Sei sulla pagina 1di 11

Quando è nata la moda? E il concetto di fashion?

Anche se qualcuno si può


“scandalizzare”, per migliaia di anni la nostra specie è andata in giro per il
mondo completamente nuda.

L’esigenza della specie umana di coprire il corpo ha comunque origini molto


antiche. Se vogliamo far incominciare la storia della moda da questo primo passo,
possiamo farla risalire al Paleolitico. La nostra specie, sapiens sapiens, comincia
la sue evoluzione circa 20.000 anni fa. Verso la fine del Pleistocene gli umani
imparano a trattare le pelli degli animali uccisi nella caccia e cominciano ad
utilizzarle per ripararsi dal freddo delle incipienti glaciazioni. Il procedimento
non è semplice, e per imparare a confezionare abiti decenti bisogna arrivare a
circa quarantamila anni fa, epoca in cui compaiono anche i primi aghi da cucitura,
ricavati dall’avorio animale.

Ma c’è forse qualche cosa di più poetico e di ancora più antico, nel quale possiamo
forse individuare la nostra inclinazione per l’estetica, il nostro andare alla
ricerca di qualcosa che non risponda soltanto a delle esigenze “fisiche”, ma anche
il nostro desiderio di bellezza, di valore, e il nostro bisogno di rappresentare
queste cose.

Sappiamo che già i Neandherthaliani circa 100.000 anni fa si dipingevano il corpo


con tinture d’ocra e “decoravano” i defunti con conchiglie e resti animali, prima
della sepoltura. Ma sappiamo anche che già 50.000 anni fa i nostri antenati
raccoglievano conchiglie ed altri oggetti “inutili” probabilmente soltanto per il
piacere di possederli, forse per ricavarci qualche rudimentale monile.

Anche se intendiamo per moda la scelta di un abito particolare, la ricerca di un


abbigliamento che abbia una qualche funzione rappresentativa o simbolica (qualcosa
di più della semplice esigenza di coprirsi dal freddo) non dobbiamo allontanarci
molto dalle epoche precedenti. Nello stesso Paleolitico, con la nascita di gruppi
sociali strutturati, nascono le gerarchie, si rendono presenti nuove esigenze,
compresa quella di organizzare la vita sociale, compiere riti e di difendersi dai
nemici. Ecco che quindi fanno la loro comparsa i primi elementi di
caratterizzazione sociale attraverso la rappresentazione esteriore: l’abito e la
maschera. Possiamo forse affermare che ci sono i primi segni di quella che in
futuro sarà la moda. Le categorie sociali che, con pitture corporali, speciali
copricapi, strumenti ed indumenti, cominciano a “scegliere un abbigliamento” , sono
in qualche modo individui che esercitano funzioni particolari:

i nobili, i dignitari e le persone di potere


gli sciamani, gli stregoni e i guaritori (in senso lato, quindi, i religiosi,
ovvero coloro che hanno contatti con le forze sconosciute, gli dei, i defunti)
i cacciatori e i guerrieri, che sceglievano indumenti e mascheramenti capaci
di proteggere ma anche di incutere paura all’avversario.

Un passo importante nella storia della moda è sicuramente rappresentato dalle prime
realizzazioni di tessitura. Sappiamo che i primi telai compaiono nel neolitico
(circa 10000 anni fa) e sono manufatti molto semplici, realizzati con rami o pali
di legno. I fili dell’ordito vengono messi in tensione tramite pesi di pietra o di
terracotta. Ma andiamo per ordine e partiamo dal mondo antico e dalle antiche
civiltà mesopotamiche.

Indice dei contenuti


Storia della moda: evoluzione della moda in ogni epoca
Abbigliarsi nel mondo antico
Una rivoluzione dalla Persia
Con la Grecia nasce una moderna idea di bellezza
Come ci si vestiva durante l’impero Romano?
La fine della classicità è un mix di culture
Teodolinda, la prima “top model”
Secoli bui e l’abbigliamento semplice
La moda nel Rinascimento
Vestirsi in epoca barocca tra sfarzo e sacrificio
La Rivoluzione Francese (anche della moda)
Tra Neoclassicismo e Romanticismo
La Belle Epoque e la linea a S
E’ in arrivo l’Haute Couture
Rivoluzioni e Ribellioni della moda
La classe tra la moda in Francia e Italia
Alternative al fashion: la moda negli anni ’60 e ’70
Il grande Made in Italy e gli anni ’80
Il corpo come vestito: la moda alla fine del XX secolo

Storia della moda: evoluzione della moda in ogni epoca

Abbigliarsi nel mondo antico

Le civiltà mesopotamiche (Sumeri, assiri, Babilonesi) danno un notevole impulso


alla tessitura e al confezionamento di abiti, consistenti in tuniche (o tonache).
Agli esordi si tratta di semplici drappi, che migliorano tecnicamente con
l’avvicendarsi delle civiltà. Pare che i Sumeri abbiano “inventato” le maniche, ma
la tunica sumera viene poi arricchita dagli Assiri anche con una stola. L’abito più
in voga nell’epoca era il kandys, una specie di accappatoio con maniche corte e di
lunghezza variabile, chiuso sul davanti con una cintura in tessuto.

Dal 1500 al 1000 a.C. oltre alla migliore qualità della tessitura e della cucitura,
gli Assiro Babilonesi sviluppano le arti della tintura, della decorazione e del
confezionamento di calzari e calzature: semplici ed aperte per il popolo, chiuse ed
alte per i nobili. Le donne sposate vengono costrette per legge ad indossare il
copricapo, abitudine che rimarrà radicata nei secoli e perdura a tutt’oggi nel
Medio Oriente.

L’espansione della civiltà Persiana è un’altra protagonista nell’evoluzione


dell’abbigliamento, mutuando gli usi dei popoli dell’oriente con quelli
mesopotamici. Alla lana e al lino aggiungono l’uso della seta.
Una rivoluzione dalla Persia

Con tutta probabilità sono proprio i Persiani a confezionare il primo vero e


proprio abito, completo di casacca, pantaloni e cintura.

All’eclettismo dei Persiani si oppone il rigido tradizionalismo degli egizi, la cui


civiltà fu incredibilmente longeva (circa quattromila anni!) e il cui abbigliamento
non subisce nel corso dei secoli delle grandi variazioni.

Gli egizi ritengono impuri i tessuti di origine animale e confezionano abiti in


lino leggero: corti in genere per gli uomini del popolo e lunghi fino a terra per
le donne e a volte per l’aristocrazia e i sacerdoti. Le differenti classi sociali
non si differenziano per l’abbigliamento ma per l’uso di simboli, copricapi o
gioielli rituali (collane, diademi, bracciali, cinture, anelli e cavigliere). Lo
sviluppo tecnico comunque porta anche in Egitto l’uso di tessuti colorati e la
particolare cura (cosmesi compresa) per la bellezza femminile. La civiltà egizia è
rimasta famosa per l’uso del bistro (l’antenato dell’eyeliner e del mascara) e per
la bellezza femminile, incarnata simbolicamente dall’affascinante Cleopatra.

Soprattutto grazie ai Fenici, gli scambi commerciali contribuiscono anche alla


diffusione e allo scambio di usi e costumi tra i popoli del Mediterraneo. I Fenici
tessono e commerciano il lino, la canapa, il cotone e la lana; Quasi tutti i
popoli dell’antichità, pur con alcune differenze, vestono prevalentemente delle
tuniche.

Bisogna raggiungere la civiltà cretese (1700- 1400 a.c.) per cominciare a trovare i
primi segni di “civetteria” nell’abbigliamento femminile: gli abiti sono lunghi ed
affusolati e vengono stretti in vita, le gambe sono coperte da balze. Quando in
Europa nel 1700 si diffonderà lo stile neoclassico, gli abiti femminili si
ispireranno proprio all’abbigliamento arcaico delle donne cretesi.
Con la Grecia nasce una moderna idea di bellezza

Dalla civiltà cretese e da quella di Micene nasce la civiltà dei Greci, un popolo
straordinariamente evoluto, che per primo sviluppa il pensiero logico, la
filosofia, l’idea sociale di democrazia. Si comincia ad intendere l’abito come
rappresentazione di raffinatezza ed eleganza oltre che di uno status sociale.
L’iconografia classica e la cinematografia ci hanno abituati a immaginare i greci
vestiti di bianco. E’ vero, il bianco era molto presente ma sappiamo che i Greci
usarono anche colori brillanti, in particolare il rosso porpora, il turchino, il
verde e l’indaco. Nonostante le possibilità e gli scambi commerciali, gli abiti
greci in epoca classica sono semplici ed essenziali.

I vestiti dell’antica Grecia sono infatti prevalentemente fatti da tagli di stoffa


di lana rettangolare o di lino che erano fissati alle spalle con spille decorate e
cinte con una fascia. Le donne indossano vesti larghe (peplo), gli uomini indossano
un mantello (clamide). Entrambi i sessi indossano poi il chitone, un tipo di tunica
che arriva alle ginocchia per gli uomini e fino ai piedi per le donne.

Occorre anche tenere conto che, contrariamente agli altri popoli dell’antichità, i
greci non intendono coprire la nudità e nascondere il corpo. Al contrario, esaltano
la bellezza che il vestito non deve nascondere. La tunica maschile dei greci (il
chitone) era senza maniche. Nel periodo ellenistico, grazie ai contatti con la
Persia, la Grecia entra in contatto con la seta. Si può dire che è la civiltà greca
a far nascere un’idea di bellezza (femminile e maschile) diciamo “democratica”,
dove l’abbigliarsi con decoro non è più soltanto appannaggio dei nobili e delle
caste più alte, ma comincia a diffondersi in ampi strati di popolazione.
L’abbigliamento della Grecia classica influenza la storia del fashion
Come ci si vestiva durante l’impero Romano?

La civiltà romana diviene nel corso della storia la più grande e potente e si
afferma gradatamente sugli altri popoli. Tutti questi contatti con genti straniere
influenza nel tempo l’abbigliamento dei Romani che tuttavia si riferiscono sempre
alla Grecia classica come ispirazione per le scelte estetiche.

L’indumento base per i primi romani è la trabea, un ampio mantello costituito da un


pezzo di stoffa (la stoffa era preziosa e si preferiva non tagliarla).

Sappiamo per certo che i romani indossano una sorta di intimo (gli indumenta) che
per le donne comprende anche una fascia reggi-seno. Gli uomini indossano una o più
tuniche sovrapposte, lunghe fino ai piedi, e sopra una toga, cioè un mantello (in
genere una pezza intera di stoffa) che si porta appoggiato sul braccio.

L’abbigliamento femminile partie da una specie di sottoveste senza maniche chiamata


subucula a cui sovrappongono il supparum, una specie di abito dalla lunghezza
variabile che per chiudersi sulle spalle utilizza fibbie o gioielli, talvolta anche
di grande valore.

Il guardaroba di una signora o di una giovane patrizia romana prevede anche la


stola (una tunica molto ampia e lunga fino a piedi), la recta (una tunica bianca
senza maniche) e la palla, un vero e proprio mantello che può coprire anche la
testa e che indossano anche gli uomini (pallium).

In epoca romana ogni casa patrizia ha al suo interno uno o più telai per tessitura
e i servi necessari per farla funzionare; sappiamo anche che la tessitura è un vero
e proprio passatempo anche per le donne della nobiltà e quindi possiamo dire che le
matrone romane gareggiano tra loro per realizzare creazioni sempre più accurate.

Sappiamo anche che con l’avvicendarsi degli imperatori si modificano in parte gli
stili di abbigliamento. Infatti dopo la dinastia Giulio-Claudia le vesti si
arricchiscono per poi tornare più semplici e con meno ostentazione durante la
dinastia dei Severi.

A partire dal 230 d.C. l’abbigliamento dei romani risente dell’influsso dei nemici
Barbari. Nonostante i contrasti, alcuni usi stranieri cominciano a prendere piede
nell’impero; nel terzo secolo si verifica un progressivo spostamento della vita
imperiale verso Oriente, a discapito di Roma e delle aree più antiche dell’impero.
Un’economia mercantile maggiormente consolidata e maggior scambi culturali spostano
la capitale a Costantinopoli. A questo si deve aggiungere che Costantino fu il
primo imperatore romano di religione cristiana.
La fine della classicità è un mix di culture

Se da un lato il cristianesimo dell’imperatore Costantino imponeva abiti sobri e


semplici (i primi cristiani vestivano semplici mantelli) i contatti commerciali e
culturali con l’oriente stimolavano all’uso di tessuti più ricchi e decorati. Si
deve ai Bizantini l’introduzione dei broccati e della loro versione più povera, i
tessuti stampati, nati inizialmente proprio per imitare i broccati. A tutto questo
bisogna aggiungere la crescente presenza di popolazioni barbare che si insediano
progressivamente nelle aree imperiali d’Occidente, imponendo decisamente l’uso di
abbigliamenti più “moderni” e funzionali, a cominciare dall’uso delle “braghe”
(nate per proteggere dal freddo e dalle lunghe cavalcate) e l’uso di vari tipi di
casacche. Contrariamente a quello che comunemente si crede, non tutti i barbari
sono ignoranti e incolti. Longobardi, Goti e perfino i Vandali, sono abili
artigiani ed orafi, dotati di un notevole senso estetico e tecniche raffinate.

Da questo incontro di culture nasce l‘abbigliamento medioevale. I vestiti femminili


si arricchiscono e si impreziosiscono. Naturalmente questo riguarda soltanto le
classi più elevate e i nobili, poichè nel medioevo la forbice sociale era molto
ampia. I servi della gleba e il popolo vivevano in condizioni di estrema povertà e
continuavano ad indossare vestiti semplici e mantelli per coprirsi.

Nel mondo maschile, una sintesi di questo abbigliamento è rappresentata dal saio,
un unico indumento derivato dal sagum romano, dotato di maniche e cappuccio, legato
in vita con una corda, realizzato in lana o in filati grossolani assai pesanti come
la canapa e la tela grezza.

Per coloro che potevano permetterselo, l’abbigliamento maschile era costituito da


una camicia ampia (che serviva anche da pigiama durante la notte) e che veniva
infilata nei pantaloni, che spesso erano aderenti (come i moderni leggings) e sui
quali si indossava una comoda tunica (riservata per lo più agli aristocratici).
D’inverno si aumentava la protezione dal freddo con un panciotto che poteva essere
realizzato in pelliccia animale o anche in cuoio.
Teodolinda, la prima “top model”

L’abbigliamento femminile era costituito da un camicione semplice e lungo fino ai


piedi chiamato interula. Sopra l’interula si indossava una tunica ed in alcuni casi
anche una sopraveste senza maniche. Il petto veniva cinto con drappi di mussola o
seta (una specie di reggiseno) sotto i quali il vestito cascava dritto fino a terra
. Il giro vita non era considerato un punto da evidenziare e non vi erano vestiti
femminili stretti in vita.

L’immagine dell’abbigliamento femminile più ricercato è rappresentato dagli abiti


della principessa Teodolinda, grande protagonista dell’integrazione fra Longobardi
e Romani. Le immagini che la ritraggono ci raccontano la sua sobria eleganza, fatta
di abiti decorati riccamente al giro-collo, sopra i quali veniva indossata la
dalmatica (una sopraveste decorata) o un mantello, spesso realizzato nello stesso
tessuto del vestito e i cui lembi erano anch’essi finemente decorati.
Secoli bui e l’abbigliamento semplice

I secoli successivi vedono una lenta trasformazione dei vestimenti, ma fino al 13°
secolo l’abbigliamento resta semplice. Una delle novità più rilevanti è la
diffusione dei bottoni, che sostituiscono le spille, le fibule e i legacci. I
bottoni in qualche forma esistevano già in precedenza, ma l’uso diffuso comincia
intorno al 1100: la prima citazione letteraria che parla di bottoni è nella Chanson
de Roland (12° secolo). Si migliorano ampiamente le tecniche di tintura e di
lavorazione dei tessuti. La ricchezza dell’abbigliamento però deve ancora
raggiungere il suo fulgore: i segni di distinzione delle classi elevate sono
prevalentemente nei complementi come cinture, gioielli, fibbie e collane.
La moda nel Rinascimento

Il Rinascimento è una vera rivoluzione nel mondo antico. L’Italia è il centro


culturale ed artistico più importante del mondo e le nobili famiglie delle grandi
corti Italiane (Firenze, Venezia, Roma, Genova, Ferrara, Mantova, Siena, Urbino)
dettano legge non soltanto per la potenza economica, l’architettura, le arti e le
scienze, ma anche per l’abbigliamento.

Con il formarsi di una nuova classe borghese ricca, la ricercatezza nel vestire e
l’esigenza femminile di apparire bella in pubblico si diffondono sempre di più. Le
scollature delle donne diventano più ampie, e permettono di mettere in mostra il
décolleté. I corsetti diventano aderenti e mettono in evidenza il corpo.

Comincia la diffusione di profumi, cosmetici, tinture per capelli, acconciature


ricercate, parrucche e finte trecce. I nobili comunque “fanno tendenza” e spesso
viene permesso alle donne borghesi di abbigliarsi come le nobili soltanto se queste
lo concedono. Tra le donne più ammirate dell’epoca ricordiamo Caterina Sforza,
Isabella D’Este, Vittoria Colonna, Lucrezia Borgia, Caterina de’ Medici, Anna Maria
de’ Medici, Bianca Maria Sforza, Maria Beatrice d’Este e Bianca Maria Visconti.
Ognuna di loro lascia segni di stile ed è esempio per le scelte del vestire.

C’è una vera passione per i capelli biondi o rossi e per la carnagione bianca, che
viene ritenuta un segno di distinzione. Cresce la “civetteria” femminile, mentre
gli uomini sembrano più inclini alla sobrietà. I notabili indossano lunghe toghe
nere (foderate d’inverno). I lignaggi più alti portano il “cremesino” una toga
rossa la cui tintura è ottenuta dal vermiglio della quercia (Kermes vermilio), un
insetto proveniente dall’India. Non mancano preziosi mantelli in tessuti pregiati o
pelliccia e cappelli di fetro di varie fogge.

Fino al 17° secolo l’Italia è la maggiore produttrice di di seta d’Europa. L’arte


della filatura dei tessuti (lino, canapa) è molto diffusa e si producono anche lane
pregiate e panni d’oro. La produzione dei tessuti è affidata ad operatori
accreditati presso le corti, riuniti in speciali corporazioni: la Calimala per i
produttori di stoffe e la Lana per i filatori.

Nascono nuovi e affascinanti tessuti come i diaspri, i damaschi, i velluti e i


broccati. Le decorazioni sono molto ricche e spesso intessute con fili d’oro.

Le possibilità sartoristiche si ampliano con la crescita degli scambi commerciali.


In particolare con filati e tessuti provenienti dall’Asia e dai primi commerci
europei con l’Africa, in particolare con l’Impero Ashanti fondato alla fine del
1600 (occupava vaste aree dell’attuale Ghana) che aveva fatto della capitale
Kumasi un florido centro di tessitura con un’ampia diffusione. Notevole la
produzione cromatica di stoffa stampata con i temi simbolici della cultura Adinkra.
Vestirsi in epoca barocca tra sfarzo e sacrificio

A partire dal 16° secolo l’abbigliamento europeo tende ad arricchirsi. Sia gli
abiti maschili che quelli femminili vengono forniti di

legacci, gorgiere e passamanerie. I vestiti femminili delle classi elevate si fanno


sfarzosi, ma sembrano ignorare la comodità e la naturalità del corpo (nell’epoca la
natura era vista come peccaminosa e selvaggia). Le gonne sono ampie e di tessuti
cangianti. I corsetti e i busti stringono la vita e il torace in modo quasi
ossessivo, imprigionando anche il seno e sottoponendo le signore delle corti
europee a veri e propri sacrifici in nome dell’eleganza. Compaiono gli sbuffi sulle
spalle. Le maniche possono essere strette e lunghe fino al polso ma col procedere
verso il 1700 si fanno più comode e più corte, spesso orlate con pizzi e
merlettature.

Elemento significativo dell’epoca è anche la nascita della faldiglia o


guardinfante, quella struttura sottogonna rigida e larga che poi si chiamerà
crinolina. Viene dapprima realizzata con tessuti inamidati e più tardi addirittura
costituita da cerchi di metallo o stecche di balena. Nata per l’esigenza di
proteggere la gravidanza, si sviluppò poi come una vera e propria moda, come
testimoniano i ritratti di Maria Antonietta D’Asburgo e Maria Luisa di Borbone.

L’epoca illuministica porta una maggiore razionalità nell’abbigliamento maschile,


ma non in ambito femminile, dove trionfa la frivolezza (il regno della razionalità
all’epoca non si confaceva al mondo femminile). C’è più borghesia, e quindi non
soltanto nobildonne e dame, ma “signore” che hanno una vita mondana in salotti e
teatri. Le scollature diventano vistose e nascono ampi soprabiti chiamati
andrienne. In generale si afferma la moda dell’abito ampio o “robe volante“, la cui
foggia si ispirava al négligé, già comparso alla fine del regno di Luigi 14° (il Re
Sole).

La Francia propone anche un’alternativa con l’aggraziato “piece d’estomach”, una


specie di pettorina ricamata che chiude l’abito anteriormente e nasconde il
sottostante corsetto. Le ampie sopravesti si riducono in aderenti giacche dette
“pet en l’air”.
Storia della moda: periodo barocco
L’opulenza di una nobildonna in epoca barocca poteva arrivare a pesare fino a 17
Kg.
La Rivoluzione Francese (anche della moda)

In Francia si prepara un cambiamento epocale che vede la fine della classe


privilegiata dei nobili e il trionfo della borghesia. Tra gli enormi cambiamenti
legati a questo evento ci fu anche una riviluzione dell’abbigliamento. Le donne
francesi fino agli inizi dell’Ottocento furono molto attratte dalle “robe
all’anglaise” e dagli abiti “à la polonaise” dove la parte posteriore della
sopraveste era divisa in tre sbuffi e annodata in alto con dei cordoncini. A Parigi
si opera una vera sintesi dei gusti e delle tendenze dell’epoca, ma alla fine del
Settecento, durante la Rivoluzione Francese, la pettorina e la gonna vengono
tagliate su un unico pezzo di tessuto: nasce l’Habit-chemise, una prima idea di
“vestito” inteso in senso moderno. C’è anche un primo segno di liberazione
femminile dai tabù: alcune giovani rivoluzionarie indossano habit-chemise sottili e
trasparenti senza busto né sottogonna.

Anche in ambito maschile si va verso una semplificazione ed una maggiore


funzionalità. Gli uomini abbandonano i calzoni al ginocchio che hanno
caratterizzato le epoche precedenti e indossano finalmente i calzoni lunghi fino al
piede. Si afferma l’uso della giacca detta “carmagnola” e in pratica si creano
tutti gli elementi che definiscono il classico abito maschile “alla finanziera” che
diverrà l’abbigliamento classico della moderna borghesia. I colori si fanno sobri e
moderati (chi indossa colori sgargianti è considerato un nemico della Rivoluzione).
Tra Neoclassicismo e Romanticismo

L’Ottocento vede Parigi come il centro del mondo. Nonostante l’Inghilterra sia la
più grande potenza economica e il più grande impero esistente, Parigi diviene
l’epicentro della vita culturale europea.

Per il mondo femminile trionfa l’habit-chemise (che poi diventerà lo chemisier).


Vengono messi in soffitta il busto e il “panier” che disegnavano artificialmente la
figura. Le signore preferiscono la semplicità e la verità dell’abito “scamiciato”
che già nel 1920 viene ridefinito con gusto neoclassico. Si ispira alle vesti della
Grecia antica. Ma per il freddo intenso si ricorreva ad ampi mantelli drappeggiati
in morbida lana o a sopravesti di ispirazione inglese come la redingote o lo
spencer.

Il Romanticismo introduce alcune bizzarrie come le maniche à gigot (a prosciutto) e


verso il 1830 ritornano le gonne ampie e rigionfie, lunghe fino a terra. Sono un
segno di distinzione e di pudore. Verso il 1860 le gonne, sempre ampie, sono piatte
nella parte anteriore e molto voluminose sulla parte posteriore. Il volume era
ottenuto tramite la tournure, una struttura impuntata in alto e formata da appositi
anelli. Possiamo ammirare le donne abbigliate “en tournure” nei celebri quadri
degli impressionisti.
storia della moda nel neoclassico e romanticismo
La celebre Polonaise indossata delle signore della Belle Epoque

La Belle Epoque e la linea a S

Tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Grande Guerra l’Europa vive l’epoca
gloriosa definita Belle Epoque. Trionfa lo stile liberty o Art Nouveau. Per la
prima volta la moda si pone l’obiettivo di mettere in risalto il corpo femminile ed
esprimere la linea “a S”, ovvero il desiderio di evidenziare il seno e il fondo
schiena. I corsetti diventano “anatomici” e accentuano le forme, la vita è sempre
stretta e l’abito viene semplificato, costituito da una gonna lunga e da una giacca
e confezionato “su misura”. Nasce in questo modo il primo “tailleur“. Con il taglio
“su misura” inizia la competizione tra le maison, capaci di confezionare
meravigliosi abiti informali per il tempo libero, la vita all’aria aperta con gonne
alla caviglia e nastri eleganti intorno alla vita, intorno al collo, nel polsino
delle maniche.
la moda durante la belle epoque
La moda della Belle Epoque
E’ in arrivo l’Haute Couture

La fine dalla prima Guerra Mondiale vede una rinascita del gusto del vestire. La
sartoria asseconda un nuovo stile di vita più pratico e più dinamico. La scuola del
Bauhaus influenza la cultura estetica europea che scopre la razionalizzazione e la
sempliicazione armonica come valori. Il modo di vestire si fa più semplice e più
coerente con i cambiamenti in atto.

Storia della moda anni 30


Le grandi maison parigine come Paquin e Doucet, dapprima ancora orientate verso
l’opulenza e la decoratività dell’epoca liberty, semplificano e rendono sempre più
essenziali i loro modelli, in una vera competizione per le soluzioni innovative. Lo
stilista Paul Poiret inizia a proporre abiti semplici, privi di corsetto, casacche,
gonne semplici e pantaloni alla turca.

Forte è anche l’influenza nipponica, che crea in Europa uno stile chiamato
“Japanisme” , ispirato alle decorazioni dell’estremo oriente e creazioni di forme
ispirate al kimono.

storia della moda: l'influenza giapponese


Il mito del Giappone influenza la moda ai primi del Novecento

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il look femminile cambia in modo
significativo. Le gonne si accorciano e le giovani donne sono dinamiche e spigliate
come i maschi. La moda che viene chiamata “à la garconne” prevede proprio capelli
corti ed abiti di ispirazione maschile. In questo contesto fa la sua comparsa la
prima vera icona della moda, la cui fama e notorietà andranno ben oltre i muri di
un atelier di moda. Gabrielle Chanel detta Coco, sa interpretare più di ogni altro
le esigenze dell’epoca. Crea vestiti eleganti ma comodi, sa coniugare tessuti e
maglierie all’insegna del nuovo stile e crea una griffe che vive ancora oggi.

Vi sono a Parigi altre rilevanti (e per certi versi superiori) maison di haute
couture, come Paquin, Lelong o Vionnet, ma Coco fa di sè un personaggio e sa
utilizzare abilmente anche i mezzi di comunicazione per aumentare la sua notorietà.

Tra gli interpreti del fashion più celebri dell’epoca bisogna ricordare anche Elsa
Schiaparelli che inizia creando abiti sportivi ma estende la sua produzione “colta”
ad abiti da sera e di alta moda collaborando con grandi artisti come Salvador Dalì
e Alberto Giacometti. Viene attribuita alla Schiaparelli l’invenzione del rosa
shocking.

Altro personaggio importante è Cristobal Balenciaga, che viene definito all’epoca


“il più moderno” per le sue creazioni innovative e le geniali interpretazioni del
classico, di estrema raffinatezza. Raggiunge il massimo del successo negli anni 50
per la straordinaria eleganza che riesce a dare alle forme classiche dell’abito
femminile.

Altri nomi come Lanvin e Jean Patou popolano il firmamento di stelle del fashion
della prima metà del Novecento.
Rivoluzioni e Ribellioni della moda

Nel dopoguerra la povertà economica e le necessità materiali, unite alla capillare


presenza americana, determinano un calo di interesse per l’alta moda. Ci si orienta
verso la produzione industriale di impostazione americana, dove non mancano firme e
proposte interessanti, seppure basate su un diverso concetto di moda e di bellezza
femminile, più standardizzata e più “domestica”.
storia della moda gli anni 40 in america
Le donne americane negli anni Quaranta scelgono abiti pronti di buona fattura

Ma la vecchia Europa è pronta a rimettere in campo un modo di vivere più personale,


più intenso, dove nasce una nuova ondata di classe e di stile.

A interpretare questa tendenza fu soprattutto Christian Dior, un altro “gigante”


della moda che inventa e promuove abiti dominati dallo stile e dall’eleganza, tanto
da imporre il “New Look”. Ecco il nuovo modello di figura femminile a cui le donne
devono in qualche modo assomigliare. Forse nasce proprio in quest’epoca questa
corsa allo stereotipo che caratterizza tanto l’epoca contemporanea, ma di fatto
Dior “inventa” la donna moderna. Il suo celeberrimo tailleur chiamato appunto New
Look del 1947, con una giacca bianca a cinque bottoni strettissima in vita, una
gonna scura che si allarga in una caduta perfetta fino a metà polpaccio, rimane una
delle pagine fondamentali della storia della moda e un simbolo del nuovo stile che
sta nascendo.
La classe tra la moda in Francia e Italia

Mentre in Francia dominano griffes molto celebri come Dior e Balenciaga, buona
parte del jet set preferisce le meno appariscenti ma ancora più raffinate maison
italiane. Non solo le nostre star come Sophia Loren o Gina Lollobrigida, ma anche
regine, primedonne e star del cinema hollywoodiano come Ava Gardner, Jackie
Kennedy, Soraya imperatrice di Persia, Maria Callas, scelgono lo stile italiano.
Tra le firme italiane passate alla storia c’è in primo piano l’Atelier Sorelle
Fontana, ma vi furono moltissime sartorie prestigiose come quella di Emilio
Shuberth, di Emilio Pucci e poi Valentino e Cappucci.

Nel febbraio del 1951 con una grandiosa sfilata di circa 200 modelli di firme
italiane, nasce a Firenze il Made in Italy: un modo tutto italiano dove l’eleganza
coincide con la libertà spigliata. Una garanzia di stile, alta qualità sartoriale
fin nel dettaglio, con tessuti raffinati e tagli impeccabili.

Ma in questo periodo la vita pubblica e le serate danzanti non sono più soltanto
per le classi più agiate. Il boom economico e il crescente benessere portano sempre
più persone a cercare di vestirsi in modo elegante per una vita mondana. Sono gli
anni in cui trionfa il pret-à-porter. Dal 1970 gli stilisti di pret-à-porter
presentano le loro collezioni due volte l’anno come fa l’haute couture, con sfilate
molto glam a Parigi, Milano e a New York, a cui si aggiungono poi anche Londra,
Tokio e Firenze.
la moda nel dopoguerra
Il fashion ritorna nell’Europa del dopoguerra
Alternative al fashion: la moda negli anni ’60 e ’70

Una ulteriore e drastica trasformazione nell’abbigliamento del “pubblico” (siamo


ormai alla società di massa) avviene alla fine degli anni ’60 con la rivoluzione
studentesca. Liberazione sessuale, musica rock, movimenti politici, culturali e
spirituali trasformano la gioventù in una nuova classe emergente, portatrice di
nuovi simboli e di abbigliamento rivoluzionario. Esplode la moda hippy e folk. In
primo piano i “Blue Jeans” ovvero “Blu di Genova”, pantaloni originariamente tratti
da un tessuto marinaro ligure. Si cercano abiti che esprimono un dissenso alla
società capitalistica: camicioni indiani e indumenti “poveri” e possibilmente molto
consumati. Le donne rifiutano la “costrizione” del reggiseno.
la moda negli anni 60
Negli anni 60 e 70 trionfano il pop e il beat

Nel 1964 Mary Quant, una giovane stilista britannica, “inventa” la minigonna,
simbolo di disinibizione e libertà senza complessi. A renderla celebre una
parrucchiera di 17 anni: Twiggy (fuscello), che apre la strada alle top model-teen
ager.

André Courrèges rivendica il copyright della minigonna ma Mary Quant non alimenta
la polemica affermando che “Le vere creatrici della minigonna sono le ragazze che
si vedono per strada”

Ma è Yves Saint Laurent il primo stilista a “scandalizzare” il pubblico adottando


stili di strada come ispirazioni per l’alta moda. Le celebri top- model dell’epoca
come Lauren Hutton, Penelope Tree, Cheryl Tiegs, Veruschka, Jean Shrimpton e
Donyale Luna incarnano una nuova idea di femminilità e nuove ricerche di
esclusività, perché ormai l’haute couture non è più il vertice della moda, la
contaminazione è il nuovo ingrediente progettuale. Fenomeni come il rock, la pop
art, il punk, il rap o l’afro diventano ispirazione e oggetto di attenzione da
parte degli stilisti di tutto il mondo.
La moda negli anni 70
Anni 70 – Yves Saint Laurent si ispira alle geometrie di Mondrian
Il grande Made in Italy e gli anni ’80

Gli anni 80 vedono l’Italia assoluta protagonista delle sfilate di moda su cui il
mondo punta i suoi riflettori. Oltre alle storiche Griffes come quella di
Valentino, Gucci e Capucci arrivano altri grandi protagonisti che riportano il Made
in Italy alla ribalta. Stilisti come Giorgio Armani e Gianni Versace si affermano
in breve tempo come firme di rilevanza internazionale. Ferré, Missoni, Prada,
Trussardi, Moschino, Dolce & Gabbana e molti altri divengono punti di riferimento
mondiale.

Gli anni ottanta appaiono come un ritorno del glam dopo gli anni sregolati della
rivoluzione giovanile. Una nuova generazione di top model si adatta perfettamente
al Made in Italy, all’elegante sobrietà di Armani o al versatile rigore di Versace.
In particolare sei tra loro, denominate le Big Six per quanto furono richieste e
strapagate (Claudia Schiffer, Cindy Crawford, Kate Moss, Linda Evangelista, Naomi
Campbell e Christy Turlington), acquisiscono una notorietà straordinaria e una
incredibile presenza mediatica.
Come Dior ha influenzato la moda
Lo stile di Dior influenza il fashion design
la moda esclusiva di Mendel
Il fashion esclusivo sopravvive nelle visioni di J. Mendel
Il corpo come vestito: la moda alla fine del XX secolo

la fine del 20 secolo vede la crisi concettuale del sistema moda così come era
concepito. La passione per i marchi e la loro dominanza hanno reso più bassa la
soglia critica e la libertà di scelta dei consumatori. C’è una specie di
“democratizzazione” dello stile che unisce tutti negli stereotipi. Ci sono però
anche aree specifiche di identità giovanili molto differenziate. C’è una specie di
emulazione reciproca tra i personaggi di spicco e il loro pubblico (la rockstar
Madonna ha dichiarato di aver scelto alcuni abbigliamenti copiando le ragazze di
periferia che andavano ai suoi concerti).
la moda negli anni novanta
Gli stili giovanili e stradali fanno moda

Nel contempo la gigantesca industria della moda rivela anche i suoi aspetti
negativi nascosti dietro copertine dorate: lo sfruttamento di manodopera di paesi
meno sviluppati, l’iper-produzione, l’obbligo a un costante aggiornamento di
modelli e tendenze, il deterioramento ambientale, la produzione di tessuti come ad
elevato impatto sull’ecosistema. Ecco in sintesi i temi critici di una cultura
troppo materialistica e basata sull’apparire. Sti sta definendo una nuova idea del
valore. Nascono così le culture del riciclo e del riuso, gli abiti naturali e il
recupero di tecnologie produttive arcaiche e super-sostenibili, stilisti che
ripropongono il “vintage” recuperato. Trionfano gli stili giovanili legati ai mondi
musicali e sportivi. Il concetto di abbigliamento viene esteso anche al corpo, che
è “vestito” con tatuaggi e piercing proprio come un abito da esibire in modo
permanente. Si individuano continuamente voci nuove e spazi creativi in un
panorama sempre più omologato. Tutte le teenager europee indossano minijeans, tutti
i giovani “indossano tatuaggi” e la moda non sembra più ricercare l’individuazione
e la singolarità, ma viene usata come un linguaggio per mostrare appartenenze e
simboli condivisi tra gruppi specifici. Le nuove tecnologie di e-commerce aprono
nuove strade per la commercializzazione all’interno di nicchie di mercato che sono
circuiti di persone che condividono gusti e orientamenti.
La moda di oggi: sostenibili e riciclabile
Con il tatuaggio, il corpo diventa un abito permanente

Potrebbero piacerti anche