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CICERONE

UN OPERA DI AMPIO RESPIRO


Cicerone fu un homo novus sulla scena politica di Roma: partito dalla classe equestre, riuscì a
giungere al consolato grazie al suo ingegno e alla rete di appoggi che seppe abilmente crearsi,
soprattutto presso il ceto nobiliare, che vide in lui un valido alleato. Alla dimensione politica si può
dire sia finalizzata gran parte della sua produzione letteraria. Cicerone in campo culturale ebbe il
merito di rappresentare la massima espressione della fusione della cultura greca con quella latina,
lasciando un’eredità indelebile.

LE ORAZIONI
Il più apprezzato oratore di Roma scrisse, curò la pubblicazione e pronunciò più di 100 orazioni,
infatti Cicerone intervenne, prendendo parte a molte delle cause importanti discusse nel foro.
I discorsi pubblicati non corrispondevano esattamente a quelli pronunciati: probabilmente l’autore
stendeva l’esordio, una traccia del corpo del discorso e la conclusione. Dopo aver pronunciato
l'orazione, risistemava i suoi appunti, procedeva alla stesura, intervenendo anche con modifiche
rilevanti, e infine li affidava all’editore. Siamo a conoscenza di orazioni scritte e mai pronunciate e
di orazioni riscritte e pubblicate in veste totalmente diversa rispetto al discorso tenuto realmente.

CARATTERISTICHE DELLE ORAZIONI CICERONIANE


Le sue orazioni rivelano innanzitutto una grande competenza giuridica, sostenuta da una vasta
preparazione culturale, atta a costruire discorsi ben argomentati ; a ciò si aggiunge l’attenzione
all’aspetto psicologico, che gli permette di toccare le corde giuste nei confronti dell’uditorio. L'uso
sapiente degli strumenti retorici è finalizzato a raggiungere gli scopi di docere, delectare e movere,
cioè informare e convincere, catturare l’attenzione e commuovere il pubblico o la giuria.
Cicerone, infatti adattò il suo modo di scrivere ai diversi contesti e alternò passaggi magniloquenti e
carichi retoricamente ad altri più brevi e stringenti, mostrando sempre una buona capacità di usare
l’ironia e, quando necessario, il sarcasmo.
Grande, poi, è la cura nell'architettura formale del discorso: la sintassi è articolata (prevale
l'ipotassi) ma perfettamente gestita; i periodi sono armonici; la posizione delle frasi nel periodo e
delle parole nella frase sono sempre studiate con attenzione; frequente è anche l’uso di
accumulazioni graduate, che danno origine a climax coinvolgenti per l'ascoltatore: l’esito di questo
procedimento è la famosa concinnitas ciceroniana, cioè un’armoniosa simmetria del periodare.
Infine, emerge nelle sue orazioni l’abilità nell’inserire digressioni (come quella sulla letteratura
nella Pro Archia), che sono sempre finalizzate allo scopo dell’orazione, ma la inquadrato in un
contesto storico e culturale più ampio.

PRIMA FASE: Affermazione di un giovane avvocato


LA “PRO SEXTO ROSCIO AMERINO”
Con questa orazione egli difese il giovane Roscio di Ameria , ingiustamente accusato di parricidio
da Crisogono, un potente liberto di Silla. Cicerone riuscì a dimostrare che erano gli accusatori ad
aver compiuto il delitto, per incamerare il patrimonio della vittima, valutato in sei milioni di
sesterzi; la causa di per sé non era difficile, ma già molti avvocati avevano rifiutato di opporsi al
potente accusatore. Il processo che diede al giovane avvocato vera notorietà fu il processo de
repetundis («per concussione»).
LE “VERRINAE”
Solo due di queste vennero pronunciate in tribunale:
-La prima, grazie alla quale l'oratore ottenne che gli fosse affidato il ruolo dell'accusa contro le
pretese di un certo Cecilio Nigro, che voleva per sé il ruolo di accusatore per favorire l'assoluzione
di Verre;
-Nella seconda vengono esposti in una rapida e potente sintesi i capi d'accusa contro l'imputato.

Non pronunciata è una terza parte, pubblicata in un secondo tempo e la quarta parte in cinque
discorsi, che riportano le prove dei reati commessi da Verre. Dopo la seconda parte dell'orazione
l'accusato scelse l'esilio volontario, prevedendo la sicura condanna.

LA SECONDA FASE: I discorsi del console


LE “CATILINARIE”
La scoperta della congiura per tentare il colpo di Stato mise Cicerone nella necessità di agire in
fretta e con decisione, contravvenendo anche alle procedure previste per un processo contro
cittadini romani: da questa grave situazione scaturirono i discorsi che il console tenne, in rapida
successione, il primo e l'ultimo in senato, i due intermedi davanti al popolo. Discorsi forti e decisi,
sono tra le orazioni politiche migliori di Cicerone, in particolare la prima: egli ottenne così la fuga
di Catilina, l'immediata condanna a morte dei suoi complici e infine la sconfitta delle milizie dei
rivoltosi. I toni dell'orazione sono sempre accesi e spaziano dal sublime, al drammatico, al patetico;
l'autore introduce anche il famoso artificio retorico della prosopopea della patria, la quale, sdegnata,
rimprovera in prima persona Catilina.
TERZA FASE: PRIMA E DOPO L'ESILIO, LE ORAZIONI DELLA MATURITÀ
LA “PRO ARCHIA”
Negli anni precedenti all'esilio l’orazione più interessante è la Pro Archia, scritta in difesa del poeta
greco Archia di Antiochia, che era accusato di godere illegittimamente della cittadinanza romana.
La parte più interessante dell'orazione è un excursus sull’utilità degli studi letterari e sul valore della
poesia che, nel caso di Archia, era servita per celebrare la grandezza di Roma; si tratta di una prima
riflessione sull'ideale di humanitas e sull’importanza dell’impegno culturale oltre che politico.

LA “PRO CAELIO”
Ancora di questo periodo è la Pro Caelio, un’orazione in difesa di Celio Rufo, in un primo tempo
amante, poi nemico della celebre Clodia. L’imputato era accusato dell’assassinio di un tal Dione,
capo di un'ambasceria egiziana; la regia di tutte le manovre contro Celio è attribuita dall'autore a
Clodia. Famosi sono i passi in cui egli delinea un ritratto a tinte fosche della donna e dei degenerati
costumi di vita dell’epoca, impiegando gli strumenti dell'ironia e del sarcasmo. Celio fu assolto.

LA “PRO MILONE”
Il più importante processo di quegli anni derivò da una vera e propria resa dei conti tra fazioni
politiche e bande armate: lungo la via Appia, in uno scontro tra i seguaci di Milone (filopompeiano)
e di Clodio (filocesariano), quest'ultimo rimase ucciso. Contro l’accusa di omicidio Cicerone
assunse la difesa dell’amico Milone, che anni prima tanto si era impegnato per farlo tornare
dall'esilio; ma il giorno del processo, spaventato dalle intemperanze dei clodiani presenti in aula,
pronunciò un’orazione scialba e poco efficace, subendo uno dei suoi pochissimi insuccessi
giudiziari. Milone venne così condannato all'esilio e si recò a Marsiglia. Ciò spinse l’oratore a
rivedere e riscrivere completamente la Pro Milone che, una volta pubblicata, risultò essere uno dei
capolavori della sua arte oratoria (con grande rimpianto di Milone): non solo utilizzò tutti gli
strumenti tesi a coinvolgere e commuovere l'uditorio, ma condusse un perfetto esempio di difesa
«graduata», arrivando passo per passo alla conclusione che l'imputato non era da condannare: non
aveva premeditato lo scontro, che era stato innescato dai partigiani di Clodio; dunque non si era
trattato di assassinio, ma di legittima difesa.
QUARTA FASE: Le orazioni “Cesariane”
LA “PRO MARCELLO”
La Pro Marcello è un discorso pronunciato in senato, un ringraziamento e non un'orazione
giudiziaria, che segna la ripresa dell’attività politica di Cicerone dopo un lungo silenzio. Oltre a
sviluppare l'argomento principale, l'oratore tenta un bilancio della cruenta guerra civile, riflettendo
anche sulle ragioni della parte sconfitta e cerca di guidare Cesare a riportare la concordia nello Stato
attraverso il rispetto delle istituzioni repubblicane: un tentativo disperato e fallimentare, come
avrebbero mostrato gli eventi successivi.

LA QUINTA FASE: L'ultima battaglia


LE “PHILIPPICAE”
Formate da14 orazioni politiche scritte contro Antonio, alcune pronunciate in senato, altre di fronte
al popolo, altre ancora (come la violentissima seconda orazione) circolarono solo scritte. Sono
caratterizzate da toni violenti, aggressivi e appassionati: Cicerone incita il senato e il popolo romano
a rivendicare la propria libertà contro le mire tiranniche di Antonio. Anche nel loro titolo, imposto
ironicamente dall’autore nelle sue lettere, esse richiamano le invettive pronunciate dall’oratore
greco Demostene contro Filippo di Macedonia in difesa della libertà della Grecia. Cicerone
denuncia apertamente i vizi di Antonio, i suoi misfatti e le sue illegalità, attaccandolo quale tiranno
dispotico, ubriacone e corrotto. Per tutta risposta quest'ultimo inserì Cicerone nella lista di
proscrizione e inviò i suoi sicari a ucciderlo presso Formia, il 7 dicembre del 43 a.C.