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L’età di Cesare si identifica con l’ultimo periodo della Repubblica e ha come limiti cronologici 78 a.C.

(morte
di Silla) – 44 a.C. (uccisione di Cesare). Sia Silla che Cesare diedero vita a forme di governo che mettevano
seriamente in crisi le istituzioni repubblicane. Le due dittature, infatti, coincidono nel conferimento del
potere assoluto a chi, dopo sanguinose lotte intestine, aveva imposto la propria superiorità. Il Senato in
questo periodo diede prova di totale impotenza: il fragile equilibrio rimase in balìa delle esigenze dei
veterani e della loro fame di terre, unica ricompensa per gli anni di fedele servizio. L’ accordo privato, nel 60
a.C. tra Cesare, Pompeo e Crasso, segnò l’esautorazione del senato. Si arrivò a un punto di rottura, però,
solo con il disastro di Carre, nel 53 a.C, nel quale ci fu la morte di Crasso. Nello scontro tra Cesare e Pompeo,
il senato si schierò dalla parte di quest’ultimo. Cesare si era guadagnato l’appoggio dei ceti abbienti, ricorse
anche all’appoggio dei maggiori rappresentanti culturali dell’epoca (clemenza nei confronti di Cicerone che
cedette però agli inviti dell’autocrate solo in tre occasioni). Grande fu il ruolo del letterato, che iniziò la sua
attività proprio negli anni della dittatura di Silla e la concluse un anno dopo la morte di Cesare. Il suo ruolo
nel panorama culturale denota quanto il letterato non fosse più vincolato al servizio di singole gentes, ma
fosse autonomo dai patroni. Parallelamente si assiste alla nascita di valori del tutto intimistici: è questo il
caso della poesia d’amore. Ora l’autore puo’ rifiutare l’impegno al servizio della patria in modo esplicito e
puo’ affermare l’eguale validità della poesia dai toni leggeri, legata ai momenti della vita quotidiana. I
valori tradizionali, inoltre, possono essere rifiutati anche in nome del riscatto dell’uomo dalla superstizione e
dalle vane paure della morte, a favore di una poesia che si propone di condurre l’uomo alla conquista della
verità. L’epoca cesariana, infatti, abbraccia completamente anche la produzione neoterica ed è infine
l’epoca del De Rerum Natura di Lucrezio, monumento all’epicureismo.

AUTORI

Cicerone
Cicerone nacque nel 106 a.C ad Arpino da una famiglia appartenente al ceto equestre. Non apparteneva,
dunque, all’aristocrazia romana. La sua posizione politica non fu, agli esordi, chiarissima:

Esordi dell’oratoria  81 a.C Pro Quinctio


 80 a.C Pro Sex. Roscio Amerino. Difese Sesto Roscio accusato di parricidio da Cornelio
all’insegna
Crisogono, liberto di Silla, che voleva sottrargli l’eredità paterna alcuni storici hanno
dell’ASIANESIMO:
pensato simpatizzasse per i populares (in realtà non ce n’è alcuna prova precisa. Egli
eloquenza gonfia e infatti non voleva condannare in blocco la politica di Silla né tantomeno accusare la
ricca di ornamenti nobilitas, ma attaccare un membro degenere del regime.

79-77 a.C.  Viaggio in Grecia, dal quale fece ritorno solo alla morte di Silla.

75 a.CInizio attività politica: questura in Sicilia. Nel 70 a.C i Siciliani gli affidarono il
processo contro Verre (ex governatore della Sicilia, accusato di concussione dai suoi
LE VERRINE amministratori). Il diritto di rapina era ormai un’abitudine dei magistrati romani, ma dal
punto di vista politico, Verre era fautore di Silla, il cui partito era ancora forte e aveva
l’appoggio di membri influenti del senato, come i Metelli. Era chiaro che il processo contro
Verre facesse parte del processo di smantellamento del regime sillano (perseguito da
Pompeo e Crasso). Egli si recò personalmente in Sicilia per raccogliere le prove e nell’ ACTIO
PRIMA IN VERREM scaraventò su Verre così tante accuse che quest’ultimo preferì fuggire
prima del verdetto. Nel periodo in cui Verre fu lontano il giudizio venne sospeso e Cicerone
scrisse cinque discorsi che avrebbero costituito poi l’ACTIO SECUNDA. ( De praetura urbana,
De praetura Siciliensi, De frumento, De signis, De suppliciis). Il processo non si concluse mai:
del resto la fuga di Verre costituiva già un’ammissione di colpevolezza. Dal punto di vista
stilistico le verrine non disdegnano l’asianesimo degli esordi, ma si avvicinano gradualmente
a un periodare armonioso: non c’è più la ricerca esasperata delle antitesi, Cicerone riesce a
controllare i mezzi espressivi, domina i livelli stilistici. Successo Verrine successo politico.

 69 a.C. divenne edile. PRO FONTEIO: governatore in Gallia accusato di concussione più o meno
come Verre. Infatti all’inizio del suo discorso Cicerone pose un paragone tra Fonteio e Verre,
completamente a favore del primo, che aveva protetto gli interessi dei Negotiatores nella Gallia
Narbonese.
 69-67 a.Cesercizio dell’avvocatura. Di questo periodo è la PRO CAECINA, riguardo un problema di
proprietà legato ai diritti di successione.
 Nel 66 a.C pretura. Essendo un homo novus aveva bisogno dell’appoggio di patrizi influenti per
giungere alle massime cariche dello stato. Per questo si avvicinò ancora di più a Pompeo e lo
appoggiò quando il tribuno Manilio propose di affidare a lui il comando delle spedizioni contro
Mitridate. Il re del Ponto aveva già affrontato Silla, che però aveva concluso con un armistizio,
avendo fretta di tornare in Italia, dove era scoppiata la guerra civile. Nel 74 a.C si affidò a Lucullo il
compito di recarsi in Oriente e sconfiggere Mitridate. Inizialmente egli inflisse al nemico sonore
sconfitte, ma col passare del tempo la situazione si deteriorò, a causa del malcontento dei soldati,
che lo accusarono di accumulare per sé le ricchezze tolte al nemico. Nel 66 a.C, infatti, Cicerone
nella PRO LEGE MANILIA, accusò Lucullo di non condurre la campagna in modo energico e fece
notare che il prolungarsi dello stato di belligeranza danneggiava la ricca provincia romana d’Asia.
La guerra, perciò, doveva essere conclusa al più presto, affidare il comando a Pompeo.
 La PRO CLUENTIO, dello stesso anno, però ci dimostra che Cicerone era allo stesso modo accorto
nell’accrescere i vincoli col partito aristocratico. La pro Cluentio era un’orazione in difesa di
Cluenzio, un personaggio in vista di Larinum (Molise), accusato di veneficio.

67-63 a.C vita politica romana fu turbata dall’attività di Catilina, che proponeva il condono generale dei
debiti, suscitando una violenta reazione nella nobilitas senatoria. Nel 64 a.C. Catilina aveva buone
probabilità di essere eletto al consolato, il senato perciò decise di appoggiare la candidatura di Cicerone,
nonostante egli fosse un homo novus. In questa occasione il fratello scrisse il Commentariolum petitionis,
per fornire a Cicerone e ai suoi fiancheggiatori una serie di istruzioni circa la sua propaganda. Inoltre, lo
scopo era rivolgersi all’aristocrazia, affinchè i suoi rappresentanti in un momento così delicato, sentissero
l’obbligo di sostenere l’unico candidato capace di offrire solide garanzie circa il mantenimento del quadro
istituzionale e la lotta per la salvaguardia della repubblica. Va rafforzandosi in Italia il concetto di
Consensun omnium honorum, per questo anche l’appoggio dei cavalieri e dei pubblicani, dei senatori e dei
liberti non sarà meno rilevante. Cicerone fu eletto console nel 63 a.C. Il suo primo intervento da console
riguardò la legge agraria di Servilio Rullo (doveva far capire alla nobilitas di aver scelto bene).

 Problema della terra era una costante del programma dei populares, il progetto di legge di Servilio
prevedeva la distribuzione di terre ai poveri, l’acquisto di terreni con il denaro ricavato dalla guerra
contro Mitridate. Nei tre discorsi del DE LEGE AGRARIA, Cicerone accusò i presentatori della legge di
essere demagoghi perché in realtà volevano solo impoverire l’erario e non fare l’interesse del
popolo. Inoltre la legge sarebbe stata di carattere antidemocratico, a causa dell’istituzione di
decemviri con poteri simili a quelli del monarca.
 La PRO RABIRIO è un nuovo intervento effettuato poco dopo contro i populares che avevano
accusato Gaio Rabirio di aver partecipato 37 anni prima all’uccisione illegale di Saturnino (tribuno
della plebe), che aveva presentato delle leggi ostili alla nobilitas. I populares non volevano colpire
direttamente la sua persona, ma mettere sotto accusa lo strumento che il senato utilizzava per
sedare qualunque genere di situazione ostile, il senatus consultus ultimum.

Allo scadere del suo mandato Cicerone fu costretto a fronteggiare l’azione illegale di Catilina, che essendo
stato sconfitto alle elezioni consolari nell’anno in cui fu eletto appunto Cicerone, si preparava a
impossessarsi del potere con la forza.

La prima catilinaria fu pronunciata in senato, Cicerone accusava Catilina di essere violento e


lo invitava a lasciare Roma. Catilina lasciò effettivamente Roma, sentendosi in pericolo.

La seconda catilinaria fu pronunciata al popolo, Cicerone utilizzò la sua fuga come


conferma della sua colpevolezza e aggiunge un’analisi delle forze sulle quali Catilina
LE CATILINARIE
contava, dividendole in diverse categorie, allo scopo di mostrare quanto pericolosi fossero
gli elementi su cui Catilina contava. Particolare è l’incipit della seconda catilinaria, nel quale
Cicerone immagina Catilina guardare Roma con occhio torvo, non essendo riuscito a
distruggerla.

 La seconda Catilinaria fu pronunciata il 9 Novembre, fino al 3 Dicembre (data della terza) Cicerone
pronunciò la PRO MURENA, per difendere Lucio Licinio Murena dall’accusa di broglio elettorale.

Fuggito Catilina, fu facile trovare le prove riguardanti la colpevolezza dei congiurati rimasti
a Roma. Con la terza catilinaria, Cicerone annunciò al popolo il loro arresto

Con la quarta e ultima, invece, pronunciata in senato, si decise la sorte degli arrestati:
uccisione senza provocatio ad populum. Inoltre, si faceva riferimento a un argomento
particolarmente caro a Cicerone, che era quello della concordia ordinum, cioè la necessità di
tutti i ceti di abbandonare le divisioni per far fronte a un pericolo comune. Catilina, per parte
sua, fu sconfitto nel 62 a.C e ucciso senza provocatio ad populum (gli fu impedito di tenere il
discorso da un tribuno della plebe).

 La PRO SULLA fu pronunciata più per sopravvivenza. Sulla, infatti, era il nipote di Catilina, che si era
arricchito con le proscrizioni.
 Allo stesso anno appartiene la PRO ARCHIA, poeta greco stabilitosi a Roma, che era stato accusato
di aver usurpato la cittadinanza romana. In questa orazione è importante l’elogio della poesia,
quale attività che concorre a un pieno raggiungimento dell’humanitas.

62-60 a.c la fortuna di Cicerone cambiò rapidamente, quando i populares, guidati da Cesare ripresero le
agitazioni antisenatorie. Pompeo era avverso al senato per un’altra ragione: esso si rifiutava di rateizzare le
misure contro di lui prese durante la sua campagna in Oriente. Primo triumvirato CESARE-POMPEO-
CRASSO, grazie al quale Cesare fu eletto console nel 59 a.C. Grazie alla fama da lui ottenuta, gli fu
assegnato il governo della Gallia Cisalpina e Transalpina. Pompeo ottenne quanto voleva (soprattutto
ricompense in denaro e distribuzione di terre ai veterani). Crasso ottenne la Siria e la responsabilità della
spedizione contro i Parti. Cicerone si rese conto del carattere antisenatorio dell’alleanza e parla del loro
potere come una tirannia. Dopo la partenza di Cesare, Clodio (tribuno) creò molti disordini servendosi delle
sue bande armate, contro il senato. Uno dei suoi obiettivi era vendicarsi dei repressori della congiura di
Catilina (Cicerone soprattutto, che testimoniò contro di lui quando fu coinvolto nello scandalo con la moglie
di Cesare durante il rito della Bona Dea, riservato solo alle donne, entrando in casa e incontrandosi con la
compiacente moglie di Cesare). Clodio riuscì a mandare in esilio Catilina, utilizzando un provvedimento
legislativo contro chiunque non avesse concesso ai condannati senza provocatio ad populum (che era, in
linea generale, un diritto per il cittadino romano). Cicerone, che lasciò Roma ancora prima che fosse
emanato il provvedimento, trascorse il suo esilio in parte a Tessalonica, in parte a Durazzo. La situazione
politica a Roma, intanto, vide Clodio come protagonista, grazie alla fama di cui godeva presso il
sottoproletariato e alle bande armate che lo sostenevano. Fu Pompeo ad utilizzare tutta la sua influenza per
eliminare il tribuno a lui ostile. Nel 57 a.C Cicerone potè far ritorno a Roma: il ritiro del suo esilio faceva
parte delle misure anticlodiane. Subito dopo il suo rientro Cicerone pronunciò due discorsi di
ringraziamento:

o POST REDITUM IN SENATU, che fu letto e non improvvisato, conteneva gli elogi a quanti, come
Pompeo, si fossero impegnati per il suo ritorno e la ridicolizzazione di quanti avessero appoggiato
Clodio. I consoli Gabinio e Pisone furono presentati rispettivamente come un catilinario moralmente
perverso e come chi nascondeva la sua incapacità politica dietro una gravitas apparente.
o POST REDITUM AD QUIRITES fu pronunciato al popolo, in esso venivano riprese le principali
tematiche del precedente discorso con un’enfatizzazione dell’intervento di Pompeo e limitando gli
attacchi ai due consoli.
o Una particolare orazione fu la DE DOMO SUA, un discorso di annullamento della consacrazione
fatta da Clodio sul terreno dove sorgeva la casa sul Palatino , che era stata demolita. Cicerone
utilizzò lo scandalo della festa della Bona Dea per ironizzare sulla consacrazione divina fatta proprio
da Clodio. Concetti ripresi in seguito nella DE HARUSPICUM RESPONSIS
 La PRO SESTIO, invece, è una delle più famose e ammirate orazioni. Clodio, eletto edile per il 56 a.C.
prese una serie di provvedimenti contro i suoi nemici. Uno di questi era Sestio. Nell’orazione in sua
difesa, egli attacca violentemente Clodio, ricorda il trionfale ritorno e dedica una parte alla
definizione di “ottimati” e “popolari”. I primi, oltre ai nobili, sono tutti coloro che provinciali e
affaristi nutrono interessa per la pace sociale. Gli ottimati difendono la religione tradizionale,le
magistrature repubblicane, l’autorità del senato e il mos maiorum. I populares, invece, sono coloro
che fanno gli interessi della plebe e che, in precedenza, seppure avversi al senato, godevano
comunque di un certo rispetto, nel presente invece sono falsi e volgari demagoghi.
 La PRO CAELIO, invece, è la difesa nei confronti di Celio che inizialmente aveva sostenuto Catilina,
poi pentendosi. Celio era stato amante di Clodia minore, che si preparava a vendicarsi per essere
stata lasciata, testimoniando contro di lui. In questa orazione Clodia viene messa alla berlina e
ridicolizzata, mentre Celio viene descritto con i tratti dell’uomo moderato, la cui unica colpa è stata
aver agito essendo stato sedotto da una donna maligna. Da qui Cicerone si spinge a una
giustificazione del metodo educativo, sostenendo che anche coloro che da giovani hanno compiuto
scelte sbagliate possono essere recuperati tra gli ottimati. Cicerone continuò la sua attività
giudiziaria con le difese di Balbo, Vatinio, Gabinio, in seguito a pressioni di Cesare e Pompeo.
 Nel 55 a.C. nonostante il riavvicinamento a Cesare, Cicerone potè attaccare violentemente in senato
Pisone, che era stato richiamato dalla Macedonia e accusava Cicerone per questo, oltre a sostenere
che lui fosse solito prendersela con i deboli e risparmiare i potenti. Il discorso assume i toni
dell’invettiva e vede Cicerone impegnato a dimostrare quanto gli epigrammi erotici del filosofo
epicureo Filodemo fossero ispirati proprio alla vita dissoluta di Pisone.
53 a.C I rapporti tra i triumviri si deteriorarono progressivamente (morte di Crasso a Carre). Nello stesso
anno Milone presentò la candidatura al consolato mentre Clodio la presentò per la pretura. Avendo per
Milone come ostacolo, egli rinunciò e ostacolò a sua volta Milone. Nel 52 a.C. Clodio di ritorno da Ariccia,
incontrò Milone, che ordinò alla sua banda di circondare l’osteria presso la quale Clodio si era rifugiato e di
ucciderlo. Questo provocò a Roma violenti moti di pazzia e Milone fu citato in giudizio. A Cicerone spettò il
compito di difenderlo. In questo momento di disordine, Pompeo approfittò dell’assenza di Cesare per farsi
proclamare consul sine collega. La condanna di Milone era nei suoi interessi, perché si sarebbe trovato di
fatto ad essere l’unico. Cicerone indaffarato nei tumulti e dal grave pericolo non riuscì a difendere bene
Milone e lui venne esiliato. La Pro Milone a noi giunta è una rielaborazione posteriore.

52 a.C  fu conferito il governo delle province a consoli o ex consoli e a Cicerone fu assegnata la Cilicia,
dove diede prova di essere un buon amministratore. L’accresciuta potenza di Cesare e il timore che ne
derivava furono decisivi per la concessione dei pieni poteri a Pompeo. Quando Cesare marciò verso Roma
(inizio guerra civile) Pompeo lasciò la capitale col partito senatorio. Timore dell’arrivo di Cesare viene
descritto da Cicerone che lo chiama tiranno ma non riesce comunque a nutrire fiducia nella fazione opposta.
Egli considera inoltra la factio senatoria impreparata a contrastare Cesare. Nonostate ciò segue Pompeo in
Grecia.

Dopo aver vinto la guerra civile, Cesare ridiede un assetto allo stato: leggi regolam problema dei debiti,
distrib di grano, sfarzosi spettacoli, tutela ordine pubblico, pene severe per l’estorsione alle province,estese
diritto di cittadinanza. Fu clemente con i vinti, soprattutto con Cicerone, che era tornato in Italia e aveva
atteso il suo perdono. Ridotto ai margini della vita politica, si dedicò ad assistere ex pompeiani. 3 ORAZIONI
CESARIANE(pronunciate di fronte a Cesare):

 PRO MARCELLO: Marco Claudio Marcello era già stato perdonato da Cesare, infatti l’orazione ne
voleva sottolineare la clementia. Non risparmia al dittatore consigli, valutazioni personali: molto più
delle glorie militari vale la cura dello stato.
 PRO LIGARIO: antico pompeiano già perdonato da Cesare, ma denunciato dai suoi vecchi compagni.
Cesare in questo caso era anche giudice. Tono di preghiera di Cicerone, che si rivolge a lui per
perorare la causa del suo assistito.

(elogio di Catone, del 45 a.C., che si era suicidato a Utica. Cicerone voleva sostenere che egli non avesse
sperimentato la clemenza di Cesare. Tuttavia il suo elogio su un così illustre pompeiano accese un dibattito

 Alla fine dello stesso anno PRO REGE DEIOTARO, difese Deiotaro, dall’accusa di cospirazione contro
Cesare. in realtà subito dopo Farsalo anche lui era passato nel campo cesariano, ma era stato
accusato da un nipote che sperava di prendere in eredità il suo trono in Galazia. Tuttavia le idi di
Marzo erano vicine e il giudizio fu sospeso.

Durante le idi di Marzo del 44 a.C., Cesare fu ucciso , Roma cadde nel caos: la plebe urbana amava Cesare
ed era ostile ai suoi uccisori, il partito cesariano era ancora forte e aveva in Marco Antonio un forte leader,
che giunse al compromesso con il partito senatorio. Cicerone lasciò Roma ma fu costretto a tornarci perché
a breve i rapporti tra Antonio e la factio senatoria si sgretolarono. Il partito cesariano a sua volta era diviso
tra Antonio e Ottaviano. Cicerone scrisse contro Antonio 14 Filippiche, (chiaro riferimento in una lettera a
Bruto ai discorsi di Demostene contro Filippo di Macedonia). La prima Filippica fu pronunciata in senato il 2
Settembre del 44 a.C. e si manteneva ancora su toni moderati: accusava Antonio di condurre un’attività in
contrasto con le disposizioni di Cesare ma ne lodava la moderazione. La risposta fu violentissima e allora
anche lui cambiò tono. Così nella II Filippica Antonio assunse i contorni di un ubriacone debosciato e
corrotto. Una parte di questa scontro si intrecciò con il rifiuto di Bruto, che nell’aprile del 44 era diventato
governatore in Gallia Cisalpina di dare la provincia ad Antonio. Lui assediò Modena. Da poco iniziata la
guerra di Modena, arrivò la notizia che uno dei cesaricidi fosse divenuto governatore in Asia e in seguito
ucciso da Dolabella, che fu dichiarato nemico pubblico. Nell’undicesima filippica Cicerone attacca
violentemente Antonio e la sua cricca. Cicerone voleva attirare dalla sua parte Ottaviano. Nei primi tempi
Ottaviano per contrastare Antonio aveva sostenuto il senato, ma dopo aver eliminato il partito cesariano, il
senato non ricompensò Ottaviano, che si riconciliò con Antonio e con Lepido. Tra le liste di proscrizione
comparve subito il nome di Cicerone, che fu ucciso presso Formia il 7 Dicembre del 43 a.C.

Tra il 46 (vittoria definitiva di Cesare) e 44 a.C.(anno della sua morte) Cicerone scrisse la maggior parte delle
opere oratorie e filosofiche.

OPERE RETORICHE

 85 a.CDE INVENTIONE, il titolo nasce dalla parte che Cicerone aveva sviluppato, dopo aver diviso
la retorica in INVENTIO, DISPOSITIO, ELOCUTIO, MEMORIA, PRONUNTIATIO.
 55 a.CDE ORATORE,dialogo in tre libri, ambientato nel 91 a.C. nella villa tuscolana di LUCIO
LICINIO CRASSO..alla discussione sull’eloquenza partecipano Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso.
Nel primo libro il parere di Crasso sull’importanza di una formazione culturale è contrapp. da
Antonio che esalta le doti naturali. Nel secondo libro Antonio tratta l’inventio, la dispositio, la
memoria. Nel 3 libro Crasso esprime i problemi su elocutio e pronuntiatio e ripropone il suo ideale di
oratore, che non puo’ fare a meno di un ampio bagaglio culturale. La scelta dei due oratori viene
giustificata dalla necessità di perpetuare il ricordo dell’eloquenza della generazione precedente. Al
tempo stesso Cicerone si preoccupa di propagandare una cultura filosofico letteraria fondamentale
per un perfetto oratore. Inoltre Cicerone sapendo quali grandi poteri possano essere affidati a
coloro che sanno far trionfare il proprio punto di vista, aggiunge il ricorso alla proibitas e alla
prudentia, in modo che il perfetto oratore corrisponda con la figura dell’aristocratico.
 54 a.C. PARTITIONES ORATORIAE, manuale di retorica strutturato in domande e risposte.
Interlocutori sono Cicerone e il figlio.
 46 a.C BRUTUS. In un periodo in cui gli atticisti rischiavano di tornare di moda. Partigiani di
un’eloquenza scarna ed essenziale. Cicerone vagheggia un’eloquenza libera da schemi, che trova il
suo modello in Demostene. In questo panorama, la dedica va a Marco Giunio Bruto, il cesaricida,
che si spiega col voler distogliere dai richiami dell’atticismo chi come lui sembrava sarebbe
diventato un ottimo oratore. Il Brutus è redatto sotto forma di dialogo tra Cicerone, Bruto e Attico,
nel quale si traccia storia dell’eloquenza, partendo dalla grecia, fino ad arrivare alla proprio, che egli
ritiene quella perfetta e a quella di Ortensio Ortalo, che ricorda commosso. IL BRUTUS HA UN
SIGNIFICATO POLITICO: IN ESSO CICERONE IDEALIZZA UN PERIODO PASSATO DELLA STORIA DELLA
REPUBBLICA, QUELLO SUCCESSIVO ALL’ELIMINAZIONE DEI GRACCHI e tesse l’elogio dei
rappresentati della factio senatoria.
 46 a.C(seconda metà) appartiene l’ORATOR, che rispetto al Brutus ha un carattere più tecnico.
Cicerone traccia il profilo del perfetto oratore e poi divide l’eloquenza in generi: GRANDE, MEDIUM,
TENUE, ognuno adatto in occasioni diverse. L’oratore ideale deve PROBARE (avere solide
argomentazioni), DELECTARE (conferire alle proprie parole un tono gradito all’uditorio) e FLECTERE(
conquistare l’uditorio, soprattutto in occasione dell’ultima peroratio. A ognuno dei tre scopi
corrisponde un genera dicendi: umile, medio, elevato.
 Allo stesso periodoDE OPTIMO GENERE ORATORUM, per introdurre la tradizione latina delle due
orazioni di Demostene (sulla corona) e di Eschine( contro ctesifonte), tenute nel 330 a.C. in Atene.
Cicerone accorda la palma a Demostene, sulla scia di una valutazione già espressa nel Brutus.
Questa volta individua un solo stile perfetto, e ne vuole fornire un esempio con la traduzione dei
celebri discorsi.
 Ultimi sono i TOPICA 44a.C., nel corso del suo viaggio in Grecia, interrotto per tornare a Roma.
Dedicati a Gaio Trebazio, che gli aveva chiesto di esporgli il contenuto dei topica aristotelici, sono
una breve trattazione della Topikè (arte di trovare gli argomenti), destinata a divulgare la dottrina
dell’INVENTIO.

LE OPERE POLITICHE

 54-51 a.CDE REPUBLICA. Nel tracciare le linee dello stato ideale e del suo reggitore, Cicerone
trovò il punto di riferimento nel passato: dialogo di stampo platonico del 129 a.C. nella villa di
Scipione Emiliano, nei suoi ultimi giorni di vita. Il piano dell’opera preved. Tre conversazioni, ognuna
di due libri, ma ci è rimasto ben poco. Il finale del VI libro ci viene tramandato come SOMNIUM
SCIPIONIS. Platone fornì l’impulso dialogico, ma le fonti sono greche. (REPUBBLICA, Platone –
POLIBIO, con la teoria delle tre forme di governo alle quali ne corrisponderebbe sempre una
degenerata. Polibio aveva sostenuto che Roma fosse un perfetto esempio di regime misto, in cui la
concordia tra i ceti assicurava compattezza allo stato). La parte dedicata ai princeps è motivo di
dibattito: alcuni sostengono che per princeps Cicerone intenda un monarca, altri oppongo il silenzio
di Cicerone nel momento in cui c’era un regime diverso da quello repubblicano. Il titolo di princeps
inoltre non era usato per il sovrano, ma per indicare l’uomo più eminente del senato. È da escludere
che Cicerone pensasse a una soluzione autoritaria. Il principe deve essere depositario di una serie di
virtù: temperanza e moderazione, saggezza, raffinata cultura, disinteresse e spirito di sacrificio. Di
tutto ciò si parla nel SOMNIUM SCIPIONIS nel quale il protagonista narra di aver appreso tutto ciò in
sogno da antenati illustri. La critica ha rilevato che le qualità del princeps coincidono con quelle che
lui attribuiva a se stesso.
 Contemp. DE LEGIBUS Cicerone seguiva il modello di Platone. Ce ne restano tre libri e quatteo
frammenti. I personaggi non appartengono al passato ma alla contemporaneità: sono Cicerone, del
fratello Quinto e dell’amico Attico. In un giorno del 52 a.C. nella villa di Arpino ha luogo il dialogo.
Nel primo libro, si parla dell’origine e della natura della legge. Cicerone illustra la tesi stoica,
secondo la quale la legge non è frutto di convenzione, ma è innata e risale a Dio. Da una tendenza
naturale nasce anche il concetto di giustizia, che è comune a tutti gli uomini. Nel secondo libro
Cicerone espone il diritto sacrale. Nel terzo libro di fronte alle tendenze filo aristocratiche e
antidemocratiche di Quinto, Cicerone assume un comportamento più moderato ed equilibrato e
difende l’utilità del tribunato della plebe.

Cicerone non si identifica con la parte dell’aristocrazia più conservatrice, ma si fa portavoce della fazione
moderata, di cui gli Scipioni possono dirsi i predecessori illustri, che persegue un tentativo di conciliazione
tra i ceti ricchi. L’ammirazione per gli Scipioni si ricongiunge al motivo tanto caro a Cicerone, la concordia
ordinum.

LE OPERE FILOSOFICHE

L’aristocratico modello di retore perfetto, si identifica come colui che in filosofia professa la filosofia stoico
accademica. Oltre alla volontà di idealizzare l’epoca della repubblica e di cercare le basi filosofiche del suo
modello aristocratico, l’interesse per la filosofia è legato alla sua impossibilità di partecipare alla vita
politica.
 46 a.CPARADOXA STOICORUM, dedicati a Bruto, risentono molto dell’impostazione retorica.
Cicerone vuole provare l’esattezza delle sette tesi stoiche: SOLO CIO’ CHE E’ BELLO E’ BENE, LA
VIRTU’ DA SOLA NON BASTA A RENDERE FELICI, COLPE E VIRTU’ SONO UGUALI, CHI NON COLTIVA
LA SAGGEZZA E’ PAZZO, IL SAGGIO E’ VERAMENTE CITTADINO LO STOLTO E’ COME UN ESULE, SOLO
IL SAGGIO E’ LIBERO, SOLO IL SAGGIO E’ RICCO. Scelta di fare riferimento a eventi recenti nella
storia di Roma e l’inserimento di avvenimenti recenti in una visione paradossale vuole mettere in
discussione la communis opinio in base alla quale gloria e virtus = possesso delle ricchezze e
conseguimento del successo politico.(Anche questo è un modo per esprimere la sua opposizione nei
confronti di Cesare)
 45 a.CCONSOLATIO, della quale ci sono pervenuti solo pochi frammenti. Scritta per trovare
conforto dopo la morte della figlia Tullia. In essa Cicerone esprimeva tutta la sua sfiducia nella vita,
serie interminabile di affanni e giudicava più desiderabile la morte, che permetteva all’anima di
vivere liberamente al cospetto della divinità
 L’HORTENSIUS Ha come personaggi Cicerone, Ortalo, Lucio Licinio Lucullo e Quinto Lutazio
Catulo. L’opera doveva costituire un’esortazione alla filosofia,a noi solo pochi frammenti,che
consentono di individuare una difesa ciceroniana della filosofia vs gli attacchi di Ortalo che
giudicava più importante lo studio della retorica.
 La redazione degli ACADEMICA fu duplice, la prima consisteva in due dialoghi, Catulus e Lucullus,
nella seconda, quattro libri, nei quali l’amico Attico e Varrone sono scelti come interlocutori. Della
prima redazione ci è rimasto il Lucullus, della seconda il I libro (Varro), Cicerone espone le dottrine di
Antioco di Ascalona e Filone di Larissa, di fronte all’interrogativo delle possibilità per l’uomo di
raggiungere la verità. Cicerone pro accademici: è impossibile sapere con certezza cosa sia vero e
cosa sia falso.
 DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM, tratta in cinque libri il problema del sommo bene e del
sommo male in tre conversazioni, ambientate in luoghi e tempi diversi. Nei primi due libri,
ambientati a Cuma, Lucio Manlio Torquato espone la concezione epicurea della voluta e viene
confutato da Cicerone stesso, che si pone come proprio ideale il piacere e non la virtù. Nel terzo libro
è Catone l’Uticense a esporre la dottrina stoica. Nel quarto libro Cicerone critica il rigorismo che
induce talvolta gli stoici ad affermazioni paradossali. Nel quinto si espone la dottrina accademica
(simile stoica). Cicerone mostra la sua preferenza per i principi accademici, in particolare per la
concezione della virtù come unione di beni spirituali e beni del corpo. Prende come fonte per il
quarto e quinto libro Antioco di Ascalona. Ebbero ampio successo in quanto alla portata di tutti.
 Le TUSCULANAE DISPUTATIONES, non sono più dialoghi, ma lezioni che hanno luogo nella villa
tuscolana di Cicerone. Argomenti tipici speculazione ellenistica: la virtù dà da sola la felicità al
saggio? Ciò che Cicerone ha in mente è il tipo di aristocratico ideale dipinto da Panezio, per il quale
si era determinata una significativa confluenza tra l’etica stoica e la morale tradizionale romana.
 Il DE NATURA DEORUM è l’ultimo trattato del 45 a.C. e affronta il problema della religione: è in
forma dialogica e ciascun libro espone la dottrina su tre principali dottrine filosofiche: stoica,
epicurea, scettica. Nel primo libro da Gaio Velleio la dottrina epicurea (dei indifferenti alle vicende
umane), nel secondo Quinto Lucio Balbo illustra la tesi stoica (mondo governato da provvidenza
divina), nel terzo Gaio Aurelio Cotta critica tesi stoica e mette in ridicolo principi fondamentali
dell’epicureismo, muovendo dalle posizioni dello scetticismo. Cicerone è a favore di quella stoica
perché la ritiena la più vicina alla verità. Egli però compie una scelta di compromesso perché deve
salvaguardare la religione tradizionale.
 Il primo prodotto della riflessione filosofica del 44 a.C. è il CATO MAIOR DE SENECTUTE: dialogo
dedicato ad Attico, che riproduce una conversazione del 150 a.C. tra GAIO LELIO, SCIPIONE
EMILIANO E CATONE IL CENSORE, dai tratti ingentiliti e più vicino al letterato ellenista da lui
avversato in vita. Respinge le accuse tradizionalmente legate alla vecchiaia: non va vissuta con
l’assillo della morte sempre più vicina.
 Nella primavera del 44 a.C avvenne la pubblicazione del DE DIVINATIONE: dialogo in due libri col
fratello Quinto, che nel primo libro si erge a difensore della dottrina stoica sulla divinazione (il
mondo è retto dalla provvidenza, che consente all’uomo di prevedere i fatti futuri). Nel secondo
libro però cicerone si schiera decisamente contro gli stoici: la divinazione è filosoficamente
criticabile, ma si puo’ utilizzare con scopi politici per calmare la plebe.
 Al 44 a.C. appartiene il DE FATO: dialogo tra Cicerone e Irzio, ambientato nella villa di Cicerone. Egli
prima esponeva e poi criticava le teorie stoiche riguardo l’importanza del destino nello svolgimento
della vita umana, vs libero arbitrio.
 Nell’autunno del 44 a.C. fu terminato il LAELIUS DE AMICITIA: dedicato ad Attico. Ambientato
similmente al de republica nel 129 a.C., ma qui SCIPIONE L’EMILIANO è gia’ morto e Gaio Fannio e
Quinto Mucio Scevola ne fanno l’elogio. L’amicizia è più che un legame morale tra uomini, è un vero
e proprio vincolo tra persone affini per educazione, sentimenti e convinzioni politiche. Cicerone
pensa soprattutto agli aristocratici, ma la novità consiste nel fatto che egli renda più ampia la base
sociale: tutti i boni cives.
 Con il DE OFFICIIS si conclude l’attività filosofica di Cicerone, questo testo è la summa di tutte le
conoscenze sul problema della migliore educazione e formazione del modello di aristocratico ideale.
Il trattato ha lo scopo di contribuire alla formazione del figlio Marco, in un momento cruciale per la
repubblica. Nell’ agosto del 44, costretto a tornare a Roma a causa della guerra civile in atto, egli
deve rimpiazzare con uno scritto tutte quelle nozione che avrebbe voluto trasmettere a suo figlio ad
Atene. È diviso in parti: il proemio del primo libro, nel quale egli proclama la sua dipendenza dagli
stoici, definisce l’officium e ne distingue i vari tipi. Lo svolgimento contiene un excursus sulla natura
umana e sull’origine dell’honestum, seguito dall’enunciazione delle quattro virtù (sapienza,
giustizia, fortezza, temperanza). Al vertice dei doveri c’è l’amore per la patria. Il proemio del
secondo libro è una difesa contro l’attività letteraria di Cicerone, soprattutto filosofica. La prima
parte della trattazione è su cio’ che è utile, sulla sua inscindibilità rispetto all’onesto. Dopo Cicerone
parla della maniera di conciliarsi gli uomini con la benevolenza, l’ ammirazione suscitata dai meriti e
dalla gloria delle azioni. Nel proemio del terzo libro, Cicerone instaura un confronto tra il proprio
otium forzato e quello di Scipione l’Africano. Proclama l’importanza dei doveri al fine di una vita
retta ed esorta il figlio a coltivare gli studi filosofici. La fonte principale del trattato è “Sui doveri di
Panezio”da cui Cicerone trae gran parte della trattazione dei primi due libri. Gli scopi di Cicerone
sono sostanzialmente pedagogici, che sembrano anche trasparire dalla tendenza a restare sul piano
concreto. La fortuna del DE OFFICIIS fu grande, fu il libro d’etica per le classi elevate e influì
profondamente sulla morale dei ceti dominanti. Cicerone ha utilizzato il concetto dei posti assegnati
dalla natura a ciascuno in funzione del proprio progetto politico: è vero che gli uomini dovrebbero
essere uguali, ma se la natura ha assegnato un posto a ciascuno ognuno deve salvaguardare ciò che
gli è stato assegnato. La concordia ordinum si basa su questo, sul rispetto dei beni di cui ciascuno
possiede. Nel De officiis, emerge quanto secondo Cicerone il rapporto tra giovani e anziani debba
essere improntato sul massimo rispetto verso di essi. Gli adolescenti non devono abbandonarsi
esageratamente alle passioni, e questo sarà più semplice se ricorreranno alla guida di qualche
anziano.

L’EPISTOLARIO
Dall’epistolario di Cicerone ci sono giunti più di 900 versi, divisi in quattro raccolte di contenuto vario:

 AD ATTICUM: 16 libri all’amico Attico dal 68 al 44 a.C.


 AD FAMILIARES: 16 libri tra il 62 e il 43 a.C.
 AD QUINTUM FRATREM: 3 libri tra il 60 e il 54 a.C.
 AD MARCUM BRUTUM, 26 lettere in due libri, 9 delle quali sono di Bruto.

La pubblicazione non era negli scopi iniziali di Cicerone.

Ci sono dei resti di opere in versi:

 ARATEA: traduzione dei PHENOMENA di Arato di Soli. Abbiamo circa 600 versi. La scelta di un
autore alessandrino, la cura della forma e la struttura del verso, sono elementi che depongono a
favore di un Cicerone strettamente legato ai canoni della poesia ellenistica
 Le sue scelte giovanili saranno rinnegate dal MARIUS, un poema su Gaio Mario, il DE CONSULATU
SUO, in tre libri, scritto nel 60 ad auto elogio del suo consolato.
 AD CAESARE, scritto su consiglio del fratello Quinto nel 54 a.C. per esaltare le imprese di Cesare in
Britannia. (adesione al poema epico di tipo enniano

L’Abbandono delle giovanili concezioni riguardo la poesia sono confermate in un passo delle T.DISP. in
cui egli definisce i poeti neoterici cantores euphorionis, emuli del dotto ma oscuro poeta euforione.
Indubbiamente la partecipazione alla vita politica e il costante impegno civile portarono Cicerone ad
allontanarsi dalla poesia. Riguardo lo stile, è stato detto che il contributo più notevole di Cicerone sia
stato dato dalla creazione di un periodo complesso e armonioso, fondato su un perfetto equilibrio e
rispondenza tra le parti, denominata concinnitas, nella quale la subord. Sostituisce la coord. Con un
perfetto bilanciamento che da alla prosa un naturale andamento ritmico. Lo stile delle epistole è
ovviamente diverso: dal carattere confidenziale e privato, stile familiare. Con Attico basta un cenno per
capirsi, quindi molto è sottinteso.

Cesare
Caio Giulio Cesare nasce a Roma nel 100 a.C., ricevette l’orientamento grammaticale analogistico
coltivato dagli alessandrini dal maestro Marco Antonio Gnifone, in seguito a Rodi si perfezionò
nell’eloquenza. Sposò Cossuzia, poi la ripudiò e scelse Cornelia, figlia di Cinna e facente parte della factio
dei populares. Silla non vide di buon occhio questa scelta e Cesare potè tornare a Roma solo nel 77 a.C.
Dopo la morte di Cornelia, sposò Pompea e poi Calpurnia. Alla morte di Silla esordì in politica, quando
sostenne l’accusa di concussione contro i sillani Dolabella e Gaio Antonio. Col sostegno dei populares nel
67 a.C. ebbe la questura in Spagna e nel 65 l’edilità curule, nella quale compì gesti che gli diedero
l’appoggio dei populares. Nel 63 fu pontefice massimo, un anno dopo pretore, un anno dopo propretore
in Spagna. Nel 60 stipulò con Pompeo e Crasso il primo triumvirato, con la quale fu vinta l’opposizione
senatoria, e nel 59 a.C. divenne console. Ma non voleva restare sotto tiro degli altri due, perciò nel 58
quando ottene il proconsolato in Gallia diede inizio alla sua conquista. Mentre lui era impegnato contro
gli Elvezi, Crasso morì nel 53 a Carre contro i Parti. I suoi successi inoltre gli procurarono l’invidia di
Pompeo e l’avversione del senato, che per il 49 a.C. gli negò il consolato. Nello stesso anno con le truppe
valicò il Rubicone. Il successo finale su Pompeo avvenne a Farsalo nel 48 a.C . Tutto ciò però non durò
molto: nel Marzo del 44 a.C. fu assassinato.

LE OPERE IN VERSI

Non ci resta nulla delle opere giovanili, sappiamo solo che fu autore di Laudes Herculis e di una tragedia,
l’Oedipus. Scrisse anche una raccolta di versi, sentenze, motti, i DICTA COLLECTANEA. Molti anni dopo
nel 46 a.C. scrisse un ITER: si trattava forse di un carme odeporico, in cui descriveva il viaggio da Roma
in Spagna o forse di un poema sulle sue imprese in Spagna nel 45 a.C.

OPERE IN PROSA

Sin dai tempi in cui si schierò contro Dolabella, nel 77 a.C. dimostrò spiccate doti d’eloquenza. Famosa
restò l’orazione del 63 a.C. con la quale si oppose alla repressione dei Catilinari, si schierò contro Catone
e Cicerone. Anche gli elogi funebri del 68 a.C.: uno alla zia paterna Giulia e uno della moglie Cornelia.
Nel 54 a.C. diede una prova delle sue idee in materia di eloquenza nel trattato DE ANALOGIA, che scrisse
durante le sue campagne galliche e dedicò a Cicerone. Si inserì nello scontro tra analogisti e anomalisti:
i primi sostenevano che la lingua fosse un fenomeno da razionalizzare, riconducendola a norme, gli
anomalisti ritenevano fosse un fenomeno in continuo divenire, non governata da regole fisse. Cesare fu
analogista, nel De analogia sostenne la purezza della lingua contro i tentativi di introdurre in essa
espressioni e vocaboli nuovi. Perduti sono gli ANTICATONES, scritti in Spagna nella quale Cesare si
opponeva alla mitizzazione del suo avversario politico. Ci restano, delle epistole, sei lettere, cinque delle
quali inserite tra il nono e una nel decimo libro dell’epistolario di Cicerone ad Attico.

I COMMENTARII DE BELLO GALLICO

Conquista dell’Occidente avviene quasi contemporaneamente a quella d’Oriente per quel che riguarda
le terre a ovest e a nord di Roma, precedentemente negli anni tra le due guerre puniche si colloca la
conquista della Gallia Cisalpina, negli anni della seconda guerra punica la conquista della spagna e della
parte costiera che comprende il porto di Marsiglia. Questi territori hanno notevole importanza dal punto
di vista economico ma raramente gli storici si sono interessati agli eventi in Occidente, essendo le
popolazioni del nord per la maggior parte barbare, non c’era un’opinione pubblica alla quale si dovesse
dar conto. Avevano inoltre spesso minacciato l’Italia. L’atteggiamento dei romani era un misto di
preoccupazione e diffidenza. Dal 58 a.C. Cesare prese possesso della Gallia, nei COMMENTARII DE
BELLO GALLICO egli narra la successiva conquista della transalpina, le spedizioni contro i germani, la
conquista della Bretagna, la repressione delle rivolte galliche contro il governo romano. I commentarii si
costituiscono di sette libri, che raccontano la conquista della Gallia dal 58 al 52 a.C.

 IL PRIMO LIBRO PARLA DELLA VITTORIA SUGLI ELVEZI E DI UN EXCURSUS SULLA GALLIA. (58)
 IL SECONDO LIBRO PARLA DELLA CAMPAGNA CONTRO I NERVI (57)
 IL TERZO LIBRO PARLA DELLE TRE CAMPAGNE DI CESARE CONTRO VENETI E AQUITANI E DELLA
CONQUISTA DELLA COSTA ATRLANTICA TRA LO STRETTO DI CALAIS E IL MARE DEL NORD(56)
 IL QUARTO LIBRO PARLA DELLA STRAGE DEGLI USIPETI E DEI TENCTERI CHE AVEVANO
OLTREPASSATO IL RENO E DELLA PRIMA SPEDIZIONE IN BRITANNIA IN CUI PERDE GRAN PARTE
DELLA FLOTTA. C’è INOLTRE UN EXCURSUS SUI GERMANI.
 IL QUINTO LIBRO NARRA DEL 54, QUANDO DOPO AVER RICOSTRUITO LA FLOTTA NEL PERIODO
INVERNALE, CESARE ATTACCA NUOVAMENTE LA BRITANNIA E RIPORTA ULTERIORI SUCCESSI IN
GALLIA. DEVE DOMARE PERò L’ATTACCO DEGLI ACCAMPAMENTI INVERNALI DOVE SONO LE
TRUPPE DI QUINTO CICERONE, MENTRE HA SUCCESSO L’ATTACCO DEGLI EBURONI
 NEL 6 LIBRO SI PARLA DEL 53,QUANDO CESARE CONTRASTA LA RIVOLTA DEI TENCTERI E
SCONFIGGE I SUEBI IN GERMANIA.
 L’ULTIMO LIBRO PARLA DELL’INSURREZIONE DEI GALLI GUIDATI DA VERCINGETORIGE, CHE FA
TERRA BRUCIATA ATTORNO AI ROMANI. CESARE RIESCE A SCONFIGGERLO SOLO CON
L’ASSEDIO DI ALESIA. VERCING. VIENE FATTO PRIGIONIERO E I COMMENTARII SI CONCLUDONO
CON LA SUPPLICATIO DI VENTI GIORNI DECRETATA DAL SENATO.
 Ci sarebbe un ottavo libro che si suppone non sia opera di Cesare, nel quale sono narrate le
vicende tra il 51 e il 50 dal luogotenente Aulo Irzio.

L’epoca di redazione viene definita successiva alla conquista, in cui Cesare decide di rielaborare in forma
letteraria gli appunti e i rapporti dei legati. Ci sono due teorie a riguardo: la prima è che i commentarii siano
stati stilati nelle pause invernali anno dopo anno. La seconda è che la redazione sia avvenuta di getto tra il
51 e il 50 a.C. Gli scopi dell’opera erano:

o Giustificare la conquista della Gallia come necessaria


o Accrescere la sua popolarità a Roma

Da questo discendono le due linee conduttrici nelle quali si articola il racconto: ACCUSA ALLE TRIBU’
GALLICHE DI AVER PROVOCATO L’INTERVENTO ROMANO e COSTANTE PRESENTAZIONE DI QUELLE
TRIBU’ COME INFIDE. La figura di Cesare è centrale ed onnipresente. Egli è organizzatore, accorto
politico, impareggiabile condottiero. Il suo agire e il concetto di fortuna non vengono collegati a un
intervento divino, ma agli imponderabili mutamenti di situazione ai quali lui sa far fronte. Gran parte
del racconto si sofferma su problemi di tattica militare, posseduta saldamente dai romani, che uniscono
alla strategia molte competenze tecniche. Un altro elemento di forza è il rapporto condottiero-capo,
dato che i soldati non sono più mercenari. I nemici invece vengono elogiati e ne viene messa in luce la
ferocia.

Un caso emblematico è il discorso di Critoginato, un nobile dell’Arvernia ai Galli che sotto il comando di
Vercingetorige erano assediati ad Alesia. Egli denuncia i romani che volevano espandersi e schiavizzare i
popoli, Vercingetorige ha già sollecitato aiuti che tardano ad arrivare, alcuni vogliono tentare la fuga,
Critoginato vuole dare ai soldati la volontà di resistere all’assedio. Vengono raccontati episodi di
cannibalismo, di fronte a tale esempio di barbarie è normale che l’intervento dei romani risultasse
necessario. la guerra considerata dal punto di vista dei romani è giustificata. Un proconsole deve
salvare gli interessi della sua patria, in questo caso Roma. Il racconto vuole apparire obiettivo sia per le
scelte di uno stile essenziale, sia per l’espediente di parlare in terza persona. Tuttavia essendo l’opera
collegata alla lotta politica di quegli anni è inevitabile sia di parte. Cesare non prova a trovare
giustificazioni per i massacri ma li presenta con motivi legati all’ordine. Il prezzo da pagare per la Gallia
per entrare nell’impero romano fu altissimo, ma d’altra parte tutti a Roma erano d’accordo su tale
politica espansionistica, un numero ulteriore di schiavi era utile a tutti. A Roma l’informazione circa i
territori conquistati era scarsissima, quindi gli excursus esercitavano un notevole fascino sui lettori, dato
che questi così conoscevano terre e popoli sconosciuti. In particolare quello sui Galli e i Germani,
contenuto nel 6 libro, si forma con testimonianze da fonti greche (Polibio e Posidonio) più altre raccolte
da Cesare , al quale va il merito di aver introdotto il concetto stesso di Germania. I Galli hanno una
struttura simile a quella romana (dominio aristocr su ceto popolare e presenza di una salda
organizzazione clientelare), perciò sono più facili da controllare. I Germani invece non solo hanno
un’organizzazione diversa, ma sono anche un popolo bellicoso. La loro terra è caratterizzata dalle
solitudines. I commentarii hanno come antecedenti:

- La grande tradizione geo etnografica ellenistica


- Relazioni che i magistrati avevano redatto precedentemente

Dal punto di vista economico la conquista della Gallia ha portato sicurezza nei commerci con le popolazioni
a settentrione, il possesso di regioni ricche di prodotti della terra.

COMMENTARII DE BELLO CIVILI

Devono aver subito analoghe vicende di pubblicazione, forse fu redatto nel 45 a.C., quando Cesare aveva
ottenuto la vittoria definitiva su Pompeo, oppure i primi due nel 48 e il terzo nel 47. Narrano gli avvenimenti
del 49-48 a.C., dalla seduta senatoria del Gennaio 49, nella quale Cesare fu proclamato HOSTES PATRIAE.

 IL PRIMO LIBRO PARLA DEL 49, DELLA DECISIONE DEL SENATO DI INVIARE A CESARE UN
ULTIMATUM. CESARE VARCA IL RUBICONE, E INIZIA LA SUA RAPIDA DISCESA, NONOSTANTE NON
TROVI RESISTENZE, PROPONE UNA TRATTATIVA A POMPEO CHE HA RAGGIUNTO BRINDISI INSIEME
AI CONSOLI. POI SI IMBARCA PER LA GRECIA E CESARE SMETTE DI INSEGUIRLO. SI PREOCCUPA DI
FAR OCCUPARE DALLE TRUPPE LA SARDEGNA LA SICILIA L’AFRICA E SI DIRIGE VERSO LA SPAGNA
CITERIORE, PER DEBELLARE IL RESTANTE CONTINGENTE POMPEIANO. I POMPEIANI SONO
COSTRETTI ALLA RESA DALLA MANCANZA DI RISORSE. IN UN NOBILE DISCORSO CESARE DISTINGUE
LE RESPONSABILITA’ DEI CAPI DA QUELLE DEI SOLDATI. L’UNICA CONDIZIONE POSTA E’ LO
SCIOGLIMENTO DELL’ESERCITO POMPEIANO
 IL SECONDO LIBRO NARRA NELLA PRIMA PARTE DELL’ASSEDIO DI MARSIGLIA CON CUI SI INTRECCIA
IL RESOCONTO DELLA CAMPAGNA IN SPAGNA, CON LA RESA DI VARRONE. DOPO LA CONQUISTA
DELLA SPAGNA EGLI PUO’ ULTIMARE QUELLA DI MARSIGLIA, E RISPARMIA I SUOI ABITANTI.
NELL’ULTIMA PARTE DEL LIBRO è DESCRITTA LA SFORTUNATA CAMPAGNA DEL CESARIANO
CURIONE CHE IN AFRICA FU SCONFITTO E UCCISO DALLE ARMATE DEL RE DI NUMIDIA.
 IL TERZO LIBRO PARLA DELLA PERMANENZA BREVE DI CESARE A ROMA PER RISOLVERE IL
PROBLEMA DEI DEBITORI INSOLVENTI. DOPO UNDICI GIORNI CESARE PARTE PER BRINDISI, PER POI
RAGGIUNGERE POMPEO IN GRECIA PER LO SCONTRO DECISIVO. ALL’INIZIO CESARE AVANZA ULTIMI
TENTATIVI DI ACCORDO. UN LABILE SUCCESSO ILLUDE A DURAZZO POMPEO , CESARE SI DIRIGE IN
TESSAGLIA ED EGLI LO INSEGUE CON L’ESERCITO. LO SCONTRO DECISIVO AVVIENE A FARSALO NEL
48 A.c., POMPEO SCONFITTO CERCA RIFUGIO IN EGITTO, DOVE VIENE UCCISO PER ORDINE DEL RE
TOLOMEO. NELLA PARTE CONCLUSIVA è DESCRITTA LA CONTESA TRA TOLOMEO E CLEOPATRA PER
IL REGNO D’EGITTO. LA NARRAZIONE SI INTERROMPE ALL’INIZIO DELLA GUERRA DI ALESSANDRIA,
NELL’AUTUNNO DEL 48 A.C.

Nel de bello civili Cesare si mostra desideroso di pace: solo l’atteggiamento pompeiano l’ha costretto a
scendere in campo. La sua condotta verso i vinti è sempre improntata alla CLEMENTIA, sottolinea il rispetto
della legalità e la volontà di non agire fuori dalla legge. Tutto ciò per tranquillizzare l’opinione pubblica.
Pompeo viene presentato come un debole e inetto, travolto dalla folle politica del senato, a Farsalo egli
fugge precipitosamente abbandonando le insegne militari. Cesare mostra comprensione per i militari della
fazione avversa, coinvolti in una causa non giusta. Verso i nemici non utilizza né ironia né sarcasmo. Sono
tutti cittadini integerrimi ma sono succubi di personaggi in balia dell’avidità di denaro. L’altro scopo del de
bello civilii è chiarire quali saranno le sue intenzioni dopo aver concluso lo scontro armato: pacificazione
generale, da ottenersi con la clementia, ripristino della legalità, favorire i ceti moderati.
I commentari sono legati al concetto di memoria, commentarius significa qualsiasi tipo di promemoria o di
appunto, da archiviare e non pubblicare, essendo privo di ornamenti retorici. Essi potranno essere pubblicati
solo dopo l’intervento di un vero scrittore di storia. I giudizi di Cicerone confermano l’ipotesi secondo la
quale i commentarii sono di qualità e sono una novità, ecco perché non c’è l’intervento di uno storico.

Lo stile non prescinde dalla destinazione e dall’osservanza del canone della chiarezza: le parole sono
scrupolosamente scelte, vengono esclusi i grecismi, viene fatto un calcolato uso di tecnicismi, l’andamento
sintattico è improntato nell’asciuttezza e nella brevità, oltre che alla varietas. L’uso della terza persona
infine conferisce un tono obiettivo e formale alla narrazione. Non vengono utilizzate le comuni figure
retoriche, ma l’aristotelica peripezia, cioè un’esposizione colorita dei fatti.

PROBABILE CORPUS CESARIANO

Si è già detto dell’ottavo libro del de bello gallico, ad esso va aggiunto un bellum alexandrinum (guerra in
egitto, scontro con Farnàce, guerra illirica), che viene attribuito ugualmente ad Irzio, poi un Bellum africum
e un bellum hispaniense.

Sallustio
Gaio Sallustio Crispo nasce ad Amiterno nell’86 a.C.

Pur essendo un homo novus appartiene a una famiglia facoltosa e per questo puo’ intraprendere gli studi a
Roma e intessere relazioni con i maggiori esponenti della nobilitas. Nel 54 a.C. inizia il cursus honorum con
la carriera di questore, si collocava vicino a Crasso , ma ben presto la sua simpatia si sposta verso Cesare.
Nel 52 come tribuno della plebe condusse una campagna contro Milone, uccisore di Clodio e fu espulso dal
senato nel 50 a.C. Un anno dopo fu riammesso grazie alla protezione di Cesare.

Nel 46 fu pretore, venne inviato da Cesare a sedare una rivolta in Campania. Seguì poi Cesare in Africa e gli
fu assegnato il governo della provincia. Al termine del suo mandato fu accusato di malversazione, Cesare lo
salvò dalla sua condanna ma egli fu costretto a ritirarsi a vita privata, negli HORTI SALLUSTIANI, dove attese
alla scrittura delle sue opere storiche, di genere monografico. Questo genere era un’innovazione a Roma. Su
modello di Tucidide, la monografia sallustiana aveva la prerogativa di isolare un particolare momento che
avesse avuto profonde ripercussioni sull’andamento della storia. Il genere monografico inoltre rispondeva
alle esigenze di brevitas e accuratezza stilistica. Per approfondire i temi fondamentali della crisi, per far
riflettere sul ruolo dello storico, Sallustio si serve dei proemi e degli excursus. Per contrastare l’opinione
pubblica su quanto fosse meglio fare la storia che scriverla, egli offre uno spaccato della situazione corrotta
presentando l’OTIUM come compimento di un preciso dovere politico in contrasto alla sfrenata ambizione e
il desiderio di arricchirsi. La presenza di proemi e di excursus conferisce una struttura ulteriormente
drammatica

BELLUM CATILINAE

Presenta la congiura di Catilina sotto una prospettiva diversa da quella di Cicerone. Il proemio, che occupa i
capitoli 1-4 serve a caratterizzare il protagonista: Catilina approfitta dello scontento di molti per radunare
attorno a sé i delusi, i criminali, tutti coloro che aspirano a un sovvertimento dell’ordine costituito. Tutto ciò
giunge all’orecchio degli aristocratici che chiedono l’elezione di Cicerone che offre tutte le garazie per saper
fronteggiare la congiura. Catilina intanto continua i preparativi e raduna a Fiesole un esercito, dopo la
sconfitta elettorale organizza a Roma una serie di attentati alla vita di Cicerone. Il console riesce però a
salvarsi e l’8 novembre viene pronunciata la prima catilinaria. Catilina viene proclamato nemico pubblico ed
è costretto alla fuga. Al 30esimo capitolo la narrazione si interrompe per un excursus sulle cause della
degradazione politica. Intanto Cicerone ha fatto incarcerare i catilinari. Nell’assemblea senatoria si
scontrano Catone, che chiede la pena di morte per Catilina e Cesare, che è propenso a una pena mite. Il
senato decide per la condanna a morte che viene prontamente eseguita. Catilina tenta la fuga ma trova la
morte a Pistoia.

Le testimonianze della congiura di Catilina ci provengono da Cicerone e Sallustio, ma quali erano davvero le
forze in campo? Catilina giganteggia come forza del male, in Sallustio però raggiunge la sua grandezza,
anche se con connotazione negativa, perché la sua attività viene inquadrata in una situazione di
degenerazione morale. Tuttavia c’è ammirazione perché anche se è rivolta al male in Catilina c’è forza
morale. Nei discorsi che Sallustio gli fa fare, ci sono a volte profonde verità sulla crisi dello stato. Sin
dall’inizio gli elementi interessati alla sovversione sono da cercare negli antichi seguaci di Silla, l’azione di
Catilina va inquadrata nelle lotte tra fazioni per il potere, nel tentativo da parte di Cesare e di Crasso di
arginare il potere di Pompeo, tentativo appoggiato anche dalla nobilitas, che temeva un uomo tanto
potente. Ma Catilina appare nel 66. Sallustio afferma che la congiura fu ordita nel 64 , prima delle elezioni
consolari del 63, commettendo inesattezza cronologica. Da qui si puo’ intuire la tendeza a isolare e far
emergere la figura di Catilina in modo che risultasse l’unico artefice, isolato dalla pars cesariana. Lo scopo è
separare le forze sovversive da quelle che, come Cesare, portano solo avanti una politica antinobiliare
legalmente. La pars cesariana non era omogenea, ma era una vasta alleanza che andava dai ceti facoltosi
alla plebe. Sallustio condanna il regime dei partiti perché è questo il responsabile della degenerazione nella
lotta civile. Lo scopo del trattato di Sallustio è ripristinare l’ordine anche a costo di un regime autoritario,
esclusa però la dittatura militare. Lo scopo di Cesare era il favore dei ceti abbienti, Sallustio ne era
portavoce, tali ceti fecero causa comune con la nobilitas pur essendone avversi perché Catilina richiedendo
l’annullamento dei debiti e facendo intravedere ai ricchi la possibilità di proscrizioni danneggiava i loro
interessi. Perciò Sallustio approva Cicerone che scoprì e represse la rivolta, ma ridimensiona notevolmente
la figura del console. Il punto centrale dell’opera è costituito dai discorsi di Cesare e di Catone, che danno
voce alle contrapposte reazioni nella società romana. Cesare si esprime contro la pena di morte per due
motivi: la morte è la fine di ogni affanno perciò non è adeguata per una grave colpa. Inoltre con la morte
attuata senza provocatio ad populum si agisce contro la legalità. Catone invece mette l’accento sulla
gravità della situazione e sulla necessità di agire con fermezza. Sallustio tenta di conciliare i 2 personaggi, di
Cesare mette in rilievo la liberalità, la misericordia, il desiderio di gloria, di Catone esalta quel complesso di
virtù legato alla tradizione (incorruttibilità, decoro nei costumi ecc.).

Agli excursus va il compito di chiarire le cause della dissoluzione dello stato, in quello posto all’inizio, definito
comunemente archeologia, egli da una breve storia dell’ascesa e della decadenza di Roma. Al centro
dell’opera si colloca il secondo excursus che completa il percorso cronologico, con la condanna della
dissoluzione della vita politica tra la dittatura di Silla e la guerra civile. Sallustio riserva toni aspri non solo
agli aristocratici, che badano solo ad accumulare denaro ma anche ai popolari che sono demagoghi che si
preoccupano solo di guadagnarsi il favore della plebe.

BELLUM IUGURTHINUM

Interrotta solo da un excursus di carattere geografico, la prima parte della monografia descrive l’ascesa di
Giugurta e della classe dirigente romana che tentenna di fronte alla possibilità di un intervento. È dai
romani che Giugurta (nipote del re Micipsa di Numidia) ha imparato la corruzione. Alla morte di Micipsa,
Giugurta uccise Iempsale costringendo Asdrubale a chiedere aiuto a Roma. Giugurta e Asdrubale
conquistano Cirta e uccidono gli uomini d’affari romani che vi si trovano, nemmeno in questo caso Roma
interviene, perché Giugurta ha condotto i senatori. Nei capitoli 40-42 c’è un nuovo excursus contro il regime
dei partiti, al quale segue la seconda fase della guerra, il cui comando è assunto da Metello. Con lui
collabora Mario, Homo novus, che guadagna favori dall’esercito. Mario promuove una riforma dell’esercito,
che viene aperto anche ai proletari. Dopo un excursus su Leptis viene narrata l’ultima fase del conflitto:
Mario, divenuto console ha accanto a sé Silla come questore, è lui a convincere il re di Mauritania alleato di
Giugurta a consegnargli il nemico.

Rispetto alla precedente questa monografia è molto più articolata, perché gli avvenimenti sono di più. Le
vicende legate a Giugurta e alla corruzione del senato hanno assunto nell’antica Roma carattere
scandalistico. Il senato viene definito una cricca per la quale oro e argento o qualsiasi donativo sono
maggiori in valore rispetto al senso di giustizia. Una presentazione fondata su categorie morali cela uno
scontro politico: la nobilitas non era interessata all’espansione in Africa, soprattutto perché si temeva un
imminente attacco dei Cimbri e dei Teutoni perciò era restia a designare forze militari altrove. VS i ceti
mercantili e finanziari erano invece favorevoli perché vedevano l’Africa come una zona strategica e
importante per gli affari. I territori africani si prestavano alla colonizzazione e potevano risolvere il
problema agrario.

L’excursus centrale associa l’inizio delle lotte al rilassamento dei costumi, motivo del quale ci si era serviti
ogni volta che si era voluta fermare la volontà espansionistica paura delle trasformazioni sociali. Le origini
della guerra civile si collocano nel periodo successivo ai Gracchi. Le forze valide sono ai margini del potere.
Significativo è il discorso di Mario per convincere la plebe ad arruolarsi: anche nella semplicità e nello stile di
un uomo privo di una raffinata cultura ma amante della concretezza. Nelle sue idee riecheggiano i principi
dell’ideologia catoniana: rifiuto cultura greca, proclamaz del ruolo dominante di Roma nell’italia e
nell’imperium, recupero valori tradizionali. Tutto questo, sintetizzato nel concetto di virtus catoniana si
contrappone alla grettezza degli aristocratici. Rispetto al bellum catilinae, abbiamo una più dettagliata
descrizione di luoghi e fatti e protagonisti. In particolare il ritratto di Giugurta, nel quale viene messa in
rilievo la caratterizzazione psicologica: forza e coraggio corrotti però dalla troppa ambizione. Anche lui
come per Catilina si guadagna l’ammirazione di Sallustio. In Catilina il male è congenito, in Giugurta non
solo è progressivo ma è addirittura acquisito dai romani stessi. In tutta l’opera giugurta mantiene una
propria dimensione tragica che lo fa oscillare tra angosce e tormenti. C’è anche il ritratto di Mario: è l’homo
novus che ha saputo opporsi allo strapotere dei nobili, ma è anche il responsabile dello scatenamento di
cruente lotte civili. Emergono le sue debolezze: ambizione eccessiva, studiati atteggiamenti demagogici,
tendenza all’intrigo. La sua ascesa ai danni di Metello verrà ripagata dall’ascesa di Silla, suo questore. Nei
confronti di Silla Sallustio si sforza di essere imparziale, bilanciando vizi e virtù.

HISTORIAE

L’ultima opera Sallustiana è annalistica e continua l’opera di Sisenna, di poco a lui antecedente che aveva
narrato le vicende della guerra civile e della dittatura di Silla. Le historiae coprono gli anni dal 78 al 67 a.c. Ci
sono pervenuti solo frammenti più importanti (discorsi di Lepido, di Macro, le lettere di Pompeo al senato).
Sallustio non segue rigidamente lo schema annalistico, ma lo combina con le principali caratteristiche della
monografia. Si aprono con una storia di Roma i cui primordi non erano un’età di pace e concordia. In una
visione sempre più pessimistica della storia recente, si colloca la conoscenza delle cose dirette. Dopo la
morte di Silla ebbero inizio le lotte per l’eliminazione del regime e per il ripristino delle magistrature da lui
abolite. Il primo dei discorsi tramandati è quello di Lepido, ex sillano che si era ribellato al dittatore e
chiedeva la restituzione della Repubblica. Nel discorso c’è una dettagliata descrizione del dittatore e una
condanna alla nobilitas che ne è schiava. Ciò che viene rimproverato a Lepido è la mancanza di
moderazione, che lo porta a ricorrere alla violenza armata. Gli stessi motivi sono infatti presenti nel discorso
di Filippo, colui che represse la rivolta quando Lepido alla fine del suo consolato aveva allestito un esercito in
Etruria minacciando di marciare su Roma. Filippo invita la nobilitas a reagire prontamente. Ben diverso è il
giudizio su Sertorio, ribelle, capo di un esercito in Spagna e sul tribuno della plebe Licinio Macro, che nelle
Historiae parla a favore della restaurazione dell’autorità tribunizia abolita da Silla. Di entrambi i personaggi
è messa in rilievo la moderazione. Sertorio pur essendo alleato di Mario e Cinna non ne condivide la
crudeltà. Scappa in Spagna e si fa amare dalla popolazione per la sua clementia, non disgiunta dall’uso
dell’autorità. Non usa gli strati inferiori nella sua lotta contro la nobilitas. Anche Macro nel 73 non invita la
plebe alla rivolta ma a una ribellione passiva: rifiuto al servizio militare. Per gli stessi motivi e in senso
opposto, il giudizio su Pompeo è negativo. Lui si è formato all’ombra di Silla e ne ha assimilato il
temperamento, le sue lettere alla Spagna sono piene di minacce di ricorrere all’esercito.

I proemi delle monografie sono importanti: a prima vista sembra non c’entrino molto ma in essi Sallustio
discute problemi di ordine generale. Talvolta viene esaltata la superiorità dello spirito sul corpo, altre volte
vengono enumerate le attività degne, che arrecano giusta gloria: la magistratura, la politica, il comando
militare. Viene in particolare lodata l’attività letteraria, al posto di quella politica che non è più praticabile.
La scelta dell’otium in rapporto diretto con l’impossibilità di fare politica. Inoltre la paura del ripetersi delle
proscrizioni del periodo di Mario e Silla, spingeva Sallustio a desiderare un regime di concordia e non un
rivolgimento sociale. Nel Bellum Catilinae il proemio contiene diversi capitoli sulla storia di Roma dalle
origini fino all’età contemporanea con un chiaro scopo propagandistico: la Roma antica sebbene fosse
costituita da diverse popolazioni ci mise poco a diventare una città unita. Questa quiete fu interrotta
quando le popolazioni vicine mosse dall’invidia misero Roma nelle condizioni di reagire alle insidie da loro
tramate. Il passaggio dalla monarchia alla repubblica fu necessario quando la monarchia si trasformò in
tirannide. È totale l’idealizzazione della repubblica arcaica, che Sallustio assume a modello: in esse regnano
la concordia, la giustizia, il valore in guerra. Per Sallustio, come riportato nella seconda monografia, l’inizio
della crisi risale alla fine della guerra contro Cartagine, perché fino a che c’era un nemico, la città faceva
fronte comune, cessato il pericolo la città conobbe potere e ricchezza e di conseguenza ambitio. Il discorso
delle cause della crisi viene ripreso nel Bellum Iugurthinum , nei capitoli centrali Sallustio denuncia l’arrivo a
Roma di uomini caduti in disgrazia che furono facile massa di manovra per il periodo sillano. Nella prima
monografia egli più volte insiste sul concetto di concordia, sull’uguaglianza pacifica tra le varie componenti.
Nel proemio delle historiae l’idealizzazione della repubblica arcaica si attenua, perché nella Roma antica
c’erano le lotte tra patrizi e plebei.

Lo stile di Sallustio è diverso da quello ciceroniano, Sallustio rifiuta ornamenti retorici, ma mantiene
introspezione psicologica. Caratteristiche dello stile sallustiano sono la brevitas e la variatio, infine un
incedere paratattico, spezzato e veloce. Tra i modelli greci sicuramente troviamo Tucidide, non solo per la
scelta del genere, ma anche per il rifiuto di uno stile piatto e armonioso e per la brevità dei concetti. Tra i
modelli latini troviamo Catone per il largo uso di arcaismi.

(Oltre alle sue opere, a Sallustio viene attribuita l’invectiva in ciceronem, pronunciata in senato.
L’attribuzione non è confermata perché la risposta invectiva in sallustium è un falso. Ci sono anche le
epistualae ad caesarem senem de republica, per la quale si presenta la divisione tra partigiani e nemici
dell’autenticità. Contro l’autenticità c’è il fatto che Cesare sia appellato senex, che gli argomenti siano
scontati, che lo stile non coincida con quello di Sallustio. Tra l’altro sono molto simili alla suasoriae di
Seneca, quindi è probabile appartengano a una scuola di molto successiva a Sallustio. A Sallustio si contesta
lo stile polemico, nonché lo stile di vita poco coerente con i suoi giudizi moraleggianti. Fu però riutilizzato da
Plutarco e ha influenzato molta storiografia umanistica, nel XIX secolo riceve l’elogio di Nietzsche, che
riconosce che la sua sensibilità venga proprio dalla lettura di Sallustio.

LA POESIA NEOTERICA
Nel mondo greco la lirica è il canto con la lira, le elegie e i giambi. Nel mondo latino non si possono definire i
limiti di questo genere, perché più che concentrarsi sull’aspetto musicale, l’aspetto preminente è quello
metrico, la lirica viene eseguita in versi lirici. La lirica arcaica era solidamente legata ai riti e vincolata
quindi a esigente (si basti pensare che la prima manifestazione ufficiale fu nel 207 a.C. quando Livio
Andronico ricevette l’incarico di comporre l’inno a Giunone. La nascita della lirica dipende in gran parte dal
contatto con la cultura ellenistica, ma anche dal mutamento delle condizioni sociali: nel primo secolo a.C.
con la divisione tra ceti dominanti e ceti subalterni, non c’erano più degli ideali comuni, ma individualismo.
La cultura greca riscosse molto successo presso i componenti della classe dirigente romana, inoltre la
cultura cominciava ad affermarsmi come valore autonomo e questo ebbe come conseguenza il moltiplicarsi
dei generi. Tipico della lirica latina fu il distacco netto e programmatico dai predecessori greci: gli
alessandrini preferivano la poesia di brevi dimensioni perché erano propensi a una grande raffinatezza,
frutto di un continuo lavoro di rifinitura e rielaborazione. Tipica della lirica romana era invece la VARIATIO:
metrica, contenutistica e stilistica. Nel mondo romano mancava quella stretta correlazione con la civica, che
invece c’era in Grecia,mancando questa, c’era una stretta cerchia di iniziati. (Per esempio il primo libro di
elegie di Properzio è dedicato anche agli amici ma si chiama Cynthia. Il culto della poesia breve è il risultato
della polemica che ebbe i principali protagonisti in Callimaco e i sostenitori dell’epica tradizionale. Callimaco
non mirava alla soppressione degli antecedenti ma a una nuova concezione della poesia: si assiste alla
nascita dell’epillio, dell’idillio, dell’elegia erotico mitologica, dell’epigramma. Il culto della poesia erudita
dipende soprattutto dal rapporto poeta-pubblico. Durante l’epoca alessandrina non c’è più la polis a
recepire, ma la corte o una cerchia di intenditori. Un tale pubblico impone la figura del poeta doctus. La
poesia neoterica riprende i generi in voga presso gli alessandrini, che rompono con i generi letterari
tradizionali pur non spregiandone i modelli arcaici. In un articolo del 1942 Pasquali condensa il senso delle
sue ricerche sulla poesia augustea: nella poesia dotta non si hanno reminiscenze ma allusioni, evocazioni. Le
reminiscenze possono essere inconsapevoli, le allusioni producono l’effetto voluto solo su un lettore che
abbia un background culturale ampio almeno quanto quello del poeta. Questo procedimento è essenziale
nella poesia neoterica. L’allusione solo in alcuni casi consisteva nella pura e semplice ripresa di un verso o di
un’espressione, i procedimenti più frequenti sono la variatio in imitando e dell’oppositio in imitando. Si
allude al contesto di un modello ma si attribuisce a tale contesto un valore variato oppure opposto.

Catullo
Valerio Catullo nasce nell’84 a.C., nel periodo più tormentato della storia di Roma. È la personalità più
rilevante del circolo neoterico. Di origine veronese, il padre era uno dei cittadini più influenti: accolse Quinto
Metello Celebre, proconsole della Gallia cisalpina nel 62 e marito di Lesbia. È presumibile che a Verona
abbia ricevuto la prima istruzione ma si sia trasferito ben presto a Roma. S. Girolamo sostiene sia morto nel
58 a 30 anni circa ma si suppone un errore, e la data di morte non puo’ essere abbassato al 57 perché sono
posteriori gli accenni di Catullo a Cesare, e lui stesso era ancora in vita durante il secondo consolato di
Pompeo del 55 a.C.

IL LIBER CATULLIANO

È formato da carmi di vario genere, suddivisi in tre blocchi. Il primo, 2-60 è costituito dai carmi brevi, il
secondo dal 61 al 68 dai carmina docta, su un apparato mitologico e con un’erudizione di stampo ellenistico
e il terzo, dal 69 al 116 di epigrammi in distici elegiaci. Vicende di pubblicazione interessanti riguardano il
carme uno (dedica a Cornelio Nepote), nel quale egli confronta la sua opera con quella di un illustre
patrono, ma la chiama libellus contenente nugae. Come è possibile conciliare questo con i carmina docta? Il
libro dedicato probabilmente non è lo stesso pervenutoci oggi, la struttura del libro sarà il risultato
dell’intervento di un editore successivo. L’ipotesi più probabile è che in un’edizione postuma l’editore mise
insieme poesia già diffuse in epoche diverse, non seguendo un criterio cronologico ma metrico, perciò il
primo libro comprende carmi. Inoltre è impensabile che Catullo mettesse da parte così tanti componimenti
per una pubblicazione, essendo la sua una poesia d’occasione. Si pensa che sia stato proprio Cornelio
l’editore e che abbia ordinato i carmi come avrebbero fatto gli alessandrini. Non collocò all’inizio i carmi
dotti ma i polimetri, in modo che il canzoniere iniziasse con la dedica. La produzione di Catullo fino agli anni
recenti è stata analizzata in modo riduttivo enucleandone solo la poesia in termini di spontaneità,
tralasciando il contesto e i modelli, ad esempio l’alessandrinismo. La natura della poesia catulliana è stata
falsata: si è detta frutto di immediatezza espressiva e spontaneità d’ispirazione, mentre al contrario era il
prodotto di un attento studio e di adesione all’ellenismo, considerata la propensione al labor limae. Tuttavia
peculiare era anche la tendenza al soggettivismo, che non rende mai un componimento una mera
ripetizione di schemi letterari. La poesia catulliana rappresenta una rivoluzione perché parlare d’amore fino
alla fine della repubblica era considerato indegno della gravitas di un cittadino romano. La svolta si ebbe nel
I secolo a.C., con il cambiamento della mentalità: più sensibilità e comprensione verso la donna,che tuttavia
non significò un effettivo cambiamento delle sue condizioni e del suo ruolo che rimase totalmente
subalterno. Accanto alla componente sociale avrà avuto peso decisivo anche quella letteraria, nel cui
ambito ebbe particolare importanza l’epigramma erotico ellenistico. Significativa fu la scelta che Catullo e in
seguito i suoi successori dovettero compiere nel primo secolo a.C. tra modelli antecedenti che presentavano
una diversa concezione dell’amore: Callimaco optava per un amore rapido e Meleagro che non considerava
l’amore un lusus raffinato ma un sofferto motivo esistenziale. Fu Catullo a fissare le linee del discorso
amoroso, un aspetto importante della sua poesia è l’aperto conflitto tra l’esperienza poetica e morale del
tempo: è stato il primo poeta a decidere di rendere pubblica una relazione erotica con una donna sposata,
rovesciando inoltre i rapporti convenzionali, nei quali è ora la donna a dominare e l’uomo a essere un docile
strumento. All’intreccio amoroso sovrintende la legge del contrasto: il travagliato rapporto con Lesbia sarà
un esempio per la prima generazione elegiaca, che considererà degno di canto solo un amore che fa soffrire.
Per un poeta d’amore, questo diviene il motivo centrale e unico della sua esistenza: si verifica così un
contrasto tra il modo di vivere sine ratione e il modo di vivere del cittadino romano civilmente impegnato. La
fonte per identificare chi fosse la Lesbia cantata da Catullo è Apuleio, che viene incolpato di aver mutato i
nomi a due giovinetti da lui cantati citando Catullo che avrebbe trasformato Clodia in Lesbia, quella Clodia è
la sposa di QUINTO METELLIO CELERE. Sarebbe vano il tentativo di ricostruire le fasi dell’amore di Catullo
per Lesbia, si possono solo sottolineare dei momenti caratterizzati con certezza.

1. È possibile che all’inizio dell’innamoramento l’atteggiamento di Catullo sia improntato alla cautela,
come si deduce dall’ultima strofa del carme 51, che riesegue con variazioni un carme saffico. Catullo
ha conosciuto Clodia ed insieme hanno scoperto la comune passione per Saffo. Il poeta invia a
Clodia il carme sia per dichiararle il proprio amore attraverso la descrizione dei sintomi
dell’innamoramento, sia per chiarire la scelta dello pseudonimo Lesbia. Il carme 51 si distanzia però
da quello saffico, che era l’ode alla gelosia. Non pochi critici hanno mosso a Catullo il rimprovero di
aver introdotto una pesante riflessione filosofica sull’ultima strofa. Però questo è indicativo del fatto
che Catullo fosse consapevole già dall’inizio della sofferenza profonda alla quale andava incontro.
2. In una fase successiva Catullo arriva a considerare tutto nella prospettiva della donna amata:
oggetti e animali. Da qui i due carmi del passero tanto caro a Lesbia, in particolare il numero tre che
ne celebra la morte.
3. Nella poesia d’amore di Catullo, appare la logica della contraddizione, che affiora ovunque nel
compiaciuto ricorso all’autocommiserazione, alle scenate di gelosia proprio da lui che aveva
sostenuto che la gelosia fosse per gli stolti, nella speranza dell’eterna durata del patto d’amore, che
difficilmente si concilia con il proclama di disponibilità ad accontentarsi di un solo giorno di fedeltà. I
termini della contraddizione possono essere trovati nel carme 5 e nel carme 8. I primi versi del 5
sono vivavi, i successivi tre sono solenni, poi ne seguono sette che sviluppano l’esortazione iniziale.
La progressione è: esortazione alla vita con l’amore, esortazione alla vita in sé per sé, esortazione
all’amore in sé per sé. Quando nella chiusa Catullo ritorna al tema iniziale è dovuto passare
attraverso le sue riflessioni sulla vita e ha capito che l’amore è l’unica risposta a tutta quella
precarietà.
4. Un punto di passaggio obblicato è la separazione dovuta al tradimento: nel carme 8 è descritta una
separazione che dovrebbe essere definitiva ma non lo sarà. Il lamento del poeta si trasforma in un
paragone tra il passato felice e il presente infelice. In un dialogo del poeta con un altro sé stesso,
egli si propone di resistere alla passione la un lettore accorto capisce che il distacco non si
verificherà facilmente. Negli ultimi versi egli rappresenta se stesso nel suo successore, segno del
fatto che la passione continuerà a vivere. In un rapporto d’amore adultero non c’è possibilità di
concretizzare le aspirazioni coniugali. Egli allora costruisce un’immagine del tutto simbolica del
vincolo coniugale, sostituendolo con il patto d’amore. Il foedus amoris è legato alla fides, gli dei ne
sono garanti. Non è solo una proiezione del vincolo matrimoniale ma va ben oltre. Catullo è
cosciente dell’infedeltà di Lesbia, ma ciò lo induce a rivendicarne ancora di più la fedeltà. L’unica
conseguenza è la scissione che egli crea tra amare e bene velle, il primo termine afferisce alla sfera
sessuale, il secondo allo slancio affettivo. Nel carme 72 egli sostiene che il tradimento induca ad
amare di più ma a voler meno bene. All’interno di tale logica della contraddizione non è assurdo
che si assista a tentativi assurdi di conciliazione, come avviene nel carme 75 in cui l’antitesi tra
amare e bene velle si condensa nel rapporto ossimorico tra odisse e amare.
5. Nel carme 11 Lesbia tenta di riconciliarsi con Catullo ma ottiene da lui una risposta negativa. Con
immagini crudamente realistiche egli caratterizza Lesbia, ma il carme si conclude con un’immagine
tipicamente saffica dell’amore che cade come un fiore che al margine del campo viene falciato
dall’aratro. La separazione definitiva da Lesbia avviene come un divorzio in piena regola. I suoi
amici Furio e Aurelio fanno da intermediari. Tutto questo si spiega con il fatto che un ripudio
unilaterale doveva essere annunciato per litteras o per nuntium e loro sono i nuntii.

I CARMINA DOCTA

I carmina docta hanno uno sviluppo più complesso.

 Il carme 61 è scritto come epitalamio per le nozze dell’amico Lucio Manlio Torquato con una
mistione di generi e fonti. Il suo compito era celebrare una coppia nobile e colta, per il quale
Catullo prende le mosse da un’esperienza letteraria alessandrina. In questo carme Catullo non
si considera strettamente legato alla ripetizione di motivi e luoghi comuni, che integra con
motivi personali. Prende le mosse dall’imeneo per costruire un carme più complesso nello stile e
tecnica propri degli inni sacri e attinge anche dal partenio nel coro delle vergini. Ci sono
elementi del fescennino, nell’accompagnamento della sposa alla casa dello sposo.
 Il carme 62 è un canto matrimoniale, è una scena che si svolge di sera, conformemente alla
tradizione greca e romana della cerimonia nuziale. La sposa come consuetudine arriva dopo e i
due si dispongono in due tavole separate. C’è una tenzone poetica tra il coro delle vergini e il
coro dei giovani e alla fine del carme i giovani ritenendosi vincitori si rivolgono direttamente alla
sposa.
 Il carme 63 presenta il mito di Attis, inserito nel culto di Cibèle. già noto a Pindaro. La
consacrazione alla dea implicava l’evirazione. Nel rito essa era preceduta da danze orgiastiche
questa volta avviene all’inizio. Attis appena entrato nel bosco si evira e dopo se ne pente. Il
metro è il galiambo, che esprimeva frenesia orgiastica.
 Il carme 64 ha due nuclei caratterizzanti: il primo è Peleo e Tetide,genitori di Achille, il secondo
è il ricamo sulla coperta del Talamo degli sposi ( il mito di Tesèo e Arianna). A lungo la critica ha
spiegato questa dicotomia come conseguenza dei pomei alessandrini. Oggi però si spiega con i
due tipi di amore presentati nelle due storie: legittimo e consacrato al matrimonio il primo,
illegittimo il secondo. Appare evidente il simbolismo catulliano in entrambi i racconti
 Il carme 65 è un epistola indirizzata a QUINTO ORTENSIO ORTALO, uomo di cultura e celebre
oratore, che proteggeva i poeti e praticava poesia. In occasione della morte del fratello ,Catullo
si allontanò dai circoli, Ortensio cercò di confortarlo e il carme 65 è la risposta. Allo stesso
tempo è l’annuncio della dedica all’illustre personaggio della traduzione catulliana della chioma
di Berenice. Quando Tolomeo Evergete mosse guerra alla Siria, la moglie Berenice fece voto di
offrire una ciocca di capelli per il ritorno in patria del marito.
 Nel carme 66 si narra di come, al ritorno di Tolomeo, la ciocca scomparve improvvisamente.
L’astronomo di corte ne annunciò l’ascesa al cielo e diede il nome a un gruppo di stelle.
Callimaco, poeta di corte, ne scrisse un’elegia. Noi possiamo leggerla in traduzione da Catullo,
con l’aggiunta di versi innovativi.
 Il carme 67 è un esempio di paraclausithyròn, il carme di fronte alla porta chiusa dell’amata, nel
quale Catullo rivela particolari piccanti che rivelano tenace persistenza di un mondo provinciale.
 Il carme 68 chiude degnamente i carmina docta , Catullo a Verona è nello sconforto per la morte
del fratello. L’amico Allio gli scrive e gli chiede conforto per l’abbandono dell’amata. Nella prima
parte Allio risponde alla richiesta di Allio. Nella seconda parte c’è una summa di motivi poetici.
C’è una perfetta architettura almeno nella seconda parte del carme, con un’anticipazione delle
ricerche sull’equilibrio e simmetria tra le varie sezioni.

Accanto alla tematica amorosa, un posto di rilievo è dato all’amicizia, a prescindere dagli esponenti del
circolo neoterico, gli unici amici verso i quali usa toni delicati e gentili sono Veranio e Fabullo. Nel carme 13
viene descritto un singolo invito a cena per Fabullo che dovrà portare tutto il necessario. mentre Catullo
potrò offrirgli solo la sua amicizia e un profumo che apparteneva a Lesbia (CHE CUUUUUUULO!)

Con gli esponenti del circolo neoterico egli ha un legame di stretta e sincera amicizia e comunanza di idee:
essi presentano una comunanza di idee e concezioni etiche e scelte di poetica incontrastate. Nei carmi
dedicati ai sodales del circolo neoterico si presentano temi di affettuosa dimestichezza ma anche di
polemica letteraria verso poeti. Catullo si sente ferito dall’indifferenza degli amici per le sue pene d’amore,
carme 38 egli vorrebbe trovare presso l’amico un conforto. Nei carmi 30 e 73 egli esprime delusioni per la
violazione del patto d’amicizia.
Nella dicotomia politico vs poeta, in Catullo si ha l’impressione che tale risentimento non sia generale, come
lo era negli elegiaci ma dipenda dalle sue scelte politiche. Nel carme 93 si percepisce l’ostilità nei confronti
di Cesare in un distico di risposta a un suo tentativo di riconciliazione. Nel carme 49 l’oggetto è l’attacco a
Cicerone, in toni altisonanti e ricercati. Probabilmente è un carme negativo, a seconda di come si interpreta
la frase optimius omnium patronus (il migliore di tutti gli avvocati, il migliore avvocato di tutti, anche dei
disonesti).

Un posto a sé occupano i carmi in cui è più evidente la presenza della componente folclorica, nel carme 42
Catullo abbiamo un esempio di flagitatio: una forma di giustizia popolare che avviene se un debitore si
rifiuta di pagare i propri debiti: si raduna una folla chiassosa che insulta il malcapitato. La flagitatio in
questo caso è rivolta a una donna che non gli restituisce le sue tavolette. Dato che gli insulti non funzionano,
passa alle lodi. Il carme 17 tratta invece dei sacrifici edilizi: Catullo vuole mettere alla berlina un uomo che
per la sua inettitudine viene ripetutamente tradito dalla moglie. Dovrebbe essere scaraventato da un sacro
ma traballante ponte. Le assi di questo ponte sono axulis in redivivis, si crede che questa espressione alluda
al materiale usato, molto scarso. Per il sacrificio dal ponte sacro si dovrebbe scegliere uno tra i migliori
cittadini e lui sceglie invece il peggiore. Riguardo la fortuna di questo autore era inevitabile che, terminata
la stagione della poesia d’amore, la poesia di Catullo finisse nell’ombra. Di tanto in tanto però vengono
riproposti gli elogi, come nel caso di Plinio il vecchio. Sembra improbabile che Petrarca abbia conosciuto
Catullo, nonostante i tentativi di provare il contrario.

L’EPICUREISMO
Il raggiungimento della felicità attraverso l’atarassia consentiva di eliminare ansie e dolori per vivere in
serenità. Era questo l’obiettivo della scuola epicurea: fondata nel terzo secolo a.C. da Epicuro, la scuola di
Atene si basava su quattro massime fondamentali: l’eliminazione della paura degli dei, l’abbandono del
timore della morte, considerare il bene facilmente raggiungibile e il mare agevolmente tollerabile. Con il
distacco dal mondo si otteneva il sommo bene. L’etica epicurea discendeva dalla fisica e dalla dottrina della
conoscenza, perché solo rivelando la vera struttura della realtà, poteva offrire la base dottrinale per
l’eliminazione dei pregiudizi. Epicuro fece propria la dottrina di Demostene, secondo il quale l’universo è
formato da particelle minime che si aggregano formando le cose. Epicuro apportò alcune modifiche:
aggiunse la dottrina del clinamen, la deviazione arbitraria degli atomi nel loro moto di caduta, che avrebbe
determinato la formazione delle cose. L’arbitrarietà che salva la libertà umana e non costringe l’universo a
seguire leggi determinate. Una volta formato, dal corpo si staccano delle particelle molto sottili, chiamate
eidolà, che colpiscono i nostri sensi e generano le sensazioni. La conoscenza delle cose che ne deriva è perciò
sensibile, perciò la dottrina della conoscenza rivaluta il valore gnoseologico della sensazione ed è ricca di
contraddizioni: secondo la fisica l’atomo non è percepibile. Gli dei sono il tema di uno dei due corollari alla
base della dottrina. Essi sono fatti di atomi di qualità aerea ma vivono negli intermundia, in una beatitudine
che non turbano interessandosi alle cose umane. Quindi di conseguenza i segni premonitori e la
superstizione non hanno valore. L’anima è formata da atomi leggerissimi, quando il corpo muore, anche
l’anima cessa di esistere. La mortalità dell’anima è il nodo centrale dal quale discende la teoria della
liberazione dalla paura. Il timore della morte infatti era la maggiore causa di angoscia. Sgombrato il campo
dalle false paure, Epicuro indica il modo più autentica di vita: con la ricerca del piacere, non in senso volgare
ma una situazione di equilibrio. La felicità si ottiene appartandosi dal mondo, evitando tutto ciò che potesse
creare sconvolgimenti interiori, come la vita politica. Gli epicurei dovevano evitare la vita politica. In realtà
sembra che Epicuro non si sia astenuto da eventuali rapporti tra saggio e monarca ellenistico, che
rappresentava comunque una garanzia di stabilità. Sul piano pratico la simpatia di Epicuro si concretizzò
con il rapporto con Lisimaco e Antigono Gonata. Altre filosofie avevano già predicato il rifugio nel privato,
non c’era nulla di rivoluzionario. Il sapiente vivendo nella società era protetto dalle sue leggi ma non trovava
in esse la sua dimensione, la sua era una posizione solitaria: si trova conferma nel fatto che in alcune sue
affermazioni egli disprezzasse il volgo, incapace di apprezzare la validità della filosofia. La filosofia epicurea
penetrò presto in Italia, tanto che nel 154 a.C già furono espulsi due rappr. Della scuola per corruzione dei
costumi. Verso la metà del primo secolo a.C. arrivò anche a Roma. Cicerone è la maggiore fonte latina per la
conoscenza dell’epicureismo: i seguaci di Epicuro erano numerosissimi. Egli usa nei loro confronti un tono di
disprezzo e condanna morale: egli dice che fossero attratti dalla dottrina per la natura edonistica di essa. La
testimonianza di Lucrezio è contrastante, perché egli rivendica il carattere elitario. Gli sviluppi della scuola
epicurea sono legati anche alla sua penetrazione tra le file della nobilitas: le filosofie che praticavano il
ripiegamento interiore trovavano campo fertile a Roma, perché lo stato era in crisi. Dal tema della salvezza
interiore deriva il valore autonomo della cultura che non è più solo un’attività pratica ma diventa in sé
valida e da ricercare nella sua stessa natura. Da ciò deriva l’interessa della nobilitas per la poesia,
considerata anch’esso un valore autonomo. Nel primo secolo a.C i seguaci aristocratici dell’epicureismo
diventano numerosi: oltre a Pisone si puo’ citare Manlio Torquato, che difese nel DE FINIBUS la dottrina
epicurea. Anche nel partito cesariano ci furono molti epicurei, forse anche questi furono i motivi per cui
Cesare si oppose alla pena di morte per i catilinari. Cicerone si sofferma nell’epicureismo nelle TUSCULANAE
DISPUTATIONES E NEL DE FINIBUS, dimostrando una conoscenza approfondita della dottrina. Ma in lui è
sempre presente un tono di polemica sul piano dottrinario e ideologico che a volte lo fa ricorrere alla
distorsione: come ad esempio il presentare il piacere, che in Epicuro è catastematico, cioè in uno stato di
equilibrio, come semplice allettamento e appagamento dei sensi. In realtà l’epicureismo non era per nulla
un pericolo per lo stato romano, anzi: il ripiegamento interiore faceva comodo perché significava meno
intralci in politica, però sostendendo l’inutilità della partecipazione minava uno dei cardini del sistema etico
politico aristocratico ed esaltava l’ideale separato di sapiente, visto con interesse da chi voleva trasformare
le istituzioni tardo-repubblicane in un potere personale. In età augustea la fortuna dell’epicureismo resta
significativa: si puo’ ancora praticare l’Otium e cercare l’atarassia ma si elimina ciò che puo’ essere
pericoloso, come l’interesse scientifico, la lotta contro la religione e contro la superstizione attuata da
Epicuro.

Lucrezio
Di Lucrezio possediamo notizie molto scarse . La biografia più antica è quella di San Girolamo, da cui
apprendiamo che Lucrezio visse 44 anni , che impazzì a causa di un filtro d’amore e che scrisse la sua opera
negli intervalli di lucidità. Da tempo la critica ha dimostrato quanto questa veloce biografia sia inesatta. In
particolare la tradizione della follia e del suicidio. Dalle citazioni a Ennio, dalle allusioni agli inni omerici,
dalle traduzioni di Tucidide, dai riferimenti di natura scientifica si evince che egli sia un poeta doctus. Riesce
tuttavia sempre più complicato stabilire in che rapporti fosse Lucrezio con la classe dirigente romana. Il suo
poema è dedicato a Gaio Memmio, un esponente della nobilitas senatoria, mentre durante la guerra civile
sarebbe passato dalla parte di Cesare. Possiamo quindi escludere egli fosse un riformatore sociale: la
filosofia epicurea è materialistica e predica la liberazione dalla supersitizione ma non è rivolta ai ceti umili.
Lucrezio lo conferma infatti con le affermazioni sulla difficoltà della materia che tratta , che è talmente
ardua che il volgo l’aborre. La vita di S.Girolamo ci fornisce un’altra notizia illuminante in merito ai rapporti
di Lucrezio con i potenti: il de rerum natura sarebbe stato pubblicato a cura di Cicerone. Questo però ha
sollevato diversi dubbi perché quando Cicerone parla della filosofia epicurea non fa mai precisi riferimenti a
Lucrezio come fonte. L’unico accenno si trova in una lettera al fratello Quinto, in cui è inserito un giudizio
sull’opera di Lucrezio: “LUCRETI POEMATA, UT SCRIBIS, ITA SUNT, MULTIS LUMINIBUS INGENI, MULTAE
TAMEN ARTIS ( i versi di Lucrezio sono come tu scrivi, con molti sprazzi di ingenium e tuttavia con molta ars)
. Il tamen fa pensare che il giudizio sia tutt’altro che positivo, oppure si è considerata la frase corrotta e
prima di multae è stato supposto un “non”. Il “ut scribis” fa pensare a un manoscritto nelle mani del fratello.
In questo modo non è improbabile pensare che proprio uomini del circolo ciceroniano abbiano pubblicato il
poema: basti ricordare un personaggio come Attico, che oltre ad essere epicureo era anche il maggiore
editore del momento. Il poema è aperto da un inno costituito da poemio e dedica a Memmio, che è di
famiglia ragguardevole ed è imparentata con personaggi potenti come Silla e Pompeo. Catullo lo seguì in
Bitinia nel 57 a.C. mentre Cicerone si rivolge a lui in una lettera nel 51. Memmio però non è detto che fosse
un epicureo di stretta osservanza. Lucrezio parla di lui nel primo libro quando esprime la paura che la grave
situazione di Roma possa distoglierlo dalla letteratura. Ricompare nel secondo e nel quinto libro, ma resta
sullo sfondo come destinatario ideale degli insegnamenti di Lucrezio che devono portarlo alla saggezza. La
poesia didascalica ellenica in genere descrive i fenomeni, la poesia lucreziana invece esprime una dottrina!
Memmio oltre che essere un personaggio di gran cultura è molto conosciuto: la dedica del poema a lui
avvicina Lucrezio agli ambienti della poesia romana del tempo. (Alcuni sostengono che la dedica sia un
tentativo per far entrare l’epicureismo nell’elite romana, tentativo fallito ma comunque l’epicureismo ebbe
una profonda influenza sugli uomini politici).

Il poema di Lucrezio rimanda a quello di Epicuro, è infatti la traduzione di Perì physeos, opera in 37 libri di
Epicuro. L’epoca di redazione è incerta: l’unico accenno è il citato proemio del primo libro,che ci fa sapere
che è scritto in un momento di grave difficoltà per il bene comune, quindi forse discordia del 59 a.C. Il De
Rerum Natura è costituito da 6 libri divisi in 3 coppie. Il primo e il secondo riguardano la fisica epicurea, il
terzo e il quarto riguardano la psicologia e la teoria della sensazione, il quinto e il sesto riguardano la storia
del mondo e la spiegazione di importanti fenomeni naturali. In particolare, nel primo si parla dell’esistenza
degli atomi e di come il loro aggregarsi o separarsi costituisca l’inizio o la fine di tutto. Attorno agli atomi c’è
il vuoto, che permette loro il movimento. L’esistenza di particelle tanto piccole è un fenomeno considerato
immateriale quasi come il caldo, il freddo ecc.. infatti è dimostrato per analogia con essi. Nel finale entra in
polemica con Eraclito, il precursore dello stoicismo, mentre dimostra di apprezzare l’opera di filosofi fisici
come Empedocle. Nel secondo libro viene trattato il moto incessante degli atomi, espresso con l’immagine
del raggio di luce nel quale si intravede il turbinio del pulviscolo. Viene così trattata la teoria del clinamen,
che introducendo la casualità salva il libero arbitrio umano. Così come c’è la varietà di atomi, così gli esseri e
il modo in cui essi generano odori sapori e percezioni sono vari.

Nel terzo libro ci si pone il problema della natura mortale dell’anima, formata anche essa da atomi sebbene
più leggeri. Soggetta alla dissoluzione anche essa, perciò la paura della morte è vana. Nel quarto libro egli
affronta il tema della sensazione, causata dagli EIDOLA’, che colpiscono e stimolano i sensi. Inoltre viene
anche affrontata la trattazione e l’origine dei sogni. Nel finale si afferma l’azione deleteria della passione
amorosa sull’animo umano. Nel quinto libro si presenta la trattazione del mondo e dell’uomo. Lucrezio
polemizza con gli stoici, secondo la quale l’universo è ordinato dalla mente divina in modo perfetto e
vantaggioso per gli uomini. Per il poeta non c’è dubbio siano tanto le manchevolezze della natura verso
l’uomo: la condizione umana è piu’ grama persino di quella degli animali. Dopo aver narrato i primordi,
presenta una grandiosa sintesi della civiltà umana, vista con occhio spregiudicato e moderno. I primordi
non sono idealizzati ma presentati come una lotta contro l’ambiente ostile. Si passa poi all’origine delle prim
comunità e all’origine del linguaggio. Una lunga tradizione è dedicata al sentimento religioso, generato
secondo il poeta dai simulacri degli dei che colpiscono la mente umana. Il sentimento religioso non è quindi
ingiustificato, quello che è da combattere è il timore degli dei perché essi sono avulsi dalle vicende umane.
Nel finale Lucrezio da un suo giudizio al progresso umano: non sarebbe dannoso se l’uomo fosse capace di
non desiderare beni superflui. Nel sesto libro egli completa le argomentazioni del quinto. Descrive i
fenomeni fisici nel tentativo di sottrarli alla superstizione religiosa. Entra in polemica con la concezione
stoica che permetteva la divinazione.

Lucrezio fa giuramento di assoluta fedeltà alla filosofia epicurea, ma i sei libri non ne possono contenere 37.
Nella sua opera perciò egli apporta delle modifiche: accentua elementi metafisici, modifica la sua visione
della natura come realtà sottoposta a legggi proprie, ribadisce l’indifferenza della natura nei confronti
dell’uomo. Tuttavia non si presenta mai un distacco netto. La dottrina epicurea viene sempre considerata
una teoria di salvezza. Epicuro è considerato il salvatore dell’umanità, colui che ha portato la luce in un
mondo avvolto dalle tenebre. Nel proemio del terzo libro si definiscono i suoi insegnamenti aurea dicta,
perciò la fedeltà alle sue teorie è un dato caratterizzante. All’inizio dell’ultimo libro c’è un elogio
emblematico sulle conquiste del pensiero epicureo: il culmine si raggiunge quando si attribuisce a Epicuro
l’aver squarciato il velo dell’ignoranza dal quale gli uomini erano avvolti. La variazione più vistosa è la scelta
del genere: Epicuro aveva condannato la forma poetica, Lucrezio sceglie la poesia. Nel mondo romano la
poesia filosofica avrebbe potuto raggiungere un ambiente di èlite, pur non essendo gli aristocratici
strettamente interessati alla filosofia. Inoltre la condatta epicurea ammetteva la composizione di versi
brevi, di piaceri cioè superficiali che dilettassero senza turbamento. Le ragioni della scelta poetica di
Lucrezio sono da ricercare nella riposta del pubblico: egli voleva infatti con la poesia addolcire una coppa
con il miele per far bere una medicina dal gusto amaro. Questa dichiarazione programmatica è contenuta
anche nel quarto libro. Ci sono immagini come la fonte pura, la corona delle Muse sul capo del poeta, la via
impervia, che sono tipicamente callimachee. Lucrezio presenta la sua poesia attraverso motivi che la
connotino come un’arte raffinata. Lucrezio è cosciente di trattare una materia grandiosa come la filosofia
epicurea: grandiosa perché libera gli uomini dalle false paure e insegna la verità avvolgendola però nella
dolcezza. Tutto ciò non va ad intaccare i principali procedimenti dimostrativi necessari al discorso
didascalico: fa frequentemente ricorso al sillogismo, di cui si serve per demolire le obiezioni degli avversari o
all’analogia, che consente di percepire fenomeni che l’occhio umano è incapace di percepire. Lucrezio però
resta d’accordo con Epicuro sul fatto che la poesia se si fa creatrice di false immagini (somnia) possa turbare
l’animo. Lo dice esplicitamente nel primo libro, quando espone il timore che Memmio avvinto da visioni
fallaci sia indotto ad allontanarsi dall’epicureismo. Nel proemio c’è l’inno a Venere, con il quale viene
invocata come genitrice dei Romani e come forza generatrice della vita nel mondo. Un simile esordio ha
fatto molto discutere, perché secondo Epicuro gli dei vivono in un mondo separato. Forse Venus era il nume
protettore della famiglia di Memmio. Oppure la dea che incarnava l’edonè o la voluta. Gli elogi di Epicuro
sono quattro: nel primo libro l’eroe che, solo tra gli uomini sfida il potere della religio. Nella seconda parte
dell’elogio prevale il tono mistico. Epicuro è riuscito a penetrare la porta che custodisce il segreto della
natura e grazie alla sua impresa l’umanità potrà risollevarsi. Nel proemio del terzo libro Epicuro è il lumen
che rischiara le tenebre (tono ancora più solenne). Nel proemio del quinto libro il poeta istituisce un
paragone tra Epicuro e le divinità della religione tradizionale: il confronto va a vantaggio del maestro,
invocato sin dall’inizio come deus perché ha liberato gli uomini dalle false paure e ha svelato la verità. A lui
vengono opposti Libero e Cerere, gli dei inventori della vite e del grano, beni dei quali si potrebbe fare a
meno, a confronto di una vita libera di affanni e paure. nella seconda parte del proemio Epicuro è
paragonato a Ercole, sgominatore di mostri terrificanti. Lucrezio svaluta le sue azioni perché tali creature
non esistono mentre Epicuro cancellò i timori. L’ultimo elogio fa da proemio al sesto libro, esso si apre con
la lode della patria del maestro, Atene=faro per tutta l’umanità. È anche questo un modulo ricercato perché
negli encomi dei grandi personaggi l’esaltazione della città natale era un elemento topico. I proemi degli
altri due libri contengono uno l’elogio della filosofia e l’altro della propria poesia. Nel secondo libro l’elogio
della filosofia è significativo: gli uomini ignari dell’epicureismo sono come naufraghi nel mare in tempesta,
mentre il filosofo vive tranquillo nella sua ars. L’immagine del sapiente difeso dalla filosofia come da una
torre era presente anche in Platone. Nel resto del proemio vengono elencate le attività per le quali gli
uomini si affannano, perdendo di vista il vero bene. È un motivo che appartiene alla filosofia diatribica e
compare anche nella poesia di Orazio. La ricchezza, il prestigio, sono rappresentati in modo molto vivace,
Lucrezio sostiene che esse non servano a dare la pace all’animo. Anche i finali sono significativi sia dal
punto di vista dottrinale che dal punto di vista poetico. Il finale del terzo libro dichiara quanto sia vana la
paura della morte: questo è un tema consueto anche nelle consolationes romane. Dimostra che Ade non
esiste. In finale del libro contiene un elenco di personaggi illustri che nonostante la loro posizione non sono
riusciti a sottrarsi alla morte. anche questo è un motivo tradizionale che avrà sviluppo nella letteratura
augustea. Al vertice della serie c’è Epicuro, perché nonostante i suoi meriti non è comunque riuscito e
sconfiggere la morte. Il finale del quarto libro invece descrive gli effetti dell’amore e quanto siano dannosi
per gli uomini. Questo ha creato parecchio sconcerto negli interpreti, che lo avrebbero accusato di
misoginia. In realtà Lucrezio condanna la passione che turba l’animo, non condanna la sessualità, ma
l’amore che si tramuta in languorosa e struggente passione. Nella descrizione degli uomini innamorati non
c’è posto per i sentimenti: contano solo gli istinti che scatenandosi provocano il totale sconvolgimento
psichico e fisico degli uomini. Se anche a volte Lucrezio si sofferma sulla descrizione sentimentale non va
oltre l’ironia. Solo nella conclusione del libro impone l’immagine della donna come non necessariamente
bella, ma gentile che potrebbe essere la compagna dell’uomo. Il finale del quinto libro è un brano di grande
complessità nel quale Epicuro rovescia i luoghi comuni,come ad esempio “primordi umanità = età dell’oro”,
“progresso= male”. Interessanti teorie invece vengono elaborate circa l’origine contrattuale della società. Il
finale del sesto libro è la narrazione della peste di Atene. Puo’ finire un’opera con un brano così pessimistico
e con immagini tanto orride di peste e distruzione? Non si puo’ definire con certezza se il poema sia
compiuto oppure no, ma la descrizione della peste rientra nel programma illuministico a dimostrazione che
sia un fenomeno fisico e non dipenda dall’ira divina.

Il compito del saggio è sconfiggere la superstizione e opporsi con la forza della ragione all’irrazionalismo di
quanti si affidano alla religio. Con la filosofia di Epicuro sarà possibile dissipare le tenebre dell’irrazionale e
raggiungere I templa serena della sapienza. Il compito di Lucrezio sarà far sì che il lettore non creda più al
mondo favoloso del mito e della superstizione, per questo egli deve supplire con terminologia epicurea alla
egestas rationis (mancanza di spiegazioni razionali). Nella poesia lucreziana non c’è spazio per il mito, solo
Venere e Marte sono rivestiti di valore simbolico. Né Tibullo, né Properzio, né Virgilio daranno seguito alla
sua concezione negativa della religio: tale posizione ebbe scarso successo se si considera che si collocasse in
una società che aveva nella religione uno dei presupposti intoccabili. La storia del genere umano e del
mondo ha grande spazio nel quinto libro: Lucrezio attribuisce non agli dei ma a fenomeni naturali l’origine
degli uomini sulla terra. La storia dell’umanità è un continuo progresso dallo stato animale alla progressiva
acquisizione di quanto necessario a soddisfare bisogni naturali dell’uomo. Certo, innovazioni di tipo positivo
si mescolano ad altre come la guerra o i timori religiosi, questo perché il progresso ha prodotto anche
esigenze negative che hanno finito per corrompere l’esistenza degli uomini. I timori della morte sono le
principali angosce dell’uomo: questa esagerata paura è la causa di comportamenti dissennati. La risposta di
Lucrezio a chi sostiene che la morte sia la privazione di tutto ciò che si aveva in vita mostra il limite del suo
razionalismo: egli puo’ solo obiettare che morte non riguardi l’uomo ma questo non toglie le angosce legate
alla fine di ogni sensazione vitale. Puo’ solo suggerire un distacco aequo animo dalla vita.
Tipici dello stile lucreziano sono gli arcaismi: il lessico, il genitivo singolare bisillabico in ai e non in ae, il
genitivo plurale della seconda declinazione in um e non in orum, il gerundivo in –undus, il superlativo in –
umus e non imus.

Arcaiche sono anche le figure di suono: la ripetizione della r, sgradevole ai romani, l’allitterazione per dare
idea del carattere martellante degli strumenti. Lucrezio stesso parla dei fonemi e delle lettere che connesse
tra loro creano un’associazione con un significato ben preciso, allo stesso modo degli atomi. Se nella poesia
di Lucrezio si crea quella mescolanza tra lo stile solenne e i termini del sermo communis. Ad una patina di
solennità sarà costretto .

I neologismi sono frequenti specie nelle forme avverbiali, derivanti dalla necessità di introdurre il lessico
filosofico nella terminologia latina. Il De rerum natura essendo un poema didascalico necessita di formule di
passaggio che debbano insegnare o convincere. Di chiara impronta enniana infine, è la tecnica del verso,
che tende a smorzare la rigidità tipica del verso arcaico con la tmesi, l’enjambement ecc.