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Marco Porcio Catone Uticense Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Marco Porcio Catore che legge il Fedone prima di suicidarsiMarco Porcio Catone Uticense (latino: Marcus Porcius Cato Uticensis, detto anche Cato Iunior, Catone il Giovane, per distinguerlo dal suo avo Marco Porcio Catone, detto pertanto Cato Maior ; Roma, 95 a.C. - Utica, 46 a.C.) era pronipote di Catone il Censore (234 a.C.149 a.C.) famosissimo per aver ostinatamente proposto la distruzione di Cartagine (146 a.C.). Se si eccettua l'infamante, e tutta da verificare, accusa di ebrius (ubriacone) mossagli da Cesare, l'Uticense descritto, persino dalle fonti a lui ostili, come un personaggio di somma rettitudine, incorruttibile e imparziale, molto scomodo per gli avversari. mostrato come il campione delle prische virt romane per antonomasia, uomo fuori del suo tempo, citato ogniqualvolta si voleva lodare (o anche sbeffeggiare, come in Marziale) i Romani dei tempi eroici. Indice [nascondi]

1 Origini 2 Carriera politica

3 Contro i futuri Triumviri


4 La svolta pompeiana 4.1 Vita privata 5 La fine 6 Letteratura 6.1 Letteratura classica 6.2 Letteratura successiva

Origini [modifica] Un figlio di Marco Porcio Catone il Censore e di Salonina, Marco Porcio Catone Saloniano, ebbe due figli, il maggiore dei quali, Marco, spos Livia, figlia di Marco Livio Druso, console nel 112 a.C.. Da questo matrimonio nacque, oltre quel Marco, che sar l'Uticense, Porcia. Da un precedente matrimonio di Livia con Q. Servilio Cepione erano nati Servilia e Q. Servilio Cepione. Quest'ultimo avr una figlia anch'essa di nome Servilia. Pertanto

Marco (il futuro Uticense) e Porcia, Servilia e Q. Servilio Cepione, erano figli della stessa madre. Dal matrimonio di Servilia (sorella dell'Uticense e amante di Caio Giulio Cesare) con D. Giunio Bruto, nascer Marco Giunio Bruto il futuro cesaricida, che sposer la cugina Porcia. L'altra Servilia, nipote dell'Uticense, andr sposa a Lucullo e verr da questi ripudiata per la sua scandalosa condotta. Una menzione a parte merita la moglie dell'Uticense, Marcia, ceduta dallo stesso al famoso oratore Ortensio, ricchissimo, e ripresa in casa dopo la morte di quest'ultimo. Carriera politica [modifica] Fu tribuno militare, nella guerra servile e in quella macedonica, questore nel 65 a.C., tribuno della plebe nel 62 a.C., propretore tra il 58 a.C. e il 56 a.C., con l'incarico di ridurre a provincia romana l'isola di Cipro sottratta all'Egitto, pretore nel 54 a.C., e infine senatore. Intorno al 49 a.C. lo troviamo in Sicilia, non si sa bene se col grado di questore o di propretore. Poco portato al compromesso e indifferente agli interessi dei compagni di partito, quello degli optimates, conobbe anche l'insuccesso elettorale, nel 55 a.C., anno in cui si era candidato per la carica di pretore. Oltre che da Seneca, questo particolare ci viene riferito da Petronio Arbitro che considera tale bocciatura cosa disonorevole non per Catone, ma per il popolo Romano. Nell'esercizio delle sue funzioni, si oppose all'illegalit, dichiarandosi custode del mos maiorum e delle istituzioni repubblicane, attaccando chiunque non si muovesse entro quei limiti. Uniform tutta la sua vita ai precetti dello stoicismo mostrando grande intransigenza nei confronti di potenti autocrati e dei pi spregiudicati mestieranti della politica del tempo, non facendosi per nulla intimorire da minacce palesi contro la sua incolumit. Contro i futuri Triumviri [modifica] Si scagli, infatti, contro Pompeo Magno (106- 48 a.C.), il conquistatore della provincia d'Oriente (65-62 a.C.), al quale, opponendosi coi suoi seguaci in senato, neg il trionfo, le terre che Pompeo stesso chiedeva per ricompensare i suoi veterani e il riconoscimento della sistemazione che egli aveva dato ai territori sottomessi. Pompeo infatti, nel conquistare i territori della suddetta nuova provincia era andato oltre il suo mandato, violando la legge che prevedeva l'intervento del senato ove un governatore di provincia si fosse spinto oltre i limiti territoriali di sua competenza: Pompeo, nelle intenzioni di Catone avrebbe dovuto rispondere all'accusa di interesse privato nella sistemazione territoriale, nella nomina di suoi clienti in posti chiave della provincia e al mantenimento, ai confini, di re e governanti che molto probabilmente avevano sborsato ingenti somme per essere mantenuti o posti sul trono.

Si oppose anche a Marco Licinio Crasso, (il vincitore della rivolta servile del 73 a.C., guidata da Spartaco e terminata, nel 71 a.C., con la crocifissione di 6000 schiavi lungo la via Appia) che chiedeva per i suoi amici, appartenenti all'ordine equestre, quindi del partito dei populares, una parziale restituzione di somme, da costoro versate e gi incamerate dall'erario, relative e conseguenti all'aggiudicazione delle gare d'appalto per la riscossione delle tasse nella provincia d'Oriente; anche in questo caso l'opposizione di Catone non lasci spazio a ulteriori discussioni: le trattative si erano svolte regolarmente secondo contratti letti, accettati e sottoscritti dagli interessati; si accontentassero gli appaltatori delle imposte di guadagnare un po' meno.

Coppe di propaganda politica di Catone e Catilina Non meno violenta fu l'opposizione di Catone a Gaio Giulio Cesare, (rinfocolata da animosit personali, se vogliamo credere ai pettegolezzi riferiti da Gaio Sallustio Crispo) sia quando questi proponeva, contro i congiurati che avevano fiancheggiato (63-62) Lucio Sergio Catilina, pene alternative a quella di morte, proposta invece con vigore da Marco Tullio Cicerone e dallo stesso Catone, sia quando Cesare, chiedeva contestualmente al trionfo per le imprese di Gallia, la rielezione a console per l'anno successivo. Prassi voleva, rispose Catone, che il consolato non si potesse chiedere in absentia e che il trionfo si potesse celebrare dopo che il comandante avesse congedato le proprie milizie: rimproverava inoltre a Cesare l'essersi arricchito in Gallia a tal punto da poter pagare ingenti somme per saldare i debiti di suoi tanti amici e fiancheggiatori, residenti in Roma: Catone, inoltre, voleva che Cesare deponesse la carica che, contro la legge deteneva da otto anni illegalmente, rientrando in Roma da privato cittadino. Su quest'atteggiamento ostile verso Cesare non si sa se e quanto avr potuto influire la lunghissima relazione extraconiugale tra il conquistatore delle Gallie e Servilia, sorella dell'Uticense: di certo almeno in un'occasione l'Uticense ne rimase irritatissimo. Con Cesare diventavano tre gli scontentati, rappresentanti della fazione dei populares: a questo punto i tre, Pompeo, Crasso e Cesare, umiliati da Catone, decidono di stringere un patto di mutua alleanza, il cos detto primo triumvirato, per impossessarsi del potere. In pi

di un'occasione Cicerone addebiter all'Uticense la responsabilit d'aver rotto, col suo rigido atteggiamento, da stoico intransigente, la concordia ordinum, ossia quel delicato equilibrio su cui si reggeva, ma ancora per poco, il vecchio sistema repubblicano. La svolta pompeiana [modifica] Soltanto quando, morto Crasso contro i Parti a Carre (53 a.C.), tra Cesare e Pompeo cominciano a manifestarsi gelosie e reciproci sospetti, Catone, in un estremo tentativo di difendere le istituzioni repubblicane si avvicin a Pompeo che, nel frattempo strizzava l'occhio agli optimates in funzione anticesariana: intanto Cesare, il conquistatore delle Gallie, varca il Rubicone, puntando con le sue legioni su Roma: Pompeo, il senato romano e i catoniani abbandonano la citt, sperando di ricongiungersi alle legioni anticesariane delle province. Gli eventi precipitano, portando allo scontro tra Cesare e Pompeo, e quando quest'ultimo, in fuga, dopo la battaglia di Farsalo (48), viene ucciso a tradimento in Egitto, per ordine del quattordicenne faraone Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra, per Catone e i suoi seguaci, incalzati dalle legioni di Cesare, non rimane che tentare un'estrema resistenza nelle Province. La pi sicura di esse era la Numidia, governata all'epoca dal re Giuba I, anticesariano e protettore dei catoniani, gi distintosi per aver inferto gravi sconfitte all'avversario, ma prossimo, anche lui, alla capitolazione, nella battaglia di Tapso, e al suicidio.(46). Le milizie cesariane puntano ora su Utica, dove sono arroccati i Catoniani e dove si consuma l'estremo sacrificio di Catone. Vita privata [modifica] Catone si spos con Marzia (Catone), dandola poi in "prestito", secondo gli usi del tempo, a Quinto Ortensio. Dopo la scomparsa di questo secondo marito per essa torn dal primo, divenendo un simbolo di fedelt coniugale, citato in numerevoli autori, da Lucano a Dante Alighieri. La fine [modifica] Morto Pompeo, Catone si fortifico' In Utica insieme con i suoi fautori, in un primo tempo decisi a difendersi con il favore degli abitanti; ma poi essi si perdettero d'animo e cominciarono a parlare di arrendersi a Cesare. Catone non voleva abbassarsi a chiedere grazia; percio' diede a coloro che volevano partire i mezzi per il viaggio, pranzo' con tranquillita', trascorse le ultime ore in discussioni filosofiche e nella lettura di alcuni passi del Fedone di Platone, e poi si trafisse con la spada il ventre. Accorsi, i suoi amici gli fasciarono la ferita, ma egli, strappate le bende, volle morire infierendo nervosamente contro i suoi visceri. Per lui, stoico, la morte non era un male, ma uno strumento di liberazione dal momento che ogni altra via era preclusa. Si disse che Cesare avesse parole di ammirazione per questo suo ostinato avversario; ma quando Cicerone, Bruto e Fabio Gallo scrissero per esaltare la virtu' e la preveggenza di Catone, Cesare rispose con gli "Anticatones" (sono due libelli polemici diretti a confutare l'esaltazione dell'Uticense che

, presentato dai suoi amici come martire della liberta' repubblicana venne ingiuriosamente denigrato da Cesare, anche in base a motivi di rancore personale poiche' una figlia di Catone, Porzia, fu moglie di Bruto.) L'Uticense venne e viene comunemente accusato di poco tatto politico e di incapacit di compromesso, requisiti necessari in politica di fronte a pieghe pericolose che il corso degli eventi potrebbe prendere. Ma la sua natura era quella, per di pi confortata dalla morale stoica che non conosceva vie di mezzo di fronte alla rettitudine nel comportamento, da perseguire sempre e fino in fondo a costo della morte. Letteratura [modifica] La figura di Catone Uticense assunse, gia' fin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte, le proporzioni di un simbolo, prima nazionale, poi universale. Letteratura classica [modifica] Fonte principale su Catone Uticense la biografia di Plutarco nelle Vite Parallele che accentua i caratteri politici della sua figura e che sara' il modello delle elaborazioni moderne del personaggio. Sulla sua azione politica abbiamo notizie, soprattutto da Cicerone (Epistolario) e da Sallustio (Bellum Catilinae), suoi contemporanei tra i pi noti. L'azione politica e le imprese di Catone sono state anche oggetto di trasposizione poetica da parte di Lucano, nella sua Pharsalia o dir che si voglia Bellum civile che pone l'accento sulla sua integrita' morale e sulla sua eroica fedelta' ad un ideale di liberta' politica difesa fino alla morte. Lusinghieri i giudizi sulla onesta', dirittura morale, fermezza d'opinione e coraggio messi in atto per la difesa della legalit' che si leggono in autori di ogni epoca, quali Livio, (com' dato presupporre dalle periochae), Valerio Massimo, Seneca, Tacito, Marziale, Quintiliano, Publio Papinio Stazio per parlare dei piu' noti. In particolare il nome di Catone ricorre spesso in un'opera storica, per certi aspetti singolare, meglio conosciuta come Historia Augusta (HA), serie di biografie imperiali da Adriano a Numeriano (dal 117 al 284): esso viene evocato per elogiare imperatori "liberali", sotto i quali, dice l'autore (o dicono gli autori, cf. il libro di S.Mazzarino appresso indicato) "sarebbe stato felice di vivere persino Catone"; era il massimo elogio che si potesse tributare ad un imperatore. Giudizi sull'Uticense si leggono anche in molti autori di letteratura latina cristiana: interessante la posizione di S. Agostino che avanza pi di un dubbio sulla coerenza dell'Uticense (cf. De civitate Dei, 1,21), dandone un giudizio negativo. C' da aggiungere che alla morte di Catone, vennero pubblicate parecchie opere commemorative, andate perdute, compreso un Anticato (= Contro Catone), scritto da Cesare in chiave ironica, per svilirne l'operato e il ricordo. Del medesimo tenore, com'

dato capire da un passo di Svetonio, verosimile che fossero i rescripta Bruto de Catone (=risposte a Bruto su Catone) dell'imperatore Augusto. Una rassegna di autori antichi, pi o meno contemporanei che si occuparono dell'Uticense, trovasi ne "Il pensiero storico classico" di Santo Mazzarino (Laterza, Bari, 1974, vol.2,1). Letteratura successiva [modifica] In epoca medioevale l'Uticense ha una notevole importanza, come personaggio di primo piano, nella Divina Commedia; egli, simbolo di dirittura morale e di martire per la libert viene, infatti, posto, da Dante, a custodia del Purgatorio, dove giacciono le anime alle quali assicurata la beatitudine. Tuttavia, nella stessa epoca, influenzati dalla posizione gi detta di Sant'Agostino, valutano, fra gli altri, negativamente l'estremo gesto di Catone: Tommaso d'Aquino, Remigio dei Girolami, fra' Tolomeo da Lucca, Enrico da Gand, Vincenzo da Beauvais e nella stessa scia si colloca anche Francesco Petrarca. La tragica fine dell'Uticense ha ispirato artisti di varie epoche, tra i quali vanno segnalati: Pietro Metastasio, per il suo melodramma Catone in Utica, i tragediografi Joseph Addison e Johann Gottsched, rispettivamente per Cato e Catone morente, i pittori Guercino, Guillaume Lethire, Giovan Battista Langetti. Di ottima fattura e inneggianti al tema della libertas si conservano monete (numismatica), che circolarono in epoca romana, con la legenda M. P. Cato e la relativa indicazione della carica al momento ricoperta. Statue e busti marmorei o di bronzo raffiguranti l'Uticense sono custoditi nei pi importanti musei della romanit. Nel XVIII secolo, nei pressi di Frascati, sul versante di monte Porzio Catone, sono stati rinvenuti ruderi di una villa romana che gli archeologi, confortati dall'autorevole parere del Winckelmann, sostengono essere appartenuta all'Uticense. La moralit di Catone e il suo atto estremo sono stati e continuano ad essere oggetto di appassionati studi e dibattiti.

Ancora una volta la lettura della Divina Commedia ci pone di fronte al rapporto di Dante con l'antichit, ma questa volta l'Umanesimo dantesco non basta per spiegare l'esaltazione di un personaggio pagano suicida, portato ad essere custode del Purgatorio. Siamo appena entrati nel nuovo regno, avvolto da un'atmosfera diversa, un paesaggio che simboleggia il passaggio dalle tenebre infernali alla luce, e subito Dante, che qui pi che mai si identifica con i penitenti, ci presenta la figura di Catone, che fin da subito ci appare un personaggio straordinario. Catone veglio solo, degno di tanta reverenza in vista, ma ci che pi colpisce l'attenzione di dante sono le quattro stelle che illuminano il suo viso; queste simboleggiano le quattro virt cardinali, perse dopo il peccato originale, cio prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Catone quindi moralmente integro, come erano gli uomini al momento della creazione. Ma perch un uomo pagano si trova qui? Egli non dovrebbe forse stare fra gli Spiriti Magni del Limbo, o fra i suicidi del VII cerchio infernale? Vissuto fra il 96 e il 45 a.C., Catone scelse il suicidio ad Utica piuttosto che rinunciare alla libert politica che ormai Cesare aveva di fatto sottratto, in particolare a chi,

come lui, era Pompeiano. Libert: questa la parola chiave che ci aiuta a capire perch Catone si trovi qui, nel Purgatorio, dove le anime si purificano e trovano alla fine la libert dal peccato. Catone morto per difendere la propria libert ed ora, nonostante il suicidio, si trova qui come simbolo della libert dal peccato che le anime dei penitenti cercano. Inoltre in Catone Dante trova una parziale autoidentificazione come uomo esule, alla ricerca della libert politica di cui era st... il personaggio di Catone, osservato in rapporto al concetto di libert e al concetto di salvezza e il rito finale della purificazione, celebrato in sul lito diserto. Questa analisi ci porta ad accostare ancora una volta il problema dell'allegoria in Dante e in un canto la cui struttura tutta emblematica e che, sotto questo punto di vista, si offre efficace paradigma di tutta la seconda cantica. stato giustamente osservato che anche gli interpreti pi convinti della non poeticit dell'allegoria ammettono che nel primo canto "il simbolo del tutto disciolto nella rappresentazione" (Bigi): la figura di Catone esprime la riconquista della libert dopo l'esperienza del male, ogni gesto di Virgilio un'officiatura liturgica nella riconsacrazione del suo discepolo al bene, il personaggio Dante appare nello stato del catecumeno che comincia il suo ciclo di iniziazione- purificatrice. Su questi tre perni poggia la vicenda dell'anima nel momento in cui si avvia verso la penitenza e la redenzione, attraverso secondo la distinzione del Bigi - "tre fasi successive: quella in cui l'anima si abbandona con immediato senso di benessere alla sua nuova condizione; il sopraggiungere della consapevolezza delle responsabilit e dei doveri che tale condizione comporta; e infine, raggiunta questa consapevolezza, l'inizio, ansioso e raccolto, della penitenza".