Sei sulla pagina 1di 170

INDICE

Sezione lingua italiana

L’abito fa il monaco: sociologia della moda

INTRODUZIONE ……………………………………………………………9

1 LA NASCITA E L’EVOLUZIONE DEL FENOMENO MODA

Considerazioni generali sul termine moda……………………………………15


1. La nascita e l‟evoluzione del fenomeno moda………………………..17
2. Le epoche della moda…………………………………………………18
2.1 Il periodo contemporaneo…………………………………………20
2.1 Il fenomeno del giornalismo di moda……………………………..24
3. Il Novecento…………………………………………………………..26

2 LA PSICOLOGIA DEI VESTITI

Considerazioni generali ………………………………………………………31


1. La psicologia dei vestiti……………………………………………….32
1.1 La protezione………………………………………………….......32
1.2 Il pudore…………………………………………………………..33
1.3 L‟adornamento…………………………………………................33
1.4 La parola…………………………………………………………..34
2. Influenza sul comportamento umano…………………………………39
2.1 Gli stili …………………………………………………................40
2.1.1. Gli stili nella società odierna……………………………….41

1
3. L‟abbigliamento come realtà psicosociale…………………………....46
3.1 Il sesso……………………………………………………………46
3.2 L‟età………………………………………………………………47
3.3. La classe sociale………………………………………….............48

3 I DRESS CODES

Considerazioni generali……………………………………………………….53
1. Dress codes…………………………………………………................55
1.1 Dress codes sul luogo di lavoro…………………………………..60
1.1.1 Ricerca di “The Master‟s College”………………………..61
2. Riferimenti storici……………………………………………………..64
3. Il periodo contemporaneo…………………………………………..…69
3.1 Consapevolezza dei dress codes…………………………………..70

CONCLUSIONE…………………………………………………….............77

2
INDEX
_________________________________________

English section

INTRODUCTION…………………………………………………………83

1 BIRTH AND DEVELOPMENT OF FASHION


.
General consideration in the study of fashion………………………………...85
1. Birth and development of fashion…………………………………….86
1.1 Fashion history…………………………………………………...86
1.2 The 19th century……………………………………………….....88
1.3 Fashion journalism…………………………………………….....89
1.4 The 20th century………………………………………………….90

2 THE PSYCHOLOGY OF CLOTHES

General considerations………………………………………………………..93
1. The psychology of clothes…………………………………………….93
1.1 Protection………………………………………………………...94
1.2 Shame……………………………………………………………94
1.3 Adornment……………………………………………………….94
1.4 The language of clothes………………………………………….95
2. Influence on human behavior………………………………………....96
2.1 Styles……………………………………………………………..96
3. Fashion as psychological reality……………………………………....99
3.1 Gender…………………………………………………………....99
3.2 Age……………………………………………………………….99

3
3.3 Social class……………………………………………………...100

3 DRESS CODES

General considerations………………………………………………………103
1. Dress codes…………………………………………………………..103
1.1 Historical references……………………………………………107
2. The reality of dress codes……………………………………………113
2.1 Dress code awareness…………………………………………..113

CONCLUSION……………………………………………………………..117

4
INHALTSVERZEICHNIS
__________________________________________

Deutsche Sektion

EINLEITUNG……………………………………………………………...123

ALLGEMEINE BEMERKUNGEN ÜBER MODE………………………...125


1. ANFANG UND ENTWICKLUNG DER MODE………………...125
1.1 Die Modejournale………………………………………………126
1.2 Das 19. Und 20. Jahrhundert…………………………………...127

2. PSYCHOLOGIE DER MODE…………………………………….131


2.1 Psychosoziale Realität der Mode……………………………….133
2.1.1 Geschlecht…………………………………………….....133
2.1.2 Alter…………………………………………………...…133
2.1.3 Gesellschaftliche Stellung…………………………….....134

3. DRESS CODES……………………………………………………..137
3.1 „The Master‟s College“ – Forscung……………………………138
3.2 Historische Entwicklungen der dress codes……………………140
3.3 Aktuelle Kontext………………………………………………..141

FAZIT……………………………………………………………………….145
_______________________________________________________________

中文部分………………………………………………………………………………………………..149

5
6
7
8
INTRODUZIONE

Quando una massa ignorante cerca di vedere con i propri occhi, è


estremamente facile che si sbagli. Quando però essa si forma un giudizio,
come avviene di solito, partendo dalle intuizioni del suo cuore caldo e
generoso, le conclusioni che raggiunge sono spesso così profonde e così esatte
da possedere gli stessi caratteri della verità rivelata per vie soprannaturali1.

L‟argomento che si è scelto di trattare nasce dalla grande passione nei


confronti di coloro che, ogni giorno, creano modelli di abbigliamento capaci di
diventare parte integrante della nostra vita. Parliamo di un fenomeno antico e
ben radicato all‟interno del contesto sociale, che è però in continuo e costante
mutamento. La moda è sempre stata considerata come un punto di riferimento
in grado di valorizzare la figura umana, sia dal punto di vista personale sia
professionale. Tale fenomeno viene analizzato in maniera superficiale nel caso
in cui si studi solo il suo sviluppo nel corso degli anni, senza prendere in
considerazione le implicazioni - sulla persona e sulla società - della moda
stessa. Quest‟ultima, infatti, non deve essere vista come pura astrazione, ma
come fenomeno esistente capace persino di modificare il nostro modo di essere
e di comportarci nei confronti di noi stessi e di chi ci circonda. La moda non è
semplicemente il “vestirsi bene”, bensì una filosofia di vita tale che gli esseri
umani sono in grado di comunicare attraverso la sua manifestazione:
l‟abbigliamento. Grazie alla moda è, dunque, possibile leggere mappe di dati,
culture, luoghi geografici, modi di pensare, di comunicare e di interagire con il
prossimo, livelli di apertura con il mondo e quindi con le persone che ci
circondano. La moda è un tessuto di informazioni che comunica attraverso le
sue stesse implicazioni.

1
Nathaniel HAWTHORNE, The Scarlet Letter, Boston, Ticknor, Reeds & Fields, 1850 [Trad.

9
Con questo lavoro si vogliono analizzare proprio tali implicazioni,
considerando quindi i legami della moda con il mondo della comunicazione,
studiando, così, quel legame esistente tra soggetto, cultura e contesto sociale,
inteso come aspetto storico e sociologico.
Da qui, appunto, il titolo “L‟abito fa il monaco: sociologia della moda”.

Si inizierà con un breve excursus nella storia dalla moda, che, partendo
dalle origini del fenomeno, darà la possibilità di comprendere la sua
importanza ed il suo significato nella vita quotidiana. Lo scopo iniziale sarà
quello di attribuire una data specifica alla nascita della moda, per poi
analizzare lo sviluppo del fenomeno. Per questo, si tenderà ad associare un
cambiamento nel modo di vestire ad un cambiamento storico.
Ci si soffermerà, in particolar modo, sul periodo contemporaneo, e quindi
sull‟Ottocento e sul Novecento, in quanto secoli in cui la Moda come oggi la
conosciamo si è sviluppata. È qui che si parlerà dei motivi che hanno portato
alla sua evoluzione, come anche alla nascita dei caratteri che tutt‟oggi la
differenziano: imitazione e distinzione. Allo stesso tempo, verrà sottolineata
l‟importanza storica del giornalismo di moda, che ha favorito la diffusione di
idee legate all‟argomento stesso.

Nel secondo capitolo, invece, ci si concentrerà principalmente sullo studio


del linguaggio non verbale della moda. Si effettuerà un‟analisi intorno ai
significati che l‟abbigliamento può trasmettere, cercando di verificare se e
come i vestiti svelino il nostro modo di essere. Partendo, quindi, dalla
psicologia dei vestiti, ovvero dalle funzioni che hanno portato alla dipendenza
dagli abiti, intese come protezione, pudore, adornamento e parola, si passerà in
un secondo momento ad analizzare la moda come realtà psicosociale. Questo
aspetto comprende lo studio della relazione tra abito e singolo.
All‟interno di questo capitolo si esplicherà anche l‟importanza dei rapporti
presenti tra moda e comunicazione. Questo capitolo è forse il più importante, in
quanto l‟aspetto che verrà trattato, ossia quello della “parola” dei vestiti, è
fonte di numerose analisi da parte di studiosi che negli ultimi anni stanno,

10
appunto, analizzando il linguaggio, o comunicazione, dei capi di
abbigliamento.

Nel terzo capitolo, poi, si andrà a studiare un aspetto alquanto rivelante


nell‟ambito del sistema moda, ovvero i “codici di abbigliamento”2. Iniziando
con un‟introduzione generale sull‟argomento, si analizzerà il lavoro svolto da
scrittori e studiosi, prendendo anche in considerazione ricerche condotte negli
ultimi anni riguardo l‟argomento. Si tenterà, quindi di capire se le norme legate
ai capi di vestiario abbiano o meno influenze dirette sul comportamento del
singolo e se queste norme, fissate nel corso dei secoli, siano ancora oggi
esistenti. Per provare ciò ci baseremo su sondaggi e ricerche, in particolar
modo su uno studio americano, che ci permetteranno di meglio comprendere i
codici di abbigliamento. Inoltre, un sondaggio da noi condotto, ci darà
l‟opportunità di capire se le persone si rendono conto o meno di “aderire” ad
una serie di regole imposte dalla società.

In conclusione si sottolineerà, quindi, in quale misura la moda influenzi la


quotidianità e come tale fenomeno, in continua evoluzione, sia in grado di
creare impressioni e pregiudizi, solo in base a un capo di vestiario. E se è vero
che la prima impressione è quella che conta al momento della relazione con il
prossimo, la scelta del capo di vestiario da indossare dovrebbe essere una
nostra priorità. La moda, così, sarà vista sia come forma di creatività, nel caso
in cui si pensi al grande lavoro che ogni giorno svolgono i più famosi stilisti o
“creatori” del mondo, da Christian Dior ad Armani, da Gucci a Fendi, da
Alberta Ferretti a Elisabetta Franchi, sia come un vero e proprio fenomeno
sociale che influisce sul nostro modo di vivere e sulla nostra personalità,
nonché sulla struttura della società stessa.

Nonostante negli ultimi anni gli studi sulla sociologia della moda abbiano
attirato attenzione da parte di studiosi e ricercatori, i quali hanno iniziato a

2
Codici di abbigliamento: spesso si utilizza il termine inglese dress code, con il quale si indica
un insieme di regole scritte e non relative all‟abbigliamento. (Vedi p. 55)

11
prendere in considerazione la struttura che si cela dietro ad un semplice capo di
vestiario, questo aspetto della moda non è ancora molto conosciuto.
Speriamo, dunque, che questo lavoro possa sollevare curiosità da parte del
lettore e che quest‟ultimo possa intraprendere un viaggio personale in questa
direzione, andando a ricercare egli stesso i significati che attribuisce ai propri
capi di vestiario.

Iniziamo, dunque, il nostro viaggio.

12
13
Capitolo Primo
CONSIDERAZIONI GENERALI SUL TERMINE MODA

14
In questo capitolo si intraprenderà un viaggio che, durante il corso dei
secoli, ci porterà alla scoperta dell‟evoluzione del fenomeno moda, tanto
importante da contribuire all‟identità di ogni individuo, nonché indicatore
sociale di rilievo, se non privilegiato, e oggetto fondamentale per l‟estetica
sociale. Si cercherà di approfondire il significato generico del termine per poi
analizzare i vari periodi in cui esso si è sviluppato, partendo dalla sua nascita
fino ai nostri giorni.
Dopo questo viaggio, si passerà allo studio delle implicazioni presenti
dietro al termine moda. Inizieremo con un‟analisi approfondita del termine.

La parola moda deriva dal latino Modus, che vuol dire maniera, tempo,
norma, regola, melodia, ritmo. […] Nel significato più ampio, termine
indicante una scelta […] compiuta in base a criteri di gusto che hanno la
caratteristica di presentarsi fino da principio come transitori. In particolare, dal
sec. XVII in francese (mode) e dal sec. XVIII in italiano, questa parola
designa scelte e usi, continuamente rinnovabili, nel campo dell‟abbigliamento.3

Partendo con questa spiegazione possiamo subito affermare che tale


lessema non viene utilizzato solo nell‟ambito dell‟abbigliamento, nonostante
nella sua accezione quotidiana si tenda a restringerne il significato. Tuttavia, è
proprio l‟ampiezza del suo significato a fornirci un‟idea dell‟importanza del
termine. “Esso”, infatti, “designa un fenomeno sociale dalle implicazioni assai
complesse che riguarda almeno tutte le società contemporanee.”4 Dal livello
economico al livello psicologico, sociale, estetico, letterario, musicale,
artistico: la moda ha toccato ed ancora oggi tocca ogni ambito. Basta pensare
all‟impatto che il settore moda ha sull‟economia globale: l‟industria tessile
rappresenta uno tra i rami più sviluppati dell‟industria, pesando, quindi,
sull‟intera economia globale. Sia nei paesi in via di sviluppo, spesso luoghi di
produzione, sia nei paesi sviluppati, la moda offre numerosi posti di lavoro e
genera capitali.

3
Enciclopedia Europea, Milano, Aldo Garzanti Editore, 1978, VII volume, p. 670
4
Frédéric MONNEYRON, Sociologia della moda, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, traduzione in italiano Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 3

15
Si pensi poi alle arti decorative, come il design o la progettazione d‟interni, che
dipendono dall‟evoluzione di quel fenomeno a cui spesso non viene attribuita
la dovuta importanza.
Molto probabilmente il fatto che in passato non siano state fatte analisi
sulla moda, se non lo studio condotto da John Carl Flügel, Psychology of
Clothes5, ha reso impossibile la sua profonda conoscenza. Persino la storia ha
per molti anni trascurato il fenomeno, che, invece, ha influenzato rivoluzioni
storiche. Vari studiosi e sociologi affermano, infatti, che è proprio da un
cambiamento nel modo di vestire che si sono scatenate delle rivoluzioni, o
evoluzioni, avvenute nel corso dei secoli.

Tuttavia, non ci è possibile soffermarci su ognuno degli aspetti appena


accennati, in quanto si tenderebbe ad ampliare in maniera eccessiva
l‟argomento. Dunque, avendo tale lavoro lo scopo di analizzare la moda
vestimentaria ci limiteremo a prendere in riferimento l‟accezione più
comunemente diffusa del termine.

1. La nascita e l’evoluzione del fenomeno moda

5
John Carl FLÜGEL, Psychology of Clothes, New York, Hogarth Press, 1930

16
Il fenomeno moda, chiamato anche costume, nasce con la necessità degli
essere umani di coprirsi per nascondere le parti intime. Il vestito rappresenta
quindi un “segno che separa l‟uomo dall‟animale”, come affermato da
Condorcet6. Tuttavia oltre alla funzione di protezione, ha sempre avuto anche
una funzione ornamentale.
Alcuni studiosi sostengono l‟assenza di un preciso periodo storico legato alla
nascita della moda. Tra questi ricordiamo Joanne Finkelstein che “osserva che
la moda è un versatile meccanismo sociale e psicologico che manca di un
fermo punto d‟origine”7.
Al contrario, secondo quanto affermato da Giulia Mafai, la quale analizza
varie epoche storiche, già nel periodo classico era presente la moda
dell‟abbigliamento, quindi a
partire dal IV secolo avanti
Cristo8. Infatti, popolazioni
come etruschi, romani e greci
usavano vestirsi con tuniche di
diversa lunghezza a seconda
del sesso.
Con il passare del tempo
queste semplici vesti
iniziarono a subire delle
modifiche: ricami, decorazioni, pieghe, maniche più strette o più larghe. E‟ in
questo periodo che osserviamo le prime mode, i primi modi di vestire.

2. Le epoche della moda

6
Jean-Antoine-Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet (Ribemont, 17 settembre 1743 –
Bourg-la-Reine, 29 marzo 1794), è stato un matematico, economista, filosofo e politico
francese. Fece parte del gruppo degli "enciclopedisti", stringendo una proficua collaborazione
in particolare con Jean-Baptiste D'Alembert e con Voltaire.
7
Joanne FINKELSTEIN citato in Yuniya KAWAMURA, La moda, Bologna, Il mulino, 2006,
p. 42
8
Giulia MAFAI, Storia della moda, Roma, Editori Riuniti, 1998

17
Durante l‟epoca bizantina, Costantinopoli, importante centro culturale,
diventa anche un punto di riferimento per la moda, influenzata dall‟Oriente. Si
inizia per di più ad utilizzare un tessuto molto pregiato, la seta. In realtà gli
abiti indossati dalla popolazione riprendono quelli romani. La base, infatti, è la
tunica, sopra la quale vengono applicate varie decorazioni.

Da qui fino all‟anno Mille, l‟abbigliamento non subisce modifiche


sostanziali. Ciò è dato dall‟affermazione del Cristianesimo che condanna
l‟esuberanza e l‟esagerazione nel modo di vestire, difendendo la semplice
tunica.
Nel periodo successivo, con lo sviluppo delle città, la veste viene
dimenticata ed al suo posto si iniziano ad indossare camicie, cui vengono
sovrapposte due tuniche, una a maniche aderenti e l‟altra a maniche più larghe.
Secondo la professoressa Morini, docente di storia del costume e della moda
presso l‟Università IULM di Milano, si può parlare di moda dal periodo
medioevale, nel quale “un piccolo gruppo ha usato le trasformazioni dell‟abito
per manifestare la preminenza del proprio ruolo gerarchico all‟interno di una
determinata realtà”9. Sulla stessa linea d‟onda si trova anche Codeluppi10,
attribuendo la nascita del fenomeno allo stesso periodo storico. Va sottolineato
però, che

[…] nonostante una certa variabilità nella durata dei cicli della
moda, il flusso del cambiamento della moda non ha avuto, a
partire al XIII secolo, soluzioni di continuità11.

E‟ proprio dal Duecento che inizia la lavorazione dei tessuti pregiati e con
ciò la moda sviluppa la sua vena creativa: drappi preziosi, lana, tessuti
orientali, seta e pellicce.
La vera innovazione però consiste nel cosiddetto “restringimento”, ossia
nell‟utilizzo di bottoni al fine di far aderire gli abiti al corpo.

9
Enrica MORINI, Storia della moda dal XVIII al XX secolo, Milano, Skira, 2006, p. 9
10
Vanno CODELUPPI, Sociologia della moda, Milano, Cooperativa Libraria IULM, 1996
11
Fred DEVIS, Moda, cultura, identità, linguaggio, Bologna, Baskerville, 1993, pp. 99-100

18
Tale fenomeno non è da sottovalutare. Infatti, questo studio dei vestiti
corrisponde ad una distinzione tra gli ordini sociali. Precisamente, tra la nobiltà
ed il clero il vestito esprime il rango, il lignaggio ed i rapporti gerarchici. Nel
cosiddetto “terzo stato”, gli abiti sono in grado di specificare, oltre alla classe
sociale di appartenenza, i mestieri e le diverse attività.

Dal Trecento in poi si verifica una vera e propria rivoluzione: per la prima
volta nel corso della storia gli abiti maschili si distinguono da quelli femminili.
Gli uomini indossano abiti corti che lasciano le gambe scoperte e le donne abiti
lunghissimi che a volte terminano in uno strascico. I colori dei vestiti
definiscono una simbologia politica di appartenenza e spesso, oltre al colore,
vengono ricamati stemmi con lo stesso significato.
Nel Quattrocento e nel Cinquecento gli abiti femminili iniziano ad essere,
per così dire, più studiati. Ciò significa che allo stile semplice e rettilineo si
sovrappongono lunghi strascichi e maniche pendenti, decorate da gemme e
puntali in oro. Nel XVI secolo, al contrario, le vesti cominciano ad allargarsi
nuovamente. Per quanto riguarda gli abiti maschili si dovrà aspettare ancora un
po‟ di tempo prima di poter osservare cambiamenti rilevanti.

Nel XVII secolo l‟Italia inizia un periodo di decadenza che si riflette anche
sulla moda. Da questo momento in poi, infatti, il baricentro dell‟eleganza si
sposta a nord, in Francia, paese creatore di modelli copiati da tutta l‟Europa.
Questo periodo, chiamato Barocco è caratterizzato dalla sovrabbondanza:
decorazioni, marmi e stucchi nell‟arte, gioielli, colli e pizzi sugli abiti.
Importante è l‟invenzione della cravatta, che all‟inizio è una lunga striscia di
mussola ornata di pizzo avvolta intorno al collo.

Nonostante quanto appena affermato, anche l‟Inghilterra gioca un ruolo


importante nella diffusione delle mode. Ciò è dovuto in particolare al ruolo
economico svolto dalla potenza britannica in questo periodo, derivata dal
colonialismo e dalla Rivoluzione industriale. Per tutto il secolo successivo e
parte del Novecento gli uomini eleganti iniziano a farsi cucire vestiti

19
direttamente a Londra. Per quanto riguarda gli abiti femminili, dopo il 1770
questi si fanno più tondeggianti e si accorciano fino alla caviglia.

2.1 Il periodo contemporaneo

[…] a partire dal XIX secolo, e specialmente dopo il secondo


dopoguerra, il ritmo del ciclo della moda ha subito una
notevole accelerazione. Lo sviluppo decisivo è stato
l‟apparire dal couturier indipendente che disegnava abiti più
per un mercato composto principalmente da donne12.

Possiamo affermare con certezza che è nel XIX secolo che la moda si
afferma come fenomeno sociale. Per quanto riguarda i capi, l‟abbigliamento
maschile è quello che subisce maggiori e più radicali mutamenti. Gli abiti,
infatti, diventano più classici, con linee semplici e poco decorati.
Dal punto di vista storico, invece, è proprio in questo secolo che si sviluppa
una società fondata sull‟individuo. Come ci ricorda Monneyron, “essa”, da
questo momento in poi, “si basa sulla libertà che il singolo ha di seguirla o di
non seguirla”, quindi, “la moda è ancora più evidentemente un fenomeno
rilevatore della modernità occidentale, articolata attorno all‟individuo e alla
secolarizzazione”13.
Più precisamente, è in questo secolo che nascono le società democratiche,
ovvero società dove gli individui sono uguali tra loro. La moda ottocentesca è,
così, espressione dell‟individuo, e più in particolare, espressione della
borghesia, che, dopo la rivoluzione francese, conquista il potere politico ed
economico in Europa.

12
Fred DEVIS, Moda, cultura, identità, linguaggio, Bologna, Baskerville, 1993, pp. 99-100
13
Frédéric MONNEYRON, Sociologia della moda, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, traduzione in italiano Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 11

20
Tutto ciò designa sia una rottura fondamentale con le leggi imposte fino a
quel momento, sia una tappa fondamentale nel passaggio da una moda
destinata ad un gruppo molto ristretto di individui ad una moda che interessa e
coinvolge una popolazione più vasta, ovvero la Moda che oggi conosciamo. E
così, per la prima volta, moda significa realtà sociale. Balzac (1799-1850),
scrittore e aforista francese, considerato fra i maggiori della sua epoca, nel
Traité de la vie élégante14 si preoccupa di contestualizzare la concezione di
eleganza nella realtà sociale. Tale aspetto, che potrebbe risultare banale, appare
invece come un‟evoluzione. Quel passaggio di cui già si è parlato poco fa dalla
collettività all‟individuo, fa si che il vestito possa manifestare le differenze
socioculturali, visto che, come scrive lo stesso Balzac, “il bruto si copre, il
ricco o lo sciocco si agghinda,
l‟uomo elegante si veste”15.
Quindi, è facile capire quanto
sia importante per la moda la
voglia di distinguersi. Nello
stesso trattato, inoltre, lo
scrittore afferma che il
fenomeno moda porta con sé
implicazioni che si
ripercuotono sull‟economia, la
psicologia, la morale, tali da
rendere la moda paragonabile
al fenomeno dei nostri tempi.

Nell‟Ottocento anche la
sociologia si interessa alle mode in generale. E‟, infatti, in questo secolo che
Gabriel de Tarde (1843 - 1904), riconosciuto come uno dei padri fondatori
della sociologia, e Émile Durkheim (1858 - 1917), attraverso la materia stessa,
studiano la moda come imitazione. Come riporta lo stesso Monneyron, “nelle

14
H. de BALZAC, Traité de la vie élégante, in Id., La comédie humaine, Paris, Seuil, 1830
15
Ibidem, p. 579 [trad. it. Trattato della vita elegante, a cura di T. Goruppi, ETS, Pisa, 1998]

21
Lois de l’imitation (1890), Tarde pone l‟imitazione all‟origine di ogni attività
umana e concepisce la società come un insieme di individui che si imitano
reciprocamente”16. Nell‟opera di Tarde leggiamo che la società è “una
collezione di individui che si stanno imitando tra loro o che, senza imitarsi
attualmente, si assomigliano, perché i loro tratti comuni riproducono lo stesso
modello del passato”17.
L‟analisi condotta dal sociologo arriva a sostenere che sono le classi
inferiori della società a “copiare”, come lo stesso studioso scrive, le classi
superiori in materia di abbigliamento, maniere, linguaggio, etc., aggiungendo
che è l‟individuo appartenente alla classe superiore ad “essere copiato in tutto,
mentre pare che egli non imiti nessuno al di sotto di lui, cosa che è quasi
vera”18. Tuttavia, tale fenomeno si è così sviluppato che l‟imitazione è
diventata reciproca, generalizzandosi, sostiene Tarde.

Tarde e Durkheim non sono di certo gli unici studiosi e scrittori che hanno
analizzato l‟argomento. Ricordiamo, dunque, il lavoro svolto da Thorstein
Veblen (1857 - 1929), economista e sociologo statunitense. Nella sua celebre
opera Theory of the Leisure Class19 del 1899, dedicata all‟abbigliamento e alla
moda, lo studioso vede nel vestire moderno l‟esigenza di ornarsi, più che quella
di coprire il proprio corpo per una questione di protezione o di pudore.
Sottolinea , infatti, che ciò che spinge l‟uomo a vestirsi, e quindi ad acquistare
un abito piuttosto che un altro, sia la mera volontà di conformarsi all‟usanza ed
al modello del gusto, data la funzione dell‟abito che, sempre secondo Veblen, è
quella di testimoniare la “capacità di spesa”. I vestiti, essendo simbolo
dell‟agiatezza, incarnano così la capacità di mostrare l‟appartenenza ad una
classe, nonché la dignità sociale di un individuo.

16
Frédéric MONNEYRON, Sociologia della moda, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, traduzione in italiano Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, pp. 27-28
17
G. de TARDE, Les lois de l’imitation. Étude sociologique, Parigi, Kimé, 1993, p. 73 [trad.
it. Le leggi dell’imitazione sociale, in Id., Scritti sociologici, a cura di F. Ferrarotti, Utet,
Torino, 1976]
18
Ibidem, p. 252
19
T. VEBLEN, The theory of the Leisure Class, London, Penguin, 1984

22
Veblen studia gli abiti femminili, che sembrano testimoniare perfettamente
la sua idea. Tali abiti, infatti, non facilitano la vita della donne. Al contrario ne
ostacolano i movimenti, rendendo loro impossibile il lavoro. Cappelli, gonne
larghe, tacchi alti, busto. La conclusione a cui giunge lo studioso è di nuovo la
“capacità di spesa” espressa da questi abiti. Aggiunge, infine, un altro
elemento: l‟abito deve essere costoso, scomodo e alla moda.
“Più la società e soprattutto le classi ricche accrescono la loro ricchezza,
guadagnando in mobilità, estendono la cerchia dei loro contatti umani, e più la
legge dello sperpero ostentato farà da padrone in materia di abbigliamento;
quindi, più la regola dell‟onorabilità pecuniaria spingerà il senso della bellezza
verso il disuso o passerà sul suo cadavere; più velocemente le mode
cambieranno, passeranno, e più grotteschi e insopportabili saranno gli stili che
di volta in volta faranno sensazione”20.
Il motivo per cui si è scelto di citare lo studio di Veblen, è che, anche in
questo caso, la moda diventa una condizione di differenziazione sociale. Si è
partiti dall‟elemento economico, in quanto, naturalmente, la classe agiata è in
grado di acquistare abiti costosi, alla moda, che la renderanno in un certo qual
modo diversa dalla classe media e bassa.

Ed è proprio di distinzione che parla Georg Simmel (1858 - 1918), filosofo


e sociologo tedesco, il quale afferma che la moda è “il prodotto della divisione
in classi”, che fa si che le classi inferiori “dirigano naturalmente il loro sguardo
e i loro sforzi verso l‟alto”21 imitando quindi le classi superiori. Queste ultime,
a loro volta, per una volontà di differenziazione si vedono obbligate a crearne
una nuova. Lo stesso Simmel si sofferma anche sul ruolo della donne nel
settore moda, che rappresenta, secondo il sociologo, una via per
individualizzarsi e distinguersi in una società che non lo permette loro.

20
T. VEBLEN, The theory of the Leisure Class, London, Penguin, 1984; trad. fr. Théorie de la
classe de loisir, Paris, Gallimard, 1970, p. 117 [trad. it. La teoria della classe agiata, a cura di
F. Ferrarotti, Einaudi, Torino, 2007]
21
G. SIMMEL, Die Mode, in Id., Philosophische Kultur, Leipzig, Alfred Kröner Verlag, 1911;
trad. fr. La mode, in Id., La tragédie de la culture, Paris, Rivages, 1993, p. 93 [trad. it. La
moda, a cura di L. Perucchi, SE, Milano, 1996]

23
Sicuramente, rilevante è il fenomeno che si è sviluppato in questo secolo,
che è stato in grado di promuovere e di conferire valore alla moda stessa:
stiamo parlando dei periodici dedicati alla moda.

2.2 Il fenomeno del giornalismo di moda

Dopo la Rivoluzione francese, e più precisamente dal 1820 in poi, iniziano


ad apparire i giornali di moda: “La Mode”, il “Journal des dames et des
modes”, il “Journal de la vie littéraire” o “La dernière mode”, che, nonostante
fosse un famoso giornale letterario, ha riportato in varie occasioni articoli
dedicati alla moda.

Di cosa parlano questi periodici? Giornali come “La Mode” rifiutano ad


esempio “la tirannia dei modisti”, ridando “la giusta importanza alla tecnica
sartoriale,” invitando “le lettrici a non essere più dei docili attaccapanni , ma di
imporre la propria eleganza, a prevedere e a anticipare la moda, ad
abbandonarla prima che diventi di tutti”22. Una vera e propria rivoluzione.
All‟interno di questi giornali, però, si trovano anche descrizioni di abiti
indossati da personalità conosciute nei salotti o negli incontri serali, o ancora
informazioni sui mestieri della moda. A scrivere gli articoli non solo
giornalisti, ma anche i più rinomati scrittori dell‟epoca, come Balzac, Zola,
Girardin, o personalità come Montesquieu. Questi scrittori e giornalisti, che
iniziano a lavorare nel settore, dimostrano fino a che punto la moda sia
divenuta un fenomeno sociale, dandole più importanza e rilevanza nella società
ottocentesca e nelle società a venire e dedicandole una parte del loro talento.

Ricordiamo che, dopo la nascita dei giornali di moda in Francia, il


fenomeno si diffonde in tutta Europa, raggiungendo la sua esasperazione con i
saggi sul dandismo. Definito come eleganza, il dandismo, movimento dandy o

22
Frédéric MONNEYRON, Sociologia della moda, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, traduzione in italiano Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, pp. 14-15

24
daddinismo come lo si voglia chiamare,
approda in Inghilterra alla fine dell‟Ottocento,
racchiudendo in sé i termini eleganza, finezza,
ricercatezza ed originalità. La motivazione per
cui abbiamo deciso di citare tale fenomeno sta
nel fatto che molti sono stati i saggi pubblicati
riguardanti l‟argomento, tanto che si potrebbe
paragonare l‟ampiezza del fenomeno al
giornalismo di moda in Francia. Il primo, e
forse il più importante, fra tutti i testi, è il
Book of Fashion (1835) di George Brummell.

Inoltre, vorremmo rivolgere la nostra attenzione sulla figura del dandy. La


ricercatezza degli abiti da lui indossati vanno
a descriverne la personalità. Una ricercatezza
che non si manifesta, infatti, solo negli abiti,
ma anche negli atteggiamenti e nei gusti
personali, accompagnata dalla consapevolezza
di una certa superiorità intellettuale, dalla
volontà di distinzione dalla massa borghese e
di ribellione nei confronti delle regole imposte
dalla società benestante dell‟epoca. Una
perfetta descrizione psicologica derivata
semplicemente da abiti.

25
3. Il Novecento

Nel Novecento si osserva una vera e propria rivoluzione della moda, data
l‟influenza dei mezzi di comunicazione come cinema, fotografia, giornali e
televisione. Per questo motivo i cambiamenti avvengono con una rapidità senza
precedenti. Tuttavia, tali mutamenti riguardano per di più la moda femminile,
mentre quella maschile continua ad essere legata al modello inglese, che risale
all‟Ottocento: giacca, gilè, calzoni e camicia.

Il dopoguerra è caratterizzato da un famoso fenomeno, la cosiddetta


“americanizzazione”: le mode americane invadono ogni settore. D‟altro canto,
l‟aspetto più importante è l‟emancipazione della donna, che dopo il conflitto
chiede una vita più libera dalle costrizioni che fino a quel momento gli hanno
impedito di vivere la sua vita come meglio crede. Inoltre, la moda propone un
nuovo modo d‟intendere l‟abito, che deve essere pratico, semplice, elegante.
Faro della nuova tendenza è Gabrielle Coco Chanel, con i suoi abiti corti,
tubini neri, gioielli, pantaloni, abbronzatura. La moda maschile segue la stessa
linea, nonostante inizi a spostarsi verso uno stile più casual e semplice.

Con la crisi economica del 1929 e la seconda guerra mondiale anche la


moda subisce uno stallo. Gli abiti devono essere meno costosi per soddisfare la
clientela che non ha più la possibilità, in termini economici, di comprare
pregiati vestiti di seta. Per questo motivo anche l‟haute couture deve utilizzare
tessuti economici, come il nylon o altre fibre sintetiche.
La moda femminile si semplifica, sostanzialmente a causa della mancanza
di tessuto. In questo periodo il vero iniziatore della moda post bellica con il suo
New look è Christian Dior, nel 1947. E‟ da questo momento in poi che si
sentirà parlare dei grandi stilisti della nostra epoca, da Pucci alle sorelle
Fontana, da Yves Saint Laurent a Schuberth.

La moda, così, inizia ad essere influenzata da molteplici prospettive: mass


media, società, musica e cantanti, modelli provenienti da nazioni diverse. Non

26
è più la moda della borghesia o dell‟aristocrazia, ma diventa la moda del
popolo, la moda di coloro che ogni giorno indossano un abito. Iniziano a
svilupparsi diverse tendenze tra cui ricordiamo gli Hippy, caratterizzati dai
capelli lunghi e colori forti, abiti larghi, fiori giganti.
Tuttavia, si deve sottolineare che è all‟inizio del Novecento che si impone
la moda intesa come imitazione e distinzione, idea che si era andata a definire
nell‟Ottocento. Molti autori, tra i quali spiccano l‟antropologo Alfred L.
Kroeber ed il sociologo Herbert Spencer, riprendono questa idea di moda. In
particolare, Spencer, nella sua opera Principles of Society del 1902 mette in
risalto il conformismo che essa comporta.
Ed anche nel Novecento, quindi, si ritrova quella teoria esposta da Veblen
di “capacità di spesa”: “le differenze, più che per un vestito particolare, si
evidenziano per il numero e per il valore degli acquisti vestimentari, i quali
aumentano in relazione all‟ascesa nella gerarchia sociale”23, come scrive
Monneyron.

Dunque un vestito è ancora in grado di specificare la provenienza sociale di


un individuo e quindi, come conseguenza, gli atteggiamenti, il linguaggio usato
dell‟individuo, il suo modo di pensare. L‟abito è così una chiave in grado di
aprire quell‟universo che si cela dietro l‟apparenza, o meglio, come afferma
Yonnet, è l‟apparire che svela l‟essere. Nel corso degli anni, tuttavia, come già
specificato all‟inizio del paragrafo, da modello aristocratico, la Moda tende a
diventare un fenomeno di massa, perché appare nei mezzi di comunicazione.

Dopo il lungo viaggio si arriva ai nostri giorni, alla moda libera e creativa,
in grado di affascinare attraverso colori, tessuti, scollature, spille, decorazioni.
Questo e tanto altro fanno la moda odierna.

23
Frédéric MONNEYRON, Sociologia della moda, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, traduzione in italiano Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 43

27
28
29
30
Capitolo Secondo
CONSIDERAZIONI GENERALI

In questo capitolo si cercherà di analizzare la moda dal punto di vista della


psicologia dell‟essere umano, prendendo quindi, in considerazione le
implicazioni sulla persona del fenomeno che fino a questo momento si è
discusso. Il nostro scopo ora è quello di scoprire se e come il modo di vestire
influenza la quotidianità e se determinati capi di vestiario designano un
particolare comportamento di un individuo.
Vari studi americani di marketing, vendite e comunicazione riportano che
la nostra immagine, in quanto prima impressione nei confronti del cliente,
risulta essere l‟aspetto più rilevante della persona. Prendiamo ad esempio una
ricerca del 2003. Quell‟anno l‟Università di Stanford, situata negli Stati Uniti
d‟America, ha condotto uno studio in cui si affermava che la prima
impressione dipende al 90% dal nostro aspetto. Lo studio, coordinato da Jerker
Denrell, professore all‟Università di Stanford, riporta che nel caso in cui una
persona non ci abbia fatto una buona impressione, pur non volendo, siamo
meno inclini a ricercare la stessa, rendendo quindi difficile un cambio di
opinione. L‟analisi continua, aggiungendo che, solo nel caso in cui ci vediamo
costretti ad un‟ulteriore interazione con il soggetto, tale opinione potrebbe
essere modificata. Questo aspetto risulta avere delle implicazioni sociali: gli
esseri umani tendono a socializzare con persone simili a loro in termini di
sesso, abbigliamento, educazione, e così via. Di conseguenza, come afferma la
psicologa americana Shirley Withe, il nostro guardaroba dice di noi molto di
più di quanto possono dire le parole.
La prima impressione parla per noi, ovvero la prima impressione è ciò che
mostra chi siamo a chi ci è intorno, la nostra provenienza sociale, il nostro
carattere. O meglio, altri individui possono costruire un‟idea nella loro mente,
solo in base a ciò che indossiamo, in quanto, insieme ad altri piccoli aspetti
comportamentali, unica fonte di giudizio. Questa la motivazione per cui il
nostro studio vuole ora focalizzare l‟attenzione sulla psicologia dei vestiti.

31
1. La psicologia dei vestiti

Ogni persona sceglie i vestiti che indossa sia nel momento dell‟acquisto, sia
al mattino prima di uscire. Ma questo comportamento quotidiano risulta una
realtà ben più complessa di quanto possiamo immaginare. Per questo motivo, è
di vitale importanza analizzare la funzione degli abiti stessi.
La questione fondamentale intorno alla quale nascono numerosi studi è:
perché indossiamo dei vestiti visto che al momento della nascita siamo
totalmente nudi? Per rispondere a tale quesito risaliamo alle quattro funzioni
principali dell‟abbigliamento di Marc-Alain Descamps: la protezione, il
pudore, l‟adornamento e la parola.

1.1 La protezione

I vestiti sono in grado


di proteggere il nostro
corpo degli agenti
atmosferici, e quindi da
acqua, freddo, caldo,
pioggia, vento, sole, … ,
fanno si che gli animali
non ci mordano e che gli
insetti non ci pungano. Ci proteggono dai colpi che altri uomini ci potrebbero
infliggere in situazioni di guerra, rivalità o nello sport. Tuttavia, questo aspetto
potrebbe indurre all‟esagerazione. Infatti, se non dovessimo tener conto del
freddo, i popoli che vivono lungo le coste del Mar Mediterraneo potrebbero
vivere nudi dieci mesi su dodici. Dunque, i vestiti hanno fatto si che gli uomini
perdessero la termoregolazione naturale, giungendo alla totale dipendenza
dell‟uomo dagli stessi. Quest‟ultimo aspetto ci fa ben comprendere che,
nonostante l‟importanza della protezione come funzione basilare

32
dell‟abbigliamento, quest‟ultima non è da considerarsi come fattore unico e di
maggiore rilevanza.

1.2 Il pudore

Il pudore risulta uno degli aspetti fondamentali: il compito dei capi di


vestiario, come un
qualunque altro oggetto,
è sempre stato quello di
coprire le parti intime,
in particolar modo
quelle femminili. Si
pensi all‟immagine
scolpita nella nostra
mente di Adamo ed Eva:
sin dai tempi della
creazione del mondo
venivano coperte le
nudità di uomini e
donne al fine di non
destare scalpore. In un
secondo momento si è aggiunta la vergogna. Con il passare degli anni inoltre
sono stati creati capi di vestiario a tale scopo, cuciti proprio in base alla
necessità.

1.3 L’adornamento

Probabilmente l‟origine della funzione risale al trofeo della caccia che


nell‟antichità corrispondeva alla pelle d‟orso, di lupo o di leone, che il
cacciatore usava per coprirsi il dorso al fine di ricordare la sua vittoria.

33
Successivamente, a questo primo ruolo se ne sovrappone un secondo, ossia
l‟esaltazione generale del corpo. Si trattava sempre di un miglioramento del
corpo umano, al fine di renderlo più alto attraverso dei cappelli o dei tacchi, di
allargare le spalle prima degli uomini poi anche delle donne. Tutto ciò serviva
per aumentare la divergenza tra le classi superiori ed inferiori, la nobiltà ed il
popolo. Con il passare del tempo l‟adornamento diventa consuetudine, fino ad
arrivare ai nostri giorni quando la moda, e quindi il rendere il corpo umano più
bello, risulta una delle maggiori priorità della società.

Nel corso della storia, infatti, come analizzato nel capitolo precedente, sono
state in particolar modo le donne che hanno cercato di abbellire la loro
immagine. Si tende a pensare che il motivo per cui fosse stata proprio la figura
femminile a prediligere tale aspetto derivi dalla condizione sociale ricoperta
dalla stessa. La donna era obbligata a sottostare all‟uomo. Di conseguenza,
l‟unica possibilità che aveva per esaltare la propria immagine era l‟abito.

1.4 La parola

Ricerche condotte negli ultimi anni si sono focalizzate su quest‟ultima


funzione: la parola, il linguaggio o la comunicazione dei vestiti. E‟ proprio
questo aspetto che il lavoro vuole trattare e quindi il potere degli abiti al fine di
rivelare agli altri e a noi stessi chi siamo e ciò che amiamo o detestiamo.
Per condurre tale analisi partiremo da quanto affermato da Harms,

Cultural and sociological theories have frequently tried to give


oversimplified explanations of the motives of human clothing.
Dress is not motivated only by modesty, adornment, and
protection, or even – a still more one-sided theory offered by Freud
– by sex alone. All dress appears to be motivated primarily by the
environment. Although the purposes of clothing are determined by
environmental conditions, its form is determined by man‟s own
characteristics, and especially by his mental traits. […] The

34
development of dress proceeds from two poles the cultural-
psychological and the concrete psychological characteristics of
men24.

Con ciò lo psicologo vuole intendere che la cultura e la società spesso


hanno cercato di fornire motivazioni all‟abbigliamento dell‟uomo. Tuttavia la
volontà dell‟uomo di indossare un abito non dipende solo dalla modestia, dalla
volontà di “decorare” o proteggere il proprio corpo, o addirittura, secondo una
teoria esposta da Freud, dal solo sesso. Ogni modo di vestire sembra, infatti,
essere causato dall‟ambiente. Nonostante ciò che spinge l‟uomo ad indossare
un determinato capo di abbigliamento sia influenzato dall‟ambiente, la sua
forma deriva dalle peculiarità dell‟uomo stesso e specialmente dai sui tratti
mentali. Di conseguenza l‟abbigliamento dipende da due fattori: le
caratteristiche psicologico culturali e quelle psicologiche di un individuo.

24
Ernst HARMS, The psychology of clothes, Chicago, The University of Chicago Press,
Vol.44, Tomo 2, 1938, p. 239

35
36
37
38
2. Influenza sul comportamento umano

Harms nel suo libro “The psychology of clothes” ha sottolineato quanto


l‟ambiente in cui viviamo influenzi il modo in cui ci vestiamo. Basta pensare ai
vari quartieri o sobborghi di cui una città è composta. In un quartiere più ricco,
situato al centro della città, le persone si vestiranno in maniera differente
rispetto ad un quartiere che si trova nella periferia. Questo esempio risulta
alquanto banale, ma per rendere ancora più chiara tale definizione, possiamo
riflettere sui diversi capi di vestiario utilizzati da individui che vivono in luoghi
con temperature poco stabili.
Inoltre, lo stesso studioso sostiene che le motivazioni che spingono un
individuo ad indossare un capo di abbigliamento siano determinate dalla
psicologia dell‟uomo stesso. Infatti, l‟uomo giudica chi lo circonda a seconda
dalla sua “maschera esteriore”, ossia dai capi di vestiario. E‟ questa la famosa
prima impressione di cui tanto si parla e quello che rende tutto ciò paradossale
è il fatto che una persona può farsi un idea su di noi, sulla nostra personalità,
sul nostro carattere e modo di comportarci, solo in base ai vestiti che quel
giorno abbiamo deciso di indossare.
Come afferma Bridget Allen, grande esperta dell‟industria della moda,
“Your clothes say far more than you think”, ossia i vostri vestiti dicono molto
di più di quanto pensiate.

Il problema, se problema si può definire, è che i vestiti che indossiamo non


determinano solo la prima impressione, influenzando quindi chi ci circonda,
ma sono anche in grado di condizionare il nostro umore ed il modo in cui
affrontiamo la giornata. In effetti, già in passato si parlava di psicologia dei
vestiti, a tal punto che Emily Burbank nel suo libro “Woman as decoration”
spiega che l‟abbigliamento ha degli effetti sulla psicologia delle persone.
Secondo quanto afferma la scrittrice,

39
Put any woman into Marie Antoinette costume and see how, during
an evening she will gradually take on the mannerisms of that time.
[…] The actor‟s costume affects the real actor‟s psychology as
much or more than it does that of his audience25.

Spiegare tale affermazione risulta alquanto complicato, ma in realtà


osservare la società può essere un buon metodo. In essa, infatti, si riconoscono
diversi modi di vestire che vengono comunemente definiti “stili”.

2.1 Gli stili

Come appena affermato nella nostra società esistono diversi stili. Per prima
cosa, dovremmo cercare di definire la parole stile, in modo da poter
comprendere il suo significato in relazione al campo della moda:

Particolare modo dell‟espressione letteraria o artistica,


proprio di un autore, di un‟epoca, di una tradizione. […]
Il particolare modo di essere, di comportarsi, di esprimersi, di
esercitare un‟attività sportiva o d‟altro genere26.

Tale lessema fa, quindi, riferimento al campo letterario ed artistico, come


anche alla sfera personale. Applicando la suscritta definizione alla moda,
giungeremo alla conclusione che uno stile non è semplicemente caratterizzato
dall‟uso di determinati capi di vestiario, colori o scarpe; uno stile è anche un
modo di comportarsi, di interagire con il gruppo e quindi con le persone che ci
circondano, un modo di vivere nella società stessa. Di conseguenza,
osservando il modo in cui una persona è vestita siamo in grado di capire,
almeno in maniera superficiale, la sua psicologia.

25
Emily BURBANK, Woman as decoration, New York, Mead and Company, 1917, Capitolo
IV
26
Dizionario GARZANTI della lingua italiana, Aldo Garzanti Editore, 18a edizione, 1965,
p. 1736

40
2.1.1 Gli stili nella società odierna

Andremo ora ad analizzare i vari stili esistenti nella società odierna.


Cercheremo di analizzare i più conosciuti e quindi gli stili che più
frequentemente distinguono gli abitanti del pianeta. La distinzione da noi
svolta si basa sull‟osservazione della società.

Partiamo con lo sloppy dresser; come ci suggerisce il termine inglese


“sloppy”, questo modo di vestire viene definito come uno stile trasandato. I
colori non vengono abbinati, i vestiti non vengono scelti in base al tipo di
ambiente e di attività da svolgere. Normalmente, il messaggio trasmesso
corrisponde ad una totale mancanza di interesse rispetto alla propria apparenza,
al proprio lavoro, al proprio futuro, alla vita.
Proseguiamo con il designer dresser: anche in questo caso attraverso il
nome stesso dello stile possiamo comprendere il suo significato; ogni capo di
vestiario che indossiamo è, infatti, firmato. Ciò potrebbe portare le persone che
ci circondano a pensare che siamo ricchi e che abbiamo avuto successo nella
vita. Allo stesso tempo, tuttavia, altri potrebbero leggere in ciò solo insicurezza
e materialismo.
Lo skimpy dresser è invece colui che sceglie di indossare in ogni occasione,
lavoro, feste, cene di lavoro o con i parenti, vestiti che lasciano intravedere più
parti possibile del corpo: minigonne, scollature mozzafiato, ... Tutto ciò
trasmette insicurezza ed allo stesso tempo voglia di essere al centro
dell‟attenzione.
Il business casual dresser indossa abiti casual anche in situazioni più
formali, può essere simbolo di fiducia, generosità e benevolenza.
Diverso è il flashy dresser: indossare un capo di vestiario molto particolare
significa volersi distinguere dalla massa, essere notati da altre persone e
soprattutto avere il desidero di mostrare la propria personalità.
Citiamo inoltre il drab dresser, che veste in maniera semplice, uniforme,
(quindi in uno stile quasi antitetico al flashy dresser), con l‟intento di volersi
fondere con la massa per non attirare affatto l‟attenzione. A volte ciò potrebbe

41
rivelare una forma di insicurezza, timidezza e talvolta chiusura nei confronti
della società stessa.
Abbiamo poi l‟athletic dresser: indossare ventiquattro ore su ventiquattro,
sette giorni su sette tuta e scarpe da ginnastica anche quando non si deve
andare in palestra, è la peculiarità di questo stile. Le persone che ci circondano
potrebbero così comprendere che teniamo alla linea e che amiamo lo sport, ma
è anche vero che spesso tale stile viene confuso con lo sloppy dresser.
Presentiamo poi il goth dresser. In italiano viene chiamato stile dark e
corrisponde ad abiti neri, capelli lunghi, make-up scuro. Nonostante i goth
dresser vogliano semplicemente esprimere la propria personalità attraverso i
vestiti, spesso tale stile è sinonimo di depressione, insicurezza e rabbia nei
confronti del mondo.
Infine, c‟è il casual dresser che indossa costantemente jeans e maglietta:
ecco lo stile casual che spesso, tuttavia, potrebbe essere interpretato come
mancanza di stile, svogliatezza e noncuranza.

42
Attraverso questa divisione abbiamo cercato di spiegare, in linea generale,
le peculiarità di ciascuno stile, aggiungendo l‟impressione che spesso altre
persone possono farsi su di noi. Andiamo ora ad analizzare alcuni degli stili
studiati.
Ripartiamo, così, con lo sloppy dresser. Abbiamo appena affermato che
questo modo di vestire, e quindi di comportarsi, corrisponde ad uno stile
trasandato. Prima di tutto, dovremmo sottolineare che una persona che si
presenta con un tale abbigliamento in un ambiente formale, oltre a non dare
un‟ottima impressione, come d‟altra parte già esposto, non si sentirà a proprio
agio. Di conseguenza il suo comportamento inizierà a cambiare, volgendo in
una persona insicura, una persona che difficilmente saprà relazionarsi con altri
individui. Allo stesso tempo, tuttavia, un tale abbigliamento potrebbe
rispecchiare una filosofia di vita o semplicemente l‟umore della persona stessa.
Di conseguenza, non si tratterà più di insicurezza o di mancanza di interesse
nei confronti della vita, bensì di tristezza, malumore e stanchezza.

E‟ così che attraverso i vestiti che indossiamo iniziamo a comprendere la


nostra personalità, quanto quest‟ultima è in grado di influenzare la nostra
persona, e persino il tipo di abbigliamento che prediligiamo. Una spilla, un
determinato colore o un tipo di orecchini riflettono la nostra anima senza
nemmeno rendercene conto.

E‟ pur vero che non possiamo basare una teoria su un solo ed unico
esempio, ed è per questo motivo che continueremo la nostra analisi passando al
“designer dresser”. Una persona che indossa abiti firmati dalla mattina alla
sera, trecentosessantacinque giorni l‟anno mostra sicurezza, fiducia in se stessa
e nelle proprie capacità, andando ad incidere sul suo umore. Di conseguenza,
se un datore di lavoro dovesse scegliere tra una persona che tutte le mattine si
sveglia alle cinque in punto per curare la propria immagine e fare una buona
impressione sul cliente, su un parente, sullo stesso datore di lavoro o su un
qualsiasi passante, o una persona che invece preferisce dormire al mattino ed
indossare i primi capi di vestiario che vede nell‟armadio, probabilmente la

43
scelta sarebbe ovvia. Naturalmente il designer dresser avrebbe il posto
assicurato. Infatti, quel suo senso di sicurezza influenzerebbe talvolta
l‟opinione di altre persone.

La moda, intesa banalmente come abbigliamento, si trasforma così in un


sistema di segni, capace di custodire segretamente, almeno in parte, i nostri
comportamenti, senza che gli esseri umani ne siano a conoscenza.
Il business casual dresser, il flashy dresser, l‟ athletic dresser, il drab
dresser, il goth dresser o il casual dresser, ognuno di loro è quindi in grado di
trasmettere qualcosa: fiducia, voglia di emergere, superiorità, trasparenza,
semplicità, chiusura nei confronti di altre persone, generosità, nonché
depressione. Sotto la loro apparente futilità, i vestiti parlano della forma che li
indossa, del rapporto con l‟altro, dei desideri più o meno coscienti, di storie
personali, ma anche di emozioni: collera, vergogna, gioia, nostalgia.

In un‟intervista, le psicologhe Catherine Joubert e Sarah Stern, le quali nel


settembre del 2005 hanno pubblicato un libro intitolato Deshabillez-moi27, libro
che studia proprio il rapporto con gli altri attraverso i vestiti, hanno affrontato
l‟argomento che stiamo trattando.
Secondo quanto affermato dalle stesse autrici nel corso dell‟intervista, i
capi di vestiario possono influenzare il nostro umore. Catherine Joubert
sostiene che l‟uomo stesso si convince del fatto che l‟umore influenzi il tipo di
abiti che scegliamo. L‟altra spiegazione, nota Sarah Stern, consiste nel vedere i
capi di vestiario come portatori di una storia. Comprarne altri diventa, quindi,
un inventare una nuova storia.
La giornalista chiede, inoltre, alle scrittrici di esprimere la loro opinione
circa le persone che si vestono tutti i giorni con abiti uguali o dello stesso
colore. La psicologa Joubert chiarisce che la spiegazione a tale comportamento
dipende dalla storia dell‟individuo stesso, aggiungendo tuttavia che in linea
generale quest‟ultimo sia influenzato dall‟immagine che ha di se stesso.

27
Catherine JOUBERT e Sarah STERN, Déshabillez-moi, Parigi, Hachette Editeur, 2005

44
“Se regarder dans un miroir et se voir toujours semblable devient une façon
de renforcer une identité fragile. Ce qui revient à croire, inconsciemment, que
changer de style, ce serait risquer de ne plus être le même”28, questo quanto
afferma Catherine Joubert.
La stessa psicologa afferma, per di più, che la variazione del grado di
importanza che le persone danno agli abiti dipende dal desiderio di compensare
una fragilità interna degli individui stessi. Una persona sicura di se, infatti, non
ha bisogno di essere certa di avere il vestito giusto in ogni occasione.

Nonostante gli studi condotti, purtroppo, questa teoria, ormai ben radicata
nel campo della psicologia, non riesce ancora ad essere compresa dalla
maggior parte delle persone, che non è quindi a conoscenza del potere della
loro pelle esteriore, di ciò che, prima di noi stessi e della nostra personalità,
mostriamo al prossimo. Gli abiti che portiamo sono in grado di mostrare un
lato, o più, del nostro carattere. Ciò nonostante, ricordiamo che la prima
impressione, e quindi l‟apparenza, non dovrebbe essere l‟unica fonte di
conoscenza verso chi ci circonda.

28
Guardarsi allo specchio e vedersi sempre uguali diventa un modo per rafforzare un’identità
fragile. Ciò fa sì che, incoscientemente, cambiare stile vorrebbe dire rischiare di non essere
più la stessa persona.

45
3. L’abbigliamento come realtà psicosociale

L‟abbigliamento è una realtà psicosociale, ma la sua funzione sociale viene


considerata più rilevante rispetto a quella psicologico personale. I capi di
vestiario, a livello sociale, ricoprono infatti un ruolo molto importante. Grazie
ai vestiti siamo in grado di comprendere il sesso, l‟età e la classe sociale di un
individuo. I tre fattori sovraelencati vanno a descrivere la psicologia
dell‟abbigliamento.

3.1 Il sesso

Sin dall‟origine del mondo le varie popolazioni che qui vivevano hanno
utilizzato l‟abbigliamento con lo scopo di indicare il sesso di un essere umano.
Gli abiti maschili e femminili si sono sempre differenziati. La differenza risulta
totale se prendiamo in considerazione gonna e pantaloni, vestiti lunghi con
balze e camicie con le maniche larghe. Tale differenza si assottiglia quando la
maggiore o minore somiglianza dei capi di vestiario dipende da un dettaglio:
una spilla, un fiocco, delle braghe. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che ciò che
può sembrare dettaglio a degli estranei può invece costituire la differenza
sostanziale all‟interno di un gruppo. Per spiegare quest‟ultima affermazione
torniamo al tempo dei romani e dei greci, quando uomini e donne indossavano
le toghe, nonostante la parte a pieghe, il tessuto, i colori e le forme non fossero
le stesse per i due sessi.
Ciò avviene tutt‟oggi nella società odierna ed in particolare nel modo
musulmano. Gli abiti indossati sono ancora costumi tradizionali musulmani che
non rendono rapida e inequivocabile la distinzione tra costumi maschili e
femminili.

La moda, durante il corso degli anni, ha cercato di rendere questa


differenza sempre più sottile, a tal punto che si è cercato di creare una moda
unisex. Con tutto ciò questo tipo di moda non è riuscita ad affermarsi in

46
maniera stabile, tanto che, nonostante i continui tentativi nella ricerca di una
moda unisex, gli abiti femminili hanno sempre i bottoni a sinistra e quelli
maschili a destra. Dunque, è vero che con l‟uniformazione dei ruoli nella
società quelle differenze che si spingevano al limite nel 1900 tendono oggi a
ridursi al minino. Simbolo di tale rivoluzione sono i pantaloni che le donne di
tutto il mondo indossano già da vari anni.

3.2 L’età

L‟età gioca un ruolo molto importante nella scelta degli abiti che un
individuo deve indossare. Le differenze tra le varie fasce d‟età sono divenute,
con il passare del tempo, sostanziali. In antichità, infatti, o almeno fino agli
inizi del Novecento, non era possibile notare sostanziali mutamenti nella scelta
di un vestito tra una donna di quaranta o cinquanta anni ed una giovane
ventenne. L‟abito consisteva per di più in un vestito lungo (tenendo in
considerazione l‟evoluzione della lunghezza degli abiti durante la storia), più o
meno accollato e più o meno pomposo.
Al giorno d‟oggi non si può certo dire che jeans, maglietta e felpa indossati
dai giovani siano equiparabili ad un tailleur o ad un completo maschile. Una
vera e propria rivoluzione oramai ben radicata nel tessuto sociale, tanto che
persino giornali, riviste di moda, programmi televisivi e negozi di
abbigliamento sono stati travolti da questa tendenza e si sono visti costretti ad
applicare una differenziazione tra le diverse fasce d‟età.

L‟esistenza di un codice di abbigliamento legato all‟età dell‟individuo che


indossa il capo di vestiario è provata dal fatto che molte persone decidono di
andare contro questa tendenza. Adulti che amano comprare abiti giovanili al
fine di mentire a loro stessi e fingere di avere venti o trenta anni, nonché
ragazzi ed adolescenti, i quali, contrariamente al fenomeno appena descritto,
indossano vestiti dei genitori, delle sorelle o dei fratelli maggiori, tacchi a
spillo per far credere ad altre persone di avere qualche anno in più.

47
3.3 La classe sociale

Il codice legato all‟origine sociale di un individuo, e quindi agli ambienti


ed alle persone da lui frequentate, è forse il più conosciuto. Come, infatti,
abbiamo già analizzato nel primo capitolo, ciò che altre persone possono
determinare, solo osservando i capi di abbigliamento da noi indossati, è la
nostra appartenenza ad una delle mille classi sociali esistenti nella società
odierna.
Durante il corso della storia tale distinzione era facilitata da un vero e
proprio segno distintivo, un dettaglio attraverso il quale si era in grado di
decifrare il background sociale di un individuo: il cappello d‟artista, il trucco
quasi pallido delle classi nobili, il berretto dei contadini o la loro pelle sempre
scurita dal sole.
Oggi non è più così facile determinare tutto ciò. Il superamento del codice è
divenuto quasi una norma, tale che un intellettuale indosserà abiti più semplici,
mentre degli impiegati cercheranno di vestirsi in maniera più formale.

In qualunque modo lo si definisca, evoluzione, rivoluzione o superamento,


questo fenomeno si è sviluppato negli ultimi anni e continuerà a svilupparsi.
Un fenomeno agevolato dalla globalizzazione e dalla‟anima cosmopolita della
popolazione mondiale, che non vuole più essere legata a canoni prestabiliti.
Questa l‟idea che si va concretizzando, ovvero,

Il multiculturalismo ha creato un immaginario potente nella


moda, per molti aspetti non razionalizzato dai suoi stessi
interpreti, spesso […] inconsapevole, automatico29.

Tuttavia, dobbiamo riflettere sul fatto che questa evoluzione nasce nella
mente di chi indossa l‟abito. Non si deve infatti scordare che la massa continui
ad osservare gli abiti da noi indossati e a giudicare, cercando, appunto, di
decifrare la nostra classe sociale.
29
Simona SEGRE REINACH, Manuale di comunicazione, sociologia e cultura della moda,
Roma, Meltemi Editore, Volume 4, p. 119, 4.1

48
A riguardo riportiamo uno studio condotto dal sociologo tedesco René
König nel suo libro Kleider und Leute. Zur Soziologie der Mode30. All‟interno
della sua opera il sociologo opera una sintesi delle diverse interpretazioni della
moda, analizzandone i caratteri di imitazione e distinzione. Analizza, quindi,
come gli abiti permettano all‟individuo di trasformarsi, “distinguendosi” agli
occhi degli altri. Quest‟ultimo aspetto è necessario affinché l‟uomo possa
distinguersi da un altro sulla base della competizione e della rivalità
vestimentaria all‟interno della società, che sviluppa la separazione tra classi
sociali. Per König la teoria secondo la quale le classi inferiori imitano le classi
superiori è superata. Tuttavia, egli afferma che la massa cerca, per una
propensione naturale, di imitare coloro che si sono distinti. La conclusione a
cui giunge è che tale imitazione fa si che si evidenzino le differenze sociali,
portando alla luce del giorno la distinzione.

Dal canto suo, Quentin Bell parla di “morale vestimentaria”, grazie alla
quale possiamo dire quando un abito è “adeguato”, “buono”, “irreprensibile”,
“impeccabile”, secondo le persone e i contesti. Anche in questo caso si parla
dell‟abito come fonte principale in grado di esprimere ricchezza e, quindi, di
definire la classe sociale, in quanto espressione dell‟agiatezza esibita.

L‟evoluzione è in atto, ma i codici ormai stabiliti non possono essere


dimenticati da un giorno all‟altro. Se la moda è davvero una realtà psicosociale,
casa resta di davvero personale nell‟abbigliamento? Quale ruolo gioca
l‟individuo? Questo il quesito al quale cercheremo di dare una risposta.

Non esiste un abito per le qualità morali di una persona, onore, valore,
lealtà, coraggio, per il tipo di personalità, calma, estroversa, introversa, né per
i tratti che vanno a caratterizzare il comportamento stesso, vegetariano,
generoso.

30
René KÖNIG, Kleider und Leute. Zur Soziologie der Mode, Francoforte sul Meno e
Amburgo, Fischer Bücherei, 1967

49
La risposta al quesito non esiste, come non esiste una scelta, solo legata alla
persona, degli abiti che indossiamo. Questa è la motivazione per cui, nel
paragrafo precedente, abbiamo affermato che la moda è una realtà psicosociale.
La persona può amare o meno un abito, preferire un colore ad un altro, ma è
sempre, o per lo meno nella maggior parte dei casi, l‟aspetto sociale che gioca
un ruolo decisivo. Per aspetto sociale si intende, come sovrascritto, un insieme
di tre elementi: sesso, età e classe sociale.

50
51
52
Capitolo Terzo
CONSIDERAZIONI GENERALI

Partendo dal “segno che separa l‟uomo dall‟animale” di Condorcet,


abbiamo posto l‟abito non più come elemento accessorio, bensì come elemento
primo in grado di determinare i comportamenti individuali e le strutture sociali.
Dunque, possiamo aggiungere che la moda precede la storia ed è forse proprio
parlando di vestiti che sono nati i più importanti cambiamenti sociali. Tali
affermazioni vanno a capovolgere tutti i sistemi, da quello filosofico a quello
religioso, che hanno cercato l‟essenza sotto l‟apparenza, arrivando ad
affermare che “l‟abito non fa il monaco”.
Ora, sembra possibile trasformare il tanto famoso proverbio nell‟”abito fa il
monaco”, in modo da vedere l‟abito non come apparenza talvolta ingannevole,
bensì come essenza, e quindi come “modello sociale che determina i
comportamenti e modi d‟essere”31 .
Molti tendono a credere che un tale comportamento non possa essere
rivolto a tutta la società, visto il fatto che la moda sia invece dedicata ad una
cerchia di persone favorite per nascita, denaro, reputazione, bellezza, destinata
perciò ad essere imitata. Tuttavia, è propria quest‟ultimo elemento che fa si che
la moda si possa trasmettere all‟intera società.

Riprendendo quanto affermato da Oscar Wilde alla fine dell‟Ottocento in


The Decay of Lying32, la funzione dell‟arte non è principalmente quella di
imitare la natura, bensì quella di creare modelli capaci di dare forma al reale e
di strutturare il sociale.

Ogni abito impone quindi dei modelli che vengono poi imitati: questa è la
sua funzione. Il vestito “anticipa uno stato di cose a venire, fa come se esistesse
già e mette alla prova un comportamento di risposta ad esso: simula
31
Frédéric MONNEYRON, Sociologia della moda, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, traduzione in italiano Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p.79
32
Oscar WILDE, The Decay of Lying, Londra, Nineteenth Century, 1889

53
un‟organizzazione alternativa del sociale, di cui saggia la praticabilità.
Contribuisce così alla nascita di una nuova mentalità che, in poco tempo,
diventerà la norma. Si comporta […] come uno di quei modelli logici che si
utilizzano per le previsioni economiche o politiche”33.

Tuttavia, dobbiamo ricordare che negli ultimi anni si è andato ad imporre


un fenomeno che definiamo come standardizzazione dell‟abbigliamento, il
quale porta alla riduzione delle differenze sociali e, allo stesso tempo,
all‟affermazione di valori individualistici, facendo si che il vestito non parli più
del sociale, bensì di stile e gusto personale. In questo modo, più che la classe
sociale dell‟individuo, si tende a studiarne il comportamento ed il carattere,
quell‟essenza di cui si parlava in precedenza. Questa l‟idea che oggi si va
diffondendo. Tale fenomeno è stato favorito dalla nascita del prêt-à-porter
degli anni ‟60, che crea abiti sia di lusso sia a buon mercato, finendo per
diffondersi in tutta la società, dalle classi più basse a quelle più alte, rendendo
le dissomiglianze sociali praticamente impercettibili.
Risulta, comunque, necessario affermare che all‟interno della società, nel
corso dei secoli, si sono venuti a creare dei codici di abbigliamento che, pur
non rendendocene conto, delineano il giusto modo di vestire in base alla
situazione, al livello di formalità o di informalità, all‟età, e così via.

33
Patrice BOLLON, Morales du masque, Paris, Seuil, 1990, pp. 105-106

54
1. Dress codes

I dress codes vengono intesi come regole non scritte che riguardano
l‟abbigliamento e che dipendono dalle circostanze e dall‟occasione. Queste
regole vanno ad indicare il segnale che viene trasmesso dall‟abito indossato.
Ciò include sesso, reddito, lavoro, classe sociale, religione, stato civile,
orientamento sessuale. Spesso i dress codes dipendono anche dal paese in
questione. Si pensi al fatto che in Iran non sia permesso agli uomini di
indossare pantaloni corti, o ancora al fatto che in Cina, la maggior parte della
popolazione, tende a non andare al mare solo con il costume.
Nessuno ha mai messo per iscritto queste “regole”, che appartengono però
ad una sorta di tradizione morale. Solo negli Stati Uniti, ci sono dei casi in cui
alcuni ristoranti espongono dei codici d‟abbigliamento riguardanti scarpe, o
magliette, che la clientela è obbligata ad osservare.

Ornella K. Pistilli nel suo libro pubblicato nel 2005 ed intitolato Dress
code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda contemporanea,
introduce l‟argomento dei codici vestimentari analizzando la moda dal punto di
vista delle sue implicazioni storiche e sociali. Leggiamo, infatti, che

attraverso la moda è possibile leggere mappe di dati, geografie di


categorie culturali, istruzioni d‟uso per corpi, programmi, modalità
di elaborazione dell‟informazione, criteri di visualizzazione, livelli
di apertura a influenza esterne, d‟interazione e d‟interdizione. La
moda è un tessuto d‟informazione, una trama che connette il corpo
come bodyscape alle molteplici scene culturali contemporanee34.

Proprio partendo da questo concetto di bodyscape, ovvero di corpo inteso


come mezzo in grado di comunicare o come leggiamo “soglia, zona liminare,
porta di entrata e di uscita di un soggetto dilatato e moltiplicato nei flussi

34
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005, pp. 14 – 15

55
comunicazionali”35, l‟autrice sviluppa il concetto di dress. Secondo la stessa,
quindi, attraverso l‟abbigliamento l‟essere umano interagisce, mettendo in atto
strategie di incorporazione-digestione culturale. Da qui, l‟abbigliamento e i
gesti hanno un valore fondamentale nella definizione e nella costruzione del sé
e nelle relazioni interpersonali.
Per giungere al concetto di dress code, Ornella K. Pistilli studia diversi
concetti, che spiegheremo attraverso uno schema:

MODA
Singolare femminile. Dal francese mode, che deriva a sua volta dal latino
modus, ossia “maniera”, usanza del momento, gusto corrente, voga, foggia,
attualità, novità. Paradigma.

FASHION
Dal francese façon, che corrisponde ancora oggi, in uno dei suoi significati, al
verbo facere nel senso di “fare”.

FASHION DESIGN
Progetta idee da indossare. Concept. Dimensione immateriale della
comunicazione.

HABITUS
La cultura si fa veste. Il soggetto capta, seleziona, rielabora e somatizza input,
stringhe di codice culturale.

35
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005, p. 15

56
DRESS CODE
Interfaccia connettiva. Display. Il dress code customizza il corpo e lo mette in
scena.

Proprio quest‟ultimo aspetto, quello di dress code, secondo l‟autrice,


attribuisce importanza alla moda, che lei stessa considera come “una sfera
delicatamente sfuggente in cui si incontrano e si sovrappongono pratiche
diverse: arte, consumo, cultura e comunicazione”36.
Spesso, tuttavia, al dress come concetto sopra spiegato, non viene attribuita
la dovuta importanza, o meglio, la moda, in generale, viene

accusata di promuovere il superficiale e il falso a danno del


sostanziale e del vero. L‟apparenza non nasconde l‟essenza ma, al
contrario, la rivela. L‟essenza è pura superficie37.

Così, andiamo adesso ad analizzare, con gli occhi dell‟autrice, il mondo dei
dress code, dove dress sta per universo dei vestiti, degli accessori e del make-
up, nel caso in cui parliamo di abbigliamento come pratica culturale, mentre
code è sinonimo di codice, ovvero logica sottostante l‟attività di creazione e
consumo di abiti, accessori e make-up. Questo concetto ci permette di entrare
nel mondo della moda da un punto di vista antropologico: “una prospettiva
strategica per comprendere le dinamiche dei processi culturali, evidenziando la
costruzione delle identità e delle differenze – soprattutto quelle di genere e di
etnia, con cui si delinea, di volta in volta, la specificità culturale”38.
La maniera in cui queste norme vengono lette e adattate al corpo, o
bodyscape, ci permettono di capire i modi in cui il soggetto si relaziona con
l‟esterno.

36
Ornella K. Pistilli, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005, p. 21
37
Ibidem, p. 21
38
Ibidem, p. 23

57
Per portare un esempio
facciamo riferimento al
cappello di alpaca del Perù
indossato in una
manifestazione contro la
politica globale del Wto.
Questo cappello sta ad
indicare disapprovazione nei
confronti della logica del
brand, della produzione
seriale, dello sfruttamento del
lavoro minorile nei Paesi in
via di sviluppo, del fashion
system e della società dello
spettacolo. Lo stesso cappello,
indossato durante una sfilata di moda, sta assumendo un significato totalmente
diverso, non rappresentando, quindi, alcuna critica al sistema moda o alla
politica.
È questo che rende interessante lo studio dei dress code dal punto di vista
antropologico; lo studio di quelle regole d‟abbigliamento che forniscono
all‟abito un valore simbolico e che fanno sì che quest‟ultimo non venga
considerato come mera forma di protezione da agenti atmosferici o pericoli cui
l‟essere umano potrebbe andare incontro. I dress code comunicano con il
mondo, con l‟ambiente all‟interno del quale interagiamo.

Si apre, dunque, davanti ai nostri occhi un universo composto da segni,


simboli, significati e significanti. I segni sono i materiali utilizzati, quali stoffe,
tessuti, imbottiture, tagli, con i relativi volumi e proporzioni, gli accessori,
ovvero scarpe, gioielli, borsette, cappelli, cravatte, boa di struzzo, ecc., e le
pose, quindi gesti, portamento, andatura, movenze, modi. Questi segni
acquistano un senso solo nel momento in cui sono abitati dalla persona.

58
Il rapporto segno-significato dipende da diversi fattori: “chi indossa l‟abito,
con quale attitudine, il contesto, la stratificazione sociale, l‟ambito culturale di
appartenenza”39. I significati sono, quindi, in continuo mutamento, e lo stesso
tipo di abbigliamento può dire qualcosa di diverso a seconda del punto di vista,
di un luogo.

In diversi casi i dress code vengono utilizzati come “luoghi di accesso”:


questo quanto riportato nel libro Dress code: Sincretismo cultura
comunicazione nella moda contemporanea. Funzionano come log in/log out in
determinate situazioni come luoghi di studio, di preghiera, di lavoro, di
divertimento, di allenamento. Dietro alla parola dress code si nascondono,
quindi, immagini stereotipate, modelli da seguire per “essere accettati dal
gruppo” e per entrare in un luogo, inteso come lavoro, chiesa, palestra, e così
via;

Fornisce, a chi decide di adottarlo, la sicurezza di un‟appartenenza,


la tranquillità di non essere solo nelle proprie azioni, la garanzia di
un‟immediata sintonia con la scena che lo richiede. In tutte le sfere
dell‟agire, il dress code prescrittivo permette ai partecipanti
l‟esercizio della medesima attività. Chi è vestito allo stesso modo
si comporta in maniera relativamente omogenea40.

Ci sono casi in cui il dress code è prescritto e obbligatorio. Si impone,


dunque, un‟etica-estetica che rimanda a modelli culturali, sistemi sociali e
modalità di socializzazione, a sistemi politici. L‟esempio a cui possiamo far
riferimento è quello di un particolare ordine religioso, come i francescani.
L‟entrata nell‟ordine prevede l‟adesione a un tema che comporta l‟adozione di
un particolare tipo di abbigliamento, che in questo caso è costituito da saio
marrone legato in vita da una corda bianca, insieme ad un modello di
comportamento.

39
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Castelvecchi Editore S.r.l. 2005, p. 28
40
Ibidem, pp. 29 – 30

59
1.1 Dress codes sul luogo di lavoro

Anche sul luogo di lavoro, quindi, è


appropriato rispettare delle norme
d‟abbigliamento, in quanto vestire in
maniera adeguata trasmette al cliente
fiducia.
Ornella K. Pistilli scrive: “Dove c‟è
razionalità c‟è dress code”41. Infatti, in
molti testi di marketing leggiamo if
anyone in your organization deals with
the public, you should have a dress
code for all employees (“se qualcuno
nella vostra organizzazione tratta con il

41
Ornella K. Pistilli, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005, p. 38

60
pubblico, dovreste avere un dress code per tutti gli impiegati”). Si tratta,
dunque, di rispettare l‟atmosfera dell‟ambiente in cui ci troviamo, la sua
peculiarità, la sua articolazione interna.

1.1.1 Ricerca di “The Master’s College”

Si cercherà di analizzare quest‟ultimo aspetto, ovvero i codici vestimentari


sul luogo di lavoro, sulla base di una ricerca condotta da Sarah Maloney
Hughes di “The Master‟s College”42,
situato a Santa Clarita, in California.
Vestire in maniera formale sul luogo di
lavoro è un‟abitudine in forte crescita:
questa la base dalla quale si è partiti per
condurre lo studio, il cui scopo era proprio
quello di analizzare se e in quale misura il
modo di vestire delle persone sottoposte
all‟analisi potesse influenzare il loro
comportamento, e quindi il lavoro.
Infatti, come affermano psicologi e
studiosi, il modo in cui appariamo influisce
direttamente sul modo in cui pensiamo e
agiamo, aggiungendo che uno stile informale spesso porta ad un atteggiamento
che si adegua all‟abbigliamento stesso, influendo negativamente sull‟impresa
(Stephen Goode)43.
Gli studiosi dibattono da anni circa l‟argomento. Da una parte, quindi, vi è
chi sostiene che, date le “regole” imposte dalla società, vestire in maniera
adeguata sul posto di lavoro sia una spinta verso un miglioramento sia

42
Il Master's College è un'università cristiana sita a Newhall, negli USA. Venne fondato nel
1927 come Los Angeles Baptist College and Theological Seminary e si sposta nella sede
attuale nel 1961. Assume l'odierna denominazione per volere del rettore John MacArthur.
43
S. GOOD, Clothes do make the man, after all. Insight on the News, 2000, 16(27), p. 4

61
lavorativo sia comportamentale. D‟altra parte, altri sostengono l‟esatto
contrario.
Lo studio, al momento delle analisi, ha cercato di verificare quali sarebbero
stati gli effetti positivi e negativi sulla base di suggerimenti fatti dalle stesse
persone sottoposte al test. Si evidenzia, quindi, una maggiore serenità da parte
del personale, che tenderà ad avere meno problemi nelle relazioni con colleghi
aventi un posizione lavorativa più alta, unita ad una minore spesa economica
nell‟acquisto di abiti da lavoro. Tuttavia, l‟aspetto negativo risiede nel declino
del lavoro svolto dagli impiegati, i quali, vestendo in maniera informale,
tendono a mostrare una minore professionalità. Ciò va, dunque, ad influire
anche sulle relazione del personale con il pubblico.
Lo studio si è avvalso di sei domande poste al personale. Le schede
distribuite sono state 44, ma solo 34 persone hanno risposto a tutte le domande.
Di queste persone, il 38,2% erano uomini, il 55,9% donne, mentre il 5,9% non
ha fornito dati circa il sesso (Figura 1). Secondo quanto riportato nelle schede
distribuite, il 29,4% dei soggetti rispettava il “codice vestimentario”, ed il
70,6% si riteneva libero di indossare ciò che preferiva (Figura 2).

Figura 1

62
Figura 2

I risultati dello studio sono chiari: l‟abbigliamento del personale influenza


direttamente la produttività dell‟impresa, in quanto i capi di vestiario incidono
sul comportamento del personale stesso. Tuttavia possiamo affermare che
l‟esito sia risultato tale in particolar modo sui soggetti con età avanzata. Sui
giovani, infatti, non si è osservata una grande influenza sul comportamento.

Il motivo per cui si è deciso di far riferimento allo studio americano appena
trattato, risiede nel fatto che, a nostro parere, il risultato ottenuto sia cruciale.
Infatti, si sta affermando che, ciò che la società nasconde, ovvero delle regole
che vengono imposte alla popolazione, è in effetti un aspetto esistente la cui
rilevanza non è da sottovalutare. Se, quindi l‟abbigliamento influenza il
comportamento di ogni singolo individuo, il soggetto stesso modificherà il suo
atteggiamento, andando ad incidere non solo sulla sua vita, ma anche su quelle
di coloro che lo circondano.

63
2. Riferimenti storici

Paul Fussel, nella sua opera “Uniforms: Why we are what we wear”44,
tratta in maniera approfondita l‟argomento. L‟autore arriva persino ad iniziare
l‟opera affermando che l’intera società sia fondata sui vestiti45. Fussel parla
appunto dei codici vestimentiari, intesi come oggetti scelti da chi li indossa
che, come delle vere e proprie uniformi, vengono imposte dalla società,
facendo si che il soggetto entri a far parte della massa. Basta pensare ad un
bambino appena nato: se quest‟ultimo è un maschietto la sua etichetta sarà un
vestitino celeste, mentre l‟abito sarà rosa se si tratta di una femminuccia.
Tuttavia, non è questo l‟unico esempio: i bambini che frequentano le scuole
elementari indossano un grembiule, i Boy Scout, indossano abiti dello stesso
colore, dello stesso tessuto, dello stesso stile, o ancora le divise che si
utilizzano sul luogo di lavoro, come quelle indossate da camerieri, banchieri,
poliziotti, militari, medici o farmacisti. Utilizzando le stesse parole dell‟autore,
noi viviamo “in the atmosphere of the human uniformity”46.
Per meglio comprendere quanto appena affermato vogliamo far riferimento
all‟“uniforme”, per usare un termine di Fussel, indossata da medici, farmacisti,
venditori di gelato, cuochi. In questo caso, infatti, l‟abito è bianco, colore
sinonimo di purezza, igiene. Probabilmente incontrare un medico con un
camice giallo o verde o rosso ci farebbe perdere la fiducia nel ruolo che
rappresenta. L‟uniforme tende, quindi, a nobilitare chi la indossa.
Per di più, osservare il tipo di abiti indossati da una persona ci permette di
capire il suo lavoro e, di conseguenza, come anche affermato nel Capitolo
Secondo, la classe sociale di appartenenza dell‟individuo.
Ogni essere umano indossa un‟uniforme e non se ne rende conto, al punto
di arrivare a negarlo. Tuttavia, chi decide di non vestire come il resto della
popolazione mondiale, si rende ridicolo agli occhi della società. Come afferma

44
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002
45
Ibidem, p. 1
46
Ibibem, p. 3

64
Paul Fussel, “è improbabile incontrare a Park Avenue dirigenti di una
qualunque impresa o società con abiti di colori sgargianti” 47.

Nell‟opera Uniform: Why we are what we wear l‟autore cerca di studiare le


apparenze, analizzando l‟esteriorità dell‟essere umano, quindi abiti, gesti,
discorsi, e non soffermandosi sul tanto studiato Io, ovvero l‟interiorità della
persona, rappresentata dalla sua mente.
Secondo quanto scritto all‟interno del saggio, molti studiosi e giornalisti del
XX secolo si sono soffermati sugli abiti maschili, ed in particolar modo sui
colori degli stessi. Nel 1928 D. H. Lawrence ha osato incoraggiare gli uomini
londinesi ad indossare pantaloni rossi, proprio per uscire da quella sorta di
uniformità che si era andata a creare nella società. Ed ancora, Stuart e Elizabeth
Ewen nel loro libro Channels of Desire: Mass Images and the Shaping of
American Conscioussness48, hanno scritto:

An eight-grader in 1957 make the mistake of going to school one


day in a pair of red pants, bought for him by a mother unschooled
in sartorial logic. As he entered his first period math class, his
pants caused an immediate commotion among classmates. His
teacher was so outraged by the transgression…that the boy had five
points immediately subtracted from his average. At midday the boy
was sent home for causing a disruption… He never wore his red
pants again49.

Ciò sta a significare che la trasgressione dell‟alunno che quel giorno, per la
lezione di matematica, aveva deciso di indossare dei pantaloni rossi scelti per
lui dalla madre, era stata considerata assurda dalla classe e dalla maestra. In
questo preciso caso, coloro che giudicano l‟accaduto, vanno proprio a

47
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002, p. 5
48
Stuart and Elizabeth EWEN, Channels of Desire: Mass Images and the Shaping of American
Consciousness, Michigan, McGraw Hill, 1982
49
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, Mariner Books, 2002, p. 9. Cita Stuart
e Elizabeth Ewen nel loro libro Channels of Desire: Mass Images and the Shaping of American
Conscioussness (1982)

65
rappresentare quella
società che impone
regole vestimentarie
di cui abbiamo già
discusso
precedentemente.
Fussel, nel suo
percorso, si sofferma
su vari elementi che
determinano le
apparenze, il cui
studio rappresenta
l‟obbiettivo dell‟autore stesso. Così, ci parla anche della larghezza delle spalle
dell‟uomo, simbolo di virilità, forza e coraggio. Sia durante la Seconda Guerra
Mondiale, sia negli anni seguenti, gli stilisti hanno disegnato e prodotto abiti
che allargavano le spalle, con lo scopo di accentuare tale aspetto. Di nuovo, gli
uomini indossavano delle uniformi seguendo quella regola dettata dalla massa,
secondo la quale l‟uomo doveva rappresentare la mascolinità. A sostenere
questa tesi riportiamo le parole dello scrittore austriaco Hermann Broch, citato
nell‟opera di Fussel, che suggerisce quanto segue:

A uniform provides its wearer with a definitive line of demarcation


between his person and the world… It is the uniform‟s true
function to manifest and ordain order in the world, to arrest the
confusion and flux of life, just as it conceals whatever in the
human body is soft and flowing, covering up the soldier‟s
underclothes and skin…Closed up in his hard casing, braced in
with straps and belts, he begins to forget his own undergarments
and the uncertainty of life50.

Precedentemente, nel parlare dei dress codes, abbiamo anche fatto


riferimento alle abitudini che cambiano a seconda dello stato in cui ci

50
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002, p. 14

66
troviamo. Fussel ci parla della Russia intesa come impero zarista. Lo storico
Marvin Lyons scrive che la Russia zarista può essere paragonata ad una
“grande accademia militare”, dove civili, e quindi studenti, dottori, impiegati, e
non militari, indossano la stessa uniforme. Questo è quanto avvenuto con gli
Zar russi.
Tuttavia, l‟utilizzo delle riforme da parte dell‟intera popolazione non
riguarda solo la Russia, bensì anche la Germania. Durante la guerra, infatti,
all‟interno del Reich Hitler ha promosso un‟uniformità della razza ariana,
partendo dall‟uso di abiti per lo più simili.

67
3. Il periodo contemporaneo

Al giorno d‟oggi i dress codes appaiono animati da una logica creativa


sperimentale. I suggerimenti circa la creazione di nuove norme e stile partono
da epoche passate, presenti e future, da stili e culture diverse, dal cinema, dallo
spettacolo, dalla musica, dalla letteratura. Su un articolo pubblicato nel gennaio
del 2001 da “Vogue Italia” leggiamo:

E così la moda esplode: tutto va in pezzi e si rincolla, con


paradossali risultati. Dal Punk al tribale, caos di ispirazioni, con
esagerazioni cartoon.

Questo nuovo modo di vedere i dress codes nasce per lo più


dall‟evoluzione portata dai media elettronici che hanno messo in contatto
mondi, storie e culture contrastanti, favorendo la nascita di nuove idee. Per
comprendere tali dinamiche dobbiamo far riferimento al concetto esposto nel
libro dell‟autrice Ornella K. Pistilli, Dress code. Sincretismo cultura
comunicazione nella moda contemporanea, dove si parla proprio di
sincretismo:

Sincretismo deriva dal greco synkretismos che significa


“confederazione alla maniera cretese”: i Cretesi, sempre pronti a
litigare tra loro, si alleavano di fronte a un nemico comune
estraneo. Unioni momentanee e approssimative. Una strategia
militare difensiva, una tattica di contrasto che vede nell‟unione
temporanea di elementi eterogenei la modalità vincente per
sopravvivere agli attacchi nemici51.

Il sincretismo, dunque, mette insieme pezzi di culture e pensieri


contrapposti, creando qualcosa di nuovo, “una sincresi, la combinazione

51
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Roma, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005, pp. 51-52

68
dell‟incompatibile”52. L‟essere umano così scompone, modifica strutture e
stereotipi, creandone poi di nuovi attraverso un processo basato sulla creatività,
il cui risultato è l‟unione di culture ed arti diverse.
Ed è così che oggi si va diffondendo il self-fashioning, ovvero è il
bodyscape, di cui precedentemente si è discusso, che cerca la propria
affermazione e che sviluppa interazioni con il paesaggio, l‟ambiente, il luogo,
la situazione. Come scrive “Vogue Italia”, nel novembre del 2001,

Niente suggerimenti di stile: ognuno crei il suo, ascoltando


attentamente il proprio mondo interiore. Per essere protagonisti di
se stessi, non degli abiti.

Nel self-fashioning il dress code viene costruito consapevolmente.


Dunque, oggi si va creando uno stile personale, non legato alla massa che
ogni singolo crea. Nonostante si cerchi di dimenticare e cancellare quelle
norme d‟abbigliamento a cui abbiamo deciso di dedicare un capitolo del nostro
lavoro, ci si rende conto, in base a studi condotti negli ultimi anni, che esistono
degli stereotipi che, inconsapevolmente, seguiamo.

3.1 Consapevolezza dei dress codes

Come appena affermato, la nascita di uno stile personale ha fatto si che il


singolo abbia abbandonato la consapevolezza della presenza dei codici di
abbigliamento. Vogliamo comunque sottolineare come, a nostro parere, tali
regole di abbigliamento siano ancora esistenti e radicate all‟interno della
struttura sociale, pur se oscurate dalla tendenza attuale di creare uno stile
proprio.

Si è cercato, così, di analizzare in che misura questa consapevolezza sia


presente nel singolo attraverso un sondaggio da noi condotto. I soggetti presi a

52
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Roma, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005, pp. 51-52

69
campione sono stati 100 e la loro età variava considerevolmente. Di questi,
infatti, 23 avevano un‟età superiore ai 55 anni, 44 un‟età compresa fra i 30 e i
55, ed i 33 restanti, minore di 30 (Figura 3). Del totale, inoltre, 62 soggetti
erano di sesso femminile e 38 maschile (Figura 4).

Figura 3

Figura 4

70
Ad ogni soggetto sono stati posti due quesiti. Il primo quesito chiedeva se
il soggetto fosse consapevole o meno di aderire, al momento della scelta del
capo di vestiario, ad un codice di abbigliamento. Il secondo quesito, invece,
faceva riflettere la persona intervistata sul fatto che sui luoghi di lavoro, in
situazioni particolari, si debbano rispettare delle regole legate proprio ai vestiti.
Dunque, si chiedeva al soggetto di pensare ai capi indossati quotidianamente
sul luogo di lavoro in una situazione più formale. A questo punto veniva posta
nuovamente la prima domanda per vedere se la risposta del soggetto fosse
cambiata. I risultati ottenuti sono sorprendenti.

Figura 5

Al primo quesito abbiamo ottenuto 65 risposte negative e 25 positive, di cui


dalla “Serie 1”, ovvero soggetti con età superiore ai 55 anni, 17 risposte
positive e 6 negative, dalla “Serie 2”, quindi soggetti con età compresa tra i 30
ed i 55 anni, 13 positive e 31 negative ed, infine, dalla “Serie 3”, soggetti con
età inferiore ai 30 anni, 5 positive e 28 negative (Figura 5).
Da questi dati si deduce che la consapevolezza della società dell‟esistenza
di codici di abbigliamento, o dress codes, diminuisce con il decrescere dell‟età
dei soggetti cui è stato sottoposto il quesito. Ciò avviene perché le nuove

71
generazioni, appartenendo all‟era della globalizzazione, del self-fashioning,
credono di creare il proprio stile solo in base a scelte proprie, negando a se
stessi l‟esistenza di regole imposte dalla struttura sociale. Tuttavia, dopo aver
posto il secondo quesito, i dati ottenuti si sono completamente ribaltati.

Figura 6

Al secondo quesito, pertanto, abbiamo ottenuto 29 risposte negative e 71


positive, di cui dalla “Serie 1” 20 risposte positive e 3 negative, dalla “Serie 2”
32 positive e 12 negative ed, infine, dalla “Serie 3” 19 positive e 14 negative
(Figura 6).

Si è, dunque, provato che, nel momento in cui i soggetti entrano in contatto


con il mondo dei dress codes, venendo quindi a conoscenza del sistema che si
cela dietro il loro nome, prendono consapevolezza del fatto che aderiscono, pur
se involontariamente, agli stessi. Dobbiamo, infatti, considerare che il
cambiamento è stato notevole, nonostante la maggior parte dei soggetti non
avesse mai sentito parlare di tali regole precedentemente.

72
Probabilmente uno studio basato sui medesimi quesiti che, però, porti
maggiori esempi e che dia più tempo ai soggetti coinvolti di assimilare le
regole, potrebbe ottenere risultati quasi al cento per cento positivi.

Abbiamo, quindi, raggiunto il nostro obbiettivo, nel momento in cui


possiamo affermare che i dress codes fanno parte della società odierna e che i
soggetti continuano ad aderire a queste regole loro imposte dalla struttura
sociale in cui gli stessi vivono, comunicano ed interagiscono con il prossimo e
lo fanno proprio attraverso i capi di vestiario che indossano.

73
74
75
76
CONCLUSIONE

Siamo dunque giunti alla conclusione del nostro lavoro ed è quindi arrivato
il momento di chiarire ciò di cui si è discusso durante il nostro viaggio.

L‟excursus lungo la storia della moda ci ha permesso di capire che non


stiamo parlando di un fenomeno recente, bensì di un fenomeno che si è
sviluppato ed evoluto durante i secoli per raggiungere i nostri giorni. È grazie
al tempo trascorso dal momento della sua nascita che la moda è divenuta ciò
che tutt‟oggi è. Per di più, lo studio condotto ha reso possibile l‟analisi di
fattori che spesso non vengono inclusi nella storia generale della moda. Stiamo
parlando del giornalismo di moda e dell‟apparizione dei mezzi di
comunicazione di massa, quali appunto giornali, televisione, radio ed oggi
internet, che hanno reso possibile il passaggio da una moda riservata ad
un‟élite, ad una cerchia ristretta di persone all‟interno della collettività, alla
moda come fenomeno di massa, che va ad includere tutti gli individui che
compongono la società.
Si è quindi analizzato quest‟ultimo passaggio, prendendo in considerazione
il lavoro di vari sociologi, scrittori, economisti ed antropologi che hanno
contribuito a definire la moda come imitazione e distinzione. Questi ultimi due
aspetti si sono, infatti, rivelati alla base dell‟evoluzione della stessa. Imitazione
dell‟aristocrazia e nobiltà da parte delle classi sociali più basse che è risultata
in uno sforzo della prima di distinguersi e di cercare sempre nuove mode.

Dopo di che si è passati alla cosiddetta psicologia della moda, ovvero ciò di
cui questo lavoro si voleva occupare.
Partendo dalla suddivisione operata da Descamps, abbiamo spiegato le
quattro funzioni del vestito, ovvero protezione, pudore, adornamento e parola.
La prima risulta alquanto ovvia, vista la capacità dei capi di vestiario di
proteggere appunto il corpo umano sia dagli agenti atmosferici, sia da
potenziali ferite. Il pudore, funzione che possiamo dire si sia sviluppata con

77
l‟evoluzione stessa dell‟uomo e quindi dalla distinzione tra uomo e donna che
hanno sentito il bisogno di coprire le proprie parti intime. L‟adornamento,
elemento che ritroviamo in quelle volontà dei ceti più alti di differenziarsi da
quelli più bassi attraverso un qualcosa in più sugli abiti; ed infine la parola,
quella funzione tanto studiata ultimamente, secondo la quale i vestiti sono in
grado di riflettere l‟essenza dell‟essere umano. Con ciò si vuole intendere i
comportamenti dell‟individuo, come anche classe sociale, età, sesso.
È proprio da quest‟ultimo punto che si è potuto parlare di moda come realtà
psicosociale, andando ad analizzare i punti sopraelencati. I vestiti così
diventano fonte di conoscenza, dal momento in cui ci danno la possibilità di
capire qualcosa di un individuo che non conosciamo.

Altro punto su cui si è discusso sono i cosiddetti codici d‟abbigliamento, in


inglese dress codes, intesi come regole non scritte a cui aderiamo
involontariamente e senza rendercene conto, di cui si è discusso nel terzo
capitolo. Anche in questo caso, le regole di cui si parla fanno si che si aderisca
a quella “morale vestimentaria” di cui parlava Bell che ci permette di dire se un
determinato abito sia adeguato o meno alla situazione, e fanno anche si che
l‟individuo trasmetta particolari messaggi. In passato, come abbiamo potuto
spiegare, la popolazione era a conoscenza di queste regole. Con il passare degli
anni, tuttavia, ed in particolar modo ai nostri giorni, non ci si rende conto di
aderire alle stesse. Partendo, quindi, dal concetto di self-fashioning, abbiamo
poi parlato di un sondaggio da noi condotto il cui esito è risultato sorprendente:
dopo aver preso conoscenza delle regole di abbigliamento, i soggetti interessati
hanno affermato di aderire ai dress codes, e di scegliere, dunque, i capi di
vestiario in base all‟ambiente, alla situazione, al livello di formalità della
stessa, e così via.
Il nostro viaggio si è qui concluso.

Il motivo reale per cui si è scelto l‟argomento è ravvisabile nel fatto che
molte persone, si potrebbe anche dire la maggior parte della popolazione

78
mondiale, non abbia mai compreso che la moda non è semplicemente un abito
firmato o il colore della stagione.
Dietro a questo sistema considerato spesso banale esiste un universo di
funzioni, caratteristiche, implicazioni che rendono la Moda un fenomeno più
che complesso. Il lavoro ha quindi cercato di svelare quell‟essenza che, in
questo caso, non risiede dietro ad un semplice abito, ma dietro una parola di
quattro lettere che costituisce l‟apparenza.

Con la speranza di essere riusciti nell‟intento, vorremo terminare il lavoro


con le parole dello stesso sociologo preso in considerazione durante tutto il
viaggio, ovvero Frédéric Monneyron:

“La moda è forse frivola, ma questa frivolezza non è senza virtù, giacché
rappresenta, o meglio, prefigura, l‟assetto della società”53.

53
Frédéric MONNEYRON, Sociologia della moda, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, traduzione in italiano Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 88

79
80
81
82
INTRODUCTION

The choice of this topic comes from the will to enhance the efforts made by
the people, who design, create, sew and produce pieces of clothing, which are
part of our everyday life. Fashion is an old phenomenon, that changes
constantly. If we only focus on its history and its development the analysis
would be incomplete. Yet, I am going to take into consideration fashion‟s
implications on people and on society. The aim is to understand how people
could modify their behavior because of the clothes they are wearing. Fashion is
a philosophy of life, through which people can communicate with each other.
Thanks to fashion we are able to understand cultures, geographical places,
ways of thinking and interacting with other people. Therefore, a simple dress is
a fabric full of information.

My aim is to analyze fashion‟s implications, considering the links between


the world of fashion and the world of communication and the links between
man, culture and social contest.
Firstly, we are going to talk about the history of fashion, which will help us
understand its importance and its meaning in everyday life. We will try to
understand when the first forms of fashion appeared and then to analyze its
development. Starting from the element that triggered the spread of fashion,
that is to say fashion journalism, we are going to consider contemporary
history, especially the 19th and 20th centuries, as these two are the centuries
during which this phenomenon developed its characteristics.

What is more, we are going to talk about its nonverbal communication,


determining which are the messages it could convey. Starting from fashion‟s
psychology, i.e. the functions that lead to men‟s dependence on clothes–
protection, shame, adornment and language – we will then pass to fashion as a
psychosocial reality. This aspect includes the analysis of the relation between
fashion and communication. This part is probably the most important as the

83
language of clothes draws the attention of many researchers, who, during the
last years, carried out analyses on the language, or communication, of clothes.

The third part is about dress codes. Here we are going to consider some
important research and surveys of experts and sociologists on that topic. These
dress codes are non written rules imposed by society, which directly influence
our behavior and way of life. Usually these rules are considered not to be
existent anymore. Our aim is to prove their existence in contemporary society,
as well as make people understand their importance within their lives.
Hence, fashion is a phenomenon that can create first impressions and
prejudices. This is why it is really important to choose the right clothing on the
basis of circumstances, level of formality and so on.

Fashion is an art and a form of creativity. One only has to think of the work
made by famous designers – from Christian Dior to Armani, from Gucci to
Fendi, from Alberta Ferretti to Elisabetta Franchi – or of the way it influences
our life, our personality and even the society we live in.
Despite sociologists having carried out studies, analyzing that aspect of
fashion, it is still hard to state that we completely know what is hidden behind a
simple piece of clothing.
We hope to draw the reader‟s attention on this topic.

84
Chapter One
GENERAL CONSIDERATION IN THE STUDY OF
FASHION

We are going to analyze fashion‟s history, taking into consideration the


evolution of this important phenomenon, which affects human‟s identity, as
well as society. Our top priority is studying the meaning of the term fashion
and, then, considering the centuries, which saw its development, from its
“birth” up to today. After having explained the general aspect of fashion, we
are going to focus on the implications hidden behind this simple word.

The world fashion stems from the Latin modus, which means way, time,
rule, melody, rhythm. Since the 17th century the French word mode and from
the 18th century the Italian word moda have been used to designate a choice
within the clothing area. It is “a popular style of clothes, hair, […] a popular
way of behaving, doing an
activity”54. It is not by chance
that, in accordance with the
definition mentioned above,
fashion refers not only to
pieces of clothing, but also to
human behavior and attitude.
In fact, the word fashion,
despite being commonly used
in the textile and clothing
sector, can be found in many
other fields. This aspect makes
us think of the importance of
the phenomenon. “It is a social

54
Oxford advanced learner’s Dictionary, Oxford, Oxford University Press, Seventh Edition,
2005, p. 556

85
phenomenon, ruled by subtle implications, that concerns at least all
contemporary societies”55. From the economic and financial level to the
psychological, social, aesthetic, literary, musical, artistic ones: fashion touched
and touches every field. One only has to think of the impact, which the fashion
system has on global economy.
In the past the first analysis on fashion was carried out by John Carl Flügel,
Psychology of Clothes56. The lack of documentation and material on that topic,
led to the impossibility to fully study it.
Yet, we are going to consider the fashion system, as the one which
produces pieces of clothing worn by people.

1. Birth and development of fashion

Pieces of clothing were sewed in order to hide private parts. Yet, they have
always been used to adorn oneself.
Researchers do not agree on the beginning of fashion. According to Joanne
Finkelstein fashion does not date back to a precise year or time. However,
Giulia Mafai notes fashion developed during the Classical Age, that is to say
since the 4th century BC. As a matter of fact, Romans, Greeks and Etruscans
already wore tunics, which were different between men and women. With the
passing of time these simple tunics were modified through embroideries,
decorations or pleats. This was the first form of fashion.

1.1 Fashion history

During the Byzantine Age, the city of Constantinople was important for
culture and for fashion, which was influenced by the Orient. From here came a

55
Frédéric MONNEYRON, La sociologie de la mode, Paris, Presses Universitaires de France,
2006, p. 3
56
John Carl FLÜGEL, Psychology of Clothes, New York, Hogarth Press, 1930

86
precious fabric: silk. Men and women wore tunics, similar to the Roman ones,
which were embroidered and decorated.
Because of the rise of Christianity, that condemned exuberance and
exaggeration, clothes didn‟t see a real transformation until the 11th century.
Yet, as cities sprang, tunics were not used any more to be replaced by shirts
and blouses.
As we have already stated, researchers do not agree on the beginning of
fashion. In fact, some state it developed during the Middle Ages. On the same
wavelength there are Professor Morini, with her book on the history of
fashion57, and Professor Codeluppi, who expresses his ideas in his work on the
sociology of fashion58. They both agree on the fact that, during the Middle
Ages, fashion developed its main characteristic, that is to say change.

The 13th century saw two main innovations: the use of precious fabrics –
silk, wool, furs – and of buttons, which helped distinguish members of
different social classes. In fact, pieces of clothing denoted social class, craft
and job. Yet, the real innovation is considered to be the differentiation between
men‟s and women‟s clothing, which occurred in the 14th century. As a matter
of fact, men‟s long dresses transformed into short dresses, while women
continued wearing long ones. The color of the dress and the stem embroidered
on it were symbols, that denoted social classes.

Italy played an important role in the history of fashion, as it was considered


the fulcrum of elegance and grace. Despite its relevant role, Italy‟s decay,
which dates back to the 16th and 17th century, made it lose fashion‟s
supremacy. Therefore, because of their political, economic and cultural
strength, France and England became the “new Italy”.

57
Enrica MORINI, Storia della moda dal XVIII al XX secolo, Milano, Skira, 2006
58
Vanno CODELUPPI, Sociologia della moda, Milano, Cooperativa Libraria IULM, 1996

87
1.2 The 19th century

In the 19th century fashion became a social phenomenon. Men‟s way of


dressing changed considerably, while women‟s tended to simplify.
Yet, our focus is now on history. Society, in fact, is now based on man. As
Monneyron says, society “is based on man‟s freedom to pursue or not to pursue
it”; “clearly, fashion is a phenomenon which detects Western modernity,
founded on man and on secularization”59. Precisely, the 19th century saw the
raise of democratic societies, i.e. societies based on equality.
Fashion became an expression of individualism: this was the real breaking
point with the past. Fashion was not destined to an élite anymore, since it
involved the whole population. Therefore, for the first time fashion meant
social reality. Balzac, the French writer, in his Traité de la vie élégante60 tried
to explain the concept of elegance within the social reality. He stated that a
simple dress marks socio-cultural differences. In the same work, Balzac added
that fashion has implications on economy, psychology and morality, which
makes it crucial.

It is always in the 19th century that sociology started focusing on fashion.


Later on, Gabriel Tarde, one of the founding fathers of sociology, and Émile
Durkheim studied fashion as a form of imitation. “In the Lois de l’imitation61
(1980), Tarde focuses on imitation as origin of any human activity and denotes
society as a group of people, who imitate each other”62. Lower and middle
classes imitate upper classes in their way of dressing, behaving, speaking, and
so forth.
Also Thorstein Veblen, American economist and sociologist analyzed this
aspect of fashion. His work The theory of the Leisure Class63stresses the

59
Frédéric MONNEYRON, La Sociologie de la mode, Paris, Presses Universitaires de France,
2006, p. 11
60
H. de BALZAC, Traité de la vie élégante, in Id., La comédie humaine, Paris, Seuil, 1996
61
G. de TARDE, Les lois de l’imitation. Études sociologique, Paris, Kimé, 1993
62
Frédéric MONNEYRON, La Sociologie de la mode, Paris, Presses Universitaires de France,
2006, pp. 27-28
63
T. VEBLEN, The theory of the Leisure Class, London, Penguin, 1984

88
importance and need of adornment pursued by people, who, through clothes,
can show their economic position and status. Clothes are the symbol of wealth
and the symbol of a particular social class, as well as social dignity.

We have explained the law of imitation, which rules fashion. Now, we are
going to analyze another important aspect, that is distinction. George Simmel,
German philosopher and sociologist, stated fashion is the result of social
distinction, as people of different social classes imitate each other. One only
has to think of the role of women within society. During the 19th and 20th
centuries, women had no power. They could only use pieces of clothing to
differentiate themselves in society.

In this period, thanks to imitation and distinction fashion gained power and
importance. Yet, it is thanks to fashion journalism that fashion became the
phenomenon we know today.

1.3 Fashion journalism

Fashion journalism managed to promote and enhance the development of


fashion. After the French Revolution, in 1820, fashion journals started to be
published: “La Mode”, the “Journal des dames et des modes”, the “Journal de
la vie littéraire” or “La dernière mode”, which, despite being an important
literary journal, usually published fashion articles.
Journalists and prominent writers wrote articles: Balzac, Zola, Girardin,
Montesquiou. This aspect further demonstrates how fashion gained a social
role in the society of the 19th century.
Yet, fashion journals spread not only in France, but also throughout
Europe. In England another phenomenon also developed, which can be
compared to the one we are analyzing: dandyism. Defined as elegance,
dandyism was based on refinement, sophistication and originality. Many are
the books on this topic, like for example the one of George Brummel, “Book of

89
Fashion” (1835). Furthermore, a dandy‟s way of dressing expressed his
behavior – refinement, intellectual superiority, distinction from other social
classes, rebellion against social rules.

1.4 The 20th century

The 20th century saw a real fashion revolution, influenced by mass media,
cinema, photography and television. Changes affected mostly women‟s
fashion, while men‟s fashion continued to be based on the English model of the
19th century.
The main aspect of the 20th century is the emancipation of women, who
demanded a life free from social constraints and pressures.
After the economic crisis of 1929 and the Second World War fashion came
to a standstill. Pieces of clothing had to be cheaper to meet people‟s need to
afford them. One only has to think of designers such as Gabriel Coco Chanel or
Christian Dior, who, on the basis of social needs, completely modified the way
of making and creating clothes.

It was no longer fashion for an élite, as it was in the past, but fashion for
all. Yet, we have to underline that it is at the beginning of the 20th century that
fashion developed the characteristics of imitation and distinction. Many
researchers analyzed this aspect of fashion, especially Alfred L. Kroeber and
Herbert Sperncer, who focused on fashion conformism. What is more,
“distinction, more than on a particular dress, depends on the quantity and the
value of fashion purchases, which increase with the ascent in social
hierarchy”64.

Pieces of clothing are a key to opening the universe behind the appearance,
that is to say, as Yonnet suggests, our appearance reveals the being.

64
Frédéric MONNEYRON, La Sociologie de la mode, Paris, Presses Universitaires de France,
2006, p. 43

90
91
92
Chapter Two
GENERAL CONSIDERATIONS

Now we are going to analyze the psychology of fashion, that is to say how
fashion influences human psychology. The aim is to understand if clothes
could influence our life as well as our behavior.

American studies on marketing, sales and communication state our image,


as first impression on the customer, is crucial. In 2003 Stanford University in
the USA carried out a research on first impressions, with the result that 90% is
mainly based on our appearance. Jerker Denrell, chief of the research, noted
that when someone makes a negative impression on us, we are less likely to
seek out that person again, making it difficult to gather additional information
that could change our first impression. If, however, external factors force
further interaction, there is the opportunity to soften the first negative
judgment, if not reverse it altogether. The problem has interesting workplace
implications: "People tend to socialize with those who are similar to
themselves in terms of gender, race, educational level, and so forth," Denrell
says. In consequence, our wardrobe can say far more than words, says the
American psychologist Shirley Withe.

1. The psychology of clothes

A first impression shows who we are, our social origin, our behavior. This
is why our focus fixes now on the psychology of clothes. A person chooses a
dress or a t-shirt when he or she buys it and when he or she wears it. The
question that sociologists and psychologists ask is: why do we wear clothes if
at the moment of our birth we are completely naked? To answer this question
we are going to explain the four functions of clothes listed by Marc-Alain
Descamps: protection, shame, adornment and language.

93
1.1 Protection

Pieces of clothing can protect our body from atmospheric conditions –


water, cold, heat, rain, wind, sun – and impede animals from biting or stinging
us. They protect us from injuries in case of war or sport. Yet, people who live
along the Mediterranean costs could live naked, as the weather conditions
permit it. It is, however, because of clothes that humans lost their natural
thermoregulation, leading to their dependence on clothes. Thus, the function of
protection is not to be considered as the main one.

1.2 Shame

Shame is one of the most important aspects of our research: pieces of


clothing cover private parts, especially those of women. This aspect is crucial
because it is the first one to have been developed by sociologists and
psychologists.

1.3 Adornment

Probably the origin of this function comes from the hunting trophy, which
originally was the bearskin, or the one of the wolf or of the lion, that hunters
used to wear as symbol of victory.
Then, adornment was transformed into human‟s enhancement or
embellishment of the body. This helped increase divergence among social
classes, thus between nobles and common people. With the passing of time this
ancient function has become a custom, so that today it is one of the top
priorities of the society we live in.
Usually women are considered to be those who are more inclined to
decorate their clothes. This aspect comes from the social position of women,

94
who, in the past, had no power nor strength to express their beliefs and ideas.
The only means they had for distinction was using pieces of clothing.

1.4 The language of clothes

Over the last decades many researchers have been focusing on the language
of clothes, as form of communication. Harms in his work The psychology of
clothes65 , wrote that,

Cultural and sociological theories have frequently tried to


give oversimplified explanations of the motives of human
clothing. Dress is not motivated only by modesty, adornment,
and protection, or even – a still more one-sided theory
offered by Freud – by sex alone. All dress appears to be
motivated primarily by the environment. Although the
purposes of clothing are determined by environmental
conditions, its form is determined by man‟s own
characteristics, and especially by his mental traits. […] The
development of dress proceeds from two poles the cultural-
psychological and the concrete psychological characteristics
of men66.

65
Ernst HARMS, The psychology of clothes, Chicago, The University of Chicago Press, 1938,
Vol.44, Tome 2
66
Ibidem, p. 239

95
2. Influence on human behavior

Harms underlined how much the place we live in influences the way we
dress. One only has to think of the districts of a city. In a richer district people
would dress in a different way if compared to a poorer one. Furthermore,
motivations to the choice of a piece of clothing depend on human‟s
psychological aspect. Hence, we are accustomed to judging other people on the
basis of the clothes they decided to buy and wear. This is the popular “first
impression”. “Your clothes say far more than you think”, says the psychologist
Bridget Allen.

Therefore, as clothes depend on people‟s psychology, our behavior can be


influenced by them. To understand this statement, we are going to mention
Emily Burbank‟s work, Woman as decoration67 , where she wrote:

Put any woman into Marie Antoinette costume and see how, during an evening
she will gradually take on the mannerisms of that time. […] The actor‟s
costume affects the real actor‟s psychology as much or more than it does that
of his audience68 .

Nowadays society has developed different styles, which can describe


people‟s behavior and way of thinking and acting.

2.1 Styles

First of all, we need to explain what a style is. “It is a particular way of
literary and artistic expression of a time, of a tradition. […] the particular way
of being, behaving, speaking, acting”69. This word refers to the literary and

67
Emily BURBANK, Woman as decoration, New York, Mead and Company, 1917
68
Ibidem, Chapter IV
69
Dizionario GARZANTI della lingua italiana, Aldo Garzanti Editore, 18° edition, 1965,
p. 1736

96
artistic field, as well as to the personal sphere. Within the fashion system a
style is a choice of clothes, colors and shoes. It is also a way of behaving and
interacting with other people, a way of living in society.
Observing society we analyzed nine different styles, which, in our opinion,
are the most important ones.

Firstly, there is the sloppy dresser, i.e. a person who does not like to match
clothes. Sloppy clothing sends the message that people do not really care about
their appearance, their job, their future or otherwise.
Then, the designer dresser loves wearing brand name items. People may
take this to mean he or she is successful in life, but they may think he or she is
overly materialistic or a bit insecure, too.
Skimpy dressers always opt for the shortest, tightest, most revealing
clothing to wear in any occasion: going to work, an office party or the beach.
Wearing revealing clothing often means insecurity and an attempt to gather
attention.
On the contrary, business casual, when done correctly, can be a sign of a
confident, well-meaning individual.
Flashy dressers often show others that they want to be set apart from the
crowd and have a desire to show their personality and get noticed. It could be
just a fashion item, but they always wear something to show their personality.
Then, drab dressers always dress in neutrals and plain shirts, and never dare
stray from this uniform. It can be an indication that they are trying to hide
among society and do not want a lot of attention focused on their clothes and
way of behaving.
Athletic dressers wear sweats, running shoes and other workout clothing
twenty-four hours a day, even if they are not going to the gym. While this may
show others that they are athletic and care about their body, athletic dressers
can easily be mistaken for sloppy dressers.
Black, dark make-up and dark hair mean goth dresser. While this look may
tell some people that goth dressers are expressing their personality, many may
see them as depressed, angry, insecure and unapproachable.

97
Finally, the casual dresser never puts on anything but jeans and a t-shirt.
This look can make them appear one-sided or lacking of creative flair or
dimension.

Fashion, usually considered as simple clothes, transforms into a group of


signs, which are able to unveil our behavior. In an interview psychologists
Catherine Joubert and Sarah Stern, who in September 2005 published a book
entitled Deshabillez-moi70, talked about this psychological aspect of fashion.
In their opinion pieces of clothing can influence our behavior. People are
convinced of the fact that their mood often depends on the clothes they choose.
Therefore, clothes hold people‟s history; changing them would mean starting a
new life.
“Se regarder dans un miroir et se voir toujours semblable devient une façon
de renforcer une identité fragile. Ce qui revient à croire, inconsciemment, que
changer de style, ce serait risquer de ne plus être le même”71: this is what
Catherine Joubert said during the interview.

In spite of the studies, this theory, well-known among psychologists, is not


widespread in society, which does not understand what people‟s exterior mask
can communicate.

70
Catherine JOUBERT e Sarah STERN, Déshabillez-moi, Paris, Hachette Editeur, 2005
71
Looking at oneself in the mirror and feeling presentable is a way to strengthen a weak
identity. Therefore, it is easy to think, unconsciously, that changing style could mean not being
the same anymore.

98
3. Fashion as psychosocial reality

Clothes are a psychosocial reality, but their social function is considered to


be more relevant if compared to the psychological one. They can show a
person‟s gender, age and social class.

3.1 Gender

Since the creation of the world people have been using clothes to show
their gender. Men‟s and women‟s clothing have always been different. One
only has to think of skirts and trousers, long dresses and shirts. The difference
is subtle, when it is a brooch, a pin or a bow, which marks the gender.
Sometimes this distinction is clear to the eyes of a particular group:
Romans and Greeks for example used to wear tunics for both genders. Yet,
pleats, fabric, colors and shapes were not the same.

The fashion system, over years, has tried to put an end to this distinction,
trying to create a unisex fashion. Despite creators and designers‟ efforts, this
aim has not been achieved, yet.

3.2 Age

Age plays a crucial role in the choice of clothes. With the passing of time
this factor has considerably grown in importance, as nowadays clothes are
sewn on the basis of age brackets. In the past, or at least up to the 20th century,
it was not so evident. Nowadays this trend has completely been reversed. A
real fashion revolution, triggered by mass media, journals, fashion magazines
and TV programs, which have obliged clothes shops to make a distinction
among age brackets.

99
The existence of a dress code based on age is demonstrated by the fact that
people try to fight against this trend, wearing clothes, which are not age
appropriate.

3.3 Social class

Probably a dress code directly linked to people‟s social class is the one
familiar to the majority. During the course of history this distinction was
simplified by the utilization of a particular symbol, aimed at specifying a
person‟s social background: the hat for an artist, a fair complexion for nobles
or a dark one for farmers, and so forth. Today, it is quite difficult to
understand one‟s social class just observing his or her clothing.
We could call it evolution or revolution; the important thing is that this
phenomenon has developed over the last few years and will continue
developing. A phenomenon which is facilitated by globalization. This
evolution has its origin in the mind of models.

On the one hand, René König, German sociologist, in his book Kleider und
Leute. Zur Soziologie der Mode72 analyzes fashion‟s imitation and distinction.
He studies how people can transform using clothes. According to the
sociologist the theory of imitation of the upper class is now to be considered a
thing of the past. Yet, he states that the mass imitates those who differentiate
themselves. This is how social classes‟ distinction generates.
On the other hand, Quentin Bell deals with a fashion moral, through which
we can decide whether a piece of clothing is adequate, good, perfect in
compliance with people, contexts, occasions and level of formality.

72
René KÖNIG, Kleider und Leute. Zur Soziologie der Mode, Frankfurt and Hamburg, Fischer
Bücherei, 1967

100
101
102
Chapter Three
GENERAL CONSIDERATIONS

Starting from the sign that distinguishes men from animals, we, then, fixed
on clothes as a way of communication and interaction, which let us determine
individual behavior and social structures. Hence, thanks to fashion the most
important social changes were triggered. These considerations reverse our
social system, stating that appearance reveals essence. They are a “social
model, that denotes behavior and ways of being”73.
Yet, it is crucial to stress that, over the last years, clothes have started to
follow particular standards, which led to a decrease in social differences and to
the raise of individualistic values. Dress codes, however, are still entrenched in
our society.

1. Dress codes

Dress codes are non written rules on fashion, which depend on


circumstances and on the situation. These rules establish the messages we
convey through the pieces of clothing we put on. This includes gender, income,
job, social class, religion, civil status, sexual orientation. Usually dress codes
depend on the country, too. One only has to think of Iran, where men cannot
wear shorts, or of China, where the population goes to the beach wearing
clothes, instead of bathing suits. Nobody has ever written these “rules”, which
are part of a moral tradition. There are only some restaurants that show dress
codes, which customers are obliged to observe.

73
Frédéric MONNEYRON, La sociologie de la mode, Parigi, Presses Universitaires de France,
2006, p. 79

103
Ornella K. Pistilli, in her book on dress codes published in 2005 (Dress
code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda contemporanea74),
introduces the topic analyzing fashion on the basis of its historical and social
implications. She states that “through fashion we can read information,
geographies of cultural categories, instructions of use, programs, ways of
elaborating information, visualization criteria, levels of openness to external
influences, of interaction and of interdiction. Fashion is a fabric of
information, a texture that connects the body as bodyscape to the series of
contemporary cultural scenarios”75.
The bodyscape is the body as mean of communication. According to the
writer, through our clothes we can communicate and interact, making them
become the key to build interpersonal relationships. Dress codes give
importance to fashion, which is a place where art, consumption, culture and
communication meet. It is true that usually fashion is “accused of promoting
what is superficial and fake, leading to the detriment of what is substantial and
true. Appearance does not conceal essence, but, on the contrary, it reveals the
opposite”76.
In order to explain these codes, we will make an example. Think of the
Peruvian hat worn during a demonstration against the WTO global policy. It
denotes disagreement towards brand logic, serial production, exploitation of
child labor in developing countries and fashion system. Yet, the same hat worn
on a catwalk during a Fashion show has a totally different meaning. It is not a
critic to the fashion system or to politics. This is what makes dress codes
interesting. These simple rules, which transform a piece of clothing into a
symbol, communicate with the world and constantly change in accordance with
the situation and the context. They are a universe made up of symbols and
signs, but the relation between sign and meaning depends on a series of factors:

74
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Rome, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005
75
Ibidem, pp. 14 – 15
76
Ibidem, p. 21

104
“who wears the piece of clothing and how, the context, the social class, the
cultural area”77.

Sometimes dress codes are compulsory. A particular religious order follows


imposed dress codes. To enter the order one has to accept the rules and the
adoption of a way of dressing.
In the workplace one has to respect dress codes, too, in order to convey
trust to the customer. Therefore, in many books on marketing we read that if
anyone in your organization deals with the public, you should have a dress
code for all employees.
We will try to explain dress codes on the basis of a research carried out by
Sarah Maloney Hughes from “The Master‟s College”, Santa Clarita, California.
Wearing formal clothes at the workplace is an ever growing custom: this is the
starting point of the study. The aim was to analyze whether and in which terms
the way of dressing influences employees‟ behavior and job. Many
psychologists and researchers state the way we look directly affects the way we
think, feel and act. So, “continually relaxed dress leads to relaxed manners,
relaxed morals and relaxed productivity” and “leads to a decrease in company
loyalty and increase in tardiness”78. Hence, casual dress in the office workplace
is causing casual attitudes and a lack of office decorum. There are benefits to
wearing casual clothing at the workplace, such as good mood, open
communication between managers and employees, and a lack of cost to the
employer. However, professional image may be weakened if clients do not
trust employees. Whether or not employers are aware of an effect in job
performance because of casual dressing is unknown.
The result of the study was clear: there are positive and negative effects.
Although the tendency to have casual dress in the business world has
increased, the change was not so bad, as, in some cases, this adoption led to
benefits to the company, including improved employee‟s mood, less need to
buy formal clothes and more communication among staff. Yet, there is another

77
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Rome, Castelvecchi Editore S.r.l. 2005, p. 28
78
S. GOOD, Clothes do make the man, after all. Insight on the News,2000, 16(27), p. 4

105
side to the coin. Many sources have noticed a decline in work performance
since the start of this trend. Casual dress habits in the workplace environment
do not promote nor encourage productivity.
The research used six questions asked to 44 employees, of which only 34
answered all questions. Of them, 38.2% were men, 55.9% women and 5.9%
did not declare the gender (See Figure 1). According to the results, 29.4% of
employees respected dress codes, while 70.6% answered they dressed freely
(See Figure 2).

Figure 1

Figure 2

106
The results are clear: employees‟ way of dressing directly influences the
company‟s productivity, since clothes in turn influence worker‟s behavior. Yet,
it is important to stress the fact that the results considerably change in
accordance to age brackets. Young people, in fact, do not feel influenced.

The reason why we decided to make a reference to this U.S. research, is


that the topic and the results are crucial. As a matter of fact, we are saying that
what society hides, i.e. these rules imposed by social structure, exist and its
significance is not to be underestimated. If clothes influence people‟s
behavior, people would change their attitude, influencing their life, as well as
the life of those around them.

1.1 Historical references

Paul Fussel deals with dress codes in his work Uniforms: Why we are what
we wear79. The author even opens saying that “society, which the more I think
of it astonishes me the more, is founded upon clothes”80, reporting Thomas
Carlyle words. He defines clothes as “objects”, which become, like uniforms,
obligatory and regulated, with implications of mass value. One only has to
think of a newborn: all boys are “lapped in little blue blankets, with the girls
uniformly in pink”81. Think also of children going to school, wearing a
uniform, of Boy Scouts, or of clothes worn in workplaces, like those of waiters,
bankers, policemen, soldiers, doctors and so forth. As Fussel writes, we live “in
the atmosphere of human uniformity”82. This uniform is a symbol, as it
conveys a message. In fact, for example the white tunic worn by doctors and
chemists is a symbol of purity and hygiene. Furthermore, through this uniform
we can immediately understand the job of the person in front of us, helping us
determine one‟s social class.

79
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002
80
Ibidem, p. 1
81
Ibidem, p. 1
82
Ibidem, p. 3

107
In the book the author tries to analyze appearance, studying the outward
skin of the human being, that is to say clothes, gestures, speeches, not focusing
on its interiority, represented by mind and soul.
Many journalists and researchers of the 20th century studied men‟s way of
dressing and colors. In 1928 D. H. Lawrence encouraged Londoners to wear
red trousers, in order to get out of that sense of uniformity created by society
itself. Then, Stuart and Elizabeth Ewen in their book Channels of Desire:
Mass Images and the Shaping of American Consciousness83 write:

An eight-grader in 1957 made the mistake of going to school


one day in a pair of red pants, bought for him by a mother
unschooled in sartorial logic. As he entered his first period
math class, his pants caused an immediate commotion among
classmates. His teacher was so outraged by the
transgression…that the boy had five points immediately
subtracted from his average. At midday the boy was sent
home for causing a disruption… He never wore his red pants
again84.

The student‟s transgression, whose mother makes him wear the red pants,
is considered absurd by the teacher and the other students. In this case, those
who judge, represent society.
Fussel focuses on different elements, which determine appearance. For
example, he talks about the width of shoulders, a symbol of men‟s strength,
courage and virility. During the Second World War designers created clothes,
which let out shoulder width, in order to accentuate masculinity. This was a
uniform which helped men conform with society. The Austrian writer
Hermann Broch, mentioned in Fussel‟s work, states:

83
Stuart and Elizabeth EWEN, Channels of Desire: Mass Images and the Shaping of American
Consciousness, Michigan, McGraw Hill, 1982
84
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002, p. 9.
He mentions Stuart e Elizabeth Ewen in their book Channels of Desire: Mass Images and the
Shaping of American Conscioussness (1982)

108
A uniform provides its wearer with a definitive line of
demarcation between his person and the world… It is the
uniform‟s true function to manifest and ordain order in the
world, to arrest the confusion and flux of life, just as it
conceals whatever in the human body is soft and flowing,
covering up the soldier‟s underclothes and skin…Closed up
in his hard casing, braced in with straps and belts, he begins
to forget his own undergarments and the uncertainty of life85.

Previously, talking about dress codes we mentioned the differentiation of


rules on the basis of countries. Fussel refers to Russia. The historian Marvin
Lyons writes that “Russia under its last czars has been compared to a vast
military academy”86, with civilians wearing the same clothes. There was a
uniformity impulse among nationals, that aristocrats, bourgeoisie and laboring
classes alike favored “quasi-military caps” of black or dark blue material.
Yet, the use of uniforms was a habit in Russia, as well as Germany. Hitler,
during the Second World War, bent towards national uniqueness. Civilians, in
fact, wore military and paramilitary uniforms of all kind, in order to achieve
this uniqueness.

Uniforms, or dress codes, utilized during the course of history, were used to
convey a message. It could be strength or weakness, social status or gender.
Nonetheless, this habit has not come to an end. We have already said that
pieces of clothing are able to make others understand something about us, our
life and our behavior. Let‟s see how dress codes developed and how their
presence influences our everyday life.

85
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002, p. 14
86
Ibidem, p. 16

109
110
111
112
2. The reality of dress codes

Today, dress codes are an experimental creative logic. Creations are


influenced by the past, the present and the future, by different styles, cultures,
cinema, music, literature. “Vogue Italia”, in 2001, published an article on this
multicultural and “open-minded” aspect of fashion. This new way of making
fashion depends on the evolution brought by the mass media, which made the
interaction between worlds, stories and cultures, enhancing new ideas possible.
Ornella K. Pistilli, in her book on dress codes talks of syncretism87 of fashion.
It is a union, a temporary union, which puts together beliefs and cultures to
create something new. The human being breaks down, modifies structures and
stereotypes, creating new ones through a process based on creativity. This is
the new self-fashioning, that is to say the bodyscape which interacts with the
landscape, the environment, the place, the situation and the context. In an
article of November 2001 from “Vogue Italia”, we read that everyone can
create his or her style, listening to his or her soul. Everyone is able to create
his/her own dress code. Thus, a personal style is being created.
Despite society trying to eliminate these ancient rules through new
processes of self-fashioning, aimed at destroying human‟s will to follow them,
dress codes still exist.

2.1 Dress code awareness

People are creating new personal styles. Yet, according to our research
these rules still influence people‟s choices. We tried to analyze whether people
are aware of dress codes or not by carrying out a survey on 100 people. They
were men and women whose age considerably varied. 23 of them were more
than 55 years old, 44 were aged between 30 and 55 and 33 were aged between

87
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Rome, Castelvecchi Editore S.r.l. 2005, pp. 51-52

113
18 and 30 (See Figure 3). What is more, 62 surveyed were women and 38 men
(See Figure 4).

Figure 3

Figure 4

114
The questions asked to the participants were two. The first one asked if the
person was aware of respecting dress codes when choosing pieces of clothing.
The second one made people reflect upon the clothes they chose to go to work,
to go out with friends, to go to a celebration and other different situations and
contexts. After having pondered the questions, the participants were asked the
first question again. Results were surprising.

Figure 5

Here are the result of the first question: 65 negative answers and 25
positive ones, of which 17 positive answers and 6 negative from the first group
(people who were more than 55 years old), 13 positive ones and 31 negative
from the second group (people aged between 30 and 55) and 5 positive answers
and 28 negative ones from the third group (people aged between 18 and 30)
(See Figure 5).
This data makes us understand that people‟s awareness of the existence of
dress codes drops with age. This happens because new generations, belonging
to the time of globalization and self-fashioning, think of creating their own
style, refuse to follow certain rules imposed by society.

115
Yet, after the second question, results were completely overturned. We got
29 negative answers and 71 positive ones, of which 20 positive and 3 negative
from the first group, 32 positive answers and 12 negative ones from the second
group and 19 positive answers and 14 negative from the third group (See
Figure 6).

Figure 6

We demonstrated that when people come into contact with dress codes and
the complex system hidden behind their name, awareness is raised. People, in
fact, adhere to dress codes, even if they do this unintentionally.
Despite most participants had never heard about dress codes before, the
change was significant. Probably, a research based on the same questions
which, however, would use more examples, giving more time to participants to
assimilate the rules, could obtain almost 100% positive results.

Hence, we reached our objective, stating that dress codes are part of our
society and that people still adhere to these rules imposed by the social
structure they live in, where they communicate and interact; and they do this
through the clothes they wear.

116
CONCLUSION

We have reached the conclusion of our research and it is now time to


clarify the steps of our work.

The excursus during the history of fashion have led us to understand that
we are not talking about a recent phenomenon, but about a phenomenon which
developed over centuries to reach our days. It is thanks to the time passed since
the creation of the world of fashion that it has become what it is now.
Besides the general aspects of its history, we focused on some factors
which usually are not taken into consideration. We are talking about fashion
journals and mass media, like magazines, television, radio and the internet, that
contributed to the passage from fashion for an élite – a determined group of
people within society – to fashion as a mass production phenomenon. This
means fashion is involving the whole population, without any restriction.
The work of sociologists, psychologists and researchers helped us analyze
the last aspect, as well as the main characteristics of fashion: imitation and
distinction, which are at the basis of its evolution. Aristocracy and nobles
imitated by lower social classes and the effort of the first ones to distinguish
themselves from the rest of the population. This effort let them create always
new ways of fashion. Through clothes the upper social classes were also able to
show their wealth, as Veblen‟s theory demonstrates.
These aspects of fashion describe it, not only as a group of pieces of
clothing, but also as a psychological reality. This is why we have, then, dealt
with this topic.

Descamps explained the four functions of clothes – protection, shame,


adornment and language. The first one is the most obvious, since clothes can
protect our body from particular weather conditions and from potential injuries
provoked by animals or insects. Shame is a function which developed with the
evolution of the human being, who felt the necessity to cover private parts,

117
especially those of women. Then, there is adornment, i.e. the willingness to
differentiate oneself from the rest of society through clothes and accessories.
The last one is language, maybe the most important one, as it describes the
character of fashion and its ability to convey messages. In fact, it is able to
reflect behavior, as well as social class, age and gender. Analyzing these last
three points, we could study fashion as a psychosocial reality. As a matter of
fact, clothes can communicate something, since people dress differently on the
basis of social class, age and gender.

The most important aspect we fixed on was dress codes, that is to say non
written rules that we follow unintentionally imposed by society itself. Probably
someone could think they are not so important. Yet, thanks to the survey
carried out by “The Master‟s College”, we could understand that they can even
influence the productivity of a company. These rules make people adhere to
the clothes morality, of which Bell talked about. This morality let us determine
whether a piece of clothing suits or not a particular situation, context, occasion,
level of formality and so on. In the past the population was aware of these rules
and respected them. We talked, therefore, about the book written by Fussel,
where he analyzed the uniforms worn by civilians, which were considered as a
symbol of strength, weakness and place of origin.
With the passing of time our awareness of dress codes has decreased, to the
point that we now follow them involuntarily. Starting with self-fashioning I
carried out a survey, in order to understand how much society is aware of dress
codes. The result was surprising: after having heard about them, most
participants (71%) stated that they adhere to certain rules concerning the way
of dressing and that they choose clothes on the basis of the environment, the
situation, the level of formality and so forth.

The reason why we decided to analyze fashion is that most people are
convinced of the fact that fashion only means clothes, which constantly
changes in accordance to the season.

118
Yet, behind this short word there is a universe of functions, characteristics
and implications, which makes fashion a really complex phenomenon. Hence,
this research tried to unveil the essence behind the appearance.

We hope to have raised the reader‟s awareness in the importance of fashion in


the world. To conclude, in the words of Frédéric Monneyron:

“Maybe fashion is frivolous, but this frivolity is not without virtue, since it
represents, or better, it prefigures the structure of society”88.

88
Frédéric MONNEYRON, La sociologie de la mode, Paris, Presses Universitaires de France,
2006, p. 88

119
120
121
122
EINLEITUNG

Die vorliegende Arbeit spricht über Mode und diese ist nicht nur der
Inbegriff von Kleidung und Accessoire. Wenn wir über dieses Phänomen
sprechen, müssen wir auch ihre Zusammenhänge betrachten. Denn unser Ziel
ist, zu verstehen, dass die Mode sogar unser Verhalten verändern kann. Daher
ist das Phänomen nicht „gute Kleidung“, sondern eine Lebensphilosophie, die
uns erlaubt, mit anderen Menschen zu kommunizieren und zu interagieren.
Dank der Mode können wir Kulturen, geografische Orte, politische und
gesellschaftliche Orientierungen begreifen. Diese Examensarbeit wird die
Implikationen der Mode analysieren. Deswegen beachten wir die
Zusammenhänge zwischen Menschen, Kommunikation, Kultur und
Gesellschaft.

An erster Stelle untersuchen wir den Beginn und die historische


Entwicklung dieses antiken Phänomens. Dadurch verstehen wir, wie ein
historisches Ereignis die Kleidungen einer Epoche verändern kann. Wir richten
die Aufmerksamkeit besonders auf das 19. und 20. Jahrhundert, sowie auf die
Verbreitung der Modezeitungen.
Danach sprechen wir über nonverbale Kommunikation der Mode und die
Aussage, die sie übertragen kann. Aus diesem Grund analysieren wir die
Funktionen der Kleidung (Schutz, Scham, Schmuck, Sprache) und die
psychosoziale Realität des Phänomens.
Schließlich erklären wir die Bedeutung von dress code, das heißt Normen,
die die Gesellschaft im Laufe der Jahrhunderte aufgestellt hat. Wir stützen uns
auf Studien und Umfragen, sowie auf Bücher von Soziologen und
Wissenschaftlern.

Nun analysieren wir die Mode, um ihre Zusammenhänge zu verstehen und


somit ihre Bedeutung innerhalb unseres Lebens zu begreifen.

123
124
ALLGEMEINE BEMERKUNGEN ÜBER MODE

Das Wort Mode kommt aus dem Lateinischen modus, das bedeutet: ,Art,
Weise, Norm, Regel, Melodie, Rhythmus‟. „Etwas, was dem gerade
herrschenden Geschmack entspricht89.“ Das französische Wort mode und das
italienische Wort moda betrifft seit dem 17. und 18. Jahrhundert Kleidung.
Heute etabliert jede neue Mode, neue Verhaltens- und Denkmuster. Sie ist
ein stetiger Wandlungsprozess, der das, was üblich und vorherrschend ist,
verwandelt. Obwohl dieses Lexem ,Kleidung‟ bedeutet, ist seine Bedeutung
viel weiter zu fassen. Wir sprechen von Mode in zahlreichen Bereichen:
Wirtschaft, Psychologie, Soziologie, Literatur, Musik, Kunst usw.
Wir können die Aufmerksamkeit aber nur auf die ,Kleidermode„ richten
können.

Deshalb beginnen wir unsere Reise mit der Geschichte dieses antiken
Phänomens.

1. Anfang und Entwicklung der Mode

Die Entwicklung der Mode hilft uns, die Bildungsidentität der Menschen,
die Herausbildung des Kleidungscodes gesellschaftlicher Eliten, zu verstehen.

Nach der Meinung von Soziologen und Experten entstand die Kleidermode
Ende des 18. und Anfang des 19. Jahrhunderts. Deshalb analysieren wir kurz
die vorhergehenden Jahrhunderte sowie die moderne Zeit.
Bis 1000 übt der Orient einen Einfluss auf Kleidungsstücke aus. Aber
durch die Entstehung des Christentums trugen Männer und Frauen schlichte
Kleidung.

89
Bibliographisches Institut & F. A. Brockhaus AG, Mannheim 2006, p. 697

125
Im Laufe der Zeit beginnt sich die Mode zu wandeln. Wertwolle und
orientalische Gewebe, Wolle, Draperie, Seide und Pelzmäntel sind die
Elemente, die die gesellschaftliche Stellung hervorheben. Die Kleidung kann
nicht nur die gesellschaftliche Stellung, sondern auch die Arbeit und der Beruf
einer Person zeigen.
Italien besitzt die Vorherrschaft in der Mode bis zum 17. Jahrhundert, als
sein Verfall beginnt. Deswegen ist der Schwerpunkt der Eleganz in der Mode
in Frankreich und England, die später Modevorbilder werden. Metropolen wie
Paris und London fördern die Mode und erleichtern ihre Entwicklung. Die
Aufmerksamkeit richtet sich auf Kleidungsbedürfnisse, Kleidungsstile und
Luxus. „Dieses Instrument zur Regulierung eines von oben sozial definierten
Kleidungskonsums wird Ende des 18. Jahrhunderts definitiv eingestellt90.“ Die
neuen Stile und der Kleidungkonsum machen Mode zum Mittel der
Persönlichkeitsgestaltung.

1.1 Die Modejournale

Seit Ende des 18. Jahrhunderts erreichten die Modejournale den


Informationsmonopol des Adels. Es gab zahlreiche Journale, wie z.B. Journal
des Luxus und der Moden (herausgegeben von Friedrich Justin Bertuch (1747-
1822) seit 1787. Dieses in Deutschland erfolgreiche Journal förderte die
Verbreitung bürgerlicher Ideale wie zum Beispiel die Ideen zur
Kinderkleidung.

Die Modejournale spielen eine sehr wichtige Rolle bei der Verbreitung
neuer Stile und neuer Moden. Sie legen Normen und Regeln fest, die die
Gesellschaft befolgen muss. „Sie stellen als Medium der Vermittlung und
damit Werbung die notwendige Verbindung zwischen Konsument und
Produzent her91.“

90
www.ieg-ego.eu : Europäische Geschichte Online – Europäische Kleidermode (1450-1950)
91
Ibidem

126
Dank der Modejournale kann sich die gesamte Bevölkerung mit der neuen
Mode in Verbindung setzen. Dadurch konnte die Mode ein Weltphänomen
werden.

1.2 Das 19. und 20. Jahrhundert

Die Mode des 19. Jahrhunderts erlebt einen dynamischen Wechsel. Der
Massenkonsum in der Bekleidung ist eine Folge der Entwicklung und der
Industrialisierung des 19. Jahrhunderts, vor allem der kulturellen
Veränderungen und der veränderten Verhaltensmuster, die sich mit der
Nachfrage ausbilden. Modekonsum wird durch die Entwicklung der
Modejournale, die neue Stoffe, Gewebe usw. darstellen, ermöglicht.

Im 19. Jahrhundert bestimmen die Soziologen die Grundlagen der Mode:


Die Masse ahmt den Adel nach und der Adel setzt sich von der Masse ab.
Deshalb ahmt der niedrige Stand der Gesellschaft den oberen Stand nach.
Gleichzeitig verursacht dieses Verhalten den Unterschied zwischen
Gesellschaftsklassen.

Mit dem 20. Jahrhundert, vor allem in den zwanziger Jahren, vollzieht sich
im Modephänomen, wie auch in der Gesellschaft, eine Veränderung der
Geschlechterbilder und Geschlechterrollen. Die neue soziale Emanzipation der
Frauen spielt eine wichtige Rolle bei dieser Veränderung. „Die ,Neue Frau„ ist
vor allem ein Bildtopos, zu dessen Verbreitung die damals zahlreichen
Modejournale beigetragen haben92.“
Dennoch stagniert die Entwicklung der Mode mit der Wirtschaftskrise
1929 und den zwei Weltkriegen.

92
www.ieg-ego.eu : Europäische Geschichte Online – Europäische Kleidermode (1450-1950)

127
128
129
130
2. Psychologie der Mode

Jetzt analysieren wir, wie die Kleidung einen Einfluss auf das Verhalten
der Menschen und auf das Leben ausüben kann.
Viele Forschungsarbeiten, unter denen eine der Standford Universität
(Vereinigte Staaten von Amerika) im Jahr 2003, behaupten, dass der erste
Eindruck vor allem von unserem Aussehen abhänge. Guten Eindruck zu
machen ist sehr wichtig in der Gesellschaft. Deshalb richten wir die
Aufmerksamkeit auf die ,Psychologie der Mode„ oder die „Psychologie der
Kleidung„.

Die Kleidung, die wir auswählen, macht unser Aussehen aus. Aber diese
Wahl hat eine komplexe Realität.
Zahlreiche Analysen sprechen über eine Frage: Warum tragen wir
Kleidung, obwohl wir nackt geboren sind? Wir antworten auf diese Frage mit
den vier Funktionen der Kleidung, die Marc-Alain Descamps untersuchte:
Schutz, Scham, Schmuck und Sprache.

 Schutz: Die Kleidung kann uns vor Klimaereignissen (Wasser, Kälte,


Wärme, Regen, Wind, Sonne etc.) und vor Wunden schützen;
 Scham: Die Kleidung deckt die Geschlechtsteile von Männern und
Frauen ab;
 Schmuck: Wahrscheinlich hat diese Funktion ihren Ursprung in der
Verfolgungstrophäe, die in der Vergangenheit aus einem Bären-,
Wolfs- oder Löwenpelz bestand. Später fingen die Menschen an, ihre
Körper hervorzuheben, mit Hüten, Schuhabsätzen Broschen usw., was
nur die Unterschiede zwischen Aristokratie und einfachem Volk
betonte. Heute tritt diese Funktion häufiger hervor;
 Sprache: Das ist die wichtigste Funktion der Kleidung. Die Kleidung,
die wir wählen, entspricht unserer Persönlichkeit und macht unsere
Meinungen und Ideen bekannt.

131
Dennoch übt Kleidung auch einen Einfluss auf das Verhalten aus. Wenn
wir die Gesellschaft analysieren, ziehen wir den Schluss, dass es viele
Kleidungsstile gibt. Stil bedeutet nicht nur die Wahl eines bestimmten
Kleidungstücks, sondern sagt auch etwas über die Verhaltensweise eines
Mannes oder einer Frau aus. Deshalb können wir, wenn wir die Kleidung einer
Person untersuchen, auch ihre Psychologie verstehen.
Diese Arbeit hat die Kleidungsstile der Gesellschaft analysiert. Jetzt
versuchen wir, diese Stile definitorisch zu bestimmen. Wir haben beschlossen,
die englischen Begriffe zu übernehmen.

 The sloppy dresser: Eine nachlässige Person teilt Mangel an Interesse


und Lustlosigkeit mit;
 The designer dresser: The designer dresser wählt nur Markenkleidung.
Man kann annehmen, dass er reich und erfolgreich ist oder auch
Unsicherheit und Materialismus mitteilt. Dennoch ist er zuverlässig;
 The skimpy dresser: eine Person, die die Geschlechtsteile undeutlich
sehen lasst und Unsicherheit und Egoismus ausdrückt;
 The business casual dresser: ,Casual„ Kleidung in formalen Situationen
zu tragen bedeutet Vertrauen, Großherzigkeit und Wohlwollen;
 The flashy dresser: Diese Personen lieben es, besondere Kleidung zu
tragen, um sich von den anderen abzuheben.
 The drab dresser: Einfachheit und Gleichförmigkeit: Das ist die
Botschaft, die diese Personen hinterlassen. Manchmal kann das auch
Unsicherheit und Schüchternheit bedeuten;
 The athletic dresser: Jeden Tag wird ein Trainingsanzug getragen.
Manchmal wird dieser Stil mit dem „sloppy dresser“ verwechselt;
 The goth dresser: Seine Persönlichkeit durch schwarze Kleidung
auszudrücken, bedeutet oft Depression, Unsicherheit und Wut;
 The casual dresser: The casual dresser trägt Jeans und Hemd: Das
bedeutet Lustlosigkeit und Sorglosigkeit93.

93
www.sixwise.com: Clothes Psychology: What your clothing tells others about who you are
and what you want to be.

132
Durch diese Analyse haben wir viele Stile erklärt.

2.1 Psychosoziale Realität der Mode

Es ist auch wichtig, die psychosoziale Realität der Mode zu analysieren.


Die Kleidung spielt eine sehr wichtige Rolle in der Gesellschaft. Sie erlaubt,
Geschlecht, Alter und gesellschaftliche Stellung eines Einzelnen zu verstehen.
Diese drei Faktoren fundieren die Psychologie der Mode.

2.1.1 Geschlecht

Seit ewigen Zeiten trägt die Bevölkerung Kleidung, um das Geschlecht


anzugeben. Männer und Frauen trugen und tragen unterschiedliche Kleidung.
Denken Sie an Rock und Hose, Hemd und Bluse usw. Der Unterschied kann
deutlich oder gering sein.
Im 20. Jahrhundert haben Modedesigner versucht, Mode gleichzumachen,
aber dieser Prozess ist sehr schwierig.

2.1.2 Alter

Jetzt richten wir unsere Aufmerksamkeit auf das Alter. Dieser Punkt ist
sehr relevant, wenn wir über Kleidung sprechen. Obwohl im Laufe der Jahre
die Altersunterschiede wesentlich geworden sind, war dieser Unterschied bis
Anfang des 20. Jahrhunderts nicht so ersichtlich – eine wahre Revolution der
Mode.
Männer, Frauen und Jungen tragen oft nicht-adäquate Kleidung: Das ist
der Beweis für die Existenz der Regel, dass die Wahl der Kleidung auch vom
Alter des Einzelnen abhängt.

133
2.1.3 Gesellschaftliche Stellung

Dieser Faktor bezieht sich auf die gesellschaftliche Stellung einer Person.
In der Vergangenheit war dieser Faktor von einem Zeichen oder einem Symbol
gekennzeichnet: der Hut des Künstlers, die bleiche Schminke des Aristokraten,
die Mütze des Bauern oder seine gebräunte Haut.
Heute ist es nicht so einfach, die gesellschaftliche Stellung einer Person zu
erkennen. Diese entwickelte sich in den letzten Jahren; ein Phänomen, das von
der Globalisierung verursacht wurde.
In diesem Zusammenhang wollen wir die wissenschaftliche Studie des
deutschen René König wiedergeben. In seinem Buch Kleider und Leute. Zur
Soziologie der Mode94 hat der Soziologe eine Zusammenfassung von
Modeinterpretationen dargelegt. Er analysiert die Nachahmung des Phänomens
und wie die Aristokraten sich von der Masse absetzen. Seiner Meinung nach
können wir uns dank der Kleidung von den anderen unterscheiden. Laut dem
Soziologen ist die Lust der Aristokraten, sich von der einfachen Bevölkerung
zu unterschieden, das Hauptelement der Mode.

Dagegen spricht der Soziologe Quentin Bell von der „Kleidungsmoral“.


Dank dieser Moral können wir verstehen, wenn sich die Kleidung dem
Situationskontext anpasst. Wir verwenden wieder ein Kleidungstück als
Symbol von Reichtum.
Es gibt eine Revolution der Mode, aber die festgesetzten Normen können
nicht an einem Tag „ausgerottet‟ werden. Ein Kleidungstück ist nicht anhand
von moralischen Eigenschaften einer Person – Ehre, Tapferkeit, Aufrichtigkeit,
Mut – oder anhand von ihrer Persönlichkeit – ruhig, introvertiert, extravertiert
– entstanden. Eben deshalb ist die Mode eine psychosoziale Realität. Männer
und Frauen können Kleidung lieben, aber es ist ihr gesellschaftlicher Aspekt,
der eine entscheidende Rolle spielt.

94
René KÖNIG, Kleider und Leute. Zur Soziologie der Mode, Frankfurt am Main und
Hamburg, Fischer Bücherei, 1967

134
135
136
3. Dress codes

Wir haben über Kleidungstücke als Hauptelement gesprochen, um das


Verhalten des Einzelnen und gesellschaftliche Strukturen zu bestimmen.
Jetzt erklären wir, was dress codes sind: Sie sind nicht geschriebene
Moderegeln, die von den einzelnen Umständen und den einzelnen Situationen
abhängen. Diese Normen bestimmen das von Kleidung übertragene Signal.
Das schließt Geschlecht, Einkommen, Arbeit, gesellschaftliche Stellung,
Religion, sexuelle Orientierung usw. ein.
Oft hängen dress codes auch vom jeweiligen Land ab. Zum Beispiel dürfen
Männer im Iran keine kurze Hosen tragen oder die chinesische Bevölkerung
muss bekleidet ans Meer gehen. Niemand hat diese Regeln geschrieben, aber
sie gehören zu einer moralischen Tradition. Zum Beispiel gibt es in den
Vereinigten Staaten von Amerika manche Restaurants, die ihre Kunden zum
Tragen bestimmter Kleidung zwingen.

Die italienische Schriftstellerin Ornella K. Pistilli analysiert die dress codes


in ihrem Buch (Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea95). An erster Stelle spricht sie über das Wort fashion und dann
erklärt sie die Bedeutung von bodyscape, das heißt der Körper als
Kommunikationsmittel. Die von getragene Kleidung ist sehr wichtig, um mit
anderen Personen zu kommunizieren. Ihrer Meinung nach machen dress codes
die Mode zu einem wichtigen Phänomen.
Mit den Kleidungsnormen verwandelt sich die Kleidung in einem Symbol.
Ein Symbol, das z.B. von Stoffen, Schuhen, Schmuckstücken, Hüten und
Krawatten gebildet wird. Der Zusammenhang zwischen Symbol und
Bedeutung hängt von mehreren Faktoren ab: Die Person, die die Kleidung
trägt, ihre gesellschaftliche Stellung, die Kultur, der Situationskontext.

95
Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione nella moda
contemporanea, Rom, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005, pp. 14 – 15

137
In einigen Fällen sind die dress codes obligatorisch. Zum Beispiel wenn
wir an die Religionsweihe denken.
Im Beruf müssen wir auch manche Normen respektieren, um auf den
Kunden vertrauensvoll zu wirken. Oft lesen wir in Marketingbüchern: If
anyone in your organization deals with the public, you should have a dress
code for all employees. Es handelt sich darum, den Kontext zu respektieren.

3.1 „The Master’s College“- Forschung

Sarah Maloney Hughes, eine Wissenschaftlerin von „The Master‟s


College“ in Kalifornien, führte eine Studie durch. Sie wollte herausfinden, ob
die Arbeitskleidung einen Einfluss auf das Verhalten der Angestellten ausübt.
Zahlreiche Soziologen und Psychologen – wie z.B. Stephen Goode –
behaupten, dass ein „informeller Stil sich negativ auf das Unternehmen
auswirkte96.“
Dabei wurde das Für und Wider analysiert. Wenn die Angestellten eine
informelle Kleidung tragen, ist das Ergebnis eine Verschlechterung der Arbeit.
Die Angestellten sind weniger professionell und das wirkt sich auf das
Verhältnis zwischen Personal und Kunde aus.

Die Studie basierte auf sechs Fragen, die von 44 Personen beantwortet
wurden. Aber nur 34 haben auf alle Fragen geantwortet. 38,2% waren Männer
und 55,9% Frauen, während 5,9% das Geschlecht nicht angegeben hatten
(Abbildung 1). Laut dieser Studie respektieren 29,4% der Personen die
Kleidungsnormen und 70,6% der Personen respektieren sie nicht (Abbildung
2).
Das Ergebnis ist klar: Die Kleidung der Angestellten übt einen Einfluss auf
die Produktivität des Unternehmens aus, da die Kleidung eine Wirkung auf das
Verhalten des Einzelnen hat. Dabei hat sich deutlich herauskristallisiert, dass
der Einfluss, desto mehr zunimmt, je älter man wird.

96
S. GOOD, Clothes do make the man, after all. Insight on the News, 2000, 16(27), p. 4

138
Wir haben diese Studie analysiert, weil das Ergebnis sehr wichtig ist. Denn
wir können sagen, dass die von der Gesellschaft versteckten Regeln existieren.
Die Forschung erbringt uns den Nachweis.

Abbildung 1

Abbildung 2

3.2 Historische Entwicklung der dress codes

139
Paul Fussel spricht in seinem Buch Uniforms: Why we are what we wear97
auch über dress codes. Der Schriftsteller behauptet, dass die ganze Gesellschaft
auf Kleidung gegründet sei.
Laut Paul Fussel sind Kleidung „Sachen“, das heißt ,Uniformen„, die die
Gesellschaft schafft. Wir können z.B. an kleine Jungen denken, die blaue
Kleidung tragen, während sie für Mädchen rosa ist. Oder denken wir an die
,Uniformen„, die Kellner, Bankier, Polizisten, Soldaten, Ärzte und Apotheker
tragen müssen. Wir leben in the atmosphere of the human uniformity98.
Die weiße Kleidung, die Ärzte und Apotheker tragen, ist z.B. ein Symbol
für Reinheit und Hygiene. Außerdem können wir die Uniformen verwenden,
um die Arbeit und die gesellschaftliche Stellung einer Person zu verstehen.

1928 hat D. H. Lawrence die Londoner ermutigt, rote Hosen zu tragen, um


sich von der Menge zu unterscheiden. In seinem Buch Channels of Desire:
Mass Images and the Shaping of American Conscioussness99 lesen wir:

An eight-grader in 1957 make the mistake of going to school one


day in a pair of red pants, bought for him by a mother unschooled
in sartorial logic. As he entered his first period math class, his
pants caused an immediate commotion among classmates. His
teacher was so outraged by the transgression…that the boy had five
points immediately subtracted from his average. At midday the boy
was sent home for causing a disruption… He never wore his red
pants again100.

97
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002
98
Ibidem, p. 3
99
Stuart and Elizabeth EWEN, Channels of Desire: Mass Images and the Shaping of American
Consciousness, Michigan, McGraw Hill, 1982
100
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002, p. 9.
Ihn zitieren Stuart e Elizabeth EWEN in ihrem Buch Channels of Desire: Mass Images and
the Shaping of American Conscioussness (1982)

140
Das bedeutet, dass die rote Hose von den Schülern und von der Lehrerin für
absurd gehalten wurde. Die Schüler und die Lehrerin sind hier das Symbol für
die Gesellschaft und die Kleidungsnormen.

Fussel bezieht sich vor allem auf männliche Kleidung. In seinem Buch
zitiert er den österreichischen Schriftsteller Herman Broch, der über die
Kleidung als Inbegriff von Männlichkeit spricht:

A uniform provides its wearer with a definitive line of demarcation


between his person and the world… It is the uniform‟s true
function to manifest and ordain order in the world, to arrest the
confusion and flux of life, just as it conceals whatever in the
human body is soft and flowing, covering up the soldier‟s
underclothes and skin…Closed up in his hard casing, braced in
with straps and belts, he begins to forget his own undergarments
and the uncertainty of life.101

Deshalb hatten diese Kleidungsnormen im Laufe der Jahre eine Bedeutung.


Jetzt entdecken wir ihre aktuelle Bedeutung.

3.3 Aktueller Kontext

Heutzutage sind dress codes eine leicht zu verändernde Realität. Diese


Entwicklung der Kleidungsnormen hängt von der Globalisierung und den
Massenmedien zusammen. Kulturen, Denksweisen und Meinungen verbinden
sich, um etwas Neues zu kreieren. So verbreitet sich das self-fashioning, das
heißt das bodyscape, das Wechselwirkungen mit der Situation entwickelt.
Wegen des self-fashioning versteckt die Bevölkerung die Kleidungsnormen
und der Einzelne hat weniger Bewusstsein der Normen.

101
Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York, Mariner Books, 2002, p. 14

141
Deshalb haben wir eine Umfrage durchgeführt: 100 Personen, Männer und
Frauen, dessen Alter beträchtlich variierte. Es waren 62 Frauen und 38 Männer
unter den Befragten (Abbildung 4). 23 Befragte waren mehr als 55 Jahre alt
(Serie 1), 44 Befragte zwischen 30 und 55 Jahre alt (Serie 2) und 33 Befragte
weniger als 30 Jahre alt (Serie 3) (Abbildung 3).

Abbildung 3

Abbildung 4

Wir stellten zwei Fragen. Die erste Frage war, ob der Person bewusst ist,
dass sie eine Kleidungsnorm befolgt. Dann erklärten wir den Personen, dass sie

142
die dress codes beim Arbeitsplatz oder in einer formellen Situation
respektieren.
Die zweite Frage war dieselbe wie die erste Frage. Wir wollten analysieren,
ob sich das Ergebnis verändert. Das Resultat ist überraschend.
Zur ersten Frage gab es 65 negative und 25 positive Antworten: 17 positive
und 6 negative in Bezug auf die erste, 13 positive und 31 negative in Bezug auf
die zweite und 5 positive und 28 negative in Bezug auf die dritte Serie
(Abbildung 5).

Abbildung 5

So können wir schlussfolgern, dass das Bewusstsein für Kleidungsnormen


mit der Zunahme des Alters stärker wird. In der Tat üben die Globalisierung
und das self-fashioning der neuen Generationen, die die Existenz der
Kleidungsnormen nicht verstehen, einen Einfluss auf die Kleidung aus.

Dennoch hat sich das Ergebnis mit der zweiten Frage verändert. Zur
zweiten Frage gab es 29 negative und 71 positive Antworten: 20 positive und
3 negative bezüglich der ersten, 32 positive und 12 negative bezüglich der

143
zweiten und 19 positive und 14 negative bezüglich der dritten Serie (Abbildung
6).

Abbildung 6

Wir haben getestet, ob die Individuen die dress codes verstehen und sie
ihre Meinung ändern. Sie befolgen diese Moderegeln unbewusst.

Daher können wir behaupten, dass dress codes in unserer Gesellschaft


existieren und dass die Bevölkerung sie befolgt, obwohl sie es meistens nicht
bemerkt. Sie spricht durch ihre Kleidung.

144
FAZIT

Die Geschichte der Mode erlaubte uns, zu verstehen, dass wir über ein altes
Phänomen sprechen. Die Analyse der Modejournale und von Phänomene wie
Nachahmung und gesellschaftliche Unterschiede gaben uns die Möglichkeit,
die Entwicklung der Mode besser zu verstehen.

Außerdem haben wir die Mode als Psychorealität analysiert und die vielen
Funktionen des Phänomens erklärt: Schutz, Scham, Schmuck und Sprache. Die
letzte Funktion ist die wichtigste. In der Tat können Männer und Frauen durch
die Kleidung, die sie tragen, sprechen und kommunizieren.
Wir haben auch den Einfluss von Kleidung auf Personen und den
Zusammenhang mit gesellschaftlicher Stellung, das Alter und das Geschlecht
von Personen untersucht. Das sind die Elemente, die wir durch die Kleidung
sichtbar machen können.

Des Weiteren wurden dress codes behandelt. Dress codes sind, die von der
Gesellschaft auferlegten Regeln, die die Bevölkerung befolgt. Die Wörter
bodyscape und self-fashioning haben uns geholfen, das Konzept zu erklären.
Dabei haben wir einzelne Studien in die Analyse miteinbezogen.
Am Ende der Arbeit wurden die Ergebnisse einer selbst durchgeführten
Umfrage wiedergegeben. Sie hat uns ermöglicht, zu behaupten, dass dress
codes in unserer Gesellschaft existieren und dass die Bevölkerung sie befolgt.

Wir wollten erklären, dass die Mode nicht nur Kleidung und Schmuck ist.
Sie versteckt Funktionen und Eigenschaften, die die Mode zu einem
komplizierten Phänomen machen. Diese Examensarbeit wollte diese
versteckten Funktionen erklären.
Wir möchten die Arbeit mit einem Satz beenden: Vielleicht ist die Mode
oberflächlich, aber für diese Oberflächlichkeit ist die Gesellschaft
verantwortlich.

145
146
中文部分

147
148
服装文化

今天的服装文化成为先进的服装体系,为人们所仿效和关注,当现代

会给予服装以更为广阔、更为 自由的发展空间时,当现今世界上许多国家

都从远有服饰状况中逐渐脱离出来,进入到现代服装的行列时,服装走过的

历程将会更深刻的对人类服饰行为所带来的巨大影响和冲击。

从历史发展和社会现实的角度来看,每一个时期的时装流行趋势都是有

其社会文化作背景的。即使从表面上看某一潮流源于某一位设计师的作品,

但实质上还是迎合 了社会发展的需要。否则,逆社会而行,是难于推动其时装

潮流的。

20世纪的时装潮流,在起始阶段,明显是巴黎在起领头羊的作用。 20世纪

初的女装是讲求优雅的,尤其是一顶 精心装饰的女帽为着装者增添 了光彩。

工业文明的飞跃发展和社会宽容度的增大,使女性获得 了较大的 自由。一些

衣食无忧的女性可以旅行、骑马、打高尔夫球,而且可以参加社会工作。这种

新女性的现实导致了“新女性”服装风格的出现。所谓“新女性”服装,最主

要是抛弃紧身胸衣,尽量使女性的胸 部在束缚中解放 出来。这种胸衣被称作

“健康胸衣”。当年英国正时兴午后饮茶,于是有 了 专门的饮茶女袍,如用

中国的雪纺绸制成,饰以花边、刺绣,具有典型的东方服装风格。

“新女性”服装中有一个明确的倾 向,即是女装具有男服风格。当年流

行开来时,甚至英国女王、法国王后以及公爵夫人都被这种“两性服装”所吸

149
引。因为它便于活动,如适宜 骑 自行车、打球等,因此成为极适合当时社会

的一种服装风格。在此期间,也曾有美国的 艺术家吉本孙设计过紧身、拖曳

在地的长裙,因大胆显示女性形体线条之美而风靡一时。

只是由于在走路时不方便,随后便被缩短裙身,直到被长及膝盖之下的女裙

所取代,这种衣服,被人们唤作“散步女裙”。

由于汽车和快艇的出现,女性乘坐敞篷汽车和快艇 出游成为时尚,这就

为女装提 出了 新的要求。于是一种厚实的棉布——华达呢应运而生,它的组

织较细棉布致密,便于挡风 避雨,一时受到外 出女工的欢迎。女服款式也发

生 了很大的变化,如衣领处收紧、裙摆用 皮圈收紧等。高尔夫球衣更要求女

裙长度缩短到踝部,上衣紧身,衣袖虽宽松,但袖口收 紧,这样既便于肘部

活动又干净利落。平时的女服,由于紧身适体,不便于安置口袋,因 而导致

150
手提包的盛行。用柔软皮革制成,上面饰以珠绣的女性手提包,成为女性出

门必不可少的装饰。

1914~1918 年,第一次世界大战的炮火,势必使服装产生变化。面对严酷的

现实,人们首先考虑的是衣服要结实耐用、色深耐脏、穿着方便,适合于快

速行动。装束的时髦性已退居次位。大战结束以后,女装发生 了较大的变

化。首先是战后需要建设,大批妇女参加 了工作,她们在服装上更多地追 求

自由和舒适。在这种社会形势下,以服装来显示身份地位的功能已不重要。

因而少女们强烈地表现 出一种着装倾 向,即摆脱传统,追求 我行我素,甚至

在当时招致“轻浮”的指责。

女裙进 一步缩短,由踝部以上改为至小腿肚处,而且非常宽松。女装廓

形直线条,不 再收紧腰部也不再夸大臀部。尤其是流行“男孩似的”风格,

导致发型也随着减短。

192O~1952年期间,女裙逐渐短到膝盖处,这被认为是最标准的式样。

第一次世界大战以后,美国好莱坞的电影明星代替 了世纪初的歌剧演

员。在时装流行上,广大女性开始按照影星的穿着来确立自己的追逐 目标。

这就迫使巴黎时装界不断推出自己的新式样,在众星闪耀中,女装的设计主

调确立了——适用、简练、朴素、活泼而年轻。

20世纪30年代,女装“男孩似的”风格开始消失,直线被 曲线所代

替,女性身体的优美线条又重新显现。特别是晚礼服,后背袒露几乎至腰,

151
无袖,腰和臀部都是紧裹的,有时 在肩部还要饰以狭窄的缎带或硕大的人造

花,至臀部展宽。美国发明了松紧带和针织女 装,这种针织织物具有丝绸般

的质感,拉链也已广泛地应用在女装上。

第二次世界大战以后,现成时装开始普及,这与经济复苏关系至密。一方

面,生产规 模和生产技术不断扩大、提高;另一方面,企业之间的竞争更加

剧烈。这样,统一的、标准化、规格化的时装更加符合大家的着装需求。

因为它既代表着先进的文明,同时又可增加鲜明的企业形象,职业装的大量应

用就在这个时候。

20世纪40年代,“新外观”风格的女装 引起轰动。在经历过战后紧张、

劳累之后,妇女 们急切地想摆脱掉简陋。这时,一种强调圆而柔软的肩部、

丰满的胸部、纤细的腰肢以及 适度夸大、展宽臀部的新外观女装应运而生。

领导这一新潮流的是著名设计师迪奥,他在谈到设计思想时说:“我希望她们

152
的服装结构如同建筑一样。这些服装是由塔夫绸、麻纱缝 制成的,借鉴了早

已被人们长久忘记的传统古老的刺绣、花边等技艺,在细节上也是美丽 的。

我的目的是设计出一种年轻但又比较成熟的风格。”事实正如设计师所预料

的,新外观 女装受到广泛的欢迎,既适合年轻姑娘,也适合她们的母亲。

这之后,人们在此基础上不断改革,使之逐渐走向完善。以致许多著名设计师

达到 了一种共识,那就是使妇女能舒适地生活,使她们成为美丽、优雅、有

魅力、有良好教养的女性,而远离那些虚浮、矫揉造 作的式样。尤为引起大

家注意的是,女装应能表现 自然的、符合形体的线条。

20世纪50年代的女装更加趋 向随意、自由。这期间,除了出现腋部宽

松,袖 口收紧的“主教袖”以外,直立衣领重新出现。女裙仍到小腿肚中

间,而且比较宽松。由于人们的生 活更加丰富多彩,意识也更加无拘无束,

这时工装裤开始流行。工装裤为女性所穿着,实 际上说明了1850年李·斯特

劳斯所创造的牛仔裤至这时得到普遍的认同。看起来,美国加利 福尼亚大学

生在20世纪30年代时穿着蓝色斜纹粗布的牛仔裤,正是这次大规模流行的

前奏。

1954年前后,意大利风行结实的厚毛线衫,式样屡变,如高而紧的衣领、

附加的兜帽、宽大的袖窿;色彩上更是时时更新,追求美而富丽。美国人在意

大利毛衫的工艺基础上,纺织成夜礼服,上面还装饰以刺绣,缀上玻璃珠和

小金属片。随着年轻女性革新意识的不断增强,姑娘们渴望着有一些新的服装

和新的穿着效果,以显示与传统的不同。这时,有一种“青年女装运动”

153
代表着新的思潮。如流行膝上裙或裙裤配高筒女靴的穿法,成为 最时髦

的装束。

20世纪60年代,匡特女士设计的超短裙在美国受到 了空前的欢迎。这是

她根据古代希腊、罗马的壁画、雕塑中希腊运动员的束腰上衣的形象得到启发

而创作的。由于超短裙充满 了旺盛的青春活力,所以盛行不衰,整整流行了

11年。清新、活泼、可爱的风格,如同旋风、闪电般快速流行,瞬间席卷全

世界。 1966年,英国尼龙纺织协会生产了透明和半透明的衣料;1969年,

姑娘们就在这种透明的女装上再饰以小圆金属片,或饰 以小钟铃。与此同时,

披肩发、束腰上装、紧身短裤或肥大的裤子等纷纷加入到时装的行 列之中。

20世纪70年代,面料、款式、色彩更加丰富,人们的着装观念也更加

肆无忌惮,女性的紧身短裤竟然穿到办公楼里。正规、严肃的着装意识正在受

到冲击。这一时期,服装加工的自动化流水线已经应用多时,电子计算机也已

开始用来计算衣料并裁剪服装,科学技术的飞跃发展使服装行业迈上了一个新

台阶。

当这一切都在向顶尖技术发展的时候,人们开始厌倦 了大规模生产的服

装的单调乏味。怀旧思潮涌现,人们又开始留恋古典服装的优雅,追求手工

工艺的质朴。就在这种情况下,人们意识更新的气势反映在服装上,女装又

一次追求男性化,宽肩、直线条的女装重新在时装界风行开来。20世纪30年

代时曾流行的钟形裙、蓬松而高耸的肩部装饰等又一度流行开来。追求个性,

154
155
现代与古代的影子重叠在一起,构成 了70年代的服装风格。

进入20世纪80年代,时装设计进入多元化时期,随着人们观念的不断

更新,题材的不断丰富,时装界可以说越发异彩纷呈,令人目不暇接。较为

引人注 目的是“中国风”时装潮流。其实,早在18世纪的法国,罗可可时期

人们对中国的艺术就充满了向往,并用自己的 方式加以理解与表现。19世纪

以后,西方服装在面料、款式、图案和色彩方面不同程度地 吸收和模仿中国。

20世纪80年代,出现了以“中国风”命名的高级时装,伊夫·圣·洛朗、

皮尔·卡丹等设计大师都以中国题材为灵感之源。时至90年代末期,中国

主题的时装作品仍层 出 不穷。特别值得一提的是20世纪末迪奥公司首席设

计师约翰·加利亚诺设计的时装。

1997年,首次为迪奥公司推出成衣的加利亚诺把人们的思绪带回了20世纪

30年代夜夜笙歌的上海滩,艳丽奢靡的浓厚气氛随之而来。中国旗袍的华美、

中国漆器上的红色激起了这位天才的灵感与创作火花,以红色为基调的旗袍与

西方现代技艺相结合,给人以既古典又现代,既奢华又实用的感觉。1998年

岁末,钟情于东方民族风情的加利亚诺又从 中国的绿 军装上找到灵感,推出

了“中国军服”系列。在用料上选取厚质的皱褶丝绸,色彩上采用大面积的军

绿色及少量红色,形成夺目的对比。中国式的军帽及中式的高领,优美的设

计与剪 裁,创造 出中西合璧美妙的衣装境界。

由此而引发的东方热、民族风情顿时席卷国际时装舞台,克里斯汀·拉克

鲁瓦、瓦伦蒂诺、哈姆内特、高田贤三纷纷以“民族”为主题抒写时装狂想

曲。这些具有时代感的服装强调 着时装的新异性、易变性与现实性。西方时装

156
界崇尚的异域主题设计理念在大众间引起共 鸣并非一般的推销逻辑所能解释,

通过对历史的回顾,发掘民间与民族服装并重新利用有 价值的部分,使之成为

时装新款的潜在主题。西方时装已将非西方的影响、传统和形式纳人自己的

主流。这些新鲜而独特的服装 已被证明是能够满足两种文化系统要求的有效

手段。穿戴这些时装的包括亚洲的时髦妇女、生活在西方的亚洲妇女和醉

心于东方文化的西方妇女。时装系统之间的相互往来在设计、着装习惯、经济

方面构成 了时装的工业环境,为时装带来更高的附加值。当然,它们之间相

互依存的关系也说明,现代时装本身不仅已经国际化了,讨论时装的语言也

被国际化了。

进人20世纪90年代以来,欧美国家经济一直处于不景气状态,

机进 一步加强了人们的环保意识。重新审视 自我 ,

保护人类的生存环境 ,资 源回收与再利用等观念成为人 们的共识。

“回归 自然,返朴归真”,在这种思潮的指引下,生态热不断升温,表现在现

实生活中,当然也包括时装在内。

各种 自然色和未经人为加工的本色原棉、原麻、生丝等织造 的织物成为维护

生态的最佳素材,代表未受污染的南半球热带丛林图案及强调地域性文化的

北非、印加土著、东南亚半岛等民族图案亦成新宠,另外,印有或织有植物、

动物等纹样,甚至树皮纹路、粗糙起棱的面料都异常走俏。不仅如此,在服装

造型上,人们又一次 摈弃 了传统对于服装的束缚,追求一种无拘无束的舒适

感。休闲服、便装迅速普及,垫肩 的运用成为“明 日黄花” 已明显过时,

157
内衣外观化和“无内衣”现象愈演愈热……巴黎时装界 有“顽童”美誉

的让·保罗·戈尔捷更以自己的时尚语言带动了这股潮流。1992年10月,

他在推 出露背男女服套装之后,又发表 了两套具有视觉冲击力的作品:“全

裸女装”和男子的“金发裙装”,虽然表现形式极端,但它们可以说是“最

自然”的服装形态,最彻底的“人性复归”。

伴着环保的热潮,人们的消费意识、审美观念有 了很大的改变,凸现在时装

领域上的,一是强调新简约主义的实用性与机能性,二是所谓“贫穷主义”

时装的出现,它具体的 表现形式有几种,如未完成状态的半成品;服装故意

露着毛边儿,或强调成流苏装饰;以 粗糙的线迹作为一种装饰手段,透着浓

烈的原始味道;有意暴露服装的内部结构,具有后 现代艺术的痕迹,这些都

形成绕有趣味的设计点。又如旧物、废弃物的再利用:阿玛尼曾利 用再生牛仔

布制作服装,他从废弃的牛仔裤上找到灵感,把它们当作原料,捣碎至纤维

状态,再梳理、织造成为新的牛仔布。原有的色彩被保留下来,染色已经成

为多余的工序。

靛蓝色星星点点、零零乱乱地洒在面料上,牛仔装那种随意、桀骜不驯的感觉

油然而生。三宅一生在设计中采用本色面料并加皱做“ 旧”处理,缝制中用

貌似粗糙的加工手段,制成 类似“二手货”的外观式样。这种服装让人们领

悟到时装与环保更深层次上的沟通。除此之 外,仿皮毛及动物纹样的面料也

十分流行,这显然是得益于人们对“保持生态平衡”观念的认知。

20世纪90年代的时装犹如万花筒,更加令人眼花缭乱。中性风潮即是其

中一束夺目的奇葩。一些心理学家认为:在当今社会,女子与男子一同参与

158
社会竞争,在体力与智力的角逐时,一袭男装确实给女性以干练、精明的感

觉。这种时装的潮流,主要是性别角色的转换所造成的,同时也包含向世俗

和时代挑战的一些心理 因素。人们淡化性别,追求个性的思想及男女社会角

色趋同的现实,使得女装男性化已经成为司空见惯的服装现象,接踵而来的

是男装女性化……实际上,男女的生理结构、心理特点等因素早已决定了男

女着 装的差别,决定了男装女装相对不同的规范。尽管人类之初可能也没有

想到要用服装来区别男女,并反过来成为性别的限制,但人类着装的主流观

念却始终都在维护和强调这种差别的规范。而无论是历史中的,还是当今社会

中的这两种情况,都似乎是不合主流规范的波动。不过,它们又都有着历史

的和现实的生命基础,虽然这股潮流并不可能替代传统意义上的着装观念 ,

但男女性别的“交错”,在相互交流与相互碰撞中,向世人显示出纠结在生

命主题之上的美丽,体现出两性在真正平等意义上的相互尊重和相互体谅,

也说明时装向着更趋成熟的方向迈进。

以现代高新技术为背景,以各种新的合成纤维高弹力织物 (如莱卡)为

素材的“前卫派”们,从20世纪60年代的皮尔 ·卡丹、帕克 ·拉巴那等未

来派大师的作品中受到启发,用富有生气、轮廓分明的造型,加上击剑、滑

雪、摩托车运动那富有速度感服装的 机能性,为人们展示出表现尖端技术

“图解式”的未来景象。尤其是世纪之交,蒂尔里 ·缪格勒设计的“科幻女

装”又将人们带人一个神奇的未来时装世界。科技 的发展给人们的生活带来

了方便和福祉,给服装业带来更广阔的发展空间,服装正以科技 臻善着人类

159
的生活。

21世纪,世界服装的演变及发展,已经进入到具有以多元为特征的国际

化时期。随着社会的进步,经济的发展,国际间文化交流的不断加深;随着

历史时钟的指针已指向新纪元,我们惊诧 ,在当代西方时装潮流中,已汇聚

了太多的民族服装文化元素,就像探险家走近一条大河的源头时,却发现了

数不清的涓涓细流……人类之所以创造 出服装,而且服装 之所以绚丽多彩,

再加之人的着装方式五花八门,这些都在揭示一个道理,就是人在着装过程

中总在寻求一种价值。同时又在共同的前提下去寻求差异。这是从 自然的与社

会的人 的角度去反映了现实世界中服装国际化的多元特征,或许这也正是

“时装”得以生生不息和愈加兴旺的根本原因。

所谓潮流,它必然具有潮水的特征,一次次地冲击着,涌起又落下;

后浪推起前浪,构成服装史的江河。透过服装潮流,我们看到的也许是人类

演化的轨迹,也许是政治风云的变换,但无论从哪个角度,都不能忽视文化

的影响,甚至包括自然科技在服装上的运 用,都难以摆脱掉历史文化的制约。

160
161
162
SITO DEL BLOG

www.francesca‟sblog.wordpress.com

BIBLIOGRAFIA

Sono fornite al lettore le traduzioni italiane – laddove esistenti – dei titoli citati,
nonché le indicazioni delle opere originali attraverso note del traduttore.

Bibliographisches Institut & F. A. Brockhaus AG, Mannheim 2006, 697

Catherine JOUBERT e Sarah STERN, Déshabillez-moi, Parigi,

Hachette Editeur, 2005

Dizionario GARZANTI della lingua italiana, Aldo Garzanti Editore,

18a edizione, 1965, 1736

Emily BURBANK, Woman as decoration, New York, Mead and

Company, 1917, Capitolo IV

Enciclopedia Europea, Milano, Aldo Garzanti Editore, 1978, VII

volume

Enrica MORINI, Storia della moda dal XVIII al XX secolo, Milano,

Skira, 2006

163
Ernst HARMS, The psychology of clothes, Chicago, The University of

Chicago Press, Vol.44, Tomo 2, 1938

Fred DEVIS, Moda, cultura, identità, linguaggio, Bologna, Baskerville,

1993

Frédéric MONNEYRON, Sociologie de la moda, Paris, Presses

Universitaires de France, 2006 [trad. it. Sociologia della moda, Editori

Laterza, Roma-Bari, 2008]

G. de TARDE, Les lois de l’imitation. Étude sociologique, Parigi,

Kimé, 1993 [trad. it. Le leggi dell’imitazione sociale, in Id., Scritti

sociologici, a cura di F. Ferrarotti, Utet, Torino 1976]

G. SIMMEL, Die Mode, in Id., Philosophische Kultur, Leipzig, Alfred

Kröner Verlag, 1911; trad. fr. La mode, in Id., La tragédie de la culture,

Paris, Rivages, 1993 [trad. it. La moda, a cura di L. Perucchi, SE,

Milano, 1996]

Giulia MAFAI, Storia della moda, Roma, Editori Riuniti, 1998

H. de BALZAC, Traité de la vie élégante, in Id., La comédie humaine,

Paris, Seuil, 1830 [trad. it. Trattato della vita elegante, a cura di T.

Goruppi, ETS, Pisa, 1998]

164
Joanne FINKELSTEIN citato in Yuniya KAWAMURA, La moda,

Bologna, Il mulino, 2006

John Carl FLÜGEL, Psychology of Clothes, New York, Hogarth Press,

1930

Nathaniel HAWTHORNE, The Scarlet Letter, Boston, Ticknor, Reeds

& Fields, 1850 [Trad. it. La lettera scarlatta, B. Tasso, BUR Biblioteca

Universitaria Rizzoli, collana I grandi romanzi, 2007]

Ornella K. PISTILLI, Dress code. Sincretismo cultura comunicazione

nella moda contemporanea, Castelvecchi Editore S.r.l., 2005

Oscar WILDE, The Decay of Lying, Londra, Nineteenth Century, 1889

Oxford advanced learner’s Dictionary, Oxford, Oxford University

Press, Seventh Edition, 2005

Patrice BOLLON, Morales du masque, Paris, Seuil, 1990

Paul FUSSEL, Uniforms: Why we are what we wear, New York,

Mariner Books, 2002

165
René KÖNIG, Kleider und Leute. Zur Soziologie der Mode, Francoforte

sul Meno e Amburgo, Fischer Bücherei, 1967

S. GOOD, Clothes do make the man, after all. Insight on the News,

2000

Simona SEGRE REINACH, Manuale di comunicazione, sociologia e

cultura della moda, Roma, Meltemi Editore, Volume 4

Stuart and Elizabeth EWEN, Channels of Desire: Mass Images and the

Shaping of American Consciousness, Michigan, McGraw Hill, 1982

T. VEBLEN, The theory of the Leisure Class, London, Penguin, 1984;

trad. fr. Théorie de la classe de loisir, Gallimard, Paris, 1970 [trad. it.

La teoria della classe agiata, a cura di F. Ferrarotti, Einaudi, Torino,

2007]

Vanno CODELUPPI, Sociologia della moda, Milano, Cooperativa

Libraria IULM, 1996

166
SITOGRAFIA

www.ieg-ego.eu : Europäische Geschichte Online – Europäische Kleidermode

(1450-1950)

www.sixwise.com: Clothes Psychology: What your clothing tells others about

who you are and what you want to be.

http://www.pingshuifengzhou.com/shishanghuimou/shizhuang/

http://baike.soso.com/v7626541.htm

http://wenku.baidu.com/view/ed24867b1711cc7931b71631.html

167
168
RINGRAZIAMENTI

Dopo tre anni di duro lavoro e di grande impegno sono arrivata finalmente
a questo ambito traguardo. Ringrazio tutti i miei professori, per i quali nutro
grande stima. La loro professionalità, bravura e passione per il lavoro mi hanno
coinvolto anima e corpo in questo percorso universitario e sono felice di aver
avuto come insegnanti persone così valide. Con questi docenti la mia passione
per le lingue è aumentata sempre più, la loro bravura ha fatto sì che io mi
impegnassi nei miei studi e ottenessi buoni risultati. Ringrazio particolarmente
la professoressa e direttrice dell‟istituto, nonché mia relatrice per la lingua
italiana, Adriana Bisirri, la quale mi ha dato moltissimi buoni consigli per lo
svolgimento della tesi e mi ha spronato a fare molte ricerche sul tema che ho
trattato.
Un grande ringraziamento va ai miei correlatori per la lingua inglese,
tedesca e cinese, la professoressa Anna Rita Gerardi , il professore Kasra Samii
e la professoressa Tiziana Palumbo. Mi hanno seguito passo dopo passo non
solo nella realizzazione della tesi, ma in tutti e tre gli anni di studio e io sarò
loro sempre grata di questo. I miei ringraziamenti vanno anche alla
professoressa, nonché relatrice per quanto riguarda la parte multimediale,
Claudia Piemonte, per il suo aiuto e per l‟insegnamento datomi nel corso dei
tre anni, facendomi fare passi da gigante nel campo dell‟informatica.
Ringrazio la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto, nonostante i sacrifici
che comporta l‟iscrizione a un‟università privata. Senza il loro supporto non
avrei mai potuto frequentare questo istituto e non avrei, quindi, mai raggiunto
questo traguardo.
Ringrazio, poi, la persona che mi è sempre stata accanto e che mi ha
accompagnato durante tutto il mio percorso, aiutandomi a superare i periodi di
difficoltà.
Infine, ringrazio tutte le persone che leggendo la mia tesi, si soffermeranno
a riflettere su quanto sia importante e prezioso il tema trattato, non solo dal
punto di vista estetico e della persona, bensì dal punto di vista storico, vista la
rilevanza della moda nella costruzione della società.

169
170