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ITIS G.

MARCONI
ESAME DI STATO
A. S. 2007/2008

Candidato PIETRO VIVIANI Classe 5^De

La crisi delle
certezze

La
crisi
delle certezze
 Matematica - La serie geometrica per
confutare gli
argomenti di Zenone contro il
movimento
• Il metodo di Zenone
• Successioni, progressioni, serie numeriche e geometriche

 Letteratura - Eugenio Montale, Forse un


mattino andando
in un’aria di vetro
• Vita e opere
• Il valore della poesia - Ossi di seppia
• Forse un mattino andando in un’aria di vetro

 Diritto - Gustavo Zagrabelsky, Imparare


Democrazia
• Le origini della democrazia
• L’educazione
• I vizi e gli scandali della democrazia
• Dieci punti di riflessione della democrazia
Indice
LA CRISI DELLE CERTEZZE
IL METODO DI ZENONE
• LA NEGAZIONE DEL MOLTEPLICE
• La difesa del maestro
• La dimostrazione per assurdo
• GLI ARGOMENTI CONTRO IL MOVIMENTO
• Lo stadio
• L’Achille
• La freccia
• Le masse nello stadio
SERIE GEOMETRICHE
PER CONFUTARE GLI ARGOMENTI DI ZENONE
• SUCCESSIONI, PROGRESSIONI, SERIE NUMERICHE E GEOMETRICHE
• Le successioni numeriche
• Le progressioni geometriche
• Le serie numeriche
• La serie geometrica
• SMENTITA DEGLI ARGOMENTI DI ZENONE CONTRO IL MOVIMENTO
• Confutazione dell’argomento sullo stadio
• Confutazione dell’argomento sull’Achille e la tartaruga
EUGENIO MONTALE
• VITA E OPERE
• ILVALORE DELLA POESIA - OSSI DI SEPPIA
• Parole e significato
• Contini presenta Montale
• FORSE UN MATTINO ANDANDO IN UN’ARIA DI VETRO
• Annotazione stilistica
• Analisi tematica
• Conservazione nella memoria del testo poetico: come agisce Montale nella memoria di Calvino
IMPARARE DEMOCRAZIA
• LE ORIGINI DELLA DEMOCRAZIA
• Platone
• Aristotele
• Polibio e Cicerone
• Erodoto
• Zagrebelsky
• L’EDUCAZIONE
• I VIZI E GLI SCANDALI DELLA DEMOCRAZIA:
• DIECI PUNTI DI RIFLESSIONE DELLA DEMOCRAZIA
• 1. La fede in qualcosa
• 2. La cura delle personalità individuali
• 3. Lo spirito del dialogo
• 4. Lo spirito dell’uguaglianza
• 5. L’apertura verso chi porta identità diverse
• 6. La diffidenza verso le decisioni irrimediabili
• 7. L’atteggiamento sperimentale
• 8. Coscienza di maggioranza e coscienza di minoranza
• 9. L’atteggiamento altruistico
• 10. La cura delle parole
• Perché credere nella democrazia?

IL METODO DI ZENONE
LA NEGAZIONE DEL MOLTEPLICE
La difesa del maestro
Secondo quanto è riferito da Platone in uno dei suoi dialoghi, il Parmenide, Zenone era volto a
difendere il pensiero del maestro dalle accuse di quanti tentavano di ridicolizzarlo per le paradossali
conseguenze delle sue argomentazioni. In questo contesto Zenone scrisse un’opera in prosa sulla
natura, della quale restano pochissimi frammenti, la possibilità di ricostruire il suo pensiero è data
grazie alle critiche mosse da Aristotele alle argomentazioni di Zenone, dalle testimonianze di
Platone e dai brani di Simplicio.

“[…] questo scritto è una difesa del ragionamento di Parmenide contro coloro che impresero a
metterlo in ridicolo, dicendo che se l’essere è uno, le conseguenze a cui il ragionamento è costretto
sono molte e ridicole e contrarie al ragionamento stesso. Dunque questo scritto si contrappone a
coloro che sostengono l’esistenza della molteplicità e rende loro la pariglia ancor più, volendo
mostrar questo, che l’ipotesi della molteplicità sbocca a conseguenze più ridicole che l’ipotesi
dell’unità, quando le conseguenze siano tradotte opportunamente.” (DK 29 A 12)

Zenone, quindi, non difese in modo diretto le dottrine del maestro (non aggiunse altri argomenti
oltre a quelli addotti da Parmenide) ma in modo indiretto, cioè dimostrando l’ammissibilità delle
tesi da lui sostenute a partire dalla critica delle argomentazioni degli avversari.

La dimostrazione per assurdo


Il metodo di Zenone prende le mosse dall’opinione di quanti ammettono come reale l’esistenza del
molteplice, per giungere poi a dimostrare come l’accettazione di una tale premessa porti ad
affermare una contraddizione. La dimostrazione per assurdo si basa proprio sul fatto che ciò che è
contraddittorio non è possibile che esista, quindi sarà necessariamente inconsistente anche l’ipotesi
da cui si è partiti.
Esemplificando: proposta come vera la tesi A, se da essa, mediante convincenti passi logici, si
deduce una conclusione contraddittoria (non-B), allora risulta vera la sua opposta (non-A).
Zenone avrebbe formulato molti argomenti di questo genere, chiamati aporie (dal greco aporía,
«passaggio impraticabile», «strada senza uscita») che muovevano dalle tesi degli avversari e poi
ne dimostravano l’assurdità.

Molteplicità degli enti


“Se gli enti sono molti è necessario che siano tanti quanti sono e non di più né di meno. Ma se sono
tanti quanti sono saranno limitati. Se gli enti sono molti sono infiniti: sempre infatti in mezzo agli
enti ve ne sono altri e in mezzo a questi di nuovo degli altri. E in tal modo gli enti sono infiniti.”
(DK 29 B 3)

Il nucleo centrale di questa aporia consiste nell’ammettere che le cose, considerate in se stesse, sono
finite, mentre, considerate nelle loro reciproche relazioni, risultano infinite poiché tra un ente e un
altro è possibile inserirne sempre un terzo. L’ipotesi per cui le cose sono molteplici si conclude
quindi in una palese assurdità o paradosso, poiché porta al fine che, nel medesimo tempo, le cose
sono finite e infinite. Si deve perciò negare l’ipotesi di partenza e ammettere che la realtà è una.

Zenone (da Simplicio), tutto è uno


Se il molteplice è reale ne consegue la contraddizione logica di dover ammettere che ogni ente è, ad
un tempo, infinitamente grande e infinitamente piccolo.

“Se esiste, è necessario che ciascuna cosa abbia una certa grandezza e spessore e che in essa una
parte disti dall’altra. Lo stesso ragionamento vale anche della parte che sta innanzi: anche questa
infatti avrà grandezza e avrà una parte che sta innanzi. Questo vale in un caso come in tutti i casi:
nessuna infatti di tali parti sarà l’ultima e non è possibile che non ci sia una parte a precedere
l’altra. Così, se sono molti, è necessario che essi siano piccoli e grandi: piccoli fino a non avere
grandezza, grandi fino ad essere infiniti.”
(Simplicio, Fisica, 140, 34 = DK B 2, in I Presocratici, vol. I, pp. 303-4)

GLI ARGOMENTI CONTRO IL MOVIMENTO


Nella difesa della dottrina di Parmenide, Zenone elaborò anche quattro argomenti a favore
dell’immobilità dell’essere, accomunati dall’idea dell’infinita divisibilità di ogni grandezza fisica.
Infatti, per il pensiero qualunque quantità, sia spaziale che temporale, può sempre essere concepita
come ulteriormente scomponibile in parti più piccole, senza che sia possibile porre alcun limite al
processo di divisione.

Lo stadio
Il primo argomento è quello cosiddetto dello stadio. Non si può arrivare all’estremità dello stadio,
giacché bisognerebbe arrivare prima alla metà di esso e prima ancora alla metà di questa metà e così
via all’infinito. Ma non è possibile percorrere in un tempo finito infinite parti di spazio.

L’Achille
Il secondo argomento è quello dell’Achille. Se una tartaruga ha un passo di vantaggio, non sarà mai
raggiunta dal piè veloce di Achille. Difatti, prima di raggiungerla, Achille dovrà raggiungere la
posizione occupata precedentemente dalla tartaruga, che nel frattempo si sarà spostata di un
intervallo, seppure piccolissimo, di spazio. In questo modo la distanza tra Achille e la tartaruga non
si ridurrà mai.
Zenone (da Aristotele), infinita divisibilità dello spazio: il paradosso di Achille
Se ogni quantità è indefinitamente divisibile o non può essere percorsa in un tempo finito, la
nozione di un corpo in movimento che attraversa una certa distanza spaziale risulta logicamente
impossibile.

“Quattro sono gli argomenti di Zenone intorno al movimento che offrono difficoltà di soluzione.
Primo, quello sulla inesistenza del movimento per la ragione che il mosso deve giungere prima alla
metà che non al termine. […] Ragione per cui il ragionamento di Zenone assume […] che non si
possano percorrere elementi spaziali infiniti o toccare nella traslazione uno per uno infiniti
elementi spaziali in un tempo determinato.
Secondo è l’argomento detto Achille.
Questo sostiene che il più lento non sarà mai raggiunto nella sua corsa del più veloce. Infatti è
necessario che chi insegue giunga in precedenza là di dove si mosse chi fugge, di modo che
necessariamente il più lento avrà sempre un qualche vantaggio. Questo ragionamento è lo stesso di
quello della dicotomia, ma ne differisce per il fatto che la grandezza successivamente assunta non
viene divisa per due. Dunque il ragionamento ha per conseguenza che il più lento non viene
raggiunto ed ha lo stesso fondamento della dicotomia (nell’un ragionamento e nell’altro infatti la
conseguenza è che non si arriva al termine, divisa che sia in qualche modo la grandezza data; ma
c’è di più nel secondo che la cosa non può essere realizzata neppure dal più veloce corridore
immaginato drammaticamente nell’inseguimento), di modo che la soluzione sarà, per forza, la
stessa.”

(Aristotele, Fisica, VI (Z) 9, 239b; 2, 231a = DK 29 A 25-26, in I Presocratici, vol. I, pp. 294-96.)

La freccia
Il terzo argomento è quello della freccia. La freccia che appare in movimento è in realtà immobile.
Infatti, essa occuperà a ogni istante soltanto uno spazio determinato pari alla sua lunghezza, poiché
il tempo in cui essa si muove è fatto da molteplici istanti e per tutti gli istanti la freccia sarà
immobile. Anche in questo caso il moto risulta impossibile, poiché da una somma di posizioni
immobili e di istanti fermi in se stessi non può risultare qualcosa di diverso, cioè il movimento.

“Assumendo che tutto ciò che è lungo uno spazio uguale a sé si muove o è in quiete, e che nulla si
muove nell’istante e che sempre il mosso è lungo uno spazio uguale a sé in ogni istante, pare che
proceda così: la freccia che si muove, che è in ogni istante lungo uno spazio uguale a sé, non si
muove dal momento che nulla si muove nell’istante; ma ciò che non si muove è in quiete, dal
momento che tutto o si muove o è in quiete; allora la freccia che si muove finché si muove è in
quiete per tutto il tempo della traslazione.”
(Aristotele, Fisica, VI (Z) 9, 239b = DK 29 A 27, in I Presocratici cit., vol. 1, p. 296)

Le masse nello stadio


Il quarto argomento è quello delle masse nello stadio. Esso afferma che in uno stadio un punto
mobile va a una certa velocità e simultaneamente al doppio di essa, a seconda che sia rapportato a
un punto immobile oppure a un punto che si muove alla stessa velocità in senso contrario,
generando in tal modo l’assurdo logico che la metà del tempo è uguale al doppio.

Zenone (da Aristotele), Il paradosso dello stadio


Anche in questo caso l’infinita divisibilità di spazio e tempo porta a conclusioni paradossali.

“Il quarto ragionamento è quello delle masse uguali che si muovono lungo masse uguali in senso
contrario, le une dalla fine dello stadio, e le altre dalla metà con uguale velocità.
In esso [Zenone] crede che si provi che sono un tempo uguale il tempo metà e il tempo doppio.”
(Aristotele, Fisica, VI (Z) 9, 239b = DK 29 A 28, in I Presocratici, vol. I, p. 298.)

In virtù di tali ragionamenti Zenone fu salutato da Aristotele come inventore della dialettica.

SERIE GEOMETRICHE
PER CONFUTARE GLI ARGOMENTI DI ZENONE

SUCCESSIONI, PROGRESSIONI, SERIE NUMERICHE E GEOMETRICHE


Le successioni numeriche
Una successione numerica a è una funzione che associa a ogni numero naturale n un numero reale an
a:N →R
n an

n si dice indice della successione (variabile indipendente)


an si dice termine della successione (variabile dipendente)

Esempio 1
0, 10, 20, 30, 40, 50
La seguente lista rappresenta la successione dei multipli di 10.

Esempio 2
Considerando la seguente successione:
2n + 1
an = n ∈ N − {0}
n
se si sostituiscono ad n i valori 1; 2; 3; 4…..si ottengono i seguenti termini
5 7 9
3; ; ; ….
2 3 4
Le progressioni geometriche
Una successione numerica si dice progressione geometrica quando il quoziente fra ogni termine e il
suo precedente è costante.

Il quoziente fra un termine e il suo precedente è detto ragione.

Esempio
la successione
7, 21, 63, 189…
è una progressione geometrica di ragione q=3.

È dimostrato che la somma sn dei primi n termini di una progressione geometrica di ragione q ≠ 1 e
con il primo elemento a1 è:

1− qn
sn = a1 ⋅
1− q

Le serie numeriche
Serie numerica reale
Data la successione di numeri reali a1, a2, a3, a4… an, si chiama serie numerica reale la successione
dei numeri
s1=a1,
s2=a1+a2,
….
sn=a1+a2+a3+a4+…+an
I numeri a1, a2, a3, a4… an si chiamano termini della serie, le somme s1, s2… sn si dicono somme
parziali o ridotte della serie.
+∞

È possibile indicare la serie usando il simbolo: ∑a


n =1
n

 La serie converge se n lim + ∞ s n = s s ∈ R


 La serie diverge positivamente se n lim + ∞ sn = +∞
 La serie diverge negativamente se n lim + ∞ sn = −∞

La serie geometrica
Esempio +∞
1
n
3 3
Data la serie ∑n=0 5n , il suo termine generale è an = 5n , se lo scriviamo nella forma 3 ⋅  5  , vediamo
1
che si tratta del termine generico della progressione geometrica di ragione , il cui primo elemento
5
1
è 3. Diciamo allora che la serie data è una serie geometrica di ragione .
5
In generale si chiama serie geometrica di ragione q una serie del tipo:
+∞

∑ cq
n =1
n −1
= c + cq + cq 2 + cq 3 + .... + cq n + ...
Se q ≠ 1, possiamo calcolare sn, utilizzando la formula della somma dei primi n termini di una
progressione geometrica:
1− qn
sn = c ⋅
1− q

Si possono presentare tre casi:

1
Convergente c⋅ se −1 < q < 1
1− q

+∞

∑c⋅q + ∞ se c > 0
=
{ q ≥1
n
Divergente se
n =0 − ∞ se c < 0

Oscillante
Non ammette somma se q ≤ −1

SMENTITA DEGLI ARGOMENTI DI ZENONE CONTRO IL MOVIMENTO


In passato, se non con qualche eccezione, era diffusa l'idea della paura dell'infinito da parte dei
Greci. I filosofi ricorrevano molto spesso all'infinito sia potenziale sia attuale nelle loro
argomentazioni filosofiche. Un esperto matematico in questo campo fu Richard Suiseth (1340-
1354), meglio noto con il nome di Calculator. Egli riprese in mano il famosissimo Paradosso di
Zenone e lo interpretò a livello matematico.
Successivamente, nell’Ottocento, il matematico Weierstrass (1815-1897) formalizzerà che una serie
infinita di termini converge verso un numero preciso, con il concetto di limite, secondo il quale, per
quanto lunga possa essere la serie di addendi, la somma comunque tenderà sempre a un numero
finito e non oltre.

Confutazione dell’argomento sullo stadio


Secondo Zenone, l’atleta non potrà mai arrivare all’estremità dello stadio poiché prima dovrà
arrivare alla sua metà e prima ancora alla metà della metà e prima ancora alla metà delle metà della
metà, così via fino all’infinito.

1
u
8
1 1u=unità
u
4
1
u
2
1u

La successione che Zenone ci propone è una successione geometrica:


1 1 1 1 1 1
+ 2 + 3 + 4 + 5 + .... + n
2 2 2 2 2 2

La successione geometrica si può scrivere in questa forma:


+∞ +∞ +∞ n
1 1 1 1
∑2
n=0
n +1
=∑
n =0 2 ⋅ 2
n
= ∑ ⋅ 
n =0 2  2 

1 1
La ragione è q = e il primo elemento è c = , e si nota che la serie geometrica convergerà, in
2 2
quanto − 1 < q < 1 , quindi, applicando la formula da utilizzare in questo caso

1 1 1
c⋅ = ⋅ =1
1− q 2 1− 1
2
la serie geometrica converge in 1, che è proprio lo spazio di stadio che si aspettava di dover
percorrere l’atleta.

Confutazione dell’argomento sull’Achille e la tartaruga


L’argomento è simile a quello dello stadio, poiché tratta sempre l’infinita divisibilità dello spazio.
L’Achille se parte dopo la tartaruga non la raggiungerà mai, in quanto dovrebbe arrivare prima alla
posizione dalla quale si era mossa in precedenza, così via all’infinito.

Ipotizzando che la tartaruga abbia un vantaggio su Achille di 100m e che Achille sia 10 volte più
veloce della tartaruga, si può costruire questo schema:

A T
100m

A T
100m 10m

AT
100m 10m
1m

La strada che dovrà percorrere Achille per raggiungere la tartaruga è data da questa successione
geometrica:
1 1 1 1 1 1
102 + 10 + 1 + + 2 + 3 + 4 + 5 + ... + n
10 10 10 10 10 10

La successione può essere scritta anche in questa forma:

+∞ +∞ +∞ n
1 1 1

n = 0 10
n−2
= ∑
n = 0 10 ⋅ 10
n −2
= ∑
n=0
10 2  
 10 
1
La ragione è q = e il primo elemento è c = 102 , si può già notare che la serie quindi convergerà,
10
in quanto − 1 < q < 1 , applicando la formula da utilizzare in questo caso si calcola lo spazio percorso
da Achille per raggiungere la tartaruga:

1 1 1 1000
c⋅ = 10 2 ⋅ = 10 2 ⋅ = = 111,1
1− q 1 9 9
1−
10 10

EUGENIO MONTALE
VITA E OPERE
Nasce a Genova il 12 ottobre 1896. Stringe rapporti di amicizia con poeti conterranei, infatti nella
sua poesia si ritrovano elementi dell’area ligure come luoghi dell’animo. Il suo esordio in poesia è
legato all’amicizia che strinse con Pietro Gobetti. La prima opera è un saggio intitolato Stile e
tradizione, in cui riflette sul valore della poesia che ha sempre un significato metafisico, viene
precisata anche la questione dello stile; Montale rifiuta l’esperienza dell’avanguardia, ribadendo
l’esigenza di uno “sforzo verso la semplicità e la chiarezza”. Inoltre scopre la voce di Svevo e
scrive un articolo intitolato Omaggio a Italo Svevo che segnala per la prima volta in Italia
l’importanza dello scrittore triestino.
Nel 1925 esce la prima raccolta di versi, Ossi di seppia presso le edizioni di Pietro Gobetti; inoltre
Montale firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce, però in lui non
compare un intento pedagogico; anche se dissente con il regime dittatoriale, si sente estraneo e non
si occupa di impegno verso gli accadimenti storici recenti. Nella Primavera Hitleriana, Montale
accenna all’orrore, ma non denuncia, poiché il tono della sua poesia è interrogare la realtà.
Nel 1939 appare la sua seconda raccolta poetica, Le occasioni.
Nel 1943 esce la prima serie delle poesie di Finisterre che confluiranno nella terza raccolta, La
bufera e altro. Fa parte del CLN toscano e si iscrive al partito d’Azione. Nel 1948 inizia la sua
definitiva attività di redattore presso il “Corriere della Sera”. Dopo un lungo silenzio, pubblica nel
1971, presso Mondadori, i versi di Satura, che segnano una svolta di rilievo nello sviluppo della sua
ricerca poetica (il volume comprende anche gli Xenia - così venivano chiamati gli epigrammi che si
recitavano durante le feste delle antichità -, dedicati alla memoria della moglie).
Nel 1975 Montale riceve il Premio Nobel per la letteratura. Muore a Milano nel 1981.
ILVALORE DELLA POESIA - OSSI DI SEPPIA
Parole e significato
Le poesie della raccolta Ossi di seppia si segnalano subito per il timbro di una intima risentita
originalità, che nasce non da un rifiuto esterno della tradizione, ma di una sua intima rielaborazione.
Montale mette mano alla forma, che costituisce l’intimo della poesia. L’oggetto e l’aspirazione della
sua poesia è l’assoluto, intriso di significato dell’essere e di mistero. Tra l’uomo e l’assoluto c’è una
verità ineliminabile. È il mondo fenomenico, della natura e delle cose, nel quale sembra talora
possibile individuare uno spiraglio della verità, pur senza che se ne possano mai ricavare risposte
tranquillizzanti e definitive. La parola non può aspirare a raggiungere direttamente l’assoluto,
isolando la sua pronuncia nel silenzio, ma deve prima confrontarsi con il reale, la sola speranza di
accedere al mistero insondato dell’esistenza. Diventa così impossibile l’analogia nel senso proposto
dal Simbolismo, infatti Montale rifiuta l’analogia perché le cose naturali non corrispondono a
significati. Compare l’oggetto che ha il valore di oggetto e stabilisce un rapporto tra gli elementi, al
centro c’è l’io del poeta che cerca di raccontarli, tentando di scoprire il significato dell’Essere.
La poesia di Montale cade sulle “piccole cose”, sugli elementi di una realtà povera e comune che
l’uomo può in ogni momento trovare intorno a sé, soprattutto nella natura che più gli è familiare.
Gli oggetti e le immagini naturali diventano per lui degli emblemi, in cui è trascritto, in forme
oscure e cifrate, il destino dell’uomo, nelle sue rare gioie e speranze, ma soprattutto nell’infelicità di
una condizione (e di una condanna) esistenziale che non può offrire certezze o rivelazioni. È un
destino che paradossalmente, l’individuo non può accettare, ma contro il quale non può nemmeno
ribellarsi. In esso si riflette il senso di estraneità dell’uomo contemporaneo che, trascorrendo dal
piano storico al piano metafisico, entrambi indecifrabili, diventa perplessità esistenziale, una sorta
di paralisi, poiché nonostante le sollecitazioni e gli sforzi umani, la natura conserva dentro di sé la
sua oscura ragione di essere. Alla poesia non resta che rispecchiare questa condizione di aridità,
tornando insistentemente sulle cose e sulle relazioni che le uniscono, nell’incessante quanto vana
speranza di trovare un «varco» (La casa dei doganieri) che si apra sul mistero della vita. Quindi in
Montale, come esponente negativo del Novecento, compaiono estraneità e aridità che indicano la
fatica di vivere, e il poeta è massima espressione contemporanea della dimensione storica e di
quella metafisica, entrambe intrise di perplessità, poiché l’uomo resta in una vana ma ininterrotta
attesa della verità assoluta. La funzione della poesia è di rispecchiare l’aridità dell’esistenza
attraverso le cose.
Anche in Montale, quindi, le cose diventano simboli, che tuttavia sono indicati con il nome di
emblemi, dato che, a differenza dell’analogia, per Montale si parla di “correlativo oggettivo”, in
quanto anche i concetti e i sentimenti più astratti trovano la loro definizione ed espressione (il loro
corrispettivo, risultando così “correlati”) in oggetti ben definiti e concreti. Le cose sono così
espressioni che stanno ad indicare il malessere esistenziale (“il cavallo strozzato”) dall’oggetto
all’io. Gli oggetti più che simboli sono allegorie (il significato allegorico è già fortemente presente
in Dante, ma qui ha valenza diversa), infatti si coglie una “divina indifferenza” come qualcosa di
grande, la poesia di Montale esprime la ricerca della verità ma trova il nulla (“non può arrivare”),
quindi si può dire che sia una forma di conoscenza in negativo, priva di certezze, tutto è relativo e
legato all’interiorità dell’uomo. La poesia dunque ha il compito di indagare e ha il valore di una
testimonianza irrinunciabile che è quella del poeta. Non c’è speranza, ma compare la fiducia nella
ragione e nell’etica dello stoicismo, con il dovere dell’uomo legato appunto alla forza della ragione,
grazie alla quale deve incessantemente interrogarsi sull’esistenza ed è meglio che sappia anche se
ciò che sa fa male.

Contini presenta Montale


Una semplice caratterizzazione degli Ossi
“Il mondo degli Ossi di seppia è un mondo negativo: secondo luoghi diventati proverbiali, il poeta
si sofferma a descrivere «il male di vivere» che ha incontrato, e non è in grado di dire al suo lettore
che «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Eppure esso è vastamente descrittivo: il paesaggio
arso, scabro e marino della Liguria (non è meramente aneddotico sapere che esso è quello di
Monterosso al Mare nelle Cinque Terre, dove la famiglia aveva una villa) vi è composto in un
ritratto ormai celebre; sennonché il risultato di questo affannoso sforzo descrittivo porta in luce «le
inutili macerie» dell’abisso marino, in altri termini non è remunerato da quel minimo di vitalità
che inerisce anche all’operazione poetica, come appare luminosamente (e da lui è pure asserito in
modo esplicito) nel maggiore dei poeti «negativi», Giacomo Leopardi. Si aggiunga che la
radicalità della posizione negativa di Montale è sottolineata dalla mancanza di qualsiasi
ostentazione rivoluzionaria tanto nel linguaggio, di cui è facilmente dimostrabile la continuità con
la tradizione fino a Pascoli e al Gozzano, quanto nella metrica, che, sia pure in forme non
vincolate, libera frequentemente misure tradizionali e rime. […]”

(G. Contini, Letteratura dell’Italia unita. 1861-1968, Firenze, Sansoni, 1968, pp. 813-14)

FORSE UN MATTINO ANDANDO IN UN’ARIA DI VETRO


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

5 Poi come su uno schermo, s’accamperanno di gitto


Alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
Tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

(E. Montale, Tutte le poesie, op cit.)

Annotazione stilistica
o Il timbro della lingua è familiare, permette al lettore di avvicinarsi alla comunicazione.
o Il tono è discorsivo, come una sorta di colloquio, il poeta è la coscienza degli altri uomini.
o Il discorso è intonato in una sentenza, cioè in una nuda verità della vita, Montale dichiara la
conoscenza negativa a cui è approdato.
o La componente figurativa ha connotazioni affettive, personali, rievocative ma è fortemente
simbolizzata.

Analisi tematica
o Qui la necessità quotidiana è «l’inganno consueto», il miracolo – con cui se ne esce – è la
scoperta del «nulla».
o Occorre vivere la propria contraddizione senza scappatoie.
o Lo stesso Montale ha voluto sottrarre la sua poesia a un impegno speculativo troppo preciso,
per ricondurla invece a un’intuizione, a un’emozione quasi fisica, e a un fatto tecnico (parola
= espressione, aderenza musicale): «Le intenzioni che oggi le espongo sono tutte a
posteriori. Ubbidii a un bisogno di espressione musicale. Volevo che la mia parola fosse più
aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a che? Mi pareva di
vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale.
Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluta
sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: una esplosione, la fine dell’inganno del
mondo come rappresentazione. Ma questo era un limite irraggiungibile. E la mia volontà di
aderenza restava musicale, istintiva, non programmatica.»
Ibidem

Conservazione nella memoria del testo poetico: come agisce Montale nella memoria di
Calvino
Italo Calvino commenta una delle poesie che ha imparato ha memoria da giovane confrontando la
recitazione mentale quasi inconsapevole che l’ha accompagnato per anni con le verifiche imposte
dalla rilettura.

La poesia è priva di oggetti, di emblemi naturali, priva d’un paesaggio determinato, è una poesia
d’immaginazione e di pensieri astratti, come raramente in Montale.
Un’aria di vetro. La molla che scatena il «miracolo» è l’elemento naturale, cioè atmosferico,
l’asciutta cristallina trasparenza dell’aria invernale, che rende le cose tanto nitide da creare un
effetto d’irrealtà, quasi che l’alone di foschia che abitualmente sfuma il paesaggio s’identifichi con
lo spessore e peso dell’esteriore.
L’aria-vetro è il vero elemento di questa poesia, e la città mentale in cui la situo è una città di vetro,
che si fa diafana fino a scomparire.
Il «miracolo» è il tema montaliano primo, ma qui è una delle poche volte in cui la verità altra che il
poeta presenta al di là della compatta muraglia del mondo empirico si rivela in una esperienza
definibile.
La scoperta è salutata dal poeta con favore, come «miracolo», come acquisizione di verità
contrapposta all’«inganno consueto» ma anche sofferta come vertigine spaventosa: «con un terrore
di ubriaco». Neanche «l’aria di vetro» sostiene più i passi dell’uomo; l’avvio librato
dell’«andando», dopo il rapido volteggio, si rivolse in un barcollare senza più punti di riferimento.
Tra gli uomini che non si voltano. Il «di gitto» che chiude il primo verso della seconda quartina
circoscrive l’esperienza del nulla nei termini temporali d’un istante.
Col mio segreto. Due rapidità distinte attraversano il poemetto: quella della mente che intuisce e
quella del mondo che scorre. Capire è tutta questione d’essere veloci, rivolgersi tutt’a un tratto per
sorprendere lo hide-behind, è una giravolta su se stessi vertiginosa ed è in quella vertigine la
coscienza. Il mondo empirico invece è il consueto succedersi d’immagini sullo schermo, inganno
ottico come il cinema, dove la velocità dei fotogrammi ti convince della continuità e della
permanenza. C’è un terzo ritmo che trionfa sui due ed è quello della meditazione, l’andatura assorta
e sospesa nell’aria del mattino, il silenzio in cui si custodisce il segreto carpito nel fulmineo moto
intuitivo.
IMPARARE DEMOCRAZIA
LE ORIGINI DELLA DEMOCRAZIA
La parola democrazia è spesso usata in modo rafforzativo e intensivo, ma anche estensivo, poiché
va spesso oltre il significato proprio, è un termine molto versatile che racchiude tutte le cose buone
e belle che riguardano la vita dello stato sociale. La democrazia ha inoltre assunto diverse
connotazione nel tempo.

Platone
Fin dall’antichità era stata associata a un governo della massa che ignora i suoi limiti in modo
egoista e quindi facile preda dei tiranni.

«[La democrazia] non si da alcun pensiero a quegli studi di cui bisogna attendere per prepararsi
alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo.»
(Platone, Repubblica, libro VIII)

Secondo Platone la democrazia è il regime in cui il popolo ama essere adulato, piuttosto che
educato. Per esempio la democrazia ateniese del V secolo era finita in oligarchia.
Infatti Platone delinea le leggi di uno stato che dovrà essere organizzato in modo da tener lontani sia
i rischi del dispotismo che quelli della democrazia, pur facendo ampio ricorso al principio della
elettività, e accettando anche la pratica del sorteggio, con particolari limitazioni che dovranno
assicurare che le cariche supreme arrivino solo ai saggi. Nello scritto la Repubblica sono i filosofi, i
quali potevano assumere direttamente il governo e contribuire all’unione comune della società
grazie alla loro saggezza. Anche se vi sono diverse forme di costituzione (monarchia, aristocrazia,
democrazia, tirannia e oligarchia), il vero politico è colui che è detentore dell’arte regia che
intreccia sapientemente il valore e la saggezza per far convergere le abilità degli uomini rendendoli
competenti, senza però incarnare la figura divina del «pastore di uomini».

«Non occorre perciò osservare altrove un modello di costituzione, ma attenersi a questo e cercare
di realizzare più che sia possibile uno che a esso gli somigli.» (Platone, Leggi, IV, 739e)
Platone delineò una società ideale, e più la società si fosse allontanata da questa, più sarebbe
peggiorata la condizione attuale dell’umanità.

Aristotele
In Aristotele si ritrovano due criteri in base alla distinzione delle costituzioni:

Interesse comune
«È evidente quindi che quante costituzioni mirano all’interesse comune sono giuste in rapporto al
giusto in assoluto, quante, invece, mirano solo all’interesse personale dei capi sono sbagliate tutte
e rappresentano una deviazione dalle rette costituzioni; sono pervase da spirito di dispotismo,
mentre lo Stato è comunità di liberi.» (Politica, III (Γ), 6, 1279)

Aristotele arriva a questa conclusione considerando il rapporto: padrone-schiavo in cui l’autorità


viene esercitata nell’interesse del padrone; e il rapporto tra capofamiglia e famiglia, l’autorità viene
esercita nell’interesse sia del capofamiglia che dei familiari. Invece nel rapporto governanti-
governati, dal momento che lo Stato per natura è una comunità costituita nell’interesse comune,
l’autorità dev’essere esercitata nell’interesse dei governati.

La distribuzione del potere


«Sovrano sia o uno solo o pochi o molti.»

BENE PRIVATO

Tirannide Oligarchia Democrazia

UNO POCHI MOLTI

Regno Aristocrazia “politìa”

BENE COMUNE

Incrociando i due criteri Aristotele codifica sei costituzioni:


 il regno, cioè il governo di uno per il bene comune;
 l’aristocrazia, cioè il governo di pochi per il bene comune;
 la “politìa” (governo o costituzione democratica in greco), cioè il governo di molti per il
bene comune;
 la tirannide, cioè il governo di uno nel proprio interesse;
 l’oligarchia, cioè il governo di pochi nel proprio interesse;
 la democrazia, cioè il governo di molti nel proprio interesse.
Secondo Aristotele il sistema di governo preferibile è la “politìa”, una via di mezzo tra l’oligarchia
e la democrazia ed espressione della classe media, che preserva la posizione tra i molto ricchi e i
molto poveri.
Polibio e Cicerone
Ritenevano che per pervenire al bene collettivo era necessario un “governo misto” che doveva
essere la fusione dei principi monarchici, aristocratici e democratici. Questo ordinamento era
regolato in modo tale che ad una sola forza politica o sociale, ovvero ad un unico principio
ideologico, fosse giuridicamente impedito di prevalere e d’intaccare il bene collettivo.

Erodoto
Questa forma di governo venne smentita da Erodoto con il dialogo tra i capi persiani, i tre
interlocutori sono Otane, Megabizo e Dario, rispettivamente difensori di democrazia, aristocrazia e
monarchia. Nel loro dialogo ciascuno a turno dava all’altro lo spunto per distruggere i propri
argomenti.

Otane, il democratico

«La mia opinione è che nessuno debba più diventare nostro sovrano: non è cosa né piacevole né
buona. […] Anche il migliore degli uomini essa [la monarchia] è in grado di spostare dalle sue
condizioni abituali, una volta che sia arrivato a un tale potere. Dai possessi che si trova ad avere
gli deriva infatti l’arroganza, mentre fin dall’inizio è insita nell’uomo l’invidia […]. Il sovrano non
dovrebbe avere invidia dal momento che possiede tutti i beni; invece, si comporta tutto al contrario
con i cittadini; prova invidia che i migliori siano e restino in vita, e si compiace dei peggiori,
pronto com’è ad accoglierne le calunnie.»

Megabizio, l’oligarchico

«[…] Quanto a conferire alla massa il potere, si allontana dall’opinione migliore: niente infatti è
più cieco e arrogante di una folla inetta, e non tollerabile che per sfuggire all’arroganza di un
sovrano gli uomini cadono in quella del popolo sfrenato. Il sovrano, infatti, se fa qualcosa la fa a
ragion veduta, il popolo la ragione non la possiede affatto. […] Noi invece scegliamo un gruppo
degli uomini migliori e affidiamo a questi il potere.»

Dario, il monarca

«Niente può darsi di meglio di un uomo solo che sia ottimo: servendosi del senno che possiede è in
grado di guidare la massa in modo impeccabile […]. Nell’oligarchia invece tra quelli che
impiegano le loro qualità per il bene comune scoppiano spesso forti conflitti personali, perché
ognuno vuole essere e far prevalere le sue opinioni.»
(Erodoto, Storie, libro III, 80-82, traduzione di Guido Paduano)

Zagrebelsky
Per quanto riguarda Zagrebelsky, egli riflette sull’origine e le diverse accezioni della democrazia e
fa notare come, dopo la sconfitta delle dittature totalitarie, nessun partito (capitalista, socialista,
liberale, sociale) non rinunciava ad autoproclamarsi democratico, tanto che il concetto era
sottoposto a una tensione da perdere il significato ideale.
Nei paesi dove erano caduti i regimi totalitaristi antidemocratici la politica per il recente passato si
manifestava con la costruzione di un assetto costituzionale e sociale in cui alle decisioni collettive
potesse effettivamente, liberamente e responsabilmente prendere parte il popolo.
Un regime caratterizzato da tre elementi:
 l’effettività dei valori popolari,
 la libertà politica,
 la maturità politica.
Questi aspetti dovevano contribuire alla rivincita rispetto a un passato di semplice adesione al capo
(Führer, Duce).
Inoltre la democrazia è il regime politico aperto a tutti e dovrebbe avere la sua pedagogia, infatti
non dovrebbe essere marginale lo studio dell’educazione civica a scuola.

L’EDUCAZIONE
«Ora gli uomini diventano buoni e virtuosi col concorso di tre fattori e questi tre fattori sono la
natura, l’abitudine, la ragione. In primo luogo bisogna avere la natura qual è quella dell’uomo e
non di uno degli altri animali: poi bisogna avere una certa qualità nel corpo e nell’anima. Ma con
certe qualità non giova affatto nascerci, perché le abitudini le fanno mutare e in effetti talune
qualità, che per natura tendono in entrambe le direzioni, sotto la spinta dell’abitudine vanno verso
il peggio o verso il meglio. Ora gli altri animali vivono essenzialmente guidati da natura, taluni,
ma entro i limiti molto ristretti, anche dall’abitudine.»
(Aristotele, Politica, VII (H), 14, 1332a-b, in Opere, vol. IX, p.243)

Secondo Aristotele, la massa non ubbidisce alla ragione ma può essere tenuta sotto controllo solo
con la punizione, perché i cittadini diventino buoni è necessario insistere sulle buone abitudini. Lo
stato quindi deve provvedere all’educazione dei cittadini. Poiché la ragione è espressione specifica
dell’uomo, l’educazione deve mirare alla ragione, ma le abitudini possono precedere la ragione.
Si diventa buoni e virtuosi grazie a tre fattori: la natura, l’abitudine, la ragione. Prima vengono la
natura umana e le qualità, poi sono necessarie le abitudini che orientano verso il meglio le qualità,
infine l’uomo possiede la ragione, che deve guidare il comportamento virtuoso.
Se lo stato educa in queste discipline in vista dello svago utile proprio dell’ozio e ci sono delle
discipline (a differenza della grammatica che serve per scrivere o della ginnastica che serve per la
salute del corpo) che sono fini a se stesse. Ad esempio la musica non è necessaria, né utile: essa
serve allo svago nobile che c’è nell’ozio e conduce a quella forma di ricreazione che è propria degli
uomini.
Alla luce della definizione di ozio Aristotele spiega che:
«Si devono ritenere ignobili tutte le opere, i mestieri, gli insegnamenti che rendono inadatti alle
opere e alle azioni della virtù il corpo o l’intelligenza degli uomini liberi. Perciò tutti i mestieri che
per loro natura rovinano la condizione del corpo li chiamiamo ignobili, come pure i lavori a
mercede, perché tolgono alla mente l’ozio e fanno gretta. »

Secondo Zagrebelsky l’educazione è una virtù democratica poiché rende devoti alla cosa pubblica e
disponibili a destinare le proprie energie.

«Basterebbe metterla il movimento, all’inizio; poi le cose andrebbero da sé. Tutte le altre forme di
governo non godrebbero di questa fortuna davvero straordinaria di potersi autoalimentare
indefinitamente. » (Zagrabelsky, Imparare democrazia, p. 10)

Tanto più la democrazia cresce (per esempio acquisendo virtù con la diffusione dei diritti politici,
innanzitutto quello di voto) tanto più lo spirito democratico si sviluppa e questo sviluppo fa
ulteriormente crescere la democrazia. Solo con le virtù si rende immune da pericoli di involuzioni
antidemocratiche.

I VIZI E GLI SCANDALI DELLA DEMOCRAZIA:


 «Guardiamoci attorno, si assiste impotenti al fenomeno dell’apatia politica, che coinvolge
spesso la metà circa degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista dalla cultura politica,
costoro sono persone […] semplicemente disinteressate per quello che avviene, come si dice
in Italia, […] “nel palazzo”. » (Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia)
L’indifferenza politica diffusa nelle nostre democrazie porta a una scarsa partecipazione o a
una visione egoistica della partecipazione alla vita politica dello stato;
 la diffusione crescente del voto di scambio, espressione di una “morale bassa e volgare”;
 l’impunità promessa per delitti commessi o il trattamento di favore, a seguito di condanne
penali da eseguire;
 la mobilitazione e l’eccitazione dei cittadini da chi ne ha la forza e l’interesse, chiamati ad
agire come eserciti contrapposti con slogan opposti, bene-male, amore-odio, verità-errore,
parole che sono germi totalitari;
 si assiste con impotenza allo sviluppo di una dimensione ormai planetaria delle
organizzazioni degli interessi degli industriali dell’odierno capitalismo, la democrazia su
trasforma in:
o videocrazia: conseguente alla crescente monopolizzazione a livello mondiale
dell’informazione;
o plutocrazia: la concentrazione del potere politico è nelle mani di pochi detentori di
smisurate ricchezze personali;
o cleptocrazia: quando le ricchezze sono frutto di attività illecite.

DIECI PUNTI DI RIFLESSIONE DELLA DEMOCRAZIA


1. La fede in qualcosa
«La democrazia e relativistica, non assolutistica. Essa, come istituzione d’insieme e come potere
che essa promana, non ha fedi o valori assoluti da difendere, ad eccezione di quelli su cui si basa. »
(Zagrabelsky, Imparare democrazia, p. 15)

C’è solo un piccolo nucleo di principi: il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e i
diritti che ne conseguono e l’uguale partecipazione alla vita politica. Ma i fini e i valori sono da
considerare ralativi. Democrazia e dogma sono incompatibili. Solo in questo modo la democrazia,
non sposandosi a valori assoluti, che spesso sono imposti con forza e inganno, lascia che la società
esprima i propri valori.
Resta in ogni caso importante non vedere il relativismo come scetticismo o nichilismo, poiché se
“una cosa vale l’altra”, perché difendere una forma di governo rispetto all’altra, quindi è necessario
credere nella democrazia e impegnarci per scuotere apatia e alimentare ideali.

2. La cura delle personalità individuali


La democrazia è fondata sugli individui non sulla massa, le persone sono entità eterogenee e
originali.

«Credo sia più facile stabilire un governo assoluto e dispotico in un popolo dove le condizioni sono
eguali che in un altro, e penso che se un governo del genere fosse stabilito in un simile popolo, non
solo vi opprimerebbe gli uomini, ma alla lunga sottrarrebbe a ciascuno di loro parecchi dei
principali attributi dell’umanità. Il dispotismo mi sembra, dunque, particolarmente da temere nelle
età democratiche. » (Tocqueville, La democrazia in America, capitolo VII, p. 780)

La folla informe, dove tutti sono uguali, non ha bisogno di democrazia ma può accontentarsi di
qualche demagogo che ne interpreta gli umori. Una democrazia senza qualità individuali apre la
strada a demagoghi e regimi totalitari che hanno bisogno di uomini-massa non di uomini-individui.
Inoltre bisogna vedere con preoccupazione il procedere delle società verso l’omologazione, per
esempio consumi di massa, cultura di massa, divertimenti di massa, chi non si adegua nel migliore
dei casi passa per originale o nel peggiore uno spostato.

3. Lo spirito del dialogo


La democrazia è discussione, ragionare insieme. Chi, come coloro che si ritengono superiori agli
altri, odia il confronto delle idee, preferisce la sopraffazione (per esempio Mussolini disprezzava le
elezioni definendole dei ‘ludi cartacei’)

«Vi sono persone affatto incolte che amano spuntarla ad ogni costo, anche se nel costo di persistere
nell’errore e di trascinare altri con sé. Vi sono poi però anche coloro che passano il tempo nel
disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi divenuti più sapienti di tutti per aver compreso
essi soli che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c’è nulla di sano o di saldo, ma tutto […] va
su e giù, senza rimanere fermo in nessun punto neppure un istante. »
(Platone, Gorgia, in Opere Complete, vol. V)

Per esempio nel libro 1984, i “Ministri della verità” sono capaci di far sì che attraverso il
bombardamento dei cervelli riescono a mettere la verità sullo stesso piano della menzogna e in
questo modo si plasmano regimi corruttori di coscienza.

«La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. » (George Orwell, 1984, p. 8)

Lo spirito del dialogo spesso è assente o remoto nelle società moderne poiché gli individui sono
dominati da orgoglio e vanità, entrambi i vizi fanno pensare che un sistema di vita che la pensi
diversamente debba essere a malapena sopportato o soppresso, invece dovrebbe essere apprezzato.

4. Lo spirito dell’uguaglianza
La democrazia è uguaglianza e isonomia.

Lo stato di natura
Lo stato di natura è caratterizzato dalla libertà, regolata dal diritto naturale, e dall’uguaglianza di
tutti gli individui.

«Per ben intendere il potere politico e derivarlo alla sua origine, si deve considerare in quale stato
si trovino naturalmente tutti gli uomini, e questo è uno stato di perfetta libertà di regolare le
proprie azioni e disporre dei proprie possessi e delle proprie persone come si crede meglio, entro i
limiti della legge di natura, senza chiedere permesso o dipendere dalla volontà di nessun altro. È
anche uno stato di eguaglianza, in cui ogni potere e ogni giurisdizione è reciproca, nessuno
avendone più di un altro, poiché non vi è nulla di più evidente di questo, che creature della stessa
specie e dello stesso grado, nate, senza distinzione, agli stessi vantaggi della natura, e all’uso delle
stesse facoltà, debbano anche essere eguali fra di loro, senza subordinazione o soggezione […].»
(John Locke, Due trattati sul governo, II, par. 4, p. 228)

Questo trattato è stato scelto per dimostrare che lo stato di natura è una condizione antecedente allo
stato civile, del diritto e del potere, per individuare i presupposti che conducono alla nascita di un
potere politico riconosciuto. Lo stato di natura non è politico, ma sociale, e le leggi della natura
sono dettate dalla ragione.
Una società che si divide in privilegi dispone i suoi membri su una scala: chi sta su e chi sta giù; chi
guarda dall’alto in basso quelli che stanno giù e viceversa. Dunque i pregiudizi sono i primi
promotori del disprezzo sociale e della negazione dei diritti naturali, dalla tensione che nasce si può
generare un vero e proprio conflitto che non si può risolvere con mediazione, per antonomasia la
Rivoluzione Francese.

5. L’apertura verso chi porta identità diverse


«Che cos’è la tolleranza? Deve essere la prerogativa fondamentale dell’umanità. Noi siamo tutti
impastati di debolezza e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre balordaggini, è la prima
legge di natura. […] È chiaro che qualunque privato che perseguita un uomo, un suo fratello,
perché quegli non è della sua opinione, è un mostro. Ciò non suscita discussione. Ma un governo,
dei magistrati, i principi come si comporteranno con quelli che hanno un culto diverso dal loro? Se
si tratta di stranieri potenti, possiamo star sicuri che questo principe farà alleanza con loro. […]
Insensati, che non avete mai saputo adorare con purezza d’animo il Dio che vi ha creati! Mostri,
che avete bisogno delle superstizioni come il becco dei corvi ha bisogno delle carogne! È già stato
detto, ma non c’è altro da dire a riguardo: se in uno stato ci sono due religioni, faranno per
scannarsi; se ce ne sono trenta, vivranno in pace. »
(Voltaire, Dizionario Filosofico, 1764)

La democrazia esige che le identità siano influenti. Potrebbe sembrare che la democrazia debba
dunque essere tollerante verso di esse. Ma la democrazia non può accontentarsi della tolleranza, in
quanto questa è propria di un contesto che non è il nostro, poiché un’identità è tollerante quando si
astiene del soffocare quelle minoritarie. Quindi è l’assolutismo che se si ammorbidisce può parlare
il linguaggio della tolleranza.
Il dibattito si fa più attuale se si considera la questione scolastica in Italia riguardo ai simboli
religiosi, e la disputa è ben più importante e profonda di una controversia tra abbigliamento o
arredamento di aule scolastiche. Di quei simboli la democrazia non può impedire l’esposizione a
nessuno, ma nessuno a sua volta può usarli come aggressione o offesa nei confronti di altre identità.
La democrazia dovrà accogliere le identità sullo stesso piano quindi è chiaro che non debbano
verificarsi alleanze tra ‘trono e altare’, in particolare i politici che mirano ad arrivare a vertici del
potere non dovranno nemmeno appoggiarsi all’autorità morale della Chiesa.

6. La diffidenza verso le decisioni irrimediabili


«Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad
esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Quale può
essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da
cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che la somma di minime porzioni della privata
libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale; che è l’aggregato delle particolari.
Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel
minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo di tutti i beni, la vita?
E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi,
e doveva esserlo se ha potuto dare ad altrui questo diritto o alla società intera? »
(Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap. XXVIII,1766)

Come già detto in precedenza, le decisioni imposte da una verità che non ammette replica sono
preannunci di conflitti. In democrazia la strada per dire ‘ci siamo sbagliati’ deve restare sempre
aperta. Non è tipico della democrazia essere fondata su pena di morte e guerra, l’elogio delle milizie
e l’elogio del boia sono tipici della tirannide.

7. L’atteggiamento sperimentale
«Lo spirito democratico è quello in cui le convinzioni della coscienza e conseguenze dell’agire
formano un circolo sempre aperto nel quale si determinano le norme dei soggetti responsabili. »
(Zagrabelsky, Imparare democrazia, p. 30)
La democrazia è orientata da principi, ma deve imparare quotidianamente dalle conseguenze delle
proprie azioni. La scuola di democrazia è quella in cui tutti siamo chiamati a cooperare. I questo
modo ci si rende conto delle difficoltà esterne, con le quali si deve fare i conti: vincoli normativi,
collisione di diritti altrui.
La tensione tra teoria e pratica è un’esperienza da cui si apprende molto. Sotto questo aspetto
l’istruzione scolastica nel nostro Paese è particolarmente carente, poiché è orientata all’astrattezza
dell’apprendimento che genera distacco verso il mondo.

8. Coscienza di maggioranza e coscienza di minoranza


«Può darsi in effetto che molti, pur se singolarmente non eccellenti, qualora si raccolgano insieme,
siano superiori a loro, non presi singolarmente, ma nella loro totalità, come lo sono i pranzi
comuni rispetto a quelli allestiti a spese di uno solo. In realtà, essendo molti, ciascuno ha una parte
di virtù e di saggezza e come quando si raccolgono insieme, in massa, diventano un uomo con molti
piedi, con molte mani, con molti sensi; così diventano un uomo con molte eccellenti doti di
carattere e d’intelligenza. » (Aristotele, Politica, III, II, 128Ib)

Questa idea funziona a condizione che in ciascuno di noi ci sia una qualche porzione di diversa
virtù, ma soprattutto a condizione che tutti siano disposti a riconoscere queste diversità come parti
di una ricchezza comune.

«La virtù politica è una rinuncia a se stessi, ciò che è sempre molto faticoso da sopportare. Questa
virtù consiste nella preferenza continua dell’interesse pubblico agli interessi propri. »
(Montesquieu, De l’esprit des lois [1758], libro IV, cap. V.)

Questa non è una cosa contro natura, ma una sfida che l’individuo deve tenere continuamente viva
nei confronti dei propri interessi.

9. L’atteggiamento altruistico
Res publica (=cosa pubblica)

La democrazia è la forma di vita comune di esseri umani solidali tra loro, che mettono in comune il
meglio di sé: tempo, capacità, anche risorse. Al patrimonio comune tutti devono poter attingere.
L’emarginazione sociale è contro la democrazia e l’idea che nessuno possa essere lasciato indietro
non è un suo elemento accidentale. Se non c’è solidarietà compare il darwinismo sociale,
un’ideologia crudele che legittima il dominio dei più forti e abbandona i deboli all’emarginazione e
li condanna alla sparizione, giustificandola con una selezione naturale.

10. La cura delle parole


La democrazia é basata sul dialogo, quindi se ci sono poche parole, di conseguenza risultano poche
idee. Sapersi esprimere ci fa eguali, ed eguale è chi si sa esprimere, “che sia ricco o povero importa
meno basta che parli” (Don Milani, Lettera a una professoressa).

«Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto e l’archelingua
dimenticata, ogni pensiero eretico […] sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto
riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Il lessico della neolingua era
articolato in modo da fornire un’ espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che
un membro del partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro
significato , compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. […] Tanto per fare un
esempio, in neolingua esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in
affermazioni del tipo “Questo cane è libero da pulci”; o “Questo campo è libero da erbacce”. Non
poteva invece essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente
libero”, dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più neanche come concetto
e mancava pertanto una parola che la definisse. »
(George Orwell, 1984, Appendice. I principi della neolingua, p 103)

Le parole non devono essere ingannatrici, perché il dialogo sia onesto le parole devono essere
precise e specifiche, le parole devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere.

Perché credere nella democrazia?


«La democrazia è, tra tutti, l’unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia.»
(Zagrabelsky, Imparare democrazia, p. 43)

La democrazia è l’unico regime che riconosce ognuno capace di discutere e decidere la vita
pubblica. Tutti gli altri regimi considerano l’uomo indegno di autonomia al di fuori delle relazioni
private a familiari.

Bibliografia
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testo, Dal Barocco all’Illuminismo, Vol. C, Paravia ed, 2000, p 423
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testo, Saba, Ungaretti, Montale, Pavese, Gadda, Calvino, Paravia ed, 2002, pp.59-63, 76-77
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• R. CESERANI, L. DE FEDERICIS, Il materiale e l’immaginario, La società industriale
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• G. ORWELL, 1984, Mondadori ed, 2006
• L. TORNATORE, P. A. FERRISI, G. POLIZZI, Filosofia. Testi e argomenti, Antichità e
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• L. TORNATORE, G. POLIZZI, E. RUFFALDI, Filosofia. Testi e argomenti, Dal
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• G. ZAGRABELSKY, Imparare democrazia, Einaudi ed, 2007

Sitografia
• http://ideedieudale.blogspot.com/2007/05/storia-medioevale-della-matematica.html