si commuove, se perde una cosa che non gli appartiene? Dunque, se lingiuria non pu intaccare per nulla il patrimonio del saggio, in quanto, salva la virt, salvo tutto il suo avere, al saggio non pu esser fatta ingiuria. [6] Demetrio, che fu soprannominato il Poliorcete, aveva conquistato Megara. Il filosofo Stilpone, al quale aveva chiesto se avesse perduto qualche cosa, gli rispose : Nulla; i miei beni sono tutti con me. Eppure il suo patrimonio era stato saccheggiato, il nemico gli aveva portato via le figlie, la sua patria era finita sotto il dominio straniero ed il re, circondato dallesercito vincitore in armi, lo stava interrogando dallalto del suo seggio. [7] Ma gli annient la vittoria e gli prov di essere, dopo la presa della citt, non solo invitto, ma anche indenne; perch aveva con s i veri beni sui quali non si pu porre mano, quei beni che venivano portati via, saccheggiati e spartiti, non li giudicava suoi, ma avventizi e soggetti allarbitrio della sorte: perci non li aveva amati come suoi. instabile ed incerto il possesso di tutto ci che ci viene dal di fuori. n5 Il tema delliniuria, che Seneca affronta anche nel De constantia sapientis appare qui allinterno di una visione pi realistica della societ umana, dilaniata dallodio e dalla violenza: liniuria che genera lira, dando inizio, cos, ad una lunga catena di offese e vendette. Seneca rivolge in modo particolare a quanti detengono il potere le sue esortazioni a non lasciarsi prendere dallira: il tiranno assume in questopera la fisionomia, pinttosto riconoscibile, delliracondo e crudele Caligola.

n6
Il vero bene la virt, scrive Seneca. Ma cosa significa e come pu esserci utile questa affermazione? Che cos' questa virt che dona la felicit che tanto sospiriamo? Siamo abituati a pensare che la nostra felicit dipenda da fatti esteriori: dal possesso di beni e ricchezze, dalla nostra salute, dagli avvenimenti favorevoli. Ma queste sono soltanto comodit. Ragionando in questo modo mettiamo la nostra gioia nelle mani della fortuna che pu soddisfare o negare i nostri desideri. Come possiamo liberarci dall'arbitrio della fortuna? Appunto esercitando la virt che ci consente di prendere le nostre decisioni e di giudicare gli avvenimenti con lo sguardo della natura. L'uomo si distingue dagli animali in quanto essere razionale. La ragione la sua caratteristica peculiare. Lo scopo della vita proprio sviluppare la ragione; da essa deriva una felicit che non pu avere scossoni, che non turbata dagli eventi esteriori. Seneca afferma che il saggio colui che ama la ragione e la utilizza per prendere le sue decisioni; che la esercita e la sviluppa perch divenire essere razionale lo scopo dell'uomo e una ragione perfetta allontana l'uomo dalla vita animale per avvicinarlo a dio e alla natura. La ragione ci consente di agire secondo virt (ci fa cio prendere le decisioni giuste al momento giusto) e ci rende felici e divini. Come si vede la felicit dell'uomo una condizione interiore che si conquista con l'esercizio e con l'affinamento della ragione che ci consente il distacco dai beni esteriori e di prendere le decisioni giuste. La nostra felicit in questo modo dipender solo dal nostro comportamento, vale a dire dalla capacit di agire rettamente.

n.7 Seneca, dedica De constantia sapientis, allamico Sereno che abbandona lepicureismo per abbracciare la filosofia stoica; in questo brano volge la sua attenzione alla figura del filosofo rispetto alle ingiurie che possono investirlo:Seneca, spiega,infatti, che le offese non possono attaccare lanimo del saggio dal momento che la saggezza stessa non lascia spazio al male. Il saggio,infatti,possiede una preziosissima virt che nessuna offesa potr mai togliergli, poich questa virt parte stessa dellanimo del filosofo, l'imperturbabilit; in questo modo il filosofo si pone al di sopra degli altri uomini, e mai potr perdere questa posizione: nulla ad sapientem iniuria pertinet con questa espressione Seneca vuole sottolineare il prestigio e la sicurezza del saggio, in questo caso il filosofo stoico, rispetto a un uomo normale,il cui spirito pu essere turbato con estrema facilit. . itaque nihil perdet quod perire sensurus sit: il saggio non perder mai nulla di cui possa sentire la perdita, poich la sua virt indelebile nellanimo.