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CICERONE

UNA VITA PER LA RES PUBLICA


Cicerone nacque ad Arpino il 3 gennaio nel 106 a.C. da una ricca famiglia imparentata con G. Mario.
Da ragazzo, si trasferì a Roma, dove apprese l’ELOQUENZA da Antonio e Crasso, DIRITTO CIVILE da Scevola l’Augure e
Scevola il pontefice ed era alunno dei maestri greci Apollonio e Filone di Larissa.
In questo periodo Cicerone si dedica prevalentemente alla TRADUZIONE di OPERE dal GRECO e alla POESIA
NEOTERICA.
Fra il 79 e il 77 a.C. egli si recò in Grecia per diversi motivi:
 PERFEZIONARE le sue conoscenze intellettuali;
 Migliorare le proprie CONDIZIONI DI SALUTE;
 ALLONTANARSI dalla POLITICA.
Qui frequentò la SCUOLA di Antioco di Ascalona, quella di Zenone, le lezioni di RETORICA di Demetrio e Posidonio.
Rientrato a Roma, sposa Terenzia ed ebbe due figli: Cicerone e Tullia; nonostante fosse un HOMO NOVUS (primo
della famiglia a dedicarsi alla vita pubblica), intraprese il CURSUS HONORUM, che lo porterà ad essere QUESTORE in
Sicilia (75a.C.), EDÌLE (69a.C.), PRETORE (66a.C.), ed eletto al CONSOLATO nel 63 a.C. (evitando la congiura di Catilina).
In questo modo aveva sì, salvato la Res Publica, ma si comportava da conservatore, andando contro personaggi come
Cesare, Pompeo e Crasso, che nel 60 a.C. si allearono nel PRIMO TRIUMVIRATO, spedendo Cicerone in ESILIO nel 58
a.C., accusandolo di aver condannato a morte i seguaci di Catilina senza processo.
Dopo soli 18 mesi, grazie a Pompeo, Cicerone tornò a Roma, dove egli non seppe scegliere se schierarsi con Cesare o
Pompeo. Scoppiata la guerra civile fra i due, Cicerone SI SCHIERÒ apertamente con POMPEO, ma dopo una battaglia
vinta da Cesare, gli fu concesso il perdono e Cesare gli permise di tornare a Roma.
Quindi Cicerone si ritira a vita privata e una serie di avvenimenti rendono questa, una fase negativa: oltre alle
delusioni politiche, Cicerone DIVORZIA da Terenzia, dalla seconda moglie Publilia e la sua amata figlia TULLIA MUORE.
Dopo la morte di Cesare (44 a.C.) Cicerone decide di rientrare in politica schierandosi contro Antonio (orazioni
Filippiche; Antonio però, si vendicò del suo comportamento includendolo nelle liste do proscrizione.
Dopo aver lasciato Roma, fu raggiunto dai sicari di Antonio e venne TRUCIDATO ED UCCISO terribilmente, senza
opporre alcuna resistenza.
Con Cicerone MORIVA L’ULTIMO CUSTODE DEI VALORI REPUBBLICANI (43a.C.).
LE OPERE IN VERSI: IL TRIBUTO AL NEOTERISMO
La produzione di Cicerone in versi appartiene alla fase GIOVANILE della sua vita e presenta i caratteri propri della
LETTERATURA ELLENISTICA, una tendenza del gusto dell'epoca, al quale non furono insensibili tanti giovani che si
formarono nel tempo in cui l'alessandrismo, attraverso l'apertura dei primi circoli neoterici, faceva sentire la sua voce
ed influenzava i giovani intellettuali romani. In questo quadro si inscrive la composizione del GLAUCOS PONTIOS di
contenuto mitologico, quindi di carattere neoterico che trattava la storia di Glauco, il pescatore trasformato in una
divinità marina per aver ingerito un'erba prodigiosa; dell'ALCYONES anch'essa di carattere mitologico che descriveva
la metamorfosi di Alcione, trasformata in un uccello insieme al marito Ceice; e del LIMON una silloge (raccolta
antologica di uno o più autori) che conteneva materiale di vario genere, fra cui giudizi critici su letterari noti, ma di
questo ci è rimasto poco. Successiva è la composizione degli ARATEA, una traduzione dei Phaenomena, un poema
astronomico composto da Arato di Soli; dai versi si nota una gran cura nella scelta dello stile e della versificazione.
Dopodiché Cicerone si dedica alla composizione di Marius, del De consulatu meo e del De temporibus meis. Da essi ci
si accorge che l'autore si sta allontanando a poco a poco dalla poesia neoterica per approdare al genere epico-storico
tradizionale, ch gli riusciva meglio, in quanto non strideva con il suo impegno politico. Nell'epoca in cui scrive
Cicerone si poteva focalizzare l'attenzione su una grande personalità he aveva caratterizzato il passato più recente o si
poteva anche procedere ad una autocelebrazione delle proprie gesta con intento apologetico. Cicerone costruisce un
percorso che lo allontana dalla poesia disimpegnata e mitologica, avvicinandolo a quella TRADIZIONALE, ma più
impegnata, del genere epico. Questo può forse spiegare il significato del passo delle Tusculanae Disputationes, in cui i
poetae novi vengono definiti da Cicerone CANTORES EUPHORIONIS, cioè imitatori di un oscuro poeta ellenistico di
nome Euforione. Probabilmente a questa espressione bisogna attribuire un significato più ristretto, Cicerone non
voleva colpire tutta la produzione dei poetate novi ma solo l'estremismo neoterico, che stava dilagando nel
panorama letterario del tempo, rischiando di allontanare la cultura dalla politica. Cicerone si schierava in favore di
una letteratura che fosse espressione di alti contenuti umani, quindi favorevole all'ellenismo a condizione che non
elimini tutto l'interesse per l'uomo.
I DISCORSI
L’analisi dei discorsi è importante per ricostruire e definire i tratti essenziali della vita pubblica di Cicerone: emerge
uno spaccato significativo della vita politica romana, delle sue lotte intestine, degli interessi che la caratterizzavano.
Essi coprono un arco di tempo che va dall’81 a.C. (anno dell’esordio forense di Cicerone con la Pro Quinctio) alle
“Filippiche” scritte contro Antonio e che gli costarono la morte.
Dopo poco Cicerone si avviò alla carriera di avvocato però non era agevole, da un lato dominava Ortensio Ortalo e,
dall’altra parte c’era l’immagine di oratori eccellenti come Antonio e Bruto. Cicerone iniziò dimostrando fin da subito
di essere un grande avvocato, infatti si impose nel diritto civile e penale grazie ai suoi due primi discorsi: Pro Quinctio,
dove difese P. Quinzio contro Sesto Nevio (difeso da Ortensio Ortalo); e Pro S. Roscio Amerino, difese il suo cliente
dall’accusa di parricidio.
L’esordio vero e proprio è costituito dalle “Verrine” del 70 a.C., processo per concussione dove i cittadini delle città
della Sicilia intentarono contro G. Verre: in primo luogo, sul banco degli imputati c’era Verre ma anche la classe
nobiliare che va accusata di corruzione e di immoralità e che veniva ricusata come classe dirigente dello Stato; in
secondo luogo era stato chiamato Ortensio Ortalo per difendere Verre.
Cicerone pronunciò una durissima orazione contro Verre (l’anctio prima in Verrem) accusandolo di concussione;
Verre decise di fuggire. Così Cicerone avrebbe scritto l’actio secunda in Verrem, pubblicata e mai pronunciata,
suddivisa in cinque discorsi. Il più noto è il De signis (“Sulle statue”), in cui Cicerone accusa Verre di essersi
appropriato di un numero enorme di statue provenienti da tutta la Sicilia.
Esiste un’altra versione relativa all’andamento e alla conclusione del processo: la lex Cornelia repetundarum, legge
che regolava i processi di concussione, prevedeva un iter processuale in due fasi indipendenti, la seconda delle quali
si doveva concludere con una pena. Questo fu fatto a Verre, è da ritenere che le due fasi del processo si siano svolte
realmente e che il caso Verre sia giunto ad una sentenza di condanna.
Il processo dovette risentire di accordi sottobanco. In questa chiave si può spiegare l’esilio di Verre che aumentava il
chiasso che si era fatto intorno al processo e costituiva un segnale chiaro che la classe senatoria aveva politicamente
mollato il corrotto governatore. Pertanto una seconda fase processuale dovette svolgersi nel più assoluto
disinteresse, visto che Verre era fuggito alla vigilia di essa e che il significato politico del processo si era ormai di
molto alleggerito. Cicerone in questa seconda fase dovette limitarsi a pronunciare un breve discorso che ribadiva le
accuse già indirizzate contro Verre.
IL CORSUS HONORUM, IL CONSOLATO E LE ORAZIONI CONTRO CATILINA
Nell 66 a.C., Cicerone, pronunciò l’ORAZIONE “Pro lege Manilia de imperio Cn. Pompei”, con la quale chiese di affidare
a Pompeo il comando della guerra contro Mitridate, re del Ponto.
Nel 64 a.C. Cicerone riuscì ad ottenere la carica più importante fra quelle previste dalla costituzione romana, il
CONSOLATO, sconfiggendo alle elezioni CATILINA. L’anno successivo fu chiamato a smascherare un complotto
organizzato da Catilina, con alcuni giurati. Quest’ultimo, essendo stato smascherato, fuggì a Roma e si scontrò contro
l’esercito romano nella BATTAGLIA DI PISTOIA. In questa circostanza Cicerone fu molto abile, apparendo al Senato
quasi come un SALVATORE DELLA PATRIA.
Cicerone, poi, pronunciò dei DISCORSI CONTRO CATILINA. Questi furono quattro e dimostrarono la sua straordinaria
vis oratoria.
Il primo dei discorsi fu presentato davanti al Senato nel Tempio di Giove Statore, seduta alla quale era presente anche
Catilina.
SALLUSTIO nel suo ‘De Conuiratione Catilinae’ ci parla di questa seduta al Senato, dicendo che Catilina avesse tentato
inutilmente di discolparsi, e che di fronte agli attacchi degli altri senatori, si fosse allontanato da Roma. Sallustio
inoltre dice che questa orazione è ‘LUCULENTA’, cioè splendida.
In questa orazione Cicerone fece ricorso ad un PROCEDIMENTO RETORICO che non aveva mai utilizzato
precedentemente: introdusse in essa una “PROSOPOPEA” DELLA PATRIA, e cioè una sua personificazione.
IL RITRATTO DI CATILINA
Catilina è descritto da Cicerone come un uomo ormai perso, un assassino, capace di uccidere il proprio figlio per
piacere della seconda moglie, un corruttore dei giovani, un estremista, in combutta con gli ambienti della società
romana. È descritto come un mostro, perché è questo che prevedeva l'oratoria per le orazioni politiche riguardo
l'avversario, quindi probabilmente aveva calcato molto la mano nel descriverlo. Cicerone va anche contro chi segue
Catilina, che non ha un serio programma di riforme e nessuna soluzione meditata ai problemi. Cicerone è nel vivo del
conflitto e auspica l'alleanza fra l'oligarchia senatoriale, detentrice esclusiva di cariche lucrose e l'alta finanza; non ha
sensibilità e per questo non percepisce i poveri e pensa che se siano tali è per colpa loro.
TESTO: ‘’QUOSQUE TANDEM ABUTERE, CATILINA, PATIENTIA NOSTRA?’’
Cicerone mostra la sua capacità di SMUOVERE L’ANIMO di chi ascolta attraverso l’uso della una parola, quindi da un
lato attacca il suo avversario mettendolo in difficoltà, dall’altro scuote il Senato per attirarlo dalla sua parte. L’esordio
della PRIMA ORAZIONE in Catilinam si sviluppa attraverso tre momenti successivi. Nel PRIMO paragrafo Cicerone
rimprovera a Catilina la sua AUDACIA e il fatto di fingere di non accorgersi che la città è ormai tenuta strettamente
sotto controllo dato che la sua congiura è divenuta palese a tutti.
[Sette proporzioni interrogative dirette che si incalzano l’una dietro l’atra, il tutto rafforzato dagli insistiti asindeti che
si ripetono nel paragrafo, nonché dall’anafora di nihil che si ripete per ben sei volte e di quid che si ripete per tre
volte. Il disprezzo per Catilina si conferma nel rivolgersi a lui direttamente e nell’uso dell’aggettivo iste con evidente
valore dispregiativo. Altre figure retoriche sono l’omeoteleuto, la simmetrica collocazione, l’anafora, l’anastrofe, il
polipto, l’assonanza e l‘iperbato.]
Nel SECONDO paragrafo Cicerone lega all’ARROGANZA di Catilina la reazione dei senatori e di lui stesso, che
indugiano a decretare la pena capitale per l’eversore dello Stato.
[L’esclamazione nominale segna un passaggio verso la descrizione di ciò che si sta verificando in Senato. La presa di
posizione di Cicerone è ancora più veemente ma poi si giunge a un’espressione apparentemente più pacata, quasi di
rassegnazione. Nel paragrafo è presente solo una interrogativa diretta, rafforzata dal valore avversativo di immo vero.
Utilizzata è la struttura asindetica a voler passare in rassegna in maniera rapida incisiva i gesti di Catilina. Il periodo
ipotetico della realtà prepara la sorpresa del periodo conclusivo del paragrafo.]
Nel TERZO paragrafo Cicerone sollecita l’ORGOGLIO della tradizione romana, adduce alcuni esempi di provvedimenti
memorabili, perfettamente in linea col suo essere laudator temporis acti e il suo sentirsi baluardo in difesa della
legalità repubblicana. Addirittura precisa che il DECRETO contro Catilina esiste, ma ciò che viene meno è l’atto di
coraggio e la risolutezza da parte dei consoli in carica.
[Le due proposizioni interrogative dirette coordinate per asindeto mostrano una precisa articolazione strutturale,
perfettamente bilanciata. Poi viene ricordata la virtus del buon tempo antico, che Cicerone dimostra di avere molto a
cuore con il ricorso alla doppia germinatio o interiatio. Attraverso essa, Cicerone contrappone il tempo antico alla
scoraggiante realtà presente, contrapposizione acuita dei tempi verbali.]

L'ELOGIO DELLA POESIA NELLA PRO ARCHIA


Dalla fine degli anni sessanta il peso politico di Cicerone cominciò a declinare a differenza della sua carriera di oratore
e avvocato. Nel 62a.C. Nella Pro Archia, difende il poeta Archia, accusato di avere la cittadinanza romana senza avere i
titoli. L'opera va però valutata sul piano culturale e segna una difesa nei confronti della poesia e degli studi di
letteratura, che Cicerone giudica di grande importanza per raggiungere l'humanitas.

LA STRUTTURA E LO STILE DELLE ORAZIONI


La struttura dei discorsi è in genere sempre la stessa:
-EXORDIUM, la parte in cui si predispone l’animo dei giudici nei confronti del resto dell’esposizione;
-NARRATIO, l’esposizione degli argomenti;
-PARTITIO, la suddivisioni delle argomentazioni che intendono addurre;
-CONFIRMATIO, la ricerca della credibilità su quanto esposto;
-REPREHENSIO, lo smantellamento delle affermazioni accusatorie;
-CONCLUSIO, la parte in cui si tirano le conclusioni di tutto il discorso.
Si capisce che Cicerone unto al patetico, a far leva sul sentimento dei giudici e non sulle sottigliezze giuridiche, quindi
cerca di SCUOTERE L’ANIMO DI CHI ASCOLTA.

Cicerone, adattando il suo stile oratorio sia al tipo di processo sia al singolo momento della trattazione, al gusto e alla
sensibilità dei giudici, alla personalità degli avversari, una VARIETÀ DI FORME E TONI, tale da esaltare la grandezza e
la sensibilità umana.
ATTICISMO, ASIANESIMO E STILE RODIESE
Nella retorica antica distinguiamo due scuole: l’Atticismo e l’Asianesimo.
L’ATTICISMO si diffuse in Grecia nel IV sec. a.C. e si caratterizzò per lo STILE SEMPLICE nella struttura sintattica
uniforme, questo genere di eloquenza divenne un CANONE DI IMITAZIONE, ma con il declino della polis divenne un
modello di un’imitazione ormai priva di slancio vitale. Sul piano linguistico e grammaticale, l’Atticismo propugnò
l’ANALOGIA, secondo la quale è il principio della regolarità che agisce sui sistemi grammaticali, conseguendone
un’immobilità linguistica e la CONDANNA DI OGNI TIPO DI INNOVAZIONE.
L’ASIANESIMO si affermò nel III a.C. e si fondò su uno STILE COMPLESSO, ricco di figure retoriche e di parole.
Propugnò l’ANOMALIA, secondo la quale è il principio dell’irregolarità che agisce sui sistemi grammaticali,
conseguendone una mobilità linguistica e l’ESALTAZIONE DI OGNI TIPO DI INNOVAZIONE.
Quindi Atticismo e Asianesimo sono uno l’opposto dell’altro, il primo ama l’ossequio alle regole, il secondo preferisce
l’uso vivo e cangiante. Lo STILE RODIESE è una specie di via di mezzo, ma alcuni ne negano l’esistenza.

TESTO: ELOGIO ALLA FILOSOFIA


In questo capitolo delle Tuscolanae Disputationes Cicerone considera la filosofia come il rimedio a tutti i vizi e gli
errori. Cicerone dice di poter sempre contare sulla FILOSOFIA, come fosse una guida della vita. La filosofia è il
fondamento della società, la disciplina che ha permesso agli uomini sparpagliati di riunirsi in una “catena sociale”.
Cicerone si riferisce alla filosofia in seconda persona e c’è anche un’anafora del pronome “tu” che si ripete cinque
volte nell’opera. Infine c’è una critica agli indotti che non riescono a guardare indietro per capire sé stessi.

IL DE ORATORE
Negli anni successivi al suo ritorno dall’esilio, Cicerone compose il DE ORATORE. Questo è un DIALOGO diviso in tre
libri in cui viene delineata la figura del PERFETTO ORATORE, il quale deve possedere, oltre alle innate doti naturali,
anche una profonda preparazione culturale, una salda formazione filosofica e un’indiscussa educazione morale. È
ripresa la forma dialogica di Aristotele, in quanto ogni interlocutore espone il suo pensiero in lunghi interventi
interrotti da brevi battute, che servono per scandire il passaggio all’altro interlocutore.
Il dialogo si immagina avvenuto nella villa di L. Licinio Crasso nel 91 a.C.. Ad esso partecipano CRASSO e Marco
Antonio, ma anche gli oratori Aurelio Cotta e Sulpicio Rufo, il giurista Muzio Scevola l’Augure, Q. Lutazio Catulo e il
poeta tragico Giulio Cesare Strabone.
Crasso, nel primo libro, stabilisce che il prefetto oratore deve possedere una profonda preparazione politica e
filosofica. Antonio, nel secondo libro, sostiene che l’oratore deve trarre frutto dai suoi predecessori. Nell’ultimo libro,
Crasso sviluppa la trattazione dell’elocutio e sottolinea la capacità dell’oratore di saper adattare il tono, lo stile il
linguaggio alle diverse circostanze in cui è chiamato a parlare.
Infine viene trattato il tema del sapere. La discussione, che vede Licinio Crasso il portavoce delle tesi di Cicerone, si
svolge in maniera ampia e vivace. Lo stile è accuratissimo, e il periodare possiede quella concinnitas (simmetria) che
è caratteristica dell’equilibrio sintattico ciceroniano.

TESTO: L’IDEALE DEL PERFETTO ORATORE


Il De oratore è un’opera retorica nella quale Cicerone delinea la figura del PERFETTO ORATORE, nel cui bagaglio
culturale non deve mancare la conoscenza della letteratura, della storia antica, del diritto, dell’ordinamento statale,
della storia dell’arte, dell’umorismo e di quanto serve per destare ammirazione. La TECNICA è utile, ma occorrono
anche DOTI NATURALI.

IL BRUTUS
Nel 46a.C. Cicerone scrisse il Brutus in cui rivolgendosi all'amico Giunio Bruto, delinea una storia dell'ELOQUENZA,
della CRITICA LETTERARIA, dalle origini greche e romane fino ai suoi tempi. Questo è ambientato nella sua villa di
Tuscolo, presenta la forma DIALOGICA, è ambientato nell'epoca contemporanea. I personaggi che dialogano sono
Attico, Bruto e Cicerone. L'opera si apre con un elogio a Ortensio Ortalo, morto da poco e dopo viene dato spazio
all'eloquenza greca, poi alla trattazione dell'eloquenza romana. L'idea forte del dialogo è che l'eloquenza ROMANA
deve essere giudicata la PROSECUZIONE e il PERFEZIONAMENTO di quella GRECA. L'autore delinea un profilo agile e
misurato dei singoli oratori e fornisce notizie preziose per noi a proposito di personaggi della cultura romana.
L’ORATOR
Nel 46 a. C. si colloca l’Orator, terza grande opera retorica di Cicerone che sembra costruire una trilogia ( De oratore e
Brutus).
L’opera, dedicata a Giunio Bruto, non presenta un dialogo e in essa vengono definiti i compiti del perfetto oratore che
vengono individuati nel:
 Probare (convincere)
 Delectare (dilettare)
 Flectere (commuovere).
Nell’opera compare l’idea che il bravo oratore non deve restare legato ad uno stile, ma deve saper padroneggiarli
tutti in maniera tale da utilizzarli a seconda delle diverse circostanze.
Cicerone riserva alla scelta delle cosiddette clausole esametriche, e mostra di privilegiare sulle altre la clausola esse
videatur (cretico-trocaica), rispetto a quella esse videtur che corrisponde alla conclusione dell’esametro dattilico.
Cicerone nell’ultima parte dell’opera sottopone le sue tesi all’amico Bruto e si dichiara pronto a mutare posizioni e
convincimenti.

LE OPERE POLITICHE
Le opere in cui Cicerone esprime maggiormente il suo pensiero politico sono: il DE REPUBLICA e il DE LEGIBUS. La
scelta del genere è quella del DIALOGO.
Nelle opere di Cicerone accade che la filosofia e la politica si uniscono, facendo così legare fra loro la TEORIA e la
PRASSI.

IL DE REPUBLICA
Il De Republica, iniziato nel 54 a.C. e terminato nel 51 a.C., è il frutto del periodo in cui Cicerone si era dedicato
all’otium letterario.
L’opera è un DIALOGO in sei libri, che si immagina tenuto nel 129 a.C. fra Scipione Emiliano, G. Lelio, Muzio Scevola
l’Augure, Elio Tuberone, G. Fannio, Rutilio Rufo, Spurio Mummio; quindi i migliori che aderivano al Circolo degli
Scipioni, e per i quali l’Arpinate mostrava simpatia.
L’argomento della trattazione è lo “STATO PERFETTO”, fondato sulla migliore forma di governo, fra quelle
sperimentate nel corso della storia. Cicerone esalta la forma di governo della “COSTITUZIONE MISTA”, nella quale il
Senato è incarnazione dell’aristocrazia, i comizi popolari incarnano il potere democratico e i consoli sono i
continuatori del potere monarchico; quindi questa forma di governo è l’unione fra tre poteri aristocratico,
democratico e monarchico, poteri che risultano ben bilanciati.
Il De Republica è anche importante perché in esso Cicerone delinea la figura del PRINCEPS o ‘moderator rei publicae’,
che deve possedere prestigio e carisma personali. Il princeps ideale deve possedere un’educazione di prim’ordine,
sostanziata da un acceso desiderio di gloria. Le componenti della sua VIRTUS devono essere la fortezza, la capacità di
essere sempre ponderato, una grande fierezza, un orientamento costante verso il raggiungimento di obiettivi giusti
ed onesti ed, infine, una eccellente piacevolezza espressiva.
Il modello ideale è sicuramente Scipione Emiliano che rispecchia in pieno l’identikit del princeps.
Il De Republica non ci è pervenuto per intero.
La parte conclusiva dell’opera è occupata dal SOMNIUM SCIPIONIS. In esso Scipione Africano Maggiore compare in
sogno a Scipione Emiliano e gli fa notare la grandezza del cielo in rapporto alla piccolezza della terra. Inoltre gli svela
un luogo nel cielo, una specie di paradiso, dove troveranno accoglienza tutti gli uomini virtuosi, i grandi reggitori dello
Stato, gli unici che otterranno l’immortalità.

TESTO: LA MIGLIORE COSTITUZIONE


La migliore forma costituzionale per Cicerone è quella che riesce a contemperare il POTERE MONARCHICO, quello
ARISTOCRATICO e quello DEMOCRATICO: essa è la sola che assicura una grande stabilità, in quanto non è soggetta
all’evoluzione ciclica. Questa forma costituzionale MISTA è riconoscibile in quella della Repubblica romana.

L'EQUILIBRIO FRA I POTERI: LA COSTITUZIONE "MISTA" E LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA


Cicerone nell'opera politica De republica, affronta il problema riguardante la costituzione repubblicana romana che
egli definisce "mista". Questa teoria la riprende da parecchi pensatori greci, soprattutto Polibio che aveva elaborato la
teoria dell'anaciclosi, secondo la quale nella storia si assiste ad un progressivo mutamento delle tre diverse
fondamentali forme di governo: quella monarchica, quella aristocratica e quella democratica. Ciascuna di esse, tende
a deteriorarsi la monarchia in tirannide, l'aristocrazia in oligarchia e la democrazia in anarchia per poi tornare
ciclicamente alla monarchia e riprendere il processo di trasformazione.
Polibio è convinto che a Roma sia stata concepita e istituita una costituzione "mista" in quanto in essa è previsto
l'equilibrio dei tre poteri fondamentali: monarchico gestito dai consoli, aristocratico rappresentato dal senato e
democratico proprio dei tribuni della plebe. Cicerone adotta pienamente la teoria di Polibio ed elogia il valore di
questo genere di costituzione fondato sull'equilibrio fra i poteri, sostenendo cosi il primato politico-istituzionale di
Roma e distinguendosi da Platone che fa riferimento ad uno Stato ideale retto dai filosofi.
Dall'epoca di Cicerone a oggi molto è cambiato nella concezione istituzionale degli Stati, soprattutto a partire
dall'illuminismo e dalla tesi di Montesquieu. Questi pubblicò "lo spirito delle leggi" nella quale traccia le linee dello
Stato moderno. Delinea la separazione e l'autonomia dei tre poteri fondamentali dello Stato: il potere esecutivo
attribuito al governo, il potere legislativo attribuito al parlamento e quello giudiziario attribuito ai giudici. Così ogni
potere possiede una piena autonomia in perfetto equilibrio con gli altri. Anche la nostra Costituzione repubblicana
mostra la suddivisione di questi tre poteri che garantisce un perfetto equilibrio istituzionale. Il potere legislativo è
affidato al parlamento (suddiviso nelle due camere dei deputati e dei senatori) il potere esecutivo o amministrativo è
accordato al Governo che lo esercita nel rispetto del Parlamento, mentre il potere giudiziario è affidato alla
magistratura che risponde ad un organo superiore, il consiglio superiore della magistratura.
IL DE LEGIBUS
L’altra opera di taglio politico è il De legibus, composta in forma di dialogo tra personaggi contemporanei: Cicerone, il
fratello Quinto e Pomponio Attico. I temi trattati sono:
 La legge naturale, dettata agli uomini dalle divinità;
 Le leggi religiose;
 Le magistrature, riconducibili alla più antica storia di Roma, rivelando una nostalgia della tradizione e dei
privilegi accordati alla classe dirigente.
In sostanza, si sostiene che le leggi hanno un fondamento naturale e quindi divino, per cui andare contro la legge vuol
dire non solo commettere un delitto, ma anche un peccato. La società romana viene presentata come un modello,
ma studiato secondo le filosofie greche di Platone e Aristotele.
LA POSIZIONE POLITICA
All’inizio della sua attività la sua posizione sembra coincidere con quella di Sallustio e identificarsi con il partito
democratico. Accusa la nobilitas di degrado morale e non la ritiene idonea a svolgere il ruolo di ceto dominante alla
guida della Res publica. Quando Cicerone ottiene la carica di console nel 63 a.C., la sua posizione è già cambiata e si
schiera con il partito aristocratico con a capo Pompeo. Cicerone riconsidera la sua opinione politica solamente dopo
la sconfitta di Pompeo ad opera di Cesare nella battaglia di Farsalo.
Dopo il 48 a.C. Cicerone cerca di riavvicinarsi a Cesare, sperando nel recupero della CONCORDIA ORDINUM, cioè la
pacificazione fra le classi sociali. Questo però non avviene a causa della concentrazione del potere nelle mani di
Cesare, che pian piano forma una dittatura. Cicerone si ritira dalla scena politica per dedicarsi alla filosofia e all’otium
letterario.
Cicerone torna nella scena politica solo dopo la morte di Cesare e si avvicina ad Ottaviano, osteggiando Antonio tanto
da scrivere le filippiche contro di lui. Cicerone fu ammazzato da dei sicari di Antonio nel 43 a.C.
Cicerone è stato condannato da molti di CAMALEONTISMO, ovvero per essere stato un voltagabbana ed un
opportunista.
Questi cambiamenti di fazione sono però tenuti assieme da un filo conduttore, che si trova nell’opera DE REPUBLICA.
In quest’opera Cicerone descrive lo Stato perfetto, individuandolo nella Res publica romana. All’interno di questo
Stato è presente la figura di un PRINCEPS o MODERATOR REI PUBLICAE che deve possedere un prestigio personale
prima ancora che un potere forte, che deve essere una figura carismatica che sia capace di tenere insieme le diverse
istituzioni. Cicerone crede fermamente nello stato repubblicano e nella sua costituzione mista (armonizzazione delle
tre forme fondamentali di governo) e che per consolidare tale istituzione sia importante la figura di un mediatore
costituzionale.
Cicerone è disposto a schierarsi con chi prometteva, almeno a parole, di voler garantire lo STATUS QUO istituzionale.
LE OPERE FILOSOFICHE
Cicerone abbandonò la politica per dedicarsi totalmente agli STUDI FILOSOFICI. Infatti, in questo periodo, scrisse
parecchi libri, chiedendo alla filosofia una risposta convincente sul teme della FELICITÀ DELL’UOMO. La filosofia viene,
quindi, vista da Cicerone come una ‘medicina doloris’, capace di risolvere i dolori che affliggono il suo animo.
Nei due anni dopo questi avvenimenti egli compose:
 La Consolatio
 L’Hortensius seu de philosophia liber
 Le Tusculanae Disputationes
 Il De finibus bonorum et malorum
 Il De natura deorum
 Il De divinatione
 Il De fato
 Il Cato maior de senectute
 Il Laelius de amicitia
 Gli Academica
 Il De officiis
La CONSOLATIO (Consolazione) è la prima delle opere filosofiche di Cicerone. Questa era, certamente, un’opera
indirizzata a se stesso per trovare una consolazione alla morte della figlia.
L’HORTENSIUS (Ortensio), che prendeva il titolo dal maestro di Cicerone, non ci è pervenuta, ma probabilmente era
un invito alla filosofia ed un libro di notevole impatto spirituale.
Le TUSCOLANAE DISPUTATIONES (Discussioni di Tuscolo) sono dedicate a BRUTO. Esse sono una specie di
consolazione per la fine della Repubblica, ma anche per la morte della figlia. L’opera è scritta in forma di dialogo fra
un ‘magister’ e un ‘auditor’ ed è composta da cinque libri. Il libro I tratta del disprezzo della morte, il secondo della
sopportazione del dolore, il terzo e il quarto dell’attenuazione degli affanni e dei turbamenti dell’animo ed il quinto
insegna come la VIRTUS sia necessaria per raggiungere la felicità.
Il DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM (Sul sommo bene e sul sommo male) è anche questo un dialogo di cinque
libri dedicato a Bruto. In esso l’autore affronta la questione relativa al sommo bene e al sommo male, e dopo tante
ipotesi la teoria più convincente per Cicerone sembra essere quella di Antioco di Ascalona.
Il DE NATURA DEORUM è un dialogo diviso in tre libri, anch’esso dedicato a Bruto. Nell’opera Cicerone affronta temi
come la tesi epicurea dell’indifferenza degli Dei alle questioni umane, o come la tesi storica che ammette la presenza
di un principio provvidenziale che regola il mondo. Cicerone finisce il libro col salvare la RELIGIO ed il suo ruolo di
collante della vita pubblica romana. Infine, nel terzo libro viene sviluppata la tesi scettica dell’Accademia.
Il DE DIVINATIONE, è un dialogo in due libri. Nell’opera l’autore, in opposizione al fratello Quinto, attacca tutta la
materia oracolare, l’astrologia, l’aruspicina, contestandone la serietà e la scientificità.
Il DE FATO, dialogo anch’esso in due libri, è stato scritto subito dopo la morte di Cesare. I due che dialogano sono
Cicerone e Aulo Irzio e il tema affrontato è quello del rapporto fra il DESTINO e la LIBERTÀ DI SCELTA dell’uomo. La
tesi ciceroniana consiste nel rifiuto di ogni forma di fatalismo.
Il CATO MAIOR DE SENECTUTE e il LAELIUS DE AMICITIA sono due dialoghi entrambi dedicati ad Attico. In essi
campeggiano due personaggi principali, rispettivamente Catone il censore e Lelio.
Il CATO MAIOR confuta alcuni luoghi comuni come la VECCHIAIA, che viene esaltata a condizione che sia fondata su
una giovinezza ben spesa.
Il LAELIUS DE AMICITIA contiene l’elogio dell’AMICIZIA, adottando l’ideale della filantropia.
Gli ACADEMICA trattando il problema della conoscenza e rivelano forti legami con il probabilismo di Filone di Larissa.
Ci sono due redazioni dell’opera: della prima (ACADEMICA PRIORA), che era formata da due libri, ci resta solo il
secondo; della seconda (ACADEMICA POSTERIORA), invece, originariamente ha quattro libri, ma ci rimane solamente
parte del primo.
Infine, Cicerone compose il DE OFFICIIS un testamento spirituale dedicato al figlio. L’opera è divisa in tre libri ed ha
per tema i doveri e la conciliazione dell’utile con l’onesto. Nel primo libro si affronta il tema dell’onestà e delle
quattro forme in cui si può manifestare; nel secondo viene affrontato il tema dell’utilità e i modi in cui si può
ottenere; il terzo libro si apre con un elogio alla filosofia ed affronta il tema del conflitto fra l’onesto e l’utile ed
analizza i modi che lo possono ricomporre. Il De officiis, quindi, presenta una problematica ampia e articolata, ma
soprattutto il tentativo di adattare l’esatta speculazione filosofica all’impegno di un uomo e di civis che Cicerone
avverte come preminente.

EPICUREISMO
Nel trattare la questione etica Cicerone mette a confronto lo stoicismo con l’epicureismo, anche se prende molte
distanze da quest’ultimo, poiché credevano che l’intellettuale non dovesse partecipare alla vita politica (vivi
nascosto). L’epicureismo insegnava a limitare I bisogni, che la vita può essere felice a patto di abbandonare la
ricchezza. Secondo Cicerone questo modello di vita rinunciatario porti ad una “egoistica” serenità E che possa
distogliere i “boni” dall’impegno in difesa delle istituzioni. Insomma, la teoria di Epicuro contiene elementi
potenzialmente molto pericolosi per il mos maiorum.

STOICISMO
Grazie al favore degli aristocratici e dei moderati, lo Stoicismo divenne DOTTRINA ROMANA. La levitas (mancanza di
affidabilità) greca era contrapposta alla gravitas (agire in modo coerente) romana. Nella dottrina stoica erano presenti
elementi gravi, sentiti come qualità nazionali. Inoltre, il concetto di RAZIONALITÀ IMMANENTE nel mondo e di un
FATO PROVVIDENZIALE s’attagliavano alla società romana. La dottrina stoica riconosce nel mondo un disegno
provvidenziale che rappresenta il suo principio razionale, garante dell’ordine naturale e dell’armonia delle cose.
Viene assegnata all’UOMO UNA POSIZIONE DI PRIVILEGIO: deve contemplare ed imitare il cosmo, per conseguire il
BENE e far nascere le virtù, che sconfigge le passioni, malattie dell’anima, da eliminare perché fonti di irrazionalità,
fino al raggiungimento dell’insensibilità (apatia) e dell’assoluta autonomia.
Questa visione etica esclude qualunque spazio per la libertà dell’individuo ed investe tutti i campi del vivere umano.
Le tesi degli stoici sono state sottoposte ad una serie di revisioni nel tempo, per esempio Panezio proponeva una
versione più ‘’ammorbidita’’ e a questo proposito Cicerone nel ‘De finibus bonorum et malorum’ assume le difese
dello stoicismo tradizionale.
Cicerone voleva togliere da questo modello gli aspetti socialmente più allarmanti quali l’autarchia e il diritto di
giudicare tutto e tutti.

ACCADEMIA
Nel 155 a.C. dalla Grecia giunsero a Roma una delegazione di filosofi composta da CARNEADE, DIOGENE e CRITOLAO,
ma furono subito fatti rimpatriare perché i loro discorsi, soprattutto quelli di Carneade, ora pro ora contro la giustizia,
dimostravano la relatività di un valore sul quale si fondava la civiltà romana, infatti dicevano che un concetto è valido
se ottiene il CONSENSO del MAGGIOR NUMERO DI PERSONE.
Questa intuizione, invece, trovò accoglienza in CICERONE, che nella sua attività di oratore sempre cercava il consenso
della gente: proponeva varie opinioni su una stessa questione e le confrontava, per rendere chiare le singole posizioni
e vedere se alcune fossero più plausibili di altre.

TESTO: CARATTERI DEL SAGGIO


Cicerone si chiede se la morte è un male, se il dolore è il più grande dei mali e se basta la virtù per essere felici; usa
questi interrogativi per una serie di lezioni che immagina tenute nella villa di Tuscolo e indirizzate ad un allievo che
ascolta silenziosamente le sue confessioni. Le questioni che tratta sono di etica e riguardano l'atteggiamento da
tenere di fonte alle passioni e il modo di fortificare le personalità. Parla del saggio come una figura sempre equilibrata
in tutto. I filosofi affermano che le passioni vanno regolate mentre per gli stoici pensano che il saggio possa dominare
le passioni. Per essi la virtù diventa indifferenza. Si nota molto che Cicerone punta tutto sull'etica e accetta i contenuti
fondamentali della tradizione stoica e tende a salvaguardare l'aspetto moralistico di questa dottrina pensando al
risanamento della res publica.

TESTO: I VECCHI DEVONO DISPREZZARE LA MORTE


L'argomento trattato richiama il tema del primo libro delle Tusculanae. Si aggiunge che a disprezzarla devono essere i
vecchi che ne sono più vicini ma anche i giovani perché le occasioni di morte sono più frequenti, perciò la morte è
comune ad ogni età, però quella del giovane è solo una speranza di vivere a lungo mentre il vecchio ha già raggiunto
quello che il giovane può solo sperare di raggiungere. Questo capitolo è caratterizzato da una connotazione filosofica,
Cicerone presenta in termini di opposizione la tesi epicurea secondo la quale la morte è annientamento dell'essere e
la tesi socratico-platonica fondata sull'immortalità dell'anima nel capitolo c'è un intreccio di diversi stili e registri
espressivi, quello filosofico e oratorio, in quanto Catone veste i panni dell'avvocato difensore nei confronti della
vecchiaia. Analogo intreccio è possibile rivelare a livello lessicale.

CICERONE FILOSOFO O NO?


Si discute ancora oggi per stabilire se Cicerone sia da considerare un filosofo o no. Chi dice di no a due motivazioni:
1. Cicerone non ha un pensiero originale e nuovo;
2. Cicerone non presenta un pensiero sistematico
Si può però sicuramente considerare un DIVULGATORE di filosofia, tanto che considera la filosofia come VITAE DUX,
guida dell’esistenza e nel frattempo fa conoscere le teorie greche, secondo lui, più valide. In tutte le sue opere
filosofiche, Cicerone utilizza la filosofia come MEDICINA DOLORIS, per lenire il dolore della morte della figlia Tullia.
Queste filosofie elleniche che Cicerone di Volga erano selezionate in modo che:
 Non portassero al materialismo;
 Su portassero la partecipazione del cittadino alla vita politica.
Per questo cicerone privilegiava la scuola platonica e lo stoicismo, mentre condannava l’epicureismo, che portava
all’assoluto disimpegno dalle vicende politiche. Il suo obiettivo era quello di adottare la filosofia all’interno del
progetto educativo del buon CIVIS ROMANUS.
Ciò che è veramente importante è la capacità SINCRETICA di Cicerone di riuscire a coniugare la tradizione romana e
l’apertura selettiva nei confronti della cultura ellenica, gettando le basi per l’UMANESIMO

IL RAPPORTO CRITICO CON LO STOICISMO


Cicerone sentiva il bisogno di una filosofia che facesse risplendere I VALORI ETICI, di virtù, dovere e libertà invece di
sottoporli alla critica. Quando queste esigenze prevalgono, lui si sente attratto dalla fusione di stoicismo e
platonismo, come quella a cui aveva fatto già concessioni nel De republica e nel De legibus, nella Consolatio e nelle
Tuscolanae, nel Cato maior, nel Laelibus, nel De officiis. Tuttavia non mancano le forti obiezioni agli stoici da parte di
Cicerone. Egli rimprovera agli stoici:
-l'adrogantia ossia la sicurezza di possedere le verità sul piano conoscitivo e morale;
-Il concetto di provvidenza divina e di amore incondizionato degli dei per l'umanità;
-Le troppe concessioni alla religione popolare e alla superstizione;
-Il rigorismo o estremismo etico, per cui la virtù è l'unico bene e non il sommo, la malvagità l'unico male e ogni bene
e male è indifferente al saggio che è alieno da ogni passione ed è sempre felice.
Dalle critiche di Cicerone si salva solo Panezio che da un lato rese più l'aspetto migliore dello stoicismo, cioè
l'universalismo, l'affermazione dell'eguaglianza di tutti gli esseri umani: il suo universalismo si ridusse a una
giustificazione filosofica dell'imperialismo romano, del diritto dei romani di dominare sui popoli inferiori. Questo anti
egualitarismo fu da lui teorizzato nella politica interna, quindi affermò il diritto dell'aristocrazia ad opporsi alle leggi di
Tiberio Gracco.
Nel De officis di cicerone appaiono questi aspetti ispirati ad un apparente realismo che fu il principio della rovina
della Repubblica.

L’EPISTOLARIO
Cicerone, ci ha anche lasciato delle opere, non destinate alla pubblicazione, in cui egli metteva a nudo se stesso,
svelandosi in tutte le pieghe del suo animo, debolezze comprese.
Il corpus è compreso da circa un migliaio di EPISTOLE, suddivise in quattro raccolte:
 Epistulae ad Atticum;
 Epistulae ad familiares;
 Epistulae ad Quintum fratem;
 Epistulae ad Brutum.
Le lettere furono pubblicate da Tirone, segretario ed amico di Cicerone e da T. Pomponio Attico, che era anche libraio
ed editore.
Le EPISTULAE AD ATTICUM, sono formate da 16 libri, e sono indirizzate all’amico Attico. In questa silloge si trovano
anche le lettere dedicate a Cicerone da Cesare, da Pompeo e da Antonio.
Le EPISTULAE AD FAMILIARES, formate anch’esse da 16 libri, sono indirizzate a familiari ed amici e sono catalogate
secondo il nome del destinatario.
Le EPISTULAE AD QUINTUM FRATEM, sono formate da 3 libri e sono indirizzate al fratello Quinto.
Le EPISTULAE AD BRUTUM, sono formate da 2 libri e sono indirizzate a Bruto, amico e discepolo di Cicerone.

L’ESILIO
L’accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso determinò la caduta in disgrazia di Cicerone: i triumvirati si sbarazzarono di
Cicerone attraverso Clodio, che propose un provvedimento legislativo, secondo il quale chiunque avesse condannato
a morte un cittadino romano senza l’appello al popolo, doveva essere ESILIATO. Era proprio questa la situazione in cui
si trovava Cicerone, che fu esiliato nel marzo del 58 a.C..
Egli fu esiliato con il divieto di risiedere in qualsiasi località che non superasse i 400 miglia da Roma. Inoltre fu
stabilita la confisca dei beni dell’oratore e la distruzione della sua casa sul Palatino.
Cicerone decise di partire per l’Asia Minore, però poi preferì stabilirsi a TESSALONICA.
Egli intraprese in questa città un periodo di sconforto, convinto di aver causato la sua rovina e quella dei suoi cari, e
amareggiato per non aver contrastato il provvedimento preso da Clodio.
In seguito egli si trasferì a DURAZZO, nell’ipotesi di essere richiamato in patria. Infatti i due nuovi tribuni a Roma si
impegnarono a promulgare una legge per il richiamo di Cicerone. Il Senato era quasi a favore del suo ritorno, ma un
tribuno, amico di Clodio, provocò dei contrasti fino a far rimandare la decisione.
Quando alle nuove elezioni i clodiani furono sconfitti, la legge in favore di Cicerone fu approvata, e inoltre gli furono
restituiti i suoi beni e la casa.
Una volta tornato a Roma cicerone pronunciò due discorsi: uno per ringraziare il Senato (ORATIO POST REDITUM
PRIMA, IN SENATU), l’altro per esprimere riconoscenza al popolo romano (ORATIO POST REDITUM AD QUIRITES).

LO STILE
Lo stile di Cicerone è stato definito, da Quintiliano, un modello di riferimento da imitare. Egli aprì la strada ad un
fenomeno, il CICERONIANISMO, che consiste nel considerare l’autore delle catilinarie un modello da imitare.
Cicerone è stato sempre considerato il migliore degli scrittori dell’antica Roma, per cui quanto è attestato nelle sue
opere diventa ‘regola’, mentre tutto ciò che non si riscontra diventa ‘eccezione’.
Ciò, però, determina una DISTORSIONE STORICA, perché viene attribuito il primato stilistico ad un solo autore,
ignorando l’evoluzione del latino e la presenza di altri scrittori.
Inoltre, nelle opere retoriche Cicerone utilizza la CONCINNITAS (simmetria), cioè un periodare perfettamente
equilibrato, mentre nei Discorsi è presente la BREVITAS (asimmetria) e la VARIATIO.
Quindi, lo stile di Cicerone non è riconducibile ad un unico modello, in quanto varia a seconda della destinazione
delle sue opere e dei generi letterari utilizzati.