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PRO S.

ROSCIO AMERINO, un uomo accusato di parricidio da due parenti, sostenuti da un potente


liberto di Silla.

VERRINE egli viene chiamato a difendere gli interessi dei provinciali di Sicilia contro il disonesto
propretore Gaio Verre. Per il processo Cicerone compose sette orazioni (Divinatio in Q. Caecilium;
Actio prima in Verrem; Actio secunda in Verrem, composta di 5 orazioni mai pronunciate perchè
Verre, sconfitto, fuggì prima della conclusione del processo). In queste orazioni vediamo che Verre fu
considerato da Cicerone un rappresentante tipico della oligarchia sillana e come tale descritto e
combattuto in nome della democrazia moderata degli optimates. Cicerone però, attacca anche la classe
senatoria per la sua debolezza e corruzione: egli ne mette in luce i vizi per poterla migliorare.

PRO LEGE MANILIA ( o De imperio Gnei Pompei, per l’assegnazione a Pompeo del comando della
guerra mitridatica): è un avvicinamento alla pars di Pompeo, l’unione della spada (il prestigio e la
forza militare di Pompeo) con la toga (la difesa dei valori civili e del potere legale di Cicerone).

Le quattro orazioni dette CATILINARIE, pronunciate davanti al senato e al popolo di Roma,


rappresentano il momento culminante della sua carriera politica e un saggio del suo altissimo talento
oratorio. Venuto a conoscenza della congiura, Cicerone si fa conferire poteri eccezionali ed attacca
Catilina in senato (I Catilinaria). Catilina quindi fugge da Roma e raggiunge gli altri congiurati in
Etruria; intanto Cicerone denuncia il suo comportamento davanti al popolo (II Catilinaria). I congiurati
rimasti a Roma tentano un accordo con una delegazione di Allobrogi per ottenere armi; Cicerone ne ha
le prove ed informa il senato, quindi pronuncia davanti al popolo la III Catilinaria, proclamandosi
salvatore della città. La IV Catilinaria è pronunciata davanti al senato per chiedere una severa condanna
per i congiurati, così Cicerone unisce la propria voce a quella di Catone Uticense, in disaccordo con la
richiesta più mite di Cesare.

PRO SESTIO, in cui difende l’amico e sostenitore dall’accusa di violenza mossa contro di lui dalla
parte di Clodio.

“PRO MARCELLO” del 46, indirizzata a Cesare per ringraziarlo di avere richiamato a Roma M.
Marcello, un ex pompeiano: in essa Cicerone identifica in Cesare il “princeps civitatis” delineato nel
“De re publica” e tenta di riproporre il suo programma di pacificazione e riconciliazione politica e
sociale (concordia omnium bonorum), inoltre auspica il rinnovamento della classe dirigente tramite
l’inserimento di homines novi di estrazione municipale italica .

Cicerone attacca apertamente Antonio nelle FILIPPICHE (14 orazioni pronunciate contro Antonio
con voluto riferimento ai discorsi del grande oratore ateniese Demostene contro Filippo di Macedonia).
Per la veemenza dell’attacco ed i toni di indignata denuncia si distingue soprattutto la seconda
Filippica, l’unica che non venne pronunciata, ma solo fatta circolare privatamente nella redazione
scritta. E’ un’orazione che spira odio, in cui Antonio, con grande violenza satirica, viene presentato
come un tiranno dissoluto e un ladro. Anche la IV Filippica nasce dal proposito di suscitare l’odio:
questa volta nell’assemblea popolare, che dovrebbe proclamare Antonio “hostis”.

“DE ORATORE”, del 55 a.C.; fu composta nel temporaneo ritiro dalla vita politica, dopo il convegno
di Lucca. Cicerone combatte l’idea che il vero oratore si formi sulla precettistica delle scuole e sulla
padronanza tecnica, viceversa ritiene fondamentale che abbia una vasta cultura (diritto, filosofia,
humanae litterae, retorica) ed una profonda conoscenza della natura umana, dove questi due aspetti
concorrono ad identificare il concetto ciceroniano di “HUMANITAS”. L’oratore ciceroniano è vicino
al “vir bonus dicendi peritus” di Catone, poiché la probitas e la virtus sono suoi tratti costitutivi.
L’opera, articolata in tre libri, ha la struttura di un dialogo ambientato nel 91 a.C., tra Licinio Crasso,
portavoce del pensiero ciceroniano, e Marco Antonio; il dialogo non ha la progressione dialettica
tipica del dialogo platonico, al quale rinvia invece il gusto per la concreta definizione del contesto, ma
struttura il susseguirsi degli interventi secondo il modello aristotelico.
Il testo affronta il problema della formazione dell’oratore, appunto, e la trattazione delle cinque parti
dell’oratoria: INVENTIO, DISPOSITIO, ELOCUTIO, MEMORIA ed ACTIO.
Circa dieci anni dopo, nel 46, Cicerone scrive le sue due altre opere retoriche, ovvero il BRUTUS e
l’ORATOR.

Il BRUTUS è un dialogo tra Cicerone, Bruto ed Attico. Si tratta di una storia dell’eloquenza romana
nazionalisticamente intesa come sviluppo e perfezionamento di quello greca, seguendo una linea che ha
il suo culmine proprio in Cicerone. I ritratti degli oratori dell’antichità e del suo tempo sono delineati
con finezza critica ed obiettività di giudizio, secondo uno schema pedagogico che propone EXEMPLA
da seguire e da evitare. L’opera è anche una difesa del proprio stile oratorio, contro l’ATTICISMO,
troppo freddo e intellettualistico (di cui Giunio Bruto era esponente), Cicerone rivaluta la funzione del
pathos oratorio, fondamentale strumento di persuasione.

L’ORATOR è un trattato che vuole offrire un ritratto dell’oratore ideale, ancora una volta in polemica
con gli atticisti. L’oratore ha tre scopi: PROBARE, DELECTARE, FLECTERE, che si raggiungono
attraverso tre diversi stili: umile, medio, alto; quest’ultimo è importantissimo per la “peroratio”, ma gli
altri due sono importanti nella prima parte dell’orazione, lì dove bisogna descrivere e spiegare fatti e
circostanze. L’oratore deve quindi sapere utilizzare tutti e tre gli stili, alternandoli secondo le necessità.

Il DE RE PUBLICA è un dialogo in sei libri, ambientato nel 129 a.C. nella villa di Scipione Emiliano,
che ha come protagonisti Scipione Emiliano stesso , Lelio ed altri esponenti del Circolo Scipionico.
Dopo avere presentato i tre possibili regimi politici (monarchia, aristocrazia e democrazia) e le loro
cicliche degenerazioni (tirannide, oligarchia, e oclocrazia – dal greco ochlos, massa, folla), l’autore
sostiene che la forma dello stato perfetto è rappresentata proprio dalla repubblica romana arcaica, che
sintetizza e contempera nelle sue magistrature (consolato, senato e comizi popolari) le tre forme di
governo, impedendone la degenerazione. Il secondo libro tratta della costituzione romana, considerata
il frutto di una lunga evoluzione. Il terzo della giustizia, il quarto delle norme che devono guidare il
comportamento dei cittadini. Un problema arduo è quello della figura del moderator o princeps rei
publicae, delineata nel V e VI libro: si intende un princeps in senso proprio, oppure un tipo, l’uomo
politico di valore che sia l’antitesi del tiranno? E’ modellato su Pompeo o riferito a se stesso? Si tratta
comunque di una costruzione utopistica e di una illusoria difesa di un assetto politico tramontato. Come
la repubblica di Platone si chiudeva con il mito di Er, così il testo ciceroniano si chiude con il Somnium
Scipionis: Scipione Africano appare in sogno al nipote adottivo Emiliano, e , dopo avergli fatto
scoprire l’indicibile bellezza e musicale armonia delle sfere celesti , gli mostra la Via Lattea che è un
luogo di beatitudine riservato a chi si è adoperato attivamente per il bene comune, dei cittadini e della
patria. C’è un paradiso, un luogo nel cielo stellato dove saranno accolti dopo la morte i grandi fondatori
e reggitori degli stati, i grandi demiurghi: là c’è un posto per Scipione Emiliano e , probabilmente,
anche per Cicerone. Il tema centrale è l’antitesi tra il disprezzo per le cose terrene e l’invito ad operare
nella vita politica, superando la delusione che ispira il contesto politico di quegli anni ( tra il 54 e il 51
a.C., sono gli anni del Convegno di Lucca), delusione che, comunque vela di nostalgia l’immagine
della repubblica antica.

il DE LEGIBUS è un complemento del De re publica, un dialogo tra Cicerone stesso, suo fratello
Quinto ed Attico, ambientato nella villa di Cicerone. Ci sono pervenuti tre dei cinque libri che
componevano l’opera. Cicerone sostiene la tesi stoica secondo la quale le leggi sono fondate su un
sentimento innato di giustizia, e non viceversa, perché le leggi sono un prodotto storico e la giustizia
non può poggiare sul transeunte. Presenta quindi leggi religiose, civili e politiche e le prerogative dei
magistrati romani: qui un concreto storicismo prende il sopravvento su dottrine speculative.

TUSCULANAE DISPUTATIONES, da molti considerata la più bella opera di Cicerone filosofo.


Ambientata nella villa di Tuscolo, l’opera affronta il problema della felicità, sviluppato in cinque
dialoghi autonomi tra Cicerone stesso ed un anonimo auditor sui temi della paura della morte, del
dolore fisico, del dolore spirituale, delle altre perturbazioni dell’animo e della virtù. La tesi di fondo è
vicina allo stoicismo, che sostiene la necessità di moderare attraverso la razionalità sia il dolore sia le
passioni e suggerisce di guardare con serenità alla morte, fine di tutti i mali e passaggio ad una nuova
dimensione. Tuttavia in questa opera più che la filosofia, conta la partecipazione di Cicerone al tema
trattato, cui egli aderisce sentimentalmente, come se dovesse persuadere prima di tutto se stesso e come
se di questa persuasione avesse estremo bisogno.

Successivamente, in tre opere: De natura deorum, De divinatione e De fato Cicerone affronta


questioni di carattere teologico con il suo caratteristico atteggiamento di mediazione,cercando di
contemperare il provvidenzialismo stoico, con le esigenze del libero arbitrio, rifuggendo sia la
concezione epicurea, sia gli atteggiamenti più scopertamente superstiziosi tipici della mentalità romana.

Cato Maior de senectute: Catone il censore, discutendo con Scipione Emiliano e Lelio, elogia la
vecchiaia come l’età più adatta alla politica e all’otium inteso nel senso più alto; attraverso Catone,
forse Cicerone allude anche a se stesso e si proietta nel passato, in una Roma ben lontana dalle
bassezze del suo presente.

Laelius de amicitia, in questo dialogo che ha come protagonista principale Lelio, il fedele amico di
Scipione Emiliano, ci troviamo ancora proiettati nel passato e la concezione dell’amicizia che Cicerone
ci propone è quella di un sentimento completamente disinteressato, basato sulla virtù e sul rispetto della
fides; un sentimento che accomuna il piano personale e quello politico ed è possibile solo tra i boni,
cioè “gli uomini per bene”.

*DE OFFICIIS: è un trattato in tre libri dedicato al figlio Marco ed ha finalità dichiaratamente
pedagogiche. E’ ispirato al trattato sul “conveniente” ( in greco “prepon”) di Panezio di Rodi e affronta
il problema dell’etica: il primo libro è dedicato all’utile, il secondo all’honestum, il terzo all’apparente
conflitto tra utile ed honestum: infatti i concetti, se correttamente interpretati, non sono contraddittori
ma coincidenti. Cicerone sviluppa il tema, tipicamente paneziano, del decorum, da realizzarsi in ogni
circostanza di vita.
L’EPISTOLARIO
Cicerone ci ha lasciato circa 900 lettere distribuite in quattro importanti raccolte: AD
ATTICUM (che comprende le lettere scritte all’amico Tito Pomponio Attico); AD FAMILIARES; AD
QUINTUM FRATREM; AD MARCUM BRUTUM (che è in realtà un carteggio).
Quelle di Cicerone sono tutte epistole reali e non fittizie, il che significa che furono tutte effettivamente
spedite ai destinatari; esse rappresentano una fonte straordinaria di notizie di carattere storico ed
antiquario ed un importantissimo documento umano. Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che siano tutte
un documento “spontaneo”, perchè molte ebbero già in partenza una dimensione pubblica: furono
scritte per essere divulgate; non solo, bisogna anche considerare che Cicerone, in quanto uomo politico,
si preoccupò sempre molto della propria immagine pubblica, anche quando si muoveva in contesti
“familiari”. Il cicerone più intimo è senza dubbio quello delle lettere all’amico Attico: la confidenza e
la piena fiducia fanno cadere ogni maschera e svelano l’uomo e le sue debolezze.